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Full text of "Albertino Mussato; studio storico e letterario"

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ALBERTINO MUSSATO 



ANTONIO ZARDO 



ALBERTINO MUSSATO 



STUDIO STORICO E LETTERARIO 




PADOVA 

ANGELO DRAGHI LIBRAIO - EDITORE 

1884 



P4 



Proprietà letteraria 




775498, 



Padova 1884, Tip. del Seminario. 



PADOVA 

DI CUI FU SOMMA GLORIA 

ALBERTINO MUSSATO 

CON AFFETTO FIGLIALE 
L'AUTORE 



AVVERTENZA 



Di Albertino Mussato scrissero parecchi, cosi 
italiani come stranieri ; ma nessuno con quella lar- 
ghezza che un tale personaggio meriterebbe, ne con 
quella esattezza che in lavoro di tal genere sarebbe 
richiesta. La mancanza di documenti, molti de' quali 
e importantissimi, furono pubblicati, in questi ultimi 
anni, dal Gloria e dal Nevati, fece sì che anche i 
migliori fossero costretti a ripetere i vecchi errori. 

Io debbo alla squisita gentilezza del Gloria, so- 
lerte ricercatore e dotto illustratore dei patrii ri- 
cordi, se ho potuto correggere alcune date e chia- 
rire alcuni punti oscuri della vita del grande Pa- 
dovano. E poiché questi visse nell'epoca gloriosa 
della padovana Repubblica, ed ebbe, sempre ani- 
mato dal desiderio del bene di essa, tanta parte 
nelle funeste vicende che ne cagionarono la rovina, 
mi piacque ritessere largamente, dietro le scorte più 
sicure e coll'aiuto dei documenti, quel tratto di sto- 
ria padovana che corre dalla venuta di Enrico VII 
in Italia al principio della Dominazione Carrarese 
in Padova. 



4 

Le storie del Mussato stesso, confrontate colle 
narrazioni dei cronisti suoi contemporanei, fra i 
quali i^rimi i Cortusii, sono le fonti a cui attinsi 
l^rincipalmente. Per ciò che riguarda i casi parti- 
colari della vita di Albertino mi fornirono suffi- 
cienti notizie le opere tutte di lui, la biografia che 
ne scrisse Secco Polentone, quale fu pubblicata ul- 
timamente dal Nevati, che la riprodusse da un co- 
dice Ricciardiano, e i documenti messi in luce ed 
illustrati dal Gloria, dal Rajna e da altri. Non ho 
mancato, oltre a ciò, di consultare quanto di me- 
glio fu scritto fino ai dì nostri sul Mussato e le 
sue opere, e in modo speciale i lavori recenti dello 
Zanella, del Dall'Acqua Giusti, del Toews, del 
"Wychgram, del Friedensburg, lavori degni sopra 
lutti gli altri di molta considerazione. 

L'Autore 



Capitolo Prlmo. 



Incoronazione di Enrico VII di Lussemburgo in Milano — Con- 
dizioni di Padova in quel tempo — Prima ambasceria del 
Mussato all'Imperatore — Nascita di Albertino Mussato — 
Sua paternità — Strettezze in cui ebbe a trovarsi dopo la 
morte del padre — Diviene notaio — Sposa Mabilia, figlia 
di Paolo Dente — Vien nominato cavaliere — Entra a far 
parte del Consiglio della Repubblica — Sua ambasceria a 
Papa Bonifazio Vili — Guelfismo di Padova — Costituzione 
della Repubblica — Legge contro i chierici — Gualpertino 
Mussato abate di Santa Giustina — Albertino esecutore 
degli ordinamenti di giustizia in Firenze — Podestà di 
Lendinara. 



Nell'anno 1311 Enrico VII di Lussemburgo 
cingeva in Milano la corona ferrea. Alla cere- 
monia, ch'ebbe luogo il giorno 6 di gennaio nella 
Chiesa di Sant'Ambrogio, assistevano gli amba- 
sciatori di quasi tutte le città della Lombardia 
e della Marca Trivigiana e Veronese, alle quali 
l'Imperatore stesso aveva mandato l'invito. Pa- 
dova, anch'essa, benché guelfa, più per onorare 
l'Imperatore che per riconoscerne il dominio, 
aveva eletto alcuni ambasciatori, perchè ren- 



6 ALBERTINO MUSSATO 

dessero più solenne colla loro presenza la regia 
incoronazione ^). 

Era Padova allora nel pieno suo fiore. Pv,etta 
a repubblica, godeva, dalla caduta degli Ezzeli- 
ni (1256), cioè da più di mezzo secolo, di una 
pace non mai interrotta, che le aveva dato agio 
di riacquistare la popolazione e le ricchezze , 
delle quali era stata spogliata dal crudele Ez- 
zelino. Tra le città della Marca Trivigiana essa 
era la prima. Signora di Vicenza, Rovigo, Len- 
dinara, Badia era forte in armi, e perciò rispetta- 
ta. La sua potenza invitava entro alle sue mura 
i fuorusciti d'altre città, come ad asilo sicuro; 
il suo Studio, che avea di già acquistato grande 
riputazione, vi chiamava non pochi scolari non 
solo dall'Italia, ma da tutta l'Europa. Non è 
quindi meraviglia, s'essa, allorché il Vescovo 
di Costanza le annunziò la prossima discesa in 
Italia dell'Imperatore, non si sgomentò punto ; 
avea troppa fiducia nelle sue forze, per credere 
che altri potesse recare nocumento alla sua po- 
tenza ~). 



1) Albertini Mussati, Hisf. Ang. Lib. I. Rub. XII. 

2) Licei ergo hcec nunciatio fuisset tremor omnibus 
Lombardice, sola Paclua non ci'.ravit, sperans, quod 
sua potentia non valeat aliquibus adversilatibus im- 
mutari. Cortusii Lib. I. Gap. XI. 



CAPITOLO PRIMO 7 

Tra gii ambasciatori, che Padova inviò per 
queir occasione a Milano, figura un uomo , il 
quale, per l'altezza dell'ingegno e per le emi- 
nenti virtù cittadine è, senza dubbio , uno dei 
più grandi italiani del suo tempo. Storico, poe- 
ta, oratore e soldato , Albertino Mussato ebbe 
tanta parte nelle vicende di Padova a que' gior- 
ni, che non è possibile parlare di lui, senza ri- 
fare tutto quel tratto di storia padovana, che 
corre dalla venuta in Italia di Arrigo VII alla 
morte di Cangrande. 

Colla venuta dell'Imperatore, le cose di Pa- 
dova cominciarono a mutare ; di liete si volsero 
in tristi ; alle dissensioni interne tennero dietro 
le guerre al di fuori, ed a queste, con funesta 
vicenda, nuove lotte intestine, finché la città 
perdette il suo libero governo e fu assogget- 
tata al potere di un solo. 

Dal fondo oscuro degli avvenimenti di que' 
giorni si stacca luminosa la figura del Mus- 
sato che, provvido consigliere nei giorni della 
prospera fortuna, non abbandonò nemmeno un 
istante nell'avversa i suoi concittadini, anche 
quando si opposero a' suoi assennati pareri. 
Prode della lingua e del braccio, impiegò l'una 
e l'altro a benefizio della patria ; ma la sua 
eloquente parola rimase, pur troppo, inascol- 



8 ALBERTINO MUSSATO 

tata, e il suo braccio valoroso non bastò ad 
impedire la rovina de' suoi. A tanti meriti egli 
s'ebbe per ricompensa l'esiglio, nel quale fini 
l'intemerata sua vita. 

Nacque Albertino nell' autunno del 1 262 
in San Daniele d'Abano, villaggio del Pado- 
vano ^). Chi sia stato il vero suo padre è que- 



1) Tutti i biografi del Mussato han detto e ripetuto, 
esser egli nato in Padova nell'autunno del 1261, fon- 
dando questa loro asserzione sui versi dell'elegia, che 
egli scrisse intorno alla propria nascita: De celebra- 
tione suce diei nativitatis fiencla vel non. In essa ci fa 
sapere come nell'anno 1317, quando si pigiava l'uva, 
cadesse il cinquantesimo sesto suo giorno natalizio : 

Sexta dies htec est et quinquagesima nobis, 
(Tempora narrabat si mihi vera parens) 

Musta reconduntur vasis septemque decemque 
Nunc nova post ortum mille trecenta Deum. 

I biografi, invece, hanno interpretato erroneamente 
che neirautunno del 1317 cadesse l'anno cinquantesimo 
sesto dell'età sua. Primo il Gloria, nei Nuovi documenti 
intorno ad Albertino Mussalo, pubblicati negli Atti del 
E. Istituto veneto di scienze, lettere ed arti. Tomo I 
Serie VI, notò l'errore, nel quale egli stesso era incorso 
in altri suoi scritti sul Mussato. «Credo, egli scrive, il 
primo giorno natalizio di noi quello in cui siamo nati, e 
reputo che affermando egli nella citata sua elegia essere 
avvenuto nella vendemmia dell'anno 1317 il suo cinquan- 
tesimo sesto giorno natalizio, si debba ammettere lui nato 
nella vendemmia dell'anno 1262. E per venire a un ter- 
mine più concreto laccio notai^e che, giusta il calenda- 
rio giuliano, si computarono ogni anno undici minuti e 
quindici secondi di più del tempo impiegato dal sole nel 



CAPITOLO PRIMO 9 

stione molto dibattuta. Gli scrittori antichi che 
s'occuparono di lui, alcuni contemporanei al 
Mussato, altri di poco posteriori, non sono d'ac- 



fare l'annua sua evoluzione; che a correggere tale er- 
rore si passò di balzo nell'anno 1582 dal 5 al 15 ottobre 
giusta la riforma gregoriana, e che perciò la vendemmia 
dev'essere avvenuta nell'anno 1262 otto giorni poco meno 
dopo il tempo in cui avviene oggidì. E prendendo la me- 
dia di questo tempo secondo le annate, e con riguardo 
ai luoghi di colline, non di bassa pianura, parmi poter 
dire che Albertino Mussato abbia avuto i natali verso il 
principio dell'ottobre dell'anno 1262 secondo il computo 
odierno, ovvero otto giorni dopo quel principio, secondo 
il computo d'allora. » 

Del luogo, poi, dove il Mussato ebbe i natali, scrive 
lo stesso Gloria: « Riguardo al luogo della nascita di lui, 
niuno finora mise in dubbio che sia nato tra le padovane 
mura, e io stesso ho creduto sempre questo. Ma oggi 
non posso affermarlo più. » A questo punto mi piace no- 
tare come il prof. Luigi Busato, prima del Gloria, in un 
suo dotto lavoro: Aponus (Abano) Scavi e Studi, pub- 
blicato per la prima volta nella Rivista periodica dei 
lavori della R. Accademia di scienze, lettere ed arti 
in Padova, Trimestre primo e secondo del 1880-81 
Voi. XXXI, abbia dimostrato esser nato Albertino in S. 
Daniele di Abano, cioè in quella terra donde, come di- 
ceva l'epitaflo che i padovani ponevano sulla tomba di 
lui in S. Giustina, il Timavo trasportale acque pado- 
vane al mare. Continua il Gloria: «L'epitaflo ora per- 
duto, che in S. Giustina di Padova era stato apposto a 
onore del nostro poeta reca, ch'egli fu partorito nella 
terra da cui il Timavo partendo si avviava verso il mare: 

Condita Trojugenis post diruta Pergama tellus 

In mare fert Patavas unde Timavus aquas, 
Hunc "enuit vatem. 



10 ALBERTINO MUSSATO 

cordo SU questo punto. Chi lo vuol figlio di 
Viviano dal Musso, chi di Giovanni Cavalerio. 
I più lo fanno figlio illegittimo del primo ; ma 
anche costoro, alla lor volta, sono discordi nel- 
r indicare la causa di questa illegittimità ed i 
rapporti che tenevano legato Albertino col Ca- 
valerio. 

Nei varii documenti che possediamo del Mus- 
sato, non pochi de' quali e importantissimi fu- 
rono messi in luce dal prof. Gloria, il Nostro 
è nominato costantemente Albertino Musso o 
Mussato del fu Giovanni Cavalerio; in taluni 
vi è aggiunta la indicazione di notaio^ di sto- 
riografo, di poeta. In una carta notarile del 
10 ottobre 1282, il Mussato stesso si sotto- 



Ormai è dimostrato che gli antichi appellarono li- 
mavo Euganeo le stesse acque termali di Abano, le quali 
scaturiscono dal clivo chiamato Montirone e unendosi 
costituiscono il lìumicello detto Rio Caldo, ch'era molto 
abbondoso di quelle acque ai tempi romani. Il Montirone 
sorge ai confini del tenere di S. Daniele d'Abano, appel- 
lato anticamente Moutaone. Anzi un documento dell'anno 
1304 pone in quel tenere il molino che oggi sta a' piedi 
del Montirone ed ò condotto dalle stesse acque termali, 
le quali unite nel Rio Caldo traversano, per avviarsi al 
mare, il tenere medesimo. 

Dunque emei'ge chiaro, mi sembra, che questo te- 
nere, cioè il villaggio di S. Daniele d'Abano, sia la terra 
indicata dall'epitatio predetto e quella che partorì il no- 
stro poeta. » 



CAPITOLO PRIMO 11 

scrive: Io Albertino Musso notaio figlio di Gio- 
vanni Cavalerio precone del sacro palazzo '). 
Questo documento merita speciale attenzione , 
poiché ci fa sapere come nel 1282, cioè quando 
il Mussato aveva vent'anni, il Cavalerio fosse 
ancor vivo. 

Ma quale dei due che abbiamo nominati fu 
il vero padre di Albertino? Giambono d'Andrea 
dei Favafoschi, coetaneo al Nostro , dice che 
fu Giovanni Cavalerio precone, morto nel 1300, 
e che Albertino diede, pel primo, lustro alla 
sua famiglia. Un anonimo aggiunse più tardi, 
nella cronaca del Favafoschi, al nome di Gio- 
vanni Cavalerio le parole «abbastanza ricco» 
{satis dives) ~). Secco Polentone, vissuto nel se- 
colo decimoquinto, contrariamente al Favafo- 
schi, in un'aggiunta alla cronaca di questo, dice 
che il padre di Albertino fu Viviano dal Mus- 
so, il quale, oltre che di Albertino, fu padre 
dei frateUi di lui Gualpertino, che fu poi Aba- 
te di S. Giustina, e Pietro Buono, che fu no- 
taio. 



1) Vedi: Appendice Dee. I. Esso è tratto dai Bocu- 
meyitiineditiintorno a Francesco Petrarca e Albertino 
Mussato raccolti dal Prof. Andrea Gloria. Estr. dal Voi. 
VI. Ser. V degli Atti del R. Istituto veneto di scienze, 
lettere ed arti, Venezia 1879. 

2) Gloria op. cif. Doc. XIX. 



12 ALBERTINO MUSSATO 

Morto Viviano, quando i figli erano ancor 
tenerelli, questi vennero accolti da Giovanni 
Cavalerio, la cui moglie era stata balia ad Al- 
bertino. A questo il Cavalerio lasciò, morendo, 
i propri beni. Né la nobiltà dei Mussato co- 
mincia con Albertino ; i suoi antenati , che si 
cognominavano dal Musso, erano stati investiti 
d' un feudo dal Vescovo di Padova fino dal- 
l'anno 1111 '): «Paolo Dente, soggiunge inol- 
tre il Polentone, uomo magnifico e potente non 
avrebbe data la propria figlia legittima con pin- 
gue dote ad Albertino, se questi non fosse stato 
di nobile e antichissima famiglia, come si sa 
dall' istrumento della dote, ch'io stesso vidi e 
lessi -) » . 

Ma questa figlia di Paolo Dente che il Po- 
lentone chiama legittima è detta, per lo con- 
trario, illegittima in un altro documento di Gio- 
vanni da Naone o da Nono, il quale si mostra 
nemico acerrimo del Mussato ^). 



1) Ciò accadde invece, secondo un documento (n.° 213) 
pubblicato dal Gloria nei suo Codice diplomatico, nel- 
l'anno 1130. 

2) Gloria op. cit. Doc. XX. 

3) Tra l'altro male che dice del Mussato, vorrebbe 
far credere malignamente che abbia usurpato l'incoro- 
nazione e che siasi appropriato un libro composto da 
Giambone d'Andrea, dopo che questi fu morto. 11 docu- 



CAPITOLO PRIMO 13 

Il da Naone la fa inoltre figlia di Gugliel- 
mo e non di Paolo Dente. Parlando poi dell'ori- 
gine del Mussato, lo dice figlio di Viviano dal 
Musso, mentre ritiene figli legittimi del Cava- 
lerio, Gualpertino e Pietro Buono. Per provare 
la illegittimità di Albertino, racconta una sto- 
riella, riprodotta anche dal Gloria, che la dice 
narrata da un cronista anonimo, posteriore al 
Mussato, nel supplemento che fece alla cronaca 
del Cortellerio. Narra, cioè, come Giovanni Ca- 
valerio si sia nascosto sotto il letto della mo- 
glie, oppressa da grave malattia, mentre si con- 
fessava ad un sacerdote di S. Giacomo, ed ab- 
bia udito dalla bocca di lei, che Albertino era 
figlio di Viviano dal Musso. Partito il sacer- 
dote, Giovanni trascinò la moglie pei piedi fuori 
del letto si che n'ebbe a morire ^). In altro 



mento che, segnato col n° II, io credo opportuno ripro- 
durre con altri in Appendice al mio libro, è tratto dal 
Liber de generatione aliquorum civiuni urbis Paduce, 
■ tamnobiliuììi quam igìiobiliumàì Johannes de progenie 
dominorwn a Naone. Esso fu già riprodotto da P. Rajna 
in appendice a un suo scritto: Le origini delle famiglie 
Padovane e gli eroi dei romanzi cavallereschi, pubbli- 
cato nella Romania 4^ année 1875. 

1) La stessa storiella narra il Tiraboschi in una nota 
al Gap. VI. Lib. II della sua Storia della letteratura 
italiana. La dice di Giovanni Buono Moto, del quale - 
cosi il Tiraboschi - conservasi presso il sig. Giovanni Ro- 



14 ALBERTINO MUSSATO 

documento pubblicato dal Gloria, lo slesso Gio- 
vanni « attesta che i dal Musso furono in ori- 
gine barcaiuoli e mugnai ; che Viviano dal Mus- 
so sposò una signora del villaggio di Ottavo^ 
ch'egli (Giovanni) vide poi crocefissa per ere- 
sia ; ch'essa partorì Gualpertino, Nicolò e Vi- 
viano, quest'ultimo postumo al padre, ai quali 
lasciò molti terreni nella villa di Ottavo ; e che 
Albertino Mussato assunse nel proprio stem- 
ma l'asinelio figurato nello stemma della detta 
famiglia dal Musso ^)». 

Finalmente un cronista anonimo del secolo 
decimoquinto dice Albertino figlio di un mu- 
gnaio ; ma poiché soggiunge aver ciò riferito 



berto Pappafava una Storia m. s. delle Famiglie di Pa- 
dova. Il Buono Moto dice inoltre che Albertino ebbe in 
sua moglie Mabilia figlia naturale di Guglielmo Dente. 
Il Colle nella sua Notizia della vita e degli scritti di 
A. Mussato pubblicata nelle Memorie delV Accademia 
di Padova, anno 1809, cita un Giovanni Bono, di poco 
posteriore al Mussato, che scrisse un supplemento alle 
famiglie padovane del Cortellerio. Questo Giovanni Bono 
narra egli pure la storiella dell'infedeltà della moglie di 
Gio. Cavalerio, ed asserisce che Albertino sposò Mabilia 
figlia naturale di Guglielmo Dente. È chiaro che Tano- 
nimo citato dal Gloria, il Buono Moto del Tiraboschi, il 
Bono del Colle e il da Naone non sono che una sola, 
identica persona. Il Liber de generatione ecc. secondo 
il Rajna non può essere nò anteriore al 1325, nò poste- 
riore al 1328. 

1) Gloria op. cit. pag. 13 e Doc. XVIII. 



CAPITOLO PRIMO 15 

Albertino stesso nella sua storia, l'asserzione, 
come vedremo, non ha alcun valore. 

Da tutto questo arruffio di notizie, la più 
parte discordanti Tuna dall'altra, che cos'è 
che noi possiamo dedurre di certo ? 

Il Gloria, appoggiandosi, oltre ai citati, ad 
altri documenti che esistono nella Biblioteca 
del Seminario vescovile di Padova, tra i quali 
uno da cui emerge che Viviano dal Musso mori 
nella fine del 1276 o nel principio del 1277, 
quando cioè Albertino aveva quattordici anni, 
conchiude, che Albertino, Gualpertino e Pietro 
Buono, i quali tutti si cognominavano Mussato 
nel tempo stesso che si diceano figli di Gio- 
vanni Cavalerio, siano stati figli illegittimi di 
Viviano dal Musso ^), che morto questi, senza 
aver provveduto al loro sostentamento, Giovanni 
Cavalerio li abbia accolti in sua casa, forse ad 
istanza della moglie, già balia di Albertino, e 
ch'essi l'abbian chiamato padre, tanto più che 
egli, morendo, lasciava Albertino erede di tutti 
i suoi averi. 



1) Certo per questa ragione, cioè per essere stato fi- 
glio illegittimo, Albertino si chiama, nelle sue Storie, 
plebeo; (Vedi Hist. Aug. Lib. II, Rub. VII.) quantunque 
i Mussato fossero di nobile e antichissima famiglia, come 
asserisce Secco Polentone. 



16 ALBERTINO MUSSATO 

Ciò comprova il vedere in alcuni documenti 
premesso al cognome Mussato la voce detto, la 
quale non si legge mai allorché è nominato 
l'uno l'altro dei figli di Viviano , e V esser 
questi morto quando Albertino aveva circa quat- 
tordici anni, il che s'accorda con le parole del 
poeta stesso, che dice defunto suo padre quan- 
d'egli non era ancor pubere. 

Il fatto poi che Albertino si chiamasse Mus- 
sato, vivente il Cavalerio, dimostra ad evidenza, 
come la infedeltà della moglie di questo sia una 
pretta invenzione di alcuni cronisti. Giovanni Ca- 
valerio, come osserva il Gloria, non avrebbe tol- 
lerato quel cognome (Mussato) , né fatto suo 
unico erede il frutto dell'adulterio della mo- 
glie. 

In quanto poi all'esser stato Albertino figlio 
di un mugnaio, come il cronista anonimo dice 
risultare dalla Storia stessa del Nostro, basta 
osservare che di ciò il Mussato non fa mai pa- 
rola ; egli dice soltanto di aver posseduto un 
mulino. 

Molti biografi del Mussato, male interpre- 
tando alcuni versi di lui, hanno asserito aver 
egli sortito i natali da povera famiglia ; men- 
tre, se, come abbiamo dimostrato, fu figlio di 
Viviano dal Musso, uomo dovizioso, ciò non 



CAPITOLO PRIMO 17 

può essere. Egli divenne bensì povero dopo la 
morte del padre, che mori intestato, senza quin- 
di aver provveduto ai suoi figli illegittimi ^). 



1) Ecco i versi del Mussato: 

Editus in lucem mundi contagia Aevi, 

Inque statu natus pauperiore fui. 
Esse miser didici teneris infantulus annis. 

Cuique miser tribui vix elementa pater. 

(Elegia I) 

«Questi versi- osserva il Gloria -non sono stati fi- 
nora intesi bene dagli scrittori. Ei significò, mi pare, 
che venuto al mondo ebbe a piangere i contatti o con- 
nubii illegittimi; che per questi ei nacque in una delle 
più misere condizioni ; che imparò ad essere infelice ne' 
suoi più teneri anni ; e che a lui fanciullo potè l'infelice 
padre porgere appena i primi rudimenti del sapere. » E 
più innanzi : « Egli, a mio vedere, oltreché dinotò col 
vocabolo contagia i connubii illegittimi, e perciò quello, 
da cui ebbe i natali, non esjDresse con le parole miser 
pater un padre indigente, ciò che innnaginarono taluni. 
Anche noi, parlando dei nostri genitori che furono, di- 
ciamo il povero ìnio padre, la povera mia madre, av- 
vegnaché morti ricchi. E dopo ciò miser significa sven- 
turato, non mendico, e forse il poeta usò quelPaddiet- 
tivo, avendo avuto Viviano dal Musso morte miseranda, 
quale sarebbe la istantanea, di che è indizio che egli 
ricco non abbia provveduto con testamento al vivere 
della sua illegittima prole. E quindi non m'accordo nem- 
meno con quelli, che facendo dire al poeta ciò che non 
ha detto, vogliono, per far credere la mendicità del pa- 
dre, sostituire il vocabolo alimenta a quello elementa 
recato dal testo. Il Mussato significò, penso, che da suo 
padre, morto troppo presto, non ebbe che i primi rudi- 
menti elementi del sapere, che gli servirono poi a far 
da copista agli scolari. Anche Orazio scrisse: Hoc quo- 

2 



i8 ALBERTINO MUSSATO 

Viviano cessò di vivere prima che Albertino 
avesse raggiunto la pubertà ^), ed essendo que- 



que te manet, ut pueros elementa docentem — Occupet 
extremis invicis balba senectus (J^^'\&\,. 20, 17)» Op. cit. 

1) Ciò è dimostrato ad evidenza dal Gloria nell'opu- 
scolo citato; ma non ne fu persuaso il signor Dietrico 
Kònig, il quale in un suo scritto: Ueber die Herkunft 
des Albertino Mussato giudicò Albertino non già figlio 
illegittimo di Viviano dal Musso, ma figlio illegittimo di 
Giovanni Cavalerio, male interpretando le parole del Fa- 
vafoschi e sostenendo l'ipotesi che Albertino nell'auto- 
grafo 10 ottobre 1282, da noi citato, abbia omesso per 
trascuratezza l'avverbio quondaìn innanzi al nome di 
Giovanni Cavalerio suo padre. Per combinare poi l'auto- 
grafo con ciò che scrive il poeta nell'elegia I: Quam fie- 
rem pubes, sic pater ante fui, il Kònig fa l'altra sup- 
posizione che il Cavalerio sia morto nell'anno 1275. Il 
Gloria rispose vittoriosamente, con un nuovo scritto, alle 
mal fondate supposizioni del Kònig, pubblicando dei nuovi 
documenti intorno al Mussato. 

Il Wychgram, nella sua dotta monografia: Albertino 
Mussato - Ein Beitrag zur italienischen Geschichte des 
vlerzehnten lahrhunderts - Leipzig, ISSO, nota come il 
Cavalerio sia morto prima del 1282. Di questo errore egli 
va compatito, poiché non conosceva il documento pub- 
blicato più tardi dal Gloria, il quale nella risposta al 
Kònig inclinerebbe a credere che il Cavalerio fosse an- 
cor vivo nel 1294. Secco Polentone nella biografia che 
scrisse del Mussato, e che il Muratori riprodusse dal Co- 
dice Ambrosiano come prefazione alla Historia Augu- 
sta, {Rerum Italicarum Scriptores X) mentre tace 
della illegittimità di Albertino, dice che gli moriva il 
padre, quand'egli aveva ventun'anno. Ammesso che tal 
padre, com'è evidente, sia il Cavalerio, questi sarebbe 
morto nel 1283, il che non contraddirebbe punto al do- 
cumento IO ottobre 1282. 



CAPITOLO PRIMO 19 

sti il maggiore, dovette far le veci di pa- 
dre a due fratelli e ad una sorella come ci 



Di recente il signor F. Novati in un suo importante ' 
scritto: La biografia di Albertino Mussato nel de scri- 
PTORiBUS iLLUSTRiBus di Secco Polentone, pubblicato 
neW Archivio Storico per Trieste, l'Istria e il Tren- 
tino Voi. II, fascicolo I gennaio 1883, riprodusse dal 
codice Rieciardiano una nuova copia della biografia 
scritta dal Secco, diversa in molti punti dall'altra; vi 
sono cose meno importanti taciute, altre più notevoli 
aggiunte. In essa fra l'altre è detto che Albertino alla 
morte di suo padre aveva venti anni ; il che non toglie 
che nel 10 ottobre 1882 il Cavalerio fosse ancor vivo. 
Fa meraviglia tuttavia che il Novati, dotto e giudizioso 
com'è, dopo aver riportato le parole del Tiraboschi: 
« Par dunque falso che gli morisse il padre mentre con- 
tava ventun'anni di vita, come dice il Polentone, per- 
ciocché non direbbe Albertino ch'era divenuto padre pri- 
ma di giungere alla pubertà;» osservi: «che però 
Albertino avesse alla morte di suo padre ventun'anni 
(o venti, secondo il R.) con tutto il rispetto per l'auto- 
rità del Tiraboschi, parmi sia lecito il crederlo, senza 
andar contro la testimonianza del Mussato medesimo, 
il quale poeticamente scrivendo e per non perder l'oc- 
casione di dire un' arguzia (!) può aver sacrificato un 
pochino la verità ed affermato di esser divenuto pa- 
dre ancora impubere. » Pare che il Novati non sospetti 
nemmeno che abbia esistito Viviano dal Musso, e che 
questi possa esser stato padre, benché illegittimo, di 
Albertino! Egli anzi è tanto lontano dal creder questo 
che, dopo avere in una nota al suo articolo, manifestato 
il sospetto che Cavalerius non sia che la traduzione della 
parola italiana Cavallaro, dal da Naone barbaramente 
latinizzata, (Cavallaro infatti - so n sue parole - diceasi 
anticamente per corriere: e in questo caso meglio che 
il prceco, aggiunto dal da Naone a dinotar la professione 



20 ALBERTINO MUSSATO 

fa sapere egli stesso nella sua prima ele- 
gia ^). 



di Giovanni, servirebbe il vialor usato dal Secco) sog- 
giunge : « Osservo inoltre che accettando questa opi- 
nione si avrebbe forse mezzo d'intender meglio l'origine 
del nome Mussatus, che probabilmente vien da ìnusso 
(asino nei dialetti veneti): ed un asino infatti portava 
Albertino nel suo scudo. » Si vegga a qual razza di con- 
clusioni possa condurre una ipotesi mal fondata I Poiché 
avrò occasione di riportarmi più volte nel mio lavoro 
alla biografia del codice Ricciardiano, stimo opportuno 
riprodurla in Appendice sotto il n.° III. Il Gloria final- 
mente a sciogliere la questione che Albertino non ori- 
ginò dal sangue dei Cavalerio, ma da quello dei Musso 
Mussato cita la iscrizione che Albertino stesso compilò 
a onore dell'abate Gualpertino suo fratello, pel trasferi- 
mento delle reliquie di S. Luca nella Chiesa di S. Giu- 
stina, iscrizione che si vede ancora in Padova all'arca 
di S. Luca, nella chiesa di quella santa, e che si legge 
pure tra i frammenti delle opere del Nostro. Dice schiet- 
tamente quell'iscrizione che quell'abate Gualpertino, a 
guisa che il nostro poeta suo fratello, discendeva dalla 
famiglia dei Mussato 

, abbas, 

Gratia cui fratrem tribuit divina poetam, 
Atque pios mores et sacras noscere leges, 
Mussatosque dedit claro cognomina cives 
Urbis honoratos patavime sanguine junctos. 

1) Bina mihi fratrum series ad.juncta sorori. 
Et tamen illorum de grege major eram. 
His pater, ut major, patris post fata relinquor: 

Le sette sorelle attribuite dal Polentone al Mussato, 
secondo il codice Ambrosiano, sono un errore. Il Nevati 
in nota all'articolo citato, scrive: « per inavvertenza 
o per strano errore di lettura, il Muratori o altri, se 



CAPITOLO PRIMO 21 

Nelle strettezze in cui lo aveva lasciato la 
morte del padre, Albertino provvedeva a sé ed 
a' suoi, copiando libri per gli scolari del pub- 
blico Studio, fatica dalla quale ritraeva uno 
scarso guadagno ^). Più tardi, eruditosi, per la 
sua stessa occupazione, nella legge, divenne no- 

altri copiò per lui il brano dal codice Ambrosiano, tra- 
scrisse sorore septem per septenni e lo corresse soro- 
ribus septem. y> 11 codice Ricciardino ha sorore septene 
che il Nevati corresse in septenni. V. Appendice, Doc. 111. 

1) Parva mihi vietu prcebebant lucra Scholares, 
Venalisque mea littera facta maiiu. 

(Elegia D 

Il Colle nella Memoria citata scrive: «Incontrasi ne- 
gli antichissimi statuti della città e nei monumenti di 
questo Studio (di Padova) un uffizio pubblico di copista 
di libri ad uso delle scuole, col titolo di esemplare e 
stazionario coU'aunuo salario di lire sessanta, al qual 
uffìzio per le scuole di legge fu destinato nel 1275 dai 
Rettori dello Studio un certo Pietro; e si può sostenere 
che a quel Pietro succedesse il Mussato, o che l'ufiìzio 
medesimo vi sostenesse contemporaneamente per le scuo- 
le delle Arti, provvedute esse pure del loro copista, lo 
che sembra indicato da Gio. Bono nel suo manoscritto.» 

Secondo Gio. da Kaone, il Mussato fuit repetitor sco- 
larium, eosque per scolas padiianas mìttebat, qui ca- 
iones scribebat vendendo. Vedi Appendice Doc. IL Osser- 
va il Novati : « La curiosa frase del da Naone scribebat 
catones dee intendersi così, che Albertino ricopiava pre- 
cipuamente libri scolastici: ora, com'è noto, fra i libri 
singolarmente adoperati per l'istruzione dei fanciulli in 
tutto il medioevo, stanno i noti versi morali attribuiti a 
Catone l'antico, e che sono invece di Dionisio Catone, 
lìorito il 160 dopo C. » 



22 ALBERTINO MUSSATO 

taio e trattò le cause nel foro ^), essendo al- 
lora i notai addetti anche agli uffici forensi, e 
venne in tanta fama che Paolo Dente, ricchis- 
simo cittadino, gli diede in isposa la propria 
figlia Mabiha -). A trentacinque anni, fa fatto 
cavaliere, e chiamato a far parte del pubblico 
Consiglio, che si componeva allora di mille cit- 
tadini ^j. Era del resto naturale che un inge- 
gno come il suo si aprisse per tempo, non ostan- 
te le difficoltà gravissime ch'ebbe a superare 
dapprincipio, la via agli onori. Oratore e poe- 



1) Ad bona fortunse veni labentibus annis, 

Yelaque sunt magno tunc mea tenta mari. 
Transtulit ad causas Invenem sors prima forenses, 
Et me verbosi mersit in ora fori. 

(Eleg. cit.) 

-) Che fosse o no legittima non è dato precisare. Il 
Polentone, nella citata aggiunta alla cronaca del Fava- 
foschi, dice ch'essa fu legittima. Che sia poi stata figlia 
di Paolo Dente, come vuole il Polentone, e non di Gu- 
glielmo, come asserisce il da Naone (V. Appendice Doc. 
II e 111) è cosa evidente. Guglielmo infatti fu ucciso nel 
1325, quando cioè Albertino contava 63 anni, e se fu uc- 
ciso, come vedremo, in causa di un amorazzo, non si può 
credere che fosse troppo vecchio. Albertino inoltre prese 
moglie ancor giovane, per cui non ò possibile che abbia 
avuto a suocero Guglielmo Dente. 

3) Nostra per ambages jetas me transtulit illas. 
Integra vix septem dura mihi lustra forent. 
His raptus jam factus Eques loca celsa Senatus 
Sortitus, me sic sorte ferente, fui. 

(Eleg. cit.) 



CAPITOLO PRIMO 23 

ta, egli attirò a sé, ben presto, gli sguardi dei 
suoi concittadini. Le condizioni della sua città 
natale erano le più favorevoli a sviluppare la 
sua attitudine alla eloquenza, la quale, come 
avviene sempre nei governi liberi, facendolo co- 
noscere al popolo, gli procacciò favore. 

Dal momento che occupa un seggio nel pub- 
blico Consiglio, egli diviene l'uomo principale 
di Padova; non c'è avvenimento nella storia 
padovana dei primi venticinque anni del secolo 
decimoquarto, in cui egli non abbia parte gran- 
dissima. 

E gli avvenimenti, in quel primo quarto di 
secolo, si tennero dietro 1' un T altro a danno 
della città, la quale aveva, per lo innanzi, go- 
duto d'un lungo periodo di pace. 

Poco dopo che Albertino entrò nella vita pub- 
blica, noi vediamo le cose di Padova grande- 
mente mutarsi, e la pace dar luogo a guerre 
lunghe e feroci. Per ritardare la rovina della 
città, non ci voleva che l'ingegno ed il cuore 
del Mussato, il quale parve, in più circostanze, 
mandato dalla Provvidenza. Ma se valse a ri- 
tardare, non potè impedire la rovina della cara 
sua patria; cotanto gli animi erano agitati dalla 
discordia I È grandemente probabile che se i 
Padovani si fossero fin da principio attenuti 



24 ALBERTINO MUSSATO 

a' suoi saggi consigli, la potenza della loro città 
non sarebbe tramontata si presto. Ma la sua 
fu voce di chi predica al deserto ; che se spesso 
nei momenti diffìcili ebbe il plauso della mol- 
titudine, che vedeva in lui 1" unico atto a sal- 
varla dalle imminenti sciagure, fu spesso ezian- 
dio fatto segno all'iniquo furore della plebe ^). 
Pel dono singolare ch'egli aveva dell'eloquen- 
za, lo vediamo spesso adoperato da' suoi con- 
cittadini nelle pubbliche ambascerie, e primie- 
.ramente fu ambasciatore a papa Bonifazio Vili. 
Ce lo fa sapere egli stesso neW Invettiva con- 
tro la plebe pìO'dovana, nella quale volgendo 
il discorso ai tribuni della plebe, agli artieri, 
ai capi della Repubblica, dice, alludendo a sé : 
« Non parlo a quella turba ignava ed infesta 
che non accolse colui che seppe rendere verso 
di sé placato e munilico papa Bonifazio ^ III, 
uomo ai nostri giorni formidabile al mondo ") » . 

1) Ssepe fluens in me populi gauientis abuude 
Ingruit impensus trans mea vota favor: 
Ssepe ruens in me vulgi clamantis inique 
Invaiai t properaas in mea damna furor. 

(Eleg. cit.) 

-) yon eam ignavam Inrbam adloquor, quce eum, 
qui Bonifaciinn i^apam ootavum, virum nostri tempo- 
ris mi'.ndo formidabilem, sibi placabilem ac munifi- 
citm.... ejfecit non accepit. 

De Gestis Italicorum post Henricum VII. Ccesareni 
Lib. IV. Rub. II. 



CAPITOLO PRIMO 25 

Il Mussato non dice in quale anno né perchè 
sia stato mandato ambasciatore a Bonifazio. 
Pare tuttavia che in quell'occasione egli abbia 
chiesta al Papa ed ottenuta pel fratello Gual- 
pertino l'Abazia di Santa Giustina. Secondo il 
Gennari, Gualpertino sarebbe stato abate di 
Santa Giustina circa il 1297 ^j, per cui veri- 
similmente, come nota pure il Wychgram -), Al- 
bertino sarebbe stato mandato a Roma per rac- 
comandare al Papa la composizione delle lotte 
fra Azzo d'Este e Bologna, alle quali pren- 
deva parte anche Padova. Secondo il Cavacio, 
invece, Gualpertino sarebbe stato nominato aba- 
te nel principio del secolo decimoquarto ^). Se 
fu cosi, è molto probabile, come pare anche al 
Colle ^), che il Mussato sia stato ambasciatore 
a Bonifazio nel gennaio del 1302, insieme col 
vescovo Ottobono e con altri, per frenai'e gli 
abusi dell'Inquisizione esercitata dai frati mi- 
nori. 

Non è a credere che Padova, benché guelfa, 
lasciasse che preti e frati spadroneggiassero 
a loro talento. Tutt'altro ! Il popolo italiano 



1) Vedi Annali di Padova — Parte terza. 
~) Pag. 4 del libro cit. 

3) Cavacium, Histor. Coenob. D. lustince Lib. III. 

4) 3Ieìn. cit. 



26 ALBERTINO MUSSATO 

preferiva generalmente il partito guelfo, «non 
già nel senso di volere im Papato imperiale, 
ma nel senso d'amare un Papato spirituale, 
come necessario e benefico ancora nella vita 
presente ^) » . Il popolo padovano poi nella cui 
memoria erano ancor vive le atrocità di Ezze- 
lino, vicario imperiale, aveva una speciale ra- 
gione per essere guelfo, Padova tuttavia, come 
avverte giustamente il De Leva, «non riteneva 
del gueltìsmo che il bene del reggimento a po- 
polo, ma costituito per modo che vi potessero 
avere grado e voce i più valenti ed autore- 
voli *)». La Repubblica era rappresentata dal 
Podestà, supremo magistrato esecutivo: c'era 
inoltre un consiglio minore di sessanta pubblici 
officiali, ed uno maggiore composto, come di- 
cemmo, di mille cittadini ^). Il popolo costituiva 
un'associazione politica detta comunanza od an- 
che coiiiune del ])opolo. Ad essa presiedevano 
gli Anziani, coadiuvati da un consiglio minore 



1) Baldassare Labanca — Marsilio da Padova, rifor- 
matore politiGO e religioso del secolo XIV, Padova 1882. 
pag. 96. 

2) Dante e Padova, Studi storico-critici — Padova 
1865, pag. 244. 

3) Fu sollevato a tal numero nel 1277 ; prima era di 
soli seicento cittadini. 



CAPITOLO PRIMO 27 

di quaranta, da imo maggiore di duecento e 
finalmente dall' assemblea generale di tutti i 
soci. Gli Anziani sostenevano gli interessi del 
popolo nei consigli del comune e presso il po- 
destcà, del quale divennero in breve gli ordi- 
nari consiglieri nelle cose quotidiane ^). 

Che ai chierici poi non si lasciasse troppo 
libero il freno, lo provano le leggi del 1274, 
per le quali essi venivano obbligati a pagare 
le imposte e a sottostare, se rei di qualche de- 
litto, alle pene minacciate a tutti gii altri cit- 
tadini. Una volta s'andò perfino all'esagerazione 
contro gli ecclesiastici^ esagerazione provocata 
dal contegno poco edificante di alcuni di loro : 
chiunque avesse ucciso un prete non veniva 
multato che di un solo grosso (32 denari pic- 
coli). La città per questa ordinazione (1282) 
s'ebbe da Papa Nicolò IV la scomunica. Cio- 
nonostante il decreto contro i chierici non fu 
revocato che nel 1289 per interposizione di 
frate Bonaventura dell'ordine dei minori ^). 



1) Vedi: Gloria, Statuti del Comune di Padova dal 
secolo XII all'anno 1285, ed Antonio Fertile , Degli 
ordinamenti politici ed amministrativi della città di 
Padova nel secolo XIII. Annuario della R. Università 
degli studi di Padova per l'anno scolastico 1882-83. 

2) Vedi: Gloria, Controversie fra- il Clero ed il Co- 
mune di Padova nel secolo XIII ecc. Padova, 1855. 



28 ALBERTINO MUSSATO 

La stessa ripetuta difesa che Padova fece 
di Pietro d'Abano, morto nel 1315, contro le 
accuse dell' Inquisizione , mostra com' essa non 
si lasciasse menomamente imporre dagli eccle- 
siastici ^). 

Ma, per tornare a Gualpertino, non sembra che 
questi fosse uomo di rigorosi costumi, né fatto 
certamente per la vita monastica. Anche senza 
tener calcolo delle gravi accuse che gli sca- 
glia contro il da Naone, secondo il quale avrebbe 
avvelenato un Tobia priore del monastero di 
S. Paolo, ottenuta l'Abazia di S. Giustina per 
simonia, ucciso due monaci ed avuto più fi- 
gli -) ; le stesse parole di Albertino bastano a 



1) Per ciò che riguaixla questo grande Padovano, 
vedi: Ronzoni, Della vita e delle opere di Pietro d'A- 
bano, Roma 1878. 

2) Vedi: Appendice, Documento IL 

Il Colle cita le stesse accuse contro Gualpertino, at- 
tribuendole a Giovanni Bono, e dice che il Cavacio, che 
lo ril'erisce, non trovò nel ricchissimo archivio del suo 
monastero alcun documento, giacché è costretto ad af- 
lidarne la verità all'unica fede di Giovanni Bono. Che 
Gualpertino avesse figli illegittimi attestano anche i Cor- 
tusii, laddove registrano i nomi di coloro che furono ban- 
diti dopo r uccisione di Guglielmo Dente : Post civile bel- 
lum Abbas Sanctce Justince fraler Mussati poetm op- 
imgnatus ad locum sicwn clam fugit, qui. spollaio a 
Tlieotonicis loco sacro, fuit cnm duobus filiis spuriis 
forbannilus. Lib. 111. Gap. VI. 



CAPITOLO PRIMO 29 

convincerne come sarebbe riuscito miglior sol- 
dato che monaco. Albertino, infatti, nella ci- 
tata Invettiva contro la plebe padovana, ci fa 
sapere come il fratello abate abbia consumato, 
per tutto il tempo della guerra, (contro Can- 
grande) gii inverni e le estati in diurne e not- 
turne vigilie sotto l'armatura, insieme con la 
turba dei soldati ; come spesso abbia messi in 
fuga dalle mura i nemici inseguendoli audace- 
mente; come abbia provveduto, secondo il co- 
stume dei laici, nelle adunanze dei cittadini, al 
bene della città, deposto Tabito e quasi dimen- 
tico, per amor della patria, della canonica di- 
sciplina ^). 

. Narra il Polentone che la fama del Mussato 
usci ben presto dai confini della sua terra, e 
che fu chiamato a Firenze, libera e potente 
città d'Italia, quale esecutore degli ordinameìiti 
di giustizia'), carica importantissima, alla quale 



J) Qui pei' totius belli tempora hijemes cesUisque, 
diurnis nocturnisque vigiliis sub casside cmn militmn, 
pedihmique caterva consumpserat? Qui hostes a moe- 
niis veluti furiosa persmpe insecutione fugaverat, Urbi 
consultans, laicali more, in Civium conventibus, misso 
liabilu, fereque oblitus canoniccQ amore liatriw disci- 
plincB? —De Gestis Hai. post Henricum ecc. Lib. IV. 
Rub. II. 

2j Vedi: Appendice Dee. II. e III. 



30 ALBERTI>'0 MUSSATO 

venivano nominati anche i forastieri. Il Novali, 
nel citato articolo sul Mussato, riproduce un 
documento tratto dal R. Archivio di Stato in 
Firenze, indice Strozziano, dal quale si rileva 
che Albertino fu in Firenze fra gli esecu- 
tori degli ordinamenti di giustizia per un se- 
mestre decorrente dal primo aprile 1309 ^). Il 
Wychgram poi ci fa sapere come nell'Archivio 
fiorentino sia conservata una sentenza, nella 
quale Albertino ]\russato di Padova comanda, 
come esecutore degli ordinamenti di giustizia, 
che sette pennonieri della lega di S, Donato 
in Foce, i quali avevano gridato: raoia il i^o- 



1) Offlciales forenses Civ. Fior., e. i9 : <s.D. Alber- 
Unus Musciattus de Padua pì^o semestre incepto pri- 
oìio aprilis 1309, ind. 7 . L'anno preciso in cui Alber- 
tino ebbe questa carica era fino ad oggi ignorato. È falsa 
pertanto la supposizione del Friedensburg, che il Mus- 
sato l'abbia occupata dopo la morte di Enrico VII: Denn- 
wenn gleicli seine Verwaltung des Amtes eines esecu- 
tore degli ordinamenti della giustizia zu Florenz mò- 
glicherweise erst in die Zeit nacli dem Tode Heinrichs 
VII zu setzen istecc. {Zur Kritik der Hi storia Augusta 
des Albertino Mussato nelle Forscìiungen zur Deutschen 
Geschichte XXIII, 1 pag. 46. Gòttingen 1882. 

Lo stesso Novati dà notizia di un altro sconosciuto 
documento riguardante Albertino Mussato, dov'è pure 
ricordato Antonio da Tempo padovano, l'espositore in 
lingua latina delle regole della poetica volgare. È tratto 
anch'esso dal R. Archivio di Stato in Firenze. Farmi 
prezzo dell'opera il riprodurlo in Appendice sotto il n.IV. 



CAPITOLO PRIMO 31 

j^olo fiorentino ed e vv ivano i cp'cm eh sia.no im- 
piccati come rei di tradimento. 

Secondo il Bronziero, sull'autorità di Vi- 
viano Fantoni, il Mussato sarebbe stato inoltre 
Podestà di Lendinara « a' tempi che il Comune 
di Padova era padrone di questa terra ^)». 



1) Historia delle origini e condizioni principali del 
Polesine di Rovigo di Giangirolamo Bronziero. 

Vedi inoltre Appendice. Doc. IL 

Lo Scardeone nel libro: De antiquitate urbis Fata- 
va et Claris civibus patavinis, parlando del Mussato, 
scrive: Prcelerea Lendenarice et Florentice Preturam 
simima cum laude gessit. 

Lendinara fu data dai Marchesi d'Este al Comune di 
Padova nel 1293. Vedi : Corf Lib. I Gap. IX. 



Capitolo Secondo 



Seconda ambasceria del Mussato all'Imperatore. — Vicenza 
si sottrae al dominio di Padova. — Lotta fra Padova e 
Vicenza. — I Vicentini deviano il Bacchigliene a danno 
di Padova.— Progressi dell'Imperatore in Lombardia. — 
Timori dei Padovani. — Terza ambasceria del Mussato 
ad Enrico. — Suo discorso all'Imperatore. — Condizioni 
imposte da Enrico ai Padovani. — Doni dei Padovani al- 
l'Imperatore. — La nomina del Vicario imperiale. — Ai- 
mone vescovo di Ginevra. — Sua morte. — Quarta am- 
basceria del Mussato all'Imperatore in Genova. — Ri- 
torno in Padova. — Il Mussato espone al Senato l'esito 
dell'ambasceria. — Nomina di Cangrande a Vicario di Vi- 
cenza. — Discorso di Rolando da Piazzola al Consiglio.— 
Discorso del Mussato. — Defezione di Padova all' Impero. 



Colla venuta in Italia di Enrico VII co- 
mincia pel Mussato il periodo più glorioso della 
sua vita. E, poiché egli stesso ci narra gli av- 
venimenti d'Italia, e specialmente di Padova, 
in que' giorni, così noi, dietro la sua scorta 
e quella dei cronisti a lui contemporanei, potre- 
mo, con maggiore facilità e sicurezza che non 
abbiam fatto toccando de' suoi primi anni, — ri- 

3 



34 ALBERTINO MUSSATO 

guardo ai quali sono cosi scarse, incerte e con- 
tradditorie le notizie, — narrare le principali vi- 
cende della sua vita, le quali vanno stretta- 
mente congiunte con quelle della Repubblica 
padovana. 

Dicemmo com'egli sia stato eletto uno degli 
ambasciatori che, in nome di Padova, si reca- 
rono a Milano per rendere più solenne, colla 
loro presenza, la incoronazione dell'Imperatore. 
Quest'onorevole incarico, ch'egli ebbe comune 
con altri dei principali cittadini '), mostra di 
già in Cjual conto lo tenesse la Pi,epubblica, 
Queir ambasceria, del resto, non fn che un sem- 
plice atto di cortesia della città verso il Mo- 
narca. Pensavano i Padovani ch'egli era ve- 
nuto in Italia per mettere in pace fra loro i 
guelfi e i ghibellini, e che, per conseguire que- 
sto scopo, doveva superare gravissimi ostacoli, 
i quali gli avrebbero impedito di rivolgere il 
pensiero esclusivamente alla città loro. Non 
mancarono tuttavia adi ambasciatori di scan- 



1) Ecco i nomi dei componeuti quell'ambasceria, 
quali li registrano i Cortusii nella loro Cronaca : Henri- 
cus Scrovegnus, liolandus de Giiarnarinis, Joannes 
de Yigontia, Petrus de Mursis milites, Jo: Henricus 
de Capite Vaccce ludex, Baricus de Lengua de Vacca 
leguni Doctor, et Mussafus Poeta. Lib. I. cap. XII. 



CAPITOLO SECONDO 35 

dagliare 1" intenzione di Enrico, ed egli fece 
loro intendere che i Padovani avrebbero fatto 
bene a sottomettersi devotamente a lui ed al- 
l'Impero. 

Ritornati in patria, gli ambasciatori rife- 
rirono ogni cosa ai loro concittadini, i quali 
mostrarono non darsene per intesi. 

I Torriani intanto furono cacciati da Mi- 
lano per tradimento soprattutto dei Visconti, 
che s'erano uniti ai Tedeschi. Crema, Cremo- 
na, Brescia, Lodi e Como si allearono con 
Guido della Torre e co' fuorusciti milanesi e 
si ribellarono ad Enrico ; ma tosto, spaventate 
del loro stesso ardire, una dopo l'altra gli apri- 
rono le porte ed implorarono la sua clemenza. 
La sola Brescia gli oppose resistenza, finché, 
per r interposizione dei cardinali legati, che ac- 
compagnavano r Imperatore, e per mancanza di 
vettovaglie, dovette cedere dopo aver sostenuto 
valorosamente l'assedio per quattro mesi. At- 
traverso le sue mura smantellate fece il suo 
ingresso Enrico AH, il quale passò poi a Cre- 
mona, a Piacenza e a Pavia, finché il 21 di 
ottobre di queir anno arrivo a Genova. 

I Padovani, poco dopo l'incoronazione del- 
l'Imperatore, allorché videro, contro ogni loro 
previsione, che le cose di lui progredivano di 



36 ALBERTINO MUSSATO 

bene in meglio, incominciarono a sentirsi non 
più tanto sicuri, come per lo addietro, e pensa- 
rono di voler scoprire, se fosse stato possibile 
senza compromettersi, quali fossero le sue in- 
tenzioni verso la loro città. Affidarono il dif- 
ficile incarico a due monaci, senza dar loro 
autorità di proporre o di accettare cosa alcu- 
na. Questo tentativo rimase infruttuoso, per- 
ciocché i due monaci^ essendo discordi fra loro, 
eseguirono la commissione con poca diligenza, 
tradendo cosi la speranza di chi li aveva man- 
dati. Uno di essi riferì, aver saputo dall'Impe- 
ratore che questi non avrebbe trattato che con 
un sindaco, che gli fosse stato spedito a tal 
uopo dai Padovani, e che era disposto, purché 
si fossero adempiute tutte le formalità, a lar- 
gheggiar di favori col Comune di Padova. 

Solleciti i Padovani spedirono allora all'Im- 
peratore due plebei, uomini di espèrimentata 
fede, Antonio Vigodarzere ed Albertino Mus- 
sato, affidando loro lo stesso incarico che ave- 
vano prima affidato ai due monaci ^). Non eb- 
bero adunque nemmcn quelli un preciso man- 



1) Luos plebeios probaku /idei viros, Antonium de 
Vicoaggeris et Albertinum Mussaluni ilio etiam prò fi- 
cisci jussere eadein, quce pr ce fatis Religio sis commissa 
fuerant, perquisiluros. Hist. Aug. Lib. 11 Rub. VII. 



CAPITOLO SECONDO 37 

dato, poiché la città non voleva in nessun 
naodo sottomettersi all'Imperatore ; cercava sol- 
tanto la maniera di evitare che i suoi interessi 
avessero ad urtare contro quelli di Enrico, per 
modo che a lei ne potesse derivare alcun dan- 
no ^). A differenza dei due monaci, i nuovi 
ambasciatori ottennero tuttavia facoltà di prov- 
vedere, secondo che loro meglio paresse, al 
maggiore vantaggio della città. Presentatisi al- 
l' Imperatore n'ebbero i patti seguenti: Che al 
termine d' ogni sei mesi dovessero i Padovani 
eleggere quattro cittadini fedeli all' Im.pero, uno 
dei quali sarebbe confermato dall' Imperatore 
stesso se si fosse trovato in Italia o, in caso 
diverso, dal suo Vicario di Lombardia, ed 
avrebbe il titolo di Vicario imperiale; che fosse 
concesso ai Padovani di godere investiture feu- 
dali valevoli in perpetuo nel territorio di Vi- 
cenza ; che i Vicarii dovessero conservare le 
leggi, i costumi, le consuetudini e le franchi- 
gie del Comune. In compenso di ciò 1" Impera- 
tore esigeva, per sé e pe' suoi successori, Tan- 



ij Tunc et Palavi nimium rebus secunclìs elati 
Legatos diws, 7ion quod Ccesari parere cuperent, sed 
explorandi causa, ne incaute pereanf, studiose diri- 
gunt. Ferretus Vicentinus (Murat. Rerum Italicarum 
Scriptores X). 



38 ALBERTINO MUSSATO 

mia somma di quindici mila fiorini d'oro; al 
•presente poi, per le spese del viaggio e per 
quelle dell'incoronazione in R.oma, fiorini d'oro 
sessantamila. Oltre a ciò, ogni cinque mesi, i 
Padovani avrebbero dovuto pagare cinquemila 
fiorini d' oro, come stipendio, al Vicario di Lom- 
bardia '). 

Gli ambasciatori, uditi i patti, li accetta- 
rono colla riserva che venissero approvati dal 
popolo padovano e, licenziati con larghe pro- 
messe dall'Imperatore, se ne partirono coli" in- 
tenzione di ritornar quanto prima colla rispo- 
sta, Non si può negare che le condizioni im- 
poste dall'Imperatore ai Padovani non fossero 
gravose; ma Padova era città guelfa, e come 
tale, osserva il Toews, non poteva aspettarle 
gran fatto diverse -). 

A Padova intanto era giunta la notizia 
che Alboino della Scala e Cane suo fratello 
erano stati nominati vicarii imperiali di Ve- 
rona, che Ptizzardo da Camino aveva ottenuto 
gii stessi privilegi in Treviso, Feltre e Bellu- 



1) Hist. Ai'.fj. Uh. Il Rub. VII. 

2) Lo stesso Toe^^'s propende a far cadere, con molta 
probabilità, quest'ambasceria nella prima settimana del- 
l'aprile 1311. Albertinus Mussatus v.nd Heinrich VII 
von Liuremburg , Inauguralclissertation Greifswald^ 
1874 pag. 12. 



CAPITOLO SECONDO 39 

no. Questa notizia aveva grandemente turbato 
gli animi dei Padovani; sicché i legati, al loro 
ritorno in città, avevano trovato il popolo assai 
male disposto ad accogliere le condizioni del- 
l' Imperatore. Ciò non ostante essi le esposero 
dapprima ai Magistrali^, poscia al Senato; ma 
le loro parole furono accolte dalle risa e dai 
fischi della moltitudine. 

Quei patti parvero iniqui e dannosi alla 
città; insopportabile la gravezza di esborsare 
tanto danaro; si ordinò la difesa di Padova e 
di Vicenza, si stabili di allargare le fosse nei 
confini, di munire gli accampamenti, di prov- 
vedere armi e cavalli per far fronte, nel caso 
di guerra, al nemico, si volle conservati alla 
città gli antichi costumi e le antiche leggi ; 
una sola co$a si sarebbe concessa all' Impera- 
tore, quella di chiamare i rettori della città col 
nome di Vicarii imperiali; ma nuli' altro che 
col nome. 

Il Mussato ') tentò di piegare gli animi 



1) Albertino non dice veramente esser stato lai a par- 
lare in quella occasione; egli dice soltanto uno dei le- 
gati: Nec- alter legatorum tacnit', ma che sia stato 
proprio lui noi rileviamo dalla Epistola II nella quale, al- 
ludendo a quella circostanza, dice: 

Multa peroranti dudum, frustraque roganti 
Exhibita est nulla prò mihi parte fìdes. 



40 ALBERTINO MUSSATO 

esacerbati de' suoi concittadini a più miti con- 
sigli ; volle farli persuasi, ma invano, eh' essi 
avevano un'opinione affatto erronea della po- 
tenza dell' Imperatore ; ciò egli poteva asserire 
con certezza, egli ch'era stato presso Enrico 
ed avea veduto ogni cosa davvicino. L' Impe- 
ratore si sarebbe certamente sentito offeso da 
tanta arroganza dei Padovani e da tanto di- 
sprezzo alle sue proposte. Si rammentassero 
che se si fosse venuti ad una guerra, l'esito 
sarebbe stato molto incerto ; si piegassero adun- 
que pel loro meglio alla volontà dell'Impe- 
ratore. 

Queste parole, se non ottennero il loro ef- 
fetto, ammansarono gli animi dei più, ai quali 
parve opportuno di aspettare quindici giorni 
prima di dare a Cesare la risposta; gli avve- 
nimenti avrebbero intanto suggerito salutari 
consigli. Prevalse l'opinione di costoro. 

Parrà strano come al Mussato, a cui sta- 
vano tanto a cuore la libertà e la grandezza 
della patria , potessero parere accettabili le 
proposte imperiali: ma la cosa non farà più 
meraviglia, quando si vegga più innanzi le tristi 
vicende toccate a Padova, per non averle ac- 
cettate. (Hielle proposte, se non conservavano 
alla città, come osserva giustamente il Tira- 



CAPITOLO SECONDO 41 

boschi, tutta la forma di repubblica libera, po- 
tean nondimeno per le circostanze dei tempi 
jjarere onorevoli ^). Oltre a ciò Albertino, ben- 
ché guelfo, vedeva in Enrico VII il legittimo 
discendente degli Imperatori romani, un uomo 
mandato dalla Provvidenza per stabilire, come 
dice uno storico tedesco, su base imperiale la 
nazionale formazione dell' Italia '). Ma ciò che 
lo fece inclinare ancor più ad Enrico, senza 
tuttavia fargli omaggio de' suoi principi, fu 
l'averlo conosciuto davvicino e l'essergli en- 
trato in grazia. Ora è facile pensare, quanto 
disgusto debba avergli recato 1" accoglienza fatta 
dai Padovani alle proposte dell' Imperatore. Egli 
dà sfogo al suo sdegno contro di essi in un' E- 
2iìstola nella quale profonde elogi ad Enrico ^). 
Non erano ancora passati i quindici giorni, 
che i Padovani aveano stabilito lasciar tra- 



1) Storia della letteratura italiana. Lib. II Gap. VI. 

2) Albertinus Mussatus gehòrtezujenen idealistischen 
Geistern, -n-elche die nationale Gestaltung Italiens auf 
kaiserlicher Grimdlage von einen Manae ewarteten, 
der auch seiner persònliclien Herkunft nach als ein ganz 
besonders von der Vorsehung auserwilhltes "NVerkzeug 
erschien. 

0. Lorenz Deutschlands Geschichtsqiiellen in Mit- 
telaller. 

3) Epistola II. In laudem D. Henrici imperatoris 
et commendationem sui operis de gestis ejusdem. 



42 ALBERTINO MUSSATO 

scorrere prima di dare la risposta ad Enrico 
VII, che un grande avvenimento gettò d' im- 
provviso lo scompiglio negli animi loro, ed essi 
che presumevano tanto di sé, incominciarono 
a dubitare della loro potenza ed a temere quella 
dell'Imperatore, che fino a quel punto avevano 
reputata quasi nulla ^). A^icenza, che dal 1266 
fino a questo tempo era stata soggetta al do- 
minio di Padova, se ne sottrasse il 15 aprile 
di quest'anno 1311 ~). 

Da lungo tempo i Vicentini erano stanchi 
di obbedire ai Padovani, e molti fuorusciti vi- 
centini s'erano già ricoverati presso Cangrande, 
che aspettava con ardore il momento opportuno 
per impadronirsi di A'^icenza. Questo non tardò 
a presentarsi. L'Imperatore desideroso di ven- 
dicarsi dell'oltraggio ricevuto da Padova, non 
appena seppe l'intenzione dei Vicentini, pensò 
di cogliere l'occasione, che la sorte propizia gli 
presentava, per umiliare i Padovani e per ac- 
crescere la propria potenza. 



1) Reputaris Imperatoris potenliam quasi nullani. 
Cort. Lib I Gap XIII. 

-) Con questa stessa data leggiamo nei Libri com- 
memoriali della Republica di Venezia nnAocv'agnàv- 
dante Baiamonte Tiepolo, che chiede aiuti ai Padovani 
per vendicarsi di Venezia. Fra gli altri nominati in quel 
doc. e' è Albertino Mussato. Vedi: Appendice. Doc. V. 



CAPITOLO SECONDO 43 

Fino dalla sua venuta in Italia, i ghibel- 
lini di Vicenza avevano progettato di sottrarsi, 
col suo favore, al dominio di Padova ; ma non 
si sarebbero forse mossi così tosto, se Sigilfredo 
di Novello conte di Ganzerà, fuoruscito vicen- 
tino, essendo di passaggio per recarsi al Papa, 
come ambasciatore del Re di Cipro, non aves- 
se, sotto mentite spoglie, visitata la" sua città 
e, conosciuto le stato delle cose e viste le forze 
dei congiurati, non si fosse deciso di recarsi 
egli stesso dall'Imperatore, il quale, assogget- 
tata Lodi, s'incamminava verso Cremona ^). 
Enrico accolse l'invito di Sigilfredo, e chiamato 
a sé Aimone vescovo di Ginevra, uno de' suoi 
consiglieri, uomo destro e valoroso, gli affidò 
l'incarico d'impadronirsi di Vicenza, usando 
dell'astuzia maggiore. Questi prese con sé buon 
numero di soldati, coi quali si recò a Mantova 
e poscia a Verona, sotto pretesto di condurli, 
per ordine dell'Imperatore, all'assedio di Cre- 
mona. Giunto in Verona, messosi d'accordo con 
Cane e coi fuorusciti vicentini, a un dato gior- 
no, essendo le porte aperte per tradimento dei 
cittadini e per l'ignavia dei Padovani -), en- 



1) Gennari - Annali di Padova, Parte terza, pag. 134. 
-) I Padovani non si curarono di scongiurare il pe- 
ricolo, non ostante clie il JMussato li avesse ammoniti 



44 ALBERTINO MUSSATO 

trò in Vicenza. I soldati che erano a dife- 
sa della città, corsero spaventati a nascon- 
dersi chi qua chi là nelle vie più remote, nelle 
case, nei templi. Alcuni si rinchiusero nel ca- 
stello, alle porte del quale Cane appiccò il fuo- 
co, per cui furono costretti ad arrendersi. I 
vincitori vi entrarono depredando ogni cosa. 
Molti Padovani stretti nelle funi furono con- 
dotti prigionieri a Verona e, per redimersi, 
dovettero pagare una grossa taglia: erano tutti 
degni di morte — esclamano con nobile sdegno i 
Cortusii — poiché per vigliaccheria avevano 
perduta la città ^). 

A Padova la notizia non fu dapprincipio 
quasi creduta vera. I cittadini armati mossero 
in fretta fino a Barbano per acquistar certezza 
del fatto, e sarebbero andati più in là, se le 
strade allagate non l'avessero loro impedito. 

Ritornati in città, convocarono il Consiglio, 
il quale ordinò che la città fosse ben munita, 
e stabili nuove gabelle per sopperire alle spese 
gravissime della guerra imminente. 



con centinaia di lettere, clie terminavano sempre: Cu- 

slodile Yicensa: Vicentiam custodite. 

De Gestis Hai. post Henricum ecc. Lib. IV Rub. II, 
1) Erant omnes digni viorle, quia x>ropter vilitatem 

2ierdide)-ant Civitatem. Lib. I Capo XIII. 



CAPITOLO SECONDO 45 

Preceduti dal Carroccio, i cittadini, in nu- 
mero grandissimo, s'avviarono quindi verso 
Vicenza, fuori le mura della quale i Vicentini, 
capitanati dallo Scaligero, li stavano aspettando. 

La battaglia fu sanguinosa e la vittoria 
rimase ai Vicentini, i quali uccisero e fecero 
prigioneri quanti più nemici poterono, e quasi 
ciò non bastasse, andati a Longare, divertirono 
con argini le acque del Bacchiglione, perchè 
non scorressero più verso Padova. I Padovani, 
per vendicarsi, depredarono il territorio vicen- 
tino, e quei di Vicenza, alla lor volta, il ter- 
ritorio di Padova ^) 

L' Imperatore intanto s' impadroniva di Lodi 
e di Cremona e già moveva all' assedio di Bre- 
scia. Spaventati i Padovani da tanti e così 
rapidi progressi di lui, non vedendo in qual 
maniera poterglisi opporre quando, dopo assog- 
gettata Brescia, si fosse, com' era probabile, 
rivolto a Padova, si pentirono di aver agito 
con tanta imprudenza nel respingerne i patti 
e, senza por tempo in mezzo, cercarono un 
efficace rimedio. 

Il loro pensiero, com'è naturale, corse tosto 
ad Albertino Mussato e ad Antonio Vigodarzere, 



1) Gennari. Annali di Padova, Parte terza pag. 136. 



46 ALBERTINO MUSSATO 

dei quali, mentre poco tempo innanzi aveano 
accolto coi fischi e colle risa i saggi consigli, 
ora esaltavano la prudenza;, la bontà e la so- 
lerzia, maledicendo a coloro che avevano sug- 
gerito l'opposto parere '). Albertino, benché for- 
temente sdegnato^ godette in cuor suo di que- 
sto rinsavire de' suoi concittadini. Essi lo scon- 
giurarono di recarsi di nuovo presso l'Impera- 
tore, al quale si offrivano disposti di accettare 
qualunque patto, pur di evitarne la vendetta. 
Non è a dire come il nome di Albertino Mus- 
sato suonasse in que' giorni sulle bocche di 
tutti, accompagnato dai più grandi elogi. Si 
diceva eh' egli solo poteva salvar la P^epubblica 
e caduta rialzarla ; il popolo supplicante non 
sapeva staccarsi dalla sua casa, e Vitaliano de 
Basilii, che reggeva quasi a suo senno il volgo, 
circondato dai Tribuni, a mani giunte, pian- 
gendo, gli s' inginocchiò dinanzi per suppli- 
carlo di recarsi dall'Imperatore. Albertino stette 
alquanto perplesso. L'oltraggio ricevuto pochi 
giorni prima e la difficoltà dell'impresa lo re- 
sero dapprima incerto pur dinanzi a tanta di- 
mostrazione ; ma l'amore di patria la vinse sul- 
l'animo suo, e, dimentico delle offese, accet- 



1) Hisl. Aug. Lilj. III. Riib. VI. 



CAPITOLO SECONDO 47 

tò, insieme con Antonio Vigodarzere, il gra- 
voso incarico ^). 

Aimone, che da Vicenza seppe l'intenzione 
dei Padovani, fece loro conoscere, che se aves- 
sero voluto prestare obbedienza all'Imperatore, 
pur conservando la loro libertà, avrebbero po- 
tuto, col suo mezzo, ottenere facilmente la cle- 
menza di lui ; gli facessero, pertanto, note le 
loro intenzioni. Fu tenuto per ciò un abbocca- 
mento a Barbano, paesello fra i confini di Pa- 
dova e quelli di Vicenza. Mussato espose ad 
Aimone com'egli fosse disposto a recarsi di 
nuovo all'Imperatore, in nome dei Padovani, 
per ottenere i patti di prima. Dopo di ciò i 
Padovani elessero gli ambasciatori' che, con- 
dotti da Aimone, dovevano presentarsi ad En- 
rico. Gli ambasciatori eletti furono sei, fra i 
quali Albertino Mussato e Antonio da Vigo- 
darzere; due di essi, per cause indipendenti 
dalla loro volontà, dovettero arrestarsi per via, 
sicché quattro soli si presentarono all'Impera- 



') De Gestis Hai. ecc. Lib. IV Rub. II. Vedi pure Epi- 
stola III Ad Rolandum ludicem de Placiola: 

mihi cara, Deum tester, Respublica, vivum, 

Opportuna subit tunc mihi cura tui. 
Pro te, digna parens, fuerit si forte necesse 

Mens fuit instanti subdere colla neci. 



48 ALBERTINO MUSSATO 

tore, che si trovava al campo dinanzi a Bre- 
scia. 

Toccò al Mussato, per voto unanime dei 
suoi colleghi, rivolgere la parola ad Enrico ^). 
Prima tuttavia di parlare all' Imperatore, egli 
cercò destramente di rendersi benevoli coloro 
che più l'avvicinavano, primo fra i quali Ame- 
deo conte di Savoia secretarlo del reale Con- 
siglio. Introdotto alla presenza del Monarca, 
egli vide seduti da un lato Alboino Signor di 
Verona, Federico e Cane della Scala, dall'al- 
tro i Vicentini. Non si perdette d'animo per 
questo ; ma si arrestò innanzi al trono ; ob- 
biettò, difese ed esaltò instancabile le forze dei 
Padovani, ed ogni qualvolta quei potenti ne- 
mici prorompevano in ingiurie contro i suoi 
concittadini e la padovana Repubblica, egli ri- 
spose con parole ancora più gravi, al loro co- 
spetto ^). Nel suo discorso blandì dapprima 
l'Imperatore, per indurlo a prestare benigno 
orecchio alle sue parole; poscia tentò con fine 
astuzia, persuaderlo della devozione dei Pado- 
vani verso di lui ; cercò di scusare il ritardo 
della città nel rendergli grazie delle miti condi- 
zioni ad essa imposte: — S'era stabilito, è vero, 



1) Hist. Aug. Uh. Ili Rub. VI. 

2) De Gestis ìtal. ecc. Lib. IV Rub. II. 



CAPITOLO SECONDO 49 

che i legati padovani sarebbero ritornati ad un 
dato giorno per la risposta; ma si dovette pri- 
ma interrogare il voto non di una sola per- 
sona, bensì di un popolo numeroso che difficil- 
mente potè essere riunito dalle colonie, dai ca- 
stelli, dai municipi, dalle borgate, il quale, poi- 
ché intese la liberalità di tanti benetìzii, alzò 
grida di giubilo fino alle stelle. Ma ciò che 
principalmente aveva trattenuto i Padovani dal 
comparire innanzi a Cesare nel giorno prescrit- 
to, era stata la discussione, che s' era protratta 
a lungo, sul modo di meglio onorarlo e di fargli 
palese la riconoscenza della città. Quand' ecco 
una grave sventura venne a colpire la Repub- 
bhca. Cane s'era impadronito di Vicenza e ne 
aveva scacciato il presidio. Oh, quanto meglio 
se i Padovani si fossero affrettati ad obbedire 
all'Imperatore ! Del resto che importava loro 
la perdita di Vicenza, quando pensavano che 
potevano vivere in pace, come gli altri popoli, 
sotto la salvaguardia di Cesare? Essi sottomet- 
tevano adunque sé stessi e la città all'impero 
di lui; volesse egli lasciarli vivere nelle loro 
leggi, permettesse che si sceghessero abili Pre- 
tori, secondo il vecchio costume, uno dei quali 
sarebbe confermato da lui stesso al termine 
cF ogni semestre ; concedesse loro di godere 



50 ALBERTINO MUSSATO 

dei beni, dei quali erano stati improvvisamen- 
te spogliati ^). — 

Nel discorso del Mussato non si può non am- 
mirare l'accortezza dell'oratore, il quale seppe 
rappresentare all'Imperatore le cose sotto un 
aspetto ben diverso dal reale. La finzione po- 
trà parere perfino soverchia, quasi egli volesse 
farsi beffe d'Enrico; ma chi pensi al grande 
amore che il Mussato nutriva per la sua città 
e alla ferma sua persuasione, che non ci fosse 
per Padova altra via di salvezza, che quella 
di rendersi amico l'Imperatore, converrà ch'egli 
non poteva parlare altrimenti, e che il discorso 
da lui pronunciato, —del quale noi abbiamo ten- 
tato di rendere brevemente il concetto — era il 
più opportuno per raggiungere lo scopo. E una 
colpa la sua di cui merita pieno compatimento, 
seppure non gli torna ad onore, quando la si 
metta specialmente a confronto di tante altre 
consimili di quei tempi, commesse per fini bassi 
od iniqui. 

Il Wychgram fa alcune considerazioni sul 
discorso del Mussato, colle quali cerca, fra le 
altre cose, di mettere in evidenza l'abilità di- 
plomatica del Nostro. EgU nota infatti come 



•) Ilist. Aug. Lib. Ili Rub. VI. 



CAPITOLO SECONDO 51 

Albertino con singolare accortezza, faccia bensì 
l^arola del Pretore, il quale sarebbe confermato 
dall'Imperatore e della restituzione ai Padovani 
dei beni ch'essi possedevano nel territorio vi- 
centino, dei quali erano stati spogliati, ma tac- 
cia allatto dei danari che Padova avrebbe do- 
vuto pagare ad Enrico, argomento cotesto, sul 
quale, com' era da temersi, l'Imperatore avrebbe 
usato la massima pressione ^). 

Enrico ascoltò di buon grado il discorso di 
Albertino, e i Principi che sedevano al lato 
dell' Imperatore mostrarono di approvare la di- 
fesa che il Mussato aveva sostenuta della sua 
cittcà -). Terminata l'orazione, l'Imperatore si 
ritirò insieme coi Principi a discutere sul da 
farsi, e solo dopo tre giorni diede, per iscritto, 
agli ambasciatori la risposta. 

Concesse di nuovo ai Padovani di eleggere, 
ogni sei mesi, quattro cittadini fedeli all' Im- 
pero, l'elezione dei quali sarebbe tosto notifi- 
cata a lui, se si fosse trovato in Italia o, in 



1) Der Geldpunkt, auf den jetzt, wie man fiirchteii 
niusste, der Kònig den gròssten Druck ausiiben wùrde, 
Avird rnit keinem Worte erwiihnt. 

Ein Beitrag zur italienischen Geschichte cles vier- 
zehnten lahì-liunderts. Leipzig 1880 pag. 18. 

2) De Gestis Hai. ecc. Lib. IV. Rub. II. 



52 ALBERTINO MUSSATO 

caso diverso, al suo Vicario generale di Lom- 
bardia. Egli poi il Vicario avrebbero scelto 
uno dei quattro a Pvettore della città col ti- 
tolo di Vicario imperiale. Questi avrebbe fatto 
giuramento innanzi al Vescovo o ad altra per- 
sona autorevole della città di esercitare il go- 
verno di questa legalmente e fedelmente ad 
onore ed utilità dell' Impero. Stabilì che questa 
concessione avesse valore per soli sei anni, par- 
tendo dal giorno in cui venne data ; starebbe 
poi nella sua clemenza prolungarne il termine. 
Il Vicario reggerebbe la città ed il distret- 
to in nome dell' Imperatore e secondo le leggi, 
le consuetudini e gli ordinamenti approvati e 
da approvarsi, purché non fossero contro Dio, 
né in pregiudizio dell' onore di Cesare e del- 
l' Impero. I Padovani, per vivere sotto la pro- 
tezione dell' Imperatore e per essere esenti da 
ogni gabella verso il Vicario generale, paghe- 
rebbero ogni anno, in compenso, alla regia 
Camera ventimila fiorini d' oro. In un secondo 
diploma l' Imperatore ordina che i cittadini pa- 
dovani, i quali, nel giorno in cui Vicenza si 
era sottratta al dominio di Padova o in ap- 
presso, fossero stati spogliati dai Vicentini dei 
loro beni, li abbiano a ricuperare, coli* obbligo 
tuttavia di venderli per giusto prezzo al Co- 



CAPITOLO SECONDO 53 

mane o ai cittadini di Vicenza, se quello o 
questi avessero voluto comperarli. Stabili inol- 
tre che i Padovani avrebbero pagato, per una 
sola volta, entro a un dato termine, centomila 
fiorini d' oro alla Camera imperiale. I diplomi 
portano entrambi la data del 9 giugno 1311 ^). 

Questi nuovi patti dovevano parere, come 
infatti parvero, assai miti ai Padovani, i quali 
avevano tutte le ragioni per sospettare che En- 
rico si sarebbe mostrato severo verso di loro. 
Il Mussato, alla cui destrezza erano principal- 
mente dovuti, ne fu contento; e questa volta, 
allorché li espose in Senato, n' ebbe lodi gran- 
dissime. Su 550 voti, 17 soli furono contrari 
alla accettazione di essi. 

Pochi giorni dopo il vescovo Aimone rice- 
vette, a nome dell' Imperatore, dai Padovani il 
giuramento di fedeltà. Ciò fu nel 20 giugno, 
il giorno medesimo in cui, come osserva il Mus- 
sato, cinquantasei anni prima la città aveva 
abbandonato l'Impero per darsi alla Chiesa '). 



1) Erra il Wychgram che li dice in data del IO giu- 
gno (Vedi pag. 19 in nota). 11 Mussato li riporta testua- 
li nella sua storia. Essi terminano: Dal. in Castris ante 
Brixiam V Idus Jan. anno Uomini MCCCXI. 

Indictione nona, Regni vero nosh'i anno lertio. 

2) Hist. Aug. Lib. III. Rub. VI. Aggiunge il Gennari 
che nello stesso mese di giugno l'anno 1164, il popolo 



54 ALBERTINO MUSSATO 

A meglio confermare i Padovani nel loro 
giuramento di fedeltà air Imperatore, avvenne 
che proprio in quei giorni fossero di ritorno 
gli ambasciatori spediti al Pontefice, i quali 
recarono al Senato il papale responso; che si 
dovesse obbedire in tutto all' Inclito Be figlio- 
di Santa Chiesa ^). Aimone intanto avea pro- 
posto ai Vicentini, secondo il desiderio dei Pa- 
dovani, di lasciar scorrere il Bacchigliene pel 
suo letto. Quelli gli risposero negativamente, 
ed avendo egli insistito, gli si sollevarono con- 
tro ed avrebbero assalito il suo palazzo, se al- 
cuni assennati cittadini non li avessero distolti 
dal feroce proposito. 11 Vescovo si partì indi- 
gnato, ed i Padovani, cogliendo l'occasione per 
meglio entrare nelle grazie dell' Imperatore , 
vollero aggiungere a ciò che gli dovevano se- 
condo le condizioni imposte, un' offerta spon- 
tanea, della quale fa menzione il Mussato nella 



padovano cacciò gli ufficiali cesarei, da" quali era per 
istrane guise aspreggiato, e diede forma di repubblica 
al suo governo: da che forse è venuto in processo di 
tempo, che l'elezione dei Podestà succeduti ai Consoli, 
appunto in questo mese facevasi. Annali di Padova. 
Parte terza. 

1) Senatuique papale responsura retulere, ut scilicet, 
Inclyto Regi Ecclesiae Sanctae fdio pareatur omnino. 
Hist. Aug. Lib. HI. Uub. VI. 



CAPITOLO SECONDO 55 

sua storia, come di cosa memorabile e che gii 
recò sommo piacere, poiché vedeva per essa, 
stringersi ancor più la buona relazione fra Pa- 
dova ed Enrico. Addussero i Padovani innan- 
zi air Imperatore otto cavalli giovani di cin- 
que anni e di una bellezza straordinaria, ric- 
camente bardati, che furono la meraviglia di 
tutti. Quattro n' ebbe in dono Enrico, due Ame- 
deo di Savoia e gli altri due Guido di Fian- 
dra. Tanto l'Imperatore che i Principi si mo- 
strarono gratissimi del presente ^). 

Per tutto questo parrebbe che il legame tra 
i Padovani ed Enrico dovesse, nonché rom- 
persi, nemmeno rallentare ; eppure non fu cosi. 
Ben sei sapeva Albertino, il quale viveva in- 
certo sulla fermezza de' suoi concittadini. Egli 
è vero che avevano accettato con entusiasmo 
le condizioni imperiali ; ma passato quel timo- 
re, pel quale s' erano affrettati ad accoglierle, 
quando fosse venuto il momento di mettere in 
pratica ciò eh' esse prescrivevano , si sareb- 
bero essi adattati ad ubbidire senza lamento ? 
essi che da tanto tempo erano abituati non 
già a sottomettersi all' altrui volontà , bensì 
ad imporre agli altri la propria? L' occasio- 



1) Hist. Aiig. Lib. IV. Paib. II. 



56 ALBERTINO MUSSATO 

ne che confermò tali sospetti non tardò a pre- 
sentarsi. 

Verso la fine di settembre di quell' anno ^), 
il Podestà Rodolfo da San Miniato cessò dal- 
l'incarico, e dei quattro eletti dai Padovani, 
secondo l'imperiale rescritto, fu da Enrico no- 
minato vicario Gherardo da Enzola parmigia- 
no. Ma quella mutazione improvvisa di nomi, 
quelle formalità riguardanti la nuova carica, 
alle quali non erano avvezzi, il ricordo di ciò 
che aveano sofferto — non era passato molto 
tempo — sotto i vicari! ionperiali, e specialmen- 
te sotto l'ultimo di esecrata memoria; l'idea, 
per lo contrario, di libertà, di grandezza e la 
memoria di tante domestiche glorie, che loro 
risvegliava in mente il nome di Podestà, fece- 
ro sì che gli aniuii popolari fremessero e ri- 
manessero per alcun tempo incerti innanzi alla 
novità delle cose, né s' acquetassero che per 
opera dei principali cittadini, i quali si sfor- 



1) lY. Kal. Od. Hist. Aug. Lib. IV. Rub. IV. I Cor- 
tiisi (Lib. I. Gap. XIV.), con evidente errore, mettono 
in luglio la nomina del Vicario imperiale. Il Verci nel 
Libro IV della sua Storia della Marca Trivigiana e 
Veronese trova in errore anche il Mussato, e prova 
con documenti, che Gerardo era Vicario di Padova fino 
dal 21 di settembre. 



CAPITOLO SECONDO 57 

zarono dimostrare esser necessario adattarsi alle 
imposte condizioni. 

Era in que' giorni, per buona ventura, in 
Padova il vescovo Aimone, mandatovi dall' Im- 
peratore a farvi riconoscere il suo potere e a 
togliere ogni occasione di dissidio tra i Pa- 
dovani e i Vicentini, col cercare che le pos- 
sessioni di quelli nel vicentino, venissero da 
questi restituite a norma del regio editto, e che 
il Bacchiglione tornasse, per l' antico alveo, a 
scorrere nel territorio dei Padovani. Ma poi- 
ché le cose tra quelli e questi, anziché com- 
porsi, s'inasprivano ogni di più, Aimone volle 
condur seco il Mussato innanzi ad Enrico, per- 
chè gli facesse fede, insieme con lui, della man- 
suetudine e della fedeltà dei Padovani. Si mi- 
sero entrambi in cammino, ma non toccarono 
la meta, poiché il Vescovo ammalò, e mentre 
si riduceva in patria, per ricuperar la salute, 
morì per via ad Ivrea. Questa morte dev' essere 
spiaciuta grandemente al Mussato, poiché con 
Aimone egli vedeva mancarsi un mezzo poten- 
tissimo per raggiungere lo scopo vagheggiato 
di unire, più che fosse possibile, Padova al- 
l' Imperatore. Egli è perciò che noi lo vedia- 
mo in istretto rapporto col A'escovo di Ginevra, 
come ne fa fede la sua Storia Augusta, nella 



58 ALBERTI>-0 MUSSATO 

quale gli tributa parole di moltissima lode, 
specialmente per ciò che fece a vantaggio dei 
Padovani ^). 

Morto Aimone, pare che il Mussato, rimasto 
solo, vedendo di non poter conchiudere nulla, 
sia ritornato in Padova senz' altro ^). 

Poco tempo appresso egli fu inviato insie- 
me con altri, per la quarta volta ad Enrico, 
il quale era passato a Genova per muovere di 
là a Rom.a. Insieme cogli ambasciatori delle 
altre città e con quelli di Roberto di Napoli, 
che, spinto dai progressi che faceva l' Impera- 
tore in Italia, aveva creduto conveniente man- 
dargli le sue felicitazioni, prima che andasse 
a cingere in Roma la corona imperiale, si tro- 
varono in Genova anche i legati padovani, i 
quali, oltre a quello di accompagnare l' Impe- 
ratore a Roma, avevano l'incarico di niuover 



h Is qiiippe Gebenensis mansuetudine multa, v.t 
ci'jusque generis homines, sic et Paduanos ad sv.os^ 
Regisque amore alliciebat. Tir hilaris faciei, verbo- 
rum cuique gratissimorum, et effector studiosus eo- 
rum, qi'.ce spondebat, laudem multam emeruit in his 
commerciis memorici celernce Paduanis commendan- 
dam. Hisf. Aug. Lib. IV. Rub. IV. 

2) Questo non rileviamo dalla sua storia, ma possia- 
mo facilmente immaginare, poiché, dopo aver detto del- 
la morte di Aimone, egli non fa più parola della sua 
ambasceria. 



CAPITOLO SECONDO 5& 

lagno dinanzi a lui contro i Vicentini, che 
non solo ricusavano di restituire ai Padovani 
i beni che questi possedevano nel territorio di 
Vicenza, ma non volevano rimettere il Bacchi- 
gliene nel suo letto, con danno gravissimo del- 
la vicina Padova. Le sponde del Bacchigliene, 
furono il teatro delle principali battaglie fra 
Padova e Vicenza ; quel liume, in quelle fu- 
neste fazioni fu, come scrive lo Zanella, più fa- 
moso che il Simoenta nella guerra di Troia ^). 



1) Guerre fra Padovani e Yicentini al tempo di 
Dante nel libro Dante e Padova, Padova 1865. Mi pia- 
ce riprodurre il seguente tratto in cui lo Zanella de- 
scrive, oltre il corso del Bacchigliene e la pianura cir- 
costante, il modo con cui i -Vicentini impedivano alle 
acque di scorrere verso Padova. 

«Dopo avere co' suoi tortuosi avvolgimenti bagnate 
le frapposte campagne, il Bacchiglione entra in Padova 
a porre in movimento i mulini della città. Ogni volta" 
che si rompeva 1' amicizia fra le due rivali, era cura dei 
Vicentini l'impedire che l'acque del tìume scorressero 
verso Padova. 

A questo fine presso il ponte di Longare piantava- 
no alcune palafitte, guardate da due grosse torri di le- 
gno ; le acque straripando dilagavano le vicine pianure, 
non bastando a raccoglierle il canale del Bisato, che a 
que' giorni non andava oltre il ponte di Barbarano. 
Quella lingua di terra che è posta fra i colli Berici e gli 
Euganei naturalmente bassa e piena d' acquitrini si can- 
giava in una vasta palude, di cui restano tracce nei ca- 
nali che si fecero per asciugarla: scolo di Gora, Fossa 
Bandigà, scolo Arnalda, scolador di Lezzo, Canaletto ed 



W ALBERTINO MUSSATO 

Quattro furono gli ambasciatori che Padova 
inviò questa volta ad Enrico : Rolando da Piaz- 
zola, Jacopo degli Alvarotti, Enrico di Capo- 
divacca ed Albertino Mussato. Circa cento gior- 
ni essi stettero in Genova, senza ottener nulla. 
Invano esposero all' Imperatore le difficoltà del 
rimanere più a lungo; egli si mostrava restio 
a conceder loro il permesso del ritorno. 

Finalmente il Mussato, che godeva la stima 
e r affetto di Enrico, gli fece conoscere V im- 
possibilità in cui erano di ricevere dalla lon- 
tana Padova i necessarii sussidii per prolun- 
gare la loro dimora in Genova, e come per 
ciò fossero costretti ad andarsene, e gli pro- 
mise che sarebbero ritornati pel tempo della 
incoronazione. L'Imperatore non accordò espres- 
samente la licenza, ma neppure la negò '). Gli 



iiltri. Chi visita quelle campagne ora seminate di vil- 
laggi si accorge del latto, nel vedere che vi mancano 
edifici di vecchio tempo, i quali sorgono in quella vece 
sui colli vicini. È questo il palude di cui parla Dante, 
le cui acque pur troppo rosseggiarono molte volte di san- 
gue fraterno». 

Vedi inoltre il dotto scritto di Fedele Lampertico: 
Bella interpretazione della terzina 16 nel Canto IX 
del Paradiso, pubblicato nel II. Volume de" suoi Scritti 
storici e letterari, Firenze, Successori Le Monuier, 1883. 

1) Si non licentiam jiì'cebuit e.vj^ressius, tanien non 
negava. Hist. Aug. Lib. V. Rub. X. I Cortusii dicono che 



CAPITOLO SECONDO 61 

ambasciatori padovani fecero tosto ritorno in 
patria, non senza prima aver ottenuto un re- 
scritto imperiale (27 gennaio 1312), che or- 
dinava ai Vicentini di rimettere il Bacchiglio- 
ne nell'antico suo letto, e di restituire ai Pa- 
dovani i beni convenuti; Non appena giunti in 
Padova, dopo un viaggio disastroso, Albertina 
Mussato espose dapprima agli otto sapienti ') 
e ai primati della città, poscia al pieno Sena- 
to l'esito dell'ambasciata ad Enrico in Geno- 
va, facendo conoscere la condizione dell' Impe- 
ratore. Poiché ebbe finito di parlare, si levò 
nella sala un mormorio. Diverse erano le opi- 
nioni dei consiglieri ; pochi soltanto, desiderosi 
di pace e nemici di ogni novità, insistevano non 
essere opportuno rompere l' amicizia coli' Im- 
peratore ; i più, sapendolo lontano, occupato 
dell' andata a Roma ed esausto di finanze , 
sicché ne presagivano vicina la caduta, sug- 
gerivano apertamente la ribellione. 



gli ambasciatori partirono da Genova secretamente: Am- 
basciatores de Padua secrete de Imperatoris Curia 
recesserunt. Lib. I. cap. XIV. 

1) Questo magistrato veniva eletto per vegliare alle 
novità che agitavano la Repubblica ed ovviare a' peri- 
coli, che alla medesima potevano soprastare. Vedi Giam- 
battista Verci, Storia della Marca Trivigiana e Vero- 
nese. Libro IV. 



62 ALBERTINO MUSSATO 

Il Consiglio si protrasse a lungo, né si venne 
in quel giorno a conclusione veruna. Forse in 
quella sua relazione il Mussato, come osserva 
il Wychgrani fece un passo imprudente. Egli, 
die conosceva troppo bene V umore de' suoi con- 
cittadini, avrebbe dovuto tacere della condizio- 
ne dell'Imperatore, la quale, malgrado lo splen- 
dore di Genova , non era certo la migliore, 
com' è dato rilevare dalle fonti di quel tem- 
po ^). Si direbbe quasi che Albertino s' è que- 
sta volta dimenticato della consueta destrezza, 
se non si pensasse che ì" amore eh' egli por- 
tava a' suoi concittadini non poteva permetter- 
gli di fingere al loro cospetto, come aveva fat- 
to dinanzi all' Imperatore. Oltre a ciò dell'am- 
basciata di Genova avevano fcitto parte con 
lui altri cittadini, fra cui Rolando da Piazzo- 
la, oratore dei più valenti e punto amico a 
Cesare, i quali non avrebbero taciuto s' egli 
avesse esposto le cose quali non erano. 

E ammesso pure che avesse potuto ricorre- 
re air astuzia, quale vantaggio avrebbe otte- 
nuto? Nessuno; poiché i fatti che avvennero 



1) Vielleicht war es eia unkluger Schritt. dass er aucli 
der momentanen Lage cles Kònigs, die trotz ali des ge- 
nuesischen Glanzes nach den gleichzeitigen Quelleii dodi 
keine giiustige war Erwiibnung tliat. pag. 23. 



CAPITOLO SECONDO C3 

subito dopo, avrebbero distrutta completamente 
r eftìcacia delle sue parole. 

I Padovani, come notammo, non volevano 
saperne di soggezione all' Imperatore. S' erano 
indotti, è vero, pochi mesi prima a tentare, per 
mezzo del Mussato, una conciliazione con lui ; 
ma avevano fatto ciò in un momento di pau- 
ra, passato il quale s" erano pentiti, nonostan- 
te che Enrico avesse mostrato una speciale be- 
nevolenza a loro riguardo. Non lasciavano per- 
tanto di cogliere ogni occasione, per far cono- 
scere, com' essi obbedissero a malincuore alle 
pretese imperiali. Quando si trattò della no- 
mina del Vicario si levarono a tumulto ; quan- 
do poi seppero €om' erano stati trattati in Ge- 
nova gli ambasciatori, si agitarono di nuovo 
e maggiormente ; non ci voleva che un' occa- 
sione per farli prorompere in aperta rivolta ; 
e questa non tardò a manifestarsi. 

II giorno appresso al Consiglio, del quale 
abbiamo narrato testé, pervennero al Comune 
di Padova lettere di Cangrande, nelle quali 
annunziava esser egli stato eletto dall' Impe- 
ratore a Vicario di Vicenza. La notizia si dif- 
fuse in un baleno per la città, e con essa cor- 
se voce che lo stesso Cane fosse stato segre- 
tamente nominato Vicario di Padova, Treviso 



64 ALBERTINO MUSSATO 

e Feltre ''). Non ci volle di più perchè i cit- 
tadini si levassero a tumulto. Fra le grida del 
popolo, fu radunato immediatamente il Consi- 
glio, per discutere sul partito da prendersi in 
tanto frangente. Quando i consiglieri furono al 
posto, Rolando da Piazzola, grandemente agi: 
tato, ascese la tribuna e pronunciò una vee- 
mente orazione contro V Imperatore : 

— Dopo aver taciuto per quasi cento giorni, 
ora che avea fatto ritorno, per divino aiuto, 
ai patri lari da quella Curia, ove il timore 
gli avea negata la facoltà di parlare, ora, che 
rivedeva i dolci aspetti de' suoi concittadini, 
avrebbe finalmente parlato. Aveva veduto, pur 
troppo, quel Re mandato per la rovina del 
mondo ; ne avea veduto cogli occhi ì" aspetto, 
mentre l'anima rifuggiva dal guardarlo; quel 
Re dinanzi a cui gli elementi stessi inorri- 
divano ; la terra negava i suoi frutti, l' aria 



^) Il Mussato la ritiene un'invenzione: vet'-is falsa 
ipsa eadem instans fama permiscuit, ut Rex iniquus 
illuni iCanem) non modo Yeronce, sed Paduce, Tarvi- 
sio, Fellroque praefecerit. Hist. Avg. Lib. VI. Rnb. I. 

II Wycligram, in una nota, osserva che quella voce 
non poteva esser che falsa, poiché, prima di tutto Enri- 
co sapeva che Cane era nemico di Padova, e in secon- 
do luogo Treviso, in quel tempo, era soggetta a nizzar- 
do da Camino. 



CAPITOLO SECONDO 65 

divenuta infetta, irrespirabile sofìbcava i viven- 
ti, il fuoco distruggeva gli edilizi e inceneriva 
al suolo ogni cosa. Aveva veduto città, poco 
prioia iiorentissime, ridotte in rovine, campa- 
gne deserte, i volti dei nobili inselvatichiti dal- 
l' inedia, la plebe morta di fame. La Lombar- 
dia, terra feracissima, resa incolta e selvag- 
gia, e retta da tiranni che, col nome di Vica- 
ri! imperiali, ne consumavano perfino le estre- 
me reliquie. Genova, la stessa Genova, città 
fiorente di ricchezze, di cittadini, egli avea ve- 
duto, in soli tre giorni, mutare totalmente d'a- 
spetto. Come se — continuava — licenziato 
questo nostro presidente venisse a lui sostituito 
un ignoto, e i vostri plebisciti e le leggi fos- 
sero abrogati, e questo Senato disciolto, e i 
tribuni turpemente e ignominiosamente deposti; 
cosi fu fatto a Genova, dove il Podestà e l'Aba- 
te conservatore della città furono scacciati, di- 
spersi gli ordini dei popolari, abolite le anti- 
chissime costumanze. Tardi se ne avvidero, e 
invano, i cittadini, che or piangono la loro sven- 
tura e maledicono la loro inerzia. Essi che avea- 
no respinto dai loro confini l' Imperatore Fe- 
derico armato, accolsero costui inerme. 

Questi tuttavia sono vani lamenti, imper- 
ciocché, perdute le forze, si sottomisero al gio- 



66 ALBERTINO MUSSATO 

go e pagarono al regio fisco sessantamila fio- 
Tini. Ma si taccia delle altrui sventure e si 
parli deir Imperatore. Qual ragione rende for- 
midabile costui? Non è egli forse, per flagel- 
lo di Dio, privo di soldati? Duecento, soli due- 
cento gliene sono rimasti, i quali non pagati 
da sei mesi incominciarono ad alzare la voce 
contro r Imperatore. Egli stesso avea veduto 
il popolaccio gridare alle porte del palazzo, per 
essere soddisfatto del prezzo dei cibi e dei vini 
somministrati, e l' Imperatore tenerlo a bada 
e intanto vendere le cariche e gli offici per 
danaro. Non ebbe vergogna di nominar Cane, 
uomo scellerato, a Vicario di Vicenza, perchè 
poi si faccia tiranno anche di Padova e vi su- 
sciti la guerra intestina. Si rammentassero i 
Padovani delle stragi nefande commesse da Ez- 
zelino da Romano, figlio di Satana ^). 

Cane, se ben riguardassero alla sua vita, 
a' suoi costumi sin dagli anni più teneri, non 
era da meno di Ezzelino ; anzi di questo ancor 
più feroce. Fatto adulto s" era lordato le mani 
nel sanane de' suoi ; né avrebbe certo usato 



1) Era credenza popolare che Ezzelino fosse figlio del 
demonio. Questa credenza suggerì al Mussato la mera- 
vigliosa scena dell'atto primo della sua tragedia Ec- 
ccrinis. 



CAPITOLO SECONDO 67 

indulgenza cogli odiati Padovani, egli nato ed 
educato in quella cittcà, dove undecimila de' loro 
padri — e la memoria n era ancor fresca • — 
aveano subito, ad un tempo, morte nefanda ^). 
Ma i ricordi abbondano ; meglio tacerli, e pas- 
sare ad un consiglio opportuno sul da farsi. 
E qui l'oratore consigliò di negare obbedienza 
all' Imperatore, di resistergli, di abbattere le 
aquile da tutti i pubblici e privati edifìzi, di 
armargli contro la città, i castelli e le colonie, 
di sacrificare la vita per la libertà. Finalmente, 
rivoltosi a Gherardo da Enzola, 2rli intimò di 
rinunziare al vicariato e di riprendere, insieme 
col dolce e santo nome, 1" ufficio di Podestà ; se 
ciò non gli piacesse, s' avesse il suo stipendio 
e se ne andasse : avrebbero chiamato di nuovo 
Rodolfo da San Miniato ~), — 

11 Consiglio applaudi fremendo all' orazione 
di Rolando, convinto si dovesse fare ciò eh' egli 
suggeriva. Ma poiché il remore si fu calmato 
alquanto, si rizzò il Mussato, che volle far sen- 
tire ancora una volta la sua voce per ritrarre 
l'amata sua patria dall'orlo del precipizio in 



1) Di questa strage fa menzione il Mussato nel bel- 
lissimo Coro, col quale chiude V atto terzo della sua 
tragedia. 

2) HisL Aug. Lib. Vi. Rub. I. 



68 ALBERTINO MUSSATO 

cui stava per cadere ; benché fosse persuaso 
che pochi lo avrebbero ascoltato. L' autorità 
del suo nome impose silenzio: 

— Non si giudicasse stolta audacia la sua, 
se tentava rivolgere la mente di tanti, persuasi 
dall'eloquente parola di Rolando, a consigli più 
miti ; pure non rincrescesse a' suoi concittadini 
di ascoltare colui, che altre volte s'eran pentiti 
di non aver ascoltato ; forse le buone ragioni 
avrebbero avuto vittoria sugli animi esaltati. 
Egli non negava essere stato mal suggerito 
r Imperatore nella scelta di Cane a Vicario di 
Vicenza ; ma certo ignorava Enrico di quai tri- 
sti conseguenze sarebbe stata cagione quella 
nomina. E, dopo tutto, non aveva egli il diritto 
di nominare chi meglio gli piacesse? Che si 
debba fare, ciò importa discutere. Rolando aveva 
esortato i Padovani alla rivolta, aveva fatto cre- 
dere l'Imperatore povero, abbandonato, odioso 
a' suoi popoli. Non negava egli (il Mussato) 
esser ciò vero ; ma fino a un certo punto. En- 
rico non era cosi oppresso dalle sventure che 
non potesse rialzare il capo. Non era egli forse 
favorito dalla Chiesa? Lo potrebbe attestare 
lo stesso Rolando, che vide coi propri occhi 
sedergli allato quattro Cardinali inviati dal Pon- 
tefice. Oltre a ciò, se i Re di Francia e di Pu- 



CAPITOLO SECONDO 69 

glia non erano andati d'accordo, come correva 
voce, intorno agli sponsali, non ne avevano tut- 
tavia respinti i trattati. Pertanto s'egli volesse 
conceder loro alcuni doni regali ; cioè al Re 
di Francia il regno di Arles e quel tratto di 
paese che si stende dal Rodano fino ai conlini 
dell'Allemagna, e al Re di Puglia il vicariato 
della Toscana e della Lombardia, non gli sa- 
rebbe forse aperta la via di Roma ? Egli di- 
verrebbe allora di nuovo potente. Non creda 
Rolando poter provare cosi abbandonato, cosi 
povero, com' egli asserisce, l' Imperatore, a cui 
tutti i ghibellini d' Italia rivolgono lo sguardo 
come a loro stella, e a cui nelle stesse città 
guelfe le intestine fazioni rivolgono di nascosto 
il desiderio. Finché egli viva e tinche le na- 
zioni riconosceranno in lui il Re e l' Impera- 
tore dei Romani, 1' avranno i Padovani sempre 
minaccioso e terribile sul loro capo. Vogliono 
essi un rimedio giusto ed efficace? Non si fac- 
ciano ribelli, come vorrebbe Rolando ; lodino 
ed accettino i decreti che ordinano sia rimesso 
il Bacchiglione nel suo letto e siano loro re- 
stituiti i beni che posseggono nel Vicentino. 
Che ne avverrà? Certamente Cane e gli osti- 
nati Vicentini non obbediranno all'imperiale 
decreto ; poiché se ritornassero ai Padovani le 



70 ALBERTINO MUSSATO 

loro possessioni, chi potrebbe resistere alla co- 
storo potenza ? I Padovani posseggono castelli 
e luoghi fortificati sparsi per tutto il territorio 
vicentino, e il loro potere si farebbe sentire 
nel seno stesso di Vicenza. Che se, contro il 
comando di Cesare, i Vicentini negheranno la 
restituzione, facciano i Padovani sentire i loro 
giusti lamenti all' Imperatore ; si valgano delle 
loro forze per ottenere, in nome del sacro Im- 
pero, r una e l' altra delle cose a cui hanno 
diritto. Agiscano sotto lo scudo del diritto ciò 
che Rolando persuaderebbe loro di fare in di- 
sprezzo dell' Imperatore. Che importa dare il 
nome di Podestà al Vicario dell' Impero, quan- 
do r officio ed il potere sono i medesimi ? Per- 
chè atterrare le aquile? Si prepongano gli atti 
virtuosi alle parole ; si cerchi raggiungere lo 
scopo colle opere non con le vane ostentazio- 
ni, si segua sempre il diritto, anche se il 
Re fosse malvagio ; il diritto è costante ed im- 
mortale, il Re incerto, mortale ; esso cade co- 
me cadono i fiori nel verno. Conchiudeva il 
Mussato : dovessero i Padovani obbedire ai de- 
creti imperiali ; che cosi avrebbero potuto non 
solo respingere indietro quel Cane loro nemi- 
co che li inseguiva, ma convincere della sua 
fallacia e della sua iniquità lo stesso Impe- 



CAPITOLO SECONDO 71 

ratore, se si fosse scostato dalla via della giu- 
stizia ^). — 

L'eloquente parola di Albertino non produs- 
se, com'era da aspettarsi, grande effetto sugli 
animi degli uditori, la più parte dei quali era 
già con R,olando, prima ancora che questi pro- 
nunciasse il suo discorso. Pochi soltanto, quelli 
di etcà più matura e di maggior senno, resta- 
rono colpiti dalle serie argomentazioni del Mus- 
sato ~), e discussero incerti su ciò che si do- 
vesse fare. Eran d'avviso non doversi prendere 
cosi tosto una risoluzione ; ma doversi aspet- 
tare alcuni giorni, finché gli avvenimenti stessi 
indicassero il partito migliore. Si passò alla 
votazione. La proposta di Rolando fu appro- 
vata da quasi due terzi dei votanti. 

La plebe, sempre vaga di cose nuove, non 
appena seppe la decisione del Consiglio, prima 



1) Il Mussato scrisse più tardi un' Epistola a Rolan- 
do, per riconciliarsi con lui della pubblica contesa avuta 
in questa occasione. L'Epistola s' intitola: Ad Rolanchim 
ludicem de Placiola amicwn suum sibi conciliandum 
de contentione Inter se habita de rebus publicis altero 
existente Indice Jntianorum, altero Priore Gastal- 
dionmn. 

2) Il Barthold giudica 1" orazione del Mussato «degna 
dei più bei tempi della liberta di Grecia o di Roma». 
Wohl der Bliìthezeit griecMscher oder romischer 
Freiheit loùrdig. 



72 ALBERTINO MUSSATO 

ancora che questo si sciogliesse, corse furibon- 
da, con iucomposte grida, ad atterrare le aquile 
dai pubblici e privati edifizii e dalle porte della 
città ; né pur troppo si astenne, come accade 
sovente in simili circostanze, dagli incendii e 
dalle rapine (15 febbraio 1312). 

Questi fatti misero uno sgomento profondo 
neir animo di Albertino, il quale, malgrado 
tutti i generosi suoi sforzi per salvarla, vedeva 
la patria correre a certa rovina. Ciononostante 
non gli diede il cuore di abbandonare V ingrata 
e tanto meno di farsele nemico ^). In cospetto 
del bene eh" egli avrebbe ancora potuto recarle, 
fece tacere nell' animo ogni privato rancore, e, 
benché in opposizione a quanto egli stesso aveva 
suggerito, stette con essa contro l'Imperatore, 
al quale pur lo legavano tante prove di fidu- 
cia e di affetto, facendo, per tal modo, cono- 
scere a' suoi concittadini, che s'egli avea con- 
sigliato la soggezione di Padova all' Impero, 
avea ciò fatto non per ingraziarsi Enrico e per 
speranza che avesse di ottenere qualche van- 
taggio personale ; ma unicamente pel bene della 
sua città. La quale, pur avendo cercato tutte 



l) Non mihi cum Patria liceat contendere nostra. 

Epist. IL 



CAPITOLO SECONDO 73 

le vie per nuocere a sé stessa, fu ancora tanto 
avventurata, che in quel momento l' Imperato- 
re, per essere distratto da gravissime occupa- 
zioni, non potesse pensare a punirla ; né più 
tardi, avendo egli pubblicato un terribile editto 
contro di essa, fosse in tempo di mandarlo ad 
esecuzione, per essere stato colpito da morte 
immatura. 



Capitolo Terzo. 



I Padovani si riconciliano col Mussato — Uccisione di Gu- 
glielmo Novello dei Paltanieri — Si vuole la guerra con 
Cane — Cominciano le ostilità fra Padova e Cane — I 
Padovani tentano di riprendere Vicenza — Assalto di Ma- 
rostica — Atto di valore del Mussato — Cane espugna il 
castello di Mota — Si volge a Camisano — Quindi a Pa- 
dova — Viene respinto — Uccisione di Rizzardo da Ca- 
mino — Alleanza dei Padovani con Guecello da Camino 
— Nuovo tentativo per ricuperare Vicenza — Cane fa 
straripare il Bacchigliene — I Padovani lo rimettono nel 
suo letto — Assalto di Lonigo — Assedio di Poiana — 
Valore del ^lussato — Cane devasta il territorio pado- 
vano — Viene respinto — Esigenze di Guecello — Oppo- 
sizione dei Padovani — Guecello viene cacciato da Tre- 
viso — Congiura di Nicolò da Lezzo — Ribellione di So- 
limano de' Rossi — Padova è messa al bando dell' Impe- 
ro — Si riaccende la guerra con Cane — Il Conte di Go- 
rizia viene in aiuto di Cane — Sconfìgge i Trevisani sulle 
rive del Montegano — Morte di Enrico VII. 



Dopo quanto era accaduto, se il Mussato 
aveva tutte le ragioni per essere malcontento 
de' suoi concittadini, questi vedevano in lui un 
nemico della libertà della patria, un fautore di 
Enrico, al quale cercava appianare la via, per- 
chè potesse meglio raggiungere il fine delle sue 



76 ALBERTINO MUSSATO 

mire ambiziose. Sennonché la ragione stava tut- 
ta dalla parte di Albertino e il torto da quella 
de' suoi concittadini; poiché s'egli, nel consi- 
gliare ad essi la sommissione all'Imperatore, 
avesse avuto di mira, piuttosto che il bene di 
Padova, il proprio interesse personale, nessuna 
occasione, meglio di questa, avrebbe potuto spin- 
gerlo ad abbandonare la sua città per schierarsi 
dalla parte dei nemici. Ma, appunto per sal- 
varla da questi e, in modo particolare, da Ca- 
ne, il più formidabile di tutti, ei la voleva uni- 
ta all' Imperatore. 

Nessuno forse dei Padovani odiava Cangran- 
de più del Mussato, poiché nessuno meglio di 
lui vedeva a che mirasse l'irrequieto Signore 
di Verona. Cane, infatti, aveva a cuore non 
tanto gli interessi dell'Imperatore quanto i pro- 
pri ; egli cercava di allargare il suo dominio 
e di aumentare la sua potenza, e poiché sapeva 
che il Mussato aveva penetrato questo suo di- 
segno, lo ricambiava di pari odio. 

Stando le cose in questi termini, essendo, 
cioè, il Mussato tanto nemico a Cane, a quel 
Cane, che era l' oggetto principale dell' odio dei 
Padovani, e contro al quale una guerra era 
divenuta inevitabile, lo sdegno de' suoi concit- 
tadini verso di lui si calmò ben tosto. Sulle pri- 



CAPITOLO TERZO 77 

me il Podestà, come narra il Ferreto, avea 
dovuto salvarlo dal furore del popolo, ma non 
appena gli animi furono tranquilli, i cittadini 
si volsero di nuovo a lui, come al solo capace 
di condurre, nel miglior modo, le cose ; ed egli, 
riacquistata l'antica influenza, s'adoperò con 
tutti i mezzi, dapprima come Gastaldione ^), poi 
come Anziano della Repubblica "), al vantaggio 
maggiore della sua città, non ostante che que- 
sta si fosse messa per una china pericolosa. 

Una prova dell'odio suo contro Cane l'ab- 
biamo nel fatto che egli, dopo l' uccisione di 
Guglielmo Novello, insieme con gli altri reg- 
gitori della città, mandò a confino Marco For- 
zate, Gaboardo Scrovegno, Traverso dei Dale- 
smanini e molti altri, i quali avevano mostrato 
apertamente di parteggiare per Cane e di ac- 
crescere, con le loro male arti, la potenza di 
lui. I Cortusii, nel far menzione del fatto, dicono 
che quei cittadini furono banditi non per giu- 
stizia, ma per vendetta di partito ^). Chi pensi 
tuttavia all'uccisione del Novello, favorita dal 
popolo, e all'amicizia che i banditi ostentavano 



1) Vedi: Epistola 111. 

2) Vedi: De Gestis Ital. ecc. Lib. IV. Rub. II. 

3) Nofi per justitiain, sed per partem. Lib. I. Cap^ 
XV. 



78 ALBERTINO MUSSATO 

per Cane, dovrà convenire essere stato quello 
dei reggitori di Padova atto di suprema pru- 
denza, col quale impedirono, forse, novelli di- 
sordini, che nella città ostile allo Scaligero si 
sarebbero in breve manifestati. 

Guglielmo Novello dei Paltanieri di Monse- 
lice, notissimo pe' suoi sentimenti ghibellini, era 
considerato come uno dei capi del partito. Un 
giorno, mentre si trovava nella sala del Con- 
siglio, fu improvvisamente assalito ed ucciso 
da alcuni assassini per ordine di Antonio da 
Carmignano. Si disse queiruccisione essere stata 
commessa per atterrire i partigiani dell'Impero ; 
fatto sta che gli uccisori, e per la potenza di 
chi li aveva mandati e pel favore del popolo, 
poterono uscire incolumi dalla città. All'annun- 
zio della morte di Guglielmo, Rinaldo Scrove- 
gni, altro dei capi del partito ghibellino, fuggi 
a Vicenza ed offerse sé stesso e il suo castello 
di Trambache a Cane ; ma questi, temendo la 
potenza dei Padovani, non volle accettare ; onde 
Rinaldo fu, per ordine di Padova, mandato in 
esiglio a Capodistria ^). Tutto questo avvenne 
nella seconda metà di febbraio del 1312. 

Il partito imperiale, che vedemmo cosi scarso 



1) Cort. Lib. I. Gap. XV 



CAPITOLO TERZO 79 

nella votazione del famoso consiglio, tenuto il 
15 febbraio, andava perdendo terreno ogni gior- 
no più. I giovani particolarmente si mostravano 
avversi all' Imperatore ed ardevano dal desiderio 
di venire alle mani con Cane, nella certezza di 
riacquistare alla Repubblica ciò che aveva per- 
duto e di ritornarla alla potenza di pochi anni 
innanzi. I vecchi, ammaestrati dall'esperienza, 
prevedevano invece la totale rovina della città, 
e disapprovavano altamente la defezione di que- 
sta all'Imperatore; sennonché i loro consigli ve- 
nivano accolti dai giovani con sorrisi di scher- 
no. Erano appena incominciate le ostilità con 
Cane, e i giovani andavano dicendo, che il ter- 
ritorio di Vicenza, devastato dal fuoco, sarebbe 
caduto in potere di Padova, che Cane avea po- 
sto ogni fiducia nei luoghi fortificati, perchè non 
avrebbe mai osato di venire alle armi in campo 
aperto coi Padovani; tanto era grande il va- 
lore di questi ! Vicenza in breve sarebbe stata 
.presa ; Verona e la Lombardia avrebbero obbe- 
dito ai comandi di Padova. Consigliassero adun- 
que i vecchi, cui la tarda età è maestra, di 
muovere verso Vicenza, né di tornare indietro 
se non dopo averla vinta. Il ferro si doma men- 
tre é caldo ; l' ingiuria si vendica mentre è re- 
cente. 



80 ALBERTINO MUSSATO 

Alle inliammate parole dei giovani, i vecchi 
rispondevano : Avesse voluto il cielo che i Pa- 
dovani, signori di Vicenza, avessero procurato 
di sostenere i Vicentini nella loro libertà anche 
col soccorrerli. Padova ora vivrebbe in pace: 
ne il Signor di Verona sarebbe stato collocato 
dall'Imperatore in Vicenza, il che può essere 
causa della rovina della Marca Trivigiana ; poca 
favilla gran fiamma seconda. Non v' ha nulla 
che si faccia agli altri che non possa esser fatto 
a noi stessi. A che rallegrarsi che Vicenza e 
Verona vengano devastate dal fuoco ? La stes- 
sa cosa potrebbe accadere a Padova. Si faccia 
adunque la pace, a cui tende ogni uomo, come 
ad ultimo fine, e senza cui nulla può esservi 
di lieto ! Essi avean veduto i tempi di Ezzeli- 
no da Romano, erano stati spettatori delle cru- 
deltà di quel feroce. Chi poteva assicurare che 
in causa della guerra non si ritornasse sotto 
un dominio pari a quello? I giovani allevati 
in pace, alieni da ogni arte guerresca, cercas- 
sero la pace ; poiché nella guerra il loro ardore 
giovanile potrebbe condurre a rovina. 

Tali saggi consigli i giovani schernivano 
dicendo : (Costoro sono rimbambiti, poiché non 
vogliono vendicarsi dei nemici di Padova ; a- 
scoltiamo il consiglio di coloro che voglio- 



CAPITOLO TERZO 81 

no Vicenza o che bramano di vivere con 
onore. 

L' entusiasmo per la guerra s' era fatto in 
breve così grande che nessuno, per timore della 
morte, osava far parole di pace ^). 

La defezione di Padova ad Arrigo era già 
stata notilicata il 21 febbraio 1312, per let- 
tera a Firenze, eh' era il capo del partito guel- 
fo ~), e le ostilità fra Padova e Cane ruppero 
col principio di marzo dello stesso anno. Il Mus- 
sato ebbe, come vedremo, parte grandissima in 
quelle lotte;, nelle quali si mostrò non meno va- 
loroso colla spada di quello che si fosse mo- 
strato colla parola nelle ambascerie e nelle 
pubbliche adunanze. 

I Padovani fecero dapprima scorrerie nel ter- 
ritorio vicentino e veronese, ove devastarono e 
abbruciarono ogni cosa. Capitanati dal Conte 
Rizzardo Vinciguerra veronese, nemico acerri- 
mo di Cane, s' impadronirono dei castelli di 
Montagnana e di Cologna. Imbaldanziti da que- 
sti successi, volsero quindi il pensiero a Vicen- 
za. Da certe congetture stimavano che i Vicen- 
tini fossero già stanchi della signoria di Cane 



1) Cori. De Bisputatione semiin cion jiivenibus et 
quasi prophetia futurorian. Lib. I. Gap. XVI. 

2) Bonaini Ada Henrici VII. 1877. 

6 



82 ALBERTINO MUSSATO 

e pentiti d^ essersi, con poca prudenza, sottratti 
al dominio di Padova. Pensavano i Padovani: 
se noi ci accostiamo con grosso esercito alla 
città e promettiamo ai Vicentini di perdonar 
loro ogni trascorso, purché si sottomettano di 
nuovo al nostro potere, è certo eh' essi si ri- 
bellano a Cane e, scosso l'abborrito giogo, si 
danno a noi. Animati da questa speranza, ca- 
valcarono verso Vicenza. Giunti al ponte di 
Quartesolo si soffermarono e, non vedendo no- 
vità alcuna dalla parte di Vicenza, mandarono 
innanzi un drappello di fanti leggeri ad esplo- 
rare come stessero le cose di là dal fiume. Fatti 
mille passi, i fanti videro venirsi incontro i Vi- 
centini, coi vessilli imperiali e colle insegne de- 
gli Scaligeri, divisi in due schiere, l'una a poca 
distanza dall'altra. Gli esploratori non si per- 
dettero d'animo ; ma, senza por tempo in mez- 
zo, vennero a lotta, benché ineguale, coi ne- 
mici. La battaglia fa incominciata con alte gri- 
da da una parte e dall'altra. I Vicentini, dopo 
breve combattimento, furono volti in fuga ; non 
pochi rimasero morti sul campo. 

Cangrande, intesa la disfatta, volò da Ve- 
rona a Vicenza, e poiché sospettava che ne 
avesse avuto colpa la fazione dei guelfi Vicen- 
tini, ne dannò a morte parecchi, ad altri im- 



CAPITOLO TERZO 83 

pose grosse taglie ; quelli che s' erano sottrat- 
ti colla fuga alla • vendetta, n'ebbero pubbli- 
cati i beni e furono dichiarati nemici dell" Im- 
pero ^). 

I Padovani incoraggiati dalla vittoria, si vol- 
sero con tutto Tesercito a Marostica, terra del 
distretto vicentino, e, dopo averla espugnata, 
tentarono di muovere l'assalto alla rocca, posta 
in luogo eminente. Due giorni durò quell'as- 
salto, dopo i quali, vedendo gli assedianti che 
le spese avrebbero superato di gran lunga il 
vantaggio della vittoria, desistettero dall'im- 
presa. Il Mussato fu veduto in quell'occasione, 
aiutato da' suoi, spingere sull' ultima cima di 
quel colle un ariete da collocarsi alle porte del 
castello. L'ariete in mezzo alla grandine, onde 
lo saettavano quei terrieri^ già stava per toc- 
care la cima, allorché Albertino, guardandosi 
intorno, si vide abbandonato con soli dodici va- 
lorosi. Sentendosi impotente alla diffìcile impre- 
sa, dovette cedere e ritirarsi -). Questi fatti 
avvennero nell'aprile del 1312. 

Cangrande, desideroso di vendetta, riunì un 
grosso esercito, composto di Mantovani, di Ve- 



1) Hist. Aiig. Lib. IV. Rub. VI. Cort. Lib. I. Cap. XV, 

2) De Geslis Hai. ecc. Lib. IV. Rub. II. 



84 ALBERTINO MUSSATO 

ronesi, di Vicentini, e corse ad espugnare il 
castello di Mota che apparteneva ai Padovani. 
In breve il castello s' arrese, e Demetrio, clie 
n' era il Signore, fu fatto prigione e mandato 
à Vicenza, dove mori in carcere. Lo Scaligero 
si volse quindi a Camisano ; ma, respinto da 
Martino Cane, dovette ritirarsi ^). Poco ap- 
presso prese col suo esercito la via diretta per 
Padova e devastò lungo il cammino quante più 
ville potè. I Padovani già se lo vedevano alle 
porte della città, e n'erano spaventati, allorché 
il valoroso Rizzardo Vinciguerra, riunito l'eser- 
cito padovano, seppe opporsi a Cane, con tanta 
efficacia, che questi non potendo sostenerne l'im- 
peto, mandò in fretta per soccorso a Guarnieri 
di Homburg, vicario imperiale di Lombardia. 
A'enne tosto Guarnieri e, dopo avere per un 
giorno e mezzo devastato col suo esercito il 
territorio padovano e abbruciate le ville di Ro- 
volon e di Zovon, carico di bottino, ritornò 
senz' altro alla sua sede ~). 

I Padovani intanto s' erano uniti col mar- 
chese Francesco d'Este e con Guecello da Ca- 
mino, Sicrnore di Treviso, Feltro e Belluno, af- 



1) Hist. Aug: Lib. VI. Rub. II. e III. 
2j Hist. Aug. Lib. VI. Rub. Vili, e IX. 



CAPITOLO TERZO 85 

fine d'intraprendere una nuova spedizione con- 
tro Vicenza. Padova a que' giorni era piena 
di fiducia nelle sue forze e presagiva bene del 
suo avvenire, poiché gli avvenimenti le si vol- 
gevano favorevoli. L' Imperatore era lontano ; 
Rizzardo da Camino, vicario imperiale di Tre- 
viso, Feltre e Belluno, era stato ucciso, e suo 
fratello, che gli era successo nella Signoria, 
aveva rinnovato immediatamente l'alleanza con 
Padova. 

Stava Rizzardo giuocando agH scacchi, come 
era costume dei nobili d' allora, quando gli si 
avvicinò un contadino che, tratta di sotto la 
veste una ronca, lo percosse mortalmente nel 
capo. Il contadino fu fatto a brani dagli astan- 
ti. Si disse che fosse stato mandato da alcuni 
nobili trevigiani, che erano fra i più diletti a 
Rizzardo ^). Guecello, successo a lui nella Si- 
gnoria per voto comune, rinnovò, come dicem- 
mo, l'alleanza coi Padovani, i quali, col suo 
aiuto e con quello del Marchese di Este, si 



1) Cort. Lib. I. Gap. XVIII. 

A costui e alla sua morte allude l'AUgbieri nei versi 

E dove Sile e Cagnan s" accompagna 
Tal signoreggia e va con la test' alta 
Che già per lui carpir si fa la ragna. 

(Paradiso IX). 



86 ALBERTINO MUSSATO 

avanzarono di nuovo nel giugno 1312 verso 
il ponte di Quartesolo, depredando ogni cosa al- 
rintorno. Furono n:iandati innanzi alcuni uomi- 
ni, fra i quali il Mussato, ad esplorare se Vi- 
cenza potesse essere espugnata. Questi riferi- 
rono non doversi insistere nell'idea d'asse- 
diare la città, poich' essa era fortemente mu- 
nita all' intorno, ed oltre a ciò Cane, al di 
dentro, con grande numero di soldati, ne ve- 
gliava alla difesa. Fu stabilito di ritirarsi; ma 
alcuni audaci vollero spingersi prima al ponte 
di Longare, devastando i campi dei nemici. 
Benadossio da Parma, eh' era a capo di quelli, 
gridava perchè desistessero dalla temeraria im- 
presa^ essendo i nemici nascosti dentro le tor- 
ri; ma poiché vide che nessuno gli dava ascol- 
to, corse anch' egli sul ponte. I Vicentini usci- 
rono d'improvviso dalle torri e si scagliarono 
addosso ai Padovani, molti dei quali- precipi- 
tarono nel fiume e fra gli altri Benadossio, 
che mori annegato. 

Saputa la trista nuova, i Padovani manda- 
rono in soccorso dei loro fratelli buon numero 
di mercenarii, che mutarono le sorti della bat- 
tagha. I nemici furono messi in fuga ; moltis- 
simi restarono sul campo. L' esercito padovano 
andò ad accamparsi alla villa di Longare, col- 



CAPITOLO TERZO 87 

r intenzione di abbattere l'argine, oltre il quale 
i Vicentini aveano fatto deviare il Bacchigliene 
a danno di Padova. Cane volò da Vicenza a 
difesa di quell'argine e, respinti i nemici, fece 
uscir le acque del fiume che allagarano le cir- 
costanti campagne. I Padovani, veduto riuscir 
vano ogni tentativo, fortificato il castello di 
Montegalda, a presidio dei loro confini, dopo 
piccole rappresaglie, si ritirarono in città ^). 
Ma il desiderio di rimettere nell' antico alveo 
il Bacchiglione non li lasciava aver pace. Verso 
la fine di luglio di quell'anno, essi costruirono 
di nottetempo presso Longare un ponte di le- 
gno, e sul far dell' aurora passarono il fiume, 
avanzandosi con suoni di trombe e con gridi 
di allegrezza. Giunti a Longare fecero sosta, 
e mandarono innanzi alcuni esploratori, perchè 
vedessero se dalla parte di Vicenza si manife- 
stasse nessun movimento. Questi s'abbatterono 
per via in alcuni nemici a cavallo, parte-^dei 
quali misero in fuga, parte fecero prigionieri. 
Dopo di ciò i Padovani fecero intendere, per 
la seconda volta, ai Vicentini che avrebbero 
loro perdonato ogni cosa, purché fossero ritor- 



1) Hist. Aug. Lib. VI. Rub. XI. e XII. Con. Lib. I. 
Gap. XVIII 



88 ALBERTINO MUSSATO 

nati all'antica obbedienza; ma, non avendo 
avuto risposta, si diedero a devastare i campi 
e ad incendiare le ville del territorio di Vi- 
cenza, dopo di che rimisero il Bacchiglione nel 
suo letto. 

L'esercito si volse quindi a Lonigo. Alcuni 
degli abitanti, che parteggiavano pel Conte Vin- 
ciguerra, avevano, d'intesa coi Padovani, ap- 
piccato il fuoco alla villa, perchè coloro che 
erano a difesa della rocca, percossi dal terro- 
re, si arrendessero più facilmente. Ma la cosa 
non ebbe effetto; poiché, non ostante la villa 
ardesse quasi per intero, la rocca fu difesa 
con tanto valore dal presidio veronese, postovi 
da Cane, che i Padovani dovettero abbando- 
nare r impresa. Il Mussato ascrive a colpa dei 
suoi concittadini il non aver superato quella 
rocca. Egli dice che, vinto Lonigo, sarebbe ca- 
duta anche Vicenza e che la guerra sarebbe 
stata finita ; ma i Padovani non vollero sfor- 
zarsi di raggiungere la fortuna, che loro arri- 
deva. In quel giorno i terrieri aveano già ab- 
bandonato i ripari e le adiacenze ali" intorno, 
quando il Mussato si gettò nelle fosse, ecci- 
tando i soldati a seguirlo. Neil' uscire vide le 
soldatesche che fuggivano. Come furibondo le 
richiamò indietro e le rimproverò acremente, 



CAPITOLO TERZO 89 

additando loro il castello mezzo espugnato. In- 
vano ! Cariche di preda continuavano la fuga ^). 
L'esercito si rivolse quindi all'assedio di Poiana 
terra fortissima, dove Albertino diede novella 
prova del suo valore. 

Era Poiana tra i confini di Padova e quelli 
di Vicenza. In essa riparavano, come a sicuro 
asilo, quanti eran ladri ed assassini nei din- 
torni, i quali uscivano, di tempo in tempo, a 
depredare le circostanti campagne, mettendo lo 
spavento negli abitanti. Ai Padovani importava 
moltissimo l'occupar quella terra, una delle più 
munite di Cane, per aver libero il passo, ogni 
qualvolta avessero voluto entrare per quella 
parte nel territorio vicentino, il che fino a quel 
punto era stato loro impedito. La cinsero per- 
tanto d'assedio. I difensori opposero, per una 
intera giornata, valida resistenza, scagliando 
pietre e frecce senza numero sugli assedianti, 
per modo che questi cominciavano a disperare 
della riuscita. Quand' ecco, sul far della sera, 
sopraggiunse Mussato, il quale, impugnata la 
bandiera del quartiere di Ponte molino e fatte 
gettare attraverso le fosse lunghe travi che 
servissero come di ponte, s'aperse la via col 



1) De Gestis Ital. ecc. Lib. IV. Rub. II. 



90 ALBERTINO MUSSATO 

ferro e superò le mura. I difensori, atterriti 
dallo spavento e dalla violenza dell'attacco^ ce- 
dettero, ed Albertino fece gettare il fuoco sui 
tetti delle case. Accorso in suo aiuto il rima- 
nente dell' esercito padovano, i nemici furono 
inseguiti fin dentro la rocca, espugnata la qua- 
le, la vittoria fu completa. 

Il Mussato, che parla nelle sue storie con 
giusta compiacenza di questo fatto, si lagna 
che i vinti nemici, i quali dovevano esser te- 
nuti prigioni, -siano stati, nel giorno seguente, 
lasciati partire con ciò che possedevano ^). 

Mentre l'esercito padovano intendeva all'as- 
sedio di Poiana, Cangrande, con forte numero 
di soldati;, devastava il territorio di Padova. 
Aveva già preso il ricco villaggio di Curtarolo, 
mettendolo a fuoco e facendo strage degli abi- 
tanti, allorché, avendo inteso che Guecello da 
Camino, Pagano della Torre, vescovo di Pa- 
dova, e Gualpertino Mussato, abate di Santa 
Giustina, venivano in soccorso di Curtarolo, 
abbandonò la preda e si rifugiò in Vicenza. I 
Padovani, ritenendosi superiori di forze a Ca- 
ne, capitanati da Guecello, cavalcarono a Vil- 

t 
-^- «^ > 

1) nisf. Aufj. Li-b. VII. Rub. X. De Geslis Hai. Lib. 
IV. Rub. II. 



CAPITOLO TERZO 91 

laveria e quindi proseguirono fino alle porte 
di Vicenza, devastando ed incendiando ogni 
cosa. Cane usci dalla città, e Guecello avrebbe 
voluto appiccar battaglia con lui, ma ne fu 
sconsigliato per la vicinanza della città. Verso 
la fine di settembre (1312) per la via di Cit- 
tadella, l'esercito ritornò in Padova ^). 

Fino a questo punto le sorti della guerra 
si erano mostrate favorevoli a Padova, tanto 
eh' essa si riteneva ormai sicura del buon esi- 
to, credendo le proprie forze superiori a quelle 
di Cane, di cui s' era formato un assai me- 
schino concetto ') ; nò la sua fiducia sarebbe 
stata fuori di proposito, se tutti coloro che le 
si professavano amici, fossero stati tali vera- 
mente. Eir ebbe ad accorgersi ben presto che 
alcuni di coloro ne' quali aveva posta maggior 
fede, e che, meglio degli altri, avrebbero po- 
tuto giovarle, piuttosto che essere animati dal 
desiderio del bene di lei, miravano al proprio 
interesse personale, pronti a tradirla ogniqual- 
volta si fosse presentata ì" occasione propizia. 

Dicemmo come Guecello da Camino avesse 



i) Hisf. Aug. Lib. VII. Rub. X. e XI. Cort. Lib. I. 
Gap. XYIII. 

2) Paduani relevanlur in alluni, quasi Dominum 
Canem prò nihilo reputantes. Cort. Lib. 1. Gap. XIV. 



92 ALBERTINO MUSSATO 

stretta amicizia coi Padovani, affine di com- 
battere con essi contro Cangrande. Di quel- 
l'amicizia accolta con grande entusiasmo, i Pa- 
dovani ebbero a pentirsi ben presto, poiché le 
esigenze del Signore di Treviso divenivano, di 
giorno in giorno, più esorbitanti. I meglio av- 
veduti, tra i quali il Mussato, capivano molto 
bene a che tendesse Guecello, e gli tenevano 
di continuo gli occhi addosso. Lo scopo suo 
era quello di farsi, a poco a poco, Signore di 
Padova : ma questo egli intendeva conseguire 
in modo che i Padovani si fossero trovati un 
bel giorno, quasi senza accorgersene, sotto il 
potere di lui, impotenti a liberarsene. La sua 
intenzione, pertanto, non differiva punto da quel- 
la di Cangrande, sennonché questi era un ne- 
mico aperto contro il quale si poteva combat- 
tere fino air ultiuio, prima di cedere ; mentre 
Guecello copriva i suoi malvagi propositi sotto 
la maschera dell' amicizia. 

Con un tal verme roditore nel seno, la Re- 
pubblica non avrebbe potuto durare a lungo, 
se gli- avveduti, di cui dicemmo, non avessero 
posto un limite alle esigenze di Guecello. Esa- 
gerando di continuo l'importanza del suo aiuto 
ai Padovani, i quali, pur di tenerselo amico, 
cercavano di onorarlo in tutti i modi e di sod- 



CAPITOLO TERZO 93 

disfare ogni suo desiderio, egli aveva ottenu- 
to, oltre un palazzo in città, molte e ricche 
possessioni dei fuorusciti, nonché la facoltà di 
eleggere il Podestà, come difatti lo elesse nel- 
la persona di Bornio dei Samaritani bolognese 
suo favorito. Non contento di tutto questo, 
voleva essere nominato capitano supremo della 
guerra, con pieno potere di punire i trasgres- 
sori degli ordini militari, adducendo non essere 
i Padovani avvezzi alle discipline militari, e 
quindi poter riuscire dannosi alla Repubblica, 
qualora non avessero chi obbedire. Nel timore 
di perdere la libertà, i Padovani s'opposero a 
questo suo desiderio, ed egli tentò allora di 
pervenire al dominio della città, allettando a 
sé i più valenti. Ma quando vide di non riu- 
scire a nulla, svelò l'animo suo ambizioso: Poi- 
ché gli veniano negate quelle cose che solo a 
vantaggio del popolo padovano egli chiedeva, 
avrebbe provveduto a sé stesso ; a lui bastava 
allontanare i nemici da' suoi confini e difendere 
i campi trevigiani ; avrebbe prestato omaggio 
all'Imperatore, né avrebbe nociuto a sé stesso 
per giovare a degli ingrati. — 

Egli credeva che, all'intender le sue minac- 
ce, i Padovani, disperando delle loro forze, gli 
avrebbero concesso quanto domandava ; ma 



94 ALBERTINO MUSSATO 

s'ingannò. Essi gli mostrarono apertamente di 
non curarsi di lui. Guecello sdegnato si ri- 
volse a suo cognato Enrico conte di Gorizia e 
all'Arcidiacono di Aquileia, che parteggiava per 
lo Scaligero , affine di trattare segretamente 
con esso loro, per far lega con Cane ; la qual 
cosa non appena seppero i cittadini di Treviso 
si sollevarono, nella tema che Cane potesse 
diventare signore della città loro, e, prese le 
armi , cacciarono Guecello nel dicembre del 
1312 '). 

Le trame di Guecello contro la libertà di 
Padova furono sventate in tempo ; ma egli non 
era il solo che cospirasse a danno della Re- 
pubblica, col proponimento di farsi signore della 
città; c'era qualcun altro che mirava allo stesso 
scopo, usando della maggiore astuzia. 

S'era già manifestata in molte città d'Ita- 
lia, che si reggevano liberamente, la tendenza 
di alcuni fra i pricipali cittadini ad acquistare 
la signoria assoluta. Per raggiungere questo 
fine, essi cercavano di mostrarsi più. che mai 
teneri della libertà e grandezza della patria, 
largheggiavano in munificenze , profondevano 
in lussi e in feste, alle quali potesse prender 



1) Hisl. Aug. Lib. X. Rub. I. 



CAPITOLO TERZO 95 

parte anche il popolo, affine di rendersi a que- 
sto sempre più accetti. Per tal via toccavano, 
a poco a poco, la meta, e il popolo ingannato 
sentiva, quando meno se lo sarebbe aspettato, 
gravarsi sul collo il giogo impostogli dal no- 
vello Signore. In Padova c'era più d'uno che 
aspirava alla Signoria, e che vedeva per ciò, 
con molto piacere, farsi, di giorno in giorno, 
peggiore la condizione della città in mezzo a 
tanti nemici. Ma qui non era così facile riu- 
scire nell'intento come altrove. Quei cittadini, 
che non aveano voluto sottomettersi all'Impe- 
ratore, non avrebbero sofferto giammai che un 
loro pari esercitasse sovr'essi un comando as- 
soluto ; coloro poi che aveano consigliato la 
sommissione ad Enrico , primo fra i quali il 
Mussato, avrebbero impedito con ogni sforzo 
la Signoria di un solo, per evitare la quale, 
più che per altro , avevano forse , con tanta 
insistenza, patrocinata la causa dell' Imperato- 
re. E poi l'assoggettarsi alla tirannia di una 
sola famiglia era per Padova, come osserva il 
AVychgram, un regresso ; ben altra cosa era 
l'assoggettarsi all'alta Signoria' dell' Imperato- 
re, sotto la quale ciascuna città non era che 
un membro di un gran tutto, senza esser co- 
stretta a rinunziare alla propria particolare co- 



96 ALBERTINO MUSSATO 

stituzione ^). Egli è per ciò che il Mussato, al 
quale non isfuggivano le intenzioni dei malva- 
gi, strappò dal viso la maschera ad uno di 
questi pretendenti, il quale, mentre avrebbe po- 
tuto tornare col suo ingegno e colle siie ric- 
chezze di utilità grandissima alla patria, se- 
gretamente la tradiva per porre sé stesso a 
capo della città. Era questi Nicolò da Lozzo, 
del quale Albertino ci dà nella sua Storia il 
seguente ritratto : 

« V'era in Padova un uomo di nobilissima 
stirpe, Nicolò da Lozzo, di mirabile eloquenza, 
di profondissimo ingegno, d'immensa magna- 
nimità, di liberalità profusa. Ma lo stimolo 
d' una irrequieta invidia e un'ambizione senza 
conlini traviavano queste virtù. Egli abborriva 
le civili istituzioni, ad eccezione di quelle di 
cui era stato autore egli stesso : segretamente 
intollerante di chiunque gli fosse pari o mag- 
giore nella città, riteneva suo biasimo l'altrui 
lode, e perciò soleva odiare i buoni ed amare 



1) Dass die Unterordiiung uuter die Tyrannis eines 
einzigeu Geschleclites, wie die Dinge lagen, fiir Padua 
einen Riickschritt bezeicdiiien iiiusste war klar. Ein An- 
deres war die Oberherrscliart des Kaisers, untar die 
jede Stadt nur das Gleid eiaes ungelieuren Gaazen oline 
Verzicht auf selbstàndige Verfassung bedeutete. pag. 34. 



CAPITOLO TERZO 97 

gli adulatori. Nessuno era migliore di lui, quan- 
do l'occasione, non la virtù, lo volgesse al be- 
ne ; nessuno peggiore, quando si trattasse di 
nuocere. Quante volte in Senato la sua elo- 
quenza corroborava cause inferme ! Nell'uscir 
dal Pretorio coloro stessi, i quali avevano san- 
cito coi loro voti i decreti sostenuti da lui, li 
detestavano; né il frequente pentimento li ri- 
teneva dal ricadere in appresso nella stessa 
colpa. Scoperto infedele, superava con inganne- 
vole astuzia, gli sforzi di chi s'era fidato in 
lui. Comperava i fautori coi doni, quali arric- 
chendo, in onta alla religione, con sacre pre- 
fetture e convertendo per abuso le ceremonie 
divine a comodo dei secolari, quali con annue 
largizioni, fino a consumare i suoi granai e le 
sue vettovaglie ; alcuni arricchiva colle perdite 
della Repubblica, altri col patrimonio dei po- 
veri. Macchinatore di grandi cose, coll'aiuto di 
costoro faceva in città ciò che meglio gli pia- 
ceva, e molto giovava alle sue imprese la fa- 
cilità che eravi allora di servire. Ma quantun- 
que fazioso, non era mai stabile in un par- 
tito ; seguiva sempre gli eventi più fortunati. 
Ossequente alla plebe contro gli ottimati, men- 
tre prevalsero i plebisciti; in consorzio cogli ot- 
timati e feroce contro la plebe, se questa soc- 



98 ALBERTINO MUSSATO 

combesse, passava, con alterna vicenda, al par- 
tito più felice, fosse questo guelfo o ghibellino. 
Ora amico ora nemico dei Signori di Verona, 
secondo le varie vicissitudini dei tempi. Era 
tenuto grande per questo miscuglio di vizii e 
di virtù. Né deesi lasciar da parte T esterno 
d" un uomo cosi singolare. Biondo , rossigno, 
aveva occhi bianchi, mobili, sporgenti, labbra 
tumide, petto largo^ ventre voluminoso, gambe 
gonfie, pustolose, sempre infermicele ; statura 
piccola, ma robusta, vesti lunghe sino a terra 
sovraccariche d'ornamenti ^).» 

Costui, contro gli sforzi del Mussato per per- 
suaderli del contrario , aveva istigato i Pado- 
vani a ribellarsi all'Imperatore, non già per- 
ch'egli credesse di salvare, in tal modo, la P^e- 
pubblica, ma per giovare, se fosse stato pos- 
sibile a sé stesso nei rivolgimenti che, in causa 
della defezione , sarebbero avvenuti. Allorché 
Vicenza cadde in potere di Cangrande corse 
fama ch'egli fosse stato complice di quel fatto. 
Il popolo lo voleva morto, e fu necessaria tutta 
l'autorità dei principali cittadini, fra i quali il 
Mussato, per salvarlo dalla proscrizione. Pri- 
ma di tutto non v'era piena certezza ch'egli 



1) Hist. Ai'Q. Lib. X. Rub. II. 



CAPITOLO TERZO ^ 99 

fosse colpevole; in secondo luog-o , potente co- 
m'era, avrebbe potuto, insieme coi nemici, sov- 
venire i ribelli a danno della città. Ma la le- 
zione" non ebbe alcuna efficacia suir animo di 
lui, poiché non cessò di cospirare continuamente 
insieme coi faziosi, fìngendosi ghibellino coi 
ghibellini, guelfo coi guelfi, per meglio coprire 
le sue trame e riuscire nell'intento. Nelle pub- 
bliche adunanze sparlava di Cane, lo diceva ve- 
nuto su dal fango, disceso da un sordido ven- 
ditore di olio, lo chiamava atroce, scellerato, 
intollerabile e, quasi ciò non bastasse, propose 
in Consiglio di dare diecimila fiorini d'oro, in- 
sieme con molti privilegi, a chi lo avesse uc- 
ciso. Frattanto in segreto trattava collo Sca- 
ligero a danno della Repubblica. D'accordo col 
suo degno amico Antonio da Curtarolo, il quale 
reggeva Este in nome di Padova, aveva sta- 
bilito di dare, a un dato giorno, in mano a 
Cane Lozzo, Este e Monselice, ed intanto mu- 
niva il suo castello a spese dei Padovani. Nelle 
taverne e nelle piazze già s'incominciava a su- 
surrare di tradimento, allorché i principali della 
città, vedendo come fosse stoltezza il fidarsi di 
colui, dal quale erano stati ingannati tante vol- 
te, si riunirono in consiglio a discutere sul mo- 
do di evitare il pericolo. I più furono d'avviso 



100 ^ ALBERTINO MUSSATO 

si dovesse dissimulare la cosa e mandare a Ni- 
colò due messi, che lo invitassero a Padova 
per affari della Repubblica. Al Mussato, ch'era 
il più avveduto del Consiglio, e che compren- 
deva molto bene a che tendesse isicolù, parve in- 
sufficiente tale misura, e, pur approvando che 
si mandassero a Nicolò i due messi , propose 
che si spedisse nascostamente, di notte, parte 
della milizia padovana a Lozzo, affinchè occu- 
passe il castello prima che vi entrassero i ne- 
mici; si lasciasse poi piena libertà a Nicolò di 
recarsi a Padova, o di rimanere a Lozzo. Il 
provvedimento parve esagerato al Consiglio, 
né fu accolto ; si temeva la potenza di Nicolò, 
e si cercava renderlo benigno alla Repub- 
blica. 

Quanto avesse ragione il Mussato e come la 
sua proposta fosse assennata dimostrarono i 
fritti non molto dopo. Furono adunque spediti 
a Lozzo i due raess^'i/ ai quali Nicolò promise 
ch'entro tre giorni si sarebbe recato a Padova. 
Frattanto stette aspettando il Conte di Ilom- 
burg, che doveva comparire col suo esercito 
e con Cane; ma poiché vide che tardava, 
stette incerto sul da farsi. Este era bene assi- 
curata dalle milizie padovane, ed egli pensò di 
affrettare la venuta di Cane a Lozzo, il qua- 



CAPITOLO TERZO 101 

le vi andò. Ciò avvenne ai 22 dicembre del 
1312. 

Appena saputa la cosa, i Padovani cavalca- 
rono verso Lozzo. Per via scorsero globi di 
fumo innalzarsi dalla villa di Arqucà, incendiata 
dalle milizie di Cane, capitanate da Antonio 
da Curtarolo. Fatti certi del sito pel quale 
erano passati i nemici^ ne chiusero tutti gli 
aditi, sicché quelli furono costretti ad arren- 
dersi. Antonio da Curtarolo dovette alla cono- 
scenza ch'egli avea di quelle strade e alla ce- 
lerità del cavallo, se potè sfuggire alla vendetta 
dei Padovani e ricoverarsi in Lozzo. Esultanti 
per la vittoria, si ridussero questi coi prigio- 
nieri, sul far della sera, in Este, donde, colle 
macchine da guerra e con un grosso esercito, 
mossero all'assedio di Lozzo. Ma la fortuna fu 
loro nemica ; poiché il freddo intenso di quella 
notte impedì che potessero prendere il castello. 
Il giorno appresso corse voce che il Conte 
Guarnieri di Homburg si avvicinava a Verona, 
coi soldati di Lombardia, in aiuto di Cane. A 
questa notizia i Padovani s'affrettarono di mu- 
nire Este e Monselice. Guarnieri, accompagnato 
da Cane, entrò infatti poco dopo in Lozzo. Di 
là uscì co' suoi a devastare le ville poste ai 
piedi di Venda, e prese d'assedio il castello 



102 ALBERTIXO MUSSATO 

di Nicolò di Castelnovo, difeso invano da suo 
figlio Albertino. I Signori di Castelnovo erano 
consanguinei del traditore di Lozzo ^). 

Cane, fatto baldanzoso pei lieti avvenimen- 
ti, invitò, per lettera, i Padovani ad una bat- 
taglia in campo aperto. Confortati dal loro va- 
loroso Podestà, Bornio de' Samaritani, essi ac- 
cettarono e gli risposero, che scegliesse egli 
stesso il luogo opportuno. Cane scelse la pia- 
nura a pie di Montegalda : ma voleva la bat- 
taglia nel giorno seguente. I Padovani, che 
aveano l'esercito disperso parte ad Este parte 
a Monselice e in altri luoghi, domandarono 
tre giorni di tempo. Lo Scaligero non ne volle 
sapere e, lasciato Lozzo, andò co' suoi a Vi- 
cenza ; Guarnieri fece ritorno in Lombardia *).' 

A vendicarsi di Cane, che avea loro tolto 
Lozzo, i Padovani cavalcarono segretamente a 
Legnago ; ma non avendo potuto prenderlo, 
perchè difeso valorosamente, distrussero ogni 
cosa all'intorno ed abbruciarono molte ville bel- 
lissime, dopo di che ritornarono ad Este ca- 
richi di preda. Ciò avvenne il 2 feb. 1313 ^). 

Il traditore di Lozzo ebbe la ricompensa 



1) Hist. Aug. Lib. X. Rub. IV. 

2} Eisl. Aug. Lib. X. Rub. V. 

3) Hist. Av.g. Lib. XIL Rub. L Cort. Lib. l. Gap. XIX. 



CAPITOLO TERZO 103 

che si meritava. Cane, nonché mostrargU gra- 
titudine, gli abbruciò il castello ed i palazzi. 

Duplice ragione ve lo indusse : le spese in- 
sopportabili e la paura d'un assedio da parte 
dei Padovani ^). 

Né Nicolò fa il solo nemico interno, contro 
cui Padova dovette lottare. La tendenza a ri- 
bellarsi alla Repubblica si manifestava in molti 
dei principali cittadini ogni giorno più.. Soli- 
mano de Rossi, benché nato di famiglia guelfa, 
aderiva alla fazione dei ghibellini, e perciò 
era malcontento del modo con cui veniva retta 
la città. Possedeva un forte castello nella villa 
di Brazolo e, poiché non voleva pagare le im- 
poste che le condizioni della Repubblica in que' 
giorni esigevano, sofferse di demolire le proprie 
case in città, e si ritrasse superbamente nel 
suo castello. I Primati stabilirono di richia- 
marlo all'ordine e di venire con esso lui ad una 
conciliazione, ma egli si recò dall'Abate di S. 
Giustina e lo assicurò non avere alcuna mal- 
vagia intenzione contro la Repubblica. Gli diede 
in pegno un proprio tiglio giovinetto, cui l'Abate 
avrebbe potuto flagellare e perfino uccidere, se 



1) Hist. Aug. Lib. XII. Rub. III. Il Ferreto dice che 
fu Nicolò stesso che diede fuoco al castello, vedendosi 
impotente a difenderlo. 



104 ALBERTINO MUSSATO 

egli avesse mai tentato di ribellarsi alla Re- 
pubblica ; invocava, in cambio, il patrocinio del- 
l'Abate contro i propri avversarli e principal- 
mente in difesa del suo castello. L'Abate ac- 
colse benignamente le discolpe di Solimano, ab- 
bracciò padre e figlio e li presentò ai Primati. 
Combinata ogni cosa, Solimano, lasciato il fi.- 
glio in ostaggio all'Abate, se ne tornò a Bra- 
zolo. In quella, fece ritorno da Legnago col- 
l'esercito il Podestà Bornio, il quale, saputa 
la cosa, disse non potersi permettere che un 
cittadino, per aver dato in ostaggio il proprio fi- 
glio, vivesse secondo una legge particolare, con- 
tro i costumi e le istituzioni della Repubblica. 
Solimano citato a scolparsi ed invitato all'ob- 
bedienza, fìnse malattia, per cui Bornio, per 
decreto dei Primati, mosse di nottetempo colla 
milizia dal quartiere di Torricelle verso Bra- 
zolo, conducendo seco il figlio di Solimano e 
due figliolette, una di cinque e l'altra di tre 
anni, per appenderli alle forche in cospetto del 
padre, o per opporli a' suoi dardi, s'egli non 
si fosse arreso. Solimano tenne testa dapprima 
a' suoi concittadini ; ma, poiché vide tornargli 
inutile ogni sforzo, ricorse ad un'astuzia: do- 
mandò di consultare l'Abate di S. Giustina e 
Zauiboneto Capodivacca suo parente. Fatto ca- 



CAPITOLO TERZO 105 

lare il ponte levatoio, andò loro incontro- con 
placido volto; quand'ecco, nell'atto che stava 
per abbracciare l'Abate, il ponte fu alzato, se- 
condo l'istruzione che egli avea data a' suoi, 
e r Abate e Zamboneto rimasero suoi prigio- 
nieri. 

I Padovani indignati posero, con tanta vio- 
lenza, l'assedio al Castello , che Solimano fu 
costretto a chieder la pace; se non gli veniva 
accordata, spinto dalla disperazione, per ven- 
dicare i propri tigli, avrebbe esposto l'Abate 
e Zamboneto alle spade dei loro concittadini. 
Stettero i Padovani alquanto incerti sul da farsi. 
Albertino, non ostante l'amore grandissimo che 
portava al fratello, come si rileva da più luoghi 
delle sue opere, insisteva si dovesse pensare, 
anzi tutto, al bene comune. Dopo lunga incer- 
tezza, fu stabilito che Solimano se ne partisse 
co' suoi. Egli, fiducioso, commise sé e le sue 
cose a Zamboneto. Non l'avesse mai fatto! 
Nell'uscir dal Castello, Zamboneto, infiammato 
di sdegno al pensiero del perfido tradimento che 
Solimano gli avea ordito contro, diede a' suoi, 
che n'erano grandemente desiderosi, l'assenso 
di ucciderlo. Sohmano, coperto di ferite, cadde 
nel luogo stesso, dove avea sedotto l'Abate e 
Zamboneto. A questo il popolo perdonò la man- 



106 ALBERTINO MUSSATO 

cata fede, sentenziando che la frode dee ven- 
dicarsi colla frode ^). Ciò avvenne nel febbraio 
del 1313. Il Castello di Brazolo fu distrutto, 
i beni di Solimano confiscati, i figli banditi '). 
Non è a dire se Cane godesse di queste 
guerre intestine della nemica Repubblica; egli 
si vedeva, per tal modo, agevolata la via a di- 
venire Signore di Padova ^). Aveva egli stesso 
lusingata, con promesse, l'ambizione di que' ri- 
belli, che, fidenti nella potenza di lui, s'erano 
opposti alle leggi della Repubblica, Quando poi 
si videro ridotti a mal partito, senza ch'egli 
pensasse menomamente a soccorrerli, s'accor- 
sero troppo tardi di essersi ingannati e di aver 
cooperato, danneggiando se stessi, alle mire del 
Vicario imperiale. Le cose di Padova volgevano 
alla peggio; le dissensioni interne ne avevano 
stremato le forze, e Cane, vedendosi prossimo 
a raggiungere il suo intento, coglieva l'occa- 
sione propizia, per rendere ancora più misera 
la condizione della città, coll'indurre Enrico VII 
a promulgare contro di essa una terribile sen- 



1) Uisl. Aug. Lib. XII. Rnb. II. 

2) Cort. Lib. I. Gap. XIX. 

3) Exortaque Cani Grandi Icelitia, dum impUcilos 
hostes viieritjam commodius ac facilius coìifligendos. 
Hist. AuiT. Lib. XII. Rub. II. 



CAPITOLO TERZO 107 

tenza, la quale, per fortuna, non ebbe effetto 
veruno. Quella sentenza parve cotanto severa, 
anzi cotanto ingiusta, ai Padovani, che l' odio 
loro contro lo Scaligero, dal quale ritenevano 
fosse stata provocata, toccò il sommo. 

11 popolo, più fedele alla Repubblica, l'aveva 
sempre odiato a morte. Prima di questo tem- 
po. Cane cavalcava un giorno poco lungi da 
Padova, oltre le Brentelle, seguito da due dei 
suoi, quand'ecco fa circondato improvvisamente 
da tre contadini di quei luoghi, che gli uc- 
cisero il cavallo e fecero stramazzare a terra 
il cavaliere. 

Guai a lui se i suoi non l'avessero sottratto, 
senza indugio, alle mani di quei villici furibon- 
di ! ^). Un'altra volta i Padovani si recarono 
di nottetempo, con numeroso esercito, tìn quasi 
sotto le mura di Vicenza e si nascosero in 
un'imboscata, donde mandarono innanzi alcuni 
fanti leggeri, per istigar Cane ad uscire dalla 
città. Speravano di potergli chiudere la via al 
ritorno e farlo prigione; ma al chiarir dell'alba 
furono scoperti, ne Cane si mosse da Vicenza ^). 

L'Imperatore, come è chiaro dopo quanta 



1) Hist. Aug. Lib. Vili. Rub. IX. 

2) Hist. Aug. Lib. XIII. Rub. X. 



108 ALBERTINO MUSSATO 

siamo venuti narrando fin qui , aveva le sue 
buone ragioni , per dichiarare i Padovani ri- 
belli dell'Impero; s'aggiunga che questi ave- 
vano mandato di recente aiuti a Firenze con- 
tro di lui. Ma forse non sarebbe venuto si pre- 
sto nella determinazione di emanare contro di 
loro la sentenza, se non vi fosse stato indotto 
dalle continue querele degli esuli, e quel che 
è più, dalle instigazioni di Cangrande, al quale, 
come osserva il Wychgrara, diede forse un fa- 
vorevole appiglio lo scambio di lettere fra Ro- 
berto di Napoli e Padova, lettere che il Mus-. 
sato riproduce nella sua Hìstoria Augusta, e 
nelle quali Padova non mostra cosi chiaramen- 
te il desiderio di un'alleanza con Roberto, che 
Cane potesse farne giusto fondamento di ac- 
cusa ^). Nella terribile sentenza, l'Imperatore, 
dopo di avere enumerato tutti i torti dei Pa- 
dovani verso l'Impero, passa alle pene che 
vuol loro inflitte. Toglie ad essi il diritto di 
eleggersi il Podestà, abolisce il pubblico Stu- 
dio, ]i priva del diritto di conferire la laurea, 
nonché delle franchigie, privilegi, immunità, 
onori, feudi e diritti d'ogni sorta, che da lui 
o da' suoi predecessori fossero • stati loro con- 



1) Wychgram. Op. cif. pag-. 37. 



CAPITOLO TERZO 109 

cessi, ch'essi avessero, in qualunque modo, 
acquistati; comanda che sieno atterrate le mura 
e le fortificazioni della città, cosicché sia li- 
bero l'entrare e l'uscire a chiunque e da tutte 
le parti. Oltre a ciò impone che il Comune e 
r Università paghino alla regia Camera dieci- 
mila libbre d'oro ; dichiara banditi da tutto 
l'Impero i Padovani, che potranno venire of- 
fesi impunemente da chiunque, presi e fatti 
schiavi; quelli poi che un giorno o l'altro aves- 
sero a cadere nelle mani dell'Imperatore sa- 
ranno sospesi alle forche. Priva i giudici, gli 
avvocati, i notai del diritto di esercitare il loro 
officio, vieta alle città, ai castelli, alle ville 
soggetti all'Impero di dare apertamente o na- 
scostamente aiuto, consiglio o favore a Padova 
a' suoi cittadini, pena grossissime multe; scio- 
glie dalle loro obbligazioni tutti coloro che ne 
avessero contratto con la città o con alcuno 
dei cittadini, dichiara finalmente immuni dalle 
pene gli appartenenti alla famiglia imperiale, 
gli esuli dalla città per ragione di partito o di 
fedeltà all'Imperatore e tutti coloro, ch'entro 
due mesi, si fossero assoggettati fedelmente ai 
mandati dell' Impero ^). 



1) Hist. Aug. Lib. XIV. Rub. VII. 



liO , ALBERTINO MUSSATO 

Dicemmo cpme i Padovani rimanessero in- 
dignati alla notizia di questo bando. Esso parve 
loro , oltre ogni dire, esagerato ed ingiusto, 
benché le pene minacciate difficilmente potes- 
sero, né allora né poi , essere dall' Imperatore 
inflitte. Una sentenza consimile esli avoa a:ià 
pronunciato contro i Fiorentini dal suo tribu- 
nale eretto in Pisa. Ad essi, oltre i privilegi 
annullati, i giudici ed i notai cassati, aveva in- 
flitto una multa di centomila fiorini e avea 
tolto il diritto di batter moneta ^). Ma più ter- 
ribile ancora fu la sentenza che Enrico pro- 
nunciò contro Roberto re di Napoli (7 mag- 
gio 1313), nella quale lo dichiarò decaduto 
dal trono, come colpevole di lesa maestà verso 
di lui, e, nello stesso tempo, sciolse i sudditi 
dall'obbligo di obbedienza, vietando loro di più 
prestargli omaggio ; che se, per caso, gli fosse 
caduto nelle mani, gli avrebbe fatto tagliare 
la testa. 

Ma la condizione, in cui si trovava l'Impe- 
ratore, era tale da togliere aflatto il timore a 
coloro contro i quali le condanne venivano pro- 
nunciate; che anzi quanto più erano terribili 
nelle parole, tanto più venivano accolte con de- 



1) Giovanni Villani Lib. IX. Gap. XLVIII. 



CAPITOLO TERZO 111 

risione. Enrico, infatti, ridotto quasi senza eser- 
cito, era stato costretto a spedire TArcivescovo 
di Treveri, suo fratello, in Germania, per for- 
marne uno di nuovo, afline di muovere col- 
l'aiuto di Federico re di Sicilia e dei Geno- 
vesi contro Roberto di Napoli, il quale godeva 
la protezione di Filippo il Bello re di Francia 
e di Clemente V. 

Ma più che contro l' Imperatore, lo sdegno 
* dei Padovani era contro Cangrande. Essi non 
avevano inteso di mostrarsi ribelli a quello, 
ma soltanto di difendersi da questo, che li mi- 
nacciava di continuo, e che avrebbe voluto farsi 
Signore di Padova, per rinnovare, come dice- 
vano, le atrocità di Ezzelino. Esacerbati dal 
suo modo di procedere a loro riguardo, nonché 
mostrarsi spaventati delle pene minacciate, de- 
siderosi di conservare la libertà e di riacqui- 
stare il perduto, stabilirono di raccogliere tutte 
le loro forze e di rivolgerle contro di lui. I 
mille padri del Consiglio, con mirabile concor- 
dia, votarono unanimi la guerra contro Can- 
grande. 

Ai cittadini e ai mercenarii si unirono gli 
abitanti della campagna, muniti di falci e di 
forche, e il numeroso esercito nel mese di giu- 
gno di quell'anno (1313), mosse per Este e 



112 ALBKRTINO MUSSATO 

Montagnana, ed oltrepassò i confini Veronesi, 
ponendo l'assedio ad Arcole, che dopo breve 
lotta, s'arrese. Di là si volsero i Padovani a 
Verona, dinanzi la quale s' arrestarono. Era 
nel loro esercito il Conte Vinciguerra di San 
Bonifazio, esule veronese, desideroso di rimpa- 
triare. 

Ottenne questi il permesso di avanzarsi, con 
una coorte di mercenari, lino alle porte della 
città, che trovò chiuse. Una valida resistenza 
era inoltre preparata dal Podestà Federico della 
Scala ; per cui i Padovani, dopo un inutile ten- 
tativo, pensarono di abbandonare V impresa. 
Nel ritorno abbruciarono i palazzi che Cane 
possedeva a Montorio, a Caldiero, a Soave, ad 
Illasi, facendo strage degli abitanti e traendo 
seco gli armenti. 

Sostarono a Montagnana, indi per timore 
di Enrico conte di Gorizia, che s'apparecchia- 
va a venire dalla parte di Treviso in aiuto di 
Cane, fecero ritorno in città '). 

L'entusiasmo, col quale i Padovani s'era- 
no accinti alla guerra contro Cangrande, venne 
meno alla notizia della venuta del Conte di 
Gorizia. Ed è naturale. Essi speravano di aver 



^)Hist.At({/.Uh.XlY, Rub. IX; Cort. Lib. I, cap. XIX. 



CAPITOLO TERZO 113 

a combattere contro il solo Cane e, per vin- 
cerlo, si sentivano abbastanza forti ; ma quando 
seppero ch'egli s'era procacciato un alleato tanto 
potente, compresero che non era ancor giunto 
il momento di fiaccare l'orgoglio del Signor di 
Verona. Il Conte di Gorizia, giunto col suo 
esercito a Sacile, domandò ai Trevisani il pas- 
saggio, affine di potersi unire con Cane, e, poi- 
ché gli fu negato, si dispose ad ottenerlo per 
forza. I Trevisani, per poterglisi opporre, chie- 
sero aiuti a Padova, la quale ne mandò loro, 
e, nel medesimo tempo, spedi buon numero dei 
suoi a Bassano, per impedire che Cane si avan- 
zasse da quella parte. I Trevisani si accam- 
parono di là dalla Piave alle rive del Mnnte- 
gano ^), dove aspettarono l'esercito del Conte, 
che non stette molto a comparire. La lotta fu 
accanita da ambe le parti, sennonché gli al- 
leati furono messi in fuga. Molti restarono sul 



?) « Tale, scrive il Gennari, ò la vera lezione del 
passo dei Cortusii (Lib. 1, cap. XX), malamente leggen- 
dosi nell'edizione dell'Oslo Tarvisini equitaverunt ad 
partes Mcntagnanae, e poco appresso transire Matita- 
gnanam. E meravigliomi assai che il eh. Muratori ab- 
bia ritenuta nel testo la falsa lezione, e si sia conten- 
tato di notare la vera a piò di pagina, come una va- 
riante tratta da un Codice M.S. di casa Collalto ». Let- 
' tera sopra la famiglia de Maccaruffì, Padova, Bian- 
chi 1857. 



114 ALBERTINO MUSSATO 

campo, altri furono fatti prigionieri, non pochi 
fuggendo affogarono nella Piave. Il Conte di 
Gorizia, anziché approfittare della vittoria per 
unirsi a Cane, forse impaurito dalla notizia che 
un grosso esercito di Padovani era accampato 
tra Cittadella e Bassano, lasciò che i suoi de- 
predassero i campi situati fra Montegano e la 
Piave ed abbruciassero i villaggi dei Trevi- 
sani, i quali mandarono due ambasciatori a 
Padova, perchè non li abbandonasse in tanta 
sventura. I Padovani accorsero in loro difesa ; 
ma i Trevisani, eccitati dagli ambasciatori di 
Cesare, che si trovavano allora in Treviso, 
prestarono giuramento di fedeltà all'Imperatore, 
non senza meraviglia dei loro alleati. Il Conte 
di Gorizia tentò allora pratiche di pace coi 
Trevisani, e, ritornato a Sacile, licenziò il suo 
esercito, nel quale s'era manifestato un morbo 
contagioso ; ma i Trevisani dopo essere stati 
alquanto incerti, trovarono più conveniente di 
stringere un'alleanza offensiva e difensiva coi 
loro vecchi amici, i Padovani, eccettuando 
l'Imperatore, al quale avevano giurato obbe- 
dienza. 

Pochi giorni appresso, il 24 agosto 1313, 
mentre l'esercito padovano si trovava accam- 
pato in Montebello, nel territorio di Vicenza, 



CAPITOLO TERZO 115 

si sparse improvvisa la notizia che l' Impera- 
tore era morto. Non è a dire se ai Padovani 
riusci grata la nuova, non ostante che oggetto 
principale del loro odio non fosse Enrico, bensì 
Cane, ch'essi ritenevano cagione precipua di 
tutte le loro sventure. In Padova, al dire dei 
Cortusii ^), fu fatta una gran festa, quasiché per 
la morte dell' Imperatore, la cittcà non avesse 
j)iù nulla a temere per la sua libertà, né do- 
vesse essere più funestata da Cane. Stolta il- 
lusione ! poiché il Signor di Verona, dopo la 
morte di Cesare, anziché desistere dalla sua 
inimicizia contro i Padovani e dalle sue pre- 
tensioni sulla città loro, si mostrò più acca- 
nito, e, mentre prima fingeva dì agire per l'in- 
teresse dell' Impero, adesso fece vedere aper- 
tamente che agiva per proprio conto. 

Mussato, ammiratore di Cesare, provò gran- 
dissimo dispiacere alla nuova della morte di 
lui, e nella Historia Augusta se ne occupa 
come di cosa di grandissima importanza, quale 
era infatti. I particolari, ch'egli dà con tanta 
cura della malattia, della morte e della tu- 
mulazione di Enrico, mostrano l'affetto ch'egli 
nutriva per quell' uomo. 



1) Lib. I, Gap. XXII. 



116 ALBERTINO MUSSATO 

Non fa cenno della voce ch'era corsa di av- 
velenamento ; osserva soltanto come l' Impera- 
tore abbia cessato di vivere il giorno di San 
Bartolomeo, vicino alla Basilica dedicata a 
quel Santo, il giorno istesso nel quale, molto 
tempo innanzi, Corradino di Svevia era caduto 
sotto la mannaia di Carlo d'Angiò. 

Della immatura morte dell' Imperatore che 
dava tante speranze di sé, il nostro storico, 
riverente alla Chiesa cattolica, vede una delle 
cause, e forse la principale, nell'essersi Enrico 
messo in lotta col Papa. Finché si lasciò gui- 
dare dalla Chiesa, la fortuna gli arrise, quando 
le si fece ribelle ebbe a naufragare ^). 



1) Hist. Au(j. Lib. XVI, Rub. Vili. 



Capitolo Quarto. 



Continuano le ostilità fra Padova e Cane — Cane devia nuo- 
vamente il Baccliiglione a danno dei Padovani — I Guelfi 
in Padova hanno il potere della Repubblica — Abbocca- 
mento fra Bailardino Nogarola, Albertino Mussato e Mar- 
silio Polafrissana — Pace tra i Padovani e il Conte di 
Gorizia — Cane occupa Montegalda — Gli Alticlini e gli 
Agolanti — Vendetta di Nicolò ed Obizzo da Carrara — 
Il popolo assedia la casa di Albertino Mussato — Questi 
si rifugia a Vigodarzere - Orribili stragi di quei giorni 
— Albertino viene richiamato in città — Sua invettiva 
contro la plebe — Il podestà Ponzino dei Ponzoni — Ca- 
nale da Limena a Brusegana — Tentativo di riprender 
Vicenza — Atti eroici del Mussato — Vien fatto prigio- 
niero — Sconfitta dei Padovani — Proposte di pace — 
Opposizione di Maccaruffo — La pace viene sancita — 
Ritorno del Mussato in Padova — Sua incoronazione 
poetica. 



Alla nuova della morte di Arrigo, l'esercito 
padovano, che trovavasi accampato a Monte- 
bello, coir intenzione di ricuperare Vicenza, 
corse a porre l' assedio prima al castello di 
Barbarano poi a quello di Longare, ma senza 
alcun risultato, poiché l' uno e l'altro erano 
ben difesi dalle milizie di Cane. Capitanati dal 



118 ALBERTINO MUSSATO 

loro podestà Nicolò da Calbolo, i Padovani 
fecero ritorno in città, non senza prima aver 
dato alle fiamme alcuni villaggi dei Vicentini. 
Cane, che non aveva forze sufficienti per com- 
battere in campo aperto i nemici, fece, per 
vendetta, una scorreria nel loro territorio, de- 
vastando e depredando ogni cosa ^). Più tardi 
egli deviò nuovamente a Longare le acque del 
Bacchigiione, perchè non scorressero verso Pa- 
dova '). 

Il Conte di Gorizia avea mosso guerra, in 
quel frattempo, ad Ottobono Patriarca di Aqui- 
leia, il quale domandò soccorso a Treviso ed 
a Padova. In quest' ultima città il Conte mandò 
nn suo messo per trattar di pace, nella quale 
erano compresi anche i Trevisani. 

Vi fu una tregua di quindici giorni, dopo 
la quale furono ripigliate le ostilità, che du- 
rarono sino alla fine dell'anno. Il Patriarca, 
non ostante l'aiuto di Treviso e di Padova, si 
vide costretto a domandare la pace ^). 

Poco tempo innanzi avvenne in Padova un 
cambiamento, pel quale i guelfi ebbero nelle 



1) De Gestis Hai. ecc. Lib. 1, Rub. IV. Cort. Lib. I, 
Gap. XXI. 

2) De Geslis Hai. ecc. Lib. I, Rub. IX. 

3) De Gestis Ital. ecc. Lib. Ili, Rub. IV. 



CAPITOLO QUARTO 119 

mani il potere. La fazione dei ghibellini, che 
pareva spenta dopoché la città, liberatasi dalla 
tirannia di Ezzelino, s'era costituita in Repub- 
blica, nella lunga pace di circa mezzo secolo, 
aveva, a poco a poco, alzata di nuovo la te- 
sta. Continue risse funestavano la città ; né per 
l'uccisione di Guglielmo Novello dei Paltanie- 
ri, né per esser stati cacciati in bando i capi 
della fazione ghibellina si potè mai ristabilire 
completamente la pace. Avvenne pertanto che 
sulla fine d'ottobre di quest'anno (1313) fu 
abolito il magistrato tribunizio e trasferito ogni 
diritto pubblico e privato nei principali guelfi ; 
il nome ghibellino non doveva essere neppure 
pronunciato ; parte guelfa e Comune di Padova 
doveano suonare la stessa cosa. Il Senato fu 
accresciuto a mille uomini, quasi tutti guelfi ; 
di soli guelfi fu creato un nuovo magistrato, 
colla facoltà di rescindere i decreti del Senato 
e di trattare le faccende della guerra. Da que- 
sto magistrato doveansi eleggere i quattro An- 
ziani Conservatori della libertà e gli otto Sa- 
pienti, ai quali era affidato il governo della 
città ^). 



1) Anciani Conservatores quatuor Libertalis et Sta- 
tus, octoque secretorum conscii. — Be Gestis Ital. 
ecc. Lib. II, Rub. IL 



120 ALBERTINO MUSSATO 

In quei giorni Bailardino Nogarola, man- 
dato da Cane, significò ai Padovani come il 
suo Signore fosse disposto a trattare di pace. 
Fatta una tregua, i Padovani elessero Marsi- 
lio Polafrissana ed Albertino Mussato, i quali, 
com'era stato convenuto, s'abboccarono, nel no- 
vembre di quest'anno, con Bailardino ai piedi 
di Montegalda ^). 

Cane aveva domandato, pel primo, la pace. 
Si sentiva egli forse inferiore di forze ai Pa- 
dovani, cosi da prevedere che la lotta non gli 
sarebbe in avvenire favorevole ? oppure si senti 
vinto dalla stanchezza del lungo guerreggiare? 
Né r una cosa, né l'altra. I Padovani credet- 
tero, sulle prime, che la causa di questa de- 
terminazione da parte di Cane fosse stata la 
morte dell' Imperatore, per la quale lo Scali- 
gero, sentendosi a mal partito, credesse più 
conveniente far la pace con Ptdova; ma eb- 
bero tosto ad accorgersi che s'erano ingannati. 
La ragione, che adduce il ^Yychgram, del de- 
siderio di pace con Padova, manifestato dallo 
Scaligero, è forse la più probabile. « Le inno- 
vazioni, egh dice, introdotte nel governo della 
Repubblica erano dovuto a forti turbamenti 



i) De Geslis Ital. ecc. Lib. II, Rub. II. 



CAPITOLO QUARTO 121 

interni, ai quali dobbiamo ascrivere la inten- 
zione di Cane di metter fine alle ostilità, poi- 
ché egli, più che in queste, sperava nelle lotte 
intestine ^) ». Se cosi fu. Cane ha dato prova 
di somma avvedutezza, perciocché le lotte in- 
testine non tardassero, come vedremo, a ma- 
nifestarsi .terribili in seno alla città. 

I due messi padovani si recarono a Mon- 
tegalda, col mandato di insistere sulla restitu- 
zione di Vicenza. A questo patto soltanto sa- 
rebbe stato possibile un accordo fra i Pado- 
vani e lo Scaligero. Ma era proprio su questo 
punto che Cane non intendeva di cedere, per 
cui l'abboccamento, che durò fino a sera, non 
ostante l' eloquente parola del Mussato, non 
ebbe esito veruno. 

Fu dapprincipio conteso alquanto chi do- 
vesse parlare per primo ; disse finalmente Bai- 
lardino : 

« — Non mi vergognerò, in presenza d'Ita- 
liani, d'essere io il primo a parlare di pace. 



1) Starke innere Unruhen waren mit diesen Neue- 
ruQgen verbunden; iliuen Iiaben wir es wolil zuzuschrei- 
ben, dass Cane, hoffend aus dern verwirrten Zustande 
irgend welchen Nutzen ziehen zu kònnen, jetzt zum 
ersten Male seit dem Begiun dar Feindseligkeiten Frie- 
den zu schliessen beabsichtigt. 



122 ALBERTINO MUSSATO 

Domando pace, a nome di Cane Vicario del- 
l' Impero. 

— A che tanto schermirti di parlare pel 
primo, gli rispose Mussato, se Cane stesso è 
quegli che cerca la pace ? Noi pure vogliamo 
la pace. Esponi le condizioni. 

— Che si depongano le armi, disse Bai- 
lardino, affinchè ognuno possa libero e securo 
andar per le vie e per le città. 

— Sei un cattivo medico, soggiunse Mus- 
sato, che vuoi curare il male, senza prima e- 
stirparne la radice. Cane ceda Vicenza; deesi, 
anzitutto, toglier la causa della dissensione. 

— Vuoi tu, rispose Bailardino, che Cane 
ceda Vicenza, che è sua ? 

— Sua? interruppe il Polafrissana ; è sua 
patria ? vi nacque ? 

— Non è possibile, rispose Bailardino, ch'ei 
possa rinunziare al dominio di essa. Gliel' ha 
data r Imperatore in ricompensa de' suoi ser- 
vigi, né può cederla ad alcuno. Vi lagnate a 
torto, s'egli, per comando di Cesare, s' impa- 
dronì della città ; il torto l'avete voi. Padova- 
ni, che, colle guerre e cogl'incendii, avete de- 
vastato il territorio di Vicenza e quello di 
Verona .... 

— E Mussato all'incontro: Tu vorresti 



CAPITOLO QURATO 123 

coprire, con oneste parole, gli orrendi fatti. 
Smetti di lodar Cane, che, violato il diritto di 
alleanza, quale aveva stretto coi Padovani, sic- 
come ladro, occupò Vicenza, trasse schiavi i 
nostri concittadini, ne uccise alcuni e, compera- 
to da Cesare il falso titolo di Vicario, ci mos- 
se atroce guerra .... Sazio di sangue e di scel- 
leratezze omai ceda, ritorni Vicenza a Padova, 
impetri supplichevole la pace, mentre le circo- 
stanze e la clemenza degli offesi gliene por- 
gono il destro. Si renda benevoli i Padovani, 
che gli perdoneranno, se si mostrerà pentito » ^). 

La discussione non fu sempre seria, tanto 
poco erano persuasi i messi d'ambedue le parti 
di poter raggiungere lo scopo, pel quale s'era- 
no riuniti. Mussato non mancò, tuttavia, di 
sostenere, con la maggiore eloquenza, le ra- 
gioni della sua patria. Ai Padovani, del resto, 
non era punto spiaciuto che le trattative di pace 
con lo Scaligero fossero riuscite vane; essi sti- 
mavano venuto il tempo di ritorgli Vicenza. 

Il Papa aveva nominato Vicario imperiale 
per tutte le provincie d' Italia soggette al- 
l' Impero Roberto re di Napoli. Per questo 
fatto, il partito guelfo aveva preso ardire e 



1) De Gestis Ital. ecc. Lib. II, Rub. II. 



12 i ALBERTINO MUSSATO 

credeva che i ghibellini non avrebbero più sa- 
puto resistergli. Ma le speranze elei Padovani 
rimasero ben presto deluse. S'era offerto a co- 
storo, ({ual mediatore di pace tra essi e Cane, 
il Duca di Carinzia, il quale aveva spedito un 
messo al Senato. Nel medesimo tempo il Conte 
di Gorizia avea proposto ai Padovani, per 
mezzo di un ambasciatore, di far la pace con 
lui e di stringere una lega offensiva e difen- 
siva. Essi chiesero consiglio ai Trevisani loro 
alleati, i quali, dopo lunga incertezza, rispo- 
sero doversi accettare la pace, non la lega. 
Entrambi i messi partirono indignati da Pa- 
dova, la quale diede la colpa a Cane del cattivo 
esito della pratica. Cane la riversò sui Trevi- 
sani ed invase il loro territorio, fino a Castel- 
franco, devastando alcune ville. Sennonché i trat- 
tati di pace fra i Padovani e il Conte di Gori- 
zia furono ripigliati e la pace conchiusa; per cui 
lo Scaligero tralasciò di molestare i Trevisani. 
Colla nuova stagione (1314) i Padovani si 
spinsero oltre l'Adige, e, dopo aver devastato 
campagne ed incendiato villaggi, ricchi di preda, 
fecero ritorno in città. Cane, con grosso eser- 
cito, accresciuto degli aiuti de' suoi amici di 
Lombardia, si avanzò nel territorio padovano 
fino ad Abano, che diede alle fiamme. 



CAPITOLO QUARTO 125 

I Padovani ricorsero per aiuto a Treviso, 
fortificarono Monselice e impedirono a Cane di 
passare il fiume. Questi, veduta vana T impre- 
sa, incendiò i circostanti villaggi e si rivolse 
a Montegalda, dove i Padovani avevano eretta 
una fortezza. Antonio Malizia, con cinquanta 
uomini, la difendeva; ma, tradito da' suoi, fa 
consegnato a Cane e condotto prigioniero a Ve- 
rona. La fortezza fu distrutta dai fondamenti ^). 

Poco appresso avvennero in Padova fatti 
gravissimi, i quali misero a soqquadro l'intera 
città. Fin dall'ottobre dell'anno antecedente, 
per i mutamenti, che, come notammo, erano 
stati introdotti nel governo della Repubblica, 
il potere era caduto interamente nelle mani 
dei guelfi, che ne abusarono a danno special- 
mente dei ghibellini, molti de' quali vennero 
mandati a confino. 



^) Cos'i il Ferreto vicentino. Il Mussato, invece, at- 
tribuisce la perdita di quel luogo alla viltà del Malizia 
(De Gestis Ital. ecc. Lib. II, Rub. VII). I Cortusii an- 
ch'essi fanno il Malizia traditore (Lib. \, Gap. XXI). 
Il Verci (Storia della Marca Trivigiana e Veronese 
Lib. V), e il Gennari (Annali di Padova, Parte terza) 
stanno col Ferreto. « L'autorità degli scrittori, dice il 
Verci, è grande, perchè contemporanei; ma se è vero 
che il Malizia fu condotto prigioniero a Vicenza, come 
vuole il Ferreto, convien riportarsi a quanto scrisse 
questo scrittore». Tomo V, pag. 28, nota 1). 



126 ALBERTINO MUSSATO 

Fra i più prepotenti dei guelfi, ch'erano sa- 
liti al potere, primeggiavano due plebei, Pie- 
tro degli Alticlini e Ronco degli Agolanti, fat- 
tisi ricchi col continuo usureggiare, e capaci 
d'ogni azione più malvagia. Il primo, insieme 
con altri dell'ordine militare e plebeo, era stato 
citato in giudizio da Albertino Mussato, come 
reo di concussione. Albertino era allora degli 
Anziani. A questo onorevole officio, che, come 
egli scrive, pareggia il consolato romano, era 
stato eletto nel dicembre 1313. Pietro degli 
Alticlini fu posto in carcere, convinto del reato, 
e costretto inesorabilmente a restituire all'era- 
rio il tolto danaro. Egli aveva tre tìgli, e Ronco 
ne aveva uno, pari in tutto, se non peggiori, 
ai loro padri. Oggetto principale dell'odio di 
costoro erano i Carraresi, famiglia potente, va- 
lorosa e stimata. 

A capo di essa erano Giacomo ed Uberti- 
no, uomini di molto senno, i quali, per non 
recare maggior danno alla patria, travagliata 
da tante guerre, fingevano di non curare, a 
costo di parer pusillanimi, le calunnie che sul 
loro conto, spargevano gli Alticlini e gli Ago- 
lanti ; ma due giovani ardenti della loro stirpe, 
Obizzo figliuolo di Marsilio Papafava da Car- 
rara e Nicolò figlio di Ubertino non potevano 



CAPITOLO QUARTO 127 

sopportare in pace le ingiurie dei loro nemici, 
e meditavano, in cuor loro, terribile vendetta. 
Avvenne un giorno ^) che il Consiglio degli 
Otto alla presenza del Podestà Dino de' Rossi 
da Rimini, stabilisse, per suggestione dei Ron- 
chi e di Pietro degli Alticlini, di bandire do- 
dici ghibellini della fazione dei Carraresi. Non 
ci volle di più, perchè Obizzo e Nicolò si de- 
cidessero all'agognata vendetta. Invano Giaco- 
mo ed Ubertino tentarono d' indurre il Pode- 
stà ed il Consiglio a revocare il decreto, invano 
ricorsero all'eloquenza di Albertino Mussato e 
di Rolando da Piazzola, i quali non ottennero 
nulla da quei magistrati severi ed ostinati. 
Nicolò ed Obizzo, col favore della notte, in- 
trodussero in città quanti più poterono dei loro 
coloni. La mattina seguente, mentre recavansi 
al Pretorio, avendo incontrati sulla pubblica 
piazza Pietro e i suoi figli, li assalirono. Pie- 
tro, ferito nel capo, dovette alla celerità del 
suo cavallo, se potè sottrarsi alla morte. Que- 
sto fatto fu il segnale della rivolta. Tutta la 
città fu in armi ; i partigiani dei Carraresi, 



1) Secoudo il Mussato questo giorno sarebbe stato il 
VII Kal. majas (De Gestis Ital. ecc. Lib. IV, Rub. I), 
secondo invece un documento citato dal Verci (num. 669) 
il 17 dello stesso mese. 



128 ALBERTINO MUSSATO 

fra i quali il Mussato a capo della prima cen- 
turia del Quartiere di. Pontemolino ^), eccitati 
da Nicolò e da Obizzo, gridavano: viva il pO' 
jjolo, e i loro contr'arii : muoiano i Carrared. 
Il Podestà ed il Vescovo Pagano della Torre, 
accorsi a .sedare ' il tumulto, non furono ascol- 
tati. Obizzo alzò il vessillo del popolo, e al 
grido di viva il popolo, muoiano i traditoìH, 
la moltitudine corse furibonda alle case degli 
Alticlini. 

Quivi ogni cosa fu messa a ruba e a sacco, 
furono rovistati tutti gli angoli della casa e, 
in oscuri sotterranei, furono scoperti cadaveri 
di ogni età, di ogni sesso, quali in istato di 
putrefazione, quali ancor freschi, sulle cui livide 
carni stavano impressi i segni delle sofferte 
torture. 

L'indignazione e il furore del popolo non 
ebbero, a tal vista, più limiti. Tutto quel gior- 
no fu consumato nelle stragi. 

Trascorsa la notte, fra lo spavento dei cit- 
tadini, Nicolò ed Obizzo, coi loro seguaci, mos- 
sero, sull'alba, in cerca di Pconco. Stava questi 
appiattato in casa d'un amico, il quale, per 



1) Primus Quarterii Pontis Molendinorum pilus 
[De Gcstis Ital. ecc. Lib. IV, Rub. I). 



CAPITOLO QUARTO 129 

timore, lo svelò al popolo. Trafitto da mille 
spade, Plonco fu trascinato cadavere, per le 
vie della città, fino alla piazza ; spettacolo mi- 
serando! Quel giorno le case degli amici dei 
Ronchi e degli Alticlini furono spogliate senza 
distinzione. E poiché il popolo, quando si lascia 
trascinare alla rapina ed al sangue, non ismette 
facilmente, né sa distinguere, nella sua vendetta, 
i veri dai falsi amici, anzi spesso giudica ne- 
mico chi gli é amico sincero e disinteressato ; 
così la plebe padovana, in quel giorno, dopo 
aver sfogato le giuste sue ire sopra gli Alti- 
clini- e i Ronchi, rivolse ingiustamente il suo 
furore contro Albertino Mussato, dimenticando, 
a un tratto, i benefizii ricevuti da lui, e come 
egli fosse stato il primo a rivelare le infamie 
di quegli usurai. 

Poco tempo innanzi, Albertino, per soppe- 
rire ai gravi dispendii della guerra, aveva pro- 
posto in Consiglio una tassa sui contratti, che 
era stata approvata alla quasi unanimità. Ad 
un tratto, in mezzo alla moltitudine inferocita 
s'alza una voce, che ricorda il promotore della 
tassa. A quella voce mille altre rispondono, e 
la folla, senza esitare, si riversa impetuosa sulla 
via, che conduce alle case del Mussato, poste 
nel Quartiere di Pontemolino. 



130 ALBERTINO MUSSATO 

Si trovava Albertino, in qnell'istante, nel- 
l'atrio di Alberto Dente, col quale era unito 
in parentela. L' abitazione di costui era vicina 
alle mura della città ed era ben munita. Stette 
alquanto incerto il Mussato se difendere di colà 
la casa sua^ ch'era di fronte, dagli insulti della 
plebaglia; ma l'animo altamente generoso ne 
lo dissuase. Alberto Dente avrebbe voluto che 
si nascondesse in un sotterraneo ; ma egli, co- 
raggioso, rifiutò, e, fattosi allestire un cavallo, 
gli salse in groppa e, ficcatigli nei fianchi gli 
sproni, si slanciò fuori del palazzo, fendendo la 
moltitudine che, attonita si trasse in disparte. 
Per la vicina porta della città, si condusse in 
salvo a Vigodarzere. 

Il Quartiere di Pontemolino, come seppe 
dell'ingiuria che si voleva recare al Mussato, 
fu tutto in armi. 11 Podestà Dino de" Rossi ac- 
corse egli pure con la milizia, e quelli della 
famiglia s'erano posti con ardore alla difesa 
dalle finestre e dal tetto; ma ogni sforzo sa- 
rebbe tornato inutile, se non fossero giunti in 
tempo Nicolò ed Obizzo, i quah, parte colle 
promesse, parte colle minacce, indussero il po- 
polo feroce a desistere dalla sconsigliata im- 
presa. 

Orribili ^ragi, oltre alle narrate, furono 



CAPITOLO QUARTO 131 

commesse, in que' giorni. Guercio, figlio di Ron- 
co, fu trucidato, mentre travestito tentava fug- 
gire dalla città. Pietro degli Alticlini e i suoi 
figli s'erano rifugiati nel palazzo vescovile ; ma 
poiché il popolo minaccioso li domandava, il 
Vescovo li consegnò ad Obizzo, che promise di 
condurli in salvo. Questi li accompagnò di not- 
tetempo alla porta delle Torricelle, che trovò 
chiusa. Sopravvenne in quella Nicolò, seguito 
da' suoi, che, riconosciutili, mise loro le mani 
addosso. Il giorno appresso furono fatti morire 
sulla pubblica piazza, con ogni sorta di strazii, 
nò si permise che i loro cadaveri fossero sep- 
pelliti ^). 

Poco appresso gli Anziani, i Gastaldioni e 
i cittadini dell'ordine nobile e popolare si riu- 
nirono in Consiglio, per trovar modo di rendere 
la pace alla città. Fu stabilito di abolire le 
riforme e di ritornare all'antico reggimento. La 
città sarebbe stata governata, come per lo in- 
nanzi, da diciotto Anziani, e la potestà tribu- 
nizia sarebbe stata ristabilita. Fu fatto, inoltre, 
un pubblico decreto, mercè il quale Albertino 
Mussato sarebbe stato richiamato in patria ed 



1) De Gestis I/al. Lib. IV. Rub. 1. Cort. Lib. I. Gap. 
XXII. 



132 ALBERTINO MUSSATO 

accolto colle maggiori dimostrazioni di onore, 
per risarcirlo della immeritata ingiuria. Fra 
coloro che parlarono più efficacemente in favore 
di lui fu Giacomo da Carrara. Il decreto venne 
approvato a voti unanimi. 

Ritornato in Padova, il Mussato pronun- 
ciò dinanzi al Consiglio un'orazione veemente, 
ch'egli chiama: Invettiva contro la plebe ]ìa- 
dovana ^). Questa invettiva che rivela una volta 
di più quanta fosse l'eloquenza di Albertino è 
per noi di singolare importanza, poiché ne offre 
molte notizie sulla vita di lui, che invano 
avremmo cercate altrove. Di essa abbiamo fin 
qui fatto menzione più volte ; ora ci piace dirne 
qualche cosa in particolare. 
- Rivolgendosi ai Tribuni della plebe, agli Ar- 
tieri, ai Capi della Repubblica : « Dovrò ver- 
gognarmi, egli dice, ed arrossire, se pure ac- 
quistai qualche merito, di recitar da me stesso, 
dopo tanta ingratitudine, le mie lodi?>. Ri- 
corda il fatto per cui dovette fuggire dalla città, 
parla della sua ambasciata all' Imperatore e 
dell'accoglienza avuta, al suo ritorno, dalla pa- 
tria cieca ed ingrata, rammemora la meritata 



1) Invectiva in plebeni paduanam. De Geslis Ital. 
ecc. Lib. IV. Rub. II. 



CAPITOLO QUARTO 133 

perdita di Vicenza e le centinaia di lettere 
colle quali egli ammoniva i suoi concittadini 
di stare in guardia. Essi, in tanto frangente, 
s'erano di nuovo rivolti a lui, per piegar l'animo 
di Cesare, ed egli aveva accettato l'incarico 
ed avea conseguito lo scopo. E perchè dunque 
tanta ira della plebe contro di lui ? Si rese 
egli colpevole verso la Repubblica? Consumò 
il pubblico danaro ? Arricchì forse a danno dei 
privati? « Se v'è un solo, egli esclama, che sia 
stato molestato o spogliato da me, mi citi pure 
in giudizio ». E qui narra, come, eletto degli 
Anziani, abbia svelato reo di concussione Pie- 
tro degli Alticlini. Avrebbe tanto osato, mac- 
chiato di simil colpa e dimentico di sé stesso 
al punto di non stimare dovuta a sé quella 
pena che voleva inflitta agli altri? Nessuno po- 
trà mai dire ch'egli, fornito di bastanti for- 
tune per condurre una vita agiata, abbia messo 
le mani nel pubblico patrimonio. Eppure il fu- 
rore della plebe gii si scagliò contro, confon- 
dendolo coi malvagi. « Una torma di vilissimi 
contadini, egli dice, cui l'indigenza e la fame, 
nella desolazione della guerra, aveano spinto 
in città, un gregge di baldracche e di stranieri 
che, cupidi di novità e venuti in cerca, quali 
soldati, de' nostri stipendii, s'erano riuniti, come 



134 ALBERTINO MUSSATO 

in sentina, in questa nostra Padova, gridavano: 
Muoia lo spregiatore e il dileggiatore del po- 
polo, collii che, colla voragine della Carpella, 
ha aggravato del peso d'intollerabile contri- 
buzione il popolo padovano. Queste voci s'ac- 
crebbero ed eccitarono al saccheggio della mia 
casa » . Non nega il Mussato di aver scagliato 
vituperi contro la plebe, né di aver aderito al- 
l'onere della Carpella. Per giustificarsi della 
prima accusa, ricorda gli atti di valore da lui 
compiuti a Marostica, a Poiana, a Legnago, 
dove i plebei, che ora lo perseguitavano, per 
non seguire il nobile esempio di lui, s'erano 
lasciati sfusfoire, tutte le volte, una bella oc- 
casione, per conseguire una segnalata vittoria. 
« Dopo il ritorno, egli soggiunge, la vostra 
inescusabile colpa e i miei frizzi contro la vo- 
stra dappocaggine mi vi resero, come stimo, 
odioso ». Si paragona, non sempre opportuna- 
mente, a Camillo, a Scipione, a Seneca, e passa 
quindi alla Carpella. 

Per sopperire alle spese sempre crescenti 
della guerra fu tenuto un consiglio tra i Pri- 
mati. Vi fu chi disse, che i Toscani e i Lom- 
bardi, nei bisoa'ni di iiruerra, facevano uào della 
Carpella '), dazio dei più giusti e tollerabili, 

1) Dal verbo latino carpo. 



CAPITOLO QUARTO 135 

perciocché aggravi, a seconda delle sue forze, 
tanto il ricco quanto il povero. « Esso consiste, 
nota il Mussato, in questo: che uno, due, tre, 
quattro o più denari vengano distratti, per ogni 
libbra, in qualunque contratto, tanto da colui 
che sborsa, quanto da colui che riceve, e sic- 
come quelli che posseggono di più, spendono 
e riscuotono di più; cosi quest'onere veniva a 
pesare maggiormente sui ricchi » . Tre parti 
dell'adunanza convennero nell'opportunità di 
adottarlo. Albertino, col consenso degli altri, 
lesse al Senato gli atti del Consiglio, e Tini- 
posta fu sancita a pieni voti. E dovea la con- 
tribuzione di questo dazio, in mezzo ai gridi 
della plebagha, essere causa della sua rovina? 
No: poiché né i Tribuni, né i Patrizii, né 1 
consriunti, né q:ìì amici, né Dio, né i Santi lo 
permisero. Ma più che tutto fu la sua casa 
ben difesa che eccitò il desiderio della pleba- 
glia. Difatti in quanti palazzi, in quanti tem- 
pli non si cacciò il furor popolare? Quante faci 
incendiarie non istava per iscagliare contro le 
case? Tentò perfino di irrompere nel monastero 
di S. Giustina, per saccheggiarlo e per ucci- 
derne l'abate. Qui l'oratore s'intrattiene alquan- 
to sui meriti di suo fratello Gualpertino verso 
la Repubbhca, alla quale aveva consegnato vo- 



]36 ALBERTINO MUSSA.TO 

lontariamente quel fondo ricchissimo per l"uso 
di fabbricare il sale, che le era stato negato 
dagli abati predecessori ^). Ritornando quin- 
di a sé stesso, cosi chiude il Mussato Tinvet- 
tiva : « Ritorno a me stesso , o Fratelli , o 
Tribuni della plebe , o Magnati , o Cittadi- 
ni, qui riuniti per vedermi , per consolarnai , 
per abbracciarmi. Non parlo a quella turba 
ignava ed infesta che ricusò di accogliere co- 
lui, che seppe placare e render munifico papa 
Bonifacio Vili, uomo dei più temuti al mondo, 
che condusse a' suoi consigli il magnanimo En- 
rico A^II principe della terra, che sostenne il 



1) «.Calcinarìa chiamasi la Penisola confinante alla 
veneta laguna ceduta dall'abbate di Santa Giustina al 
Comune di Padova, per costruirvi le saline. Il Senato 
veneto vide ciò di mal occhio per il danno che ne pati- 
vano il pubblico patrimonio e le saline di Chioggia. Quin- 
di essendo stati inutili gli amichevoli trattati per indur- 
re i Padovani alla demolizione e all'abbandono delle sa- 
line, venne lor contro colla forza aperta nel 1304 in- 
sieme colle truppe alleate del Patriarca d'Aqaileia e del 
Marchese di Ferrara, e devastate le saline e diroccato 
il castello, costruitosi per difesa, costrinse i Padovani a 
chieder la pace con patto che fossero a perpetuità di- 
strutte le saline, nò mai più si potesse in quel luogo 
edificare castello o rocca di sorte alcuna ». 

Nota di F. Colle alla Notizia della vita e degli 
scritti di Albertino Mussato. Memorie dell'Accademia 
di Padova, 1809. 



CAPITOLO QUARTO 137 

manto purpureo ad una somma Imperatrice, 
dalla quale fu accolto tra' suoi più cari nel- 
l'intime sue stanze, che rese Vicenza soggetta 
a Padova, e che difese, nei momenti supremi, 
la libertà della patria. A ragione certamente 
il gregge sozzo abborrisce il vello d'aureo mon- 
tone. Stia lontana da voi, o Tribuni, la fero- 
cia delle vili belve sitibonde di sangue inno- 
cente. Io, salvato, consacro la mia salute , le 
mie fortune, tutto quello che ancora possono 
il mio ingegno e le mie facoltà ai Padri, ai 
Magnati, al popolo più sano ^). » 

Questa invettiva è senza dubbio, uno dei 
tratti più eloquenti della seconda storia del 
Mussato ; ma, per semplicità e per brevità, ri- 
mane al di sotto delle orazioni , che abbiamo 
ammirate nella Historia Augusta. Un po' di 
manierismo e un po' di rettoricurne fanno qua 
e là capolino, a mostrare come l'oratore aves- 
se studiato i classici e ne avesse subito l'in- 
fluenza. 

Dopo i fatti che abbiamo narrato, il Pode- 
stà Dino de' Rossi fu licenziato come fautore 
degli Alticlini e dei Ronchi, e fu chiamato, in 
sua vece, Ponzino dei Ponzoni cremonese. Co- 



1) Be Gestis Ital. ecc. Lib. IV. Rub. II. 



138 ALBERTINO MUSSATO 

stili aveva a' suoi stipendi un uomo fortissimo 
Beltrando Guglielmi, il quale, dopo aver com- 
battuto a lungo in favore di Padova contro 
Cane, col pretesto di mercedi che non gli erano 
state soddisfatte, passò al nemico, e da Vicenza 
faceva continue scorrerie sul territorio pado- 
vano, portando la strage dappertutto. Ponzino, 
raccolto buon numero di soldati, mosse un 
giorno ad incontrarlo. Lo colse presso le rive 
della Brenta e lo mise in fuga con tutti i suoi. 
Beltrando tentò sottrarsi all'ire de' suoi inse- 
cutori , ma fu raggiunto da Paolo Dente, che 
lo feri a morte (giugno 1314) ^). Incoraggiato 
da questa vittoria. Ponzino munì dapprima il 
castello di Abano, poi di nottetempo si con- 
dusse dinanzi alle porte di Vicenza ; ma poiché 
erano ben difese fece ritorno in Padova, non 
senza prima aver depredato il bestiame, che 
trovò sparso nel paese nemico (luglio 1314) -). 
Ponzino, come ben si comprende, aveva in 
mente di ricuperare Vicenza, e questo suo pen- 
siero non lo lasciava tranquillo. Ma prima di 
venire ad un nuovo tentativo, i Padovani si 
volsero ad un'opera utilissima, anzi necessaria 



1) De Gestis Hai. ecc. Lib. IV. Paib. II. 

2) De Gestis Ital. ecc. Lib. IV. Rub. IV. 



CAPITOLO QUARTO 139 

in que' giorni alla loro città; opera mirabile 
pel breve tempo in cui fu compiuta. Il fatto 
che le acque del Bacchiglione venissero da Cane 
deviate a Longare, perchè non scorressero verso 
Padova, si rinnovava troppo di frequente, e il 
danno che la città ne soffriva era grandissimo. 
Per ovviare a tanto inconveniente, i Padovani 
scavarono un canale tra Limena e Brusegana, 
per unire le acque della Brenta con quelle del 
Bacchiglione, cosicché quando queste fossero ve- 
nute a mancare sopperissero quelle al bisogno 
della città. L'opera fu fatta ai primi di luglio, 
e perchè i nemici non potessero impedire il la- 
voro, l'esercito padovano andò ad accamparsi 
di là dal nuovo canale, che fu detto la Bren- 
tella ^). Fatte questo. Ponzino si recò coU'eser- 
cito a Bassano, donde uscì a devastare il paese 
nemico. '). Secondo il Ferreto, l'esercito pado- 
vano si sarebbe, in questa occasione , avvici- 
nato a Vicenza per assalirla ; ma sarebbe stato 
fugato da Cane e da Bailardino Nogarola ^). 
Irritato lo Scaligero , cavalcò fino a Montec- 



1) Vedi: Gennari — Dell'antico corso del fiumi in 
Padova, pag. 82. Cort. Lib. I. eap. XXII. 

2) De Geslis hai. ecc. Lib. IV. Rub. V. 

^) Bistoria Rerum gestarum in Italia ecc. nei Re- 
rum Italicarum Scriplorcs, Tomo IX, II40. 



140 ALBERTINO MUSSATO 

«hio, coir intenzione di dare una battaglia ai 
Padovani, ma ne fu dissuaso, per essere in- 
feriore di forze. Intanto gli giunsero soccorsi 
da Verona, da Mantova e da Castelbarco, ed 
«gli allora si spinse sino alle porte di Padova. 
Il vescovo Pagano della Torre e Gualpertino, 
abate di S. Giustina, accorsero, col clero e coi 
cittadini, in difesa della città; ma la plebe 
stolta volle uscire contro Cane, stimando di po- 
terlo vincere. Invano il Vescovo e l'abate cer- 
carono di trattenerla ; essa aperse le porte. Cane 
le fu sopra ; molti furono gli uccisi , molti i 
prigionieri ^). All'annunzio che l'esercito pado- 
vano, stanziato in Bassano, s'era mosso contro 
di lui. Cane, raccolte le sue genti, carico di bot- 
tino, fece ritorno in Vicenza ^). 

Poco tempo dopo parve a Ponzino giunto 
il momento di mandare ad effetto la vagheg- 
giata impresa. 

Poiché Cane aveva spedito soccorsi a Maffeo 
Visconti contro i Pavesi, ed alcune differenze 
tra Padova e Venezia erano state accomodate, 
egli, senza metter tempo in mezzo e senza far 



ij De Gestis Hai. ecc. Lib. IV. Rub. VI. Cort. Lib. I. 
Cap. XXII. 

2) Ferreto Tomo IX. col. Mur. 



CAPITOLO QUARTO 141 

noto ad alcuno il suo progetto, raccolse ni breve 
quanti più soldati potè, e fece allestire mille 
e cinquecento carri. I cittadini osservavano, pieni 
di stupore, i grandi apparecchi e non sapevano 
indovinarne il vero motivo. Quand'ecco verso 
l'alba del 16 settembre i carri cominciarono a 
sfilare per la via che conduce a Monselice. 
Molti credevano che avrebbero passato l'Adige; 
ma, sul far della sera, senza suono di trombe 
e senza rumore alcuno, l'esercito mutò improv- 
visamente direzione. Quando furono certi i Pa- 
dovani, dalla strada che tenevano, che la loro 
meta sarebbe stata Mcenza, un'allegrezza fe- 
roce s'impadronì degli animi loro, e, pieni di 
una stolta fiducia, deposero le armi sui carri, 
ed inermi proseguirono il cammino. Ebbe Pon- 
zino la cautela di far custodire gli angoli delle 
vie, affinchè nessuno potesse portare, innanzi 
tempo, la nuova a Vicenza. Giunto l'esercito, 
sul far dell'aurora, al ponte di Quartesolo, s'ar- 
restò, affinchè il nitrito dei cavalli non guastas- 
se il disegno, e furono mandati innanzi alcuni 
esploratori al sobborgo di S. Pietro. Tacita- 
mente essi valicarono il fosso, e, vedute le sen- 
tinelle addormentate, ne avvertirono tosto Pon- 
zino, che, con uno scelto drappello, rapidissimo 
accorse ed ammazzate le guardie sonnacchiose 



142 ALBERTINO MUSSATO 

e fatto calare il ponte, entrò, fra le grida de' 
suoi, nel sobborgo. Il tumulto, che ne nacque, 
fu grandissimo; le guardie, che tentavano op- 
porre resistenza, furono uccise; i cittadini si 
svegliarono di soprassalto; le trombe e le grida 
dell'esercito irrompente risuonavano altissime 
per l'aria. I borghigiani stettero dapprima in- 
certi^ se i Padovani intendessero liberarli da 
Cane o dar loro il saccheggio; ma poiché Pon- 
zino li rassicurò, proibendo a' suoi di uccidere e 
di far bottino, essi gridarono ad una voce: Viva 
i Padovani. 

Reggeva in que" giorni Vicenza, Antonio 
Nogarola, fratello di Bailardino allora per caso 
assente; Cane si trovava in Verona. Accorse 
C'ue^li, con alcune schiere di Catalani e di Te- 
deschi, a difesa della porta della città e mandò 
immediatamente ad avvisare Cane del pericolo 
in cui si trovava Vicenza; fece quindi gettare 
il fuoco sopra le case del sobborgo, per costrin- 
gere il nemico ad uscirne. Ponzino, in tanto fran- 
gente, chiese il parere dei principali dell'eser- 
cito. Mussato consigHò di tenere il preso sob- 
borgo, di munirlo, di asserragliare le vie, per 
impedire l'uscita ai Vicentini; né frattanto si 
deponessero le armi, ma si tenessero di conti- 
nuo rivolte ai nemici; facilmente poi si avrebbe 



CAPITOLO QUARTO 143 

potuto circondar la città, dar fuoco agli altri 
sobborghi e costringer Cane a ritirarsi. I più 
degli astanti convennero in questo parere ; ma 
Vanni de" Scornazzani di Pisa, condottiero del- 
l'esercito, propose di abbandonare il sobborgo 
€ di accamparsi a due miglia dalla città. Muse 
il consiglio di costui, nomo assai reputato in 
cose di guerra, e tutto Tesercito, quantunque 
a malincuore, uscì dal sobborgo per accamparsi 
all'aperto. Non un segno d'allegrezza nei sol- 
dati; ma generale silenzio. Quand'ecco Vanni, 
uscendo dal sobborgo, si fece innanzi a Ponzino, 
a Giacomo da Carrara e a molti dei principali, 
e disse loro: «Che modo è il vostro di far la 
guerra, o Padovani? Perchè perdonare ai vinti 
nemici? Voi non sapete usare della vittoria e 
la vostra dannosa dolcezza sarà giudicata da 
tutti pusillanimità. Allorché i vostri furono vinti 
dai nemici sono stati forse risparmiati? Hanno 
usato i nemici verso di voi questa indulgenza, 
0, a meglio dire, questa viltà? In una guerra 
contro capitali nemici non devesi rifuggire "né 
dal ferro, né dal fuoco, né dal saccheggio. Con- 
cedete ai vostri il bottino del sobborgo, prima 
che gii abitanti mettano in salvo i loro averi » . 
Ponzino e gli altri risposero risolutamente di 
no ; ma i soldati, spinti dal desiderio della pre- 



144 ALBERTINO MUSSATO 

da, avevano già incominciato l'orribile saccheg- 
gio. I borghigiani, contro la fede lor data, si 
videro improvvisamente fatti segno al più bru- 
tale furore. I mercenari, che custodivano la 
porta della città, l'abbandonarono e si sparsero 
per le case ; a questi s'aggiunsero gli avidi Pa- 
dovani, sopraggiunti dal campo. Non s'ebbe ri- 
spetto né a chiese, né a monasteri; a quelle 
furono rubate le reliquie e i sacri arredi, a 
questi rapite, a viva forza, le vergini, per es- 
sere contaminate ne' modi più nefandi. Sfogata» 
in tal modo, l'avarizia e la libidine, i Padovani, 
stanchi, si diedero alla crapula e al vino, fin- 
ché, gravi di cibo e di bevanda, si sdraiarono 
qua e là sull'erba e si abbandonarono al sonno. 
La parte migliore, ahimè troppo piccola! de- 
plorando grandemente in cuor suo la cecità de- 
gli altri, stette in armi contro ogni possibile 
evento ^). 

Cangrande sedeva al banchetto di nozze di 
suo nipote Franceschino, che avea sposato una 
figlia di Lucchino Visconti, allorché ricevette 
la nuova che il sobborgo di S. Pietro era stato 
occupato dai Padovani. Senza por tempo in 



i) De Gestis Hai. ecc. Lib. VI. Rub. I. Ferreto. Tomo 
IX. col. Mur. Cort. Lib. I. Cap. XXIII. 



CAPITOLO QUARTO 145 

mezzo, egli abbandona la comitiva, raccomanda 
Verona al nipote, e gettatosi in ispalla l'arco, 
ch'era solito portare all'usanza dei Parti, in- 
forca un veloce destriero e, seguito da un solo 
de' suoi ^), corre a Vicenza. A Montebello muta 
in fretta il cavallo già stanco col fresco giu- 
mento di un contadino, ed arriva sul tramonto 
alla città. Veduto lo scompiglio ed il terrore 
degli abitanti, si fa addurre dalle stalle del 
cognato Bailardino un generoso cavallo e, be- 
vuto un bicchiere di vino offertogli da una fem- 
minetta, cogli occhi rivolti al cielo, fece pre- 
ghiera alla Vergine, in onore della quale di- 
giunava due giorni per settimana, di farlo riu- 
scir vincitore, o di fargli trovare la morte sul 
campo ^). Seguito da un centinaio appena di 
cavalieri, usci quindi dalla porta Lisiera. 

Era corsa tra i Padovani la notizia della 
venuta di Cane ; ma Vanni, senza darsene per 
inteso, abbandonata la custodia del sobborgo. 



t) Secondo il Ferreto sarebbero stati tre. 

2) 0, inquit, e Coelis, Dei Maria Geneirix, cuius no- 
men biduano ieiunio singxdis confemplor liebdomadis, 
adesto proìvia tnihi Diva parens, si digna peto: sin 
autem, dum aninm tnisereare, sii ineis ocidis lux ista 
novissima. 

De Gestis Ital. ecc. Lib. VI. Rub. II. 

10 



146 ALBERTINO MUSSATO 

lasciava che i suoi andassero vagando qua e 
là per l'accampamento. 

Cane, nell' uscire, scorto Ponzino circondato 
da picciol numero, a sciolte briglie gli si av- 
ventò contro; ma Ponzino fu presto a ridursi 
in salvo. Pochi soltanto, e tra questi Albertino 
Mussato, si opposero all'impeto dello Scaligero; 
ma, inferiori di numero, dovettero cedere, e, 
voltati i cavalli, si diedero a fuga precipitosa. 
Il Mussato volò sul ponte che attraversava la 
fossa; voleva rattenere i fuggenti e far fronte 
ancora una volta al nemico; ma il cavallo, es- 
sendosi rotta un'asse del ponte, incespicò e cadde. 
Albertino, coperto di undici ferite, si gettò nella 
fossa per salvarsi; ma circondato dai nemici, 
malgrado eroici sforzi per sfuggire alle loro 
mani, fu fatto prigioniero e condotto in città. 
Cane, imbaldanzito pel lieto evento, fece 
alzare la bandiera della Scala e, attraversato 
il ponte, precipitò nell'accampamento dei Pado- 
vani, gettando lo scompiglio nelle schiere av- 
vinazzate e sonnacchiose. Giacomo da Carrara 
tentò di resistergli, ma invano; Barnaba Mac- 
caruffo fece altrettanto, ma, sopraftatto dai ne- 
mici, mori sul campo. Molti furono gli uccisi e, 
tra questi, non pochi delle famiglie più illustri; 
moltissimi i prigionieri, e, tra gli altri, Giacomo 



CAPITOLO QUARTO 147 

da Carrara, Marsilio suo nipote, Vanni de' 
Scornazzani e Rolando da Piazzola. Sicuro or- 
mai della vittoria, lo Scaligero inseguì i Pado- 
vani, che s'erano dati a vergognosa fuga, fino 
al ponte di Quartesolo. Quivi s'arrestò, che i 
nemici s'erano tutti dispersi per le campagne, 
pei boschi e pei monti. Per tre giorni continui 
fu loro data la caccia, e il numero dei pri- 
gionieri fu considerevole ^). Condotti a Verona 
sotto una pioggia dirotta, scontarono fra i tor- 
menti la loro viltà. Inestimabile fu la preda 
fatta dai vincitori. Circa settecento carri, ca- 
richi di preziose suppellettili, furono condotti nel- 
lo spazio di due giorni entro le mura di Vi- 
cenza ~). 

Non è a dire se Cane, di ritorno dalla vinta 
battaglia, sia stato accolto con festa dai Vicen- 
tini. Ma egli, nonché esser pago della vittoria 
conseguita, lusingato dalla fortuna, pensava di 
non lasciarsi sfuggire l'occasione favorevole di 
farla finita coi Padovani, impadronendosi della 
città loro. A tale scopo si rivolse a' suoi amici 
ed alleati, i quali tutti accorsero pronti in suo 



1) Secondo il Ferreto sarebbero stati 700, secondo il 
Mussato 663, secondo i Cortusii e il Vergerio 1500. 

2) De Gesiis Hai. ecc. Lib. VI. Rub. II. 



148 ALBERTINO MUSSATO 

aiuto, e riunì sotto le sue insegne quanti ve- 
ronesi e vicentini erano atti a portare le armi. 

Alla nuova della disfatta il più profondo 
sgomento aveva occupato gli animi dei Padova- 
ni. Nessuna schiera, delle molte che erano par- 
tite contro Vicenza, avea fatto ritorno in città; 
solo comparivano tratto tratto, a due, a tre i 
soldati feriti ed inermi, e nessuno sapea dire 
che fosse avvenuto di Ponzino. La notte fu pas- 
sata fra il terrore e le lagrime. Il Vescovo e 
l'Abate di S. Giustina, insieme coi chierici e 
con molti cittadini, vegliarono alla custodia 
della città. Lettere dai paesi vicini annunzia- 
rono, frattanto, come in essi fossero ricoverati 
molti dei fuggitivi. Più tardi lo stesso Podestà, 
che, mediante una grossa somma, s'era riscat- 
tato da due soldati nemici che lo aveano fatto 
prigioniero, ritornò a rialzare, colla sua pre- 
senza, gli animi abbattuti dei cittadini. 

Radunato immediatamente il Consiglio, Pon- 
zino decretò che fossero spediti messi a Treviso, 
a Bologna, a Ferrara, a Firenze per chiedere 
aiuti. Oli aiuti vennero e numerosi. Intanto i 
Padovani fortificarono le mura della città, prov- 
videro alla difesa della riviera di Monsclice, 
perchè Cane non potesse passare il fiume, e 
munirono le principali fortezze sparse nel ter- 



CAPITOLO QUARTO 149 

ritorio. A Monselice, in luogo di Giacomo da 
Carrara, a cui n'era stata affidata la custodia, 
fu mandato il Conte Vinciguerra. In que' giorni 
cadde una pioggia dirotta, che fece straripare 
i fiumi e mutare in una laguna tutto il terri- 
torio di Padova, sicché lo Scaligero non potè 
muoversi col suo esercito da Vicenza. In questa 
città. Cane onorava nel suo stesso palazzo Gia- 
como da Carrara, Vanni de' Scornazzani ed al- 
tri illustri prigionieri, e s'intratteneva con esso 
loro in giuochi e in discorsi, il più delle volte 
faceti e mordaci. Albertino Mussato, fatto pri- 
gioniero da Gregorio da Poiana, era custodito 
nella casa di costui ^). Cane, accompagnato dai 
principali della sua corte, si recava di frequente 
a visitarlo, parlava a lungo insieme con lui 
delle cose dell'Imperatore e prendeva diletto a 
stuzzicarlo con motti pungenti, come avea fatto 
alla corte di Enrico. Albertino, non ostante la 
prigionia e le ferite, non si perdeva d'animo, 
e rispondeva con franchezza all'acre Signore 
di Verona ^). Un giorno gli disse com' egli 



1) Secondo il Ferreto, il Mussato non sarebbe stato 
accolto nel palazzo di Cane, perchè non aveva ancora 
riportata la corona poetica : Nondmn ille lauro hedera- 
que virenti sub poetoe titulo decoratus coronani attu- 
lerat. 

2) Il Dall'Acqua Giusti nei Cenni sulla Yila di Al- 



150 ALBERTINO MUSSATO 

avrebbe sparso il sangue per la libertà della 
patria, per la quale avrebbe dato, se fosse stato 
necessario, la vita. Lo Scaligero ascoltava, con 
molta tolleranza, le generose parole '). 

In que' giorni, calmate alquanto le ire, si 
cominciò a parlare di pace. Due fidi consiglieri 
di Cane, spinti da Giacomo da Carrara e da 
Vanni, proposero al loro Signore di far la pace 
coi Padovani. Cane dapprima si oppose ; ma, in- 
dotto dalle buone ragioni, acconsentì. Furono 
spediti messi a Padova per far note al Senato 
le intenzioni dello Scaligero. Radunato il Con- 
siglio, Maccaruffo, dolente per la morte del 
fratello Barnaba, consigliò la guerra, mentre 
Ubertino da Carrara parlò in favore della pace. 
Ne nacque uno scompiglio, e l'adunanza si sciol- 
se senza aver nulla conchiuso. Giacomo, che 
seppe ogni cosa, ottenne dallo Scaligero il per- 
messo di recarsi in persona a Padova con Van- 
ni ; egli fidava grandemente nell'autorità sua. 
I Padovani lo accolsero con grande festa. Mac- 



bertino Mussato, che precedono la sua traduzione ù.e\- 
V Eccelinicle (Venezia, Antonelli 1878) osserva giustamen- 
te che «al Signore di Verona dovettero essere abituali 
le celie provocatrici: ben si sa come per esse dovette 
udire qualche risposta assai acerba dal grand'esule fio- 
rentino». 

1) Be Gestis Ital. Lib. VI. Rub. IV. 



CAPITOLO QUARTO I5l 

carufFo sostenne di nuovo in Senato la sua pro- 
posta di proseguire la guerra; ma Giacomo 
difese, con si eloquenti parole, la pace, che 
tutti votarono in favore di essa. Vanni ebbe 
Tincarico di riferire allo Scaligero le delibera- 
zioni del Senato, tra le quali la condizione che 
i banditi padovani non potessero ritornare in 
città. All' udire tale condizione, Cane fu sul 
punto di rompere ogni trattativa; ma le pru- 
denti parole de' suoi consiglieri riuscirono a 
calmarlo. La pace fu sancita il 7 ottobre 1314, 
e Venezia se ne costituì mallevadrice ^). I patti 
furono: che ognuna delle due parti ritenesse 
quei luoghi che possedeva; che ai Padovani 
fossero restituite le possessioni che avevano nel 
vicentino, e ai Vicentini quelle che avevano nel 
padovano; ch'entro tre mesi fossero sciolte so- 
vr'esse le lit^ se per avventura ne insorges- 
sero; che i prigionieri fossero lasciati dall'una 
parte e dall'altra in libertà; che le strade fos- 
sero aperte a vantaggio scambievole; che i Ve- 
neziani fossero arbitri in caso di contese ; ai 
trasgressori pena ventimila marche d'argento ^). 
Padova accolse, con vero giubilo, la notizia 



1) Cori. Lib. I. Gap. XXIII. 

-) De Gestis Ital. Lib. VI. Rub. X. Cort. Lib. I. Gap. 
XXIII. 



152 ALBERTINO MUSSATO 

della pace. Stanca della lunga guerra con lo 
Scaligero ed abbattuta quasi dalla terribile 
sconfitta che le era toccata, sentiva prepotente 
il bisogno di un po' di tranquillità, per ristorare 
le forze. 

Volle, anzitutto, ricompensare, almeno in 
parte, i danni di que' luoghi che più avevano 
sofferto durante la guerra; distribuì danari, 
compartì onori, concesse esenzioni e privilegi, 
rimise debiti, dando^ per tal modo, un nobilis- 
simo esempio, che fu imitato di raro. Né, ces- 
sate le angustie della guerra, dimenticò di ono- 
rare colui che più l'aveva soccorsa col consi- 
glio e col valore del braccio: Albertino Mus- 
sato. 

In quei primi giorni, dopo conchiusa la pace, 
egli s'era acquistato un titolo di più alla rico- 
noscenza della patria sua; le avea fatto dono 
di due opere, alle quali, in modo particolare, 
è affidato il suo nome ; Vllistoria Augusta e 
la tragedia Eccerinis. Padova volle, in ricam- 
bio, cingergli la fronte dell* alloro poetico. Il 
vescovo Pagano della Torre ed Alberto di Sas- 
sonia, rettore dell'Università avevano dato ope- 
ra, perchè un tanto onore fosse decretato ad 
Albertino. La ceremonia fu solenne. Quel giorno 
tutta la città fu in festa; furono chiusi i pub- 



CAPITOLO QUARTO 153 

blici uffici, i fondachi e le officine ^). Il Poeta, 
che, per modestia, si schermiva, fu incoronato 
d'alloro nel pubblico Studio, e si volle che il 
fatto fosse registrato negli atti pubblici. Poscia 
al suono delle trombe fu accompagnato solen- 
nemente alle sue case -). Il Rettore, portando 
due cerei ^), apriva il corteo, e dietro a lui la 
gioventù studiosa batteva, con lieto piede, la 
terra ; le mani del Poeta erano coperte di guan- 
ti di capretto, simbolo della tragica poesia *). 
Fu fatta una legge che, ogni anno nel giorno 
di Natale^ si rinnovassero al Poeta gli onori 
e si leggesse pubblicamente la sua tragedia ^). 
Questo particolare, notato, con tanta precisione, 
dal Mussato nella sua Epistola I, mi fa credere, 
con tutta ragione, che l' incoronazione abbia 
avuto luogo nel giorno di Natale dell'anno 
1314, a dififerenza del Dall'Acqua Giusti, il 



1) Albertini Mussati Epistola IV. 

2) Ibid. 

3) II Burckardt nel suo libro: La Civiltà del secolo 
del Rinascimento in Italia^ Voi. I, citando in nota, a 
proposito dell'incoronazione del nostro poeta, lo Scar- 
deone De urb. Fatav. antiq. dice essere incerto se si 
debba leggere cereis muneribus, o per avventura certis 
ìnuneribus. La Epistola I del Mussato parla chiaro : 

Prsepoaitus binae portans hastiiia ceree. 

4) Epistola I. 

5) Ibid. Epistola IV. 



154 ALBERTINO MUSSATO 

quale vorrebbe che fosse avvenuta nell' anno 
seguente ^). 

Taccio del Tiraboschi che, con evidente er- 
rore, la pone innanzi la prigionia del Poeta ^). 
Contro cotesta asserzione, oltre la testimonianza 
del Ferreto, abbiamo quella di Giovanni da 
Naone, il quale nel suo Liber de generatione 
etc. parlando con malignità dell'incoronazione 
del Mussato, quasi l'avesse usurpata, dice : es- 
sere avvenuta dopo conchiusa la pace tra Cane 
della Scala e i Padovani ^). Il Mussato non ne 
fa cenno nella sua storia; ma è da notare che, 
dopo la pace con Cane, in quella storia c'è una 
interruzione. Per quanti anni sia stata rinno- 
vata la festa, non si saprebbe dire. Pare fino 
all'anno 1318 ^). Le agitazioni della città, la 
guerra con Cane, le novelle legazioni del Mus- 
sato devono averne impedita, negli anni suc- 
cessivi la celebrazione. Lo Scardeone vorrebbe 



^) Alcuni Scritti letterari e scientifici, Venezia 1878. 
pag. 52. 

2) Il Tommasino, con so con qual fondamento, dice che 
il Mussato fu coronato nel 1302, e TOngarello nel 1316. 

3) Vedi: Appendice, Doc. II. 

4) Così fanno credere, per tacere di altri, Giovanni 
da Naone, TOngarello e il Cagna nel suo Sommario del- 
l'origine et nobiltà d'alcune famiglie della città di Pa- 
dova. 



CAPITOLO QUARTO 155 

che la festa fosse stata sospesa per riguardo 
ai poco amici Carraresi. Forse egli deduce ciò 
dall'esser stato eletto, in quell'anno, Giacomo 
da Carrara a Capitano e Signore di Padova; 
ma, come osserva il Colle, « le gare e i di- 
sgusti del Mussato con tal famiglia si debbono 
certamente tardare di alcuni anni ». 

Albertino Mussato è forse il primo, a cui, 
dopo il risorgimento delle lettere, sia stata de- 
cretata la corona poetica, il che torna ad onore 
grandissimo di lui e della sua città ^). 



1) Il Savonarola scrive che il Nostro non mori coro- 
nato (Vedi: Script. Rer. Ital. Tom. XXIV). Egli mostra 
di non conoscere le Epistole, nelle quali il Mussato parla 
chiaramente deironore ottenuto. Forse fu tratto in errore 
dal diploma della coronazione del Petrarca, dove ò detto: 
«la memoria di quest'uso è talmente abolita, che da 1300 
anni non se ne trova vestigio ». Lo Scardeone vorrebbe 
che il Mussato avesse, per la prima volta, mutato, in 
questa occasione, il nome di Musso con quello di Musato, 
quasi a dire atto alle Muse {musis aptus); ma questa 
è una pura fantasia del canonico padovano, perciocché 
il nostro poeta si chiami Mussato - e non Musato - più 
frequentemente che Musso, anche nei documenti che 
precedono la sua incoronazione (Vedi: Gloria Bocu- 
ìiienti). Nello stesso errore cadde il Facciolati [Fasti 
Gymnasii patavini, 1757) e il Tommasini {Gymn. Pat.y 
che scrisse: Albertinus poeta creatus est, atque cogno- 
men auctum, ut deinceps ex Musso Poeta Mussatus 
diceretur, quasi Musis charus, et subinde ejus posteri 
ex eo cognomento aliquandiu Poetce, seti Mussati dicti 
sunt. 



Capitolo Quinto. 



Nuovo tentativo di ricuperare Vicenza — Sconfìtta dei Pado- 
vani — Cane occupa Monselice — Ambasceria del Mussato 
a Bologna, a Firenze, a Siena — Cane s'impadronisce di 
Este e di Montagnana — Si rivolge verso Padova — Nuo- 
va pace tra Padova e Cane — 1 fuorusciti ritornano in 
città — Albertino Mussato fugge da Padova — Giacomo 
da Carrara eletto principe — Abboccamento di Iacopo 
con Cane — Mussato viene richiamato in città — Cane 
rinnova le ostilità contro Padova — Ambasceria del Mus- 
sato in Toscana — Tentativi inutili di pace — Iacopo cede 
la città al Conte di Gorizia rappresentante Federico d'Au- 
stria — Tregua con Cane — Cane tenta sorprendere di 
nottetempo Padova — Viene respinto — Vittoria dei Pa- 
dovani — Fuga di Cane — Pace — Mussato ambasciatore 
in Allemagna —Il Duca di Carinzia vicario di Padova — 
Nuove ostilità di Cane — Nuova pace — Frate Paolino — Il 
Duca di Carinzia scende in Italia — Tregua con Cane — 
Morte di Iacopo — Mussato ambasciatore a Lodovico il 
Bavaro — Tregua fra Cane e Padova — Il Mussato di nuo- 
vo ambasciatore al Duca di Carinzia e a Lodovico il Ba- 
varo — Congiura di Paolo Dente — Vendetta di Ubertino 
da Carrara. 



La sconfitta toccata ai Padovani fu cagione 
di grande allegrezza non solo ai Ghibellini di 
Lombardia, ma di tutta l'Italia. Si stimò re- 
ciso il capo ai Guelfi, poiché Padova favoriva 



158 ALBERTINO MUSSATO 

tutta la fazione guelfa, posta ali* oriente. Ne 
esultò particolarmente Maffeo Visconti vicario 
di Milano. Giberto da Correggio, Signore di 
Parma, guelfo fino a quel punto, intimorito 
dalle ultime vicende, strinse amicizia con Pas- 
serino vicario di Mantova e con Cane *). Non 
è a dire se questi, per la vittoria ottenuta, sia 
salito in maggiore rinomanza presso i suoi e 
divenuto più formidabile agli avversarli. Il fatto 
si è che i Padovani, non ostante la pace che 
avean fatto con lui , non vivevano per nulla 
tranquilli, e, insieme con essi, si sentivano poco 
sicuri i Trevisani loro fedeli alleati. Cane non 
cessava dal favorire la fazione ghibellina e dal 
recarle soccorso ovunque ne avesse bisogno; 
ogni suo atto dava a divedere chiaramente l'in- 
tenzione sua di farsi sempre più grande e po- 
tente. 

Per munirsi contro ogni possibile evento, 
Padovani e Trevisani pensarono di rinnovare 
l'antica alleanza. A tale uopo fu spedita dai 
Padovani a Treviso un'ambasciata, dopo la 
quale i Podestà d' entrambe le città s' abboc- 
carono insieme. Nel documento dell'ambasciata 
e nella lettera scritta dalla Repubblica di Pa- 



1) De Gestis Hai. Lib. VII. Rub. I. 



CAPITOLO QUINTO 159 

dova ai Trevisani il Mussato è detto: Difen- 
sore del i^opolo 2^culovano '). II rinnovamento 
di questa alleanza porse occasione ad un' altra 
maggiore, per la quale i Padovani s'unirono 
con Bologna e con Ferrara. Essi munirono, nel 
tempo istesso, i loro castelli, e fu saggio con- 
siglio, perciocché lo Scaligero aveva fatto lega 
coi Bonacossi e con Uguccione dalla Fagiuola. 
Quest'ultimo, poco appresso, cacciato dalla Si- 
gnoria a furore di popolo per opera di Castruc- 
cio Castracani, trovò rifugio presso Cangrande, 
che lo fece suo capitano generale. 

II Signor di Verona non cessava frattanto 
di attizzare, col mezzo de' suoi partigiani, le 
discordie civili in Padova e nella Lombardia, 
desideroso di muovere contro quelli, che primi 
gli avessero offerto occasione *). I Padovani, 
d'altra parte, aspettavano anch'essi il momento 
opportuno di prendere la rivincita su Cane e 
di ricuperare Vicenza, alla perdita della quale 
non sapevano in niun modo rassegnarsi. Av- 
venne che Io Scaligero campeggiasse col suo 
esercito il Bresciano. Senza perder tempo, i Pa- 



1) Vedi il documento 767 pubblicato dal Verci nel 
Tomo VII della sua Storia della Marca Trivigiana e Ye- 
ronese. 

2) De Gesiis Ital. Lib. VII. Rub. XXI. 



160 ALBERTINO MUSSATO 

dovani, d'accordo con molti dei principali cit- 
tadini di Vicenza, stabilirono di sorpendere que- 
sta città e di impadronirsene. A capo dell'im- 
presa fu chiamato il Conte Vinciguerra di Sam- 
bonifazio, al quale s'unirono molti banditi ve- 
ronesi, vicentini e d'altre città. Con un grosso 
esercito, spargendo voce di recarsi a Ferrara, 
egli si diresse verso Vicenza ; pareva che l'im- 
presa dovesse riuscire a meraviglia: ma fu al- 
trimenti. Cane era stato avvertito d'ogni cosa ^) 
e di nascosto s'era introdotto in città. Al se- 
gnale convenuto, i Padovani cominciarono a 
scalare le mura; quand'ecco Cane si rivelò ad 
essi improvvisamente. Grande fu lo scompiglio 
che ne nacque ; quelli che erano già dentro le 
mura, non potendo uscire, perchè erano chiuse 
le porte, furono parte uccisi, parte fatti pri- 
gioni. Sopravvenne intanto in aiuto di Cane 
Uguccione con l'esercito. Cane allora aperse la 
porta della città, e si scagliò contro l'esercito 
padovano, che stava aspettando di fuoiù. Breve 
fu il combattimento; i Padovani, colti all'im- 



i) Il Ferreto vorrebbe che fossero stati i Carraresi a 
spedire segreti messaggeri a Cane, per far onta a Mac- 
caruffo, elle avea promossa e diretta la faccenda (Hist. 
Lib. VI); ma i Cortusii dicono la trama esser stata ri- 
velata a Cane da alcuni Vicentini (Lib. I. Gap. XXY.). 



CAPITOLO QUINTO 161 

pensata, si diedero a fuga precipitosa. Lo Sca- 
ligero li insegui fino a Montegalda, uccidendone 
e facendone prigioni moltissimi. 11 Conte di 
Sambonifazio, ferito mortalmente, cadde nelle 
mani di Cane, il quale gli usò ogni riguardo ; 
pochi giorni dopo egli moriva. Tal fatto accadde 
il 22 maggio 1317, giorno di Pentecoste. 

Secondo le condizioni della pace conchiusa 
tre anni innanzi, lo Scaligero si rivolse ai Ve- 
neziani, che n'erano mallevadori, perchè gli ve- 
nissero consegnate le ventimila marche d'ar- 
gento, che i Padovani, per aver primi violati 
gli accordi, erano obbligati a pagare. L'astuto 
Scaligero s'era trattenuto dall' inseguirli oltre 
i confini del vicentino, affinchè non potessero 
addurre pretesto alcuno per esimersi dalla pena^, 
nella quale erano volontariamente incorsi. I Pa- 
dovani, com'è facile supporre, ricusarono di pa- 
gare la multa, e Cane ne fu lieto, che, in tal 
modo, vedevasi offerta buona ragione per muo- 
ver loro apertamente la guerra. Chiese pertanto 
"soccorsi alle città ghibelline della Lombardia, 
sotto colore di muover contro Brescia, per non 
destar sospetto nei Padovani, ed invocò l'aiuto 
del Conte Enrico di Gorizia. Apparecchiata ogni 
cosa, mosse da Verona il 20 dicembre, ed uni- 
tosi con Uguccione, con Bailardino, col conte 

u 



162 ALBERTINO MUSSATO 

eli Gorizia e con altri capitani ch'erano partiti 
da Vicenza, attraversò di nottetempo i colli 
Euganei ed arrivò verso il mattino del 21 a 
Monselice, prima ancora che i Padovani potes- 
sero sospettar nulla della sua trama. Un tra- 
ditore, col quale avea patteggiato innanzi, gli 
aperse una porta, e l'esercito, senza incontrar 
resistenza alcuna, s'impadronì del luogo. Giunta, 
coll'alba, la notizia a Padova, i cittadini ne 
furono grandemente costernati; i più timorosi, 
prevedendo che Cane si sarebbe rivolto alla 
città loro, fuggirono più presto che di fretta, 
portando seco quanto aveano di più prezioso, 
e si ricoverarono in Venezia '). Ma non si per- 
dettero d' animo i Padri, i quali mandarono 
dapprima messaggeri a Montagnana, a Castel- 
baldo, a Rovigo, per incuorare quei Podestà ed 
eccitarli alla vigilanza e alla difesa, poscia in- 
viarono ambasciatori a Treviso per chiedere 
soccorsi, e, nello stesso tempo, spedirono Al- 
bertino Mussato e Tisone de' Torcoli ad implo- 
rare aiuti da Bologna, da Firenze, da Siena. 
Ecco pertanto il Mussato adoperarsi un' altra 
volta pel bene della sua patria. Quale sia stato 
l'esito dell'ambasciata non sappiamo, poiché nò 



1) Cort. Lib. II. Gap. I. 



CAPITOLO QUINTO 163 

egli né altri ce ne hanno tramandato notizia. 
Il solo particolare di essa, che il Mussato re- 
gistri nella sua storia si è : aver egli dovuto 
recarsi a Chioggia per poi, con faticoso viag- 
gio, lungo le coste dell'Adriatico ed attraverso 
la Romagna, arrivare a Bologna, essendoché 
la via diretta era intercettata dairesercito di 
Cane ^). Non pare che Bologna né Firenze ab- 
biano mandato soccorsi di sorta alla Repubblica 
padovana ; Treviso, alia quale la presa di Mon- 
selice destò grande terrore, quasi avesse Cane 
alle porte, spedi agli alleati duecento cavalli 
ed ottocento fanti ^j. Noi non sappiamo nem- 
meno se il Mussato sia giunto fino a Firenze; 
ma forse la sua ambasciata non fu del tutto 
infruttuosa ; poiché come si spiega altrimenti 
il fatto che Cane, occupata Monselice, invece 
di rivolgersi a Padova si volse ad Este ? « Può 
facilmente supporsi, scrive, non senza qualche 
fondamento, il Wychgram, che Bologna abbia 
ciò operato in qualche maniera ^) » . Il giorno 
appresso alla occupazione di Monselice, Cane 
si diresse coll'esercito ad Este. Eroica resistenza 



1) De Gestis Ital. Lib, Vili. Questo libro è un fram- 
mento, né è diviso in Rubriche. 

2) De Gestis Ital. Lib. Vili. 

3) Drittes Kapitel, pag. 48. 



164 ALBERTINO MUSSATO 

oppose questa fortezza allo Scaligero, il quale 
fu ferito in un piede; ma il giorno seguente 
essa cadde in potere del nemico, e fu data, 
per vendetta, alle fiamme. Da Este il vincitore 
passò a Montagnana, abbondonata vilmente dal 
suo Podestà, che s'era rifugiato a Badia. In 
pochi giorni trentaquattro tra castelli e fortezze 
del territorio padovano caddero in potere di 
Cane ^). Imbaldanzito da tanta fortuna, lo Sca- 
ligero si rivolse verso Padova e s'accampò a 
Terradura, a sei miglia dalla città. Padova 
intimorita gli domandò, per mezzo di quattro 
ambasciatori veneti, una tregua, per poi trat- 
tare di pace. La tregua fu accordata, ma non 
combinata la pace. Ben due volte furono man- 
dati da Padova ambasciatori a Cane; ma le 
trattative riuscirono infruttuose. Ai 25 gennaio 
1318 lo Scaligero entrò nel Pievato di Sacco, 
mettendo in fuga i nemici. Dopo essersi impa- 
dronito di tutti i villaggi, dando alle fiamme 
quelli che opponevano resistenza, fermò l'eser- 
cito presso il Ponte di S. Nicolò, donde faceva 



') Secondo il Mussato la presa di Este sarebbe av- 
venuta dopo quella di Montagnana {De Gestis Ital. Lib. 
Vili); ma i Cortusii, il Ferreto e Pier Paolo Vergerlo 
(Vilce Princiinwu Carrariensium) affermano il con- 
trario. 



CAPITOLO QUINTO 165 

continue scorrerie fino alle porte della vicina 
città ^). Invano i Trevisani ed i Veneziani ten- 
tarono ogni mezzo per indurre la Repubblica 
padovana a chieder la pace allo Scaligero ; essa 
era ostinata nel volergli resistere. Frattanto 
sempre nuovi soccorsi arrivavano da tutte le 
parti al campo di Cane, sicché in breve il suo 
esercito divenne formidabile. Il Duca d'Austria 
e quello di Carinzia gli offersero anch'essi il 
loro aiuto. I Padovani, vedendosi a mal par- 
tito, ottenuta col mezzo di ambasciatori vene- 
ziani una tregua di otto giorni, si decisero fi- 
nalmente alla pace. 

Radunato il Maggior Consiglio, Giacomo da 
Carrara parlò in favore della pace. A lui s'op- 
pose ferocemente Maccaruffo dei Maccaruffi, as- 
serendo che i da Carrara volevano la pace, 
perchè erano d'accordo coi Ghibellini '). Ciò 
nonostante il consiglio di Giacomo fu accettato 
alla quasi unanimità, ed egli, Rolando da Piaz- 
zola, Enrico Scrovegno e Giacomo da Vigenza 



1) Cort. Lib. II, Gap. I. 

2) Osserva il Ferreto che le case e le possessioni dei 
Carraresi, sparse pel territorio devastato da Cane in que- 
sta guerra, rimasero illese da ogni danno, il che aumentò 
il sospetto della segreta intelligenza, che si vuole passasse 
fra essi e lo Scaligero. 



166 ALBERTINO MUSSATO 

furono deputati a trattare gli accordi. Dopo 
lungo parlamento con Cane, ritornati in città, 
presentarono al Consiglio i capitoli per l'appro- 
vazione. Maccaruffo allora sollevò il popolo al- 
l'armi, che corse furibondo alle case di coloro 
che aveano consigliata la pace, e le derubò e 
le distrusse ; fu salva quella di Iacopo, perchè 
protetta dai molti suoi amici. 

Lo Scaligero , informato dei trambusti, s'era 
presentato con tutto l'esercito dinanzi alle mura 
della città, disposto a darle l' assalto. A quella 
vista anche i più accaniti tra gli oppositori si 
tranquillarono immediatamente, ed i capitoli del- 
la pace furono approvati a grande maggioran- 
za ^). Iacopo, banche di notte, si recò co' suoi 
compagni al campo nemico ed ottenne che la 
pace fosse confermata da Cane. Essa consisteva 
in ciò : che lo Scaligero ritenesse e custodisse 
a vita Monselice, Torre Estense , Castelbaldo , 
Montagnana, riservatane la giurisdizione ai Pa- 
dovani, che Bassano dovesse rimanere ai Pa- 
dovani e che i fuorusciti fossero ricevuti in 
patria, rimessi nei loro beni ed ammessi a tutti 



1) Di mille seicento e più che diedero i loro voti, soli 
cento e sessanta sette i'urono contrarli. 

Verci, Storia della Marca Trivigiana e Veronese^ 
Doc. 858. 



CAPITOLO QUINTO 167 

gli onori. Quest'ultima condizione palesa chia- 
ramente r intenzione dello Scaligero ; egli, non 
che dare la pace alla città nemica, voleva in- 
trodurre in essa i germi di nuove e terribili 
discordie, che gliene avrebbero agevolata la 
conquista. La pace fu sottoscritta in febbraio, 
ed ai fuorusciti venne assegnato il termine di 
due mesi pel ritorno in città/Essi v'entrarono 
solennemente il giorno di Pasqua. Il Maccaruf- 
fo, che s' era opposto, con tanto ardore, alla 
pace, prevedendo ciò che gli sarebbe toccato 
al ritorno dei fuorusciti, abbandonò prudente- 
mente la città e si rifugiò in Ferrara presso 
il Marchese Rinaldo d'Este ; e fece bene, per- 
ciocché, appena entrati, i fuorusciti volsero l'a- 
nimo a vendicarsi delle ingiurie ricevute, spo- 
gliando le case dei loro nemici ed uccidendo 
quelli che tentavano di oppor resistenza ^). Mol- 
ti, per timore o per togliere la causa di mag- 
giori discordie, fuggirono dalla città, e tra gli 
altri Albertino Mussato e suo fratello Gual- 
pertino -). Obizzo degli Obizzi pisano, ch'era ca- 
pitano del popolo, poiché vide le dissensioni 



1) II. Maccaruflfo poi, quando seppe che la Repubblica 
avea dato la Signoria a Jacopo da Carrara, suo odiato 
competitore, si uni con Cane : e qui fece male ! 

2) Cort. Lib. IL Cap. II. 



168 ALBERTINO MUSSATO 

farsi di giorno in giorno maggiori, né esservi 
modo di farle cessare, rinunziò al proprio ufficio. 
I tumulti nella città continuarono fino agli ultimi 
giorni di luglio, nei quali venne eletto principe 
Giacomo da Carrara '). «È da notarsi in que- 
sto fatto - scrive lo Zanella -che l'incontami- 
nato vessillo della libertà padovana era posto 
in mano al Carrarese da quel Rolando da 
Piazzola , che abbiamo veduto propugnatore 
delle patrie franchigie contro i più cauti con- 
sigli del Mussato. Se suprema necessità della 
patria, già sbattuta e rotta da tante burrasche, 
non condusse Rolando a quel passo, noi diremo 
che la costanza non sempre si accoppia coll'au- 
dacia delle opinioni; e che alla salute d'un po- 
polo meglio provvede la temperanza del senno, 
che l'avventata temerità del coraggio » ^). 

Del resto, poiché le condizioni infelici della 
città esigevano, affinchè essa non avesse a pe- 
rire, che l'autorità e la potenza venissero poste 
nelle mani di un solo, su quale altro, meglio 
che sul Carrarese, avrebbe potuto cadere la 
scelta? Egli, con arte sottilissima, aveva saputo 



1) Cori. Lib. II. Gap. III. 

2) Guerre fra Padovani e Yicentini al tempo di 
Dante. 



CAPITOLO QUINTO 169 

rendersi accetto ad entrambe le fazioni, e, con 
la sua generosità, cattivarsi l'animo del popolo 
che lo salutò, con entusiasmo. Signore di Pa- 
dova. 

Piacque la nomina anche a Cangrande, non 
tanto perchè avesse speciale stima di Jacopo, 
quanto perchè sperava di trovarlo docile ai 
suoi comandi. Le prove di amicizia che il Car- 
rarese gli avea date lo facevano persuaso che 
gli sarebbe rimasto fedele, sicché vedeva in lui 
un mezzo potente a meglio raggiungere i suoi 
fini. Jacopo, alla sua volta, era ben lieto di 
vivere in pace con lo Scaligero e coi Vene- 
ziani, vicini formidabili tutti e due, fin tanto 
almeno che avesse potuto rendere solide le basi 
del suo principato. 

Cane mostrò desiderio di abboccarsi con Ja- 
copo, e questi lo appagò di buon grado. Il 
giorno 7 settembre 1318 si trovarono insieme 
a Montegalda. Cane voleva persuadere il Car- 
rarese a bandire come traditori i fuorusciti pa- 
dovani, tra i quali il Mussato; ma Jacopo, con 
sorpresa dello Scaligero, ricusò. Finse costui 
di adattarsi al rifiuto e rivolse il discorso ad 
altri argomenti ; ma in cuor suo giurò di ven- 
dicarsi. Jacopo credette di averlo rabbonito col 
proporre la propria figlia Taddea in moglie a 



170 ALBERTINO MUSSATO 

Mastino nipote di lui ^), Dopo di ciò si sepa- 
rarono con molte proteste di amicizia. 

Albertino Mussato fu presto richiamato in 
Padova insieme con gli altri fuorusciti. Jacopo 
conosceva troppo il valore di lui, per non cer- 
care di averlo a sé vicino: nelle circostanze 
poco favorevoli in cui si trovava, il consiglio 
e l'opera del Mussato gli potevano tornare di 
utilità grandissima. 

Cane, frattanto, dopo aver tentato invano di 
assoggettare Treviso, che s'era data ad En- 
rico conte di Gorizia^ vicario di Federico d'Au- 
stria, unitosi coi Marchesi d'Este e coi fuoru- 
sciti padovani, nemici del Carrarese, pensò di 
trovar modo di romper la pace con Padova, 
non avendo un' onesta cagione per muoverle 
direttamente la guerra. Egli andava insinuando 
essere sua intenzione di cacciare dal dominio 
i Carraresi, affine di ridare alla città l'antico 
reggimento ^). 

Pertanto mandò lettere a Iacopo , perchè, 
senza indugio, richiamasse in città i fuorusciti 
suoi partigiani e li restituisse nei loro beni. 
Con meraviglia di Cane, l'astuto Carrarese gli 



1) Cori. Lib. II. Gap. III. 
2j Cort. Lib. II. Gap. V. 



CAPITOLO QUINTO 171 

significò, per mezzo di ambasciatori, ch'era di- 
sposto a richiamarli. Ciò non ostante lo Scali- 
gero, volendo mettere ad effetto il suo disegno, 
si diresse dapprima contro Bassano. D'accordo 
con un traditore si sarebbe impadronito della 
terra, senza colpo ferire, se la trama, scoperta 
a tempo, non fosse stata sventata ^). Cane di- 
vise l'esercito in due ; egli stesso con una parte 
s'avviò a Monselice, donde mosse verso Pado- 
va, presso la quale, con grande terrore dei 
cittadini, il giorno 5 agosto 1319, stabili il suo 
campo. Bailardino Nogarola, a capo dell'altra, 
pose l'assedio a Cittadella. 

Presso la torre di Bassanello, Cane fece co- 
struire un fortissimo castello di legno, che de- 
nominò Isola della Scala; vi pose a capo un 
suo soldato, e fece deviare il fiume , affinchè 
non scorresse verso la città ; le campagne al- 
l'intorno furono tutte devastate. A ciò s'aggiun- 
ga che i Marchesi d'Este, secondo che erano 
rimasti d'intelligenza con Cane, avevano occu- 
pato Badia, Lendinara e Rovigo. 

In tanto frangente, il Carrarese non si per- 
dette d'animo, e, poich'ebbe cercato invano di 
mitigare l' animo dello Scahgero e d' indurlo 



3) Verci op. cit. Uh. Vi. Doc. 4S9-490-491. 



172 ALBERTINO MUSSATO 

alla pace, convocò una pubblica assemblea di 
tutti i cittadini. Dopo aver detto ' brevemente 
ed efficacemente com'egli avesse tentati tutti 
i mezzi per conservare la pace alla città, il cui 
dominio aveva accettato solo per provvedere ad 
essa, siccome un padre, conchiuse: Poiché Cane 
ingiustamente ci assale, combattiamo per la li- 
bertà, teniamoci apparecchiati nell'armi, e quan- 
do venga il momento opportuno, cavalchiamo 
virilmente contro i nemici. — Comanda, gli ri- 
sposero ad una voce gli astanti, noi siamo pronti 
ad obbedire ^). 

In pochi giorni la città fu munita di spaldi 
e di fosse. Timore di fame non c'era, poiché, 
ai primi rumori di guerra, i cittadini aveano 
trasportato, dai dintorni in città, quante più 
vettovaglie avevano potuto; i molini, in man- 
canza di acqua, venivano fatti girare col mezzo 
di macchine. La custodia notturna della città 
era affidata ad alquanti dei nobili, ed una terza 
parte dei cittadini vegliava di continuo. Si man- 
dò ambasciatori, per aver soccorso, in Toscana, 
a Bologna e al Conte di Gorizia in Treviso. 
Quelli mandati in Toscana furono Ubertino da 
Carrara, Giovanni da Vigonza ed Albertino 



1) Cort. Lib. II. Gap. VI. 



CAriTOLO QUINTO 173 

Mussato. Nulla sappiamo dell'esito di questa 
ambasceria ; la storia del Mussato, dopo l'oc- 
cupazione di Monselice da parte di Cane, ha 
una lacuna di circa tre anni, ed i Cortusii, i 
soli tra i cronisti che ne facciano menzione, 
s'accontentano a un semplice cenno ^). Ma se 
nulla sappiamo dell'esito dell'ambasceria, non 
ignoriamo ciò che è toccato ad Albertino in 
questo suo viaggio a Firenze. Ce lo narra egli 
stesso in una sua elegia intitolata : il Sogno '). 
Colto da fortissima febbre in un albergo vicino 
a Firenze, fu trasportato in questa città, dove 
giacque qualche tempo ammalato e fece il sogno, 
dal quale s'intitola l'elegia. Altro non sappiamo. 
I Bolognesi, per giovare all'amica città, spe- 
dirono ambasciatori a Ferrara, affine di acco- 
modare ogni vertenza fra i Marchesi d'Este e 
il Comune di Padova ^). Ma il Conte di Gori- 
zia, al quale i Padovani offrivano Bassano e 
Cittadella oltre a una somma di danaro, perchè 
venisse in loro aiuto, s'era frattanto amicato 
con Cane, dal quale aveva avuto Asolo, Mon- 
tebelluna e i castelli del distretto di Treviso, 
fatta eccezione di Noale. Il Conte stesso scrisse 



I) Lib. II. Gap. Vili. 

~) Somniuin in mgritudine apud Florentiam ecc. 

3) Verci op. cit. Lib, VI. 



174 ALBERTINO MUSSATO 

ai Padovani di questa amicizia, manifestando 
le sue intenzioni ostili verso Padova; per la 
qual cosa il Carrarese fece dare alle fiamme 
Vigonza, Peraga e molte altre ville, temendo 
che contro di esse si volgesse il Conte dap- 
prima. Gli ambasciatori veneti cercavano frat- 
tanto di metter la pace fra Cane e i Padovani; 
ma le esigenze di quello erano esorbitanti, sic- 
ché nulla fu potuto conchiudere. 

In quel torno (1 nov. 1319) Cittadella cadde 
in potere dello Scaligero ^), e la vicina Bas- 
sano, per timore, si diede al Conte di Gori- 
zia ^). Iacopo, in tanta rovina, non vide altro 
scampo che quello di rivolgersi di nuovo al 
Conte, tentando ogni via per farselo amico ; ma 
prima di venire a ciò, volle vedere se gli riu- 
sciva, col mezzo degli ambasciatori veneziani, 
di combinare la pace con Cane. Questi si man- 
tenne fermo nelle sue pretensioni e voleva di 
più che i Padovani gli dessero Passano in cam- 
bio di Cittadella. Iacopo inteso questo, diede, 
per secreto accordo, Padova in potere del Conte 
di Gorizia, come a rappresentante di Federico 
duca d'Austria. Il Conte, alla sua volta, pro- 



1) Cort. Lib. II. Gap. YIII. 

2) Vedi la Cronichella Trivigiana di Liberal di Le- 
vada. 



CAPITOLO QUINTO 175 

mise di mettere in fuga Cane e di ricuperare 
ai Padovani Monselice, Montagnana, Rovigo e 
tutti quei luoghi che il Comune di Padova 
aveva posseduto per lo innanzi ^), 

Prima che la notizia di questo accordo si 
divulgasse, il Conte di Gorizia, fingendosi amico 
a Cane, mandò al castello di Bassanello cento 
soldati tedeschi, avendo comandato segretamen- 
te al loro duce, che, vedendo levarsi una ban- 
diera rossa sulle mura di Padova, ritenesse i 
Padovani amici, e consegnasse Cane nelle lo- 
ro mani, il che gli verrebbe fatto assai facil- 
mente, poiché questi era solito di preceder 
l'esercito nel correre contro gli inimici. Cane, 
avvistosi a tempo del tradimento, spogliò i te- 
deschi dell'armi e dei cavalli, e fece prigionieri 
quanti non riuscirono a sottrarsi colla fuga. 
Dopo di ciò pose ii suo campo vicino al ponte 
di Vigodarzere e mandò a Peraga Traverso 
dei "Dalesmanini, affinchè nessuno potesse caval- 
care liberamente da Treviso a Padova. 

In quest' ultima le vettovaglie incominciavano 
a mancare, e il pericolo della fame era imminen- 
te. Continui messi venivano spediti al Conte di 
Gorizia, perchè affrettasse il suo soccorso. Egli 



i) Cort. Lib. II 




176 ALBERTINO MUSSATO 

stava per muoversi, allorché capitò in Treviso 
Ulrico di Waldsee, capitano della Stiria^ insieme 
cogli ambasciatori del Duca di Carinzia, per 
combinare, a nome di Federico d'Austria, la pa- 
ce tra lui e Cangrande. Quest'ultimo fu persuaso 
dalle parole di Ulrico, ed aderì ad una tregua 
coi Padovani, che avrebbe durato fino alla metà 
di quaresima ; dopo il qual termine si sarebbe 
tenuto un parlamento a Bolzano, per meglio 
disporre ogni cosa. Piacquero le condizioni, e 
il giorno 5 gennaio 1320, il Signor di Waldsee 
ricevette il dominio di Padova in nome del 
Duca d'Austria. Cane, muniti i castelli dei Pa- 
dovani ch'erano rimasti in suo potere, si ritirò 
a Vicenza, e il Conte di Gorizia diede licenza 
a" suoi di ritornare alle loro case ^). 

I Duchi d'Austria e di Carinzia non poterono 
intervenire, nel giorno stabilito, al parlamento 
in Bolzano ; il primo scrisse ai Padovani ed a 
Cane di voler prolungata la tregua fino all'ot- 
tava di Pasqua. Quelli desiderosi di obbedire 
ai comandi di lui mandarono ambasciatori a 
Verona per significare allo Scaligero com'essi 
fossero disposti ad osservare la tregua; ma 
Cane, con poco riguardo al Duca, impose loro, 



1; Cort. Lib.>L Gap. XI. 



CAPITOLO QUINTO 177 

per questa dilazione, condizioni tali ch'essi non 
poterono accettare. La tregua per tanto fu 
rotta. Cane, unito a Guecello da Camino, ri- 
tolse dapprima Asolo e MontebelUina al Conte 
di Gorizia, e corse quindi a porre l'assedio a 
Padova, che, turbata da intestine discordie e 
da omicidi, mostrava che non avrebbe potuto 
resistere lungamente. Fu tenuto allora un par- 
lamento a' Bolzano ^), al quale intervenne il 
Duca d'Austria. Lo Scaligero, che s'era risolto 
d'andarvi, giunto a Trento si pentì e fece ri- 
torno. Svanita ogni speranza di accomodamento 
con lui, Federico rimandò in Italia il Conte di 
Gorizia, con promesse di aiuti ai Padovani ^). 
Ulrico radunava frattanto in Germania quante 
più genti poteva, per scendere con esse al soc- 
corso di Padova. Lo seppe Cangrande, e volle 
tentare se gli venisse fatto di sorprendere di 
nottetempo la città, prima che giungessero gli 
aspettati soccorsi. 

Era la notte del 3 giugno, e, fatto gettare 
un ponte di tavole sopra il canale, che scor- 
reva vicino agli orti del monastero di S. Giu- 



1) Così la Cronichetta del Levada. I Cortusii vorreb- 
bero che il parlamento fosse stato tenuto in Trento nel 
maggio 1320 (Lib. IL Gap. XIII.). 

2) De Gestis Ital. Lib. IX. 

12 



178 ALBERTINO MUSSATO 

stina, egli intromise furtivamente in città, che 
da quel lato non avea mura, buon numero de' 
suoi, i quali, uccise le sentinelle, s'avanzavano 
minacciosi. Un soldato li scorse, e, non potendo 
loro opporsi, si diede alla fuga. Fuggendo, s'ab- 
battè in Nicolò da Carrara, che, con un eletto 
drappello, girava, com'era suo costume, intorno 
alle mura per custodia della città. Alla funesta 
notizia, egli precipitò furibondo co' suoi addosso 
agli inimici, che, atterriti dall'improvvisa com- 
parsa e sopraffatti dal numero, si diedero a 
fuga disordinata. Il ponte si ruppe; molti an- 
negarono miseramente, altri furono fatti a pez- 
zi ^). Per questa vittoria i Padovani fecero il 
giorno di poi una gran festa nella Chiesa di 
Santa Giustina. 

Cane, irritato per la mala riuscita dell'im- 
presa, fece scavare una fossa dal ponte di Bas- 
sanello fino a quello dei Graici, presso al quale 
fece erigere un nuovo castello: intendeva di 
chiudere la città da tutte le parti, sicché nes- 
suno potesse uscirne. Ma ben presto entrò in 
Padova, mandato dal Signore di Waldsee, il 
Conte di Fàlemberg con buon numero di soldati 
tedeschi. I Padovani, incoraggiati da questo 



1) De Gestis Ital. Lib. IX. Cori. Lib. II. Cap. XIY. 



CAPITOLO QUINTO 179 

soccorso ed approfittando dell'assenza di Cane, 
che era andato a Vicenza, uscirono dalla città 
per la porta di Pontecorvo, ed arrestatisi vi- 
cino alla chiesa di Sant'Jacopo, mandarono in- 
nanzi i pedoni a riempiere la fossa fatta dai 
nemici. Se n'avvide Simon Filippo podestà del 
Bassanello, ed accorse con cinquecento soldati 
a cavallo per impedire quell'operazione. Sennon- 
ché Altenerio degli Azzoni, podestà di Padova, 
venuto a tempo in aiuto de' suoi, riportò una 
gloriosa vittoria , colla quale tolse ai nemici 
quattordici bandiere e fece molti prigionieri, tra 
i quali Simon Filippo. Ciò avvenne il 12 luglio, 
nella festa dei Santi Ermagora e Fortunato ^). 
Volò Cane da Vicenza, munì la fossa e vi fece 
scorrere l'acqua che deviò dal canale di Mon- 
selice; credette cosi d'impedire ogni sforzo de' 
Padovani e fece ritorno a Vicenza. Padova si 
vide ben presto alle strette per mancanza di 
viveri ; cionondimeno tenne fermo, né volle por- 
gere ascolto a chi le consigliava la pace. Ai 
25 d'agosto, finalmente, con grande allegrezza 
degli assediati, entrarono in città il Conte di 
Gorizia ed Ulrico di Waldsee, accompagnati da 
un grosso esercito. Fu stabilito che il giorno 



1) Cort. Lib. II. Gap. XVI. 



180 ALBERTINO MUSSATO 

seguente avrebbero tentato di aprirsi un passo, 
per introdurre in città quante più vettovaglie 
fosse stato possibile. Lo seppe Cane, e la notte 
stessa fece ritorno in fretta al Bassanello. Visti 
i nemici, che aveano incominciato a passare la 
fossa, usci loro incontro con mille cavalli. S'ac- 
cese un tìero combattimento fra" le due parti, 
e Cane stava per riportare vittoria, allorché 
il Conte di Gorizia, varcata la fossa, mosse 
contro di lui e mise lo scompiglio ne' suoi, che 
si diedero alla fuga. Cane potè salvarsi a stento 
dalle mani dei tedeschi. Ferito in una coscia, 
fuggi verso Monselice, e fu bene avventurato 
che un mugnaio gli offrisse, per via, la propria 
giumenta ancor fresca in cambio del suo ca- 
vallo ormai stanco. Il castello di Bassanello fu 
preso, spogliato di ogni cosa e distrutto; l'ac- 
qua tornò a scorrere secondo l'usato ^). Tra i 
fuorusciti padovani, condotti prigionieri in città, 
fu Maccaruffo dei Maccaruffi, l'oppositore dei 
Carraresi, il quale venne ferito da Marsilio da 
Carrara ed ucciso miseramente da Tartaro da 
Lendinara ^). 



•1) Cori. Lib. II. Gap. XVII. De Gesiis Ital. Lib. IX. 

2) «Tuie, scrive il Gennari, è stato il miserabile fine 

di quest'uomo magnanimo e valoroso, ma trojipo più elio 

non conveniva fazioso, ardente, e della grandezza dei 



CAPITOLO QUINTO 181 

Per otto giorni festeggiarono questa vittoria 
i Padovani. Frattanto il loro esercito pose l'as- 
sedio a Monselice, donde Cane, per timore, 
s'era allontanato. Sospettando mali peggiori, 
egli mostrò desiderio di pace, alla quale sospi- 
ravano gli stessi Padovani estenuati dalla lunga 
lotta. Mandò pertanto suoi ambasciatori al 
Conte di Gorizia e al Signore di Waldsee in 
Este. 11 Conte, dopo l'abboccamento cogli am- 
basciatori, abbandonato l'esercito, fece ritorno 
in Padova. Tal fatto insospettì i Padovani, i 
quali, ritenendosi traditi per non esser stati 
chiamati a parte dei maneggi, levato l'assedio 
a Monselice, si rifugiarono nella città loro. Gli 
Estensi, pieni di sospetto anch'essi, fuggirono 
dalla loro terra, la quale, rimasta senza difesa, 
fu invasa dai fuorusciti padovani che, dopo 
averla spogliata, la diedero alle fiamme. Ciò 
accadde nel settembre del 1320 ^). 

Le trattative di pace, naturalmente inter- 



Carraresi odiatore. Di cotesta sua sventurata morte non 
fa motto il Mussato; forse perché essendo amico di lui 
e del medesimo popolare partito, non poteva parlarne 
senza dargli biasimo e mala voce di aver congiurato 
contro la patria; ma i Cortusii ce ne lasciarono lame- 
moria (Lib. II. Gap. XVIII.)». Lettera sopra la famiglia 
de' Maccaruffi, Padova, Bianchi 1857. 
1) Cort. Lib. IL Gap. XIX. 



182 ALBERTINO MUSSATO 

rotte, furono ripigliate dopo non molto, mercè 
l'opera efficace di Ulrico di Waldsee. Verso 
la line d'ottobre la pace fu stipulata ed annun- 
ziata ai popoli, che l'accolsero con esultanza. 
Per essa i beni dei Padovani, posti nei distretti 
di Vicenza e di Verona, doveano essere ritor- 
nati ai loro proprietarii, e i prigionieri d'ambe 
le parti rilasciati in libertà. Cane avrebbe con- 
tinuato a possedere Monselice, la Torre del 
passo di Este, Montagnana e Castelbaldo, col- 
i'obbligo di lasciare aperti i fiumi e le strade, 
finché il Duca d'Austria avesse dichiarato a 
chi dovessero spettare quelle fortezze ; lo stesso 
Duca avrebbe dato inoltre sentenza intorno ai 
fuorusciti padovani e ai loro beni; pena, mille 
marchi d'argento a quella delle due parti che 
avesse violato i patti. A questi s'aggiunsero 
delle condizioni scerete, che, cioè, il Conte di 
Gorizia cedesse Bassano allo Scaligero in cam- 
bio di Asolo e Montebelluna, e che Cittadella 
fosse restituita al Comune di Padova, il che 
avvenne il primo febbraio del 1321 ^). 

Dopo questa pace, Federico restituì alla città 
di Padova tutti i privilegi che Enrico VII le 
avea tolti con la terribile sentenza del 1313, 



1) Cort. Lib. II. Gap. XX. 



CAPITOLO QUINTO 183 

e confermò all'Università gli onori, che le avea 
conceduto con altro suo decreto. 

Ma le cose non erano ancora perfettamente 
tranquille. Entrambe le parti avevano delle pre- 
tensioni scambievoli, alle quali non intendevano 
rinunziare. Si volsero pertanto a Federico, come 
ad arbitro. Il Signore di Waldsee, accompa- 
gnato da tre ambasciatori padovani, andò a 
costui verso la fine di febbraio del 1321 ; nello 
stesso tempo vi andarono gli ambasciatori di 
Cane ; ma né quelli né questi ottennero nulla. 
Ulrico, a cui premeva di mettersi d'accordo con 
lo Scaligero, si recò, nel mese di maggio, con 
alcuni nobili della città a Vicenza ; ma, come 
pare, senza frutto. I Cortusii dicono che non 
si potè ben sapere che cosa il Signore di Wald- 
see abbia trattato con Cane ^). Il fatto si è 
che, nel mese di luglio, Ulrico ritornò in Ger- 
mania, e con lui vi andarono Nicolò da Car- 
rara, Giovanni da Camposampiero, Giovanni da 
Vigenza, Aleardo de' Basilii ed Albertino Mus- 
sato. Essi domandavano che i ribelli di Padova 
fossero condannati come ribelli dell' Impero, e 
che Cane restituisse tutti i casteUi del distretto 
padovano, che teneva occupati. Gli ambascia- 



1) Cort. Lib. III. Gap. I. 



184 ALBERTINO MUSSATO 

tori di Cane, presenti anch'essi, obbiettavano 
essere i fuorusciti padovani fedeli all' Impero, 
e Cane, a giusto titolo, possedere quei castel- 
li. Essi offrivano inoltre al Duca d'Austria la 
loro devozione e grande quantità di danaro, 
purch' egli volesse nominare Cangrande suo vi- 
cario in Padova. Inteso questo, Ulrico ricusò 
di tornare a Padova, e Federico stette incerto 
su ciò che dovesse fare, perciocché pensava che 
l'aiuto di Cane gli poteva tornare efficacissimo 
nella guerra ch'egli aveva col Bavaro. Prestò 
tuttavia ascolto alla voce della coscienza e alle 
istanze degli ambasciatori padovani, e nominò 
suo vicario in Padova il Duca di Carinzia suo 
fratello. Questi, il giorno 5 settembre 1321, 
accettò l'incarico, e giurò di hberare il di- 
stretto di Padova dal dominio di Cane ^). Non 
v' ha dubbio che a tale decisione di Federico, 
tanto favorevole ai Padovani, deve aver con- 
tribuito r eloquenza del Mussato. 

Nel novembre di quell'anno Corrado di Oven- 
stein, vicario del Duca di Carinzia, entrò in 
Padova con duecento cavaheri ^). Cane fu as- 
sai malcontento della sentenza di Federico, e, 



i) Cort. Lib. III. Gap. I. 
2) Ibid. 



CAPITOLO QUINTO 185 

non potendo in altro modo vendicarsi, eccitò 
i fuorusciti a rinnovare le scorrerie nel terri- 
torio padovano. Approfittando dell' assenza di 
Corrado di Ovenstein, il quale, con alcuni am- 
basciatori padovani, era andato in Carinzia per 
trattare intorno alla maniera di reprimere la 
prepotenza dello Scaligero, i fuorusciti, con a 
capo Corrado da Vigonza, nel febbraio del 1322, 
s'accamparono ad Este, e, dopo fatta gran pre- 
da nei dintorni, andarono a fortificarsi in Vi- 
ghizzolo. Arquà, Pernuraia, Tribano, Conselve 
e tutti i villaggi all' intorno fino a Bovolenta 
caddero in loro potere. I Padovani scrissero 
al Duca di Carinzia, che mandò in loro soc- 
corso quattrocento soldati, i quali furono spe- 
diti immediatamente ad Este. Tutto quell'anno 
durarono le lotte tra i Padovani e i fuorusciti. 
L'anno appresso (1323) questi, resi più forti 
dall'aiuto di Cane, riuscirono a scacciare da 
Este e da Santa Maria delle Carceri l'esercito 
padovano. Dio sa quanto a lungo sarebbero 
durate le discordie, se un frate Paolino dell'or- 
dine dei minori non avesse cercato d'indurre 
alla pace le parti contendenti. La pace fu con- 
fermata dal Duca di Carinzia colle condizioni, 
che i fuorusciti fossero, senza indugio, richia- 
mati in patria, che i più potenti dovessero stare 



186 ALBERTINO MUSSATO 

ai confini per sei mesi, termine che fu poi ab- 
breviato, e che coloro che avevano inimicizie 
capitali, come i Maccaruffi, i Dalesmanini, Ga- 
boardo degli Scrovegni ed altri molti, dovessero 
stare ai mandati per un anno e più, finché si 
fossero messi d'accordo cogli intrinseci ; condi- 
zioni che non furono interamente rispettate. La 
pace fu approvata in Padova dal Maggior Con- 
siglio il 19 maggio del 1323 ^). Frate Pao- 
lino, mentre si recava in Carinzia cogli altri 
ambasciatori, fu colto, per via, dalla morte. La 



1) Cort. Lib. III. Gap. II. 

Vedi : Gloria, La pace del 1323 tra i Padovani in- 
trinseci ed estrinseci. 

Lo stesso Gloria pubblicò più tardi un documento (2 
giugno 1323) in cui Corrado di Ovenstein, alla presenza 
di frate Guido abate del monastero della Vangadizza, 
di Giovanni Camposampiero, di Albertino Mussalo poeta 
e storiografo padovano, decreta « che essendo seguita 
nella festa di San Pietro 2ylartire di quell'anno la pace 
tra i Padovani e i loro concittadini ribelli e fuorusciti, 
si debba tenere quella festa per solenne ogni anno in 
Padova, e il capitano o vice-capitano, il podestà, gli 
anziani, i gastaldi delle fraglie (capi dei collegi delle 
arti), i componenti quesf ultime e gli officiali del Co- 
mune di Padova debbano ogni anno nella detta festa 
udire la messa all' altare dedicato a quel Santo nella 
chiesa di S. Agostino di Padova, e far ad esso altare 
quella offerta che vogliano i gastaldi e gli anziani sud- 
detti». 

nocumenti inediti intorno a Francesco Petrarca 
e Albertino Mussalo. Doc. X. Vedi: Appendice Doc. VI. 



CAPITOLO QUINTO 187 

sua fine immatura fu pianta amaramente dai 
Padovani. In questo frattempo moriva pure il 
Conte di Gorizia. S'avvicinava frattanto il ter- 
mine in cui i fuorusciti dovevano essere riam- 
messi in patria ; ma i Padovani, fra i quali 
principalmente Nicolò e Marsilio da Carrara 
coi loro aderenti, Albertino Mussato, Giovanni 
da Camposampiero e l'Abate di S. Maria della 
Badia, non intendevano assolutamente di aprir 
loro le porte. Fecero pertanto un Consiglio, 
nel quale stabilirono di mandare segretamente 
l'Ovenstein al Duca di Carinzia per indurlo a 
venire in Italia. L'Ovenstein vi andò, e seppe 
esporre cosi bene la cosa, facendo conoscere 
al suo Signore le ingiurie, che Cane recava 
di continuo ai Padovani, che il Duca lo man- 
dò innanzi con quattrocento cavalli, coi quali 
entrò in Padova l'ultimo di maggio del 1324. 
Il Duca, accompagnato da Ottone d'Austria 
e da Ulrico di AValdsee, gli tenne dietro. 

Dappertutto dove passava, il suo esercito 
metteva lo spavento negli abitanti e devastava 
ogni cosa. Il Friuli, Treviso, Castelfranco, Cur- 
tarolo furono particolarmente saccheggiati da 
quelle barbare genti. Cane, temendo il furore 
dei tedeschi, invocò l'aiuto de' suoi alleati e ten- 
tò col mezzo di danari, di piegare il Duca dalla 



188 ALBERTINO MUSSATO 

sua ; ma i Padovani lo prevennero col dare ai 
tedeschi trenta mila fiorini d"oro. 11 Duca entrò 
in Padova il 21 giugno per porta Ognissan- 
ti e, nello stesso tempo. Ottone d'Austria per 
quella di Pontemolino ; poco appresso uscirono 
entrambi, ed andarono ad accamparsi a Mon- 
selice. Non desistette l' esercito dalle rapine, 
dagli omicidi e dagli incendi, talché i Pado- 
vani ebbero a dire, che le guerre di Cane avreb- 
bero loro nociuto assai meno. 

Poco dopo, pei maneggi dello Scaligero, o 
perchè la fortezza di Monselice gli paresse ine- 
spugnabile, il Duca fece ritirare l'esercito verso 
Padova e si accampò sulle rive della Brenta. 
Temettero i Padovani che volesse saccheggiare 
la città, e perciò s'armarono e fecero ingiuria 
ad alcuni tedeschi che si trovavano dentro le 
mura. Per questo eccesso, taluni cittadini in- 
nocenti furono condannati alla forca. 

Ai 26 di luglio, fatta tregua con Cane fino 
al Natale ^), il Duca fece ritorno in Allema- 
gna, lasciando la città in custodia al Conte di 
Falemberg -). Per tal modo, osservano i Cor- 
tusii, il Duce di tante genti, senza aver fatto- 



1) E non fino a Pasqua, come scrive nelle sue Cro- 
niche Giovanni Villani. 

2) Cori. Lib. III. Gap. IV. 



CAPITOLO QUINTO 189 

ingiuria ai nemici, con danno gravissimo dei 
Padovani, fece turpemente ritorno ^). 

Ai 22 novemÌ3re (1324) moriva Giacomo da 
Carrara, in età di sessant'anni, lasciando erede 
Marsilio suo nipote. Egli moriva compianto da 
tutti per le sue eminenti virtù. Poco appresso 
spirava la tregua che il Duca di Carinzia aveva 
conceduta a Cane. Tutti gli abitanti dei villaggi 
del territorio padovano, fatta eccezione di quelli 
dei villaggi di Pedevenda fino ad Abano, che 
s'erano dati a Cane, si rifugiarono, per timore, 
in città, portando seco le vettovaglie. I Pado- 
vani, per scongiurare la procella che loro so- 
vrastava, scrissero al Duca di Carinzia, il quale 
fece loro grandi promesse e nulla più. Cane 
mandò Ribaldo suo capitano nel territorio di 
Treviso e il marchese Malaspina in quello di 
Padova. Prese il primo ed abbruciò Brusaporco 
il 13 gennaio 1325; assediò il secondo Vighiz- 
zolo, e se ne impadronì il 20 dello stesso mese. 
Dopo di ciò lo Scaligero pose il suo campo a 
Conselve e scrisse ai Padovani che mandassero 
a lui alcuni popolani per trattare di pace ; egli 
frattanto si sarebbe astenuto dagli incendii '). 



i) Lib. III. Gap. IV. 

2) Cosi i Cortusii Lib. III. Gap. V. L'Anoaimo Foscari- 
niano dice che i fuorusciti, che erano nel campo di Ga- 



190 ALBERTINO MUSSATO 

Gli risposero i Padovani : essere ben contenti 
di fare la pace, purché Cane avesse pazienza 
fino a che intendessero il parere dei loro ami- 
ci, i Trevisani. Parve allo Scaligero che respin- 
gessero, in tal maniera, la sua proposta, e co- 
mandò che fossero dati alle fiamme tutti i vil- 
laggi del Pievato e devastate le campagne fino 
alle porte della città. Spaventati i Padovani 
per tanta audacia di Cane, e non sentendosi 
in grado, senza gli aiuti del Duca, che avea- 
no attesi invano fino allora, di opporgli resi- 
stenza, si rivolsero, come sempre nei momenti 
più difiicih, al senno del loro grande concittadi- 
no Albertino Mussato, e lo spedirono, insieme 
con Pietro Campagnola, ambasciatore a Lodo- 
vico il Bavaro. 

Dopo la vittoria di Miihldorf sopra Federi- 
co d' Austria, Lodovico era ritenuto solo e le- 
gittimo sovrano, e tanto maggiormente dopo- 
ché Federico, per essere liberato dalla prigione, 
aveva rinunziato, in favore dell'avversario, ad 
ogni pretensione. Lodovico prestò benigno orec- 
chio agli ambasciatori padovani, e mandò al- 
cuni suoi fidati a Cane, per indurlo ad un ac- 



ne, s' erano offerti al Consiglio di Padova a trattar di 
pace e di accordo. 



CAPITOLO QUINTO 191 

comoclamento con Padova. A Rovereto fu sta- 
bilita una tregua fra le due parti, fino al San 
Martino di quell' anno. Cane avrebbe ritenuto 
frattanto tutte le ville del Padovano che ave- 
va fino allora occupate. La tregua fu annun- 
ziata ai Padovani il 6 giugno da Albertino 
Mussato e da Pietro Campagnola. 

Poco dopo, invitati dal Duca di Carinzia, che 
trovavasi in Inspruck per essere incoronato re 
di Boemia, i Padovani mandarono cplà i due 
ambasciatori, affinchè facessero valere i diritti 
della città loro dinanzi a Lodovico il Bavaro 
e a Federico d'Austria, rimettendosi alla co- 
storo decisione. Altrettanto fece Cangrande. I 
due principi stabilirono, che Padova riavrebbe 
le ville di Pedevenda e tutte le altre che pos- 
sedeva al tempo di Ulrico di Waldsee, finché 
essi d'accordo componessero ogni lite fra le 
parti, la qualcosa promisero di fare entro il 
termine di un anno ; le parti, frattanto, dove- 
vano desistere da ogni ostilità. 

Il solo Pietro Campagnola potè riferire ai 
Padovani l' esito dell' ambasciata. Albertino 
Mussato fu costretto ad arrestarsi in Vicenza, 
poiché nella sua città erano accaduti tali fatti, 
che avrebbero reso assai pericoloso il suo ri- 
torno. 



192 ALBERTINO MUSSATO 

Cagione della guerra civile, che in quei gior- 
ni funestava Padova, era stata 1' uccisione di 
Guglielmo Dente. Questi ed Ubertino da Car- 
rara, uniti per doppia parentela ed amicissimi 
dapprima, erano divenuti nemici, causa una bal- 
dracca, che entrambi avvicinavano. La discor- 
dia era andata tant' oltre che, il 17 giugno 
1325, Ubertino, insieme con Tartaro da Len- 
dinara, uccise Guglielmo. Il fatto non poteva 
rimanere impunito, nonostante che Ubertino e 
Tartaro pretendessero di rimanere, armata ma- 
no, in cittcà. Il Podestà PoUione dei Beccadelli 
di Bologna, coli' assenso dello stesso Marsilio 
da Carrara, li bandi entrambi e ne fece spo- 
gliare le case. Indignati i banditi e desiderosi 
di vendetta si rivolsero a Cane, promettendo- 
gli di farlo Signore di Padova, e dandogli, per 
ciò, in ostaggio i tìgli ed i nipoti ; ma le pre- 
ghiere di Marsilio e degli altri Carraresi li 
fecero desistere dal feroce proposito. Paolo Den- 
te, fratello naturale di Guglielmo, non conten- 
to della punizione inflitta agli uccisori, suscitò 
una terribile congiura contro tutti i Carraresi. 

Il 22 settembre i congiurati si sollevarono 
al grido di: muoiano i traditori da Carrara. 
L'Abate di Santa Giustina si unì con Paolo 
Dente, e il Podestà anch' esso favori la con> 



CAPITOLO QUINTO 193 

giura, eccitando il popolo all' armi col suono 
della campana del Comune. I Carraresi, dinan- 
zi a tanto pericolo^, non si perdettero d' animo ; 
ma, armati, a cavallo, si fecero coraggiosamente 
incontro agli inimici. Allora s'appiccò fra le 
due parti una fierissima zuffa, che durò un' ora 
e più, finché i Tedeschi, eh' eran di guarni- 
gione, non accorsero a farla cessare. Questi 
favorivano Paolo; per ciò fingendo voler com- 
porre a pace le parti, mentre comandavano ai 
Carraresi di ritirarsi, non impedivano ai solle- 
vati d' incalzarli. I Carraresi, non vedendo al- 
tra via di salvezza, e confortati dal popolo, che 
s' era stretto intorno ad essi per l' amore che 
portava a quella famiglia, riappiccarono, con 
ardore incredibile, la lotta, finché costrinsero 
Paolo a ritirarsi, il quale si rifugiò a Treville. 
Se Paolo, osservano i Cortusii, non fosse sta- 
to abbandonato dai congiurati avrebbe fatto 
lagrimoso quel giorno ai Carraresi ^}. Ma la 
vittoria costò a questi assai cara, perciocché 
perdettero molti dei loro più cari amici, ed 
essi stessi riportarono gravissime ferite. Mar- 
silio ebbe ucciso due cavalli e, per le molte 
ferite, fu presso a morte. 11 giorno di poi gli 



1) Lib. III. Gap. VI. 

13 



194 ALBERTINO MUSSATO 

uccisori di Guglielmo Dente rientrarono in Pa- 
dova, e, poiché aveano saputo che il Podestà 
aveva prestato favore a Paolo contro i Carra- 
resi, eccitato il popolo, corsero ad assalire la 
sua casa. 

Pollione, spaventato, s' era vilmente nasco- 
sto. Tutti di sua famiglia furono trucidati senza 
misericordia ; alcuni, in preda alla disperazio- 
ne, per sfuggire alle mani degli uccisori, si 
precipitarono dall' alto del palazzo. Lo stesso 
Podestà, tratto dal suo nascondiglio ed inse- 
guito dai nemici, si gettò dal tetto, ed anco- 
ra semivivo fu crudelmente scannato. Il palazzo 
del Comune venne, in quel giorno, saccheg- 
giato dal furore popolare, e le pubbliche scrit- 
ture furono date tutte alle fiamme. I Carraresi 
vincitori chiamarono a Podestà Corrado de' Boc- 
chi bresciano, col patto che non avrebbe fatto 
ragione dei malefizii perpetrati innanzi la sua 
elezione. 

Neil' ottobre seguente al Conte di Fàlem- 
berg fu sostituito, quale vicario di Padova, 
Corrado di Ovenstein. Per la venuta di costui 
Paolo Dente fu lietissimo, essendoché Corrado 
gli si professava amico ; ma ebbe a rimanere 
disingannato. I Carraresi furono tosto dattor- 
no ali' Ovenstein, lo colmarono di blandizie e 



CAPITOLO QUINTO 195 

lo indussero a pronunziare sentenza di bando 
contro Dente e i suoi seguaci. 

La sentenza fu pubblicata il 14 dicembre, 
ed in essa furono compresi l' Abate di Santa 
Giustina con due suoi figli illegittimi, Corrado 
da Vigonza, Aicardino Malizia coi figli, Vita- 
liano figlio di Albertino Mussato ed altri molti. 
Albertino, che s'era trattenuto in Vicenza, fu, 
per colpa del fratello e del figlio, confinato a 
Chioggia ^) 



i] Cori. Lib. III. Gap. VI. Vergerlo YUa libertini. 



Capitolo Sesto. 



Mussato esule a Chioggia — È visitato da Marsilio da Car- 
rara — Corrado di Ovenstein vicario di Padova — I Car- 
raresi lo colmano di doni e di blandizie — Engelmario 
di Villandres — Il Podestà Iacopino de' Bocchi — Soprusi 
di Ubertino da Carrara — Corrado da Vigonza dà l'as- 
salto alla Torre di Curano — Viea fatto prigioniero e 
decapitato — Scelleratezza di Ubertino da Carrara, di 
Tartaro da Lendinara e di Engelmario — Lodovico il 
Bavaro discende in Italia — Cane gli domanda il vica- 
riato di Padova — Non l'ottiene — Prolunga di due anni 
la tregua col Duca di Carinzia — Congiura di Nicolò da 
Carrara — Marsilio ricorre per aiuti al Duca di Carinzia 

— Condizione miseranda di Padova — Nuove scelleratezze 
di Ubertino e di Tartaro — Congresso a Verona — Di- 
scordia fra Marsiiieto ed Ubertino — Marsilio affida sé 
e la città nelle mani di Cane — Che pensi il Mussato di 
questa determinazione — Marsilio Signore di Padova — 
Solenne ingresso di Cane in Padova — Nozze di Mastino 
e Taddea — Mussato fa ritorno segretamente in Padova 

— Marsilio non acconsente alla sua venuta — Albertino 
fa ritorno in Chioggia — Riceve nuove ingiurie da Mar- 
silio — Muore. 



Da questo punto il Mussato non ha più 
parte nelle faccende della sua città; una sola 
volta, come vedremo, mette piede in essa, 
colla speranza di potervisi fermare; ma ben 



198 ALBERTINO MUSSATO 

tosto, deluso, ricalca la via dell'esilio, e, poco 
appresso, muore, ancor giovane, in Chioggia. 
Da questa città egli segui, con occhio at- 
tento, tutti gli avvenimenti che si succedevano 
in Padova, e ne tramandò la notizia ai po- 
steri. V ha chi dice, ch'egU non sia veritiero 
nella sua narrazione, specialmente in ciò che 
riguarda i Carraresi, avendo concepito un grave 
odio contro di essi, ch'erano stati causa della 
sua sventura; sicché dove prima li aveva Iot 
dati, ne disse poi tanto male. Cosi afferma, fra 
gii altri, il Verci ^), e c'è chi soggiunge, che 
il libro XII De Gesfis lialicorwn post Hen- 
ricum VII Ccesarem — quello appunto in cui 
è detto questo male — si fa conoscere scritto 
con una penna intinta nel veleno ^). 



1) Storia della Marca Trivigiana e Veronese. — 
Libro Vili, Venezia 1788. 

2) Vedi: Difesa di Marsilio da Carrara secondo 
Signor di Padova contro le maldicenze di Albertino 
Mussato, compilata dall' ab. Giuseppe Bianchi parroco 
di Albignasego. — Padova, coi tipi del Seminario 1835. 

Anche Giovanni Cittadella, nel Capitolo XII della sua 
Stoì'ia della Dominazione Carrarese in Padova, dopo 
aver detto che Albertino si sdegnò, e? giustamente, del- 
l'esilio, soggiunge: «né avendo altre arme a riscuotersi 
dei da Carrara, i quali del crudele decreto furono au- 
tori principalissimi, usò la sola che era da lui, oltrag- 
giandone cioè cogli scritti il nome e la ricordanza. De- 
gno di biasimo per la viltà sempre compagna al ricatto, 



CAPITOLO SESTO 199 

Che il Mussato, mosso da giusto sdegno 
contro i Carraresi, abbia esagerato nel dirne 
male, è assai probabile; ma non possiamo am- 
mettere assolutamente che nella sua narrazione 
c'entri la mala fede. 

L'animo di lui, nobilissimo in ogni circo- 
stanza della sua vita, non poteva discendere 
a così bassa vendetta. Che se talvolta, per av- 
ventura, non ha detto il vero, deve esser stato 
tratto in inganno da coloro che gli riferivano 
gli avvenimenti. 

Nel seguire pertanto la narrazione del Mus- 
sato in quest'ultima parte della sua storia, noi 
andremo assai cauti, affine di scoprire, se ci sarà 
possibile, la pura verità. Intorno a ciò, del 
resto, ch'egli ebbe a soffrire da Marsilio, alla 
relazione che mantenne per qualche tempo con 



e per avere in ta! guisa di una sola, ma negra macchia, 
contaminato le sue benemerenze a prò della patria. 
Troppi erano i suoi diritti alla comune riconoscenza, 
troppo oltraggioso il ricambio ch'ei n'ebbe per dubitare 
di non trarne la più bella delle vendette, l'ammirazione 
di tutti alle sue virtù, di tutti la riprovazione contro 
la sancita condanna». In una nota poi riproduce una 
specie di prefazione di autore anonimo contro il Mus- 
sato e in difesa dei principi Carraresi premessa al li- 
bro XII De Gestis, trascritto in un Codice membrana- 
ceo della Raccolta Piazza, prefazione stimata dal Bian- 
chi un'apologia dettata da Pier Paolo Vergerlo in onore 
della famiglia Carrarese. 



2C0 ALBERTINO MUSSATO 

lui, alle promesse che n' ebbe, non mai poscia 
adempiute, non mettiamo punto di dubbio che 
la sua narrazione sia vera : sono cose che lo 
toccarono direttamente, ed egli n'è il testi- 
monio più sicuro. 

Gravissimo è il lagno che egli muove per 
la condotta di Marsilio verso di lui ; ma chi 
potrebbe dargli torto ? Se e' era uomo al 
quale Marsilio dovesse mostrare gratitudine, 
questi era il Mussato, il quale, nella lotta 
contro Cane, gli aveva prestato valido aiuto 
e segnalati servigi. Marsilio invece, per tutta 
ricompensa, lo fece bandire, e ciò con aper- 
ta ingiustizia ; perciocché qual colpa aveva 
Albertino, se suo fratello e suo tìglio avevano 
favorito i ribelli? Il Wychgram è d'avviso 
doversi cercare una spiegazione di questo con- 
tegno di Marsilio verso Albertino non tanto 
nel fatto che l'Abate di Santa Giustina si sia 
schierato a favore di Paolo Dente contro i da 
Carrara, quanto nell'improvviso mutamento della 
politica dei Carraresi verso Cane. MarsiHo in- 
fatti nell'ultima ribellione avea veduto come 
la sua Signoria si fondasse su troppo deboli 
basi, e come V opposizione sua al potente vi- 
cino avrebbe affrettata la sua rovina. Egli 
pertanto stabilì in cuor suo di dare, quando 



CAPITOLO SESTO 201 

fosse il momento opportuno, la città in po- 
tere dello Scaligero, perchè questi ne inve- 
stisse lui della Signoria. A mandare ad effetto 
questo divisamente era necessario allontanare 
tutti coloro che avrebbero potuto opporvisi, tra 
i quali primo il Mussato. Ora quale pretesto 
migliore per liberarsi di quest'uomo, che quello 
della partecipazione di suo fratello e di suo 
figlio alla congiura contro i Carraresi?'). 

E l'astuto Marsilio non si lasciò sfuggire 
un tale pretesto. Vide tuttavia egli stesso che 
l'esigiio di Albertino era un'aperta ingiustizia, 
e, temendo lo storico, che l'avrebbe fatta co- 
noscere alla posterità, volle, alla prima occa- 
sione, giustificarsi con lo stesso Mussato, il 
quale, uomo di buona fede, credette, in sulle 
prime, alla sincerità delle parole di Marsilio. 

Non appena risanato dalle ferite ricevute 
nella lotta contro Paolo Dente, il Carrarese, 
essendosi recato a Venezia per faccende sue par- 
ticolari, nel ritorno si condusse in Chioggia, 
dove, fatta ricerca del Mussato, si presentò a 
lui, e, dopo averlo salutato amichevolmente ed 
abbracciato, gli si mostrò dolente della sua 
lontananza da Padova. Gli disse « eh' egli desi- 



Wychgram. Drittes Kapitel. 



202 ALBERTINO MUSSATO 

derava ardentemente di rivederlo in città, dalla 
quale, senza colpa veruna, era stato allonta- 
nato. Tuttavia non osava richiamarlo per la 
perversità di Tartaro e de' suoi malvagi con- 
giunti, i quali, ammesso pure che assentissero 
al ritorno di lui, non desisterebbero dall'idea 
di ucciderlo, ed allora, non ostante il dolore 
ch'egli, Marsilio, ne proverebbe, il Mussato non 
ritornerebbe a vita. Ben sapeva questi come 
Tartaro ed Ubertino, fìngendo amicizia per Gu- 
glielmo Dente, lo uccidessero, eccitando il pò-, 
polo alla ribellione e tradendo, per tal modo, 
lo stesso Marsilio. Avesse pertanto sofferenza 
di rimanere in Chioggia fino a che le cose, in 
Padova, tornassero tranquille, che verisimil- 
mente in quello stato non potevano a lungo 
durare. Gli prometteva e gli si obbligava con 
tutta la fede, non appena vedesse il tempo 
opportuno, di procurare, con ogni sforzo, il ri- 
torno di lui, senza la cui presenza non gli dava 
il cuore di vivere in patria ». 

Il Mussato, poiché le parole ed il volto di 
Marsilio dimostravano somma benevolenza, che 
egli d'altra parte sapeva di meritare, lo rin- 
graziò con lagrime copiose: « Sapeva bene 
Marsilio, com'egli avesse impedito che la città 
si levasse a rumore per V uccisione di Gugliel- 



CAPITOLO SESTO 203 

mo, mentre il popolo, la plebe e i cittadini di 
ogni classe ardevano di fare tumulto, e come 
avesse, da solo, placato la moltitudine, temen- 
do che il furore della plebe non trascorresse 
a danno degli innocenti e specialmente di Mar- 
silio, che reputava innocente e teneva in conto 
d'amico e di fratello. Era stato lui, Albertino, 
che, fatte chiudere le porte della casa, aveva 
trattenuto Paolo Dente che, furibondo per la 
morte del fratello, era apparecchiato a correre 
in piazza, seguito da molti de' suoi. Già in 
armi era salito a cavallo, ed egli l'avea in- 
dotto a ritirarsi disarmato a Treville. Dopo di 
ciò aveva sedato ogni tumulto nel popolo, e ne 
aveva avuto, in ricambio, delle maledizioni. 

Poco dopo, costretto da tutto il popolo e 
per necessità della patria, avea dovuto recarsi 
malauguratamente in AUemagna, e quella sua 
lontananza era stata la rovina della città, poi- 
ché s'egli fosse restato non sarebbe accaduto 
nulla di ciò ch'era accaduto. A Marsilio, che 
il persuadeva ad affrettare il suo viaggio pel 
bene della città, egli avea detto : Marsilio, io : 
vado e, a Dio piacendo, condurrò a buon ter- 
mine le commissioni del Comune contro di 
Cane. Tu veglia, frattanto, con ogni cura la 
città; bada che Paolo Dente non presuma di. 



204 ALBERTINO MUSSATO 

troppo, né faccia novità. Io so che quell' uo- 
mo è ferito nelle viscere per la morte del fra- 
tello ; egli è audace, forte e capace di osare 
ogni cosa, siccome disperato che non bada più 
a nulla. Tu — continua il Mussato — sorri- 
dendo sprezzasti le mie parole, lo devi ricor- 
dare troppo bene. Andai, vinsi Cane e i suoi 
ambasciatori. Vittorioso ritornava, dopo di aver 
procurato un saiutare rimedio alla città, al- 
lorché tu, per vergognosa inerzia ed ignoran- 
za, m' ingannasti ; tu perdesti il tuo sangue, 
ed io perdetti la vista della mia città, le mie 
case e gli onori che mi diede la patria. Ma a 
che lamentare i passati danni, ai quali non ci 
è dato di porre rimedio? Tu inoltre ti trovi 
in maggiori pericoli ch'io non ho nell'esiglio. 
Abbi pietà di me e, se puoi, mi giova ». 

Marsilio commosso, siccome parve, disse : 
« Se io non avrò di te e delle cose tue quella 
stessa cura e diligenza che ho di me e delle cose 
mie, che Dio mi nieghi la sua protezione » . 

Dopo di ciò, Marsilio parti. Nel primo anno 
si ricordò dell'amico ; gli spedi messi con frutta 
ed altri cibi, lo esonerò da molti aggravi cosi 
pubblici come privati, accolse benevolmente i 
messi di lui ; ma poi, a poco a poco, cominciò 
a intiepidire nei benefizi, mostrando quasi di 



CAPITOLO SESTO 205 

infastidirsi, allorché il Mussato gli faceva ri- 
chiesta del puro necessario ^). 

Corrado di Ovenstein, mandato in sostitu- 
zione di Enrico di Fàìemberg, quale vicario 
di Padova, per scoprire la verità intorno al- 
l' uccisione di Guglielmo Dente e per punire i 
colpevoli, fu, come dicemmo, circondato, con 
ogni cura, dai Carraresi, i quali gli esposero 
le cose come meglio lor piacque, e si offersero 
di stargli al lianco e di assisterlo. Egli avreb- 
be comandato in nome del Re, ed essi l'avreb- 
bero obbedito, come suoi satelliti, sia contro 
Cane, che contro qualunque altro nemico cosi 
interno che esterno. 

Oltre a ciò, conoscendo essi la natura ed 
i costumi deirOvenstein, a cui il danaro stava 
più a cuore che ogni altra cosa al mondo, 
più che Tonore stesso del Re ed il suo, gli 
sottomisero la città, la quale, benché smunta da 
tante imposte, era ancora abbastanza ricca. Cor- 
rado, vinto dalle lusinghe, si mostrò loro af- 
fabile, rialzò le loro speranze, ed abbracciava 
talvolta pubblicamente Ubertino e Tartaro, il 
che moveva a sdegno i cittadini. 

Mussato, che aveva conosciuto l'Ovenstein 



1) De Gestis Ital. Uh. XII. 



206 ALBERTINO MUSSATO 

alla corte di Federico, ed avea perorato in suo 
favore, perchè fosse nominato vicario di Pa- 
dova, gli scrisse da Chioggia : « Si ricordasse 
a che e per quali cagioni fosse stato mandato 
a Padova^ condannasse i colpevoli, assolvesse 
gli innocenti, richiamasse in città coloro che non 
avevano avuto parte nei delitti e, fra gli al- 
tri, lui che gli scriveva, relegato ingiustamente 
in Chioggia ». Corrado, quantunque corrotto 
dal danaro dei Carraresi, provò rimorso e gli 
rispose : « saper bene esser le cose come di- 
ceva il Mussato, al quale era grandemente ob- 
bligato, per aver ottenuto, col suo mezzo, il 
vicariato di Padova, servigio del quale non si 
sarebbe mai dimenticato. Aspettasse il momen- 
to opportuno per rimpatriare, né gli rincresces- 
se frattanto dimorare, ancora per poco tempo, 
in Chioggia ». Queste cose fece sapere l'Oven- 
stein al Mussato per mezzo di un ambascia- 
tore, che d'affidarle allo scritto non ebbe co- 
raggio, temendo che, per qualche errore, i Car- 
raresi ne venissero a conoscenza. 

Questi frequentavano, di giorno e di notte, la 
casa di lui, gli offrivano cibi, bevande e soprat- 
tutto gli promettevan danaro, sicché, in breve, 
fecer tutto loro quell' uomo avarissimo, cui le 
virtù, i vizii e la fortuna contribuirono a render 



CAPITOLO SESTO 2(>7 

singolare. « Valoroso nell'armi, eloquente nelle 
curie, solerte nell'opera, formidabile a' nemici, 
era, oltre a ciò, così avido di danaro, che non 
badava a giustizia pur di accumulare. In quei 
giorni avea fatto vendere all'asta i frumenti, 
i vini, le suppellettili dell'Abbazia di Santa Giu- 
stina, e ne avea tenuto per sé il danaro, il 
che non avrebbe potuto fare nemmeno per ma- 
nifesti delitti dell'Abate. Ed oh irrisione ! — 
esclama il Mussato — quest' uomo ascoltava 
religiosamente, ogni mattina, tre messe, e, con 
sospiri profondi e torcendo le labbra e picchian- 
dosi il petto e alzando gli occhi al cielo, si pre- 
parava, nelle udienze, a parlare ; né prima di 
pranzo discendeva giammai ad umani colloquii, 
come rapito in divine speculazioni. E vid' io, con 
i miei occhi, com'egh, con queste ed altre ra- 
pine, abbia fatto costruire chiese e basiliche e 
monasteri sontuosi in più luoghi della Carinzia ». 

Poco appresso Corrado mandò Engelmario de 
Villandres, suo gentiluomo di camera, con let- 
tere del Comune e con fidi legati, all' Impera- 
tore, perchè questi confermasse sentenza capitale 
contro Paolo Dente e i suoi complici ; vi andò 
quindi egli stesso, per meglio ottenere l' intento. 

Engelmario fu mandato di ritorno in Pa- 
dova a far le veci di Corrado, coli' istruzione 



208 ALBERTINO MUSSATO 

di aderire privatamente ai consigli ed ai cenni 
dei Carraresi. Appena in città, egli e i legati 
fecero nota ogni cosa ai Carraresi, e convoca- 
rono il giorno seguente l'adunanza. 

Il popolo e la plebe, poich'ebbero inteso di 
che si trattava, lamentarono dapprima la Re- 
pubblica soggetta ai Carraresi ; quindi, per ti- 
more, cercarono d' ingraziarsi, coi doni, i ti- 
ranni, compassionando i profughi. Alcuni, pre- 
sagendo le scelleraggini e gli eccidii, che avreb- 
bero funestato la città, si ricoverarono alla 
campagna ; altri si nascosero nelle proprie case 
ed evitarono i luoghi pubblici. 

I Carraresi tennero un consiglio di fami- 
glia, per discutere su ciò che dovessero fare. 
I giovani, approfittando della fortuna, volevano 
vendicarsi dei loro nemici ed impadronirsi del 
governo dello Stato. Marsilio, più cauto, con- 
sigliò doversi mantenere l'ordine antico ed e- 
leggere un Podestà forastiero, pur ritenendo 
il potere nella famiglia dei Carraresi. Prevalse 
questa opinione, e fu nominato Podestà Iaco- 
pino de' Bocchi bresciano, colle condizioni che 
abbiamo accennate sulla fine del capitolo antece- 
dente, quali ci sono fatte conoscere dai Cortusii'). 



1) Lib. Ili, Gap. VI. 



CAPITOLO SESTO 209 

Iacopino cadde ben presto in disgrazia di 
Ubertino da Carrara, poiché avea condannato 
un suo satellite, per manifesto delitto, alla 
pena capitale, ed avea negato di lasciargli li- 
bero un altro condannato all' ergastolo per 
grave colpa. Più tardi Ubertino, per istigazione 
e coir aiuto di Tartaro, rapì di notte, fra il 
pianto e le grida dei genitori, una fanciulla, 
figlia di un sarte della Riviera di San Leo- 
nardo. Il Podestà, per tanto delitto, chiamò a 
sé Ubertino, il quale, insieme con Tartaro e 
con buon numero de' suoi, si presentò in Pre- 
torio, minacciando di morte Iacopino, se non a- 
vesse desistito dal processo. « Si rammentasse 
ciò ch'era toccato a Paglione dei Beccadelli ; 
il medesimo toccherebbe a lui, se intendesse 
persistere nelle ricerche ». Il Podestà non si 
perdette d'animo, chiamò i famigli, e, fatta toc- 
care tre volte la campana del Comune, disse 
che avrebbe rinunziato al suo offizio, se gli fosse 
stato impedito di fare giustizia. In quella en- 
trò nella sala Marsilio, accompagnato da co- 
spicui cittadini e, tratto in disparte il Podestà, 
gli disse: «non convenire ad uomo saggio e 
nobile, com'era lui, mettere a subbuglio la città, 
per la sconsideratezza del giovine Ubertino. 
Piacere alla plebe, al popolo, ai Carraresi che 

li 



210 ALBERTINO MUSSATO 

fosse fatta la luce sul ratto, e che si multasse 
Ubertino colla sanzione delle leggi » . Conciliato 
come potè il Podestà, condusse fuori Ubertino 
e Tartaro, e li riunì, con Nicolò e con gli al- 
tri di quella stirpe, in casa dei Papafava presso 
San Martino. Colà, con parole ora severe or 
dolci, placò l'ostinato Ubertino, e con molte 
promesse lo condusse di nuovo al Podestà e 
lo persuase a dire : esser egli pentito di quanto 
avea fatto e detto. Procedesse il Podestà nel 
suo diritto di giudice ; egli obbedirebbe alla 
sentenza, qualunque si fosse. Il Podestà lo con- 
dannò a cinquecento lire, che non furono mai 
pagate. 

In que' giorni Corrado da Vigenza, il quale, 
dopo essere stato confinato a Venezia come 
complice della congiura di Paolo Dente, avea 
rotti i confini e s'era ricoverato in Ferrara, 
raccolti alcuni ferraresi e molti fuorusciti pa- 
dovani, scendendo pel Po, s'era condotto a 
Chioggia e, nel penultimo giorno di febbraio 
del 1326, avea dato l'assalto alla Torre di 
Curano, forte castello dei Padovani ai confini 
di Venezia, e l' avea presa. Giunta in Padova 
la notizia, i Carraresi accorsero pronti, e, col- 
l'aiuto dei Tedeschi, ricuperarono la Torre. 
Corrado fu fatto 'prigioniero e decapitato in 



CAPITOLO SESTO 211 

abito militare nel Palazzo della pubblica resi- 
denza, il giorno 3 di marzo del 1326 ^). Gli 
fu data onorevole sepoltura. Egli era amato 
dal popolo, scrive il Mussato, né aveva avuto 
parte alla congiura di Paolo Dente, come cre- 
devano i Carraresi, che lo avevano bandito. 

Lo scellerato Tartaro era sempre al fianco 
di Ubertino, e lo eccitava alle maggiori nequi- 
zie. Sprecavano in libidini, in lusso, e si rifa- 
cevano rubando. Circondati da lenoni, da fa- 
cinorosi, da assassini, s'aggiravano armati per 
le vie della città. I cittadini, spaventati, spia- 
vano attraverso le fessure degli usci, e li ve- 
devano passare con vesti ricamate d' oro e d' ar- 
gento e seguiti da que' ribaldi. Non c'era scel- 
lerata impresa, ch'essi non compissero, o a com- 
piere la quale non prestassero il loro braccio. 

Engelmario ardeva di libidine per una gen- 
tildonna di nome Pietra degli Scrovegni, mo- 
glie di Marino dei Maccaruffi, assente e ban- 
dito ^). Non potendo l' infame vincerla coli' oro, 
cercò di ricorrere alla forza. 



1) Cori. Lib. ITI, Gap. VI. 

2) Secondo alcuni questa gentildonna sarebbe stata 
conosciuta ed amata da Dante nella sua dimora in Pa- 
dova. Vedi: Anton Maria Amadì, Ayinotazioni sopra 
una canzone morale, e lo scritto di Enrico Salvagnini: 



212 ALBERTINO MUSSATO 

Unitosi a Tartaro ed Ubertino, circondò di 
notte la casa di lei, e, con suoni di trombe e 
con cembali, fìngendo una serenata, fece at- 
terrare le porte, e s' introdusse nei più segreti 
appartamenti. Alcuni vogliono la donna polluta, 
altri abbandonata semiviva, per essersi difesa. 
Un'altra notte quei sacrileghi irruppero in un 
chiostro di monache dedicato a Sant'Agata, 
fuori delle mura cittadine, e, non contenti delle 
ricche spoglie, fecero forza alle vergini, ferendo 
le renitenti. La città, al mattino, udì con rac- 
capriccio il fatto. Nicolò e Marsilio domanda- 
rono giustizia al Podestà, e questi fece so- 
spendere alle forche uno dei più abbietti, dan- 
nando nel capo molti altri, che, dopo pochi 
giorni, furono lasciati in libertà. 

Tutti gli impudichi, gli adulteri, gli spergiu- 
ri, che avevano consumato il loro, che avevano 
commesso orrendi delitti, che erano stati accu- 
sati della morte di Guglielmo Dente, sicuri si 
rifugiavano presso Tartaro ed Ubertino. Di 
giorno si facevano vedere per le vie cittadine ; 
ma di notte uscivano dalle mura per rubare 



Cunizza da Romano, Pierina Scrovegni e le donne 
padovane al tempo di Dante, pubblicato nel libro Dante 
e Padova. 



CAPITOLO SESTO 213 

nelle campagne. Spesso uccidevano i viandanti 
per ispogliarli, e portavano ogni cosa ai loro 
Signori, clie spendevano immoderatamente nelle 
laute mense. Il solo Marsilio, al dire dello 
stesso Mussato, si tratteneva in casa, ascoltava 
i lamenti degli oppressi, intercedeva per loro e 
li sussidiava, cercando, per tal modo, di co- 
prire le scelleratezze de' suoi congiunti. 

In que' giorni era sceso in Italia, con grande 
seguito, Lodovico il Bavaro, chiamatovi dai 
Ghibellini, ed aveva tenuto parlamento in Trento 
con molti Signori d' Italia. Cangrande, che fu 
tra i presenti, dichiarò apertamente a Lodovico 
che si sarebbe accordato col Pontefice, se non 
gli veniva concesso, senza indugio, il vicariato 
di Padova, pel quale egli offriva al Bavaro 
il proprio aiuto e duecentomila fiorini. Lodo- 
vico ricusò, non volendo toglier quel vicariato 
a suo zio, il Duca di Carinzia. Cane se ne 
partì indignato ; ma poco appresso, per le pre- 
ghiere dei Ghibellini, fece ritorno a Trento, 
dove fu persuaso da Lodovico a prolungare an- 
cora per due anni la tregua col Duca di Ca- 
rinzia ^). 

Poco tempo innanzi, cioè verso la fine di 



1) Cort. Lib. Ili, Gap. X. 



214 ALBERTINO MUSSATO 

dicembre del 1326, erano stati confinati a Ve- 
nezia alcuni illustri cittadini padovani, per- 
chè accusati falsamente di aver trattato con 
Nicolò da Carrara di dare la città a Cane e 
di uccidere Marsilio. Nicolò, che vedeva di mal 
occhio la crescente grandezza di Marsilio, si recò 
ad ingiuria questo fatto di lui, e, nel 2 luglio 
1327, abbandonò la città ed andò a Venezia, 
dove fece alleanza con Cane e coi fuorusciti 
contro Padova. 

Appena fu nota questa alleanza, i figli, ch'e- 
gli avea lasciati in Padova come ostaggi, fu- 
rono mandati prigionieri in Allemagna, e le 
sue case furono spogliate e distrutte. Non con- 
tento di ciò, Marsilio, temendo l'audacia dei 
fuorusciti, ai quali lo Scaligero prestava, di 
nascosto, soccorsi, propose si mandassero am- 
basciatori al Duca di Carinzia. Egli stesso fu 
eletto dell'ambasceria, ed ebbe promessa dal 
Duca che un grosso esercito sarebbe stato, tra 
breve, mandato in aiuto dei Padovani. Nicolò 
frattanto, a capo dei fuorusciti, aveva invaso 
il Pievato di Sacco, e ai 13 di ottobre s'era 
accostato coli' esercito alla città dinanzi alla 
Porta di Santa Croce, nella speranza che i cit- 
tadini si levassero a tumulto. 

Ma i cittadini non si mossero per timore di 



CAPITOLO SESTO 215 

Cane, che, con V esercito, -stava appiattato in 
Monselice, donde, benché asserisse di non voler 
rompere le tregue, favoriva nascostamente i 
fuorusciti. Questi, poiché videro di non poter 
impadronirsi della città, sfogarono tutta la loro 
rabbia sul Pievato, mettendo ogni cosa a ruba 
ed a fuoco e commettendo d' ogni maniera scel- 
leratezze. Dopo aver sottomesso e ^distrutto 
tutto il paese all'intorno, ai 15 novembre si 
ridussero in Este, e ne fortificarono il castello 
con argini e con fosse ^). 

I Padovani, rinchiusi entro le mura della 
città, cominciarono ben presto a soffrir penuria 
di vettovaglie. I soli Carraresi, al dir di Mus- 
sato, coi loro seguaci, trasportavano dai luo- 
ghi vicini alla città, col mezzo dei soldati te- 
deschi, grani e biade ai loro granai. Tartaro 
ed Ubertino ne trasportavano dai loro e dagli 
altrui campi, né rifuggivano da altro genere di 
rapine. Invitavano a pranzo i più ricchi, e poi 
domandavan loro danari in proporzione di ciò 
che possedevano; se ricusavano, h chiudevano 
in prigione, finché, per fame, erano costretti a 
cedere. Chi di buon mattino si fosse trovato 
fuori di casa, veniva ravvolto improvvisamente 



1) Cori. Lib. Ili Gap. XII. 



216 ALBERTINO MUSSATO 

in un sacco, che gli toglieva la vista e gli 
impediva di gridare, e, trascinato in luoghi 
nascosti, veniva costretto a redimersi con da- 
nari, se non voleva esser condannato a morire 
di fame. 

Tale violenza fu fatta — racconta Alber- 
tino — ad un pio sacerdote della Cattedrale, 
che si recava alla chiesa con due nipoti. Corse 
voce esserne stati autori alcuni giovani di casa 
Capodivacca, i quali fecero tali minacce al 
prete, che, dopo pochi giorni, morì di paura. 

Uno dei più orrendi delitti, commessi in quei 
giorni, fu l'uccisione di Ugolino, Priore di Santa 
Maria di Vanzo. Costui era stato invitato a 
pranzo da Tartaro ed Ubertino. Finito il pran- 
zo,- fu rimandato al Cenobio in compagnia di 
quattro sicarii, i quali, non appena egli mise 
piede sul vestibolo del monastero, lo trucida- 
rono e lo seppellirono ancora semivivo. Scas- 
sinati i suoi scrigni, ne rapirono tutto il da- 
naro e lo portarono ai loro padroni. Da una 
Bolla di Giovanni XXII contro i Carraresi ^), 
risulterebbe aver avuto parte in questo delitto 



ly Questa Bolla, riprodotta in parte dall' Ab. Giu- 
seppe Bianchi nella citata Difesa di Marsilio contro 
le maldicenze del Mussato, è stampata negli Annali 
Camaldolesi, T. V. Ap. col. 477. 



CAPITOLO SESTO 217 

anche Marsilio ; ma, poiché il Mussato non 
ne fa parola, possiamo esser sicuri che fu in- 
nocente ^). 

L'abate Giuseppe Bianchi, troppo tenero del- 
l' onor di Marsilio, nella difesa che ne scrisse 
contro le maldicenze di Albertino Mussato, dopo 
aver detto che non si sa chi sieno stati i denun- 
ciatori dei Carraresi al Papa, soggiunge : «Forse 
i molti ribelli che furono banditi e confiscati, 
e i loro parenti ed amici si accordavano a se- 
gnare r accusa (preparata forse dalla energica 
penna del Mussato) contro gli odiati Carraresi, 
per renderla più imponente e di fede più de- 
gna » . Cotesta è una insinuazione maligna, la 
quale, oltre di essere un' offesa gravissima alla 
memoria di Albertino Mussato, la figura più 
grande ed intemerata che la Storia padovana 
di quei tempi ci faccia conoscere, toglie efiì- 
cacia agli argomenti di cui si vale il buon par- 



1) « Una gran prova, scrive il Bianchi, è questa per 
dichiarare immune il nostro Marsilio dal sacrilego de- 
litto, se il Mussato non lo chiama né autore né com- 
plice neppur per conghiettura ». Per mostrarlo poi « im- 
mune dall' invasione dei beni del priorato » cita due do- 
cumenti pubblicati dal Ceoldo nelle sue Memorie della 
Chiesa ed Abbazia di S. Stefano di Carrara, pag. 159 
i quali, al dire del Ceoldo, « ci obbligano a formare al- 
tra idea di Ubertino certamente diversa da un invasore 
e da un sacrilego parricida ». 



218 ALBERTINO MUSSATO 

roco, per iscolpare Marsilio dalle altre accuse 
del Mussato, che, secondo il Bianchi, si fa cono- 
scere « un mendace ovunque impiega a disonor 
di Marsilio Y avvelenata sua penna ». Più giu- 
dizioso e più giusto del Bianchi, il Ceoldo, 
dopo aver difeso Marsilio dall' accusa di aver 
ucciso il Priore di S. Maria di Vanzo e di 
avere usurpati i beni di quel Priorato, e dopo 
aver osservato che Albertino non fa parola di 
lui nella narrazione di quel fatto, soggiunge: 
« É dunque credibile che quello storico avesse 
risparmiato il suo fiele, se qualche disturbo fosse 
nato anche al da Carrara, e con estro poetico 
non avesse cavati dagli avelli gli antenati Car- 
raresi institutori e benefattori del monastero^, e 
nottetempo tutti spinti non li avesse in camera 
di Marsilio a rimproverarlo aspramente delle 
sue ladrerie ? » ^). Questa osservazione del 
Ceoldo basta, parmi, a distruggere la maligna 
supposizione del Bianchi. 

Ma le scelleratezze dei Carraresi in que' gior- 
ni, quali le registra il Mussato, non si limitano 
alle narrate fin qui. Due donne, madre e figHa, 
abitavano nelle vicinanze di S. Maria di Vanzo. 
Ubertino, invaghitosi della giovinetta, la fece 



1) Memoria cit. 



CAPITOLO SESTO 219 

rapire a viva forza. La madre corse dietro alla 
figliuola gridando e, poiché anche questa grida- 
va, furono uccise tutte e due. 

Un onesto popolano avea preso moglie, e, ad 
una data sera, dovea condurla, per la prima 
volta, a casa sua. Prima del crepuscolo, a 
nome di Ubertino, gli fu susurrato all'orecchio, 
che lasciasse intatta la donna, se avea cara la 
vita, poiché Ubertino desiderava colei per sua 
amante. Il poveretto, non sapendo a qual par- 
tito appigliarsi, si presentò prima di sera, ac- 
compagnato da pochi onesti parenti, ad Uber- 
tino. Questi lo rimproverò acremente, e gli disse 
che dovea pagare col suo sangue l' ardire di 
aver sposato una donna eh' egli amava, e, sguai- 
nata la spada, voleva ucciderlo ; ma poi si trat- 
tenne e s'accontentò di fargli pagare cinque- 
cento lire. 

Il giudice Alberto Rossi, uomo sapiente ed 
eloquente, aveva una cognata nubile. Lo scel- 
lerato Obizzo da Carrara, allettato dalla ricca 
dote, l'avea chiesta in isposa. I genitori, per 
consiglio di Alberto, la maritarono tosto ad 
un onesto popolano. Saputa la notizia, il Ba- 
stardino — così era chiamato l' Obizzo per es- 
sere illegittimo — ricorse ad Ubertino, perché lo 
vendicasse. Il giudice Alberto, mentre un giorno 



220 ALBERTINO MUSSATO 

se ne andava tranquillo per via accompagnato 
da un suo servo, fu assalito improvvisamente 
dai satelliti di Ubertino, e lasciato cadavere 
sulla pubblica strada, ove stette fino alla sera, 
senza che nessuno avesse il coraggio di acco- 
starglisi. Due frati degli Eremitani, chiesta li- 
cenza ad Ubertino, lo portarono, di notte, a 
seppellire nel loro cimitero. 

Giunse a que' giorni dalla Germania Corrado 
di Ovenstein con buon numero di soldati a 
cavallo in difesa dei Padovani ^). Ai 25 no- 
vemhre 1327, egli mosse ad assalire i fuorusciti, 
che s'erano fortificati in Este. Nicolò, che di- 
sarmato se n' andava a diporto fuori delle trin- 
cee, fu sul punto di essere sorpreso da Corrado; 
ma fortunatamente potè sottrarsi all'inimico e 
ridursi in salvo. Una fiera zuffa- s'appiccò tra 
i Padovani da un lato e i fuorusciti dall' altro, 
che durò fino a sera. Stanchi i Padovani si 
ritiravano dall'assalto, allorché fu sparsa tra 
le lor file la voce, che Paolo Dente, con un 
grosso esercito, stava nascosto presso il mo- 
nastero di S. Maria delle Carceri, pronto a 
piombare sovr' essi. A questa notizia, colti da 



1) I Cortusii dicono con quattrocento elmi. Lib. Ili Gap. 
XIII. 



CAPITOLO SESTO 221 

improvviso spavento, si diedero a fuga disor- 
dinata e precipitosa verso la città. 

Marsilio, che stava alla difesa delle mura, 
visto l'esercito ritornare a quel modo, né sa- 
pendo indovinarne la cagione, comandò che le 
porte non venissero aperte, finché tutti i sol- 
dati non si fossero radunati sotto le loro ban- 
diere. Dopo questo fatto, Corrado, pieno di ver- 
gogna e sfiduciato di poter riuscire nell'impresa, 
pensò di far ritorno in Germania, adducendo 
il pretesto di un solenne parlamento tra il Duca 
di Carinzia e quelli d'Austria, al quale egli 
pure dovea trovarsi presente. Lo accompagna- 
rono alcuni dei più illustri Padovani, per 
chiedere aiuti al Duca di Carinzia contro i 
ribelli. N' ebbero molte promesse, ma nessun 
aiuto. Scrisse tuttavia il Duca a Lodovico impe- 
ratore, che si trovava in Roma, perchè frenasse 
l'ardire dei fuorusciti Padovani, ed inducesse 
lo Scaligero a non prestar loro soccorso. Lodo- 
vico mandò a tale uopo un suo legato a Verona; 
dove intervennero anche gii ambasciatori Pado- 
vani, fra i quali uno dei Cortusii. Le discussioni 
furono molte e lunghe; ma non si venne a 
conclusione veruna "). 

Le condizioni di Padova, frattanto, si faceva- 

1) Cort. Lib. Ili Gap. XIII. 



222 ALBERTINO MUSSATO 

no di giorno in giorno più miserabili; i fuoru- 
sciti devastavano o raccoglievano per sé le 
biade nei dintorni, sicché la scarsezza dei vi- 
veri si faceva sempre maggiore in città. A 
ciò si aggiunga le discordie fra i cittadini, i 
furti, gli omicidii, il cui numero aumentava 
ogni giorno, e la prepotenza dei soldati tedeschi, 
avidi di danaro, per accumulare il quale non 
rifuggivano dai mezzi più nefandi. 

In tanta tristezza di cose, Marsilio non sapeva 
a qual partito appigliarsi. La sua potenza era ri- 
dotta agli estremi, i fuorusciti imbaldanzivano 
ogni giorno più, e Cane, desideroso d'impadro- 
nirsi della città, li soccorreva di nascosto. Invano 
egli era ricorso per aiuti al Duca di Carinzia ; 
invano s'era rivolto al Pontefice in Avignone, 
al suo legato in Bologna e al figlio del Re 
Roberto in Firenze; invano aveva trattato se- 
cretamente col Signore di Mantova e coi Mar- 
chesi d'Este; i Trevisani anch'essi gii avevano 
negato il loro soccorso ^). Avea saputo inol- 
tre che Nicolò, per unirsi più strettamente con 
Cane, voleva dare in moglie la propria figlia 
a Mastino nipote di lui, promettendogli la Si- 
gnoria di Padova. 

In questa città, fra le altre discordie, gravis- 



1) Cort. Lib. IV Gap. I. 



CAPITOLO SESTO 223 

sima era quella insorta fra Marsilieto ed Uber- 
tino, avente per causa remota l' uccisione di 
Guglielmo Dente, col quale Marsilieto era unito 
in parentela. Il popolo, secondo il Mussato, go- 
deva di tal dissensione dei Carraresi ; ma si 
mostrava più propenso a Marsilieto. Marsilio 
si studiava di metter la pace fra i contendenti ; 
ma di nascosto favoriva Ubertino, poiché ve- 
deva che, se i due fossero venuti alle mani, 
il popolo si sarebbe messo dalla parte di Mar- 
silieto, nel qual caso la potenza di lui avrebbe 
corso pericolo, essendo egli inviso a quasi tutti 
i cittadini e sospetto di volersi insignorire di 
Padova. Ma il fatto sta, osserva il Mussato, 
che se il popolo si fosse sollevato, Ubertino, 
Tartaro e Marsilio sarebbero periti; ma nemme- 
no Marsilieto avrebbe avuto il dominio, perchè 
incapace, e la città sarebbe tornata libera, e 
conchiude : « Marsilio, consapevole di tutto , 
circospetto, scorgendo che al più lieve tumulto 
il suo stato repentinamente cadrebbe, non pensò 
che a sé solo e alle cose sue, niente curandosi 
del bene comune e dei privati, ancorché con- 
sanguinei, ancorché fedeli ed antichi amici, e 
fece fermo proposito (tale era il fine de' suoi 
pensieri) di dare la città a Cangrande, né di 
differirne più oltre la consegna ». 



224 ALBERTINO MUSSATO 

I difensori di Marsilio non possono perdo- 
nare al Mussato di avere interpretato cosi si- 
nistramente l'atto del Carrarese, pel quale, se- 
condo essi, nonché pensare esclusivamente a sé 
stesso senza badare all'altrui danno, avrebbe 
mostrato quanto, più che il proprio vantaggio, 
gli stesse a cuore il bene de' suoi concittadini. 
«E da ammirarsi, scrive il Bianchi, l'amor 
patrio di Marsilio, che potendo sì facilmente 
ottenere la Signoria di Padova, e a sé con- 
servarla, anche prima di venire a trattati 
collo Scaligero, siasi contentato di restar sud- 
dito, onde per comun bene avesse fine la guer- 
ra, ch'era durata diciassette anni, quattro mesi 
e venticinque giorni ; e nel tempo stesso aves- 
sero a cessare i disordini gravissimi che di con- 
tinuo succedevano » ^). Io non dirò, questa volta, 
che i difensori di Marsilio abbiano torto, poiché 
sa Dio quanto di peggio avrebbe potuto toccare 
a Padova, se l' accorto Marsilio non fosse ve- 
nuto a quella determinazione, e se Cane aves- 
se, com' era molto probabile, conquistata la città 
colle armi. I Cortusii stessi si mostrano per 
quest' atto favorevoli a Marsilio, e ritengono 
ch'egli abbia compiuto un atto generoso, poiché 

1) Op. cit. 



CAPITOLO SESTO 225 

gli fanno dire: <x Potrei vivere ricco in Venezia; 
ma, a costo della morte, voglio giovare alla 
mia Patria» \ì. Non so tuttavia indurmi a cre- 
dere, che il modo col quale il Mussato inter- 
preta r azione di Marsilio, ed il severo rim- 
provero che, per conseguenza, gli muove, gli 
siano suggeriti da mal animo o da desiderio 
di vendetta verso colui, ch'era stato causa della 
sventura. Il dolore di veder cadere la libertà 
della sua patria, quella libertà, per la quale egli 
aveva tanto perorato e combattuto e sofferto, 
gli ha, senza dubbio, fatto pensar male di Marsi- 
lio, più che questi, per avventura, non meritas- 
se. Dice il Villani, che Marsilio trattò collo 
Scaligero «quasi per necessità, non potendo bene 
tenere la terra» ~}. Questa circostanza, se mitiga 
la colpa del Carrarese, non la cancella; poiché, 
come bene osserva il Cipolla, privato cittadino 
non poteva da sé solo trattare col vincitore ^). 
Il Carrarese, dopo essersi conlidato con al- 
cuni dei principali della città, mandò un suo 
fidato a Cane, per fargli sapere ch'egli inten- 



1) Possem in Yenetiis in diviUis viceré abioulcmter\ 
sed etiamsi me 'inori conveniate volo mece Palrice sub- 
venire. Lib. IV. Gap. I. 

2) Libro X Capitolo CIV. 

3) storia delle Signorie Italiane dal 1313 al 1530, 
Milano, Vallardi 1881, pag. 40. 

15 



226 ALBERTINO MUSSATO 

deva affidare liberamente, e senza alcun patto, 
la propria persona e Padova nelle mani di Cane, 
ma che voleva per ciò che il matrimonio, pro- 
messo un tempo a Giacomo suo zio, tra sua 
figlia e Martino della Scala si compisse. Piaces- 
se inoltre a Cane porre in dimenticanza tutte 
le ingiurie che dai Padovani, e in particolare 
e in comune, avesse ricevuto, e conservasse 
tutti i cittadini nei loro diritti, affinchè, sotto la 
protezione di lui, potessero condurre vita si- 
cura. Ai Tedeschi, ch'erano di presidio alla 
città, fosse permesso un libero ritorno, dopo es- 
sere stati soddisfatti completamente del loro sti- 
pendio, affinchè il Duca di Carinzia non avesse 
motivo di lagnarsi di Cane; i soli colpevoli fos- 
sero assoggettati alle pene, essendo contrario 
non solo alle leggi, ma all'equità il molestare 
alcuno pegli altrui delitti. Per queste cose Mar- 
silio non voleva da Cane né giuramento, né 
scrittura, ma soltanto la sua fede ^). 

Ben diversi, secondo il Mussato, sono i patti 
coi quali Marsilio propose allo Scaligero la ces- 
sione di Padova: «Che seguir dovesse il ma- 
trimonio fra Taddea e Martino della Scala, col- 
la dote di diecimila lire, secondo eh' era stato 



1) Cort. Lib. IV. Gap. II. 



CAPITOLO SESTO 227 

altra volta stabilito con Iacopo suo zio ; che 
Marsilio, consegnata la città, venisse nominato 
vicario per Cane; che i beni dei Guelfi fuorusciti, 
cioè dei Maccaruffi, dei Terradura, dei Malizia 
e di tutti gli altri senza distinzione, che, dopo 
l'insulto di Paolo, erano fuggiti per paura dalla 
città, e medesimamente i beni dei figli e degli 
eredi dell' ucciso Guglielmo Dente fossero di 
Marsiho, rimanendo privi quei fanciulli del pa- 
dre e dei beni paterni; che i beni del monastero 
dei Santi Prosdocimo e Giustina, mobili ed 
immobili dovunque si trovassero, fossero di Mar- 
silio e ne venisse escluso completamente l'Aba- 
te; che fossero esclusi i fuorusciti Padovani, 
sì banditi che relegati, come pure quelli che, 
senza alcun delitto, per solo timore dei Carra- 
resi, s'erano allontanati, rimanendo in città 
quei soli che Marsilio volesse». 

Non c'è dubbio che questi patti, come li re- 
gistra nella sua storia il Mussato, sarebbero assai 
più gravi di quelli notati dai Cortusii, e, facendo 
conoscere la poca onestà di Marsilio, giustifiche- 
rebbero pienamente le severe parole, con le qua- 
le il Mussato giudica, come vedemmo, la ces- 
sione della città allo Scaligero. Ma Albertino 
era lontano da Padova, né di tutto poteva es- 
sere informato con esattezza. Egli stesso confes- 



228 ALBERTINO MUSSATO 

sa ingenuamente, come queste condizioni di pace 
siano state conosciute dappoi, perchè vennero 
manifestate dalia esecuzione delle cose. Tale 
confessione, che altri ritiene mancanza di logi- 
ca, ^) è una prova evidente della sincerità dello 
scrittore. Difatti è vero, lo dicono i Cortusii ^), 
che Marsiho ebbe da Cane tutti i beni confi- 
scati ai ribelli, ed è vero altresì eh' ebbe tutte 
quante le possessioni di Santa Giustina ^). Di 
quelli Cane avrà fatto dono a Marsilio ; di que- 
sti il Carrarese sarà stato, come vogliono ta? 
Inni, un sempHce amministratore; ma che im- 
porta? Mussato non poteva sapere tutte queste 
cose; egli ritenne fermamente che così fosse 
stato pattuito tra Cane e Marsilio. A che dun- 
que gridargli tanto la croce addosso e chiamarlo 
impostore, come fanno i troppo zelanti difen- 
sori di Marsilio? 

Mussato vorrebbe, inoltre, far credere che 
Marsilio abbia costretto i monaci di Santa Giu- 
stina ad eleggere per abate un figlio spurio di 
Giacomo da Carrara, notizia ripetuta dal Cava- 
ciò ^), dal Verci ^) e da altri. Il Bianchi, in di- 

^) Vedi: Bianchi Op. cit. pag. 15. 

2) Lib. IV Gap. V. 

3) Cort. Lib. V. Gap. VII. 

4) Hist. Caenob. S. Just. pag. 157. 

5) Storia della Marca ecc. Tomo X pag. 108. 



CAPITOLO SESTO 229 

fesa di Marsilio, cita il testamento di Marsilio 
stesso, rogato agli 8 di marzo del 1338, in cui 
lascia a Perenzano— tale è il nome dello spurio 
— delle possessioni, purché consegua l'Abbazia 
di Santa Giustina od altra, che gli dia un egual 
reddito. «Se Perenzano, osserva il Bianchi, nel 
1338 non era abate, dunque è falso che lo 
fosse circa due lustri innanzi ; dunque è falso 
che Marsilio avesse costretti i monaci ad eleg- 
gerlo». Su questo non si può asserire nulla 
di sicuro; ma egli è certo, che Marsilio, se non 
altro, desiderava ardentemente di veder eletto 
Perenzano a quella sede. Dalla Bolla di Giovan- 
ni XXII, in cui Marsiho è accusato di aver 
avuto parte nell' uccisione del Priore di S. Ma- 
ria di Vanzo, e di essersi appropriati i beni di 
quel priorato, risulterebbe altresì, aver egli u- 
surpato i beni del monastero di Santa Giustina, 
col discacciarne l'abate, e di aver fatto la 
stessa cosa contro il monastero di S. Stefano 
di Carrara e contro quello della Vangadizza, 
quanto ai fondi, che possedevano nel territorio 
padovano ^). Di quest'ultime usurpazioni, cioè 
di quelle dei beni di S. Stefano di Carrara e 
del monastero della Vangadizza, il Mussato non 
fa parola. 



') Vedi : Bianchi, pag. 27. 



230 ALBERTINO MUSSATO 

A questo punto s'arresta la difesa, che di 
Marsilio fanno i suoi ammiratori contro le ac- 
cuse del Mussato. Ma altre più gravi accuse 
lancia Albertino contro il Carrarese, nelle ul- 
time pagine della sua storia, accuse, che met- 
tono in piena evidenza l'ingratitudine di Mar- 
lio verso il grande suo concittadino. Da queste 
principalmente avrebbero dovuto scolparlo i suoi 
difensori: invece hanno creduto bene di passarle 
sotto silenzio. Né è a dire che il Mussato, per 
queste, possa esser stato tratto in inganno da 
relatori poco esatti o maligni; ciò che narra 
è toccato a lui stesso, ed egli era incapace di 
esagerare, e, tanto meno, di mentire. 

Cane, coni' ebbe inteso dal messo i patti, coi 
quali Marsilio voleva cedergli Padova, se ne 
mostrò soddisfatto, e^, poiché vedeva adempirsi 
il suo desiderio, promise di osservarli integral- 
mente, e di tenere come fratello MarsiHo. Que- 
sti andò di nascosto a Cane, per mettersi d'ac- 
cordo con lui sul modo col quale gli avrebbe 
consegnatola città: in quell'abboccamento fu 
stabilito che Marsilio si sarebbe fatto procla- 
mare Signore di Padova. Di ritorno in città, 
il Carrarese mise in opera ogni mezzo per far 
conoscere questo suo desiderio al popolo, e, 
quando vide la cosa bene avviata, introdusse 



CAPITOLO SESTO 231 

in città buon numero di contadini armati, sotto 
pretesto di assalire, con essi e coi tedeschi, i 
nemici che depredavano i raccolti. Allorché 
si tenne sicuro del fatto suo, radunò il Consi- 
glio, in cui, per unanime assenso, gli fu data 
la Signoria della città. Ciò avvenne il 3 set- 
temÌ3re 1328. 

In quello stesso giorno il Podestà Griffo, 
fratello di Engelmario, presentò a Marsilio 
le chiavi della città, e, ricevuto lo stipen- 
dio, ebbe licenza di partire co' suoi tedeschi. 
In sua vece fu eletto a Podestà Marsilio de' 
Rossi da Parma, nipote di Marsilio, il quale 
entrò in Padova con duecento elmi. Giunse 
frattanto la notizia delle nozze fra Taddea 
e Mastino, celebrate in Venezia alla presen- 
za del Doge. Marsilio allora, sotto colore di 
ambasceria, mandò a Vicenza alcuni dei prin- 
cipali della città, che sapeva a sé contra- 
rli, per istabilire con Cane la pace, quale po- 
co dopo fu solennemente pubbHcata. Il giorno 
7 Mastino entrò in Padova con cento elmi ^). 
Marsilio lo accolse con grande onore ed ap- 
presso, d'accordo co' suoi, convocò il Consiglio, 
al quale espose, come, per salvare la città op- 



1) Cort. Lib. IV. Cap. III. Secondo altri gli elmi erano 
duecento. Vedi: Gattari, Istoria Padovana, 



232 ALBERTINO MUSSATO 

pressa da tante sventure, intendesse darne il 
dominio a Cane; pregava parenti e amici a voler 
sottoporsi al mite giogo. I più degli astanti si 
guardarono stupefatti l'un l'altro in viso, senza 
saper che rispondere. Solo il timore, scrive il 
Mussato, fece tacere il dolore di alcuni e tenne 
loro ferme le mani. Comune era il lamento di do- 
ver cedere a Cane, senza contrasto, quella città, 
che aveano difesa per tanto tempo col ferro, e 
per la libertà della quale aveano sparso tanto 
sangue ed avevano sofferto la fame. Ma poiché 
vedevano ch'era impossibile opporsi, tentavano 
consolarsi pensando - cosi il Mussato - che pas- 
savano dal giogo di molti a quello di un 
solo. 

Combinata ogni cosa secondo il suo desiderio, 
Marsilio, con molti dei principali padovani, andò 
il giorno 8 di settembre a Vicenza, per porre 
nelle mani di Cane il dominio di Padova, e 
n'ebbe ogni dimostrazione d'onore. Due giorni 
appresso, lo Scaligero fece il suo solenne in- 
gresso in Padova per Porta di Pontemolino. 11 
popolo e il Clero mossero ad incontrarlo. Mar- 
silio ed Ubertino gli cavalcavano ai lati, e 
dietro tutti gli altri della famiglia Carrarese ^). 



1) Cort. Lib. IV Gap. III. 



CAPITOLO SESTO 233 

Smontato al Pretorio ^), gli fa presentato dai 
Giudici e dagli Anziani il vessillo della Comu- 
nità, ch'egli consegnò nelle mani di Marsilio, 
nominandolo suo vicario della città ; passò quin- 
di ad alloggiare nel Palazzo vescovile. 

Continue furono le feste nei giorni eh' egli si 
trattenne in Padova. Il 14 settembre furono 
compiute solennemente le ceremonie dello sposa- 
lizio fra Mastino e Taddea, e m.olti e grandi, 
in quell'occasione, furono i doni di Marsilio 
a Cane, e di Cane a Marsilio e a molti nobili 
Padovani. Poich'ebbe ordinate tutte le cose. 
Cane intimò una Curia solenne in Verona pel 
novembre di quell'anno, e ai vent'otto di set- 
tembre fece ritorno a Vicenza ^). 

Dei fuorusciti padovani, Nicolò da Carrara, 
per volontà di Cane, partì da Este e si ritirò in 
Venezia, senza essere tuttavia spogliato de' suoi 
possedimenti, Enrico degli Scrovegni, tornato a 
Padova senza averne avuto il permesso, fu ri- 
mandato di nascosto a Venezia. I Maccaruffi, i 
Dente, i Terradura, gli Altechini, i Malizia ed 
altri furono spogliati dei loro beni, dei quali 



^) Secondo i Cort. sarebbe andato al Pretorio il giorno 
appresso alla sua entrata in Padova. Lib. IV. Gap IV. 
2) Cort. Lib. IV Gap. IV. 



234 ALBERTINO MUSSATO 

Cane fece dono a Marsilio, che, per tal modo, 
divenne il più ricco di Padova. 

Il Mussato, ch'era esule a Chioggia, non 
appena intese che Cane era divenuto Signore 
di Padova, ed aveva proclamata la pace, ve- 
dendo inutile opporsi agli avvenimenti, piegò 
rassegnato il capo, e sperò di poter passare gli 
ultimi giorni di sua vita, se non lieti, tranquilli 
nella sua città diletta. Fidando nella propria in- 
nocenza e nelle promesse di Marsilio, si recò egli 
segretamente a Padova ^). Appena arrivato in 



1) I Cortusii registrano erroneamente il tentativo di 
Albertino di rimpatriare nell' anno 1329, ed aggiungono 
eh' egli mori in Chioggia, 1' ultimo giorno di Maggio del- 
l' anno seguente. SuU' autorità dei Cortusii, la più parte 
degli scrittori moderni ripete l'errore; ma «da chiunqne 
conosca un poco la storia di quel tempo è facile, osserva il 
Gloria. [Documenti inediti intorno a Francesco Petrarca 
e Albertino Mussato — Nuovi Documenti intorno ad, 
Albertino iì/?«5sa^o), lo scorgere errato quell'anno 1329 
invece che 1328, essendo avvenuti in questo e non nel- 
l'anno 1329 i fatti narrati in quella storia poco prima 
o poco dopo il ricordo di quel tentativo». «Aftermando 
i Cortusii avere alloggiato Cangrande della Scala quando 
divenne Signore di Padova, dal 10 al 28 settembre 1328, 
nel palazzo vescovile di essa città, ed affermando es- 
sersi portato il nostro Albertino da Chioggia a Padova 
senza la permissione di lui, mostrano conseguentemente 
che lo stesso Albertino debba aver fatto quella gita per 
impetrare giustizia dallo Scaligero, mentre questi in Pado- 
va dimorava, È facile perciò comprendere che quella gita 
narrata al capo V libro IV della storia dei Cortusii debba 



CAPITOLO SESTO 235 

città, andò in cerca di Marsilio, e non avendolo 
trovato in casa, poiché siili' imbrunire era an- 
dato da Cane nel Palazzo vescovile, smontò ad 
una sua casetta, e mandò tosto un servo a Mar- 
silio che gli annunciasse la sua venuta. Il servo 
trovò Marsilio che passeggiava con Cane sopra 
una loggia, e, fattogli un profondo inchino, gli 
disse della venuta del Mussato. Marsilio all' an- 
nunzio rimase stupefatto, cangiò di volto e do- 
mandò tre volte al servo se fosse veramente 
venuto. Avendogli questi risposto di si, trasse 
Cane in disparte, col quale scambiò alcune pa- 
role ; indi, chiamato un messo, lo spedì imme- 
diatamente al Mussato, per chiedergli con quale 
audacia e fidando in chi fosse venuto a Padova. 



■essere avvenuta verso la metà del settembre 1328, tanto 
più che in quest'anno pure, nel 27 del novembre, avvenne 
la grande festa fatta poi per ordine di Cangrande in Ve- 
rona e narrata al Capo VI della storia stessa». «È 
inoltre facile rilevare l'anno 1328 di quella gita del no- 
stro Mussato dal racconto 011' egli stesso ne fo nel suo 
libro De Gesiis Italicorum post Heny^icum Vlf. Egli 
dice che si recò da Chioggia a Padova tosto che Can- 
grande, divenuto Signore di Padova, proclamò in Padova 
la pace, e quando questi alloggiava ancora nel detto 
palazzo vescovile di Padova. E aggiunge che non avendo 
ottenuto ciò che ambiva, tornò a Chioggia e che Can- 
grande si restituì poi a Verona, ove celebrò il Natale 
del Signore in quell'anno stesso 1328». 

«Bisogna quindi correggere l'anno 1329 messo in te- 
sta dei Capi V, VI e VII del libro IV della Storia dei Cor- 



236 ALBERTINO MUSSATO 

Rispose il Mussato : Averlo indotto a venire 
l'annunzio della pace proclamata, la sua inno- 
cenza, la giustizia di Cane, novello Signore, e 
la fiducia in Marsilio, eh' egli reputava quale 
amico e fratello. Il messo riferi ogni cosa a 
Cane ed a Marsilio, i quali, tenuto consiglio, 
lo rimandarono al Mussato per dirgli che, non 
ostante la sua nota saggezza, s' era mostrato 
poco prudente col venire a Padova, e che si 
trattenesse per quel giorno, nella casa ov'era 
disceso, fino a nuovi ordini. 

Il Mussato, pieno di stupore, passò in veglia 
quella notte; sul far dell'alba mandò il servo alla, 
casa di Marsiho, per pregarlo gli facesse sapere- 
ciò ch'era stato stabilito sulla sua venuta. Marsi- 
lio, al comparire del servo, volgendo altrove la 
faccia ed arrossendo di stizza, rispose: Non vo- 
lerne sapere del Mussato che, contro il suo con- 
siglio, avea voluto far ritorno in città. Provve- 
desse a sé stesso, come meglio gli piaceva, senza 
ricorrere a Marsilio. Ed avendo osato il servo 
affettuoso di chiedergli, se il fallo di Albertina 
fosse così grave, ch'egli dovesse far ritorno colà. 



tusii, e porvi invece l'anno 1328, errore derivato proba- 
bilmente da amanuensi, e ripetuto nell'edizione fatta 
nell'anno 1636 in Venezia e in quella del T. XII della 
grande opera Rerum italicarmn Scriplores del Mura- 
tori ». 



CAPITOLO SESTO 237 

dond'era venuto; Marsilio rispose, che «farebbe 
assai bene, se cosi facesse». All'udire questa ri- 
sposta, il Mussato - lo narra egli stesso - tremò 
dalla paura, quasi gli fosso minacciato il carcere 
o la morte. Tisone da Camposampiero, giovane 
di animo nobilissimo, mosso a compassione di 
lui, volle vedere se gli veniva fatto di combi- 
nare la cosa. Si rivolse dapprima a sua madre 
Cunizza, sorella di Marsilio, indi a Marsilio, 
dal quale andò e tornò più volte, insieme con 
un buon religioso, che la madre gli avea dato 
per compagno. N'ebbe in risposta: «Non temes- 
se il Mussato ne di carcere, né di morte; ri- 
tornasse a Chioggia, e stesse colà tranquillo 
fino a nuovi ordini ; i suoi beni non gli sareb- 
bero tolti; Marsilio se ne faceva garante ». Al- 
bertino pertanto dovette ricalcare la dura via 
dell' esiglio. Il Carrarese gli. fece sapere: esser 
quella una sua vendetta, « perchè il Mussato, 
in un codice che stava scrivendo sui fatti di quel 
tempo, lo aveva chiamato traditore». — Gli 
rispose lo storico : « Non pensi o tema Mar- 
silio ch'io abbia inserito cosa alcuna nelle mie 
carte, se non vera. I fatti, quali avvennero, sa- 
ranno tramandati alla posterità, la quale darà 
la lode il biasimo, testimonio il Mussato non 
giudice ». 



238 ALBERTINO MUSSATO 

Da due o tre giorni Albertino aveva fatto 
ritorno in Chioggia, allorché gli fu riferito es- 
sergli stata fatta gravissima ingiuria da Mar- 
silio. Gli aveva questi occupato un mulino, 
dal quale il Mussato - son sue parole - traeva 
il principale suo sostentamento '), sotto pretesto 
che apparteneva ai beni del monastero di Santa 
Giustina, che Cane gli aveva regalati. Albertino 
mandò a Padova un suo fidato, con documenti, 



i> Cvjus maxima emolumento vescebalur. Nota il 
Gloria {Boc. inecl. inlorno a F. Petrarca e ad A. Mus- 
sato) che «il poeta non disse il vero, se teniamo Tad- 
diettivo maxima, stampato, od esagerò, ove supponiamo 
invece l'avverbio ìnaxitne, risultando nel primo caso olia 
il gran reddito di quel mulino fosse l'unico, e nel se- 
condo caso il principale suo sostentamento». Che Alber- 
tino abbia esagerato sono d'accordo col Gloria; ma non 
sono d' accordo con lui che, ove il poeta abbia scritto 
onaximo abbia inteso dire V unico; tale non sarebbe 
certo il valore della parola maxima! Anche lo Zanella 
nel suo scritto Guerre fra Padovani e 'Vicentini al tem- 
po di Dante dice a questo proposito, che « Marsilio tol- 
se al Mussato, già vecchio ed infermo, l'unico provento 
.che avesse a campare la vita » ; ma ciò egli dice non 
perchè interpreti viaximo nel significato di imico\ ma 
perchè il Mussato stesso, dopo aver narrato l' occupazio- 
ne del suo mulino da parte di Marsilio, soggiunge: sicque 
Mussato alimonia, quib US in Clugia et alibi ali posset, 
surripuit; facendo credere, per tal modo, che quel mu- 
lino fosse 1' unico mezzo dal quale egli traesse il suo so- 
stentamento. Che ciò non fosse, risulta chiaramente, come 
osserva il Gloria, dal fatto «che Albertino ereditò dal 
Cavalerio non iscarsa fortuna; che sposò Mabilia Dente 



CAPITOLO SESTO 239 

per far valere i suoi diritti, ma né il messo 
venne ascoltato, né i documenti furono letti. 

Abbandonato da tutti e in mezzo alle stret- 
tezze, passò il Mussato in Chioggia gli ultimi 
giorni della sua vita, forse abbreviata dalle 
tante amarezze, alle quali s' aggiunse la mala 
condotta del figlio Vitaliano. Ciò ne fa sapere 
il Mussato stesso, nella introduzione alla sua 
Storia di Lodovico il Bavaro, con queste acerbe 
parole rivolte al figlio : « Affidare la semente 
a terreno sterile è atto di somma follia ; ci si 
rimette insieme la fatica e le spese. Non mi par- 
ve dover tramandare ai posteri la memoria 
delle tue crapule e delle tue turpi azioni, poi- 
ché sarebbe di dolore a me e di vergogna ai 
congiunti ed agli amici » . 

Unico conforto a tante sventure trovava Al- 



coli ricca dote; che possedea non pochi terreni nei vil- 
laggi di Cona, Candiana, Agna, Vaccarino e altrove, e 
che nei suo testamento lasciò ad pias caiisas beni del 
valore di lire 666 - Vedi Appendice, Doc. VII - ond'egli 
stesso cantò : ad bona fortume veni labenlibiis annis. 
Perciò non emergendo che questi beni gli siano stati con- 
fiscati mancati mai fuor che il mulino, ne viene eh' ei 
li tenesse ognora tìnchè visse, e traesse anco da questi, 
non dal molino soltanto, il proprio vivere». Lo stesso Glo- 
ria, da uno dei documenti su Albertino da lui pubblicati, 
e che noi riproduciamo in Appendice sotto il n.° Vili, 
inferisce che il mulino sia stato restituito subitamente 
al Mussato dal Carrarese. 



240 ALBERTINO MUSSATO 

bertino ne' suoi studi prediletti. Neil' esiglio egli 
scrisse il libro XII De Gestis Italicorum j)Ost 
Eìiricum VlICcesarem, nel quale se sparge un 
po' di fiele contro coloro che furono causa della 
sua fine infelice, merita tutto intero il nostro 
compatimento. Compose inoltre la Storia di 
Lodovico il Bavaro, che lasciò incompiuta, e 
buon numero di versi. 

Il 31 maggio dell'anno 1329 ^) cessò di vive- 



^) Dopo quanto ha dimostrato il Gloria, coli" appoggio 
dei documenti, non si può più mettere in dubbio l'esat- 
tezza di questa data. Se il Mussato tentò di rimpatriare 
nel 1328 e non nel 1329, come notano erroneamente i 
Cortusij, e se, come questi asseriscono, mori nell' ultimo 
giorno di maggio dell' anno seguente, quest' anno non può 
essere che il 1329. Prima del Gloria, il Colle, nella sua 
Memoria su Albertino Mussato, dopo aver detto che 
questi mori nell' ultimo giorno di maggio dell' anno 1330, 
in età d'anni presso a 70, si ricrede, e soggiunge; «Os- 
servo peraltro dopo scritta la presente (Memoria), che 
il Mussato probabilmente mori nel 1329 in età d'anni 
69 (Egli lo fa nato nel 12òl) anche secondo i Cortusii, e 
che deve essere corso errore nel millesimo da essi posto 
in fronte del capo quinto, libro quarto, dovendosi leggere 
1328 invece di 1329. In fatti narrano essi in quel capo, 
che Mussato tornato vergognosamente alla relegazione 
di Chioggia, vi mori l'anno appresso 1' ultimo di maggio. 
Ma se il Mussato venne in Padova appena data la città 
allo Scaligero, come dice egli stesso e confermano i Cortu- 
sii, ciò segui nel settembre del 1328; e quindi il Mussato, 
morto l'anno appresso, mori nel 1329. Tanto più che lo 
Scaligero mori egli pure nel luglio del 1329, dopoché 
Marsilio Carrarese avea passato servilmente il verno 



CAPITOLO SESTO 241 

re, nell'età d'anni sessantasei e mesi otto circa. 
La sua salma fu trasportata in Padova e se- 



a4itecedente in Verona alla corte di lui, come il Mussato 
tornato a Chioggia acerbamente gli rinfaccia nell'ultimo 
libro della sua Storia» Lo Scardeone, anch' egli, registra 
la morte del Mussato nell" ultimo giorno di maggio del 
1329: Obiit Clodioe post triennium MCCCXXIX ullimo 
die Mail, e cosi pure il Vossio Obiit Clodii exul pr. 
kal. lun. anno* 1329. A farci ritenere esatta l'epoca in 
cui asseriamo avvenuta la morte di Albertino contri- 
buisce inoltre il documento 9 luglio 1329, allegato dal 
Gloria e da noi riprodotto in Appendice sotto il n.^ Vili, 
in cui si leggono le parole niolendinum quondam domini 
Albertini Muxati poete. Il Kònig nel suo opuscolo Ueber 
die Herkunft des Albertino Mussato sostiene il parere 
contrario a quello del Colle e del Gloria, cioè che il Mus- 
sato sia morto nel 31 maggio 1330, e vorrebbe che l' av- 
verbio quondam del documento citato, denotasse ch'esso 
mulino spettava un tempo ad Albertino, e non che questi 
fosse già morto nel 9 luglio 1329. 11 Gloria, confutando 
le ipotesi del Konig, osserva fra le altre cose: «esser re- 
gola non solo paleografica e diplomatica, ma comune, che 
gli avverbi quondam ed olim aggiunti nudamente al no- 
me di una persona, indicano sempre nei documenti quella 
persona già morta. Lo Zanella poi e, con lui, il Dall' Acqua 
Giusti e il Wychgram vorrebbero ancor vivo il Mussa- 
to nel 13 agosto 1330, trovandosi il suo nome segnato 
in un documento che porta quella data. (Vedi : Appendice 
Doc. IX). Quel documento, come dimostra ad evidenza il 
Gloria, si riporta senza ambagi al mutuo stipendiato ven- 
t'anni innanzi, di cui è parola in un altro documento 
28 gennaio 1310, pure pubblicato dal Gloria, e che noi ri- 
produciamo in Appendice sotto il u.? X. Il Wj^chgram, che 
conosce il doc. 9 luglio 1329, lo riporta in Appendice al 
suo scritto, e darebbe al quondam il valore che dà il 
Kònig. 

16 



242 ALBERTINO MUSSATO 

polta in Santa Giustina ^). Così ebbe fine la 
vita fortunosa di questo Grande, che, simile 
per ingegno e per sventure all' Alighieri, con- 
sumò, al pari di lui, nell'esiglio gli ultimi anni 
di sua vita sulla stessa riva del mare Adriatico. 



t) Sulla tomba e' era la seguente iscrizione, riportata 
dallo Scardeone: 

Condita Trojugenis post diruta Pergama tellus 
In mare fert Patavas unde Timavus aquas, 

Hunc genuit vatem, tragica qui voce tyranni 
Edidit Archilocis impia gesta modis. 

Prfebait aitati vitce monumenta futurse 
Ut sit ab externis cautior illa maiis. 

Il Gloria la reputa d' ignoto autore e non di Alber- 
tino stesso, come aveva detto a pag. 91 del suo opuscolo: 
Studi intorno al corso dei fiumi ecc. (Vedi : Boc. ined. 
intorno a F. Petrarca ed A. Mussato pag. 19, nota 1). 

Nella ricostruzione del tempio, le ceneri del poeta an- 
darono disperse, e nel luogo della sua sepoltura, fu posta 
questa iscrizione, che oggi più non esiste: Manibus Al- 
bertini Mussati. Il Cittadella nel volume I pag. 451 della 
sua Storia della Dominazione Carrarese in Padova 
nota: Gli antichi scrittori clodiensi dicono che Albertino 
ebbe tomba nell'antica cattedrale di Chioggia. 



Capitolo Settimo. 

Le Storie. 

I fatti, che siam venuti narrando, li abbia- 
mo raccolti, per la maggior parte, dallo stes- 
so Albertino Mussato, il quale fu storico de* suoi 
tempi conscienzioso e valente ; i pochi e lievi 
errori, nei quali è caduto, non gli scemano au- 
torità, e possono essere corretti facilmente col- 
r aiuto delle altre fonti. 

h' Historm Augusta è il principale de' suoi 
lavori storici. Secondo l' ipotesi assai probabile 
del Wychgram, essa sarebbe stata compiuta pri- 
ma dell'aprile 1314. E evidente — nota lo scrit- 
tore tedesco — eh' essa fu finita dopo la morte 
di Enrico VII (24 agosto 1313) che vi è de- 
scritta, e prima di quella di Filippo il Bello, 
(29 novembre 1314) che vi è ricordato come 
vivente. Ma io credo, egli soggiunge, di poter 
ancora restringere questo spazio di tempo e di 
stabilire ch'essa sia stata compiuta prima del- 



244 ALBERTINO MUSSATO 

l'aprile 1314. Infatti al principio di questo 
mese, la casa del Mussato venne saccheggiata 
dal popolo sollevato per la carrella. Sarebbe 
strano eli' egli, scrivendo dopo questo avveni- 
mento, non avesse manifestato ai Padovani il 
suo dispiacere ; tanto più che negli ulteriori 
scritti prende volentieri occasione di dare sfogo 
al suo corruccio ^). 

La pubblicazione di questa storia e della tra- 
gedia Eccerinis gli meritò la laurea poetica, 
della quale venne cinto, come vedemmo, il 
giorno di Natale dell'anno 131-1. 

L' Historia Augusta narra i fatti accaduti 
in Italia dalla discesa di Enrico VII di Lus- 
semburgo fino alla sua morte, e si divide in 
sedici libri. Si credeva generalmente che la 
venuta dell' Imperatore avrebbe posto fine alle 
discordie tra Guelfi e Ghibellini, ed invece 
contribuì a rinfocolarle maggiormente. Tutte le 
buone intenzioni di Enrico non approdarono 
a nulla, seppure non- servirono ad allontanar- 
lo sempre più dal suo fine. Invano egli cercò 
di legarsi in amicizia col Pontefice, dal quale 
ottenne T assenso di venire in Itaha e di cinge- 
re la doppia corona a Milano ed a Roma. 

I) Pag. 60. 



CAPITOLO SKTTIMO 245 

Il partito guelfo vide in ciò un' astuzia del- 
l' Imperatore jfer far prevalere più facilmente 
in Italia la fazione ghibellina. Le nomine dei 
vicarii imperiali nelle città che gli prestavano 
omaggio confermarono il sospetto dei guelfi, e 
fu questa la ragione per cui molte città si rifiu- 
tarono di accoglierlo, ed altre, che pur V ave- 
vano accolto, gli si ribellarono. Da ciò guerre 
sanguinose e terribili assedii. Principale nemi- 
co dell' Imperatore era Roberto re di Napoli, 
il quale cercava ogni mezzo per impedire che 
quello acquistasse potenza in Italia. L'inimici- 
zia di costoro stava per rompere in aperta 
guerra, allorché l'Imperatore mori a Buon- 
convento. 

Tutto ciò narra, con molti particolari, il 
Mussato nella sua Historia Augusta, e sicco- 
me egli stesso fu testimonio dei fatti princi- 
pali che sono oggetto della sua narrazione, cosi 
è scrittore degnissimo di fede, e la sua sto- 
ria è fonte copiosa e sicura delle cose acca- 
dute in Italia alla venuta di Enrico VII. L' am- 
mirazione ch'egh, che pur si professa guel- 
fo ^), dimostra per l' Imperatore, e' è garanzia 



1) Hsec referens Gelfa non me de parte negavi. 
In laudem D. Henì'ici hnperatoris et commenda- 
iioneni sui operis de gestis eiusdem. Epist. II. 



246 ALBERTINO MUSSATO 

della sua imparzialità nel giudicare degli uo- 
mini e delle cose. Egli stesso si' vanta con ra- 
gione di questa sua dote '). L' essere stato poi 
ambasciatore più volte ad Enrico gli ha dato 
occasione di conoscere molti particolari intorno 
alla dinastia di lui, al luogo della sua nascita 
e ai suoi costumi ; cose tutte delle quali tratta 
nel principio del libro primo della sua Storia. 

Ma come si spiega l' ammirazione del Mus- 
sato per r Imperatore, mentre, cittadino di una 
città guelfa e chiamato a sostenerne i diritti, 
avrebbe dovuto considera,rlo, direi quasi, come 
nemico? 

Albertino Mussato, benché si professi guel- 
fo, non è propriamente tale. Egli non è un 
partigiano volgare, ma si eleva al di sopra dei 
partiti ; i pregiudizii non fanno velo agli occhi 
suoi; vede ciò che può tornare di maggiore 
utilità alla sua patria, e si sforza di raggiun- 
gerlo, malgrado V opposizione de' suoi concitta- 



1) Me super his scriptis, ccelestia Xumiaa tester, 
Non. timor aut odium, nec superavit amor. 

Gesta super vero semper sine crimiue scripsi, 
Zelus in hac quisquam non mihi parte fuit. 

Scripta milii videas rerum discrimina, lector. 
Et tibi nunc Gelfus nunc Gibolengus ero. 

Vive liber puri testis fidissime veri. 

Ibidem. 



CAPITOLO SETTIMO 247 

dini. Non è a credere tuttavia, come crede il 
Lorenz, eh' egli fosse stato guadagnato all' Im- 
peratore, prima ancora della venuta di questo in 
Italia ^). Il Mussato, come possiamo rilevare da 
quanto scrive egli stesso in una sua epistola, 
non sapeva come dovesse riguardare il futuro 
avvenimento, e domandava consiglio a Giam- 
bono d' Andrea, come ad uomo di molto sen- 
no, per sapere che dovesse sperare o temere. 
«Odi, Giambono, gli scrive, questi rumori che 
vengono dal settentrione? L'Imperatore ger- 
manico sta per venire in Italia, a cingere il 
diadema col consenso del Papa, e senza che il 
grande Gallo (Filippo il Bello) gli si opponga. 
Tutti gli Italiani sono commossi dal grande av- 
venimento. V ha chi ricorda i danni recati alla 
Chiesa da Federico e le innumerevoli stragi 
commesse dal feroce Ezzelino ; v' ha, per lo con- 
trario, chi, di opposto parere, esaltando Y Im- 
pero come salutare e il nome di (tesare pari 
a quello degli Dei, ricoiiosce la Chiesa cagio- 
ne di tutti i mali. Essa avrebbe potuto goder 
pace e tener soggetto l' Impero al suo sacro 
giogo ; ma il desiderio ardente di dominare su 
tutto il mondo e la sfrenata voglia di un se- 



1) Deutschlands Geschichtsquellen in MiltelatLer 



248 ALBERTINO MUSSATO 

condo potere pervertirono l'animo del Ponte- 
fice ; mentre la crudele Tesifone accende, con 
potenti stimoli, le ire nefande. E si dovrà in- 
veire contro Ezzelino, ed imputare ogni cosa 
all' Imperatore ? Ma, ammesso pure che fosse- 
ro entrambi iniqui, ne viene di conseguenza che 
tutti gli Imperatori debbano esser tali ? Augu- 
sto ed altri, è comune opinione, risplendono, 
fulgide stelle, nel cielo. Venga adunque il Prin- 
cipe col nome di Signore del mondo, e possa 
con mano gagliarda, mite a un tempo e se- 
vero, perdonare ai soggetti e debellare i su- 
perbi. Di tai voci, continua il Mussato, la ple- 
be empie in giro la città intimorita, e giovani 
e vecchi contendono per diverse opinioni». Si 
rivolge quindi all'amico, che ha mente presa- 
ga del futuro, perchè coi consigli rialzi l'ani- 
mo suo combattuto ^). 

Malgrado questi dubbi, il poeta fa capire da 
qual parte inclinerebbe l' animo suo. Allorché 
poi r Imperatore venne in Italia, ed egli fu 
mandato a lui come ambasciatore della sua 
città, fu talmente preso dalla amabilità di En- 
rico, che ne divenne ammiratore sincero. Ciò 



1) Epistola V. Ad Jambonum de Andrea notarium 
super advenfu D. Henrici Imperatoris in Italiani. 



CAPITOLO SETTIMO 249 

non ostante egli non dimenticò mai quale era 
la sua posizione dinanzi all'Imperatore, e quale 
missione gli aveva affidato la sua Repubblica. 
Quando poi, mercè la confidenza che gli accor- 
dava Enrico, potè scoprire quali fossero le sue 
mire politiche, desiderò pel bene della sua cit- 
tà, che questa si unisse a lui. E poiché vide 
riuscire inutile ogni tentativo, essendoché vi 
si opponevano i desiderii della maggior parte 
dei cittadini, cercò almeno eh' essa serbasse 
rispetto ad Enrico un contegno neutrale. Co- 
testo era quanto di meno potesse far Padova 
a quei giorni, per evitare danni gravissimi. 
Agire diversamente era un disconoscere il pro- 
prio vantaggio, e Padova lo disconobbe pur 
troppo! Noi sappiamo dai fatti, che cosa essa 
abbia ottenuto con la sua ostinata opposizione 
ad Enrico. Il Mussato, per questo, non cessa 
dalle sue lodi verso l' Imperatore, e rimprovera 
acremente, ogniqualvolta gliene capita il destro, 
i suoi concittadini, i quali, piuttosto che voler- 
lo amico, avevano provocato lo sdegno di lui. 
Egli parla, con favore, di Enrico in più 
luoghi delle sue opere. Dicemmo come si oc- 
cupi di lui e della sua schiatta nella introdu- 
zione della Storia Augusta ; ora aggiungeremo 
eh' egli manifesta principalmente i suoi senti- 



250 ALBERTINO MUSSATO 

menti verso T Imperatore nelle Epistole I, li, 
V e XVII. La II, alla quale abbiamo accenna- 
to più sopra, è in lode eli Enrico. Il poeta la 
scrisse dopocliè, per la sua Storia, ebbe otte- 
nuto la laurea poetica, per la quale si profes- 
sa grato all' Imperatore ; benché gli cliiegga 
perdono di avere osato di scrivere le sue ge- 
sto, degne di essere narrate da altra penna ^). 
In questa Epistola egli dichiara, nessuno di qua 
dall' Alpe esser più caro di lui ad Enrico ^) ; 
chiama ingrati e stolti i Padovani, per aver 
respinto i patti favorevoli proposti loro dall' Im- 
peratore, il quale, capo del mondo, s' era sot- 
toposto ad essi ; così in breve tempo fu cen- 
tuplicata quella piccola somma che avrebbero 
sborsato ; oltre a ciò perdettero Vicenza, e le 
guerre con Cane ebbero principio. Se Padova 
avesse ascoltato i suoi consigli, avrebbe evitato 
tante stragi. Termina col voto, che la futura 
gioventù padovana divenga più cauta all'esem- 
pio di tanti mali ^). 

1) Jure tibi teneor, Rex invictissime ; prò te 

Accedit capiti nexa corona meo. 
Farce tamen, bone Rex, nimium mlhi fortiter auso 
Si fuerant alia gesta notanda manu. 

2) Quod tibi cis Alpes non me dilectior alter, 

Carior aut nostra sub regione fuit. 

3) Ingrati Fatavi, quaa vestra insania? Vobis 

Is se subiecit, qui caput orbis erat. 



CAPITOLO SETTIMO 251 

Il Friedensburg è d' avviso, che non si deb- 
ba dare troppa importanza a questa Epistola 
per ciò che riguarda i rapporti del Mussato 
coir Imperatore; che s'egli si vanta superiore 
ai partiti, non v' è storico che non presuma 
altrettanto. Nemmeno dal punto di vista sto- 
rico vorrebbe che si desse ad essa troppo peso. 
Egli non è d' accordo col Wychgram, il quale 
vede in Mussato un partigiano dell'Impero e 
trova che le sue idee politiche non differisco- 
no da quelle dell' Ahghieri. La politica del Mus- 
sato, nota il Friedensburg, piuttosto che nel- 
r Epistola II, deve cercarsi nelle sue Storie, 
dov' egli ce la espone francamente ^). Fra le 
altre cose osserva, che il Mussato, di ritorno 
dalla seconda legazione all'Imperatore, allor- 



Sed male concordes et longa pace superbi 
Cessistis paetis per vaga vota bonis. 

Summula Principibus parvfe desponsa monetse 
Tempore sub parvo centuplicata fuit. 

Accessit damnis ammissa Vicentia nostris, 
Bellaque cum Grandi capta fuere Cane. 

Cum Cane vitasset moraenta per omnia clades 

Urbs mea, Consilio si foret usa meo. 
Tuque stude solers, Padufe ventura Juventus, 
Cautior ut nostris efficiare malis. 
1) Zur Krilik der Historia Augusta des Albertino 
Mussalo nelle Forschungen zur Deutschen Geschichte 
Band. XXIII. Heft I. pag. 9. 



252 ALBERTINO MUSSATO 

che trova i suoi concittadini quasi risoluti di 
respingere le condizioni imposte loro da Enri- 
co, arrischia appena alcune timide osservazio- 
ni, e li consiglia a salvare almeno la forma, 
per non andare incontro ad una guerra, il cui 
esito non era prevedibile ^), Più tardi quando 
per la defezione di Vicenza, Padova atterrita 
si decise di accordarsi con l' Imperatore, si ri- 
corse di nuovo al Mussato, non perchè questi 
paresse il miglior patrocinatore della politica 
favorevole all'Impero; ma perchè egli, insieme 
con Antonio da Vigodarzere, che fu suo com- 
pagno in questa come nell' antecedente legazio- 
ne, per aver già iniziate le trattative con En- 
rico, affine di ottenere un' unione fra Padova 
e lui, era in certo modo impegnato a prose- 
guirle e condurle a buon fine ^). Nemmeno nel- 
r orazione, dopo il ritorno da Genova, colla 
quale il Mussato cerca distogliere i suoi con- 
cittadini dal ribellarsi all'Imperatore, come li 
avea consigliati Rolando da Piazzola, il Frie- 
densburg trova nessun accenno che dia indi- 
zio di un sentimento e di una tendenza favo- 
revoli ad Enrico ^). S'era, è. vero, perla sua 



1) Ibid. 
8) Ibid. 
3) Pag. 10. 



CAPITOLO SETTIMO 253 

personale conoscenza dell'Imperatore, volto, per 
breve tempo, con simpatia alla persona di lui; 
ma molto più forti di questa simpatia, che il 
Friedensburg giudica in Albertino come una 
bella visione, erano i legami che lo tenevano 
stretto alla sua patria, nella quale, povero ed 
ignoto, era salito in onore ed in grandezza ; 
in essa erano le radici della sua forza, e in 
servigio di essa consacrò tutta la sua vita ^). 

Tra il modo del Wychgram e quello del Frie- 
densburg di giudicare i rapporti del Alussato 
con Enrico ci corre ! Ma se il primo esce dal 
vero, parmi che il secondo, pur cogliendo nel 
segno, esageri alquanto, e che l' affetto di Al- 
bertino verso r Imperatore fosse più forte e più 
duraturo di quanto egli vorrebbe far credere. 

Morto Enrico, per la cui fine immatura il 
Mussato provò dolore, non ostante che Pado- 
va vedesse, per tal modo, dileguarsi la nube 
minacciosa del bando promulgato contro di 
essa ; solo nemico di Padova, sotto pretesto di 
sostenere i diritti dell' Impero, restava Cangran- 
de. Dinanzi a questo, Albertino non ci appa- 
risce più ora guelfo ora ghibellino; egli ci si 
mostra completamente ed apertamente guelfo, 

1) Pag. 54. 



254 ALBERTINO MUSSATO 

opponendosi con tutte le sue forze ed eccitan- 
do i suoi concittadini ad opporsi alle preten- 
sioni dell'audace Scaligero. Ciò che Albertino 
abbia operato noi lo sappiamo, e se, malgrado 
tutti i suoi sforzi^ la patria sua perdette la li- 
bertà, .ciò fu conseguenza del non aver quella 
ascoltato i suoi consigli, allorché tentò di ren- 
derle propizio r Imperatore. 

Ben sei sapevano i suoi concittadini, i qua- 
li gli decretarono T onore della corona d' allo- 
ro, oltre che per V Eccermis, per quella Sto- 
ria stessa, nella quale egli mette in piena evi- 
denza i loro errori. Essi lo festeggiano col- 
r incoronazione, ed egli in cambio accresce, in 
un'epistola, la misura dei rimproveri. «Ren- 
diamo giustizia — scrive il Dall'Acqua Giusti, 
del quale mi piace citare le parole — per una 
parte, alla coraggiosa franchezza dello scrit- 
tore, e per Y altra, a una longanimità di giu- 
dizi nei cittadini di quella RepubbHca, che non 
si trova di frequente nemmeno nelle età più 
civili. Premesso ciò, badiamo che Cane era 
sempre là minaccioso. Era questo l'argomento 
potente che dava ragione al Mussato. Forse 
già da lunga pezza molti convenivano negli 
stessi pensieri. E frattanto, s'egli ritornava vo- 
lentieri, e con un poco di vanità, su quelle 



CAPITOLO SETTIMO 255 

cause, intendeva di dedurne non già sterili re- 
criminazioni, aia la necessità del rimedio. C era 
stato un tempo, in cui avrebbe voluto che la 
sua città divenisse un po' ghibellina ; ma quel 
tempo era passato ; ora egli la voleva più che 
mai guelfa neir indomita resistenza allo Scali- 
gero e negli estremi sforzi per cacciarlo da Vi- 
cenza» ^). 

Della veracità della Storia Augusta abbia- 
mo toccato nel principio di questo capitolo ; ora 
per dare una prova non dubbia di quanto fos- 
se conscienzioso il Mussato, aggiungeremo come, 
dopo i primi sette libri, nei quali narra avveni- 
menti eh' egli stesso vide o dei quali potè ave- 
re notizia sicura, dichiari, nel principio dell'ot- 
tavo, come sia venuto a sapere indirettamente, 
per mezzo altrui, le cose che sta per narrare. 
Ciò non ostante dice aver cercato colla mag- 
gior cura di attenersi alla verità, poiché vuole 
piuttosto essere rimproverato di omissioni che 
d'aver falsato il vero ^). Ma poiché, dopo la 



1) Alcuni sludi letterari e storici. — Venezia, Aiito- 
nelli 1878. 

3) Veniam profitenti non abnegel leclura xiosteri- 
tas, si res gesta nostri Ccesaris a meis remota notioni- 
bus, ab hinc minus seriose descripserim, cum investi- 
gationi per internuncios, amicorumque et peregrino- 
rum documenta solliciludo non defuerit. Ea propter 



256 ALBERTINO MUSSATO 

defezione di Padova air Imperatore, il Mussato 
non si reca più presso la corte imperiale, e 
tutto fa credere eh' egli non abbia abbandonato 
la Marca Trivigiana, e poiché l' Imperatore, 
dopo quella defezione, si mosse verso il mezzo 
giorno d' Italia ; il Friedensburg, pel quale la 
narrazione delle gesta d'Enrico ha un inte- 
resse speciale, dividerebbe la Storia Augusta 
in due parti, la prima delle quali, dal primo 
al quinto libro, egli considera come una fonte 
di primo ordine. In essa infatti All)ertino nota 
fedelmente ciò che vide ed osservò egli stesso ; 
né manca di avvertire il lettore ogniqualvolta 
narra per udita. Il Dònniges, confrontando le 
notizie date dal Mussato con gli Atti, non ha 
potuto fare ad esse che poche aggiunte, ed ha 
conchiuso doversi prestare al nostro Autore 
intera fede ^). 

Anche riguardo alla forma, la Storia Au- 
gusta tiene il primo posto tra i lavori storici 
del Mussato. Malgrado quel latino semibarba- 



operos pretium sit saltem veritati sludiosius allenta fi- 
delitas. Maini quippe, si quid demeruerim, de omis~ 
sis argui, quaììi de male dicUs. 

1) Kritik der Quellen far die Geschichle Heinrichs 
VII des Làtzelburgers. 



CAPITOLO SETTIMO 257 

ro e quello stile rude, l' espressione n' è il più 
delle volte efficacissima; talune oscurità sono 
da attribuirsi, più che ad altro, alle scorrezio- 
ni del testo. I critici tutti sono d'accordo nel 
lodarne la locuzione vigorosa ed eloquente. 

Osserva il Tiraboschi : « benché lo stile del 
Mussato si risenta non poco della rozzezza dei 
tempi nei quali scriveva, egli ha nondimeno 
una forza e una eloquenza tutta sua propria, 
alla quale se si congiungesse una espressione 
più elegante e qualche maggior precisione, ei 
dovrebbe aver luogo tra gli storici più rino- 
mati» ^). Egli cita inoltre il giudizio di Gu- 
glielmo da Pastrengo, di Pier Paolo Vergerlo 
e di Michele Savonarola, il quale ultimo non 
dubita di chiamare il Mussato un altro Livio 
nella eloquenza. Il Vossio lo giudica storico 
prudente e grave, e, pe' suoi tempi, elegante 
e facondo, ed aggiunge che fu amantissimo 
della verità, la quale fu detta a ragione l'a- 
nima della Storia '). 

Il Muratori per la bellezza e purità dello 
scrivere, giudica il Mussato inferiore al Fer- 



^) Storia della letteratura italiana, Libro II, Capi- 
tolo VI. 

~) Be historicis latinis. 

17 



258 ALBERTINO MUSSATO 

reto, eh' egli chiama precursore del Petrarca, 
e non pone mente l'illustre erudito come quelli 
che a lui fanno tanto piacente lo stile del 
Ferreto, dai rotondi periodi, siano tutti vezzi 
d' accatto, i quali allontanano lo storico da 
quella semplicità e naturalezza, che più sareb- 
bero state convenienti al soggetto che tratta. 
Il Mussato, per lo contrario, se non conse- 
gue r eloquenza, riesce meglio a manifestare 
tutto intero il suo pensiero ; poiché l' espres- 
sione che adopera corrisponde assai meglio ad 
esso, che non le forme dei classici antichi, le 
quali non potevano adattarsi al mutato pen- 
siero di quei giorni. « Io dirò — scrive lo Za- 
nella — che in Ferreto mi pare l' artificio mag- 
giore, più copioso lo stile, il periodo più ro- 
tondo; ma la lettura del Mussato più mi di- 
letta, perchè dipinge le cose del suo tempo con 
più colore di verità, come quegli che non si 
briga di raffazzonarle e vestirle all' antica : per- 
chè corre più spedito e disinvolto : in una pa- 
rola, perchè più si accosta all'aureo candore 
de' nostri cronisti del trecento. In quel semi- 
barbaro latino scopri il germe di molti fiori di 
dire itahani, vi senti come l'aria di un nuovo 
giorno che si avvicina ; mentre in Ferreto ti 
affanna lo stento, come d'uomo che con an- 



CAPITOLO SETTIMO 259 

tiche mine s'ingegna costruire un edilizio mo- 
derno» ^). 

Il Donniges, nel suo dotto lavoro, mette fuo- 
ri di dubbio, che il Ferreto, per ciò che ri- 
guarda i fatti di Enrico VII, abbia, nella sua 
storia, copiato il Mussato. Ciò è vero in parte. 
Ma come si spiega la dichiarazione che fa lo 
storico vicentino di non aver mai veduto la 
Storia del Padovano? Ch'egli eviti diligente- 
mente che il lettore possa scoprire il suo pla- 
gio, come vorrebbe il Donniges^ non si può 
ammettere, poiché nella prefazione parla già 
della Storia Augusta, e nel principio del quar- 
to libro nota come, per avere il Mussato scritto 
con molta larghezza di Enrico VII, della sua 
origine e della sua elezione, egli ne parlerà 
brevemente ~). Soggiunge tuttavia eh' egli non 
ebbe dinanzi agli occhi il lavoro del Pado- 



1) Di Ferreto de' Ferrei i storico e poeta vicentino. 
— Memoria pubblicata nel volume di Scritti varii. — 
Firenze, Successori Le Monnier 1877. 

~) Secl de Iiis, quoniam a Patavino poeta et histo- 
rico Albertino Muxalo diffuse conscriptum est^ com- 
pendiose tractabimus ; potuit enim ille, prò patria sua 
legatus ad Ccesareni, omnia sui generis priniordia, 
quce nos lalenf, ad unguem perscrutari et ea mani- 
feste disserere. 



260 ALBERTINO MUSSATO 

vano ^). E in tal caso come poteva sapere che 
questo avea scritto diffusamente di Enrico e 
della sua stripe ? Non altrimenti, senza dubbia, 
che per fama, come attesta lo stesso vicenti- 
no, la quale invero esagerava, perciocché le no- 
tizie che dà il Ferreto su Enrico non sono meno 
diffuse di quelle del Mussato. Non si può ne- 
gare tuttavia che il Ferreto, in alcuna parte 
della sua Storia, non copii liberamente il Mus- 
sato, come ad esempio nella descrizione dell' as- 
sedio di Brescia. E in qual maniera potremo 
noi spiegare i suoi plagi, quando ammettiamo 
che egli non conoscesse la Storia Augusta? 
L' unica spiegazione, come osserva il Friedens- 
burg, ci vien data dal supporre che il Ferreto 
conoscesse a tratti la Storia Augusta "). Del re- 



1) Scripsit itaque, primum ab origine hnjus exor- 
dium sui laboris assumerti, non quod oculis nostris 
editum, sed fama velut diclat, accepiinus: Lucenibur- 
(ji oppiduni est Francorwìi fines ab Germanis diri- 
mens ecc. 

2) Scrive il Ferreto: Albertinus Mussatus sui 

temporis gesta ìuemoratu digna conscripsit 

forte et alti in eadem materia versati fuere, quorum 
opus nondum palam est editum [tanta eventuum die- 
tim accidit multiludo). Nam iìnperfecta vulgo expli- 
care non decet, sed hic famte avidus vix incceplum 
opus ìnuUis non tamen edidit sed ostendit. 

Ammesso — scrive Friedensburij — che più tardi 



CAPITOLO SETTIMO 261 

sto, oltre il settimo libro, non si trova nel Fer- 
reto traccia di plagio ; né pare che abbia co- 
nosciuti nemmeno i primi due libri della Sto- 
ria Augusta. Con tale spiegazione è giustifica- 
to il passo del quarto libro della sua Storia, 
sul quale il Dònniges fonda il suo rimprovero. 
Tuttavia il Ferreto — nota il Friedensburg — 
non dice quello che gli fa dire il Dònniges, 
che, cioè, r opera del Mussato gli era ignota ; 
egli sostiene soltanto di non essere informato 
del principio dell' opera che per fama. 

Inferiore, per molti riguardi, alla Storia Au- 
gusta, la quale forma la principal gloria di 
Albertino come storico^ è l'altra che s'intito- 
la : De Gestis Italicorum post Henricum Cce- 
sarem. Questa storia, la quale è una conti- 
nuazione della prima, si divide in dodici libri. 
Lo scrittore si prefigge, in • essa, di narrare 
tutti gli avvenimenti d" Italia ; ma, non ostan- 
te la sua buona volontà per riuscire nell'in- 
tento, arrivato a un certo punto, vien meno 
all'impresa, e si hmita a narrare le cose di 
Padova. 



la Storia Angusta sia stata formalmente pubblicata, le 
parole di Ferreto inducono la supposizione, eli' egli pure 
appartenesse a que' molti, ai quali l'Autore faceva co- 
noscere a tratti la sua opera. 



2G2 ALBERTINO MUSSATO 

Nei primi sette libri, infatti, che vanno dal- 
l' agosto 1313 al principio del 1316, il Mus- 
sato, benché dia la parte principale alla sto- 
ria della sua città, non dimentica gli avveni- 
menti degli altri luoghi d' Italia, come, ad esem- 
pio, le rivoluzioni di Roma, di Brescia, di Mi- 
lano, di Napoli, di Sicilia, di Toscana, nota il 
prevalere or dell' uno or dell' altro partito, né 
passa sotto silenzio le discordie dell' Impero per 
r elezione dell' Imperatore dopo la morte di Ar- 
rigo; ma col libro ottavo si occupa esclusiva- 
mente dei fatti di Padova, i quali, per vero, 
erano tali da meritare tutta la sua attenzione. 

La guerra contro Cane è il soggetto degli ul- 
timi cinque libri. Dapprima l' occupazione di 
Monselice, di poi l' assedio di Padova^ finalmen- 
te le guerre civili e la sommissione della città 
allo Scaligero per consiglio del Carrarese. Ma 
la narrazione di questi fatti è, pur troppo, qua 
e là interrotta da grandi lacune. Dopo il setti- 
mo libro ve n' è una di circa due anni ; il libro 
ottavo, che narra l' occupazione di Monselice, 
non è che un frammento, dopo il quale e' è 
un altro vuoto di circa tre anni. I libri nono, 
decimo e undecime sono scritti in versi e nar- 
rano l'assedio di Padova del 1320; a questi 
segue una lacuna di più anni, e la storia non 



CAPITOLO SETTIMO 263 

viene ripigliata che al 1325 per essere con- 
dotta sino alla primavera del 1329. 

Per qual ragione il Mussato abbia scritto i 
i tre libri nono, decimo e undecime in versi 
eroici, lo dice egli stesso in un prologo in pro- 
sa^ premesso al nono libro e indirizzato alla So- 
cietà Palatina dei notai di Padova. Egli affer- 
ma esservi stato indotto, con importuna istan- 
za, dalla società stessa, affinchè quei libri po- 
tessero essere letti dai notai e dai chiericuzzi, 
mentre gli altri avrebbero servito ai più dotti. 
E strano che i versi latini paressero più fa- 
cili a intendersi della prosa ; eppure è cosi ! 
Non sembra del resto che il Mussato fosse mol- 
to persuaso dell'opportunità di verseggiare la 
storia ; ma, a quanto scrive egli stesso nei 
primi versi del libro decimo, la Società sullo- 
data avrebbe voluto che deponesse la corona 
poetica e restituisse i beni che gli erano stati 
donati, se ricusava di celebrare in versi gli 
eroi padovani. «E che debbo fare?» soggiun- 
ge il poeta: Quid per plexus agam? 

L'importanza storica di quei tre libri non 
è molto grande ; una maggiore, secondo il Lo- 
renz, se ne trova nelle Cronache dei Cortusii. 
Sennonché il Mussato si diiferenzia dagli altri 
numerosi storici in esametri di quel tempo pel 



2G4 ALBERTINO MUSSATO 

fatto, eh* egli ci dà nei versi la continuazione 
della sua storia ; mentre quelli non fanno che 
riprodurre semplicemente in versi le cose già 
raccontate in prosa da altri. 

Nei libri IX e X narra il poeta le opere 
e gli atti eroici dei Padovani per difendere la 
città da Cangrande, nonché le privazioni e i 
patimenti che dovettero soffrire durante l'as- 
sedio: nel libro XI Santa Giustina, mossa a 
compassione de' suoi protetti, accompagnata dal 
coro delle Vergini, si presenta al trono di Cri- 
sto, ed implora soccorso in favore dei Pado- 
vani: 

Pone manum pharetrse, et saltem quacumque sagitta 
Fige Canem, victumque mea fac cedere terra. 

Sorride il Figliuolo di Dio alla santa fan- 
ciulla, le asciuga con la palma gli occhi ba- 
gnati di pianto, e le pone una mano sul capo. 
Non è, le risponde, ch'io mi sia dimenticato 
di venire in soccorso di Padova ; ma in que- 
sta città per la lunga pace germogliò la su- 
perbia, donde le ire, le invidie, le lussurie, le 
usure, le stragi, gli odi intestini e tutta la 
generazione dei mali che suol crescere in una 
città malvagia. Per questo io V ho punita ; ma 
poiché tu intercedi in suo favore. Cane sarà 
vinto e la città avrà pace : 



CAPITOLO SETTIMO 265 

Saucius ecce Canis superatus Marte recedet, 
Ut petis, Hsec hodie iam iam te supplice flent. 
Pax erit, et ssevum vobis placabimus hostem. 

Il Gennari ha tradotto in versi sciolti ita- 
liani tutto intero il decimo libro di questa sto- 
ria. Egli si è assoggettato alla diffìcile impre- 
sa, non ostante qualche oscurità del poeta, «la 
quale — son sue parole — ■ in parte è da attri- 
buirsi alle manifeste scorrezioni del testo gua- 
stato dall' ignoranza dei copiatori, in parte alla 
barbaria del secolo nel quale visse l'Autore e 
in parte finalmente a qualche segreta allusio- 
ne, che difficilmente può intendersi» '). La pro- 
va gli è riuscita felicemente, così da far la- 
mentare che non abbia tradotto gli altri due 
libri, che comprendono il principio e la fine del- 
l' assedio, traduzione che il valente uomo ave- 
va in animo di fare, e che, non so per quali 
ragioni, non fece. 

Del libro duodecimo, che fu scritto dal Mus- 
sato in esiglio, dicemmo nel capitolo antece- 
dente, allorché tentammo difendere lo storico 
dall' accusa di maldicenza, che gli fu data da 
alcuni per aver giudicato severamente le azio- 
ni di Marsilio, Qui ci basta ripetere, che se 



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266 ALBERTINO MUSSATO 

pure lo storico ha esagerato a carico dei Car- 
raresi e specialmente di Marsilio, va compa- 
tito. Che r abbia fatto scientemente, non è nem- 
meno da supporre. Lontano da Padova, egli 
veniva informato di quanto in essa accadeva 
da' suoi congiunti, i quali non erano per nulla 
amici dei Carraresi. Egli riposava interamente 
sulla loro buona fede, ed è naturale che cre- 
desse a quanto di peggio essi gli riferivano 
sui Carraresi e su Marsilio, il quale s' era mo- 
strato così ingrato ed ingiusto verso di lui, da 
dargli motivo di ritenerlo capace di qualunque 
azione malvagia. La prova più evidente del- 
l' onestà di Albertino sono le parole colle quali 
risponde a Marsiho ; allorché questi si lagna 
che, nella sua storia, lo chiami traditore ^). 
Per rispondere a quel modo bisognava avere 
la coscienza netta. Del resto quest' ultimo libro 
della storia del Mussato va consultato con mol- 
ta cautela ; cosa che noi, dal canto nostro, ab- 
biamo tentato di fare. 

Ma non è soltanto in esso che lo storico ci 
si mostra piuttosto acre ; bensì in tutta la sto- 



1) Non putet, aut vereatur Marsilius, se qiddquam, 
nisi veruni suis inseruisse chirographis. Ada, ut fuere^ 
tradita esse posteritati, secundum quce laudes et pro- 
tra judicabit, Mussato teste, non judice. 



CAPITOLO SETTIMO 267 

ria, nella quale gli sfoghi vivaci e le invetti- 
tive sono abbastanza frequenti ; valga ad esem- 
pio quella lunga e terribile contro la plebe di 
Padova. Le amare delusioni che Albertino ebbe 
a provare da' suoi stessi concittadini, il vedere 
dileguate, colla morte dell' Imperatore^, tutte le 
sue belle speranze, contribuirono ad eccitargli 
lo sdegno, che prorompe tratto tratto in quasi 
tutti i suoi scritti e specialmente nella storia 
di cui parliamo, la verità della quale per altro, 
fatta eccezione del libro duodecimo, non ne 
viene menomamente a soffrire. 

La morte di Enrico, inoltre, fu causa che 
il Mussato, in questa sua storia, perdesse tosto 
di vista i fatti generali d' Italia, per non oc- 
cuparsi che dei particolari di Padova. Enrico 
infatti è il personaggio intorno a cui nella Sto- 
ria Augusta si raccolgono tutti gli avvenimen- 
ti ; nel nuovo lavoro questo personaggio manca, 
e lo storico si trova come imbarazzato a se- 
guire tutti i fatti che accadono fuori della sua 
Repubblica ; tanto più eh' essi non hanno al- 
cun interesse per lui, ora che è spento quel- 
r uomo, sulle sorti del quale potevano grande- 
mente influire. Egli è per ciò che la sua sto- 
ria, la quale vorrebbe essere generale d' Italia, 
si muta, dopo i primi sette libri, in partico- 



268 ALBERTINO MUSSATO 

lare della Repubblica padovana. Quei sette li- 
bri, secondo l'opinione molto probabile del Wy- 
chgram, sarebbero stati scritti innanzi il 1319. 
Pei primi cinque il critico desume ciò dalla 
lettera di dedica al Vescovo Pagano della Tor- 
re premessa al libro quinto. E poiché questi — 
egli scrive — fu nominato patriarca di Aqui- 
leia nel 1319, quei libri devono esser stati 
scritti prima di quest' anno. Pel sesto libro, nel 
quale si parla dei rapporti fra Cane e Pado- 
va fino alla pace dell'ottobre 1314 e pel set- 
timo, nel quale sono riassunte in generale le 
cose italiche, si può fare la medesima suppo- 
sizione, che, cioè, siano stati scritti prima del 
1319 '). 

Questa storia, malgrado tutti i difetti che 
abbiamo notato, oltre che essere importantis- 
sima per chi voglia conoscere le cose di Pado- 
va in quel tempo, è degna di molta conside- 
razione, perchè il Mussato usa in essa di una 
maggiore libertà nel giudicare degli uomini e 
delle cose, e modifica alquanto qualche giudi- 
zio troppo favorevole che aveva dato nella sto- 
ria antecedente su Arrigo VII e su alcuni fatti 
di lui. L' Imperatore era morto, e lo storica 

1) Pag. 62. 



CAPITOLO SETTIMO 269 

non era più vincolato da riguardi di sorta ver- 
so il monarca. 

Un terzo lavoro storico di grandissima im- 
portanza, che il Mussato lasciò incompiuto, è 
la Storia di Lodovico il Bavaro. Questa storia 
egli scrisse in esigilo, negli ultimi anni della 
sua vita, perciocché in essa parli dell'elezione 
dell'antipapa Nicolò V, avvenuta nell'aprile del 
1328, e dell'uccisione di Passarino de' Bona- 
cossi, Signore di Mantova e Vicario imperiale, 
per mano del Gonzaga, succeduta nell' agosto di 
quell'anno medesimo. Non ostante che il Mus- 
sato si trovasse allora in Chioggia, lontano 
cioè dagli avvenimenti, potè avere notizie esat- 
te di ciò che voleva narrare. Abbiamo di lui 
due lettere in versi a Marsilio da Padova. 
Nella prima lo rimprovera della sua incostan- 
za negli studi ') ; nella seconda gli raccoman- 
da, poiché era salito in tanta potenza presso 
Lodovico, di ricordarsi di Padova sua patria 
e di dargli notizia dei fatti che stavano per 
accadere '). Marsilio, insieme con un altro ita- 

1) Ad Magistrum Marsilium Pliysicum ejiis incon- 
stantiam arguens. Epistola XII. 

2) Unum, oro, dilecte mihi, si castra sequeris 
Progressus, actusque notes, et fortia facta, 
Quaì mandare meo possim distincta libello. 

Ad Magistrum Marsilium Physicuin Paduaniim. 
Epistola XVI. 



270 ALBERTINO MUSSATO 

liano, era fra coloro che avevano grandemente 
cooperato alla risoluzione di Lodovico, che gli 
si erano messi al fianco, e dei consigli dei 
quali r Imperatore principalmente si giovava ^). 
Non pare tuttavia che Marsilio abbia potuto 
appagare il desiderio del suo concittadino ed 
amico. Secondo il Labanca, la lettera di Mus- 
sato a Marsilio sarebbe stata indirizzata pro- 
babilmente a Monaco, siccome sembra dal;Con- 
tenuto, e sarebbe partita, forse, l'anno 1326 
da Chioggia. 11 Mussato mori, come vedemmo, 
nell'anno 1329, ragione per cui la sua storia 
è rimasta incompiuta ; Marsilio morì forse poco 
prima, forse poco dopo del 1330 ^). Ciò non- 
dimeno il Mussato ebbe mezzo di conoscere 
esattamente i fatti che narra. Quel tratto di 
storia che ha potuto scrivere, malgrado alcuni 
lievi errori, è tenuto in gran conto. Il AVichert 



1) In iis Italici duo erant, qui Ludovici procluctio- 
ni operas viidtas, dedei^ant, ejusque lateri sese adjun- 
xerant, quorum consiliis potissimum fruebatur, Mar- 
silius de Raymundinis civis Paduanus, plebeius, Phi~ 
losophice gnarus et ore disertus, et Ubertimis de Ca- 
sali Januensis monachus vir similiter astutus et in- 
geniosus. Ludovicus Bavarus ad fllium. 

2) Marsilio da Padova riformatore politico e reli- 
gioso del secolo X[V. Padova, 1882. 

Il Labanca nota con errore che il Mussato mori nel- 
1' anno 1330. 



CAPITOLO SETTIMO 271 

lo ritiene una fonte importante, anzi la più 
importante per la venuta a Roma di Lodovi- 
co il Bavaro ^). 

Il Mussato giudica severamente la condotta 
dell' Imperatore contro la Chiesa ; né ciò fa 
meraviglia, perciocché sincero cattolico, egli 
non poteva, per nessuna ragione, approvare le 
proteste dell' Imperatore, il quale, dopo essere 
stato scomunicato per non essersi sottomesso 
all' assòluta obbedienza della Sede Apostolica, 
aveva dichiarato il Papa «nemico della pace» 
ed avea fatto eleggere un antipapa ^). Lo sto- 
rico gli nega perfino il titolo d' Imperatore, 
poiché r avea demeritato ■ — son sue parole — ■ 
per la nera perfidia e per la ribellione spinta 
tant' oltre contro la Chiesa. Non dee nemme- 
no far meraviglia che il Mussato, il quale si 
mostra, nella sua Storia, così nemico al Ba- 
varo, ne parli invece con entusiasmo nella se- 
conda lettera a Marsilio. Egli allora credeva 
che Lodovico sarebbe venuto in Italia, colla 
stessa intenzione con la quale era venuto Ar- 
rigo VII, quella cioè di comporre i partiti. I 
fatti lo disingannarono, ed egli condannò quel- 



1) Forschungen zur deutschen Geschichte Bd. XVI. 
-) Lcabanca. Op. cit. 



272 ALBERTINO MUSSATO 

la venuta, che prima aveva mostrato deside- 
rare. In questo modo parmi spiegata l'appa- 
rente contraddizione del Mussato ; né si creda 
che la sua maniera di pensare nuoccia alla 
imparzialità della sua storia ; perciocché, non 
ostante che egli si dichiari nemico al Bavaro, 
ne riconosce tutte le doti cavalleresche. 

Questa storia é dedicata al figlio, ed è pre- 
ceduta da alcune parole molto severe, colle qua- 
li il Mussato ci fa conoscere la mala condotta 
di lui. Toccando degli ultimi anni di Alberti- 
no, dicemmo qualche cosa di questo figlio, che 
contribuì a rendere più doloroso l' esigilo del 
padre, ed abbiamo riprodotto parte del gravis- 
simo lagno che l'infelice genitore muove sul 
suo conto nell'introduzione alla Storia di Lo- 
dovico il Bavaro. Pare che il Mussato stesse 
scrivendo un libro De Bttdìmentis a vantag- 
gio del tiglio, allorché il variare delle cose del 
mondo, il mutamento avvenuto nello stato della 
sua città e la depravazione, quale egli non 
avrebbe mai creduta nei costumi del figho ^), 



1) Difatti nel Centone Ovidiano, che non dev' essere 
stato scritto gran tempo innanzi la Storia del Bavaro, 
il Mussato fa elogi grandissimi del figlio, e si ripromet- 
te che abbia a seguire le orme del padre ed imitarne 
i costumi. 



CAPITOLO SETTIMO 273 

lo distolsero dal suo proposito, che sarebbe tor- 
nato inutile, e gli fecero interrompere la se- 
rie dei Rudimenti per scrivere la storia del 
Bavaro ^). Egli stesso ci avverte come questa 
storia si aggiunga al suo libro De Rudimeniis 
ad filili m ^). 

Dalla biografia del Mussato scritta dal Po- 
lentone, quale si trova nel codice Ricciardia- 
no, veniamo a sapere, come fra gli scritti in 
prosa di Albertino, a noi sventuratamente non 
pervenuti, ci sia un libro De natura et mori- 
bus suis, del quale è a rimpiangersi grande- 
mente la perdita, poiché, secondo il Novati, sa- 
rebbe stato « una vera autobiografìa , dalla 
quale Secco che la conobbe, attinse certamente 
le più importanti notizie sulla vita di Alber- 
tino » . Oltre a ciò il Secco nella medesima bio- 
grafia del Mussato, cita come fonte delle sue 
informazioni un libro Ad Filiuni. Questo libro, 
secondo il Novati, sarebbe una cosa sola con 
quello De natura et moribus suis e con l' altro 



1) Et rerum viundanarum variatio, filii, et Urbis 
7iostrce status immutatìo ; nec non et morum tuorum 
vix unquam mihi eredita depravatio, 7ios a Rudimen- 
torwn tuorwn serie, et proposito inanis utilitatis ab- 
duxit. 

2) Addantur lice hislorice libro meo de Rudimentis 
ad filium. 

13 



274 ALBERTINO MUSSATO 

De BucUmentis ad Filium, del quale la Sto- 
ria di Lodovico il Bavaro non sarebbe che un 
frammento. Comunque sia, del resto, la cosa, 
fa meraviglia grandissima che un padre, per 
quanto sdegnato, rimproveri così apertamente 
il proprio figlio in uno scritto eh' egli intende 
tramandare alla posterità. Egli è come innal- 
zare alla memoria di questo figlio un perpe- 
tuo monumento d' infamia. Non è possibile am- 
mettere che quelle parole sieno state scritte non 
pei lettori della storia, ma soltanto pel figlio, 
e che quindi non dovessero far parte del libro. 
Esse sono scritte in modo da non lasciar dub- 
bio sulla intenzione del padre, il quale dichia- 
ra che non avrebbe potuto tacere ^). Non ci 
resta che supporre : le mancanze del figlio es- 
sere state cosi gravi da vincere affato la tol- 
leranza del padre, il quale, per le sventure 
toccategli e per la condizione in cui si trovava, 
era divenuto facilmente irritabile, e sentiva tal- 
volta prepotente il bisogno di sfogare l' ani- 
mo esarcerbato. 

Tra gli scritti in prosa del Nostro, che a 



1) Pigeat ergo hoc ipsiim tantum de te super dicen- 
doruui prcvmisisse sermonem, quem subtiouisse inco- 
ercibilis nostri cordis efflagitatio non permisit. Ludo- 
vicus Bavarns ad fllium. 



CAPITOLO SETTIMO 275 

noi non pervennero, oltre ai citati dobbiamo ri- 
cordare un libro, che il Mussato avrebbe scritto 
negli anni del suo esigilo, e del quale egli stes- 
so fa menzione nel principio del libro decimo- 
secondo De Gesiis ^). Secondo lo Scardeone 
sarebbe stato in forma di dialoghi '). In esso 
il Mussato avrebbe cercato di dimostrare — 
cosi ci fa sapere egli stesso — che «le uma- 
ne vicende non soggette ad alcuna necessità 
dipendono dalla virtù o dal consiglio degli uo- 
mini, ai quali concesse Iddio nel crearli un li- 
bero arbitrio ad oprare, quantunque affievolito 
questo e turbato dalla prevaricazione de' primi 
progenitori» ^). 

Il Secco, nella citata biografia secondo il 
codice Ricciardiano, ricorda anch' egli questo 
scritto, e lo chiama semplicemente De Natura 
et Fortuna. E probabile del resto che tutti 
quelli che ne parlano, compréso lo Scardeone, 
il quale sa dirci perfino che il Mussato invei- 
va in esso contro i Carraresi, ne abbiano at- 



i] De ordine Causarum Fatorumque serale in opere 
nostro de Lite Natura et Fortume tractavimus, qua- 
tenus materia illa suppetiit. 

2; Scripsit elegantes dialogos de lite inter Naturam 
et Fortnnam. 

3) Colle, Meni, cit. 



276 ALBERTINO MUSSATO 

tinta semplicemente la notizia dall' ultimo libro 
delle Cose Italiche. Un altro scritto in prosa 
del Mussato, non pervenuto a noi, che il Sec- 
co ricorda nella sua biografia del grande Pa- 
dovano, è un trattato De Casibus fortuitis, il 
quale è pure ricordato dallo Scardeone ^). Se- 
condo costui, il Mussato avrebbe scritto inol- 
tre una storia della tirannide di Ezzelino ; ma 
di tale storia non fa menzione nessun altro 
dei biografi del Nostro. Una cronaca di Ez- 
zelino scrisse invece il grammatico Rolandino, 
ed è verisimile, nota il Vossio, che lo Scar- 
deone, abbattendosi in un codice senza nome 
di autore, sia stato tratto in errore dalla si- 
militudine dello stile, e l'abbia creduta opera 
del Mussato '). 

Considerato fin qui il prosatore, passiamo 
a considerare il poeta. 



1) Scripsit centra fortuitos casus. 

2) De historicis latinis. 



Capitolo Ottavo. 

Le poesie minori. 

Oltre alla tragedia , della quale ci occupe- 
remo particolarmente, il Mussato scrisse buon 
numero di poesie minori, come epistole, elegie, 
soliloqui religiosi ed egloghe. Le epistole e 
le elegie hanno per noi un' importanza specia- 
le, poiché in esse il poeta ci dà molte notizie 
intorno alla sua vita, e ci fa sapere con quali 
illustri personaggi del suo tempo avesse ami- 
cizia. 

L'amore alla poesia si manifestò in lui, co- 
me avverte il Secco, fin dall'età più tenerella. 
È assai probabile che suo maestro nel poetare 
sia stato il Levato, intorno al quale sono scarse 
ed incerte le notizie. La j^iù parte di coloro 
che ne parlano ripete il giudizio che ha dato di 
lui il Petrarca, il quale dice che sarebbe stato 
di leggeri il primo di tutti i poeti del suo se- 
colo e dell'anteriore, se non si fosse dato allo 



278 ALBERTINO MUSSATO 

studio del diritto civile e non avesse mesco- 
late insieme le dodici Tavole colle nove Muse ^). 
Nulla di lui ci è pervenuto, se si eccettui, co- 
me vogliono alcuni, T iscrizione posta sul suo 
sepolcro e quella sulla pretesa tomba d'Ante- 
nore, che fu scoperta in Padova al suo tem- 
po. Né l'una né l'altra di quelle iscrizioni ci 
fanno del resto concepire una grande idea di 
chi le scrisse; non ostante che il merito del 
Lovato, se prestiamo fede al Petrarca, fosse 
tanto grande, che il suo nome suonava cele- 
bre non solo in Padova, ma per tutta l'Ita- 
lia '). Cotanta rinomanza gli avrà forse pro- 
curato il poema, a noi non pervenuto : De 
conditionibus urbis Padim et peste Guelfi et 
Gibolengi nominis, ch'egli aveva indirizzato al 
suo nipote Rolando da Piazzola ^). Il Mussato 
fa parola del Lovato, ne' suoi scritti, una volta 



1) Lupatus patavinus fuit nv.per poetar um omnium, 
quos tiostra vel patrum nostrorum vidit ceias, facillime 
princeps: nisi juris civilis sludium amplexus esset et 
novem Musis duodecim Tabulas immiscuisset. Lib. II. 
De rebus memorandis. 

2) Cuius nomen ea tempestate, non Patavii tantum 
erat celebre, sed eliam per totam Italiam insigni glo- 
ria ferebatur. Ibid. 

3) li poema era contenuto nella Cronaca posseduta 
dai fratelli Nicolò ed Antonio degli Ovetari. Una copia 
ne possedeva Gianfrancesco Capodilista, com'egli asserì- 



CAPITOLO OTTAVO 279 

soltanto, ricordando alcuni discorsi che avea 
tenuto con esso lui intorno alla condizione di 
Padova ^). Chi ci fa meglio conoscere i rap- 
porti dell'uno coll'altro, specialmente per ciò che 
riguarda la poesia, è Giovanni del Virgilio, il 
quale in un' egloga latina ad Albertino Mus- 
sato dice che: « Alfesibeo, cinto il capo di ver- 
deggiante fronda canta con zampogna d'oro, 
cui gli diede morendo Licida in pegno d'amore, 
dicendo : poiché ti mostri atto alle Muse, sarai 
Musactus; Tollera ti cingerà la fronte» ^). 
Com'è facile capire, Alfesibeo è il Mussato, e 
Licida il suo maestro Levato ^). 

Giovanni del Virgilio, oltre che di Mussato, 



sce nella Cronaca della sua famiglia scritta nell'an- 
no 1434. 

Queste notizie io devo alla gentilezza squisita del pro- 
fessore Andrea Gloria. 

1) Memmerinque ego Lovatwn valem, Rolandum- 
que nepofem, cium siepe in diversoriis cum sodalibus 
obversaremur inquientes etc. Lib. IL De Gestis Ital. ecc. 
2ì Auratis qui fronde vlrens quoque cantat avenis^ 
Quas illi moriens Lycldas in pignus amoris 
Dimisit dicens: quia Musis cerneris aptus 
His Musactus eris : hederse tua tempora lambent. 

Ecloga Magìstri lohannis de 'Virgilio de Ccesana 
missa Domino Mussato de Padua poetie ad pelitionem 
Rainaldi de Cinciis. Catalogus codicum latinorum Bi- 
bliothecce Medicece Laurentianoe. Tomus II, Floren- 
tiae, 1775. 

3) Dal greco lycos lupo. 



280 ALBERTINO MUSSATO 

fu ammiratore ed amico di Dante. Abbiamo di 
lui un' epistola e un' egloga al divino Poeta. 
Nella prima gli muove dolce rimprovero, per- 
chè cantando dei regni d'oltretomba non usa 
della lingua dei dotti, e getta al volgo i suoi 
sublimi pensieri. « Non gettare, gli scrive, le 
margherite ai porci, né coprire di veste inde- 
gna le sorelle Castalie.... Sono molti gli argo- 
menti che domandano di essere illustrati dalla 
tua poesia », e fra gli altri gli addita « le fri- 
gie caprette lacerate dal dente dei mastini » ^), 
le quali caprette non sono altro che i Pado- 
vani caduti in potere degli Scaligeri. Finisce 
col pregarlo di degnarsi a rispondergli e di ap- 
pagare i suoi voti: Dante gli avea dato spe- 
ranza di recarsi a Bologna". 

L'Ahghieri gli risponde con un' egloga la- 
tina, nella quale si scusa di non poter adem- 
piere la promessa di recarsi a Bologna, per 
esservi incoronato poeta; «meglio assai se po- 
trà, ritornando in riva all' Arno, cingere colà 
della fronda poetica i suoi Ccipelli fatti già 
bianchi... Quell'onore gli sarà grato, allorché 



1) Nec raargaritas profliga prodigus apris, 

Nec preme Castalias indigna veste sorores . . . 
Et jam multa tuis lucem narratibus orant . . . 
Die Phrigias damas, laceratas dente molosso. 



CAPITOLO OTTAVO 281 

avrà compiuto anche il Paradiso » ^). É d'accordo 
con Giovanni sulla inferiorità dei versi volgari 
rispetto ai latini, pure gli promette di mandar- 
gli ancora di quelli. Giovanni, nella seconda 
egloga, si congratula con lui di aver scritto 
in latino con versi cosi dolci che, da lungo 
tempo, l'Arcadia non aveva inteso gli eguali; 
lo compiange, perchè esule dalla patria, che 
gli si mostrò cotanto ingrata, e lo conforta a 
sperare nel ritorno; frattanto, per fuggire la 
noia, potrebbe recarsi a Bologna, affine di ri- 
posare e di cantare con lui -). Sarà accolto cor- 
dialmente; giovani e vecchi hanno desiderio di 
ascoltare i suoi versi e di ammirare la sua 
dottrina. Colà potrà spegnere la sete nelle ac- 
que del padovano Mussato, egli uso a bere nel 
fiume avito ^). 

Quest'ultime parole racchiudono un grande 



1) Nonne triumphales melius pexare capillos, 

Et patrio redeam si quando, abscondere canos 
Fronde sub incerta solitum flaveseere Sarno? . . 
. . . quuin mundi circumflua corpora cantu 
Astricoleeque meo, velut infera regna, patebunt, 
Devincire caput hedera lauroque juvabit. 

2) Ast intermedium pariat ne tsedia tempus, 
Letitise spoetare potes, quibus otior antris 
Et mecum pausare; simui cantabimus ambo, 

3) . . . sitim Phrigio Musone levabo: 
Scilicet hoc nescis, fluvio potator avito. 



282 ALBERTINO MUSSATO 

elogio pel Mussato, cui il del Virgilio teneva in 
conto del primo poeta latino del suo tempo, e 
im rimprovero per Dante, rimprovero che lo 
stesso Mussato avrebbe voluto meritare, se 
avesse potuto prevedere qual gloria era serbata 
all'Alighieri per aver scritto in volgare. Al 
Mussato invece compete la gloria, che il Tira- 
boschi attribuisce a Dante, di avere cioè richia- 
mato, come meglio poteva, la poesia latina al- 
l'antica eleganza ^). Dante non scrisse versi la- 
tini che negli ultimi anni della sua vita, quando 
il Mussato era già celebre pe' suoi. Giovanni 
infatti indirizzò i suoi versi all'Alighieri, quando 
questi si trovava in Ravenna. È curioso, del 
resto, notare, che mentre i contemporanei del 
Mussato salutarono in lui il restauratore della 
latina eloquenza, il Petrarca, che, come vedem- 
mo, fu cosi largo di lodi al Lovato, lo ricordi 
appena, chiamandolo semplicemente: historicus 
novarum reruui satis anxius inquisitor ^j. Ma 
se il Petrarca mostrò di non riconoscere il me- 



1) Scrive il Tiraboscln: «Dante Alighieri, che fu il 
primo a sollevare la poesia italiana a quello splendore di 
cui non avea fln allora goduto, fu il primo ancora che 
si accingesse a richiamare, come meglio poteva, la poesia 
latina all'antica eleganza». Storia della Leiteratura Ita- 
liana, Libro III. Gapo III. 

2) De rebus memorandis, Lib. IV. 



CAPITOLO OTTAVO 283 

rito del Mussato, lo riconobbero altri del suo 
tempo, fra i quali Coluccio Salutati, che, in al- 
cune sue lettere, ne fa elogi grandissimi e lo 
chiama il primo cultore dell'eloquenza '). 

Uno degli argomenti più forti, coi quali il 
del Virgilio, nella seconda sua egloga, spera 
d'indurre l'Alighieri a recarsi a Bologna, è, 
come vedemmo, la promessa di fargli leggere 
le poesie del Mussato e, quantunque noi dica 
espressamente, di fargli fare la conoscenza per- 
sonale del celebre padovano; che, se si fosse 
trattato di fargli leggere semplicemente le poe- 
sie, non ci sarebbe stato bisogno d'invitarlo a 



1) « Coluccio Salutati, scriveado nel 1399 al padovano 
Francesco Zabarella, cosi incominciava: « Duos doctores 
memini, qui stylo et eloquentia, hoc clecimoquarto sai- 
culo floruerunt: unus scilicet compatriota ticus, Alber- 
tus Mussatus, CKjus admiratur historias et habemus 
poeniata: alter fuit' Gerius Aretinus ("cod. Amb. B 116, 
e P 256); e anche più apertamente dava al Mussato il 
vanto di aver fatto risor^^ere lo studio della latinità in 
altra lettera pur inedita Cardinali Patavino (cod. Laur. 
pi. XC 41(3) f IH* ] Et prinius eloqiientice ciUtor fuit 
conterraneus tuus, Mussatus patavinus. Coluccio Salu- 
tati trascrisse inoltre di propria mano VEccerinis e la 
poesia latina Somniiim in cegritudine apud Fior, in un 
codice delle tragedie di Seneca passato al Museo Britan- 
nico». F, No vati - La biografia di Albertino Mussato ecc. 
Archivio Storico per Trieste, Tlstria e il Trentino Voi. IL 
Fase. I. Gennaio 1883. 



284 ALBERTINO MUSSATO 

Bologna ^). Non pare tuttavia che Dante ri- 
manesse molto solleticato dalla promessa di Gio- 
vanni, né che il suo desiderio di conoscere il 
Mussato e di leggerne i versi fosse molto gran- 
de, perciocché nell'egloga colla quale risponde 
a quella dell'amico non fa nemmeno parola del 
poeta padovano. Insiste nuovamente sul propo- 
sito-di non muoversi da Ravenna, dimostra al- 
l'amico il grande desiderio che ha di vederlo- 
ma dice che n'è impedito dalle preghiere degli 
amici e dalla paura delle armi di re Roberto; 
l'incoronazione la conseguirci altrove. Anche 
Guido Novello, il suo protettore ed amico, lo 
sconsiglia dal recarsi a Bologna. 



1) Noi sappiamo che il Mussato fu a Bologna come 
ambasciatore nel 1317; ma questa data sarebbe ante- 
riore di molto a quella nella quale il Balbo, il Fraticelli, 
il Wegele pongono Tandata di Dante a Ravenna. (Non 
parlo del Boccaccio clie la pone subito dopo la morte di 
Arrigo VII). Essi infatti vanno d'accordo nel dire ch'egli 
vi andò nel principio del 1320. Il Pelli e il Troya tutta- 
via opinano che vi andasse nel 1319, ed altri ancora nel 
1318. Queste ultime ipotesi mi paiono più probabiili, poi- 
ché, se così fa, si potrebbe ammettere che il Mussato,, 
spedito nel 1319 come ambasciatore in Toscana per ot- 
tener soccorsi contro lo Scaligero, si soffermasse qualche 
giorno anclie a Bologna. I cronisti noi dicono; ma è fa- 
cile supporlo pei rapporti che Padova aveva con Bolo- 
gna. Da ciò consegue che tanto ai versi di Giovanni 
quanto a quelli di Dante dovrebbe assegnarsi l'anno 1319. 



CAPITOLO OTTAVO 285 

Da tutto questo parrebbe che Dante e Mus- 
sato non si fossero mai conosciuti. Esiste tut- 
tavia un documento, illustrato dal Gloria, dal 
quale risulta che il grande poeta fiorentino fu 
in Padova per alcun tempo nell'anno 1306 ^). 
Con molta probabilità, il Gloria ne fissa la di- 
mora dai primi di marzo ai primi d'ottobre di 
quell'anno. Mussato in quel tempo non s'era 
per anco fatto conoscere co' suoi scritti storici 
e poetici, ma già da parecchi anni sedeva nel 
patrio Consiglio, al quale aveva potuto perve- 
nire mercè la fama che s'era acquistata con la 
sua dottrina ed eloquenza. Non sarebbe per- 
tanto improbabile che i due poeti si fossero, in 
quell'occasione, conosciuti; pure abbiamo ragione 
di dubitarne pel fatto che né l'Alighieri ricorda 
mai nelle sue opere il Mussato, né il Mussato 
l'Alighieri. Ciò non ostante nell'egloga al Mus- 
sato, da noi citata, Giovanni del Virgilio ri- 



t) È questo lui contratto di mutuo in data 27 agosto 
1306, nel quale, fra gli altri testimonii, è segnato: Dan- 
tino q. AlUgeriis de florentia et mine stat paduce in 
contrada sancii laiirentij. 

Vedi lo scritto del Gloria: Sulla dimora di Dante 
in Padova, inserito nel libro Dante e Padova, Wegele, 
Dante" s Leben und Schriften e Adolfo Bartoli, Storia 
della letteratura italiana Tomo V. Capitolo XI, Firenze, 
Sansoni editore 1884. 



286 ALBERTINO MUSSATO 

corda al padovano il poeta fiorentino, che al- 
lora dormiva sull'Adriaco lido, dove la pineta 
distende le sacre sue ombre, e gli dà il vanto 
di avere, pel primo dopo Virgilio, fatta rivivere 
l'egloga ^). Era di grande conforto al del Vir- 
gilio il pensiero che Dante negli ultimi anni 
di sua vita avesse scritto in versi latini, ben- 
ché, nello stesso tempo, questo pensiero gli fa- 
cesse lamentare maggiormente la perdita del 
grande poeta. Nei versi ch'egli scrisse per la 
tomba dell'amico, dopo aver detto che aveva 
cantato la Divina Commedia in volgare, sog- 
giunge, come a conforto, che finalmente cantava 
i pascoli colle pierie zampogno, quando l'invi- 
diosa Atropo interruppe il giocondo lavoro ^). 
Ma se il Mussato, com'è probabile, non ebbe 
rapporto alcuno con l'Alighieri, ne conobbe al- 
meno le opere ? Troviamo noi nessun indizio ne' 
suoi scritti che ci faccia supporre aver egli co- 
nosciuta la Divina Commedia? 



1) Fistula non posthac nostris inflata poetis, 
Donec ea mecura certaret Tytirus olim 
Lydius Adriaco qui nunc in littore dormit, 
Qua pineta sacras prjetexunt saltibus umbras. 

2) Qui loca defunctis gladiis, regnumque gemellis 
Distribuit laicis rethoricisque modis, 

Pascua pieriis demum resonabat avenis : 
Atropos heu ! Isetum livida rupit opus. 



CAPITOLO OTTAVO 287 

Tra le sue elegie ve n' ha una intitolata 
il Sogno, nella quale il poeta narra la ma- 
lattia avuta in Firenze, allorché vi fu spe- 
dito a chiedere aiuto contro lo Scaligero, che, 
dopo aver guasto il territorio di Padova, era 
venuto ad accamparsi sotto le mura della 
città. L'elegia contiene pure le lodi di Anto- 
nio dell' Orso vescovo di Firenze, per le cure 
del quale il Mussato ebbe a ricuperare la 
salute ^). Narra il poeta come, giunto ad un 
albergo presso Firenze, sia stato colpito da for- 
tissima febbre accompagnata da un freddo tale, 
che né il fuoco di una fornace atta a liquefare 
i metalli, né le stesse acque sulfuree di Abano 
avrebbero potuto scacciarlo. Trasportato in let- 
tiga a Firenze, e sottoposto alla cura di due 
valenti medici, uno de' quali Dino del Garbo, 
cadde in una specie di letargo ed ebbe un so- 
gno, in cui gli parve di essere trasformato in 
colomba. Dopo avere spaziato liberamente nel- 
l'alto, discende e gli viene desiderio di vedere 
da qual parte escano le anime da questo mondo, 
e i regni d'oltre tomba. Dapprima vede volare 
rapidamente stormi di piccoli uccelli, anzi di 



1) Somnium in cegritudine apucl Florentiam, et com- 
mendano venerabilis patris D. Anlonii de Vrso epi- 
scopi fiorentini, ci'jus beneficio liberatus fuit. 



288 ALBERTINO MUSSATO 

cicale, col mormorio che fanno le api, verso 
la parte dove il sole si tuffa nel mare. « Entra 
quindi a descrivere la porta dell'Inferno, Cer- 
bero, Caronte con occhi di bragia, incensis ocu- 
lis, che vedutolo solleva il remo a percuoterlo; 
tocca di una pioggia che si riversa sonante 
per l'aria senza stelle; osserva i diversi com- 
partimenti delle pene che delinea con tratti di 
vigore dantesco. Pone nel fondo più cupo i tra- 
ditori della patria, poi viene al cospetto di 
Plutone e di Proserpina. Stanno a* loro piedi 
alcune schiere con armatura candida, il cui capo 
tiene in mano la chiave che apre gli Elisi. Vi 
entrano le anime che hanno lavate le macchie 
del mondo: le musiche e le danze che vi si 
fanno sono con grazia descritte dal poeta, che 
spende quasi duecento versi nella narrazione di 
tutto il sogno » . Ho riprodotto questo sunto 
dallo Zanella, il quale osserva ; « Che sia stato 
sogno fortuito? Che gli sia stato suggerito dalla 
lettura di Dante? Che abbia voluto misurarsi 
con altre armi e come per gioco, con quel sommo 
del cui poema si parlava per tutta l'Italia? » 
Le due ultime ipotesi mi paiono le più proba- 
bili. Egli è certo, anzi tutto, che il divino 
poema era noto a tutta la penisola, e che il 
popolo ne ripeteva i versi. La storiella del fab- 



CAPITOLO OTTAVO 289 

bro ferraio che batteva suirincudine e insieme 
cantava i versi di Dante, storpiandoli, e quella 
dell'asinaio, che andava dietro all'asino cantan- 
do il libro di Dante, e quando avea cantato un 
pezzo, toccava la bestia e diceva arr?', vere o 
no, sono una prova della popolarità che aveva 
acquistata la Divina Commedia^ o dirò meglio 
quella parte di essa che poteva essere divul- 
gata. E ammesso pure col Balbo che per quei 
versi cantati si debba intendere i sonetti e le 
canzoni, non il poema *), a comprovare la po- 
polarità di questo, basta la testimonianza di 
Giovanni del Virgilio, il quale, nell'Epistola a 
Dante, dice essere impossibile che il popolo 
idiota raffiguri il profondo inferno e gli arcani 
del cielo , ai quali arrivò appena Platone , e 
che ciò non ostante l'istrione, che caccerebbe 
Orazio dal mondo, gracida, pe' trivii, senza ca- 
pirli, i versi della Divina Commedia ~). Ora 
non è possibile supporre che il Mussato, per 
quanto fosse nemico della poesia volgare, igno- 
rasse affatto il poema di Dante, tanto più ch'egh 



1) Non sono punto d'accordo col Balbo, il quale dice 
che il poema « non era allora probabilmente conosciuto». 
— Yita di Dante Libro Primo, Capo Decimoterzo. 

2) Quse taraen in triviis nunquam digesta coaxat 
Comicomus nebulo, qui Flaccuia pelleret orbe. 

ly 



290 ALBERTINO MUSSATO 

stesso non sdegnò, come vedremo, di scrivere 
versi volgari. E probabile, del resto, ch'egli non 
abbia attinta menomamente l'idea del suo Sogno 
dalla Divina Commedia; ma che quell'idea gli 
sia stata suggerita dalle leggende dei visionarli 
sui regni d'oltretomba e dal poema virgiliano, 
leggende e poema che suggerirono, come fu di- 
mostrato, allo stesso Dante, l'idea della sua 
Divina Commedia ^). « Quel passaggio - osserva 
lo Zanella - delle anime oltre i mari dell'occi- 
dente, che è l'idea fondamentale del Purgatorio 
dantesco, si trova nelle antichissime tradizioni 
di tutti i popoli, che collocavano i regni della 
morte, ove vedeano ogni giorno discendere e 
spegnersi il padre della vita ». 

Dicemmo che le epistole e le elegie del Mus- 
sato hanno importanza grandissima per chi vo- 
glia conoscere molti particolari della vita di lui 
e gli illustri personaggi coi quali ebbe rapporti. 
Diciotto sono le epistole, quali in versi elegiaci 
e quali in esametri. Di alcune di esse, quelle 
che manifestano più particolarmente i sentimenti 
del poeta verso l'Imperatore, abbiamo fatto pa- 
rola nel capitolo antecedente. Esse sono la I 
indirizzata al Collegio degli artisti, nella quale 

1) Vedi: Alessandro D'Ancona- I precursori di Dante. 



CAPITOLO OTTAVO 291 

il Mussato ci dà notizie della sua incoronazione; 
la II in lode dell'Imperatore e la V a Giam- 
Lono d'Andrea notaio, della quale abbiamo an- 
che tentato di riassumere il concetto. L'Epi- 
stola XVII è indirizzata a Paolo giudice di 
Teolo, il quale aveva pregato il Mussato che 
volesse rispondere a Benvenuto de' Campesani 
di Vicenza contro un poema latino, che questi 
aveva scritto in lode di Cangrande e in biasi- 
mo dei Padovani, allorché lo Scaligero s'era 
impadronito di Vicenza ^). Del poema di Ben- 
venuto non rimangono che pochi versi conser- 
vati nella Cronaca del Pagharini. Esso -se- 
condo lo Zanella - esisteva nel secolo decimoset- 
timo, quando da Marcantonio Romiti, giurecon- 
sulto vicentino, donato a Lorenzo Pignoria di 
Padova, andò deplorabilmente perduto ^). 

L'epistola è riboccante di finissima ironia, 
quale poteva pai tire dall'animo di un grande 
patriota, che vedeva in Cane il nemico acer- 



1) Ad Fauluni hidiceni de Tilulo rogantem, ut re- 
sponderet Benvenuto de Campesanis de Yicentia adver- 
sus opus metricum, pei- eum factum in laudein Domini 
Canis Grandis et vituperium Paduanoìvan, cum ca- 
pta fuit yicentia. 

~) Di Ferve to de' Ferreti storico e poeta vicenlino. 
Memoria pubblicata nel volume di Scritti varii, Firenze. 
Le Mounier 1877. 



292 ALBERTINO MUSSA.TO 

rimo della patria sua e la causa principale 
della prossima rovina di essa. Peccato che la 
soverchia erudizione mitologica scemi qua e là 
naturalezza e spontaneità al verso ! Non pare 
tuttavia che i due poeti diventassero, per questo, 
nemici, o se pure entrò fra loro discordia, ch'essa 
durasse a lungo; perciocché qualche anno dopo, 
essendo morto Benvenuto, il Ferreto scriveva 
un' Epistola al Mussato, nella quale lo invitava 
ad onorare, co' suoi versi, il sepolcro di quel- 
l'egregio poeta, 

Cui cognomen avis campus dedit, et bene nomen 
Cum VENio, Patriaque fuit sat magniis in illa, 
Qua retro pene flueus patavo delabitur ariinis. 

« Permetterai, gli scrive, che marcisca in un 

sepolcro indegno quel poeta che risplendette 

chiarissimo per tutto il mondo ? E se tu neghi 

di lodarlo, chi potrà lodarlo convenientemente? 

Tu solo puoi dare fama eterna co' tuoi versi. 

Forse, quando sarai morto, sarà concesso a te 

pure eguale onore, e vi sarà chi osi degnamente 

lodarti » ^]. 

Il Ferreto fu grande ammiratore ed amico 

del Mussato, del quale fa, nella sua Storia, 

elogi grandissimi. È probabile che il Vicentino 



^) Ferretiis vicenlinus ad Massalum patavinum de 

morte Benvenuti Campesani vicentini poelce. 



CAPITOLO OTTAVO 293 

abbia conosciuto il Padovano, quando questi fu 
prigioniero in Vicenza nella casa di Gregorio 
da Poiana, dopo la sconfitta del 1314. Il Fer- 
rato, nato nel 1295, era più giovane del Mus- 
sato di trentatrè anni. Ebbe a maestro di poe- 
sia Benvenuto dei Campesani, donde forse la 
sua grande ammirazione per lui; fu il primo 
che in Italia studiasse la Divina Commedia 
e ne facesse onorevole menzione ne' suoi scritti ; 
benché dal titolo di eruditissimo uomo che dà 
all'Alighieri « possiamo argomentare ch'egli ri- 
sguardava quel poema non tanto come un lavoro 
di immaginazione, quanto come un' opera di 
profonda e varia dottrina, da cui si poteva at- 
tingere senza tema di errare, ogni sorta di no- 
tizie filosofiche e storiche » ^). 

Come storico, al quale ufficio s'era dedicato 
dopo aver atteso lungamente alla poesia, ap- 
parisce piuttosto narratore vivace che interprete 
accurato dei documenti. La verità, non ostante 
ch'egli professi nel Proemio di voler essere 
veridico in tutto e per tutto, né di lasciarsi se- 
durre dall'amore o dall'odio, gli fa spesso di- 
fetto, il che, coni' è naturale, scema autorità 
alla sua storia, il testo della quale per giunta. 



1) Zanella Mem. cit. 



294 ALBERTINO MUSSATO 

causa la mancanza di buoni codici, è scorrettis- 
simo. 

Il principale de' suoi lavori poetici è un poema 
suir Orìgine della gente Scaligera. Avrebbe 
inoltre composto un carme In morte di Dante, 
che fatalmente non ci è pervenuto. 

Celebre poeta di quel tempo è stato pure il 
bassanese Castellano, autore di un poema la- 
tino sulla pace fatta in Venezia tra Alessan- 
dro III e Federico Barbarossa. Egli avrebbe 
fatto i suoi studi e sarebbe vissuto a lungo in 
Padova. Non è pertanto improbabile che abbia 
avuto rapporti d'amicizia col Mussato, benché 
faccia meraviglia - come osserva il Tiraboschi - 
che il grande padovano non ne faccia mai 
menzione. 

Altro poeta, contemporaneo al Nostro e vis- 
suto in Padova, fu Bonatino, del quale non si 
ha nessuna notizia certa. Forse - come opina il 
Tiraboschi - parla di lui il Petrarca in alcuni 
suoi versi latini : 

Saecula •Pergameum viderunt nostra Poetam, 
Cui rigidos strinxit laurus Paduana capillos 
Nomine reque bonum. 

Delle Epistole XII e XVI a Marsilio da 
Padova dicemmo nel capitolo antecedente, fa- 
cendo parola della Storia di Lodovico il Ba- 



CAPITOLO OTTAVO 295 

varo. Dopo di queste meritano essere ricor- 
date la III a Rolando da Piazzola per con- 
ciliarsi con esso lui della pubblica contesa avu- 
ta nel febbraio 1312, dopo che entrambi avea- 
no fatto ritorno dall'ambasciata all' Imperatore 
in Genova. Rolando, come sappiamo, eccitò il 
popolo a ribellarsi all'Imperatore; mentre Mus- 
sato cercò d' indurlo, benché inutilmente, a ri- 
manere soggetto. Il fine di tutti e due era il 
bene della Repubblica ; ma all' uno pareva po- 
terlo meglio conseguire in una maniera , al- 
l'altro in un'altra '). 

L'Epistola I\" è indirizzata a Giovanni pro- 
fessore di grammatica in Venezia '). In essa 

1) Secondo alcune notizie comunicatemi dal Gloria e 
che entreranno a far parte dell'opera ch'egli sta scri- 
vendo : Monumenti intorno alla Università di Padova, 
Rolando da Piazzoia sarebbe stato ascritto al collegio 
dei giudici nel 1285; onde, ammesso che pel suo inge- 
gno ^-bbia ottenuto questo onore appena raggiunta l'età 
fissata, si può calcolare nato nel 1265, poiché nessuno 
prima dei vent'anni poteva essere eletto a far parte del 
Collegio dei giudici. Il Gloria oltre a ciò dimostra come 
Rolando non sia mai stato professore, quale il vorreb- 
bero, dietro l'autorità del Papadopoli {Hist. Gymn. pa- 
tav.) e del Facciolati (Fasti Gymn. patav.), il Tirabo- 
schi nella sua Storia della letteratura italiana e il 
Colle in quella dello studio di Padova, e come non sia 
l'autore dell'opera sui Feudi e di quella sui Re consa- 
crati, a lui falsamente attribuite. 

2) Ad loannemgrammaticaeprofessoreni docentem 
Vene tu s. 



296 ALBERTINO MUSSATO 

il Mussato parla a lungo della sua incorona- 
zione a poeta, e si profonde in elogi della poe- 
sia: «Son privi di senno coloro ai quali è 
in odio la poesia, che fu un tempo una secon- 
da filosofìa *). Come l'alloro verdeggia sempre, 
né perde mai foglia, cosi la poesia conserva 
eterno il suo decoro : donde avviene che si cin- 
gano di lauro le tempie dei poeti , perchè la 
loro fama duri eterna')». Chi sia stato que- 
sto Giovanni professore di grammatica non sap- 
piamo. Il Tiraboschi lo ricorda nella sua Sto- 
ria della letteratura italiana ^), ma non sa 
darne alcuna notizia : « Esso è tra coloro de' 
quali — cosi lo storico -sappiamo che furono pro- 
fessori di grammatica e di rettorica nelle pub- 
bliche scuole d'Italia; ma de' quali poco più 
potremmo produrre che il solo nome, e credia- 
nao più opportuno passarli sotto silenzio». 



1) Hi ratione carent, quibu? est invisa Poesis, 

Altera quas quondam Philosophia fuit. 

Questo stesso concetto è ripetuto dal Mussato nel- 
l'Epistola VII: 

Gymnasiis olim studiis inventa Poesis, 
Altera jampridem Philosophia fuit. 

2) Utque viret Laurus semper, nec fronde caduca 

Carpitur, aeternum sic habet illa decus. 
Inde est, ut vatum cingantur tempora Lauro, 
Pergat ad seternos ut sua fama dies. 

3) Lib. III. Cap. IV. 



CAPITOLO OTTAVO 297 

Ma non solo questo Giovanni, al quale, ol- 
tre l'Epistola IV, il Mussato scrive la XV, 
bensì altri due sono i professori di gramma- 
tica, a ciascuno dei quali il poeta indirizza una 
sua epistola: Bonincontro Mantovano e Guiz- 
zardo. Al primo scrive l' Epistola XIII ^) e al 
secondo la XIV ^). In quella, composta senza 
dubbio nell'esiglio, il poeta fa conoscere la sua 
miserabile condizione, nella quale deve ringra- 
ziar la fortuna se riceve talvolta qualche do- 
no. Egli, avvezzo a mangiar lautamente, è co- 
stretto ad appagarsi di poco cibo , e mentre 
prima s'accontentava appena del vino euganeo, 
deve bere acqua mescolata coli' aceto ; secchi 
giacciono in piccolo spazio entro il suo corpo 
i raggrinzati intestini ; le gradite occupazioni 
d'un tempo cessarono ; l'ira sola gli è rimasta 
a torturargli il cuore. Che la sua condizione 
fosse veramente miserabile, é ch'egli avesse bi- 
sogno dell'altrui soccorso veniamo a conoscere 
eziandio dai versi, co' quali Matteo Piegaferro, 
notaio vicentino, gli manda in dono una mi- 



1) Ad Magistrwn Bonincontruìn Manluanum grarri' 
ììiaticoe professorem. 

2) Ad Magislrum Guizardum grammatica profes' 
sorem, cum ab eo libitum Yirgilu sibi accommodatum, 
repeteret. 



298 ALBERTINO MUSSATO 

sura di olio: «Perchè tu valga, gli scrive, a 
sopportare i giorni ne' quali non ti è concesso 
cibo migliore , e perchè i ruvidi erbaggi non 
ti pungano la gola , ricevi questo lieve dono 
del naio monte ; olio migliore di questo non 
v'è in tutto il mondo ». Ed il Mussato ricono- 
scente: «Mangiai l'erbe condite col tuo olio: 
il suo sapore mi raddolcisce le labbra , come 
l'affetto dell'offerente mi raddolcisce il cuore ; 
ma se quello in breve svanisce dalla bocca, il 
gustato affetto rimane nel cuore ^)». 

Nell'Epistola XIV, il poeta domanda a mae- 
stro Guizzardo che gli ritorni un Virgilio pre- 
statogli. Questa Epistola deve esser stata scrit- 
ta nel tempo in cui Albertino fu richiamato 
in Padova da Iacopo da Carrara, dopoché ne 
era fuggito insieme con Gualpertino e con al- 
tri, per la pace fatta con Cangrande nel 1318, 



^) Mattheus Plegaferro notarius vicentinus niisit 
unum medrum olei Mussato cum his versibus: 

Ut valeas tolerare dies, quibus ampia vetantur 
Fercula, nec iMgidum guttura pungat olus, 

Levia dona meo capias de monte Minervse, 
Hsec Dea non toto dulcior orbe venit. 

Mussalus respondil eidem his versibus: 

Suxi Palladium tenera cum caule liquorem, 
Leniit ora sapor, cor quoque dantis amor: 

lUe sed exiguo momento cessit ab ipso 
Ore sapor, cordi permanet esuj amor. 



CAPITOLO OTTAVO 299 

in forza della quale i fuorusciti, ch'erano ne- 
mici al Mussato, furono ricevuti in patria e ri- 
messi nei loro beni. Mi fanno creder ciò le 
parole del poeta stesso. Egli dice infatti che 
quel Virgilio gli fu compagno nell'esigiio, ed 
ora ch'egli è ritornato in patria vuole che ri- 
torni sicuro esso pure, e che gli sia compagno 
come per lo innanzi ^). 

L'Epistola VII è indirizzata a Giovanni da 
Vigonza *) uomo di molta autorità per la sua 
dottrina e per le dignità sostenute; nel 1319 
fu mandato, con Mussato e con Ubertino da 
■ Carrara, in Toscana, per domandar soccorso 
contro lo Scaligero. Due Epistole oscene una 
su Priapo e l'altra sulla moglie di Priapo ave- 
va dedicato Albertino a Giovanni, il quale se 
n'era mostrato offeso, ed aveva rimproverato 
il poeta di tanta immoralità. Neil' Epistola VII 
il Mussato, con versi onestissimi , gli chiede 
scusa, e adduce a propria discolpa l' aver egli 
cantato anche di cose sacre. Del resto si me- 



1) Virgilius thalamo mecum versatus in uno, 
Tempore quo Fatava pulsus ab urbe fui,, 
Exul ad externas ultro se contuli t oras, 

Exilii pcenas sustinuisse volens. 
In patriam redii, redeat securus et ipse, 
Et Comes, et civis sit, velut ante fuit. 
2) In laudem poeticcB ad D. Ioannein de Yiguntia 
simulantem se abhoì'ruisse seria Priapeice. 



300 ALBERTINO MUSSATO 

raviglia che Giovanni sia rimasto cosi scan- 
dolezzato : « Io non ti persuasi, gli scrive , di 
far quelle cose che ho immaginato, dalle quali, 
quando non ti piacciano, puoi astenerti. Vo- 
lesse il cielo che tu odiassi ciò che ricusi di 
ascoltare I Oh , quanto spesso facciamo quelle 
cose che a dirle ci vergogniamo I » '). Né l'una 
né r altra delle due epistole oscene furono, a 
quanto io sappia, mai pubblicate. Nell'edizio- 
ne veneta curata dal Pignoria e dall'Oslo fu- 
rono omesse per non offendere le caste orec- 
chie -). Il Tiraboschi, secondo il quale il Mus- 
sato oltre a queste due avrebbe scritto delle 
altre poesie oscene, nota che si leggono in un 
codice del secolo XV allora esistente presso il 
Sig. D. Iacopo Morelli, e che hanno per ti- 
ntolo Friapeia Musati Poetce Palavi e Cun- 
neia Domini Musati ^). 

L'Epistola X è scritta agli amici ch'erano- 



1) Non ego quod finsi, non htec facienda probavi, 
QuiB si non placeant, abstinuisse potes. 
Oderis, o utinam, quse sic audire recusas ! 
Heu quam ssepe agimus, dicere qute puduit! 

2) Epistolas cluas ad D. Ioannem de Yiguntia Pa- 
tavinum, quarwn una Priapum expressit^ uxoreìn 
J'riapi altera commentus est, consulto prceterinisùnus 
in gratiam auriuni honeslarum. 

3J Storia della letteratura italiana, Lib. III. Gap. III. 



CAPITOLO OTTAVO 301 

rimasti in città, mentr'egli avea preferito di 
andar esule dalla Repubblica che già più non 
esisteva ^). È chiaro che il poeta la compose 
dopo la pace con Cangrande nel 1318. In quel- 
l'occasione, per non essere esposto agli insulti 
de' fuorusciti suoi nemici, che avevano ottenuto 
il permesso di rimpatriare, egli andò, come di- 
cemmo, esule volontario insieme col fratello 
Gualpertino e con altri. Assai eloquente è la 
espressione Repuhllca iam nulla, poiché si può 
dire ch'essa in que' giorni già più non esi- 
stesse. Ne rimaneva la forma ; ma anche que- 
sta doveva tosto cessare. Difatti, negli ultimi 
giorni di Luglio di quell'anno medesimo, Gia- 
como da Carrara veniva eletto principe di Pa- 
dova. «Poiché osai, scrive il poeta, assumere 
imprese superiori alle mie forze, fui meritamen- 
te colpito da caso acerbo. Insofferente caddi 
sotto il fascio de' miei pesi. Confesso il mio 
grave fallo, se tale, per avventura, può dirsi ; 
quando non lo giustifichi l'amore della libertà 
e l'ardente desiderio della giustizia ') » , e chia- 

1) Ad socioì in Urbe eccistentes cicni Repuòlica 
jani nulla exilium ipse sibi ascivisset. 

2) 111 e ego, qui merito casu coiicussus acerbo 
Qaod maiora meis assumere viribus ausim, 
Impations onerum cecidi sub fasce meorum.... 
Confiteor grave forte nefas, nisi leniat illud 
Libertatis amor, justique ignita cupido. 



302 ALBERTINO MUSSATO 

ma in testimonio tutta la gioventù pretoria, se 
mai desiderio di lucro o di lode o di gloria 
fallace abbia distratta la sua mente dal sen- 
tiero del retto ^). 

Delle altre Epistole sopra soggetti di poca 
nessuna importanza, quella che merita essere 
considerata di preferenza è la XVIII , poiché 
ci dà un esempio delle questioni puerili ed in- 
concludenti, intorno alle quali anche i migliori 
di quell'età sprecavano talvolta tempo, inge- 
gno e dottrina. 

Un frate Giovannino da Mantova dell'ordine 
dei predicatori aveva recitato nel giorno di Na- 
tale un discorso in lode della Teologia. Per 
meglio esaltare questo studio, egli aveva bia- 
simato tutti gli altri, ad eccezione di quello 
della poesia. Se ne lamentarono i dottori delle 
altre scienze, ed il Mussato si prendea giuoco 
di loro, dicendo che il frate non avea trovato 
nulla a ridire sulla poesia , la quale doveva 
esser considerata come parte della sacra teo- 
logia. Venuto a sapere questa cosa per mezzo 
di Paolo giudice di Teolo, il frate protestò che 
solo per dimenticanza non aveva biasimato la 



1) Testis adest nobis oninis Pretoria pubes 
Si qusestus, si laudis amor, si gloria fallax 
Divertere meam recti de tramite mentem. 



CAPITOLO OTTAVO 303 

poesia. Paolo riferi le parole del frate a Mus- 
sato, e questi scrisse a Giovannino un'Epistola 
in versi, nella quale, con nove argomenti, pren- 
de a difendere la poesia e a dimostrare co- 
m'essa debba considerarsi arte divina. Questa 
Epistola non esiste in nessuna edizione delle 
opere del Mussato, e, per dichiarazione degli 
annotatori della edizione veneziana, nemmeno 
nei manoscritti. La risposta del frate ci fa co- 
noscere del resto gli argomenti addotti dal 
Mussato, nonché alcuni dei versi dell'Epistola, 
molti dei quali sono riprodotti, con leggere mO' 
dificazioni, nell'Epistola IV e taluno anche nel- 
l'Epistola VII. Frate Giovannino , nella sua 
lunga lettera in prosa , ribatte , con certa fi- 
nezza, ad uno ad uno, gli argomenti del Mus- 
sato. La lettera comincia con quattro versi del 
frate, dopo i quali egli dice aver pensato me- 
glio di scrivere in prosa, per non parere di 
fare oltraggio alla sacra teologia, obbligandosi 
alle regole della poesia. 

Ecco, in breve, gli argomenti del Mussato, 
per dimostrare la poesia arte divina : 

1. E divina quell'arte che da principio fu 
detta teologia ; la poetica è tale, 

2. È divina quell'arte che tratta degli Dei 
e delle cose celesti ; la poetica è tale. 



304 ALBERTINO MUSSATO 

3. È divina quell'arte, i cultori della quale 
si chiamano vati; i poeti son detti vati. 

4. È divina quella scienza che proviene da 
Dio; la poetica è tale. 

5. E divina quella scienza che è degna 
di somma ammirazione e che arreca diletto ; 
tale è la poetica. 

6. È divina quella scienza, della quale si 
servi Mosè per lodare il Signore, allorché 
trasse il suo popolo di schiavitù; tale è la 
poetica. 

7. Dee dirsi divina quell'arte che, nel suo 
modo di procedere, va grandemente d'accordo 
con la Sacra Scrittura ; tale è la poetica. 

8. È divina quella scienza che vive di 
eterno splendore ; tale è la poetica. 

9. E divina quella scienza per mezzo della 
quale fa svelata la fede cristiana ^) ; tale è la 
poesia. 

Il frate oppone: 
1. La poetica fu detta dapprincipio teo- 
logia, perchè i primi poeti, tra i quali Orfeo, 
furono i primi filosofi, e trattarono in versi de- 
gli Dei. Ma essi non cantarono il vero, bensì 
il falso. Fecero Dei l'Oceano e Teti, chiama- 



1) Allude ai Centoni di Omero e di Virgilio. 



CAPITOLO OTTAVO 305 

reno lo Stige giuramento degli Dei ; per ciò 
non tramandarono la vera teologia, né possono 
chiamarsi veri teologi. 

2. Attribuirono divini onori agli uomini e 
ai corpi celesti che sono cose create, il che è 
sacrilegio. 

3. I poeti, secondo i sacri dottori , sono 
detti vati da vieo che significa legare, poiché 
devono unire insieme i piedi ed i metri ; cosi 
i filosofi a vi mentis y ma i sacerdoti ed i pro- 
feti son detti vati non solo a vi mentis, ma a 
vas et 3£5c, perchè sulle labbra e nel cuore 
devono aver sempre Iddio. 

4. La poesia non proviene da Dio, ma fu 
inventata dagli uomini come le altre scienze. 
Presso gli antichi intorno all'origine del mon- 
do, al diluvio e a molti altri fatti, essa è con- 
traria alla verità divina. 

5. La poesia è degna di ammirazione, per- 
chè fìnge cose meravigliose, delle quali si di- 
lettano gli uomini , non perchè descriva cose 
eccellenti, e perciò degne di essere ammirate. 
Arreca diletto non per la verità che in sé con- 
tenga, ma per le finzioni e per Tornamento 
esteriore delle parole. 

La scienza divina, per lo contrario, è am- 
mirabile e soave soprattutto per la verità di- 

20 



206 ALBERTINO MUSSATO 

vina che in se contiene, benché possa esser 
tale anche per gli esterni ornamenti. 

6. Mosè compose il suo cantico in versi, 
perchè fosse cantato dai cori. Ma dato pure 
che tutta la sacra teologia fosse ridotta in 
versi, come alcuni tentarono di fare, non per 
questo la poetica potrebbe dirsi divina. 

Come né la scienza naturale, né qualsiasi al- 
tra può dirsi Logica, benché usino dalla ma- 
niera di dimostrazione che la Logica insegna ; 
cosi qualunque scienza può essere esposta in 
versi, senza che perciò possa chiamarsi poe- 
tica. 

7. La Divina Scrittura usa è vero delle 
metafore come la poesia ; ma con questa dif- 
ferenza, che la poesia ne usa per dilettare, 
mentre la Sacra Scrittura vela con esse il rag- 
gio della verità, perché questa venga ricercata 
con più cura da coloro che ne sono degni , e 
rimanga occulta agli indegni. 

8. La poetica non ha eterno lustro, poi- 
ché i primi poeti Orfeo, Museo, Lino vissero 
lungo tempo dopo Mosè , mentre la teologia 
data dal principio del mondo. I poeti inoltre 
non venivano incoronati d'alloro per sé stessi, 
ma perché rappresentavano coloro le cui gesta 
poeticamente cantavano. La corona era circo- 



CAPITOLO OTTAVO 307 

lare a dimostrare che la poetica va in cerca 
del vario, e s'allontana quanto più può dalla 
verità che sta nel mezzo ; era poi di lauro, 
che è verde ed odoroso al di fuori , ma nel- 
r interno amaro; i suoi frutti sono amarissimi. 
Cosi la poesia ha un certo ornamento di pa- 
role all'esterno, ma al di dentro l'amarezza 
della vanità. 

9. I centoni di Virgilio e di Omero, come 
osserva S. Gerolamo nella lettera a Paolino 
premessa ai libri della Bibbia, sono fatti di 
versi tolti all'uno e all'altro ed uniti insieme 
a significare cose che quei poeti non intende- 
vano. Se fosse altrimenti, dovremmo conside- 
rare Virgilio cristiano senza Cristo, il che è 
una contraddizione. Que' centoni adunque non 
sono che dehrii, puerilità, simili ai giuochi dei 
cantambanchi. 

Non persuaso il Mussato delle ragioni del 
frate, gli rispose con una lunga Epistola in 
versi, che è appunto la XVIII. Ad essa pre- 
mise una dichiarazione in prosa, nella quale, 
come poi ne' versi, ma con maggiore ampiezza, 
tenta mostrare l'insussistenza degli argomenti 
addotti dal frate per combattere i suoi. 

1. I primi poeti che trattarono di teologia 
non cantarono soltanto "li Dei falsi. É chiaro 



308 ALBERTINO MUSSATO 

ch'essi cantarono il vero Dio, e con esso gli 
altri che sapevano esser falsi. Quando dicevano 
che rOceano è Dio e Teti Dea non facevano 
né più né meno di quello che facciain noi, quando 
diciamo che nell'acqua del battesimo e nell'olio 
della cresima v'é Dio. Né dicevano che Stige 
è Dio ; ma giuravano per Stige, come noi che 
giurando diciamo: Possa io andare all' inferno 
se non farò la tal cosa. 

2. Chiamavano, è vero, Dei gli uomini buoni 
ch'erano premorti ed anche i corpi celesti ; noi 
invece chiamiamo Santi, non Dei, coloro che 
crediamo partecipi di Dio. 

3. E un' etimologia a capriccio quella per 
la quale vuoisi chiamare vati quasi vasa Del 
ì sacerdoti e i profeti piuttosto che i poeti; la 
Sacra Scrittura chiama vati quasi vasa Dei 
tutti gli inspirati e quelli che predicono il fu- 
turo, come le Pitonesse e le Sibille. 

4. Se i primi poeti tìlosoh e teologi non 
concordano colle Sacre Scritture, non è mera- 
viglia. Prima di Cristo nemmeno gli altri filo- 
soli furono illuminati. Quelli sostennero, é vero, 
opinioni diverse intorno all'origine del mondo; 
ma se qualcuno fra essi cadde in errore, come 
ad esempio Ovidio, l'arte per questo non dee 
giudicarsi reproba. 



CAPITOLO OTTAVO 309 

5. I poeti ricorrono sempre a mirabili fin- 
zioni per coprire taluna verità, e come noi se 
vogliamo significar Cristo in una parete, dipin- 
giamo un agnello ; così essi fingono una figura 
e ne intendono un' altra. Le loro favole non 
sono che allegorie, con le quali alludono a cose 
vere. 

6. e 7. Come le altre scienze si dividono 
in pratica e teoretica, cosi anche la poesia è 
teoretica quando sotto il velo della favola copre 
la verità, come le parabole di Cristo ; è pratica 
quando altri narri in versi e per traslati ciò 
che fu detto ed operato. Come teoretica la poe- 
sia è divina, come pratica è pari alle altre 
scienze artificiali. 

8. Non consta che Orfeo, Museo e Lino 
fossero i primi poeti ; ma è da ritenere che la 
poetica sia antica quanto le altre scienze. È 
poi fuori di proposito il dire che la poetica non 
ha eterno lustro, mentre ciò è comprovato dal 
consenso universale. Non è vero che i poeti 
venissero coronati per coloro dei quali canta- 
vano le lodi. Stazio fu coronato a Roma per 
la Tebaide, ed altri ancora ebbero la corona 
per le opere loro. Non è poi verisimile che i 
grandi capitani, i quali ottenevano la corona 
per le loro gesta gloriose, soffrissero che i poeti 



310 ALBERTINO MUSSATO 

che cantavano le loro lodi venissero per ciò 
solo incoronati con egual pompa. Le parole sul- 
l'amarezza del lauro e sulla forma circolare 
della corona non hanno significato. Per la me- 
desima ragione altri potrebbe dire le stesse cose 
sulla tonsura di molti chierici, il che sarebbe 
sconveniente. 

9. Anche Isaia, Ezechiele, Daniele e gli 
altri profeti potrebbero dirsi cristiani senza Cristo 
come Virgilio, poiché al loro tempo Cristo non 
era per anco venuto. E chi vorrà negar lode 
a chi seppe unire cosi bene i versi di antichi 
poeti, come Virgilio, Seneca, da farli suonare 
quali profezie della venuta di Cristo? 

Egli è certo che né gli argomenti primi del 
Mussato per mostrare la poesia arte divina, né 
le obbiezioni di frate Giovannino, né la replica 
del Nostro hanno grande valore, — non vi man- 
cano i sofismi, né le asserzioni gratuite, — pure 
dimostrano nell'uno e nell'altro un'acutezza non 
comune d'ingegno, la quale si rivela forse mag- 
giore nel Mussato. 

Le altre Epistole, che rimangono, trattano 
argomenti di nessuna importanza, e poiché mi 
sono soffermato a lungo su questa, la quale forse 
non meritava vi si spendesse intorno tante pa- 
role, mi terrò pago a citare di quelle sempli- 



CAPITOLO OTTAVO 311 

cernente i titoli. L'Epistola VI a Giovanni Su- 
peranzio doge di Venezia tratta della scoperta 
di un pesce avente sulla fronte una punta a 
somiglianza di spada ^) ; la Vili, sopra l'appa- 
rizione di una stella cometa, è indiritta a un 
frate Benedetto dell' ordine dei predicatori -) ; 
la IX è in risposta alla risposta dello stesso 
frate ^) ; la XI è dedicata a frate Alberto de 
Ramedello, il quale, per offrire al Mussato ma- 
teria di scriver versi, gli avea mandato una 
cagnolina che aveva sei dita con sei unghie 
per ciascun piede "*) ; la XV finalmente è in 
risposta a Giovanni professore di grammatica, 
il quale gli aveva chiesto in versi come fosse 
avvenuto, che un leone e una leonessa in Ve- 
nezia avessero generato, e che la leonessa avesse 
partorito vivi i feti, contrariamente a coloro 



1) Ad D. Ducem Venetiarmn loannem Super antiuìn 
de pisce invento habente in fronte gladiuni ad simili- 
tudinem ensis. 

2) Super ortu stellos cometce ad F. Benedictum le- 
ctoreni fratrwn Prcedicatorum. 

3) Responsio ad responsum ejusdem. 

4) Ad fratrem Albertiim de Ramedello, qui sibi ca- 
tulam unam miserai, ut prceberet ei materiam aliquid 
jnelrice conscribendi. 

Habel siquidem cattila senos digitos cwn senir; un- 
gulis in unoquoque pede. 



312 ALBERTINO MUSSATO 

che dicono che sogliono nascer morti. Il poeta 
mette sulla bocca ad Urania la risposta ^). 

Tre sono le elegie del Mussato, che noi co* 
nosciamo. Della prima abbiamo avuto occasione 
di far parola nel principio del nostro lavoro. 
In essa il poeta ci dà notizie intorno alla sua 
nascita e alla sua prima giovinezza, notizie im- 
portantissime, molte delle quali avremo cercato 
invano nelle altre fonti. 

Della seconda, intitolata il Sogno, abbiamo 
esposto rintero concetto in questo stesso capi- 
tolo. La terza è un centone ovidiano fatto con 
versi tolti dai libri dei Tristi, e qua e là leg- 
germente modificati. Il Centone, la più lunga 
delle poesie minori del Nostro, è dedicato al 
figlio, al quale il poeta dà saggi ed utili am- 
maestramenti, che l'esperienza gli aveva sug- 
gerito. Questa poesia merita di essere conside- 
rata più che non abbiano fatto finora quelli 
che hanno scritto intorno al Mussato e alle sue 
opere. É probabile che il poeta l'abbia com- 
posta nel 1318, dopo la pace con Cangrande, 



1) Ad Ioannem grammaticce professorem cum quie- 
sisset ab eo per tnetra^ qualiter contigerit, qiiod leo 
et lea qu(je erant coniìnunis Veneliarum genuissent, 
et peperisset lea vivos foetas cantra auctores loquenles, 
quod mortui nasci solent, et introducilur Urania lo- 
quens. 



CAPITOLO OTTAVO 313 

allorché dovette allontanarsi da Padova ^). Egli 
mostra desiderio ardenti ssimo di rivedere il fi- 
glio, dal quale è forzatamente lontano; tocca 
di alcuni tra i fatti principali della sua vita, 
e parla de' suoi scritti di maggiore importanza. 
11 figlio era allora la consolazione del padre, 
il quale afierma che era fornito di aurei co- 
stumi, di felice ingegno e d'ogni bella dote ^). 
Tuttavia lo consiglia di vivere a sé stesso, di 
fuggire i grandi nomi, di guardarsi da coloro 
che siedono in alto, poiché dall'alto cade il ful- 
mine. Egli stesso che ora gli detta i consigli, 
se fosse stato consigliato a tempo si troverebbe 



^) Che Albertino scrivesse il Centone nelF esigilo lo 
comprovano, fra gli altri, i versi nei quali fa voto che 
il cielo conceda al Aglio suo di riposare tranquillo nella 
sua casa e di vivere in patria, cosa ch'egli vorrebbe an- 
che per sé, mentre è costretto andar vagando per terra 
e per mare: 

Dii libi dent nostri porta guadere Palati 

Molliter, et patria vivere posse tua. 
Ut mihi, sic tibi sit, quamvis terraque marique 

Longinquo referam lassus ab orbe pedem. 

L'augurio non s' è avverato. Poco tempo appresso, 
Vitaliano fu mandato in esigilo, e per sua cagione anche 
il padre andò esule a Chioggia. 

2) Nani tibi cura fatis mores Natura pudicos, 
Atque bonas dotes ingeniumque dedit. 



314 ALBERTINO MUSSATO 

in condizione migliore '). Sulla fine del Centone, 
il poeta parla della festa, che veniva fatta ogni 
anno in suo onore, il giorno di Natale. In tal 
giorno pare ch'egli terminasse di scrivere il 
Centone, e forse in quell' anno, per la prima 
volta, fu sospesa la festa. 

Benché il merito letterario di questo genere 
di componimenti sia molto discutibile, pure nel 
caso nostro non possiamo non ammirare il Mus- 
sato, per Tartifizio col quale ha saputo unire 
i versi del poeta latino a manifestare i suoi 
concetti. Chi ne avesse vaghezza potrebbe, senza 
difficoltà, confrontare i versi del Centone con 
quelli dei Tristi. Nella edizione veneziana delle 
opere del Nostro, accanto a ciascun verso del 
Centone, sono notati in margine il numero del 
libro e quello dell'elegia dei Tristi, dove si trova 
il verso ovidiano corrispondente '). 

Meno felici tra le poesie minori del Mussato 



1) Vive tibi, et longe nomina magna fuge. 
Vive tibi, quantumque potes praelustria vita, 
Ssevum praelustri fulmen ab igne venit. 

Hsec ego si monitor monitus prius ipse fuissem, 
In qua, non ego sum, prosperitate forem. 

2) Il Centone fu tradotto, non troppo felicemente, in 
versi italiani da Niccola Mussato NeWoccasione del dot- 
torato In ambe le leggi di Alvise di lui figliuolo - Pa- 
dova 1802. 



CAPITOLO OTTAVO 315 

sono quelle di soggetto religioso. In esse egli 
fa più volte confessione delle proprie colpe, e si 
manifesta pentito e si raccomanda con fervide 
preci a Dio, alla Vergine e ai Santi. Ma^, di- 
penda dalla qualità del soggetto poco propizio 
alla poetica ispirazione, oppure dall'età troppo 
avanzata del poeta, il quale, per giunta, era 
stato fatto segno ai colpi dell'avversa fortuna, 
esse non hanno quel vigore di cui son fornite 
le altre ; bensì appaiono piuttosto languide. E 
che il Mussato le abbia scritte quand'era innanzi 
cogli anni, ce lo fa sapere egli stesso nel Soli- 
loquio quarto ai Santi Paolo ed Agostino, quan- 
do dice di aver toccati i sessanta ^). Oltre a 
questo, il poeta scrisse altri Soliloqui alla SS. 
Trinità, allo Spirito Santo, alla B. Vergine Ma- 
ria, in lode della Croce, nel quale ultimo ma- 
nifesta il desiderio che il sacro vessillo abbia 
a sventolare glorioso in Terrasanta, un inno 
sulla passione del Signore, e una perorazione 
nella quale raccomanda l'osservanza dei precetti 
dei vecchio e del nuovo testamento. 



1) Carnis in obscuris tenebris, et carcere casco 
Sedit agens binis addita lustra decem, 
Vergitur ad senium, vicinaque tempora morti, 
Crastina nec superest certa vivenda dies. 

Ad beatos Paulum apostolum et Aiigustinum Christi 
confessorem, Soliloquium IV. 



316 ALBERTINO MUSSATO 

Di minore importanza, benché forse di mag? 
gior pregio letterario, sono le egloghe, ch'egli 
compose in numero di dieci *). 

Secondo la citata biografia del Mussato scritta 
dal Secco, quale trovasi nel Codice Ricciardiano, 
il Nostro avrebbe scritto un poemetto sulla nar 
scita di Alberico e di Ezzelino da Romano, 
Secco li farebbe generati dagli amori di Plutone 
con Proserpina *) ; ma, come osserva il Novati, 
lo contraddice il Mussato stesso, nel Prologo 
della sua tragedia, che li dice nati dagli infer- 
nali amori di Plutone con la loro madre. Po- 
trebbe essere che questo poemetto fosse tutta 
una cosa col Pròlogo, o, a megho dire, col primo 
atto della tragedia, come lo chiama il Mussato. 

Lo stesso Novati suppone che Albertino abbia 
scritto un altro poema sulle cagioni delle sue 
sventure, e ciò deduce dall'aver letto in un co- 
dice veneto, nella chiusa delle storie, queste; 
parole: Contumeìiarum mearum notiones, cum 
verarum adiectione causarum his centenis di' 
rigo meiris, Benti carissime ecc. ^). La sup- 



1) Eccone i titoli: 1. Nuinen ignolum2. Cenfaurus 
3. Creusa 4. Galeaz 5. Nais 6. Amores 7. Baxes 8. Echo 
et Ege 9. Barnabos et Galeaz 10. Apofheosis. 

2) Vedi: Appendice, Doc. III. 

3) Vedi: Archivio Storico per Trieste, V Istria e il 
Trentino Voi. II. Fase. I. Gennaio 1883. 



CAPITOLO OTTAVO 317 

posizione ha buon fondamento. A tutte queste 
opere poetiche minori del Mussato ci sarebbe 
da aggiungere gli argomenti alle tragedie di 
Seneca che, secondo una notizia raccolta dal 
Gennari, si troverebbero in un codice della Bi- 
blioteca Ambrosiana ^). 

In tutte le poesie, che abbiamo considerato, 
lo studio e la imitazione di Ovidio si rivelano 
di continuo. Ben dice il Colle che « un tal mae- 
stro non infelicemente da lui ricopiato nella 
ricchezza e varietà delle immagini, abbondanza 
di pensieri, felicità di uscite e facile fluidità 
di sale giovogii ancora unitamente ai soccorsi 
del metro a renderlo più castigato nell'espres- 
sione, e molto più chiaro nella dicitura. Sa- 
rebbe indiscreta pretensione l'esiger da lui la 
grazia e cultura dei buoni tempi; ma nei pen- 
sieri, nella dignità, ricchezza e connessione di 
questi, non avranno difticoltà gii autori migliori 
di accoglierlo a lor compagno » ~). 

1) Gennari — Notizie storiche di Padova Tomo I. 
Manoscritto esistente nella Biblioteca comunale di Pa- 
dova. — Vedi pure: Catalogus codicum latinorum Bi~ 
bliotheae Medicece - Laio'entiance T. II. Esso sarebbe pre- 
cisamente il Cod. 1. Pluteo XXXVII. Argwìienta in de- 
cem Senacce tragcedias. Tali Arguraenta si trovano pure 
nel Cod. XXIII, Plut. 91 sup. dei Gaddiani a e. 43. Nello 
stesso Cod. a e. 49 e segg. stanno gli argomenti delle Epi- 
stole di Ovidio con Prologo, che si ritengono del Mussato. 

2) Mem. cit. 



Capitolo Nono. 

L' Eccerinis. 

L' opera per la quale è principalmente noto 
il nome di Albertino Mussato è la tragedia 
Eccerinis. I vecchi critici, per la maggior par- 
te, ne parlano con poco favore, poiché non è 
fatta secondo le pretese leggi della dramma- 
tica; ma i più recenti, i quali si sono spo- 
gliati di certi pregiudizii, che furono dimostrati 
assurdi, la esaltano oltre ogni dire, e non sen- 
za ragione, come una delle più belle creazioni 
poetiche del secolo XIV. E tale pare la ritenes- 
sero i contemporanei del Mussato, se per essa, 
in modo particolare , lo incoronarono poeta. 
Quando T abbia composta non sapremmo dire ; 
è certo per altro che non la fece di pubblica 
ragione che nel 1314, dopo che fu prigionie- 
ro di Cangrande. Abbiamo di ciò -la testimo- 
nianza nel Ferreto, il quale dice, che in quel 
tempo r Eccellinide non era stata ancora pub- 



320 ALBERTINO MUSSATO 

blicata dal Mussato ^). È assai probabile T opi- 
nione del Dall'Acqua Giusti, il quale la stima 
anteriore alle altre opere del Nostro e anche 
eseguita, almeno in gran parte, nella sua gio- 
vinezza. 

La mente di Albertino, fino dall' età prima, 
dev' essere stata piena dei racconti delle cru- 
deltà commesse da Ezzelino III contro i Pa- 
dovani. Solo poco tempo prima eh' egli nasces- 
se, cioè nell'anno 1260, era avvenuta la gran- 
de catastrofe degli Ezzelini, e Padova ne ave- 
va esultato. Da quel momento essa era entra- 
ta in un periodo di pace, di prosperità e di 
grandezza, quali non aveva, per lo innanzi, go- 
duto. E naturale che, per lungo tempo, i cit- 
tadini non facessero che parlare del grande 
avvenimento, e, paragonando lo stato loro pre- 
sente a quello di pochi anni innanzi, maledi- 
cessero alla memoria dell' esecrabile tiranno, e 
ricordassero, quasi con compiacenza, la sua fine 
terribile. Pei Padovani, in modo particolare, 
egli era stato qualche cosa di così straordina- 
riamente mostruoso per la sua efferata crudel- 
tà, che la fantasia popolare, lui vivente, ave- 
va incominciato a ricamare intorno alla sua 



1) Rer. Hai. Script. Voi. IX. 



CAPITOLO NONO 321 

origine e intorno a lui stesso delle favole non 
meno mostruose, per far vedere eh' egli non 
era della stessa pasta di tutti gli altri uomi- 
ni ; egli cosi nemico del genere umano ! Da 
ciò la leggenda che fosse stato generato per 
opera del demonio. 

Tutti questi racconti, ripetuti di continuo alle 
orecchie del giovinetto Mussato, non potevano 
non fare grandissima impressione suU' animo 
di lui ed eccitargli la fantasia, che da natu- 
ra aveva sortito pronta e vivace. La terribile 
figura del tiranno, quale noi, non senza ribrez- 
zo, ammiriamo nella sua tragedia, dev' esser- 
si fin d'allora disegnata, a poco a poco, nella 
sua mente ; al giovinetto poeta non restava 
che di trovare la forma sotto la quale presen- 
tarla ai lettori. 

E la forma fu ben presto trovata. 

Dicemmo che nella sua giovinezza, dopo la 
morte del padre, dovette esercitare 1' ufficio di 
copista, per provvedere il giornaliero sostenta- 
mento a sé ed ai fratelli. Per esercitare quel- 
r ufficio era necessaria la conoscenza della lin- 
gua latina, la quale conoscenza, per l' eserci- 
zio stesso, doveva aumentare di giorno in gior- 
no ; sicché in breve egli dovette essere in gra- 
do di gustare i mighori scrittori latini allo- 

21 



322 ALBERTINO MUSSATO 

ra conosciuti. « In sulle prime — osserva il 
Dall' Acqua Giusti — dovettero piacergli le 
tragedie di Seneca, tragedie sulle cui decla- 
mazioni si declamerà sempre senz' altro esame, 
essendo difficile che qualche critico voglia leg- 
gerle per sceverare le molte gonfiezze retori- 
che da alcune bellezze innegabili » . Quella for- 
ma gli parve convenire al suo soggetto, ed egli 
se ne fece imitatore. 

Ch' egli sia stato studioso delle tragedie di 
Seneca, è cosa comprovata dal fatto che in un 
codice di quelle, come accennammo nel capi- 
tolo antecedente, gli argomenti di ciascuna tra- 
gedia sono scritti da lui. Ora, perch' egli s'in- 
ducesse a far questo lavoro, è necessario am- 
mettere che di quelle tragedie abbia fatto uno 
studio particolare '). Ci affrettiamo, del resto, 
a soggiungere che l'imitazione si riduce alla 
sola forma esteriore ; il contenuto è ben diver- 
so da quello delle tragedie di Seneca. 

Nel Mussato il concetto è affatto originale. 



1) Nota Alessandi'o d'Ancona: «Albertino Mussato non 
avrebbe scritto il suo Ezzelino se non avesse proseguito 
di lungo studio e di grande amore queir autore dram- 
matico, che r età media conobbe e meditò sopra tutti 
gli altri: vo' dire lo scrittore, qualunque ei siasi, delle 
tragedie che vanno sotto il nome di Seneca». Origini 
del teatro italiano Voi. I. Successori Le Mounier, 1877. 



CAPITOLO NONO 323 

è, come scrive il Settembrini, un concetto più 
largo che quello dei Greci, ed è proprio il con- 
cetto del dramma moderno, meno armonioso, 
ma più vasto ed ardito '). 

Per questo rispetto la tragedia del Mussato 
è di gran lunga superiore a tutte le tragedie 
di Seneca, né può considerarsi una semplice 
imitazione di quelle, come fu detto troppo leg- 
germente. 

Riguardo all'epoca nella quale fu scritta, 
nota il Dall'Acqua Giusti, che vi si trova l'uso 
di alcune parole, sulla cui legittimità classica 
possono essere messi dei dubbi, ciò che non 
avviene, o avviene in tutt' altro modo, nelle 
altre opere dell'autore, nuovo indizio questo 
dell' anteriorità dell' Eccerinis. 

Ma, se ciò è vero, per qual ragione il Mus- 
sato tardò a pubblicarla fino oltre al cinquan- 
tesimo anno dell'età sua? Non sarebbe stato 
più opportuno che V avesse messa in luce, ap- 
pena composta ; allorché ne' Padovani era più 
fresca la memoria delle atrocità commesse dal 
Vicario imperiale contro di loro ? 

Questa sarà stata dapprima l' intenzione del 
poeta ; ma, compiuto il lavoro, si sarà forse 



1] Lezioni di Lederalura italiana. Gap. XXVII. 



324 ALBERTINO MUSSATO 

accorto che gli animi de' suoi concittadini si 
erano fatti più calmi, e che l' avversione all' Im- 
pero andava di giorno in giorno scemando, spe- 
cialmente nella nuova generazione, alla quale 
egli pure apparteneva. Interrogato l'animo suo, 
questo gli avrà risposto, che non era conve- 
niente richiamare alle menti tristi ricordi e 
risvegliare nei cuori odii sopiti, tanto più che 
qualche bene avrebbe potuto derivare air Ita- 
lia dall' Impero, il quale alla fin fine, chi ben 
considerasse, non era stato l' unica causa dei 
mali che 1' avevano travagliata fino a quel 
punto. C era perfino chi tentava scusare Ez- 
zelino delle sue crudeltà, considerandolo come 
vendicatore piuttosto che come autore di scel- 
leratezza '). Che se negli ultimi suoi anni si 
era mostrato feroce oltre ogni dire, la colpa 
n' era del partito guelfo, che gli era stato sem- 
pre fieramente avverso, ed aveva commesso di 
ogni maniera scelleratezze contro i suoi. In 
breve, se Ezzelino aveva fatto del male, e' era 
stato tirato pei capelli ^). 

Più tardi la elezione di Enrico VII e la sua 



1) Vedi r Epistola V del Mussato, della quale abbia- 
mo fatto parola nel capitolo antecedente. 

2) Il Verci nella sua Storia degli Eccelini teata an- 
ch' egli di scusare Ezzelino 111. 



CAPITOLO ^•0N0 325 

venuta in Italia trattennero ancor più il No- 
stro dal far pubblico il suo lavoro. Egli eh 3 
aveva riposto tante speranze in quell' Impera- 
tore, pel quale sentiva affetto sincero ed am- 
mirazione grandissima, come avrebbe potuto 
dargli argomento di sospettare sulla sincerità 
dei sentimenti, che gli avea professato a viva 
voce nelle ambasciate ? Di più quella tragedia, 
posto che fosse stata accolta favorevolmente 
dai suoi concittadini, li avrebbe dissuasi ancor 
più dal rendersi amico V Imperatore, cosa che 
sarebbe stata affatto contraria ai suoi deside- 
rii, mentr'egli non vedeva altra via di salvezza 
che quella d'unirsi a lui più strettamente che 
fosse possibile. 

Morto sul più bello della sua impresa En- 
rico VII, le cose cambiarono d'aspetto. Can- 
grande, novello Ezzelino, rninacciava la rovi- 
na di Padova. I cittadini lo vedevano aggi- 
rarsi intorno alle mure della città, come leo- 
ne affamato che s' aggira intorno alla preda 
per cogher il momento opportuno di divorarla. 
Tutte le sevizie commesse da Ezzelino contro 
i loro padri ritornavano, con terribile evidenza, 
alla memoria dei Padovani, ed essi fremevano 
al pensiero di dovere, un giorno o l' altro, ri- 
maner vittime del Vicario imperiale di Verona. 



326 ALBERTINO MUSSATO 

In que' giorni, dopo una lotta sanguinosa e 
fatale ai Padovani, era stata conchiusa la pace 
con Cangrande; ma una pace foriera di più. 
grave tempesta. 

Ognuno era perplesso, ognuno vedeva l'im- 
minente rovina. Gli animi avevano bisogno di 
essere rialzati, di essere colmati d' odio verso 
colui che tendeva insidie alla libertà della pa- 
tria, perchè, all'occasione, potessero resistergli 
fino all'estremo. Quale momento più opportu- 
no per pubblicare 1' EcceUinide ? 

In Ezzelino i Padovani avrebbero ravvisato 
Cangrande; nelle sevizie da quello commesse, 
le crudeltà che questi avrebbe usato coi vinti, 
allorché si fosse fatto Signore di Padova. Di- 
nanzi a un quadro così spaventoso, gii animi 
di tutti sarebbero stati compresi di terrore, ed 
ognuno avrebbe giurato di morire, piuttosto che 
cadere nelle mani dello Scahgero. 

Il Mussato, mosso da vero sentimento di pa- 
tria, piuttosto che da desiderio di gloria, non 
contento di aver cooperato al bene della Re- 
pubblica colla parola eloquente nelle concioni e 
nelle ambasciate, e colla spada nel campo, volle 
tentare di giovarle anche con questo mezzo ; e, 
per meglio riuscire nel nobile intento, volle, 
senza dubbio, fare alla sua tragedia alcune mo- 



CAPITOLO NONO 327 

dificazioni ed alcune aggiunte, le quali allu- 
dessero chiaramente alla condizione di Pado- 
va a' quei giorni rispetto a Cangrande ed a 
Cangrande istesso. Neil' esame che faremo della 
tragedia potremo accorgerci facilmente di queste 
allusioni. 

Per esse la tragedia, la quale, pubblicata 
innanzi, non poteva riuscire, col semplice ricor- 
do dei fatti passati, che un utile ammaestra- 
mento per l'avvenire, diveniva, con le nuove 
modificazioni ed aggiunte, un lavoro, come si 
direbbe oggigiorno, di piena attualità, che non 
poteva non destare nei Padovani il massimo 
interesse, e farli fremere di sdegno, ed infiam- 
marli dell' amore della libertà. Più che la rap- 
presentazione dei Persiani di Eschilo sulF ani- 
mo degli Anteniesi, dev' essere stata efficace 
la lettura àQÌV EcceyHnis sull'animo dei Padova- 
ni. Le memorie di Maratona e di Salamina era- 
no, è vero, ancor fresche, quando Eschilo fa- 
ceva rappresentare la sua tragedia in Ate- 
ne, ma i Persiani non mettevano più tanta pau- 
ra; mentre non solo la memoria di Ezzelino 
era ancor fresca pei Padovani ; ma un altro 
Ezzelino, e non meno formidabile, loro sovra- 
stava. Per tutte queste ragioni la tragedia ha 
un'importanza storica grandissima. Non è poi 



328 ALBERTINO MUSSATO 

improbabile che il Mussato l' abbia riveduta an- 
che letterariamente. Una certa ineguaglianza 
di stile — osserva il Dall'Acqua Giusti — 
sembra annunziarlo. 

Nell'atto primo Adeleita svela ai figli Ez- 
zelino ed Alberico il terribile arcano della loro 
nascita, non senza prima venir meno per l' or- 
rore dell'infame ricordo. Riposava ella nell'e- 
burneo talamo, accanto al marito Ezzelino il 
Monaco, là nella rocca di Romano ; quand' ec- 
co, sulla prima ora della notte, ndi un mug- 
gito dal profondo della terra, come ne scop- 
piasse il centro e s'aprisse il caos, mentre al 
di sopra rimbombava il cielo. Un vapore di 
solfo si diffuse per V aria e si restrinse in nube, 
e un'improvvisa luce, simile a quella* del ful- 
mine seguito dal tuono, illuminò la casa ; la 
fumosa nube involge il letto e lo riempi di 
fetore, ed ella si sentì avvinta e pressa da 
ignoto adultero. Era grande costui come un 
toro, aveva la corna adunche sul capo irsuto 
e incoronato di setolose ispide chiome; sangui- 
gna lue gli colava da entrambi gli occhi ; le 
narici con frequenti sbuffi vomitavano fuoco, e 
le faville gli salivano ai larghi orecchi ; la bocca 
anch' essa vibrava leggera fiamma, e continuo 
fuoco gli lambiva la barba. 



CAPITOLO NONO 329 

Poiché tal mostro ebbe sazie le sue voglie, 
con gran rovina si lanciò dal letto, e si profondò 
nel terreno. Da questo infame congiungimento 
nacque Ezzelino, dopoché la madre lo portò nel 
grembo per dieci lunghi mesi di lagrime^, di an- 
goscio e di dolori. La sua nascita fu mostruo- 
sa ; egli apparve fanciullo cruento, foriero di 
strage, minacciante con la fronte crudele, ed 
annunziante, terribile a vedersi I atroce porten- 
to. Alberico anch' egli nacque, con egual stu- 
pro, dal medesimo adultero. 

Ezzelino, nonché sentirsi compreso di orro- 
re, incoraggia il fratello, che sembra titubante, 
e « arrossiresti, o stolto, gli dice, di tanto pa- 
dre? Rinnegheresti l'origine divina? Siamo pro- 
le di Dei. Nemmen Romolo e Remo, ch'ebbero 
Marte per padre, possono vantarsi di progenie 
così elevata. Maggior Dio e di più vasto re- 
gno è il padre nostro , re delle vendette ; al 
suo cenno i potenti, i principi , i re , i duchi 
scontano le pene ; nel paterno foro saremo giu- 
dici degni, se colle opere vendicheremo il re- 
gno del padre , a cui piacciono le guerre , le 
morti, le stragi, le frodi, gli inganni ed ogni 
danno dell'uman genere». 

Detto ciò, Ezzelino scende nell' ima parte del- 
la casa , ove non penetra raggio di luce, e 



330 ALBERTINO MUSSATO 

prostrato bocconi al suolo, morde, digrignando 
i denti, la dura terra, e con fiera voce invoca 
il padre Lucifero. L'invocazione - come ben dice 
r Emiliani Giudici - pare concepita da Mil- 
ton '). 

La traduco letteralmente : « cacciato da- 
gli astri, già risplendente in cielo sul mattino, 
padre superbo che tieni, triste regno , il caos 
profondo, e sotto il cui impero i morti scon- 
tano i delitti, dall'imo speco accogli, o Vulca- 
no , le degne preci del supplicante figlio : io, 
tua certa e indubitata prole, t'invoco. M'empi 
del tuo spirito, esperimenta se può qualche cosa 
r innata volontà che ferve entro il mio petto. 
Lo giuro per le livide e nere acque di Stige, 
io negai sempre Cristo, l'abborrito Cristo, odiai 
sempre il nome della croce a me nemico. Mi 
sieno compagne al fianco le ministre dei de- 
litti; li consigli Aletto, Tesìfone li spieghi, in 
truci atti prorompa la crudele Megera e la diva 
Persefone assecondi le mie imprese. Non man- 
chi nessuno che aneli alla rapina, né nessuno 
degli spiriti infernali ; essi incitino gli animi 
all'ire, agli odii ed all'invidie. A me si dia la 
spada sanguinosa: io stesso solo esecutore fi- 



M Stoì'ia della letteratura italiana - Lezione Vili. 



CAPITOLO NONO 331 

nirò le liti ; la mano sicura non tremerà per 
nessun delitto. Acconsenti, o Satana, e approva 
un tal figlio». 

Al Mercantini uno dei traduttori in versi 
deìVEccermis ^), pare, né forse a torto, che 
questa bellissima apostrofe sia alquanto offesa 
dairartifiziata distinzione degli uffici che dovreb- 
bero fare verso Ezzelino , Tesifone , Megera , 
Aletto, alle quali si aggiunge anche Persefone, 
che il traduttore ha creduto bene di togliere, 
<3ome soverchia, dalla traduzione '). Tutta que- 
sta scena, del resto, che noi abbiamo cercato 
di far conoscere letteralmente, è quanto di più 
bello nel suo genere si possa immaginare ; è 
tale, quale avrebbero potuto concepirla soltanto 
i maggiori tragici greci o il grande tragico 
inglese. 

Il realismo che vi predomina ricorda quello 
di alcuni canti della Divina Commedia, rea- 
lismo efficace ed altamente artistico. 



1) Tre SODO le traduzioni italiane in versi di questa 
tragedia, a me note. Una del Mercantini, che è la meglio 
verseggiata, una del Dall'Acqua Giusti, che è la più fe- 
dele all'originale, ed una di Federico Balbi che, non ostan- 
te qualche tratto l'elice, avrebbe bisogno di essere rive- 
duta dal traduttore. 

2) Ezzelino Iragedia latina di Albertino Mussato 
da PrtcZoua tradotta da Luigi Mercantini -Palermo 1868. 



332 ALBERTINO MUSSATO 

L'atto si chiude con un Coro, nel quale le 
allusioni a Cangrande, ai nobili, ai potenti, alla 
plebe sono evidenti. Cangrande, non contento di 
avere allargato il suo dominio colla conquista di 
Vicenza, anelava pure alla conquista di Padova. 
Il Coro canta : « Qual mai furore ti commuove, 
o razza dei mortali? ove presumi di salire? 
quale ambizione ti trasporta ? non essere troppa 
ingorda. Perchè, affrontando mille pericoli, 
cerchi di raggiungere il lubrico soglio? Mei 
credi: tu non vai in cerca che di paure e di 
continue minacce di morte ; la paura e la 
morte sono compagne alla tirannide. Ma che 
vale rammentare queste cose ? Tant'è : cosiffat- 
to é l'animo umano! quando possiede un be- 
ne, ne vuole uno maggiore, e non è mai sa- 
zio». Chi vorrà negare che queste parole non 
potessero essere applicate a Cangrande? E, ri- 
volgendosi ai nobili, il Coro continua ; « E voi, 
o nobih, l'atroce, ardente invidia vi trascina 
nelle contese ; non soffrite che nessuno vi sia 
pari » . Non è improbabile che il poeta, con que- 
sti versi, prendesse di mira i Carraresi, che 
agognavano a divenire signori di Padova : « E 
noi, prosegue il Coro, plebe vilissima aggiun- 
giamo stimolo ai potenti ; alziamo quelli alle 
stelle, gettiamo questi nella polvere, facciamo 



CAPITOLO NONO 333 

leggi e patti, e poi li disfacciamo, tendiamo reti 
a noi stessi, diamo aiuti fatali, siamo schermo 
fallace, e coloro che in noi si fidano ne pagano 
quindi il fio colla strozza, traendo seco noi pure ; 
essi cadono, e noi cadiamo con essi: cosi gira la 
ruota continuamente, e nulla dura». Qui il poe- 
ta pare voglia alludere alle stragi poco prima 
avvenute degli Alticlini e degli Agolanti. U 
Coro termina: «Ahi perchè freme questa no- 
bile Marca Trivigiana? Da ogni parte risuo- 
nano trombe guerresche, il ridestato furore in- 
fiamma le genti e le trae da' suoi riposi ; i cit- 
tadini abbandonano i queti ozii ; tal frutto or- 
rendo produsse la pace. Bolle il sangue impe- 
tuoso e chiede battaglie, le fazioni commettono 
apertamente delitti, si chiede il ferro alle città, 
violata è la giustizia ». Quest'era la condizione 
precisa, nella quale s'era già trovata, a cagio- 
ne di Cangrande, la Marca Trivigiana, e nella 
quale dovea trovarsi ancora, poco appresso la 
pubblicazione deWBccerims. 

Nell'atto secondo un Nunzio narra al Coro, 
come Ezzelino abbia, con inganni ed astuzie, 
sottomessa Verona al proprio giogo, e come la 
nobile città di Padova, comprata a prezzo, ob- 
bedisca al tiranno. «Già il feroce vi tiene lo 
scettro col titolo superbo di Vicario imperiale ; 



334 ALBERTINO MUSSATO 

egli minaccia ai popoli stragi, carceri, roghi, 
croci, tormenti, morti, esilii e farai crudeli. Ma 
Dio punisce le scelleratezze, e i Nobili, che ven- 
dettero la patria, ne pagano essi per primi la 
meritata pena ! » Quale ammonimento severo 
per coloro che avevano in animo di patteggiare 
con lo Scaligero la cessione della città ! Nel 
racconto del Nunzio sono frequenti gli accenni 
a Cangrande e alla lotta di Padova con lui ; 
talune esclamazioni sono minacce terribili agli 
astanti : « atroci odii de' Nobili, esclama il 
Nunzio, furore del popolo, è giunto il fine 
desiderato delle vostre liti. Il tiranno , cui ci 
diede la vostra rabbia , è qui ! » Parlando di 
Verona, sede, prima, di Ezzelino e, quando fa 
pubblicata la tragedia, di Cangrande, il Nun- 
zio così si esprime : « Verona, o antica scia- 
gura di questa Marca , soglia di nemici , via 
aperta ad ogni guerra, sede del tiranno, o che 
il tuo sito sia acconcio alla guerra , o che il 
suolo per se stesso produca tal razza di uo- 
mini». Allusione a Cangrande più evidente di 
questa non si potrebbe desiderare ; egli è certo 
che, air udirla , gli ascoltatori dimenticavano , 
per un momento, Ezzelino, e correvano tutti, 
col pensiero, allo Scahgero. 

Ciò appunto desiderava il poeta. Il Coro, che 



CAPITOLO NONO 335 

chiude quest'atto, si volge a Cristo che, assiso 
alla destra del Padre e assorto nei gaudii 
del cielo, forse non degna guardare ciò che 
avviene sotto gli astri. «Perchè, esso dice, se 
udisti il lamento che si levò a te dal sangue 
di Abele, se punisti col fuoco le sozzure di So- 
doma e di Gomorra, perchè, o Moderatore del 
giusto, non guardi agli errori degli uomini pre- 
senti ? » Questa apostrofe a Cristo richiama alla 
memoria quella di Dante nel Canto VI del 
Purgatorio : 

E^ se licito m'ò, o sommo Giove, 
Che fosti in terra per noi crocifisso, 
Son li giusti occhi tuoi rivolti altrove? ecc. 

Il Coro enumera quindi le crudeltà commesse 
da Ezzelino : « 11 fratello, per accondiscendere 
al tiranno, uccide il fratello, il figliuolo sotto- 
pone colle proprie mani le fiamme al rogo del 
padre ; né ciò bastando all'ira del feroce, egli 
stesso comanda che i fanciulli sieno evirati, af- 
finchè perisca il seme della prole futura, e che 
alle donne vengano tagliate le mammelle. Un 
coro d'innocenti dentro le cune geme mutilato 
con labbro inesperto, ed acciecato cerca la luce 
nelle tenebre fitte». Tale enumerazione di de- 
litti ricorda quella che il poeta , parlando di 



336 ALBERTINO MUSSATO 

Ezzelino, fa nell'Epistola V ^). E qui giova no- 
tare come il Mussato si ripeta talvolta ne' suoi 
versi, mutando appena qualche vocabolo. 

L'atto terzo si apre con una scena tra Ez- 
zelino ed Alberico, che si narranno a vicenda 
le conquiste già fatte, e parlano di quelle che 
hanno in animo di fare. «Verona, Vicenza e 
Padova, dice Ezzelino^, già obbediscono al mio 
comando; ma io vo' andare più innanzi. La 
promessa Lombardia m' invoca a Signore , ed 
io stimo d'averla. Né qui voglio arrestarmi: 
r Italia intera deve essere mia. Né ciò mi ba- 
sta ancora: volgerò i miei vessilli all'oriente, 
dove cadde un giorno Lucifero mio padre , e 
dove forse, fatto potente, io mi vendicherò del 



1} Canta il Coro : 

Proli dolor! patrem rogitat cremandum 
Natus, ardentes subici tque flammas. 
lUe tantum scelerum superstes 
Aspirans sfevas Ecerinus iras, 
Prolis ut semen pereat futurte, 
Censet infantum genital recidi, 
Foeminas sectis ululare mammis. 

E nelI'Epistsla V. 

Vidi ego vivorum pendentia corpora patrum 
Suppositis arsisse rogis, natosque paventes 
Taiibas officiis diro placuisse Tyranno. 
Vagitus infantum, et foemineos ululatus 
Uberibus sectis, et csesa virilia quis non 
Viderit ad vetitas in ssecula posterà proles? 



CAPITOLO NONO 337 

cielo. Cotanta guerra non mossero un tempo 
a Giove né Tifeo, né Encelado, né nessun ai- 
altro gigante. Poi volgerò ad Austro le mie 
bandiere, dove di mezzogiorno sfolgora il sole ». 
Alberico, alla sua volta , dice che Treviso è 
già sua, e che, appena si sarà impadronito di 
Feltro, muoverà verso il Friuli e sottometterà 
tutte le genti del settentrione. Ma ciò è poco 
al suo desiderio : vincerà ancora la triplice 
Gallia e quella parte d'Occidente dove il sole 
si tuffa nel mare. Ezzelino, per meglio ingan- 
nare i nemici, lo consiglia a fìngersi adirato 
con lui. Questa falsa apparenza trarrà quinci e 
quindi molti fuorusciti a perire. Sia lungi sempre 
la fede e la pietà dagli atti nostri » ! La più 
parte degli storici, anche contemporanei ad Ez- 
zelino, dubitano, che questa inimicizia, che durò 
diciott'anni, fosse soltanto apparente ; eh' essa 
fosse reale lo dimostrano i fatti e i documenti. 
Nella scena seconda entra dapprima Zira- 
monte, fratello naturale di Ezzelino, per annun- 
ziare che a Monaldo fu tagliata la testa sulla 
pubblica piazza, e che nessuno s'è ribellato. Ez- 
zelino ne gioisce: « Abbiam vinto, esclama, ora 
n'è lecita ogni cosa, la città senza difesa é ab- 
bandonata al nostro ferro. Tutti i nobili peri- 
scano insieme colla plebe » . jMonaldo, osserva in 

22 



338 ALBERTINO MUSSATO 

una nota alla sua versione dell' Eccerinls il Dal- 
l' Acqua Giusti, potrebbe essere dei Lemizzoni 
soprannominato Capodivacca. Questo Monaldo 
fu il primo che aveva proposto fossero aperte 
ad Ezzelino le porte di Padova; poi congiurò e 
fu decapitato ^). Entra quindi un Frate Luca, 
il quale parla di Dio ad Ezzelino, che mostra 
dapprima di non conoscere chi sia questo Dio, 
e poi viene a conchiudere che s'Egli, pur avendo 
la potenza di rintuzzare le opere sue, permette 
che le compia, vuol dire, lui essere venuto al 
mondo per suo comando, affine di vendicare le 
scelleratezze. «Difatti Iddio, a punire le inique 
genti, mandò sovr'esse diluvi, grandini, insetti, 
fuoco e fame, come attesta la Scrittura, e alle 
città tiranni che ruotassero, senza freno, le spade 
nel sangue dei popoli. Nabucco, Faraone, Sani- 
le, Alessandro, Nerone di quante stragi non in- 
sanguinarono il mondo! di quanto sangue non 
tinsero il mare! Eppure Iddio, che ciò vedeva, 
non li trattenne, ma permise che facessero». 
Queste parole in bocca di Ezzelino sono la giu- 
stificazione medesima che delle sue crudeltà face- 
vano i suoi partigiani. Fa meraviglia del resto 
ch'egli, il quale, nel primo atto, va superbo di 

\) Verci. Storia degli Eccelini Libro XIX. 



CAPITOLO NONO 339 

sapersi figlio del demonio e dice di odiare Cri- 
sto e il nome della Croce, qui si consideri come 
strumento di Dio, e ne meni vanto. Chi fosse 
frate Luca non è dato precisare. Il Settembrini 
dice che forse fu Sant'Antonio di Padova; ma 
non è di questo avviso il Mercantini, il quale, 
con maggiore probabilità di aver colto nel se- 
gno, scrive che Frate Luca è personaggio sto- 
rico, e certamente quel frate Luca Belludi pa- 
dovano, che fu discepolo di Sant'Antonio, il 
quale era morto già da più anni, quando Ez- 
zelino ebbe Padova. Forse non è né l' uno né 
l'altro. I frati, e specialmente i Minori, erano 
nemici implacabili di Ezzelino, e, come scrive 
il Verci, non avevano timore di presentarsi a 
lui e di rimproverarlo audacemente de' suoi mali 
portamenti, e minacciarlo ancora se faceva bi- 
sogno. Osserva poi il Dall' Acqua Giusti che le 
parole di Frate Luca ricordano espressioni di 
epistole di Papi a Ezzelino, come si può ve 
dere in alcuni documenti pubblicati dal Verci ^) 
Entra un Nunzio e reca ad Ezzelino Tinfau 
sta nuova che una grossa schiera di esuli pa 
dovani e ferraresi, preceduta dal legato del Papa 
ha, col favore dei Veneziani, occupata Padova 



1) Cod. Diplom. Eccl. doc. CXXIV e CCCXI. 



340 ALBERTINO MUSSATO 

Freme Ezzelino di sdegno, e comanda che al 
Nunzio sia mozzato un piede, premio condegno 
alla riferta. Gli storici dicono che Io fece im- 
piccare ad un albero. In quella entra Anse- 
disio, il quale conferma la notizia. «E tu so- 
pravvivi, gli grida Ezzelino, tu la cui faccia il- 
lesa è indizio della colpa? Vattene: per te la 
morte non è pena che basti». Ansedisio infatti, 
per avere vilmente abbandonata la città che gli 
era stata affidata e verso la quale s'era mo- 
strato più feroce di Ezzelino stesso, fu fatto 
morire in mezzo ai tormenti. I soldati consi- 
gliano Ezzelino a chiudere i Padovani in un 
carcere a Verona e a minacciarli di morte. Ac- 
corra quindi rapido a Padova e la stringa d'as- 
sedio : la fortuna gli si volgerà propizia! 

L' atto termina con uno stupendo coro, forse 
il più bello della tragedia. Dopo un breve esor- 
dio sul bugiardo antivedere degli uomini, esso 
narra l'inutile tentativo del tiranno di assalire 
Padova. «Ecco rapido vola l'atroce Ezzehno, e 
trova Padova, avvezza un giorno al suo giogo, 
nemica e sprezzatrice de' suoi comandi. Vuol cin- 
gerla d'armi, e spinge i suoi alle rive del fiume. 
Gli sta di contro un'ordinata schiera di soldati 
che gli fissano gli occhi in faccia. Egli urla, im- 
va sfociando con bestemmie la sua rab- 



CAPITOLO NONO 34 L 

bia feroce. Poiché non gli rimane più alcuna 
speranza d' aver la città, volge indietro il caval- 
lo e leva il campo. Torna in fretta a Verona, a 
sfogare l'ira sua nelle stragi. Fa morire nelle 
segrete di fame e di sete i padovani prigionieri 
e, per tal modo, toglie la vita a undicimila. I 
carri trascinano corpi sformati, cui nessun più 
ravvisa. La madre più non raffigura il figlio, 
la moglie il marito; si confondono le lagrime 
sugli estinti ; la terra non basta a coprire tanti 
cadaveri ; il lezzo corrompe l' aria. Mira il ti- 
ranno, e si lagna della mite sentenza, mentre 
rimane ancora chi rinnovi la schiatta pado- 
vana» ^). 

Mirabile è veramente questo Coro, che, nella 
sua brevità , rappresenta, con tanta efficacia , 
una cosi terribile scena; i Padovani non pote- 
vano non fremere di orrore all'udirlo recitare. 
Alcuni degli ultimi versi, osserva il Mercantini, 



1) M'è parso bene di tradurre a questo modo i due 
ultimi versi del Coro: 

Spectator queritur iudicii parura, 

Dum restat, Patavum quod reparet genus. 

Il Mercantini li interpreta diversamente, allontanan- 
dosi, a mio giudizio, dal concetto del poeta: 

Mancan gli spettatori^ appena avanza 
Chi a Padova ravvivi il nobil seme 
Di sua cittadinanza. 



342 ALBERTINO MUSSATO 

fanno ricordare quel luogo di Tacito in cui è 
descritto il compianto dei Romani che trovano 
le ossa di Varo e della sua legione distrutta 
da Arminio. 

L'atto quarto comincia con un monologo di 
Ezzelino, il quale dice che Padova sarà vinta 
a suo tempo. Nella scena seconda un Nunzio 
narra al Coro, come Ezzelino, avendo occupata 
Brescia col favore dei Cremonesi, rotta la fede, 
ne li abbia esclusi, ed abbia pure teso insidie 
di morte a Pallavicino, che gli era amico. Lu- 
singato dai nobili, si rivolse quindi a Milano, 
sperando di penetrarvi ad inganno ; ma fu de- 
luso nella sua speranza. Cremona, Mantova, 
Ferrara, Buoso e Pallavicino aveano giurato 
insieme la sua rovina. « I Collegati s' apposta- 
no al varco dell'Adda, donde Ezzelino avrebbe 
dovuto retrocedere; dall'altra parte l'audace 



Peggio Federico Balbi: 

eppur uà santo 
Pensier l'alme conforta! alla primiera 
Vita Padova riede, e questo in breve 
Sangue riface che il crudel le beve. 

11 Dall'Acqua Giusti s'avvicina più di tutti alla vera 
interpretazione: 

Il Tiran ciò mira, e dice 
La sentenza troppo umana, 
Finché resti la radice 
Della schiatta padovana. 



CAPITOLO NONO 343L 

Martino della schiatta dei Torriani, circondato 
da' suoi, ricaccia indietro il vecchio tiranno, che 
dubitante retrocede all' Adda ; ma viste al ponte 
le nemiche insegne rimane incerto. Digrigna i 
denti, come lupo satollo inseguito dai cani, che 
ruota gli occhi ed ha la spuma alla bocca. 
Racchiuso da ogni parte, non vuole avventu- 
rarsi air ineguale conflitto; il ponte occupato 
gli nega il passo, e quinci e quindi i nemici, 
pronti alla lotta , lo provocano con gli ol- 
traggi. Mentre egli cerca, indugiando, da qual 
parte fuggire, una freccia gli trapassa il piede 
sinistro. Chiede ai soldati il nome del luogo. 
Questo è il fiume Adda, gh viene risposto, e 
questo il guado di Cassano. Ahi Cassam, As- 
sara, Bassam qui la mia morte, grida Ez- 
zelino ; me l' hai predetto, o madre ! Ciò detto, 
sprona il cavallo , scende nelf onde , tocca la 
riva opposta e addita a' suoi la via. Ma pronta 
una schiera di soldati gli sta di contro, che fa 
strage de' suoi. Ezzelino resiste invano ; è pre- 
so. Uno , né si sa chi sia stato , gli fracassa 
d' un colpo la testa. Tratto di là, rifiuta ogni 
farmaco, e muore minacciando con la fronte 
terribile. Volontario egli scende alle ombre in- 
fernali del padre, ed in Soncino una tomba 
racchiude il suo cadavere » . 



.344 ALBERTINO MUSSATO 

A questa narrazione, alla quale il Coro pre- 
sta l'attenzione più viva, come dimostrano le 
domande colle quali interrompe tratto tratto 
il Nunzio lo eccita a proseguire, tien dietro 
un inno di ringraziamento a Dio per la morte 
del tiranno e pel ritorno della pace. 

Qui la tragedia dovrebbe aver fine ; ma il 
poeta non è pago : vuole aggiungere ancora 
un atto, in cui venga narrato lo sterminio di 
tutta la famiglia degli Ezzelini. Egli è forse 
per questo che ha intitolato la tragedia Ecce- 
rinis, Eccelinide, come ben traduce il Dall'Ac- 
qua Giusti, e non Ezzelino, come hanno tra- 
dotto gli altri. 

L' atto quinto è una sola scenn . « Alberico - 
così narra il Nunzio -a tal rovescio non veden- 
dosi sicuro da nessuna parte - poiché come non 
aveva serbato fede ad alcuno, cosi non l' ebbe 
da nessuno — si rifugiò nella forte rocca di San 
Zenone, insieme con la moglie e i figli tutti. 
Tre città, avide di vendetta, Treviso, Vicenza 
e Padova s'accamparono intorno al monte; 
ad esse si uni il marchese Azzo con gli altri 
illustri Signori della Marca. Ma poiché a quei 
di dentro non rimaneva speranza di resistere, 
e già serpeggiava la sedizione ed incalzava la 
fame, e la paura della morte era imminente. 



CAPITOLO NONO 345 

la rocca fu presa senza lotta. Le schiere ir- 
rompono nel castello; un bambino viene strap- 
pato dalle poppe della madre, preso per i piedi 
e sbattuto il molle capo contro un duro tronco: 
schizzano le cervella, e il sangue sprizza in volto 
alla madre; Ezzelino Novello, fanciullo di tre 
anni, corre incontro ad uno che ha la spada in 
pugno, chiamandolo zio, e quegli; -Tuo zio c'in- 
segnò di dare a' suoi nepoti tal dono - e gli se- 
ga la gola, e per far nota a tutti l'immane sua 
scelleratezza, affigge sopra una lunga asta lo 
squallido capo che increspa le labbra e ruota 
gli occhi, mentre insozza di sangue la mano 
di chi lo porta; altri frattanto dilania il fegato 
palpitante ^). Alberigo, suU' alto della rocca, vie- 
ne nelle mani del popolo, e mentre sta per vol- 
gere parole ingannatrici al volgo, gli vien sbar- 
rata con un freno V aperta bocca, e viene tra- 
scinato vivo a contemplare l'eccidio de'suoi. Ed 
ecco la sua donna, strappata all'alte sue stanze 
dalla turba feroce, venire innanzi con le chiome 



1) In questa narrazione mancano evidentemente al- 
cuni versi, poicliè dice il Nunzio : «Tale fu la dira, atroce, 
orrida strage dei tre tìgli maschi di Alberico: 

Hsec masculina prolis Albrici hon-ida 
Sic dira et atrox triplicis clades fuit; 

mentre non è narrato che il supplizio di due soli. 



346 ALBERTINO MUSSATO 

diffuse, gli occhi al cielo e le mani avvinte da 
stretta fune. Dietro a lui cinque vergini, prole 
consacrata alle fiamme, erano tratte anch'esse 
coi capelli disciolti, innanzi agli occhi paterni. 
Rinfacciando i crudi atti commessi, s' accalca il 
volgo intorno a costoro, come turba di caccia- 
tori intorno a rapaci lupi, se li abbia costretti 
dentro la tana: ricorda i danni commessi, aizza 
i cani, e, a bella posta, indugia la strage per 
vieppiù gustarla '). Ardeva un'alta catasta di 
grosse roveri ; le faci sottoposte spandevano 
odor di pece, e il pingue olio diffuso alimen- 
tava le fiamme; il fumo copriva d'oscura nube 
il cielo. Il fuoco rumoreggiava al par del tuono, 
gli antri gemeano, sicché ognuno credeva es- 
sere là dentro il Dio dell'inferno: parean boc- 
che di fornaci che vomitassero fiamme. Oh mi- 
serando spettacolo agli occhi dei genitori! Dap- 
prima viene posta sul rogo la schiera delle in- 
nocenti. Non appena il fuoco offese i giova- 
netti seni ed arse le bionde chiome, balzano 
indietro chiedendo aiuto ai genitori ... ma que- 



1) Patrata memorans damna et adducens canes. 
A caede gratas sponte subducens moras. 

Il Mercantini traduce non bene: 

E già i feroci 
Mastini aizzan, perchè tarda a tutti 
L' ebrietà del sangue. 



CAPITOLO NONO 347 

sti non possono abbracciarle . . . Una vana spe- 
ranza quinci e quindi raggira le forsennate. Ma 
tosto il feroce littore mette loro addosso le mani 
violente, e trascinando insieme con esse anche 
la madre, le sospinge sul rogo». «E con qual 
volto - domanda il Coro - sostenne Alberico, poi- 
ché parlar non potea, lo strazio della moglie 
e delle fighe?». 

«L'atroce, quasi per gioco, scuoteva il capo, 
mostrando coi cenni come ciò gli importasse po- 
co. Allora più dardi a gara fischiarono su lui. 
Fuvvi chi gli cacciò la spada nel destro fianco e 
uscir la fece dal sinistro; largo sangue fluì da 
entrambe le ferite; un altro gii fulmina un fen- 
dente sul collo e ne spicca la testa, che mor- 
mora rotolando per terra ; il tronco stette va- 
cillante a lungo pria di cadere; il volgo strac- 
ciò a brani le membra, e le diede in pasto ai 
cani » . 

Non ho saputo astenermi dal riprodurre per 
intero e quasi letteralmente la narrazione del 
Nunzio, che è quanto di più terribile si possa 
immaginare. Del resto se il poeta ha saputo dare 
al quadro la tinta più conveniente e disporre 
le figure nel modo migliore, ciò che in esso rap- 
presenta non è parto della sua fantasia. 1 fatti 
erano troppo recenti, perch'egli potesse scostarsi 



?AS ALBERTINO MUSSATO 

dalla pura verità. La tragedia pertanto, oltre 
il valore poetico, ha un valore storico grandis- 
simo, da meritare - e di ciò ben s'avvide il Mu- 
ratori - di essere considerata, in gran parte, co- 
me documento per la storia. Il Coro chiude la- 
tragedia coir incoraggiare i buoni ad aver fede. 
«Se la fortuna talvolta innalza il malvagio, 
la legge per ciò non erra ; ognuno sarà rime- 
ritato secondo le opere sue. V'ha un giusto Giu- 
dice, ora severo or mite, che premia i buoni e 
punisce i malvagi ; ai primi è serbato il cielo, 
ai secondi V inferno » . 

Come ognun vede, in questa mirabile trage- 
dia la narrazione prevale sull' azione, e le fa- 
mose regole, falsamente attribuite ad Aristotile, 
sono violate di continuo, specie quelle risguar- 
danti le unità di tempo e di luogo. In quanto 
al tempo, l'azione si estende almeno per due 
anni, e in quanto al luogo, essa si svolge - se 
non sempre per ciò che viene rappresentato, per 
ciò che viene narrato - dapprima in Verona, poi 
in Padova, poi di nuovo in Verona, poi in Mi- 
lano, poi a Soncino e finalmente nel Castello 
di San Zenone. L'azione, più che gli ultimi 
anni di Ezzelino, abbraccia tutta la vita di lui, 
toccandone i punti principali dalla nascita alla 
morte; né qui s'arresta, ma termina coll'ecci- 



CAPITOLO NONO . 349 

dio della famiglia di Alberico. Accanto al pro- 
tagonista, se non in piena luce come lui, sorge 
un'altra figura, quella di Alberico, la quale nel- 
r ultimo atto rivolge a sé tutta l'attenzione de- 
gli uditori. Per tutte queste ragioni e per altre 
ancora, i vecchi scrittori, fatta eccezione di po- 
chi, ^) danno della tragedia un giudizio sfavo- 
revole. Per tacere di altri, il Tiraboschi vede 
in essa che «l'autore si sforza non infelicemente 
d' imitare lo stile di Seneca ; ma un cattivo ori- 
ginale non potea fare che una più cattiva co- 
pia. Infatti le tragedie del Mussato [V Ecceri- 
nis e V AchiUeis; di questa noi diremo più in- 
nanzi) non hanno alcuno dei pregi, che a un tal 
genere di componimenti sono richiesti, e han 
tutti quasi i difetti che soglionsi in essi ripren- 
dere tf ; il Ginguenè la chiama una cattivissima 
tragedia sotto ogni rispetto ~), e il Colle dice 
che «chi esamini questa tragedia la troverà 
tutt' altro che un lavoro non dirò perfetto, ma 
tollerabile nel suo genere, non degno certamente 
di quegli elogi che prodighi gli profondono lo 
Scardeone ed il Vossio» . Secondo lui la tra- 



1) Fra questi pochi è giusto ricordare lo Scardeone, 
il Vossio, il Mafifei, il Napoli-Siguorelli. 

2) C'est donc à tous égard une forte mau^aise tra- 
gedie — Tom. IV. pag. 14, Paris 1813. 



350 ALBERTINO MUSSATO 

gedia pecca, oltre che nel protagonista e con- 
tro le unità di luogo e di tempo, nella forma 
e nell'interesse del dialogo, «giacché la mas- 
sima parte si eseguisce per mezzo di messag- 
geri che narrano colla frapposizione soltanto di 
qualche cW su, narra, come avvenne ; ma pecca 
molto più per essere priva quasi affatto di azio- 
ne, di sviluppo, di scioghmento». 

Quale differenza tra questi giudizi e l' entu- 
siasmo col quale ne parlano gli storici moderni 
della nostra letteratura! Essi non badano più 
che tanto alle regole violate ; essi ammirano il 
concetto elevato del poeta, e riconoscono in lui 
la potenza di Dante e di Michelangelo nel ma- 
nifestarlo. Che importa che il latino sia rozzo, 
che i trapassi sieno scabri, che l'arte faccia 
sovente difetto all'artista! Alcuni tratti magi- 
strali sono compenso bastante a questi difetti, 
e se VEccerinis non è un lavoro finito, è come 
una statua di Michelangelo rimasta sbozzata. 
Il Coro poi è, quasi sempre, d'una bellezza li- 
rica non comune e, come nota il Settembrini, 
«vi sta meglio che in tutte le tragedie moderne, 
perchè esprime appunto quello che presso i Gre- 
ci, il riflesso dell'azione nella coscienza popo- 
lare; il Coro vi è attore e narratore; è parte 
insomma integrale del dramma». 



CAPITOLO NONO 351 

E questo dramma fu egli mai rappresen- 
tato? Non esiste nessun documento, il quale ci 
provi ch'esso sia stato posto sulla scena. I più 
son d'avviso che non sia mai stato rappresen- 
tato, ma semplicemente letto, e citano, a soste- 
gno della loro opinione, i versi coi quali, dopo 
la prima scena, il poeta entra a narrare, come 
Ezzelino sia disceso nell'ima parte della casa, 
ad invocare Lucifero suo padre: 

Sic fatus ima parte recessit domus 
Petens latebras, luce et exclusa caput 
Tellure pronum sternit in faciem cadeas 
Tunditque solidam dentibus freadens humum, 
Patremque saeva voce Luciferum ciet. 

Un'altra prova, a convalidare la loro ipotesi, 
la trovano in un verso dell'Epistola I, dove il 
poeta dice, che se Roma non vorrà porlo a 
fianco de' suoi poeti, egli verrà letto almeno 
nella sua città : Hac salteni palava tutiis in 
urbe legar, e in un altro verso dell'Epistola 
IV , dove dice essere stato decretato, eh' egli 
dovesse essere letto sempre nella sua città . . 
ut nostra seniper in urbe legar. Noi osservia 
mo inoltre che la tragedia, pel modo stesso col 
quale è condotta, non poteva essere rappresen 
tata ; due atti soltanto , il primo ed il terzo 
sono veramente drammatici, gli altri non sono 



352 ALBERTINO MUSSATO 

che dialoghi tra il Nunzio ed il Coro. Tutte 
queste ragioni bastano, parmi, a convincere che 
la tragedia non fu mai rappresentata; essa ve- 
niva semplicemente letta sul teatro colla modu- 
lazione del canto, nel modo istesso che veni- 
vano letti i tre libri in versi De Gesti's Ita- 
Ucorum 'post Henricum VII Ccesarem. Nel 
Prologo al libro IX, il poeta, volgendosi alla 
società palatina dei notai, scrive: «Voi mi dite 
che le grandi imprese dei Re e dei Duci, per 
meglio adattarle alla inteUigenza del volgo, si 
sogliono stringere a misura di piedi e di sil- 
labe, ed esporre sul teatro e sulla scena colla 
modulazione del Canto: et in theairis et pul- 
pitis caniilenarwn moduìatione proferri, e nel 
Centone Ovidiano al figlio: I miei poemi furono 
cantati sovente dal popolo fra le danze e di- 
lettarono spesso i tuoi occhi : 

.... mea sunt populo saltata poemata saepe : 
Saepe oeulos etiam detinuere tuos. 

Fra questi poemi è compresa la tragedia , 
ed è chiaro che venisse semplicemente cantata 
sulla scena; che se il canto, com'è detto nel 
Centone, era accompagnato dalla danza, è na- 
turale che offrisse spettacolo agli occhi degli 
uditori. L'Ezzelino, scrive Zanella, più che una 
tragedia è Tinno della libertà padovana. Come 



CAPITOLO NONO 353 

tale pare a me pure debba essere considerato. 
Le sue bellezze infatti sono più veramente li- 
riche, e però veniva pubblicamente cantato come 
un inno di Tirteo e di Pindaro. 

Al Mussato fu pure attribuita falsamente, 
per lungo tempo, un'altra tragedia: V Achillcis. 
L'errore provenne dal fatto che l'OsiO;, avendo 
trovata in un codice questa tragedia dopo V Ec- 
cerinis, la pubblicò come opera del Nostro. Que- 
sto errore data dal secolo XVII, e a confer- 
marlo valse l'autorità del Muratori, del Maf- 
fei e del Tiraboschi, che, senza muovere alcun 
dubbio, ritennero del Mussato entrambe le tra- 
gedie. Il professore Giuseppe Todeschini di Vi- 
cenza in una dotta sua lettera ^) provò lumi- 
nosamente non essere VAchilleis opera del poeta 
padovano, bensì del vicentino Antonio Loschi, 
che la compose verso la fine del secolo XIV. 
Non è pertanto del nostro compito l'occuparci 
di essa. 

Torniamo dlVEccerinis. Nota l'Emiliani Giu- 
dici: «La forma latina, in cui è scritta la tra- 
gedia del Mussato, ammirata da' contempo- 



1) Del vero autore della tragedia V Achille attri- 
buita ad Albertino ^lussato, Lettera di Giuseppe Tode- 
schini al Chiarissimo Sig. Professore Ab. Antonio Mene- 
ghelli -Vicenza 1832. 

23 



354 ALBERTINO MUSSATO 

ranei e secondata dagli sforzi de' posteri , che 
afifannavansi a riprodurre il dramma dotto in 
una stagione non ancora adatta_ a gustarlo, 
non ebbe influenza diretta sul popolo che con- 
tinuò ad appassionarsi vie maggiormente alle 
sue sacre rappresentazioni». L'osservazione è 
giusta ; il popolo infatti più non intendeva a 
quel tempo la lingua latina. Che ciò sia vero 
lo prova, con tutta evidenza, il Gloria nel suo 
importante ed erudito studio: Del Volgare il- 
lustre dal secolo VII fmo a Dante. Egli, dopo 
aver m'ostrato che nel secolo X il linguaggio 
parlato si teneva, e doveva essere, un linguag- 
gio diverso dal latino, soggiunge: «parmi che 
il volgo allora e anche qualche secolo prima, 
non dovesse intendere il latino stesso. Certo non 
lo intendeva nel secolo XII. Una carta del 1 189 
dice che il patriarca d'Aquileia predicò in quel 
r anno e in buona lingua latina nella Chiesa 
delle Carceri, villaggio padovano, ma che Ge- 
rardo vescovo di Padova dovette spiegare quella 
predica in volgare al popolo astante che nulla 
aveva inteso». L'Ambrosoli, toccando in un suo 
scritto della tragedia del Mussato, osserva : 
«Scrivere, com'egli fece, in latino una trage- 
dia sugli Ezzelini, non fu tutt'uno come chia- 
mar la moltitudine a udir qualche cosa di gran 



CAPITOLO KONO 355 

momento; e poi susurrarla alF orecchio di po- 
chi? ') 

E come si spiega Tentusiasmo che destò quel- 
la tragedia, tosto che fu pubblicata? Noi sap- 
piamo quali feste furono fatte al poeta, quale 
onore gli fu decretato, e come l'intera città ri- 
suonasse del suo nome. Tutto questo ci fareb- 
be sospettare, che il suo lavoro fosse compreso 
e gustato, non solo dalle persone colte, ma an- 
che dal popolo. Una prova della celebrità, sta- 
rei per dire, della popolarità acquistata dairj^c- 
cerinis l'abbiamo nel fatto, che i Cortusii, nella 
loro Cronaca, fanno parlare il tiranno colle pa- 
role stesse della tragedia ') , il che dimostra 
pure, se ce ne fosse bisogno, l'importanza sto- 
rica di quel lavoro. Ora se la lingua latina non 
era intesa dal popolo, come poteva questo en- 
tusiasmarsi al sentir leggere o cantare quei 
versi ^). 



1) Considerazioni generali sulla Storia della Lett. Ital. 
Voi. IV. Manuale di St. della Letteratura. 

2) Lib. I. Gap. III. e IV. 

3) Che il popolo non intendesse il latino ce lo dice il 
Mussato stesso. Noi sappiamo com'egli sia stato indotto 
a scrivere in versi 1 libri IX, X e XI delle cose italiche 
dopo la morte di Eurico VII dalla Società palatina dei 
notai di Padova, affinchè quei libri potessero essere letti 
dai notai e dai chiericuzzi, mentre gli altri, scritti in 
prosa, avrebbero servito ai più dotti; abbiamo anche os-^ 



356 ALBERTINO MUSSATO 

Se il Mussato ebbe feste ed onori per la 
pubblicazione della tragedia, ciò avvenne per 
iniziativa dei dotti, i quali erano in grado di 
valutarne il merito ; il popolo non ha fatto che 
assecondare quella iniziativa, e tanto più di 
buon grado, inquantochè si trattava di un uo- 
mo accetto ai più per aver cooperato al bene 
della patria, e che tornava allora dall' esser 
stato prigioniero di Cangrande, contro il quale 
aveva combattuto da valoroso. In quanto poi 
al comprendere la tragedia, ammesso pure che 
il comprenderla non fosse privilegio di pochi, 
che anche le persone di mezzana cultura sa- 
ranno state in grado di comprenderla e di gu- 
starla, egli è certo che il popolo non poteva 
capirla assolutamente. Forse sarà stata spie- 



servato parer strano che i versi latini fossero allora più 
facilmente intesi che la prosa. Forse che il Mussato riu- 
scisse a' suoi contemporanei più chiaro e più facile nei 
versi che nella prosa; forse che unendosi in quelli alla 
chiarezza la soavità del metro, come osserva il Tiraboschi, 
anche i men colti potessero leggerli con piacere. Ma 
quello che a noi importasi è che, parlando del linguaggio 
che intende usare ne" suoi versi, il poeta vuole che suoni 
facile e quasi intelligibile al volgo: molle et vulgi in- 
tellectioni propinquum, il che vuol dire che se poteva 
essere inteso dai meno dotti, come i notai e i chiericuzzi, 
non era tale ancora che il volgo Io potesse intendere; 
prova evidente che il volgo più non comprendeva il latino. 



CAPITOLO NONO 357 

gata ad esso in qualche occasione dai dotti ; ma 
è più probabile che la ritenesse senz'altro un 
gran che per le lodi che ne intendeva fare da 
quelli. 

E non poteva il Mussato far uso del vol- 
gare nella sua tragedia? Nota il Dall'Acqua 
Giusti che chiedere oggidì al Mussato perchè 
usasse il latino ;, sarebbe anacronismo. Ma la 
lingua italiana non era di già formata ? La 
Divina Commedia scritta in que' giorni è lì a 
provarlo ; né il volgare illustre risiedeva sol- 
tanto in Firenze ; ma era comune a tutte le 
città d'Italia. «Il linguaggio parlato, scrive il 
Gloria, giunto ad essere volgare quasi del tutto 
Lei secolo X, si guastò sempre più nella bocca 
delle plebi ignoranti, mentre dagli uomini colti 
si conservò d'un tipo corretto nella essenza e 
nella forma per tutta Itaha». Questo suo pa- 
rere egli sostiene con molte e sode ragioni, e 
ciò che più mi fa piegare ad esso si è, che 
s'accorda perfettamente con quanto dice l'Ali- 
ghieri nel suo De vulgari eloquio ^), cosicché. 



1) Di questo avviso non è, fra gli altri, Alessandro 
Manzoni, il quale in una lettera a Ruggero Bonghi, ten- 
tò dimostrare come l'opinione, che Dante, nel De vul- 
gari eloquio, abbia inteso di definire, o abbia definito 
quale sia la lingua italiana, opinione talmente radica- 



358 ALBERTINO MUSSATO 

dopo il ragionamento del Gloria, quel libretto 
non pare più pieno di sconcordanze e dettato 



ta, che non si suppone generalmente che possa neppure 
essere messa in dubbio, sia falsa, e conviene col Boc- 
caccio, il quale, nella sua Vita di Dante, dice che que- 
sti «già vicino alla sua morte, compose un libretto iù 
prosa latina, il quale egli intitolò De vulgari eloquen- 
tia dove intendeva di dare dottrina a chi imprender la 
volesse, del dire in rima». Alla lettera del Manzoni ri- 
espose con altra il valente G. B, Giuliani, il quale alle 
sentenze di Dante, citate dal Manzoni a conferma del 
suo asserto, mette in riscontro, con tutta riverenza, al- 
tre sentenze dello stesso Dante, dalle quali si discende 
a conclusioni diverse. Egli afferma che Dante nel suo 
Trattato volle bensì dare specialmente dottrina del dire 
in rima, ma che non escluse da cotal benetìzio i Pro- 
satori. Dice che sarà il vero che Dante non abbia in- 
teso di detìnire quale sia la lingua italiana, ma che non 
può consentire nell'opinione che non l'abbia al modo 
suo definita di fatto, e che anzi in esso Trattato non 
si parli di lingua italiana, né punto, né poco, come 
vorrebbe il Manzoni. Gino Capponi scrisse anch'egli al- 
cune gravissime parole al suo degno amico Alessandro 
sul Concetto di Dante intorno al volgare illustre, la 
conchiusione delle quali è che l'Alighieri «scrisse il li- 
bro De vulgari eloquio non a vendetta contro a Firen- 
ze, ma come colui che le incertezze o insuftìcienze quan- 
to all'uso della lingua tentava risolvere, ad essa guar- 
dando, come di fuori, per dottrina e speculazione: va- 
gante Italiano cercava un Volgare che in nessun luo- 
go riposasse , tuttavia ritenendo nello scrivere quel- 
lo medesimo che era stato congiungitore de' suoi pa- 
renti». 11 Giuliani non ù d'accordo nemmeno col Cap- 
poni. 



CAPITOLO NONO 359 

dall'odio del poeta ghibellino contro la sua cit- 
tà natale, come stimarono alcuni, né tanto me- 
no indegno del nome di così grande autore. 
Che in Padova poi, come in tutte le altre cit- 
tà d'Italia, ci fosse un volgare illustre fino dai 
primordii della letteratura italiana, ci è dimo- 
strato all'evidenza dalle rime di Ildebrandino 
Bandino quasi contemporaneo ai poeti di Si- 
cilia, del quale parla con onore Dante nel suo 
De vidgari eloquio, per essersi quegli «sforzato 
partire dal suo materno parlare , e ridursi al 
volgare cortigiano ^) ». Contemporaneo a Dante 
e, come ritengono alcuni, discepolo a lui, ab- 



EglL dice, che per Volgare illustre l'Alighieri vuol de- 
notarci la parte più eletta che si riscontra nel proprio 
volgare e che, mercè l'arte e la coltura de' Valentuo- 
mini, acquista eccellenza, riforbendosi dai rozzi voca- 
boli, dalle costruzioni perplesse, dalle varie difettive 
pronuncie, dai molti accenti rusticani e da più altre 
imperfezioni degli Idiomi, lasciati in balia della plebe. 
Questo Volgare -ià\e è il concetto dantesco -ove gli 
Italiani potessero avere una sola Reggia, che è quasi la 
casa di tutti i sudditi e il diritto comune, dovrebbe 
quivi essere prescelto, e indi nobilitarsi e prender no- 
me di Aulico o Cortigiano. Se poi l'Alighieri scrisse il 
suo libro in latino, ciò è naturale «ove si pensi che gli 
dovette parer necessario di prima indirizzarlo ai Lette- 
rati, che senza dubbio l'avrebbero sgradito, quando fos- 
se stato composto in Volgare». 

1) Lib. I. Gap. XIV. Trad. di G. G. Trissino. 



360 ALBERTINO MUSSATO 

tiamo quindi in Padova Antonio da Tempo, 
che scrisse in latino dell'arte ritmica volgare ') 
e fu autore di sonetti ^). 

Di questi e di altri posteriori , fra i quali 
Francesco il Vecchio da Carrara, autore di un 
poemetto in terza rima, fa cenno Antonio To- 
lomei in un suo scritto : Del volgare illuslre in 
Padova al tempo di Dante ^). 

E perchè adunque il Mussato non ha pre- 
ferito il volgare al latino ? Abbiamo di lui un 
sonetto pubblicato dal Nevati, che lo riprodus- 
se da un frammento di un codice di Bobbio, 
che si conserva nell'Ambrosiana ^). Esso è in 
risposta ad uno amoroso di Antonio da Tem- 
po. Poiché si tratta di una cosa rara, e per- 
chè si vegga come scrivesse in volgare il Mus- 
sato, stimo opportuno di farlo conoscere ai let- 
tori. I due primi versi sono quasi illeggibili, 
per essere guasta la parte del foglio in cui 
sono scritti. 



1) De rythmis vulgaribus. 

2j Vedi gli scritti : Poeti veneti nel trecento di F. 
Novali e Rime inedile di Giovanni Quirini e Antonio 
da Tempo di S. Morpurgo pubblicati nel Voi. 1. Fase. II 
àoiV Archivio storico per Trieste, V Istria ed il Trentino. 

3) Questo scritto dottissimo fa parte del libro: Dante 
e Padova. 
. ■*) Vedi lo scritto citato del Novali. 



CAPITOLO NONO 361 

R[espo]nsio Al[ber]tini i) 

Fora volaro dy spirti y valore 
Per.... p[er] le elene 2) 
Per la fiumana vostra che fé mene 
Bagnar non raro lor de la sua rore. 

Gli se segnaro temendo el signore 
Che lalma spana for degni ben spene 
E che distana qo chel cor distene 
Con Man davaro pò par che divore. 

Die si non mento di p[er]chò saManta 
Amor si forte ver My cho soferto 
Con luy contento sempre star con tanta 

Voglia che in sorte tal mi trovo Inserto 
Ch'io vegno spento et ancor del cor spanta 
Da sangue asporte questel vero exp[er]to. 

Come di sigila cerchio le disoglia 

Amor la tiglia par che del cor teglia 3). 

Dopo la lettura di questo sonetto è facile 
capire, senza bisogno di dimostrazioni, come il 
Mussato non potesse usare la nuova lingua 



1) Il Nevati riprodusse fedelmente in tutte le sue par- 
ticolarità la grafia del m. s. limitandosi a sciogliere le 
abbreviazioni. 

2) La lezione di questa parola, scrive il Novati, è molto 
incerta. 

3) Faccio grazia ai lettori del sonetto di A. da Tempo, 
del quale quello di Albertino, com'era legge, ripete le 
rime. « La lingua poetica del da Tempo, osserva il No- 
vati, ben lungi dall'aver sapore di toscanità, non è che 
un miscuglio di idiotismi veneti e lombardi ». 



362 ALBERTIXO MUSSATO 

nelle sue storie e nella tragedia ^). « Egli, os- 
serva il Dall'Acqua Giusti, si sarebbe trovato 
tra mani uno strumento più indocile del latino, 
non ostante che fosse costretto ad italianizzare 
tratto tratto questa lingua d'altri tempi per 
manifestare cose nuove e pensieri nuovi » . 

Non è dunque fuori di proposito il rimpian- 
to di alcuni che il Nostro non abbia sortito 
i natali in Firenze ; poiché è indubitato, che 
il volgare illustre aveva raggiunto in Tosca- 
na un maggior grado di perfezione che al- 
trove, come ne son prova gli scritti migliori 
dei Toscani di quel tempo, e principalmente 



1) In un mio scritto sul libro di Licurgo Cappelletti: 
Albertino Mussato e la sua tragedia Eccerinis, che 
feci per incarico avuto dalla R. Accademia di Scienze^ 
Lettere ed Arti in Padova, e che fu pubblicato nel 1882, 
manifestai il parere contrario. Studi nuovi e più accu- 
rati m'hanno convinto di avere, per lo meno, esagerato 
nelle mie conclusioni. Non so poi capire come il Sig. Ugo 
Balzani nel suo libro: Le Cronache italiane nel tnedio 
evo, Milano, Hoepli 1884, parlando del Mussato, citi in 
nota questo mio scritto insieme con quelli del Wychgram 
e del Cappelletti, dichiarandoli tutti e tre inferiori al 
soggetto. 11 Balzani prende errore. Il mio non è che la 
critica di una parte di quello del Cappelletti, della parte 
cioè nella quale l'Autore tratta delle opere del Mussato, 
che della storica ha rilevato gli errori il Gloria, uomo 
competentissimo in materia. Esso non può essere per- 
tanto ne inferiore, ne superiore al soggetto! 



CAPITOLO NONO 363 

la Divina Commedia, nella quale, per la pri- 
ma volta, 

Mostrò ciò che potea la lingua nostra i). 



1) Purgatorio, Canto VII. 



APPENDICE 



DOCUMENTI 
I. 

1282, 10 Ottobre. (Autografo n.' 28 e 31. 
T. I. dei Documenti della famiglia Mussato, 
n.^ 746 nella Biblioteca del Seminario di Pa- 
dova). 

In nomine D. D. eterni, anno eiusd. nat. mil- 
les. ducent. octuages. secundo. indict. decima, 
die decima intrante mensse Octubri, Padue in 
contracta Caudelonge sub porticu fìliorum q. d. 
Viviani de Muxo — Ibique d. Armerina uxor 
q. d. Viviani de Muxo et tidrix fìliorum suo- 
rum Gualpertini, Nicolai et Viviani - nomine 
permutationis - investivit d. Francischinum fil. 
q. predicti d. Viviani de Muxo de centrata 
Caudelonge de campis decera et novera et di- 
midio - Et ex adverso dictus d. Franciscus - 



366 APPENDICE 

investivit dictam d. Armerinam de carnpis tre- 
decim terre vel circa aratoria - iacentibus in 
territorio de Supracornio - coherent a mane 
heredes q. d. Viviani de Muxo. 

Ego Aìhertinus Muxus fil. lohannis Cava" 
lerii precoìiis sacri yalatii noi. interfui et ea 
que dixerunt dicti 'permiUatores intellexi et jus- 
su eorum bona fide scrissi. 

IL 

De 2^oet?s, sive de Muxatis. 

Albertinus Miixatus, qui se fecit poetam, Pe- 
trus Bonus notarius, et frater Gualpertinus fra- 
tres fuerunt; duo quorum fuerunt filii lohan- 
nis Cavalerii, preconis comitis paduani. Fertur 
prò ventate quod hic lohannes Cavalerius, uxo- 
re grave infirmitate oppressa sub lecto tunc 
latitavit, quando sacerdos Sancti lacobi venite 
prò audienda confessione peccatorum illius; at 
ipse audiit uxorem confitentem, quod Alberti- 
nus Muxatus erat fìlius Viviani de Muxo. 

Ille recesso, traxit uxorem per pedes usque 
in lectum; et ipsa que adultera fuit, de hac 
infirmitate mortua est. Albertinus Muxatus fuit 
repetitor scolarium, eosque per scolas padua- 
nas mittebat : qui catones scribebat venden- 



APPENDICE 367 

do. Set cum ipse diligenter gramaticam sciens 
in palatio paduano conversaretur continue ex 
offitiis notane lucrandi causa, sapienti Guil- 
lielmo de Dente placebat multum. Et cum una 
die Albertinus Muxatus per ante domum Guil- 
lielmi Dentis transiret, vocavit eum et quesi- 
vit si volebat uxorari. At illi respondenti quod 
siC; iterura ait: Ego volo tibi dare unam meam 
filiam naturalem et quadringentas libras. Al- 
bertinus Muxatus desponsavit Mabiliam, tiliam 
naturalem Guillielmi Dentis, et ex ea genuit 
fìlium unum Vitalianum nomine, et plures fi- 
lias. Vitalianus desponsavit unam filiam Au- 
tomi de Cona, divitis hominis. Morto Guilliel- 
mo de Dente successit ei Vitalianus fìlius ejus; 
et cum eo procuravit Muxatus quod frater su- 
us malorum morum maleque condictionis frater 
Gualpertinus ordinis cistricensis, de ilio exivit, 
et factus est prior monasterii Urbane. Qui, dum 
quodam die iret ad hunc suum prioratum, per 
Nicolaum de Capitibus Vaccee fuit fortiter ver- 
beratus. Hic frater Gualpertinus, manens in loco 
monasterii Sancti Pauli di Padua, venenavit sa- 
pientem et discretum virum Tobiam , priorem 
illius. Qui ob istantiam Vitaliani de Dente fa- 
ctus est nunc hujus loci prior. Set cum vacaret 
sedes abbatie Sancte Instine urbis Padue, Vi- 



368 APPENDICE 

talianus de Lemizis prò quatuordecim millibus 
libris parvorum fecit fieri hunc Gualpertinura 
abbatem nominati loci. Et postquam fuit in pos- 
sessione hujus abbatie, ultra duos homines fe- 
cit occidi. Filios ex concubinis habuit plures. 
Discordiam etiam habuit cum monachis suis, 
de quibus duos fecit mori ; et non iniuste, quia 
ejus tractabant mortem: videlicet fratrem Hen- 
selraum Latronem de Camisano, et fratrem la- 
cobum de Mandugavilano. 

Tantum est exaltatus Albertinus Aselus, quod 
primitus factus fuit potestas ville Lendenarie. 
Deturpabatur tunc ejus clipeus uno asello la- 
zuro in colore lazuro, Set quum factus fuit no- 
bilis civitatis Florentie executor , tunc dimisit 
asellum et iterum clipeum suum fecit deturpari, 
una dimidietate per longum illius deducta, la- 
zuri et glauci coloris. Eo tempore quo primi- 
tus facta fuit pax inter Catulum dela Scala et 
Patavos, imposuit sibi sertum elere cum alio- 
rum doctorum gramatice, dialectice et medicine 
consensu : et fecit fieri statutum, quod omnes 
doctores nominatarum scientiarum deberent pro- 
cessionaliter ire ad domum suam in festis na- 
talis domini cum dopleriis. Doctores magni 
gramatice, dialectice et medicin hoc statutum 
servarunt usque ad cursum annorum domini 



APPENDICE 369 

MCCCXVIII. Sapiens Zamboniis Anclree cora- 
posuit librum unum, cuius composicionem hic 
Aselus poeta sibi appropriavit post mortem il- 
lius. Et quando nomen poete accepit erant ibi 
presentes Paganus de la Turre, episcopus pa- 
duanus et nobilis Albertus , dux Saxonie , re- 
ctor studii paduani. 

III. *) 

Posteriorem istis (se. Alano et Guafredo An- 
gle) annos supra centum Albertinum Mussatum 
patavinum , poetam laureatum ac scriptorem 
historiarum habemus. lana enim, poesis, quae 
perdiu sopita iacuerat (Cod. iacuerit), paulum 
excitata erat, et, uti solent qui somnio pieni 
sunt, movere lacertos et aperire oculos cepe- 



1) Il Codice Ricciardiano, dal quale è tratto questo 
documento, «è un ms. cartaceo, di mano non calligra- 
fica del secolo XV, di f. 74 num. antic. Appartenne prima 
al Crinito che vi scrisse il proprio nome (f. I. Petri Cri- 
niti et amicorwn) poi al Varchi. È mutilo, perchè in 
luogo dei XVIII libri di cui consta 1' opera di Secco, non 
ne contiene che cinque e il principio del sesto. Di esso 
si servì il Mehus che ne trasse le vite di Dante, Petrarca, 
Boccaccio da lui pubblicate nella Vita di A. Traversari 
(cfr. p. XXXIV Specimen histor. lett. Fior. FlorenticB 
MAI pag. 18)» {Nota del Novali) 

24 



370 APPENDICE 

rat. Matrem hic plebeiam, patrem viatorem sibi 
ad filami fuisse scribi! ; verum ipse fortunas 
parentium, quse nullae magis quam exiles es- 
sent, ingenio ejus ac prudentia honestavit. Pri- 
ma quidem setate, quas litteras didicisset, pue- 
ros erudivit, panemque aliquot annis munere isto 
et industria mendicavit. Hoc in statu, et tenuis- 
simo statu, tandem et vigesimum annum natus 
senem {senene (sic)) patrem amisit, matre vetula, 
sorore septenni [septene) uno fratrum trimulo , 
altero adolescente, vivis. Erat philosopbiae opera 
daturus, nisi alio deniigrare atque secus quam 
animo statuisset flectere ingenium res dome- 
stica ac presertim borum alendornm cura et pie- 
tas coegisset. Itaque sarcinis bis onustus, tabel- 
las scriptitare primum, inde, lege patria eru- 
ditus, patrocinari in caussis coepit. Erat qui- 
dem sibi prseter literas^ ingenium bonum ac pru- 
dentia qusedam et facundia naturalis, ut sine 
metu se vel doctoribus adsecquaret. Opibus (ac 
(?)) diligentia et artificio cumulatis , vix jam 
maturus gravis et sapiens celebratur ista in 
civitate, qu8e libera tu ne et popolosa esset ; ne- 
que domi modo, verum etiam foris virtus ejus 
et fama audita est: Florentise quidem, liberse 
ac potentis in terra italica [italia) urbis, Exe- 
cutor lustitise (sic appelant magistratum) fuit. 



APPENDICE 371 

Quocumque in loco esset, miiltuin honoris ac 
venerationis addebat metri faciendi ars, quam 
tenellus retate, ut solent pueri, primis studiis 
percepisset et multa cum gratia uteretur ac 
scriberet. Eodemque loci venit quod, rebus edi- 
tis, quse nomini suo inscriptae essent, ex sen- 
tentia peritorura et maxime Lovati, cujus au- 
ctoritas et scientia magna et Celebris haberetur, 
Mussatus hic noster multo conventu, multo ap- 
paratu, multa pompa, uti civitas hsec literarum 
prope genetrix et alumna [ahma) resque ipsa 
perdiu intermissa deposceret, poeta laureatus 
est. 

Scriptorum ejus traga3dia est Ecerinis inscri- 
pta: opus certe egregium et laude poetse dignum ; 
libro {libero) altro Ecerino natum [natum na- 
tura) Proserpina et Plutone fìnxit. Is enim sse- 
vissimus tyramnus proxirais ante annis crude- 
lissimo dominatu patavinam urbem et omnem 
lume Italise tractum oppresserat ; itaque libe- 
rati tandem populi^ quos depulissent fratres 
[fratris] Ecerinum et Albericum, Plutonis {Flu- 
tionis) fìlios vocitarunt (vocitare). Ilinc poetse 
materia utriusque operis scribendi orta. Sunt 
prseterea libri ejus, soluta dictione et delimata, 
scripti rerum quas Henricus septimus in Italia 
gessit: quasne, postea quam Csesar vita defun- 



372 APPENDICE 

ctus est, (esse) Italia fecit. Hanc omnera rem 
Mussatus noster libri uno et triginta comple- 
xus est. Praeterea De Natura et Fortuna, De 
Casihus fortuiti?.. De vita ejus ac moribus li- 
bro ceque uno dixit. 

Muneribus autem in populo ac legationibus 
prseclaris et ad pontificem maximum et ad 
Csesarem functus, imperitabat, quem ante pau- 
lum nominavi, Henricum septimura, apud quem 
ob facundiam eius ac prudentiam tantum gra- 
tiae ac benignitatis invenit, quod buie civitati 
suse, quse novo Caesari aliena videretur et su- 
specta esset, liberam pacem ac, praìter omnium 
spem, amplas libertates et lata privilegia im- 
petraret. Sed Padua urbs antiqua, ne quemad- 
modum alias deciperetur, metu ducta et factio- 
ne varia primatum et plebis infecta, non modo 
non probavit sed sprevit derisi tque quse poeta 
multo studio et industria prò salute publica ira- 
petrasset. 

Proinde, stomacbato Caesare, civitas haec 
quae neque parere vellet neque adversari pos- 
set, mox Vicentiam , civitatem sibi vicinam et 
vectigalem, inde Rhodigium {Rhodiginum) et 
reliquas, quse su£e dictioni oboedirent (anni su- 
pra centum in prsesentia non multi sunt) uno 
fere simul et libertatem prorsus amisit, ut quae 



APPENDICE 273 

dominari consuevisset, deinceps alieni iuris fa- 
cta parere didicerit (didicii) et coacta sit. Pos- 
tea vero, profligata patria atque destructa {dis- 
tructa) republica , in qua versari multo cuni 
honore et dignitate consuevisset, rebus adver- 
sis cessit et, quod reliquum vitse fuit, iam se- 
nex literis Clugise moratus dedit. 



IV. 



1306, Settembre 20, Ind. IV. Nel Consiglio 
Generale dei CCC e speciale dei XC e delle 
Capitudini delle XII arti maggiori, convocato 
per mandato del potestà Gante Gabbrielli da 
Gubbio, si elegge siudaco e procuratore del 
Comune di Firenze Ser Restoruni Bencivenni, 
cittadino e notaio fiorentino, assente ad com- 
'parendum prò ipso Coni. Fìorentiiio coram do- 
minis Fotestate Civ. Padue ejiisque iudicihus 
7nilitibus et officialibus, ac etiam dorninis An- 
cianis et aìiis Regiminihus Consdiis et Comu- 
nis civitalis predtcte et ad opponenduìà dicen- 
dura et protesianduiu quod peì^ ipsum Comu- 
ne Padue rei aliquod regimen seu offìcialem 
dtcti Coiiiums ad petitioìwm dominorum Vi- 
ctaliani de Lemicis, Anthonii de Tempio, Belo- 
ni et Bonamentis fratrum condam domim's 



374 APPENDICE 

Vendraniis, Zavini condam lustinelli de Villa, 
Albertixi Muxacti_, Alberti D. Bocii A fino 
et Patti condam Zamboni, civium ejusdem Civ. 
Padiie vai alicuius eorum seu aliorum quo- 
rumcumqae represallie concedi non debeant 
contra Cora. Fior, seu cives et districtuales 
ipsias ; e a trattare e agire ecc. in giudizio e 
fuori di giudizio. In Firenze nel palazzo del 
Comune. Rog. Guido Capponus q. d. Bonin- 
segne, notaro modenese, scrittore dei consigli 
del Comune di Firenze. 



V. 



(Predelli R. I libri commemoriali della Re- 
pubblica di Venezia. Venezia, 1876 T. 1, n. 476) 
«1311 ind. IX, Aprile 15 -e. 162t.'^-^t/ eter- 
nam rei memoriam: si nota che il venerdì 
santo Baiamonte Tiepolo, della casa di Tiso da 
Camposampiero (in Padova) ove alloggiava, si 
portò a quella di Albertino fratello del fu Boni- 
facio e" di Marsilio da Carrara, ove solevano 
radunarsi i partigiani del Camposampiero, che 
convenuti ivi Iacopo ed Albertino da Carrara, 
Enrico Scrovegno, Marsilio Polafrisana, Mac- 
caruffo e Bernabò de' Maccaruffì, Freo Malizia, 
Mussato fratello dell'abate di S. Giustina, Al- 



APPENDICE 375 

bertino Mussato '), due figli di Zilio de' San- 
guinacci , Pietro degli Alticlini , Rolando da 
Piazzola, Matteo Filarolo, due inviati di Riz- 
zardo da Camino , Nicolò e Giovanni chierico 
figlio di Turino Querini, due frati neri ed al- 
tri. Baiamente chiese aiuti per vendicarsi di 
Venezia, e quindi partì rimettendosi a quanto 
farebbero gl'inviati del da Camino ; che questi 
appoggiarono la dimanda ; che lo Scrovegno si 
offrì con 800 persone ; che Maccaruffo figlio 
di Ziliolo consigliò prudenza ; che Matteo Fi- 
larolo stette per l'azione, onde rinforzare il par- 
tito che aveva dominato per 50 anni, ma che 
ora, per la defezione di casa d'Este e la di- 
scesa dell'imperatore, trovavasi indebolito ». 

V. Tentori, il vero carattere ec. 89 -Ro- 
manin St. doc. III, 43, riferisce questo docu- 
mento V()]t;tro ili italiiìao^- 



1) Se non è corso errore nell'originale, dovremo dire 
che in compagnia di Albertino sia intervenuto anche 
Pietrobuono, parimente fratello dell'abate di S. Giustina. 

[Nota del Gloria] 



376 APPENDICE 



VI. 



1323, 2 giugno (Autografo 4, 5933, Ar- 
chivio Diplomatico nel Museo Civico di Pa- 
dova). 

In Christi nomine amen, anno eiusd. nat. 
milles. trecent. vigessimo lercio, indictione sex- 
ta die secundo raensis lunii Pad. super sala 
magna episcopalis curie Paduane. presentibus 
reverendo viro d. fratre Guidone Dei gratia 
Vangadiciensi abbate, d. lohanne de Campo S. 
Petri d. Albertino Miixato poeta et ystorio- 
grafo Faduano et d. Marsilio de Cararia omni- 
bus testibus et aliis. Strenuus et magnificus d. 
de Conradus de Oufenstain civitatis Pad. et di- 
strictus capitaneus generalis ac ducatus Ka- 
rinthie marschalchus- statuii -quod ad laudem 
divini nominis et sui sancii gloriarn beati Pe- 
tri martiris gloriosi ordinis predicalorum, in cu- 
ius feste inter Paduanos fuit pax et unio con- 
sumata et ut premititur divinitus roborata et 
ad perpetuam memoriam Sancte Pacis sancte 
Pacis {sic), quod ipse d. capitaneus Paduanus 
seu locum eius tenens vel vices gerens, domi- 
nique Potestas. Anziani, omnesque Galstadiones 
fratelearum et cura offìcialium nunc in octava 



APPENDICE 377 

■festivitatis eiusdem S. Petri et in festo suo dein- 
ceps perpetuo singulis annis, dum celebrabitur 
missa, accedere personaliter debeant ad eccle- 
siam sive locum S. Augustini fratrum predica- 
torum de Padua ad altare predicti S. Petri in 
eius honorem in dieta ecclesia stabilitum ibi- 
que offere et illam impensis communis Padue 
oblationem portare que videbitur dominis Anzia- 
nis et quindecim Gastaldionibus et in eorum 
discrecione et determinatione. Et quia propter 
deffectu pecunie in communi dieta oblacio ad 
presens forte fieri non potest seu non poterit 
condecenter. quod in futurum per unum men- 
sem vel quindicim dies vel circa ante dictum 
festum prout priori vel fratribus conventus Pa- 
duani dicti ordinis expedire videbitur. propona- 
tur inter dominos Anzianos et quindicim Gastal- 
diones de qualitate et quantitate diete oblacionis 
et secundum quod videbitur malori parti eorum 
procedatur et fìat. Quam propositionem d. po- 
testas Padue vel eius vicarius sub pena sacra- 
menti facere teneatur. quam si non fecerit ad 
terminum predictum, tunc index Ancianorum 
sub pena juramenti hoc proponere teneatur. Et 
quod festum eius de cetero in Padua et districtu 
solemniter celebretur et celebrari mandetur. et 
fiat per regimen civitatis Padue. eiusque nomen 



378 APPENDICE 

in numero sanctorum. qui clebent celebrari. tam 
volumine statutorum communis Padue, quam 
in matriculis fratalearum populi Paduani. et 
presens reformacio ponatur et scribatur. Quod 
quidem fecit dictus d. Capitaneus actenus ad 
reformacionem dominorum Ancianorum et quin- 
decira Gastaldionum. in milles. trecentes. viges. 
tertio. indie, sexta die quarto measis Madii. 
Scriptum per Petrimi noi. dictoriim dominorum 
Anziano7^um ^]. 

Ego Franciscus fil. d. Natalis net. de Hem- 
bertis - not. publicus - scripsi . 

VII. ') 

1340, 19 settembre (Autografo n"T139 Arch. 
Diplomatico nel Museo Civico di Padova). 

In Christi nomine amen. Anno eiusd. nat. 
mill. trecentes, quadrages. indict. octava. dies 
martis decimo nono mensis septembris Pad. in 



1) Queste parole sottosegnate furono scritte in carat- 
tere più piccolo dalla stessa mano probabilmente nel 
giorno 4 maggio. {Nota del Gloria). 

2) Questo documento è il XIV dei 'Documenti inediti 
intorno a Francesco Petrarca e Albertino Mussato rac- 
colti dal Prof. Andrea Gloria. Voi. VI. Serie V degli Atti 
del R. Istituto veneto di scienze^ lettere ed arti, Ve- 
nezia 1879. 



APPENDICE 379 

episcopali palatio-cum q. dominus Alhertinus 
Mussatus dictus poeta q. d. lohannis Cavalerii 
de Padua in suo ultimo testamento et ultima 
voluntate legaverit certa legata ad pias causas 
et in pios usus. quorum legatorum distributio 
et dispensatio ad reverendum patrem d. episco- 
pum Pad. spectat et pertinet de jure. quorum 
legatorum quantitas erat et est librarum sexcen- 
tarum et sexaginta sex denariorum parvorum 
prout de predictis constat publico instrumento 
testamenti predicti scripto Clugie per Felicem 
Cavopey de Gingia Venetum not. a me Uberto 
not. infrascripto viso et lecto. Et reverendus in 
C. pater et d. d. Eldebrandinus permissione 
divina epis. Pad. volens anime predicti q. d. 
Albertini-salubriter providere. cupiensque ipsa 
legata exsequi. terras et possessiones infrascri- 
ptas retinuerit et adiudicaverit ac assignaverit 
ad opus predictura et executionem ac solutionem 
predictorum legatorum usque ad quantitatem 
librarum quadrigentarum denariorum parvorum. 
Prefatus d. epis. volens. legatis predictis ad 
pias causas et in pios usus relictis distribuere 
et dispensare infrascriptas terras et possessiones 
prout ex oflicii sui debito de jure tenetur. con- 
sideransque bonitatem et inopiam ser Johannes 
Tescharii q. David de centrata Savonarole de 



280 APPENDICE 

Pad. tanquam benemeriti et soliciti ac dispositi 
ad opera pietatis locisque et personis religiosis 
miserabilibus et pauperibus serviendum et iuxta 
posse providendum titillo et nomine pure, mere 
et irrevocabilis donacionis-dedit. cessit. tradidit 
atque mandavit provido et sapienti viro d. Alear- 
do q. d. Galvani de Baxiliis de contrata sancti 
Antonii confessoris de Pad. et mihi Uberto not. 
infrascripto taraquam publice persone stipulan- 
tibus et recipientibus nomine et vice predicti 
magistri lohannis ac prò ipso et eius heredibus 
terras et possessiones infrascriptas de bonis et 
hereditate q. d. AìherUni Mussati. In primis 
in et de possessione quatuor mansorum terre 
vel circa posita in villa Cone.-Item una pecia 
terre aratorie quatuor camporum vel circa ia- 
cente in districtu Vacharini-coheret — a nuUora 
jura q. d. Mahilie uxoris d. Mussati poeto — 
.Item una pecia terre quatuor camporum vel 
circa iacente in districtu Vacbarini-coheret — 
a meridie jura d. Mussati. 

Ego Ubertus fil. d. Bartholomei notarli im- 
periali auctoritate notarius hec scripsi. 



APPENDICE 381 

Vili. ') 

1329, 9 luglio. (Autografo n" 4338, Arch. 
Corona nel Museo Civico di Padova). 

In C. nomine amen, anno nat. eiusd. milles. 
trecentes. viges. nono, indicione duodecima, die 
nono mensis lulii Pad. ia monasterio S. Stepha- 
ni- Religiosa et honesta d. d. Richolda Dei 
gratia monasterii et conventus S. Stephani de 
Pad. abbatissa - titulo et nomine locationis usque 
ad quinque annos - locavit Paulo monario q. Co- 
radini-unum molendinum seu postam molendini 
positam Padue in campo [sic) pontis moiendi- 
norum in secunda piarda cum una domo de li- 
gnamine - cui molendino et poste ipsius coherent 
ab uno capite versus pontem molendinorum et 
versus sero molendinum q. d. Aìhertini Muxatl 
poete. ab alio capite versus mane molendinum 
Francisci specialis qui fuit de Pistorio-Pro 
cuius locacionis afictu dictus Paulus monarius 
per se suosque heredes promisit et convenit per 
pactum speciale dare, solvere -annuatim-modia 



1) E il XII dei Documenti inediti ecc. raccolti dal 
G loria. 



382 APPENDICE 

vigiliti boni, sici et cribellati frumenti ad mo- 
dum consueti afictus molendini. solvendo omni 
septimana prò rata de dicto afictu - et annuatim — 
unam coxam de manzo ponderis librarum tri- 
ginta septeni carnium et imam libram piperis 
integri et unam librarum (s?c) candellarum de 
cera et ad festum carnisprivii unum par de bo- 
nis caponibus. et ad festum assensionis d. nostri 
I. C. unum bonum castronem. et ad festum S. 
Martini unam bonam luntiam de porco ponderis 
librarum vigintiseptem carnium -Facto -firmato 
quod si casus accideret quod absit quod aqua 
per inimicos et hostes communis Padue occa- 
sione guerre acciperetur-qua occasione dictum 
molendinum mazinari non posset. tunc eo tem- 
pore prò rata usque ad plenum discursum ipsius 
aque. ut prius discurrebat et vagabatur. ad 
solutionem dicti afictus prò rata minime teneatur. 
Ego Paschalis fil. d. lohannis de Burgoricho- 
sacri palacii not. scripsi. 

IX. 

1330, 13 agosto. (Autografo n° 3, T. II dei 
Documenti della famiglia Mussato n° 746 nella 
Biblioteca del Seminario di Padova). 

In nom. D. D. eterni anno eiusdem, nat. mil- 



APPENDICE 383 

les. trecent. triges. indictione terciadecima. die 
lune, terciodecimo mensis Augusti Pad. in co- 
muni palatio - Nicolaus Sachetus q. d. Lauren- 
tii Sacheti - ante solucionem sibi factam dedit. 
cessit-d. Gualpertino Muxato q. d. Viviani 
de Muxo omnia iura omnesque raciones - quas 
habebat-ex iure sibi cesso a domino Lauren- 
cio Sacheto-ut continetur in carta iuris et ac- 
tionis - centra d. Tulchum q. d. Parisii de Mu- 
ris-principalera debitorem et centra -d. Aì- 
bertinum Muxatum not. q. d. lohannis Ca- 
valerli a S. Paulo fidejussorem et centra eo- 
rum heredes. 

Ego Simeon not. q. d. Antoni not. scripsi. 



X. 



1310, 28 gennaio. (Autografo n. 51, T. Ili 
Documenti Mussato n,° 746 nella Bibl. del Se- 
minario di Padova). 

In nom. D. D. eterni anno eiusd. nat. mil- 
les. tricent. decimo indict. octava die viges. 
octavo mensis lanuarii Pad. in com. palacio. - 
D. Fulchus q. d. Parixii de Muris de centrata 
S. Leonardi principalis - i). Gualpertinus Mu- 
xatus q. d. Viviani de Muxo de centrata Gau- 
delonge-et d. Albertinus Muxatas not. q. d. 



384 APPENDICE 

lohannis Cavalerii a S. Paulo fìdeiussores -con- 
fessi fuerunt se mutuo accepisse et in se ha- 
bere a d. Laurencio indice de Sacheto q. d. 
Sacheti de centrata S. Andree libras trecentas 
et quindecim denar. venet. parvor. 

Ego Manfredinus olim Biondi s. p. not. 
scripsi. 



INDICE 



Avvertenza Pag. 3 

CAPITOLO PRIMO 

Incoronazione di Enrico VII di Lussemburgo in Mi- 
lano — Condizioni di Padova in quel tempo — Prima am- 
basceria del Mussato all' Imperatore — Nascita di Alber- 
tino Mussato — Sua paternità — Strettezze in cui ebbe 
a trovarsi dopo la morte del padre — Diviene notaio — 
Sposa Mabilia, figlia di Paolo Dente — Viene nominato 
cavaliere — Entra a far parte del Consiglio della Repub- 
blica — Sua ambasceria a Papa Bonifazio Vili — Guel- 
fismo di Padova — Costituzione della Repubblica — 
Legge contro i chierici — Gualpertino Mussato abate 
di Santa Giustina — Albertino esecutore degli ordina- 
menti di giustizia in Firenze — Podestà di Lendinara » 5 

CAPITOLO SECONDO 

Seconda ambasceria del Mussato all'Imperatore — 
Vicenza si sottrae al dominio di Padova — Lotta fra 
Padova e Vicenza — I Vicentini deviano il Bacchiglione 
a danno di Padova — Progressi dell' Imperatore in Lom- 
bardia — Timori dei Padovani — Terza ambasceria del 
Mussato ad Enrico — Suo discorso all'Imperatore — 
Condizioni imposte da Enrico ai Padovani — Doni dei 
Padovani all'Imperatore — La nomina del Vicario impe- 
riale — Aimone vescovo di Ginevra — Sua morte — 
Quarta ambasceria del Mussato all'Imperatore in Geno- 
va — Ritorno in Padova — Il Mussato espone al Senato 
l'esito dell'ambasceria. — Nomina di Cangrande a Vi- 
cario di Vicenza — Discorso di Rolando da Piazzola al 
Consiglio — Discorso del Mussato — Defezione di Padova 
all'Impero "33 



386 



CAPITOLO TERZO 



I Padovani si riconciliano col Mussato — Uccisione 
di Guglielmo Novello dei Paltanieri — Si vuole la guerra 
con Cane — Cominciano le ostilità fra Padova e Cane 

— I Padovani tentano di riprendere Vicenza — Assalto 
di Marostica — Atto di valore del Mussato — Cane espu- 
gna il castello di Mota — Si volge a Camisano — Quindi 
a Padova — Viene respinto — Uccisione di Rizzardo da 
Camino — Alleanza dei Padovani con Guecello da Camino 

— Nuovo tentativo per ricuperare Vicenza — Cane fa 
strax'ipare il Bacchigliene — I Padovani lo rimettono nel 
suo letto — Assalto di Lonigo — Assedio di Poiana — 
Valore del Mussato — Cane devasta il territorio pado- 
vano — Viene respinto — Esigenze di Guecello - Oppo- 
sizione dei Padovani — Guecello viene cacciato da Tre- 
viso — Congiura di Nicolò da Lezzo — Ribellione di So- 
limano de' Rossi — Padova è messa al bando dell' Impe- 
ro — Si riaccende le guerra con Cane — 11 Conte di Go- 
rizia viene in aiuto di Cane — Sconfìgge i Trevisani 
sulle vive del Montegano — Morte di Enrico VII . " 75 

CAPITOLO QUARTO 

Continuano le ostilità fra Padova e Cane — Cane de- 
via nuovamente il Bacchiglione a danno dei Padovani 

— I Guelfi, in Padova hanno il potere della Repubblica 

— Abboccamento fra Bailardino Nogarola, Albertino 
Mussato e Marsilio Polafrissana — Pace tra i Padovani 
e il Conte di Gorizia — Cane occupa Montegalda — Gli 
Alticlini e gli Agolanti — Vendetta di Nicolò ed Obizzo 
da Carrara — 11 popolo assedia la casa di Albertino 
Mussato — Questi si rifugia a Vigodarzere — Orribili 
stragi di quei giorni — Albertino viene richiamato iu 
città — Sua invettiva contro la plebe — Il podestà Pon- 
zino dei Ponzoni — Canale da Limona a Brusogana — 
Tentativo di riprendere Vicenza — Atti eroici del Mus- 
sato — Vien fatto prigioniero — Sconfitta dei Padovani 

— Proposta di pace — Opposizione di Maccaruffo — La 
pace viene sancita — Ritorno del Mussato in Padova — 
Sua incoronazione poetica » 117 



387 



CAPITOLO QUINTO 



Nuovo tentativo di ricuperare Vicenza — Sconfitta 
dei Padovani — Cane occupa Monselice — Ambasceria 
del Mussato a P>ologna. a Firenze, a Siena — Cane si 
impadronisce di Este e di Montagnana — Si rivolge verso 
Padova — Nuova Pace tra Padova e Cane — I fuorusciti 
ritornano in città — Albertino Mussato fugge da Padova 

— Giacomo da Carrara eletto principe — Abboccamento 
di Iacopo con Cane — Mussato viene richiamato in città 

— Cane rinnova le ostilità contro Padova — Ambasce- 
ria del Mussato in Toscana — Tentativi inutili di pace 

— Iacopo cede la città al Conte di Gorizia rappresen- 
tante Federico d'Austria — Tregua con Cane — Cane 
tenta sorprendere di nottetempo Padova — Viene re- 
spinto — Vittoria dei Padovani — Fuga di Cane — Pa- 
ce — Mussato ambasciatore in AUemagna — Il Duca di 
Carinzia vicario di Padova — Nuove ostilità di Cane — 
Nuova pace — Frate Paolino — Il Duca di Carinzia 
scende in Italia — Tregua con Cane — Morte di Iacopo 

— Mussato ambasciatore a Lodovico il Bavaro — Tre- 
gua con Cane — Morte di Iacopo — Mussato ambascia- 
tore a Lodovico il Bavaro — Tregua fra Cane e Padova 

— Il Mussato di nuovo ambasciatore al Duca di Carin- 
zia e a Lodovico il Bavaro — Congiura di Paolo Dente 

— Vendetta di Ubertino da Carrara . . . Pag. 157 

CAPITOLO SESTO 

Il Mussato esule a Chioggia — È visitato da Marsi- 
lio da Carrara — Corrado di Ovenstein vicario di Pa- 
dova — I Carraresi lo colmano di doni e di blandizie — 
Engelmario di Villandres — Il Podestà Iacopino de' Boc- 
chi — Soprusi di Ubertino da Carrara — Corrado da 
Vigenza dà l'assalto alla Torre di Curano — Vien fatto 
prigioniero e decapitato — Scelleratezza di Ubertino da 
Carrara, di Tartaro da Lendinara e di Engelmario — 
Lodovico il Bavaro discende in Italia — Cane gli do- 
manda il vicariato di Padova — Non l'ottiene — Pro- 
lunga di due anni la tregua col Duca di Carinzia — Con- 
giura di Nicolò da Carrara — Marsilio ricorre per aiuti 



388 

al Duca di Carinzia — Coudizione miseranda di Padova 

— Nuove scelleratezze di Ubertino e di Tartaro — Con- 
gresso a Verona — Discordia fra Marsilieto ed Ubertino 

— Marsilio affida sé e la città nelle mani di Cane — 
Che pensi il Mussato di questa determinazione — Mar- 
silio Signore di Padova — Nozze di Mastino e Taddea 

— Mussato fa ritorno segretamente in Padova — Marsi- 
lio non acconsente alla sua venuta — Albertino fa ritor- 
no in CUioggia — Riceve nuove ingiurie da Marsilio — 
Muore Pag. 198 

CAPITOLO SETTIMO 
Le storie » 243 

CAPITOLO OTTAVO 
Le poesie minori » 277 

CAPITOLO NONO 
L' Eccerinis » 319 

Appendice " 365 



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PQ Z?.rdo, Antonio 

4^74 Albertino Mussato 

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