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Full text of "Zeitschrift für romanische Philologie. Beihefte"

w 



-v'^ 



BEIHEFTE 

ZUR 

ZEITSCHRIFT 

FÜR 

ROMANISCHE PHILOLOGIE 

BEGRÜNDET VON Prof. Dk. GUSTAV GRÖBER f 
FORTGEFÜHRT UND ITERAUSCtEGEBEN 



dr ernst hoepffner 

PROFKSSOR AN DER UNIVERSITÄT JENA 



IL. HEFT 

CARLO BATTISTI 

TESTI DIALETTALI ITALIANI 

PARTE PRT^rA: TTALIA SETTENTRIONALE 



Halle a. s. 

VERLAG VON MAX NIEMEYER 
1914 



TESTI 
DIALETTALI ITALIANI 



IN TRASCRIZIOXE FONETICA 



PUBBLICATI 



CARLO BATTISTI 

DOCENTE ALL' UNIVERSITÄ Dl VJENNA 



PARTE PRIMA 

ITALIA SETTENTRIONALE 



3U 






b 



HALLE A. S. 

VERLAG VON MAX NIEMEYER 
1914 



■PC 



A 
CARLO SALVIONI 



yt 



Contenuto. 



Pag. 

Introduzione i — 3 

Indicazioni sulla trascrizione fonetica 3 — 11 

I. Vocali 3 — 5 

II. Consonanti ■ 5 — lO 

Tabella di coucordanza 10 — ti 

I. Gruppo veneto 13 — 62 

II. Gruppo lombardo 63 — 123 

III. Gruppo piemontese 125 — 138 

IV. Gruppo ligure 139 — 151 

V. Gruppo emiliano 153 — 187 

Klenco alfabetico dei luoghi 188 

Indice degli autori e dei trascrittori 189 

Prospetto delle varietä dialettali 190 



■flu 



Introduzione. 



La presente crestomazia ha lo scopo di colmare in parte una 
lacuna di cui si risente lo studio della dialettologia italiana: oflfrire 
un materiale d' osservazione scientificamente adoperabile per chi 
voglia orientarsi sullo stato attuale dei nostri dialetti. 

Testi corrispondenti alla vera parlata popolare, trascritti foneti- 
camente dovrebbero laggiungere lo scopo che mi sono prefisso. 

La meta sarebbe stata di poter raccogliere testi fonetici di 
tutte le varietä dialettali piü importanti, ma la mancanza di coUa- 
boratori non mi permise di raggiungerla. E qui ai molti e valenti 
amici che col loro contributo resero possibile la compilazione del- 
r antologia un grazie di cuore. 

La trascrizione fonetica presentö delle Serie difficoltä. Nella 
scelta fra 1' accettare diversi sistemi fonetici o il tenermi a un 
sistema unitario, non ho esitato ad abbracciare il secondo partito. 
11 continuo cambiamento neu' esposizione grafica Variante di testo 
a testo non puo non originäre confusione specialmente a chi non 
sia premunito di cognizioni fonetiche ben profonde. Seguendo il 
secondo metodo, cioe adottare una trascrizione unitaria, venivo pero 
ad incorrere in diversi guai. C era anzi tutto la difficoltä della 
scelta; il sistema doveva accoppiare a risorse sufficenti per 1' es- 
pressione grafica di testi interi di dialetti tanto differenti anche la 
facilita d' interpretazione — e questa dipende, oltre che dal sistema 
slesso, anche dall' abitudine e dalla preparazione. Fra 1' alfabeto 
piü completo in diversi riguardi (un pö deficente in altri), ma piü 
complicato e meno usato dai romanisti, specialmente da noi italiani, 
dell' Association phonetique internationale, e quello piü 
semplice, piü povero di nuovi segni diacrilici raa piu noto del 
sistema Ascoli-Goidänich ho adottato il secondo. Esso presenta 
il vantaggio di concordare nei punti principali col solito metodo di 
trascrizione [Romatiiii, Stiidi rovianzi , Zeitschrift f. rotn. Philologie), 
correggendo o diminuendo la confusione sorla fra le spiranli e le 

Beiheft zur Zeitschr. f. rom. Phil. IL I 



rattratte postdentali coli' introduzione d' un vcccbio segno del- 
r alfabeto italiano: f. Supera poi altri sistemi in quanto si adatta 
piü che raai alle esigenze della nostra fonetica dialettale, sia nella 
distinzione piü accurata dei gradi d' apertura delle vocali, sia in 
quella dei gradi d' intensitä delle rattratte, sia nell' indicazione 
consequente e razionale della Serie vocalica delle velarizzate. Ho 
dovuto aggiungere la nuova categoria delle „schiacciate", mancando 
al detto sistema una grafia speciale per suoni che non possono 
venir classificati per „rattratli" e che, se non ricorrono in generale 
nei dialetti dell' Italia centrale, meridionale e della pianura lombardo- 
veneta, s' incontrano non di raro nei dialetti alpini. 

La seconda difficolta, ben piü forte, sta nell' adattamento di 
testi fonetici d' altro sistema sia stampati, sia speditimi manoscritti 
da coUaboratori che preferivano .servirsi p. e. dei sistema originario 
deir Ascoli. Tale difficolta ho afFrontata da solo coUa coscienza di 
non poter alle volte scegliere con tutta sicurezza fra segni esprimenti 
due suoni affini, cui nei sistema originario non corrisponde che 
un segno unico. In ogni caso le indicazioni favoritemi da amici 
benevoli e dalla correzione delle bozze fatta dai singoli coUa- 
boratori saranno valse a rendfer meno inesatto il mio lavoro. Testi 
manoscritti che furono da me adattati al sistema grafico dell' anto- 
logia vengono segnati alla nota bibliografica con asterisco. 

Giovi perö notare — e ciö vale per tutti i testi — che il 
carattere e lo scopo della raccolta non acconsentivano a coghere 
e ridare tutte le sfumature d'un dialetto; che a certi fatti di 
fonetica proposizionale e di lenizione subapenninica si presto atten- 
zione soltanto negli ultimi anni e quindi 1' indicazione non e, ne 
puo essere sempre esatta. Spero poi che la leggera innovazione di 
prendere in considerazione costantemente la quantitä sillabica e, 
quando fu possibile, le permutazioni fonetiche derivanti da una 
lettura a tempo piü o meno celere dei normale possa ridondare 
a qualche utilitä dei nostri studi. 



Un altro problema ci si presenta nella delimitazione geografica 
dei dialetti itaUani. Considerare il sardo come lingua a parte ed 
escludere dall' antologia testi di oasi linguistiche non itaUane della 
Penisola e un concetto troppo semplice per sprecarvi parole. Ma 
sul confine settentrionale dei nostri dialetti regnano deile idee 
ancor disparate. Non h qui il luogo di affrontare o riaffrontare 



la questione ladina, di dimostrare come i concetti su cui 1' Ascbli 
basava la sua geniale sintesi del ladino siano storicamente in- 
sostenibili, rappresentando il ladino sulle generali nel consonantismo 
tratti piü conservativi, ma una volta propri alla pianura lombardo- 
veneta, di far vedere quali potenti tendenze linguisliche congiungano 
r Italia settentrionale alle parlate ladine sovrastanti la pianura. La 
questione pratica sta nel fatto che le isöfone dei singoli fonemi 
ladini non combinano, che percio raolti, raoltissimi dialetti sono 
ladini per un verso, italiani per l'altro. Non essendo possibile 
applicare nella scelta dei fonemi un criterio storico, non resta 
scientificamente che la soluzione di arrestarsi soltanto ai confini 
settentrionali e orientali della Romania italiana* E mentre penso 
che una giusta valutazione dei dialetti della pianura e delle prealpi 
sia impossibile senza esatia considerazione del tratto friulano- 
ladino, cosi spero che i testi portati da questo territorio, oltre a 
completare la raccolta del Handbuch der raetorom. Sprache und 
Literatur (Halle, 1910) di Th. Gärtner faciliteranno la comprensione 
filologica dei testi subalpini. 



* * 



I testi vengono rauniti di senapHci e parche indicazioni lessicali. 
Una nota apposta agli stessi ricorda le esposizioni grammaticali e 
i vocabolari della rispettiva parlata. Si tratta di cenni del tutto 
sommari che non hanno altro intendimento che aiutare il lettore, 
se mai egli avesse bisogno d' un primo orientamento. Non e 
quindi un apparato bibliografico ne incompleto, ne completo che 
intendo d' offrire. 

Tralascio un' introduzione grammaticale. Quando essa voglia 
essere corrispondente allo scopo, dovrebbe essere una grammatica 
completa dei nostri dialetti e prender in esame non solo le varieta 
qui rappresentate, ma tutte le varieta principali dell' Italia dialettale. — 
Cio non solo eccederebbe i limiti di spazio che mi sono conccssi 
per r antologia, ma 1' introduzione non starebbe in giusto rapporto 
coi testi. E questa lacuna, se avrö un giorno piü tempo da con- 
sacrare allo studio e non mi verrä meno la lena, cerchero di 
colmare per quanto posso. 

* Si prenda dunque in questo senso 1' „italiano" del titolo. che p«r 
diversi scienziati non h applicabile al tratto „ladino". 

Pasqua 19 13. 

Carlo Battisti. 



Indicazioni suUa trascrizione fonetica. 



II sistema di trascrizione unitario e quello del sistema Ascoli- 
Goidänich con alcune leggerissime modificazioni di carattere affatto 
secondario. Limitandomi qui alle indicazioni piü necessarie, rinvio 
per ulteriori schiarimenti alla prefazione del vol. 17O dell' Archivio 
glotiohgico italiano XXni— XXXIX* 

I. Yocali. 

1. II diverso grado d' apertura viene indicato sottoponendo 
alla vocale: 

d) due punti per indicare vocale strettissima (chiusura di 20 grado). 

/3) un punto per indicare vocale stretta (chiusura di i^ grado). 

y) semicerchio aperto a desira per indicare vocale larga (aper- 
tura di jO grado). 

6) linea per indicare vocale larghissima (apertura dX 2^ grado). 

Vocale non munita d' uno dei segni diacritici va intesa come 
pronunziata fra stretta e larga. 

Come unitä di misura 1' editore ha proposto ai coUaboratori 
la pronunzia toscana. 

2. II diverso luogo e modo d' articolazione non viene indicato 
nelle due serie palatina e velare con segno diacritico; in quelia 
delle vocali arrolondate (alterazioni palatine della serie velare) viene 
espresso coi soliti segni [oe, ü); in quelia delle vocali velarizzate 
(alterazioni velari della serie palatina) sovrapponendo al segno 
della vocale della serie palatina un piccolo cerchio [ä, e, i). 

3. La nasalizzazione viene indicata sommariamente col segno -. 
Per i diversi gradi di nasalizzazione rimando alle note fonetiche 
apposte ai singoli testi. Le indicazioni „nasalizzazione incipiente, 
debole, non intera" ecc. vanno prese nel senso che la nasale 
seguente sviluppa una vocale nasale come suono di passaggio 
dopo la vocale che comincia come semplice suono orale (p. e. 
än = a^n), la nasale precedente un siraile suono avanti la vocale 
che termina come semplice suono orale (p. 1. nä = n^a). 



* Un' otüma esposizione della grafia dell' Ascoli (sistema originario) per 
uso delle scuole superiori ha dato Amerindo Camilli, II sistema Ascoliano 
di grafia fonetica. Citlä di Castello, Lapi, 1913, (Manualetti elementavi di 
filologia romanza, No. 2). 



4- L' evanescenza d' una vocale (in sillaba atona) viene in- 
dicata sottoponendo al segno della vocale un piccolo cerchio 
{q, e, i, u), quando essa derivi da un rilasciamento d' articolazione 
generale cui corrisponde uno „stato d' inerzia delle corde vocali'-. 
La seraplice mancanza d' energia deli' articolazione orale viene in- 
dicata scrivendo la vocale in carattere piccolo sopra la riga. 

5. La quantitä viene indicata soltanto quando la vocale abbia 
in un dato dialetto lunghezza o brevitä. superiore alla media coi 
soliti segni -, -'. Vocali ridotte (scritte in carattere piccolo in alto) 
ed evanescenti vengono considerate, quando non sieno munite del 
segno della lunghezza, come brevi. 

6. Sinotticamente il sistema grafico delle vocali rispetto alla 
Serie e all' elevazione linguale e dunque il seguenteri 







voc. 


norm. 


älterazioni 






alteiazioni 


voc. norm. 






pal 


atine 


palatine 






velari 


palatine 




massima 




i 


il 








u 




(minimo) 




i 

i 


i'i 
ü 










elevazione 






e 


•jß 











linguale 






e 


(? 











(angolo 
infra- 






e 


(£ 






e 





mascellare) 






? 


OS 








9 


n 


minima 
(massimo) 




e 


Oi 


ce 
ä 


a 


i 
ä 






IL Consouanti. 

I. I segni semplici corrispondono in media al valore dei 
rispettivi nell' italiano letterario coUa modificazione che j e c in- 
dicano esclusivamente j e 2 sordi italiani, le cui relative sonore (espresse 
talvolta nei dizionari coa s, i) sono / e 5. Va quindi ricordato 
per evitare equivoci che il rapporto normale intercedente fra s c z 
non e quello della sorda alla sonora ma fra le due sorde: spirante 
pura r una, rattratta apicale 1' altra. 



1 Questa rappresentazione sinottica (che prendo dal Goidänich, loc. cit., 
XXVII) non puö, n^ vuol essere uno schema che ridia il relativo punto 
d' articolazione d' una vocale rispetto alla distanza maggiore o minore dagli 
incisivi anteriori (vocali pre, — medio, — postpalatali) specialniente in riguardo 
alle due serie d' alterazioni palatina e velare. 



2. II rapporto d' intensita e espresso nel modo seguente: 

a) Consonanti scritte coi soliti caratteri corsivi (con o senza 
segni diacritici) appartengono alla serie delle forti (dunque sono 
esplosive e schiacciate — sia momentanee, sia spiranti — sorde 
e sonore, oppure nasali e liquide pronimziate con intensita). 

ß) Consonanti scritte con caratteri corsivi piccoli sopra la 
riga (con o senza segni diacritici) appartengono invece alla serie 
delle leni. Nelle rattratte la lenizione si manifesta nell' energia 
della stretta orale; alle forti indicate con - corrispondono le leni 
(sorde o sonore) indicate con J . Anche nei dialetti italiani il 
rapporto d' intensita (forte e lene) non si identifica necessariamente 
con quello di sonoritä. Avremo dunque p. e. nelle esplosive labiali, 
dentali e gutturali 4 suoni che devono o dovrebbero venir ben distinti: 
I. Forti sorde: p, t, k. 

II. Forti sonore: b, d, g. 

in. Leni sorde: P, t, ^. 

IV. Leni sonore: i; d^ g, 

3. E necessario distinguere fra consonanti schiacciate e 
rattratte.* 

Nelle prime abbiamo un' occlusione piü o meno energica che 
non viene esplosa, ma si risolve in una spirante omorganica; nelle 
seconde 1' occlusione che dobbiamo presupporre per una fase storica 
giä superata e rimasta assorbita dalla spirante che prima non era altro 
che la soluzione del momento occlusivo della schiacciata. Fra le due 
Serie intercede dunque una differenza d' intensita, per cui all' occlusione 
delle schiacciate corrisponde la semiocclusione delle rattratte. 

d) Le schiacciate sono dunque in certo senso suoni ibridi, 
in cui il principio di intensita (forte e lene) si manifesta principal- 
mente nel momento d' occlusione. L' espressione grafica e: 

I. Articolazione forte: (velopalatali) kh, gy, (mediopalatali) tc, 
dg; (prepalatali) ts, df rispettivaraente /^, dy. 

II. Articolazione debole: (velopalatali) *Ä, .<'/, (mediopalatali) 
U, dg^ (prepalatali) h, df^ rispettivaraente ty^, dy, 

Nella Serie prepalatale e necessario distinguere secondo che 
la soluzione dell' occlusione avviene mediante la spirante rattratta 
o mediante quella pura. Nel primo caso {ic, dg) abbiamo suoni 
la cui soluzione e acusticaraente simile alla pronunzia (dell' italiano 



* Introduco qui una distinzione (precipuamente di grado) che manca nel 
sistema dell' AscoH e pure in quello del Goidänich. Non ho pur troppo un segno 
unico per espritnere nelle schiacciate l' articolazione unitaria della consonante. 



letterario) di c{enere), g{elo) nell' Italia settentrionale, nel secondo 
{ly^, dy) suoni la cui soluzione ricorda acusticamente la pronunzia 
letteraria di ch.i{amare), ghi(aHda) nell' Italia settentrionale. 

[Per suoni di questa seconda categoria mancano esempi nell' 
antologia, anche nei saggi delle parlate ladine. E invece piü 
estesa la forma lene della serie alveodentale ^s, ^] 

ß) Anche nelle rattratte 1' intensitä varia, e il sistema Ascoliano 
indica la rattrazione forte con -, quella debole con ±, 

1. Articolazione forte: (velari) [A'"',^</-]; (mediopalat.) c,g; (prepal.) 
[z^«^"']; nelle spiranti (pal.) s, /". 

IL Articolazione debole: (velari) [M, g]; (mediopalat.) c, g; 
(prepal.) /; d'; nelle spiranti (pal.) s, f. 

Una forma ancor piü debole di c e quella che ricorre p. e. in par- 
late centrali e raeridionali come risposta al -c- e talvolta al -sj- latino 
ed e la fase intermedia fra c e s. Viene indicata con c e corrisponde 
al c dell'Ascoli. La relativa sonora viene trascritta con g. 

Delle 4 Serie qui esposte manca nei testi la prima (gutturale); 
della terza (prepalatale) manca il grado piü energico \f, d^\ 

Per la serie prepalatale nelle schiacciate e nelle rattratte s' e 
ricorso al segno /, d [tc, dg, t-y, dy e f, d" , t' d'). II porre come 
base il segno dell' apicale, mentre si tratta di suoni dorsali e una 
mancanza grafica che ha la siia origine nel criterio di non intro- 
durre possibilmente nuovi segni mancanti all' alfabeto italiano; e del 
resto esclusa ogni confusione colle rattratte apicali per le quali nel 
sistema Ascoli-Goidänich venne adottato il solito segno italiano z, \. 
Per questa serie, al meno nel caso nostro, non e necessaria un' es- 
pressione diacritica, non comparendo in generale nei dialetti italiani 
come forma normale che la forte. La lenö viene espressa col 
sistema solito, ponendo il segno in carattere piccolo in ako (dunque 
articolazione forte z, ^; articolazione debole 2, ?). 

4. ß) Un cerchietto sottoposto a una liquida, indica che la 
stessa ha valore sillabico: m, ri, l, r. Tali liquide sembrano ricorrere 
soltanto in sillabe ridotte in cui non c' e mai la piena sonoritä. 
Indirettamente questi segni esprimono dunque la mancanza di 
sonoritä delle liquide. 

ß) Vocale in funzione di consonante viene indicata in generale 
sottoponendo un semicerchio: ad n corrispondono u e w, rispettiva- 
mente ad ü i due suoni ü e w. l segni w, w esprimono un 
grado maggiore d' energia delle due leni u, fl. Tutti quattro sono 
biiabiah: la semi vocale labiodentale viene indicata con v. 



8 



Ad / (vocale) cofrispondono le semivocali / (lene), j (forte). 

5. La quantitä d' una consonante viene espressa, quando si 
tratti di consonante aliungata col raddoppiamento. Soltanto in 
testi dialettali (p. e. abruzzesi) in cui vi sono due gradi distinti di 
allungamento la consonante lunga viene indicata con un punto pos- 
posto, r iperlunga con due; p.e. b (normale), h' (lungo), h: (iperlungo). 











momentanee 










alterate | 






esplosive 




















schiacciate 


rattratte 




sorde 


sonore 


sorde sonore 


sorde 


sonore 


uvu 


aii 












^. 














£ "2 














a 3 














IS 
M 


k(k) 


s(s) 


kh(kh) \gy(gy) 


k''(k) 1 y(y) 






— 1) 














Cl >- 














> G- 




















1 


\ 






















«5 
















"rt 




«s 










c(c) 


g(g) 




in 




"rt 




e 






tc(tc) 


'Wg) 


[c] 


[g] 
























0- 


.- 












3 






ttf 






^iH) M'^y) 












CL, 






is(ts) df(df) 


f(t') 


d''(d') 






"« ^ 
















^ 
















4) 


KO 


d(d) 






H') i lO) 






«1 i 
















b! 














"rt 


Cl. ^-' 






1 


[ 




u 














CU 


,^ 












rt 


a 

u 

a 












lab.- 
















dent. 














la>.;-i; 




















b 
lab 


i- 
iali 


P(P) 


m 











6. Le momentanee „invertite" dei dialeüi meridionali vengono 
indicate sottoponendo un punto [/], d. La corrispondente spirante 
schiacciata e r. 

7. Sinotticamente il sisteraa grafico delle consonanti e il seguente 
(lo specchietto non ha scopi sistematici ma puramente carattere 
rappresentativo): 



continue 







orali 




nasall 


liquide 


spiranti 


palata- 
P"^^ lizrate 


pure 1 palatalizzate 


pure 1 palatalizzate 


later. {vibranti later. vibranti 


sorde sonore sorde 


son. 




r 

1 


1 


m* 


n 


m 


1 






h(h) 










n(n) 






i'(0 




im 




s(s) /(/) 






1 














n(n) 


m r(r) 






s(o m 


















MP) 


m 








f(f) H-'O 


m(>») 












(p(<p) 


2V(W) 







* i n con arlicolazione labiale di m. 



lO 

La necessita di renderc piu facile la trascrizione 
fonetica ha determinato la liraitazione dei segni grafici 
al miiiimo possibile. Se una consonante ricorre nel testo 
con una modificazione articolatoria, cui non corrisponde 
un' espressione grafica nel quadro sinottico (p. e. k, g medio- 
palatali o /, d interdent.) essa viene indicata col segno della 
consonante acusticamente piü vicina e spiegata nella 
postilla fonetica seguente il testo. Per la retta intelli- 
genza dei singoli brani e quindi necessario di prendere 
in esatta considerazione le annotazioni fonetiche. 



Tabella di concordanza. 

Per facilitare la lettura dei testi porto in questa tabella la 
corrispondenza dei sistemi grafici piü comuni con qiiello adoperato 
neir anlologia. La corrispondenza non puo essere in molti casi che 
relativa. Dei segni congiünti con =, il secondo e quello dei sistema 
Ascoli-Goidänich. 

1. Atlas linguistique de la France (cfr. Notice servant ä 
r intelligence des cartes pag. 19). 

«) Vocali: e („ e dei fr. j>) = ^ od e (nelT atona piü vicina 
ad e, nella stmilonica ad ce). 
IC = u. 

I. _\ 2, '_ (p. e. e, i) = I. _, 2. ,, (p. e. e, e)\ 
eventualmente seraiaperta: i. (^) o semichiusa 
2. . (,). 

/?) Consonanti: e {ch fr.) = i; f {ch nel ted. BarÄ) = ä; c (ch 
nel ted. \ch) z=^ y_\ l ■= l'\ ^ = n; 

r ^ r; r = r (forte, vibrato); 

( z= z; 2 = 1 (sonoro); ji:=j; s = ]); ;i = ä 

(entrambi inter- e postdentali). 
7f> (n«it) = id. 

2. Maitre phonetique. (Association phon^tique inter- 
nationale) 

a) Vocali: / = i, i = i, /; — e = e, e; s = e, f, — y = il, 
Y = i^, ü = ü; — /) = ce, as; a; = ^,^', a;=^ä, 
a ^ a, ö, a = ^; y = 0, p; =^ 0, 0; — u = u, 
u, u; r (anche ä) = e {i)\ 9 = e. 



ß) Consonanti: //= c (tc); dz z=z § (dg); .v = ä; g (oppure-^) 

= x; — /= -f (^'); 2 =/ (/); / = /; ji 

= h\ ig = fs; dj = d/; ij = /; dj = d' 
R = r; y = «; u =^ ^ (non vibr.); r = r; 

/=/ 
j = 2; j = 5 (sonoro); s = s; d-=p; ö=^d; 

zu = 'cv; F= cf> {/=/)■ 

Le sorde leni vengono rappresentate nel I\I. ph. con: b, d, 

g = P, ^, ^. 

Sul valore dei segni tu, n, l, r (in cui ^ indica la soiioritä) 

con fr. II, 4«). 

3. Sistema di Boehmer (adottato da Th. Gärtner nella 
Rätorom. Grammatik e nel Handbuch der rätoroman. Sprache und 
Literatur per la trascrizione di suoni ladini). 

I«) Vocali: v = ü, v = ü, ü\ ce =^ q:; (f =^ <?, ^• 

i =^ i, e = e, e =^ e, ^ = /, ^; a = ce, (? = «, 
q = q; Q = p, 0; =^ p, 0; 1/ ■=^ u\ f = e 
(alle volte e). 

ß) Consonanti: /s = tc, c; . dz = dg, g\ x = ^'' ^'' ^'/^ ^^ ''f-' 
dy =. dy, d'\ s = s, s; ts =^ s, dz =2', - = s, 
z =/, /; d-=p, 6 = d\ ly, ny = /', n; 

y=J. 

y = «• 



I 

Gruppo veneto 



1. Pola. 
I. 

tina volta tni, guvani unzeta, gavevo tin sumer ; lu camavo 
tu 7- in. — la Sern, fazevo, vanii de andär nönzolo, el /ahn de la spesiaria 
vdserma7i; sto siima- lu lasavo andär solo; ge dißvo: „z;ö, turin, in 
ie la slala'\ e lu gaveva tanto jiidizio, l andava solo, saiza bi/ono de 
menarlo. — mio pate, meß poli/dn, me dava sfnpre botii konsilgi; el 
vie dißva: „vara guvani, abi spipre kriansa ; se par konbinasiön ti 
ti sard ttvitd a noze, rekördete de andär in tel feriör posto, de sparte; 
perke, ven el padrön ke te ga nvitä ale noze ke el te diga: „levate 
sun/o e ven kwa de mi/" 

II. 

i moredi a pola parla kunsio, kivando ke i se cama u/'i ko l altro: 
„ßogSmo le vagel" varda ke se stu/emo, ßgc'mo kunsio, e pöi andemo a 
fjogdr al zurlo, al pändolo, al zoko, al davo, a brußa, ai soni, al 
saseto e a tanti allri /Jogi. 

III. 

a me par, ke dtso sia piu n pe/o de una volta. — una volta se 
viveva in /amilga kun spikulasiöii; el vin se gaveva kun düß, dödije 
soldi; gera granda entrada. — i scmeneva orßi, s'egäla, mangstra, /ava, 
/a/Jöi, pisöl blanko, munar(i)ola, denti de veca, ke se manava; se viveva 
ben de la propia /akoltä. — in antiko, ke me rekordo, pola jera un 
vilajo; la nostra /a?neja tnveva dei pristini, e se capeva ben da vivi. 
kwalke volta ke pasavo, me /ertnavo, par vedi el prisüh. — ko jera de 
legd le vide, se no gavevimo /ornaderi jerimo sai inhjeti. — el pcse 
jera sai a bomarkä: i nde dava pur nente el basker ame, keß duta 
roba insenbrada: karavialeti, barajusi, sepoline: — duta roba pica. — 
mi no go podudo parlär par natural e, kome ke son u/ada de nioreda, 
kusio parle. 



i6 



*A. Ive, / dialeiti ladino-veneli deW Istria, Strasburgo 1900, 
pag. 203 seg. [„I due primi testi esposti da G. Uccetta d' anni 90 
nativo a Promontore, ma dimorante a Pola dalla giovinezza in 
poi: il terzo narrato dalla polesana Domenica Poto d' anni 83."] 
L' opera citata dell' Ive offre anche una brevissima esposizione del 
polesano; — per il lessico cfr. Pio Mazzucchi, Dizmiario pohsano- 
ztaliatio, Rovigo, 1907, che e perö molto deficente. 

harajuso qualitä piü piccola del bastone di legno terminante 

bardjo pesce deila specie delle in pala (mamo); — gioco della 

raie. lippa. 

haskeräme (anche minuajä) pesce pisiöl cece. 



piccolo e scadente. 

karameto specie piü piccola di 
calamai. 

davo „dado"; ßogdr al d: a 
castelletto; su un sasso qua- 
drato vengono collocate delle 
monete che guadagna il ra- 
gazzo che le ribalta dal „davo" 
lanciando un sasso appiattito. 

denii de veca qualitä di frumento. 

iinta ke finche. 

insenhrä „messo assieme", 
misto. 

manar(i)ola cicercbia, 

manptra specie di orzo. 

pändoh minchione; — il gioco 
del p. consiste nel lanciare un 
piccolo legno cilindrico affusato 
alle estremitä (pandolo) con 
un colpo menato con un 



pristin pistrino. In un altro 
brano portato da A. Ive (o. c. 
pag. 202) derivo la descri- 
zione dettagliata dello stesso: 
el pristin ga la pf'riega, la 
tremofa (tremoja), la ke se hiita 
el gran, ke l va un po ala volia 
soto; la ferna (macina), ke ga 
tili perno su e l altro fo; el mo- 
lestasio fmonistasio), kvel la ke 
kaska la farina atorno, la kava- 
söla, kvela de soto per skaragarlo. 

sepolina seppiola. 

sotii birilli. 

vaga pallotola di marmo o di 
vetro. 

ziirlo trottola, paleo. 

zoko (rovignese : a pt souko) fiogar 
a giocare a pie zoppo. 



[Devo la spiegazione di questi vocaboli a miei Scolari polesani 
e rovignesi; il dizionario del Mazzucchi non ne registra neppur 
uno] B. 



2. Rovigno.* 
I. 

fl pu7no ^a^ ""^UPfQ- 
ona "^'upl/a q g(i)erq. ona märe. — sta märe "^iva ^ui feie"^ e 
ona fjastra. — ön äei, l uo mändd sfa su fjastra Y"^ mareina'^ hön ön 
krehjg ^a pani/äf. ^a lava. — g(i)£}a, l uo bjel pi/eto lavä sii panifqf., 
ma la rqsleia g uo pi^riä veia l krebjo, fgrq i"^ mar. 

kwüta, pjänti, suspe^ri, ka n uo pijsjo capä stu krebjo — a g(i)era 
la ön vjeco kq paskrva, su H gnwte. 

stu "^jeco, a slntendo kui pjänti, kui lamenti, ^ uo kwita^a k^l dage 
ö"'i pump da^ "^upro. — stu pump sy.niva kq g(i)era ö"'- pjasier. 

l'i altre ^uj surure, nu vadlndylq "* kapita, l'i s up 5 mtse a \ei äiikq 
g(i)e}e pqr mare§na, a "vi^i ke kq ga fupso mtra'vmo, ida kq la fuosp ^eßa. 
kameina ^q kud, kameena ^q la, vi oltjma H l up kaia^a lä, 
kq la stiva kt^l pump <?ai "^UPfP.- — l'i g U9 ^umändä kwil kq la '^'ijp 
bd¥, kq la sq g(')erq fntardtga^a, e g(i)ela, alura, g up deto, k a ga 
g(^)era skämpä el krebjo, e ke ö»'' ^K? g ^^1^'^ '^d öjn pump, pqr 
farla täfi. 

kwje/e pqr cüge el pump, ke s t>'"pensq'e ^e fä, g(i)cle? — pupriqla 
soll dfl möntp, e ku la y sta^q in se§ma, kön l'i biele e ki/. H bqne, l'i 
g a cö^ el pump, e H la bö(9)la' \u ^al mön/p.^ — l'i l up buta^a fu, 
l'i l up fata rqstä mUprta la, fw mar, kq ?iTng0n nu la fq^iva. 

ay, ^ef. ö'" ""jecp q pqikä q [peie (la] ^ möntp, e, a pqskändp, l Uo 
tird sön l'i bu^jeh ^q^^ sta miirie^a, ke stiva ^^ q vi'p. — kqrdpidp^"^ 
kq^"^ fypsp bii^jele (Iq pisp, el l'i Itp culte sößn, e l up fato ona blela tikäraA^ 
sta tiknra suniva: 

„s^na, s^na, mama kära, 
kw(i)ele (lue surure ^^ käne 
m up butd 4« ^al mönte,'^^ 
pqr la gula ^ql pump ^a '"'uörp. 
gq parivq ön grän tqßwrpl 
ku H mieie bu^ileüie 
i Up fatg Ij tikare&ne /"■ 

^ de — 2 ]\I. J'cee — :5 i\i_ tnareüia — * vedandula — 
^ u — 6 ciughe — ' hoütala — ^ de la muntagna — '•• de 
'stü — ^^ de — 1' s/ra — ^^ M. kraH^ndp — Credando — ^"^ che 
— 14 M. tikära, iekära — ii> suriele — l^ ,// // muntagtie 



* Porto importante al noid di Pola e al sud di Parenzo con 10302 ah. 
(censimento 1900). 

Beiheft zur Zcitschr. f. roiii. Phil. IL. 2 



i8 

slu "^Jecp ^wa sunanäg pqr i paiji ^ Im sta iikära, fl capiva iüoldi 
löi/! intäntb la märe, nu va^fndo"^ kapUä q kafa nq ^ feie, nq 
nänka ^a fjastra, la ""a yj V'^ pjasa, e la s§nto sta Iikära, kq spna: 

„s^na, sgna, mama kära 

kw(i)eh 'hii mrure käiie 

m Up hutä fu ^al mönle, 

Pqr la gula ^ql pumö ila "^"uörg. 

gq parivq ön gräii Iq/uUro! 

kuH m(i)eie bu^i^efjie 

i Ug fatg H tikareine. 

söuhito la s ug hiiaiä, la s uo inakugr/o k a ga (^tj^iva iesi naia 
kualke äafgrasja. 

a ve^, äq^d^ ö'>^ ptw, l'i feje pjön grandi a kä/a, e g(i)ekz la gq 
^umätida % longo: ^^tila ^i '^ostra sqr, ki nu la vi^g kö"^ vu}?'"' — 
g(})eh, l'i rifsta äpte kö'n.fufjima^e; l'i tm sa ki rqspondqge. 

intänig su viare ga vi^g el pitmg ^a "^"ugrg, e la, a son de dqi, ^äi,^ 
la ven a savt kujel kq ^a pe(i)ca gq g(i)era natg — ma la Iikära nu 
furniva mal äq^ ku/älß kujeh ^uj, im prö(v)bikg da ktijel kq^ H 
"Viva fätg. 

A. Ive, Fiale popolari rovigtiesi, Vienna 1878, pag. 2\ seg. 
[Trascrizione dell' editore secondo la pronunzia dei due studenti 
rovignesi Cost. Muggia e Giac. Pontevivo. 

Nasalizzazione debole; — ^ (sempre posdentale) ha tendenza a 
passare a suono palatalizzato, senza aver ancor raggiunto una vera 
palatalizzazione. Egualmcnte non del tutto palatale e l'. Le vocali 
estreme i, u, se lunghe o semilunghe, molto aperte. In tempo celere 
i dittonghi, fatta eccezione per la sillaba colpita dall' accento tonico 
proposizionale vengono ridotti, tolto up che resta costante. A ie corri- 
sponde i, a ei invece e, raramente eS, a pu parimenti g od 09 [natural- 
mente je — non ie — rimane (coli' oscillazione ie nella pronunzia 
del Muggia)]; nelle stesse condizioni a, q atoni scendono a vocali 
ridotte che potrebbero venir indicate con a. In ogni caso la 
distinzione fra i ^ / resta sempre sensibile. — La pronunzia dei 
miei due soggetii non diverge che debolmente: il P. ha la tendenza 
di pronunziare 1' p protonico ti e a prot. q; il M. articola le rattratte 



1 // (:itade — 2 -vedafido — ^ de la — •* dai e dai — 
^ de — '' che 



19 

In modo che potrebbero venir trascrilte un s, /, z, | spedalmente 
avanti cons., mentre resta costantemeiite alla pronunzia c, g, e 
limita ancor piü la palatalizzazione di ii. La trascrizione del teste 
corrisponde al tempo solito del discorso. 

Questo teste, recitato dal P., fu raccolto con fonogramma per 
il Phonogrammarchiv der Kais. Akademie der Wissenschaften, Vienna, 
(No. 2060). 

Vari'anti nella pronunzia del Muggia provenienti da ripetuta 
lettura del testo segno con M. — Le varianti non trascrilte foneti- 
camente sono divergenze dal testo originale.] B. 
cu togliere. peica piccola. 

furni finire. rasteja flusso. 

mtardigäse ritardarsi. sta a vih galleggiare. 

kribjo staccio. sor (snrura) sorella. 

murifi^a ragazza. iikära chitarra. 

nmgö/'fi nessuno. |ifi andare. 

panifde pannilini. 

II. 

Dali' „is'/üoria^ de Kargnte''^. 

wia vUglta a gira marei'^ e müjer, e i gira puövari; e da gran 
puövari k i gira, sti tniijir fi ßkda a kaminando^ ai* mpndo. — a 
kaminando ka la va, la skgnlra un siiir. — slu siur ga dnmanda ttla 
ka la va, e gila ga dd ka la va a katd la stiorto^; ka la ß dasparada, 
ka la va a kaminando al mgndo. — e slu siur ga dei: ^Jinii, sa vui i 
ma fi karia de ktiil k i vari, e ki ntt vi in kafa, mei i va dago 
ktianii biesi k i vuli"" . 

e gi la ga dei: „de/i siur /'^ — e la pansiva ka la viva da dguto 
in kafa, e ka nu ga mankiva nelnte. — la g u^ fato la"^ karta, e lo'S 
al g u da ianti e tanti biesi. 

la va a kafa da su marc^P- e la ga kgntä doUlo: ka slu siur 
g u da ianti e tanti biesi, e ka gila la g u fato karia de kuit ka la 
nu 710 in kafa. 

e su mar ei ga dei: ,^ti son stada mala de^ fage karta de kuil 
ka ii nu ie in kafa? — // nu sie, ka pries to ti farie un fantut iu'i? — 
/ sie biii ka ti ie da doUto in kafa, ma a ta manka anka loli^: 
kuisto fi ktiil ka ta manka!" 

1 fjähula — 2 a mqrej/i — ^ o a kamind, o kaminando 
^ fl — 3 fortolina, furtöna — '^ ug - — '' fato karta — 

^ da — 9 tidnia ka loii 

■ " 2* 



20 

sta ßmatia, la i§nto kuislo, ka sa nifto gran a püirä e la dei: a! 
puövara mei, ki^ ki ie faio!^'- 

in kao a kiialku mif a ß vinöu al liirmeno, ka l tig parturä, a 
ga ß nato u?i feio. 

stu ßio ilu viiso a skgia; doUle li VTiolte ka l ßva a kafa Uli 
ßio, SU pare al tiriva tin grafi solisio"^; e kusii al fiva uni imolta 
ka stu murie ga fiva a kafa. 

. . stu piriin'^ — al viva non pirein"^ stu mtirie — al ga 
dumanda a su pare e l ga dei: ^^miser pa7-c, difi?ne parkt k i tire stu 
solisio, doUte li vuoHe k i vieno a kafa jne^o?^^ 

e stu SU pare al ga dei: ,,karo feio, ii im vuoi k i suspeiro, a 
kunsidarä^ ki ti son vindöu intu li man dei gavo?'-^ 

stu SU feio ga dei: „^ par kuisto i suspiri? nu sli fi dreio, ka 
mei i vardarie da kavame da kuile maii.^'' 

. . . stu murie al fi dalibar d da ktiile man dei gavo. — alura doUti 
i no fato ffsta: i uo sta in paf in karitd, mar ei e mujer e stu su 
feio pirein^ — e la fi furneida. 

*A. Ive, / dialetti ladiuo-veneti delV Istria, Strasburgo, igoo, 
pag. 174 — 178. [L' opera contiene anche un' esposizione gram- 
maticale e lessicale dei dialetti di Rovigno, Pirano, Valle, Dignano 
Gallesano, Fasana, Pola e Sissano. 

Fonogramma dei Phonogramm.archiv d. Kais. Akademie d. Wiss., 
Vienna (No. 2061). 

Rispetto completamente la trascrizione dei prof. Ive (non so 
se indovino, trascrivendo il suo z per f, — manca in ogni modo 
nel suo testo un' espressione grafica per la distinzione giä notata 
fra 5 e / — ), limitandomi a comunicare varianti dei testo che 
ml propongono i due studenti su cui si basa la trascrizione della 
fiaba precedente. Noto pero che essi danno per polesano 1' articolo 
e pronome al (che sostituiscono costantemente con §1) e non pro- 
nunziano g in djävo (diavolo)]. B. 

hiesi denari. murie ragazzo. 

gavo diavolo. piurä piangere. 

marii marito. soUsto so Spiro. 

^ lie — 2 suspeßrg — 3 pjqre~n — * päiisd 



21 

3. Muggia.* 
I. 

La casa. 

la puoria de la c.i/a ga im scalin^ ; la li fimini li lavötira e H 
cahiUia. — su la puorta icra el batadö^*r e sola, visin el scalin, int 
un cantön Je el bus del gut. — da la ptiorta se va in ku/ina. — el 
fugoldr una volta a iera bas: atör del fiigoldr stegua li hanci, li carij 
e i skain, e d inver se stegua a scaldarse atör el fouk. 

kiiant ke jero picul ini, la sera, dopo manada la pulenia, se difeva 
el rofari in duti li ca/i. — ades no se dis pluj njent; ades se blestema 
graint e picui. — sul fugoldr'^ stegua el cavedön, ke ten su i stisöins, 
sota i len fe li broLns e la sinifa. * — s'ul cavedön sta picadi li miileti 
e la pala. — sul fugoldr sta anca l alböul del pan, ma no dret, rivjers, 
e se senteva sora doi de löur. — su la napa sta li skudjeli, el lavis, li 
teci, li pinati e l calderön de la pulenia^ — tel bus del camin sta el 
len ke ten su la cadena per picdr el calderön, la stanada o el laves^, 
ke fe de tjera. — kuant ke l bus del camin fe spuork, a ven el spasa- 
kajuin e ku la raspa e la skoveta al para foti el calin. 

sul viur de la kufina sta picadi li casi, li fresori, la gradela, i 

trepei, i casuöi e la gratadöUra. tal mef de la kufina, fe la tola *, 

la ke se mana. — tal kasetin de la tola sta i skufjir, i peröins e i kurtjii. — 
de banda sta la skafa per lagudr i pjati. — al so post sta i segli ku 
l aga drento ®, e visin sta el garis. — da la kufina se pasa tel iincl e ne 
la cdnua. 

per li scali se va in cämera: la fe el Jet ke l ga i kavalet, li toli, 
el pajaris', i linsuöl, la kuvjerta, el kusin, el cavasäl e l inbulida. — 
l arindr sta de part^ ku la blancaria ncta e plejada drento e un mos 
de lavanda par ke capi bon udöUr. — dcsora l artnär sta el spjeglo. — 
una volta no se konoseva i armdr, invise jera la casa o kasela. — a 



1 el prin scalin de la puorta Se klama Sujdr, po fe li erti, e la 
puorta si sj'era ku li lanti; — la puoria ie §jereva kul Sdltil, ku la 
klau e kul cadends (Ap.); e lanti fe anca kueli dei balköns — "^ Ja- 
gular, Ap. — 3 §ni mur jera picada la skansia ku la maseria: 
plas, skudjfli e pJddini Ap. — '^ laviz, Ap. — ^ tauhi, Ap. 

6 per secchio trovo nella raccolta lessicale, pag. 147 stafidk — 

7 pajeris Ap. — ^ despdrt Ap. 



* Sul golfo di Trieste, poco lontano da Trieste; 4137 ab. 



22 

caf del jel fc picät kualke saint, e l slanaJJi'l^ de l aga sanla, im ra7n 
de auliu benedit^ e la candela de la madona. 

el pavimjeiil de la kußna fe de ijera, de ioli o de lastri. — el 
pavimjent de li cdmari, de ioli splatiadi. — el sufit a jera sklel, kiä 
irdu, in kalke cafa a jera kul stiik. — dopo de li cäniari ven la sufita, 
po el kolm, kuvjcrt de kop"^. 

li caß de miigla li gaveva doi plains, adt's li fa anca de irel. — 
tina volta gavjön el baladöt^r e la linda in foUra, ke se stegua sola kiiant 
ke ploUveua. 

*]. Cavalli, Reliquie ladine raccolte in Muggia d'' Istria. (Archeo- 
grafo triestino, N. S., vol. XIX, Trieste, 1894 pag. 72seg.). 

[Esposto dal vccchio Niccolö Bortolani d' anni 84. — Le 
varianti segnate con Ap. sono sinonimi che derivo dalla descrizione 
della casa di Pietro Apostoli d' anni 71 [p. c. pag. 71). 

La raccolta del Cavalli e preceduta da una brave descrizione 
grammaticale che completa quella dell' Ascoli, Sjggi ladini, Arch. 
Glott. It. I] 

alböul del pan madia. lanla battente. 

hroins brage. ' linda terrazza coperta (?). 

cakulejä ciarlare. napa cappa. 

cdntia cantina. pirön forchetta. 

covedön (sing.) alari. ska/a acquaio. 

erta stipite. sklet greggio. 

garis ramaiuolo. skttfur cucchiaio. 

graiddoUra grattugia. teca tegghia. 



4. Trieste. 

Un terno al lotto. 
(L' aulodifesa di Pepi.) 
la spelj ke desp geja ko^to ml, kotne ke hi fe slä^a, sjor jüdife. — 
pqr kgsa ng go de cakp}är änka ml? 

la kglpa fe iitta de^ pslp, kivel fjol d üi'i kä'^l be^, la dei sa(''^")er, 
k ü y^piardi vii ga('!^)e('»>)o i skars^la na fllka. — ^0 pensd(Jp) : risco tülg 
par iülp, fgrsi ke me faso bpri, fa ke go mpenaj tut l ml} sIrqfanVi, 
e go joga l Igto Ire lümärj siküri, parke mi g a('!f)e'(''^)p fnspnd de 

• //■ pid^li, Ap. — 2 Xiö/i Ap. 



2i 

'^gr paiufd h gwardje. — ia kapirä, ko se pahifa le gwardje se capa 
spiipi e ^walkgsa. — dqj, däj, ng Ki sc sUä skaldär, sjor jii'^i/e, e mpi- 
rär i peil 

dünhve go /oga(dp) l Iqtg e ge go düg qj mnisj'^ n ostaria: „dj- 
jnenjga"^ '^"e pagg Ia be{'''")üda, parke go jöga l /glo e lirarp l t^rng^'' . — 
sikt pqr farla kurta, sabg se ga(''^")emg'^ mbrjqgd(dp) a kd^fg <icl t§rng^, 
ß ga(iv)emp fato kredensa; e pp go fatp na dgrmida finä d^menigä 
if djefe d.e niatina. 

niänto j atnlsi fe ^ndqj^ <ie l pslg, e i ge ga '^itg: ^,pepi ga capa 
l Iqigl'''' kwa l pstg l jera tiito kö'HpHg e l ge ga da de be'^^r^ qj amisi. — 
ko sön vihudg fg tut, i me g a d~ilg: „alegrOy pfpi, me'tite Ia flqjda, 
le ga capa l Iqtg! ml go rjspö'^ddto: sU ? me despjafi sqj, ke no ppsg 
ndar a tirar i bpri, parke fe djniiniga. — lora sjör bgrlglg, l pstg, 
el 7ne ga da m ba/p e l ine fa: „?)ia, benedetg, sgn kwa mi; Ia be^^")} 
na josa'', Ia mahi: doma"^ Ia me pol pagdr!^' 

kpsa ^a ga('^)eria fato Igi, sjör prftor? 

dünkive iidemg "^äntil dppp ke jer^mg^ bp'''- frqLjäj^ mi g o ditg: 
„desg ge ('^)ohria ta gripiha, e ndär afaide'^^ . . ke pekä ke no ppsg 
tirdr i bqri. — ma sjör bgrtglg, l psto, el ga sigci sübjtg: semQ amisi! 
dgmd"^ me li dart'^ — e l me ga da k-zz'aränta kgröne. 

pstrega, ke pjc^ba ke ga('vo)emo'^^ hikäl se no ge jera i ffrqj, ki 
sä ndo('^je ke ndd('^^jimo a fpitr^-. — mi ('^)ole('^)ä ndar st'ibit^: al Ipig, 
ma jera hkora serä. — kiisi semo ndqj a dormir e po '^ppg, el gorno 
drio, kg kgrp de Iptistä cgrm(e) j bgrj, riänkä n himerg, sjör pretor, — 
/e sta ün skprsg de amis} ! — Iq "^ardi se go skalgiia int! 

e pp l pstg se metj fi/ar ke "^o^ i bgrj ke ge ga('^)ßmg^'^ frqijäj^. — 
/ altrt me stus'igä'^a, gp capa na fqta e ge go petd na fbfrlä kj ke me 
jera pju rente . ■ . fe sta l pstg II! Ia "^ed} ke no fe sta ke na matäda ? 

Testo e trascrizione di Fr. F renn er. 

Fonogramma del Phonogrammarchiv der Kais. Akademie der 
Wissenschaften, Vienna (No. 2062 — 2063). 

I suoni fra [] vengono omessi nella schietta parlata anche 
parlando con celeritä media. Fra vocali semiaperte e seraichiuse 



' amiki e ami^ — 2 anche d}mpiega, e nel ceto borghese 
dimenika — ^ \n tempo celere gemo — ^ in tempo celere a 
kon dfl tfrng — ^ in tempo coiexe fe ndqj — ^ in tempo celere 
ber — 7 josa e joza sono pure frequenti — ^ anche j&img 
— 9 in tempo celere frqjdj — i" \auk — ^» in tempo 
celere gcmo — ^"^ '\n tempo celere ndd nddjm a fintr. 



24 

v' ha molta incertczza anche nella pronunzia dello stesso soggetto. 

w, l, r sempre molto dcboli; il primo e costanlemente bilabiale; 

la rilasciatezza dell' arlicolazione rende dif(icile Tosame dcl suono. 
Incertezze, dipendenti da correnti dialettali, fra \ ^ /■ 
[Per la gramraatica del triestrino cfr. G. Vidossich, Sludi sul 

diahtto triestino [Archeografo triestino, N. S., XXIII, XXIV); per il 

lessico E. Kosovitz, Dizionario-vocaholario del dialdto triestino, 

2^ ed., Trieste, 1889,] 

bgri denari. flika moneta da 20 centesimi. 
cakglar ciarlare, chiacchie- gripitza carrozza. 

rare. impirqr infilzare; iinp. j gc} 

kukär na pjo'^^ba pigUa.T un' üb- piantar gli occhi in viso. 

briacatura. patufar bastonare. 

feräl f anale. ■ faule un sobborgo di Trieste. 

fifar piagnucolare. skalgna jattura. 

flqjda giubba lunga. strafanisi cenci. 

Qui im' eccezione alla regola che mi sono proposto di seguire, 
d' evitare cioe la pubblicazione di testi che non corrispondono allo 
stato dialettale presente. Penso che un breve saggio del dialetlo 
triestino del secondo decennio del secolo scorso gioverä a far 
comprendere la fase dialettale moderna. Come modelio porto il 
secondo dialogo del Main ati (1828). 

[Zuam el va intola mandria de raesser Blas. — Dona Pasca 
söua mujer, ghe auiärz la puarta, e la se met a fauelä com lui.] 

Z. Bon di, dona Pasca. 

P. Oh! Zuäm, ti sosto! Ze bona noua m' hasto porta? 

Z. Som uignü per fauelä com messer Blas. 

P. El xe per la campagna col mandriar. — Hai cognossuda 
la bona anema de toua mare. Quänd che jeräm mämulis (ragazzi), 
ziäm a scuela insieme de dona Säbeda, e la fiesta, dopo la 
dutrina zujem co lis coculis {noci) a rondolom e se zotoleuem (// 
gioco detto ora ,^zittolo, zottolo"), e po quand che jera sechia, zieuem 
insieme in marina a ingrumä naridulis. Quanti agn hasto ? 

Z. Hai montä in disdot. 

P. Sosto maridä? 

Z. No aimo, som massa zöuem. Hai prima da pensä i^er 
meia sor. 

P. Quanti agn la pol haue toua sor? 

Z. La ghe n'hau sedis. 



25 

P. La xe biela? 

Z. Ze sai mi ? No me ne intiend ! 

P. Quand pensisto de maridala? 

Z. Quand che la uorä lei. 

P. No r hau nissiim moros? 

Z. Nö, nissüm. 

P. Ze sästo ti se uo F hau? Lis raämuh's del di de uei no 
xem iniga come cheHs de una uolta. Le sam tegni segrel i soui 
morosez. 

Z. Ma, . . . mi uei fauelä com messer Blas. 

P. Ze uosto dighe? 

Z. Ghau de fauela ualch. Insegneme dola ch' el xe. 

P. Uä lazo per chel troz {seniiero), chiatarästo la calüsa (slv. 
kaluza = stagno), depo uöUete a man dreta, e lo uederästo ch' el 
xe col mandriär. 

[Schatzmayr, E., Avanzi deW anfico dialetlo triestino, cioe i sette 
diahghi piacevoU publica! i dal Mainati. Trieste, Dasi, i8qi, pag. 25 
— 27. — Neil' introduzione vien trattato il quesito dell' autenticitä 
dei dialogi del M., e studiato il persistere di certi eleraenti ter- 
gestino-friulani in saggi linguistici posteriori; cfr. anche i Saggi 
ladini dell' As coli, Arch. Glott. it.lW Cimeli tergestini e 'K II dialetlo 
tergestino (pag. 447 — 465); C. Salvioni, Nuovi dociimenti per le parlate 
muglisana e tergestina (Rendiconti r. Istituto lorab. S. II, 41 vol.)] B. 

5. Capriva.* 

Dialogo fra Toni e Meni. 

T. by.na s§rä, ump ! 

M. ö, ton,}! 

T. z^ mj.s kqntlstj^ di iiöf? 

M. dj. nöf? ke ktin kisc tV^ps di plölä vq. fraldä dutq Iq. üä. 

T. cqJä z^ ke 7/I dt! qUUe di mqtinä j§ri tq. vql di bqtistÖ" e 
ng iai cq.tät nuiq ^i fr alt, f^vezä Iq lii, J'i tai pustgz, iai päurä kq 
mi vq<ii mi§'\q "v^ndemä. — ■ f« kivqlki plt mi§z rqps sd'^ Iqz ql fplk- 

M. e sasty. pqrz§'? tq ""ql di bqtlston, kq le plu T« qlt, kör ajqr^ 
e Iq in, kq le iql bqs e li plq^ijs so» skuaß scafgiädls, Iq'vq frav-iä däilr 
mqn. — qf^n fät unq folopä q nö m^li al lump's pq pq'^'f'is. 

T. tti iäs re/ofi; nö sö^' i(J"t li plöis . . . 

*) Capriva e una borgata di 1212 ab. all' occidentc di Goriria ai picdi 
delle prealpi, vicino al conflue linguistico slavo. 



26 

INI. ü ??ipm^"l: si"t 0f ke tj difi j^. — (}l ma!q'^ l e diid da p(f-'§is. 

— 2^ vtsiii tniiüt ai lHmi"s^ cqpä'^ls e kppä^is kisla prjma'^'^rä ng 
varesP^ sigür di rw düt kel defig. — // pq.'"§ls fafi'^ ai jßi e <^a 
kisc }jqsT'i ai viari. — ql viqr ql foropä ?7« grq^^, däur di kist vq'^ 
kei vtsfA, e hisi ü"i pgk a Iq vollä vq(q) fäsj cq^dr düt kwq'^t ql rqp. 

— 110 s'i sq prgpiä zimüi fq! i ai pe"sät ^i mä^dq iu Iq /eniinä, 
ai früz e // fri^tails kiili bre'His, kid segl'öz e ktd '^eis, e fahs netä 
düt ql fr alt. — cq>q Iq tql hedrz kq sd"^ fq prö"s ai karat^i pdr kä 

T. brq?/. kd^pdin! iu st arnm q by,norä! 

W. e, sf skt/näf ng si pol migä si§td l ültimq \ornä^ä ^i melj 
i>i ördi'i Iq cq'vinä! e pö § vfi i'>'preslät kel kqrqttl d} n§ri Iq, e 
bind ke mi l?/. iq'^ lasäi i"- tql sor^li e kinnp le düt skardel. 

T. korpg de Iq mqtutinä! vio'-H, tno'^i kq le i"^b§rlit! mq zjmut 
$1 pö^iq lasäli/, skardVi i^ ke man^rä! q l e düQ) sqkrqhdltat. '^iot 
ke dövq kq! ai z^rklis t'^n/^iim, piqrdüt q"cq l cqlko"! miii p^'^ 
kq ti Iu iq'^ lasat cqpd dj viufä. — iiqf(i)lu pqr /J« gust! 

M. le ver si ! mqgari kusi no! 

T. kei di/böte'^öri kuli so'^ il'^ ti§i? 

M. vii§i, nii^i sof^. — no tu si rqkwai-dts di kei Zf^drs e castindrs 
kq i ai butät für kist i'mdr? — kü^ kisc i ai fät kei doi difbgte'iörs 
e kel ga'^eli kq tu viodis Iq söt ql pTvdrijn. — ke qltrq dl ieri ql mqrcal 
q ky,rvi6ns e ai krd'"pät z7« zi^k bre"^tis e üß kwi^zut. — kistq s(e)te- 
vianä kq ven, catj unq bie^q gq^gä di int^ fr?/z, frütls, fä'^tätls, 
feminls, \dyins, vgcgs e iu ditc q vp'^demd. — e, ple'^ ql gqveH, su q cafä 
e si fo^ä i^kwi^trä kq Iq sktisin iu. — gi ai dit q kel mat di 
mq^ii/. kq l v§ni q iy.<^ümi q cqlcä^ä. — gi kö'^s^ni ü"- dpi vu7'\tii '^/ 
fnqpä e kq tu hj. ""ic^qresis q folcd! 

T. kidi tj/ ias ä^cq unq se^^plä? 

M. si, mq ie pq l blq^k, e no varp '^'giä di doprälä pal nlrj. 

T, z^ bazilisti/.? unq bipiq grata^ä e unq rofe'^ta'iä e tu sei 
fi^r di onj fqsti<^i. 

AI. vqrf'slslü fors} ü'''^ pgcis di täls d i*^prestämi? 

T. z^ ti/, ülis kivqtri slipqrs, po^^i datry.. — 9>'ppl sytnä "^q mifdj. 

— de~'''i kpri q cafä pqrzf kq zpip lis st'^fi kdm ü'n inus dq fciiünä / 

]\I. mq"di, ton}, q rqi'ig'iesi ! midrkui veherdi q cg^j // taks. 

Testo di Gildo Grion, trascrizione dell' editore. 
Singoli vocaboli caprivesi in trascrizione fonetica sono elencati 
nel lavoro di U. Pellis, // Sonziaco I, Trieste igi'', al capitolo 



27 



sfumature", pag. 26 — 30. Per il lessico cfr. il vocahohvio friulano di 
T. Pirona (Venezia, 1871) e \\ vocabolarietto metodico friulano-italiano 
di cose attenenti aJla casa e alla campagna di G. Collini (iSgg). 

[Raccolto col fonografo (recitato dall' autore) per il Kais. Phono- 
grammarchiv der Akademie der Wissenschaften, Vienna, No. 2058, 2059.] 

bazila^- farsi riguardi, esser titu- i>"bfrltt detto di botte che iion 



bante. 
bedrz broilo, cortile. 
calä guardare. 
calkgfi tappo. 
cqvlnä cantina. 
difbotedgr tino. 
fä'^iäl giovane, ragazzo 
folca pigiare 



stagna. 
mt{-"~/il bicchierino. 
räp grappolo. 
sakrqholtät indiavolato. 
icafglä'' soffocato. 
sef'pUi sottino; piccola tiiiozza 

che si pone sotto la spina 

durante il travaso. 



ßlk fulmine, lä rt-/ /. andar a skardel slentato. 

*jQale_ skardilt slentare (una botte). 

folopä sbaglio. skm& sgranare le pannocchie. 

fraii raarcio. si§ta aspettare. 

friit ragazzo. C>i<-ip^^ grappa. 

gn'igä crocchio (piu friulano std'»fäü imbeversi. 

sarebbe Mapä). ^k'' verme, bruco. 

gavel} gran tino per pigiar l' uva. ^fi' cesta. 

kwi^z bigoncio. W'' ciliegio. 



28 



6. Piumicello. 

II lupo e i sette capretti. 

(a) fra tia vglta na cavra vlcla,^ kp v§va sift cavrüs, § d (kisc 
a g)i gr§va be", kgm§ k§ jia mari a (^)l ul hen ai sg fjöL"^ — 
(u)na vglta (a) gr§va la (m)t al hgsk pa^ ziri di matigd. — algra 
(a) iu ö3 klamds^ duc sie't § gl a dit il 

^^air$ i mf^ fruSf ig (a) ^Jei la für (in)t al bgsk, wUarde'vi(i)^ 
dal lof ; s§ l vm dr§nti, a us' manga duc (kivanc) kum pjel e 
wUes. — kfl birbdnt^ al fi^s (da) spes, ma int a sg vgs^ gruca^^ 
e (in)t a sg'^'^ pis (pif) 7i§tis a lu kgngsares SHbil(a)^'- 

daspp (ai) an dit i cavrüs: 

^^mariita (cara) a starin ßi at §'''§; (a) tu podis^"^ la via sf^sa 
paura i^. " 

algra la viela^ (ai) a j'berldt § /'* lada via. 

a ng gi a urüt i trgp i^, k§ kulkidü" al bat la p'Jarta di cafa e l 
klama : 

..viar/et, frutiis''^ (vif.) cars\ 'i'estra^' mari (a)ie kaki, e a partdt 
i alk a ghi(d)ün di zvaltris'^^^'' 

ma i cavrtis (a) an kunusiit ta rps gruca k§ l §ra l tpf, § gi 
an dit (i): 

,.np (a) f/g viarfin; iu ng tu ses nestra^^ man, ie (ai) a na vgs 
fina § bjela; ma la to vgs a ie gruca, tu tu ses al Iqf.''- 

(in) algra (q)l Igf al e lat la (ka) di um butegdr § (q)l a krompät 
un graii tgk di /es ; a lu (i)a mangdt § (a)l si a Jat fina la sg vgs. 

daspö al e tgrtidt indaiir, al a batüt la p'^A'arta di cafa § l a dit'. 

.,^viarfc't, gg, frutiif (ine) cars ! (a) ie ka "'i^eslra mari, e (g)i a 
partdt i alk a ghidün di li^altris''' . 

ma l Igf al v§va miiiit la sg sata n^ra sul barkgn; kist (ai) an 
viudtlt i frus"^^ § a''^ sigdi^^: 

1 vfca — 2 frus — 3 ia — * klamaf — 5 mjei 
6 (u)'Jarddisi opure (iv)Uardesi(t) — ' ?(/ — ^ brikgn — 
9 vgf — '0 grUesa — ^ swi — 12 p^^if — i:5 pif i Urs 
^^ de — ^^ a ngl e lat via trgp — 1^ /jg"s — ^^ "•^üestri 
18 § US vi (i)a partdt alk a duc — ^^ ngstra — ^n { ffus a l 
ö« viududa — 21 Jb^rlät 



29 



7. Erto.* 

II lupo e i sette capretti.** 

/ p-a na vglta ina t'§vra veca. — kesta l eva set öpkpi, e a kist 
la d'e voleva tarn b§Ln, cemö ke na oma v?ul b§in a i So fjuL — na 
vpita la voleva 6i inte l bosk par pgrtß'e da mand'§', alora la i camä duf 
set e la d'e defi: 

Jiari fjui, iuä ui öi fgra inte l bosk; var6§ve dal Ipjf; se l vfJi 
df'intre, al ve mand'a duf kpm pel e pehts. — al koim al se Iglda daspß, 
ma a la so ftjs grgsa e a i so pia nfigre al kpnosarf'i subito." 

daspüä i ögkgl i defi: 

„kara oma, ngsaltre ne varöargn hglii; tu tg puä öitin &fd^a 

pfura}' 

daspuä la veca la kridä e la s 1 öi. 

a ng l e pas/ tan tfimp, kalkeöün al bat a la pgrta de la fafa : 

Jravi, kari kanafs! vgstra oma la e oki e la v a pgrt^ alk a 

uneün de vgsaltre^^. 

ma i öökgi i a kgnpstl a la grgsa frß k al fra al l^if, e i defi: 

„nos altre no öravgn viid'a\ tu ng tg su ngstra gma; kela la la 
ftß fina e pjaffhita; ma la tg fus l e grgsa, tu tg su al Ifuj", 

alora al Ifuf al sT 6i ig da um bptegi'}r, e al se krompd un grau 
tgg de leda; kesta al la mand'd e al se fi kgsi la so fus fina. 

daspüä al vefii inai'd, al bati a la pgrta e al famd: 

Jravi vgsaltre kari kanalL' vgstra gma la e oki e l a pgrtf alk a 
uneün de vgsaltre.^'- 

ma al Ipif al eva metü la sg d-äfa nfkgra sul barkön, kest i 

kanäi i l a vedü e i famd : 



* Piccolo paese delle alpi carniche nel bacino del Piave (piü propna- 
mente sulla sinislra del suo affluente Vajonl) sul confine del tralto fm.Uno 
colla provincia di Belluno ad Oriente di Longarone (9 km), a n.ov. (44 km) di 
Maniago. Con Casso fa 2042 ab. 

** II Handbuch der rätorom. Sprache und Literatur Halle, tQio, 
(pag 51-74), dello stesso autore(Th. Gärtner) porta la traduz.one d, quesU 
favola dei fratelli Grimm, Der Wolf und die sieben Zicklein (51-74) ne He 
parkte friulane di Avoltri (Carnin. all' eslremo N.O). di Corn.öns (prealpi 
friulane austriache all' occid.nte di Gorina) e in quella friulano - veneta d. 
Portogruaro (citti della pianura veneta sul Lemene). 



?0 [Fiumicello] 

„71p (a) np viarfinl neslra muri (a) 7ig (i)a um pit kusi n§ri 
kQm§ /f^, in tu ses'^ al lof. 

(in) algra (a)l lof al e knrüt la (ka) di um paiikör, § l a dit: 

„a mi ai^ fat mal^ al pil, ynelimi su'^ pasta."' 

f kp l pankör a gi vfva mitüt i la pasla su la saia, al e hurüt 
la (ka) dal mulind^ f l a di/''': 

„biitlmi (um pu' di) faj-iiia hlanca su la tn§ sota!'"'' 

al viulindr (a)l a mangdt sübil(a) la fv^ea, kf l lof al o)-§va 
fdgila a kulkidiin, § nol or^va^ fa ntiia. — tna al lof al a dit: 

„/^ np tu mi fas^, a ii mangi'-'- . 

alpra l muli?idr al a vut paüra, f gi a fat la sata blatica^^. — 
e fa (sf oref p), kusi a ie la int. 

alpra kel malandre't al e lat pa tiarsa vplta su la p'i'aria, al a 
batüt e l a dit: 

„viarfe mi (t) frus ; yjestra mar Uta i (a ie) tornada a cafa § 
gi a p('^i>)artdt i alk a duc_ dal bpsk'^^.'-'' 

i cavrüs a ia^ fb§rldt: 

„mpslri nus ni prima la tp sata^"^ k§ savin i, s§ tu ses"^^ la nestra 
cara mari p np'"'' . 

alpra (a)l a mitüt la sata sul barkgti , § kpii ke a" vidiit ke §ra 
blanca, an krtidüt k§ fps^^ dui ver, sf kf l vfva dit, e an viart la 
p'^arta'^^ — ma kui ke If vmüt drptti, al fra^^ al Ipf 

alpra (a) si an spaWrit f a pr§vim platdsi^'K — u^'^ al e fbrisdt 
spt la iayJla, al s^könt int al Jet, al tiars int al fpr, al k'i'art in(t a) 
kufina, al kwint int al armar0, al sfst spt al lavavid" , al Sf'ti" int 
a kasa dal prlpL 

ma l Ipf a i tc a catäs duc , a np l a fat trps kumplime'iis § la 
it'iglutit un daür l a(l)tri; npma l pi pisul^^ int a kasa dal prlöl a 
np hl a catät. 

dppp k§ l si Vfva fmpldt^^ be» ^ np maß'^ al e lat via, a(i) si 
a pghet'^^ difür sul prat v§rt, spt di un drbul e la skpm^^sät a durmi. 

ppk timp dppp"^" (a) h vinuda (a) cafa dal bpsk la cavra vLela. 
al s§ k( gi a ipcdt i (di) vipdil 

^ tu — 2 /„ §cs tu — 3 §gi — 4 makpldt — ^ gu- 
lüsimilu ta — ^ gi a dit i — "^ pgca — ^ § np l a prüt — 
9 fafis — 10 ^i a fblanndt — n <? a uni/m di -^^altris a gi a 
p. alk dal b. — 12 al tp pit — ^^ sf sestu — ^* fo — 
15 f gi an oiart — i^ iara — ''' sknndisi — 1* fpvp'i — 
19 fgpnfldt — 20 i;p l pa bem pasüt — 21 pgjdt — '-2 „p 
trgp timp dppp 



[Erto] 31 

„npsaltre ng d-ravpn mid'a; npstra gma ng la l a rnid'a im t§l piq. 
n§igre, t'emg ke lo t a tu; tu tg su al Iftif.'"'' 

algra al l§tif al kort da tin fgrn^r e al deßi : 

,,iu m ^ urtf Vit al piq: vieteme pasta isü.^^ 

e dasptiä ke al fgrn^r d' eva gtita la ^■afa, al kgri da um violin^r 
e al deßi: 

^^bit'eme farina bja'fa su la ine d-afaf^'' 

al molin f'r al Sgspetäva sühitg, ke al l§tif al vgleva ind'an§ kalkedün, 
e al ng vgleva fi?- kest, ma al Ifuf al deßi: 

„se tu ng tg l f§, iu te mäih.'''' 

algra al mglin§r al avi p§ura e al d'e fi la %-aßa bjä^t'a. — si 
pu, kgst l e la 6§ini. 

algra la ßegi'ira pgrka la 6i la tfrd-a vglta a la pgrta, la hati e 
la deßi: 

„dravime, kandi, vgstra kara gma la e vehuda inqi'd, e l a pgrt§ 
alk a uneim de vgsaltre ßgra dal hosk}'' 

i ögkgi i camä: 

^^mgslrene indnt al ig pi<l- , parke savgna, se tg su ngstra kara 
gma g ngl^'' 

algra al meti la d-afa sul harkön, e kau ke i vedeva ke la §ra 
bjä^t'a, i a kredii, ke dut t'e ke l eva dit, al fus vfir, e i Q-ravi la 
pgrta. — via d-i l f vehi'i dfintre ? — / fra al l§uß t 

algra i s a spavent^' e i vgleva pjatße. — / im al Sanipd sgt la tdgla, 
al sekgndg inte la kga, al tprd-g inte l ßgrne'l, al kivartg inte la t'aßn, 
al kwintg inte l ann§r, al seslg sot la skudiüla da laT§, al selimg inte 
la kasa dal l§r6i. 

ma al Ifuf al i a taiß dut' kwaih, no la ßat d^frimöfigle e al i 
ind'gti l iin dasptiä l altre; ngme al pi pifgl inte la kasa dal IfrgL, kest 
al ng l a t'ai§'. 

kafi ke l avi mand'§' asdl, al st di ihd, al se ddtird fgra sul 
pr§ v§rt sgt un §'rbgl e al skgmed-d de örgini. 

ng trt'iäp dasptiä la ffvra vcca la e vehuda dal bosk da nftff a 
faßii. — pstja, ci9 a la kgiiii vfige bkil 



22 [Fiumicello] 

la p'^k'arta (q) §ra spalankada; taivia, cadr§ls § haiiks^ a frp^''- 
rahaltäs; i kreps dal cadi'i a frß"^ sparnisäs par dui (alpr), la 
kuviarta^ §§ i kusß a §ri^ tiräs^ für dal j et. 

je a sind i sg pisid, ma np iu a catäs i'i 7iisüf'i hik; algra (a) 
in a klamäs par ngn im dppp l a(l)trt, ma nisu'i np a rispundiit. 

finalm§nt(r)i kp(n k() a npm§mH al pi pisiil, ufia vps fitia (a i)a 
fbfrldt^: 

^^maruta m§, a soi (siardtj ta kasa dal grlöL"' 

alpra ie (a) lu a tirdß für. — gl cavriit a gi a pp kpntdt i, 
siimit kf l Ipf al §ra vintä / / v§va mangdO duc ke a(l)tris. 

kump (a) ppde/p pe^savi^, s§ tant^ ke ie a vaiüt pai sp purs^^ 
fr US / 

a lis fi'^s (a) i (ie) Inda für vaint, § l cavrüt pi fpvü'' al e ktirüt 
kio'i /i?ll. 

kg ven t al prat, al löf al e pghe'l dpnga l arhul e l rpj'^sga, k§ 
irdtnin'^'^ dtic i romäs. 

je a lu cala dt duti li bandis, e viot k§ ta sp pa'ha fglpffa^^ 
alk a si vigf § ripa. 

„a diu'-'- a pe'isa (ie), „kf sein^^ camp vi(f)s i m§ purs f-tis, 
k§ Uli al a ßglutit par Sfna?'"'' 

alpra l cavrüt al a skuniit^^ kpri a cafa a coli füarfis, gtfela 
/ fil. — daspp a gl a iaidt i la pa^sa a k§ bgstfdta, § a ppia k§ v§va 
fat U7i taj, un cavrüt al m§tfva für al caf § kp (i)a taidt indpidiü, 
a sg''^ saltds für duc sis un dai'ir l a(l)trt. 

a f'rin ancamp duc vi(f)s, f np i sf V(!vß fat nisütn mal^^ par 
sf kf la bfstfdta di tanta gpla a iu v§va ingluiis intirs. — g s§ 
plafc"^"^ l — Igr a gi a" fat i cargsis a sp mari § (a) saltusdvi''' 
kp?nf w'i sartgr pa sp ngsis. 

ma la v§ca ^^ (ai) a dit: 

„kump vait^^ e sirit klas; kun kfi a gi gmplari" la pa"sa a la 
bfstfäta, intdnt k§ ncamp (q) dwarl^^ 

alpra i siet cavrüs int «« lamp (a f) a?) strisindt"^^ dpngq i kla§, 
c gi un o''- fiäis"^^ int a pa^sa tanc k§ nd am pudüt meti dr§nti. — 

1 bdncis — ^ iärin — 3 kpltra — ^ sukäs — ^ si 
an fat sinti — ^ cot — '' mangds — '' pf^saus — ^ si- 
müt — ^0 pUgrs — -* a gi a kurüt i daür — ^^ trf'mi" 
13 fglptfada — 14 se'di'' — l^ duvüt — l^ 7iuia di mal — 
1'' hst al fva um plafe f! — i^ viela — ^^ let — 20 partdt 
— "'' sfplcds. 



[Erto] ^^ 

la pgrta la §ra diita Öravida ; la idola, !e kan'gge e i bai'ik i fra 
rev§rs§s, de la skudiO-la da lav§' i tpk i §ra destirß, la scavina e i kiisis 
i §ra sl' oß-fs fgra de la kga. 

la i d-p'fd i kandk, tna no la i fatä inte 7iesiin Ifuk; algra la i 
camd kg l inön l tm daspiiä l alire, via nehm ng respondi. 

finalm^intrf kau ke la nominava al pi picol, una fiß fina la t'amd: 

^^kara gma, iu siii ßff inte la kasa dal Ifröt"' 
algra la lg d'avä fgra, e al 6ökol al d'e rakgntd, cemö ke l fra 
veni al l§tif e al i eva mand'f duf kwain. 

ades vgsaltre pgd§'l pisße, cemö ke l a pjäöü par i sg pgre kandi. 

daspuä tant la s i 6i fgra e la Se lamentava, e al öökgl pi picgl 
al kort kgn lii. — kaü ke la v§in su l pr§, al l§iif se ddtira davefin 
dal §'rhgl e al rdd-id'e'a kgsi ke duf i ras i tr§ma. 

la lg v§r6a da dicte le bände e la Vflk, ke inte la so päd-a impida 
al se müäf alk. 

i,kgrpg de la ynadgna'-'' pesela ßares i pu t'amö vif tne pgre ka7idl, 
ke la ind'gtis par la d-ena?''^ 



algra al öökgl al k'ghi kgre a fa/a par igl na fgrfd, na gu/io-la 
e un fil. — daspiiä la d'e tald la päd-a al mgstrg, e apena ke la er'a 
fat tm tai, tm öökgl al spgröi öa fgra al t'f, e kaü ke la taiava ig, i 
saltd fgra duf si? un daspi'i l altre. • 

i fra famö duf vif, e al ng d'§ra fat nia de m§l, parke al mpStrg 
al i eva ind'gtis intri^k. kest §ra « alegrial i d'e fi fara a sg gma c 
i saltd cemö un sart§'iir a le sfg m'i^d-e. 

ma la veca la defi: 

yade's öi a d-^fff pp'e da ffuk; kon kist ngS impiröi'i ta püfha al 
mgstrg, m§lntre k al öron famö.'"'' 

algra i iet öökgi i strgdd Siibitg i salfs, e i d' i fifd inte la pd&a, 



Beiheft zur Zeitschr. f loni. l^hil. IL. 



^A [Fiumicello] 

dppp la viela a la a indaür kußda {"sienif in duta primura, k§ ngl 
si a (i)nfk'Wdrt di nuia. — nan^a mpß ng a ngl si a. 



kg l Igf al vfva finalm§nt(r)i dtirmit avgnda, a(l) si a jevät, f 
par sf kf par via dai klas (kf l v§va) int al stgmil a gl fra vinuda 
tania set, al e lai sii nt una fgniana § l grfva hevi. — 7na kg la 
skgnif^isdt a ciminä'^, i klas int a sg pa"sa (a) fbalgldvi^^ un kwitra 
l a(l)tri f /drgndfndvi''i^. — algra (q) la runäi: „Sf rampija § 
fbrundülja ta m§ pd''sa? — a krgd§vi k§ /psi^ sis cavrüs, iyivpsi q 
sg" ngmp^ klas.'^ 

f kg l e rivdt su la fgntana, al gr§va plpasi par sgra l aga § 
bevi ; i klas p§fd>>s a In (i) an tiräl drpüi, § la duviit miffravipit(r)i 
in§asi. 

kgfi k§ i si§t cavrtis (a i)a^'i vidüt kist, a soii kurüs^ dgnga e «'' 
fb^rldt: ^^al Igf le m'^art^ al Igf le m'mart'"- , § (a i)am haldt di ligria 
kun sg mari iniör d a fpntana. 

*U. Pellis, II Sonziaco, Trieste, igio, 191 1, 1, 40 — 43. [Annuario 
del Ginnasio dello stato di Capodistria; — contiene assieme alla 
traduzione dei testi del Gärtner {Handbuch der rätoromanischen 
Sprache und Literatur, Halle, iQio) un' esposizione dei suoni del 
dialetto di Fiumicello {3238 ab.; sulla destra dell'Isonzo, nelle 
vicinanze d' Aquilea]. 

..La quantitä delle vocali dipende quasi esclusivamente dall'- 
accento musicale. Qualunque vocale, anche seguita da nessi 
consonanlici puo diventar lunga merce la cadenza. La quantitä, 
naturale, prodotta dall' evoluzione dei suoni passa in seconda 
linea", p. 16. 

„L' articolazione delle consonanti e in generale poco energica, 
assai poco dopo vocale lunga o allungata", p. 20. 

„r e sempre linguale e sensibilmente debole in esito, in specie 
dopo vocale lunga . . . o sdoppiamento della vocale", p. 21. 

„« viene articolata con semplice stretta palato-velare", p. 22. 

[Tra « e « sembra sussistere piü che altro una diflferenza di 
grado, nella forza dell' articolazione. B.] 

„?« avanti p & b .. non fa che render nasale la vocale pre- 
cedente in modo che qualcuno (Cavalli ed Ascoli) ci ravviso «; . . . 

1 muvtit — 2 ^amind — ^ klppfavi" — "^ dpnif — ^ kurui 



[Erto] 



35 



kwain k i podeva mete dfintre. — dasptiä la veca la ko/i de viaQ; 
kgsi ke l ng s a akprt de nia ; al ng s a niain mgvti. 

kaii ke al Iptif al eva örgml asdi, al levd, e parke dai p§rgs 
inte la päsa al veva faff s§i, al 6i a iia fgnfana e al voleva b§ive. 

ma kan ke l skgmed-ava de öt, i p§rgs inte la so päd-a i urtd i 
üS a i altre, e i susurd. — algra al brgntold: ti<} susiira itite la me 
pä^a? hl krede've, k al fus si<^ öökgi, ive&e al e dute p^re da f§uky- 



e kan ke l §ra 7<e>m a la foniana , al vgleva pjegße sgiira l §ga 
e bfive', algra i gri<}f p§rgs i lo tirä lög, e al a koim arnid'ße nii/era- 
m§intre. 

küii ke i set ögkoi vedeva kest, i kgri gvi e i kridd ^^al Iftif al e 
mgrt, al Ifuf al e mgrt'''' e i bald de alegria kgn so gma dintgr de 
la foniana. 

*Th. Gärtner, [Zeitschrift f. roman. Philologie XVI, 360 — 364, 
„Z>/(f Mtmdart von Erto'"'' ; — con una descrizione del dialetto 
di Erto /. c. 183 — 209, 306 — 371). 

[Le rattratte spiranti s, f sono quasi identificabili con /, f\ fra 
t, d' Q la vocale seguente s' introduce alle volte y (tja, d'ja); egual- 
mente spirante e J dopo le lab. /, p {Zft. rom. Phil. XVI, i86). — 
Trascrivo i i^i dy del testo originario con t\ d', basandomi sulla 
seguente indicazione dell' autore: .//ra sta fra il suono di gi\ e di 
<//accio; il d non rappresenta esplosione della momentanea, che si 
forma subito la rattratta p. 186.] 
bit'§' buttare. gma mamma. 

Öökgl capretto. gvi (tii) li. 

öravi aprire. ^g^ig? russare. 

ihd via. salin pietra. 

ihaiii indietro. slrgd-§' tirare. 

kanain bambino. sfavina coltre. 

kga letto. t'§ testa. 

leda gesso. (emg in quel modo. 

l§tif lupo. {yafa zarapa. 

lgld§ fingere. vidd-(dc) subito. 



3* 



36 [Fiumicello] 

si sentono appena gli eflfetti del contatto labiale", p. 22 [corrisponde 
a n dorsale con assimilazione labiale alla cons. seguente] B. 

[^, g sono realmente intermedi fra e — e, o — 0, anzi in sillaba 
atona propendono alla semichiusa; egualmente sono intermedia 
fra e — e ed — le vocali trascritte nel testo con e, p; — c, g, n 
dopo vocale sono leni e propendono a c, g, n; — a atono d' uscita 
e ridotto quantitativamente e mi pare si avvicini acusticamente 
ad ä. Invece delle spiranti s, f si sarebbero forse potuti impiegare 
i segni delle rispettive rattratte 0, ^; nel sonziaco il suono e inter- 
medio fra la forma lene della rattratta e la s, (f), come il c di 
certi dialetti centrali e intermedio fra c e i.] B. 
alk qualche cosa. pit piede. 

avgnda abbastanza. raniäs ramo. 

cadrf'a sedia. ronsfä russare. 

dpnga appresso. /bfrld gridare. 

frul bambino. . fbrunduld brontolare. 

fwdrfis forbici. fes gesso. 

gruc rauco. simüt in quäl modo. 

gufela ago. , siri cercare. 

indm'ir indietro. sparnisd sparpagliare. 

ttifasi annegarsi. vai piangere. 

klap sasso. viarfi aprire. 

pankör prestinaio. viodi vedere. 



8. Grado. 

Dialogo fra due pescatori. 

Nane. bd>^ dl, kwel sakanq! 

Tun in. bd'i di, bö''^ di! — kwqnfe vijfia de sqrdth ve cqpq'^ sta 
sdemanq. ? 

N. kwarqniq, tpni, e ""aig spärtio di b§j b§si, frqnki de ntf/q. — 
perke nö tu ""je änke tu a sqrd^f'e? — /e kusf^ be, nda pg^ändg pel 
gglfg e fg pel mar de Ja <^e solg, e sc "vq per l'e marine taliänc a ^e'^e l 
bqkqrg a bq/e^ege, margeri^q, kqiirUe , fg fi visf^ venfsjq. 

T. viq m§ § pju karg q sfq a kqfo kg ng päre e ngfre^'i. . . 

N. fg sempr Jn iel päntq, e pg fäse tnqnä di mgxäti. — l'qgf'q 
sempr e '^q'iqnäne pöki. — qlmeiig kg t q kq/'a^ smkive sie ri ^e 7)iel'afiq, 
tu sd sigürg de cqpä gqrgosa . . . 

1 ku/it — '^ (v)ihi 



37 

T. ma i ^ulfini ve mann /' nrle ! 

N. ma be ^q kd"seng noltri! e ke <iurnü(d)e, f~igo! senti, iiini, 
tu sgParä'^e proprjo i^ime konio ke fe a kafo, ke in slq ko tqnig. '^'pgq? 

T. q ka/d? fe he. — veno nq nio^q grq,ndq, k ütiq bfi'a f^q'^anq, 
ke portq dri*q f« kquql. — e fe qnke qlbüri, mi^'ingqrnäj e figi, e veno 
l orto pßol'o kgtq sqhi^q e /' rq'^icg. — /'e feinene h l'q('v)grq kii ^ol 
morl'g c ku kgl korl'g per fang h kö('v)e e qnke i kugiUi. — nollri 
ndeng q kqi'd L sßini^ g t pqrqngäH g a 11 id hi '^äl'e, segdndg h stqgo. 

d isläe ndeng q giPd sul fragg kg h ""ä^e grände, e q l'q mqntinq 
kg vje i besegäri (i) deng l pese, e Vi (i) ne fq fq tperq. — e pg 
im pa^üg fe be, d istäe mnsimq, kwqndg ^fVe h "vclme, düie l'c bqrene, 
düti (i) iqpi fe fjurti. de mq'^ql'lne e fjüri i^el per^o. — äfike mi 
"^qgg pgiqndg kg J'q bqtd'inq per i kqnal'i, per l' äre e h mlne trq'^ersg 
di föndäj ""irdi d erbq "vghiigq. — q t'q serq se dormi in tic^rq, c ke i'a 
""agq, dilti (t)nlün cqpg, kgmö u nig de sVlfe. — vje q kqfo (dn)ke 
tu, näne, fe mfgg, e ng tu '^'q riscg de rebqltäte e de ndq ßni Tn- 
pqnsq '^ wiq kqniq ! 

N. ng, ng, m§ me pjäfe ndq kg hi prg('v)ensq dm-q^ hiirdifqndg 
pel 7nar, nie pjäfe ^ege sj^l'g"^ e mar, e Sinti ^ vento largg, a m§, e ng 
muff a kqfo. — mpl'q l'a skotq, tirq l'a biirinq, e ke l'q vagq! — 
q, q, '"glqrq('v)g vegete, ?nf, in tnefg l mar, kg l sol' el deskgl'q el 
kqtrqme de kg('i>)ertq, e l ventg fe fisg, e l mar fe pje de "^e^e ke 
fbo^q. — näne, nie despjäfe per tu, ma kf ke siq^ ^<i fpgl' 'iPi ng tu 
sq. — e pp m§ ng ^ pqürq '^e negäme, e me konsg^g, kg vje q bord(g) 
i kulpi de mar ke nänkq ng j kqtq sfpgg per i (n)umbrinali'^, in täntg, 
in täntg ke se pgl tini s'u ei pfkg^'g. — se tu ('")isi ("jislg unq ('^')Qltq, 
k inde('^)pig kgl'q spjfrq per pupq ! — i'e resti'e l'e gfrq qlle kgmo h käfe, 
kre('v)pw d(^e) vidq q pikg d fm mg mint o qi otro. — nifgg in mar pö fei 

(canta) § mesg in te l'q ('^)e/'q kivpr e krgfe 
persig^' ke i'q ('^)egq dute l'e mgrgfe. 

T. qdig näne, me tokq ndq m kqn§'g kg iig päre, perke dp bptg 
vje l'q stago de^'q Sfragq e noltri ('^)eng ppkc käne. 

N. ke tempg tu difi ke fa? — stg tufe'g dg hvprq d mg sq 'lg kg/dg. 

T. fard ne('v)gri, se (■v)ihqrä (^')Enig dg fprq, perke el pgnente el 
f"e foskg e stij münti fe j kqnoti. 

N. q^ig, tpni, sahidq td pär(g) e tö frlH. 

T. sqrdfl'g mündi, mitqnta nijcral qdig! 

1 hidini — 2 hjftg — 3 hinti — * hiq — » oppure 

l'e manik'^l'g — ^ perhig 



38 



Testo di Marino Marini; trascrizione dcll' editore. 

Uno spoglio fonetico delle poesie dello stesso autore {Fiicri de 
iapo, Gorizia, tip. Seitz, 1912) ha cominciato Emilio Mulitsch nel 
Forum Julii 111, 21g — 226 [Appunti siil dialeito di Grado). Per un' in- 
formazione generica su questo dialetto, cfr. Ascoli, Di un dialetlo 
veiuto imporlatite e ignorato {Anh. Gloti. It. XIV, 326 seg.). 

Le consonanti intervoc. sono molto deboli, specialmente le 
medie. Nolevole nell' atora q, acusticamente raolto diverso dalle 
altre due varietä q, a. — d & z^ interv. vengono soppressi arbitraria- 
mente. — / interv. e non solo molto lene e assai prossimo al dilegao 
ma leggermente palatale. Pure incipiente e la palatalizzazione delle 
dentali, piü sensibile quando preceda liquida o nasale. — Difficile e 
soggettiva la distinzione fra molto aperte e aperte, fra aperte e 
seraichiuse. Le rattratte oscillano fra rattratte di primo e secondo 
grado, le spiranti fra s — / e /■ — f; avanti /, s tende a h. 

Aggiungo alla spiegazione di singoli vocaboli aicuni termini 
d' esluario affini. 



arq canale naturale che con- 
giunge un fdnddo o una vä^'e 
cot /<qf!ä/. — I canali di un 
fdnddo secondo la loro gran- 
dezza si chiamano rig o foso. 

arte arnesi pescherecci. 

bqrena dosso fangoso con vege- 
tazione; — sottofondo coperto 
di alghe: inol'§rq. 

besegar pescivendolo. 

hurinq bolina. 

kqnoti nuvoli bassi. 

kqn§'g canneto. 

kqniq pescecane. 

kqfo capanna dei pescatori. E 
di forma rettangolare con ac- 
costolato dilegnoerivestimento 
di paglia {gguq) uuita a fasci 
che vengono intrecciati [fbolsi) 
sul coraignolo. Le coloncine 
delle pareti ci chiamano kgl'g- 
nieH; il palo traversale che con- 
giunge siiperiormente le colon- 



. eine verticali: fil'är. Dal filar 
in SU comincia la travatura del 
coperto. I pali traversali piii 
deboli sono le na^gl'e; il supe- 
riore su cui riposa il rivesti- 
mento di paglia e la giq(v)grq, 
i correntini perpendicolari a 
esse si chiamano niäs'e. 

kq('^)anq canale artificiale che 
sbocca sul canale principale. 

kgggl'g nassa, rete di filo a forma 
di manica per la pesca delle 
anguille (arganello?); si ado- 
pera nella seraiq. II pesce 
viene spavenlato battendo il 
fondo con un bastone munito 
d' un disco forato (stümigg). 

korl'g arcolaio. 

kg('v)q recipiente per il pesce. — 
II vivaio in vimini vi^'r, quello 
püj piccolo, triangolare dilegno 
burcfl'g. 

fdnddg bassofondo. 



39 



gita cacciare il pesce nel gra- 

ticcio o nelle queglie della 

ferma. 
l'icerq letto da pescatore; il 

saccone del letto pqgo. 
tnq'^qJ'enq margheritina azzurra. 
niffq spesa della settiruana [franko 

de m. r importo netto della 

settimana). 
minq canaluccio artificia'.e. 
morlg piccolo cilindro per far le 

raaglie. 
mosdt zanzara. 

tnotq terrapieno di base del kqfo. 
ne('v)ert temporale. 
(n)ümbn'ndl tramoggia del ponle. 
pqrqngql spaderno, correutina 

galleggiante con molti ami. 
pikolg terzarnolo piccolo. 
pgtd andar in barca senza meta. 



re ^e mel'ajdq rete da Sardelle, 

manaide. 
restiq onda. 
sqkqhq pescatore d' estuario 

[paiüg\ 
serägq chiusa di canne. 
si<ii rete a relinga. 
sil'ifq rondine, 

iqpg affioramento in laguna. 
väh serbatoio, specchio d'acqua 

salmastra. Lo bfogo della valle 

vqmpqgrq. 
vatq rete a sacco; mollo pin 

piccola ä la T(u)öl'egq. 
vdmq banco di fango; la pozza 

d' acqua ncll' interno della v. 

e detta pisinq. — La secca 

di fango fra due canali si 

chiama pg/f/me; un isolotto di 

sabbia dosg. 
vglaigq (erbq) alga (anche al'egq). 



9. Venezia. 

Dalla commedia di R. Selvatico „La bozeta de l'ogio" 
Atto II, scena IX. 

Anzoleta, Tonia e Bepo. 
Aiiz. (entrando) ve sal'iuu, hcpu! 
B. karasjgr n^i/'ul'a,sk?/J'i, parke n telavgjc no'" ai'fX''')^ kgngsiHi! 

A. e! ng importa! 

B. parpna^, tönja! sjgr an/ql'a, kioa, l'a se scnta! (Anz. 
siede.) e "^'Ti, tgnja, sänte^'e anka vU! 

T. grasje, mi stagij, im pie. 
B. kgme ke "^'gl'e! 

A. digu, brpu, '^'gstra mugc'r ge fel'a? 

B. l'a ß n kiifina ke la tende q kivel fjä de. Jisnar. 
A. ke l'a pgdest Skgltär na parol'a? 



1 patrona 



40 

B. mi '^i)^ij '^e st, vgl'e'u ke l'a cama? 

T. (piauo). l'a '^iga, Sjora märe, ng l'a pol pallär kp bepu; ßi 
fk lu sie SU '. 

A. // ga ra/pi. 

B. l'a Sogii <ia camdr? 

A. HO, nö, pallarg kg i'u. 

B. so ^wä, difemel 

A. ansi, l'e fe kose delikate, e ße megij a'^er da far kg n omu. 

B. l'a ringrasju de l'a so protesju'^. 

A. senti bl'^, bepu; käte geri sera ^ a'^arä dilu iulij. 

B. niagari nö! 

A. ge gera liente dg mal'? fig ""e par ke l'a fnse iuia roha 
ingsente? be", bepu, vu np po'^e kre^ar, kyjanle de /gras je ke ne fe 
nä/e / 

T. (piangendo). ßz la kaufli l'a fe sta<ia kwel'a inaiadeta'^ bgzeta 
del' ögu. 

A. fegurive ke tra l'e alire, paskioaf^^ ga Spaniu l' ögu. — mi 
tig gg serfe mpersfisju'^, ma ßi l' ögu g(] sempre ""islu ke £ poria deßgrasjc. 

B. di/e'inel' a mil l'a prima nöle ke tue so marla, ga'Ve('^')a el lume 
sul skabel'u, e a skuru l'u go rebaliä. — da kwel'a nöle, pröpjij, mjä 
muge'r ng ga fatuke skridjäme /^ 

A. anddr kontr el destt^i fe inut'ie, ftu ! 

B. gmta la fe; kg se fe desfindj, np ge fe altru. 

A. par divel'a^, dunkw in dg paröl'e, sta matina nie käpita a 
kafi la sarveta^ del sjör bgrtgl'u, kwel'a fiirlana, ia('''^')e? 

B. si be", l'a kphgsu. 

A. e kusi. Ha me cama da parte, e l'a nie ^ä una ro^a inkarta^a, 
dißndpme k el so paru", ijgr bgrtpl'u söini^, ga ditu de ^ime, ke 
giuaj a mi se ge "^'etfiropjil l'a porta a so ne('^')p'^u pasktvai^, e ke 
gwarda im allra "volta ke l'a mjä puta np ge daga kwel'e rob(e) 
aj so viorpfi. 

B. ma kosa ge gera in sta karta? 

A. nente manku k iina cä'^e da"^ portal — digu, al'e me 'visäre 
dlge sip iantu, a mjä fla, al'e mje rdife, ke l'a fe pju npsenta^ del' 
akwa Santa. 



1 /' istesso — 2 maledeta — 3 crusiarme — ■* dirvela; 
r r dell' inf. viene conservato nella grafia anche negli altri esempi 
p. e. mandarvelo, 7iominarlo, tradirme e sopra scrusiarme — ^ ser- 
veta — 6 Solini — 'de — 8 inogente 



41 

T. (singhiozzando). np l'a slaga pjan/är, sjgra märe, ke ßi (e)l' 
pruerbju^ dtfe be^: l' pru (bd'^) 710 capa maca. 

A. hepu, nia kosa ve pur? 

B. mi so kwa (i}nkantn. — ma kwel ke stitnu, fe (e)l manäävelu 
dir par la serva, a riscu de far näsär tin skändolu. 

A. la gern (i)iikarta'ia. — 7}ia npl ppde(v)a ""mir l'u, a ""edär 
se kwel'a gera l'a ca('v)e de l'a tiostra porta? — kre^är ke nujaltre'^ 
ge deniii l'a ca('")e aj morufi! — ä! tute ste l'agreme eile ga '^a pair 
a l' infernii, kwel vecu defgrasjä. 

B, ma d'igti^ sta ca('^)e dpe^ fe l'a? 

A. ktua l'a ße, ne föra d^ man l'a m andara, fihke np sa'varo 
^e ki ke l'a fe, e al'pra me furo far gtätisja. 

B. ma paskivai'^, dpe l'a ga'^e'^el'u? sta hrpnsa knerta^, kome se 
la Salu fata tro('<^')dr? 

A. in skarsel'a (Icl'a gaketa, par ke l'a ga('")ese! 

T. (piangendo). si, in skarsel'a (e)l la ga'^'e('^')a. — pask7C'ai'^ 
iradime in sta rnanjera, mi, ke ge '^'pl'e('^)a tanto be'^ ! 

A. ng npminallu pju, sa, se fip ti ^pl ke te '^aga iin Stramufü*^. 
— lasa ke l va'^a (g)l infernu ! pensemu a remedjdr al npslrii ongr 
e a la nostra repiäasju'^. 

ß. va be'ij sjör anfiila, Ttia mi np sära('^')e^ kome kpnsilalla^. 

A. ucnte, bepij, mi ^a l'u np 'vpl'e(''J)a altrij, ke me difcsi se, par 
asidente, kphpsevi l'a ca('v)e. 

B. ke l'a -vedal 

A. ektil'a ^wa' hkpra i?ikarta<ia kpme ke l'a gera (gü da iin 
involto). 

B. (svolgendo e gettando un grido) l'a mla! 
A. käte.f? 

T. el'a l'a fe? ä, ke va^a (a) spakäge l mufu. 

A. santi ^el sjel'o, kosa gpgu falu! np, tönja! (la trattienc). 

B. ä, kusf se me ira(<i)ise? — rakpmdndeie l ancma, ke par ti 
la fe fenia ! 

A. ng, bepü, par karita tenive! (lo trattiene). 
T. märe, laseme, se ng 'vple ke krepa. 

A. no, tönja! 

B. bruta karpna, ""ogti ke ti sptij el figaf 
A. ng, bepu! 

1 proverbio — ^ nualtre — ' dot'e — * coverta — 
^ savarave — ^ consegiarla — ' V ela qua 



42 

T. laUme! 
B. lascmel 

A. no (si dibattono). 

R. Selvatico, Commedie e poesie veneziane a aira di A. Fra- 
deleito, Milano, 19 lO, pag. 56 — 5g; trascrizione dell' edilore secondo 
la pronunzia muranese. 

[II migliore vocabolario veneto e quello di G. Boerio, Dizio- 
nario del dialetto vencztano, III ed. Venezia, 1807. 

Le vocali aperte oscillano fra o, e ed p, ^; 1' u finale nella 
parlata meno plebea diventa p; 1' 71 e (acusticaraenti;) intennedio fra 
u ed ü; r e atono finale, protonico e postonico nel proparossitono 
specialmente in vicinanza di suoni velari e in tempo rapide 
tende ad e\ nelle toniche, la vocale seguita da «, 11 tradisce una 
leggera nasalizzazione; la /' in pronunzia lilasciata tende a / anche 
avanti ü e le vocali medie; il raddoppiamento prodolto da assimi- 
lazione si esprirue in un allungamento quasi impercettibile; le medie 
intervocaliche sono debolissime, le tenui sono anch' esse leni. — 
/ e dorsale con elevazione molto debole e di superficie d' arli- 
colazione ampia; r e semivibrante e, di regola, uvulare; / avanti 
cons. e interw (ma non nel nesso sj) potrebbe venir trascritto 
con /, egualmente / con /, tranne nell' ausiliare /e^ B. 
hrpnsa bragia. 
pair digerire, scontare. 
siramufün schlaf fo. 

10. Padova (Contado). 

El libreto dela posta (commediola in due atti di A. Tian). 
Berto — Anzolo — Mena. 

B. El senta lu, sior Garitolo. Me imagino che '1 ghe darä 
calcossa a la so tosa? 

A. / kohä ('^)grthelg ka ge dehe? äl pi, äl pi ei ko^nd, i 
ka(a)ielt, ja kgl^arä da drgmire, el kwadrg ddä madönä, el trapje^ 
par l hat da i(a)är])e el muhg, ia kahä par ie ärie . . . 

ß. Una camara da leto completa, cio, e moderna! 

A. ä, ä! . . . ng pgdümg migä narge drig qja »wdä, hjör! ja 
tnodä hugä ia gaio/ä'^/ mä . . . el ga da haere ka nii ]}g g pö'irg 
dehgrajij'a d Üa^! 

1 tripie — ^ gaiohä — ^ desgrazid de Hanf 



43 

M. da'^ rekdii ka na"^ he morta htano na eaeä, e ka gemg br'ä^ 
ia prgnöhparä^! . . . 

B. Ma lori ga apogiä ben la so tosa, e par ela no i ga piü 
n^ spese, ne fastidi. Dunque i fazza un ultimo sacrifizio! 

A. pX pjä. hjdr! — raägne'mgge g plidkQ t himäl . . . he l hqehe 
ia itä dej lä'° / 

B. (fra sc). Dio sa che lezenda sbrodolosa che '1 tira fora 
adesso sto balordo! 

A. hti hjiiri, al di d yAkug^, i pagä g kä'f^pg ke na oliä "^'0(1)^ 
500 " /rä(")kt ä g mejarg ^, e ä tri, hguni'yg gehe ia terä da hdjae"ldr 
hwgi ä i oig . . . hgtm^jg ng he tjäehe pi ka te>"pjehtä, el pekg, el 
mörbjg g ia hhd'^dajijg / e kohä faj lüri, ä? i kargä uti ahi/d(")J)jä^, 
e kuhilä k el pö^rg kä, ka paga('^)ä ^o^, haha ka pagä 100^^ fr ä(n)ki. 

B. Vualtri de campagna pianze sempre el mono, eeh . . el xe 
questo el vostro sistema. Varde, che da qualche ano mic nel- 
1' abondanza. Varde 1' ua par esempio. 

M. hl, kgl '^T ä 12 '1 hkej al mäht dg ka gemg h^japc^"^ ht ang! — 
e äähpg^^ gl diheig dei nohtri ginbäni'^^, ka kg i Je iä dai kiV'pi kgl 
hg argiihg i(''^) kgpä, livä'^ti hgwT('^)^e'^^ de hölfarg e de bjä(")kg , i 
hgnä artä"!i hi(")gäni ... e ie hg arte ... ka ng H je^^ ncte hä kol 
Jiuhürg de kalpä! 

B. Voressi far de manco del solfaro? Benedeti! Chi ben 
semena, ben racoglie. E po', e po' la tera rende, maaa! . . bisogna 
saverla conzar. Ghe vol coragio . . . butar via bisogna . . a larga 
man! Congimi chimici ghe vol: capio cossa che vogio dir? 

A. ef kghgpg! le tere da 7(")gra])äre ka ga i(fi)ve"te i hY(''i)l)Jati/ 
ma el ga da haere, ke ä(n)kä kweie taläre (i)t(li)e konä pägarle. 

B. Eh! sfido. Voleu che i ve Ie dona anzi? 

la me htmbenä i'' ia ge ga didehtg del "^'i a 12 hkej, e ia ga 
rdig^'^/ ma konä pe^])äre ä aiä te>"pjehtä ke, kg ia kade^^ dgäg, ia 
rutnä ie me e ia ge tgl la horj^ä del kau par tri an[i] 7 adrig/ — 
gaig he^/iig dtre hta käf'iiä? 

B. E i frutari? 110 i rende queli forse? che spese gavcii la! 

^ de — "^ na — 3 Ha — 4 pronospora — •'» de liä 
6 üktig, nel testo: inciw — "^ hi(»)givche"to — >» //</' afitanza 
9 ht(")g7cä"tä — 1*^ hl"/g — 1' dgdäite — ^^ la pronunzia 
oscilla fra questo complesso e hjape: il primo corrispondercbbe 
alla grafia volgare s ciapi che non 6 del testo. — ^^ dasp!) — 
'4 omani — ^^ sgianze — ^^ le gien — l" femena — 
IS anche nel testo: rajon, ma piu usuale rääö — ^^ caze 



41 

INI. geimo n ämoiärg kel gi haäeä tä(")ti da här tremäre, ma 
ga kghehlo laiarlg raäo terä, parpjg i tuäatij , aiiQ ihid, i gae'ä^ el 
koierä de ma i mä kl"^ mahdä^ krnj gar-bi. — o pgmdrg^ k an i 
adrig, kwä(")d e htä, ne daäe'ä tä'Ui pumi da haldäre i ahito, ge 
he ehiig el "^'crmg nc ia mcggiä de meäg, ka ig gä tu'ä'^lg karoia. — 
ede'u, hjgr, kä dehforiune! 

B. Ma ghe xe un altro fontego de guadagno, cari rae siori! 
le beslie in slala che da grossi guadagni! 

A. el htagä haldg a henlire, hjgr! — he tgkä kö'"prare el he 
g le hime ... ng ge -freute^ da häre! — Igrä hipjemo ladatie ! nej 
hpahari, pr g datg, el pode irarge kä^to hkg^iJiJfne ei gie . ..he fiä])e 
ir'e I meäo eX löarg, ktüiip el röegä pra hvä'Ho el hpatiarp, e l 
mahä, fa l kakärp Hvä'Hp el kpiegp. 

le behije, le behtje, el diäe? . — el ^hirdä ie äke pr ahe'"pjp ; 
ije np ie he pi, könip^ ie herä na ollä, brde"^ ä feht/läre. — d he 
fegrirä lä dchgrajpjä d g tia, kp mgre nä behtjä t htaläf 

el parg gl ehqre paga^ / ijp tip ga Uojä'^ de äli, pär^jö el 
diäe k el ga da pägäre le tähe^^ e tet'iar hu j frabikati e . . . kohä 
edäre^^ kötnp el ^e VHadnä . . . kohä he^/lrlp a dehbutäre, kp np pe 
ge portähe el ^p dirifp! 

B. Ma Uli so che vu gave de la roba al sole. 

A. na oliä, hjgr! a gaeä^- du kä'npi e na kaäetä. — el gWi''"Py 
par räig deiä jene, ga piehtp kä vie fräbikä t kahä, kä kaä g pPpP^ 
kä melä el huamarp lü^di daiä kä, np hp ktvW^te per lege,, kä alpä 
el Ipiarg deiä kd'»barä da jetg . . . pär])j6 i diäeä kä jerä le ^^ el tupg. 

dähpg^^ ga kohehig kä e>^dä, gaeä bcäghg de märkwini^^ aiurä . . . 

B. Ben, ben! vegnemo ala morale. Mi no credo che vu si 
in condizion da no poder far calcossa par voslra fia. 

A. he harg. g h/o7-pg da jytjgpäre . . . ekg! gl dire kä l parg 
nd ahlig garä pa])je^2>jä ^^• 

B. Oh bravo! Rangieve con In. Zä . . . i siori i pol serapre 
spetare. 

A. mä par iä de htg maträmmig'^'', i'Hendemghe bei ke meptjerg 
gaio eio te mä^^? 



1 ghea — 2 che i li — 3 magnav — * pumarg — 
5 gninte — ^ coino — ' brave — ^ paghe — ^ vuogia 

— 10 tanse — ^ anche edare — i^ gji^a — ^^ U-ue — 
1* daspb — 1^ marcuolini — '^ pasinzia — '' niatretnbgno 

— 18 tele man 



45 

B Gave razon! eco: mi condugo un albergo al Lido; za . . . i 
conosce el Lido? 

M. nöM dg lüg pa(i)eäe? 

B. De lä deir acqua traverso Venezia, un vero paradiso terestre 
galegiante. Mi vogio che me mugier vada dentro lä con decoro . . . 

A. be, dg»kä, haremg ie prgihte kömg kä l ge^. 

M. (tra se). htg 7nüridaJ)g d nie Jjgnä hi, pär digde, na kgr^ä 
t lalgttiöbile . . . tä'^ig brämg^g el he kel ])jgr de hträndäre'^ i ähar. 
(Ad Anzolo) erg, ti q*>ägig, ^a hepimg kg pi prude^^jä hfg negopjo? . . . 

A. ng htar a brg^tg(i)ehar ! — maiedcfc he'"bene, Uäe kii^itä! — 
ia tgäatä '"a al ])igurg. — ng tä^ ge hentiig k el ga dQ er dar e i 
ohtariä e ge mä"kä dgme ia pargnä. — ia])ä näre, anare'mg ä'^kä 
nivä^tri a Inipjä ingnde ng hipjemg maj hie, e . . . mänarem(o) g 
pahlg e . . . hbeapjqremg q iutg 7iäre e hgrinaremg ! 

Recitato nel dialetto contadinesco di Teolo (Colli Euganei, 
20 km da Padova), da R. Callegari. Trascrizione dell' editore. 

[Per il pavano cfr. A, Wendriner, Die padtianische Mundart 
bei Ruzante, Breslau 1889. — G. Patriarchi, Vocabolario veneziano 
e padovano DI^ ed., Padova, 1821.] 

\_Berio parla veneziano. Caratteristico per il pavano Ia pro- 
nunzia di s passato a un suono Variante fra Ia fricativa pregutturale 
e mediopalatale, nel quäl caso Ia posizione apicale e interdentale. 
L' elevazione dorsale e sempre molto debole. Anche qui, corae 
nel testo veneziano, "/'' >■ i che e tanto debole da poter venire 
assorbito dalle vocali vicine. In posizione intersonantica ogni con- 
sonante e estremamente lene. — zi ha una tendenza marcata a passare 
ad ü, specialmente in vicinanza di singole consonanti. La nasa- 
lizzazione e quasi sempre completa.] B. 

ä anche. dehbuiäre predicare. 

arte (plur. tant.) vestiti da festa. dorne sol tanto. 

ämgiarg pruno. fehi^läre figliare. 

argäng attrezzi. gaiohä saccoccia. 

badanä burlato. jene igiene. 

kä"tä ritornello. 7"tqanar]}e arrabbiarsi. 

kargid tarlato. Igarg loglio. 

kgiegg strato erboso del prato. Iwamarg latrina. 

kolparä coltre. »/(7/-/^7^7;// ,. marcolini'' spicciolo 

dähpp poi. veneto. 

1 comu eil l vole — - strenzare — ^ te 



46 

7negolä midollo. hoiarg soffitto. 

rekäu (de) per di piu. hpaharg prato. 

h^jae'Uäre buttare, hträ"ääre stringere. 

hgrihäre r i d e r e. huhuro r a n n o (?) . 

hgwinjta bagnato. tdiarä bagatella. 

hkön^lme concime. iwä>^ti tutti quanti. 

hnö^JaPjg inondazione. ttifo tanfo. 



11. Verona. 

Dialetto cittadinesco. 

lä spe fiq d^l pese. 
Cameriera e Cuoca. 

Cam. Iti/. fetii^ö "'^ fregär su ^l slqnq? — "^'uardq kq stä pjq<^piä 
l e spgrkq inkusv^q. — c se lä pardiiq Iq ^e'^e su Iq tolq sli ggli qf^kgrä 
spgrki dq ^J" e ke i slenegq dqJ'reskV'^ e Iq gre'"l>jqlq kuu mfrufmq'^q, 
Iq ne kg^sä da le feste tute dg. 

Cuoca. no stq intr^garle deifati fnei; vq strijfärfg Ic kqmäre e q 
iakarget fgrrne"tini q Iq kgl7/!q.de Iqpargnq. — q Ic 7ne cäpe ge pe"sg mj! 

mqli^greti sti pqnärdti! ng se pgi fä*' du pUSi, se no se ge ne 
skisq ^ iialk^d iin l l e pt opi Iq kafq dei pqnargtj e dele mgrecule! 

Cam. Q''ki/. kq>i, i^ gc l e pär träersg ! im iig gi Iqkar nq begq, seiii? 
""enp'q altrg ke pär dirte, kq la pärgnq la gl ke te ^<?<f|' Q- fär lä Spefq. 

Cuoca. ädesg ng posil, parke sg>^ driy. q stu^Jar stä dinjjetq, mq 
ö Mhetg fcni'^. 

Cam. he, // g q'hläre kuändg t ä'^ärt feni^. 

Cuoca. e kosq gqlq dilg kq lä gl da d^/när? 

Cam. da ki/läsjgn i^nkgn 7n tejä, e se nö ä^''^Suilq fritq o siulj su lä 
greolq. — da d^ßnar pd mä'^/'g q lese kuL käpärj, g qnärq kglä 
pearqdq e po "ved-el V- ü tue dg kg le teS^ghne kg"se o p-bp-ä(i')e. — de 
fruti, ^uatrg är/lmi d jiq g qn pgk^ de ""^rdqci e q^ pär de mqgräne. 

Cuoca. e da minestrq? 

Cam. lä 7)iä diig J^ä la fqsq gräfärgk g rt/'e '^er/e q lä brg»- 
fgnq. — ""tiarda ke no mq^kq pö le könse, // nd lä kriä. 

2. La cuoca in pescaria. 
Cuoca. ^uäi^ty, kost eil st^ gg? 

Pescivendolo. du /rq^kj e me/g l kllg, donä! ge gärä"tisg kq ng 
l ä mqi mäha d-ei gg kg"^,pqhi. 

1 oppure fenidg 



47 

Cuoca. gö i sära, mi ^igg, kosä "völ lo kei siq? Iju matö, kq ge 
'^qgä tä'^tg pär stg bei phi^? 

Pesc. belq ä^kq kuestq: "^dl Iq kq tuti i gö del möndg k siq Hstesi? 
— marcq kucil, fjäl d vfi kän ! porkq l gsirqgq, sq se ""oltq l ocg, öle 
Tct'i kän öle z7« gato, o niägari ^ualke galg dg. du gqmie — hilfonq 
il^där da pär iutg. — du frqnki e mefg, sjgrä, mä ge gärä'^tisg . . . 

Cuoca. käpi(dg) : i sära istesi de kue '^eci sträkä'npidi de ä^^ky. 
öty. kei Spiisq'vq. 

Pesc. rgiq ke spusä, da mj nö, sjgrq. — lä '^'er/q be^t i oci e lä 
gtiardq kq lä sära Stada dg ün altrö bc^kg. 

Cuoca. be, be, f/ m^ ne dqgq sje eti, mä ä '^l^ti l etg! 

Pesc. 7iä^kq ''^i^^ii^tiatrg skei, sjorä ! lä vq ?q pur ä tgrse hijqliri 
ke spiisq, kl ge H därq q''^kq pär djefe. 

Cuoca. mi nö gg "^gjq de kg rar pär slrälgsarme in pje e pö dgpif,, 
rohä kali'Vq nö ne "Vgi -nä^kq pär he"-lc. — sü^ sil, ^l vqgq Iq, // vie 
// pe/q. — e lä "vniUdq lä Märjetä, släinqiinq? 

Pesc. ^uelä belä bjg^^dtnq, pikidetq, /^•tieltq? . . . 

Cuoca. sT, pikif.lq, ig'^bidotq, kg ^iie dci dg pesc strqkg'^, cäcärgnq . . 

Pesc. kqpf(dg); e la gälgßq ä"kq elä, kgmc tüte le köge de 
hjel bei bg'nbösfn? 

Cuoca. mi ?ig w« gälg/q de nesi^'^, sjgr, e tä^^mq'Vig de ^'uei 
bei merlg. 

Pesc. ocg, parkt i dl/'e ke ci dispresjq kg"'prä! siktirg ka le 
'^ehTidq, le äMiq stadq kuq i^'" bei tokg ä cäcärär. 

Cuoca. el So, el So, ke kuelä cäkiilgnq Iq Se godc a Star V" pjäSä 
/'"bri^dölär kgi putälolj i päteggleSj de le So ämJge. — ?nä mj nö So" 
miga kgme elä, Sälg? el Se deStrigä pefär, el SpcSi'gä ke gö preSjq! 

Pesc. ekil i So Sje eti: ün e STfi-^uä"lq., Sjgrq ! 

Cuoca. ä In, ä re'^edärSe! 

Pesc. pärönä, ä St qlträ. 

Testo di U. Poli. Trascrizione dell' editore*. 

Per il lessico veronese cfr. il piccolo vocabolario del dialetto 
moderno della cittä di Verojia di G. L. Patuzzi a A. Bolognini, 
Verona, 1900 (contiene anche una breve teoria delle forme)]. B. 

1 var. kqil — ^ var. kötg 



* dialetto e pronunzia sono cittadineschi: uel contado inimediato si 
manifestano rilevanti cambiamenti fonetici, pur restando invariato il materiale 
lessicale del testo. 



48 



ärfimö racimolo. pqnarpto scarafagio. 

brö/onq (ä lä) senza soffritto. pjqdptq tagliere. 



capq cosa. 

formell^ gang h ereil o. 

fj'eskpi 1 e z z o. 

greolq gradella. 

i^kusi ingrostato di sporco. 

könsq pasta dolce. 

771 qgrcinq m e 1 o g r a n o . 

mörtcülä sorcio. 



siif-lö cevolo. 
stqhq paiolo. 
stmegar puzzare. 
stral5sä7- slogare. 
slrusdr pulire. 

sludjär (delto dal pollame) pre- 
pararlo. 



12. Primiero.* 

(Trentino Orientale.) 
■ La mgrt de ;/ ägl. 

(Dialogo fra Checco, conladino, Togna, sua moglie, Bettina, Maria e Arcangelo, 

suoi figli.) 

Kekg. (ruä sule skale de ka/q) : igfiq, tgiiq ! 

Tohq. be? 

K. gnäe sely,? 

T. kuä ! 

K. de vänäei !, 77iq g7iäe kuä? 

T. kuä dg ie la stalq, g belq 1 

K. be, ge gl lg ^pitg äo77iä7iäe pqr saer OTiäe ke ti se? — kgme 
valq kgl ägl? stalg p7-gpig 77iäl? 

T. Ttg, adf's el sta m cik 77ieg, 7na se te vinesi äg d7'ika tt a da7-77ic 
7ta 7/iä, ti me farisi m grÜTi s§rvi^i. — 77ia pri77ia va te la kgfi7iq 
e varäq iul ari te la biifq del fgk, ke ge n I ai pchatelöt sku^rt kg 
le biön])e; btttete fgrq hiel scäiit de lavqgambe ke ge 7i e mtre, e sc 
ti gl en fia de akuq de vitq, varäq, ke la bg^etq la e skoTitq drio 
a la musq, g la e te la kqrä§npq arent a le seie, — stü? 



^ borgata nel corso superiore (717 m.) del torrente Cismone, affluente del 
Brenta; al sud del passo di Rolle (1984 m.) che congiunge la valle del Cis- 
mone con Predazzo in Val di Fiemme (corso dell' Avisio). Fino all' apertura 
della recentissima strada che ora allaccia Primiero attraverso il passo di 
Col Brocon (161 7 m.) alla Valungana, la valle del Cismone, di cui soltanto 
la parte superiore appartiene all' Austria, era quasi del tutto segregata dal 
commercio colle altre valli trentine. I due centri piü vicini sono veneti: 
Belluno e Bassano, 



49 

K. va he, va he/ (el hm el kaf§ hnifpif, e ten nur te la stalq 
el ge dis a la so femenq): gäh(- dat le lavqdure al por^p, ke el läip 
l e vceit? 

T. si , si ge n ai dat dfs, des, via l aerä flaupd su tut, tntätit 
ke mi sküee el huligöt. 

K. gjide e lg stg äglet? 

T. v§ lg Iq ten kiiel kanto, igt alq kripiq. — el par ke l siage 
en cikgt m^g. 

K. se vet ke vgaltre femene gle s^mpre saer tut e no ve n in- 
ienäe en bfp mät. — ng ti vedt, pgre h§scq, ke el tirq kua/[i] / Ultimi? 
— kpsq ge ait(. dat äo ? ke smtigne ! 

T. pg mi ng ge ai dat ke 71 ggp de akuq kaldq ee, alirg no ge 
ai dat dg, no! 

K. ma pqrke a lg na pän^q kgsi fgonfq ? kuan te seii( akgrtq 
ti ke l sta mal? 

P. pg geri, pg despp ke aeene manä, tänt ke aee rud de /arge el 
pastgld a le pite e ai hirui^, so vih§stq äo te la stalq e ai vi st sta 
h§scg!q s§n])q kandulq e spijjq kadenq ke l näeq ada/'iöt, adaf'iöt pqr 
la stalq. — mi kredte ke l kamines kositq, pqrke l erq ies, ma pg dcspö, 
kuäfi ke ge sd ndatq arpit pqr caparlg e menarlg tel sg Icek, l e kaist 
tel pönio kgme na stra]}q. — mi ng ai vist no subito ke l stca pgk 
he no, e ai prgvd a al^arlg, ma el el se a hutd lö'ik e destes n t§rq 
de ngu. — (^ppiQ algrq ai kapi ke ge koneq §sqr sgt kqrkgsq. — ai 
stat la en hg p§]) a vqrdarlg e ai vist ke l a skgmen])d a ilrdr s§mprc 
pi tela maräntegq fmke ai pensd de mandarte a camär ti; — ma 
pqrke l ape la pän])q fgSn/q no saen'e prgpig dirte no. 

K. pg ti ge aerä dat trgpa akuq, bpq! e pg ti pgl he saer kc 
kg sta malatiä ke l aerä, a darge akuq se fa p§äo. 

T. ma ng ge n ai mia dat na hrpita, ng, demg täntq ke n kapiöl 
e hänkq pie no, ke aese de morir se te dige bau/ie! 

K. he, dö^kä, pgke cäkgle e pi fati; mi proer a darge dg na 
prefq de säl, fgrsi ke la lo re/tpia. — spetq ke came l Arkdngelg 
ke l vie la pgrte dg: Arkdngelg, kähgelgl 

Ark. (el rispdnp dg dal picel) — vgle'i{ ke päre? 

K. fat^ ke lasü ? — ge skgmete mi ke ti ti paust ti, Tm'cjh- de 
viher a dar na mä änkq ti / — pp' lg- ^g el sed^'l de la säl drio al 
higpl, e se no l e lä, vardq sgt al hatilät, vi])'i a la tglq, via fgwelt, stU ! 

A. (vi le la stalq kg la säl). 



1 var. piircati 

Beiheft 2ur Zcitschi. (. roiii. l'liil. IL. 



50 

K. ä! ti se kua st? — ti m§riterisl n /ggf kl fhffl — l e 
be grq ke ti vpie a agutär änkq ti, et, g dit{ ti manarlq par de bäntl 

A. ma mi vinte dal tabid, gnäe ke sktiaree ?ia mitd! 

K. be, be, ma cente a mcnt, ke kud z« tuti ge gl far tut e np ke 
un Sgl fiipc tut f dame kua la säl e adß ti, Tghq, ci^ge le gambe de 
drio e ti, Arkäiigelg kuele denän])i. — ad§s ge griq e^kgrq üii ke l Ce 
la t§stq\ spetq. ke camo la Maria. 

T. 7ig, la Maria np iig la ge n e nö, l ai kohgsta mändär dg al 
l) in g^ a tasr d imprestg la vanüiq. 

K. (rabigs) — äiikq ti, stü, ti sc na femenq kurggfq ! — sarä 
7ia stemanq ke ti gle'i mändär pqr la vanüiq I — kgri de lö^gg, Arkmigelg, 
te n sah a camär la Betitiq, dige ke la vfiie a le preste, se no hia la 
vede burtq mi ! 

(Arkangelg el va da la Betina e i kgr tuti doi te la stalq.) 

B. kosa ge n elg pare? 

K. te dage he ml, mi! — Snka ti, ti kredi de maiiarlq pqr 
iient? — 7nve])e de star a mescerär o a desirigdr le stue, mi te vede 
g te n küf su na kqrgegq, o ti te se a korincolär pqr el paes kg 
le tgfel 

B. ve /balge, seu ? ere fi ädfs su da la Mita ^ ke mappkte e 
gramglee e no saee näükq ke seu vin^st a ka/q fiö. — parke seu 
vihest po? 

P. pp varäq, ng ti q pci? 

B. (la varäq l ägl) — 3/ pgre b§scq, kpsa falg po? — c si ke 
ger matinq no l aea e^korq hpit e§. — / erq kgntent e alegrg, e kua 
ke l me a visl, l a skgmen]}ä a saltujiär e far kampikgle e despp l a 
manä de gust, de gust prppig ! 

K. be, be, de valenti, tg/ati; kg?ne ke ai dit primq, ti, Tpiiq, ceitgc 
le gambe de drio ke ng l skal^e, e ti, Arkangelg kuele denän])i, e ti, 
Betinq, prgq a v§'rä§rge la bgkq ke 7ni me parece kg la säl. 

B. (prgq a v§'rä§rgc la bgkq , ma l äole't ng l a vgiq) : Vf lg 
kua, ke ng l gl mp; prge mt, ma ngl cel. 

K. prgq e'^kgrq na pitq! 

B. v§ lg mp, kg ngl ccl? ! 

T. Ceti, Ceti, vqrde kgme ke l fa kgi öci; vardq, Kekg, kgme ke l 
li fbirlq ke l par cpk! 



1 Lorenzino — 2 Margherita 



51 



K. griinidi no ge ne pi reni^ig, da ve-ie ke Ja hat de mem'it in 
menütl — §kg, §kg ke l skal^q . . . nefil, nent! vg altri tgfati 7ide 
dno ai vgsi mesceri, ng gkgr ke stede km pi! 

(i tgfati i va via.) 

2. §kg, §kg, el se tirq tut ten küf . . . fkg de ngu, ve'ditu ? 

K. si, si, l e ai Ultimi, mplelg; mi ng sai pi ke sän camär, e§! 

T. Kekg, Kekg, vardq, ej s§rq i gci . . . fkg, fkg . . . adaßöt, 
ada/ipt . . . fkg . . . Sfradi . . . l e mgrt ! 

K. pgrc bfsca ! mü ! ... et destf l a gif st kgsitq , e kgsita ke 
la sie ä ! 

Testo di L. Bonat, trascrizione dell' editore. 
[Fonogramma del Phonogrammarchiv der Kais. Akademie der 
Wissenschaften, Vienna, N" 2069, 2070.] 



ari focolare. 

haut invano {pqr de b. a scrocco). 

bigöl arcuccio. 

hirül galletto. 

bröti^q bragia. 

huligöt stalluccio del maiale. 

kampikglq sallo, capriola. 

kqrgegq sedia. 

ka^iol ramaiolo. 

kgrincgldr scorrazzare. 

kiif (ten k.) raggomitolato. 

cgk ubriaco. 

destrigdr (le stue) metter in ordine 

le camere. 
dgl capretto. 
laip truogolo. 
lavqgamhe caffe nero. 
Iggg [de /.) suU' istantc 



juescerär far le faccende di 

casa. 
jmisq attacagnolo girevole di 

legno per la caldaia. 
pastgld mangime. 
picel terrazzin o di legno. 
pönto zanella della stalla. 
piircäl pulcino. 
scänt un poco. 
sedfl secchiolino. 
seiq secchia di legno. 
skuardr la mitd ordinäre il fieno 

nel fieniie. 
fbirldr stralunare gli occhi. 
fggf schlaf fo. 

flaupdr divorare, pacchiare. 
fhff ceffo. 
tabid fieniie. 



mardntegq (ttrdr te la m.) ran- vändfi {de Z'.)\ per il vangelo! 

tolare. vafiüiq mastra per scoltare i 

mapgkdr scotolare il lino <-> la maiali. 

canape. 



52 



13. Ferra.* 

Valle inferiore di Fassa. 
Dalla Cambra shalgiada di G. A. Bernard. 

Scena I. 
(L' azione si svolge in casa del contadino g6sp§r de ncevatgdeSca**) 

td7ie soul ke portä n desk. 

sia serä dev(e) esfr n hei devgrtimint , i se deve binär düc kjo 
a sgna': kis kjo ntgrri, düc ki dal fehl, ki dal lin, ki dal ddyitn 
dapö kis de sie tfene kjo ntoni i dev(e) ence vehiK. — vglgt'ise n 
balär su na karetä fin rne-^a fiot, f'a ke l patrgn le deinez! — baslä 
demö ke la patrgnä ia ne läse, dapo lasä far a ng? a sülaL'. — aladetä ! — 
gi/s/ä n pgnth'i, ades la e kjo ka la ven; vgi ge dgmänär, a veder, 
ke ka la dis. 

Scena II. 

iöne e örsälä. 

Or. ke fas pä kjo, töne., ke tu porte ka e la sti de sc? 

To. gustä ke vglk ve dofnänal': sta serä se asäne vglü far 
tninggl de festä, fa ke l e sent dgätä. tie lasäde balär minggl c? 
no fafgn niä dal mal ng l 

Or. gp par mef ki el pä ke vei'i a sonäx? 

To. de(ve) venir, deske i m a dlt, kis mufegdnc kjo nlgrn, ke i 
no vqel pju stal' ~ilc kglä bandä de n&vaigdescä. — saede hen, ng i se 
kordä pju koii ki la viä , dapö kgsi/ä i rg^l la far veder, ke i e hgih 
de sondi: ence sgf.. 

Or. par nie bald pur fin ke volede e siede stüffs, baslä demö ke 
tio fafätüde madaleiize. 

To. ü! par viä de kel, stafe pur segurä ke ng fafTm niä ng, 
se faf'^ii bele minggl de alegriä da amts. 



* Piccolo villaggio (13 14 m.) sulla „strada delle dolmiti" ca. 2 km a 
nord del capoluogo della valle, Vigo di Fassa. II dialetto h con poche 
differenze eguale a quello di Vigo di cui nell' aggiunta (§ 2C0) della Räto- 
romanische Grammatik del Gärtner vengono portati alcuni vocaboli. Clr. 
anche Archivio glatt, italiatto I, 346 — 353. 

** Nuova Tedesca, Deutschnofen, e all' occidente di Fassa su un allo- 
piano in Val d' Adige nel circondario di Bolzano. 



53 

Or. no vollse pä ke kcmäi ke ven l patrgn el me kridasä, dapö 
tu vedaras, töne, sgn pä ben ence gg bona de balar, se ben ke sgn 
vegä 1 / 

To. se ben, ke kähke Stade fgna^, siäde und de le principäle de 
ncevatgdescä. — « oiitä'^ via l Unterwirt no acde bala dgi dis zenzä 
lasar lo niä e? 

Or. aladela! me rekorde ben! gg n l guiä m e ence zard n pe 
de söle, e, känke sgn ruadä a cafä, mi päre, rekjä, el me a dät kat§r 
bele peäde. — senii, smti, ki sard pä ades ke ven? 

Scena III. 

Tüä e detti. 

Or. ö vardä, vardä ki ke se veit! — kg e la pä, titä, ke tu es 
fa kjo^. — i di/'eä ke tu es fit te fasä, e ke st ülgn^ ng te vme pju 
forä a lüräz? — bon, bön, gusta al v§rs ke tu es venu; tu me 
kgmede pa su m'.nggl la stahl da le galine, e? e tu me f malle pä 
mfnggl l cam in, e? — e dapö gn pä ben a mo valk da fät ! 

Ti. pqrdie ! a vihiX nkce da fasä forä , sgn kj'o strdk d^skt 
na mulä; amö pede ke lä i te fas lürdr di e not d^ske n boä, e no 
s(e) a niaf. n moment de rekjä/ 

Or. ko, kö? este stenca, e? ä! kel no ge volesä, par ke sta serä 
on festä da bäl e tu kghe ence tu baläx kg nöf./ 

Ti. se demö ng fgse kosi stenca, dapö volese ben en(cc) gg far 
mi motg; mo tu me skufards, tone. — kgn sie äme me^e rote e paurä 
de ng esfr hgn de fax niä. 

Or. speta, speta, titä, ke te pare pa ba'i gg la fadiä forä da 
le äme! vae^ a te tor n bgkäl de kal bgn, dapö tu vedaras ke tu 
bale ence tu sta serä! 

Ti. spetä ke sta serä fae su na bärakä de kele solmi! e fa 
beü säkgth'ic kükfs nkq, dapö, adis ndo beivfr ?'/« par sgra, no se 
pä kg ka la fira. — kghare pä me n fir a dgrmiX sgbitg! 

Scena VI.* 

Entrano Lena ed Anna. 
Le. (sulla porta) se fidgne ite, e? — ö madre! tanta bela fcnt kf 
l e kjo! bona serä a dücl 

1 iieijä — 2 founä — ^ ütä — * dütgn — ^ ß 



* Ometto due brevi scene che comprendono la venuta dei muj\gdnc 
{Lulfjg. Börtol, Micel e Matl^ e il rilorno di Orsola con un vaso di vino. 



54 

Tulti bona serä, bona seräf 

Lu. adesy ndanä ke titä kjo se n bei/ su tnplgoi, pgdgn 
skgmenzal'. 

Ti. par mc, dcmö pelde, ke gg vie tire s(u) iia man a ve lasaC 
pjazä. 

To. deino tu, tita, sta cet, ke du bcn largä si ! (il baüo 
comincia.) 

Scena VII. 

frdhzcle e detti. 

Or. tu, frahzele, tu es npg l pju pelg^r! gel, gel mce tu kgn 
noe dutr§s. 

Fr. no e pgdü vehtr indnt, parkt e kghü ve/gla£ ; ein pcz 
ke siede kjo, I? 

Mi. äf, af, sign tan ke veniiL — nagn 7iprumä sgna su und! 

Or. ades indnt ke n sonar su de autre, spetd ke vae a ve tor 
mtnggl de leps (va e totna con un gran vaso). 

Ma. minggl de leps l ge v(^l, se no ng s(e) a niä bona nbgkadurä 
a sofjdl te sie tomhrete! 

Or. kjo l e ades! beevene su 7ia teifä: tio vge pä ke dißisäde 
ke siede stäc lo dal göspfr a so?idi', e ng i ve a neiice dat da bl^v§r 
nöf (tutti bevono). 

]\Ia. signe, if (i musici suonano). 

Ti. tu, lenä, fasto ?i häl e? 

Le. parke pa no? de mö gel/ (tutti ballano, ma giä al primo 
giro Ti. cade trascinando seco anche Le.; risata generale). 

To. ke as tg, tiia, ke no tu es pju bön de star n pe^ ? 

Ti. ke are pä! l e Örä ke nii vae a dornni: , ma la e heil 
maginadä ka la me zgzede kositä sta serä. — par me faj''e ke diagl 
ke volede, sta serä bald fpi ke siede stüf^s, ke gg ga la skgrle a dgrmix. 

Or. se proprie tu vgs ti n fir a dgrmtK, tita, tu sas beii o la 
ke la e la lo kambrä, vdtene su. 

Ti. ö se beh si, bona not! .... 

Scena XI. 

titä sota, poi örsälä. 
(Tita, ubriaco, ha sbagliato camera e s' accorge d' esser nel 
letto di Orsola.) 



pie 



2 vpx 



55 

aladetä! n pontin m e /"balgä la kambrä; vge len ma la kavdr 
forä de kjo, iridni ke vche ndo la pairgna. (Si veste.) — se no 
7nagari i podesä 7iie trafdi: da läre e kel no vghsä par zls niä. — 
(Sente rumore nell' andito.) la e fa kjo ka la vm! ades ades ke 
fae pä? — speta kc ini h vae te kes skrlü kjo. (Si getta nella 
madia facendo un nuvolo di polvere.) 

Ors. (entrando s' accorge del polverone e da un urlo): miferi- 
korgä, agui, agül, ke l e l dldgl; fräüzele, töne/ ve pree, veiit; 
agüt, agütf .... 

Scena XIV. 

töne, franzele örsälä, i suonatori, Don Stanislao e poi itiä. 

(I contadini vogliono che il prete scacci il diavolo coli' esor- 
cismo.) 

Ors. vedede, sigr dgn stäni, la e Stada kgsitä: gg e volü venir 
SU a dg r mix . . . e fa de forä e seniü deske razä n kglp e, dapö ke 
e vert l üs, e vedü n fum, e l erä na tanä e na ptizä ke gg me e 
de bei spardü, ke e cama agüt c sgfi amö kjo ke treme deske na fgä. 

Don St.: Vediamo un po' quanto di positivo abbia la vostra 
paura. Siete stata voi a coricarvi in questo letlo? 

Ors. d gg nö ! sta serä no sgn amö fita a dgrmix. 

Don St.: Eppure qui c' e stato quaicuno. (Osservando la madia.) 
Qui c' e r impronta d' un uomo che sarä fuggito, quando voi 
siete entrata. 

To. vetii, ke fgn düc a c^rix, e se demö l capgh, volgn ge h 
dar n pest. 

Ti. (entrando). ö! ng aede breä de cprirlg tiö, ke sg/'i gg ke 
me e kongsü forä, e sgn riid kjo a dgrmtX ; dapö kan ke e seniü 
venir zakei, ng sgn stät fveltg asd a sämpaX, e, a vgler me skörifX, 
son sütä te kal skrpi lö. 

Fr. zeke mgstro ke tu as fät, tu ne as fät capdx na bcla paiirä 
düc, e se ng l erä don stäni kjo, kgfiaane hele sämpaX. 

Ti. ke st orte ke zgzede pä, a se fbalgar na kambrä / gg ne 
se ke fax, demö a ve preaX, skufä7ne. — Jikiv e mpard ke l v/n e la 
snops n fas fax de düc i kglgrfs e, par ke ng me n zgzede piu una 
kositä, fin da kes momcnt promele de jnjh fir a dgrmix scmpfr 
bongrä, e mae venare l sgrege^ a komprdr petrolgg. 

^ sgreije 



56 

Trascrizione dcll' editore secondo la pronunzia dell' autore. — 
11 testo intero fu pubblicato con annotazioni grammaticali nel 
periodico Tridentum VIII, 430 — 453, IX, 26—38. 

In posizione tonica la vocale dell' infinito viene allungata, 
r finale vien pronunziato debolmente. — g tonico avanti n c lungo 
e tende a passare a p^n. — / finale e avanti cons. e gutturale. 

amä gamba. ruaK arrivare. 

amö pede per giunta. sakglänt tanto. 

c^rir cercare. sorege sole. 

kareiä (na) moltissimo. sämpai: scappare. 

knk bicchierino (di liquore). skriii cassa della farina. 

d§skt come. snops acquavite. 

tlenä capanna. sknca stanco. 

leps vinoleggero. • tanä locale pleno di fumo. 

lüraX lavorare. ütan autunno. 

madalenzä malanno. valk qualche cosa. 

mfnggl un po'. vefglaX pasturare. 

ndanä intanto. zakei alcuno. 

iiprumä soltanto. zarar consumare. 

petaX buttare, corainciare. zis assolutamente, punto. 

pontin (n) ap punto. 

14. Carano.* 

(Valle di Fiemme.) 
/ bqjt/adro. 

g §ra na olta ta Kav^lles** m hotige*' ke l stafe^a (n)tena kafa 
ke g §ra slj ani sul olto del pgnte sgra hi rü. 

l venera pärxi, pq>^fle, kücari, kör f je}, pirgtie * kandelger}, kqlceörjej, 
kan'v§lq e zent altre könse 2 de stg fä^, e, parke l ven^(q) q^ pärcei, 
i g? '^if^o- l pärglglo tant a el, k ai so mazei. 

l ave^a dge fjoei. — ün l trata'^a bgnfnpgnlo; l altro l fafeVa l 
sjg*', e ngl pensava ke de mandr solöj, de vestirse pohtg e de vja'\a>'. ^ — 
/ iene^a n ka'^dl, na kqro])q^ e dge bjd keni da georQ. — kqn ke l 

1 anche maschile — 2 nel testo robe — 3 yjaäar — 
* karoza 



* Carano (864. m.) e un villaggio ad occidente (ca. 2 km.) di Cavalese, 
nel centro della valle di Fiemme (Ccrso medio dell' Avisio). 
** Capoluogo della valle di Fiemme. 



57 

vja'ia'Vd l se tgleva kon el in büh ^a Kav^lts. — l ge meie'va da 
tgrno arte, skgin an 6v, da servpgi', e, kqnke l §ra -ja d fi'ia*, l lo 
fa/eva monld'' ö(l örc, sii Öreto. 

s(e)kg77ie pg so päre l ave^a ta sta'va** na nialga, e ta Je valete 
praf., l se fafe'va dir dal billo: .^sfir börtolo , barön de jfrici , kgnte 
d(e) le valete e ka'^qlger de sta'^a'-^ e l ski(menza'v(a) a parlär n 
grqmSe^a. 

l ^e'va pär sie zitd del italga, l se fikava te le ka/e de sti sjo^l 
gräni, l dafe'va faer bon(e) viq,*^ ai sirvi^gri, ke l se faje'va propjo 
keröer^ n sjgr gräti e l spene'"a da kgnte. 

kg stg far l sa mahq tut el so valge, e, pär far ske nante, l 
koheva nventarse maHzje e bq^/i\^ gf^^^- 

ma s(e)kgme le bqi^/ie l(e) a le gq'^be kgrte e ke n olt o l altra 
le v§n deskiüär^üde, skqsi^(q) qn al ngs bgrtol la g } ürta<^a bilrta. 

l §ra na dgman ntgrno le ges, kqn ke s(e) ferina da prcE'^e la 
poria del pala^o den kgnte de pddi(.a na kqropa t(i)rada da dge bjej 
ka'^di koti sü da'^ante'^ l postelggn n monöüra e de 6re n servpor^ 
kgn n '^aS'onel dai bgtgni lüstri e n kapel kel pare^a n '^ndäl. 

dapö sto sjrvi^g^ le de/montä, l a sonä l bron^J/i e le kgreto 
defäta ä i'^d*' el so patrgn, a vehir foera da kqroj^a. 

ntanto s(e) ^aver^e ki porta, s(e) fa n a'^ante n servitg'' e l dg- 
mäna ki k(e) h da '^irge ke l e al so patrgn. 

algra, ^'dd dql bülo, ven fasra d(q)la kqropa n sjg^', visti bpij"^- 
pgnio, tüto pjai d(e) anjel e d(e) könsi d(e) or taka^i a fbrpiöglg'f 
t(e) la kgröa dal orlogo e sü stehko skgm em pqlänzo l ge respöne: 
,idi/eg(e) al vos patrgn k § vaii'l q o/ekjarlo l bar ein 6e j^'rjcj, kgnte 
d(e) le valete e kavqlger de sta'va'"''. 

a spitir sti tftgii, l sirvitg^ l § lioreto ske l vpii e d(q) la n 
niiggl § vehi'l "^g q taer stg bgrtol n niügo d altr} S}rvitgr{. 

SU n kau le skale g fra pae l kgnte, la konteJa e le so dge mazegr, 
ke ge veni'^ä nkontra. — dapg i la meud into pär de betj'tiseme kq"'bre 
foeörade <i(e) damasko, e i la fät setttd'' ^g. — el la skomenzd kö" na 
scacera^a »iei so vja'^i, d(e) le so rikepe, ke l l'j a fbqloröidi e ng j a 
nqn sgspetd k el fii(de')se^ bqq/te, si ke i l q nvidd q slar na stemana 
kon ei. 

1 krezer — 2 dänt(e) — 3 ijrvjtgf — * /össa nell' 
edizione del Demattio e erroneo. 



* Grossa borgata dell' Alto Adige a sud di Bolzano, in cui sbocca la 
strada carrozzabile di Fiemrae. 

"■* Valle laterale che sbocca nell' Avisio circa 5 km ad Oriente di Cavalese. 



58 

i ■^e'" ä späs tut i di, e l hör toi l ave'^a sempr üna per brä^o le 
mazege. 

na di ke, skom(c) de kiptsiietfl, i '^e'" ä späs, § fä nkontra na serva 
kon jia zesta te bra])fl; la s(e) ferma, skgme per varda^, e dapö, iüto 
ie fia olta, la pcta faerä n gran verso, skgme da maravea e la dis 
ko7i iüto l fja: „Vf, vf l pärglöio /'■^ e si dingwäl la ge kor fV<onira: 
„t:d, nö . . , ng me son fqiada ng, sc propjo vM; ke fafe'(o) pg -jö 
da sie man? slwm(e) vala pö? stafe(o) ben? ke faf. pg la vitg? ave'(o) 
veyi negün dei mjd? po santi, po saniil l pärotoio! no av(e)ria ma& 
keröil^ de vc'dfrve ... ma parld, di ferne valge; sci(. dg('")e7itä'^ mütg? 

l sjgr bgrtolo l fra dg^entä rgs ske ii gqmbär § si djngTC'^l 
bjqnko ske '« pqnü/f'l'^: l inigrz^la'^a'^ i asgi, l s vitgrze'^a, l fafe^a 
bgke, skgm(e) se l avesa viahä valge ke nzpie: l v(d)Ie'"a i(i)rdr n 
avante senza dargc fl\ ma l altra la g(e) kore'"a dre e la öfa^'a daP., 
daP. de pü. 

l kgnie , la kontesq e le mazege a sentir k y^veze de nar datgrng 
ko VI bargn, kgjite e kavqlger, i ^e'^a ko m pärplgtg, i s § dofatq 
ollaf., e J a lagä Iq l bgrtolo su öreto ske n iqlpg'K 

algra l bgrtgl l gf koreto ort, ' e l ge v(d)le'^'a dir, ke kivela 
mazg l § maia, k el ngl la kgfips(e) nq'i, ke ngl l a mil vedüda ; fna l 
altra fafqn mgti kgn le mq'^ la ziga'^a: „el me kohgse si; ng i ge 
däge fe; l sa bin ke sgn öa Kavqlts qn ini!'''' 

1} fati kwfi sjgr(i) i a t(i)rd de lötigg, e i a lagd ie me\o strada 
l bor toi senza darge pü qp6je"za. 

le bqi(/ie le a le gqmbe kiirte. 

R. Rasmo, Piccolo saggio sul dialetto di Fiemme, Venezia, 
G. Cecchini, 1879 [con un glossarietto dialettale]. — Trascrizione 
deir editore secondo la pronunzia dell' autore. 

['L baosadro fu ripubblicato assieme a un altro racconto di 
R. Rasmo e corredato di molte note linguistiche da F. Demattio 
Prove linguistiche sul dialetto della valle di Fiemme. Innsbruck, 
Wagner, 1881. 

Riguardo alla fonetica del periodo si noti che la nasalizza- 
zione prodotta suIl' atona precedente dalla nasale in principio di 
vocabolo e molto piü sentita che negli altri casi in sillaba atona. — 
Le dentali anche in posizione intervoc. tendono a una pronunzia 
quasi interdentale; dope liquida anche s, ^ si avvicinano alle 
interdentali ]), 6 e possono venir sostituite da queste. 

i krezii — ^ deventä — 3 panüj^g — * skf^za'^a 



59 

/ e vicino alla fricativa. Le consonanti intersonantiche sono 
molto deboli; r (anche avanti cons.) non e vibrato; / interv. h 
pure dorsale con articolazione debolissima e tende a /'. Nasalizza- 
zione in siüaba aperta e specialmente nell' atona molto debole; 
tendenza delle vocaü atone a forte riduzione: q si avvicina ad ä 
Velare, e s' alter na secondo l'ambiente con e. — ü tonico e inter- 
medio fra il solito il e u. — L' articolazione delle vocali piü alte e 
in generale rilasciata; //, /, u sono piuttosto larghi. Nel testo rispetto 
corapletamente la pronunzia individuale dell' autore, uorao suUa 
settantina, residente da pochi anni a Trento.] B. 

Sul dialetto di Fiemme confr. oltre l'Ascoli, Ar eh. Glott. It. 
I, 351, C. Battisti, Anzeiger der philosophisch-historischen Klasse der 
K. Akademie der Wissenschaften, Jahrgang 190g, XVII. 
arte vestiti. oUo avvolto, volta, 

bron~4n campanello. palqnzo palo. 

bürt brutto. proe(-^e) (da) dappresso. 

dingivdl (si) subito. rü rivo. 

do/äia subito. ßrinöolgn (a) penzoloni. 

ge'oro lepre. ske come. 

gis dieci. stenko ritto. 

her 6er e krr-ier credere. MlP?'^ pioppo. 

kgreto corso. valge qualche cosa. 

mazega ragazza. ve-^l veduto. 

mazö (ca.., fem.) ragazzo. '^agonß pastrano. 

nqn neppure, imödl largo nastro. 

nzentr esser amaro. 

15. Trento. 
I. 

Le pasjgm de la veca skata. 
fl par mpgsibgl ! . . . 7)ii zerto sgn nata 
per vi'v§r de rabje; l f ii gra^ tribul^ri ! 
suzed de de/grazje? vf^ Jgr despjazeri? 
a kj §1 k i ge tgka? l § se^prg la skata. 

gavea na bestjgla, gavea kii<el gatä 
bell'», a/veltP», piceni^, moreti'n ... 
sjgr si, l me lo kgpa z(^.) /? di l serafi'n 
kwpl kol da gaveta, mostrgm de*» niatä / 

el par mposib'gl ! — krede'mfl, foi^'^ 
dr a mi Ip me kgre kg l par n desti"^ / 



6o 



ng basta! §1 me pero, sjgr mig, l ga la so bela, 
f l krede menännela a kiico e ke ia/a? 
ma brdo, por makakg ! ng vaej figre n kafa 
ke inet po su arje, ke fna/a ri la cela ! 

maridpte pura, . . . fa pura, . . . fa presl, 
mostri"^, smoro/i^, bereki^'^, malandri*n 
sibf'n k a to mare ge manka l fjori^ 
li vef ng krepg sta zertg p^r ktidt ! 

m(a) a dirl(a) a kuair oä, krede'mgl, foi'"- 
dr a mi If me kgre k§ l par ri desti"'- / 

ades g p l me veco en kiänta karjcela 
por gm! e g g l dubi ke pu ng l varisa . . . 
magari ke l nesa, putöst ke l patüa! 
putost ke l patisa, l § m§j ke sea sgla. 

po si! kosa /armen de n gm remba^bi 
/bagm, k e l.fa sigmß e skuxi/i kreti'n ? 
a 77igndg birbanie, kanaja, sasi'^ f 
trg'vem(e) un ke gabia pasjgm pu de mi? 

krede: le batosle, ko^"pare fo /'« 
dr a mi If me köre, k§ l par n desti'^. 

Mesti ricordi. 
la mf la destendü na valanzana 
molfin(a) e bjanka nka kive da ngi 
l grsa da sengj de la vigolana* 
la l a sehada m pez prima d ankd'j. 

ma prest la nard via; g / pask lontana 
la primavfr(Q), i fjgr, i rosindj; 
•5a SU la me finestra a permontana 
^|^"» j o/eleii, — ke kari kzvti bdtjgl ! 

kgsa vgle, pgreti?, se famadi? 
pjan'\e\ Zfrke la me maria? z§rke 
kwela ke ve ieni'^a pasturadi? 

la me maria, sO^e, ng la g § pu, . . . 
igle, ma/ie, igle, viaiie e pjan'^e — 
la me maria por da l § lasu ! 



* Monte al sud di Trento. L' „orsa" e una roccia ncrä sul fianco setten- 
trionale di essa. 



6i 

Poesia di Giuseppe Mor; trascrizione dell' editore. — Come 
in tutte le poesie dal Mor il tipo dialettale e quello della borghesia 
della cittä. 

gaveta spago. Hf^go macigno. 

molfi'^ soffice. valanzana pannolano. 

II. 

a mi m veh da grinar^. — se g § m pae/an ke l gaba n tok 
de tera sDa, Q se g § m pret"^ k arent a la niesa l gaba verggt(a) 
de so kä/a, no j § kgntpiti se tio i manda l fj&l o l nto a far slüdjdr, 

— se mana la polenia bjgta, se se strüsja da la domän a la sera ntant 
ke l stüdjente l va da n kaf§' a l aliro, kgla so zigara vi bgka, 
imanjgs de mahdr pü bezi ke l pqel- — se mal l ariva a vadaharse n 
tok de pan, n skambi(d) d aldär'^ i s<^j , el ga respet^ de ser^ 7ial^ 
kwel ke l ^ nät, l se mariiia e ki sa vist, s a vist. — vm po l i§mp 
k i altri fradei i brgntgla '', perke i se iiaskor^e ^ ke kwel ke n a 
mai iokä 7ie zapa ne ba'^il l ga t<x(l)t f(fr de kafa pü de kwej ke s 
a strüsjadi tüt^ la vita. — iole live: hege fra fradei e bege tra i 
fj<£i e i veci^^: kwest l § kwel k i bi'na^^, se l pul l ara dn't, ke, 
kafo mai k(e) a l üniversild l se (de)zipa, algra l f fata. — e se m vez 
i lag äs ^"^ ke l akwa la vag(j)a'^'^ par la so kandl, e s i vect i vardas 
d arlevarse sii dei boni kgtiladini, brai a sfadigär, no saresal mej^^f — 
krp^^ forsa ke ng se viva ben, anka se s f vestßi de ruf? — mi, 
a bon kgnt, gg m maiel ke ng l f n äfp'i, ma v^J ben k i sea brai a 
färmel iaer via dal pjqf- — ng kat k i yne strüka zi(g)gle sola i (fä ; 
gg sesänt ani, i m f na^i via ?itun lajnp, sgn sla seniper alegrg, p<£§ 
vardär i} faza tüti; la nie feinna'^^ da "^gena ng l fra n djäy.1, e se 
iant el ga(v)rd^'^ anka l me fj'qel, ke l se kont§nta, ke basta. 

*A. Perini, Statistica del Trentino, Trento, 1852, 11, 633 sg. 
„Saggio del dialetto trentino usato dal contado". Ristampato da 
V. V. Slop, Die tridentinische Mundart, Klagenfurt, 1888, pag.38 — 3g. 
Trascrizione dell' editore secondo la pronunzia di Lai Vela, paesello 
sulla destra dell' Adige nelle vicinanze imraediate di Trento. 

1 rider — 2 anche privet — ^ 3 aiutär — * rispit — 
^ anche f'ser — « anche nasii, nasest — ' bröntola del Perini 
e cittadinesco — * nacörze del Perini ^ erroneo — ^ ti'ita 

— '0 genitori — ^^ cava — 12 /asds — '^ anche nesfa) 

— " m^io del Perini e cittadinesco — '^ kre'^hi, anche kre^ei 

— ^^ moier — ^"^ gaverä 



62 



d interv. anche al nord di Trento e molto debole; / interv. e ridotto 
e dorsale, e, o possono scendere a f, g. ü, ce molto piü marcati 
nel contado che nella pronunzia cittadinesca; 71, l con elevazione 
minima. Importante e fin ora dal tutto trascurata e la cadenza 
del dialetto, di cui sia permesso portar qui un brave saggio. Delle 
due righe sottoposte al testo la prima rappresenta la variazioni 
d' inlensita, la seconda della modulazione musicale: la notazione 
e fatta ad orecchio, non puö quindi avere che un valore relativo. 
Le linee verticali del testo indicano pause (|| pausa piü lunga, | pausa 
piü breve), il rigo punteggiato I 1' intensitä media. Le verticali 
dell II segnano elevazione \ e abbassamento \ dell' intonazione. 

a mi II in ven da grihar. — se g f m paefan \ ke l gaha n iok de tera 




TT ; —rm ji 

söa II se g § m pret \ k arent \ a la niesa || / gaha j verggd de so käfa || 




^ ■ ■ jr —T 

HO j f kgntgnti || se no i manda \ l fjoel || l •neo \ a far \ stüdjar. 




Per il lessico cfr. V. Ricci, Vocaholario treniinc-italiano, Trento 
1904; per la grammatica 1' opuscolo citalo di V. v. Slop. Trattano 
dei dialetti del Trentino in generale Chr. Schneller, Die 
romanische?i Volksmtmdarte?i in Südtirol, Gera 1870, e C. Battisti, 
Lingua e dialetti nel Tretitino [Pro Cultura I (ig 10), pag. 178 — 206]. 

hjpt asciutto, non condito. strusjär stentare. 



gnndr ridere. 

live 11. 

jnaiel ragazzo. 

; w/canavaccio, tela grossolana. 



verggi(a) qualche cosa. 
zigola cipolla. 
zipdr sciupare. 



II 

Gruppo Lombardo 



16. Pondo.* 

Val di Non. 

Dialogo fra meiiyä e nanele, 

M. §te, ^/^i ^a nanele! cpii äni ! kome "^ä^a po? 

N. sera hqna, meiiyä'^, ef vi'w ä ^qlg"^ v^rs. — e vgf.? 

M. no y e mW-, es tir(s) inqnt, taut ke hi dura. — ni'^ ^al^ 
montf — §j bfj i prädj sah regolef 

N. nz^, nzi, miya masä. — siiiQr e bqmpa l afat dän. — jua g ä kgste ^ 
l agu'^r le nu b^l ; n ai fät c^n^ brpzi, e qn l be^gortn no y e d 
lanärse. — ma ia tnontefon, kgn kpä nä"^ mäif — kätr miiyäje'^, ke no / 
^a/ tute^ n fblewcf — ^l f^n l ? scy^ tan ke pajä, int stgmbli e vi'^Qrip, 
ämq Igni a fjeterär le kqivre, ke ng l nianiq brgkön skl^t. — sql prä 
stabil l e tut pleji'- plenj^n^ t^'^ pütüc e flgrin, e sgtnnq t sasj k / 
fdentq ' ^ l-a fqii'c. 

l qwtrjlri'^'^ e sta su a sjeydr l güstele, ke l y q l prq sgrä l 
ngs, e l a layd nar i bwfi n dän. — da pp kel mpster, (n) skjqm^"^ 
ed narsfn nsti kg ^a karyä, pasel mg gg pqr^^ el ngs, pqr sparndr^^ 
stradä ! — se vesqw l^ ke rgdäne l a tayd gg ! — ma ga, a mi ^e m 
kör driq^"^ tüte: a lä kqTrä '"'^hiye la zopinä, e ^a mqnza, nqnt a 
pqst kgl oyärä, krpdq dg, n fbrt'j^ e rgtpe na yq.mbä. — bgi'i ke fe 
l asekuräzjön,^'^ e 7ig s payä pqr nggi ! 

i vpsi putati^^ §i tutj sänjf 

1 v^te "^ete — piü recente sarebbe mvijyä — ^ lento e 
piu regolare kqlke — ■* 7tiu (e celere w/k») dal — ^ piu re- 
cente g ä'e kpste — 6 iento cpili — ' anche miyajc — * piü 
chiaramente si potrebbe esprimersi con tute adfoi — ^ i-'ij'g^f'^i 
10 lento de — ^ anche smusä — i^ lento / awlerj^rj — 

15 lento skjqmbit d — '4 p^y jji^z — ^'^ neologismo: spqrmjdr 

16 lento e forse recente: vedesqw — ^^ anche 1' atono drc — 
18 individualmente / asekurqnzjä — i^ /«^V- 



* Grossa borgata di circa 2100 ab. sulla sinistra del Novella nella parte 
piu seltentrionale dell' Anaunia superioro (987 m) ad occiJente del passo della 
Mendola (1360). Ora congiunta con Trento coUa reU tiamviaria del bacino 
del Noce. 

Beiheft zur Zeitschr. f. rom Phil. IL. c 



66 

M. 7nä tqfp pg, k q"^ ' 7!ii yj n qi asqf — ^a gigä ^a y a i klgdj§i, 
e ql b§po y e nu la dwfjä. — el ya na fjfwra'^ <iq kq'^al ; l e iw spmper 
süyic ; a bpte l e mfz pprd^ ziq, a bgt(e) el splqnginä. — ma l s(e) 
l a krpmpä'^ä, stg denwngol. — el s l a capä'^a tql riir d(q)^a inqlyä. — 
iiiqnt ke l giiyd'^ä kqmpel kgl pü<i dj tgrti y e skämpä la val^ä ^üklqnt. 
— e lori kör^, tqn ki la ruä^ä. — e kqn'^ j e nu<^i gä^ rgste, i 
y e'^a na kqwdänä', e Iprj sqwlü 7it äkä. — el p^rfn, kel djigrli, 
l kgnfä k i balä'vä sül piydih sgrä l ■>'ü, e ^a brgyq marcä la ce^ti^ e 
7izi Igri e krg'^üdi gp , ma tril nö'j^ ^''?ti- — fd^S f» ^S. l ^^ b^pele 
l s a ma^q, e l per in el fbglfa^ e tos, k l dis ke Iva ejif^. — nzi 
sie krjature le sgmper na grqii krgs. 

N. bpi, bfii sp§rqnte kl varisjä prest. — ad'^s kgn^ ?iar^^ q 
ka/ä, ''^tigj ser iw tiqnt k i v§n(i)ä ' ' kpl Jen. — kqn ni'^^j gd dal 
trägt, i e'"a <ie gq nsqgd, e i skgmenzä'^d ('W)gjqnt q mbrgzar. — 
y qi amq da fjeterdr > armentä, Iq bjfcq e i bw^jiVfj'^'^, da pgrtär le 
kplgbj qP^ ruydnt^^, dq rsjar'^^ l tgrt§'l e fmqwzdr If pa^äle, Jinqndq 
ke Vf/ia^^ i sj§yä>igri. — j gwnJ^^ §ra ga rabjgs^"^ slq dgmqn, pqrke 
l tita l s evq^^ f^H^ § ^ f^'d iWfi H bggim picol. — / äsqw sentü 
le ma^dne k i tra^ä gg sli gudjeri! — adio, ini (''^)dn s q caj'r/iä 
da la ponyej§ld ! 

M. serä bgiia, nanele! 

Raccolto dal vero e trascritto dall' editore (estate iQii). 

Fonogramma del Phonogrammarchiv der Kais. Akademie der 
Wissenschaften, Vienna. 

II dialetto e di carattere arcaico, come lo parlano ancora i 
piü vecchi; nel dialetto dei giovani molte espressioni sono sostituite 
da equivalenti trentini, e anche la fonetica e meno conservativa. II 
tipo dialettale di questo testo non e pero esagerato, per quanto 
la diflferenza tra esso e la parlata della nuova generazione sia 
molto spiccata. 

Nelle vocali toniche e, o %\ puo essere incerti sull' apertura 
di lO o 20 grado; {, p sono i soliti risultati nel dittongo Jf, w/, 

1 lento qnkjä — 2 anche fjever — 3 recente: perdti — 
■* celere: kör er — ^ ctlere: kqn k j § . . . — 6 recente g ala r. 
' recente /i kjqwt — ^ il vecchio part. c^s e ormai interaraente 
fuor d' USD — ö fbupä — 10 e 7idrmin — 'i anche indi- 
cativo v^h — ^2 qw^wfj — i^ lento kolgbje al — i"* anche 
ket — '^ ormai raro, piü usuale: pr§pärdr — I6 piü usuale 
gmni — ''' lento rabjgfi — i** neologismo: s §rä 



67 

e di e, in esito {a??ip, pp, nif, p§) e avanti nasale, mentre avanti 
^cons. g j^gi suff. e lenninazioni -//, -6t << -ectu, -octu, -octe, 
-ottu c' e la propensione alla pronunzia delle due vocali con la 
massima apertura. Incertezze determinate dalla vicinanza di singole 
consonanti e dall' accento secondario vi sono pure tra e, e, e 
atone. Individualmente ad a corrisponde ä, ad e avanti r: e. 
Nella parlata dei giovani la distiiizione fia ü ed a non viene in 
generale piü mantenuta, e ^ si risolve all' a medio; il carattere piü 
Velare di q spicca pero ancora nel nesso an. — b e v leni sono 
piuttosto bilabiali, ma 1' articolazione labiale debole non permette 
di fissare esattaraente la pronunzia. 

SuUe sillabe allungate atone (1' allungamento e derivato dalla 
contrazione) riposa un accento musicale (cromatico) che mi pare 
sia saliente e successivamente discendente senza pero raggiungere 
nel momento della maggiore elevazione quella dell' accento musicale 
proposizionale: p. e. 



/ ql pra stabil {pra = pra a) 

Nelle lunghe toniche 1' accento cromatico scende, se esse non sono 
colpite dair accento proposizionale. 

11 ritmo del discorso (cfr. Bevue de dialectologie romane, II, 
Zur Lautlehre der Nonsberger Mundart § VI) e dipodico come risulta 
dair uso p. e. di ^, /, r rispettivainente an, el, er in sillaba atona 
secondo che sulla sillaba precedente si posa o meno un accento, cfr. 
p. e. käier söldi ma kätr muydje — tüte n /bleue ma pär el nos — a 
kalke vlrs raa kalk rnuydja — skäm ed ndrsin ma skämit t ndrspi — 
el perin ma / pero — mal U s la krömpa contro ma l se la krömpa 
oppure (en) tal nir || a'a la malya contro (en) tal nir d la mdlfa. 
Sillaba atona allungata rienipie arsi e tesi del primo piede pra 
itäbli = pra ä stdbli. Se manca la tesi, subentra una pausa e 
r accento del secondo piede e piü forte del solito no le viaha 
brokun j sklet. 11 limite del ritmo dipodico e scgnato: l. dalla 
fonetica proposizionale, iu quanto esso abbraccia parole congiunte 
intimamente fra loro, ma non vocaboli staccati da pausa logica 
2. dal materiale fonetico stesso, in quanto i proparossitoni non 
s' adattano a questa tendenza. In proposito all' ultimo caso giovi 
osservare che il proparossitono viene tollcrato sempre in fine di 
proposizione (accento del vocabolo e del periodo colpiscono e si 

5* 



6g 



rinsaldano suUa terz' ultima che, essendo piü forte del solito, ammette 
una tesi piü prolungata); nel nesso proposizionale invece c' e la 
tendenza alla sincope specialmente in „tempo rapide" per quanto 
lo perraette il materiale fonetico (cfr. ven ye lä zopind) — tendenza che 
viene pero il piü delle volte paralizzata dal forte influsso trentino. 
Sulla fonetica del dialetto di Fondo cfr. la mia Nonsherger 
Mundart, Vienna, 1908 (Sitzungsberichte der K. Akademie der 
Wissenschaften, Phil.-hist. Klasse, vol. 160). 

?isagdr ammucchiare il fieno. 



qgiv^r maggese. 

be/ggrpi fieno settembrino. 

bjfcä pecora. 

bggin bottacciuolo. 

hr§yä asse, 

hrgz la metä anteriore del 

carro. 
hrgkon erica. 
btiiwfl capretto. 
dgmgngol diavolo. 
dwfjä polmonite. 
fie guarda. 



öyäi'ä mandria cornunale. 

paluc fiorume. 

piyäih palancola. 

pgiiyejflä viottolo campestre 

erto. 
pülät ragazzo. 
rodana solco delle ruote. 
rgstä tura. 
rü ruscello. 

splqnginär piagnucolare. 
süyfc madido di sudore. 
fblewc inezia. 



f Jet f rar foraggiare. 
ffgriii cascame delle conifere. fbglfdr tossire. 
gudj f r &hr&o, s comunicato. fbriy^ precipizio 

klgdj§'j morbillo. 
malyä cascina di monte, 
mgnif/ö/i fienagione di mon- 

tagna. 
iiar n dä}i pascolare su fondi ^ukldr assillare 

altrui. 



trbc sentiere di monte. 
vifgön erba secca d'alta raon- 

tagna. 
2fy>/«ächiodo bovine, zoppina. 



17. Pinzolo* (Rendena). 

m pp di stgrja di kampc^j. 
.^dujnäf'i abunpra, kumpari, sa tili vi/ie'r n kampcfj, 0/ fn kiim- 
pahia\ nuni sü ki a b§l h^l ku la ngsa fjaka, sa la kimtnm sü mej ka 
pudtim, e adiu. 



* Pinzolo (774 m, 1490 ab.), ora quasi corapletamente demolito da un in- 
cendio, t V ultimo paese importante nel corso superiore del Sarca (Rendena) e 
una delle stazioni alpinistiche piü note del Trentino occidentale, a sud del 
passo di Campiglio {kajnpcfj) che congiunge la val di Sole colla Rendena. 



69 

„/^, se, m§ venu vuUntera, parke m§ l e n gram p^s ka 7m i 
SU sta Sil. — ga l si, ka l e vint an ka manku; e prgprjti kum vü 
venu vulhitera amü di püy parke 7i si ianti, aii kimtari sü arguta di 

StU ka77lp(£J.^'' 

„5e, se, mparti ka uli vü, 7ng o dik HU kiil ka sp; basla ka 
vinigi. — dumdi'i dm'ika i7i7idc ka leva l sul, 7iariitn 7isü; 7itant nu7n 
ki dal sardeli7ia a bivar 771 77i§~^ litru, e dgp nariim a «««". 

a la dumäh i du amik i sa gatä, e dpb d aversi dat al bim di, 
al prüm l a dii: 

^^iTiian difät, sa nu l vm tardi; ad^ß l e li se, e da ki ka su77ia 
la sü, al 7ii vpi kafi, parke i vgsl tri buni ort e dgp af vuh'an farmarsi 
771 ppk a mavincela* a bivarni m bicer'"'' . 

^.,nur7i pi(r, e vü, nta7it ka 7iu si sirak, skumls§ a der77ii sü vargi'it, 
mparti ka sum rast§ ntes alsera. — mf v lagu parlär vü, parke i7i§ 
nu g ati sp m butT.in.'''' 

^^kampd^j, 77iparti ka di/" la stprja, l e sta frabikä lintgrn al viila 
du/ent da n s§rt raJ77iundu par dar da durmer e da mahdr a koi 
ka pasava par la saelva. — par m p§s l e sta tihü da stu rajmu7idu 
e da aftri sce ku77ipdfi. — i s §ra 77iiti'l in sgsjetä ku7i q;l, suta la 
diresjiin dal päruku, u ^^retgr'"'' da la r 171 data, 77iparti ka i di/iva 
algra. — dgp al päruku nu l g a7i a pü vulü save'r, e la rinunsjd tut 
al ve'skuf, e kust al la sedi'i a im dej kunti viadri'is, ka fasilmcnt 
l fra m Jra. — kust al s a gatä dej ku7/ipän, fr§ ank (fj, e ka mp cej 
da n ustaria l e dava7itä n hmvmt di fr§ e dpp h kunvmt di fr§ e 
münagi 7is§77ia. — kicis ki i §ra ubligg, kiime di7iac, a dar da 77ia/'idr 
e da du r 171 er aj für est er. — sti fr§ . . . i sia pp sl§ di ki sant si 
sia, i 7tqßf v^g i a sempru kunlä ka i pta/iva la rpba e ka isiva kavdr 
fp da li 7nah al b§l e l buii ka ig iva la gmt di sti pais, e m pagame'/it 
di sta rpba qsj i gi dava da li indülgesi. — tue i pais i gi dava 7'argiit: 
. . . rindin §r, bloec**, banäj***, trenti7'i, npnas e sulandrif, 
kwant ka i 77iuriva, i si rigurdava di kampc^j 

/ an mila kuatru satt e nuantadü, üh di val di nuii l e sta 
delegd dal veskuf di trent di far n itnventari aj fr§ e a li mt'magi 
di kampc^j, e dpp ka la dit ka i giva tant ar^pitaria e aftri rpbi 
di gran valgr, al dis ka lä val di nun sula, par df'simi e live'j la 



* S.Antonio di Mavignola, osteria e poche case a 5— 4 km a nord di 
Pinzolo allo sbocco della Valle di Nambino sullo stradale di Campiglio. 
** Abitanti del Bleggio (Giudicärie occidentali). 
*** Abitanti del Banale (Giudicärie orientali). 
+ Abitanti di Val di Sole. 



70 

gi kuhiva dar, (Stra arkuanii sgmi di grafi, sirka Irentasf'l grni di 
vin kpt, irent nasf hrenli, e li güdikäri se sgmi. — sla karta la 
dis ka i g iva tri par di bae, kuaranfpt vaki, kuindaf mä'^i, e videi e 
sin sent fidi e kasirf — gran, kam, vin e sgldi, vigt an vü, ka nu 
g ati ynankava, e kiian ka ge di hu hagäj li, al biin temp nu mahka niai. 

adf's mp nu sg pü ku dervil adfß mim diniru ki par la via nasa, 
ka la fat al rigi fin in kampqij. — la sard m pgk pü lunga, 7na 
almen af" va kömuc. — l e sta na gram b§la rgba ka la fat al rigi 
a far sta via skuafi tüta a sg spe/i : e diris§'t küömetri de via, nu 
la kusta miga {la pgk, fstra pg tue kui, ka ga iilü a far l stabiliment. — 
e tt stabiliment di kula sgrt ! kun sent e sitikiianta stasl da Ift, e sali 
grandi e mubiUa; e pg vigari, kiian ka sanim dintru. — / e na 
marav§ia! — prüma l s §ra brüf'd, e dgp l a turnä a frabikdrlii amü 
pü bfl di prüma, e distä par tri-nus, al capa sgldi a g§ra, parke veh 
tdc di kui sjgr i?igle's, tudqsk, fräces, taljän e nfinamäj di kiii da la 
ntf'rika. — mg pg adf's su stuf, m§ nu o dik aftrti: ktian ka sanim 
dintru, vigari am vü'-''. 

^^ku ulif pg dermi sü amti? — mf,o ringrasju e v dik ka su kunte'nt 
d fsar vihü kum vü, parke ci sg vargiit am m§ di stic kampcej. 

*Giambattista Lucchini (1879), trasc. di Th. Gärtner 
{Die judikarische Mundart, Wien, 1882, Sitzungsberichte der phil.- 
hist. KlasiC d. k. Akademie der Wissenschaften, vol. C, quad. 
II, 38-42 [838-842]). 

a atono s' avvicina all' e atono frc. (Gärtner) [corrisponde, 
specialra. avanti r, n, « ad I]; z' atono e debole (Gärtner) [/ tonico 
e molto aperto /]; u atono e „non puro" [specialmente in esito e 
molto aperto: ij\. — [I suoni c, g sono forse piuttosto che rattratle 
palato-alveolari, alveodentali if, d'); ho mantenuto la grafia c, g per 
far spiccare la diflferenza di grado da c, g osservata molto esatta- 
mente dal Gärtner. — I suoni labiah indicati nel testo con f v 
non sono labiodentali ma bilabiali, corrispondono dunque ai nostri 
(p e w. Avanti questi e dopo as si sviluppa un suono vocahco 
di passaggio, trascurato nel testo [quindi p. e. non ncef ma «cg^'gp]. — 
Circa le vocali s'osservi: a) Ire > er (molto chiuso), ß) a in sillaba 
aperta; ma in chiusa (con maggior elevazione) o ä (avanti (p'=<>^^- e 
^cons. anche avanti n finale) o a negli altri casi (anche avanti r 
finale). La nasalizzazione e del tutto incipiente: forme quali in7iac, 
dinäc stäsi, indülgesi s' odono, almeno ora, solo nella Rendena in- 
feriore. — r, sempre ridotto e vibrato debolmente, e di norma 



71 

apicale; egualmente debole e r intervocalico. — // finale si identifica 
con 71, e questo n (che e costante dopo ü dunque virgiin di kwi 
e vergiin axptri) forma pure la norma, quando il vocabolo sia in 
pausa o segua vocabolo cominciante con vocale, — AI nesso sj dal 
testo corrisponde nella parlata normale la rattratta marginale inter- 
(o post)dentale d- che ricorre di spesso in luogo di z finale post- 
consonantico in pausa (p. e. Tnänd-)'] B. 

[Per la grammatica di questa varielä dialeltale gindicariese 
cfr. r opera giä citata dello stesso auiore die judikarische Mundart 
(contiene anche un piccolo lessico)] B. 

(v)arguia qualche cosa. fida pecora, 

bagdj cose. (i)mparti (ka) come (che). 

di/dt subito. 



18. Tiarno. 

(Valle di Ledro.**) 

I. 

Dai „Promessi Sposi". 

^^pqrece «'« ' l'g(^) Jet q stg brq?/. gM§n ^2" ^l gq •^It kwel ke l 
menq.'^ä ^^pqrke- l gq ä'^te^^zja"- d(e) '^prmfr kp". 

^ivp^ef dprmfr ky'' , §1 g q dmq"dq l gstpr ql ref^z^ ä del frqrse 
qpe iq iqyj^ä. 

..Zerit/'' l gq rdpdndüli f/ re''^zy. ,.7i let q^q bipiä^, fip'Jma k(e)^ 
i lenzdsj^ (t) sii^p n§c de lisi^ä; parke so vi por fjael, mq Üs qlq 
n^tifjä^'-. 



1 ä« — 2 perche — 3 kei — * bg^nä — ^ basta 
che — 6 linzoi — ' sia 



* Nel testo mantengo interamente la tiascrizione del Gärtner. Le annot.i- 
zioni fonetiche fra [] derivano da una mia raccolta rendenese (estate 19 10); 
combinano del resto in generale colia trascrizionc di K. v. Ettmayer nei 
paradigmi del Lombardisch-laJinisches aiis Südtirol [Rom. Forschungen, XIIIJ. 
** Ad occidente (ca. 18 km) di Riva sul Gaida. II saggio e nel dialelto 
della frazione inferiore (T. di sotlo , circa 75O ab.). Media e liquide interv. 
molto leni: r sempre gutturale non vibrato, / leggermente dorsale; le due 
varietä di a nella tonica (medio e velare) sono bene distinle; /" i molto vicino 
a ei, ü puö essere anche un suono intermedio fra ü ed u. 



72 

„ö/ pqr kel Iqg^r L'i!'-'- lg. d'it l pslpr^ e l e nq Ij ql bq^k, ke l 
ebä ^ 71 tq kq"lg(>i) de^q ky.jiha^, e h loniq 7j,ih-p ko iq kqJqmqr e 
71 igkei de kartq hjäf'kä ä de nq mä^, e nq peinä 3 ä df qlträ. 

^^ky. '^jqwl g ef //'' l e sgltä fcer f/ re^z?/, äiat ke ^ är.'i'q'^'ä 
gü^ ä bgkg(^)'^ 'h karri rostiä, kf l kqmärjeir f/ gq'"q mes l'i 
denac. — ^l sq fa(t) mqrq'Vfä, e kus} pqr ri<iqr §1 gq dii: ,.el l 
linzdel de l'isi'^ä kel If'f 

l gstpr, se"2q r^spö^^dqr t- q pgstq kartq | kqlqmqr su Iq tqw^ä, 
pö l q ppgq^ qmo su klq tawlä l brac cä"k e l gg^bär' de k^l drlt, 
la vgltq l müs vers f/ r e'^zy^, e l gq dit: ^^fem f/ pjafpr ** d dirjne 
(f)l VAS nö'", hpw"^ e de ke pqps^ ke /^'". 

Traduzione di L. Guella (XIX Aniiuario societä Alpünsii iridentirii, 
Rovereto, 1896, pag. 119); trascrizione dell' editore. 

II. 

/ löUf e Iq bglp. 

fiq vpllä, SU kl sgWä l pqeis,' l'J n trqvä, gel^q sü « Ig'-if § 
7iq bglp. — 7iq festä, ntät ke ^q geit i eirq n cei/ä, i e v}nii gii, i q 
pedünq '« pgUk pe>' ql pqeis, e pq i e nti deter pe^ ql btis de i tis an de 
^q kofi7iq dei pri^'^zip. — std fgg(o)lqr i q galq nq pwiälq de paTitcä, 
ke i tqc, i qvq pä^ecqQ: per ql dipnqr. — j s q pete drei q Iqparlq su; 
Tnq ^q bglp furbä, dm tat Iq se prgqvä, se hi pqsqv(q) q77igU dql 
bus, e 7n-i)ize kel säbä^'fk de « löuf 7i^l fqvq ke f"bqgarse gü kt/77i§ 
« zqp. 

TnätiäTTiq i sl'^tt nq cupjä, ke vei su per l q^droUnä; Iq bglp Iq 
gE '"vihfq q fibjärsdä; Tnq l IgUf pqrk^ l ei^'q mäsq pqsu e 7njl 
pydeivq pqsar per ql biis, Iq kw^st restar dettir. — / vec pri^zip 
ke l vihivq dq mesä kä^tqQ, ^ e nq, e hrq^kä ^« bngyl e tf^f tq^f gii 
fbagy-^qi dq m peis l und, ^^ft>^ ke l ei^q rgs dq H bqti. — q H tqii l 
l q müJqO: e q^gWq i IgUf l e na e cqpä su de fiketgU sii per l'i ^ivi 
e vq, gqtq iq bglp. — intät pe^^g fq l ei^q nq q fvi^lhßarse deter per 
l'i kpr7iqi e ter per d(e) H sphii e l eWq deve^tq tutq ^osä. 

ktjq"de ke if ge kqppq l'i / Igif-f, ke l pq'Ugsä kyrnq « rqz el ge 
dts: — „se te sejtü.^ ke sfragel de stri/pqt k(e) g cqpqS / vqrdq ki 

1 erä — 2 ki^ßnq — ^ peinq — "* englolia giü — 
5 7iq /bgki^7iä& — '^ PHg4} anche pogq — '> gi'i'^bel — 
8 pjaze^r — ^ pqis 



73 
kiim i m q ridgi!" — ..e mi — ^q, (hs — ^ä/ ktiqii fmqnqngldqi 
ke i m q inü^qQ: /"' 

e pq dqpy, i sq nvili tisu, vers le^grgs. — „mi so mq^ß — l q dit 
Iq hglp — vq ^q, parte ine ke nü pgs'^ pu tragiflärme nqc^'' . — e kel 
pqür tq'^^hqJqri de Iglif l e nq e tce^q su ^ä sktbiq q bflqH. — q si 
guql kl nqvq nqc Iq bglp Iq nqz'ä dlgqt: — .^mhf ninM, l 7?iq^Q 
/ pgrtq l sqq"'' . — (e) II l Iq ^qgq dir sü « bei p2z e pg ^ e sältq 
fö: — yikü sf'gupet ä tü^fünär su?'^ „g'J: — Iq dis — digi^ sti U 
ilräzjgU, pqrk^ stq d?/inq « nie H g defnie^fegat''. 

e vq e vq, i e ^ivei s ql pgz dq fe^et. „petä — ^q dis — ke 
ggü iiq sei pprkä, ke nü pxlis pii'^ . — mq ^ qkuq l eii^q mqsq fö^da e 
ql^glirä Iq bglp l q gqtq 'Je/qt dq ngjnqrse. — „cqpeme — ^4 S ? ^'^^ 
V- Iq kgq e moderne gu e pö hj.q>^de di>'gli: — „l'^b — Iqp" iifäme 
st/^. — 4^ölif'q IIa mzi^q gu e ktiq"-de l ei stq bei fgpU^/ä, ^q sä 
fqt trqr su. 

y,ädes — i dis l IgUf — mqhme gu q mi, ke söU ^npj^q d(q) 
Iq sei'"'' . — „?«ä ktiei pg !''• Iq dis e^ä. — mq kuqnde ke / Iglif l 
g q gi^/'q su: — -^H^ — ^?^" — Iqltrq Iq g q respg^du: — „/ä köä 
te Iqs" — Iq t(e) l q 7iußä gu e pg Iglet Iglq Iq se ^q myikqO:. 

Racconto e trascrizione di Luigi Panada. 
Fonograrama del Kais. Phonogrammarchiv der kais. Akademie 
der Wissenschaften, Vienna. 

hdgT^l arcuccio per portare my.karselq scappare. 

i secchi. pqnti^sar ansimare. 

bilgli (q) a cavalluccio. petäl aspetta (il verbo e spctar) 

cupjä rumore di passi. sq^al'fk sciocco. 

fibjarselä sgattaiolare. fmqnqnglelaQ randellata. 

fiketpu (q) di soppiatto. str?/pd<} bastonata. 

gi//ar vociare. tqmbqlgrj stupido. 

kgrndl corniolo. Irqgy,lär trascinare. 

Iqpar pacchiare. til'"fynär borbottare. 

tnbqgarse rimpinzarsi. zqp rospo. 

1 anche pces 



74 



19. Magasa.* 

Val Vestino. 
Iq. ce/o da tnqga/Q. 

la ''q! de '^es/i Iq e proper gu belo. — n?^ ^q. bqt e! pännöntq, 
parke le gei t& gq le kgrne d^ tö'"beo, ke j e qlle <^q. ^'f el Iqk 
de gardo i kel dq fdqr. — § /<¥ Sj pf d 1dm big /^ '^esi^'^e^ kebej 
pre i«6 e^türä^ fra j fläniic d ejvo •* / — e ke bei bjscq'" ke remjo 
l& n kej niüc / — e j bglk ke j pär fäc qposijento pär fä^ kqrbüf — 
m^ tqfe po de kej pd^ fgr^äh kplteve Q forvü^iqs ke fg. ßüii>' lg. 
pelggro! — p^kq ka Iq ^-'q! ng Iq ggbjg '^lef — dg t&l le bq'^de ke 
ß "ve '^elq'T, l e ng fäigg dq krepa^. — sie 7ip "^-'e fgresfi, e noiq^ 
vqlec sü'n de/metege <^ä t&c. 

ng gllo päro, ke l erg Smo pj« pis k q^k^, l e '^enü nq^mti ke l 
sjürediu kgn sq*^ pjerij. — / erg l iep ke j r e^^danir j g/eg bqlgta 
sq'"- vjlgTi, e cef'e ng gen erg tiQ mng, e j vg^dc j e*" <img tqec del bau. 

ej du t g q/ed 'n mel^ de faf s($ ö'« pe^ de cef'e. — vq e vä, 
je re'^e p« mgrc ke "^if g muerng, il pce bei pajfiii d(q)lg ^'a/. — 
e sq'^ pjif'U- :-Qe sju*", gme dqp far ijq cefo ke? — / ^^g ""adrig 
prgpergu da Ig^/a, e j "v eher ig ixe g le fu^sju/'''^ 

,Je ""ec, ke le sgltg n metf ng cefg m mes gj se'.^gäh nö Iq 
stq bei hä dffarlu^/-'', 

■,.,qlurg ngm& q^ pärsü!''' 

..prceöfn pK*" / mq stä*" ke, el w ^^ par ^w hr&t situ''''. 

sq"^ pjeru lg cäpq s(S lg so bölfg, e gq kul sehü>'. — mg hqk 
g pärsü lg cefg Jip j l g fatg, parke j q gqlq^^ kej erg txc striu. — 
ej du j g ne fj.nqc, e j se f ernte a tcerq. — feg&ra^se! j erg i&c 



1 anche kgrne tiö^b ig oppure k. dq t. — "^ se — 

3 vedesipe — * piu generali e äkijg — ^ me — ^ g4fßQ 

m mit — " d77iq. dq — ^ djfp'lü — ^ ngmq — ^^ me 
— 11 kqtq 



* Magasa (972 m, 433 ab. compiesa la frazione di Cadria) al sud del 
Tombea (1976 m) che la separa dalla Val di Ledro sla quasi nel raezzo delle 
montagne fra il Garda e 1' Idro. Appartiene al Trentino di cui Valvestino forma 
r angelo sud-ovest [distretlo giudiziale di Condino (Val Bona), capitanato dis- 
trettuale di Tione, territorio eslradoganale], ma le uniche e difficili via di 
comunicazione portano o sul lago d'Idro, o suUa riviera bresciana lungo il 
corso del Toscolano, 



75 



nig/ete, e a dq ke j q terq^ d^i Jqnk nvres bdlu. — mq kl Iq /et 
Iq gq/eo el gos, e st olio le stq sqf" pjeru q np ole'rgän seit''. 

qluro /"& e S(S nvres arci"', mä vf t(Sc gac i s e spqünte'^, e gä^ 
gq"^be q mqg<^fo. 

,,ö ke se !'"'' el ^is sq'^^ pjc^'U -.t^q fö^Q"^ 'iqcro stq benedeta cefo!''' 

.,no j se Iq ?näi jtän'o mfo stl trö^^bu, mq tat pär fa^ d'''^ pjäft'' 
a sq'^ vilgu, fömegälo/"' 

sce kej dq tnqgafo j e kej ke gq qk q^^es Iq cefö pce '^eco'^ e 
p& belo. 

Testo di E. Salvi e F. Venturini. 

Trascrizione dell' editore. 

[Per il dialetto e il lessico vestino, cfr. il mio studio Zur 
Mundart von Valvestino nei Sitzungsberichte der phil.-hist. Klasse der 
kais. Akademie der Wissenschaften, Wien, 19 13, vol. 174.] 

La leggenda si basa sui nomignoli degli abitanti dei singoli 
paeselli: i se^gän di Moerna, i strtu di Persone, i mglete di Turano, 
i gos di Bolone, i gäc di Arrao e i trö'nbü di Magasa. — S. Vigilio 
{vtlgü) e il protettore del vescovado di Trento. 



qmo ancora. 

qfikcf oggi. 

qpQstjento a p p o s i t a m e n t e. 

bqlota'' lapidare. 

bqji demonio. 

bgl/'o sacca da viaggio. 

detq^ dentro. 

fl&mä ruscello. 

ejvo acqua. 

gq via. 

hqk neppure. 

nq'Hnet nientemeno. 

nötqf noi [altri]. 



nvres verso. 

parmdntq traraontana. 

propergij, proprio. 

präar pr Ovare. 

re'^ä'' arrivare. 

remjä^ ruminare. 

sce cosi. 

sengän zingaro (pastore no- 

made). 
/grebän balza, terreno in- 

coltivabile. 
spuänta'' spaventare. 
Vqlel abitante di Valvestino. 



1 terq — 2 ,/ an che dq — 3 spuqnte — 



^ *<l 'l 



76 



20. Brescia. 

el fjoel djsipi^*. 

1 g fr cena olta cen gm ^ ke l g ia du 2 sc^c; 
&n (je, l pja fucn el dt^s al so huhä : 
„bubdl de^nin ^|/ ^^ ^ toka!'"'' e l pcer ""§6 
el ge fa la so pärt, e l ge la da. — 

pok de dop, kön tcet kel ke l g ia i<i 
dal so huhd l pJK /neu l c pqrtit. 

2 e l e ndq be de lün^, e la l vi" ja 

/■« d ce^'i grän liiso, ela maja^t fo'^ Ifqlsö. 
ntät l e j/ii'ia qsna grän karestja 
k äk ai pjoe rekk. la fä(<^) grata sivl kö(o). 
p^r fjoel, penstgq vöier^ ke pati ! 
ü, ise he, 7io Igq pj« fi kwatrtf 

3 la /am la kasa l h^ff fo dla möntqna ; 
ei pcer fi{en l e ndät a fq l famgj 

d(q) &'^ patn/. ke l l a tim^t 5 gfi käoipqha 
pP'ke l tnenps a paskidä i pursfj^ 
e le spe^s el s engoerq nd oe'n park a ^ü 
per sasjä kg h gänd el so dq/ü. 

4 (f '« de, ke sktm^^ 7W l podia sla f"pe 
dla fjakesa, el g e saltän i>'>^ mit 

ke n ka del so bubä j ge mqja be 
tdc servtt^r, e ng ge mänka net. 
„I? me sto ke a muri t f am? ä, nö! 
nderö del nie biibä, e g di/erö: 

1 piü contadinesco: tlmen — 2 du — 3 e '1 vüjö mä' — 
4 oalter — ^ lo tignia — 6 piü dialettale e sivä {pastoerd) 
i si 



* La trascrizione fu falta secondo la pronunzia di persona di Rezzato, 
grossa borgata (2473 ab.) del circondario di Brescia (da cui dista ca. 8 km), 
posta sull' incrocio delle due Jinee Brescia-Salö e Brescia-Desenzano. Pur 
troppo per mancanza di tempo nou m' e stato possibile collazionare il testo 
(trascritto e corretto sul posto secoudo la pronuazia d' ua oste dello stesso 
luogo). 



77 



5 ,.hubä l so k fW^t mä^, pcer irö^b |/ §0, 
ke V ufendPf ^tf e po äkk U sihür, 

me n mpe^e pja t sla ke amö 
kgm vos(t) fj&U! teni"'^'fn pqr serviiür . . . 
ä, bubq, ist sfinttt e ist fbindü, 
difi'^''"', n ve fo minga kömpasj^. ?•' 

6 e la ioet 2 iü, l e ndad dU so bubd 

e l er(a) Smo de lün^, kmän ke l pcer '^f'c, 
ke l l ia pi^dit apena feg&rd 
Ige kt{.rit nkötra, e kitj 07 äs str§c 
IIa capqti, e pqr el gräii kö'Uet^ 
IIa bafäi e nol pif-dia di iiet. * 

7 e lü l difja: ^^biibq, pcer trö^b §1 so 
ke V ufenditt wi{, e po, ä^^' U siiiür; 
me 7} rri^rete pjce. t sla ke amö 

koTTi vos(t) fj&Ul ienpnm pqr serviiür . . .' 
ma l bubd l a caviai s&b§l i favi§j 
e l ga dett'^ : „pi^rle i vestic pj& b§j ! 

8 purtc l an§l, le skqrp e po kil^sel 
sü, kom l era pröe^n ke l Ties via ^ 

nde q Ice n '"ed§l b§l gras, e presl kgpcl; 

vcej ke majgme, e slem m alegria 

el m era mprl, e l e rsdesilaO 

g ie perditt e l 77ie fjdei!, e l o Irual. — 

9 el lor7ia inlat del co^'s el fjael pjcc gräii^ 
k i era fa reqü a Ttief defnä, 

e a sla l fcera, ke s sinlja Icct kwät 
el grä^ bodP^ de kel sund e kanla 
no l sja kapi ha lü kel ^ k el fcede^^ 
e la demändätt q öS« fam^'j kos i se fe^^. 

lO kisjaii la slnli^ty ke se /)iqjä iZn vdel^ 
e kel bubd l era jst^^ könlel'^^ 



i piü in uso TTial — 2 tölt — ' content — -• nient — 

5 de/e dixit pressoch6 fuor d' uso — ^ meglio ga — '' fsä-s'la/ — 

8 quel — 'J in tempo piu lento '''t'd/l — ^*^ cose — 
11 content 



78 

parke '^ l era iuma^^ el so fraJf'l 
iirahgaf, nul i^iiHa pj& nä ndä dei; 
e kwän k U so bubä pqr k(iv)jelqU 
l e k, ät sü, e ie iWt '^ lü q camqll, 

11 l e dätt f&, e l ga de'i : iiq J e ia6 qh 
ke w ubedese, e tig m I dQtt namo 

im &n kavf^J de viajq kuj nie kö'"pan, 
e q lü, k l a fqt fqsra tat el so 
n le fömfie, e^^ k el ve, ge fe kopd 
&n vdfl, e ge de de s/o de/nq/'''' 

1 2 el buhq l g a respöst : „ ma te ie se 

snnpqr kö"^ tne, kar el me fj&ll; — la 7nia 

roba, l e roha tö; ?fia me g le he 

de fq &m h§l päst e s/ä ii sänl alegrja 

k{e) nie- g le p§rs cS" fjäl e l o truä^^, 

el m era mgrt, e l e rscesliät. 

C. Arici, La parahola del figliuol prodigo in sestine Iresciane 
(in Biondelli, Saggio siii dialetti gallo-italici, Milano, 1853, pag. l66 
— 168). Trasctizione dell' editore. La vocale a senza segno dia- 
critico sta per ä\ a finale e ridotta e brevissima. La nasalizzazione 
e incipiente. / dorsale in posizione intervocalica e molto debole, r 
e sempre debole e non vibrato. Pure debole e v labiodentale che 
perö rimane, per quanto ridotto. Le cons. raddoppiate sono lunge, 
la vocale precedente e sempre breve. In unione proposizionale 
con parola cominciante con vocale ^^, kk^ pp tendono a sonorizzarsi. 
La distinzione fra | ed ^ atona non e sicura, specialmente al tempo 
normale del discorso; entrambi sono ridotte, la prima con tendenza 
velare. 

bgde^^ rumore. fbindu stracciato. 

iia neppure. scett ragazzo, figlio. 

namö non ancora. 

1 perche — ^ in tempo piü lento / e ji'ut 



79 
21, Cremona. 

bagoluni. 

karg, la m§ ve/ing, vela künti sce a rd, mq v§ rekumqndi ^e ^il 
viia q nis&. 

jer de lä gg "^ist el fjöl de la(T^)^r kii>" la fjolq delq. la(T^)t^rq; 
lur, purp, kre^ta ^e ''^iSfr tnia (w)tst. — mq me iH'efi seil nde Iq 
bqjfq Sf^l^d hl Sgl däsk kf ^uta'^i forq ^fl lüs, § puäl('^)i. wäd§r iae't 
kfl kl fiq. — kärq la me ^ünq, k§l kg ga wisl i me ü^^ g p fm 
wergTiii ä <?|7/ 

kä^i, li^r i sera skünJt'i dfp^f al henasol ke ge ^§ dra qP p^rs^l 
aprä^^ ala ppa — la j sera brasa^^ S(2, i se ba/ä'^^a, e po spj me . . . 

kfla le, de Ja dfli brali röhi l e bünq, mq kyjaft g e ^f laura 
la g § lä n"^ dl g^mä^. — de slripa la ('''^)ol mia sa'^Juf, de fjnqjulä 
nänkq, a sapa, g§ Ja mal la skeiiq; änk in kä l § bi/na ^e fa n^'g^'^. — 
la pulenlq la la fa mefa krü^a e la §§ de/mentg'ga 3 äe salälq; el 
pqrol la l fgUrü kwqj ma7ierj, § a la sy.jql ä fmceja l g mqj (^)istq. — 
k-wän Wf l ö d'e äj^ / ^ se»ipfr le k^li mq,^ in sela pq"sq, f l e byinS äi§r 
k§ ^e fgihasa ky.j fJQJ. 

g lü, qnkq lü, el gf n ä mia trgpa ('^)oja ^e laura; el sg ^§Ja l ( 
kel df sensigä li fjöli, mä ?idi kqmp e nd§ la stälq, s§ gf fce^ä^^ mia so 
ptipd e j so frqäej, pär lü, endqrä^^' iqe^t a rgbglq't. — kwqn l era pjkul, 
so mama, kwqj fberli n s§l kg e kwqj flij'i n Sfla gjhq la gf ja 
di('^)q, mq ada^^ ke l f gräh la pol mia p<S, perkf la pgra ^unq, se la 
gf dis niima "^frgf^lq, el vif na n f ff eil e l fa tan mulfrbj, ke j pqdrg, 
el famej, el bjüls, el vakf'r^, el ka(y^)alf'r ^ e liS.'i kivej deia kasinq j 
salla föra spa('w)enlai q "i^ä^fr ky.fa g f. 

l qtfr de l g "^^isc kel kqtiwäs kf l l('^)ä ngrcehäl^ sg sijrfla ndf n 
känt^, el sq;gqetä(''^)ä dage deli st'afi, el g'i(''')ci na räbjq ke, Sf gf JiP^ 
viia stäft el sj^r a "^u/äg^, l lara^^ masä^q. 

It^r, i äjs ke se va be t ka('i«)aler, i ('^)ol spi^fäsf, mq In sj mipg 
a fa la foja j "^e^j pqk; i "^f^qrj poelösl kiväh gf sqrä df '^efgaletä, 
Sfäftt fg iceli äü aptä^^ a künlasfla S(V p'il^n kf j'' ütfr i 'u^'e<i miq, e 
kf j * so j gqehq. 

Esposto da A. Argen tieri, Irascritto dall' editore. — II dialetto 
rappresenta il lipo campagnolo dei dintorni di Cremona, precisa- 

1 anche dfl — ^ piu lento lagf la ui — ^ ♦/(; §( m 
moesküra — * *bergamf — '-> *kälki — ^ /«'</ tiigrc/idt — 
' piü celere ke älfr — ^ piü cclere e ke s^ gq^fitf 



8o 



raente quello dalla borgata di Vescovato (2346 ab.) a 11 km. 
(nord-est dalla cittä; stazione della linea tramviaria Cremona-Ostiano). 
Le varianti segnate con * provengono dalla parlata cremonese di 
Soresina (vicino all' Oglio, ad occidenle di Cremona) e mi vengono 
Offerte dal prof. E. Caffi. Esse si limitano esclusivamente a di- 
vergenze lessicali. 

Per il lessico cfr. Aug. Peri, Vocaholario cremonese-itaUano 
Cremona, 1847. 

benäsol mastra. i'§1'§Iq^^ (<^) ^ rotoli. 

hpils capocascina. sensiga stuzzicare. 

äefä occupazione. fgc^ra renare. 

defgaletaX2,czo%\\Q.XQ.\\)Ozzo\\. Jlif schiaffo. 



äi^ta guardare. 

gqehä affaticare. 

ingrcehä pigiare. 

miilp-bi (fa) far chiasso. 

7nurq gel so. 

nigTä(q) niente. 

mimq soltanto. 

pilq. buca del letame. 



fmqjiilä mazzettare. 

siyölg, bigoncia. 

stripa strappare il lino. 

soegaela seguitare. 

tlteU mescuglio disordinato di 

cose; confusione. 
'^ilfa (s)gridare. 



22. Bormio.* 
I. 

al hole. 
Monologo di Giannolino, 
se'jela kg la ^ vasl'a, mi troi e prgi ke l e u"' hfl e ho»' ?nestcjr 
kwel del hole ; a^ solf hch, a^ haef mel', e ^ fe pgka fadiga. — regole 
ke s abja la menadura, l e Igt fejt. — u"' pg t fen se l iae'^ dre, tant 
per ng parer, kg s sol dir, um pg se n karpis de cej, u^>'^ pg de lej; 
al zun se l impresta dre li gstaria iti del ir lg, e in del Igrnär isü, 



1 dornen 



* Grossa borgata della Valtellina superiore alla confluenza del Frodolfo 
(Val Furva) coli' Adda (1225 m). AU' Oriente 1' Orteglio impedisce ogni comuni- 
cazione, al sud-ovest il passo di Gavia (2657 ™) congiuuge la Valfurva con 
Ponte di Legno nella Valcamonica; al nord-ovest per raggiungere il livignese 
bisogna superare il passo di Ferro (3037 m). AI commercio borinino non resta 
aperta che la lunga Valtellina che sbocca nel lago di Como. 



se n rent daej bgkdl' per k«, e kuel ke 7ig luga l ban/'el, fare pae li 
sferza la karejra, e pae, fora in kg, a^ mel poe jo ti''»- pg d böser e s 
tira itiänt, e isi, bei bei , wia stemana fa refiifa a l altra. — kwij 
po£ k en bot g pok d ingi-ii, in kambi de barifei, i s e'jde^ poe kg 
li mefa baril; da fen poe da plu pätrik del mestejr, dga o tre buni 
kararola e sgna, se li keca i>'i- mez al linzd'l del feit, e isi resta 
prgedii la besija S l bglc isema. — l e ssa poe vejra ki i noes pret i 
bäjten, ma mi vi regordi d la bgn änitna'^ del barb andrea, ke l 
arg. un ömen askört, vede'f — / ara siejt konsil'ejr e masejr de la 
val tina man d olta, e sej ke l dißx soent , ke l baj-ifel as poda. 
sparmil e per kwest mi no dej poe vejra senior aj köbes; i legi dir, 
e menk ke pos i vej invers, e poe fej a me vmt. 

sta domdn'^, kg igt ke seja ngma luge de väl sträk e sue, ng 
pos de menk de ng ir a kater la mia kerfsoma katarina; ej kiä^ 
sto bage't de vin e kwatro braskejr isema, de dej de far salia; e kg 
tot k ej mene gl se patrgn ke l se ieh un gmen drejt e de gudizi, 
ngta ient de mml^ ge l ej fejta. 

vcej propi ir a katala, e se la säs, ke ben /venire k ij voej ! kise 
ke ng la m abi pajne Ina lei un tök de kern de dgnem? — n oej perder 
iemp a bäter a la poria. — g del bajtf 

Dalla commedia anonima e inedita la Turla del principio 
del settecento; trascrizione di Gl. Longa. — Questo monologo, con 
cui comincia la commedia, e d' un forbasco (la Val furva s' apre ad 
Oriente di Bormio); 11 dialetto ha delle parole che presentemente 
sono piuttosto valtellinesi che bormine: cosi noi diciamo tae, domdn, 
kild, dninia, tajit per toll, dornen, chijgliö, eninia, tenl del testo. 

[Per il lessico borraino vedi il Vocabolario bortnino [Studj 
romanzi IX, 19 12) e gli Usi e costumi del Bor miese di Glicerio 
Longa. — Per il dialetto vedi i saggi ladini diU' Ascoli 289—299 
e \ paradigmi grammaticali doX Longa {Vbcab. bortnino, appendice V).] 

baget piccolo otre. per incarico del padrone a 

bajt (piccola) casa. comperare il vino nella bassa 

bajtär sbraitare. ValtcUina". L.) 

barifel bariletto da pochi löser acqua. 

litri. braskejr castagne bruciate. 

^j/c' „bifolco" („il bovaroche — kararola piccolo caratello da 

nei tempi andati — si recava 3 boccali. 



1 htima — ' domen — ^ chijgliö 

Beiheft zur Zeitschr. f. rom. Phil. IL. 



Ö2 

karejra botte in cui si trasportava higär arriv^are. 

il vino dalla Valtellina. („La menadu7-a bestia da tiro. 

k. ora non c piü in uso, ma pajnär prep arare. 

n'e restato il modo pro verbiale: pätrik pratico. 

al ga l vizi dela k. = bazzica refufa (far) compensare. 

per le osterie.-' L.) [II vocaho- sferza (far li) supplire. 

lario hormino porta karejra nel solver asciolvere. 

significato di osteria in aicuni sgna vaso vinario di forma cilin- 

sottodialetti.] B. drica della capacitä di dueboc- 

kohes prete (gergale). cali („ormai fuori d' uso" L.) 

cej (de) di qua. /venire sviscerato. 



IL 

Decamerone, giornata prima, novella IX. 

dij'l dgnka, ke kgra k el g erä (a)l prim re de ciprg, döpu ke 
goiifrcd de bulgii l ä^ capä la tera santa, l e sucedii ke tma sjora"^ 
de gwaskgha l era ßida per divozjon al sanio sepglkrp. — in del 
ig mär indre a bajia l era rivada in ciprg ^ ? jla im kwaj balosec i 
ge n an fejt dre de igia li sori. — e ilgra lej, ke l ä iin gran<^ 
inaggn, la pensd de ir del re, a kiinidj kivel k el g era sucedil. — 
ma vergiin ig än^ dii, ke l are's biife iä l fle per hent, perke lii l era 
pcejrgs kgm una besä, e jsi u'>^ por Igr,^ k el g en imporia iieni de 
negiina roba; e ke niiga tigmä l g en infä pcg del mal dei allri, ma l 
fä neiik äparer de kivili ke j ge fän^ a In. — in sla nianejra, kwi 
ke / g an dre la fgia per verggt, i se s/ogaen kol fdjen dre de 
bufaröna. 

la femena, a seniir sla roba, inrabida de ng podg'r fdjeli pagdr 
e laut per vgliala ia u^'"- piiin, la se kaca in krapa dß kacdjelä l re, 
e fal residr enka um pg mgk. 

kg se fala lej? la va breanien dendnz a In, e la ge dis: 

ykar al me sjgr^ sgm viiga nuda dendnz a ti, perke te ge la fajes 
pagdr a kzvi ke j m an fejt del mal, ma in kambi de li figtira k ej 
ricevtl, ie pregi de insaidm kome te fäs a portdr kwili ke mi sej ke 
i te fän ^ a ti, perke pölja imparär a sopprldr efiki mi la mia. — e de 

1 o aa — 2 o sgraf cfr. sura nella versione poschiavina 
(pag. 84) — 3 secondo il Longa, Vocabolario bormino, 343 
s' avrebbe den a Bormio, mentre an e forbasco e livignese — 
■^ nel testo löör — '-" Longa _/aV« 



^3 

p/u te di/j enka — e al la sa poe ql singr, ke se podes^ usta fal, te 
dar est volpniejrq mka la mia ti, ke t es isi braq de portali ia^' 

al re, ke fin ilora l era stejt isi ic^^ po kfön, a sig parlär al l a 
hu lu kapida . . e prima de tot l a skgmenzd a däjen «'« pisto a kwi 
oa/ospf'i ke J an fejt al mal ala sjora, e pce l era iiu w'i kan de la 
Skala kon tue kivi ke j otsefi usta prod q faj verggta de mal enka q lu. 

*P. Rini in Papanti, 1 parlari ital. a Certoldo 451. 

[Porto trascritta secondo le indicazioni fornite dalla nota dell' 
autore e coli' aiuto del testo precedente la solita novella boccaccesca. 
Avevo r intenzione di spedirla a Gl. Longa, perche egli s' espriraesse 
SU alcune discrepanze dialettali dei due testi, quando mi giunse 
la triste nuova della morte del giovane e valoroso scienziato ] 

de bufardna alla briccona. usta appena. 

mgk mortificato. 

23. Poschiavo.* 
I. 

Versione della Parabola. 

ün gm al gea dgj fil'^j. — al plil guän al g a dis kün se pä - .• 
yipä, dddicm^ la pUrt da roha kl ma igka'^, e l pä al g a sparti la 
röba intrd da lür. — e d itö a päk di, dopu ka l ea agil ramü sä 
tue si laür, al fil'ol plil guän l a tcejt sü c l e ü in galia da hintan, 
e ilö l a mal'i'c^ tut al se kün fa baraki. 

e dopu ka l ea spazü tut ^, l e vihi üna grah karestia in kuel 
pats, e a lü al ge skumenzü a mahkä kuel ki fea da bcef&'h^. 

ilüra l e ü da un da kuel pats, ka l la mandii a münt, ata päsl 
kui cgti. — al garöf agü voel'a da sa fa gg al ventru kün li garöli' 
ki mal'ävan i cgn, e nügüh nu ga n däva. 

ma dopu gavt penzü sü, al dis: „kuanr laurent in ka da tnc pä 
i gän abot pän^, e mi kilö kräpi da fäm! — ma ma toelari föra 

1 Longa poderes (pag. 347) — 2 al diss con se padri ^ — 

3 f/^;„ — 4 maglia — ^ E dopo ca 1' aa agiü consumo o 

tut — 6 busocugn — ' da sa fa gio '1 ventro da li garoli 
— *> i g' an pann abot 

* Capoluogo della valle omonima, (corso del Poschiavino, aflluente 
dell'Adda; Grigioni, distretto di Bernina) a lOlI m (16,3 kui dalla slazione 
ferroviaria dellx Valtellina) con 31 00 ab. 

6* 



84 

da s/a miferja, e garej da nie pa, e ge di/arej: päl i fäjt ün peh'i 
küitlra l cel c küntrc vo^. — uramäj sem brika dm d esa camü vos 
fil'öl; Iratcvn kume ün da Voss latirtnt." 

e l e stäjft Sil, e l e u da se pä. 

e iniänt ka l era amo lunldn, se pa al l a bcii viidii, al ga gü 
kumpasjoH , al g e kors ifiküntra, al ga pelü^ i hraS al kol e l l a 
ba/ii^ Sil. 

e l fil'ql al ga dis: ..i fajl un pekü küntra al cel e künira da 
vg ; uramäj sein bflka den d esa cami'i vös fil'ql '"' . — ma l pä al ga 
dis ku?i si serväür: „iaele sa da Ifink la plü heia vistlmenta e metegala 
Sil, vieiek int l antl e metek sil li kälzi e li skärpi, e vienä sa l vedel 
ingrasii, kgpal'^ e mangämal; ka stu me matel l era märt e l e risiditü'^, 
l era pers e l e stäjt trüf" 

e l' an skumenzü a fa l past. 

via l fil'ql plil vel' l era föra par i tartn, e in dil iornä indrde 
l a silnlü a sunä e a bald. — ilüra al cäma ^ iin di famel', e l ga 
dtimända^ kösa ka l füs sia stör ja. — c knesl al ga respondu'^ : ,J e 
vilhü ie fradel, vi ... e ie pä l a kopü l vedel gras, parkt ka l e 
tornü a ka sän'"'' . 

e lil la capi'i la füta, e l viilea brika i daint. 

döhka l e ü /o^^ se pa e l a sktirnemti^^ a l pregd. — ma l ga 
respost e l ga dlt a se pä: „mi l e ga la pärt da tanc an ka va servlsi 
e i mäj mankü da hiel ka in ef kwuandü, e mäj ka m esiif däjt un 
an~iol da l gada kttn mej amis^-. — 7na, da ka Ie vünü stu vos fil'el 
ka la maiü l fäjt se küli skuterläsi ef knpü par lil l vedel gras"-. 

ma l pä l ga dis: ..fil'ql, ti l es seinpri kün me, e sa gi varggla l e 
tut te. — / e_ra heil da gttsta da sa la gada e da fa festa, parki ka 
ie fradel l era ?>wrt e l e risiisili'i^ ; l era pers e l e stäjt trü/'-'- 

*Le varianti in scrittura non fonetica derivano dalla versione 
di B. Iseppi in P. Monti, Vocaholario dei dialetti di Como, Milano, 
1845. pag- 414 seg. 

II. 
Versione della novella del Boccaccio. 
va kilntarej dönka kuesta. — dal ieinp däl pri/n re da cipru, 
dgpu ka G. da Bul'gn l ea kunkuistü la tera Santa, l e siices k üna 

1 k. da To — 2 iiel testo stäjt — 3 petä — ^ basäa 

— 5 tödal fo — 6 mscusscitü — ' ciama — § dumandä 

— 9 e quest al ga responde — i" donca '1 gie fo se padri 

— 1' e '1 scomenza — 12 camaradi 



85 

grän süra da Guasköna l e ida m pelegrinäc al santu sepglkrii, e in del 
tornd indrce, küit rivd a c[lpru], l e släjta'^ mallratada da kuaj omanas. 

par kuest la sa liimenläva senza trovä nnsüna kunzulazjgn. 

l a penzti ilüra da i dal re a ruamd, via Ige siäj't vargün a 
g a dl, ka la perdarof la fadlga, parkt ka Hl l era insi debul, ka l 
vendikäva nänka i disprezi kl ga faan a lil, e figürärnas, sa l aröf 
vendikü kuil' da l' ällri. 

l era propi na verging a 2 / 

da sta matiera ktill' ki g am na kiiäj räbja, i sa sfogaan kün g 
an fa Tina par sört. 

küra ka la sinii ktiest, sta süra, disperäda da nilga pude sa 
vtndikd, l a penzü da iokd siil rlf al re, e a sta mdda sa kunzuld ün 
plt par al displafe ka la g ea gii. 

l e ida a l trovä e la g a dtt: yVie kär sür: rem' nnga in tüa 
preflnza a spejid ka tu vendikas 3 al disprezi ki m c släjt fäjt, ma 
vulej nöina ta pregd da via inzind, kume ka tu fUs a tce sü kulli 
ki ia fän a ti, kume ka l ma künta la gent. — insi, kün impard da 
ti, podari forsi änka mi g ave päs; huntera, sa pildesi, ta daröj a ti 
kuela ki m an fäjt a mi, ga ka ti tu li teelas sü insi mäj beh. 

a Sinti sti paroli al re, ka fina ilüra l era stäjt un indurmmtü 
e un kojon, al s e kume disodigii, e l a skumenzii kün kastigd, ma in 
gaviba, kuil' ki ean fäjt disprezi a kuela süra, e pce al se fäjt da 
ktiel üra in via tremendu kuntra tue kuil' ki kumettan vargot küntra 
l unür da süa kurüna. 

*I due brani poschiavini e 1' aneddoto seguente furono pubbli- 
cati da J. ^Michael nella dissertazione: Der Dialekt des Poschiavo- 
tales, Halle, 1905. — Nel Papanti, I parlari bT,2 sq^. c' e una 
versione poschiavina di G. Olgiati. 

„L' indicazione della quantita della tonica in sillaba chiusa 
non puo essere del tutto esatta per la difficolta di percepirla" 
J. Michael, Posch. 7. 

[Sul poschiavino cfr. pure C. Salvion i nei Rendiconti r. istit. 
lomb., Serie 11, vol. 39. — 

Vocabolario (oltre le raccolte lessicali di C. Salvioni e 
J. INIichael nei due lavori citati): P. Monti, V'ocab. dei dialetti di 
Como, Milano, 1845.] B. 

' nel testo stäjta — 2 anche vergöha — ^ nel teste 
ve'ndikias 



86 

III. 

Varieta di Brusio.* 
fävula (i ün leun e ün Urs. 

ün leun e ün Urs i ean mazü hiztm ün kavrjulet, e i kumhaitan 
pce tra da lür eis er an däjt tahc kglp, ka par tröp kumhat i s er an 
sasinej e i siävan dasth in iera. — üna gSlp ki pasaa par käs, a i 
vedc dasies e i kavrjulet in mez a lür, l e andäjta in mez a lür e 
al ga l a ruhd e l e fiiglda kün lii. 

a vede kuest e m'iga pude la seguUe i an dif. ..niiäliri ma se.m 
fadigt j par la golp-'"'' 

sta fävula la ma inztna. ka sa dgj Utigchit i s akordan m'iga, 
al na göt al terz. 

Racconto di Leonhardi,- Das Poschiavinoial, Leipzig, 185g, 
pag. 119; trascrizione di J.Michael. 

an-^pj capretto. . garöla ghianda. 

fön maiale. maiel ragazzo. 

disodigä svegliare. r'amä raccogliere, 

gal'ia terra; i ifi galia an dar skuterläsa bagascia. 
lontano. vargöia qualche cosa. 



24. Vicosoprano.** 

(Val Bregaglia.) 

Canzoni popolari. 

I. 

Maitineda. 
Sil n kiijela möia da kwel hcl rutic 
g k e n vceij 71a. heia, g k e nu » vceij bfik. 



* Villaggio (ca. I109 ab., a 755 m) nella valle di Poschiavo, a sud del 
lago di Poschiavo, vicino al confine italiano, ca. 8 km al nord di Tirano 
(Valtellina). II dialetto si risente dell' influsso del vallellinese. 

**) II dialetto delle canzoni popolari e quello della valle superiore da 
Protomontogno a Casaccia ai piedi del passo di Maloja (Sopraporta), piü 
precisamente di Vicosoprano e dintorni cui appartengono appunto Rotticcio 
all' ingresso della Valporcella (da cui proviene la maitineda) e La Stampa a 
s.-o. di Vicosoprano, dove fu raccolta la terza canzone. — Vicosoprano 
[visavrdn), a 19,4 km dalla stazione di Chiavenna e una borgata di ca. 
340 ab., sulla via dell' Engadina, a 1062 m. 



87 



3 ? ^T ^^ mag et e d'üdum sogatsf'r 

ka kwisl an l e l an ka je in ?n vreij marid§'r. 

5 g ve CO mag et e djildum ffr kum feh 

ka kivist afi l e l an ka je t voeiy^ f§r dal heil. 

7 e da täntam bgra k e a vogad'd 

l e la pü pitina kwela ka m a fermä. 

g e da täntam bgra k e a nies im voega 
l e la pü pitina ka m a tulet' la vqeja. 

II e sü la tnuntana al kr es frb e fen, 
e d'g la planüra sta l me karo hau 

13 c sü la muntaha al kr es §rb e Hur 
e d'g la planilra sla l nie t'§r amür. 



marufa la vii t'§ra, 
iil sta ent al tc buii lef; 
e je, pQvar fardir 
tilta ncet' sgi al vadret'. 

marufa la mi t'fra, 
iü va sü n a/'a r in a ' ; 
e je pQvar fardir 
tilta ncct' sgt la pruina. 



II. 

9 



marufa la mi t'fra, 
iil sta nt al lef paUsgda 
e je ppvar fardir 
tilta noet' sgt la ruffda. 



13 marufa la mi t'fra, 

til fgilra brpk e siinih ; 

c je ppvar fardir 

am türm ent kiii karbunih. 



17 marufa la mi t'fra, 
til lika lat' e flur 
e je ppvar fardir 
vampis dal tc amür. 

III. 

g dia dia, ka m dpi iln galt'ih! 

teer je l tulcs beh — ma tiul fad'ard dal huni 

g dia dia, ka m für ijna kgstaf 

teer je l tiiles ben — ma l fa par e pgsta ! 



1 afarina k. un casale vicinu a Vicosoprano, 



88 

5 dia dia, ka m furmig ün pe! 

icer je l fulh hm — sotna ka l manka la fe ! 

7 g dia dia, ti britfür in sta gambaf 

iq;r je l tiilts ben — via mal nii m diimanda ! 

VI. 

. gil^sa, gll^sa, kurtalin, 
la dumän l e l di d pti/ifi.^ 
güha, gutsa, bei gühf'r 
ka dumät'i l e l di d nad§l. 

*H. Morf, Drei hergellische Volkslieder (Nachrichten von der k. 
Gesellschaft der Wissenschaften zu Göttingen), i886, pag. 73 — 90. 
[La pubblicazione del Morf contiene anche un' esposizione della 
flessione; per la fonetica confr. Ascoli, Saggi ladini, 272 — 279; — 
Lo studio di A. Redolfi, Die Lautverhällnisse des berg. Dialektes 
nella Z/t. f. rom. Phil. VIII, 161 — 204 e adoperabile quando si tenga 
conto delle mende del Morf {Göttinger gel. Afizeigen 15. Oktober 
1885). — Per il lessico breg. confr. P. E. Guarnerio [Rendiconti 
r. Istituto Lombardo, S. H, vol. XLI, XLIl)] B. 

Nel dittongo // la semivocale puö passare ad una spirante 
palatale che, quando segua consonante sorda o stia in esito (in 
pausa), perde la propria sonoritä. Invece / intervocalico viene 
ridotto a vocale che oscilla tra [ ed e. — a finale e ridotto con 
tendenza ad ä, o; gli altri a atoni (anche essi sempre ridotti) 
tendono invece in diversa misura ad e. 

bora ceppo. sagah^r falciare colla roncola 

dud§r aiutare. {sagfls). 

finr panna. sgma soltanto. 

galün coscia. simifi secchio dal latte. 

mgta (anche wo/) china. vqega borro per gettare a 

pitin piccolo. valle i tronchi. 

/"gürf'r risciacquare. 



1 pu/in nel linguaggio infantile significa „vitello"; il di dp. e la 
vigilia di Natale, e in quesi' occasione s' ammazza il tradizionale vitello. 



89 

25. Celerina.* 
(Engadina superiore.) 

diief disktiers. 

ilna damem da prümavera am re^'/ßlev a sper üna kriifeda, jmi^ 
üna via mena v§rs la ^'/j/a da skdgla, ün glra pero"^ or sülz prds. — 
kd iidiß a il^ ^getit disktiers tr enter dües^ mä^s. 

„d/^n dl, fadri!'- 

.ihm dl, duri!''' 

^im'ia via?" 

.,fa v^n a skdgla. '■'■ 

.,ma t'j(.? ^ ifnpesesl? a skdgla §f a k§ hingttruks ; alo o k§ mm 
d impr pider. — vf pillosl hi(m) m^ sillz prös; ko vulenz niiks , 'iyiiänt 
e tjantänt, an 5 divaritkr jl pii ffh dal mueni^.'' 

„kjsla sera, dierf, ki^r tya la skdgla fs fjnigda. — min es(t) tu 
voel'a da nir a skdgla?''' 

,,na, mia fadri, 'Ja nu v§h a skdgla, §a d§ h<iy§r pii bfla vpa 
si'iJz prds.'' 

veniy^ auz zieva am re^yatev a in i'im fr et df' divieni dar^yo 
al inedtm lä. — a bi^/ev e ßbi/eva, ^ya k ^r ihi /griks. — iim pöver 
dm /ble^'y e mll flia f avizinp a la ^'/J/a da fkdgla e pi^'/ct a la 
pörta. — // mady ister, ün dm ferm e robust, l avrtt, ed fa i^dit tuet 
lur disktiers: 

^.bi^n dl, sar madyister I''^ 

^^by,n dl, tye viiles?'-'- 

y,ty^ al am d^ta kaUyösa da lavukr. — Ja vi^lp gii'^y^nt sk^er 
la slüva da skdgla, ?n^ter fx im ppia, 7/ /er ötres laviier^ spnpes^''. 

.^ny. savis fer oter, ktj. da kJSIes lavip^tes?''' 

,,}ta, partye ty j(^f}i) jyuef dyucn-^ diks sipn a stö m^ma da/ütel 
tar jmpr^nder kal^ydsa. 

ky, ves ndm? 

1 la forma ton. e piila — 2 italianismo — ^ il pert. e 
disusato; piü comime /^ö <// («^ //'//<? — * ital.; piü popolare (// — 
^ anche disaccentato dyes — '"' piü popolare ^^"5 vi/lm-^ a dyyer 
e tyanier e n^ djvartikr al f>. f. d. in. — " in tenipo celerc 
frf(d) dl — 8 anche lavi{krs, analogico al sing. — ^ anche 
simles 



*) Celerina-Cresta (1724 m), sallo stradale della Maloia e stazione della 
ferrovia dell' Albula ha 340 ab. (proteslanti); dista 2,5 km dalla stazione di 
Samaden. 



90 

fa d§ nüm (iij.ri. 

H} int, di/rj; k} avent pqrla (f ipn frei ^yj vd ires l qsa. — 
/ siüva da skogla ff a kf pij. agreabel. — lö pi/lp fqrsa^ jmpr^nder 
kal^ydsa. 

tuc-^ dues jnlrpen"^. — kf pdver dm nu saveva 7ifl^ pril(m) mi/ment 
tyj iya kf tJiadyJsler amievel Jus. — via nilk(s) savenz kf, riist? 

*Dal Cudesch da ledura par las scoulas privi. d. Engiadina Oia, 
IV anneda, Samedan, 1899 trascritto da E. Walberg, Trascrizione 
foneiica di Ire tcsii alio-engadmi (Lunds Universitets Arsskrift, N. F., 
Afd.i. Bd.IX; cfr. la recensione nel Bulletin de dialectologie romaneY,/^C)). 

II testo riproduce una breve conversazione in tono semplice 
e popolare secondo la pronunzia di E. Pallioppi, del suo giovane 
figlio e di C. Steinrisser, tutti tre di Celerina. 

Le vocali t, ü corrispondono quasi ad ij, iij. — ^y, ^}> sono 
occlusive medio- (o post-) alveolari-predorsali seguite dalla fricativa 
omorganica; il dorso de'lla lingua e piü elevato che nell' articolazione 
di Ic, dg. In questi, nel secondo sempre, nel primo a formola iniziale, 
la chiusura e poco energica (altrove il W. parla di chiusura non 
completa). — Per particolafi sulla pronunzia delle due schiacciate 
prepalatali spesso confuse con ic, dg (< c^, i) dai forestieri cfr. la 
Fonetica di Celerina-Cresta pag. 4 e 98 — loi. — Allato alla pro- 
nunzia comune di h si ode in fine di parola una nasale palatina 
che altro non e che un h formato piü innanzi nella bocca, cioe 
con articolazione medio-dorsale-palatale (W.). 

[I „testi alto-engadini" contengono oltre una chiara esposizione 
del sistema di trascrizione anche importanti annotazioni che qui 
vengono portale solo in forma accorciata e in quanto trattano 
di varianti fonetiche di questo raccontino. Per la teoria dei suoni 
del celerinese cfr. E. Walberg, Saggio sulla fonetica di Celerina- 
Cresta, Lund, 1907 (Lunds Universitets Arsskrift. N. F. Afd. i. 
Bd. I. N. 5). Per il lessico engadinese cfr. il Dizioifari dels idioms 
romauntschs d' Engiadin' ota e bassa di Z. ed E. Pallioppi, Samedan 
1895 — 1902, 2 vol. (eng.-ted. e ted.-eng.)] B. 

dartyg di nuovo. g^^y^nt volentieri. 

difri Ulrico. kry.feda crocicchio. 



1 förza — 2 fnir^ten sarebbe un italianismo — ^ anche 

nel (ital.) 



91 



h/ng?/rilks noioso. ret'fottr ritrovare. 

mat ragazzo. /Hft'' nevicare. 

k^ mm da „da heifst es" si fbU^l pallido. 

tratta di. stia vestito (part.) 

pjzir picchiare. stügva camera. 

pp'ia s t u f a. 



26. Scanfs.* 
(Engadina superiore.) 

alz stränglqvä^'/^qs da pleinz. 

ad erq s/ö foi jvierfi orväri lunti. — '{yä Iq fpi okidbqr erq 
niq dyo ilnq naval'q, e Iz pqurs an slinq '^ya /cuf^^q vokiq pav/er tut 
tuot Iq nnial'q. 

Iq rakgllq dal fo'i erq stedq mifqrahlq, e da Vfiidqr mnal'q niehtya 
nii f disknrjgvq. 

tjsdiä (q)f lüsävq Ji^-j^ hin inkitr, fyq Iq prümqvdirq alz ioks 
feil kumqnzävqn a s kiipj'^yir. 

qd er ql mais Jrie'y, ma i nu vulävq iiir vfrd. — feil nt^ s 
tyatävq dq kumprer, par^ye tya I egrq dapqrtuöt s^yärs, e sqfv§^s er 
^yatg ilnzqnuq ünq hWyq, si l prec erq iqribql dt. 

jnzo^^'q qd er ünq tyßzq tqriblq dq feil, pitstiit q pleinz, jnüq 
tya hctyars vüvqn i-h'iq l amhizjüm dq ieiiqr hdyarq mnal'q er s q vävqn 
pgty feil. 

ün pi^rgl erq prgpi in grandq mificrdyq. — nidi'y^ ün stiij nu 
vävq l pü, cd avar erq l bc qvuondq. 

püiöst ku kt^vtprer feil, vävq l fit pcitir fam sa mnal'q mez l 
Iviern. — ma tio^^q dq prümqvdirq erq l prgpi olzr sillz fers. 

sq vq^yg^iq miifyigvq tyq ktif fävq kipnpasjüm he dq sqntikr, cd 
§1 nii vävq zis zeii dq Iq der, e p^s^y nun erq ner ij-ndyün. 

kg v§zq l si^l piz dql klu/yer, dq Iq vart sulal'igvq ün pilsql frvq 
tyi krqslvq irentqr Iqs pegdrqs olzr, e *yj d era hgl vjrd. 

.,,0, be tyq piidg'^s qlmiii laser mal'tr kmS pi(^ql frvq (q) mq 
pdvrq ndirq/-'- — ed jn qkufHq l vtii Sizu trampe dq cel ün pnpisq- 
mint dq hnnttd, ün mez dq salvqment. 

§1 vgl klamir jn a'-iyüg^ qlz vfp'iz pqr trcr sil Iq va^yq kt{n 
tr§cqs, tyq Iq pudssq mal'er ql üilff frvq. 



* Grigioni, distretto di Maloia, stazione suUa ferrovia relica. — E un 
villaggio di 402 abitanti (protestanti) all' altezza di 1650 m. 



92 

dit e fat. — (l klamq q pegdqr ed q dydt'j^qm, q sqr simüm e 
sqr ^yäri, inzo*"'"q itiöt alz v/inz e Iz muG"q l ci^f frrq sül kli{iytr. 

iuoz aprövqn si jniqnzjüm e sif-ni prgriz da l dyüder. 

fl vp pqr i'inq tr§cq dq feh da las pü lundyqs, e kuf ql rhßßq 
dq Iq hiller Sil ed jnii'tern Iq kruM tili piz dql klii^ytr. 

•.uc^^q vp Iq heh avuondq'''- sunt ttioz dq pqr ihm. 

flz li'qn Iq tr§cq d iinq vart jnh/ern kiil&z q Iq va^yq, e dq l gtrq 
vart qf mffqne tuoz tspubal q trer q iuöi piuldlr. — §lz qlvlniqn Iq 
va^'/a, e Iq tirqn in dt. 

böd l etn q silrnfz ql khctyerl ..giiardf, gtiardf'' klam ql pqtir 
qlz vfihz ..gijardf sh{ *ya mq nairq g <^ya vis l ervq sill kliifytr f 
fl'q ^yacq fih dyo or Iq lehdyq pqr Iq klaptr!-' 

..si, la fel^'' klaman iuoz, e ti<rran, e ii^ran adilna pü ad dt, 
p'i tyq Iq näirq fs prppi kul iiif sül ervq. 

mq iq Jtu iq mal'q nirniq ktjfl qrnient dql mqläm! — §lz tehqn 
Iq trfcq, e sp^ttqn, e sp§tiqn — itwt pqr inigiw^tq. — la nu vgl savdir 
növqs dq l ervq. 

finelmdiity la lasne dqrtyj tiir iMyö le plevi§t plem§'t pqr nu la 
fer 7iiel e htr tya l es h/i^yö / in akörfane, tyq la pövrq nairq pq 
strqngledq. 

ttjoz dyetn senzq bdyars plez a ^'ßfq. — mq kti.§lz dq prgfiigrq 
qlz em dg dqlüin ql ßirnöm dq ..stranglavätyqs''''. 

*Novella popolare trascritta da Florian M elcher. [Questo 
e gli altri testi svizzeri raccolti dal dr. IMelcher col fonografo 
vengono qui stampati col permesso della proprietaria Kommission 
für Pho7iograminauf nahmen von Schiveizer Mundarten, Zurigo (no. 57 
— 59). Copia di questo fonogramma si trova anche al Kais. Phono- 
grainmarchiv der Akademie der Wissenschaften, Vienna (no. 1503 — 05). 
La revisione del teste da parte dell' editore fu fatta (come ai 
n. 30, 31, }y2) secondo il fonogramma.] B. 

II medesimo testo tradotto in altro dialetto svizzero (Andeer) 
e portato al n. 32. 

[II dialetto di Scanfs e studiato nella Raetor omanische Grammatik 
di Th. Gärtner e indicato colla sigla i4; esso figura anche nei 
paradigmi del § 200.] 

[L' q e brevlssimo e molto palatale; qr potrebbe quasi venir 
trascritto con r. — \J a tonico seguito da i e vicino al q', allungato 
darebbe Si. — Le rattratte intersonantiche sono leni e il momento 
d' occlusione e brevissimo e punto energico; la sonora dy in egual 



93 



condizione e quasi d'. Si noti come a ty^ corrisponda non tc ma 
c. Le doppie non hanno la giusta lunghezza del doppio della corri- 
spondente semplice e vengono per questo indicate con caratteri 
piü piccoli; 1' allungamento e molto breve. La vocale antecedente, 
sempre breve, contribuisce a far apparire le doppie piü lunghe di 
quello che siano in realtä.] B. 



qvuondq assai. 

hdyar molto. 

hlet-fa lenzuolo dal fieno. 

böd presto. 

dartyö da capo, di nuovo. 

ßy^ molto. 

inkler comprendere. 

impisqme'nt pensiero. 

iviern inverno. 

klu^yjr campanile. 

kulcez coUo. 

hcpifyjr far cadere, 

mal'ir mangiare. 

mfi maggio. 

mual'q bestiame. 

naval'q nevicata. 

nif muso. 



vrvärt straordinariamente. 
pqr ilnq (dq) d' accordo. 
pavlc'r Int foraggiare il be- 
stiame in stalla. 
pqiir contadino. 
plemf'l pianino. 
plet parola. 
püsql mazzo. 
tyatir trovare. 
^X^zq mancanza. 
üj'igugttq nulla. 
uc^sq. adesso. 
t^äq cosi. 
i(n<^}'un nessuno. 
wizqnüq da qualche parte. 
ziszeji proprio nulla. 



27. Sent.^ 
(Engadina inferiore.) 

ä/f äfäns da sen^. 
„sen, isen, tu eP- lä vata dals kiimüns^'- fev äl ravarenda sar 
mifel^ ä ng^^ bätsenärs^; i si tä ku(s der an ptärs /r'gärs ko kudt 



1 Sent (1433 m. 934 ab., protestanli) sta sulJa sinistra deU'Inn fia Schuls 
e Remüs [skiiöl i rä/nos). 

Nella RätorotJi. Grammatik di Tli. Gärtner vocabnli ili Sent vengono 
segnati colla sigla l^, ma in generale questa varielä viene trattata meno di 
quelle vicine di Tarasp (4) e Schieins Wj. — Nelle forme verbali tuttaviä 
la differenza e minima. — Cfr. G. Pult, Le Parier de Sent (Basse- 
Engadine), Lausanne, 1S97 (teoria dei suoni, delle forme e glossario). Alle 
osservazioni ivi fatie al § 12S suU' 5 (il cui suono h diverso da quello 
deir ä rumeno) aggiungerö che un certo numero di voci com^ tandün ■eC^cühx- 
tönern, iämündä <^ commuuio, päntün <[ ponionera, mästral <C minisltrialein 



94 

t'ä ng esän ng. — dtimgnddi Ic a sär pedär da tndsäl järpnäs i ä 
dgnd mend'a dälf fjärjä^h'^, si nä sau d äs dir da l äbpl ngtt, kal 
fäfiiüs t'ücädär. 

inä säird kur { al der dmo vi juvnft »' /'/ de ran ayit il plah 
da lä tiivöiiä, k/pmäl ä sus plugdärs, igh da hals hdrhängh da 
tacadärs sko el: „fi, djf al, lavi Ir dümän a cnffiir in p^r ievräs 
pär far piä märenda kiln np^^äs ?naldns?'-^ 

du t fd^^. — lä dümän an di 2 va-nä Ig^s pacißk da kiiäi örä ^ 
ki^n Itir süipps in spadlä. 

i rivän fin dra sil lä kgslä da lä jg^l^ä, i s ppstän im pä da 
pär tgtt ^ 1 Is l^tlä siin lä viä /* ski/gl. — als fam ku/riXn in vi id 
in tiän da tö^t las varls, t säürän, 1 shiklän, z dan da lä küä, mg tgit 
pär 7iaeä, nank inä mür n äs Ja virä. — tgi^ In Inä ja — uardat 
ngnt^ sü da kuä sil äl sprun häti'l in malprüvä levrünl — in tan ti lä 
vevä sil'antäd gr d in jg^k i ij la devä davö päls mans däl djaväl^\ 
ngt 11 lä v§hay — pnimpfl — i ng^^ levrtin, Jg ä rudelläs jg da 
kuäi jg, ti parcvä hc l plain da kues da clin~. „kprrpo d inu mita^'' 
dis pläs ,,7i'drrä^ t'e kuglp, ktiäi c lä niä'nma da las Ievräs l 



ed altre, dettate senza indicarne il motivo, a diverse riprese, da gente di Sent, 
taato a tedeschi che ad italiani, furono da questi scrilte senza eccezione con a: 
tschandun, tjandun, kiandun, ciandun ecc. 

La parte (assai numerosa) della popolazione che subisce piü o meno l'in- 
fluenza dell' italiano pronunzia le consonanti doppie allungate (meno foise la „^"); 
ma anche negli altri la difFerenza fra 1' s i\:\fqss (fosso), vqss (noster) e quello di 
fös (falso), prüs (mausueto), oppure fra il t di ott (ollo), latt (latte), Ngtt (nome 
proprio) e quel o di gt (alto), lät (largo), Clgt (nome proprio) ecc. e sensibile. 

^ S' intende Sent, Sent, tu es ecc, ecc. 

* Dovendo per maggior chiarezza indicare 1' accento in polisiliabi che 
nel periodo sono piii o meno atoni vi pongo 1' accento grave, negli altri 
casi r accento acuto. 

* Detio storico noto a tutti in Sent. 

1 Pronunzia dalf jarjätts colla / piü lunga, ma meno forte del solito. 
'per ant di. 

ä „fuori di qui" c\oh „per la lor via fuori, verso il luogo della caccia" — 
ted. „da hinaus." — cfr. da krtal sü, da kiiiiijö, ahit, pär kiial intuörn. 

* d per da. 

* anche senza sostantivo ndrda rignt guarda come colui ride, af dgdi 
tantpnt? hai senlilo come canta? Cfr. Parier de Sent p. l68; la restrizione 
ivi tatta riguardo ai bambini h perö troppo assolula; questa costruzione usasi, 
quantunque raramente, anche in altri casi. 

^ anche rf' aväl. 

' Cfr. V Umpli grand nell' opera citata in calce di Gaud. Barblan. 

** sta ptr iidrdä. 



95 

in kijdi^är pil'nä käl armain </<?' gqt siin las spadläs, i van arnt 
pal kumün kwi piä vairä fbrtgä; i parevä be t'i n>J^än k?/n in bo 
gra^s bei 1 kopä. — Igt als kinddls ktjgj h'än dävö i fbraivän: ^vtvä 
lä ma^f'f"a da las levräs!'"'' — ^n m§h ä lä känirä swiä riväts fin aint 
ä kiirthi; i levän ir aint t'ä t'ätrinä fi vevä kuelä jäd al plats. — 
sUl bai'i^ da vdmpörta sievä jits sä ?naf''^" ä siih'n. — ,,f/ dgn tirsinä, 
in si'^fn^äl levnin nä vai"^ atnö kufinä In vilä rp^sa; m§lai äl pluf in 
öra, i stämp/iai su i/n da käls rpsts, fä npssäs jünfras äs litän jg lä 
daintä amp in üra dato mandd, surigtt nän invlidärdi da m^'ltär aint 
bgkkär paivär''^. — ,.i/, si, kwai ?naiigl^'^s le ämö braf paivär pär 
ki^es^ bes kpmpäls; § krai t'ä vg äjat sai ävgndä er sainhaf" 

yO^^ä lainä für i tör id 2/-'" * dif jgti dävg inä bäd§rläda; ^^id 
es ämö bl§r da far in/in kuestä saira; ng vain er ämg da ri^sär als 
sunädärs, t da kl p mär ä las mätäns'''' . 

kuäi e Hat träslleiärs kuelä sairä aint ll plah da lä tävönä! 
fbriUs da kija, ji'ibäls da lä, fan^s 1 /järjä'ts t'i sfendtvän bpt läj 
ureTäs, sklind'&ts da väsflä, da juäjgs, da fdunf i furt'^ttäs; inso^^'^'ä 
in viets t'ä la t'd/ä jevä bpt so^K — äl duciföri derä eksälcnl » hivä 
sü er ätnö öträs pläldntsas, da ktje^^äs f äl/dun slevä gulif sil^, — kjtdi 
der ina vairä masera kuesta dgn ursinä! — igtt t'i rievä, i kuintevä 
sü da las beltäs. — äl/ jüväns klmevän niint'ä tan ku^ l cel' sii pär lur 
tusdndräs' sko pur man dir'^: „/£ äs pärä mäs belläs da si"^'"äls 
k§rlis sko t'ä ng esän ng !'-^ — dävg 'nä pfts efa nil lä. müfikä ä 
sunär sü lä masträliä sgtt las fäne'sträs; Iura efä nä lä/ /gg^siäs^ 
er ä kue'läs fi levän far las spjifäs'^ i noe^ ir prp Is sunddärsß 

mp impärnäjd nä ra'n ämg laent noel ä'. bütac pläin, lä rü/a nä 
der amö l'ivräda, i devän da lä masc^^äs ä tgft podäir. — '^oi, oi! 
tgtt in inä ja / dpi in fbrüi treme'nt fi sirasüna pär ig^t lä fä. 
,,äs mal'd ma^^a bl§r, i äif mal il vdüitär tp^^ pan d ierdä?'-'- dis 



^ armdint da ecc. 

* forma completa vaiyät. 
ä kiieits. 

* ora andiamcene — pUdni i /ihi, i jahi. 

5 il cucchiaio siava dirilto — dicesi generalmente di vivande consislenti, 
spesse (mincstre, pappe ecc), ma generalizzando alle volle, benchi raramciile, 
anche d' allri cibi acconciati seuza economia e saporiti. 

^ tant kun. 

'' forma solit.i familiäre ^ tiiarzi/äs. 

^ „me ne dirt". 

^ verümmte lä/gotsias lu"(^nt'us, piohuiuidärs. 



96 

771 en a 710^ t fi itevä 7-110 j^tü i7i pe dal levru7i i t ij veva j-ilf bülä or 
da fätiestia k7/n vi fvti7'i t'a lä sara/äd a skliiidd. ..glä/- ko 77ial il 
vovilär, wä/-ä kuä — 771^ si t älvdintä las vaislasl'"'' ' — käl pgvä/- djaväl 
äs vevä §[7 at'a diiil kun riiojär duas 7iiaslp s id er cmo l ddtnt dal 
jüdihi. — /v'«^/ pärä fa kälä best i7tfe7-7ialisma, veili sii fiers; «ps 
stäifs t'acäJärs veväii lül vi äfä77 pär ma levrä. — Igit t'i des i ä t'afä 
tapp, tapp saiiitsa für muks, ^d er als sunadärs an podü ir ä kuts. — 
he do7i ursinä rievä tä lä stuveva thäir äl väiniär. 
da kiie^lä jad X7i7ian''- f dl/: ^^älf ä/ans da se/il'"'. 



Abbreviazioni per il glossario: G. Gärtner, Rätorom. Gramm., P. Pult, Le 
Parier de Sent, R. F. Ro7nan. Forschuns'en XXXII. 



ä pron. enclit. pers., cfr. P. 147. 

äbgl titolo, R. F. 408. 

älväTiiär far alzarsi, far levare, 

G. § 36. 
aTTio ancora. 
ßwj pron. pers. ,,ci". 
äs pron. pers. „vi". Dopo i X ä 



davö dietro, dopo. 

dgdir udire. 

ducifgri specie d* intingolo 

„Hasenpfeffer". 
§ssär essere \su7if es es (e e), esä7i, 

esät, su7i; derä\. 
er anche. 



cade: i tis di/äii, i f difä7t essi fegär pezzo d' uomo (ted. Feger). 

ci, vi dicono. i77ipär7iajd per intanto. 

armdi7it bestiame bovino; figur. invlidär dimenticare. 

bestione (spesso linforzato con / // ta e dire che. 

da ggf) R.F.^21. ja abbrev. di jada „fiata". 

Z'ä(//j'r/a/- chiacchierare, R. F. ä^iT, jerdä orzo, pan d j. fig. citrullo, 

n. 4. jgl^li giunco. 

bä7-bängtt propriamente „ zio jnbäl grido acuto. 

Ng^t'-^ ; qui barba di cacciatore. ///// appunto. 
bahenär nonno. 
be solianto, pure. 
(JitiVc/^'ärabboijdantemente (wacker). 
bgl presto, quasi. 
butäc venire. 
ca via. 
düint, pl. 'ä dito e dente. 



kaiip-a gran chiasso. 

kp-li pezzo d' uomo (ted. Kerl). 

klihär far 1' occhiolino. 

kg77ipäl compagno, tipo. 

kuel quello, pl. kues, (agg. käl, -ä 

-äs, neutro: kuai). 
kuvildr raccontare. 



1 las vaiilas soggetto; dopo „t' alvainta" s' aspetta qualche parolone p.e. 
„al dlival,. o altro; invece, lasciando il verbo al singolare, vi s' aggiunge 
r innocuo las vaisläs. 



97 



kurtin nome di quartiere, R. F. 
419 n. 3. 

kuh, a a letto. 

lair volere: voe, vgs, vgl, Idin, 
lätvät, vd'l'än; levä; vul'ü; /fss 
(Imperf. sogg. e condiz.) hrd. 

l§itä, (avv. e agg.) meglio, migliore. 

Ufär leccare. 

l'ivrdr finire. 

vtajxl, pl. majgs bicchiere. 

mal'är mangiare, (detto di ani- 
mali). 

jnalprüvd, -pri^d pericoloso, in cui 
non e da fidatsi, che incute 
paura, cfr. Pallioppi priivö-eda. 

tndsäl titolo, R. F. 478. 

mäslrdlia marcia patriottica, 
R. F. 478. 

mintä ogtü. 

mukks zitto. 

7nür topo. 

tiä, nän ROn. 

nan, in fidii in qua. 

niklir, fhikli}- piagnucolare. 

noeiä, ncea niente. 

gra fuori. 

pa abbreviazione di pak poco. 

pdivär pepe. 

pldin gnocco di pasta piu grande 
d' un' arancia falto di farina 
bianca e di grano turco e burro; 
viene bollito nella minestra; — 
a Remüs (Ramosch) umpli, nel- 
r Engadina superiore chapüm. 

plüü pacificamente. 

plats convegno di ragazzi e 
ragazze che si riuniscono la sera 
ela domenica nella stUva d' una 
delle giovani a divertirsi e a 
far giuochi (in origine afilare); 

Keiheft zur Zeitschr. f. lom. Phil. IL. 



eng. sup. tra?negl, filade. Solita- 
menteprendono i nomi dafiori: 
pl. da la roefä, nfklä, viölä ecc. 

pluödär compagno. 

plus, -fä peloso (p. e. fapücä plu/a); 
usasi come sost. soltanto nella 
locuzione nigtiär äl pl. vi gra 
metiere il peio infuori, rizzare 
i capelli, darsi pena. 

rävarendä pastore evangelico 
R. F. 472. 

ritsdr ordinäre. 

riigjdr rodere, (fam.) mangiare, 
crapulare; part. p. rüs. 

rüfa gran mangiata. 

rudella (qui) capriola. 

saurdr, savurdr fiutare. 

sär signore, R. F. 470. 

säräfädd selciato. 

sfratdr rompere. 

pbrdi grido. 

fbrüi grido fortissimo inarticolato. 

skugl Schals, villaggio nell' En- 
gadina inferiore. 

fdun cucchiaio. 

fggtsias solletico. 

sü'änidr far saltare {süir) G. § 36. 

simmäl simiie, uguale, tale; vera- 
mente buono, bravo, eccellente, 
(quasi sempre limilato dall' idea 
del rincrescimento che quaiche 
cosa abbia rese illusorie le dette 
virtü: kuai/g^^ in si'>»"dl ji'tvdn, 
säl nä ?'/?" l'C naeä kalvihi — 
sarebbe un iior di giovane sc 
ecc. knai derä iiiä si"""ld rpha, 
pufd fä l'es skritädä era ottima 
stoffa, peccato ecc. 

fjarjdtt gvido acuto, rauco, in- 
articolato {järjdllä esofago). 

7 



98 

sklind'cch tintinnio. iavgna calabrone. 

slupft schioppo. ///, -ä, s pron. pers., P. 147. 

spriiii sperone, al spr. hatiu in thäir tenere, ich, ^nevä, tnü. 

gran furia. trasileiars crapula, vita spende- 

statf bello, buono. reccia. 

stamplidr sil preparare, allestire. titsdndär (sost. fam.) amoroso ; 

üuvdir dovere, sip, sti-vetä. solita forma 7närüs. 

fvunk slancio (ted. Schwung). vdira discretamente, le vairagrgnl 

sunädär suonatore pro Is s. z. e abbastanza grande. 

ballo R. F. 464. vdislä fritella. 

tä abbreviazione di iafa casa. vämpörta piazzale a'vanti la casa. 

t'ä frc. chez. vlra vedere, v§ts, vehdin, -eva 

t'acadär cacciatore. (a. eng. fisdm ecc). 

tapp scornato, qui: colla coda viers, versi, gran chiasso. 

fra le gambe. 

Racconto popolare engadinese; — cfr. Gaud. Barblan, 
Parablas, Mitos religius, . . . Legendas ecc, Annalas della Societä 
retoroinantscha XXIV^, p. 272. 

Trascrizione e glossario di G. Pult. 

[L' acuto indica 1' accento secondario.] B. 



28. Lavin.* 

(Engadina inferiore.) 

jgn mar^y^et kgläni § l ingldls. 

s avdnt iln mc^s stkül ^ amg plü bot in awlies konträdes grifünes 
iin diskur'iva dal end'qdlnq, si ßiyür ^yj / udivq q manhiinar ^^ // 
mim jgn viqr^yj't kgläni. — kzvaist elra kunusü skg e^-hdent ^yqcädr 
dq tyamocK — el iglkvq, vi e nan, spqs iyj dciven da diskuerer, § 
bl§rs krojeiven Iq pro, iye l disponis dq fqr^ses füpranälürqles. 

dq kwai Jidit e*' iln mgldis f f re^glvet dq meler q jgn mqrtyj't 
tyi dq Iqs volles faivq iln pü fbregq, q Iq prgyjq. 

el iiit pro kolüni e /et d avdir udi iye l kgläni saptya fqr hir 
tl djävl; ngn avjant amg maj nü l okafjün da vgr q kisjalst siiiur, si 



* Lavin (Giigioni, distietto di Sur Tasna) suUi sinistra dell' Inn (a 
1413 m; allo sbocco del Lavinöz) ha 250 ab. (protestanti). E il primo villaggio 
a nord del gomito che forma 1' Engadina a Süs da cui disla ca. 2,8 km; stazione 
della ferrovia dell' Engadina inferiore. 



100 

ql fiis da g!-pni vitercs da fqr kuhuSenca p§rsunäla kun kwel. — ^ya 
sq Iq kiniiparfa rewstsa bahi, tyel l paicra in ucrden. 

kqlüni pgsttt l ingläls per Iq salra a laf iindes e meh in hia 
ty^qininqda, inüe tje l vaiva ilna lin^yüHa da far§'r § awtres ü/ql'es, sjani 
^ye l solaiva fqr sves Iq grgnda pari da Iq Iqvür vi dq sles armes 
da ^yacq. 

kur ^ya l ingldis nit, il ppsltl el in meh Iq iyqfw'fiqdq , dqspf'r 
la lintyiÜ'q, trcl qlüra büwgrn kwela § intwgrn sai vnilttfqris Uirk^s 
kun kraid alba, § leJyet kun grgnda smqhq ör d ün küdes rgmgnc 
tydw^es iwgt afql ininkljenldivles p§r l ingldks, fin*yi bat ei lof düdes. — 
Iura dtt el kul viarle grgnt trais f§r77is kiijolps siilq lin^yiiTa, e preßanlet 
q l ingläi^ ilna irempida bwgrsa da raps, fgni: „sinür, kwi obit aij 
Zi'gsa il djqvl, ty§ l gwqrda pur aint / " 

/ ingläis gward aint ne -Iq bwgrsa §t eksklämq: ^^ma kg? ktvi 
aint nt^n ve^s ew uiigwgtq /" 

,fyiistämdn^y'-^ rispwgnda liira jgn mqriyet „kwe als prehifä- 
mdn^y il djqvl — ilna bwgrsa use grondq e fmgwpta laint! — ün awir 
djqvl 7iun aia ner eiv mqi vis! 

koläni e l ingld'J desen avdir bqvü kwela not plü kw im maial 
l'urdint la sqi^. 

*Testo raccolto e trascritto da J. Jud. 

J rappresenta la lene soida sorda; ? e molto aperto. 

blers diversi. raps denaro. 

dqspfr presso. sves stesso. 

ininkljentdlvl incomprensibile. surdint oltre. 

läprp per di piü. migwptq nulla. 

lintyül'q incudine. i'^fdl'es utensili. 
maiqel bicchiere. 

29. Bravuogn.* 

(Albula.) 

hants dlas tygtces lär^y es\fo il' prent vjedi e^t il'vast rauent. 

f'ie '■^yede eril' ve stgkl f« gm ad f'^e dgnne. — la dpnne trampt te 
il' pni ve brawen kun gran da mgler. — ma ü gm slrarnf^te da fer 
k§ vjedi, partyj tyjl nu sap^ye, (ye iy^l ä'^/e da '^fcgr li niulintr. 



*) Bravuogn (Bergün, Svizzera, Canton Grigioni, distr. Albula) h. una 
borgata di 1335 ab. (protestanti) al piede n.-o. del passo dell' Albula all' 
altezza di 1364 m; stazione della ferrovia dell* Albula. 



lOI 

„/^ mm est da ^fegr a^giul dt er ku: ..par mMye st er, Li e>'^ 
minel!'' 

il' pggrp tigr f'^^t las ses ^yötces lär^yes, pel'e la bggfe sele 
spidle \\a s 7n§tte an vjedi. — ade^e repetegvel ißs plps dla se doivic: 
ypar mih-yj st er, hi en mintl!'''' 

kg fi rivg sper f'^ er, ang^yj aregven 'ifesl. — ^l g salidg amj^g- 
vebne^ts || a^ p '^f^^'- -.-P^^f mihtye st er, bi e^ mintl!''' 

il' kuntdde^ tyi ar^gve || nun § stg hmIp'H ku k§ salekt \ ad g '^fet: 
^^ti iambfrl, nu sest, ^ya kur t-yif Ire a spjine || as stgl' dfikr: .^da 
mjä'-if nwiel \ stgl' negr t" sterf"' 

,,kfkp vle te'fier andiintnt!'' gl <-ifet il' ngf v/endd'i, ad g kontinug 
tot kiintetH il' se/ vjedi. 

kur iyfl § rivg an 7)i/nantye, si fadg^gvni davä'H t"e ^ye/e <i/est 
batyareje kun e^ ^cüj, ad gl g klamg : .^da mjädf mintl en stir 1^'' ma 
kg il! ofH Jfet, iya lair tyjs f§tce baiya?'eje, as slaptyß '^fegr gtreme"ts, 
n^mpe: -'ple^e la planati e || na purtsjg^'i an og^ye m^tle''^ . 

kg fl t anavä>'H \ad g aniiipg en famel', tyi sku^gve la veje | a 
?nnfgve dav§f''t la bussle kul' tyavdl'. 

li k§l g 1 15s se dfet: .:p!e"e la planet te, 7ia purtsjg" an bgtye m^ile/^'^ 

il' fam§'l' tgt avilg || //' g mng knie skgwe dfo pal! ^yö. 

gss fl i ad l || ad g afitiipg e^e bere, ma fl nu savfve plc, ^ye 
tle^ se dgnne veve dfet. — kg gl' ^fet f^ gm, iya da kf'lef okafjg'its 
da /unartl\[ sfl' ufitg da dßlir: „dt adfe lg enne!''' 

kg fl i anavdnt \\ad g anskuntrg e^e nghe. — sfntse f ampisur 
angiiiette d mel \ gl salidg kiith pieh ^yfl Vfve thi andimf'H: ,^dt a<J/'e 
Iq erme/^. 

ala davgfe fl rivg sper il! mulp'K — ma kur tyfl l fve J/egr li 
mulintr par^ye tyf sfje kg, Si frei tgt perplpis \\ a nu savfve ple, fye 
iyfl v^ss da ^jekr. 

fl f speert kuri anavgs sen kf er, ang^yj ar^gren \ ad g dumandg 
an^y e^e 'iyede, kg tyjf ä^fe da ^jekr. 

alggre fl turng anavgs, ad g <i/et li tnulintr: Ja ie mglast il' 
mef gran, si d dd^e"^ par miiitye mjädf mintl f« ster!"' 

*Testo di C. Juvalta, trascrizione di I\]. C. Lutta. — 11 rac- 
conto {parqle) e rielaborazione d' una poesia in dialetto engadinese. 
superiore di O. P. Juvalta, pubblicata nella raccolta Peidras impolidas, 
Coira, Pargätzi e Felix, 1863. 



t lento tye tya la — 2 Jento si t döne 



102 

[e e vocale rJdotta raolto aperta, vicina ad "'; r alveolare, vibrato; 
« sonoro e velare; le rattratte cominciano tutte con leggera esplo- 
sione, quindi ^s, ^/ sono piü forti di z, -5; il raddoppiamento della 
consonante indica allungamento; le sillabe atone s' intendono brevi. 

Due linee verticali indicano una pausa piü lunga, 
una verticale piü breve. 

II dialetto di Bravuogn figura nei paradigmi della Rätoromanische 
Grammatik del Gärtner alla sigla g; cfr. pure i Saggi ladint 
dell' Ascoli, § i, Grigioni; B. Sotloselva, VII Filisur e Bravügn^ B. 



ade"e continuamente. 

anavos indietro. 

andimp'H a memoria. 

af'igivet niente. 

anpiyj. dove. 

hatyartje {fer) macellare (,,far 

beccheria") 
bi soltanto. 
bggfe sacco di pelle. 
bussle immondezze della 

strada. 
UuJ maiale. 
davdfe (a la) alla fine. 
d^yede volta. 
dfekr dire. 
ernte anima. 



lo staio {stet^ ha 4 kjrtdnes, 
una kariä"e ha 6 mintih. 

min^yj ogni. 

nifier ene {frcgde) dareuncolpo. 

7}igler macinare. 

nempe cioe. 

plan^tte tagliere per tritare la 
carne. 

plet parola. 

saickt saluto. 

sp§ert in fretta. 

slgkl Stuls (comune presse Bra- 
vuogn). 

slr am alter tralasciare. 

taTtiberl sciocco. 

tyo^ces calzoni. 



?«?'«// misura di cereali corrispon- vjcdi viaggio. 
dente a un 24O dello staio; vifnantye paese. 



30. Sils (Seglias).* 

qvän van^yßtre's onz e la visndnka da sel'qs arsq d'pU. 
ju sun siädq du 71 caler q ve lal'ö hf'rdepfqh. — qlurq e iiiq 
k§slqrq vanidq, q ßi v§ dg duqs padf'qlqs dq zurzindr, q ku l c 
vanldq, siind ju Idq sfi pitz raps q v§ dg. 

* Canton Grigioni, distretto di Heinzenberg (Muntogna), mandamento di 
Domleschg (Tumliasca). Sta all' altezza di 696 m fra il Reno posteriore e 
1' Albula ed e siazicne della ferrovia dell' Albula. Ha 621 ab. in maggioranza 
protestanti. I cattolici appartengono alla curazia di Thusis. Importante la 
divisione linguistica fra gli abitanti del piccolo villaggio. Secondo il Geo- 
graphisches Lexikon der Schweiz V, al principio del secolo 368 riconoscevano 
come propria lingua il tedesco, 260 1' italiano e 32 il ladino. 



103 

sudinfqr v§ ju prlq duqs sad^'Qlqs q stind idq rei pqr duq; la 
portq ^yjqsq e stad uviqrlq q ji^ t§ IqyfyJ, kq kwe s avfi^ u^^q d§i'j^ 
ardqr, a sudint qr v§ j qmblidg. 

kur k Ju sund id q ^yj'ssq, Vfju fä^y fiqk dq m§ttqr v§i auq pilz 
pizökqlz, q mn(d) idq gr sin klavg q vtirddr sq Iqs gql'inqs on iivg. 

qlü s ei stg lä vgj da kwe pfilqr in grand btirniq, q ju t§ 
Iqrtyö tye biqn ka l' e k jti stin vanid gr sin klavg. 

ju v§ priq inq sqd/qlq atiq q fiers qnhthtqr pqr kq m§5s esqs 

ardqn be^y, q v§ vurdg traniqr Iqs esqs gr q viq kq l iefy q sön ars. 

jic v§ d'i*y q li kwinadq kq Iq iy_fösa dil d'gn ardq, qd §l^q q 

dVy^ dq kq nun , q Jon siind idq sin kgmrq , q fiirs gr Hz Hz ai 

kur^yßi, q stiaintqr vf ju prlq kwe pgvqr /"ani si diqs q purtg dgu §1. 

Iq kivinadq qlurq klump kq ju dess vahir d'gn, q jic v§ d'i^y: 
,.zgß ai tyß'^ q sund id gr dq kzuf^^q kgmrq ain l g!rq, q v§ sqrg 
i eß, a sund id ain a prlq kwe pgvqr /ani si diQs, a sund idq dq 
s^yfölq d'pu qd gr dqd es, a ktir k jii suji slädq lid'm, e Iq ^yjqsq 
dad qnz§niqn. 

Esposto da Anna Donatz (settantacinquenne, ultima rappresen- 
tante del dialetto di Sils); raccolto e trascritto da Florian Melcher. 

Fonogramma della Kommission für Phonog rammaufnahmen von 
Schweizer Mundarten, Zurigo (no. 64, 65); la copia del Phonogramm- 
archiv der kais. Akademie der Wissenschaften, Vienna, ha il numero 
1510— 1511. 

[Sulla fonetica di queslo e dei dialetti sottosilvani di Dalin e 
Andeer cfr. J. Luzi, Die sutselvischen Dialekte nelle ..Romanische 
Forschungen" XVI, 757 — 846.] B. 

qmblidär dimenticare. k^vinädq cognata. 

burniq brace. pfilq'' colonna. 

caler cantina. pizgkqlz vermicelli, lasagne. 

diqs dorso. sqd§'<ilq secchia. 

esq asse. sudint qr subito dopo. 

hf'rdfpfqlz patate. fani^ sempliciotto. 

kfslqrq sprangaia (ted. svizz. tartyar pensare. 

kesleri). U^sq ora, al presente. 

klavg granaio. if-'ar depor uova. 

kgmrq stanza da letto. visnankq paese. 

kur quando. zoflar soffiare. 

kurtyih broilo. zurzinar ristagnare. 



104 



31. Dalin* (Präz). 

Detti e indovinelli, 

I. 

ir^inta djs a l' iiifinz novemhqr 
kun avrij, juni q sqtemhqr, 
tut il's ötqrs an tr§intpi 
da vehtyö^'ji^ el' me p'i. 

ku l' pez hqvreh a sei ^yapi, 
dqv§nt ku Iq fplc, q nä ku l' 7-aslz. 

pjh ii/änz, pin kiviigs 
grqend iifinz, gr<^n kwitgs. 

ja; q tcl vahflh bfin pqrikq 
iei sumd'qs il' fiavi\n 
q ja, Jq hyJ^kq pihq 

ku l' gat e g d ^^f 
sq sgllqn Iqf mirs. 

skuq fiövq skuq b§ih. 



II. 

änd'qvi7iddqs. 
in pi^me q miez il iniint 
ktve pt^nie a dodqs rpms 
q mintyq rgni a kwair ?/n(ts 
q tnin^y ipm q §ih s§i gfs. 



rqdj^n, rqdy,nd§'l 
k a ni o^^q ni pf'l 
ad e pifyttq. 



(il' gn) 



(pißi^iq) 



* Frazione (29 ab.) del comune di Präz (Grigioni, distretto di Heinzen- 
berg (Muntogna), mandamento di Thusis, a 1242 m sul pendio Orientale della 
Muntogna a 3 km dalla stazione Rodels-Realta della ferrovia Coira-Thusis. 



I05 



vid va, pl§ih vpt, 
pel'a pq Iq keU q t§n. 

v§hiiqr Ipi q hil'q krap 
va q fa tqlik, tqläk. 



(a ktve e l cadi'in) 



(W k%ze) 



jce s§ in bucin 

kipi fi/i da duqs sprz vih 

ad in sa skurld kq va bety^ qnzpnlql. 

(a kti'e e il' iQf) 

Esposti da Sabina Cadisch; raccolti e trascritti da Florian 
Melcher. 

Fonograraraa della Kommission für Phonogrammauf nähme von 
Schweizer Mundarten, Zurigo (no. 62, 63). La copia del Phono- 
grammarchiv d. k. Akademie d. Wiss., Vienna, ha il numero 1508—9. 

bil'q budella. mir sorcio. 

bucin piccola hotte. pi/ij,tiq burro. 

biik^q pinq bocca del forno. flavi\n scopa da forno. 

§tiq acqua. ^X?/^ cappello. 

iqf (plur. ofs) novo. iifint bambino, figlio. 

keuq CO da. iihx nido. 

kujig pensiero. 



32. Andeer.* 

H'z slräf'iglqväiy^qs dq plahs. 

l' erq stö en ij,mviern siärmqniifs lunk. — sgn a Iq Jfh d okiöbqr 
vdinfq /iq enq grandq nef, qi jl'z purs an siuviq qn^cevqr Spn 
qlürq q pqrvqfer aint jl' ini'ivql. 

Iq rakgltq djl' fan erq städq mqfirävlq, e dq vfndqr bid''i(a erq 
nank dq diskitrer kiij§l qt(in. 

qsfjq er jl' kqpevql, kq dq pqrmqvera jl'z ^ccPfs da Jan qn*cq- 
vevqn da kupttyeQr. 



* Grigioni, Reno posteriore, distretlo di Schams, 979 rn , a i2\/j km 
dalla stazione di Thusis sulla ferrovia dell' Albula. Dei 500 abitanti la 
maggioranza e protestante. 



io6 

/' era mäc, ma l' levq bej'jiq iqhir vp-d. — fat'i kqtav pi nin da 
kumprdr, pqri-^e kq i erq däpqrttU s^yiar^, ad er s jn Vf-^^ kalg qnzq- 
vpuq cn tatyj't /an / erq 1 //' prezi slännqnü'if glt. 

inziunq l! erq enq grondq niqnkcnizq dq foii, tuiJiiuädamf'nz ql'z 
plaiis, nguq ka bleSrs vlvaii f'lq l amhizjüii dq Iqne'r bleSr nn'ivqly eqr 
s il' vevqn f'lq pdk fan. 

en pi^r^l erq prppi qti enq mifergq dil' gavql, ql 7'evq nank en 
/i^ie'/i fon. — pqr hejya sluer kumprdr fan revq l fa^c pitir d ]q fom 
il' inüvql iniez nmviern. 

mq tj^^q dq pqrmqverq erq l prppi or sil' davgs. 

Iq si rq^y^f^^q mufivq k il' era dq sq prfiidqr pn^'/Jq, me dq 
iqrlar qd §1 vevq nank zinklq ple dq li dqr, q pas'y^ er eSr ank nin. 

}<itä daiq l qd il' sil' pez dq khi^yjr, dq Iq vari sulal'ivq en fceff 
d f'Srvq kq kqrsevq irantqr Iqs- plat'qs or qd erq bfSl Vfrd. 

yO sq pude'ss sel'mähiz sar mole^r kiie h§al tceff d '§Qrvq Iq ni} 
pgvrq nerq]^'- — aliuä li vefi prppi skg iqrm§s^ djl' ^ciel en eksqlpit 
pqrträtcamdint , en mu'\ dq sqlvqmäint. 

fl vui klqmär qd qfid il'z vqf'enz pqr irer Sfi Iq va^yq kiin 
ir§^cqs kq Iq pp^^j. mql'e'Qr il' ^ceff d '§qriq. 

fetc q fatc. — // klomq il' pe'Qdqr qd jl' fakqn, il'sqmijn qd 
il' fieri, iiizu'i""a lut il'z vafenz, q l'if mn^^q il' ^ceff d g'qrvq sil' 
klidytr. 

iuz qprobf'sqn Iq si inlenzjyh qd §n prunz dci 11 fidar. 

§1 va pqr enq dq Iq's ple liaigas trf'cqs dq fan, q pqr ftirtünq 
e l buh dq Iq fierqr Sfi ad qnixlrn il' per dq Iq krus sil' pez dil' 
klujyjr. 

..n^^q va l' bah qvütidq!^'- pi iuz par enq. 

§lz legqn Iq irf^cq d enq vari qniürn kuliez l'i va^yq, q Iq 
iirqn aji glt. 

prfst l ane sfi a miez il! klijfytr. — .^tiirdät, vi^rdal'"' , Idom il! 
piir alz vqfehz, ,.,vurdät skg Iq mi nerq q dg qd il' l fQrvq sil' 
kliij-yerl — §lJq slpidq spn gr Iq liqngq pqr Iq fcapar!'^ 

..eq pqr ?,'i?^-s'/" klomqn tuz, q iirqn q iirqn qd chq pic n qnzfi 
tgkq Iq nerq, e prppi Jiiil' grifft sjl! tceff d §'qrTq. 

ma f^lq il' *cappq be/y, kti§ bies^y dil' sdtqnl 

flz tehqn la tr§^cq, q sp^tcqn, q spf^cqn, ma pqr nut; §^^q vut 
nulq sqver ngvas da l f'qrvq. 

q Iq fih Iq las in puspe vahir an fau, plah^'l, plah§'t pqr befyq 
l'i far mal. — a iiur l era fii da p^^^ s ankprs in kq Iq pgvrq nerq 
era strqhglädq. 



107 

iuz van q ^y^eS sainzq bleQr plez. — ma Iwflz da prosurq l'if 
an dg han pr^st il' surni^im djl's stränglqvätyas. 

*Esposto da Simon Mani, raccolto e trascriito da Florian 
M elcher. 

Fonograrama della Konunission für Phonogrammaiif nahmen von 
Schweizer Mundarien (no. 6o — 6l). La copia del Phonograrnmarchiv 
d. k. Akademie d. Wiss. di Vienna porta il numero 1506 — 07. 

11 teslo combina con quello portale nel dialetto engadinese 
di Scanfs (pag. 90 — 92). 

[II dialetto di Andeer e studiato nella Raetoromanische Grammatik 
di Th. Gärtner e indicato colla sigla dß; esso figura anche nei 
paradigmi del § 200.] 

[II g interv. e lene e molto vicino a g\ in tc 1' occlusione c 
alle volte quasi impercettibile. — eh intermedio fra e ed e, il 
grado di chiusura aumenta coli' alUingamento. Per q cfr. la nota 
al testo di Scanfs.] B. 

qntcevqr cominciare. ninnnädqmg'nz specialmentc. 

qnzqnäuq da qualche parte. 7int (pqr) inutilmente. 

qsgiq cosi. ' pqrlräcamäLni pensiero. 

he}i punto, nulla. pqrvqfe'r abü foraggiare in 

bies^yr^q bestiame. stalla. 

hie&r molto. pur contadino. 

fistey^ festuca. sgn giä. 

saval diavolo. ["idar aiutare. 

kupit'feQr crollare. ''O?^/ dq fah catasta di fieno. 

vm^^ar mostrare. iß^q ora. 

tnüvql bestiame. J^'£/f'^s vicini. 

npuq dove. 

33. Uors la Foppa* (Waltensburg). 

kg ei veh fa^y. 
ine dumehdye sere ei in sihiir vihJus pn in t/s/rte, ad a dumaidäu 
^ceine. — iL' ttslier a purlau. la ^ceine. — l amprcmc bukädc k il sihiir 

* Grigioni, distrctto di Gleniur, inanJameulo di Riiis, sulla sinislra Jel 
Reno auttiiore a 7,50 km diilla stazione di Ilanz, a 1015 m. IIa 362 abitanti 
di confessione evangelica. 



io8 

a mess fm hokke, al däu iss da mal ilf dens, a ientu il m entin ahkunler 
la bokke. 

sin kivei a il' ustler dumpidait, i'/_ei ei mtunki. 

il sihür a latnantau, k §1 ä'^jü spn kwindif ^yls ^yi^X mal ilf dcns. 

tot ilf gas^ stlven mal per kzvei siniir. 

lu(ke) ^yi^yi suenter xeh in müer siniir dad es pi kun ine kgffre 
§nie meiin. — fl sellde mi^iyarel, a prcun pla^s vi dad ine kneife 
persülz, a kumgnde in glas pier. 

kü l a veu, ka l äiäer vev asi mal, s al dyct-^; ..$ ei plai, v^ss jeu 
ine mediflne ka dyiJass p^j a p^i^' . 

sin kzvei erv fl sie kpffre, a prpi ö ine skatle kiin pi piierl alve. 

§1 a '^yi^x al' sihilr, (l d^'i buht seu det a ki^ct en la pj'ierle a 
meter en si l' denn. 

il sihür a faty^ skg tcfl a '^yi% a tot pi ine gä al klamau -^^yji 
viervel'ef mm mal a tot kalai/^ . — sin kzvei al amvidaii da icana kun 
§1, ad eun daii düs frahks. 

kur ilf gas^ an veii kzvei, s an tos vulcu da kzv§le püerle, al' 
sihür a sevtu vender per in grgn dent da sie medi/ine. 

s enzi^yf a suenter ^yü mal ilf dcns a vuteu duvra da kzvfle 
püerle, sa <iyidäv ei nüet. 

pli tärd an. itis savtu, k ei sei^yi stau kul'enem. 

kzvflf düs sihürs Jren i ai akgrt da fa kzii§le kul'unarie. 

la püerle fre mäi rtde pijäde. 

*Raccolto e trascriito da C. Martin Lutta. 

[11 dialetto di Uors e studiato nella Rätoromanische Grammatik 
di Th. Gärtner e indicato colla sigla b-^; esso figura anche nei 
paradigmi del § 200. 

[Secondo la Rätor. Gramm, (pag. XVI) 1' d di questa varietä 
dialettale sarebbe vicino all' o\ \ a atono finale qui trascriito con 
e viene li reso con q', 1' d con /"/.] B. 

ahe bianco. midytivel amichevol(mente). 

es uscio. nüet punto, niente. 

ga volta. pfi a pfi subito. 

iss urlo. pier birra. 

nieife tavolo. püerl polvere. 

mentin tovagliolo. rld^ Grata. 



I09 

34. Pitäs*. 
(Reno anteriore; Glenner.) 

I. 

kumhäi d in kicadür da kamocs hiin in ces barbet. 

avön vqrgq cten onh parfegzinlav d kapävtl kicadür fep serr 
d ämden an^sakönts kamocs el kgniüern dil milrcenslqk. — sin in 
gron d in grep fal lew parsen l' iiiif d in ces. — // gil'art kicadür 
Iraj Q h käi'ses , a sq f ilSna s qpufön sm tsia hojs dad ina taj^a 
pr^jkrSp, si Vier 1! mif. — arön ke l fosi cnja kuel, fggl il maskel 
nf^ Her, zfn aber parfuraws aqdina bäla. — serr kärga piirspej la 
lojs, a sq rilsna st i'ier I! inif. — en kwel aflel dus ces pinh, pandem 
ßlr ina fgarfejvla prejkrap, awlfs el brac per plla sin kwej ke l 
Iage<^ya. — en kwa/ mt,tmen fgöla la rel'a furjii^atnajn newq dyii ord 
il! awl a kyäca sles starmantü^es g'cßes el brösl dl lucadür. — kwel 
pcrd aber lilk la prcfienca da spiert; el dreisa la boka da sie bojs 
Sil Her iqh'iyd'W, k era s atakaws kü las gtefles zni sew brösl, kul 
polis da sew päi drety^ iräjel si il ^yjel, main il tyaw d ina värt a 
skä-rg astq la bojs. — // pluin kröde sentsq fa dij mal a serr ; il 
ces Ignhmier ven parfuraws da la bala e kröd en dies ela pro- 
funditat. 

l a dpvräw plires jatnmes avön k las greves plüges k il ces veva 
fafy^ el brost dil kicadür en siädes mil'urädes. 

*Racconto di Jakob Lutta, trascrizione di J. Jud. 

II. 

/ erür. 

il kapävel navigadür ingies franisis^-y dreg veva larmis ina 
gä trüfels ort l amtrigya, a skr et loutier: il frcty^ da kuestä plant q 
ej qsi grej/ers a ?mtritt/s, ke j fgs de gron avanliPy par l cur dpa, 
sa kwela nis kuliiväda le'i'. 

l aniit-y de franlsis^y kartcvq ka kwel majü'^yi hin il plajt 
„fre/y'''' la ppma ka penda vit la rqvcce. — /// '{v/ d at^n anvidel 



* Pitds cantone Grigioni, dislr. di Glogn [Glcnner, afVluente del Reno 
anteriore a Glion (Ilanz)] a 4,5 km a s. della slazione di Glion, sul verfaule 
deslro della valle; lOÖl m, 105 ab. (protestanli). 



I lO 

antsahSnts gronts sinürs t'ier in ^yentä surviivs Igt qla gronda. — /'/ 
davgs veni purldw si Ina trä^'^a kyiirkläda kiin in iivierkel. 

il pal} ün käfa leva sl n päjs, a 'iyi a sef e"^viddj: ^^jgw vaj l onür 
da sp'vt kctv a vüs in fre.}f_ trW^ff ort sem, k jgw vaj siirneü da mew 
bten ami'j_ dreg. — kwel siniseresq, ke saT'e's ve in gron valtsen pär 
la britärija, sa kwej fre}y^ hjes kullivdws lew''^ . 

ils sinürs sd^yen gs il ftet-^, k era herfaws em pifäda a sprin^y^W 
kun hiiker a Hur kanela. — kwel veva aber interladcw giis/, ad j era 
maj don par las spftsyei ies. — keW ei-^t Igt l siiiürs dil mäjni, ko 
l^'^i'?]' ff f.^X pQ^l b<ijn eser bunh par l amerigya, em brilanja lonkünlr 
posj el buk modird. 

kt'iert tems suen/er läj il sinur tre g a bar/d la ravecq da irufds. — 
ijia damiUn kalinäva pil lert entüern, itfel el burnew d m fewk 
rükles tiereSy el s/näk ma da kiveies a sentq; kel a in amparnejvel 
friet. — sil mumen dijnondel kwel ka luvräva leV,', t^/e fre}"^ kw^j 
sejdyi. — kzvel 'iyl, ke las rükles saj^yen Stades pandldes v'it Ies ri'^yts^ 
da la plonla merikjäna. — per gs ä kapesa la kaw^a. 

el laj ankurt antslmen las rük/es, fa ki^f^ina kweles, at amv'ida 
l awtre gä ils madenis sinürs a (^yenta. — kwela ga pol son ve dyi^y 
ad eis, kg l kers^ydiin sai en erür^ s el tntra maj dadg vi ad inler- 
kwera biik eksakt las kaw^es. 

*Racconto di Jakob Lutta, trascrizione di J. Jud. 

Sul valore di ^ confronta la nota al teslo di Lavin, pag. lOO. 

[Nella Rätoromanische Gratmnatik dcl Gärtner figura nei 
paradigmi alla sigla b^ la varietä piii centrale di Glion (Ilanz). 
Nel Handbuch der rätoroin. Sprache il Gärtner porta saggi della 
parlata del corso superiore del Reno anteriore (Tavetsch, sigla d) 
che rappresentano un tipo dialettale non molto dissimile dal nostro. 
Ma maggiore affinita ha la parlata dissentina (Muste) il cui vocalismo 
fu studialo daj. Huonder, Der Vokallsmiis der Mundart von Disentis 
[Roman. Forsch. XI, igoi, pag! 43 1 seg.). Non si dimentichino i 
Saggi ladini dell' Ascoli (Sopraselva 9 — 113). 

äfld trovare. bojs fucile. 

amparnejvel squisito. brgst petto. 

antsakönts alquanti. buk punto. 

astä in tal modo. bumdw carbone consumato. 

avön avanti. kahnd passeggiare. 

barfd bruciare. kaltsä scarpa. 



III 



kersicwn ,. c r i s t i a n o '• u o m o . 

ktw qui. 

ces avoltoio. 

davgs (il) alla fine. 

dies (en) indietro. 

don „danno" peccato (,.Schade 

um . . .") 
dyeniä „pranzare" pranzo. 
ga volta. 
greflä artiglio. 
grep rupe. 
iammä settimana. 
iert orto. 
ihif nido. 

interladew ripugnante. 
lagei-iyä vagheggiare. 
k'Ui li. 
majni opinione (ted. svizz. 

meimg). 
modirä maturare. 



7imi(i{er) coli. 

orejfer eccellente. 

pink piccolo. 

pi/adä burro. 

plajt parola. 

prejkrap parete di roccia. 

piirspej di nuovo. 

sprindyew cosparso. 

slarmentüs spaveiitoso. 

raveca f r u t i c e , c e s t o. 

riisnase arrampicarsi. 

tais scosceso. 

tier bestia. 

tier (tiers) a. 

t ruf eis patate. 

t-iacä piatto. 

uvierkel coperchio. 

valtsen vantaggio. 

vargä circa. 

Vit a. 



35. Roveredo.* 

(Mesolcina.) 

Due coraari. 

(Dialojjo Ua Maria e Maigherita.) 
P. m di, mari/'i! 
M. bgn di, popa! 
P. k^fii Jzuntc de hei'? 
M. m tira la; e vu sie beh? 
P. -f ven vfcK 

M. a voli na m§l fqra la grasa? 
P. nä m pg\ g t fa lud de par mi. — in da fäk? 
M. vost otn?"^ 



1 fr(atello) f ^ veh vec 



2 lento / vöst 



* Roveredo capoluojjo della Mesolcina inieriore (Misox; stazione dclla 
ferrovia della Mesolcina); 298 in, I136 ab. — Sviiztra, cautone Giigioni. 



I 12 

P. ä, gra l ga m dcBWS, öra l ga in n ältrg. — ^/ veh vec anga 
bi; fl gaid gusta la rgst fid ; l§ daj le d l eld dla feimia del piske. 

M. 7iia si, m se de vin an; ina kgm la par maj vega k§la fevma, 
n'^? — la ga su na grau hruta cira, l e sa kplu, kptu / — / altro di 
l era jlt per kdrga l ülp, e pii? tant ^ l a pe spnpi o fug hgna vila . . . 
l a nga maj vüd Tüna de bgn . . . l e prgpi vera ke a sio mönt . . . 

P. ^ hei l g mg jsi gwida n la! ... kuj clir'^ pj?^^^ Ht ^ ? dür 
kgme grgb^ d albje^s. 

M. la ga per 6 faf^ tsentso la mgrt de k§la mala dcl tso frade'l 
ke la s e skpläda. — « gran käs pp6, nel in tsgmal . . . 

P. pär mpgsibgl^ . . . 71 gran käs. 

aM. e si! kaslig de digf 

P. ?nglä, pgra djavgla . . . l era he 71a bona mala se/^ 

M. g prfsl p iärdi i vek dre — // hingr el poga miga lue i 
säbgl, 7nä . . . ! § ^ 71 a ga zist . . .! 

P. 7iia p§rkc pe? l a mi maj /od''' 7tigöt a 7iisiin. 

M. le ng, ma . . . bgka tds . . . in sa be . . . ma^ k§ rfgal'^f . . . 
a mi m a fad''* 7iigpla, si kf . . . ma tintf ben a 7iient k§l ka f dik « 
sig moment: g pr§sl g Iärdi el isingr l päga. 

P. i di^ isi k a k sergf su, kan^ g e kapilp la di/grälsja . . . 
l § vera ? 

M. allrg ke vera, 7na si, a era"^^ giisla fat' su l feil n tsg l 
gamhdc p^r dag gu l tsekgnt! . . . el pin, el m§ gm, l er ile de föra 
k§ l bajäva koii k§l h§r rpp . . . 

P. ki kfl? 

M. ma si, kgii k§l . . . lipo de galer a . . . d gm reberi . . . d gm ... 
gf/gmarta / lafe'm Id! . . . aliremtnl! — el pii'i el rgleva fu viina di 
so huläl . . . el ktida: „a n gg sa pjen la skufja de la in§ ppppfi'"'', 
e l allrp, kfla bgkasa sakrilega: ..anga mi d la mi gosg?'i" . — a vpleb^^ 
be dag la mi; . . . salta fgra per dlgen vttna, kani a seilt krida e 
camal .i,ajjU, ajüi'"' . . . e a v§c la kalankesön kor föra koin na balgrda 
de ka: ,,i hrüfa, i brüfa!'"'' — da fä^'^? — ;///' pjania jle liit'^^, f 
gamhdc e fea, e kgr su a rgta de kpl . . . ,,kps e ge, kp^ e ge?''' . . . 
,,la brüfa, la brüfal'-' — rira n^sg la pgrta de ka . . . n lern /bäUs a 
fak sü i'i4 k%iairo skalin . . . madgna, madgna! . . . la rqfa l era 



1 celere purlan ■ — 2 ff. clr — 3 lento grgp — '' lento 
fac — ^ fr. mposihil — 6 fr, mal ase? — 'lento fac 
— *^ fr. ke regdl — '•' lento kant — ^^ ix. a jera — n I. « 
vgleva be — ^^ fr. f^ Ja fä — 13 ix. pjant ile iiil — ^^ 1. sii i 



113 

fiongäda^ gu m meh a la ka, nigra kgm w/- karbön, sen^sa kavi . . . 
migej, niigej! ... rn da fäk? — la g Ira na?ik pju su m toked de stras, 
. . . yiiggt, niggt del tut ! pöra mätal — 7na la ^ lamentäva iiiiga. — p§r 
fprtuna e ge pe rivo su sübit l dolor. 

V. e l tsg pa? 

M. el hg pa lavoräva 3 m pp pise ngü. — kan ^ l a siniit kriad 
y,ajüt, miferikqrdja^^ la fad''^ dgmä vi ßbäUs a kör, ma l ^ sdlto gu 
de m mür, §1 ts a pprto fgra m n§rf da ppst. — na difgratsja la 
ven maj da per /<?'... // tsa pe tiro gu a strus kgm l a pgdü ^. — 
dgpg ke l e nwrta la flja l a kgme p§rdü la traingntäna. 

P. pgri sa§l ! 

M. rie, pgri trgnf in'sgma! § gwa de capdla kgm la veli. 

P. § le, pöra inäta l § pc skampäda a mg na nif^^a ggrnäda / 

M. si, § j g a nk el allro baräba d gm malfahen d gm fl a parts, 
ke l a m fa vilga viina de bgii; la so mam la -f maja viv vivenla' da la 
rabja; i dis ke l e bona s/a su dl gr e di ör al fek sen^sa maj brgtds. 

P. ma l era pe na gran femnasa de na teköfa. 

M. si . . . l e miga p§r le k§la pöra mala kg l e mgrta, mz 
llremtn^ le, la pjasapaltr de k§la so mäma , la l a m§ritp kgm el pan 
benefit . . . ke la vUga mg m§ cism^- int i ka, a digen dre a vun e 
a l ültrg . . . la m n a eva isi die dre a vn , le . . . ka sergf kfst, 
k a sergf kfl . . . 

P. la pg ßi dimen dre a k fa^ miga su käs in tsg j so cdc§r, 
mi! . . . skufe'm s a ve l dlk, la m n a jsi die ang de vu . . . a kredeva 
pe miga n^Il 

M. iiaiiga mi de k§l ke l a v difeva dre . . . ma, g da nätiien. — 
sabide'm su tue kiij de ka, tie? e sie su säna. 

P. s/e SU säna ng(a) vu, . . . § aiigurek el bgn di a la vüima / — l f 
tant gm pfts ka la v§c pju. 

M. la m fa miga mgravea; la va ktväfi maj v'ia del"^ fuggla, If 
länlg mal andänta . . . 

P. g ng! la gir intörn drica ke la par pni sgldat ! 

M. ö . . . l f daca gu st imvp-n, l § ile mägra ke la baj'aria na 
kävra'^^ m meh ai kern! 

P. (e) mi nigöt k§ll mej res mägrg ke gras/ 

M. kfl hi, magäri. 



1 fr. Igngäda — ^ ^„1 — '^ ix. l lavgräva — ' 1. kant 

— 5 1. fac — 6 1. ppj,} — : fr. vif viventa — * I. nift 

cisma int; fr. mgt sisma nii — ^ fr. dal — 1" fr. käivra 

l'.eiheft zur Zfitschr. f. roni. Phil. IL. 8 



P. algra ste heh. 

M. ste beh. 

*Testo e vocabolario di A.M.Zendralli, trascrlzione di K.Jaberg. 

s sopra la riga lene sorda; t\ d' apico-dentali con leggera palata- 
lizzazione; e vocale ridotta senza arrotondamento, acusticamente 
vicina ad J; n finale e sordo e facilmente scambiabile con ii sordo. 

[La trascrlzione del prof. Jaberg si basa sulla pronunzia dell'- 
autore, controllata su queüa del fratello. Varianti che risalgono 
a quest' ultimo sono iudicata nelle note coli' abbreviazione fr. La 
trascrlzione corrisponde al solito terapo del discorso. Varianti deri- 
vate da un tempo piu lento vengono portate coli' indicazione /; 
da un tempo piü celere con c. — Ho sott' occhio una trascrl- 
zione del prof. Ztndralli che presenla due nolevoli differenze: 
anzituttü si basa sulle forme staccate,i poi ofire delle divergenze 
personal! nell' impressione acustica di e, o protonici che in 
generale allo Z. sembrano piü aperli. — gh viene indicato dallo 
Z. (che del resto segna g <C^ o) con on che corrisponderebbe al 
nostro pn. 

Sul dialetto mesolcino cfr. i pochi cenni dell'Ascoli, Saggi 
ladini 26g — 272 e del Salvioni, Lingua e dialetti della Svizzera 
italiana nei Rendiconti r. ist. lomb., S. II, vol. 40.] B. 
alhjeh pino. mata ragazza. 

brotäs voltarsi, muoversi. pjasapat§r chiettina „biascica 

buläda smargiassata. paternostri". 

kalankesgtia donnone [donna di pin vezzeggiativo diminutivo raa- 
Valcalanca. — Valcalancae una schile d' uso generale (Attilio, 

valle laterale della Mesolcina, Beppino, Albino, Clementeecc). 

a sud del corno di Zapport piske emigrato che ritornava di 
(3149); il lorrente Calancasca Francia. (II noraignolo deriva 

che la percorre sbocca nella dall' abuso della congiunzione 

Moesa presso Roveredo]. B. „puisque"). 

kargä l alp morire. pQp<i vezzeggiativo fem. d'uso 

d(fws cosa, affare. generale (Maddalena, Marghe- 

grasa le tarne. rita, Giuseppina ecc). 

grgp ceppo nodoso. reberi spiantato. 

malfabe'h un nuUa di buono. striis(a) strisciando. 



1 II che lisulta chiaramente dall' uäo consequente del paiticipio pass. 
ossitono, dunque pag. II3 riga 8 pgrtp, 29 tirp. Alire varianti sono 1125 
ieiiipro, 112« grop, I1310 kotne, IlSie iona d sla su, II322 '^'f' cisin. 



1 1 



36. Cavergno.* 
I. 

la 7iarl'g'^a. 
Dialogo fra la tpia e la mäma. 
T. kara mdma, a i o na köza 
k a na pudrü mal tage 
z u spicizii iru stazera 
a val farez be pcei zave. — 
5 M. e k a t po pcti vez kapitäw? 

ii n avr) pal ßi spdiiz ku got ad vin; 
perke intant nii k a Jeva Iic panäiü 
ti fiw Uli e fora pal kanvin. — 
T. hl vin u n e stec spanz viiia 
\0 u l ^si be k tun l a bevü 

e kwdn k um ßha vija 
t'i na mä z a7)deva pü. — 
M. tep'ßü Wo liela hüväta, 
cünia zu ku skwe ii ze; 
15 powri nöi z u l zavez l dta 

k nm bew In vih insl addreve. — 
T. l e pazäw fwanantöni di mihi:, l a die: ^.bon 

d}, mariia, 
a ciigif katkoza d hei? 
um avrez be mai ligriui 
20 z tim af poddz met In l anel.-'' — 

M. per vwrtinsi l e tän ke nnta 
z ii na / a die zöl ke k^'s/; 
ii diivrizu be vi la ÜJla röla 
a kre i f'&van insi prist. — 
25 T. z n zavizu kuh ke prisa 

k u m kor dri s/iwac tut i dif 
a girizu he vüi sieza: 
„i e be mal brdma da ti''' ! — 
M. teg il'ö, brüta narl'g-^a, 



* Villaggio della Valmnfjgia supcriore alla confliienza della Vallaviz/.ara 
e Valbavona, vicino a Bij^nasco (ultima slazione della feirovia v.ilm.ij^t;'"-') 
a 29 km da Locarno; 388 abilanti; 459 m; 'o'te emigrazione. 



ii6 

30 lo zu hl barl'il' e vä a fa fdl'; 

a d Jiro pdi n ältra köza: 
to dre i st res da md a tn<yl'. — 
T. fem lawrä mint 11 wläi 
bästa k u m lasiia niaridd, 
35 i3 na Ihiii la fadila 

ndiic sa ve\ be da grepa. — - 
M. graji lambela seitrdda 

a voet to zu do mü^äf — 
ze ii in fe poei ni tenddda 
40 a t käse IQ pdii Jora t cd. — 

T. nu fem miia kesta Ventura 
bona vüi, lasemai to! 
perke ^ a spici a i o paii'ira 
k i ?n pjentdz pcel tül Ho. — 
45 M. d und tu'^'2 kapricö^a 

nu spiciw mal nuta d böm 
kredim mi ke la viel! köza 
l e da siörsai lu t?n\ö/ii. 

II. 

Versione della novella del Boccaccio. 

döpu ke i kristjdni i a bil kasew ve i ti'lrk ot iera zdnta, tütükwen 
kl k eva in min du fd na grän divo^sjöin : ndva im peiegrindc al zäntu 
zepülliru. — zhjia wna völta, mt ii rdf di pelegrit n i e bü int üna 
soröna. — liwiin d la hü f6c tild lu zce bä'i, kul tot na indre, lä per 
un iyila l a perdü la kumpti/iiia, e la z e imbatüda in una mdniga ad 
manigöldi k a l a kumeda da biita vi. 

u f pudi imaginä la zu dlsperatsjöm; l\ büda tdnta, ke dhce ze 
d la fü^ da bell tru la in kö , l a pinzdw da na dal rc per faz fä 
giisWsja. 

lä hh a parld~i^ a iiwacud da sta rizolühjöm, ma küslä u i a die: 

.,J e inütil na dal re; le üh da ki katü kaz en loca fa li'll 
ßh zora i kavi Zfu^sa di 7iüta ; } l teh tiid da fd lu zoe utmdri; pinze 
pcei vui, z§' k u vo paei nä in triigöi per vi'ii, pann afdri k a n impörta 
'W/n kdts". 

sent/t sti top tlö, a vVelt n f pdr ke la puwra femna d la na i i^a 
pü w äl da fa, ke torna ca zi'ia e fä bih tsitu, viä l era gelfi e l a 
pinzdy.' : ,. <} i cel! piuia / " 



e la vä dal re da kel i\iila, l la z büia fü iniigöm, pie'na d äkwn 
dal cec e la deg 

„<j veni da vui ptr fam iüta; l aldi a m zum imba'.üda in ahuciit 
omaties k a m ä di\onordiv; a l ^sö Ic i v an fä iice a vüi da tut al 
rdts, zen^sa k u v la capeia tand da vde. — ai bom vüi! inztneni ance 
a vii la räzehahjöm; u m farizti p<xi pröpi m grnti pjrge da viziivan 
rlkufiusinta flh k a kdmpi.'' 

lu re k era rniia ktdöm, l a kapW l antifuna, l a fej Ita zu m pti 
la söra e tv j a die: 

yjVarde, fin adez i balöz i ä minä'i^ riUs in tut al tnaner, e i m n a 
fec a nii e a kielt; via d or inanh, a val dil in parola da re, ia 
finiJ d o/in lu zingr!'- 

e la mantemg la paröla; la giinn*sdiü kül fa ve i kanel'a k h-a 
rovinäiy kela söra, e da l'öra Im pdei, i lelri e i azazil in kel iT^ula 
i n ä bü pü tera ferma. 

*C. Salvioni, Poesie iyi dialetio di Cavergno (Valmaggia); Arch. 
Glotl. It. XVI, 549—590. 

[La poesia e anonima; la versione di E. Zanini. Rispetto al 
soggetto SU cui si basa la trascrizione, il Salvioni s' esprime ..e si 
persona che possiede il proprio dialctto ed e fervorosamente devota 
ad ogni tradizione paesaria, ma insieme e uomo colto e studioso, 
che vive raolta parte dell' anno in un' arabiente dialettale diverso 
e in assiduo commercio orale con giovani d' ogni parte del 
Ticino." — Sui caratteri piii salienti del valmaggino confronta 
specialmente C. Salvioni, Intorno ai dialetli di alcune vallate 
air estremitä settentrionale del Lago Maggiore; Arch. Glott. It. IX, 187 
— 260.] 

..II segno del grave, 1' adopero a indicare 1' accento secondario. 
Questo e mutevole, a seconda dell' elemento della fräse che al 
dato momento piü e presente alla coscienza del parlanle*'. — .,Le 
doppie, risultanti da assimilazioni sinlattiche, data una meno vigile 
coscienza del parlante, possono ridursi a scempie". S. 

[11 segno deir acuto indica 1' accento principale — I suoni 
espressi qui con -r, g non sono seniplici varieta piCi forti di c, g 
ma sono ben vicine alle prepalataii /. d. — Rispetto alla sua {Arch. 
Glott. It. XVI) trascrizione delle spiranti il prof. Salvioni mi scrive: 
„Nei testi di Cavergno: ( sibilante dentale sorda, z ^= ts, z sonora 
(schiacciata) del toscano c in pace, s sibilante dentale sorda. — 



ii8 

Avendo nella trascrizione la scelta fra 1' uso dei scgni delle rattralte 
apicali z, ^ e delle estensive spiranti s, f per i due suoni indicati 
con / e f nei testi del Salvioni, m' attengo alla prima serie (?, ^) 
che coincide meglio coi suoni corrisiDondcnti del testo della varietä 
luganese.] B. 

aia padre. narl'pz „raoccioso" buono a 

brama [„il modo in cui compare nulla. 

questa parola e difficile da nuta niente. 

rendere; il verso 28 vuol dire: müzä brontolare. 

sei ben forlunata". Salvioni.] panäw polta tenerissima di 

gclf astuto. frumento. 

kanvih cantina. spicd att ender e. 
lambela lingua. 



37. Lugano. 

ill i^stqmini ,Jql lahlu miilina'-'^r. 



I «''' ' <Uspja<}\ Iq mjq gE^i 
ze g t(, sq ün qrgt^mpH 
ka le ftf.rz(q)'^ 7)11^^ aJqla^ 
zübeJ dop(ii) kq z e diftia'i ; — 

5 mq zifiii'', ki/Linq^ zq fä! 
mi pös^ mi'na ze^wital 
q kiV^pon di pue^t 
gnj de^*>, g kw^'^iaf dl! 

g baslq, q/f's kw^l ka l H l^i 
e, zq g m'H dql mej 
pqr i^k^i b'ifqh'^ sküiat 
ze zun ki ä r§cilaq 
13 (ze p§rö l lehü mfnt') 
z?« /7{ked^ da i^sla?)ie"t 
fqj dql sabhf, mif.ljna'^r 
kq l e n gm (qlmin qm paar) 



1 7 ke kujigs 1(1 be'i e l mä<} 
ein ze'npqr figürd 
ki/mq l we^qr e l kq^^pj-^'^ 
0} senzjät ' dql kq"/ü. 

2 I ga i mihq da prlf^d 
dq ze'^lii ün i^slqmpH 
kümq kzpi ke fa j nij,la"r^^, 
parkt l pqqr mulijia^r 

25 (vq h^ dtit'^''-), le l^/qräa, 
mq di(v)ölt, kwq'U l q qPsa<}, 
l e m po s!rq»^p f dt jdp 
mq l gq n d. nkd t kwj bp. 

29 pqr a^empi kwqnt ql dfi^: 
y,lazi a düc^'^ 1 vi§ aniti 
da Z'^s^* se^pär IribülM 
e finü ql i{Speda<}. 



pgdi — 6 Jgei^ 
10 scienzidii — 



2 j^Q^r^ 



— ^ bisogn 
- ' nolar — 



mtnga 



— ■* comh — 



meglio 



12 iüt 



^ tocchett — •' kqfnpjqn — 
iüi 13 ijjl 14 ^,^0 



119 



33 ^ i"'kwq,'>^tiv ai kr§üiliir 
ä'" recordi ä"ka da lür 
c ge lazi pqr pogdk 
Ig, kazeta dt slri^äil 

37 lazi, ql dt 2, a kwi. üstir 

ke gqlslonn(k) kd>''(^)zti l peip 
qlmf'f- prima da kr^pat 
da poe "f/ßi- a ku^tfezäf}. 

41 lazi pce a^ vilütj>^i 

kwä'^i i va kid birttcj'i 
dg f^nnäz a Ja slg^sj?/. 
f« ktiü haec '^ kg gel »f« hü. 

45 lazi «»' don ü"^ poOO S?^^i 
da v^ ?nifig kiirjü-^ 
e pgr 7ivng pe'^zd mä^ 
dg gtvgrdd kyj oec zgra'}. 

49 lazi a kwi kg vp^t"^ ul vW 
kif.n j bre'it i^f" pg(^) pinj^ 
kwq'H i e drei a ?ni^ürql 
dg poe rning bgte<-^fql. 

5 3 lazi a iüc kwi spfhjei 



kg la(v)t^rg pa^ dgnei 
dg poe >idd ü'» po hei h^L 
ki{,»l ti l akwg dl ze^p. 

5 7 lazi pce g kwi laür 

kg la(v)iira dg zgrlür 
dg poe fa pzrip'^ i pCi^ic 
e v^k ^ zeftpgr tgiä i ü>'c. 

6 I lazi a kwi ke fq l mi{.rnef\ 

a' merkq'^t i ai prcslitie^ 
dg mgiä"^ m'^d jql zo 
e riibd püzeS^ ki po'*. 

65 lazi a iüc kwi mqlkü"ie"i 
ke rikür a kwi d pi de"/ 
dg pce nii"' q»dd cerkd 
dg lg rong dg grgtal. 

6g lazi a iiic i ticintiz 

du ?mijü dg spl"t^ gl me^z 
e pü gg lazi kü^U vi köiir 
dg skq'"pd ff' ki mce^r. 



Martignoni, C, HaccoUa delle poesie in vernacolo liiganese, 
Locarno, 1903, p. 65 — 70. Trascr. dell' editore secondo la pro- 
nunzia del sign. Massimo Guidi di Lugano. 

[Anche per il mio soggetto vale quanto dice il Salvioni del 
suo nel testo di Cavergno.] — r non vibrato; / dorsale, assai 
vicino ad r; g tende ad ä apertissimo e ridotto; ü = i(', la 
nasalizzazione avanti ni, nd e tanto avanzata da assorbire quasi 
interamente la nasale; fra ts — z forse non c' e che differenza 
dinamica; h e molto vicino a «; s e ^ non sono le rattratte apicali 
momentanee ma le rattralte apicali spiranti; c t molto vicino a e, 
con cui forse potrebbe andar trascritto. — z h sordo . ma 
di solito lene; di qiii la vicinanza acustica con 5; pure lenc ma 
sonora. 



1 per; pe§r e del contado 
■* pinin — 5 z;^g — 6 dornte 
— 9 sps»d 



2 hasuc — ' vend — 
"' mangiä — ** pussee 



120 



hask buco, 5(^ giä. 

rn^'^qr „metro" misura. sahlij. storpio. 

mi^rne'i mugnaio. striva^ stivale. 

/>/^p^ piccolo. ^'^ii secchio. 
püzeS di piü. 



38. Milano. 
I. 

el ngster dorn 

In nomine patris, fili et Spiritus sancti! l f el npsier dorn, l § la 
gcfa di v^c, l e la kä de mild, It iihi de märmur^ l § gf'äi, l f b^l, 
l f lü, diimd lu jn iüt cl finlt msi bei, iiisi gi'ät. 

p§r kapil hifgha v^s nasü sgt a säta tf'kula, bifgha kiunincä de 
pisini a gwardd sü a kwi statu f, a kwi giili, a kwl fin§stitini antik, 
neger, ?naifstus, duve V sü el güga sküdes. 

p§r hl da/ hifgha. pa7-ki ine liegt, kiiine kwä(t) se pärla kul papä g 
m§j kula mäina, e alura lü el respiit, el ki1ta sü, el ril, el fa l amurus, 
el fa pensä al sinür, a la madgna, aj pgver mqrt, aj ttidisk, aj düka 
vtc. — hwät cl pja;/ e ke la ge(t) la g a la mutrja, g d iiiv§rnu, kwät 
el fa kipi gitrnal skür, fr^c e iiehjüs, äka lü, el ngster dorn, el diveta 
grls, fr^c, spurk, el se strec in di nivul, el pUr k el pjaga de tut i 
pärt. — de deter l e füsk, skundü; i sä(d) de säs paren stuf de sia 
Jn pe, i innnsür kälen lük, lük el mijerere , e j pgver vegtt ke skuita 
lu m§sa jn di hak, seien in ghi kül(P) de ins iina vüs ke rispün(<i) de 
luntä ..tos, lös''' ke pär la mgr(t) ke cama. 

ma se turna cl sere, se, kicme dif el puf'la „/ arja l § lüstra ke 
la pär de räs^'-, kiime se re<i di vcell in di matin d april c de mac, 
jefüs , ke legrija pfr kzvi ce(') gütjp^ de süker, ke spugen l arja , pis 
in püta del priin sü k el ge fa j galtt! — la legrija de pls de 
frastäj, de skatet , de lümagtt, de girigpri, de pivjii ke fän l amür 
in iiiä d( le säte ve'rgini de säs, g jn spdla j patnjärka, ke da tri 
s§kul gwdrden gg , ke se pariäsen! . . . el sü el pisa j fngfti äka jn 
di veder kuliira; el fa näs di fjür rüs, galt, vert, vijiil^t süj pildster, 
pfr tf'ra, süj altar; sgna l argen, e cinkwäta fjx, pgver raiit sensa 
pä, käten gigrja in {kc§'Isis, hm cf'rti vüs bjak, ke vän in alt, in alt 
fina a fa un hoec in del paradis. 

nü se kähjein, vpiem e vpn, jer vesti ata spahcela, inkce kut cilfder, 
diimd fürs kuj gatnp in sü; nü päsem a kaväl, a pe, in karöza, sül 



121 

träin, sül kär di mgrf, h^j, brüi, vesli pulii e sirasa, hü, tmesf, p kargn,' 
a sekula del arja ke tira ; matt, dorn, ii ie set sepe/- del isl^s rnärmiir, 
p sätti dorn, g dgi/i de kardler. — nü bestpnjem el pa, el kasßtn vija 
del npsler kcer, el nif/em in biifindda, e it iel skület spt ij arkat e ne 
pär de senlil kwäl, kul kcer pje de niagü, vpiem siil fä de la sirä 
pasegd dedrt del kgr, udjüs, sag de iütkgs, Jina de vif. 

i fipsier ke g § lunia, in fraca, in ame'rika, in di defer^ de l 
äfrika,, se /an iin sqh de ?igt, ge pär de ved^ ijna rpba bjaka 
ke se meef, ke irgma jti ärja^ e te sei ti, p dorn, ke an puriä vija nel 
kcer, e kuti ti g § tiita la stör ja di v'^c, di parit, de la ka, del kampäri, 
del bifi, de la skdla, de la sariina . . . de tat. — te set kiime un 
Über stampa kuj vihp , e kwfl dt ke ppden turnä, a kwaräta mija de 
VI ild, kumecen a fbircä daj ßnfstrt del vapur, e gwdrden e ce'rken in 
m^s ala ne'bja di rifer, fi ke veden . . . p ge pär ... — von iiiäs 
äkamg, el kcer el bat kante ijn mana, k'Wä(t) fra im t^c e una be'vula, 
söt un rag de sü te kumpdret /?, p niaaunina benedftd del npster 
dorn / .'' — ti, ke te set la mdma de tue f . . . c, ali'ira se Pjäc, sägwa 
de briju! — se pjäc kume bngdj, e ve in met i vlrs del vespasjä 
bind VI : 

p madöna jndurdda del dgm, 

fina iäl ke te ve'dj a hl/t, 

mi stü be, iiit aleger, fü j tgni. 

ma un mumet ke nii t dbja pü tt 
spta i ci'c — p viadöna del dgm — 
seti Tcn vicj, g ü n magü de 7iu di. 

fbplüfis, p niadgna del dgm! 
ke te vc'da de ngt e. de dt! . . . 
sesa ti, vienegX l f pü gm . . . 

p madgna jndurdda del dgm ! 

p dgm, ki t a fä? — kiiiätj an l § ke te kunttplet le ^^baggianate 
umane?'^ kiväli fbir, krudl, tudtsk, parakär, spah^, frances, e pcE 
äkamg tudpk, spaii^, frances t c inst a pasd vija, p skapd, p turnä 
jtidre? — te se rikördet de napuleju, ke t a rgl i vcder kuj mprtc? 
e f§rdinädu e c§ku bfpu? e dpru e klawdina kf. In rulä g^ 
tehedes pfr mä? — kilta sü, p dorn, la stprja, di u(kw) ^urnät:, 
kiita de vitori, pper gm . . . ng, las e scdw ! 

In nomine patris, fili et spiritus sancti, l f el npster dgm, l f la 
gcfa di v^c, l e la kä de mild, /| tiii-i de mdrmur, l f grät, l f b(l, 
l f lü, dumd lii jn tut el mut, insi bei, insi gral. 



E. De Marchi, Milaiiin MHanon, Prose cadenzate müanesi, 
Milano, La Poligrafica, 1902, pag. 57 — 63; Trascrizione di 
C. Salvioni. 

Le vocali nasali sono senipre limghc: ncl testo tale indicazione 
e oraessa. — s e / sono raolto vicini a 2 e ^. 

[Per la fonelica del milanese, cfr. C. Salvioni, Foneiica del 
dialetto moderno della ciftä di Milario, Torino, 1884; fra i raolti 
lessici dialettali vedi specialmente quelle di Fr. Cherubini, Vcca- 
bolario tnilanese italiano, Milano, 183Q — 56, 5 vol. e quello di 
Fr. Angiolini, Torino, 1897.] B. 

be^ula betulla. magü accoramento. 

boec buco. fbarlüft risplendere. 

galit solletico. 

II. 

rivi de bar las In appi adg's 
diivc sun(t) stä dp ngc e tili wi di 
e de afiitl d ghj ela, de lue i s^s 
n ü vlsl Jim mila, sesa künläni mi. 

epür, pfr vp lanc dfen, e pp- r^s 
el sp mtf de J?ikasts e de fgari, 
k el ke nu el, sür /ni'ii, rgsli de g^s: 
TIC ke l f vit mi l ü send a silt. 

se nti l füd^s ke sü kus tu ij d/en, 
besii ggf, inkapas de rißfsjü 
ke nu San p§rkg ragen, pp-kf täfen, 

pudeva fürs äk es ke ge jnsenas 
a sarni fa;ra wn knnlraiep pü lü 
de siispet i sce vers pgr repusas. 

ke 77ii seva lä spas, 
e 77ifga pfr sekani i jehede 
de süpii oj sce v§rs6ri kunt i 711t. 

C. Porta, Poesie mila7iesi (rivedute sugli originali e annotate da 
Poücarpo Campagnani, 2^ ed.) Milano (Capriolo e Massimino) 191 1, 
pag. 175. Trascrizione di C. Salvioni. 

Sülle vocali nasali confronta 1' osservazione al testo precedente. 

[Neil' edizione del Campagnani manca la roda del sonetto. — 
Come .'jpiegazione del sonetlo il Porta reca, corae di solito, 



la seguente nota. ;,Per un viaggio fatto dall' autore nel mese di 
maggio a Barlassina, paese situato sullo stradale verso Como. Come 
oggi s' usa nel Varesotto, lungo lo stradale di Barlassina terapo 
addietro erano dai contadini raantenuti molti asinelli sui qiiali i 
viandanli montavano per poca moneta. Di qui rimasero le frasi: 
doUor de Barlassina per indicare persona ignorante; corr la posta 
de Barlassina per montare un ciuco".] 

inkasfs imbizzarirsi. fg^T''^^ gridare, ragliare. 

samt scegliere. 



III 

Gruppo piemontese 



39. Rueglio.* 

(Alto Canavese.) 

la fätila Jel keil e del purke' t. 



1 i 7)1 ark^rdu ke s la pjasa 
el dy.n lg m n a i äva n kands 
/ k en krin prit a ia grasa 
a s §ra Iva tun in gakwäs'*-, 
k im e l äwt a fäven paskwfr 
vie i pruvösi § l viurtreler. 

2 frank d akqrdj dij mqm^'/it 

af bejkäven d ün oßj i§l 
fgrümesce nt per dvah del g^nt 
del lt(n ifüip n (fs § n griimel,' 
§ del vqli d rabja p d nqja 
a s kriüven hek § l>gja. 

3 „jyä, va n la ! hrilia hescasa, 
km'i sa küa, f niur f s pej 

t § l dfun^r t iüta la pjdsa ; 
sin k el sindik el lasa nej 
deii a l t^nta ! f nl em pgk ed gas 
skapa ski^ntj a ka d gakiyäs!" 

4 a kriäva l ken na sejra 

al parke t hin fjcr yirgcej: 
^^kij. s nafds, ceicä nt na vejra, 
kt^n s t^rias} dvän daj qej, 



hin sa bidra, sif gamhjn, 
i § m fahjgk, t § viak en krin}'' 

5 „/^/ kw^nxva! pör gadeii!" 
el purke t aj a respo^l 

„y m'i SU n krfn, § ti t § n ken 
k el pajer vx far glurjgs; 
däwt, per mgda, di me d vqe, 
al mf ngin a väl el /«/'' 

6 el ken l§si: „bö, bd! a n am vist 
sqcj, aiui^ § pj'' kr^m pjr 
aga/isj s7/t el kr'ist, 
glrular enigr l gwtir 

em pargkja v§r difnar 
kiUlir l iis c fbarüia.r!'-'- 

7 el purke t: „/ t frank rafip'i; 
tue is fall a s?/n tut iiv ; 

t far kares} ti t § bi{n 
f t fär piver a tnnp § hy ; 
ti, s et previ a fiis mi seh, 
ti faris a?'ik el rüfje/'i^. 

8 / ^ gras/gs ed winj küa, 
gamb}, testä, kul § skejna, 



i Nome del parroco — ' Norae del campanaro — - ^ ir rüfß n 



* Rueglio h una borgata (2407 ab.) sulla sinistia dtlla Cliiuscllina; 
mandamtnio di Vico Canavcse, ciicoiidario d'Ivrea. 



128 



iigbel ärl d la rasa iüa 
per ki d dtfna § per ki l sejna; 
f si t pjäs, per vigde, d vi 
sink al irqtm dvan dal r§. 

9 menlri k mi, flqerbalavpjrj 
§ bescxl da paraväha, 
el mwgär de/e'nt nafpjri 
fü pij vjeri, eniä k i m vuäna; 
§ ke i lerm i r^ba l lärt 
si kcn fü sp k j e gilart. 

1 ma mi j tut i tj i mf piafir : 
ij di lünk pel palök 
kwänt k el sol a s fa senttr, 
i m dest§ndii, § d goj ervök 
sink a l pm i m paragöm^ 
sjrf, by,rgej^ mim al trqriTfl''' 

11 „/ ^ « dfipigst, salöp f vll!" 
aj a nkur respg^ el keh: 
,.deskrel?/n ! d la iüa pio-sil 
va, rii^isti ent el panle n, 
Sfnsa stima, f s§nsa küra, 

t f§ mak eskivi a la natura.'''' 

12 e n du flen^' de n tiif/d la pjasa 
a l§ st§ ni la kunfeiija 

a lapäsi na skylasa 

l süpa i'ebja § ben ktpuiija 



k aj prelava la sii vpita 

et kwel bfl ken par§' ki^nt^nta. 

13 ö natal t7/ii}n gakwds 
a s§ pjä el s(£ purke t dväh, 
k ^ra nü b§l, gross e gras 

§ al la mnä dric ent el man 
d 71 artajor, k tiä^ § pjutjn 
a j a paga ti im ^ marangfn. 

\^ a s f vlst kwel macakwisa 
bren, revisi § waci gramj, 
nej sald}}i, lärt § spwsisa; 
§ fra i läier del madami 
^ s la längwa del ii^lini 
pdsar tut, taja a ftini. 

1 5 ma l greii ken, vej mc n sepe t, 
a s l§ adtic na matin d fesia 
el mafwer fil pel ft7'ic't 

§ kT^r'i 71 asca pe s la tisla 

a j a d§ l all im erpg^ 

f al la }i!rU sei käw^ d iia 77gs. 

16 kweiitlu pur, pqr pe'/e'i'i, 
aj flatüh pör siiadin; 

s lör a S7m a7iii^ del keh, 
§ ti t§iiii a7/n^ del krm; 
fa k7pn 771 i, k ij lä^^ a pari 
§ i stii sqc7/ et kwel del lärt. 



*Da P. Kurzat-Vignot, Stil alpin, 2^ ed, Ivrea (tip, Garda) 
igii, p. 27 — 30; trascr. di K. Jaberg secondo la pronunzia di 
Garbagne, calzolaio a Rueglio. 



artajor pizzicagnolo. 
bescal bestiola (dispreg.) 
bidra panciona. 
e/vpk sufo. 
fabjpk stupido. 
gadeii minchione. 
grÜ7nil nocciolo. 



gas strame. 

gilart sporco. 

kr in maiale. 

macakwisa „ mangia - fondacci " . 

77iacär mangiare, kwisa resrduo 

deir olio di noce. 
maswe'r mezzadro. 



1 lento: te/ic 



I2g 

7««r muso. fbarüvar far paura. 

7«?^r/7-^/^/-- chi spara nelle solennita finet fondo parrochiale. 

i mortaletti. flqsrbalavpirj „lappa-lavature". 

nafgjra nasata. ti{,lina signorina. 

paraväha portulaca. waca castagna cotta. 
pjuijn zampino. 

40. Mathi.* 
(Basso Canavese.) 

Due raccontini, 
I. 

a i era na märi marastra, k al oviia dtie fiie ; üna l era stia 
e l auta tim, la pi bela l era um si'ca, — a i a dat na kaväha, al 
a dit k andeisa camä'nl. — kila al a piä la kaväiia e l (e) andaita 
camanl e l (e) andaUa tird n cukh'i a ka dt gat e i a sund l cukih. — 
sim anddit a duverläü, a l an fait vni drinte. — aliira kila al a 
dit: ..g ke bei gät f"' e ai aii dit: y,va da l äiiia pärt/''' ie atideta 
da l ätäa pärt, e kila al a dit: ,,p ke bei gät k anfurnia l pätif" 
e i a dit: ,^dämi la kaväha'' e ai 071 pia la kuvüha ei an aihpitii 
la kaväha t soll et pän. — e i ah det la kavaiia k andeisq a kä. — 
a l e andeta ka, a da la kaväha a suä märi. — a i a dit: ,iante' ke 
t ses andeta a camaht, ka t an det ianta rgua bela?^'- — ai dif a 
süa citä: „piiete la kaväha e va kg ti h camaht bele /ä". — e l auta 
dif: „si, si vuh kg mi sübit h camaht'''- . — e l atita fiia s e pia la 
kaväha ele t'idata a ka di gät; aiinträ drin te ka e vefigät*: 
„0 ke brütgät/*''- e liir ahvi i a?l lii d pasd d la, ai an pia la kaväha 
a l ah ampini jla t hufe e l ah fgrafihd tiita e l ah mandä a ka. — 
alura sud mär?!, Q^ ^ tnaudä sül punt ke la ke diria vhii gü la stcla, 
s a pädia pie la stela. — kiiant k a l e stceta sül pünt*, a i e santaic.' 
gü na bela stela sül frünt e kila l e hdcetä a ka e la märi l a 
bütd siita l väl e ia dit a la sud k andejs kg kila n slma l pünt. — 
i kuant ka i e stceta sül punt a i e sautd gü 71a bela hufa sül Jrunt. — 
la stgria ie fihia e tni i eru dre d l üs, a m ah hänka daine na 
scapa t prüs. 



* Mathi, borgata di 2306 ab., sulla Stura all' ingrcsso dcUa valle di 
Lanzo, a setientrione di Torino, sulla lerrovia locale Lanzo-Torino, a ca. 
27 km dalla capitale. Mandamento di Lanzo, coli, cletloiale di Ciiic, cir- 
cundario di Torino. 

Beiheft zur Zeitschr. f. rom. Phil. IL. 9 



i3ö 

II. 

Na vgta, || i era^''- Ire mafna, || sun anddt a fä la marenda \ dre 
dal sümiten', |] wi \ al a piirla la pela, \ l aut al a piirta i ceu, |[ / atit o-l 
bür II p^r far la fritn || e, poe a ij an minga || e liir cel, i er an it, || t era 
la mprt ke i rahaslava la pela, ^ e la iiöel, | ka l era» kucä, | braiava: 
^^rnar'na! sun ga fgra dal sümiteril martia! siiii ga dape dla ka dal 
derniii. — mariui ! sut'i ga 71 t l era f — viariia I um ga s l üs, sun 
ga drin n te kä ! mariüi sun ga da pe a iet ! martia! ke l la piiul'-' 

*Raccontato daPeirone Luigia di Mathi Canavese (anni 50, 
cuoca a Torino da 30 anni; — passa, da parecchio tempo, ogni 
anno, piü di un mese al paese), trascritto da B. Terracini. 

Le lunghe, brevi e ancipiti, dinanzi a pausa, furono segnate 
con cura particolare; all' interno si tenne conto solo dei casi piü 
netti, &i che all' interno la mancanza di segno non significa 
necessariamente che la tonica sia ancipite, anzi per solito essa 
e brave. — Davanti a pausa ho segnato con asterisco le brevi 
che sono dovute non alla natura, della vocale, nia all' intonazione 
vivace del racconto. La Peirone raccontava per brevi membretti 
colle vocali lunghe non elevate di tono e leggermente strascicate 
come s' usa raccontando una fiaba ai bimbi. Questa cadenza risulta 
assai interessante nel principio del secondo racconlino, dove mi 
sono attentato a segnare con || le pause principali, con j quelle 
secondarie. 

II ritmo e cosi saldo, che due periodetti: (su?i andcBfa fa la m.) 
(l auta la purtä i ceu) a dispetto del senso, essendo troppo lunghi, 
hanno 1' accento di fräse su un verbo interno e s' aggregano il 
resto come un' appendice irrazionale. 

L' oscillazione della progressione dell' accento in süa, sud, 
kila, kild, in qualche caso, puö dipendere da esigenze ritmiche e 
non dair ibridismo dialettale. 

Quanto all' ibridismo da notarsi che tra il torinese atiddit e 
il canav. andel andcet, s' e formato un anddt e anddt. T. 

ä leggermente velare e di regola breve e pronunziata con 
notevole forza d' espirazior.e. 

braie gridare. cukin campanello. 

büfa Stereo. mafnä ragazzo. 

kavaha paniere. pela padella. 

came chieder 1' elemosina. prüs pera. 

cita ragazzina, val vaglio. 



l:^I 



41. Usseglio.* 

iii hdt j ere'^ ih'i 07n e 7ia frtiela, e sl om iki j ajit lu visi, ke 
kaut kj aläve a far na pari ja, u hjit fiti k n s anciikäie, k u j er pi 
n m'ika bun a sta draip- ke sin kmnhräda u duvjib'i pce piirtülu a ka. — 
basta , la fmela j ere tan tu nrabja e lu rüfäve sempe k u j alejse^ pi 
nin aii partja perke w fefjtt brüta figüra e kij ej isiäve vialsua. — 
e kjel uji difjtt k uj aläve pi nin, e kqnt sin kambräda ti pasävu a 
mandülu, e kjel u j aläve sempe, ßt'ike ?i bei gdrn ^ la fmela ej ere pqe 
ga tan tu nrabja, eja dil a wün d si?i kambräda kuj ejse serkä la 
maneri d defgüstälu. — basta: ü?'i uj ere n po^ pi fiii ke j äuti uj a 
fäjt : ..lajsa färe da ?fül" — lu gorn^ apre u pasu torna a man- 
dälu, e kjel Ji j ast^ ala sübit, af'ike bin ke la fmela lu ruf ejse. 

kaut k u su/'i sta laj k u gilävu, u s äst torna nkaminä bejre, e 
kuma j ere sollt, u s äst a7'icuka fin kuj est estd ndroemi suta la 
täula. — lur uj ajün tut sin afäre prepard, uj a?i tajd sübit la 
bärba e ji barbtf^ e u l an iufiina parej dji frä, e pqe u l an visti 
tut da frä. — laj da kqnt j ajtt in ku7'ivent dji frä e u l q/'i purtä 
a lür tki diferitji, k u l ajt'm truvd cük per tki. 

sti frä u l qt'i rvigrasjd si pm k u l ajün purta, e u l an hütd 
laj na stqnsja sipara e poe u sun aldjlu dir a u pädre. — lu pädre 
j äst vSml 71 sa vejlu , u j a vej k uj ere cuk e 7t a biltd doej d äuti 
a vardälu. — u l an vardd fit'i a mefdi e pqe u s äst defvija. 

prima cöfa u tuce la bärba e u l djlt pi nm, tuce ji barbif^, e j 
ajt'm ko tajä; u baejke, u vej dcej frä k u lu vardävu, e prijna cöfa 
u ji mqnde sqt'i k u fefjün iki, e lur j qn respu7idil, k u lu vardävu 
kjel euj qn 7nqndä a ke üra u difjtt mesä; kjel nja büka f'i pök 
e p(£ uja dtt: ..ma i su/ige vuf ätdi? mi ij ej maj dit 7/n'sä^ e lur 
uj ä7'i fäjt : .,püra toejti li frä u la diju mesä", e pce u j qt'i mqndä, 
an ke kunvqnt k u j ere; e kjel uja dlt, ku j ere maj sta ?i iiib'i 

1 ere; il limbro di'lla vocale atona varia per le condizioni 
d'accento. Normale e la forma in nota — 2 la pronunzia nonnde 
e dräi, altra Variante e dret — 3 ü diltongo ei oscilla individualra. 
fra ej ed ej — 4 piemontesismo — •' o avanti rn varia di limbro 
fra ^ ed ö — " varianti: est, äst, est, ist — molteplicita dovuta a 
fonetica sintattica 



* Valle di Viü, circondario di Torino, collegio di Lanzo Torinese; dista 
i6 km da Viü (capoluogo di mandamento), 64 da Torino e 32 dalla slazione 
di Lanzo. — Altiludine 1260 m., abitanti 1726. 

9* 



132 

kunvant ; u j a slildjd n pdk e pa ii j a dii: ,Jsf i sej pa mi" e u s 
äst fvira da l äiita e ti s äsl ioriia hüiä a droemi. 

e tij a droemi n bei pdk, e pqe u s äst tortta defvija; u tuce la 
barha: u l aßt hm, u s äst tortia takd avii^ si'^ düj^ frä e u ji man- 
däve, ki ke j ere ke j ajit tajä la härha, — sti dqej frä uj an 
hanka dunä rispösta, ?iiak u stm ala dmätidd lu pädre. ■ — lu pädre 
j äst vnü n sä; la prima cofa uja dmandd a ke üra difjit mesä 
e kjel u j a torna respimdü k uj ajit maj dit m§sä e du medefiin tat 
ti j a mandd , ki ke j Ire k u l ajmi mna iki. — lu frä uja dit k 
u l ajim 7)ina dveape^, k uj ere cük e lur per (hin) lijsaje färe hrilla 
figüra ti l afi ritira. — e u j qh mcnda ki ke j ere e d ante k u vetitt. 

kjel uja stüdjd i'i pdk e pqe ic j a fäjt : ^^ale ikf, as la pjäsi, da 
lu fundike k u e ikt: se lu fundikt u j äst hm, altira i sej vii, e se 
lu ftmdike uj äst, mi j sej pi' hin ki ki sejl'"'' 

alura uj a?i mqnda sübit a vej, e la fnela eja dit ke j er ga 
da vespe k u mahkäve-^ kjel alura uja dit: „i sej mi lu fundikt''- e 
uj a spUa ke fcejse sia nat, e pqe ti s n äst ald a ka. 

e dopu ji kambrada u pasävu ■ a mandälu, e kjel u bii'.äve pi 
hqhka fgr la testa da p la fnesta, e u ji difjit: ^^ale a sla förka^; 
i m e culd h bot, h cule pi iiih in äut^' e u j äst pi hiii ala far cuka. 

e la storjä ej i bei e finja* 

Raccontato da Giuseppe Ferro di Usseglio, trascritto da 
B. Terracini. — [G. Ferro e la fönte *L del Terracini: „rap- 
presenta assai bene il tipo di pariare che e proprio alla generazione 
presente, ricco di innovazioni niorfologiche; il suo vocabolario e 
perö un po' scarso" {Arch. Glott. It. XVII, 208). 

Esposizione grammaticale: B. Terracini, II pariare c/' Usseglio, 
Arch. Glott. It. XVII, 198—249. 

1 forma dovuta alla pronunzia rapida della fräse, per solito 
avqej — 2 anche sti — ^ piemontesismo, regolare sarebbe 
d<Sj — ^ e invece di u e dovuto all' allungamento enfalico della 
tonica che porta a riduzione completa dell' atona. Il fenomeno e 
usuale fra i vecchi — 5 [Nella monografia del Terr. (Arch. Glott. 
It. XVII, 237 trovo come fonna normale fora'\ B, 



* Per fonetica sintattica la tonica del vocabolo in posizione finale tende 
all' allungamento, quando 1' accento conservi la posizione latina. In tal caso 
vengono allungatc anche sillabe di regola brevi come an, üst. „E forse anche, 
ma non ho ancora sludiato a fondo il problema, una vocale suscettibile d' allun- 
gamento h lunga anche all' interno della fräse, quando la parola finale contiene 
una tonica breve per natura". Terr. 



133 



bäjkä, bükä guardare. fü/a altercare. 

cük ubriaco. fviräse voltarsi. 

cula gabbare. torna di nuovo. 

fmela donna. tufuua tondere. 

fundike droghiere. vespu sera. 
malsiiä raalsicura. 



42. Lemie.* 

Gita notturna. 

i siniu par ki k u deskuri^n die mahke, via me i kreju hm 
vajre. — e te t la krehtu ha cgfa jhi? — g ej sititil dire k ii l an vjü 
lu kjajr laj^, ma se ga pasä iänii bot, m t kjajr j aj maj vjü. — 
e n bot i vingu gü da isijej- e j eru fina bvü bin, e j eru iki d bim 
imilr e hi"^ vehpii e j ajü fina goj de vehi vii hi/ kjajr ihi, e he 
vehpy, j aj hii'i pqejr. — e gü, gü, gü . . sej ahi gü fin a la saltd e 
a (la) saltd j avi^ fina goj d alä hejre n bot pr iste d bun imür. — 
dop m sej nkamind pr alä a kä. — katit i se sta gü, pasä lu rok 
gro^ i boeky, gü: n kjajr ihtraurdhiari, ki^m djau i eht alä, k g aj 
hm arkülä? — urä j erif parti pr alä a kä e j (aj) vantagijä lu 
pas. — e pcej, kaifi v/in a lu capela, e jki lu füa u s n aläu hin. — 
e gil, gil . . kafit i sej stuj ^ dqejna vfih a (la) capela, fejfgu pi hin 
ji pas liihk, i liiläu mak li pija iin apre a l äiiti/ . . . fr am i vulgu 
hin sta . . . 

bäht, fat kume vgiä, vqej alä . . kant i sej sta v(ij)fih a la 
capela , l aj viji'l ke la pqej eht henie ; kant k im sej truvä suta ji 
porti, e j aj pcej boejkä hu kjajr d indüa k u vinet: j er pqe lu kjajr 
dla fneht i du prevösi d Ujmja ke bat laj h faca, e smij propi k lu 
füa sej laj vfih! 

1 Chi parla allude ad una cappella un po' fuori del viilaggio 
sulla strada maestra — 2 Usseglio — "^ h neologismo intro- 
dotto dalle parlate vicine, la forma autoctona h he — ^ norae 
di luogo „Roccia grossa" — -' le incertezze fra s^""''^ e /;<=°"^ 
corrispondono allo stadio reale della parlata; altri piemontesismi 
(p. e. j = io avanti voc.) sono nella realtä molto rari. 



* Viilaggio di 1659 abitauli ad occidente di Viü (distanza 9.86 km) e 
ad Oriente d'Usseglio (distanza 7.86 km). 



134 

„In entrambi i testi (41, 42) q e brevissimo. Le lunghe sono 
modulate nell' intonazione normale del discorso con un tono strasci- 
cato e discendente. L' accento e di regola ben fisso, solo nelle 
parole soggette a progressione si ha qualche caso in cui e mobile 
o incerto. Le enclitiche vocaliche u, i, quand' anche seguano o 
precedano un' altra vocale, di raro passano alle vere semivocali.*' 
Terr. 

Narrazione del vecchio contadino Battista Gargnino di Lemie, 
trascrizione di B. Terracini. 

arküla recessare. mahka strega. 

bajka guardare. p(tjr paura. 

dcejna adesso. vehpu sera. 

fr am fermo. " tird ora. 
goj piacere. 



43. Castellinaldo.* 

Faräbule. 

I. 

u hl € ra vgrp. 
ven ke na vgta i-era a vgrp k-a-ndafava haikese da mange. — per 
la sira as-e-skunirase nt n lu, k-ur-a-diie : ,,ant seil Jikammä?'''' — 
„^ von a ra kasa; e ti?'"'' — „^ iiii kg''''. — .^anlura püma nde 
nsem"'. — ^^pr-ades e kumqns a ynangcte li; e pae -mgrce'"'' . — ..mängme 
nah, kunpare-u lu, e mi-t fäs fe na heia ribgta"'' — ^.ke ribgta?'"'' — 
..r-ati kaiköf ed hun?''' — ..i-veni kun mi, e ndüma ruhe-r gorine 
sanpe"". — a ra ncec amnint, i sun andä sn, e su?'i kasase nt 11 gük. — 
ra vgrp, fürba, iilte r garme k-a matigava, as pruvava pase dar 
biikqf ; kuqnt k-ar-a-vlst ke maislänt a pava siirti, as-e-piäsjie vilna n 
büka e pce ar-e-usase. — ii In, pü Jipcert, mqnga ki ii mqnga, mqnga 
ki ii mqnga, Jis-e-npise Iqn, ke kuqnt k-ur-a-tird skapi, ur-d pi nah 
piisü. — a ra matih ra pairüha va pur tele da mangi-r garme: a 
vüg u lu, e as boeta braie. — i-e dlunk satitdie fgra i-cetni kun di 



* Castellinaldo, provincia di Cuneo, circondario di Alba, mandamento 
di Canale, nelle vicinanze di Canale (5 km), a settentrione di Alba, presse il 
confine astigiano suUa sinistra del Tanaro; 1720 ab. — Stazicne della linea 
locale Canale — S. Damiano d'Asti, 



135 

trqnl e di bargt, e ir-qfi fäine na vtincüra k-ir-qn lasaru per mgrl. — 
u lu prüma ur-a-spetä k-i fisii ndd via tue, pce ur-e-rabastase flna nt 
er bqsk, e rivä Id Ji baikava ra vgrp, an berbtitdnt: ..,se iroev ktimare 
ra vgrp e voei matigera''', — klla, k-ar-ava vist tut, ar-e-vfinäsie e 
ar-ä-faie: ,.kuf e 7ia pceshi mi, s-ti tr-ai-mangd irgpe garme? t-qisi 
mäk mangaiie du Ire pqi d mi" . — ..sia kunsesta, stavgta t-ime skapi 
pii ; e vcei mangete" . — i'äika, viängme nqn, e tni-t fäs fe n-atra 
ribgta; vcei feie ste-rdi." — ^,va bqn /'■'■ 

ar indümqn klla r-e-piirtase ns er pasku cd sanpe e ar-e-kiigase 
h tqra fe ra mgria: da li tipgk ii pasa n kartune, n ra vng, e u ra 
kqnpa nsüma ?i sesiin d päs k-ur-ava ns er karttin. — ra vgrp ar-a- 
fuacä ke kiäl u viiglsa nqn, e pae ar-a-mangä di päs fin k-ar-e-staca 
stüfia; dop ar-a-piane iüt In k-ar-a pusi'l e ar-e-ndd ka du lu. — 
,.er-as-purlate di pq^'\ — ..g-i bei/ qmnii s-i suiibtih! e ni-r-ati piä 
di päs parqi?" — e klla r-a-kuintäie kun ar-ava fäi. — „^ vo/i kg 
mi'"'' , ur-a-dic u lu. — ar indumqn kätru la n mef ar paskti ed sanpc 
k-u fa-r mgrt lung e destqif. — igma past'ie-r kariunc e, pät'ia k-ur- 
a-instni, u nbrqnka r bashm dra martintk e fii der leke; pae u ru 
capa e u ru. kqnpa ns in barih'i d cgv. — u lu, qn pansqnt k-i flsu päs, 
ur-a-piane na biikä, e ur-e-biiase viaslitie, ma us-e-rumpise me/i-i dqnc 
e rulase tilta ra büka. — ah-lnra e-kald fii sqnsa ke-r kariunc ru 
vugisa, e ur-e-ndd baiki ra vgrp. — ..bqika, kun e sun munid h kqufa 
//'/•' — „a« kaufa mi? e mi kuf e 7ia pceshi?" — ,,stavgta-si t-ra 
skapi pii; et mang!-'- — ..sqnt, vqi pasiqnsa, mängme nkur nqh; s-t- 
vaeri mni, e ndüma-i rif, e kun u rif k-e vahttma t-vugrdi k-e pasüma 
n-invärn da küku'"'' . — „/a, va bqn ; aiidütna^'' . — capu ra stra e vqh ai 
f'if' r-qh vahane kijätr u sink säk; rivd ka r-qn faru pulid, c i-c- 
restaie dgi bartin, da na bqnda r-avrukc e da r-aira-u rif biqnk. — 
..pla kül t-vaeri''' , ai dif ra vgrp aii lu. — .^.^e pii Ist, k-ar-e pi grgs" , u 
dif u lu; e, kuntdnt, u mäna ka-r bariin d-avruke, e u na fa dltink 
kcefe na brunsa; ma u pava nqh traündru. — ah-lura n kur da ra 
vgrp. y,kül rif ar-i pa buh'''. — ..,kuh, e nqh buh? tasta npg-r me" . 
päha k-ur-a-vüru tastd: ..qtnmi S'ar-e-bün'' , u fa; „e kuf r-ati bitdie?'''' 
— „«df« dauiüt; mäk, kuqnt k-e-stäi fimäi käc, er-aa-daie h vir dra küa 
ndrih^''. — u lu u tgrna ka, bceta na brunsa d rif ar fae, e nter buh 
k-a buiiva, ui kasa ra küa ndrinta. .,.,ai-äi, ai-äi, a sta si-i ra perdiih 
pi nqh; ar-e-fäi e fini, e ra mäng a fls grgsa pqi d-ih kastei''' e u 
va d vgr da ra vgrp, qh braidnt. — ,,<? kuh diavu r-ati fäi? t-avrdi 
nqh vird pru lest: o pgr lu! ... sqnt, s-t-ih mqngi nah, ei prunt mt 
h difne kumijdiv, a mia ka''' . — e as larga dlunk; da li kqik ura a 



136 

iprna hm na '^arma n hfika, a fa n hin rifol e pns a 7'n came-u In. — 
dop k-ir an vii mangä bah, ra vpijp ar-a-dlc : ^^ades e ndüma bärvt-r 
ptisute; rivä la, mi-m kdl andrinia e ti i-im teni per la kna. — ktjqnl 
k-er-aba baivü pru, e fäs: phk e pläk, e ti f-im tiri sü. — px f-kali ti" . 
e nsi r-qn fad. — ra vprp or-e-kalase ra prima, e da U npgk ar-a-fäi: 
plik e pläk. — // In r-a-tirara sii ; pae ur-e-kalase Mal, e da li npgk: pl'ik 
e pläk. — e ra vprp: ^.,per la kiia et las''', e-u In e nkura des ant er pusute. 

Raccolto e trascritto da G. Toppino. 

[II medesimo tema e svolto in parte anche nel saggio di Tiarno. 
— Per il dialetto di Castellinaldo cfr. la monografia dello stesso 
autore {Arch. Glatt. Ilal. XVI, 517 — 548). Nei Ire testi castellinaldesi 
r sta per r ridotto da r, / [tranne che in posizione iniziale e (da 
r latino) avanti dentale, palatina e sibilante] e rappresenta un r 
„meno schiettamente apicale-, non vibrato e sonoro". Si notino 
alcune caratteristiche incertezze per le quali cfr. il §78 dell' esposi- 
zione dal Toppino.] B. 



andrinta dentro. 

anpdirt ingordo, 

ausese svignarsela. 

avriike lolla, pula. 

liajke guardäre, cercare. 

baröt r and eil o. 

bar im raucchio. 

bj^imsa pentola. 

kampe buttare. 



leke percosse. 

maistdnt a mala pena. 

mäk soltanto. 

pusute nome di un pozzo pub- 

blico. 
r abaste- trascinare. 
ribpta gozzoviglia. 
i-tile scorticare. 
tränt tridente. 



kartün gran carro adue ruote, Irannde trangugiare. 

baroccio. vir voltata. 

kartimc carretliere. vimcüra batosta. 
giik pollaio. 



II. 

cifrih. 
na vpta i-era n-qm e na fiimra k-ir-avu hune mafnd, e ir-avu 
piafi d-vqine. — ra fümra mtiint a ka dar markä ar-e laviantase kun 
n-atra fumra, k-ar-a-diic: „äz7e^, sagrimve nqn, vii-v niustr km'i ir-ävi 
da fe; fe kcefe na brunsa d cifi, pce tiaidera n tue/ a ra ka, e Inr i 
vqntu tü.c matof-'-. — kthi 7isi ar-a-fäi, e-i cifi, päha k-ar-a-uaiddie, 
sun vantd tue matqt, e viin: ..,mare, mi r-ee fäm'-'- i:-atr: ..mare, vii r-ce 
.mi . . .: mare si, viarc la''-, knla fnmra savr pi nah qnt virese. 



137 

ar-a-däi man a na skiia e pataitk palaiak or-a-masäie tue. — ktiqnt 
k-ar-a pi instne nii?i, ar-a-du: yQinmi pgvra dptia, e pue hqt'i ankura 
lasene viln, ke des e ru mandava pnrie diftii sp pare^^ / an-hira sqni 
na vuf dre da ra sküa: ^^mare-i suii ankura mi'-^ . — „o ven ansä, 
me kar cifrih, er-oe güsta hföh ed ti'''. prüma-i da da mange e da 
bqive, pce ai prunta n kavanih e a ru inqnda purte difne. — ei fr in u 
pari e u va fink u irdev na ruanera plna d eva. — us hceta cami: ..pare 
ven-me pase tane" . qnt er mäntre i-arUva-u In, e ni dif: ^^i-im doi 
7nef u difnc, e mi-t pas; sukudnü et mäng"''. cifrin ur-a-däiru, e-ii 
lu r-a-pasaru. — tiirnd cape ra slra e da li n pgk u troev na piand d 
vaka pina d eva. ..pare 7'en-me past p6 ! " e-ti lu, k-u i-andafe pres, 
kätru tprna li: .J-im dai tut u difnc e mi-t pas ; sukudnü et mäng'''. 
cifrin ur-a-däiru e-u lu r-a-pasaru. — a ra fin u rüva da sp pare: 
..^er vpst difne r-a mangämru-u lu" . — ■•ii fa nänte, hasta k-ur-aba 
nah mangate ti: ra vügti küla ka biqnka lasil'^ e bäh, la ie-sta 
tüa npna; va, e diie k-at-deia kaiköf da mangt per ti e per nii'"'. 
cifrih u tprna tikaminese, ma i tprna sauteie fpra-u lu: ..cifrih 
dame da mange, sukudnü mi-t mang ti". — ..,e-nt vcsii k-e-ru pia?^' — 
..^ah-lura mi-t mäng''' . — e ur-a-mangaru nt ih kuh. — cifrih d qnt ra 
pqnsa du lu ur-c-bitase braic tut lu k-ic pue: ^^deie-tj lu, deie-u-lu''' . — u lu, 
fbarivä, ur-e-biiase skape, e pii cifri7i u hraiava, pii kial u kurava, 
e a fgrsa d andi ur-e-kerpä. — cifri?) a ra bela mc'i us gava d qnt 
ra pqnsa du lu, e us troev qnt in pra. — us ferma n ppk au su, per 
suriese e fese silvc, ma na vaka, k-a i-era la n pasiilra, ar-a-däi na 
pkunä nt ra iipa frank a milra kiäl e ar-a-mangaru. — a ra sqira 
ra patrüha va nt ra stala lace ra vaka, e pähi k-a kumqnsa sqnt a 
di: .,.,laca laca ke-t laci nah tut, laca laca ke-t laci nah tüt''^ . — la-kila sc 
fbarüva, e a cama tue küi dra ka. — cifrih u bramva sänpre ist es, 
i bdiku 11 tue i kantiih. — ..ma d qnt amnirala mal sa vuf?'^ — „.r suh 
mi, suh cifrih, qnt ra pqnsa ra vaka""' . — kuru defgagd pie-r maneskdrd, 
k-ur-e dlunk amni'i e ur-a-urdinä lu k-i-andafe per defbarase ra vaka. — 
da li nppk cifrin ur-e-ntsi}, ardi pqi d ih suü^t, e ur-c-turnd ka. — 
sp pare süa mare, kunidnl, ir-qh fäi grqh festa <• gnjh spa/iis, e mi 
k-e i-era dre da r-üs, ir-qh mqnk dame na capa d priis. 

Raccolto e trascritto da G. Toppino. 
ansä (in) qua. kuii boccone. 

ardi pqi diu siulot vispo comc mafnd bambino (qui ..prolc"). 

un galletto. niatpt ragazzo. 

cifi cece. pjaftd oruia, pedala. 

defgagd solle cito. ruanera lotaia. 



138 

fbarivd spaventalo. suriese soleggiarsi. 

spatüs pompa. süvc asciugare. 

sukudtiii nel caso contrario, lane Tanaro. 

altrimenti. lepa piota, cotenna del prato. 

III. 

u lu e ra mia herta. 
na vpta sun pasd nt ina stra sicrca sferca, e r-oe-skunird kunpare-u 
lu, k-ur-a piame ra mm hcrta. — mi r-oe-dne: ..dame ra mia herta''''. — 
e Mal vr-a-dime: ..dame dra kam feska''''. — su7i andd dar vailot k-um 
dqisa ra kam feska, e kml um-a-dime: ^^danie du lac'' . — sun andd 
da ra vaka k-ain dqisa-tt läc, e kila r-a-dime: ..dame de?^ fäh" . — sun 
andd dar pra k-um dqisa-r fän, -e kiäl ur-a-divie: ..•lame dra p'iceva'''' . — 
sun andd dar nivure k-im dqhu ra piceva, e klle tn-qn-dime: ^.dane 
dra j;/;?yä". — sun andd dar; krin k-um dqisa ra sunfa e kiäl um-a- 
dime: „f/(77«^ dra gqndr'"'-. — sun andd da ra ru k-am dqrsa ra 
gqndr, e kila vi-a-dime: ..dame na Irgpa''^ . — sun andd dau sarf k-um 
dqisa ra hrppa e kiäl um-a-dime: ,.dame-r fat/sql''''. — sim andd dar 
fre k-ujn dqisa-r fausqt e kiäl tim-a-divie: .^.^dame di dne''' . — sun andd 
dati re k-um dqisa-i dne. — u re a-dame-i dne, i dne a;-däiie-r fre, -r 
fre a-dame-r fausqt, er fausqt as-däiru-tj sarf, u sarf a-dame ra brgpa, 
ra brppa os-däira ra ru, ra ru a-dame ra gqndr, ra gqndr oe-ddira-r 
krin, er krin a-dame ra sunfa, ra sunfa ae-däira-r nivure, -r nivure 
an dame ra piceva, ra piaeva (r-däh'a-r pra, er pra a-dame-r fän, 
er fän ae-däiru ra vaka, ra vaka dame-u lac., u läc ce-däiru-r vailqt, 
er vailqt a-dame ra kam feska, ra kam feska op-dä'ira-n lu k-uvi-a- 
dame ra mia berta. 

Raccolto e trascritto da G. Toppino. 

berta berretto fatto a cona. ru quercia. 

brppa palo, bacchio. ^<^ff salice. 

Icrin maiale. vailot vitello. 



IV 

Gruppo ligure 



44. Ormea.* 

Dalla farsa di Pin Campagno: El cauzaie ruse e l' anea d' algetiio 

Tidurd. 

sena prima, 
katari süla. 
§ ne See hin Je dj^w u se s§ge fikd 7V ngstru gaste. — oe \a 
fpcu vir^g. iille j tistari, ^ n l ae pucil triivqq nun löiiv. — v'^nta k u 
se s§ge fikd nt §1 küa aw lüvu. — äu § dun äff tu kizi in ka da 
\ina a vägo s u s Jus vihü a b^vo kgkii dujifi e päi s u n J f, e^ m 
U7i viiii a ka a zengme kun si tüfi e lej k u s akgmpe nwi cü . . . 
ma u ?ne smäja k§ peru^qii galetu u s§ge la dal ilsit. — vltita kf 
cgme a lej a vägo s u j §. 

sena skunda. 
peruyin § katari. 

K. el peru^qh! 

P. katari? § ti ti? 

K. si, § viiriva cainqvc s avyvi vlslu w ndstni gaste, pelkf l f 
tütu 2i2i k § ru zelkii; e n l as pucil truvqa Jiun läivl 

P. qi ! k§ l (£ v'istul l § li ch ka da \ina, k u \(xa a träj 
sfle kun cütia. 

K. dsa r f iua manera de iivo liit u di a l ustaria a "^uga, a 
salakgq, viangqq, f b^vg , § lusgq a famna a ka kun ina strgpa d 
k'Jcüri a mangqse düj pusti'imi a ra bijia o du patäle n badera § n 

1 il tcsta varia fra e, e ed r anche in altri casi di e atono. 



* Provincia di Cuneo, circondario di Mondovi, capomandamento, sulla 
sinistra del Tanaro puperiore (m. 750) ai piedi dt-l colle dei Termini, stazione 
della linea Mondo\i-Gcnova; ab. 6392. — Sta imme Hüta-w nte al n. di Col di Nava 
che mette in comunicazione la valle del Tanaro cuii quirlla (yenovese) d'Arnoscia 
che bbocca ad Albcnga sulla Riviera di l'ouenle. 



142 

avea mqnhi jna grqna de sqa pfl sarlre, ne n lagrimin d äri da 
büiqa nt ti Ulme p§l pise ndqa a fikqa, § päi nkii de (ii kuii di lüßi 
pqlvi, lüta a noece atahqj al koste f j Jt vfi diiäßi ti^nle';^ — su?i 
kö/e, k§, se f j ra päise, § vur'^va skakaiiiqiu kitm via fgza, § dqjne 
cü ke s im üsu! 

P. pge paz'^nzja, kalari! eso, gaste l a tüci j iolti, rna ke 
vceti fqji? 

K. si, liniji nküa raf'im ! 

P. f?n' nu! k§ n i tehu rah'in, ma Igsa fqa, fiäe kizi ! — kgku 
di 11 pird güdizi ! 

K. l § tost üra kun i kavaji grießi, äu, k ii s § ^a viangä §1 
pgku ke l ßzfi'a, fi hüj htiküj, a '\iiqa § kumqa; k ii vi/rüj cü k § 
fgze? — / stm kö/e da hütqse §1 vwj nt i kavaji, § pä'j f'iküq s l § 
via te k i diefu kqlat di, u n tukrd de pjqse in kupin e en sokatu, mi 
e si iu/^ati sui l vsela e 7idqsne n pjemüiite a zelkqse jna fdta de 
pulenta p§l ne miria de fgmc. 

P. e ti fgla? — ■siiT^anüntg^ Ig kn ~'qha da tesao nt a fgbrika 
j avaj da vivgf 

K. qi! Ig k ii vq/'ia nt a fgbrika! i 7ie savdj nküq Ig k uj§ 
de ncevti? 

P. ! ästa kizi! — ki § lu d ncevii d areq tqnta päw? 

K. a föbrika a va en tp-a, iiliw §1 mimdu zv ru die/ß"^! 

P. füte kizi ! tiilw fl mündu w ru die/e, — ^ mi, § ne n ce 
nküq senti a diq 7i^nte! 

K. f püq, l e v'^a. ... s u ftise vea, alaw ii qci / sgma b§l § 
viendiki, pelk§' se ftismo nemä düj ggti kume vüj e malg e kun kalköfa 
aw süa, aldw tqntw a pvr'^va nküq ndqq; ma n difi, su tgl balqt'i 
fl pöku k l aveva w se l a mangd e salaJzd. — a! o ! — stavöta a? 
pja I omii rikii f dgcu damentu aj mejl (a cg/i-^e). 

P. la via! dqle pqße! — ke voeti fqji? — l§ ivh liirdim ! — 
ma lütu s atfngal — f, sente, s la kgpita ke ti ggi da beyxhu de 
kalkofa, dimru a mi, a mi, ii soj , k § t ce dlungu vuji'l bp'i, § s ti 
ne fusi tqntu de Jnüale k i stqn Sa süa, mi g t purlva fqa dgl bp'i. 

K. mi f ne V a kapisu. — • ki vurüj dla kun lg lif 

P. s^nti, äw: pgstu kg sgma süli, g t u digu: oe kaid 7i bgl pqq 
di kawzate ruse da famna da anamaria di bedin, i mi kusig 
zinku pgze da sgt e mg^ti, — apgsta pgl dgire. 



1 suramento — ^ diefe 



143 

K. / nii / ne su?i ina /amtia da kawzate ruse, no ! — k i kusio 
iqntii, äw k§ sgma tqniu 7it a mijerja! 

P. ma via, § tc digii, sla a scntfa ! — §1 kawzale ^ j oe kaiqj pel 
ti, § pöej u j sra nküa du r§stu, . . . bösla ti ;/<? stggi iqniii Iz iüa. 

K. (fendw o finla) via nii § ne. v eiüpiduf 

P. ^ vurlva dile, k§ ti vinisi slesäjra tgldi klzi siit §1 pgltju de 
balkela, ke ti aspeläjsi qcalö dre si fgsi de p§ltje, kf mi f vun o pjga 
§1 kawzate a ka, k§ j oe acuta j n fiindw a ?'i bar'ikqa. — ^ päj § t §1'^ 
pöltu, bgsta k§ . . . 

K. k7n§?? k§ m gl vene a vanga sut §1 pgltju! — gl mirgkul 
— ma mi, sif'i äw, sii mi, u ne s pg nküa dil nente, / . . . 

P. ef fgla kg ti n ej T/na, s ti föi paräju, t gj da miria de 
fgme, ti e i täj tü/il — via, fgrne su pja/fa, e te dun tiitu lo ke ti 
VKJ, brgva! 

K. (da lej) § vceju diji de si, pre nrimene bg?i . . . (a peru^äf'i) 
si, ma § bp'i, mi e vinird', ?na i nie pglti gl kdwzate ruse. 

P. pgsta! ti ne vcej kg t gl polte? — g vun bei e äw a pjglle. 

K. ol i avaj tgmpii, pelkg' venia k g vgge a fikgme si iüf'i. 

P. //, va e fa vitul — mi g vm'i a pjga gl kawzate, k g i ae acatgj"^ 
n fundu a n bankga. — g poij g vefiu. — / sla a sentta: ki ven 
gl pr'imu, u s aspet.i dre su bari'm de peltje, ke l g kizi sut gl pgltju. 

K. va bgn, g sgma entce/i : bgsta kg gaste' yjn u sg n un 
entlüde ! 

P. losa foa, ke tiitu ndra bgn! 

K. (da lej) tiitu ndra niga, brütu bq.län! (a peruiäfl) stgme 
alegru; g vun g päj g tulnu (a pglle). 

P. (da lej) aii) , sg gaste u ru saväjse, si, k u vinir^va bgii 
girüfu, pgst e ucifiite, u s g vuji'l piga a famna ^üvo, ma si k j qfi 
da vihia hinge (mustr'^ndtv gl kglne). 

*Trascritto da B. Schädel, Die Mundart von Ormea, Halle, 
pag. 112 — 115. [La monografia contiene oltre alla fonetica e alla 
formo'iogia anche un piccolo lessico.] 

r e alveolare, sonoro e non vibrato [Schädel, Ormea, pag. 5]. 

äfgtu; dga a. an dar a vedere. asi anche. 

akampgse rincasare. hadera padella. 

arenggse aggiustarsi. balq.h stupido. 

aruldgse ricordarsi. bankga cassone. 

1 f/ — 2 aHatoi 



144 [Ormea] 

barün mucchio. foza focaccia. 

bejia bollita; a ra h. „alla bollita" kacuri pl. tant. birabi. 

bollito assierae all' acqua in kizi qui. 

cui il cibo e stato cotto. kiimga an dar a ,.comari". 

br^i calzoni. kiipin coppa in legno da 
con'^^g piangere. minestra (una volta in uso 

dujin piccolo „doppio" (misura) fra i mendicanti). 

di vino. Iu7ide dove. 



45. Genova. 

ti belu güljän. 

u b^lu güljdn u l ea flgu sulu. — u s ea fcelii fä ?l karte, 
e g arejvan diiii ku l avejva d ämasa so fw^ so'^ vnvcB. — e alüa 
pe nw ämasa li, ie w s e fceiu fa Wn^ pä de skarpe de fceru e w l e 
andcehi a gjü pow viiindti. — lun(d?i, limiät'i u l äb-uvöw'^ da lawa^ 
ii>nt üna vlla e w se g e äfervww^' iantu ieiipti k u g a pigöw mvgt. 

de kwesia ddna g e nasüti awi ßgx, e ntanlu ' so pwä so mwc£ 
nti ne save'jvan eil 7imle du b^lu güljän. — se sun fczli fäe karte e 
g afi ditu ku l ea iihm vivu. — alua w pwce e a viwce se sun fceli fä 
"Tn pä de skarpe de fceru e se sun trüsi n kamin pe anda^lw 
a serkä. 

kamina, ke te kammu, sw aiidceli tof'ilu k(e) aii atnivoli:'^ a kafa 
diind u stava, e an vis tu na ddna e g an dumandpw sa ne savese 
ninle de ii?n ^0 s^rtu güljdn ku l ea skapö"^ da kafa, e nu 7ie savejvan 
cü mnte. — alüa le ä ge dif'e: .„mi stv ä muge du güljdn''^. — ..e 
nwdätrt^^ semü pwce e ä mwcE, ke w serkemu da ianiu tenpu, e seinu 
jnorti da fäme'"''. — a ddna a g a dcelu da maiiga e da be'jve e a j a 
vüsi a durini n iu so letu. 



1 con e brevissirao, anche con fusione delle due vocali, quasi 
fce — 2 piijä. con cb iperlungo derivato dalla fusione colla con- 
giunzione e di cui resta soltando questa traccia — 3 da /ä Hn\ 
le sfumature sono varie e difficili — ^ piü plebeo atrvgiv — 
ö anche lüwa — 6 di solito, formandosi un dittongo discendente, 
la vocale [a) si allunga, almeno davanti a cons. seraplice — 
■J anche e intantu — 8 scrivo questa lunga per un di piu — 
9 anzi, di solito, kan alruvs ä kasa — ^ö anche d c^n — 
1' quasi hU'üälri 



[Ormea] 145 



paraju cosi. sirgpa schier a. 

p'^Uja pertica. iesäg tessitore. 

pöltju portico. usela ascella. 

pustümi castagne rotte. vanqa guadagnare. 
sakatu sacchetto per il pane vmta bisogna. 

da mendicante. viroa girare. 

skakamqa schiacciare. \oei oggi. 

smijqa somigliare. Tßvu giovine. 



46. Costa Pianella. 



u belli gilljdn. 

n hehl gilljdn ii l ia wn fil'oi sulii; ii s ia facti jndavinä ejg 
ejvu 2 dicii ke lad amasä so pwa e so mwä. — alanh'i pe nu H ainasd, u 
so facu fa wn"^ pä de skarpe * de fem e l e ando a glrd po w mundu. — 
luritdt'i, lu7itdh u l a iriio da lawd int ina vild, e ii.' s e afermo tantii 
ienpii ke w g a püo mute. 

da kwesta dona iv g a ailw diij fil'ce, e Jntantu so pzc'ä e so mwä 
j 7iu ne sejvii eil ninte d u hebt gilljdn. — alaniii j se sun facu 
jndavind, e i g'*an dicu ke l e ankün vivu. — alaniii zv pwä e a mwä 
se siin milsi jn kamin pe andälu a serkd, e l en andä lanlu iaiitti, ke 
dapce l an atruo a ka dande zv siejva. 

e an ilslziJ ilna dona, ejg an dtnnando, se j sesu ninte d in s§rtu 
gilljdn, ke da tantu lenpu zv l iq skapo da ka, e i nu ne sejvu eil 
ninte. — alaniii Ic a ge dife: „vii sun a mul'i du gilljdn'"''. — „^ 
7izvi ätri semii zv pzva e a vizvä d u guljdn, ke da tantu tenpu iv 
serkemu, e seniii kume morti da a fame.^'' — alantti q dona a ga 
dö da niangd e da beje, e a l a milsi a drumi intii so heu. 



1 Kosta canela e una frazione di pochi casolari con circa im centinaio 
d'abitanti sul corso della Penleniina; parrocchia di Pentema, comune di 
Torriglia (764 m, alla soigcnli della Trebbia sulla via Genova — Bobbio — 
Piacenza). 

* L' ^ del dittoui^o ej e semiapcrto. 

^ Nel testo un. Polrebbe forse anche Stare j. 

* La j avanti consonante h leggermente palatalizzata. 



Beiheft zur Zcitschr. f. rom, Phil. IL. 



146 [Genova] 

u h^lu güljän u l eä lawa in kanpäna, e l e anJcelu da le ün 
k u l ea %i djdw e w g a dilul ^, güljän, ti l e kj ä lawa, e io muge 
a l e n lelti kw iln älr dmuf-'- — alüa w güljdt'i u l a pigpw faegu, 
7/ ' l e kafninpw a kafa , u l e andcBlu in ta staf'isja , e w l a vistu 
hi'^ in lelii üna dona e^ ivn omu. 

aiiia siiis am ja kj eaii, ti l a piggw (J*) kulelti e w g a iaggw 
a^ iesia. — pol u l e siirtiu e apeiia wie statu fosa da pgrta, u l 
atroeva so muge kw üna'^ sega d cegwa n sä testu e j fig^ pjä maii 
k a ge di/'d : ^.güljän, ti ne scb nitile da huna nutisja k da däte? — 
iii tu nostru tetu g e to pwä io mwce ke dormaii, lie suii veni'ij a 
truväte!" 

abia w güljäii u se mite a fbragä: ..meskiii de 7ni ! kos maj 
fätu, ke j g amasce^!" — e w nu mangava cw e w nu bevejva, e so 
muge, de vede k u nu maiig e w nu bejve, a ge fava kuragu. 

li davislii g ea' Ü'i'i fjüme^ gfosu grqsu, ke nu ge pwejva maj 
sta de piiiile, perke kwaiuie cüvejva, ke veiiiva l cegwa grösa, u fjiime w 
se purtava via w punte. — e so muge-ä g a ditul .,pe to penitensa 
mttite a fa kwelu punte lal^'- 

alüa w b^lu güljän fina^ da l iiidumän'^^ u s e misii) a fa yj^'^ 
punte, ma tante prie w ge bütava, e taiite l cegwa se^"^ ne purtava via, 
si ke le w l ea tiitu disperpw. 

üna Vota k u l ea Ij a lawa, l e pasgw ün sinilr'^^ k n ga ditu: 
^igüljäfi, kose ti f& li?''- — „«z7 so inanku mi kgse^^ fäsu ; befünja 
füg (f'h'^^ ptinte, ma nu g arjesu'''. — e alantü kwestu sini'ir u g a ditu: 
.jo w fäsu mi, kose t me da se to w fäsu mi?'' — ,Jios u vä^^ 
ke^'' ge dage, ke mi suii ün pövow despjöw?^'' — „«« fa niiüe, ke ti 
nu me dagi di dinct; dumän matii'i mi ie dägü punte h^iu finiu, e ti 
ti me dajce a p7lma kosa ke ge pasjä dedätu", e poi^'^ u se n e aiidcelu. 

alüa w b^lu güljän u se n e andcetiv a kafa e w l ea tütu 
kuntentu d avej atruvgw kwelu ke ge fava w punte kusi spediu, ma 

1 propriamente foegü l e — 2 i)ist intu — ^ e h Mn e 
un poco colorato di ö? — ■* pju di solito, sorvolando,: tagQ ä t. 

— ä anche k üna — ^ g ämasa — ' \ a piega verso ä — 
^ plebeo siiinme — '•* plebeo sina — 10 plebeo ündiimäri — 
11 per fä u; i' « si colorisce di solito un poco di 0, quasi fävo 

— 12 = ägua a se — 13 pju plebeo sarebbe sinuru — 
!■* propriamente kdse — 1^ = fage iifl — ^^ vä — '^ con 
riguardo anche maggiore kose sa v<2 ke — '^ molto piü plebeo 
sarebbe dapa 



[Costa Pianella] I47 

vitantu IV helu güijdn u l ia a latvä jn kanpaiia, e ge miJo ivn 
ke l ia w djau e iv ge dife'. ^^güljän, güljdti, ti t e ki a lawä e 
a lo vnil'i q l e a ka jnt u letu kw in ältw omu!" — alantü w 
gilljdn u s e asej'fw e iv s e aragol u l a laso li tnliv e iv l e qndo 
q ka int a kam ja e^q iistu jn letu wna dona e ün* omu. 

alantü sensa mid ki l en, l a pil'6 jn kutithi^* e u g a ialo q 
tiesta. — dopd: iv softe e apt?ia ke iv l e f(£a da a porta, 11 traeva so 
mid'e kw ina sega d ägwa jn se q tiesta e i fil'(X pe q man e q ge 
di/e: „ö gilljdn, ti sa ninte q biina naeva, ke go da däle? int u nostru 
lutii g e to pwä e to mivä ki droniu, ki stai vehüj a trtiväte!''' 

alantü iv gilljdn u se niete q fbragd: „0 meskin de vii, kose 
maj fätii, ke l qmasa!" — dapce tiitu müpnisvfu ni iv mangejva ni iv 
heejva, e a so mit He de lej ke ni w manga e ni w he je, a ge fejva 
kuragii. 

a sejva ke g ia jn füuie d ägiva grosti grosii. ke pnnle 7iu ge pivejva 
viaj sia, preke kwandu ciivejva ke veniva l ägiva grosa, alantü w fiime 
ly purtava via iv punte ; e a ge dife: „/>«? q to peniiensa d avej amasö 
to pu'ä e to mwä, praeite a fa kivelu punte Ia!" 

alantü u belti güljd?i fina da w l indiimdn u se miisiv a fa iv 
punte, ma tente prie iv ge kacejvq e l ägiva tente a ge ne purtejva via, 
si ke w l ia tiitu dispewo. 

iina öla ke w l ea q lawd e paso in sihuru ki iv ge dife: „0 
güijdn kose ti fä li?'^ v^'ow so nemenu mi kose ge fasu ; hefut'm fage 
iln punte, ma nu 7ie posu arjesi/'- — alantt'i le w ge dife kivestu siiiuru: 
^je w fasu vii. kose ti me da ke low fasu mi?" — „f mi kose l ce 
maj ke ge dage mi, ke sun in pövoiv omu?''- — „no n inporta ke ti me 
dagi di dina; dumdh matih toiv dagu iv punte helw e finiu, e ti ti 
me da q prima kosa ke ge pasa sil'' . — ,.//, si, mi ge q dö/'^ e iv 
sinuru w se 71 e ando. 

alanlti w helu guljdn se n ando q ka e prima iv se pajva tiitu 
kuntentu d avej atrwo kwelu ke ge fejva iv punte spediu, ma dapiv q 



* nel testo un. 
** r i del diUongo tenJe ad assimilarsi all' e segueiite. 



148 [Genova] 

poi u se ge äpensöw e u di/ejva: ^^kj Ü saja^ kwelu U ke tit ilna 
nä;le u nie ge fa i^ ptinte?'-'- 

so 7niig€ ko w'^ vedejva ktisi penser ufu a g a ditu: ^^kose t ce?'"' 
e le tci ge l a dihi. — e so 7m/ge a^ g a risposlu : „ tnia k u l e w 
djaiv k u l inlinta j änime^'^ . — e poj a g a diiii: ^^mai'ija e hejvi e stä 
legru, ke lo w dijo mi kose t ce da fa! — dumän matin kwande 
t andj(& la, venjo mj äst, e se puj-ijeniH na ^ fiirtnogcta, e ä bütjtm insu 
punte e g asijemu w kan aproevu, e kiisi n prlmu^ k ti pasja in sü 
punie w sagä w kan e w djaw sota' pigjä le'"''. 

a l nndtimän viatin ge suii andceli kü kan e kw a furmagita, e g 
aii atruvgw kwelu sinür kii j aspeläva, k w g a ditu: gilljän, u te 
pjäf'e kwestu puhte?'-'- — ,,//, u l e belu!'-'' 

e w siiiür u s e misu da l atra parte du punte e iv s e nüsw a 
camälu: ^.veiil n^ pö a vede 'de ki kum u l e be/u!'"'' pe falu pasa 
d in SU punte pow prümii. — ma zv güljän u l a pigow a furmageta 
e w l a kacä in sü'^ punte e w g a mandgw dert u'^^ kan. — e kusi 
a prima kosa ke l e paspw in sü punte a l e stcetä furmageta kü kan. 

ahiq IV djaw se g e äfbrjgw, e tv g a ditu: 

.,.1 güljän, b^lu güljän 

si ma pagQW de kua de kan.'"'' 

e s e furmgw üna bäla de fcegu e a l e mm'itä certa, ceria, e poj 
a l e kejta n tu niefu du ptmle e ä l a pertüfgw. 
kwelü l ea w djaw e kwestu punte de pav ia. 

Traduzione quasi letterale del brano stampato di fronte di 
E. G. Parodi. 

Tutte le atone sono brevi, tranne quelle indicate diversamente. 
Su tutte le atone allungate c' e una specie d' accento musicale 
che consiste in un inalzamento di nota e viene indicato nel 
teste con ~. 

[L' assenza di nasalizzazione nel genovese mi permette 
di conservare questo segno, senza paura fondata che esso 



1 anche sä — 1 = ke u — '^ anche muge-ä; in tempo 
piü lento muge a g a — 4 plebeo ancora annime — ^ purtjim 
üna — 6 piu plebeo: prümu — "^ = djau u se u; in questo 
caso c' e un po' d' accento musicale — ^ veiii ün — ^ = inse 
u p. — 10 anche dere'w 



[Costa Pianella] I49 

petisdsege bat, u di/ejva: .^ki w sad maj kivelu li, ke int ina näsle w 
nie ge fa w piinle ? " 

e so mid'e a va ke Ic mäpensiifu a ge difc: ..kose ti ga, gul'dn, 
ke ti e mäpensußi? — alaniii u belu giil'dn 11 ge dife tiltu. — e le 
a ge di/'e: ktuestii tv fiu pas ese äiru ke w djaw ke t a jnienio" . — ma 
a ge di/'e: ..,manga e be/'i e sta alegru, ke low diö ini hime t ä da fa. — 
dumdn maiin, Jiwandu t andjd la, vefijo inj asi e sc purtjcmio ina 
frumageta, e l a kacjemu ifi soiü punte e g assjeinu w kan ädere a a 
frumageta, kusi iü primu ke ge pasjd jn soiv punte sad w kan, e w 
dja%ü u se pil'd kweiic'' . 

a l indumdn maiin l en and'a jn kü kan e q frumageta, e kwandu 
l en stä la da w punte, kwestu sihurii w g ia faknl aspetejva, e w 
ge di/e: güljdh, u te pä belu w punte?''' — ..si, l e belu/''" 

e ti' si/turu* tC' se müsu de la da w punte, e iv ge di/ejva: ..veni 
jn po a ve'ilu de ki kume l e belu " tan tu pe falu pasd jn so w punte 
po w prümu. — ma le w ge di/ejva: ..u vegu de kj asi" e jntantu 
l a pilo q frujuageta e u l a kaca jn so ia punte e a dere w ga 
mando iv kan. — kusi a prima kosa k e paso jn so w punte l e stö q 
frumageta e u kan. 

alantü w djaw u se g e afbrjo e u g a dicu: 

vgüljdn, belu guljdn 

ti m d pago de kua de kan'"''. 

intantu s e furmo ilna bala da faegu e a le munta arta, drta, e 
dap& l e kejta jn rne/w a w punte e a l a per t Ufo. 
kwelu l ia w djau, e kwestu w punte de pavia. 

*P. E. Guarnerio, Due fole nel dialetto del contado genovese. 
(Per le nozze Salvioni-Taveggia), Genova, 1892, pag. 11 — 14. La 
fola fu esposta dalla contadina jNIaria Banchero di Costa Pianella. 
„Se qualche incertezza o disuguaglianza si riscontrerä nella grafia, 
bisognerä rammentare che la novellatrice fu per qualche anno a 
far la fantesca a Genova e con la cittä ha tuttora non infrequenti 
relazioni ; di qui immistioni e contaminazioni nella parlata assai 
facili a comprendersi, e ch' io rai son guardato dall' emendare". 



1 nel testo segnuru. 



150 [Genova] 

possa dar origine ad ambiguitä. B.] Qunlche volta ho segnato 
un accento secondario affatto con a per evitare incertezze (p. e. e 
ä ja yntsi a durnii n tu sp leite). Nel nostro caso ?nisi ha un accento 
piü forte di ä ma noa cosi forte come Itlu, ma io non ho voluto 
segnare auche 1' accento della fräse se non in quanto ha relazione 
con la parola e la fonetica; percio 1' accento di ä che e il piü 
debole di tutti mi interessa piü di queUo di mlsi. 

Tutti i dittonghi accentuati sull' ultima {u) sono sempre lunghi, 
quindi anche in sillaba atona. 

[Per la pronunzia dei suoni genovesi riinando in generale al 
notissimo studio del Parodi; qui un breve cenno sui suoni che 
non sono espressi diacriticamente nel testo: 

r: la pronunzia moderna si formo „alzando meno la punta 
della lingua, cosicche diveniva meno intensa la vibrazione e dalla 
punta della lingua si riduce " piuttosto ai lati''. Parodi, {Arch. 
Glott. it. XVI, 340). 

„in ^n" la parte, dentale del suono originario im si assimilö 
alla parte precedente velare" XVI, 352. 

„j e f sono alquanto piü sibilanti che in italiano, perche il 
contatto e un po' piü basso"' XVI, 34g. 

„Le doppie originarie sono ridotte a consonanti semplici e brevi, 
davanti alle quali si pronunzia breve la vocale, benche si possa 
dire ch' essa chiuda la sillaba" XVI, ■^i}^. 

\_e finale del testo corrisponde piuttosto ad c\. B. 

[Per la fonetica del genovese moderno cfr. gli Studi liguri del 
Parodi [Arch. Glott. Ital. XIV, i — iio, XV, i — 82 e specialmente 
XVI); per il lessico il Vocaholario genovese di G. Casaccia (2^ ed., 
1876) e il Dizionario moderno genovese di G. Frisoni (1910)] B. 



[Costa Pianclla] 151 

„r ü deir articolo indeterminato si assottiglia talmente da 
rasentare 1' / e quasi confondersi con esso". 

alaniü ailora. mapcnsufu prcoccupato. 

afbrjase avventarsi. mjd „mirare-' guardare. 

asi pure. fbragä gridare. 

laiüä lavorare. spediu prontaraente. 



V 

Gruppo emiliano 



47. Voghera.* 
I. 

La parabola del figliuol prodigo. 

g era na vot im om k u g iva du fjoe. — un di r piise guvän ^ 
l a du a so pddär: ..popn, dem ra pari k a m Inka'''. — er pddär 
l a sparti ra so roba. — e da li a pQki di r fjoe r piise guvän l a 
fat sii i so fagöt e u s 71 e ndal int un pajij"^- luntaä^ e l a fgard tut 
i so sod int i z'isi. — ?na dop d ave famsiimd^ fena l ültim kuairei, 
in kul pajif ia a g e nii na gran karistija e lii l a kumencd a kapi 
s e k a vce di bfofi. 

e alura l a duvü nda sta a ka d un partikulär d kuipart da lä, k 
u l tnandäv int i so känip a vardä i guheL — e iil l avre'v vursil 
pude inipilutds äd kui giindäl k i mähgavn i piirsc, ma g era j'iscei 
k a g n iti ddva. 

alura la dvert j aeg ela pensd : .^kuänli servitnr a ka d me 
pddär i g an dar pän fen k i v&rän, e mi a siag ki a krepä d fani ! — 
basta! a pjarde sii e ändrde da me padr e g dira;: papd, mi oe pka 
kontra r cel e kontra d vil e a sgn pii däh d es camd vostär fjoe. — 
tratdm nie kine'^' jdi di vöstär serviii'ir.''' 

ela pja sii e le ndat a ka d so pddär. — e l er inkura luntan 
ke so pddär ^ u l a vist e u g a vil hanpasjöu e u g § saltd r kol e u 
l a bafd. 

e r fjoe u g a dit : ^.^papd, mi oe pka kontra r cel e kontra d vil 
e a sgii pil däh d es camd vöstär fjoe''' . — ma r padr u s e vultd i 
so serviti'ir e u g a dit: ..^purti ki ra vesta püse"^ bela e mitigla sii e 



1 sul valore di ä in questo testo cfr. la nota finale 
— 2 nel testo pajis — 3 nel testo luntää — ^ nel testo 
ku7isilmd — ^ manca nel testo — 6 padr — ' pus§ 



* Voghera (provincia di Pavia, capoluogo circond., comune di 23, 374 ab.) 
ropra un rialzo della ferlile pianura che s' interpone fra il Po e gli Appenniri, 
e un centro agricolo industriale sulla linea ferroviaria Alessandria-Piacenza, e 
Stazione di partenza della linea Vo-Milano. 



I5Ö 

miiig un anel int i did ei skarp int i pe e tire fosra r videl gras e 
masil, e rnangümäl e stiima If'gär. — parke stii fjae Jd l era nwrl 
e l e rist4sitä, l era pers e l uma truvä!^'- 

eis sph mis a fa na bela /esta. 

r fjcc r prim l era ndat int i kämp a lavurd e, turnanda ka, 
apena k l c stat apresa a l üs, l a senti im frakds äd sundg e d fent 
k a käntdva. — e l a camd^ a tin servitür, se k u vuriva di kul biirdil, 
e r servitür u g a rispöst : ,,/f turnd ka io fradd c to pddär l a fat 
masd r vide'l'^ gras, parkd le kunte'nt kle turnd ka sää e sdluv'^. 

e hl ti s l e pja e u^ variva pü nda in ka, sike so pddär l e nü 
fosra In e 11 ga dit d ändd drenta. 

ma In n g a rispöst: ^kme"? mi l e tänii an k a soft kun vii e 
OE sempär dat da tra i z'östär paröl c piira ^ m i nänka mai dat un 
kravei, da famla hei kui nie amif. — 7na pena kul to fjae la, k l a 
fgarä tüta ra so roha kun di plandär, l e turnd ka, ti t e fat masd 
r vide'l'^ gras.''' 

e lü u g a dit : ..kara e me fjce, ti ta ste sempär kum mi, e tüta 
ra me roha l e ttiva. — ma des a bfunava fa n po d festa e sta sü 
If'gär, pärkd to fradc l era mort elf risusifd, u s era pers e l uma 
truvi. 

11. 

La novella I, 9 del Decamerone. 

a dfiva dgnka ke ai temp dar prim re d cipär, kuänd ke g Uf r f 
d hüljgn l iva pja ra tera sänta, e siices ke na nobila k ra niva d in 
guaskona l e ndat in pelegrindg ar septilkär dar sinür e turnanda ka 
pär ra stra d cipär l e kaskd nti mää d na mänga^ d halös k i g n 
an fat da pend. — sike le kun un dispjafi' stes ra vuriva nda dar 
re a reklamd gustisja. 

ma g e stat jaei k u g a dit k l avris pers är so temp, parke lü 
l era insi un pultröu e un om äd pesa, k u kastigava mai kui k a fava 
dar ma a i dtär, änsi u iulerava da viljdk fena tilli disprefi k i g 
favn a lü. — sike tilti kui k i g ivän di dispjafi dai dtär i sa sfugavän 
fändagn äd^ tüti kulür a lü. 

e kula povra dona la sentenda sti roh ra sptrava nänka^ pü d 
pude vendikds. 

' camd — 2 attenderemmo vide, ma trovo videl coniio frade 
anche in altri dialetti vicini — ^ u — ■* nel testo pura — 
5 videl — ® mänga — '' digpjasi — ^ ad — ^ nänka 



^0/ 

7na , täni pär sfitgds iin po, l a vursu Jida ka dar re a digän ■ 
kuaiär, e difaii l e ndata e ra ga dit ." „ mi a vefi no da ti a pregät 
da kastigd kui k a in a fat sta bahisada , ma vp'i a camdt me k at fe 
ti a sufri n sänta paf tüti balusdd k i t fää, e insi dop a piidrd' piirtd 
inka ^ mi ra me kruf in paf. — e ti la sa r sihür k as a pudis regalatla 
ti, k at la piirtris hin tänla pasjcnsa, at ta regalarcv ben vulentera.^' 

ar re ke fena Iura l era stat insi nn fengarf^, u s e fvigd e l a 
kumencd fa na vendäla teribil äd kula dona La, e l e dventd n nemij 
a mort äd tüti baiös. 

*P. F. Nico! i, II dialeito moderno di Voghera negli Sttidi di filo- 
logia romanza VIII, ig; — 249 (247 — 249). 

[Esposizione fonetica e morfologica. — Sulla quantitä delle 
sillabe toniche non indicata nel testo cfr. §§ 82 — 86. — 11 segno 
ä rappresenta „un suono intermedio fra a ed (Z, straordinariamente 
torbido e breve" § i; corrisponde dunque ad (z del teslo seguente 
(cfr. pag. 15). — L' indicazione di n (§§ 36, 59) e intermittente. — 
Le esplosive in esito romanzo sono indicate elimologicamente, 
senza riguardo alla sorditä. — A j <C s, sc, x, kj, tj, kl, k^- ' 
inter. e poscons. corrisponde nel Nicoli 1' indicazione g che ben 
difficilmente sarä la vera rattratta apicale. 

Si confronti questo volgarizzamento col seguente di F. Gatti 
pubbl. UQi parlari italiani a Cerialdo del Papanti35i — 2; il Nicoli 
(pag. 207) lo dice infido e incerto. 

Dis adonca che in ti temp de! prim Re d' Cipro dop la conquista 
d' lä Tera Santa fata da Gofred d'Buglion, 1' e success che una nobil dona 
d' Guascogna 1' e andata in pelegrinag al Sepolcär, e quand 1' h tornä, arrivä 
a Cipro, d' ii baloss i g' han falt d' ii vituperi. Le, pödendas no consolä, 
1' ha pensä ben d' andass a lamentä däl Re; ma i g' hän dit che lü 1' era tanto 
trascürä, che no sol '1 fava no giustissia a j' ofes pati da j altär, ma incasi cui 
ch' ig favan a lü, per gross ch' i fussan, ni sopportava, älla mira, che se quaic- 
dün '1 g' haviva quaic fastidi, '1 se sfogava fändäg quaic figura. Sentenda sta 
roba, lä dona, savenda per c' m^ fä per vendicass, tant per consolass un pö 
1' ha pensä d'vore in quaic manera fa penti '1 Re d' la so manera d' fa e, 
ändändä \ßic'\ piansend d' nans a lü, la g' ha dit: „Scior, mi ven no alla to pre- 
senssa per vendicäm d' 1' ingiuria ch' i m' han fata, ma in so riparassion t' 
preg da möstram c' m^ ch' at \h ti a sofii cui ch' im disän , ch' it fän, che 
insci impäräreu a sopporiä coula ch* im hän falt a mi, ch' ät regalariss volentera 
sä podiss, da gia che ti 1' se pörtai insci ben." 

L'Re fen alor pigär e trascürä, quasi che us desedass da dormi, comin- 
cianda dall' ingiuria falta a coula dona, che 1' ha vendicä teribilment, 1' h d' ventä 
tremend contra tuii cui che d' alora in peu j' han mancä d' rispett a la so cöröna. 

1 inka — "^fengard 



i.s8 



48. Piacenza, 

/ / /' / (i m lg. 

tri amig j en rivn ipia sira lud 7/n itstaria ad kämpcna, indi{va 
j an fatt ipia saffia ^« pp mqgra. — dgp, prima d ändä q le'f, j an 
ditt a l pst ke la mata'ina qdre, prima d ändä via, i vt^rivan fq, klasjö. — 
/ pst al ga rippst k ag rmkarsiva qhpla da di^veg di k l erq 7/upT[sil)il, 
parke dpp k?// k ai g qva da^^ da sa:ina dn ga rastava m ka qiqr ke 
r^n kwqrt ad pi/l:/-!, ipia mika^ina r />'?/'' ^'^fi '>•' i vadivan indla h7/.til'a: 
ppk ad po£ d iln bicc'r. 

j amig j en rasid vn pp mal, ma avaind fisä da 7iiängd hjl ppk 
ag g era, e ke almcno vaei ad li^r l avi^s da mängä par iidt , j dn 
slabili ke kiil lie Ira i?/r uidJa vpit l are'f fa^t al spn poe h§l o al 
spt'i pce brü't l aref fa^^ klasjö la matqina qdre, e j qlqr i sarevan 
rastä scTinsa. 

c 

akst' j an kümhinä la skumisq in presa^insa dl pst kal difjiva Jess 
gpdis di spn ke h/r j arevan fa^i, e j s n en ändä a dorqm. 

vosj ad It/r al se dafdä q la matceTna pr§sl vi sl alba, e stnta:in- 
das aptit l e ändä in kü'\a.ina, l ä iirä fcera d l artnqri l pä, al 
pt^lcei e l vcßt, e 1 a mängä e buvi iü^^. 

kwänd j qlqr i s en alvä, i l äti irij-vd ka s na stqva kün l psi, 
e sübit j an fa't sed l pst in s ün kari^o par fq kal dtzidi^^ iss la 
kwatitä e 7n sal vahJr di spn d onida^T. 

al prim di tri amig l a kiaitd d essas visujiq d ändä sfe tn 
paradif Tndif,va l a gitdi iiltt i pjaze'r pusibil e imagindbil da n pt^de's 
miga deskriv, e l a kdnknldi k an sa pudiva ?niga fq i(n spn pce bfl 
dal sp. 

l qtqr l a ditt d essas Ttisimä d e^s rüglä vi dl infe'rqn , indtpva 
l a vist tänt ivrmctuit e l a pntvä {{n tat spaznelnt k l erq änkura 
mit fbagi[li. 

l pst ali(.ra, z^ltai'ulas v§rs al piTm al g a ditt : yäh g e ke di, 
al vpstqr spn le di poe /-<?/". — e vi^ttaiidas al stköiid la dJt : „an 
sa pcel miga tiegä ke l zpstqr spn al na sia spavtnti'if. — adps 
siniipnq al tfrsf''' 

et t§rs di irj amig, kä'qm e riddint, l a küniä k al s erq insij,hä 
ke j sp du ppiqr kfinipäii j er an mprt e ke zd'I l erq ändä vi paradij 
e l qiqr in dl inferqn. — ke , stand aj dpgma d la npsa religö, da 
ki Sit le, p b(Fi p mal k a s ga staga, an sa ti^rna poe Tndre, kme 
difati ad kivänt i s en mis^ vi vjaf. änscei l t mqj iin nä q sli^ mond. — 
parsiiäf quindi ke nsxT di all sp k^mpd/'i al na g qva pce da bfph 



159 

da fg. kltjsjo, lü l s era alvä e, kanhiind da duve ändg via sul, l qva. 
mätigä i0( kill ag g era e l qva bt^vt l pgk vaiii k era väiisn. 

l Qst l a ridi ad kcer ad la heia pasäda e l a sintinsjd ke par 
kwänt a fis^ b§l al sgh dal prim e spaviniüf al sgh dal sekond, al 
pce logik l era perö l tp's. — e d qlra pari hcl k era fa^t l era fa*^, 
e l a kündanä j du kj eran rastq d/ivT a pagä l kdint. 

*Traduzione libera della novella / tre ainici della Novellaia 
fiorenlina di V. Imbriani (Livorno 1877, pag. 616— 617) e trascri- 
zione di E. Gorra. 

[Le vocali toniche sono sempre lunghe fuorche nei monosillabi 
e negli ossitoni. 

AI segno cc corrisponde nella fonetica del dialetto di Piacmza 
dello stesso autore [Z/t. f. rom. Phil. XIV, 133 — 158) a'c. Sul valore 
di e cfr. 1' indicazione seguente (pag. 135): „L' e indica un suono 
che partecipa dell' a e dell' eu francese di peu, raa volgente piü a 
questo che a quello; e l' a'ci (qui at) un dittongo il cui primo 
elemento partecipa dell' a e dell' en di cceur, con qualche prevalenza 
deir elemento vocalico a, come provano anche le grafie degli 
scrittori" (cfr. ä nel testo precedente).] B. 

akse cosi. klasjo colazione. 

alvä alzare. mikavta pagnottina. 

änsca nessuno. pasqda trovata. 

dfdii digiuno. piiheTii pollo. 

kargd seggiolone. ^'tgld rotolare (precipitare). 



49. Castelvetro.* 

(Provincia di Piacenza). 
a dila ki trä nwätqr l e ks^ (e) kse ; kul pQ(pr ' ^mm l§, dppu 
ke rqslä ivedücp'^, ak ne ?ida be när'i W(Sna, e adtvs kiel ll'i'p (q)dla 
wä^d(Si?imja Ixli krädilt^r ig bijr a dös. — m par an ke l aiqr 

1 anche colla spirante bilabiale forte sonora: pöwr — 
- we'düw 



* Castelve'.ro Piacenlino ^ un comune agricolo di 5200 ab. del Fiacentino 
oiientale (diocesi di Borgo S. Donnino da cui dista 30 km, — 7 km da Cremona, 
29 km da Piacenza). II capoluogo ^ un piccolo villae{;io nel ccntro di ini- 
portante rate stradalc che congiunge Firenzuola d'Arda con Cremona e con 
Parma ed 6 allacciato a Piacenza con tramway a vapore. 



i6o 

dl j gabja näss ql sakwfstqr ri s ire hnasi d oi'^'^a, ?i s la känte?»a 
e nsj ä/qn, e lü (q)k n a nän pr ^nsr{ni ; loe^^i U sin l iva (a) /(i 
f'nbqrjä^'C) kä n sp nän dicp, e a la malipa, kwänd ql sq le'^a, / kürr 
a dqlki e dädl^^ (a) sirkä jce^^ip di patlM. — mä nscS""^ wol 
säum da iijdl fgra di so mpiCc, pqrkf j la kuhqesa. 

II slä stä (ä) a gq d ändä kapijag änka kula dla pjena dal pg, 
kq l ga nmä ja l mul^nn e hui hukö tqra kq g rqslä-^a. 

l a q düng wi'^ an la däsfurtcet'ia t mqi qg la dil'^a e t rqsld If 
kqn sfik rqgas. — s5 qlmam la 7 qgasa la fd&^s qm pg pü grändela, 
scaw, la pudqrtfp kürä la kq, mq inweci l e prgpja la pü /u(ptta, e l 
si bf, ti^?, kwänO V-) ^«^ famil'a k viänka la afc^a , pqr kla ka le 
na 7-i{W"a. 

ma d dq/grasi woj mia p<£ porlü-^qn; aw dirq nweci f g e kapüd^ 
stamaqnn a nie not. _ ntänt kl ätUa-'^ä münd/te* ql sf nkirjnantä 
n säl käre/t, e f ivS(^y ke 9}k'wajgdannh kq s n e akqrl e kn ä^a wgja 
da rit, i g a 7/lld l nfqn f« sql^ strado e lü l e iiirna «»f«« a ka, e 
ktvänt hd kujo al s e- dä/M l e rsld tän('i)de mal kqn sp dt<P, parke 
lü l krqdi-w,i da iruä^^ ij>' sql^ mqrkä e iimeci l erä iimd h dla sp 

kürt. kli rphi ki ii m/ä ns&ha' mara-^ild, parke, kivänd a q) l o^ 

dq 'it, me not, ql e pü dür lü d la sp besija, e ß e miq veSra^, urecp 
k ä>>' kula j ^«"'10. 

Testo di A. Faccioli, trascrizione dL-ll' editore. — (p h 
spirante, specialmente in esito, e ha tendenze bilabiali; la pala- 
talizzazione di s, / e debolissima e quasi trascurabile. 

Sul dialetto piacentino, pero soltanto deUa cittä di Piacenza 
cfr. E. Gorra, Fonelica del dialetlo di Piacenza {Z/i. f. rom. Phil. 
XIV, 133 — 158) e il vocabolario piacentino -italiayio di L. Foresti 
che ottenne 3 edizioni (1836, 35, 83). 

bnasa tino da pigiar 1' uva. nmö ancora. 

-^kwajgd&n'^ alcuno. «0/ nipote. 



t anche datke dadle e in tempo celere tk^dle — ^ piu lento 
sjrkd äjcet di — ' ^ vocale brevissima, leggerissimamente nasalizzata 
-1- 4 avanli i s' ode anche v labiodentale, mollo lene — _ '" piu 
raro nkwajgdtiih — ^ anche qui potrebbe stare sxl — ' forse 
un pJ' esagerando hscenna — » anche a v l 6, ma la labiale spirante 
e predominanteinente sorda e forte — ^ s a<f) dig bufia — '^ che 
mi lagrimino gli occhi 



* Monücclli d'Oagina, che dista da Castelvetro ca. 5 km. 



i6i 

50, Novellara.^ 

a deskör n anvalartn k äl vgl ben al so paef. 

a sra perke a k sah nl, ma a me m pqr d a n stir hin in 
nisün stt komi a nval^ra. — l e vera ke d inver(c)n a g e fred e del 
gran futnan, e d iste a k fa keld dimondi, mo kl g ä na bona ka 
koj'i la so hreva shroa d mver(e)n, e del hell kamardni pe?- l iste da la 
hända indö hat mlga al söl, al n ä paüra ne dal fred ne dal keld. 

s a s vgl flr po du päs änk kvänd a pjgv o al sgl al sliqta 
dimondi, a g e tönt ed ki_ pörteg, k a n g e perikol cd haneres äi'ik 
senz oiihrela, e näii d capir na skalmäna, 

ed primavira e d aftfifi a se k stq k l e n pjafer. — ki g ä f'i bei 
qrt, al k pgl stIr tut al di; e kj ä voja d mgvres, al vq in kanpäna 
per la str^da maijtra, kvänd a n g e polver, o pr el stradini bäsi, k elj 
Iren de pju na völta, perkc sokvänti ades elj an garldi e delj Itri elj 
ä7i tqti via per flargfr i fond. 

ö, atirg un hei fondiii kon na hda kafllna in viez aj känp ed 
forment ed formentgfi ed känva, c n hei ordfin davänti; rniga tänt 
loniai'i dal paef e nän avfin aj kafej ki niänden dla puza! — avireg 
di bej früt: di pom, di pir, di pirseg, del brüh, del muljeg, del zrif, 
del marin e del hgni vtd kon dla hgti uva, km a gira in dal sitih 
del gäspri'^- in dal horgaz^, k al pariva un sräjl 

i difen k a nva llr a a g e l ärja kaiiva, mo a n e mlga vira. — 
siküra k in dla väl a n g andart mlga a stIr, perke Iq a g e l rifiri, 
a g e dl mlfer, e pdk eiber e pqki kq. — mo l e h hei veder, kvänd 
e pjovü dimondi, tut sot a l äkva k al p^r un l^g; e ahk Iq d luj e 
d agöst a n se g vq mlga m'^l lontira na kvllk vqlta a la mlofilra 
indö a g e del bell ngijri e di bgii mlgn. — e ke tliiki grqsi e ke 
luz k a s cäpa in del fqsi dla vall e kvänti rän a g el niilter 
anvalartn i s cämen i rantr, dal grän rän. — per tgrs in glr, 
i dlfn äiik, k a nvallra a bästa yneler föra na mäh da la fnester per 
captr el rän. — l e na fqla iriventlda ; mo n s n intolem mlga, nulter / 
s a s al dflva i kafipafioliri.^, ke na vqlta i n s pi'Iven vcder, a g Ira 



1 N. e un grosso comune agricolo di 7886 ab. (prov. di Reggio 
d'Emilia; mandamento di Guastalla da cui dista 13 km). — Sta circa a 
mezza strada fra Guastalla e Correggio. 

2 Poderino delle Gäsperi. 
' Villa Borgazzo. 

* Campagnolesi. [Da Campagnola, comune attiguo a Novellara, a 
Oriente di questa; B."] 

Beiheft zur Zeitschr. f. rom, Phil. IL. II 



102 

ki s in lolcva dahgn; c tg rüpondcven: korlltr'^; e i s picevm änk. — 
ma ades la n e mtga aksi\ e anvalarin, kanpanoHn, favergtf, 
kor-Tfesk, banoitn'^, i vän pju d ak^rdl. 

btfona veder al mertedi, k l e di d markl, kvänta gent a ven a 
nvalp-a, da kanpanöla, da fävreg, da korc-^ e, adh ha ge la 
feroviay änk da gvastala pju ke 7ia völta! 

a nvalera ang mänka iftni; sot al pqrdg ed piäza a g e del 
hottg ed Uä i gener: da barher, da oreves, ed rqha da hräz, ed koram, 
edmobij, d arlöj, ed hiakleti, cd früta, ed mlüm, ed pästa e da fornp: 
— in zg. e in la, a g e di kafc, di kaftin, delj ostarij, flu k a s n 
ä voja; dil paliin, tri o kväter droger, tri farmacijta ;. la pqsta, al 
teligrafo, al telifon c la Inf eletrika. — a g em di bön maranggn, di 
frera, di muradgr, di skarpolfn, di serf, di ramer, di sojer, e sa 
g em änk al sler e l moleia. 

anvale,ra la g ä al sä sköli, al so teätcr, la sä bibljoteka, in 
dla rqka dal komün, la käsa d rispT^rmi kon al palaz k la s e fäta 
ades, zink o se cef, da pjäz bell lergi, del kontrtd drÜi e n strad6n 
kon dg fili d pigp kj m na bcleza. — sgl na kqfa a g vre inkorn a 
nvalera: l äkva bgiia ; mo a fiira prest änk kvela H. 

Esposto o trascritto da G. MalagoU. 

[Per la retta lettura di questo lesto e necessario tener presente 
r esposizione del dialetto di Novellara dello stesso autore {Arch. 
Glott. It.Y.SM, z-j — i^l). — Q"i ^ilcuni cenni ai fatti fonetici piü 
salienti. 

1. Manca nel teslo 1' indicazione della nasalizzazione. Ogni 
vocale avanti nasale e nasalizzata c la nasalizzazione e 
ancora piü forte avanti h. Questo h, che e molto lene, rap- 
presenta „un suono intermedio fra vocale e consonante e forma 
una tappa nell' evoluzione compiutasi nel francese per la vocale 
nasale" (pag. 50); la caduta della nasale non c pero totale come 
nel francese. 

2. „U accento qualitativo delle vocali lunghe e diverso da 
quello delle brevi. Nelle prime c meno vibrato che neue ultime e 
dopo un breve auraento d' intensita va gradatamentc affievolendosi ; 
ha dunque un zBOvimeato prima leggermente ascendente, poi, m 
prevalenza, discendente. Nelle seconde c ßn dall' inizio piü vibrato, 

1 Da korhela ,sorba'. 

2 Abitanti di Fäbbrico, Correggio [a sud-^st di N.], Bagnölo [a sud di 
N., circa a mezza via per Reggio]. B. 



103 

e si mantiene uguale, se pur non aurcenta, nel breve tempo della 
durata della vocale, che cessa bruscamente come troncata" (pag. 42). 

3. „4 g del novellarese sono piü prepalatini dei corrispondenti 
toscani (pag. 47)." 

4. „s, ^ sono dentali continue; la punta della lingua tocca i 
denti ai lati . . . ma forma nel mezzo un piccolo canale, attraverso 
al quäle passa il fiato senza interruzione" (pag. 47). 

5. ..s e / sono meno energici che nel toscano ; la punta della 
lingua e abbassata verso gli incisivi inferior! . . .; minore il contatto 
e la pressione contro i denti, e si ha un leggero arrotondamento 
delle labbra" (pag. 47). 

6. ../" e V sono leni ed hanno leggera tendenza a passare a 
bilabiali." 

7. „oltre la vibrante r troviamo pure la corrispondente frica- 
tiva, specialmente in posizione finale" (pag. 49). 

8. „la consonante semplice intervocale e debole e 
breve; all' iniziale e alla postconsonantica manca poco per avere 
il grado di forza dell' italiano. Le doppie risultanti da sincope 
sono quasi tanto lunghe quanto le corrispondenti doppie toscane; 
la parte implosiva e nettamenle appoggiata alla sillaba precedente 
e r esplosiva alia seguente; le consonanti poi che corrispondono 
in determinate condizioni alla geminata italiana sono di poco piu 
lunghe d' una consonante toscana* scempia." 

g. ,.L' allungamento della vocale porta sempre con se 
r indebolimento della consonante seguente" (pag. 51]. B. 

a/iän autunno. »lulj^ga albicocco. 

känva canape. ordfin orticello. 

ka/fl cascina. paltin tabaccaio. 

fondin poderetto. skarpoHn calzolaio. 

fiimana nebbia. sokvant aicuni. 

garer inghiaiare. sojtr chi id^. soj\ fabbricante e 

marena amarasca. venditore di mastelli. 

wf/ lontira mal volentieri. sräj („serraglio ") parco. 

m^fer maceratojo. 



* II confronto con la consonante toscana non puö esser giusto che in 
via generale, perche questa varia anche come intervocalica p. e. secondo la 
posizione pro o postonica, e, postonica, h diversa nel parossitono e nel pro- 
parossitono. 



164 

51. Modena. 

Dalla commedia Chi-n- lavora va in malora. 

Atto I, Scena I. 

rufe"' na e inqrgreia. 

R. (leggendo di nascosto una lettera) viä ! me a 1 q se">^per 
dp^ k l jva da finir aksi . . . pgvra m aj-jdta / I cra be~>'>' mej k la 
ste-^'s a ka söuaf 

M. (attenta al fuoco) eko kf, al rif al dve~nta Id^'n^, e kl efqn 
eJ iö pieder a n fvef^^ a vhir a ka ! 

R. al stqfd pgk, mama, abje pazinzja f (legge) - ,,devo sempre 
Stare serrata in casa, perche nessuno mi possa vedere". 

M. fe m pjes ie kgn la ig pazinzja] pazinzja ün kör ml tgt^ i df. l e t 
kwcesta. — q g skumd^t nie k l c andd q l ustqrija ! 

R. pi-e.inm ed dijhcr a vli k ql väg ä l lislqrija^ Diama? 

M. to / la fref fgrsl la prema volla k l e v/m a ka P'^bärjcg änk 
ed matehia? — ?)ia il -^a t ql dt^föi'id S€~>"per! — mtai'il l e mt-^ o?-ä 
e pjo k l e. sunce me^ de! 

R, iw vdtf, l e qpe^na tri nunüt k l e sunte q l qrlöj l sä'^ peder? 

]\I. / qrlgj t säi" peder ql va he~n kö'""^ a va be~ i näster interesif 
me a t dcgg kl e sunce sirasunce . . c pjäntla. — t farp^ mej, pjotast 
a viatcr \g ql ig lavrer c dcrein ona 7nä (q) pärc§r. 

R. (leggendo): ,,se il colonnello sapesse che io sono la sposa 
di un suo sargente, sarebbe im guaio per me e per lui ..." 

M. de sg, kgn kl parlja? et sprda? (si avvicina). 

R. q so^Vi k§, q soüfi k'^l (nascondendo la lettera). 

M. kg/a g et d askönder, ona läfh-a ? kyjalS. rnrgs forsj? — /g''a 
kla kceria! 

R. j a kärdi, mama, la «« e brifq ona hettya d fo>i mrgs! 

M. s la nn c ona lief^ra d iim mrgs (contraffacendola) kof e la 
dö^inka? — a me subät kla kärfa . . . a la fqrö le^ir a la giga, a 
vädr^'n*^ ki a rqgd'' ! 

R. pär kan'fd., a ij, la fe^i lc\er a nso^~ . . . l e ona lä^h-a dla 
marjäta f 

M. dla marjä-tal d gla pgvra de/grazje<ia .. e te, te n vliv 
brifa ke me a la It^e^^a? 

R. siküra, parkt kwät'id la skapp vija, a tn qrköi't k a ge^^j de n J 
vier pjo sintir a parier. 

M. l e vef.ra . . . mq ona fjöla , pär kyjäiit mel l abjq fat, l e 
se~>'"per ona fjpja. — la marj^ta, pgvra bagaja, l e stef^a la kagd^~ de 



i65 

tgii i fbragiiqmi^iit dla kuntre>ii-i, c kaivf &i kiüjst al tio'"»'^ dlä tigstra 
famjja l e sice hui& ?»' pjäza . . . via tänt me ke lg pädcr ä« se psam 
t skurdcr dla marj^ta., ke fgr at kql fbali le la n s a dce ql pjo pikul 
despjafhr. — dd^nka mästrem kla l&^^ra anzi lezemla, intahi k a 
sapjq äflka vic figv ät kla pgvra djqvläza, k ma fat pnjver tänt 
tnagoüi (piange). 

R. tn cel savi'va ke sglämi^nt a numiner me surela, vg av mitivj 
a pjän^er, . . ■ figüref pg s q savc^^i kwcel kla pröva! 

M. pe^fiset forsi kc ?ne ä" sapjq k otvi rägaza kc skapa da ka 
söita lä n pgl rtiej e^^ir älter k ötia dcfgrazjeda? lez kla Icf^tra subcet . . . 
a sö">' praparedä lött- pramej nini al mpnd a n em fapjo ne kalt 7iefrä<id. 
— /;;' / ave^^a dct^ trj dh fa, kwSnd a steven akse be^, k a se fre^^en 
ridä ^i a sti kavij tirce . . . tnäl io p&der prinzipjö q \nger e a perder, 
a b^e'^'i^er c a V>i-berjageres; me q mela p2~nä pg^^ gwadaher kv&l 
fguband goren e not, . . . c bifgha filerla sütJla dlmdndi . . . basta, 
speräma nt la pruvideh'iza, e pjo de tpj^ int um bgn ieren al lg(t; lez 
lez da breva la l&tra dla marjce^a, kg>^>"a stä-laf sta-la be~? l ä-l 
sptifedä l mäh^ ? doUv e la ? mändl ü salüth- ? 

Teatro comko modenese, Modena, Cappeili, 1S65; trascr. dell' 
editore, secondo la pronunzia d' un giovane muratore di Campo 
Galliano (suUa sinistra della Secchia, in pianura, a 9 km da 
Modena). [11 mio soggetto, sul quäle ho riprovata la Irascrizione 
e da poco a Vienna ed ha passato la sua gioventü per la massinia 
parte in patria, del resto a Modena]. 

Nelle vocali riscontrai continiia o.scillazione fra i gradi massimi 
d' apertura: fra e ed ce sempre distinti secondo leggi fonetiche 
trovo e. Nelle atone sono in dubbio se e postonico e seguito da 
cons. finale sia vocale ridotta e, o mista e.\ acusticamente mi 
sembra piii giusia la seconda indicazione; — ß d' uscita e breve, 
vicino ad q. — La nasalizzazione e molto complicata: ancor 
debole quando la nasale appartenga alla sillaba seguente, essa 
risulta piu notevole quando n appartenga alla tonica c la sillaba 
atona cominci con consonante, e ancor piü notevole nella finale degli 
ossitoni. Ho esprcsso questo terzo stadio sopprimendo 1' indicazione 
della nasale: osservo per6 che essa e pur seiupre sensibile, per 
quanto debolmente. Nelle atone m' accorsi della nasalizzazione 
soltanto quando la vocale c lunga. — Le monolab. f, v sono de- 
bolissirae e tendono a bilabiali; — /, d, z, -, sono posdentali, ma con 
articolazione tanto bassa da avvicinarsi di molto alle interdentali. 



i66 

— n intervocalico, finale e avanti cons. e passato a n con ele- 
vazione dorsale molto debole. Alla stessa elevazione partecipa 
anche ;;/. — L' alliingamento consonantico c determinato dalla 
sincope o da abbreviazione notevole della vocale precedente; e perö 
tanto debole da non venir riraarcato in „tempo celere". La lene 
sempüce non subentra che dopo vocale tonica allungata ed e 
naturalraente brevissima. 

Per i suoni e le forme dcl moderno modenese cfr. G. Bertoni, 
// diahito di Modena, Torino, Loescher, 1905; per il lessico il 
vocaholario modefiese italiano di E. Maranesi e P. Papini (Modena, 
Soliani, 1893). 

bagaja bambina. tnagoü dolore. 

dimondi molto. /bragiratne'int pettegolezzo. 



52. -Castelfranco d' Emilia.* 

ü fät dla bäda dj asasi ed bulüha kmäJe da pirö zädcr. 

piro zäder pdr skaper dalj dg dla pulizt bnlhlifa isam ai su 
hlpaii a s purteva I kastelfr ak dl emel'ja, paeif mäk i vesta, par 
stabilir i kulp ed ma ki dveve f§r. 

al SU arirgv ed raddlfna l era la kse deta lukäda dla kurgUna, e 
al kamarir segrtt e küfid^t dl iistari l era ql kse det pislat. — a J 
vgl ke t sie lukäda a s pr eparas i külp pjg qzardüf nö Söul, ma ki s 
parltse äk i bajük. 

in ö et stj artrgv i deziden ed ruber la kasafgrta dla stazjq 
ferovj§rja d buläha. — T füij vna slra iracßt da pulizjüt e da 
karabijiir i s prafetgn a l ipjege par fer una vereßka et kasa; e akse 
ql kolp l arjuse e j purign sig igt i valür. 

piro zäder e la su baia j dvitgn zeleber par al su feget. 

Racconto di Vinc. Zanasi, trascrizione di T. Zanardelli. 

tsdm assieme. tracfte travestito. 

pislat pesciolino (qui e un zäder cenere (qui e un nomi- 
nomignolo). gnolo). 



* Castelfranco e una piccola cittä (capoluogo di mandam.) della provincia 
di Bologna presso al confine modenese; stazione della ferrovia Piacenza- 
Bologna; 134S4 ab.; dista da Bologna 24 km. 



167 

53. Bologna. 
I. 

sörbla. 
(Coramedia in tre atti di E. Roncaglia.) 

pr§mm qt — sena 111'^. 
(sörbla — media — mlrqp§.) 

S. (m sqkäiinna e kgpiqz). öü, ragäzi l dgv el ql pro/essäur? 

Md. / e qndiB a ley^qr al fpii dql fqbakctr, an s e näiik vest a 
fcer klqzjän. 

S. ei qriv(£ la servaf 

Md. 6/ / s§ ! l e qriv^, papd. 

S. a kqpf'ss: t an la mqnd \o -•hmlira kf m§ a voiia Una serva, 
ma qui coraando io. — Son io il padrone spotico e soluto; la 
c' e, e bisogna tenerla — (a media) — e qdef dgv c Iq? 

Md. a l mqnda q Iq fitrn^f dql ihätir mikel a ptiriäri kla 
l^tira d grqn premüra. 

S. E Spartaco? 

M. ql s e liv^ ql növ ql sölil, l q viqhS ql sölit, e po l e qt'idce q 
l uslqrt ql sölit, parke ql dis k l q dimöndi da fcer. 

S. puvrtnl q s pöl dir kl e la mi mäh dreita in st qf&ri del 
dezjafi. — kql kcer shänr mikel, l qrev dq dirm cdnö; ci promuovo 
di posta uno sciopero generale f q vdr&n kam ql vq fintr kgfi ql 
poepp. 

]\I. s§; täht k q pirdessi l iinpjeg. 

S. ie tqf, incon dskärr kon t^, Iq mi ignurqnta. — hei impjeg! 
— zqnt fränk ql mqis § üh kuärt suii öttil dq likuidars q Iq fen dl 
an, e q Iq feil dl an a i '7,üg kf da i so kdht q s impara ha i e dlq 
pirdila. — i Jan qksf sti kqpitqlpia , ki mähen ql sudatir dl opertBri. — 
bei impjeg! f po zähl fränk a. me, suo compelitore a la carica 
di consiglierc comunale!? Questi capitalisti si cacciano da per 
tutio per manipolare la polenta a modo suo. — mo q Iq vdränii! 
zähl fränk e gli utili che non ci sono: io aspiro piü in alto! 

Md. brävo papäf 

S. q h e vqira? Non e da par mio la vile mercede di cento 
lire! Mi raetto al punto; parto da Gesso e vado a Bologna, e ci 
pianto in concorrenza una fornace ultimo sistema, e ci tabbrico 
tante pipe e tanti tettinii dq stupäri i üc e Io seppellisco sotto 

' tegole, embrici. 



i68 

le pignatte c i fiaschi con la vernicc di mia invenzionc, c inondo 
1' Italia d säni äntöni c d hämben g^/ö ed icra köla, quantunque 
non entiino nelle mie convinzioni. 

M. hifunq-rdev qväir di kqpitäl. 

S. di kqpiläl! Mai! odio il capitale! q l völ eser credito e 
lavoro, c al kredji q n pol mq.nkar q un pr§sidäiit kunsür kpmunal 
c kqvqUr. 

, , , t kavalir ! 
Md. ) ' ' 

S. ie vqira kqnvlo brifq ditt! Giä, cavaliere: mi hanno 
fatto cavaliere: ho avuto adesso ch' e poco la lettera di nomina: 
/ q n ql kqrdf, lii^ (ql tnäslrq ohnq lettra). 

Md. (l qver e s Iq lei): kqvqlir ! fipstcer pceder kqvqlfr / 

M. me q n spindrtv brj/q träntq fränk. 

S. qsnqzq! 

M. e po ql papä l a scempcer dett ke toli siel hu\qrced ed kqvqlir 
(B l en sjukqz e qristokrqzi. 

S. Se la croce venisse da una monarchia, fedele ai miei 
principi, la respingerei con disprezzo tno q s trqtq d onnq rfpfblika, 
e po qnk d andgrra, kqpesset! (a media) k l q dq Her in qvi^'rika 
s q n in^ /bäh ? 

Md. Giä . . . quello e il paese delle repubbliche. 

S. brqvq! E il paese delle repubbliche, e un' onorificenza 
(e)d slq nqlürq, che viene da un gran popolo 1' accetto con 
orgoglio, r accetto. kql kär shätir mikel ql kqrpqrq d invldia 
kuänd ql vdrq sätirq Iq mi btciäiga: „Ca valier Sorboli fabbricatore 
di pipe, fiaschi, articoli diversi e ogni sorta di derrate". — kuänl 
po ai tränta fränk li manderö a comodo; per ora siamo in una 
specie di penuria. 

M. k§ in bidhqis la s cqma bulqtla; almqnk kql kcer pro/essäur 
ql pagqs Iq dg-^einna. 

S. kol pro/essäur qvceh iih kont kuränt. 

M. a i j qvi da dar di hmlrfh? 

S. colii l e lg k ql n q da dccr a m§; ma a n säf'i nq?ik inkäura 
a la skadäiiza; ma ^a Ic n kqpess nlnic. 

M. (guardänd media) ql so: mf a ii kqpess Mute. 

S. bqstq kq kqpessq vif. — /alt slq k§ pr arrivär a eser kunsiir 
hisänq spändqr: j qvi/ slampce in grqnd i kä'slen: qviv vest kqm j 
§n bi? — ktd dql shäiir jnikel i ni späzen nänk dri i gar§tt. — § po 
bisänq pqgttr dq hdvär ai növ elelür knqiid i s inkontrm: § q s n 



TÖg 

inköntren Igtt i mumilnt: a i (d) gl fiegfal per promuovere le di- 
mostrazioni spontanee? g. v dik k l a n finps piö; i kuqlr^n t väulen, 
mg q momenii a sqn q kqvql d im ho ross e col favore del popolo 
sovrano q m qrfqrö. — e ste professaur q n fvqd! prdpri hiqnd aii 
n Q pio d bis ah. 

Md. a sen(d) di pqs . . . ql srä lo . . . 

M. no l e Iq hradatnähta. 

Trascritto da P. G. Goidänich. 

[O lasciato come si trova nel testo i! dialogo intramezzato 
d' italiano, perche questo costituisce una caratteristica del bolognese 
e dell' etniliano in genere. Spesso anzi avviene che s' esprima in 
dialetto e poi si ripeta con enfasi la proposizione in italiano. 
Naturalmente quest' italiano e piü o meno scorretto secondo la 
cultura di chi parla. 

I. II mio informatore cd io siamo stati in continue incertezze 
sulla natura della vocale protonica; io credo che sarebbe meglio 
lasciarla senza segno diacriiico, limitandosi all' osservazione generale 
che c' e la tendenza ad allargare la vocale di sillaba protonica. 

IL s rappresenta im s appena rattratto nel mio informatore. 

ni. O badato anche molto alla fonetica di proposizione; la 
nasale finale si pronunzia davantr a vocale meno che davanti a 
consonante (a fq aksf, a fän totl aks§). 

IV. Si dice dirm o dir^m secondo che segua vocale o consonante. 

V. Davanti a consonante forte o lene la consonante diviene 
forte, rispettivamente lene p. e.: adefjdgv e la? al disk l a dimpndi 
da för; a v dekji la n firifss pJQ.'\ G. 

[Per non complicar troppo la trascrizione noto qui senza 
ulteriori indicazioni nel testo che ä, e, 7 gö. ce infine di parola 
sono sempre brevi, q ed (c non in esito (nella tonica) sempre 
lunghi] B. 

klazjäh colazione. hegfa bagatella. 

dimondi molto. 



II. 

pl träi g alinenn, 
a j era una volta träi galin enn k j ädqven a nöz e l j tköirgn 
al lauv k a l i vlcva maiiqr. — la pjg gräda la ,v fr. kuragg e la / 



I70 

''j?^-" •■•^Pf^^^' ^■'^i " mahqrs kijäJ a lunicei T dri da nöz k a sceJ pJQ 
grasi'' . — .^basta k a m priunitädi et turnqr t drl par da kue/~ 

kuäd al lätw n l j nv§' lasq, la pjp gräda la <ig^: .^adp a fas 
una bqla kafientia e p^ j ädqin dcelter ; ah^ al lätiv a nn s viäna 
brifa'^. — la tUlse dla päja c p^ la la fc c la '^g^ al sän stirql : 
•lüdes a väg datier a vcedder se a j stcel idtlt c trcef'' . — ivesi kuäd 
la fq dälter la nics(c) al kadnaz, e pq la ^g^: yädq mg vi, brqtii 
galinäzzi, k a i stägg da par ?ne" . 

§lj älter däu §1 s mesen a zigiir e la pjp grädenna la ^g^: ,.adds 
q 7 fäss önna mg de kafltnn s p^ a j ädqrn daJlcr tqtti e däu"'. — 
la tdh(e) di bakdlt, la fc la kaflenna, la j ade dmter e p^ la srö fqra 
la so surqla kom(e) l aveva fall kl ältra. 

la pjp cinenna la s nies a zigqr fprl fort. — al saltq fqra da 
nn öss un qmen k l erq ü muradätjr. 

,,kuss ät, galinetma, da zigqrf" 

„^/ mt surql el s en fät una ka/lemia e me / nu m au brifa 
idlt datier e mg ajp pöra k al länv a m maha'" . 

..,sta pur bona, ke ades a i la fäss m§ una kaflenna"". 

e söhbit a j la fe e a j la mess datier, e pg a i dg^.- 

,.?nett mg al kadnaz ka nn vena al läuv a manqi l" / 

a mometi l Ira sira e al läuv a nn vediva mal turnqr tdri pl 
galintnn. — g'fa, gira, al siit l udäur et käreti e finahuMt al vest 
una kaflenna; al va q bäter a l qss e ql dlss : 

^.igalinenna, galinenna, 

7)ennm avrir k a sän td surlenna!" 

.,.,nä, brgtt läuv; t§ i m vu manqr^' 

.,.,arkgrdet k a fäss skur'^nn e skur\ä'n 
k a fek -^ä kafenn e kafä'n!'-' 

e -^ä ü grä skttrr^ä'n, e la kafletina la ven '\ä. 

al mang la galinenna e pq al '^g^: i^pqk distal a i sru kälj 
älter''- . 

kuäd al fg ü pqk pjp 7 la, al v(st un ältra kaflenna; al va vfen 
a l qss e al tätirna a dir: 

.„galifiäma, galinenna, 

vennm avrir k a sän tö surlenna l" 

pq l ädg da la tcrza e al ripete la stma stgria; ma la kaflenna 
k era et preda la n vess brifa ~fi. — daj grä skuffxii al s ropc tfcnn 



171 

al kül. — alläura al s miss a -igä'' ^ i<^ galiuenna la vess a la 
fnästra : 

„kuss ät lätro da zigqr?" 

..averutn, k a nn t mäno Irifa; a m säii fait inäl!''' 

,,nä, brglt iäuv, i§ t in vü nianar; a vagg a mahärme i iurii 
k a j q fätt !" 

.^fämen senter qn, galineniia/" 

,^averra la bäkka!'' 

e la i fikkg ^ä ü turiql. 

„kom j enn bqn; dänien un äHer!" 

§ U ivesi la fikkg lä lä kaldarenna dl äkua bujaint e al Iäuv al 
s bri/fg e al morse. 

alläura li l ädg ^ä kon ü kuriql, la iajg la päza al Iäuv e la 
tglse förq el säu surql k Ij eren äk vivi e la i ^g^: ;,w/ k a sän la 
pjg citienna, a m avevi assrq föra per lasärum mahqr dal läiiv, e me 
Ivesi a v tgj datier it la mi h.iflenna e a siaraii sä~per isqm". 

pg i fenn ngz 

e stramggss 

e ä n aväzg häk un öss. 

a j aväzg ü pzu/eii d furmaj dür dür 

kj al fbattenn kätr al mur. — 

loga la vgslra, kurta la ml, 

dgi mö la vgstra, k a j g det la nii. 

Raccolta e trascritta da T. Zanardelli. 

[d e sempre lungo.] 

[Per il dialetto di Bologna confr. A, Gaudenzi, / srmii, 
le forme e le parole del tnod. dialetto di Bologna, l88g c il vocabo- 
lario bolognese di Gasp. Ungarelli con un introduzione gramma- 
iicale di A. Trauzzi. — Questo vocabolario supera di gran lunga i 
precedenti fra cui ricordo il vocabolario bolognese-italiano di 
C. Coronedi-Berti, Bologna, 1869 — 74, 2 vol.] B. 

aks'^ cosi. öss uscio. 

assrär chiudere. pzulenn pezzetto. 

kaftenna casipola. skur-^an peto. 

cininna piccina. snrlenna sorellina. 
Iäuv lupo. 



I7J 

54. Castel San Pietro.* 

Leggenda sul Ponte Floriana. 
al pgüt dal djevel. 

n kap mäster l aveva tdlt sfe p^ull da fer a sqma e ä n arjuscva 
bri/a, parkt al lavourir k el muradqiir fcva al de, la ndti a sc Is/cva, 
ä Stella bri/a fält. 

c Ip l des: ^^djevel ajütuni a fer sie pöüt , k al staga fäll!" — 
el djevel des: ..a l ajtit; hasla- ke l prein k pasa d 7 vatla sia mif" 
— e lg al des: „sef^^. 

allgura il na null al poüt fg fäft. 

al kap mäster, k l aveva al lavourir a sgma da fer, l era fe; al 
tils n bei ke e ü fiirinaj; e pq al le ruzle t vatla al pqüt par d la, par 
mgd k al pases al kl premma d un qme. — e ql djevel al tüs sie ke 
7 spalq 7 kqt d ü kristjt, e da la räbja (u s kardeva k al fgs un änma) 
al de ü kelz a sie p&üt f. i aväze ü hüf: ki l astqppe par sqtjra 
u s averra par sqlta, e si l astqppe par sqtta, ii s averra par squra; 
e i ä thg metter üna gradlina d, ferr par riparer al dfgräzi 
dal bisti. 

par kudl l ^ came ql pqüt dal djevel, k l e squra a ü küdgtt 
k i i dife la' gajena (Gajana) 7t la vi emelja, t parqkia d 
kafalicc (Casalecchio) di kgti (Conti), pgk lütä ql galt (Gallo, 
norne locale), a dqu vi(ja da kastei sä pJr, avfe al palaz de kuk- 
kap_ (Coccapani, iiome di famiglia) de senatqtir kodröki, 7 primzja 
ed buläna. 

Esposlo di contadiuo Bart. Raspadori di Castel S. Pietro, 
trascritto da L. Zanardelli. — [E il motivo sul ponte di Pavia 
del racconto ii^'o- 45 e 46.] B. 

küdgtt torreute. söma (a) a cottimo. 

fe „fino" astuto. vatta (7) „in cima" sopra. 



* Castel S. PieUo, ciilü di 13426 ab. al s.-e. di Bologna, capoluogo 
di mandamento, a due terzi della linca ferroviaria fra Bologna ed Imola, da 
cui dista 1 1 km. E congiunto con Bologna anche con tramway a vapore. 



173 



55. Imola*. 



La fala di tri 7nüde. 

u j era una valta un gmen k l aveva utia bela fjala gräsa, bona, 
prdpi una bela ragazala, mg I a n aveva brifa tql e su gudizi. 

SU päder alöra e pis^ cd viaridceAa e e kniizipje a di, kü tot i vfe, 
k u i deva sß sküd ed data. 

tfäti u s pre/ele sqb§t un qmen, ü gar\5 da kütade, ü ho fgrazjt, 
e Iq u n i partt e vira ed dceia söbft, e e ge a su fjala : ..br^va 
marj^ta, zerka md cd fä bona figüra, zirka d eser bqna, da met a e 
tu dmeiiy akse ine a sro kütet" e pii u la benedt. 

i spüf i s ade a kü. 

e de del nöz l era n säbgt, e e Iqn e spöf l ade a lavur^; prima 
e Salute la su marjeta, u si arkmädt d Iser brceva, ed f^. be e le la i 
dmäde: .Jiüsa vö-t mö 7kg da niana, e mi spu/l^?" 

e lg e gf: ^fäm du o tri inüdt'''. 

inarjeta nigra tgta ed bona vgja la kmtzipje a _/(f da manS e 
per Jce pröpi be, la pisi: ,,a / n farö tri, o al set sie kdt, e ki eter 
du a i n mane d pr o", 

la slra, kuct k e vcs su mare, l atruve du grf pjät ed fbrudüja 
kiin ü müdel per pjät, algra e dmädt a su mujer: ..^bf, mg kiis e-t 
fät?-' 

marjita tgta kuicta la i arspgd: ,.a j d fät tri ?)iüdl^, o a l ö 
mand per sTtt s l era köt e ed ki eter tj- in e d per pjät". 

e spgf algra u s fa tot seri e e suspira ged: ,.p, pur§t me, kum 
a m so tnäj Tdunx mcel!" 

marjeta, vded e su spufle akse Tburt, tgta ynurtifikmla la i prumft 
ed fiv wg/' un ätra valta. 

e märt lg e tgrna ädcer a lavurä, mg prema d avjes la u i dif: 
^.^aj-käldft ed fcr di ligk 7kg, mg /an ü bei du tri, pröpi ü bei pjät 
ahndet pr o" . 

marjeta la l salTita e pu la kntlz^pja sgb§t a fccr i hgk e per 
fän purasi l amgrta n bei pa ed farena, mg j i v^ fät dUr e le la 
dlf: .,ß/ krld§t te fjgr k a n eva brif äkua'^" — e la cäpa 7t e kal- 
zeder e la. l vgta cgra e pasfel, mg tgta l äkua la i va pr e tiiler. 



* Imola (sul confine Orientale della pruvincia bolognese alle falde di 
ridenli colline sulla sinistra del Santerno) fa coi dintorni immediati 37,420 ab. 
E slazione della linea Bologna-Ancoua, pressoch^ a zgwA dislaii/.a da Caslel 
S. Pictio e da Faeiizu. 



174 

alöra marjeta la dlf: .,a! krul^t Ic ükiia k a n cta pjq farena'^" 
c la j or-^ör^ igli spalla ed farena k l arn^rla il paslel akse gr^J k e 
cäpa tqt e tultr. 

la fe pti tß ed ki n(>k, ke kuft k i fq kqi la kiml arTpi Igt i 
pjäl c i pinat, kuct k la i n aveva t kä. 

SU ?nare, ku§t k e turnt q kä e ke c vd^ iqla sta roba ?/ .v araht 
c u i g^: .^viq alöra c c pröpi mala! — küsa m e-t fät?" 

marjjta la s i hüte 7 yiöä' davftl e la l prege. cd st^ pay^t, ged 
k l aveva kerdü ed fce h(, vio ke s l ai'eva fbalx; un äler de l arev 
fät mej. 

e SU qmen u s kalmf n pa e u i g^: ,^dm^ fäin la pul§la, mq 
bäda cd mnäla hc'-'- . 

e le la i arspildcl ^,se, se". 

la matena dqp, l era e mcrhil, le la kmizipja sooft a fce la 
pulela e kuct k la l avct kdta, ' la la vule it un äs e pu la mite l äs 
li la kar/ala, e tot e de la -firt ku sta karjäla per tqt el kara 
de kfp. 

la sira la s äde q kä sträka mörta , la n 7 puteva pröpi pjö; 
alöra la s äde. q let. 

ku§t k l arivt q liä _ su mare c kniizipj^ a caiiui: ..marjeta , 
dUv sei?" 

e le l arspüde: „a so q let'''. 

Iq alöra, tqt inaravtt tj i di?iäde: ^^ktts e-t J^ät? — st e-t päk ^/?" 

„nö, a m so äd&da a lef, perke a s era teta sträka!" 

i-i^-t pu fät la pulfta's''' 

„JC. 

„mq idüv |-A?.^" u i dmädc. 

,, / f 7t la karjäla didre da l qs. ' 

„dtdre da l qs/ 7t la kar/ala'^/ mö perke ?'■'■ e g^ lö tot 
maravie. 

,,f/, te n in e d(t ka la inena bf^ — tJie, per kilt7tät, a l ö innffda 
tqt ikq pr e hjp k a j ö fät una fadigal!" 

,,f> purf't me, purf't mef ke zuka. k ajö cap^!"" 

e c mäht la su pul§la freda gaz^da, pts^d k l aveva pröpi capä 
7t una pävra baldlna e pu u s äde q let. 

kl qtra mathia c gl q su mujtr k I aveva küprm ü pä ed kenva 
perke k la filts e u si arkmädt ed fce bf, sc Jiö u la mä.ieva a kä c 
pu u s avit me^ 7stizi. 

marjeta aiöra la s viit^ ed bqiia vöja q puli la kä, e dqp a päk 
l arivt e kana7'^ a purtce la kenva e u ige: ..spöfa ?na rij'ina, akut. 



175 

s/a k^nva, u r l a kupräda voskr marc; I c pero ü pa dmda; prima 
cd filcela, niitela ü pa a e .w/". 

.^Se, se, va hf''' . 

7)10 marijina la vreva fös da vdc hnfva e l arfv avrü ke e su 
spöf u l avh söbfi vesta la slra filS. 

la put alöra d apit di kanare per sug«. la kenva a fög. — mö 
dop u i zujs t la yjifl k l avcva d ädar l kätena a iar e ve, e prema 
d ädäji la camt e kf e la i gl: ..pastiirt, bäda a kü! — se e vf 
ktielkado zcrka bf d ahajcl. " ! 

e la va cqfa i kälena, mq apcjia k l a kava e du fit a la bot e 
kf l abä/'a. 

alöra kun e dufft 7 f?if la kqr cöra e la ved ke la kenva l e töta 
T fjima. 

,,o'/ . . . la fä, ke fnn k l aveva e fög! — 1 1 e^ Vera k u n 
avevq tköra inanee" e la bqta so e risl d la kenva. 

tot 71 una välta u i vg tla mft k l a lasd avtrt la bqt de Vf. 

Im di gre zig la skäpa T kätena; tqt c ve l Ira per tera. 

marj^ta la s spaveta pisid a e guäz, e per ariniigela, per sugcf 
nikäsa, la va cöra e hin una grn fadlga la parta c sak da la farena 
T kätena e la spergqja töta la farena per tera e pu tqta kiltßa d ave 
sug^ la dif: .,^per furtqna k a so stce.da fvelia: adis emfk l e tqt söt" . 

ade mö a la sJra, h/ft k l arwa a kä su mari. 

lö c va per bl, mq la böca l era vöta; alöra e cäpa so pr ädar 
i kätena, mö apena k l e cöta u s pjcia it una vileka da f^ spavp; 
alöra e kvuz^pja a tstizts. 

finab?i(t l arlva a la bqt, viö l era vöta. — e va cöra töl arabi c 
e dnifda a mar/ IIa: ,.,ktiS e-t ngk fät?" 

le la i dif: ,.sta bf bq pure, perke tot e guaz a l ö arsugce'' . 

Iq u s tstizts ngk pjö tct e e ziga: ,,mq ke guäz?'-'' 

le alöra la i Iwla ke c kanav^ u i aveva purtif la kenva mq t<e c 
fög l aveva laia grffpn e k u s l era manceda töta; ke le l aveva laset 
dej a pasiqr d abajct s e vneva dla \§t e k l ä abajce pröpi kuß l^e 
le l aveva tt la tnf e duftt dla bot, ke e ve l era ädce veja tqt, mö ke 
pr arsugie e guäz la j aveva mes sörala farena. 

SU mari u f dispera e e dif: ..purgt nie, kuni am so nuij tluncv 
mal, mö me al mfd a kä'-'' / 

mq pu l aveva i zß sküd dla data e u i sagriveva et turnaj a 
dcfr a SU päder, alöra q i pjgt ed marjeta Iq, e fa ü peser. 

sikqm ke la data l era tqta t rfm e l era dftr una pinäta, u s la 
m^t cqta g e let e pu l alaga e persqf k u j aväzcva e c dif a su mujer: 



176 

„te ne ti^ka, aJ vre h'il per wß-y de köl log. — e pu häda marjela de n 
fö pj^ vialeri se nö at ni^d pröp'i a kä!" 

Ic la pur^la la prumet e la zerka ifäli ed fö m^ k la pö, mo a 
löl i onien k la vdeva la i dmädcva: „si-v r^ mä^ de köl lögY"" 

i^f i i ar.Kpildeva ..vö, la ml döna'"'- e pu i geva fra d Ig: ^l e 
inäta /" 

ü d^ e päsa un ^men s^k, kirn e köl log k e 7ndeva i siräz. 

kuest VW l era il furbacq kc c saveva ke le l era vipfO bacgka e 
kuci k la i dmädf: ,.sl-v vg ?/iäi de köl log?" lg ui arspüdf ed se. 

..g! alöra si-v vg k a i a7n d avcr fi per so f da mi mart?" 

„se, se'^ 1/ t arspüde Iq. 

nSi-v pröpi vq? gpn hc la verita'^ . 

,.,se, se, a so vie"! 

..,aldra a vq !"" e la i da e persqf. 

la slra e su qmen kuft ke e vpn a kä e ke e va a fä la vi'/ita 
pr avdt s l aveva Jät nisqna mafazäda e k u n afrava piö e persqt, 
e hntzepja a hrava. 

ie la i kqta k la l a dce a l qmen k u l aveva d ovt. 

Iq, kn di kelz e di pdh u la vfeva inädär a kä, mö la pjf^ Ift 
la piireja k la i ja kupasjq e 11 la perdqna per l fillma talta. 

per pjq sikur^za e pfsa ed suplzr i kuatre: e capa 7t la pihäta, 
e va cqla un älber e e kmcza a skavä. 

marjeia la s n ad^ e la i dmeda: ..kiisa /et mfgt?" 

.ijäf, madöna" n i arspöd Id. 

le alöra la sla zeta. 

ki!{7t ke Iq l a Jät nna bela hüfa ti i tuet deter la pihäta pina 
ed kuatre; alöra marjeia la i dmcda un ijtra valtal ..küs f-/?" 

■ntäj, madöna^'' u i törna a dt Iq, e pu e kröv bf bc la büja. 

.,0/ Ute de täf/'' la di/ marjeia. 

dop a pök de e päsa un qmen ke e zigeva: ..siräz, zavfit, veder 
rät, täf da bqt, lii n a da veder?" 

marjeja alöra la kör föra e la cema: ..Id ömen kl qmen, vnen 
ahi'e'' . 

..küsa avi-v, spöfa, da veder?" u i dm(~Ja. 

„a j ö de täf da bot.'"'' 

e pu la iä ü badt e una zäpa e la i dif: ..vne hl me" . 

„mq idqv l avi-v e iä/? a n l avt 7 kätena?" u i dnifda Iq, 
iqi maravit. 

vne kri me, a v deg" e la l küdüj it l ari e kuet k i e cqta a 
l iilbtr la i dlf: ..skavt mö alt". 



177 

/ ^men e kmßa a lavurä; finalmet e skröv la fihäta e le la i ■ 
dl/: ..cap^ ftiö sq; mo a vöj k am paglva savi-v?" 

lg k l aveva bei c ke kapi ke ali d^fer u j era dt söld e capa 
sg T für ja la pinäta e u i dtf: .,a-v darö zikueta bul^''''. 

..se, se, a so pröpi küteta, bästa k a flva presf"'. — l aveva paüra 
k u s pitis, mö Iq u n i parp e vera ed pogäla e d aviesla sgbft. 

la sira la sie it la kört pr avdt mlj e su migz, e apina k la 
l avdt arivcf la j ade Ikötra c la kmlzipjt a SJinar i sohl, 
alöra Ig ti i dmäde: .^bf, ki i j a da?'"'' 
,.a i ö vidü e fäf'- la / arspüdt le tgfa küteta. 
,,ke täff-' 

„(?/7 kuel t avtvi suplt cgta a l älber it l art^'-. 
lg alöra u s Ib^sca, u la peca e pii, risglüt, u s aveja. 
mg marjita la i kgr dre lasid avert tgta la kä e kuft ke lg u 
s n ade ti i dtf {per kav^sla d atgre): ..s te-t avej, ttrf-t emck dre l gs". 
marjita la törna Tdre c la fa tci k la l kqva d 71 i geger e la 
se mit tt el späl e pu la kör dre a su mare. 

kamena ke te kamena, ku§t kiel la ü pez lg e sgl nika didre 
da lg; u f valta e e ved mar /et a k la /Iva una gr^/adlga a kamina. 
kü l gs adös. 

,,mTgf, aspitum, a n i pös pjg" la i dl/. — e lg ij. i arspödl 
^^va-t a kä; an t vgj pjg'"'' e pu e ktireva, mg le dre. 
finalmet u si /l not adös. 

j era 7t tma käpina, e lg e p7st d ädSr a diirmt sg 7t im älber, 
e l era bei e ke a la vpa, kuft ke marjeta la kmizipjt a arkmäd&s: 
„?ntgz, tö-m sg fka mll" 
„nö, «ö/" 

,,va lä, migi, tö-m sg/" 

la j /e tfta küpasjg k u la tult sg kü l gs tt el späl. 
l era ap^na a slder kti^t k i stt^ avni una mäsa d ömcn k i s 
mite a slder cgta a la kuirza idgv k j era i eter du. 

sti Omen i kmizlpja a skgrer; i dt/ k i va spartfr i kuatre e 
mgter ki tira fdra Igt l ar, marjita la d'i/ pjar.e: .,mtgi, ki f-/?'* 
..je leder, sia bgna'''' . 

alöra da la paüra le la n pö pjg thl strit l gs e la km§za a 
dt: ..^um käskal ttm käskal" 
..tinel strIt, sta zita" . 

.,tf 7nt mtgt, um käska" e 7/äti la l läsa äda. 
mg prima d äace per iera e /a dl armor stra i rem; i leder i s 
kred ke ^ s^ja la pulizga e i skäpa lased alt tot i kuatre. 

Beiheft 2111- Zeitsclir. f. roni. Phil. IL. 13 



I7Ö 

dqp n pa ml gl e käla -^ö, u s thisäka, e clma marjlla k la 
ienniva per la paüra, ii la kärga §ka le e pti u la kndüf a kä. 

u i fa del maravej, u i äif ke s l e bqna u la perdgna, bäsia 
k la s Tdurmfla. 

lg ilp e va föra apena k l ematena e ta dla farena epii efa tfti lifh'i. 

igt e de e fa slcer a let marjeia gedi k l e not e la not dgp e 
kgf el lijp'i e pu u li sptrggja tgtl li la scv e e i'a a disfd su mujer 
gedt: ,.7'en a vde kasa klepjuvü!" 

le la s leva, la va föra e löla knfrta la s mit a in and e pu la 
dlf: .. e Uli niigi, kiim eil hgni!''' 

mg e de. dgp la knüzepja ädcf da i vffe la dif: ,.a ne savi mlga! 
me a j ö fruvff let sdld d ar!" e la kgia Igt e fät, e la l dlf tgt 
ke e va a l iireca dla piUizeja. 

i cema alöra e su migi e lg e kgla ke su mujer l e viäta e igt 
kuel k la i flva. 

i cema alöra fka le c le la dlf: ..si singra, i ml fnur, l e pröpi 
akse, e fg kla not ke'me a skape kfi l gs adös e k a geva: ..migi fan 
käskaf" e lg: .Jenel streif" e pu, T s arkalda? e fg pröpi k la not k e 
pjuve el lifth". 

i kap^ alöra k l eranläia e i la mädi q kä. 

alöra ?narjcta la turnt kun e su migf e i fe ü bei nöz 

e ü bei küpöst; 

sota a la tävla, 

u j aväze un ös, 

ke kla Igva (qui s' intercala un nome) 

la l mani igt. 

Favola raccolta e trascritta da Era Renzi. 

[Sul dialetto romagnolo cfr. A. Mussafia, Die romagnolische 
Mundart (Sitzuiig&berichte der Kais. Akademie der Wissenschaften, 
histor.-phil. Klasse, Wien, 1873) e per il lessico, oltre quello del 
Mattioli anche il vocaJwlario romagnolo-italiano di A. Morri, Faenza 
1840.] B. 

akue qui (,.ecco'"). kahlder secchio. 

ale li. kanare lisca. 

«wmr/J intridere („smorzare"). kara carreggiata. 
apii accendere. kpiva canape. 

hald^ sciocco. kröver coprire. 

bravä sgridare. cgra (di) sopra. 

bule hsiiocco. cqta abbasso (.,di sotto"). 



170 



aista: svegliare. 

(luf§t Spina. 

fjör {fior di) farina. 

gfger cardini. 

ge dire. 

tburt arrabbiato. 

idtums prender inoglie. 

ikg oggi. 

bfeh lasagne 

Im lunedi. 

märt inartedi. 

ml§ka pozzanghera. 

müde semolinj. 



nikäsa tutto (,, ogni cosa"). 

iiik(£. gemere. 

qind umido. 

persqt prosciutto. 

piüe pic ciliare. 

piirase abbondantemente. 

fbrtidaja brodicchio. 

fgrazjt disgraziato, infelice. 

spalt^da pala piena di (farina) 

(„palata"). 
spergojä cospargere. 
suplir seppellire. 
tiiler spianatoia {,, tagliere"). 



56. Lugo.* 

la föla de rf räk e de prczip olivieri. 

u j Ira iina vqltq, ü re k l avIva tina bpa fighi da mnridt e fafe 
iina göstra e e vizidgr u l arib avüda i spofa. 

e rc räk e e prezip olivieri ki era du gräd amtg i kübine d 
ädir Isc. — kam^ina, kameina, u si faft not adgs; pu i vest da 
lül^ ü tum ei, j ädt da kla pert e i v^st ü grä palaz : j itre detar e j 
ade dsora e i truve iina tevla aparc^da par du; i maiie, pii. i s äde q 
llt seza vde äso. 

kiiäd j avet afmurze c lg?u , e prczip o livie ri e vde da ü büf 
dun ÖS ke 7 kl elra kämra ii j era ü Igni, l äde a /gtfict e vfst ü 
vec ke parleva kon e su servilgr e u i geva ke la b^la fiöla de r^ 
l era faldeda e ke e dreg u l areb amazeda la prema nqt de matri- 
mqni. — e pr§zip olivieri u n ge nit a e red kti^l k l aveva vest; e d^ 
ddp i / mite i kam^i un Itra vqlta, seza ke epadrS de palaz u s faf^z avde. 

la sira j arivi it la zite de r^; du d^ dop i kurf q la gqstra 
e e vizidgr e fq e prezip olivieri. — e re l aväze mel, ma e prezip ke 
u i vleva ü grä be, ti- i zede la spö/a. 



* Lugo (capoluogo di mand.) e una tiorente cittadina (coi dintorni imme- 
diati fa 28,867 ^^0 ^^^ Faentino all' incrocio delle due linee ferroviarie C.TSlel 
Bolognese — Massa — Ferrara e Bologna — Massa — Ravenna; — al n. di Faenza, 
quasi egualmente distante da Faenza e da Ravenna, in pianura , iVa il Senio 
e il Santerno. „E 1' anima comnierciale della bassa Romagna, dove convengono 
quasi tutti i mtrcanti dell' Emilia, della Toscana e della Lombardia" [Anmiario 
d'Italia 1911, vol. I, pag. 1722). 

12* 



i8o 

mu e bfuneva amaz'^ c dreg, e la n^l seza ke äsö ti l savh u f 
nasküde so/ e let e kuäd e silt vni e dreg e salle furo, e u l amaz^ 
kü la SU speda. — e r'^ c la spofa i f disle al armgr c } azidi In 
löin par vd^ kiis k u j era. 

e prezip alöra u i kül^ lola la slDria e a i Jofe a7'de e dreg 
jiiort. — e ;'!" / ahrazf. e hafi e su amig. — la xpö/a totä killfla k u 
l avaai salveda 1 al rigrazic maravildn de su kurag, e /l mef dop i 
fafe al ngz: 

brlv küpqst, ' 

strlt e fqs^ 

e lerg la vya: 

gl la vöstra, k a j ö det la nie ja. 

Raccolto da Pietro Sampietro, trascritlo da T. Zanardelli. 
[Per la grammatica e il lessico cfr. le opere citate al brano 
precedente.] 

arnior rumore. falde fatato. 

äso nessuno. fgiß^t sbirciare. 



57. Ravenna. 

E. Guberti, Casa Micchert* 
Atto primo, scena quarta**. 

Gigina. C e un giovanotto che domanda di lei. 

Conte Amilcare. ki § l? 

Gigina. an e knds. 

C. Am. nsoma: p l un snor., f l un operpri, § l . .? 

Gig. e pe^r un operpri. 

C. Am. a i e t fat pult i p'i, prcema d avnt däPiär? 

Gig. Sissignore. (Esce ed antra con Nullo che rimane solo 
bulla porta un po' impacciato, col cappello in mano). 

Nullo. Bon giorno. 

C. Am. Bon giorno. — miitv i /de! — Int pu e vost kap§l. — 
(voltandosi) avnt pu ikue, giovinotto, e d/lm ko<^sa k avt b/ofi. 

N. (riiifrancato) o, a m fbrik pr§si, me ! a io po'^ka rola da 
dt, pgoska, ma bona. 



* Ravenna, tip. E. Lavagna & f., 191 1, pag. 12 — 22. 
** La scena r.ippresenta un salouo in casa del cünle Amilcure. 



C. Am. e sintceha! 

N. mc, fnör, a io una sur§ln . . bä^, kö^sa dirothql nio lo, s l 
avxs una sur§la, e se tma karunapa u l'i avn&s a iiirminip c a ktan- 
pnimcetqr? 

C. Am. e, 7)ii dovqti, a m pari un po^ fmafi^! mo, Santo dio 
benedetto! parke avtiir^ propi da ine a dmai'idpm sti kunsa? 

N. parke i m a doet k l p wi ömqn ggst e kStiia k va / 

C. Am. alöra kunipyn: kg^^sa a i fät a vostra sur^la? 

N. i l a mcesa a la hqrlähia ! — un ätiviiöt, 5 d bona famtj, l f. 
pio d do stmäff- k n i sta atakt^ kiiäM k la äira, e ii h la lasa in 
pe'f häö-ka kuä^d kl § in ka, pake e fa la sentin§la äo int la stre« / 

C. Am. e fa me^lf 

N. ke d kapqr ke fa me<^l! ino l itifämia l § ke l'i l /? kumprumdesa, 
pqrke tot i cäkqra e i dif k u i a da §sqr kuel . . u s po imaäijiP, 
fnör, köma ka so fmafp me . . a i o sempqr un ke adös ka bald'- kdma 
un vSPk . . ku m kiinseia lo k l a gudipi ; ku in dcega kdma ka io 
da fee f 

C. Am. u VI pe^ k c mei e sia d andfe a l)qrke' klu, e fe« i una 
cakqradäina . . e spiegarsi. 

N. bäi, bäi-l algra la cakqradähia ii m fard e piafe d fe^la lö ! 

C. Am. me? kti&st pu . .! 

N. propi lg, pqrke s u l vg<^ save, l § su fig'^l ke fa sia bfla 
roba ! 

C. Am. Che! . . Camillino . . il conte Camillo, mio tiglio? ä ufi 
kapqr l mo l § impusczbill mo an pgs kridqrll 

N. lg, propi, lg. 

C. Am. e, karo e mi dgvqn, l § un e.^tra fapceda! . . ä, un kapqr! 
mi fig<^l! . . kamilino ! . . mo a savtv vg . . . 

N. me a so sgl ke fa me^l, e ki k la fa bfotta k u l asuga. — 
bg^Ja d uh möd, a vöi avdt^ . . 

C. Am. kalmtv, santo dio, e staftm un pgo^ d askglt. 

N. sint&na, sint&ha, mo ke be^da . . . 

C. .\m. eko, doka: prumiitm ka stafi l>d, e l^a tn läse skgrqr . . 

N. t>a bäf, a i e priimiit : a skurö in liltum (pausa). 

C. Am. vo a savf ke me a so e kdt di Castello . . 

N. tue . . 

C. Am. zitto ! zitto ! jne ddk a so kdt, elf kdt prcctf a me, mio 
liglio Camillo. — la nostra famtj l f antiga, anttga . . un J)ert Cioffredo 
di Buglione, ftg(^f ])ä't an fa . . (Nullo fa segno d' impazienza.) fnbd', 
a dir 6 sgl J<e la nostra faiiifj l f antigSsima . . la nubiltp l f pqr l 



l82 

ü/nqii Ulla grä sudisfa^jo, ino l e äka iin sakrißjii . . avj. pjo libqrle' 
vuje^lqr, ö xe, ke d kdpqrl — uii tcehd l f una kröf, e tina kröf la 
vgc^ §sqr purlc^da. — w'i puvr&t e por andp in galöpa, mö un nobil 
m! — nq bfoha ka s qrkurdceha seinpqr d hj.cel k a sä^f . . a 
kqrdtv k u n u m pja/as, me, pr efä~^ii>-pi, la dmcehga, föm una bifakp 
d aröst e d hrusiulä^ni e ande^inli a viahp in dir fura d pgo^rta! mo 
guaja! e sqrab w'i skä^Jqll e dop a sar&b la cäkqra d Iota ravcena! 
vie a prg^v na gränd inviga kuä^d k a sä~t o d viijt^tqr a dl: 
..andcena a brindPr a rddda?^- — mo uji s pö pr e dcko<^r per il 
nome . . n J f pu dal kg'^si ka l'i § iiikora p^p ! kuä^d ke vuje'tqr av 
inamurt d una ragajja, l § un aft- ke va da pqr lg: l'i la dl/ d se, 
e bäh u n i pe^r ve-ra, e dop una simäna u s fa e prdcm ät . . — pqr 
ng inve^i la fapöef^da l § difqrä^ia. — guaj se la niöj la n § dla nostra 
kläsf — / / una spepja d un dfungr . . a no sä^ kumpati häka dai 
pard^t. — nii ])'ej, e kdt Giovacchino da e non l av&i sgl la lig&iima: 
e a saviv e pqrke? — pqrke u i supide tm fbali kun la kamarira, 
c u s la rus iö . . , 

N. mo, k ti m skufa . . 

C. Am. a j fnl . . ho finito. — e la kuhklufjo l e ku&sta: ke, 
kualunkiie kg<^sa k siq stipßst o k posa supedqr, mi fjo^^l un po avp 
tnaj e mi_ kunsä^s pqr vostra sur§la. — u m spjc'^f, il mio giovinotto, 
ma l § ice. 

N. (irritato) ddka l a fnl, finalma^l: e ades sta a me a skgrqr . . 
ö! an fl niiga täla roba da dl, sa l, ml! — dla skg°^la a no avü 
pgc^ka, la terpa e basta: dop im a mces a fe-^ e gqräd da marahgö . . 
proema d tot aj fap save ke me an no dmandp niso kunsä^s, pqrke 
propi a di la vera, ke tnakak t su fjg"'l, ke skufa, il conte Camillino, 
un u m fa yiisöna vöja . . de rest, tue a ii o maj dubitp häka pr un 
mtima^t d mi sur§la . . ma guai, ä l kap[, guai se u j avxs a kapite^ 
kue^lka fgre^pjat . . a so ragap me, and hit da perdqr . . 

.C. Am. ke^lma, pqr kqrite-^, ke^lma! 

N. (sempre piü eccitato, accostandosi al conte) ke ke^bna! — 
kuäd kä j rqfS, a j o rqfo! — rapa, mi b§la rapa! — kuäta superbja 
par ke bläk d kurona e par ki du bolä^I . . l ungr, kucesia l f la 
nubiltp, ku&sta l § la fhuri! . . (non si padroneggia piü) vidät, su n 
fös la paura dfe'^ de skaßdql pqr mi surela, ag vr&b mafp i kunute^ti 
int una manira ke e tu bfl fjulai, k la kar^pa, hiät ke igf^rna a ka 
un t avr&b pjo da kngsqr ! 

C. Am. kuaest pu l § trop! — Iratpm ice in ka ml! kue q ktnä^d 
me: kufla l § la pg'^rla! 



i8 



N. ad dag la mdaja, s i si bd d mal um Jura di ku'c pqr fo'^rjm ! 

C. Am. andt füra ! 

N. no ! 

C. Am. füra! 

N. no! 

C. Am. HO? . . alöra q m ave'j me! (esce in fretta dal mezzo.) 

Trascrizione di Fr. Schurr. 

bifakp ..tascata-' quanto puo cakära chiacchicra. 

capire in una tasca. dmienga domenica. 

bläk straccio. marango falegname. 

brindpr merendare. fmaft'-' confuso. 

brusttddini semi di zucca simana settimana. 

abbrustoliti. 



58. Cesena.* 
I. 

Sonetti. 
I. 
sota l umbrelq. 
la vnivq y) una losq buyiröiinq 
ke parlvq c diluvi taüversel 
tot i f fniaflvq, un i crq un anmq in vfl 
mo nie a fridcvq kun la mi uinbrilöi'nq. 

sotq e pgrgqi de fbdd una fazö"nq 
Iota fredq e sudedq, in te pjo bd 
la vle-;q kazes kontra a kc /ßw^el 
nia, pär kiiänt k la i d,ife's n cra bona. 

a l invidö a la m§L — akmt a ine 

la fafet varguhgfq tot la stredq, 

e me a kr§it k a i az'e's l er ja d un re. 

in ila pgrtq at ka la m get, u''^ pc: 
^^igrezjq, sal, e ke skiifq'"'' . . e po un ucedq, — 
na fat ucedq, k la ie arv§tnzq akue. 
Anonimo {V Iride, N"^" 2, Cesena, ii settembre 1889). 



* Capoluogo di circondario sulla destra del Savio, alle falde di ridcnti 
colline sulla linca Bolosjna-Aucona. II comunc fa ca. 43,000 ab. 



i84 



IL 
stine t. 
a la portq dl afton l inve'rn e hat 
kun i kavel pin d nehjq, ad hr§hia e d X^az. 
l afton, k ufi pg sufri ke hrot mustdz 
l arvcs söbit la pgrtq e fio s la hat. 

e ven la prfimaverq tot d un trat 
e la capq piises de sii paläz; 
ma dop hthk liq la restq in il imhardz 
pqr viq dl mste, k l ariva kam un mal. 

aksc pasdnd va l an, ke pqr dgg mlf 
sernpr u s arnöva, sempr e fa ke ^r 
e sempr e kumpares in nUv arnif. 

l etä nostrq sulienf, a! l e un gran dir! 
kuänd una vgltq i sui bei de l a sp'if 
l an s arngr'q mai pjo, nenk d un rispir. 
Api (// Ciifadino, N^'o 2, Cesena, ii genraio i8gi). 

in. 

e prehn d mä\. 
l avevq in tla finestrq sua d la stredq 
fjuri mal, ^ ^ pandivq un rem ad bdol. 
me, pgvr ovrq, a i andö dop kale e sgl, 
e liq la m puntö un fjgr in i la valedq. 

a ka a m guardö in ie spec, k l e in tla kurtledq, 
e a truvö propi k a serq un bei figl; 
a m sanlivq un gran keld vni so pre kol 
in tla fazq, kulgr d tin inggrnedq. 

a m stakö e fjgr kun sient e kun fadigq 

al mite int im bicir sgrq la kasq; 

l an dgp, lo l era sek, liq int e kavipsejit. 

se ades a i pens, u pjd.ni e um pe k i m ligq 
aktic prc kol, e k i str^^n^a e k i n lasq; 
per 6, s a guerd e fjgr, a m si'^t pjo lent. 
F. Pio [Lo Specchio, N"''' 35, Cesena, 7 agosto 188 1) 



i85 

IV. 
Uli soh. 
l eltra notq a itisunet d csqr stuglc 
bei e vigrt, afsii ad nir, int e mi let 
ii oc cuf, al hrazi in krö/q sgrq c pet 
kiin e sollt Inmpn la ~fO da pe. 

pari'H e ami^ i m stafeva d aspte; 
l era tot pfönl . . um rnaheva e dispet 
no d avdtm mgrt, ma da non esr in stet 
da vni-t a fe un sah'it, pr§hnq d ande. 

ktiand t se kursq pjan^dnt . . (s u t q kapi 

e s u t q vest e kör, no fe tan kef!) 

i a m se fbutedq adös, t am e strel fort . . 

e a für ja ad bef e ad hef tarne arvivt — 
a! pr avdit dl dir akue, pr ave i tu hef 
a vreh suite mel vglti d esqr ?nprt. 

Anonimo (// Ciitadnw, N''° 5, Cesena, 29 gennaio 1899). 
Trascritli da F. Schurr. — La vocale e sta sempre in sillaba 
breve; la consonante seguente presenta un leggero allungamento. 
La nasalizzazione e incipiente: la vocale non dittongata precedente 
nasale e lunga. 

afsti vestito. losq acquazzonc. 

bdol betulla. /»aV^ö/ portico. 

dgc dodici. fbdel ospitale. 

frule raacerare. fniafe sconciare. 

ingqrnedq melogranato. stugle sdraiato. 



II. 

Canti popolari cesenati. 

I -'«-/ avni kua kam vü kante l trineli'^ 
kapq um banket e kaza-t infdc. 
— a vlen kante tota la not e l de; 
a vlen fe gara ki li sa pjg hell. 

11 pur um bei kante l e la viatehia; 
li vofi va e la -^enta kame'na. 



i8^, 



— '0 pur um hei kaufe l c la da sl gra 
li vgfi va e la '\enta lavgra. 

III bei guv/niii, k u vi Irema la faza 
k u vi da pena la vosta ragaza! 

— bei guvinin k u vi tretna la 7)g/a 
k II vi da pena la vosta murgfa ! 

IV guerda pu la l aiiiör ki la va via 

— lase-la pur andel la n e la inia. 

— gticrda pu la l amgr ki la va la 

— lase-la pur ande: la iurnarä. 

V ma vg, pirin, iuli-v um hei kapel 
ke la rufina la i fard l uril; 
la i fard l urel kun un fil d gr 
e par di pjg la i viiträ e su kor. 

VI e ven a ktia e iiii amgr par la kaier a 
/ e igt ingahane k u m pe la neva. 

— e ven a kiia e mi amgr pulit e bei 
k u j a fjuri na rofa int e kapel. 

VII e mi amgr, ki l e pulit e bei, 
farö fjuri li rof int e kapel. 

— e mi amör, ki l e um hei hjgjg, 
fard Juri li rof int e su sg/'g. 

VIII a pasare'b e fjgm, s fgs enka pin 
pr ander a lavure d e mi pirin. 

— a pasare'b e fjgm, se travalds, 
pr ander a lavure d e mi ragaz. 

IX al steli ke int e zil k al fgs skriventi 
e l akua k e int e mer k la fgs incostar 
e mgnd k e dvantes tot un fgj 
k a t skrivareb e hen I<e me a t vgj. 

X la vfe^na la je tenta bela 

la va via k la n tglia la tera; 
la va par ka k la per na senla 

i ge ij rid e l<r hgka la i kenla 



18; 

— hl va pargd ke /r um paradij 
i oc ij kenta e la boka la l rid. 

XI la heia balare^na, kl e in s e hal 
la bala heti e la pgrta i kicrdL 

— la halareina, kl a bala riel 

la halaria (i)n s im fand ad bukel. 

— la latarlhia, kla bala ritond 
la halaria n s una pala t pjgmp. 

XII Viva la faza d wia dona belal 
l e lumpieda da tot i paif, 

l e lumpieda d e zil, da la tera. 
7\'7'a la faza d wta dona heia! 

*E. Lovarini, Canti popolari cesenafi, Padova, 1903 [_Nozze 
Marchetti-Segre\. — La trascrizione e di Renato Serra. 

bjgjg bifolco. sojg solco. 

kalera callaia. travale traboccare. 

lumine nominare. irinela rispetto.. 

Parge pregare. urel orlo. 
riel „regale", da rcgiaa. 



Elenco alfabetico dei luoghi. 



Andeer 105 — lo/. 

Bologna 167 — 171. 

Bormio 80 — 83. 

Bravuögn lOO — 102. 

Brescia 76 — 78. 

Brusio 86. 

Capriva 25 — 27. 

Carano 56 — 59. 

Caslelfranco 166. 

Castellinaldo 134 — 138. 

Castel San Pietro 172. 

Castelvetro 159—160. 

Caveigrio 1 15 — 118. 

Celerina 89 — 91. 

Cescna 183 — 187. . 

Costa Pianella 145, 147, 149, 151. 

Cremona 79 — 80. 

Daliii 104 — 105. 

Erto 29, 31, 33, 35. 

Fiumicello 28, 30, 32, 34, 36. 

Fondo 65 — 68. 

Genova 144, 146, 148, 150. 

Grado 36 — 39. 

Imola 173 — 179. 

Lavin 98 — 100. 

Lemie 133—134. 

Lugano 118 — 120. 

Lugo 179 — 180. 

Magasa 74—75- 

Mathi 129 — 130. 



Milane 120 — 123. 
Modena 164 — 166. 
Muggia 21 — 22. 
Novellara 161 — 164. 
Ormea 141 — 145. 
Padova 42 — 46. 
Ferra 52 — 56. 
Piacenza 158 — 159. 
Pinzölo 68 — 71. 
Pitäs 109 — 111. 
Pola 15 — 16. 
Poscbiavo 83—85. 
Primiero 48—51. 
Ravenna 180 — 183. 
Roveredo lll — 114. 
Rovigno 17 — 20. 
Rueglio 127—129. 
Scanfs 91 — 93. 
Sent 93—98. 
Sils 102 — 103. 
Tiarno 71 — 73. 
Trento 59 — 62. 
Trieste 22 — 25. 
Uors la Foppa 107 — 108. 
Usseglio 131 — 133. 
Venezia 39 — 42. 
Verona 46 — 48. 
Vicosoprano 86 — 88. 
Voghera 155—157- 



Indice degli autori e dei trascrittori. 



* preposto al nome locale significa che il collaboratore partecipö colla 

Irascrizione, ** colla compilazione del testo e trascrizione. Dove mancano 

questi due segni (*, **) s' intende che 1' aulore forni un testo senza trascrizione 

fonetica che fu curata da altri. 



Argentieri, A., Cremona. 

Ariel, C, Brescia. 

Battisti, C, *Brescia, *Capriva, 
*Carano, *Cremona, **Fondo, 
*Grado, *Lugano, *Magasa, *Mo- 
dena, *Padova, *Perra, *Primiero, 
*Rovigno, *Tiarao, *Trento, *Ve- 
nezia, *Verona. 

Bernard, G. A., Ferra. 

Bonat, L., Primiero. 

Campagno, G., Ormea. 

Cavalli, J., *Muggia. 

Faccioli, A., Castelvetro. 

Frenner, Fr., **Trieste. 

Gärtner, Th., *Erto, *Pinzolo. 

Gatti, Fr., Voghera. 

Goidänich, P.E., ^Bologna. 

Grion, E., Capriva. 

Guarnerio, P. E., ^Costapianella, 

Guberti, E., Ravenna. 

Guella, L., Tiarno. 

Ive, A., *Pola, *Rovigno. 

Jaberg, C, *Roveredo, *Rueglio. 

Jud, J., *Lavin, *Pitäs. 

Juvalta, C, Bravuögn. 

Kurzat-Vignöt, P., Rueglio. 

Longa, GL, **Bormio. 

Leonhardi, G., Brusio. 

Lovarini, E., Ccseiia. 

Lucchini, G., Pinzolo. 

Lutta, G., Pitäs. 

Lutta, M., *Bravuögn. 

Malagoli, G., **Novellara. 

Mar Chi De, E., Milane. 

Warini, M., Grado. 



Martignoni, C, Lugano. 

Michael, J., *Brusio, *Poschiavo. 

Moor, G., Trento. 

Morf, H,, *Vicosoprano. 

Nicoli, P. Fr., ** Voghera. 

Panada, L., ^^Tiarno. 

Parodi, E.G., *Genova. 

Perini, A., Trento. 

Pellis, U., **Fiumicelio. 

Pio, Fr., Cesena. 

Poli , U., Verona. 

Porta, C, Milano. 

Pult, G., **Sent. 

Rasmo, R., Carano. 

Raspadori, B., Castel S. Pietro. 

Renzi, E., **Imola. 

Rini, P., **Bormio. 

Roncaglia, P., ^Bologna. 

Salvi, E., Magasa. 

Salvioni, C, *Cavergno, *Miiano. 

Sainpietro, R., Lugo. 

vSchädel, B., *Onnea. 

Schürr, Fr., *Cescna, *Ravenna. 

Selvatico, R., Venezia. 

Serra, R., *Cesena. 

Terracini, B., •^Lemic, *Mathi, 

*Usseglio. 
Tian, A., Padova. 
Toppino, G., *'*Castellinaldo. 
Venturini, Fr., Magasa. 
Walberg, E., *Celerina. 
Zanardelli. T., **Bologna, *Castel- 

franco, *Castcl S. Pietro; *Lugo. 
Zanasi, V., Castelfranco. 
Zendralli, C, Roveredo. 



Prospetto delle varietä dialettali,^ 



I. Gruppo veneto. 

I. Venezia Giulia 



a) Istria: Pola l, Rovigno 2 
ß) Trieste: Muggia 3, Trieste 4 
y) Laguna: Grado 5 



( ß) Sonziaco: Capriva 6, Fiumicello 7 
2. Friuli I ^^ Carnico: Erto 8 

iß) Veneziano: Venezia-Murano 9 
ß) Padovano: Padova 10 
y) Veronese: Verona 11 

ß) sistema. del Cismone: Primiero 12 



4. Trentino Orientale . 



ß) 

[y] 



deir Avisio 



( Fassa: Perra 13 



\ Fiemme: Carano 14 
atesino: Trento 15 



II. Gruppo lombardo. 



I. Trentino occidentale 



ß) sistema del Noce: Fondo 16 
ß) „ „ Sarca: Pinzolo 17. 

[ Ledrano: Tiarno 18 
benacese | y^^,-^^^. Magasa 19 



>') 



j- ß) dialetti [ Bresciano: ßrescia (Rezzato) 20 
2. Lombardo dellapianura \ Cremonese: Cremona (Vescovato) 21 



Orientale 



i ß] dialetti f Valtellinese: Bormio 22 
y alpir 



3. Grigioni 



lini \ Poschiavino: Poschiavo (Brusio) 23 
I. Bregaglia: Vicosoprano 24 

I superiore: Celerina 25, 
Scanfs 26 
inferiore: Sent 27, 
Lavin 28 
Albula: Bra vuogn 29, Sils 30 
Reno inter.: Dalin 31, 
Andeer 32 
„ anter.: Uors la Foppa 
33, Pitäs 34 
ß) ilaliani: Mesolcina: Mesocco 35 



a) ladini 



2. Engadina 



sistema 
renano 



1 I nutneri non si riferiscono alle pagine ma al brano dialettale. 



igi 



( a) dialelti alpini f Val Maggia: Cavergno 36 
4. Lombaido /-r- . > \ ^ r 

^ (Ticino) (^ Lugano: Lugano 37 

occidentale [ ^^^ dialetti della pianura: Milano 38 

III. Gruppo piemontese. 

I a) Alto canavese: Rueglio 39 

1. dialetti alpini ' ß) Basso canavese: Mathi 40 

l y) Sistema del Viii: Usseglio 41, Lemje 42 

2. dialetti della pianura: Castellinaldo 43. 

IV. Gruppo genovese. 

1. dialetti di transizione (Tanaro superiore): Oimea 44 

2. ,, del litorale: Genova 45 

3. „ dell' Appennino ligure: Costa Pianella 46 

V. Gruppo emiliano. 

( a) Pavese (mcridionale): Voghera 47 
I. Emiliano | ß) Piacentino: Piacenza 48, Castelvetro 49 
occidentale j y) Reggiano: Novellara 50 

l fJ) Modenese: Modena (Campo Galliano) 51 



2. Romagnolo 



a) Bolognesc'; Castelfranco 52, Bologna 53, 

Castel San Pietro 54, Imola 55 
ß) Faentino: Lugo 56 
y) Ravennate: Ravenna 57 
6) Forlivano: Cesena 58. 



1 Testi dell' Appennino bolognese che presentano un dialetlo di transizione 
al toscano verranne portati nel secondo volume (gruppo toscano, varietä toscano- 
bolognesi). 



Druck von Ehrhardt Karras .G. m. b. H. in Halle (Saale). 



BEIHEFTE 

ZUR 

ZEITSCHRIFT 

FÜR 

ROMANISCHE PHILOLOGIE 

BEGRÜNDET VON Prof. Dk. GUSTAV GRÖBER f 



FORTGEFÜHRT UND HERAUSGEGEBEN 



Dr. ernst HOEPFFNER 

FKOKKSSOK AN DER UNIVERSITÄT JENA 



L. HEFT 

HERMANN FAETZ 



ÜBER DAS GEGENSEITIGE VERHÄLTNIS 

DER VENETIANISCHEN, DER FRANKO -ITALIENISCHEN UND 

DER FRANZÖSISCHEN GEREIMTEN B^ASSUNGEN DES BUEVE 

DE HANTONE 



HALLE A. S. 

VERLAG VON MAX NIEMEYER 



ÜBER DAS GEGENSEITIGE VERHÄLTNIS 

DER VENETIANISCHEN, 

DER FRANKO - ITALIENISCHEN 

UND DER FRANZÖSISCHEN GEREIMTEN 
FASSUNGEN 

DES 

BUEVE DE HANTONE 

VON i "* ^"^ '^ 

HERAIANN PAETZ 



HAl.LE A. S. 

VERLAG VON MAX NIEMEYER 

1913 



-7 



Meinen lieben Eltern 

in Dankbarkeit gewidmet 



TU 



Inhaltsverzeichnis. 



Seite 

Einleitung i 

Kapitell: Die Kindheit 7 

Kapitel 11 und III : Erste Heldentaten. Bueve und Josiane .... 18 

Kapitel IV und V: Die Botschaft an Bradmond. Josianes Verheiratung 31 

Kapitel VI: Rettung aus dem Kerker 3S 

Kapitel VII: Wiedersehen mit Josiane 44 

Kapitel VIII: Die Entführung :;o 

Kapitel IX und X: Von Köln nach Hantone. Wiedersehen mit Soibaut 61 

Kapitel XI: Josianes Not und Rettung 71 

Kapitel XII: Doons Niederlage und Tod 76 

Kapitel XIII und XIV: In der Heimat. Nach London 82 

Zusammenfassung der aus dem ersten Teile des Epos gewonnenen 

Resultate 88 

Kapitel XV und XVI: Das Wettrennen, Die Verbannung 89 

Kapitel XVII — XIX: Josianes Niederkunft und Gefangennahme. Soibaut 

findet Josiane. In Civile 98 

Kapitel XX: Die Wiedervereinigung " . icö 

Kapitel XXI und XXII: Sieg über Yvorin. Das Ende iiü 

Ergebnisse 132 



Einleitung. 



Schon wieder eine Arbeit über den Bueve de Hantone! Ist 
denn nach Jordans i und Bojes^ Untersuchungen noch eine solche 
nötig? Ich glaube ja; denn bis jetzt ist man sich noch nicht einig 
über die Frage, welches die Heimat der Sage gewesen, und welches 
die älteste der erhaltenen Fassungen derselben sei. Gegenüber 
Slimmings Ansicht, 3 dafs der Bueve de Hantone ein anglonorman- 
nisches Epos sei, und dafs sämtliche französische Fassungen des- 
selben aus einer in England entstandenen hervorgegangen seien, 
behauptet Jordan 1. c. S. 35, dafs die venetiauische Fassung „eine 
wesentlich ältere und treuere Redaktion repräsentiere als alle andern." 
Boje 1. c. S. 27 sieht dagegen PR (d. h. Fassung 11, s. u.) als die- 
jenige an, die die festländisch französische Gestalt am treusten 
unter allen festl. frz. Fassungen bewahrt habe, und vermutet S. 26, 
dafs die Urgesialt des Bueve in der anglofranzösischen Gestalt viel- 
leicht gerade eine Kürzung erfahren habe.^ 

^ Leo Jordan, Über Boeve de Hanstone. 14. Beiheft zvir Zeitschr. für rom. 
Phil. Halle 1908. Vgl. auch die eingehende Besprechung von Brugger in der 
Zeitschr. für franz. Spr. u. Lit. XXXIV*, 25 ff. 

* Chr. Boje, Über den altfranzösischtn Roman von Beuve de Hamtone. 
19. Beihi-ft zur Zeitschr. für rom. Phil. Halle 1909. rec. von Brugger in der 
Zeitschr. für franz. Spr. u. Lit. XXXV-, 49 fr. 

* A. Slimming, Der anglonormanni?chi; Boeve de Haumtone. LIalle 1S99. 
Einl. CLXXXHI, IH. 

* Nach Vollendung der vorliegenden Arbeit erschien in Modern Philology, 
Vol. X, No. I, 1912, S. I9ff. ein Aufsatz von John E. Matzke, The Oldest 
Form of the Beves Legend. Matzke nimmt Jordans Beweisführung für die 
Ursprünglichkeit von Ven. au und ergänzt Lücken in Vcn. durch Heran- 
ziehung der Reali di Francia. Dafs die itali-nische Sagenform des B. älter 
als die frz. sei, sucht er durch einen Vergh ich des B. mit Hörn und Ille et 
Galeron zu beweisen (S. 41 ff.). Allen dreien ist die Verdoppelung der Ver- 
bannungsformel eigentümlich. Da der ital. B. in seinem Aufbau mit den ge- 
nannten frz. Dichmngen und ferner mit Mainet gröfsere Übereinstimmung zeigt 
als der frz. B., so mufs nach Matzke die frz. Quelle des ital. B. ein verlorenes 
Glied dieser Gruppe (Hörn, Ille et G., Mainet) sein. Könnte aber nicht auch 
der ital. B. unter den Einflufs dieser Gruppe geraten sein? Wenn sich durch 
einen Vergleich der ital. mit der frz. Sagcnform des B. beweisen läfst , dnls 
der ital. B. nicht urspiünglich ist, so fallen Matzkes Schlüsse dahin. Diesen 
Beweis gkiube ich erbringen zu können. 

Beiheft zur Zeitschr. f. rom. Phil. L. I 



Diese grofsen Verschiedenheiten erklären sich wohl daraus, 
dafs die früheren Forscher bei ihren Untersuchungen nicht die 
gesamte Überlieferung, die ja noch nicht vollständig herausgegeben 
ist, haben benutzen können, sondern im wesentlichen auf die knappe 
Analyse Stiramings i angewiesen gewesen sind. Ein sicheres Resultat 
läfst sich aber nur durch eine genaue Prüfung und Vergleichung 
der vollständigen, uns überlieferten Versionen gewinnen. 

Nachdem in der Dissertation von A. Wolf 2 die festl. frz. Fassungen 
in Bezug auf ihre Abhängigkeit voneinander untersucht worden 
sind, unternimmt es die vorliegende Arbeit, einerseits das Verhältnis 
der anglonormannischen zu den fesil. Fassungen und andererseits 
das Verhältnis der franko - italienischen und der venetianischen 
Fassung zu den frz. Versredaktionen zu bestimmen. Von den Be- 
sonderheiten in den festl. Fassungen, die sich weder in der agn., 
noch in der ven., oder der frk.-it. wiederfinden, sehe ich im folgenden 
ab, da diese von Wolf schon behandelt sind. Ebenso hebe ich in 
den Inhaltsanalysen der festl. frz. Fassungen nur die Hauptsachen 
und die für die Zwecke der vorliegenden Arbeit in Betracht 
kommenden Einzelheiten hervor. Genauere Inhaltsangaben der- 
selben finden sich ebenfalls bei Wolf. 

Die überlieferten festl. frz. Handschriften stellen drei verschiedene 
Fassungen der Sage dar, von denen zwei bereits von Stimming 
herausgegeben sind. 3 

Fassung I ist enthalten in der Hs. Pi = BN fr. 25516. 

Fassung II liegt vor in den Hss.: 

P r= BN fr. 12548. 

R = Rom, Biblioteca Vaticana, Regina 1632. 

W = Wien, Hofbibliothek Hs. 342g. 

Fassung III bilden die Hss.: 

T = Turin L. II 14, jetzt verbrannt; vollständige Abschrift im 
Besitz des Herrn Geheimrat Stimming, Göttingen. 

C = CaqDentras No. 401. 

V = Venedig, San Marco XIV. (Letztere Hs. beginnt erst 
im 12. Kapitel. Doon von Mainz begibt sich zum Könige von 
England). 

M = Modena, Staatsarchiv, eine Bruchstück von 309 Versen. 

Von diesen lag mir Fassung II in einem vorläufigen kritischen 
Texte des Herrn Geheimrat Stimming, die Hss. der Fassung III in 
Abschriften vor. Ich zitiere Fassung I und II nach den Ausgaben 
und Fassung III nach den Hss. C und T. Für die übrigen Fassungen 
sind folgende Ausgaben benutzt, nach denen auch zitiert wird. 



1 A. Stimming, Das gegenseitige Verhältnis der französischen gereimten 
Versionen der Sage von Beuve de Hanstone. Toblerband. Halle 1895. 

* A. Wolf, Das gegenseitige Verhältnis der gereimten Fassungen des 
festländischen Bueve de Hantone. Göttingen 1912. 

' A. Stimming, Der festländische Bueve de Hantone. Fassung I. 
Dresden 1911. — A. Stimming, Der festländische P.ueve de Hantone. 
Fassung H. Dresden 191 2. 



Der anglonormannische Boeve de Haumtone zum ersten Male 
herausgegeben von A. Stimming, Halle 1899 (zitiert als A). 

Von A besitzen wir folgende wichtige fremdländische Be- 
arbeitungen: 

1. eine welsche (= W) hrsg. von Robert Williams in Selections 
from the Hengwrt Mss. preserved in the Peniarth Library, Vol. II, 
London 1892. S. 1 19 — 188 und 518 — 565. 

2. eine nordische (= N) s. Fornsögur Suörlanda utgifna af 
Gustaf Cederschiöld, Lund 1884. S. 209 — 67. 

3. eine englische (= E): The Romance of Sir Beves of Ham- 
toun. Edited by E. Kölbing. E. E. T. S. London 1885, 1886, 1894. 

In der Einleitung zu seiner Ausgabe von A hat Stimming die 
Verwandtschaft dieser fremdländischen Bearbeitungen mit A ein- 
gehend untersucht und das folgende Abhängigkeitsverhältnis auf- 
gesteUt (S. CLXXVI). 



N 



w 

I 
W 



E habe ich selbst noch einmal mit A verglichen und alle wichtigen 
Abweichungen E's von A in meiner Textanalyse angegeben. Für 
N habe ich mich auf Stimmings Angaben (S, Cllff.) beschränkt 
und nur die wichtigsten Unterschiede bezeichnet. W zeigt ver- 
hältnismäfsig geringe Abweichungen von A (s. S. LXXVIff.), so dafs 
es für die folgende Untersuchung vernachlässigt werden konnte. 

Über die verschiedenen italienischen Bearbeitungen des B. 
s. Pio Rajna, Ricerche intorno ai Reali di Francia. Vol. I. Bologna 
1872. S. Ii4ß'. Danach sind die ältesten derselben — auf die ich 
meine Untersuchung beschränke 1 — eine von Rajna in den Ricerche 
veröffentliche venetianische Fassung (= Ven.), deren Lücken z. T. 
durch Fragmente aus Udine (s. Zeitschr. f. rom. Phil. XI, S. i62fif.) 
ausgefüllt werden, und eine franko-italienische Fassung (= J) hrsg. 
von J. Reinhold, Die franko-italienische Version des Bovo d'Antone 
(nach dem Codex Marcianus Xlll) in der Zeitschr. f rom. Phil. XXXV, 
S. 555 ff-. 683 ff., XXXVI, S. iff.). 



^ Matzke I.e. S. 26fF. hat gezeigt, dafs in Ven. fehlende Szenen durch 
eine vorsichtige Benutzung der Reali di Francia eingeschaltet werden können; 
doch ändern diese Ergänzungen absolut nichts au den aus meiner Untersuchung 
gewonnenen Ergebnissen. 



Im folgenden gebe ich als Basis meiner Untersuchung zunächst 
eine knappe Parallel-Inhaltsangabe von Fassung A und I. Dabei 
halte ich mich an die von Stimming im Toblerbande und sonst 
eingeführte Kapiteleinteilung. Den Inhalt selbst gebe ich punkt- 
weise an, um bei der Inhaltsanalyse der anderen Fassungen besser 
auf A und I verweisen zu können. Ist der Inhalt eines Abschnittes 
der Fassungen 11 und III gleich dem des bttreffendi:n Abschnittes 
in A oder I, so führe ich in der Inhaltsangabe jener Fassungen 
nur die betreffende Nummer des Abschnittes von A resp. von I an. 
Sind zwei Abschnitte verschiedener Fassungen einander ähnlich, so 
deute ich dies an (z. B. durch ..vgl. A 3"). Wenn ein Teil des 
Inhalts von A nicht in E oder auch N enthalten ist, oder wenn E 
bezw. N von A abweicht, so wird dies ebenfalls gleich hinter dem 
betreffenden Teile von A bemerkt. Dabei ist jedoch zu beachten, 
dafs die me. Hss. keineswegs unter sich übereinstimmen. Kölbing 
unterscheidet vielmehr zwei Hauptklassen und legt seiner Ausgabe 
je einen Vertreter beider Klassen zu Grunde, nämlich einmal den 
ältesten Text A: Auchinleck Ms. in der Advocate Library in Edin- 
burgh und zweitens M = Papier-Hs. No. Soog der Cheiham Libraiy 
in Manchester. Im allgemeinen zitiere ich nach der Zählung von 
A; wo jedoch Unterschiede zwischen beiden Handschriften vor- 
kommen, zitiere ich sie als EA bezw. EM. 

Die Widerlegung der von Jordan und Boje aufgestellten Hypo- 
thesen wird sich aus der Arbeit selbst ergeben. Zu Jordans 
Hypothese sei folgendes vorweg bemerkt: 

In Ven. finden sich neun Laissen auf -atit bezw. -ent, in denen 
Jordan Reste einer hochfranzösischen Version sieht. Er sagt darüber 
S. 12: ,,In allen neun gleichmäfsig etit und ant mischenden ant- 
Tiraden sind nicht nur Reste einer frk-it. Vorlage, sondern einer 
ursprünglichen hochfranzösischen Version zu erblicken, welche wie 
ein eisernes Rückgrat für eine solche die Geschehnisse bis Vers 6oö 
und von Vers 1470 bis Ende so festlegen, wie sie im Bovo d'Antona 
d. h. unserer ven. Redaktion erzählt v. erden." Gegen diese Be- 
hauptung lassen sich jedoch mehrere Einwände erheben. Selbst 
wenn die a«/-Laissen Reste einer hochfranzösischen Version wären, 
so schliefst das doch nicht aus, dafs in Ven. ganze Partien der 
frz. Versionen fortgelassen sind. Jordan meint, dafs die a«/-Laissen 
die Aufeinanderfolge der Ereignisse, so wie sie sich in Ven. finden, 
für die nach ihm Ven. zu Grunde liegende frz. Quelle festlegen. 
Das kann man aber m. E. aus dem blofsen Vorhandensein von ant- 
Laissen keineswegs folgern. Warum soHlen nicht ganze Episoden 
verloren gegangen oder auch umgestellt sein können ? Die aiit- 
Tiraden können eine lückenlose Reihenfolge der Handlung in Ven. 
nicht festlegen. Dieser Punkt ist sehr wichtig, da nach meiner 
Ansicht die Pferdediebstahl-Episode und die .sich daran schliefsende 
Verbannung B.'s (s. Kap. XV und XVI S. 89 IT.) in Ven. einfach aus- 



gelassen, nach Jordan, S. 30 aber erst später in die frz. Fassungen 
hineingekommen sind. 

In den <7«/'-Laissen findet sich auch das Wort A^^t/^wö«/ (Ven. 224). 
Dasselbe kommt nach Godefroy im Afrz. nicht vor; er belegt ein 
tosteiiiement, -ant „rapidement" nur in frk.-it. Texten. Tostemant 
wird also von einem Nichtfranzosen in Anlehnung an die frz. 
Bildungsweise der Adverbien geschaffen sein. Damit fällt aber auch 
Jordans Behauptung, dafs die a«/-Laissen Reste einer hochfranzö- 
sischen Version seien. 

Dazu kommt, dafs Jordan in dem weiteren Verlauf seiner 
Arbeit sich selbst nicht konsequent bleibt. Nach S. 10 ist die ven. 
Fassung primitiver als A. Da nun nach ihm die ß?i/-Laissen das 
eiserne Rückgrat von Ven. sind, so mufs man erwarten, dafs Jordan 
in der Darstellung der Sage S. 80 ff. dem Inhalte derselben, da wo 
dieser von A abweicht, vor A den Vorzug gibt. Das geschieht je- 
doch keineswegs. Von den neun aw/-Tiraden stimmen nämlich nur 
zwei, Vers HO — 135 (Gui wird von Doon getötet) und Vers 19QO 
— 97 (B. verwundet Doon) im grofsen und ganzen mit den frz. 
Fassungen überein. Die übrigen sieben weichen völlig ab, und 
Jordan hat von diesen nur eine einzige Ven 567 — 571 (Marcabrun 
wird von Lucafer besiegt und gefangen) in der Darstellung der 
ursprünglichen Sage S. 84 verwertet. Gänzlich ausgelassen hat er 
Ven. 595 — 6oö (B. erfährt durch einen Boten die Gefangennahme 
des Königs und Marcabruns), sodann Ven. 2326 — 2336 (B. fordert 
Passaraont auf, entweder nach Ungarn zurückzukehren, oder mit 
ihm zu kämpfen), endlich Ven. 219 — 240, 252 — 258, die beide 
Szenen aus der Schilderung der Flucht B.'s bringen. S. 82, Anm. 5 
findet Jordan sogar die Schilderung der Flucht in Ven. wenig 
glaubhaft, obwohl sich a«/-Laissen darin finden! Si^'nem Grund- 
satze getreu hätte er doch gerade wegen dieser beiden Tiraden 
die in Ven. gegebene Darstellung von B.'s Flucht als die sagen- 
echte hinstellen müssen. 

An einer anderen Stelle, Ven. 142 — 150 (Doon zieht in Antona 
ein; die Einwohner fliehen), sucht Jordan zwischen A und Ven. zu 
vermitteln. Er bemerkt in Anm. 3, S. 82: „In dieser Überleitung 
gehen A und Ven. weit auseinander. Das [d. h. das von Jordan 
Konstruierte] ist ungefähr das Gemeinsame." Er gibt also auch 
hier Ven. nicht den Vorzug vor A. 

Merkwürdig ist auch Jordans Verhalten gegenüber der Orio- 
Episode, in der sich Vers 1470 — 78 eine <i/;/-Laisse findet. Jordan 
sieht diese lange Episode als ein Einschiebsel an, setzt sie aber 
wogen der darin befindlichen ö>//-Tirade auf das Konto der nach 
ihm zu Grunde liegenden frz. Quelle, hält sie also für älter als A. 
Wenn diese lange Orio-Episode aber aus einer alten frz. Fassung 
stammte, so müfste man doch erwarten, in irgend einer der zahl- 
reichen frz. Hss. des B. eine Spur derselben zu finden. Das ist 
aber nicht der Fall; folglich liegt auch gar keine Veranlassung vor, 
eine frz. Grundlage der Orio-Episode anzunehmen. Jordan hat 



diese Behauptung oflfenbar auch nur aufgestellt, um seiner Ansicht 
über den Ursprung der <7///-Tiradcn treu zu bleiben. 

Die obigen Ausführungen zeigen, dafs Jordan sich in seiner 
Arbeit selbst widersprochen hat, indem er einmal die an/-Laissen 
als ursprünglich erklärt, sie dann aber teils gar nicht beachtet, teils 
für wenig wahrscheinlich hält, teils als einen frz. Einschub hinstellt. 

Wie ist nun aber das Vorkommen jener auffälligen ent- und 
fl«/-Tiraden in dem ven. Texte zu verstehen ? Da in ihnen ein ' 
unfrz. Wort (tostemant) vorkommt und 7 von den 9 Tiraden ihrem 
Inhalte nach von den frz. Fassungen völlig abweichen, so können sie 
nicht aus einer frz. Fassung des ß. herrühren, müssen vielmehr das 
Werk eines Italieners sein, der sie nach ihm bekannten 
frz. (2«/-Laissen gebildet hat. Solche <7«/-Laissen erscheinen 
auch in andern frk.-it. Gedichten, so in dem Codex Marcianus XEII, 
Venedig; vgl. Berta de !i Gran Pie, hrsg. von Mussafia, Rom. III, 340 ff., 
IV, 91 ff. z. B. v. 115 — 46, 360 — 403, 447 — 514 usw.; Enfances 
Ogier, Zeitschr. f. rom. Phil. XXXIII; Fassung J des B.; ferner 
Mussafia, Altfranzösische Gedichte, Wien 1862, darin La Prise de 
Pampelune und IMacaire. Beide haben massenhaft ö«/-Laissen, und 
zwar nähert sich die Sprache des Macaire am meisten der des 
Bovo (s. Einl. VI ff.). Während sich innerhalb des Verses viele ital. 
Formen finden (u. a. Part. präs. auf -ando), ist der Verfasser bemüht, 
seine Reime bezw. Assonanzen nach frz. Muster zu bilden. Neben 
vielen Laissen auf e, ei- hat er u. a. auch solche auf -ant, z. B. 
v. 146 — 208, 318 — 48, 471 — 51g usw. Sein Vokabelreichtum ist 
jedoch gering; dazu kommt, dafs er zuweilen Wörter dem Reim 
zuliebe geändert hat, so z. B. certan für certain (v. 146), luntan für 
lointain (v. 169), ja es läuft ihm sogar ein ital. Wort mit unter: 
Por ira e mal talent li va sovra li can (= chieti) v. 1069. Wie hier 
niemand behaupten wird, dafs diese zahlreichen ««/-Laissen Reste 
einer hochfraiizösischen Version seien, so ist diese Behauptung auch 
für Ven. völh'g unmöglich. Die 0«/- Laissen kommen also für die 
Frage, inwieweit Ven. ursprüngliche Züge der Sage bewahrt hat, 
nicht in Betracht. Damic ist Jordans Hauptargument zu Gunsten 
von Ven. umgesLofsen. Seine übrigen Gründe, Ven. für die 
primitivere Fassung zu erklären, werden in der Arbeit selbst wider- 
legt werden. 



Kapitel I. 



A 1—363, E 1—514- 

1. Graf Gui v. Haumlone heiratete 
im hohen Alter die Tochter des 
Königs von Schottland. 

2. Doon, Kaiser von Deutschland, 
hatte diese schon vorher geliebt und 
auch um sie geworben. Ihr Vater 
hatte sie ihm jedoch verweigert. 



Die Kindheit. 

Inhalt. 

I 1—740. 

I. Herzog Gui heiratete im hohen 
Alter die junge und schöne Beatrix. 



5. Sie schickte einen Boten zum 
Kaiser von Deutschand und liefs ihn 
auffordern, am i. Mai mit 400 Rittern 
in den Wald am Meere zu kommen 
und ihren Gatten zu töten; dann 
werde sie alle seine Wünsche er- 
füllen. (In N schrieb sie einen Brief 
an den Kaiser.) 

6. Der Bote richtete seinen Auf- 
trag dem Kaiser in Retefor aus. 
Dieser willigte ein und schenkte ihm 
ein Streitrofs und Gold und Silber. 

7. Am I. Mai stellte sie sich krank 
und bat ihren Gatten, ihr frisches 
Eberfleisch zu verschafifen. Im Walde 
am Meere sei ein Eber. 

8. Gui ritt ungerüstct mit 3 Be- 
gleitern auf die Jagd. 



2. Sie Hebte Doon v. Mainz. 



3. Einst weilte sie in einem Schlosse 
an der Maas in den Niederlanden. 

4. Sie befahl ihrem Koche Guine- 
mant , ihren fünfzehnjährigen Sohn 
Beuve zu vergiften. Da er sich 
weigerte, schlug sie ihm die Augen 
aus und liefs ihn im Gefängnis ver- 
hungern. 



8. Als einst Gui in die Ardennen 
ritt, um einen Eber zu jagen, liefs 



A 1—363, E 1—514- 



9. Dron überfiel ilin. Gui, von der 
Übermacht überwältigt, bat um Gn:ule; 
doch der Kaiser schlug ihm den 
Kopf ab. 

10. Doon schickte durch einen 
Boten den Kopf an Guis Gattin. Sie 
lud Doon zu sich ein; am folgenden 
Tas:;e sollte Hochzeit sein. 



13. B. klagte seine Mutter des 
Mordes an. Sie schlug ihn zu Boden. 
Sein Hofmeister Sabot wollte ihn in 
sein Schlofs tragen, mufste aber 
schwören, ihn zu töten. 

14. Sabot tauchte B.'s Kleider in 
Schweineblul, band sie an einen Mühl- 
stein und warf sie ins AVasser. 
(Letzteres fehlt in E. Dort zeigte er 
die blutigen Kleider seiner Herrin.) 



18. Als B. einst Sabots Schafe 
hütete, hörte er den Lärm eines Festes 
im Schlosse. Er ging doithin und er- 
schlug den ihn verhöhnenden Pförtner. 



I I - 740. 
seine Gattin dem Doon sagen, er 
mög'; Gui töten, dann werde sie ihn 
heiraten und ihren Sohn B. umbringen. 

9. Doon ritt mit Fouque, seinem 
Neffen, und 20 Rittern in die Ar- 
dennen, traf auf Gui und schlug ihm 
nach längerem Kampfe eine Schulter 
ab. Fouque schlug Gui den Kopf ab. 

10. Doon meldete Guis Gattin, dafs 
ihr Gemahl tot sei und kehrte zurück. 



11. Sie ging mit ihrem Sohne B. 
nach Hantone und liefs sich huldigen. 

12. Doon, in einen Garten gerufen, 
weigerte sich aus Furcht vor ihrem 
Sohne, sie zu heiraten. Sie versprach, 
B. binnen 3 Tagen umbringen zu lassen. 
Fromont und Hate sollten B. töten. 
Da sie Ausflüchte machten, schlug sie 
Hate; nun willigten beide ein. 

13. Soibaut mufste Fromont und 
Hate schwören, B. zu töten. 



14. Soibauts Frau stopfte B.'s 
Kleider aus und warf sie ins Wasser. 



15. Fromont und Hate liefsen sich 
hierdurch täuschen und berichteten 
B.'s Tod seiner Mutter. 

16. Sie liefs dies dem Doon melden. 

17. Nach dessen Ankunft heiratete 
Beatrix Doon in der St. Denis-Kirche; 
an die Trauung schlofs sich ein grofises 
Festessen. 

18. B. erfuhr es, verkleidete sich, 
bewaffnete sich mit einem Pfahle und 
begab sich in den Festsaal. 

19. Ein Spielmann erkannte ihn 
und zeigte ihn einem Verwandten 
B.'s, der mit seinen 5 Brüdem B. 
zu schützen beschlofs. 



A r— 363, E I— 514. 
20. B. drang in den Saal, forderte 
vomKaiser sein Land zurück, schlui^iha 
dreimal und entkam nach Sabots Haus, 



23, Sabot tadelte B. wegen seiner 
Tat und versteckte ihn. 

24. B.'s Mutter kam zu Sabot und 
bedrohte ihn mit dem Tode, wenn er 
nicht B. herausgebe. 



I 1—740. 

20, B. schlug den Kaiser einmal 
und entkam nach Soibauts Haus. 

21, Soibaut, von 14 Rittern vor 
Beatrix geführt, sagte, er habe B. vor 
acht Tagen zu seinen Freunden ge- 
sandt. 

22, Hate und Berengier mufstcn iür 
Soibaut einen Scheiterhaufen errichten. 



30. Die Mutter liefs B. von zwei 
Rittern ans Meer führen und an Sara- 
zenen verkaufen. Die Sarazenen fuhren 
nach Ägypten (in EA nach dem 
Heidenlande, in EM nach Armony). 



25. Trotz der Fürbitten der Ritter 
und Bürger sollte Soibaut verbrannt 
werden. 
26. Da meldete sich B. 

27. Beatrix ergriff B. und prügelte 
ihn. Da aber die Ritter B.'s Partei 
ergriffen, so mufste Beatrix Bürgen 
stellen, dafs sie Soibaut nicht be- 
strafen werde. 

28. Doon ritt nach Mainz zurück. 

29. Ein Abt schenkte B. einen 
Tannenzapfen, der ihn vor Vergiftung 
schützte. Als B. einem Windhunde 
von der ihm vorgesetzten Speise zu 
fressen gab, starb dieser sofort. Da- 
rauf begab sich B. zu Soibaut. 

30. Auf Beatrix Befehl lockten 
Fromout und Hate B. auf ein Schiff, 
fuhren nach Rufsland und verkauften 
ihn an Kaufleute aus Ägypten. 



n I — 1639; m» c I — 1500, T I — 1474. 

Fassung 11 und III gehen bis etwas über den Schlufs des 
I. Kapitels hinaus im grofsen und ganzen zusammen. Es sind 
dies die ersten 45 Laissen, die in II und III fast immer denselben 
Assonanzvokal haben. Fassung II hat mehrere Plusverse; sie zählt 
bis zum Schlufs der 45. Laisse 1766, C bis dahin 1534 und T 
1509 Verse. Fassung II und III müssen hier also — die 
vv'eitere Untersuchung wird das beweisen — auf eine gemein- 
same Vorlage zurückgehen, die ich mit jy bezeichnen will.' 



^ Zu demselben Resultate ist auch Wolf gekommen. Vgl. 
S, 106 f., 126 f. etc. 



B. I.e. 



lO 

Fassung IT hat 20 Verse noch als besondere Einleitung voran- 
gestellt, die in TU fehlen. Darin findet sich eine für uns sehr 
wichtige Stelle. Nachdem sich der Redaktor für seine Geschichte 
auf ein Buch einer alten Abtei berufen hat, fährt er fort: 

V. 8 ff. Tels vous en cante, c'est verites prouvee, 
Ki de l'estore ne set une denree, 
Del mieus en ont grant partie oubliee, 
La canchon ont coirompue et faussee; 
Mais j'en dirai, c'est veritds prouvee, 
La droite estore sans point de demouree etc. 

Daraus geht hervor, 

1. dafs der Schreiber dieser Verse mehr als eine Version der 
Geschichte von B. kannte, 

2. dafs diese Versionen kürzer waren als die, welche er be- 
richten will (s. V. 10). Wie es sich mit den vom Schreiber be- 
haupteten Auslassungen und Verderbnissen anderer Fassungen 
gegenüber der seinigen verhält, wird die weitere Untersuchung 
lehren. 

Die Gattin des Herzogs Gui ist in unsern Fassungen die 
Tochter des Grafen Renier. A 2 und I 2 fehlen. Sie sehnt sich 
nach einem jungen Liebhaber (in A v. 40 fl". nur angedeutet, aus- 
führlicher in E v. 58 ff.), zu dem sie Doon v. Mainz erwählt. Ihr Sohn 
B. ist sieben Jahre alt (in A 10, in EA 6, in EM 7, in I 15). I 3 
fehlt. Ostern soll ihr lioch Guinemant den Herzog Gui vergiften. 
Da er sich weigert, schlägt sie ihm drei Zähne aus und läfst ihn 
ins Gefängnis werfen (vgl. I 4). Sie schrieb Doon, er solle ihren 
Gatten, der am Mittwoch im Ardennerwalde bei Monfaucon jagen 
werde, töten, dann werde sie ihm ihre Liebe zuwenden (vgl. A 5 N). 
Auf diese Weise könne Doon zugleich seinen Vater rächen (auch 
in Ven. v. 23). Der Bote überbrachte Doon diesen Brief (vgl. A 6), 
und Doon ritt mit seinem Vetter Wilhelm und drei Neffen nach 
Monfaucon (vgl. I 9). 

Sie stellte sich krank und bat ihren Gemahl um eine frisch 
abgezogene Hirschhaut und ein Hirschherz (vgl. A 7). 

Gui ritt mit zwanzig Baronen und Hunden in die Ardennen 
(vgl. A 8). _ 

Sie liefs durch einen Boten Doon melden, dafs Gui im Walde 
jage (vgl. I 8). Wie in I, tötet Gui erst zehn Gegner. Doon 
schlägt ihm die rechte Schulter ab und Doons Neffen schlagen ihm 
den Kopf ab. Doon kehrt nach Mainz zurück (vgl. I 10). Guis 
Begleiter bringen den Leichnam nach Hantone. Allgemeine Trauer, 
auch Guis Gattin klagt zum Schein. Begräbnis. Darauf ist I 12 
mit kleinen Abweichungen breit ausgeführt. Fromont und Hate 
weigern sich hier jedoch nicht. Doon kehrt nach INIainz zurück. 
Die Witwe begibt sich nach Hantone. Dann folgt A 13 lang aus- 



1 1 

gesponnen mit einigen Änderungen. B. bedroht seine Mutter, falls 
sie Düon heirate. Sie schlägt ihn zu Boden. Soibaut trägt ihn in 
sein Haus und verbirgt ihn. Es folgt I 13. B. hat einen ihn be- 
ängstigenden Traum, erzählt ihn Soibaut und erfährt den Anschlag 
seiner iMutter. Soibauts Sohn Raboenet wird zum edlen Tieri ge- 
sandt und B. mit Hilfe eines Krautes und ärmlicher Kleidung un- 
kenntlich gemacht. 

Darauf folgen I 14 (der Flufs heifst hier Blaive), I 15, I 16, 
I 17 (B.'s IMutter und die Kirche haben keine Namen). B. geht 
abends mit einem Knüppel bewaffnet in den Palast, stellt Doon 
zur Rede, schlägt ihn einmal und flieht nach Soibauts Haus (vgl. 
A 18 und I 18). Dort verspottet er verkleidet seine Verfolger 
(nur hier). 

Fromont und Hate holen Soibaut (vgl. I21). B.'s Mutter 
schlägt ihn; aber Soibaut will B. nicht verraten. Darauf wird Soibauts 
Schlofs ausgeplündert. B.'s JNIutter verspricht Doon, für den Tod 
ihres Sohnes Sorge zu tragen. Am andern Morgen geht sie in 
Soibauts Haus (vgl. A 24), läfst Soibauts Frau binden und schlagen, 
erkennt jedoch ihren schwarzgefärbten Sohn nicht. Schliefslich läfst 
sie alle Kinder vor sich bringen; denn B. hatte auf der rechten 
Schulter ein rotes Kreuz zum Zeichen, dafs er König werden würde 
(ebenso Ven. 2012). 

Soibaut und seine Frau sollen verbrannt werden. Da erscheint 
der verkleidete B.; auf seinen Vorschlag erbittet und erhält Soibaut 
Bürgen dafür, dafs die Königin B. kein Leid tun will (vgl. I 25 — 27). 

Nachdem die Farbe von B. mit Wein und Wasser abgewaschen 
ist, wird er zu seiner Mutter gesandt. 

Der Abt Savary schenkt B. einen Tannenzapfen, der ihn gegen 
seine Feinde schützt. Nach einem Jahre gibt B. von einem ihm 
vorgesetzten Fische einem Windhunde zu fressen, und dieser krepiert 
sofort (vgl. I 2g). Auf Doons Drängen beauftragt B.'s Mutter 
Fromont und Hate, ihren Sohn zu verkaufen. Sie bringen den 
schlafenden Knaben auf ein Schiff, fahren nach Ungarn und ver- 
kaufen ihn an russische Kaufleute (vgl. I 30). Fromont und Hate 
wollen B. töten; aber die Kaufleute schützen ihn. Darauf kehren 
die beiden Verräter zurück und erstatten ihrer Herrin Bericht. 

Gegen den Schlufs weicht Fassung HI von II in unwesent- 
lichen Einzelheiten ab. In III wird aufserdem noch folgendes be- 
richtet (C 1465 — 1500): Soibaut erfährt, dafs B. fort ist. Er be- 
droht seine Bürgen, die darauf die Königin nach B. fragen. Diese 
antwortet, sie habe B. zu ihrem Bruder Aurat (T Oudart) nach 
England gesandt. Doch Soibaut glaubt es nicht. 

Ven. I — 408. 

Der Anfang fehlt in der Hs. 

Die Herzogin klagt, dafs ihre Ellern ihr einen alten IMann 
zum Gemahl gegeben haben. Um sich zu rächen, schickt sie ihren 
Vertrauten Richard zu Dodo v. Mainz, dem ihre Eltern sie nicht 



12 

als Gattin hatten geben wollen (nur noch A 2), und fordert ihn 
auf, mit 15000 Reitern die Stadt Antona einzunehmen. Dodo solle 
sich im Walde von Sclaravena in den Hinterhalt legen; sie werde 
ihren Gemahl, Herzog Guido, mit 20 Jüngh'ngen (= II v. 382) auf die 
Jagd senden, dann könne er den Mord seines Vaters rächen 
{= II V. 25g), das Land in Besitz nehmen und sie heiraten. Richard 
weigert sich hinzugehen, gibt aber schweren Herzens nach, als sie 
droht, ihn anzuklagen, er habe sie vergewaltigen wollen (nicht im 
Frz.). Der Bote reitet nach Mainz und richtet seine Botschaft aus. 
Da Dodo jedoch Verrat fürchtet, so läfst er auf Richards eigenen 
Vorschlag diesen als Bürgen gefangen setzen (nicht im Frz.). 
Dann bricht er mit seinem Bruder Albrigo als Fahnenträger und 
15000 Mann aul und legt sich mit diesen im Walde von Sclara- 
vena in den Hinterhalt. (Dieselbe Anordnung der Ereignisse nur 
in II.) 

Eines IMorgens sagt B.'s ]\Iutter zu Guido, sie fühle sich 
schwanger und habe grofses Verlangen nach Wildbret. Guido be- 
gibt sich mit 20 Edelknaben in den Wald und erlegt Wild für sie. 
Als Dodo auf ihn losreitet, sieht Guido, dafs seine Gattin Blondoia 
ihn verraten hat (nur hier). Dodo tötet ihn und die 20 Jünglinge, 
zieht in Antona ein und wird von Blondoia begrüfst. Die Ein- 
wohner fliehen, kehren aber auf Dodos Aufforderung zurück (nur hier). 

Sinibaldo findet den entflohenen B. unter einer Krippe ver- 
steckt und teilt ihm mit, dafs Dodo v. Mainz seinen Vater getötet 
hat (nur hier). 

Sinibaldo sammelt 40 Anhänger des ermordeten Guido und 
reitet mit diesen, seinem Sohne Teris und B. nach seiner Burg 
San Simon. Einer von den 40 kehrt um und verrät es Dodo, der 
ihnen darauf mit 1000 Reitern nachsetzt. 

Dem Sinibaldo und seiner Schar begegnet Richard. Letzterer 
erbietet sich, den verfolgenden Trupp auszukundschaften. Er reitet 
zu Dodo und rät ihm, B. zu fangen und zu töten. Teris bemerkt 
Richards Verrat, verfolgt und tötet Richard. 

B. fiel auf der Flucht vom Pferde. Dodo ergriff ihn und 
führte ihn zurück. Als Sinibaldo bemerkte, dafs B. fort war, ver- 
folgte er die Feinde bis vor die Tore von Antona, mufste dann 
aber nach San Simon zurückkehren. 

Auf Blondoias Rat begab sich Dodo mit 30000 Mann nach 
San Simon und belagerte es. In der Nacht träumte ihm, B. töte 
ihn; deshalb schickte er am folgenden Morgen seinen Bruder 
Albrigo nach Antona, um B. zu holen. 

Hier ist in Ven eine Lücke, die durch Fragmente einer 
frko.-it. Versredaktion aus dem Kathedral -Archiv von Udine, die 
P. Rajna, Zeitschr. für rom. Phil. XI, 112 — 183 veröffentlicht hat, 
ausgefüllt wird. Blondoia weigerte sich danach, B. zu Dodo zu 
schicken; sie wollte ihren Sohn selbst umbringen lassen. Nachdem 
B. hatte fünf Tage hungern müssen, liefs sie ihm durch ein 
Mädchen vergiftetes Brot bringen. 



13 

Hier beginnt Ven. wieder. Von dem mitleidigen Mädchen 
gewarnt, gab B. einem Windhunde von dem Brote zu fressen, 
der sofort krepierte (vgl. I 2g und II, 111). 

Darauf entfloh B.; aber auf dem Wege nach San Simon ver- 
irrte er sich in einem grofsen Walde, nährte sich drei Tage lang 
von Wurzeln und gelangte dann ans Meer. Dort erblickten ihn 
Schiffer. Sie ruderten ans Land und fragten ihn nach seinem 
Herkommen. B. sagte, sein Vater sei Bäcker und seine IMutter 
Wäscherin. Er habe sich mit seinem Vater erzürnt und sei ihm 
deshalb vor acht Tagen entlaufen. Die Schiffer nahmen ihn mit. 
Den unter zwei Kaufleuten ausgebrochenen Streit, wem B. dienen 
solle, schlichtete dieser dadurch, dafs er sich erbot, den einen beim 
Frühstück, den andern beim Abendessen zu bedienen. Das Schift 
gelangte nach Armenien. 

Kritik. 

Im folgenden unterziehe ich die einzelnen Fassungen einer 
Kritik und fasse am Schlufs derselben die gewonnenen Ergebnisse 
zusammen. 

Von allen Fassungen zeigt ofl"enbar Ven. die meisten Be- 
sonderheiten. In keiner frz. Fassung findet sich folgendes: 

1. Der mifstrauische Dodo läfst den Boten ins Gefängnis 
werfen. 

2. Blondoia sagt, sie fühle sieh Mutter. 

3. Guido erkennt, dafs Blondoia ihn verraten hat. 

4. Die Einwohner von Antona fliehen. 

5. Dodo belagert San Simon. 

6. Der Traum Dodos. 

7. B, wird von einem Mädchen gewarnt. 

8. B. wandert an das JNIeer. 

9. Sein Erlebnis mit den Kaufleuten. 

10. Er gibt sich für den Sohn eines Bäckers und einer 
Wäscherin aus. 

Andererseits hat Ven. folgende Parallelen mit Fassung I, II, III: 

1. In II, III und Ven. ist der Bote an Doon benannt (II 
Salemon, V^en. Richard). 

2. In II, UI und Ven. reitet Gui mit 20 Begleitern auf 
die Jagd. 

3. In I und Von. ist Guis Gattin benannt (I Beatrix, Ven. 
Blondoia). 

4. In I, II, 111 und Ven. wird vergeblich versucht, B. zu ver- 
giften. Ein Windhund stirbt von der B. vorgesetzten Speise. 

5. In I, U, III und Ven. ist Gui Herzog. 

Nur eine Angabe findet sich aufser in Ven. 10 fl'. nur noch 
in A 25 ß".; beide erzählen, Guis Gattin sei früher von Doon geliebt 



14 

und begehrt, ihm aber voa ilircn ICItcrn verweigert worden.' In 
I 140 ff. wird als Be\yeggrund von Beatrix' Tat nur ihre Liebe zu 
Doon angegeben, in 11, III erscheint als ferneres Motiv noch die 
Blutrache Doons an Gui. Letzteres (indet sich auch noch in Ven. 2^.^ 
Wir haben also in Ven. eine Häufung der Motive, in A und I 
immer nur ein einzelnes Motiv. Das Ursprüngliche war doch offen- 
bar nur ein Motiv, das von den Bearbeitern geändert wurde. Erst 
ein späterer Bearbeiter verband beide. 

Die Botenepisode in Ven. ist unwahrscheinlich und widerspruchs- 
voll, und zwar aus folgenden (Gründen: 

1. Richard weigert sich, zu Dodo zu gehen, macht seiner 
Herrin Vorwürfe und ist über den ihm aufgezwungenen Auftrag 
betrübt. Trotzdem benimmt er sich bei Dodo wie ein raffinierter 
Helfershelfer seiner Herrin; ja, er fördert diese freiwillig, indem er 
Sinibaldo verrät und Dodo auffordert, sich des B. zu bemächtigen 
und ihn zu töten. 

2. Er reitet auf einem Zelter fort, kehrt aber auf einem Streit- 
rofs und gut bewaffnet zurück. 

3. Unerklärt bleibt, wie er aus dem Gefängnis entkommen ist. 
Die Widersprüche in dem Charakter Richards lassen sich vielleicht 
so erklären, dafs dem Autor von Ven. zwei verschiedene Personen 
in eine zusammengeflossen sind: Richards Weigerung und seine 
Vorwürfe entsprechen dem Verhalten des Kochs Guinemant in I, 
n, III; seine sonstigen Taten stimmen zu denen des Boten in A. 
Zu letzterem pafst auch Punkt 2: in A schenkt der Kaiser dem 
Boten ein Schlachlrofs. 

Fragen wir nun, mit welcher von den frz. Versionen Ven. 
die gröfste Verwandtschaft zeigt, so mufs die Antwort un- 
bedingt lauten: mit den Fassungen I, II, III, wie die angeführten 
Parallelen zeigen. Da sich nun aber zwischen diesen (sowie auch A) 
und Ven. keinerlei wörtliche Übereinstimmungen finden, und da 
Ven. nicht einer einzelnen frz. Fassung folgt und eine ganze 
Reihe ihm eigentümlicher Erweiterungen und Änderungen enthält, 
so kann der Verfasser von Ven. den Inhalt der frz. 
Fassungen nur auf mündlichem Wege, also durch den Vor- 
trag von frz. Spielleuten erfahren haben. 

Durch jene Änderungen wird das Ganze in eine etwas niedrigere 
Sphäre herabgezogen, vgl die Szenen unter den Kaufleuten auf 



^ Diese Übereinstimmung betrachtet Jordan S. 53 als ersten Beleg dafür, 
dafs Ven. nicht aus den erhaltenen kontinentalen Redaktionen geflossen 
sei. Er übersieht dabei, dafs sich zwischen letzteren und Ven. weit mehr 
Parallelen als zwischen Ven. und A finden. 

2 Jordan S. 54 meint irrtümlich, dafs sich dieser Zug in keiner andern 
Version finde und sieht deshalb darin eine Interpolation von Ven., während 
diese Angabe Ven. 's wegen der Übereinstimmung mit II und III vielmehr für 
eine Abhängigkeit Ven. 's von diesen Fassungen spricht. 



15 

dem Schiffe und die Ersetzung des B. beschützenden Abtes durch 
ein Dienstmädchen. 

In A sendet Guis Gattin, bevor ihr Gemahl auf die Jagd reitet, 
Botschaft zu Doon und bestimmt genau Ort und Zeit ihres An- 
schlages; in I benachrichtigt sie Doon erst, als er fortgeritten ist. 
Dies verschiedenartige Verhalten ist in beiden Fassungen gerecht- 
fertigt; denn in A sind ja Gui und Doon weit auseinander, in I 
hält sich Guis Gattin in einem Schlosse an der Maas auf; hier 
konnte die Benachrichtigung also auch später geschehen. In 
Fassung II und III wird Doon zweimal benachrichtigt, einmal, wie 
in A, vorher durch einen Brief, in dem auch Ort und Zeit genau 
angegeben sind, sodann, wie in I, während der Jagd selbst. Diese 
zweite Meldung ist augenscheinlich völlig überflüssig, zumal sie gar 
nichts Neues, wie etwa eine genauere Bezeichnung des Ortes der 
Jagd usw. hinzufügt. Der Gedanke liegt daher nahe, dafs diese 
zweite Benachrichtigung einfach aus I herübergenommen ist. 

In n 483 ff. wird berichtet, dafs auch Guis Gattin zum Schein 
den Tod ihres Gemahls beklagt. Sie mufs also in Hantone sein, 
wohin der Leichnam Guis gebracht wurde. 

In II 580 wird dann merkwürdigerweise erzählt, dafs die 
Dame in Begleitung von Froment und Hate nach Hantone geritten 
sei. Die Entstehung dieses Widerspruchs erklärt sich folgender- 
mafsen: Der Verfasser von II fügte zu dem, was ihm seine Vorlage 
bot, eine Klage um Gui hinzu (sie findet sich weder in A, noch 
in I). Im folgenden vergafs er, dafs der Schauplatz der Klage und 
des Begräbnisses schon Hantone war und entnahm aus I den 
Bericht, dafs die Dame nach Hantone geritten sei. 

Aus Obigem und aus den Verweisen in der Inhaltsangabe von 
II, III geht hervor, dafs der Autor der II und HI gemein- 
samen Vorlage y (s. S. q) bemüht gewesen ist, zwei ver- 
schiedene Epen, A und I, über denselben Gegenstand 
zu verschmelzen, wodurch dann freihch die aufgezeigten 
Widersprüche entstanden. 

Wie geschickt und planmäfsig der Bearbeiter dabei zu Werke 
ging, zeigt auch die Bestrafung Soibauts durch B.'s Mutter. In A 
geht diese in Soibauts Haus und bedroht ihn, in I läfst sie ihn 
holen. Wie hilft sich nun der Autor von y? Zunächst wird Soibaut 
geholt; am anderen Morgen begibt sich dann B.'s Mutter in Soibauts 
Haus und läfst dessen Frau binden und schlagen. Wie in I Soibaut 
allein, sollen hier nun beide verbrannt werden (II 133 1). Doch 
hören wir bei der Befreiung nur noch von Soibaut, nicht mehr von 
seiner Gattin (II 1443/4). 

A son ostel vait Soibaut li flouris, 
Son damoisel en mena avoec li. 

Offenbar hatte der Bearbeiter vergessen, dafs er abweichend von 
seiner Vorlage auch Soibauts Frau hatte mit zum Scheiterhaufen 
führen lassen. 



i6 

Andererseits fehlen hier kleine Züge von A sowohl wie von I, 
so A 2, i8; I 2, 3, 19, 28, ferner noch die Namen von B.'s Mutter 
Beatrix und des Münsters St. Denis, Das könnte gegen die An- 
nahme sprechen, dafs in y zwei Epen, A und I, kombiniert seien. 
Es soll jedoch auch keineswegs behauptet werden, dafs der Redaktor 
von y die Fassungen A und I, so wie sie uns überliefert sind, be- 
nutzt habe; er mufs vielmehr ältere Vorlagen von A und 1, 
die ich mit a und p' bezeichne, verwertet haben. Dafs es 
solche gegeben hat, dafs also die überlieferte Cicstalt von A und I 
nicht die ursprüngliche ist, ist von Stimming für A in seiner Aus- 
gabe S. CXLIX schon bewiesen, für I wird es die weitere Unter- 
suchung lehren. Auf eine Erscheinung sei hier schon hingewiesen. 
Dafs I eine Bearbeitung, und zwar eine sehr selbständige ist, dafür 
spricht das nachträgliche Angeben von Tatsachen, die anfangs 
übergangen worden sind. So wird 1 286 — 28g nachgetragen, dafs 
B.'s Mutter ihren Sohn übel zugerichtet habe (vgl. A 13). Ebenso 
wird der Name von B.'s Mutter erst sehr spät v. 351 und nur in 
dieser Fassung erwähnt; v. 866 wird plötzlich Josiane genannt, 
ohne dafs wir vorher erfahren haben, dafs so Hermines Tochter 
heifst; ebenso erscheint v. Q06 Arondel, während vorher, v. 851, 
das Pferd nicht benannt war. 

Wie wir uns die ■ Benutzung von a und p' durch den Autor 
von y zu denken haben, ob er also beide oder nur eine derselben 
mündlich kennen lernte, oder ob er beide oder eine bei der Ab- 
fassung seiner Kompilation schriftlich vor sich hatte, läfst sich noch 
nicht sicher entscheiden. Für die Benutzung schriftlicher Vorlagen 
spricht die geschickte Verflechtung beider Fassungen, sowie der 
Umstand, dafs vielt; Namen mit denen in I gleichlauten, so aufser 
denen der Hauptpersonen der des Kochs Guinemant, des Hate und 
Fromont, und in der Aufzählung der Gäste (I 398 — 402, II 1055 
— 57, C 939 — 40) ist allen drei Fassungen der Name Berengier 
gemeinsam, der Name Fouque nur 1 und II. Allerdings fehlen 
wörtliche Übereinstimmungen; doch folgt aus diesem Fehlen nicht 
notwendig, dafs der Verfasser von y seine Quellen nur in münd- 
licher Form kennen gelernt habe, da uns diese Quellen (a und p') 
ja nur in späteren Überarbeitungen erhalten sind. 

Die Spuren einer erweiternden Umarbeitung sind auch in 
Fassung I zu erkennen. Der Koch Guinemant weigert sich, den 
Befehl seiner Htrrin auszuführen, ebenso kurz danach Fromont 
und Hate. In beiden Fällen schlägt das handfeste Weib tüchtig 
auf ihre Untergebenen los. Ein Fall von beiden ist offenbar in 
Analogie nach dem andern später hinzugefügt und zwar unzweifel- 
haft der zweite, da in 11 und III die Weigerung Hates und Fromonts 
fehlt. Aus dieser Bearbeitung erklärt es sich auch, dafs I manche 
kleine Züge hat, die sich sonst nicht finden. So schlägt z. B. 
nur in I Soibauts Frau vor, B. zu ihrem Bruder Bertrant in Bar- 
sor-Able zu schicken (v. 234) oder ihren ältesten Sohn Tieri statt 
B. zu töten (v. 239). 



17 

Den einfachsten Bericht, der auch in I, nur leicht umgeändert 
und erweitert, wiederkehrt, bringt augenscheinlich A. Wie schon 
oben S. 3 bemerkt, sind der erhaltenen agn. Fassung A ältere 
vorausgegangen. Es ist daher nicht verwunderlich, dafs durch diese 
mehrfachen Umarbeitungen auch in A Widersprüche hineingekommen 
sind. Eine Ungereimtheit zeigen z. B. A 234 — 239. Sabot taucht 
B.'s Kleider in Blut, bindet sie an einen Mühlstein und wirft sie 
ins Wasser. Hier sind zwei verschiedene Mittel, die Mutter zu 
täuschen, vereinigt. Mit Hilfe der übrigen Überlieferung läfst sich 
das auch beweisen. In E nämlich findet sich nur das erstere, in I 
und II nur das letztere; ein Redaktor von a wird also das in seiner 
Vorlage angegebene Mittel umgeändert, und wieder ein späterer 
wird beide verschmolzen haben. 

Nur in A findet sich, dafs B. die Schafe Soibauts hütet und 
dafs er den Pförtner erschlägt. Wir werden im folgenden noch 
mehr solcher derben Züge finden, die A eigentümlich sind. 

Nach Fassung A v. 105 ist der Schauplatz der Handlung Eng- 
land. In den Fassungen I, IT, III ist zwar Frankreich im I. Kapitel 
nicht ausdrücklich als Heimat B.'s genannt, aus der Darstellung 
ergibt sich aber, dafs nur Frankreich gemeint sein kann; denn 
Gui jagt in den Ardennen, der Bote reitet nach INIainz, Doon reitet 
nach Hantone, das Schlofs des Herzogs liegt nach I 17 „en Avau- 
terre, sour Meuse" usw. Um so auffälliger sind zwei Stellen, eine 
in I und eine in 11, die damit im Widerspruche stehen. Um B. 
vor den Nachstellungen seiner Mutter zu retten, soll er von Soibaut 
in ein anderes Land geschickt werden. In A sagt Soibaut (v. 247/8): 

„pus vus enveieräi en un autre regne 
a un gentil counte ke est mon prive". 

In I macht Soibauts Frau ihrem Manne folgenden Vorschlag 
(v. 2321.): 

„Eovoies le outre la mer nagant, 

A Bar-sor-Able, a mon frere Bertrant." 

Da Bar-sor-Able = Bar-sur-Aube hiernach jenseits des INIeeres und 
natürlich in Frankreich liegt, so kann der Aufenthaltsort der 
Sprechenden nicht Frankreich, mufs demnach England sein. 

In II 1377 — 81 schlägt der verkleidete B. seiner Mutter vor, 
dafs ihr Sohn in einem fremden Lande erzogen werden solle; 
Soibaut widerholt das (v. 1401 — 4): 

„Mes sire Bueves n'ara par eis nuisance, 
Tant que porra porter escu et lance, 
Chevaliers soit en la terre de France, 
En cest päis ne quiert il demourance;" 

La terre de France und cest päis stehen hier in einem Gegen- 
satz; cest päis, in dem die Geschichte stattfindet, kann also nicht 

Beiheft zur Zeitschr. f. rom. Phil. L. 2 



i8 

Frankreich, mufs daher England sein. Da nun F"assung I und II 
sonst im allgemeinen B. aus Frankreich stammen lassen, so mufs 
diese Angabe den Redaktoren aus ihrer Quelle mit in die Feder 
geflossen sein, d. h. also, auch I mufs eine anglonormannische 
Vorlage gehabt haben. 

Fassen wir die bis jetzt gewonnenen Ergebnisse unserer 
Untersuchung zusammen, so ist festgestellt, dafs Ven. auf einen 
mündlichen Bericht der frz. Fassungen zurückgeht, dafs 
die II und lU gemeinsame Vorlage y eine Kompilation 
von a und p' darstellt. Über das Verhältnis von A zu I resp. 
ihrer Vorlagen haben wir nichts ermitteln können. Beide stellen 
einen zwar in den Hauptpunkten übereinstimmenden, in den Einzel- 
heiten aber stark voneinander abweichenden Bericht desselben Er- 
eignisses dar. Wörtliche Übereinstimmungen finden sich nirgends. 



Kapitel II und III. 
Erste Heldentaten. Bueve und Josiane. 

Inhalt. 

Kapitel II. 



A 364—650, E 515—1076. 
I. Der alte, weifsbärtige König 
Hermin kaufte B. 



3. Der König 
Tochter Josiane. 



hatte eine schöne 



4. Auf des Königs Frage nach 
seiner Herkunft antwortete B., er sei 
aus England und zwar der Sohn des 
Grafen Gui von Haumtone. 

5. Hermin schlug B. vor, Heide 
zu werden , dann werde er ihm sein 
Reich und seine Tochter geben. Als 
B. das entrüstet zurückwies, mufste 
er bei Tische aufwarten. (Nur hier.) 



I 741 — 1499. 

1. König Hermin von Hermenie 
kaufte B. 

2. Ein neidischer Schurke, der B. 
als Sohn eines Bauern hinzustellen 
suchte, wurde von B. zur Freude des 
Königs zweimal besiegt. (Nur hier.) 

3. Des Königs Tochter Josiane 
hatte dem Kampfe von ihrem Fenster 
aus zugeschaut. Sie bat ihren Vater 
um B., damit dieser ihr Pferd hüte. 
Wenn er sich bewähre, solle er sie 
später bei Tische bedienen. 



6. Dem Soibaut schwur B.'s Mutter, 
dafs sie ihren Sohn zu ihrem Ver- 
wandten, König Oudart v. Schottland, 
geschickt habe. 



IQ 



8. B. war beim Könige sehr be- 
liebt; mit 15 oder 16 Jahren war er 
der Tapferste und Stärkste am Hofe. 

9. Nur E 585 — 738: Weihnachten 
ritt B. auf Arondel in Begleitung von 
15 Sarazenen zur Schwemme (in M 
mit 60 Sarazenen auf das Feld). Von 
den Sarazenen gereizt, erbot er sich, 
mit ihnen zur Ehre Gottes zu kämpfen. 
Sie drangen auf ihn ein, B. enlrlfs 
einem Sarazenen ein Schwert und er- 
schlug alle. Schwer verwundet legte 
er sich dann zu Hause nieder. Als 
der König B.'s Tat hörte, wollte er 
ihn töten, doch erlangte Josiane, dafs 
er ihn erst verhöre. B. jedoch folgte 
nicht den zwei Boten, die Josiane zu 
ihm sandte; erst als sie selbst zu ihm 
kam, ging er mit. Der König hatte 
beim Anblick seiner Wunden Mitleid 
mit ihm und befahl Josiane, ihn zu 
pflegen. 

10. B. tötete einen wilden Eber. 
Josiane sah von einer Zinne aus zu 
und verliebte sich in ihn. Dann be- 
siegte B. mit seinem abgebrochenen 
Speere zehn ihn hinterlistig an- 
greifende Förster. (Ebenso in EM, 
in EA griff ein neidischer stiward 
mit 24 Rittern und lO Förstern B. 
an , die alle von ihm erschlagen 
wurden.) (Nur hier.) 

11. König Bradmond v, Damaskus 
kam mit einem Heere von 1 00 000 
Mann an und bat Hermin um die 
Hand seiner Tochter. Er ward ab- 
gewiesen und schwur Rache. 

12. Auf Josianes Antrag wurde B, 
zum Ritter geschlagen und mit dem 
Schwerte Murgleie und dem Pferde 
Arondel beschenkt. 

13. B. griff mit 400OO Mann Brad- 
mond an und tötete dessen Banner- 
träger Rudefoun. Die Feinde wichen. 
Bradmond selbst floh durch ein Tal 
und führte zwei Gefangene mit sich. 
B. holte ihn ein und besiegte ihn. 



7. Doon kam wieder nach Hantone. 



9. Da B. mangels einer Rüstung 
nicht an einem Turnier zwischen den 
Parteien des Philipp de Valtre und 
des Salome teilnehmen konnte, wollte 
er sich töten. Josiane hinderte ihn 
daran, hülste ihn und rüstete ihn. B. 
besiegte verschiedene Gegner und er- 
beutete mehrere Pferde. (Sehr breit 
dargestellt v. 903 — II07.) 



11. Ein Bote meldete, dafs Dane- 
mont V. Persien, dem der König seine 
Tochter verweigert hatte, mit Danebur 
V. Cordes und 30 000 Mann ankäme. 

12. Mit Erlaubnis ihres Vaters 
schlug Josiane B. zum Ritter und 
schenkte ihm ein Schwert aus dem 
Schatze Davids und das Pferd Arondel. 

13. B. griff mit Hermins Leuten 
die Feinde an, tötete Caradoc, Dane- 
monts Neffen, warf Danemont drei- 
mal vom Pferde und befreite König 
Hermin, den Braidam gefangen nehmen 
wollte. B. tötete auch Braidam und 



20 



Bradmond ergab sich ihm und wurde 
zu Hermin geführt. 



ferner noch Allein. Die Heiden flohen. 
Zum Dank machte Ilermin B. zum 
Seneschall. 



Kapitel lU. 



A 660—819, E 1077 — 1262, 



3. Hermin beauftragte Josiane, B. 
zu entwaffnen und zu bewirten. Sie 
gestand ihm ihre Liebe, wurde aber 
von ihm abgewiesen, weil er ein 
armer Ritter sei. Als B. auch ihre 
wiederholte Bitte zurückwies, fiel sie 
in Ohnmacht. Wieder zu sich ge- 
kommen, schalt sie ihn heftig. B., 
erzürnt, ging fort und quartierte sich 
bei einem Bürger ein. 

4. Josiane liefs B. durch einen 
Boten (in EA I141 Bonefas genannt) 
zu sich rufen. B. weigerte sich zu 
kommen, schenkte aber dem Boten 
ein seidenes Gewand. 

5. Darauf begab sich Josiane selbst 
zu B. und bat ihn um Verzeihung. 
Auf ihr Versprechen, sich taufen zu 
lassen, versöhnte er sich mit ihr. 

6. Die beiden von B. befreiten 
Ritter verleumdeten ihn beim Könige, 
er habe bei Josiane geschlafen. 



I 1500 — 2171. 

1. Zwei Ritter, Gouse und For^, 
die sich durch B. am Hofe zurück- 
gesetzt fühlten, beschlossen seinen 
Tod. Sie suchten einen „clerc" zu 
bestimmen, B. zu vergiften. Doch 
der „clerc" betrog sie und machte 
sich mit der ausbedungenen Belohnung 
davon. (Nur hier.) 

2. Vier Könige, Danemont, Dane- 
bur, Malquidas und Braidimont, 
landeten mit einem grofsen Heere, 
Als sie sich gelagert hatten, wurden 
sie von B. mit Hermins Heer über- 
fallen. B. tötete Malquidas, Dane- 
mont, Danebur und nahm Braidimont 
gefangen, (Nur hier.) 



6. Gouse und For6 logen dem 
Könige vor, sie hätten B. bei Josiane 
liegend gefunden. 

7. Sie erboten sich, B, auf der 
Jagd niederzustofsen. 



21 

8. Sie rieten, B. zur Strafe mit 8. Aber Hermin liefs Braidimont 
einem Briefe zum Könige Bradmond vor sich kommen, gab ihn gegen eiji 
zu schicken, damit dieser ihn zeit- Lösegeld frei und verpflichtete ihn, 
Icbens einkerkere. B., den er zu ihm senden werde, zu 

töten. B. hörte Braidimonts Ver- 
sprechen, ihn zu töten. 

9. Der König tat, wie ihm gc- 9. Bald darauf liefs der König 
raten war und liefs B. schwören, den einen Brief schreiben und beauftragte 
Brief niemand zu zeigen. B. brach B., denselben Braidimont zu bringen, 
auf, mufbte aber sein Streitrofs und Vergebens bat B. den König, einen 
sein Schwert Murgleie zurücklassen. andern Ritter zu wählen. Er er- 
kannte, dafs Hermin seinen Tod be- 
schlossen hatte. Weinend nahm er 
Abschied von Josiane, die ihn nicht 
zur Flucht zu überreden vermochte, 
Und ritt, nur mit seinem Schwerte 
bewaffnet, fort. 

II und in. 

Kapitel II. 

II 1640 — 2153; III: C 1501 — 2070, T 1475 — 2052. 

Das Auseinandergehen von II und III, das schon am Schlufs des 
ersten Kapitels begonnen hat, dauert hier fort; doch ermöglichen 
die vielen Übereinstimmungen noch eine gemeinsame Inhaltsangabe. 

Die Kaufleute segelten nach der Hafenstadt Aubefort, deren 
Herr König Hermin war, und böten ihre Waren feil. Dem B. 
hatten sie eine Kette um den Hals gelegt (nur 11 1656) und einen 
Kranz auf den Kopf gesetzt zum Zeichen, dafs er verkauft werden 
sollte (genau so in den rae. Hss. SN 517 ff.). Auf des Königs 
Frage nach seiner Herkunft antwortet B. in U, er sei aus Frank- 
reich, in III, er sei der Sohn Guis von Hantone (vgl. A 4). 

In II mufbte B. Arondel pflegen. 

In III nahm ihn Josiane in ihren Dienst; er mufste ebenfalls 
das Pferd Arondel hüten (vgl. I 3), das ihr der persische Emir 
Danebu geschenkt hatte. Die Werbung des letzteren hatte sie ab- 
gelehnt. B. und Josiane liebten sich zärtlich, ohne sich ihre Liebe 
zu gestehen. In II folgt I 6 breit ausgeführt. In III ist dies schon 
am Schlüsse des i. Kapitels berichtet, wird aber hier (C 1572 ff.) 
noch einmal kurz wiederholt. 

Darauf berichtet 11 das Turnier von I9 (vgl. auch A 9): Als 
B. ärmlich gekleidet einst im Mai Arondel zur Schwemme ritt, 
fragten ihn seine Begleiter, wie in seinem Lande ein hohes Fest 
gefeiert würde (in E geschah es Weihnachten!). Auf B.'s Antwort, 
dafs man furniere, baten sie ihn, sie darin zu unterrichten. Schilde 
und Lanzen wurden geholt, und das Spiel begann. B., von einem 
Gegner an der Schulter verletzt, stiefs ihn mit einer aus dem Stalle 
mitgebrachten Stange aus dem Sattel. Ebenso erging es sieben 



22 

andern Junkern. Josiane, die ihnen zugesehen hatte, licfs von 
]5onefoi B., der iiiZAvischon in den Stau gegangen war und Arondel 
gefüttert hatte, zu sich führen und erkundigte sich nach seiner 
Herkunft. Bonefoi mufste ihm ein Bad bereiten, und Josiane 
kleidete ihn prächtig. 

Ebenfalls nur in II folgt jetzt I 12. Sie schenkte B. König 
Daniels Schwert. 

n und ni: König Danebu von Persien, der mehrmals vergeblich 
um Josiane geworben hatte, belagerte mit 100 000 Mann Aubefort. 
(In III war auch Danemont bei ihm; vgl. I, 11.) In der Schilderung 
des Kampfes weichen II und m erheblich voneinander ab. 

In II tötete B. einen Emir und Corsaut von Valfondee, be- 
freite die Verräter Gousseün und Fourre aus den Händen von 
20 Heiden, tötete darauf den Emir Danebu, nahm König Braidi- 
mont von Damaskus gefangen und schickte ihn zu Hermin (vgl. 
A 13). Die Heiden flohen. 

ni: Als B. einst während der Belagerung mit Arondel von 
der Tränke zurückkam, konnte er sich nicht enthalten, an dem 
Kampfe teilzunehmen. Er tötete Couart de Pinvelle und Butor 
(T Bitor) de Pinnelle und befreite Hermin, den Danebu vom Pferde 
gestofsen hatte und gefangen nehmen wollte. Hermin schenkte 
ihm die Freiheit (vgl. I 14). 

Wie in 11 hatte Josiane zugesehen; sie liefs B. kommen und 
gestand ihm ihre Liebe. Bonefoi mufste ihm ein Bad bereiten; 
sie kleidete ihn prächtig und schlug ihn zum Ritter (vgl. I 13). 

Am andern Morgen entbrannte der Kampf von neuem. Nun 
im wesentlichen wie in H: Josiane sah von einem Turme aus zu. 
B. tötete einen Emir, dann den König von Valfondee und Justin 
von Valfondee. Gonce und Fourre suchten B. bei dem König zu 
verdächtigen, indem sie erzählten, dafs Josiane ihn liebe. Jedoch 
der König freute sich darüber. König Danebu (T Danebrun) er- 
schlug den ersten Ratgeber Hermins, floh aber vor B. Dieser 
tötete den König Danemont und dann auch Danebu. Die Heiden 
flohen. (In C sind die Namen Danemont und Danebu ein paarmal 
verwechselt, s. v. 2035, 2037, 2060.) 

Kapitel III. 
n 2154 — 2449; III: C 2071 — 2413, T 2053 — 2383. 

A 3 ist weiter ausgeführt, so fragt Josiane ihr Kammermädchen, 
ob sie nicht auch meine, dafs B. ihrer würdig sei, was diese denn 
auch bestätigt. 

Während in II nun A 4, 5 kommen — natürlich ohne Josianes 
Versprechen, Christin zu werden, da sie ja in allen Fassungen aufser 
in A Christin ist — erfolgt in III gleich die Versöhnung, wobei sie 
dem B. wie in II ihren Handschuh als Sühne bietet. In EI verabreden 
sie, sobald es geschehen kann, heimlich zu fliehen. Der König 
macht B. zu seinem Seneschall (vgl. Fass. I, Kap. II 13, S. 19 f.). 



23 

Im folgenden stimmen II und III wieder ziemlich genau überein. 
Gousse und Fourre gingen zum Könige und Gousse log, er habe 
B. bei Josiane schlafend gefunden (vgl. I 6); sie hätten durch Ge- 
schenke sein Schweigen erkaufen wollen. Hermin beschlofs, B. mit 
einem Briefe zu Braidimont zu schicken, worin dieser beauftragt 
werde, B. zu töten (vgl. I 8). Der König gab B. den Brief und 
verbot ihm, sich von Josiane zu verabschieden und Arondel mit- 
zunehmen. In III versprach er B., ihn nach seiner Rückkehr mit 
Josiane zu verheiraten. B. bestieg in II ein Maultier, in III ein 
Pferd und ritt betrübt fort. 

Ven. 
Kapitel II (v. 409 — 763). 

Der König Arminion v. Armenia kaufte B. Nach seiner Her- 
kunft gefragt, gab sich B. für den Sohn eines Bäckers und einer 
Wäscherin aus. Der König schickte ihn in den Stall (vgl. I, II, 
111). Nach vier Jahren hörte Druxiana von B.'s Schönheit. Mit 
ihres Vaters Erlaubnis liefs sie B. bei einem grolsen Essen 
servieren. Sie verliebte sich in ihn. 

Eine Lücke von zwei Blättern in Ven. ist ausgefüllt durch das 
schon zitierte Fragment einer frk.-it. Fassung, Zeitschr. f. rom. Phil. XI, 
S. 173, V. 2i5flf. 

Nach Beendigung der Mahlzeit Hefs sie B. in ihr Zimmer 
rufen und fragte ihn nach seinen Eltern. B. gab ihr dieselbe 
Antwort wie ihrem Vater. Sie aber glaubte ihm nicht und schalt. 
B. verabschiedete sich schnell von ihr, holte Futter auf einem Pferde 
und setzte sich einen Kranz auf das Haupt. Auf dem Platze sah 
er ein Lanzenstechen, das Marcabrun von Polen mit 20000 Rittern 
abhielt. B., d'jr gern daran teilnehmen wollte, lieh sich von einem 
Knappen dessen Schild, nahm eine Stange als Lanze, — hier setzt 
Ven. wieder ein — sprengte in das Getümmel und stiefs einen 
Gegner, in Ven. noch sechs weitere, aus dem Sattel. Druxiana, 
die von einem Balkon aus dem Turnier zuschaute, freute sich sehr 
darüber (vgl. Ig). In dem Gedränge wandte sich B. auch gegen 
Marcabrun und warf ihn vom Pferde. Aus Rache beauftragte dieser 
100 Ritter, B. zu Boden zu stofsen. Doch Druxiana durchschaute 
diesen Plan und liefs das Zeichen zur Beendigung des Turniers 
geben. B. gab dem Knappen den Schild wieder, stellte die Stange 
an ihren Platz und ging mit seinem Kranze auf dem Haupte in 
den Stall. 

Druxiana begab sich ebenfalls dorthin und fand B. auf dem 
Grase ruhend. Ihre Bitte, ihr seinen Kranz zu geben, schlug er 
ab. Erst als sie drohte, ihn bei ihrem Vater anzuklagen, er habe 
ihr Gewalt antun wollen, warf er ihn ihr vor die Füfse. Auf ihren 
Befehl setzte er ihr dann den Kranz aufs Haupt, und sie küfste ihn. 

Unterdessen war vor den Toren Armenias der Sultan Sadouia 
mit seinem Sohne Lucafer von Baldras und einem Heere von 



24 

looooo Mann angekommen. Lucafer warb um Druxiana; aber 
König Arrainion verweigerte sie ihm (vgl. All und U). 

Arminion griflf die Heiden mit loooo Rittern an; er wurde 
aber von Lucafer besiegt und gefangen genommen. Dasselbe 
Schicksal erlitt Marcabrun. Lucafer tötete alle seine Gegner; selbst 
der Fahnenträger Ugolin floh. 

B. und Druxiana weilten noch immer im Stalle. B. hörte 
den Lärm und sah durch ein Fenster die Flüchtlinge. Von einem 
Burschen erfuhr er, dafs der König und Marcabrun gefangen 
worden waren. B. wollte ihnen zu Hilfe eilen, im Notfall sogar 
unbewaffnet. Druxiana gab ihm die Rüstung des Königs Gala^o, 
das Schwert Chiarenza und das Pferd Rondelo. B. waffnete sich, 
hing sich aber das Schwert um den Hals. Nach dem Grunde ge- 
fragt, sagte er, dafs in seiner Heimat nur Ritter sich mit einem 
Schwerte umgürten dürften. Von ihr gedrängt, gestand er endlich, 
dafs er der Sohn des Herzogs Gui v. Antona sei. Sie schlug ihn 
zum Ritter und küfste ihn. Der flüchtige Bannerträger Ugolin sah 
das und schalt sie. B. zerschmetterte ihm den Arm. Mit 400 Rittern 
brach B. aus der Stadt hervor und tötete Lucafer. Druxiana sah 
seine Taten und sandte ihm noch lOOOO Ritter zu Hilfe, mit 
denen B. die 20000 Mann, die Lucafer herbeigeführt hatte, nieder- 
machte. Nur ein Greis entrann und brachte dem Sultan die Un- 
glücksbotschaft. Aus Furcht flohen die Heiden. B. verfolgte sie 
und tötete noch mehr als 20000. In den Zelten wurden Arminion 
und Marcabrun befreit. B. wurde zum Dank für seine Taten vom 
Könige freigelassen (vgl. III). Darauf kehrten alle nach der Stadt 
zurück. 

Kapitel III (v. 764—865). 

Druxiana sah von einem Balkon aus Marcabrun zur Linken 
und B. zur Rechten ihres Vaters zurückkommen. Sie ging ihnen 
entgegen, erzählte ihrem Vater, dafs sie B., der der Sohn des 
Herzogs Gui v. Antona sei, zum Ritter geschlagen habe und bat ihn, 
ihr B. zum Gemahl zu geben. Der König war damit einverstanden 
(vgl. III). Aber Ugolin schlug ihm vor, er solle Druxiana lieber 
mit Marcabrun vermählen; B. könne seine (Ugolins) Schwester 
heiraten. Der König wollte es sich überlegen. Alle Ritter kehrten 
in ihre Wohnung zurück. Während B. schlief, drang Ugolin mit 
40 Rittern in dessen Kammer, um ihn zu töten; doch wagte sich 
keiner an den Schlafenden. 

Ein Greis machte darauf Ugolin folgenden Vorschlag. Er 
wolle sich für den König ausgeben, B. solle zu ihm gerufen werden, 
und er wolle ihn beauftragen, dem Sultan einen Brief zu bringen; 
denn er (d. h. der König) wünsche, sich vor seinem Tode mit 
dem Sultan zu versöhnen. In Wirklichkeit solle aber in dem Briefe 
stehen, dafs der Überbringer der Mörder des Lucafer sei; der 
Sultan möge ihn töten lassen. So wie geplant, geschah es. B. ritt 
unbewaffnet auf einem Zelter fort. 



25 

Kritik. 

Ven. 

Im 2. Kapitel wird B. wie in Ven. auch in I, II, IE am Königs- 
hofe Stallknecht. Die in Ven. ausgeführte Episode von einem 
grofsen Essen findet sich sonst nirgends; wohl aber ist auch in 
den frz. Fassungen angedeutet, dafs B. bei Tisch aufwarten soll. 

A 408 tu me serveras le jour de ma coupe a manger. 

I 874 f. Quant une pieche ares chi sejorne 

A ma grant table servirois du clare. 

Das hier nur Angedeutete ist entweder von einem vortragenden 
Spielmann oder dem Verfasser von Ven. breit ausgesponnen. 

Die Episode, dafs B. Futter auf dem Schlachtrofs holt, er- 
innert lebhaft an 1 906 f. 

t 
Et Bueves ot Arondel abevre 
De l'erbe freske l'avoit trestout tors6, 

Zeitschr. f. rom. Phil. XI S. 175, v. 251 f. 

Bovo vient a l'elba, la comen9a a falder; 
E un gran faldo Bovo mist su 11 destrier. 

Der Bericht von Ven. über das nun folgende Turnier stimmt 
in vielen Punkten zu I und III und besonders zu IL 

In allen vier Fassungen reitet B. auf Arondel fort, um das 
Pferd zu tränken (I, II, III) oder um Futter zu holen (I, Ven.). In 
I und Ven. sieht er nun ein Turnier und wünscht, daran teil- 
zunehmen; in II wird dasselbe von den Junkern untereinander 
veranstaltet. In II und Ven. besiegt B. seine Gegner mit einer 
Stange, wie in Ven. ist er auch in II ohne Panzer; denn nach U 
i8oy rifs ein Gegner durch einen Stofs ein Loch in B.'s Pelz. 

In allen Fassungen sieht Josiane zu. Wie in II und III, be- 
gibt sich auch in Ven. B. nach Beendigung des Turniers in den 
Stall zurück. 

Wie man sieht, hat Ven. zwei auffallende Züge (B. ohne 
Rüstung, statt einer Lanze eine Stange) mit II gemeinsam. Macht 
schon in II B, in seiner ärmlichen Kleidung und mit einer Siange 
als Waffe einen etwas komischen Eindruck, so noch mehr in Ven., 
wo er aufserdem noch einen Kranz auf dem Kopfe hat. 

Denselben burlesken Charakter trägt auch die Szene im Stall. 
Der Dichter von Ven. verwendet hier v. 527 — 2g dasselbe Motiv 
von der Vergewaltigung, das er schon v. 33 — 35 in Bezug auf 
Blondoia gebraucht hatte und zwar fast wörtlich. 

Diese Episode und die Ankunft des Lucafer mit der sich 
daran schliefsenden Schlacht sind in Ven. ganz unwahrscheinlich 
dargestellt. Man beachte nur, was alles geschieht, während 
Druxiana bei B. im Stalle ist. Lucafer kommt an, wirbt um 



26 

Druxiana, wird abgewiesen, die Schlacht beginnt, Arminion und 
INIarcabrun werden gefangen, ihre Truppen fliehen, und jetzt erst 
bemerkt B., dafs draufsen etwas vorgeht! Das zu glauben, ist 
doch etwas zuviel verlangt. 

Ven. 552: Deniro Vun oglo e Valtro uti pic jtiesura erinnert an 
A 1749: C7ilre sc deus oyls un pe ont de graul (vom Riesen Escopart), 
ohne dafs jedoch wohl irgend welche direkte Beeinflussung an- 
zunehmen wäre. 

Wie in A wird in Ven. die Werbung des Heiden ausführlich 
berichtet, in I, 11, III wird nur gesagt, dafs dt;rsclbe schon mehr- 
mals um Druxiana geworben hatte. 

Der Verlauf des Kampfes selbst stimmt in Ven. mehr zu I 
und III, nur dafs in Ven. aufser Arminion auch noch IMarcabrun 
gefangen genommen wird. Die Befreiung erfolgt in I und III 
sofort, in Ven. erst nach der Besiegung der Heiden. 

Die Freilassung B.'s erscheint aufser in Ven. nur in I und III. 

Wie im i. Kapitel schliefst sich also auch hier Ven. keiner 
bestimmten Fassung an, zeigt, aber mehrere Übereinstimmungen 
mit den fest!, frz. Fassungen. 

Das ganze III. Kapitel weicht in Ven. von A, I, 11, III völlig 
ab. Gemeinsam hat Ven. mit III nur die Begünstigung des Liebes- 
verhältnisses zwischen B. und Josiane durch den König; in III 
geschieht dies aber lediglich , um B. zu täuschen. Eine Episode 
in Ven. ist ähnlich der in I i erzählten. In beiden handelt es 
sich um den Versuch eines Neiders, B. umzubringen. In I soll 
ihn ein „clerc" vergiften, in Ven. dringt Ugolin mit 40 gedungenen 
Mördern in B.'s Kammer, um den Schlafenden zu töten. Doch 
hat keiner den Mut, B. zu durchbohren. Diese Szene, sowie die 
Fortsendung B.'s durch einen Greis, der sich für den König aus- 
gibt, ist höchst unwahrscheinlich. Das Ganze ist offenbar jüngere 
Entstellung. 

II und III. 
Fassung II und z. T. auch III berichten zwei Episoden, 1 die 
sich aufserdera nur noch in E, nicht aber in A finden. Es sind 
folgende: 

1. B. trägt eine Kette um den Hals (E und II) und einen 
Kranz auf dem Kopfe (E, II und III) zum Zeichen, dafs er ver- 
kauft werden soll. 

2. Die Schilderung des Turniers in II lyyöff. erinnert sowohl 
an das Turnier in I 903 ff., wie an B.'s Kampf mit den Sarazenen 
in E 585—738- 

Der Schauplatz der Szene ist in E und II an der Tränke 
(in I und III nur am Anfang); s. auch die Kriiik zu Ven. Kapitel II 
S. 25. 



1 Auf den ersten Punkt hat schon Boje 1. c. S. 24 aufmerksam gemacht. 



27 

Der Anfang in II und III zeigt starke Anklänge an I. 

II 1776 f. Ce fu en may, que li tans renouvele, 

Flourissent pre et que rose est novele etc. 

T 1619 f. Che fu en may, que cante l'arondelle, 
Li lorseignols chante et si fretelle etc. 

I 903 f. Che fu en mai, que on dist en este, 
Que li oisel cantent der et söef etc. 

Es ist nicht anzunehmen, dafs beide Verfasser (von I und y) 
selbständig auf den Gedanken gekommen wären, dieser Episode eine 
solche lyrische Einleitung zu geben. Einer mu(s sie von dem andern 
entlehnt haben, dann kann aber schon wegen der Abfassungszeit 
beider Versionen nur I die Quelle sein, für die ja solche lyrische 
Ergüsse besonders charakteristisch sind (vgl. Stimmings Einleitung 
zu I S. LlXf.). Sofort weicht aber nun II von I und III ab. Wie 
in E beginnen in II B.'s Begleiter mit B, eine Unterhaltung. In 
E fragen sie ihn nach dem Wochentage und teilen ihm, da er es 
nicht weifs, mit, dafs die Christen jetzt das Weihnachtsfest feierten. 
B. erzählt, dafs er an diesem Festtage in seiner Heimat manches 
Turnier gesehen habe und erbietet sich, zur Ehre Gottes mit ihnen 
zu kämpfen. 

In II fragen seine Begleiter, wie in B.'s Heimat ein hohes 
Fest gefeiert werde. Als B. erzählt, dafs dann die EdeÜeute 
turnierten, veranstalten sie ein Kampfspiel. Die Ähnlichkeit beider 
Versionen springt in die Augen. 

Während nun aber in E B. im Verlaufe des Kampfes alle 
erschlägt und selbst schwer verwundet wird, trägt er in II nur eine 
kleine Wunde davon, und von seinen Gegnern wird keiner ge- 
tötet. In II wie auch in I sieht Josiane dem Turnier zu, nicht 
aber in E. In I ist ihr Zuschauen völlig motiviert; denn hier war 
das Turnier vorher angesagt worden, und Josiane rüstete B. zu 
dem Kampfe aus. In II aber ist das Turnier improvisiert; es ist 
darum nicht wahrscheinlich, dafs nach v. 1818/9 Damen und auch 
Josiane demselben zuschauen. Dies erklärt sich jedoch aus dem 
Bestreben von 11, E (d. h. a) und y zu kombinieren. Es erhebt 
sich nun die weitere Frage, welche Darstellung die ursprünglichere 
ist, 11 oder E. An und für sich liegen ja drei Möglichkeiten vor: 

1. E hat aus II geschöpft. 

2. II hat aus E geschöpft. 

3. II und E gehen auf eine gemeinsame Quelle zurück. 

Die erste Annahme ist offenbar abzulehnen, da ia in II die 
Darstellung von E mit I resp. y verschmolzen ist. 

Annahme 2 und 3 erscheinen gleich gut möglich. Wir werden 
uns jedoch, da II trotz seinem Bestreben, den Schauplatz nach 
Frankreich zu verlegen, doch ab und zu England als Heimat B.'s er- 
wähnt, für die 2. entscheiden, also für II aufser y noch eine agn. 



28 

Vorlage annehmen müssen, die nalürlich nicht mit E identisch zu sein 
braucht. Gegen die Annahme, dafs von dem agn. Verfasser eine 
höfische Turnierschilderung in eine derbe Kampfschilderung ver- 
wandelt sei — was im übrigen dem Anglonorraannen wohl zuzu- 
trauen wäre — sprechen verschiedene Einzelheiten in II, die sich nur 
als Reminiszenzen aus E erklären lassen. So trägt B. während des 
Turniers nur einen Pelz, und als Lanze benutzt er merkwürdigerweise 
eine Stange, die er sich aus dem Stalle mitgebracht hatte (II 1813), 
trotzdem doch Schilde und Lanzen herbeigeholt worden waren 
(11 1805). Das können nur Reste aus der Beschreibung eines 
Kampfes sein, nicht aber eines Turniers, wie es I schildert. 

Auch sonst läfst sich die Verschmelzung von A und I noch in 
II und III und somit für y konstatieren. II folgt zwar mehr A, hat 
aber aus I Nr. 6 die Episode mit Soibaut herübergenommen. Der 
Charakter der Kompilation tritt hier noch schärfer bei III her\-or. 
Trotzdem III den Inhalt von I 6 schon vorher (s. Kapitel I S. 11) 
erzählt hat, wird er an der betreffenden Stelle, wo er in I steht, noch 
einmal kurz wiederholt. Für die Entlehnung sind ferner besonders 
Übereinstimmungen von Namen beweisend. Während in A nur 
von einem Könige namens Brad(e)mond die Rede ist, erscheinen 
in I aufserdem Danemont und Danebu; beide kehren in III wieder, 
in II nur der letztere. Auch die Namen der Verräter Gonce und 
Fourre stimmen in I, II, III überein., 

Auffällig ist noch die Schilderung der beiden Kämpfe in 
Fassung III. Der zweite Kampf (T 1844 ff., C 1870 ff".) hat grofse 
Ähnlichkeit mit dem Kampfe in II 1947 ff. In beiden besteigt 
Josiane einen Turm und sieht zu. B. durchbohrt zunächst einen 
Emir (in beiden ohne Namen), der mit einer Streitaxt bewaffnet 
war. B. klagt, dafs er allein in diesem fremden Lande sei, reitet 
dann auf den König v. Valfondee los und tötet ihn etc. Diese 
Schilderung mufs also schon der II und III gemeinsamen Quelle 
y angehört haben. 

Der erste Kampf in III (T I583ff., C i6i3ff.) und andere 
kleine Züge sind von dem Redaktor von III eingeführt worden 
und zwar aus Fassung I. In beiden (I und III) wird Hermin von 
B. befreit, in beiden sind aus dem einen Kampfe von A und 11 
deren zwei gemacht, und B. tötet aufser Danebu auch Danemont. 
Wie II also aufser y eine nach a liegende agn. Vorlage — nennen 
wir sie a' — benutzt haben mufs, so III aufser y eine nach p' 
liegende Vorstufe von I. 

Im 3. Kapitel gehen II und III, wie die Inhaltsangabe zeigt, 
wieder enger zusammen, ohne dafs jedoch direkt mehrere Verse 
hintereinander übereinstimmen. Beide Fassungen haben aber im 
ganzen bei gleichem Inhalt auch gleichen Assonanzvokal. C nähert 
sich jedoch schon dem Reim. So bildet U Laisse 53 auf -U in 
C 2 Laissen, eine, Laisse 67, auf -ic (mit alleiniger ^Ausnahme von 
Chevaliers) und eine, Laisse 68, auf -ier. Für die folgende Laisse 54 



29 

auf [<f] in II finden sich in III tbenfalls 2 Laissen: C 6g auf -ent 
und 70 auf [<?]. Es folgt in beiden Fassungen eine Laisse auf 
-/ (II 55, C 71), dann eine auf -ii in II (56) und auf -ier in III 
(C 72) etc. 

Das mag genügen, um die aufgestellte Behauptung, dafs II 
und III auf eine gemeinsame Vorlage zurückgehen, zu beweisen. 
Dafs diese Vorlage schon A und I (d. h. a und p') kombiniert 
hatte, lehrt die Inhaltsangabe, die erkennen läfst, dafs A 3 und 
I 6 den Fassungen II und III gemeinsam sind, also schon in ihrer 
Vorlage gestanden haben müssen. 

Auch hier tritt wieder die nähere Verwandtschaft zwischen 
A und II hervor; die Übereinstimmung erstreckt sich hier sogar 
auf den Assonanzvokal. Der Inhalt von A 4, 5 und 6 steht in II 
in einer langen ,?-Laisse (II Laisse 57), in A ist diese in Laissen 
auf -e und auf -er, die miteinander abwechseln, aufgelöst, siehe A 
Laisse 84 — 8g. Einmal stimmt auch hier E genauer als A mit II 
überein, insofern der in A unbenannte Bote in E und II Boniface 
heifst. Ein schlagender Beweis für die Benutzung von a'. 

Die Art, wie II a' mit seiner Vorlage kombiniert hat, zeigt sich 
hier wieder deutlich in der Rolle der beiden Verräter. In I und 
III heifsen diese Gouse und Foure, sie verleumden B. aus Neid. 
(Sie bilden offenbar eine Parallele zu Hate und Fromont [siehe 
Kapitel I, Fassung I S. 18] und zu Rohart und Amaurri [siehe 
Kapitel XIV S. 84]). In A sind sie unbenannt und identisch mit den 
beiden Rittern, die B. im Kampfe befreit hat. In II v. 2024 
heifsen letztere Gousselin und Fourre. Jedoch ist zu beachten, 
dafs nachher v. 2331 der erstere in Übereinstimmung mit I und III 
Gousse heifst. Dort wird ausdrücklich noch einmal hinzugefügt, 
dafs es die beiden Ritter seien, die B. früher befreit hatte. (In A 
führen sie später v. 3089 auch plötzlich die Namen Gocelyn und 
Füre. Ich komme später darauf zurück.). II hat also die ihm von I 
bezw. seiner Vorlage y gelieferten Namen einfach auf die ur- 
sprünglich unbenannten Ritter von A übertragen. 

I. 

Nur in Fassung I erscheint im 2. Kapitel I 2, die Besiegung 
einers Neiders durch B. Wir haben also diese Episode auf das 
Konto eines spätem Bearbeiters zu setzen; ebenso verhält es sich 
mit den breit ausgesponnenen Kampfschilderungen und ständig 
wiederkehrenden Berichten über die Erbeutung von Pferden be- 
siegter Gegner. 

Auffällig ist die Angabe der Herzogin, sie habe B. zu ihrem 
Oheim, dem Könige Oudart v. Schottland, geschickt (s. S. 18). 
Das scheint ebenfalls eine Reminiszenz an die agn. Vorlage zu 
sein; denn in A ist B.'s Mutter ja die Tochter des Königs von 
Schottland. 

Im 3. Kapitel ist der Vergiftungsversuch (I i) ausschliefsliches 
Eigentum von I, mufs also auch von einem spätem Bearbeiter ein- 



geschoben sein, desgleichen auch der neue Angriff der vier Könige. 
Wahrscheinlich sind an der Ausgestaltung dieser Episode mindestens 
zwei Redaktoren beteiligt gcwesL-n. Das lehrt der Vergleich mit 
Fassung III, die daraus die Namen Danemont und Danebu, nicht 
aber den Namen des vierten Königs, Malquidas, entlehnt hat. Da 
nun nicht ersichtlich ist, weshalb III diesen Namen hätte auslassen 
sollen, so wird er erst bei einer der Zeit der Entlehnung folgenden 
Umarbeitung in I hineingelangt sein. 

In der Darstellung des Verrats von Gouse und Foure und 
der Fortsendung B.'s weicht I von allen andern Darstellungen ab. 
Sehr unwahrscheinlich ist die Szene, dafs B. selbst hört, was 
Braidiraont zu tun gedenkt, falls B. ihm in die Hände fallen 
sollte. Der Redaktor von I hat hier den Charakter B.'s gänzlich 
geändert. Er hat aus ihm einen gottergebenen, rührseligen Dulder 
gemacht, der, den Tod vor Augen, im Vertrauen auf Gottes Hilfe 
den Befehl seines Herrn ausführt. 

A. 

Im 2. Kapitel erscheinen nur in A die Episoden von der Er- 
legung des wilden Ebers und von der Besiegung der zehn Förster. 
Wie in den übrigen Fassungen Josiane den Kämpfen resp. dem 
Turnier zuschaut, so beobachtet sie hier B.'s Kampf mit den 
Förstern. Das ist sehr unglaubwürdig. Da nun diese Szenen sich 
in keiner andern Fassung finden, so ist anzunehmen, dafs sie von 
einem agn, Bearbeiter erst später eingefügt sind. 

Zu beachten ist auch, dafs nur in A Hermin Heide ist; in 
sämtlichen andern Fassungen ist er Christ, wenn dieses auch nicht 
besonders betont wird. 

Wie schon oben (S. 29) hervorgehoben, stimmt im 3. Kapitel 
A fast ganz zu II. Doch hat A hin und wieder einen realistischen 
Zug, der sich in II nicht findet. Beide berichten z. B. überein- 
stimmend, dafs B. sich von Josiane fort in ein bürgerliches Quartier 
begibt und sich zu Bett legt. 

A 720 Dedenz un lit s'en est il tost coche. 
II 2272 Dedens son lit est couchies moult ires. 

Nicht aber findet sich in II etwas den Versen A 753/4 Ent- 
sprechendes: 

Boefs le vist vener si coraen^a a ruffler 
semblaunt fet de dormer, ne vout a 11 parier. 

Die Untersuchung des 2. und 3. Kapitels hat also die Resultate 
des I. bestätigt und ferner ergeben, dafs III in y eine nach p' 
liegende Vorlage von I, und dafs II in y eine nach « 
liegende Vorlage von A (= a') hineingearbeitet hat. 



31 



Kapitel IV und V. 
Die Botschaft an Bradmoud. Josianes Verheiratung. 



Inhalt. 

Kapitel IV. 



A 8:0 — 970, E 1263 — 1432. 



2. Nur in E: Saber schickte seinen 
Sohn Teri (und zwar nach Hs. C im 
Pilgergewande) aus, um B. zu suchen. 

3. B. ritt drei Tage, ohne einen 
Menschen zu sehen. 



4. Am vierten Tage (in E nach 
zwei Tagen, an denen er nichts ge- 
gessen hatte) traf B. unter einem 
Baume einen Pilger beim Essen, der 
ihn einlud mitzuspeisen. Auf B.'s 
Frage erzählte er, er sei der Sohn 
Sabots aus Hantone in England (nicht 
in E A, wohl aber in E M), er suche 
ein Kind Bueve. B. sagte, das sei 
aufgehängt (ebenso in E A; in E M 
sagte er, er kenne B. ganz genau, 
habe aber keine Zeit, mit ihm zu dem 
Knaben zu gehen, da er eine Bot- 
schaft zu bestellen habe). 

5. Das Anerbieten des Pilgers, ihm 
den Brief vorzulesen, lehnte er ab. 

6. Nur in E : Teri kehrte nach 
England zurück. 

7. B. ritt in Damaskus ein, drang 
in einen Tempel und erschlug mit 
einem Götzenbilde des Mahomet einen 
Priester. Als das Bradmond erzählt 
wurde, erkannte er an der Tat B. 
(fehlt in E A, steht aber in EM). 
(Nur hier.) 

8. B. überreichte den Brief Brad- 
mond und befahl ihm bei Todesstrafe, 
ihn zu lesen. Bradmond tat es und 



I 2172 — 2718. 
I. Die um B. klagende Josiane 
wurde von ihrem Vater mifshandelt. 
Er erklärte, er wolle sie mit Yvorin 
verheiraten. (Nur hier.) 



3. B. verirrte sich auf seinem Wege 
nach Damaskus, nährte sich zwei Tage 
nur von Früchten des Waldes, bat 
Gott um Schutz vor den wilden Tieren, 
tötete einen gewaltigen Bären und 
übernachtete in einer Höhle. 

4. B., der seit mehr als drei Tagen 
nichts gegessen hatte, wurde von 
einem Pilger eingeladen, an seiner 
Mahlzeit teilzunehmen. 



7. B. ritt in Damaskus ein. 



8. B. gab den Brief Bradmond. 
Dieser las ihn und erklärte ihm, er 
müsse sterben. B. aber tötete mit 



32 



liefs B. fesseln. Aus Gnade wollle 
er ihn nicht töten, sondefrn nur in ein 
30 Klafter tiefes Gelängnis werfen 
lassen, täglich sollte er nur ein viertel 
Gerstenhrot als Nahrung erhallen. 

(In E setzte sich B. erst zur Wehr, 
wurde aber bald überwalligt.) 

9. B. durfte noch einmal mit dem 
Könige speisen. (Fehlt in E A.) 

10. Dann wurde er gefesselt und ins Gelängnis hinabgeworfen 
dort gefundenen Knüttel erschlug er die Schlangen. 



dem ihm von Josiane geschenkten 
Schwerte viele Heiden, verwundete 
Bradmond, ergab sich aber schliefs- 
lich der Übermacht auf die Bedingung, 
dafs er nur gefangen gesetzt würde. 



Mit einem 



Zwei Ritter bewachten ihn. 



Vier Wächter gaben ihm täglich 
schlechtes Gerstenbrot. Das Wasser 
im Kerker heilte seine Wunden. Vor 
Sehnsucht nach Josiane konnte er 
nicht schlafen. Er jammerte und 
betete. 



11. Er gelobte, falls er entschlüpfe, 
sich an Hermin zu rächen. 

12. Eines Nachts bifs ihn eine 
Schlange in die Stirn; er erschlug sie 
mit seinem Stabe. 



Kapitel V. 



1 2719-2853. 

I. Josiane klagte um B. 



A 971 — 1034, E 1433— 1574. 

1. König Hermin sagte seiner 
Tochter, B. sei nach England ge- 
gangen, um den Tod seines Vaters 
zu rächen. Sie klagte und machte B. 
Vorwürfe, dafs er ihr seine Abreise 
nicht mitgeteilt habe. 

2. Yvorin v. Monbranc warb um Josiane, und Hermin sagte sie ihm zu. 



3. Josiane war darüber sehr traurig. 



4. Sie machte sich einen seidenen 
Zaubergürtel, so dafs Yvorin sie nicht 
berühren konnte, und zog mit ihm 
nach Monbranc. 

5. B.'s Pferd Arondel, das sich nur 
von Josiane anfassen liefs, nahm sie 
mit. 

6. Yvorin, der es besteigen wollte, 
erhielt von Arondel einen Schlag mit 
den Hufen vor die Brust, dafs er 
zu Boden fiel. 



3. Josiane war verzweifelt; sie bat 
ihren Vater, ihr B. zum Gemahl zu 
geben. Hermin antwortete, den habe 
Braidimont getötet. 

4. Yvorin führte sie nach seiner 
Heimat; aber sie hielt ihn durch 
Zaubermittel von ihrem Körper fern. 



33 

7- In einer Nacht erschien B. ein 
Engel und verkündigte ihm, Josiane 
habe so lange für ihn gebetet, dafs 
er (der Engel) seine Fesseln zerbrochen 
habe. 

II und m. 

Kapitel IV. 

II 2448 — 2646; 111: C 2414 — 2591, T 2384—2537. 

Auch hier finden sich in Bezug auf den Inhalt nur wenige 
Abweichungen zwischen II und TU, ja T 2405 — 2434 stimmt wört- 
lich mit n 2467 — 249g überein. 

Nur in II: B. irrte zwei Tage umher ohne zu essen (vgl. A 4 E). 

II und III: Unter einer Fichte traf er einen Pilger, der ihn 
zum Essen einlud. B. erzählte ihm seine Geschichte und den Auf- 
trag, den er erhalten hatte, weigerte sich aber, ihm den Brief zu 
zeigen. Der Pilger segnete ihn. B. legte sich unter der Fichte 
nieder zu schlafen und hatte einen ihn beängstigenden Traum. 
Dann ritt er nach Damaskus und übergab den Brief Braidimont. 
Dieser teilte ihm mit, dafs er ihn auf Hermins Befehl töten solle. 

Nur in II: B.'s Bitte, ihn freizulassen, lehnte er ab. 

Nur ni erzählt A 9: Der König liefs B. noch einmal Speise 
vorsetzen; denn dies war bei Verurteilten damals Sitte. 

11 und 111: Dann wurde er gefesselt und in den Kerker hinab- 
gelassen. Die ihn angreifenden Schlangen tötete er. 

Nur II: Mitten durch den Kerker flofs Wasser, dafs ihm bis 
ans Knie reichte, und das er auch trinken mufste. 

n und III: Täglich erhielt er ein viertel Gerstenbrot. 

Nur II: Sieben Jahre mufste er im Gefängnis bleiben; zuletzt 
waren seine Kleider ganz verfault. 

Kapitel V. 
n 2647— 2753; III: C 2592 — 2683, T 2538 — 2622. 

Josiane hatte einen sie beunruhigenden Traum und erzählte 
ihn ihrem Kämmerling Bonefoi. Ihr Vater erschien mit den beiden 
Verrätern Gouce und Foure bei ihr und erkundigte sich, ob B. 
Arondel und sein Schwert mitgenommen habe. Josiane ahnte, dafs 
B. verraten sei, und jammerte darüber, dafs ihr zur Erinnerung an 
B. nur seine Handschuhe gebHeben waren. 

Hermin gab seine Tochter dem mächtigen Könige Yvorin von 
Monbranc zur Gemahlin. 

Nur 11: Sie nahm Arondel und B.'s Waffen mit. 

II und lU: Durch Zauberei (in III durch ein Kraut, das sie 
von einem Pilger erhalten hatte,) schützte sie sich vor Yvorins 
Berührung. 

Nur 11: Am INIorgen schaute sie nach dem süfsen Frankreich 
und beweinte B. 

Beiheft zur Zeitschr. f. rom. Phil. L. -j 



34 

Vcn. 
Kapitel IV (v. 866 — 1048). 

B. machte sich auf den Weg, nährte sich drei Tage nur von 
Wurzeln und Kräutern (vgl. I, Kap. IV 3, 4), sah dann unter einem 
Ölbaum einen Pilger bei der Mahlzeit sitzen und bat ihn, teilnehmen 
zu dürfen. Der Pilger gab ihm vergifieten Wein zu Irinken, der 
B. so einschläferte, dafs er fünf Tage hintereinander schh'ef. Der 
Pilger nahm B.'s Schwert, setzte sich auf dessen Pferd und ritt 
fort; sein Maultier liefs er zurück. 

Als B. aufwachte, bemerkte er, dafs der Pilger ihn bestohlen 
hatte. Da das Maultier ihn nicht tragen konnte, mufste er zu 
Fufs nach Sadonia gehen. Dort angelangt, wünschte er dem seinen 
Sohn betrauernden Sultan Mohameds Segen. Dann überreichte er 
seinen Brief. Der Sultan las ihn und befahl, B. zu greifen. B. 
setzte sich zur Wehr, wurde aber bald überwältigt (vgl. I 8, A 8 E). 
Der Sulian befahl, ihn aufzuhängen. Da kam seine Tochter Malgaria 
zu ihm mid bat ihn, ihr B,, falls dieser an Macon glauben wolle, 
zum Gemahl zu geben. B. wurde zurückgeholt, weigerte sich aber, 
Gott zu verleugnen. Der Sultan wollte ihn jetzt hängen lassen; 
aber auf Malgarias Bitte liefs er ihn ins Gefängnis werfen, um ihn 
mürbe zu machen. Nachdem B. fünf Tage im Gefängnis geschmachtet 
hatte, brachte ihm Malgaria Speise und wiederholte ihr Anerbieten. 
Auch jetzt lehnte B. ab, er wolle keine andere Frau als Druxiana 
heiraten. Malgaria war zwar sehr erzürnt, beschlofs aber doch, B.'s 
Weigerung ihrem Vater nicht zu sagen, damit B. nicht getötet 
werde. B. safs ein Jahr und drei Monate gefangen. 

Kapitel V fehlt in Ven. 

Kritik. 

Ven. 

Wie im vorigen Kapitel, so weicht auch hier Ven. von allen 
anderen Fassungen stark ab. Die Pilgerszene ist völlig umgestaltet. 
Der Kern derselben scheint in 11 und III zu liegen. Dort geht 
der Pilger fort, und B. schläft ein. Ven. spinnt dies romantisch 
aus. B. schläft ein, weil ihm der Pilger einen Schlaftrunk gegeben 
hat. Der Pilger bestiehlt ihn und läfst ihm sein Maultier. 

Auffallend ist, dafs ein paar kleine Züge von Ven. nur zu E 
stimmen. So erinnert der Segenswunsch B.'s Ven. 922 f. 

Macometo, ch'e vostro signor prinzipal 
Salve et guarde pi^oli et grandi de sta chk 

Mahoun, j^at is god ]'in, 
Teruagant & Apolin, 
]>e blessi and dijte 
Be alle here migte. 



an E i379flF. 



35 

Dieses diplomatische Verhalten B.'s pafst durchaus nicht zu dem 
unverzagten B., wie er uns sonst in E und A erscheint. Ebenso 
findet sich nur in Ven. und E ein kurzer Widerstand B.'s. 

Anderes in Ven. erinnert wieder an Fassung I. Aufser der 
schon in der Inhaltsangabe von Ven. angeführten Stelle (B. nährt 
sich von Wurzeln, S. 34), die jedoch als formelhaft aufzufassen ist, 
da die betreffenden Verse 867 — 6g fast wörtlich schon 350 — 353 
vorkommen, noch Ven. 944: 

Chi qua te manda no te ama d'un dinar. 
Der Vers ist ähnlich I 2443 f.: 

„Vassais", fait 11, „gaires ne vous ama 
Li rois Hermins, qui chi vous envoia"* 

Die Malgaria- Episode ist, wie Brockstedt, Floovent- Studien, 
Kiel 1907, S. 18, und L. Jordan 1. c. S. 57 f. überzeugend nach- 
gewiesen haben, dem Epos Floovant entnommen.! 

II und m. 

Auch im 4. Kapitel ist die Übereinstimmung zwischen II und 
E zuweilen gröfser als zwischen II und A. So hat nach II und E 
B. seit zwei Tagen nichts gegessen, als er den Pilger trifft. A be- 
richtet nichts davon. Als B. zu Braidimont kommt, grüfst er ihn 
in II und E A folgendermafsen : 

EA 1373 f. God, jjat made ]7is world al ronde 
|>e saue, sire king Brademond. 

II 2530 ff. Cil damedieus qui en la crois fu mis, 
Qui mer et monde fourma et benei, 
II saut et gart cest amiral gentil. 

Boje S. 24, Nr. 2 macht noch auf eine andere Stelle in E auf- 
merksam, die genauer als A zu II passen soll. Es sind dies die 
Verse 53 — 55 der me. Hs. C, Kölbing S. 74. 

When he come there he should be, 
He stode yn watur to the kne, 
The watur ranne thorow nyjt e day. 

II 2602 ff. La jus au fons avoit un grant vivier, 

Une iaue grant qui essiavoit d'un biet, 
Parmi la chartre en couroit li giaviers, 
Jusc'as genous avient au Chevalier. 

Doch ist zu beachten, dafs sich dieser mit 11 übereinstimmende 
Vers nur in einer me. Hs. (nicht in drei, wie Boje schreibt,) findet. 



1 Matzkes Einwand (Modern Philology Vol. X, No. i, S. 25, 44) halte 
ich für unbegründet. 



36 

die hier von allen andern alnveicht. Da nun auch iiach Fassung I 
durch den Kerker Wasser flofs, so ist es recht gut möglich, dafs 
diese Übereinstimmung nur eine zufällige ist. Für eine wörtliche 
Entlehnung beweisender ist der auch schon von Boje S. 24, Nr. 2 
zitierte Vers 

A 952 Si il veut de le ewe si prenge a son pe. 
Er findet sich fast genau so nur noch in II: 

V, 2637 Et s'il velt boivre, l'eue prenge a ses piez. 

Auf Grund dieser Stelle und einer andern (s. Kap. XX) ver- 
mutet Boje (S. 94), dafs A eine gekürzte I-^assung sei, dafs also 
ihre Vorlage ausführlicher gewesen sei. Boje argumentiert so: „Der 
Sinn dieses Verses ist in afBH (== A) m. E. dunkel; man versteht 
nicht, was das für ein Wasser zu Füfsen des Helden sein könne. 
In ft'BH (= festl. B.) aber ist der Vers klar, denn es heifst vorher 
43 r 15 (der Wiener Hs): auf dem Boden des Kerkers stand 
eine grofse Lache, dafs das Wasser dem Helden bis an die Knie 
reichte. Darum also möchte ich afBH für eine gekürzte Fassung 
halten." 

Dagegen ist folgendes einzuwenden: 

1. In A finden sich mehrere Unklarheiten, die durch die fort- 
gesetzten Bearbeitungen hineingekommen sind. Aus einer Unklar- 
heit kann man nicht auf eine beabsichtigte Kürzung schliefsen. 

2. Der unverständliche Vers 952 fehlt in der Hs. D (einer der 
beiden Hss., die A überliefern) ganz, eben weil er unverständ- 
lich war. 

3. In E, der ältesten erhaltenen Gestalt von A, ist der Sinn 
völlig klar. 

Es ist also schlechterdings unmöglich, aus dieser und ähn- 
lichen Textverderbnissen in A zu schliefsen, dafs A eine gekürzte 
Fassung sei. 

Dasselbe gilt von Bojes Bemerkungen (ib.) zu A 923, welcher 
Vers ebenfalls nicht ganz klar ist. 

Auffällig ist, dafs Fassung III, die doch sonst mehr I als A 
folgt, hier die Henkersmahlzeit in Übereinstimmung mit A hat, 
während sie in II fehlt. Doch spricht dieses Fehlen nicht gegen 
die bisher festgestellte Benutzung von A (bezw. a') durch II; denn 
in EA fehlt diese Episode auch. Dasselbe wird daher auch in der 
von 11 benutzten Vorlage von A der F'all gewesen sein. 

Im fünften wie im folgenden Kapitel haben Fassung II und III 
einen Traum gemeinsam, der sich in anderen Fassungen nicht 
findet, also schon von y hineingebracht sein mufs. Das gleiche 
gilt von dem Besuche Hermins bei seiner Tochter. Der Kern 
dieser Szene scheint in I zu liegen, worin auch Hermin seine 
Tochter besucht. Alle drei Fassungen haben dann diesen Besuch 
weiter ausgeschmückt. 



37 

Nur II berichtet in Übereinstimmung mit A, dafs Josiane 
Arondel mitnahm. 

I und A. 

Fassung I hat wieder einige besondere Züge, so die klagende 
Josiane (I i), die breite Ausmalung von R.'s Angst vor den wilden 
Tieren, sein unmännliches Jammern, seinen langen Kampf mit den 
Heiden in Damaskus und die romantische Schilderung der Liebes- 
qualen des im Kerker schmachtenden Helden. Auch diese stimmen 
zu dem schon im 3. Kapitel festgestelllen Charakter eines späteren 
Bearbeiters von I. 

In A ist der Pilger, den B. unterwegs trifit, mit Tieri identi- 
fiziert, während in allen übrigen Fassungen nur von einem un- 
bekannten Pilger die Rede ist. Die Darstellung von A ist sicher 
nicht ursprünglich. In der erzählten Weise konnte B. zu dem 
Sohne seines Erziehers nicht sprechen. Sehr zu beachten ist nun, 
dafs die beiden me. Hauptfassungen EA und EM sowohl unter 
sich, wie von A abweichen. In EA (der ältesten) gibt sich der 
Pilger (= Tieri) nicht zu erkennen, alles übrige ist wde in A. Aber 
dadurch ist die Situation auch schon ganz anders. B. konnte aus 
Vorsicht seinen Namen einem ihm unbekannten Pilger verschweigen. 
Freilich hätten dessen Schmerzäufserungen B.'s Angst verraten zu 
werden beseitigen müssen. Auch EM gibt keinen Grund an, wes- 
halb sich B. nicht zu erkennen gibt. Die Stelle ist und bleibt 
unklar. 

Auffällig ist ferner, dafs die Entsendung Tieris in keiner frz. 
Fassung erzählt vdrd. Sie taucht nur wieder auf in Ven. 1823 ff., 
wo B. von Ricardo, der ihn im Auftrage Sinibaldos sieben Jahre 
lang gesucht hat, gegen Antona angeworben wird. 

Nur in A finden sich folgende Züge: 

Im vierten Kapitel, A 7 die Zerstörung des Götzenbildes. Hier 
lehrt schon ein Vergleich mit E, wo sich diese Szene nicht in EA, 
sondern nur in EM findet, dafs sie erst von einem späteren Be- 
arbeiter eingefügt ist. 

Im fünften Kapitel, A 6 die Verwundung Yvorins durch Arondel 
ist augenscheinlich in Nachahmung der Tötung des Königssohnes 
durch Arondel (s. Kapitel XV, S. 8g f.) gebildet. 

Die obigen Ausführungen zeigen, dafs die Abweichungen der 
einzelnen Fassungen in diesen beiden Kapiteln relativ gering sind. 
Es ist freilich keine Fassung frei von Besonderheiten; doch lassen 
sich diese aus dem Charakter der betreffenden Version ohne Mühe 
erklären. 



38 



Kapitel VI. 
Rettung aus dem Kerker. 

Inhalt. 

A 1035— 1346, E 1575— 1958. I 2854—3176. 

I. Nach siebenjährigem Aufenthalt 



Gott 



Be- 



im Gefängnis bat B. 
freiung oder um Tod. 

2. Die beiden Wächter hörten es 
und beschlossen, B. zu töten. Einer 
von ihnen liefs sich hinab und schlug 
ihn zu Boden. B. sprang wieder auf 
und tötete jenen mit seinem Knüttel. 

3. Darauf lockte er den andern 
herab und erschlug ihn mit dem 
Schwerte des ersten Wächters. 

4. Auf B.'s Gebet zerbrachen seine 
Fesseln. 

5. Vor Freude sprang er 15 Fufs 
hoch und gelangte so auf einen Weg, 
der ihn mitten in die Stadt führte. 
(In E und N kletterte B. am Seil 
hoch und gelangte ins Schlofs.) 

6. In einem Zimmer sah er Licht 
brennen; er ging hinein, rüstete sich, 
bestieg einen Zelter und ritt fort. (In 
E: B. sah in einer Kammer 12 Ritter 
schlafen, die das Schlofs zu bewachen 
hatten. Er waffnete sich, ging in 
einen Stall, tötete die Pagen, bestieg 
das beste Pferd und ritt fort.) 

Dem Torwächter sagte er, er sei 
ein Ritter Bradmonds und müsse B., 
der entwichen sei, verfolgen. 



8. An einem Kreuzwege verirrte er 
sich. Gegen Mittag merkte er, dafs 
er wieder auf dem Wege nach Damas- 
kus war. Doch war er so müde, dafs 
er erst schlafen mufste. Danach kehrte 
er zum Kreuzwege zurück und schlug 
den rechten Weg ein. (In E: B. 
wollte nach Hermenie reiten, wurde 
müde, schlief, hatte einen ihn be- 
ängstigenden Traum, erwachte und 



4. B. dankte Gott und fand, dafs 
seine Fesseln zerbrochen waren. 

5. Er öffnete die Türen und ging 
in ein Zimmer. 



6. Dort fand er sein Schwert. Er 
rüstete sich, tötete dann die vier 
schlafenden Wächter, afs und trank 
und ritt aus der Stadt hinaus. 



7. Er gelobte, in das heilige Land 
zu pilgern. 



39 



schlug wieder den Weg nach Damas- 
kus ein.) 

9. Graunder, der NeiTe Bradmonds, 
von diesem zum Kerker geschickt, 
fand die Wächter tot und B. ent- 
schlüpft. 

10. Bradmond , darüber wütend, 
prügelte seinen Gott Mohamed. 

11. Dann liefs er 3COO seiner Leute 
sich rüsten und verfolgte zusammen 
mit Graunder, der ein ausgezeichnetes 
Pferd hatte, B. (In E verfolgte König 
Grander auf seinem Pferde Trinchefis 
mit sieben Rittern B.) 

12. Bradmond holte zuerst B. ein 
und zerspaltete seinen Schild. B. 
tötete ihn. (Fehlt in £.) 

13. Graunder griff B. an und wurde 
ebenfalls von B. getötet. B. setzte 
sich auf dessen Pferd und brauchte 
nun vor den übrigen keine Furcht 
mehr zu haben. 



15. B. kam an ein reifsendes Ge- 
wässer und sprengte, nachdem er Gott 
inbrünstig um Beistand gebeten hatte, 
hinein. Sein gutes Pferd trug ihn 
auch sicher hindurch. Die Heiden 
mufsten umkehren. 

16. B. bat eine Dame in einem 
Schlosse um Speise. Sie verweigerte 
sie ihm und benachrichtigte ihren 
Herrn, einen Riesen und Bruder 
Bradmonds (in E Bruder Granders). 

17. B. besiegte und tötete ihn, 
nachdem dieser ihm sein Pferd er- 
schlagen hatte. 

18. B. ging nun in das Schlofs, 
speiste tüchtig, liefs sich ein anderes 
Pferd geben und ritt fort. 



9. Die Sarazenen fanden die toten 
Wächter und meldeten dem Könige 
B.'s Flucht. 



II. Er liefs sofort seine Leute sich 
rüsten, und alle setzten B. nach. 



12. Synadoc, Braidimonts Neffe, ritt 
allen voran. B. tötete ihn. 

13. Braidimont holte B. ein und 
schmähte ihn ; er wurde aber von B. 
verwundet und sank vom Pferde, B. 
bestieg Braidimonts Pferd. 

14. Auf Braidimonts Befehl gaben 
nun die Heiden die Verfolgung auf. 

15. Nachdem B. ein Wasser passiert 
hatte, wurde er von zwei Heiden an- 
gegriffen. Er tötete beide. 



16. Vor einem Schlosse trafereine 
Dame und bat sie um Herberge. Sie 
schlug sie ihm ab aus Furcht vor 
einem Riesen, der sie gefangen hielt. 



17. B. besiegte und 
Riesen. 



tütete den 



iS. Dann ging er ins Schlofs und 
speiste, wies aber alle Anerbietungen 
der Dame ab. Am nächsten Morgen 
ritt er fort. 

19. Er begab sich nach dem heiligen 
Grabe und tötete unterwegs vier 
Räuber, die einen Pilger beraubt 
hatten. 



40 

" 2754 — 3473- 

Zunächst A i, 2. B. bat Gott und die heilige Jungfrau, ihn 
von seinen Fesseln zu befreien und gelobte eine Pilgerfahrt nach 
Jerusalem. Darauf zerbrachen seine Ketten. Er sprang in ein 
i'^enster und gelangte in den Palast, hi einem Zimmer sah er 
Sarazenen schlafen. Er ging hinein, kleidete und rüstete sich, be- 
stieg ein Streitrofs und ritt aus der Stadt (vgl. A 5, 6). Die Tor- 
wächter tötete er. 

Dann folgt ziemlich genau A 8, doch bemerkte B., dafs er 
sich verirrt hatte, erst nachdem er geschlafen . hatte (wie in E). 
A 9 folgt, aber statt Graunders schickte Braidimont seinen Rat- 
geber Pinart nach dem Kerker. Dann A lo. 

Braidimont auf seinem schnellen Pferde Alose verfolgte B. mit 
700 I\Iann. Nun folgt A 12 breiter ausgeführt. B. zog dem toten 
Braidimont die Rüstung ab und legte sie an, dann setzte er sich 
auf dessen Pferd Alose. 1000 Heiden hielten ihn für ihren König. 
Pinart ritt seinem vermeintlichen Herrn entgegen und wurde von 
B. getötet. Auf den Rat eines alten Sarazenen gaben die übrigen 
die Verfolgung auf und brachten ihren toten Herrn nach Damaskus 
zurück. 

Darauf folgt A 15. Das Wasser hiefs Noiremonde. 

B. erblickte am Fenster eines Schlosses eine Riesin und bat 
sie um Speise. Auf ihre Benaclirichtigung hin griff ein Riese 
namens Ysore, ein Verwandter Braidimonts, B. an, wurde aber von 
diesem, der von seinem Pferde abgestiegen war, damit es nicht 
beschädigt würde, überwältigt und getötet. Dann liefs sich B. von 
der Riesin bewirten, lehnte aber ihr Anerbieten, mitzugehen und 
sich taufen zu lassen, ab (vgl. A 16 — 18). 

B. ritt fort und übernachtete in einem Walde. Während er 
schlief, wollten zehn Räuber sein Pferd stehlen; aber B. erschlug 
sechs von ihnen. Sie töteten jedoch sein Pferd. Er ging nun zu 
Fufs weiter und begrub unterwegs einen ermordeten Pilger (vgl. 1 19). 

ni: C 2684 — 3570, T 2623 — 3137. 

B. bat Gott, ihn zu befreien, und gelobte eine Pilgerfahrt 
nach Jerusalem und S. Jago (vgl. A i, 4). Darauf zerbrachen seine 
Ketten; denn sie waren verrostet. Die beiden Wächter beschlossen, 
B. zu töten; aber B. erschlug sie mit seinem Stabe (vgl. A 2, 3). 
(In C betäubte er den zweiten nur). 

Hier trennt sich C von T. T stimmt im ganzen mehr mit 
II überein. 

T: B. ging in das Zimmer des Kerkermeisters, waffnete sich 
dort, ging ins Schlofs und tötete 20 Heiden. Dann bestieg er ein 
Pferd, erschlug die drei Torwächter, ritt aus Damaskus hinaus und 
schlug den Weg nach Jerusalem ein. 

C: B. ging in den Stall und fand dort ein herrliches Pferd 
Alos6, das Braidimont geschenkt erhalten hatte (vgl. II). B. bestieg 



41 

es und ritt zur Burg hinaus. Das Tor war offen; denn ein Neffe 
Braidimonts war fortgeritten, und ihn begleiteten 1 5 Wächter. Unter- 
wegs begegneten iiim diese, erkannten Alose und griffen B. an. 
B. tötete 14; nur einer entkam. 

Inzwischen war der betäubte Wächter wieder zu sich ge- 
kommen und verkündete B.'s Fhicht. Braidimont brach sofort mit 
den Seinen zur Verfolgung auf. 

Nun folgt ein von den anderen Fassungen völlig abweichendes 
Durcheinander von Kämpfen mit Heiden, Löwen und Riesen, das 
ich, da für unsere Zwecke nebensächlich, übergehe. 

T stellt im wesentlichen einen weiter ausgeschmückten Bericht 
von Ig, II, 12, 13 dar. B. gelangte an ein Wasser. Zwei 
Neffen Braidimonts, Atanas und Bruiant, griffen ihn an, wurden 
aber von B. getötet (vgl. I, 15). B.'s Pferd durchschwamm glück- 
lich das Wasser. Die Heiden kehrten um (vgl. A 15). Am Abend 
gelangte B. an den Turm des Riesen Esmere; er erblickte ein 
]\Iädchen und einen Spielmann und bat sie um Herberge. Von 
ihnen vor dem Riesen gewarnt, ritt er weiter, begegnete aber doch 
dem Riesen und tötete ihn. Er übernachtete im Walde. Am 
nächsten Morgen griffen ihn vier Räuber an und verlangten sein 
Pferd. B. erschlug sie alle (vgl. I 19). Dann traf er 15 Templer 
und 100 Ritter und liefs sich von ihnen den Weg nach Jerusalem 
zeigen. 

Ven. 1041 — 1 154. 

Eines Tages schickte der Sultan nach B. Von den 20 Wächtern 
stiegen sieben hinab und wurden von B. erschlagen. Ebenso er- 
ging es sieben andern. Dann liefs B. sich hinaufziehen und tötete 
die übrigen mit Ausnahme eines einzigen, der dem Sultan die 
Flucht B.'s meldete. Troncatin und Abrayn, zwei Brüder und 
Neffen des Sultans, verfolgten B. mit 2000 Rittern. B. tötete Abrayn, 
setzte sich auf dessen Pferd und ergriff dessen Waffen. Dann er- 
schlug er Troncatin (vgl. T). 

B. gelangte ans Meer und wurde von Kaufleuten in ihr Schiff 
aufgenommen. Von den Sarazenen bedroht, wollten jene ihn aus- 
Hefern. Als B. das sah, erschlug er einen Kaufmann; da baten 
die andern um Gnade. 

Kritik. 

Ven. 

Über die Befreiung B.'s bietet Ven. den kürzesten Bericht. 
Da von einer Fesselung B.'s vorher nicht die Rede gewesen ist, 
so ist hier auch kein Wunder nötig, um die Fesseln zu zerbrechen. 
Überhaupt tritt die in den frz. Fassungen, besonders in I, oft auf- 
dringliche Frömmigkeit des Helden in Ven. völlig zurück. 

Die beiden B. verfolgenden Nefien des Sultans, Troncatin und 
Abrayn (Ven. 1095), erinnern lebhaft an Atanas und Bruiant in 



42 

T 2915, ebenfalls zwei Neffen BraicHmonts, die das gleiche Schicksal 
haben. Auch in A und 1 wird B. von einem Neffen des Königs 
verfolgt; in A besteigt er auch dessen Pferd. 

Der Schlufs ist dann wieder stärker geändert. Während B. 
in den frz. Fassungen nur an ein mehr oder weniger breites Ge- 
wässer kommt, gelangt er in Ven. an das Meer und wird von 
Kaufleuten aufgenommen. So liefs Ven. B. schon einmal (s. Kap. I, 
S. 13) von Kaufleuten in ihr Schiff aufgenommen werden. Der 
Verfasser von Ven. hat also eine Vorliebe für das Meer und Interesse 
an Kaufleuten, was bei einem Italiener ja auch ganz erklärlich ist. 

II und III. 

n schliefst sich inhaltlich sehr eng an A an. Auch textlich 
finden sich sehr viele Berührungen, wenn auch nicht Überein- 
stimmungen ganzer Verse. Doch ist letzteres ja auch nicht gut 
möglich, da II in Zehnsilblem, A im allgemeinen in Alexandrinern 
geschrieben ist (s. Stimmings Ausgabe XXXIII). Wie grofs die 
Gleichheit einzelner Verse zuweilen ist, mögen einige Beispiele 
erläutern. 

A 1056 „Hey, deus!" dist il, „mult su enfebld; 

II 2779 „He, las!" dist il, „com or sui afeblis! 

A I140 e si couche son chef sur sun escu enter. 

II 2864 Sour son escu se coucha en l'erbier. 

A 1185 e Boefs tost ateynt a une tertre mounter. 

II 2962 Buevon coisi a un tertre avaler. 

A 1257 — 9 fert sey en le ewe trente pez mesurez; 
e ly hon destrer se est fortment pene, 
le ewe fu redde, contre val l'ad porte. 
II 3165 — 7 Fielt soi en l'iaue, le frain abandonne, 
L'iaue fu rade et moult parfont li gue, 
Plus d'une archic l'a contre val mene. 
A 1293 ,,ou jeo murrai, ou jeo averai a manger". 
11 3213 U je morrai u j'arai a disner. 

Gleich zu Anfang des Kapitels findet sich in II eine kleine 
Ungenauigkeit. II 2776 heifst es: Li uns s'avale ens el col le feri. 
Ohne dafs dann auch von einem Hinuntersteigen des andern 
Wächters die Rede gewesen wäre, heifst es v. 2798: L'autre le 
voit, seure li est couru. In HI ist von einem Hinablassen der Wächter 
gar nicht die Rede. Da nun II und III auf eine gemeinsame Vor- 
lage zurückgehen — auch hier finden sich bei gleichem resp. ähn- 
lichem Inhalt gleiche Assonanzen, vgl. z. B. II LXV = III LXXXIX 
auf /, n LXVI = III XC auf //, II LXVH = m XCI auf / usw. 
— so läfst sich der kleine Widerspruch in II so erklären, dafs in 
y nichts von einem Hinabsteigen der Wächter stand; der Bearbeiter 



43 

von II fügte nun bei dem ersten Wächter aus A hinzu, dafs er 
sich Linabliefs, folgte dann aber wieder seiner Vorlage. 

Auch kleine anschaulich ausmalende Züge von A finden sich 
in II wieder. So hält B., um die Tiefe des Wassers zu prüfen, 
seine Lanze hinein; aber das Wasser fiiefst so schnell, dafs es ihm 
dieselbe aus der Hand reifst (A 1238 — 41, 11 3138 — 42). Oder 
nachdem das Pferd hindurchgeschwommen ist, heifst es A 1264 ff.: 

Quant il en furent outre, mult fu Boefs lee, 
et si forment se escost li bon destrer prise 
ke il abaty Boefs de ly quatre pez; 
Boefs saut sus si est remounte, 
ore veyt il bien ke mult fu afam6. 

und ebenso II 3177 ff.: 

Li bons chevaus senti ses flans guees, 
Pour la grant eue ou il ot tant este 
Si fort s'eskeut li destriers sejornes 
Que son signour a a terre gete; 
Bueves le voit, grant joie en a mene, 
Isnelement est en pies releves. 
Or set il bien du cheval la bonte. 

Das Gelöbnis, nach Jerusalem zu pilgern, das II und III ge- 
meinschaftlich haben, stammt aus I. Auch die Episode mit den 
Räubern in 11 und III scheint I entnommen und in II und III 
weiter ausgesponnen zu sein. In I tötet B. vier Räuber zur Strafe 
dafür, dafs sie einen Pilger ausgeplündert haben, in T greifen vier 
Räuber B. an, um ihn zu berauben, imd in II wird B. von zehn 
Räubern angegriffen und findet nachher einen von denselben er- 
mordeten Pilger. 

Nur in I und 11 geben die Heiden die Verfolgung B.'s frei- 
willig auf, und zwar in I auf den Befehl Braidimonts, in 11 auf den 
Rat eines alten Sarazenen. Dabei tritt wieder hervor, wie geschickt 
II A und I (bezw. a' mit y) verschmolzen hat. Nach A wurde Brad- 
mond von B. getötet; das übernahm der Verfasser von II. Nim 
konnte er aber nicht mehr wie in I die Heiden auf den Befehl 
Bradmonds umkehren lassen; er half sich, indem er einen alten 
Sarazenen einfügte, der seinen Kameraden den Rat zur Umkehr gab. 

Wie schon aus der Inhaltsangabe hervorgeht, folgt T ziemlich 
genau I, ohne jedoch damit wörtlich übereinzustimmen. Sogar der 
Name von Braidimonds Neff"t'n, I Synadoc, T Synados ist über- 
nommen. 

C bietet selbständige, aber keineswegs gute Erfindung. 

I und A. 

In I tritt hier besonders die Frömmigkeit des Verfassers in den 
beständigen Gebeten B.'s um Gottes Beistand hervor (s. I 2935, 
2953> 3084). 



44 

Nur in I hatte B. sein Schwert mitgenommen, das er bei 
seiner Flucht auch wiedererlangt. 

Die Darstellung von B.'s Rettung aus dein Kerker in A ist 
nicht gerade wahrscheinlich; daher auch die grofsen Abweichungen 
in F. wie in IL Die einfachste und natürlichste Art berichten K 
und N. B. klettert an dem Seile hoch und gelangt ins Schlofs. 
Nur in A kommt B. aus dem Gefängnis in die Stadt und geht 
dort in ein erleuchtetes Zimmer; in allen übrigen frz. Fassungen 
und auch in E befindet sich dieses Zimmer im Schlosse, was auch 
viel natürlicher ist. 

Auch in diesem Kapitel haben wir nachweisen können, dafs 
II und III auf eine gemeinsame Vorlage (y) zurückgehen, die U 
unter Benutzung einer Vorstufe zu A (= a') und III unter Be- 
nutzung einer Vorstufe zu I erweitert haben. Die Unwahrschein- 
lichkeiten von A finden sich nicht in E, sind dort also erst später 
hineingebracht worden. 



Kapitel VII. 
Wiedersehen mit Josiane. 



Inhalt. 

A 1346—1490, E 1959—2208. 

1. B. ging nach Jerusalem, beichtete 
dem Patriarchen und erzählte ihm 
seine Schicksale. (E ferner: Der 
Patriarch befahl ihm, nur eine reine 
Jungfrau zur Gemahlin zu nehmen.) 

2. Der Patriarch schenkte ihm 
ein Maultier und 34 Goldbyzanter. 
(Letzteres fehlt in E.) 

3. B. schlug den Weg nach Ägypten 
ein, um Josiane noch einmal zu sehen. 

4. Unterwegs begegnete er einem 
ihm bekannten Ritter und erfuhr von 
ihm, dafs Josiane mit Yvorin von 
Monbranc verheiratet sei. (Nur hier.) 

(In E ferner: Der Ritter war aus 
Ermonie; er erzählte ihm auch, wie 
Arondcl Yvorin abgeworfen hatte.) 
(Nur hier.) 

5. Als B. in Monbranc ankam, war 
Yvorin mit seinen Rittern auf der 
Jagd. (In E erfuhr B. dies von einem 
Pilger, mit dem er die Kleider tauschte. 
Am Schlofstore standen viele Pilger, 



I. B. 



I 3177—3487- 
ging zum heiligen Grabe, 



dann zum Tempel, betete dort und 
opferte sein Pferd und seine ganze 
Habe. 

2. Man schenkte ihm ein Maultier 
und Lebensunterhalt für einen Monat. 

3. B. machte sich auf den Weg 
nach Biaufort in Hermenie. 



5. Gott führte B. nach Monbranc, 
wo Yvorin, der Josiane geheiratet 
hatte, herrschte. Auf dem Söller 
seiner Herberge stehend, klagte B. 
um Josiane, von der man ihm im Ge- 



45 



die auf Josiane warteten; denn aus 
Liebe zu B. pflegte sie dieselben 
mittags zu beschenken.) 



8. B. ging nach dem Palaste und 
hörte Josiane um ihren geliebten B. 
klagen. 



9. Als Pilger verkleidet, bat er sie 
um Essen. 

10. Als sie hörte, dafs der Pilger 
aus England sei, erkundigte sie sich 
nach B. Der Pilger erzählte, B. sei 
sein Verwandter, er sei nach Hantone 
zurückgekehrt, habe seinen Vater ge- 
rächt und sich verheiratet. Als sie 
das hörte, wurde sie ohnmächtig. 

(Statt 9 und 10 in E: B. mischte 
sich wieder unter die Pilger. Als 
nach der Bewirtung derselben Josiane 
fragte, ob jemand B. kenne, sagte er, 
er kenne ihn und habe von ihm viel 
von dem Rosse Arondel erzählen 
hören; er möchte es gern einmal 
sehen.) 

11. Josiane fand, dafs der Pilger 
B. sehr ähnlich sehe. 

12. B. bat, ihm das berühmte Pferd 
Arondel zu zeigen. 

13. Auch Bonefoi sagte, der Pilger 
sehe B. sehr ähnlich. 

14. Als das Pferd den Namen B. 
V. Hantone nennen hörte, wieherte es 
laut. 

IS- B. bestieg Arondel, das stolz 
mit ihm dahin galoppierte. Nun er- 
kannte Josiane B. 

16. Sie versicherte ihm, dafs sie 
noch Jungfiau sei und erbot sich, 
Christin zu werden und mit nach 
England zu gehen. 



fängnis erzählt hatte, dafs sie ver- 
mählt sei. 

6. B. sah auf einem Zelter eine 
prächtig gekleidete Dame sitzen, vor 
ihr wurde ein Pferd — Arondel — 
geführt. Nun erkannte er in der 
Dame auch Josiane; sie weinte. 

7. Sein Wirt erzählte ihm Josianes 
Schicksale. 

8. B. ging nach dem Schlosse und 
hörte Josiane um ihren Geliebten 
klagen. Mit aufgelöstem Haar sah 
sie nach Frankreich und liefs den 
Wind in ihren Busen wehen. 

9. B. bat sie um Essen; er sei ein 
Pilger und komme aus Frankreich. 

10. Nachdem er gegessen hatte, 
fragte sie ihn nach seiner Heimat. Er 
antwortete unbestimmt. Als Josiane 
sich nach B. erkundigte, sagte er, B. 
sei sein Verwandter und sei von seiner 
Älutter verkauft, seitdem habe er nichts 
wieder von ihm gehört. 



11. Josiane erzählte, ihr Vater habe 
B. gekauft, sie habe noch sein Pferd. 
Sie erbot sich, es ihm zu zeigen. 

12. Sie bemerkte, dafs der Pilger 
B. sehr ähnlich sehe. 



14. Das Pferd erkannte B. an seiner 
Stimme. 



16. Auch Josiane erkannte ihn nun, 
versicherte, dafs sie noch Jungfrau 
sei, und wollte mit ihm in sein Land 
ziehen. 



46 

II und III. 

113474 — 3842; III: C 3571 — 3744. T3151 — 3464. 

Alle drei Fassungen wciclien zwar im Detail, natncnt'ich zu 
Anfang, voncitiander ab, der Hauptinhalt ist aber gleich. 

II: B. legte den Pilgcrmantel des getöteten Pilgers an, II und 
T: und badete im Jordan. Darauf folgt in II: A i, 2. 

T: 13. betete in einer Kircl.e in Jerusalem und opferte dort 
seinen Helm. 

T, C: Der Patriarch, dem er seine Schicksale erzählte, schenkte 
ihm ein Maultier und bewirtete ihn (vgl. A i, 2). Dem Tempel 
verehrte B. sein Pferd und erhielt ein Pilgergewand (vgl. I i). 

II, C, T: Darauf schiffte B. sich (CT: in Acre) ein, um nach 
Frankreich zurückzukehren. Von einem Slutme wurde das Schiff 
ans Land gelrieben, und B. wanderte in seiner Pilgerkleidung nach 
Monbranc. Er sah eine Dame mit schönen Jungfrauen vorbei- 
kommen, vor denen von Bonefoi Arondel geführt wurde. B. er- 
kannte sein Pferd und Josiane und klagte über die Unbeständig- 
keit der Frauen (vgl. I ö). 

Nur II: Sein Wirt riet ihm, da er Franzose sei, zu Josiane zu 
gehen, und erzählte ihm von ihr (vgl. I 7). 

Von nun an haben II, C, T auch gleiche Assonanzen. C 
bietet den kürzesten Text. Es folgt I 8 (in C weit kürzer als in 
T und n, es fehlt vor allem die Anrufung des Windes), Ig, I 10: 
B. antwortete, er sei aus Frankreich (in C aus Paris, in T aus der 
Nomiandie). Dann I 11. Sie bemerkte die Ähnlichkeit des Pilgers 
mit B. an einer kleinen Wunde im Gesicht und hefs ihn in ihrem 
Schlosse verpffegen (letzteres nicht in T). B. erlangte bald seine 
frühere Kraft und Schönheit wieder (nicht in T). 

Als eines Tages Yvoiin auf einem Kriegszuge fort war (nicht 
in T), ging B. zu Josiane und bat sie, ihm Arondel zu zeigen (vgl. 
A 1 2). (In C ist hier eine Lücke.) Arondel erkannte ihn (in T 
an seiner Stimme, vgl. I 14). Nun gab sich B. zu erkennen. Josiane 
versicherte, dafs sie noch Jungfrau sei, und wollte mit ihm nach 
Frankreich. Sie beschlossen, noch denselben Abend zu entfliehen. 
In T folgt nun erst A 13. Bonefoi mufs B. mit in die Stadt 
nehmen und für ihn sorgen, damit er wieder zu Kräften komme. 

Ven. 1155 — 1252. 

Eine Lücke 1 von drei Blättern in Ven. ist z. T. ausgefüllt von 
dem bereits erwähnten frk.-it. Fragment, Zcitschr. f rom. Phil. XI, 
S. 179, v. 348 ff 

B. fragte einen Fischer, was das für ein Land sei. Dieser 
antwortete iNIonbrando, es gehöre dem Könige Marchabrun, der 
Druxiana von Armenia geheiratet habe. Marchabrun habe ihr aber 
versprechen müssen, sie innerhalb eines Jahres nicht zu berühren, 



^ Vgl. auch Matzkes ErgäiizuDg uach den Reali di Francia 1. c. S. 30fF. 



47 

da sie immer noch nicht B. vergessen könne. B. gab sich für 
einen Spielraann aus, liefs sich ans Land rudern und belohnte den 
Fischer reichlich. Unter einer Fichte traf er einen Pilger und 
schlug ihm vor, mit ihm die Kleidung zu tauschen. 

Hier bricht das Fragment ab, kurz danach setzt Ven. i 155 ein. 

B. besiegte einen Pilger (der zweifellos mit dem Pilger identisch 
ist, der ihn auf dem Wege zum Sultan bestohlen hatte; s. Kap. IV, 
S. 34). Der Pilger bat um Gnade und schenkte ihm eine Wurzel, 
mit der man sich schwarz färben, und eine andere, mit der man 
einen Schlaftrunk bereiten konnte. B. wechselte mit ihm die Kleider 
(vgl. E) und färbte sich schwarz. 

In der Stadt begegnete er drei Bürgern, die ihn nach seiner 
Heimat fragten. B. antwortete, er sei aus Frankreich. 

Lücke von einem Blatt. 

B. hatte einen Koch, der ihn mit einem Feuerbrande versengt 
hatte, erschlagen. Ihm ward geraten, zu Druxiana zu gehen, die 
mit vielen Damen zusammen speiste, und sie um eine Gabe zu 
bitten. B. ging hinein und bat sie im Namen Gottes und aus 
Liebe zu B. um ein Almosen. Sie ging zu dem Pilger und fragte 
ihn, ob er B. kenne, und ob er nicht wisse, dafs es bei Todes- 
strafe verboten sei, in der Stadt dessen Namen zu nennen. Der 
Pilger antwortete, er habe zusammen mit B. ein Jahr und drei 
Monate im Gefängnis des Sukans schmachten müssen. Das Pferd 
witterte B. und vollführte grofsen Lärm. Der Pilger erkundigte 
sich nach dem Pferde und erfuhr, dafs es B.'s Streitrofs sei. 
Druxiana sagte, sie habe B.'s Waffen aufser seinem Schwerte Chia- 
ren9a mitgebracht, und erzählte B.'s Schicksale. Ihr Vater habe 
sie Marcabnin zur Frau gegeben; aber sie sei über B.'s Fortgang 
untröstlich. 

Lücke von drei Blättern. 



Kritik. 

Ven. 

Da sich in Ven. zu Anfang dieses Kapitels leider eine Lücke 
befindet, so können wir nicht wissen, ob sich B. nach Jerusalem 
begeben hat oder nicht. Wir treffen ihn erst auf einem Schiffe 
wieder (ebenso in II und III), wo er von den Schiffern erfährt, 
dafs Druxiana den König Marcabrun geheiratet hat. In A hört 
er es von einem Ritter, in I hat er es schon im Gefängnis erfahren, 
und in II, III wird es ihm erst in Monbranc erzählt. 

Wie in E tauscht er mit einem Pilger die Kleidung. 

In Übereinstimmung mit allen Fassungen bittet er, als Pilger 
verkleidet, Druxiana um ein Almosen. In Ven. hat er sich schwarz 
gefärbt, auch in I 3374 heifst es: Mais nel connut, molt estoit bruns 
et bis. 

Des Pilgers Bericht, er habe mit B. im Gefängnis gesessen, 



48 

erinnert an T 3345 ff., wo B. berichtet, er sei auf der Suche nach 
B. von den Heiden gefangen genommen worden. 

Wie in den Fassungen I, II, 111 erzählt dann Druxiana B.'s 
Schicksale. Aufser B.'s Pferd hat sie auch seine Wafl'en mit- 
genommen, ebenso in IL Nur sein Schwert Chiaren^a ist nicht 
dabei. B. mufs es also wie in I (s. Kap. III, S. 2i) mitgenommen 
haben. 

Daneben hat Ven. wieder besondere Züge, die sich sonst 
nirgends finden. Darunter ist wie früher die Ausmerzung des 
Wunderbaren bezw. Zauberhaften bemerkenswert. In allen anderen 
Fassungen schützt sich Josiane durch Zauberei vor Ysor6. In Ven. 
hat Marcabrun einfach versprechen müssen, sie vor Ablauf eines 
Jahres nicht zu berühren. Dagegen sind drastische Episoden ein- 
gefügt, so die Belohnung der Fischer, die Szene mit dem Koch. 
Der Verfasser scheint auch ein Freund von grofsen Festessen zu 
sein; denn hier wie schon Ven. 460 läfst er Druxiana mit vielen 
Damen zusammen speisen. 

Zwischen dieser Szene und dem Wiedererkennen B.'s durch 
das Pferd ist ein auffallend unvermittelter Übergang. Nachdem 
B. von seinem Aufenthalt im Gefängnis des Sultans erzählt hat, 
heifst es plötzlich Ven. 1222: 

Del bon cavalo ve voio contar 

El senti l'usta del so signor, non fa se-no braiar. 

Da hier keine Lücke in der Hs. ist, so erweckt es den Eindruck, 
als ob der Autor keine Überleitung habe finden können. So wie 
der Vorgang hier geschildert wird, ist er sehr unwahrscheinlich; 
B. weilt im Speisesaal, trotzdem wittert ihn das Pferd im Stalle, 
das doch weit von ihm entfernt ist. Das spricht ebenfalls dafür, 
dafs der Verfasser sein Epos aus der Erinnerung niederschrieb; 
manche Einzelheiten hatte er vergessen. 

Die französischen Fassungen. 

Wie aus den Inhaltsangaben hervorgeht, unterscheiden sich 
sämtliche französischen Fassungen nur in nebensächlichen Einzel- 
heiten. Im ganzen schliefsen sich II und ILL enger an I als an A 
an. Nur lassen sie nicht wie in I Josiane das Anerbieten machen, 
den Pilger zu Arondel zu führen, sondern wie in A den Pilger 
bitten, ihm das Pferd zu zeigen. 

Neu hinzugekommen ist in II und III ein längerer Aufenthalt 
B.'s im Schlosse (resp. nach T in der Stadt), damit er sich von 
den Strapazen im Gefängnis erholen kann. 

Nur in I findet sich die Angabe, dafs B. schon im Gefängnis 
von Josianes Verheiratung gehört habe; sodann treffen wir wieder 
die in I üblichen frommen und weinerlichen Zutaten. Gott läfst 
B. nach INIonbranc gelangen. Josiane sitzt auf ihrem Zelter ver- 
schleiert und weint. 



49 

Sehr auffällig ist die Stelle I 3387 — go. Auf Josianes Frage 
nach seiner Heimat sagt B. zwar anfänglich wie in 11 und 111, er 
sei aus Frankreich (1 3353); aber als sie ihn zum zweiten Male 
fragt, antwortet er 1 3387 — go: 

„Dame", fait il, „ass6s pres dou pais 
U il arivent gent de lontain päis 
Et d'Engletere li conte et li marcis 
Et de Hanstone et li vair et li gris". 

Die Stelle ist offenbar nicht ganz klar und enthält keine deutliche 
Antwort auf die Frage nach seinem Geburtsorte. Sie läfst aber 
doch nur die einzige Interpretation zu, dafs er aus Hantone ist, 
und so fafst Josiane auch die Antwort auf. Dann mufs aber auch 
Hantone an dieser Stelle als in England liegend gedacht sein, 
denn wozu sonst die Erwähnung Englands? 

Merkwürdigerweise findet sich nun in T eine ganz ähnliche 
Sielle. T 3323 sagt B,, er sei aus Frankreich, redet dann aber 
von England. Des besseren Verständnisses wegen gebe ich die 
ganze Stelle T 3322 — 32: 

„Amis, biax frere, de quel terra ies tu nes.""' 

„Dame, de France", ce dist Bueves li bers, 

„De Normandie de la d'un povt de mer. 

Ens en ma terre m'en volroie raler; 

Mestier aroie, sachids, de reposer; 

Car Sarrasin m'ont fait mal endurer, 

En lor prison m'ont fait vii ans ester. 

En Engleterre m'en volrai repasser 

Car je doi molt le päis desirrer." 

Quant la dame ot d'Engleterre parier. 

Du duc Buevon li prist a ramembrer. 

Also einmal sagt B., er sei aus Frankreich, kurz danach aber, er 
sei aus England. Dieser Widerspruch, der hier in den festl. frz. 
Hss. zum zweiten Male auftaucht (s. Kap. I, S. 17 f.) findet sich im 
folgenden noch öfter. Er läfst sich nur durch die Annahme einer 
agn. Vorlage erklären. Die frz. Bearbeiter suchten den Schauplatz 
nach Frankreich zu verlegen, dabei blieb aber doch zuweilen aus 
Versehen England stehen. 

Einige Züge finden sich nur in A. 

1. B. erfährt von einem Ritter, dafs Josiane mit Yvorin ver- 
heiratet ist. 

2. Er erzählt Josiane, dafs B. seinen Vater gerächt und sich 
verheiratet habe, worauf sie ohnmächtig wird. 

3. Er setzt sich auf Arondel und sprengt mit ihm umher. 

Punkt 2 und 3 erklären sich aus der Vorliebe des agn. Be- 
arbeiters für starke Wirkungen, die wir schon mehrfach konstatieien 

Beiheft zur Zeitschr. f. rom. Phil. L. 4. 



50 

konnten (s. Kap. I, S. 17, Kap. II, S. 30, Kap. IV, S. 37). Nicht 
erzählt ist in A, woher B. seine Pilgerkleidung hat, was sich in 
allen anderen Fassungen und auch in E findet. A zeigt hier also 
eine zweifellos durch einen Bearbeiter entstandene Lücke. 

Die Inhaltsangabe von A läfst erkennen, dafs in diesem Kapitel 
A und E sehr oft auseinandergehen. Das weist darauf hin, dafs 
A in seiner Vorlage entweder eine Unklarheit oder eine Lücke 
vorfand, oder etwas ihm nicht Zusagendes änderte. So erklärt sich 
Wühl auch, dafs der Redaktor von II, der doch sonst A ausgiebig 
mit verwertet hat, hier A weniger benutzte, vielmehr vorwiegend 
seiner anderen Vorlage (y) als der besseren Fassung folgte. 



Kapitel VIII. 

Die Entführung. 

Inhalt. 

A 1491 — 1895, E 2209—2570. 

1. Yvorin kehrte mit 15' Baronen von 
der Jagd zurück. 

2. Auf Bonefois Vorschlag log B. 
Yvorin vor, dafs Yvorins Bruder, 
König Baligant in Abilent, von Ydrac 
von Valarie belagert werde. 

3. Yvorin brach sofort mit einem 
Heere nach Abilent auf und liels den 
alten König Garcie mit 60 Rittern 
zur Bewachung seiner Frau zurück. 

(Nur in E; Garcie verstand sich auf 
die Zauberei; in seinem goldenen 
Ringe konnte er sehen, was jeder tat.) 



5. Bonefoi bereitete einen Schlaf- 
trunk und mischte ihn den zurück- 
gebliebenen Rittern in den Wein. 

6. B. und Bonefoi rüsteten sich. 
Von Bonefoi beredet (fehlt E und N) 
willigte B. ein, 10 Pierde, mit Gold 
beladen, mitzunehmen. Alle drei rittten 
fort. 



I 3488—4258. 



2. Ein Bote des Königs Aristo 
rief Yvorin gegen Synados de Palerne, 
Ysobar und Ysore de Connimbre zu 
Hilfe. 

3. Yvorin zog sofort hin und liefs 
Garsile zum Schutze seines Landes 
und seiner Frau zurück. 



4. Josiane teilte Bonefoi mit, dals 
der Pilger B. sei, und dafs sie mit 
ihm fliehen wolle. 



6. Auf Bonefois Vorschlag wurde 
der Schatz Yvorins mitgenommen. B. 
kam als Pilger verkleidet am Abend 
in das Schlofs. Bonefoi schnitt dem 
Türhüter die Kehle durch. B., Bonefoi 
und Josiane flohen nach einer Höhle 
in einem grofsen Walde. 



51 



7. Am folgenden Morgen sah Gar- 
de in seinem Karfunkel, dafs Josiane 
mit dem Pilger entflohen war. 

8. Er verfolgte die Fliehenden mit 
allen seinen Rittern. 

9. B. hatte Lust, mit ihnen zu 
kämpfen. Aber auf Bonefois Rat 
gingen sie in eine Felsenhöhle. Die 
Verfolger fanden sie nicht und kehrten 
um, 

10. Da sie keine Nahrung hatten, 
ging B. auf die Jagd. 

11. Zwei Löwen kamen vor die 
Höhle, zerissen Bonefoi und sein Pferd 
und schleppten Josiane auf einen Felsen 
(in E legten sie sich in der Höhle 
Josiane zu Fülsen); denn eine Königs- 
tochter durften sie nicht fressen. 

12. B. kam mit einem Damhirsch 
zurück, erblickte die Überreste Bonefois 
und wurde ohnmächtig. Von Arondel 
aus seiner Ohnmacht erweckt, fand er 
Josiane. 



13. Josiane erbot sich, einen Löwen 
festzuhalten , während B. den andern 
tötete; sie mufste ihn aber auf B.'s 
Befehl loslassen (fehlt N). B. erlegte 
beide. 



15. Darauf traf B. an einem Hügel 
den Riesen Escopart, der die Heraus- 
gabe seiner Herrin forderte. Es kam 
zum Kampfe. Arondel schlug Esco- 
part zu Boden und stellte sich auf 
ihn (Letzteres fehlt N). Auf Josianes 
Vorschlag gelobte Escopart sich taufen 
zu lassen und B.'s Untertan zu werden. 
Daraufhin begnadigte ihn B. (In E 
besiegte B. Escopart ohne Arondels 
Hilfe.) 

16. Alle drei gelangten ans Meer. 
Escopart vertrieb die Sarazenen aus 



8. Gaisile verfolgte sie und liefs 
auch alle Häfen absuchen , fand sie 
aber nicht. 



10. Da sie nur Brot hatten, ging 
B. auf die Jagd. 

11. Zwei Löwen zerrissen Bonefoi 
und schleppten Josiane auf einen Hügel. 



12. B. kam zurück und fand Fetzen 
von Josianes Kleidern und Überreste 
von Bonefoi. Er ward ohnmächtig. 
Aus seiner Ohnmacht erwacht, folgte 
er den Spuren und fand die beiden 
Löwen und Josiane mitten zwischen 
ihnen liegen. 

13. B. tötete den einen Löwen und 
Arondel den andern. Darauf kehrte 
er mit Josiane in die Höhle zurück. 



14. Inzwischen hatte Garsile den 
König Yvorin von B.'s und Josianes 
Flucht benachrichtigt. 

15. Yvorin liels die Flüchtlinge von 
A9opart, einem Ungeheuer, verfolgen. 
Dieser durchsuchte das ganze Land 
und alle Häfen; er fand sie schliefs- 
lich im Walde von Noires-Combes. 
Josiane versuchte vergeblich, A9opart 
für sich zu gewinnen. B. besiegte ihn, 
begnadigte ihn aber auf Josianes Bitte. 
A^opart gelobte Treue. 



16. Alle drei eilten ans Meer und 
bestiegen ein Boot. A^opart warf 

4* 



52 

einem Scliifife; sie stiegen ein und einen darüber murrenden Schiffer ins 

fuhren ab. Meer. 

17. Auf dem Meere trafen sie einen 
Kaufmann, den B. kannte. Dieser 
nahm sie in sein Schiff auf. 

18. Yvorin erfuhr, dals B. Josiane 
entführt, und dafs er Escoparl besiegt 
habe. Sein Onkel Amustrai holte 
mit neun Schiffen die Fliehenden auf 
dem Meere ein, wagte aber aus Furcht 
vor Escopart nicht, sie anzugreifen, 
und kehrte zurück (fehlt E). 

19. B. gelangte nach Köln. 19. Er führte sie nach Köln. 



n und C. 

II 3843 — 4647, C 3745 — 4452. 

C stimmt im grofsen und ganzen mit 11 überein, wird daher 
hier auch mit behandelt. Am Schlüsse schUefst sich C wieder 
wörtlich T an. 

Sie beluden 30 Maultiere mit Gold und einige andere mit 
Lebensmitteln. Dann zogen B. und Josiane in Männerkleidung in 
Begleitung des Kämmerlings Bonefoi fort. Dem Torwächter, der 
um Hilfe rufen wollte, schnitt B. den Kopf ab (fehlt C, vgl. I 6). 

Ein Bote meldete die Flucht Yvorin; dieser verfolgte sie und 
liefs alle Häfen bewachen (vgl. I 8). Die Flüchtlinge verbargen sich 
in einer Höhle. Als nach acht Tagen die Lebensmittel aufgezehrt 
waren, erlegte B. einen Bären, ging dann aber fort, um Wasser zu 
holen. In seiner Abwesenheit kamen zwei Löwen, frafsen Bonefoi 
auf und schleppten Josiane unter einen Ölbaum. Weil sie eine 
Königstocher war, durften sie ihr kein Leid tun (vgl. An). B. 
kam zurück, fand Überreste von Bonefoi und Fetzen von Josianes 
Kleidern und erblickte schliefslich Josiane. Er tötete beide Löwen. 

Da erschien der „popelican" A^opart, ein Vetter Yvorins, und 
griff B, an. Er wurde jedoch von B. überwältigt und gelobte Treue, 
indem er mit seinem kleinen Finger an einen seiner Zähne klopfte. 

A^opart holte von einem Einsiedler, den er in seiner Kapelle 
verbrannte (fehlt C), Futter für die Pferde. Danach gingen B. und 
A(;opart ans Meer; letzterer tötete die Besatzung eines heidnischen 
Schiffes. Dann holten sie Josiane, bestiegen das Schiff" und segelten 
ab (vgl. A 16). Unterwegs trafen sie ein Schiff mit Kaufleuten aus 
Köln. Auf B.'s Bitte wurden sie mitgenomtuen (vgl. I 17). Ein 
grolses Schiff unter dem Befehl der beiden heidnischen Könige 
Corsubles und Margaris verlangte B.'s Auslieferung (in C war der 
Anführer Amustans, ein Neffe Yvorins). Da diese verweigert wurde, 
kam es zum Kampfe, in welchem A(;-opart das Schiff leck schlug, 
so dafs es unterging. 



53 

Ein Vetter Soibauts auf dem Schiffe erzählte B., dafs Soibaut 
von Dooii V. Mainz vertrieben sei, aber von einer Felsenfestung 
aus gegen Doon Krieg führe. (In C ist dies B. schon vor dem 
Angriffe von Seeleuten aus Hantone erzählt worden.) 

Sie gelangten erst nach dem festen Schlosse Oupin und dann 
nach Köln. 

T 3505—4427. 

König Yvorin kehrte von der Jagd in Noires-Combes zurück 
(vgl. A i). B. blieb einen Monat in der Stadt; denn Bonefoi riet, 
mit der FUicht so lange zu warten, bis der König Yvorin längere 
Zeit abwesend sei. Ein Bote von Yvorins Onkel Aliste bat Yvorin 
um Hilfe gegen Butor und Salatre (vgl. I 2). Yvorin liefs sofort 
durch A^opart ein Heer sammeln und segelte mit diesem und 
15 Königen (mit ebensoviel auch in EA 2288) ab. Den alten 
Garsile hefs er zum Schutze Josianes zurück. Nun folgt A 5. 
Dann beluden B. und Bonefoi fünf Saumtiere mit Gold und Silber, 
ein anderes mit Speise und ritten mit Josiane fort nach Noires- 
Combes. 

Am andern Morgen bemerkte Garsile ihre Flucht und fand 
durch Zaubermittel, dafs sie in Noires-Combes waren (vgl. A 7). 
Er verfolgte sie und liefs alle Häfen bewachen (vgl. I 8), fand sie 
aber nicht, da sie sich in einer Höhle verborgen hatten. Garsile 
benachrichtigte Yvorin von ihrer Flucht (vgl. I 14). Dann A 10, 11. 

B. kehrte zurück, sah die Überreste Bonefois und schliefsiich 
Josiane. Diese hielt den einen Löwen fest, während B. den andern 
tötete. Dann mufste sie den zweiten loslassen, der ebenfalls von 
B. erlegt wurde (vgl. A 13). 

Gegen den ihn angreifenden A^opart rannte B. mit seinem 
Pferde, so dafs A^opart zu Boden fiel ; Arondel mufste sich auf ihn 
stellen (vgl. A 15). Auf Josianes Fürbitte erhielt A^opart Ver- 
zeihung. Er gestand, dafs er schon seit fünf Jahren Christ sei. 
A^opart holte nun Brot und Gerste von einem Einsiedler, und sie 
brieten ein von B. erlegtes Reh. Am nächsten IMorgen führte 
A^opart sie ans Meer und eroberte ein heidnisches Schiff, mit dem 
sie absegelten. Nach fünf Tagen trafen sie ein 80 Kaufleuten 
aus Köln gehörendes Schiff, dessen Meister Gui hiefs. Auf dessen 
Frage nach seiner Heimat antwortete B. T 4348 f. und ebenso 
C43gof Et respont Bue, ^^Ja ne vous ert celi Droit (T Eyigkterre 
de Hanstonne sor ?«if;-". Gui nahm sie in sein Schiff auf. 

C bringt erst einen Bericht von einem Schift mit Kaufleuten 
und einem angreifenden heidnischen ganz , ähnlich wie U und 
dann noch einmal eine Erzählung von einem Schiff mit Kölner 
Kauneuten wörtlich wie T (C 4381 ff . = T 4339 ff.). 

Nach acht Wochen fuhren sie den Rhein hinauf, und Gui 
schickte ein Boot vorauf, um ihre Ankunft zu melden. Als Gui 
von B, erfuhr, dafs letzterer der Sohn Guis v. Hantone sei, warf 



54 

er sich ihm zu Füfsen und erzählte, dafs B.'s Vater sein Pate sei. 
GKicklich kamen sie in Köln an. 

Ven, 1253 — 1807. 

Zu Anfang ist eine Lücke. 

Druxiana bereitete Marcabrun einen Schlaftrunk (vgl. A 5, T). 
B. bestieg Rondello, Druxiana einen Zelter; beide ritten fort und 
legten in der Nacht noch 20 Meilen zurück. Am Morgen konnte 
Druxiana nicht mehr weiter. Sie stiegen auf einer Wiese ab, und 
B. zeugte mit ihr zwei Söhne (Sinibaldo und Guidon), von denen 
der eine König, der andere Herzog wurde. 

Als Marcabrun am Morgen aufwachte und weder seine Gattin 
noch Rondello fand, merkte er, dafs der Pilger Bovo v. Antona 
gewesen war, und dafs dieser ihm Druxiana entführt hatte. Er 
liefs durch ein Hornsignal seine Leute versammeln und wollte mit 
300GO Reitern die Fliehenden verfolgen. Der alte Morando riet 
ihm, den starken Pulican, halb Mensch, halb Hund, ihnen nach- 
zusenden. So geschah es, und Pulican holte die FlüchtHnge bald 
ein. Er schleuderte seinen Wurfspeer nach B. Dieser wich aus 
und gedachte jenen m_it der Lanze zu durchbohren. Aber Pulican 
sprang darüber weg und schlug B. auf den Helm. Auch mit 
seinem Schwerte konnte B. Pulican nicht erreichen. Lücke von 
einem Blatt. 

Druxiana erinnerte Puhcan an die Wohltaten, die sie ihm am 
Hofe ihres Vaters erwiesen und bat ihn, sich mit B. zu versöhnen. 
Er war dazu bereit; auch B. willigte auf seinen Vorschlag ein. 
Nun zogen alle drei weiter und gelangten nach dem Schlosse des 
Herzogs Orio, der mit Marcabrun Krieg führte. Druxianas Base 
war Orios Frau. Als man nicht öffnen wollte, sprang Pulican über 
die Mauer und liefs die Brücke herab. Der Herzog ging ihnen 
entgegen, und Druxiana erzählte alles, was sich ereignet hatte. 

Marcabrun belagerte mit 30000 Mann das Schlofs. In einer 
Einzelunterredung mit dem Herzog versprach er diesem eine grofse 
Belohnung, wenn er die Flüchtlinge ausliefern wolle. B. machte 
mit 5000 Reitern einen Ausfall und tötete viele Feinde. Als auch 
Orio mit 5000 Rittern gegen die Belagerer stürmte, ritt ihm 
Marcabrun entgegen, stiefs ihn vom Pferde, nahm ihn gefangen 
und zog mit seinem Heere nach Apolonia zurück. 

Orio, vor die Wahl gestellt, zu sterben oder seine Gäste aus- 
zuliefern, entschied sich für das letztere. Am Abend legte Marcabrun 
sich mit 20000 Mann in den Hinterhalt; Orio kehrte ins Schlofs 
zurück und gab vor, er sei entschlüpft. Pulican horchte an der 
Tür von Orios Schlafzimmer und hörte, wie Orio seiner Gattin 
den mit Marcabrun abgeschlossenen Vertrag erzählte. 

Diese, darüber empört, sagte, sie wolle lieber ihre beiden 
Söhne verlieren als ihre Gäste verraten. Orio schlug sie auf den 
Mund, dafs das Blut herausspritzte. Pulican drang in das Zimmer 



55 

und tötete Orio. Nachdem er hien^on ß. benachrichtigt hatte, 
ritten sie mit Druxiana fort. In einem grofsen Walde gebar 
Druxiana zwei Söhne, Sinibaldo und Guidon. PuHcan sorgte für 
Nahrungsmittel. 

Die Nachricht von Druxianas Flucht gelangte auch nach 
Armenia. Der König Anninion sandte zehn Schiffe aus, um 
Druxiana und B. zu suchen. 

B. liefs Druxiana in Pulicans Schutz zurück und ging fort, 
um nach Schiffen Arminions auszuspähen. 

Eine Hirschkuh wurde von zwei Löwen verfolgt und floh an 
den Zelten B.'s vorbei. Die Löwen sahen dort die beiden Kinder 
liegen und beschnupperten sie, durften ihnen aber nichts tun, weil 
sie Königskinder waren. Druxiana sah das und rief Pulican zu 
Hilfe. Dieser tötete beide Löwen, kam aber selbst dabei um. Als 
Druxiana Pulican tot dahegen sah, ergriff sie eine solche Angst, 
dafs sie ihre beiden Söhne nahm und mit ihnen durch den Wald 
nach dem j\Ieere eilte. Sie erblickte ein Schiff, erkannte das 
Wappen Armenias, rief die Schiffer an, stieg ein und fuhr zu 
ihrem Vater, dem sie ihre Schicksale erzählte. 

Als B. zurückkam und weder Druxiana noch die Kinder sah 
und Pulican tot fand, fiel er in Ohnmacht (vgl. A 12, I 12). Er 
glaubte, die beiden Löwen hätten seine Gattin und seine Kinder 
gefressen. Er beweinte seine Angehörigen, begrub PuHcan und 
ging fort. 

Josianes Schicksale nach dem Tode Pulicans finden sich auch 
in J und zwar nach der Wiedereroberung Antonas mitten in einen 
Bericht über Braidimonts (= ]\Ialgarias) Sendung an B. ein- 
geschaltet (J 612 — 639). 

Als Pulican von den beiden Löwen getötet worden war, floh 
Druxiana mit ihren beiden Söhnen. Als Jogleresse durchzog sie 
viele Städte und Dörfer und hatte Mühe und Not zu erdulden. 
Ihren beiden Söhnen gab sie bei der Taufe die Namen Sinibaldo 
und Gui. Als sie erwachsen waren, lehrte sie sie singen und 
tanzen. Schliefslich gelangten sie auch nach Arminie, wo Druxiana 
weder von ihrem Vater noch sonst jemand erkannt wurde und sich 
auch nicht zu erkennen gab. Der König Armenion hatte solch 
Wohlgefallen an ihren beiden Söhnen, dafs diese beim Essen 
immer um ihn sein mufsten. 



Kritik. 

Ven. 

Wie die Inhaltsangabe zeigt, weicht auch hier Ven. sehr stark 
von den frz. Fassungen ab. Zwischen diesen und Ven. finden sich 
nur sehr wenige Parallelen. 

Den Schlaftrunk hat Ven. gemeinsam mit A und T. 



56 

Wie in TT läfst der Gatte der Druxiana die Flüchtlinge ver- 
folgen. 

In Übereinstimmung mit A und I fällt B. bei seiner Rückkehr 
in Ohnmacht. 

Sonst weicht Ven. aber völlig ab. i 

L. Jordan S. 26 ff. hält nun diese Darstellung in Ven. für die 
ursprünglichere und behauptet, dafs A und die festl. frz. Fassungen 
die Löwenepisode, die in Ven. ein Angelpunkt der Handlung sei, 
zu einer Episode lierabgedrückt hätten. Er schliefst das haupt- 
sächlich daraus, dafs, wie er sagt, in A die Figur des Escopart 
dem Autor später lästig geworden sei, so dafs er ihn einfach von 
Sabot erschlagen läfst. Zuzugeben ist, dafs diese Beseitigung 
Escoparts nicht gerade glücklich ist; aber daraus auf eine gröfsere 
Treue von Ven. zu schliefsen, geht doch nicht an. Wir können 
doch nicht ohne weiteres daraus, dafs uns eine Fassung besser 
und logischer zu sein scheint, ihre Ursprünglichkeit folgern. Man 
denke doch nur au unser Nibelungenlied: C die glatteste und 
widerspruchsloseste Fassung ist jünger als die widerspruchsvolleren 
A und B. 

Aufserdem ist der Bericht von Ven. keineswegs so wider- 
spruchslos und einleuchtend, wie Jordan ihn hinstellen möchte. 
Ich wenigstens betrachte Ven. mit völlig andern Augen. Wie die 
bisherige Untersuchung schon gezeigt hat, finden sich in Ven. Züge 
von allen möglichen frz. Fassungen, aber keine wörtlichen Über- 
einstimmungen. Das erklärt sich doch am einfachsten so, dafs der 
Autor von Ven. (resp. natürlich, wie immer, seiner Vorlage), nach- 
dem er von frz. Spielleuten unter andern auch das Epos von B. 
de Hantone verschiedene Male und zweifellos in verschiedener 
Gestalt gehört hatte, Lust bekam, dasselbe niederzuschreiben. Da- 
bei gingen ihm natürlich manche Einzelheiten verloren; auch hatte 
er zuweilen den Zusammenhang vergessen; aus andern von ihm 
gehörten Epen flössen Züge, ihm selbst unbewufst, ein, und er 
selbst fügte neue hinzu. So entstand eine Dichtung, deren wesent- 
licher Inhalt zwar die Geschichte B.'s bildet, die ihrer Aus- 
führung und ihrem Charakter nach aber eine völlig freie Um- 
dichtung ist. 



1 Jordan S. 61 meint irrtümlich, in II sei Yvorin während Josianes 
Flucht im Lande gewesen. Er sieht darin eine Übereinstimmung mit Ven., 
in der Marcabrun auch anwesend ist. Es heilst aber 

II 3729 fF. A un castel fu ales Yvorins, 

Quatre jornees fu loins de son päis, 
Un roi paien i ot par force assis etc., 

und nach der Flucht 

II 3901 f. Quant Bueves ist de Monbranc, la fort vile, 
Uns mes s'en torne sei va Yvorin dire etc. 

In II fand also wie in allen frz. Fassungen B.s Flucht in Abwesenheit Yvorins 
statt, nur Ven. weicht hiervon ab. 



57 

Dafs Ven. ein Werk der Epigonenzeit ist, kann doch keinem 
Zweifel unterliegen; das lehren die Übertreibungen, der stellen- 
weise burleske Ton und die häufig wiederkehrenden spielraanns- 
mäfsigen Wendungen. 

Wie erklärt sich nun in unserm Falle die Umgestaltung in 
Ven.? Der Autor von Ven. hatte die Figur des Bonefoi, der ja 
auch in den übrigen Fassungen nur eine nebensächliche Rolle 
spielt, vergessen. (Aber gerade dadurch, dafs Bonefoi in sämtlichen 
übrigen Fassungen und sogar in der deutschen Bearbeitung des 
B., dem Grafen Rudolf c. 1170, vorkommt, erweist er sich als 
sagenecht.) Er fügte nun nach der Besiegung des Escopart-Pulican, 
die in den frz. Fassungen erst nach der Tötung des Bonefoi durch 
die beiden Löwen erfolgt, die lange Orio-Episode ein (Ven. 1435 
— 1672), die sich sonst nirgends findet. Auch Jordan S. 63 sieht 
sie als eine Interpolation nach bekannten Mustern an und macht 
auf ihre Ähnlichkeit mit einer Episode im Jourdain de Blaivies 
aufmerksam. Brockstedt, Floovent-Studien S. 58 hält sie für eine 
Nachbildung der Mongirfalco-Szenen des Fioravante. Durch diese 
lange Abschweifung war der Autor noch mehr aus dem Zusammen- 
hange geraten und sprang nun über zu der Niederkunft Josianes 
im Walde (s. Kapitel XVII). Die Rolle des Tieri übernahm dabei 
Pulican, und das Löwenabenteuer benutzte er, um die Gatten zu 
trennen und Pulican zu beseitigen. 

In Bezug auf die Eigenschaften des Pulican meint Jordan, 
dafs A Erinnerungen an dessen mythische Natur bewahrt habe. 
In A wird wie in sämtlichen andern Fassungen die grofse Schnellig- 
keit Escoparts geschildert; er erscheint aber durchaus als ein Riese: 

A 1744 f. Par desuz un tertre vist un veleyn gesant, 
ke ben out nof pez de grant, 

und ebenso 

E 2505 And metten with a geaunt. 

Besonders betont dann Jordan die Verse 

A 1756 f. Kant il parla, il baia si vilement, 

com ceo fust un vilen mastin abaiant. 

Auf Grund derselben hält er gerade Ven. für echt und ur- 
sprünglich. 

Diese Schilderung findet sich aber weder in E noch einer 
andern frz. Fassung, sondern nur in A. Sie kann also nicht als 
eine Erinnerung an die ursprüngliche mythische Natur Pulicans er- 
klärt werden, sondern ist ein jüngerer Zusatz. Ähnlich wie I eine 
kleine Geschichte über A(;oparts Herkunft und seine Begabung durch 
den Teufel hinzu erfindet, hat also auch der Autor von Ven. offenbar 
aus dem Namen Pulican heraus, den er falsch verstand, diesen zum 
Sohne einer Frau und eines Hundes gemacht.. Dafs aber Ven. 
Escopart unter dem Namen Pulican bewahrt, ist nicht weiter auf- 



58 

fällig, heifst er doch auch in den frz. Fassungen zuweilen nur so, 
vgl. A 1780: „ycö sui'-^, dist il, „un fere publüanf , ebenso A 2666, 
T 4186 popeliquant. So haben wir in diesem Falle beweisen können, 
dafs Ven. eine jüngere Umgestaltung enthält: aus dem ursprüng- 
lichen Riesen ist hier ein Wesen halb Mensch, halb Hund ge- 
worden. 

Ich kann auch nicht finden, dafs der sonstige Bericht in Ven. 
widerspruchslos ist. B. mufs doch ein wunderbares Ahnungs- 
vermögen haben, dafs er glaubt, 

1. dafs der König von Armenia die Entführung seiner 
Tochter erfahren habe, und 

2. dafs der König sie durch Schiffe werde suchen lassen. 

Auch ist es sehr unwahrscheinlich, dafs DrvLxiana nach dem 
Tode Pulicans mit ihren beiden Söhnen einfach ans Meer läuft, 
dort ein Schiff besteigt und abfährt. Weshalb wartet sie denn 
nicht auf B. oder läfst das Schiff warten, zumal doch B. auch an 
das Ufer gegangen war, um nach einem Schiffe auszuspähen.-' 

Die Darstellung in J ist um nichts geschickter als in Ven. 
Hier fällt zwar die Ankunft der Schiffe fort, aber man sieht nicht 
ein, weshalb Josiane fortläuft. Auch dafür, dafs Josiane sich ihrem 
Vater nicht zu erkennen gibt, hegt absolut kein Grund vor; voraus- 
gesetzt natürlich, dafs das verlorene Anfangsstück von J denselben 
Inhalt wie Ven. hatte, was aber sehr wahrscheinlich ist. Der 
Bearbeiter wollte dadurch wohl seine Geschichte romantischer ge- 
stalten. 

n und C. 

B.'s anfängliche Weigerung, den Schatz Yvorins mitzunehmen, 
die sich in A findet, ist in 11 und C nur leise angedeutet. In II 
sagt B. auf Josianes Frage, wieviel Geld sie mitnehmen wollen, 
V. 3873ff-: 

„Nenil, suer bele, car on les nos taurroit, 
Car trop i a fors castiaus et detrois; 
Et neporquant, qui en France en aroit, 
Jor de sa vie mais povres ne seroit." 

Der Einsiedler, von dem in II wie in III A(;opart Futter holt, 
erscheint auch schon in I, freiHch in einem andern Zusammen- 
hange. Immerhin könnte doch diese Erwähnung der Ausgangs- 
punkt der Episode gewesen sein. Von der Höhle im Walde von 
Noires-Combes heifst es I 3589 f.: 

Dist Boinefoi: „Sire, entendes cha, 
Uns sains hermites ichi se herberga." 

Nur in II und C findet sich: 

I. Josiane entflieht als Mann verkleidet mit B. Eine Ver- 
anlassung zu einer Verkleidung lag gar nicht vor. Ein Bearbeiter 



59 

hat den Zug vielleicht in Erinnerung daran, dafs Josiane später in 
Männerkleidung B. sucht, eingefügt. 

2. Die Verbrennung des Einsiedlers durch Ayopart, der eben 
erst gelobt hat, Christ zu werden. 

3. B. erfährt schon auf dem Schiff, wie es in seiner Heimat 
aussieht (s. darüber S. 6g). 

Eine einzige Episode findet sich aufser in II und C nur noch 
in A: die Verfolgung der Fliehenden durch ein heidnisches Schiff. 
Der Befehlshaber der Heiden heifst in C Amustans, er ist ein 
Neffe Yvorins. Das erinnert sehr an A, wo der Anführer Amustrai 
heifst und ein Onkel Yvorins ist. Da jedoch in diesem Kapitel 
sonstige deutliche Entlehnungen aus A nicht nachzuweisen sind, 
und da diese Episode in E fehlt, so können wir nicht behaupten, 
dafs sie A entnommen sei; denn es ist an und für sich ebensogut 
möglich, dafs sie von einem Bearbeiter von C resp. II, wie von 
einem Bearbeiter von A erfunden ist. Dazu kommt, dafs diese 
Episode in A ziemlich unvermittelt erzählt wird. Es heifst A 1872: 

Oie dinay de Yvori; ne say ke li conta, 
ke Boves de Hampton Josian amena etc. 

Es wird später hierauf zurückzukommen sein. 

T. 

T ist hier die Fassung, die am meisten sowohl a wie p' aus- 
geschöpft hat; daher herrscht auch in der Darstellung eine be- 
ständige Unruhe. Der Verfasser springt von einem Thema zum 
andern über und vergifst auch manches zu berichten. So wird 
V- 3505 erzählt, dafs König Yvorin von der Jagd zurückkommt, 
ohne dafs vorher seine Abwesenheit erwähnt wäre (vgl, A). v. 3515 
wird dann berichtet, dafs er wieder auf die Jagd geht (nur in T); 
der Redaktor vergifst dann aber, ihn heimkehren zu lassen, und 
als der Bote kommt, ist Yvorin plötzlich wieder da (v. 3531). 

Nur in T finden wir aus A: die Rückkehr Yvorins von der 
Jagd, den Schlaftrunk Bonefois, die Zaubermittel Garsiles, Arondels 
Hilfe bei der Überwindung Ac^oparts. 

Auch kleine Züge von A finden sich in T wieder. Vor dem 
Kampfe mit den beiden Löwen steigt B. vom Pferde (A 1705, 
T 3896). Josiane soll den Löwen loslassen, damit sie nicht sagen 
könne, wenn er sich seiner Tat rühme, sie habe den Löwen fest- 
gehalten (A 17 II ff., T 3942 ff".). 

Aber auch p' ist sicher von T benutzt, das beweisen vor allem 
die richtig bewahrten Namen. 

In I wie in T heifst der Wald, in den B. mit Josiane und 
Bonefoi flieht, Noires-Combes (T 3506, I 4041). Der König, der 
Yvorin um Hilfe bittet, heifst in I Aristo, in T Allste. Wie in I 
schickt auch in T Garsile einen Boten zu Yvorin, der ihn von 
der Flucht Josianes benachrichtigt. 



6o 

In T fehlt wie in I und E die Geschichte von dem ver- 
folgenden heidnischen. SchilTe. 

Da nun ferner in T wie in E die nur in A vorhandene 
Weigerung B.'s, den Schatz Yvorins mitzunehmen, fehlt, alles übrige 
von A — natürlich mit leichter Umgestaltung — aber in T vor- 
handen ist, so können wir daraus mit ziemlicher Sicherheit den 
Schlufs ziehen, dafs T in seiner Vorlage von A in Übereinstimmung 
mit E weder die Weigerung B.'s noch die Amustrai- Episode vor- 
fand. Beide sind also erst später in A hineingekommen. 

Ist nun anzunehmen, dafs II aus einer spätem Fassung von 
A als der von T benutzten nur die Amustrai -Episode entnahm, 
alle andern Züge, die A mehr als seine Vorlage bot, aber ausliefs? 
Ich glaube nicht, zumal die Abfassungszeit von T nach lautlichen 
Kriterien später als die von EI fällt, i 

Dann bleibt nur die Annahme, dafs ein später Bearbeiter von 
A unter dem Einflüsse von II die Amustrai-Episode eingeschoben hat. 

Trotz der vielen Abweichungen von II, die T enthält, gehen 
doch beide auf dieselbe Vorlage zurück. Hier ist natürlich durch 
die vielen Einschübe die Gleichheit der Assonanzvokale verloren 
gegangen; aber viele Übereinstimmungen zwingen doch, an jener 
Ansicht festzuhalten. 

So ist die Schilderung von der Tötung Bonefois, von der 
Auffindung seiner Überreste durch B. etc. in T und 11 sehr ähnlich. 
Ja es finden sich wörtliche Übereinstimmungen, z. B. 11 3965 = 
T3817: 

Andeus les bras 11 ont del cors sachies; 

ferner findet sich nur in beiden die Episode mit dem Einsiedler. 

I und A. 
In I finden sich wieder die für diese Fassung charakteristischen 
Klagen (v. 3673 flf.) und Zeichen der Frömmigkeit. So will B. die 
von ihm tot geglaubte Josiane in einer Kirche beisetzen und dort im 
Walde eine Abtei erbauen lassen; er selbst will INIönch werden etc. 
Mit besonderer Liebe hat dann der Bearbeiter von I den A^opart 
behandelt (s.v. 3893 ff.). Ihn zu beschreiben, kann er sich gar 
nicht genug tun (s. Einl. LIVf.). Einige Züge davon finden sich 
auch in den andern Fassungen. Nur noch in II 4038 wird die 
in I breit ausgeführte Geschichte erwähnt, dafs der Teufel den 
Ac^opart mit Gaben versehen habe. Blofs in I wird erzählt, dafs 
Josiane aus Angst um B. den Acopart schon vor dem Kampfe mit 
B. zu bereden suchte, in den Dienst B.'s zu treten. Der Redaktor 
hat dies wohl nur getan, um Ac^oparts furchtbare Stärke in ein 
helleres Licht zu setzen. Acopart wird dann freilich ziemlich leicht 
von B. überwältigt. 



^ Vgl. F. Oeckel, Ort und Zeit der Fassung II des festländischen Boeve 
von Hantone. Göttingen 1911. p. 69 f. G. Sander, Die Fassung T des fest- 
ländischen Bueve de Hautone. Göttingen 1912. p. 126. 



6i 

In A finden sich wie im vorigen Kapitel mehrere Abweichungen 
von E, die fast alle schon bei der Kritik von T erwähnt sind. 
Hervorzuheben ist noch, dafs in E wie in I und 11 incl. C B. 
den Riesen Escopart ohne Arondels Hilfe besiegt. Da nun T 
diese Hilfe Arondels aus A entnommen hat, so mufs die von T 
benutzte Vorlage a schon eine erweiterte Bearbeitung von E ge- 
wesen sein, also zwischen E und A, und zwar nach N liegen, da 
in N Arondel wohl bei der Besiegung Escoparts hilft, aber sich 
nicht wie in A und T auf ihn stellt. 



Kapitel IX und X. 
Von Köln nach Hantoue. Wiedersehen mit Soihant. 

Inhalt. 



Kapitel IX 
A 1S96 — 2007, E 2571 — 2956. 
I. B. traf am Meeresufer den Bischof, 
seinen Onkel, und gab sich ihm zu 
erkennen. 



2. B. berichtete über Josiane und 
Escopart. Vor letzterem fürchtete sich 
der Bischof. (Fehlt E.) 

3. Der Bischof erzählte B., dafs 
Sabot aus dem Lande vertrieben sei 
und von einem festen Schlosse auf 
einem Felsen am Meere gegen Doon 
Krieg führe. Er riet ihm, Sabot zu 
helfen, und versprach ihm 500 Ritter. 
(In E 100, dort wird dies erst nach 
der Taufe und nach dem Drachen- 
kampfe (s. u.) erzählt. Sabot ist auf 
der Insel Wight.) 

4. Josiane wurde in der Dreieinig- 
keitskirche (E ohne Namen) getauft. 

5. Für Escopart wurde ein grofser 
Bottich hergestellt, in den er hinein- 
sprang. Da er aber in dem kalten 
Wasser zu lange bleiben mufste, 
schimpfte er den Bischof aus und 
eilte nackt nach Hause. (Fehlt in N.) 
Er erhielt den Namen Gui. (In E 
fehlt dieser Name, und das Ganze ist 
kürzer.) 

6. (E 2597 — 2910 bringt jetit eine 
lange Interpolation, wie B. einen 
Drachen bei Köln tötete.) 



I 4259 — 4286. 
I. Der Erzbischof, sein Onkel 
(v. 4721 wird er Morin genannt), be- 
schenkte B. reich und gab ihm 
100 Ritter. 



62 



7. Darauf bereitete sich B. zur 
Fahrt nach England vor. Josiane 
beklagte sich, dafs er sie allein zu- 
rücklassen wolle. Zu ihrem Schutze 
mufste Escopart zurückbleiben, 

8. B. fuhr zuerst nach Hantone 
(in E nach einem Orte I (M 2) Meile 
von Southamplon.) 



7. B. liefs Josiane und seine Habe 
in einem Turme unter A^oparts 
Schutz zurück. 



8. Dann schiffte er sich ein und 
hat die Schiffer, ja nicht nach Hantone 
zu fahren; doch wurden sie von einem 
Sturme dorthin verschlagen. 



Kapitel X. 



A 2008—2050, E 2957 — 3060. 



2. Doon ging ihm entgegen und 
fragte ihn nach seinem Namen. .(In 
E sandte B. einen Boten zu Doon, 
der diesem seine und seiner Leute 
Dienste anbot.) 

3. B. nannte sich Giraut aus Dijon. 



4- 
und 



Doon nahm B. in seinen Dienst 
schickte ihm Lebensmittel und 



Wasser für seine Leute. 



6. Darauf segelte B. fort nach 
Sabots Burg. (In EA fuhren lOO 
von Doons Leuten mit, die unterwegs 
über Bord geworfen wurden.) 

7. Von Sabot nach seiner Herkunft 
gefragt, sagte B., er sei in Hampton 
geboren. Sogleich erkannte ihn Sabot. 
(In E hifste B. ein Wimpel mit seines 
Vaters Wappen. Daran merkte Sabot, 
dafs B. nach England gekommen war.) 



I 4287 — 4761. 

1, B. erschrak sehr, bat die Schiffer, 
ihn nicht zu verraten, verkleidete sich, 
ging in die Stadt und nahm Quartier 
bei einem reichen Bürger namens David. 

2. Doon liefs die Fremdlinge zu 
sich rufen. 



3. B. nannte sich Äimer aus Ungarn 
und erzählte, er suche Schulden halber 
Söldnerdienste. 

4. Er trat in Doons Dienst, und 
dieser schickte ihm Speisen, Pferde, 
Hunde etc. 

5. Sein Wirt David , ein Neffe 
Soibauts, erkannte ihn. 

6. In der Nacht fuhr B. mit David 
und reichen Vorräten zu Soibaut in 
Neuve-Ferte. 



7. B. gab sich 
einen Söldner aus. 



bei Soibaut für 



8. Doon, von dem Betrüge benach- 
richtigt, griff Soibauts Burg an. 

9. B. machte mit den Seinen einen 
Ausfall, liefs sich die Mörder seines 
Vaters zeigen und tötete Folco v. Bai, 
einen Neffen Doons. 

10. Doon kämpfte mit B. ; er wurde 
von diesem verwundet, aber von den 
Seinen gerettet. 



63 

11. Danach -wurden B. die beiden 
Verräter Hate und Fromont gezeigt. 
Hate verwundete er, und Fromont 
nahm er gefangen. 

12. Als B. auch Wilhelm von 
Ardane, Doons Neffen, tötete, er- 
grifTen Doon und seine Leute die 
Flucht. 

13. Am andern Morgen gab B. 
sich Soibaut und seinen Baronen zu 
erkennen. 

14. B. erzählte, dafs er in Köln 
seine Frau und einen Diener A9opart 
zurückgelassen habe. Ein Traum 
habe ihn geängstigt, deshalb wolle 
er sie holen. 

II. 

Kapitel IX. 
II 4648—4813. 

B. traf in Köln seinen Onkel, den Erzbischof Amaurri, gab 
sich ihm zu erkennen, bat ihn aber, seinen Namen zu verhehlen. 
Er nannte sich Gerart (vgl. A i). Eines Tages begegnete B. am 
Ufer einem Pilger, der ihm erzählte, dafs er durch Josiane aus dem 
Gefängnis befreit und nach Hantone geschickt worden sei, um B. 
zu grüfsen. Dort angelangt, sei er auf Doons Befehl ausgeplündert 
worden. Der alte Soibaut bekriege mit seinen Söhnen Doon von 
einem festen Schlosse aus. 

B. erzählte das seinem Onkel und erklärte, Soibaut helfen zu 
wollen. Auf Josianes Bitte wurde A(;opart in einem grofsen Bottich 
getauft und erhielt den Namen Gui (vgl. A 5). B. sammelte 
100 IMann, bewaffnete sie, liefs Acopart zum Schutze Josianes in 
Köln zurück und ritt mit seiner Schar nach Brügge, wo sie bei 
Sanson Herberge nahmen. Von dort fuhren sie zu Schiff nach 
Soibauts Burg. 

Kapitel X. 

n 4814 — 6634. 

B. nannte sich Gerart aus Dijon (vgl. A3); er bot Soibaut 
unentgeltlich seine Dienste an und bat ihn, ihm die Leitung des 
Krieges zu überlassen. Ein ..glouton" meinte, der Fremdling prahle 
zu sehr; er könne im Kriege leicht seinen Tod finden (vgl. Ven. 
V. 1888 ff.). 

Alle bewaffneten sich, ritten in der Nacht nach Hantone, 
legten sich in einen Hinterhalt, und 20 Ritter trieben das Vieh 
weg. Als Doon das hörte, waffnete er sich eilig und ritt mit den 
Seinen hinaus. B. lötete dessen Nt-flen Wilhelm (vgl. I 12), Soibaut 



64 

riet, sich vor dt^r Übermacht zurückzuziehen; aber B. liefs sich von 
ihm den Mörder (luis zeigen, sprengte auf ihn los, warf ihn vom 
Pferde und verwundete ihn an der Seite. Doon wurde jedoch von 
den Seinen gerettet, verbunden und auf ein anderes Pferd gesetzt 
(vgl. I 9, lo). Wütend drang er auf Soibaut ein und warf ihn vom 
Pferde. Vor dem herbeieilenden B. aber floh er. B. tötete Fouco, 
einen Neffen Doons (vgl. I9), warf Fromont vom Pferde und nahm 
ihn gefangen (vgl. 1 11). Darauf befahl Doon den Seinen zurück- 
zukehren. 

Fromont wurde mifshandelt und in einen Kerker gebracht. 
Doon erzählte seiner Frau, dafs wahrscheinlich B, zurückgekehrt sei 
und seinen Neffen getötet habe. Als sie Reue über ihre Tat 
äufserte, wurde sie von ihrem Gatten geschlagen. Auf Hates Rat 
sandte Doon einen als Pilger verkleideten Spion in Soibauts Burg. 
Dieser berichtete, dafs der starke Söldner Gerart aus Dijon sei. 
Fromont wurde in einen hölzernen Käfig gesperrt und gefoltert. 
Als Doon auf die Jagd ging, wurde er von B. nebst Roboan und 
Titri überfallen, rettete sich aber durch die Flucht. (Der ganze 
Absatz nur hier). 

Soibauts Gemahlin Adelheid vermutete, dafs der tapfere Gerart 
B. sei. Sie bat ihn daher, ihr seinen rechten Arm und seine 
Schulter, auf der B. -ein Kreuz hatte, zu zeigen. Notgedrungen 
gab sich nun B. ihr und Soibaut zu erkennen; seine Rückkehr 
durfte aber nur noch ihren Söhnen Roboan und Tieri mitgeteilt 
werden. Alle mufsten Schweigen geloben. Darauf erzählte B. seine 
Geschichte. Soibaut riet ihm, gleich nach Köln zu fahren und 
Josiane zu heiraten. B. schob die Fahrt noch um vier Tage auf, 
weil er versuchen wollte, auch Hate zu ergreifen. Im Kampfe am 
nächsten Tage gelang dies auch. Hate wurde wie Fromont in 
einen Käfig gesperrt. 

Am nächsten Morgen fuhren B. und Soibaut mit 100 Rittern 
nach Köln. Die Burg wurde Gerhard, Soibauts Neffen, und Adelheid 
anvertraut. Während B.'s Abwesenheit belagerte Doon Soibauts 
Schlofs. Aber Adelheid liefs, indem sie einen Teich ableitete, sein 
Lager fortschwemmen. 

m. 

Kapitel IX. 
T 4428 — 4693, C 4453 — 4683 (anfänglich fehlen 57 Verse). 
Die Einwohner von Köln eilten nach dem Schifte, erschraken 
aber vor A9opart und flohen entsetzt, als dieser sie bedrohte. B. 
erkundigte sich nach seinem Onkel, dem Erzbischof Meuron (in 
C 4469 Gui, später v. 4614 Simon genannt), und erzählte diesem 
Doons Taten (vgl. II). Meuron versprach ihm Geld und 100 Mann 
(die Angabe der Zahl fehlt C) (vgl. E 3, I i). In der Peters-Kirche 
wurde Josiane in einem grofsen Bottich getauft und dann mit B. 
getraut (vgl. A 4). Dann A 5, A 7. Josiane hatte einen sie be- 
ängstigenden Traum. A 8. 



65 

Kapitel X. 

T 4694 — 5986, C 4684 — 6013. 

B., der, um nicht erkannt zu werden, sich gefärbt hatte, nahm 
Quartier bei einem Bürger Nevelon, einem Vetter Soibauts (vgl. 
I I, 5). Doon schickte Fromont und Hate zu ihm, um sich nach 
seinem Vorhaben zu erkundigen und liefs ihn zu sich rufen (vgl. 
I 2). B. erzählte ihm, er sei aus seiner Heimat geflohen, weil er 
jemand getötet habe, und er suche mit seinen 60 Leuten Söldner- 
dienste. Doon sagte, ein Pilger (vgl. II Kap. IX) habe ihm erzählt, 
dafs sein Stiefsohn noch lebe, der bald kommen werde, um ihn 
gemeinschaftlich mit Soibaut zu bekriegen. B. wurde mit seinen 
Begleitern zum Abendessen eingeladen und safs neben seiner Mutter. 
Nach B.'s Weggange schickte Doon ihm Geschenke (vgl. I 4), und ß.'s 
Mutter liefs die Fremden durch den Spielmann Jolipin ausspionieren. 
Als dieser fort war, erklärte B. seinem Wirte, Doon habe unrecht, 
er wolle Soibaut helfen. Mit Nevelon und dessen Gemahlin fuhr 
er zu Soibaut und gab sich auch ihm gegenüber für einen Söldner 
aus. Doon wurde von B.'s Übertritte zu Soibaut benachrichtigt. 
Seine Frau vermutete, der Fremde sei ihr Sohn B. gewesen. Auf 
ihren Rat mufsten Hate zu Land, Fromont zu Wasser Soibauts 
Burg angreifen. 

B. ritt mit den Seinen den Feinden entgegen. Vor Wilhelm 
von Bies (später T 5120 d'Ardonne oder C5143 d'Argonne ge- 
nannt, vgl. I 12), einem Neflen Doons, ergriff B. zum Schein die 
Flucht, wandte sich dann plötzlich gegen ihn, tötete ihn und gab 
sein Pferd Soibaut. Darauf verwundete B. Garnier und stiefs Hate 
vom Pferde. 

Eine neue Schar Feinde unter der Führung Fromonts kam 
zu Schiff herbei, doch B. warf Fromont vom Pferde und nahm ihn 
gefangen (vgl. I 11). Von Soibaut nach seinem Namen gefragt, 
nannte sich B. Milon. 

Inzwischen war auch Doon herangekommen, um Rache zu 
nehmen. Er sprengte auf B. los, und beide stiefsen sich aus dem 
Sattek Doon wurde von B. an der Schulter verwundet, doch von 
den Seinen gerettet. Soibauts Partei zog sich vor der Übermacht 
zurück. 

Als der verwundete Doon nach Hause kam, erschrak seine 
Frau heftig und liefs Ärzte holen. 

Fromont wurde im Kerker eingemauert. Das für ihn von 
Doon angebotene Lösegeld wurde abgelehnt. Nach acht Tagen 
ritten B. und Soibaut mit ihren Leuten vor Ilantone und trieben 
das Vieh weg. B. stiefs den sie verfolgenden Doon vom Pferde 
und schenkte dies Soibaut. In einem abermaligen Kampfe mit B. 
wurde Doon wieder verwundet, aber von den Seinen wiederum 
gerettet. 

Bei einem neuen Beutezuge verbot B. seinen Mannschaften, 
das Land zu verheeren. Er tötete Folco und nahm Hate gefangen. 

Beiheft zur Zeitschr. f. rom, Phil. L. c 



66 

Vcn. 1823 — 2179. 

B. traf bei dem Wirte Giitifcr einen Ritter namens Richarde 
mit 100 Söldnern. Von diesem wurde B., der sich Angossoxo 
nannte, als Anführer der 100 Söldner angeworben. Ricardo erzählte 
ihm, dafs er im Auftrage Sinibaldos 7 Jahre lang B. gesucht habe 
und jetzt zu seinem Herrn zurückkehre. Darauf segelten sie nach 
San Simon. Ri(;ardo berichtete Sinibaldo, was er ausgerichtet hatte. 
Dieser ging B. entgegen und führte ihn in die Burg. 

Ricardo, der B.'s Tüchtigkeit bezweifelte, wurde von B. im 
Lanzenstechen besiegt. Eines Morgens legte sich Angossoxo mit 
Teris, dem Sohne Sinibaldos, und seiner Schar in den Hinterhalt 
vor Antona und trieb das Vieh fort. Dodo, der es erfuhr, ver- 
folgte sie mit 15000 Reitern. Don Albrigo trug die Fahne. 
Angossoxo liefs sich von Teris den Mörder seines Herrn zeigen 
und griff ihn an trotz Teris Warnung vor der Übermacht der 
Feinde. B. verwundete Dodo durch einen Lanzenstich an der 
Seite und warf ihn vom Pferde; doch Dodo wurde von seinen 
Leuten wieder auf ein anderes Rofs gesetzt (vgl. II). B. tötete 
Albrigo und viele andere. Darauf kehrten sie nach ihrer Burg 
zurück, und Teris berichtete seinem Vater von Angossoxos Taten. 
Sinibaldo vermutete, dafs der Fremde B. sei, und fragte seine Frau, 
woran man ihn erken^ien könne. Sie erzählte, dafs B. auf seiner 
rechten Schulter ein Kreuz habe. Auf ihren Rat wurde für B. ein 
Bad bereitet; sie trat zu ihm ein, erblickte das Kreuz und ver- 
kündigte ihrem Gemahl, dafs es B. sei. Beide fielen B. zu Füfsen, 
der sich nun zu erkennen gab. Auf B.'s Wunsch durfte es niemand 
aufser Teris mitgeteilt werden (vgl. 11). 

Dodo schickte nach tüchtigen Ärzten, die seine Wunde heilen 
könnten (vgl. III). Davon hörte auch B. und beschlofs, zu Dodo 
zu gehen. Er und Teris färbten sich schwarz und verabredeten 
mit Sinibaldo, dafs dieser nach 8 Tagen sich vor Antona in 
den Hinterhalt legen solle, um ihnen zu helfen. Sinibaldo gab 
ihnen an seinen Bruder ^ilberto, der in Antona Torwächter war, 
einen Brief mit. Als Pilger verkleidet gingen B. und Teris nach 
Antona und gaben sich als Ärzte aus. Von (^ilberto wurden sie 
freundlich aufgenommen. Dodo hörte von den fremden Ärzten 
und liefs sie rufen. Sie gingen zu ihm und behandelten seine 
Wunde 8 Tage lang. Am g. Tage gaben sie sich zu erkennen 
und zogen ihre Schwerter, erlaubten aber, dafs Dodo floh. Dieser 
begab sich nach Paris. So nahm B. seine Stadt in Besitz. 

J 1—574. 

Mitten in den Kämpfen zwischen Doon und B. setzt die franko- 
ital. Version (= J) ein. 

Aus dem Zusammenhange ergibt sich, dafs der Kampf vor 
Sinibaldos Burg stattfindet (v. 24). B. und Teris schlugen je einen 
Feind nieder. Dodo wurde wieder auf ein Pferd gesetzt (mufs 



67 

also vorher offenbar von B. niedergestofsen worden sein); er befahl 
den Rückzug und erzählte seiner Frau, wie es ihm ergangen war. 

Dodo rückte wieder mit einem grofsen Heere vor San Simon.. 
Als B. die Feinde sah, bat er Sinibaldo um Eriaubnis, einen Ausfall 
zu machen. Von Teris und seinen Söldnern begleitet, überfiel er 
die ungerüsteten Feinde. Dodo wurde wiederum von B. vom 
Pferde gestossen, aber von den Seinen gerettet. Von der Über- 
macht wurde B.'s Schar zurückgedrängt. Teris zeigte B. den starken 
Dodo. B. ritt auf diesen zu, verwundete ihn durch einen Lanzen- 
stofs an der Seite und warf ihn vom Pferde (vgl. Ven.). Aber 
Dodo wurde von seinen Leuten wieder aufgehoben und nach 
Antona gebracht. Dodos Heer floh. B. machte reiche Beute. 

Sinibaldos Frau Oria vermutete, dafs der fremde Söldner B. 
sei. B. jedoch wich ihren Fragen aus. Schliefslich bereitete sie 
ein Bad für B., trat zu ihm ein und erblickte auf seiner Schulter 
ein Kreuz. Sie rief Sinibaldo und ihren Sohn Teris, die B. um- 
armten. B. verbot ihnen aber, seine Ankunft weiter zu erzählen 
(vgl. Ven.). Dem Sinibaldo berichtete er, dafs er auf der Flucht 
nach San Simon vom Pferde gefallen sei, dafs Dodo ihn nach 
Antona zurückgebracht habe, und dafs seine Mutter ihn mit einem 
Pfauenbraten habe vergiften wollen, er aber entflohen sei. In dem 
Kampfe habe er Dodo schwer verwundet. Dieser werde nach 
Ärzten senden, und er selbst wolle als solcher verkleidet zu ihm. 
Sinibaldo riet ihm, in Antona bei dem Wirte Uberto de la Gros 
abzusteigen, der B.'s Vater sehr geliebt habe. B. und Terris ver- 
kleideten sich und gingen nach Antona. Dem Pförtner gegenüber 
gaben sie sich als Ärzte aus. Nachdem dieser die Erlaubnis der 
Blondoia eingeholt hatte, liefs er sie ein. Siegingen in den Palast, 
untersuchten die Wunde und erklärten sie für ungefährlich ; sie 
müfsten aber nach ihrer Herberge gehen, um Salbe zu bereiten. 
In der Herberge gab sich B. dem Uberto zu erkennen und be- 
auftragte ihn, alle seine Freunde bei Tagesanbruch zu versammeln, 
damit sie auf ein Hornsignal ihm gegen Dodo helfen könnten. 

Am Moigen gingen B. und Teris wieder in Dodos Kammer. 
Teris verriegelte die Tür, damit die anwesende Blondoia nicht 
entfliehen konnte, und nun gab sich B. ihr zu erkennen. Auf das 
Hornsignal drangen seine Anhänger in den Palast und töteten alle 
Freunde und Verwandte Dodos. An dem verwundeten Dodo 
wollte B. sich jedoch nicht rächen. Er hefs ihn auf einen Zelter 
setzen und aus dem Lande führen; B. wollte aber, wenn Dodo 
geheilt sei, an ihm für den Tod seines Vaters und der 20 Jüng- 
linge Rache nehmen. 

Kritik. 

Ven. und J. 
Ven. und z. T. J stimmen in mehreren wesentlichen Zügen 
mit II (z. T. auch mit I und III) überein, und zwar in den folgenden: 

5* 



68 

1. In II 4883(1 und Von. 1880 ff. ist von einem Vcrleunader 
B.'s die Rede. 

2. B. drängt zum Kampfe (II 48680"., Von. iQiQf., J 88 fi.). 

3. B.'s Leute legen einen Hinterhalt und treiben das Vieh 
weg (auch in I, III). 

4. Doon zieht mit Übermacht gegen sie. 

5. Teds (II Soibaut) rät B., vor der Übermacht zurückzuweichen. 

6. B. tötet einen feindlichen Baron. (In I, II, III Wilhelm, 
den Neffen Doons, in Ven. den Bannerträger Albrigo.) 

7. B. läfst sich Dodo zeigen (auch in J). 

8. Er greift ihn an und verwundet ihn (ebenso I, III, J). 
Q. Doons Leute retten ihren Herrn (ebenso I, III, J). 

10. Auch die Erkennung B.'s ist ganz ähnlich. In II bittet 
Soibauls Frau B., ihr den rechten Arm und die Schulter zu zeigen, 
auf der B. ein rotes Kreuz hatte. In Ven. und J erkennt sie B. 
an diesem Zeichen im Bade. Hier ist also die Erkennungsszene 
pikant ausgemalt. In allen drei Fassungen bittet B., nicht weiter- 
zuerzählen, dafs er Guis Sohn sei, nur Soibauts Sohn (resp. Söhne 
in II) darf noch in das Geheimnis eingeweiht werden. 

Andererseits findet sich auch eine Übereinstimmung mit III: 
Wie in Ven. und J läfst Doon auch in III (s. C 5540) Ärzte holen. 

Die Episode in- Ven. und J, dafs B. und Teris als Ärzte zu 
Doon gehen, bildet eine Parallele zu dem Anfang von Kapitel X 
in A, I, III, wo B. sich auch verkleidet zu Doon begibt. Besonders 
deutlich tritt diese Parall'.le in den beiden Episoden zwischen J 
und I, III hervor. In letzteren ist B.'s Wirt ein Verwandter Soibauts, 
in J ein Anhänger seines Vaters. B. gibt sich ihm zu erkennen 
(nicht in III) und wird von ihm gegen Doon unterstützt. Unwahr- 
scheinlich ist die Darstellung in Ven., wonach diese Vertrauens- 
person der Bruder Sinihaldos und zugleich Doons Torwächter sein 
soll. Wie könnte Doon dem Bruder seines Todfeindes einen so 
wichtigen Posten anvertrauen? 

Aus den Inhaltsangaben von Ven. und J geht ihre nahe Ver- 
wandtschaft ohne weiteres hervor. Das, was B. in J dem Sinibaldo 
von seinen früheren Schicksalen erzählt, stimmt zu Ven., abgesehen 
davon, dafs in Ven. B.'s Mutter ihn mit Brot, in J aber mit einem 
Pfau hat vergiften lassen wollen. Da nun auch die Namen beider 
Fassungen vielfach übereinstimmen, so müssen J und Ven. in litera- 
rischem Zusammenhange stehen. 

In J findet der Kampf, wie in I und III, vor Soibauts Schlofs 
statt, und zwar wird, wie in III mehrmals gekämpft. In LH wird 
Doon von B. viermal, in J dreimal vom Pferde geworfen. Da unser 
Fragment aber mitten in den Kämpfen einsetzt, so ist nicht aus- 
geschlossen, dafs Doon schon vorher einmal von B. niedergestofsen 
worden war. Wie in II und lU ist auch in J Doons Frau bei 
seiner Rückkehr aus dem Kampfe tätig. 



69 

III. 

Fassung III hat wörtliche Anklänge an I, ja bei 
gleichem Inhalt auch gleichen Assonanzvokal: so Laisse I 
LXXXIV = C CIXL auf -a. C 4484 = T 4497 et sott avoir tout 
li ahandonna = I 4261 Et quant qtCil ot tont li abandonna. 

Andererseits findet sich nur hier wie in A auch die Taufe 
Josianes, die III off"enbar aus A entlehnt hat; denn nach dem 
Vorhergehenden ist Josiane wie in allen festländischen Fassungen 
so auch in III Christin. 

Auch die Taufe A^oparts in III stammt aus A. Nach der 
Darstellung von Tv. 4 171 f. (s. Kap. VIII S. 53) ist A(^opart bereits 
seit fünf Jahren Christ. Später hat T diesen von ihm eingeführten 
Zug vergessen und interpoliert die Schilderung ven A(;:oparts Taufe 
aus A. Beweisend hierfür ist besonders die Übereinstimmung im 
Assonanzvokal — der Laisse T CXXXIV auf -e entsprechen in A, 
das die Assonanzen in Reime verwandelt hat, die Laissen CXLI 
-er, CXLII -ez, CXLIII -er — und die grofse Ähnlichkeit in der Dar- 
stellung. Sowohl in A wie in III wird ein grofser Bottich bereit- 
gestellt. 15 (A 20) Mann sollen Agopart hineinheben. Es gelingt 
ihnen aber nicht, und Acopart springt selbst hinein etc. Jede 
Schilderung hat natürlich auch wieder eigene Zutaten. Aber da 
die Taufe auch in E so erzählt wird, so mufs III hier A (bezw. 
eine Vorstufe derselben) als Vorlage benutzt haben. 

Im Anfang des 10. Kapitels schliefst sich III wieder sehr eng 
an I an (vgl. die Inhaltsangabe). Die Übereinstimmung erstreckt 
sich bis auf die Namen; so tötet B. in I Guillaume d'Ard^me, in 
III Guillaume d'Ardonne, Soibauts Schlofs heifst in I 4480 Neve- 
Frete oder I 4524 Neuve-Ferte, in T 5254 Noeve-Frete, in C 3274 
Nueve-Fert^. 

Also haben wir auch hier wie im vorigen Kaj^itel einen klaren 
Beweis dafür, dafs T aufser seiner Vorlage y sowohl eine 
Vorstufe von A wie von I benutzt hat. 

II. 

Im g. Kapitel erfährt in A B. von seinem Onkel, was sich 
während seiner Abwesenheit in der Heimat zugetragen hat; II er- 
findet zu diesem Zwecke einen Pilger. Der Redaktor hat dabei 
ganz vergessen, dafs ja schon vorher (s. Kap. VIII S. 53) ein Vetter 
Soibauts B. alles berichtet hat. Der Charakter der Kompilation 
tritt hier klar zu Tage. Man kann auch nicht sagen, dafs die 
Einführung dieses Pilgers, der wie B. aus siebenjähriger Gefangen- 
schaft bei Yvorin zurückkehrt, glücklich ist. Das Einfachste und 
Natürlichste ist doch, dafs, wie in A, der Onkel selbst alles weifs 
und erzählt. 

n und lU haben gemeinsam, dafs sich B. in Köln nicht zu 
erkennen gibt; III begründet dies mit der Nähe des verräterischen 
Geschlechts derer von Mainz. 



yo 

Nur in II findet sich der Zug, dafs B. mit seiner Schar erst 
nach Brügge reitet und sich dort einschiffl. Auch daraus geht 
hervor, dafs Soibauts Burg und also auch Ilantone als in England 
liegend gedacht sind. 

Auffallend ist im lO. Kapitel, dafs nur in II die Episode bei 
Doon in Hantone fehlt. B. fährt hier direkt nach Soibauts Burg. 
Zu beachten ist auch, dafs in I B. nur wider Willen nach Hantone 
gelangt, während er in A und T absichtlich dorthin fährt. Ich 
vermute daher, dafs II nicht etwa versehentlich oder bewufst diese 
Episode ausgelassen hat, sondern dafs sie in seiner Vorlage nicht 
stand. Gestützt wird diese Vermutung dadurch, dafs Fassung III, 
die ja mit II auf eine gemeinsame Vorlage zurückgeht, diese 
Episode aus I genommen und weiter ausgeführt hat. Andererseits 
ist wieder auffällig, dafs sich in II B. dem Soibaut gegenüber Gerart 
aus Dijon nennt, also gerade so wie in A dem Doon gegenüber. 
Das spricht doch wieder dafür, dafs auch II und A in Beziehung 
zueinander stehen müssen. Vielleicht läfst sich dieser eigentümliche 
Tatbestand so erklären, dafs 11 in seiner Vorlage a' (s. S. 28) hier 
einen verderbten Text benutzt hat. 

Auf Unterschiede in der Schilderung der Kämpfe werde ich 
erst nach Beendigung derselben am Ende von Kapitel XII (s. S. 78) 
eingehen. 

I und A. 

Das g. Kapitel ist in I aufserordentlich knapp. Erst ca. 
500 Verse später (v. 4721) erfahren wir den Namen des Erzbischofs. 
Der Redaktor hat auch ganz vergessen, uns die Hochzeit B.'s zu 
erzählen, v. 4717 sagt B. auf einmal zu Soibaut: 

Jou ai mollier, nel vous celerai jo. 

Das zeigt, dafs Fassung I eine starke Überarbeitung erfahren hat. 

A hat die Taufszene A(;oparts, die in E nur kurz ist, drastisch 
ausgemalt. 

Die Zahl der Ritter, die der Bischof B. verspricht, ist in A 
geändert, da in E sowohl wie in I nur von 100 Ritlern die Rede ist. 

Der Einschub in Kap. X 6 in EA ist offenbar erst im Englischen 
hineingekommen; denn er findet sich nur in einer Gruppe der 
engl. Hss., und in keiner andern Fassung findet sich etwas Ähnliches. 

Nur in A gibt sich B. dem Soibaut sogleich zu erkennen, und 
nur hier finden vor der Ankunft Josianes bei Soibaut keine Kämpfe 
mit Doon statt. Ich möchte auch hier in dem Berichte von A das 
Ursprüngliche sehen. A's knappe Erzählung erscheint als der Keim, 
aus dem sich alles entv.'ickeln konnte, indem man den Fortschritt 
hindernde, retardierende Momente einschob. Zu dem Zweck gab 
sich in den festl. Fassungen B. seinem Erzieher nicht gleich zu er- 
kennen. 

Dies Motiv lag besonders nahe, da B. kurz vorher auch Doon 
gegenüber einen andern Namen angenommen hatte. IMan beachte 



71 

nun, wie sich dies einmal eingeführte Motiv weiter entwickelt hat. 
In I gibt sich B. dem Soibaut und seinen Baronen gleich nach 
dem ersten Kampfe freiwillig zu erkennen; in II erfolgt das Ge- 
ständnis B.'s viel später und nur notgedrungen, auch dürfen es 
nicht alle erfahren. In III wiederum gibt sich B. noch später zu 
erkennen, und nun will ihm Soibaut nicht glauben. 

Dies stufenweise Anwachsen des einen Motivs in den ver- 
schiedenen Fassungen entspricht dem stufenweisen Anwachsen der 
einzelnen Fassungen überhaupt. A ]> I ]> II > III (wenigstens für 
T). Denn von der von Boje geäufserten Vermutung, dafs A aus II 
durch Kürzung hervorgegangen sei, kann wohl nach den oben aus- 
geführten kritischen Betrachtungen nicht mehr die Rede sein. 

Jordan S. 66 zieht freilich auch hier wieder PR (= II) zu 
Gunsten der Ursprünglichkeit von Ven. heran. Er meint, da in 
PR sowohl wie in Ven. B. schon unterwegs erfuhr, dafs Sinibaldo 
gegen Doon Krieg führte (in II auf dem Schiffe von einem Vetter 
Soibauts, im Ven. von Ricardo), und da in beiden B. sich direkt 
zu Soibaut begebe, so wäre das auch der ursprüngliche Tatbestand. 
Er stöfst sich gar nicht an der zweimaligen Berichterstattung über 
Soibauts Krieg durch zwei verschiedene Personen und unter ganz 
verschiedenen Verhältnissen. Ursprünglich kann aber doch B. nur 
von einem benachrichtigt worden sein; wozu denn zweimal? Übrigens 
sind auch beide Schilderungen in II 4604 ff. und 4717 ff. sehr ähnlich. 
Es ist eigentlich nur der Assonanzvokal geändert, und die Verse 
sind etwas umgestellt. Man vergleiche nur folgende Verse: 

II 4615 f. Do de Maience, li gloutons maleis, 
En a Soibaut cachie fers del päis 
mit II 4714 f. Do de Maience, qui dieus puist mal doner 
A fait Soibaut hors du päis geter. 
4621 S'ont un castel en un rochier basti 
mit 4717 S'ont un castel en ua rochier freme. 

Solcher Übereinstimmungen liefsen sich noch mehr anführen. 
Ich denke, es bedarf wohl weiter keines Beweises dafür, dafs die 
beiden Berichte eine von II eingeführte Doublette sind. Ursprünglich 
wurde B., wie die Übereinstimmung Uiit A zeigt, nur in Köln von 
dem Kriege benachrichtigt. Damit fällt aber wieder Jordans Stütze 
für die Ursprünglichkeit von Ven. 

Kapitel XI. 
Josiaues Not und Rettung. 

Inhalt. 

A 2051 — 2186, E 3117-3304. I 4762— 5016. 

I. Inzwischen begehrte der Graf I. Audemer, ein Neffe des Kaiseis 

Miles in Köln Josiane zur Frau, und Statthalter von Köln, warb 

wurde aber von ihr abgewiesen. durch Bolen um Josiane; denn aus 



72 



4- Er entfernte Escopart, indem er 
ihm sagte, B. sei in einem Turm im 
Meere und wünsche, mit ihm zu 
sprechen. (In E gab er ihm einen 
gefälschten Brief B.'s.) 

5. Miles resp. Audemer 

6. Danach rief er Escopart zu, er 
werde jetzt Josiane heiraten. Escopart 
zerkratzte mit seinen Nägeln eine 
Mauer, stürzte sich ins Meer und stieg 
in ein von Kaufleuten besetztes Schiff. 

7. B. wurde durch einen Boten 
von den Ereignissen in Köln benach- 
richtigt und ritt nach Köln. 



Furcht vor A9opart wagte er nicht, 
selbst zu ihr zu gehen. 

2. Er erzählte dem Erzbischof, B. 
sei durch einen Sturm nach Hantone 
getrieben und dort von Doon er- 
tränkt worden. Ein falscher Zeuge 
beschwor dies. 

3. Den zweifelnden Erzbischof über- 
zeugte er durch einen gefälschten Brief. 

4. Audemer bat Josiane, ihm 
A^opart zu leihen, er möchte ihn 
einem Freunde zeigen. 



sperrte ihn in den Turm. . 

6. Als A9opart den Betrug merkte, 
wart er, oben anfangend, das Gemäuer 
des Turmes herunter. 



7. B. langte zu Schiff in Köln an 
und erfuhr von einem Bürger, was 
vorging. 

8. B. eilte mit seinen Leuten nach 
der Kirche und tötete dort Audemer. 
Auch A^opart lief herbei und er- 
schlug mit seiner Keule viele Feinde. 

9. Der Erzbischof entschuldigte sich 
und schenkte B. 1000 Mark. 

10. A9opart wurde getauft. 



11. (E: Nach der Entfernung Esco- 
parts wollte Miles Josiane zu seiner 
Mätresse machen. Sie aber sagte, sie 
habe geschworen, nur mit einem an- 
getrauten Gatten fleischlichen Umgang 
zu haben. Miles setzte deshalb die 
Hochzeit auf den folgenden Tag fest.) 

Miles zwang Josiane, ihn zu heiraten. 

12. Im Schlafgemach tötete sie ihn 
mit einer seidenen Schlinge. 

13. Am andern Tage wurde sie von 
Miles' Rittern gebunden und zum 
Scheiterhaufen geführt. 

14. Auf ihre Bitte gab man ihr 
einen Priester. 

15. B. traf einen Hirten und er- 
kundigte sich bei ihm nach der Be- 
deutung des Feuers. (Fehlt E.) 



13 

16. Ebenso tat kurz danach Esco- 
part. (Fehlt E.) 

17. Bei dem Feuer angelangt, 
töteten beide die Ritter und banden 
Josiane los. 

18. Darauf erbaten sie sich vom i^- ^ie fuhren nach Soibauts Burg 
Bischof einen Zelter und ritten wieder zurück. 

nach Sabots Burg zurück. (In E A 
fuhren sie zu Schiff nach Sabots Burg) 

19. Als Soibaut A^opart sah, 
fürchtete er sich sehr vor ihm. 

II 6635—7965. 
Huidemer von Burgund, ein Neffe des Erzbischofs, hatte sich 
in Josiane verliebt; er sagte seinem Oheim, B. sei von Doon ge- 
tötet. Von einem als Pilger gekleideten Burschen liefs er einen 
Brief überbringen, dafs B., Soibaut und die Seinen tot seien; 
B. wünsche, dafs der Erzbischof Josiane anderweitig verheirate. 
Der Pilger ging zum Erzbischof und erzählte, was ihm aufgetragen 
war. Dieser liefs Josiane rufen und teilte ihr mit, dafs B. tot sei 
und dafs sein Neffe Huidemer sie heiraten wolle. Josiane brach 
in Tränen aus, und A^opart, der sie weinen sah, erschlug den 
Pilger. 

Am andern Morgen ging Huidemer zu Josiane und sagte ihr, 
dafs B. lebe. Dann lockte er A9opart, indem er ihm ein gutes 
Essen versprach, in einen Turm und sperrte ihn dort ein. Danach 
begab er sich zum Erzbischof und bat ihn, ihm Josiane zur Frau 
zu geben. Auf Josianes Bitte gewährte er ihr noch Aufschub bis 
zum vierten Tage. Zur Trauung in die Peterskirche geführt, 
weigerte sich Josiane standhaft, Huidemer zu heiraten. Letzterer, 
darüber zornig, liefs sie von seinen Leuten ergreifen; sie rief laut 
um Hilfe. 

Inzwischen war B. mit Soibaut und lOO INIann in Köln an- 
gekommen. Er ritt zur Peterskirche und hörte Josianes Rufen. 
Schnell eilte er zu dem Schiffe zurück, rüstete sich und sprengte 
wieder nach der Kirche. Huidemer und seine Barone flohen; der 
Erzbischof entschuldigte sich. B. brachte Josiane ins Schiff, kehrte 
dann wieder in die Stadt zurück, traf Huidemer und tötete ihn. 

A^opart hatte inzwischen Steine der Mauer w^eggekratzt und 
sich befreit. Er eilte in die Peterskirche und traf dort B. B. liefs 
sich vom Erzbischof seine Habe ausliefern und auf das Schiff 
bringen. Dann fuhren sie ab. 

Durch einen Sturm wurden sie nach der Sladt Orgueil ver- 
schlagen, wo Graf Oedes, der Bruder Huidemers, sie angriff. Er 
wurde aber von A^-opart gefangen genommen und huldigte B. 
(Nur hier.) 

Darauf fuhren sie heim und wurden von Adelheid freundlich 
empfangen. 



74 

III. C 6014—6439, T 5987 — 6401. 

Widemcr erbat vom Erzbischof Josiane als Lolm für seine 
Dienste, da zwei Pilger berichtet hätten, dafs B. von Doon getötet 
sei. Der Erzbischof wurde ohnmächtig, fürchtete aber Verrat und 
bot Widemer Geld. Von letzterem bedroht, forderte er Beweise. 
Zwei gedungene Pilger schwuren, B. sei tot; dasselbe tat Widemer 
mit 40 Rittern. Dann I 4 erweitert. Wie zu einem Essen führte 
er ACj'opart in das höchste Turmzimmcr und sperrte ihn in den 
Turm. Der Josiar.e tagte er, sie sei Witwe; er begehre sie zur 
Frau. Josiane wies ihn ab, wurde aber mit Gewalt zur Kirche 
geführt. 

Inzwischen halte Jesus B. über die der Josiane drohende 
Gefahr durch einen Traum unterrichtet. B. erklärte Soibaut, er 
gehe nach Köln, um seine Frau zu holen, und gestand ihm, er 
sei B. Aber erst als er sich mit warmem Wasser abgewaschen 
hatte, erkannte ihn Soibaut. 

In Köln erfuhr er, was vorgefallen, ritt zur Peterskirche und 
schlug dem Abte Sanson, der die Trauung vornehmen wollte, den 
Kopf ab. Ebenso erging es Widemer und seinen Leuten. Der 
Erzbischof wurde begnadigt und schenkte B. 15 mit Gut beladene 
Saumtiere. Nun wurde Ac^opart befreit. Sie fuhren zurück und 
wurden von Soibaut empfangen. Der Erzbischof schickte B. Hilfs- 
truppen unter Fühnmg des deutschen Herzogs Savary. 

In Ven. und J fehlt die ganze Episode in Köln. 

Kritik. 

Wie die Inhaltsangaben zeigen, weicht hier A von Nr. 1 1 an 
völlig von den anderen Fassungen ab. Nur in A findet die Trauung 
wirklich statt. Daran schliefst sich die Erdrosselung des Grafen 
durch Josiane und ihre Fortführung zum Scheiterhaufen. Ist dies 
erst von dem agn. Bearbeiter nachträglich hineingekommen oder 
von den festländischen Bearbeitern ausgelassen? Die Frage ist 
schwer zu entscheiden. Da sich jedoch gezeigt hat (s. S. 49 f.), 
dafs der agn. Bearbeiter Freude an kräftigen, derben Szenen hatte, 
so ist recht gut möglich, dafs auch von ihm erst diese weitere 
Ausmalung der Schicksale Josianes hinzugefügt ist, zumal auch hier 
E von A wieder mehrfach abweicht. 

Von diesen in A geschilderten Ereignissen findet sich in den 
übrigen Fassungen keine Spur; höchstens könnte man eine Parallele 
zwischen II und E feststellen. In II gewährt Huidemer der Josiane 
Aufschub bis zum vierten Tage, in E (s. A 11) bis zum nächsten 
Tage, an dem die Hochzeit stattfinden soll. 

Ein Vergleich der Fassungen I, II, III zeigt, dafs sie sich alle 
auf I zurückführen lassen. Schon die Namen des Verführers sind 
ähnlich: I Audemer, II und C Huidemer, T Widemer. I hat auch 
den Erzbischof an der Handlung beteiligt, dessen Rolle von II und 
III noch weiter ausgestaltet w^urde. Während in I und III B. den 



75 

Verführer in der Kirche tötet, läfst II B. erst Josiane ins Schiff 
bringen und dann noch einmal ausreiten und Huidemer töten. 
Auch die Befreiung A<;oparls ist in den einzelnen Fassungen ver- 
schieden, nur in III wird er früher als Josiane von B. befreit. 
II hat dann noch eine Episode: B. in der Stadt Orgueil, angehängt. 

Andererseits zeigen II und UI unter sich wieder engere Ver- 
wandtschaft. Der falsche Zeuge ist in beiden ein (resp. zwei) Pilger. 
Die Trauung findet in der Peterskirche statt. A(;opart wird zu 
einem guten Essen geladen usw. 

Sehr auffällig ist in A der Bericht von der Rückkehr B.'s zu 
Soibaut 

V. 2183 f. Kant l'Escopart vint, Josian funt monier, 
de ci ke a le chastel ne vont demorer. 

Danach kann man doch nur annehmen, dafs sie nach dt-r Burg 
geritten sind. Es liegt hier aber jedenfalls nur eine Gtdanken- 
losigkeit eines Redaktors vor; denn ebenso wie in I, II, III wird 
auch in E erzählt, dafs sie ein Schiff bestiegen. Schon einmal hat 
sich A ähnlich ausgedrückt: 

V. 1994 — 96 A donc le baissa e pus est montez, 

e les chevalers ke l'eveske li out donez, 
avers Engleterre sunt achiminez. 

Zu Anfang der nächsten Laisse wird aber gleich hinzugefügt 

V, 2004 — 06 Ore se va Boves a cop d'esporon 

e ses chevalers od li al deu benison. 
Passent la mer sans aretison. 

Das spricht dafür, dafs auch die erste Stelle nur als Nachlässigkeit 
eines Bearbeiters anzusehen ist. 

Jordan S. 65 nimmt an, dafs diese Kölner Episode im Urboeve 
nicht gestanden habe, dafs sie vielmehr „spätere, Hterarische Er- 
fändung" sei. Zur Begründung dieser Ansicht führt er an, dafs 
der Aufenthalt in Köln sich auch in Ven, nicht findet und bemerkt 
weiter: „Landung in Köln, Taufe, spätere Hochzeit entsprechen dem 
natürlichen Gerneinplatz dieser Literatur (bezieht sich auf die ..spätere, 
literarische Erfindung-'), den Helden nach seinen Abenteuern vorab 
mit der Kirche in Berührung zu bringen ctc' 

Dafs sich die Kölner Episode in Ven. nicht findet, beweist gar 
nichts gegen ihre Ursprünglichkeit, da Ven., wie die bisherige Unter- 
suchung gezeigt hat, eine Neudichtung des Bueve aus der Erinnerung 
heraus ist. Wenn zweitens diese Geschichte auch ein Gemeinplatz 
der Literatur ist, so kann man doch daraus nicht schlicfsen, dafs 
sie hier nicht ursprünglich sei; das würde heifscn, dafs ein Dichter 
gar keine Gemeinplätze bringen dürfte. Was würde wohl von dem 
B. übrig bleiben, wenn wir allgemein verbreitete INIotive strichen? 
Man vergleiche nur Bojes Nachweis über die Verbreitung der 
einzelnen im B. verwandten Motive. 



76 

Kapitel XII. 
Doons Niederlage und Tod. 

Wie schon im XI. Kapitel A eine Sonderstellung einnahm, so 
noch mehr hier. Das in A Erzählte weicht so sehr von I, II, III 
ab, dafs eine Gegenüberstellung von A und I nicht möglich ist. 
Ich gebe daher zunächst den Inhalt von A und füge dann den 
von I, II, III nur kurz an, da er für unsere Zwecke weiter niclit 
in Betracht kommt. 

A 2187—2375, E 3061— 31 16, 3305—3466. 

Während B.'s Fahrt nach Köln hatte Sabot seine Burg stärker 
befestigen lassen (fehlt E). 

B. teilte Doon durch einen Boten mit, dafs der Ritter, der 
neulich bei ihm gewesen sei, Bove und nicht Gyrald heifse. B. werde 
ihn (Doon) töten. Doon .'•chleuderte sein Messer nach dem Boten, 
verfehlte ihn aber und tötete seinen Bruder (in E seinen Sohn. 
In E kommt diese Sendung des Boten schon vor der Kölner Episode). 

(E: B. und Sabot liefsen überall Ritter anwerben.) 

Doon liefs Hilfstruppen aus Deutschland und ferner den König 
von Schottland, den Vater seiner Frau, mit Truppen kommen. Die 
Ritter versprachen, ihm Beistand gegen B. und Escopart zu leisten. 
Sie rückten in zwei Schlachtreihen, von denen die erste vom Könige 
von Schottland, die zweite von Doon geführt wurde, aus. 

Die Gegenpartei bildete drei Schlachtreihen, die erste führte 
Sabot, die zweite B., die dritte Escopart. Sabot griff mit 1000 Rittern 
die Feinde an und tötete den König von Schottland. Als Doon 
mit seinen Truppen zur Unterstützung der ersten Schlachtreihe 
heraneilte, brach auch B. mit seiner Schar aus der Burg hervor. 
Im Einzelkampfe mit Doon warf er diesen vom Pferde. Doon 
sprang schnell auf und schleuderte einen Stein nach B., der mit 
seinem Schwerte auf ihn losschlug. Doch die Deutschen (in E 
Ritter seines Heeres) retteten Doon. Nun griff Escopart mit der 
dritten Schlachtreihe in den Kampf ein und erschlug viele mit 
seinem Hebebaum. B. zeigte ihm Doon, und Escopart nahm ihn 
gefangen. Die Deutschen unterwarfen sich nun (fehlt E). Den 
Doon liefs B. in eine Grube mit geschmolzenem Blei werfen. 

Als B.'s Mutter durch einen Bolen Doons Tod erfuhr, stürzte 
sie sich von einem Turm herunter. 

Inhalt von I, II, HI. 
I 5017 — 5497, II 7966 — 8127, T 6402 — 7064, C 6440 — 7158. 
Alle drei Fassungen berichten übereinstimmend folgendes: 
Am nächsten Morgen wurde von B.'s Partei ein Hinterhalt 
gelegt und dann das Vieh vor Hantone weggetrieben. Doon kam 
heraus, wurde in den Hinterhalt gelockt und mufste fliehen. In 
dem Kampfe spielt in I A^opart eine grofse Rolle. Dieser be- 
lagert darauf von einem Steinbruche aus Hantone. 



77 

In II gab sich nun erst B. den Seinen zu erkennen, was ein 
Knappe dem Doon mitteilte. 

In III folgt ein neuer Kampf C 6669 ff., T 66330"., für dessen 
Schilderung oflenbar A benutzt ist und der daher eingehender 
wiedergegeben werden mufs. Wie in A läfst Doon seine Ritter 
aus Deutschland kommen, und zwar entbietet er sie wie in EA 
brieflich. 

Darauf wird erst die grausame Hinrichtung von Hate und 
Fromont berichtet. 

Eines Morgens früh rückte Doon mit seinem Heere vor Nueve- 
Frete. Der Wächter auf dem Turme (in E 3357 ff. Sabot) sah es 
und benachrichtigte B. und Soibaut, die ihre Leute sich rüsten 
liefsen. Doon forderte Soibaut zum Einzelkarapfe heraus. B. nahm 
die Herausforderung für Soibaut an und sprengte hinaus. (In A 
sah B. während der Schlacht Doon und schmähte ihn, worauf ihn 
Doon ziun Einzelkampfe herausforderte; beide entfernten sich von 
den Heeren. In E ist von einem vom Heere entfernten Einzel- 
kampfe nicht die Rede). 

Im Verlaufe des Kampfes stiefs B. den Doon mit Arondel, so 
dafs Doon und sein Pferd umfielen. (III liebt diese Kampfesweise 
offenbar; denn genau so war es dem A^opart ergangen, s. Kap. VIII 
S. 53.) Auch in A warf B. den Doon vom Pferde. 

Sofort stürmten von beiden Seiten die Leute Doons und B.'s 
herbei, und es begann ein grofses Gefecht. B. wuide von seinem 
Pferde gestofsen und sollte fortgeschleppt werden. Das sah Soibaut 
und rief um Hilfe. A(;opart eilte herbei und befreite B. 

Durch die Flut wurden nun die beiden Heere getrennt. Aber 
kaum war Doon nach Hantone zurückgekehrt, als auch B. mit seinen 
Leuten vor den Toren erschien und das Vieh forttreiben liefs. 
Doon kam mit den Seinen wieder heraus. B. und Doon ritten 
gegeneinander; B. warf Doon samt seinem Pferde nieder und schlug 
mit seinem Schwerte auf ihn los. Doch wurde Doon wieder von 
den Seinen gerettet. B. zeigte nun Doon dem Agopart und forderte 
ihn auf, Doon zu fangen (ebenso in A). Aber Doon floh, und 
A^opart verfolgte ihn in die Stadt hinein bis vor den Hauptturm. 
Doon hefs die Tore schliefsen, und so war A^opart gefangen. Er 
wurde durch ein von einer VVurfmaschine geschleudertes Geschofs 
getötet. 

Es kam nun nochmals zum Kampfe, in dem Doon wiederum 
von B. vom Pferde gestofsen wurde. Darauf zog sich B.'s Partei 
nach Soibauts Burg zurück. 

Kritik. 

Die Analyse dieser letzten Kämpfe in III läfst deutlich er- 
kennen, dafs der Verfasser bei dem Berichte A benutzt hat. Die 
Entbietung von Rittern aus Deutschland, der Auftrag B.'s an A^opart 



78 

können nur aus A entlehnt sein ; keine andere Fassung bietet etwas 
Ähnliclies. Es ist zugleich ein gutes Beispiel dafür, wie III P2inzel- 
heiten anderer Fassungen der seinigen einverleibt hat. Da nach 
der Vorlage von III Doon erst im Gottesgericht getötet wurde, 
durfte A(;opart ihn nicht fangen wie in A. III benutzte diese 
Gelegenheit, um A(,"opart, dessen weitere Schicksale in den einzelnen 
Fassungen sehr verschieden dargestellt sind, verschwinden zu lassen. 
Dafs IIl hier den Tod A(;'oparts selbständig erfunden hat, lehrt 
der weitere Verlauf. In C Kapitel XXI kämpft auf einmal Acopart 
auf Yvorins Seite gegen B. 

Verschaffen wir uns nun noch einen Überblick über die Kämpfe 
zwischen B. und Doon in den einzelnen Fassungen. 

Nach A sowohl wie nach I greift zuerst Doon Soibauts Schlofs 
an. In A ist damit der Kampf zu Ende, er findet erst statt, nach- 
dem B. Josiane und Escopart aus Köln geholt hat. In I folgt 
noch ein zweiter Kampf, der mit dem Wegtreiben des Viehs vor 
Hantone beginnt. Wir haben also in A nur einen Kampf mit 
Doon, in I im ganzen zwei, einen vor und einen nach der Kölner 
Episode. 

In II beginnt der erste Kampf mit dem Wegtreiben des Viehs 
vor Hantone, Fromont wird gefangen, es folgt ein zweiter, in dem 
Hate gefangen wird. £in dritter Kampf zwischen beiden Parteien 
findet in B.'s Abwesenheit statt, dann ein vierter analog dem 
zweiten in I. 

Brachte Fassung II zwei Kämpfe vor der Kölner Episode, so 
Fassung III deren drei. Der erste Kampf stimmt in I, II, III in 
seinen Ergebnissen im allgemeinen überein: Wilhelm, ein Neffe 
Doons, wird von B. getötet, Doon verwundet und Fromont ge- 
fangen. Nach acht Tagen folgt nun in III ein zweiter Kampf, 
der, ähnlich dem ersten in II, mit dem Wegtreiben des Viehs be- 
ginnt. Am andern Morgen folgt ein dritter, der dem zweiten in 
II entspricht (Hate wird gefangen). Der vierte Kampf stimmt zu 
dem zweiten in I und dem vierten in II; der fünfte und letzte ist 
der oben dargestellte, für dessen Schilderung A benutzt ist. 

In III finden wir also sämtliche Kämpfe mit alleiniger Aus- 
nahme des dritten von II, der hier offenbar erst spät interpoliert 
ist, wieder. 

Auch aus dieser vergleichenden Betrachtung ergibt sich die 
schon festgestellte Entwicklung der Sage: A >> I >• II >» III. 

In den Fassungen I, II, III folgt nun das Gottesgericht in 
London, in dem Doon von B. getötet wird. Da dasselbe weder 
in A noch in Ven. (abgesehen von dem Anfang) etwas Ent- 
sprechendes hat, können wir es hier übergehen. Über die Unter- 
schiede der drei Fassungen siehe Stimming im Toblerbande S. 2 1 ff. 
und Wolff S. 52ff., 117 fr. 

Zum Vergleich mit Ven. und J lasse ich den Anfang dieser 
Episode in den in Betracht kommenden festl. Fassungen folgen. 



79 

In I, II und V, das hier beginnt, ritt Doon (in I und V 
von mehreren Rittern begleitet) nach London, um sich bei dem 
Könige über Soibaut zu beschweren. In V schenkte er dem. 
Könige Gold, köstliche Gewänder und Pferde, so dafs der König 
schwur, er werde Soibaut töten oder aus dem Lande verjagen. 
(In II nahm der König ihn auf Bitten von Doons Verwandten 
Amaurri und Rohart in seinen Dienst und machte ihn zu seinem 
Fahnenträger). Da erhob sich B.'s Neft'e Gui de Guinchestre und 
erklärte, Doon habe Gui von Hantone getötet und dessen Sohn B. 
verjagt; deshalb führe B.'s Meister Soibaut Krieg gegen Doon. 
Auf seinen Vorschlag lud der König (zuweilen Kaiser genannt) 
Soibaut wie Doon zum Allerheiligenfeste vor sich, um Gericht zu 
halten. Das folgende weicht von Ven. und J gänzlich ab. 

Inhalt von Ven. 2192 — 2243. 
Krieg König Pipins gegen Bueve. 

Dodo ging zum Könige Pipin von Frankreich, beschwerte sich 
über B., der ihn aus dem Lande verjagt habe, und bat um LIilfe. 
Der König schlug sie ihm ab. Aber der Verräter bat so lange, 
bis er ihm 30000 Reiter gab und selbst mitzog. 

Sie rückten vor Antona und verwüsteten das Land. B. 
waffnete sich und zog ihnen mit Sinibaldo, dessen Sohn Teris und 
15000 Mann entgegen. 

Lücke von einem Blatt. 

Der König wurde als Gefangener in die Stadt geführt. B. warf 
ihm vor, er habe ihn zu Unrecht angegriffen. Pipin gestand es 
ein und versprach, wenn B. ihn freiliefse, mit seinem Heere heim- 
zuziehen. Seinen Sohn Karl wolle er B. als Bürgen lassen. B. nahm 
diesen Vorschlag an. Pipin liefs seinen Sohn holen, der von 
Drogo lo Pitadin, Salamon und Ciuidon begleitet wurde. Als B. 
den Königssohn als Geisel erhalten hatte, zog Pipin mit seinem 
Heere heim. 

Inhalt von J 1025 — 2621. 

In J folgt nach der Einnahme Antonas erst die Bestrafung 
von B.'s Mutter (s. Kapitel XIII, S. 86) und die Wiedervereinigung 
B.'s mit Druxiana (s. Kapitel XX) v. 575 — 1024; darauf erst wird 
der Krieg mit Pipin erzählt. 

Doon von Mainz, wieder hergestellt, begab sich zum Könige 
Pipin von Frankreich und erreichte durch Geschenke und Ver- 
sprechungen, dafs dieser sein Heer gegen Antona aufbot. Khe er 
gegen B. zog, forderte er durch zwei Boten, von denen einer 
Guarner, Doons und der Blondoie Sohn war, B. auf, Blondoie frei- 
zugeben und die Stadt Antona auszuliefern. Die Boten mufsten 
jedoch unverrichteter Dinge wieder zu Pipin zurückkehren. 

Trotz des Abratens vieler Barone versammelte der König binnen 
einem Monat 20000 Reiter, ebensoviel führte Doon von Mainz 



8o 

ins Feld. Von dem Plane seiner Feinde unterrichtet, schickte B. _ 
zu dem Könige Teris von Syndonia Briefe, in denen er ihn um 
Hilfe bat. Als Braidimont von der B. drohenden (Gefahr hörte, 
riet sie ihrem Gemahl Teris, mit 20000 INIann B. zu Hilfe zu eilen. 
Vor Himmelfahrt kam König Pipin mit seinem Heere vor Antona 
an und schlug ein Lager auf Auch Teris mit seinen Hilfstrujjpen 
traf ein. B. entschlofs sich, ehe er Pipin mit den Waffen in der 
Hand entgegentrat, zu versuchen, ihn in Güte zu bewegen, den 
Krieg Doon allein zu überlassen. 

Er liefs durch Bernardo da Mondiser den König um ein 
Zwiegespräch bitten, das dieser ihm, wenn auch widerstrebend, aui 
den Rat Aquilons hin bewilligte. Auf einer Wiese trafen Pipin 
und B., jeder von zwei Baronen begleitet, zusammen. Doch ver- 
gebens bat B. den König, nach Frankreich zurückzukehren. Ein 
von Aquilon gemachter Vermittlungsvorschlag, B. solle Blondoie 
ausliefern und sein Land behalten, wurde von B. abgelehnt. Ver- 
gebens drohte der König, B. aus Frankreich zu verbannen; ver- 
gebens erinnerte Aquilon B. daran, dafs sein Vater Gui nie gegen 
den König gekämpft habe, und riet ihm, sich mit Doon und seiner 
Mutter zu versöhnen. Unversöhnt kehrten B. und der König zu 
den Ihrigen zurück. 

B. teilte nun sein Heer in drei Haufen. Sinibaldo sollte mit 
1000 Mann die Stadt bewachen, Teris mit loooo die erste Schacht- 
reihe führen. B. wollte mit den übrigen folgen. 

Teris brach mit seiner Schar in das feindliche Lager ein. 
Ihm stellte sich Guarner mit 20000 Mann entgegen. Teris spaltete 
ihm mit einem mächtigen Streiche den Kopf und schlug seine 
Schar in die Flucht. Als das der König sah, wurde er sehr 
zornig. Auf Aquilons Rat hiefs er Doon sich wafinen, um den 
Tod Guarners zu rächen. Doon trat mit 20000 INIann dem 
Heere des Teris entgegen und brachte es zum Weichen. Da eilte 
B. mit seinen Leuten dem Teris zu Hilfe. Doon wie B. richteten 
ein schreckliches Blutbad an. Teris tötete Don Albrigo, den 
Bruder Doons. Als dieser seinen Bruder tot und in der Hand 
B.'s das von Blut gerötete Schwert Claren(;e sah, fürchtete er sich, 
ritt zum Zelte und erzählte dem Könige, dafs sein Bruder und 
viele seiner Leute gefallen seien. Darauf liefs der König sein 
Banner entfalten und griff mit seinen Baronen in den Kampf ein. 
Ein wildes Gemetzel begann. B. traf auf Morando de River, den 
er nicht kannte, stiefs ihn vom Pferde, nahm ihn gefangen und 
schickte ihn nach Antona. Ebenso erging es dem Herzog Aquilon. 
Sinibaldo empfing die beiden Gefangenen freundlich, und Josiane 
wies ihnen den Saal als Gefängnis an. B. nahm mehr als hundert 
Franzosen gefangen, suchte aber vergebens Doon. Endlich er- 
blickte er ihn in dem Schatten eines Baumes. Er ritt auf ihn zu 
und spaltete ihm den Kopf. Der König, der darüber sehr in 
Angst geraten war, wurde von B. mit dem stumpfen Lanzenende 



8i 

vom Pferde gestofsen, gefangen genommen und in die Stadt zu 
Druxiana geschickt. 

Damit war die Schlacht entschieden, und B. kehrte mit reicher 
Beute nach Antona zurück. Den Gefangenen drohte er, sie im 
tiefsten Kerker schmachten zu lassen, worüber der König sehr er- 
schrak. Aquilon erklärte, dafs er wie auch Morando und Bemardo 
nur widerwillig dem Gebote des Königs, der von Doon bestochen 
sei, gehorcht hätten. Der König wurde ganz rot vor Furcht, aber 
Druxiana tröstete ihn. Sie führte den König zu Tisch, die andern 
folgten. Nach dem Essen gingen die Barone im Palaste spazieren 
und erblickten die eingekerkerte Blondoia, die, als sie Doons und 
Guarners Tod hörte, die Ritter bat, sie doch mit ihrem Sohne B. 
zu versöhnen. 

Auf Druxianas und Sinibaldos Rat sagte B. den gefangenen 
Baronen, er wolle mit ihnen Frieden schliefsen, wenn jeder von 
ihnen ihm seine Kinder als Geisel stelle. Alle willigten ein. Der 
König schickte, um seinen Sohn Karl zu holen, INIorando zu seiner 
Gemahlin Berte. Als diese das Schicksal ihres Gemahls erfuhr, 
willigte sie ohne Zaudern in die Fortführung ihres Sohnes. Mit 
ihm und Naimes, dem Sohne Aquilons, kehrte Morando zu B. 
zurück, und nun liefs dieser die Gefangenen frei. Ehe der König 
foitzog, bat er noch B., Blondoia aus dem Gefängnis zu befreien 
und in ein Kloster zu schicken; seine Bitte war jedoch vergeblich. 

Darauf verabschiedete sich auch Teris von B., kehrte nach 
Baldras zurück und erstattete Braidamont Bericht. Auf Druxianas 
Rat schickte B. die Geisel nach einem Monat durch Sinibaldo 
ihren Vätern zurück. Der König ernannte B. zum Reichs- 
bannerträger. 

Durch vieles Bitten erlangte Druxiana, dafs Blondoia aus dem 
Turm befreit wurde und in ein Kloster gehen durfte. 

Kritik. 

Aus der knappen Erzählung in Ven. von dem Kriege Pipins 
gegen B. ist in J eine unendlich lange Geschichte von fast 
1600 Versen geworden. Es kann keinem Zweifel unterliegen, dafs 
Ven. hier die ursprünglichere Gestalt bewahrt hat. Jedoch wird 
Ven. nicht die unmittelbare Quelle von J sein, da Ven. einige 
Namen hat (so die Namen der Boten, durch die Pipin seinen 
Sohn Karl holen läfst), die in J nicht wiederkehren. Beide werden 
daher auf eine gemeinsame — also frko.-it. — Quelle zurückgehen. 

Da in J die Episode mit Malgaria — in J Braidamont ge- 
nannt — und die Wiedervereinigung B.'s mit Druxiana (siehe 
Kapitel XX) vorhergeht, so hat der Verfasser von J das benutzt, 
um sowohl Druxiana wie auch Teris, dem Gemahl der Braidamont, 
einen tätigen Anteil an der Handlung zu geben. Wahrschein- 
licher ist allerdings die Darstellung in Ven.: erst wird Doon un- 
schädlich gemacht, und dann folgt die Reise nach Sadonia, um 

Beiheft zur Zeitschr. f. rom. Phil. L. 6 



82 

der Malgaria zu helfen; denn <s ist un\vahrst;hcinlicb, dafs B., wie 
es in J geschieht, während sein Hauptwidersacher am Leben ist, 
aus seiner Heimat fortzieht und dieselbe schulzlos jedem Ansturm 
preisgibt. 

Zwischen den frz. Fassungen und Ven., J finden sich folgende 
Parallelen : 

1. Doon geht zum Könige (Ven., J, I, II, V), beschwert sich 
über B. und bittet um Hilfe (Ven., J, II). 

2. Sie wird abgelehnt (Ven., II). 

3. Er besticht den König durch Geschenke (J, II, V). 

Auffällig ist, dafs wie in Ven. König und Kaiser als Be- 
zeichnung Pipins wechselt (s. Ven. 2215, 2217), so auch in V.; 
V. 6, 60, 86 wird der König von England rois, v. 21, 30, loi 
enpereres genannt. 

Nur zwischen J und V finden sich folgende Übereinstimmungen : 

1. Dem Könige wird in seiner Parteilichkeit für Doon von 
einem seiner Barone widersprochen, in J von Aquilon, in V von 
Gui von Guinchestre. 

2. In beiden wird B.'s Mutter erst in einen Turm gesperrt. 
Auf die Bitten Josianes (in V ferner noch Soibauts und Ayoparts) 
erlaubt ihr B. schliefslich, in ein Kloster zu gehen (s. Kapitel XIII 
S. 86 f.). 

Also stehen auch hier wieder Ven. und J den Fassungen II 
und in am nächsten. 

Kapitel XIII und XIV. 
In der Heimat. Nach London. 

Inhalt. 

Kapitel XIII. 
A 2375—2398, E 3467— 34S6. I 6170— 6179. 

1. B. nahm nun sein Erbe in Besitz. B. ging mit Josiane nach Hantone, 

2. Die Bürger baten um Gnade. wo darüber grofse Freude herrschte, 

3. B. liefs Josiane aus Soibauts und viele Festlichkeiten veranstaltet 
Burg holen. wurden. 

4. B. und Josiane wurden vom 
Bischof von Köln in Hantone getraut. 

5. In der Hochzeitsnacht zeugte B. 
zwei Söhne, Gui und Mile. 

Kapitel XIV. 
A 2399 — 2470, E 3487 — 3510. I 6180 — 6208. 

I. Nach einem halben Jahre (Zeit- i. Nachdem B. kaum ein Jahr in 

angäbe fehlt E) ritt B. mit seinen Hantone gewesen war, giug er nach 
Rittern nach London (E auf den Rat London, um Hofdienste zu leisten. 



33 



Sabotb). (In N entbot ihn der König 
zu sich.) 

2. Er ging mit Sabot zum Könige, 
gab sich zu erkennen und erhielt sein 
Erbland. 

3. Sabot riet ihm, dem Könige die 
Lehnsgebühr zu zahlen. Aber B. 
weigerte sich, weil der König den 
Verrat Doons zugelassen habe. Der 
König erliefs sie ihm und äufserte 
Reue. B. verzieh ihm. (Fehlt E.) 

4. Der König belehnte B. mit dem 
Stabe von B.'s Vater und machte ihn 
damit zum Herrn von England. 
(Letzteres fehlt E, hier wird er 
Marschall.) 

5. Am folgenden Tage, Pfingsten, 
gingen der König und B. gemeinsam 
zur Kirche. Vor der Messe wurde 
der König gekrönt. B. setzte ihm die 
Krone auf. (Fehlt E und N.) 



6. Des Königs Sohn erhielt den 
Ritterschlag. Da ihm ein Pferd ge- 
schenkt worden war, forderte er zu 
einem Wettrennen auf, zu dem auch 
B. kam. 



II. 

Kapitel XIII. 

In n zieht B. schon vor dem Gottesurteil in Hantone ein 
II 8488 ff. Die Stadt wird ihm von seiner Mutter übergeben (Doon 
war nach London zum Könige geritten, um sich über Soibaut zu 
beschweren). B. verzieh seiner Mutter, die ins Kloster St. Prive 
ging. Er hielt einen feierlichen Einzug; die Bürger flehten um 
Gnade, die ihnen B. gern gewährte (vgl. A 2). Dann liefs er 
Josiane und Soibauts Frau aus der Burg herbeiholen (vgl. A 3). 

Der weitere Inhalt dieses Kapitels folgt in II erst nach dem 
Gottesurteil, II 9953 ff. 

B. nahm von dem Könige Urlaub, um Josiane zu heiraten. 
Am Tage nach seiner Ankunft in Hantone wurde die Trauung in 
der Kirche St. Arne vom Erzbischof von Canterbury vorgenommen. 
Zur Hochzeitsfeier wurden eine grofse Bärenhatz und eine Quintaine 
veranstaltet. 

Fromont und Hate wurden grausam hingerichtet. 

In der Hs. R folgt nach v. 10243 ""<:1 ähnlich in V. 7 26 ff., 
dafs B. in einer Nacht mit Josiane zwei Söhne zeugte (vgl. A 5), 
ferner, dafs A^opart unter dem Vorwande, zum heiligen Jacob nach 

6» 



Compostclla zu pilgern, in seine Heimat zu Yvorin zurüclikehrle, 
der ihm seinen Abfall verzieh und 3000 Heiden gab, mit denen 
er Josiane wiederholen sollte. 

Kapitel XIV. 

In den festl. frz. Fassungen wurde B. schon bei seinem ersten 
Aufenthalte in London nach dem Gottesurteile von dem Könige 
belehnt. 

16125 fr. Der König machte B. zu seinem Seneschall und 
Feldherrn. 

II 9937 ff. B. ward Seneschall und Bannerträger. 

III C 7670. B. forderte vom Könige sein Erbland und erhielt 
es. Der König machte ihn zu seinem Bannerträger. 

II 10244 — 10666. 

Nach sieben Monaten, am Pfingstfest lud der König B. und 
Josiane zu einem Hoffest nach London ein. B. reiste mit seiner 
schwangern Frau dorthin. Während seiner Abwesenheit regierte 
Soibaut. 

Darüber, dafs B. und Josiane neben dem Könige safsen, waren 
die Verräter Rohart und Amaurri neidisch und schwuren Rache. 

II hat hier eine Episode eingeschaltet: B. schlug den fünfzehn- 
jährigen vertriebenen Grafen Maxin von Cloecestre zum Ritter, gab 
ihm 100 Mark und 100 Leute, mit denen dieser sein Land wieder 
eroberte. 

Bei einem Feste gingen der König und B. zusammen zur 
Kirche (vgl. A .5) ; danach bediente auf des Königs Bitte B. bei 
Tische. 

III. 
Fassung III zerfällt in zwei verschiedene Versionen: V und CT. 
V bringt hintereinander zwei verschiedene Berichte (Vi und V^) 
über B.'s Einzug und die Bestrafung seiner Mutter, V2 schliefst 
sich inhaltlich und zuweilen auch im Wortlaut sehr eng an T an 
und ist deshalb unter T mit behandelt. 

Kapitel XIIL 

VI 528 — 582. Nachdem B. Doon getötet hatte und mit 
seinem Erbe belehnt worden war, kehrte er wieder nach Hantone 
zurück, wo die Einwohner ihm einen jubelnden Empfang bereiteten. 
B. liefs sich nun gleich mit Josiane trauen. Als alle beim Festmahl 
safsen, kam B.'s Mutter in den Saal, warf sich ihrem Sohne zu 
Füfsen und bat ihn um Gnade. Aber trotzdem auch Josiane für 
sie bat, liefs er sie in einen festen Turm sperren. Dort wurde 
ihr das Haupt Doons gezeigt, über dessen Tod sie in laute Klagen 
ausbrach. 

Josiane bat im Verein mit Soibaut und A^opart B. so lange, 
bis er seine Mutter in eine Abtei gehen liefs, wo sie ihre Sünden 
bereute. 



85 

V2 590-788, T 7658-7730. 

Josiane, die B. nach London begleitet hatte, wurde nach dem 
Gottesurteile mit Hantone belehnt. Darauf kehrten sie nach Hantone 
zurück, wo sie von den Bürgern freundlich empfangen wurden. 
B. befahl nun, seine Mutter zu verbrennen. Aber Josiane bat ihn 
um Gnade, und Soibaut machte ihm heftige Vorwürfe; er schlug 
B. vor, sie Nonne werden zu lassen. Auf Josianes (V Soibauts) 
Rat liefs B. sie in einem Turme im Meere einsperren und gab 
ihr ein Mädchen zur Bedienung. Ein Priester mufste ihr in einer 
dort eingerichteten Kapelle die Messe lesen; durch ein Fenster 
konnte sie mit ihm sprechen. 

Kapitel XIV. 
T 7731— 7813. 

Nach zwei Jahren ritt B. mit Soibauts Söhnen, Tierri und 
Rodoant, und Gefolge nach London. Josiane war schwanger. In 
seiner Abwesenheit regierte Soibaut. 

Des Königs einziger Sohn Hugo uad B. schwuren sich Freund- 
schaft. 

Zwei Neffen Doons, Rohart und Hertaut, und ferner Novelet 
wollten den König gegen B. aufhetzen. Rohart schlug dem Könige 
Wilhelm vor, seinen Sohn Hugo zum Ritter zu schlagen und ihm 
huldigen zu lassen. Hugo rieten sie, dem B. für sein Pferd 
Colencestre zu bieten; aber Hugo wies sie ab. 

Hugo empfing mit 100 Jünglingen den Ritterschlag, und alle 
leisteten ihm den Lehnseid. 

V 78g ff. ist ähnlich nur kürzer. 

B. wurde vom Könige Wilhelm nach London eingeladen und 
von ihm sehr geehrt. Darüber waren Novelier und Rohart sehr 
zornig und beschlossen, dem B. Streit zu erregen. 

Wie in II folgt auch in V. 82g — g23 eine besondere Episode: 
B. besiegte die in das Land eingefallenen Heiden, nahm ihren König 
gefangen und lieferte ihn dem Könige Wilhelm aus. 

Auf die Bitte seines Sohnes Hugo beschlofs König Wilhelm, 
ihn zu Pfingsten zum Ritter zu schlagen. Zu diesem Feste lud 
der König seine Ritter ein, so auch seinen Seneschall B. Dieser 
beruhigte seine durch einen Traum geängstigte, schwangere Frau 
und ritt mit grofsem Gefolge nach London. 

In Ven. fehlt diese ganze Episode. 

J 2622 — 2666. 

Ein Bote des Königs von England lud B. ein, an den englischen 
Hof zu kommen ; denn der König habe seinen Sohn mit der Tochter 
eines Emirs verheiratet. B. liefs seinem Onkel, dem Könige, seine 
Ankunft melden und ritt mit 300 Rittern nach dem Hofe. 



86 

Der König Wilhelm ehrte ihn mehr als alle andern und hielt 
ihn immer in seiner Nähe. 

\i. ritt auf seinem Pferde Rondel, das alle andern übertraf. 
Der Sohn des Königs wünschte daher, es zu besitzen. 

Kritik. 

J- 
Es finden sich folgende Parallelen mit dem frz. Fassungen: 

1. Der König sendet nach B. (II, in T 7736 unklar). 

2. B. bricht in grofser Begleitung auf (11, 111). 

3. Der König ehrt B. am meisten (II). 

4. In Übereinstimmung mit 1 und ITL heilst der König Wilhelm. 

Der Charakter der Kompilation tritt hier deutlich zu Tage. 
Auf einmal taucht in J der König von England auf, der in Ven. 
gar nicht vorkommt. In Ven. und J wendet sich Doon an den 
König Pipin von Frankreich um Hilfe, in den frz. Fassungen an 
den König von England. Wie dort Pipin an die Stelle des englischen 
Königs gesetzt ist, so hätte doch auch jetzt folgerichtig Pipin B. 
einladen müssen. Der Kompilator von J fügt aber einfach die frz. 
Version in seine Vorlage ein, ohne sich die I\Iühe zu geben, sie 
mit derselben zu verschmelzen. 

m.' 

Die Bestrafung von B.'s Mutter ist in den einzelnen Fassungen 
verschieden dargestellt. In II verzeiht B. ihr, und sie geht in ein 
Kloster; in T dagegen wird sie in einen Turm eingesperrt. Der- 
selbe Bericht erscheint inhaklich gleich in Fassung III noch einmal 
in dem mit I gemeinsamen Teile in Kap. XVI eingeschaltet (I 68460.). 

V bringt beide verschiedenen Berichte hintereinander, erst 
nach II und dann nach III. 

Ven. erzählt die Bestrafung nach III. 

J hat wieder beide kombiniert; es bringt erst die Bestrafung 
nach T und V, dann die Verzeihung nach II resp. V. 

Ven. erzählt v. 2180 — 90: B. wollte seine Mutter verbrennen 
lassen. Sinibaldo sagte, das würde grofse Sünde sein; er solle sie 
einmauern lassen, damit sie Bufse tun könne. So geschah es. Sie 
lebte noch ein Jahr und drei Monate und erhielt täglich drei Unzen 
Brot und etwas Wasser. 

J 575 — 59 1 heifst es: B. hatte seine Mutter greifen lassen; sie 
zu töten, schien ihm Sünde, auch würden ihn die Leute deswegen 
getadelt haben; darum liefs er sie, wie ihm geraten war, einmauern. 
Zur Bedienung gab er ihr das INIädchen, das ihm einst den ver- 
gifteten Pfau gebracht hatte. Durch ein Fensler konnte sie den 
Leib Jesu in einer Kapelle sehen. 

J 2600 ff. folgt dann die bereits erzählte Fürbitte Druxianas, 
wodurch sie erreicht, dafs Blondoia in ein Kloster gehen darf. 



87 

Aus diesen Inhaltsangaben ergibt sich ohne weiteres die grofse 
Ähnlichkeit von Ven. und J mit III. Insbesondere stimmt J mit V 
(resp. auch T) fast völlig überein, ja es finden sich auch Anklänge 
im Wortlaut. 

Man vergleiche J 582 ff. 

Por una fenestra qe era ben ser6, 
Vedea li cor Jesu, quant estoit leve, 
Da una ^apela que era ilec ferm^. 

mit T 7722 ff. 

Une capele i faites estorer 
et un provoire pour la messe canter 
a travers faites molt bien le mur murer 
une fenestre ou puist son cief bouter 
dont ele puist au provoire parier 
quant le vaura envers Diu confesser 
et a la messe verra Jesu lever 

und V. 698 ff. 

et un proudon ki soit boens clers lelreis 
dont li siens cors soit souvent confesseis 
de fors quarias soit li murs machoneis 
ke jhesu voie, quant ilh scra leveis. 

(Vor V. 701 scheint ein Vers ausgelassen zu sein.) 
Daraus geht hervor, — man beachte auch die Gleichheit der 
Assonanzvokale — dals J eine V (resp. auch T) nahe- 
stehende Version als Vorlage gehabt haben mul's. Die 
Übereinstimmungen sind meines Erachtens derart, dafs ein nur 
mündlicher Bericht als Quelle ausgeschlossen ist. 

II. 

Im ganzen stimmt, wie die Inhaltsangaben zeigen, II mehr zu 

A, III mehr zu I. In II wurde, wie in A, die Hochzeit zwischen 

B. und Josiane erst in Hantone gefeiert, in I und III hatte sie 
schon in Köln stattgefunden. Von A 5 Kap. XIV finden wir in II 
wieder, dals der König und B. gemeinsam zur Messe gehen. Da 
in E gar nichts davon steht, so deutet das wieder darauf hin, dafs 
II eine Fassung a' benutzt hat, die zwischen E und A liegt. Die 
Krönung des Königs durch B. (A 5) wie die Verweigerung der 
Lehnsgebühr (A 3) sind offenbar erst spätere Zutaten. 

INIit dem 14. Kapitel ist der erste Teil des Epos zum Abschlufs 
gelangt. B. hat das Land seiner Väter in Besitz genommen und 
sich mit Josiane vermählt. Fassen wir nun zunächst die gewonnenen 
Ero-ebnisse zusammen. 



Zusammenfassung der aus dem ersten Teile des Epos 
gewonnenen Ergebnisse. 

In den kritischen Erörterungen ist bis jetzt folgendes nach- 
gewiesen worden. 

1. Fassung II und III gehen auf eine gemeinsame Vorlage (y) 
zurück, die schon eine Verbindung von Vorlagen für A und I (a 
und p') darstellt (s. S. 15 f., 28 f., 36, 42 f., 46, 60). Die von y 
benutzte Vorlage von A stand N sehr nahe. Vgl. S. lo: Die 
Herzogin schickt einen Brief an Doon; S. 50, 52: In E, N, II, C 
weigert sich B. nicht, Yvorins Schatz mitzunehmea. In N (Kapitel XIV, 
S. 83) läfst der König, wie in II (s. S. 84) und V (s. S. 85), 
B. einladen, an seinen Hof zu kommen, in E, A, I, III reitet B. 
dorthin, ohne vom Könige eingeladen zu sein. Vgl. ferner 
Kapitel XIX: A 6, 7 fehlen in E, stehen aber in N, II, in, 

2. Die Redaktoren von II und III haben aufserdem noch 
spätere Vorlagen von A und I bei der Abfassung ihrer Versionen 
benutzt, und zwar hat sich II im allgemeinen enger an A (s. S. 26 ff., 
29, 35 f., 42 f., 69, 87), ni enger an I (s. S. 28, 41, 43, 59 f., 69, 
87) angeschlossen. Doch hat III (bzw. nur T) zuweilen aufserdem 
noch eine spätere Vorlage von A benutzt (s. S. 59, 69, 77 f). 

3. Dadurch sind' in II und III Widersprüche und Wieder- 
holungen hineingekommen (s. S. I5f, 28, 69). 

4. Fassung II und III sind demnach jüngere Stufen in der 
Entwicklung der Sage als A und I; sie sind aus diesen durch 
Kompilation entstanden, beruhen also auf schriftlichen Quellen. 

5. Eine literarische Abhängigkeit der Fassung 1 von A oder 
der Fassung A von I hat sich nirgends feststellen lassen. Beide 
stellen nicht die ursprüngliche Fassung dar, sondern haben von 
Bearbeitern Änderungen und Erweiterungen erfahren. Diese sind 
bei A verhältnismäfsig gering; sie bestehen besonders in derb 
realistischer Ausmalung einiger Szenen (s. S. 30, 37, 49 f., 74). Die 
Redaktoren (s. S. 30) von I haben dagegen ihre Vorlage ihren 
persönlichen Neigungen entsprechend frei gestaltet. Für Fassung I 
ist charakteristisch: Freude an breiten Kampfschilderungen (s. S. 29), 
Ausgestaltung der Schilderung des A(;opart (s. S. 60). Der Held 
B. erscheint als weinerlicher Frömmler (s. S. 30, 43, 48) und 
schmachtender Liebhaber (s. S. 37). 

6. Nur in A erscheint als B.'s Heimat immer England. Fassung 
I, n, III sind in der Angabe derselben schwankend, sie lassen B. 
bald aus Frankreich, bald aus England stammen (s. S. 17 f., 49, 
53, 70). Da sie auf dem Festlande entstanden sind, so läfst 
sich dieses Schwanken nur durch eine anglonormannische Vorlage 
erklären. Dazu kommt, dafs überall B. zu Schiff von Köln nach 
Hantone (bzw. Soibauts Burg) fährt, und dafs überall der König 
von England sein Lehnsherr ist. Es mufs also auch Fassung I 
auf eine anglonormannische Vorlage zurückgehen (s. auch S. 29). 



89 

6. J und Ven. gehen auf eine gemeinsame (frko.-it.) Vorlage 
zurück (s. S. 68, 8if.), der Ven. ziemlich treu folgt (s. S. 8i). 
Ven. enthält Züge, die z.T. aufserdem nur noch in A (s. S. I3f.j 
26) bzw. in E (s. S. 34 f., 47), z. T. nur noch in II (s. S. 25, 67 f., 
82), z.T. nur noch in in (s. S. 25 f., 41 f., 82) vorkommen. Da 
sich zwischen Ven. und den französischen Fassungen keine wört- 
lichen Übereinstimmungen finden, so mufs Ven. auf Grund mündlicher 
Überlieferung verschiedener Versionen entstanden sein. 

7. Der Redaktor von J hat die in seiner mit Ven. gemein- 
samen Vorlage fehlenden Partien z. T. aus Fassung III, besonders 
aus T und V ergänzt (s. S. 68, 82, 86 f.). 



Kapitel XV und XVI. 

Das Wettreiineu. Die Verbannung. 

Inhalt von A. 

Kapitel XV. A 2471—2567, E 351 1—3564. 

1. Zu Pfingsten verabredeten die Ritter ein Wettrennen. 
40 IMark wurden als Preis ausgesetzt. 

2. "Zwei Ritter hatten zwei besonders schnelle Pferde (fehlt E). 

3. Während B. noch mit dem Könige sprach, ritten die andern 
los. (E: Zwei Ritter waren heimUch schon eine Strecke voraus- 
geritten.) 

4. Trotzdem der König abriet, ritt B. hinterdrein und über- 
holte sie (fehlt E). 

5. Zwei Ritter aus Wastrende hielten sich drei Weilen an 
seiner Seite (steht in E nur in der Hs. M). 

6. Auf B.'s Ermahnung überholte sie Arondel. (In EA ver- 
sprach B. dem Aronde!, ihm zu Ehren ein Schlofs zu bauen.) 

7. B. nahm das ausgesetzte Geld und schenkte es den Armen. 
(E: verwandte es zum Schlofsbau.) 

8. B. gelobte, auf dem Platze des Wettrennens eine Burg zu 
bauen und sie seinem Pferde zu Ehren Arondel zu nennen. 

9. Er kehrte nach London zurück und erzählte Sabot, dafs 
er viel gewonnen habe (fehlt E). 

10. Die Bitte des Königssohnes, ihm Arondel zu geben, lehnte 
er ab. 

11. Ein Ratgeber riet dem Königssohne, das Pferd während 
des Essens zu stehlen (fehlt E und N). 

12. B. ging in seine Herberge und befestigte sein Pferd mit 
drei Ketten (fehlt E und N). 

13. Dann ging er an den Hof und berichtete dem Könige, 
dafs er den Preis errungen habe. Der König erlaubte den von 
B. geplanten Burgbau (fehlt E und N), 



90 

14. Des Königs Sohn drang mit 40 Bewaffneten in B.'s 
Quartier, um das Pferd zu stehlen, wurde aber von Arondel er- 
schlagen. (In E ging der Sohn allein hin, während B. bei Hof 
sein Marschallamt versah.) 

Kapitel XVI. 
A 2568—2684, E 3565—3614. 

1. Seine Begleiter legten die Leiche auf eine Bahre und 
brachten sie in den Palast (fehlt E und N). 

2. Als der König den Tod seines Sohnes erfuhr, befahl er, 
B. zu ergreifen; er sollte deshalb gehängt werden. 

3. B. schickte Sabot in sein Quartier, um zu sehen, wie sich 
die Sache verhielte (fehlt E und N). 

4. Der König wiederholte seinen Befehl (fehlt E und N). 

5. B. ward ergriffen (fehlt E). 

6. Da traten mehrere Barone für ihn ein (E kürzer). 

7. ß. wollte nicht in die Bestrafung Arondels willigen. 

8. Er schwur, England zu verlassen, und gab sein Land Sabot. 
g. B. warnte den König, Sabot nicht zu verjagen (fehlt E). 

10. Er bestieg Arondel und ritt fort. 

11. König Edgar klagte um seinen Sohn (fehlt E). 

12. B. ritt nach Hampton, teilte Josiane und seinen Rittern 
das ihm zugestofsene Unglück mit und forderte sie auf, Sabot Treue 
zu schwören. 

13. Ten", Sabots Sohn, sollte B. und Josiane begleiten. 

14. Escopart, den B. nicht mitnehmen wollte (E: weil B. nun 
arm geworden war), floh nach Monbrant und liefs sich 100 Sarazenen 
geben, um B. und Josiane herbeizuschaffen. 

1 5. Bei B.'s, Josianes und Teris Abfahrt herrschte grofse Trauer. 



Inhalt von II. 

Kapitel XV. 

II 10667 — 1 1084. 

Nach der Tafel verabredeten die Ritter ein Wettrennen (vgl. A i). 
Der König setzte als Preis looo Mark Silber und 1000 INIark 
Gold aus. 

Josiane bat B. vergebens, aus Rücksicht auf seine Neider 
Rohart und Amaurri nicht daran teilzunehmen (nur hier). 

400 Ritter versammelten sich auf einer Wiese und ritten auf 
das Zeichen des Königs los. B. gab ihnen einen arpent Vorsprung 
(vgl, A 3), holte aber doch Rohart und Amaurri schnell ein und 
verhöhnte sie (vgl. A 5, 6). Um zwei Bogenschufsweiten langte er 
vor den andern an. Er kehrte nach London zurück und erhielt 
den Preis. Der Königssohn bat B. zweimal vergebens, ihm Arondel 



91 

zu verkaufen (vgl. A lo). Der Graf Rogier, der seine dringende 
Bitte hörte, tadelte ihn deswegen. (Nur hier.) 

Der Königssohn entfernte sich und traf Rohart und Amaurri-, 
zwei Verwandte Doons; diese rieten ihm, das Pferd am nächsten 
Tage gewaltsam zu nehmen (vgl. An). 

In seinem Quartiere angelangt, ermahnte B. zwei Stallknechte, 
ja niemand zu Arondel zu lassen. Während B. abwesend war, 
begaben sich Rohart und Amaurri mit dem Königssohne nach dem 
Stalle, um Arondel fortzuführen. Als sich die beiden Wächter nicht 
durch falsche Angaben täuschen liefsen, schlug Rohart den einen 
mit einem Stocke zu Boden; der andere Stallknecht tötete Amaurri 
und entfloh. Inzwischen wollte der Königssohn das Pferd los- 
binden, wurde aber durch einen Plufschlag desselben getötet. 

Kapitel XVI. 
II 11085 — 1 1499. 

Der König, vom Tode seines Sohnes benachrichtigt, wurde 
ohnmächtig und klagte laut. Viele Ritter gingen in B.'s Quartier 
und bahrten die Leiche auf. Der zurückkehrende B. erfuhr, was 
vorgefallen war, jammerte und raufte sich das Haar. Die Leiche 
wairde in den Palast gebracht. Die Königin suchte den weinenden 
König zu beruhigen und bat ihn, B. zu verzeihen; denn ein Tier 
sei ein unvernünftiges Wesen. 

Am nächsten Morgen wurde der Prinz begraben. Dann liefs 
der König B. durch zehn Ritter holen. Vergebens fiel ihm B. zu 
Füfsen und erbot sich zu beweisen, dafs er schuldlos sei. Der 
König iiefs ihn ergreifen, fesseln und ihm die Augen verbinden, 
um ihn hängen zu lassen (vgl. A 2). Da erschien iVIaxin mit 
100 Rittern und zwang den König, seinen Spruch dem Urteil der 
Barone zu unterbreiten. Als auch die Barone sich für B. ver- 
wandten, bestimmte der König, dafs B. bei Todesstrafe das Land 
verlassen solle. Nur Josiane und Tieri durften ihn begleiten. 

B. eilte in sein Quartier und teilte Josiane alles mit. In Be- 
gleitung von Tieri kehrten sie gleich nach Hantone zurück und 
verliefsen auch dies um Mitternacht, ohne von jemand Abschied 
zu nehmen. 

I. 

Fassung I bringt zwei Einleitungen zum Wettrennen; nach 
der ersten v. 6180 — 6199 fand es zu Ostern statt anläfslich des 
Ritterschlages des Königssohnes, dem ein Pferd geschenkt worden 
war, und wurde vom Königssohne veranstaltet; nach der zweiten 
V. 6200 ff. dagegen vom Könige selbst; siehe darüber Stimming in 
seiner Ausgabe, Einleitung LH f. Dort ist klar gezeigt, dafs die 
Hs. P' von der zweiten Einleitung des Wettrennens ab einfach 
Fassung III enthält, und zwar sind dies die Verse I 6200 — 9540. 
Von da bis zum Schlufs ist P' wieder selbständig. Vorläufig ist 



92 

also Fassung I zu Ende; wie es sich mit dem Schlüsse verhält, 
werde ich später zu erklären versuchen. Der erste Teil der 
Fassung I schliefst also — abgesehen von den paar Versen der Ein- 
leitung zum Wettrennen — mit dem ersten Hauptteile des Epos ab. 

V verhält sich ähnlich wie I. 

Nach V. 992 hatte König Guermont von Oriant dem Königs- 
sohne Hugo zwei schnelle Pferde geschenkt, nachher heifst es ein- 
fach in Übereinstimmung mit III (und I), dafs dem Könige ein 
Pferd geschenkt worden war. Von hier (v. 10 13) an stimmt V im 
allgemeinen und von v. 1082 an wörtlich mit III überein. 

Für die folgenden Teile des Epos haben wir also aufser A 
nur noch zwei frz. Fassungen II und III. Ich zitiere in aber nach 
der Ausgabe von I, da hier schon ein kritischer Text vorliegt. 



Inhalt von III. 

Kapitel XV. 

I 6209 — 6493. 

Dem Könige war von jenseit des Meeres ein Pferd angeboten 
worden. Um es zu probieren, veranstaltete er ein Wettrennen von 
Windsor bis London. Als Preis setzte er 100 £ Sterling aus. Auf 
ein Trompetensignal sprengten die Ritter los. Des Königs Sohn 
Hugo war allen voran, wurde aber zuletzt von Arondel spielend 
überholt. Der König gab den Preis B. 

Als die Ritter heimritten, bot Hugo B. für Arondel die Stadt 
Colecestre und looo Lehnsleute an; doch B. schlug sein An- 
erbieten aus. Zu Hause schärfte B. dem Tieri ein, sein Pferd 
niemand zu zeigen und es mit vier Knechten gut zu bewachen. 
B. selbst schlofs die Türen zu (vgl. A 12 und II). Darauf begab 
er sich mit Soibaut und 60 Rittern nach dem Hofe. Der König 
beauftragte ihn, ein Heer anzuwerben, das er (B.) nach Irland 
führen solle. (Nur hier.) 

Rohart, der erste Ratgeber des Königs, ein Verwandter Doons, 
riet Hugo, das Pferd mit Gewalt zu nehmen. Hugo wiederholte 
B. noch einmal sein Anerbieten, und als B. es wieder abschlug, 
ging er mit Rohart und drei Rittern nach B.'s Quartier und griff- 
Tieri und die Knechte an, die sich weigerten, ihm Arondel aus- 
zuliefern. Drei Knechte B.'s wurden erschlagen. Tieri schlug mit 
einer Stange Rohart und zwei Begleiter Hugos zu Boden, Arondel 
tötete den Königssohn (vgl. II). 

Kapitel XVI. 
I 6494 — 6948. 
Zwei Ritter von Hugos Begleitung brachten dem Könige die 
Nachricht, dafs Arondel den Prinzen erschlagen habe. Der König 



93 

wurde ohnmächtig, befahl dann, B. zu ergreifen, um ihn hängen 
zu lassen (vgl. A 2, II). B.'s Anerbieten, durch Kampf seine Un- 
schuld zu erweisen, lehnte er ab (vgl. II). Die Leiche wurde ins 
Schlofs gebracht, der König brach in laute Klagen aus. Dann 
wiederholte er seinen Befehl, ß. zu ergreifen (vgl. A 4). B. wollte 
sich seiner Gefangennahme widersetzen. Da auch seine Freunde 
und Verwandten für ihn eintraten, so verlangte der König, dafs B. 
Bürgen dafür stelle, dafs er am folgenden Tage nach dem Hofe 
zurückkehre. 

Am nächsten Morgen wurde der Prinz begraben (vgl. II). 
Dann liefs der König B. vor das Gericht fordern und verlangte, 
dafs er Arondel preisgebe. 

Da B. dies ablehnte (vgl. A 7), wurde er verbannt, bis der 
König ihn zurückrufen werde. 

Josiane, die mit Hantone belehnt worden war (s. Kap. XIII, 
Inhalt von III, S. 85), durfte dies behalten. 

Über B.'s Fortreiten klagte der König laut (vgl. A 1 1). Heim- 
gekehrt, teilte B. Josiane und den andern das Geschehene mit; 
alle jammerten laut (vgl. A 12). Josiane jedoch wollte B. in die 
Verbannung begleiten, was dieser auch endhch zugab. 

Nun folgt die Bestrafung von B.'s Mutter (s. Kapitel XIII T, 
S. 85). 

B. liefs Josiane als Herzogin huldigen und ernannte Soibaut 
zu ihrem Stellvertreter. 

Im Hafen von Hantone fand er ein Schiff mit Pilgern zur 
Abfahrt nach dem heiligen Lande bereit. Zu ihnen stieg er ein. 
Über seine Abfahrt herrschte in Ilantone allgemeine Trauer 
(vgl. A 15). 

Inhalt von J. 

Kapitel XV. 
J 2667 — 2720. 
Der Königssohn Folcon bat B., ihm sein Pferd Rondel zu 
geben. Doch dieser sagte, es sei ihm nicht feil; wenn aber Druxiana, 
die es während seiner dreijährigen Gefangenschaft in Sydonia ge- 
pflegt hätte, einwillige, wolle er es ihm abtreten. 

Folcon sah nun wohl, dafs seine Bitte vergebens war und 
beschlofs, Rondel zu stehlen. Während B. mit den andern Rittern 
beim Essen safs, ging er mit einigen Begleitern in den Stall und 
wolile das Pferd am Zaum ergreifen. Aber Rondel bemerkte, dafs 
ein Fremder ihm nahte, und schlug ihn mit den Hufen vor die 
Brust und die Stirn, dafs er tot zu Boden fiel. 

Kapitel XVI. 
J 2721—3078. 
Folcons zwei Begleiter liefen zum Könige und erzählten, dafs 
B.'s Pferd seinen Sohn getötet habe (vgl. III). Die Ritter und 



94 

Barone sprangen von dt-r Tafel auf und liefen in den Stall. Folcon 
wurde in einer Kirche beigesetzt (vgl. II, 111). Alle urteilten, dafs 
das Pferd als der Täter getötet werden müsse, doch fürchtete sich 
jeder vor der Wildheit Rondels. Bei dem Begräbnis Folcons 
klagte der König laut, er wisse nicht, wie er seinen Sohn rächen 
solle. B. aber schwur, sein Pferd nicht ohne Widerstand aus- 
zuliefern. Als nach der Beerdigung auch die Ratgeber des Königs 
urteilten, das Pferd müsse getötet werden (vgl. III), kniete B. vor 
dem Könige nieder und bat um Gnade; das Pferd sei schuldlos. 
Er erbot sich, zur Sühne mit 400 Ritlern nach Jerusalem zu ziehen 
und dort für das Seelenheil des Königssohnes vier Jahre Dienste 
zu leisten. Auf den Rat der Barone nahm der König diese Bufse 
an. B. verabschiedete sich und kehrte mit seinem Gefolge nach 
Antona zurück. 

Druxiana ging ihm entgegen, bemerkte sein trübes Aussehen 
und erfuhr das ihm zugestofsene Unglück. 

Sie tröstete ihn und bat ihn, ihr Reliquien mitzubringen. B. 
beauftragte Sinibaldo, für seine Familie und für sein Land Sorge 
zu tragen (vgl. III). Als aUesziir Reise vorbereitet war, nahm B. 
von Druxiana herzlich Abschied und ritt mit seiner Schar fort. 
Am Meere angelangt, bestieg er ein Schiff, um nach Jerusalem zu 
fahren (vgl. HI). 

Kritik. 

J- 

Die Darstellung vom Pferdediebstahl in J steht der in E am 
nächsten. In beiden ist von keinem Ratgeber, von keinem Kampfe 
mit den Stallknechten die Rede. Doch kann man daraus nicht 
auf eine Abhängigkeit J's von A resp. E schliefsen; denn dazu ist 
das Erzählte viel zu allgemein gehalten. 

Neu eingefühlt ist hier der Name des Königssohnes Folcon 
und B.'s Ausflucht, er würde in die Abtretung des Pferdes ein- 
willigen, wenn Josiane es täte. Nach J hat B. drei Jahre im Ge- 
fängnis gesessen, nach Ven. ein Jahr und drei Monate, nach den 
frz. Fassungen sieben Jahre. 

Im 16. Kapitel finden wir in J einige besondere Züge, die 
nur in Fassung III vorkommen; es sind dies folgende: 

1. Zwei Ritter bringen dem Könige die Trauernachricht. 

2. Nach der Beerdigung, des Sohnes findet das Gericht statt. 
B. soll sein Pferd ausliefern und weigert sich. 

3. Er beauftragt Sinibaldo für sein Land zu sorgen. 

4. Er schifft sich nach dem heiligen Lande ein. 

Es kann danach J nur auf die Fassung III zurückgehen. Der 
Kompilator von J konnte diese natürlich nicht ohne weiteres 
herübernehmen; denn seine Vorgeschichte war ja ganz anders. 
Diuxiana war schon Mutter; deshalb kennte er auch die Fort- 



95 

Setzung über ihre Entbindung im Walde etc. nicht gebrauchen, 
also war auch nicht nötig, dafs sie sich an der Reise beteiligte. 

Die Darstellung selbst ist sehr ungeschickt; fast mit Gewalt 
zieht der Verfasser sie durch beständige Wiederholungen in die 
Länge. Ganze Laissen werden mit Abänderungen wiederholt. Be- 
sonders bemerkenswert ist dabei, dafs der Verfasser seine Angaben 
erst allgemein und unbestimmt macht und sie in einer folgenden 
Laisse dann präzisiert. So — um nur ein Beispiel anzuführen — 
wird in v. 273g — 40 erzählt, dafs der Königssohn in einer Kirche 
beigesetzt ward, und v. 2750 berichtet das Urteil über Rondel 
nach der Beisetzung; v. 27860". hören wir wieder die Klagen des 
Königs bei der Beerdigung seines Sohnes und v. 2817 ff. noch 
einmal das Gericht über B. nach der Beerdigung. 

Die frz. Fassungen. 
Kapitel XV. 

Die Inhaltsargabe von A zeigt, dafs sehr viel von A in E 
und N fehlt oder anders dargestellt ist. Auch die frz. Fassungen 
berichten weniger, und zwar fehlen folgende Punkte: A 2, 4, 6, 7, 
8, g, 13. Statt A3, II, 12 findet sich dort etwas Ähnliches. 

Statt A 3 in ü: B. gibt den andern Rittern absichtlich einen 
arpent Vorsprung. 

Statt Ali: In II und III riet Rohart (II: und Amaurri), das 
Pferd mit Gewalt zu nehmen. 

Statt A 12: B. ging in sein Quartier und ermahnte in II zwei 
Reitknechte, in III Tierri und vier Knechte, niemand zu Arondel 
zu lassen. 

Die Darstellung in A ist seltsam abgerissen und springend, 
stellenweise auch unklar. So erwähnt B. v. 2505, dafs er Tenebre 
getötet habe, der sonst gar nicht erwähnt ist. Nach v, 2525 mufs 
eine Lücke sein; denn B. weist hier Sabot zurück, von dem vorher 
gar nicht die Rede gewesen ist. Diese Unklarheiten sind in A 
offenbar durch spätere Bearbeiter und Abschreiber hineingekommen. 
E hat dagegen in seiner Knappheit und Klarheit zweifellos die 
ursprüngliche Gestalt bewahrt. Das wird auch dadurch bewiesen, 
dafs der Bericht von E ohne die Interpolationen von A in den 
übrigen frz. Fassungen wiederkehrt, natürlich bedeutend breiter dar- 
gestellt und ausgeschmückt. Aus der einen Bitte des Königssohnes 
sind in II und III zwei geworden. In E ist von einem ver- 
räterischen Ratgeber noch gar nicht die Rede, in A ist ein un- 
benannter Ratgeber eingeführt, in III heifst er Rohart und in II 
sind daraus zwei, Rohart und Amaurri, geworden. Diese sind in 
II auch mit den beiden in A unbenannten Rittern identifiziert, die 
B. zuletzt überholt. (Ebenso identifizierte in Kapitel III Fassung 11 
die in A unbenannten Ritter Herrains, die von den Sarazenen 
gefangen fortgeführt wurden, mit den beiden Verrätern Gousse 
und Foure; s. S. 2g.) 



96 

In m ist des Königs Sohn Hugo derjenige, dem zuletzt von 
B. der Preis entrissen wird. Die Einführung des Königssohnes in 
das Wettrennen selbst geschah offenbar aus dem Bestreben heraus, 
Hugos dringende Ritte um das Pferd noch besser zu motivieren 
und mit der Erzählung zu verknüpfen. 

In A und III fand der Diebstahl statt, während B. bei Hofe 
war, in II aber, während er spazieren geritten war. 

Auch hier wieder gehen II und III auf eine gemeinsame 
Vorlage zurück, was neben inhaltlichen Übereinstimmungen be- 
sonders die gleiche Aufeinanderfolge der Assonanzvokale beweist. 

I (= m) CXVI = II CLXXIX auf e 
I CXVU =^ n CLXXX auf ä 

I CXVIII == II CLXXXI auf e 

I CXIX = U CLXXXn auf ?V 

Nun kann es aber nicht zweifelhaft sein, dafs diese gemein- 
schaftliche Vorlage auf A oder besser auf E zurückgehen mufs. 
Das beweist neben der in allen Fassungen gleichen Lage des 
Schauplatzes auch die Übereinstimmung in allen wesentlichen 
Punkten der Handlung mit E. 

Wir können in ,diesem Falle die Aufeinanderfolge der Inter- 
polationen mit ziemlicher Sicherheit aus den gegenseitigen Über- 
einstimmungen und Zusätzen der einzelnen Fassungen festlegen. Den 
Kern bildet E, das sind von A die Nummern i, 3 (unsicher, da in E 
schon verschieden), 7 (teilweise), 10, 13 (erster Teil), 14 (teilweise). 

Schon in der Fassung a, die der Verfasser von yi benutzte, 
war bereits ein unbenannter Verräter eingefügt, den A auch so 
bewahrt hat (vgl. A 11), und femer angegeben, dafs B. zuletzt 
zwei Ritter überholte (vgl. A 5, II, III), und dafs er für die Sicher- 
heit Arondels selbst Sorge trug (vgl. A 12, II, III). Oder anders 
ausgedrückt, y benutzte eine Vorlage a, die nach E und N 
und vor A lag, da sie wohl A 5, 11 und 12, aber nicht vieles 
andere von A (wie 3, 4, 6 etc.) enthielt. 

Der Verfasser von y fügte nun folgendes hinzu: 

Der Verräter hiefs Rohart und war ein Verwandter Doons. 
Der Königssohn bat zweimal vergeblich um Arondel. 

B. schärfte seinen Leuten ein, niemand in den Stall zu lassen. 

Bei seinem Gange nach B.'s Quartier war der Prinz von 
Rohart und ein paar Rittern begleitet. Zwischen diesen und B.'s 
Knechten brach ein Kampf aus, in dessen Verlauf Rohart und 
einige Knechte erschlagen wurden. 

Auch a erhielt weitere Interpolationen ; so entstanden a^, aP- etc. 
Um Arondels Überleg^enheit in noch hellerem Lichte erscheinen zu 



^ y habe ich die 11 und III gemeinsame Vorlage genannt. Es ist aber 
zu beachten, dafs diese im zweiten Teile des Epos nur eine erweiterte Fassung 
von a, nicht aber wie im ersten Teile eine Kombination von a und p' ist. 
Nichts deutet darauf hin, dafs auch von Fassung I ursprünglich ein solcher 
zweiter Teil existiert habe (s. S. 129 ff.). 



97 

lassen, gab B. den andern Rittern einen Vorsprung. (A 5 und II). 
Auf dieser Stufe wurde a — nennen wir es hier a' — von II 
mit y verschmolzen; ferner fügte der Bearbeiter von II hinzu: 

1. Josianes Bitte, B. solle nicht am Wettrennen teilnehmen, 

2. ß. langte um zwei Bogenschufsweiten früher an, 

3. den zweiten Verräter Amaurri, 

4. den Tadel des Grafen Rogier, 

5. änderte er B.'s Gang an den Hof in einen Spazierritt. 

III führte die Veranstaltung des Wettrennens weiter aus, 
präzisierte das Anerbieten des Königssohnes, nannte diesen Hugo 
und liefs ihn statt der zwei Ritter von B. überholt werden. Schliefs- 
lich flocht er noch B.'s Ernennung zum Heerführer ein. 

A erhielt, wie die Unklarheiten zeigen, wahrscheinlich noch 
mehrere zeitlich aufeinanderfolgende Interpolationen, nämlich A 4, 6 
(teilweise), 7 (teilweise), 8, g, 14 (Schlufs). 

Ähnlich wie in diesem Falle, wenn auch nicht jedesmal so 
klar ersichtlich, ist die Entwicklung des Epos im zweiten Teile im 
allgemeinen vor sich gegangen. 

Kapitel XVI. 

Man sieht leicht, dafs III im ganzen sich enger an A an- 
schliefst als IL Das konnte auch nicht anders sein, da ja II 
andere Voraussetzungen hatte; in II war B. nicht am Hofe, als 
der Prinz erschlagen wurde. Dann hat II aber auch dem von 
ihm in Kapitel XIV eingeführten IMaxin eine gröfsere Rolle an 
B.'s Rettung zuerteilt. 

III hat den Bericht von A durch eigene Zutaten, wie die 
Stellung von Bürgen etc., erweitert; andere Teile, auf die die 
Inhaltsangabe hinweist, stimmen wieder mit II überein, eine Folge 
der gemeinsamen Vorlage. 

Zu beachten ist, dafs auch hier einige Züge, die in E fehlen, 
ganz gleich oder ähnlich in II resp. III wiederkehren, so A 4, 5 
in II, A 6 ähnlich in III, wieder ein Beweis dafür, dafs y eine 
zwischen E und A oder besser, da A 5 und 6 in N enthalten 
sind, eine zwischen N und A liegende Fassung benutzt 
haben mufs. 

Nur in A stehen A 3, g. Da diese auch in A ohne Lücken 
zu hinterlassen gestrichen werden können, so sind sie sicher als 
spätere Interpolationen anzusehen. 



Beiheft zur Zeitschr. f. rom. Phil, L. 



98 



Kapitel XVII— XIX. 



Josianes Niederkunft und (Gefangennahme. Sabot findet 
Josiane. In Civile. 

Inhalt. 

Kapitel XVn. 

A 2685—2728, E 3615—3724. 

1. B., Josiane und Terri fuhren über das Meer, bestiegen 
dann die Pferde und ritten weiter. (E: Sie ritten durch Frankreich 
und die Normandie nach Ermonie). 

2. In einem Walde bekam Josiane Wehen. B. und Terri 
bauten für sie eine Hütte. B. erbot sich, ihr in ihrer schweren 
Stunde Beistand zu leisten. Sie aber lehnte es ab und gebot 
beiden, sich zu entfernen. 

3. Josiane gebar in der Hütte zwei Söhne. 

4. Da kamen Sarazenen, fanden Josiane und führten sie fort; 
die beiden Kinder liefsen sie liegen. (In EM wird Josiane von 
Escopart [in EA mit 40 Sarazenen] fortgeführt. Sie afs ein Kraut 
und sah nun wie eine Aussätzige aus, so dafs Yvorin, zu dem 
Escopart sie brachte, sie nicht erkannte. Yvorin liefs sie in eine 
Burg bringen und von Escopart bewachen.) 

5. Als B, und Terri zurückkehrten, fanden sie die beiden 
Kinder, aber nicht Josiane. Sie wickelten die Knaben in Tücher 
und suchten Josiane. (In E ferner: B. fiel in Ohnmacht. Beide 
fluchten dem Verräter Escopart.) 

Kapitel XVm. 
A 2729—2789, E 3841—3924. 

1. Soibauts Frau Eneborc deutete einen bösen Traum ihres 
Mannes dahin, dafs B. Josiane, die zwei Söhne geboren, verloren 
habe. (E weicht etwas ab. Die Deutung des Traumes fehlt in N.) 

2. Sabot kleidete sich als Pilger und fuhr mit mehreren Ge- 
fährten nach St. Gille. Dort begegnete er Josiane, die ihm das 
Vorgefallene erzählte. Sabot erschlug den Verräter. (In Ej\I be- 
gegnete Sabot Josiane in einem Dorfe bei Monbranc. In EA er- 
kundigte sich Sabot nach Josianes Aufenthalt und erfuhr, dafs sie 
in einer Burg von Escopart bewacht werde. Er ging dorthin, be- 
freite Josiane und tötete Escopart.) 

3. Josiane \vurde durch ein Kraut gefärbt und suchte in 
Männerkleidung mit Sabot B. und Terri. (Die Färbung und Ver- 
kleidung fehlt in N. EA: Mit einer Salbe stellte Josiane ihre 
natürliche Hautfarbe wieder her und suchte in Pilgerkleidung mit 
Sabot B.) 

4. In Abreford (fehlt EM, EA in ,.grete Grese") erkrankte 
Sabot. 



99 

5- Josiane verdiente sich ihren Lebensunterhalt, indem sie 
über B.'s Schicksal Lieder vortrug (fehlt N). Sie pflegte Sabot 
7 Jahre und 3 Monate (fehlt N, EM, in EA 1/, Jahr). 

Kapitel XIX. 
A 2790—2958, E 3725—3840. 

1. B. gab das eine Kind einem Förster und liefs es Gui 
taufen. Das andere gab er nebst 5 Mark einem Fischer; auch 
dieser liefs es taufen (in E auf den Namen Mile). 

2. B. und Terri ritten darauf nach Civile, wo sie bei Gerner 
herbergten (E, N ohne Namen). 

3. Am andern Morgen erfolgte ein Angriff auf die Stadt. 
B. ritt als erster hinaus, tötete den feindlichen Bannerträger und 
schenkte das erbeutete Pferd seinem Wirte. Darauf ermunterte er 
zum Angriff und nahm drei Feinde gefangen. (N weicht etwas, 
E völlig ab. In E wird ein Turnier abgehalten, der beste Ritter 
soll die Königstochter und das Land Aumbeforce erhalten. B. ist 
Sieger.) 

4. Die Herrin des Landes, eine Jungfrau, sah von einem Turme 
aus dem Kampfe zu und verliebte sich in B. 

5. Nach Beendigung des Kampfes kehrten B. und Terri in 
ihr Quartier zurück und speisten. 

6. Die Königin schickte ihren Hofmeister Reiner zu B., um 
ihn zu holen; doch wollte dieser nicht kommen (fehlt E). 

7. Da ging sie selbst zu B. und wurde von ihm höflich 
empfangen. Er weigerte sich, an den Hof zu kommen, weil er 
seine Gattin suche und am folgenden Tage Weiterreisen wolle 
(fehlt E). 

8. Ihr Verlangen, sie zu heiraten, lehnte er ab. 

9. Beide wurden zornig. Sie bedrohte ihn mit dem Tode. 
IG. B. erklärte sich zur Heirat bereit, wenn Josiane nicht in 

7 Jahren zurückgekehrt sei. Sie bewilligte ihm aufserdem noch 4 
(sc. Monate), bedang sich aber für den Fall der Rückkehr Josianes 
Terri aus. (In E machte B. diesen Vorschlag.) 

11. Am andern Morgen fand durch Bischof Sene die Trauung 
statt (fehlt E und N). 

12. B. liefs die gefangenen Grafen frei; sie huldigten ihm 
(fehlt E). 

13. Die Herrin von Civile ward von den Herzögen Vastal 
und Doctrix mit 40000 Mann angegriffen. B. und Terri zogen 
ihnen mit 15000 entgegen. B. tötete den Herzog Doctrix und 
nahm Vastal gefangen (fehlt E). 

14. B. und das Fräulein von Civile lebten 7 Jahre zu.sammen 
ohne fleischliche Gemeinschaft (fehlt E). 



lOO 



II. 

Kapitel XVII und XVIII schliefsen sich inhaltlich sehr eng an 
A an und führen es nur weiter aus. 

Im 17. Kapitel v. 1 1 500 — 11692 finden sich folgende Unter- 
schiede und Erweiterungen. 

Zu A 2: Der Wald lag bei der Hafenstadt Noire-Comble (in 
III heifst der Wald so). B. blieb bei seiner Frau während der 
Geburt. Die Hütte ward erst nach der Entbindung errichtet. 

Nach A 3: Da aufser Brot und Wein keine Nahrungsmittel 
vorhanden waren, ging B. mit Tierri auf die Jagd. 

Statt A 4: Fünf Sarazenen auf der Suche nach B. und Josiane 
fanden Josiane, brachten sie, während sie schlief, mit einem Kinde 
auf ihr Schiff und fuhren ab. 

Zu A 5: B. und Tierri kehrten mit einem erlegten Hirsche 
zurück und fanden nur ein Kind, worüber B. in laute Klagen aus- 
brach. Auf Tierris Rat legten sie dasselbe in ein Boot und 
empfalilen es Gottes Schutze. Darauf kehrten sie um und suchten 
Josiane, aber vergeblich. 

Kapitel XVUI. 
. II 11693—11931. 

Josiane war von einem bösen Traume aufgewacht und erfuhr, 
dafs die Sarazenen sie zu Yvorin bringen wollten. Ihr Schiff wurde 
jedoch von einem grofsen Sturme nach St. Gille verschlagen und 
mufste dort ungünstigen Wetters halber längere Zeit bleiben. 

Soibaut hörte von einem Pilger, dafs Josiane mit vielen Heiden 
in St. Gille sei. Schnell eilte er, von vielen Rittern begleitet, dorthin 
und quartierte sich bei einem Bürger ein. 

Am andern Morgen sah er Josiane am Fenster eines Palastes. 
Mit Hilfe des Wirtes wurden nun die Sarazenen überfallen und 
getötet. Josiane erzählte ihm ihre Schicksale. Soibaut schickte 
seine Leute in die Heimat zurück und machte sich mit Josiane 
und ihrem Ivinde auf die Suche nach B. 



Kapitel XIX. 
II 11932— 12541. 

1. Das von B. in ein Boot gelegte Kind fand ein Fischer 
Fouquerant aus Galant und zog es auf. 

2. Auf ihrer Suche nach Josiane gelangten B. und Tierri 
nach Sivele, wo eine Jungfrau herrschte. Um Futter für die Pferde 
zu erhalten, versetzte Tierri B.'s Pelz. (Nur hier.) 

3. Die Stadt wurde von heidnischen Truppen angegriffen. 
B. und Tierri ritten zuerst hinaus. B. tötete einen Emir und 
schenkte dessen Pferd seinem Wirte. Darauf erschlug er einen 
König und ermunterte die Truppen der Stadt zum Angriff. Es 



lOl 

folgt A 4. Die Jungfrau hiefs Vencadousse. B. und Tierri töteten 
weitere zehn Feinde, warfen dreifsig aus dem Sattel und erbeuteten 
deren Pferde. Die Heiden flohen. 

5. B. und Tierri kehrten in die Stadt zurück. Die Königin' 
berichtete ihren Baronen von B.'s Taten. 

6. Die Königin schickte ihren provost Anseis zu B. und Hefs ihn 
zu sich bitten. B. lehnte ab, weil er mit seinem Wirte speisen wolle. 

7. Da ging sie selbst zu B., dankte ihm und bat ihn, mit 
Tierri bei ihr zu bleiben. B. sagte zu. Vor Ablauf eines Monats 
hatte er das Land von den Feinden befreit. 

V. 12 108 — 12 133 berichten nun erst über Josiane und Soibaut. 
Diese suchten B. vergeblich und wurden von einem Sturme nach 
Hantone verschlagen, wo über ihre Ankunft grofse Freude herrschte. 
Am weiteren Suchen wurden sie durch eine Krankheit Soibauts, 
die 7 Jahre dauerte, verhindert (vgl. Kapitel XVIII A 4, 5). 

Vencadousse hatte inzwischen ihren ganzen Besitz B. an- 
vertraut und sich heftig in ihn verliebt. Von Tierri erfuhr sie, 
dafs B. ein Graf sei, der eines Krieges wegen aufser Landes ge- 
gangen, und dafs Tierri selbst sein Untertan sei. 

8. Sie zeigte nun B. ihre Reichtümer und schlug ihm vor, er 
solle sie am folgenden Tage, Pfingsten, heiraten. B. lehnte es ab, 
weil er schon verheiratet sei. 

9. Als sie mit wiederholten Bitten nichts ausrichten konnte, 
drohte sie, B. in den Kerker zu werfen oder töten zu lassen. 
Darauf bat B. um Aufschub, um sich mit Tierri und seinem Wirte 
zu beraten. Er versuchte mit Tierri zu entfliehen, aber die Königin 
liefs durch 300 Wächter die Wege bewachen. Auf Tierris Rat 
erklärte sich B. bereit, die Königin zu heiraten. 

II. Die Trauung wurde festlich begangen. In der Hochzeits- 
nacht aber rührte B. die Vencadousse nicht an. Die Königin 
stand zornig auf und ging in ein anderes Zimmer. 

Nur in II 12457 — 12 541, und hieraus von T 11 194 — 11313 
übernommen und durch einige Zutaten erweitert, folgt eine Episode, 
worin B, aus Mitleid einen Sohn mit der Königin zeugt. 



III. 

Kapitel XVn. 
1 6949—7925. 
Als das Schiff" schon vor Akkon angelangt war, wurde es von 
einem Sturme wieder zurückgetrieben und nach Afrika verschlagen, 
wo es vor Monbranc Anker warf B., Tierri und Josiane stiegen 
aus, um zu Lande nach dem heiligen Grabe zu pilgern. Sie 
machten sich durch Mäntel unkenntlich und ritten durch Monbranc 
in den Wald von Noires-Combes (vgl. II 2). Dort wurde Josiane 
von Wehen befallen. Sie suchten Zuflucht in einer Höhle. B. stand 
Josiane in ihrer schweren Stunde mit verbundenen Augen bei 



(vgl. II). Sic gebar zwei Söhne, die beide ein rotes Kreuz auf 
der Schulter hatten. .Ms alles glücklich vorüber war, ging B. auf 
die Jagd (vgl. II) und schickte Tierri nachts nach Monbranc, um 
Vorräte zu holen. 

Das folgende weicht von II sowohl wie von A völlig ab; ich 
skizziere es daher nur kurz. Tierri geht mehrmals nach ÖNIonbranc, 
erregt die Aufmerksamkeit von vier Förstern, die schliefslich B.'s 
Aufenthalt ausspionieren und Yvorin Bericht erstatten, der die 
Flüchtlinge nun verfolgen läfst. Es folgt eine Reihe von Kämpfen. 
B. mufs, um sein Leben zu retten, sich von Josiane und den 
Kindern trennen, die dann gefangen genommen werden, B. und 
Tierri entkommen. 

T weicht in einigen Punkten ab. Danach raubte Gonce, der 
mit Fouque und Pinart vom Könige Herrain abgefallen war, eins 
von B.'s Kindern und floh mit diesem, von Fouque und Pinart 
begleitet, ans Meer. Fouque (auch Fourre genannt) kehlte auf 
den Kampfplatz zurück und verkündete B., er werde eins seiner 
Kinder nie wiedersehen. B. spaltete ihm den Kopf. 

Kapitel XVIH fehlt in I und IH. 

Kapitel XIX. 
Nur in T Q570 — 9659: Gonce und Pinart legten das Kind 
in ein Boot, dessen Besitzer Fouquerant abwesend war. Dieser 
kam zurück, sah die beiden Ritter schlafen, fuhr mit dem Kinde 
fort und brachte es seiner Frau. Sie liefsen es Hermin taufen und 
zogen es auf (vgl. II i). 

I 7926 — 9663. 

B. und Tierri ritten nach Mont Aufriquant und fuhren von 
dort zu Schiff nach Siviele. Tierri suchte und fand schliefslich 
bei einem Bürger namens Amauri auf Fürsprache von dessen Frau 
Quartier. Trotzdem B. freundlich aufgenommen wurde, war er 
doch bei dem Gedanken an seine Familie traurig und konnte 
nichts essen. Von Tierri und seinem Wirte begleitet, ging er an 
den Hof, wurde jedoch von niemand beachtet, ja sogar verhöhnt, 
und ging erzürnt fort. 

Der Königin wurde von Escorfaut von Majorge, dessen Werbung 
sie abgeschlagen hatte, Krieg angesagt. Im Vertrauen auf Gottes 
Hilfe beschlofs sie, Widerstand zu leisten, und liefs die Stadt be- 
festigen. 

Den Feinden ritt B., von Tierri zu Fufs begleitet, entgegen 
und tötete im Einzelkampfe den König Prinsaut von Valfondee, 
den Neffen Escorfauts, dessen Pferd Tierri erhielt. 

4. Die Königin sah von einem Turme aus zu. B. erschlug 
den vordersten der ihn verfolgenden 1000 Heiden und wurde 
dann vom Könige Malquidant von Cordes zum Einzelkampfe heraus- 
gefordert. Auch er wurde von B. besiegt und gefangen nach 
Siviele geführt. 



I03 

5- B. und Tierri führten den Gefangenen in ihr Quartier. 
B. schenkte seinen Wirten die Waifen und das Pferd des Malquidant. 
Die Königin berichtete ihren Baronen von B.'s Taten (vgl. II 5). 

6. Sie sandte mehrere Grafen zu B. und lud ihn zu sich ein. 
B., der gerade beim Essen safs, lehnte zornig ab, weil er am Hofe 
beleidigt worden sei (vgl. II 6). 

7. Auf den Rat ihrer Barone ritt die Königin selbst mit 
grofsem Gefolge nach B.'s Quartier. B. empfing sie höflich und 
sagte auf ihre Frage nach seinem Namen, er sei B., Sohn des 
Herzogs Gui aus Hantone in England. 

Sie stellte ihm ihr ganzes Land zur Verfügung, alle raufsten 
ihm huldigen (vgl. II 7). B. lieferte ihr Malquidant aus. 

Auf B.'s Befehl wurde am nächsten Morgen der Kampf wieder 
begonnen, dem die Königin von einem Turme aus zuschaute. 
B. verrichtete viele Heldentaten und nahm schliefslich Escorfaut, 
der Desdier, den Oheim der Königin, getötet hatte, gefangen. Die 
Königin wollte B. reichlich belohnen; ihre Barone rieten ihr, ihn 
zu heiraten. 

Bis V. 9540 gehen P^CTV zusammen. Mit v. 954 1 — mitten 
in dem Heiratsantrage der Königin an B. — trennt sich Fassung I 
wieder von III. Inhaltlich stimmen aber beide Fassungen zum 
gröfsten Teile überein. Ich gebe daher den Inhalt nach I und 
füge das in III (C 10978 — 11 158) Abweichende in Klammer hinzu. 

Die Königin bat B., sie zu heiraten. B. lehnte ihre Bitte ab, 
weil er verheiratet sei und zwei Kinder habe (vgl. 11, A 8). (III: 
Er riet ihr, einen König zu heiraten, und erzählte ihr sein Schicksal.) 
Über die Ablehnung ihres Antrags zornig, bedrohte sie ihn mit 
dem Tode (III: Sie erklärte, sie werde ihn mit Gewalt zurück- 
halten) (vgl. A 9, II 9). Als sie ihn fufsfällig anflehte, ihre Bitte zu 
erhören, bat B. um eine Nacht Bedenkzeit (vgl. II 9) (fehlt III). 
Die Barone redeten B. zu. Sie liefsen ihre gefangenen drei 
Könige gegen ein Lösegeld von loooo Mark von jedem frei 
(fehlt III). Die Königin liefs alle Wege bewachen, so dafs B. 
nicht entfliehen konnte (vgl. U 9) (fehlt III). 

Tierri riet, sie zu heiraten, nachher könnten sie ja beide ent- 
fliehen (vgl. II 9) (dafür III: dann könne er seine Frau und seine 
Kinder befreien). B. willigte ein, obwohl es Unrecht sei. 

Darauf wurde die Hochzeit gefeiert. (III ferner: Die Barone 
leisteten B. den Lehnseid und setzten ihm die Krone auf) 

In der Nacht legte B. sein Schwert zwischen sich und die 
Königin. All ihr Weinen war vergeblich (vgl. II). 

III ferner: Als B. am folgenden Morgen mit Tierri und andern 
Rittern auf die Jagd ritt, ermahnte Tierri B., Josiane und deren 
Kinder zu befreien. 



iü4 



Kritik. 

Trotzdem Fassung II und III im Detail ziemlich auseinander- 
gehen, haben sie doch eine Menge kleiner Züge, die ich in der 
Inhaltsangabe von III schon bezeichnet habe, gemeinsam, müssen 
also auch hier auf eine gemeinsame Vorlage, die die Redaktoren 
freilich sehr selbständig bearbeitet haben, zurückgehen. Dafs 
dieser Vorlage a zugrunde liegen mufs, zeigen ebenfalls die Ver- 
weise. Dazu kommt, dafs in Fassung II Kapitel XIX Tierri ß. in 
Übereinstimmung mit A einen Grafen nennt, während er sonst in 
den festl. frz. Fassungen immer Herzog genannt wird, und dafs in 
Fassung III Kapitel XIX B. sagt, er sei aus Hantone in England. 

Aber wie ist der Umfang aufgeschwollen? Aus den 43 Versen 
des 17. Kapitels in A sind in II 187, in III 984 Verse geworden. 
Auch insofern findet sich eine Steigerung in den drei Fassungen, 
als in A nur Josiane, in II Josiane und ein Kind, in III Josiane 
und beide Kinder in die Hände der Sarazenen fallen. 

Während in A B. auf Befehl seiner Frau sich während der 
Geburt entfernt halten mufs, ist er in II und III bei ihr. Hier 
kann daher die Entführung Josianes nicht sofort nach der Geburt 
(wie in A) geschehen. Der Redaktor von II benutzt dazu das 
Motiv, das schon im 8. Kapitel in allen Fassungen zur Beseitigung 
Bonefois gebraucht worden ist, er schickt B. und Tierri auf die 
Jagd. III berichtet von einem längern Aufenthalt in der Höhle 
und läfst dann während der Kämpfe mit Yvorin B.'s Familie in 
die Hände der Sarazenen fallen. 

In II wie in A wird Josiane von Sarazenen entführt, in E 
war deren Führer Escopart, und so mufs es auch in A sein, ob- 
wohl sein Name nicht genannt ist. Die Verse A 2762 — 65: 

„Oyl, bei sire, veez le pautoner, 
ke Boves fist baptiser et lever." 
Sabaotli prent le burdon, le traitor feri 
just le oy, mort li abati, 

können sich nur auf Escopart beziehen. 

In E, aber nur in EA, weicht der Schlufs des 17. Kapitels 
und daher auch die Befreiung Josianes im 18. Kapitel völlig von A 
ab. In EA gerät wie in I, III Josiane in die Hände Yvorins (auch 
in EM befindet sie sich nahe bei Monbrant). Wie in I und III 
wird auch in E ihre Befreiung durch Soibaut erst nach dem 
19. Kapitel erzählt. Ich werde daher erst beim 20. Kapitel auf 
diesen Punkt eingehen. 

Das 18. Kapitel findet sich aufser in A nur noch in 11. In 
A hat Sabot einen Traum, der ihm B.'s Schicksal offenbart, in II 
erzählt ihm ein Pilger, dafs Josiane in St. Gille weilt. II verwendet 
mit Vorliebe Pilgerberichte, so erfährt B. im 2. Kapitel v. 4678 ff. 
von einem Pilger, dafs Soibaut mit Doon Krieg führt; im 11. Kapitel 



I05 

V. 6700 fF. ist der Bote, der den gefälschten Brief überbringen mufs, 
ebenfalls ein Pilger. 

In A und II wird Josiane von Soibaut in St. Gille befreit, in 
E, I, in bei Monbranc. Diese verschiedenen Darstellungen werde 
ich ebenfalls zusammenfassend erst nach dem 20. Kapitel behandeln. 

Am Anfang und am Schlufs des 19. Kapitels enthält T auch 
Stücke aus II, die es in III, so gut es geht, eingefügt hat. Es 
sind dies: 

1. Ein Kind B.'s wird von Fouquerant erzogen, 

2. B. zeugt mit der Königin von Siviele einen Sohn. 

T kann also erst nach III (C) und II entstanden sein. 

III hat der Sivieleepisode noch eine Vorgeschichte, B. und 
Tierri in Mont Aufrikant, vorweggeschickt und die Ereignisse in 
Siviele, besonders die Kämpfe, ungeheuer erweitert. Das ig. Kapitel 
zählt in A 168, in II 609, in III (nach I gezählt) 1737 Verse! 

Der ganze Inhalt von A mit Ausnahme von A 10 (sieben- 
jährige Frist) und A 13 (Vastal -Doctrix- Episode) kehrt in den 
übrigen frz. Fassungen wieder, abgesehen natürlich von einigen 
kleinen Änderungen der Motive und der Namen. So ist die Be- 
gründung der Weigerung B.'s, an den Hof zu kommen, verschieden ; 
A I ist entsprechend den vorhergehenden Ereignissen in II und T 
umgeändert, in III fehlt es infolge der Änderungen im 17. Kapitel 
ganz. 

Ein Vergleich mit E lehrt, dafs auch hier die festl. frz. Fassungen 
auf eine agn. Vorlage, die zwischen E oder besser N und A liegt, 
zurückgehen müssen. E ist erheblich kürzer als A, es fehlen dort 
gänzlich A 6, 7, 11 — 14, weniges ist umgestaltet. Besonders auf- 
fällig ist, dafs in E aus dem Kampfe in A 3 ein Turnier geworden 
ist. Da sich dieses aber nur in E findet und auch hier in den 
beiden Hauptversionen abweichend geschildert ist, so wird es wohl 
erst von dem me. Bearbeiter geändert worden sein. 

Anders steht es jedoch mit den in E fehlenden Teilen von A. 
A 6 und 7 stellen eine einfache Wiederholung eines schon im 
3. Kapitel verwandten Motivs dar (B. weigert sich, zur Königs- 
tochter zu kommen; sie geht selbst zu ihm), sie sind also in 
Analogie zu dieser Szene erst später eingeschaltet. 

A II — 14 enthalten nur ein weitere Ausführung dieser Episode, 
auch sie werden daher erst später hineingekommen sein. Besonders 
gilt dies von A 13, der Vastal-Doctrix-Episode, die sich auch in 
keiner andern Fassung findet, und die ganz unvermittelt auftaucht. 
Weder vorher noch nachher ist von diesen beiden Herzögen wieder 
die Rede. Diese Szene ist also sicher eine späte Interpolation. 

Auffällig ist das Fehlen von A 10 (B. verlangt einen Aufschub 
von 7 Jahren) in den festl. frz. Fassungen. Es ist dies ja auch 
eine Parallele zu B.'s siebenjährigem Aufenthalt im Gefängnis des 
Bradmond (s. Kapitel VI S. 38 f.), findet sich aber auch in E. Es 
bleibt nur die Möglichkeit übrig, dafs dieser Zug in y bewufst 



io6 

oder, was wahrscheinlicher ist, vcrsehenth'ch ausgehissen ist. In II 
findet Josiane B. wie in A nach sieben Jahren wieder, I und III 
geben keine Zeit an^ 

Bei der grofsen inhalth'chen Übereinstimmung zwischen A und 
II ist es um so auffälliger, dafs II im ig. Kapitel ganz unvermittelt 
einen Bericht über Soibaut und Josiane einschiebt, der in A schon 
im i8. Kapitel gegeben ist; es ist dies Josianes und Soibauts Suche 
nach B. und Soibauts Krankheit. In A erkrankt Soibaut in Abre- 
ford, in n in Hantone; dadurch gewinnt II wieder den Anschlufs 
an I und III, in denen auch Soibaut und Josiane nach Hantone 
gelangen. Die ganze Art, wie 11 dies eingeschoben hat, erweckt 
den Eindruck eines Nachtrages. Der Redaktor scheint bemerkt zu 
haben, dafs er am Ende des i8. Kapitels die siebenjährige Krankheit 
Soibauts zu erzählen vergessen hatte, er schob daher diesen Bericht 
einfach hier ein. Das weitere darüber s. nach Kapitel XX S. 1 1 5 f. 



Kapitel XX. 

Die Wiedervereiuigimg. 

Inhalt. 

A 2959 — 3045, E 3925—3962. 

1. Als Sabot von seiner Krankheit genesen war, machte er 
sich mit Josiane wieder auf die Suche nach B. Beide gelangten 
zufällig nach Civile (E ohne Namen). 

2. Sabot ging nach dem Schlosse und bat B. und Tierri, 
die vor demselben auf einer Bank safsen, um Speise. B. machte 
Tierri auf die Ähnlichkeit des Pilgers mit seinem Vater aufmerksam, 
und Tierri beschenkte ihn reichlich. (In E begegnete Sabot nur 
Tierri.) 

3. Sabot gab sich seinem Sohne zu erkennen. Beide gingen 
zu B.. und Sabot erzählte ihm, dafs Josiane in der Stadt sei 
{fehlt E). 

4. Sabot und Tierri führten Josiane, die inzwischen ihre 
schwarze Farbe mit Hilfe des früher gebrauchten Krautes wieder 
entfernt hatte, vor die Herzogin. (E : Sabot schmückte Josiane 
und führte sie zu B.) 

5. Die Herzogin bat B., ihr Tierri zum Gemahl zu geben 
(fehlt E). 

6. Dann sandte B. nach seinen Söhnen; der Förster führte 
Gui, der Fischer Mile herbei (E kürzer). 

7. Die Herzogin heiratete Tierri. 

8. Bei dem Festessen sang Josiane Tierri zu Liebe drei Lieder 
(fehlt E). 

9. Danach fand ein Kampfspiel statt, und B.'s Söhne spielten 
Schach. 



I07 

10. B. schlug ihre Erzieher zu Rittern und belohnte sie 
reichlich. 

11. Die Barone huldigten Tierri (fehlt E). 

n 12542 — 13221. 

1. Josiane schnitt sich ihr Haar ab, färbte sich mit dem 
Kraute Esclaire schwarz, kleidete sich als Mann und fuhr mit ihrem 
Sohne und Soibaut nach St. Gille. Von dort durchstreiften sie auf 
der Suche nach B. viele Länder, wobei sie schliefslich Not und 
Entbehrung erdulden mufsten. Endlich gelangten sie zufällig nach 
Siviele. 

2. Sie stiegen in einer armen Herberge ab. Soibaut bettelte 
in der Stadt umher und kam auch zu B. und Tierri, die er am 
Fenster des Palastes stehen sah. Jetzt folgt A 2. 

a) Soibaat kehrte zu Josiane zurück und erzählte von den 
zwei Rittern, die ihn beschenkt hatten. Von ihrem Wirte erfuhren 
sie, dafs diese B. und Tierri seien. 

b) Am nächsten Morgen wurde Arondel von Tierri an Josiane 
vorbeigeführt. Das Pferd erkannte sie und wieherte laut. 

c) B. ritt mit Tierri und der Königin auf die Jagd. Josiane 
zeigte ihrem Sohne seinen Vater. 

d) Als B. zurückkam, kleidete sich Josiane als Sänger und 
besang ihre und B.'s Schicksale. 

e) Vor Erregung konnte B. abends nichts essen; er liefs am 
andern Tage den Sänger holen. 

3. Josiane ging als Sänger verkleidet zu B. und erfuhr, ohne 
erkannt zu werden, dafs B. sie noch immer liebte. Sie teilte ihm 
mit, dafs Josiane und Soibaut in der Nähe seien; B. bat, dieselben 
zu holen. 

4. Josiane kehrte heim, wusch sich mit dem Kraute Esclaire 
und liefs vom Wirte Kleider für sich, Soibaut und ihr Kind be- 
sorgen. Alle gingen hierauf in den Palast, wo sie B. mit der 
Königin bei Tische trafen. Nach einer herzlichen Begrüfsung 
zwischen B. und Josiane, Tierri und Soibaut, stellte B. Josiane der 
Königin vor. 

a) Als sich in der Stadt die Nachricht verbreitete, dafs B. 
mit einer Dame das Land verlassen wolle, wollten die Bürger sie 
nicht ziehen lassen. 

5. 7. Die Königin gab jedoch B. frei und bat um Tierri, mit 
dem sie sogleich in der Remigius-Karche getraut wurde. 

I und III. 

I 9664 — 10472, C 11159 — 12703, T11314 — 12804. 

Fassung I und III berichten zunächst die Befreiung Josianes 
und ihre weiteren Schicksale. III bildet im allgemeinen eine Er- 



io8 

Weiterung von I, doch hat auch I besondere Züge für sich. Ich 
gebe daher den Inhalt von I und III wieder zusammen. 

III: Yvorin hielt Gericht über Josiane ab, er wollte sie töten 
lassen; aber auf Vorschlag des Königs Floridas überliefs er König 
Hermin das Urteil. 

Dieser schickte Hugo, den Sohn des Bonifasse, zu Yvorin 
und Hugo beschwor, dafs Josiane zuerst mit B. verlobt gewesen 
sei. Hugos Anerbieten, für seine Behauptung zu kämpfen, lehnte 
Yvorin wütend ab und liefs Josiane einkerkern. 

I: Yvorin liefs Josiane streng bewachen; im Gefängnis blieb 
sie vier Jahre und erzog ihre Kinder. 

I und III: Bcrtran aus Bar-sur-.^ube (I: der Soibauts Schwager 
war) kam nach Hantone, um sich nach B. zu erkundigen. Er erfuhr 
von Soibaut, dafs B. verbannt sei; beide machten sich auf, ihn 
zu suchen. 

Sie bestiegen ein Schiff und kamen zufällig nach Monbranc, 
wo sie bei einem von Josiane bekehrten Bürger (III: Berenger aus 
Rouen) Quartier nahmen. Dieser erzählte ihnen von Josiane und 
half sie befreien (vgl. II Kapitel XVIII S. loo). 

Nun kehrten alle nach Hantone zurück. Josiane ging nach 
London und wurde vom Könige freundlich empfangen. Ihre beiden 
Söhne baten diesen um Gnade für ihren Vater, die ihnen der 
König auch gewährte. (III: Die Barone baten den König, B. zu 
verzeihen; der König willigte unter der Bedingung ein, dafs B. 
eine Wallfahrt nach dem heiligen Lande unternehme.) Auf Josianes 
Bitte wurden nun ihre Söhne getauft. Der eine erhielt den Namen 
Wilhelm nach dem Könige von England (I: der ihn zu seinem 
Erben erklärte), der andere wurde Hermin genannt (I: ihn machte 
König Oudart von Schottland zu seinem Erben). 

Nur UI: Der König schenkte seinem Patenkinde Cloencestre. 

I und III: Darauf kehrte Josiane mit ihrer Begleitung nach 
Hantone zurück. Josiane färbte sich, kleidete sich als Jogleresse 
und machte sich mit Soibaut auf die Suche nach B. Unterwegs 
hörten sie in Valvenisse auf der Hochzeit des Grafen Raimund 
von einem Spielmann, dafs B. die Königin von Siviele geheiratet 
habe. Sofort fuhren sie dorthin und nahmen in der Stadt Quartier. 
Am nächsten Morgen sahen sie B. auf die Jagd reiten (vgl. II 2 c 
S. 107). In ni wollte Josiane gleich auf ihn losstürzen, wurde 
aber von Soibaut, der zur Vorsicht riet, zurückgehalten. In I wollte 
sie nicht zu ihm gehen, weil sie glaubte, er würde sie nicht er- 
kennen. 

Nur III: Gegen Abend gingen Soibaut und Josiane nach dem 
Palaste und sangen vor der Königin, die sie zum Bleiben einlud. 

I und III: Als B. von der Jagd zurückkehrte, sang Josiane 
ihm seine eigenen Schicksale vor (vgl. 11 2 d). 



log 

Nur in I: Arondel erkannte sie und wieherte laut (vgl. II 2 b). 
B. ritt nach dem Schlosse und weinte darüber, dafs er nicht fort- 
kommen konnte. Er liefs Josiane durch Tierri einladen, vor ihm 
zu singen (in III lud er sie gleich selbst ein) (vgl. II 2 e). 

Im folgenden weichen I und III etwas mehr voneinander ab. 

I: Josiane wagte nicht, vor B. zu treten, und schickte Soibaut 
zu B. Unterwegs erkannte Tierri seinen Vater und erfuhr von 
ihm, dafs die Sängerin Josiane sei. Beide teilten dies B. mit. Am 
nächsten Morgen erzählte B., das Schwert in der Hand, der Königin, 
dafs er seine Gemahlin gefunden habe. Sie gab ihn frei, bat aber 
um Tierri (vgl. A 5). 

III: Soibaut gab sich seinem Sohne zu erkennen, der ihn bat, 
vorläufig zu schweigen. Tierri machte B. von der Ankunft Josianes 
und Soibauts Mitteilung. Die Königin berichtete von dem Sänger- 
paare, das nun von Tierri geholt wurde und vor ihnen sang. In 
der Nacht zog B. sein Schwert, und die Königin, eingeschüchtert, 
schwur, wenn ß. eine Frau lieber als sie habe, so wolle sie der- 
selben kein Leid tun. B. entbot alle Barone seines Landes und 
liefs sie schwören, ihn ungehindert mit seiner ersten Frau ziehen 
zu lassen. 

I und LH: B. liefs nun seine Barone aus England kommen. 
Josiane schmückte sich (III: badete sich in Weinessig und Wasser) 
und zog dann in einem grofsen Aufzuge zu der Königin. (Nur 
III: Diese liefs B. feierlich frei und bat um Tierri.) Sie wurde 
mit Tierri sofort getraut; Tierri wurde gekrönt. Alle (III: auch 
Escorfaut und zwei andere gefangene Fürsten) huldigten ihm. 

Ven. 2244 — Schlufs. 

Druxiana hörte am Hofe ihres Vaters von Spieileuten, dafs B. 
in sein Land zurückgekehrt sei und seinen Vater gerächt habe. 
Sie färbte sich mit einem Kraute schwarz, versah sich mit Geld 
und verliefs mit ihren Kindern heimlich den Hof, um als Jogleresse 
verkleidet B. zu suchen (vgl. I, II, III). Ihre beiden Kinder, die 
im siebenten Jahre waren, tanzten zur Harfe. So durchwanderte 
sie unangefochten viele Länder (vgl. II). 

An B.'s Hof in Antona kam ein Bote von Malgaria von 
Sadonia und bat B. um Hilfe gegen König Passamont v. Ungarn, 
der sie zwingen wollte, ihn zu heiraten (vgl. Kapitel XIX, Fassung III 
Escorfaut). Malgaria Uefs B. ihre Hand anbieten und versprach, 
sich taufen zu lassen. Auf den Rat Sinibaldos und seiner Barone 
sagte B. seine Hilfe zu. Mit einem gewaltigen Heere fuhr er über 
das Meer nach Sadonia. B. stellte den König Passamont vor die 
Entscheidung, entweder nach Ungarn zurückzukehren, oder mit 
ihm zu kämpfen; Passamont entschied sich für die Schlacht. 

Inzwischen war Druxiana auf einem Berge vor Sadonia an- 
gekommen und sah die beiden Heere. Sie zeigte ihren beiden 
Sölinen ihren Vater (vgl. II 2 c), der gerade mit Passamont kämplte 



HO 

und ihn auch tötete. B. forderte nun seine Ritter auf tüchtig 
dreinzuschlagen (vgl. Kapitel XIX, II 3). Die Heiden flohen. 

Dann zog B. mit seinen Truppen in die Sladt. Malgaria ging 
ihm entgegen und dankte ihm. Als sie getauft war, sollte die 
Hochzeit mit B. stattfinden. 

Mittlerweile war auch Druxiana in der Stadt angelangt. Sie 
stimmte vor dem Paläste ein Lied von B. an; ihre Kinder tanzten 
dazu. B., der auf dem Balkon des Palastes stand, hörte das Lied, 
stieg hinab und lud sie ein, an den Hof zu kommen (vgl. III). 

Druxiana kehrte in einer Herberge ein, wusch und schmückte 
ihre Söhne und sandte sie in den Palast, wo sie B, bei dem Essen 
Wasser reichen sollten. Wenn dieser sie nach ihrem Vater frage, 
sollten sie sagen, er heifse B.., sie suchten ihn mit ihrer Mutter 
Druxiana. Dann werde B. sich nach ihr erkundigen, und sie 
sollten ihn nach ihrem Quartier bringen. Die Kinder taten, wie 
ihre Mutter ihnen gesagt hatte. B. liefs sich von ihnen zu Druxiana 
führen. Sie zeigten ihm ihre auf einer Bank sitzende, schwarze 
Mutter. B., der sie nicht erkannte, glaubte, sie wollten ihn zum 
besten haben, und wollte sie schlagen. Da stand Druxiana auf 
und sagte, seine Gemahlin sei im Zimmer. Sie ging hinein, wusch 
sich mit Rosenwasser und schmückte sich (vgl. UI). Nun erkannte 
B. sie und führte sie an den Hof. 

Durch die Stadt verbreitete sich das Gerücht, dafs Druxiana, 
die B. so sehr liebe, angekommen sei (vgl. II). Malgaria erfuhr es 
und war darüber ganz verstört. Die beiden Damen begrüfsten 
sich höflich. Malgaria bat nun B., ihr einen tapfern Ritter zum 
Gemahl zu geben. B. gab ihr Teri. Die Hochzeit fand gleich 
statt (vgl. in). 

J 5Q2— 1024. 

Die Nachricht, dafs B. sein Erbe zurückerobert habe, ver- 
breitete sich durch die ganze Welt und gelangte auch nach Sydonia 
zu Braidamont, deren Vater inzwischen gestorben war. Viele 
Könige und Emire warben um sie, aber sie wies alle ab; denn 
sie liebte nur B. (Nun ist eingeschoben, dafs Druxiana nach 
Armenia gelangte, s. Kapitel VIII S. 55). 

Als Braidamont erfuhr, dafs B. sein Land wieder in Besitz 
genommen habe, und dafs Druxiana schon mehr als sieben Jahre 
tot sei, schickte sie Bolen zu B., er möge kommen und sie heiraten, 
sie wolle sich taufen lassen. 

B. bat sich von den Boten Bedenkzeit aus und erzählte 
Sinibaldo, dafs Braidamont, die ihn aus dem Gefängnis befreit 
und vom Tode errettet, und der er geschworen habe, sich mit ihr 
zu vermählen, falls Druxiana tot sei, ihn zu sich riefe. Auf Sini- 
baldos Rat nahm B. das Anerbieten an und liefs Braidamont seine 
baldige Ankunft melden. Diese war darüber sehr erfreut und liefs 
Kleider, Speisen etc. für B.'s Ankunft vorbereiten. Viele Spielleute 
kamen an ihren Hof. Auch Druxiana hörte von der bevorstehenden 



III 

Hochzeit (vgl. I, III) und bat König Armenion um Urlaub. Mit 
Vorräten und schönen Kleidern reichlich versehen, ritt sie mit 
ihren beiden Söhnen nach Sydonia. 

Vor ihr war schon B. dort angekommen. Braidamont wurde 
getauft, und der Tag der Trauung wurde festgesetzt. Da kam 
Druxiana an und stieg in einer vornehmen Herberge ab. Sie sang 
vor dem Palaste (vgl. III); B. führte sie hinein an seinen Tisch. 
Nachdem sie gegessen und getrunken halte, sang sie ein Lied 
(vgl. in), zu dem ihre Kinder tanzten. Sie sang, sie wundere sich, 
dafs B. Druxiana und seine Kinder nicht kenne. Nach Pulicans 
Tode habe sie an das Meer eilen wollen, habe sich aber im Walde 
verirrt und sei in der Welt umhergewandert, bis sie schliefslich an 
diesen Hof gelangt sei. Auf B.'s Frage, woher sie das Lied habe, 
sagte sie, sie habe es von einem Pilger in einem Stalle gelernt, 
als Marcabrun geflohen sei, auch erinnere sie sich noch des Pferdes 
Rondel und einer Quelle, bei der die beiden Knaben gezeugt seien. 
B. betrachtete sie nun genauer, erkannte sie aber nicht, weil ihr 
Gesicht schmutzig war. Erst nachdem sie sich in einem Zimmer 
gewaschen hatte (vgl. III), wurde sie von B. erkannt. Er wollte 
aber vor den Leuten kein Aufsehen erregen, darum begnügte er sich 
damit, seine Kinder zu umarmen und sagte zu Druxiana, sie möchte 
so lange ruhig bei Tieri bleiben, bis er mit Braidamont gesprochen 
habe (vgl. IH). Er ging zu dieser und erzählte ihr, dafs Druxiana 
gekommen sei. Sie klagte, bat ihn aber, ihr einen andern Ritter, 
der ihr Reich regieren könne, zum Gemahl zu geben. B. schlug 
ihr Teri vor, und sie war damit einverstanden, ebenso auch Ttri. 
B. führte nun, von mehr als lOO Rittern begleitet, Druxiana und 
seine beiden Söhne zu Braidamont, die sie freundlich begrüfste 
(vgl. I, III). Teri schwur Braidamont Treue. Am andern Morgen 
huldigten die Ritter Teri und krönten ihn (vgl. I, III). 

Nach einem Monat verabschiedete sich B. und kehrte mit 
Druxiana und seinen beiden Söhnen nach Antona zurück, wo über 
ihre Ankunft grofse Freude herrschte (vgl. I, III). 

Kritik. 

Ven. und J. 

Wie die Verweise in der Inhaltsangabe zeigen, haben Ven. 
und J viele Parallelen mit Fassung II und 111. Ich greife einige 
heraus. 

Auch in Ven. sind nach der Altersangabe der Kinder B. und 
Druxiana wie in A und II sieben Jahre gelrennt. Hier hat also 
Ven. die überlieferte Zeitangabe bewahrt, während in Ven. sonst 
ein Zeitraum von i Jahr 3 Monatt-n beliebt ist. So safs B. i Jahr 
und 3 Monate im Gefängnis, und ebenso lange lebte B.'s Mutter 
noch nach ihrer Einkerkerung. 

In Ven. und II zeigt Josiane ihren Söhnen ihren Vater, und 
die Kinder wünschen zu ihm zu eilen. In II befindet sie sich in 



112 

der Stadt, in Ven. dagegen auf einem Berge vor Sadonia. Da- 
durch wird aber in Ven. die Oeschichte sehr unwahrscheinhch; 
denn erstens war Josiane weit von B. entfernt, und zweitens konnte 
sie doch vor Sadonia B. gar nicht vermuten, da er ja nach ihrer 
Meinung in Antona war. 

Wie in II, spricht auch in Ven. Josiane unerkannt mit B. In 
II 12926 — 31 sagt sie ihm, Josiane sei da, aber arm und schwarz. 
In Ven. erzählen die Kinder B., dafs Josiane in der Stadt sei, 
und er sieht die schwarze Josiane auf einer Bank sitzen. Es ist 
also das in II nur Angedeutete in Ven. als Vorgang dargestellt. 
(Dieselbe Ausmalung haben wir auch schon in Kapitel II S. 25: 
B. serviert bei Tische, konstatieren können.) Dadurch wird die 
Erzählung aber wieder unwahrscheinlich. Auf B.'s Frage, wo ihre 
Mutter sei, antworten die Kinder Ven. 2484: 

„VedÄla su'n quel banco asenta'." 

B. glaubt sich verspottet und will sie schlagen. Da erhebt sich 
die auf der Bank sitzende schwarze Dame und sagt, Druxiana sei 
im Zimmer. Ein offenbarer Widerspruch. Die Kinder sagen, die 
schwarze Frau sei ihre Muttei-; diese erklärt nein, die Mutter sei 
im Zimmer! 

Der Schlufs von Ven. entspricht im grofsen und ganzen dem 
Kapitel XX der frz. Fassungen, und zwar finden sich die meisten 
Übereinstimmungen mit III. Dadurch jedoch, dafs in Ven. alle 
Ereignisse der frz. Fassungen zwischen B.'s erster Trennung von 
Josiane im Walde und ihrer Wiedervereinigung in Siviele fehlen, 
sind in Ven. Widersprüche hineingekommen, die sich nur 
durch eine Einfügung der in den französischen Fassungen 
berichteten Ereignisse erklären lassen. Solche sind Ven. 
2244 — 67: Druxiana erfährt, dafs B. in sein Land zurückgekehrt 
ist; sie weifs (s. Ven. 652 ff.), dafs er aus der Stadt Antona ist. 
Wenn sie ihn also suchen will, braucht sie nur nach Antona zu 
gehen. Da Antona in Ven. 654, 2325 als eine grofse und be- 
kannte Stadt hingestellt wird, hätte sie diese auch leicht finden 
können. Statt dessen heifst es aber: 

Ven. 2358 A modo de ^ublara va cercando le contra'; 
2266 Per che molti riami li conviene cercar 
2440 Nu l'andemö cercando per stranie contra'; 

Also genau so wie in den frz. Fassungen sucht sie ihn, als 
ob sie gar nicht wüfste, wo er war. 

Aus der in Ven. gegebenen Situation heraus ist es auch völlig 
unverständlich, wie sie auf einmal nach Sadonia kommt. Vorher 
war von B. berichtet worden, dafs er, um von Antona nach Sadonia 
zu gelangen, über das Meer fuhr. Das gleiche hätte Druxiana 
tun müssen, um Antona zu erreichen; wir erfahren aber nichts davon. 



"3 

Als eine Reminiszenz an die frz. Fassungen erklärt sich auch 
die Bemerkung über B. Ven 2279: Spesso se recordava de Druxiana 
e de so ritä. Nach Ven. hielt ja B. Druxiana und seine Kinder 
für tot. Dieser eipe Vers als Zeugnis seines Schmerzes über ihren 
Verlust pafst aber gar nicht in den Zusammenhang. Anders steht 
es in den frz. Fassungen. Hier ist er von seiner Familie getrennt 
und denkt aus diesem Grunde oft an sie. 

Die Sendung der Malgaria von Sadonia an B. ist auch an 
den Haaren herbeigezogen. Wie sollte sie dazu kommen, B. um 
Hilfe zu bitten und ihm ihre Hand und ihr Reich anzutragen, da 
er doch ihre Werbung schon ein paarmal zurückgewiesen hatte? 
Der Dichter von Ven. hat einfach die Königin von Civile, die 
dem B. ihre Hand anträgt, mit Malgaria identifiziert und den 
Schlufs der frz. Fassungen auf sie übertragen. So erklärt sich auch 
das plötzliche Auftauchen Teris als Heiratskandidaten, das in Ven. 
gar nicht motiviert ist, wohl aber in den frz. Fassungen, in denen 
ja B. in Begleitung Teris in Civile angekommen war und sich mit 
diesem im Kampfe ausgezeichnet hatte. 

Eine bessere Motivierung als Ven. zeigt J in einigen Teilen. 
Hier heifst die Malgaria von Ven. Braidamont: eine merkwürdige 
Verwechslung mit Braidimont (II), Bradmond (A) von Damaskus 
(s. Kapitel II S. ig, 22). Ihr hatte B. geschworen, sie zu heiraten, 
wenn Druxiana tot wäre; sie hatte ihn aus dem Gefängnis befreit 
und vom Tode errettet. Auch hier ist also wie in Ven. die 
wunderbare Rettung B.'s aus dem Kerker (s. Kapitel VI S. 38 ff,) 
der frz. Fassungen natürlich erklärt. Die Rettung selbst mufs aber 
abweichend von Ven. vor sich gegangen sein, da nach dieser Be- 
merkung Braidamont selbst B. zur Flucht verhelfen hat. Dafs R. 
ihr Anerbieten annimmt, hat daher nichts Verwunderliches. 

Auch der für Ven. aufgezeigte Widerspruch, dafs Druxiana 
plötzlich nach Sadonia gelangt, ist hier glücklich dadurch vermieden, 
dafs sie, wie in I, III, von der bevorstehenden Hochzeit in Sadonia 
erfährt und sich dorthin begibt. 

Hat so der Redaktor von J zwei in Ven. anstöfsige Klippen 
glücklich umschifft, so ist es ihm doch nicht gelungen, die Ver- 
mählung der Braidamont mit Teri zu begründen. Nach ihren 
vielen Versicherungen, nur B. zu lieben und keinen andern heiraten 
zu wollen, ist es überraschend, dafs sie, als Druxiana erscheint, B. 
plötzlich bittet, ihr nun einen andern Ritter zum Gemahl zu geben. 
Er schlägt ihr den ihr doch gänzlich unbekannten Teri vor, und 
sie nimmt an. 

Wie die Verweise in der Inhaltsangabe zeigen, ist der Redaktor 
von J bemüht gewesen, in seine Vorlage Teile aus Fassung III 
hineinzuarbeiten. So geht, wie in I und III, B. zu Braidamont 
(bezw, zu der Königin) in ihr Zimmer und teilt ihr Josianes Ankunft 
mit. Wie in III (nicht in I!) B, durch Tieri für Josiane sorgen 
läfst, so weist er auch hier Druxiana an Teri, bei dem sie ruhig 
die weitern Dinge abwarten solle. Diese in J ziemlich unbegründeten 

Beiheft aur Zeitachr. f. rom. Phil. L. g 



114 

Vorsichtsmafsregelii erklären sich am einfachsten als aus III stammende 
Einschübe. 

Die nahe inhalthche Verwandtschaft zwischen Ven. und J 
beweist, dafs beide auf eine gemeinschaftliche Vqrlage zurückgehen 
müssen. Doch ist diese von J, schon infolge der teilweisen Ver- 
schmelzung mit III, freier behandelt. Der Redaktor von J ist dabei 
freiUch nicht immer umsichtig genug gewesen. Er läfst Druxiana 
in einem grant oster (v. 826) absteigen und Kleider und Mäntel 
verschenken (v. 834). Dazu pafst aber schlecht, dafs sie sich nachher 
erst waschen mufs, ehe B. sie erkennen kann. Von einem Schwarz- 
färben wie in Ven. ist in J vorher nichts berichtet. Dieser kleine 
Widerspruch zeigt, dafs J geändert, Ven. aber das Ursprüngliche 
bewahrt hat. 

Die frz. Fassungen. 

In den frz. Fassungen besteht das bisher festgestellte Ab- 
hängigkeitsverhältnis weiter. Nur fehlt diesmal die Entlehnung 
kleinerer Züge aus A in den festl. FassungtMi. Das liegt z. T. 
daran, dafs die vorhergehende Geschichte anders ist, so bei A 6, 
daher fehlt auch A 10 hier. Nur A erzählt, dafs Josiane auf der 
Hochzeit des Tieri drei Lieder sang. Da dies jedoch auch in E 
fehlt, so mufs es in A_ erst später interpoliert sein und zwar offenbar 
deshalb, weil Josiane vorher als Jogleresse das Land durchzogen 
hatte. 

Dafs A g, das in A nur sehr kurz und in E noch kürzer ist, 
in den übrigen Fassungen fehlt, hat wohl keine Bedeutung. 

Andere Einzelheiten, die in E fehlen, finden sich in den sämt- 
lichen übrigen frz. Fassungen, so A3, 5, 11. Wieder ein Beweis 
dafür, dafs y auf eine zwischen A und E liegende Version 
zurückgeht. 

Dafs auch hier II und III (und damit auch I s. S. i29iT.) auf 
einer gemeinsamen Vorlage y beruhen müssen, zeigen die vielen 
Übereinstimmungen, die ich in der Inhaltsangabe bereits durch 
Verweise gekennzeichnet habe. 

Boje in seiner Kritik dieses Kapitels S. 130 will aus dem Ver- 
halten Josianes nachweisen, dafs A eine gekürzte Fassung sei. Er 
schreibt: „Vergleicht man nämlich afBH (= A) mit ff BH (= festl. B) 
und allen Belegen, so springt sofort in die Augen, dafs die Spiel- 
mannsrolle in afBH ja nahezu ein blindes Motiv ist, weil Josiane 
das Spielmannskleid ablegt, ehe sie überhaupt mit Beuve zusammen- 
kommt. Es fehlt einfach die Pointe. Josiennes ganze Spielmanns- 
rolle ist in afBH auf den Bericht beschränkt, bei der Hochzeit 
des Tierri mit der Herrin von Sivele habe sie ein Lied zur Fiedel 
gesungen 3029 etc." „Das ist doch ganz ganz gewifs das Rudiment 
eines Berichtes, der demjenigen des ffBH und der Belege glich." 

Oben (S. 106) ist jedoch schon durch einen Vergleich mit E 
festgestellt worden, dafs A 302g erst später interpoliert ist. Auch 
hat in den festl. Fassungen Josiane auf Tieris Hochzeit überhaupt 



"5 

nicht gesungen! Es kann also kein Rudiment eines anderen Be- 
richtes sein. Höchstens könnte es aus der Erinnerung an die fesll. 
Fassungen, in denen Josiane als Sängerin auftritt, von einem Kopisten 
eingeschoben sein. 

Ich kann auch nicht finden, dafs die Spiehuannsrolle in A ein 
blindes jNIotiv ist. Zu welchem Zwecke hat sich denn Josiane als 
Spielmann verkleidet? Doch nur, um unter dieser Verkleidung B. 
bequem suchen zu können. Mit B.'s Auffindung hat die Verkleidung 
ihren Zweck erfüllt und wird abgelegt. Von Spuren einer Kürzung 
kann ich nichts entdecken. 

Über Josianes Schicksale nach ihrer zweiten Trennung von B. 
haben wir drei verschiedene Darstellungen: 

Nach A und II wurde Josiane von Soibaut in St. Gille befreit; 
auf der Suche nach B. lag Soibaut nach A in Abreford, nach II 
in Hantone sieben Jahre krank darnieder. Nach E, I, III geriet 
Josiane in die Gewalt des Königs Yvorin und wurde ebenfalls von 
Soibaut befreit; EA berichtet von einer nur halbjährigen Krankheit 
Soibauts. 

Nach Ven. und J weilte Druxiana, und zwar in J unerkannt, 
bei ihrem Vater, dem Könige Armenion in Arminie. Welche von 
diesen Darstellungen ist die ursprüngliche, und wie erklären sich 
die Abweichungen? 

Nach den Ausführungen von Stimming in seiner Ausgabe von 
A, Ein!. CLX ist die Stadt Abreford, in der Sabot krank wird, 
mit Abreford, der Hauptstadt des Königs Hermin, identisch. 

Der Name dieser Stadt taucht aber erst nahe dem Ende von 
A, v. 3066 zum ersten Male auf und findet sich nicht in der ältesten 
Gestalt von E, ist also erst später interpoliert. Dann kann aber 
auch die Erzählung von Soibauts Krankheit in Abreford nicht ur- 
sprünglich sein; wir werden also auch in der Geschichte von 
Josianes Befreiung ebenso w'ie sonst E den Vorzug geben, zumal 
diese Darstellung von I, HI gestützt wird. In E, I, III haben wir 
eine einzige zusammenhängende Episode von Josianes Befreiung 
durch Soibaut bis zur Wiederauffindung B.'s. In A und II ist 
diese Erzählung in zwei Teile zerlegt, indem Josianes Befreiung 
schon vor der Civile-Episode erzählt wird. 

Wie erklärt sich aber nun die Befreiung Josianes in St. Gille, 
die A und II übereinstimmend berichten? Das ist offenbar eine 
Änderung eines geistlichen Bearbeiters, den Slimming in seiner 
Ausgabe von A, Einl. CLXXIIff. nachgewiesen hat. Durch einen 
Traum liefs Gott Sabot nach dem berühmten Wallfahrtsorte St. Gille 
hinweisen und ebendorthin verlegte dieser geistliche Redaktor die 
Befreiung Josianes. Da nun II dies aus A übernommen hat, so 
mufs die Fassung II entweder eine jüngere Vorlage von A als I 
und III benutzt haben, oder II mufs in seine Vorlage Episoden 
aus A (d. h. einer späteren Version von Fassung a als die war, 
auf der seine Vorlage beruhte), hineingearbeitet haben. Letzteres 
ist das wahrscheinlichere; denn anders liefsen sich die vielen Über- 

8* 



ii6 

einstimraungen zwischen II und III nicht verstehen. Auch hier 
tritt eine solche (abweichend von A und E) darin zu Tage, dafs 
in I, III und II Soibaut Josiane mit Hilfe eines Bürgers befreit. 
Aus dieser Benutzung von zw^ei Vorlagen erklärt sich auch der 
eigentümliche Nachtrag über Soibauts Krankheit, den II mitten in 
die Civile-Episode eingeschoben hat. 

Die Darstellung in Ven. und J scheint sich an A anzuschliefsen; 
denn da nach A König Hermin in Abreford wohnt, so weilt auch 
in A Josiane während Soibauts Krankheit und zwar, wie in J, un- 
erkannt in ihres Vaters Nähe. A scheint jedoch gar nicht bemerkt 
zu haben, dafs dadurch, dafs er Josianes Aufenthaltsort Abreford 
nennt, diese bei ihrem Vater wohnt; denn A erwähnt bei dieser 
Gelegenheit ihren Vater gar nicht. Deshalb ist diese Übereinstimmung 
zwischen A und Ven., J wohl nur eine zufällige, zumal der Name 
Abreford, der doch die Voraussetzung der Übereinstimmung bildet, 
in Ven. und J fehlt. M. E. hat hier Ven. selbständig Josianes 
Aufenthaltsort an den Hof ihres Vaters verlegt, und der Name 
Abreford ist in A von einem spätem Bearbeiter gedankenlos ein- 
geführt (s. S. 128 ff.). 



Kapitel XXI und XXII. 

Sieg über iTOriu. Das Eude. 

Inhalt. 

Kapitel XXL 

A 3046—3318, E 3963—4004. 

1. B. erfuhr von einem Pilger aus dem Orient, dafs König 
Yvori gegen Heimin Krieg führte, und sammelte, um letzterem zu 
helfen, ein Heer. (In EA viel kürzer.) 

2. B. blieb so lange in Civile, bis er selbst eine Tochter 
(Beatrix) und Tierri einen Sohn (Boeve) hatte (fehlt E). 

3. Dann zog er mit seiner Familie und seinem Heere nach 
Abreford. 

4. Hennin bat ihn um Verzeihung. 

5. B. forderte jedoch die Auslieferung der Verräter. Hermin 
liefs Gocelyn und Fore holen; B. schlug sie nieder (fehlt E. E in 
allen Hss. aufser A: König Hermin liefs sich taufen; sein Land 
ward bekehrt). 

6. König Hermin umarmte seine Tochter Josiane, die danach 
drei lais dichtete (fehlt E und N). 

7. Beim Mahl erklärte Hermin, er werde B.'s Sohn Gui zu 
seinem Nachfolger und Mile zum Herzog machen (fehlt E und N). 

8. Yvori erfuhr durch einen Spion B.'s Ankunft bei Heraiin 
und zog mit einem grofsen Heere vor Abreford. 



117 

g. B. griff Yvori an und trieb ihn in die Flucht. Mit reicher 
Beute kehrte er zu Hermin zurück. (In E nahm er Yvori ge- 
fangen.) 

10. Yvori rief nun den Emir von Babylon mit 15 Königen 
und grofsen Heeren zu Hilfe. B. erfuhr durch einen Spion davon 
und liefs Tierri mit 15000 Mann kommen (fehlt E, in N kürzer). 

11. B. und Tierri zogen mit ihren Heeren vor Monbrant und 
legten sich in einen Hinterhalt. Die Heiden wurden geschlagen 
und Yvori von ß. gefangen genommen (fehlt E). 

12. Yvori wurde gegen ein hohes Lösegeld freigelassen. 

Kapitel XXII. 
A 3319—3850, E 4005— 4620. 

1. Hermin schlug B.'s Söhne und Tierris Sohn zu Rittern 
(fehlt E). Gui wurde zu seinem Nachfolger gekrönt, Mile ward 
Herzog. Hermin starb und ward begraben. Danach veranstalteten 
B.'s Söhne ein Turnier (fehlt E, in EA: B. und Gui bekehrten 
nun das Land, vgl. Kapitel XXI 5). 

2. Sabot nahm Abschied von B., um nach Hause zurück- 
zukehren. Als Pilger zog er nach Jerusalem, St. Gille, dem grofsen 
Baume (in E und N direkt nach England) und fuhr darauf nach 
Hantone. (In E und N weit kürzer.) 

3. Yvori liefs B. durch einen Zauberer Arondel stehlen. 

4. Sabot träumte, dafs B. verwundet sei. Sabots Frau deutete 
den Traum dahin, dafs B. seine Frau oder sein Pferd verloren 
habe. Sabot eilte zu B., ging dann nach Monbrant und nahm 
Arondel einem Knechte fort. 

5. Yvori liefs ihn verfolgen. Josiane bemerkte es und schickte 
ihm ihre Söhne mit einem Heere entgegen, die die Sarazenen 
zurückschlugen. 

6. Tierri wurde mit seinem Heere zu Hilfe gerufen (fehlt E). 

7. Yvori zog mit einem grofsen Heere vor Abreford und 
forderte B. zum Einzelkampfe. B. nahm die Herausforderung an 
und tötete ihn. Yvoris Heer wurde geschlagen. 

8. Monbrant wurde durch eine List genommen. Bischof 
Morant führte dort das Christentum ein (fehlt EA). Der Papst 
krönte B. und Josiane (fehlt E). 

g. Sabot wurde von vier Boten benachrichtigt, dafs der König 
Edgar seinen Sohn Robant bekriege. 

10. Als B. infolge dieser Nachricht mit einem grofsen Heere 
in England erschien, fürchtete sich Edgar und schlug B. vor, seine 
Tochter mit B.'s Sohn Mile zu verheiraten. B. ging darauf ein 
und zog nach London, wo die Hochzeit gefeiert wurde. Edgar 
starb bald danach, und Mile ward König. 

(E 4287 — 4538 berichtet vor der Heirat von einem Kampfe 
der Londoner gegen B.) 



ii8 

11. Nacli 15 Tagen reiste B. übor Kf)ln und Rom nach 
Monhraiil zurück. 

12. Er fand Josiane krank und Arondel itu Slalle tot. B. und 
Josiane starben gleichzeitig. Gui liefs sie in der Laurentiuskirche 
beisetzen. 

U. 

Kapitel XXI. 
II 13222 — 15510, T 14104 — 16784. 

Von einigen Versen des Anfangs abgesehen, stimmt T von 
nun an bis zum Schlufs mit II überein, enthält aber noch einige 
besondere Interpolationen. 

B. fuhr mit den Seinen nach Rom, Ungarn, der Lombardei, 
Otrenlo und dann nach Hermenie, das von König Yvorin Josianes 
wegen verwüstet wurde (vgl. A 1). B. eroberte einen Turm und 
liefs dort sein Kind unter der Bewachung von drei Heiden zurück; 
diese verrieten ihn und schickten das Kind zu Yvorin. Darauf 
nahm B. einen zweiten Turm ein, worin er Josiane zurückliefs, 
und ritt nach Aubefort. Hermin bat ihn um Verzeihung (vgl. A 4). 
(T: Hermin schob die Schuld an der Entsendung B.'s zu Eraidimont 
auf Gousse und Fourre.) Hermin sammelte sofort ein grofses Heer 
und eilte mit B. und IQO IMann voraus nach dem Turme. Inzwischen 
war Yvorin von B.'s Ankunft benachrichtigt und zog gegen den 
Turm. Er liefs B.'s Kind holen und wollte es töten, wenn sich 
Josiane ihm nicht ergäbe. Da, in der höchsten Not, sah Josiane 
B. kommen und erklärte nun Yvorin, sie wolle wieder seine Frau 
werden, worauf dieser das Kind ins Zelt zurückschickte. I\Iitt!er- 
weile war auch' B. mit seiner Schar herangekommen. (In T fuhren 
auch Oudart und Tierri mit einem Heere nach Aubefort und griffen 
in die Schlacht ein, vgl. III.) B. besiegte Yvorin, der um Gnade 
bat und Christ zu werden versprach. B.'s Sohn sollte sein Nach- 
folger werden. Yvorin wurde nun getauft und kehrte nach Mon- 
brant zurück, wo er auch sein Volk bekehren liefs (vgl. III und 
Kapitel XXII A 8). 

T: König Oudart und die Barone B.'s fuhren nach Jerusalem 
und kehrten dann in die Heimat zurück. B. blieb auf Hemiins 
Bitte in Hermenie. 

Kapitel XXII. 

II 15511— Schlufs, T 16785 — Schlufs. 

T hat wieder 11 durch einige unwesentliche Interpolationen 
erweitert, die ich hier übergehe. 

Nach 2 Jahren starb König Hermin, und B. wurde zu seinem 
Nachfolger gewählt. B. schlug seinen Sohn Buevonet (T Wilhelm) 
zum Ritter, dem zu Ehren eine Quintaine veranstaltet wurde (vgl. A i). 
Yvorin, der von einem heidnischen Heere in Monbranc belagert 
wurde, bat B. um Hilfe, die dieser ihm auch gewährte. In der 



iig 

Schlacht gegen die Heiden wurde Yvorin tödlich verwundet und 
erklärte Buevonet (T Wilhelm) zu seinem Nachfolger. Nach Yvorins 
Tode wurde Buevonet gekrönt, und B. kehrte nach Aubefort zurück. 

Jetzt folgen die Schicksale von B.'s zweitem Sohne Gui 
(T Hermin), der von B. selbst (T von Gousse) in ein Boot gelegt 
worden war. Der Fischer Gui (T Fouquere) erzog ihn und wollte 
ihn zu einem Kürschner machen. Gui kaufte aber statt Felle ein 
Pferd und brannte durch. Ein Bekannter B.'s sandte ihn zum 
Könige von Frankreich, der ihn zum Ritter schlug. Eines Tages 
erkundigte sich ein Bote aus England nach B., der der Nachfolger 
des verstorbenen Königs Wilhelm werden sollte. Gui machte sich 
nun auf die Suche nach seinem Vater. Er besuchte erst seine 
Pflegeeltern, ging dann nach Siviele, wo er einen heidnischen König 
im Einzelkampfe besiegte und darauf als B.'s Sohn erkannt wurde. 
Mit seinem Halbbruder Bueve (Vencadoussens Sohn) setzte er 
dann seine Suche nach seinem Vater fort. Auf die Nachricht 
eines Pilgers, dafs B. in Aubefort sei, begaben sich beide dorthin 
und zogen als Boten des Königs von Frankreich, der B. zum 
Könige von England machen wolle, in die Stadt ein. Vor B. 
geführt, gaben sie sich als seine Söhne zu erkennen. B. nahm 
die Wahl an, liefs Gui zum Könige von Aubefort krönen und 
segelte fort. Nach einem Abenteuer in Otrento reiste B. durch 
Apulien, Rom, Burgund nach Paris zum Könige Karl Martell, der 
ihn nach England begleitete. Nach B.'s Krönung in London kehrte 
Karl jNIartell wieder nach Frankreich zurück. Aus Dankbarkeit 
schenkte B. Soibaut Hantone. Dort angekommen , fand Soibaut 
seine Frau tot vor und starb selbst bald danach. 

Nach sieben Jahren starb auch Josiane und wurde in St. Paul 
begraben. B. liefs seinen und der Vencadousse Sohn als Bueve 
le Restore zu seinem Erben ernennen und begab sich in einen 
Wald, wo er in einer Einsiedelei fünf Jahre lebte. 

Da beschlofs Buevonet (T: Wilhelm) v. Monbranc, seine Eltern 
zu besuchen. Er holte Gui (T: Hermin) v. Aubefort und Tierri 
v. Siviele ab; sie reisten zuerst nach Paris und dann zusammen 
mit Karl Martell nach England. Durch einen Traum erfuhr der 
König von Frankreich, dafs B. im Walde von Aubies im Sterben 
liege. Alle eilten hin und nahmen von dem Sterbenden Abschied. 
Danach kehrten sie in ihre Länder zurück. 



I und m. 

Kapitel XXI. 

I 10473 — 10546, T 12804 — 14103, C 12704—15421. 

Auch hier stimmen I und III im grofsen und ganzen überein 
doch ist I weit kürzer als 111. 

B. nahm Abschied von der Königin v. Civile und Tierri und 
fuhr nach Hantone. Kurze Zeit danach ritt er mit Soibaut nach 



I20 

London. Der König verzieh ihm (nur I: gab ihm sein Land 
wieder und machte ihn zu seinem Fahnenträger), 

Nur IIL B. besiegte für den König die ins Land einge- 
fallenen Iren. 

I und IIL In Hantone verweilte B. sieben Jahre und zeugte 
noch zwei weitere Söhne Bueve und Gui (nicht in T). Darauf 
beschlofs er, zu seinem Schwiegervater Hennin zu fahren (I: der 
belagert wurde). 

Von hier ab sind die Unterschiede zwischen I und III etwas 
gröfser. III erzählt: Auf B.'s Aufforderung nahmen über 4000 
das Kreuz. Sie fuhren zunächst nach Siviele und forderten Tierri 
zur Teilnahme auf (vgl. Kapitel XXII A 6). 

Nun berichtet III die Ursache des Krieges zwischen Yvorin 
und Hermin. König Hermin glaubte, Yvorin halte Josiane ge- 
fangen. Er segelte mit einem grofsen Heere nach Afrika und er- 
oberte Monbranc. Yvorin rettete sich durch die Flucht und 
sammelte ein grofses Heer. Hermin kehrte deshalb zurück; Yvorin 
folgte ihm und landete bei dem Schlosse IMonberre. 

Nur CT: Nun kamen auch B. und Tierri mit ihrer Flotte 
nach Hermenie. Durch zwei vorangeschickte Galeeren erfuhren 
sie, dafs Yvorin Hermin angriff. Jedoch ein Sturm zerstreute die 
verbündete Flotte. Tierri wurde nach Siviele zurückgetrieben und 
fuhr dann wieder nach Hermenie, wo inzwischen B. bei Mont 
Arpent schon gelandet war. 

C 14005 — 55 =T 14104 — 55 =11 13222 — 80: Sie erfuhren 
von zwei fliehenden Bauern, dafs Yvorin Josianes wegen mit Hermin 
Krieg führte. B. tröstete die über die Verwüstungen des Landes 
betrübte Josiane. 

Nun tritt T zu II über, so dafs Fassung III nur noch aus 
den beiden Hss. C und V besteht; auch diese gehen stellenweise 
etwas auseinander; s. darüber Stimming, Toblerband S. 38, Wolf 
S. 89 f. 

Der wesentliche Inhalt von C und V ist folgender. Nach 
Eroberung der Flotte Yvorins wurden die Heiden von den Christen 
angegriffen. B. nahm Yvorin gefangen. Da nun gegen B. ein 
neues heidnisches Heer unter Braidimont und A^opart heranrückte, 
zog er sich zurück und fuhr nach Aubefort. Um Hermins Ge- 
sinnung zu erforschen, machte sich B. unkenntlich und trat in 
seinen Dienst. Als Hermin die beiden Schurken Gousse und 
Fourre zu Führern des Christenheeres bestimmte, gab B. sich zu 
erkennen und zieh jene des Verrats. Im Gottesgericht besiegte 
er beide, die nun vom Volke gesteinigt viiirden (vgl. A 5). 

Darauf versöhnte sich B. mit Hermin und liefs Josiane und 
die Gefangenen holen. Yvorin verlangte die Rückgabe seines 
Weibes, gab aber seine Ansprüche auf, als B. erklärte, er sei schon 
vorher mit Josiane verlobt gewesen. Auf Hermins Forderung wurde 



121 

Yvorin mit seinem Heere getauft. Vor der Taufe aber entfernte 
sich Braidimont mit seinen Truppen und Ayopart heimlich und 
kehrte nach seinem Reiche Damaskus zurück. Danach fuhr Yvorin 
nach Monbranc und liefs sein Volk bekehren (vgl. II). 

I berichtet nur ganz knapp folgendes. In Begleitung von 
Josiane, seinen Söhnen, König Oudart und einem Heere fuhr B. 
nach Hermenie, wo er bei Biaufort landete. Er besiegte die Heiden, 
die unter Yvorin und Braidimont das Land verwüsteten, und nahm 
viele gefangen; nur Braidimont mit seinem Heere entkam. Die 
Gefangenen lieferte er König Hermin aus, der ihm herzlich dankte. 

Kapitel XXU. 
I 10547 — 10614, C 15422 — 16239. 

Hermin bot B. seine Krone an, die dieser aber ablehnte, weil 
er erst die im Kerker von Damaskus Gott gelobte Pilgerfahrt 
machen wolle. (I: Hermin ernannte einen von B.'s Jüngern Söhnen 
zu seinem Erben.) B. fuhr mit seinen Vasallen nach Jerusalem 
und wurde, da der dortige König gerade gestorben war, zu dessen 
Nachfolger gekrönt (= 1). Darauf liefs er König Hermin und 
Josiane mit seinen Söhnen nach Jerusalem holen, zog aber gleich 
mit einem Heere nach Damaskus gegen Braidimont, wohin ihm 
Hermin folgte (== I). In der Schlacht wurde Aigart (vielleicht nur, 
wie Wolf S. 94 meint, Schreibfehler für Oudart) v. Schottland schwer 
verwundet (I ferner: er machte B.'s Sohn zu seinem Erben); Oudart 
starb und wurde in Jerusalem begraben. In dem belage.'^ten 
Damaskus brach eine Hungersnot aus. Braidimont und Acopart 
versuchten durch einen unterirdischen Gang zu entfliehen, wurden 
aber verraten und gefangen genommen. (In I steht nichts von 
der Hungersnot, dem unterirdischen Gange und A9opart.) 

B. drang durch diesen Gang in die Stadt und nahm sie ein. 
Braidimont wurde von B. getötet, Acopart hingerichtet (I: Braidi- 
mont wurde seinem Lehnsherrn Hermin ausgeliefert). B. kehrte 
nach Jerusalem zurück und traf dort Josiane. 

Der König von England verlangte durch einen Boten B.'s 
Sohn Wilhelm zu seinem Nachfolger, ebenso Hermin B.'s Sohn 
Hermin. B. fuhr über Cypern und Sizilien nach Rom, wo er vom 
Papste zum Könige gekrönt wurde und Soibaut als seinen Stell- 
vertreter zurücldiefs. 

Durch Deutschland zog er weiter nach London und wurde 
vom Könige Wilhelm freundlich empfangen. B.'s Sohn Wilhelm 
wurde nun zum Könige von England gekrönt, und Gui, sein anderer 
Sohn, wurde König von Schottland (= I). Hiermit schliefst V. 

Auf der Rückreise begab sich B. über Deutschland nach Rom, 
von wo Soibaut nach Hantone zurückkehrte, und dann nach Jerusalem. 
König Hermin gab sein Reich B.'s Sohn Hermin und wurde selbst 
Mönch (= I). B. fuhr mit seinem Sohne Hermin nach Aubefort 
und liefs die Barone ihm huldigen. Dann kehrte er nach Jerusalem 



122 

ZU Josiane zurück (=1). Hinter C16218 ist eine Lücke von 
einem Blall. C 1621Q — 39 berichten B.'s und Josianes Tod. 

I: H. \vhio. noch lange und eroberte vier Städte von den 
Heiden. Als er starl), wurdt; sein Sohn Bueve König. 

Aufserdem be.riciitet 1 etwas früher, dafs Soibaut von B. das 
Herzogtum llantone erhielt (nicht in III, wohl aber auch in II). 

J 3079—3739- 

B. fuhr mit seinen 400 Leuten nach Jerusalem. 3000 Heiden 
unter Corchcr v. Baldras wollten sie hindern, nach dem heiligen 
(Irabc zu wallfahrten. 

B. ritt ihrem riesigen Anführer entgegen und verabredete mit 
ihm in langen Zwiegesprächen für den folgenden Tag einen Zwei- 
kampf; falls der Riese B. besiege, so sollten doch B.'s Leute un- 
versehrt heimfahren dürfen, besiege B. Corcher, so sollte B. Herr 
von Jerusalem sein. Im Kampfe am andern Morgen verwundete 
B. Corcher, so dafs er zu Boden fiel. Als B. ihn töten wollte, 
bat er um Gnade und gelobte, sich taufen zu lassen. Nach der 
Taufe erbat er sich Urlaub von B., um seinen Leuten das Ge- 
schehene zu berichten und sie zu bekehren. Auch sie erklärten 
sich bereit, Christen zu werden, und wurden getauft (vgl. III Yvorin 
und sein Heer). 

Der Sultan erfuhr,' dafs Corcher zum Christentum übergetreten 
war und schickte seinen Sohn Baldichin mit 50000 Wann gegen 
ihn, um ihn zu zwingen zum heidnischen Glauben zurückzukehren. 
Da Corcher sich weigerte, kam es zur Schlacht, in welcher 
B. Baldichin mitten durch spaltete. Darüber entsetzt, flohen die 
Heiden. Auf der Verfolgung begegnete B. einer schrecklichen 
Schlange. B. flehte Gott um Beistand an und griff sie mutig an. 
Doch konnte er mit seinem Schwerte nicht ihre harte LIaut durch- 
schlagen. Da half ihm sein Pferd, indem es die Schlange zu Fall 
brachte. B. stiefs ihr nun sein Schwert in den Leib und tötete sie. 

Als die vier Jahre seiner Verbannung um waren, nahm B. 
herzlichen Abschied von Corcher, kehrte nach Antona zurück und 
erzählte Druxiana seine Taten im heiligen Lande. 



Kritik. 

J- 

Am Schlüsse gehen sämtliche Fassungen sehr auseinander. 
Hier war es ja auch für die Redaktoren am leichtesten, ihrer 
Phantasie die Zügel schiefsen zu lassen, brauchten sie doch nun 
keine Widersprüche mehr zu fürchten. Auch J verfährt, wenn 
auch in Anlehnung an die frz. Fassungen, im grofsen und ganzen 
selbständig. 

Wie in Fassung III Kapitel XXII unternimmt B., von seinen 
Rittern begleitet, eine Pilgerfahrt nach dem heiligen Lande. In 



i23 

beiden Fassungen bleibt Josiane zu Hause. Wie in III gegen 
Braidiraont, so hat B. in J gegen Corcher von Baldras zu kämpfen. 
Der Name Baldras begegnete in J wie in Ven. schon einmal. In 
J ist Baldras eine Stadt im Besitze Teris, der die Braidamont ge-r 
heiratet hat. In Ven. 55g heifst der Sohn des Sultans von Sadonia 
Lucafer de Baldras. Da nun Braidamont-Malgaria nach dem Tode 
ihres Vaters und ihres Bruders das Reich geerbt hat, ist sie Herrin 
und somit auch ihr Gemahl Herr von Baldras. Baldras ist also 
in dieser Bedeutung Ven. und J gemeinsam. J hat nun in merk- 
würdig nachlässiger Weise auch den von ihm eingeführten sara- 
zenischen König Corcher zum Herrn von Baldras gemacht, trotz- 
dem dieser mit Braidamont und ihrer Sippe gar nichts zu tun hat. 

Corcher wird von B. im Einzelkampfe besiegt. Derartige 
Einzelkämpfe finden sich am Schlufs auch in den frz. Fassungen. 
So fordert in A Kapitel XXII Yvori B. zum Einzelkampfe, der 
über das Schicksal ihrer Leute und Länder entscheiden soll, heraus. 
In II Kapitel XXII findet in derselben Weise ein Einztlkampt 
zwischen B.'s Sohn (iui und dem heidnischen Könige Turgant 
statt. Wie B. in J, so bereitet sich in II Gui durch den Besuch 
der Messe auf den Kampf vor. Das Weitere weicht freilich in 
beiden Fassungen voneinander ab. 

Wie in J Corcher getauft wird und sein Heer erst nach dessen 
Einwilligung taufen läfst, so geschieht es in III Kapitel XXI auch 
mit Yvorin und seinem Heere. 

Die weitere Verwicklung mit dem Sultan, der Kampf mit 
dessen Sohne Baldichin und die Erlegung der Schlange haben in 
den frz. Fassungen nichts Entsprechendes, sind also Eigentum von J. 
Doch erinnert die Hilfe des Pferdes im Kampfe mit der Schlange 
sehr an einen Zug in Fassung III, wo B. mit Arondels Hilfe so- 
wohl A^opart (s. Kapitel VIII S. 53) wie Doon (s. Kapitel XII 
S. 77) besiegt. Diese Darlegungen zeigen, dafs sich in J bis zu- 
letzt der Einflufs der Fassung III verfolgen läfst. 

Die frz. Fassungen. 

Auch zwischen den einzelnen frz. Fassungen finden sich in 
den beiden Schlufskapiteln die gröfsten Abweichungen. Nur I 
und III stehen bis zum Schlufs in einem engen Abhängigkeits- 
verhältnisse, auf das ich weiter unten eingehen werde. Suchen wir 
zunächst die wesentlichsten Unterschiede und Übereinstimmungen 
zwischen den festl. frz. Fassungen und A festzustellen. 

Zwischen Fassung I und III einerseits und A und II anderer- 
seits finden sich folgende Hauptunterschiede: 

Nach I und III reist J. B. nach der Wiedervereinigung mit 
Josiane und vor der Rache an Yvorin nach London, wo er vom 
Könige sein Land wiedererhält. B. durfte nach seiner Heimat 
zurückkehren, weil Josiane ihm vorher vom Könige Verzeihung er- 
wirkt hatte (s. Kapitel XX S. 108). 



124 

2. Auf Seiten Yvorins kämpft auch Rraidimont von Damaskus 
(in CV auch A(;opart) gt'gen König Ilcriuin und B. 

Ohne dafs Braidimont als Teilnehmer am Feldzuge vorher 
erwähnt war, hcifst es von B. plötzlich C 14155: 

et voit l'ensaigne Braidimont ramiranl 
eil de Damas le hardi combatant. 

Ebenso unmotiviert in I 10531 f. 

Treve Yvorin, qui la terre essilla 
Et Braidimont, qui ja bien ne fera. 

Wie man sieht, ist Braidimont und ebenso auch A(;opart in 
CV völlig unvermittelt eingeschoben, ofiFenbar nur, um diese beiden, 
die ja im Leben B.'s eine wichtige Rolle gespielt hatten, auch 
weiter mit der Handlung zu verflechten. C hat dabei ganz ver- 
gessen, dafs ja A(;opart nach seiner eigenen Darstellung schon 
längst tot ist (s. Kapitel XII S. 77). 

Um Braidimonts Rolle weiter spinnen zu können, hatten I 
und III im 6. Kapitel die von A und II berichtete Tötung desselben 
in eine blofse Verwundung verwandelt. Dafs A und II das Ur- 
sprüngliche bringen, wird durch die oben aufgezeigte ungeschickte 
Einführung bewiesen. 

3. B. unternimmt' noch einmal eine Pilgerfahrt nach Jerusalem 
s. Kapitel XXII. In I ist diese nicht begründet, in C 15443 f. 
gibt B. als Grund an 

Je le promis Damedieu le puissant 
Ens en la chartre Braidimont l'amirant. 

Der Redaktor von III vergifst dabei, dafs B. dieses Gelübde 
ja längst erfüllt hat (s. Kapitel VII S. 46). Dadurch kennzeichnet 
sich diese neue Pilgerfahrt als eine Erfindung von III. 

4. B. zieht von Jerusalem aus gegen Braidimont v. Damaskus 
und besiegt ihn. 

III begründet den Krieg damit, dafs Braidimont auf dem 
Anmarsch gegen Jerusalem ist, um es zu erobern (C 155041!.). 
I I056if. fügt über Braidimont hinzu: 

Chou fu icbil qu'en prison le garda 
Et son signor son homage noia. 

Der letzte Vers ist hier unklar. Braidimont hatte, nachdem 
er von B. besiegt worden war,. Hermin gehuldigt s. I 1958 f. Aber 
davon, dafs er die Huldigung verweigert hätte, ist in I nichts be- 
richtet. Später I 1053 1 ff. erscheint Braidimont unvermittelt wieder, 
gegen Hermin kämpfend. Auch hier steht nichts zur Erklärung 
dieses Verses. Wohl aber wird die Stelle verständlich, wenn wir 
das in C 15 188 ff. Erzählte zur Erklärung heranziehen. Yvorin 
hatte dem Könige Hermin versprochen, sich mit seinen 7 Königen 



125 

und seinem Heere taufen zu lassen. Während das geschah, ent- 
floh Braidimont mit Agopart und seinem Heere. Auf diese Flucht 
und die daraus folgende Verweigerung der Pluldigung scheint I 
hier anzuspielen. 

Von gröfsern Episoden finden sich nur in CT: Ein Sturm 
zerstört die Flotte B.'s und Tierris (C 13884 ff.), nur in CV: B. be- 
siegt Gousse und Fourre im Gottesgericht (C 146900.), letzteres 
augenscheinlich eine Nachahmung des gottesgerichtlichen Zwei- 
kampfs z^\ischen B. und Doon. 

Gehen trotz dieser Unterschiede II und III auf eine gemein- 
same Vorlage zurück? Angesichts der grofsen Verschiedenheiten 
könnte man daran zweifeln, und doch mufs es der Fall sein. Es 
finden sich freilich wenige Übereinstimmungen. So wird in beiden 
Fassungen in Hermenie Yvorin von B. besiegt, wird getauft, kehrt 
nach INIonbranc zurück und läfst sein Volk bekehren. Beide 
Fassungen berichten sodann, dafs B. auf der Fahrt nach England 
verschiedene Reiche eroberte; die Einzelheiten weichen allerdings 
völlig voneinander ab. Zwingend ist jedoch vor allen Dingen die 
S. 120 aufgezeigte Übereinstimmung von ca. 50 Versen in C, T 
und n. Das kann man doch nur als Rest der gemeinschaftlichen 
Vorlage erklären. Für T freilich beweist diese Übereinstimmung 
nichts; denn, wie die Inhaltsangabe zeigt, ist T eklektisch ver- 
fahren, die Hs. folgt bald III, bald II, bald sucht sie beide zu ver- 
schmelzen. Die Hs. T mufs also später als II und C fallen; sie 
stellt die jüngste Entwicklungsstufe dar. 

A und III berichten von einem mehrmaligen Kriege zwischen 
Yvorin und König Hermin, I und II nur von einem einmaligen, 
und zwar wissen III und E von zwei, A sogar von drei Kriegen; 
in E finden beide, in A ebenfalls zwei und in III einer in Hermenie, 
der andere in A und III in Yvorins Reich statt. Die Reihenfolge 
beider Kämpfe wie auch ihre Motivierung ist jedoch in A und lU ver- 
schieden. Ich halte es daher für ausgeschlossen, dafs eine Fassung 
von der andern beeinflufst ist. Beide haben selbständig die Zahl 
der Kämpfe vermehrt; das ist ja etwas ganz Gewöhnliches. 

Auch A und II, die bisher immer viele Übereinstimmungen 
gezeigt haben, gehen in den letzten Kapiteln weit auseinander. 
Das ist auch nicht weiter zu verwundern, wenn man sieht, wie 
schon A von E abweicht. A hat, wie die Inhaltsangaben zeigen, 
E bedeutend erweitert. Zwar hat auch E im letzten Kapitel eine 
eigene Episode eingeschaltet, nämlich B.'s Kampf in den Strafsen 
Londons; aber diese kennzeichnet sich schon durch ihre genaue 
Ortskenntnis als das Werk des englischen Bearbeiters. Die Er- 
weiterungen, die A gegenüber E enthält, sind schon von Stimming 
in seiner Ausgabe von A, Einl. CLIlIff. besprochen; ich kann also 
hier darauf verweisen. 

Nur in II und T finden sich folgende gröfsere Episoden: 
I. Die Schicksale von B.'s zweitem Sohne Gui (T Hermin), 
der von einem Fischer erzogen worden war. Hier ist das be- 



126 

kannte Motiv von dem ndeWgen Sohne, der von einem Bürger zu 
einem l)iirgerlichen Berufe erzogen werden soll, und dessen ritter- 
liche Neigungen sich nicht unterdrücken lassen, verwandt (ähnlich 
z. B. in den Enfances Vivieti). 

2. B. lebt fünf Jahre verborgen in einer Einsiedelei. 

3. Der Kampf mit Yvorin Kapitel XXI ist aufserordentiich 
breit ausgesponnen; auch darin finden sich einzelne besondere 
Züge wie z. ß. die Gefangennahme von B.'s Sohn, die Eroberung 
der beiden festen Türme etc. 

In II und T erscheint der englische König in Abhängigkeit 
von Karl Martell. Dieser fährt mit B. nach London und krönt 
ihn zum Könige von England. Dieser Zug kann natürlich nur 
von einem Kontinentalfranzosen hineingebracht worden sein. 

A und II, T berichten geraeinsam folgendes: 

B. fährt nach Hermenie, söhnt sich mit seinem Schwiegervater 
aus und besiegt Yvorin, der in das Land einfällt (A) resp. ein- 
gefallen ist (II, T). 

Yvorin wird von B. gefangen genommen (in A erst im zweiten 
Kampfe vor Monbrant, in E, das zweifellos das Ursprüngliche bietet, 
v.'ie in II und T in Hermenie). 

Einer von B.'s Söhnen wird Hermins Nachfolger. 

Die Einwohner von Monbrant werden bekehrt, und B. (in II, 
T B.'s Sohn) wird dort zum König gekrönt. 

B. kehrt nach England zurück; sein Sohn (in II, T B. selbst) 
wird König von England. 

B.'s und Josianes Tod. 

In I und III fehlt hiervon nur, dafs B. resp. sein Sohn Yvorins 
Nachfolger wird. Wie in A wird in I und III B.'s Sohn König 
von England. Dadurch ist bewiesen, dafs II hier geändert hat, 
was sich ja schon aus der Angabe über die Krönung B.'s durch 
Karl Martell schliefsen liefs. 

Nur A und E enthalten folgende Einzelheiten: 

1. Die Episode vom zweiten Pferdediebstahl durch einen 
Zauberer Yvorins und der Wiedergewinnung Arondels durch Sabot. 
Daran knüpft sich der letzte Kampf mit Yvorin, worin dieser im 
Einzelkampfe mit B. fällt. 

2. Monbrant wird erobert. 

3. König Edgar will Sabots Sohn Roboan enterben. 

4. B.'s Sohn heiratet Edgars Tochter. 

Der Pferdediebstahl ist offenbar eine Parallele zu dem im 
15. Kapitel S. 89 f berichteten, doch mit dem Unterschiede, dafs er 
diesmal wirklich ausgeführt, dort nur versucht wird. Die übrigen 
Fassungen berichten nichts davon; in ihnen ist ja auch Yvorin 
selbst Christ geworden und bleibt nun B. treu, daher fehlt in ihnen 
auch die Einnahme von IMonbrant. Beide Versionen sind gleich 
gut möglich. Da aber in allen andern Fällen II und 111 sekundär 



127 

sind, so werden wir auch hier dem Bericht von A und E den 
Vorzug geben. Ebenso wie III Braidiraont von B. nicht getötet 
werden liefs, um seine Schicls:sale noch weiter ausspinnen zu können, 
so verfuhr y in Bezug auf Yvorin. 

Punkt 3 dient in A als Grund zu B.'s Rückkehr nach England. 
In II kommen Boten zu dein Könige von Frankreich und melden 
diesem den Tod des englischen Königs und die Wahl B.'s, worauf 
B.'s Sohn seinen Vater sucht. Wie die Geschichte des zweiten 
Sohnes und die Einführung des frz. Königs, so ist auch diese Wahl 
B.'s von dem kontinentalfranzöb.ischen Verfasser von II eingeführt. 
III hat die Versöhnung zwischen B. und dem englischen Könige 
schon vorher stattfinden lassen, so dafs nun auch hier wie in II durch 
des Königs Tod die Vermählung von B.'s Sohn mit der englischen 
Königstochter zur Bekräftigung der Versöhnung überflüssig wird. 

Zum Schluls sind noch einige auffällige Angaben in A zu be- 
sprechen, die sich nur hier finden. 

A 3088 flf. wird erzählt, dafs Hermin an B. die beiden Ver- 
räter Gocelyn und Eure auslieferte, die B. tötete. Von einer 
solchen Bestrafung der beiden Verräter berichten E und II gar 
nichts, T erzählt nur die Bestrafung Gousses; Fourre war schon 
vorher von B. getötet worden. In CV besiegt B. Gousse und 
Fourre im Gottesgericht. Auffällig ist nun, i. dafs in A vorher 
{s. Kapitel III S. 20 f.) die beiden Verräter unbenannt waren (wie in 
E, N, W s. S. 3 immer), und 2, dafs der eine von II und III ab- 
weichend Gocelyn, nicht wie in II und III Gousse heifst. Wie 
kommen diese beiden Namen hier plötzlich hinein? 

Da die Namen der Verräter im 3. Kapitel schon in den 
Fassungen I, II, IIl vorkommen, so können sie nicht aus A ent- 
nommen sein, sondern ein später Bearbeiter von A mufs sie hier, 
und zwar nur an dieser einen Stelle eingefügt haben. Nun kommen 
aber auch die beiden Namen so wie in A auch in II vor, und 
zwar nur v. 2024, 2057, 2060, 2087 bei dem ersten Auftreten der 
Verräter im 3. Kapitel, später erscheint statt Gousselin in Über- 
einstimmung mit I und III stets der Name Gousse s. II 2331, 
2334, 2346 u. ö. Oben (s. die Verweise S. 88) ist schon gezeigt 
worden, dafs II mindestens zwei Vorlagen bei der Abfassung seines 
Werkes benutzt hat. Ich vermute daher, dafs in einer derselben 
Gousselin statt Gousse stand, dafs einer der Redaktoren von A 
diese fest!. Version von einem Spielraann gehört hatte und deshalb 
die beiden Namen Gocelyn und Eure einführte. 

Die Spuren dieses von den festl. frz. Versionen beeinflufsten 
Rodaktors von A können wir nun auch noch weiter, wenn auch 
nur vereinzelt, am Schlüsse feststellen. Von der Taufe des heid- 
nischen Königs Hermin, die in E Kapitel XXI berichtet wird, er- 
fahren wir in A nichts; trotzdem gebärdet sich auch in A Ilermin 
ganz wie ein Christ. So heifst es A 3088: 

„Pai" deu!" ilist li roi, „e vos les averez". 
und V. 3322 „Deu!-' disl Meimin, „pur vostre bont6" elc. 



128 

Nun könnte man ja annehmen, dafs ein Bearbeiter von A die 
Bekehrung Hermins zu erzählen vergessen hätte, wie sich ja auch 
sonst in A Unklarheiten und Auslassungen einzelner Verse finden. 
Da jedoch in den festl. Versionen Hermin von Anfang an Christ 
ist, so ist es wahrscheinlicher, dafs ein Redaktor unter dem Ein- 
flufs jener Fassungt^n Ilennin ols Christen betrachtet hat und daher 
gar nicht auf den Gedanken gekommen ist, seine Bekehrung zu 
schildern. J^edenkt man, wie breit die Bekehrung der Einwohner 
von Monbrant ausgemalt ist (v. 36500.), und wie sogar der Papst 
aufgeboten wird, um B. zu krönen, so kann man darin, dafs die 
Bekehrung Hermins nicht erzählt ist, nicht eine blofs zufällige Aus- 
lassung sehen, sondern mufs vielmehr auf eine andere Auffassung 
Hermins, eben als eines Christen, schliefsen. 

Wie mit der Einführung der beiden Verräternamen steht es 
wahrscheinlich auch mit der Bezeichnung der Residenz Hermins, 
Abrefort. Auch dieser Name erscheint erst sehr spät (v. 3066) 
und findet sich nicht in E. Nach Stimmings Ausgabe von A, 
Einleitung CLX heifst die Stadt in N von hier an Abbaport, in 
W V. 3066, 3182 Bradfort, später Bradmund. In I heifst die 
Hauptstadt Hermins von Anfarig an Biaufort, in II und III Aubefort. 
Ein Bearbeiter von A hat m. E. den von ihm gehörten Namen 
in verstümmelter Form, d. h. als Abreford, eingeführt und zwar 
zunächst in die N zu Grunde liegende Fassung, die Zweitälteste 
uns überlieferte Gestalt von A. Hier sind auch beide Namen am 
ähnlichsten: Abbaport — Aubefort. Die folgenden Bearbeiter haben 
den Namen leicht umgeändert zu Abrefort. Aus dieser späten Ein- 
führung des Namens erklärt sich wohl auch die Unsicherheit im 
Gebrauch desselben. A erzählt, dafs Sabot in Abrefort sieben 
Jahre krank lag, während welcher Zeit Josiane ihn pflegte {v. 27830"). 
Es ist nun doch sehr merkwürdig, dafs dieses in der Residenz 
Hermins geschieht, also in Josianes Vaterstadt, und dafs A das 
gar nicht erwähnt! Das läfst auf eine gewisse Unklarheit schliefsen. 

Auch die Amustrai- Episode (s. S. 59, 60) scheint mir auf 
das Konto dieses von den festl. Fassungen beeinflufsten Bearbeiters 
zu setzen zu sein. 

Die ersten drei hervorgehobenen Erscheinungen finden sich 
im Schlufs von A, ^ wo A also am stärksten von E abweicht, weil 
die Redaktoren immer mehr neue Einzelheiten hinzufügten. Der 
Annahme, dafs einer oder mehrere derselben auch andere Fassungen 
des ii kannten, steht nichts, auch nicht die Zeit der Abfassung, 
im Wege; ist doch A, das, wie die Untersuchung gezeigt hat, 
unter den frz. Fassungen dem Original am nächsten steht, zeitlich 
erst ziemlich spät entstanden, nämlich nach Stimming, Ausgabe 
von A, Einl. LVIII in der ersten Hälfte des XIII. Jahrhunderts, 
während I schon um 1200 entstanden ist (s. Stimmings Ausgabe, 



1 Vgl. auch Stimmings Ansicht (Ausgabe von A, Einl. CLXXXIV) 
über die Benennung „Franzosen" und die Ortsangaben Dijon und St. Gile, 



I2g 

Einl. XXIX). Wir inüssen also annehmen, dafs eritweder einer der 
verschiedenen Bearbeiter von a auf dem Festlande gewesen ist 
und eine der dortigen Fassungen kennen gelernt hat, oder, was 
wahrscheinlicher ist, dafs festl. Volkssänger in England ihre 
Dichtungen gesungen haben, so dafs einzelne Züge derselben in 
die dort geläufigen Gestalten der Sage Aufnahme finden konnten. 

Es bleibt uns nun noch übrig, für den zweiten Teil des Epos 
das Verhältnis von Fassung I zu III zu bestimmen. Wie bereits 
angegeben, schliefst I mit einer selbständigen Einleitung zum Wett- 
rennen ab, bringt dann Fassung III und wird von v. 9541 an, 
am Schlufs des 19, Kapitels wieder selbständig. Fassung I verhält 
sich nun in dieser Schlufspartie sehr merkwürdig. Während sich 
die übrigen Fassungen mehr und mehr in die Breite verlieren,. 
wird I immer kürzer, gibt aber genau den Hauptinhalt von III 
wieder. Je mehr sich Fassung I dem Ende nähert, je knapper 
und präziser wird sie. 

Im Schlufs vom 19. Kapitel und im 20. Kapitel beginnen die 
Kürzungen. Den 1544 Versen von C des Kapitels XX stehen in I 808 
gegenüber, im 21. Kapitel ist der Inhalt von 2717 Versen von C 
in 73 in I zusammengedrängt, und im 22. Kapitel entsprechen 
817 Versen von C 67 von I. Dabei enhalten, wie die Inhalts- 
angabe zeigt, diese wenigen Verse doch den Hauptinhalt von 111. 
Diese Knappheit des Stils mag eine Probe veranschaulichen. 

I 10573 fF. Li rois Oudars malades i coucha, 
Navres i fu, Buevon o lui manda, 
A son filleul son roialme dona; 
Et Yosiane Bueves od lui manda 
Devers Surie, la outre le laissa, 
Rois en estoit, la terre gardera 
En Hermenie o son signor rala etc. 

Diese Zusammendrängung des Inhalts, die den Schlufs von I 
charakterisiert, finden wir im ersten Teile des Epos in I keines- 
wegs; dort verwendet der Verfasser oft die wörtliche Rede, schaltet 
lyrische Exkurse und Gebete ein , kurz es herrscht breiter 
epischer Stil. 

Wie verhält sich nun diese selbständige Schlufspartie zu III? 
Da sich beider Inhalt, abgesehen von einzelnen Plus -Episoden in 
III, fast völlig deckt, sind nur zwei Möglichkeiten gegeben: 

1. I ist die Quelle von III, 

2. III resp. ihre Vorlage ist die Quelle von I; eine andere 
Möglichkeit ist ausgeschlossen. 

Gegen die erste Annahme, dafs I die Quelle von III sei, 
spricht das Verhalten von I selbst. War I die Quelle, so ist un- 
erklärlich, warum diese sich allmählich immer knapper fafst, also 
alle weitern Ausführungen fortläfst. Es wäre ferner unmöglich zu 

Beiheft zur Zeitschr. f. rotn. Phil. L. g 



I30 

erklären, wie es kommt, dafs die Abweichungen und die stellen- 
weise vorkommenden Zusätze in I (wie z. B. im 20. Kapitel 
lgÖ2^Ü'.: die Freilassung von drei Königen, I 9857 — 9902: B.'s 
Söhne bitten den Kcniig von England um Begnadigung ihres 
Vaters), die anfänglich immerhin ziemlich zahlreich sind, gegen das 
Ende immer melir abnehmen, su dafs im 22. Kapitel sich nur eine 
kurze Notiz (1 10594 f über Soibauts Belehnung mit Hantone) in 
I mehr als in 111 findet. Wäre I die Quelle von III, so müfste 
man erwarten, dafs, je knapper die Quelle und je umfangreicher 
die Bearbeitung derselben wird, desto zahlreicher auch die Ab- 
weichungen und Änderungen der letzteren würden. Es zeigt sich 
aber genau das Umgekehrte; je knapper I (die angenommene 
Quelle), desto weniger Abweichungen finden sich in III. Das wäre 
aber psychologisch gar nicht zu verstehen. Es mufs darum III 
die Quelle von I sein. Mit dieser Hypothese läfst sich das 
merkwürdige Verhalten des Schlusses von Fassung I völlig be- 
friedigend erklären. 

Wie im ersten Teile bereits hervorgehoben (s. S. 16, 29 f., 37, 
60), stand der Verfasser von I seiner Quelle selbständig gegen- 
über, führte einzelne Partien (z. 13. A^oparts Rolle) breit aus, andere 
ihn nicht interessierende erledigte er kurz (z. B. B.'s Aufenthalt in 
Köln). Wir haben also in ihm einen selbständigen Geist mit stark 
subjektivem, dichterischem Empfinden zu sehen. Seine Vorlage für 
den ersten Teil war. wahrscheinlich sehr knapp, was sich aus einigen 
im Vergleich zu A kurzen Teilen der Fassung I (vgl. die Inhaltsangaben 
S. 31 f., 61) schhefsen läfst. Sie schlofs jedenfalls mit dem ersten Teile 
ab. Da fiel ihm Fassung III mit einer Fortsetzung in die Hände. Auch 
diese begann er anfangs selbständig zu gestalten (s. erste Einleitung 
zum Wettrennen). Als er jedoch sah, dafs diese Fassung die Er- 
eignisse schon breit ausmalte, kopierte er sie einfach. AIImähKch 
verlor er die Lust an dem mechanischen Abschreiben und fing 
wieder an, den Stoff, der ihm in dieser Fassung vorlag, nach 
eigenem Belieben darzustellen. Schliefslich schien ihm dieser zu 
breit ausgesponnen, und er begnügte sich damit, durch eine kurze 
Inhahsangabe das Epos zum Abschlufs zu bringen. So erklärt sich 
die gegen den Schlufs hin immer gröfser werdende Knappheit und 
die abnehmende Zahl der Abweichungen von III. Für diese Auf- 
fassung spricht nun auch der S. 124 f. besprochene Vers I 10562, der 
zu seinem Verständnis den ausführlicheren Inhalt von III voraus- 
setzt. Fassung I bringt also nur den ersten Teil des Epos 
selbständig, folgt dann der Fassung III wörtlich, und der 
Schlufs in I ist eine kürzende und zusammendrängende 
Bearbeitung von III, bezw. der Vorlage von III. Natürlich 
war die vom Redaktor von I benutzte Fassung III älter als die 
uns in T, C, V überlieferte; sie zeigte mit II auch noch mehr Über- 
einstimmungen, die infolge späterer Bearbeitungen der Fassung III 
verschwunden sind. (Vgl. S. 109: Arondel erkennt Josiane, S. 122; 
Soibaut erhält Hantone.) 



131 

Was ergibt sich nun daraus für die Entstehung unseres Epos? 

Die Untersuchung des ersten Teiles hat gezeigt, dafs kein 
literarischer Zusammenhang zwischen I und A besteht, dafs aber 
trotzdem I auf eine agn. Vorlage zurückgehen mufs. Für eine 
solche spricht auch die Reimtechnik der Fassung I, die mehrere 
agn. Eigentümlichkeiten zeigt (s. Stiramings Ausgabe, Einl. XXIV). 
Diese agn. Erscheinungen finden sich ziemlich zahlreich im ersten 
Teile (bis v. 6199), ganz vereinzelt in dem mit Fassung III über- 
einstimmenden mittleren Teile (v. 6200 — 9540); im Schlüsse von I 
(von V. 9541 an) können, wie mir Herr L. Behrens schrieb, der in 
seiner — bisher ungedruckten — Dissertation Fassung I untersucht 
hat, nur folgende Fälle in Betracht kommen: 

1. In einer /i?-Laisse erscheinen auch ohlür 9802, delr'ier 9808, 

2. in einer ^^-Laisse eine eigentlich männliche Form v. 9571: 
Prendes nie a ferne, si serons acordee. 

Obl'ier, detr'ier können aber recht gut analog nach Verben 
auf -Her gebildet sein;i acordee ist vom Dichter offenbar ^vS. ferne 
bezogen. Für den Schlufs lassen sich also keine agn. Erscheinungen 
mit Sicherheit nachweisen. Dies Ergebnis spricht ebenfalls für die 
aufgestellte Flypothese, dafs der Schlufs von I von einem festh 
Bearbeiter selbständig verfafst worden ist. 

Liegt nun die agn. Vorlage für den ersten Teil von I vor 
oder nach der Fassung E? Meiner Meinung nach lag sie noch vor 
E; denn wenn sie nach E fiele, müfsten sich mehr Überein- 
stimmungen mit A finden, als I tatsächlich enthält. Die Neben- 
einanderstellung der ersten Teile von A und I läfst erkennen, dafs 
schon E vieles bringt, was in der Vorlage von I offenbar nicht 
enthalten war, da es sich in I nicht findet. (Vgl. S. 7, i8fi". etc.) 
Diese Vorlage ist dann aber wahrscheinlich mehrmals sehr stark 
überarbeitet (s. S. 29 f.). Zu der Annahme, dafs sie und damit 
das ursprüngliche Epos nur den ersten Teil des jetzigen Epos ent- 
hielt, führen der Abschlufs von Fassung I (i. e. S.) mit dem ersten 
Teile, was wohl kein blofser Zufall ist, und die Betrachtung des 
stufenweisen Aufschwellens des zweiten Teiles: E >• A >> II >- III. 
Man vergleiche nur, wie A schon E erweitert hat; im ersten Teile 
von A finden sich längst nicht so viele Abweiciiungen und Er- 
weiterungen von E wie im zweiten. Ein B^-arbeiter, nicht damit 
zufrieden, dafs B. sein Erbe wiedererlangt hatte und glücklich im 
Hafen der Ehe gelandet war, liefs ihn noch einmal aus seiner 
Heimat vertrieben werden und mit seinen heidnischen Feinden zu- 
sammentreff'en. Die üble Behandlung B.'s durch Bradmund, der 
Verrat seines Schwiegervaters Hermin mufsten doch bestraft werden; 
das erforderte die poetische Gerechtigkeit. Als Mittel, B. zum 
zweiten Male aus seinem Lande zu entfernen, benutzte dieser Fort- 



* Vgl. z. B. über Ähnliches in T: G. Sander, Die Fasiunj^ T des fest- 
ländischen Bueve de Hantone. Göltingen 19 12 S. 13. 



132 

srtzcr das epische; Motiv von der zufälligen Tötung eines Königs- 
sohnes. Die Grundlage der weitern Schicksale des Helden und 
seiner Familie bildelc die Kustachiuslegende oder nach Jordan, 
Über Boeve de Hanstone S. 3 i f. ein internationales Volksmärchen, 
wie z, B. die Geschichte vom Könige, der alles verlor (Chauvin, 
Bibliographie Arabe, Bd. VI, S. 164).! 



Wir erhalten also folgende Ergebnisse unserer Untersuchung: 
Ergebnisse. 

(Vgl. die Zusammenfassung S. 88 f.) 

1. Ein agn. Epos über Bueve de Hantone, das wahrscheinlich 
nur aus dem ersten Teile des jetzigen bestand, kam nach Frankreich 
und wurde mehrmals stark umgearbeitet (jr', p', p'^) s. S. 2q f., 
70, 12g ff.). Diese Umarbeitung liegt vor in dem. ersten Teile 
von Fassung I. 

2. Ein Anglonormanne fugte die Rache B.'s an seinen heid- 
nischen Feinden hinzu (den zweiten Teil) (s. S. 131 f.). Eine Be- 
arbeitung dieser Fassung besitzen wir iu E, aus welcher dann durch 
mehrfache Umarbeitung und Erweiterung (a, a*, a^) A entstand. 

3. Das vollständige Epos gelangte, wie das ältere schon vor- 
her, ebenfalls nach Frankreich und wurde dort auch mehrfach um- 
gestaltet, nämlich: . 

4. Aus der Verschmelzung einer Vorstufe von 1 (= p') und 
von A (= a) ging y, die gemeinsame Vorlage von Fassung II 
und ni, hervor. 

5. Fassung II entstand durch eine Verschmelzung von y mit 
einer spätem Vorstufe von A {=^ a'), Fassung III durch eine 
Kompilation von y mit einer spätem Vorstufe von I (= p''); doch 
benutzte III gelegentlich auch A, und T im zweiten Teile auch U 
(s. S. 118 f., 125). T stellt demnach die jüngste Entwicklungsstufe 
der frz. Versionen dar. 

6. A enthält einige Interpolationen, die von einem von festl. 
Darstellungen beeinflufsten Bearbeiter herrühren (s. S. 60, 127 f.). 

Diese komplizierte Überlieferung mag der folgende Stammbaum 
veranschaulichen. Von einer Darstellung der Abhängigkeit der 
einzelnen Handschriften von 11 und III ist dabei abgesehen. 



* Über die Eustachiuslegende vgl. ferner G. H. Gerould, Forerunners, 
Congeners, and Derivatives of the Eustace Legend. Publ. of tlie Modern Lang. 
Ass. vol. XIX, 3. (Über ß. S. 444 f.); Leo Jordan, Die Eustachiuslegende, 
Christians Wilhelnislebcn, Boeve de Hanstone und ihre orientalischen Ver- 
wandten. Herrigs Archiv CXXI S. 34iff. ; Angelo Monteverdi, La leggenda 
di S. Eustachio. Studj Medievali 1909, vol. III, fasc. II, S. i69ff.; Angelo 
Monteverdi, Trei testi della leggenda di S. Eustachio. Studj Medievali 19 10, 
vol. III, fasc. III, S. 392flf. ; Andreas C.Ott, Das altfranzösische Eustachius- 
leben. Rom. Forsch. XXXII, S. 481 — 607. 



^33 



Für den ersten Teil: 
X 




Für den zweiten Teil: 
E 




7. Ven. ist ein auf mündlicher Kenntnis mehrerer Fassungen 
des B, und zwar vornehmlich der Fassungen II und III, beruhendes 
selbständiges Epos. Episoden aus den verschiedensten Fassungen 
des B. sind mit Erinnerungen aus Floovent und eigenen Zutaten 
zu einem neuen Epos verarbeitet (s. S. 1 1 1 ff.). 

8. J ist eine erweiternde Bearbeitung von Ven., bezw. ihrer 
frko-it. Vorlage, mit der sodann Teile aus Fassung III, speziell aus 
V und T, verschmolzen worden sind (s. S. 94, 113 f., 122 f.). 

9. Die ursprüngliche Sage ist also mit Hilfe von A, bezw. E 
und I zu rekonstruieren. 

Der Bueve de Hantone bietet so ein interessantes Beispiel 
für die Art und Weise, in welcher die uns überlieferten frz. Volks- 
epen entstanden sein können : A ist durch wiederholte Erweiterungen 
immer mehr aufgeschwellt worden, der erste Teil der Fassung I 
hat eine völlige Umarbeitung erfahren, A und I sind miteinander 
verschmolzen, und in diese Kompilation sind wiederum Teile aus 
den erweiterten Fassungen A und I eingefügt worden. Ven. beruht 
auf rein mündlicher Überlieferung, und J hat seine Vorlage so- 
wohl stark umgearbeitet, wie auch aus Fassung III ergänzt. 



Druck von Ehrhardt Karras, Halle a. S. 



BEIHEFTE 

ZUK. 

ZEITSCHRIFT 

FÜR 

ROMANISCHE PHILOLOGIE 

BEGRÜNDET VON Prof. Dk. GUSTAV GRÖBER f 



FORTGEFÜHRT UND HERAUSGEGEBEN 



Dr. ernst HOEPFFNER 

FUOKKSSDR AN DF.K IN] VF.RSITÄT JENA 



LI. HEFT 

C. JURET 
GLOSSAIRE DU PATOIS DE PIERRECOURT (HAUTE -SAONE) 



HALLE A. S. 

VERLAG VON MAX NIEMEYER 
IMI3 



-t:^ 



GLOSSAIRE 



DU 



PATOIS DE PIERRECOURT 

(HAUTE-SAÖNE) 



PAR 



C JURET 



r - vui 

1 — n -w 



HALLE A. S. 

VERLAG VON MAX NIEMEYER 



A 

mon eher ami 

LOUIS MARTIN -PANESCORSE 

Lieutenant -Colonel de l'Infanterie Coloniale 

en Souvenir 

des annees que nous avons passees ensemble 

a Pierrecourt 



^/u 



Table des matieres. 



pages 



Introduction au glossaire. Etüde de phondtique historique i 

Definition des sons actuels et de leurs notations . . 



I 

Premiere partie. Les voyelles. 

A. Les voyelles toniques 

B. Les voyelles pretoniques 

C. Influence des consonnes et de l'accent du patois sur la qualile 

et la quantit^ des voyelles jq 

DeuxiÄme partie. Les Consonnes , _ , 

Premiere Section. Dominance et resistance dans les consonnes 

patoises 

Chap. I. Consonnes initiales de syllabe 2" 

Chap. IL Consonnes finales de syllabes 30 

Chap.IIL e muet _ 

Conclusion . . 

39 

Section IL Autres changements generaux: metathese, assimilation, 

dissimilation et differenciation .q 

Troisieme partie. La phonetique du patois de Pierrecourt et cclle de 
patois apparentes .... 

4/ 

Glossaire .... 

53 

Appendice ^^^ 

Lieux-dits de Pieirecourt j-„ 

Rues du villagfe .... ,,„ 

"= 157 

Noms de villages voisins je- 

Prenoms .... 

bobriquets „ 

Noms de famille 

Les mots groupes d'apr^s le i-ens jrq 

Etats et .affections de l'äme j^q 

Qualit^s et actions moralcs I(3q 

l^e'igion 161 

Superstitions tTt 

Famille .... r 

161 

^''^opricte ^ j(^j 



VllI 

pages 

Jeux et iisagcs • • i6i 

Langage cnfantin l6l 

Corps hiimain i6l 

Qualit^s qui tombent sous les sens 162 

Mort, maladles, infirniit^s et indispositions 162 

Sommeil 163 

Remedes et soins 163 

Agriculture 163 

Viticulluic 164 

Metiers 164 

Travaux de lemme 165 

Travail en general 165 

Maisün, menage et ineubles 165 

Repas et aliments 166 

Coiffure, vetements, chaussures et literie 166 

Campagne 167 

Village 167 

Animaux 167 

Arhies et arbrisseaux . _. 167 

Fruits 168 

Plantes t68 

Nature inanimce et teiuperature 169 

Mesures 169 

Nombres 169 

Division du temps Itg 

Pronoms 170 

Adverbes, prdposilions et conjonclions lyo 

Interjectious 170 

Varia 170 

Errata 171 



Introduction au glossaire. 

Etüde de phonetique historique. 

Je fais preceder le glossaire du patois de Pierrecouit d'une 
etude phonetique 1 qui a pour objet d'en faciliter l'usage. Cette 
etude ne contient de la description des sons et de leur repartition 
geographique que le strict n6cessaire. Pour avoir de plus amples 
renseignements sur ces points, on pourra se reporter ä mes trois 
articles de la Revue de philologie frmi^aise et de littirature 1 908 et 
1909. L'etude presente est surtout historique: faite en vue du 
glossaire, eile prend comme point de depart les sons actuels du 
patois, et s'efforce de les rapporter ä leur origine (latine ou autre) 
et de ramener les principaux changements ä des formules generales. 

Definition des sons actuels et de leurs notations. 

Le Systeme de notation employe est celui de V Atlas linguisiique 
de la France, sauf quelques particularites indiqu6es ci-dessous. 

I. Les voyelles. — EUes peuvent etre classees dans le tableau 
suivant: 





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* Une 6tude des formes de ce patois sera publice i part. 
Beiheft zur Zeitschr. f. rom. Phil. LI. j 



Les voyelles e, c^, ^, q sont toujours longues; elles se distinguent 
des voyelles ouvertes, qui les pr^c^dent dans le tableau, principalement 
en ce que lenr articulalion exige qu'on ^carte im peu plus les machoires 
et les levres, et surtout que la langiie se creuse au milieu. La 
voyelle S ne se präsente qu'accidentellement dans une diphtongue, 
p. ex. bSw; c'est pourquoi on negligera cette nuance et ecrira äw, 
qui est la prononciation la plus ordinaire. Les nasales e, e, e, sont 
nettement distinctes et se reiicontrent souvent. Les nasales ouvertes 
ö' et (? ne se presentent guere que devant une pause; ainsi on 
prononce rSm, bdii dans le cours de la phrase, mais r^m, bdn 
devant une pause, surtout lorsque ces nasales sont suivies d'une 
consonne qui a pour eftet d'ouvrir la voyelle: pör pondre. 

Faute de caracteres speciaux, nous designons les nasales longues 
de la maniere suivante: ^ est la longue de o, ce la longue de ^, etc. 
ä, ä sont brefs. 

II. Les Sonantes. — II y en a trois: y, w, w. Devant une 
pause elles sont, surtout iv et w, sensiblement plus ouvertes et ont 
un timbre moins aigu qu'ä Tinterieur d'un raot entre voyelles ou 
devant consonne. w et w sont souvent longs: ww, ww. 

Si un mot termine par consonne + r ou / se trouve ä la 
pause, r et I sont eti ce cas parfois suivies d'<^ tres bref, le plus 
souvent elles deviennent voyelles, et alors elles sont presque toujours 
sourdes. 

III. Les Consonnes. — Elles s'articulent en general comme 
en franc^ais. Devant et apres / et u les consonnes i &i d sont 
nettement palatalisees, ce que nous indiquons par ty et dy, qu'il 
ne faut donc pas Interpreter comme t -\- y, d -\- y. — LV est 
linguale. 



Les sons du patois rapportes a leur origine. 



Premiere Partie. Les Voyelles. 
A. Les voyelles toniques. 

I. ä ei ä. 

A la fin d'un mot ä se rencontre seulement dans quelques 
mots d'emprunt: flüksyä, hlä. 

II y a au contraire beaucoup de mots termines en a + con- 
sonne: 

1. cy << -a -j- palatale + / : eäy feminin de chail; häy << 
bajulat; patnäy < *pastinacula. 

2. -äd < -erda ou -arda : viäd < merda; gäd < *\vard-at. 

3. -äs <C -assia : gras graisse; «< -axat : las laisse. 

4. -ätr : mätr maitre de maison. 

5. -ägr dans les anciens emprunts : ägr aigre, mägr maigre. 

6. -arm < -ermn : järm •< germinem, tärm <C terminum. 

7. -ärp : särp serpe. 

De plus, beaucoup de mots empruntes: tyäk ciaque, kat carte, 
käv cave, dyäl diable, venär veinard etc.; peut-etre aussi pär paire, 
ärmär armoire, car les adjectifs en -aria fönt -p-. 

2. ä. 
En fin de mot: 

< -iacum: Sevliiä Savigny << sabiniacum. 

<^ -arium: noms d'arbres: mvä noyer, porä poirier, sä-wwyä 
sureau etc.; — noms d'instruments : pnä panier, agä evier, dvätä 
devantier etc.; — de meme päkä pasquier ou lieu oü Ton fait 
paitre le b^tail, dzä doisil (changement de suffixe); — noms d'ouvriers: 
cevrä ouvrier (feminin -Jr), vötyüra etc.; — autres mots: vlätä 
volontiers, derä dernier, sälä sentier, fmä fumier. 

<" -egrum: äiä entier. 

< -edium: dmä demi, äircemä < intermedium. 

I* 



< -ejus: pä pis. 

< -ectus: p& pis (de vache). 

-ä terminc deux formes de pronoms: lä eile, stä celle, dans 
des phrases telles que: s ä lä, s ä stä : c'est eile, c'est celle . . . 
On attendrait ä < -ei; rallongement provient peut-etre de l'ac- 
centuation. Au raasc: lii, slü : lui, celui. 

-äy •< -(Iclum: väy vieux. 

< -Igla: clräy etrille, cf. gäy < franc kegil. 

< -Icl: gräy «< *gratlculum, bütäy bouteille, eväy cheville. 

< -ilia: fäy fille. 

-äj <i -aticum : /rdmäj froraage, ddmäj doramage. 

< -avya, -abya: räj rage, käj cage (avec k- emprunte). 

< -adjo: gäj < germ. *wadjo. 

-äe <C -acca: väe vache; cf. äe hache, emprunte de bas ali. 
hacke. 

-äe dans präe •< persica. 
-äz dans s/äz <;ceresea. 
-är: lär ■< legere. 

■ 3- «• 

En fin de mot: 

-ä •< -astum: rpä repas. 

< -assum: bä bas, grä gras, pä pas. 

<C -apsum: eä v. fr. chas; eä, comme las precedents, a une 
longue, parce qu'il se terminait en -s. 

< -ardum: iä tard, lä lard; aux adjectifs fr. en -ard, -arde 
correspondent des formes patoises -ä, -äd: grdnä, grdnäd grognard, 
grognarde. 

■< -artem: pä <C partem. 

< -asium: p?iä punais, iem. pnäz. 

<< -agdem: jnä mait; cL ßmä jamais. 

-ä dans pyä < plaga; dans -wä emprunte du fran9ais -oi-: 
vzüä voix, /zm foie; -ä < fr. -as: kä cas, rä ras. Dans d'autres 
mots empruntes -ä correspond souvent ä fr. -a-: dämä damas, drä 
drap, läbä tabac etc. 

-äy: mäy maille << macula. 

-ät <C -asta: päi päte. 

•an: eän chene, frän frene, an une. 



-am: byäm < blastimat, tnäm <C *metipsimum, /am lamc 
(emprunt). 

-ä/: mal male. 

-är: fär faire, trär traire; cf. gär (emprunt) guere. 

-äz: pnäz < *puttinasia. 

-äbr\ äbr arbre. 

4. aw. 

<-alem, -alum: le resultat phonetique de ces desinences 
est -e (voir ci-dessous). Dans plusieurs mots cet -e a ele remplace 
par -aw, forme du pluriel: naiv < nidälera, pnaw > diurnälem, 
pötyräw <C pectorälem, mäw < malum. — säw sei peut con- 
tinuer sal. 

<C -alium: äw ail, äw est aussi une forme du pluriel. 

<C -al + consonne: äw haut, säzv saut, eäzv chaud, eäzu chaux, 
meneäw marechal, eväw cheval (<C -all-). 

<C -ipp-; -ICC-, -OCC-: säw cep, säw sec, käw coq. 

<< -ossum: ekäw < -cossum, 

<1 -ittum, -öttum: aux diminutifs franrais en -et et en -ot 
correspondent en patois des formes en -äzv (cf. au feminin -äw/ 
= fr. -ette, -otte): myäzu mnei, fäwwyäw feuillet, Iwäzo louvette, 
äväw orvet, honäw bonnet, pdläiv palet, sdefyäw soufflet:, vodläw 
verdelet, — greyäw grelot, eäryäw chariot, güläw goulot, jigäw 
gigot etc.; cf. byäw biet, bäw bot (= crapaud), mäw mot, päzu pot. 

<^ -ellum: cette desinence aboutit ä -e (voir ci-dessous); mais 
-e a ete remplace par -äw dans des mots dont plusieurs se de- 
noncent comme empruntds: y25;-«5w, cfiUyäw, rldäw e.ic; cependant 
les suivants ne paraissent pas des emprunts: pöräzv poireau, boyäw 
boyaux, änäw anneau, sqyäw seau. A Bourberain (Cote-d'Or) et 
a Rougemont (Doubs) on rencontre aussi deux series de formes. 
II est probable que -äw des mots pr6c6dents, s'ils sont indigenes, 
est une forme du pluriel, ou que le suffixe -ittum y a remplace 
le suffixe -ellum; cette derniere conjecture m'est suggeree par 
M. G. Bertoni, qui me fait remarquer qu'„il y a toute une aire, 
dans le midi de la France, oü -ellum a ete supplante par -Ittum". 

-äw se trouve encore dans quelques mots empruntes au francjais: 
käriäw quartaut, ärtteäw artichaut, nümeräw numero, ärmdnäiv 
almanach, sträzv sirop etc. 

-äww. däww <C ditälem, iyäww (feminin) < *cledälem, 
deriv6 de gaul. cleda > claie. — äww < aqua. 



Devant iine consonne finale de mot: 

< -al -f- consonne: iäwp taupe, jäwwn jaune, päwum paume, 
säwws <C salicem, eäwws chausse, gäwwd gaude. 

< -ala: äwwl aile, päwwl pelle. 

< -atula: tpüwwl ^paule. 

<; -abulum: rwäwwl < rutabulum, täivwl tole <; tabula; 
de mcme -aivwl << -abilem dans quelques adjectifs: kroyäwwl, 
pSnäwiv!, eärjäwwl, inUhjäivwl , et dans ozräwwl erable. 

-äws <C -icia: väws vesce, träws tresse. 

Au fr, noce < *noptiae correspond 7iäws. 

-äivt. Les diminutifs feminins en -äwt (v. -äzv) correspondent 
aux diminutifs franyais en -ette et en -otte: kuräwt curette, 
keeäwi cachette, eoevräwt chevrette, myäwt miette etc.; — päyäwt 
„paillote", kdcläwt feminin du fr. culot etc.; de memo kräwt crotte, 
äwt hotte. 

-äwwi: Jäwwt <C *fall-ita; säztnvt <C saltat. 

Comme -äww- correspond souvent ä fr. -o- et -au-, il est 
souvent substilue ä ces derniers sons dans les mots d'emprunt: il 
est possible qu'un cerfain nombre de mots aient ete eraprunles a 
une epoque oü le frani^ais prononyait encore -au- (äw): gäimve 
gauche, dyäivwd Claude, frawwd fraude, pläwi pelote, kuyawt cu- 
lotte, präivp propre, räwivb robe, rdgawivm rogomme, fätäivwni 
fantome, käwzvz cause, käivfr coffre etc. 

5. äiv. 
En fin de mot: 

< -avum: tyäw clou. 

< -agum(?): vi du fäw voie du fou (< fagura)? nom d"un 
chemin vicinal. 

<; -aucum: päw peu; tru trou est un emprunt. 

<; -elyus: 7näü> mieux. 

<< -ody-: mäü> < mödium, odäü' < hödie, änäw <C 
inödio. 

■< -ölyu-(?): sorfäiä < caerefölium, law < lolium ivraie; 
cependant quelques mots presentent -äwily < -ölyu- ou << -öclu-, 
V. ci-dessous. 

< öc: äw << hoc oui, eväw avec. 
<^ -öcum: jäw jeu, fäw feu. 

<; -ücc: häw bouc. 
-< -ottura(?): täw tout. 



<< -öct-: 7iäw nuit, vdw < *vöcitum vide, käw < cöctum. 
<; -üpt-: dzäw dessous. 

< -olp-: käw coup. 

<; -oll-: käw cou, mäiö mou. 

-äww < -atüll-: säww <1 satüllum fatigue, fem. säivwl. 

< -avörem: päww peur; suspect, car -örem donne -u. 
-äwwy <C -icla: räwiij rouille. 

< -iclu: äbräwü'}' nombril; cf. egäiinvy aiguille, särkäwwy 
cerciieil, erapruntes tous deux. 

< -o\y -: fäü'wy <! fölia, säiiniy •< sölium. 
<C -öclura: äwwy oeil, iräivwy treuil. 

Devant consonne finale de mot: 

-äii'wj: pyäzi'wj > p 15 via. 

-äünue: bäwwe <C *biisca. 

-äwe: säü'6 << *sudica, räwe < *rüsca avec w bref ä c6t6 
de bäii'we. 

-äwt\ gäwt «< gutta; cf. niäwt motte; väwi <1 volta. 

-äiviöv. präwwv << pauperum, avec metathese de r. 

-äivf: etäwf etoffe. 

-äwty: säwiy <C circulura; käivly << cöcta. 

-äwwty. kiväwwiy <C coperculum. 

-äwwdy\ eväwwdy < ab-öculis, moins ancien quVhM'y <; 
öculum. 

-äivs: bät'i'S bosse <C *bottia. 

-äwws: käwws <C cöxa, päwws <C pöUicem. 

-äwwz: eäwwz <C causa, räwwz <C rosa. 

-äwivh <C -o{\)\a.: /evyäwwl diminutif de faba, fäwwl folle, 
dräwwl dröle; — < -abola dans per äww! parole, qui est moins 
ancien que iäivwl -< tabula. 

-äünvr: käivivr <C *cölurum; älyäwwr <C in-claudere; 
mäwwr < molere, pyäwwr <C *plövere. 

knäivir < cognöscere. 

-äwtr: käwtr < cübitum. 

-äwwgr: säiöwgr «< *sequere. 

6. e. 

En fin de mot: 

< -a + cons. -f- voyelle: täde tarder, j~c/v^ sanglier, kiiie coie, 
bre bras, ire < trabem, iye clef etc. 



8 

< -a final de raonosyllabo: /e\h, /tMa, me ma, ^ ä; cepetidant 
dj'd < -jam: influcnce de w? cmprunt.? 

< -attum: ;)/(• plat; r^ rat; f^ chat, avec c, quoique le feminin 
soit et'l chatte; de meine /e le de drap, avec un e surprenant, peut- 
etre du au pluriel. 

< -err-, -ern-: /e fer, ä/^ enfer, we hiver, ve ver. 
-^ <; -acum: ie lac, cf. ee et /e ci-dessus. 

< -eta: käwwre coudraie. 

<; -äta: pcepe < *puppäta, äne annee etc. 
Beaucoup de mots d'emprunt se terminent en c: vritye veritö, 
kcbe cabas, ilye inquiet, petye pintet, pd/je poignet etc. 

Devant consonne finale de mot: 
-ed'. nieled malade. 

-ev: rev reve, vev < vldua (aussi masc). 
-ez: brez, emprunte de v. haut allem, brasa. 
-er < -err-: Wner < tonltru; ver < vitrum, ter terre, ger 
guerre. — <C fr. -aire: mer maire. 

7- e, I. 

e, e ne terminent jamais un mot patois. e, e devant une con- 
sonne finale de mot: 

-?/ < -atta: eet chatte, ret ratte, mct mat, lei latte, eänet 
chanlatte. 

Dans d'autres mots -et correspond ä fr. -ette: müyet d\va\xiu.i\{ 
de moie, fiyet feuillette v. fr. fillette, foreet fourchette, ämület 
Omelette, bevel bavette etc.; ces mots semblent des emprunts, car 
-itta donne -äwt. 

-etr: etr < essere, ketr < quattuor, detr < gaul. derbita. 

-ep: trep < bas-latin trappa, mp < raappa, grep grappe. 

-Is <C -acy-: dyes glace, /mes limace, f/ines menace. De plus 
eges agace < *gacia (v. Nigra, Zeiischr.f. rom. Phil. XXVII, 139). 

<; -attia: kes <C cattia. 

<; -eptia: nes niece; cf. pyes piece. 

<C -itia: per es paresse, söeres secheresse. 

-ere : ere herse. 

-er <i -atrem: per pere, ??ier mere, /rer frere; de meme 
fäwwelr et dereer faucheur, herseur, qui continuent sans doute -ätor 
au nominatif, cf. patre < pastor. — De meme aussi er emprunte 
du fr. air. 



•< -aria: tous les adjectifs en -ä < -arium fönt -fr au 
feminin: devr^r, mdsner etc.; autres: koel^r culiere, gcetlr gouttiere, 
e&nver cheneviere, sol^r saliere etc. 

-f/ <; -ella: etp <i *astella, särvel cervelle, ncevll nouvelle, 
pii^l < prunelle etc.; cf. vel < villa. 

< -erula: myll, feminin de merle; la syncope dans merüla 
a pu, ä cause de -a final, etre posterieure ä celle de merülum > 
merle, et posterieure ä l'evolution e > ye. 

ev <C -apa, -aba: re7) << räpa, /fv <C faba, sez> ■< sapa. — 
eevr <C cap ra. 

e se trouve aussi dans quelques mots d'emprunt: bern fosse 
de la route, z'iper vipere, kaser Cancer, mais jamais il ne remplace 
la desinence franyaise -erre ou -aire. 



ö. e. 
En fin de mot: 

a) dans iee<C carrum, qui est suspect d'emprunt, car circare 
fait eäref non ^earee, v. ci-dessous. 

ß) dans trois mots en -älem: fizue <C notälem < natälem 
Noel, // tel, ke quel, cf. /;ek quelque (v. plus haut -alem > -äzv). 
Au feminin teile, quelle = //, ke. 

y) apres consonne non palatale dans la formule -e -|- consonne 
+ voyelle: 7ye ou ye <C heri, pye <C pedem, _/)//< ferum etc. 

d) <C -ellum: päse <C, paxellum, küle couteau, ^ne agneau, 
fade fardeau, lese <i *la cticellum, öze oiseau, eäie chateau, n^ve 
nouveau, mos e morcediu, /one <i fornellum, /«^/«r/ tombereau, Idre 
taureau, mä/e marteau. 

s) <-ersum: Ireve travers. 

Q < -erd-: e pe il perd. 

-/ se trouve dans ve <i versus (prep.), dve devers, pre epre 
pres apres, (5#< bellum, z;# < vitellum, /y/ (m.) < *cled-ellum, 
diminutif de gaul. cleda claie; aussi dans ee chez, qui corame ee 
est suspect d'etre emprunte; «# < näsum, he <i ad-satis. 

Beaucoup de mots d'emprunt en -e\ iürne tournee, plye pilier, 
küye cuiller, koye Collier, süye soulier etc. 

Devant consonne finale de mot: 
-ej: pyej <C pedica, syej siege. 
-// < -est-: het bete, fit fete, tet tete, prit pretre. 



lO 

-etr: fnelr fenetre. 
-epr: vepr <C vespera. 

-evr: /jwr ■< leporera; fyevr doil donc etre eraprunte de 
fr. ficvre. 

-er', eer < cathedra, pyer < petra. 

lO. /. 
En fin de mot: 

«) e et a > f apres une palatale, meme precedee de consonne: 
eäret <C circäre, fäet <C *fasticäre, bäyt << bajuläre, fyäru 
<C *flagräre,y«/f < jectäre, möß <C. medicäre, päyt <i pagense 
grämäsf <C (grand) -f- mercedem, pyäzz <C placere; — de meme 
apres ü, i patois de syllabe precedente -|- r: mlrt <i miräre, durf 
<C duräre, kurf <i curare, iirf tirer, slrt cirer. 

ß) z < ego devant consonne: i kro je crois. 

y) < -i- en hiatus: &a/7/f vendredi, vi <^ via. 

d) <C -I — }- consonne + voyelle u (e): vf <C vivum, fint-C 
finitum, bccrji <i *berbec -Ilem, jäit <i gentllem, pyersf <C. 
*petrosIlium, l'wf < aprilem, öjf <; *axllem, yf < filum; 
pedrt ■< perdicem, eäivwvieri << ' (chauve +) soricem, epi <:^ 
splcum,y/< *glpum gypse. 

-i <C -Uta apres palatale: ai <; v. haut allem, hag + äta, 
korji ^ *corrigi -äta, epydyi <::^ applicäta, yazüzffz < *falcäta, 
voyt < vigiläta. 

< -t- consonne + a: oeli < Urtica, pati < partita etc. 

On trouve encore i ou -i dans beaucoup de mots d'emprunt: 
pwi puits, hderzi br6sil, träft trafic, gäet gächis, ebi habit, krädyt 
credit, s7jri singerie, earkiityri charcuterie etc. 

Devant consonne finale de mot: 

-Ir'. rir <C rldere, frlr <C frigere. 

Beaucoup de mots empruntes: jäcvwnls, säivwsis, egrävzs; lettz, 
görmadiz, hrtdy bride, vlzihy visible, römäiik rhumatisme, k&hk 
colique etc. 

1 1 . V, ö, ö et ^. 
En fin de mot on trouve seulement o et o: 
et) -0 <C -Ti- (ou -1-) -f- consonne -(- voyelle: h'o ■< habere, 
dvo <i debere, po <C pilum, po <i picem, ?io <C nigrum, so 



II 

< serum, so < sltem, /o < fidem, ro < regem; /o < vicem 
forme de pluriel? 

<C -ect-: elro <C strictum, dro <C directum. 

< -igt-, -igd-: do doigt, fro froid. 

< -ör -j- consonne: Ä'o < corpus, fo fort {Um. föf), mo <i 
mortum. 

ß) '0 <C -es: tro <C tres, )n6 <^ mensem. 

< -aast-: pro < praestum. 
■< -isum: po pois. 

<C -issum: ^/>o epais. 
<< -ÖSC-: <5ö bois. 

<; -Ost-: ro < *rost tire de rostir < germ. rostjan, v6 \os 
<C vöstros. 

<C -iga: ro raie <; rlga. 

vo voire < vera a perdu -r finale corame enclitique. 

Quelques mots d'emprunt: r^/io rampeau, mägoraagot, bärlcgo 
berlingot etc. . . 

-by < -icl-: srby soleil, pcroy pareil, sby < situla seille, e/by 
orteil, erby oreille. 

Devant consonne finale de mot: 

-6t: rot <C retorta. 

-6n: soll cerne <; circinum. 

-61: pol <C pensllem. 

-6s: fos <C fössa; cf. kos cosse. 

-6e: pöe <C plscat. 

-bj: nbj neige, Ibj < germ. laubja. 

-od: kbd < chorda. 

'bl: tbl < tela, sbl < secälera. 

-qr: bör < bibere, fdr < feria, pqr < pera, krör < cre- 
dere. 

-ör -f- cons.: vörj ■< virga, bdrb bourbe, körb courbe. 

-de: troe troche, työe cloche, söe < sicca, kroe < v. haut all. 
krippia. 

-dt: pöt < porta, söt < *sorta. 

-ds: fös <C *fortia force. 

Rem. -qr parait recent: le futur de bqr est en effet bore, celui 
de krör, kr6re; la voyelle 6 de ces futurs est empruntee a des 
formes ancienneg d'infinitifs en -6r. 



12 

12. rt', rt.', <f et <r. 
Seul ö!' peut terminer un mot: 
<i -ao: dyc^ •< franc blao. 

< -övem: l>^ hcßuL 
<C -Ovum: (v cEuf. 
<; -Örium: M' cuir. 

< -öro-: s(v scßur. 

■< -eölum: /esd linceul, ]^/fc^ ligneul. 

De plus: mä/a' < mal -f- agürium, ^ < üstiura, dpd depuis. 

Mots d'eraprunt; _^^ fleur, sw^ sueur: -öre- donne -?i. 

-et: ma; << matürum, ndi <i növum (au Heu de *nü', par 
influence du feminin Tutvl), trw < tröja, evK < caplllos, forme 
du pluriel, ce qui expHque Tallongement de la voyelle finale. Dans 
piX < püt(i)dum -K- ne parait pas indigene. 

Devant une consonne finale de mot: 

-«v. nxv << növa. 

-Kvr: cevr ■< öpera, külmvr couleuvre. 

-Kr'. i\r heure; emprunte: la vraie forme dans \ e st ür. 

-kl: gcel <C güla; cf. kl huile; tous deux emprunles. 

-^v: byöev, f^m. de byx bleu. 

-kz: i rfkz << *refüso, y l'Av^2 < accus o, kze user; cf. e sks 
il suce. 

-kl: brkl btüle; -kr: hkr <C bütyrum. Dans l>kr et r/kz 
etc., -k- ne semble pas indigene, car ailleurs lat. -ü- donne -ü- et 
non -er-, 

13. 7} et ü. 
Seul /i peut terminer un mot: 

< -ü -j- consonne -{- voyelle: du dur, kru cru, kä cul. 
<; -üs: pu plus, ju jus. 

<< -üsjum: p/u <C pertüsium. 

<C -ium: rä < rium, peut-etre par metathese *rui. 

< -ui: lä < illüi, cf. slu v. fr. cestui < -istüi. 

< -üct: /ri( <; fruit, 3r?/ bruit. 

-u: 7'plu <; bislüca devenu *isplüca, eäru charrue, stü <C. 
-istüi au lieu de *s/u, peut-etre par influence du feminin s/ä. 

Devant une consonne finale de mot: 
-i/ly: ei/ty < *cad-üta, viiiy < octo devant voyelle, c lüty 
< *lüctat. 



13 

-üdy. elüdy, eclair, tire de elüdyi <C *exlücitare. 
-ür << -üra: /ayür •< ligatüra, vötyur <C vectüra etc.; sür 
< secüra. 

De meme bfir buire. 

14. ü et u. 
Seul ü peut terminer un mot: 

<; -aulem: eu chou. 

«< -ollum: /?i fou. 

<C -öre-, -öru-: /li <C illörum, moyti <C meliörem. Tous 
les substantifs ä suff. -örem presentent -<x par Substitution de la 
forme francaise. 

< -ör -f- consonne: Xvf <; cürtum, <; cörtera, < cürrit; 
iru d 6Ü -< thürsum; tu < tornum, fu < förnum, jü -< 
diurnura. 

<; -ölf: lüverü loup-garou. 

<< -ösum: viätü menteur, püyu ponilleux, verü vereux etc. 

<< -üpum: lü loup, cf. levu < -{~ -übi. 

-< -örium: fsü <] fossörium. 

-ü'. eü << cauva, kü << cöda. 

«< -atörem: e'öü'^yzl vendangeur, ^5/?^ coupeur, rebürü laboureur, 
rätlü celui qui ratelle, vädü vendeur. Fem. -ür. 

<; -örium: sölü saloir, droiü dressoir = etagere, viirü miroir, 
ebroevü abreuvoir, äbcesü ..entonnoir", et un grand riombre d'autres. 
Cependant u long ne peut etre phonetique; fsü est isole, mais 
represente la forme reguliere. Dans quelques villages voisins j'ai 
d'ailleurs trouve que la desinence -ü est generale, p. ex. a Gilley et 
ä Roche. L'allongement de -u peut etre du aux mots en -atörem 
dont le sens est parfois voisin, ou aux feminins en -ür, v. ci-dessous; 
il peut etre aussi une forme du pluriel. A Bourberain -örium 
donne aussi -?1, sauf dans fsu fossoir et rülii gros rouleau. 

•üy <C -üclu, -ücla: püy pou, vrüy verrou, rfiüy grenouille. — 
ädüy << indüctile. 

Devant consonne finale de mot: 
-ud: büd V. fr. borde (<^ bourde), v. Gloss. patois Siiisse rom. 
art. b war de. 

•fd: 7nfil < *möra. 

-üz <^ -ösa: mätüz etc. — -nj: rüj <C rQbeum. 



H 

-ür <[ -öria: killür passoire, llzür glissoirc, (■bräsür balan- 
9oire etc.; ^ e st ür i cette heure < höra. 

-üs: hrüs brosse, v. Meyer -Lübke, Rom. eiym. Wörter!)., art. 
^bürstia; riis < rössa; — detrics < *districtia {« etrange). 

-üty: büty < buccula. 

-üe: büe <C bücca. 

15. Les voyelles nasales, 
et) ä et a: 
En fin de mot: 
-5 < a (e) -f- nasale + consonne: dyä <C glandem, Jf/iä < 
jumentum; cf. rä < rem. 

-a < -a-önem: /)'ä < v. haut-allem. flado, ea v. fr. chaon 
«< *cadönem. 

Devant consonne finale de mot il n'y a d'important que: 
-an: /an < femina, san -< somnu, äsan <C insiraul. 
-ar: jar < genPrum, tar <C tenerum, sar < cinerem. 

ß) e et e: 
En fin de mot: 
-1" < a (e) + nasale -\- u (e): /oye < ligärnen, re < rämum, 
tev^ < tabänum, pe < pänem, pj^ < plenum, bye < bene. — 
De meme sl Saint, kw? <C cotoneum et < cüneura. 

-e: se <C. sagimen, rve <C re + *vuadlmen(?). 
7Hyf, tye, sye : mien, tien, sien. 
-we: Iwe •< longe. 

Devant une consonne finale de mot: 
-ej < -a + nasale -ca: grej grange, mej manche. 
<-e + ra(b)-t-ya: vädej vendange, frl'j frange. 

-Te <C -anca: ee hanche, by^e blanche. 

-ff^ <C -inea: ven < vinea (emprunte? on attendrait e), 
eärpen <C *carpinea; pen «< pectinem. 

-en: pen •< pessulum, ehi << catena. 

-em: heiem <C baptisma (emprunt?). 

-tr\ mwer < minor, /wer < fingere, pwer < pungere, 
jiver < jüngere, jer < gemere, krer < treraere. 



15 

y) e et e: 
En tin de mot: 

-/ < -Inura: z»/ vin; wz/ voisin; wi// inoulin; räze" raisin. 

<C -ignum: niä/e malin (emprunt). 

«< -ünum: e un, cf. /en <C lüna; e ne vient pas directement 
d' ünum, car dans les autres mots -ünum donne -(^ (v. ci-dessous); 
il a pu etre tir6 du fem. en << üna. 

Apres nasale -i- patois > c: f«/<; *canilium balayure, petite 
poussiere, v, Meyer -Lübke, JRom. eiym. Wörierh. art. *canilia; nlne 
nenni, jie ni (negation), ne nid, fi-ceme fourmi, em? chemin, perme 
permis. 

-e: ve << viginti devant consonne. 

<. -i- patois apres nasale: sene saignee, erenc araignee, pone 
poignee, meme mamie. 

Mots d'emprunt: früskc frusquin, lete latin, llherte libertin, 
gelcepe galopin etc.; tregl tringle. 

Devant consonne finale de syllabe: 

-ely: obnety eau benite, veiy <C viginti a la pause et devant 
voyelle. 

-e'n <C -Ina: vözen voisine, ore'n urine; -Inea: fe'n ligne. 
Apres nasale: nes nice, emt'z chemise, ?;u'z mise. 

ö) -e- 

e se rencontre seulement devant nasale finale de mot: 

-en <; -üna: in une, Im lune. 

■< -Ina: küzen cuisine, epen epine, /eren farine, resen racine. 

Ces resultats de -üna et de -Ina montrent que örc^n brune 
et les mots tels que vözcn (ci-dessus) ne continuent pas phone- 
tiquement -una et -Ina, mais sont des ferainins refaits sur les 
masculins correspondants: ir(S et i, ä une epoque oü ces deux 
voyelles mouillaient la nasale suivante. 

-en << -ana: föten, len laine, gren graine, et dans beaucoup 
de mots empruntes correspondant ä des mots fr. en -aine ou -ane 
ou -eine: frdcden fredaine, kaplten capitaine; dizen tisane, bäzen 
basane; ren reine; ou -enne (-ene): etren 6trennes, äJen alc^ne etc. 

-en <C -er na: /ä/en lanterne, sl/en citerne. 

-em < -ama: ;-m ■< v. haut aUem. rama, < -isma: kre/u 
creme. 



i6 

Mots d'tmprunt: vllyem vingtierac, ßim fleme, her im careme, 
ptdhlem probleme, käiJsem cat6chisme etc. 

fc) (J, o et d. 
Seul o peut termincr un mot: 
J < -o -}- nasale -j- consonne: py3 plomb, jo Jone. 
< -o -|- nasale + " (e): s^ son, rdfjo rognon, büsö buisson 
(d^rive de bosc.-), bo bon. 

Apr^s nasale un o patois devient v: «J •< nödum, jno <i 
< *genuclum. 

-ö: rö <C rotundum, /a <^ longum, /o -< profundum. 

Devant une consonne finale de mot: 
ö/f. <[ -önia: eäroff charogne; kh'm quenouille par metathese. 

MM 5« SO 

-oäy: ody ongle; -oty. oty oncle. 
-6s\ erös < + -rümicem. 
-ob: köb combe. 

Apres une nasale: 7nÖ€ mouche, ?noe meche, earmöj „rhume 
de cerveau" < *caraoria avec metathese de 711 et r (v. IMeyer- 
Lübke, Rom. eiym. Wörterb. art. *camoria); mos mousse. 

b ne se rencontre que devant une consonne finale qui ouvre 
la voyelle, et surtout ä la pause: por pondre. 

? se rencontre seulement devant nasale finale de mot: -ön\ 
böfi bonne et borne, kdti corne et couenne; — ■< -ena: pdn peine, 
evdn avoine; — et dans des mots d'emprunt termines en consonne 
nasale: omön aumone, mon moine, pätngdti perdrigon etc. 

-dm: pdm <C poma, dm -< hominem (sans doute emprunte). 

^) c?, (S et (S. 
Seul ^ peut terminer un mot: 

-d << -ünu: (i un, eek(i chacun, br^ brun, j'd' < jejünum. 
-^ par contraction: rni < nec-ünum „personne". 

Apres nasale: nc^ nu, vn(i venu, vfid- venue, 

Devant une consonne finale de mot: 

-d'H < fr. -une dans des mots empruntes: föria'n fortune, 
kSmii-Ti commune, prii/j prune (le diminutif p7}Il prunelle a conserv6 
«), rakivfj rancune. Lorsque „un" est ä la pause, on dit: a'tj: 1 71 



»7 

ä Vir k an „je n'en veux qu'un" ; c'est qu'ä la pause 71 finale s'est 
conserv^e assez loiigtemps pour etre palatalis^e par c^ precedent. 

^, comme 0, est tres rare et se rencontre seulement ä la pause 
devant une consonne qui ouvrc la voyeile: rd;m rhume. 

(f se rencontre seulement devant nasale finale de inot: 

-den: jcen -< *jovenem, ry&n emprunte de ruine avec m6ta- 

these de « et de /. 

-cem'. <C -üma: py&m plume, ätyöetn enclume, et dans des mots 

d'eraprunt: apöstmm apostume. 

B. Les voyelles pr^toniques. 

Las voyelles pretoniques des mots patois remontent en general 
ä la meme origine que les voyelles toniques. 

a\ fä(/J chardon, pä/f paxtie, avec ä < ar -f- consonne; — ärbil, 
eärei, avec är < er < ir -}- consonne; — äst <C axile, last <C 
laxare; lat. -ax- equivaut au groupe -assy- qui donne -äs- dans 
gras graisse, ^räjf graisser; — eeäyt <^ germ. *skal-jare, comme eäy. 

ä continue ä: äkädre encadrer; säre serrer, eärü charrue, eäte 
chäteau, eäräivt charrette, bäti bätir, hast baisser, bäyi brüller, äiäsi 
entasser, ekärt equarrir (cf. le kär), etc. 

ä se rencontre seulement dans bäle onomatopee; ailleurs il est 
remplace par e. 

ä dans les memes conditions que sous l'accent. 

äw et äwiü sont remplaces le plus souvent par c, mais se 
rencontrent assez souvent dans les memes conditions que sous 
l'accent: änäivwve remplir d'eau (ätvw), eäzvwder (eäivwd), eäwwst 
ieäwws) chausser, etc. 

Meme regle pour äw et äww, qui sont le plus souvent rem- 
places par ae: ätäwwyt enrouiller {räwwy), bäwweäwt [bäwwe), 
defäiviiyt defeuiller, [fäwwy), väünvdyt vider {väwwdy)', däwwzen, 
qui montre que douze se disait autrefois *däwwz < '^dödecem, 
cf. *südica >> säwe', häwwnäw „beignet", diminutif d'un *bäwwn 
V. fr. bugne bigne < *buna (Meyer -Lübke, Rom. etym. Wb. art. 
*buna), cf. *büsca > bawwe. 

En gdneral äiv et äib ne persistent devant le ton que dans 
des mots derives de primitifs Präsentant ces diphtongues; c'est donc 
l'influence de ces derniers qui a conserve ou retabli la diphtongue. 

Beiheft zur Zeitschr. f. rom. Phil. LI. 2 



e. — Les trois sortes principales tlV se rctrouvent devant 
l'accent: c, l, e avec leurs formes nasalisees /, }, e: 

i: ähett {bei), lelü {tci), fetoyt {/et), äpyeroyt empierrer {pyer 
pierre). 

e: äiert {ter terre), äkcsi encaisser {kes). 

A -p- accentud correspond tv\ peve, bev^ baver [b^v bave). 

?: ädet^ endetter {det), eesf chasser {ees), e^An^r {eet chatte). 
Ailleurs ? remplace ä: älesi rnettre en iäs, brtsi bercer (pro), tteei 
attacher [etäe), etc. 

/remplace reguli^rement ä devant y et jj^: ämäne/f eramemger 
{??iäfiä/), ärejY enrager {riij), beyf poüsser des bäy, etc. 

On voit, par ces exemples, que e, e, e sont phonetiques, mais 
que e, e se rcncontrent dans des mots derives ou composes dont 
les primitifs contiennent ces phonemes en syllabe accentuee. 

Les nasales non accentuees suivent les memes regles que les 
nasales accentuees: 

bnelyä b6nitier, daje diner; — äeene enchainer {een), ägreß 
mettre en grej, bylei blanchir (byee), de meme f^yf changer, etc.; — 
ägren^ engrainer {gren); ekreme 6cremer (krem), etc. 

se rencontre par analogie dans des formes influencees par 
Celles oü 6 est place sous l'accent: poei pecher {poe), grosf grossir 
{gros grosse), möle meler {71161). 

devant / et y: noji neiger itioj), ärqyf faire la premi^re ro, 
eapoyt mettre en eapo. 

ö devant les autres consonnes: ä/ö/f rendre fort {_/di forte), 
ekSde accorder, etc.; — de plus il correspond ä aw accentue: byösf 
devenir byäw (biet), brävöte plein une broeväwt, sole saler {säw) ; — 
il continue -e- devant r + palatale: /l'i^ör;'/ heberger, comme vor/vevge. 

o et d comme sous l'accent: äf'ösi enfoncer, ä/rdme enfermer, 
kdne corner, etc.; fdne derive de fornum '^ fu, idnc derive de 
tornum > tu. 

^ est analogique: smY {i s^x), dezdvre {^vr), br«le {bräl). 

ce {& devant j et j)') peut correspondre ä toute voyelle tonique: 
ecevrawt chevrette {eevr); äkrccte {kräivt); änivyf ennuyer {änäw)', 
äkce'ür encolure {käii>)\ äsoelye encercler {säivt)'); gdele {gc^l)', pocdo 
perdait (/>^t/r). Au Ir es exemples: yr^gi'J frisson; bceblt], hoh'vix^', äbäsü 
derive d'*imbütum, y^g;;/« o\x fmä furnier, y^///a ou y'/wJ jument. 

ce, K comme sous l'accent: dej^ne dejeuner {Jd), äpyame em- 
plumer {py&ni), äramc enrhuraer {rccni). 



t9 

u comme sous l*accent: hrüsi brosser {l)rüs), büef boucher, 
düyäw diminutif de douille, etc.; — de plus < -ort-: pille <C. 
portare (porta >• /ö/), ärü/qyf envelopper et lier comme avec 
des rd/ << *retorta; -< -o-: vu/e voler, biiso buisson [bd bois), 
ptizo <^ pötiönem. 

/, ü: comme sous l'accent: ä/iye enfiler (/f, fil), räpiscij rem- 
plissage (<^f emplir) etc.; d//rf dnrer, <5?/2j' buson (duz), jujf iuger etc. 

Dans une syllabe, qui etait pretonique et initiale de mot en 
latin, la voyelle non initiale de mot tombe regulierement, si sa 
chute amene la formation d'un groupe compose de consonne -|- f, 
/, m, 71 QU V, ovi s -\- voyelle. 

consonne -j- r: srt souris, krf querir, sroy soleil; ?ixrt et pärt 
ont conserve la voyelle pretonique, parce que le groupe -tr- de 
nutrire *putr-Ire donne -rr- et non -r-. 

consonne -\- 1: vio vouloir, vläfä volontiers, 7n!e moulin, bld 
belier; ä filer correspond _/''J>'^, qui est forme d'apres i fiy je file; 
on attendrait *fle comme ä Bourberain, cf. flä ä Rougemont. 

consonne + '^'- rnüy grenouille, snaivwv sinapis arvensis, jurtie 
gironnde, kncesü connu, ekttäde canarder, pnä panier, pnä punais. 
Au lieu de sMe on attendrait donc *s7ie, comme ä Bourberain. 

consonne + ;«: elme allumer, fnie fumer, f7)id furnier, J7nä 
jument, t7iie laisser tomber, k7)iä comment, kTJiäwwd commode, bnes 
limace. 

consonne -f- v: eväw cheval, jvt chevir. 

consonne + s: der so h6risson, s cerst se herisser, fsü fossoir, 
nzäy noisette. 



C. Influence des consonues et de l'accent du patois sur 
la qiialit^ et la quantite des voyelles. 

I. Influence des consonnes patoises sur las voyelles. 

a) Une voyelle accentuee en patois est toujours longue et 
le plus souvent ouverte (/, u, ü sont moyens) devaut les consonnes 
finales de mot v, r, l, seules ou precedees de b, d, g: 

sir cire, vivr, bil, sibl cible, grw grive. 

sür sur, jul Jules, küv cuve. — küdr coudre, ül ourlet. 

e OM. c Selon les regles donnees ci-dessus (p. 8 — 9): rcv reve, 
ver verre, ter terre, mais rev rave, s'^v seve etc.; eew- chevre, b{l, 
by^r biere, per pere etc. 

2* 



kqv cave, dyql diable, kqr quart. 

de reste dans des mots anciens oü il conlinue lat. ö: nd;v •< 
nova, mdil < möla, ävr < öpera, kül^vr < *colöbra; ailleurs 
on a ö^: fl&v fleuve, g^l gueule, q^r heure; trc^v trouve, ö^vr ouvre 
ne continuent donc pas dirüctement *tröpat, operit, mais con- 
tiennent le radical tel qu'il se trouve dans les formes oü il n'est 
pas accentue: tncve, &vrt. — brcxl brüle doit -^- ä -üstl-. 

6 reste devant /, lorsqu'il continue -osl'\ pol poele, mol raele, 
ailleurs on a q: hgv boive, dgv doive, pgr poire, i^l toile. 

Le second element des diphtongues devient long: 
eMwwl eco\e, säivivl <C, satülla fatiguee, käünvr < cölurum, 

käwwv couve, bäivwl boule; 

epawwl epaule, sawwv sauve, säwivl sale (verbe). 

Jamals une diphtongue en -y n'est suivie d'une consonne finale 

de inot; la voyelle accentuee- d'une diphtongue en -y est toujours 

ouverte: väy, srby, eäy. 

ß) Une voyelle - accentuee en patois, placee devant les con- 
sonnes sonores finales de mot autres que 7; r, I, est regulierement 
longue; <? et <? sont ouverts; a est ouvert; /, //, ü, as sont feimes; 
les diphtongues ont la sonante longue: /// tige, juj, duz, az use; 
mbd morde, dsrloj horloge, bäg bague, brez braise; räwwb robe, 
käwiüz cause, eväwwdy aveugle, mäwwd mode, säwwg suive. 

Dans des mots d'emprunt on trouve -oz\ roz rose, poz pause. 

En syllabe non accentuee ? et ö tendent ä se fermer devant 
j et jv: geji, jioyl. 

y) Une voyelle accentuee en patois, placee devant une con- 
sonne sourde finale de mot, a regulierement un limbre moyen et 
est breve, sauf lorsque la sourde continue s -\- sourde: 

btk bique, swis Suisse, swlf, püs puce, pei patte, pdei < putida, 
täp, työe cloche, hrUy, süp etc.; — mais: het bete, fit feie, vepr 
vepres, kot cote, pät päte, tat täte, gät gäte etc. De meme en 
syllabe non accentuee: tclu, äpätiiri etc. 

Les diphtongues tendent ä se simplifier en assimilant leurs 
Clements, sauf generalement devant une pause: bäws >> baivs, käivp 
>> köwp, näzvs > rwzvs etc. II n'y a pas de changement sensible 
dans le timbre des diphtongues ä sonante longue: aivivlr autre, 
säwwt saute. 



21 

Devant une pause e et ö sont assez souvent prononces e, o 
devant s et e: säe >> soe s^che, ros ]> ros rosse. 

ö) Une consonne nasale pr^cedente nasalise la voyelle: 
-{-: eme ami, ne nid et ni, nes nice, emez chemise etc. 
-Ü-: nä nu, nä nue, nd << nec-unum personne; md;, mcer 
r6sulte d'une contraction, et IV finale pouvait empecher la nasali- 
sation; mi'iräy „mur" prdsente aussi -ü- devant r; tnuni est Sans 
doute einprunte ; de meme müzäw. 

-0-: 710 <; nos nous, nd << nödum noeud, vide <C müsca 
mouche, moe meche. Cependant moe meche fait difficulte: ce mot 
parait remonter ä müxa, et pourtant il correspond ä fr. meche 
(v. Dict. gener al, art. meche). 

-0- est preserve de la nasalisation par une r suivante: ?;;ö mort, 
modr mordre. -o-, continuation de -ei- ou -au-, n'est pas nasalise: 
mo <! mensem, mdyc moyen, mdyu <^ meliorem, no <:i nigrum, 
iibj neige; moläzi malaise, nosä derive de naws noces. Ce])endant 
pourquoi möjf <i medicare? 

-(£- n'est pas non plus nasalise dans mctzf <i *mücire (-ü- 
non -Ü-), ni dans mäeke, mceto , oü il ne remonte pas ä -ü-. 

£) Le groupe -rn- devient -«-, et cette n nasalise la voyelle 
precedente o et e\ kon corne, siten citerne, läten lanterne. Mais 
circinum donne son cerne, peut-etre parce que son remonte a 
*söyn <[ *soyrn. 

£;) Une voyelle breve est allongee par l'arauissement de s 
finale: do des, dd dos, tro trois, mo mois, ^ö epais, /»o pois, /o fois, 
gro gros, bo bois, pre pres, vi vers, ei chez, esi assez, evd cheveux. 
De meme mÖ€ <C musca ä cöt6 de jfuJe << muxa, häivive < *büsca; 
bit bete. 

L'allongement peut aussi resulter: 

d'une contraction: y;'(Z < *fladonem, ve <^ *vuadlmen, ro 
«< rotundum, se <[ *sagimen, 710: ■< nec-unum, mx << 
matürum, päiviv <C pavörem, sdwzd •< satuUum etc. 

de ce qu'autrefois un e muet suivait r de syllabe Interieure: 
vardt, pyirsi; mais la voyelle reste breve devant une sourde autrefois 
suivie de e: ekatniä. Au feminin, s'il se termine par la meme 
voyelle que le masculin, cette voyelle est toujours longue: bltu 
battu, betii battue. 



22 

2. Influcnce de l'accent sur les voyelles. 

II fallt distinguer l'accent de mot et l'accent de phrasc. 
Aujourd'hui l'accent de mot n'existe plus que lä oü il se confond 
avec l'accent de phrase, mais autrefois il a eu assez de force pour 
donner ä certains mots deux formes: ainsi les pronoms personnels, 
comme en fran(;ais, ont une forme accentu6e et une forme atone; 
de meme aussi quelques mots: „un" se dit ^^ devant une pause: 
j äv&xi} j'en veux un, mais e bd un bon; .,au": d lä au lit, mais 
ly äivw so hier au soir; „pas": t n s'^ pä je ne sais pas, mais 
e « eret p / mdmä il n'arrete pas un moment. 

De meme certains groupes de mots tendent ä devenir des 
composes, ce qui amene parfois une simplification dans la di- 
phtongue du premier element du groupe: jäiv jeu, mais jce d 
gäy; käiv cou, mais km d pye cou-de-pied. 

Dans quelques-uns on peut distinguer trois formes: ä la pause 
täiü tout, päw peu, mäiv mieux, väy vieux ou vieille; accentues ä 
l'interieur d'un groupe phonelique: td', px, m&, vey; non accentues: 
i(£, pcc, m(V, vey. 

L'accent de phrase entraine des variations tres considerables 
dans le vocalisme des mots. Nous venons de voir que c'est ä la 
pause que la syllabe accentuee a son vocalisme le plus caracte- 
ristique. Sauf dans les cas mentionnes plus haut, la forme accentuee 
ä l'interieur d'un groupe phonetique est identique ä celle de la 
pause. Une syllabe qui n'est ni accentude ni suivie d'une pause, 
est regulierement breve, lors meme qu'elle serait longue de nature, 
et eile devient d'autant plus breve qu'il y a dans le groupe phone- 
tique plus de syllabes atones devant la syllabe accentuee; seules 
les voyelles nasales resistent un peu mieux et deviennent en general 
plutot moyennes. Par suite de l'abregement en cette position 
atone, les voyelles ouvertes tendent ä se fermer, les diphtongues 
a se simplifier: 

flv, mais da fev tro soe des feves trop seches. 

pez, mais h'l pez tro just tu peses trop juste. 

pdr, mais por hyäivs poire blette. 

loy, mais e löy t& sö^l il lie tout seul. 

är, mais en der e dmt une heure et demie. 

mäiv, mais e mcc d hö ve un muid de bon vin. 

in dätdwzen, mais tro dcezen d x trois douzaines d'ceufs. 

se gräy, mais se grey by} fo (^a sonne bien fort. 

präwp, mais prdp e rä propre ä rien. 



2^ 

Les diphtongiies a sonantc longue abregent souvent celle-ci: 
eäiüivd, mais pä eäwi da tu pas chaude du tout. 

La simplification des diphtongues non accentuees donne bien 
des nuances differentes: käivp peut devenir käwp, kdwp, kop etc.; 
byäivk > hyäwk >> bydek. 

L'accent de phrase reduit un groupe de mots a une unite 
phon^tique oü il n'y a qu'un accent important. Mais la formation 
de ces groupes phoneüques est chose eminemment individuelle: 
tantöt la phrase est decoup6e en petits tron^ons pourvus d'accent 
et alors las forraes pleines et non abregees abondent, tantöt on 
reunit une longue suite de syllabes sous un meme accent, et les 
faits d'abregement se multiplient. La tendance vers ces deux 
types extremes depend surtout du temperament de la personne 
qui parle et de l'interet qu'elle porte au sujet traite. 

Rem. En general l'accent de phrase n'allonge pas une br^ve, 
sauf une nasale penulticme d'un groupe phonetique: grä, mais 
e grat om un grand homme, e gra bcene un grand benet. 



Deuxieme Partie. 



Les Consounes. 

Les consonncs ont eu generalement la meme histoire en patois 
qu'en fran<;ais: les correspondances entre les consonnes du patois 
actuel et les phonemcs dont elles deiivent, sont presque toujours 
les meraes qua celles des consonnes francaises. C'est pourqiioi on 
n'etudiera guere ici que les cas oü le patois a une histoire speciale. 
Dans cette elude nous ne prendrons pas comme point de depart 
los phonemes du patois: cet ordre n'est pas ici necessaire pour 
ceux qui veulent utiliser le glossaire, car il est generalement facile 
de remonter a l'origine'd'une consonne patoise. Mais nous suivrons 
Tordre inverse, qui se prete mieux ä l'expose des lois auxquelles 
obeit le consonantisme. 

Particularites concernant une consonne isolee. 

Le w- gerraanique donne non gii-, mais v-: In vcru loup-garou; 
jir rvarpt „se rejeter vivement en arricre pour se defendre" < re 
+ werp-, cf. le fr. deguerpir et l'aUemand moderne werfen 
..jeter''. 

De meme, en regard de gu- en fran(;ais, le patois a v- dans 
les mots suivants: vepr guepe, rve regain. 

k- devient g- dans quelques mots d'eraprunt: gäy quille < 
franc kegil; gärne <i carnier, garläw < carrelet. 

e devient j-\ jüm ecume <! v. haut allem, scüm. 

k, g, d, i, n, l patois sont palatalises: 

a) devant j^, w -\- voyelle: etye inquiet, elywel ecueile, iy ä k . . . 
qui est-ce qui . . .? iywe tuer, ^/^«z?'^ eternuer; tyeso (pinson) con- 
tinue *keso <C *kinson. 

b) apres /, //: vrltye verite, mrltye meriter, vlty vite, piiyäw 
putois, iityt outil, hulye butin. — De meme apres /, ä, formes 



25 

nasales de /, ü: an un, kdtnmj commune, förfän fortune, küzen 
Cousine, Ixdyt lundi (cf. mädi mardi), eänity <C cantolimite 
Champlitte. 

c) apr^s ä: mädyt midi, krädyi credit. 

d) apres une palatale latine, qui a ete reduite: lilly < lucta, 
frddy <C frig(i)da, dröiy <^ directa, väwiüdy <^ vocita. 

e) frangais -//- devant voyelle devient y. süye soulier, koye 
Collier, eskäye escalier, plye pilier, mlyär milliard. 

f) fran^ais / devient j apres /: dlfisiy difficile, trakty tranquille, 
trakiymä tranquillement. 

Rem. -y- disparait dans le groupe: consonne •\- y ■\- i, ü: äpi 
emplir, trub'i troubler (cf. trfiby), klve cliver, pu plus. 

Premiere Section. 

Dominance et resistance dans les consonnes patoises. 

Dans notre 6tude sur la Dominance et la resistance dans la 
phonäique latine nous avons examine la nature et les effets de la 
valeur des consonnes latines, Nous allons faire ici une 6tude 
parallele dans le domaine du consonantisme patois. Cette recherche 
donnera quelque nouveaute ä notre expose, et servira de controle 
aux r^sultats obtenus dans le domaine de la phonetique latine. 

Les consonnes d'un mot n'ont pas la meme valeur. Celles 
qui coramencent une syllahe, soit ä l'initiale de mot, soit ä l'interieur 
apres une ou plusieurs consonnes, dominent l'evolution des autres 
consonnes: sous l'influence de la consonne dominante les autres 
s'assimilent ä Celle -ci ou s'en eloignent par dissimilation ou sont 
eliminees. Par exemple, dans un groupe de deux consonnes telles 
qua -bs- dans *scrib-si, le -b- ne sonorise pas -s-, mais au con- 
traire 11 s'assourdit par influenae de -s- sourde suivante, qui est 
initiale de syllabe et en position dominante. Cette influence peut 
meme aboutir ä changer l'arliculalion de -b- (ou -p-) de scripsi, qui 
est devenu en eftet *scrissi en roman. De meme encore sous 
l'influence de l'initiale de syllabe, *ag-tos est devenu d'abord 
actus (et non *agdus), puis l'ital. atto. Plus tard nous verrons 
que la dominance joue egalement un rule essentiel dans les faits 
de dissimilation et de metathese: c'est en fonction des phoncmes 
dominants que les autres phonemes se dissimilent ou changent 
de place. 



26 

La rcsistauce des consonnes oii leur noii-r^sislance n'est 
qu'un autre aspect de leur valeur. Naturellemcnt les consonnes 
qui sont en posilion .dominante rt^sistent le raieux d tonte influence 
et ä tout changeraent: par exemple le / des mots iu, porte. Les 
autres consonnes, etant en position moins forte, se laissent plus ou 
moins delerminer dans leur cvolulion par les phon^mes plac6s en 
position plus forte. 

La r6sistance et la dominance d'une consonne dependent 
essentiellement de la place que cette consonne occupe dans la 
syllabe, et par suite la theorie de ces fails suppose une theorie de 
la coupc syllabique. Comme nous avons etudie la coupe syllabique 
dans notro Dominance et rtsistance dans la phonetiqiie laiine, on nous 
perinettra de renvoyer k cet ouvrage. 

Dans l'clude qui suit nous essayons de preciser les diverses 
valeurs des consonnes patoises d'apres leur position dans la syllabe, 
et nous recherchons quelles equivalences on peut etablir entre cer- 
taiues positions en apparence diverses. Comme la loi de dominance 
regne dans tout le Systeme phonetique, nous aurons ä passer en 
revue a peu pres toute l'evolution des consonnes en patois. 

Les dquivalences et les differences de valeur dans les 
consonnes. 

En patois, comme en fran^ais et en latin, les consonnes qui 
commencent la' premiere syllabe d'un mot sont traitees de meme 
que les consonnes qui commencent une syllabe Interieure, quand 
celles-ci sont precedees d'une consonne: p- = -rp-: porte, 
serpent. — Les consonnes finales de mot sont traitees comme 
les consonnes finales de syllabe interieure, quand celles-ci sont 
suivies d'une occlusive: / dans beau beaute. 

S'il y a ainsi equivalence a) entre la position d'une consonne 
qui coramence la premiere syllabe d'un mot et Celle d'une consonne 
initiale de syllabe interieure et precedee de consonne, — et ß) entre 
la position en fin de mot et la position en fin de syllabe interieure 
devant occlusive, il en resulte que tout changement qui aftecte l'une 
de ces positions equivalentes doit se repeter dans les memes con- 
ditions dans l'autre position. 

Nous allons verifier ces regles d'equivalence en examinant 

1. la position ä l'initiale de syllabe, 

2. la position a la finale de syllabe. 



27 

Cet exaraen montrera aussi que la force de resistance d'une con- 
sonne depend de sa position, et que cette dependance peut etre 
ramen^e ä des formales generales. Ainsi l'on verra ä quelles con- 
ditions il y a equivalence ou difference de valeur entre las diverses 
consonnes, et quelles sont les consonnes qui, de par leur posilion, 
commandent l'evolution des autres. 

Chapitre I. Consounes initiales de syllal)e. 

On admet generalement, pour le fran^ais et ses dialectes, 
l'equivalence entre la position d'une consonne qui commence la 
premiere syllabe d'un mot et celle d'une consonne qui apres con- 
sonne commence une autre syllabe: dans porte et serpent le p 
initial de syllabe persiste egalement. C'est pourquoi nous exami- 
nerons seulemeut les cas qui presentent quelque difficulte, et les 
groupes dont le resultat en patois differe du francais. 

I. -rv-, -Iv-. 

V initial de syllabe persiste: ve vin, eawwve chauveau. 

En syllabe interieure -v- change son articulation sous l'in- 
fluence d'une r precedente: kqrb courbe. 

En francais le groupe -Ivr- donne -Idr-: pulverem > 
*polvre > *poldre > poudre. En patois on ne peut comparer 
que südr, qui s'emploie seulement dans la locution: i n i pce pu südr 
,,je ne peux plus y suffire" ; südr continue sans doute solvere 
devenu *solvre > *solre > *soldre; cependant comme molere 
donne mawwr, *colürum käwwr, il faut peut-etre admettre que 
*solre, ne donnant pas *säwwr, est plus recent que *molre, 
*colru. 

Le groupe vr ne se pr6sentant pas ä l'initiale de mot, une 
comparaison entre les deux positions est ici impossible. 

2. mn. 

En franc^ais -mn- donne -m- aussi bien apres voyelle qu'apres 
consonne. Cela signifie sans doute que meme apres voyelle la 
syllabe commenrait avec -mn-; on pronon(;ait donc probablement 
-m-mn-; d'oü assimilation de -n- ä -m- qui est en position forte: 
femina >» femme, terminum > terme. 

En patois apres consonne la syllabe commence aussi par -mn-, 
d'oü -m-: terminum > iänn, carpinum > *carpnu > *carmnu 
>> eärm, germinem 'P' järm. 



28 

Apres voyelle on a prononc^ -m-n- (on verra plus loin les 
syllabations -n-r-, -n-1-, -m-r-, -m-1-), et -;/- est restee, parce 
qu'elle ctait initiale de syllabe: femina '^ fän, somnum > sän, 
daranare >• dane, intaminarc >» ätätie. Des mots tels que dömaj^ 
Idm larae, stnc semer, Öm horamc sont donc empruntes. A Grand'Corabe 
(Doubs), p. ex., on dit on < hominem. 

Tandis que -rpn- donne -rm-, galbinum > *galbnu est 
continue par jaune jäivwn. II est possiblc que, dans cc mot, -b- 
ait ete prononce comme -v-. 

3. Les gutturales mouillees devant r ou 1 ou n. 

Lorsque dans un mot tel que torcere -c- etait devant e ou i, 
le -c- se mouillait; apres la syncope de la breve suivarite, il se 
trouvait plac6 devant une sonante consonne, ici -r-, dans d'autres 
mots -n- ou -1-. Dans ces cas la syllabe commen^ait apres consonne 
par une gutturale mouillee + n, -r, 1. Ce type d'initiale syllabique 
se trouvait seulement ä Tinterieur du mot. Par consequent une 
comparaison entre les deux positions est encore ici impossible. 
On peut dire seulement que l'absence de ce groupe ä l'initiale 
etait peu favorable ä son maintien a Uinterieur. 

a. Apres -r- la gutturale mouillee devient dentale mouillee, 
puls dentale dure, en patois comme en francais: torcere > todr 
tordre; circinum>- cerne et en patois son, qui continue sans 
doute *seirne avec ei (cf. v. fr. fuildre «< fulgur) <; *seirsne. 

Apres -1- je n'en vois pas d'exemple en patois. 

b) Apres -n-: extinguere eteindre e/er, tinger e teindre ier, 
plangere plaindre pyer, pungere poindre /tOt'r, jüngere joindre 
ßver. Les form es fran(;aises exigent -ng're >> -nd're > -ndre. 
Le patois a eu aussi -nd'r-, car le participe parfait des verbes 
precedents, la oü il existe, est en -dyü: pw'edyü, jwedyü, tedyu; 
seul efer fait ete, qui peut etre analogique ou emprunte. Ces faits 
confirment ce que dit Meyer- Lübke, Hist. Gram. frz. Spr. p. 141: 
„Dagegen zeigen die Wörter vam Typus ng' auch hier (c-ä-d. 
dans l'Est) die «^/-Formen". En patois l'infinitif en -nd're a pu 
devenir -nre par assimilation de d' ä 71 ou a r; sans doute en 
patois actuel une dentale mouillee recente reste devant r sans 
changer: potyraw poitrail, väwwdyro viderait; mais ces groupes 
recents ne prouvent rien pour des groupes anciens, et dans aucun 



29 

cas la dentale n'y est precedee de consonne, ce qui constitue une 
difference essentielle. 

4. nd-r. 

Dans ce groupe -d- est dur et se maintient regulierement, comme 
etant en position forte: tondere >> tödr, fundere "^ fbdr, respon- 
dere >> repödr, findere ^ fädr, tendere >> tadr. 

Seul prendere fait/>/ar,i qui peut etre forme d'apres l'indicatif 
pr^s. t prä, tu prä etc. 

Meme maintien au commencement d'un mot: directum > dro. 

5. j latin initial de syllabe. 
Au commencement d'un mot j- latin devienty':/^« «< *jovenem. 
A l'interieur d'un mot il n'y a Jamals lien de comparable, car apres 
consonne un -j- latin ne coramence jamais la syllabe, mais il se 
fond plus ou moins avec la consonne precedente qui est la v6ri- 
table initiale de syllabe. 

6. Occlusive latine -{- 1. 

A l'initiale merae resultat qu'a l'interieur apres consonne. 

tl, cl > iy. iyäw clou, öly oncle. Mais apres voyelle: sby seille, 
väy <C vetlum vieux. Rlots d'emprunt: dyäwivd Claude, tväiini'dy 
aveugle, edyä eglantier, sbl seigle. 

dl, gl >» dy\ dyes glace, dyä gland, sedye sanglier, ody ongle. 
Apres voyelle: eträy < *strlgla etrille. 

Las groupes r^cents -«//-, -ndl- donnent au contraire «: braue 
branler, fä«?/ chanlatte, eänely < cantolimite Champlitte. x\ cette 
epoque il n'y avait plus d'initiale de mot //, dl. 

pl, bl, fl > py, ly, fy\ pyäwwj pluie, by& bleu, fyix fleur, afye 
enfler, äpi <[ *äpyt emplir, trtlbf troubler. Apres voyelle: täwwl 
<C tabula töle. 

Dans les mots empruntes les groupes pl, bl, fl sont modifies 
en py, by, fy ou />, h, f en fin de mot, mais conserves gen^rale- 
ment a l'initiale: table > iah ou iäby , mais plede plaider, blese 
blesser. Ce qui montre encore que ces deux positions ne s'equi- 



^ M. Philipon, Rotnania, 19 IG, dans un article sur les parier s du duche 
de Bourgogne , mentionne prunre (p. 530), qui est frequent dans les parlers 
büurguignons, et l'expüque par l'assimilalion: 7td^nn, dont il trouve des 
exemples dans Bourgoinne <^ ndi'a et venoinge <^ vvidemia. 



so 

valciit pas. Dans des einpmnls receiits i!s soiit oii peuvent ctre 
conserves en fin de mot: pa/^/ peuple. 

7. Le groupe sc. 

A rinterieur on a -sei- seulement dans misculat > mo/, cf. 
V. fr. m es 1er. On explique, v, Meyer-Lübke, ffis/. Gramm, fr. Spr. 
p. 135, V. fr. meslcr par *mescler, oü -c- s'assimile a la chuintante 
prdcedente. La forme patoise mol peut s'expliquer de meine, mais 
il faut encore admettre que la chuintante palatalise la voyelle pre- 
cedente: misclat > *mesclet >► *meisle > *moile. Or, meme 
devant a, -sc- parait avoir cet effet: poei <^ *piscäri pecher. 

Le franrais prcscnte cette palatalisation de la voyelle seule- 
ment en syllabe finale apres la chutc de -o, -u: luscura >> lois, 
friskum > freis etc. En patois je n'en ai remarque qu'un cas: 
Franciscum > fraso dans le nom de {^vaA\Q fr-aso grä Franc^ois 
Grand. Le groupe -ss donne -is: spissum > espeis > epo, cf. pro 
<C prest-. 

Quelle que soit rc-xplication de cette palatalisation en syllabe 
finale, on comprend qu'elle puisse avoir lieu en franv'ais en cette 
Position, quoi qu'elle n'existe pas ä l'int^rieur d'un mot, car il n'y 
a pas (^quivalence entre -sc et -sc- intervocalique. 



Chapitre 11. Consonnes finales de syllabe. 

La consonne finale de syllabe peut etre preced^e 
de voyelle ou de consonne. 

I. La consonne finale de syllabe est precedee de voyelle. 

Elle finit ou !e mot ou une syllabe interieure suivie de con- 
sonne initiale de syllabe: cor et cordis. 11 est legitime de com- 
parer ces deux positions: un mot frau(;ais commence toujours par 
une voyelle ou une consonne initiale de syllabe. Quand le mot 
commence par une voyelle, on a la formule consonne + voyelle, 
soit: cor -j- a-: en ce cas il peut y avoir liaison, et la liaison est 
un traitement special de la con&onne finale de mot. Mais quand 
le mot commence par une consonne initiale de syllabe, soit cor 
-f ca-, on a la formule: consonne finale de syllabe + consonne 
initiale de syllabe, comme ä l'interieur d'un mot, et le traitement 
de la consonne finale de syllabe est le raeme a la fin qu'a l'in- 
terieur d'un mot. 



II s'agit de verifier cette equivalence en passant en revue les 
consonnes qui peuvent etre finales de syllabe. 

I. r finale de syllabe. 

r disparait toujours en fin de syllabe: 

a) a la fin du mot: evo avoir, eme aimer, pü/e porler, düed 
boucher, v/äfä, vädejü vendangeur, mala malheur, ftni finir, päteji 
partager, fsu fossoir. 

b) en fin de syllabe interieure suivie de consonne dentale 
(ou l) ■{- e muet ou voyelle: küt <C Cucurbita, ödJ desordre, salete 
(cf. V, fr. ord : sale), kön corne, püie porter, pol porte, mUdi/ mordu, 
fnäJu merdeux, käi carte a jouer, /os force, päskce parce que, gäso 
garcon, gäsäzvt feminin de gar^on, gramäsi grand merci, viädi 
mardi, mose morceau, 7nösle morceler, Jäst gercer ä cote de järmo 
germe ou aiguillon d'abeille, rüsoyi retercoyer, süst sourcil, pale 
parier. 

Les exemples dans lesquels -r- tombe devant s montrent que 
j'ai eu tort d'affirmer {Revue de philol. frang. el de Uli. 1 909 p. 2CO) 
que -r- ne tombe pas devant s\ les exemples qui m'avaient conduit 
ä cette affirmation sont denues de valeur: course et bourse 
peuvent etre des emprunts, värs ,.Vars'' designe un village et a pu 
etre influence ou emprunte. 

Devant labiale ou gutturale -r- reste, sans deute parce que la 
region d'articulation de ces consonnes etait plus eloignee de celle 
de l'arliculation de r: särp serpe, sarpä serpent, k^rb courbe, sorfäib 
cerfeuil, särmä sarment, varmcesl'e pique des vers, lärm lärme, jürm 
germe, donne donnir, särvt servir, särvel cervelle, erb herbe, särkäwwy 
cercueil, gärgeyäw gorge, gärgcele gargoter, murgdne grogner, särgäiu 
cahot, eärjt charger, larjäivl laitron des champs, vqrj verge, vorjü 
raisin qui n'a pu mürir, rvüteiw. fr. reverchier, löret ioxcher, fbre 
fourche. 

Si le traitement d'une consonne finale de syllabe est le meme 
a la fin d'un mot qu'ä l'interieur, il resulte des exemples precedents 
qu'en fin de uiot -r a disparu d'abord devant dentale, puis, que la 
foiTue sans -r a ete transportee par analogie devant toute autre 
consonne et aussi devant voyelle: un mot qui commen(;ait par une 
dentale ne permettait pas le maintien de -r; un mot qui au con- 
traire commen9ait par un autre phonerae s'accommodait de la forme 
sans -r aussi bien que de l'autre; il est donc naturel que la forme 



32 

Sans -r se soit gencralis^e. Selon M. Philipon, Romania, IQIO, 
P- 530, c'est vers le milieu du XIV<^ sifecle que r finale a cess6 
d'etre iDrononcee dans les parlers bourguignons. 

Restent quelques exceptions a expliquer. 
a) A l'int^rieur d'un mot -r- se trouve devant dentale: 
«) par suite d'une metathese plus recente que la loi de la 
chute de r: toertäw v. fr. tretous, bicrtp bretelles, pderii petrir, 
hoerzi dans I'expression „sec comrae bresil", hccrzeyi reduire en 
miettes, yc?r/ö7f; v. fr. freteur. 

/3) dans d'autres exemples -r- se trouve devant dentale par suite 
de la perte recente d'une syllabe mediane: s cersi se herisser, derso 
herisson, vardi vendredi, pyersi persil v. fr. perresil, soe rsäfie se 
ressembler et en general les coraposes de re -f- dentale: (dc)rtycele 
reclouer, ((je)rdrdsi redresser, etc.,. oü (?- initial tombe, si le mot 
pr6cedent finit par une voyelle; — jür7te = gironee en v. fr. 

y) Dans d'autres exemples Texception s'expliquepar un emprunt: 
fortan fortune, färs farce, bü?-s bourse, kürs course, etc., gärdye ä 
cote de gade garder, 'gärm garnir, kätorz quatorze. — Quelquefois 
la forme sans r existe encore, quoique vieillie, ä c6t6 de la forme 
emprunt^e au franc^ais: on dit presque toujours partie comme en 
franc^ais, mais parfois ä päii a cote d'en partie, cf pä/ejf parta.gei. 

II est de meme facile d'expliquer les cas ou -r persiste en fin 
de mot: 

a) r termine le mot par suite de la disparition d'un e muet 
final: comme pfr fner pere mere, on dit aussi: /ä köpär, surnom 
des gens de Champlitte, qui me semble signifier „les comperes". 

^) Mots d'emprunt: ämer etc. 

y) Les deux mots: fäwweer faucheur, dereer herseur sont les 
seuls qui presentent le suffixe -er; il continue -ator > *-edre. 

Dans quelques mots on emploie les deux formes avec et sans 
-r: äko ou äkör encore {äko surtout devant consonne, mais non 
exclusivement); mäl& et malij^r malheur; on dit presque toujours 
bdnöir comrae en frangais. — Dans les doublets vialix et 7nälivr, la 
forme ä -r est sans doute due ä l'influence du francais. Quant ä 
äko „encore", peut-etre ce mot etait-il employe parfois sans accent, 
d'oü la possibilite de la chute prematuree de 1' e muet, cf. en v. fr. 
or ä cote d'ore. Avec äko s'accordent vo voire (< vEra), ärye 



33 

arriere, derf derriere, cf. onc et oncques en v. fr. L'explication 
doit etre la meme que pour äkö(r). 

En fraiKjais les monosyllabes gardent generalement -r; en patois 
ils sont traites comme les autres mots: pä part, päww peur, fu 
four, k^ cuir, rnx meurs, ko corps, sd' soeur, yl' fer (vasäs ferbyä 
ferblanc, emprunte), mx mür, iye clair, sii sur (preposition), (/// dur. 

Mots d'emprunt: kor cor de chasse, cor aux pieds, corps 
humain; sür sür (adj.), ka'r ccßur a cote de ek^: qui ecoenre: ici 
l'emprunt est d'autant plus natural que M signifie cuir. 

Note. En fran^ais la regle d'equivalence parait ici en defaut. 
11 faut Sans doute mettre ä part les monosyllabes, parce qu'ils ont 
une prononciation speciale. Mais il reste le contraste entre aimer, 
Oll -r tombe, et perdre, perte etc., oü -r- persiste devant consonne. 
Cette exception n'est qu'apparente: en franc^ais -r tombe dans le 
groupe -er seulement quand -e- a le timbre ferme: dans araer -r 
reste apres -e- onvert. Or en syllabe interieure -er- devant con- 
sonne est toujours prononce avec -e- ouvert. Donc il est naturel 
que le groupe -er- ne soit pas traite comme -er; ces deux groupes 
ne sont identiques que dans l'ecriture. 

2. 1 finale de syllabe. 
Elle disparait ou produit une diphtongue selon la voyelle qui 
precede, Elle disparait en fin de mot: 

a) apres i: iltyt outil, süst söurcil, äst essieu, evrt avril, grdezi 
gresil, ff fil. 

b) apres ü: ku cul. 

c) apres (': ke quel, /e tel, /m;/ Noel (deja chez Rustebuef «öt^'), 
mye miel, f?/>/chapeau, ««^r/ nouveau, %i? agneau, /^wr/ tombereau, 
pe peau etc. 

d) apres d: po poil. 

e) apres o: jno genou -< genouil. 

f) apres a: fey& filleul, lesx linceul. 

Ailleurs -1 forme diphtongue: 

a) apres a\ mäiu mal, säiv sei, däwiv *ditälem, tjäiv 
nidälem. 

b) apres ä\ law lolium, ?)iäü' melius, mäw mou, käw cou, 
sdrfäw cerfeuil. 

En somme / tombe seulement apres les voyelles fermees. Les 
monosyllabes n'ont pas de traitenient special. 

Beiheft zur Zeitschr. f. rom. Phil. LI. -i 



34 

En syllabe interieure les faits sont les meraes: 

a) mäiiiwr moudrc < möl(e)re; säwwle sauter; käwwr uoe 
coudre. 

b) fisel ficelle, püs puce, kek quelque. 

bgl hol, s^\ sol sont empruntes. Dans fnllüiv follet, polte 
pelletee, le groupe -//- resultc d'une syncope recente. 

En fin de syllabe / palatale franraise devient y. fäy fille, 
teyrc tillera. 

3. Nasales finales de syllabe. 

L'6quivalence entre les deux positions est Evidente: eat chante, 
äfä enfant. De meme dans pe pain la nasale se reduit d la nasali- 
sation du son vocal precedent; la voyelle y est autrement traitee 
parce que la syllabe nasalisee s'est ferraee en ce cas plus tard que 
dans un mot du type: eat. 

Au fran^ais rien correspond en patois ;'(7, qui suppose un 
-e- entravd dans lat, rem. 

4. Les constrictives finales de syllabe. 

Elles tombent, meme dans les monosyllabes, sauf en cas de 
liaison, p. ex. rvyez-i. 

a) pä pas (n^g.), fä fais, bo bois (imperatif), pü plus, tye clef, 
so soif, ha boeuf et boeufs, & oeuf et oeufs, jt gypse v. fr. gif. 

j3) pät päte, pret pretre etc. ; jcen jeune, v. fr. j u e f n e. 

En fran^ais s est en train de disparaitre dans les deux posi- 
tions en meme temps depuis le X11I= siecle, v. IMeyer-Lübke, Hist. 
Gramm, frz. Spr. §§ 200 et 220. 

Empruntes: äs as (carte), vis vis, eef chef etc. 

4. Occlusives finales de syllabe. 

Elles tombent generalement, corame en francais. 

La palatale, qui devient y en franc^ais, tombe en patois: fä 
tu fais et fait (participe), mä mait, rö'roi, r/ro droit etc. — La 
palatale etait d'abord devenue y en patois aussi, raais oy devient 
6 ä Pierrecourt. 

En fran9ais les monosyllabes conservent souvent la consonne 
finale, en patois jamais: law bouc, säw sec, käw coq etc. — Les 
mots qui en patois presentent celte consonne finale sont empruntes: 
hek, sah, tdktok „toque". 



55 

il. La consonne finale de syllabe est precedee de consonne. 

Ce cas peut sc presenter en syllabe finale et interieure. 
M. Meyer-Lübke, Historische Grammatik der franz. Spr. § 179, con- 
sidere ä part la syllabe interieure, et donne las regles suivantes: 

a) Dans un groupe de trois consonnes ,.la consonne initiale 
de syllabe, etant en position forte, ne change pas, et la consonne 
qui la precede, si eile est une ancienne ccclusive, est traitee comme 
dans un groupe de deux consonnes." Cetle formule ne fait pas 
entrevoir ce qu'ont de commun le traitement d'une occlusive en ce 
cas et celui des autres consonnes. Elle rapproche le traitement 
d'une finale de syllabe dans un groupe de trois consonnes avec 
celui qu'elle aurait dans un groupe de deux consonnes. Or, il y 
a une difference essentielle entre les deux positions: dans factum 
-c- est en position moins faible que dans *arc-balista; dans le 
premier cas le -c- donne ;■, dans le second il disparait sans laisser 
de traces: fait, mais arbaleste. De meme le -c- de factum 
equivaut en syllabe finale de mot ä un -c prec6de de voyelle, non 
a un -c prec6de de consonne: lai < lacum, mais por(c) < 
porcum. Souvent le resultat des deux positions considerees par 
M. Meyer-Lübke est le meme, mais c'est un effet du hasard, ou 
plutöt de l'analogie, non de l'equivalence des positions. 

/3) Pour les autres consonnes, iNI. INIeyer-Lübke donne d'autres 
formules: ce sont des faits bien constates, mais les formules n'in- 
diquent pas le lien qui fait l'unite de ces faits varies. EUes 
induisent ä penser que la resistance d'une consonne depend surtout 
de sa nature, tandis qu'elle depend en realite surtout de sa position 
a la fin de la syllabe ou avant cette fin. 

Ainsi pour prouver que -r- est plus resistante que -m-, 1\I. Meyer- 
Lübke cite dortoir < dormitorium, ferte < firmitatem. Mais 
ces exemples ne prouvent rien: -m- tombe non parce que plus faible, 
mais comme finale de syllabe. Pour comparer la force de -r- a 
Celle des autres consonnes, il faudrait en observer le traitement 
dans des conditions semblables et en particulier dans la meme 
position. Dans dormitoriu -m- peut etre comparee ä -r- seule- 
ment lä oü -r- est finale de syllabe et precedee de consonne. Or 
ce cas ne se realise jamais en v. francais: latrocinium par exemple 
ne donne pas *ladrcin mais larrecin, et de meme une fin de 
mot n'est jamais constituee par consonne + r, mais un e muet 
appuie regulierement -r- de syllabe finale. En fran<;ais populaire 

3* 



36 

actuel on dil quelquefois vot garron: daiis ce cas -r- a dispaiu 
de votre, parce que, si I'on ne prononce pas 1'? muet final, -r- 
s'y trouve en finale- de syllabe devant consonne et apres consonne. 
II est donc en ce cas Iraite comrae -m- de dormitoriu, parce qu'il 
est dans la mime position: c'est la position d'une consonne, non 
sa nature, qui determine d'abord sa valeur. 

Cette position apres consonne et en fin de syllabe est, sauf 
pour s, la plus faible de toutes. Toute consonne en cette position 
tombe, sauf s. 

1. Labiales: iä tempus, ko corpus, käw coup, eä champ, 
vt vermem a cöte de vannScslc. 

ere herpecem, küt Cucurbita, detr derbita, hörja berbi- 
carium dans köb ö hdrjä combe au berger, lieu-dit. 

2. Dentales: iä tantum, pä part, lä lard, pyä placet, tu 
tornum, y>1 furnum. 

pereä perchoir, lesev. fr. laicel •< *lacticellum, mäef masti- 
cäre; vejt vindicäre. 

3. Gutturales: Iwe longe, sä sanguem, hä banc, eaw chaux, 
/ätv falcem. 

sätyäw < sarct- sarcloin 

Rem. mark matou et ärk sont erapruntes, porcum est devenu 
po dans le voisinage, mais- est ä Pierrecourt remplace par gürt. 

En patoisj comme en frani^ais, le resultat est donc d'eliminer 
toute consonne qui finit une syllabe apres consonne. Ce resultat 
est atteint meme dans les monosyllabes, qui quelquefois conservent 
la consonne finale en francais. 

Tandis qu'en francais litt^raire la liaison fait encore souvent 
sonner la consonne finale, en patois la liaison a rarement cet effet 
(v. vaon ?iri\c\Q Rev. phil. fr. 1908, p. 104 — 105); la consonne finale 
se fait toujours entendre dans l'adjectif prepose: e ptet dm, lä pcet 
äfä: les vilains raiochies (sans s du pluriel!) 

III. La consonne prefinale de syllabe. 

Apres la chute de la consonne qui finit une syllabe apres 
consonne, et dont la position est la plus faible, la prefinale devient 
finale de syllabe, et forme avec l'initiale consonantique suivante 
un groupe nouveau trait6 comme les groupes anciens analogues 
de deux syllabes: conter comme sante, part conserve -r- comme 
partir etc. 



37 

En paLois ä Tinterieur d'un mot une consonne prefinale de 
syllabe tombe, sauf -r- devant labiale ou gutturale: pa-e pertica, 
horjä berger. 

En fin de mot eile tombe sans exceplion: pä part, lä lard etc. 

Avant de disparaitre, une nasale nasalise la voyelle precedente. 
Mais comme e muet ne peut guere etre nasalise, la nasale tombe 
dans -ent sans laisser de traces: chantent = eätce(t) = patois 
eat sans e muet, mais avec / long devant voyelle: chantent-ils bien 
= eail e byl. 

Ainsi en patois le resultat a ete en general, sauf exception 
pour r interieure, d'elimiuer toute consonne finale de syllabe, sauf 
les cas, assez rares, de liaison. 

Chapitre III. e muet. 

Tandis que les changements exposes jusqu'ici ont eu pour 
resultat d'eliminer toute consonne finale de syllabe dans !e patois 
d'autrefois, la chute de e muet a eu pour resultat de produire 
beaucoup de syllabes fermees c.-ä-d. terminees par une consonne. 

L' e muet disparait dans les memes conditions en fin de mot 
qu'ä l'interieur. Ici encore se v6rifie l'^quivalence des deux positions. 
En fin de mot, si le debit est tres lent et produit des pauses ex- 
ceptionnelles, e muet devient parfois perceptible lä oü d'habitude 
il disparait; le meme resultat peut d'ailleurs se produire, quoique 
plus rarement, k l'interieur du mot. 

Si l'amuissement d'e muet fait qu'une syllabe se termine par 
une consonne unique, Ve muet disparait gdneralement, quelle que 
soit cette consonne: 

1. r: loe rgre, pyersf, rtodr, rsäne, rhoesf, rbräte, reäwzvsf, 
rßiie, hürlä bourrelier. 

e n sär pä il ne serre pas, e n sär gär, prar fäüi prendre feu, 
kür ee . . . courir chez . . . etc. 

2. /: elme, polte, füliäw, Imeso limacon, Ive etc. lidner, l rrieso 
le mac^on, l fü le fou, sidc fäünid Ja cette folle fait . . . 

3. occlusive: e pte un pelit, pi'etr, hakte, äpakte, täpkü, gretkii; 
täp fo tape fort, n tce bäwk pä ne te heurte pas, le pet gäwwe 

la patte gauche. 

4. Constrictive: eete, este, s äemoyt, säwwte, e vzo i\ faisait, e eväw 
un cheval, e7}uz präwp, täe do täche donc, Ice srby le soleil. 



38 

5- nasale: Iceinre tombereau, e rsänro il ressemblcrait, scemRr 
cimetiere etc. 

e n kro pä il ne croit pas, iü m dt tu me dis etc. 

Jamais IV muet ne torabe, quand sa chute devrait produire 
une syllabe terminee par plusieurs consonncs, c'est-ä-dire en 
particulier: 

1. par r, /, m, n + consonne: en pcctUt une petite, non: en pl'el; 
l dm sä-ro l'homrae serait; /e eärm& die vp, lieu-dit; e sär pcel'etr 
il serre peut-etre, l sceroy le soleil; 

ä l'int^rieur d'un mot: . märkceie marqueter, särgoeie cahoter, 
portcetnone. 

Rem. Apres un mot termine par une consonne, la preposition 
de garde 1' e muet devant /-, r-, parce que /-, r- sont initiales de 
mot: ferm dce le, ül dde räwwh, kuyäwt dce ro. 

2. par consonne -f- r, l,' vi, 7i\ e soe rpoz il se repose, e fo t 
lotve il faut te lever, hügrcetnä. — e v& i moene il veut te mener, 
le grät nee p« la grande ne peut, e bet hv sämdf ils battent le 
samedi. 

Rem. Si un mot se terraihe par consonne + ''i ce mot 
conserve e muet devant consonne: pUdrce tu perdre tout, cf. ähuemä 
„entremi'' etc. — Si un mot termine par consonne est suivi d'un 
mot coramen^ant par r -\- consonne, le premier mot conserve son 
e muet: votoe r loj votre horloge, en^ rlbj une horloge, fotce reäivwst 
il faut te rechausser etc. En gen6ral l'initiale de mot r -j- con- 
sonne, oü un e muet a cependant disparu, ne recouvre jamais cet 
e, meme dans les cas ou le mot pr^cedent doit s'accroitre d'un e 
muet par analogie, comme dans selä rkceler sept avaloires, 

3. par s, s, e, J, _/, v -\- consonne ou l'inverse : vöi eäväiv votre 
cheval, vot foemä votre furnier, w/y^/z^ä votre jument, vol coenäiviüvr 
(rarement vot enäwwvr en faisant commencer la seconde syllabe 
par f«), vot vaesu votre fossoir, vdt h&zdij votre besogne, köpce stoe 
hree coupe cette brauche, ve tdc eti va te jeter etc. 

4. par occlusive -|- occlusive: vU pcenä votre panier etc. 
Rem. I. En patois />/, kl, tl, LI, gl, dl ne commencent jamais 

une syllabe, soit initiale de mot, soit interieure apres consonne; 
c'est pourquoi, quand un mot se termine en r -j- consonne et se 
trouve devant /-, il reprend presque toujours -ä: stce sarpce le cette 



39 

serpe-la, s/ee bark(v ie, et meine sl ärkcc Ic cet arc-la. avec <£ ana- 
logique. 

Rem. 11. Comme il n'y a pas de syllabes commenc^ant par ;;//, 
on dit vot mdele votre moulin, a cöte de t5 vile ton moulin. 

Le r^sultat final des changements an fin de syllabe est donc 
le suivant: une syllabe patoise se termine soit par une voyelle soit 
par une consonne unique, jamais par deiix consonnes; une syllabe 
teile que la premicre de sculpteur n'est pas patoise; de meme 
exposer devient toujours espoze. Jamais une syllabe contenant 
une diphtongue n'est fermee par une consonne: häy vm le: donne- 
la-moi, non bay mlc. 



Couchision. 

Notre etude nous conduit ä distinguer dans la valeur des 
consonnes les degres suivants: 

1. En Position forte est une consonne qui commence la syllabe 
initiale de raot ou une syllabe interieure apres consonne, et il y a 
equivalence parfaite entre ces positions: pä part, sarpä serpent. En 
cette Position une consonne resiste le mieux et domine le traite- 
ment des autres phonemes. 

2. En Position demi- forte est une consonne occlusive qui 
commence une syllabe interieure apres voyelle: -b- dans habebat 
> avait. 11 semble cependant que /, r, 7n, n aient ici autant de 
force qu'ä l'initiale de mot. 

3. En Position faible est une consonne qui termine la syllabe 
apres consonne; et il n'y a, ä cet egard, aucune diflference entre 
la syllabe finale de mot et les autres: le / tombe dans partem 
>■ pä et dans pertica > pere. 

4. En Position derai-faible est une consonne qui termine une 
syllabe apres voyelle; et il n'y a nulle difference entre la position 
en fin de mot et la position ä. l'interieur: säw < sal, säwwle < 
saltäre. 

Ces degres de valeur des consonnes patoises sont les memes 
que nous avons etablis pour les consonnes latines dans notre 
Dominance et rcsistance dans la phoneiique latme. Nous allons voir 
que la distinclion de ces diverses valeurs a une grande importance 
dans la metathese, l'assimilation etc, 



40 



Sectiou II. Autres chaiigemenls gen^raux. 
A. Metathese. 

Afin de faire ressoitir la valeur que chaque consonne doit a 
sa Position, nous classons les cas de metathcse d'apres la position 
qu'occupe la consonne deplacee soit dans la syllabe soit dans 
le mot. 

1. r finale de syllabe devient post-initiale de syllabe: 

a) -orm-, place devant l'accent, donne ^-cenn-., d'oü -rdem- devant 
voyelle : 

formic- > ^facr/ni y- frceme; intermediura > ö/r^w^; for- 
ma ticum >y>-^/;z^l/'. Cette derniere iorva^: fractnäj n'existe peut- 
etre plus maintenant; mais je l'ai entendue regulicrement autrefois 
de la bouche de personnes ägees; on dit maintenant: frdmäj, dont 
d a semplac6 ce ancien sans -deute sous Tinfluence du fran^ais 
fromage. A fr. fermer < firmare correspond frSme avec mdta- 
these; le r^sultat -dm- s'accorde ü.\ec prömä < primarium et avec 
frdmäj. 

Pas de metathese, si dans -orm-.-o- ne devient pas -ä-: törmate, 
gdrmä, mots probablement empruntes; dorme dormir, n'est pas 
devenu *drceme comme dans des patois voisins, peut-elre ä cause 
des formes ou le radical est accentue. 

Pas d'exemples qui montrent le traitement de -erm-, -irm-, 
-urm-, -nr}7i-. Le groupe -arm- ne change pas: eärm friche, jarmd 
aiguillon, iZirm terme etc. 

b) -cerh- > -rceh-: träbä „tourbillon", träheyi; seuls exemples 
de ce groupe. — bqrb boue montre que -orb- est stable. 

c) -ccrk-: incke „turquis" presente une m6tathese qui est sans 
doute anterieure ä l'introduction de ce mot ä Pierrecourt, car 
ailleurs on a p. ex.: hcerkäy etc. 

träivwy „treuil" continue *tröclum, mais cette derniere forme 
est une metathese latine de torclum. 

De meme brodo „bourdon" ne peut etre une metathese indigene 
de *bordon, cf. />^(/r < perdere, »;^c/r < morde re etc.; il est 
du sans doute en partie ä une onomatopee. 

d) Le groupe latin -ers- devient -res-: präe ■< *presca <; 
persica; brist bercer, qui continue *bersiare; ces deux mots 



41 

presentent une metathese trcs ancienne, car -rs- < -rce- donne 
-S-: merci = mäsf, fos force etc. 

2. Dans les exemples suivants au contraire r post-initiale de 
syllabe devient, par metathese, finale de syllabe: 

-cer- -j- consonne -j- voyelle < -röc — \- consonne + voyelle: 
goernä : grenier; — feerläw : freteur; — hceriel \ bretelles; — i&riäw 
: tretous; — h&rdüyi : bredouiller; — Icerlok : breloque; — bterzt : 
bresil. Dans tous ces exemples la metathese est recente, car une 
r ancienne tombe devant it, i, d, I, z. — On dit: förso moms souvent 
qua froeso: frisson de fievre. — Autres: bcerkeyt, fcergeyt. On dit 
parte '^ et pntte: preter; la forme prcete peut etre due ä l'influence 
du mot frangais. — fnvden : fredaine est un emprunl recent. 

II semble donc que la metathese a Heu partout oü -rcc- est 
suivi de dentale ou de gutturale, car je ne vois pas d'exemple de 
son maintien en ce cas dans un mot patois. 

Au contraire il n'y a pas d'exemple de metathese dans les cas 
oü -rä- est suivi de labiale: irdcf : trefle; — troepe: troupeau; irdeve: 
trouver, krceve : crever; egrcevls : 6crevisse. — ci. främe, älrcemä', — 
tärpt : treper parait isold; ce n'est sans doute pas un cas de meta- 
these. 

Rem. Dans les deux premiers types de metathese -1- ne joue 
aucun röle, parce qu'en patois -1- latine n'etait plus ni finale ni post- 
initiale de syllabe. 

3. Dans un autre groupe de mots la metathese fait de -r- ou -1- 
post-initiale de seconde syllabe une post-initiale de premifere syllabe 
ou l'inverse: 

a) frej: fimbria; — irape <C temp(o)rare; cbrceve <C ad- 
\)\\)^X'aiXQ\ präiüwv <C pauperum; äiyäpe'.i'o. -\- cop(u)Iare; byäwk 
<[ bucc(u)la. — Ces deux derniers cas remontent a r^poque oü 
-1- apres consonne n'6tait pas encore devenue y. 

b) feir : faxte <; v. h. all. firste, devenu sans doute *freste. 

4. Ailleurs -r- ou -1- finale de deuxieme syllabe devient finale 
de premiere syllabe: maltid Mathilde, eärmoj v. fr. chamorge. 

5. klon <[ *kcendlyde quenouille, ^7J'//<ragenouiller (cf. ywtT genou) 
presentent la permutation de deux initiales de syllabes inter- 
vocaliques. 



* pcerti continue petrir, mais il a du passer par *prcrti, car je ne vois 
pas de mots oü une post-initiale devienne directement finale de syllabe. 



42 

En sorame on voit que les faits de metathese se laissent ramener 
a des formules gcnerales qui paraissent sans exception. La meta- 
these n'aftecle que / et r\ eile ne change jaraais la valeur de la 
Position de ces deux liquides, eile consiste u echanger des positions 
equivalentes ou presque äquivalentes. Jamais eile ne fait d'une 
initiale de syllabe une finale de syllabe ou viceversa. 

Au regard de la ractathrse comme ä celui de la conservation 
ou de ralieration d'une consonne, la detennination de la valeur des 
consonncs a donc une importance essentielle. 

B. Assimilation. 

1. Assimilation entre consonnes qui se touchent et appartiennent 

ä la meme syllabe. 

^'' ^ S^'- cgroevis ecrevisse, grevvio <C crabronem, gray <C 
craticula (cf. v. fr. graille), grä < crassum, gräwibyi derive de 
*caiu!iura (v. Meyer-Lübke, Roman, eiyjn. Wb). 

cl >> gl: (lyawwd Claude, nom emprunte. 

Une dentale et une gutturale sont palatalisees, quand elles 
sont placees devant y' ou w -\- voyeile: etye inquiet, e tywp ecntiXe, 
etäiywe eternuer. 

2. Assimilation entre consonnes qui se touchent et appartiennent 

ä deux syllabes differentes. 

Dans ce cas c'est toujours la deuxierae consonne, qui, etant 
initiale de syllabe, est en position forte; par suite c'est ä eile que 
regulierement la prämiere consonne s'assimile. Cette assimilation 
se rapporte a) toujours ä la sonorite des consonnes, b) en certains 
cas a la region d'articulation. 

a) Une sourde devient sonore devant sonore, et une sonore 
devient sourde devant sourde: c vzo il faisait; bzc peser apres une 
voyeile et päeze apres une consonne; äbze empeser ä cöle d^äpez 
empoi^;; e bdo il perdait a cöte de pedr perdre; jvi chevir; egveyi 
houspiller ä cote de ckvlyi ä. Grand'Combe (Doubs). Si evaw cheval 
ne devient pas *jväw, c'est sans doute parce que ce mot est souvent 
place apres consonne et se prononce alors edcväw, au contraire 
jvt ne s'emploie guere que dans la locution toute faite: in ä pce pä 
jvi, oü jvt ne se trouve pas apres consonne. 

eti et jactt jeter, eio et jcelo jeton, ä f tu ou ä vce tu en veux- 
tu? — D'apres ce modele on a forme a cote de fsu < fossorium 
e doublet vcesu au lieu de *fäsu- 



43 

Dans les groupes primitifs la m^me loi d'assimilation regnait. 
Cependant ici eile se compliquait d'une formiile speciale qua 
M. E. Gierach, Synkope und Lautabstufung (24. Beiheft zur Zeitschrift 
f. roman. Philologie)^ § go, a formulee ainsi: si, ä l'epoque de la 
syncope, l'une quelconque des deux occlusives du groupe nouvelle- 
ment forme est sourde, le resultat de l'assimilation est une sourde: 
nitida > v. fr. nete, debita > v. fr. dete. La raison de cette 
formule speciale me parait etre la suivante: au moment oü, par 
suite de la syncope, les deux occlusives entraient cn contact et 
tendaient ä se rapprocher et ä s'assimiler, elles avaient encore, en 
vertu de leur position precedente, la meine valeur l'une que l'autre; 
ä ce moment le -b- et le -t- de debita avaient encore garde 
la valeur que leur avait donnee leur position entre voyelles. II n'y 
avait donc alors d'autre difference de valeur que celle qui resultait 
de la nature des deux occlusives. Corame c'est l'occlusive sourde 
qui a le plus de force, il est naturel qu'elle alt assourdi en chaque 
cas l'occlusive sonore qui entrait en contact avec eile. On conyoit 
cependant qu'il peut y avoir des langues oü la nouvelle position 
des deux consonnes produise plus rapidement ses effets, et oü la 
formule de INI. Gierach ne trouve pas son application. 

Exemples: pcet -< *putta <; *putda << putida; pt>ire <C 
*pett- < *pedt- < *pedit-; est'e < *assettare < asseditäre; 
eteet <i *attaccare << *adtagicäre; küt <C *cucurbta •< Cucur- 
bita, tandis qu'en fran(^ais on a gourde; säive << *sudca -< 
*sudica, deret <C. *herpec-äre; — rvejt <C. *vindgare -< *vindi- 
gare < vindicäre; borjä < *berbgariu < *berbigariu < 
*berbicärium. 

b) La premiere occlusive d'un groupe (sauf les palatales) 
s'assimile ä l'articulation de la seconde, parce que celle-ci occupe 
dans le groupe la position la plus forte, en qualite d'initiale de 
syllabe. Les exemples precedents peuvent illustrer cette regle; en voici 
quelques autres: set < septem, c€ie <C accaptäre, melcJ <C male 
habitum. Dans un groupe de trois consonnes dont les deux 
dernieres sont des occlusives, c'est toujours, corame on I'a vu, la 
derniere occlusive qui determine l'articulation du resultat: köie <C 
computäre, lese ^C, lacticellum, pere <^ pertica. 

Une assimilation analogue a lieu parfois dans des groupes 
recents: dvinäy ou dbnety eau benite, pon dcc ier ou p5ni ddc tcr. 



44 

3. Assimilation ä distance. 

Une initiale de i;iot assimile ime finale: kck quinte. 

Une sonante consonne initiale de syllabe assimile une autre 
sonante consonne initiale de raot ou de syllabe: rcbüre labourer, 
cbrasür balanroire. 

Une fricative initiale de syllabe apres voyelle assimile une 
autre fricative initiale de mot: sccher se dit ordinairement süei, 
mais quelquefois aussi eöei, qui est regulier ä Argillierts, village 
situe a 4 km de Pierrecourt. De meme on a les doublets söjt et 
e7)ji songer (cf. chercher < cercher); et d'apres ce modele on 
a forra6, a cut6 de eejt changer, le doublet sejt. 

L'assirailation en sens inverse se trouve dans euvieri a cote 
de eovlsri chauve-souris. 

Dans tous ces exemples l'assimilation n'est jamais provoquee 
par une consonne dont la position serait moins forte que celle 
de la consonne assimilier en effet /, r entre voyelles paraissent 
avoir la meme valeur qu'ä l'initiale de mot. 

C. Dissimilation. 

a) Une post-initiale de mot dissimile une post-initiale de 
syllabe int^rieure: präwp propre, grevdlo <C *crabrönem. Dans 
ces mots la consonne dissimilee a ete dliminee. Dans kire la dis- 
similation est plus compliquee: cribräre est devenu d'abord 
*klibrare, puis *klibare, d'oü cliver, auquel correspond *kyive 
> kivc. La consonne -r-, qui est eliminee de la seconde syllabe 
de ces trois mots, etait peut-etre dans une position inferieure, parce 
que le groupe antagoniste ^tait initial de mot. 

b) Une sonante consonne initiale de syllabe entre voyelles 
(ou post-initiale) dissimile une autre sonante dans la meme position: 
übräivwy -< umbiliculum ou umbiliclum, näläy lentille (/-/- >• n-l- 
changement favorise par n qui se trouve entre les deux /). 

c) Une finale de syllabe est dissimilee par une post-initiale 
suivante: mekrcedf. 

D. Differenciation ou consonne epenthetique. 

Une consonne semble s'intercaler en franc^ais dans les groupes 
intervocaliques mr, ml, nr, nl, sr, zr, Ir, mais en patois seulement 
dans sr, zr. 



45 

a) -mr- > -mbr-; -ml- > -mbl- en fran^ais. — La syllabe 
commen(,ait dans -rar-, -ml-, non avec -r-, -1-, mais avec la derniere 
partie de -m-. On avait ainsi: -m-mr-, -m-ml-. La seconde 
partie de -m- est devenue -b-, parce que, ni ä l'initiale de mot 
ni apres consonne, le vieux fran^ais ne connait de syllabes cora- 
menc^ant par -mr-, -Ir-; la premiere partie de -m-, etant dans une 
Position normale, n'a pas chang6. 

De meme on a en fran(,ais -nr- >> -ndr-, -nl- >> -*ndl- >> 
-ngl-, *-lr- >> -Idr-. La syllabe commengait avec la deuxieme 
partie de la premiere consonne de ces groupes. On avait -n-nr-, 
-n-nl-, -l-lr-, La seconde partie de -n- et de -1- est devenue 
-d-, parce que le vieux fran9ais ne connaissait pas d'initiale syllabique 
nr, nl, Ir. Le latin n'a donne au francais qu'un seul mot contenant 
-nl-: splnüla > *spinla, qui donne en Italien spilla et en 
fr. epingle; 6pingle peut s'expliquer par *spinla > *spindla, 
qui serait devenu espingle, parce que le francais n'avait pas d'ini- 
tiale syllabique dl. 

b) Dans raon patois la premiere consonne de ces groupes a 
6te prononcee de teile sorte qu'elle appartenait entierement ä la 
premiere syllabe, car il ne se produit pas de voyelle epenthetique. 

-nr-: generum > Jar, cinerem >> sär, tenerum >> iar, 
pönere > pdr, venerisdiem >> vardT, 1 iyere je tiendrai etc. 

-nl-: pas d'exemple ancien. 7z/-, continuation de -ndl-, -ntl-, 

donne -n- dans brane branler, eätiet chanlatte. Dans ces mots </ et / 
ne se sont pas assimiles ä n precedente, car le / reste dans eat 
chante. On peut donc poser: 7idl, ntl >> *nll > *«/ > *mi >■ ;/. 

-mr-: gemere '^ jer, tremere > krer; plus recent *turaa- 
r eil um tcemre tombereau. — Plusieurs mots empruntes ont -mbr-: 
nombre, charabre, et meme söbre, s'il vient de *somar-. 

-ml-: in -|- simul äsän, simülare > säne. Ce resultat un peu 
^tonnant s'explique peut-etre corame il suit: -ml- devient d'abord 
-tun-, cf. -nl- > -«-; puis -mn- > -«- comme dans femina y> fän. 
Le groupe -ml- se presente encore aujourd'hui dans ät&mlt, oü il 
est evidemment le resultat d'une syncope recente. — trabye est 
emprunte du fr. trembler, et n'est pas ordinaire. 

-Ir-: meiere mäündr, colürum käiinvr, avec syllabation l-r. 

c) Les groupes -sr-, -zr- deviennent -str-, -zdr-, comme en 
francais: etr, küdr\ comme dans les cas ci-dessus, l'epenthese vient 



I 



46 

de ce qu'il n'y a {)as cn franrais ni en patois de syllabe commeii(;ant 
par sr soit h Tinitiale de rnot soit k l'int^rieur apres consonne. 

Conclusion. Comme on le voit, le mot Epenthese n'exprime 
que tres imparfaitement le changement produit et la cause qui le 
produit. II s'agit en r^alite d'une differenciation exigee par le 
Systeme des syllabes: un phoneme se diff6rencie, quand il donne 
Heu a un type inusit6 de syllabe; les groupes nr, nl, rur, ml, sr 
etc. seraient restes sans changement entre voyelles, si le francais 
a l'initiale de mot ou a I'int^rieur apr^s consonne avait eu des 
syllabes commen9ant par ces groupes. La difference essentielle 
entre le francais et le patois est la coupe dos syllabes separees 
par -m/', etc. 



Troisieme Partie. 



Comparaison entre la plion^tique du palois de Pierrecourt 
et Celle de patois appareutes. 

Nous comparons d'abord le patois de Pierre court ä ceux des 
patois qui l'environnent immddiatement, puis ä un patois bourguignon, 
celui de Bourberain, decrit par Rabiet, et a un patois franc-comtois, 
pris comme type, celui de Rougemont dans le Doubs, dont j'ai 
etudi6 la phonetique pendant quelques semaines de vacances. 



I. Pierrecourt et ses environs. 

J'ai institue, dans deux articles de la Revue de phil. frangaise 
et de litt. 1909 p. z^i et suiv., une comparaison detaillee entre les 
sons de mon patois et ceux des patois voisins. II suffira ici d'in- 
diquer les points essentiels. Chaque village a un patois nettement 
different des patois voisins; mais les differences se reduisent ä des 
nuances, A pour trouver un patois dejä fortement distinct, il faut 
aller jusqu'au plus eloigne des patois que j'ai etudies, celui de 
Tincey; cette commune, situee a Test de Pierrecourt, en est separ6e 
par les villages de Larret, Fouvent le Haut, Roche en allant de 
l'ouest a Test. Les traits les plus caracteristiques qui distinguent 
Tincey de Pierrecourt et de son groupe, sont les suivants: 

Consonantisme: ä Tincey les dentales ne sont pas mouillees 
apres /, ü patois ni apres une palatale latinc: P. väwwdy, T. v^d 
vide, P. käwiy, T. kxt cuite, P. frbdy, T. frwed froide etc. — A 
Tincey il est rare qu'une nasale precedente nasalise la voyelle, a 
Pierrecourt c'est la regle. — Lat. n-r >• ndr ä. Tincey, sans d u 
Pierrecourt. 



48 



Vocalismf. Difterences principales: 




Latin vulg. 


Pierrecourt 


Tincey 


e libre 





w'i 


gel 


oy 


wiy (Roche way) 


sicca 


säe 


ewee (Roche ewäe] 


e -j- palatale 





w^ (Roche wä) 


signat 


SVfJ. 


swhj 


cübitum 


liäü'h- 


km (Roche kael) 


-ütta 


-äwi 


-ot (Roche -öl) 


möllern 


mäwwl 


möi 


mölere 


mäiini'r 


mor 


m ö d i u m 


mäw 


m& 


noctem 


näw 


n& 


cognöscere 


hnäü'tr 


kiKi'lr 


*blucca < buccula 


byäwk 


hyük (Roclie hyciK^ 


gutta 


gäivt 


— (Roche gcet) 


? fr. motte 


mäwt 


niot (Roche ma'f) 


bulla 


häwiid 


hol 


melius 


mäw 


m& 


vetlum 


väy 


vey (Roche vey) 


filia 


fäy 


fey (Roche fey) 


clavlcla 


eväy 


evey (Roche evey) 


-arium 


-ä 


-e 


-aria 


■if 


-Sr 



En resume Roche et Tincey repondent par o, oe h. äü', par 
ey ä äy des autres pariers, et ceux-ci ne connaissent pas la di- 
phtongue we de Tincey, qu'il remplacent par o, Roche 'et Fouvent 
le Haut repondent ä we par wä. C'est donc par Roche et Tincey 
qua passe la frontiere de plusieurs aires phonetiques importantes. 

Si Ton compare Pierrecourt aux patois qui en diflferent moins 
que Tincey et Roche, on voit qu'il n'a pas un seul phoneme qui 
ne se retrouve ailleurs; le phoneme dont l'aire est la plus restreinte 
est Vä que j'ai trouve seulement ä Pierrecourt, Argillieres, Larret, 
Champlitte-la-ville. 



2. Pierrecourt et Bourberain (Cöte d'or). 

Consonnes. Une dentale precedee de /', ü patois ou d'une 
palatale latine est mouillee dans les deux pariers, et cette mouillure 



49 

est recente, car eile n'a dans aucun influence le traitement de la 
desiiience d'infinitif en -äre. 

Une nasale prec^dente nasalise la voyelle ä P. et ä B. 

Aucune difference caracteristiqiie dans le traitement des con- 
sonnes. 

Voyelles. Las voyelles toniques libres sont traitees de meme 
sauf e > n B., mais ö P.: serum >> jt* B., so P. Les voyelles 
atones ont aussi presque le meme developpement. Les difterences 
les plus iraportantes relatives aux voyelles accentuees sont les sui- 
vantes : 



Latin vulgaire 


Pierrecourt 


Bourberain 


-iacum 


-ä 


-äy 


panarium 


pnä 


pnay 


riparia 


r'iver 


rivär 


lana, rama 


lert, rem 


lln, rem 


-ar -f- consonne: 


tä 


ta 


tardum 






-ellum, -ellem 


-e 


-yä 


(e, 1 entrave) siccum 


säiv 


säw 


e, i + palatale + 


ö 


b 


consonne 






-illa, -Icla (filia) 


-äy i/äy) 


-^y {ßy) 


-ottum, Ittum (di- 


-(170 


-äw 


minutifs) 






-ör + consonne: 


ß 


fo 


furnum 







Les differences entre Pierrecourt et Bourberain sont donc ä. 
peine aussi importantes que Celles qui distinguent raon patois de 
celui de Tincey, et elles sont moins norabreuses. 



3. Pierrecourt et Rougemont (Doubs). 

Rougemont est un chef-lieu de canton, oü le patois est encore 
tres vivant; place vers le centre de la Franche-Corate, il peut etre 
considere corame un type du franc-comtois. De plus il est ä la 
frontiere de la Haute-Saone, mon departement. 

Consonnes. Les differences sont considerables: a e, J, de P. 
correspondent te, dj de R.; les dentales ne sont pas palatalisees: 
vltmä R., k'ilä R., kity'e P. quitter, — Le groupe sc devient c devant 

Beiheft zur Zeitschr. f. roiji. Phil. LI. a 



50 



voyellc: veee R. < vascellum. — rd > t/J, rt > te devant voyelle: 
rgedjä regardez, püie porte; raais -r- reste devant le et dj primitifs 
comme devant f et y de Pierrecourt: /f?r/« chercher, verdj \QxgQ. — 
Une nasale precedente ne nasalise pas la voyelle: nf, nid. — La 
principale ressemblance un peu caracteristique est la chute de -r- 
devant dentale et /. 



Voyelles accentuees. 
considerables: 



Les difförences sont encore bien plus 



Latin vulgaire 


Pierrecourt 


Rougemont 


a libre: pratum 


pr? 




prä 


magidem 


mä 




me 


-iacum 


-ä 




-e 


-arium, -aria 


-ä, -er 




-e, -er 


sal 


säzv 




so 


ala 


äivwl 




61 


clavum 


tyäw 




tyo 


vacca 


väe 




vete . 


calidum 


eäw 




ieS 


tardura 


tä 




tä 


-aticum 


füräj 




furedj 


e libre: pedem 


pyt 




P^ 


petra 


pyer 




p-tr 


bene 


hye 




hl 


-ellem, -elinm: 


-e: pe 




-e: pe 


pellem 










mdnäw 


(moineau) 


mweno 


lectum 


lä 




le 


e libre: sitein, 


so, mo 




swd, mivä 


mensem 








ena: avena 


evdti 




dvw^n 


siccum 


säzv 




so 


digitum 


dS 




dwä 


directum, directa 


dro, dr 


öty 


dre, drei 


-icla 


nätäy {lentilles, taches) 


ntcey 


-Ilia: filia 


fäy 




foey 


vinea 


ven 




v&y, 


o libre: bövera 


b(E 




htl 


-iöla 


fevyäwivl (haricot) 


fevyol 




fawü'l 


(fülle) 


ßl 



Latin vulgaire. 


Pierrecourt 


Rougemont 


c ü c t u m 


käiv 




kx 


cörium 


k& 




kü 


tröja 


trm 




trü 


Collum 


käw 




ko 


mörtum 


mo 




mü 


-öttum, -ittum 


•aiv (fem. 


-älVt) 


-b (f. -dt) 


diminutifs 








mölere 


inäwüir 




mor 


ö libre: meliorem 


■ü\ moyü 




-i'i : tnwäyü 


pavörem 


päwü' 




po 


-atörera: vinde- 


-ü: vädeju 




-ü: vädädju 


miatörem 








-ürium 


-ü\ äbocsü 




-ü: äbüsü 


*jovenem 


jceti 




djün 


pauperum 


präivü'V 




povr 


Ressemblances: 








Latin vulgaire 


Pierrecourt 


Rougemont 


a apres palatale 


eti (<< jectare) 


eti 




mtri düri 




rriiri dürt 


signäre 


sone 




swäni 


male habitum 


meled 




7neled 


planta 


pyat 




py^J 


plangit 


pyl 




pyi 


bella 


bei 




hei 


terminum 


tärm 




tärm 


m u c e r e 


mxzt 




mäzi 


feraina 


/an 




fän 


fllum 


ß 




/[ 


via 






vi 


*peduclum 


püy 




püy 


förnum 


f^, 




ß 


ü libre: durum 


du 




du 


früctum 


frtl 




frü 



Et c'est ä peu pres tout. Si de ces ressemblances on elimine 
celk-s qui ne sont pas caracteristiques, il n'en reste guere que six 
ou sept qui sont vraiment importantes. Au contraire les differences 
sont tres nombreuses, raeme si on ne considere que Celles qui sont 
caracteristiques. Les plus caract^ristiques sont Celles qui sc rap- 

4* 



portent au traitcment des voyelles libres; or le traitement des trois 
voyelles principales n, e, o, diverge beaucoup. 

Pour voir de quel cote incline le patois de Pierrecourt, on 
peut considerer les localites qui dans I' Atlas lingtiislique de la France 
se trouvent entre Champlitte et Rougeraont, soit Autoreille, Echenoz- 
la-Meline, Fresne-s.-Mames et Montbozon. Et l'on voit que Pierre- 
court s'accorde rarement en des points caracteristiques avec ces 
localites: -örium donne -//, sauf a Montbozon (-?V, du moins 
d'aprcs les notes que j'ai prises ä Montbozon); -atörem > -u, 
sauf Montbozon (-?>:, d'apres mes notes). Aiileurs ccs localites 
s'eloignent de Pierrecourt et se rapprochent tres etroitement de 
Rougemont. Elles ne connaissent pas la voyelle ä (sauf parfois 
Fresne-s.-Mames), ni les diphtongues dcv, äiv, dy; elles terminent 
souvent les mots en a, o, b, a:, k; elles repondent par a ä. lat. -a- 
tonique libre: faba '^ fav, — par ö ä Pierrec. (iif. ala >- ol; 
-ottum >> -t); raalum >■ 7nd, etc.; — par u, os, o, ä Pierrec. ä7'i': 
fr. folle './fil ou /ä/; P. ^^äu'f goutte = g/i/, gol; P. fäwivy feuille 
= /(£y; P. käii' cou = ko; P. käw cuit ==/•«; — ■ P. käwivs cuisse 
= des formes a vayelle er; P. viäwwr moudre = mdr mür\ — 
särkäwwy cercueil = -äy\ — par /, e ä Pierrec. ä: eväy cheville 
= easvjy ou ectTry ou e-'i.ey; -arium >« P. -ä et aiileurs -e', P. lä 
lit = lc\ — P. käj cage = kcj\ — -rd + voy. donne -c/ ä Pierre- 
court, mais dy , dj, et / aiileurs: P. eädo = eddyd, eädjo, ee/'ö; — 
le groupe ml donne ä Pierrecourt ?i: insimul > P. äsän, aiileurs 
äsädy {äsäbl). 

En somme !e patois de Pierrecourt na ä peu pres aucun trait 
qui le caracterise comme dialecte franc-comtois. II est ä la limite 
des dialectes bourguignons et champenois, et se rapproche plutot 
de la Bourgogne que de la Francbe-Comte. Ce resultat s'accorde 
bien avec le passe de Pierrecourt. En effet, si mon village appar- 
tenait politiqueraent a la Franche-Comte, il etait a la limite extreme 
de cette province. De plus, au point de vue ecclesiastique, il 
appartenait au diocese de Langres jusqu'en 1731, et ä partir de 
1731 jusqu'ä la Revolution au diocese de Dijon, cree par de- 
membrement du diocese de Langres. Or on sait que pour les 
dialectes les divisions territoriales ecclesiastiques ont plus d'im- 
portance que les divisions politiques. 



Glossaire du Patois de Pierrecourt. 



Pierrecourt est im village du canton de Champlitte, arron- 
dissement de Gray (Haute -Saöne), situe ä 7 km de Champlitte. 
Ce village est ancien, car sur son territoire on a trouve des vestiges 
de la civilisation romaine: mosaiques, statuettes, etc.; le choeur de 
son eglise date du XIIP siecle. 11 y avait au village environ 700 
habitants il y a soixante ans; aujourd'hui il n'y en a plus qua 
300 environ. Comme autrefois, ils s'adonnent presque tous ä 
l'agriculture, surtout k la culture des cereales et de quelques vignes. 
11 n'y a ni commerce ni industrie. De lä resulte que le vocabu- 
laire ne contient presque pas de mots relatifs ä des raeiiers. II y 
a bien quelques ouvriers: un charron, un ou deux bourreliers, un 
ou deux marechaux-ferrants. Mais ces ouvriers etant isoles, les 
termes qu'ils emploient sont empruntes au fran9ais, sauf pour 
certains concepts farailiers ä tout le monde, quoique techniques. 

Le viilage etant si petit, il n'y a plus de vie locale bien 
caracterisee. Les anciens usages ont presque tous disparu, de 
merae que les contes d'autrefois. La vie du paysan est devenue 
monotone. 

Le glossaire que je publie contient seulement les mots qui 
ont ä Pierrecourt une forme patoise, du moins en partie; parmi 
les autres, qui representent plutöt le francais regional, j'ai retenu 
seulement ceux qui ne sont pas des emprunts evidents. Je me 
suis efforc6 de d^crire tous les mots patois avec leurs diverses 
acceptions. Les lacunes, inevitables, sont involontaires. Quant aux 
constructions et phrases, pour ne pas trop grossir chaque article, 
je n'ai recueilli que ce qui offre un interet appreciable, surtout les 
dictons et proverbes. Par suite au point de vue syntactique le 
glossaire est insuffisant; j'espere y remedier un jour par une 6tude 
de la syntaxe patoise, 



54 

Quant aux noms sci'TilifKiues d'arbrcs et de planles. je les 
dois tous ä l'obligeance de M. Lecomte, autrefois iustituteur a 
Pierrecourt, et je prie mon eher maitre d'agreer l'expression de 
ma reconnaissance. Lc palois nest pas riebe en noms de jiilantes: 
pour le paysan les plantes sont en general „de l'berbe'' sans de- 
noniination speciale, sauf celles qui l'interessent par quelque par- 
ticularite utile ou nuisible. 

Le travail descriptif achevc, j'ai indique Tetyinologie partout 
oü eile m'etait connue. Lorsqu'un mot patois a la meme origine 
qu'un raot fran^ais, celui-ci est precede du signe [=): ff : (=) fil 
signifie: Jf a le meme sens et la meme etymologie que fil. 
Lorsqu'un mot patois est eraprunte d'un mot frangais, celui-ci est 
precede du signe (<): äbite '. (<) habiter signifie: äöile est eraprunte 
d'habiter et a le meme sens que celui-ci. Lorsqu'un mot patois 
n'a pas de correspondant dans le franc^ais actuel, je lache d'indiquer 
le mot latin ou autre qu'il continue. Pour reconnaitre les mots 
d'emprunt, je nie suis fonde sur la phonetique et parfois sur la 
seraantique ou l'histoire. Je n'ignore pas que ces moyens sont 
parfois insuffisants pour denoncer certains emprunts, et j'ai pro- 
bab'.ement employe plusieurs fois le signe de la correspondance 
la oü le signe de l'emprunt eüt ete exact. M. A. Thomas m'avait 
suggere Tid^e tres interessante d'etablir le fonds primitif de mon 
patois au moyen de la comparaison avec d'autres patois de la 
meme region. ]Mais la mise ä execution de cette idee eüt demande 
trop de developpements. J'ai pense qu'il valait mieux la reserver 
pour une publication future. Ici je me suis contente, pour la 
plupart des mots difficiles, de citer des formes correspondantes 
empruntees ä divers patois de la region. 

D reste un certain nombre de mots dont je ne connais pas 
rorigine. En voici la liste: 

äke, äbrüyi, ägäme, ägwt, älyo, ätcerlo, äväle, bälibäw, bök, 
hcerkäy, boeväw, büzbäw, eäbler^ elke, eöne, ecele, eüküyä, dräle, egen, 
ekcebt, erigäzü, eveno, evodr, fyöbt, fcerte, gäsüyt, gdvyäwt, gradx, 
grevöne, grdeveyf, järpi, jas, kälteäwt, kähve, käbäwl, kaklbwel, 
kekarnäw, kötpe, kderyäwt, lärjäwt, lone, läge, lüzo, mäwwg, viege, 
näy, nek, iiegasläwt , öligen, özären, päyes, pe, pnäw, pwe/äw, räbäs, 
pl räyt, rakne, rdüyi, reväte, retri, rgoerlt, rjäivwpt, roß, rone, rx, 
rträtycele, sargäw, säwwveyaiv, sämte, täläyi, lärhäwüde, las, träk, 
träj, trikaiv, s izväic, väwivst, väbe, vyöne, vüze. 



55 

]e dois ä M. A. Thomas l'explication de eäzrS, arpyo, ägäitiüre; 
ä M. L. Gauchat celle de büd, eävän, käne, e le süd, iarel, M. G. Bertoni 
m'a donne aussi sur quelques raots des indications tres utiles. 

Explicatiou des sigues et abreviatioiis employes daus le 

glossaire. 

Le genre et le nombre d'un substantif patois sont, sauf in- 
dication contraire, las memes que ceux du mot franc^ais qui lui 
correspond etymologiquement ou qui est indique en preraier lieu 
comme traduction. Les verbes sont transitifs ou intransitifs, selon 
que leurs correspondants franrais ou les verbes qui les traduisent 
sont eux-memes transitifs ou intransitifs. 

(f.) ^=^ feminin, (m.) = masculin, f = terme suranne. 

(<?-), place devant un mot commencant par r -\- consonne, 
indique qu'apres un mot termine par une consonne, le mot en 
question exige un ce devant lui: e rkcej il recule, mais ellde rkäl, 
non eil rdekxL Les mots termines par consonne plus r ajoutent 
un ce devant consonne: mätrde dde maitre de. 

Le participe passe est, sauf indication contraire, identique ä 
l'infinitif. 

Roman, etym. Wb. = Meyer -Lübke, Romanisches etymologisches 
Wörlerhich. 

Bourb. = Bourberain (d'apres l'etude de Rabiet publice par 
la Rnme des patois gallo-romans), Rougem. = Rougemont chef-lieu 
de canton dans le Doubs, Magny = Magny-l^s-Jussey (Haute-Säone). 
Les formes citees de ces deux dernieres localites sont erapruntees 
ä mes notes personnelles. De meme les formes eitles des patois 
de Delain, canton de Dampierre (Haute-Säone), et du Val d'Ajol. 



ää: exclamation d'etonnement; la äbömhtäsyo: [«<] abomination. — 

voix s'eleve sur le dernier a Rare, sauf dans la locution 

le plus souvent, comme pour empruntee: / äbdmlnäsyo d le 

deniander un eclaircissement. dezdläsyo. 

äblte: [<] habiter. — Mieux: ährütt: [<] abrutir. 

reste. äet: [<] hacher; hachis. Cf. de. 

tT^i/je^)?/: [<] habituelle. — Rare. !<?<//, -/: [=] hardi, -ie. — el ä 

dhUminäb {-äby)\ [<] aborainable. pade bye ädf: il est un peu 

— Rare. eflfronte. — Ordinaire: ärdi. 



56 



ädjuji: [<] adjiigcr. — Toujouvs: 

ädjüje\ dans l'exclaraation em- 

pruntee au crieur de ventes 

l)ubliques. 
ägä: <^vier, petite chambrc ä evier. 

Empruntc a un dialecte meri- 

dional. 
äge: seulement dans elr 6z äge: 

[<] etre aiix agucts, inquiet. 

— Cependant j'ai entendu: 

e/ ä lüju le t 6z äge: il est tou- 

jours la ä epier, comrae si dz 

äge etait un infinitif. 
ngr: [=] aigre. — Pas de sens 

figure. 
ät: [=] hair. — Pas de sub- 

stantif correspondant. 
ät: haie. — Pas de sens figure. 

Derive de haie. 
äy, äy dd: en avant (aux bceufs). 

Cf. äy. 
äjt: [<] agir. — A l'infinitif on 

dit aussi: äjlr. 
äke, seulement dans: e n px pü 

äke il ne peut plus respirer, 

il est epuise. 
aktive: [<] activer. 
äle: [<C] aller, c s an e an ä/e 

il s'en est alle. — e/ s an ä/6 

eile s'^vanouissait. — el an älo 

il disait. 
ale: [<] häler. 
älen: [<] alene, [<] haieine; en 

ce dernier sens on dit plutot 

säiiify. 
ätnülit: Omelette. — Metathese 

d' [<] alumette? 
änt: fenouil. 
äpelyi: [<] appetit. 



vcy hpeär: vieiix vilain. Injure 

de sens imprecis. — Altere 

de happe-chair d'apres les 

mots en -ar. 

äpostcem: [<] apostume. — On 

dit plutot: 7näiü byä. 
ürbÜ: [=] herbuc, lieu-dit. 
äreä: casse-cou. Ne se dit guere 

que d'une femrae. — Identique 

a archer. — Bourb. areay. 
ärghie: chercher quereile, surtout 

ä un chien. — Bourb. ärgaj' 

taquiner; Magny er gern, Val 

d'Ajol ärne, Rougem. erg(esni. 

— Parent de fr. hargne, 

d'origine obscure. 
ärgdne, -er: qui est querelleur, 

hargneux. — Le suffixe -ie 

est francais. 
ärye: au contraire, en arriere 

(aux chevaux, cf. ärri). — 

< *ad-retro. 
ärjäte: [<] argenter. 
ärkasyel: [<] arc-en-ciel. — Pas 

d'autre expression. 
ärmär: armoire. — Emprante 

d'arraärium, cf. pär << paria. 
ärmonaw: almanach. — Em- 

prunte. 
ärpyo: ergot (de coq). — Derive 

de*harpäre, v, Roman, eiym. 
Wb. de Meyer -Lübke; des 

correspondants d'a^y^^Jexistent 

en lyonnais, poitevin, pro- 

ven^al, etc. 
ärt, arri: arriere (aux chevaux) ! 

cf. ärye. 
ärlteäw. [-<] artichaut. 
äst: essieu. <; axile. 
äsperj säivrvväj: orobanche rousse. 



57 



ästikc: [<] astiquer, astique. — 
ästike kek&: frotter les oreilles 
ä quelqu'un, ou lui adresser 
une verte remontrance. 

ke älu: quel mauvais garnemenl! 
<; fr. atout. 

au: \_<C] aoüt. — On dit tou- 

jours: lm6däu\ au seul dans 

les dates seulemenl: l iro däü: 

le trois aoüt. 
äw. [=] ail; au sing, et au 

pluriel, 
äiv, äivt: [=] haut, haute; hau- 

tain. 
ä'cV'cv: [=] au (article); seulement 

dans: lyawwso hier au soir. 
äiv'tv: [=] eau. — aivdvi: eau de 

vie, — dhnely: eau benite. 
äivwy: ouais! marque l'etonne- 

ment. Cf. dy oy öy\ 
äwwl: [==] aile. 
äwwsi: [=] hausser. 
äwt: [=] hotle. 
äwtel: [<] autel. 

äivwi&\ [=] hauteur. — l äivivlx: 
la hauteur; sdn äwwi«'. sa hau- 
teur. 

äivwtr: [=] autre. — n ä vle bye 
d l äwzvtr: voici bien de Tin- 
attendu ! 

äzvzvze: [=] oser. 

äzäde: [<] hazarder. 

äzä, plus souvent äzär: [<]hasard. 
Synonymes: tu, sör. 

ä: [==] an. 

ä: [=] en. — ädda: en dedans. 
Cf. 5/i?l 

äbäle: [<] emballer. — s äbäle: 
s'emporter. 



(ibärasi: [<;] embarrasser. — eil 
ä äbäräsi: eile est enceinte. 

äbärä: [<] embarras. — iy e e 
bei äbärä: tu es un embarras 
bien inutile. 

äbärbüyt: [=] embarbouiller. — 
Syn.: ägämüre. 

äbärkc: [<] embarquer. — in 
m erö jemä äbärke le dda: je 
ne me serais jamais expose 
dans cette aventure. 

nbärltflkdete (seulement infinitif 
et participe): [<] emberlifi- 
coter. 

äbäzvwet: [=■•'] embaucher. 

äbäwwme: [<C] embaumer. 

äbetä, -ai\ [=] embetant, -ante; 
ennuyeux. — Syn. moins ener- 
gique: änceyä; plus energique: 
ämerdä. 

äbit'e: [=] embeter, ennuyer. — 
s äbete: trouver le temps long. 

äbettnä: [=] embetement, ennui. 

■s äböke : s'empiffrer. — e s e äbdke 
e ä täpe: il s'est empifTre ä en 
crever. — Derive de bec. — 
Pas de bökc au sens de „baiser". 

äbotsü: entonnoir. — v. Meyer- 
Lübke, Rom. etym. Wb., art. 
buttia et imbütum. Derive 
de in -j- buttia. 

äbrawwy: [=] nombril. Bourb. 
äbräyäiv. — fiodefroy cite 
amberuil. M. A. Thomas 
m'ecrit que cette forme, attestee 
par un seul manuscrit d'origine 
bourguignonne ou peut-etre 
franc-comtoise, est sans doute 
propre ä notre r^gion, car la 
carte 921 de V Atlas Unguist. 



5« 



rloiuu- ccltf; forme sc.iilcment 
poiir la j)lus grande parlie de 
la Franchc-Comtc et qq. points 
de la Bourgogne et de la 
Siiisse romandc. 

äbrest: [=] embrasser, baiser. 

äbresmä: [=] embrassement, 
baiser. 

ähresü, -ür: [=] embrasseur, 
-euse 

äbrüyt: mettre en train qq. chose; 
envoyer qqu'un promener. — 
Synonymes plus 6nergiques: 
äpolyt, pole. — Surtout comme 
reflechi: s äbrilyt: s'eraballer, se 
mettre vivement en besogne. — 
V. fr. embruir, s'embroief, 
Rougem. äbrSji mettre en 
train; Bourb. 5^r«>'/ /mettre en 
raouvement). Cf. v. fr. burir 
s'elancer > fr. bourir? 

äbrüyt: [=] embrouiller. 

ähwäte: [<] emboiter. 

äbze: [<] empeser. — Pas de 
sens figure. — cf. äpez, subst. 
verbal: empois. 

äeärkdsyt: emraeler (du fil). — Cf. 
deeärkäyt, et (?) fr. charpir, 
charpie, echarper du crin, 
echarpiller. — Tous derives 
de carpere. Le /t patois est 
surprenant. — Bourb. äearb&tc 
emmeler; Rougem. äleerpi. 

äeenc: [<] enchainer. 

s äemoyf: [=] s'ensommeiller. — 
Bourb. äeämbye. 

äJi'te: [=?] endetter. 

ädevye: endever. Seulement dans: 
fär äi'evye kek&. — Syn.: 



ädynli'. — C^hangement de 

suffixe. — Mot emprunte. 
äde: [=] landier, Changement 

de suffixe. 
ädl'. [=] andain. 
adyälc: [=] endiable. — Moins 

frequent que ädevye. 
adörml: [=] endormir. 
ädro: [=] endroit. 
ädilri: [=] endurer. 
ädüy: [=] andouille. 
ädüzn: pui.sard oü l'eau va se 

perdre, v. fr. doit, mare ou 

conduit d'ecoulement. — Derive 

de en -|- dois < ducc 

Rougemont: ädüzt. 
äfä: [=] enfant. 
äfe: [=] enfer. 
afe'. [=] enfin. 
äfiye: [=] enfiler. 
afy. gonfle. — Adjectif postpose 

tire d'a/ye. 
afye: [=] enfler, gonller. 
afyfir: [^=] enfiure. — Pas de 

sens figure. 
äfvti: rendre fort. — Derive de 

fort. 
äjön'e: [=] enfourner (le pain). 
afosf: [=] enfoncer, triompher de. 
äfosur: [=] enfoncure, surtout 

dans la paroi de la cuisine. 
äfröme: [=] enfermer. 
ägäin'e Iro d cevräj: entreprendre 

trop de besogne. 
ägämürc: salir au moyen de 

sauce ou d'autre chose gluante; 

[=] V, fr. en gar mos er, cf. 

A. Thomas, M Hanges p. 79, 

garmos. 
Sgtji: [=] engager. 



59 



ägejmS: [=] engageinenl. 
äglütt: [<] engloutir. 
ägoele: [<] engueuler, gronder. 
ägräst: [=] engraisser, enduire 

de graisse. ägräsi e eäryäw, 

da süye. 
ägrljt: [==] engranger. 
ägrene: mettre les epis dans la 

machine ä battre; [=] en- 

grener. 
ägüle: avaler goulument, [=] en- 

gouler. 
j ägiäf kekd: communiquer une 

maladie a quelqu'un. — Seule- 

ment infinitif et participe passe. 

— Peut-etre < *inlquire, 

alteration d'iniquäre? 
ilgürdt: [■<] engourdir. 
äjäwwle: [=] enjöler. 
ajlüs: [<] angelus. — Femin. 

pluriel le plus souvent. 
äkädre: [<] encadrer. 
äkädrccmä: [<*] encadreirient. 
äkeß: mettre en cage, [=] en- 

cager. 
äkest: [<] encaisser. 
äko, ou: äkör [=] encore; les 

deux formes s'emploient devant 

consonne et devant voyelle; 

mais äko est plus ordinaire 

devant consonne. 
äkobre: [=] encombrer. 
äkcelür: [=] encolure. 
fär äkrör: faire accroire; v. fr. 

encroire. — fär äkrgr kdc 

lä lyei'rce podya sü lä säivwsä. 

. . . que les iievres pondent 

sur les saules. — cf. krör. 
äkriete: enterrer un animal. — 

Inf. et part. — cf. krawt. 



äküreji: [=] encourager. 
äkürejmä: encouragement. 
Slve'. [=] enlever. — Forme 

fran^aise dans: enlevez-le! 
ätndgäzhie'. [■<] emmagasiner. 
ämäyote: [<] emmailloter. 
s ämänejf: [=] s'emmenager. 
ämeß: [=] emmancher, — je 

byc ffiäzvzü ämeß st ejär Ic. 
änaiv: [=] anneau. 
änäiVcüve: mouiller completement. 

— Derive de en -|- äiviv. — 

Bourb. änäwve. 
änäiu: a l'entour (adv. et prep.): 

tcel änälu: tout a l'entour. — 

< en -(- entour. 
änäw: [=] ennui. 
äne: [=] annee. 
änivre: [=•''] enivrer. — Pas de 

sens figure. 
äncvj-ä, -al: ennuyeu.x, -euse. — 

Derive d^än&yi. 
änosyf: [=] ennuyer. — Syn.: 

ethie. 
äpäkie: (<) erapaqueter. — Syn.: 

f'isle. 
s äpätüri: s'embarrasser les jambes 

dans quelque obstacle. — cf. 

s'empetrer, v. fr. empastu- 

rer. <; *irapastoriäre. 
äpez [f.]: empois. — v. ähzc 6.ox\\. 

äpez est le deverbal. 
äpi: [=] emplir. 
äplsäj: [==] emplissage. — On 

dit ordinairemenl: räplsäj. 
äpyätr: [<<] eraplatre. — j o bye 

bzi d en äpyälrcc kmä to\ nous 

avons bien besoin d'un era- 
platre comme toi. 
äpyesviä: [=] enipiacement. 



6o 



apyoyh [=] employor. 
äpyöemh [=] eraplumcr. 
äpoet: [=] einpecher. 
äpoetnä: [=] erapechement. 
äpost: epaissir. — Derive d^epo, 

dont e-, considörecoranieprep., 

a ete remplace par en-. 
äphje: [=] empoigner. — .v7 / 

/ äpot}, gar e to ! si je t'ein- 

poigne, gare a toi ! 
(Jpolj'i: mettre en fuite leslement. 

— Derive de pointe, comme 

fr. pointer ..frapper de la 

pointe" et v. fr. empointier. 
aprizdnh [<] emprisonner. 
äprüte: [=] empriinter. — Ad- 

jcctif, il signifie: embarrasse 

dans ses manieres. — La 

nasale a disparu, peut-etre par 

influenae de prcete preter. 
äprcetü, -Ür: [=] emprunteur, 

-euse. 
äpü: en echange; adverbe; [=] 

V. fr. empour (merae sens). 
äpüle: [=] empörter. — e se 

äpüte: il s'est empörte. 
äpüzemnä: [==] empoisonnement; 

tres mauvaise odeur. 
äpUzne: [=] empoisonner. — se 

äpüzin tce patäw: <^a sent tres 

mauvais partout. 
äpüznu, -ür: [=] empoisonneur, 

-euse; qui sent tr^s mauvais. 
äräyt: serrer la mecanique d'un 

chariot pour [=] enrayer les 

roues. 
äräwwyt: [=] enrouiller. — viva 

äräwwyi: voix rauque. 
äräüiivle: [=] enrouler. — Ex.: 

äräiiiivle läz äde. 



Irejt: [=-=] enrager. — far äreji: 
taquiner. — ty e dB ärejt: in- 
capable de decouragemcnt. 

s äresne: [=] s'enraciner. 

artet: [=] enrichir. 

ärödyi: [=] enraidir. 

äroyi [=] enrayer, c-a-d. faire 
le Premier sillon ; commencer. 
Cf. ro, et V. fr. enroier. 

äroete: embourber un char. v. 
dcra'te. — Eourb. ära-te; Rou- 
gem. ärütä. 

ärceme: [=] enrhumer; v. r&m. 

ärütoyi: enrouler dans qq. chose; 
derive de rot', cf. v. fr. en- 
roorter lier. 

(Isäkc: ensacher. — Derive de sac. 

äsan: [=] ensemble. — 77jeir äsan\ 
assembler, r^unir. 

ilsare: cendre; — raisin de cette 
couleur. — Derive de en -f- 
sar. 

äsasf: [■<] enceuser. — z n se 
pä ese hye äsasi lä ja. 

äse: [=] ainsi. — tcet äse kce . . . 
au meme moment que ... — 
V. fr. ensinc ainsi, dans des 
docuraents de la C6te d'or 
(1244 et 1275) reproduits dans 
Schwan -Behrens, Grajnm. des 
Altfrz. 9^ edition p. 279 et 282. 

äsmasi: [<] enseraencer. 

äsmasmä: [<] ensemencement. 

äsörs^/e: [<;] ensorceler. 

äsone: indiquer. — v. sone. 

äsoetye: [=] cercler. — cf. säwty. 

äscevlt: [<] ensevelir. 

ätäne: [==] entamer. 

ätadr: [=] entendre; avoir l'in- 
tention. Jamais au sens de: 



6i 



coraprendre. 
est sourd. 



e n nln rä: il 



ätätu, -ü\ habile; [=] v. fr. en- 
tentu. fär d sdn ätälü: faire 
le malin. — D6rive d'en tonte. 

ntä, -er: [=] entier, -iere. 

ätäsi: [=] entasser. 

ate: [=] enter. 

älcre: [=] enterrer. 

älermä: [=] enterrement. 

ätesi; mettre en täs. — D^rive 
de en -f- täs. 

ätyäw: enclos. — Tire d! ätyäwwr . 

älyäwwr: [=] enclore. 

älyo [f.]: sötte, maladroite. De 
meme ä Magny et au Val 
d'AjoI. 

ätydcpe: mettre deux boeufs (ou 
chiens) en couple. Derive de 
lat. cloppa < copula par 
m6tathese. 

ätycem (f.): [=] enclurae, surtout 
pour battre la faux. 

ätcemlt: a moitie engourdi. — v. fr. 

entomir, v. intumescere, 

Roman, eiyvi. Wb. 
s äiöne, avoir le vertige pour avoir 

trop tourne; au participe = 

qui a le vertige. — Mieux: 

äv7royt. 
ätcerlo (m.): ligature qui reunit 

les deux parties d'ua fleau: 

ÖL*äir£loyt <C interligare? 
älr'. [=] entre. 
ätre: [=] entrer. 
älrhie: [=] entrainer. 
ätrenmä: [=] entrainement. 
älrSmä: intermediaire (subst.). — 

< inter-medium. — La 



forme proclitique est le mot 
suivant, devenu preposition. 

äirücvie: entre. — ätrceme lä dx 
bo: entre les deux bois (lieu- 
dit). 

(itra;prar: [=] entreprendre de 
faire qq. eh. ou de lutter contre 
quelqu'un: älrocprar kik&. 

ätraepri (adj.): embarrasse dans 
ses manieies. — f6m. -iz. — 
V. älr de p rar. 

ätrdctiie: [=] entretenir. 

ätu: [=] entour. — e I älü. 

nlüräj: [==] entourage. 

ätüre: [=] entourer. 

äväw: [=] orvet. — Bomh.äväw. 

äväie: s'enflaramer (se dit d'une 
plaie). — Champlitte äväwwlc; 
a Rougeraont ävälä, prendre 
feu, se dit d'une maison ou 
il y a un coramencement d'in- 
cendie. 

äveyi: [=] envieillir. v. väy. 

äin: [<] envie, raais surtout desir. 

ävi: [=] envoyer. v. vi. 

ävlroyi: avoir le vertige; de en 
+ viri. 

nvlro (m.): grosse vrille. — en 
-f- virt. 

myri, -üz: presque toujours avec 
complement: cl ä dvyu d täw: 
il est [=] envieux, ou desireux 
de tout. Envieux, sans com- 
plement = jälu, -üz. 

ävlvp'e: [=] envelopper. 

j ävüle: [=] s'envoler. 

äe: [=] hache. 

dy: en avant! (aux bceufs.) — 
dy da, merae sens. 



62 



aiv: oui, — päJ'e äw: pardi oui. 
— ä hyl äw, ah bien oui 
(prolestation)! — äw mä fo: 
oui ina foi (protestation)! < 
hoc. 

äü'wy. [=] oeil , yeux. evo hö 
pye hdn äwwy'. »"'tre en bonne 
sante. 

ä: haie de charrue. — Emprunte. 

a(z) [=] aux (plur. de o = au); 
ra. et fem. 

äbr: [=] arbre. 

ädy (f. et masc.) : [=] aide (f. et rn.). 

ädyi: [=] aider. 

Cij: [=] age, et [<] äuge. — 
Itr an äj: etre en age respon- 
sable. 

J«: [=] ane (au propre et au 
flg.). — fär l an pü evo du so. 

änes: [<] anesse. — Äu figure 
on dit: bürlk. 

^nrf: [=] änerie. — Syn.; ajä-satri. 

äs: [<] as (de pique . . .), au 
jeu de cartes. 

■fä/r: [==] ätre, foyer: e ee k ei 
ä l älr, s ä e sä/ ee: un chat 
qui . . . 

äz: [=] aise (subst. et adj. pie- 
dicat). — e// ä bye äz: eile 
est bien contente. — c sdn äz: 
a son aise, ou riche. — da ja 
e l äz: des gens aises. 

äzas (surtout pl.): aisance. — 
prär säz äzas: se mettre a l'aise. 

azt: [=] aise, aisee, au sens de 
facile, non de riche. 

äzrnä (sg. tt pl.): ustensiles de 
cuisine. — rleve läz äz?nä: 
laver la vaisselle apres le repas. 
— Derive de äz. — v. fr. 



aysemen ts; Rougemont: äztnä 
vaisselle, instrurnents d'agri- 
culture. 

[bayt e) bäbü: donner i boire. 

Langage enfantin. 
häbl)} : [<^] babine. 
bäd'ijdne: [<] badigeonner. 
bä/üyf: [<] bafouiller. 
bägäj: [<] bagage. 
bäy: donne (au jeu de cartes). 

— fäws bay: maldonne. — 

Subst. verbal de läyi. 
bayt: [=] bailler, donner. — Le 

radical de „donner" a disparu 

du patois. — müw kix s bäy: 

mal contagieux. 
bäyu, ür: donneur, -euse; [=] 

bailleur. 
s läläde: [<] se baiader. 
bälen: [<] baieine, surtout de 

parapluie. 
bälibäw: salsifis des pres. — 

Autoreille: bälibo; berbütero ä 

Rougem. 
hän: \=\ borgne (in. et f.). — 

V. Wartburg, Revue de dialecto- 

logie 111— IV. 
bärb: [=] barbe (m. et f.). 
härbofe: [<] barboter. 
härhu, -Ü: [=] barbu, barbue. 
bärbüyt: [=] barbouiller. — Syn.: 

ägäinürc. 
bärdäw: [<] bardeau. 
bärlkäd: [<] barricade. 
.V bänkäde: [<] barricader. 
bärycclc: [<] barioler. 
bärkäw (m.): petite barque. — 

Diminutif de barque: bark. 
bäskiile: [<] basculer. 



63 



bäiäyt: [<] batailler. 
bätäj'u, -ür: [<] batailleur, -euse. 
hmv. crapaud. — Seulement au 
sens propre; au fig,: krepätv. 

— V. fr. bot. Rougem. bo; de 
meme beaucoup de patois. 

gra bäbäwiv: grand sot, niais. 
baböe: pantoufle. — Sans autre 

sens. — [=] fr. babouche 

-\- pantoufle. 

badäw. [■<•■'] bandeau. 

badäj: [=] bandage. 

bad^\ [=] bander. 

häkle: faire la collation de 4 

heures apres-midi. — Corame 

subst.: ce repas lui-meme. — 

Derive de banquet. 
bäy (f): epi de mais. — [=] 

bille < celt. *bilia. 
bäfe: [=] beler. 

bäw: [=] bouc. — De meme ä 
Champlitte bäiv (non hoek Atlas 
Gilliiron carte no. 150). 

bäiinve: tige de paille. — Une 
buche de bois: e b?i d bd {jamais: 
bäwwe). [= buche]. 

häwweäwt: petite tige de paille. 

— firi e le bäwweäwi: tirer a 
la courte paille. — Dim. de 
bäwü'€. 

bäivk (f): bouton aux levres. 

Rougem. büko. Emprunte, 

derive de bucca. 
bäimi'l: [=] boule. — - Le jeu 

de boules est inconnu. 
s bäwwle: se rouler par terra 

comme une boule. 
häwwnäw: [=] b eignet. — Oii 

en fait surtout a carnaval ou 



pour recevoir les galants. — 

— V. fr. buignet. 
bäws: \=\ bosse, 
bä, bäs: [=] bas, basse. — iwä 

d bäs: voix de basse. Pas de 

sens figure. 
bäe: [<;] bache. 
bäfre: [<[] bäfrer. 
bäyi: [=] bäiller. 
bäyo: [=] bäillon. 
bäyöne : [=?] bäillonner. 
bar: [=?] barre. 
bare: [=?] barrer, 
bäst: [=] baisser. — e bäs /ä- dd: 

il est voüte. 
bäif: [=] batir. 
bätimä: [<<] batiment. 
bälisü, -ür: [■<] bätisseur, -euse. 
bätne: [=] batonner. 
bäto: [=] baton. 
bävatr: [=] bas-ventre. 
bäzen: [<] basane. 
bebe (m.): jouet (langage enfantin). 
be, bei: [=] beau, belle. — be 
fr er, he per, be p'erä, helmer, bei 

sd\ — On ne dit pas: belle- 

fille, ou: beau-fils, mais: Jar, 

brü. — jünle bei: jouer la partie 

decisive (aux quilles). 
bebet: petite bete (langage en- 
fantin). 
begle: [=] begayer, balbutier. 

Suif. -elläre. 
begre, -e: qui begaye. — Feminin 

rare. Derive du radical de 

Kcg-le. 
beyäiv: [=] billot ou morceau de 

bois atlache au cou d'une 

vache, d'un chien. — Diniin. 

de bay. 



64 



heyf: poussor des Iniy. — Se dit 

sculcraenl du mais. — Derive 

de bäy. 
b^ke: [<] becquce. 
bekth. [<] becqueter. — qqf. con- 

fondu avcc bäktc, par plaisan- 

terie. 
belas : [=] balance. < * b i 1 a n c i a. 
bcliväw. [<•■'] baliveau. 
belöj (f.): cuve ovale, ou Ton 

diverse las raisins de la büy. 

Godefr. beslonee. 




bern (f.): fosse de chaque cote 
de la route. ^= fr. berme «< 
bas-allem. berme. ' 

bese: [=] bassin. — Surtout : 
Sorte de bassine munie d'un 
manche pour prendre de l'eau 
d'un seau. 



heshjüw (ni.): renoncule dite [=] 

bassinet. 
heshje (f.): le contenu du lese. 

Derive de hcse. 
beshie: [=] bassiner. — besene 

l lä: bassiner le lit. 
besenür: [=] bassinoire. 
bei: [==] bete. — Subst. et adj. • — 

lä bet ruj: aniraaux d'espece 

bovine. 
belä: [<] beta, sot. 
hetä: [==] battant de cloche. 
betem: [<] bapleme. 



beliz: [<] betise, propos incon- 

venants. 
hHlzv. [=] bapiiser. 
belmä: [j=\ b6temerit, sotlement. 
bet^: [<] beton. 
bctr: [=] battre. — belrae l^ fäw: 

battre la faux pour l'aiguiser. 
b'ilTir (f.): ce qui reste de la 

creme, quand le beurre a ete 

battu avec la bctür. — Derive 

de betr. 
hetür: baratte. Derive de betr. 
bev: [=] bave. 
beve: [=] baver. 
bevel: [«<] bavette. — täyt cn 

bevel: bavarder. 

bevür: [=] bavure. 

bevii, -ür: [=] baveux, baveuse. 

bmc: [=] baigner. 

bhjü: [=] baigneur. 

bibi: bibelot (langage enfantin). 

bigäräw: [<] bigarreau. 

bisk: interjection adressee ä une 

personne qu'on veut faire bis- 
quer. 
bukt: [<<] bisquer. 
byäw, hyäiüs: [=] biet, blette. 

byäws par influenae de bydsi; 

V. fr. blosse, 
^/özt'/: betterave. <<*bettaavec 

-y- < -1- qu'on retrouve dans 

lyonn. bleta, etc. 
byä, byee: blanc, blanche; pale. 
byäivk: boucle. — Rougeraont: 

büty, merae sens. 
byäwk ■< lat. buccula avec meta- 

these. 
byäm: [=] blame. 
byäme: [=] blaraer. 



65 



bye: [=] ble. — Culture princi- 

pale du pays. 
bye: [=] bien. — byeto: bientot. 
byeet: [=] blanchir; ptilir. — 

eil e byeet tce d e käw: eile a päli 

tout d'ua coup. 
byheisä, -at: blanchissant, -ante. 
byeeisäj: [==] blanchissage. 
byeetsrt: [«<] blanchisserie. 
^7^elJ«r:blanchisseuse,repasseuse. 

Suif. -«r, feminin de -ü <C 

-atörem des noms d'agent. 
byeece: [=] blancheur. 
b),'e ^ru, -üz: {==] bienheureux, 

-euse. 
byösf: [=] blettir. 

byce, hycev: [=] bleu, bleue. 

byäsnä: poirier sauvage, dont le 
fruit n'est mangeable que 
quand il est biet. — Derive 
de byceso. 

bydeso: poire sau vage. Dans 
Godefroy: blesson. — v. 
Meyer-Lübke, Korn. eiym. Wb. 
*bullücea. byaso peut etre 
derive de *bullucea, mais en 
admettant l'influence de byäw 
pour expliquer l'initiale by-, 
car *bullucea donnerait 
*blceso. 

bydevt: [=] bleuir. 

blä: belier. — Emprunt. 

bläwwd: blouse de paysan, [=] 
blande. 

bläwt [=] belette. 

blak: [<] blanque, tout etalage 
k la fete du village. — jun e 
le blak: jouer ä la blanque. 

hnetyä: [=] benitier. 

Beiheft zur Zeitschr. f. rom. Phil. LI. 



bner [==] benir. — b7ie: beni; 

hiety : benie. — o bnely : eau 

benite. 
ho: [=] bois, foret. 
ho d rii: Solanum, morelle. 
böhas (ou: höbas): [■<] bombance. 
bobo: mal, douleur (langage en- 

fantin). 
bdyä: benet. — Pas de feminin. 

N'est pas de lalanguecourante; 

-ä indique un mot emprunte. 
boyäw: [=] boyau. 
bojü, -Ü: bombe et creux ä l'in- 

lerieur. — Cf. bouge: partie 

bombte d'un objet. Derive 

de bouge. 
bök (f.): grosse noix. 
bql\ [<] bol. 
bqr\ [==] boire. 
bdr: [«<] bord. 
börb: boue, [==] bourbe. 
■j bor ja: [=] berger. — Usite 

seulement dans: köb ö bor ja. 

Ailleurs toujours: berje. 
bdsö: [=] boisson. 
bötäkäw: licou. [<] boute-en- 

cou; le verbe b outer n'existe 

plus en patois. 
böte: [<] beaute. 
böile: [<?] botteler. 
ho, bdn: [=] bon, bonne. 
bödnäw: bondon. Diminutif de 

bondon. 
bödne: [=] bondonner. 
böjü: [=] bonjour. 
bdn: [=] borne. — Pas de sens 

figure. 
Iwnättif, -i: amoureux, -euse. — ^ 

Subst. 



66 



hdftas: [<] bonasse. 
bdnäw: [=] bonnet. 
bdnx: [=] bonheur. — Plus 

ordinaire: eas: chance. 
bönöm: [=] bonhomme. 
boso: [==^] bonsoir. 
böte: [<] bonte. — Quelquefois 

employ6 cornme juron, en 

allongeant extremeraent la 

preraiere syllabe. 
bx: [=] boeuf. — Sg. et pluriel. 

— le väe men d b&\ la vache 

est en chaleur. 
bSblfi: [<?] bobine. 
ba'de: [=] boudin. — rpä d bade: 

repas qu'on fait quand on tue 

le cochon. 
b&den: [< ?] bedaine. 
bdefe: bouder; [=] fr. bouffer; 

etre fache. 
bdefri: bouderie. D6riv6 de bdefe. 
b&fü, -ür: boudeur, -euse. Derive 

de bdefe. 
häkäwt (f.): ble Sarrazin. — 

Comme ce ble n'est pas cultive 

dans la region, le mot est 

rare et probablement emprunte. 

[=] bouquette. 
boeke: [=] buquer, heurter ä 

qq. eh. — Bourb. büke. 
bceke: [=] bouquin. — Au fig.: 

lascif. 
h&r: beurre. — Emprunte. 
beerbt: [=] brebis. 
boerdäwivle: faire uu vacarme 

mysterieux. Cf. le mot Italien: 

bordello et bderdone. Le 

groupe -rd- indique un em- 

prunt ou une foime *br(jed-. 



bierdöml: [=] bourdonner, parier 

d'une voix sourde. 
bwrdüyi: [=] bredouiller. 
bcerji: lit en desordre corame 

une etable a brebis. << *ber- 

bic-Ile. 
b&rkäy: brindille de bois sec 

([=] Bourb. bd'rläy), bagatelle. 

— Parent de bricole? 
bcerkeyi: bricoler, travailler ä des 

bagatelles. — Dans le fran^ais 

regional on dit aussi: bre- 

quiller. D6rive de bverkäy. 
bderkeyäw, -/: celui, celle qui bre- 

quille. D6rive de bderkeyi. — 

Rougem. brdekyo. 
bderlego: [<] berlingot, sorte de 

bonbons. 
biirldk: [<] breloque. — Syno- 
nyme: pälräk: [<] patraque. 
bcerlü: [=] berlue. — Le groupe 

-rl- ne peut etre ancien en 

patois. 
etrce bcerlü : avoir la berlue. Tire 

de bärlü trait^ comme ad- 

jectif. 
b&riel: [<] bretelles. 
bcerzeyt: reduire en miettes. — 

Cf. [=] fr. bresiller: prov. 

brezilhar, d^rives de briser. 
{säw kmä) hcerzi: sec corame 

f=] bresil. 
bcesle: [=] bosseler. 
boesü, -Ü: [=] bossu, bossue. — 

rir kmä e bdesü. 
bdctne: [=] boutonner. 
bdetn^r: [==] boutonniere. 
bdetd: [=] bouton. — ne pive d 

be säso S(7 bdeio. 



67 



hceväw (m.): agaric comestible. 
brane: bouger; se remuer; [=] 

branler. 
hrä: berceau; ridelle de chariot. 

<; *bersi-ariuin. — v. fr. 

bercier. On attendrait *liresä, 

V. örSsf. 
bräwwyi'. beugler (vache); pleurer 

en criant tres fort. < *brag- 

ull-äre(?) derivede*bragere. 

Rougem. hr&yi. 
bräwwyär', qui beugie souvent; 

qui crie souvent. 
hräyi'. [=] brailler. 
Iräyü, -ür: [=] brailleur, -euse. 
brämä: beaucoup, bien: ilo brämä 

eme. — j evl brämä d pom. — 

Bourb. bramä. — =brave- 

ment? 
bre\ bras. 
hresi: bercer. — Pas de sens 

figure. <i V. fr. bersier, d'oü 

*bresier par metathese. 
bresi: [r=] brassee, cequ'onprend 

avec les bras. — ährest e l'e 

gros bresi: embrasser forte- 

ment en passant les deux bras 

autour du corps ou du cou. 
brez: [=] braise. 
bree: [=] branche. 
etroe da lä bredzeg: etre dans les 

[==] brindes. 
bridy. [=] bride. 
bridyc: [=] brider. — Pas de 

sens fig. 
brigadäj: [•<] brigandage. 
brtgäd: [<[] brigade, troupe quel- 

conque. — brtgäd d oyäwl: une 

troupe d'oies. 
brtye: [<] briller. 



brik (f.): morceau (de pain); 

[=] brique. 
brfzt: \j==] briser. 
hrizfaiüwsäy (f.): tabouret (plante). 
broeäwt: broche ä tricoter. Di- 

minutif de broche. 
hrode: [<] broder. 
broj't: [=] broyer ; serrer tres fort. 
broyü, -ür: [=] broyeur. 
bröket (f.): penis; pas d'autre 

sens. — Diminutif de broc. 

Emprunt: -ette! 
bröei: [=] broncher. 
brödne: bourdonner, comme un 

brödo. Derive de brödo. — 

Rougem. frodnä. 
brödo: [==] bourdon. Rougem. 

frodö. 
brxle: [=] bruler. 
brälgcel: [=] brule-gueule. 
hr&lür: [=] brülure. 
broeväivt: [=] brouette. 
broeväj: [<<] breuvage. 
br devote: [=] brouetter. 
broevöle: [==] brouett^e. 
br«, bräfj: [=] brun, brune. 
hrü: [=] bru, belle-fille. 
brü'- [=] bruit. 
bräy^r: [=] bruyere. 
brüytie: [=] bruiner. 
brüske: [<] brusquer. 
brü (m.): gui. Mot commun ä 

beaucoup de patois. 
brüy: [=] brouille. 
brüyä: [=] brouillard. 
hrüyi: [=] brouiller. 
brüyo: [=] brouillon. 
hrüs: [==] brosse. v. Meyer- 

Lübke, Rom. etytn. Wörterb. 

art. *burstia. 

5* 



68 



briisv. [=] lirosscr, 

bür: [=] bure, cruche a eau. 

büraw: [<<] bureau. 

biityüw: mcme sens que buzS. 

hüty?: [-<] butin. — 7)le du be 

butyh voilä de belle marchan- 

dise! (ironique). 
büzne: travailer en buzS. v. buz3. 
büzd: nonchalant corame une 

buse, lat. buteo. 
bivt: [=] buer, lessiver. — Jamais 

intransitif. 
bivi: lessive. — fär le bwt. 
bu: [=] bout. 
büc: [=] bouche. 
büeä, -fr: [<] boucher, bouchere. 

Avec Suffixe patois. 
buef: [=] boucher. 
{e) btteiS: le visage ajjpuye sur 

la table ou le sei: e se nie e 

büetd pü krtye (= pleurer) : il 

s'est mis . . . pour pleurer. — 

V. fr. a bouchetons. 
büetrü: [<] bouche -trou. 
büd [f. pl.]. — Seulement: dlmae 
da büd: Godefr.: dimanche des 

bordes [= brandons) ; ■< v. fr, 

behourde joüte; v. Glossair c 

des patois de la Suisse rom. 

art. bwärdi. 

büde: [=] border. 

büdur: [==] bordure. 

büy: bouille de vendangeur. 




\büydw: paniers attache.s de 
chaque cöte de l'äne. — La 
chose ayant disparu, le mot a 
vieilli. Derive de büy. — Bourb. 
büyäw', Champlitte büyäw. 

büyi: [=] bouillir. — Au fig.: 
etre tr^s inquiet. — v. billige. 

bülige: rendre trfes inquiet. Form6 
de bulläre -|- fatiguer? 
Rougera. büligä. 

büräe: [<] bourrache. 

büre: [=] bourrer; se d6pecher. 
i n 3 pä bz? d tä nö büre: nous 
n'avons pas besoin de tant 
manger (ou de tant nous de- 
p8cher). 

hüryawwde: tourmenter, malme- 
ner. — Bourb. btiryäivde. — 
cf. bourreau. 

bürjwä, -wäz: [<] bourgeois, 
-eoise. — Signifie le plus sou- 
vent: maitre ou maitresse de 
maison; syn.: mätr, mätröz. 

bürlä: [=] bourrelier. 

büsküle: [<<] bousculer. 

büsd: [=] buisson. — Au flg.: 
femme negligee et sale, comme 
un buisson sauvage. 

bütäy: [=] bouteille. 

büty: piece d'etoflfe pour raccom- 
moder. << büccula? raccom- 
moder c'est boucler un trou. 
V. byäwk. 

biilyoyi = boiter. — Syn.: geyäde. 
— Derive de boiter. 

büiyü, üz: [=] boiteux, -euse. — 
Syn.: geyä, gabt. 

bnzbäw: petit bout d'homme, ga- 
min. Mot tres repandu en 



69 



Franche-Comte; Rougeraont: 
büzbb. 

büzeyt: [=] bou silier. 

hüzlro (ra.): tas de furnier dans 
les champs, grosse bouse. 
Deriv6 de büz] pour le suffixe, 
cf. eäivwdirö. 

bwät: [<] boite. 

hivt: buis; [=] bouis, frequent 
en francais au XVIL^ et au 
XVIIP s. 

bvü, -ür [=] buveur, -euse. 

bzan: [=] besogne. 

bzive: [=] besoin, surtout: besoins 
naturels; fär sä bzwe: aller a 
seile. Le mot devient bze or- 
dinairement dans: "in e pä bzc 
d se, et en general dans la 
locution: avoir besoin. 

eädo: [=\ chardon. 

eägrene: [<] chagriner. — Rare. 

eäy: [=] chaille. — Encore tres 
vivant. 

eäla:: \=] chaleur, rut. 

eälvätre: faire de mauvaise be- 
sogne, surtout en fauchant, en 
taillant de l'etoffe. — Emprunt: 
-äi-? Parent de gelväwivde 
galvauder? 

eäpitrh [<] chapitrer. 

earbS: [=J charbon. 

eäret: [=] chercher. — vw et be 
eurer, vos efforts sont inutiles. 

eäryäw. [==] chariot. 

eärj: [=] charge. 

eärjt: [=] charger. — e vätviü 
mäw l eärjt koe d l äpv. il est 
insatiable. 



earjäiüwl: qui met les gens ä la 
gene. — Adjectif postpose. 
Derive de eärjt avec suff. 
-äbilem. 

eärkütyt: [<] charcuter; couper 
grossierement. 

eärkutyri: [<] charcuterie,viande 
de charcuterie, travail grossier. 

eärm (m.): \=\ charrae •< car- 
pinum. 

eärm (f.): friche. <; celt. *calma 
>> V. fr. chaume (meme sens): 
Im > rm. 

eärme: [<[] charmer. 

eärmoj (f.): rhume de cerveau, 
coryza. — v. fr. chamoire, 
chamorge, que INI. Meyer- 
Lübke, Rom. eiym. Wb., ex- 
plique par *camoria. — 
Rougera. köhnfäe, Magny eer- 
müj. 

eärön: [==] charogne. — Syn.: 
7nceri. 

eärpätä: [=] charpentier. 

eärpätc: [=] charpenter. 

eärphy. manne en osier. — lat. 
*carpinea, v. Meyer-Lübke, 
Rom. etym. Wb. 

eätuyi: \_<C\ chatouiller. — Le 
mot patois ordinaire est: getoyt. 
fäiü d eävän: grand feu (dans 
un fourneau). — eävän n'est 
Jamals employe autrement. — 
A Grand'Combe fz»*/«/ signifie: 
feu de joie, surtout celui de 
la St. Jean; ce mot est parent 
de notre eävän. Le grand 
feu des büd en certains patois, 
p. ex. ä Magny, s'appelle 
eävan; ce mot vient de 



70 



capanna, nom donne au 

büchcr a cause de sa forme. 

Voir Glossaire des palois de la 

Siiisse roftiande, art. brandons. 
eäiv: [=] chaux. 
eäw, eäwwd: [=] chaud, chaude; 

en rut. — i eäiv e frö: un 

chaud et froid. 
eäwwd^r: [=] chaudiere. 
eawwd^r d ä/e (ou räwwz o In) 

(f.): coquelicot, papaver rhoeas. 
eäivdtrd: chaudron. D6riv6 de 

chaudiere, ce qui explique 

eäwwdmä: [=] chaudement. 

eawwfäj: [=] chauffage. 

emüwfe'. [=] chauffer. 

eäivivm: [=?] chaumes. — Le 
mot patois ordinaire. est: etüby. 

eäwws (f.) : bas. — püst ö kü ä 
eawws: pousser au cul aux 
[=] chausses = poursuivre de 
tres pres. 

eäwwset: [-<] chaussette. 

eäwwst: [==] chausser. — t^ vle 
bye eäwws r. te voilä bien loti! 

eawwsS: [=] chausson. 

eäiüspye: [<] chausse-pied. 

eaiüstrep: [<;] chausse-trappe. 

eäwwsür: \=\ chaussure. 

eäwwv: [=?] chauve. — Syno- 
nyme: pyame: plume. 

t eawwve: i/.> litre de vin. — v, 
fr. chauveau. v. Hont. Etym. 
Wb. art. calvus. 

eawwvleri: [=] chauve -souris; 
ou: eövieri, eövisri. 

eä: [=] champ. 

ea [d lä): morceau de lard grille. 
— Godefroy: chaon. — eo, 



ä, Larret, 4 km de Pierrecourt. 

— Cf. caduca: frusta ex adipe; 

cada (glose): arvina. 
eäbllr (f.): chevalet pour scier 

du bois. Cf. käbr'i 
eädiä: [=] chandelier. — Syn.: 

piyürf. 
eädlüz (f.): [=] Chandeleur. — 

V. fr. chandelose; cf. les adj. 

en -u, -tiz. 
eänet: [=] chanlatte, et surtout 

cheneau. 
eäpajo: [<] Champignon. — Le 

mot patois ordinaire est: müstro. 
eapo{m.): v. fr. champ ois, champ 

a eapoyt. 
eapoyt (p. ex. une luzerne): y 

metlre les betes aux champs. 

Derive de champ. 
easS: [=] chanson. 
eate: [=] chanter. 
eaie: [=] chanteau; surtout le 

morceau de pain b^nit destine 

a la famille qui doit offrir le 

pain benit le dimanche sui- 

vant. — Rougemont teallo. 
eatü, -ür: [=] chanteur, -euse. 
eäwwz'. [=] chose. — e n e dS 

pwe d eäwiüz: il n'a pas de 

sentiment (piti^) ! 
eä (m.): partie d'une maison. — 

Godefroy: chas. — v. Meyer- 

Lübke, Hom. Et. Wb., capsum. 
edn: [=] ebene. — v. fr. chasne. 
eänäw (m.): centauree. Dimin. 

de eän7 
eäräwl: [=] charrette. — Peut- 

etre emprunte, ainsi que les 

suivants; on altendrait plutot 

eer-. 



71 



eär^r (f.) : lieu-dit [= v. fr. char- 

riere.] < carraria. 
eäro: charroi. 

eäroyi: [=] charroyer ou charrier. 
eärö: [=] charron, 
eärie: [==] charretee. 
eäru: [=] charrue. — metr le 

eäru dvä lä b&\ agir de travers. 
eäsi: [<] Chassis. 
eäte: [=] chateau. — n e da gro 

eäie ö tä\ gros nuages au ciel. 
eälet}'. [=] chätaigiie, marron. 
eätene: [<] chätaignier. 
eätre: [^] chätrer. 
eätroe-eye'. mauvais couteau. 
eätrü: [==] chätreur. 
eäzrä (m.): oronge amanite; 

= jaseran (Littre). 
I ee: [=] char. Oii dit main- 

tenant toujours eäryäiv. 
ee: [== ?] chez. — chez nous = 

ei n3, ou qqfois : ee nö. — sä 

eejiire k l a dt: c'est la famille 

Juret qui l'a dit. 
ee, eer: [<?] eher, chere (qui 

coute eher). — Au sens de 

„cheri", on emploie la forme 

fran9aise: ;«^ eer, mon eher. 
ee, eet: [==] chat, chatte. 
eek: [==] chaque. 
eek&, -en: [=] ehacun, -une. ioe 

eekce: tout le mon de. — eek^ 

pü lu: ehacun pour soi. 
eepe: \=] chapeau. 
eepel: [=] chapelle. 
eeple: [•<] chapelet. 
eer: [=] chaise. 
eer: [=] choir, tomber. — Part. 

pl. eu, eüly: el e eü, il est toml>6. 

Syn.: s fütr e ha. 



ees: [==] chasse. 

eesf: [=] chasser. 

ees7noe: [=] chasse-mouches. 

eesü: [=] ehasseur. 

eetner: lucarne, soupirail. Derive 

de eet chatte. 
eevr: [==] ch^vre. 
eej: change. — iü n t pedro rä ö 

eej. 
etji: [=] changer. 
eejmä : [=] changement. — el e 

so eejmä, se dit des fonction- 

naires. 
een: [=?] ehaine. — fär le cen, 

quand on monte les tuiles sur 

le toit, ou en eas d'incendie. 
ei'iw: [=] chignon. 
ei: [=] chier. — tti kro dd k o 

ei läz ekü. 
ele: [=] chiche, exclamation de 

defi ä quelqu'un qui menace. 
el/öne: [=] chiffonner. 
eifoije, fjer: [<] chiffonnier, -iere. 
elkäne: [<] chicaner. 
e'ikäne, -ner: [<] chicanier, -iere. 
eike: chiquer du tabac. 
e~ike: etre projete avec force, 

comme avec une elkür. — v. 

fr. gicler? Cf.chiquenaude? 

Rougem. telkyi] — Bourb. etke 

6clabousser. 
elkrt: objet tout petit. — Cf. 

eikte. 
elkle: [=] ehiqueter, eouper en 

petits morceaux minces. 
elkür: Sorte de seringue ä air 

eomprime, faite au moyen d'une 

tige de sureau. — Derive de 

etke. — Rougem. ielky. 



72 



eyäs (f.): füire (trivial), diarrhee. 

Derive de ef. 
eyäwt (f. pl.): latrine (trivial). 

Derive de et. 
eyäkTlyäwl: merdeux , qui fait 

encore dans sa culotte. Injure 

adressee aux enfants. 
eyälä: [=] chienlit. 
eyp-: latrine. — Terme ordinaire. 

— V. fr. chioire. Derive de 

et. Cf. eyäwt. 
eye, cyen: [=] cliicn, chienne. 

s ä e eye: c'est un avare qui 

traite mal ceux qui viennent 

ä sa table. 
eyenaw (m.) : caucalis, ombellifere. 

Dimin. de eye'i 
eyur: [=] chiure (demoucheetc). 
eyü, -ür: [=] chieur, chieuse. 
em^, eoeme: [=] chemin. — / eoeine 

d/e: chemin de fer. päse 

vöt cceme, se n vü rgäd pä. — 

Syn. vi. 
emez, ecetnez: [=] chemise. — 

e s'ö kinä ku e etiiez: ils sont 

comme cul et chemise, c-ä-d. 

de la derniere intimite. 
enäwwvr, ecenäwwvr (m.): [=] 

chanvre. — iwt e&nawwvr, non : 

"^votce enäiüwvr. -äwwv <C - ab r - 

<! -apr-; cf. täwwl < tabula. 
enäy, edenäy: [=] chenille. säl 

kcemä hl ecenäy: extremement 

sale. 
ene, eoeni: ordures menageres 

qu'on balaie, un petit rien. — 

s ä e pte ene'. il (eile) est tres 

petit et leger. — v. Meyer- 

Lübke, Koni. etym. Wb., *cani- 

lia. 



edh&\ cliarboii des cer^ales, qui 

noircit le ble; [=] charbouille, 

<C carbunculus, avec altera- 

lion etrange. 
eojt: [==] choisir. — Que!qucfois: 

soji. — V. eoji. 
edvteri ow eäwvicrt ou eövlsrf (m.): 

[=] chauve-souris. 
eojt: [=] songer. — Souvent: 

söfi. V. eoji. 
eöjmä ou sojmä: souci, peine. 

Deriv6 de eöß. 
eönc: pleurnicher. — v. ewene. 

— Onomatopee? — Bourb. 
edr}e (m. s.) et ewhje. 

eoele (jamais *ele\. sucer son pouce. 

— S'emploie en ce sens avec 
ou sans complement: ecele sd 
päivws, — Rougemont teülä 
,,f^/l" et boire ä petite gorgee; 
Val d'Ajol edtlä respirer a la 
figure de quelqu'un. 

ecevräwt (f.): petit tas de fein 
qu'on forme en fanant. Di- 
minutif de chevre, cf. kabot 
en fran^ais de Test. v. liom. 
Et. Wb. de Meyer -Lübke, art. 
capra. 

ecemne: marcher. — Jamais: 
*eincene. — eSmne so dro erne: 
aller son droit chemin. Derive 
de chemin; [=] cheminer. 

ecJcmne: [=] cheminee. 

eanväivwdy: [==] ebene votte. 
Alteration du suftixe. 

ecenve: [=] chenevis. 

eceiivlr: [=] cheneviere. 

etö ou (apres une consonne) jceto: 
[=] jeton; essaim d'abeilles. 

eüty: [=] chute. 



73 



eväw: [=] cheval; terrae d'injure. 

— Autre forme rare: ezuäw. 

Ice eväw, ou / eäväiü qui est 

bien plus fr^quent. 
eväy: [=] cheville. — eäväy 

apres consonne. 
eveyt: \=] cheviller. — edcveyt 

apres consonne. 
evd: [=] cheveu. — eoevx. 
eü: [=] chou. — eürlv: chou- 

rave. — La choucroute n'est 

connue que par ou'i-dire. 
eu grä: rume. 
eü: chouette. <; cauva. 
eüküyä: cerisier des haies, cerasus 

padus. — ou bois de St. Lucie, 

cerasus mahaled. Cf. Rolland, 

Flore popiil. ^,1^2. 
ewene: pleurnicher. Synonymes: 

eone, pyone. 

däte: [<] dater. 

davüiv: de ä coudre. [=] v. fr. 

deel <C *ditalem < digi- 
talem. 
däivwb'. [<<] daube. 
däws: gousse. — dos d^äw, gousse 

d'ail; [=] V. fr. dolse < 

dolsa, Born. Et. Wb. 
da: [=] dent. 
da: [=] dans. — ■ da l tä: autre- 

fois. 
daje: [<] danger. 
dam: [==] damner. — cl ä dane 

ioe pa läz ä/e: c'est un miserable 

impie. 
dari: [«<] denree, marmaille. 
dasi: [=] danser. — On danse 

seulement aux noces et ä la 

fete patronale. 



dasH, -ür: [=] danseur, -euse. 

däii'wzen: [=] douzaine. — duz 
däwwzen ne se ditpas „grosse". 

dämä (m.): prune de [<^] Damas. 
da dämä vydle: des damas 
violets. 

debäräst: [<] debarrasser. 

debärä: [-<] debarras. 

debärbüyt: [==] debarbouiller. 

debärke: [<] debarquer. 

debaivivei: [=] debaucher. Rare 
comme substantif. 

debäyt: ouvrir la bouche pour 
parier. — Surtout dans l'e.x- 
pression: e tt pä pä debäyt: il 
ne peut pas decrocher les 
mots. — Cf fr. bayer; com- 
pose de batäre. 

debeyt: deshabiller. Compose de 
de + ebeyf. 

debetr: [=] debattre. 

deblte: [<] debiter. 

debyceke:\==\^&:>o\xc\QX. v.byoeke. 

deböte: [<] debotter. 

debödne: \=\ debondonner la 
cuve, etc. v. h'ödne. 

debcelne: [=] deboutonner. 

debräyi: [<] debraille. 

debridye: \=\ debrider un che- 
val. 

debrüyi: [=] debrouiller. 

debüei: [=] deboucher; d^couvrir 
dans s debüct Ic naiv: faire 
tomber la couverture du lit 
pendant la nuit. 

debüde: [=] deborder. 

debürsi: [<] debourser. 

debziäte: [<] dt^boiter. 

dteärj: [==] decharge. 

deeärji: [=■] döcharger. 



74 



(fhärjti: partie du grenier oü l'on 
d^chargc les gerbes. Derive 
de (ihärß. 

d'ÜeUrkceyt: demeler du fil. v.äeär- 

kceyt. 
(Iteäw: d6chausse. — e pye dteäw. 

nu-pieds. [=] dechaux. 
di'eäwwsi: [=] dechausser. 
deeatc'. [=] d6chanter. 
d'cet/re: [<] dechiffrer. 
deeikt'c'. [=] dechiqueter. — v. 

e'ikie. 
deetrt: [=] dechirer. 
deeirür: [=] d^chirure. 
deecevle: [=] echevelee. 
j dedir: \^=\ se dedire. 
deddmejf: [=] dedommager. 
defäw. [==?] defaut. 
defadr: [=] defendrc. 
defas: [=] defense. 
defäü'wyi: [=] ddfeuiller. 
de/äet: [=] defächer. 
defär: [=] defaire. 
dt'fere: [=] deferrer un cheval. 
defyas: [=] defiance. 
defye: [=] defier. 
defyceri: [=] defleurir. 
deforme: [=] deformer, 
def'öst: [==] defoncer. 
defriei: [=] defricher. 
defrqyi'. [=] defrayer. v. froyf. 
degarni: [-<] degarnir. 
degäie: [<] deganter. 
degejt: [=] degager. 
degneyt'. [==] degueniller. — Jt^ 
degneyo d ceäyö: il y avait des 

noix an masse sur l'arbre. 
degöfye: [=] degonfler. 
degcele'. vomir. — Grossier. [=] 

degueuler. 



d'igKt^: [=] degoulter. 
d'ügräst: [=] degraisser. — j «/t'- 

gräst lä da: faire pauvre chcre 

apres un festin. 
dcgr7g(cl'(: [=] d^gringoler. 
d^grost: [=] degrossir. 
degulc: [=] degoi^iter, 
dejolc: [=] degeler. 
dejxne: [=] dejeuner. — Aussi 

comrae subst. 
j dijiijt: [=] se dejuger. 
dekäetc: [<] decacheter. 
dekarbäivwei: syn. de: deb(livu>et. 
dekapc: [<] decamper. — Syn. 

fütrce l kä. 
deknäwtr: distinguer des choses 

semblables. v. knäivir. 
dekole: [<] decoller. 
deköpc: [=] decouper. 
dekote: [=] decompter. 
dekräst: [<] decrasser. 
dekrept: [=] decrepir. 
dckröei: [==] ddcrocher. 
dckrole: [<] decrotter. 
dekiiydle: [=] d^culotter. 
deküet: coucher hors de chez soi. 

V. it?Zf r. 
deküdr: [=] decoudre. 
deküreji: [^] decourager. 
deküvrt: [=] decouvrir. v. debüei. 
dekwi/e: [=] decoiffer. 
deläsf: [=] delacer. 
deläbre: [<?] delabrer. 
delivre: [=] delivrer. 
(f^/^'f: [=] deloger. 
deloyf: \j='] delier. 
demäske: [<] demasquer. 
demabrc: [=] demembrer. 
d'emagdne: deinancher. Emprunte 

-ang- n'est pas patois. 



75 



demäii: [=] dementir. 

demäj: [<!] dommage. — Autre 

forme: ddrnäj. mn <; n en 

patois. 
demäre: [=?] demarrer (un 

chariot); e n votlo dö pä demäre 

{== s'eloigner). 
demerye: [=] demarier. 
demetr: [=] demettre. — s denicir 

e bre. 
demejt: [=] demancher. — Syn.: 

demagönc. — Cf. mcj. 
s demne: [==] se demener. 
demgdr: [=] demordre. 
demole: [=] demeler. 
demöte: [==] dementer. 
demotre: [<] demontrer,enseigner, 
demceli: [=] d6molir. 
denost: [=] ddnoncer. 
denwe: [=] denouer. 
depäk/e: [<] depaqueter. 
depä: [=] depens. 
depaJr: [=] dependre. 
depadü : grä depädü d ädüy : grand 

imbecille. Les andouilles etant 

suspendues au plafond, il faut 

etre grand pour les dependre, 

— Derive de depadr. 
depas: [=] depense. 
depast: [=] d6penser. 
depä: [=] depit. 
depäse: [=] depasser. 
depätüri: \=\ depetrer. — voir 

äpätilrt. 
depert: [=] deperir. 
depeve: [==] depaver. 
dept: [<!] depit. — krceve d dtpY. 

V. depä. 
depyäzi: [=] deplaisir. 
depyär: [==] deplaire. 



depyeroyi: epierrer (un champ). 

Derive de de + pyer. 
dipyesi: [=] deplacer. 
depyqyi'. [=] deplier. 
depycemh [=] deplumer, rendre 

chauve. 
depnäyi'. [=?] depenaille. 
depoer. [=] depecher. 
depolt: [=] depolir. 
depceple: [<l] depeupler. 
j deprär: \=\ se deprendre. 
d^räyt: [<] deraiUer; — desserrer 

ia „mecanique" d'un chariot; 

voir ärayi. 
derä, -er: dernier, derniere. < de 

-f- retro -f- ärium. 
der^rmä: [==] dernierement. 
deresne: [=] deraciner. 
derete, -e: kür kmä e derete: courir 

corame un [=] derate. 
dere/'f: [=] deranger. 
dereßnä: [=] derangement. 
derf: [=] derriere. — Preposition 

et substantif. 
der&le: desembourber (un chariot). 

— V. fr. desrouter: tirer, faire 

sortir. 
dcsärvt: [=] deservir. 
desadr: [=] descendre. 
desal: [=] descente. — P. ex.: 
desat dS lä: descente de lit. 
desäre: [=] desserrer. 
{sd) desesf: Sans cesser. — Rare 

dans d'autres locutions. — 

Syn. ordinaire: erete. Compose 

de cesser. 
deside [=] decider. 
desöet: [==] dess6cher. 
desöle: [=] dessaler. — Pas de 

sens fig. 



76 



(Icsud^: [=:] dessouder. 
(lesule: [•<] dessouler. 
detadr: [==] detendrc. 
deleer. [=] detacher, detcler. 
dct'cemä'. [=] actio n de detacher, 

de deteler. 
detert: [=] deterrer. — el c l ^r 

d / deterh. il a l'air d'un de- 

terr^. 
d'eter: [=] deteindre. 
dclyoele: [=] decloucr. 
delycepe: [==] d6coup!er [des 

boeufs . . .). Metathese: v. 

ätyoep'c. — Rougemont de- 

küpyü. 
detlt\_^'\ d6teler. — Syn.: d^i- 

ieei. 
d'etni: [=] detenir; — detnä, -a;, 

detenu, -ue. 
detönc: [=] detourner; [<] de- 

tonner. 
detr: [=] dartre. 
deträke: [<] detraquer. — el e 

l käyu deh'äkr. la tete felee. 
detrape: [=] detremper. 
dctrone: [<] detroner. 
deiröpe: [=] d^tromper. 
dctrüs: surprise violente. — je 

cebye m5 eepe d le detrüs: j'ai 

oublie mon chapeau, dans la 

[=] d^tresse. — -iis par in- 

fluence d'angustia? — Rou- 

gemont delrös. 
dclrüsr. [=] detrousser. 
deiu'. [=] detour. 
devargöde: [=] devergonde. — 

Surtout au feminin: devar- 
göde. 
deväiüivduri: debraillcie. — N'a 

pas de masculin. — Parent de 



ri'väivwdri , r a v a u d e r i e. — 
Bourb. divüwdUrt debrailler. 

diväw: [==] avec (adverbe). 
Comme preposition atone: 
dh'oe. — Syn.: iväü'. 

deväwwdyt: [=] devidcr. v. 
väwwdyt. 

deväwwdyäw: [=] devidoir. 

devisf: [=] d6visser. 

devS: [=] avec. — Forme atone 
de deväw, employde comme 
preposition, en concurrence 
avec evce. 

devüre: [=] d^vorer; dechirer. — 
j e devüre mc räivwh. — se 
m devür: cela me demange tres 
fort. 

dezärme: \=\ desarmer. 

deza/ye: [=] desenfler. 

dczänceyi: \=\ desennuyer. 

dezäpi: [==] desemplir. 

dezebeyv. [=] deshabiller. — Syn. : 
debeyi. 

dezebitywe: [=] ddshabituer. 

dherltye: [=] d6sheriter. 

dezdheyv. [=] d6sobeir. 

dezosf: [=] desosser. 

dezcele'. [=] d6soler. 

dezävre: [=] desceuvre. 

deztini: [=] desunir. 

d°ed: [==] dinde; sötte. 

d°idd: [=] dindon. 

dem: [<] dame. Un peu vieilli; 
est presque toujours ironique; 
d'ordinaire: dam. 

dhie: [==] diner, et en general: 
manger. — det}!: da prdtn: 
manger des prunes. — „man- 
ger" n'est pas employ^. 

daß: [<] daigner. 



77 



denu: [==] mangeur. — e gro 
dhjü: un gros mangeur. 

difisiy: [<;] difficile k contenter. 
— cf. mdläzi. 

dijesyo: [<] digestion. 

dikte: [<] dicter. 

dimlnwe: [<^] diminuer. 

dir: [=] dire, nommer: Ö l'i dt 
pyer: on le nomme Pierre. 

dispast: [<_'] dispenser. 

dtspoze: [<] disposer. 

dispiUyi: [<^] disputer. — dispillyi 
kekce: gronder qu'un. 

dlslasf: [«<] distancer. 

dutribwe: [<<1 distribuer. 

dtlyo: [<C] dicton, proverbe. 

diverii: [-<] divertir. 

dizen: [<] tisane, [•<] dizaine. 

dizü, -ür: [=] diseur, -euse. 

dizvuly: [<<] dix-huit. 

dizvutyem: [<] dix-huitieme. 

^ä: a gauche! (aux chevaux). — 
contraire: iiyo: ä droite! 

dyäl: [=] diable. — Souvent 
interjection. ka: l dyäl e iä vey 
äfä: au diable ces vilains 
mioches ! 

dyälmä: [=] diablement; beau- 
coup; tres. — dyälmä säl. — 
Syn.: tdn^rmä. 

dyäwwdeij: [=] „claudine", sorte 
de fromage fondu, fait avec 
du lait et du fromage qui n'a 
encore guere fermente. 

dyäwwdie: [=] godiche. — Alte- 
ration de dyäimud: Claude. 

dyä: [=] gland. 

dyäne: [=] glaner. 

dyäne: glane; petite quantite. 
Derive de dyäne. 



dyes: [=] glace. — La forme 
francjaise designe un grand 
miroir. 

dyesv. [=] glacer. — Pas de sens 
figure. 

dyeso: [=] gla^on. 

dy^: [<] Dieu. — Presque tou- 
jours: / hö dya, sauf dans la 
plupart des jurons. 

dyü'. exclamation de celui qui a 
froid: dyü! ke fä fro: ah! qu'il 
fait froid! 

djä: [=] dejä. 

d kölr: ä. cote, [=] contre. — 
Adverbe et prep. 

dfnade: demander. — dcemade 
apres consonne. 

dmadü, -ür: [=] demandeur, 
-euse. 

dme, döeme: [==] demain. 

dmi: [<^] demie. — in doemiyöer: 
une demi-heure. — en qr e 
dmi. — e dme iü: un demi- 
tour. — e jü e dmä: un jour 
et demi. in hütäy e dmä: une 
bouteille et demie. 

dm&rh. [=] demeurer. — Syn.: 
reste. — dvemcere apres con- 
sonne. 

do: [=] doigt. — n fär xvrcc d 
sä dT. do: ne faire oeuvre de ses 
dix doigts. 

do: [=] dos. 

do: [=] des; doz devant voyelie: 
doz odäw des aujourd'hui. dö 
l ??ieie: de grand matin. do 
kce . . .: etant donne que . . . 

dodo: dodo. — fär sJ dodo. 
appartient au langage enfantin. 

dodo: niais. — Subst. 



78 



dSrh. [=] dorer, salir. — s^ kii- 

yäwt elo ta-t düre (crotl^e). 
dörlUh [<] dorloter. 
dorm?: [=] dormir. 
dvs: forme non accentuee de 

däws. 
da: [=] donc. 
ddmäj, V. dcmäj. 
dhy. enflamme, endolori. — mo 

do ä bye don. — Adjectif verbal 

tire de *ädotje < indignärl 

„etre enflamme", v. A.Thomas, 

Mil. etym.fr. p. 95. 
dote: [=] dompter. 
dce, d: [=] de. — dda: dedans. 
da: [=] deux. 
dxzyem: [=] deuxieme. 
dpa, deepce: [=] depuis. — dpcekä: 

depuis quand? 
dräle: trotter ä droite et ä gauche. 

Emprunte: -äl-! 
dräivwl: [=] dröle. 
dräwiidmä: [=] drölement. 
drä: [<] drap. 
drepläw: langes d'enfant. — Di- 

minutif de drapeau. 
dro: [=] le droit. 
dro, dröiy: [=] droit, droite. — 

e s tceno dro kmä e pikaw dce 

rmes: comme un manche k 

balai. 
drdsf: [=] dresser. — drösf /e 

iäb: appreter la table pour le 

repas. 
drdsü (m.): etagere pour usten- 

siles de table. Derive de drost. 
drceji: [==?] dragees. 
dsoit: [=] soriir de. v. sölt. 
dsü ou däsü: [=] dessus, sur. — 

Adv. et prep. 



d sy cn ä: dans un an, l'an pro- 
chain. — „d'ici a un an". 

dü, dür: [=] dur, dure. — ? vey 
düräkü'ir. 

du lo doe: le long de . . . 

dürr. [=] durer, supporter. — 
o n 1 pa' pä düri: on ne peut 
supporter cela longteraps, 

dvä: [=] devant, avant. — Sens 
local et temporel. — dvä s tä 
le: auparavant. — sä dvä dert: 
sens devant derri^'re. — ddevä 
apr^s consonne. 

dvasi: [=] devancer. — Plus 
ordinaire: etrS dvä kek(k. 

dvätä: [=] devantier, tablier de 
femme. — vöt daevälä (apres 
consonne). 

dve, dceve apres consonne: [=] 
devers, vers. — padve et lü: 
du c6t6 de leur maison. 

dve, doeve apres consonne: [=] 
devin. — Rare; on dit d'habi- 
tude: sörsye. 

dvetjäwt, dccveipäivt apres con- 
sonne: [=] devinette. 

dvene, dcevene apres consonne: 
[=] deviner. — iy ä k ero 
dvetje se: qui est-ce qui aurait 
attendu cela? 
dv&ne, daevfte apres consonne: 
[=] devenir, venir de. — d 
levü dö k vü dvcene: d'oü venez- 
vous donc? Cf. dsoti. 
dvo, (/i^ro apres consonne: [=] de- 
voir. Verbe. — Comme sub- 
stantif on emploie la forme 
fr. dcevwär, dvwär. 
du, düs: [=] doux, douce. 
düsmä: doucemeni. 



79 



dühy\ [=] double. — grädüby: 
gras-double. — eil ä düby: eile 
est enceinte. 

dühye: \^=\ doubler. 

dübyur: [=] doublure. — Pas 
de sens figur^. 

düyäw , düyawt: [=] douillet, 
douillette; gourmand, difficile 
dans le choix de aliments. 

dülK'. [<] douleur physique. — 
Ordinairement remplace par 
mätii, quelquefois par dülkr. — 
Au moral on dit: grad^. 

dzä: doisil, trou fait ä une barri- 
que pour la mettre en perce. — 
ö^dg^i apres cor) sonne. «<*duci- 
arium? — Rougem. dmz&y. 

dzäw; dcezäiv apres consonne: 
[=] dessous (adverbe). — 
Comme preposition atone dzä: 
el ä dzde le täb: il est sous la 
table; mais: el ä dzäiv: il est 
dessous. — evo l dcezäiv ou 
Ice dzäiv: avoir le dessous. 

dzde: dessous (prep.) — v. dzäiv. 

e: [=] ä (preposition). — es 
mete: ce matin: e s so: ce soir; 
edväzye: avant-hier. — Dans 
des imprecations. kce l dyäl e 
iäpüll 

ebäne: [=] eborgner. — Cf. bän. 

ebäzürdi: [<;] abasourdir. 

ebado: [<<] abandon. — last ä 
plä e l ebado. 

ebädd/ie: [■<] abandonner. — 
s'abandonner ä: s last äle e . . . 

ebäivivle: [=] ebouler. — v. fr. 
esboeler. 

ebäst: [=] abaisser. Plus ordi- 
naire: rebäst. 



ebeyf: [=] habiÜer. — bye eb^yf 

kekä: dire beaucoup de mal 

de quelqu'un. 
ebeymä: [=] habillement. 
ebeläj: [=] abattage. 
eb'etr: [=] abattre. 
ebhne: [=] abimer, c.-a-d. mettre 

hors de Service. 
ebi: [=] habit. 
cbltyüie: [<!] habituer. 
ebydeke: [=] boucler, cf. byäivk. 
m eboyi v6 si: je me demande 

avec 6tonnement, [=] il m'eba- 

hit, si . . . 
eborji: [=] heberger. — Plus 

ordinaire: r eborji. 
ebödä, -at: [<] abondant, -ante. 
ebdinmäb (ou: äby^: [<] abomi- 

nable. Souvent: äbdnilnäby. 
eböne: [=] borner, limiter (un 

champ). [<] s'abonner (a un 

Journal). 
ebdnmä: action de borner un 

champ, et [<] abonnement. 
ebdett: [==] aboutir; surtouttoucher 

par un bout a qq. ch (se dit 

d'un champ). — ebdett sü l le. 
ebcctne: [=] boutonner. 
.y ebrast: [=] se balancer sur une 

balancoire. -br- < -bl- d'apres 

ebrasür. 
ebrasür: [=] balancoire. -br-r- 

<< -bl-r: assimilation. 
ebreet: [^] ebrancher. 
ebrt: [<] abri. — Syn.: elr e l 

ekqyäw, e le süd.. — Rare. 
e brave: [=] abreuver. 
ebroevü: [=] abreuvoir. 
s ebüet: [=] se laisser tomber la 

face sur la table ou le sol, c bilctd. 



So 



Hilde: [=] aborder. — o n p(i 

pä l tbüde: il est d'un abord 

difficile. 
tbüle: cbül ied3: aincne-toi donc; 

— ebüle d l drjä: donnfr de 

l'argent. — Trivial. Signifie 

exaclement: „abouler'-, faire 

rouler; deriv(^ de boule, donc 

emprunte. 
eeäfäwdäj: [<] echafaudage. 
eeäyf: [=] 6caler (des noix). 

Avec Suffixe -yäre. 
eeäyo (m.): noix. — Cf. fr. ecale. 

D6rive d^eeäyi. 
eeäläwt: [=] echalotte. 
eeärpe: [<?] echarper; mettre 

en pieces. 
eeawwde: [=] echauder. — i ti 

epä bzt dt eeawwde (^ichaMÜex) 

kmä sc . . . 
eeäww/e: [=] echauffer. — Pas 

de sens figure. — Cf. eeawwde. 
eeäwwfmä: [=] echauffement. 
ee^l: \^=\ echelle. 
eeepe: [=] echapper. — s eeepe 

quitter sa besogne pour faire 

un petit tour dehors. 
eeepmä: [=] echapperaent. 
eeege: eclabousser d'eau. Semble 

parent de fr. eclisser (m. s.) 

altere sous l'influence d'un 

autre mot, peut-etre de v. h. 

allem, slingan. 
eeej: [=] echange. 
eeeß: \j=\ echanger. 
s eeene: [=] s'echiner. 
eelo: [=] echelon. 
eene: echine, epine dorsale. Derive 

d'echine. 
eete: [=] acheter. 



edätt: [=] edenter; depourvu de 
dents. 

tdyä (m.): ^glantier. < *aqui- 
lentum. , 

eJro: le beau c«jte d'une etofte, 
d'un habit etc. = „adroit"' 
substantif. — Contraire: / e 
rkoelS: l'envers. sc ve dS bye 
e l edro: on a donc bien de la 
Chance! = se ve d3 bye d cdrÖ. 

edro, edroty: [==] adroit, adroite. 

edüst: [=] adoucir. 

edüsismä: [=] adoucissement. 

edväzye: [=] avant-hier. — parisien 
du XVIIP s. avanzier (Du- 
mas). 

efärüei: [<] effaroucher. 

efäsi: [=?] effacer. 

efär: [=] affaire; objet quel- 
conque dont on ne sait pas 
le nom, comme mdee. 

s efehli: [<] s'aflfaiblir. 

efebhsmä: [<] afifaiblissement. 

cfle: [<] affiche. 

efiei: [<] afficher. 

eftye (ou: de/iye): [=] effiler 
(de la toile). 

e/yäke, -e: [=] efflanque, -ee. 

e^tjf: [<] affliger; estropie. — 
cl ä bye eflljf: il est bien es- 
tropie. 

efreet: [=] affranchir. 

efreeismä: [==] affranchissement. 

efrote, -e: [=] effronte, -ee. 

efrötri: [==] effronterie. 

eftltyaw: \=^'\ aflfutiau. 

efiltyi kekä: arranger quelqu'un 
de la belle fayon. — En fran- 
^ais regional: affiater qqu'un 
a le raeme sens (== affiater). 



8i 



egäyt: [=] egayer. — Se prend 
presque toujours ironiquement: 
1 m ä VC t egäyt: je m'en vais 
te donner une belle lecon. 

egabe: passer par-dessus quelque 
chose. Emprunt ä un dialecte 
du sud, cf. gambade. 

egäü'wy: [=] aiguille. 

egere: [==] egarer. 

eges: pie, [=] agace. 

egllz: [<] eglise. 

egen: alise. 

eg7iä: alisier. 

cgosytie: piquer avec des aiguilles, 
[=] aiguillonner. 

egcet'e: [=] egoutter. 

egräti: [=] agrandir. 

s egräyi: se dessecher et se con- 
tracter [en parlant des douves 
d'une futaille). • — Par plai- 
santerie se dit aussi d'une per- 
sonne qui se repose au soleil. 
Bourb. egräti ; Champlitte 
egräye; Grand'Combe egrah; 
Godef. agreslier. Derive de 
gracilis? 

egrefene: egratigner. — Cf. g r i f f e r. 
V. grefene. 

egrene: [=] egrener. — lä jerb 
s egrena: les gerbes perdent 
leurs grains. 

egrlet: meme sens que egripe. — 
Rougemont egrtteu — Altera- 
tion d^egripel voir regtet'^ 

egripe: [=] agripper. 

egrüll: [=] ecrouelles. 

s egüzoyt: [=] s'egosiller. 

egveyi: mettre en fuite avec un 
balai ou autreraent. — Grand'- 

Beiheft zur Zeitschr. f. rum. Phil. LI. 



Combe: ekvlyi: chasser. Derive 
de scopa; cf. fr. ecouvillon. 

egzap: [<] exemple. 

s ejlöne: s'agenouiller. — Derive 
de jno avec dissimilation. 

ejöle: geler fortement. Compose 
de jole. 

ejüsie: [<] ajuster. 

ejüte: [=] aj outer. 

ekäbäne: ouvrir au grand large. 
Se dit d'une porte, des yeux : 
ekäbäne läz äwivy kmä enpöt doe 
grej: ouvrir des yeux grands 
comme une porte de grange 
■(signe d'etonnement). Derive 
de cabane. 

ekayüte: lapider quelqu'un. Derive 

de käyü. 
ekäte: [=] ecarter. — s ekäte: 

se repandre, gagner en surface, 

se propager. 
ekälmä: [=] 6carteraent; espace 

qui separe des choses ecartees. 
ekäiv: ver de fruit. — Rougem. 

kb ver de fromage et larve de 

hanneton. < ^ -|- cossum 

larve de hanneton. 
eir ekäw, ckäwly: etre [=] ecuit, 

dcuite par suite d'une marche 

ou de la chaleur, avoir le 

loup. 
ekäivwl: [<] ecole, 
ekäri: [==] equarrir. 
s ekitye: [=] s'acquitter. — Plus 

ordinaire: päyi: payer. 
eknäde: ecraser sous un poids. 

Verbe transitif et intransitif. — 

Väbr an eknäd: l'arbre en est 

comme ecras^; si t eedsii, t läz 
6 



82 



^knäd: si je tombe dessus, je 
les 6crase, disait un jour un 
ivrogne. <; ^ -\- c an arder 
„couler a fond". 

eko, toujours accompagne de /rr/ 
„tout", dans des expressions 
telles que: el elo idüteko: il 6tait 
tout coi, tout rauet d'ebahisse- 
ment. — v. ekoyt. 

ekiide: [=] accorder. — Le plus 
souvent: s eküde: s'accorder. 

ekoyäw. abri. — s metr, elr e l 
ekoyäw. se metlre, etre ä Tabri 
de la pluie. — v. ekoyt. Syn.: 
e le Süd. 

ekoyt: rendre coi (calme). — n 
e rä d te, ka: d meryc l In, pfi l 
ekoyt: il n'y a rien de tel que 
de marier le loup (un casse-cou) 
pour le rendre sage. — Deriv6 
de (ad + quietura >) *ekoi, 
cf. eko. 

eköret: \j=\ ecorcher. 

eköreür: [=] ecorchure. 

ekdreü: [=] ecorcheur. 

ekost: [=] ecosser. 

ekdne: [=] ecorner. — e yä e vä 
e ekdne da b&. 

ekot: [=] acompte. 

fär ekx'. etre d^goütant. — tire 
düekccru?. 

s ekcebt: s'accroupir. — Bourb. 
s ekaibtr, s ekdebt Champlitte et 
Rougemont. 

s ekcele: s'accroupir (= s'acculer). 

ekcele: [=] accoler (la vigne). 

ekoeru, -üz: qui ecoeure, degoütant. 
[=] V. fr. askerour (m. s.) 
derive d'ascra. 



l^kd-zc: [=•■'] accuser. -ix- -< -u- 

indique un cmprunt. Cf. esk&zh 
ekdele: [=] accoter; accouder. — 

ekcel^ / eäryäw: metlre une 

pierre derriere la roue. — v. 

kdell 
ekräw. [==] accroc. 
ekräze: [<] ^craser. 
ekräzmä: [<] ecrasement. 
ekretne: [=] ecr^mer; ecuraer 

(la soupe etc.). 
ekremür: [=] ecr^moire pour 

ecremer le lait. 
ckrlr: [=] 6crire. 
ekriiaw: [<] ecriteau. 
ekrityur: [<] ^criture. 
ckröet: [=] accrocher. 
ekrqr: [=] accroire. 
ekrdefäy: coquille de noix ou 

d'oeuf ; parait identique ä cata- 

lan esclofolla (m. s.), morvan. 

escaloffe, lorrain caloffe 

.. ecale " , que cite H. Schuchardt, 

Koman. Elymol. II, p. 202 ; in- 

fluence 6!ekrxz'^ 
s ekrcept: [=] s'accroupir, synon. 

ordin.: j ek&bt. 
ekrcevis: [<] ecrevisse. — Ou: 

cgrcevls. 
ckrxz: coquille de noix ou d'oeuf 

(cf ekrdefäy); v. fr. cruise, v. 

Meyer- Lübke, T>.07n. eiym. Wh., 

p. 162. 
ekrü: [<] ecrou. 
eksllc: [<] exciter. 
ekiiri: [<?] ecurie. 
ekweso (m.): angle aigu d'un 

terrain. Derive de coin; [=] 

fr. ecoinson. 



ekülc: [=] ecouter. — s eküte: 

ceder facilement a la fatigue, ä 

la paresse. 
eh il. — Devant consonne: e: el ä 

b6\ e vye. — A l'accusatif: /// 

l e vü: tu l'as vu. 
eil: eile. — Devant cons.: el\ eil 

ä hon, el vye. — A l'accusatif: 

iu l e vü: tu l'as vue. 
eläge: [<:^] elaguer. 
elärß: [=] elargir. 
elabi: [<<] alambic. 
elasi: [=] elancer (se dit d'une 

douleur). — l do tii elas: j'ai 

des elancements au doigt. 
elene: [=;] aligner. — Hus ordi- 

naire: metr ä Ic/j. 
elinc: [<] allumer. — Plus rare: 

elSme, d'apres: ]'elcem: j'allume. 
elöß: [=] allonger. — Idc eväw 

elöj: le cheval va ä grande 

allure. 
eludy (f.): eclair. Tire d' elüdyi. 

Godefroy: esloide. 
elüdyi: faire des eclairs. — Meme 

forme au participe passe. — 

<; *ex-lücidäre, cf. Godefr. 

esloidier. 
elve: [<] elever des enfants. 
emägrt: [=] araaigrir. 
emade: devenir ou rendre meilleur, 

[=] amender. 
hnäwwdyS: [<] amodier. 
\ eine, -e: [=] ami, -ie. — On 

dit presque toujours: ämt, ämi. 

— JNIon vieil ami: mövyd; un 

vieil ami: e vey käinaräd. 
emesi: [==] amincir. 
anyöle'. emietter. — Diminutif: 

d'emier. 



cinne: [=] amener. 

emöeoyi: emoucher. Derive de 

e -f- inöe. 
hnöeoyü: emouchoir. Derive 

d^emöeoyt. 
emdeli: [=] araollir. — Plus ordi- 

naire: rem&lt. 
emilzäwt (f.): qui s'amuse trop; 

[=] amusette. — st dm le s ä 

en emüzavüt: cet homme-lä ne 

Salt que s'amuser. 
emüzi: [=] amuser. 
emüzmä: [=]amusement. 
emüzü, -ür\ [=] amuseur, -euse. 
emüyt: d'une vache qui va veler, 

on dit qu'elle emüy. — Com- 

pose de müyf. 
enos: [=] annonce. 
enösf: [=] annoncer. 
enwe, -e: qui a l'estomac „noue" 

et ne peut roter. Compose 

de noue? 
epqrn: [«<] epargne. 
epärne: [<^] epargner. 
epärtcene: [<] appartenir. — 

Autre forme: äpäricenc. 
epäwwl: [==] epaule. 
epäwwle: [==] epauler. 
epawivlel: [<^] epaulette. 
epeg: [<] epingle. — layt däz 

epeg: donner un pourboire au 

gar<;on ä une vente. 
epen: [=] epine. — Pas de sens 

figure. 
epen by'ee : epine blanche, aube- 

pine. 
ept: [=] epi. 
epls, dans pe d epis: [<] pain 

d'epices. 
epye: [=] epier quelqu'un. 
6* 



84 



^pyh. pousser des epis (sc dit 
du bl('", etc.); [=] ^pier. 

^pyoyi: dcmi-journee de Iravail 
en tout temps. — ■< applic- 
äta. 

epycelt: faire beaucoup de be- 
sogne en peu de temps. — 
< ex-plicitäre. Cf. v. fr. 
espleitier: s'empresser. — 
Bourb. epybiyc. 

epläit: [<] aplalir. 

eple: [=] appeler; [<] epeler. 

eplü: etincelle. — Godefroy: es- 
pelue. — V. Meyer -Lübke, 
Roman, etym. PF($i., art. bislüca. 
— Rougem. eplü. 

eplüt: lancer des etincelles. 

Plus ordinaire : replilt. Derive 
d'epIÜ. 

epo, -os\ [^] epais, 6paisse, 

eposi: [==] epaissir. 

epöj: [<] eponge. 

epöji; [<] eponger. Rare. 

epötäw: [=] epouvantail. Au 
figure est un terme injurieux. 
Derive cVepöte. 

epöte: [=] 6pouvanter. — Bourb. 
^pole. — V. fr. [=r] espoenter. 

e p&\ et, ensuite. — e pce prc: a 
peu pres. — „Et" n'est jamais 
employe sans pce : lui et moi : 
/// e pce mo [= et puls). 

eprar: [=] apprendre. 

epräti: [=] apprenti. 

epräwwei: [=] approclier. 

epräwüwi: appauvrir. Derive de 
präwwv. 

ipri: [=] apres. — epre dme 
{tnädyn, süpe): apres -demain 



(midi, soupir). — adh^ranta: 

y. e d le bqrh cfpre mäz ^bt. 
(^prdpf: rendre propre. Plus sou- 

vent : neloyi. Derive de -praup. 
eprole: [=] appreter. Derive de 

pro. 
epro: [<] cperon. 
s epsat'c: [<<] s'absenter. — Plus 

ordinaire : s an älc ; etr evä. 
cpwi: [<] appuyer. Rare, On 

dit d'habitude: j ekcJct'e. 
epuste: [<] ^pousseter. 
epüvafe: [<] epouvanter. — Syn.: 

epötc. 
er (f): [<] air. — l er ä free e 

s mete: l'air est frais ce matin. 
crä: [«<] hareng. 
eräwwze : [==] arroser. 
eräwwzü: [=] arrosoir. 
eräyf: [= ?] eraille. 
erb e le täwp: datura stramoniura. 
erb e le kdpes: joubarbe, semper 

vivura tectorum. 
erb e le se ja : armoise. 
erb e le vy'^rj: cuscute. 
J^rf : herse. Eraprunte de herche 

ou tire d^ceretl 
cre: [==] arret, repos. — e n e 

do pwe d ere. 
ereci: \=\ arracher. 
a-eeü: [=] arracheur. — mälü 

kiiiä en ereeü d da: menteur 

corame un arracheur de dents. 
eret: [<] arete de poisson. 
erete: [=] arreter. — erel te do 

vo: leste donc Iranquille! 
erezipel (f.): [<;] erysipele. 
ereji: [=] arranger. 
erejmä: [=] arrangement. 



85 



erene: [=] araignee (insecte); sa 

toile. Rougem. ertSn (animal), 

eri],t (sa toile). 
erele: [<] ereinter. 
ertgaw. piquant d'une epine. 

Godefroy: erigot. Bourb. 

er^gäü'. 
erttyäj: [<] heritage. 
erltye: [<] heriter. 
eritye, -}fr: [<] heritier, -iere. 
erive : [=] arriver. 
/ erkdelo{m.): l'envers d'une etofte. 

— e l erkcelo ä l'envers ou [=] 
ä reculons, p, ex. dans. ecemnc 
e l erkoelo marcher ä reculons. 

— Le contraire est / edro le 
bon cöte d'une etoffe: se n e 
Tii edro ni erkceW cela n'a ni 
endroit ni envers. 

crby: [=] oreille; versoir d'une 
charrue. — kdne äs eroy corner 
aux oreilles. 

eroyäwt {i.y. doucette, valerianella 
(= oreillette). 

eroyi (f.): action de tirer les 
oreilles. 

eroyf: ecoufer attentivemcnt et 
d'une maniere soup^onneuse. 
Derive d^hby. 

erödt: [=] arrondir. Pour dire 
qu'il ne faut pas faire le difficile 
dans le choix des aliments, on 
enaploie le proverbe: mä den 
iüjü, l trü du kü erödt ice se: 
mais mange donc! peu Importe 
ce qu'on mange, le . . . 

erös: [=] rouce. le rös a et^ 
analys^ en / erös, d'oü cn erös. 

esäyf: [==] essayer; saillir (une 
femelle) (= assaillir). 



esä/e: [=] essarler. 
esd/ür : [=] essartoire, herminette 
des terrassier?. 




csäzünmä: [<<] assaisonnement. 

he: [=] assez. 

eskärgäiv: [<] escargot. 

eskäye: [■<] escalier. 

cskete: [<] esquinter. — Syn. : ercte. 

iskldpe: [<] ecloper. — Seule- 
ment a l'infinilif et au participe 
passe. — Emprunte : skl, et e; 
es- d'apres estropie? 

eskcelet (f.): [<] squelette. 

t'sk^z: [<] excuse. 

eskxze: [<] excuser, 

j eskrwie: [<] s'escriraer, au sens 
de : se fatiguer a un travail 
penible. 

csce/ye: [=] essouffler, 

csStt: [=] assortir; suivre quel- 
qu'un en besogne. 

csceine: [==] assommer; sens pro- 
pre et figur6. 

espertiz: [<] expertise. 

esplike: [<] expliquer. 

csplozyö: [■<] explosion. 

esblwäläsyo: [<] exploitation. 

esplwäte: [<] exploiter. 

cspozc: [<] exposer. 

(Sprc: [<] expres; a dessein. 

esprt: [<] esprit. — mais esprt: 
revenant. 

Ispröprlye: [<] expropricr. 



86 



esth. asseoir, assis. [=] V. fr. 

asseter < *asseditäre. 
estamä: [<] cstomac. 
estrcepyc: [<] estropier. — Aussi 

corarae subst. 
eströplk: [<] hydropique. Altäre 

d'apres estropie. 
esüjett: [<] assujettir. 
esujet'ismä: [<] assujettisseraent. 
esüras : [<<] assurance. 
esurf: [<<] assurer. 
esyei: [<] assiette. 
esyeii: assiettee. Forme d'c'syel, 

d'apres brcsi, fawwei etc. 
esüdt: [=] assourdir. 
etäk: [<] attaque (d'apoplexie, 

etc.). 
etäke: [<] attaquer. 
etä^we: [=] eternuer. 
etäw. [=] etau. 
etä'. [=] etang. — Syn.: le. 
eiadr: [=] attendre; [=] ^tendre. 
clasyo: [=] attention. 
elasne: [=] ^tan^onner. 
£'/^X(5^: [=] 6tancon (d'arbre, etc.). 
etäm (adv.): avec. — [=] v. fr. 

atout. — n'est pas preposition. 
eidwf: [<] etoffe. 
ctäii'p: [=] etoupe. 
etä: [<C] etat, maniere d'etre. — 

etr da ice säz etä\ etre hors 

de soi. — Au sens d'Etat 

politique, on emploie: clä. 
eteet: [=] attacher. 
etil (f.): copeau de bucheron. — 

Godefroy: [=] asteile <; 

*astella. 
t'tep (f.): menue paille. — Tou- 

jours au pluriel. — fait songer 

a germanique *stap- „marcher 



fermement" ; cf. mUrrf baltre 
en grange. — Val d'Ajol clip. 
el^pe: etourdie. — Godefroy: 
estape: toque. — Meme ra- 
dical que le precedent, cf. feie, 
toqu6. 
eteet: [==•■'] etancher. 
etene: ennuyer fortcment par son 
caquet. — fr. tanner. — ^ 
Bourb. et7nc. 
eter: \=\ eteindre. 
efirt: [=] attirer. — Syn.: retlrt. 

— etirer. 
ctyäwwr: [=] eclore. 
etyest: [=] eclaircir. 
elyesismä: [==\ eclaircissement. 
etywej: \_<^T\ dcuelle. — el vore 
tye da säz etywel: eile verra 
clair dans ses ^cuelles, eile 
n'aura rien ä y mettre. 
■ ctläj: [=] attelage. 
eile: [=] atteler. 
etdy (f.): orteil. <i articulum, 
d'ou *art-, qui a pu donner 
*ert-, d'oü etdyl 
clozy'e: [=] artison; v. fr. artoi- 
son. Avec un autre suffixc. — 
Bourb. etoze mite. 
ctöne: [=] etourneau. 
etce/e: [==] etouffer. 
etocfjnä: [=] etouffement. 
etr\ [=] etre. — Part, parfait: 
evii (!). — t SK evü\ j'ai ete. 
— i so dce rvo: nous nous 
reverrous sans doute. 
clräy: [=] ^trille. 
etreyt: [=] etriller. 
etrepäwt: attrape. Diminutif 
d!*elrep, subst. verbal d etrepe. 
ctrcpe: [=] attraper. 



87 



etrX'pfi, -ür: [=] atlrapeur, -euse. 
etrepür: [=] attrapoire. — Mieux: 

etrepäwt. 
t etre: [=] etrain, paille servant 

de litiere. — v. fr. estrain >< 

stramen. 
elredye: [=] etrangler. 
elredymä: [=] etranglement. 
elreje, -er: [<] etranger, -ere. 
eiren: [=] e'.rennes. 
etrene: [=] etrenner. 
j etrisie: [^] s'attrister. 
etro, etröty: [=] etroit, etroite; 

chiche. 
etro: [=] etron. 
etüdy: [<] etude. 
etudyt: [<<] etudier. 
etüby: [=] eteuble. < *stüpila. 
elüdt: [^ etourdir. 
evänwf: [<] evanouir. 
emzv (m. f.): profond. — ad + 

vallem. 
eiiä: [=] avant; comrae predicat: 

parti, absent: e/ ä evä: il est 

parti, absent. — v. fr, aller 

avant. 
evas: [=] avance, c-ä-d. ce dont 

on devance quelqu'un, ou 

l'argent qu'on a en capital 

d' avance. — d evas: aupara- 

vant. — pär evas: par avance. 

— sl& mötr le ä an evas d en 

cer: cette montre avance d'une 

heure. 
evast: [=] avancer. 
evastnä: [=] avancement. 
evätäj: [=] avantage. 
eväteß: [=] avantager. 
eväiv (adv.): [=] avec. — epce 

mo eväiv: et moi avec. — 



Forme atone: cvce (prep.): evce 
sc: malgre cela. 

eväwwdy: [=] aveugle, — brayf 
kmä en eväwwdy. 

cväwwdyi: [=] aveugler. 

everit: [<] avertir. 

everüsmä: [<] avertissement. 

eveno (m.): jalon, muni de paille, 
indiquant un champ cü il est 
interdit de faire paitre le betail. 
— Deriv6 d't'zwi? — Cham- 
plitte evenäw, Rougera. lürte 
(= torche). 

evt: [=] avis. 

eviie: [<;] eviter. 

einze: [=] aviser. 

cvne: [=] avenir. — Subst. — 
Comme verbe: parvenir, reussir 
ä toucher: tu n 1 evyere pä: tu 
n'y atteindras pas. 

cvo: [=] avoir (verbe). — Comme 
subst. on dit: avwär. 

evqdr: tirer d'un en droit eleve 
ou profond. — Grand'Combe: 
evwötr, cf. fr. aveindre? 

evökä: [<] avocat. 

cvole : [=] avaler. — 7 n pm pä 
cvole stoe peräwwl le: pardonner 
ou excuser cette parole. 

(e l) evole: en aval. — eer e l 
evdle: tomber a bas de ... 
Derive düevöle. 

evön: [=] avoine. 

cvrf: [=] avril. — Sauf pour la 
date (2 avril etc.), on reunit 
toujours: mo d evrf. 

c (devant cons.) [=] un. — Au 
masc. devant voyelle et tou- 
jours au fem.: en; en dm, en 
/an. — Forme accentuee: Jj? 



88 



(masc), en (f'-m.). — «^d'aprrs 

in. 
ee: [=] hanche. 
hfljesy^: [<<] indigesüoii. — 

Souvent dans le mcme sens: 

fäws Idljesyd. 
tdike: [<] indiquer. — Plus 

souvent: äsoije. 
e dd\ [=] hein donc! = n'cst-ce 

pas? 
Iß: vilain sire. — pl^d cje: petit 

vilain. — cf. fr. engeance. 

Deriv^ d'enger? 
dmäjetie: [<] imaginer. 
eine: [=] aimer. — st cme: s'y 

plaire. 
^ni: [=] hennir. 
ene: [=] agneau. 
f ettvie: [=] ennerai. — La forme 

fran<7aise est la plus ordi- 

naire. 
efioesä, -at\ sot, sötte. — Ne se 

prend jamais en bonne part 

corame le mot fran^ais: [<] 

innocent. 
enoesatri: sottise. D^rive Cüenccsä. 
cpoze: [<] imposer. 
Iprimc: [<] imprimer. 
estllit: [<C] insulter. 
eiere: [■<] interet. 
eteresä, -at: [<] interessant, -ante. 
her est : [<] interesser. — cl ä 

eierest: il est chiche. 
eieroji: [<] interroger. — Plus 

ordinaire: kestyöne. 
elye, elyet: [<] inquiet, inqui- 

ete. 
elyete: [<] inquieter. 
etyetüd: [<] inqui6tude. 
evite: [<] inviter. 



fährlkh. [<] fabriqucr. 

fülle: fagot, [^] fardeau qui a 
ia forme d'un fagot. — Pas 
de sens figurc. — Le mot 
,. fagot'" n'e.KJste pas. 

farfüyi: [==?] farfouiller. 

faiv: [=] faux pour faucher. 

fUw, friwws: [=] faux, fausse. 
— on dit plutot: pä vre: pas 
vrai. 

fäivivee: manche de faux. 
•< *falc-ellum? 

fäivweer: faucheur. — Meme 
Suffixe dans cJeretr; < *falc- 
ätor. 

fäivwei: [=] fauchte; mesure 
agraire pour les pr6s = 34 arcs, 
28. 

fäwivei: [=] faucher. 

fäiüwsäy: [=] faucille. — Tous 
les mots precedents ont une 
forme patoise; la faucheuse 
moderne au contraire a garde 
la prononciation franc^aise : 
foeSz. 

fäivivt: [=] faute, manqiie. faivivt 
d ärjn: par faute d'argent. 

fadr: [=] fendre; fädu: fendu. 

fafrccliie (f. pl.): copeaux de mc- 
nuisier. — '^owg&ax. fafrccliie 
dechirures d'habits; [=] fr. 
fanfreluche; Echenoz-la- 
Meline f reiße copeaux; fr. 
freluche houppette. 

fän\ [=] femrae; femme mariee. 
Le mari s'appelle: / o/n, — 
M'"^ Garnier: le fän gärjie. — 
le bon fön: la sage-femme. — 
lefän, not fän designent la 
maitresse (= niäiröz) de mai- 



son, avec une nuance de fa- 
miliarite. 

fänä: homme qui ne se plait 
qu'avec les femmes, ou qui 
fait volontiers une besogne de 
femme. Derive de fän. 

/m-. [=] fente. 

fäiäivwm-\<C\, fantome; aufigure: 
niais, imbecille; est une injure 
assez frequente, qui tend cepen- 
dant ä vieillir. 

fäy: [=] fille; femme non marine. 
en vey fäy. une vieille fille. 

faw: [=] feu. — evo l fäw 5 ku: 
etre tres presse. — kä 1 fäiv 
s nie da l z<e}' bo: quand le feu 
attaque le vieux bois sec, ^a 
bmle d'autant mieux; se dit 
d'un amour sur le tard. 

fäiinvy. [=] feuille. 

fäwwyaw: \=\ feuillet. 

fäwwl: [=] folle, f6m. de fü: 
fou. 

fäwwlmä: foUement. 

fawivnoyi: farfouiller. — Derive 
de *fodinäre -f- *fodicu- 
läre. — Rougem. fänä. 

fäei: [=] fachen — s fäef kmä 
en an rüj: se fächer tout rouge. 

fär\ [=] faire. — n rä/är: ne 
pas faire de Iravaux corporels, 
parait parfois au paysan comme 
le bonheur id6al. 

fe: [==] fer. — e n väunv pä lä 
ket fe d e eye: c'est un vaurien, 
qui ne vaut par les quatre 
fers d'un chien. 

feby: [=] faible. 

fey&: [=] filleul. 

feyäl: filleule. Influence par fey&. 



ferhyä: [<] ferblanc. — Cf./J^. 

fere: [=] ferrer. 

feren: [=] farine. 

fer male: [<] fetmenter. 

fes: [=] fesse. 

feso: [=] fa(;on. — e 71 e do pivc 
d fesö: il n'a donc pas de 
savoir-vivre. 

fei: [=] fete (surtout du village). 
— fit dyct, la Fete-Dieu. 

fetäblk (f): fusain (plante). 

fetoyi: [=] festoyer, feter. 

fev: [=] feve. 

fhyäwwl (f): haricot. — Derive 
de faba. 

Jt'vrä: \=] f^vrier. — ordinaire- 
raent inseparable de mo: mo d 
fevrä. 

fe: faim. 

fe'. [==] la fin, le terme. 

fe, fen: [=] fin, fine. — Forme 
le superlatif des adjectifs ä sens 
f avorable. fe be: tres beau ; fen 
bei: tres belle; fe säiv\ tres 
sec; mais non: fe piv: tres 
laid. — Tres n'existe pas en 
patois. 

fenä, -at: faineant, faineante. 

Emprunte du franc^ais, prononce 

fenä, et derive de feindre. 
fenäj: [=] finage. 
fenmä: [=] fineraent. 
fi : [=] fil. — fiye du fi: liier 

de la tolle. 
fielt : synonyme moins grossier 

de fütr. — Part, passe: fielt . 
flguri: [<] figurer. — Avec 

pronom: s'imaginer. 
fiye: [=] filer (du chanvre). 



90 



fly'Ct {1): feuiüette, dcmi-tonncau. 

[=] V. fr. fillette, derive de 

folium,cr. ital.föglietta,iirov. 

folhc'la. — V. Jiom. Et. Wb. 

foliuni. 
/ihre: [<] filtrer. 
fmt: [=] finir. 
fislc: [=] ficeler. — mäiv flsle 

mal habillee. 
fyari: [=] llairer, v. fr. flairier. 

Syn. nari. 
fyä: [=] flanc. 
fya: [==] flau, gateaii aux prunes 

ou aux cerises etc. 
fyakc: [=] flanquer rudemenl; 

fyake in top. 
{/är) fyäwe: par faiblesse ceder 

ä un poids trop lourd. — 

Identique a fr. floche? 
fyäwiid: [=?] fiole. 
fyäwwtaw. [=] flüteau, sifflfet. 
fyäwwte: siffler, jouer du flüteau; 

(= flüter). 
fyäivwiü: celui qui aime a 

fyäwwte. Les femmes ne 

sifflent pas. 
fyätro (m.): las d'excrements li- 
quides. 
fye, fyer: [=] fier, fiere. — fyc- 

räkü vaniteux, vaniteuse. 
s fyc: [^] se fier. 
fär fyetäwt: caresser (un enfant). 

\. fyete. 
fyeie: [=] flatter, caresser. 
fyetr: [=] faite de maison. 

Godefroy festre <; germ. 

first. 
fyelrt: [=] flatterie. 
fy'etü, -üz: [=] flatteur, ßat- 

teuse. 



fyohf: lanccr (un jet d'can) avoc 

force. — 'Qovixh. fyob't risonner, 

retentir. 
fyc^'. fleur. — flörem donnerait 

*fyu, qui a pu etre influence 

soit par le fran^ais soit plutot 

par fyden. 
fycemks (f.): crepe d'ocufs et de 

farine. — Dict. gin. [=] fla- 

miche avec un sens un peu 

difterent. 
fyoert: [=] fleurir. 
^flämSso: [<] franc-macon. La 

forme franraise est presque 

seule employee. 
fleef: [<] flechir. 
flem: [<] Herne, mollesse et 

paresse, surtout quand il fait 

un temps lourd. 
flemqr, -ärd: qui a souvent la 

fleme. Emprunte, derive de 

fleme. 
fliiksyä: [<] fuchsia. 
fmä, fccmä: [=] furnier. — c n 

fcere gär dcefmä tse stü-le: il ne 

restera pas longteraps au pays, 

celui-lä. 
fme,fönie (apres consonne): [=] 

fumer du tabac, faire de la 

fum6e; Jamals: raettre de l'en- 

grais. 
ftnü, foemü: [=] furaeur. — Les 

femmes ne fument pas. 
fnäwüyi, fäwivnoyl: fourrer le 

nez lä oü Ton n'a que faire. 

voir fäwwnöyY. 
fiteir, foenctr: [=] fenelre. 
mäfo: \=\ niafoi! Interjection 

tres frequente, surtout quand 

on affirme: e pce mä fo k 1 1 y 



91 



edf: et puis, ma foi, que je 
lui ai dit. — qqf. mä ft: con- 
fusion avec v. fr. fie: fois? 

fo: [=] fois. — däfo: parfois, 
eventuelleraent : e pctro da fo 
vne ee nö: il pourrait peut-etre 
venir chez nous. 

fo, fot: [=] fort, forte. — Au 
masc./(5/' devant voyellecomme 
attribut: e föt dm. — di'i frömej 
fo, y.födii. 

fö/f:-[=] faufil. 

fdftyc: [=] faufiler. 

föyär: hetre. — Derive de v. 
fr. fou; emprunte: -r serait 
tombee dans un mot patois. 

foyo'. [=] falloir. 

för\ [=] foire, roarche. 

förhü: [<;] fourbu. 

fore'. \=\ fourche. 

föreet: [<] fourchette. 

föret: [=] fourchee. 

{/är Ice pore) foreu: faire l'arbre 
[=] fourchu. — pore est la 
forme atone de: pora: poirier. 
— mato fdreii: menton pro- 
eminent. 

förgo: [=] fourgon (de four). 

forgöne: \=\ fourgonner. — 
Souvent au figure: enqueter 
minutieusement. 

f^JÖ'- [<] fo'^g^- 
förjf: [=] forger. 

forme: [<[] former. 
fdrll/yh. [<<] fortifier. 
förteeir. [<] fortune, richesse. 
fös: [=] force (physique). — 

Souvent aussi: fors. 
fos: [=] fosse. — le Jos e fmä. 

osawl: [:=] fossette (au menton) . 



fo: [=] fond. — ö fo du pun: 
au fond du puits. — Est aussi 
adjectif, mais seulement corame 
predicat d'un masculin: l pivi 
ä esefo pH sie: le puits est assez 
profond pour cela. 

fodäsyo: [<] fondation (surtout 
d'anniversaire). 

fbdr: [=] fondre. 

födre (f): planche fondriere d'un 
chariot. Derive de fonds. 

frömäj fodii: fondue, sorte de 
fromage appele kakivayöt en 
Franche-Comte. — Dans un 
debit un peu rapide: frdmej 
fodil. — Sy n. : frdmej fo. 

föjt: [=] fonger. Ne se dit 
guere que du papier. — Derive 
de fungus. 

papyeföjo: papier buvard. Derive 
de föji. 

föne d sar: braisier de cendres; 
tas de bois du charbonnier. — 
Bourb. fönä. (=:= fourneau) 
< furnellum. 

folen: [:=;] fontaine. 

f&li: folie, extravagancc. 

fdcrgeyt: remuer vivement et 
legorement, corame avec un 
fourgon, — fran(;ais regional: 
freguiller. — v. fr. fourgier. 

— Deriv6 du radical de fourgon : 
förgS. — Rougemont: frcegyi. 

\ fcerte: peigner du chanvre. — 

Bourb. fa'rfe. 
\ fcertäw: peigneur de chanvre. 

— Godefroy: freteur. — Le 
melier ayant disparu, ces deux 
mots tendent a disparaitre 
aussi. — Cf. fraw. 



92 



fazn, -tir (seukment apres con- 
sonne), vzfi, -ür\ [=] faiseur, 
faiseuse. — / vzü d grimäs. 

pye d fräu) (m.): detritus de 
chanvre, cf. förth 

fräivwd: [<] fraude. 

frawtvdc: [<] fraiider. — Mieux: 
früyi. 

frätcwdü, -ür: [«<] fraiideiir,-euse. 

/rä, ftie: \=] franc, franche. 

frähwäz: [<] framboise. 

fr an: [=] frene. 

fre, free: \=\ frais, fraichc. 

freet: \=\ fraichir. 

freex: [=] fraicheur. 

frekate: [<] frequenter. 

fr er: [=] frere. 

free: föminin de frä. 

frlgäl: [<] fringale._ 

frej: \=\ franges. 

friye: roussir (par la gelee). lä 
ven sS tcct friye. — v. fr. frier: 
frire <C frlgere, dont fr'iyc 
derive. 

frlkcst: [=?] fricasser. 

frikesf: [=?] fricassee. 

frlköte: [= ?] fricoter. — k ä k tu 
VC frlkote le dda: de qiioi te 
meles-tu? 

ftikaydne: [<] frictionner. 

frir: [=] frire. 

frityur: [=] friture. 

frizc: [<] friser. — Ic bäl liy c 
frize l bre: effleure le bras. 

fro: [=] froid (subst.) 

fro, frody: [=] froid, froide. 
Pas de sens figur6, sauf: säfro: 
sangfroid; e n e pä frö äz 
aivwy: c'est un effronte. 

frödyür: [==] froidure. 



frvdyürü, -uz: frileux, -euse. 
[=] fr. froidureux: qui 
amene la froidure. 

fruyi }.v(£ kekce: \=\ frayer avec 
qiielqu'un. — froyi i eme. 

frote d lä (f.): pain frotte de lard. 

fröti!: [=] frotter. 

fro: [=] front. 

frömäj: \=\ fromage. — Parfois: 
frocmäj. — ilu frdmcj pxri: fro- 
mage qui a fermente. 

frdme: [=] fermer. 

frdmejäjc: froraageot, mauve. 

frdmejrt: [=] frornagerie. 

s frone kotrce kekx (ou kek eäivwz) 
se frotter contre qqu'un ou 
qq. eh.; [=] v. fr. froignier 
= fr. refrogner, derive du 
celt. frogna „narines". Sens 
influence par fröfp. — Bourb. 
frdne g ratter. 

fröst: [=] froncer. — cl c fräst 
läz crby: il a eu peur. 

frceden: [-<] fredaine. 

frSme{i.): [=] fourmi. — läf ranne 
ä pye fourmis aux jambes. 

frcemy'^r: [=] fourmiliere. 

froeso ow. (rare) fSrso: [=] frisson. 

fr/r. [==] fruit. 

früyi: tricher au jeu. De meme 
chezVillon: frouer „tromper 
au jeu", d'oü fr. flouer < 
fraudäre. 

friisi: \=\ froisser (une robe, 
etc., jamais au moral). 

fsü\ [=] fossoir. — Apres con- 
sonne: vcesu: rät vcesu. 

füse: echelon d'une echelle; [=] 
V. fr. fuissel <; *fusticellum, 
dim. de fustem. 



93 



fn: [=] fär T, ffc cuire le pain 
au four; ce qu'on fait dans la 
plupart des menages. 

fu, fäivivl: [==] foii, foUe. 

ftiyi: [=] fouiller. Ui pa- f füyi: 
tu n'obtiendras rien de nous, 
donc fouille dans tes poches, 
si tu veux avoir quelque chose. 

fülläiv: foUet. — Dim. de füllet . 

füräj: \=\ fourrage. 

füre: \=\ fourrer. 

füreß: \=\ fourrager, ravager. 

fürJe: un peu sauvage. <C fo- 
rasticum avec changement 
de Suffixe, v. fr. forasche. 

fürnazv: [<C] fourneau. 

fürni: [<] fournir. 

Jütez (f.) : mauvaise denree. Derive 
de fütr. 

ffitr: est substantif seulement 
dans l'expression: 1 n a hayro 
pä e fütr de d pü: je n'en 
donnerais pas un zeste de 
plus; — et dans: ja fütr: 
benet. 

fütr (verbe): [=] foutre, au sens 
tres general de donner, jeter, 
etc., jamais dans un sens ob- 
scene, qui est inconnu. — ve t 
fär fütr: va-t-en au diable. — 
fn me l kä: va-t-en d'ici. 

fütr: interjection expletive: s'e 
s p^ro füträ bye: <;a sc pourrait 
certes bien; — in dt fütr aj 
pä nö: je ne dis certes pas 
non. 

fütii, -ü: perdu: el ä füiü: il est 
perdu, il est mort (grossier). — 
ty e en fütü bei: tu es de- 
sesperement bete. — kx\ coa- 



traire: 1 n sk pä fütü d fär 
Seele: je ne suis pas capable 
de faire cela. 

füznc: \=\ foisonner. 

fwä: [<] foie. 

fwäyt: [=] fouailler. 

fweth. [<<] fouetter. 

ftvl: [=] foiti. 

fwe {va ): [=] fouine. — vey ftoe: 

vieux vilain puant. — qqf. 

fiven (f.). 
fiuer: ceder, se declarer trop 

faible. — ^^^xi. ftvedyü. < iat. 

fing-ere, cf. v. fr. se feindre 

..manquer de courage- et fr. 

faineant. 
fwir: [=] foire, diarrhee. Tire 

de fwlri. 
fivlri: [=] foirer. 
fwiru, -Uz: [=] foireux, -euse, — 

äü'wy fw'irü: yeux chassieux. 

gä: attention! — Interjection; 
[=] fr. aga. 

gäd: [<] garde, .surtout garde 
champeire. — s bayi d gäd 
s'en apercevoir, cf. Bossuet: 
se donner de garde de (cite 
\)?ix le Dict. general). Emprunt 
ancien (^zv- donne v-). 

s^äde: [<] garder en general, 
surtout garder le betail ou la 
maison. 

,^älädur (f.): cloison en planches. 
Cf. fr. galandage. 

qä/en (f.): jeu dit de la „galine", 
oü il s'agit de renverser avec 
des palets un bouchon ou petit 
objct dresse appelc ^w/tV/ ; sorte 



94 



de jeu de la pjiile. Kraprunte 
de gallina. — Rougem. gö/ln. 

gäldph. [•<] galoper. 

gäräw: [<C ^] garrot. 

gäratt: [<] garanlir, assurcr: z / 
garatt k e s süzvwvo je t'assurc: 
il fuyait! 

gärdye, gardyeir. [<] gardien, 
gardienne. 

gärgeyarv: gosier (trivial). Syno- 
nyme: güzye. — Appartient a 
la famille de mots que le 
Ro?nan. eiym. Wb. ränge sous 
l'art. garg. — Rougera. gl-r- 
gdclöt (f.). 

garg(Jclc: [=] gargoter, c'est-ä- 
dire faire du bruit en bouil- 
lonnant. Rougem. gcrgölU faire 
la riole. 

gärgüyt: [=] gargoTiiller. 

gärläw (m.): etui d'aiguilles. 
Identique a carlet ..pelote", 
mot lorrain (1534), quo cite 
le Dict. de Godefroy. Le mot 
a designe sans doute d'ubord 
la pelole a aiguilles, puls l'etui 
qui la remplace. — Bourb. 
gar law. — Mot emprunte: g- 
= C-. 

garne: [<] carnier de cuir. 

gärnt: [<<] garnir. 

gäsäwt: pelite fille. — me gäsäwt 
ma fille. Une fille devientyifi' 
vers Tage de quinze ans. — 
Diminutif de gars, comme le 
suivant. 

gäsnäzv: {=] gargonnet. — mo 
gasnmü mon fils. On est 
gäsfiati.1 jusque vers Tage de 
I s ans. 



gäsd: [=] garron, HLs. I,c mot 
„fils" n'e.xiste pas en palois. 
On est gäsS a partir de 1 5 ans 
environ jusqu'a ce qu'on se 
marie. Marie, on est un 
dm. 

gäsiiyt: s'amuser a plonger les 
raains dans de Icau sale et ä, 
la remuer. — Bourberain : 
gäsuye remuer de l'eau. — 
Godefroy: gassouiller, gas- 
souil flaque d'eau. — Rouge- 
mont: gövwäyf. 

gännve: [=] gauche. 

gatuweä, -fr: \=\ gaucher, -ere. 

gawzvd: gaudes, bouillie de mai's. 

gäwivfr: [==] gaufre. 

s gäimvß: emplir d'eau sa chaus- 
sure en tombant dans une 
flaque d'eau. Cf. v. fr. j au gier 
„enfoncer". Derive de jauge? 

— Bourb. gäivje. 

gäiviül: [=] gale. — Pas d'ad- 

jectif correspondant tel que 

galeux. 
gäbe: passer les jambes par-dessus 

quelque chose. — Emprimte, 

cf. enjamber. 
gabt, gabt: boiteux, boiteuse. — 

Avec une nuance de mepris. 

— V. geyä, büiyu. Derive de 
*gab ..Jambe". 

gadyo: femme de mauvaise con- 
duite, fille qui aime trop ä courir 
dehors. Val d'Ajol et Champlitte 
gadyo; Rougem. gedo. Peut- 
etre parent de prov. g an dun 
,.vagabond", gandaio „fille 
de joie". v. Born. Et. Wb. art. 
gandur, et comparer Grand'- 



95 



Combe: gadul, et fr. gour- 
gandine? 

gagren: [<] gangrene. 

gäy: [=] quille. — ja d gäy: jeu 
de quilles. — Excr6ment de 
meme forme. 

gai\ [=] gage. — v. gejt 

gäwwme: le mauvais temps 
gäivivm, quand il est mena^ant 
depuis quelque temps et va 
eclater; le ix\co\ gäivwm, quand 
la cuisson en estachevee depuis 
quelque temps; — un aliment 
sent le gäwwme, quand il est 
reste trop longtemps au feu. 

— Deriv^ de c a u m a , cf. 
chömer? — Bourb. gäwme 
tiedir (se dit de la soupe qui 
refroidii); Rougem. güniü de- 
tremper les legumes (pois etc.) 
pour les faire augmenter de 
volume. 

gäwt: \=\ goutte. — gilt designe 
reau-de-vie:_/cfr le gül: distiller 
l'eau-de-vie. — süne gros gäwl: 
suer a grosses gouttes. 

gäet: [•<] gächer. — Rare. 

gäet: [<?] gachis, travail mal 
fait, desordre. — Syn.: ödo. 

gär: guere. — Emprunte: le *\v- 
germanique devrait donner v-. 

s gäre: [•<] sc garer. 

gäte: salir, [=] gfiter, pourrir. 

— Au sens de deteriorer un 
objet, on dit plulöt: cbcmc. 

ge, ge: [=?] gai, gaie. — Meme 
prononciation de gai dans le 
fran<;ais regional. 

ge (m.): mare, petit etang. < 
V ä d u m. 



geyäde: boiter. Derive de geyä. 
geyä, geyäd: boiteux, boiteuse. 

D6rive de gäy, qui a du avoir 

le sens de ..jambe-, comme 

le fr. quille. 
gtjt^ [=] gager. 
gejur: [=] gageure. 
gelccpe: [<<] galopin. 
gelväiüwde '. bacler une besogne 

{r=. galvauder). 
geri: [<] guerir. 
gcroy: jeune fiUe d'allures trop 

libres. 
gcroy ä\ garcon qui frequente les 

geroy. 
geloyi: [=] chatouiller. Pas de 

sens figure. — Bourb. getoye. 
g'eioyü, -üz\ [=] chatouilleux, 

-euse. 
gaß: [<] gagner. 
ghio: [<] guignon. 
genpe: [<1J gagnepam. 
gtdc: [<] guider c-ä-d. tenir les 

guides d'un cheval. Pen em- 

ploye dans les autres sens. 
gnäy ou gainäy: [=] guenille. 
gneyu, -üz ou ga'/i-: qui est en 

habits deguenilles. 
goy (f.): petit Sachet de linge 

pour nettoyer la vaisselle. 
goyätvl {j): bourse (ordinaireraent 

de teile), qui a la forme d'un 

petit sac. — Diminutif de goy; 

Rougem. gtväyrd, Val d'Ajol 

gweyäi; cf. Godefroy g o u - 

liere? 
goyäw. meme sens que beyäw 

(= coyau?). 
s gdne: s'accoutrer. — mäwiv 

göne mal accoutree. — Bourb. 



96 



i:;ön(^ mettre cn maiivais ('-tat; 

V. fr. gone liabit > celt. (?) 

g u n 11 a. 
g{)rm: [-— ] goiirmc (de cheval). 
gdrinä, -ad: [=] gourmand, -ande. 
görmadiz: \_<C] gourmandise, frian- 

dise. 
gdvyäiul: carotte sauvage. — 

"ßoxxrh. gmy all' i. Delain gäwiv- 

vyäivt. 
göfy (m. et fem.): enfle, gonfle. 

Adj. verbal de göfye. 
gö/ye: [=] gonfler. — Syn. a/ye. 
gdsle: \=\ gueuler, crier fort. 
gcernä: [=] grenier. 
gäle: [=] goulter. 
gceter: [=] gouttiere. 
gwvnc: [=] gouverner. — gccvne 

lä bei: arranger les betes; — 

gccvne l fwe: faner; faner 

n'existe pas. 
gras: \j='] graisse. 
gräwwl: [=] grele. 
gräwwlc: [==] greler «< v. haut 

all. grisilon. 
grä, gra\ grand, grande: grafän ; 

gräi (m. f.) devant voyelie: grai 

öm, gräl eelj; quand le feminin 

est predicat: eil ä grät. 
grad&: grande douleur. — sei 

7 vzo hye grad&: (;a lui faisait 

grande douleur. 
gräti = grandir. Derive de 

grä, gnit. 
grnt&: [=] grandeur. v. grä, 

gräl. 
gräy (f.): [=] gril. Feminin peut- 

etre par influence de la desi- 

nence. 



gräwwyt: ctrncr (des noix). — 
Bourb. gräye; Rougera. krdyf; 
Godefroy: greullon: Instru- 
ment ;\ cerner les noix. — 
Derive de *caru]ium, Meyer- 
Lübke, Rom. etym. WO. 

grä, gras: [=] gras, grasse. — 
pale le lag gras: grasseyer. 

grädüby: [<] gras-double. 

gräd: [<] grade. 

gräyö: rognure de graisse, [=] 
graillon. 

gräsmä: [=] grassement. 

grefene: griffor. v. fr. grafigner. 
D6rive de graphium, avec 
influence de griffer sur le 
sens; cf. fr. ^graffigner. 

greyäw (m. pl.): rhinanthus. 

greyäw: grelot (de cheval). 
[= grillet), satv kmä greyäw: 
sec comrae grelot (ou: grille): 
jeu de mot. — evo lä greyäw: 
avoir mal a la tete apres une 
bombance. 

greyf: [=] griller (par le feu). 
resonner (comme un grelot). 

grep: \=\ grappe (de raisin). 

grepeyäiu (m.): montee raide. 
Derive de griper ou de genn. 
krapp, V. Rom. etym. Wb. — 
Bourb. greptyäw; Rougemont 
grcpt gravir, grimper. 

grepe: [=] grappin. 

grete: \=] gratter. 

gretkü: eglantier (= gratte-cul), 
surtout le fruit. 

o^rd^z':jambe(au-dessousdugenou). 
Cf. grevt. 

grevf: gravir. 



^7 



grevölo (m.)= frelon. — < lat. 

crabrönem. Dissimilation. 
grevöne: intransitif: picoter avec 

bruit; se m grevön: cela rae 

picote fort. 
gri: [=] grain. 
gregäle: petit raorveux. Origine 

celtique ? v, G, Paris, Rornania 

XIX, I20. 

grej: [=] grange. — avrt däz 
äün'iiy kmä da pöt dce grej. 

gren: [=] graine. 

grene: [=] grainer. 

grepe: [=] grimper, 

grest: [=] grincer. 

grf, -iz: [=] gris, grise. 

gri fürt: sorte de füliäiv, [=] gri- 
bouri. 

griyäj: [<] grillage. 

griyäd: [<] grillade. 

grimast: [=] grimacer. 

grtmasü, -ür: faiseur de grimaces. 

gripe: [=] gripper. 

grlve, grivll: tachete, -ee, grivele. 
— Se dit surtout des vaches 
blanches et rouges, et des 
personnes qui ont des taches 
de rousseur. Derive de grive. 

grizne: [=] grisonner. 

gro, gros: [=] gros, grosse. 

grast: [=] grossir. 

grdsS: [=] grosseur. 

gro: [=] groin (du cochon,) 

gröde: [=] gronder. 

grödü, -ür'. \=\ grondeur, -euse. 

grotjä, -äd'. qui est d'humeur 
maussade, [=] grognard. 

grdi}I: [=] grogner. 

grdnd: [=] grognon. — Masc. 
et fem. 

Beiheft zur Zeitschr. f. rom. Phil. LI. 



grceve: [=] grever c-ä-d. causer 

une peine sensible. — se li 

gröev bye: 9a Uli fait bien de 

la peine. 
grceveyi, v.impers.: donner desde- 

raangeaisons. Rougem.^r^jy^'f . 

Delain grdeveyt. Cf. grevdite. 
groezf: [=] gresil, tir6 de gre- 

siller <^ V. haut all. grisilon. 
grceme: pepin de raisin (= gru- 

meau). 

gr<x?nläw: petit grain de fruit, ou 

boulette de farine. D6rive de 

grSme. 
grüzel: groseille. 
gruzlä: [=] groseiller. 
grüle: trembler, surtout de froid. 

Derive du moyen h. allem. 

griuwel; v. Rotn. eiym. Wb. 

Bourb. gruyi; Rougem. grdelä 

{i grül). 
gi: [=] goüt. 
güyä {-ad): individu repugnant. 

— V. fr. gouillart. Derive 

de güye'i 
gitye (m.): flaque d'eau. — ? säivwt 

güye: fanfaron. — Derive de 

franc. guija (m. s.), v. Rom. 

Et. Wb. 
güjäde: transitif: faire qq. eh. en 

goujat. 
gü/äw: [=] goulot. 
gü/e: [=] goulee, bouch^e. 
gü/ü, -u: [=] goulu, goulue. 
gürt\ cochon. — Sens propre 

et figure. — Cf. göret (petit 

cochon), mot qui n'est pas usit6 

en patois. D6rive de *gorr, 

Rom. Ei. Wb. 

7 



98 



gute: [==] gouter. — Le gouter 

ä 4 h. s'appelle: bäkt^ (m.). 
güzäzu (m.): petite serpe 

pour travailler la vigne. 

— Bourb. güzäwt; fr. 

gouet pour goi < 

*gObium, cf.gouge; 

Grand'Combe: gwcs: 

serpe. On attendrait 

"^giijäw ä Pierrecourt. 
güzye: [=] gosier. V. gärgeyäw. 
gwäyi: [<] gouailler. 
givätr: [<] goitre. Rare. On 

dit: l gro käw. le gros cou. 
gwen: [<] gouine. 

t: [=] je, nous, devant con- 

sonne, corame sujet atone; 

devant voyelle : j. 
i: \=\ y; ä lui (eile). — Cet 

adverbe place devant voyelle 

devient y. — II continue lat. 

ibi, ci. j i virt: j'y irai. 
ib: [<] hiebles. — Ordinaire- 

ment feminin pluriel. 
lye: [=] hier. — Ce mot devient 

y dans: y awiv so (ou: zy äww 

so): hier au soir. 
Irniie: [<] imiter. 
viöde: [<!] inonder. 
ise: [=] ici. Voir ese ainsi. 
ive: [=] hiver. 
ivr: [= ?] ivre. 
tvröfj: [=?] ivrogne. — Syn. 

plus ordinaire: sülär. 

j: [=] je; nous (devant voyelle, 

comme sujet). Cf. 1. 
jdd?: [==:] jardin. 



jäp^: [<] japper, aboyer. — 
„aboyer" n'e.xiste pas. 

järgön^'. [■<] jargonner. 

järjeyäw (m.): vicia cracca, cf. 
fr, gerzeau; v. fr. jargerie 
ivraie; Rougemont djerJjveyri. 

Jqrm: [=] germe. 

järmt: [=] germer. 

järmo: aiguillon (d'abeille, etc.). 
D6riv6 de järm. 

järpi: bisquer. — fär järpt: faire 
bisquer. Rougem. djerpt. 

jäsi: [=] gercer. — Seulement 
infinitif et part. passe. 

jäsur: [=] ger^ure. Syn. krceves. 

jäwwn: [==] jaune. — jäwwn 
kmä e kwe: jaune comme un 
coing. 

Jäwwnf: [=] jaunir. 

jäcviums: [<] jaunisse. 

P'- [=] gens. 

s jädärme: [<] se gendarraer. 

jänet (f.): narcisse. 

jar: [=] gendre. 

bäyf lä Jas : causer aux gencives 
une Sensation äcre; se dit des 
fruits non mürs. Rougemont 
djes. 

jatf, jänty. [=] gentil, gentille; 
affable. — Changeraent de 
Suffixe au feminin. 

jäii} : [=] jeu. — jce d gäy, d kät. 

jäii'k le : [=] jusque-lä. — Dans 
une prononciation rapide, de- 
vient: joek le; j&k e d/ne; jcek e 
läre, jusqu'a Larret (village). 

jäk'. geai; [=] Jacques. — ty e 
e he jäk: tu es un pauvre 
here. 

Järtyer: [<] jarretiere. 



99 



ß: [=\ jet. 

ßbäw. \=\ Jabot. — iil n e k 
le tag e pde l ßbäiv. 

jemä: [=] jamais. — ßniä d le 
vi nf dil Viva: jamais de la vie. 

ßvel: \=\ javelle. 

ßvläw: petite javelle. Diminutif 
de ßvel. 

jege: regimber, ruer. — fr. gin- 
guer < V. haut allem, gigen, 
Rofu. Et. Wh. Rougemont: dßgä. 

jene: [==] gener. — s jene: etre 
timide, ne pas oser. 

jer: [=] geindre; gemir. 

ß: gypse, [=] v. fr. gif < gip um. 

ßfyüd: joufflue. — en gros jifyäd. 
Le masc. jifyä est rare. — 
Derive de gifle ,,joue" < m. 
haut allem, kivel. 

jtjye: gesier. << gigerium. 

figaw: [=] gigot. 

ßpe: gambader, folatrer. — Se 
dit surtout d'un jeune chien 
ou chat. V. fr.: giberesse: 
qui aime ä folatrer; gip er. 
Alteration de giguer (gin- 
guer)? — Bourb. yt/»!" jouer 
(se dit des chiens); Rougem. 
djipä; Val d'Ajol ßbä. 

jmä: [=] jument. — ?n jixviä. 

jn^vr (m.) : gen^vrier, [=] genievre. 

jnS: \=\ genou. — vöt jdend: 
votre genou. 

jöle: [=] geler. 

jöle: [=] gelee. 

jöli, -t: [=] joli, jolie. 

jöltbo (ra.): daphne (= joli bois). 

jöet: [=] joncher. 

jönäw: [=] Journal (mesure 
agraire), = 34 ares, 28. 



ßne: [=] journee. 

jxne: [==] jeüner. et/- e j^\ 

[=] ^Ire ä jeun. 
jcedt: [=] jeudi. 
Jätf ou ett: [=] jeter, essaimer. 
joeto, eto: [=] jeton, essaim. — 

V. fr. geton. 
[mo d) j&: mois de [=] juin. 
jcen: [=] jeune. 
jcenes: [=] jeunesse. 
jüye: [-<] juillet. — mo d jiiye. 
ßlß: [=] juger. — ßlß v6 e 

päw: pourrait-on l'imaginer, le 

croire? 
jüm: ecume <^ v. h. all. scüm. 

Rougem. djüm. 
ßlri: [=] jurer. 
jürne (f): ce que contient le 

tablier retrousse. = v. fr. gi- 

ronnee, de giron. 
ßlrü: qui dit des ßiro souvent. 

Derive de ßiri. 
ßlstifye: [<] justifier. 
jün: [==] jouer. 
jvi: [=] chevir, venir ä bout de 

qqu'un. — Seulement l'infinitif. 

— Ne se trouve guere que 

dans des phrases negatives, 

corame: 1 n ä pde pä jvf. — 

Derive de caput, cf. achever, 

Meyer -Lübke, Rom. Et. Wb., 

Caput. 

jwä: [<] joie. 

jwer: [=] joindre. 

jivhüyr: [=] jointure. 

jivü, ür: [=] joueur, -euse. — 
On prononce aussi: j-wü, cf. 
jün. En general w devant / 
et w devant u par assimilation. 



too 



k: voir kae. 

käbueqr, -qrd: tetu, letue. — s k 
^l e da le käbde, t n 1 1 pä o kü\ 
ce qu'il . . . Emprunte. 

kähr (f.): tr6pied sur lequel on 
appuie le bois qu'on coupe 
avec la serpe. — Mot em- 
prunte ä nn dialecte du sud 
(< capra). 

kiibriyäwivl: [<] cabriole. 

käbriydivwle'. [<] cabrioler. 

kädäw: [<] cadeau. 

käyü: [=] caillou, tote (trivial). 
— e käyü depyceme: une tete 
chauve. 

käläwt: [<] calotte. v. käwwl. 

kalc: [<] caler (un chariot)." — 
Au sens de „ceder", on em- 
ploie plulot la forme fran- 
^aise: käle. 

kälfötre: [<] calfeutrer. 

kälieawt (f.): somraet d'une tige 
(d'epis, d'arbres). — Ce mot 
fait songer ä. calotte. — 
Rougem. kolnöt, Delain kleäwi. 

{etr e) käliforeö: etre ä califour- 
chons. 

kälme: [<] calmer. 

käldmtitye: [<] caloranier. 

kalöne: [<[] canonnier. Devenu 
sobriquet. 

kalwe (m.): grosse poire. — Val 
d'Ajol kälwe sorte de poire. 

kämäräd: [<<] camarade. 

kämlzäüml: \_<C\ camisole. 

kän: [=] couenne (de lard). 

känärde: mouiller compl^tement 
comme quand on plonge dans 
l'eau, [< canarder]. — cf. 
eknädc. 



känt, -/: louche. — Au sens figur^ 
on dit toujours: lue. < cor- 
neus -|- -ard? — Bourb. kän^ 
loucher. 

kätwne: [<] canonner. 

käpäby: [<] capable. 

käpüen: [<] capitaine. 

käpdne'. [<C] caponner. 

kärawt: [<] carotte. 

kärlydne: [<l] carilionner. 

kärlu: vieux cheval vicieux, terme 
d'injure. Emprunte: -rl-. 

karmäträ: synonyme de carnaval, 
employe surtout dans la locu- 
tion : to ne fä karmäträ dev& t3 
mäto: ton nez touche presque 
ton menton. — Compose de 
careme et de entrant. 

käriäiv. [<] quartaut. 

kaf. [=] carte. — el e bdü le kät: 
il a perdu le nord. 

kätisem: [=] catechisme. 

käw: [=] coq; menthe coq. 

kaivfr: [<] cofFre; estomac, 
poitrine (trivial en ce sens). 

j käwwl: bonnet de femme, iden- 
tique ä fr. cale. 

käwwl dce pret : colchique ä l'epo- 
que des foins. 

käwp: [=] coupe (de bois dans 
la foret). 

käwwsyd: [<] caution. 

käwwz: [<[] cause, motif. — e 
käwz koe . . .: parce que . . . 

käwwze: [<] causer (parier). — 
Ne signifie pas: etre cause 
[etr de käwwz). — käwwze e kekde. 

käwwzet: [<;] causette. 

käwwzü, -ür\ [<] causeur, -euse; 
bavard. 



lOI 



kqv: [<] cave. 

A'ö = quantum? v.pyate. 

kS: [=] quand. — kät, devanl 
voyelle et qqfois devant con- 
sonne. Autre sens: en raeme 
temps que: el ertvre kä mo: il 
arrivera en meme temps que 
moi. 

käbäwwl: ampoule (aux doigts . . .). 
Bourb. käbckdl. — < .v -f- 
bäwü'l. 

kadeläbr: [<] candelabre. 

käkäne: [<] cancaner. 

fär le kakibwll: culbute en levant 
les pieds en l'air. 

kakwel (f.): hanneton. — Gode- 
froy: cancoile. Derive de 
concha, selon H. Schuchardt, 
Roman. Etym. II, 33. — Bourb. 
kakdr; Rougem. kakivädj; Val 
d'Ajol kakwäk. 

{/är) kos dde . . .'. faire semblant 
de . . . Godefroy: quances 
= comme si. <; quam si. 

kas^r'. [<] Cancer. 

käphj: [<] campagne. — IMot 
rare fabrique d'apres la forme 
fran^aise. 

käj: [<] cage. 

kdw: [=] coup. — fittr e kce d 
pye. — toe d e käw\ ä un 
moment inattendu. — s koe se: 
cette fois-ci. — l pröme käw d le 
mes: le i^"" coup de cloche. 

käiä: [=] cou. — grokäw: goitre. 

käw, käwiy. [=] cuit, cuite. däz 
& k& du', des ceufs cuits 
durs. 

käwe (f): le gros bois du cep 
de la vigne. — Champlitte et 



Delain: käive. Parent de fr. 
cosson? 

käivivr (f.): un [=] coudre. 

käwwr: [==] cuire. 

käwivre: [^=] coudraie. — Aussi 
un lieu-dit. 

käivws: [=] cuisse, jambe depuis 
le pied jusqu'ä la hauche. — 
l gro d le käwws: cuisse pro- 
prement dite. 

[säwte e le) käwwsäivt: sauter ä 
cloche-pied. Dimin. de käwws. 

käwty (f.): ce qu'on cuit en une 
fois (pain etc.). — Le fran^ais 
[=] „cuite" s'emploieexclusive- 
ment au sens d'ivresse. 

käwtr: [=] coude. 

kä: [<] cas. 

kädr: [<;] cadre. 

kädre: [<C] cadrer avec qq. eh. 

käk {käk) : [=] qu'est-ce que . . . ? 

kär (m.): la quille qui occupe le 
coin place en face du joueur 
au jeu de g quilles. — Gode- 
froy: carre (coin). masc. de 
fr. dialect. querre < quadra 
V. Diel. gen. 

käre: [<] carr6. — Subst. et 
adjectif. 

kärläw. [<?] carreau dans une 
etoffe ä coulenrs. Diminutif 
de käre. 

kär5: carreau de brique. Deriv6 
de käre. 

kärnr: [=?] carrure (des epaules). 

käse: [=] casser; fracturer un 
membre. 

käsis: [=] cassis (arbrisseau et 
liqueur). 

käskü: [<] casse-cou. 



I02 



käsmädiel: grand cnnui (= casse- 

ment de tete). 
kastei: \=\ casse-tete; problcrac 

difficile. 
käsur: [=] cassure; fracture de 

membre. 
käsü d pyer: \=\ casseur de 

pierres. 
kätrS: [=] quarteroii. 
käzi, ou: käzimä: [<] quasi, 

quasiment. 
ke (m. f.) : [=] quel, quelle ; kipäl 
fän: quelle vilaine femrae! — 

ke om ! ke ädüy ! 
hebe: panier en osier pour mettre 

la päte; cabas, aussi employe, 

a le meme sens qu'eri francais. 

<; prov. cabas. 
keeäwf: [=] cachettg. 
keet: [=] cacher. 
keener: cachette. — Pour le Suffixe 

cf, e einer. Derive de klei. 
kceü, -ür'. [=] cacheur, -euse. 
kek: \=\ quelque. Cf. ke quel. 
k'ek'ei (f.): penis (en langue enfan- 

tine), cf. brdket. 
kekd, -in: quelqu'un, -une. — 

st ty eto kekx: si tu etais bon 

ä qq. chose. 
kek/6: [=] quelquefois. — Plus 

ordinaire: da fo. 
kemä, kemäd: [=] camard, ca- 

marde. 
kcmlzäivwl: [<] camisole. 
kerat: [<] quarante. — Souvent 

la forme fran^aise. 
keraten: [<] quarantaine. — On 

emploie souvent la forme fran- 

9aise. 



kcretn: [=] careme. — lä kerem: 

la sole qui a l'avoinc etc. 
k'cs (f.): poele a frire: däz & i li 

kes: des ceufs au beurre noir. 

— < cattia, d'on fr. casse. 
kesä: homrae qui s'occupe de 

travaux de feranoes. Derive de 

kes. 
kcst: le pain est kest, quand la 

päte n'a pas leve et a adhere 

a son rccipient. Derive de kes. 
ket'e: [=] queter. — käk tu ket: 

que cherches - tu si attentive- 

ment? 
ketr: [=] quatre: on emploie 

kätr en parlant de l'heure: 

el ä kätr qr (influence de l'öcri- 

ture). 
ketriyem: \=\ quatrierae. 
ketnyemmä: [=] quatriemcment. 
ketroeve: [=] quatre-vingts. On 

ne dit jamais: octante. 
k7k: [=] quinte (acccs de mau- 

vaise humeur). Assimilation. 
kckänjäiv: cousin (moustique). — 

Rougem. ktkre. 
khjc: futuere. — Rougem. kinä. 
kcz: [=] quinze. 
kezen: [=] quinzaine. 
klzyem: [=] quinzieme. 
kik: qui? [=] qui [est-ce] qui? 

kik ta: l e dt: qui te l'a dit ? 

Plus ordinaire: tyäk . . .: qui 

est-ce qui . . .? INIais: /"« se 

pä ki: je ne sais qui. 
Mf(masc.): cunnus. — Aussi: kö. 
kity: [<<] quitte. — elr& kily. — 

püte kJty: tenir quitte. 
kJlye: [<] quitter (laisser lä). 
kivawwty: [=] couvercle. 



I03 



kJve: cribler. Bourb. kwe. — 
< *crlbrare > *kliver (cf. 
fr. cliver) > *kyn<e: apres 
consonne yi > /: *irühyi >' 
irühi, äpf < implire. 

kläs: [<] classe; ecole. — äle 
ä kläs: aller ä l'ecole. 

klon: [=] quenouille. Metathese. 

klwätre: [<C] cloitrer. 

kmäünOd: [<] commode. 

kmä: comme; [=] comment. — 
krnäk e dtl comment dit-il ? — 
En dehors d'une interrogation, 
kmäk signifie: des que; ex.: 
kmäk ty äfini: des que tu auras 
fini. 

kmade: [=] Commander. 

kmadmä: [=] commandement. 

kmasi: \=\ commencer. 

kmasmä : [=] commencement. 

knäivir: [=] connaitre. — s i 
knäiülr: etre un connaisseur 
en qq. eh. 

kncesas: [=] connaissance; per- 
sonne connue. 

ko: \=] Corps. — lä eer ko: le 
eher ami, expression qu'on 
rencontre qqf. dans la bouche 
des vieilles gens. / dräwiiil da: 
ko: un drole d'homme. 

ko: [=] quoi? — Souvent excla- 
mation ä la fin d'une phrase. 

s ä e be koko: c'est un vilain sire, 
mal habille. 

kdle: [=] coller. 

köpaw (m.) : grande bardane, lappa 
major. 

köpe: [=] couper, chätrer. kop^ 
kmä läjno d me gramer, se dit 



d'un couteau qui ne coupe 

pas. 
köpye: [<] copier. 
kdpür: [=] coupure. 
köpü, -ür: bücheron, sa femme; 

{=. coupeur). 
kor: [<] cor aux pieds; [<] cor 

de chasse. 
körb: [=] courbe. 
korhäy: [=] corbeille. 
kdrbeyi: contenu d'une corbeille 

remplie. Derive de kdrhäy. 
körbt: courber. D6rive de körb, 
kordötje: [<] cordonnier. 
körji (f.): fouet. — v. fr. es- 

courgee. Derive de corrigia. 
korpe (f.): planche (de legumes 

etc.). Bourb. X'o/-/)o>'ia/ couperet. 

Peut-etre korpe continue-t-il 

*colpellum? 
korsäj: [<] corsage. 
korve: [=] corvee; travail de- 

sagrdable. 
kos: [<<] cosse de legume. 
kot: [=] cote. 
/'ö/J(m.): tige de Toseille, de la 

pomme de terre. Peut-etre 

parent de cotret. 
k^yb: \=\ combe. — fr^quent 

dans les lieux-dits. 
kodane: [<] condamner. 
.y kodur: [<] se conduire. Rare 

et seuleraent ä l'infinitif. 
kodiily: [<] conduite. 
kSf'iiyVir: [<] confiture. 
kofye: [=] confier. 
kSfse: [=] confesser. 
kdmedi: toute piece de th^atre. 

fär (ou: jwf) le kömedi; [<] 

comedie. 



I04 



kdmedye, -yen: [<] com^dicn, 
-ienne. 

kdm'el: [<] comete. 

kdmelr: [<] comraettre. 

kdmt: [<] commis. 

kdnüsyd: [<] commission. 

körmsyStier: [<] commissionnaire. 

kdmo'/f: [<] commune. — mäsJ 
kdmceii: mairie. 

kömüne: [<] commuaier. 

kömünike'. [<] communiquer. 

kdmüfid'. [<!] communion (sacre- 
ment). 

kön: [=] corne, cal. — fär lä 
kdn ekekä: se moquer de quel- 
qu'un en le designant de l'index 
et du petit doigt. 

konäde (f.) : le contenu d'un kdnä ; 
in könade d hetiz: une grande 
quantite de niaiseries. Derive 
de kdnä. 

eü könävüt: hibou, „choüette qui 
a des cornettes". 

könä (m.): Sorte de grosse earpen. 
— Le nom parait signifier 
..cornard", peut-etre ä cause 
des deux anses? Cf. lyonn. 
korniva „hotte", v. ]\Ieyer- 
Lübke, Rom. Eiyin. Wd., art. 
cornutus. 
kone: [=] corner. — köne da le 
bütäy: boire ä la bouteille en 
la tenant comme si on voulait 
sonner du cor. 
konoy (f.): corbeau. — (= Cor- 
neille). 
kdnoyi (f.): bleuet. Derive de 

könby. 
köncel: cornouille. Tire de köncclä. 
kdnoelä: \=\ cornouiller. 



kopqr: [=;] les Comperes, surnom 
des gens de Qiamplitte, chef- 
lieu de canton. 
kdpäre: [<] comparer. 
kdphke ou -e: [<] compliquer. 
koplimä: [<] compliment. — fär 
da koplimä: faire des fa(;ons, 
des politesses genantes. 
koprar'. [=] comprendre. — Cer- 
taines personnes interrompent 
ä. tout bout de champ leur 
discours pour intercaler un: 
vü kopräne'i lors meme qu'il 
s'agit de chosesclaires comme 
le jour. 
kosärve: [=] conserver. — vü 
iäero d vü kosärve: formule 
d'adieu. 
kösekä, -at: important, -ante. 

{< consequent). 
kosist e: [<] consister. 
kosdie: [<C] consoler. — el kri 
k mä en jnädlen, d n pce pä le 
kösolc: ici mädlen designe une 
sainte Madeleine qui pleure 
toujours ses peches. 
kostipe: [<] constiper. — Syn.: 

rsäre. 
kotä, -at: \_=^'\ content, contente. 
köiate: [=] contenter. — s'i 1 7t e 
pä kötä, tön to ku ö vä, le biz 
n 1 p(tre rä, se dit pour se 
moquer d'un mdcontent. 
kote: \=] compter. — e se bye 
kot'e: il est chiche. — ty i pde 
kote: tu peux en etre sür. 
kot'inwe: [<] continuer. 
kot7ie: contenir, contenu. 
kotr: [=] contre; tce d kbtr: tout 
pres. 



I05 



koiräryä, -al: qui aime ä taquiner. 
kolrärye: [< J contrarier; ennuyer; 

taquiner. 
koträryete: [<] contrariete, diffi- 

culte. 
kotroefär: [=] contrefaire. 
kotroekäiv: [=] contre-coup. 
kotroekäre: [=] contrecarrer. 
e kotroepo: \=\ ä contre-poil. 
kötu'. [=] contour. 
kde^ k\ [=] qui, que. — mo frer 

kce j e vu; mo frlr kce vyere; 

stü k vyere: celui qui viendra. 
k& d pye\ cou de pied. — v. käii'. 
k&\ [=] cuir. 
koeyi: [=] cueillir. 
koeyre: [=] cuilleree. Montre 

que küye cuiller est emprunte. 
kdeläwt (f.): le dernier oiseau du 

nid; enfant freie; cf. fr. culot, 

dont kdeläwt est le feminin. 
käler: [=] culiere, avaloire. 
kceler: \_<i\ colere. 
kdehk: [<;] colique. 
koeryäwt (f.): tetard. — Rouge- 

mont kceyröt. 
kcete: mettre une pierre derriere 

la roue du chariot pour l'em- 

pecher de reculer; cf. accoter. 

— Aussi: donner un coup de 

corne (se dit d'une vache). 
kdeUyo: jupon (:= cotillon). 
kceto: [<] coton, 
kceve (jamais: kve): \=\ couver. 
kceve (jamais: kve): [=] couvee. 
pülk&vür: poule couveuse. v. kfcvc. 
kräke: \=\ craquer. 
krämäy (m.): cremaillere. — 

<; *cremaclum. 
kräws: [=] Crosse, bequille, 



krawt: [=] crotte. — pä pil gro 

k en kräivt doe bik. 
krä: [=] cran. 
kräne: faire des crans ä . . ., 

derive de krä. 
s krapi: faire effort en se tordant 

comme dans une crampe. — 

Bourb. s kräpi; v. fr. crampir 

„plier, recourber*'. D6rive de 

krHp crampe. 
s krapdne: [<C] se cramponner, 
krädyv. [<] credit. — eete e 

krädyt. 
kr an: [=] cräne. — Subst. et 

adjectif. iy an e 6 krän: tu en 

es un cräne ! Ironique. 
krätimä: [=] cränement. 
kränrt: [=] cränerie. 
kräp: crete (de coq). D'autres 

patois disent krep, v. INIeyer- 

Lübke, Rom. Et. Wb. art. crista. 
krcpäw: [=] crapaud. — Sens 

propre et figure. — Syn. baw. 

— pte krepäw\ petit vilain! 
krepe (m.): omelette (d'oeufs et 

de farine). Derive de crispus 

au moyen de -ellus. 
krept: \=\ crepir. — se küyäwt 

ä tcet krept] syn.: döre. — Le 

crepi. 
krcplsäj: [=] crepissage. 
kreydne: [<C] crayonner. 
kr?: \=\ crin. 
krem: [=] creme. 
kreier: [=] criniere. 
krer: \=\ craindre. 
krf: [=] cri. 
krt: [=] querir; chercher. — 

Seulement infinitif et part. 

passe. 



io6 



kr'lyh [=] cricr; plcurer, mrme 

en silcncc. 
krfj'fi, -ür: [=] crieur, -euse; 

pleureur. 
krikrr. grillon. Onomatopee. 
krispc: [<] crisper. 
kr'itikc: [<] critiquer (en mauvaise 

part). 
kröe: \=\ creche. 
kröeäw: [=] crocliet. 
kröee: [=] crachat. 
krdei: [=] crachcr. 
kröemä (p. ex. de sang): [=] cra- 

chement. 
kröe-pye: croc-cn-jambe. Compose 

de kroe pour ^ekroey imperatif 

de *ekröef = accrocher. 
kröe/e: [=] crocheter. 
kroyätvwl: [=] croyable. — inä, 

n ä pä kroyäwwl: mais, n'est 

pas croyable! 
kröke: [=] croquer. 
krökmiiyen: \=\ croque-mitaine. 
krdr: [=] croire. — voir: äkrör. 
krösäs (rare): [•<] croissance. 
kroie: {=] crotter. — Syn.: döre, 

krept, 
krott. [<] crottin. 
kr^, krxz: [=] creux, creuse. 
hm (m.): le son, residu de raou- 

ture. -< *cruscum? v. Jud, 

Arch. f. d. Sind, der n. Sprach. 

u. Lit. (iQl i). 
krcesö: [=] cresson. 
kroetäiü (m.): nuque. — Bourb. 

krceläiv. Delain kräiäw. 
krceve: [=] crever. 
kroeves: [=] crevasse, surtout aux 

doigts. 
krKzäw: [=^] creuset. 



krcizbäw (ra.): feuille de tussilago 

(v. pä d an), 
krdize: [=] creuser. 
krii, kru: [=] cru, crue. 
krul: [=] croüte. — käse en 

krfil: faire un leger repas. — 

Pas de sens figure. 
kruß: [=] croüton. — Souvcnt: 

raorceau de pain quelconque. 

— Au flg.: benet. 

krüzv. [=] croiser (p. ex.: les 
bras). 

krzvä: [<] croix. — Comparer 
le lieu-dit: prc d le kru: pr6 
de ja croix (?), et le v. krüzi, 

kä: [=] cul. 

küöe: [<] cuber. 

ku d eye: neflier, nefle. 

kliyäiüi: \_=] culotte. — e n so 
pä d le küyätui du ro: il n'est 
pas au-dessus du vulgaire, il 
ne sort pas de la culotte du roi. 

knye: [<<] cuiller, voir kcfyre. 

kilkü: cul. Langage enfantin. 

kulbUty: [<] culbute. 

külbülyr. [<] culbuter. 

killtlve: [<C] cultiver. 

küräsye: [<C] cuirassier. 

kUräwt: \=\ curette (de la 
charrue). 

kuri: \=\ eurer. 

kuv: [=] cuve. 

kUve: [=] cuver. 

küve (f.): contenu d'une cuve 
remplie. 

kuzen: \=\ cuisine. 

kilznä, -er: \=\ cuisinier, -iere. 

— iy e e he kilznä d äwiv düs: 
tu es un pauvre gate-sauce. 

kütne: [=] cuisiner. 



I07 



kü, küf. [=] court, courte. 

kü'. [=] (la) cour. — La forme 
francaise seule au figure: fär 
le kür ä dmwäz^l. 

kü: \=\ queue. — Jamais: fu- 
taille. — kü dce rnä'. queue 
de renard (plante). 

küei: \=\ coucher. 

küyo'. [=] coion; poltron. 

küydne: [=] co'ionner = dire des 
moqueries. 

kükü: [=] coucou; primevere 
officinale. 

(/»J d) kükü: surelle, oxalis aceto- 
sella. 

küle: \=\ couler. 

külm: [<C] Couleur. 

küldivr: \=\ couleuvre. — Plus 
ordinaire: särpä. 

külür: [=] passoire (pour le lait); 
cf. küle. 

{n 1 pä) küpe: ne pas pouvoir 
echapper au chätiment, ä la 
besogne. — /// n i küprepä, ino 
vyä. Emprunte du fr. couper 
au sens de: interrompre, em- 
pecher. 

kür: courir. — kür le pül: le 
dimanche apres une noce, les 
garcons vont chez les invites 
de la noce, qui doivent les 
regaler de gaufres, de poule, 
d'andouilles, etc. — = fr. 
courre < lat. currere. 

küräj: [=] CO u rage. 

kürämä: [<] courarament. 

kürdn: \=\ couronne. 

kürZne: [<] couronner. — Se 
dit surtout d'un cheval qui 



s'est enleve la peau du genou 
en tombant. 
kürü, -ür: [=] coureur, -euse. 

— Syn.: träwivlü. 
kürivä: [<] courroie. 
küse: [=] coussin. 

küi (f.): courge. «< Cucurbita. 

— Bourb. kot. 
kütt: [==] couteau. 
küte: [=] cote. 
küte: [==] coi^iter. 

küUlra, -^r: [=] couturier, -iere. 
küvrt: [=] couvrir. 
kütr: [=] coutre de la charrue. 
küir^r: ce ä quoi le coutre est 

adapte. 
küze, -7n: [=] cousin, cousine. 
s küzt: se taire, tu (participe); ne 

plus faire de bruit. — fr. coi, 

V. fr. coisier < *quet-iäre. 
kiüäe (f.): sorte de prune. [<;] all. 

mod. Zwetschen. 
kwän (f.): imbecille. < fr. cou- 

enne? 
kwänri: parole de kwän. 
kweon :-\ kwäw :coi'an de faucheur, 

coyer <; * c o t a r i u ra. Mais kwe 

•< *cot-elluin. 
kiver (f.): la partie du harnais 

qui est sous la queue du cheval. 

— Bourb. kwär. — Godefroy: 
couyere •< *caud-aria. 

kwe: \=\ coing, [=] coin. 

kwhje (infinitif et part. passe): se 
dit du cri des souris ou du 
bruit analogue que fönt des 
souliers neufs. — Onomatopee. 

— Bourb. hvhu pousser de 
petits cris. 

t kwlf: \=\ coiffe. 



io8 



kwl/^: [=] coifler. — On emploie 
toujours la forme fran<;aise dans 
la locution: coiffer Ste. Cathe- 
rine. 

k 7/ye: qui vient; est devenu ad- 
jectif et signifie: prochain: /änc 
k vye: l'annee prochaine. 

/: accusatif de hv: le; et de le: 
la; devant voyelle: i l em\ je 
l'aime. 

lä! ou: ö /ä/ = helas, quand on 
fait une concession ä regret 
(= las!). 

lädo: [=] lardon, trait piquant 
ou blessant. 

s lämate: [<] se lamenter. 

läpe: [<] laper. 

lape, -en: [<] lapin, -ine; la 
forme franyaise: /äpe signifie: 
gaillard, raalin. 

/qrj: [='] large. 

lärjäwt (f.): laitron des champs, 
sonchus arvensis. Bourb. 
lärjäwt, espece de Chicoree 
sauvage; Rougem. lerdjöi; pro- 
vencj^'al larjoiit (Mistral II, 189). 

lärjx: [<] largeur. 

lärm: [=] lärme. 

lärmd: [=\ larmier. 

last'. [=] laisser. 

last: [=] lacer. 

läv (f.): pierre plate ä coiivrir 
les toits. — Godefroy: lave: 
pierre de gr^s, plate et de 
forme irreguliere. Emprunt, 
voir Roman. Etym. Wb., art. 
Lavagna. 

/«(m.):lente(depou); < lendem. 

lä, lat: [=] lent, lente. 



lal)^l}'e: [<] lambiner. 

lad (f): chiendent {= lande.) 

Iad3 (m.): epi d'avoine. Deriv^ 

de lande? — Rougem. ladS 

lige quelconque qui traine. 
lag: [=] langue. 
lag e bot (f.) : scabieuse. 
lape: \=\ lamper. < germ. 

lappön. 
lape: [=] lampee. 
läten: [=] lanterne; roupie au 

nez. 
lätne: [=] lanterner. 
lät«: [<] lenteur. 
lä: [=] lit. 
lär: [=] lire. 
/a7C'(masc.): ivraie. < lat. lolium. 

Rougem. l&. 
läivwsü: eau de lessive; < *lix- 

ütum. 
lä: \=\ lard. — Syn.: pä; on 

dit cependant en pä d lä : une 

portion de lard. 
läe: [<] lache. 
läet: [=] lächer. — Surtout: läei 

lä bei: mettre le betail en li- 

bertd. 
Iä7n\ [<] lame. 
le: [=] la (article et pronom). — 

Forme devant voyelle: /. 
It: [==] lä (adverbe). 
le: [=] lac, etang, mare. 
Ic: [=] le (du drap). 
leyü, -ür: [=] liseur, -euse. 
[bor e iJr) lerigäw: [<] boire ä 

tire-larigot. 
lest: lait. — lese pri: lait caille. 

— Godefroy: laicel ..lait". 

— < lat. lacticellum. 
let: [=] latte. 



log 



hte: [<] latin. 

levc: [=] laver. 

levmä: [=] lavement, clystere. 

levr: [<] levre. 

levu: oü, par oü. — Relatif et 

interrogatif. — d le vil k: d'oü? 

d ü vü k tu vye : d'oü viens-tu? 

= lä oü. 
levür: [=] laveuse. — Ordinaire- 

ment: r levür. Suff, -ür forme 

comme feminin de -?f < 

-atörem. 
le: [=] lin. — Ordinairement: 

du ff. — ferm Joe le. 
lej: [=] linge. 
len: [=] lune. 
Im: [=] laine. 
len: \=\ ligne; la piece de bois 

qui relie l'avant et l'arriere 

d'un chariot. 
lenawt: [=] linotte. 
Ihm: [=] ligneul. 
lenSläw: liseron. Deriv6 de li- 

neola, voir Roman. Et. Wb. 
les&: \=\ linceul, drap de lit. 
Itberie, -Iti: [<] libertin, -ine; 

qui ne respecte pas l'autorite 

et les coutumes; de mceurs 

trop libres. 
lifo: gros morceau de pain. — 

Cf. lippee. — Derive d'un 

germ. lif- = lip-. 
likäw: [<C] iicol. — Syn.: hötäkäw. 
l'ikäw: [=] loquet. Pourquoi 

lik- au lieu de lök-1 
liii (masc): lit. — Langage en- 

fantin. 
l'ime: [<] limer. 
llriwnäd: [<] limonade. 
llmdner: [==] limoniere. 



hty^r: [<] liti^re pour les ani- 
maux. vle eil hei lltyerl quand 
les enfants ont tout jete par 
terre. 

/jgf: [=] glisser. Cf. /o < glirem. 

hzü (m.): glissoire de la limoniere 
d'un chariot. 

l'izür: [=\ glissoire. 

lyäj: [<] liege. Altere d'apres 
les mots en -äj. 

lyä: [=] liard. — e n e pä väyä 
e lyä, il n'a pas la valeur d'un 
liard. 

lyevr: [=] lievre. 

lyenä, adverbe: \=\ il y a un 
an, l'an passe. 

Iki: [=] lequel (interrogatif 
seulement). feminin: leki? — 
pluriel: läke, pour le fem. et 
le masc. 

Imes du: Idenies: [=] limace. 

Imeso: [=] lima^on. 

lo: leurs, pluriel de löt; — eux, 
dans l'expression: 16 da: eux 
deux (ambo). Ne continue 
pas *lorum qui donne lu, 
mais est refait sur löt. 

l§: [=] loir. 

Idee: Sorte de pioche; [=] fr. 
louchet. 



?©= 



löet: [=] lecher, manger avec 
gounnandise. — bäyi e löet: 
donner un /ml aux betes. 

löe^: betteraves decoupees en 
tranches minces pour les betes. 
Dict. ir.'fural: lese he: tranche 



110 



mince. Derive de lesche, 

d'oü leche. 
/oy^: [=r] lien. 
/ojf: [=] Her. 
loyTir: lien (de paille, de chanvre 

etc.), [=] liiire. 
loj: grange oü Ton remise ordi- 

nairement les chariots (= löge 

au sens d'abri). 
lojt: [=] loger. 
löke: [<?] hoquet. — L'article 

s'est soude au mot: 1 vce äko 

gräti, j e l löke: je grandirai 

encore: j'ai le hoquet. — 

Bourb. Iceke. 
Mo: lait. — Langage enfanlin. 
lone, lonl: lent, lente. — Les 

vieilles gens disent plutot lone. 

— Bourb. lonü mäuvais plai- 

sant; Rougem. lode lent. 
lonri: lenteur fatigante. — Bourb. 

lonrt mauvaise plaisanterie. 
lul: leur. — Adjectif possessif, 

pluriel: 16. Fonne de illörum 

d'apres not, vdt. 
l lötr, le lotr: le leur, la leur. — 

Pronom possessif. voir le pre- 

cedent. 
lozäd (f.): [=] lezard. — v. fr. 

leisarde (f.). 
lo, log: [=] long, longue. — d 

fodmo: par comparaison avec 

moi, — • ia du lö : dans toute 

la longueur. 
füg«: [<] longueur. 

lata: longtemps. 
Ice, devant voyelle /: [=] le. 
läge: (jamais Ige) : purin. Derive 
de l'all. Lauge? 



s lo'n: se biottir, s'avancer sanS 
bruit an s'aijaissant pour se 
dissirauler. Alteration de 
müsse r? 

laeve ou Ive: [=] lever, verbe et 
substantif. 

la'dyt: [=] lundi. 

///: [=] lui, toujours accentue: 
s ä lü: c'est lui. — rSoi" 
n'existe pas, on dit: lü, lü: 
eekä pü lü: chacun pour soi. 

lilty: [=] lutte. 

liityi: [=] lutter. — Est aussi 
transitif au sens de vaincre ä 
la lutte: tu n pctro pä l liityt: 
tu ne pourrais pas le vaincre 
ä la lutte, 

liizawt (f.): mercuriale annuelle 
(dans les jardins et les vignes). 
Bourb. lüzäivi. — Feminin de 
liset. — Delain lizäwt; Auto- 
reille hzoi {Atlas Gilluron carte 
no. 840). 

lüzä, -at: [==] luisant, -ante. — 
Ordinairement: rlüzä. 

lü: eux. — sä lü: c'est eux. — 
De meme: ä eux = lü; et 
devant voyelle: lüz: t ve lü dir, 
mais: t lüz e dt; pour -ür rem- 
place par -üz, cf. eädlüz. <C 
illörum. 

lü: [=] loup. Dicton: käl 5 
pal du lü, dn ä vZ le kü, quand 
on parle du loup, on en voit 
la queue; c'est ce qu'on dit 
quand arrive la personne dont 
on parlait. 

lue (f.): tranche de pain dans la 
soupe. — Cf. löeo. — v. fr. 
lesche. 



lii 



lue'. [=] laiche, carex. 
Inf law. [=] louveteau. 
lulu: chien quelconque (dans le 

langage enfantin). 
Ifiverü: [=] loup-garou. — S'em- 

ploie aussi comrae exclamation, 

ä la maniere d'un juron. 
luzo (f.): maladie contagieuse, 

teile qua grippe etc. Delain 

et Rougemont lÜzo. 
hi'ojf: [<C] louanger. 
hmiv (m.): tique. — < *lupet- 

tura, cf. fr. louvette. — Rou- 

gem. lüvädj. 
pti hve kde: au-delä de. — mwe 

Iwe kde . . .: en-deca de. 
mä\ \=\ mais (conjonction). 
juäd: [=] merde. — Surtout au 

sens figure on emploie la forme 

fran(;aise; cependant dce mäd 

equivaut a l'adjectif „mepri- 

sable": e eatü d mäd: un 

chanteur meprisable. 

mädrüyi: patauger dans de l'eau 
bourbeuse, Derive de mäd. 

mädü, -uz: merdeux, -euse. — 
p/e mädü. — La forme fran- 
yaise est aussi usitee. D6rive 
de mäd. 

mägäze: [<^] magasin, 

mägo: [<] magot (d'argent). 

mägr: [=] maigre. 

viägrt: [=] maigrir. 

magried: [=] maigrichon. 

makhiS: [<] maquignon. 

mäkenöne: [<] maquignonner, 
marchander, 

male, -In: [=] malin, maligne. — 
Toujours an mauvaise part. — 



Les formes fran^aises s'em- 

ploient seulement, surtout au 

masc, en bonne part au sens 

d'habile. 
mälix: [=] malheur. — La forme 

fran(;aise est tout aussi fre- 

quente. 
mälonel: [<] malhonnete; irapoli. 
mänäj: [=] manage; s metr ä 

mänäj, se mettre en menage, 

se marier. 
mämgasf: [<|] manigancer. 
mUnccvrä, -er: [=?] manouvrier, 

-iere. 
mättdvre: [=?] manceuvrer. 
märäivwd: [<<] maraude. 

fjiäreade: [=] marchander. 

märev. \=\ marcher; battre en 
grange; battre qqu'un corame 
ä coups de fl^au itnäreü). — 
Au premier sens on dit plutot: 
eSmne. 

märeü: fleau (a battre le ble). 
Derive de inärei, rappelle le 
temps oü Ton battait le ble 
en marchant dessus. Cf. elep. 

märgeya: [=] marguiller. 

märgltyäwt: margueriette, bellis. 
Diminutif de marguerite, 
devenu *margrite puis *mar- 
git par dissimilation. 

märgnlei (f.) : [==] margoulette. — 
Rare et trivial. — fär säwwt^ 
It märgület e kek&\ faire sauter 
la cervelle. 

mark (m.): matou. — Autre forme: 
märkü. Emprunte: -rk en fin 
de mot! 

marke: [=] marquer. 



112 



märliu: v. niürk: maLou. marcou 

est dans Godefroy. — Rougem. 

viergh. 
viärll: [<] merlin, gros marteau. 
marmäwt: [=] marmotte. 
märmdnt: [=] marmonner, mar- 

motter. 
märiimläd: [<] mannelade. 
mäsäkre: [<<] massacrer. 
grä mäst: [=] grand merci; se 

dit seulement au scns de: quel 

bonheur que ... — grä mäst 

ken äpä vn&: c'est une grande 

Chance qu'il ne soit pas venu. 

— grä mäst io: gräce ä. toi. 
tnäske: [<] masquer. 
male: [=] marteau ; dent " mo- 

laire. 
mute: [=] mätin. . — Est aussi 

employe comme juron; signifie 

encore ,,vilain" et en ce sens 

a un fem.: viäterj.: une vilaine 

(subst.). 
mätlä: [<] matelas. 
7nätle\ [=] marteler. 
äle e mä/r: s'engager comme 

domestique. 
?fiäir: [=] maitre de maison. — 

ydr äce s3 mätr, dcc se mä/r dz: 

se donner des airs de com- 

mandement. 
mätrdz: [=] maitresse de maison. 

Changement de suffixe. 
viäiroyi: maitriser, cf. [=] v. fr. 

maistrier. 
mälü: exclamation semblable ä 

mäte, dyäl, etc. — Identique 

au suivant. 
mäiu, mäiüz: farceur, farceuse. — 

d le mätuzl Ne s'eraploie guere 



en dehors de locutions ex- 
clamatives. (== matou). 

mäw: \=\ mal, douleur: — tnäw 
Jiyä apostume. — Comme ad- 
verbe: tnäww, ou plussouvent: 
pä hye'. se vt mäunv. 

mäw: [=] mot. 

mäwwdir: [=] maudire. 

mäwwpyäzä,-at: d^plaisant, -ante. 

7nake: [=] manquer. 

mämä: [=] maman. 

viasen (f.): viorne, [==] mansianne; 
on en fait des liens. — Rougem. 
viasen. 

mät (f.): mensonge; conte. — v. 
fr. ment, tire de mentir. 

mal (f.): [=] mante, couverture 
de laine. 

mätäw: \=\ manteau. 

mäiv. [=] mentir. 

mätö: [=] menton. 

mälü, -uz: [=] menteur, -euse; 
qui dit des contes. 

mäe: [=] miche de pain. 

mädyt: [=] midi. 

mäiv: [=] muid. — olä e mäiv: 
autant un tonneau: se dit d'une 
personne grosse et grasse. 

mäiv: [=] mieux. — Adv. de 
moyü. 

mäiv, mäiinvl: [=] mou, molle; 
detrempe. lä eä so Iro mäiv, 
les champs sont trop d^trempes. 

mäii'ivby: (<^) meuble (subst.). 

mäwivd: [<<] la mode. 

mäivü'g (m.): melilot officinal. 
Delain müg. 

mäivwr: [=] moudre. 

7näivi\ \=\ motte. 

mä (f.): [=] mait (petrissoire). 



iii 



mä\ [=] mes (pron. poss. masc. 

et fem.), 
mäei: [=] machen 
viäeilri: (=) mächurer (de noir). 
mädi: [=] raardi. 
mäy (f.): [=] maille (d'un tricot); 

Sorte de beche. — ni sü m 

mäy: ni sou ni maille. — 

Bourb. mäy pioche. 





7näl: [=] male. 

mäm: [=] meme. — toe dmäm: 

quand meme (aussi: kä mäm). 

— i pülo tccrtäw le mäm eäwivz 

^=- de meme. 
mäni: [<C] manie. 
mäntmä: [<] maniement. 
mäfie: [<] manier. 
viärefi: \=\ marraine. Infiuence 

par päre. 
märdne: \=\ maronner. 
märo/je: [<] maronnier. 
mävä: vent du nord. 
mäzö: [=] maison. 
mäzür: [=] masure. 
me (m.): lilas (=::== mai). 
meea, -at: mauvais, \=\ mechant, 

desagreable au goüt. — Tou- 

jours en mauvaise part; ne se 

dit jamais des personnes, de 

celles-ci on dit: 7näle. 
rneds?: [<<] medecin. — väwiv 

nidw äle 6 mle k ö /nedsl: il vaut 

Beiheft zur Zeitschr. t. roin. Phil. L<1. 



mieux aller au moulin qu'au 
medecin. 

medse'u: remede. — Syn.: rmädy. 

<< medecine. 
i7iefyas\ \=\ mefiance. 
s mefye: se mefier. 
megüz5 (m.): lathyrus tuberosa. 
mekamk (f.): frein d'un chariot; 

machine ä battre (les cereales). 
mekroedt: [=] mercredi. 
meled: [=] malade. 
meledi: [=] maladie. 
tneme: grand'mere. — Surtout 

dans le langage enfantin. 
\vieme: [=] mamie. — D'ordi- 

naire: jiie eer. 
s meprar: [=] meprendre. 
mir: [=] mere; en parlant d'un 

animal: femelle. 
merleäw: [=] marechal-ferrand; 

coccinelle. 
merltye [om: mfltye): [<] meriter. 

Pas de subst. correspondant. 
merydj: [=] mariage. 
merye: \=] marier. 
meryü, -ür: qui d^sire se marier. 

D6rive de merye. 
mesne: [=] ma^onner. 
mes3: [=] ma^on. 
mesdnrt: [=] ma<;onnerie. 
met (m. f.): fatigue et sans Energie 

par suite de la chaleur (^ mat). 
met?: [=] matin. 
metli}äwwl: matinal. Derive de 

viete au moyen du suff. -aimvl 

■< -abilis. 
meiaje: [=] matinee. 
metü, -ür: [=] metteur, -euse 
m^: [=] main. 



it4 



vU, ml, ml . . .: mie, mie, mie . . ., 
pour contrefaire un enfant 
qui pleure. 

m^eäw, -äwt: \=\ manchot, -otte. 

mege (f.): vin frais avec un peu 
d'eau et du sucre, et de petits 
morceaux de pain. — Surtout 
en moisson, iorrae un raffrai- 
chissement fortifiant. — Cf. 
megue < lat. gaul. misga, 
petit-lait? v. *mesigum 
Roman, etym. Wb. 

mtj: (f.): [=] manche de vete- 
ment ou (m.) d'outil. — etrS 
dalebönmej: etre en veine, 
avoir de la chance. 

7iiejäwt (f.): petit sac oü l'on 
mettait le manger (= *man- 
geotte). 

menäw (f.): [=] minuit. — le 
mes da menäw, la messe de 
minuit (ä Noel). 

^menträ: [=] menetrier. — Ce 
metier a ä peu pres disparu. 

t menve ou m&nve (m.) : petite 
gerbe de chanvre; <; *mana- 
pellum pour manipulus. v. 
A. Thomas, Mel. d'etym. 109. 
Rougem. m&nve. 

viin: [<] mine (visage etminerai). 
meij. dce py3. 

m7z: [=] mise en g6neral; en 
particulier la ficelle mise au 
bout du fouet; enjeu. 

mtyär: [<<] milliard. — miyar 
dde dy&, juron forge par suite 
de la fausse analyse de sädyot 
(sang-Dieu) en „100 dieux". 

miyd: [<] million. 

mtydn^r: [<] millionnaire. 



mlytru (m.): millepertuis (plante). 
vilmi (m.): chat. Langage en- 

fantin. 
mträly: [<] miracle. — e fä pü 

d lü kce d inlräiy: il fait plus de 

tours que de miracles, c-ä-d. 

il ne röussit pas toujours. 
niirt: [=] mirer. 
mJrü: [=] miroir. 
mttyen: \=^^ mitaine. 
niyäw, myäwi: [=] muet, muette. 

— Mais: sourd-muet, comme 

en fran^ais. 
myawwle: [=] miauler. 
myäwt: mie [=] miette. 
mye: [==] miel. L'allongement 

de -e est etrange. — Rougem. 

mi. 
myp (f.) : [=] merle. — Rougem. 

myäl. 
mye, myen'. [=] mien, mienne. 
ml: moulin; seulement: ml vä 

moulin a vent, nom d'une 

ferme. 
mie ou motle: [=] moulin. 
kebe e mnawt (m.) : grande cor- 

beille ä [=] manette. 
mne ou mcene: [=] mener. le 

väe men ö bx: la vache mene 

au boeuf, est en chaleur. 
mnes ou mcenes: [=] menace. 
mnest ou mcenest: [=] menacer. 
nmiizä ou rtidenüzd: [=] menuisier. 
mnü, -ür ou mcenü: [=] meneur, 

-euse, de b^tail. 
vio: [=] la mort. 
7n6, mot: [=] mort, morte. — 

/<? »20 signifie souvent: cadavre. 
mo'. [=] mois. 
mdhiye: [<] mobilier. 



II 



modle: [<j modeler. 

mqdr: \=\ mordre. 

moye'. [=] (subst.) 

vioye, -in: \=\ moyen, -eniie. — 

elal tnüye : ils sont assez riches 

pour cela, ou absolument: ce 

sont des gens riches. 
7noyenä: \=] moyennant. 
moyü: [=\ meüleur, -eure. — Le 

feminin a la meme desinence 

que le mascuiin, sans allonge- 

ment de la finale. 
möläzt'. [=] malaise, -ee. — Le 

masc. a aussi la voyelle allongee. 
mole: [=] meler. 
möiwiolo'. p^lemele. v. mole. 
mörgone: murmurer. Onomatopee. 

Cf. möfmdne. 
mösnä, -er: [=\ raoissonneur, 

-euse. 
7ndsne: \=] moissonner. 
mdse: [=] morceau. 
mösle: [=] morceler. 
möso: [=] moisson. 
möiyä: milieu. — v. fr. moiteain. 

Derive de mdtye. 
motye: [=] moitie. — j elo le 

mdtye jöle: j'etais ä moitie gele. 
mo: [=] mont. Seulement dans 

des lieux-dits. 

mö (mdn, devant voyelle): [=] 

mon. 
m^e: [=] meche. — La forme 

fr an Chaise dans vadrde le mee: 

trahir le secret. 
möe: [=] mouche. 
möe e myi: abeille. 
möß: panser un cheval, une plaie. 

<; medicäre; ne se dit guere 



que des animaux. — ßourb. 
moje (m. 's.). Rougem. modjt. 

mSmä: \=\ moment. 

t mön: [<] moine. — On n'en- 
tend plus guere que la forme 
francaise. L'emprunt a du 
avoir lieu lorsque l'o i de m o i n e 
etait encore prononce comme 
diphtongue. 11 y avait des 
moines a Aumonieres, hameau 
de Pierrecourt, depuis le 
XIl^ siecle jusqu'ä la Revo- 
lution. 

mdnäw: [=] moineau. — e 
präwü'V mdnäw: un pauvre 
diable. 

vidne: [<<] monnaie. 

mono: [=] moignon. 

mos: [==] la mousse. — xrü kmä 
e ro da die mos: extremement 
satisfait. 

e mSsym: un homme qui n'est 
pas du menupeuple, [^Jmon- 
sieur. 

möte: [=] monier. 

möte : [=] mont^e. 

indten: [=] montagne. 

mötre: [=] montrer. 

7na:, m: [=] me. 

mä, mdr: [=] mür, müre. 

mcebye: [<[] meubler. 

mäge: [<] muguet. 

mäke: [=] moquer. 

moekri: [=:] moquerie. 

mcekü, -ür: \=\ moqueur, -euse. 

mal: [=] meule (de foin). 

moeri (f.): charogne. — Employe 
seulement comme terme in- 
jurieux. — Derive de mä'rt. 



ii6 



V. fr. morie. Rougem. muri 

injure et bete crevee. 
märt: [=] mourir. 
tnxrf: [=] mürir. 
7ncerjä: monceau de pierres pro- 

venant le plus souvent de 

murs tombes en ruine. — 

Godefroy: murgier. •<*mnr- 

iarium. — Bourb. m&rjäy. 
mcel3'. [=] mouton. 
mazf: [=] moisir. — el ä pari 

mazt: il est tout ä fait pourri. 
mdzisür: [=] moisissure. 
m^^ä, -fr: [=] meunier, -ere. 
munt: [<] munir. 
müräy. \=\ muraille; mur. — 

Le mot fran9ais mur est sans 

correspondant. 
müräyt: murer. Derive de müräy. 
muskä: [-<] muscat (raisin et 

vin). 
muzäw. [<] museau; nez (trivial). 
müzlk: [<] musique, Instrument 

de musique, mne le müzik; jouer 

d'un Instrument, piano ou autre. 
muz/e: [=] museler. 
müet: {=] moucher. — e n s^ 

müe da du pye: il n'a pas peur 

des depenses. 
müeü: [=] mouchoir. 
müyet: \=] raoyette (de gerbes). 

Diminutif de moie <; meta. 
tnüyf: [=] mouiller. — vw ete 

trape müyv. vous etiez tres 

mouilles. 
müh [=] müre (de ronces); masc: 

un moule, mesure pour le bois. 

— Bourb. mTd. 
müle: [<] mouler. 
tnürö: fruit de la viorne. 



miiSlrJ: [=] mousseron. 

mwer: [=] moindre. 

mwermä: [=] moindrement. — 

mwermä k 'S bgv . . . si peu qu'il 

boive . . . 
mziiräj: [=] mesurage. 
mzUrr. [=] mesurer. 

nä'. exclamation employee apres 
une affirmation de volonte 
pour en accroitre la force: i l 
v&, nül 

näri ou tiäroyt: .flairer. Derives 
de nez. Cf. nariller, d'oü 
nasiller. — iiärt seuleraent 
a l'infinitif, et rarement. — 
Bourb. närbye vagabonder. 

navige: [«<] naviguer. — Surtout 
au figure: e n pce pü nävige: 
ses affaires ne vont plus, ou: 
il ne peut plus marcher. 

näcvs: [=] noce. 

nätäy: taches de rousseur (r= len- 
tille avec dissimil. 1-1 > n-1). 
— pwe d he gaso sä bdeto, ne d 
bei fäy sä nätäy: la perfection 
n'est pas de ce monde. 

näteyt (i) : couvert (-te) de nätäy. 

näj: [=] nage. 

näw: \=\ nuit. 

näy (f.): dragee: surtout les 
dragees distribuees a l'occasion 
du bapteme. Rougem., Yal 
d'Ajol: näy. <C natälia. 

näsyd: nation; souvent: ramassis 
de mauvais garnements: ke 
näsyo! 

j näzf: rouir (du chanvre); «< 
*nasiäre. Cf. J^om. dym. Wb. 
art. natjan. 



117 



f näzu (m.): ronissoir (dechanvre). 

— Godefroy: naiser: rouir 
= Bourb. näze. Cf. näzf. 

ne\ [=] nez. 

nejr. [==] nager. 

nejü: [=] nageur. 

nek (f.): morve, roupie du nez. 

— Bourb. nah; Rougem. jük; 
Godefroy: na quer: fiairer; 
provencal neco morve. 

nel: nielle. v. fr. neele <[ ni- 

gella. 
nep: [=] nappe. 
nespäty: ['<] n'est-ce pas? — 

Desinence -ty d'apres dliy 

„dites", etc. 
neiqyt: [=] nettoyer. 
netoyur: enveloppe qui entoure 

le veau sortant de la vache. 

V. netoyi. 
nevei'. \=\ navette (de tisserand, 

et plante). 
\ne . . . ne: [=] ni . . . ni. 
nc: [=] nid, lit (trivial). 
ne: non. — Plus energique que 

HO. Remplace n'ene; = v. fr. 

nen forme affaiblie de non. 
fär e kekde sä negoeläwt: faire 

ä quelqu'un ses petits caprices. 

Peut-etre parent de nigaud? 

t neue'. [=] nenni. 

nh: niais. — Substantif predicat. 

<; fr. nice. 
nigaw. [■<] nigaud. 
nivaw. [<!] niveau. 
nlvlc: [<;] niveler. 
no, nqr: [=] noir, noire. 
noj: [==] neige. 
noji: \=\ neiger. 



mraiv; \=\ noiraud. — fem. 

ndräwivd. 
7wrt: [=] noircir. — Pas de sens 

figure. 
norieo: quelqu'un qui a la peau 

noire. Derive de no. 
mrK (m.): gros point noir ä un 

ciel d'orage. Derive de no. 
nösä, fws^r: noceur, noceuse. 

Derive de nätos, suff. -ä <C, 

-arium, 
le noircedetn: l'Assomption, le 

15 aoüt. 
710: [=] noäud. 
nö: [=] nom; [=:] non. 
«J': [=] nous; s ä no: c'est nous. 

La forme atone est remplacee 

par z, J: i vzo: nous faisons. 
nö: [=] nos. — twz devant 

voyelle. 
nome: [=] nommer. 
not: [==] notre (pl. no). — Ac- 

centue: nötr: s ä l ndtr: c'est 

le notre. 
nee, n: [=] ne. 
n^, nxv: neuf, neuve. 
n&: [=] neuf; devant voyelle: 

n&v ä/ä', — de meme en fän 

de phrase: el ete ncef: ils 6taient 

neuf. 
nceri: \=\ nourrir. 
n&ve, -f/: [=] nouveau, -eile. 
noev^l: [=] la nouelle. 
nä, nx: [=] nu, nue. 
nx: personne. — siü le, mä s nä 

nä: celui-la, mais c'est un 

vaurien ! <C_ ne -\- k. 
nuineräw: [<] numero. — q^f- 

lümeräiv. 



ii8 



nwe: {==] nuee, nuagc. — Sou- 

vent on dit: (püte. 
nwä : [=] noyer. 
nwe: \=\ Nocl. 
nwe: [=] nouer. 
nzäy: [=] noisette. Suff, -äy <C 

-Icla. 
7ize}'ä: [=] noisettier. 
y. e: il y a; il n'y a. — « l'/)a, 

fö k tu vyen: pas d'excuses! 

faut que tu viennes. >j e d ko: 

fi! dedain. 
f}ätv: dernier eclos; oeuf d'un nid 

de poule, nichet. — mo präünvv 

naw: pauvre sot! <; *nidälem. 
^e: [«<] nier. — On dit plutot: 7iye. 
lj.es: {=] niece. 
^arjötri: niaiserie. — Cf. fj,äw. 
nwe: v. tiive. 

o: [=] au. — Singulier de ä. — 
oz (aux) devant voyelle seule- 
raent dans etr öz äge. — 6 
seulement dans ie lieu-dit: ml 
vä: INIoulin au vent. — äivw 
seulement dans ty äww so: hier 
au soir. 

obeyt: [=] obeir. 

oben: [<C] aubaine. 

obneiy: [=] eau b^nite. — On 
dit aussi: ömndiy. 

oberßs: [<] aubergiste. — La 
forme franc^aise est la plus 
frequente. 

odö: desordre et salete. — v. fr. 
ord < horridum et [=\ or- 
don, conserve en fran^ais re- 
gional. — Autre sens: besogne; 
mön odd mon travail. 

öfast: [=] offen ser. 



d/ifske: [<] offusqucr. 

ögmäläsyS: [■<] augraentation. 

dgmale: [<] augraenter. 

öy üy äy! exclamation correspon- 
dant ä äwivy; marque aussi la 
doulcur. 

oyäivt: oie. Dirainutif d'oie. 

ojdäiv: [=] aujourd'hui. — Autre 
forme plus ordinaire: odäw. 

oke: \=\ auciuel. 

ökle: branler, osciller. — Bourb. 
liklccie branler comme le loquet 
de la porte; la coincidence 
du sens est remarquable, mais 
les deux formes serablent trop 
diflferentes pour etre rappro- 
ch^es. — Godefroy donne 
ho que 1er chicaner, frauder 
au jeu, dont le sens est 
different. 

ök^l (m. f.): celui, celle qui ök'^l 
(cf okle), qui perd le fil de 
son discours, qui est irresolu. 

öktipe: [<] occuper. 

Ötigen (f. pl.): propos ennuyeux 
et depourvus de sens. Meme 
desinence que dans rengaine. 

olivei (f): pavot somnifere. Em- 
prunte de fr. olivette au sens 
d'ceillette. 

omäiv: haut-mal. Parait calqud 
sur le fran(;ais; on ne fait pas 
la liaison: Ice ötnäiv. 

ömdn: [<] aumone. — Rare: on 
dit d'ordinaire: fär le eärtfe. 

üpoze: [=] opposer. 

öprest: \=] oppresser. 

dpri: \=\ aupres, proche. Ad- 
verbe. 

öpioene: [<] obtenir. 



119 



öräj: [=] orage, 

dir däz oremüs: dire des rengaines 

irjintelligibles. 
ör7t}: urine. — Rare; d'habitude 

on dit: ptse. Peut-etre tire 

d'*dre^e: uriner, car -Ina > 

in. 
er/' [=] orge. 
örme: [=] hors, hormis. 
ost: [=] aussi; osllo: aussitot. 
diä: [=] autant. 
ole: [=] 6 t er. 
dtSn: [<;] automne. — Rare; on 

dit d'habitude: epre le mdsS. 
otü: \=] autour. 
vey dzärc'f}: vilaine coureuse. 
öze: \=\ oiseau. 
dzt. [=] oseille. Avec un autre 

Suffixe. 
dzräwwl: [=] erable < acera- 

bulum. — Rougem. üzröl. 
J: [=] on. — Devant voyelle: 

dn. 
dbr: [=] ombre, ombrage. 
ody: [=] ongle. 
5m: [<] homme, par Opposition 

ä la femme; mari. — Emprunle, 

car -mn- donne -n-. 
öncl: [<] honnete, et surtout: 

poli. 
önd: [=] oignon; mauvaise 

montre. 
osäivt (f.): orteil d'animal, ou 

(par mepris) d'homme; dim. 

de V. fr. once: phalange du 

doigt «< unfeia. — Rougem. 

osöt. 
öty: [==] oncle. 
ötu, -uz: [=] honteux, -euse. — 

/ « e/>ä ötü: tu as du toupet! 



j ve i ä e l ce: va-t-en ä la porte ! 
^ [= hüls] est usite seule- 
ment dans la locution ad- 
verbiale : e l &. 

k: [=] 03uf, ceufs. — D'une fiUe 
trop libre: kät hi pül v& pedrce 
sdn &, l dyql n i pckro rä, quand 
une poule veut perdre son oeuf, 
le diable n'y pourrait rien. — 
s ä le pül koe eat, k e fä l &. 

cebye: [=] oublier. 

cehyü, -ür: [=] oublieur, -euse. 

^frt: [=] offrir. 

ql: huile. Emprunte de oleum. 

de!ä: marchand d'huile. Suffixe 
■ä «< -arium. 

(2r: [<] heure. — e st qr: main- 
tenant. voir ür. 

ärelr: celui qui herse. Sufif. 
-ätor. 

oeret: [=\ herser. — voir cre. 

oerlbj: [<] horloge. v. rloj. 

s «rsi: [:=] se herisser, se donner 
des airs eflfarouches. 

cersS: [=] herisson; \=\ ourson. 

ikrü, -uz: [='] heureux, -euse. 

^/z: [=] orlie. 

(xz'r: [=] Oeuvre en general; en 
particulier etoupe a filer. — 
Rougem. övr chanvre peigne. 

(§vrä, -er: [='] ouvrier, -ere. — 
s ä hl &vrä: il est bon tra- 
vaiileur. 

ccvräj (f.): [:=] ouvrage. 

devrc: [=] ouvreo (mesure agrairc 
pour les vignes ::= 4 ares, 28). 

cevri: [=] ouvrir, ouvert. 

Kze: [=] uscr. 

ixzur: \=\ usure des habits, etc. 



120 



d>}: im; forme acccntuee: i} an 
tvo rä k my. il n'y en avait rien 
qu'un. 

mjein: dans 21*, 31*, 41'= etc. 

pl interjection de mepris 

[= peiih!]. 
p\ forme atone possible de pä: 

pas, devant voyelle: n fo p a 

päle: il ne faut pas en parier. 
pä: [=] par. — ä d pä se, ä d pä 

le: par ici, par lä. 
tot pü lü (nio): lui (moi) tout seul. 

— pä dve: vers (prep.) — On 
dit pär dans pär egzapl, lä pär 
ju, et autres locutions em- 
pruntees. 

pädä: [=] parbleu. — Forme 
non accentuee: päde. — Ex.: 
pädä! päde äib ! 

päy: \=\ paille. 

päyäwt: paillette, balle (de ble, 
d'avoine, etc.). Dim. de päy. 

päyes: büle (avec laquelle les en- 
fants jouent). Peut-etre alte- 
ration de la forme employee 
ä Rougem. bälislr. 

päyt: \=\ pays. — 1 m ä ve 
päyi: je m'en vais au village 
(quand on est dans les champs). 

— Pour „hameau" on dit e 
piepäyt. — eekpäyi eek mäwwd. 

päyt: [=] payer. 

päytnä: [=] paiement. 

päyü: [=] payeur. 

päle: [=] parier. 

päplyäwl: [<] papillote (ä bon- 

bons). 
pär: [=] une paire. — Mais: 

per, eper: pair, impair. 



pärdyi: parbleu. — v. pädä. Em- 
pruntc- de par Dieu! 

päry'c: [<;] parier; fär e pari. 

pärpli}ä\ [<] perpignan, celtis. 

pärpüyäw: papillon. Identique ä. 
prov. parpaillot; — Rougem. 
pdrpwäyu. 

pärli: [•<] partir. 

pärv&ne: [<C] parvenir. 

päse: echalas. — [=] paisseau. 

päsle: mettre des Echalas. v. päse. 

etr ä pätärü: faire l'empresse 
avec surexcitation. 

päläj: [=] partage (surout des 
biens de famille). 

Ice pätäw: [=] partout. 

päleß: [=] partager (surtout un 
heritage). 

\ päli: \=\ partie (d'un tout). — 
Syn. plus ordinaire: pär lt. — 
ä pätt: en partie. 

pälfiäy {{): panais. < *pastina- 
cula. 

pätnäy sännvväj: panais sauvage. 

pätrlgdn (f.): [==;] perdrigon 
(prune). 

päluä: [<] patois. 

päw: [=] pot. — Mais: epödeabr: 
vase de nuit; e po d fyx: un 
pot de fleurs. — da lä ple päw 
la bozoga: la qualite vaut mieux 
que la grandeur. 

päwwl: [=] pelle. 

päwwm (rare): [=] paume (de 
la main). — D'ordinaire: / kr ix 
d le nie. 

päiüwmel (f.): paume ä jouer. 
Derive de päwwm. 

\pädme: essuie-main. < pan- 
num. 



121 



padr: [=] pendre. pädu: pendu. 
pägneyt: [=] pendiller. Influence 

de gnäy'^. 
pänäw. pan de chemise. Dimin. 

de pä. 
papliye: peuplier. Emprunt: -pl-. 
pat\ [=] pente. 
pätküt: [=] Pentecote. 
pä'. pire, [=] pis (adverb). 
pä: [=] pis (de vache). 
pdw: [=] peu. — Forme atone: 

pde. — bäy m ä e päib, e pce d se. 
päiviv: peur. — Emprunte: on 

attendrait */i?l — Bourb. pu 

et päii). 
päwwrü, -üz: \=\ peureux, -euse. 
päwws: \=\ pouce. 
päwivsye: [=] poucier (pour pro- 

teger le pouce). 
päiüwtäw (m.) : terrine pour meltre 

le lait. — Diminulif de päiv. 
pä (f.): portion de lard, ou lard 

en general (= part). 
pä: [=] pas. — Forme atone: 

pä, — Adverbe de negation. 

— Atone devant voyelle, de- 

vient parfois:/»: p 1 mdmä: pas 

un moment. 
pä: \=\ un pas. 
pä d an (m.): tussilago (fleur). 

V. krcezbäiü. 
päk: [==:] Paques. — fär so päk: 

faire la communion pascale. 
päkä: päquis, v. fr. pasquier << 

pascuarium avec un autre 

Suffixe. 
päme: [<".] pämer. 
päpä (ou päpä): [=] papa. 
päre: [=] parrain. 
päsäby: [<] passable, 



päsäj: [=] passage. 

päsä, -at: passant, -ante. — Subst. 

päsdro: [=] passe-droit. 

päse: [=] le passe; plus souvent 

la forme fran9aise, ou: s k ä 

päse. 
päse: [=] passer. 
päse: [=] une passee (de fil). 
päsyä, -ai: [=] patient, -ente. 
päsyas: [<] patience. 
päsyale: [<<] patienter. 
päsyö: [<] la Passion du Sau- 

veur. 

— söjie le päsyo: sonner la 
cloche pendant que le pretre 
lit la passion en ete avant la 
messe; pour cette lecture il 
regoit des ,,gerbes de passion". 

pästä: [=] passe-temps. 

päsür: [=] passoire. — Syn. 

külür. 
päi: [=] päte. — s ä en bSn pät 

d dm. 
pätri: [<] patrie, provenance. 

— da ja d icet lä pätri. 
pätro: [<] patron, modele (de 

tailleur). 
päturi: [=] päturer. — Transitif 

et intransitif. 
pe: [=] peau. 
pe {{.): morceau special de viande 

de porc, pris sur l'epaule de 

l'animal, en fr. paleron. 
pe: \_=^'\ paix. — pe (bref) corame 

interjection: paix! tais-toi. 
p'^dr : \=\ perdre. — s p^dr : 

s'egarer. 
phlri: [=] pcrdrix. 
pifpc (m.): papin, bouillie pour !es 

enfants. = v. fr. papet. 



122 



pepe: grand-pcre. Langagc en- 

fantin. 
p^r'. [=] pere; en parlant d'un 

animal: male. 
pcrä, -at\ [=] parent, -cnte. — 

lä perä: les p6re et mere. 
perätäj: [=] parentage. 
per alt: [•<] parentc. 
peräwwi: [=] parolc; maniere 

de parier. 
pere: \=\ perche. 
pereä (m.): partie elevee de la 

grange. Derive de perei. 
per et: [=] percher. 
percü: [=] perchoir (des poules). 
peredt: [<C] paradis. 
per es: [=] paresse. 
peresu, -uz: [=] paresseux, -euse. 

— On Iraite volonliers de 

pijrt'su quiconque n'a pas une 

occupation manuelle. 
perf: [<] perir. 
penne: [=] le pennis (de chasse 

etc.); la forme fran<;aise est 

plus ordinaire. 
peroy: \=\ pareil, pareille. — 

n an e pwe l peroy: c'est un 

vaurien sans pareil. 
perverif: [<] pervertir. 
pei: [=] patte. — e&mne e kei pet. 
petär: [<] petard. 
pevaiv: [=] pavot. 
peväj: [=] pavage. 
peve: \=\ le pave (ordinairement 

de la cuisine). 
peve: [=] paver. — guzye peve: 

gosier insensible, endurci. 
pe d uzläw: orpin äcre. özläw, 

diminutif d'ös/: oiseau, est 

autrement inusite. 



pe: [=] pain. 

p7j3: [=] pigeon. 

pen: [=] pene. — fospen grandc 

poutre qui soutient la toiturc, 

[r=] fr. panne. 
pt^: [=] peigne. 



pen- 



- sql kmä e 

— pene le 



pei}^: [=] peigner 
votyür doe fwl. 

p^nl: [=] peignee, rossee. 

per}^: [=] pignon du mur. 

pe^oeläiv: dipsacus, cardiaire. 
Bourb. penceläw chardon des 
tisserands; a. Rougemont on 
nommepeno la grande bardane. 
— Diminutif de peigne. 

per: [=] peindre. Part. /»f, pel, 
emprunte du fran9ais? 

pepe: dire mot. — Surtout dans 
l'expression: e tt foyo pä pipe: 
il ne faliait pas dire mot. — 
Cf. fr, il n'a pas pip6. 

pes: [=] pince. 

p7sei: [<C] pincette. 

pist: [=] pincer. — ili t före 
pest: tu te feras prendre. 

pesi: [=] pincee. 

pelye (m.): pinte, environ un litre. 
Diminutif de pinte. 

/»/(f.): sole, division du sol d'apres 
l'assolement; le pi da hye, däz e- 
vön, da herein: ce sont les trois 
qu'oii distingue. — v. fr. pie: 
division de territoire. — v. 
P. Meyer, Docum. lingitist. du 
Midi de la France I, p. 87, note l ; 
V. prov. p§a „lot de terre" «< 
lat. peda. — Mot emprunte. 

pldye: [<[] pitie. — e fä pldye 
?nls^r : il fait grand'pitie. — 



123 



— Expression redoublee comme 
trape müyt, retri rgaerlY etc. 

pidyü, pidyüz: qui a pitie, mis6ri- 
cordieux. Derive de pldye. 

piyäj: [<] pillage. 

plye: [<] piller. 

ptye: [><] pilier. — e piye d egltz'. 
une personne tres devote. 

\p~iyüri: fait songer ä pilori; 
ce raot designe un pilier en 
bois qui soutenait la lampe 
pendant la veillee. 

pik: piquette. Subst. verbal de 
pike. 

ioe pik : exactement. — s ä lu tw 
pik, cf. en fr. a p o i n t. — 
Adjectif verb. de pike. 

pikäw. [=\ piquet; piquant des 
epines, ronces etc. — plkäw 
dce rmes: manche ä balai, quel- 
quefois au figure: une personne 
longuc et tres mince. 

pike: [=] piquer, rarement au 
figur6: blesser dans son amour- 
propre. 

plkcete, pikste: pique, piquee de 
marques, surtout de verde, 
dans le visage; (=picoter). 

piköte: [<] picoter. 

resiepil: rester immobile au merae 
endroit. — Se dit p. ex. d'une 
bille qui touche une autre bille 
et reste ä cet endroit. Adjectif 
verbal de piler? Cf. a/y de 
a/ye etc. 

pipt: [r=] pipi. 

pjpü: [=\ pipeur (qui fumc la 
pipe). 

pts: [=] pisse. 

pisälä: [=] pissenlit. 



pisäwt (f.): tout objet qui semble 

plsi. 
plse: [=] pissat. 
pisi: [=:] pisser. 
pisü, -ür: [=] pisseur, -euse. 
pityäw: putois; qqf. terrae in- 

jurieux. Derive de put- « 

putidura) altere en pit -f- 

suffixe -äii} << -ottura? Em- 

prunte? 
plväiu: [<r?] pivot. 
pivöte: [<?] pivoter. 
pyakä: [=] placard, armoire dans 

un retrait du mur. 
pyäke: se coller, adherer, qucl- 

quefois [=] plaquer. 
pyäkre (m.): gratteron rugueux. 

Cf. pyäke. 
pyäzä, -ät: [=] plaisant, -ante; 

agreable (en parlant d'une 

personne), non: ridicule. 
pyäzi: [=] plaisir. 
pyä: [=] puant. — se sä pyä: <;a 

sent mauvais. — pnde est rare. 
pyä, -at: \=\ plant (de vigne); 

plante. 

pyalc: \=\ planter. — vyen kä 

pyal: advienne qua pourra. 
pyäl?: \=\ plantain. 
pyäia': [<] puanteur. 
pyalü, -ür: [=] planteur, -euse. 
pyäwwj: [=] pluie. 
pyäwivjne: bruiner, [<[] pio- 

vigginare (ital.). — Derive 

de pluere. 
pyäü'wr: [=] pleuvoir. 
pyä: [=] plaie. 
pyayt: [=] piailler. — käk lii 

pyäy: qu'as-tu a criailler? 
pyäyri: [=] piaillerie, criaillerie. 



124 



pyayü, -ür: [=] piailleur, -euse; 

qui reclame toujours en er iaillant. 
pyär: [=] plairo. ~^ Forme fran- 

yaise dans: s'il vous plait. 
pye: [=] plat (subst.), soncontenu. 
pye: \=\ pied. 
pyij: [=] picge. 
pyer: [=] pierre. 
pyerst: [=] persil. 
pyes: [=] place, picce. 
pyesf; [=] placer. 
pyetlt}-. [<] platine ou plaque 

de fönte qui est devant le 

foyer du fourneau. 
pye, pyen: [=] plein, pleine; soül. 

e gro pye d süp: un gros bouffi. 
pyee: [==] planche. Participe: 

pyedyü. 
pyeeäw {va): [=] planchette. — 

plä kmä pyeeäw: tout plat. 
pyeei: [==] le plancher. 
pyeete: planchöyer. Derive de 

pyeeäw. 
pyer: [=] plaindre. 
pyedyü', plaint. 
pyöei: [=] piocher. 
pyoyt: [=] plier, ployer. 
Pyone: \=\ piauler: se dit des 

poussins, des enfants. 
Pyonri: action de piauler long- 

temps. 
pyd: [=] plomb. 
pyöbe: [=] plomber. 
pyosi: [<<] pioncer. 
pyösö: enfant, poussin, qui ■,^pyon^'' 

souvent. 
pycem: [=] plume. 
pyäme: [=] plumer; peler. — 

pyceme e käw, pyäme da pöm 

dce ter. 



pyceinur: pelure. v. pycem^. 

pläzut: [=] pelote. 

plätr: [<] plätre. 

plätre: [<] pltitrer. 

plälriye: [<] plätrier. 

plede: [<] plaider; sp6cialement 

assommer qqu'un de menus 

reproches. 
pledü, -ür: qui ^^plht^ volontiers. 

D6rive de plede. 
plen: [<] piain e. 
phsi: [<] plisser. 
pfoji: [<] plonger. 
\ pnäiv: mesure agraire 

(= 2 cartes). 
pnä: [=] panier. — bei kmä e 

pnä. — vdt pcenä. 
& pnä {pcena): oeufs gät^s. — üi 

sä l pcenä. ■ — Cf. punaise. 

< *putidinasium d'oü pu- 

nais. 
pnäz: [=] punaise. — Aussi: 

p^näs. 
pne ou pcene: panicum. 
pnll: [=] prunelle (prune sauvage 

noire et apre). — Aussi: paenel 

apres consonne. <. *pa;rnel 

<< *proenel < prunelle. — 

Bourb. p&rnel. 
pnelä: [=] prunellier. — Aussi: 

poenelä. 
po: [=] poix. 
po (m.j: [=] poil. — mo, to e 

p(£ not bce no, 1 so toe iro du 

märn po; on dit souvent cette 

phrase pour opposer les o du 

patois aux ivä du frangais. 
po: [=] pois. 

poe: [=] peche (ä la ligne, etc.). 
poet: [=] pecher. — Verbe. 



12; 



pöed (m.): louche ä. soupe. — 
Eraploy^ aussi dans le frangais 
regional. — Cf. fr. poche 
(m^mesens). Derive de poche. 

poeü: [=] pecheur. 

pol (ra.): [=] poile, chambre 
derriere la cuisine. 

pölakr (m.): mauvais garnement. 
— injure frequemment adressee 
ä de jeunes 6tourdis. — Alte- 
ration de V. fr. poacre, d'oü 
pouacre. 

poläw. [=] palet (ä, jouer). 

pole: eurer l'ecurie; chasserqqu'un. 
Derive de päwwl. 

pölv. \=\ polir. 

pölisaj: \=\ polissage. 

pölisö, -dn: [<<] polisson, -onne. 

pciilsönri: [«<] polisonnerie. 

pol inol: \=\ pele-möle. 

pölle: [=] pelletee; une assez 
grande quantite, 

pdr: [=] poire. — in por byäws. 

pbrä: \=\ poirier. — fär Ice pöre 
föreil: v. fdreü. 

portcepyxm: [=] porte-plume. 

pdsede: \_<i] posseder. 

pdsib: [<<] possible. 

poso: [=] poisson. — je in so 
e evdle le «fr e lä pösS: j'ai une 
seif inextinguible. 

pustle: au jeu de billes, ceiui qui 
dit ce ruot peut donner A la 
bille ou a la main une position 
plus elevee (< postiche). 

pol: \=\ la porte. 

poläiv: [==] poteau. 

pötaivt: anneau d'agrafe. — Dim. 
de pöt; porte, cf. fr. porte 
d ' a ff r a f e. 



pöte: [=] peter. 

pole (f.): ce qui a cuit dans le 

pot au feu. Derive de pot. 
potyräw. \=\ poitrail d'aniraal. 
polre: pet. Derive de peditum 

avec un suff. -r ■\- ellum. 
pölü, -ür: [=] peteur, -euse. 
poze: [=] poser. 
pd\ [=] pont. 
podür: \=\ pondeuse (poule). 

Suffixe -Ur, feminin de -ü < 

-atöre. 
pZjn: [=] pomme. 
pömüd: [<] pommade. 
pdmäde: [«<] pommader. 
pdn: [=] peine. 
pönäwiul: penible, insupportable. 

Se dit seulement des personnes. 

Derive de pön -}- suff. -uivwl 

<; -abilem. 
pöij: [=] poigne. 
pStje: [<] poignet. 
pofj.e: [=] poignee. 
pöpe: [<] pomper. 
por: [=] pondre. 
poe: peu. — Forme atone de 

päw. 
pK, paet: laid, laide; de mauvais 

caractere : / p(t monäw ! pect 

devant voyelle: e paci dm. 

< putidura. 
pccyo: [=] pouvoir (verbe). — 

La forme fran^aise est usitee 

comme substantif 
poepc: poignee de filassc; iden- 

tique k fr. poupee: paquet 

d'etoupe d'un fuseau. Rougem. 

püpu. d övr. 
paeplt: [<] peupler. 
pitrt: [=] pourrir. 



126 



pccrti: [=] pelrir. — Melalhese. 

— Rougera. prett. 
poertisü, -ür: [=] petrisseur, -euse. 
pdertüyt: tatouiller comme en pe- 

trissant. D6rive de pdertt. 
pcele, poetet, o\\ ple, ptet: [=] petit, 

petite; devant voyelle le masc. 

est: ptet, comme le feminin. 
poezä, -at ou bzä: lourd, lourde; 

[=] pesant, pesante. 
pcezäix ou: hzät&'. [<] pesanteur. 
pceze ou: hze\ [=] peser. 
p&ze ou: hze'. [=] pesee. 
präflke: [<] pratiqner. 
präwp'. [<<] propre; oppose ä 

sale. — La forme fran^aise 

s'emploie au sens de: parti- 

culier ä . , . — e prdp e rä: 

un propre ä rien.- 

prar: [=] prendre. — llese s prä: 
le lait se caille; in äliimet prä: 
une alluraette prend feu. 

präe: [=] peche; <; persica, 
mdtathese. 

präeä: [=] p6cher, 

proele: [=] preter. — qqf. parte. 

proeiü, -ür: [=] preteur, -euse. 

prdwwv: [=] pauvre. — Tres 
frequent pour exprimer une 
pilie bienveillante. Metathese: 
prauv- > pauperum. 

präwwvmä: [=] pauvrement. 

präivwvte'. [<] pauvrete. — Rare. 

pre: \=\ pres (prep.). — eil ä 
pre d möert: eile est pr^s de 
mourir. e pvc pre: ä peu 
pres. 

prh [=] pre. 

predir: [■<] predire. 

pre/lre: [<] pref(6rer. 



preJHJi: [<<1 prejuger. — Comme 

substantif on emploie le fr. 

prejuge. 
prekäwwsyd: [<C] precaution. 
prtkaxvsydne: [<C] precautionner. 
presä, at: [=] pressant, -ante. 
presidc: [<] preceder. 
prestäsyo: [<] prestation (de 

journ6es de travail). 
pret (rare): [=] pretre. — cf. 

ital. prete. 
prevne: [=] prevenir. 
prevo: \=\ pr6voir. 
priye: [<] prier. 
prlve: [=] priver. 
prizt: [<<] priser du tabac. 
prtzü: [<] priseur de tabac. 
pro, prot: [=] pret, prete. — 

s 71 ä pä pro, ce n'est pas de 

sitot. 
Problem: [<] probleme. 
proet: [=] precher. 
proeü, -ür: [=] precheur, -euse. 
profllye: [<] profiter. 
prolögäsyd : [<<] Prolongation. 
prölöji: [<] prolonger. 
prone: [<;] pröner. 
pröttöst: [«<] prononcer. — On 

dit plutöt: päle. 
prönosyäsyd: [<]] prononciation. 
pronü, -ür: [<] pruneur, -euse. 

— Rare. 
prdp e rä: [=] propre ä rien. — 

Subst. 
pröpoze: [-<] proposer. 
prösesyd: [<] procession. — 

Autre forme: posesyd. 
pro, proi: [=] prompt, -te, sur- 

tout ä se fachen 



127 



prdtnä, -er'. [=] premier, -iere. 

sdne l prdmd: sonner le premier 

coup de cloche de la messe. 
prdmlrmä: [=] premierement. 
pro nies: [=] promesse. 
prömelr: \_=\ prometlre. 
prdmetü, -ür: [=] promelteur, 

-euse. 
promnäd: [<<] promenade. 
prdmne: \=\ promener. — 

s promne: toujours avec le re- 

flechi. 
p-fdvinü, -ür: [=] promeneur, 

-euse. 
pr<£ve: [=] prouver. 
p/den: [<] prune. On attendrait 

*p} in, cf. len lune, in une, 
pr&^äiv: [<<] pruneau. 
pränä: [=] prunier. 
psäwivm: [<] psaume. 

pietes, pceteies; \=\ petitesse. 
ptetr: [=] peut-etre. — Autres 

formes: pätetr; ptet et pcetet 

devant consonne. 
pienäw, -äwt: petiot, -iote. — 

Autre forme: pde/^iiäw. — 

Dimin. de pte. 
ptenhiäw, -äwt. — Diminutif du 

precedent. — Autre forme: 

poetenenaw. 
pti: pepie. < pituita devenu 

*plttlta. 
\ ptü: [=] pertuis, trou. — Autre 

forme: \ paetu. 
plüzf,pdeiüzt: [=] pertuiser,trouer. 
pU: [=] plus. — Seconde partie 

de negation: 1 n ä pcc pü: je 

n'en peux plus. 
piint: \=\ punir. 



piinisäb, ow pümsähy: [<] punis- 

sable. 
pürji: [=] purger. 
pils: [=] puce 
pilse: [=] poussin. 
püsi: prendre les puces. Derive 

de püs. 
püskoe: [=] puisque. 
pusnäw: petit poussin. Derive 

de pilse. 
pusnp-: [=] poussiniere. 
put ou p^t: exclamation de de- 

dain; la voyelle s'entend ä 

peine. Cf. pm. 
pUto: [=] plutot. 
püzt'. [=] puiser. — pfizt da le 

goyäivl: disposer de la bourse 

de famille. 
pwe: [<C] puer. — Mieux: säit 

pyä. 
pü: [=] pour. — J ä s<t pü mä 

se frä: cela me coüte cinq 

fr an CS. 
püfyäs (f.): in gros püfyas: une 

grosse lourdaude. Derive de 

pouf 
püy: [=] pou. — e sd' rdraivs 

kmä c püy sü le gäwwl (un vani- 

teux). 
püyäiv: fruit de l'epine blanche. 
püyt'. [==] pouiller. 
püyü, -uz: [=] pouilleux, -euse. 
pükd: [=] pourquoi. 
pül: [==] poule. 
pül gras (f.): larapsane. 
püläye: [<] poulailler (oii juchent 

les poules). 
pülh. [=] poulain < pullämen. 
püraw. [=] poireau. 



128 



püsäw (lu.): poussiere. Diminutif 

de V. fr. pous < *pulvus. 
Ice pie püsäw. [=] le petit Poucet. 
pUst: [=^] pousser; — faire partir: 

püs v6 lä pül, pousse voire les 

poules. 
piilä: [=] pourtanl. 
püte: [=] porter. — püte kily: 

declarer quilte, 
püzd (f.): [=] poison. — qqf. 

pwäzo. 
pwä: [<] poids. 
pwävr: [<] poivre. 
pwävre: poivrer. 
pwh. \=\ poing, [=] point. 
pwefäiv: houx; v. Atlas Gillieron, 

carte n'' 701. Rougemont/>^/o. 
pwer: [=] poindre. 
pwet: [=] pointe. • 
pivelu, -ü: [=] pointu, -ue; aigu. 

/ n epäpwetü: lu n'as pas l'esprit 

fin. 
pwi: \=\ puits. 
pwi: pouah! 
rabas (f.): grosse averse. — Se 

rapporte ä fr. bas? 
pl rayt: pain trop sec. — Peut- 

etre parent d'eraille. 

räpe: [=] ruper. — La forme 
francaise s'emploie au figur^: 
ty e räpe, mö vy« : tu es attrape, 
mon vieux. 

rätye, rätylr: retif, retive. Le 
suff. denonce un mot emprunte. 

räzo: [=] raison; au pluriel et 
quelquefois au sing.: propos: 
dir da pcet räzo: tenir de vilains 
propos. — En v. fr. raison 
signifie aussi: propos. 



rawwb: [=] robe de feiume. — 

räwwb dce eabr. 
räivwde: [=] röder. — v. fr. 

r a u d e r. 
rawwdü, räwwdür: [=] rodeur, 

rödeuse. 
rä\ [=] rien. 
räbäle kekd' : rabrouer qqu'un. — 

räbälc kek eäwwz: [=] rem- 

baller quelque chose. 
räbärke: [<] rembarquer. 
räbruni: [-<] rembrunir. 
räbüre: [=] rembourrer. 
räeert: [<C i*] rencherir. 
s räddnne: [=] se rendormir. 
s räfye: [=] se renfler, se donner 

de grands airs. 
s rä/rdme: [=] se renfermer. se 

sä l räfrZme: ca sent le ren- 

ferme. 
s rägejt: [=] se rengager. 
ragen: [<;] rengaine. 
rägräsf: [=] engraisser, ren- 

graisser. 
rakne: haleter avec bruit et diffi- 

culte. — Bourb. rabie, Gode- 

froy ronchier, fr. ronfler. 

Val d'Ajol rahyä. Onomato- 

pee? lat. rancäre? 
räkdrkveyi, v. räkukveyt: recour- 

ber. 
räkölre: [=] rencontrer. 
räkd^ti: [<] rancune. — il est 

rancunier: el c d le räkcen. 
räpt: [=] remplir. 
räpyesi: [=n=] reruplacer. 
räpy'esmä: [=] remplaceraent. 
fär rapo {repe) : il y a rapo au 

jeu de quilles, quand les deux 

adversaires ont renverse le 



129 



meme nombre de quilles (< fr. 

rampeau). 
räpüte: \=\ remporter. 
ras (f.): [<] ranche qui soutient 

les ridelles d'un chariot. 
rate da caivivs: tricoter ä neuf 

la partie usee d'une paire de 

bas. < re -|- enter. 
räter (m.): rente annuelle que le 

fermier doit au proprietaire 

d'une ferme ou d'un champ.; 

cf. V. fr. r an tage. Emprunte, 

deriv6 de rente. 
rätre: [=] rentrer. 
rave (m.) : pente d'une montee. — 

etr ä rave. << re -j- inversura. 
rävi: [=] renvoyer. 
rävsf ou: räfsf: [=] renverser. 
räj: [=] rage. 
räwe: [=] ruche (d'abeilles). 
räwwy: [=] rouille. 
räwwyt: [=] rouiller. 
räünvlaiv. [=] rouleau pour briser 

les mottes de terre, pour etendre 

la pate. 
rdzin'i'le: [=] rouler; aplanir un 

champ avec le räwwläw. — 

On emploie la forme francaise 

au sens de duper: tu t före 

rüle. 
räwwlmä: [=] rouleraent. 
^ räwwz: [=] rose. — On dit 

presque toujours: roz. — räiinvz 

ö lü\ pavot coquelicot, on dit 

aussi eäivwdcr d äfe. 
räivwzc: [=] rosee. 
räwze byee: givre, [:=] rosee 

blanche. 
ü rä d(Z- . . .: \_<C\ au ras de . . . 

beiheft zur Zeittchr. f. roiu. Phil, LL 



räl: [=] räle (de la respiration). 

räle: {=] raler. 

rar: [<] rare. 

rärmä: [<] rarement. 

rärte: [■<] rarete. 

räsyo: [<<] ration. 

räsydne: [«<] rationner. 

7-äte\ [=] räteau (instrument 

agricole). 
räty. [=] racle, ce qu'on racle: 

le räty du paiv , d le mä: ce 

qui adhere aux parois et doit 

etre racle. 
rätyecemne: ramonneur. — sql 

kcemä e rätyeöemne (= racle -j- 

cheminee). 
rätye: [=] racler. 
rätyür: [=] raclure, ce qu'on 

obtient en raclant qq. chose, 

p. ex. le pot oü out bouilli les 

gaudes. 
rätlaw: ratelier de la faux avec 

laquelle on fauche les cereales. 

Derive de rate, 
rätlä: [=] ratelier de la creche 

des chevaux a l'ecurie. 
rätlc: [=] rateler. 
rätle (f.): \_=\ ratelee, plein le 

rateau. 
rätlü, -ür: [=] rateleur, -euse, 
räzl: [==] raisin. 
räzü: [<] rasoir. — „raser" se 

dit toujours: fär Ic hdjh. 
(uj-) rbäyi: redonner, rendre. 

<< re -f- bäyf. 
(ü?-) rbätt: [=] rebatir. 
{ce-) rbetlzf: [=] rebaptiser. 
{<£-) rhclr: \=\ rebattre. 
s<x rbtji: [<] se rebift'er. 
(<?-) rbyeef: [=] rcblanchir. 

9 



I30 

{a-) rba-sf: rctourncr la lerre avec 
le boutoir. — se dit du cochon, 
du sanglier. — Bourb. rbose; 
IbsU a Damprichard (Doubs), 
Mhnotres de la Soc. de ling. de 
Paris XI, p. 59. Dcrivc de 
bouter influence par pul- 
säre? 
(^-) rhiJesü: [=] boutoir, groin de 

cochon, de sanglier, v. rh&si. 
{de-) rbräte: retourner sur ses pas. 
retourner une voiture. [=] v. 
fr. brater et [=] braquer. 
— Bourb. rbräte; Rougem. 
brotä. 
{ä-) rbrüst: [=] rebrousser. 

{üe-) rbiityv. [=] rebuter . quel- 
qu'un; viser au but (intransitif) 
pour fixer le rang des joueurs. 

{^-) rbüet: [=] re'boucher. 

iu;-) rhüde: [=] reborder. 

{(Je-) rbüyt: [=] rebouillir. 

{£-) redrcr. [=] rechercher. 

{(£-) reärji: [=] recharger. 

{ce-) reäwwsP. [=] rechausser (les 
pieds de vigne, etc.); chausser 
de nouveau en general. 

{(£-) reer: retomber, [=] rechoir. 

{ce-) reej: [=] rechange. 

{<£-) reejr. [=] rechanger. 

{ä-) reiity: [=] rechute. 

{ä-) rdesadr: [=] redescendre. 

{ce-) rd'ir: [=] redire. 

{ce-) rdcemadh [=] redemander. 

(m?-) rdaevne: [=] redevenir, 

{ce-) rdcevo: [=] redevoir. 

{de-) rdrosv. [=] redresser. 

{(£-) rdübye: [=] redoubler. 

{ce-) rdiiyt: decevoir, de(;u ; duper. 
Rougem. rdüyt. 



rc: \=\ rat. — Le fem. rel: 

souris. 
rebäeaj: [=] rabachage. 
rebäet: [=] rabficher. 
rcbäeü, -ür: [=] rabucheur, -euse. 
rebäst: {==^1 abaisser, rabaisser. 
rebeyt: [=] rhabiller. 
rebeit: abetir, [=] rabetir. 
rcbetr: [=] rabattre. 
reborß: [=] heberger quelqu'un ; 

mettre qq. eh. ä couvert. 
rebaetne: [=] reboutonner. — 

Le simple est: eb deine, 
rcbütyt: [=] abüter, viser au but 
(au jeu de billes, de palet, etc.). 
Autre forme: rbütyi. 
rebüre: [=] labourer. Assimilation. 
rebürü: [=] laboureur. 
rhäw : [=] rechaud. 
rceazvwfe: [=] rechauflfer. 
reete: [=] racheter. 
redt: [=] raidir. 
redccläj: [<] radotage. — Rare. 
reddete: [<] radoter. — On em- 
ploie pour ces deux mots 
plutöt les formes fran^aises; 
de m^me: rädotcer, rarement: 
redcelu. 
rediin, redw'i: epuise (-ee) de 

fatigue, [=] reduit. 
redüsi: [=] radoucir. 
1-efleei: [<] reflechir. 
reßrme: [<] reformer une recrue, 

un cheval. 
re/dele: [=] raffoler, c-a-d. etre 

fou de . . . 
rc/reef: [=] raffraichir; devenir 

frais. 
refreeistnä: [=] rafraichissement. 
regäyärdt: [<] ragaillardir. 



131 



regäyt: [=] egaye. 

reglet: attraper au vol un objet 

lance en Fair; << re -j- cgrief 

avec dissimilation ? Bourb. 

regäee rattraper; Rougem. 

egrttei. 
regle: [<] regier. 
i regcele: gueuler de toutes ses 

forces. Compose de *re-ad 

-f- goefe. 
regdne: repondre malhonneteraent 

ä des reproches. Alteration 

de ragoter? — Bourb. ragone 

gronder. 
reguzi: (=) aiguiser; tmoudre. 
regüzü: reraouleur. Derive de 

regüzt. 
pyer regiizür: pierre a aiguiser, 

feminin de regüzü. 
rejdeiii: [=] rajeunir. 
rejüsie: \_<i] rajuster. 
rejwi: [=] rejouir. 
rejtvlsas: [=] rejouissance. 
rekärbüyi: disperser en tous sens 

ce qui etait ensemble. — Cf. 

fr. 6carbouiller. Rougera. 

ekbrpzväyJ. 
s rekitye: [=] se racquitter, se 

dedommager. 
rekläm: [<] reclame. 
rekläme: [<[] reclamer. — La 

forme irancaise est ordinaire. 
rekmäwivde: [<] raccommoder; 

voir kmäivwd. 
reküde: [==] raccorder. 
reköte: [=] raconter. — tu noz 

ä reköt: tu nous contes des 

blagues. 
rckötü, -ür: [=] raconlcur, -euse. 



rekcesi sä koetiylj: retrousser ses 
jupons. <; re + *excurtiäre. 
V. Rom. etym. Wb. 2994. 

s rekrtye: [=] se recrier. 

rekrdet: [==] raccrocher. 

rekroept. — Seulement: j ä so per 
(ou autre personne) täj rekrapt: 
c'est son pere tout crache. 
Meme radical que dans rkrdepe. 
Cf. V. fr. escupir cracher, 
normand recopi (Joret MSL. 

IV, 318). 

reküri: [==] eurer, nettoyer (la 
vaisselle, etc.). 

rekiiii: raccourcir; ecourler. De- 
rive de kü, küt. 

relält: [=] ralenlir. 

reloj: [=] rallonge. 

refflß: [=] rallonger. 

7-el&vie: [==] ralluraer. — Plus 
ordinaire: reime. 

remagri: [=] raraaigrir. 

remäse: amasser, [=] ramasser. 

— e s e fä remäse: il s'est 
attire une vive replique. 

remejt: attirer quelqu'un chez sei. 

— Bourb. remcje attirer. 
remyäwit'le: miauler tres foit. 

V. ttiyäwwlc. 
remne: [=] ramener. 
remoeli: [=] ramollir; amoliir. 
rcpänß: faire des economies. Cf. 

epiirne. 
repäirlye: ramener a la maison, 

[<] rapatrier. 
repadr: [=] epandre (du fuuiicr . .). 
repeä: [<] repeter. 
/iple: [=] rappeler. 
rtplut: lancer des clincelies lies 

forles. V. tplu. 

9* 



132 



rcpodr: \=\ rcpondre. 
rcpör: mettre bout ä bout. < re 
+ appönere; fran^ais re- 
gional: rapondre. — v. fr. 
apondre. 

repös'. [==] reponse. 

repräwivei: [=] rapprocher. 

reprar: [=] rapprendre. 

rtptett: apetisser ; rapetisser. 
Compose de re -|- -ptet-, 
V. pte. 

repüte: [^ rapporter. 

rhäztmä: [=] rassasiement. 

resäsye: \=\ rassasier. 

resen: [=] racine. 

resUe: [<] reciter. 

respire: [<] respirer. 

resposäb (ou: -äby): [<] respon- 
sable. 

reste: [<] rester; demeurer; 
habiter. 

s reste: se rasseoir. — v. esie. 

restitywe: [<] restituer. 

restrtr: \=\ restreindre. — Ne 
s'emploie guere qu'ä l'inf. et 
au part. pf.: restre. 

resürt: [=] rassurer. 

resivt: commencer ä secher; se 
dit de ce qui a kxh mouille 
de sueur, de pluie etc. — v. 
fr. ressuer. v. swi. 

vT't: [=] rate, souris; rate (vis- 
cere). Le mot souris manque, 
sauf dans edvlerv. chauve-souris. 
V. re. 

retäme: [<] retamer. 

retart: [=] rendre tendre (mou) 
denouveau. — Aussi intransitif: 
l pl e retart: le pain est rede- 
venu tendre. 



retäblf: [<] relablir. 

reteet: [=] rattacher. 

retyärf: [=] ^clairer vivement. 

relrepl: [=] rattraper. 

retrösi: [=] retrecir. 

retrüpe: [=] attrouper; rattrouper; 
mettte en ordre ou ä sa place. 

reiür: ratiere, piege a. rats ou a 
souris. Deriv6 de ret. 

reüni: [<] reunir. 

reüsi: [<] rdussir. 

riv: [=] reve. 

yev: [=] rave. — It rtietrS sä rev 
da so pnä: lui ineltre ses raves 
dans son panier, c-ä-d. lui dire 
son fait comme il faut. 

reväsi: [<] revasser. 

reväwwde: ■ en marchandant, 
estimer une marchandise tres 
au-dessous de sa valeur reelle 
(comme si eile etait de la 
ravauderie). (=fr. ravauder.) 

reväiüwdrt: mauvaise marchandise 
(= fr. ravauderie). 

reväj: [=] ravage, tort fait aux 
recoltes. 

reväte: rabrouer. < re -{- ad 
-}- vastäre? Bourb. raväte 
gronder. 

reve: [=] rever. 

reveß: [=] ravager, abimer (les 

recoltes etc.). 
rcvlgcele: [=] ravigoter. 

s revize: [=] se ra viser. 
revo: [=] ravoir. 
revoyt: eveiller, [=] reveiller. Le 
participe signifie souvent: 
eveiile, vif, alerte; ou meme: 
un peu libre. eveiller n'existe 
pas. 



133 



revoymeie'. \=\ reveille-matin; 
aussi euphorbia helioscopia. 

revole: [=] ravaler. — Pas de 
sens figure. 

rezisie: [<[] resister. 

rczönäby: [<] raisonnable. 

rezdnäbydemä: [<] raisonnable- 
ment. 

rezdnc: [■<] raisonner; resonner. 

rezdmnä: [<] raisonnement; el 
e du rezdnmä: il est intelli- 
gent. 

rezdnüj-ür: [=] raisonneur, -euse. 

re: brindille (surtout de bois sec 
pour allumer le feu). — v. fr. 
rain „ramee" <; ramurn. 

reji: \j=\ ranger. 

rem : [=] rame (piquet de haricot) ; 

la forme francaise s'emploie 

pour rame de bateau. 
reme: [=] ramer des haricots. 

V. rem. 
ren: [=] reine. 
ren dyäwwd: [=] reine-claude, 

Sorte de prune. 
ren viärgoer'it: syn.: märgityawt 

(= reine Marguerite). 
rl^\ «) regne ou royaurae. — 

e sre da l rhj da tinvp: il sera 

mort, il sera dans le royaume 

des taupes. 
renct'. pomme [<] rainette. 
rtsi: [=] rincer. — Au figure: 

1 so evü bye resi: nous avons 

6te trempds de pluie. 
rctrr. ride (pomme etc.). — Lo- 

cution frequente: reirt rgärll: 

tres ride. — Bourb. rätr), fl(^trir. 

Rougem. retrf. 



{de-) rfär: [=] refaire, raccom- 

moder. — s last rfär: se laisser 

duper. 
{de-) rfere: [=] referrer (un cheval 

etc.). 
{ce-) rfbdr: \=\ refondre. 
{de-) rföze: \=f\ refuser. 
{ce-) rfrodyi'. [=] refroidir. 
{de-) rfröme: \=] refermer. 
{a-) rgäde: [=] regarder. — eträ 

rgddä: etre chiche. — rgäde 

vo e päiv: c'est incroyable! 

voyez un peu. 
(^-) rgadur: maniere de regarder, 

el e en p^tde rgädur : son regard 

ne dit rien de bon. D6rive 

de rgäde. 
{ä-) rghß: [=] regagner. 
{de-) rgderli: ride. — v. reirt. 
{de-) rgrete: [=] regratter, [=] 

regretter. 
r~ibä: \=f\ ruban. 
rlbaben (ou -bei): [=] ribam- 

belle. 
ribdele däz äüniy: rouler de grands 

yeux; <; re -f- boule- „rouler 

comme une boule" ? — Bourb. 

rtbäüdc; Rougem. rbiilä. 
rle: [=] riebe. 
ridätv: [<] rideau. 
ride: [=?] rider. 
rlgdwwl: \=\ rigole. 
rlklkt: homme trop petit. — 

Terrae de mcpris. 
rime: [<] rimer. — se n rim c rä. 
rir: [=] rire. 
riske: [<] risquer. 
rlvc: [-<] river. — o pd'ro byl l~i 

rJve sä tydw: on pourrait bicn 

lui river ses clous. 



134 



riDcr: \=] »ivicre. — On attendrait 

*rvfr. 
far le ryäwwl: [=] faire la riole. 
ryäwt: ruelle. — Diminutif de 

rÜ: nie. 
ryawt (f.): rouet. Feminin de 

rouet. 
ryän'. [=] ruine. — Metathese 
vocalique, qui a eu lieu lorsque 
u de ruina etait de venu //. 
ry&ne : [=] ruiner. Rougem.;«;/«. 
ryü, -ür: [=] rieur, -euse. 
(<?-) rjäwwpt: rebondir (se dit 
d'une balle, bille, qui rebondit 
apres avoir heurte un obstacle): 
[=] re -\- chopper? Fait 
songer ä jaillir. 
{de-) rßne: contrefaire; le francais 
regional dit aussr „rechigner" 
dans ce sens. — Contrefait, 
singe. — Bourb. rjene (m. s.); 
V. fr. r e s c h i g n i e r ; [=] 
rechigner; Rougem. rdjänü 
^=. rejaner. 
(«-) rjole: [=] regeler. 
{ce-') rjceti: [=] rejeter. 
(&-) rjwer: [=] rejoindre. 
s^ rkökveyt: [=] se recroqueviller ; 
se recoquiller. Rougem. räko- 
kye. 
{de-) rkope: [=] recouper. 
{de-) rköpye: [=] recopier. 
(<?-) rkqrhi: [=] recourber. 
{&-) rkcemade: [=] recommander. 
{ce-) ?-kdemas?nä: [=] recoramence- 

ment. 
{ce-) rkccmast: \=\ recommencer. 
{ce-) rkänäivtr: [=] reconnaitre. 
{ce-) rkdendesas: \=\ reconnais- 
sance. 



{(v-) rkri: aller chcrchf-r de nou- 

veau. Cf krt 
{ce-) rkrcepe: rejeter de la bouche. 

— Bourb. rkrapc, voir rckrcept. 

— Rougem. rekdcpä. 
{a:-) rküef: [=] recoucher. 
{(v-) rküdr: [=] recoudre. 

{ce-) rkür: \=\ recourir; [<] re- 

cours. 

{ce-) rkiivrt: [<] recouvrir, -vert. 

{de-)rläst: laisser a bail (un champ, 

un pre etc.): re -j- last. — 

Le franc^ais regional a aussi 

en ce sens: relaisser. v. fr. 

relaissier: faire cession. 

{de-) rlär: [=] relire; trier de 

nouveau. 
{de-) rläei: \=\ relacher. 
{de-) rleve: [=] relaver. 
äww dde rlevür: eau avec laquelle 
on a lave la vaisselle. Derive 
de rleve. 
{de-) rloyi: Her de nouveau. v. 

loyl. 
dcrlbj (f): [<] horloge. Qqf. to 

rloj au lieu de ton derloj. 
{ce-) riceve: [=] relever. — 7-ldeve 
l tüpe e kekce: relever une in- 
solence. 
(^-) rltlke: [<] reluquer. 
{de-) rlur: [^] reluire. — el e 
vü t« rlur: il a vu trente-six 
chandelles. 
{ce-) rmädy: [<] remede. — 

Qqfois: rmäy. 
{&-) rmäei: [=] remächer. 
{de-) rmane: [<] remanier. 
{de-) rmhye: [=] reraarier. 
{de-) rtnersye: [<] remercier. 



135 



(r?-): r?}ies (f.): balai. — Rare: 

rSmes', [=] v. fr. ramasse, 

derive de lat. ramum. 
{de-') rviesi: balayer. — v. fr. ra- 

massier. Dörive de r-mls. 
{&-) rinetr: [==] remettre. — Em- 

ploye intransitivement: vomir. 

See rmetrce kekce: reconnaitre 

qqu'un. 
{(s-) rmödr: [=] remordre. 
(Je-) rmöte: \=\ remonter. 
(&-) rmölrh. \=\ remontrer. — 

e pxro t ä rmötre: il est plus 

malin que toi. 
{de-) rmcene: [=] remener; re- 

conduire. 
{&-) rmüyt: [=] remouiller. 
{&-) rnade: vomir. — grossier. 

Cf. fr. ecorcher le renard. 

Derive de rnä. 
{(c-) rnart: flairer minutieusement. 

<C re 4" nar'i. 
{de-) rnäzel{i.): grenouille reinette. 
{de-) rnä: [=] renard. 
{^-) rnifye: [=] renifler. 
{de-) rnösi: \=\ renoncer. — c n 

c pä rnösi l mäzv: il n'a pas dit 

im mot. 
{(£-) rndevle: [=] renouveler. 
{ce-) rnüy: [=] grenouille. — Rare 

gdernüy. 
(<r-) rnüyi ou rniiyri (f): con- 

ferve. 
ro: [=] roi. — Krü kmä e ro da d 

le mos: tres heureux. 
ro (f.): sillon trace par le soc de 

la charrue. [=] fr. raie < 

riga. 
ro (m.): grappc de mais encore 

juteuse; on la fait lotir sur la 



braise pourlaraanger. -<rost, 

de rötir? 
rogäwwjn: [<] rogomme. 
rdgäsyo: [<!] rogations. 
rogäto: [<] rogaton. 
roß: remuer, bonger. — Trivial. 

V. fr. se rauger remuer. 
römailk: [«<] rhumatisme. Altera- 
tion d'apres colique? 
rme: grogner. — Ne se dit que 

des cochons. Onomatopee? 

Rougem. rünä; provengal 

rougnä. 
röst: [<<] rosser. 
rösi: [<] rossee. — La forme 

francpaise est plus ordinaire. 
rot (f): lien d'osier pour Her 

des gerbes. — v. fr. reorte 

(lien) < retorta. 
rdiäwf (f.): brioche en forme de 

couronne. — Diminutif de ro/. 

La roiäwi a la forme d'une 

petite rol. 
rote: uter (non: öler de nouveau). 
j-od'dwt (f): cuvier (= v. fr. ron- 

dote); lierre terrestre. — Dimin. 

de rö rond. 
rofye: \y=\ ronfler. 
ro/yivmä: [=] ronfleraent. 
rofyü, -ür\ [=] ronflour, -euse. 
roß: [=] ronger. 
rSi^e: [=] rogner. 
rd^d: [=] rognon. 
rhjtir: [=] rognure. 
hrm rSpU: avoir une hernie = 

r^pur; derives de rompre. 
rordnc: [=] ronronner. 
fär l^ rar. faire la raoue, faire 

une mine menavante; se dit 

surlout des vaches, quand 



136 



elles veulent se battre. — 

Bourb. w. 
rcceä: [=] rucher. 
roes^^äw: [<[] rossignol. 
rdete-. [=] roter. — Pas de subst. 

correspondant; en ce sens: 



ravwa renvoi. 



räli (f.): morceau de pain avec 
du beurre, ou du fromage (etc.) 
par-dessus. — II n'est pas 
n6cessaire que le pain soit 
grille. — Subst. forme du part. 
de r^fi 

r^ti: [=] rotir. 

rditt: [=] le roti. 

r«to (m.): celui qui fait toujours 
la moue (r«'). 

rUvri: [=] rouvrir, rouvert. 

r^m {L): [<] rhume, toux. — en 
rceni kae sä l sepe: rhume tres 
dangereux (se dit par ironie)., 

(^-) rpalc: [=] reparier. 

(rr-) rparti: [<] repartir. 

{(c-) rpä: [=:^] repas. — c rpä </ 
gürt: le repas qu'on fait quand 
on a tue un cochon. 

((T-) rpäse: [=] repasser. 

s(ie rpäfi: \=\ se repentir. — 
Aussi comme substantif. 

{ce-') rpedr: [=] reperdre. 

(rr-) rpeve: [=] repaver. 

{(£-) rpike: [=] repiquer; re- 
prendre de la mine apres une 
maladie. 

{ce-) rpyäwwr: repleuvoir. v. 
pyäwwr. 

{cc-) rpyate: [=] replanter. 

{ce-) rpyest: \=\ replacer. 

{de-) rpyoyi: [=] replier. 

{de-) rplätre: [<] replätrer. 



{(le-) rpoef: [=] rcpecher. 
(<?-) fpöze: \=\ reposer. 
(r?-) rpccple: [<<] repeupler. 
{(£-) rpcerli: \=\ repdtrir. v.pdsrii. 
{(K-) rpräivwj: [=] reproche. 
{&') rpräivwjt: [=] reprocher. 
{ce-) rprar: [=] reprendre. 
{(i-) rpUro: petit-lait qui reste, 

quand on a cuit le lait caille. 

Rougem. puro. 

{ce-) rpüsr. [=] repousser; croitre 

de nouveau. 
{&-) rpüte: [=] reporter, parti- 

culierement des paroles des- 

agreables dites par un tiers. 
(r?-) rsäre: \=\ resserrer; con- 

stiper. 

ce-) rsäne: [==] ressembler, — e toe 
rsän kmäen gcet {=gäwi) däww. 

{de-) rsätt: [=] ressentir. 

{S-) rsöii: \=\ sortir de nouveau; 
ressortir (en relief, etc.). 

{(£-) rscvme: \=\ resemer. v. sme. 

{ce-) rscepe: [=] receper; par 
exemple: rscepe läz ctüby: re- 
couper plus bas les epis qui 
n'ont pas ete coupes assez bas. 

{ce-) rscevo: [=] recevoir. 

(<?-) rsamle: [=] ressemeler. 

See rsüvne: se Souvenir. <[ re 
-f- süvne. 

{(£-) rtäde: attarder, [=] retarder. 
— Transitif et intransitif. 

{&-) riäyf: [=] retailler. 

{ä-) rtäpe: [=] retaper. — mä 
vle bye rtäpe: attrape. 

(fr-) rtä: [=] retard. 

{de-) rier: [=] reteindre. 

{ce-) rl'iri: [=] retirer. 



^37 



(r?-) rfisoyt: faire un 3^ labour; 
apres le sh5r. Identique a 
reter^oyer, derive de re- 
ter c er, deriv6 lui-meme de 
tiers. 

(de-) riycele: [=] reclouer. 

(<r-) rtödr'. [=] retordre. 

{ÖS-) rtosf: faire un second labour. 
[=] retercer < *retertiäre, 
V. rttsoyf. — Bourb. rtose. 

(S-) rtdne: [=] retourner. — 
rtötie lä bet: faire faire demi- 
tour au betail. 

{de-) 7-ideet: \=\ retoucher. 

{de-) rtoene'. [=] retenir; amodier. 

{de-) rtdence: [=] retenue. 

{de-) rträsf: [=] retracer. 

{S-) rlrape: [=] retremper. 

((^-) rträtydete'. refaire une besogne. 
— Transitif 

(<?-) rtrdeve: [=] retrouver. 

{de-) rirüst: [=] retrousser. 

{de-) riu\ [=] retour. 

rü\ ruisseau; < rivum. 

rü: \=\ rue. 

rüdy. [<] rüde. — sä c rUdy 
iip: c'est un fameux gaillard. 

rüdymä: [<] rudement; beau- 
coup. 

sdt rvärpi ou rvärpe: se retourner 
vivement pour se defendre. — 
<1 re -j- *varpi qui peut 
correspondre ä (de-) guerpir, 
cf. allem, werfen jeter. — 
Bourb. s rvärpt ou rvärpe. 

{(K-) rve: [=] regain. v. ?r. 

{(v-) rvej: \=\ revanche, parti- 
culierement au jeu. 

See rvtjv. prendre sa revanche. 
V. Tejt. 



{^-) rvlraw (m.): jour octaval de 

la fete du village. — Deriv6 

de 7-viri. 
{de-) rviri: [=] revirer. — o 71 e 

pä l tä d sde rviri: de voir oü 

l'on en est. — el e bye sü sa 

rvlrv. se defendre. 
{de-) rvJvr: [=] revivre. 
{(e-) rvo: [=] revoir. — e rvo: 

au revoir! 
{(t-) rvodv. [=] reverdir. 
{&-) rvdref: retourner sens dessus 

dessous. [=] Godefroy: re- 

verchier < re -f *versicäre. 
{&-) 7-vdcne: [=] revenir. — se 

sä Ide riyez-t: c'est si bon qu'on 

a envie d'y revenir pour en 

prendre encore. — cf. fr.: le 

revenez-y. 
{<£-) rvänce: [=] revenu annuel. 
ru, rüs: \=\ roux, rousse. 
rüj: [==] rouge. 
rüjäwwl: [<] rougeole. 
riijäwi {L): raelampyre. Diminulif 

de rouge. 
rüjf: [=] rougir. 
riijiv: [<] rougeur. 
rüsüwt (f.): chanterelle ou girolle 

[= roussetle]. Rougemont 

rosot. 
{de-) riväwwl: räble (de four); — 

<< lat. rfitabulura. Rougem. 

ryo.'b. 
{<£) rw^l: roue de la charrue. 

Diminutif de roue. 

sägiv?', -7/j: saligaud. [<] sagouin. 
sägwlifh. travailler en sanier, 
säkädif: [<] saccader. 
säkäd: [<] saccade. 



138 



säkre . . .: dans les jurons. — 

ou: säkre. 
säkre: [<] sacrer; dire des jurons. 
sälwe: [<] saluer. 
särgätv: cahot. Bourb. särgäiv; 

Rougem. sörgü/o; Val d'Ajol 

särgo. 
särg(vie: cahotcr. Bourb. sargcete 

que Rabiet rapproche de Bourb. 

sarkc secouer; Rougemont sör- 

gülä. 
sarkäwwy. [=] cercueil. 
särvin: [=] sarment, bois de 

vigne coupe. 
särp: [=] serpe. 
särpäwt: [=] serpette. 
särpä (f.): [=] serpent. 
särvä d nies: [=] servant de messe. 
särvat: [=] servante, xiomestique 

ä gages. — Au masculin, on 

dit: ddmestik. 
särvll: [=] cervelle, cerveau. 
särvv. [==] servir. 
särvis: [=] Service. 
särvlzä, -at: serviable. Derive 

de särvY. 
särvyel: [<] serviette. 
säw: [=] saut. 
säw: [=] cep (de vigne). 
säw (f.): [=] sei. 
säzu, soe: [=] sec, seche. 
säwws (f.): saule (baguelte); 

<; salicem. 
säwws: [=] sauce. 
säwzvsä: saule (arbre). v. säwivs. 
säivzüsis: [<] saucisse. 
säwsisö: [<] saucisson. 
säivwte: [=] sauter. 
säivt mceld: saute-mouton (jeu). 
säwiüirp: [=] sauterelle. 



sä'invlu, -ür: {=] sauteur, -euse. 
säwtvväj: [=] sauvage. 
säwivve: [=] sauver. — scc 

säwwve: prendre la fuite. 
säwwveyätv (m.) : cornus sanguinea. 

Rougem. sovno. 
sä7vwvejrt: \=\ sauvagerie. 
sävte (ou: sa/le): [<] saveter, 

saboter (un travail). 
sä: [=] sang, [^=] sans, [=] Cent. 
fär sähyn: [<;] faire sernblant. — 

Plus ordinaire: far kas. 
snfro: [=] sang-froid. 
sdmdf: [=] samedi. 
San: [=] le somme, sommeil. 
säne: [=] sembler. — e m e säne: 

il m'a serabl«^. 
säpyä (m.): punaise de bois („qui 

sent puant"). 
sar: [=] cendre. — Pas de sens 

figur6. 
sasfby: [<] sensible. 
Said: [=] sentier. 
säte: [<] sante. — La forme 

franc^aise est ordinaire. 
säten: [<] cenlaine. 
satt: [=] sentir; surtout exhaler 

une odeur. 
säl'lbo: thjan [= sentir bon]. 
sälyem: [<] centieme. 
säj: [<] sage. 
säü'ii.): etable ä porcs. Rougem. 

sut fr. soue {Dict. de Littre); cf. 

Thomas, Essais de phil. p. 385. 

lat. vulg. sutem. 
säww, säü'üd: fatigue, -6e; las. 

[<] lat. satullum. 
säzve: suie. — De *sudica. 

Rougem. s<^te. 
säivfy: \=\ souffle; haieine. 



1^9 



sdün'Ogr: [=] suivrc. Part. pf. 

s^gu: suivi. 
säwwy: [=] seuil. 
säwwyä: sureau. — v. fr. seü. 

<< *sabuc-arium. Rougem. 

sevüre. 
säwwle: fatiguer. Deriv6 de säww. 
säwly: [=] cercle. 
sä: [=] ces. Forme proclitique 

de so. 
säby: [<] sable. 
säbr: [<] sabre. 
säre: [=] serrer. — Le participe 

passe signifie parfois: avare, 

chiche. 
särmä: \=\ serrement. 
särur: [==] serrure. 
säiyäw. sarcloir. Derive de sätye 

avec le suff. -ottum. 
sätye: [=] sarcler. 
sälyü: [=] sarcleur. 
sc: [=] ca, cela. 
scbäw: [=] sabot. 
sehe: [=] sabbat, tapage extra- 

ordinaire. 
sebötä: \=\ sabotier. 
sede: [<] ceder. 
seyäivf. scie. — Au st-iis tigur6 

on n'emploie que la forme 

fran^aise. Derive de seyt, 
seyt: [=] scier. — Pas de sens 

figure. 
seyür: [=] sciure. 
seläwt (f.): piece qui Supporte 

et relie les ras d'un chariot. 
selebre: [<] c6!cbrer. — Rare. 
sepäre: \_<i] separcr. 
sepe: [=] sapin. 
Sermone: [<] sermonner. 
s^v: [=] seve. 



sez'ä, -al: [==] savant, -ante; qui 

a etudie qq. chose. 
sevo: [=] savoir. — Comme sub- 

stantif on emploie la forme 

frangaise. — in sro pü äke: je 

ne saurais [= puis] plus re- 

spirer. 
se: ci. — Ex.: st öm se: cet homme- 

ci. — pä se: par ici; päse pale: 

par-ci par-lä. 
se (m.): \=\ saint; image de 

Saint et image quelconque: 

71 e ice pye d se da to livrce d 

bötänlk, il y a beaucoup d'i- 

mages . . . 
se: [=] saindoux. < *sagimen. 
sedyä7v: seulement dans: fär sä 

dere scdyäiv etre a l'agonie. — 

Ne se dit que des betes. 

(= fr. sanglot.) 
sldye: [=] sanglier. 
s7j\ [<] singe. 
seß: [=] changer. — Autre 

forme: eeß. 
sejri: [<] singerie. 
s7k: [=] cinq. — mais sc eväiv: 

toujours J? devant consonne. 
sekaün: [<<] cinquantaine. 
sekat, -atyeni: [=] cinquante, -an- 

tieme. Les forines fran^aises 

sont usuelles. 
sei}'- [<] signe. 
snjäwwl: manivelle; [<] v. fr. 

ccignole et sognolle. <[ *ci- 

coniola. 
scijl: [=] saignee. 
saß: [=] saigner. 
slf} ne (m.): achill«ie [=] saigne- 

nez. 
shyem: [<] cinquicme. 



I40 



selyür: {=] ceinture. 

st: \=\ si < sie; \=\ si (con- 

jonction). 
ilmale: [<] cimenter. 
slräiv: [-<] sirop. 
sirf: [=] cirer. — o ly c sirf lä 

hol: le malade a reyu I'ex- 

treme-onclion. 
sirküläsyö: [-<] circulaüon. 
sirküle: [<C] circuler. 
siiäsyo: [•<] citation (en justice). 
stten'. [=] citerne. 
sltyive: [■<] situer. 
Site: [<<] citer; surtout en justice. 
sitr: [=] cidre. — qqf. sldr. 
slvlr: [=] civiere. 
size: [=] ciseau. 
jl2/J^: [=] ciseler. 
syasu, -uz: ingenieux, -euse. 

D6rive de science. 
syä [= sie est); ma syä, mais si! 
syej: \=] siege (pour s'asseoir), 

ou siege d'une ville. 
sye, syen: \j==] sien, sienne. 
skür: [=] secouer. — li skiir lä 

pics: lui secouer les puces, 

c-ä-d. exciter energiquement 

au travail. 
skür: [<] sccours. — secourir 

n'a pas de correspondant; on 

dit: püie skür, ädyt. 
slaz ou soeläz: [=] cerise. 
släzä ou soeläzä: [=] cerisier. 
sie ou sdele: [=] cela, — Syn.: 

se. — kok sdele: quand meme, 

malgre cela. 
slo ou scclö: [=] Selon. 
smas ou soemas: [<] semence. 
sme ou soeme: [<;] seraer. — el 

ere bye lo fä d tce sme: il aura 



bien vile fait de te depasser. 
— On atlendrait *sdcne, cf. 
fän. — Autoreille: säna', 
Rougem. snnä. 

smen ou sa'men: [_==■'] seraaine. 

sm/i ou scemü: [=] semeur; se- 
raoir, sac du semeur. 

siünvivv: ou S(i:naiV7v-o: sinapis 
arvensis, moutarde sauvage. — 
Emprunte de *sinapa. Rou- 
gem. snov. 

so: [=] soir. 

so: [=] soif. 

s6\ ceux, Celles; pluriel accentue 
de stÜ, sie. — Non accentud: 
sä: sä ja le: ces gens-lä. — 
Forme d'apres lo „leurs", v6 
„vos". 

söe: \j=\ Seche. — Fem. de saw. 

sdef: [=] secher. — lü m fä soei: 
tu m'enerves. 

soemä: [=] sechement. — Ad- 
verbe et subst. 

soeo: poire sechee; personne 
maigre et ridee. Derive de 
seche. 

soeres: [=] secheresse. — Pas 
de sens figur6. 

sby: [=] seille. 

soyäiv: \=] seau. — le pyäwwj 
eezo sdyäiv: la pluie tombait 
ä verse. 

sdyo: [=] sillon; aussi lieu-dit: 
ä sdyo. — Deriv6 de cilium, 
Meyer-Lübke, Rom. Etyrn. Wb. 

sql: [=] seigle; [<] sol (terre); 
rare en ce dernier sens; on 
dit plutöt ler. 

söle: [=] saler. — Pas de sens 
figure. — Cf. saiv. 



141 



söler (m.): vent du midi; < fr. 
solaire. 

söler: [=] saliere. 

sölür: [=] sauraure. 

Solu: [=] saloir pour conserver 
la viande de porc. 

son: [=] cerne (de la lune). 
Rougem. säju. 

softe: el e läz äwwy sone: cernds; 
de tneme: le lett ä sone (lune). 
— Dans les autres sens de 
cerner, on emploie la forme 
fran^aise. D^rive de son. 

sörfäiv: \=\ cerfeuil. 

söri: [==] soiree. Changement 
de Suffixe. 

söro (m.): insecte qui se trouve 
dans les sacs de bl6 ou de 
farine. Rougem. swäro. 

söt: [=] Sorte. 

sott: [=] sortir. — levü do k tu J 
so: d'oü sors-tu donc? Re- 
marquer la place de </. 

sötf: [==] sortie. 

soj sdn devant voyelle: [=] son. 
Fem. se. 

l söbr: saison oü l'on sbbr. 

lä söbr: terre qui a ree^u le preraier 
labour apres la recolte. 

söbre: faire le premier labour. — 
Godefroy: soraarer, somart. 
V. Bulletin du glossaire des patois 
de la Sxiisse romande, 5^ ann6c 
no. I, p. 14 — 15; A. Thomas, 
Noiiv. Essais phil.fr., p. 360. 

saß: [=] songer, penser. — Autre 
forme: eöjt — „penser"' 
n'est pas usite. 

sone: [=] sonner. 

sdnrf: [=] sonnerie. 



sdnti: {=] sonneur. 

j sone: [=] se signer (du signe 
de la croix). v. asone. 

See, s: [=] se. 

sx: [=] soeur. — La forme fran- 
(;:aise designe une religieuse. 

sm: [=] ceux, celles. — Syn. de 
so. 

soefyäw: [=] soufflet (pour activer 
le feu). 

scefye: [=] souffler. 

sdermä: [=] seulement. — Cette 
forme dtait peut-etre propre 
a une personne morte au- 
jourd'hui; on dit generalement: 
soeltnä. 

scese (ou: ssl): \=\ ceci. 

sikst: \=\ sucer. 

scevre: [=] sevrer. 

scemte (m. et fem.): grosse per- 
sonne qui ne peut se remuer. 

siemter: [=] cimeti^re. 

j//(ra.): cepdecharrue. <*cipp 
-\- ellum. 

sr7g: \=\ seringue. 

sroy: [=] soleil. 

j/ (devant voy.); jA? (devant cons.): 
ce, cet, cette: st öm le, stic fän 
le. Forme adjective de stCt, 
ste. < ecce-istum. 

ste: Celle. — Pluriel: so, sif; stä 
a la meme valeur. Feminin 
de stu. 

stil: celui, — Pluriel: so, Sif. — 
V. fr. cestui < ecce-istui. 

su: [=] sur (preposition). 

sli: seulement dans: iy a sli kii:...: 
qui est-ce qui . . ., cf vieux cham- 
penois: de su que, Schwan- 
Behrens, Frz. Gramm. 9, 274. 



142 



sufi: suffire (= v. fr. suffir). 

silkre: [<] sucrer. 

snksede: [<] succeder. 

supoze: [<] supposer. 

silprlme: [<] suppriraer. 

süpüie: [<] supporter. 

sür: [<;] sür, sure. — siirmä: 

sürement. 
siireärß: [=] surcharger. 
sur?nole: [=] surmonter. 
sürmccne: [==] surmener. 
sürpäse: [=] surpasser. 
siirprar: [=] surprendre. 
silrsäivivte: [=] sursauter. 
sürvqyä, -al: [=] surveillant, -ante. 
silrvoyt: \=\ surveiller. 
süsesyö: [•<] succession (heritage). 

Autre forme: siisesyo. 
siltäw: \=\ surtout. — Forme 

non accentue: siitvc. 
sive: [=] suee; 6pouvante. 
swi\ \=\ suer. — /// vi fä sün: 

tu m'ennuies. 
sw(&: [<<] sueur. 
süd: \=\ sourde. Feminin de 

siede, qqf. employe comme mas- 

culin. 
s metr e le süd: se mettre ä, l'abri 

de la pluie. — c le kdyäzv est 

plus general et se dit meme 

d'un abri contre le vent. — 

V. fr. s oute. Rougem. t^ / «cf/. 

Substantif verbal de substäre. 
südä: Soldat (= soudart). 
süde: sourd. — voir smL — 

-< *surdellum. 
siide: [:=] souder. 
südr. — Seulement ä l'infinitif 

dans des locutions telles que: 

t n ipa' pti südr: je ne peux plus 



en veiiir a bout. — < sol- 
vere? 

siifrt: [=] souffrir, souffert. 

süyüd (f.): laveuse de vaisselle au 
repas de noces. — Feminin 
de souillard: evier. — Bourb. 
siiyäd (m. s.). 

süye: [<] soulier. 

snyt: [><] souiller. 

sfde: [<] soüler. 

sülejt: \=\ soulager. 

sülvc: [=] soulever. 

süpe: [=] Souper. 

süpe: [=] souper, repas du soir, 
oü aujourd'hui Ton sert tres 
rareraent de la soupe. 

süpsdne: [<;] soup^onner. 

Susi: [=] sourcil; [=] souci. 

j- süsye: [=] se soucier. 

sütirt: [<<] soutirer. 

sülyl: [-<] soutien. 

sütne: [<C] soutenir. 

j süvne: [<<] se souvenir. 

srvale: [=] souhaiter. 

sivä: [<] soie. 

swhje: [=^] soigner. 

tähä: [<] tabac. 

tade: [=] tarder. 

tayi: [==] tailler. 

täkäivt [{.): cucubalus. Derive de 
tac! 

pe täke: pain non leve et compact 
comme un tissu. — A Rouge- 
mont on l'appelle pe slrt. — 
Champlitte {Atlas Gilliiron carte 
no. 1305) /a/.'l' tisser; fr.taquet 
du tisserand. — Mot emprunte. 

tUlayi: ouvrir le bec pour mieux 
respirer; se dit des poules: 



143 



quand il fait Ires chaud, elles 
iäläy. — Bourb. iläye avoir 
chaud. 

tälöne: [<] talonner. 

iäpawt: [=] tapette de bois poiir 
taper le linge de lessive. Rouge- 
mont idpdi. 

tUpe: frapper, [==] taper. — Tran- 
sitif et intransitif; en ce dernier 
eroploi il signifieleplussouvent: 
crever: n lue rafyce dö pä tä, tue 
d e käw in täprt: ne te renfle 
donc pas tant, tout d'un coup 
tu creveras; c'est ce qu'on dit 
a qui se donne de grands airs. 

täplämtts (m. et f.): individu gros 
et Sans energie. 

iärhäivwle: faire un vacarme 
myst^rieux de sabbat. — Bourb. 
tarbäivle; Godefroy tarabat 
tapage; fait songer ä tara- 
buster. 

tärm: [=] terrae. — Surtout: le 
z'äe ä e tärm. 

tärpi: trepigner des pieds; tasser 
au moyen des pieds. — le 
väe tärpt, quand eile va vdler. 
< *terpi < trepi, cf. v. fr. 
treper, v. Dict. gen. art. tre- 
pigner.. Rougera. tripä. 

täso: [=] taisson (blaireau). 

tätüy: rossee. — fütr in tätüy. 
Subst. verbal de tätiiyt. 

tätüyt: täter en tous sens; ordi- 
nairement pris cn mauvaise 
part. Derivc de tat er. 

tä7v: [<] tau.K. — Rare; on dit 
g6neralement her^. 

tüwivfe: Sorte de crepe fait de 
farine, ütufs, lait, et cuit d 



l'etouffee. — Alteration d'e- 
touffe ou plutöt de tut-fait? 

tiiivivl {L): plat en tole pour faire 
cuire le gäteau. < tabula. 
= Bourb. tätvl table. 

täwwle: [=] taler, rosser. Rougera. 
iolä. 

tä'cvivlur: blessure qu'on se fait 
en se talant. Derivc de täwivle. 

tä'ivp: taupe. — vey tüiip: in- 
jurieux. — erö e le täwp: datura 
stramoniura. 

tä: [=] tant. — e tä sl päii<: un 
tant soit peu. 

tä: [=] temps, 6tat de l'atmo- 
sphere, ciel: n y e pive d etwäl 
ö tä, pive d brüyä o tä. — du tä 
kce: lorsque, pendant que. — 
Ja l tä: autrefois; en cette ex- 
pression la prep. da a generale- 
ment la voyelle longue. 

tä kae: aussi longtemps que . . . 

täb?i: [<] tambour. 

Jädo (ra.): bugrane, arrete-bceufs, 
\=\ tendon. 

tadr: [=] tendre. Verbe. 

täd?i (ra. pl.): les deux pieces qui 
maintiennent la limoniere d'un 
chariot. 

täne: [=] tanner en general; (.-n 
particulier: rouer de coups. 

täperäinä: [<] terapcraraent. 

tapo: [==] tarapon en gen6ral; 
particulicrement les rondelles 
en fönte qui servent a ferraer 
les ouvertures sujicrieures d'un 
fourneau, sur lesquelles ou 
pose les casseroles, etc. 

tapdnt: [=] taraponner. 

tar: [=] tendre. Adjeclif. 



144 



iaret (f.): lierre grirapant. < (he- 
dera) terrestris, cf. Alias 
Gillieron carte lierre). Rou- 
gera. taretr. 

tat: [=] tante. 

iälo: I. substantif: le temps qui 
est corapris entre 1 1 h. et 4 h. 
du soir; midi et apres-midi. — 
2. adverbe: vers midi: e vyere 
iäio. [= tan tut). 

tätöri (f.): apres-midi. D^rive 
de tälo. 

täe: [=] lache. 

täs (f.): tres gros tas de gerbes 
ou foin. — Patent de tas? 

täiv, täivt: \=\ tout, toute; est 
la forme Substantive accentuee: 
i v& täiv ü rä. — La forme 
adjective proclitique est: /ö? 
täl: ide läz dm; i&t dm, tcet fän\ 
ide se: tout ^a. - — e vyere t&t 
e l cer'. il va venir de suite. — 
ö tcet e l är ou qqf. tut e l ^r\ 
attends, vilain! 

tä: [==] tard. — La forme fran^aise 
devient frequente. 

tä\ [=] tes, pluriel masc. et fem. 
de to et de ie. 

tä: [=] tas; se dit de personnes 
en mauvais sens: tä d krapül\ 

täb, rarement täby: [<] table. 

täe: poche de pantalon ou d'un 
autre habit. [=] ital. tas ca. 

täet: [=] tacher. 

täs: [<] tasse. — Plus ordinaire: 
etywel. 

täte: [=] täter, palper. 

e täto: [=] a tatons. 

te (m.): triton, batracien. — 
Patent de tetard? 



te: [=] ta (prou.). — pluriel: 

tä. 
te: [=] tel, teile, v. ke quel. 
//: toi, cas-regime. — Öt te: ote- 

toi. 
teei: [=] tacher. 
teyäw: [=] tilleul. Suff, -ottum. 
teyi: [==] tiller. 
teimvhjäj: [<^] temoignage. — 

Rare. 
tetmvene: [<] temoigner. — Rare. 
tert'. [=] tarir. 
terni: [<] ternir. 
tese: gros tas de geibes. — Dimin. 

de täs. 
tesf: [=] tisser. 
iesrä: [=] tisserand. 
testämä: [<] testament. 
///: [=] tete. — el e le tet pre 

die bZnäiv. 
tele: t6ton (de femme). — Pout 

un animal, on dit: tlti. — 

Du meme radical que tette. 
tetü, u: [=] tetu, -ue. 
lehre, -e: [<] timbre, -ee. 
tenäs: [<] tignasse. 
t^te: [=] tinter. 
tetyur: [==] teinture. 
telyilrä: [==] teinturier. 
tetmä: [=] tintement (d'oteilles, 

etc.). 
the: [=] taon. 
lirä: tiroir (d'armoire, de table, 

etc.). Derive de tirt. 
tlräj: [=] tirage; surtout tirage 

au sort. 
tiräyf: [=] tirailler. 
tJräymä: [=] tiraillement. 
tlrfive: crochet pour tirer le 

foin. 



M5 



firv. [=] tirer. s mä-v le tir sü l 
fräse ce mot-la. ressemble au 

francais. 
tlrten (f.) : ennui. — el e byl J fe 

tirten: difficultes ennuyeuses. 

Emprunte. 
Urü: \=\ tireur. 
t'irväei: lirer en sens divers bru- 

talement, Bourb. itrväee. 
tttf (m,): trayon de vache. Ra- 

dical de tette. 
ty: [=] tu, devant voyelle. — 

voir: iü, et aussi: iyäk. 
iyäk: [<] claque, gifle. 
tyäkh gifler, battre, [<] ciaquer; 
fär tyäke se korji: faire ciaquer 

son fouet. 
lyärr. eclairer, flamber. — Tran- 

sitif et intransitif. Derive de 

darum > tye. 
tyärte: [<j clarte. 
tyäimv: claie d'osier pour faire 

secher des pruneaux; ridelle 

de chariot. < celt. *cled- 

älem, Rougera. iyü pour faire 

secher des fruits. 
iyä: aux betes, pour les faire 

venir. — Qqfois: iyi. Altera- 
tion de tiens? 
iyäw: [=] clou. 
iy ä k . . .: [=] qui est-ce qui 

(que) . . .? 
iyä Sil do k . . .: qui est-ce donc 

qui (que) . . .? 
i/c: [=] clef. 
tye, iyer: [=] clair, claire. 
tye: [=] le tiers (subst.). 
iye (m.) : porte a claire -voie. 

<ct-lt. *cled-t-ellura. Bourb. 

tyä. 

ücilieft zur Zeitsclir. f. rom. Phil. LI. 



iy7, lyen: [=] tien, tienne. 

lyene: incliner; transitif et in- 
transitif. <C clinäre. 

tyeso: [=] pinson. 

työe: [=] cloche. 

työeä: [=] clocher. 

tycele: clouer. Derive de tyaw. 

tyive: [=] tu er. 

tnebr (fem. pl.): [<] tenebres. — 
Autre forme: icenebr. 

ine ou toene: [=] tenir. 

tnoy (ou: iiienoy): grand cuvier. 

— mosya: l küre evo hye da mä7V 
d dlsadrce d so tnby : de sa chaire. 
Derive de tonne. 

to: [=] toit. 
iS: [=] toi. 
iS (f.): [=] taie. 
tddr: \=\ tordre. 
todveyilä käiiiws: tortillerlesjambes 
en marchant. Derive de tordre. 

— Bourb. todveye tourner au- 
. tour de qq. chose. 

elrce toktok: etre toque, radoter. 
toke, -e: [<] toqu^, -ee. 
löksö: toqu6 (subst.). v. tökc. 
idksdnrt: maniere de toque. 
t^l: [=rr] toile. 

iotie: tonner. — -6- indique que 

ione nVst pas identique ä fr. 

tonner, cf. iuner. 
tdper: [=] taupiere, taupiniere. 
tdrei: [=] torcher; essnyer. 
tdreo: essuie-main ; au fig. : souillon ; 

aussi [=] torchon de nie- 

nagp. 
tdre: [=] taureau. 
idri: genisse. Derive de tau- 

rura. 



146 



lörviä'. tourraent. Est probable- 

raent empruntc, car on atten- 

drait -orm- > -tum-, 
törmale'. tourmenter. 
tost: teter. •< *tittiäre. 
tdsräwi (f.): biberon. Deriv6 de 

tost, 
iötäw: solide rouleau en bois 

avec lequel on serre la corde 

qui maintient le foin sur la 

voiture. «< *tortettura de 

torquere; cf. fr. tortoir 

(meme sens). 
io [tun, devant voyelle): [=] ton 

(pronom). Pluriel: tä. 
tonä: [==] le tournant (d'im 

chemin etc.). 
tone: \=\ tourner. — fär töne 

ähürik: faire tourner en bourri- 

que. 
tone: [=] tournee. — La fprme 

fran^aise /z7r«#signifie: rossde, 

tour de promenade. 
töner: [=] tonnerre; juron fre- 

quent. 
tdnermä: beaucoup. — ne tdnermä 

16 tä. V. töner. 
tdnoyi: [=] tournoyer. 
tonces (m. f.): qui a le tournis. 

Comme tournis, derive de 

tourner. 
tce, t: [==] te. 
tceei: [<] toucher. — La forme 

fran^aise est ernployee comme 

substantif. 
tcef&: [<] touffeur. 
toeme ou tmc: laisser tomber d'un 

liquide une certaine quantite. 

— [=] V. fr. tumer et turaber, 



cf. haut allem, tu mon. Rougem. 

tniä. 
tccnire: tombereau; femme epaisse 

et lourde. D6rive de tdme 

avec suft". -er-ellura. 
tu: pye : beaucoup. — n evo tce 

pye d ja: il y avait beaucoup 

de monde (= tout plein). 
I&rtäw, icertäwt: tous, toutes. — 

Subst. de tm au pluriel: e vyen 

tocrtäw. [=] V. fr. tretous; 

Rougem. troetü. 
tcese: [=] Toussaint. 
txsi: [=] tousser. 
txsü, -ür: [=] tousseur, -euse. 
träft: [<] trafic. — Meme pro- 

nonciation dans le fran9ais 

regional. 
träfike: [<C] trafiquer; surtout 

en mauvaise part. 
trat: [=] trahir. 
fräy (ra.): fosse dans les vignes. 

[=] V. fr. terrail. Derive de 

terre avec suff. -aclum. 

Rougem. iero fosse d'une route. 
träk (m.): sorte de maladie qui 

attaque les pattes des cochons. 

— Rougem. trdk: 
träkäst: [<] tracasser. 
träkä: [<] tracas. 

trast: \=\ tracer; laisser des 
traces ; marcher vite, — Rougem. 
tresi. 

träw: [=] trop. — Forme atone. 
tro: j an e d träw, j e tro hü. 

träwwle: (se) promener partout. 

— Transitif et intransitif — 
[=] fr. tro 1er, emprunte de 
Tallem. trollen. 

träws: [=] tresse. 



147 



irSväyt: [=] travailler. 
träväyü, -ür: [=] travailleur, -euse. 
traby: [<] tremble (arbre). 
trabye: [<] trembler. — e fä 
trabye: il fait fr6mir de pitie. 

— Au sens physique on dit 
plutöt grüle. 

trakly. [<] tranquille. 
irakiymä: \_<C] traiiquillement. 
fülr en trap: rossee. Subst. verb. 

de trape. 
trape: [=] tremper. 
trapi/s (f.): trempeLte. Derive de 

Irape avec Suffixe emprunte. 

— Rougcm. iräpot. 
traspüte: [<[] transporter. 
traten'. [=] trentaine. 
träivüy. [=] trenil; ordinaire- 

ment: pressoir. 
träwwyi: pressurer du raisin. 

V. träwwy. 
träj: passage couvert entre deux 

maisons. — v. fr. trage r. 

Bourb. trbj allee entre deux 

haies; Rougem. tredj passage 

couvert. 
trär: [=] traire. 
trätle: chanceler; tituber; se dit 

surtout d'un homrae en etat 

d'ebriele. — Bourb. tretle; 

Rougem. trät/ä. — Malgre la 

difference de sens, parait 

identique a Italien trastullare 

„se divertir". 
tre [m.): poulre (du plafond). — 

<C trabera. 
tre (m., surtout pl.): [-— ] traits 

d'un attelage. 
trep: [=] trappe. 
iresawuilc: {=] tressauter. 



e treve: [=] ä travers. — Ordi- 

nairement: t^t ö treve: dans 

tous les sens. 
pale ttet ü treve: parier a tort et 

ä travers. 
trevst ou tre/st: [=] traverser. 

el ete toe tre/st: ils etaient 

mouilles jusqu'aux os. 
tre: [=] train, grand tapage. 
trebäle: [«<] trimbaler. 
tree: \=\ tranche. 
treei: verbe qui se dit du lait, 

quand le petit-lait s'est separe 

subitement. [=] trancher. 
tregl: [<<] tringle. 
treke: [<] trinquer, -r- ty 1 trekri: 

tu y perdras qq. chose. 
treue: [=] trainer. 
trene: [=] trainee. 
trenri: [=] tramerie. 
trenn, -ür: [=] traineur, -euse. 
irlyäj: [<] triage. 
trlye: [«<] trier. 
trlkäw (m.): diner de bapteme. 

Bourb.: trHkäw. 
trikcele: [=?] tricoter (un bas 

etc.). — trJkdel'e lä kot e kekcv : 

le rosser (jcu de mots sur 

trique); v. fr. tricoter: donner 

une volee de coups. 
trlkcetür: [=] tricoteuse. 
trlnie: [<] trimer. 
tro: \=\ trois. 
tro: forme atoue de irirnc: 
trve (f.): pit^d de pouimes de 

terre. — (=^ franvais troche). 
trby: [=] treille. 
irök^: [<] troquer. 
trone: [<] troner; ctre ;i seile 

(qqf. par plaisanicrie). 

10* 



148 



trüte'. [=?] trotter. 

iröt^^e: [=] trottiner. 

trozyem [-tnmä): \=\ troisieme 

(-mement). 
/r%: [=] trogne. 
trüt}^: [=] trognon. 
tröpe: \=\ tromper. 
iröpü, -ür: [=] trompeur, -euse. 
irä: [=] truie, — frequent au 

sens figur^, comme insulte. 
tr&hä: tourbillon. Metathese de 

turb- (+ -arium?). 
s trcebeyi: se tremousser comme 

dans un trcebä. Ddriv6 de 

turbäre: metath^se. 
trcef: [<] trefle. 
trceke: [<[] turquet (ma'is). 
trcepe: \=\ troupeau. 
iräve: [=] trouver.- 
iruyä, -ad: [<] truand, -ande. 
trüyadiz'. [=?] truandise. 
s ä d le irüri: c'est de la sale 

marchandise ! Derive de t r u i e. 
trübt: troubler. Deriv6 de frühy. 
trühy: trouble (adjectif). — Jamals : 

trüb\ 
trübyäiv: trefle sau vage des pres, 

trifolium arvense. Bourb. trh- 

yäw; Rougem. irüy. 
trü d eu: [=] treu de chou. — 

Autreraent irü = trou. 
trüyä, -äd: qui irüy souvent. — 

Surnom des gens d'Argilleres 

(4 km. de Pierrecourt). 
trüyt: faire (fait) une suite de 

petits pets un peu humides. — 

Godefroy: trouiller, qui est 

aussi employe dans le fran(;ais 

regional ; Rougem. trilyt. 



irüse: [=] trousseau d'une fille 

qui se marie. 
irüst: [=] trousser. 
tu: [=] tu. — Devant voyelle: 

ty. — Quelquefois / devant n, 1. 
iiirluten: [<] turlutaine. 

türlütiUü: refrain qu'on dit ä qui 
vous demande des Services des- 
agreables. Le refrain entier: 
türliitüiü, käk le yncr kämü sre 
mot, el 7ide pdtre pu: quand la 
mere Camus sera morte, eile 
ne petera plus. 

iütoyi: [<] tutoyer. 

timyaw: [•<] tuyau. 

tu: [==] tour. — kä sro bye e tu: 
quand meme il y aurait un 
sort ! 

tri: cri qu'on adresse aux chiens 
pour les appeler. 

s lüyt: se rouler dans la salete. — 
Se dit des poules qui se tüy 
dans la poussiere, les cendres, 
quand un orage se prepare. 
[=] V. fr. se tooiller ,,se 
vautrer", > touiller <C tu- 
diculäre. 

ifipe: [<] toupet, audace. 

tiiie: [=] tourteau, sorte de ga- 
teau rond. 

s tiume: se prendre aux cheveux; 
se dit de femmes qui se battent. 

// ou ti: [==] hue, en avant (aux 

chevaux). 
üyo: a droite ! (aux chevaux, = 

huhau). 
Timc^: [■<] humeur; temperament. 
ünf: [=] unir. 



149 



uiyf: outil. < *üsetile < üten- 
sile. 

nzdj: [■<] usage. 

uzen: [<] usine. 

iizurfriin'. [<] usufruit. Assimi- 
lation. 

ü hye: \=\ ou, ou bien. — On 
n'emploie ä peu pres jamais 
ü tout seul. 

ül (f.): ourlet. < *orulum, d'oü 
fr, orle. 

üle: \=\ ourler. 

üpaivt: huppe, fille deliiree. — 
Diminutif de huppe. 

t^ st ür: [^] ;i cette heure, 
maintenant. Cette locution a 
peu a peu disparu; on dit 
regulierement e st qr, v. qr. 

iis: interjection pour chasser les 
chiens, Cf. Revue de philologie 
frangaise et de Utiirattire, 1908, 
p. 143, art. housse. 

t üsen: [<] houssine, pour fouetter 
les enfants. 

üspäyf: [<] houspiller. 

wä ou vwä: exclaraation de dou- 

leur, de fatigue, d'elonnement. 

Cf. ouais! 
ivä ou viüä: [=] oui. Synonymes: 

äw, wt, zmjf. 
we ou vwe: arrete ! Se dit aux 

chevaux, quelquefois aussi aux 

gens. — Rougera. ive. 

v. cf. vlo et väk. 
väyd: [=] valoir. — mä n dccvto 
pä väyo: pourvu qu'il n'en soit 



pas amsi 



I 



travayi vaw z 



vay. travailler vaille que vaille, 



mot ä mot: travailler vaut si 

vaille. 
vän: \=\ verne, aune. Rougem. 

vän. 
vä}-mccsle, -e: vermoulu, -ue. De- 

rive de verraissel > ver- 

misseau. 
varven: [=] verveine, 
väws: \=\ vesce. 
väwwsr. trempe et crotte de boue. 

— Bourb. vmvse tremper de 

pluie; Rougem. vdsi avoir les 

habits croltes de boue. 
7'ä: [=] vent. — dro vä: de 

l'ouest; möve vä: vent du nord- 

ouest. 
vä: [=] van. 
vabe: brandir. — Bourb, vahc\ 

Rougem. vabä. 
vädej: [=] vendange, 
vädejf: [=] vendanger. 
vädejü, -ür: [=] vendangeur, 

-euse. 
vädr: [=] vendre;trahirquelqu'un. 
vädü, -ür: [=] vendeur. -euse, 
väne: [=] vanner; en parlant 

d'un cheval: courir tres vite, 
vardi: [=] vendredi. — gra 

vardi: le vendredi-saint. 
7'atc: [=] vanter. 
vae: [=] vache, — väe: terme 

d'injure. 
väy: [=] vieux, vieille. — Adj. 

et subst. — Comme attribut, 

il signifie souvent: vilain et a 

utie forme alone: ta vey ä/ä; 

ta viy gasiunv. 
vdici, v&wwdy: [=] vide (ni. et f.). 
väwwdyt: {=] vider. 
vdüd: \=] voiale. 



I50 



V ä k ou VW ä k: [=] oii esl-ce 

que? cf. vü, levü. 
väkas: [<] vacances. 
väke: [<<] vaquer. 
väri: [<] varier (de couleur); 
se dit du raisin quand il com- 
mence a mürir. 
ve'. [=] ver. 

vi: [=] vers(preposition); aupres: 
cl eto ve ?no: il etait pres de 
moi. 
ve: [=] vean. 

veyes: vieillesse. Derive de vay. 
veyi (f.): clematite. <C *viti- 
clata, de viticla liseron; cf. 
V. fr. veillere; Bourb. väyi 
liseron. 
vel (f.): village. << vi IIa. — S'em- 
ploie seulement dans qques ex- 
pressions: Im ä ve e le vel, dit- 
on quand on se dirige des 
champs au village. — / ddcsü, 
I bä d le v^l: le haut, le bas 
du village. — /<■? eme men e 
le vel: tout chemin conduit a 
Rome. 
vile: [=] veler. 
vepr (f.): [=] guepe. 
vepr: [=] vepres. — Ordinaire- 

ment masc. singulier. 
veräwivl: [=] veröle. 
vir, Verl: [<] vert, verte. v. vödt. 
verdye: [<] verglas. 
verdyer (f.): [<C] verdier (oiseau). 
vernt: [<C] vernir. 
verü, -üz: \=\ vereux, -euse. 
ves: [=] vesse. v. vn. 
vev: [==] veuf, veuve. — Subst. 
masc. et f^ra. — Rougem. vbv. 
vc: [=] vin. 



ve (m.): saison, ou l'on cnsemence 
les bles. << *vuadlmen. 

ve (masc): pelle ä feu; cf. vayen, 
E. Herzog, Netifrz. Dialekttexte, 
p. 13. Ce mot peut continuer 
*vatlnuii], cf. vatillum ..pelle 
ä encens". 

s vejf: [=] se venger. — D'or- 
dinaire: sS rveji. 

Ten: [<C] veine, arlere, chance. 

vetj.: vigne. Emprunte. 

■\venagr: [=;] vinaigre. — La 
forme fran<;aise est presque 
toujours preferee. 

venär, -ärd: \_<S\ veinard, -arde. 

venrö, -on: \=\ vigneron, -onne. 

vlty: [=] vingt. — Devant con- 
sonne: ve eväiv; mais: vhi iro 
{dx, ketr): 23 {22, 24 . . .). 

vetyem, -immä: \=\ vingtieme, 
-emement. 

veiyin: \=\ vingtaine. 

vetyncef: [=] vingt-neuf; vety 
vuiy: 28. 

vt, viv: \=\ vif, vive; irascible. 

vi: [=] voie. — Seulement dans 
quelques noms de voie: vi du 
fäw. 

vi: [=] vie. 

vlle, -in: [<] vilain, -aine. 

Viper (m.): [<] vipere. 

vir (f.): virole de la faux. (= vire). 

77r-: arriere-; dans virgraper, 
virgramer: arriere-grand-pere, 
etc. vir- est tire de inri. 

inräwwl: [=] virole. 

virhrcekc: [<] vilbrequin. Assi- 
milation. 

virt: [=] virer; tourner. 



i=;i 



viroyi: tourner autour de qq. 
chose. Derive de vlri. 

viiy: [=] vite (adverbe). 

vitymä'. [=] vitement. 

vlvöte: [<] vivoter. 

vlvr\ [=] vivre. 

vlzevi: [■<] vis-a-vis. 

vlzh [<;] viser. 

viztby: [<[] visible. 

vlzith [<] visiter. — D'ordinaire 
on dit: ale v6 kikx. 

vyone: siffler ou gronder (se dit 
d'une pierre lanc^e ou d'une 
machine en naouvement rapide). 
— Bourb. zyone siffler (se dit 
du vent) ; Rougem. vyünä. 

vyoelo: [=] violon. — fütr& l bql 
sä vycelö: faire d6guerpir leste- 
ment. 

vlätä: [=] volontiers. 

vläws (f.): molasse, sans energie. 
Derive de veule. 

vio ou voelo: [=] vouloir. — ä v 
tu. ä vle: en veux-tu? en voi- 
lä = ä volonte. 

vnc ou väne: [=] venir. — vnc 
d möd naitre; naitre n'a pas 
de correspondant patois. 

vne ou vcene: [;=] venin. 

vnce ou vcenct: [=] venue. 

vo'. [=] vos, pluriel de vöt. 

vo\ [=] voir. 

f vo: [=] vert, fem. z'ert. 

vo: [=] voire. — S'emploie dans 
n'importe quelle phrase comme 
particule expletive; est presque 
indispensable avec l'imperatif: 
dt dö vo: dis donc voire; sur- 
tout ä la 1= pers. pl. äli! v6: 
allons! 



vödt: [=] verdir. 

vodlaw, -awt: [=] verdelet, -ette. 

vddoyt: \=\ verdoyer. 

Vüdre: [=] verdreau; enfant tres- 

vif. 
voyäj: [=] voyage. 
voyeji: [=] voyager. 
voyi: [=] veiller. Pas de sens 

fig- 
Toyi: [=] veillee. 
voyü, -ür: [=] veilleur, -euse. 
vokäsyo: [<] vocation. 
vqrj: [=] verge (pour fouetter). 
vdrju: raisin qui, n'ayant pas 

muri, est reste vert. [=] fr. 

verjus. 
vorte: [<] avorter. Se dit seule- 

ment des animaux. 
vot: [=] votre (adjectif possessif). 
vote: [<] voter. 
votyür: [=] voiture. 
vdtyurä: \^=\ voiturier. 
volyiiri: [=] voiturer. 
vötr: [=] le (la) votre: pronom 

possessif. — Meme forme au 

pluriel. 
vdze, -7i}: [=] voisin, -ine. 
7)dzet}äj: [=] voisinage. 
vcesi ou vsi, fsi: \=\ vesser. 
vre, vre: [=] vrai, vraie. 
vr'ttye: [<] v6rite. 
vrüy: [=] verrou. 
vrüyf: {=] verrouiller. 
vij: [=] vue (sens). 
vü/y: [=] huit. — Devant cons.: 

vu; vüly om\ vii eväw. 
vutyem: [<] huitieme. 
vutyen: [<] huitaine. 
vu: \j==\ o\\? — Plus rare que 

t^v^\ toujours accompagn^ d'un 



152 



raot expressif: rii dyal . . . vii 
Wn^r. — voir aussi: väk. 

Tm: [j=] vous. — Devant voyelle: 
vzv : käk VW et dt: qu'est-ce que 
vous avez dit? 

vül (ra.): [=] vol (de voleiir ou 
d'oiseau). 

vüle: [=] voler. — Se dit d"un 
oiseau ou d'un voleur. 

viild', -xz'. [<;] voleur, -euse. 
Cet emprunt remonte ä une 
epoque ou l'-r de la desinence 
fr, -eur ne se prononcait plus. 

vüzi: etoupe ä filer. 

vwä'. autre forme de: wä. 

vwäle: [<] voller. 



viväsc: [<C] voici. 

vwä: autre forme de: wa. 

vzvä: [<] voix. 

vive'. arrete! v. we. 

vwel: [:=:] ouate. 

vivt: [<C] oui. — Cf. tva, wä, 

7vf. 
7'zji, -ür: \=\ faiseur, -euse. 

Autre forme: f&zü, -ür. 

zeg: [<] zinc. 

zig: bonhomme. — e hö zig: un 
bon garron. 

zizP. garcon un peu bebete. 

zozo, zozöt: syn. de zhi. 



Appendice. 



I. Liste des lieux-dits de Pierrecourt. 

J'ecris ä droite la forme donnee au cadastre, ä gauche 
forrae patoise; le signe — indique que la forme manque. 



Fomies patoises. 



ä l ägri 
ä l ärhü 
ä l äbriie 
ä l ätyäiv 



Formes du Cadastre. 



Les Herbues. 
Lambruche. 
Le Glos. 



barbae nör 

ä befiü, avec un ge d Vepen au- 
jourd'hui disparu: aux bai- 
gneurs, etang de l'epine. 

bo d grmviülcr 

ho d sc frasivä 

ä b&sle 

a bräwwye 

bttlo 

le bürjoze 



Barbe noire. 



Bois de Grosliere. 

Bois de saint Francois. 

Bosselin. 

les Breulcux. 

Petite et grande Bouloye. 

Bourfreose. 



le eänner 

le eärböfjer 

le eärmä'iVt, diminutif de cär?n. 

e le eärmoe d le V(l (v. eänii) 

ä eärme 

ä eäy 

lä eäyäii' 

eä d an 

ä eä bo 



la Charbonniere. 

Cnarmes-la- Villa. 
Les Charmey. 
aux Chailles. 
les Chaillots. 
Champ d'äne. 
Champs-Bois. 



154 



Formcs patoiscs. 

eä hüvye 

eä eärmäiv 

ä eä du eän 

eä filze 

eä kfiläiv 

eä mädü: (= charap merdeux) 

eä jnaröke 

eä mcneatv 

eä du tru 

gro eän 

ö eänäw 

c le eärer (v. fr. charriere) 

/ eoväj 

le ferjnce da degoy 
le dnir 
ä düsaiv 
ö divär 

äz ela: peut-etre: aiix champs 
qui sont a l'huis du village; 
ces champs sont en effet a la 
porte du village. 

äz etctivivlo 

ä fäs 

fäwivs (ou föi) prernel 
fos mosre 

hä d le fotn^l 

ä füeräw 

ä grä kä'tv 
groz qrm 
ö sruzlä: au groseiller 



Formes du Cadastre. 
Champs Bouvier. 
Champs Charmaux. 
Champs du Chene. 

Champ Couteau. 

Champ INIaroquin. 

Champ du Trou. 
gros chene. 
Chanoy. 
la Clairiere. 
Le cervage. 



la Liniere, 
en Douceot. 
au Douard, 

aux Eleux. 



Etolon. 

aux Faces. 
Fosse Preney. 
Fosse au Mossery. 
Bas de la Fontenelle. 
En Fouchirot. 



Gros Orme. 



au Jardin. 
lä käwwr' ee tnönätv (c-a-d. les Broussaille. 



jade 

ö jade gäwwdle 



coudres). 



155 



Formes patoises. 
le käwwre (c-ä-d. coudraie) 
le käwws d grät dm 
ä kebr'^l 

5Äv/r«?/t(lzi:/?i:/j'(c-a-d.quatrejarabes) 
ä klöbäw 
le körve 

dstx le koi dce se tnäte 
ä köb 

köb d ab res 
köb ö börjä 
köb da eäy 
köb ö dyäle 

köb l edya c-a-d. eglantinc 
köb e Veges 
köb dä/drc 
köb frcebt 
köb jävänä 

köb jäblä (combe la buse?) 
köb joeeäiv 
köb käre 
köb ö kne 
köb llr 
köb lüzäivl 
köb praw 
köb da pti 
köb ö räv 
köb ö rtiä 
köb rüj 
köb sei mär f. 
köb doe le smen 
kon b« 
ö krä 
krepe^e 
le krwä 

le krivä mälroe pös 
ä külväii) 

vi l le 

He freyäw 

ä Idväefr 



Forraes du Cadastre. 
Bois dit le Corey. 
Grand homrae. 
Grandes et petites Cabrelles. 

en Clombot. 
la Corvee. 

bas des Combes. 
Combe d'Ambresse. 
Combe au berger. 
Combe des Chailles. 
au Dialey. 

Combe ä l'agasse. 
Combe des Fourches. 

Combe Jean Vernier. 
Combe Jean Blanc. 

Combe Corey. 



Combe des Petits. 
Combe aux Raves. 
Combe au Renard. 
Combe rouge. 
Combe Sainte-Marie. 
Combe de la semaine. 
Corne de boeuf. 
au Craz. 
Crepinet. 
la Croix. 

la Croix Maitre Ponce. 
en Coulvot. 

vers le Lac. 

le Lac. 

en Lauvanch^re. 



156 



l'orracs patoises. 
ä inäd dce ee 
ö mänc 
ä melkä 
le mejmvl da (cf. bressan raange: 

lieu planle d'arbres). 
ö mlä 
mlovä 
m^ jve 
n 7ndtä7vwhe 
ä mola 



Formes du Cadaslre, 
Merde de chat. 
au Magny. 
en Milquez. 
Mangeotte Dez. 

en Melay. 

au Moulin ä vent. 

Mont Jevin. 

au Montaubert. 

aux Montants. 



e omSner: petit hameau qui avait a Aumonieres. 

une aumönerie de s. Antoine. 

/ opltyaiv l'Höpital. 

äz älä'iv (c-a-d. peut-etre aux es Houtots. 

höpitaux). 

ä l ädräw en Eutro. 



payn äz alwct 

ä pyäwwjraiv 

ö pöre d le fm^r 

ö pore d le ryel 

pöre rüsäw 

le pötnir 

sü l pccte ho (jainais si) l ptel) 

d pK pitl (c-a-d. au vilain pertuis). 

pte ho 

p7Vi d ärjä 

ä rä 

ä räbüee 

le rät^r 

n rögeye 

le ferniot dil ron 

ä rödä'iv 

le rceeäwt 

le roetur 

ä se male 
ä sh äbüe 



Pays aux alouettes. 

le Plongeot. 

Poirier de la Femme. 

Poirier de La Riette. 

Poirier Roussot. 

la Pommiere. 

sur le Petit-Bois. 

au-dessus du Peu Pertuis. 

au Petit-Bois. 

Puits d'argent. 

aux Rarjgs. 

Rangs bouch^s. 

la Rentiere. 

en Robilley. 

Ferme des Champs-Bois. 

en Rondot. 

sur la Rochotte. 

la Roture. 

en Saint-Martin. 
en Saint-Embouche. 



^57 



Formes patoises. 



ä släzd 
lä soyo 



la teyäw 
lä tetr 
l tlköe 
e l e tyelp- 
l iönoyäiü 



Formes du Cadastre. 



les Sillons. 

les Tilleuls. 
le Tartre. 
le Ticoche. 
la Clailiere. 



ä valü 
ä vdäu) 
e velblge 
lä vlnet 



en Ventoux. 
sous Verdot. 
ä Velleguibelle. 
les Vinettes. 



II. Rues du village. 

rü djcceäiv: rue de Jeuchaut. — ri7 d l drmaiv. rue de rorraeau. 

— vi fägäiv: voie fagot. — vidufäw: voie du feu, ou plutot voie 
du fou <^ fagura, car cette in est un chemin dans les champs en- 
dehors du village. 

III. Noms de villages voisins. 

Haute-Saöne: pyerku: Pierrecourt. — arjey^r: Argillieres. — 
eänety: Champlitte. — eänely le 7'el: Champlitte-la-Ville. — le/J: 
LefTond. — tixt'el: Neuvelle. — ?närjeyä: INIargilley. — tnotälä^c: 
Montarlot. — gäte: Gatey. — läre: Larret. — ködzü: Courtesoult. 

— füvä: Fouvent-le-Haut. — füvälbä: Fouvent-le-Bas. — träku: 
Trecourt. — roe: Roche. — väfy: Vaite. — däpyer: Dampierre. — 
7no: Mont-le-Franois. — die ou dtVlt apr^s consonne: Delain. — 
ore: Orain. — velblge: Velleguibel. — dmöii^r: Auraonieres. 

Haute -Marne: jäyä: Giiley. — fräly: Fretles. — garna: 
Grenant. — Idnä: Torney. — ja'nvr^r: G^nevriere. — cüUdrd: 
Chalindrey. — mä: Matz. — verro: Valeroy. — Sh^/jä: Savigny. 

— färikü: Farincourt. 

IV. Prdnoms. 

Nous distinguons deux catcgories: les prenoms qui ont en 

patois une forme speciale, et les autres. Les premiers sont en 

general ou vieillis et par suite un peu ridicul