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Full text of "Analisi storico-topografico-antiquaria della carta de' dintorni di Roma"

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AINALISI 

STORICO-TOPOGRAEICO-ANTIQUARIA 

DELLA 



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AiiiA^IOITM- MOT-OaiMT^ 



ST0RlC0-T0P0GR4FlC0-ANTieMRIA 

DELLA 

CARTA DE' DINTORNI DI ROMA 

DI A. INIBBY 

già' pubbuco professore di archeologia 
nelj.a romana università* 

EC. EC. 



TOMO II. 



EDIZIONE SECONDA 





ROMA 

TIPOGRAFIA DELLE BELLE ARTI 
1848 



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-'Mir'vh Ti»v/; ANALISI""^ *''''^ '^^"'^ '" 'iimiì 

STORICO-TOPOGRAFICO-ANTIQUARIA 5,1 

DELLA. ' " - i it'oh , 

CARTA DE'DINTORNI DI ROMA 



EMPVLVM, AMPIGLIONE. 






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^Ipollomum» 



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Livio lib. VII. e. XVIII. dice che l'anno 400 di Roma 
35 dopo essere stata ricuperata la città sopra i Galli 
fu preso ai Tiburtini Empulum con un combattimento, 
che non meritava di essere rammentato, sia che ambedue 
i consoli ivi facessero la guerra contro i Tiburtini, sia 
che il solo Marco Valerio Publicola guidasse contra loro 
le sue legioni. £ questa è la -sola memoria, che ci ri- 
manga di questa terra dipendente da Tibur, il cui nome 
potè derivare dal pelasgico PVLE IIuXvj Por^a dalla cir- 
costanza locale siccome più sotto vedrassi. 

Una volta preso, e probabilmente distrutto dai Ro-t 
mani, questo castello fornì ne' tempi susseguenti luogo 
per costruire ville magnifiche , siccome più sotto mo- 
strerò, le quali unite insieme , nel secolo VI della era 
volgare costituirono una massa che fu detta di Apollo- 
nio dal nome del proprietario originale, dal quale passò 
in retaggio a s. Silvia madre di s. Gregorio. Questi , 



6 

come SI trae dalla bolla dbta Fanno 594 a fasore de'mo- 
naci SHtblacensi la concesse , come parte della- sua ere- 
dità col consenso della madre a quel monastero. Dopo 
l'atto di tal donazione queste terre più non si ricordano 
fino all'anno 958, allorché papa Giovanni XII , confer- 
mando i beni del monastero sublacense con bolla diretta 
all'abbate Leone riportata dal Muratori nelle Ant. Med. 
Aevi T. V. p. 461 nomina Massam Apollonia origine del 
nome odierno Ampiglione,, che ha la contrada, e tutti i 
fondi che allora la componevano, cioè la chiesa di s. Mar- 
tino, fundum Paternum, quod appellatur Pentima, f. Bru- 
vanoj f. s. Pamphili, f. Danieli, f. Merulana, f. Paccanoy 
f. Tospoliano eum ecclesia s. Mariae et s, Lucentii^ f. s. Ci- 
rici, f. Cispa, f. Romani cum ecclesia s. Angeli et' s. Fe- 
licis. Ed assegna per confini di essa il fiume Tiburtina 
(l'Aniene), Papi, l'Arco fulgurato, e pel monte de'cipressi 
scendendo ed andando nel monte Bulturella fino alla 
chiesa di s. Mari» y e per essa scendendo direttamente 
a Pisciano. Così che nel 958 questa massa di fondi com- 
prendeva tutto il tratto che è circoscritto dall'Amene, 
dagli acquedotti della valle degli Arci , dal monte di 
s. Maria Nuova, dal monte Mentorella, Pisciano, il Ser- 
rone e l'Aniene, chiudendo dentro le terre oggi deno- 
minate Castel Madama , Cerreto , Siciliano, Sambuci e 
Saracinesco. Sul declinare dello stesso secolo queste 
terre furono occupate da Crescenzio nomentano , come 
può vedersi all'art. CASTEL MADAMA, col quale eb- 
bero sorte comune. 

Dal Chronicon Sublacense riportato nel tomo IV. delle 
Antiq. Meda Aevi del Muratori , p. 1047 ricavasi, che 
avendo i monaci ricuperata questa, come altre terre dai 
discendenti di Crescenzio , circa V anno 1090 1' abbate 
Giovanni assegnò suh anathematis vinculo, castellum, quod 
s, Gregorius dedit Apollonium , totum prò vestimentis et 



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vdlceatnentis fratrum^ e questa è la prima memoria della 
esistenza del castello , il quale dee credersi eretto nel 
secolo XI. Nella bolla di Pasquale II a favore del mo- 
nastero di Subiaco data l'anno 1115, venne confermato 
il possesso del Castrum Apolloni a quel monastero, sic- 
come si legge nel Chronicon pag. 1059. Ma poco dopo 
essendo abbate di Subiaco Pietro , e papa Callisto II , 
circa l'anno 1124 insorsero da tutte le parti guerre con- 
tro il monastero, e specialmente dal canto de'Tiburtini, 
i quali come più potenti s'impadronirono della metà dei 
castello di s. Angelo, oggi Castel Madama, ehe apparte- 
neva ai monaci. E cominciarono tosto ad assalire.il Ca- 
strum ApoUonensem , essendo papa Onorio II , il quale 
prestò il suo consenso , perchè i Tiburtini unitisi con 
Gregorio signore di Anticoli lo attaccassero con maggior 
forza, e se ne impadronissero nella stagione della messe. 
Allora furono fatti prigioni tutti gli abitanti, e poco dopo 
vennero distrutte le mura del castello. Veggasi il Chron. 
sovraindicato pag. 1051. Salito però al soglio pontificio 
papa Innocenzo II, ricuperò Ampiglione e Buberano, os- 
sia Barberano , ed insistendo i monaci per la ricupera 
di questo castello, quantunque distrutto, il papa l'anno 
1143 nella ultima sua malattia , ordinò che fosse loro 
restituito, Chr. p. 1052. Sotto Eugenio III nel 1150 , 
Simone abbate lo diede in pegno ai Romani^ siccome si 
narra nel Chr. p. 1053. Circa il declinare del secolo se- 
guente venne in potere degli Orsini , che riedificarono 
le mura, e ripopolarono la terra; ma insorta guerra fra 
questi , ed i Tiburtini , Castell'Apollonio, fu per la se- 
conda volta distrutto l'anno 1300, come si crede, e gli 
abitanti superstiti si ritirarono fralle rovine del vicino 
castello s. Angelo, oggi Madama, il quale l'anno 1308 
fu da Riccardo e Poncello Orsini riedificato, siccome fu 
notato a suo luogo. /!<;(»•»," 



'''Uscendo da Tivoli per la porla Arcense, o s. Gio- 
vanni, passata la valle Arcense, e gli acquedotti antichi, 
seguendo la strada , che oggi dicono di Siciliano e di 
Ampiglione, 3 miglia e mezzo lontano da Tivoli, veg- 
gonsi sopra un colle a sinistra gli avanzi di una conserva 
antica quadrilunga , la quale internamente ha 58 piedi 
di lunghezza e 42 di larghezza, ed è divisa da tré or- ' 
dini di pilastri: la lunghezza è parallela alla strada, cioè- 
da sud-est a nord-ovest: e verso levante sono gl'indizii 
di una piccola fontana , la quale era fornita di questa 
conserva , ed ambedue appartenevano ad xm casino di 
antica villa. Questa conserva è costrutta di scaglie. In. 
questo luogo sulla strada sono colli tufacei dirupati: sui 
monte a destra veggonsi grotte: e sul colle erto a sini- 
stra sono gli avanzi di una fortezza de'tempi bassi, che 
nella carta di Revillas viene indicata col nome di Pog- 
gio, della quale si fa menzione in questa guisa nel Chron. 
Sublacense. « Dopo che nell'anno 1125 fu distrutto il 
» castello di Apollonio , ed incendiato Barbarano dai 
» Tiburtini, questi venuti a transazione coli' abbate di 
i) Subiaco, domandarono per mezzo di Milone loro ret- 
■» tore , che fosse permesso ai Geranesi della porzione 
i) di s. Lorenzo di trasportarsi con tutti i loro effetti 
» ad abitare il Poggio di Casa Populi,, e questo fu dal- 
» r abbate permesso di mala voglia. Quindi i Tiburti- 
» ni vi ediflcarono una torre alta e solida^^ e munirono 
» il villaggio con fossa e terrapieno , e vi posero un 
» presidio di fanti ed arcieri a danno della abbazia. » 
Poco però durò questo castello, che essendo stato pre- 
so nel 1140 da Innocenzo II insieme colle altre terre 
citfconvicine rimase smantellato e deserto. 

Dopo le vestigia di questo castello, traversati due 
rigagnoli, vedesi a destra, rasente la strada un pilastri- 
no costrutto con molta cura, di opera saracinesca, il qua- 



9 

!c dal luogo stesso si conosce essere stato sempre isola- 
to, e non aver mai servito ad altro che di seguale. In- 
fatti quasi incontro a questo a sinistra si riconoscono 
^raccie di una via antica, che saliva in direzione di Ca- 
stel Madama, rimanendovi ancora molti poligoni smossi 
di lava basaltica dell'antico pavimento. Seguendo l'anda- 
mento di questo diverticolo antico, salendo sul colle a 
sinistra della strada di Siciliano, dopo avere osservato, 
che ivi la rupe è tagliala a picco, cominciansi ad incon- 
trare gli avanzi di una villa antica , consistenti in un 
muro di sostruzione di opera reticolata con legamenti 
di mattoni e parallelepipedi di tufa, una parte del qua- 
le è rovesciato. Questo muro serve a sostenere un ter- 
razzo, sopra il quale un altro ne sorge, che contiene i 
ruderi di una chiesa. Questo terrazzo soperiore, dal can- 
to che è parallelo alla strada di Siciliano , è decorato 
di nicchie: quattordici ne rimangono ancora, che occu- 
pano lo spazio di circa 100 piedi: e dinanzi a queste è 
un eurìpo largo 3 piedi e mezzo. Quindi è chiaro che 
da questo lato la sostruzione era ornata di altrettante 
fontane, quante sono le nicchie, che empievano Teuripo» 
sottoposto in un modo analogo a quello che vediamo a 
villa Pamfili. La costruzione del secondo terrazzo , io 
parte è di opera incerta , in parte di opera reticolata , 
indizio che debba riguardarsi come opera degli ultimi 
tempi della republica. È sopra questo secondo ripiana 
la chiesa diruta ricordata di sopra, consacrata alla Ver- 
gine, che il volgo appella s. Maria delle Cave per le vi- 
cine cave di pozzolana : essa fu de' Benedettini e vien 
nominata nella bolla di Giovanni XII , dell' anno 958 , 
dalla quale apparisce, che il fondo a que' tempi forma- 
va parte della Massa Apolonii, e che chiamavasi Tospo- 
liano: e che la chiesa era dedicata a s. Maria ed a s. 
Lucenzio. Il muro settentrionale di questa chiesa è di 



10 

opera reticolata, onde dee credersi che essa fu edifica- 
ta in una sala della parte culminante della yilla. Pres- 
so di questa vidi sparsi per terra rocchi di colonne di 
granito rosso e di travertino , ed un capitello di mar- 
mo greco di ordine ionico. 

Scendendo di nuovo da questi avanzi alla strada di 
Siciliano, trovasi tosto la osteria che chiamano di Am- 
piglione e di Siciliano, situata a sinistra della via, cir- 
ca 4 miglia distante da Tivoli, ed un quarto dal diver- 
ticolo sovraindicato. Accanto a questo abituro, a sinistra 
della porta è un'ara sepolcrale con rosoni ne' lati, e colla 
iscrizione quasi cancellata, che dice così, in caratteri di 
bella forma: 

P. VPPVRIVS PHILEBOS -u, ^„xv. 

P. VPPVRIVS HELLIX.);./) .,;,!. nmi Ibivfa, 
Sotto la iscrizione sono altri rosoni. Appena passata la 
osteria a sinistra è una specie di nicchìone, che serve 
ad indicare la sorgente che dà 1' acqua al fontanile a 
destra della via. Poco dopo vedesi a destra una picco- 
la conserva di opera reticolala, rivestita nell'interno di 
signino, e vicino a questa è un'altro rudere incognito, 
r nn» Afi piccola distanza però , cioè circa un ottavo di 
miglio dopo la osteria, l'occhio si arresta a sinistra so- 
pra un pezzo di muro pelasgico costrutto di poliedri di 
tufa, i quali sono lavorati in tutte le faccie. I massi più 
grandi hanno le dimensioni di 4 piedi nella lunghezza 
e di uno in altezza: sono disposti in guisa da formare 
un' arenazione continuata a sacco , riempiuta di massi 
della stessa specie. E di tal costruzione questo pezzo 
è il solo, che io conosca fatto di tufa, giacché ordina- 
riamente le mura di massi poliedri sono di calcarla. 
Dove questo muro è meno smantellato conserva circa 8 
piedi di altezza , e si estende per 500 piedi lungo la 
strada, sempre però men alto: e dagli avanzi di opera 



u 

incerta, che ivi rimangono è chiaro che fu ristauraloy 
sia per uso di villa, sia per altro ne'tempi sillani. Ora 
questo recinto è un avanzo di Erapulum, città colloca- 
ta sopra due fimbrie dalla cresta di Castel Madama, che 
avanzandosi verso le opposte pendici restringono nota- 
bilmente la valle di Siciliano in modo da formare qui- 
vi una gola , della quale Empulum fu la porta , o la 
chiave , circostanza che die origine al s.uo nome , come 
fu notato di sopra. Di queste fimbrie , la prima dopo la 
osteria presenta le vestigia di tre recinti diversi, ed i 
poliedri impiegati in questi sono maggiori di quelli che 
veggonsi negli altri. La posizione di questa città è bene 
immaginata per difendere il recesso della valle empula- 
na. Nel terzo recinto della prima sezione della città 
veggonsi avanzi di un muro di opera reticolata, costrut- 
to sopra un muro di opera incerta: ivi pur sono le ve- 
stigia di un terrazzo quadrilatero, che forse appartenne 
ad una villa romana sorta posteriormente sopra le ro- 
vine di Empulum. Questo terzo recinto io credo che 
costituisse l'antica cittadella. Lungo il lato meridionale 
di questo terrazzo vedesi un acquedotto inserito nel col- 
le, il quale diretto prima da mezzogiorno a settentrio- 
ne volge tosto da levante a ponente. La parete interna 
di questo acquedotto è di opera reticolata , quasi in- 
certa, la esterna è di opera incerta piuttosto grossa. L'al- 
tra fimbria avea due recinti soli. ''"' 
-^)n'>'Poco dopo aver passato il diverticolo di Castel Ma- 
dama vedesi sulla falda del colle susseguente l'avanzo 
di un colombaio ridotto oggi ad abituro rurale , entro 
una vigna a sinistra. Aderenti ad esso sono gl'indizii di 
un altro colombaio , ed ivi dappresso immediatamente 
più in alto avanzi di sostruzioni a piccioli parallelepi- 
pedi con contrafforti , e questi sono i primi avanzi di 
una villa sontuosa romana, edificata dopo l' abbandono 



{2 

di Empulum, la quale die orìgine "ad Ampiglione, ossìa 
al castrum Apollonìs, o Apollonii dc'tempi bassi. Le ro- 
vine di questa villa appartengono all'ultimo periodo del- 
la repubblica : essi sono di opera incerta bellissima , e 
fanno riconoscere ancora la esistenza di due terrazzi. 
Fra il primo ed il secondo terrazzo sono muri di opera 
mista, ruderi di opera detta saracinesca con legamenti 
di opera laterizia , e rivestimento di astraco y e dietro 
di questi lavori una conserva quadrilunga di opera in- 
certa grossolana con legamenti laterizii. A sinistra sono 
gli avanzi della chiesa di s. Martino, la cui tribuna ver- 
so occidente attesta la sua origine antica : i muri di que- 
sta chiesa sono costrutti con quadrelli di opera retico- 
lata, tolti da fabbriche antiche, mattoni, pietre ec, , co- 
me tutte le opere de' tempi bassi. Essa viene ricordata 
nella bolla di Giovanni XII , dell* anno 958 riferita di 
sopra. Sull'ultimo ripiano di questo colle sono le vesti- 
gia del castrum Apollonii ; nella costruzione del muro 
di questo castrum veggonsi nel lato settentrionale im- 
piegati massi tetraedri di pietra , tolti da qualche fab- 
brica antica esistente in ([uesti contorni. Quanto poi alla 
villa antica , la parte culminante di essa lascia travve- 
dere nel lato meridionale muri del tempo della deca- 
denza, forse aggiunti dall'Apollonio, che die nome alla 
contrada, mentre nel rimanente è di opera reticolata e 
mista. Verso la valle la fronte , era parallela alla via 
sottogiacente, e presentava un ordine di occhi, o fene- 
stre rotonde, che davano lume ad un corridore , e ad 
un ordine di camere addossate al monte, quattro delle 
quali sono ancora visibili. Queste camere non essendo 
ornate , né presentando alcuna traccia di esserlo state 
giammai, sembra che servissero per horrea, magazzini- 



tj 

•Il o»|i;)|fij^p tìi-fQjì't jìsh .,, fiifuxn flìlA oloyjje l;>i> OKfb. 

'1* p4^ EREtVM y: GROTTA MAROZZAhì i« > lei 
e|i« a»m-' : — "; (il oi^d 

-f>/ i? i;}^5. EUSEBIO V. M^iJCO SIMONE, ^h sn\oì 
Eaì r>nip>l ul) ì>^ntjl ,«j — ur^-ua v;' raii:; BiopiiR oh 
-in<MA »ÌP<'J'AHIA«^ flocco D/ Pj4Pi.f »h ftbfiil^ rJ 

i-ufìl) ipirn/l^ii> cU'iU":, — ^ : . ...i;hI:j o ,ohùì 

i)?.f.ì'3ii 'jtdoh'y oqqoiì fiilaifiir.') ini/ ili fimon li B[no.>h 
Mih4 ib o»<)i.'' FALCOGNANI rìioU i.ll»b 

.J3T ,7 ,0-ojjI ou;jf(xlC0nUlUUttli '• '^> toixiiJ I.b ùlJb 
ijHii r.l» 3«i;.ii r>il ioq o^.tificì ib loT ll> oijnup il .aVIMJ 
- Due grandi tenute dell'agro romano, poste una Sj 
r altra 10 miglia lungi da Roma e confinanti fra loro 
sulla strada, che volgarmente dicesi della Madonna del 
Divino Amore, e che dopo quella chiesa, assume il no- 
me di queste tenute alle quali conduce. i^^uu 
La prima di esse, cioè la più vicina a Roma v sì 
compone delle tenute di Falcognani vecchi , e s. Gio- 
vanni in Campo di rubbia 476 di estensione, e di Fal- 
cognani nuovi di rubbia 1097. Appartiene ai Riccardi, 
e si divide : Falcognani vecchi , ne' quarti detti Lungo , 
de'Preti, di Porzia Cenci, di Prisca, e Giostra, coprati 
del Casale , della Macchiarella e de' Preti : Falcognani 
nuovi poi è diviso ne'quarti di Tor di Sasso, s. Serena, 
porta Medaglia, Rocca Priora, D. Olimpia, e s. Giovan- 
ni in Campo. Fra le suddivisioni, o quarti qui ricorda- 
ti, merita particolar menzione quello detto de'Preti, per- 
chè appartenne un tempo alla chiesa di s. Alessio sul- 
l'Aventino, e perciò nella bolla di Onorio III, data l'an- 
no 1217 a favore di quella chiesa, e di quel monastè- 
ro, fra i fondi si ricordano, la Turrim cum vineis, ortis, 
canapinis, silvis in Falconiano, documento interessante , 
che dimostra essersi la contrada cosi nomata fin dal prin- 



i4 

cipio del secolo XIII, nome , che ricorda qualcuno de' 
Falconi celebri nel II secolo dell'era volgare, che eb- 
bero in questa parte le loro possidenze. E quanto alla 
torre che nella bolla onoriana si ricorda^ questa si ve- 
de ancora circa 9 miglia e mezzo lungi da Roma fra 
la strada della Castelluccia e quella di Casale Abbru- 
ciato, e chiamasi Tor de'Preti. Quello di Porzia Cenci 
ricorda il nome di una famiglia troppo celebre ne'fasti 
della storia romana nel secolo XVII. Quello di Prisca 
e Giostra contiene le vestigia di Tellene , antichissima 
città del Lazio, della quale parlerò a suo luogo, v. TEL- 
LENE. Il quarto di Tor di Sasso poi ha nome da una 
altra torre de' tempi bassi 8 miglia e mezzo lungi da 
fioma a destra della strada del Divino Amore. Falco- 
gnani vecchi confina con Falcognani nuovi , Falcognani 
Cenci, Fiorano, e col territorio di Marino: Falcognani 
nuovi poi con Falcognani vecchi, Falcognani Cenci, Pe- 
dica Cavalloni, Castel di Leva, s. Anastasia, Castelluc- 
cia, Casal Giudio, Mandria, Schizzanello, Radicelli, mon- 
te Migliore, Paglian Casale e Tor Maggiore,, ,:; iaiii y 
L' altro tenimento di questo nome è quello perti-r 
nente ai Cenci, e confinante colle tenute di Paglian Ca- 
sale, Madalene, s. Palomba, Falcognani Riccardi e ter- 
ritorio di Marino , si estende per 398 rubbia e com- 
prende i quarti detti della Mola, della Capanna, di Cas- 
sale Abbruciato, del Fico, e di Tor di Nona, ed i quar- 
ticcioli delle Vigne e di Spregamore, co'prati della Mac- 
chiarella , e del Cerqueto. Fra questi quello di Casale 
Abbruciato contiene vestigia ragguardevoli descritte di 
sopra nell'articolo CASAL BRUCIATO: quello di Tor 
di Nona ricorda il IX miglio dell'antica via ardeatina, 
oggi abbandonata, ed una torre diruta de' tempi bassi: 
e quello di Spregamore con vocabolo più basso veniva 
designato nel 1315 col nome di Pauli Berardi Pisciafo- 



re, siccome si trae dal documento n. LYIII, riferito dal 
Nerini, nel quale viene notato come confinante col fon- 
do di s. Eufemia^ oggi s. Fumia. 

«>> FALERI, FALERII, FALISCA, FALISCI, ! 

AEQVVM FALISCVM - S. MARIA DI FALLEMy 
CIVITA CASTELLANA. 

7 .ili] <y,mM'\]'^(vyuU.'i'3hh)Ui f(rjt\\)^>ì % o)\%iì^ \\ on 

-IJ1Ì9 ni; . . ,-.,,.,, ...,:.,,, ...,,, , oj|ii;oi;g 

odrmfl m\ hSìr. :'> (HflSittUcinft^ *"''" t»'''>^'^^ ' ''d-)>' 

! ir notne di questa città antichissima ideila Etruria 
Cicisminia in Festo, e nella Carla Peutingeriana viene 
scritto Faleri; mentre in altri autori antichi più gene- 
ralmente si enuncia Falerii', ed io son di parere , che 
la prima forma di esso sia corretta, contro ciò che al- 
cuni pretendono, e che dal suo nome gli abitanti fu- 
rono denominati Falerii: e da questi a poco a poco s'in- 
sinuò l'altra più commune, che confuse i due nomi in 
uno, col quale vennero designati la città, e gli abitan- 
ti. Ed a me sembra, che il nome originale fosse Pha- 
Usi , o Falesi , derivato da Halesus compagno , o figlio 
naturale di Agamennone , il quale , dopo la morte di 
quel re , abbandonata Argo , si ritirò in questa terra , 
già de'Siculi, ed allora abitata dai Pelasgi suoi conna- 
zionali: e dall'averle communicato il nome, e probabil- 
mente dall' averla anche colonizzata, ebbe 1' onore del- 
la fama di averla fondata. Veggansi Ovidio Fast. lib. lY 
v. 73. Solino e. VII , e Servio in Aeneid. lib. VII. Da 
;PhaÌesi nome della città , Falisci furono detti gli abi- 
tanti, nome che si conservò nel popolo di tutto questo 
4istretto , che ebbe l' epiteto di Aequi conservatoci da 
Virgilio lib. VII. ^ff,blt^im /n<)ì'ìiìi>.iiK ìiji 9T^gfiiq>oi t >m 



16 

i' Hi Fescenìnnas acies aequosque Faliscos, '• tn>.)i : /i^j 
e da Silio lib. Vili. 

Hos iuxta nepcsina cohors aequique Falisci. 
Quindi alcuni scrittori posteriori confusero il nome del- 
la gente con quello della terra, che chiamarono Falisco, 
Àequum Faliscum, Falisci} infatti Diodoro lib. XIV, in- 
dicando la presa di Falerii, dice, che i Romani diero- 
no il guasto a Falisco, città de'Falisci; Strabene lib. V. 
facendo due ' città diverse di Falerii , e Falisco , sog- 
giunge , che alcuni riputarono non tirreni , ossia etru- 
schi, i Falerii, ma Falisci , gente a se; altri poi anche 
Falisci, città, che avea una lingua propria, e che altri 
chiamavano Àequum Faliscum , posta sulla via flaminia 
fra Ocriculum e Roma. D'onde nacque l'errore di fa- 
re due città diverse di Falerii e Falisci, nel quale, ol- 
tre Strabone, caddero Solino e Stefano, seguiti da molti 
moderni, contra l'autorità di Dionisio, Livio, Plutarco, 
oc. dai quali evidentemenic apparisce che Falerii era il 
liomc della città, Falisci quello del popolo, nella stes- 
ila guisa , che Roma era il nome della città , Quirites 
quello de'cittadini, Ardea quello della metropoli, Rutu- 
lì quello della gente, che costituiva la popolazione dei 
suo territorio. ="'*^ 8ii«okH nb oJRrJiob f\y.'^\)'\ o /r A 

Premessa questa distinzione necessaria, meglio s'in- 
tendono i fasti di questa città. Dionisio lib. I. e. XXI 
apertamente dichiara, che Falerio e Fescennio abitate 
fino a'suoi giorni dai Romani, aveano conservato alcu- 
ne scintille della stirpe pelasgica , mentre antecedente- 
mente alla occupazione pelasgica erano de'Siculi; che in 
èsse erano rimaste molte delle antiche costumanze, che 
i Greci un dì ebbero , e ritennero per lungo tempo ; 
come r ornato delle armi guerresche , e gli scudi e le 
aste argoliche; e quando, o per cominciar la guerra, o 
per respingere gli assalitori, mandavano l'esercito fuor 



17 

dtì'confini, lo facevano precedere da alcune persone sa- 
cre, inermi, feciali; e la forma dc'templi, e le celle de' 
numi, le espiazioni , ed i sacrificii , e molte altre cose 
di tal natura. Ma il più splendido monumento poi di 
tutti , dell' avere in Argo un giorno abitato quelli chok 
discacciarono i Siculi, era il tempio di Giunone edifica- 
to in Falerio come in Argo, nel quale simile era il mo- 
do dei sacrificj, e donne sacre servivano il delubro, e 
la così detta Ganefora, donzella casta di matrimonio, che 
cominciava il sagrificio, ed i cori delle vergini, che can- 
tavano ad onor della dea canzoni sacre. Or questo pas- 
so prova, che la originale fondazione di Falerii si at- 
tribuiva ai Siculi: che questi furono discacciati dai Pe- 
lasgi: e che le traccie de'costumi argivi rimaste fino ai 
tempi di Dionisio, cioè fino ad Augusto appoggiavano la 
tradizione ricordata di sopra, che Halesus argivo l'aves- 
se colonizzata poco dopo la morte di Agamennone; cioè 
circa 12 secoli avanti la era volgare. E circa il costu- 
me indicato da Dionisio di mandare innanzi i Fcciali 
prima di uscire in campo, Servio commentando il verso 
virgiliano riferito di sopra, dice che Aequi, cioè giusti, 
furono chiamati i Falisci, perchè il popolo romano man- 
dò ad essi i decemviri, i quali da loro appresero il ius 
fecictle, ed alcune altre leggi, che furono, come supple- 
menti aggiunte alle dodici tavole, che aveano avuto dagli 
Ateniesi. 

Dopo la fondazione di Falerii ; per molti secoli 
tace la storia sulle gesta de' Falisci , i quali si trova- 
vano in possesso di un territorio fertile, confinante verso 
settentrione col Tevere, e verso occidente coi Veienti, 
e coi Gapenati. La prima volta, che compariscono in sce- 
na è l'anno di Roma 320, allorché avendo i Fidenatì, 
coloni romani, disertato a Larte Tolumnìo re de'Veien- 
ti, uccisero i quattro ambasciadori spediti loro dal se- 

2 



48 

nato a domandar conto della diserzione. Accesasi per- 
tanto una guerra atroce frai Fidenati , i Veienti , e i 
Romani, i Falisci vennero in ajuto de'Veienti, e prese- 
ro campo con loro dinanzi a Fidene. Nella battaglia che 
seguinne schieraronsi nell'ala sinistra, mentre i Veienti 
tennero l'ala destra, ed i Fidenati il centro; ma per la 
morte di Tolumnio, ucciso colle proprie mani da Aulo 
Cornelio Cosso, tribuno de' soldati, quella battaglia di- 
venne per V esercito collegato una sconfitta micidiale. 
Quindi l'anno seguente 321 di Roma, sendo console M, 
Cornelio Maluginense , e L. Papirio Crasso , i Romani 
spinsero il loro esercito nel territorio de'Veienti, e de* 
Falisci, e ne riportarono una gran preda. Livio lib. IIII. 
e. XVII. e seg. Tale fu però il terrore , che dopo la 
battaglia di Fidene li sopraffece, che non osarono ven- 
dicare queste depredazioni nel 322, allorché i Fidenati 
ed i Veienti profittando di una fiera pestilenza, che af- 
fliggeva Roma , posero il campo non lungi dalla porta 
Collina: dice Livio su tal proposito e. XXI, che i Fa- 
lisci perpelli ad instaurandum bellum ncque clade Roma- 
norunif neque sociorum precibus potuere. Ed infatti rima- 
sero quieti fino al 355 , allorché assediando , o piutto- 
sto bloccando i Romani Veii, essi improvvisamente pre- 
sero le armi insieme co'Capenati in soccorso di quella 
città, prevedendo, che, perduta quella, si sarebbero ben 
presto veduti esposti all'assalto de'Romani, non essendo 
dimenticato il fatto di Fidene. Dopo varie scaramuccio 
insignificanti, finalmente nel 358 osarono , uniti ai Ca- 
penati ed ai Veienti , di dare un' assalto al campo ro- 
mano; ma furono respinti con grave perdita. Due anni 
dopo, il celebre Camillo sorprese i Falisci, ed i Capo- 
ttati nelle campagne di Nepi, li mise in rotta, e s' im- 
padronì del campo, dove trovò un bottino immenso, che 
consegnò per la massima parte al questore, ed il rima- 



19 
ncntc distribuì ai soldati. Livio lib. V, e. Vili. XIII. 
e XIX. 

Caduta Veii, Camillo condusse l'esercito contro i 
Falisci l'anno 363; questi prima si rimasero chiusi en- 
tro la città; ma non potendo più sopportare le stragi e 
le depredazioni , che si commettevano da' Romani nel- 
le loro campagne, uscirono fuori delle mura, ed accara- 
paronsi sopra un luogo dirupato, e di accesso difficile, 
un miglio circa fuori della città. Pervenne però Camil- 
lo ad occupare un posto che dominava il campo fali- 
sco, onde questi presi da timor panico si sbandarono, 
cercando di raggiungere le mura, e così Falerii da Ca- 
-wrillo venne assediata. Traendo però in lungo l'assedio 
avvenne l'aneddotto troppo noto del maestro traditore, 
che fu causa della resa della città, alla quale venne im- 
posto soltanto un tributo corrispondente al soldo di 
quell'anno, e conchiusa la pace, l'esercito vincitore ritorr 
nò a Roma: Livio lib. V. e. XXVL e seg. In questo trat- 
to della storia e da notarsi, circa i nomi di Falerii, e 
Falisci, de' quali come si disse di sopra, uno indicava 
la città e l'altro il popolo, che Livio, mentre fa sem- 
pre uso del secondo in tutti i fatti fin qui esposti, al- 
lorché parla del tradimento progettato dal maestro, do- 
po aver detto essere costume de' Falisci servirsi della 
stessa persona e per ammaestrare, e per accompagnare 
i ragazzi, soggiunge, che quello scellerato presentatosi 
a Camillo gli disse: Falerios se in manus Romanis tra- 
didisse, cioè che col consegnare loro i fanciulli gli avea 
consegnato la città. Così i Falisci rimasero in pace co' 
Romani, fino all'anno 401, in che si misero insieme co* 
Tarquiniesi alla testa della lega etrusca contra Roma, 
e si portarono alle Saline presso la foce del Tevere. I 
Romani elessero allora dittatore Caip Marcio Rutilo; 
<|uestì rimontando il corso del fiume , coli' ajuto delle 



20 

barche, purgò a destra e a sinistra , dove fu di biso- 
gno, l'agro romano da' saccheggiatori nemici, e s'impa- 
dronì ancora del campo , dove fece 8000 prigioni. La 
guerra però non fu terminata che cinque anni dopo , 
allorché stretti i Falisci da Quinzio, ed i Tarquiniesi da 
Sulpicio, per non potere più sopportare i guasti dati ai 
loro territorii dai soldati romani domandarono ed ot- 
tennero una tregua di 40 anni. Livio lib. VIL e. XVIL 
e XXIL Essi mantennero fedelmente i patti per molto 
tempo, e Livio lib. X. e. XIV. narra, che neiranno 457, 
dubitando i Romani della fede degli Etrusei, da Sutri, 
Nepi , e Falerii andarono legati a Roma , i quali assi- 
curarono il senato, che le adunanze de'popoU della Etru- 
ria altro scopo non aveano che di chiedere la pace. La 
tregua durò fino all'anno 461 cioè 16 anni più del tem- 
po convenuto: allora essendosi gli Etruschi messi in mo- 
vimento centra i Romani, impegnati nella guerra san- 
nitica, i Falisci si unirono alla lega, e commisero osti- 
lità , onde i Romani dopo avere invano domandato per 
mezzo de'feciali una soddisfazione conveniente, intima- 
rono loro la guerra. Questa fu condotta dal console Car- 
vilio, il quale sforzò ben presto i Falisci a domandare 
la pace; ma non venne loro accordata, se non una tre- 
gua annua col peso di pagare cento mila nummi di bron- 
zo grave, e lo stipendio di quell'anno ai soldati. Livio 
lib. X. e. XLY. XLVL 

-^ Difficile sarebbe conoscere la causa, perchè i Fali- 
sci , dopo essere rimasti quieti nella mossa fatta dagli 
Etruschi l'anno 470, si rivoltassero l'anno 512, in che 
i Romani vincitori de' Cartaginesi diedero termine alla 
prima guerra punica, conchiudendo il trattato di pace, 
che fece di una parte della Sicilia una provincia ro- 
mana. Leggesi nella epitome di Livio lib. XIX questa 
rivolta, e come entro 6 giorni furono ridotti a dovere^ 



21 

Faìisci quum rebellassent sexto die perdomili in deditionem 
venerunt. Non altrimenti Polibio lib, I. e. LXV. narra, 
che dopo il trattato conchiuso coi Cartaginesi, i Roma- 
ni ebbero una guerra contro i Falisci, la quale termi- 
narono vantaggiosamente, divenendo in pochi giorni pa- 
droni della città. Orosio poi lib. IV. e. XII. nota, che 
i Falisci vi perdettero 15,000 uomini che furono ucci- 
si , ed Eutropio lib. II. e. XVI. aggiunge che furono 
multati della metà delle terre. Secondo questo scritto- 
re ed i fasti trionfali capitolini i consoli che condusse- 
ro quella guerra furono Q. Lutazio Cercone, ed A. Man- 
lio Torquato Attico per la se(;onda volta , ed ambedue 
trionfarono: Lutazio il dì primo di marzo, e Manlio il 
di 4 dello stesso mese. Orosio però pone questa guer- 
ra 3 anni dopo nel consolato di Tiberio Sempronio Grac- 
co, e Publio Valerio Paltone; ma è chiaro che 1' auto- 
rità de' Fasti dee meritare maggior fede. Valerio Mas- 
simo lib. V. e. 3. §. 1. narra, che volendo il popolo ro- 
mano trattare con rigore i Falisci, Papirio segretario del 
console, e che per ordine del console stesso avea scrit- 
to l'atto della resa, disarmò lo sdegno del popolo, no- 
tando, che i Falisci eransi resi non al potere , ma alla 
fede de' Romani ; non potestati , sed fidei se Romanorum 
commisisse. Zonara Ann. lib. II. ci ha conservato con 
maggiori particolarità i fatti di quella guerra, dicendo 
che nella prima zuffa la fanteria del console Torquato 
fu messa in rotta, e che questo disastro fu compensato 
dal vantaggio che riportò colla cavalleria. Che poscia in 
una seconda battaglia li sconfisse, e tolse loro tutte le 
armi, i cavalli, le suppellettili , gli schiavi , e la metà 
delle terre: e che in seguito la città stessa posta sopra 
un monte forte venne spianata e riedificata in luogo di 
facile accesso érspa S^wxcdo/xvjSvj suegjcSos. Questo passo 
è molto importante per la topografia di questa città, e 



22 

coloro che hanno voluto riconoscere in Fallari odierna 
la Falerii originale de' Siculi , non sarebbero caduti in 
tale equivoco, se lo avessero avuto presente. 

Trasportata così Falerii da un luogo forte ad un 
luogo piano , i Falisci più non si mossero. Tito Livio 
lib. XXII. e. I. ricorda questa città , narrando il pro- 
dìgio che ivi apparve l'anno 537 in che sembrò vedere 
aprirsi il cielo, ed uscirne una gran luce. In quel pas- 
so non viene designata come colonia , bensì lo è nel 
trattato de Coloniis , che si attribuisce a Frontino , dal 
quale apparisce che vi fu dedotta una colonia dai triam- 
viri col nome di Colonia Junonia Falisci. 

Facilmente si conosce perchè avesse il cognome di 
lunonia, riflettendo al culto, che i Falisci più partico- 
larmente prestavano a Giunone , ed al tempio celebre 
di quella dea eretto in Falerii dai coloni argivi , del 
quale parla Dionisio nel passo riportato di sopra. Quin- 
di Ovidio Fast. lib. VI. v. 49. chiama i Falisci luno- 
nìcolae , e nella elegia XIII. del lib. III. Amorwn de- 
scrive la festa che a'suoi giorni continuava a celebrarsi 
ad onor della dea nel recinto della primitiva Falerii , 
dove secondo il costume romano , dopo lo smantella- 
mento della città, lasciarono sussistere il tempio, situa- 
to , come afferma il poeta , sopra un colle di accesso 
difficile: 

' Dijjicilis clivis huc via praebet iter. 
E descrive i giuochi celebri , che in tal circostanza sì 
davano, e il bue indigeno, che dovea sagrificarsi, e un 
bosco sacro, nel quale era il tempio, e l'ara antica fat- 
ta senza arte: 

Ara per antiquas facta sine arte manus. 
è la pompa che a suon di tibia andava al tempio, pas- 
sando per strade velate: e le giovenche, i vitelli, i por- 
ci, e gli arieti che doveano scannarsi ad onor della dea; 



23 
alla quale però era invisa la sola capra , per la tradi- 
zione mistica, che avesse scoperto dove nella selva Giu- 
none si era nascosta, onde una se ne lasciava, che con 
dardi era inseguita da' garzoni , e colui che la feriva 
Tavea in dono. Quindi aggiunge, come spandevansi dai 
giovani e dalle donzelle vesti per le strade, per le qua- 
li il simuiacro della dea dovca passare, e come le ver- 
gini canefore coi crini ornali di oro e di gemme e co' 
calzari dorati, involte in una ampia palla, velate secon- 
do r avito costume greco, con vesti bianche portava»© 
sul capo i panieri , che contenenano gli oggetti sacri^ 
arcani. 11 popolo al passare delia pompa osservava un 
religioso silenzio; questa seguiva le vergini 8acerdote;s- 
;sc. E conchiude il poeta: . i>H'siin'if>'^ì^u 

, Argiva est pompae facies: Agamemnone caeso iQ§S'] 

Et scelus et palrias fugit Halesus opes. "'rSì 

lamque pererratis profugus terragne, fretoque, ^^i.^ 

Moenia felici condidit alta manu. << fP j^^yj MHrfya li 
lUe suos docuit Junonia sacra Faliscos. \W ò\ìyh 

Siiit mihi sint populo semper amica suo. .<<,,.,, 

Durante l'impero romano una sola lapide io cono- 
sco , dalla quale apparisce che Falerii continuava -, ad 
essere nello stato di colonia: essa è riportata dal Massa 
nella opera che intitolò De Rebus Faliscorum: e da lui 
la trasse il Grutero pag. CCLXXXVIII. e. 1; quantun- 
que sia frammentata si conosce appartenere alla classe 
delle onorarie, ed eretta ad un imperadore del princi- 
pio del secolo III. dall' ORDO ET POPVLVS COLO- 
NlAE FALISCORVM per cura di Tito Hyrio Settimio 
Agizo personaggio pretorio, e curatore della republica. 
I fasti de' martiri ricordano nello stesso secolo terzo il 
martirio sofferto in Falerii da Graciliano e Felicissima 
vergine, il di 12 agosto. Veggansi i martirologii di A- 
done colle note del Giorgi , ed il Romano con quelle 



24 

del Baronio. I loro corpi sono oggi venerati in Civita 
Castellana , dove furono trasportati; città che vedremo 
essere sorta sulle rovine di Falerii primitiva. 

La colotiia romana continuò ad esistere almeno fino 
al secolo XI. della era volgare. In fatti l'Ughelli, ed il 
suo commentatore Coleti Italia Sacra T. X. ricordano i 
nomi de' vescovi della chiesa Falerina, Faleritana, e Fa- 
leritanense dall'anno 595 fino al 1033, incirca, cioè: Gio- 
vanni, che fu presente ai concilii romani del 595 e del 
601: Garoso in quello del 649: Giovanni, che sottoscris- 
se gli atti del concilio romano del 679 e la epistola si- 
nodica di Agatone nel 680: Tribunizio, che interven- 
ne al concilio romano nel 721: Giovanni che segnò gli 
atti di quello del 743: Adriano nominato in quello del- 
l' 826: e Giovanni in quello dell' 861, ragunato contro 
l'arcivescovo di Ravenna. Al conciliabolo dell'anno 963 
assistè un vescovo Falarensis, del quale non si conosce 
il nome. Nel 978 si ricorda in un privilegio di Bene- 
detto VII. Giovanni vescovo Faleritano : nel concilio 
romano dell'anno 1015 Crescenzio: e nel 1033, da una 
bolla di Benedetto IX papa apparisce la unione delle 
sedi vescovili di Falerii e Civita Castellana , cioè lo 
spopolamento della città o colonia romana, ed il ripo- 
polamento della primitiva Falerii; imperciocché in essa 
trovasi sottoscritto VBenedictus s. Faleritanae et Castella- 
nae Episcopus. L'ultima memoria, che ho rinvenuto del- 
l'essere ancora abitata questa città appartiene al 1 lu- 
glio 1064 ed è in un documento del Registro Farfen- 
se n. 994 , nel quale è sottoscritto un Teuzo di Cre- 
scenzio giudice di Fallari. 

E circa a Civita Castellana , nel registro di papa 
Gregorio II. pertinente al primo periodo del secolo. Vili, 
ed inserito da Cencio Camerario nel libro dei Censi, edito 
dal Muratori nelle Ani. Med. Aevi T. V. col 827. si 



25 
nomina il Monastero di s. Silverio nel monte Soratte, 
al quale fu dato in enfiteusi da quel papa un fondo 
denominato Canciano ex corpore Massae Castellianae pa- 
trimonii Tusciae. A quella epoca pertanto i fondi di que- 
sta contrada, pertinenti alla Chiesa Romana, formavano 
una massa denominata Castellana , o Castelliana per le 
molte castella, che conteneva. A misura però, che la Fa- 
lerii romana si andava spopolando, raccoglievasi gente 
sulle rovine della Falerii primitiva come luogo più 
inaccessibile e per conseguenza più sicuro in que'tem- 
pi di scorrerie continue; e questa a poco a poco nel 
secolo IX. e X. formò una città, che dalla massa so- 
vraindicata fu detta Civitas Castellana , nome che an- 
cora ritiene. Infatti fin dall' anno 997 si nomina negli 
atti de'ss. Abondio ed Abondanzio un Crescenziano ve- 
scovo Civitatis Castellanae, che trasportò i corpi di que' 
martiri in Civita, dove oggi si venerano: e poco dopo 
nel 1015 un Pietro, che sottoscrisse il decreto di papa 
Benedetto IX a favore di Guglielmo abbate Fruttua- 
riense, dopo il quale le sedi di Civita, e Falerii fu- 
rono sotto Benedetto vescovo unite insieme , come fu 
indicato di sopra. Sul principio del secolo seguente 
Pandolfo Pisano, nella vita di Pasquale II. presso i Ktr. 
Ital. Script. T. III. P. I. p. 355, narra, come quel papa 
attaccò colle sue genti Civita Castellana, designata come 
locum natura satis munitum, e la prese. Era allora Ci- 
vita capo di un contado (Comitatus) , che insieme colla 
città e con altre terre fu oppignorato 1' anno 1158 da 
papa Adriano IV. a Pietro prefetto di Roma , ai suoi 
figli Giovanni ed Ottaviano ed ai suoi coadiutori ec. per 
la somma di 1000 marche di argento, eccettuando però 
quello , che un tal Malavolta avea ricevuto in Civita 
dalla Chiesa Romana. Questo pegno fu fatto per com- 
pensare le spese incontrate dal prefetto a favore della 



26 

Chiesa , e si stabilì di redimerlo a cinquanta marche 
l'anno, cioè in 20 anni. Il Muratori nelle Antichità del 
Medio Evo Tomo IV, e. 31 riferisce 1' istromento ori- 
ginale di questa oppignorazione. Secondo que' patti il 
pegno dovea essere intieramente redento 1' anno 1178; 
ma non lo era stato neppure nel 1195 ; imperciocché 
da tre altri istroraenti, appartenenti a quell' anno, che 
si leggono nella raccolta muratoriana sopraindicata tomo 
I. p. 143. tomo II , pag. 809 e seg. si trae , che la 
porzione di Pietro de Atteia o Attegio, nominato fra- 
gli oppignora tarj, fu svincolata, e riceduta alla Chiesa 
allora retta da papa Celestino III. dalle due sorelle 
Costanza e Sibilla di lui discendenti, e da Giacinto di 
Pietro Diovisalvi marito di Sibilla , e da' suoi fratelli 
Nicola ed Ottaviano, il dì 1 febbraio di quell'anno: e 
che ai 7 e 25 dello stesso mese gli eredi delle ragio- 
ni dotali e nuziali di Porpora moglie di Pietro prefet- 
to , p sorella di Cencio di Romano di papa cedettero 
al papa le loro porzioni per 133 marche e mezza di 
argento. Nella bolla di Onorio III. dall'anno 1217 in- 
serita nel Bollarlo Vaticano T. I. p. 100. e seg. si ri- 
corda il territorio castellano, nel quale si pone Morolo, 
si unisce insieme col falaritano , dove si parla di Fla- 
janellum. 

Il passo di Zonara Annoi, lib. IL riferito di sopra 
apertamente dichiara, che dopo la ultima resa di Fa- 
lerii la città primitiva posta sopra un monte forte ven- 
ne spianata, e che in sua vece un'altra ne fu edificata 
in un sito di facile accesso. D' uopo è pertanto rico- 
noscere due citta di Falerii diverse, una di fondazione 
argiva demolita dai Romani circa l'anno di Roma 512, 
l'altra di costruzione romana rimasta in piedi fino al 
secolo XI. della era volgare. La caratteristica lascia- 
taci dal greco annalista della prima città è di essere 



27 
«opra un monte dirupato : quella della seconda di es- 
sere in piano. Ora tutti concordemente riconoscono uno 
4Ìe due Falerii a Fallari , non solo per la somiglianza 
idei nome, ma perché rimane ancora in gran parte l'an- 
tico recinto (con le porte e le torri , e ragguardevoli 
avanzi del teatro e di altre fabbriche antiche. Natu- 
ralmente però si affaccia la questione a quale delle due 
città di Falerii queste vestigia debbonsi attribuire : e 
coloro, che non hanno badato, so non alla somiglianza 
del nome, ed alla esistenza delle rovine, vi avvisaro- 
no la primitiva. Ma questi avanzi sono affatto in una 
pianura : le mura presentano il metodo romano di for- 
tificazione, consistente in aver torri quadrilatero equi- 
distanti, e la costruzione di massi quadrilateri di di- 
mensione non istraordinaria di pietra vulcanica locale: 
l'arenazione delle porte è di stile analogo ad altre ope- 
re romane arcuate del V. e VI. secolo di Roma, co- 
me pure lo sono le sculture e le modinature: e final- 
mente il teatro e le altre fabbriche che racchiudonsi 
da questo recinto, sono opere pure e prette romane; 
quindi d' uopo è conchiudere, che gli avanzi di Fal- 
leri sono da attribuirsi alla Falerii romana e non ai- 
l'argiva. Dall'altro canto Civita Castellana, posta in un 
sito forte per natura , come viene descritto il Falerii 
primitivo di Plutarco in Camillo e di Zonara , occupa 
certamente il sito di una città antica , poiché visibili 
in varii luoghi sono gli avanzi delle mura antiche co- 
strutte di massi quadrilateri lunghi 4 piedi , alti 2 , 
cioè più considerabili di quelli delle mura di Fallari, 
come pure visibili sono molte grotte sepolcrali di ma- 
niera etrusca di là dal Ponte del Terreno , nella via 
antica che menava verso la Falerii posteriore. Né si 
sono trovati avanzi romani in Civita, come si veggono 
a Fallari. Ora dunque, se Civita è in sito forte ed oc- 



28 

cupa il luogo di una città antica non ripopolata dai 
Romani , altro non può essere in questa parte che la 
Falerii primitiva. La falsa opinione di coloro che vi 
volevano ne' tempi passati riconoscere il sito di Veii 
non merita oggi più confutazione , e su tal proposito 
leggasi ciò che nell'art. VEII ho dichiarato. E quanto 
a coloro, che vi credettero situato Fescennium , altra 
città argiva secondo Dionisio, e Strabone, a'tempi dei 
quali era ancora abitata, questa con maggior probabi- 
lità viene collocata a Gallese ; che se devesi ricono- 
scere a Civita Castellana, oltre ciò che si è notato, do- 
vrebbe riconoscersi pur qualche avanzo romano, sendo 
che a' tempi di Augusto e di Tiberio era ancora po- 
polata. 

Civita Castellana è distante da Roma per la stra- 
da postale odierna, detta del Furio, poco meno di mi- 
glia 38. È una città fortificata, che ha 2300 abitanti, 
ed è sede vescovile, e di governo del distretto di Vi- 
terbo , nella delegazione di questo nome , e provincia 
del Patrimonio. Il colle dirupato, sul quale giace è iso- 
lato da tutte le parti, meno verso mezzodì, ossia ver- 
so Nepi e Monterosi , dove si unisce ad una spianata 
per mezzo di una specie di istmo : scorrono a pie del- 
la rupe i rivi detti Rio Ricano e Rio Maggiore, che 
ivi confluiscono insieme e formano il fiume Treia che 
non molto dopo cade nel Tevere. Forte così per natu- 
ra è situata in guisa da poter signoreggiare il nodo 
delle strade di Nepi, di Acquaviva, di Ponte Felice , 
di Amelia , e di Viterbo. Non isfuggì tale importanza 
di sito a papa Alessandro VI, il quale commise ad An- 
tonio da Sangallo, fratello del celebre Giuliano, di far- 
vi la fortezza , che oggi ivi si vede , e che serve di 
prigione di stato. Oltre questa fortezza e le vestigia 
delle mura antiche ricordate di sopra, Civita non pre- 



29 

senta altro edifizio degno di osservazione, che la chie- 
sa episcopale , opera del secolo XIII. ed il bel ponte 
fatto edificare dal cardinal Imperiali nel 1712. 

Andando da Roma a Civita Castellana, dopo il pon- 
te di Nepi, che è circa 31 miglio lungi da Roma, la 
strada postale di Nepi a Civita sale ad un ripiano; pas- 
sa poco dopo sopra un ponte un rivo influente del 
fosso Pozzolo, al quale nella carta di Litta si dà il no- 
me di Falisco: sale quindi ad un'altro ripiano: scende 
ad un'altro ponte circa il segno migliare 32, e poi per 
quasi due miglia va in piano attraverso un bel bosco 
di querele. Poco prima del miglio 34 si passa il Ri- 
cano, che poi per quasi quattro miglia costeggia a de- 
stra la strada incassato in ripe profonde, ed imboschi- 
te. La strada di là fino a Civita va sempre sopra un 
dorso, e fino dal miglio 35 si vede da lungi Civita: 
il Ricano dopo il miglio 36 si accosta di molto alla 
via, e le rupi che coronano il suo corso offrono una 
bella veduta pittoresca: dall'altro canto a sinistra la vi- 
sta si spazia verso i gioghi del monte Cimino. Circa 
il miglio 37 e mezzo si passa un ponte ed un quarto 
dopo se ne tragitta un'altro, dove a sinistra si ha la 
veduta imponente della fortezza , e questo annunzia 
l'ingresso in Civita. 

Da Civita a Falleri la strada odierna per un mez- 
zo miglio circa è quella postale del Furio. Uscendo dal- 
la città veggonsi sulla ripa opposta del rio Maggiore 
belle rupi, nelle quali sono sepolcri degli antichi Fa- 
lisci : a sinistra si vede un ponte : a destra ravvisansi 
traccie delle mura di pietre quadrate dell'antichissima 
Falerii sulla sponda destra del rivo. Il Soratte colle 
sue moltiplici punte acuminate di calcarla maestosa- 
mente si sviluppa verso oriente e di là da esso a mag- 
gior distanza spiegansi dinanzi gli occhi i gioghi ne- 



30 

vosi della Sabina, frai quali vcdesi spuntare il sole. Poco 
dopo aver lasciato sulla stessa mano il convento de'cap- 
puccinj si volta a sinistra per andare a Falleri. La stra- 
da per buone 3 miglia e moderna, malagevole, traccia- 
ta a traverso una boscaglia. Verso il quarto miglio, dove 
cominciano a travvedersi le mura della Falerii romana 
s'incontrano le vestigia della strada antica, demolita in 
parte l'anno 1830. 

La pianta della città si avvicina alla forma trian- 
golare, col vertice troncato verso settentrione, dove è 
la porta detta di Giove e coU'angolo orientale retto pu- 
re troncato. Venendo da Civita si ha primieramente di 
prospetto il lato meridionale, dove un sepolcro romano 
indica l'andamento della via antica, ed una porta è ivi 
dappresso: un'altra n'è nell'angolo orientale, oggi ostrut- 
ta; una se ne osserva in mezzo al lato orientale, che è 
quella per la quale oggi si penetra nella città, e presso 
a questa all'ingresso è un tratto di pavimento dell'an- 
tica via, ed a sinistra sono ruderi di altri sepolcri ro- 
mani, uno de'quali è piramidale: la quarta porta è quel- 
la del vertice , detta di Giove. Per tutto il tratto so- 
vraindicato le mura presenlansi con imponenza, a segno 
che presso la porta di Giove hfivenne un pezzo di cir- 
ca 43 palmi di altezza : conservano pure le torri qua- 
drilatere , che le difendevano: esse sono in gran parte 
in piano perfetto e ricordano l'epiteto gi>E<po^og dato da 
Zonara alla posizione della Falerii romana. Il lato oc- 
cidentale , che è dirupato, lungo il quale scorre il rio 
Miccino, che scende dai monti di Caprarola, Carbogna- 
no e Fabbrica per riunirsi circa 2 miglia sotto Falerii 
al rio Maggiore , questo lato , dissi , non conserva che 
pochi avanzi delle mura, ma sibbene evidenti traccio di 
tre porte, una non lungi da quella di Giove testé no- 
minala rimanendo il solco della via, che si dirige verso 



31 

r abbadia abbandonala di s. Maria , V altra intermedia 
non lungi dal teatro , e la ultima , o la settima ha il 
nome di porta del Bove ed è presso T'angolo meridio- 
nale. Sette pertanto furono le porte di Falerii, delle qua- 
li quella di Giove , e quella del Bove hanno nome la 
prima dalla testa di Giove, l'altra da quella di un toro 
scolpite nella chiave dellarco. 

L'interno della città offre gli avanzi di una pisci- 
na, e quelli di un teatro scavato negli anni 1829 o 1830, 
opera veramente romana, e del tempo di Augusto, dove 
molti frammenti di statue si scoprirono, ed una bella 
di Livia , fra queste , sotto le forme della Concordia , 
insieme a due statue frammentate di Caio e Lucio ce- 
sari. Altri ruderi informi si veggono fra la piscina ed 
il teatro: e due tumuli , che incontransi fra la piscina 
e s. Maria coprono gli avanzi di qualche tempio. Quan- 
to a s. Maria, essa, e l'annessa abbadia ora pienamente 
abbandonata , ed in rovina , furono edificate con fran- 
tumi antichi nel secolo XIL La chiesa è a tre navi 
divise da colonne: sulla porta a sinistra vedesi incas- 
sato un capitello antico ornato di trofei e di schiavi : 
ivi pure si legge la epigrafe seguente del secolo XIIL 

#"'■■ ■■•■' 
-H LAVBENTI -f- HOC OPVS 

VS.CVMIACO Q INTAVALL 

BO FILIO SVO. FIERI FECI! # 

FECIT.HOC OPVS ^ 

Forse in questi dintorni fu un tempio antico, che for- 
nì i materiali alla chiesa. Presso di questa è la porta 
di Giove più volte ricordata, che è la più conservata, 
essa è rivolta a nord-est e conserva le traccie della sa- 
racinesca, colla quale chiudevasi. 



32 

FANVM VACVNAE v. ROCCA GIOVANE 

FARA. 

Terra della Sabina circa 35 miglia distante da Ro- 
ma situata sulla punta settentrionale del monte Buzio, 
residenza di Governo nella Comarca , la quale conta 
1152 abitanti. 11 suo nome longobardico chiaramente 
dimostra essere sorta durante il loro dominio. Imper- 
ciocché Paolo Diacono lib. IL e. IX ci ha lasciata la 
memoria, che farà chiamavano i Longobardi una fami- 
glia, dicendo che Gisolfo nipote di Alboino, creato dal 
zio duca del Friuli, dichiarò non volere assumere que- 
sto commando prima che non gli fosse stato permesso 
di scerre quelle fare , hoc est generationes , vel lineas , 
de'Longobardi, che avesse voluto. E questo passo di Pao- 
lo viene illustrato dalla Cronaca Cassinense lib. I. e. 
XXXIV. XXXV. lib. IL e. XXXI nella quale leggonsi 
ricordate la Fara Maionis , la Fara Biana , la Fara de 
Laento, e la Fara Ripa Ursa: forse anche questa ebbe 
un cognome che coH'andare del tempo si è perduto. 

Or dunque da una di tali Fare de'Longobardi, che 
in questo luogo si stabilì nel secolo VII. ebbe nome la 
terra, che ivi successivamente si formò, e che dopo es- 
sere stata posseduta da varie famiglie fu nel 1052 do- 
nata al monastero di Farfa ivi adiacente. Di tal dona- 
zione si legge un ricordo del Registro Farfense n. 858 
riportato più volte dal Galletti nel suo Gabio, dal qua- 
le apparisce, che Martino prete, col consenso di Rinie- 
ri di Crescenzio suo avvocato , per rimedio dell' anima 
propria e di Giovanni soprannomato Tinto , di Botone 
di lui fìglìuolo, e di Gerguisa moglie di Tinto, e d'Itta 
vedova di Botone , concede al monastero di Farfa il 
castello della Fara, cum muris terris ce. e se ne deter- 



33 
minano i confini. Sembra però che questa donazione fosse 
contrastata da Rustico altro figlio di Crescenzio e fratello 
di Rinieri; imperciocché troviamo nel Reg. Farf. n. 1086 
un'altro documento riportato dal Fatteschi nell'appendice 
p. 339 dal quale apprendiamo che nel 1084 Rustico re- 
stituì col consenso di Gemma sua moglie il castello della 
Fara ai monaci, permutandolo con altri beni, che Ten- 
gono ivi indicati. Questa restituzione ebbe il suo adem- 
pimento intiero l'anno 1104 siccome si ricava da un'al- 
tro documento dei Reg. Farf. n. 1168 riportato dal lo- 
dato Fatteschi p. 344. Contemporaneamente però i mo- 
naci lo diedero in enfiteusi a Rerardo figlio di Rustico 
stesso, e ad Agnese sua moglie. Veggasi il Galletti nella 
opera sovrallodata di Gabio, che ne riporta i documenti 
estratti dall'Archivio Farfense. In un documento ripor- 
tato dallo Sperandio nella sua Sabina Sagra e Profana 
p. 324. leggesi il nome di un conte Corrado della Fara 
cavaliere dell' ordine di Calatrava. Io non so se costui 
fosse conte della Fara stessa, come Nerola ed altre terre 
della Sabina aveano i loro : in tal caso sembra , che a 
quella epoca i monaci eransi spogliati del suo dominio. 
Comunque sia è certo, che dopo, tornò di nuovo al pos- 
sesso di quella terra il monastero , e poscia passò in 
pieno dominio della camera apostolica. 



'ììf 



FELICE - ALEXANDRINA. 



È una delle acque che forniscono Roma, della quale 
in parte fu trattato nell'articolo ALESSANDRINA To- 
mo L p. 119, dove notossi che venne condotta da Ales- 
sandro Severo per uso delle terme da lui edificate , e 
che fu ricondotta da Sisto V. l'anno 1585, cioè nel pri- 
mo anno del ^uo papato. vitiq jih , ... ni - i 
»:;^,, La opera èssendo vastissima, per quanto grandi fos- 

3 



34 

sero le idee di quel papa, no rende più sicuri, che era 
stata cominciata sotto Gregorio XIII suo predecessore; 
infatti è noto che sotto quel papa una compagnia d'in- 
traprendenti, fatti gli esami e le indagini necessarie pron 
pose di condurla a spese proprie in Roma fino alle Ter- 
me Diocleziano per poi venderla. Tal progetto fu ap« 
provato da Gregorio XIII; ma essendo morto quel papa, 
Sisto V. salito al soglio die compimento al lavoro, ma 
a proprie spese, segnandone il decreto, allorché prese 
possesso della Basilica Laterancnse. Architetto ne fu 
Matteo da Castello adoperato in varii lavori da Grego- 
rio XIII. e particolarmente a rifare il ponte allora de- 
nominato di s. Maria, ed ora Ponte Rotto. Quell' archi- 
tetto non fu molto felice nelle opere da lui intraprese, 
e come il ponte crollò non molti anni dopo, così la li- 
vellazione dell'acqua, che dovea chiamarsi gregoriana, e 
che poscia fu appellata Felice, perchè Sisto V. chiama- 
vasi Felice Peretti prima di esser papa , ancor essa 
mancò. 

Imperciocché egli allacciò soltanto le vene, che na- 
scono nella tenuta di Pantano, e che formavano l'acque- 
dotto alessandrino, unitamente ad alcune altre scaturi- 
gini, che sorgono un poco più oltre di valle Marchet- 
ta, nella contrada denominala Pantanello. Volendo però 
a minorazione di spese profittare presso Roma degli 
antichi acquedotti della Marcia, e della Claudia ne ven- 
ne un difetto nel livellamento, che impedì all'acqua di 
scorrere , e tornò indietro. Matteo temendo il risenti- 
mento di Sisto, che gli avea fornito uomini e danari, 
quanti ne avea domandato , fuggi nel regno di Napoli. 
Il papa die allora la cura di tale opera a Giovanni Fon- 
tana, e questi, col ricercare altre sorgenti abbondanti 
più in alto, che potessero dare la spinta a quelle di 
già allacciate, rie trovò tante, che ài dire del Baglioui 



35. 
accrebbe di più di due terzi il voJuine. doli-acquaie cosi 
ottenne lo scopo. ;• h • .' i '-^: » 

(}f Le sorgenti più lontane raccolte da Giovanni Fon- 
tana sbucciano sotto la Terra della Colonna a destra 
biella strada di Zagarolo, circa 15 miglia fuori di por- 
ta Maggiore. Queste unisconsi a quelle di Pantanello^ 
allacciate da Matteo da Castello, e dopo 2 miglia e mez- 
zo entrano nel bottino maggiore di Valle Marchetta , 
mentre per la strada il rivo riscuote il tributo di altre 
scaturigini, delle quali quel suolo di lava basaltica ab- 
bonda. Un miglio dopo nel luogo denominato la Ca- 
ditora si unisce questo tronco a quello delle oncie tre- 
cento venti raccolte da Urbano Vili, nella gran rifolta 
detta di Pantano. Quindi per la contrada denominata 
il Finocchio, per Torre Vergata, traversata la strada di 
Frascati si dirigge verso la Festicciola di Marino dopo 
15 miglia di rivo sotterraneo. Di là sempre sopraterra 
giunge a Roma passando per Roma Vecchia , àom co- 
mincia la opera arcuata, Tor Fiscale, Porta Furba, Por- 
ta Maggiore e Porta s. Lorenzo. Presso porta Maggio- 
re l'acquedotto è addossato alle mura della città e cosi 
continua fino a porta s. Lorenzo, dove entra in Roma, 
e per la villa già Peretti, poi Negroni, ed oggi Massi- 
mi arriva al gran castello dietro la fontana detta di 
Termini e del Mosè dopo 22 miglia di corso. ■'' ■> Iv 

Presso porta Maggiore una parte di quesl' acqua 
vien derivata verso il Celio, lungo l'antico acquedotto 
neroniano fino a s. Giovanni Laterano , e di là da s. 
Giovanni fino alla villa un di Mattei, ed il giardino, e 
convento de'ss. Giovanni e Paolo. ; n'i'iui" a 

La spesa di questa opera fu significante: il C!as9ÌO: 
dice, che il primo lavoro, quello cioè eseguito da Mat- 
teo da Castello, costò 100,000 scudi compresi 25,000 
dati in compenso ai Colonna pe'. tagli e tasti fatti per 



36 

le vene da condursi , lavoro eseguilo da 2000 operai ; 
e che i lavori, sotto la direzione del Fontana, per te- 
stimonianza di Francesco Fontana , occuparono 4000 
operai. In totalità la spesa ascese a scudi 300,000. 

Secondo le osservazioni fatte dal Vici l'anno 1809, 
e riferite da Rondelet nell' aggiunta alla sua traduzio- 
ne di Frontino , quest' acquedotto forniva allora in 24 
ore 1,843,200 palmi cubici di acqua, cioè 727,344 on- 
eie, ossia 2978 quinarie antiche. 

FERENTINAE, AQVA, LVCVS v. MARINO. 

FERRATÀ-AD LAMINA», AD LAMNAS 

^' 3lqua Sttxaia. '^ttm òt Iettata. 

È un bel ruscello ricco di acque limpide e peren- 
ni, del quale si fa menzione la prima volta in una car- 
ta dell'anno 775 della era volgare. Da quel documenta 
apparisce che fu donato in quell'anno al monastero su- 
blacense^ insieme con altri fondi da Cesario console, e 
duca. Successivamente se ne fa menzione nel placito 
dell' anno 983 , riferito dal Muratori nelle Ant. Medii 
Aevi T. I. p. 380, e nella bolla di Gregorio V. dell'an- 
no 996 riportata dallo stesso scrittore p. 943. L'Olste- 
nio saviamente opina, che il nome di Ferrata, dato al 
rivo, tragga origine da quella sorgente di acqua mine- 
rale ferruginosa, che scaturisce presso la via consolare 
a sinistra poco prima di giungere al ponte e si mesce 
col ruscello maggiore poco dopo. Le sorgenti del rivo 
probabilmente hanno la origine primitiva dai laghi di 
Percili, ma non compariscono, se non fra Colle Satur- 
no Monte Peschioso di là dal villaggio di Scarpa: esso 



18 

va ad influire nell' Anione sotto alla via Valeria fra le 
osterie dette della Spiaggia e della Ferrata , dopo un 
corso di circa 5 miglia. Traversa la via publica circa 
33 miglia lontano da Roma dove è un ponticello mo- 
derno. Sembra , che ne' tempi antichi fosse in questo 
luogo un arco monumentale, di che fassi menzione nel- 
le bolle di Gregorio IV dell'anno 833, e di Niccolò I. 
dell'anno 864, riportate nel tomo I. del Bollarlo Roma- 
no p. 172. e 198; nel placito del 983 , nella bolla di 
Gregorio V. del 996, ed in quella di Pasquale II. del- 
l' anno 1115 conservateci dal Muratori nella preziosa 
raccolta delle Antichità del Medio Evo. ->ì*^;.;'»m^*. '*" 

Il ponte sovraindicato è nel nodo, in che riuhiscbn^ 
si il sentiero, che mena al villaggio di Scarpa, la stra- 
da che conduce a Riofreddo, e la via valerla: e per- 
ciò fu designato , come confine de' beni del monastero 
da questa parte ne' documenti sovrallegati. 

Nella carta itineraria detta teodosiana e peutinge- 
riana 5 miglia distante da Varia verso Subiaco è no- 
tata la stazione di Ad Lamnas ossia ad Lamina» , la 
quale traeva nome da una massa, o aggregato di fon- 
di che Costantino donò al Battisterio lateranense , sic^ 
come ricavasi da Anastasio bibliotecario nella vita di 
Silvestro I: in alcuni testi di quel biografo per errore 
del trascrittore leggesi in luogo di Lamnas, o Laminas, 
Laninas, come nell'Anonimo ravennate Lauinas; e quel- 
la massa ricordata dal Bibliotecario si dice parte del 
territorio carseolano. Ma è certo che Varia corrisponde 
a Vicovaro , dunque le 5 miglia coincidono colla Fer- 
rata, ed ivi si dee riconoscere la stazione ad Laminas: 
è certa altresì la posizione di Carseoli esistendone i ru- 
deri nel piano del Cavaliere, e perciò la Massa veniva 
costituita dai territori! di Scarpa , Roviano , Arsoli , e 
Riofreddo. La massa che dava nome alla stazione, sem- 



38 

bjra- averlo tratto ossa stessa da qualche città preceden- 
temoole esìstente e distrutta : e questa io ho scoperta 
nell'anno 1825 sulla falda del monte che sovrasta alla 
ì(ia. fràlle Frattocce e Ferrata , dove vcggonsi ancora 
Aracele dell'antico recinto costrutto in parte di poligo- 
ni, in parte di massi quadrilateri, e tutti di calcaria ed 
un angolo ancora facilmente si ritrova. Questa città, che 
«ra Cèrtamente degli Equi, fu uno de' 44 oppidi presi 
e. disfatti dai Romani l'anno 451 di Roma, siccome nar- 
ra Livio lib. IX. cap. XLV , nel soggiogamento defini- 
U*ò di quella nazione indomita, ed il suo territorio ven- 
ne aggregato a quello della colonia romana di Carseo- 
IL fondata poco dopo in luogo opportuno a ritenere le 

le«r^ «JOnqifiSftatCé., ,^; .... . 

-T»q a : f.ìiAi)r nìr f\ " ..oM»'itV»iH •; rr»rn:JOi 'i/? ; !;i« 
mvifcunojn lob iauò. FERRONEA. V ,|. u: ..»: > 

_.,v f;;ÌJ.iHn.,tcniqle^to di circa rubbia 37, pertinente agli 
^Ijlicri,. chiuso .entro i terrilorii di s. Angelo in Capoc- 
jcia e di Monticelli ,, e posto nella giunzione delle due 
strade , che da Roma per la porta s. Lorenzo condu- 
jcono a Monticelli y circa 14 miglia distante da Roma, 
ih Jiliv r.llitfl ùhn'ìu\\ii\ii'u{ (lUr.ì'^nnl. lU i>«iiì)h '•nurì 
flvmj 'i'Hi FESCENNIVM v. FALERIL 

^atò'uujA <> .:-'.■: un. ^..l iv ! ■;' 

-loi/p ') ; 'AvuVviwi 'jiiUHìi Fi ANO. . 

loh o]ir,(| jj-jili i,^ oiir.'>DlmI(liJ[ Ir.b iiU,\ri<yn-{ iV-.-r.\n k' 
Hbnoqy.iTKJt i:i'ifi7 • ^j ♦ >• 

-r,H Bilu. oaobÌM,i. .4APn"»^%.,... . .. . 

:sir)uiwv',.ì itfi vnoivf;'^ <^! 0'i'>'v,Ofw>')lT of*h i'- \n '*'r .'.Uv 

-ir% Terra della Comarcà, net distretto di Roma e go^ 
Verno di Castel Nuovo di Porto con 591 abitanti y di- 
latante da Roma circa 24 miglia, per la via tiberina, pro- 
;i^i'ietà con titolo dì ducato degli Ottoboni. Ne' secoli 



scorsi volle derivarsi il nome di questa terra dalla pa- 
rola latina Fanum e si volle alludere al Fanum Fero- 
niae, celebre santuario, coramune ai Capenati, agli altri 
Etruscij ed ai Sabini, e di questa opinione fu il Clu- 
verio, il quale aggiunge in prova della sua congettura 
di essersi trovate in Fiano stesso alcune lapidi; ma va- 
glia il vero questa sua asserzione fu smentita dall' in- 
defesso Galletti ,\ che nella dissertazione sopra Capena 
p. 34 notò la insussistenza di tale ritrovamento, ed inol- 
tre, che il nome de'bassi tempi di questo fondo, essen- 
do quello di Flaianum , troppo chiaramente dimostra 
trarre origine da Flavianum , e dalla gente Flavia che 
lo possedette, e che, malgrado la vicinanza, non ha né 
punto, né poco che fare co' Flaviniaque arva di Virgi- 
lio, o la Flavina del suo imitatore Silio Italico.'.r; oìùo 
Quello, che non può porsi in dubbio è che un do- 
cumento dell'anno 1074, quale si è la bolla di Grego- 
rio VII. a favore de'monaci di s. Paolo, dimostra, che 
a quella epoca , era un castrum di pertinenza di quel 
monastero. A questo Io tolse poco dopo Teobaldo di Cen- 
cio di Stefano; ma dopo la sua morte i suoi figliuoli Cen- 
cio e Stefano lo restituirono al monastero l'anno 1099, 
come risulta dall'atto originale di tale restituzione, edito 
dal Galletti nella opera testé nominata sopra Capena p. 
59. Il monastero contemporaneamente lo die in enfiteu- 
si ai medesimi figli di Teobaldo , come si trae da liin 
altro documento riportato dallo stesso scrittore p. 62. 
Sembra, che costoro non adempiessero i patti della en- 
fiteusi , poiché nel 1139 i monaci portarono i loro re- 
clami al concilio lateranense , onde ricuperarlo insieme 
con altre terre tolte al monastero. Fu in seguito con- 
fermato al monastero stesso da papa Innocenzo III. l'an- 
no 1203, come si trae, dalla sua bolla edita dal Mar- 
garini T. I. Da altri documenti riferiti dal Galletti ap-^ 



40 

parìsce , che nel secolo XIV. questa tèrra venne per 
metà in potere degli Orsini, e che T altra metà col fa- 
vore di Giovanni Sanguigno cognato di Paolo Orsino 
circa Tanno 1405 fu venduta allo stesso Paolo per soli 
1100 fiorini. Gli Orsini col titolo di contea l'hanno ri- 
tenuta fino all'anno 1600, quando il conte Alessandro 
k vendette a Caterina de' Nobili madre del cardinale 
Francesco Sforza per 77 mila scudi ; questi venutone 
al possesso ottenne da papa Paolo V. che fosse eretto 
in ducato l'anno 1607. e ne die il titolo a Sforza suo 
figlio, che Io godette fino alla morte; il fondo però fu 
nel 1621 venduto dallo stesso cardinal Francesco per 
220 mila scudi ad Orazio Ludovisi fratello di Grego- 
rio XV. I Ludovisi lo hanno ritenuto col titolo di du- 
cato nel secolo XVII. finché per vendita lo' cedettero 
agli Ottohoni. Veggasi il Ratti Della Famiglia Sforza , 

T. I. p. aia 

u) , i nCA^A-DRAGONCELLO. 

FestònèHa voce Pmi/w dice; Puilià saxa esse ad 
portum, qui sit secundum Tiberini, ait Fabius Pictor: quem 
locum putat Labeo dici, ubi fuerit Ficana, via ostiensi ad 
lapidem XI. Erano pertanto chiamate col nome di Pui- 
lià saxa certe rupi sul Tevere , presso una specie di 
porto, che ivi il fiume formava, sulla via ostiense, un- 
dici miglia fuori della porta antica Trigemina , donde 
usciva quella via, ed ivi secondo Labeone era stata Fi- 
cana. Ora il corso del fiume, la distanza di 11. miglia 
da Roma, e la circostanza di rupi dominanti il Tevere, 
in un punto solo coincidono, cioè, presso al casale del- 
la tenuta di Dragoncello, e per conseguenza ivi e non 
a Trafusa, o a Trafusina, come altri supposero, fu con 
molta * probabilità Ficana , città di cui non si conosce , 
se non il iiome, la posizione, e l'eccidio fattone da An- 



41 
eo Marcio, ricordato da Dionisio lib. III. e. XXXVIII. 
e Livio lib. I. e. XIII. l'anno di Roma 118. E quanto 
al primo di questi scrittori è solo per equivoco de* co- 
pisti, che si trova cangiato il nome de'Ficanesi, e di Fi- 
cana con quello de'Fidenati, e di Fidene, che era in una 
parte opposta. 

La città probabilmente fu fondata dagli Aborigeni, 
che scelsero la ultima lacinia del dorso oggi conosciuto 
in questa parte col nome di monti di s. Paolo , e che 
colle opposte lacinie di Pisciarelli, e Ponte Galera chiu- 
de il varco in guisa, che d'uopo è riconoscere in que- 
sto punto la primitiva foce del Tevere, nella stessa gui- 
sa, che ne* tempi imperiali la determinavano le città di 
Ostia e di Porto. Questo punto non potè trascurarsi da- 
gli Aborigeni, o dai Latini, come quello opposto dagli 
Etrusci, affine di poter signoreggiare la foce del fiume, 
che irrigava le loro terre, onde, come gli Aborigeni, o 
i Latini fondarono Ficana , anche gli Etrusci doverono 
fondare una qualche altra terra sulla sponda opposta 
presso Ponte Galera. Anco Marcio, che prese questa cit- 
tà ai Latini, come pure tutta la opposta sponda ai Ve- 
ienti-Etrusci, in una epoca, in che non avea più quél- 
la primitiva importanza, perchè il Tevere sboccava nel 
mare cinque miglia più oltre , trasportò gli abitanti di 
Ficana a Roma e popolò con essi e cogli altri popoli la- 
lini vinti il colle Aventino, e lasciata deserta la città ne 
assegnò le terre alla colonia romana, che fondò a sosti- 
tuzione di Ficana sulla foce del Tevere, come allora tro- 
vavasi protratta, e chiamolla Ostia. ■' l^■.ì■'^ 

-; Inutile è dire, che avanzi di questa città desolala 
fin da 2472 anni fa, non rimangono, ma quello che non 
potevano i secoli abolire, la natura de'luoghi fa ben ri- 
conoscere a chi ha l'occhio pratico in tali ricerche, che 

'ììì'ìh i- (;,i>; '-1(1 j'Li'. Ì\->o'><^ i' fHW: huhlm '•«:»il«0 > 



42 

il sitò di Dragoncello ù quello di una città de'lcmpi pri- 
mitivi di questa parte d'Italia. 

All'articolo DRAGONE notai essere stato questo il 
nome commune di tutto il tratto dell'Agro Romano, fra 
il Tevere , a partire del confluente in esso del rivo di 
Malafede, ed il territorio di Ostia, durante i secoli XI, 
XII j e XIII, nome che derivò da un qualche Draco, che 
ne fu il proprietario, e che perciò lo fé chiamare Fun- 
dus Draconis, come si chiamò Mons Draconis, quello che 
oggi appelliamo Monte di s. Paolo j, perchè proprietà de* 
monaci di s. Paolo fino dal secolo XI. Ora questo si 
suddivise in Dragone, e Dragoncello , come avvenne di 
altri fondi dell' Agro Romano suddivisi in Tragliata e 
Tragliatella , Solfarata e Solfaratella , Mandria e Man- 
driola ec. Dragoncello stesso si suddivise in due, allor- 
ché una parte ne venne alienata dal Monastero di s. 
Paolo, e questi due tenimenti nel secolo XVI. erano de- 
signati co' nomi de' proprietari rispettivi, Dragoncello s. 
Paolo, e Dragoncello Naro. ììmIìì; Mi^ìiy;^;^ • air 'j'itìLnnì 

Dragoncello s. Paolo confina contenimenti di Mala- 
fede, di Dragoncello Naro, e col Tevere: ha 369 rub- 
bia di estensione divise nelle riserve denominate il Pra- 
to, Piani di Monte Cunio, Valle Porcina, Fontaniletto, e 
quarto di Monte Cunio. 

Dragoncello Naro sul finire del secolo XVII. appar- 
teneva ancora alla famiglia di questo nome, siccome si 
trae dalla Carta di Ameti data in luce l'anno 1693. Po- 
co dopo fu acquistata dalla famiglia Spada, poiché nella 
Carta del Cingolani del 1704 a quella famiglia si asse- 
gna. In seguito nel secolo passato fu acquistato dai Ma- 
rescotti, e da questi venduto l'anno 1816 ai De Ange- 
lis. Confina questa tenuta col Tevere e col teniraento 
di Dragone, territorio di Ostia, e Dragoncello s. Paolo 
Contiene rubbia 209 , e 2 scorzi divise ne' quarti delle 



43 

Piscine, del Casale, e di Montedoro. Nel Diario ^ anonir 
mo riportato dal Muratori Rer. Ital. Script. T. XXVI. 
p. 1030 si legge come ai 14 giugno 1412 nella ritirata 
dei conte di Carrara e di Sforza, che iniiilavano: icon 
re Ladislao si portarono questi verso Ostia, e si alten?- 
darono con padiglioni e trabacche in loco qui dicitur Dra^ 
goncelli, e vi rimasero per 2 giorni, tantO; è vero,, che 
vantaggiosa è la situazione di questo casale,. Q-»thc io 
credo meno malsana di tutto il circondario, e capjAe&Mda 
potejTvi odifìcare imai borgat^. >~\.^.,u, >•■: .ì.iìi--.ì é.iJaoj 
-oh ,f\A/.Z .q» .11/ .di! crM')/ h« ox'jM-ii ollon on<rH»3 
-jiqtì ili 'r<ftmj l*in omjniFIGYLEA :yf^fi^ mitìfM eb.p'r 
\'in fììiiHì^'i! lì- \'i -nfi^r .) (!; :ri)j'!,,>i(;i ,tH\X fmnp'IIob al 
;^v. Dionisio Atìòariiàsieo ì&f<h e. XVI. idicey 'éinrl^ 
Aborigeni fabbricarono le città degli vAntemnali, de'Tel- 
lenesi, e de'Ficolesi, dopo averne discacciato i Sicuiiute 
di quella de' Ficolesi aggiunge , che stava presso i coisi 
detti monti Gorniculani, e che queste città erano > anco^ 
ra abitate a' suoi giorni , cioè ai tempi dii Augusto.; ! Di 
Ficulea' poscia più non si fa menzione fino al regno di 
Tarquinio Prisco , il quale nella guerra conlra i Prisoi 
Latini , descritta da Livio lib. I. e. XXXVIII , la prese 
•dopo Corniculum, insieme con Cameria, Crustumeriim}, 
Ameriola , Medullia , e Nomentum. Lo storico 4atÌB0. (i 
differenza delle altre città testò nominate, che Cràho co- 
ionie latine, dà l'epiteto Ai Vetus a Ficulea, che» non Io 
era: Ficulea Vetus. Quindi Marziale Kb. VL cpJ ■ ^^■ISQVIL 
appellandola Ficeliae in luogo di Ficulea yì aggiùnge an- 
cora l'epiteto veteres. Dionisio stesso nota lib. V. e. .XL, 
che allorquando fu ammessa alla cittadinanza di! Boina 
la gente Claudia l'anno 252, le Vienne assegnalo • il; ter- 
reno fra Fidene, e Piculia, ossia Ficulea, cioè , o quella 
parte dell'agro tolto ai Fidenati di là dall'Amene, che 
confinava con quello di Ficulea , ovvero quello i<;hc era 



44 

parte dell'agro ficulonse stesso, conquistato da Tarqui- 
nio Prisco. Varrone de Lingua Latina \ìh. V. p. 56. nel- 
lo spiegare la voce Poplifugia, nome, che si dava al gior- 
no in che il popolo era fuggito dopo la sconfitta dell'Al- 
lia, soggiunge, che dopo la partenza dei Galli i popoli 
intorno a Roma si erano mossi a suo danno e fra quel- 
li sub urie nomina i Ficuleates, ed i Fidenates. 
t Dopo questo fatto i Ficolesi non figurano più nella 
storia , ed è probabile , che mai più non si movessero 
contra Roma. Si ricorda però il loro territorio da Ci- 
cerone nelle lettere ad Attico lib. XII. ep. XXXIV, do- 
ve da Astura scrive l'oratore romano nel mese di apri- 
le dell'anno 708, intendere di essere il di seguente nel 
sùburbano di Sica , e poscia nel Ficulense : Cras igitur 
in Sicae suburbano : inde quemadmodum suades , puto me 
in Ficulensi [ore; ove dovea avere un congresso con At- 
tico stesso. Alcuno potrebbe credere, che essendo pros- 
simi i territori di Ficulea , e Nomento , anzi fra loro a 
contatto, in questo passo si alluda al predio rustico, che 
Attico avea secondo Cornelio Nepote in queste contrade , 
e che egli appella nomcntano: Nullos habuit hortos, nul- 
lam suburbanam, aut maritimam sumptuosam villani, nc- 
que in Italia, praeter ardeatinum et nomentanum, rusticum 
praedium. nf:ir oj .r.rìna'nu)/. o ^ ì:ìì\i;ìì'.iC ,;.!:ir,:a/. 
Dalla raccolta degli autori intitolata de Limitihùs si 
trae che il territorio ficolense , che ivi Faciliensis ager 
si appella fu ripartito e riservato secondo la legge, col- 
la quale fu diviso e riservato quello di Curi de'Sabini. 
Ora secondo quella raccolta medesima, il territorio di 
Curi fu venduto dai questori , e con certi termini rac- 
chiuso per 50 iugeri. Poscia per Gommando di Giulio 
Cesare fu diviso per centurie, e per limiti: furono ap- 
posti termini di travertino, ed anche pietre rosse furo- 
no segnate. In varii luoghi, poi i muri, le macerie, i se- 



48^ 
pólcri, i monumenti, il eorso de'riri, o de* fiumi, alberi 
fissi o stranieri , e pozzi servivano di confine , ed altri 
segnali che ne'libri degli autori leggevansi. In caso poi, 
che non si trovassero tali segnali, la direzione de' filoni 
degli alberi di olivo dovea servire di norma , e così , sài 
riconoscevano i confini fralle possessioni diverse. Da que- 
sti particolari sembra potersi dedurre, essere andato sog- 
getto il territorio di Ficulea ancora ad essere venduto 
nella guerra sillana , forse perchè i Sabini , e le altre 
città fra loro e Roma seguirono la fazione di Mario. E 
che poscia andò soggetto ad una nuova divisione dopo 
la guerra fra Cesare e Pompeo. Da Dionisio ricordata 
in principio apparisce , che questa città era abitata an- 
cora ai tempi di Augusto. Seguitò pure ad esserlo poi 
e forse risorse come altre prische città del Lazio nel 
corso del primo secolo della era volgare , poiché oltre 
Plinio che la pone fralle città ancora esistenti, ed oltre 
il passo di Marziale rammentato di sopra, che appartie- 
ne alla epoca di Domiziano, é celebre la iscrizione rin- 
venuta nel secolo scorso nel tenimento della Cesarina , 
presso il quale or ora vedrassi essere stata questa cit- 
tà , e non già a Genzano come inesattamente notò lo 
Chauby nella Decouverte de la Maison de Campagne d'Ho- 
race T. IH. p. 258. n. 6. •• "i'* > u« 

Questa iscrizione è ad onore di Marcò Aurelio An- 
tonino, r ottimo imperadore, erettagli l'anno XVI. della 
sua potestà tribunizia, ossia l'anno 162 della era volga- 
re, come principe indulgentissimo dai PVERl e PVEL- 
LAE ALIMENTARI FICOLENSIVM II Marini, che la 
riporta fralle iscrizioni albane (fralle quali ancora ritro- 
vasi) alla p. 42. nota, che Winckelmann, che pur la ri- 
porta, dice T. II. della Storia dell' Arte p. 394, che fu 
scoperta nel luogo stesso, dove era stata collocata a prin- 
eipio , e si querela , che questo non vuol dir nulla , e 



46 

che si dovrà tuttavia andar cercando il preciso sito del- 
la^antioa Ficolca, o Ficulea. Nelle aggiunte e correzio- 
nipoi fidandosi .troppo ftU'asserzione erronea di Chauby,. 
che confuse la Cesarina fondo de'Cesarini, con Genzaao 
feudo loro, dice, che posto questo, e posto ciò che asse- 
ri il Winckelinann, non incontrerem più i Ficolesi lungo 
la/via nòmentana. Ma appunto Ficulea fu lungo la via 
nomeutana. E con questo monumento importante fu dis- 
sotterrato uu; fregio scolpito a bassorilievo, sul quale 
erano rappresentate tali donzelle alimentarie, e che oggi 
s,i',v^de.anch<j esso aella ;VÌUa Albani, monumento che 
fu con profonda dottrina illustrato da Zoega nella o- 
pera de' Bassorilievi tav. XXXII , e XXXIII. Quindi 
deducesi, che circa la metà del secondo secolo della 
era volgare, Eiculea era cosi popolosa, e salubre, che 
vi era un collegio di donzelle , il quale fu , secondo 
Capitolino, nella vita del divo Marco e. XXVI. ivi sta- 
bilito ad onore di Faustina sua moglie defunta: novas 
puellas Faustinianas instituit in honorem tixoris mortuae : 
ad imitazione di quello che il padre suo adottivo An- 
tonino Pio avea eretto in memoria della Faustina se- 
niore», sua moglie, e che intitolò PYELLAE FAVSTI- 
NIANAE , come si trae dallo stesso Capitolino nella 
sua vita e. Vili, e dalle medaglie edite dallo Span- 
heim e descritte da Eckhel. E Marco Aurelio non re- 
strinse solo la sua istituzione alle donzelle, come avea 
fatto il divo Pio, ma ancora ai garzoni PVERI ET PVEL- 
LAE ALIMENTARI FICOLENSIVM. 

Nelle note al Cluverio p. 660 1. 35 fu osserva- 
to dairOlstenio, che papa Innocenzio I. nella lettera VII. 
nomina come una sola la parrocchia nomentana, o fe- 
Uciense, cioè ficolense; è questo un argomento per cre- 
dere che sul principio del secolo V. queste due ve- 
tuste; città erano molto decadute, in modo che non for- 



47 

mavano che una sola cura; é altresì una prova della lo- 
ro vicendevole prossimità. Questo è l'ultimo documento, 
che di Ficulea finora sia noto. « r,/'>j{ji>no'> -ul^nyq i = 
■fi Frallc forme diverse con che s' incontra enunciato 
ih nome di questa città, la più corretta è quella di Fi- 
culea, o Ficolea, nome , che dovrebbe avere la radice 
coramune con vicvs , e che in linguaggio volgare tra- 
durrebbesi ViearcUo , Viculus : la leggerezza de' gram- 
matici derivoUo da Ficus, e quindi i copisti lo travol- 
sero in Ficnlnea: e da questo errore derivò l'altro, che 
trasmutando il nome in Figulea , ne volle derivare la 
origine dalle figuline, o fabbriche di terra cotta ivi sta- 
bilite. Quindi l'autore degli atti di s. Lorenzo, che co- 
me è noto, se non apocrifi , sono molto interpolati , ne 
fece una città di Figlinae e la trasportò dàlia via no- 
mcntana nella salaria. Ma basti su questo particolare : 
egli è difficile dopo trenta secoli rintracciare la etimo- 
logia del nome di una città , e trattenersi a lungo so- 
pra tali ricerch»!; non reca utilità corrispondente. Molto 
più a proposito è l'indagare il sito, dove un tempo que- 
sta sorse, onde meglio conoscere i fatti istorici, che la 
ricordano. ' yuti «-^ «libb fuinv* l'MA ib ir.iilr/'»^'» «i -jì 
Da quanto fu esposto di sopra è chiaro che Fico- 
lea, o Ficulea fu a settentrione di Roma, nel suo su- 
burbano, e che il territorio fu a contatto con quello di 
Fidene, Noroento , e Corniculum , dicendoci riguardo a 
quest' ultima città Dionisio , che Ficulea era verso , o 
presso , o rivolta ( npog ) ai monti corniculani. Inoltre 
Livio la mostra sulla via, o presso la via nomentana fra 
Roma e Nomento, allorché lib. lU. e, LIL narrando la 
seconda ritirata de' Romani sul Monte Sacro dice : Via 
nomentana, cui tunc ficulensi nomen fuit , profecti , castra 
in Monte Sacro locavere. Era pertanto una via medesi- 
ma la nomentana de'tempi posteriori quella, che nc'tem- 



48 

pi più antichi dicevasi fìculeiise, e come ebbe nome di 
nonicntana, perchè per essa si andava a Nomentum, co- 
sì perché conduceva a Ficulea ebbe il nome di ficulen- 
se. Unendo pertanto insieme le circostanze locali fin qui 
esposte, dell'esser Ficulea fra Fidene, Crustumerii, Cor- 
niculum, e Roma, e presso la via nomentana, io credo 
di averne potuto determinare il sito in quel colle della 
tenuta di Gasanuova, che per tre lati è difeso dai ri- 
vi, che vanno a formare il fosso di Casal de'Pazzi 1 mi- 
glio più oltre del casale della Cesarina, e 9 miglia lun- 
gi da Roma, il quale prolungandosi per circa un miglio 
trovasi a contatto della via nomentana verso il X mi- 
glio da Roma presso il casale di Casanuova. Questo mon- 
te volgarmente chiamasi Monte della Creta e dà nome 
ad un quarto di quella tenuta, della quale fu parlato a 
suo luogo. 

A conferma del sito di questa città in tali dintorni 
si aggiunge la iscrizione seguente trovata nel fondo (con 
quello confinante) della Cesarina l'anno 1825. È questa 
incisa in un masso di travertino scorniciato alto 4 piedi 
largo 1 e mezzo e grosso 4 piedi ragguagliati, la qua- 
le in caratteri di bella forma della era augustana dice: 

•ijf i ìì:-. l-'ff ,':-■'. . ■ 

() , <>-.!'w f.'io l'oin :" ' ■ ^;ì ,:. h'^ (' 

i;iì iìiwila'jiiiori j.i; i' (>•-••.! v, .n,- •:\-\\y. f.'i 
y\ (>l)}icru;{i JLl .o .'il .''"' 
w\ : O'iib <>-ru;r, •''.''' 

-i.'ih'Kn r.!'"/ f ' n f ini i'"^'i 



4J 

:,5..-..,-.^ ., M CONSIVS M L 

i UfvÀ^r^ CERINTHVS m 

,J tiìhr. ACCENSVS VELATVS 

u^i\>niù ■■■.<' IMMVNFS CVM SIM • yrii^ 

é «J .iu;lw h «:X VOLVNTATE MEA ' '; tV--:.. 

'.Jrio-)ob'a'j.! fv. ET IMPENSA . MEA 

-ir, jil 'iff:) <nr, CLIVOM STRAVI u>,k a> 

;/. ri) olr LAPIDE AB . IMO SVSVM >U 

,)7;nor. LONGVM PEDES €CCXL >:> 

LaTvM . CVM MARGINIBYS^n oat# 

PEDES Vini FIT QVOD 
STRAVI MILIA PEDVM . U 
M M M LX J^Ai«» 

ItERVM . EVNDEM 

clIvom ab imo levavi 

ET CLIVOM MEDIVM 
f REGI ET DEPRESSI 

.;vj r,ii;>l-. lili ÌMPENSA MEA REGIONE nn 

ihìv Ohi V FIGVLENSI PAGO VLMANO >^ 

ET TRANSVLMANO f^ 

PELEGIANO VSQVE 
AD MARTIS ET VLTRA 

Da questa lapide importante apparisce clie Marco Con- 
sio Cerinto liberto di Marco, accenso velato, essendo im- 
mune , di sua propria volontà , ed a sua spesa lastricò 
con pietre una salita, o clivo per 340 piedi di estensio- 
ne dal basso all'alto, e largo insieme co'margini 9 pie- 
di , ossia piedi quadrati 3060 : e questo clivo fece più 
agiato alzando le radici di esso e tagliando e deprimen- 
do la parte media, la quale opera fece nella contrada ^ 
o territorio ficulense nel pago Ulmano e TransulmanO 
Pelegiano fino e al di là di una statua , o di un tem- 

4 



pio di Marte. Chiaro è pertanto da questa lapide in che 
parte fosse Ficulea. li) quello scavo che durò parecchi 
mesi si osservarono gli avanzi de'fabbricati e delle yì1=- 
ie, che costituivano i due pagi nominati nella lapide, i 
quali forse traevano nome dal rivo della Cesarina che si 
sarà detto Ulmano per l'abbondanza degli olmi. La la.r 
pide fu scoperta fra gli avanzi 4i camere ben decorate 
di marmi, e siccome è rozza dietro, è chiaro che fu af- 
fissa di fianco al clivo lastricato e fatto piji agiato da M, 
Conscio. Frai marchi di mattoni delle fabbriche scoperte 
uno ne copiai colla epigrafe seguente: 

HIB ET SISIN COS EX PR SAL VLP. VI. 
PIANI 

F"- 
cioè : Hibero et Sisinnio consulibus ex praedtis Salviant9 
llìpii Ulpiani. 

Il consolato d'Ibero e Sisinnio, che ne'fasti erronea^ 
mente dicesi Sisenna, appartiene all'anno 133 della era 
volgare, durante il regno di Adriano. Ivi dappresso vidi 
pure scavate le lapidi seguenti: 

LOCVS TJ/ 1:ì èjniLDIS. MANIBVS 
SEPVLCHRI C. POPPAEO 

-it^ESGINlS AVG. ti:!'>q<:^ ^•-^- GEMELLO ^>? ^'<^ 
-i AB GODICILLIS's " VIX.ANN.LXXXX » « »^ 

i>- IN F P CCL MENSIl.IILDIB.il « 

-0 IN A P CXXXV POPPAEVS PRIMIGENIVS > 
-9^1 ^ -^'. ■^'^^^- PAT.SVO BEN M,FEC >- 

wi 'Vifiì 07Ìi'> oìi^'.yp : OOIU^ ì',mhzi'i\! uvmì{ «i^^o . li) 

e molti tubi di piombo col nome di Publio Fabio Aba^ 
scanto: P. FABIVS ABASCANTVS FEC. 

I topografi di Roma e delle sue vicinanze de'tempi 
passati supponendo Ficulea a Monte Gentile non ìs* vOf 



51 

sgannarono, che di circa un miglio; ma certamente gra- 
vissimo errore fu quello di supporre avanzi di teatro 
quelli di una conserva a sinistra della via: e questo er- 
rore die maggior peso alla congettura. V. MONTE GEU- 

TIIE. ■. • = ";, ■: ':' 

'•"I •;■ "'trTinfi bs 

FIDENA-FJl)ENAE-(;45r^I GlUBaEO^^n^'^'n 

Poche antiche città, delle quali, o non riinaiigoào 
siffatto vestigia , ovvero scarsissime rovine appariscono , 
■hanno avuto la sorte di potere -essere ben riconosciute, 
.quanto al sito, come Fidene. La sua distanza di 40 sta- 
dii, o sia 5 miglia da Roma, fuori deMa porta Collina, 
si ha da Diomsio lib. II. III. e X, il quale pure dichia- 
ra, che stava di là dall'Amene relativamente a Roma, 
immediatamente sul Tevere, che le scorreva sotto rapi- 
do, « vorticoso: sulla via salaria concordemente si pone 
dagli antichi scrittori , come prima stazione da Roma 
Tiene indicata nella carta peutìngeriana , e come città 
alta e munita si descrive da Livio lib. IV, e. XXII. Po- 
aiendo pertanto insieme tutti questi particolari , il sito 
-di Fidene si riconosce sopra i colli dirupati a destra 
della via salaria, circa 5 miglia fuori della porta odier- 
na, passato il casale di Villa Spada, e sopra il colle iso- 
Iato di Castel Giubilèo, in guisa che la via salaria la tra- 
yersava. ^ fi oupvibDiioi ìaifiiii]' 

Il suo nome si enuncia da Virgilio lib. VI. y. 773 
in singolare, allorché nella predizione ad Enea dice: 
Hi libi Nomentum et Gabios, urbemqtie Fidenam 
Hi Collatinas impomnt montibtis arces. o 

Ed in singolare pure si pone da Tacito Ann. lib. IV. e. 
LXII. più generalmente però si enuncia in plurale, Ft- 
denae: incerta n'è la etimologia; ma la iniziale F fa giu- 
stamente dubitare che la forma primitiva del nome fos- 



52 

se viD^ENA, o VET-ENA. Dì Origine etrusca la fa Livio 
lib. I. q. XV, seppure quella frase posta fra parentesi, 
nam Fidenates quoque Etrusci fuerunt, non è un'aggiun- 
ta posteriore j la u^nione costante però, che mantennero 
co* Veienti fino alla ultima loro rovina, mi fa inclinare 
ad ammetter quella dichiarazione, come autentica, ed a 
riconoscere in Fidene un avamposto, o castello degli E-» 
trusci-Vejenti, il quale poscia colonizzato da Latino SiU 
vio re di Alba fu riguardato dalla pluralità degli scrit- 
tori antichi, come colonia albana, siccome oltre Virgilio 
nel passo testé ricordato lo riguardano Dionisio ed altri. 
Anzi Dionisio aggiunge , che i condottieri albani delle 
colonie di Fidene, Nomento, e Crustumerio furono tre 
fratelli;, e che il maggiore di essi fu quello che condus^ 
se la colonia di Fidene. : ^ A jini, -i ìb f.iv.ì-. ';!.!) ,m 
La sua situazione sul Tevere , e la fertilità delle 
terre adiacenti ne fecero tosto una città cospicua , che 
lo storico testé nominato dichiara grande e popolata ^ fi- 
no dsii tempi di Romulo. Questo re guerriero, dopo a- 
ver soggiogate le città di Antcmne e Crustumerii, limi- 
trofe di Fidene, dopo avere stretta lega con Tazio, ri- 
masto per la morte del re sabino arbitro delle forze di 
Roma vqlle assalire Fidene. E ne tolse il pretesto, ser 
condo Dionisio lib. IL dall' avere alcuni Fidenati arre- 
stato e spogliato navigli carichi di prQvisioni, che i Cru- 
stumini mandavano a Roma, e secondo Livio lib. L e. 
XV. da scorrerie fatte sul territorio romano. Rapido fu 
il corso di quella prima guerra: il re di Roma li vinT- 
se al primo scontro e l'inseguì colla spada alle reni fin 
dentro alle mura, in modo che rimase signore della cit- 
tà, nella quale pose un presidio romano. Questa prima 
sventura costò a Fidene la morte di pochi, e la perdio 
ta di una parte del territorio , che da Romulo fu riu-r 
uito a quello di Roma. Rimase Fidene tranquilla duran;" 



te tutto il regno di Numa ; ma sotto Tulio Ostilio nel 
movimento de'Veicnli si rivoltò ancora questa città, spe- 
rando nel tradimento di Mezio Suffezio dittatore degli 
Albani. L'esito infelice di quel tradimento portò la scon- 
fitta de' collegati e nella primavera seguente la resa di 
Fidene , a cui il re di Roma altre condizioni , secondo 
Dionisio lib. Ili, non impose, se non quella di ritorna- 
re colonia romana, dopo aver messo a morte gli autori 
della rivolta. Inquieti sempre i Fidenati sotto questa 
specie di giogo j tentarono di scuoterlo dopo la morte 
di Tulio; Anco Marzio, secóndo Dionisio, assediò là cit- 
tà e ne divenne padrone , scavando un cunicolo dentro 
le rupi di tufa, sulle quali era fondata. Egli la die in 
preda al saccheggio, fece battere colle verghe ed ucci- 
dere gli autori di questa nuova ribellione , e mise Mn 
forte presidio nella città. Dopo la morte di questo re 
si rivoltarono di nuovo, ma ben presto deposero le ar- 
mi, dando con questa sommessione esempio ai Cameri- 
ni, come narra lo storico greco sovraindicato. Non tar- 
darono però, per tradimento di alcuni faziosi, di ribel- 
larsi di nuovo , allorché nella mossa de' Veienti contro 
Tarquinio Prisco la città fu occupata dagli Etrusci , i 
quali ne fecero una specie di piazza d'armi. Vinti que- 
sti sull'Amene, le forze romane vennero dirette contra 
Fidene. La città fu presa d'assalto: gli autori del tra- 
dimento furono puniti, altri col bando, altri colla mor- 
te: i loro beni messi a confisca, e divisi frai soldati del 
nuovo presidio romano messo a custodia della città. Dioni- 
sio lib. III. 

Fino alla espulsione de're, Fidene si mantenne fe- 
dele a Roma, ma dopo quell'avvenimento, 1 Fidenati se- 
dotti da Sesto Tarquinio , presero le armi insieme con 
tutti i Sabini a favore della famiglia reale, e fecero di 
Fidene il centro di quella guerra. I Sabini collegati fu^ 



54 

rono vinti dai consoli Publio Valerio e Tito Lucrezio , 
e Fidene fu poco dopo presa da quella parte appunto' 
che per essere credula più forte era meno guardata. I 
Romani seguendo la politica stabilita non distrussero 
questa città, malgrado le ribellioni così ripetute ma si 
limitarono a multare gli abitanti ne'beni e negli schiavi, 
a rimproverare loro la ingratitudine inveterata, ed a fa- 
re tagliare la testa agli ottimati. Quindi messo un nuo- 
vo presidio nella città, divisero ai soldati le terre con- 
jGscate. Alcuni degli abitanti, iti in esilio portarono le 
loro querele alla dieta de'Lalini nel luco di Ferentinar 
questi mantennero intelligenza co' loro concittadini , e 
pervennero a far penetrare nascostamente soldati nella 
città, i quali uniti ai partigiani loro occuparono la roc- 
ca, uccisero o cacciarono i cittadini beni affetti ai Ro- 
mani, e così di nuovo Fidene fu in guerra con Roma^ 
e si vide accerchiata dall' esercito romano.- 1 Fidenati 
ricorsero alla lega latina per essere aiutati e ne ebbero 
gente e vettovaglie, onde rincoraggiti uscirono dalle mura 
ed assalirono i Romani. Ma dopo un combattimento osti- 
nato furono costretti a ritirarsi , e di nuovo si videro^ 
stretti di assedio: al quale non potendo più resistere, do- 
mandarono neir anno seguente di capitolare ^ e si arre- 
sero a discrezione al console Tito Largio. Questi udita 
la decisione del senato si contentò di far mettere a mor- 
te i pochi istigatori della rivolta,, e multò la città della 
Baetà delle terre , che furono distribuite ai soldati ivi 
lasciati in permanenza. Yeggansi Dionisio lib. V. e Li- 
vio lib. II, il quale però si contenta d'indicare l'assedio 
senza farne conoscere l'esito. 

Questa vicenda fece rimanere i Fidenati in pace per 
fiù di un mezzo secolo, finché l'anno 315 di Roma ad 
insinuazione di Larte Tolumnio re de'Veienti disertar©- 
ila dai Romani^ strinsero lega cogli Etrusci, e contro il 



55 
diritto delle genti ucceiscro quattro ambasciadori, che i 
Romani loro inviarono a domandar conto del partito di 
recente abbracciato. La guerra fu dichiarata immantinen- 
te, e sebbene 1' esercito collegato passasse arditamente 
l'Aniene fu messo in rotta dal console Lucio Sergio, che 
perciò ebbe 1' onore di essere cognominato il Fidenate. 
Questa vittoria però non era stata riportata dai Roma- 
ni senza gravi perdite , laonde non potendo discacciarli 
dal loro territorio elessero a dittatore Mamerco Emilio. 
Questi li respinse di là dall'Aniene, e pose il campo là 
dove questo flume mesce le sue acque nel Tevere. I 
Fidenati uniti ai Veicnti , ed ai Falisci si attendarono 
sotto le mura di Fidene. Si venne ad una battaglia de- 
cisiva, nella quale i Fidenati si schierarono nel eentro, 
i Veienti tennero l'ala destra, ed i Falisci l'ala sinistra. 
Ma per la morte di Tolumnio l'esercito collegato fu mes- 
so in piena rotta. L' anno susseguente che fu il 317 i 
Fidenati e i Veienti uscirono con nuove forze in cam- 
pagna e passando 1' Anìene posero il campo dinanzi la 
porta Collina di Roma. All'apparire delle legioni roma- 
ne tolsero il campo, e si ritirarono verso Nomento, do- 
ve inseguiti sempre dai Romani si venne di nuovo a 
battaglia: i collegati furono sconfitti, e sbandati, ed ì 
Romani si portarono immediatamente ad assalire Fide- 
ne: non potendola prendere d' assalto 1' assediarono , e 
dopo qualche tempo penetrarono per mezzo di un cu-» 
nicolo della rocca. Presa la città vi fu mandata una nuo- 
va colonia romana per mantenerla sotto la divozione di 
Roma. La storia di questa guerra si legge in Livio lib. 
IV. e. XVIL e seg. !» ^f^*v o:u?«'l .UXJ .-i .Vi ..lii .iUvk 
Rreve tempo però i Fidenati rimasero quieti; Tan- 
no 327 avendo i Romani sofferto una sconfitta presso 
Veli, i Fidenati amici ed alleati perpetui de'Veienti si 
rivoltarono, e massacrarono ferocemente tutti i' coloni ro- 



56 

mani. I due popoli collegati scelsero Fidenc per centro 
della guerra, ed i Romani elessero di nuovo a dittatore 
Mamerco Emilio. Questi condusse l'esercito 1 miglio e 
mezzo lontano da Fidene, ed attaccò i collegati con tal 
furore che furono ben presto messi in rotta; e malgra- 
do lo stratagemma de'Fidenati di fare uscire un corpo 
armato di faci, noii solo mantenne il vantaggio riporta- 
to, ma avendo distaccato alcune truppe, queste girando 
dietro i colli presero i collegati alle spalle, e tale spa- 
vento incussero loro , che i Veienti si misero in piena 
fuga, cercando di raggiungere il Tevere; ed i Fidenati 
si rivolsero verso la città, dove entrarono misti ai Ro- 
mani , e seguiti ben presto dal grosso dell' esercito del 
dittatore, che si era di già impadronito del campo. Giun- 
to alla porta si diresse alla rocca, e la strage dentro la 
città non fu inferiore a quella sofferta fuori; fmalmente 
stanchi i Fidenati deposero le armi implorando la vita. 
Gessata 1» strage, la città fu data in preda al saccheg- 
gio e distrutta: i cittadini superstiti furono venduti co- 
me schiavi all'incanto, e così finì la primitiva Fidene, 
Quantunqite per questa sciagura la città rimanesse 
deserta,, la opportunità del sito vi mantenne sempre un 
picciol numero di abitanti , servendo come di stazione 
sulla via salaria: e Strabone lib. V. la enumera a' suoi 
giorni fra quelle città antiche de'contorni di Roma, che 
erano ridotte allo stato di ville, proprietà de'privati. 
-<■■ Ma circa Io stesso tempo cominciò appunto a ripo- 
polarsi,^ come avvenne di Veii, di Gabii , di Labico ec. 
Ed infatti , setto Tiberio , per testimonianza di Tacito 
Ann. lib. IV. e. LXII. l'anno 780 di Roma, essendo con- 
soli M. Licinio Crasso^ e L. Calpurnio Pisone vi fu data 
una festa che riuscì fatale a coloro, che v'intervennero. 
Un certo Attilio di schiatta libertina vi volle dare giuo- 
chi gladiatorii venali, ed a tale uopo costrusse un antì- 



^: 



59 

teatro dì legno, che per inancansia di mezzi essendo sta" 
to costrutto con poca solidità nei più bello deWo spetta- 
colo crollò tutto intiero, colla morte, o mutilazione di 
cinquanta mila persone di ogni età, sesso^ e condizione: 
Quinquaginta haminum millia eo casu debilitata vel obtrita 
sunt, dice Tacito, il quale va Ietto , tanto grafica è la 
descrizione, che fa di questa sciagura, come pure- de' 
provvedimenti presi per evitarne altre, ed alleggerire per 
quanto fosse possibile il danno di quella. Svetonio in Ti-^ 
berio cap. XI. fa ascendere i soli morti a 20,000. A 
quella epoca pertanto sembra che cominciasse ad essere 
di nuovo una specie di città, la quale per una iscrizio- 
ne riportata dal Muratori nel suo Tesoro p. CCCXVI. 
n. 4. e pertinente all'anno 105 della era volgare si ri- 
conosce che avea il suo senato; e del senato come pure 
del dittatore si fa menzione in un'altra lapide rinvenuta 
l'anno 1767 presso le sue rovine, e riportata dall'Ama- 
duzzi negli Anecdota T. I. p. 462, la quale appartiene 
all'impero di Gallieno, circa l'anno 267. 

Come città viene ricordata da Anastasio nella vita 
di Silvestro I. a'tempi di Costantino, dicendo, che quel- 
l'imperadore donò alla chiesa di s. Agnese tutte le terre 
circa civitatem Fidenas. Anzi ne'primi secoli del cristia^ 
nesimo fu di tale importanza, che ebbe sede vescovile, 
e dall'Ughelli Italia Sacra T. X. si rammentano un Ge- 
ronzio, che assistè al concilio romano dell'anno 502 ed 
un Giustino che si ricorda in quello dell'anno 680. E cir- 
ca lo stesso tempo cioè nel secolo VII. si legge il suo 
nome nella Carta peutingcriana, e nell'Anonimo ravenna- 
te, come di città ancora esistente. Dopo quella epoca pe- 
rò più non si fa menzione di essa, onde io credo che 
venisse abbandonala e deserta per le scorrerie de'Lon- 
gobardi, che afflissero e devastarono intieramente i con- 
-it.fJl^O'ì f.nrr(ii«.'i niijiniri tuni .j. ij'imkj m ■miì.'i/ r.hi;. u 



58- 

torni di Roma nel secolo seguente, e particolarmente du- 
rante i regni di Astolfo e Desiderio. 

Sul sito di questa città nel secolo XIII. era sorto 
tìn castdlo detto il Monte s. Angelo, il quale apparte^ 
tìeva al monastero di s. Ciriaco, siccome si trae da ear- 
te esistenti neirÀrchivio di s. Maria in Via Lata e tra- 
scritte dal Galletti nel Mss. Vaticano 8050. p. 69. ed 86. 
Dalla ultima di queste si trae che ai t di decembre 1297 
le monache di s. Ciriaco dierono in enfiteusi a France- 
sco figlio di Romano Cenci, ed a Giacomo del fu Ange- 
lo Cenci Castrum stu Castellarium, quod vocatur mons s. 
Angeli insieme con tutto il suo lenimento e la Torre r 
e si designa questo ad portam, seu pontem Solarium, e se 
ne assegnano come confini il casale Radiciolae, oggi Rc- 
dicicoli, il casale Sepiem Salma, oggi Sette Bagni, e la 
terra Vili ecosa, oggi Villa Spada, così che non cade dub- 
bio che tal castello corrisponda, almeno quanto al leni- 
mento, all'odierno Castel Giubileo. 

È fama comunemente invalsa da due secoli a que- 
sta parte, che questa denominazione derivasse alla terra 
dall'essere stata acquistata pel capitolo di s. Pietro, ai 
quale oggi appartiene, da Bonifacio Vili, col danaro rac- 
colto nel Giubileo dell'anno 1300, e questa fama fu av- 
valorata dal Volpi, e seguita come naturale congettura 
da tutti coloro che susseguenlemente parlarono dell'Agro 
Romano, e particolarmente dal Nicolai, che tanta cura 
prese di questa materia. Nel mio Viaggio Antiquario ne* 
contorni di Roma seguii questa medesima tradizione ; 
nuove ricerche fatte posteriormente dal Nicolai e pub- 
blicate nel tomo V. degli Alti dell' Accademia Romana 
di Archeologia p. 261. hanno fatto emergere un docu- 
mento importante esistente nell' Archivio della Basilica 
Vaticana, dal quale risulta, che nel secolo XIV. questa 
tenuta venne in potere di una famiglia romana cogno- 



minata Giubileo , donde il castello , o monte s. Angelo 
fu detto Castel Giubileo, e che nell'anno 1391 Pietruc- 
cio Puccio Giubileo del rione Pigna vendè questo castel- 
lo a Lello Maddaleno insieme col tenimenlo, di dominio 
diretto sempre del Monastero di s. Ciriaco, e ne deter- 
mina come confini il casale dc'Marroni, Sette Bagni, il 
casale de'Paparoni, la tenuta di Tuccio Puccio PanaIfa^ 
di Radiciola, la tenuta del casale di f. Silvestro in Ca- 
pite, quella di Natolio Cesario di Radiciola, ed il fiume 
Tevere. Dopo che nel secolo seguente Eugenio IV. e 
Niccolò V. soppressero il monastero di s. Ciriaco, ed as- 
segnarono i beni, che possedeva alla chiesa di s. Maria 
in Via Lata, il capitolo di questa cedette i diritti, che 
avea sopra Castel Giubileo a s. Stefano sul monte Celt» 
volgarmente detto s. Stefano Rotondo ufficiato allora dai 
frati di s. Paolo primo eremita della regola di s. Ago- 
stino; Niccolò V. nel confermare a que' frati tale ces- 
sione inibì loro di alienare Castel Giubilèo e gli altri 
beni sotto pena di devoluzione alla Basilica Vaticana. 
Veggasi il Bollano Vaticano tomo IL p. 146. Archivio 
Segreto Capitolino Cred. III. Tom. V. p. 270. Quattro 
anni dopo però que'frati con istromento de'16 decera- 
bre 1458 vendettero per 3000 ducali di oro alla Basili- 
ca Vaticana, che oggi ancora lo possiede, il Castel Giu- 
bilèo col lenimento annesso: in quell'atto che può con- 
sultarsi nell'Archivio del Capitolo Vaticano TransumpL 
lit. C. f. 177. e neir Archivio Segreto Capitolino Tom. 
51. p. 270 il Castello si designa come diroccato e ri- 
dotto allo sta{o di Casale. 

In questo periodo della storia di Castel Giubilèo 
occorre il fatto ricordato nel Dìarum Romanum ripor- 
tato dal Muratori ne' Rerum Italie. Script. T. XXIV. 
p. 978. che ai 4 di maggio 1406 i Romani condotti d» 
Paolo Orsini dal monastero di s. Anastasio andarono .id 



60 

accamparsi a Castel Giubilèo , e V indomane assalirono 
quel castello e Io bombardarono in guisa che una gran 
parte delle mura venne abbattuta; la notte seguente il 
castello fu abbandonato dalle bande mercenarie, che l'oc- 
cupavano, e vi rimasero solo i massari colle loro fami- 
glie. Il dì seguente che fu il 6, venne occupato dai Ra- 
mani, che fecero trasportare in Roma tutto ciò, che ivi 
trovarono, e fralle altre cose Paolo Orsino, secondo il 
costume di que'tempi, tolse come trofeo le campane del 
castello, che portò nel palazzo papale, ed una di queste 
fu data alla chiesa di s. Maria di Araceli, la qilale po- 
co dopo per negligenza de'frati fu rotta. I Romani tor- 
narono gli 8 di quel mese, e Paolo il di 10, e fecero 
un'ingresso trionfale. Narra Giovanni Antonio Campano 
nella vita di Pio II. inserita nella parte II. del tomo HI. 
àe'Rerum Italie. Script, p. 989 che quel dotto e magna- 
nimo papa imbarcatosi a Ponte Molle sul Tevere per an- 
dare ad assumere il comando ad Ancona della gran spe- 
dizione contra i Turchi, arrestossi la prima notte a Ca- 
stel Giubileo, mostrando di aver molto sofferto in quel 
primo brevissimo tratto di navigazione, ed accagionan- 
done la difficoltà, che presentava il fiume; mentre di fat- 
to lo stato cadente della sua salute, come poco dopo si 
vide, era la vera causa di quel suo spossamento, che fu 
tale da non poter nemmeno scendere a terra, passando 
la notte nella barca. Nella guerra poi fra Sisto IV. ed 
il re di Napoli, l'anno 1482, per testimonianza del Nan- 
tiporto nel suo Diario inserito nella raccolta sovranno- 
tata , Castel Giubileo fu preso, saccheggiato, e poi ab- 
bandonato da 200 fanti della fazione reale, che scesero 
fin là da Palombara. Era in quel tempo affittato alla 
eontessa Riario moglie di Girolamo nipote di Sisto IV, 
il quale essendo odiato da Romani, accadde che morto 
il papa il castello fu messo a sacco dal popolo ai 12 di 
agosto 1481. 



61 

La tenuta di Castel Giubileo confina con quello de- 
nominate oggi Villa Spada, o la Serpentara, Sette Bagni, 
Malpasso , e col Tevere : contiene 139 rubbia di terra. 
Essa per la massima parte occupa il sito della città pri-^ 
mitiva di Fidene , di cui può bene tracciarsi tutta la 
estensione determinata da rupi o da pendici molto ele- 
vate: il suo giro è di circa 3 miglia; la pianta può rU 
dursi ad un quadrato quasi perfetto, il cui angolo occi*- 
dentale è formato da Castel Giubileo, l'antica rocca: il 
settentrionale e meridionale sono tagliati dalla via sala»- 
ria: e l'orientale scende ad un rivo che viene da Sette 
Bagni, Né monumenti, né edificii rimangono: presso l'an- 
golo meridionale sul dirupo a destra della strada mo- 
derna sono vestigia di opera reticolata, che appartengono 
al municipio imperiale: ivi però è un cunicolo per con- 
dotto, tagliato nel tufa, opera forse de' tempi più anti- 
chi , come certamente lo sono alcuni sepolcri di cui si 
veggono le traccie ivi dappresso, tagliati anche essi nel 
tufa, e di forma conica, affatto simili a quelli de'dintor- 
ni di Veli, indizio molto forte della verità del detto di 
Livio , nam Fidenates quoque Etrusci fuerunt. Nel rima- 
nente la terra rigurgita di frantumi di terra cotta e di 
pietra, indizii dell'essere stata un dì coperta di fabbri- 
che. Vilruvio parla delle pietre fidenali fra quelle, che 
si tagliavano intorno a Roma; esse sono un tufa litoide 
lionato simile aiTatto a quello del Campidoglio: le cay^ 
antiche si vedono ancora sulla pendice del monte fra il 
casale della Serpentara, ed il colle di Villa Spada, p j^&Cj 
Tono oggi in parte di grottp. ..;m) li 

olì: f^;-;i ^'ìLT (iini:'ì\i) '»JffO"-jH'.-< oJcaiisjrjoh hiì ijjnb-joji t 
-fiii/jr, ;-'ì OìvAiuqk FILACCIANO: ,.y\) \\, o-iJ.'i^'n Vm 

piccola Terra, proprietà un tempo dc'Muti, posta in 
una situazione amena fra le ultime pendici del Soratte 



è(l il Tevere netla Comarca di Roma , dipendente dal 
■Governo di Castel Nuovo , e che contiene 230 abitanti, 
A questa J'crra si va per la via tiberina, la quale dira' 
ina a destra della flaminia a Prinxa Porta, e da Roma si 
contano circa miglia 30. Il suo nome vuol dedursi dà 
©egli Effetti nel trattato de' Borghi di Roma p. 48 da 
Fiscon, Faliscanum, Faliseianum, cioè da'Falisci, nei cui 
territorio si trova. A me sembra però per argomento di 
analogia , che come le terre di quo* dintorni che hanno 
un nome eolla stessa desinenza derivano dalla famiglia 
che le possedette, come Ponzano dalla Pontia, Nazzano 
dalla Nautia, Fiano, o piuttosto Flaiano dalla Flavia, Le- 
priniano dalla Leprinia, anche il nome di Filacciano, co- 
me la sua origine, d<}bba dedursi da un qualche Fiacco, 
che avendo un fondo in questa parte fu perciò detto que^ 
sto fundus Flaccianus, donde per corruzione Filacciano, 
^^ome da Flavianus si fece Flaianus, e poscia Fiano, 

iiloup n FINOCCHIO. ■ i8» '-' <.'.'ii'5 

sii UÌÌjU ì'iU iiìÌTM r-i.fu 'ii.wi -ilU.- '/ li) 'i' 

i^ «j!o;) m> Scissa Suam0. 

-iìdtir.ì ih s*5i>qo') il} njj b|!^! ' m' :>;iti:i ,nii ; 

È Una osteria posta sulla via labicana, circa 10. mi- 
glia distante da Roma, nella crociata, che mette in com- 
municazione la via detta della Colonna, che è sulle trac- 
eie della labicana con quelle di Frascati, e di Palestrina: 
«ssa è nel lenimento di Pantano, spettante ai Borghese, 
il quale in questa parte corrisponde alla Massa Silanis 
ricordata nel documento pertinente all'anno 720 inserito 
nel registro di Cencio Camerario e riportato da Mura- 
tori nel tomo quinto delle Antiquitates Medii Aevi p. 834. 
Questa massa era composta dei fondi denominati a quel- 



63 
la epoca Casa Cantari, Vivarium, Laurentum, Serrulae 
e Sisinianum, nomi oggi affatto dimenticati; allora quo» 
sta Massa era di possidenza della Chiesa Romana^ 

.-ifìfì'ò i- FIORA '^^'.m^. 

È un rivo influente nel Tevere il quale ha le sor^^ 
(genti principali sotto i monti corniculani e raccoglie tutr 
te le acque che scesadono da Palombara, s. Angelo, Ca» 
«tei Chiodato, e Cretoni, e si diriggono verso occidente, 
sboccando nel Tevere presso la osteria del Grillo, a si»- 
nistra della via salaria, circa 18 miglia lungi da Roma, 
Alcuni lo credettero ne'tempi scorsi il famoso fiume Al- 
ila, ma la distanza assegnata da Livio a quel fiume, e 
fa provenienza da' monti crustumini, fanno per ogni rl-^ 
guardo riconoscere come priva di fondamento, anzi con-^ 
jlraria alla verità quella opinione. 

il) itti! FIORANELLO ' ^^-^ 

T«nimento de'sig. Muti che contiene rubbià 67.' un 
quartuccio, e 3 scorzi, posto fuori della porta s. Seba^ 
«tiano 7 miglia lungi da Roma, a destra dell'Appia, il 
q[uale confina con quelli di Torricola, Cornacchiola, FiO" 
rano, e Selce. - .. . m^ 

FIORANO 

JFloranum. 

Tenuta delFAgro Romano fuori della porta s. Se- 
bastiano 8 miglia lungi da Roma, che contiene rabbia 
51.8, 2 quartucci, e 3 scorzi. Confina con quelle di Sel^ 



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64 

ee, Fioranello, Tomcola, Cornacchiola , Castel di Leva, 
Pedica di Castel di Leva, Pedica Cavalloni, Falcognani, 
Territorio di Marino e Palombara. Appartiene all'Annun- 
ziata: viene costituita dai fondi denominati Fiorano, Fio- 
ranello, e Cornacchiola: è divisa ne'quarti detti la Cor- 
nacchiola, la Giostra, il Quartaccio, ed il Quarto Lungo. 
La prima memoria che ho incontrato di questo la- 
tifondo è in una carta dell'archivio di s. Gregorio per- 
tinente all'anno 961 della era volgare, e riportata dagli 
Annalisti Camaldolesi T. L p. 64. nella quale parlan- 
dosi del Casale detto le Sei Colonne donato da Baldui- 
no conte a Benedetto abbate del monastero de'ss. Pietro 
e Martino sotto l' Aventino nella contrada denominata 
Horrea, cioè i Granai, si pone come uno de'confini Fio- 
rano, piuttosto Fiorano, di diritto allora del monaste- 
ro Cella Nuova, cioè s. Sabba. Non molto dopo, in un 
altro documento della stessa raccolta, e spettante all'an- 
no 1024, che è un istroraento di enfiteusi del Casale di 
Massa Camellaria , si nomina come uno de' confini di 
questo il fundus Floranus di diritto del monastero di s. 
Paolo fuori delle mura; nell'intervallo pertanto fra il 961 
ed il 1024 da s. Sabba era passato in proprietà di s. 
Paolo. Quindi Gregorio VIL nella bolla del 1074 , con 
che conferma ed enumera i beni pertinenti a s. Paolo, 
nomina fra questi la Massa Floriana. Così Innocenzo IIL 
Tanno 1203 con altra bolla di conferma, torna a nomi- 
nare frai beni di s. Paolo , anche Floranum cura suis 
pertinentiis. I monaci di s. Paolo rimasero in possesso 
di questo fondo fino all'anno 1264, quando avendolo pre- 
cedentemente dato in pegno per 2500 lire a Pier Gio- 
vanni Pizzuti, a Jacopo de Capite, ed altri di casa Vez- 
zosi, non potendo restituir loro questa somma ne' termi- 
ni convenuti, ottennero da papa Urbano IV. di poterlo 
vendere per 4000 lire ai monaci di s. Balbina, e que- 



65 
sta vendita fu ratificata e confermata nel 1268 da papa 
Cllemente IV. siccome si ha dalla sua bolla inserita nel 
primo volume del Bullarium Vaticanum p. 148. In ès- 
sa così si descrive questo fondo: Casale quod vocatur Flo- 
ranum cum Castello, Turrì, Palatio, Domibus, Casis, Ae- 
dificiis , Casilinis y Cassavo etc. Cum loco seu Casali quod 
dicìtur CastelUon : et cum omnibus terris etc. A quella 
epoca pertanto v'era un castello, una torre, un palazzo, 
case etc. ed un recinto di mura intorno alla rocca che 
chiamavano cassaro. Di queste fortificazioni del secolo 
XIII. si veggono ancora gli avanzi sull'alto del ripiano, 
ad occidente de' casali moderni. Dal breve dell'antipapa 
Clemente VII. diretto 1' anno 1378 a Giordano Orsini , 
signore di Marino, e riportato dal Ratti nella storia di 
Genzano n. V. ricavasi che a quella epoca questo casa- 
le era di dominio diretto de'monaci di s. Paolo. E pro- 
babilmente a loro rimase fino all' anno lf>27 allorché 
venne alienato con altri beni per pagare la contribuzio- 
ne imposta dagl' imperiali a Clemente VII. Quindi fu 
acquistato dall' Archiconfraternita dell'Annunziata e dal 
monastero della Purificazione, ai quali appartiene. 

Il nome di Fiorano derivando da Floranus è pro- 
va che un tempo questo fondo fu patrimonio di un Flo- 
rus, nome ben noto fragli antichi, come pure ne' secoli 
IX. e X. si ricordano 1' anno 821 un Floro legato di 
papa Stefano IV. alla corte di Lodovico Pio, ed un Flo- 
ro prete 1' anno 934 menzionati dal Galletti nel Primi- 
cero p. 63. 73. e 194. Forse uno di questi fu il pos- 
sessore prossimo di questo fondo , od altri più antico. 
Certo è però che il ripiano , dove sono i casali nuovi 
di Fiorano era stato occupato da una villa romana fino 
da'tempi della repubblica; e n'è prova la sostruzione di 
opera incerta del VI secolo di Roma, che ivi ancora si 
vede, nella quale rimane uno speco di condotto. Sul fon- 

5 



66 

tamle poi che è appiè della valle è la iscrizione seguen- 
te con un bassorilievo di forma circolare rappresentante 
l'Annunziata: 

AQVAM FLORANI DIV INTERCEPTAM 

ET ABERRANTEM PVRGATO FONTE RESTITVTO DVGTV 
i NOVIS ADIECTIS VENIS AD PRISTINVM LACVM 
REDVCENDAM CVRARVNT HORATIVS ALBANVS 

CLEMENTIS XI GERMANVS FRATER 

lOHANNES GAMBA ì 

BENEDICTVS DE ASTE \ PRIORES 

FRANCISCVS MARIA PETRONIVS ) 

PROSPER BOCCAPADVLIVS ) 

I depvtati 

IVLIANVS CAPRANICA ) 

LAZZARVS LEONETTVS SEGRETARIVS 
ARCHICONFRATERNITATIS SMAE ANNVNTIATAE 
•w ;.. : ; i- ANNO SAL. MDCCIV 

,.{ ■:nùrV FISCALI 

\ih ' 

Tenuta di rubbia 37. ed un quartuccio già perti- 
nente ai s. Croce e posta presso l'Aniene sulla riva de- 
stra del fiume a destra della via salaria. Confina con 
quelle di prato Fiscale, prato Rotondo, Valle Melaina e 
quarto di ponte Salaro. 

FIUMICINO V. PORTO. 



■i 



FOCIGNANO. 



fmimmmC f^^ 



rmtm 



Tenuta dell'Agro Romano pertinente ai Cesarina, ad 
«oriente di Ardea, donde è distante 2. va. circa e 25 da 
Aoma. ConGna colie tenute di Campo del Fico y Buon 
Riposo, Gogna, Valle Lata, Salzana, s- Lorenzo, Tufel- 
la, ed Ardea. È divisa in tre quarti suddivìsi, il primo 
ne' quarticcioli detti Valle Serpentara , Valle Carmiera , 
Monti delle Capanne nuove , Valle Solfaratella , Monte 
dell'Ara Nuova, e Pantanella; il secondo in quelli di Tre 
Monti, e Valle Gogna: il terzo poi in quelli della Vitel- 
lara e Monte del Castellacelo. Comprende rubbia 522 ed 
uno scorzo. 

Il suo nome deriva da qualche Fusinius o Fuiìnìns 
che ne' tempi antichi vi ebbe un fondo , che perciò fu 
detto Fusinianus; ed infatti Fusinianum si chiama in una 
carta dell'archivio di s. Alessio pertinente al 1224 e ri- 
portata dal IVcrini nella storia di questa chiesa p. 422. 
Nel secolo XIIL vi fu edificato un castello , che si ri- 
corda in un altro documento riferito dallo storico sovra- 
indicato, come confine del lenimento di Verposa o Buon 
Riposo l'anno 1360: ab uno latere est tenimentum castri 
Fmingiani: prova che a quel tempo quelle terre non 
erano cosi inabitabili per la insalubrità come oggi si 
credono. 

-i-. oi '■•!.• FONTANA MURATA. -nnoh ^.luf 

Tenuta pertinente ai S. Croce , e confinante con 
quelle di Ponton degli Elei, Posta di Forano, Casaccia, 
Quarto di s. Brigida e col territorio dell' Anguillara. Essa 



68 

è traversata dalla via claudia o strada di Bracciano cir- 
ca 19. miglia lungi da Roma. Comprende 318. rubbia 
divise ne'quarti di Gannucceto, Cioccariglia, Quarticciolo, 
e Fontanile. ; . • > 

Uf.r.' V FONTANA DI PAPA. 
r,\> '■•^' •» ts'* .■ *■ , >•*".■ . 

'■■■■■ È una osteria moderna nella strada di Porto d'An- 
zio e Nettuno, 18 miglia distante da Roma. Il suo no- 
me deriva dalla fontana ivi costrutta da papa Innocen- 
zio XII. per commodo de'viandanti sul finire del secolo 
XVII. allorché costrusse il nuovo porto di Anzio. 

-i FONTE DI PAPA v. MASSA 

FONTANA DI PAPA v. MONTE GENTILE 

vi óh-i-q 'Uh , t,i: FONTIGNANO 

unti m vi'.i!' >, [>• /(iU'if. ■• i"".. ■ .^■•i'ir\nrwi-'' r\ ,'<• 

-il '» f'i'Vl 'ì; 'J;iV'>\^ , , 

±y.i M , ; ! jrrontimanum 

- n 1». 



Q. Maria stn irontignano. 



' ■'•"Il nome di questo tenimento dell'Agro Romano, co- 
Ine è enunciato in una carta dell'anno 1068 ricorda quel- 
lo del celebre curatore delle acque di Roma, Frontino, 
poiché in quel documento Frontinianum si trova appel- 
lato. Questo fondo apparteneva l'anno 1068 in parte ad 
una donna , Maria Fusconi de Lìuzo , la quale lo ven- 
dette insieme colle selve ed altre pertinenze ad Arnol- 
fo arciprete di s. Maria in Trastevere, secondo un do- 
cumento esistente nell' archivio di quella basilica, e ri- 
|)ortato dal Moretti nella storia di quella chiesa, e più 



69 

correttamente dal Galletti in un codice vaticano h. 8025. 
£d in quella Carla appunto ha il nome di Frontinianum. 
Da quella ejioca Ano a'dì nostri è rimasto sempre a quel- 
la basilica, alla quale lo confermò papa Benedetto XII; 
l'anno 1339 come si trae da un altro documento dello 
stesso archivio trascritto dal Galletti nel codice notato 
di sopra. Questo indefesso raccoglitore trascrisse pure 
un'altra Carta dell'anno 1427 dalla quale apparisce, che 
in quell'anno fu affittato dal Capitolo di quella chiesa a 
Lorenzo Angelelli Mellini de Mellinis del rione Regola 
questo casale allora detto s. Maria, o Frontignano, e se 
ne determinano per confini il maschio de'figli di Giaco- 
mello Cenci, il casale di Antonio de'Quatracii, il casale 
di Nardello de Bondiis, il casale di s. Angelo in Pesca- 
ria , la tenuta delli Maligni , ed il casale di s> Cecilia. 
Di questi confini il maschio de'figli di Giacomello Cen- 
ci è la odierna tenuta del Maschietto , la tenuta delli 
Maligni è Castel Malnome di ss. Sanctorum, e s. Ceci- 
lia conserva intatto il suo nome: gli altri fondi oggi di- 
consi Pantanella, Brava, Pisana, Casal della Morte, Pe- 
dica s. Rocco j Massimilla, e Castel di Guido. La tenu- 
ta è circa 8 miglia fuori di porta s. Pancrazio : com-. 
prende 405 rubbia e 3 quartucci: e si divide ne'quarti, 
detti di MezzO) del Casale, Valle Galera, Galera, e Pi- 
sana, li, 

FORMELLO. ., »,.:.£ 



iTormellum, 



(.1 



Terra della Comarca di Roma dipendente dal Go- 
verno di Campagnano, che contiene circa 500 abitanti, 
posta a destra della via cassia circa 16 miglia lungi da 



7& 

Roma. La strada diretta per andarvi dalla capitale ài" 
verge dalla Cassia circa al 12 miglio a destra, alla oste- 
ria detta del Fosso: essa è in gran parte tracciata sul- 
l'andamento di un antico diverticolo, che saliva al mon^ 
te Musino , e di là andava a Scrofano , diverticolo che 
ancora esiste. La sua origine è incerta; ma probabilmen- 
te formossi dopo l'abbandono della terra di Capracoro 
esistente intorno alla diruta chiesa di s. Cornelio , che 
il volgo appella s. Cornelia; il suo nome deriva dai cu- 
nicoli che furono aperti in tutto il tratto fra questa ter- 
ra e Veii, onde condurre acque potabili a quella colo- 
nia romana dalle viscere di monte Musino. Il Nardini 
nell'aureo suo libro dell'Antico Veio, egli che tanto be- 
ne conosceva qliestc contrade, afferma che maraviglioso" 
è lo spazio' fra Formello e l'Isola ossia Veii, quasi tut- 
to pensile per li tanti cunicoli che ha sotto , ne' quali 
hanno transito molti rivi , e da questi anche egli deri- 
va il nome della Terra. Egli pure osservò che tre tron- 
chi di antiche vie dirigevansi verso Formello, uno che 
distaccavasi dalla Cassia presso la così delta Sepoltura, 
di Nerone dalla stazione ad Sextum , per s. Cornelio , 
l'altro, che spiccavasi dalla Flaminia presso il monte del- 
ta Guardia all'antica stazione ad Vicesimum, ed il terzo 
dal bosco di Baccano, oggi distrutto. Siccome fu gran- 
de la santità del monte Musino , al quale tutti questi 
tronchi diri ggonsi passando per Formello, perciò non dee 
recar meraviglia la loro moltiplicità. 

Formello divenuto castrum appartenne ai monaci di 
s. Paolo: ed infatti l'anno 1203 si trova enumerato nel- 
la bolla di Innocenzo III. pubblicata dal Margarini in- 
sieme cogli altri beni a quel monastero confermati, do- 
ve è da notarsi che antecedentemente nella bolla di Gre- 
gorio VII. del 1074. non si trova punto ricordato For- 
mello. Circostanza mi sembra molto da ponderarsi per 



lì 

sospettare che la fontìazione di questo castello di molto 
non fòsse anteriore a quella epoca. Come castellum pur 
si ricorda nella bolla di Onorio III. deiranno 1217, nel- 
la quale vengono enumerati i beni de*pp. del Riscatto, 
riportata nel tomo I. del Bollario Valicano. Sotto il 
pontificato di Niccolò III. poco dopo passò in potere 
degli Orsini, i quali insieme con Cesano, Campagnano , 
e Magliano Pecorareccio lo vendettero ai Chigi 1' anno 
1661. per 345000 scudi, e questa famiglia ancor lo pos- 
siede. La Terra non offre altra cosa degna da rammen- 
tarsi che una statua paludata. Presso di essa è la de- 
lizia de'signori del luogo che ha nome di Yersaglia. ■ > 

FORNO. iiìv>mtiù:ni 

Stazione sulla via tiburtina al biforcàmento delle 
strade di Tivoli e di Monticelli; 7 miglia lungi da Ro- 
ma. Annessa a questa è una tenuta dello stesso nome 
di 150 rubbia di estensione , confinante con quelle di 
s. Eusebio , Marco Simone, Prato Lungo, e Casal Vec-' 
chio, divisa ne' quarti dell'Ortaccio, del Casale, e della 
Strada, già pertinente al Capitolo di s. Maria Maggiore. 

FOSSOLA V. DECIMO. '.^ 

FRASCATI \. TVSCVLVM." ''^ 



FREGENA v. MACCARESE. 



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GABII. 

Jpantanusi ^jo, ©urna ^astìUoma*^ 



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-<\ ./i 1 PANTANO, CASTIGLIONE. b 

■* , JUi v'i.: ;'.'j< '. '.■-■ 'j'iA: .-'iU) 

Dionisio Alicamasseo lib. IV. c^ LHL determina fa 



n 

posizione di questa antica città latina in questi terminr^ 
eram una città della stirpe latina , colonia degli Albani ^ 
distante da Roma 100 stadii, posta sulla via che conduce 
a Premeste , Gabii appellavanla. Lo stesso dichiara Stra- 
bene nel lib. V. e. III. ponendola circa 100; stadii di- 
stante da Roma, a mezza strada tra Roma e Prenester 
ora 100 stadii sono eguali a 12. miglia e mezzo roma- 
ne; e perciò l'itinerario detto di Antonino, non contan- 
do nrad le frazioni le assegna XII. m. di distanza da 
Homa^ e fra Roma e Preneste la pone Appiano nel li- 
bro V. delle Guerre CiviU. Laonde ncm è difficile rintrac- 
ciarne la situazione, esistendo ancora Roma, Preneste e 
le traccie della via prenestina. Quindi concordemente sì 
riconoscono come vestigia di questa città quelle che tro- 
vansi circa 12. miglia fuori di porta Maggiore ne^teni- 
menti denominati di Castigtìone e di Pantano^ Inoltre se 
rimaner poteva ne'tempi passati ombra di dubbio, que- 
sta venne dileguata pienamente dalle ricche scoperte che 
•vi fece nel 1792. il principe Marcantonio Rorghese che 
fornirono monumenti di ogni genere, che oggi formano- 
uno degli ornamenti principali del museo di Parigi^. 

Nulla può dirsi della etimologia del nome di que-* 
sta città; non così della sua origine albana, poiché Dio- 
nisio nel passo riferito di sopra, Virgilio Aen^id. VI. v.- 
773. e Vittore nel capo XVII. della Origo Gentis Ro- 
manae lo affermano positivamente, e secondo questo ul- 
timo scrittore fu dedotta da Alba la colonia di Gabii da 
Latino Silvio, quello stesso re, che secondo Livio lib. I. 
e. II!. dedusse parecchie colonie. Divenne questa colo- 
nia poiiolosà e grande quanto qualunque altra, siccome 
riferisce lo stesso Dionisio , il quale nel lib. I. mostra 
che era una specie di università per tutto il popolo la- 
tino, dove di soppiatto furono da Numitore mandati ad 
educare, ed apprendere la lingua greca ed il maneggio 



73 

delle drmi i suoi nipoti Romulo e Remo; fatto che vie- 
ne confermato da Vittore nella opera sovraindicata. La 
sua dipendenza da Alba, a quella epoca, sembra come 
quella delle altre colonie dedotte da essa , essere stata 
più di formalità , che di fatto, poiché Numitore volen- 
do salvare i nipoti non li avrebbe mandati in una città 
dipendente direttamente dagli ordini di Amulio^ che bra- 
mava di metterli a morte. 

Dopo la fondazione di Roma dee credersi, che Ro- 
mulo per gratitudine, Numa pel suo carattere tutto pa- 
cifico, e d'altronde Alba sempre restava, tenessero buo- 
na armonia co'Gabini. La rovina di Albalonga, metropoli 
di tutto il Lazio pose indirettamente Gabii in quella 
dipendenza da Roma, che avea da Alba, e forse i lega- 
mi erano anche più larghi; né Anco Marcio, nò il pri- 
mo Tarquinio , né Servio ebbero brighe col popolo di 
Gabii; ma il secondo de' Tarquinii, ultimo re di Roma, 
che amava di conquistare tutto il Lazio , e le contrade 
limitrofe, volle impossessarsi di questa città, che allora 
reggevasi a modo republicano-aristocratico e prevedendo 
di non potere pervenire al suo intento colla forza , vi 
pervenne coli' astuzia servendosi per condurre la trama 
di Sesto suo figlio, siccome può leggersi nel passo alle- 
gato di Dionisio ed in Livio lib. L e. LIIL dal quale 
rilevasi al e. LX. che dopo la caduta del governo mo- 
narchico in Roma , Sesto , che voleva , come nel regno 
suo ritirarsi a Gabii, fu ucciso da quelli che vollero ven- 
dicare le ingiurie passate, le sue estorsioni, e le sue stra- 
gi. E qui debbo osservare, che questo racconto di Li- 
vio, che è tanto naturale, è in aperta opposizione con 
quello di Dionisio, il quale nel lib. V. nomina i Gabini 
fra gli altri popoli, che presero le armi a favore de'Tar- 
quinii espulsi da Roma, e dice, che Sesto fu ucciso nel- 
la battaglia del Regillo. Qualunque di queste due tra- 



74 

dizioni voglia seguirsi, egli è certo, che dopo quella bàt-* 
taglia, i Gabini rimasero sempre attaccati ai Romani, e 
la via di che si fa menzione ne'tempi più antichi è ap^ 
punto la via gabina, che si ricorda da Livio nel lib. IL 
e» XL dove nari'a i fatti della guerra di Porsenna. Co^ 
ttie amici ed alleati de' Romani, i Gabini videro deva- 
stare le loro campagne dagli Equi l'anno 292 di Roma, 
come afferma Livio nel libro IIL e. VIIL e dai Prene- 
stini r anno 375, secondo lo stesso scrittore lib. VL e* 
XXVIL Nella famosa lega latina dell'anno 415 che finì 
col porre il Lazio sotto la dipendenza di Roma^ mentre 
si nominano altri communi, che vi parteciparono, Gabii 
non vi pi'ese parte e rimase fedele agli impegni contrat-- 
ti con Roma. 

L'anno 543. Annibale venendo contro Roma per la 
via latina, itagli a vuoto la spedizione di Tusculo, scese 
da Tusculo a Gabii: infra Tusculum dexirorsus Gahios de-* 
scendit , dice Livio lib. XXVL e. IX. e forse non solo 
attendossi intorno alia città, ma entrò in essa^ poiché il 
passo di Livio sovraindicato è molto vago. Frai predigli, 
che questo stesso storico nota, come avvenuti nel 578, 
indica pure il tempio di Apollo di Gabii, che fu fulmi- 
nato insieme con parecchi edificii privati. L' autore del 
trattato de Coloniis attribuito a Frontino mostra, che le 
fortificazioni di Gabii furono rialzate da Siila, ed i cam- 
pi divisi fra'soldati; è questo un forte indizio che la cit- 
tà seguisse, come Preneste il partito di Mario, e come 
quella andasse soggetta a fiere sciagure. Quella legge 
sillana, ricordata nel trattato sovraindicato , fu emanata 
l'anno di Roma 673, ed è una delle tante fatte da quel 
dittatore che possono vedersi raccolte nell' Ordo Histo- 
riae luris Civilis del Martini §. XLIV. La prossimità a 
Roma e le guerre civili, che accompagnarono il discio- 
glimento della repubblica ridussero Io stato di questa 



75 

città ad Un grado tale di abbattimento, che Cicerone nel- 
la orazione prò Piando e. IX. la nomina con Labico, e 
Boville, come quella città, donde appena potevano per la 
scarsezza del popolo mandar deputati alle Ferie Latine 
onde partecipare della distribuzione della carnea ed in 
quel passo l'oratore romano l'appella municipio. Lucano 
parlando dei mali prodotti dalla guerra civile cesariana 
lib. VIL V. 391. esclama: 

tunc orane latinum 

Pabula nomen erit: Gabios, Veiosque, Coramque 
Pulvere vix tectae poterunt monstrare ruinae. 
Dionisio pochi anni dopo quella guerra fatale descrive 
nel libro IV. questa città come abitata soltanto in quelle 
parti, che toccavano la via prenestina, che attraversava- 
la e dove erano albergati e che poteva aversi una idea 
della sua primitiva grandezza e dello splendore , osser- 
vando le rovine moltiplici delle case, ed il recinto delle 
mura, il quale era ancora in piedi in gran parte: quin- 
di Orazio nella epistola XI. del libro I. la descrive co- 
me un villaggio: 

Scts Lebedos quid sit ? Gabiis desertior atqUe 
Fidenis vicus. 
Cosi Properzio lib. IV. eleg. I. dice che Gabii era una 
città annichilata: 

Etf qui nunc NULLI maxima turba Gabi. 
L*anno 712 di Roma, attesa la situazione intermedia di 
questa città fra Roma e Preneste, venne scelta per tener- 
vi un abboccamento da Ottaviano, e da Lucio Antonio, 
che si era trincerato in Preneste; questo non solo non 
ebbe luogo , ma fini per la diffidenza reciproca in una 
rottura aperta, siccome narra Appiano nel libro quinto 
delle Guerre Civili. 

La lunga pace che godè l'Italia dopo il ristabilimen- 
to finale dell'ordine pubblico sotto di Augusto, fece ri- 



76 

fiorire molte città cadute in squallore , fralle quali fu 
Gabii) per cui una ragione più forte si aggiunse, quella 
cioè dc'bagni freddi, co'quali Antonio Musa ristabilì la 
vacillante salute di Augusto, e frai quali celebri parti- 
colarmente erano le acque di Chiusi e di Gabiij dicen- 
do Orazio nella epistola XV. 

tnihi Baim 
Musa supervàcuas Antonius et tamen illis 
Me facit invisum, gelida quum perluor unda 
Per medium friguB. Sane murteta relinquif 
Dictaque cessantem nervis elidere morbum, 
Sìdphura contemni^ vicus gemit; invidm aegris 
Qui caput et renes supponere fontihus audent 
Clusinisj Gabiosque petunt, et frigida rura. 
E questa fama de' bagni gabini continuava a teinpi di 
Domiziano ancora a segno , che Giovenale nella satira 
VII. V. 3. dice de 'poeti che erano poco applauditi, che 
tentavano: - r> 

Balneolum Gabiis, Romae conducere furnum. 
I monumenti scoperti nel 1792, come quelli anteceden- 
temente venuti alla luce, sono tutti posteriori allo sta- 
bilimento dell'impero, come il frammento de'Fasti pub- 
blicato da Fabretti ed allora affisso nelle pareti della 
chiesa diruta di s. Primitivo, riprodotto poi dal Mari- 
ni nella opera degli Arvali p. 24. b. il quale contiene i 
consoli ordinarli e suffetti dall'anno 2 all'anno 6 della 
era volgare: quella di Lucio Antistio Vetere, pontefice, 
pretore , decemviro pe' giudizii , e questore di Tiberio 
Cesare Augusto^ oggi nel museo Vaticano; il frammento 
edito dal Fabretti sovrallodato Inscr. 743. il quale ap- 
partiene a Claudio : varie lapidi della epoca di Tito e 
Domiziano , che si veggono in villa Borghese , scoperte 
fino dal 1792. e da me illustrate ne' Monumenti Scelti 
di quella villa p. 35. 44- 45. Molto però contribuì allo 



77 
splendore dì Gabii Adriano, il quale costruì l'acquedot- 
to dì che rimangono ancora le vestigia, ed eresse la Cu- 
ria Elia ricordata dalla celebre epigrafe di Domizia fi- 
glia di Corbulone. Dopo quella epoca frequenti memorie 
di Gabii si hanno ne'tempi di Antonino, e di Commodo 
nelle iscrizioni; ed i ritratti di Severo e Geta son prova 
del lustro del municipio nel primo periodo del secolo III. 
della era volgare. 

Cominciò poscia a decadere a segno, che un passo 
di Anastasio nella vita di Silvestro I. indurrebbe a cre- 
dere che a' tempi di Costantino , cioè sul principio del 
secolo IV. fosse di già ridotta ad uno stato di Massa, o 
tenuta, che quel biografo appella Massa Gaba territorio 
Gabinensi, donata da Costantino al Battisterio Lateranen- 
se. Ma qui si affacciano gravissime difficoltà; poiché esi- 
stè pure, almeno ne' bassi tempi, una terra di Gabi in 
Sabina, siccome ha provato il Galletti con una disserta- 
zione erudita , scritta a tale uopo ed appoggiata a do- 
cumenti che non ammettono eccezione ; nelle carte de' 
tempi bassi si scambia sovente il nome Sabinensis, o Sa- 
vinensis in Gabinensis, o Gavinensis e vice versa, e per- 
ciò riman dubbio se Anastasio in quel passo abbia in- 
teso di GÀbi in Sabina , o di Gabii nel Lazio. Quanto 
a me io non posso credere , che sul principio del IV. 
secolo Gabii latina fosse affatto deserta: poiché mi sem- 
bra che la frequenza della via prenestina dovea porvi 
ostacolo. Inoltre pare , che non possa escludersi affatto 
la esistenza di un vescovo di Gabii, come di altre città 
intorno a Roma ; ma fra questi vescovi stessi , raccolti 
dairUghelli, dal Sarti, e dal Nicolai, ve ne sono certa- 
mente, che per l'equivoco sovraindicato di Sabinensis, e 
Gabinensis, appartengono alla Sabina e non a Gabii. La 
serie dell'Ughelli ricorda Asterio vescovo nell'anno 465, 
Andrea nel 487, Mercurio nel 501 e 504, Martino noi 



78 

649 , Martìniano o Marciano nel 721 , Niccta nel 743 , 
Gregorio, o Giorgio neli' 826, Pietro neli'853 ed 861 e 
finalmente Leone neir876. ed 879. II Sarti de Episcopis 
Euguhinìs p. 40 vi aggiunge un Pietro che viveva l'an- 
no 1060. Ed il Nicolai nelle Dissertazioni inserite negli 
Atti deW Accademia Romana di Archeologia T. V. p. 49. 
ne ha scavato un'altro di nome Teodoro da un'istromen- 
to che si conserva nell' Archivio Sublacense , del quale 
si ha copia nel codice vaticano 8054 fol. 27. Da ciò però 
che sono per mostrare più sotto, mi sembra chiaro, che, 
ammettendo come probabile, e quasi dimostrata la esi- 
stenza della sede vescovile di Gabii, la serie de'vescovi 
gabini non possa prolungarsi più oltre del secolo Vili. 
onde quelli che dopo quella epoca si ascrivono a Gabii, 
più probabilmente debbonsi assegnare alla Sabina; e che 
come io credo che la esistenza della città si protraesse 
ben più oltre della era costantiniana, così fosse cessata 
dopo la metà del secolo ottavo. 

La traslazione dell'impero, l'assenza degl'imperado- 
ri di occidente da Roma , le invasioni de' barbari , che 
finalmente estinsero l'impero occidentale l'anno 476, se 
furono fatali alla metropoli, maggiormente lo furono al- 
le sue vicinanze. Più ancora queste ebbero a soffrire nel 
secolo susseguente per la guerra accanita che pose fine 
al regno de'Goti l'anno 553. e per le scorrerie de'Lon- 
gobardi in quello che allora appellavasi Ducato Roma- 
no. Quindi r anno 741 Gabii era ridotta allo stato di 
fondo, il quale insieme con altre terre attinenti, fu da 
Zaccaria dato in locazione ad un Cristoforo nobile roma- 
no , siccome si trae dal registro di Cencio Camerario 
riportato da Muratori nelle Antiq. Medii Aevi Tom. V. 
p. 837 , documento , che mostra essere Gabii divenuto 
fin da quella epoca di dominio diretto della chiesa ro- 
mana. Gli sconvolgimenti successivi de' secoli IX. e X. 



79 

cangiarono , non si sa come, da affìttuarìi in proprieta- 
rii i nobili romani, investiti da Zaccaria del possesso di 
Gabii, poiché nel 1030 Giovanni di Giorgio e Buona 
mostransi come proprietarii del luogo, allorché fondaro- 
no il monastero de'ss. Primitivo e Nicolao, come risulta 
dalla carta autentica di tal fondazione esistente nell'ar- 
chivio di s. Prassede e diretta a Lioto monaco , ripor- 
tata dal Galletti nel Primicero Append. p. 268, carta nel- 
la quale enunciasi Gabii come affatto deserto , ma che 
ancora riteneva il nome: in locum qm vocatur Gabis, pro- 
peque lacu qui vocatur Burrano : e quella donazione fu 
accompagnata da una metà di molino ad acqua , mosso 
dal fiume Osa, o dall' emissario del lago , e dal diritto 
di tenere uno schifo, o barchetta, sandalum nello stesso 
lago. Sembra, che questo monastero non prosperasse, o 
forse mai non potesse formarsi in quel sito, poiché da 
un altro documento conservato pur nell' archivio di s. 
Prassede si ricava, che nell'anno 1060 Giovanni arcica- 
nonico di s. Giovanni a porta Latina concedette in enfi- 
teusi, col consenso de' suoi preti a Luca abbate di Grot- 
taferrata , la chiesa di s. Primitivo con tutti gli arredi 
sacri e terre attinenti. Vedasi il Galletti p. 283. Nel 1148 
però, insorta lite fra i preti di s. Giovanni a porta La- 
tina, la chiesa di s. Prassede, ed i monaci di Grotta Fer- 
rata, fu deciso che due terzi della chiesa di s. Primiti- 
vo colle loro attinenze appartenessero alle chiese di s. 
Giovanni a porta Latina , e di s. Prassede; ma nel do- 
cumento , che riporta il Galletti di questo giudicato p. 
304, non si fa più menzione di Gabii, nome che sembra 
essersi insensibilmente dimenticato nel secolo X. i >. 
Nell'anno 1153 Nicolao abbate di Grottaferrata, in 
presenza di Anastasio papa IV. die in affitto perpetuo, 
e concesse ad Ubaldo cardinale del titolo di s. Prasse- 
de a favore di quella chiesa la terza parte di s. Primi- 



80 

liv© con tutte le sue pertinenze , onde mentre insensi- 
bilracnte estingucvasi il dominio de' monaci di Grottafer- 
rata ampliavasi quello della chiesa di s. Prassede sopra 
Gabii, ed il suo territorio: allora per la prima volta in 
luogo di s. Primitivo leggesi s. Primo, nome del santo 
titolare della chiesa. Veggasi Galletti p. 310. Erano per- 
tanto i monaci di, s. Prassede e per dominio e per lo- 
cazione perpetua signori di due parti del tenimento di 
s. Primitivo, o Primo fin da quell'anno, l'altra parte spet- 
tando a s. Giovanni a porta Latina; ma nell'anno 1186 
Gerardo rettore di quella chiesa, col consenso di Biagio 
jwete della medesima , e di Giovanni priore della basi- 
lica del Salvatore al Laterano, die in affitto, pure per- 
petuo, quella parte restante, a Gualtiero priore e rettore 
della chiesa di s. Prassede ed a Domenico prete e cano- 
nico della medesima. Galletti p. 325. Allora la chiesa di 
s. Prassede era retta dai canonici regolari di s. Maria 
de Rheno, che la tennero dal 911 fino al 1191; tolta loro 
quella direzione da Celestino III nel 1191 fu affidata al 
cardinale Siffredo Gaetani da Pisa, il quale la die in 
cura l'anno 1198 ai monaci detti di Vallombrosa, che an- 
cora la ritengono : e colla chiesa que'monaci ebbero an- 
cora i beni, che le spettavano, e quindi anche il teni- 
mento di s. Primo. L'anno 1259 Pietro Capocci cardinale 
diacono di s. Giorgio in Velabro legò a s. Prassede cento 
libre per la Torre di Castiglione, e 5000 libre di ren- 
dita per compra di terre da non doversi mai alienare , 
perchè ogni anno l'abbate ed i monaci di s. Prassede ce- 
lebrassero un anniversario solenne a suffragio dell'anima 
sua. Di questo legato rimane memoria perenne in una 
lapide contemporanea esistente nel chiostro di s. Pras- 
sede : e da essa apprendiamo la epoca in che fu eretta 
la torre di Castiglione ancora esistente, sulle rovine del- 
l'acropoli gabina, e l'ingrandimento delle jK)ssessioni del 



81 
monastero m quo' (tintomi , che costituiscono la tenuta 
odierna di Castiglione, E intorno a quella torre formossi 
un villaggio di questo stesso nome, che Castrum Castel- 
lionis si disse , ricordato da Bonifacio Vili nella bolla 
del 1301, fatta a favore de'monaci vallombrosani, il qua- 
le, come pertinente alla chiesa di s. Prassede, castrum 
s. Praxedis ancora si disse, come dalla bolla medesima 
cippariscc, «sistent<; Tìell'archivio vaticano e pubblicata dal 
chiarissimo Fea nella memoria in litolata Discussione ec. 
sulla città di Gabio e suo lago, Tanno 1824. E siccome , 
dopo la fondazione della chiesa di s. Primitivo, il teni- 
mcnto a quella spettante avea fatto dimenticare insensi- 
bilmente il nome di Gabii, così quella del Castrum Ca~ 
stellionis fece andare in obblio quello di s. Primitivo , 
onde assunse il nome , che ancora ritiene di' tenuta di 
Castiglione. ■; 4 

Si fa menzione di questo Castro in una bolla di Gio^ 
vanni XXII del 1322 dalla quale apparisce che era stato 
occupato dal prefetto di Roma in grave praeiudicium se- 
dis apostolica^ : e nella vita del celebre Cola di Rienzo 
lib. IV. e. XX, dove si narra come nell' anno 1353 il 
tribuno mosse la oste contra i Colonnesi di Palestrina, e 
partendo da Tivoli accampossi a Castiglione di s. Pras- 
sede, e di là il giorno seguente si mosse contro Palestri- 
na. Un documento riportato dal Pelrini nelle Memorie 
Prenestine p. 436, mostra che nel 1401 Bonifiacio IX 
ordinò la demolizione di una parte della torre di Casti- 
glione , che è forse quella che manca , come pure in 
quella circostanza venne smantellato il castello, e ridotto 
Castiglione allo stato di casale. Il lenimento di Castiglio- 
ne rimase in proprietà de'monaci di s. Prassede fino al- 
l'anno 1327, allorché venne compreso nella vendita dei 
fondi ecclesiastici per pagare i 400 mila scudi d'oro, pro- 
messi da Clemente VII alle orde di Carlo V onde es- 

6 



82 

sere liberato dall'assedio. In tal frangente Castiglione fu> 
venduto a Luigi Gaddi per 7500 scudi, come apparisce 
da una nota esistente nella biblioteca chigiana, Mss. G, 
III. 58. fatta estrarre per ordine di Alessandro VII da^ 
gli archivii camerali : ed in quella nota viene indicato, 
non più come castrum^ ma come casale. Dai Gaddi il ca-^ 
sale di Castiglioi^e colla tenuta annessa venne in potere 
degli Odescalchi, e da questi passò agli Azzolini di Fer-^ 
mo, che l'hanno posseduto fino al 1822, in che fu ven-- 
duto ai Mencacci , che di recente lo hanno venduto ai 
Borghese. 

A Gabii si va da Roma, tanto per l'antica via ga^^ 
bina, detta pur prenestina, e modernamente di Tor Tro 
Teste e dell'Osa, quanto per la labicana oggi di Torre 
Nuova e della Colonna. La gabina è la più diretta e la 
più breve, ma di poco varia la distanza, essendo la dif- 
ferenza di circa 1 miglio : andandovi per la labicana si 
lascia questa alla osteria del Finocchio, e volgendo a si-> 
nistra, entrasi in una strada rurale , che é parte dell' an-^ 
tico diverticolo, che legava le vie collatina, gabina, la- 
bicaqa e tusculana : un miglio dopo, si passa dinanzi una 
torre semidiruta del secolo XII che ha il nome di s. An-. 
tonio ed 1 altro miglio dopo raggiungesj la via gabina 
circa al X miglio da Roma, di sotto ed a lato della oste-^ 
ria detta dell'Osa , perchè situata sulla sponda sinistra 
di quel fiume : questo ivi traversasi sopra il ponte, che 
ricorda quello delle ss. Degna e Merita indicato nella 
bolla di Gregorio VII riferita dal Margarini e pertinente 
all'anno 1074, così denominato per qualche chiesa, o cap=> 
pella ivi dappresso esistente e consacrata ai meriti di 
quelle due sante martiri. 

Al Ponte dell'Osa la via gabina o prenestina torce 
a destra: a sinistra poi si distacca la strada moderna di 
Poli che raggiunge il tramite antico di communicaziono 



83 
fralla via collatina e la tihurtitia , andando a sboccare 
presso il ponte Lucano. La via gabina pertanto volgen- 
do a destra conserva traccio molto patenti dell'antico la- 
stricato di poligoni di lava , ed é incassata nel masso 
della pietra dagli antichi designata col nome di lapis ga- 
binus. Nel percorrere lo spazio fralla osteria della Osa 
e le rovine di Gabii, è singolare fenomeno il rimbombo 
assai forte , che si ode sotterra : ora Plinio Hist. Nat. 
lib. IL e. XCIV. §. XGVI. nota, che quaedam vero ter- 
rone ad gressus tremunt, sicut in gabinensi agro non pro- 
emi urbe Roma iugera ferme ducenta equitantium cursuu 
indizio della esistenza di vuoti profondi che in questa 
parte il suolo eminentemente vulcanico racchiude. La 
strada passa dinanzi la osteria di Pantano, e quindi tra- 
versa r emissario del lago : dopo passa dinanzi un tu- 
mulo sepolcrale che lascia a destra, e finalmente entra 
in Gabii. 

Dall'aspetto del suolo si riconosce, che la città anr? 
tica copriva tutta la striscia che domina da una parte 
il lago, e dall'altra il tenimento di Pantano: che era di 
forma molto allungata, in modo che, mentre presenta il 
circuito di circa 3 miglia, difficilmente avea nella mag- 
giore ampiezza un mezzo miglio di diametro. E parmi 
che i limiti della lunghezza si possano determinare dal 
tumulo sovraindicato , che rimaneva fuori, fino ai din- 
torni della torre di Castiglione. E siccome questa torre 
é appunto nel sito più culminante di tutta la contrada^ 
perciò io credo, che ivi fosse la cittadella antica, e che 
ivi la colonia primitiva di Latino Silvio ponesse i suoi 
alloggiamenti. Di là successivamente si andò allungando 
sul ciglio del lago , assumendo così una forma ed una 
posizione strettamente analoga a quella della metropoli 
Albalunga, cioè lunga e sul ciglio dì un lago. tmlìt 
! 11 primo avanzo dell' antica città , e che è visibile 



84 

in tutta questa pianura del Lazio è quello del tempio 
di Giunone Gabina , così bene accennato da Virgilio in 
queVersi del libro VII. della Eneide: 
' ' quique arva gahinae 

lunoniSf gelidumque Aniencm, et roscida rivis 
Hernica saxa colunt, quos dives Anagnia pascti. 
Il tempio, come i più antichi del Lazio era rivolto ver- 
so sud-ovest: la cella è sufficientemente conservata, me- 
no il tetto, che manca, ed il lato meridionale che è il 
più diroccato. Questo tempio come quello di Diana Ari- 
cina , col quale ha una grande analogia per la forma e 
per la costruzione, avea colonne nella fronte e ne'fian- 
chi, ma non nella parte posteriore, dove il muro della 
cella dilatandosi a destra e sinistra chiudeva il portico 
laterale. I muri della cella sono di massi bene squadra- 
ti, e perfettamente commessi, di pietra locale, o gabina, 
grossi ciascuno circa 2 piedi, larghi altrettanto, lunghi 
circa A: questi massi sono disposti, ora in lungo, ora in 
largo, ma non regolarmente, o per conseguenza credo, 
che la costruzione possa ascriversi circa al secolo V. di 
Roma. L'interno della cella ha 45 piedi di lunghezza e 
27 e mezzo di larghezza: in fondo rimangono le vesti- 
gia del sacrario, il quale veniva chiuso da cancelli fissi, 
di che veggonsi sul suolo le impronte: e questa cancel- 
lata era interrotta in tre luoghi ad egual distanza, do- 
Te sembra che fossero specie di porte cancellate , che 
siccome apparisce dal battente e dalle traccio de'cancelli 
fissi aprivansi indentro. Il sacrario ha 6 piedi di profon- 
dità. Il pavimento della cella è di musaico bianco com- 
posto di tasselli grossi ciascuno circa una mezza oncia: 
è però da osservarsi che nel sacrario tal pavimento non 
si ravvisa, se non nel recesso sopra cui era la statua di 
Giunone Gabina , ed è questo un indizio patente , che 
quel recesso dovea servire a contenere oggetti sacri e 



85 
preziosi, come in altri templi della antichità. La soglia 
del sacrario ha circa 2 oncie di altezza. Le parti della 
cella più conservate, a partire dal pavimento interno di 
musaico sono circa 25 piedi alte, ma non conservano in 
alcun luogo l'altezza primitiva. Il vano della porta è di 
8 piedi di larghezza. La parte postica della cella è or- 
nata esternamente da una specie di basamento, o podio 
con modinature, alto 5 piedi e 4 digiti, tutto compreso. 
Le ale, che partono dal muro posteriore della cella han- 
no da ciascuna parte 5 piedi e tre quarti di larghezza 
e servono a determinare la larghezza de' peristilii late- 
rali del tempio. Delle colonne che circondavano per tre 
lati la cella, non rimangono che pochi frantumi sul luo- 
go , dai quali si conosce , che erano di pietra gabina -, 
scanalate, con listelli larghi 1. oncia e mezza, e per con- 
seguenza di ordine ionico, e non dorico ( come erronea- 
mente asserì l'illustratore de'monumenti gabini borghe- 
siani ) e che erano rivestiti di stucco. Dagli avanzi esi- 
stenti del tempio , pure apparisce , che innalzavasi in 
mezzo ad un area, la quale di fianco avea 54 piedi di 
larghezza , e di fronte soltanto 8 , poiché ivi addossato 
ai gradini del tempio era il teatro, di che si veggono 
ancora le traccie informi , come nel .recinto di fianco 
appariscono chiare vestigia delle camere, che servivano 
ai sacerdoti , le quali sono ancor più visibili lungo il 
lato orientale. ìì;!|«;i ->ìj'j /ì'ìsjIUi 

Del foro scoperto Tanno 1792. non rimangono più 
Testigia, e solo può dirsi, dalla pianta pubblicata dall' 
illustratore de' monumenti gabino-borghesiani , che era 
quadrilatero, e che verso la estremità meridionale veni- 
va attraversato dalla via prenestina : secondo quell'illu- 
stratore era circondato da un portico sostenuto da co- 
lonne di ordine dorico , meno verso la via prenestina , 
dove aprì vasi: e quel portico entrava nella categoria de- 



86 

gli areostìlì: e dietro quel portico erano camere ed edi- 
ficii; e come quelle poterono servire di taberne, o bot- 
teghe , fra gli edificii si credette alla epoca della sco- 
perta di avere riconosciuto la curia, e l'auguslèo, o tem- 
pio sacro agl'imperadori. Nel centro dell'area del foro fu 
la statua di Tito Flavio Eliano protettore del municipio, 
«iccome apparve dal piedestallo scoperto colla iscrizione 
onoraria al suo posto. 

Dal tempio di Giunone Gabina, seguendo per un 
tratto l'andamento della via prenestina verso oriente, 
veggonsi nel tenimento di Pantano gli avanzi dell'acque- 
dotto che Adriano costrusse, onde la città potesse ave- 
re acque perenni e pure: della quale opera di Adriano 
è un documento la iscrizione frammentata riferita dall' 
autore, che spiegò i monumenti gabini, p. 14. e la co- 
struzione di reticolato e laterizio, sebbene sdrucita, fa 
riconoscere que'ruderi, come contemporanei di quelli del- 
la villa Adriana. 

Ritornando alcun poco indietro, e prendendo il sen- 
tiero, che guida a Castiglione, veggonsi a destra ne'cam- 
pi, ruderi, che anche da lontano, mostrano appartenere ad 
una chiesa de'tempi bassi: questi appartengono alla chie- 
sa de'ss. Niccolò^ e Primitivo, o s. Primo: sono privi af- 
fatto di tetto: e presso l' ingresso si riconosce ancora il 
campanile diroccato ; la tribuna conserva traccie delle 
pitture, che rappresentavano varii santi, frai quali anco- 
ra ravvisasi s. Niccolò, uno de'protettori; la costruzione 
de'muri è del secolo XI e si compone di ogni sorta di 
frantumi, consolidati di tratto in tratto, ma irregolarmen- 
te con pezzi di opera laterizia. 

Dalia chiesa rovinata di s. Primitivo , andando a 
Castiglione, il sentiero siegue una specie d'istmo, che a 
destra ha una serie continuata di latomie a strato aperto, 
•le quali fornirono le pietre, prima per Gabii , e poscia 



87 
aiicoi'à per Roma: a sinistra poi, segue l'andamento del 
cratere dirupato del lago. Castiglione conserva ancora le 
vestigia del recinto de'tempi bassi, e la torre diroccata 
insieme con quello fino dal 1401. Notai di sopra , che 
questo castello sorse nel secolo XIII. quando le terre 
appartenevano ai monaci di S. Prassede, e che vi con- 
tribuì il cardinale Capoccio : le mura di questo castro 
evidentemente vennero costrutte co'massi delle antiche, 
ed in parte furono anche fondate sopra le antiche stes- 
se , delle quali fortunatamente rimane un angolo verso 
nord-ovest di circa 5 o 6 strati di pietre quadrilatere , 
che essendo di costruzione analoga a quella delle so- 
struzioni del Tabulano, d'uopo è conchiudere , che ap- 
partengano alla epoca di Siila, che secondo Frontino al- 
legato di sopra, rialzò le fortificazioni di Gabii. Il cra- 
tere del lago, essendo da questa parte tagliato a picco, 
indica evidentemente il giro delle mura, che cingevano 
l'acropoli gabina. Da Castiglione per la strada di Poli, si 
raggiunge il ponte dell'Osa, e la via gabina : in questa 
parte a destra continuano per un certo tratto le latomie 
indicate di sopra. 1; >•: 'm tu/ r.i . tdfih 

La pietra gabina , tanto impiegata nelle fabbriche 
di Roma, e di che specialmente sono costrutte le sostru- 
zioni e le parti interne del Tabularlo, è una specie di 
peperino di color bigio bruno, che esposto all'aria as- 
sume un tuono piìi pallido del peperino ordinario, o sia 
della pietra albana; essa resiste al fuoco, ed è un com- 
posto di ceneri vulcaniche miste a frantumi piccioli di 
lava nera, bruna, e rossastra, con frammenti di anfige- 
ni e pirosseni, squammette di mica, e pezzi di calcarla 
appennina. 

Dal registro di Cencio Camerario più volte ricor- 
dato apparisce, che Gabii, ed il suo territorio più vici- 
no nel primo periodo del secolo Vili, costituiva la Mas- 



sa Galli, o Massa Gallorum, composta de' fondi denomi- 
nati allora Digitorum, Gabii, Mctionum, Barhulianum^ o 
Sentianum, Lucretianum, detto pure Musta, Lampadiorum, 
o Formellus, Flavianum, ovvero Casa Monachorum, Me- 
dianum , Formicis ( forse Fornices per l' arenazione deir 
acquedotto ) Aurefilis, e Marcianum. La contrada in eh» 
erano appellavasi Bursano, che io credo per errore del 
trascrittore così scritto in luogo di Burrano , che con- 
servò il lago per varii secoli prima che venisse in po- 
tere de'monaci di S. Prasscde, siccome vedrassi nell'ar- 
ticolo seguente. E tutti questi fondi diconsi posti terri- 
torio gabiìiate ew vorpore patrimonii lahicani. Oggi la città 
di Gabii, e le sue più immediate attinenze costituiscono 
i lenimenti di Castiglione e di Pantano , ambedue pro- 
prietà de'Borghese. Castiglione, che come ho notato di 
sopra appartenne in ultimo luogo ai Mencacci compreui- 
de 270. rubbia di terra, divise ne'quarti denominati di 
s. Primo , della Osteria: , degli AlbuccL , e di Gorsanoi 
Quanto al tenimento di Pantano, si £a menzione di un 
Pantano de Azo in questa contrada fino dall'anno 1030; 
della era volgare nella carta dcU'arcliivia di S. Prasse- 
de ricordata di sopra; ma quello era più verso il Te ve- 
rone, come dalla stessa carta apparisce, onde io credo> 
che quello sia Pantan di Guazzo indicato nella carta di 
Ameti e posto nella tenuta di Corcolle, presso il confi- 
ne di Lunghezzina al confluente del fosso di S. Cesario 
nell'Amene, pantano oggi disseccato. 

Ma certamente, di questo tenimento,, che anche oggi 
ha il nome di Pantano fa menzione nel 1353 1' autore 
della vita di Cola di Rienzo e lo designa come una selva 
posta fra Tivoli e Palestrina presso Castiglione, dove i Cor 
lonnesi nascosero la preda fatta , che trasportarono poi 
chetamente a Palestrina, centro allora della loro potenza. 
E questo tenimento fu venduto dai Colonnesi al cardi- 



89 
naie Scipione Borghese nel primo periodo del secolo XVII. 
Vastissima è questa tenuta , che entra ne' territorii di 
Monte Porzio , e di Monte Compatri, in modo che dal 
Cingolani si calcola a rubbia 1525 e 2 scorzi ; ma la 
parte inclusa entro i limiti deirAgro Romano dal Nicolai 
si restringe ad 840 rubbia , 1 scorzo e 2 qu. Essa di- 
videsi nella parte compresa nell'Agro Romano in quarto 
dell'Incastro, Pedica di Rocca Cenci, quarto della Casetta 
di Campotosto, Pedica di Tor Carbone, Pedica di Ponte 
Nono, quarto di Torre lacova, quarti di Finocchio, Pi- 
scare, Valle s. Elmo, Tor Forame, Padiglione, Padiglion- 
cino, la Pedichetta, Pescara, Pedica delle Grotte, S. An- 
tonio, la Pelosetta, e Pedica delle Cappelle ; nomi che 
non hanno alcuna relazione né cogli antichi, né con quelkì 
ricordati di sopra, pertinenti al secolo VIII. xjir«ui oi» 
, , = flttjo'jnlfi'. 

ivMr>l«« i-K» GABINVS LACVS ìM 

•ifi ')«'!»* ^Jtl9 f>h ^ ^ »)^;n?i> il- 

.„,,,,„,^,;„i Cacu0 6urranu0 . ,,, ,,«^,>,.. 
Cag0M0.|pra05eòe:i;':::1^"^ 

LAGO DI PANTANO, LAGO DI CASTIGLIONE 

Questo articolo è per la parte storica legato così 
strettamente con quello antecedente , che per evitare il 
tedio di ripetere ciò che fu detto su tal proposito mi re- 
stringo a quelle osservazioni soltanto che sono partico- 
lari al Iago , ed alle varie denominazioni che ebbe. È 
questo lago, come quelli di Albano, Nemi , ec. un cra- 
tere di vulcano spento, che avea in origine un buon mi- 
glio di circonferenza , ma che si e successivamente ri- 
stretto a segno, che essendo sul punto di divenire una 
vera palude, il principe Francesco Borghese lo fa dissec- 
care per mezzo di una forma che farà scaricare le acque 



90 

nel fiume Osa, onde così liberare da ogni esalazione pe- 
stilenziale i dintorni, e rendere alla coltivazione un ter- 
?'eno ubertoso. Egli è certamente degno di rimarco^ che 
mentre più e più volte ne'classici s'incontra menzione di 
Gabiì, di questo lago, che immediatameute era sotto la 
città, non si trovi alcuna memoria ne'tempi antichi^ e solo 
per la prima volta ricordisi nel secolo V della era vol- 
gare ; imperciocché negli alti di S. Primitivo esistenti 
nella Biblioteca Vaticana, riferiti dal Bosio Roma Subterr. 
lib. III. e. XXXVI, e ricordati dal Boldetti Osservai, so-' 
pra i Cimiteri di ss. Martiri pag. 568 , atti scritti circa 
quella epoca, leggcsi che quel santo fu condotto nella via 
prencstina presso la città di Gabii^ che ivi fu decollato, 
e che il suo corpo venne sommerso in lacum Gabiis^ don- 
de Esuperanzio lo estrasse , dandogli sepoltura in una 
catacomba ai 26 di aprile. 

Ma se grande è il silenzio degli scrittori anteriori 
su questo lago, frequenti sono le memorie che se ne in- 
contrano nelle carte de'tempi bassi. E primieramente nel 
registro di Cencio Camerario si legge, che circa Tanna 
741 era divenuto proprietà della Chiesa Romana insieme 
col fondo denominato Gabii, et fundum Gabiis, cum lacu, 
e che circa quella epoca papa Zaccaria lo die in affitto 
ad un nobile romano di nome Cristoforo, siccome fu ve- 
duto nell'articolo precedente. Nel 1030 erano padroni di 
esso Giovanni di Giorgio e Buona, nobili romani anche 
essi, forse discendenti di quel Cristoforo ricordato poc*^ 
anzi, quando venne fondato il monastero de'ss. Primitivo 
e Nicola in locum qui vocatur Gabiis, propeque lacu qui 
vocatur Burrano. È qui è da notarsi che fin dal 741 la 
contrada in che trovasi questo lago nel registro di Cen- 
cio appellasi Bursano, o piuttosto Burrano forse da qual- 
che predio di Afranio Burro prefetto del pretorio sotto 
Nerone, o di Lucio Antistio Burro, console nell'anno 181, 



91 
attempi di Commodo. Giovanni testò ricordalo fece do- 
nazione del lago al monastero di s. Primitivo da lui fon- 
dato, il quale essendo venuto meno pochi anni dopo, ac- 
cadde, che la chiesa di s. Primitivo, come pure il lago, 
ed i pascoli di Pantano, venuti in proprietà della chiesa 
di s Giovanni a porta Latina, furono ai 13 di febbraio 
dell'anno 1060 dati in enfiteusi perpetua a Luca abbate 
di Grottaferrata , siccome ricavasi da carte esistenti nel- 
l'archivio di s. Prassede, pubblicate dal Galletti nel Pri- 
micero. L'anno 1074 Gregorio VII concedette la metà di 
questo lago, sempre detto Burrano ai monaci di s. Paolo 
fuori delle mura, siccome si trae dalla sua costituzione 
inserita nella lioUario Cassinense , e questa concessione 
fu successivamente confermata da Innocenzo III nel 1203, 
Onorio III nel 1218, e Gregorio IX nel 1236. Deiraltra 
metà un terzo era di s. Giovauni a porta Latina ed i\ 
resto era in potere de'monacì di Grottaferrata , i quali 
ai 29 di agosto dell' anno 1153 cedettero i Foro diritti 
alla chiesa di s. Prassede, come fece ai 20 di marzo 
1186 Gerardo rettore di s. Giovanni a porta Latina, per 
la parte spettante a quella chiesa, riservandosi un cano- 
ne, siccome risulta dalle carte dell' archivio di s. Pras- 
sede pubblicate dal Galletti nella opera sovrallodata e 
ricordate nell'articolo antecedente. Ed essendo fin dal 
1198 passata quella chiesa in potere de*monaci vallom- 
brosani, questi , fabbricato il castello di Castiglione nel 
secolo susseguente circa l'anno 1259, acquistarono il ri- 
manente del lago, onde Bonifacio VIII, nella bolla data 
l'anno 1301 in favore di que'monaci nomina il Castrum 
Castellionis, quod dicitur castrum s. Praxedis cum foto ìacu 
qui dicitur de Burrano. Sicché fino a quella epoca il lago^ 
riteneva il nome di Burrano; ma la edificazione del ca- 
stello, ed il dominio dc'monaci fecero insensibilmente di- 
menticare quel nome, e dopo quel tempo trovasi il lago 



92 

più coinmunemente denominato di Castiglione , e di 
s. Prassede. Con questo ultimo nome vien designato ap- 
punto nell'atto con che Leone Strozzi lo cedette nel 1578 
per 3000 ducati al card. Marc'Antonio Colonna. Imper- 
ciocché il lago rimase in pieno dominio de' monaci di 
s. Prassede fino all'anno 1541, in che questi lo diedero 
in enfiteusi perpetua a Pietro, Roberto, e Lorenzo Stroz- 
zi. Dopo pochi anni da che era divenuto proprietà de' 
Colonna, il duca Francesco erede del cardinale Marc'An- 
tonio ricordato di sopra lo vendette al cardinale Scipione 
Borghese l'anno 1614 il quale lo redense dal canone 
che pagavasi a s. Prassede, mediante 270 scudi] : ed è 
la casa Borghese che continua a possederlo insieme co' 
fondi adiacenti di Pantano e di Castiglione. 

GALERIA — GALERA. 

Una delle tribù rustiche romane fu la Galeria, ri- 
cordata da Livio lib. XXVII e. VI , da Plinio e nelle 
iscrizioni sovente, come può vedersi in Panvinio Civitas 
Romana, in Grutero p. CD VI. n. 9. CDXVIII. n. 7. 
CDXXXI. n. 1. ec. La sua etimologia è incerta : alcuni 
trar la vorrebbero dal fiume Galeso , che essendo nell' 
agro tarentino , sebbene sia stato celebrato da Virgilio 
Georg, lib. IV. v. 126 per la feracità delle terre , che 
bagna, da Orazio lib. IL od. X, e da Marziale lib. XII. 
epigr. LXIV, per la morbidezza e la candidezza delle 
lane delle pecore, che pascolavano sulle sue rive e ne 
beveano l'acqua, nulladimeno è troppo distante da Roma 
per aver dato nome ad una delle tribù rustiche di Ser- 
vio Tullio. A me sembra più probabile e più naturale, 
che il rivo Galera, che traversa una gran parte dell'agro 
vciente conquistato da Anco Marzio quarto re di Roma, 
e che nasce sotto Cesano, ed influisce nel Tevere presso 



93 

alla stazione, perciò denominata ponte Galera 9 miglia 
e mezzo circa fuori di porta Portese, desse nome alla 
tribù, come quello che era il più considerabile frai rivi 
eha bagnavano le terre di qnel distretto. Né si creda 
già che il nome di quel fiume sia recente, e che derivi, 
come qualche moderno scrittore balordamente asserì, 
delle galere, che rimontavano il Tevere fino al suo con- 
fluente, ai tempi di Sisto Y; imperciocché se ne ha me- 
moria fin dall'anno 1019 nel privilegio di papa Benedet- 
to Vili a favore del vescovo portuense , riportato dall' 
Ughelli Italia Sacra T. I. in quello di Giovanni XIX a 
favore del vescovo di Selva Candida dell'anno 1026, di 
Benedetto IX del 1033; e nella conferma del privilegio 
del vescovo di Porto del 1049, fatta da Leone IX, do- 
cumenti che si leggono nel sovrallodato Ughelli , nella 
bolla dello stesso papa data l'anno 1053, edita nel Bul- 
lar, Vat. T. I. ec. sempre appunto come confine di varii 
fondi della contrada, tanto nella parte superiore, quanto 
nella inferiore del suo corso. : lU'ni-^J t'uih i.iriy» 

Ora , come ne' tempi più antichi il rivo die nome 
alla tribù, così circa l'anno 780 della era volgare lo die- 
de! ad una Domus-cuUa, o colonia, che per testimonianza 
di Anastasio Bibliotecario papa Adriano I. fondò sulla 
via aurelia (dee leggersi Cornelia) circa 10 miglia lungi 
da Boraa presso s. Rufina , e ad un' altra dello stesso 
nome che quel papa fondò sulla via portuense, circa 12 
miglia lontano da Roma, in maniera che due Domus ctd- 
tae di questo nome vi furono , dette ciascuna Galeria , 
una sulla via Cornelia, e l'altra sulla portuense. Ho no- 
tato doversi leggere in luogo di Aurelia, Cornelia, quanto 
alla prima, perchè s. Rufina sta sulla Cornelia, oggi 
strada di Boccèa, e non sull'Aurelia, oggi strada di Ci- 
vita-Vecchia : che è quanto dire , che il trascrittore di 
Anastasio mise un nome per l'altro. Qui poi aggiungerò. 



94 

che la Galeria sulla via portuensc corrisponde presso la 
odierna stazione di ponte Galera sulla strada moderna 
di Fiumicino, la quale, se oggi si trova soltanto 9 mi' 
glia e mezzo fuori della porta Portesc, anticamente era 
circa al duodecimo miglio a destra della via portuense. 
La differenza della distanza nasce dalla direzione diversa 
delle strade, poiché la strada moderna è più incommoda 
dell'antica, ma più breve, giacché scavalca 5 colline , 
mentre l'antica andando lungo il Tevere seguiva il lembo 
di queste medesime colline, e perciò, sebbene più com- 
moda, era considcrabilmente più lunga, 't xit^tóV lìhd^i 
Di queste due Domus cultae , la Galeria della via 
portuense era nell'anno 1019 una curtis contenente una 
chiesa di s. Maria, varii fabbricati, un ponte, che è l'o- 
dierno, detto ponte Galera, sebbene più volte rifabbri- 
cato, ed un villaggio, vicus, ed in tale stato fu confer- 
mata da papa Benedetto YIII al vescovo portuense Be- 
nedetto de Pontio, con una bolla, ricordata di sopra e ri- 
ferita dairUghelli T. I. Andò però sempre decadendo , 
poiché nel privilegio di Leone IX a favore di Giovanni 
vescovo portuense si ricorda col nome di curtisyinaL senza 
menzionare più il villaggio. Veggasi l'Ughelli L n. E do- 
po non trovandosene altra memoria ne' privilegii poste- 
riori é d'uopo dire che rimanesse affatto deserta. Molto 
diverso fu il fato dell'altra Galeria, la quale andò suc- 
cesivamente crescendo, ma dal sito suo primitivo venne 
traslocata sopra di un colle dirupato ed isolato un miglio 
a sinistra della via Claudia, oggia strada di Bracciano, 
15 miglia distante da Roma sulla sponda sinistra del 
fiume Arrone che le scorre sotto. Questa era di già un 
castello, castellum molto considerabile, e feudo imperiale 
col Comes suo particolare l'anno 1033 , siccome si trae 
dalla bolla di Benedetto IX a favore de' vescovi di s. Ru- 
fina, o Selva Candida riferita dall' Ughelli , nella quale 



96 
6Ì ricorda una chiesa di s. Nicola, che è quella dell'ar- 
ciprctura, che si dice in quel documento dedicata e con-» 
sarcata dal vescovo Pietro, al quale la bolla è diretta , 
ed una pieve di s. Gregorio. E perchè siamo certi che 
di questa Galeria si tratta, nella bolla poco posteriore a 
questa, di papa Leone IX riportata nel Bullarium Vatir' 
canum T. I. e pertinente al 1053 , si nomina il fiume 
Arrone, come esistente in territorio Galeriae, territorio di 
che si fa poscia successivamente menzione nelle bolle di 
Adriano IV del 1158, di Urbano III del 1186, e d'In- 
nocenzo III del 1205. j. m.ruvH^ ,KunMi 

Si ù notato poc'anzi che Galeria aveà' fino dal sé^ 
colo XI i suoi conti imperiali : infatti il Marini Papiri 
Diplomatici n. XLV mostra, come nel 1027 era conte di 
Galeria Giovanni Tocco, il quale fu presente al sinodo 
tenuto in Roma da papa Giovanni XIX per giudicare 
alcune vertenze, che esistevano fra il clero delle chiese 
di s. Niccolò e di s. Andrea; ed in quel documento si 
mostra che in quel luogo vi era una popolazione nota- 
bile, A costui, o immediatamente, o poco dopo successe 
jin Gerardo, il quale avendo favorito la elezione di papa 
Benedetto X, l'anno 1058 insieme col conte di Tuscolo 
Gregorio di Alberico, e con altri potenti romani, si vi- 
de esposto nell'anno seguente al risentimento del papa 
Niccolò H , eletto in vece di Benedetto ; imperciocché 
quel papa per testimonianza del card, di Aragona, nella 
sua vita inserita dal Muratori no' Rerum Italicarum Script. 
T. III. P. I. p. 301 si rivolse ai Normanni che si erano 
impadroniti del regno di Napoli ; i quali raccolta una 
oste poderosa, traversando la Campagna, invasero e de- 
vastarono i territorii di Palestrina, Tusculo , e Nomen- 
tana, come terre ostili al papa, e passato il Tevere die- 
rono il guasto a Galeria ed a tutti gli altri castelli del 
conte Gerardo, fino a Sutri. Ecco le parole di quel hio^ 



96 

grafo, che descrivono questa scorreria: Normanni vero 
ad ipsius common itionem, collecto exercitu subsequuti sunt 
eius vestigia et transcuntes Campaniam, , Praenestinorum 
oc Tusculanorum et Num^ntanorum terras hostiliter inva- 
dentes, eis tamquam contumacibus et domino suo rebellan- 
tibus damna gravissima inttderunt. Deinde fluvium Tibe- 
ris cum immensa militia et fortitudine armatorum, peditum 
€t sagittariorum copiosa multitudine transeunte» , Galeram 
tt universa comitis Gerhardi castella usque ad Sutrium de- 
vastarunt. Soggiunge, come, dopo molli mali di questa 
natura, pervenne a domare la caparbietà de' magnati di 
Roma ed a liberar la città dalla loro tirannia e rimet- 
tere cosi la Chiesa in potere de'suoi stati. Pertanto è da 
credersi che allora Calerla, per qualche tempo restasse 
direttamente in potere de' papi in guisa che Gregorio 
VII. la concesse insieme co'coloni ai monaci di s. Paolo 
l'anno 1074, siccome si trae dalla bolla de'privilegii da- 
ta da lui a favore di quel monastero, riportata nel se- 
condo volume del Bullarimn Cassinense del Margarini , 
nella quale però in luogo di Galeriam, come è nell'ori- 
gipale, si legge Gallasiam. 

\)\wj<l conti di Galera però non abbandanarono così fa- 
cilmente le loro pretensioni , ed il Galletti nella disser- 
tazione sopra Capena riporta su tal proposito un docu- 
mento molto importante, il quale spetta all'anno 1139. 
Da questo apparisce , che il Castrum Galeriae era stato 
occupato dal conte di Galeria, che io credo Benedetto, 
di cui fa menzione una carta dell'archivio di s. Maria 
Nuova, dell'anno 1154, il quale, come un detentore in- 
giusto fu denunziato nel concilio lateranense tenuto in 
quello stesso anno 1139. da Azzone abbate di s. Paolo. 
Malgrado questo passo i conti tennero saldo, ed i mo- 
naci sembrano avere , o abbandonato i loro reclami , o 
fatto qualche accommodamento , poiché Innocenzo III 



97 
■confermando lutti i beni al monastero di s. Paolo con 
una bolla del 1205 riportata dal Margarini nel tomo pri- 
mo , di questo fondo non fa menzione. Due documenti 
esistenti nell'archivio di s. Maria Nuova Tom. I. ed In- 
vent. fol. 32. sono una prova ulteriore, che questo ca- 
stello durante il secolo XII. continuasse ad essere pos- 
seduto dai conti che ne traevano il nome. Possedeva quel- 
la chiesa una massa detta Carda , la stessa che dava 
nome alla stazione ad Careias menzionata da Frontino, 
<3 dagl'itinerarii antichi, come esistente circa 15. miglia 
lungi da Roma sulla via Claudia. Ora questa massa ven- 
ne occupata sul principio del XIL secolo dai conti di 
Galcria , riguardandola probabilmente come dipendenza 
di questo castello : i canonici però ricorsero a papa Cal- 
listo II , che la fé loro restituire nel 1119 , malgrado 
che i monaci di s. Sabba pretendessero, che apparteneva 
a loro. Conoscendo però i conti di Galera la importanza 
di questa massa cercarono ad ogni modo di averla , on- 
de nel 1154 la ottennero dai canonici suddetti in enfi- 
teusi, e r atto fu fatto a nome di Guido figlio del de- 
funto conte Benedetto, di cui si è parlato di sopra, dai 
suoi curatori. I confini assegnati a quella massa sono il 
corso dell' Arrone, la via Claudia, il corso della Galeria, 
ed i territorii di Cesano, e di Anguillara. Quindi si ri- 
conosce che tutta intiera giaceva a destra della Claudia 
fra le miglia 12 e 14 , o per meglio dire fra il casale 
Nuovo e la Osteria Nuova, Cesano ed Anguillara. 

Questa enfiteusi fu confermata ai conti di Galera 
nel 1226, ultimo periodo della loro dominazione in que- 
sta parte. Imperciocché poco dopo troviamo in possesso 
di Galera gli Orsini, che ne riconoscevano l'utile domi- 
nio dal monastero di s. Sabba, che ne avea il diretto; 
quindi io credo , che estinguendosi la famiglia , o per 
donazione, o per altro titolo, il monastero di s. Sabba 

7 



98 

di già proprietario di altre terre ne'dintorni ne ottenes- 
se il dominio. Dal Galletti nella dissertazione sovraindi- 
cata di Capena apprendiamo che fin dall'anno 1256 n'era 
signore Matteo Rosso Orsini, senatore di Roma, sempre 
però dipendente pel dominio diretto da s. Sabba. Nel 
1267 il suo figliuolo Napoleone donò a Giovanni cardi- 
nale diacono di s. Nicola in Carcere, suo fratello la quar- 
ta parte del castello e della rocca di Galera , come si 
trae da un documento esistente nell' archivio della Ra- 
silica Vaticana Caps. 61. fol. 225. Rertoldo e Raimon- 
do Orsini ebbero da s. Sabba la investitura delle tre 
parti del castello di Galera 1' anno 1276, siccome si ha 
da un documento esistente nell'archivio di quella Casa, 
investitura che si trova rinnovata nel 1337 a favore di 
Giovanni, Napoleone e Giordano Orsini, siccome ricava- 
si dal cod. vat. 7997. Ronifacio IX. nel 1393 restrinse 
il canone di questa investitura a tre libre di cera: veg- 
gasi la pergamena n. 565 nell'archivio Orsini ed i mss. 
vat. 7926, e 7997. Continuò sotto gli Orsini durante il 
secolo XV; e nel 1485 a dì 20 di luglio fu saccheggia- 
ta dai Colonnesi , siccome leggesi in un diario contem- 
poraneo inserito dal Muratori Rerum Italie. Script. T. 
III. P. II. p. 1195. Frattanto è da notarsi che a quel- 
la epoca era un castello considerabile, poiché nell'avvi- 
cinarsi del Fortebraccio a Roma , Galera fu tassata di 
mandare 20 uomini armati a Rracciano. Così .nel 1536 
ai 18 di aprile die alloggio all'imperadore Carlo V. re- 
duce da Roma. Allorché Pio IV. nel 1570 eresse in du- 
cato Rracciano vi comprese anche Galera. Veggasi la me- 
moria di A. Coppi negli atti dell'Acc. di Archeologia, T. 
VII. il quale ha raccolto uno stato della sua popolazio- 
ne, che nel 1636 giungeva a 300 abitanti, nel 1660 a 
170, nel 1667 a 130, nel 1700 a 150, e nel 1809 do- 
po essere andata sempre cadendo rimase affatto deserta. 



99 
Gli Orsini essendo grarati da debiti ali enarono Galera 
l'anno 1670 con facoltà di papa Clemente X. e da quel 
tempo non fu più soggetta a feudo. \ ; ■> 

La via per andare a Galera diverge a sinistra della 
Claudia circa le miglia 15 e mezzo ; subito dopo aver 
passato sopra un ponte il fosso denominato Rosciolo, in- 
fluente dell' Arrone , nel quale cade prima di giungere 
a Galera. La strada scende fra colli dirupati vestiti di 
alberi e di vigorosa vegetazione ad un ponte circa un 
miglio dopo il diverticolo: nel giungere a questo ponte 
sono a destra le rovine di una casa, a sinistra quelle 
della chiesa di s. Maria degli angeli che era in rovina 
fin dal principio del secolo passato, come si ha dal Piaz- 
za. Il sito del ponte è pittoresco e romantico: il fiume 
Arrone, che passa sotto di esso e lambisce il lato occi- 
dentale della rupe, sulla quale sorge il castello, forma 
in questo luogo una picciola caduta che col suo romo- 
rìo ravviva alquanto lo stato solingo del luogo. " % 

Appena passato il ponte, la strada volgendo a sini- 
stra sale pian piano ad una porta, sulla quale sono an- 
cora le arme di casa orsina : dopo questa prima porta 
seguitando a salire, volge a destra, dove trovasi una se- 
conda porta, e finalmente una terza dà ingresso alla ter- 
ra, la quale non è accessibile, e con molta diflìcoltà, se 
non da questo lato che è quello rivolto a settentrione. 

Sorge la terra sopra un colle di tufa vulcanico ta- 
gliato a picco da tutte le parti, e di forma rettangolare 
coi lati rivolti ai quattro punti cardinali : le mura che 
la cingevano presentano due epoche diverse: la parte più 
antica , che è quella più prossima al suolo è di massi 
squadrati di tufa locale ma di picciola mole, e ricor- 
dano la costruzione del secolo XI: sopra questa costru- 
zione se ne alza un'altra tutta irregolare e propria del 
secolo XV: e queste mura ricorrono sul ciglio della ra- 



100 

pe. Le case sono generalmente di opera saracinesca del 
secolo XIII, e sembrano essere state rifatte dopo che gli 
Orsini divennero signori della terra: esse però sono tutte 
abbandonate e in rovina, abitate da rettili, e coperte di 
erba e di arbusti: alcune hanno fenestre gotiche, altre 
sembrano essere state ristaurate sul principio di questo 
secolo, e fra pochi anni la intiera terra presenterà l'aspetto 
di un ammasso di rovine. La piazza è presso 1' angolo 
occidentale: ivi è la chiesa arcipresbiteriale dedicata a 
s. Nicola, la quale conserva alcune parti, la cui costru- 
zione essendo opera del secolo V , dimostra che fin da 
quel tempo vi era una popolazione in questo luogo: ed 
infatti esso è tale che sembra impossibile che sia stato 
trascurato dagli antichi, e forse fu uno degli oppidi de* 
Vejenti: alcune grandi pietre quadrate impiegate ne'muri 
di una delle case della ultima strada verso occidente av- 
valorano questa congettura. Ai lati della porta moderna 
della chiesa sovraindicata sono due are sepolcrali di 
marmo tolte forse alla vicina via Claudia: quella a sini- 
stra manca d'iscrizione come quella che è stata cancel- 
lata e conserva il loculo per le ceneri: sopra quella a 
destra si legge la epigrafe seguente. 

CERCENIAE 

TRYPHERAE 

MAIRI OPTIMAE 

T FL CERGENIANVS 

i caratteri sono di buona forma, ed il nome di Tito Fla- 
vio Cerceniano mostra che fu di poco posteriore al re- 
gno de'FIavii, essendo quello un figlio di qualche liberto 
di Vespasiano, di Tito, o di Domiziano. 



-101 
GALLICANO v. PEDVM. 

AD GALLINAS v. PRIMA PORTA. 

GATTACIECA. 

È il nome di una osteria fra Mentana e Grotta Ma- 
rozza, a destra della via nomentana antica, circa 16. ni. 
lontano da Roma, all'ingresso di un diverticolo che con- 
duce a Monte Rotondo. 

GELARDL 

Così volgarmente si appellano certe rupi di tufa ta- 
gliate a picco , che s' incontrano circa 18 m. fuori di 
porta del Popolo sulla sponda sinistra della via detta 
dagli antichi tiberina, ed oggi strada di Fiano: esse un 
tempo fornirono materiali da fabbricare. Ivi dappresso 
sono ruderi di sepolcri antichi. Il nome forse derivò, o 
da qualche individuo di nome Gerardo , o da qualche 
famiglia Gerardi , che vi ebbe possidenze. Queste rupi 
sono le ultime falde del monte Tufello, fralle quali apresi 
la convalle detta Valle Lunga. 

GENAZZANO: 

(&tnna}amrn- ©inajanum. 



f 



Terra nel distretto di Tivoli nella diocesi prene- 
stina, che contiene 2396 abitanti, posta un miglio a si- 
nistra della strada, che da Palestrina conduce a Paliano 
sette miglia distante da Palestrina e 30 da Roma; feudo 
u^iempo di quel ramo dc'Goloonesi, che distinguevasi 




appunto col nome di signori di Gena zzano , che era la 
stesso di quello detto de' ss. Apostoli , perchè avca le 
case contigue a quella chiesa in Roma. 

Il nome indica , che la terra sorse ne' tempi bassi 
sulle rovine di una villa della gente Genucia, onde da 
fundus Genucianus, o praedium Genucianum se ne fece per 
alterazione di pronuncia nella bocca del volgo Genucior- 
num, Genutianum, GennazanuiUf Ginazanum} che noi m 
idioma volgare abbiamo fatto Genazzano. Ed a quella fa- 
miglia appartengono i ruderi della villa romana ancora» 
ivi esistenti, che dal Cecconi e dal Petrini si sono vo- 
luti attribuire alla villa degli Antonini, applicando a que- 
sti il passo di Capitolino nella vita del divo Marco c^ 
XXI: Sub ipsìs profectionis diebus in secessit praenestino^ 
agens filium nomine Verum caesa/rem exsecto suo aure tu- 
bere septennem amisit. Costoro però non considerarona y 
che ivi si tratta della villa imperatoria prenestina, della 
quale veggonsi vaste rovine a s. Maria della Vili». Era 
la gente Genucia plebea^ ed in essa si distinse partico- 
larmente Lucio Genucio tribuno della plebe autore de' 
plebisciti famosi dell'anno 415 di Roma ricordati da Li- 
vio lìb. VII. e. XLII. centra gli usurai, ne foenerare li- 
ceret, centra gli ambiziosi, ne quis eumdem mugistratunv 
intra decem annos caperei; neu duos magistratus uno anno 
gereret, ed in favore della plebe, perchè fosse permesso 
creare ambedue i consoli di quell'ordine; utique liceret 
consules ambos plebeios creari. 

La prima volta che apparisce, come castello ne'tempi 
bassi è in una denazione scritta l'anno 1022 da Benedette 
Scriniario di Palestrina, inserita nel Registro Sublacense, 
nella quale un Giovanni di Pier Domenico, e Franca sua 
moglie vengono designati come abitanti in castello qui ap- 
pellatur Gennazano. E siccome in que' tempi questo ca- 
stello era parte del feudo di Palestrina istituito da papa 



103 
Giovanni XIII a favore di Stefania, «enatrice Tanno 970 
della era volgare, perciò possiamo essere certi, che ne 
seguisse tutte le vicende. Quindi fino dall' anno 1033 , 
essendosi sposata in seconde nozze Emilia sorella di Gio- 
vanni, e nipote di Stefania, ed erede del feudo di Pale- 
strina con un De Columna^ ed avendone avuto prole ma- 
schile, Genazzano, come Palestrina divenne retaggio de* 
Colonnesi^ che ancora lo ritengono. Nello Spicilegium Hi- 
storiae Ravennatis inserito dal Muratori ne^ Rerum Itali- 
carum Scriptores T. I. p. 579 leggesi come agli 11 di 
novembre del 1290 Stefano da Genazzano, de Ginazano, 
della casa Colonna, venne preso e spogliato dai Raven- 
nati. L' anno 1356 Pier Giordano Colonna donò ai pp. 
agostiniani la chiesa parrocchiale fin d'allora dedicata alla 
vergine sotto il titolo di Madonna del Buon Consiglio. 
Nel 1378 i cardinali, che favorivano papa Urbano VI si 
ritirarono in Genazzano, come può leggersi in Rainaldi. 
Il Petrini crede, che in Genazzano nascesse Martino V 
ossia Oddone Colonna, allegando la vita d'Innocenzo VII 
riportata dal Muratori ne' Rerutn Italicarum Scriptores T. III. 
P. II: il Cecconi segue piuttosto l'altra tradizione, che lo 
dice nato a s. Vito: quello però che non può mettersi 
in dubbio è che quel papa, a cui tanto debbe Roma e 
la Chiesa, ne amava appassionatamente il soggiorno, ed 
ivi trovavasi a villeggiare l'anno 1426 allorché ricevè 
l'ambasciatore del conte di Armagnac, che venne ad ab- 
biurarvi a nome del suo signore lo scisma, siccome leg- 
gesi nella sua vita scritta dal Cirocchi e dal Platina. 
Morto papa Martino l'anno 1433, fu trucidato barbara- 
mente in Genazzano Stefano Colonna signore di Pale- 
strina. L' anno seguente Niccolò Fortebraccio occupò la 
terra, sovvertì Lorenzo Colonna; che dominava in Pale- 
strina, e costrinse papa Eugenio IV a fuggire da Roma, 
fatto, che portò nel 1437 la rovina di Palestrina. Nel 



104 

1461 fu visitato Genazzano da papa Pio li nel ritornoi 

da Subiaco a Tivoli, siccome riferisce il Gobellino. 

Narrano il Coriolano ed il Canncsio , storici co»- 
temporanei, come nell'anno 1467 rinnovandosi la chiesa 
della Madonna del Buon Consiglio uffiziata dagli Ago- 
stiniani, li 25 di aprile scoprissi sopra un muro, che do- 
vea essere demolito, la immagine della Madonna che va 
sotto questo titolo , e che per la venerazione , che ri- 
scuote, le grazie fatte, ed i donativi ricevuti è uno dei 
santuarii più celebri e più frequentati di questa parte 
d'Italia. Nella guerra fra Sisto IV, e Prospero Colonna 
questa terra ebbe molto a soffrire, ma finalmente l'anno 
1485 i Colonnesi la ricuperaronov e là diedero in mano 
al papa, come si ha dai Diarii dell'Infessura e del Nan- 
tiporti dati dal Muratori nella parte II del tomo III de' 
Rerum ItiiUcarum Scriptores. Nel 1557 vi pose campo il 
duca di Alba , e poco dopo segui la pace di Cave coi 
Caraffeschi. 

Oltre le rovine sovraìndicate della villa romana, que~ 
sta terra principalmente merita di essere visitata per la 
cappella sovraindicata della Madonna del Buon Consiglio^ 
cappella ricchissima per arredi, sacri e per doni. 

M. GENNARO^ 

È questo il contrafforte più alto ,. e più vicino a 
Roma del dorso che gli antichi chiamarono monte Lu- 
cretile, e che fu celebrato da Orazio; esso fu da alcu- 
ni confuso co' monti Ceraunii ricordati da Dionisio nel 
lib. I. ma que' monti, che si distinguevano per le loro 
punte acuminate percosse sovente dai fulmini, erano solo 
80 stadii, o 10 miglia distanti da Rieti nelle vicinanze 
di Vesbola, cioè fra i fiumi Velino e Turano, onde cor- 
rispondevano alle montagne, che oggi chiamano di Nu- 



103 

ria non lungi da Capradosso, presso cui dee rintracciar- 
si il sito di Vcsbola. II nome di Gennaro lo ebbe, non 
come il volgo pretende dal freddo, che vi si prova , poi- 
ché più fredde e nevose sono altre cime a settentrione 
di esso; ma per altre cause. Una chiesa di s. Gennaro 
esisteva alle sue falde verso Marcellina fin dal secolo 
X della era volgare , e di essa fa menzione una carta 
spettante all'anno 956, esistente nella biblioteca Barbe- 
rini, dalla quale apparisce, che Giovanni vescovo di Ti- 
voli concedeva un fondo Caniniano cum ecclesia s. lanua- 
rii. Forse da questa chiesa ebbe nome il monte, ovve- 
ro da un lanuariusy a lanuaria, che vi ebbero possiden- 
ze dappresso; ed infatti tre lapidi si conoscono, una di 
Settimio Sabino lanuario, Taltra di Scanzia lanuaria, e 
la terza di Rosela lanuaria, che furono scoperte alle sue 
falde, e che l'autore del Viaggio a Tivoli., edito l'anno 
1828 riporta. 

Dopo la cresta del monte Vulturella , oggi Mento- 
rella, sopra Guadagnolo, questa è la punta più alta dei 
monti che immediatamente coronano la pianura dove 
Roma si asside; quindi fu scelta da Boscovich e da Le 
Maire per le loro osservazioni astronomiche e trigono- 
metriche, tendenti a determinare la misura del grado del 
meridiano di Roma. Servi pure a sir William Geli per 
la triangolazione della mappa, che è il soggetto di que- 
st'analisi. Boscovich determinò la distanza fra la punta 
di monte Gennaro, e la croce della cupola di s. Pietro 
a 22 miglia e 935 passi : e 1' altezza perpendicolare ad 
837 passi = 654 tese e mezza = 4185 piedi inglesi, 
che sono quasi geometricamente identici ai piedi romani. 
L' autore sovraindicato del viaggio di Tivoli sulla fede 
del quadro geografico storico dello Stato Pontificio di 
Luigi Antonio Senes di Trestour estolle l'altezza di que- 
sta punta dal livello del mare a 4430 piedi romani. Le 



106 

osservazioni poi publicale l' anno 1824 dagli astronomi 
della specola del Collegio Romano, Conti e Ricchebach 
stabiliscono la sommità di questo monte, che essi desi- 
gnano col nome di punto più elevato di Monte Gennaro a 
3955 piedi parigini ed 8 pollici == 4285 piedi inglesi 
e 3 pollici. 

Da tre lati si può ascendere a questa punta serven- 
dosi di cavalli) altri èenlieri vi sono per coloro che vanno 
a piedi: i lati per scendervi sono: quello verso Palom- 
bara, strada che se è la più breve è ancora la piìi ri- 
pida: quello di s. Polo che almeno fino alla Terra di 
questo nome offre l'accesso più commodo: e quello dal 
canto di Licenza. Le cime principali di questo monte 
sono: il pizzo che è quella che domina immediatamente 
la falda rivolta a Roma, e che si presenta sempre come 
una punta acuminata: la Morra nocciuolo particolare che 
sovrasta immediatamente alla terra di s. Polo, e che da 
Roma ha l'apparenza di un ginocchio: ed il monte della 
Guardia che è una specie di dorso verso settentrione 
che si dilunga nella direzione da occidente ad oriente , 
e serve come di barra alle due cime sovraindicate da 
quella parte. Di queste tre punte, tutte altissime, il Ro- 
seo vich prescelse la prima per le sue osservazioni, per- 
chè il monte della Guardia, quantunque abbia un oriz- 
zonte vastissimo verso occidente , e verso settentrione , 
ha la veduta di Roma velata appunto da questa cima, 
denominata il pizzo; e la Morra, sebbene abbia la veduta 
completa di Roma e di tutta la pianura romana senza 
alcun impaccio, è così difficile a salirsi, che le osserva- 
zioni sarebbero state soverchiamente protratte. Il Pizzo 
non presenta ne l'inconveniente del monte della Guardia, 
né le difficoltà della Morra , e gode d' altronde i van- 
taggi di ambedue. Quindi fu scelto dal Boscovich come 
da Geli per le loro osservazioni. 



107 
Solinga ed amena è la sommità di questo monte im- 
ponente e vestito di boschi di alberi secolari, meno nel 
vasto ripiano denominato il pratone, ove i bestiami ne' 
mesi estivi trovano fresco e pastura. E quanto al Pizzo 
è degno di osservazione il gran cumulo di pietre rozze 
che ivi si vede ammassato, il quale ricorda que'mucchi 
di sassi consacrati a Mercurio e di cui fanno menzione 
gli antichi scrittori, e soprattutto Esichio. La veduta che 
da quella cima si gode è non solo vastissima ma così 
bene composta, che diresti di essere in mezzo ad un im- 
menso teatro, la cui cavea viene formata dai monti etru- 
schi, sabini, e latini, ed il di cui centro, o la scena viene 
determinata dalla zona argentea del mare tirreno : ivi , 
rammentando l'epoca primitiva della storia di Roma, d'uo- 
po è riconoscere il fatto, che le genti, che in quel punto 
si riunirono, da queste contrade discesero, fatto ricono- 
sciuto dagli antichi scrittori, ed invano da una smodata 
critica travolto , e negato : è di là che si commenta la 
primitiva divisione del popolo romano in Luceres (etru- 
schi) Titienses { Sabini ) e Ramnenses (Latini) , nomi co* 
quali si designarono le genti condotte da Lucumone, da 
Tazio, e da Romulo. Volgendosi indietro, questa veduta 
viene temperata dalle orride selve, che vestono i monti 
sabini , e sotto apronsi spaventevoli precipizii verso i 
monti corniculani , che da quella sommità appariscono 
come leggiere colline, e picciole ondulazioni di terreno. 

S, GENNARO v. SVBLANVVIO 

GENZANO. 

Città del distretto e comarca di Roma, sede di go- 
verno, situata sulla strada postale di Napoli, dove que- 
sta raggiunge l'antica via appia, circa 18 miglia lontano 



108 

da Roma, la quale secondb la statistica di Leone XII 
contiene 3994 abitanti. Secondo le tavole pubblicate da- 
gli astronomi Conti e Ricchebach l'anno 1824 è situata 
al grado di latitudine 41, 42\ 2r\ ed al grado di lon- 
gitudine 30, 20\ 44 ^ 7. 

Il Ratti, che compilò la storia di questa città l'anno 
1797, corredandola di documenti autentici , mostra che 
la origine sua non rimonta più indietro del secolo XIII 
cioè circa l'anno 1255, nel quale essendo enumerate e 
confermate da papa Alessandro IV le possidenze del mo- 
nastero di s. Anastasio alle Tre Fontane presso Roma, 
in due bolle, nella prima di queste in data de' 12 gen- 
naio si nomina il Fundura Genzani, e nell' altra de' 18 
febbraio si ricorda questo stesso fondo col nome di Ca- 
struniy Terra murata, castello, insieme con Gavignano e 
Fusano. Queste bolle leggonsi, la prima presso l'Ughelli 
Italia Sacra Tomo I e la seconda estratta dall' archivio 
vaticano, presso il Ratti p. 102. Una bolla di papa Lu- 
cio III data il di 2 aprile 1183 pure ai monaci di s. 
Anastasio, in conferma de'beni del loro monastero, e ri- 
portata dal Ratti , fa conoscere, come circa la metà di 
quel secolo , cioè il duodecimo , essendo insorta una 
lite fra il monastero e la chiesa di s. Maria in Aquiro, 
super possessione cujusdam Costae mentis qui dicitur Gen- 
zano ec. fu questa decisa a favore de'monaci; e tal do- 
cumento è il primo, che dia questo nome, che, se de- 
riva dall'antico, potrà trarsi da un fundus Gentianus , o 
Gentiani , nome del possessore originale , non mai da 
Cynthia Diana, dea venerata particolarmente in queste con- 
trade , parte del territorio aricino , come credettero gli 
scrittori del secolo XV, i quali, poscia furono seguiti da 
tutti i topografi superiori. In quella bolla si fa pure 
menzione delle cave di pietra, cioè di peperino esistenti 
in eadem costa ipsius montisy e di una torre edificata so- 
pra quello stesse monte, che era stata demolita. 



109 
Questa torre era stata edificata dai Gandolfi signo- 
ri del castello di questo nome, siccome ricavasi dal pat- 
to di rinuncia , che Pietro e Nicola figli di Angelo , e 
Rustico figlio di Cencio Gandolfi fecero a papa Onorio 
III. l'anno 1218 di tutte le loro pretensioni per la de- 
molizione di quella torre , avvenuta durante le dissen- 
siotii civili fra Alessandro III. ed il popolo romano, me- 
diante un compenso in danaro. Veggasi il documento di 
questa rinuncia riportato dal Ratti p. 99. Il medesimo 
storico con ogni probabilità asserisce che i Gandolfi in 
que' tempi di sconvolgimento abusando del loro potere 
aveano occupato il fondo di Genzano appartenente ai 
monaci di s. Anastasio, e vi aveano fabbricato quella tor- 
re, e che ad essi per quel giudizio fu restituita. Rima- 
sero i monaci possessori pacifici di questo loro feudo 
fino all'anno 1378, o per dir meglio, non si conosce al- 
cun documento in contrario fino a quella epoca. Ma in 
quell'anno l'antipapa Clemente VII. volendo rimunerare 
Giordano Orsini signore di Marino dell'appoggio che gli 
avea prestato, con bolla data in Fondi IV. Non. Decem- 
br. fra gli altri castelli gli concedette ancora quelli di 
Nemi e di Genzano: item castra Nemi et Genciani Alba- 
nensis Dioeceseos. Veggasi questa bolla estratta dall' ar- 
chivio vaticano , presso il Ratti p. 104 e seg. Questa 
concessione fu a titolo di enfiteusi a terza generazione, 
e nella bolla sovraindicata si ricorda il dominio diret- 
to di s. Anastasio. Poco però durò il dominio di Gior- 
dano, ma poco tempo pure rimasero i monaci possesso- 
ri pacifici di questa Terra, poiché circa l'anno 1393 Ni- 
cola Colonna, figlio di Stefano della linea di Palestrina 
la invase, e la ritenne fino al 1399 in che avendo tra- 
mato una congiura contro papa Bonifacio IX. questa sco- 
pertasi, egli dovè fuggirsene, lasciando a Buccio Savel- 
li suo compagno questa terra medesima. Questi abusò 



110 

talmente del suo potere, che i Genzanesi ricorsero a Pie- 
tro Passcrello, capitano di Marino per la Chiesa Romana; 
e riconoscendo sempre il dominio diretto de'monaci di s. 
Anastasio, ottennero da papa Bonifacio di essere eman- 
cipati dalla signoria di Buzio, e posti sotto la immedia- 
ta dipendenza e protezione della Sede Apostolica con 
ana bolla contenente i capitoli da loro richiesti ed a lo- 
ro accordati ai 15 di novembre di quello stesso anno 
1399. Allora la terra di Genzano fu distaccata dalla ca- 
stellanìa di Lariano , ed unita a quella di Marino. Fino 
air anno 1410 rimasero le cose su questo piede, quan- 
do salito sul soglio papale Giovanni XXIII. tornò Gen- 
zano sotto il dominio di Nicola Colonna, il quale ne fu 
investito per un triennio , mediante il censo di un fio- 
rino d' oro r anno, da pagarsi il di di Natale, o quello 
della sua ottava. Spirato quel triennio Genzano fu oc- 
cupato da Antonello Savelli che lo ritenne fino al 1417. 
Martino V. lo fece restituire ai monaci, e questi nel 1423 
lo affittarono a Giordano Colonna, che fu dichiarato go- 
vernatore di Genzano e di Nemi. Finalmente nel 1425 
V abbate ed i monaci di s. Anastasio , con facoltà del 
papa vendettero ai Colonna definitivamente questa Ter- 
ra insieme con quella di Nemi, e col casale di Monta- 
gnano, per la somma di 15,000 fiorini a ragione di bai. 
47. r uno, con istromento stipolato il dì 28 ottobre. Il 
protonotario Giovanni Colonna nel 1479 vendette questa 
Terra insieme con quella di Nemi al card. Guglielmo 
di Estouteville per 13, 300 ducati , il quale donolle ai 
suoi figli naturali Girolamo ed Agostino l' anno 1481. 
Narra l'Infessura come nell'anno 1485 i Colonnesi s'im- 
padronirono di Genzano sopra i Tuttavilla, ossia gli E- 
stouteville nella guerra che ebbero con quelli, come al- 
leati degli Orsini. Innocenzo Vili, nell'atto di concordia, 
che eome mediatore volle fare fra quelle famiglie riva- 



IH 

li si fece consegnare le terre di Nemi, di Genzaiio , « 
Frascati dai Colonnesi; e dopo la conclusione della pace 
si trova che nel 1486 Genzano venne di nuovo in po- 
tere dei Colonna, ai quali fu tolto da papa Alessandro VI, 
che nella divisione de'beni di Lucrezia Borgia sua figlia, 
fra Roderico e Giovanni da lei nati assegnò al primo 
Genzano, che lo ritenne fino all'anno 1503 in che quel 
papa morì. Appena morto Alessandro VI i Colonnesi rien- 
trarono in possesso de'beni che erano stati loro tolti, e 
ritennero Genzano fino al 1563. In quell' anno Marcan- 
tonio Colonna vendette a Fabrizio Massimi Genzano per 
15,200 scudi, e questi l'anno seguente lo rivendette a 
Giuliano Cesarini per la stessa somma, unendovi la te- 
nuta delle due Torri , alcune case da lui comprate , e 
tutti i miglioramenti fatti al feudo. Dai Cesarini per 
eredità passò agli Sforza che lo ritengono. Queste fasi 
diverse possono leggersi tutte presso il Ratti nell'opera 
summenzionata che inserisce gli autentici documenti, sui 
quali si appoggiano. 

Fu notato di sopra , che nel secolo XIII Genzano 
fu il nome della costa del monte, sulla quale poscia fu 
edificata la Terra di questo nome: super possessione cuius- 
dam Costae Montis , qui dicitur Genzano : questo passo 
dimostra da per se stesso la giacitura di questa città , 
la quale dal ciglio meridionale del cratere dal lago ne- 
morense discende per la falda fino alla via appia antica. 
E dapprincipio i monaci di s. Anastasio, che come si vide 
fondarono il castello, occuparono la parte superiore del 
monte, dove è il palazzo baronale de'Gesarini, ed il Duo- 
mo vecchio , la qual suol designarsi col nome di Gen- 
zano vecchio, conservando ancora in parte il recinto tur- 
rito e merlato di quella epoca, posteriormente dai baroni 
a varie riprese ristaurato. Ma dopo il secolo XVII a poco 
a poco l' abitato si diresse verso 1' andamento della via 



112 

appia. Era però fino al declinare del secolo passalo una 
pìcciola Terra, quando il disseccamento delle Paludi Pon- 
tine, e l'apertura della nuova strada postale di Napoli 
non solo portò molti nuovi abitanti lungo il corso di 
questa, ma ancora vi fece discendere la parte principa- 
le degli antichi; onde oggi Genzano vecchio è cadente, 
ed in luogo di quello si è formata un' amena, e polita 
città a destra e a sinistra della nuova strada, alla qua- 
le magnifici viali di olmi conducono per chi va da Ro- 
ma o dall'Ariccia, mercé le cure del duca Giuliano Ce- 
sarini circa la metà del secolo XVII. Questi viali hanno 
il nome di Olmata, ed al punto della loro unione , che 
piazza della Olmata si dice, mezzo miglio circa distan- 
te da Genzano formano come il vertice di un triangolo, 
dove il viale a sinistra conduce al convento de'pp. cap- 
puccini , quello di mezzo al palazzo Cesarini , e quello 
a destra a Genzano. Magnifica, pittoresca, ed amena è 
la veduta che dal palazzo Cesarini, e dalla piazza, che 
lo precede si gode sì del lago nemorense e del cratere 
imboschito che lo circonda, che della immensa pianura 
del regno de' Rutili che verso mezzogiorno si distende 
fino al mare Tirreno. Il palazzo poi fu edificato verso 
l'anno 1643 da Giuliano Cesarini, quello stesso che pian- 
tò r Olmata : e che edificò il Duomo Vecchio sul sito 
dell' antica chiesa parrocchiale, sotto il titolo di s. Ma- 
ria della Cima: e rifabbricò la chiesa e convento de'cap- 
puccini eretta in origine l'anno 1579. Il nuovo Duomo 
cominciato sul finire del secolo passato con architettura 
del Camporesi è dedicato alla Triade Santissima, e tor- 
reggia lungo la strada postale sulla piazza maggiore. Un 
buon quadro è suU' altare maggiore rappresentante la 
Trinità e le anime che dal purgatorio passano alla vita 
celeste. 

Celebre è la festa annuale che si celebra in questa 



113 

fcittà il dì dell'ottava del Corpus Domini^ alla quale cou- 
.-corre un popolo immenso dalla capitale^, e dai paesi cir- 
rconvicini. Consiste questa nella processione, che fassi ad 
.ora di yespero col Sagraniento , passando per le strade 
rprincipali, le quali vfiggonsi tutte -coperte di tappeti di 
iìori, co' quali rappresentansi arabeschi, ornati, targhe, 
scudi, arme, figure ,ec. che hanno un effetto vivissimo, 
£ che ammirabili divengono per la rapidità con che so- 
no eseguiti; e perciò chiamasi questa festa la Infiorata 
di Genzano. 

Il territorio di questa città è feracissimo special- 
mente di uve, colle quali si fa un vino eccellente, che 
potrebbe rivaleggiare co'migliori di Spagna, se si usas- 
sero i modi opportuni. 

La strada postale , che traversa Genzano non è la 
via appia, la cui direzione ritrovasi dietro il Duomo Nuo- 
vo , e quindi , tagliando un fondo privato , interseca la 
postale alla es.tremità di Genzano servendo di norma per 
riconoscerla un sepolcro antico. Appena intersecata la 
strada moderna, la via appia si dirige a sinistra ed è oggi 
ridotta allo stato di strada rurale. 



.vn , GERANO. 



(3xxamm. 



Terra del distretto di Subiaco di 1046 abitanti, si- 
tuata sopra un colle isolato ed ameno, a pie del quale 
sono le fonti del Giuvenzano, rivo che in questa parte 
determina il limite fra i Latini e gli Ernici, come l'A- 
niene dove questo va ad influire è il confine fra questi 
e gli Equi. È distante 31 miglia da Roma, 12 da Ti- 
voli, e 6 da Subiaco. La strada più diretta per andar- 

8 



114 

vi da Roma è quella di Tivoli: uscendo da questa città 
si prende la strada degli Arci, e vi si perviene passan- 
do per Tuccianello. 

Ne'tempi bassi fece parte dapprincipio della Massa 
luvenzana che da papa Zaccaria fu donata alF ahbadi£| 
di Subiaco verso la metà del secolo Vili, od a quella 
confermata da Gregorio IV, nell'anno 833, p da Nipco-t 
lo I neir anno 864. siccome si raccoglie da un placito 
del 983 inserito dal Muratori nel tomo I. delle Antichi-! 
tà del Medio Evo p. 379; e da Giovanni XII. pur con- 
fermata nel 958 con up'altra bolla, e da Ottone I. con 
diploma Tanno 967, dociimenti che furono riportati da| 
Muratori nel tomo V della stessa Opera p. 461. e seg, 

Di Gerano propriamente però la prima memoria, che 
ho incontrato spetta all' anno 978 , ed è nella bolla di 
Benedetto VII. riportata dal Marini rìé'Papiri Diploma- 
tici p. 229. Ivi frai fondi dipendenti dal vescovo di Ti? 
voli si nomina Trellanus idest Giranus eum fundis suisy 
allora però non era ancora un castello, o villaggio. Non 
così l'anno 1030 , quando , secondo il Chronicon Suòla- 
cense era non solo un villaggio, ma così popolato, che 
1 suoi abitanti andarono a fondare il Podium CasapopuLi 
onde secondare i Tiburtini, malgrado il volere dell'ab- 
bate sublacense, che perciò fece edificare una torre so- 
pra Gerano. Non molti anni dopo , cioè circa il 1061 , 
essendo papa Alessandro II si trova di già in potere di 
Landone, signore di Civitella, sul quale venne nel 1075 
ripreso dall'abbate Giovanni, secondo il Chronicon sovra- 
indicato. Nel 1100 venne furtivamente occupato da un 
tale Bertraimo, il quale per commando di papa Pasqua- 
le II, dovè restituirlo; quindi fra gli altri beni del mo-- 
nastero si conferma ancor questo Castrum nella bolla data 
dallo stesso papa Pasquale l'anno 1115 ed inserita nella 
Cronaca sovraindicata. '*'''' '*'■ ' 



115 

':,-.//{ £j iii^hd ••: GERICOMIO. • o^-wO IdU .1 ofi;;.i 

Casale abbandonato distante da Tivoli 4 miglia a 
■destra della strada, che da quella città conduce a s. Gre- 
gorio, posto sopra un colle, che domina il sito dell'an- 
tica Aesula , e che sfalda dal dorso intermedio fra la 
catena del Mentorella, e quel{« dell'AiSliano. Esso giace 
In un luogo selvoso , aperto soltanto verso mezzodì ed 
occidente, e che veramente offre un ritiro a chi vuol se- 
pararsi dal mondo, onde a ragione il card. Prospero Pu- 
blicola Santacroce, che acquistò il fondo dal conte Gior- 
dano Orsini, e che nell'anno 1579 ne fece il suo ripo- 
so, riducendola a villa sontuosa, scrisse sopra una lastra 
Ai marmo già sulla porta principale, ed oggi sconvolta, 
& ridotta ad una specie di tavola rurale : 

HIC TIBI lAM LICEAT 
CVRIS PROGVL VRBE 

SOLVTO / 

DVCERE SOLLICITAE 
IVCVNDA OBLIVIA 
. '■■^-. , • VITAE -^ >!'], ■i\) 

'. liJ'Xj'JOij f:il t:"i ó'^l.viT IH i-H'u nj- ;!;> 

Egli fu che costrusse il casino, oggi casale, e die a que- 
sto ritiro il nome di Tiopo-noiiztov, cioè ospizio della vec- 
chiaia per l'oggetto a che destinollo, e che dai moder- 
ni si volle derivare da re/joxsfxstov quasi ospìzio de'sa- 
cerdoti, ospizio sacro, e se ne volle immaginar l'allusio- 
ne ad un convento di monaci greci che qui mai non e- 
sistette, e peggio ancora ad un collegio di sacerdoti an- 
tichi qui stabilito, o ad una loro villa. :<) .i . ,i j<.ì ip 
Di questa villa il cardinale fece battere una meda- 
glia col suo busto nel dritto, e col prospetto della vil- 
la nel rovescio, grossolanamente riportata dal Cassio nel 



116 

tomo I. del Corso delle Acque, la quale lascia travvedew 
re che il casino era posto in fronte ad un recinto tur- 
rito con portici interni , e che avea dinanzi una yasta 
peschiera, un giardino diviso in varii riquadri, con fon-» 
tana in mezzo, e con parco, o vivaio per animali ed uc- 
celli rari. Magnifica delizia era questa in un luogo così 
solitario; ma morto il cardinale, la villa fu abbandona- 
ta, quindi venduta ai Conti, duchi di Poli, e da questi 
ai Barberini , e dai Barberini alla casa Pio di Savoja, 
Oggi è ridotta a vignato. A destra dell'ingresso al ca- 
sino, casale, è la lapide infranta che io origine stava 
sul portone , e determinava il nome e la epoca di chi 
costrusse la villa: e questa lapide, come l'altra antecq-. 
dentemente riportata, serve di mensa rurale; 

PROSPER PV 

SANCTACRVCIVS . j^.r;u . , 

GEROCOMIO. f. VI . . . 
ANNOSALVTIS , , . , , 

AETATISSVA , . . , 

Or questo cardinale Prospero Santacroce , che io 
questa villa si ritirò fu insignito della porpora da papa 
Pio IV. dopo la nunziatura di Francia a Carlo IX. e 
dapprincipio ebbe il titolo di s. Girolamo de'Schiavonij 
dopo successivamente quelli di s. Maria degli Angeli , 
di s. Adriano, di s. Clemente, e finalmente essendo ve^ 
scovo di Albano morì in Roma l' anno 1588 io età di 
76 anni, siccome si ha dalla sua lapide sepolcrale esi- 
stente in s. Maria Maggiore e riportata dal Ciacconio : 
quindi, siccome la medaglia sovraindicata porta la data 
del 1579, la penultima linea ANNO SALVTIS dee sup- 
plirsi col millesimo MDLXXIX. e la ultima linea AE- 



117 

tATIS SVA può supplirsi AETATIS SVAE 

LXVII. 

Sulla porta della casa della vigna a destra è tina 
statuìna muliebre, priva di testa, lavoro de'tempi della 
decadenza, assisa sopra un trono retto da leoni, onde 
iion cade alcun dubbio, che rappresenti Cibele, la qua- 
le, sebbene sia certo, che era in fondo la stessa divi- 
nità, che la Bona Dea de'Romani, è però temerità l'as- 
serire, che fosse predsamente sotto le stesse forme rap- 
presentata j siccome si legge in alcuni scritti modemL 
Molto meno poi e vero che sia questo pìccolo simula- 
cro conosciuto col nome di Buona Dea di Gericoiflio. In 
questa vigna medesima l'anno 1824 io vidi un pilastro 
di acquedotto, costrutto di opera reticolata^ indizio di 
una villa antica in queste vicinanze. ' • • "^"^ ffiBotaj 

GINNETTIi. fORRBCCHIOlA^^ ^ '^'^^ 

ì*J"'p 5 GIOSTRA V. TELLENÈ * ^^« ^^ *>^^'^*« 

' ; h%mi 

S. GIOVANNI. -^"^^^^ 

È utì picciolo lago di acqua minerale acidula posto 
Cirta 16 miglia distante da Roma, e 2 a settentrione di 
quello delle Acque Albule descritto a suo luogo, fra la 
tiburtina primitiva e la strada attuale di Monticelli. •" 

I j^. GIOVANNI IN CAMPO t. PALCÙGNAìn.'^^^ 

i S. GIOVANNI IN CAMPORAZIO. '-^^^; 

tenitoèiitò delfkèro Bomano ^ irtAbia M2 ìjttjfc 
tacci 2, scorzi 3, oggi appartenente ai Barberini e situa- 
to dentro i territorii di Poli e di Gallicano. È diviso 



118 

ne'quarti detti del Casale, del Tragiione, e della Mura-»- 
la. Da Roma è distante circa 21 miglio per la strada di 
Gallicano che è la più breve. 

,,ij.,|, L'anno 970 Giovanni XIII. infeudò a Stefania se- 
natrice la città di Palestrina: in quell'atto che è ripor-- 
tato dal Petrini p. 394 frai confini del territorio di queP 
la città viene indicato a sexto latere valUs de Caporatie. 
Pochi anni dopo questo nome ritrovasi di nuovo nella' 
bolla di papa Benedetto VII. data l'anno 978 ed indi- 
cata dall' Ughelli nel tomo primo, e dal Marini riportata 
né'Papiri Diplomatici p. 235. Ivi fralle terre dipendenti 
dal vescovo tiburtino nello spirituale si nomina il Fun^ 
dusy seu Massa Caporacie cum mons, uhi est in cacumine 
ecclesia s. Angeli qui dicitur Faianu. Le rovine di questa 
chiesa, che nel secolo XI. die nome ad un castello, si 
veggono ancora sulla cima del monte che a questa te- 
nuta di Camporazio sovrasta, e suol designarsi col nome- 
di s. Maria del Monte. Fino a quella epoca non si fa 
motto di un castello nella tenuta in questione, il quale^ 
però non tarda a comparire nelle carte dfi quello stesso 
secolo. Imperciocché l'anno 998 un tal Stefano donò per 
testamento al monastero de'ss. Andrea e Gregorio in cli- 
vo Scauri di Roma la metà di due castelli posti nel ter- 
ritorio tiburtino e prenestino cioè di PoU, e di s. Gio- 
vanni fra loro vicini. Veggasi l'atto della esecuzione da- 
ta a ! quel testamento e riportato nel tomo IV. degli An- 
nali de'Gamaldolesi p. 606. e seg. Non so se anteceden- 
temente l'altra metà di quel castello appartenesse a quel 
medesimo monastero; certo è però che nel 1051 tutto 
intiero appartenevagli , poiché negli stessi Annali poco 
dopo s'inserisce un altro documento, dal quale apparisce 
che. in queir anno l'abbate Benedetto die in enfiteusi a 
t|erza generazione casteUum integrum, quod vocatur s. Io- 
hannesj insieme con quello intiero di Poli , al quale si 



119 

«lice Ticino, e coii tutte le loro pertinenze. Non molto 
dopo fu assegnato da papa Gregorio VII. 1' anno 1074 
al monastero di s. Paolo fuori delle mura, leggendosi 
registrato fra gli altri fondi nella bolla da lui emanata 
a favore di quel monastero e riportata dal Margarini 
ètdl. Cassin. T. II. In quella bolla si nota la rocca di 
S; Giovanni, qui vocatur Carriporacii con tutte le sue per- 
iinenzCi II nome di s. Giovanni Io ebbe questo castella 
da una chiesa a quel santo dedicata, come quello di Cam- 
po Orazio la contrada per un qualche fondò che vi pos- 
sedette là gente Orazià^ sènza ricorrere al cantore vè- 
nosino , il quale è noto per lui medesimo , che altro 
fondo o villa non ebbe che quella della YaUé Ustica 
{uresso Licenza^ 

il, Dal tempo di Gregorio VII. fino al secolo XIIL non 
iio incontrato altre memorie dirette di questo castello; 
che è molto probabile che seguisse le vicende della vi- 
cina Terra di Poli. Ma dopo che i Colonnesi signori di 
Palestrina estesero la loro potenza in queste contrade, 
occuparono ancora questa terra, la quale particolarmen- 
te si ricorda nell'atto di divisione conchiuso frai varii 
tnembri di quella famiglia l'anno 1252, e riportato dal 
Petrini p. 411. Quell'atto mise in potere di Pietro Co- 
lonna Castra GaUicani, s. lohannis, et s. Caesarei. Que- 
sto medesimo Pietro seguendo la via ecclesiastica fu cap- 
pellano di papa Niccolò IV. ed alla sua morte lasciò l'an- 
no 1290 per testamento alle monache di s. Silvestro in 
Capite di Roma per intiero il castello di s. Giovanni in 
Campo Orati, il quale vien designato come posto nella 
diocesi tiburtina, e con esso la rocca, il territorio, le 
tenute e tutti gli altri diritti dello stesso castello. Que- 
sto documento importante che esiste in originale in per- 
gamena nell'archivio delle monache di s. Silvestro in Ca- 
pite, si riporta in intiero dal Petrini p. 415. Ora sapen- 



120 

do, che le monache di quel monaistcro doveàUo Fa Ibrt>« 
fondazione alla beata Margarita parente di Pietro, si co- 
noscerà, come questi lasciasse a favor loro questo eoa: 
altri fondi. Rimase Camporazio proprietà di quel mona- 
stero fino all'anno 1633 in che fu venduto ai Barberini' 
il di 26 di aprile per gU atti del Fontia. 

-., ;; .■>■'■ .> :, r;/.-^*-. /: ;rf rA: 

£ un£t delle acque condottate a Roma ne^tempi an- 
tichi, la quale ebbe nome da Augusto, che dopo la mor- 
te di Cesare come suo erede avea adottato i nomi di 
Caio Giulio Cesare Ottaviano. Frontino narra, che Mar- 
co Agrippa, essendo edile, nel secondo consolato di Au- 
gusto, che ebbe per collega Lucio Volcazio, Tanno di 
Roma 719 raccolse le vene di' un'acqua 2 miglia a de- 
stra del XII. miglio della via latina, la unì insieme al 
rivo della Tepula allacciata fino dall'anno 627,. e le die 
il nome di Giulia, dividendone però la distribuzione ia 
modo, che rimase il nome pur della Tepula. 

Questo acquedotto avea 15 miglia e 426 passi di 
giro , in modo che per 7 m. veniva sopra terra , cioè 
528 passi sopra sostruzioni, e 6 m. 472 passi sopra ar- 
chi fino a Roma. Per lungo tempo i fontanieri per fro- 
de vi mescolarono la Crabra , che A grippa avea esclu- 
so , e che nasceva al di sopra della Giulia ; per opera 
poi di Frontino tolte le erogazioni fraudolente della Giu- 
lia, fu esclusa affatto la Crabra e lasciata tutta in uso 
de'Tusculani per ordine delTimperador Nerva. In ordi- 
ne di altezza, secondo lo stesso scrittore questa era la 
terza , cioè veniva dopo V Aniene Nuova e la Claudia. 
Era insieme colle due acque predette, e colla Tepula, 
Marcia , ed Aniene Vecchia circa il settimo miglio di- 
stante da Roma raccolta nella sua propria piscina lima- 



f21 

#ia', onde depurarsi, e dove si misurava di nutovtì. Ivi 
essa suddividevasi in Tepula e Giulia, e sopra gli archi 
della Marcia diriggevasi verso Roma , in guisa che gli 
archi medesimi entro tre spechi diversi portavano que- 
ste tre acque, cioè la Giulia sopra , la f epula in mez- 
zo , e la Marcia sotto, siccome st osserva pressa il ca- 
sale di Roma Vecchia ai IV. miglio delta via latina, ed 
a sinistra nelF uscire da porta Maggiore.'»*! " *^- ^**^^* 

Quest' acqua cosi, insieme colfó altre diie soprain- 
dicate, giunta a livello del Viminale entrava entro ter- 
ra e fino alla porta Viminale continuava sotterranea, do- 
ve emergeva di nuovo. Ma prima di toccare il Vimina- 
le, nella contrada detta ad Spem Veterem^ la quale- coin- 
cide ne'dintorni della basilica di s. Croce in Genisalem-^ 
me e di porta Maggiore, essa in parte si spargeva en- 
tro i castelli del monte Celio. Ed in que'dintorni mede- 
simi , dietro gli Orti Pallanziani ricevea 162 quinarie 
dalla Claudia le quali unite alle 1206 che Frontino 
trovò alla piscina della via latina , costituivano 1368 
quinarie, che da questo acquedotto si fornivano a Roma. 

Ora per avere una idea comparativa colle acque 
attuali di Roma sappiasi che la Felice ne dà 307 , la 
Vergine 1109, e la Paola 1569. Lo stesso Frontino no- 
ta, che di quest'acqua distribuivansi, prima che egli ri- 
vendicasse 557 quinarie che si dissipavano, 85 quinarie 
a nome dell' imperadore fuori di Roma, e 121 ai priva- 
ti; e che dentro Roma nelle regioni II. III. V. VI. Vili. 
X. XII. in 17 castelli, cioè 18 quinarie a nome dell'im- 
peradore , e 196 ai privali : 383 agli usi publici , cioè 
67 a tre castra^ o alloggiamenti militari, 182 a 10 ope- 
re pubbliche: 67 a tre luoghi per spettacoli: e 65 a 28 
laghi, o fontane versanti. 

Finora strettamente si espose ciò che Frontino ha 
notato su questo acquedotto, ed appoggiandomi a que- 



122 

sto scrittore ardisco assetire , che sebbene qaest' acqitat^ 
sia fra quelle per Roma smarrite, nulladimeno se ne pos- 
sono rintracciare le sorgenti ed il corso. La prima sta- 
zione della yia latina indicata dagl'Itinerarii fu ad Decir 
mum, così detta perchè situata al X miglio: ora la de- 
cima colonna milliaria di questa via, col nome di Mas- 
senzio che l'avea risiaifrata fu scoperta sul finire del se- 
colo XVII. presso Ciampini dove vedesi diramare un di- 
verticolo di coramunicazione, a destra coU'Appia, ed a 
sinistra la via tusculana aperta da Messala Corvino. Il 
miglio X. essendo così stabilito di fatto, ne segue che 
il XII coincide presso a poco dove , dalla via latina 
che ivi oggi ha il nome di strada della Molara, distac- 
casi a destra la strada di Grotta ferrata. Seguendo que-' 
to diverticolo che è tracciato suU' antico , e rimontando' 
la valle di Grotta Ferrata stessa, si giunge sotto le fai- ' 
de di Rocca di Papa, dove molte scaturigini, o vene di 
un'acqua limpidissima vanno a perdersi nel rivo della Cra-* 
bra: la distanza coincMÌe con quella determinata da Fron-- 
tino per le sorgenti della Giulia, come pure la circostan-^ 
za del passare al disopra di queste sorgenti l'acqua Cra- 
bra; praeter caput Juliae transfluit aqua quae vocatur Cra- 
óra: havvi inoltre la coincidenza della direzione di un 
antico diverticolo a quella volta dalla latina, che serve 
a spiegare le due miglia di distanza dal duodecimo di 
quella via, che non dee intendersi in linea retta come 
fece Chaupy che credette riconoscere il caput Juliae nel 
capo d'acqua di Marino, ma di deviazione dalla conso- 
lare. Determinate così le sorgenti di quest'acqua, ed al- 
lacciate ivi pel loro rivo si diressero lungo la sponda si- 
nistra del corso della Marrana, e di là quest'acqua ten-' 
dendo insensibilmente sempre verso la via latina, perve- 
niva a raggiungerìla circa il VII. miglio dove dopo la 
piscina limarla peir gli archi della Marcia passando dalla 



m 

destra della latina, alla sinistra di essa, pel tenimento 
di Roma Vecchia, e quindi per le vigne di Roma, nell' 
andamento della strada, che è intermedia fra quelle eh* 
oggi escono dalla porta s. Giovanni e da porta Maggio- 
re, giungeva alla contrada detta ad Sferri Veterem, do- 
ve oggi si trava collocata questa porta. Di là in origi- 
ne l'acquedotto si diriggeva alla porta Viminale antica, 
il cui sito si riconosce entro la villa Negroni, siccome si 
trae da Frontino; ma dopo Frontino , sul principio del 
terzo secolo della era volgare, da Settimio Severo si fe- 
ce una deviazione di questo dagli archi della Marcia^ 
presso la porta tiburtina odierna, detta di s. Lorenzo, 
diriggendolo sopra nuovi altissimi archi di opera lateri- 
zia ad una magnifica fontana, che i moderni chiamano 
Trofei di Mario pe'due trofei trasportati da Sisto V. in 
Campidoglio, che ne ornavano i lati, e ne' quali si vol- 
lero riconoscere quelli dell'arpinate rivale di Siila, che 
questi distrusse, e Cesare rialzò. Ma quelli erano tri- 
plici poiché erano stati innalzati a Mario per le vittorie 
sopra i Cimbri, i Teutoni, e Giugurta, e questi non fu- 
rono mai più di due, non essendovi posto pel terzo : 
quelli, rifatti da Cesare, erana di uno stile assai diverso 
da quelli attualmente ammirati sul Campidoglio. Ivi dun- 
que, sulla sommità delle Esquilie, dirimpetto all'antica 
porta esquilina , che stava presso a poco dove oggi è 
l'arco di Gallieno quell'acquedotto, dopo la epoca di Se- 
• fero faceva un magnifico prospetto con questa fontana 
situata nel biforcamento delle vie consolari prenestina, 
e labicana, cadendo l'acqua per cinque bocche, tre di 
fronte e due ne'fianchi, entro un bacino che la versava 
in un recipiente inferiore. ,.z. x.l. i.-^. >^r »;u{4) 

. , . r , , ^ ...... ... rSi'i Oi'.: >}-fi.'.i .ili 

i,: ', Ir oii\iU')ò o-= ;>; o' i»..u;>!n ,i»)^'KÌ il» iiooiVob 
mi .' ij^J^liìì it * ■<!> : I; >•: i.\ <•■> il) oil^n 



124 

GIULIANELLÓ — GIULIANO '*'*' * "^^'^ 

Fu questo il nome di un lago posto 4 miglia at( 
oriente di Velletri a sinistra della strada di Cora, che 
ne lambisce il cratere, nome che ehbe dàlia vicina Ter- 
ra di Giuliano, posta un miglio più oltre, a destra delFa 
stessa strada come più sotto vedrassi. Questo lago di ori- 
gine vulcanica avea circa un terzo di miglio di diame- 
tro maggiore ed un quinto di diametro minore, poiché 
era di forma ellittica: esso é stato* di recente disseccato' 
dai Borghese signori di Giuliano. 

La Terra poi che poi dà nome al lago posta' sicieoi- 
hre? si è indicato di sopra circa 5 m. distante da Velie- 
tri, e quasi altrettanto' da Cora, è' situata sopra wrt |»ic- 
ciolo colle e contiene 304 abitanti che dipendono dal Go- 
verno e dalla Legaziowe di Velletri. Il suo nonie derivò 
probabilmente da un Fundus Juliarms^ poiché non sussi- 
ste ciò che asserì il Piazza, che Io traesse d'a s. Giu- 
liano suo protettore, il quale piuttosto fu assunto come 
protettore della Terra per la somiglianza del nome. 

Esisteva questo castello sul principio del secolo XI J. 
giacche in un codice dell'archivio vaticano veduto dallo 
scrittore testé nominato si legge che essendo vescova 
veliterno Leone^ circa l'anno 1101 fu in questo castello 
trasportato il corpo di s. Marco papa, e vi riposò fino 
alla metà dello stesso secolo, quando durante il papato 
di Eugenio III. i Romani iti contro questo castellò la 
incendiarono e trasportarono il corpo di questo santo in 
Roma nella chiesa a s. Marco evangelista dedicata. Do- 
po quella devastazione risorse , e sembra che sul prin- 
cipio del secolo susseguente XIII fosse da Innocenz'o 
III. infeudato alla sua famiglia , che era , come é noto 
de'Conti di Segni, ritenendo però sempre il dominio di- 
retto di esso la sede apostolica. Infatti essendosene im- 



125 

|)osscssato dopo la metà di quel secolo medesimo Gìof' 
dano monaco di Fossa Nuova, papa Urbano IV. con bre- 
ve dato in Orvieto 1' anno IL del suo papato il dì 18 
jdecembre ingiunse all' usurpatore ed ai suoi fratelli di 
restituirlo dicendo che era castrum spectans ad Romanam 
Ecclesianif e chje veniva ritenuto in ipsius ecciesiae prae" 
iudicium. Veggasi il Casimiro Memorie Ljtoriche ec. p. 156. 

<BSeg. >\%V ■ / \;f 

Ritornò in potare de* Conti , e nei 1301 Bonifacio 
Vili, ne investì i figli e gli eredi di Adinolfo Conti, si- 
gnore di Valmontone , mediante il censo annuo di 20 
solài provisini. Quiudi si trova avere appartenuto per 
metà ai Conti e per metà ai Colonna : e dal Notaio di 
Nantiporto presso il Muratori Rer. Jtal. Script. T. III. p. 
JJ. si trae .che nel 1482 Jacopo Conti lo saccheggiò e 
distrusse sopra i Colonna, che l'aveano occupato intiera- 
mente. Cessate le fazioni, e toruato tutto intiero in po- 
tere della famiglia Conti, fu dato in dote a Costanza ma- 
glie del duca Salviati, e così pervenne al card. Antonio 
Maria, che molta cura ne prese sul declinare del seco- 
lo XVI. ed adornoUo di fabbriche, I Salviati lo hanno 
posseduto fino a questo secolo, e da loro per successio=- 
ne venne ai Borghese che ne sono i siguori odierni. 

L'aria insalubre di questa contrada ha mietuto la 
popolazione di questa Terra , che va ogni dì più de-- 
cadendo, e fa prevedere che col tempo? come Galera, 
v^rrà abbandonata. Il villaggio che in parte conserva fab- 
briche di costruzione saracinesca, che rammentane il se- 
colo XIII. é generalmente ben fabbricato, e soprattutto 
la chiesa merita particolare menzione. Questa è ampia, 
e dalla iscrizione apparisce che fu eretta dal duca Ja- 
copo Salviati ad onore de' ss. Giovanni Battista e Gio- 
vanni Evangelista l'anno 1650 dopo aver demolito la vec- 
chia: e che il suo figlio Francesco Maria ne ampliò 



126 

i'apside Tanno 1690. Il palazzo è oggi ridotto a granaio, 
e sulla sua porta è il nome del cardinale Anton Maria 
Salviati. Ivi nel 1823 osservai alcuni quadri non ispre^- 
gevoli, residuo di quelli che un di l'adornarono. ■'■'■ 

GJUSTINIANA v. BORGUETTO 

GOGfiA y. 5. APPETITO V 

.K,i!siO ^r-r^^^. \l FREGNA 

Tenimento delTAgro Romano composto delle Tenu^ 
te dette Posticciola, Casale, e Monte della Criccia, che 
comprende circa rubbia 102 divise ne'quarti denominane 
ti Gasale , Pedica della Criecia e Grottoni. Questo fon^ 
do si estende a destra e sinistra della via latina da oc- 
cidente ad oriente a partire dalla vecchia strada di Ma- 
rino fino alla moderna strada , fra il miglio VI. e IX, 
della via latina. * o . ; ,: r ;r : :::>n • I > ')il- 

Il suo nome moderno deriva da quello che i To-^ 
scani appellano un fascio, o mucchio di biade secche 
formato da molti covoni uniti insieme, quasi alludendo 
alla riunione di varie tenute che lo formano. Nel seco^ 
Io X. , e precisamente l'anno 955, sappiamo per una bol- 
la di Agapito II. data a favore del monastero di s. Sil- 
vestro in Capite ed esistente in quell' archivio , copiata 
dal Galletti ed inserita nel codice vaticano 8043 , che 
questi fondi generalmente appartenevano a quel mona- 
stero, designandosi uno col nome generico di cesina al 
VI. miglio, nel quale si riconosce, almeno in parte quel- 
lo di Posticciola ; 1* altro col nome di Ponte di Nono , 
perchè adiacente al ponte presso il nono miglio della via 
latina, i cui confini si determinano, da un lato la forma 
dèlia Claudia, ed il ponte suddetto, dall'altro la stessa 



127 
forma Claudia, che avea il nome di Àòeberatorium cioè 
Abbeveratoio, dal terzo la corte de Moreni, e dal quarto 
\\ limite che ricorreva presso Cripta Ardenda : e questo 
coincide colla tenuta di Monte della Criccia: finalmente 
il terzo dicevasi Dompnicaria, e corrisponde colla tenuta 
di Casale : ed i confini di questo nel quale viene indir 
cata una chiesa deserta, e la contiguità con quello an- 
tecèdente di Ponte de Nono, sono il rivo Papatj, che è 
la Marrana, che si dirige a porta s. Giovanni, la via la- 
tina, la forma maggiore che sono gli archi della Clau- 
dia, ed il fondo di Sette Bassi. ' ' M"''- ^'^' 
II quarto de'Grottoni nella tenuta di Monte della 
Criccia trae nome da vastissime rovine, che ivi rimango- 
no, indicate confusamente negli scritti di Kircher, VoIt 
pi , Eschinardi ec. ed in genere da tutti coloro che han- 
no illustrato i contorni di Roma. Circa il IX. m, dell* 
antica via latina, a sinistra è un gruppo dirupato, irrcr 
golare di lava basaltina; e sopra questo per mezzo di 
sostruzioni solide fu formato un piano eguale , capace da 
contenere un fabbricato regolare : queste sostruzioni sono 
costrutte di scaglie della stessa lava, tanto nel masso, quan-? 
to nel rivestimento: e secondo l'altezza del greppo sono 
ad uno, o a due ripiani: ed in qualche luogo dove non 
faceva di bisogno non appariscono affatto. Sopra questa 
spianata sorge un fabbricato vasto, composto di molte ca- 
mere, che per la forma, pianta, e mancanza di luce mo- 
strano aver servito di pianterreno, o basamento di una 
villa antica, il quale nella parte che guarda Roma pre- 
senta una linea di riquadri curvilinei , a guisa di archet- 
ti chiusi, in parte costrutti di opera laterizia, in parte 
di scaglie di selce, come il rimanente della fabbrica, for- 
mando una specie di decorazione esterna: sopra ciascu- 
no di questi riquadri è un ampio foro rotondo, che seb- 
J)ene per le degradazioni apportate dal tempo, e dagli 



128 

uomini, esternamente si presenta come aperto posteriore- 
mente a forza, nell'interno si vede essere stato aperto 
in costruzione, onde dar lume ad un corridore, che ri- 
corre in tutta la linea ed è rivestito di uno stucco gros- 
solano, prova che non servì per usi nohili. Parallelo a 
questo corridore, o crittoportico, verso mezzodì havvene 
un altro illuminato da abbaini che si aprono sopra la 
imposta 4ella volta. Intorno a questa gran rovina rigur- 
gita la terra di frantumi di ogni specie, avanzi di que^ 
sta fabbrica stessa, che sebbene demolita mostra ancora 
da lungi la sua imponenza, avendo circa 3000 piedi di 
circuito. liBL pianta corrisponde ad un parallelogramma, 
la cui lunghezza è nella direzione da occidente ad orien- 
te: questo quadrilungo poi, nella direzione della via la- 
tina prolungasi verso mezzodì con un'ala, quasi per rac- 
chiudere uno spazio destinato a giardino , il quale era 
scoperto soltanto verso mezzodì e verso oriente. In que- 
sto prolungamento, o ala ravvisansi fra altre camere due 
ambienti xon essedra curvilinea in fondo. Forse fu que- 
sta una villa dell'agro lucullano, che da Frontino si co- 
nosce da questa parte essersi esteso almeno fino al X. 
miglio della via latina; aè la costruzione di opera incer- 
ta in gran parte, disconviene a quella epoca. ^ a f . • 
11 casale di Gregna è circa 7 miglia ed un terzo fuo- 
ri dell' antica porta Capena , circa 6 e mezzo fuori di 
porta s. Giovanni ed è fondato sopra un'antica conser- 
V/a. Esso non dee confondersi con quello di Grotta di 
Gregna, detto pure Casale Abbruciato, del quale parlossi 
altrove. 

..,,;^ \ S. GREGORIO, |, . !^,, . :j 

Terra del distretto di Tivoli nella Gomarca di Ro-- 
ma , 8 miglia distante da Tivoli verso oriente , situata 



129 

■sul ripiano di una fimbria deHa cre«ta occidentale di 
Mentorella. Questo ripiano vedesi tagliato ad arte intor- 
no da tutte le parti , meno verso oriente , dove trovasi 
congiunto con una specie d'istmo alla falda di un mon- 
te del gruppo di Casape. Tal lavoro mostra ad eviden- 
za che ne' tempi antichi questo punto non fu trascurato, 
e che forse come Empulum « Saxula fu uno degli op- 
pidi eretto dai Tiburtini a difesa delle loro terre da que- 
sta parte verso i Prenestinì. Niuna memoria n'è fino a 
noi pervenuta, e solo tal congettura deriva dal fatto. 

Gessato lo stato di ostilità di queste contrade co* 
Romani, alt'oppido successe probabilmente una villa, poi- 
ché il suolo non è ingrato, ed amenissima è la situazio- 
ne, a segno che ne'mesi estivi è una delizia il dimorar- 
vi. Ma declinato l'impero, queste contrade andarono sog- 
gette alla devastazione ed all'abbandono, e spacialmen- 
te dopo le scorrerie de' Longobardi guidati da Astolfo 
che misero a ferro e fuoco njel secolo Vili tutti i con- 
torni di Roma e particolarmente il paese fra Tivoli e 
Palestrina come nella storia di queste due città ho 
notato. 

Il Cassio crede , che questa Terra si formasse di 
nuovo nel secolo XII dagli abitanti di Castel Faustinia-* 
no, che ivi si ritirarono, ed io non so disconvenirne. In- 
fatti comincia a comparire dopo quella epoca, e col no- 
me di Castrum s. Gregorii leggesi un documento dell' 
anno 1250 riferito nel tomo IV. degli Annali dei Camal- 
dolesi, dove vien designato, come confinante col territo- 
rio di un altro castello denominato Morella. Poco dopo 
venne in potere degli Orsini , che lo ritennero fino al 
declinare del secolo susseguente, in che si trova in pos- 
sesso de'Colonnesi. Questi lo ebbero fino alla morte di 
Martino V avvenuta l'anno 1431. Nelle vertenze insor- 
te fra Eugenio IV. suo successore, ed i Colonncsi signo~ 

9 



130 

ri di Palestrina , questa Terra fu occupata dalle genti 
di quel papa, che l'anno 1439 la concedette a Rinaldo 
Orsini, onde rimunerarlo del suo attaccamento. Così s, 
Gregorio tornato in potere di quella famiglia andò sog-^ 
getto a tutte le vicendp che derivarono dalla potente ini- 
micizia fra gli Orsini ed i Colonnesi. Sul declinare del 
secolo XVI. Gio: Giordano Orsini vendè questa Terra al 
card. Prospero s. Groce, del quale si parlò nell'art, GE-> 
RICOMIO, Dopo la morte di quel porporato, Tarquinio 
Santacroce vendè l'anno 1599 s. Gregorio per 130,000 
scudi ai Conti, i quali l'anno 1637 lo vendettero insie-r 
me con Casape a Taddeo Barberini. Ma non corsero mol-t 
ti anni, che dai Barberini passò alla casa Pio di Savo-r 
ja, che ancor la possiede. Imperciocché nel 1655 il card, 
Carlo Pio acquistò dai Barberini questa Terra e Casa-» 
pe, come avea comprato Gericomio dai Conti, aprì una 
strada magnifica, ombreggiata da olmi, e da quercie pel 
tratto di 4 miglia, fra Gericomio e Casape, ornò di giar-» 
dini il subborgo della Terra, e chiamò ad accrescerne la 
popolazione 90 famiglie, accordando premii, e franchigie. 
Il Cassio raccolse dalle visite episcopali , che nel 1574 
vi erano 1800 abitanti, i quali nel 1744 si erano ristret^ 
ti a 1400: oggi , secondo le ultime tavole di censimen-! 
to, redatte l'anno 1828 per ordine di Leone XII, la po- 
polazione di questa Terra è ridotta a soli 750 individui? 
diminuzione fortissima è questa, in men di un secolo; 
cioè dal 1744 al 1828 , la quale deesi a mio credere 
particolarmente attribuire alla lunga assenza de' signori, 
alle devastazioni del 1799, ed a varie malattie epidemi- 
che, che han mietuto la vita a molti abitanti di essa ne' 
primi quattro lustri di questo secolo. 

Da Tivoli andando a s. Gregorio si siegue la stra- 
da di Carciano e di Gericomio, la quale fino a Gerico- 
piio, è stata descritta a suo luogo all'art. AEFLIANVS» 



131 
« GERKOMIO. Circa un quarto di miglio dopo Geri- 
xomiO) vcdesi a destra un fontanile che yiene fornito di 
acqua da una sorgente vicina che sgorga a sinistra del- 
la strada, e qnindi si emtra nella bella alberata pianta- 
ta dal cau-d. Carlo Pio, che araenissiraa .« ombrosa ren- 
.de questa strada , aperta con grandissima arte e grave 
.-dispendio jieUe falde di vl% monte «aleareo, e che a de- 
stra oQre una vasta e magnifica veduta della campagna 
.romana, soprattutto dopo la seconda svolta: sotto si ve- 
Ae il colle Faustiniano, e si ravvisa, sebbene in distan- 
za il ponte s. Antonio del quale i» fece menzione nel- 
l'articolo AESVLA. Entrasi poscia nella olmata ricorda- 
ta di sopra. Due miglia e mezzo circa dopo Gericomio 
^lasciasi a destra una cappella diruta; ed un mezzo mi- 
glio dopo si domina immediatamente la torretta che ser- 
ve di segnale deirantico Castello Faustiniano. Non mol- 
io dopo si vede dirimpetto in distanza la chiesa di s. 
•Salvatore ombreggiata da belli cipressi, e quindi si pas- 
«a dinanzi un'altra cappella in rovina. Verso 3 miglia 
« mezzo dopo Gericomio, 7 e mezza da Tivoli si mo- 
stra la Terra di s. Gregorio sopra le rupi, che le ser- 
vono di mura, e quindi passata una terza cappella a si- 
nistca., ed un fontanile, si discende al rivo, che trae 
nome dalla Terra sovraindicata, perchè la bagna verso 
occidente scendendo dalle pendici del Mentorella. 

Passato questo rivo sopra un ponte moderno, vici- 
410 ad un ponte vecchio rovinato , si arriva sotto alla 
Terra, che da questo canto ha un solo accesso. Nell'in-' 
terno presenta l'apparenza di un'antico vico, ma non vi 
fio ravvisato alcuna traccia di colonne, od altro avan- 
zo di antichità: le case presentano generalmente la co- 
struzione de'secoli XI. XII. XIII. e XIV. le strade in- 
teme sono tagliate nella rupe: nella chiesa nulla vi ha 
che sia degno di particolare osservazione. La porta prin- 



132 

cipale è verso oriente, dove questa falda isi léga al grup- 
po de'monti di Casape, detto la Rocchetta, con una spe- 
cie d'istmo, come fu notato di sopra: una lapide ivi si 
legge posta dal commune ad onore di Gisberto V. Pio 
di Savoja , r anno 1758 perche concesse il ius haeredi' 
tatis agli abitanti del commune mediante la corrisposta 
annua di scudi otto. 

,/ o :U GROTTA FERRATA. ,> « i? . 

■■'," '■""",""■ (ìrepta levtatCL ' " :';.'•.: 

f)Uti<- ■■.,.- :-^ ' ■ 

.'f Borgo della Gomarca di Roma, distante dalla capi- 
tale circa 12 miglia e mezzo, a destra della via latina, 
e circa 3 a sud di Frascati presso la celebre ed antica 
Badia di monaci basiliani , il solo monastero di quest* 
ordine negli Stati Romani, che s. Maria di Grottaferra- 
t^;' si appella. La sua popolazione ascende a 614 abitanti 
appodiati al Governo di Frascati. Gli astronomi Conti e 
Ricchebach ne hanno determinato l'anno 1824 la latitu- 
dine a 41°. 47'. 6". 8 e la longitudine a 30°. 19'. 24". 8. 
La sommità de] campanile della chiesa abhaziale secon- 
do i medesimi è 1127 piedi e 3 pollici sopra il livello 
del maicp. 

..; ; 11^ ^ome di questa Badia, communicato alla Terra 
si fa derivare d% una grotta ivi esistente e chiusa con 
ferrata, dove vedevasi dipinta sul muro la immagine del- 
la Vergine, che oggi si venera nella chiesa. Questa tra- 
dizione, alla ijuale si appoggia la origine del monastero, 
non presenta alcuna cosa d'improbabile, e d' altronde è 
una chiara spiegHzione di un nome , che ne' documenti 
s'incontra fino dalla metà del secolo XI; imperciocché, 
il Galletti riporta nel Primicerio p, 283 un'istromento 



133 

estratto dall'archivio di s. Prassede e pertinente all' an* 
DO 1060, dal quale apparisce, che Giovanni arci-canonico 
della canonica di s. Giovanni a porta Latina , col con- 
senso de'suoi colleghi concedette in enfiteusi a Luca ab- 
bate del monastero di s. Maria quae ponitur in locum quod 
nuncupatur Criptaferrata la chiesa di s. Primitivo di Ga- 
bii ec. Quel Luca abbate ivi rammentato fu il settimo, 
che resse questo monastero, siccome ricavasi da un mo- 
numento marmoreo esistente ancora nella chiesa di Grotr 
taferrata e che qui sotto io riporto. '*> 

Narrasi nelle storie di questo monastero, come sul 
finire del secolo X, essendo le coste della Italia meridio- 
nale continuamente esposte alle stragi de' Saraceni, che 
erano padroni della Sicilia, i monaci, che vi si trovava- 
no furono costretti a ritirarsi nell'interno, e verso la par- 
te più settentrionale del tratto oggi noto col nome di Re- 
gno di Napoli. S. Nilo , egumeno , cioè capo di uno di 
questi monasteri si ritirò dapprima verso Gaeta , dove 
incontrossi con Ottone III imperadore, il quale invitollo 
a venirsene co'suoi monaci a Roma. Quel santo abbate 
venuto alla capitale del mondo cristiano, dopo la morte 
di quell'imperadore accaduta l'anno 1002 ritirossi in que*> 
sta parte del territorio tusculano, ed ottenne permesso, 
e terre da Tolomeo conte di Tusculo, signore della con- 
trada, onde poter eriggere un nuovo monastero pi'esso la 
grotta sovraiudicata: suoi compagni più insigni furono i 
monaci Paolo, Cirillo, e s. Rartolommeo, i quali imme- 
diatamente l'uno dopo l'altro gli successero nel governo 
di questo nuovo monastero, che ben presto per la pietà 
de'conti tusculani, e di altri signori ricchi e potenti fu 
di molti beni dotato, in guisa che questa Badia contos- 
si fino al secolo XV. fralle più insigni dei contorni di 
Roma, pareggiando quelle di Subiaco, di Farfa, di s. Pao- 
lo, e di s. Anastasio. Sul declinare però del secolo XYa, 



•'V,- 



134 

fa da Sisto IV data in commenda ad un cardinale , c(£ 
il primo abbate commendatario fu il cardinal Giuliano^ 
della Rovere, suo nipote, poscia papa Giulio II. 

Durante il governo degli abbati basiliani abbiamo* 
nella cronaca di Riccardo da s. Germano riportata daF 
Muratori Rer. Ital. Script. T. Vili, come Federico IL 
Tenuto contra Roma mise il campo a Grottaferrata V 
anno 1241 e die il guasto ai contorni della città, onde' 
forzarla alla resa- Nel giugno poi dell'anno seguente 1242, 
dovendo abbandonare l'assedio , portò> via da Grottafer- 
rata due simulacri di bronzo^ che fino allora erano stati 
ivi ad ornamento' di una fontana, cioè di una statua di 
uomo^ ed una vacca^ la «piale, aquam p9r sua foramina 
artificiose fundebat, e li fé come bottino trasportare a Lu- 
cerà, dove erano acquartierati i saraceni che avea as- 
soldato. Questi due simulacri mi fan sospettare che po- 
tessero essere de'capo lavori dell'arte antica, sia traspor- 
tati dai conti tusculani da Roma, sia rinvenuti nelle 
ville antiche del territorio tusculano r e soprattutto la 
vacca poteva ben essere una di quelle celebri di Mi- 
rone , che si vedevano a' tempi di Properzio dinanzi al 
tempio di Apollo Palatino , o quella che Procopio vide 
ancora esistente nel Foro Roario nella prima metà deF 
sesto secolo della era volgare. Sul decfinare del secolo^ 
XIV alloggiò in Grottaferrata nel suo viaggio ad Ana- 
gni papa Gregorio XI, e vi dimorò due giorni allettato» 
dall' amenità del sito , descritta dal Massonio scrittore 
contemporaneo riportato dal Muratori Rer. Ital. ScripL 
"Tl'ÌIL P. IL in questi termini: 
i/i ■ .n- 

Situs hic est in montibus supra mare in lucis densosis : 
Conventus iste est Coenobitarum graecorum fundatus in 

honorem Mariae Virginis. 
Jjdcus est valde amoenus. Distat ah urbe decem milliaribus 

eircumdatus lympkit. 



185 

toomus est bene fundata supra firmam petram^ licet in locis 

aquosis: 
tn ea mansit serena sanctitas praesularis gemmata diaetti 

propter amoenitatemé 

Durante poi il pontificato di Sisto IV narra il Nàn*- 
tiporto nel Diario riportato dal Muratori 1. n. che ai 5. 
di giugno 1482 vi allogiò il duca di Calabria con 3000 
fanti e 20 squadre di cavalli. Questo stesso scrittore, e 
rinfessura raccontano, che nella notte de'9 a 10 di giu- 
gno 1484 fu sorpresa la Terra e l'abbadia dai Colon- 
nesi a danno degli Orsini, e non furono discacciati co- 
storo, se non dopo aver recato molti guasti. E sotto Si- 
sto IV medesimo per attestato dell'anonimo autore della 
8ua vita presso il Muratori nella raccolta sovrallodata , 
dopo questi guasti fu ristaurato il castello , e ridotto 
nello stato attuale per opera del card. Giuliano suo ni- 
pote, che poi fu papa col nome di Giulio IL 

Da Roma si va direttamente a Grottaferrata , se- 
guendo la strada di Frascati fino a Tor di mezza via , 
situata circa 6 m. fuori di porta s. Giovanni: ivi è il 
bivio: la strada a sinistra conduce a Frascati , quella a 
destra raggiunge circa 2 m. dopo la via latina al Ca- 
salotto di Gregna, e per Morena, Ciampini e Borghetto 
sale a Grottaferrata. 

Da Frascati poi si va a Grottaferrata seguendo la 
strada, che conduce a Marino, e poco prima del ponte 
de'SquarciarelIi, cioè 2 m. dopo Frascati si volge a de- 
stra ; nello scendere verso questa Terra , passasi vicino 
ad un fontanile, che si lascia a sinistra, sul quale una 
iscrizione ricorda, che Alessandro Farnese cardinale co- 
strutto quel vaso, raccolse l'acqua Tepula per l'uso pu- 
blic© l'anno 1567. Errore certamente è quello di chia- 
mar Tepula questa acqua, che non è che la Crabra me- 



136 

scolata colla Giulia: la Tepula, secondo Frontino sorger» 
due miglia più sotto verso Roma. Un' altra strada più 
commoda , più brève , e più amena conduce a questa 
Terra da Frascati , quando può traversarsi la villa già 
Peretti, poscia Odescalchi , ed ora di Propaganda Fide ^ 
e che suol designarsi co'nomi di villa Montalto, e villa 
Bracciano , dalla patria de' Peretti , e dalla Terra un di 
feudo degli Odescalchi. Questa strada, dopo aver traver- 
sato quella villa, entra nel bosco delizioso di Grottafer- 
rata , e dopo un ponticello , tagliata la via latina , che 
viene da Morena, entra ne' viali magnifici di olmi e pla- 
tani secolari, che conducono alla Badia. 

All' avvicinarsi ad essa, il ponte, il fossOy le mura 
merlate , le torri , e la porta tatt' altro annunciano che 
l'abitazione tranquilla di pochi cenobiti, che passano la 
vita in salmeggiare in lingua greca, ed orare; ma. con- 
viene ricordarsi che Giulio li. ossia il card. Giuliano 
della Rovere nipote di papa Sisto IV. che siccome in- 
dicossì fu abbate commendatario di questo monastero , 
seguendo 1* uso di que' tempi ne fece una fortezza. Le 
arme, ed il nome suo ripetutamente si veggono frammi- 
schiati agli ornati dell'architettura,, e la rovere domina 
perfino ne' capitelli delle colonne del palazzo abbaziale, 
nel quale oltre la bella architettura , altro oggi non si 
ammira, se non alcuni frammenti di scultura antica, ri- 
trovati in queste vicinanze , e che si dicono appartene- 
re alla villa di Cicerone: fra questi meritano particola- 
re menzione due bellissimi bassorilievi, e soprattutto quel- 
lo rappresentante una figura assisa con una pantera sot- 
to, opera certamente di esimio scalpello greco. Ho det- 
to che questi frammenti si attribuiscono alla villa di Ci- 
cerone; poiché è noto, come fin dal secolo XVI. si vol- 
le collocare in questa parte quella villa famosa tuscula- 
na dell' oratore romano; e nel secolo passato il monaca 



137 
basiliano Sciommari con una erudita dissertazione cer- 
cò di provarlo; ma a questa con ragioni più convincen- 
ti rispose il gesuita padre Gio. Luca Zuzzcri, mostran- 
do, che quella villa era nella' parte più alta de'eoUi tu- 
sculani, e non nella falda bassa, cioè sopra la Rufìnellai, 
e non a Grottaferrata. La opinione di questo gesuita si 
trova appoggiata dall' autorità di Cicerone stesso , e da 
scoperte di monumenti, onde io non esito punto a por- 
mi dal canto suo , e nell' articolo TVSCVLVM tratterò 
questa questione più di proposito. Qui mi giova però di 
notare ) che certamente il sito di Grottaferrata non po- 
tè essere trascurato dagli antichi per collocarvi una vil- 
la: che questo si trova confermato dai ruderi esistenti, 
e dai frammenti scoperti; che, se i passi di Cicerone e 
dello scoliaste di Orazio si oppongono a ravvisarvi quel- 
la di Cicerone, questi certamente non possono esclude- 
re di riconoscervi una delle tante ville tusculane , che 
vestivano queste falde sul declinare della republica , e 
nel primo secolo dell'impero, siccome chiaramente si leg- 
ge in Strabone ed in Frontino ; e nel 1127. ancora sì 
conservava il nome di fundum Ponpegii, cioè Pompei ad 
ima terra posseduta presso Grottaferrata dai monaci di 
s. Alessio di Roma. Veggasi il Nerini p. 234 

Dentro il recinto sovraindicato del card. Giuliano 
della Rovere, oltre poche case ed il palazzo dell'abbate 
commendatario, altro non v'ha di particolare che il mo- 
nastero, e la chiesa. Il monastero non presenta oggetto 
degno di speciale menzione: la biblioteca è povera e male 
ordinata. Non cosi la chiesa, la quale io credo doversi 
dividere in tre parti: vestibolo, chiesa propriamente detta, 
e cappella de' ss. Nilo e Bartolommeo. E quanto al ve- 
stibolo, la sua porta esterna è ornata con stipiti antichi 
tolti da qualche fabbrica del III secolo della era volga- 
re: e r architrave venne folrmato coli' orlo superiore di 



13» 

un sarcofago antico, che si direbbe lavoro de'terapi set-' 
timiani: nella chiave di questo architrave medesimo è in- 
castrato un toroy scultura de'tempi bassi. A sinistra dell» 
porta, è la protorae di Faustina Terenrj di Nettuno, la 
quale come dalla lunga iscrizione ivi apposta apparisce^ 
essendo venuta a visitar questa chiesa, dopo aver fattoi 
le sue divozioni in Albano , nello scendere da cavallo 
rimase improvvisamente estinta dinanzi a questo vesti- 
bolo nella età di 35 anni. Questa memoria fu posta dal 
padre e dallo zio suo l'anno 1619. 

Da questo vestibolo, che è di una data più antic-at 
del rimanente della chiesa, e che forse è la parte unica 
che rimanga della chiesa primitiva, si entra nella chiesa 
propriamente detta, la quale fu riedificata, e messa nello* 
stato presente nell'anno 1754 dal card. Guadagni, abbate 
commendatario. La porta conserva gli stipiti e 1' archi- 
trave della chiesa orignale eretta nel secolo XI. Gli sti- 
piti sono ornati di pampani e grappoli, simbolo comune 
ne'primi tempi del cristianesimo, onde denotare la Chie- 
sa, come si legge nella tribuna di s. Clemente in Renna; 
ECCLESIAM CHRISTI VITI SIMILABIMVS I&TI , ec, 
e suir architrave in una sola linea in lettere greche ài 
quel secolo, cioè lunate, come si legge: 
OIKOr MEAAONTEG EICBENEIN nTAHN : EEQ- 
TEN OIC0E THC ME0HC TÙIS OPONTIAON : IN 
ErMENQC ETPOITE TON KPITHN ECS: cioè: Voi 
che siete per entrare nella porta della casa , portate fuori 
l'ebbrietà de'pensieri onde benigno troviate il giudice dentrot 
quanto bello e religioso è il concetto di questa epigrafe, 
altrettanto rozza è la forma de'caratteri, inattesa la or- 
tografia e basso lo stile. Sulla stessa porta espresso i» 
musaico si vede Gesù Cristo , che ha a sinistra la Ma- 
donna , a destra s. Basilio in abito monacale: fralla fi- 
gura della Madonna, e quella del Redentwe è espresso 



139f 
firn monaco di minore sCatura, che secondo il costume di 
^e'tempi indica quello che ordinò, o fece il lavoro, il 
quale è in ogni parte coevo alla formazione della porta. 
Entrando in chiesa, sull'arco dell'aitar maggiore, ia mu- 
saico dello stesso tempo di quello antecedentemente de- 
scritto, veggonsi rappresentati i dodici apostoli, che as- 
sistono, sei per parte al trono di Dio. Nella navata a de- 
stra , di chi entra , giacché in tre navi questa chiesa è 
divisa, è la seguente iscrizione greca affissa nel muro 
presso la porta che introduce nella cappella di s. Nilo: 
essa è in caratteri barbari, con sigle, e gira intorna ad 
una specie di ornato di musaico di smalto e pietruzze, 
nella massima parte perduto. Era dapprima situata net 
fondo del Pesehio, ed il volgo la chiamava la pietra di 
Salomone, donde i monaci la fecero trasportare dove oggi 
si vede. Questa iscrizione è importante, poiché dà i nomi 
de^primi 12 egumeni , o abbati , e non 13 come in al- 
cuni scrittori si legge i quali presero per nome proprio 
quello di HFOYMENOC ossia egumeno, cioè abbate, ag- 
giunto a quello di Paolo che fu il secondo dopo s. Nilo che 
ressero questo monastero, cominciando da s. Nilo, che fu 
il primo: e ricorda il nome dell'abbate Nicolao Uster, 
che fu il decimo fra questi , il quale costrusse l' aula 
della chiesa: le due linee superiori dicono così: 1. lin. 
EKOIMH0H- O AIIOG NHAOG- ETOC /3<f.ir- HAT- 
AOC. B. HrOTMENOC KTPIAAOG. F. A O AIIOC 
BAP0O 

2. lin. AOMEOC. E. AEONTIOC <r APCENIOG Z 
AOTKAC. H 0EOAQGIOC. IQNAC- I NIKOAAOG- 
lA NIAOG IB 0EOAQPITOG : cioè : Riposò s. Nilo 
Vanno 6513. Paolo IL egumeno: Cirillo HI. IV. s. Bar- 
tohmmeo , V. Leonzio , VI. Arsenio , VII. Luca , VITI. 
TeodosiOy IX. Giona, X. Nicolao, XI. Nilo, XII. Teodo- 
rito. Sotto a sinistra , in latino è scritto CONSTRVIT 



140 

HANC AVLAM NICOLAVS VSTER DECIMVS ABKAS. 
A destra: nAPEAABON THN HrOTMENIAN ETQ 
NIKOAAOC TOnAIAIN- THC KPTnTO$EPAC KAI 
TOT POT^PATTOT ETOG jSXM INAI I + Ricevei 
l'abbazia (l'egumenia) io Nicolao Topaidin di Grottafer^ 
rata e di Rufratio l'anno 6640, indizione X. L'anno 6513. 
ivi indicato corrisponde alla data dell'anno 1005. della 
era volgare in che s. Nilo morì, giacché i Greci conta- 
vano allora secondo il calcolo della creazione del mon- 
do: l'anno 6640. per conseguenza corrispondeva al 1132, 
al quale questo monumento appartiene. 

Un altro monumento importante de' bassi tempi è 
nella navata sinistra, cioè una pietra sepolcrale, che con- 
tiene per arma gentilizia un'aquila di musaico, stemma 
de'conti tusculani, la quale si erede per aver servito di 
sepolcro a papa Benedetto IX, che era appunto di quel- 
la famiglia, e che è celebre nella storia dall'anno 1033. 
fino al 1048. Sopra questo monumento scrisse una dis- 
sertazione il Piacentini. Oltre questi monumenti, altro la 
chiesa di particolar rimembranza degno non contiene, che 
la immagine molto venerata della Vergine titolare della 
chiesa medesima, posta sull'altar maggiore. 

La cappella dedicata ai ss. Nilo e Bartolommeo , 
abbati di questo monastero è ornata di pitture a fresco, 
che giustamente riguardansi come capolavori del Dome- 
nichino , il quale fu particolarmente raccomandato per 
questa opera dal suo maestro Annibale Caracci al card. 
Farnese. Era allora quel valente artefice in età di soli 
anni 29. e fece questo prodigio dell' arte moderna: in- 
fatti sul soffitto si legge la data dell' anno 1610, ed è 
noto che Zampieri nacque nel 1581. Siccome per la in- 
curia, e per la umidità questi dipinti aveano molto sof- 
ferto il card. Consalvi, abbate commendatario, commise 
al pittore Camuccini di farli ripulire, e ristaurare sotto 



141 

la sua direzione, e questo venne eseguito l'anno 1819: 
allora vi fu posta una iscrizione, ed un ritratto dell'ar- 
tista in marmo. Sotto di questo è un antico vaso bat- 
tesimale del secolo XI, o XII. intorno al quale è scol- 
pita la pesca , allusiva alla conversione delle genti. Il 
quadro dell'altare di questa cappella, dipinto ad olio dal 
Caracci, rappresenta i ss. titolari Nilo e Bartolommco , 
che pregano la Vergine. Meno questo, tutti gli altri di- 
pinti, che sono a fresco, rappresentanti i fatti di s. Ni- 
lo, e le immagini di varii santi e sante, sono del Do- 
meaÌchÌQO.>'i;»'->;;p il» ««(j-f-in-..,.--.! £tìU;li ;-;l./V BÌ'mi:i\)simi 
E cominciando dall'altare stesso, sulla parete a si- 
nistra è il miracolo dell'indemoniato, liberato per le pre- 
ghiere di s. Nilo coU'olio della lampada accesa dinanzi 
la immagine della Madonna. Il fanciullo invasato mena 
bava dalla bocca, imbrividisce, tende e contorce i mu- 
scoli, come agitato da convulsioni violente, travolge gli 
occhi, e drizza i capelli in modo da eccitare ai riguar- 
danti compassione e terrore: ammirabile è la compostez- 
za e r affetto del santo , che prega fervorosamente e 
sembra col suo raccoglimento e col suo fervore esig- 
gere quasi la grazia; mentre dall'altro cauto s. Bar- 
tolommeo imperturbabile nel suo officio intinge le di- 
ta nella lampada, onde liberare l'ossesso: il padre e 
là madre deirinfelice ragazzo ondeggiano sbalorditi fra 
il timore e la speranza. Sopra nella lanetta è rappre- 
sentata con figure più picciole la morte di s. Nilo , 
pianto da'suoi monaci, che gli fan corona intorno al- 
la bara. Dirimpetto alla pittura dell'indemoniato è ef- 
figiata la Vergine, che assisa in mezzo alla gloria de- 
gli angeli porge un pomo di oro ai due santi monaci, 
i quali ginocchioni distendono le mani per riceverlo. 
Fuori dell' altare sulla parete sinistra è il gran quadro 
rappresentante l' incontro di Ottone III con s. Nilo , 



142 

allorché questi si era rifuggiato presso Gaeta. L* im- 
peradore rivestito di manto azzurro con fiori d'oro, 
sceso da cavallo estende riverente le braccia al santo , 
il quale «nche egli volge umilmente le braccia all' Au- 
gusto , spirando nel volto santità ed affetto : egli è se- 
guito dagli altri monaci colla croce, ed il turibolo: Tira- 
peradore è accompagnato iia una schiera di soldati a pie- 
di e a cayallo, da valletti ed altri ministri, e fralle te- 
ste più visibili, Domenichino ritrasse se stesso, ed i suoi 
compagni di studio Oujdo, e Guercino: è veramente me- 
ravigliosa la verità della espressione di que'che dm suo- 
no alle trombe, ed a^ altri stromenti militari, ne* qua- 
li si legge dipinta sul volto la inflessione della cadenza, 
Dincontro a questo dipinto è un' altro miracolo de' due 
santi; mentre s. Nilo stassi intento a guardare il dise- 
gno e la pianta della nuova fabbrica di Grottaferrata , 
si rompono i canapi, che reggevano una colonna che s'in- 
nalzava, e sul punto in che questa cadendo avrebbe in- 
franto molti operai, s. Bartolommeo colla mano la reg- 
ge , volgendosi a s. Nilo , quasi in atto di domandargli 
soccorso; incredibile è il numero degli aceessorii e de- 
gU episodii, co'quali il pittore arricchì ed animò questa 
composizione, e bellissime sono le architetture, e le pro- 
spettive. Gli ultimi due dipinti veggonsi sulle pareti a 
destra e sinistra del vaso battesimale: e a sinistra di chi 
guarda il vaso, cioè dal Iato del quadro testé descritto 
è effigiato s. Nilo, che ottiene colle sue orazioni che si 
dilegui un terribile temporale che minacciava la distru- 
zione delle messi sul punto di essere riposte ne'granai. 
E dirimpetto a questo lo stesso santo ginocchioni, in se 
raccolto pregando vien benedetto da Gesù Cristo che di- 
stacca dalla croce la destra. Ne'sesti dell'arco dell'alta- 
re è espressa l' Annunziazione della Vergine. 



143 



GROTTA DI GREGNA 
V. CASALE ABBRUCIATO- 
GROTTA MAROZZA-EmTYU 

©rjjpta Jtlaroja, 



. i,» 



Tre buone miglia più oltre di Lamentana I* antica 
Kementum, ed altrettante da Monte Rotondo, che é quan* 
to dire circa 17 m. e mezzo fuori di porta Pia , o di 
porta Salaria, dove si uniscono le due vie, che da que^ 
fite escono, in una sola, la quale si dirige a Monte Li^ 
bretti , Mons Brtifiorum , si vede sorgere a sinistra un 
colle isolato, difeso intorno da un ciglio, e piano sulla 
sommità, it quale ha poco meno di un miglio di circon-^ 
ferenza, ed a prima vista si presenta come il luogo di 
on antico oppidum, o terra fortificata. É questo il col-' 
le detto di Grotta Marozza , nome commune a questa 
contrada e che deriva da una grotta scavata nel tufa. 
Nelle carte de'tempi bassi sovente s*incontra il nome di 
Marozia, o Maroza che é un vezzeggiativo, di quello di 
Maria, e che per la prima volta si rese celebre sul prin- 
cipio del secolo X per la figlia di Teodora, la quale spo^ 
sala ad Alberico conte tusculano portò dalla madre in 
dote il potere e le arti di signoreggiare, onde fu arbi- 
tra per varii anni di Roma e del suo distretto. E se que-^ 
sta sola avesse portato un tal nome , io non esiterei 
neppure un momento per dichiarare, che lo avesse com-' 
municato alla contrada in questione, ma ho notato, che 
altre donne e non poche ebbero questo stesso nome ne* 
secoli bassi, e soprattutto neH'XI particolarmente in Sa- 
bina; onde eonvieu confessare, che l'azzardare qualun* 
que congettura su tal proposito sarebbe un ardire. 



144 

Quello però che con sicurezza posso asserire circa 
Grotta Marozza è che tal denominazione conta più di 
sei secoli almeno , imperciocché nella bolla di papa In- 
nocenzo III data l'anno 1203 a favore de' monaci di s. 
Paolo e riportata dal Margarini nel BuUarium Cassinen- 
se T. I fra gli altri beni di quel monastero si nota il 
Castrum Numentanae e la Cryptam Marozam, terre, che 
furono confermate a quel monastero da Onorio III nel 
1218 , e da Gregorio IX nel 1236. Queste non molti 
anni dopo, per testimonianza di Gentile Delfino del Dia- 
rio riportato dal Muratori Rerum Ital. Script. T. Ili P. 
II. p. 843 vennero in potere degli Orsini, che le riten- 
nero fino al secolo XVII. Nel Diario sovrannotato in luo- 
go di Grotta Marozza per errore del trascrittore, o del 
tipografo leggesi Grotta Manezza. iu .<-.. '.u; Jin * 

Non senza grave motivo ho indicato con molta pre- 
cisione, la distanza di Grotta Marozza da me stesso ve- 
rificata, imperciocché stabilita questa, ne segue diretta- 
mente di poter determinare il sito di Eretum , prima 
città, o borgo de'Sabini da questa parte, immediatamen- 
te confinante con la colonia latina di Nomentum. Stra- 
bone lib. V. e. III. §. 11. dice che nella pianura, per 
la quale scorre 1' Aniene, scorrevano pure le così dette 
acque Albule, fredde e da molte sorgenti, salubri per 
que'che le beveano, o vi si bagnavano, per varie malat- 
tie; simili erano pure le Labane non lungi da queste, le 
quali erano nell'agro nomentano, e presso Ereto: passo 
che mostra la prossimità di questo luogo al territorio 
di Nomento, e la esistenza di acque minerali sulfuree, 
che ivi pure oggi esistono , e che portano il nome di 
bagni di Grotta Marozza. Questo medesimo scrittore por- 
co prima §. 1. avea notato, che nella via salaria cade- 
va la via nomentana presso Ereto , borgata della Sabi- 
na , la quale stava al di sopra del Tevere : e la giun-» 



145 
zione delle due strade si vede prima di Grotta Marez- 
za: giacché il corso della via salaria antica, dopo il pon- 
te di Malpasso all'VIII. miglio non era quello della sa- 
laria odierna fralle colline ed il Tevere, ma entrando a 
destra ne'campi, traversando le tenute della Inviolatella, 
della Marcigliana , e di Massa , entrando nel territorio 
di Monte Rotondo , lasciava a sinistra questa Terra , e 
dopo aver ricevuto la Nomentana prima di Grotta Ma- 
rozza, passando sotto Monte Libretti, che lasciava a de- 
stra, entrava nella Salaria attuale circa al miglio 28 da 
Roma, cioè alla osteria, che trovasi prima della scesa 
di ponte Mercato. E questa strada antica si traccia tut- 
ta ancora, e se ne conosce la causa, riflettendo, che il 
corso antico del fiume accostandosi alla riva sinistra , nel 
tratto fra i colli di Monte Rotondo, e quelli della Mar- 
ciliana fino al ponte di Malpasso non lasciava luogo ad 
una via consolare. Questo pertanto è un nuovo documen- 
to per fissare a Grotta Marezza il sito di Erctum: che, 
se la espressione di Strabene ùntp tou Tr^SjSSCjg x£Jjtjt,£v>jy, 
che descrive la borgata al di sopra del Tevere faccia al- 
cun'ombra, si rifletta che il colle di Grotta Marezza, an- 
che secondo il cor^o attuale del fiume non è 3 miglia 
distante da esso, ed anticamente era molto più vicino, 
ed a coloro, che scendono pel Tevere da Correse sem- 
bra che quasi sia immediatamente sul fiume stesso : e 
nella, stessa guisa che si dice oggi star Piano sul Teve- 
re, mentre in linea retta è più di A miglia distante, po- 
tè jdir Strabene di Ereium ossia Grotta Marezza, che star 

ri 

va sul Tevere. r 

^,1-^ij^èr' veduto che Strabene ai tempi suoi lo indica 
come borgata : xwfxvj : vice le chiama Valerio Massimo 
lib. II. e. IV. §. 5. che pure ne mostra la vicinanza al 
Tevere: noktg, e città, ripetutamente la dice Dionisio lib. 
Ul^'^y.^ed XJ: oppidum Servio negli scolj a Virgilio Uh£ 

10 



146 

VII. denominazioni che comparate con altri luoghi no^ 
minati dagli antichi scrittori, e colla mediocre estensio- 
ne di Eretum potevano egualmente convenirgli, D'altron-' 
de Strabone slesso dichiara più sopra, che Trebula, E-^ 
reto , ed altre Terre di tal fatta , frai borghi piuttosto 
che città dovrebbero enumerarsi. Finora sj è veduto, cor^ 
me per la vicinanza delle acque minerali sulfuree , per 
la prossimità del territorio nomentano a quello di Ere» 
io, per la giunzione della via salaria colla nomentana , 
per la vicinanza al Tevere , e per la mediocrità della 
estensione della Terra non cade dubbio onde riconosce^ 
re Ereto a Grotta Marozza. A tutti questi argomenti si 
aggiunge l'altro e positivo della distanza da Roma. Dio-» 
nisio lib. XI. e. III. mostra come i Sabini l' anno 307 
di Roma dopo aver dato il guasto alle terre limitrofe^ 
de'Romani si accamparono in E reto, città che stava 140 
stadii distante da Roma, vicino al Tevere: ora il nume^ 
ro non è espresso in cifra; ma scritto distesamente con 
letterte e 140 stadii equivalgono a miglia 17 e mezzo, 
che è precisamente la distanza di Grotta Marozza. VU 
tinerario di Antonino conferma la esattezza di questo 
numero, poiché non notando mai le frazioni, con nume-r 
rb tondo pone Ereto come prima stazione sulla via sa-- 
laria al XVIII miglio da Roma: altrettanto si ricava dal- 
la Carta peutingeriana, che nota per primo luogo Fide-r 
ne, dove mancando il numero facilmente si supplisce, es-» 
sendo stabilita la posizione di quella città al quinto mi-^ 
glio da Roma, e poi Ereto che segna XIII, distante da 
Fidene, ossia XVIII. da Roma. Ora per tutte le ragio- 
ni sovraìndicate può asserirsi che pochi luoghi antichi 
presentano tanta certezza di posizione quanto Ereto, seb» 
bene spariti siano tutti gli avanzi. Questi medesimi ar- 
gomenti in gran parte , ma soprattutto la distanza da 
Boma escludono affatto la situazione di Eretum a Mon- 



147 
te Rotondo, come ciercò di stabilire il CluTorio, seguita ^ 
poscia troppo ciecamente da altri scrittori posteriori, sen- 
do che Monte Rotondo non è dopo la giunzione delle 
due strade; ma prima, non é nella direzione della via 
salaria antica, ma di fianco; che se è a contatto col téé^ 
ritorio nomentano, e sopra un monte presso il T^YerèJ 
la sua distanza da Roma appena giunge a 15 miglia e 
non a IStf^ob n ,, rj f.Tt'jw. -i ^ 

Ereto fu città di antichissima data , gl«icchè se né 
ascriveva la fondazione ai Pelasgi, i quali, secondo So- 
lino e. Vm. così la chiamarono perché sacra particolare 
mente ad H/9«, o Giunone: e questa etimologia si cotta' 
ferma da Servio nel luogo notato, aggiungendo, che quel- 
la dea ivi si venerava: oppidum est dictum uno tvjj Hoag 
idest a lunone quae illic colitur. Tale antichità si confei<i 
ma da Virgilio, ^en««V/. lib. VII. v. 711 che fratte Ter-» 
re sabine che presero le armi nella guerra contro di 
£nea nomina la Ereti manus omni&. E come sabina que- 
sta città costantemente viene indicata da Dionisio, StriF 
bone, e Valerio Massimo, ne'passi testé ricordati, e dà 
Stefano, che nolcg Ix^ivav la dice. Oltre la parte pre- 
sa nella guerra contro di Enea non ci rimangono altri 
fatti particolari di questa Terra. Livio libro I. e. XXX. 
parlando della guerra fra Tulio Ostilio, e i Sabini, di- 
ce, che si diede una battaglia atroce frai due popoli ad 
Sylvam Malitiosam, nella quale i Sabini furono vinti. Dio- 
nisio lib. III. e. XXXII. narrando i fatti di quella guer- 
ra con maggiori particolari dice, che antecedentemente 
si die una battaglia non lungi da Ereto, ossia nel ter- 
ritorio di quella città 107 stadii , cioè circa 13 miglia 
« mezzo distante da Roma ; e questo numero come si 
Tede , non può essere in opposizione diretta con quello 
che determina la distanza propria di Ereto stesso a 140 
stadii, quindi senza ricorrere a correggerlo, senza nep- 



m 

pure assicurare! che sia esatto,', giacche il codice ratica-t 
no dà 160 in luogo di 170, giova soltanto riflettere che 
mostra la distanza da Roma del liiogo dove fu datala 
battaglia e non della Terra nel cui territorio si diede.' 
Dallo stesso storico poi lib. III. cap. LIX, conosciamo 
che l'anno 166 di Roma presso Ereto ritiraronsi gli E- 
trusci nella speranza di essere soccorsi dai Sabini du- 
rante la guerra centra Tarqainio Prisco, e dopd la rot- 
ta riportata presso Fidene; ma la rapidità del re di Ro- 
ma prevenne ogni tentativo su tal proposito, e gli Etru- 
sci furono compiutamente disfatti. Ed in quella batta- 
glia Servio Tullio ancor giovanetto die prove di gran 
valore, come narra lo stesso Dionisio lib. IV. e. III. Al-; 
tra battaglia ivi dappresso die Tarquinio il Superbo ai 
Sabini, descritta dallo- storico sovrallodato lib IVv e. LI, 
ed altra poco dopo la espulsióne de' re 1* anno 253 di 
Roma ne diedero ai Sabini stessi i consoli Postumio Tu-, 
berto e Menenio Agrippa. Ed ivi pure si pugnò frai Ro-i 
mani ed i Sabini 1' anno 299. Livio lib. III. e. XXYI, 
^ seg. In Ereto si accamparono i Sabini contro i Roma- 
ni durante il reggimento decemvirale l'anno 307. guer- 
ra descritta da Livio lib. III. e, XXXVIJL e seg. Que- 
sti successivi Campi e battaglie in que'din torni dimostra- 
IH) la importanza della posizione di ^reto, e la località 
propria al muovimento degli eserciti, fatto che si rico- 
nosce a priiria vista gittando l'occhio sulla mappa, e ri- 
cordandosi, che il Tevere radeva allora le falde del Col- 
le di Monte Rotondo, ossia phft. si, stringeva più verso 
Ereto. r'-<) no:', ■:'■ 

xì ss. "Livio lib. XXVI. e. XI. ha conservato la memoria 
che Celio narrando la spedizione di Annibale centra Ro- 
ma le diede un' altra direzione mostrando, come il ca- 
pitano cartaginese dalla Campania si volse verso il San- 
zio, di là ne'Peligni, quindi ne'Marruccini, e poscia per 



_ m 

Araitefno, Fornii, Ctitilia, e tteate sen Vetìhe ad Ef^fÒ} 
donde portandosi Terso Roma deviò a saccheggiare i! lu- 
co di Feronia sotto il Soratte, ritornando poscia per la 
strada, che Livio avea di sopra descritta, nella Campa- 
nia, cioè facendo fare ad Annibale tale marcia in modo 
inverso. Comunque però voglia prendersi è certo che sia 
nell'andare verso Roma, sia nel tornare Ereto fu da quel 
gran capitano riguardata come una posizione militare da 
porvi il campo. Nello stesso libro cap. XXIII. Livio me- 
desimo narra, come l'anno 543 fra altri prodigii notoà-' 
si quello di esser piovute pietre in Èreto : et Ereti la- 
pidibus fluisse. Presso Ercto , secondo Valerio Massimo 
lib. IL e. IV. ebbe una villa quel Valesio , o Valerio -, 
al quale i Romani dovettero la istituzione , de'giuocbi se^ 
coìSLTÌ, 'àmxi &ìhu o^m^A «Jtoq n'ihb iwu'tilm ts'fi 
Stando alla Carta peutingeriana d* uoj^d é credere 
che almeno Ano al secolo VII della era volgare, qilesta 
città restasse in piedi, o qualche ombra almeno di esi- 
stenza e di stazione conservasse. Le fiere scorrerie pc-^ 
rò , alle quali questa parte de' contorni di Roma andò 
soggetta in quello stesso secolo e nel susseguente la fe- 
cero abbandonare affatto, e soprattutto poscia contribuì 
a non farla mai più risorgere la nuova direzione data 
alla via salaria lungo il Tevere dal ponte di Malpasso 
fino a Correse. ■ • •. i i i' iliH 

GROTTA PERFETT1ì:'>^-^ 

i^orfi JJraefectt, 

Tenimcnto suburbano fuori della porta s. Paolo per- 
tinente ai CoUigola , che contiene rubbia 135 e confina 



:150 

colle vigne di Roma, e colte teirafe di Tor Marancia, s. 
^iefsio, Tre Fontane e Pedica di Tre Fontane. 
,f Una carta dell' archivio di s. Gregorio e riportata 
dagli annalisti camaldolesi T. IL pertinente all'aniK) 1073 
mostra che a quella epoca la contrada occupata da que- 
sto tenimento avea il nome di Ilortis Praefectis, che per 
errore dell' amanuense è scambiato in Perrectis, e que- 
sta denominazione successivamente si rinviene l'anno 1192 
nella bolla di Celestino III. e l'anno 1217 in quella di 
Onorio III. riportate nel Bullarium Vaticanum T. I. nel- 
lei' cairte inserite dal Nerini nella Storia di s. Alessio e 
pertinenti all'anno 1266, 1277, 1279, e 1284. Il Conte- 
lori nel suo trattato de Praefectis Urbis, pag. 82. parlane 
do di Pietro prefetto di Roma nelfanno 1198 dice che 
avea orti fuori della porta s. Paolo nella contrada de-^ 
nominata il monte , e da questo vuol far derivare il no- 
me di Horti Praefecti, origine del moderno di Grotta Per^ 
fetta. La insussistenza però di questa congettura si ri- 
conosce facilmente dalla carta sovraindicata del 1073 , 
anteriore di 125 anni alla prefettura di quel Pietro. Noa 
si esclude però con questo , che in origine tale deno- 
minazione fosse data a questa contrada per avervi avu- 
^ft-i suoi orti un qualche prefetto di Roma. X ima v 

itèéSiiìl ' ; :' 

GROTTA SCROFÀNA v. 5. PALOMBA. 
GROTTONE v. PONTE FRATTO. 



GROTTONIy. VANNINA. 

ti .-. r, ir- '■■ ■• ,■ ' * •■ ff 

GROTTONL 

j^„u- ,Tenimento dell'Agro Romano che trae nome da grot- 
te e cave dì pozzolana e di tufi ivi aperte, situato cìr- 



151 

ca 6 miglia distante da Roma sulla via ostiense, ed ap- 
partenente ai beneficiati innocenziani della basilica di s. 
Pietro. Comprende 84 rubbia di terreno e confina col 
Tevere, e colle tenute di s. Ciriaco, Decimo, Torraccio, 
Mostacciano, e Tor di Valle. ji^ ^i m%>ì Ju-.ì^x» 

' «■■» -5oJÌJ,,aìe?lBp 

GUàDAGNOLO. f é oeoh 

"'*^ ®uaÌramaÌum-®uabagrtÌDlum. "^^ 

-fUiwp ^ óM'.ì j imi o ^fùià^tsj'ìom 

■jhii Villaggio della Comarca di Roma nella diocesi e 
distretto di Tivoli^ appodiata a Poli, e che contiene 220 
abitanti. Esso è situato sopra una delle cime del mon- 
te Vulturella o Mentorella, più alta di quella di mo»- 
te Gennaro, e per conseguenza è la punta più elevata 
dì quelle che dominano immediatamente la campagna di 
Roma. Cosi aspra è la cima, così incommodo il salir- 
vi, e miserabile il prodotto delle terre, che certamente 
non potè offrir attrattiva agli uomini che nelle circo- 
stanze più disastrose^ come un' asilo sicuro, onde io cre- 
do che il villaggio siasi formato nel vortice delle de- 
vastazioni, che coprirono di stragi e di rovine, non so- 
lo la campagna romana , ma le montagne circonvicine , 
e certamente non prima del secolo X. Non è distante 
che 30 miglia circa da Roma , e da tre parti diverse 
vi si può salire, cioè da s. Gregorio, che è la strada 
più diretta, più breve, ma di una difficoltà tale da im- 
porre anche ai più animosi: da Poli, che è la più lun- 
ga, e la più agiata: e da Siciliano, o Pisciano. 

I suoi fasti van sempre uniti con quelli della sot- 
toposta Terra di Poli, e coloro che hanno dominato in 
questa hanno pure signoreggiato in Guadagnolo. L'an- 
no 1137 per la prima volta s'incontra il suo nome nell« 



152 

querela mossa dai monaci de'ss. Andrea e Gregorio sili 
monte Celio ad Innocenzo II. contro Oddone, come de- 
tentore violento delle Terre di Poli, Faustiniano, e Gua- 
dagnolo ; era costui de'conli tusculani , che avendo oc- 
cupata Poli fu designato col nome di Ottone di Poli, e 
questo titolo fu ritenuto ancora dai suoi successori. Cu- 
rioso è leggere l'atto di quel litigio che fu inserito da- 
gli annalisti camaldolesi nel tomo IV. p. 615 , e come 
dopo molte tergiversazioni e dilazioni fu costretto a con- 
segnar Faustiniano, il quale poco dopo sembra avere, o 
rioccupato, o riottenuto. Adriano IV che cercò per quan- 
to era possibile in que' tempi di disordine , di rivendi- 
care o per forza, o per conciliazione le terre invase dai 
potenti, ottenne l'anno 1157, che Oddone donasse a s. 
Pietro ed alla Chiesa Romana tutto il suo stato , com- 
posto delle terre di Poli , Faustiniano , Anticoli , Rocca 
de'Nibli, Monte Manno, Guadagnolo, Sarracenisco, Roc- 
ca de' Muri , e Castel Nuovo : ma Oddone contempora- 
neamente si fece dare la investitura di questi stessi feu- 
di a se ed ai suoi successori. Veggasi l'atto originale ri- 
portato dal Muratori nel tomo I. delle Antichità del Me- 
dio Evo p. 675. 

-OH V. Guadagnolo pertanto rimase feudo di questo ramo 
de'Conti tusculani fino al principio del secolo seguente^ 
in che passò nelle mani de' Conti di Segni. Impercioc- 
ché morto Oddone e succeduto a lui Gregorio suo fi- 
glio, si trovarono molto disestate le cose della famiglia: 
a Gregorio successe il figlio di nome pure Oddone , il 
quale volendo riparare questi mali trattò di collocare in 
matrimonio la sua figlia Costanza nella casa di Riccardo 
conte di Sora fratello di papa Innocenzio III. Ma poscia 
pentito si rivoltò, eccitò tumulti in Roma, ne'quali per- 
dette tutte le sue terre , che da quel papa stipite de' 
Conti di Segni furono date in deposito al suo fratello : 



15^ 

q[aesti nell'atto di riceverlo, ranno 1208 prestò fedeltà 
alla Chiesa: prò Polo, et alia terra, quae olim fuit Oddo- 
nis de Polo , che come la più vicina probabilmente fu 
Guadagnolo. Veggasi il Muratori Tomo V. Antiq. Med. 
Aevi Diss. LXIX. Venuto però Oddone a concordia die 
la sua figlia in moglie a Giovanni secondogenito di Ric- 
cardo , e così Poli , e Guadagnolo dalla linea de' Conti 
tusculani passarono in quella dei Conti di Segni, un ra- 
mo de'quali che è stato l'ultimo superstite l'ha ritenuto 
fino alla estinzione della famiglia avvenuta a' giorni no- 
stri. Dopo quella epoca Poli e Guadagnolo venne per com- 
pra in potere de' Torlonia, duchi di Bracciano , ed è il 
titolo del primogenito della famiglia. Veggasi inoltre *«& 
RaLtii Storia della. Famiglia Sforza T. II. "^ 

iéiéfemiiàHO» ^t*{HÌl)' lENNE. dduiBhiqeiM 

-ùo 111 9t«?)*HWÌiRi)80 . . - < . .i^ .. =w.AjO iiiir^ap^^ B aii'j 
nomtmó'^ii i>hmdù& ^^%Ì(>ifM*É%^ '^^^*^ ^^^ *^* oiiMfirj 

''*' '<JasteIIò posto sopra lin bólle dipendente dal monte 
Pallascoso, sulla via destra dell'Aniene, circa 55 miglia 
distante da Roma e 8 da Subiaco verso oriente, con 953 
abitanti. La strada per andarvi ha un sentiere tracciato 
sulla falda del monte di s. Scolastica poco prima di giun- 
gere a quel monastero , il quale ha sulla riva opposta 
dell'Aniene il monte Carpineto alto e tetro per le bosca- 
glie che lo ricoprono, e va sempre in pendio fin che non 
raggiunge la sponda del fiume ; da quel punto diviene 
amenissima, avendo sempre a fianco il corso del fresco 
e limpido Aniene ed essendo ombreggiata da folti bòs- 
chi. Un mezzo miglio dopo aver raggiunto la riva, in- 
contrasi un ponte di legno per commodo de'contadini e 
'de -pastori, e quindi la strada traversa una rupe formata 



154 

di depositi fluviali e di stalattiti, indizio del lÌTello alto 
che ne'tempi passati ivi ebbero le acque ritenute dei la- 
ghi della villa neroniana sublacense : un miglio dopo il 
ponte si apre a sinistra un recesso di monti, e 2 miglia 
più oltre un rivo limpido ed abbondante di acque attra- 
versa la via per iscaricarsi nell'Aniene, che corre indo- 
mito per questa valle, e forma picciolo cadute fralle qua- 
li bellissima è quella presso la mola di lenne vicino a! 
confluente di questo rivo , che die nome di monti dell* 
Acquaviva a quelli dirimpetto. 

lenne che si vede torreggiare sul colle é distante* 
da questo punto quasi una ora di arduo cammino. Il suo' 
nome è di origine incognita, e ne'tempi bassi costante- 
mente trovasi scritto Genna. Come dipendenza dal mo- 
nastero sublacense viene enumerato questo villaggio sul- 
la lapide sublacense del 1(©2. Quindi dee eonchiudersi 
che a quella epoca di già esisteva. Posteriormente fu oc-' 
cupato da altri, onde l'anno 1090, secondo il Chronico» 
Sublacense, l'abbate Giovanni portossi ad espugnarlo co» 
molte macchine, e presolo vi costrusse una torre. E quel- 
r abate lo die verso il 1100 in beneficio al vescovo di 
Alatri , e da un familiare di questo vescovo fu ceduto 
ai Trebani. L'abbate tornò ad assediarlo, ma non poten- 
do riuscire ad espugnarlo invocò 1' autorità di Pasqua- 
le II, che non potè ottenere il rilascio, giacche i Tre- 
bani allegavano che era il castello di loro diritto e noa 
di s. Benedetto. Bimessa questa questione dinanzi Man- 
fredi vescovo di Tivoli, di consenso commune, quegli de- 
cise a favore de'monaci, e perciò nella bolla di confer- 
ma di papa Pasquale II si nomina Genna fragli altri be- 
ni del monastero. I Trebani però non abbandonarono ì& 
loro pretensioni, e colto il momento delle turbolenze av- 
venute nel pontificato di Eugenio III. verso, la metà de^ 
lo stesso secolo 1' occuparono di nuovo ; ma ne furono» 



155 

tosto discacciati dall'abbate Simone, e da quel tempo il 
monastero ne rimase in possesso. Tutte queste notizie , 
si traggono dal Cbronicon, dal quale pure ricavasi che 
nel 1355. vi si ritirò come in luogo sicuro 1' abbate 
Ademario. i JH*i<*ii^><^Ai 

■■■ . : ,>-(*3 ^'.^ -'.'r ;.-,,, •■•■': . - ■ , ,'.■•'; 

È il fiume più considerabile che sbocchi nel mare 
dopo il Tevere, andando da Roma fino all' Astura, im- 
perciocché è formato in origine dallo scolo del lago ne- 
morensC) e raccoglie tutte le acque, che scendono dalle 
pendici meridionali di Albano, Ariccia, e Gcnzano, e che 
si raccolgono insieme sotto Ardea. Da alcuni fu preso 
pel Numico; ma quel fiume era fra Lavinio ed Ardea , 
al limite de'due territorii, e questo immediatamente pas- 
sa sotto Ardea stessa. Il suo nome suol derivarsi dall' 
incastro della rifolta della mola di Fonte di Papa ; ma 
oltre che questo è lontano dal tronco suo principale che 
è sotto Ardea, tal circostanza è commune a molti altri 
rivi che bagnano l'Agro Romano, i quali nondimeno non 
vengono designati con quel nome. Io sono di opinione, 
che derivi da un fatto più antico; imperciocché questo 
fiume scorre sotto le pendici dall' antica Terra di Ca- 
strum Invi, la quale era situata non lungi dalla sua fo- 
ce , cioè fra Ardea ed il. mare: veggasi l'articolo CA- 
STRVM INVI ; onde si disse il fiume dell' Invi-castro , 
6; poscia dellJIftGasteos. . > ^ «ir • a .^ j, ^ . 

ib iìr.ysi^ i-i ì,. "'l'in t'SiitfT.^i r)lv ii'ìOfBÌn ìld 

. 8ùi^ hii J.ÌÌ INFERMERIA e RISARÒ:., b ZfaaoKi 

'• Tenuta dell'Agro Romano^ die appartiene al mona- 
stero de' ss. Domenico e Sisto , posta fuori di porta s. 
Paolo, circa 8 m. lontano da Roma, e confinante col Te- 



156 

yere e colle tenute di Spinacelo, s. Ciriaco, Traifusìfi é' 

Malafede. Essa comprende circa 84 rabbia , ed occupa 
in parte l'antico SOLONIVM. _,^ 

INSUGHERATA. (MmuibA 

Tenintcnto dell'Agro Rònraho, clie spetta AH^òspe-^ 
dale di s. Spirito, e comprende circa 165 rubbia. Con- 
fina con quelli di s. Agata, Marmo, Acqua traversa, Monte 
Arsiccio, e Sepoltura di Nerone. Esso è situato circa 5 
miglia fuori di porta del Popolo fra le vie trionfale e 
cassia. • ''^ •■''''■' 

Il suo nome deriva dai sugheri, che particolarmen- 
te Io vestono, circostanza che non è nuova, poiché fin 
dal principio del secolo IV, della era volgare, trovasi ia 
Anastasio Bibliotecario nella vita di papa Silvestro^ I , 
ricordato col nome di fundus Surorum, che io credo do- 
versi leggere Suberum, e si nota come situato sulla via 
Claudia, che è nel principio identica colla cassia, e nel 
territorio veientano, e che da Costantino fu donato alla 
basilica da lui eretta in Ostia ad onore de' santi Pietro, 
Paolo, e Giovanni Battista. In seguito questo- fondo pas- 
sò in potere del monastero di s. Lorenzo detto in pala- 
tini , presso la basilica vaticana , e col nome di Casale 
Sttèereta si nomina nella bolla di Leone IV data Fanno 
854 a favore della basilica vaticana , ed in quella di 
Leone IX dell' anno 1053 , ambedue inserite nel prim» 
volume del Bollarlo Vaticano. Elstinto quel monastero è 
probabile che fosse riunito ai beni della basilica vatica- 
na; e quindi forse fin da' tempi d' Innocenzo III , asse- 
gnato all'ospedale di s. Spirito in Sassia. cjììj .ojVì,*! 



157 
r>ii* ,f>mÌJNVIOLATA ed INVIOLATE LLà.^:ì i'im&iti\ì 

'Vii ùh'-< : ^, ■■ 

> Tèniité deir Agro Romano, oggi riunite in un sol 
€orpo, che trassero nome dalla chiesa di s. Maria in Via 
Lata che un giorno le possedeva, e che oggi apparten- 
gono ai Borghese. Esse sono situate presso la via cas- 
sia, circa 5 miglia fuori della porta del Popolo : divise 
in tre quarti detti da Capo, della Torre, e della Casetta, 
comprendono 220 rubbia. Confinano con quelle di Ospc- 
daletto, Yalchetta, Cresceoz^^, Muratella, Sejpoitu^ca ^i-JIe» 
jrone, ed Acquatraversa. vib^ hofi >f<A;nKjo {i^^idiìhipiiji^ 
^0l isii*aii:>3 sìì-'h fj. ,àìh'M iél!'4.xtttOiinhl9b nòo obn»! 
^sl mr »ì r,ào,Ì MVIOLÀTELLA: • ' iùq 

Ómo^ ', <'(n' ii !^ \'..'" <«' 

èo*» È un' altra tenuta che ritiene il nome della chiesa 
4i s. Maria in Via Lata che la possiede, la quale con- 
tiene £irca 82 rubbia. Essa è posta nell' Agro Romano, 
sulla via salaria, circa 7 miglia lontano da Roma, e con^- 
fina col Tevere, e colle tenute di Radicicoli, Malpasso, 
Ciampiglia, Settebagni, e Marciliana. È divisa ne'quarti 
4/&tU (klla fiQsoiina, .di^'Prataroni, ^ del Laghetto. . :^ 

4t ni. (ìhnìncXSOLA FARNESE v. VEaqot nvr-». me 

-u.. ^ 150X4 54Cfi4 y. PORTO. 

^b rm^Tymìì 'ì òhàmm filt^tu^] ; Mì'vifl, hA taili^fSfsJa fr.f 
-ostiùfc »M^Ì^ LABIGVM-LAVIGVM. i^ d o mmùìnA 
jym /j * ' . '• " «n ffc '}ì 

'ih\'. LA COLONNA. ^ .< ^òk \h 

i:Tif-'j!> B «ofl ? ^riHilisk R f* t?s1yi*l ha ;>£iois6k i^kb «1 
Molte terre sorte ne'tempi bassi frallé vie prenesli- 
na e labicana dalle 15 alle 26 miglia di distanza da Ro- 
ma, sonosi disputate ne' secoli scorsi l' onore di essere 
succedute all'antico Labico, e tutte hanno avuto forti dì- 



158 

fensori; commune era nel secolo XVI la opinione , che 
fosse a Valmontone : Cluvcrio e Kircher nel secolo se- 
guente lo situarono a Zagarolo: Olstenio, Fabretti e con 
loro i moderni io credono corrispondere alla terra della 
Colonna: ed il Ficoroni scrisse appositamente una opera 
per persuadere che fosse sul Colle de' Quadri presso Lu- 
gnano sua patria, insinuando cosi che questa fosse sor- 
ta sulle rovine di Labico. Se però ad un malinteso a- 
more di patria si fosse sostituito un più maturo esame- 
de'luoghi, ed un rispetto maggiore all'autorità de'classi^ 
ci antichi , la opinione non sarebbe andata tanto oscil- 
lando con detrimento della verità, e della scienza. Im- 
perciocché leggesi in Strabone nel lib, V, che la via la- 
bicana , partendo dalla porta Esquilina di Roma , come 
la prenestina, dopo aver percorso più di 120 stadj, cioè 
più di 15 miglia romane, accostandosi all'antico Labico, 
allora di già distrutto, posto sopra una eminenza, lascian- 
do questo , e Tuscolo a destra , finiva alla stazione ad 
Pietas, dove fondevasi nella Latina. Da questo passo si 
ìtrae chiaramente , che la distanza di Labico da Roma 
per la via labicana , che era la più retta , era di poco 
più di 15 miglia, che la via non l'attraversava, che La- 
bico stava sopra un colle, che stava non lontano da Tu- 
scolo a destra della via labicana , fra questa medesima 
via e Tuscolo stesso, finalmente che trovavasi prima del- 
la stazione Ad Pietas , la quale secondo l' Itinerario di 
Antonino e la Carta peutingeriana, era 25 miglia distan- 
te da Roma. Quindi escludesi Valmontone, perchè è più 
di 26 miglia distante da Roma , e per conseguenza di 
là dalla stazione ad Pietas, e a sinistra, e non a destra 
della vera labicana : per la medesima ragione della di- 
stanza soverchia escludesi il colle de'Quadri, che in luo- 
go di 15 è 22 miglia distante: escludesi Zagarolo, che 
oltre l'essere 21 miglia distante da Roma è precisamen» 



159 
te a sinistra e non a destra della Labicana , e non ha 
alcuna relazione con Tuscolo. Rimane ora la Colonna: 
in questa tjerra si riuniscono insieme tutte le circostan- 
ze sovraindicate, enumerate da Strabene: essa è 15 mi- 
glia e mezzo circa distante dalla porta esquilina ; anti- 
ca: 6 un poco fuori della strada consolare: sta sopra un 
«alle, che è dominato da Tuscolo a destra: 6 fralla via 
^labicana e Tuscolo: e Analmente trovasi prima della sta- 
zione ad Pietas, la quale per la distanza da Roma con- 
cordemente oggi si pone nel luogo denominata U Ma-' 
cerie , nome derivato dalle macerie , ossia dalle rovine 
frantumate della stazione medesima. *^'t**^'**M *^ /^Ai*^^ 
E quel colle, sul quale è oggi la ' ttìrta "é atóéitìfssi-^ 
mo, ed è l'ultimo contrafforte de'raonti tusculani verso 
settentrione , sotto il quale spalancansi vaste campagne 
fertili , e sinuose , che ricordano l' ager laòicanus degU 
antichi ; quindi non poteva isfuggire ai primi coloni di 
^questa parte d' Italia. Il nome variamente si scrive ne- 
gli antichi scrittori colla R, e colla V, leggendosi egual- 
mente Labieum , e Lavicum, Lahicani e Lavicani per la 
strietta analogia di suono che passa fra quelle due let- 
tere e Ja iscrizione mortuaria di Partenio, rinvenuta ne' 
dintorni della Colonna, sul declinare del secolo XVIII, 
riferita dal Fabbretti nella sua opera degli Acquedotti 
Diss. Ili n. XXXI ed oggi esistente nella vigna di Ge- 
sù e Maria 1 m. distante dalla Colonna lo dice arca- 
wo, cioè tesoriere reI. pvblicae lavicanorvm qvinta- 

NENSIVM. 

L'onore della fondazione di Labico sembrerebbe do- 
versi dare ai Tusculani , così vicini , e così potenti : «è' 
questa congettura potrebbe avvalorarsi col noto verso di 
Virgilio lib. VII V. 796 quasi che esistesse prima della 
fondazione di Albalonga. -■*^^^ ^'^ 

• Et Sacranae acies et picti seuta Lc^Mif^''- -^f*^ ^^-'^ 



160 

Ma Tusculo stesso alla epoca della A'enuia di Enea 
non esisteva, poiché fu fondato da Telegono figlio di U- 
li^se e di Circe , quindi tale supposizione cade da per 
se, stessa. Dall'altro canto Dionisio la fa posteriore alla 
guerra di Enea , dicendola colonia degli Albani nel libro 
Vili , e perciò io credo , che come tante altre venisse, 
fondata da Latino Silvio, e che Virgilio solo per prole- 
psi la nomini colle altre città che presero le armi con- 
tro di Enea, onde indicare gli abitanti di quella contra- 
da dove poi sorse Labico. Durante il governo de' re di 
Roma non si ricorda mai questa città nella storia; ma-, 
dopo la loro espulsione Dionisio nel lib. V, enumera i 
Labicani frai popoli che presero le armi a favore de' 
jArquinii; e ciò non poteva non accadere per la influen- 
zila e la possanza della vicina Tusculo, di cui era dit- 
tatore il genero del re profugo. Avvenuta la battaglia 
(lescritta cosi graficamente da Livio , fatta la pace frai 
Bomani e i Latini collegati, i Labicani la mantennero 
con tanta vigorìa che fecero una forte resistènza agli 
assalti di Coriolano, allorché quell'lcsule andò centra le 
città suddite, od alleate della sua patria: presa , dopo 
molta fatica, fu saccheggiata, e gli abitanti vennero po- 
siti in schiavitù secondo Dionisio nel libro Vili, Livio^ 
però lib. IL e. XXXIX non fa che indicarne |la pre- 
sa l'anno . 265 di Roma, senza entrare in altri particorl 
lari. Riavutisi da quella sciagura i Labicani videro de- 
vastare le loro campagne dagli Equi, commandati da 
Gracco: Livio lib. III. e. XXVI. Nel 339 però si col- 
legàrono essi stessi cogli Equi, si posero a devastare 
l'agro tusculano e misero campo sull'Algido. Il dittato- 
re Q. Servilio Prisco vinti in battaglia i due popoli col- 
legati si volse centra Labico stesso, circondò la città, 
la prese di assalto, e la die in preda al saccheggio; af-_ 
Jfìne poi di tenerla in dovere per l'avvenire vi fu de- 



161 
4olta una colonia dì 1500 cittadini frai quali tennero 
divisi 3000 iugeri dell' agro labicano, dandone due per 
ciascun colono, indizio della vastità del territorio: veg- 
gasi Livio lib. IV. e. XLV. e seg. Tre anni dopo però 
i nuovi coloni furono soggetti alle devastazioni de'Bola- 
ni, il cui territorio dicesi da Livio confinante col labi- 
cano: Excursiones inde in confinem agrum labicanum fa- 
ctae erantf novisque colonis bellum illatum. L'anno 375 por- 
tarono lamenti in senato insieme co' Tusculani e co' Ga- 
bini contra i Prenestinij ma i loro ricorsi non furono 
riconosciuti, come fondati, al dire dello stesso storico lib. 
VL cap. XXL Nella scorreria di Annibale contra Roma 
l'anno 543 dopo la fondazione e 211 avanti la era vol- 
gare, soggiacque l'agro labicano a nuove desolazioni, di- 
cendo Livio, che quel feroce cartaginese, per la via la- 
tina, per frusinatem, ferentinatemque, et anagninum agrum 
in lavicanum venit. Lib. XXVL e. IX. 

Sul declinare della repubblica, forse a cagione del- 
la guerra sillana, Labico era venuto in tale decadimen- 
to , che Cicerone nella orazione prò Piando e. IX. no- 
mina questa città insieme con Boville e Gabii, come u- 
na di quelle, così esinanite, da trovare appena qualcuno 
che potesse rappresentarle nelle ferie latine: e non mol- 
ti anni dopo Strabene nel passo riferito di sopra la di- 
ce affatto diruta e deserta. A quella epoca nel suo ter- 
ritorio era una villa imperiale, nella quale Cesare avea 
fatto il suo testamento, secondo Svetonio e. LXXXIII, 
sei mesi innanzi la sua morte, e questa villa contribuì 
a farla risorgere, come^pure la stazione prossima sulla 
via labicana, che per testimonianza dell'Itinerario di An- 
tonino, e della Carta si disse ad Quintanas, probabilmen- 
te perchè era al XV. mìglio da Roma. Quindi io credo, 
che poco dopo Strabone , questa città cominciasse a ri- 
fiorire, e come municipio trovasi indicata nella lapide no- , 

11 



162 

tata di sopra col tìtolo di RESPVBLICA LAVICANORVM 
QVINTANENSIVM e per maggior commodo in luogo di 
stare fuori della strada sul colle, avrà occupato la fal- 
da di esso che domina iramediatamante la via consolare 
presso la odierna stazione detta la Osteria della Colon^ 
na, la quale è succeduta all'antica detta ad Quintanas. 

La frequenza della via mantenne prospera questa 
nuova città anche per una parte de' secoli bassi , a tal 
segno, che era sede vescovile, rimanendoci ancora i no^ 
mi di nove di essi, dall'anno 649 fino a circa il 1100} 
e sono Luminoso , che sottoscrisse al Concilio Romano 
nel 649, Pietro, che sottoscriisse in quello del 761, Lu- 
nisso che vivea nel 964, Benedetto del 998, Domenico 
del 1026, Pietro IL del 1059, Minuto del 1089, Bobo- 
ne del 1095 , e finalmente Bonone che fioriva ai tempi 
di Pasquale II ne'primi anni del secolo XI I. Dopo quel 
tempo non se ne incontrano altri, onde credo che quel- 
la sede cessasse verso quella epoca. Veggasi su tal pro- 
posito il tomo X. della Italia Sacra dell' Ughelli p. 119, 
Intanto però, che andava spopolandosi il Labicum Quin- 
tanense , ripopolavasi sul colle il Labicum primitivo , e 
siccome per qualche colonna superstite, il colle avea no- 
me di Columna, perciò anche la terra lo ricevè. E qui 
debbo notare, che non dee confondersi, come qualcuno 
ha preteso, questa località con quella che leggesi ricor- 
data da Livio lib. III. e. XXIII, col nome di ad Colu- 
inen, giacché essendo quella per testimonianza dello stes-' 
so storico in Algido, stava per conseguenza sulla via la- 
tina , dove questa esce dalle gole dell' Algido circa 20 
miglia distante da Roma per la via latina, ed almeno 7 
più oltre della Osteria della Colonna. 

La prima memoria, che abbia trovato di questa ter- 
ra sotto tale denominazione appartiene all'anno 1053, in 
ch« una contessa Emilia, signora di Palestrina, passò in 



163 
seconde nozze con un personaggio de Columna , che è 
il più antico rampollo noto della celebre casa Colonna, 
che essendo originaria di questa terra ne assunse il no- 
me. L'anno 1074 papa Gregorio VII. concedette la metà 
di questo castello, giacché castellum lo chiama, colle chie- 
se di s. Salvatore, di s. Maria in Oliveto, e di s. Lo- 
renzo, detta Marmorio al monastero di s. Paolo: vegga- 
si la bolla di tale investitura inserita dal Margarini nel 
Bullarium Cassinense Tomo II. Poco dopo però , fu in- 
vasa da famiglie potenti, e faziose, onde il papa Pasqua- 
le II. nel 1101 uscito ad oste ricuperolla insieme con 
Cave , e con Zagarolo , siccome si legge nella sua vita 
scritta da Pandolfo Pisano presso il Muratori Rerum I~ 
talk. Script. T. III. P. I. pag. 355. Anacleto II. nella 
bolla, con che confermò i beni del monastero di s. Pao- 
lo Tanno 1143, nomina di nuovo la metà della Colonna, 
e le chiese, come Gregorio VII; non cosi Innocenzo III. 
in quella dell'anno 1203, nella quale ricorda soltanto le 
chiese di s. Lorenzo Marmorio, e di s. Maria in Olive- 
to, indizio, che a quella epoca la Terra era stata, o a- 
lienata, o incorporata nel dominio pontificio; e questa se- 
conda opinione mi sembra piìi probabile , poiché nella sto- 
ria di Riccobaldo, inserita dal Muratori ne'iJer. Itul. Scri- 
pt. T. IX. leggesi alla p. 144. che circa questi tempi 
Nepi, e la Colonna furono assediate e prese. Come Cc^ 
strutn, senza notare in mano di chi fosse, ricordasi nel- 
la bolla del 1217 , data da Onorio III , ed inserita nel 
primo tomo del Bollarlo Vaticano. Un documento però 
pubblicato dal Petrini nelle Memorie Prenestine p. 411 , 
ed esistente nell'archivio della Casa Colonna è una pro- 
va positiva, che nel 1252 i Colonnesi ne erano in pos- 
sesso pacifico, e che in quell'anno ai 7 di febbraio, nel- 
la divisione de 'beni di Oddone e Giordano CoIoana, si- 

• fI0Ìo3 . IsliOi)- t.U'i^> ìm." JU-i-^h*-» hi »«A:>'Jt^ >i>yw i»?hbu^ 



164 

gnori di Palestrina, fatta sotto l'arbitrio di Gioraniii Co- 
lonna , frate domenicano , Pietro figlio di Oddone ebbe 
Gallicano, s. Cesario, e Camporazio; ed Oddone figlio di 
Giordano ottenne Palestrina, Capranica, Zagarolo, e la 
Colonna oltre varie altre possidenze. Nel determinare i 
confini del Castrum Columnae s'indicano i territori di Za- 
garolo, s. Cesario, Rocca Priora, Monte de Compatris, 
Monte Porcio, Prati Porae, Passarano, e Castiglione, che 
sembra essersi fin da quella epoca cominciato a popola- 
re. Torna a ricordarsi, come proprietà de'Colonna in un* 
altra carta del 1292 riportata dallo stesso Petrini alla 

pag. 418. ./j:>i» 'J-c'ì^-'l ■ iuiiii;!-.!. '■■?' 5 

Nella guerra! fi'a Bonifacio Vili; ^é ì Colonnesi fit- 
nel 1297 presa dai pontificii, dopo Palestrina, e nell'an- 
no seguente diroccata, siccome può leggersi in Tolomeo 
Lucense presso Muratori nella raccolta de' Rerum Italie. 
Script. Tom. XI. p. 1219, e nel reclamo avanzato dai 
Colonnesi dopo la morte di papa Bonifacio tratto dall' 
archivio di Castel s. Angelo dal Petrini pag. 429. Ma 
come tornò poco dopo a risorgere Palestrina, fu ristau- 
rata ancora questa terra , che vien ricordata nella vita 
di Cola di Rienzi pubblicata dal Muratori Ant. Med. Ae- 
vi Tomo IH. Pi 535, nella quale si afferma, che il tri- 
buno l'anno 1353 vi pose un presidio di fanti e di ar- 
cieri, allorché andò contra i Colonnesi di Palestrina. Nul- 
l'altro sappiamo di questa Terra dopo quella epoca, fino 
air anno 1448, in che venendo i Colonnesi alla divisio-' 
ne de' feudi , questo rimase a Lorenzo Colonna , la cui 
linea si estinse con tutta quella di Zagarolo in Marzio 
Colonna nel secolo XVII. Poscia venne in potere de'Ro- 
spigliosi, insieme con Zagarolo e con Gallicano. 

Di antico non ho potuto rinvenire alla Colonna al- 
tro che qualche frantume fuor di luogo. La strada per 
andarvi devia presso la Osteria così detta della Colon- 



165 

na dalla Labicana, od é 1 miglio lunga, e piuttosto sco« 
scesa- Vi si può andare ancora da Frascati , passando 
da Monte Porzio , sotto Monte Compatri , e questa gi- 
rando intorno alle lacinie de'monti tusculani è più lun-<- 
ga per chi vi va da Roma, contandosi da Frascati alla 
Colonna buone 5 miglia. Questa terra è in uno slato di 
spopolamento contandovisi appena 223 abitanti: dipende 
dal Governo di Frascati, come pure per lo spirituale dal 
vescovo tusculano. 

Due miglia sotto la Colonna é un piccolo lago en-i 
tro un cratere di lava, di poca profondità, e di acque 
quasi palustri , che certamente influisce di natura sua 
alla insalubrità dell'aria ne'dintorni, accresciuta poi dal- 
l'uso di macerarvi la canapa, che dovrebbe assolutamen- 
te interdirsi. È quasi aderente alla Tia labicana a sinii» 
stra, circa 13 miglia e mezzo lontano da Roma; la sua 
circonferenza è appena di un terzo di miglio, calcolan- 
do le irregolarità delle ripe : ed ho molto dubbio che 
le acque siano nutrite da sorgenti perenni. Nulladime- 
no questa pozzanghera per lungo tempo è stata credu- 
ta il famoso lago Ragillo , dove i Romani vinsero per 
sempre i Tarquinii, e consolidarono la forma republica- 
na. Prima che io avessi occasione di perlustrare con tail4 
to scrupolo l'agro romano, era caduto nello stesso erro- 
re, poiché di fatto altri laghi oggi non esistono da que- 
sta parte , dove è certo per la testimonianza di Livio , 
che la battaglia avvenne, se non il lago Gabino, e que- 
sto detto della Colonna; ora siccome sul Gabino non po- 
trebbe formarsi alcuna supposizione ragionevole, non re- 
stava che questo al quale si potesse applicare il nome 
di Lago Regillo; mi stava però sempre fitta in mente u- 
na difficoltà di sommo peso, che Livio, parlando di que- 
sta pugna nel libro IL e. XIX. apertamente dice , ch« 
i due eserciti si accozzarono ad lacum Regillum in mgro 



166 

tusculano: ora tirar fin qui l'agro tusculano' con Labico 
frammezzo era alquanto difficile; nulladimeno non cono- 
scendo la esistenza di altri laghi da questa parie, d'uo- 
po era accordare l'autorità di Livio col fatto, ed anda- 
re mendicando ragioni , o quasi ragioni per spiegare , 
come quel ricettacola di acque potesse stare entro i li- 
miti dell'agro tusculano col labicano cosi imminente. L'an- 
no 1822 stando a villeggiare in Frascati, ed avendo di 
già cominciato a far ricerche per la Carta, volli ripe- 
tutamente perlustrare il tratto fra la strada, che con- 
duce da Frascati a Monte Porzio, e la via labicaiva, e 
con grandissima mia sorpresa e piacere rinvenni il cra- 
tere di un lago che fu disseccato soltanto nel secolo 
XVIL dai Borghese proprietarii del fondo, che perciò 
suol designarsi col nome di Pantano Secco, che eerta- 
mente fu tanto considerabile per estensione quanto il 
lago Gabino, e che è nell'agro tusculano, e di cui l'e- 
missario artificiale può ancora percorrersi da chi non 
abbia ribrezzo de'rettili, e soprattutto delle vipere che 
vi annidano allettate dalla frescura. Ivi pertanto dee ri- 
conoscersi il Regillo, ed i dintorni mostrano bene, come 
quella battaglia avvenne siccome noterò a suo luogo, v. 
REGILLO^ fi ji'iii'i^q '^ eiioi- i-j .ij !•-,/*. jì jU- ì,ì ;/i ..:.;. 

-o'i.-> M^.uiK r""' .U-h,.. . w. ......... ..-. .:'? nf. -.M'^.' o! 

-?)«p ih oa'lAMENTÀNA v. NOMENTVM.- ; 

^ oItìJ ib exfifìv'notrrirKOl ol_iii(| o'o* b Hfoh , • ì;.] a)?. 

-ynp ,<)iTuhifl) LAltfINAS v. FERRATA. ' «l y.i:^ 
■ùq non ó; '■'; ' '"*'"> <>^' 

«il no.i MNVVIVM - CIVITA LAVINIA, ariaì »d<i it 

rtrtfóa li 3TxìJi1qq<i ouv^hk] i*. aipijp ìb oi.-v-. u!) f,/;;i.. 

-;, Teira! della Comarca di Roma, dipendente dal Gd* 

"vetno di Genzano, donde è distante circa 2 miglia e mez- 

ui^ a dèstra- della strada postale di Napoli un mezzo 



167 
miglio, e 20 miglia distante da Roma, la quale appar- 
tiene con titolo di marchesato ai Gesarini , e contiene 
830 abitanti. Gli astronomi Conti e Ricchebach ne han- 
no determinato l' anno 1824 la longitudine a 30°. 21'. 
15". 5. e la latitudine a 41°. 40\ 25'. 0- Essa corona 
r ultimo scaglione , o contrafforte della lacinia sud-est , 
che discende dal ciglio, o cratere del lago nemorense, 
ed occupa una parte dolPantica città latina di Lanuvium 
la quale per analogia di pronunzia in varie lapidi an- 
tiche de'tempi imperiali si trova indicata col nome di 
Lanivium , come ne' Fasti Trionfali capitolini si legge 
LAVINEIS in luogo di LANVVINEIS all' anno 415 di 
Roma. Quindi ne'tempi della decadenza fu detta Civi- 
tas Lanivina e nel medio evo Civitas Lavina, Civitas La- 
binia, e per corruzione Civita Nevina, Civita Innivina, 
come ne'tempi moderni Civita Lavinia, nome, col qua- 
le oggi si conosce, e cagione dell'equivoco preso da mol- 
ti che la confusero colla città di Lavinio , fondata da 
Enea in un luogo ben diverso da questo corrisponden- 
te con la moderna borgata di Pratica. 

La posizione di Lanuvio da Strabonc nel libro V. 
si determina, come di là dall' Aricia, a destra dell' Ap- 
pia; da Appiano poi nel secondo libro delle Guerre Ci' 
viliy come 150 stadi, ossia circa 19 miglia lontano da 
Roma. Di sopra ho notato che attualmente si contano 
20 miglia da Roma a Civita Lavinia per la strada po- 
stale di Napoli; ma d'uopo è ricordarsi, che il XX mi- 
glio attuale, che s' incontra poco dopo Genzano corri- 
sponde al XVIII antico della via appia , per la quale 
8Ì andava a Lanuvio, e che ivi si distacca a destra un 
diverticolo antico, pel quale dopo un miglio si pervie- 
ne alle falde del colle, che domina Civita Lavinia, sul 
quale fu l'antico tempio di Giunone situato nell'acropo- 
li lanuvina ; quindi come , da un canto si riconosce in, 

/ 



168 

esattezza di Appiano' , dall' altro d'uopo è riconoscere' 
anche per questa circostanza la situazione di Lanuvio 
in questo luogo. D' altronde le rovine raoltiplici , ed i 
monumenti esistenti non lasciano luogo ad alcun dubbio. 

La etimologia è ignota , ma è da osservarsi , che 
la iniziale LA è commune a varie altre terre latine 
eome Lavicum o Labicum, Lavinium ec. onde sembra es- 
sere la radice del nome , come la seconda parte V ag- 
giunto; e questo in Lanuvium avendo una grande ana- 
logia con novum, potrebbe guidare a conoscere il signi- 
ficato originale della parola. a f»/«o;i f uui.vìujU 

Lasciando però da banda queste ricerche y pierché 
involte in profonda oscurità , veniamo alle notizie sto- 
riche di questa città. Appiano nel luogo- ricordato di 
sopra apertamente dichiara averla fondala Diomede tra- 
sportato su questi lidi dai flutti, dopo la distruzione di 
Troia : ed il culto di Giunone , che ivi osservavasi , e 
varii usi, erano pe' Romani una dimostrazione positiva 
di questo fatto: or mollo più debbono esserlo a noi che 
tanto pili lontani siamo da que' tempi; nò parmi esiste- 
re ragione di alcun peso per riguardare come favoloso 
l'arrivo di Diomede in queste contrade, quando era un 
fatto riconosciuto da tutta 1' antichità, che egli avesse 
girato attorno alla penisola italica. Ammesso pertanto, che 
Lanuvio fosse fondato da Diomede, secondo le tavole di 
Petit Radei questo fatto può stabilirsi circa l'anno 1230 
avanti la era volgare, o secondo le tavole communi cir- 
ca l'anno 1282. 

Per la prima volta dopo la fondazione della Ter- 
ra ì Lanuvini compariscono nella storia, circa 700 anni 
dopo. In questo lungo intervallo parmi di poter conget- 
turare, che attesa la posizione sua nell'ultimo limite del 
territorio latino e volsco, Lanuvio restasse indipendente, 
« come Ardea formasse un distretto particolare, il qua-. 



169 
le seppe conservare la sua importanza col mantenere da 
questa parte la bilancia frai due popoli limitrofi. I La- 
tini specialmente, considerando, che poteva loro servire 
di punta entro l'agro volsco, da paralizzare la impor- 
tanza di Corioli, e di Velitrae accarezzarono talmente i 
Lanuvinì, che questi finalmente entrarono nella lega lo- 
ro, allorché la potenza romana andava estendendo le sue 
conquiste. E come federati Ialini presero le armi per 
rimettere i Tarquinii sul trono , ed insieme cogli altri 
furono rotti nella battaglia del Lago Regillo. Conchiu- 
sa dopo quell'avvenimento la pace co' Romani, manten- 
nero la loro indipendenza, poiché l'anno 298 di Roma, 
cioè 41 dopo quella pugna, narra Livio lib. IIL e. XXIX. 
che M. Volscio Fictor, condannato come falso testimo- 
nio, scelse per luogo del suo esilio Lanuvio. Era però 
nel tempo stesso in pace co'Romani, e questo stato con- 
tinuava r anno 326 di Roma in guisa , che T. Quinzio 
console, secondo lo storico sovrallodato, lib. IV. e. XXYII, 
vi pose il campo nella guerra contro i Volsci. La vici- 
nanza di questi nemici permanenti di Roma, e le loro 
insinuazioni finirono collo scuotere la fedeltà de' Lanit- 
vini, i quali l'anno 375 finalmente presero le armi in- 
sieme co' Volsci contro i Romani. Livio lib. VI. e. XXI, 
che parla di questa mossa dichiara, che anche i Lanu- 
vini, quae fidelissima urbs fuerat, subitamente insorsero, 
sttbito exorti. L'esito infelice che ebbe pe' Volsci, quella 
guerra avrà portato i Lanuvini a venire ad un accom- 
modamento co'Romani, nel quale si rimasero fino all'an- 
no 417, in che come parte della lega latina si uniro- 
no co' loro confederati , onde scuotere se era possibile 
la supremazia, che i Romani esercitavano sopra i La- 
tini. E in quella guerra furono gli ultimi a deporre 
le armi insieme cogli Ariani, co'Velitemi, e cogli An- 
zitii, cioè l'anno 419, dopo aver sofferto una rotta de- 



170 

cisira sul fiume Astura, siccome narra Livio nel libro VII. 
Nella pace, che seguì quella guerra, i Romani, secondo 
lo storico sovrallodato lib. Vili. e. XVI. trattarono men 
duramente i Lanuvini , accordarono loro la cittadinanza 
romana, resero loro le feste nazionali ed i riti sacri, a 
condizione, che il tempio, ed il luco di Giunone Sospita 
fosse commune ai due popoli : Lanuvinis civitas data, 
sacraque sua redatta cum eo ut aedes , lucusque Sospitae 
Junonis communis Lanuvinis municipibus cum populo ro- 
mano esset. Così Lanuvio pacificamente colle proprie sue 
leggi municipali si resse, e solo dipendente fu da Roma 
nel partecipare ai pesi pubblici, come partecipe era de- 
gli onori della metropoli. L* anno 543 , nella mossa di 
Annibale contro Roma , Fulvio Fiacco mandò messi a 
Lanuvio, come agli altri municipii che erano lungo la 
via appia, perchè pronte avessero le vettovaglie nelle città^ 
e quelle, che trovavansi ne* campi, fuori di strada, le por- 
tassero sulla via, onde provvedere al suo passaggio: che 
raccogliessero i presidii nelle città, e ciascuna prendesse 
a se le redini del governo. Appiano nel libro primo delle 
Guerre Civili ci ha conservato la memoria, che Mario, sa- 
pendo, esser Lanuvio una delle città, che servivano di gra- 
naio per l'approvvigionamento di Roma, se ne impadronì 
per sorpresa, come fece pure dell'Aricia, di Anzio, e di 
altre città. Questa occupazione la fé soggiacere a gravi 
disastri, onde caduta in debolezza grande fu da Cesare 
colonizzata siccome afferma l'autore del trattato de Colo- 
niis attribuito a Frontino, dal quale apparisce che era 
cinta di mura. Poco prima di questa deduzione di colo- 
nia, Cicerone la qualifica nel fine della orazione a favor 
di Murena come municipio onestissimo: e come munici- 
pio si raggeva allora ancora colle proprie sue leggi e creava 
il suo magistrato supremo annuale col nome di dittatore, 
officio diche era rivestito Milone, come apprendiamo dalla 



171 

orazione delta dallo stesso oratore a favore di quel per- 
sonaggio. Nel tempio lanuvino conservavansi tesori , i 
quali secondo Appiano nel lib. V. delle Guerre Civili fu- 
rono da Ottaviano tolti , onde servirsene nella guerra 
contro Lucio Antonio. E nella divisione che fece delle 
terre , per testimonianza di Fortino sovraindicato , una 
parte dell'agro lanuvino fu da lui assegnata ai veterani , 
ed un'altra alle vergini vestali, divisione, che poscia fu 
abrogata da Adriano, il quale restituì ai coloni le terre. 
Svcfonio nella vita di Augusto e. LXXII. dice che quel- 
l'imperadore frequentava particolarmente per suo diporto 
fralle città prossime a Roma, Lanuvio, Preneste, Tibur ce. 
È stato di già notato da altri , che sebbene in origine 
ben diverso fosse lo stato di municipio da quello di co- 
lonia, sebbene durante la repubblica per le \icis$iludini 
de' tempi dallo stato di municìpio si passasse a quello di 
colonia, dopo lo stabilimento dell'impero questi due no- 
mi si trovano sovente scambiati negli scrittori, quasi fos- 
sero fra loro indifferenti, e sinonimi: e questo avvenne 
appunto ai Lanuvini, che mentre da quanto si espose era 
almeno fin da' tempi di Giulio Cesare divenuta colonia, 
sotto Tiberio da Tacito Annoi, lib. III. e. XLVIII. si 
dice municipio, e da Frontino, o chiunque pur sia l'au- 
tore del libro de Coloniis^ si dice sotto Adriano, di nuovo 
colonia. 

''*'' Lanuvio per la sua situazione e pel tempio di Giu- 
none si era sempre sostenuta; crebbe però in splendore 
dopo che Antonino Pio, che vi avea avuto i natali l'an- 
no 86 della era volgare, secondo Capitolino e. I. adot- 
tato da Adriano pervenne all' impero. Quell' ottimo au- 
gusto, il suo figlio adottivo Marco Aurelio, e l'indegno 
successore di questo, Commodo, nato anche egli presso 
questa città, secondo Lampridio e. I, ne amarono parti- 
colarmente il soggiorno, e vi ebbero una villa magnifica, 



172 

la quale nel secolo passalo die alla luce yarii monumenlì 
insigni, come il busto di Elio Cesare , quello di Annio 
Vero, quello di Commodo giovanetto, la statua conosciuta 
col nome: di Zenone, il gruppo di Amore e Psiche, ee. 
che si ammirano nel Museo Capitolino. E Commodo per 
tostimonianza di Lampridio nominato di sopra ebbe il 
nome di Ercole Romano, quod feras Lanuvii in amphi- 
thecUro occidisset : erat enim haec illi consuetudo, ut domi 
bestias inter/iceret. Egli forse vi coslrusse l'anfiteatro, ed 
il teatro , giacché vedremo più sotto che le rovine di 
esso scoperte 1' anno 1832 alla epoca di Commodo ap- 
partengono. Due iscrizioni riporta il Volpi nel tomo V. 
dal suo Latium p. 23. 25. dalle quali apparisce, che ai 
tempi di Alessandro Severo fu due volte curatore della 
repubblica de' Lanuvini Caio Cesonio Macro Rufiniano 
e che Ottacilla moglie di Filippo fece qualche beneficio 
a questa città: ed è da osservarsi in queste la ortogra- 
fia Lanivium aver di già preso piede. La caduta del pa- 
ganesimo portò un colpo fiero a Lanuvio, poiché, chiuso 
il tempio di Giunone , che era uno de' santuari princi- 
pali del Lazio, dìsper -il i sacerdoti, cessate le feste, cessò 
ancora il concorso, e por conseguenza la sorgente prin- 
cipale delle ricchezze. A questa prima causa immanti- 
nente tenne dietro l'altra delle scorrerie de' barbari, che 
devastarono le terre, che si trovavano a destra e sinistra 
della via appia; e quindi quelle de' Greci, e de' Goti nel 
secolo VI; de' Saraceni ne' secoli IX. e X; e de' tiranni 
che scesero da tutte lo {«irti ne' secoli susseguenti, che 
facendosi vicendevolmente fra loro la guerra devastavano 
le possessioni usurpate. Lanuvio sembra , che in qual- 
cuna di queste scorrerie rimanesse deserta affatto, almeno 
fino al secolo XIII, poiché non solo non se ne incontra 
mai la memoria negU scrittori del tempo , e ne' docu- 
menti, ma neppure ho trovato sul luogo alcun avanzo , 



173 

che possa assegnarsi all' intervallo che passò fra il se- 
colo V. ed il secolo XIII. e questa circostanza partico- 
larmente mi fa supporre che di poco posteriore al prin- 
cipio di quel secolo di devastazione, io voglio dire del V. 
fosse l'abbandono di questa città. 

Nel fabbricato della Terra, messo da canto l'anti- 
450, ed il moderno io ravviso due sole epoche, la opera 
saracinesca del secolo XIII , che è la più commune , e 
quella informe del secolo XV. Quindi io credo che nel 
secolo XIII. tornasse a risorgere, e che gli abitanti si 
annidassero sulle rovine delle auliche fabbriche, che co- 
ronavano il colle meridionale della città antica. Il Ratti 
nella Storia di Genzano p. 47. 48. ec. mostra, che nel 
secolo XIII. era del monastero di s. Lorenzo fuor delle 
mura, e siccome Onorio III Savelli molto fece per quel 
mionastero , e ristaurò ed abbellì la basilica tale quale 
oggi si vede , quindi io credo , che a lui si debba il 
ripopolamento di Lanuvio, come pure il nome attuale, 
e questa opinione viene avvalorata dalle pretensioni, che 
ebbero su questa terra i Savelli nel secolo XIV. i quali 
sotto la condotta di Cristoforo la occuparono l'anno 1378. 
Veggasi il Casimiro p. 193. Un atto riportato dal Ne- 
rini nella storia di s. Alessio p. 526 appartenente all'an- 
no 1358 è la memoria positiva più antica, che io abbia 
trovato di questa terra sotto il nome odierno, poiché 
in esso si ricorda un Cencio Palgiciae de Civitate Lahi- 
niae : e nel 1360 in un altro documento riferito dallo 
stesso Nerini si ricorda il tenimentum Civitatis Labinie 
come uno de'confini del Castrum Verpose, oggi Buonri- 
poso. Sul finire di quel secola Bonifacio IX conservan- 
do sempre il diritto del monastero di s. Lorenzo fuor 
delle mura, la die a Cecco Durabile in vicariato ad be- 
neplacitum. Giovanni XXIII con bolla data l'anno 1410 
a favore di Giovanni e ^"iccolò Colonna., investì questi: 



174 

due nobili romani del possesso del Castrum Civitatis La- 
vinte, ricordando sempre il dominio diretto di s. Loren- 
zo fuor delle mura. Veggasi il Ratti Storia di Gemano 
p. 124: e questa è la prima volta, che i Colonna com- 
pariscono nel dominio di questa Terra, la quale secon- 
do la bolla sovraindicata allora apparteneva a titolo di 
commenda ai card. Giordano Orsini, ed Oddone Colon- 
na, che poi fu papa Martino V. I Colonna la ritennero 
pacilicamente fino all' anno 1436 , quando per testimo- 
nianza dell' Infessura nel Diario riportato dal Muratori 
Rer. Italie. Script. T. HI. P. LI. p. 1127 fu presa dal Vi- 
telleschi. Sul finire di quel secolo ebbe questa Terra mol- 
to a soffrire nella guerra di Sisto IV. descritta dal Nan- 
tiporto, e da un Anonimo, scrittori contemporanei inse- 
riti dal Muratori nella raccolta sovraindicata T. III. P. IL 
p. 1075 , 1094 , 1100 , ec. Da questi scrittori ricavasi, 
che nel 1482 fu assediata, e presa dal duca di Calabria 
al primo di agosto, e che tre giorni dopo fu presa an- 
che la rocca. Partito il duca di Calabria fu occupata dal 
papa e data agli Orsini l'anno 148;ì. I Colonnesi si pre- 
sentarono poco dopo sotto la terra, l'assalirono e la pre- 
sero con grave strage de' loro avversarii. Essi la riten- 
nero fino ai 19 febbraio dell'anno seguente 1486, allor- 
ché con gran strage, dopo molta fatica venne espugnata 
dalle genti del papa, alle quali si rese a discrezione. Da 
quella epoca in poi communi furono le vicende di Ci- 
vita Lavinia , Genzano , ed Ardea. Rimasta la Terra ai 
Colonna, fu questa venduta da Marcantonio a Giuliano 
Cesarini l' anno 1564 , e nel 1586 eretta in marchesa- 
to; ed i Gesarini, come notossi in principio, ancora la 
ritengono. ^-wc... .■•, 

Da Genzano, poco dopò aver passato il segno mi- 
liario XXI , che appartenendo alla vecchia strada di 
Pio VI. corrisponde al XIX e mezzo della strada attua- 



175 

lo, un ditcrticolo a destra conduce a Civita Lavinia, os- 
sia l'antico Lanuvium. Questo diverticolo eccede di po- 
co un mezzo miglio; la via sebbene sia tortuosa è però 
certamente sulle traccie di una strada antica, che anda- 
va da Lanuvio a sboccare nell'Appia presso la stazione 
di Sub Lanuvio, oggi s. Gennaro: dopo circa 200 passi 
vedesi a destra un masso di muro costrutto di scaglie 
di selce, fatto per reggere le terre sovrapposte, ed ivi 
la strada comincia leggermente a salire: diviene poco do- 
po la salita alquanto più sensibile , e dopo una breve 
spianata comincia a discendere presso ad una chiesuola, 
accanto alla quale è il casino già de'Bonelli, ed ora dei 
Dionigi. Dinanzi a questo è un cortile ornato di fram- 
menti di sculture antiche, e di lavori moderni: frai fram- 
menti antichi sono degni di osservazione un pezzo di 
statua ben panneggiata a destra della porta d'ingresso: 
ed i bassorilievi a sinistra , rappresentanti Genii sopra 
delfini, altri che si battono, Bacco sdrajato, ec. Lo stato 
del casino mostra in generale un certo abbandono ; di 
fronte una lapide ricorda, come l'anno 1723 Carlo Bo- 
nelli co' suoi nipoti vi riceverono Jacopo III e Maria Cle- 
mentina sua moglie. Nel portico del casino è una sta- 
tua togata, posta sopra un piedestallo non suo, che ha 
la epigrafe seguente la quale rammenta il nome di Caioj 
Domazio Rufo pretore: ^liio.rli .^'i 

-i^i.» li oqod • ,9J'4Kq iVì?5rrp ni sh'him uì sluiolv , f*oon 
it^ai9^''>h iii'm nGkk DOMATIVS . C .FvRÌ/ ui ogaoi ,orf 

Questo casino è tutto fondato sopra sostruzioni antiche 
di muri costrutti di scaglie di selce. Sotto di esso dal 
cauto rivolto ad oriente uell'oliveto furono fatti scavi 
l'anno 1826 e si rinvennero armi di ferro di ogni genere, 
-«»¥» il^ i?.nog>i37 ««¥tiq iii>;>iq in <>ì>41K'i>»?» ,i}bfi*t ùhh 



176 

laiicie, spade, veruti, molti uteasiK e la lapide seguen- 
te di marmo lesbio : 

-«h«f^ ,1 A .CASTRICIVS.MYRIO 
TALENTI . F . TR . MIL.PRAEF.EQ 

i , ET . CLASSIS . MAG . COLLEG 

',i!>^fiM i LVPERCOR . ET . CAPITOLINOR 
In i)y , ET . MERCVRIAL . ET . F A.. A.... />,l'j. iì, 
oh o-io ; NOBa. AVENTIN . XXVI . VIR a,fir»? b! 
■ ^r'nù r.n« uph MONI . PER . PLVRES . ' 

.dow^-oid:). i;u!; Ur. . . . SORTITIONIBVS . 
hh ino 1u> ^illftijoa -*!- DIS . REDEMPTIS . 

Qttesla lapide é particolarmente importante per i molti 
oflScii che ebbe quest'Auto Castricio, il cui padre Ta- 
lento gli die il cognome di MYRIO: ora è noto che se 
un Talentum valeva 1000, Myria equivaleva a 10,000; 
quindi sembra che questa famiglia si compiacesse de'co- 
gnomi derivanti dalle ricchezze. E questi fu tribuno mi- 
litare, generale di cavalleria, ammiraglio , in Roma mae- 
stro, cioè capo del collegio de'Lupcrci, de'CapitoIini, de* 
Mercuriali palatini ed aventinensi, e XXVI viro: la ul- 
tima linea sembra doversi supplire PRAEDIS REDEM- 
PTIS, e dimostra, perchè ottenesse questo monumento. 
Essa probabilmente era nel vicino tempio e luco di Giu- 
none , donde fu rotolata in questa parte. Dopo il casi- 
no, lungo la via, sulla stessa mano è una casa de'tempi 
bassi, che presenta un portichetto in parte murato, pel 
quale servironsi di rocchi di colonne antiche scanalate 
di ordine dorico, di pietra locale vulcanica, simile a quel- ' 
la, che chiamano sperone, i quali appartennero ad un por- » 
tico, che or ora verrà indicato. ^ 

Dirimpetto al casino Dionigi, sulla sponda opposta > 
della strada, entrando in predii privati veggonsi gli avan- 



177 

li delle sostruzionì, che a scaglioni reggevano il ripia- 
no sulla cima del quale sorgeva il tempio di Giunone 
Lanuvina. Il primo, ed il secondo muro , che fiancheg- 
giano il colle, sono di opera incerta, ed il primo va a 
legarsi verso mezzodì con un fabbricato antico dello stes- 
so lavoro, ridotto a montano e pertinente ai Dionigi. Que- 
sto edificio è addossato alla falda, e nell'interno, quan- 
tunque sia orribilmente deformato, rimjmgono traccie di 
uno stucco solidissimo dipinto a compartimenti a fondo 
rosso; forse questa fabbrica è parte delle abitazioni de* 
sacerdoti , ovvero servi di sacrario , o di archivio. Nel 
punto in che la sostruzione si lega con questo edificio 
sono gl'indizii di una porta, la quale introduceva nel ri- 
piano fra le due sostruzioni. Dinanzi questa fabbrica poi, 
verso mezzodì, veggonsi le traccie di un condotto e di 
una conserva de'tempi della decadenza, e presso questi 
un muro di opera incerta. Seguendo l'andamento di que- 
sta prima sostruzione 1' anno 1826 fu scoperto un nic- 
chione , o sedile rettilineo colla iscrizione seguente in- 
cisa sui peperino: GVRIA CLODIA FIRMA in caratteri 
di forma non bellissima. Sembra, che in questa parte in 
luogo di una sostruzione si aprisse un colonnato di or- 
dine dorico, al quale appartengono i rocchi indicati di 
sopra: due delle basi esistono sul luogo, ed hanno cir- 
ca 4 piedi antichi di diametro maggiore. Sopra la nic- 
chia, o sedile testé indicato, il secondo muro di sostru- 
zione forma un angolo ottuso. Il terzo scaglione che è 
il più erto di tutti, e che regge il ripiano proprio del 
tempio , ha verso mezzodi un pezzo di muro di opera 
incerta, verso oriente poi la falda è retta da nicchioni 
di opera reticolata, e contrafforti; e sopra questo ripia- 
no una leggera elevazione determina il sito del tempio, 
che come tutti gli altri templi principali del Lazio anti- 
co avea la fronte rivolta verso sud-ovest. Dinanzi ad cs- 

12 



178 

so è una conserva a tre aule , rette da cinque pilastri 
ciascuna^ la quale servì per le abluzioni e per gli altri 
usi sacri. E circa a questo tempio, la fondazione si ascri- 
ve a Diomede fondatore di Lanuvio: gli avanzi però, che 
oggi se ne veggono, e che principalmente riduconsi a so- 
struzioni, in parte sono dal settimo secolo di Roma, in 
parte del primo secolo della era volgare: alla prima epo- 
ca appartengonoi muri di opera incerta, alla seconda 
quelli di opera reticolata. Livio nel passo notato di so- 
pra ricorda il tempio, ed il luco di Giunone Sospita, ed 
Eliano Storia degli Ammali lib. X. e. XVI. così ne ra- 
giona: In Lanuvio pertanto si venera un bosco sacro gran- 
de e folto, ài quale è vicino il tempio di Giunone Argo- 
lide: nel bosco è una caverna grande, profonda, tana di 
un dragone: le vergini sacre in giorni stabiliti entrano nel 
luco, portando nelle mani una focaccia, e cogli occhi ben- 
dati da striscie di cuoio. Uno spirito divino le guida di- 
rettamente alla tana del dragone : esse a passo lento si 
avanzano e tranquillamente, e senza inciampo, come se te- 
nessero gli occhi aperti. Che se sono vergini il dragone 
accoglie i nudrimenti casti, convenevoli ad un animale ami- 
co della dea; se poi noi sono, avendo egli conosciuto pri- 
ma la loro contaminazione, resta senza mangiare, e le for- 
miche trasportano fuori del luco ridotta in briccioli, così 
minuti quanto si possono da loro portare, la focaccia di 
quella che ha perduto la verginità, purgando il suolo. Si 
osserva dai naturalisti del paese questo fatto, e le vergini 
entrate vengono sottoposte ad esame, e quella che ha mac- 
chiato la sua verginità è punita secondo le leggi. Questo 
rito è descritto ancora da Properzio lib. IV. el. Vili. 
Continuò ad osservarsi fino ai tempi di Teodosio, e s. 
Prospero nel libro de Promiss, et Praed. Dei P. III. prom. 
XXXVIII. così ne narra la fine: Presso la città di Ro- 
ma fu una spelonca, nella quale un dragone di grandez- 



179 

xa meravigliosa, formato meccanicamente, portando in boc- 
ca una spada, cogli occhi scintillanti per le gemme, spa- 
ventevole, e terribile appariva. A questo vergini ornate di 
fiori, consagrate, ogni anno, in tal maniera si davano in 
sagri fido, che non consapevoli della cosa, portando doni, 
toccando un gradino della scala da cui con tutta quelV 
arte del diavolo pendeva il meccanismo, il colpo della spa- 
da si scaricava, onde si spargesse il sangue innocente. E 
questo fu in tal modo distrutto da un monaco ben cono- 
sciuto pel suo merito da Stilicone: tastando col bastone in 
mano ci4iscun gradino, come toccando quello si accorse del- 
la frode diabolica, lo saltò, e scendendo tagliò in pezzi il 
dragone, mostrando non essere ivi numi , che si fan colle 
mani. E questo passo io credo, che vada inteso in njio^ 
do, che non tutte quelle vergini, che scendevano, rima;; 
ncssero vittima di quell' orribile macchina , ma soltanto 
quelle che si trovavano colpevoli , e questo ^ ciò chq 
£liano appella esser punite secondo le leggio e perciò 
Properzio disse: . r t v.m» i ujuuì uu un 

Si fuerint castae redeunt in colla parenfuni^iUniiS. 
Clamantque agricolae fertilis annus erit..\ jvAì 
Indizio, che tal cercmonia compievasi nella primavera^ 
>€ che scopo di essa era l'ottenere fertile l'anno. La im- 
magine della dea viene descritta da Cicerone nel primo 
libro de Natura Deorum e. XXIX , cuìn pelle caprina , 
•cum basta, cum scutulo, cum calceolis repandis: e si vede 
così rappresentata nelle medaglie, specialmente della gen- 
te Procilia , che traeva la origine da Lanuvio , e nella 
bella statua della sala rotonda del Museo Vaticano. An- 
nesso al tempio era un cenacolo: vedasi Varrone de Lin- 
gua Latina lib. IV. E Plinio lib. XXXV. e. VI. ricor- 
da fralle pitture, antiche più di Roma, un'Atalanta ed 
una Elena, che vedevansi a Lanuvio, rappresentate nu- 
de , di bellissima forma , che non aveano sofferto nella 



180 

ruina del tempio, e che Caligola avrebbe voluto torre, 
se l'intonaco lo avesse permesso. Il dire Plinio, che que-^ 
ste non aveano sofferto nella rovina del tempio può gui-^ 
darci a conoscere, perchè si trovino tanti avanzi di rau^ 
ri del secolo VII. di Roma fralle attuali rovine, vale a 
dire, che questi furono fatti precisamente dopo la rovi- 
na, della quale parla Plinio, vale a dire circa la epoca 
villana, quando il tempio venne riedificato. Cicerone pure 
ci ha conservato la memoria, che i consoli andavano a 
sagrificare in questo tempio, come pure andavano a quel- 
lo di Ercole a Tivoli, della Fortuna a Preneste, di Dia- 
na Nemorense ec. Veggasi la orazione Pro Murena sul 
fine. Circa al luco poi, questo si estese sulla pendice oc- 
cidentale , dove forse qualche ricerca potrebbe portare 
alla scoperta del famoso antro del dragone. 

Ritornando sulla via , dopo il casino Dionigi , e la 
casa con portichetto de' tempi bassi, scendendo sempre 
si giunge dinanzi la Terra, ed a destra attira l'attenzio- 
ne un lungo e bizzarro fontanile , che si attribuisce al 
Bernini. Qui debbo notare che io credo, che la città an- 
tica comprendesse non solo il colle di Giunone, che ne 
era l' acropoli , ma ancora tutta la falda orientale del 
monte fino dal principio della discesa della strada roma-r 
na , ed ancora una gran parte delle vigne ed oliveti a 
sinistra; altrimenti, ristretto entro i limiti della Terra o^- 
dierna, Lanuvio non poteva anticamente presentare quel- 
la importanza e quella potenza di far fronte ai Romani 
ad una epoca così avanzata. 

La Terra attuale è cinta di mura rifatte dai Colon- 
na nel secolo XV, ed in più luoghi si mostra ancora il 
loro stemma. La sua pianta è quasi un quadrato dife- 
so negli angoli da quattro torri circolari , delle quali 
quella che difende 1' angolo orientale è più grande ed 
ha una torricella sovrapposta: essa dall'anonimo, che de- 



181 

scrisse là guerra di Sisto IV. citato di sopra vien desi- 
gnata col nome di Rocca, allorché narra la occupazione 
fatta di Civita Lavinia dal duca di Calabria l'anno 1482. 
Entrando per la porta romana è a destra il piedistallo 
colla iscrizione seguente , la quale è così malmenata 
che d'uopo è riportarsi alla copia pubblicata dal Volpi: 

C. MEVIO . C . F . DONATO 
LANVINO . CONSVLI 
PROCONSVLI .SICILI 

. PROVINCIAE . P . R 

. HONORI SI . . . 

. PROVINCIAE 

. SVIL ATI VM 

. . . . V M R R O 

. AELI . C . AVG. 

A sinistra è un sarcofago ornato di maschere e bo- 
€ranj , anche esso riportato dal Volpi , e che serve di 
fontana: esso presenta il lavoro del secolo III. Poco do- 
po incontrasi a sinistra un vicolo, e quindi, quasi dirim- 
petto a questo entro una osteria è un pezzo di muro 
di massi quadrilateri , il quale ha una direzione paral- 
lela alle mura odierne. A sinistra si apre tosto la piaz- 
za , dalla quale si gode verso oriente una veduta ma- 
gnifica delle colline velitérne e della catena de' monti 
lepini da Rocca Massima e Cora , fino a Terracina : la 
vasta pianura veliterna e pontina si spalanca tutta in- 
tiera sotto gli occhi fino al mare, presso cui vedesi tor- 
reggiare il promontorio Circeo , e più lungi il gruppo 
delle isole Ponzie sembra nuotare in mezzo alle onde. 
Su questa piazza, nel lato, che è dirimpetto alla chiesa 
colleggiata, havvi il piedestallo colla iscrizione seguente, 



182 

la quale è riportata, ma con inesattezza dal Volpi: essa 

fu da me trascritta con diligenza, e dice:- 

T . AVRELIO 
AVG . LIB 
APHRODISIO 
PROC . AVG 
. A RATIONIBVS 
S.P.Q.L 

DEDIG Q VArInIO Q F 
MAEG . LAEVIANO AED 

È questa ad onore di un liberto di Antonino Pio, 
il quale fu gran ragioniere di quell' imperadore , e fu 
eretta dal senato e popolo lanuvino, e dedicata, essen- 
do edile Quinto Varinio Mecio Leviano, figlio di Quin- 
to. Accanto a questa è un'altra fontana, a cui serve di 
yasca un gran sarcofago del terzo secolo della era vol- 
gare, in mezzo al quale è rappresentata la porta semia- 
perta dell'Orco con quattro figure ne'due lati, due cioè 
muliebri, e due virili, poste sotto edicole rette da co- 
lonne scanalate a spira: e queste quattro figure alludo- 
no probabilmente a quattro persone sepolte in questa 
urna, delle quali questa è certo capace. La chiesa attua- 
le non presenta oggetto degno di particolare rilievo: es- 
sa fu edificata 1' anno 1675 da Filippo Ccsarini ultima 
stipite di questa casa, la quale si estinse in Livia di lui 
nipote. Uscendo dalla piazza e proseguendo la via versa 
la porta della campagna, addossato al fianco della chie- 
sa è 1' altro piedistallo di statua onoraria , spezzato in 
due, la cui iscrizione è riportata più intiera dal Grute- 
ro p. CCCXXX. n. 3 e dal Volpi, ma meno esattamen- 
te di quello che qui si fa; essa dice così, notando in 
lettere minuscole le parti mancanti. 



183 
M . AVREL . AVG . LIB 
AGILIO SEPTENTRIO 
NI PANTOMINO.SVI 
TEMPORIS PRIMO . SACERDO 
TI . SYNHODI . APOLLINIS PA 
RASITO . ALVMNO faustinae 
aug. PROducto. AB . IMP . M 
AYREL . COMMODO ANTONI 
NO . PIO . FELICE AVGVSTO 
ORNAMENTIS . DECVRIONAT 
DECRETO . ORDINIS . EXORNATO 
ET . ALLECTO . INTER . IVVENES 
S . P . Q . LANIVINVS 

Di fianco nell'esemplare del Grutero si pone 

' ... IDVS COMMODAS 

. . . ELIANO GOS 

■ ^'i* : - ■■ .( f 

È noto che Conimodo volle che col suo nome si chia- 
masse il mese di Agosto secondo Lampridio nella sua 
vita , e questo monumento n'è una prova : come pure 
che Eliano fu console durante il suo regno l'anno 184, 
e 187 della era volgare, onde ad uno di questi due anni 
ed io credo piuttosto al secondo, questo piedistallo ap- 
partiene. In questa iscrizione apparisce, che Marco Au- 
relio Agilio Settentrione fu liberto di Commodo ', che 
primieramente gli si fa l'elogio, come primo pantomimo 
del tempo suo , e siccome il monumento gli fu eretto 
in Lanuvio è prova , che in questa città mostrò la sua 
bravura : in secondo luogo che fu sacerdote del sinodo 
di Apollo : e finalmente che il nome di Commodo fu raso 
e restituito con lettere di forma ineguale ne' tempi di 
Settimio Severo, che rialzò le memorie di quel pessioio 



\ 



184 

imperadore , del quale cliiamavasi fratello. Il Ficoroni 
nella opera sulle Maschere Sceniche e. XXI: riporta un'al- 
tro piedestallo eretto ad onore di questo stesso M. Au- 
relio Agilio Settentrione in Preneste coi titoli di PAN- 
TOMIMO SVI TEMPORIS PRIMO, HIERQNICAE SOLO 
IN VRBE CORONATO DIAPANTON LIB. IMP. DD. 
NN. SEVERI ET ANTONINI AVGG. PARASITO APOL- 
LINIS. ARCHIERI SYNOD, IIII. VIR: ec. E da questa^ 
monumento apparisce, che era di patria prenestino. 

Nel resto l'interno di questa Terra pFCsenta da ogni 
parte lo squallore, la rovina, la sporcizia, e l'aspetto di 
un castello de' tempi bassi , con viottoli , piuttosto che 
strade, tortuosi, ed irregolari, ingombri di polli e di altri 
animali domestici. 

Uscendo per la porta occidentale si ravvisa a sini- 
stra un piccolo tratto delle mura antiche costrutte di 
massi parallelepipedi di pietra vulcanica come quelle di 
Ardea, e costeggiando per poco le mura si giunge alla 
torre angolare di costruzione del secolo XV. alla quale 
è attaccato un anello moderno di ferro, che dai terraz- 
zani si mostra ai creduli come quello, al quale Enea 
sbarcando attaccò la nave , come se Lanuvio e Lavinio 
fossero una stessa cosa, il mare a quella epoca giungesse 
fin su questa altura, e l'anello si potesse essere conser- 
vato sino a noi, supponendo antichi esso e la torre, che 
d'altronde sono moderni. A questa torre comincia il lato 
meridionale del recinto, il quale , è certamente fondato 
sull'antico, siccome si dimostra da un bel tratto di muro 
di parallelepipedi di tufa come quello testé accennato. 
Ivi è inserito un mascherone con vasca sotto , che un 
tempo servì di fontana. Ritornando per un momento alla 
porta occidentale, e seguendo l'andamento delle mura, 
poco prima della torre angolare settentrionale veggonsi, 
a traverso la costruzione del secolo XV. che li fascia , 



185 
gli a'vanzi di uq bel basamento di qualche tempio , di 
stile del tempo più antico, con una gola sodissima. Ivi, 
dappresso a quell'angolo medesimo, Tanno 1832 furono 
scoperti due cunei del teatro lanuvino con una gran 
quantità di frammenti di architettura appartenenti alla 
scena, e che mostravano per lo stile la era commodiana, 
monumento, che se si sgombrasse, sarebbe importantis- 
simo , e produrrebbe certamente molti ritrovamenti di 
statue, e di altre sculture. Da ciò , che si scoprì si ri- 
conobbe che la cavea era addossata in parte al tufa stesso 
del monte, in parte ad un ordine di archi; e che era 
rivolta ad occidente , in guisa che gli spettatori gode- 
vano la veduta della spiaggia latina. Dai frammenti della 
costruzione parmi poter dedurre, che Commodo, che era 
nato a Lanuvio , e che frequentava la sua villa avita , 
amante come era degli spettacoli lo ergesse, ed in esso 
il pantomimo celebre , M. Aurelio Agilio Settentrione , 
del quale si é riferita di sopra la iscrizione onoraria avrà 
mostrato il suo talento. 

Lasciando il teatro di Civita Lavinia e tornando sul 
ripiano presso il lato meridionale del recinto, vedesi da 
questo stesso distaccarsi un muro di massi quadrilateri 
di peperino, disposti a strati alternati , come quelli del 
Tabularlo capitolino di Roma: parallello a questo invito 
di muro è un altro pezzo della stessa costruzione che si 
trova nello scendere per la via antica a ponte Loreto, quasi 
dirimpetto alla torre angolare di Civita Lavinia. Di maniera 
che parmi potere asserire, che l'juno e l'altro apparten- 
gano ad una fabbrica cospicua eretta circa i tempi di 
Siila, la quale comprendeva tutto il ripiano che è dinanzi 
al lato meridionale della Terra odierna. 

E dirimpetto alla torre angolare meridionale comin- 
cia una via antica, che per ponte Loreto in linea retta 
si dirige verso il mare a Nettuno traversando il tenimento 



186 

vastissimo di Campo Morto. E questa via teneva Cice- 
rone neli' andare e tornare da Astura , siccome mostra 
egli stesso nelle lettere ad Attico , lib. XII. Ego hinc , 
ut scripsi antea, postridie idus Lanusium, deinde postridie 
tu Tuscuìano : ed altrove : Asturam veniam Vili. Kal. lur- 
ìias, vitandi enim caloris caussa Lanuvii tres horas acquie- 
veram. Questa strada è fiancheggiata a destra da ima 
sostruzione , la quale in alcuni luoghi conserva ancora 
massi di pietra albana ossia peperino , che hanno alle 
volte fino ad 8 piedi di lunghezza, e 3 e mezzo di al- 
tezza : e sopra questi massi rimangono avanzi di un muro 
di opera reticolata. Il pavimento antico è ben conser- 
vato, e dove la sostruzione sovraindicata finisce , slar- 
gasi per ricevere un'altra strada, che pure discende da 
Civita Lavinia, e forse antica ancor essa. La via antica 
scendendo il monte va leggermente torcendo, e di tratta 
in tratto mostra i poligoni dell'antico pavimento al loro 
posto. Un mezzo miglio dopo Civita Lavinia si trova la 
chiesa rurale della madonna delle Grazie, la quale non 
presenta oggetto, che meriti di essere ricordato; è però 
da notarsi che fin là il pavimento antico è più conser- 
vato. Dopo si trova a destra una strada che si dirige 
verso la mola di Fontana di Papa e verso Genzauo : e 
circa 1 miglio distante da Civita si ha un'altro pezzo di 
strada antica. Quindi un viottolo viene ad intersecare la 
strada : a sinistra scende al fontanile di Stragonella , a 
destra raggiunge la strada di Campo Morto, e di Conca. 
Un miglio e mezzo dopo Civita terminano le vigne : a 
sinistra è la contrada di Fontana Torta. Entrando nei 
campi a destra 2 miglia circa dopo Civita sono gli avanzi 
di una .villa romana della era augustana , costrutta di 
opera reticolata, non regolare, che presenta la pianta di 
un quadrilungo^ di circa 2000 piedi di circonferenza. Ivi 
si vede un muro di sostruzione con contrafforti nel lato 



187 
settentrionale, e presso questo un pozzo circolare, e più 
oltre sul ciglio verso 1' angolo boreale un nicchione , o 
essedra : nel ripiano poi sono due muri paralleli nella 
direzione da nord a sud , quadrilunghi presso il lato 
orientale. Ritornando sulla via un mezzo miglio dopo si 
giunge a Ponte Loreto, nome che derivò da un Laure- 
tuniy o bosco di lauri , che ivi un tempo esistè : presso 
questo ponte a sinistra è un rudere, forse di sepolcro. 
Ponte Loreto è 2 miglia e mezzo distante da Civita La- 
vinia : ha circa 40 piedi di grossezza : è alto 17 : è co- 
strutto di massi enormi di peperino alcuni de' quali hanno 
fino ad 8 piedi di lunghezza e 2 di altezza ; ed ha 15 
piedi di larghezza; perenne ma povero di acque 6 il rivo 
che vi scorre sotto, col quale il ponte per seguire l'asse 
della strada, non trovasi ad angolo retto, ma a sbieco: esso 
conserva parte del pavimento, e de' parapetti. 

Da questo ponte fino alla Torre di Campo Morto 
sono 5 miglia e mezzo ; la strada è in linea retta , e 
piana; meno qualche traccia dell' antico pavimento però 
non offre grandi oggetti degni di memoria : al IV. mi- 
glio da Civita è a sinistra un avanzo incognito di opera 
incerta : da lungi veggonsi successivamente i casali di 
Cacalasino , Prisciano , e Lazzaria : e destra da questo 
punto fino alla torre di Campo Morto si costeggia la 
macchia di Casal della Mandria. Circa Campo Morto veg- 
gasi ciò che notai a suo luogo. 

LAVRENS-LAVRENTVM. 

TOR PATERNO— CAPOCOTTA. -Mf il 

Laurens e Laurentura i Latini, Aaupsvrcv e Acòpvjrov 
i Greci chiamarono quel distretto marittimo del Lazio , 
che si estende dalla foce ostiense, a sinistra del Tevere 



188 

fino al confine del territorio anziatc, e donde trasse rio* 
me r antichissima città di Laurentum. La etimologia di 
questo nome concordemente derivasi dagli scrittori an- 
tichi dai lauri che particolarmente vi abbondavano , e 
che continuavano ancora a vestir questa spiaggia sul 
finire del secondo secolo della era volgare per testimo^- 
nianza di Erodiano lib. I. e. XII. Questo storico nar- 
rando la fiera pestilenza che afflisse Roma circa l'anno 189 
della era cristiana, dice che Gommodo per consiglio di 
alcuni medici , e forse di Galeno che allora fioriva in 
Roma , andò a ritirarsi in Laurento villa freschissima , 
adombrata di grandissimi alberi di lauro , donde essa 
traeva nome, la quale sembrava essere un luogo salubre 
ed opporsi al corrompimento dell' aria pel buon odore 
che tramandavano i lauri o per la ombra piacevole che 
gli alberi davano. L'autore della Origo Gentis Romanae^ 
parlando dell'arrivo di Enea in Italia dice, che approdò 
ad eam Italiae oram , quae ah arbusto eiusdem generis 
LAURENS appellata est. Oggi però su questa spiaggia i 
lauri sono presso che affatto spariti , e mentre il suolo 
è coperto da immense boscaglie di ogni specie di alberi 
e di arbusti , rari sono gli allori , i» guisa che se non 
fosse certo, che il laurus de' Latini corrisponde al nostro 
lauro, da questa circostanza nascerebbe il dubbio della 
identità di tal pianta. Documenti moltiplici e superiori 
ad ogni eccezione mostrano , che 1' Agro Laurente si 
estese, come indicai dapprincipio, fra la foce del Tevere 
ed il territorio anziate, in guisa che comprese ancora il 
ristretto regno , o cantone de' Rutuli ; quindi Virgilio 
lib. VII. chiamò Turno, laurente : 

quo pulchrior alter 
Non fuit, excepto laurentis corpore Turni. 
e Stazio Sylv. lib. I. §. III. appella laurentia iugera il regno 
de' Rutuli : S ' >?•• 



189 
^ . . cedant laurentia Turni iugera 
Questa contrada veduta da un luogo elevato si pre- 
senta da lungi come una vasta pianura coperta lungo 
il mare da selve, e più indentro nuda di alberi , meno 
picciole eccezioni di ristrette boscaglie^ simili a macchie, 
effetto che die origine al vocabolo macchia , col quale 
il volgo appella ogni sorta di foreste, e perfino i boschi 
di lusso nello ville de 'grandi. Ma quando poi si va sui 
luoghi quest'apparente pianura eguale si cangia in una 
successione continuata di colline ora leggiermente sfal- 
date, ed ora erte e scoscese, più communemente nude, 
019 non di rado ancora vestite nelle pendici da arbusti, 
e solcale ai piedi in varie direzioni da rivi e torrenti 
che hanno formato valli variate per estensione , ed alle 
volte amene e ridenti. Questo sistema di colline deesi 
principalmente alle acque che vollero aprirsi uno scolo, 
o nella gran valle del Tevere , o verso il mare : verso 
la spiaggia però esso va a terminare in una barra di du- 
ne, che quanto più si appressa alla foce tiberina, più si 
pioltiplicano , formando linee parallele di tumuli di sab- 
bia , che i naturali appellano il tumoleto. Queste dune 
furono prodotte dal ritrarsi successivo che fece il mare 
forzato dalle terre, che il Tevere specialmente nelle sue 
piene trascina, e che l'impeto delle onde riversa sul li- 
do. Ed è pur bello vedere come queste arene che pro- 
lungano la spiaggia laurente, dapprincipio sterilissime si 
vanno a poco a poco vestendo di piante , e come que- 
sta novella vegetazione varia a misura che il mare più 
si allontana, osservazione che non isfuggì al celebre Lan- 
cisi, il quale nelle sue animad versioni fisiologiche sulla 
via laurentina di Plinio notava un secolo fa , come le 
prime a sbucciare sono V eruca maritima ed il gramen 
spicatum, e come a queste succedono l'eryngium, il cri- 
thmumf il parthenium, il polium, il tithymakis ec. Più en- 



190 

tro terra poi crescono il iuniperus, V arbutus, V erica, o 
myrica, la sabina baccifera, Voleaster, il myrthus, il rosma- 
rimum , arbusti frammischiati alla stoechas citrina , alla 
medica marina, alla medica echinata, aìVannonis lutea, al- 
la cistus foemina, aìVasphodelus, alla lychnidia, alla vicia, 
alla soldanella, aWheliantheum , al periclymenus ec. E fi- 
nalmente dove la sabbia col volger de' secoli , e per la 
decomposizione de' vegetabili è divenuta terreno sodo , 
sul suolo coperto di erbe pratensi crescono alberi gi- 
ganteschi, il pino, l'elee, la quercia, il sughero, il fras- 
sino, l'orno, l'olmo ec. piante che Virgilio ancora ricor- 
da, come esistenti nella selva laurente, lib. XI. v. 133 
e seg. 

Bis senos pepigere dies, et pace sequestra, 
Per sylvas Teucri mixtique impune Latini, 
Erravere iugis: ferro sonai icta bipenni 
Fraxinus: evertunt actas ad sidera pinus, ; <t 

Rohora, nec cuneis et olentem scindere cedruin, 
Nec plaustris cessant vcctare gementibus ornos. 

E siccome questa vegetazione successiva è un effet- 
to prodotto dalla natura del terreno e dalla circostanza 
del ritiro del mare, perciò possiamo esser certi che l' a- 
spetto di questa spiaggia ai tempi di Enea era lo stes- 
so di quello di oggi; se non che allora presso la foce 
del Tevere era. di circa 3 miglia più indentro quello che 
oggi veggiamo accadere 3 miglia più in fuori; non cosi 
presso Lavinio ed Ardea dove il mare è presso a poco 
rimasto nello stesso limite. 

Laurentum però non fu soltanto il nome della con- 
trada entro i confini sovraindicati, lo fu ancora di una 
città antichissima, che ivi trovavasi, e che per un tem- 
po fu la metropoli degli Aborigeni, e de'Latini, la quale 



191 

è ricordata dagli scrittori greci e latini, e che die nome 
ad una via , che laurenlina si disse , della quale come 
delle altre strade consolari che uscivano da Roma fa- 
rò un articolo particolare a suo luogo : reggasi 1' arti- 
colo VIE. 

Dopo avere esposto , che Laurcntum fu un nome 
dato , non solo ad una contrada marittima del Lazio e 
delle regioni adiacenti, sulla riva sinistra del Tevere ma 
ancora di una città , che fu la sede del regno latino , 
parmi dovere istituire ricerche sul sito di questa città 
medesima, tanto più opportune, perchè tendono a rischia- 
rare la storia della origine di Roma. Polibio, è lo scrit- 
tore più antico, che ricorda il commune de'Laurenti, al- 
lorché riferisce il trattato di amicizia e di commercio, 
conchiuso frai Romani ed i Cartaginesi subito dopo la 
espulsione de' Tarquinii. In quel documento insigne ed 
antichissimo della diplomazia, i Romani, volendo mostra- 
re la loro supremazia sopra tutta la spiaggia latina e li- 
mitrofa, compresero tutti i popoli marittimi fra Roma 
e Terracina. Imperciocché figurano in esso gli Anziatì , 
i Circeiati , ed i Terracinesi, che abitavano immediata- 
mente sul mare, e gli Ardeati ed i Laurentini, che era- 
no a piccola distanza del lido, cioè di 3 e 4 miglia. A 
questo documento coerente è il passo di Strabone che 
nel lib. V. descrivendo la parte marittima del Lazio no- 
mina in primo luogo Ostia ed Anzio, e quindi le città 
intermedie entro terra a picciola distanza, Lavinio, Lau-' 
rento, ed Ardea. E che Laurento, città del Lazio marit- 
timo non fosse bagnata immediatamente dal mare, come 
neppure stesse a pochi passi da quello, é chiaro pel poe- 
ma immortale di Virgilio, nel quale si ricorda la situa- 
zione di Laurento, e se ne descrivono le adiacenze con 
caratteri vivi: e mai non si parla di vicinanza immedia- 
ta col mare. Laonde, se Laurento fosse stata bagnata dal 



192 

mare, o ad una distanza di pochi passi, quel poeta, che 
\ivea mentre Laurento non era ancora scomparsa , non 
avrebbe trascurata una circostanza che poteva fornirgli 
episodii ed immagini luminose. 

Queste considerazioni escludendo, che Laurento stas- 
se immediatamente sul mare, non escludono affatto, che 
fosse in quella parte del Lazio marittimo, che si esten- 
de fra Ostia, e Lavinio (oggi Pratica) , essendo su que- 
sto punto concordi le testimonianze degli scrittori anti- 
chi , come Dionisio , Livio , Strabone , Pomponio Mela , 
Plinio, e specialmente quella della Carta Peutingeriana, 
che è un documento geografico. Circa il sito di Lauren- 
to Virgilio lo mostra collocato sopra una eminenza che 
avea sotto una pianura, e dietro questa, una palude va- 
sta, e più oltre in distanza il mare. 

Atque hinc vasta palus, hinc ardua moenia cingunt. 
Si notino gli epiteti di vasta data alla palude, e di ar^ 
dua dato alle mura. Altrove il poeta mostra, che Lau- 
rento era eminentemente distante dal mare , e che fra 
questa città e la foce del Tevere il suolo era vestito da 
selve estese in modo, che gli fornirono la idea dell'epi- 
sodio decantato dello smarrimento di Niso ed Eurialo. 

La distanza da Roma a Laurento viene determinata 
dall' Itinerario di Antonino a 16 miglia. E la giustezza 
di questo numero si conferma col passo di Plinio il gio- 
vane, il quale dice, che la sua villa laurentina era 17 
miglia distante da Roma fra Ostia , e Laurento , sulla 
spiaggia del mare: che vi si poteva andare per ambe- 
due quelle vie, cioè per la ostiense e la laurentina: che 
dalla ostiense deviavasi a sinistra all' undecimo miglio , 
e dalla laurentina a destra al decimo quarto : le due 
vie sono ben note , conservano le traccie del pavimen- 
to antico, ed alcuni ponti, in modo che la direzione non 
può smarrirsi in una distanza cosi limitata : e la lau- 



193 
reatina parlìcblarnìenlè "consèrva àncora '{^'esso i! casa- 
le di Decimo al posto suo la colonna millìaria antica' 
col num. XI. come fu notato all'articolo DECIMO T. 1; 
p_ 551. ''"'' >^' '•*"■ »■* ''^**j '* «-ii'i»i^i> 

Con questi dati positivi , e quasi óSo' dtfe géOttie- 
trici , seguendo sempre le traccio della via laurentina , 
che nella macchia dopo il casale di Decimo sono molto" 
visibili, credo di avere riconosciuto il sito di questa me- 
tropoli primitiva del Lazio ne'dintorni del casale di Ca-' 
pocotta , che dà nome ad un lenimento vastissimo de'* 
Borghese, fertile, ameno , e fra quelle boscaglie riden-^ 
le, circa 16 miglia distante dalla porta antica di Roma' 
per la via laurentina, 2 dal mare , sito ricco di acque, 
che oggi sono inalveate, ma che ne' tempi primitivi ri- 
stagnando davano origine alla vasta palus di Virgilio. È 
il casale in un sito eminente relativamente ai campi sot- 
toposti verso occidente: il suolo rigurgita di cementi stri- 
tolati dall'azione dell'aratro e del tempo, ed in un pun- 
to così solingo questa è una prova di fatto della popo- 
lazione che un tempo Io coprì. 

Autori gravissimi ne' tempi passati credettero che. 
Laureato fosse a Tor Paterno, opinione, che ha tale ap-' 
parenza di verità, che io medesimo ne rimasi convinto, 
prima di conoscere bene i luoghi, quantunque debba con- 
fessare , che mi faceva sempre nella mente un ostacolo 
forte quel silenzio perpetuo di Virgilio , che mai noa 
parla di vicinanza immediata del mare, quella pianura, 
che presso Tor Paterno si riduce ad uno spazio troppo 
ristretto; e soprattutto gli avanzi superstiti in quel luo- 
go , certamente vestigia di una villa , piuttosto che d? 
una città; ma privo di altre cognizioni locali mi sotto- 
metteva alla opinione di coloro , che in queste ricerche 
mi aveano preceduto. Dopo che per la formazione della 
Carta ho percorso quelle selve in tutte le direzioni, cioè 

13 



194 

da Ostia al mare, e per la spiaggia a Tor Paterno e den- 
tro e fuori la selva: da Ostia a Castel Fusano e per la 
selva a Tor Paterno, e Porcigliano; da Malafede a Por- 
cigliano, e per la selva ad Ostia: da Porcigliano a De- 
cimo: da Decimo a Tor Paterno: da Tor Paterno per la 
Palombara a Tor s. Michele; da Decimo per Tor Pater- 
no a Capo Cotta: da Decimo per Trigoria, e per Castel 
Romano a Santola, e da Capo Cotta per Petronella a Pra- 
tica: dopo tutti questi giri incommodi, e pericolosi , di 
che le difficoltà si possono calcolare solo da chi cono- 
sce i luoghi, non limitandomi ai sentieri battuti, ma en- 
tro la selva a traverso gli spini, le paludi, e le sabbie, 
sono rimasto persuaso, che niun altro luogo di tutta quel- 
la contrada presenta meglio il sito di Laurento, che Ca- 
pocotta, secondo la distanza assegnata dagli antichi scrit- 
tori, e la località descritta da Virgilio, Trattandosi del 
sito della città più antica del Lazio, ed una delle più 
antiche d'Italia, parrai che queste ricerche non possano 
venire tacciate come superflue. Quanto poi a coloro, che 
privi della cognizione de'luoghi e men scrupolosi nello 
allegare le autorità degli scrittori classici, e molto me- 
no ancora in torcerle a seconda delle idee, che aveano 
adottato; o che abbagliati dalla somiglianza del nome cre- 
derono che a Laurento corrisponda la odierna Tor s. Lo- 
renzo, questi non meritano oggi una confutazione di pro- 
posito, poiché agli argomenti di fatto, e di autorità fi- 
nora allegati, si aggiunge quello, che in luogo di stare 
fra Ostia e Lavinio, Tor s. Lorenzo sta fra Lavinio ed 
Anzio , ed invece di essere entro i limiti del territorio 
Latino è nel confine di quello de'Rutuli co'Volsci. 

Nella Carta Peutingeriana il numero XVL indican- 
te la distanza di Laurentum da Roma è posto in guisa, 
che a prima vista direbbesi messo ad indicazione della 
lontananza fra Ostia e Laurento, distanza che sarebbe 



195 
eccessiva; ma chiaro è l'abbaglio dopo tutto quello, che' 
si espose finora, donde risulta, che se Laurento fu 16- 
miglia distante da Roma, e fra Ostia, e Lavinio , non 
potè essere 16 miglia distante da Ostia. Questa negli-, 
genza è una di quelle che s'incontrano nella Carta Peu-» 
tingeriana, e che non sono poche, specialmente in qu^, 
sta parte; imperciocché ivi poco dopo emerge un'altre», 
errore di cifra. Dopo Laurento si vede notato il nume-, 
ro «i , come indicante la distanza fra Laurento e Larf 
TÌnio; ma posto per gli argomenti allegati di sopra chel 
Laurento fu a Capocotla: ed essendo provato, e concor-j 
demente ammesso che Lavinium corrisponde a Pratica^, 
fra Capocotta e Pratica non vi sono , che tre miglia ,i 
seguendo l'andamento della via antica; dunque dee diivi 
si, che colui, il quale copiò Tesemplare della carta ori*> 
ginale confuse il num. HI con ni- '' 

Dopo Decimo la via laurentina , che come notai 
di sopra è sempre visibile quanto alla direzione, pe'pow' 
ligoni , ora smossi dalle radici degli alberi secolari di' 
quella selva, ora al posto, ora continuati, ora interrot-'i 
ili per circa un miglio si costeggia la macchia di Por*'- 
cigliano. A destra una strada conduce direttamente al* 
casale di Porcigliano, che è circa A miglia distante d« 
quello di Decimo per questa strada. La natura areno- 
sa, ineguale del suolo, la piena trascuratezza della stra-*' 
da vengono mitigate dalla veduta magnifica, che si apre 
a sinistra, la quale è coronata in fondo della catena del 
monte Lepino , che per la distanza mostrasi a guisa di 
una striscia di nubi frastagliate. Volgendosi alquanto in- 
dietro un'altro spettacolo si presenta, ed è quello della' 
falda meridionale del monte Laziale, sulla quale vég-'. 
gonsi disseminate le città e le borgate, che la vestono:» 
il candore de'fabbricati, le cime delle cupole, e de'cam- 
panili miste alla verdura delie terre coltivate, ed al bfu- 



1% 

no delle selve fanno un contrasto che incanta, sotto un 
ciclo così puro come questo d'Italia. ' e 

Passato questo primo miglio dopo il casale dì De- 
cimo, insensibilmente si entra nella selva laurentina, la 
quale poi si mostra in tutta la sua imponenza , e per 
quattro miglia circa si percorre : ora questa si stringe 
densa, tetrissima, ora dilatasi, e qualche volta pure si 
apre in campi , che sono popolati di armenti numerosi 
di buoi, e di cavalli. Carattere che questa parte del suo^ 
lo latino avea ancora all' apice della grandezza romana 
per la descrizione che ne ha lasciato Plinio il giovano 
alla epoca di Trajano , colla differenza grandissima che 
passa fra lo spopolamento, e la frequenza, fralla trascu-^ 
ratezza e la industria, fra selve purgate, e macchie in- 
colte, impraticabili, armenti custoditi, e bestiami abban^- 
donati in loro balia, 

fi;! Quest'abbandono è più sensibile ancora per rincom- 
modo a chi percorre la strada; imperciocché la via an« 
tica bellissima , in un terreno arenoso come è questo j 
lastricata con gran dispendio, da poligoni di lava, fu la- 
sciata così derelitta, che quasi direbbesi essere stati pian- 
tati alberi a bella posta, dove questa per qualche inter^ 
vallo poteva offrirne il luogo , onde venisse meno ogni 
memoria di essa. Quindi è che manca ogni direzione; ed 
ora si passa sopra l'antico lastricato, ora gli alberi che 
vi hanno radicato impediscono ogni passaggio a segno 
che le pietre sono mosse e divelle. Immaginiamo per un 
momento, che si avesse avuta cura di mantenere il pa-^ 
vimento aptioo , quanto amena sarebbe questa via , om« 
breggiata da alberi maestosi, sotto un cielo, che tanto 
soffre dai dardi del sole, ed in un suolo così arenoso, 
come' questo? ÌJ^oJ(ììi^i*.i(i ni .0 tì\h in y)«uuij*j<!i'.ib i^npji 

: Due miglia dopo Decimo entrasi nel lenimento, detto' \ 
la Santola, pertinente al Collegio Alberoni di Piacenza, 



197 
te che si traversa per un trailo assai lungo. Circa il mi- 
glio XIV. dalla porla antica di Roma si perviene ài puntp 
più aiUo del ripiano formato da questa striscia di dune, re- 
litti antichissimi del mare, ma non così remoti, da dover 
risalire alla storia de' primi tempi del nòstro globo. Di 
là si ha una veduta magnifica della marina, che dopo la 
noia sofferta nella traversa della macchia riesce tanto 
più; aggradevole, come quella cke annunzia prossimo il 
tarmine degP incommodi fino allora incontrati. Ivi up 
sentiero a destra guida a Tor Paterno, dove communi^ 
mente, si pone Laurento, siccome fu notato di sopra,; e 
di c^ie parlerò più sotto. A sinistra le traccie delle ruote 
de* carri, che hanno antecedentemente solcato la sabbia 
guidano dopo circa altre due miglia, cioè al XVI. dalla 
pofta antica al casale di Capocotta , dove fu Laurento, 
siccome venne indicato in principio di questo articolo , 
del quale.^lt^gi a\^a^qi Qoa.^iiDaoe.cjlke.il sito, d(j>ve.UB 
di sorse» ;. .. ? 'f-,; ,mi. [• r:.'-' '■''•- ' ,n,.,\:'-.': . '- ■'■• 
vvq La origine di Laurento si confonde nella storia del 
Lazio primitivo , del quale fu la metropoli più antica. 
Dopo che gli Aborigeni uniti a Pelasgi discesero dagli 
Appennini e discacciarono i Siculi dalla pianura , che 
per lungo tempo aveano occupato, Pico loro condottiero , 
che si dice figlio, cioè discendente di Saturno , fondò non 
lungi dal mare Laurento, circa 80 anni avanti la presa di 
Troja, cioè quasi 13 secoli avanti la era volgare. Dopo un 
regno di 37 anni lasciò il governo a Fauno suo figliuolo , 
il quale tolta in moglie Manca n' ebbe Latino che gli suc- 
cesse nel regno : giacché monarchica era la forma del go- 
;yerno di quelli abitanti primitivi del Lazio, e succedevansi 
i re da padre in figlio. Latino dopo un regno tranquillo di 
,roplti .anni si riposava: ;,,....., A r,)w.i;r,.i 

..,.,[,;,) Rex arva Latinus et utbe$)\-^r\ \;l. «^ffiùpo-) tiifi 
ifn .-/awi senior longa placidas in pace regebat : (.(lomU . -1 



198 

allorché compaire su questa spfciggki la flotta «Te' '!PrfgB 
profughi condotti da Enea. E questa approdò presso la 
foce del Tevere : e rimontando il fiume i Trojani pOr 
sero campo sulla sponda sinistra di esso un mezzo mi- 
glio lungi dal mare, dove poscia Anco Marzio fondò la 
colonia romana di Ostia. Esplorato il terreno, ed infor- 
matosi chi vi abitasse, chi fosse ih re, En(>a non ottenne 
dapprincipio uè ospitalità , né sussidii. Fòrza fu quindi 
venire a violenze^ ed i Frigi si diedero a scorrere e de- 
predare il paese , onde ottenere viveri , e di necessità 
gì' indigeni difendendo le loro proprietà Si azzuffarono 
co' profughi, e ne venno una guerra aperta , alla ijuale 
presero parte principalmente da un canto i Frigi daK 
l'altro i Laurentini ed i Rutuli , loro limitrofi. l>àl con- 
fronto degli scrittori antichi che ci rimangono, e parti- 
colarmente da Dionisio , Livio^ Aurelio Vittore ,. e Vir- 
gilio , i quali attinsero a sorgenti più antiche , sembr» 
potersi conchiudere che Enea dopo q^ualche scaramucci» 
parziale venne a trattare con Latino, che gli assegna per 
dimora il colle oggi detto di Pratica, e gli accordò' ii* 
moglie Lavinia sua figlia, ed crede per mancanza di prole 
maschile de' suoi diritti. Cosa ne seguisse si narra* cfove 
si dà il saggio storico di Lavinio, dove si nota ,' cottle- 
morto Latino, Laurent© cedette a Lavinio il suo grado di 
metropoli del Lazio, e come poscia morto Enea, trenta anni 
dopo la fondazione di Lavinio, Albalonga divenne là ''cA- 
pitale de' Latini. La comune origine e la vicinanza contri- 
buì a mantenere stretta la fede e l'amicizia fra Laurento 
e Lavinio, ed i successi dell' una furono communi all' al- 
tra: ed a vendetta dell'affronto de' Laurentini, i Laviniati 
ùcdsero Tazio. 

Distrutta Albalonga Laurento come le àflti*© ' città 
più cospicue del Lazio divenne un communc indipenden- 
te, almeno di nome. Ivi si ritirarono due de' Tarquinii, 



199 
l^ublìo cioè e Marco, e di là vennero in Roma a svelar 
la cx)ngiura tramata da Mamilio e dal tiranno espulso , 
siccome riferisce Dionisio nel lib. V. e* LIV. 1' anno di 
Roma 256. Ed i Romani nel trattato famoso deir an^ 
no 247 conchiuso co' Cartaginesi compresero ancora come 
si vide di sopra il comune de' Laurentini, nel quale inte- 
sero comprendere ancora quello de' Lavignati. Laurento 
pochi anni dopo insorse insieme cogli altri popoli latini 
in favore de' Tarquinii contro Roma, e Dionisio enume- 
rando tutti i comuni, che presero parte in quella guerra 
sociale, nomina separatamente i Laurentini , i Lanuvini'j 
ed i Laviniati. Finita quella guerra colla pugna presso il 
lago Regillo i Laurentini furono compresi nel trattato 
generale di concordia e di alleanza, nel quale i Romani^ 
che erano i vincitori mostrarono una moderazione de- 
gna di alto encomio. Laurento dopo quella epoca non fi- 
gurò più fralle città rivali di Roma e non entrò neppure 
nella lega dell'anno 417, quando tutti i Latini presero 
le armi contro di essa. Infatti Tito Livio dichiara, che 
dopo la sconfitta dell' esercito collegato presso il Vesu- 
vio , e presso il fiume Astura , i Romani misero fuori 
di causa , come sul dirsi , i Laurenti , perchè non si 
erano rivoltati , e rinnovarono con loro il patto sociale 
(foedus), e ne ordinarono la rinnovazione ogni anno dopo 
il decimo di delle ferie latine : Extra poenam fuere La^ 
tinorum Laurentes .... quia non desciverant : cum Law- 
rentibus renovari foedus iussum, renovaturque ex eo quotannis 
post diem decimum latinarum. 

La prossimità di Lavinio , la vicinanza di Ostia a 
poco a poco ne diradarono la popolazione talmente, che 
nell'anno 565 di Roma, i Laurentini furono dimenticati 
nella distribuzione della carne, che si faceva nelle ferie 
latine , dicendo Livio , che a questa omissione vennero 
attribuiti i prodigii, che in quell'anno avvennero, e che 



200 

fallo le espiazioni doTute si. celebrarono di nuovo le fe- 
rie Ialine , considerando , come irregolari , quelle ante- 
cedenlemcnle celebrate ; Ea ( prodigia ) procurata , lati- 
nacque instauratae quod Lawrentibus earnis quae dari de- 
bet data noti fuerat. Sopragginnsera nel secolo seguente 
i tempi luttuosissimi e le stradi della guerra sillana , 
e Laurcnto andò soggetta insieme colle altre città ma- 
rittime del Lazio ar guasto» delle orde sanniticbe condotte 
da Telesino a soccorso di Maria» E da quella epoca Lau- 
rento sempre più decadde , onde Augusto: vi dedusse 
una colonia, che in una lapide gruteriana CCCCLXXXIV 
n. 3. trovata circa il XIV. miglio sulla via flaminia e 
communicala da Lipsio a Grulero, porta il nome di Colonia^ 
Augusta Laurmtum. 

-'jh .'Ujoi.vdiobofH trio Kìu-.auiVrMiu Ì'v.wm-'ij i ( :i; •■j* /'(■ 
-a iKM 1.-ÌS T . VENNCmiO . T . F . STELL n!f<; \i, y.u. 
o»i.{<(mór. AEBVTIANO.PATRONO.Er ,j ni <n.r, 
oT)Mì^{ idi MVmCIPI . COL.AVG.LAVR f- u tlhi. 
'ìd. .«indi: EQ.R.EQ.P.IVD.EX.V.DEC .. bu*; u 
-Uiri^r lì ( SELECTO . CVR . R . F. ALB . ,1 <«,. ? 
houi ovj?. POMPEIANORVM . L . L >i.. » , . ., 
ì^ non ^i{ PONTIF.EIVSDE. SACERD , fc..iMi'» l: 
nlriKM olii MVMA.Q.F.CELERINA.VXOR iwJr mn;. , 
oqnU oflflfi iu^ MARITO . RARISSIMO . ni -► A^.«V >u^^ 

-\n Ma non potè sostenersi, e di colonia divenne villag- 
gio , e come vicus la indica Plinio il giovane nella sua 
lettera XVII. del libro II. diretta a Gallo, il quale sembra 
essere il medesimo , cbe una iscrizione gruteriana pagi- 
na CCCXGVIII. n. 7. appella VICVS AVGVSTVS. Quella 
lapide esisteva nel palazzo Cesi, fu data a Grutero da 
F.ultio . Orsini e. dice ^^ , , . ., . ; -;, .;.... 
oi'UUL'tf oiu)i'''.rMii(i s.ta'jiip n •d'i , oi/i.I. oiuhr.:!!» , '{uii.' 
•ih n .oion»'»<YS oiiaii;'ll->iij.! n\ 'hJ > .ii^ibo'Kf f siiti in. Ir 



201 

JK». C^mEU^m .W . PAL . VALERI ANI , EPAGATI;4Nl,.?^^C! 
DECVRIOM . SPLENDIDISSIMAE . COJUOMAE . O^i^ V»}^yjj .|.<j 
FLAMINI . PRAETQRI ;. H . SAGRA . VOLCANI ^4 1,^ >n«\s-\ 

ENQVE . SODALI . ARV v.l»mjm)Mt^ 

©ECVRIONI , I^VRENTIVM ^ VICI . AVG . Élt*, ., .^ ,; ,. J^sfg:\ 

FATRONO . CORPORIS . LENVNCVJ^RIORVM ,)„^. ,^«««5^44^^ 

4.ìft>«p t^lUi 0*VXILIARIORVM . OSTIENSI VBH,r')fe ohmtm^ 

<!lti{-»;/jf : VIX; • ANNOS , XLI . ME . I - ^ - ' -op 

, ||f^fiqiiNi^iy> ,^fl)[ ,, f,}r PALAT . YALERUNVS . D)£CyR|pp 

• FìhalmeriteTrajaiio ani- insieme i due oommum dì 
Laurento e Lavinio in questa uhima città che chiamò 
Lauro-Lavinio , siccome noto nel saggio istorilo di La- 
vinio. Dopo quella epoca Laurcftto" distintamente da La- 
vinio ricordasi nell'Itinerario di Antonino e nella Carta 
Peutingeriana , e probabilmente il vico, sebbene per le 
scorrerie de' barbari, nel Vv e VL secolo divenisse an- 
cora più debole , qualche popolazione però vi si sarà 
mantenuta che ne avrà conservato il nome, onde meri- 
tasse di venire indicata in un libro postale, quale è l'Iti- 
nerario di Antonino , ed in una carta itineraria come è 
la peutingeriana. Circa l'anno 750 papa Zaccaria volle 
rianimarla formandone una DomuscuUa , alla quale ag- 
gregò tutta la massa Fonteiana cioè il tenimento di Campo 
Ascolano, e parte di quello di Campo Selva, fino al Va- 
janico descritti di soprat, siccome apprendiamo da Ana- 
stasio Bibliotecario nella vita di quel papa^ e probabil- 
mente a quella epoca appartiene quella fabbrica , che 
sembra essere stata una chiesa della grandezza di quella 
di Pratica, e che oggi fa parte del casale di Capocotta: 
Hic domumcultam Laurentum naviter ordinavit adiiciens et 
massam FonUianam, qìiae cognominatur Paunana. E quc- 



202 

sto fatto si conferma da Cencio Camerario nel registro 
inserito dal Muratori nel tomo V. Antiq. Ital. Med. Aevi, 
nel quale però per inesattezza de' copisti leggesi Lau-^ 
return in luogo di Laurentum, e Fontismanam invece di 

Fontetanam : Zacharias pontìfex consti-^ 

tuit . ... et domum cultam Lauretum , et massam Fon," 
tismanam , quae dicitur Paonaria. Né secoli IXv e X. le 
scorrerie de* Saraceni finirono di devastare tutta questa 
contrada e di allontanarne ogni popolazione , riducendo 
questa bella parte d'Italia in quello stato di desolazione^ 
dal quale mai più dopo non è potuta risorgere. 

Nel determinare la situazione di Laurento a Capo- 
cotta notai, che ivi non rimangono vestigia antiche ap- 
parenti; ma di là non è distante più di 2. miglia verso 
occidente Tor Paterno, dove suol più communemeiite col- 
locarsi Laurento. Prendendo una guida , e traversando 
il vicino bosco^ che in parte spetta al tenimento di Por- 
cigliano, al quale pure appartiene la torre suddetta, si 
giunge dopo circa 1. miglio, seguendo strettamente la 
direzione di ponente in un campo aperto , in fóndo at 
quale è la torre verso mezzodì. Ivi tracciasi l'andamen- 
to di un diverticolo antico, lungo il quale veggonsi avan- 
zi di una opera arcuata , che nella carta di Cingolani , 
ed in altre suol notarsi col nome di acquedotto lauren- 
tino: dalla direzione, sembra che prendesse l'acqua nel 
lenimento detto la Santola, e probabilmente dal rigagno- 
lo che va ad influire nel fosso di Piastra. Queste vesti- 
gia di arcuazione vanno a terminare in una sostruzione 
giacché il terreno avvicinandosi al mare va insensibil- 
mente salendo, e questa sostruzione finisce in una con- 
serva, piscina dove l'acquedotto metteva capo: che ha 
circa 100 piedi di lunghezza e 15 di larghezza. Aderen- 
te alla sostruzionc dell' acquedotto verso oriente è una 
specie di ricettacolo di deviazione, o altra conserva, qua- 



dlrUunga che ha 15 piedi di larghezza e 30 di Tutìghes^-' 
za: l'acquedotto e la piscina sono costrutti di opera la^- 
terizia di mattoni sottili, con calce piuttosto abbondan- 
te, costruzione analoga per ogni riguardo ad altre opere 
antiche contemporanee di Commodo, e di Severo , cioè 
(deirultimo periodo dal secondo secolo, e del primo deJ 
terzo della era volgare: ambedue le conserve o'rifcètla- 
éofi erano internamente rivestite di signin(y o asIrabW'r 
là prima dì queste conserve non ha rinfianchr: T àltfk 
ossia quella in che terminava I' acquedotto' ha- dstema'- 
menfe verso settentrione cinque pilastri, ed 'ihtei'h'aTnferi-' 
(è sette per parte. Plinio ir giovane deScirfverido la stia 
TÌlìa lauren ina nella lettera XVII. del librò II. nota e'hfe 
mancava di acqua saliente, cioè condotta, Bsa che avea 
p©2zi o piuttosto fonti, poiché non erano profondi , ma 
a fior di terra, e loda la natura mirabile di quel Fido» 
che dovunque muoveasi la terra scaturiva acqua pura to 
sincera, e quantunque vicinissima al mare sènza ombra 
di salsedine : haec utilitas , haec amoenitas defìcitur aqua 
salienti; sed puteos ac potius fontes liabet ', sunt enimin 
summo. Et omnino litoris illius mira natura , quocàmque 
ioco moveris hmnum , obvius et paratus humor occurrit , 
isque sincerus ac ne leviter quidem tanta maris vicinitate 
salsus. La costruzione di questo acquedotto è evidente- 
mente posteriore alla epoca di Plinio^ la direzione di 
esso tende alla odierna Torre Paterno, dove sono rovi- 
ne di una villa, forse quella imperiale, dove Commodo 
andò a ritirarsi nella peste di Koma : ora siccome os- 
servo nelle rovine di quella villa due costruzioni diver- 
se, una appartenente ai tempi neroniani, l'altra a quelli 
degli Antonini, e questa è analoga a quella dell'acquiì- 
dotto, credo che non sia improbabile riferire a Commo- 
do l'opera di questo acquedotto, onde fornire la villa' di 
acqua corrente. Quanto poi alla Verità di «6 ch« Plinio 



204 

asserisce sulla natura di questa spiaggia, i pozzi di Tor 
Paterno, Tor s. Michele, e quello presso Tor Bovacr 
ciana nelle rovine di Ostia ne s<)i»o una evidente dimo- 
strazione.. ;,,. <A-i:-,y'^n if;v') Ti'! .;;;(,!<;;:;; •^f:^' -, m-: (,,;;•> ,')! 

Il easatc che ha- dome di Tor Paterno,- poiché la 
;torre propriamente detta fu smantellata dagl'Inglesi nel 
18,09i è, uno de'posti militari che guardano la spiaggia 
del mare, mediterraneo. Esso è costrutto sopra i ruderi 
della villa testé nominata, una di quelle che nel primo 
e secondo secolo della era volgare coprivano la spiaggia, 
servendo di diporto nella stagione invernale, e di pri- 
mavera. JBsaminaudo queste vestigia a parte, a parte, rir 
conobbi, che l' edificio più centrale, che si direbbe una 
.gran sala, è il solo che offra utfa costruzione originale 
del secolo primo della era volgare^ di opera laterizia ana- 
loga a quella neroniana del Palatino: il resto si compof 
ne di diversi ambienti di costruzione del tempo degli 
Antonini, travisati da mutilamenti e fabbriche posterio- 
ri, moderne. Dopo la conserva in che metteva capo f'acque- 
dotto, presentasi primieramente un recinto che fu pro- 
babilmente un' area , o giardint:^ di forma rettangolare , 
che nel lato che guarda settentrione offre vestigia di ope- 
ra mista , il solo esempio che oggi si abbia in tutta la 
fabbrica, e che direbbesi appartenere al secolo IV. del- 
la era volgare: quest'area verso mezzodì sembra, che ve- 
nisse interrotta da un ripiano particolare, che ne occu- 
pava due sesti, rimanendo ancora ne'muri laterali trac- 
cio della separazione. In fondo a questa area verso orien- 
t» è il salone di costruzione primitiva, cioè di mattoni 
triangolari grossi circa due oncie , arrotati , legati con 
poca calce e perfettamente ordinati. Verso occidente è 
un'altra sala a forma di triclinio, rivolta al mare, ed at- 
tinente a questa a destra una camera, che per le costru- 
zioni moderne ha cangiato forma, la quale però chiude- 



va da questa parte la fabbrica. A mezzodì del snionb, 
verso oriente , dove oggi è la caserma , distaccasi unàì^ 
specie di torre rinfiancata verso oriente e mezzodì da 
contrafforti, ed appoggiata verso occidènte ad un muro, 
che è il prolungamento di quello dell'area, e che verso 
il mare si vede troncato. Fra questo muro ed il tricli- 
nio ricordato di sopra 6 la chiesuola dedicata a s. Fi- 
lippo, dinanzi alla quale un capitello ionico de 'buoni tem- 
pi ricorda la decorazione primitiva della fabbrica: altri 
se Àé veggono a Porcigliano trasportati di qua. Questa 
chiesuola è in fondo, ossia verso settentrione, appoggia^- 
ta al salone, ed occupa un'antico recesso, o camera, fian-- 
cheggiata a sinistra, e a destra da altri due recessi, o 
camerette per parte : verso occidente queste camerettijf 
sono separate dal gran triclinio da una sala oggi ridotta'- 
a stalla. * 

"'^?'lQue^i sono gli avanzi, che veggonsi a Tor Patera-* 
fio, e che sono tutti insieme uniti, e legati fra loro, on-' 
de per la disposizione mostrano appartenere ad un sol 
fabbricato costrutto in origine nel primo secolo, ingran- 
dito nel declinare del secondo, ed allora fornito di acqua 
corrente, ristaurato verso settentrione nel quarto. Il com-' 
plesso di questi ruderi ed il riparto delle camere facil-" 
mente dimostra che fu una villa, la quale ha qualche 
analogia ccn quella di Plinio il giovane, ma non è la me-' 
desima. Investigando lutti i dintorni non ho potuto rih*-' 
venire alcuna analogia di topografia, fra quella che Vir- 
gilio» assegna a Laurento, e questa di Tor Paterno; mani- 
ca la difficoltà dell'accesso, la palude vasta, la distanza 
dal mare; poiché è evidente che, se oggi Tor Paterno è 
circa I di miglio distante dalla spiaggia lambita dalle on- 
de, 15 secoli fa que'ruderi erano a contatto immediato: 
colie ac^e, e che l'allontanamento di queste è seguita. 



20(5 

per le cause altrove esposte, comoiuai a tutta la spiag-. 

già presso le foci del Tevere. (,^3,,, ,,,,0], . ai«'>iio mi-^^ 

»>Ì» lli'JW'lMl .. ■•\'Hiì. )\t '/ff^tY' 

.,l,i,, ii {,., LAVINIVM-Piìir/C^. ,, i, ,,„,, .: 

..., , Fra Ostia, ed Anzio, da Strabone, Pomponio Mela 
e Plinio , seguiti nel secolo Vili, dall' anonimo di Ra- 
venna, pougonsi prima Laurento, poi Lavinio, quindi il. 
luco di Giove Indigete, il fiume Numico, Ardea, ed in 
ultimo luogo Afrodisio, L'Itinerario di Antonino , come 
si legge nel testo di Aldo situa Lavinio XVI. miglia lun- 
gi da Roma, e la Carla Peutingeriana al XVII. Dioni- 
sio poi mostra nel libro I. come questa città fu edifica- 
ta da Enea nel luogo dove si riposò la celebre troja , 
che egli sagrificò insieme co'suoi trenta porcelli, e pre- 
cisamente sopra un colle distante 24 stadii dal mare, os- 
sia 3 miglia romane. Strabone nota, che era vicino ad 
Ardea: e precisamente può stabilirsi dalla Carta Peutin- 
geriana che fosse 3 miglia distante da Laurento, poiché 
essendo quella città, come si vide poc'anzi nell'articolo 
LAVRENTVM a Capocotta, ne siegue che III. e non VI. 
era il numero originale che per imperizia de'copisti fu 
tramutato , raddoppiando così la distanza. Tutte queste 
circostanze di luogo e di misura coincidono nel colle , 
sul quale è la borgata di Pratica, ne'tempi bassi detto 
Patrica , feudo de' Borghesi , e per conseguenza ivi fu 
l'antico Lavinium. Infatti quel colle isolato ha un buon 
miglio di circonferenza, è circa 17 m. distante da Ro- 
ma per la strada moderna, 3 dal mare, e non più di 5 
da Ardea. Ed a maggiore conferma, oltre varie vestigia, 
e molti frammenti, vi si veggono ancora parecchie iscri- 
zioni, che escludono qualunque dubbiezza , e mostrano 



267 
tulla la insussistenza delle opinioni di coloro che ne'tem- 
pi passati la vollero credere a Civita Lavinia, a Pctro- 
nella, ed a Monte di Leva. .i 'ttuon lo» 

La strada, che oggi da Roma conduce a Lavinium, 
o Pratica esce dalla porta s. Paolo, e fino al ponticello 
dopo quella basilica è la stessa che la laurentina primi- 
tiva, e la laurentina ed ostiense posteriore. Essa fin pres- 
so Pratica ò la stessa di quella di Ardea, passando per 
le Tre Fontane, Ponte Buttero, Acqua Acetosa, Schizza- 
nello. Monte Migliore e Solfarata, luoghi, che si notano 
ciascuno all'articolo rispettivo. ifiriin.l 

Poco meno di un miglio dopo la Solfarata si ha utt 
bivio: la strada a sinistra continua ad essere l' ardeati- 
na che prima della Solfatara si raggiunge, quella a de- 
stra conduce a Pratica, cioè a Lavinio. Seguendo questa 
si costeggia per qualche tratto a destra il tenimento di 
Monte di Leva, dove alcuni posero ne' tempi scorsi La- 
vinio , credendo il nome moderno una corruzione dell' 
antico; ma la carta più volte indicata del 1330 dell'ar- 
chivio di s. Maria in Via Lata mostra bene la etimolo- 
gia del nome Leva che non é s« non un' abbreviatura 
di OUbanum, poiché in quella leggesi frai confini di Pe- 
tronella ricordato il tenimentum montis Olibani. A sini- 
stra seguita il tenimento della Solfarata. Circa il mi- 
glio XVIL la strada traversa il latifondo di Petronella- 
Rovere da non confondersi con quello di Petronella-Na- 
ro, dove alcuni degli antiquarii posero Lavinio , ed al- 
tri, frai quali 1' Olslenio , il luco , e fano di Anna Pe- 
renna nel sito precisamente della cappella^ o cona di s. 
Petronilla; ma e gli uni e gli altri sV ingannarono, poi- 
ché si è di già dapprincipio veduto, che Lavinium fa a 
Patrica o Pratica, ed essendo secondo Ovidio e Silio Ita- 
lico il fano di Anna Perenna sul fiume Numico, fu moU 
to distante da PetroncUa-Naro, siccome fra poco vedre- 



208 

rao. La Petronctla-Hovcre poi che qui si traversa è quel- 
la ricordata nella carta del 1330 più volte accennata j 
col nome di Peronile, ed alla quale assegnansi per con- 
fini appunto i tenimenti di Patrica , di monte Olibano , 
di un casale detto la Masone, oggi Magione, e della Sol- 
farata, che sono quelli che circoscrivono anche oggi tal 
tenimento. Entrasi quindi nella selva laviniate, che av- 
vicinandosi a Pratica prende l\aspetto di mi viale fian- 
cheggiato da quertie, sugheri, elei, olmi, ed allori, i 
quali in questo sito ricordano la etimologia dell' agro 
laurentc. Nelle carte di Ameti e di Cingolani sono in- 
dicate lungo il viale a sinistra vestigia dell' acquedotto 
di Lavinio, oggi però quasi intieramente diroccato. Cir- 
ca al miglio XVIII. si volge a destra per entrare in Pra- 
tica, e l'accesso n'è ameno, considerando lo stato di ab- 
bandono in che si trova tutta la contrada per mancan- 
za di popolazione : le vigne che appariscono dietro la 
spalliera di alberi annunziano una coltivazione più accu- 
rata ed una riunione di uomini vicina: Plinio nel libro 
XIV. e. HI. nomina una uva particolare ai Sabini , ed 
ai Laurentini, che chiama vinaciola: Vinaciolam soli no- 
minaverunt Sabim et Laurenti, cioè Laurentini, come cor- 
regge Cluverio, o Laurentes , come io credo più proba- 
bile. Varii frammenti di colonnette di marmo impiegate 
in usi communi fanno testimonianza che il luogo fu an- 
ticamente abitato. 

Entrasi in Pratica per una porta moderna aperta 
sotto il palazzo baronale; avanti però d'indicare la sua 
topografia credo conveniente premettere un breve saggio 
storico di Lavinio, e come sorse , scomparve , e ricom- 
parve di nuovo sotto nuove forme e nome nuovo. 

Tutti gli antichi scrittori che ci rimangono, latini, 
e greci si accordano a riguardare la fondazione di La- 
vinio, come opera di Enea; niuno però con maggior lu- 



209 
me di storia e con particolari più estesi ne parla di Dio- 
nisio il quale io credo di seguire non solo per queste 
ragioni, ma ancora, perchè i più accurati scrittori lati- 
ni non difTeriscono da lui ne' fatti , ma sembrano quasi 
averlo compendiato: egli avvalora d'altronde il suo rac- 
conto e coll'autorità, e co' monumenti che ancora esiste- 
vano, e che mostra di aver esaminalo co' proprii suoi 
ecclù. E incomincia con saviezza dal dichiarare, che tut- 
ti i Romani ammettevano la venuta di Enea e dei Tro- 
jani in Italia , e che questa veniva confermata dai riti 
che osservavano ne'sagrificii e nelle feste, dagli oracoli 
sibillini , dalle risposte delfiche , e da molti altri fatti 
che niuno potrebbe avere in dispregio come inventati per 
convenienza. Or questa dichiarazione era necessaria a 
premettersi, poiché senza ammettere la venuta di Enea, 
inutile sarebbe stato inoltrarsi in una storia che l' am- 
mette per base : che se lo era per Dionisio lo è anco- 
ra per noi, i quali viviamo in tempi che alcuni per trop- 
po volere usare di critica ne fanno un abuso, formando 
sistemi sopra supposizioni fantastiche , che vorrebbero 
torci ancora quel poco di gloria che ci rimane per le 
memorie degli avi nostri; ma io tomo a protestare, che 
amo meglio ingannarmi cogli antichi in cose di loro per- 
tinenza di quello che divenire indovino co' moderni che 
tanto più lontani sono da que' tempi in che potevano 
aversi lumi di fatto sopra tante cose che oggi sembrano 
questione. Enea dopo una lunga navigazione, della quale 
Dionisio ricorda le leggende moltiplici che correvano , 
giunto nella spiaggia laurente, conobbe essere questo il 
luogo destinato a termine de' suoi travagli. Frai segni, 
che notò , vi fu pur quello di una troja gravida che 
isfuggi ai suoi, ed inseguita andò a riposarsi sopra un 
colle 24 sladii, o 3 miglia distante dal mare ; ivi una 
voce uscita dal luco vicino ingiunse al trojano di arro- 

14 



aio 

starsi, e fondare una cillà, nella quale tanti anni sareb- 
bero rimasti i suoi, quanti fossero stati i porcelli che 
sarebbero venuti alla luce, ed allora sarebbero partiti a 
fondare un' altra città felice e grande. La dimane la troja 
4iè alla luce 30 porcelli , i quali da Enea vennero in- 
sieme colla naiadre immolati agli dii patrii noczpcooti 
0£e?5 , cioè agli dii penati di Troja. 11 luogo in che 
avve«ne questo sagrificio si vedeva ai tempi di Dionisio , 
eà era una specie di capanna , nella quale i Laviniati 
non permettevano ad alcuno straniero di entrare, stiman- 
dola sacra. E Varrone nel lib. 11. de Re Rustica e. IV. 
dopo Aver riferito il parto straordinario di questa bestia, 
dice, che si vedeva ancora il simulacro e quello de' figli 
jeffigiato in bronzo in Lavinio, e che il corpo della ma- 
dre posto sotto sale conservavasi dai sacerdoti : Hujus 
suis ac porcorum etiam nunc vestigia apparent Lavimi quod 
£t siimUacra eonum aÀenea etiam nunc in publico posita , 
et corpus matris ah sacerdotibus quod in salsura fuerit de- 
monstratur. Dopo questo fatto Enea fece muovere il campo 
ai Trojani ed ordinò loro, che occupassero il colle, sulla 
-cui sommità incominciò a costruire i templi degli dii : 
e con grande impegno si pose ad edilicare la città » e 
mancando di certi attrezzi e di materiali fece far« scor- 
rerie intorno nel paese, onde procacciarsi ferramenti, le- 
ignami, ed attrezzi di agricoltura. 

. Una occupazione di stranieri incogniti così imjM^v- 
^isa^ accompagnata da depredazioni, durissima riuscì agli 
indigeni, che corsero con lagnanze esaggerate al campo 
di Latino che era allora in guerra co' Rutuli, tribù con- 
.finajDte verso sud-est. Latino sospese la guerra , e mo- 
vendo il campo contra i Trojani , attendossi sul far della 
sera firesso la nuova città di Enea coll'animo di assalirlo 
allo spuntare jdel giorao. La ragione porta a credere , 
-che si prea4.€Ssero frattanto informazioni da ambedue le 



21il 
parti) e che gli animi si disponessero a trattative , che 
poi nei di seguente finirono in un trattato positivo , a 
condizioni eque per ambedue le parti. Ma lo spirito dei 
tempi volle dare a questo un'apparenza straordinaria, e 
Dionisio riferisce , che nella notte apparve a Latino il 
Genio del luogo ( Fauno ) il quale gì' ingiunse di dare 
asilo agli stranieri, poiché grandi vantaggi ne sarebbero 
derivati agli Aborigeni : e nello stesso tempo apparvero 
ad Enea gli Dii Patrii ( i Penati ), i quali lo esortarono 
a muovere Latino ad accordar loro la sede che volc-^ 
yano, ad averli piuttosto come alleati , che come ne- 
jnipi: all' uno ed all'altro poi venne proibito ' di comini- 
ciar la ptigna. All'apparire del giorno si presentarono 
araldi ne' due campi invitando reciprocamente un capi*- 
tano l'altro a parlamento^ ed Enea e Latino convennero 
in questi patti : che gli Aborigeni avrebbero accordato 
ai Troiani il terreno , che domandavano, cioè 40 stadii 
partendo dal colle , che non convien prendere come a 
prima vista si crederebbe intomo , poiché verso occi- 
dente avrebbe assorbito Laurento, verso mezzodì man- 
cava di fatto , ma 40 stadii in giro intorno al colle ;, 
e non di raggio : che i Troiani avrebbero in questa ie 
nelle successive guerre prestato pieno soccorso agli Abo- 
rigeni: che i due popoli colla mente e colla opera si sa- 
rebbero data la mano per il vantaggio commune. I Tfo- 
jani uniti agli Aborigeni si portarono ad attaccare i Rii- 
tuli che rimasero pienamente sconfitti , e quindi torna- 
rono a fabbricare la città che aveano lasciata imperfetta, 
alla quale Enea pose nome Lavinio, onde onorare Lavi- 
nia figlia del re Latino , che ebbe in isposa. E sulla 
origine del nome Lavinio indicata , per testimonianza di 
Dionisio medesimo, tutti i Romani andavano di accordo ; 
non così i Greci avvezzi a foggiar favole, frai quali se- 
condo lo stesso storico alcuni pretendevano, che deri- 



212 

vasse da una Launa, o Lavinia figlia di Anio re di Delo 
indovina e sapiente insigne, che Enea domandò ed ot- 
tenne dal padre perchè l'accompagnasse nella sua pere- 
grinazione, e che caduta ammalata morì in questo luo- 
go, mentre i Trojani attendevano alla edificazione della 
città, e fu sepolta dove morì , ed ebbe per monumento 
la città stessa che ne portò il nome. Ma la critica sana 
vuole che in cose italiche si segua non solo la tradizio- 
ne più ricevuta dagli storici nazionali , ma ancora appog- 
giata a monumenti e ceremonie religiose, e non impro- 
babile per modo alcuno : onde io non credo di essere 
tacciato di parzialità, se seguo piuttosto tutti gli storici 
italici antichi, ed i greci più insigni, che qualche mito- 
grafo. 

o»'tn. Nella edificazione di Lavinio avvenne, secondo Dio- 
nisio , un prodigio , che appiccatosi il fuoco spontanea- 
mente nella selva vicina, un lupo portando in bocca un 
pezzo di legno secco ve lo gittò sopra per animarlo, ed 
un'aquila accorsa col battere delle ale accresceva la fiam- 
ma; quando una volpe macchinando il contrario, inzup- 
pata la coda nel rivo prossimo, cercava di estinguere il 
fuoco: ed ora superavano quelli, ora questa, ma infine 
la vinsero il lupo e l'aquila, e la volpe non potendo fa- 
re altro fu costretta ad allontanarsi. Enea che era sta- 
to spettatore di questa lotta ne trasse buon augurio per 
la nuova colonia; e Dionisio soggiunge che in memoria 
di questo avvenimento vedevansi a'suoi giorni nel foro 
di Lavinio i simulacri di bronzo degli animali sovrain- 
dicati che da lungo tempo si conservavano. Non è im- 
possibile che la leggenda del preteso prodigio fosse in- 
ventata ne'tempi posteriori per dare una spiegazione ar- 
cana di que'simulacri, che erano le insigne de 'Lavina ti, 
adottate poscia ancor da' Romani , che discendevano da 
loro. flvk «litttJ? «^^^5^ <;1 • ot etto 



213 

La epoca della fondazione di Lavinio si discute con 
molta dottrina da Dionisio, il quale la determina al se- 
condo anno dopo la presa di Troja: ora Ilio secondo Io 
stesso storico fu preso 17 giorni innanzi al solstizio di 
estate, corrispondente al dì 8 di Targelione spirante, me- 
se degli Ateniesi , che è quanto dire secondo il nostro 
computo il dì 3, o 4. di giugno 1200 anni avanti la era 
volgare : quindi Lavinio fu fondata verso la medesima 
epoca nell'anno 1198, cioè 445 anni prima di Roma. Nel 
primo anno dopo la fondazione di Lavinio non si ricor- 
da alcun fatto degno di memoria; ma nell'anno seguen- 
te che fu il IV. dopo la distruzione d'Ilio, Lavinio di- 
venne la capitale del Lazio. I Rutuli insorsero di nuo- 
vo contro Latino , guidati da Turno cugino di Amata 
moglie di Latino, che avuto ad onta il matrimonio con- 
chiuso fra Lavinia ed Enea da Latino, al quale egli aspi- 
rava, abbandonò la corte di Laurento e ritirossi presso 
la tribìi allora irrequieta de'Rutuli. Essendo i due eser- 
citi venuti alle mani, la battaglia fu grandemente acca- 
nita, poiché da una parte cadde Latino, e dall'altra Tur- 
no: la vittoria però rimase agli Aborigeni ed ai Troja- 
bì. Enea per i dritti di Lavinia successe a Latino e tra- 
sportò la sede del governo a Lavinio; ma per unire viep- 
più i due popoli , ed accattivarsi meglio 1' affetto degli 
Aborigeni li fuse insieme sotto il nome di Latini, onde 
onorare la memoria dell' es tinto re nazionale. Egli so- 
pravvisse due anni alla morte del suocero; imperciocché 
nel IV. anno dopo la fondazione di Lavinio , i Rutuli 
prese di nuovo le armi, assistiti da una mano di Tirre- 
ni guidati da Mezenzio re de'Ceriti vennero ad una fie- 
ra battaglia coi Latini nelle vicinanze di Lavinio , sui 
fiume Numico, nella quale Enea disparve: onde altri lo 
credettero assunto al cielo, altri e con maggior sicurez- 
za perito nel fiume, sul quale si diede la pugna. E per- 



214 

eiò i Latini costrussero e dedicarono un Eroo in suo 
onore colla iscrizione : PATRIS DEI INDIGETIS QVI 
FLVVII NVMICII AMNEM TEMPERAI: e questo eroo 
veduto da Dionisio consisteva in un tumulo artificiale , 
non molto grande, con fila di belli alberi intorno. Altri 
però attribuivano questo eroo ad Anchise, che secondo 
una pàrticolar tradizione era morto in Lavinio un anno 
prima di Enea; ma la prima leggenda era più univer- 
salmente ricevuta. Morì pertanto Enea l'anno 1194 avan- 
ti l'era volgare. 

~n;iV,:0L lui successe il figlio Eurileonte soprannomato Asca- 
nio, ed lulo, il quale ebbe a continuare la guerra con- 
tra Mezenzio. Dionisio, e l'autore dell'opuscolo intitola- 
to Origo Gentis Romanae, attribuito ad Aurelio Vittore, 
che è una compilazione degli storici più antichi del La- 
zio e specialmente delle Origini di Catone, narrano, che 
avendo Ascanio stabilito di non dar posa a Mezenzio , 
il figlio di costui Lauso pervenne ad impadronirsi del 
colle presso la rocca di Lavinio: onde essendo stretta la 
città da tutte le parti i Latini inviarono ambasciatori a 
Mezenzio domandandogli^ a quali condizioni li avrebbe 
ammessi alla resa, e siccome quel re fra altri gravosis- 
simi patti vi aggiunse quello , che tutto il vino che si 
faceva nelle terre latine gli venisse per alcuni anni con- 
segnato, per consiglio e per autorità di Ascanio dichia- 
rarono di volere morire piuttosto per la libertà , che sot- 
tomettersi così vilmente alla schiavitù; e primieramente 
consagrarono a Giove il vino di ogni vendemmia, e po- 
scia fatta una generale sortita misero in rotta gli asse- 
dianti, uccisero Lauso, e forzarono Mezenzio alla fuga, 
onde dopo si vide costretto ad implorare la pace dai 
Latini. E da ciò ebbero origine le feste Vinalia, secon- 
dò Pesto: /ovM dies festus, (dice egli nella voce Rustica 
■^malia) quia Latini bellum gerentes adversus Mezentiumj 



215 

omnis vini Ubationem et deo dedicaverunt. Verrio Fiacco 
però nel suo calendario dice , avere Mezenzio imposto 
questa coudizione ai Katuli per prezzo dol s-tio soccor- 
so ; imperciocché così si legge in data de' 23 di aprile 
nella tavola marmorea frammentata esistente nel palaz- 
zo Stoppani , e da me supplita : VIN f lovis . is . dies . 
dicitur . sed . festum . est . veneri» .... iovis . autem . fe- 
»tum . est . quod . eo . consecratvi» . est . iom . vinum . 
ex . exuviis . quae . daKEUTYR . ab . rvtvlis . qvia . me- 

ZENTIVS . REX . ETRV5C0rVM . PACISCEBATVR . SI . SVBSI- 
DIO . VENISSIT . OMNIVM . ANNORVM . VINI . FRVGTVM ^ 

Ed a questo segmento serve di chiosa il passo di Pli^ 
nio lib. XIV. e. XIV. che allega Varrone : IH. Varrò 
auctor est Mezentium Etruriae regem auxilium Rutilis con- 
tra Latinos ttdisse vini mercede quod tum in latino agro 
fuisset : cioè che Mezenzio conchiuse coi Rutuli il trat- 
tato di soccorrerli nella guerra contro i Latini col patto 
che gli si desse tutto il vino che allora trovavasi nel- 
l'agro latino , il quale perciò fu dai Latini consagrato 
a Giove, onde rendere nulla tal condizione. Ovidio nel 
quarto de' Fasti v. 879 cantando questo stesso fatto lo 
dice avvenuto sotto di Enea non sotto di Ascanio. Sono 
queste leggiere varianti di un fatto riconosciuto , cioè 
che Mezenzio prese le armi contro i Latini a favore 
de' Rututi , e che fralle condizioni del trattato vi fu 
quella della cessione di tutto il vino che ritraevasi dalle 
terre latine. Lavinia dopo la morte di Enea , temendo 
di avere a soffrire duri trattamenti dal figliastro, quan- 
tunque si trovasse incinta, ritirossi presso un guardia- 
no di porci, che Dionisio dice semplicemente di nazione 
tirreno , cioè etrusco , ma che Vittore appella Tyrrhus , 
Tirro , il quale era stato molto famigliare a Latino : e 
presso di lui die alla luce il figlio postumo che colui 
appellò Silvio dalla circostanza della sua nascita , entro 



216 

una selya avvenuta. Ora il popolo, veduta sparire Lavi- 
nia , cominciò a sospettare di Ascanio , e dai sospetti 
passò alle mormorazioni, e da queste ad aperti clamori e 
quasi a sedizione, quando il Tirreno espose ai Latini la ve- 
rità del fatto, e presentò loro il neonato. 

Lavinia pertanto tornò ad abitare col figliastro , e 
vi rimase fino al XXX. anno dopo la fondazione di La- 
vinio , cioè fino al 1168 avanti 1' era volgare e 415 pri- 
ma della fondazione di Roma. In quest' intervallo fralla^ 
pace di Mezenzio e l'anno 1168 sembra che Lavinio go- 
desse una pace perfetta : in qucU' anno però , sia che 
Ascanio volesse dare compimento alle predizioni, sia che 
volesse in certa guisa liberarsi dalla influenza che avea 
la matrigna sul popolo, sia che credesse più opportuno 
di trasferire la sede del governo in un punto più im- 
portante , è certo che andò a fondare una nuova città 
alle falde del monte albano, fra questo ed il lago e le 
impose il nome di Alba-longa , come quella che dilun- 
gavasi di molto nel dorso che cinge il lago albano verso 
oriente a pie della punta culminante del monte : e la- 
sciato Lavinio alla madrigna ed al fratello Silvio , tra- 
sportò nella nuova metropoli tutti que' Latini che Io 
vollero seguire : e vi volle pur trasferire le cose sacre, 
e soprattutto i Penati riposti da Enea in Lavinio , edi- 
ficando a tale uopo un tempio con adito : ma questi 
aveano scelto per loro sede Lavinio , e benché traspor- 
tati ritornarono nella primitiva loro dimora, onde Asca- 
nio , per non opporsi alla volontà degli dei si vide co- 
stretto, non solo a lasciarli in Lavinio, ma a mandar- 
vi ancora seicento persone colle loro famiglie che ne 
avessero cura : tale è il racconto di Dionisio, e con lui 
nella sostanza concordano Livio e Vittore. Morta Lavi- 
nia cessò per Lavinio qualunque apparenza d' indipen- 
denza e divenne un cantone del regno albano , onde la 



21T 

sua storia con quella di Alba confondesi. Se non che una 
certa importanza avea per gli dei penati che conteneva, 
onde era una specie di metropoli religiosa de' Latini co- 
me Alba n' era la capitale politica : e questa importanza 
continuò ad ottenere anche sotto i Romani. Dopo la morte 
di Numitore, estintasi la dinastia de' re di Alba, Romula 
come suo discendente ne reclamò i diritti , e eoa lui 
Tazio associato nel regno. Erano sei anni che questo re- 
gnava con Bomulo, quando alcuni suoi amici fecero una 
scorreria ne' campi laurentini , e portarono via con loro 
roba e bestiami , ed a quelli che vollero opporsi rispo- 
sero con ferite e con morti. Vennero messi in Roma da 
parte de' Laviniati a reclamare contro questo saccheg- 
gio, e Romulo fu di sentimento di consegnare i rei agli 
ambasciatori; ma Tazio vi si oppose, allegando , che se 
non era mai giusto di dare in mano alcuno ai suoi ne- 
mici, molto meno lo era di dare cittadini in potere di 
forestieri. E i messi sen tornarono pieni d'ira verso La- 
vinio; ma alcuni de' Sabini li seguirono , e coltili nella 
notte , li attaccarono mentre dormivano , li spogliarono 
di ciò che portavano, e quelli che sorpresero ancora a 
letto uccisero : alcuni che prevedevano questo tradimento 
pervennero ad entrare in Lavinio. Destò questo fatto 
atroce lo sdegno , non solo de' Laviniati , ma ancora di 
molte altre città, e vennero ambasciatori a Roma a do- 
mandare riparazione solenne , altrimenti aveano ordine 
di dichiarare la guerra. Romulo, che sempre avea mo- 
strato inclinazione perchè i rei venissero puniti li con- 
segnò ai legati malgrado le opposizioni di Tazio : que- 
sti divampando d' ira e credendo di essere vilipeso dal 
collega , e volendo d' altronde salvare un suo parente , 
che era frai rei, messosi alla testa de' suoi soldati, tol- 
se di viva forza le persone consegnale. Non passò mol- 
to tempo , però che portatosi insieme con Romulo in 



218 

Lavinio pel sagrificio prescritto degli dei penati , egli 
venne ucciso coi coltelli , e cogli spiedi di che facevasi 
uso ne' sacrificii , sull'ara stessa , dagli amici e dai con- 
giunti degli ambasciatori trucidati. Ed è questo il solo 
fatto rimarchevole della storia laviniate durante il go- 
verno de' re. E però da notarsi che in questo intervallo 
avvenne sotto Tulio Ostilio la distruzione di Alba, onde 
Lavinio , come gli altri cantoni dipendenti da quella , 
riacquistò la indipendenza. 

Espulsi i Tarquinii da Roma, e creati consoli Bru- 
to e Collatino, quest'ultimo dopo avere abdicato l'auto- 
rità consolare andò a flssare la sua sede in Lavinio con 
tutti i suoi, e con tutte le cose sue l'anno 247 di Ro- 
ma, dove terminò i suoi giorni, secondo Dionisio lib. V. 
e. XIL e Livio lib. IL e. IL È molto probabile che per 
i suoi consigli i Laviniati si lasciassero trascinare nella 
celebre lega latina , che prese le armi per ristabilire i 
re; ma soggiacquero alla rotta del lago Regillo ed alle 
conseguenze che ne derivarono. E merita osservazione , 
che Dionisio, parlando delia emigrazione di Collatino a 
Lavinio dà a questa città il titolo di metropoli de'Lati- 
ni: T//,v jy-vjTpTTsXjv xcu Aa:r«vwv yevovg. La rimembran- 
za di Enea, i Penati communi, mantennero dopo quella 
guerra per lungo tempo la pace e la buona armonìa fra 
Lavinio e Roma , anzi nella scorreria di Coriolano , se- 
condo Dionisio nel lib. Vili, i Laviniati furono i soli, 
che osarono resistere a quell'avventuriere, ma doverono 
arrendersi. Non mantennero però questo attaccamento nel- 
la ultima lega latina dell'anno 415. di Roma; impercioc- 
ché essi si unirono agli altri, e spedirono il loro contin- 
gente all'esercito collegato, sotto il pretore Milonio; ma 
questo non avea appena lasciato le mura patrie che in- 
contrò i messi colla notizia della disfatta completa de- 
gli eserciti collegati sannite e latino, presso le falde del 



219 

Vesuvio , onde costretto a tornare indietro , il pretore 
disse, che per un poco di strada dovea pagarsi una gra- 
ve mercede: prò paullula via magnam mercedem esse sol- 
vendam. Livio lib. Vili. e. XL Non si conosce che fa- 
cessero altro in quella guerra, e nelle disposizioni the 
il senato prese sopra ciascun popolo della lega, dopo la 
battaglia al fiume Astura l'anno 417, i Laviniati non so- 
no particolarmente nominati, onde, o furono affatto per- 
donati , ovvero furono compresi nella categoria di noi* 
potere avere connubio, commercio, e consiglio cogli al- 
tri popoli ìaiinì: Ceteris Lattnts populis connubia, commer- 
ciaque, et concilia inter se ademerunt: che fu la più mite. 
Strabone nel lib. V, nominando i luoghi del Lazio 
marittimo dice , che i Sanniti devastarono i luoghi , e 
che a'suoi giorni rimanevano soltanto le vestigia di quel- 
le che un tempo erano città , vestigia, soggiunge, glo- 
riose per la venuta di Enea , e per i riti sacri fin da 
quei tempi tramandati. Ma è gran questione sulla epo- 
ca di questa devastazione sannitica, poiché non si ricor- 
da dagli antichi scrittori che trattano di quella guerra 
sannitica del V secolo di Roma , che i Sanniti scorres- 
sero queste contrade: onde io credo che Strabone volle 
indicare i guasti della guerra sillana che furono in que- 
ste parti atrocissimi, ed in tal caso convicn credere che 
Laurento, Lavinio , Ardea ec. la tenessero per Siila , e 
perciò si portasse una qualche mano di Ponzio Telesi- 
no che commandava i Sanniti venuti in favore di Ma- 
rio, a depredare e manomettere queste contrade. Certo 
è però che Lavinio, come le altre città sovraindicate era 
venuto ai tempi di Tiberio, sotto il quale Strabone scri- 
veva in una gran debolezza, onde di questa come di al- 
tre città men distanti da Roma ebbe ad esclamare Lu~ 
cano nel I. della Farsaglia: ^' 



220 

Gobio», Veio$que, Coramque 

Albanosque lares, laurentinosque penates 
■ Rus vacuum quod non habitet nisi nocte coacta 

JnvituSf quaestusque Numam iussisse senator. /.iiV!. -, 
\ Non aetas haec carpsit edaXy monumentaque rerum 

Patria: destituii crimep, civile: videmus 

Tot vacuas urbes. ^ * Il < vs ! i . , » ^ 

Il penultimo verso mi sembra una dichiarazione della 
devastazione sannitica di Strabonc , come accaduta du- 
rante la guerra civile siilana : I laurentini penati , sono 
quelli che in Lavinio continuavano ad onorarsi per ri- 
to , e per le prescrizioni di Nuraa : essi debbono aver 
mantenuto una certa popolazione, sebbene scarsa in que- 
sta città, per la stessa ragione, che frequentavasi Ardea a 
cagione del tempio di Venere fondato da Enea nel ter- 
ritorio laviniate, ma che secondo Straboap da lungo tempo 
era sotto la direzione degli Ardeati. ^^ . - • - 

La vicinanza però della metropoli, l'aria non salu- 
bre nella state , oltre la devastazione sannitica , aveano 
contribuito altamente all' abbandono di tutte queste città 
marittime, che di tempo in tempo andavansi sostenendo 
con colonie di veterani , come per Lavinio fece Vespa- 
siano. Ma allo spirare del primo secolo della era vol- 
gare, ad onta di tutte le premure degl'imperadori, Lau- 
rent© e Lavinio erano caduti in tale desolazione , che 
fu di bisogno unire in un solo i due communi, e con- 
siderare l'ultimo, cioè Lavinio , come rappresentante di 
ambedue , che perciò Lauro-Lavinium dopo quel tempo 
si appella dagli scrittori e nelle lapidi, come Laurentes- 
Laviniates gli abilanti. Difficile è determinare la epoca 
precisa della riunione de' due communi: può per argo- 
mento negativo asserirsi che non accadesse prima di Tra- 
jano, come per argomento positivo è certo che avvenne 



221 

prima della epoca di Adriano , imperciocché il Fabretti 
Inscr. e. X. p. 682. riporta un brano di lapide eretta ad 
onore di Trajano e trovato a Pratica, che dice : )m» oJW'»^ 

-.Mt uS i.'i jl; I >; J^tjJT;r> ■■■>■■'■ 0lS 

ijo- M. IMP . CAES . divi U «i 

-dtij il fuii' NERVAE.F.ner , ,t*J;;o*r 

>s.ìl;,i{M| «f/II VAE . TR Alano ; « *{>si>jJy«ìl ^> <4^»^w 
f, ou'j.v'wi; AVG.GEBAM . dac: ^-rs'ua '■■ 'iùy 

Mi iìivwvx . , PONTIF . Max. *■ '^'^y- ; . - ■^■^' 

-mml^&vi TRIBVN . POt . vi. «;?;* ^^ otóif^Sil 

-in-i dt 9ff5 IMP . Ili . COS . iilTiì J <>'';;>g«f i ii> iiitìliif 
tel> LAVRENTES . LAviaoSHS' r. 

ol DEC Dee .n .'*! 

, ilf.iiiijrtyJl' >Jfl?riii''>;pVBLIce *>ì»ìb»|> óa«.lMi'ji<i'^^iiì*aj^ 
lofj f.ioh obii;>3«"i '«i>,up xjÌ ,ot*i cniuoiiiA ilv -olKLilmr/) é 
it qtialé appartiene àfl* anni) 102 dèìla era totgare V jri 
che Trajano fu per la III. volta acclamato imperatore , 
come neir anno seguente 103 lo fu per la quarta ; ed 
in questo già il popolo di Lavinio si appella Laurentes, 
Laviniates. L'autore de' due trattati intitolati de Coloniis, 
che si crede communemente un Frontino , e che non è 
certamente quello degli acquedotti, è il primo degli scrit- 
tori a designare questa città col nome di Lauro-Lavi- 
nium : e fra gì' imperatori , che posero mano nel suo 
territorio nomina olire Vespasiano e Traiano , anche 
Adriano. Quello scrittore pertanto , secondo il Poleni , 
direbbesi contemporaneo di Adriano : né nomina mai al- 
cuno degli Antonini mentre ricorda le leggi republicane 
e imperiali sul riparto pubblico delle terre fino ed in- 
clusivamente ad Adriano. Quindi io credo che Trajano 
nel riordinare l'impero malmenato dall'ultimo de'Flavii, 
portò le sue cure sopra questa città ancora considerata 
come la culla di Roma, e nel dedurvi una nuova colo- 
nia, unì in uno ì due communi di Laurento e Lavinio. 



222 

E questo piuttosto che semplicemente Lavinio si disse 
Eauro-Lavinio, perchè laurente era il territorio, e Lau- 
reato era stata prima di Lavinio la metropoli del La- 
zio : ed essendo trasferita l'amministrazione communale 
in Lavinio si volle rendere men dura a que' di Lau- 
rento quest' assenza coli' associare il loro nome e pre- 
metterlo a quello di Lavinio dove risiedeva. Che poi La- 
vinio e non Laurento fosse la residenza del governo è 
chiaro , perchè i monumenti sono Stati tutti trovati in 
Lavinio e non in Laurento. La mia opinione che i com- 
muni di Laurento e Lavinio fossero uniti insieme da Tra- 
jano si conferma ancora per la iscrizione riportata dal 
Muratori p. MGXV. n. 6. eretta dai Volsiniesi a Sesto 
Aurelio Terenziano quatuorviro de' Laurenti Laviniati , 
e candidato di Antonino Pio, la quale essendo ricca per 
titoli, e cariche civili e militari ottenute da quel perso- 
naggio, voglio qui riportare per intiero , servendo d' al- 
tronde alla illustrazione storica di Lavinio : 

«Vrvo^r SEX . AVRELIO . TERENTIANO . V . G. yvV i.\ 
à non ini VIR . LAVR .LAVINATIVM lilT. VIRÌ^ ''^ 
-m-- i COLON . PVTEOL . PATRONO . NOLAN.'^'^'" 
^ PRAEF . FABR . TRIB . LEG . VÌTTaVG . TRIB .'' 
"'f LEG . XI . CL . P . F . CANDIDATO . ANTON 
'^'] AVG . PII . TRIB . LATICLAVIO . FLAM . DIVI f 
',j jNERVAE . TRAIAN ."x . VIR . STILITIB . IVDIQ ^^j^ 

* '*!, , CVRAT . GRAVISC ANORVM . ET . INTE 
. t RAIVJNATIVM.NARTIVM, 

-HI' l>3 ,OiV ■ :.'":-!r-r ') 

c:™HTo,i,tìOPTIMO PATRONO ,., 

,: „,u4,,Y0IvSINIENSES 



A Sesto Aurelio Terenziano personaggio chiarissimo, qua- 
tuorviro de* LaurerUi Lavinati , quatuorviro della Colonia 



223 
Puteolana , protettore della Nolana, prefetto de' fàbri , tri- 
buno della legione VII. augusta^ tribuno della legione XI 
Claudia Pia Felice, Candidato di Antonino Augusto Pio , 
tribuno laticlavio, flamine del divo Nerva Traiano^ decem- 
viro per giudicare le liti, curatore de' Graviscani, e degl'In- 
teramnati Naarti, all' ottima protettore , i Volsiniesi. Con- 
temporanea quasi a questa , e precisemente spettante 
all' anno 140 , cioè al II. di Antonino Pio è quella ri- 
portata dal Volpi Lib. X. e. IV. che è una dedicazione 
a Giove Ottimo Massimo di D. Aurelio Frontone Paollino 
flamine laurentinale lavinate Inculare, e protettore della 
Colonia di Lauro-Lavinio. Di pochi anni posteriore è l'al- 
tra che leggesi sopra nn piedistallo esistente ancora in 
Pratica nel primo ripiauo della scala del palazzo Borghese: 

DIVO . ANTONINO . AVO ,> 

SENAT VS . POPVLVSQVE . LAVKENS ^ 

'^^ . , QVOD . PRIVILEGIA . EORVM . NON , , 

i-ruymn MODO . CVSTODlERiT . SED . ETIAM ìvì /a 

:hu ih AMPLIAVERIT.CVRATORE ti" 

-ì: > M . ANNIO . SABINO . LIBONE . G . V . ìob > • 

CVBANTIBVS.TI.IVLIO.NEPOTIANO u>"v*i 

iHirji ET.P.AEMILIO.EGNATIANO.PRAET r,!. n 

, Hiii.HK n . Q Q '. L A V R E N T I V M "'sup 

. ..„,..; . . ,>..a>.. :'r, i!,.; 

Questo piedestallo , che avrà sostenuta una statua , di 
Antonino Pio, a lui innalzata dopo la morte, a nome del 
Senato e Popolo Laurente, per avere non solo custodi- 
to, ma ancora ampliato i loro privilegi!, fu eretto essen- 
do curatore Marco Annio Sabino Libone, chiarissimo per- 
sonaggio, e coir assistenza di Tiberio Giulio Nepoziano, 
e Publio Emilio Egnaziano pretori per la seconda vol- 
ta , quinquennali , de' Laurenti. Cluverio la riferì nella 
pagina 888. della sua Italia Antica con qualche inesat- 



224 

tezza: io V ho trascritta sul luogo : egli la dice trovata 
in Trastevere, ed io non saprei indicare come sbalzasse 
a Lavinio: è certo però che è un monumento locale, e 
che indica avere, il primo degli Antonini, fatto a favo^ 
re de'Laurenti propriamente detti, qualche decreto, ten- 
dente a mitigare , o spiegare in loro favore quello che 
li riuniva ai Laviniati. Il Marco Annio Sabino Libone , 
che in questa iscrizione si nomina é probabilmente lo 
stesso che fu console sotto Adriano insieme con Aspre- 
nate V anno 128 della era volgare e perciò ha il titolo 
di clarissimo viro. Un'altra iscrizione riferita dal Fabret- 
<i Inscr. p. 686, e dal Muratori p. MLIII. n. 2. perti- 
nente all'anno 213 della era volgare, ed eretta ad ono- 
re di Caracalla dai Laurenti Lavinati indica qualche be- 
neficio singolare da quell'imperadore compartito, poiché 
fra altri titoli onorifici gli si danno quelli di avere per 
benevolenza ed indulgenza sorpassato tutti i principi suoi 
predecessori; omnfvm principvm r. . . . benivolentia . m- 
DVLGENTiA EXVPERANTissiMO. Moltc altre lapidi ancora 
esistenti , o riportate dai raccoglitori sono state da me 
vedute, copiate, e raccolte, ma nessuna di queste è an- 
teriore agli Antonini: esse mostrano Lauro-Lavinio esse- 
re stato un municipio e colonia insieme che avea i suoi 
quatuorviri, i pretori, i cavalieri, i pontefici, il flamine, 
gli auguri, i patroni, o protettori, i difensori, e i cura- 
tori, in sostanza tutti i magistrati e sacerdoti che avea- 
no le città più cospicue dell' impero, indizio di popola- 
zione e prosperità. Così Sesto Aurelio Terenziano nella 
lapide muratoriana riportata di sopra era quatuorviro 
de'Laurenti Lavinati, Tito Cornasidio Vesennio Clemen- 
te in una iscrizione vaticana ha il titolo di eqvo pvbl. 
LAVR. LAviN, C. Nascunio Marcello Seniore figlio di Caio 
in un' altra lapide vaticana inserita pure nella raccolta 
di Muratori viene qualificato perpetvo praetori et pon- 



225 
TIFICI LAVRENTiVM LAviNATiVM , D. Aurelio Frontone 
Paollino si qualifica flamine laurentinalc layinate , Tito 
Gornasidio Sabino figlio di Tito, e della tribù Fabia, pa- 
dre dell'altro Gornasidio sovramnienzionato, si dice nel- 
la stessa lapide augure lavr. lavin. Valerio Frumen- 
zio in un' altra epigrafe vaticana che si riporterà più 
sotto viene designato per Patrono o protettore e difen- 
sore dello stesso popolo , Marco Ànnio Sabino Libone 
nel monumento testé riportato ad onore di Antonino e 
Giunio Prisciliano Massimo in quello che si riferirà ad 
onore 4Ìi Galerio figurano come curatori de'Laurenti La- 
viaiati. Al principio del secolo IV. appartiene il piede- 
stallo innalzato a Galerio Valerio Massimiano Gesare da 
Giunio Prisciliano Massimo personaggio chiarissimo , e 
curatore de'Laurenti Laviniati. Questo piedestallo si ve- 
de a sinistra, entrando nel foro della odierna Lavinio: 
le lettere sono d' intaglio irregolare , quale si conviene 
alla epoca , e nella quarta linea havvi BAEATISSIMO 
invece di BEATISSIMO. 

D.N. GALERIO. VAL. 

MAXIMIANO 
FORTISSIMO . AC. 
BAEATISSIMO.GAES. 
PRINCIPI. IVVENTVTIS 
IVN . PRISCILIANVS . MAXIM VS 
V G.GVR.LAVR.LAV 
DIG.N.M.EIVS. 

Questo piedestallo servì antecedentemente ad altro 
uso, o per altro personaggio, poiché di fianco rovescia- 
ta si legge la dedicazione originale così: 

.' 15 



226 

S03 • omiiAòv • xa • omxvK 
Haai • ivM • aaa 

cioè dedicata il primo di Febbraio essendo Massimo ed Aqui- 
lino consoli , V anno 286 della era volgare. Allora però 
Galerio era ancora privato, e siccome in quella riferita 
di sopra, che è la principale, si leggono dati a lui i ti- 
toli di cesare e di principe della gioventù , perciò non 
può essere anteriore all'anno 292 in che fu da Diocle- 
ziano associato all' impero, né posteriore al 30 di aprile 
dell'anno 305, poiché il 1. di maggio dello stesso anno 
per la rinunzia iì Diocleziano diventò Augusto. Di que- 
sto medesimo cesare sono due altri piedestalli, onde mi 
sembra, che, o qualche singolare beneficenza compartisse 
a Lavinio, della quale si è perduta ogni memoria , ov- 
vero che questi monumenti venissero eretti in occasione, 
che egli sarà ito a compiere il sagrificio annuale agli 
Dei Penati di Roma. Quanto poi a Giunio Prisciliano 
Massimo che innalzò questi monumenti, egli ebbe il pre- 
nome di Marco, ed ha il titolo di V. C. vir clarissimusy 
essendo che era stato console nell' anno 286, e prefetto 
di Roma nello stesso anno e nel seguente, siccome può 
vedersi nel Corsini Series Praef. Urb. p. 157, che sospettò 
potesse essere morto nel 287 , solo per non conoscere 
questa lapide^ che certamente è posteriore a queiranno. 
A questo M. Giunio Prisciliano Massimo gì' imperadori 
Diocleziano e Massimiano diressero la legge contro i pla- 
giami, il dì 8. decembre 287. che si ha nel codice lib. IX. 
tit. XX. leg. 7. Un' altra iscrizione simile a questa ad 
onore di Costanzo Cloro collega di Galerio nella dignità 
di Cesare vien riportata dal Ligorio , come attesta il 
Volpi T. VI. p. 101. Sul finire del secolo IV. il cele- 
bre Simmaco scrivendo a Celsino Tiziano , che fu suo 
collega nel consolato 1' anno 391 , della era volgare gli 



227 
annunzia che Ceciliano personaggio onesto raccomanda- 
vasi da se stesso per 1' officio assunto di difensore dei 
Laurenti Lavinati : Caecilianum virum honestum, Lauren- 
tium Lavinatium defensorem susceptum commendat ojjicium, 
ed aggiunge Ama ergo hominem placititm mihi et religio- 
sae civitatis commodis obsequentem^ Questa lettera che è 
puramente commendatizia, nella edizione di Jureto è la 
65 del primo libro, in altre è la 71 e mostra come Sim- 
maco riguardava con benevolenza Lauro-Lavinio da lui 
considerata come città religiosa. E ben noto lo zelo di 
queir illustre romano del secolo IV in sostenere la ca- 
dente religione pagana , quindi non dee recare meravi- 
glia, che tanto impegno ponesse a raccomandare chi per 
la parte sua avea assunto l'incarico di proteggere la città 
che conservava i Penati di Roma. Ricavasi inoltre che 
a quella epoca questa città conservavasi, e che avea di 
già introdotto l'uso di avere un protettore pubblico col 
nome di difensore, perchè difendeva la vita , le sostan- 
ze, e gli interessi, tanto de' magistrati municipali quanto 
de' cittadini contro la insolenza de' malvagi, siccome si 
ha nel codice teodosiano lib. I tit. IX leg. I II e III , 
leggi appunto che sono contemporanee di Simmaco, es- 
sendo state promulgate da Valentiniano II. Teodosio, ed 
Arcadio, negli anni della era volgare 386. 392. Macro- 
bio contemporaneo ed amico di Simmaoo, Saturn. lib. III. 
e. IV. mostra che durava ancora in quel tempo il costu- 
me, che i consoli, i pretori, o i dittatori municipali la- 
tini, neir entrare in magistratura andassero a Lavinio a 
sagrificare agli Dei Penati ed a Vesta : adeo ut et con- 
sulesy praetores seu dictatores quum adeunt magistratum La- 
vimi rem divinam faciant Penatibus pariter , et Vestat. 
Circa questi tempi medesimi, predecessore, o successore 
di Ceciliano, fu difensore de' Laurenti-Laviniati un Va- 
lerio Frumenzio , del quale conservasi una iscrizione 



228 

onoraria nel museo vaticano, affìssa come le altre indi- 
cate di sopra nel corridore delle lapidi. È una specie 
di piedestallo, informe per le proporzioni e per le mo- 
dinature che sono grossolanissime , e con lettere che si 
direbbero tracciate da uno che appena sappia scrivere , 
senza dir nulla della sostituzione della B per la V, de- 
gli errori di ortografia ec. ec. che mostrano la decadenza 
totale delle letterq e delle arti : essa dice : 

VALERIO FRVME 

NTIO . V . P.PATRO 

NOETDEFESORI 

ABITATORI CIBITATIS 

QVIPOSMVLTVM 

TEMPORIS AE D I T I 

N E M . DEBOTIONIS 

RENOBABIT ET I T E 

RABIT P R O ME RI 
, ; tis benevolETIE 

SVE ORDO C I B E S 

QVE LAVRENTVM 
-■.X . L. L. 

cioè: a Valerio Frumenxio, uomo preclaro, protettore e di- 
fensore, abitatore della città, che dopo un lungo andare di 
tempo rinnovò e raddoppiò dimostrazione di devozione, pei 
meriti della benevolenza sua, l'ordine decurionale ed i cit- 
tadini de'Laurenti Laviniati dedicarono. 

Questi sono gli ultimi documenti positivi che ho 
potuto trovare della esistenza, popolazione e quasi direi 
splendore di Lauro-Lavinio , i quali come ho mostrato 
appartengono alla fine del secolo IV della era volgare. 
Imperciocché, se dopo ancora il nome di Lavinio s'incon- 
tra nella carta peutingeriana, che io non credo di moN 



S29 

to anteriore al secolo Vili, e nell'Anonimo ravennate che 
appartiene presso a poco allo stesso tempo, queste testi- 
monianze altro non provano, se non che una rimembran- 
za e non mai la esistenza di questa città, mancando in- 
tieramente i fatti. E riflettiamo per poco , che fin dal 
principio del secondo secolo della era volgare Laurento, 
Lavinio, come tutta quella costa cransi molto spopolate, 
così che circa i tempi di Trajano dovettero unirsi in- 
sieme i due communi: che la popolazione di Lavinio so- 
stenevasi principalmente per le cerimonie sacre degli dei 
penati, che ivi aveano fissata la loro sede: che queste, 
come gli altri riti antichi vennero affatto soppresse, e, 
sotto pene gravissime, interdette precisamente l'anno 391 
in che furono consoli Simmaco e Taziano: quindi rapi- 
damente Lauro-Lavinio cadde in squallore. Le successi- 
ve scorrerie di Alarico nel 409 , di Genserico nel 455 
le guerre civili, e i tumulti che accompagnarono la ca- 
duta dell' impero occidentale, che finì in Augustolo l'an- 
no 476, le devastazioni , che per 18 anni travagliarono 
i contorni di Roma nella lotta ferale con che i Goti ed 
i Greci si disputarono il dominio dt-questa parte d'Ita- 
lia a puro suo danno, compierono l'opera di distruzione, 
così che Lavinio che nel 391 era ancora città ragguar- 
devole nel 553 era presso a poco ridotta come oggi la 
veggiamo. E per una circostanza fatale mai più fino ad 
oggi potè questa riaversi, per le ragioni medesime com- 
muni a tutto il rimanente della parte marittima del La- 
zio , cioè della insalubrità dell' aria e delle scorrerie , 
prima de' Saraceni, poscia de' Barbareschi. V- wi ; ' * \ 
Ora veniamo alla terra moderna di Patrica o Pra- 
tica , che è sorta dalle rovine dell' antico Lavinio. Fu 
notato di sopra, che Enea dopo la morte venne onorato 
col nome di Patris Dei IndtgetiSf ed a lui fu consacrato 
per Eroe un tumulo piantato intorno di alberi , che fu 



\ 

230 

denominato luco del Padre Dio Indigete : e questo eroo, 
e questo luco erano prossimi a Lavinio : ed il tumulo 
da alcuni vuol riconoscersi in quello che ancora si vede 
sotto la città antica, verso occidente, sulla sponda destra 
del rivo di Petronellaj più sotto però vedrassi, che que- 
sto era realmente sul Numico, cioè fra Lavinio ed Ar- 
dea^' sulla sponda destra di quel fiume presso lo stagno. 
Questo die nome al latifondo attinente che si sarà detto 
fundus praedium, ed anche possessio Patris, dal quale de- 
rivò il nome della moderna Lavinio che civitas Patrica 
ne' tempi bassi venne appellata. Infatti nella vita di Sil- 
vestro I, dice il Bibliotecario, che Costantino assegnò alla 
basilica . sessorìana di s. Croce in Gerusalemme la pos- 
sessione di Patras sotto la città de' Laurenti : sub civi- 
tàte Laurentum possessionem Patras , che forse dovrà leg- 
gersi Patris. Anastasio vivea nel secolo IX e le vite dei 
p3pi, che vanno sotto il suo nome, o sono sue , o sono 
estràlte da autori più antichi : comunque voglia credersi 
di questa di s. Silvestro, che probabilmente va fra quelle 
scritte da s. Damaso , da questo passo chiaramente ap- 
parisce , che nel IV secolo , come nel IX il fondo atti- 
nente a Laurò-Lavinio ebbe il nome di Patre. Nella bolla 
di Gregorio VII dell'anno 1074 con che conferma i beni 
alla basilica e monastero di s. Paolo, inserita dal Mar- 
garini nel secondo tomo del Bollarlo Cassinense, leggesi, 
che conferma la città di Patrica con tutte le appendici, 
e colla chièsa di s. Lorenzo siccome era stata conceduta 
al monastero di s. Paolo dal beato Marino papa ; civi- 
tatem vero Patricam cum omnibus appendiciis et cum tota 
ecclesia s. Laurentii sicuti beatus Marinus papa concessit 
monasterio tuo. Questo papa Marino morì nell'anno 884, 
quindi dopo la metà del secolo IX già il nome del fon- 
do Patre erasi communicato a Lavinio , che essendosi 
popolato, di nuovo, forse nel secolo VIII, si disse civi- 



231 

tas Patrica. E si è veduto di sopra , che anche nella 
carta peutingeriana e nell'Anonimo ravennate, ambedue 
documenti non posteriori all' anno 750 , Lavinio è indi- 
cato col nome suo antico, ne incontrasi vestigio dell'al- 
tro prima di papa Marino cioè dell'anno 884, quindi in 
questo intervallo dee porsi la fondazione della terra sorta 
sopra Lavinio. Una carta esistente nell'archivio di s. Pao- 
lo , pubblicata dal Galletti nella sua dissertazione sopra 
Capena p. 65 e seg. mostra, come nell'anno 1139 Azone 
abbate del monastero si querelò nel concilio lateranense 
tenuto avanti Innocenzo II, de' Baronzini che ritenevano 
una porzione nel castello di Patrica , pertinente al mo- 
nastero : quamdam partem in castro nostro quod vocetur 
Patrica : indizio che allora Patrica era murata, e riguar- 
data come Castrum. Un' altra bolla dell' anno 1203, colla 
quale si confermano i beni a s. Paolo , ed inserita dal 
Margarini nel tomo I nomina Patricam cum ecclesiis et 
pertinentiis. Nella carta menzionata più volte dell' archi+ 
vio di s. Maria in via Lata, pertinente al 1330 frai con- 
fini del castro o casale di Peronile, oggi Petronilla, in- 
dicasi il tenimentum castri Patricae. Gli sconvolgimenti , 
ai quali andò soggetta Roma per una buona parte di 
quel secolo a cagione dell'assenza de'papi riverberarono 
ancora sui dintorni , e perciò nel principio del secolo 
seguente, e precisamente nell'anno 1403, la metà di que- 
sto castro trovasi non più in potere del monastero, ma 
di un tal Gocio di Nardo di Godo de Granellis della 
Regola, il quale ne vendette ^je ^^ nobil uomo Jaco vel- 
lo figlio del quondam Branca di Gianni Giudice , pure 
del rione Regola per 537 fiorini: questo ricavasi da un 
istromento dell'archivio di s. Angelo in Pescaria, ed in 
esso ancora designasi Pratica, come castro: cuiusdam cor 
stri quod vocatur PATRICHA. Nell'archivio de' signori 
Capranica esiste un'istromento dell'anno 1432, nel qua- 



23*2 

le annoverandosi i confinì del lenimento di Ardea , in- 
dicasi il tenimentum casalis, quod vocatur Patrica illustris 
Bartholomaèi de Capranica et aliorum eius consortium : 
dove è da notarsi che Patrica in quella epoca apparte- 
neva principalmente ai Capranica, e ad altri possidenti, 
fra' quali saranno stati i Branca, e che non era più ri- 
guardato come Castrum, ma come Casale; forse in quel 
tempo questi erano sinonimi nella lingua notarile , poi- 
ché in un'altra carta del 1499, che si legge nel codice 
vaticano ottoboniano 2550, e che è un atto di concor- 
dia fra Gabriele Cesarini ed Antonio Frangipani circa 
un terreno del tenimento di Pratica, questa terra viene 
indicata col nome di Castrum : in tenimento castri Pra- 
ticai E questo è il primo esempio , che finora ho rin- 
venuto della ortografia attuale del nome di Pratica, nei 
tempi antecedenti sempre detta Patrica con maggior con- 
venienza etimologica. Il Piazza nella Gerarchia Cardina- 
lizia p. 324 dice , che questa terra fu dei Massimi , e 
da questi passò ai Borghesi ; quindi conviene supporre 
che nel secolo XYI venisse in potere dei Massimi, sen- 
do che fin dal principio del secolo seguente XVII diven- 
ne proprietà de'Borghesi, che pur or la ritengono dopo 
averla quasi riedificata di pianta. La popolazione di que- 
sta terra non e stabile componendosi principalmente di 
contadini e pastori che non sono nativi del luogo: dal- 
le indagini che ho fatto , nna dozzina di famiglie può 
dirsi permanente. È parte della diocesi e del governo 
di Ajbano. 

Lavinio, a cui è succeduta Pratica è al grado 41. 
30'. 46". 2 di latitudine ed al grado 30.8'. 15". 1. di 
longitudine , secondo le osservazioni fatte 1' anno 1824 
degli astronomi del collegio romano Conti e Bicchebach. 
Essa copriva due fimbrie del ripiano, che si prolunga di 
sotto a Castel Savello per la Solfarata fino al mare, ed 



233 
il quale verso occidente si frastaglia in varie lacinie , 
che vanno bruscamente a finire in una valle profonda , 
imboschita, solcata da un ruscello di acqua perenne, cho 
ha le scaturigini presso la cona di Petronilla, e ricevu- 
ti i rigagnoli anche essi perenni, che scolano dalle con- 
valli di Pratica , segue sempre col corso la direzione d« 
settentrione a mezzodì servendo di limite ai latifondi 
di Campo Ascolano, e Campo Selva, ed entra nel mare 
dopo una forte svolta da oriente ad occidente, circa 8. 
m. lungi dalle sue più lontane sorgenti. 

Il fondo del suolo è un'arenaria grigiastra coperta 
di terra vegetale , eh' è un composto di sabbia lasciata 
dal mare, rottami di fabbriche, materie vegetali disciol- 
te, e frantumi vulcanici trasportati dalle acque. Il colle 
di Pratica spicca quasi isolato fra due altre frastaglia- 
ture del ripiano commune, con due eminenze, una più 
elevata dell' altra: e sopra la più alta si distende verso 
oriente il villaggio coprendone una buona metà: il rima- 
nente della superficie del colle è nudo di fabbriche ed 
è ridotto ad un pascolo cinto da siepe. È di forma 
oblonga e somiglia tutto insieme compreso ad una ellis- 
si, nella direzione da oriente ad occidente, che volge la 
sua estremità occidentale verso il meriggio. Girando at- 
torno alla base si percorre uno spazio di circa 5000 pie- 
di, nel ripiano superiore se ne contano 4000, indizio che 
molto ripido è il declive, specialmente verso la valle prin- 
cipale che è la più bassa. Gli astronomi ricordati di so- 
pra hanno riconosciuto che la cima della torre del pa- 
lazzo Borghesiano , è 407 piedi e 5. pollici parigini so- 
pra il livello del mare, cioè circa 440 piedi romani, os- 
sia soli 90 piedi minore della sommità della croce della 
cupola di s. Pietro. Ora l'altezza del palazzo compresa 
la torre è di circa 100 piedi: la distanza da Pratica al 
mare è di tre miglia circa in linea retta: dalla base del 



234 

eoll« verso occidente al lircllo del mare difficilmente so- 
no altri 150 piedi; quindi benché più vicino al mare, il 
colle sul quale sorse Lavinio è molto più alto del Pin- 
cio alla piazza del Popolo. Ho indicato, che la differen- 
za fra il circuito del ciglio superiore e quello della fal- 
da più bassa non essendo, che di 1000 piedi di pendio 
dovea essere ripido: infatti verso nord e nord-est è qua- 
si a picco, verso occidente e mezzodì è appena accessi- 
bile : e solo verso oriente offre un' adito strettissimo ai 
carri, dove con una coda a guisa d' istmo, che si direb- 
be artificiale, riattaccasi al ripiano generale dipendente 
dalla Solfarata: ed è per questo istmo che si entra co' 
carri in Pratica tanto venendo immediatamente da Ro- 
ma per la via ardeatina, quanto seguendo la via lauren- 
tina, passando per Decimo e Gapocotta, che, come si vi- 
de^ era la primitiva. 

Dell'antico recinto rimangono traccie non solo nell' 
andamento del ciglio, o nel taglio artificiale della rupe 
verso nord-est; ma in questo medesimo punto sono al- 
cuni massi parallepipedi di pietra locale, che sembrano 
al posto, ed altri verso nord-ovest se ne incontrano ro- 
vesciati. Ora essendo il sito di natura sua forte , cinto 
da mura di questa specie, si riconosce come potè difen- 
dersi contro Lauso a' tempi di Enea, e come potè resi- 
stere alla scorreria di Coriolano, siccome fu notato nel- 
la storia. I frantumi di terra cotta informe , di tegole , 
di vasi coperti di vernice negra, e di manifattura simi- 
le a que'che diconsi etruschi, che muovendo per poco la 
terra nella parte non abitata di Lavinio appariscono ad 
ogni tratto, non solo dimostrano essere stato questo luo- 
go coperto di fabbriche, ed abitato da uomini, ma ri- 
salire la sua popolazione a tempi antichissimi : siccome 
i frammenti di marmi bianchi e colorati, i graniti, i por- 
fidi ec. che pure via via s'incontrano sono testimonii di 



235 
fatto che questa città fiorì ancora sotto gllmperadori, e 
fu nobilmente adornata. Indarno però si cercano soprat- 
terra avanzi di cdiGcìi , poiché sono tutti spariti : solo 
sulla piazza odierna, osservando attentamente il suolo, 
si ravvisa ancora la pianta di una vastissima cisterna, o 
conserva di acqua antica costrutta con mattoni di forma 
triangolare e rivestita di astraco, o signino, nella quale 
forse metteva capo l'acquedotto del quale feci menzione 
di sopra. Così nell' angolo sud-ovest fuori dell' abitato, 
odierno, pare che esistesse un edificio, e forse un tem- 
pio, riconoscendosi un ripiano tagliato nel .masso natu- 
rale. A sinistra di chi entra in Lavinio per la porta orien- 
tale è sulla piazza il piedestallo colla iscrizione a Ga^ 
lerio , nella quale , come di già notai dee osservarsi la 
ortografia della parola BAEATISSIMO in luogo di BEA- 
TISSIMO: ivi dappresso è un pezzo di statua togata che 
mostra essere stata bene eseguita, ma lavorata con fred- 
dezza , e perciò mi sembra del tempo degli Antonini. 
Dopo la iscrizione di Galerio è un altro piedestallo fis- 
so in terra ma capovolto colla epigrafe 



-»f » i-^f 1 a u R E N T V M 

VALCOMMAGENTS 

P. VITAENIVS M A R T I A L I S 

AELIVS BENEDICI V S 

- AEMILIVS EVTYCIANVS ui-'ii.,, 

iì > A V R . F R T V N I V S 

if, ili* CAESIVS DVLCITIVS VV PP 

^h ^ a PATRONO DIGNISSIMO GVRR 

Questo fu riportato dal Volpi p. 118 con molti errori; 
ma vi lesse di più in principio: 



236 

LYPO C. V. CONSTL n. o»] i 

ARI SACRAE VRBIS i .r i,: 

REGIONIS limi CVR 

il qual Lupo uomo consolare , credo , che sia il Giulio 
Lupo che ebbe l' onore de' fasci insieme con Massimo 
l'anno 232 della era volgare. 

; Havvi un'altro piedestallo con iscrizione pur di Ga- 
leno, ma con disposizione diversa nelle linee dell'ante- 
cedente, nel resto eguale, e presso questo un'altro fram- 
mento di statua togata simile all'altra. Quindi vidi un'al- 
tro piedestallo rovesciato sotto sopra , e presso questo 
un'altro piedestallo a Galerio, rotto, ma che riconoscesi 
simile ai due precedenti , se non che apparisce essersi 
scolpita la epigrafe di Galerio dopo aver cancellata una 
iscrizione precedentemente esistente , esempio non raro 
specialmente noi IV. e V. secolo , e che vieppiù dimo- 
stra ciò che fu osservato di sopra circa l'altro piedestal- 
lo di Galerio colla dedica rovesciata di sei anni anterio- 
re al suo innalzamento alla dignità di Cesare. 

Questi monumeii'.i trovansi sul lato della piazza che 
è sotto il palazzo : in quello verso il mare è un capi- 
tello corintio informe, e nella via che è l'ultima a sini- 
stra delle cinque che partono dalla piazza osservai due 
rocchi di colonne, uno di breccia, l'altro di marmo ca- 
ristio: un altro capitello corintio de'tempi della decaden- 
za è ne'dintorni della piazza, come pure una base attica 
ben modinata, alcuni frammenti di colonne di pietra al- 
bana scanalata ec. ec. indizii degli edificii che in varii 
tempi nobilitarono Lavinio. Havvi poi un piedestallo che 
nelle proporzioni e modinature somiglia a quelli di Ga- 
lerio, sul quale è la epigrafe sospetta: 



337 
SILVIVS AENEAS 
AENEAE ET LAVI 
NIAE FILIVS 

quasi che avesse sostenuto la statua di quel re, stipite 
delia dinastia di Alba , onde tutti i suoi successori as- 
sunsero il prenome di Silvio. La chiesa non offre per 
l'arte alcun oggetto degno di osservazione: girando at- 
torno ad essa di fuori si riconosce, che la tribuna ori- 
ginale opera del secolo VI, ristaurata poi nel secolo XIII. 
è nella direzione dell' oriente vernale secondo 1' antico 
costume , e per conseguenza io credo che fosse eretta 
dopo l'efimera pacificazione di questa parte d' Italia ot- 
tenuta per le vittorie di Belisario e Narsete, e che fos- 
se ristaurata verso i tempi d'Innocenzio III. che confermò 
il possesso di Pratica ai monaci di s. Paolo; questa chie- 
sa era molto più ristretta dell' attuale , e perciò se fu 
sola, come è oggi, potrebbe arguirsi che la popolazione 
di Lavinio nel secolo VI. era ridotta a molto piccola 
cosa. Il palazzo è opera de* Borghesi e non offre altra 
cosa degna di essere ricordata che il magnifico panora- 
ma della torre, che lo sormonta, dalla quale può dise- 
gnarsi la pianta della città e delle colline che la circon- 
dano, le adiacenti vastissime campagne, il mare, Castel 
Romano, Decimo, Ostia, Roma co' suoi palagi e le sue 
cupole smisurate, il dorso gianicolense, che a poco a po- 
co sale e si confonde coi monti della Etruria suburbi- 
caria , sormontati dal Cimino : e a questi succedono i 
gioghi nevosi della Sabina , che si frammischiano alle 
punte de' contrafforti dell' Appennino abitati dalle tribù 
latine : e più dappresso , coperti dal gruppo del monte 
Albano, di là dal quale il monte Lepino, sede principa- 
le de'Volsci, distende le sue braccia, terminando la ve- 



238 

data nel mar« colle rupi di Anxur, e la vetta isolata di 

Circeii. 

Il circondario di Lavinio comprendeva luoghi clas- 
sici che furono soggetto d'investigazioni erudite da cir- 
ca tre secoli. E primieramente debbono visitarsi le adia- 
cenze verso occidente , dove alcuni pongono il tumulo 
di Enea, il luco del Padre Dio Indigete, ed il fano di 
Anna Perenna ingannati dalla supposizione che il rivo 
di Petronella sia il Numico. Uscendo pertanto dalla por- 
ta orientale e prendendo la via a destra, che è la lau- 
rentina, costeggiando il villaggio verso mezzodì, si os- 
serva che la convalle fra Pratica ed il colle meridionale 
si presenta nell' attaccatura come un teatro , onde non 
sarebbe improbabile credere che ivi fosse stato di fatto 
il teatro di Lavinio. Il colle sovraindicato ha le falde ve- 
stite di alberi, ed il ripiano coltivato a vigne ed a gra- 
no. Lungo la via incontrasi di tempo in tempo qualche 
poligono di lava basaltica, ora smosso, ora conflccato al 
suo luogo, che sono una prova dell'andamento della via 
antica proveniente da Roma : e sotto il villaggio havvi 
qualche pietra quadrilatera , avanzo dell' antico recinto. 
Seguendo questa via, dopo circa un terzo di miglio, a 
sinistra è una sorgente , la quale , come oggi fornisce 
l'acqua ad un fontanile rustico, in origine, che sarà sta- 
ta anche più abbondante, la forni ai Laviniati; lo scolo 
di questa fonte traversa la via e va a cadere nel fosso 
di Pratica. Non molto dopo si perviene sotto la falda 
occidentale del colle di Lavinio che ivi si presenta in 
tutta la sua imponenza ; dove il ruscello del fontanile 
mescesi con quello detto della valletta ed ambedue van- 
no ad influire nel rivo di Petronella. Alcuni ne' tempi 
passati hanno creduto, che questo fosse il Numico, opi- 
nione che oggi non può più tenersi, imperciocché essen- 
do stabilito che Lavinio è a Pratica, il Numico dee rin- 



239 
tracciarsi fra Lavinio, ed Ardea, doY« concordemente si 
pone dagli antichi scrittori latini, e greci, cioè ad orien- 
te e non ad occidente di Lavinio. Al confluente di que- 
sti rivi lasciasi a sinistra la via laurentina, che per Ca- 
po-cotta, e Decimo si dirigge a Roma; e traversando un 
cancello rustico ed il rivo entrasi nel lenimento di Pe- 
tronella Naro, al quale in questo luogo il ruscello è di 
confme verso quello di Pratica. Ora in questo punto, sul- 
la sponda destra del ruscello, si presenta un tumulo iso- 
lato da tutte le parti, ed imboschito, che ricorda quel- 
lo del Patris Dei indigetis; imperciocché è immediatamen- 
te sotto Lavinio, è di mediocre estensione, e lascia rav- 
visare in qualche parte la mano degli uomini , e se si 
eccettuano le fila regolari di belli alberi, ai quali è suc- 
ceduta una boscaglia informe , ninno meglio di questo 
tumulo corrisponderebbe alla descrizione lasciataci da 
Dionisio, riferita di sopra; ed essendo accaduta una forte 
battaglia non lungi da Lavinio, e molti periti da ambe le 
partii gli eserciti , sopraggiunta la notte si disciolsero , ed 
il corpo di Enea non essendosi piti in alcuna parte vedu- 
to , altri supposero che fosse stato trasportato fra gli dei , 
altri che fosse perito nel fiume lungo il quale si era data 
la battaglia , e a lui i Latini edificarono un eroo ornato 
con questa iscrizione : DEL PADRE DIO TERRESTRE 
CHE DEL FIVME NVMICO IL CORSO GOVERNA . . . 
Ed è un tumulo non grande , ed intorno vi sono piantati 
alberi in fila degni di essere veduti. Ma la grave diflìcol- 
tà, insormontabile, a riconoscerlo per quello testé accen- 
nato é che il rivo, non è il Numico, e Livio lib. I. e. 
IL nel Numico pone l'eroo di Enea: situs est, quemcum- 
que eum dici ius fasque est super Numicium flumen , Jo- 
vem Indigetem appellant ; e con Livio in sostanza si ac- 
cordano Ovidio, Vittore, e gli altri antichi scrittori, e 
Dionisio stesso pcfc'anzi allegato. "• 



240 

D(^o aver visitato questo tamulo , continuando a 
rimontare il rivo di Petronclla verso settentrione, incon- 
transi di tempo in tempo rigagnoli che scendono dalle 
falde vicine ad ingrossare il tronco principale , e dopo 
circa due miglia di cammino si giunge sotto il ripiano 
di Petronella nel così detto Prato del Gasale. Di già 
notai a suo luogo , che alcuni posero Lavinio a Petro- 
nella Naro, ed altri vi collocarono il Fanum Ànnae Pe- 
rennae , frai quali figura principalmente V Olstenio ', ma 
che ambedue le opinioni sono erronee , poiché Lavinio 
era a Pratica, e quel fanum fu sul Nuraico. Impercioc- 
ché Ovidio nel terzo de'Fasti v. 647 e seg. chiaramen- 
te si esprime di costei così: 

; Corniger hanc cupidis rapuisse Numicius undis 
Creditur et stagnis occoluisse suis. 
Sidonis interea magno clamore per agros 

Quaeritur: adparent signa notaeque pedum. 
Ventum erat ad ripas: inerant vestigia ripis; 

Sustinuit tacita^ consci US amnis aquas. 
Ipsa loqui risa est: Placidi sum nympha Numici: 
Àmne perenne latens, Anna Perenna vocor. 

E Silio nel lib. Vili. v. 28 e seg. fa chiamare Anna 
dagli stagni laurenti del Numico, limitrofi al bosco del 
Padre Indigete: 

Namqtie hac adcitam stagnis laurentibus Annam 
Adfatur voce et blandis hortatibus implet. 

Tum Diva (Anna) Indigetis castis contermina lucis. 
Haud, inquit, tua ius nobis praecepta murari. 

E dopo aver narrata la origine degli onori che si rea- 



241 
devano a questa semidea, ed una apparizione di Didone 
sua sorella v, 179. e seg. soggiunge 

Haud procul hinc parvo descendens fonte Numicus 
Labitur et leni per valles volvitur amne. 
Httc rapies, germana, viam tutosque receptus: 
Te sacra excipient hilares in flamine Nymphae, 
Àeternumque Italis numen eelebrabere in oris 

Anna novis somno eoccutitur perterrita visis, 

Prosiluit stratis, humilique egressa fenestra 
Per patulos currit plantis pernicibus agros; 
Donec arenoso, sic fama, Numicius illam 
Suscepit gremio, vitreisque abscondidit antris. 

E poco dopo Io stesso poeta mostra la prossimità del 
Fano di Anna Perenna al territorio de' Rutuli , e al 
mare: 

Quum nuUam Aeneadae thalamis sidonida nacti, 
Et Rutulum magno errantes clamore per agrum 
Vicini ad ripas fluvii manifesta sequuntur 
Signa pedum: dumque inter se mirantur, ab alto 
Amnis aquas cursumque rapit: tum sedibus imis 
Inter caeruleas visa est redire sorores. 
Sidonis et placido Teucros adfarier ore. 
Ex ilio primis anni celebrata diebus 
Per totam Ausoniam venerando numine eulta est. 

Chiunque per poco conosca i luoghi, dee conveni- 
re , che in niun modo il Fano di Anna Perenna potrà 
collocarsi presso il casale di Petronella , a meno di di- 
ehiarare gli antichi scrittori tutti insieme falsi e bugiar^ 

16 



242 

di. Il nome di PetroncUa suol derivarsi da s. Petronil- 
la, quasi che questo fondo fosse in alcun modo consa- 
crato a quella santa : la carta però di s. Maria in Via 
Lata , ricordata di sopra , spettante al 1330 lo appella 
Peronila : e da Peronila si sarà prima detto Petronila , 
poi Petronella, e per analogia di nome s. Petronella. Il 
casale fu da me visitato nel 1823 : è situato sopra un 
colle dirupato di tufa di forma quasi circolare, che so- 
lo verso nord-ovest ha un'accesso meno difficile e pres- 
so questo un antico antro , sacro al Genio del luogo e 
alle ninfe. Sembra che circa il secolo XIII. fosse cinto 
di mura, poiché si veggono ancora vestigia della forti- 
ficazione, che lo avrà fatto un Castrum. Amenissima è 
la situazione di questo colle, dinanzi al quale dispiega- 
si verso mezzodì la linea argentea del mare coronata da 
boschi e di tratto in tratto interrotta dalle torri di guar- 
dia : quindi non v'ha bisogno di situarvi il Fanum di 
Anna Perenna per riconoscere che anticamente non fu 
trascurato , e ne fanno testimonianza rocchi di colonne 
di granito impiegati ad usi moderni, e frantumi che qua 
e là si rinvengono i quali io credo , che appartengono 
a qualche villa. Nella carta del p. Innocenzo Mattei in- 
titolata Nova et exacto, Chorographia Latti, riportata da 
Kircher nel suo Lazio 1' anno 1671 presso M. di Leva 
è indicato un laghetto colla iscrizione Lago di Turno, 
da cui parte un ruscello che va ad influire nel rivo dal- 
la Solf arata: in quella di Ameti del 1693 si ritrova que- 
sto lago fra monte di Leva, Castel romano, e Petronel- 
la; ma il rivo che ne esce ha il nome di Rio di Torno 
e va verso il mare: in quella del Cingolani del 1704. spa- 
riscono lago e rivo, e solo fra Petronella e Monte di 
Leva, nel tenimento di Petronella è notato un piccolis- 
simo stagno senza nome e senza emissario. Maire e Bo- 
scovich non lo mettono affatto, Cassini non mette il la- 



243 

go, ma segna il rio di Torno nella mappa generale del- 
lo Stato Ecclesiastico 1' anno 1805. Nicolai , Michel , e 
Sikler, e tutti gli altri che più recentemente hanno se- 
guito Ameti l'hanno riprodotto, e ne hanno fatto uno sta- 
gnum, o Lacus luturnae, e vi hanno applicato i versi di 
Virgilio Aeneid. 1. XII. v. 134. e seg. e di Ovidio Fast. 
lib. II. V. 585. e seg. Con questa prevenzione percorsi 
tutte quelle campagne per ritrovarlo , ma indarno , ne 
interrogai i contadini, e mi assicurarono, che non esiste- 
va , e solo il più vecchio mi disse , che sul ripiano di 
un colle che sorge dirimpetto al Casale di Petronella do- 
ve oggi é l'ara , vi era , una piscina , cioè una piccola 
conca di acqua dove vanno a tuffarsi le bestie, la qua- 
le era stata disseccata: dunque il preteso lago di Giutur- 
na è una bella invenzione. D' altronde Servio commen- 
tando il passo della Eneide ricordato di sopra, e preci- 
samente i versi 139 e 40 

Diva deurriy stagnis, quae flununibusque sonoris 

Praesidet. , y 3 ^ : 

dice che Giuturna era una fonte saluberrima in Italia 
presso il fiume Numico, alla quale era stato imposto tal 
nome perchè giovava, a iuvando: che di là portavano a 
Roma l'acqua, che serviva ne'sagrificii: e ad essa sole- 
vasi in caso di penuria di acque sagrilicare : a Giutur- 
na era stato eretto da Lutazio Catulo un tempio in Ro- 
ma nel Campo Marzio : ed in onor suo celebravansi le 
feste giuturnali da coloro che esercitavano mestieri di 
acqua. Or se questa era una fonte non fu un lago , e 
se era iuxta Numicum fluotum non potè essere ne'dintor- 
ni di Petronella e Monte di Leva, ma sibbene in quel-; 
li di s. Procula e Maggione distanti buone 6 miglia dal 
casale di Petronella. 

Verso oriente il tempio di Venere, Aphrodisium ed 



244 

il Numico sono stati descritti negli articoli rispettiri. 

V. APHRODISIVM, CAMPO SELVA, NVMICVS, 

LEPRIGNANO. 

Cepronianum. 

Terra della Gomarca di Roma nel Governo di Ca- 
stel Nuovo di Porto, che contiene 838 abitanti. Essa è 
distante circa 21 miglia da Roma andando per la vìa ti- 
berina, volgarmente detta la strada di Piano, dalla qua- 
le si diverge a sinistra verso le 16 m. e mezzo: ed un 
miglio dopo il diverticolo sotto il monte Tufello si tro- 
ya un bivio : la strada a sinistra conduce a Morlupo , 
quella a destra a Leprignano. 

Il suo nome nella bolla di Gregorio VII dell'anno 
1074 riportata dal Margarini nel Bullarium Cassinense 
T. II si scrivea allora Lepronianum e questa è la prima 
volta che s'incontra: forse derivò da Apronianum fondo 
della gente Apronia. A quella epoca era di già un castrum 
ed apparteneva al monastero di s. Paolo, al quale ha poi 
sempre appartenu o. Da due documenti riportati dal Gal- 
letti nella sua dissertazione sopra Capena rilevasi , che 
sul finire dello stesso spcolo XI era stato occupato in- 
sieme con Piano e Vaccareccia , altre terre del mona- 
stero medesimo, da un tale Tebaldo: i suoi figli Cencio 
e Stefano lo resero al monastero, ed ottennero la enfi- 
teusi , la quale poi rimasta estinta , il castello tornò in 
pieno potere de' monaci , che lo hanno ritenuto fino al 
secok) presente. 



245 
u: LICENZA. 

DIGENTIA. 

È un rivo ricordato da Orazio nella epistola XVIII 
del primo libro in que'versii 

Me qttoties reficit gelidus Digentia rivus, 
Quem Mandela bibit rugosus [rigore pagm 
Quid sentire putas? ec. 

come quello, che bagnava la sua villa sabina, nella qua" 
le avea la sorgente: Epist. XVI lib. I. 
Fons etiam rivo dare nomen idoneus, ut nec 
Frigidior Thracarn, nec purior ambiat Hebrus 
Infirmo capiti fluit aptus et utilis alvo, 
e che gravi danni come tutti i torrenti di montagna ar- 
recava al prato in occasione di pioggia: Epist. XIV lib. I. 
Addit opus pigro rivus, si decidit imber. 
Multa mole docendus aprico parcere prato. 
E questo rivo conserva tutti i caratteri sovraindicati, e 
solo basterebbe a determinare il sito della villa orazia- 
na, che è certo per altri argomenti siccome vedrassi nel- 
r articolo VILLA DI ORAZIO. Il suo nome poi ha di 
poco variato dicendosi oggi Licenza. Nasce questo rivo 
principalmente dal monte Pennecchio da varie sorgenti, 
una delle quali nella villa di Orazio è nota pel nome di 
Fons Bandusiae datole dal poeta nella ode XIII. del li- 
bro IIL Questo rivo argentino scorre serpeggiando per 
la valle Ustica e serve di limite in quella parte ai Sa- 
bini ed agli Equi : e dopo circa 12 miglia di corso va 
a mescere le fredde sue acque nell' Aniene presso al 
convento di s. Cosimato circa 29 miglia lontano da Ro- 
ma. Questo rivo da nome ad una Terra che fin dal se- 



246 

colo XIII fu feudo degli Orsini; oggi appartiene ai Bor- 
ghese. Essa è nella comarca di Roma nel Governo di 
Arsoli e contiene 812 abitanti. Posta sopra un monte , 
che a prima vista sembra più scosceso di quello che è 
di fatto, è abitata da gente, che pel carattere, disinte- 
resse, e semplicità, per la giovialità, e l'amore ospitale, 
ricorda quelli antichi Sabini, da'quali discende. 

La strada per andarvi è a sinistra della Valeria pres- 
so il convento di s. Gosimato, e segue, rimontandolo, il 
corso del rivo Digenlia per buone quattro miglia, finché 
presso alla mola traversa quel rivo, ossia il tronco prin- 
cipale di esso , ed ascende alla Terra. E questa strada 
nella primavera avanzata e nella estate è deliziosa; or- 
rida però è nell'inverno, e ne'giorni piovosi presso che 
impraticabile. I monti che coronano la valle Ustica, che 
questa strada percorre sono coperti da selve annose , e 
le falde piìi basse non rendono frutto equivalente alla 
industria penosa degli abitanti che le coltivauo. 

LONGVLA. V. BUONRIPOSO. 

S. LORENZO FUORI LE MURA. 

Celebre ed antica suburbana basilica dì Róma po^ 
sta a destra della via tiburtina un mezzo miglio fuori 
della porta, detta anche essa tiburtina in origine, e po- 
scia più nota pel nome di s. Lorenzo, col quale più com- 
munemente si appella, appunto perchè per essa si esce 
a questa basilica. Da Anastasio Bibliotecario nella vita 
di Silvestro I apprendiamo, che fondatore ne fu Costan- 
tino, il quale la edificò nella via tiburtina, nell'agro yc- 
rano, sopra una cava di pozzolana, ossia arena da fab- 
bricare, e che la prolungò fino al sepolcro di s. Loren- 
zo martire, dove fece scale per iscendere e risalire: gra~ 
dum ascensionis et descensionis: ed ivi costrusse un' apsi- 



247 

da che adornò con porficìi: tri quo loco cohstruxit absidam 
et exornavit marmoribus porphyreticis. Quell' impcradore 
l'arricchì di ornamenti preziosi, e la dotò di fondi, frai 
quali meritano di essere particolarmente ricordati la pos- 
sessio Cyriacctis religione femìnae, posta nello stesso sito 
dove fu eretta la basilica, e che era stata confiscata du- 
rante la persecuzione: il fundus Veranus che dava nome 
alla contrada: la possessio Aqua Turia: quella detta Au- 
gusti nel territorio sabino : e quella detta Sulfuratarum 
ossia delle acque Albule. Questi particolari, i ristauri, 
gli abbellimenti e le successive riedificazioni, delle qua- 
li Anastasio ed altri ci han conservato la memoria sem- 
brano dovere escludere ogni dubbio ragionevole circa la 
fondazione primitiva di questa basilica , malgrado che 
oggi non rimangano più avanzi, e quasi direi traccie di 
quella fabbrica primitiva. 

Sisto III: il quale fu creato papa l'anno 432 secon- 
do il biografo testé ricordato fece la Confessione, ornan- 
dola di colonne di porfido, ed arricchì la chiesa con mol- 
ti ornamenti di argento: ora essendo la Confessione una 
parte integrale delle chiese antiche, d'uopo è supporre 
che , o la primitiva fosse molto più semplice di questa 
edificata da Sisto III, ovvero che nella scorreria di Ala- 
rico la chiesa fosse andata soggetta a qualche devasta- 
zione; onde fosse necessario rinnovare questa parte. Nel- 
r anno 455 i Vandali condotti da Genserico entrati in 
questa basilica depredarono gli ornamenti e gli utensili 
sacri di maggior valore, onde il papa s. Ilario li rinno- 
vò , come in altre^basiliche avea fatto il suo predeces- 
sore s. Leone I. Veggasi Anastasio nelle vite di questi 
due papi. E quel pontefice, cioè s. Ilario, fondò presso 
questa chiesa varii monasteri, costrusse un bagno, ed un 
pretorio, o palazzo. Circa la fine di quel medesimo se- 
colo Anastasio II, secondo il Bibliotecario, fece la Con- 



248 

fessione di argento , di 100 libre di peso , e alla sua 
morte \enne nell'arenario annesso a questa basilica se- 
polto presso il corpo di Sisto III. Simmaco successore 
di Anastasio II vi edificò un ospizio pe'poveri; pauperi- 
bus habitcLCìda dice Anastasio. 

Poco dopo sopraggiunta la guerra gotica, nella qua- 
le i dintorni di Roma ebbero a soffrire orribili guasti, 
è molto probabile, che la chiesa di s. Lorenzo, situata 
fuor delle mura , molto avesse a soffrire : e questa mi 
sembra la ragione principale , perchè papa Pelagio II 
eletto l'anno 578 si trovasse nella necessità di rinnovar- 
la , conservando la direzione primitiva , che secondo il 
rito guardava 1' oriente , cioè precisamente opposta alla 
odierna. Hic fecit, dice Anastasio nella sua vita, supra 
corpus beati Laurentii martyris Basilicam e fundamento 
constructam, et tabulis argenteis exornavit sepulcrum ejus. 
Si noti la espressione basilicam e fundamento indicante 
una riedificazione di pianta. Ed in prova di questa edi- 
ficazione nell'arco grande della basilica allor rinnovata^ 
ed oggi parte del presbiterio, fra le altre figure di mu- 
saico f che a suo luogo descriverò è ancora la immagi- 
ne di questo papa col nome scritto. A questa riedifica- 
zione riferivasi la iscrizione seguente riportata dal Gru- 
tero p. MCLXXII già esistente nell' arco sovraindicato^ 
secondo il Severano Memorie Sacre p. 651. 



lìr 'i 



249 

DEMOVIT DOMINVS TENEBRAS VT LVCE CREATA 

HIS QVONDAM IJITEBRIS SIC MODO FVLGOR INEST. 
ANGVSTOS ADITVS VENERABILE CORPVS HABEBAT 

HVC VBI NVNC POPVLVW LARGIOR AVLA CAPIT. 
ERVTA PLANICIES PATVIT SVB MONTE RECISA 

ESTQVE REMOTA GRAVI MOLE RVINA MINAX. 
PRAESVLE PYLAGIO MARTYR LAVRENTIVS OLIM 

TEMPLA SIBI STATVIT TAM PRETIOSA DARI. 
MIRA FIDES CLAVDIVS HOSTILES INFERET IRAS 

PONTIFICEM MERITIS NEC CELEBRASSE SVVM. 
TV MODO SANCTORVM CVI CRESCERE CONSTAT HONORES 

FAC SVB PACE COLI TECTA DICATA TIBI. 
MARTYRIVM FLAMMIS OLIM LEVITA SVBISTI 

IVRE TVIS TEMPLIS LVX VENERANDA REDIT. 

Questa iscrizione , che dal settimo verso apparisce 
essere posteriore, ma di poco a Pelagio II, ricorda i la- 
vori da lui fatti per la nuova basilica , e fra questi il 
taglio del monte sovrastante. Benché così importante scom- 
parve nei ristauri fatti alla chiesa nel secolo XVII. con 
danno gravissimo della storia e dell' archeologia sacra. 
Grutero nel riportarla premette per equivoco i due ver- 
si dell' arco detto di Placidia in s. Paolo fuori delle 
mura. 

Nella riedificazione di papa Pelagio narra s. Gre- 
gorio Magno Epistol. lib. III. n. XXX. 1' aneddotto se- 
guente; Sanctae memoriae decessor meus ad corpus s. Lau- 
rentii quaedam meliorare desiderans, dum nescitur ubi ve- 
nerabile corpus eius esset collocatum, et efjbditur exquiren- 
do, subito sepulcrum eius ignoranter, apertum est: et ii, qui 
praesentes, erant, atque laborabant, monachi et mansionarii, 
qui corpus eiusdem martyris viderunt, quod quidem minime 
tangere praesumpserunt , omnes intra decem dies defuncti 
tunt; ita ut nullus superesse potuisset qui sanctum et tu- 



250 

stum corpus illius viderai. Secondo questa testimonianza 
fin dall' anno 578 v' erano già monaci addetti a questa 
basilica, i quali furono certamente dell'ordine di s. Be- 
nedetto , che poi per lungo tempo , cioè fino al secolo 
XV. la ritennero: e questa testimonianza medesima con- 
ferma ciò, che dice Anastasio nella vita dollaro, indica- 
to di sopra, che egli fondò varii monasteri presso que- 
sta basilica. .. , . 

Que' tempi però erano infelicissimi : ai guasti della 
guerra gotica succedettero le stragi fatte da' Longobar- 
di, che desolarono spietatamente tutte le terre intorno 
a Roma , come lo stesso pontefice s. Gregorio attesta : 
quindi la opera di Pelagio rimase trascurata ; e papa 
Gregorio 11. dovè risarcire il tetto, che avea sofferto in 
guisa da minacciare una ruina imminente, e ricondusse 
dopo molto tempo 1' acqua alla chiesa col ristaurare i 
tubi di piombo. Veggasi Anastasio nella vita di questo 
papa. Ma ancor queste cure andarono ben presto a vuo- 
to per le micidiali scorrerie di Astolfo re de'Longobar- 
di , che mise a soqquadro specialmente le contrade fra 
Roma, Tivoli, e Prencstc negli anni 752 e seguenti. Que- 
sta basilica fu allora in tale stato miserando ridotta, che 
rimase affatto priva di tetto ed ingombra di rovine. 

Adriano I , che cercò di rimediare quanto meglio 
potè ai terribili effetti di queste vicende lagrimevoli ri- 
volse ancora gli occhi a questa basilica, e circa I' anno 
775 , volendo accrescere decoro alla santità del luogo , 
ridusse la basilica di Pelagio li. a presbiterio , e voltò 
la direzione della chiesa, aggiungendo l'aula grande co- 
me oggi si vede colla porta verso occidente, mentre la 
precedente era rivolta ad oriento. E quest' aggiunta es- 
sendo molto maggiore della basilica primitiva fu da A- 
uastasio Bibliotecario nella vita di quel papa designata 
col nome di Basilica Major. Egli così parla di questi 



251 
lavori nam et tectum eiusdem beati Laurentii martyris ha- 
silicae , quod iam distectum erat et trabes eius confractae 
noviter fecit . . . Hic idem almi ficus pater eatndem basilicam 
s. Laurentii martyris, ubi sanctum corpus eius requiescit, 
annexam basilicae maiori , quae dudum idem praesul con- 
struxerat , nitro, citroque a novo restauravìt. La povertà 
de'tempi non gli permise di abbassare la falda del col- 
le, come avea fatto precedentemente Pelagio II, sicco- 
me fu notato di sopra : e perciò prolungando sopra que- 
sta la chiesa, ne venne, che la nave trovavasi superiore 
al piano della basilica di Pelagio, che egli voleva ridur- 
re a presbiterio, mentre il rito csiggeva l'opposto. Quin- 
di il suolo della basilica di Pelagio fu alzato a segno 
che le colonne rimasero sotterrale per quasi due terzi. 
Questo medesimo motivo fece rialzare il tetto di quella 
parte, e così tutte le proporzioni architettoniche rimase-' 
ro alterate. Tale interramento artificiale è visibile, e di- 
mostra apertamente che la parte, che oggi serve di aula 
alla basilica è una giunta posteriore alla costruzione 
di quella, che è ridotta a presbiterio, che d' altronde 
si mostra come edificata in una epoca meno cattiva per 
le arti. ''■ Ih oùtCn''i.,o') ir: e- ol'J; i'ìÌììjoo) r;\)> 

i Oltre questo ristauro, e questo grande accrescimen- 
to , Adriano I. arricchì questa basilica di paramenti e 
vasi sacri, come nel secolo seguente fecero Leone III, 
Leone IV, e Benedetto III, E malgrado lo stato di bar- 
barie e di anarchia, in che la Ilalia, e particolarmente 
Roma erano cadute, pure la venerazione de' fedeli per 
questa basilica, e per le reliquie che conteneva la so- 
stenne a fronte della sua situazione estramuranca, che 
più la esponeva alle devastazioni ed all'abbandono. Cir- 
ca l'anno 952 papa Agapito II. volendo provvedere al- 
la conservazione e decoro di questo tempio lo pose sot- 
to la cura de'monaci cluuiacensi che per lungo tempo 



252 

la possederono. Veggasi il Panvinio L e. e. Vi. I papi al- 
lora sovente vi andavano ad uffìziare , e da Guiberto 
arcidiacono nella vita di Leone IX. lib. IL e. IIL ripor- 
tata dal Muratori ne Rerum Italie. Script. T. III. P. L 
p. 295 si narra che quel papa vi celebrò la pasqua e. 
vi guarì una donna energumena. Neiranno 1148 stan- 
do ancora sotto la cura di que'monaci, l'abate Ugone 
rifabbricò la Confessione quasi come ancora rimane, ed 
il suo nome insieme con quello degli artisti Pietro, 
Angelo, e Sassone figli di Paolo si legge nell'architra- 
ve interno. 

Nel secolo seguente circa l'anno 1216 papa Ono- 
rio IIL la ristaurò siccome si afferma da Martino Ful- 
dense nella cronaca riportata dall* Eccardo T. L page 
1706 da Ermanno Corner presso lo stesso T, IL pag. 
845, da Amalrico Augerio, ivi pag. 1759, e da Fran- 
cesco Pipino presso il Muratori Ber. Italie. Script. 1\ 
IX. p. 664. Alcuni attribuiscono a questo papa l'ag- 
giunta fatta come si vede da Adriano I; ma oltre che 
gli scrittori suoi contemporanei, o di poco posteriori te- 
sté nominati non fasuio punto menzione di un lavoro 
così considerabile e si contentano di dire che quel pa- 
pa renovavit rinnovò, cioè, ristaurò la basilica di s. Lo- 
renzo, secondo il frasario di quel tempo, il passo po- 
sitivo di Anastasio riportato di sopra, e lo stile esclu- 
dono una opinione siffatta. Ad Onorio IIL però cer- 
tamente si dee attribuire il portico ancora esistente , 
poiché oltre lo stile vi si vede espressa in musaico 
la sua immagine, e vi si legge il suo nome: opere del 
suo tempo sono pure le pitture semi cancellate che 
nel portico stesso si vedono , le porte e gli amboni. 
Dopo aver ristaurata la basilica, quel papa vi celebrò 
r anno 1217 la coronazione di Pietro di Courtenay , 
conte di Auxerre, nipote di Luigi il Grosso in impera- 



253 

dorè latino di Costantinopoli, secondo Amalrico Augerio 
ed Ermanno Corner ricordati di sopra, Martino Fulden- 
se però dice che morto Balduino 1' anno 1217, Onorio 
nell'anno secondo del suo pontificato costituì senza le for- 
malità della elezione Pietro conte di Auxerre in impe- 
radore costantinopolitano, e lo coronò nel Laterano. Nic- 
colò V. vi fece nuovi ristauri l'anno 1451, siccome nar- 
ra il Mannetti nella sua vita presso il Muratori Rerum 
Jtalicarum Script. T. III. p. II col. 931. 

Sisto IV. eresse questa Abbadia in commenda, e la 
die in cura ai canonici regolari di s. Salvatore, oggi riu- 
niti ai lateranensi. Poco dopo il card. Oliviero Caraffa, 
abbate commendatario rifece il soffitto , e perciò sulla 
facciata della basilica veggonsi le sue armi unitamente 
a quelle del papa allora regnante, e del re di Napoli, 
onde mostrare la sua origine napoletana. Nel secolo se- 
guente il card. Alessandro Farnese vi costrusse alcune 
cappelle. Sul principio del secolo XVII. il soffitto costrut- 
to dal card. Caraffa , minacciando rovina fu rifatto dal 
card. Francesco Buoncompagni, siccome afferma il Seve- 
rano. Finalmente i canonici regolari di s. Salvatore do- 
po avere nell'anno 1619 messo le navi minori nello sta- 
to in che oggi si veggono , cempierono nell' anno 1647 
il rista uro generale della basilica e con una iscrizione, 
che ancora si legge perpetuarono la memoria del loro 
operato, ^ 

Dopo aver percorsa brevemente la storia di questo 
antico monumento cristiano, credo opportuno di descri- 
verlo. Dinanzi la chiesa è una piazza, inferiore oggi per 
livello alla strada consolare^ la quale fu aperta nell'atrio 
di Adriano I. In mezzo è una colonna di granito rosso, 
la quale sostiene lo stemma di Clemente XI. sormonta- 
to da una croce: le stesse insegne veggonsi ripetute nei 
due angoli di questa piazza. Questi stemmi ricordano , 



254 

che essendo papa Clemente XI. ed abbate commendata- 
rio il card. Pietro Ottoboni, l'abbate ed i canonici re- 
golari nell'anno 1704 aprirono quest'area ai voti de'viag- 
giatori eriggendo la colonna sovraindicata, e distruggen- 
do i muri, che la ingombravano, e di tali fatti si man- 
tiene la memoria nella iscrizione ivi apposta. E circa i 
muri allora distrutti è da notarsi, che il Panvinio scri- 
veva ai suoi giorni, essere stata tutta questa basilica un 
tempo circondata da muri, a modo di un castello, e ve- 
dersene ancora a' giorni suoi una gran parte a contatto 
della via tiburlina. 

Appressandosi al portico , opera come fu di sopra 
indicato di papa Onorio III dell'anno 1216, questo ve- 
desi retto da sei colonne tolte da edifizii anteriori, alle 
quali furono sovrapposti capitelli di ordine ionico: Di 
queste le quattro centrali , che sono di marmo bianco 
sono scanalate a spira : le due estreme sono di marmo 
bigio e liscie. E a dimostrare quanta cura in que' tem- 
pi si avesse della proporzione basti uno sguardo alle basi 
delle due colonne di mezzo, che hanno il diametro mi- 
nore di quello de' fusti che sostengono. Nel fregio, che 
è ornato di musaico veggonsi espressi due agnelli che 
vicendevolmente si guardano , tutti e due entro un di- 
sco : è sotto questi a sinistra la protome del Salvatore 
fra quelle di due sante martiri , che il Ciampini Vet. 
Mon. T. II, e. XIII, crede rappresentare s. Cirilla e s. 
Trifonia, sepolte nel cemeterio di s. Ciriaca, sul quale 
fu eretta la basilica: a destra poi è la immagine del san- 
to levita, titolare della basilica accompagnata del nome: 
s. LAUR. scritte in lettere gotiche, e dietro questo è ef- 
figiato papa Onorio III mitrato pure accompagnato dal 
nome honoris pp hi: e finalmente appresso in atto umi- 
le, l'abbate di questo monastero, o l'artista del musaico. 
La «ornice presenta, come altri monumenti conterapora- 



255 
nei, uno stile barbaro unitamente ad una esecuzione pe- 
nosa. Sotto il portico le traccio delle pitture che l'or- 
navano, poiché ormai appena queste rimangono, fanno 
compiangere Io strazio che ne fece ne'tempi andati la 
incuria degli uomini in conservarle , e la barbarie di 
quelli, che osarono di ristaurarle: così andò perduto un 
monumento che era di somma importanza per la sto- 
ria della pittura italiana sul principio del secolo XIII , 
e per la storia de'fatti di quella epoca stessa. Imper- 
ciocché i soggetti si riferiscono in parte alla vita ed 
ai miracoli de'ss. Stefano e Lorenzo, i cui corpi riposa- 
no in questa basilica, in parte poi ai fasti di Onorio III 
stesso , frai quali ancora può riconoscersi quello della 
communione amministrata da quel papa a Pietro di Cour- 
tenay conte di Auxerre, che siccome notossi fu corona- 
to in questa basilica stessa da Onorio. Sulla porta mi- 
nore a destra è una parte del nome del pittore, che fu 
un Filippo e sembra aver lavorato queste pitture insie- 
me col padre: 

. . . PPLS FILIVS FJVS FECE 

Tre porte introducono nella basilica: ai lati di quel- 
la di mezzo, che fu pubblicata dal Giampini Vet. Mon. 
T. I p. 29 veggonsi i due leoni , come in altre chiese 
de'tempi bassi: quello a destra tiene fralle branche una 
lìgura umana, e quello a sinistra un istrice; essi furo- 
no dati dal Giampini; ma pone a destra quello che sta 
a sinistra ed a sinistra quello che sta a destra. Sulla 
porta poi è scolpita in mezzo un' aquila che tiene fra 
gli artigli un serpe. Lo stile di queste sculture è iden- 
tico a quello della cornice descritta di sopra e forse del- 
lo stesso artista. 

Entrando in chiesa, notai di sopra, che viene com- 
posta di due basiliche diverse per livello e per direzio- 
ne, cioè di quella di papa Pelagio II eretta circa l'anno 



256 

578, e di quella aggiunta da Adriano I dopo l'anno 772. 
E queste due costruzioni diverse ben si ravvisano ester- 
namente dal lato di mezzodì, dove si osserva che la fab- 
brica di Adriano I, è di frantumi di mattoni con molta 
calce, e quella di Pelagio II, è di opera mista; ed in 
questa vedesi essere stato rialzato il tetto, dopo che A- 
drìano I la fece servire di battisterio. Ora l'aula che 
prima si presenta entrando dal portico è appunto la ba- 
silica di Adriano ì che Anastasio designa col nome di 
maior a distinzione di quella di papa Pelagio che è mol- 
to minore. E divisa in tre navi da due file di colonne, 
undici per parte, con capitelli ionici. La irregolarità che 
regna nelle basi, nelle colonne, e ne' capitelli dimostra 
che furono prese da edificii più antichi: questa irrego- 
larità è così sensibile nel diametro, che da 2 piedi e 8 
digiti romani sale fino a 3 piedi e 6 digiti. Irregolari 
sono ancora gli intercolunnii variando quasi di 3 piedi. 
Generalmente i fusti sono di granito, non sofierendo ec- 
cezione che la V VI e VII a destra e a sinistra che 
sono di marmo caristio, o cipollino. Tutte le basi han- 
no un plinto meno quella della prima colonna a destra. 
Il capitello della ottava colonna a destra presenta un 
ornato , che ha dato molto a parlare agli scrittori , di 
antichità e belle arti: nell'occhio della voluta sinistra è 
una rana, ed intorno alla rosetta è voltata una lucerto- 
la. Plinio lib. XXXVI, e. IV dice che Sauro e Batraco 
architetti de' templi di Giove e di Giunone, poscia rac- 
chiusi entro il portico di Ottavia posero come emblemi 
de' loro nomi una lucertola, ed una rana in spiris cólu- 
mnarumy cioè ne' tori delle basi, tale essendo il signifi- 
cato della parola spira in latino, adottata dal greco Imipoc: 
Winckelmann nelle Osservazioni sull' Architett. degli Ant. 
e. I §. 46 inclinò a riconoscere in questo capitello l'ap- 
plicazione del passo di Plinio , e sul suo esempio altri 



257 
dissero in modo più positivo lo stesso. Ma vaglia il ve- 
ro , oltre il significato della parola spira usata da Yi- 
truvio lib. Ili e. Ili pel toro della base, a segno che 
io communicò a tutta la base stessa, secondo Pesto, lo 
stile basso troppo si oppone alla epoca in che fiorirono 
que'due architetti ricordati da Plinio. 

Il pavimento di questa parte della basilica , è a 
compartimenti di varia forma ;• e di effetto molto vago 
di quella opera tassellata di marmi di vario colore e 
particolarmente di porfido e serpentino, detti dagli an- 
tichi, marmor porphyreticum, et lacaedemonium, inventato 
secondo Lampridio in Alexandro Severo e. XXV, da Ales- 
sandro Severo, e perciò detto opus alexandrinum. Sicco- 
me veggonsi in esso impiegati marmi , che precedente- 
mente servirono per iscrizioni cristiane nel cemeterio 
annesso, perciò può riconoscersi come fatto per questa 
chiesa, e non già trasportato da edifizj più antichi: ora 
essendo stabilito, che Adriano l fu autore di quest'au- 
la, e che il pavimento fu fatto per essa, d'uopo è con- 
chiudere che esso sia opera del secolo Vili , quando 
questa parte della basilica venne costrutta. Nel compar- 
timento centrale di quest'aula veggonsi espressi in mu- 
saico due cavalieri armati di lancie con banderuole e 
di scudi triangolari, che hanno per insegne ripetutamen- 
te due leoni separati da una barra traversa ; Panvinio 
p. 228 e dopo lui Baglioni Le nove chiese di Roma p. 
150 ed altri supposero da ciò , che il pavimento tutto 
intiero fosse fatto circa la metà del secolo XIII a spe- 
se di questi due nobili romani. Ma, se il lavoro di que- 
sto compartimento ed i costumi in che ivi si veggono 
rappresentati sono di quel tempo, come da altri monu- 
menti di data certa può rilevarsi , non può asserirsi Io 
stesso del resto del pavimento^ che sembra di un'epoca 
molto anteriore; onde credo che debba conchiudersi, che 

17 



258 

si i cavalieri, che gli ornamenti che gli accompagnano, 
per la parte antica che ne rimane, fossero sostituiti ad 
una lastra di porfido, o serpentino, che precedentemen- 
te yì esisteva, giacché dalla ispezione locale è manifesto, 
che questo musaico fu incassato nel pavimento , e non 
legato con esso. Due figure simili a queste per costu- 
me e per lavoro vedevansi sul pavimento della nave 
grande della basilica di s. Maria Maggiore verso la por- 
ta centrale, che dalle iscrizioni appostevi mostravano rap- 
presentare Scoto e Giovanni Paparoni, e che sono ripor- 
tato da Ciampini Vet. Mon. T. I. p. XXXI; perii i i mu- 
saici, dopo essere stati ristaurati più volte, questi due 
cavalieri nello stesso luogo furono grafiti sopra una ta- 
vola di marmo, che ne conserva la memoria, e benché 
moderna da una idea dello stile dell'originale. Panvinio 
seguito dal De Angelis, credette anche egli che i Papa- 
roni fossero autori della opera tassellata del pavimento 
di quella basilica, che è certamente più antico; ma di- 
cendo che essi vissero durante il pontificato di papa 
Eugenio III, che tanto spese in ristaurare ed abbellire 
la basilica di s. Maria Maggiore, quest'asserzione da nor- 
ma a riconoscere la epoca de'cavalieri espressi nel mu- 
saico del pavimento di s. Lorenzo. Il compartimento di 
questo musaico fu dato in luce dal Ciampini, come al- 
lora trovavasi, cioè anteriormente ai ristauri moderni, 
che hanno alterato la forma degli elmi e qualche altra 
parte del costume; e perciò quella stampa per quanto 
sia informe, dee preferirsi a qualunque altra, che voles- 
se darsi alla luce, quantunque meglio eseguita. 
ofroiA mano destra presso la porta è un sarcofago di 
gran dimensione posto entro una specie di edicola, se- 
condo il costume del secolo XIII, sostenuta da due co- 
lonne. Questo monumento fr pubblicato più volte , e 
specialmente da Pietro Sante Bartoli: è da tre lati ador- 



^1^ 

no <li sculture a bassorilievo, lavoro della era degli An- 
tonini: quelle di fronte sono finite, quelle de'lati soltan- 
to abbozzate, indizio che il sarcofago fu destinato ori- 
ginalmente ad essere contenuto entro una nicchia. Il sog- 
getto rappresentato nella fascia dell' arca allude ai riti 
nuziali: quello del coperchio alla vita ed alla morte: dal- 
l' ampiezza di questo sarcofago, e dal soggetto eflSgiato 
parmi potersi conchiudere che fosse destinato in origi- 
ne a servire di ultima dimora a due conjugi. Essendo 
questa arca appoggiata addosso al muro occidentale del- 
la basilica, il lato meridionale presenta tre figure; quel- 
la a sinistra virile, succinta porta un paniere di frutta: 
quella di mezzo muliebre, co'crini annodati indietro, co- 
me veggonsi effigiate le immagini di Faustina giuniore 
e Crispina tiene un festone : e la terza è un popa , o 
vittimarlo espresso nell'atto di menare la troia, simbolo 
della fecondità , al sagrifizio. Sulla faccia di mezzo è 
espresso il soggetto principale, cioè il rito nuziale, sog- 
getto che può dividersi in tre sezioni; nella prima a sF- 
nistra ravvisansi tre figure nelle quali riconosconsi la 
Terra o Rea personificata sotto la forma di una donna 
coronata di torri, con cornucopia: l'Imene: e la Pronu- 
ba; nel segmento centrale è un tempio in fondo, ed avan- 
ti ad esso una donzella velata, con un paniere di frut- 
ta dinanzi, e presso questa un garzone che mena un'a- 
riete, simbolo della generazione, animale che in tale cir- 
costanza sagrificavasi: due persone rappresentanti i con- 
jugi sono in mezzo; barbato e velato è l'uomo: la don- 
na tiene nelle mani una tortora , simbolo della fedeltà 
conjugale; nel terzo segmento è espresso l'atto in che i 
conjugi stringonsi la destra sul capo di un Camillo che 
tiene la face e figura il Genio dell'Imene : dietro l'uomo 
sono altre figure togate: e due donne dietro la sposa^ 
indicanti i parenti di ambedue. Il lato settentrionale pre- 



260 

senta tre donzelle che portano gli arredi della sposa , 
cioè la cassetta degli odori , la pyxis o custodia degli 
unguenti, ed un gran specchio rotondo. Ho notato, che 
sul coperchio il soggetto rappresentato allude alla vita 
ed alla morte ; come antefissc angolari veggonsi sculte 
due maschere barbate: presso quella a sinistra è il sole 
in atto di sorgere, presso l'altra la luna in atto di tra- 
montare; e dinanzi a lei la notte stende il suo velo: so- 
no questi gli emblemi del nascere e del morire; coeren- 
ti a questi simboli sono in mezzo la immagine di Plu- 
tone , accompagnata dal Cerbero , fra quelle di Venere 
e Proserpina , di Castore e Polluce. Questo sarcofago 
avendo riveduto la luce nel secolo XIII, servì di tom- 
ba a Guglielmo Fiescbi nipote d'Innocenzio IV, il qua- 
le, essendo cardinale diacono di s. Eustachio, morì l'an- 
no 1256. Sul listello leggesi la iscrizione seguente di- 
sposta in due linee: è da notarsi la ortografia di DOM- 
MINI e PAPE: (1) HIG REQUIESCIT CORPUS . DOM, 
MINI GUILIELMI SANCII EUSTATHII DIACONI GAR- 
DINALIS NEPOTIS QUONDAM FELIGIS RECORDA- 
TIONIS DNI INNOCENTII 

(2) PAPE QUARTI EX PROGENIE COMITUM LA- 
UANI ORTI CUIVS ANIMA REQUIESGAT IN PACE 
L'angolo entro cui è il sarcofago contiene pitture del 
secolo XIII contemporanee al pontificato d'Innocenzo IV: 
a sinistra è rappresentata la Vergine : di fronte sono i 
santi Ippolito, Lorenzo, papa Innocenzio IV. il Salvato- 
re, s. Stefano, e s. Eustatio, od Eustachio, figure accom- 
pagnate dai nomi così scritti ; S, IPOLITVS . S. LAU- 

RENTIU INNOGENTIU PAPA IIII Ih'C XPC dns S. 
STEFANU S. EUSTATH. Una lunga iscrizione poi in 
versi leonini contiene 1' elogio del defunto cardinale in 
;sette linee così: ^ a ,r;,sj- v jyr a. i!i!i^')ii i.i 



261 
(1) SISTE GRADU . CLAMA . QUI PERLEGIS HOC 
EPIGRAMA . GUILIELMU PLORA . QUE SUBTRA- 
XIT BREUIS HORA (2) NOBIS PER FUNUS . DE CAR- 
DINIBUS FUIT UNUS . PRUDENS . VERIDICUS -v 
CONSTANS . ET FIRMUS AMICUS. (3) VERE CA- 
THOLICUS . JUSTUS . PIUS . ADQUE PUDICUS . 
CANDIDIOR CIGNO . PATRULS QUARTO FUIT 
INNO. (4) CENTIUS ILLIUS . MORES IMITANS NEC 
ALIUS . ROME . NEAPOLI . QUOS IMPROBA MORS 
PHARISEAT. (5) REGIA SANCTA POLI . lUNGITE 
OSQUE BEAT . LAVANIE . DE PROGENIE COMI- 
TUM FUIT I STE. ( 6) REX VENIE . DE SIN REQUIE . 
SEDEM SIRI XPE . ANNI SUNT DATI . DNI SUPER 
ASTRA REGENTIS. (7) QUINQUAGINTA DATI . ET 
SEX CUM MILLE DUCENTIS i. nìr i; , id 

Sulla mano manca dove oggi è collocato il Fonte 
fu ne' tempi passati un altro gran sarcofago , ora posto 
dietro la tribuna , e che il Panvinio crede aver conte- 
nute le ossa di papa Damaso IL Anche ivi le pareti so- 
no coperte di pitture dello stesso secolo XIII. Andando 
quindi verso la confessione un gradino s* incontra che 
determina il limite dell'antico Chorus, che era separato 
con un recinto dall' aula , siccome osservasi in s. Cle- 
mente. Aderenti a questo recinto oggi tolto sono gli am- 
boni: quello a destra è nell'interlocunnio fralla ottava e 
la nona colonna, quello a sinistra è appoggiato alla no- 
na. Questi amboni essendo in tutte le parti di lavoro 
analogo ai chiostri di s. Paolo, e di s. Giovanni, d'uopo 
è crederli opera di Onorio III, epoca che corrisponde a 
quella de'due chiostri sovraindicati, e tanto più proba- 
bile in s. Lorenzo, conoscendosi i grandi ris tauri che 
quel papa fece a questa basilica. ; Ir):.';: 

-i': Qui insorge una questione, vedendo che questi due: 
amboni stanno in luogo contrapposto , ciojè che a cornU' 



262 

epistolae trovasi collocato quello che dovrebbe stare a 
cornu evangelii', forse ciò dee ascriversi alla ignoranza 
de'tempi, che guardando solo ad imitar la forma che di 
tali amboni vedeva in altre chiese non badò a collocar- 
li nel luogo proprio, quando già la liturgia era stata in 
occidente variata. Sotto l' ambone a destra erano stati 
posti ad ornamento i marmi appartenuti ad un bel fre- 
gio, sul quale erano stati rappresentati utensili sacri, e 
marittimi, forse parte un dì di qualche tempio di Net- 
tuno. Questi ammiransi oggi nella camera de'Filosofi nel 
Museo Capitolino , dove vennero trasportati per ordine 
di papa Benedetto XIV. Lo stile è de'tempi adrianèi, e 
non sarebbe improbabile che venissero dalle rovine della 
villa tiburtina di Adriano. 10 (^ì M'^ 

Fu indicato di sopra che le navi minori vennero 
ridotte nello stato odierno l'anno 1619. In quella a de- 
stra sono tre altari: sul primo fu espressa la sepoltura 
de'ss. martiri Ippolito e Giustino, secondo il Baglioni da 
Sottino bolognese: sul secondo s. Ciriaca che fa sotter- 
rare i martiri, è di Emilio Savonanzio , che nell' altare 
seguente espresse il battesimo amministrato da s. Loren- 
zo a molti catecumeni. Pitture sono queste, come tutte 
le altre di questa basilica di mediocre importanza per 
r arte. 

Nel primo altare della nave sinistra Giovanni Se- 
rodine di Ascona espresse s. Lorenzo che distribuisco 
elemosine ai poveri; nel secondo il Sottino dipinse una 
Sacra Famiglia: e finalmente nel terzo la decollazione di 
s. Giovanni fu fatta dal citato Serodine. Veggasi Baglio- 
ni, Vite de Pittori p. 199. Nove Chiese p. 151. Si scende 
quindi ad una cappella sotterranea arricchita di molte 
indulgenze, per la quale si ha un adito al cemeterio di 
Ciriaca: i due depositi che vi si veggono furono archi- 
tettati da Pietro da Cortona , uno di essi appartiene a 



263 
Bernardo Guglielmi, al quale fu eretto dal cav. France- 
sco Barberini: il suo ritratto è opera di Francesco Que- 
snoy detto il Fiammingo. Ai pilastri che servono di te- 
stata all'odierno presbiterio sono appoggiati due altri 
monumenti sepolcrali: quello a sinistra siccome ricavasi 
dalla lunga iscrizione ivi scolpita, fu posto da Livia Ca- 
pranica al suo consorte Michele Bonelli pronipote del 
pontefice s. Pio V, dal canto di una sorella, morto ca- 
pitano generale di s. Chiesa, il quale molta lode ripor- 
tò nella battaglia di Naupatto, o Lepanto, onde ottenne 
il commando della milizia della flotta pontificia, e quel- 
lo delle galere di Emmanuelle duca di Savoja; egli mo- 
rì ai 25 di marzo dell'anno 1604. Il monumento a de- 
stra ornato di trofei turchi appartiene a Giuseppe Ron- 
dinini Romano erettogli dalla figlia Felice Zacchia Ron- 
dinini^ il quale dopo aver fatto le sue prime campagne 
nella guerra dalmatica contro i Turchi in servizio de'Ve- 
neziani ebbe dal Senato Veneto il commando delle ope- 
re esterne di Gandia in difesa delle quali perì in un 
assalto dato dai Turchi ai 13 di settembre 1649. In 
fondo al coro stabilito da Adriano I si discende alla con- 
fessione nella quale conservansi i corpi de' ss. Stefano, 
Lorenzo, e Giustino collocativi da Pelagio IL 

Quindi per otto gradini divisi in due rampe ai 
lati della Confessione si ascende al presbiterio, che se- 
condo ciò che si è mostrato di sopra occupa tutta l'au- 
la della basilica di Pelagio II che perciò Tenne rial- 
zata rimanendo le colonne interrate per due terzi : la 
prima delle colonne a mano sinistra di chi sale fu sca- 
vata ai tempi di Clemente XI sul principio del se- 
colo passato, siccome narra Ficoroni nelle Vestigia di 
Roma Antica lib. I. e. XVII. p. 118, ed allora fu ri- 
conosciuto che il piano antico della chiesa corrisponde- 
va a quello del cemeterio di Ciriaca : le altre colonne 



261 

sono state scavate in questi ultimi anni, e si è in que-* 
sta circostanza osservato che il pavimento primitivo era 
stato tolto nel rialzamento del piano , e forse è quello- 
stesso che veggiamo riportato nel presbiterio attuale;, mol- 
to analogo pel lavoro a quello dell'aula grande di Adria- 
no I. Il peristilio di questa parte della basilica è for- 
mato da un portico a due piani, di dodici colonne cia- 
scuno, cioè due di fronte e cinque per parte ne'lati, ed 
è con s. Agnese fuori delle mura un altro esempio per- 
manente della forma delle basiliche profane: la volta o 
soffitto che separava il portico inferiore dal superiore 
fu troncata quando questa basilica di Pelagio II fu ri- 
dotta a presbiterio dell'altra maggiore da Adriano I. Le 
colonne dell'ordine inferiore sono di marmo frigio o pa- 
vonazzetto: di queste, dieci hanno capitelli corintj e due 
che sono le prime per chi vi sale dall'altra basilica han- 
no capitelli ornati di trofei e di Vittorie; sì gli uni che 
gli altri possono credersi per lo stile opera del tempo 
degli Antonini. Esse sostengono un intavolamento com- 
posto di pezzi di stile ed ornato diverso , indizio che 
vennero tolti da altri edificj per impiegarli in questa chie- 
sa alla rinfusa. Le colonne del portico superiore sono 
di pavonazzetto e di marmo bianco, meno le due di fron- 
te che non sono di serpentino come volgarmente si di- 
ce, ma di quel porfido che gli scalpellini chiamano por- 
fido verde. Stando in questa parte rialzata e guardando 
verso la porta vedesi sull'arcone una parte del musaica 
fatto da Pelagio II, autore di questa parte della basili- 
ca , prova ulteriore che questa un tempo fu la basilica 
stessa, essendo costume di ornare di tali musaici e pit- 
ture la parte rivolta al popolo, come si osserva in s. Pao- 
lo ed in altre chiese antiche, e come la ragione esigge- 
va. Rimane ancora una parte della iscrizione sull'archi- 
volto . . . TMA . . . MLEVITA STBISTI ~ IVRE TVIS 



265 
TEMPLIS LVX ben ... e sulla faccia sì sono conser- 
vate tutte le figure coi loro nomi originali: in mezzo è 
il Salvatore che siede sopra una sfera in atto di bene- 
dire colla croce nella mano sinistra : a destra di esso , 
cioè a sinistra di chi guarda sono un santo pure con 
croce, forse s. Pietro, mancante di nome, s. Lorenzo che 
colla sinistra tiene la croce ed un libro aperto che mo- 
stra il testo DISPERSI! DEDIT PAVPERIBVS e colla 
destra la sua basilica : egli si riconosce alla iscrizione : 
SCS LAVRENTIVS che è sul suo capo: dietro a lui e 
di statura minore è il papa Pelagio II col suo nome 
PELAGIVS EPISC. A sinistra del Salvatore sono s. Pao- 
lo ravvolto nel pallio colla epigrafe PAVLVS: s. Stefa- 
fano col suo nome SCS STEPHANVS che tiene il vo- 
lume aperto col testo ADESIT ANIMA MEA ; e final- 
mente S. Ippolito che tiene una specie di coppa, il suo 
nome ivi è scritto SCS YPOLIT. Sotto questo santo nel 
sesto dell' arco è rappresentata come in molti altri mo- 
numenti cristiani una porta torrita colla epigrafe -f- BE- 
THLEEM. Sotto Pelagio dovea essere una rappresenta- 
zione simile col nome di HIERVSALEM, ma oggi è pe- 
rita. Ciampini pubblicò il primo questo musaico Vet. Mon. 
T. II. Tab. XXVIII, che è stato poi ripetuto da Guthen- 
son e Knapp recentemente nella interessante raccolta de' 
monumenti cristiani che ora stanno pubblicando. Questo 
musaico è un monumento prezioso sì per la storia del- 
le arti che per quella di questa insigne basilica. Il san- 
tuario o altare principale é ornato di quattro belle co- 
lonne di porfido rosso che sostengono una piccola cupola: 
le quattro colonne sono forse quelle medesime che sic- 
come fu osservato di sopra vennero poste alla confessio- 
ne dal pontefice s. Sisto III; ma come oggi si trovano, 
insieme col loro architrave, furono poste nell'anno 1148 
da Ugone Abbate , e gli artefici furono un tal Giovan- 



266 

ni insieme con Pietro, Angelo, e Sasso figli tutti di Pao- 
lo, scalpellini; questa notizia ci venne conservata dalle 
iscrizioni esistenti sull'architrave nella parte interna; im- 
perciocché ivi nel lato che guarda la tribuna odierna leg- 
giamo in una linea: 

+ ANN D. M. G. XL. Vili. EGO HUGO HUMILIS 
ABBS. HOC OPUS FIERI FECI 

e da quella che guarda la porta pure in una linea: 

+ lOilS . PETRUS . ANGELUS . ET SASSO FILII PAULI 
MARMOR . HUrOPERIS MAGISTRI FUER 

La piccola cupola che queste colonne sostengono è mo- 
derna. Il soffitto di questa parte della basilica fu fatto 
rifare dal cardinal Buoncompagno. 

Intorno al presbiterio veggonsi appoggiati alle co- 
lonne sepolte sedili di marmo alle cui testate sono due 
mezzi leoni di marmo : in fondo è la sedia episcopale 
alla quale si ascende per parecchi gradini: sì questa che 
i sedili, ed i mezzi leoni sono opera di Onorio III, es- 
sendo analoghi per lo stile alle altre cose di quel pon- 
tefice,, e particolarmente i leoni sono affatto simili a quelli 
che abbiamo descritto innanzi la porta principale. A de- 
stra di chi guarda la sedia é una lastra di marmo fo- 
rata sulla quale la tradizione vuole che il corpo di s. 
Lorenzo fosse posato. Uscendo dal presbiterio nel corri- 
dore che gli gira attorno , a sinistra di chi entra per 
la porta principale trovasi un accesso moderno alle ca- 
tacombe di Ciriaca j dove, oltre il corpo di s. Lorenzo 
ivi deposto dai ss. Giustino prete ed Ippolito , furono 
ancora sepolti lo stesso s. Ippolito co'suoi compagni mar- 
tiri, ed i santi Romano, Concordia, Ciriaca, Trifonia, e 



267 
Cirilla. E dall'esservi stato sepolto s. Ippolito una par- 
te di questo cemeterio ebbe il nome di questo santo, e 
r altra quello di s. Ciriaca. Una descrizione grafica di 
quella parte detta di s. Ippolito fa Prudenzio nel Peri- 
stephanon Hymn. XI v. 153 e seg. Il Boldetti nella sua 
opera àeCemeterj de'ss. Martiri lib. II. e. XXVIII, no- 
tò che quello di Ciriaca è vastissimo, a tre ordini di 
vie, ed ha oltre questo della chiesa altri accessi nel- 
la vigna adjacente. Tre ordini pure di vie secondo Io 
stesso scrittore ha quello di s. Ippolito, il quale par- 
ticolarmente diramasi sulla mano sinistra della via pu- 
blica sotto la vigna de'Golonnesi. 

Presso questa basilica esistevano secondo Anasta- 
sio tre chiese, quella di s. Agapito eretta da Felice III, 
quella di s. Stefano dedicata da Simplicio , ristaurata 
da Adriano I, ed arricchita da Leone IV, e finalmen- 
te quella di s. Maria arricchita pure dallo stesso pon- 
tefice Leone IV. Non rimangono più avanzi di queste 
chiese, e forse erano di già in rovina ai tempi di 0- 
norio III, il quale avrà fatto uso de'materiali di que- 
ste onde ristaurare ed abbellire la chiesa principale. 

Fin dall'anno 1812 il governo che allora reggeva 
Roma avea scelto il campo a sud-ovest di questa basi- 
lica per uno de'cemeterj pubblici di Roma, ed in par- 
te era stato di già ridotto a tale uso: rimasta la ope- 
ra interrotta fino all'anno 1834 fu di nuovo intrapre- 
sa, e per decreto sovrano l'anno 1836 ha cominciato a 
servire all'uso destinato. 

A questa basilica, come a quella di s. Pietro, e 
di s. Paolo conduceva anticamente un portico, il quale 
cominciava alla porta s. Lorenzo, e seguendo la dire- 
zione della strada a destra dirimpetto a quella porta 
medesima conduceva direttamente alla facciata primiti- 
va della basilica. E di questo portico fa menzione A- 



268 

aastasio, come quello che fu ricostrutto da Adriano ly 
e da Benedetto III nel secolo IX e dopo quella epoca 
non se ne trova più memoria, in guisa che oggi non 
si conoscerebbe la sua esistenza se Anastasio non l' a- 
vesse ricordato. 

5. LORENZO 

lenimento dell' Agro Romano di circa 705 rubbia 
di terra, il quale confina colla spiaggia del mare, col 
territorio di s. Appetito, Gogna, Focignano, e Solfarata. 
Esso è distante circa 27 miglia da Roma, e vi si va 
direttamente per la strada di Ardea , dalla qual terra 
è lontano circa 4 miglia. 

Il casale ed il procoio di questa tenuta meritano 
di essere particolarmente notati, e soprattutto il pro- 
coio, il quale può dare agli stranieri una idea più giu- 
sta de' costumi pastorizii della campagna di Roma, so- 
vente cosi travisati dagli scioli che trascinano nelle lora 
false opinioni gli stranieri, che non volendo le van pro- 
pagando. Alcuni avanzi di opera mista che si osserva- 
no sotto il casale attestano la esistenza di qualche fab- 
brica in questo punto , lungo la via severiana e pro- 
babilmente di una stazione costrutta nel secolo IV. Po- 
co più oltre si traversa un rivo, e quindi a destra si 
vede il granaio del tenimento fondato ancora esso so- 
pra ruderi di opera mista , ed in parte di opera sara- 
cinesca. Di là da esso è la chiesa ad onore di s. Lo- 
renzo che dà nome al tenimento ed a tutta la contra- 
da, e fu causa ne' tempi passati del gravissimo errore 
prodotto dalla somiglianza del nome, che fece credere 
in questo punto il sito di Laurento, il quale era alme- 
no undici miglia più verso Roma , a Capocotta sicco- 
me fu notato nell'articolo LAVRENTVM. Questa chic- 



S69 
sa che è moderna ricorda quella che l'anno 1074 era 
in questo luogo ed apparteneva ai monaci di s. Paolo 
per metà, siccome ricavasi dalla bolla di Gregorio VII. 
riferità dal Margarini: et iuxta mare medietatem ecclesiae 
s. Laurentii positam in territorio ardeatino. Di là da que- 
sta chiesa è una imponente torre littorale dello stesso 
nome costrutta dopo la metà del secolo XVI. sui dise- 
gni del Buonarroti per testimonianza dell'Eschinardi. .'^i 
Il tenimento di s. Lorenzo nel secolo XVII. appar- 
teneva in parte ai Caffarelli, in parte ai Bartoli: nel se- 
colo XVIII. divenne proprietà dei Di Pietro , ed oggi 
appartiene ai Pallavicini di Genova che in questi ulti- 
mi anni l'hanno acquistato dai Di Pietro, i m < ?.;> = ;. 

h.lOm\M—BOTTACCJÀ e CASTEL DI GUIDO: .h 

y^!^\,'„,-f èastrum he ©ùiìro ,"m 

"1. T"" qlaetram ©utòonterr' "'"'''" 

-igT i;l i>.oo i•.o7f^ri^.T<TTf^. •.r^-*?'>r"T*r?ft RJèocp .c.-.n-):-? 
OÌ^-- ■ '■ ''-'■■■^■■:- ••'■■■ ■ ■■ • • • .' •- 

-"^ Lorium, o Laurium, giacché in ambedue i modi tal 
nome si trova scritto, fu una stazione sulla via aurelia, 
concordemente posta, secondo Sesto Aurelio Vittore epit. 
e. XX, l'Itinerario di Antonino, e la Carta Peutingeria- 
na, al XII. miglio da Roma, ed è un fatto, che 11 XII. 
miglio dalla porta gianicolense antica , che fu presso a 
poco dove è la porta s. Pancrazio odierna si contano 
circa 12 miglia al ponticello fra i casali di Bottaccia e 
Castel di Guido. Ivi gli antepati di Antonino Pio ebbe- 
ro una villa nella quale per testimonianza di Capitoli- 
no e. I. e e. XII. quell'ottimo augusto fu educato e mo- 
rì. Egli vi edificò un palazzo, e la frequentò come fe- 
ee Marco Aurelio durante la sua vita, siccome appren- 



270 

diamo dalla corrispondenza di Frontone con lui: tib. I. 
ep. I. e III. Lib. IL ep. XVIII. lib. III. ep. XX. lib. 
V. ep. VII. E in quelle lettere particolarmente si nota 
come Lorio era luogo di diporto, o come oggi direbbe- 
si di villeggiatura per la famiglia imperiale, e come la 
via aurelia, allora, come pure adesso era pel continuo 
salire e scendere sdrucciolevole : Feci dice Frontone nel- 
la epistola III. del I. libro , compendium 4tinens Lorium 
usque, compendium viae lubricae, compendium clivorum ar- 
duorum. La villa imperiale attrasse in quel luogo una 
popolazione, che per la circostanza locale vi si manten- 
ne , malgrado che dopo la morte di Antonino Pio non 
sembra che fosse la villa più frequentata, a segno, che 
secondo Capitolino ai suoi giorni, cioè circa il principio 
del IV. secolo della era volgare, vedevansi le rovine del 
palazzo: ttbi postea palatium extruxit cuius hodieque reli- 
quiae manent. Onde io credo, che dopo la morte di Com- 
modo, quando, secondo Lampridio nella sua vita e. XX. 
esisteva ancora un procuratore, ossia amministratore lau- 
riense, questa villa rimase abbandonata. Non così la Ter- 
ra, che ivi si era formata, poiché, malgrado il guasto 
dato a questa parte dei dintorni di Roma da Alarico cir- 
ca Tanno 409 per testimonianza di Rutilio Itiner. lib. I. 
un vescovo vi si manteneva nel V. secolo sotto Felice 
III. nominandosi Pietro vescovo di Lorio che sottoscris- 
se al concilio romano tenuto l'anno 487. Ma dopo quel- 
la epoca non se ne fa più menzione, e forse rimase de- 
serta nella guerra gotica del secolo seguente. 

L'anno 1824 la principessa Doria Pamphili, signora 
della tenuta della Sottaccia apri uno scavo lungo la via 
aurelia , e nella valle che V attraversa : lungo la strada 
trovò sepolcri^ e fra questi fu notato, che molti sepol- 
cri cristiani orano stati fatti sopra le rovine di sepolcri 
pagani , prova che continuò Lorio ad essere abitato nel 



271 

IV. e V. secolo. Le rovine nella yalle furono rinvenute 
così detrite che gli scavi non diedero alcun risultato : 
esse sembrarono appartenere nella parte superiore, ossia 
a destra della strada, a varii casini lungo la valle, de- 
moliti però quasi fino al piantato: uno era quasi aderen- 
te alla sponda della strada prima del ponticello : due 
erano uno incontro all'altro sulle due sponde del fosso, 
un terzo di miglio più sopra; un altro casino si scopri 
sotto una falda di monte dirimpetto al confluente di un 
fosso che sbocca nella sponda destra del principale. La 
fabbrica però sontuosa era sul ripiano di un colle che 
si vede dominare in fondo alla valle alla distanza di un 
miglio dal ponticello, e che sembra essere stata il prae- 
torium. Altri scavi furono fatti nella valle medesima a 
sinistra della strada, ed in questa parte le fabbriche era- 
no così dislocate, che io credo che ivi fosse il Lorium 
villaggio; tanto più che fra que'ruderi molti ve ne era- 
no del IIL IV. e V. secolo della era volgare quando 
già la villa degli Antonini era abbandonata ; mentre i 
ruderi a destra della strada presentavano tutti la costru- 
zione di laterizio e reticolato del carattere proprio del 
tempo degli Antonini, meno nel Praetoriumy dove osser- 
vai avanzi del primo secolo dell' impero inviluppati fra 
quelli degli Antonini: e che appartenevano al predio ori- 
ginale della famiglia di Antonino Pio, nel quale fu edu- 
cato, e che servì come di nucleo alla sua villa imperia- 
le. Queste fabbriche riconoscevansi come spogliate da 
lungo tempo, e se si eccettuino frammenti insignifican- 
ti di lastre di marmi fini che aveano servito ai pavimen- 
ti ed ai rivestimenti de'muri non si rinvenne altro. Frai 
ruderi di Lorio stesso si trovarono musaici grossolani , 
che fecero ricordare la scoperta fatta ai tempi di Pio 
VI. ne' dintorni appunto della tenuta di Castel di Guido 
entro ì limiti di quella detta Porcareccio-Paola, del bel 



272 

musaico della sala delle Muse del Vaticano, che rappre- 
senta attori tragici e comici nel loro costume teatrale. 

Il sito di Lorio è oggi compreso in due tenute: la 
prima ha nome Bottaccia per essere il casale di essa co- 
strutto presso una botte, o ricettacolo di acqua, che ser- 
ve ad un fontanile, e che forse è l'antica conserva, che 
serviva alla stazione. Il casale è sulla sponda sinistra 
della strada poco più oltre il X miglio attuale quasi XII. 
antico: la tenuta comprende 333 rubbia divise ne'quar- 
ti detti della Bottacciola , o Casale , della Torre , delle 
Streghe, e di Cecanibbio: confina con quelle di Selce, 
Paola , e Castel di Guido. Essa fu già del card. Ales- 
sandro Peretti , detto il card. Montalto e quindi venne 
in potere de'Doria-Pamfili, ai quali ancora appartiene. 

L'altra dicesi Castel di Guido, ed il casale a sini- 
stra della via aurelia trovasi 11 miglia e mezzo lungi 
da Roma. Essa appartiene all'ospedale di s. Spirito, con- 
fina colle tenute di Maccarese, Castel mal nome, Fonti- 
gnano, Massimilla, Massa Gallesina, Selce, Bottaccia, Buc- 
cea , Paola , e col fiume Arrone. Comprendeva rubbia 
3069, delle quali 560 furono date in enfiteusi al prin- 
cipe Rospigliosi l'anno 1820; e questi nel 1831 redense 
il canone, in guisa che oggi sono ridotte a 2509, divi- 
se ne'quarti di Cecanibbio, di Torricella, Valle del Ba- 
gnatore, Cioccati vecchi, Cioccati nuovi. Valle Mancina, 
Olmo del Poltrone , Selce , Grotte , Chiesa , Polledrara , 
Olivella, Monte dclli Bovi, Casale bruciato, Colonnaccia, 
la Vigna, e Monte bruciato. 

La denominazione di questo fondo non è recente , 
e dai documenti esistenti è certo che di già così noma- 
vasi nel secolo XI. né credo possa dichiararsi affatto im- 
probabile una mia congettura , che avendo Guido mar- 
chese di Toscana e marito della celebre Marozza occu- 
pata la signoria di Roma l' anno 928, fondasse in questo 



273 
luogo un castello, che perciò ritenne il nome di Castrum 
o Castellum de Guido, Guidonis, e Widoms, donde deri- 
va il nome moderno. La prima volta , che io l'abbia in- 
contrato è nell'atto di appodiazione di un tal Roberto a 
Balneo Mucino dell'anno 1073, riportato negli Annali dei 
Camaldolesi T. II. App. p. 251 dal quale apparisce, che 
quel Roberto donò in perpetuo al monastero di s. Gre- 
gorio di Roma, col consenso di Adohara sua moglie ca- 
strum, quod cognominatur de Guido, posto fuori di por- 
ta s. Pancrazio, e contemporaneamente se ne fece dare 
la investitura a titolo di enfiteuta col canone di 3 sol- 
di e dieci some di legna. Vale a dire , che secondo il 
costume di que'tempi, per godere della immunità eccle- 
siastica finse di donare al monastero il fondo, e median- 
te la tenue corrisposta sovraindicata ne conservò l'utile 
dominio. I nomi normanni di Roberto d di Adohara mi 
fanno inclinare a credere, che fossero di que'Normanni 
che nel 1059 furono chiamati da Niccolò II. contra i 
conti di Tusculo e di Galeria , alcuni de' quali saranno 
restati nel paese. Il nipote di questo Roberto, che avea 
\o stesso nome , e che avea avuto per padre Rainuccio 
cedette questa enfiteusi al monastero suddetto, l'anno 
1124 come si ricava dall'atto riportato negli Annali so- 
vraindicati Tomo III. p. 309. Tre anni dopo due altri 
documenti della stessa raccolta p. 319, 320 ne insegna- 
no, che nello stesso giorno fu Castel di Guido locato, e 
rifiutato dai tutori e curatori di Giovanni e Stefano figli 
di Stefano, e Leone ed Alberto figli di Giovanni di Ste- 
fano. Sembra che poscia Giovanni figlio di Stefano Io 
riaccettasse, poiché si trova, che l'anno 1177 fu rinno- 
vata a favore di Gaita sorella di Giovanni di Stefano 
defunto la locazione, che questi avea di Castel di Gui- 
do, e insieme con Gaita a Stefano suo figliuolo ed a 
Giovanni suo nipote, figlio di Benedetto. Ann. Camald. 

18 



274 

T. IV. App. p. 85. Nel 1193 fu data di questo fondo 
la investitura a Normanno, a Giovanni suo nipote, ed a 
Stefano ed Alberto figli di Stefano pur Normanno, fi- 
no a terza generazione. Forse questo Stefano Norman- 
no è lo stesso che quello Stefano figlio di Gaita ricor- 
dato di sopra. Questo atto si legge nella raccolta so- 
vraindicata p. 185. È chiaro da questi documenti che 
sul finire del secolo XII. erano enfiteuti di questo ca- 
stello i Normanni , famiglia celebre , che trasse il co- 
gnome dalla nazione, donde derivava, e che fu potente 
ne'secoli XIII. e XIV. in queste contrade. Le bolle di 
papa Innocenzo IV. e di Bonifacio Vili, dell'anno 1249 
e 1299 confermarono il diretto dominio di questo fon- 
do ai monaci di s. Gregorio, siccome può vedersi nel 
tomo V degli Annali p. 342. I Normanni però ne pos- 
sedevano l'utile dominio, e nel codice vaticano 814. B. 
si ha la vendita che 1' anno 1377 fece Stefano Nor- 
manno del diritto di caccia in questa ed in altre te- 
nute circonvicine. Poscia dai monaci fu trasferita la 
enfiteusi a terza generazione a Giovanni di Stefano de- 
gli Alberteschi che era della stessa famiglia de'Norman- 
ni, ma forse di un ramo diverso da quello di Stefano 
sovrallodato; questi però morì senza prole maschile, on- 
de, con atto che si conserva nell'archivio capitolino T. 
LXIV. n. XI. ne furono investiti l' anno 1426 i conti 
dell' Anguillara come discendenti per via di donne: in 
quell'atto il castello viene indicato come diroccato. Nel 
1448 il monastero rivendicò il possesso integro e pie- 
no di esso come si ha negli Annali T. VII. p. 325 , 
e lo ritenne fino all'anno 1573. Dopo quella epoca fu 
acquistato all' ospedale di s. Spirito, al quale come si 
disse appartiene. 

Il Casale è posto in amena e meno insalubre situa- 
zione di altri luoghi dintorno; ma, ne esso, né la chic- 



275 
sa presentano oggetto degno di particolare menzione; e 
del castello de' tempi bassi diroccato fin dal 1426 non 
appariscono neppure le rovine. Vedasi inoltre MALA- 
GROTTA. ;ì:> 

LUCHINA T. MONTE ARSICCIO. vjq 

,-m1 ■;,;: . '.hi I) 

LVCRETILIS V. VILLA DI ORAZIO. I 

— ...1 
LVGVS FAVNl v. SOLFARATA. «al 

r, , ■ : — rihh 

LVCVS INDIGETIS v. NVMICVS. i-itólol) 

LUGNANO V. BOLA.:; ];. 

LUNGHEZZA— LUNGHEZZINA. ;■. u 

.:: firn 

Castellum Congejjae, €astrum j:';^:| 
Congitìac, Casale Congueja. 

È un tenimento esteso dell'Agro Romano pertinen- 
te ai Strozzi e posto sulla riva sinistra dell'Aniene, ad 
oriente di Roma. Esso confina col fiume Aniene , e co' 
tenimenti denominati Cerronc, Benzene, Pantano, Casti- 
glione, e CorcoUe, il quale unito insieme comprende 980 
rubbia di terreno. La parte di questo tenimento cono- 
sciuta col nome di Lunghezza racchiude le rovine di Col- 
latia, città latina, di che fu parlato a suo luogo: v. COL- 
LATIA. 

Il tenimento è suddiviso ne'quarti denominati della 
Osteria dell'Osa, del Perazzato, del Castellacelo, di Scan- 
sasaccbi, di Lunghezzina, di Valle s. Giuliano^ di Colle 



276 

Saponaio , dell'Olmo , Spalletta de' Selci, e comprende 
inoltre una vigna presso il casale. Lunghezza è distan- 
te da Roma circa 10 miglia , Lunghezzina 12. Ambe^ 
due questi casali , stanno sopra colli dirupati di tufa 
sulla sponda sinistra dell' Aniene : si perviene a questi 
per una strada informe, tortuosa moderna, che fu aperta, 
o piuttosto seguita ne' tempi bassi a traverso de' campi, 
la quale dirama dalla via collatina antica presso a Sa- 
lona, cioè 7. miglia e mezzo fuori di porta Maggiore. 
Lunghezza, che è il casale principale, è al confluente 
dell' Osa nell' Aniene , cioè due miglia al di sotto di 
Collazia: esso, come tutti i Castra de' tempi bassi sorge 
sopra il ripiano di un colle imponente ; ed analoga alla 
situazione di questo casale di lunghezza è quella di 
Lunghezzina, casale molto posteriore al precedente. Il 
nome di Lunghezza deriva dalla forma oblonga del ripia- 
no, su cui è situato il casale, il quale è la estremità set- 
tentrionale di una lunga lacinia che può riguardarsi, come 
l'ultima fimbria del dorso di Tusculo. 

Non si ha memoria di questo casale antecedente- 
mente all' anno 1074, quando papa Gregorio VIL con- 
fermando con una costituzione i beni al monastero di 
s. Paolo, ed aggiungendone altri, dice di concedere al 
monastero il castellum quod vocatur LONGEZZAE, con 
tutte le sue pertinenze: di nuovo venne compreso nella 
conferma de' beni data allo stesso monastero da Inno- 
cenzo III. r anno 1203 , ed in essa vien designato col 
nome di CASTRUM LONGITIAE. Questi due docu- 
menti leggonsi in Margarini Bullarium Cassinense T. I, 
e II , e da essi apprendiamo che il castello di già esi- 
steva nel 1074 , e che da quella epoca fino al 1203 , 
continuando ad essere fortificato , e nello stato di ca- 
stellum e di Castrum apparteneva ai monaci di s. Paolo. 
Nel 1217 Onorio III. emanò una costituzione in favore 



277 
della chiesa di s. Tommaso in Formis sul monte Celio, 
la quale leggesi nel primo tomo del Bollano Vaticano 
p. 100. In essa fra altri beni ricordansi tres uncias Ca- 
salis , quod dicitur Longueza con tutte le pertinenze di 
questa frazione. Quantunque i documenti de' tempi bassi 
non siano sempre strettamente precisi nelle denomina- 
zioni , e sovente confondano le voci che non sono af- 
fatto le stesse, ma che hanno un'analogia di significato, 
pure non accade ciò sempre in modo da poter credere 
positivamente che lo stato di Lunghezza, come castelliim 
nel 1074, come castrum nel 1203, e come casale nel 1217, 
fosse lo stesso , e che questi tre nomi diversi debbano 
considerarsi come puri sinonimi. Infatti le discordie ci- 
vili che agitarono Roma ed il suo contado nel ponti- 
ficato d' Innocenzo III. discordie, che furono fierissime, 
durante le quali Giovanni di Pier Leone Ranieri invase 
una parte del territorio tusculano , possono avere arre- 
cato danni gravi al tenimento ed al castello diLunghezza in 
modo da ridurlo allo stato di puro casale, al nostro modo 
d'intendere; veggasi la storia di que* tempi assai più lut- 
tuosi de' nostri, redatta dall'autore della vita d'Innocen- 
zo III. e riportata dal Baluzio. 

-•:, Peggiore fu lo stato di questa parte d' Italia nei 
tempi susseguenti. Negli ultimi anni del secolo XIII si 
ritirarono a Lunghezza i cardinali Giacomo e Pietro 
Colonna e di là appellarono al futuro concilio, siccome 
si trae dall' atto , che si legge nel cod. vaticano 8259 
p. 397 e seg. A quella epoca n'era padrone o enfiteuta 
un tal Pietro de Comite o Conti fratello probabilmente 
di Stefano de Comite, contro il quale i monaci di san 
Paolo portarono lagnanze a papa Giovanni XXII , per 
avere costui usurpata wna parte del tenimento di Lun- 
ghezza a danno del monastero; onde il papa scrisse nel 
1326 una lettera da Avignone a Niccolò de Comite , 



278 

forse suo figlio , insistendo per la restituzione, ed una 
altra pure ne scrisse a proposito ad Angelo vescovo di 
Viterbo suo vicario, siccome ricavasi dal Bollano Cassi- 
nense, Da un istromento esistente nell' archivio dell'Ospe- 
dale di Sancta Sanctorum si trae che li 30 di decem- 
bre 1411. la famiglia de Tartaris che altri beni posse- 
deva in questi dintorni cede ai monaci di s. Paolo la metà 
del Castrum Lunghes, e quelli così tornarono nel pieno 
possesso del tenimento, che poscia sarà stato alienato^ 
come altri beni delle corporazioni religiose, onde appia- 
nare il vuoto de' 400,000 scudi, che nel 1527, si dove- 
rono pagare alle orde di Borbone. 

MACC ARESE — FUEGEl^AE, 

Tenuta dell' Agro Romano sulla sponda destra della 
foce minore del Tevere , ma non a contatto con essa , 
e presso la foce dell'Arrone , distante circa 14 miglia 
da Roma e posta fuori delle porte Portese, s. Pancra- 
zio , e Cavalleggieri. A questa tenuta conduce diretta- 
mente una strada antica, che diverge a sinistra dalla 
Aurelia, dopo Malagrotta, 8 miglia lungi da Roma. Essa 
contiene 2260 rubbia divise ne' lenimenti di Villa s. Gior- 
gio, Cortecchia e Vaccaresc, e ne' quarti de* Tre Denari , 
Monte dell'Ara, le Capanne, e Tre Cannelle; appartiene ai 
Rospigliosi. Confina colle tenute di Castel di Guido, Poli- 
doro, Torrinpietra, ed il Mare. 

Velleio lib. I. e. XIV. scrìve , che 20 anni dopo 
il principio della prima guerra punica, cioè 1' anno 508 
di Roma fu dedotta una colonia a Fregenae, nome che 
in alcuni testi fu scambiato in quello di Fregellae. Dissi 
anni 20 poiché ne' testi la somma ascenderebbe a XXV, 
leggendosi così : At initio primi belli punici Firmum et 
Castrum colonis occupata , et post annum Aesernia , post- 



279 
que XXIt annos Aesulum et Aìsium : Fregenaeque anno 
post biennium, ; proximoque anno Torquato Semprotiioque 
coss. Bruììdisium : ora è certo che la guerra punica co- 
minciò l'anno 489 di Roma : è certo altresì che Tor- 
quato e Sempronio furono consoli nell'anno 509j dun- 
que nel consolato di questi posteriore di un anno a quella 
deduzione di colonia , coincideva 1' anno XXI. dopo il 
principio della prima guerra punica, e per conseguenza 
un errore è trascorso nella cifra XXII della colonia di 
Aesulum ed Alsium , che dee correggersi in XVII per 
lo scambio solito del numero X in V e del V in X. 
Sendo pertanto stabilito che la colonia di Fregenae fu 
d edotta l'anno di Roma 508 , questo fatto vien confer- 
mato dalla epitome di Livio lib. XIX nella quale si leg- 
ge, coloniae deductae sunt Fregenae: et in agro Salentino 
Brundusium. Livio stesso, come colonia marittima la ri- 
corda r anno 563 di Roma quando pretese esenzione 
dalla leva marittima ne' preparativi contro di Antioco e 
Filippo, pretensione non attesa dal senato , il quale se- 
condo quello storico lib. XXXVI. cap. Ili ordinò , che 
Ostia, Fregenae, Castro novo, Pyrgi, Anzio , Terracina, 
Minturnae e Sinuessa^ tutte piazze marittime della co- 
sta del mediterraneo da s. Severa (Pyrgi) fino a Mon- 
dragone (Sinuessa) somministrassero il loro contingente. 
Strabone pure la nomina lib. V. e. II. pag. 9. come luogo 
marittimo fra Pyrgi ed Ostia descrivendo la costa della 
Etruria: e, dice egli, da Pyrgi ad Ostia sono 260 stadii 
(32 m. e mezzo): nel tratto intermedio sono Alsio e Fre- 
gena. Plinio lib. III. e V. §. Vili nella enumerazione 
de' popoli, e de' luoghi della Etruria ricorda anche Fre- 
genae dopo Alsinm fra questa ed il Tevere; ora essendo 
Alsium a Palo , d' uopo è conchiudere che Fregenae fu 
una colonia marittima fra Palo e Fiumicino. Inoltre fu in 
un luogo paludoso dicendo Silio lib. Vili. v. 575. 



280 

et ob$essae campo squaUnte Fregenae 
Nel tratto sovraindicato , la posizione della villa di s. 
Giorgio presso la torre di Maccarese, e che commune- 
mente si chiama il casale di Maccarese, presso lo stagno, 
il mare, e sulla sponda destra dell' Arrone, è la sola, che 
essendo quasi ad egual distanza fra Palo ed il Tevere 
offra i caratteri sovraindicati per riconoscervi il sito di 
Fregenae. Ma una prova più positiva se ne ha nell'Iti- 
nerario di Antonino, nel quale si pone Fregenae Villi. 
miglia distante dalla città di Porto, e IX da Alsium, e 
per conseguenza non rimane alcun dubbio ragionevole per 
non ravvisare a Maccarese il sito di quest'antica colonia 
romana. Ed è l'Itinerario di Antonino la ultima memo- 
ria, che io ne conosca: esso però serve a supplire una 
laguna della Carta Peutingeriana nella quale vedesi dopo 
Porto il numero Villi senza nome di stazione, e quin- 
di Alsium senza numero; perciò al Villi debbe aggiun- 
gersi Fregenae o Fregenis secondo l'uso della Carta, ad 
Alsium, IX. 

Dopo la fondazione di Porto, Fregenae andò sem- 
pre decadendo; ed io credo , che fino dal secolo V ri- 
manesse deserta , né le circostanze , che sopraggiunsero 
erano tali da farla ripopolare, anzi nel secolo VI era di 
già parte, come allora dicevano, di una massa chiamata 
Claudiana, e Decimo, perchè cominciava al decimo mì- 
glio della via aurelia e si estendeva fino al mare, com- 
prendendo tutte le terre. I nomi de'fondi, che costitui- 
vano quella massa si leggono in un atto riportato dagli 
annalisti camaldolesi, T. I. p. 297 dell'appendice, attri- 
buito al secolo VII. cioè all'anno 603 della era volgare, 
il quale sebbene non sia leggittirao, come notano quel- 
li raccoglitori, ma interpolato, nulladimeno come essi stes- 
si dimostrano, è di tale antichità, che almeno fin dall' 
anno 1115, come genuino riguardavasi, a segno di esser 



281 

prodotto in giudizio contro la communità de' pescatori 
dello stagno, avanti papa Pasquale IL Fra que' fondi si 
legge quello di Arteule, che direbbesi aver dato origine 
a quello di Cortecchia, e quello di Nymphule origine di 
s. Ninfa. Fra tanti nomi però non apparisce affatto trac- 
cia di quello di Fregenae, indizio, che era affatto dimen- 
ticato, come neppure di s. Giorgio, o Vaccarese, nomi 
che ancora non erano sorti. 'joj iu.. ;/>? 

Il documento testé ricordato mostra coifee questa 
massa, nella quale era compreso il sito di Fregenae, fu 
da s. Silvia donata tutta intiera l'anno 603 al monaste- 
ro di s. Andrea in clivo Scauri : questo continuava a 
possederla nel secolo XI, quando, come notossi all'arti- 
colo Lorio , una parte di quella massa , oggi nota col 
nome di Castel di Guido fu occupata da particolari, e 
quindi data nel secolo XII. in enfiteusi ai Normanni, fa- 
miglia, che si trova nel secolo XIV. in possesso ancora 
di un castello ne' dintorni dell'odierno Maccarese, detto 
Villa s. Georgii, quando la quarta parte di esso, colla 
porzione di tenuta adiacente fu venduta l'anno 1308 da 
Mobilia moglie di Stefano Normanni, a Giovanni Norman- 
ni figlio emancipato dello stesso Stefano. Estintosi il ra- 
mo de'Normanni degli Alberteschi l'anno i42G sembra, 
che il tenimento della Villa s. Giorgio , il cui castello 
era già diroccato, come si trae da un documento esisten- 
te nel cod. vaticano n. 7961, divenisse proprietà di di- 
versi poiché nel 1469 almeno in parte spettava ad Ales- 
sandro degli Alessandrini, il quale ne vendette una metà 
ai Mattei per 1200 scudi, e questa famiglia successiva- 
mente ne venne all'intiero possesso in guisa che l'anno 
1513 la parte di Maccarese conosciuta col nome di Vil- 
la s. Giorgio era d'intiera proprietà loro. 

La parte che appellavasi Baccarese, ed oggi Vacca- 
rese, onde derivò il nome moderno, anche essa proprie- 



282 

tà dc'Normanni nel 1377, come si ricava da un istro- 
mento esistente nell'archivio di s. Angelo in Pescaria, 
e nel cod. vaticano 8014, passò come Castel di Guido, 
dopo la estinzione di quella famiglia ai signopt-dell'An- 
guillara l'anno 1426, i quali continuarono a riten&rlo 
fino all'anno 1527^ in che Gio. Battista dcirAnguilléra 
la vendette ai Mattci pel prezzo di 14 mila ducati di 
earlini, come si trae da documenti esistenti nell'archivio 
Maltei: ed allora essendo ambedue le tenute di questa 
famiglia , si perde il nome di s. Giorgio in questa più 
vasta di Vaccarese, dove 1' anno 1569 Paolo Mattei co- 
strusse attorno al casino quattro piccioli bastioni, sicco- 
me si ha dalla iscrizione esistente nella cortina rivolta 
a mezzogiorno. 

Anche Cortecchia era dai Normanni passata ai con- 
ti dell' Anguillara, i quali nel 1457 ne vendettero la 
metà ai Massimi : e questi ne rivendettero nel 1506 
una terza parte ai Giustiniani: il resto era dei Del Bu- 
falo, i quali successivamente a pezzi a pezzi, come fe- 
cero gli altri condomini la vendettero durante il secolo 
XVI. ai Mattei, che i:i(ine l'anno 1603 la ebbero tutta 
e la unirono ai due fondi sovraindicati di s. Giorgio, e 
Baccarese. Dopo quella riunione tutto il lenimento ebbe 
il nome di Maccarese, sotto il quale l'anno 1083 Ales- 
sandro Mattei lo vendette 270000 scudi a Stefano Palla- 
vicini. Per eredità è passata da questi ai Bospigliosi che 
tuttora la posseggono, e che nel 1820, e nel 1832 l'han- 
no accresciuta di 560 rubbia acquistate prima in enfiteusi, 
e poscia in diretto dominio dall' ospedale di s. Spirito 
per 43,680 scudi. 

Questa tenuta è destinata al pascolo delle vacche 
e delle bufale, ed è ubertosissima : in parte è coperta 
da selve : il principe attuale ne ha di molto migliorato lo 
stato. 



283 
Del vecchio castello di s. Giorgio , come pure di 
quello di Cortecchia non rimangono avanzi , come nep- 
pur di Fregenae. A questa tenuta va unito lo stagno , 
del quale si fece menzione all'articolo CAMPO SALINO 
T. I. 

MADALENA 

E il nome di un picciolo lenimento dell' Agro Ro- 
mano , di circa 22 rubbia , confinante col territorio di 
Marino , e colla tenuta di Falcognani Riccardi. Essa è 
fuori di porta s. Sebastiano circa 12 m. lontano da Ro~ 
ma. Il suo nome deriva come io credo da quello della 
famiglia de' Maddaleni , i quali nel secolo XIV, e XV. si 
distinsero in Roma. i' '-^^^^ 

MAGGIONE, e MAGGIONETTÀ . i oi 

JHasone. -'■\^:"-^ 

Tenuta dell' Agro Romano pertinente ai Riccardi , 
situata a destra della via ardeatina 19 m. lungi da Ro- 
ma : comprende 154 rubbia divise ne' quarti denomi- 
nati del Casale, del Sughereto^ e Terzo Quarto : e con- 
fina colle tenute di Pratica, s. Procula, Solfarata e Petro- 
nella. Questo fondo col nome di Masone è ricordato in un 
istromento esistente nell'archivio di s. Maria in Via Lata, 
appartenente all'anno 1330, nel quale apparisce essere sta- 
to allora proprietà di s. Maria Aventina. <••*' 

Nelle vicinanze di questo casale è una sorgente che 
si scarica nel fiume Numico, la quale è la famosa fons 
luturnae, di cui si è trattato di sopra nell' articolo LA- 
VIMVM. Sembra, che ivi formasse un piccolo stagno , 



284 

il quale viene indicato da Ovidio nel lib. II. de' Fasti 
V. 603. e seg. 

Quae simul ac tetigit luturnae stagna sororis , 
V ,/ / Effuge ait ripas : dieta re fertquelovis. ; k; 

MAGLIANA 

, , . . / itlaltana. 

Cinque miglia fuori di porta Portese, suU' andamen- 
to dell' antica via portuense, presso il Tevere è un le- 
nimento, che spetta al monastero di s. Cecilia, il quale 
ha circa 190 rubbia di estensione divise in due quarti 
detti delle Quaranta rubbia ed il Quartaccio, ed in pa- 
recchie altre frazioni, e confinante colle tenute di Mon- 
te delle Piche, Casette, Muratella, Prati di Tor Carbo- 
ne, e Tor Carbone. Esso dicesi la Magliana, nome che 
ricorda l'antica gente Manila, che ivi ebbe un fondo det- 
to Fundus Manlianus, Praedium Manlianum, e semplice- 
mente Manlianum. La prima volta, che io ne abbia in- 
contrato il nome è nella bolla di Benedetto Vili, data 
a favore del vescovo portuense l'anno 1019, nella qua- 
le quel papa conferma fra gli altri beni a quella se- 
de vescovile un Malianum presso un altro fondo del- 
lo stesso nome del monastero di s. Pancrazio: e questo 
medesimo si ripete nella bolla del 1049 data da Leo- 
ne IX, ed ambedue riportate dall' Ughelli nella Italia 
Sacra Tomo I. Si ricorda di nuovo, ma col nome di Malia- 
na, come quello della contrada, nella quale era una chiesa 
di s. Giovanni detta perciò de Maliana in una carta dell'ar- 
chivio di s. Cecilia dell'anno 1184, che si legge trascrit- 
ta nel codice vaticano 8025. Quella chiesa allora comin- 
ciò ad aver possidenze in que' dintorni, e successivamente 



285 
ottenne tanto la parte spettante a s. Pancrazio, quanto 
quella del vescovo di Porto. 

Il sito sul Tevere è ameno e gode di una veduta 
molto vasta: ed essendo attorniato da colline in parte 
imboschite , perciò è molto atto alla caccia. Quindi sul 
declinare del secolo XIV. papa Sisto IV. vi fondò un 
palagio magnifico, presso il quale, narra il Volaterrano 
nel Diario edito dal Muratori Ber. Ital. Scr. T. XXXIII. 
p. 103 che il card. Girolamo Riario diede l'anno 1480 
una caccia sontuosa ad Ernesto duca di Sassonia , cioè 
quegli che fu soprannominato il Religioso , e che mori 
l'anno 1486. Questo palazzo fu poscia accresciuto ed or- 
nato da Innocenzo VIII. il quale secondo l' Anonimo 
del Muratori htr. Ital. Script. T. III. p. II. pag. 1190 
lo diede al card. Parmense ; e da Giulio II , servendo 
loro di villeggiatura nella primavera. Ma sopra ogni al- 
tro ne amò il soggiorno Leone X. che vi tenne conci- 
storo e vi contrasse la malattia, che in poco tempo por- 
toli© al sepolcro con danno gravissimo delle lettere e 
delle arti. Ne dopo la sua morte fu abbandonato afiatto, 
poiché il nome e le armi di Pio IV. che si veggono in 
varie parti, e soprattutto sulla fontana magnifica da lui 
ristaurata sono prova delle villeggiature che quel papa 
vi fece durante l'inverno. Anche Sisto V. frequentò que- 
sto palazzo, ed è questo l'ultimo frai papi, che vi abbia 
dimorato, 

Ma dopo il secolo XVI. fu abbandonato ai bifol- 
chi , i quali in due secoli lo hanno talmente rovinato, 
che può fornire una idea , come in pochi secoli , tante 
antiche fabbriche cadessero in rovina; imperciocché, se 
questo palazzo non è ancora caduto si debbe all' uso , 
che se ne fa di granaio , e di dormitorio. Rimangono 
traccie delle pitture, che lo adornavano, e la cappella , 
o chiesa di s. Giovanni ne conserva qualcuna , sebbene 



286 

mutilata, che dimostra essere slata dipinta dalla scuola 
di Perugino. Queste circostanze, e le memorie storiche 
indicate di sopra debbono incitare a visitarlo, e la stra- 
da non ò né lunga, né incommoda, né fastidiosa, aven- 
do sempre una bella veduta a sinistra e traversando 
terre coltivate. Un miglio e mezzo circa dopo la porta 
Portese nel luogo denominato Pozzo Pantaleo è un bi- 
vio : la strada a destra è quella di Fiumicino, quella a 
sinistra conduce alla Magliana, passando per s. Passera, 
Pian due Torri, e Monte della Pica : questa strada che 
è nell'andamento, come notossi , della via portuense , a 
Pian due Torri conserva ancora i massi degli antichi 
sepolcri che la fiancheggiavano , ed a s. Passera le so- 
struzioni che la reggevano verso il fiume, e che la di- 
fendevano verso i colli dalla caduta delle terre. Esse so- 
no di opera reticolata, e furono probabilmente costrutte 
dairimperador Claudio, autore della via. 

, ... r MÀGLIANELLA. 

È una tenuta pertinente al Capitolo di s. Angelo 
in Pescaria, posta fuori di porta s. Pancrazio e Caval- 
leggieri, sulla sponda destra della via aurelia, circa 5 
m. distante da Roma, la quale ha nome dal rivo Ma- 
gliano che ne forma il confine verso settentrione. Es- 
sa comprende circa 116 rubbia di terra divise ne'quar- 
ti detti della Torre, da una torre de' tempi bassi, che 
la distingue e che vedesi dalla strada, dell'Ara, da Ca- 
po, e Sotto strada. Confina colle tenute di Selce, Mas- 
sa Gallesina , colla strada di Civitavecchia ossia la via 
aurelia, e rimontando il rivo Magliano colle tenute di 
Acquì^ft-edda e Porcareccio. 



287 
MAGRI 

Tenuta di circa 156 rubbia posta nell'Agro Roma- 
no fuori di porta s. Sebastiano , circa 6 m. lungi da 
Roma a destra della strada delta del Divino Amore. 
Confina con quelle di Cecchignola, s. Anastasio, Castel 
di Leva, Fiorano, e Cornacchiola: appartenne ai Lepri, 
e poscia ai Valenti: ed è divisa ne'quarti detti del Fon- 
tanile^ della Calandrella, e delle Grotte. 

MAGUGLIANO, e MAGLIANO. 

È un rivo perenne, che traversa la via tiburtina 
al quinto miglio, non molto prima di cader nell' Ame- 
ne. Le sue scaturigini più lontane sono sotto le pen- 
dici di s. Angelo in Capoccia , quindi ha un corso di 
sopra a 12 miglia traversando i lenimenti di Pilo Rot- 
to, Tor Mastorta, Caputo, Monte del Sorbo, Marco Si- 
mone, Casal vecchio, Forno Casale, e Pratolungo, entro 
i limiti di questo passa sotto la via tiburtina e conflui- 
sce quindi nell'Aniene. 

La più antica memoria di tal rivo è in una Car- 
ta dell'archivio di s. Maria in via Lata dell'anno 1030 
riportata dal Galletti nel Primicero p. 273, nella quale 
come confine di un fondo della contrada di Pratu lon- 
gUf di là da ponte Mammolo si pone il rivo qui vocatur 
de Maguzzano. Ma questa medesima Carta riportata dal 
Galletti nel codice vaticano 8048 dà in luogo di Maguz- 
zano, Magugliano, nome che è più corretto, e che con- 
serva ancora, e che si ritrova in un'altra Carta dello stes- 
so archivio riportata dal Galletti nella opera del Primi- 
cero p. 302 in data dell'anno 1141. La etimologia è in- 
certa : ma il moderno nome di Magliano è certamente 
un' abbreviazione di quello più antico. Il suo corso si 



288 

distingue da lungi a traverso i campi dagli alberi di 

pioppo che lo seguono. 

( MALAFEDE. 

Tenuta dell'Agro Romano al X. miglio della via 
ostiense la quale ha nome dall' essere situata presso la 
selva ostiense in un luogo un tempo male sicuro^ e che 
lo communica ad una osteria, che è presso la strada dove 
è una chiesuola rurale sacra alla Vergine del Carmine. 
Confìna col Tevere, e colle tenute della Infermeria, Tra- 
fusa Mandosi , Trafusina , Dragoncello e Fusano , e col 
territorio di Ostia. Comprende 390 rubbia. 

MALAGROTTÀ. 

itlolarupta. 



Osteria a sin. della via aurelia, o strada di Civita- 
vecchia , 8 miglia lungi da Roma , posta nel tenimento 
di Castel di Guido, poco prima del diverticolo di Mac- 
carese. Essa è nella valle del rivo di Galera, che si tra- 
versa sopra un ponte: ivi dappresso è un casale, un gra- 
naio, la chiesa, ed un fontanile fornito di acqua da una 
sogente condottata, i cui bottini veggonsi a destra del- 
la strada. 

Il nome di Mala grotta suol derivarsi da una grot- 
ta che vedesi sul colle a sinistra; a me sembra però che 
sia un travolgimento del nome Mola Rupta , che alme- 
no fin dal secolo X. questo fondo portava: dico fin dal 
secolo X, poiché non voglio fare uso della Carta di do- 
nazione di s. Silvia per le ragioni che furono indicate 
nell'articolo MACCARESE. 



269 
Or diltìqué negli annali de'Camaldolesi, nc'quali si 
riporta quell'atto di donazione, si trova pure riportata 
una Carta genuina pertinente all'anno 995 , ( leggasi il 
tomo I. p. p. 126 ) nella quale si ricorda la cessione e per- 
muta fatta da Costanza nobilissima donna di una metà 
di un suo casale denominato Casa Nob«la , posto circa 
l'ottavo miglio fuori della porta s. Pietro nella contrada 
denominata Mola Rupia, contrada che corrisponde ap- 
punto con quella di Malagrotta. E questa contrada si 
ricorda ancora in altre Carte degli stessi annali , come 
in una dell' anno 1014, nella quale si pone fuori di porta 
s. Pancrazio nella via aurelia , e si nomina come casale : 
in un' altra del 1067 nella quale si nomina come affine 
il rivo Galeria: e nel secolo XIII. col nome di castrum 
Molarupta colle chiese di s. Maria e di s. Apollinare 
si designa nelle bolle di papa Innocenzo IV. nel 12^9 
e di papa Bonifacio VIII. nel 1299, colle quali furono 
confermati i beni di s. Gregorio : come pure in due 
atti pertinenti all'anno 1280 e 1296, documenti che sono 
tutti inseriti nell' appendice del tomo V. degli Annali 
suddetti. Quindi il nome di Molarupta rimaneva sul 
principio del secolo XIV. E quanto a questa denomi- 
nazione così antica, che rimonta, come si vide, almeno 
al secolo X. facile è derivarne la etimologia da una 
mola ivi sul fiume Galeria esistente , la quale rottasi , 
oe derivò al fondo ed alla contrada il nome di Mola- 
rupia, /o:; '.k:>-,'.'j .ì-ì;;;\^:, -:;,;• i:: h. 



J i irj:>(,t 



, MàLBORGHETTO V. BORGHETTACCIOiìmvyi 

MALPASSO. 

Tenuta dell' Agro Bomano che si estende a destra 
-della via salaria 7 m. circa lungi da Roma, la quale trae 

19 



290 

nome dalla diflìcollà che presentava ivi il ponte sotto cui 
passa l'Allia, che fosso di Malpasso perciò si appella, e che 
poco dopo entra nel Tevere. E dell'Allia si è trattato a suo 
luogo nell'art. ALUA, come pure del ponte oggi rinnovato 
e reso più agiato. 

• Il teniraento comprende circa 64. rubbia e mezzo 
e .confina colla strada consolare di Rieti tracciata sulla 
via salaria, e colle tenute di Castel Giubilèo, Sette Bagni 
ed Inviolatelln. £9»> appartiene alle monacM 4» «^ Silvestro 
in Capite, iti r»,f9l*'. •if5i«»h nlt^rv ?inlif. ni fiìi*».-^»!; shnr ii« 
È probabile che questo fondo corrisponda a quello 
detto Pelaiolum ricordato nella bolla di conferma dei 
beni di s. Silvestro in Capite esistente nell' archivio di 
quel monastero, ed illustrata dal Marini ne' Papiri Di- 
plomatici p. 46 , imperciocché in quella bolla , che fu 
data da Agapito II. 1' anno 955 si designa quel fondo, 
come di là dal ponte Salario, vicino al Tevere e ad uq 
fondo denominato Sex Columnarum , e ad un monte 
MoUarium, i'jUiy>:ji,i. ,0^,^,* t» v,i-ii.«. onuài»:. Iìììjìù.ui ìw^ 

. -,,.. , ,.{> .Y or; ■' ' - "'■' ■ne'ihlì iìÌTMui iWiSi 

IwÈiomnm fiJqr . MALVICJNO. ì\ ihumi) .iBobku . 
Aiiun.tìh fiì^oun r, olnci/p d /yiX oJoaoéi lob ciqòaìjij 
Tenuta dèli* Agro Romano pósta fralle vie Claudia 
e Cornelia, oggi note col nome di strada di Buccea, cir- 
ca 19 miglia lontano da Roma, alla quale si va per una 
via traversa, che dirama a sinistra della Claudia al XVI. 
m. e dicesi la strada di Cornazzano, perchè conduce a 
quel casale. Essa comprende 127 rubbia, e confina colle 
tenute di Tragliata, Testa di Lepre, Buccea, Gentrone, 
e Cornazzano. — 

i.iì'tiìh li sl'ii'jisa i« oda onBmoft oi^A 'ibfe Uuml 
•i/i''! 'ji;vi?jp rJ ,F.iiwH ih T^n«l boiìj .«i T jjnsin* bì? nilob 



291 
mr ùimihi) i;J.MANDELLA v, BÀRDEllAiihmhiU .lu Ut 

.fiìiy>ii . ..1} .'ì?tVyìr,\dnA 

ohnpl ^^iì^\ MÀNDRIA e MÀNDRIOLA. a 

!( t)4i(yi '>4:> t^ìi'jhn ìì.m] tiAir-i' >:-.if:ì(. «su hi- '^Hiiv-ìUrty^ti 
-i Tenimehta' dell'Ago Romano sitaatò fuori-di jjort* 
4»; Paolo, traversato dalla strada luoderoa di Ardea dal 
VII. al IX. miglio circa , e pertinente ai monastero di 
s. Paolo fuori delle mura, almeno fin dall' anno 1203 , 
jioichè nella bolla d' Innocenzo III. data in quell' anno 
e riportata dal Margarini nel BuUarium Cassinense T. I. 
frai beni confermati a quel monastero si nomina Man- 
dram colla chiesa e colle altre sue pertinenze : ed ai 
monaci si debbe la costruzione nel secolo XII. della 
torre detta del Sasso, che semidiruta sì vede a sinistra 
presso la strada, nello scendere verso il ponte di Schiza- 
nello, discesa che suol designarsi col nome di Scesa o 
Salita della Mandrìola, secondo, che si va da Roma o si ris- 
torna da Ardea. . osii^a&Wii? iOJ 
Le tenute riunite cotoprendono 174 rubbia, e confi- 
nano con quelle di Selcia, Pinzarone, Trigona, Monte Mi- 
gliore, Schizzanello , Casal Giulio , e Vallerano. Esse non 
debbono confondersi con quella denominata Casal della 
Mandria descritta a suo luogo , nella quale fu la piccola 
«città di Pollusca più volte ricordata nella .vita di Goriolano* 
Yeggasi CASAL DELLA MANDRIA, h non auoip fiiJawp 

MARANO. 



.tè 



.01 ^ 



iJlaranuiUv Moxùxtm. 



Castello di circa 923 abitanti nel distretto di Su- 
biaco posto sopra un colle che domina la riva sinistra 
dell'Amene, quasi dirimpetto a Gervara ed Augusta, circa 



292 

40 m. distante da Ronia, al quale' si va per la odierna via 

sublacense, traversando l'Aniene sopra un ponte. 

Il suo nome potrebbe derivarsi da qualche fondo 
appartenuto ad un Mario senza pretendere, che fosse il 
famoso rivale di Siila, in modo che da fundus marianus 
per corruzione di nome si fece Maranum. Egli è certo 
òhe fino dall' anno 864 si nomina, come castellum nella 
bolla di Niccolò I. Dall'altro canto nell'anno 958 gli si 
dà il nome di forido nella bolla di conferma dc'beni del 
monastero sublacense, data da Giovanni XII, come pu- 
re in quella di Benedetto VII. del 978: la prima legge- 
si in Muratori Ant. Medii Aevi T. V. p. 461. 1' altra è 
riportata da Marini Papiri Diplomatici p. 229. Nell'anno 
1052 era un castrum che apparteneva al monastero su- 
blacense, poiché vien ricordato nella lapide di s. Scola- 
stica colle altre possidenze del monastero; circa 1' anno 
1065 , questo castello era stato invaso da un Ranieri , 
come si trae dalla cronaca sublacense , il quale venne 
espulso dall' abbate Giovanni. Viene ricordato di nuovo 
nella bolla di Pasquale II. dell' anno 1115 inserita in 
quella cronaca, come parte delle possidenze del mona^ 
stèro. Circa l'anno 1150 fu dato da Eugenio III. a Rai- 
mone abbate sublacense da lui dimesso. Nel 1360 l'ab- 
bate Corrado lo die in feudo al suo fratello , e dopo 
quella epoca non si hanno memorie degne di rimembran- 
za, appartenendo sempre al monastero. 

MARCELLIN4 

È una contrada fra Palombara e s. Polo, 4 m. di- 
stante da ambedue queste terre, che occupa la falda più 
bassa de'monti Peschiavatore, Morra, e Gennaro, e che 
è designata da una stazione dello stesso nome , il qua- 
le data almeno dal secolo XIII. della era volgare, e for- 



293 
se deriva da quello di qualche prèdio spettante ad uu* 
Marcellina; nome, che spesso s'incontra nelle lapidi. Esir, 
sa è sopra la strada da Palorabara a Tivoli, chV; è Ift piùr 
diretta. ;>a diinoloo ib ìiJL-:*r>T ^oiJiìiioar 'untine ìb c\ht 

Andando (Igt ' Pélombara a 'quésta stazione, primìc-' 
ramente dee notarsi^ che dopo 2 miglia si trovano gli 
indi zìi chiari di un diverticolo antico, sul quale è trac- 
ciata la strada attuale, che legava la via tiburtina colla 
salaria passando per Palombara e Stazzano , comincian- 
do al ponte detto dell' Acquoria, e terminando sotto Mon- 
te Libretti. A destra tre m. dopo Palombara sopra un 
colle sono gli avanzi di un castello diroccato , il quale 
nelle carte viene indicato col nome di Monte Verde: a 
sinistra sotto il monte Gennaro, sul principio dell'arduo 
e tortuoso sentiero detto la Scarpellata, sono le vestigia 
di una città antica, di forma triangolare colla base ri- 
volta verso la via ed il vertice sulla sommità. Un gran 
pezzo del muro inferiore rimane ancora: esso è costruir: 
to di massi irregolari di gran dimensione, de' quali al- 
meno quattro strati rimangono. Sembra, che sul vertice 
fosse la cittadella con un tempio. L'estensione di queste 
mura è di circa un m. di circonferenza, onde sembpa„ 
che la città fosse di qualche rimarco , e forse fu una 
delle città sabine, situata come Eretum, quale avampo- 
sto verso i Latini, che occupavano i monti corniculani. 
Senza osare di sostenerla, io credo, che non sia impro- 
babile la opinione, che ivi fosse Regillum patria de'Glaur, 
dii, che secondo Livio e Dionisio trasmigrarono a JRoma 
poco dopo la espulsione de're, e che tanta influenza ;eb-, 
bero durante la republica, e nel primp periodo dell'ùii^ 
pero. ■ ,; -'.''ii^^ 

Il sito di Marcellina è cosi amenQ d.^/ritnle la .^ar> 
gione estiva, che non potè sfuggire a quelU( ip^giu^j^ 
del primo periodo dell' impero, che popoIju-Qiio 4i,,jvtl}p 



294 

sontuose i contorni di Romav particolarmente da questa 
parte, e di ciò fanno testimonianza i bei frammenti, che 
ivi vidi dispersi l'anno 1825, frai quali notai un capi- 
tello di ordine corintio, rocchi di colonne scanalate del- 
lo stesso ordine, pezzi di pavimenti di musaico, alcu- 
ni de' quali molto iGini, e colorati. Un miglio e mezzo 
più oltre a destra sono le rovine di un'altra terra an- 
tichissima con vestigia di mura a poligoni nel luogo de- 
nominato Scocciasanto, e Ciano, nelle quali alcuni vo- 
gliono riconoscere quelle di Genina, non calcolando la 
picciolezza della Terra, e la distanza soverchia da Ro- 
ma per crederla attaccata nella prima guerra di Romu- 
lo. Presso di questa sopra un colle è un castro de'tem- 
pi bassi detti Torrita , e poco dopo nella contrada de- 
nominata Scalzacane sono le sostruzioni ed il pianterre- 
no di una villa romana, consistenti in parecchi anditi^ 
dietro i quali ricorre un corridore molto stretto: queste 
sono di opera reticolata con legamenti or laterizii , ora 
di parallelepipedi di tufa. Tornando all'antica Terra di 
Ciano, io credo, che possa essere stato uno degli oppi- 
di de!Tiburtini, verso i Sabini, come in altra direzione^ 
erano Empulum e Saxula verso gli Ernici. "ff? 

-ó^c7/>5^1^V>"''''' MARCIA. . 

■^*' Una delle acque condottate a Roma e riguardata 
dagli antichi come la più pura e salubre fra tutte quelle, 
che erano state portate a Roma. E sopra questo acque- 
dotto, apprendiamo da Frontino che l'anno 608 di Roma, 
cioè 146 avantt la era volgare , essendo consoli Servio» 
Sulpicio Galba , e Lucio Aurelio Cotta , trovandosi gli 
acquedotti dell'acqua Appia , e dell' Aniene molto dan- 
neggiati dal tempo ed in parte abusivamente intercettati 

dai privati, il senato commise a Marcio allora pretore 



295 
nelle cause frai cittadini ed i forasticri di ristaurare tali 
acquedotti, e rivendicare le acque usurpale: e siccome 
l'accrescimento della città sembrava richiedere una mag- 
gior quantità di acque, fu a lui ancora ordinato dal se- 
nato di cercare di condurre tutte le altre acque che 
avesse potuto per mezzo di condotti più ampli nella cit- 
tà. E questi per mezzo di rivi, e di opere sopra terra 
portò queir acqua, che da lui ebbe il nome di Marcia. 
Fenestella, secondo il lodato Frontino, avea conservato 
la memoria , che per questi lavori il senato decretò la 
somma di 8,400,000 sesterzj, ossia 210,000 scudi; ma 
siccome questa non bastava per compiere l'opera, gli fu 
prorogata la carica per un altro anno. In quel frattem- 
po però , mentre i Decemviri sacris faciundis , per altre 
cagioni doverono consultare i libri sibillini, dicesi, che 
trovassero non doversi l'acqua Marcia, ma l'Aniene por- 
tare sul Campidoglio; e facendosi pel collegio de*decem- 
viri la proposizione di quest'affare in senato da Lepi- 
do, essendo consoli Appio Claudio e Q. CeciliOy 1' anno 
609, e di nuovo 3 anni dopo riproducendosi da L. Len- 
tulo, superò sempre il favore del pretore Quinto Mar- 
cio Re, e cosi l'acqua Marcia fa condotta sul Campi- 
doglio. 

Quest'acqua, secondo lo scrittore sovrallodato si al- 
lacciava al miglio 36 della via Valeria, volgendo a de- 
stra, per chi partiva da Roma, e seguendo per 3 mi- 
glia un diverticolo: per la via sublacense poi al 36 m. 
a sinistra dentro 100 passi vedovasi traversare sopra 
sostruzioni ed archi, di color argentino, tendente al ver- 
de. Avea il condotto dalle sorgenti , fino alla città 60 
m. e 710 i passi di corso, cioè 54 m. 247 | sotter- 
ra, e 7463 sopra terra: de 'quali, più lungi da Roma in 
molti luoghi per le valli del Popolo Romano sopra ar- 
chi 463 passi, e più vicino sopra sostruzione 728 passi 



296 

e quindi fino al termine sopra archi 6472 passi: parti^- 
colari preziosi sono questi lasciatici da Frontino, che mo- 
strano quale opera gigantesca fu la intrapresa di Marcio, 
dalla quale si potrebbe dubitare, se gli avanzi incontra- 
stabili che ne rimangono non ne facessero fede da loro 
stessi. 

? E circa la origine di quest'acqua assegnata da Fron- 
tino, essa è di tale esattezza, che essendo nota la dire- 
zione della via valerla e della via sublacense, seguendo 
la distanza ricordata, si trova ancorar nella valle di Ar- 
soli tale da potersi riallacciare di nuovo , e ricondurre 
in Roma; ed una chiesa rurale a destra della strada dì 
Arsoli, oggi abbandonata ha il nome di s. Maria dell'a- 
cqua Marcia da tempo immemorabile. E da quel punto 
in poi l'acquedotto interrottamente si traccia fino a Roma. 
Ho notato questo, perchè Plinio Hist. Nat. lib. XXXI, 
e. Ili, §. XXIV, facendo l' encomio di (piest' acqua che 
riguardavasi, come dissi, essere la più limpida, fresca e 
salubre di quelle, che venivano in Roma, le vuol dare 
una origine molto più remota, e vuole attribuire il suo 
acquedotto al re Anco Marcio: ecco le sue parole: Cla- 
rissima aquarum omnium in toto orbe, frigoris, salubrita- 
tisque palma praeconio urbis ^ Marcia est, inter reliqua Deum 
munere urbi tributa. Vocabatur haec quondam Aufeia, fons 
autem ipse Pitonia. Oritur in ultimis montibus Pelignorumz 
transit Marsos et Fucinum lacum, Romum non dubie pe- 
tens. Mox in sp^tus m^rsa in tiburtina se aperit novem mil~ 
libus pass, fornicibus structis perducta. Primus eam in ur- 
bem ducere auspicatus est Ancus Marcius unus e regibus 
p&stea Q. Marcius Rex in praetura. Rursusque restituit M^ 
Agrippa. Io non voglio per un momento escludere la pos- 
sibilità, che del Lago Fucino per filtrazione derivino le 
sorgenti della Marcia, ma è molto difficile il provarlo: 
quanto poi a farla nascere ne'monti estremi de'Peligniy 



297 
ed a farle traversare il Fucino, per poi uscirne pura, e 
sbucciare nella valle di Arsoli, sono questi, prodigi che 
sorpassano ogni credenza , meno quella di Alberto Cas- 
sio, che li ammise come una cosa, quasi direi dimostra- 
ta. Inesattezza certa è nelle 9 m. di archi che Plinio 
assegna a questo acquedotto, il quale non ne avea cer- 
tamente più di quasi 7 , quante Frontino che più di pro- 
posilo lo avea esaminato gliene assegna. Che poi Anco 
Marcio pel primo la condottasse, è un puro sogno, poi- 
ché, secondo Frontino, Roma non ebbe dalla sua fonda- 
zione fino all'anno 441 altr' acqua per bere, che quella 
che aut ex Tiberio aut ex puteis^ aut ex fontibus haurie- 
bant. D'altronde il territorio romano da quel re fu lascia- 
to dopo le sue conquiste entro un raggio così ristretto, 
che Tibur a 20 miglia, Gabii a poco più di 12, Tuscu- 
lum, Aricia, ed Ardea erano città affatto indipendenti, e 
serravano il territorio romano sulla riva sinistra del Te- 
vere, per non dir nulla di Veìi, e Csere sulla destra; 
ed i Sabini, gli Equi, i Marsi i Peligni, non so se avreb- 
bero permesso in quella epoca cosi remota una opera di 
questa natura nel loro paese. iA 

Egli è però vero il fatto, che poco più sotto Plinio 
asserisce , che Agrippa lo ristaurò , fatto che è confer- 
mato da Frontino, e dalla iscrizione del monumento di 
quest' acqua medesima alla porta s. Lorenzo, il quale ha, 
ó vero, il nome di Augusto, come quello, che essendo 
il capo del governo avea l'onore di tutte le opere ; ma 
è vero altresì che il suo ministro Agrippa fu quello che 
di tale opera fu incaricato, e che con impegno eseguilla. 
Questo ristaurò degli acquedotti da Frontino si stabilisce 
l'anno 719 di Roma, essendo Augusto console per la se- 
conda volta, ed avendo per collega Lucio Volcazio ; le 
sue parole sono chiare : eodem annóy cioè 719, Agrippa 
ductus Appiae , Anionu, Marciae, pene dilapsos, restituii 4 



298 

La iscrizione sovraiudicata però ha la data della pote- 
stà tribunizia XIX , e ricorda il XII consolato di Au- 
gusto , e la XIIII acclamazione imperatoria : Augusto 
entrò nella potestà tribunizia XIX l'anno 746 di Roma, 
ed in queir anno pure fu console insieme con Lucio 
Cornelio Sulla, per la duodecima volta ; la XIV accla- 
mazione imperatoria poi a lui fu fatta l'anno 745, e la 
XV Tanno 759, periodo entro il quale fu eretto il mo- 
numento a porta s. Lorenzo : sopra questi dati può sta- 
bilirsi che esso fu edificato certamente fra il dì 27 giu- 
gno 749 ed il dì 26 giugno 750 di Roma, circa 7 anni 
dopo la morte di Agrippa. Tutto questo prova che la 
iscrizione di quel monumento attribuisce ad onone di 
Augusto quello che Agrippa riguardo agli acquedotti avea 
fatto 30 anni prima, e che certamente quell'arco non fu 
eretto prima dell' anno 749. Nella riparazione dell'acque- 
dotto della Marcia da Agrippa non fu aggiunta alcun 
rivo a supplimento dell' acqua medesima , e questo fu 
fatto da Augusto medesimo, secondo Frontino , il quale 
tutte le volte, che per la siccità fosse d'uopo, unì alla 
Marcia un'acqua di eguale bontà, che condusse per mezzo» 
di un'acquedotto sotterraneo vicino al rivo della Marcia, e 
chiamollo col nome di Augusta. Nasceva questa di là dalt* 
sorgente della Marcia e per 800 passi di condotto raggiun- 
geva il rivo di questa. Questo medesimo rivo di supplimen- 
to, dopo l'apertura dell'acquedotto Claudio, l'anno 803 ser- 
vì secondo il bisogno per la Claudia e per la Marcia. Forse 
questa opera di Augusto fu contemporanea del monumento 
di porta s. Lorenzo. «'"> in! 

3" In quel monumento medesimo si ricorda un altra 
ristauro fatto all'acquedotto dell' acqua Marcia da Tito 
in questi termini ; RIVOM. AQVAE. MARCIAE VETV- 
STATE. DILAPSVM REFECIT. ET. AQVAM. QVAE. 
IN«*¥SV. ESSE. DESIERAT. REDVXIT ; e di tali 



guasti e ristauro Frontino non fa menìrione. La memo- 
ria di Tito porta la IX potestà tribunicia, la XV accla- 
mazione imperatoria , il VII consolato assunto e V Vili 
designato, dati, che si riuniscono tutti nell'anno 832 di, 
Boma, 79 della era volgare. Sotto Trajano Frontino mi- 
surò la quantità di quest'acqua alla sorgente e la trovò 
di 4690 quinarie : di queste erogavansi a nome delFina- 
peratore , fuori della città 169 : ai privati 568^^: entro 
Roma poi 1098 quinarie distribuivansi in 10 delle quat- 
tordici regioni, cioè in tutte meno la II , la XI , XII , 
e XIII per mezzo di 51 castelli : vale a dire 116 a nome 
dell' imperadore, 543 ai privati, 439 agli usi pubblici, 
divise cosi : a quattro alloggiamenti 41 : a 15 edificj 
pubblici 41 : a 12 luoghi di spettacolo e di divertimento 
pubblico 104 : ed a 113 fontane versanti [lacus) 253. 
Trajano però secondo lo stesso Frontino fornì di que- 
st' acqua ancora i monti Celio ed Aventino cioè le re- 
gioni He XIII che ne mancavano, e la riservò soltanto 
all'uso di bere, togliendola da ogni altro uso, e soprattutto 
dai vili. 

L' acquedotto fu di nuovo purgato e ristaurato da 
Garacalla, come si legge nella iscrizione apposta al mo- 
numento di porta s. Lorenzo e riportata di sopra nel- 
l'art. ANTONINIANA : da questa apprendiamo, che vi 
aggiunse una nuova fonte antoniniana, che diramata pres- 
so Roma, onde servire alle sue terme j è quell' acqua 
Antoniniana che si ricorda dai regionarii. Ecco la espres- 
sione con che si rammenta quel ristauro: AQVAM . MAR- 
CIAM . VARIIS . KASIBVS. IMPEDITAM . PVRGATO . 
FONTE . EXCISIS . ET . PERFORATIS . MONTIBVS . 
RESTITVTA .FORMA .ADQVISITO. ETIAM . FONTE . 
NOVO . ANTONINIANO . IN . SACRAM . VRBEM . 
SVAM . PERDVCENDAM . CVRAVIT. >lls*lr .^ : wvw. 
- Diocleziano nel costruire le sue tentìe prcfsso le 



300 

quali faceva capo il tronco principale dell' acqua Mar- 
cia se ne servì per uso di quelle, come può riconoscersi 
dalle rovine della conserva ancora esistenti presso 1' an- 
golo orientale di quelle terme medesime. É molto pro- 
babile, che egli facesse lavori, e ristauri all' acquedotto, 
onde r adulazione fece dare a quest' acqua il nome di 
lovia da lui adottato, nome, che si conservò almeno fi- 
no al secolo Vili alquanto alterato in lobia , e lopia , e 
che communicò pure all' Aiitoniniana. Imperciocché in 
Anastasio Bibliotecario nella vita di Adriano I. circa 
r anno 780 della era volgare si legge , che formam quae 
lobia vocatur , che per 20 anni era rimasta caduta, ven- 
ne da lui riformata, cioè ristaurata , dai fondamenti. E 
circa lo stesso tempo 1' anonimo di Mabillon dà il no- 
mo di Forma lopia all' acquedotto antoniniano presso 
la porta s. Sebastiano , detta pure porta Appia. Dopo 
quella epoca non ho trovato memorie ulteriori di que- 
sto acquedotto , il quale credo che rimanesse interrotto 
fin dal secolo IX. sia per le scorrerie de' Saraceni nel 
distretto di Tivoli, sia per qualche rovina accidentale avve- 
nuta al Ponte sul quale sotto s. Cosimato passava l'Aniene, 
a qualche parte della opera arcuata. fmvy^ ^r.WmmtJ 
L' anno 1823 tracciai questo acquedotto lungo la 
falda del monte Ripoli , e del monte Affliano : 1' anno 
1825 lo tracciai dalle sorgenti fino al monte Ripoli , e 
dal colle Faustiniano , fino a Cavamonte : 1' anno 1826 
poi da Cavamonte fino alla via latina , e per la via la- 
tina fino a Roma. Quindi credo potersene determinare 
il corso , avendo i punti fissi .* 1 delle sorgenti sotto s. 
Maria dell' acqua Marcia nella valle di Arsoli : 2. dello 
speco della osteria della Ferrata : 3. dello stesso sotto s. 
Cosimato e negli avanzi del ponte, dove traversava l'A- 
niene : 4. delle sostruzioni a sinistra della strada da 
Vicovaro a Castel Madama : 5. dell'arcuazione al ponte 



^ 301 

dègti Arci : 6. dello speco e conserva nell* olivete di 
Carciano : 7. del ponte detto della Mola al colle Fau- 
stiniano, e quindi di quello detto Lupo , dopo il quale 
eosteggiava V acquedotto della Claudia in guisa che si 
riuniva alle piscine communi ai sei acquedotti, dell'Aniene 
Vecchia, Marcia, Tepula, Giulia, Claudia, ed Aniene nuo- 
ra, che si trovavano secondo lo stesso Frontino entro 
il VII. miglio sulla via latina : e finalmente de' ruderi 
dell'arenazione dell'acquedotto stesso presso la via latina 
vicino il casale di Roma Vecchia, a Tor del Fiscale, nel 
tratto fra porta Furba, e porta Maggiore, ed a Porta Mag- 
giore, e porta s. Lorenzo. «» 
Oggi r acqua Marcia si perde noli' Aniene à dè- 
stra della via sublacense circa 35 m. lungi da Roma. Il 
suo livello relativamente alle altre, che venivano a' tempi 
di Frontino teneva il quinto posto essendo superiore a 
quello delle acque Alsietina, Appia, Vergine , ed Anie- 
ne vecchia : ed inferiore a quello della Tepula , Giulia 
Claudia , ed Aniene nuova. Dopo la piscina della via 
latina sovraindicata veniva sempre sopra archi, che por- 
tavano pure la Tepula e la Giulia, entro spechi sovrap- 
posti uno all'altro. Il suo termine in Roma era alla porta 
Viminale entro la villa Negroni, dove si divideva per le 
varie contrade della città. . - 

^iiliiS ai .'jmHm-m :^i MARCHIANA - ■' o«ft<33£iA 

Tenimento dell' Agro Romano posseduto oggi dai 
Carpegna posto fuori di porta Salaria circa 8 m. lungi 
da Roma a destra della via salaria odierna , il quale 
comprende circa 940 rubbia di terra divisi ne* quarti 
denominati del Casale, del Cannetaccio, di Forno Nuo- 
vo , di Tor Madonna , di Campo grande di sopra e di 
sotto , del Gallinaro , di Capaccio , e della Torretta : e 



302 

ne' prati detti della Vignacela, degli Aquiloni, deH'Ara, 
della Lungarina, del Fontanile, dell' Orlacelo, dell' Olmo 
bello e Prato Scudella , delle Pantanclle delli Cioccati, 
e del Rimessone. Confina col Tevere , col territorio di 
Lamentana , e colle tenute di Massa , Fonte di Papa , 
s. Colomba, Inviolatella, Ciampiglia, Casal delle Donne, 
e Capitignano. ^.vé.^viVt \\\ obnoot»» oiicyb/oi) iv. •>;: ^ ,r,f 
Il suo nome sembra derivare da un fundus Mar- 
ceUianus, o praedium MarcelUanum , perchè appartenente 
ai Marcelli, i quali essendo un ramo dei Claudii ci ram- 
mentano le terre date ai Claudii dal ; Senato e Popolo 
Romano fra Fidene e Ficulea, secondo Dionisio , tratto 
che in parte è compreso dentro questa tenuta. Tal no- 
me si ricorda nella bolla di Stefano IV. pertinente al- 
l'anno 817, con che quel papa confermò i beni del mo- 
nastero di Farfa , dove si legge Fundum Marcilianum : 
e di nuovo in una carta dell' anno 1003 , nella quale 
si legge come un tal Relizone figlio di Palombo rice- 
v«tte in enfiteusi da Ugone abbate di Farfa alias rei 
ubi dicitur Marcilianum insieme con altri beni. Docu- 
menti sono questi che il Galletti estrasse dall' archivio 
tli Farfa e publicò nella sua opera del Primìcero p. 174 
e 232; ed essendo il primo di questi del principio del 
secolo IX darebbe forza alla mia opinione , che possa 
derivare tal nome dai Marcelli } ma quel Marcilianum 
secondo i confini, che ivi si additano, sebbene in Sabi- 
na, era molto lontano da questo lenimento, poiché era 
presso Gavignano , ed il rivo Galantino , ivi chiamato 
rivus Calentinus. Forse però di questo fondo si tratta 
in un documento ricordato dal Casimiro nel Storia di 
Araceli e pertinente ai 30 di Settembre dell' anno 985, 
dal quale apparisce , che Pietro abate di s. Maria de 
Gapitolio avvertì Martino abbate di s; Cosimato in Mica 
Aurea di dare ad affitto il casale de' Marcelli. Man- 



303 
cano però , pef quante ricerche io abbia fatto , notizie 
ne' tempi bassi sopra questa terra. Dalle rovine esistenti 
a MarcigUana vecchia apparisce, che fosse uno di quei 
tanti castra dell'Agro Romano, wifimrui*. ài ouioii lu;» 
Il casale di Marcialiana è in nna-sitiiazioite ntb^ 
nissima, posto sopra un colle alto, coperto di alberi, do- 
minante la via salaria moderna e tutta la valle del Te- 
vere alla quale sulla riva opposta fanno corona i monti 
di Prima Porta già Rubrae. Ivi in lettere de' buoni tem- 
pi lessi la seguente iscrizione sopra un cippo scornicia- 
to, alto 3 p. e mezzo largo. 2, 

d»\i,' . ili -Mi 

D . M 
CAELIAE 



hn^ÀP 



r\ 



GAI . FIL 



U^ 



. . SECVNDILLAE 

Ivi pure notai un pezzo di architrave curvilineo, un 
fregio dorico , che nelle metope presentava alternativa- 
mente armi e rosoni: una bocca di pozzo di travertino, 
frantumi di colonne di marmo ec. indizii chiari di una 
fabbrica anticamente esistente nel medesimo sito. ,5)0.1 

Nella tenuta si fecero scavi lungo l'andamento del- 
la via salaria antica, presso la Rufalotta l'anno 1825 e 
1826 e si trovarono avanzi di bagni del tempo degli An- 
tonini: una lapide greca di Atticilla figlia di una madre 
dello stesso nome e di un padre re: un' altra latina di 
Elia Cecilia Filippa madre di Serio Augurino : una ur- 
netta che contenne le ceneri di Nevia Spendusa morta 
di anni 30: un peso col consolato di Tiberio Claudio Au- 
gusto, e Lucio Vitellio per la terza volta, pertinente al- 
l' anno 47 della era volgare: molti frammenti di basso- 
rilievi ed ornati di terra cotta, quattro piedi di bronzo 
di sostegni di un letto, eh* furono rinvenuti riposti en- 



304 

tro una vcttina , portanti le immagini delia Vittoria, e 
le zampe di leone, ed un gran rhyton di marmo, orna- 
to di pampini ed edera insieme intrecciati. Varii marchi 
col nome di Aproniano e Petino consoli dell' anno 123 
della era volgare, ne'tempi di Adriano, sembrano dover 
determinare che i ruderi frai quali si fecero queste sco- 
perte non erano anteriori a quella epoca. Altri scavi fat- 
ti nel 1833 fecero scoprire un gran pavimento di mu- 
saico bianco e nero rappresentante Tritoni e Nereidi, an- 
che esso parte di una fabbrica destinata a bagni. 

MARCO SIMONE 

Oolagoi-fiolagai-fiolagari 
éasttmi 0. inonesti. 

Tenuta dell'Agro Romano posta fralle vie tiburtina 
e noraentana, circa 9 m. lungi da Roma, pertinente ora 
ai Borghese, la quale si compone di quattro distinte te- 
nute, cioè di s. Eusebio, Marco Simone, Caputo, e Pe- 
dica Croce. Comprende rubbia 633 e mezzo divise ne' 
quarti di Capalto, P edica delle Ginestre, Fonte Massa- 
rola, s. Eusebio, Pisciarello, Marco Simone vecchio, e 
Pediche della Fornace, dell' Acquaviva, e del Casale. Con- 
finano Marco Simone e Caputo con Forno Casale, Torre 
Rossa, Castell'Arcione, Monte del Sorbo e Pilorotto, Ca- 
sanova , Casal vecchio , col territorio e colla strada di 
Mentana. S. Eusebio e Pedica Croce poi col Teverpne, 
Torre Rossa, Prato lungo e Forno Casale. ^ -t 

Ne' secoli bassi questa tenuta fu nota col nome di- 
castrum , o castellum s. Honesti , e la contrada si disse 
Volagai, Bolagai, Bolagari, denominazione certamente an- 



305 
teriore al secolo Xli. come sono per mostrare, ma d'in- 
certa etimologia. L'archivio di s. Maria in Via Lata è 
quello che fornisce lumi sopra questa contrada; veggan- 
si i cod. vat. n. 8049,50. Il nome posteriore sorse nel 
secolo XVL 'f- 

Nel registro di Cencio Camerario inserito dal Mu- 
ratori nel tomo V. delle Antiquitates Medii Aevi si leg- 
ge, come Gregorio giuniore papa, cioè Gregorio IL die 
in enfiteusi ad Anna religiosa , ed a due altre persone 
i fondi denominati Argenti, Verclanum, Lugeranum, Col- 
li vercorum, e Toleranum per due soldi di oro, ed i fon- 
di Tuci, Trasis, Sananum, e Possessianum per 50 soldi 
bizantini d'oro, e che questi fondi erano parte del cor- 
po della Massa Sabincnse, e stavano sulla via tiburtina, 
circa il X miglio, più, o meno, formando parte del pa- 
trimonio tiburtino. Tali particolari coincidono bene in 
parte colla tenuta di Marco Simone, in parte coi fondi 
adiacenti, e forse da quella epoca deriva il dominio che 
sopra alcuni di essi ebbero prima il monastero delle mo- 
nache di s. Ciriaco, e poscia il capitolo di s. Maria in 
Via Lata. L'anno 1116 si ricorda il nome di Volagai in 
una Carta esistente nell'archivio del monastero sovrain- 
dicato, nome che poscia più communemente Bolagai, e 
Bolagay, ed alle volte anche Bolagari s'incontra in mol- 
te altre Carte di quello stesso archivio fino all'anno 1351, 
cioè negli anni 1168, 1179, 1191, 1201, 1204, 1209, 
1226, 1230, 1234, 1259, 1262, 1264, e 1351. 

Ora in quelle carte si fa menzione l'anno 1179, e 
l'anno 1261 della Fontana Massaroli, e Massarole, sor- 
gente, che esiste ancora entro la tenuta di Marco Simo- 
ne e dà nome al quarto di Fonte Massarola; come pure 
in quella del 1262 di una terra di Capo ad Alto, e Ca- 
palto è il nome odierno di un altro quarto della stessa 
tenuta; per conseguenza non può rimaner dubbio sulla 

20 



306 

ìdentilà delia contrada di Bolagai, o Yolagai col (ratto 
occupato da questo lenimento e da qualche parte di quel- 
li attinenti. La sorgente Massarola formava un laghet- 
to, il quale d'uopo è riconoscere per quello indicato col 
nome di Massalori, o Massaia uri nella bolla di Callisto 
II dell'anno 1124, presso il quale era una chiesa di s. 
Onesto, donde trasse nome un castello, che poscia yì fu 
costrutto. Questo castello , che castrum s. Homsti viene 
chiamato nelle carte de' tempi bassi passò per enfiteusi 
in mano de' Capocci , e Giovanni Capocci nel 1287 no 
vendette la metà a Gentile di s. Martino a'Monti: Cod. 
Vat. n. 8048. Nel 1310 Giovanni cugino del preceden- 
te vendette pel prezzo di 1500 fiorini d'oro la sua por- 
zione. Nel 1343 apparisce da un atto esistente nell'ar- 
chivio di s. Angolo in Pescarla e nel cod. vat. 7934, cho 
la metà di esso era stata data dalle monache in enfiteu- 
si ai figli ed eredi di Annibale di Cave ed a Stefania 
sua consorte, e l'altra metà fu allora data pure in en- 
fiteusi a Celso di Processo Capoccio de' Capoccini. Gli 
eredi di Annibale di Cave venderono nel 1364 la loro 
porzione agli Orsini , mentre 1' altra metà fu nel 1379 
confermata in enfiteusi ai Capocci: Cod. Vat. 7972. Per 
successivi acquisti dell'anno 1422 e 1425, come si trac 
da Atti esistenti nell'archivio Orsino, lutto intiero que- 
sto castello di s. Onesto, ed una quarta parte delle te- 
nute di Capo d' alto e Capo di vecchio divennero pro- 
prietà degli Orsini. Nel 1452 ne aveano di già alienata 
una metà, mentre l'altra metà del diroccato castello era 
tuttora in loro dominio: Cod, Val. 2553. Ma poco dopo, 
nel 1457 era passata tutta intiera questa tenuta ai mo- 
llaci di s. Paolo, che la vendettero allora per 6500 fio- 
rini a Siitione de' Tebaldi dottore in medicina , vendita 
confermata da Callisto III. Gli alti si leggono nel cod. 
\at, n. 8029 e nell' Archivio Capitol. Cred. XIV. toro. 



307 

LI. Non è improbabile cbe da questo Simone avesse ori- 
gine il nome attuale della tenuta, vale a dire, che chia- 
mandosi egli secondo l'uso di que'tempi come Magister 
Artiurriy Maestro Simone, il volgo ne fece la tenuta di 
Mastro Simone: e siccome in que' dintorni fece acquisti 
r anno 1327 un Marco Simone si confuse il nome di 
questo vicino con quello del fondo in questione, e que- 
sto nome poscia non si è più mutato. Successivamente 
passò in potere de'Gesi, duchi di Acquasparta, ed i lo- 
ro stemmi, le loro memorie, ed il nome del celebre du- 
ca Federico Cesi rimangono ancora nel casale, il quale 
fu da me visitato l'anno 1830. Rimase questa famiglia 
in possesso di questo fondo fino all' anno 1678 , in che 
lo vendette ai Borghese, che ne sono i signori attuali. 
Neil' esaminare questa tenuta in varie parti 1' anno 
1830 vidi giacente per terra presso il fontanile nel quar- 
to denominato il Pisciarello un piedestallo di marmo con 
iscrizione mutila in parte e generalmente corrosa , spe- 
cialmente nelle prime sei linee, la quale in caratteri o- 
blonghi, che aveano il tipo del primo periodo del secolo 
HI. dice così: 



308 

SEr . Calpurnio Domitio • ' '- • - 

DEXTRO G M V 
cos . ORD XV VIR SAc . Fac 
leg . PROV ASIAE cur . r . p. •^- .* v? 

MINTVRNENSIVM 

ITEM CALENORVM CVR . V . AEM 
. pr . aliMENTORVM PRAET TVTEL 
pontifici CANDIDATO -i m 

tRIVM VIRO MONETALI 
cALPVRNIA . RVFRIA 
AEMTLIA . DOMITIA 
SEVERA C F . FILIA - 

PATRI . PIISSIMO 
SECVNDVM VOLVNTATE EIVS 

Questa medesima lapide fu poi publicata insieme colle 
altre due seguenti ivi posteriormente trovate, nel bullet- 
tino di Corrispondenza Archeologica dell' anno 1833 p. 
64 con note de'ch. archeologi O. Kellermann e R. Ror- 
ghesi; e meno qualche variante insignificante quella co- 
pia è concorde con questa ad eccezione delle lettere C 
M, iniziali di Clarae memoriae, cioè viro che si leggono 
dopo il cognome DEXTRO, e che nel buUettino ripor- 
tansi CRI quasi iniziali di un secondo cognome CRISPO, 
o CRISPINO, o come piace al Rorghesi CRISPINIANO, 
o CRITONIANO ; della quinta riga , che io lessi MIN- 
TVRNENSIVM ed essi MINTVRN . HISPEllatiVM; e 
della ottava, nella quale chiara mi apparve la sillaba CI 
ultima della parola Pontifici, ed essi credettero leggervi 
QVAE STORI. Ma è fuor di dubbio che importantissima 
è questa lapide, come quella, che determina bene il pre- 
nome del console Destro che fu SER , cioè Servio , e 
non Caio, come ne' Fasti communemente riportasi. Giu- 
stamente poi il Rorghesi in quella dottissima illustrazio- 



309 
ne notò indubitati essere i nomi suppliti di Calpurnio 
Domizio, appoggiandosi ad un marmo barberiniano, ri- 
portato dal Fabbretti , nel quale leggonsi i nomi stessi 
delle femmine qui ricordate, alle quali CALPVRN . DO- 
MITIVS . DEXTER . COS . XV . VIR . SAC . FAC . pose 
un monumento, ed ivi il nome di Severa sua figlia vie- 
ne accompagnato dalle sigle G . F cioè darà [emina. Or 
dunque da questa lapide apprendiamo, che Servio Cal- 
purnio Domizio Destro (figlio probabilmente di Caio Do- 
mizio Destro, che fu console per la seconda volta l'an- 
no 196), uomo di chiara memoria fu console ordinario 
(l'anno 225) quindicemviro per le cose sacre, legato del- 
la provincia dell'Asia, curatore della republica de'Min- 
turnesi, de' .... ed anche de'Caleni, curatore della via 
Emilia, prefetto degli alimenti, pretore della tutela, pon- 
tefice candidato, e triumviro monetale; e che a lui que- 
sto monumento forse troppo semplice fu eretto da Cal- 
purnia Rufria Emilia Domizia Severa chiara femmina 
sua figlia. Probabilmente in questo luogo era una terra 
del defunto, dove secondo il costume commune fu a lui 
eretto il monumento. 

Le altre due lapidi dicono, la prima: 

SEX . PEDIO 

SEX . F . ARN 

HIRRVTO 

PRAET 

^ SEX . PEDIVS 

HIRRVTVS 

LVCILIVS . POLLIO 

FIL . PRAET 

cioè a Sesto Pedio figlio di Sesto, della tribù Arniense, 
Hirruto , pretore , Sesto Pedio Hirruto Lucilio PoUionc 



310 



suo figlio pretore pose. La seconda è ad onore del fi- 
glio di questo ed è frammentata: 

SEX . PEDIO . SEX . F 

ARN . HIRRVTO 

LVCILIO . POLLION 

COS . PRAEF . AER . MILITAR 

II Q AVG IVRIDIC PICEN ET 

VAL. . . . PR. . . . 



A Sesto Pedio figlio di Sesto dell'Arniense Hirruto Lu- 
cilio Pollione console , prefetto dell' erario militare per 
la seconda volta, questore, augure, iuridico del Piceno 
e della Valeria .... pr ... . Sulla interpretazione 
della quinta linea il Rorghese emette molti dubbj: l'an- 
no preciso del suo consolato è incerto : il titolo di iu- 
ridico del Piceno e della Valeria lo mostra certamente 
non anteriore a M. Aurelio^ che istituì tale officio. Que- 
ste due lapidi conducono a credere , che anche i Pedii 
avessero in queste parti un fondo. 

S. MARIA DI CELSANO v. CELSANO 

5. MARIA DEL MONTE 

€astellum Q. ^Ingeli 

MONTE S. ANGELO. 

È un castello diruto de'tempi bassi posto sopra la 
punta di un monte da che trae nome, fra Casape, e Po- 
li formando con queste due terre un triangolo equilate- 
ro, di circa 3 miglia per ogni lato. Vi si va da Tivoli 



311 

e da Poli. Anilaudoyi dalla parte di Tivoli la strada più 
coraraoda è quella di Cardano passando por Gericomio, 
s. Gregorio e Casape, terre descritte negli articoli rispet- 
tivi e da questa parte è distante da Tivoli circa 12 mi- 
glia. L'altra pure da Tivoli è quella, che passando per 
la valle degli Arci, scavalca il dorso del monte Allliano 
presso s. Maria Nuova, e di là scende a s. Gregorio e 
risale a Casape; questa senza essere più breve è molto 
più scoscesa , essendo nel tratto del monte Alfliano un 
sentiero faticoso di montagna. Lo stesso può dirsi del- 
la strada che vi conduce da Poli) sia che si devii a si- 
nistra della strada romana presso la villa Catena , sia 
che vi si vada da Poli direttamente. 

I Andandovi da Casape si siegue la direzione di un 
sentiero, che uscendo dal villaggio torce a destra; i ru- 
deri del castello veggonsi torreggiare da lungi sulla ci- 
ma del monte: e primieramente si sale un dorso, e quin- 
di scendesi ad una piccola conserva antica) si risale di 
nuovo, onde valicare un secondo dorso, e quindi si scen- 
de : sulla punta del terzo sono le rovine del villaggio. 
Le prime ad incontrarsi sono quelle di una chiesa già 
dedicata a s. Maria, e perciò dicesi questa punta s. Ma- 
ria del monte : annesso a questa è un convento ancor 
esso cadente; la costruzione di questo, come pur quel- 
la della chiesa è del secolo XVII: e sono fuor del vil- 
laggio, quantunque siano entro un recinto difeso da tor- 
ri. La chiesa è divisa in due navi, e l'aitar nàaggiore é 
come separato dal resto, ed é coperto da una cuppola* 

II convento poi è a due piani, de'quali il superiore, com- 
ponesi di un corridore con celle. Il villaggio abbandona- 
to e diruto , che trovasi dopo il convento ha la pianta 
di un parallelepipedo , come gli altri castelli de' tempi 
bassi, e sì il recinto, che le case sembrano edificate nel 
secolo XII , o XIII ; la fortezza occupava il lato orieur 



312 

tale, e verso l'angolo occidentale era la chiesa dedicata 
a s. Michele arcangelo, ricordata fin dall'anno 978 nel- 
la bolla di Benedetto A'^II. edita dal Marini ne' Papiri 
Diplomatici come situata entro la Massa di Camporazio 
sulla cima del monte, sotto la denominazione di chiesa 
di s. Angelo, onde GASTELLVM S. ANGELI si disse il 
castello, nome che communicò ne'tempi passati al mon- 
te stesso, che nelle carte de' secoli decorsi viene appel- 
lato Monte s. Angelo : ecco , come viene in quel docu- 
mento indicata: Fundus seu Massa Caporacie cimi mons, 
ubi est in cacumine ecclesia s. Angeli, qui dicitur Fadanu. 
Questo segmento ci dà nello stesso tempo il nomo, che 
allora portava il monte, cioè Paiano, forse corrotto da 
Fabiano. La facciata di questa chiesa è pure rivolta ad 
occidente ; nell' interno rimangono vestigia delle pitture 
che l'adornavano, lavoro del secolo XIIL 

Da s. Maria del Monte volendo andare a Poli , si 
scende versa oriente ad un riganolo, e quindi alla Ma- 
donna soprannomata del Pisciarello per un antro, da cui 
trapela acqua, che ivi ristagna. Costeggiando una valle 
dominata a sinistra da un colle , e quindi da rupi che 
prenderebbonsi facilmente per mura formate da enormi 
poligoni, si sale finalmente alla Terra di Poli^ 

Siccome non molto lungi da questo Castel s. An- 
gelo è l'altro, che ne'tempi bassi portò lo stesso nome^ 
che oggi appellavasi Castel Madama, e che è nello stes- 
so distretto di Tivoli, come questo, perciò è stato so- 
vente dagli scrittori de'tempi andati confuso uno coU'al- 
tro. L'unica memoria però che ci sia rinìasta di questo 
è nell'archivio sublacense dalla quale apparisce, che l'an- 
no 1053 Emilia abitante e contessa di Palestrina, vedo- 
va di Donadio, e figlia di Giovanni e di Hitta, pronipo- 
te del celebre Crescenzio prefetto di Roma fra altri fon- 
di donò ancora la metà di questo castello ai monaci su- 



313 

blacensi. L'abbandono di esso non è certamente anterio- 
re alla guerra del 1557. detta de' Caraffeschi , come 
quello della chiesa e convento debbesi alle vicende del 
1799. Ja>*.i= 

i i S. MARINELLA -V\mCYM. 

Ultima tenuta dell'Agro Romano verso il territorio 
di Civitavecchia, pertinente all' ospedale di s. Spirito e 
confinante col territorio suddetto , e colla spiaggia del 
mare. Essa comprende circa 313 rubbia divise ne'quar- 
ti denominati Punton del Castrato , Pian della Vacche , 
e s. Maria Morgana e Campo Rosso. La ristrettezza del 
rame non ha permesso che potesse includersi nella Map- 
pa, poiché è 6 m. più oltre di s. Severa. 

Nell'appressarsi a questo casale dal canto di Roma 
d'uopo è riconoscere che la sua situazione sopra un pic- 
ciolo promontorio , che domina tutta la spiaggia è così 
ridente ed amena, che certamente non potè rimanere nei 
tempi antichi trascurata, come quella che d'altronde tror 
vavasi a contatto colla via aurelia , e gli avanzi di un 
ponte antico di essa sul rivo detto Gastrica attirano an- 
cora per la mole de' massi che ne compongono l'arco 1' 
ammirazione de'viaggiatori. Sotto il promontorio il mare 
forma una picciola baia , che sebbene di poco fondo è 
molto utile almeno ai battelli in una spiaggia cosi pri- 
va di ricovero come questa. Neil' Itinerario marittimo , 
come in quello della via aurelia, che va sotto il nome 
d'Itinerario di Antonino, dopo Pyrgi corrispondente a s. 
Severa si ha Castronovo, otto miglia distante, verso Cen- 
tumcellae, o Civitavecchia: e le rovine di Castronovo, 
ricordato da altri scrittori antichi furono riconosciute 
per le scoperte fatte , due miglia più oltre di s. Mari- 
nella presso la torre della Cbiaruccia. Nella Carta Peu-^ 



314 

lingeriana poi fra Pyrgi e Castronovo si pone la stazio- 
ne ad Punicum VI. ra. distante da Pyrgi ; quindi mi 
sembra con molta probabilità riconoscere in s. Marinel- 
la il sito di quella stazione , poiché coincide la distan- 
za di Pyrgi, e la località vi si accorda. E tale denomi- 
nazione avrà tratto origine, come pure oggi accade ne' 
nomi delle stazioni postali , o dalla circostanza di un 
qualche albero di melogranato, o da qualche insegna, che 
questo albero medesimo portasse. Non cosi corretto poi 
nella Carta Peutingeriana é il numero della stazione se- 
guente di Gastronovo, la quale stando di fatto due mi- 
glia di là da s. Marinella fa correggere necessariamen- 
te il numero Villi in II quello delle miglia, che dopo 
Punicum accompagna Castronovo. 

MARINO - CASTRIMOENI VM. 

Plinio Irb. III. e. V. §. IX. nomina fralle colonie 
nel Lazio esistenti a' suoi giorni i Gastrimonienses , co- 
Ionia che direbbesi derivata dai Moenienses, o Munien- 
ses primitivi, che poco dopo enumera frai 53 popoli del 
Lazio, che perirono senza lasciar vestigia: interiere sine 
vestigiis. L'autore del trattato de Coloniis attribuito a Fron- 
tino mostra che era un oppidum , che per la legge di 
Siila fu munito, il cui territorio prima era stato tenuto 
per occupazione , e poscia fu da Nerone assegnato ai 
tribuni, ed ai soldati: Castrimonium oppidum lego sullana 
est munitum: iter popolo non debetur: ager eius ex occupa- 
tione tenehatur : postea Nero Caesar tribunis et militibus 
eum assignavit: non può pertanto porsi' in dubbio la esi- 
stenza di un luogo di questo nome, il quale d'altronde 
è ricordato ancora in molte lapidi, che ne determinano 
la ortografia vera in Castri-moeniam, come in Castri-moe- 
nienses, quella del popolo. E dal passo sovraindicato ap- 



315 
parisce, che fu munito per la legge sillana, siccome dal- 
le iscrizioni riportate dal Grutero pag. CCCXCVII. n. 3 
e dal Fabretti p. 688 risulta, che avea il suo principe, 
i suoi patroni, e decurioni come altre colonie e munìci- 
pj, e che fioriva ancora sotto Antonino Pio. 

Queste lapidi furono rinvenute tutte presso Marino, 
e per conseguenza ivi quella colonia dee collocarsi, tan- 
to più che il sito di Marino pel suo isolamento si an- 
nunzia per quello di una città antica. Si esclude pertan- 
to la opinione del Volpi, che supponeva Castromoenium 
essere il campo di pretoriani stabilito nel sito dell'odier- 
no Albano. Quando però dopo Antonino si estinguesse 
questa colonia è incerto , come incerta pure ò la epoca 
in che per la prima volta il nome di Marino si desse 
al luogo della città odierna; vero e che Anastasio nel- 
la vita di Silvestro I. parlando della chiesa o basìlica di 
s. Giovanni Battista edificata da Costantino in Albano , 
frai doni, che le assegnò, vi fu quello di una possessio 
Marinas, che rendeva 50 soldi; ma quel nome non è si- 
curo, poiché in altri testi diversamente si legge, Mari- 
tanas, Marianam, e Mariana. Da molte carte de' tempi 
bassi riportate dagli annalisti camaldolesi, e da altre esi- 
stenti negli archivii privati, sembra potersi stabilire, che 
ne'secoli X ed XI. tutta la falda settentrionale del mon- 
te fra le vie appia e latina si dicesse Moreni, e questo 
nome io credo aver data origine a quello che ebbe la 
Terra, che poscia formossi sul sito dell'antico Castrimoe- 
nium, il quale dapprima Moreni, poi Mareno ed in fine 
Marino, e Marini si disse. 

E questa terra per quanto io conosco non si formò 
prima del secolo XIII. e forse fu tutta opera degli Or- 
sini , che in quel secolo cominciarono ad emergere. La 
prima memoria, che ne ho incontrato è nel supplemento 
alla storia di Federico II. di Niccolò de lamsilla ripor- 



316 

tata dal Muratori Rerum Ital. Script. T. Vili. col. 613. 
Ivi si narra come l'anno 1265 vi si ritirò Rainaldo Or- 
sini, e vi si difese eontra Enrico senatore di Roma. Era 
dunque a quella epoca di già un castello , ed apparte- 
neva agli Orsini, che lo ritennero fino al secolo XV. Fer- 
reto Vicentino scrittore contemporaneo riportato dal me- 
desimo Muratori T. IX. e. 1002 narra, che nel 1302 ivi 
stava Sciarra Colonna, allorché Filippo il Bello aprì con 
lui trattative eontra papa Bonifacio Vili. Durante il reg-* 
gimento di Cola di Rienzi questa Terra degli Orsini at- 
trasse a se l'occhio di quel tribuno, e nel 1347 Giorda- 
no Orsini da lui bandito da Roma ivi andò a ritirarsi, 
e raccolta molta gente uscì irt campagna : e dopo aver 
messo a ferro e a fuoco i dintorni di Roma di nuova 
si ritirò in quella Terra di suo dominio. Sembra , che 
questo Giordano grandi servigi recasse all'antipapa Cle- 
mente VII. poiché questi diresse ai 2 di dicembre 1378 
un breve in suo favore, come signore di Marino, in- 
vestendolo del dominio di Nemi, Genoano ed altre ter- 
re. In quell'anno medesimo Marino era stato assalito dai 
Romani , i quali conchiusero con Giordano un accordo. 
Veggansi per questi fatti relativi a Giordano il Chron. 
Estense presso il Muratori Op. cit. T. XV. p. 443. il 
Ratti nella Storia di Genzano n. V. de'documenti, e l'In- 
fessura presso il Muratori Op. cit. T. III. P. II. col. 
1115. 

Nel secolo seguente durante il pontificato di Marti- 
no V. Marino divenne proprietà de'Colonna, ed ivi quel 
papa trovavasi l'anno 1424, quando secondo l'Infessura 
sovrallodato , venne a morte Giordano Colonna suo fra- 
tello. E nota la guerra , che dopo la morte di Martino 
V. insorse frai Colonnesi, e papa Eugenio IV. suo suc- 
cessore. Questi ai 18 dicembre 1431 fulminò una bolla 
contro Prospero Colonna cardinale, e frai motivi si alle-r 



317 
ga quello che in luogo di fare restituire alla Chiesa i 
castelli , e le fortezze occupate dalle genti di Antonio 
Colonna , al contrario le avea animate co' suoi scritti a 
non renderle, ed avea disposto a danno di Roma il ca- 
stello di Marino a lui lasciato in testamento da papa 
Martino. Voggasi la vita anonima di Eugenio IV. ripor- 
tata dal Baluzi nella Miscellanea p. 331. Pertanto l'anno 
1436 fu Marino assalito, preso, e disfatto dall'arcivesco- 
vo di Pisa Giuliano Ricci legato di Eugenio, siccome si 
ha nel Diario riportato dal Muratori T. XXIV. p. 1114. 
Ritornò dopo in potere de'Colonna, che lo riedificarono 
e visi fortificarono nella guerra insorta sotto Sisto lY, 
G nel 1482 i Marinesi fecero una scorreria fin dentro 
Roma ai 30 di maggio, portando via un tal Pietro Sa- 
vo Macellaio, come narra il Nantiporto presso il Mura- 
tori T. III. P. II. p. 1071. Nello stesso anno ai 5 di 
giugno entrovvi il duca di Calabria e vi alloggiò ; ma 
pochi mesi dopo ai 24 di agosto questa Terra fu forza- 
ta ad arrendersi alle genti del papa. Veggasi il Nanti- 
porto sovrallodato. Nell'accordo poco dopo seguito l'an- 
no 1483 fu restituito ai Colonnesi; ma l'anno seguente 
ai 26 di giugno fu preso ad istigazione di Luca Anto- 
nio da s. Gemini , dal contestabile delle truppe papali 
Andrea da Norcia, meno la rocca che continuò a difen- 
dersi; veggansi il Nantiporto e l'Infessura presso il Mu- 
ratori. Tornò dopo in potere de'Colonna, i quali tuttora 
Io ritengono. 1 • ■>• r > 

Marino è una città di 4442 abitanti , circa 12 m. 
distante da Roma, alla quale si va per una strada, che 
diverge a sinistra da quella consolare di Napoli circa 10 
m. fuori della porta s, Giovanni, e dopo aver traversa- 
to i campi per 2 m. comincia a salire la falda dipenden- 
te dalla cresta di Alba longa, sopra il cui ripiano è si- 
tuata questa città che gode aria purissima, ed un'ampia 



318 

veduta della campagna romana. La sua longitudine fu 
nell'anno 1824 determinata dagli astronomi Conti e Ric- 
chcbach a gradi 30, 18', 59', 2: e la latitudine a 41", 
46', 10% 2, e la sua altezza dal livello del mare , mi- 
surata alla sommità della facciata del duomo è di 1210 
piedi e 3 poli. La città è ben fabbricata; la strada del 
Corso, che la traversa nella lunghezza, la piazza, ed il 
Duomo sono degni di particolare menzione. La vecchia 
Terra degli Orsini e de'Colonnesi conserva gli avanzi del 
suo recinto, e qualche torre rotonda del secolo XV, sul- 
la quale ancora sono gli stemmi de'Colonnesi che le in- 
nalzarono. Nel Duomo, che è dedicato all'apostolo s. Bar- 
naba , il quadro dell' altare maggiore rappresentante il 
santo titolare è di scuola guercinesca, distinguendosi spe- 
cialmente per la forza del colorito e del chiaroscuro : 
sull'altare della crociata poi a mano sinistra di chi en- 
tra è un quadro del Guercino stesso rappresentante s. 
Bartolommeo} pittura di gran merito originale, e di gran 
pastosità specialmente nella figura del santo , ma molto 
ritoccata e guasta dai ristauri moderni. Un altro quadro 
pregevolissimo è nella chiesa della Trinità a sinistra del- 
la strada del Corso, il quale rappresenta la Triade san- 
tissima: il Padre Eterno tiene sulle sue ginocchia il Fi- 
glio immolato e nel petto lo Spirito fiammeggiante: que- 
sto è opera di Guido Reni: bello è il disegno, ma la com- 
posizione è fredda, e la espressione ed il carattere del- 
le figure è troppo triviale e basso per la subblimità del 
soggetto. 

Marino ha molto perduto dopo che papa Pio VI , 
disseccando le paludi pontine , riaprì la via appia per 
andare a Napoli; imperciocché antecedentemente per que- 
sta città passava la strada postale diriggendosi a Velie- 
tri, e di là a Terracina girando intorno alle pendici de' 
monti lepini. 



319 
A pie di Marino verso oriente fra questa città ed 
Albalonga s'inforca una convalle solinga, ombreggiata da 
un bosco, che chiamano il Parco di Colonna, luogo ce- 
lebre nella storia latina, come quello, che era destinato 
a tenere le assemblee nazionali durante la indipendenza 
del Lazio negli affari più importanti della confederazio- 
ne , e del quale col nome di Ferentinum , Lucus Feren- 
tinae, Caput Aquae Ferentinae fanno menzione Dionisio e 
Livio. Il primo di questi Scrittori lib. IIL e. XX, mo- 
stra , come avendo Tulio Ostilio dopo la distruzione di 
Alba messo fuori la pretensione di essere succeduto an- 
cora nella primazia, che questa esercitava sulle altre ter- 
re latine , queste convocarono la dieta nazionale ev $s- 
^éVTtvw, in Ferentino, decretarono di non sottomettersi, 
ed elessero per duci colla facoltà della pace e della guer- 
ra Anco Publicio Corano, e Spurio Vecilio Laviniate. Di 
nuovo ivi si radunarono , secondo lo stesso storico lib. 
IIL e. LI, a' tempi di Tarquinio Prisco, onde porre ar- 
gine alle conquiste di qael re. Quello stesso storico lib. 
IV. e. XLV, narra a lungo la dieta ivi tenuta a' tempi 
di Tarquinio il Superbo, ed i fatti, che l'accompagnaro- 
no, seguiti dalla morte ivi data a Turno Erdonio depu- 
tato aricino, per i maneggi infami del re di Roma. Do- 
po la espulsione de're vi tennero generale adunanza i La- 
tini l'anno 254 di Roma, nella quale si decise di muo- 
ver guerra ai Romani , onde rimettere i Tarquinii sul 
trono : Dionisio 1. V. e. L : e di nuovo due anni dopo 
nell'assedio di Fidene: ivi e. LII, e finalmente l'anno 258, 
poco prima della battaglia al lago Regillo : Dionisio e. 
LXI. Livio ricordando gli stessi fatti , cioè la morte di 
Turno Erdonio lib. I. e. L. e seg. e la lega latina per 
ristabilire i Tarquinii lib. IL e. XXXVIII chiama il luo- 
go dell'adunanza Lucus Ferentinae, e Caput Aquae Feren- 
tinae quello del supplizio di Turno , e di nuovo Caput 



%■: 



320 

Fermtinum quello dell'adunanza. Egli stesso poi rammen- 
ta , come r anno 402 di Roma , cioè poco prima della 
ultima lega latina vi tennero la ultima dieta. 
'■■ Da tutti questi passi insieme uniti apparisce, che 
tali diete si tennero successivamente dalla distruzione 
di Alba fino alla ultima lega latina, cioè durante tutto 
il tempo della indipendenza de' Latini da Roma: che si 
tenevano in un bosco sacro ad una dea indigena, det- 
ta Ferentina, la quale probabilmente è identica colla Fe- 
ronia de' Sabini, degli Etrusci, e de' Volsci, che questo 
luco o bosco sacro conteneva una sorgente, caput aquae, 
nel quale fu gittato ed annegato, {orate superne iniecta 
saxisque congestis) il misero Turno Erdonio vittima del- 
le trame di Tarquinio: d'altronde è noto, che questo era 
sotto il monte Albano. Queste circostanze riunisconsi nel 
bosco sovraindicato, sotto Marino, che è un luogo de'più 
interessanti, e de' più pittoreschi de' contorni di Roma, 
dove nel parco Colonna circa I miglio entro la conval- 
Ic si vede ancora il Caput Aquae, che non presentan- 
do una profondità sufficiente per annegare forzò a git- 
tare sopra Turno un graticcio e sassi per farlo morire. 

MARIO MONTE v. MONTE MARIO, r 

MARMORELLA 

Tenimento dell' Agro Romano distante da Roma 
circa 15 miglia, e situato a sinistra della via labicana, 
oggi strada della Colonna. Confina co'territorii di Mon- 
te Compatri, e della Colonna, e comprende rubbia 107 
e mezzo. Appartiene ai Pallavicini, e perciò suole anche 
chiamarsi la Pallavicina. Si divide ne'quarti di Valle Pi- 
gnola, Valle Canestra, e le Pantanelle : e quest'ultimo 
viene così denominato dall' impantanare, che ivi facevano 



32il 
le acque prima di essere allacciate nell'acquedotto Feli- 
ce. Il casale è situato in un ripiano ameno, dal quale 
ai gode una veduta vastissima. Nell'anno 1833 percor- 
si questo fondo nel perlustrare il tratto fra la via pre- 
nestina a Cavamonte e la labicana alla Colonna, e npa 
vi rinvenni oggetto degno di particolare menzione., jji'),; 
' Mrj bfi (iìoiyyyìt) imÀu-xu) ilnoo'oh f:ì!->';ni c-soqo «Hoii 
OS omAsiA'lkMARRANÀ v. CRABRA. .li .ìi.? 

-lir.roiO n 'Oii-hivyf MARTJGNANO. <i ib r.:'OiS'jv fixnfiJà 
Tjq ftiunovriq ifjl b Aìib&io fi! inn^nnoVl onsìsJS è in 

nn-hBb rn ,< ; .. ^^ -/iJ ,^?i:Tnqr:iin>. 191» 

Tenuta dell' Agro Romano che è situata a destra 
della via Claudia , o strada di Bracciano , ed a sinistra 
della cassia, alla quale si trova più vicina, presso Bac- 
cano , 20 m. circa lontano da Roma , la quale ha dato 
nome al lago adiacente detto dagli antichi Alsietinus, del 
quale parlossi nell'articolo proprio: ALSBETINVS LACVS. 
Appartiene al Collegio Crivelli. Confina col lago sovrain- 
dicato , e con quello di Stracciacappa , col territorio di 
Campagnano, e colla tenuta di Polline. E comprende cir- 
ca 108 rubbia di terra divise in tre parti. 

Il nome naturalmente deriva da quello del suo pos- 
sessore originale Martino, e la prima volta apparisce l'an- 
no 910, quando Sergio III con una bolla riportata dall' 
Ughelli T. I. p. 91. lo concesse al vescovo di Selva Can- 
dida, che era allora un Ildebrando. A quella epoca, in- 
sieme co'fondi Furctdae, e Tondilianum costituiva la Mas- 
sa Caesarea. A quella chiesa fu confermato da Giovan- 
ni XIX nel 1026 e da Benedetto IX nel 1033, siccome 
si trae dalle bolle riportate dallo scrittore sovraindicato. 
Divenne poscia in parte proprietà della famiglia de'Nor- 

21 



322 

mannì, in parte de Curtabraca, e circa il principio del 
secolo XIII. era sorto ivi un castrum dello stesso no- 
me, anche esso diviso fralle due famiglie sovraindicate. 
Il Galletti nella dissertazione sopra Gabio p. 142 mostra 
con documenti autentici, come nel 1258 i Curtabraca pos- 
sedevano una parte di quel castello : e dall' altro canto 
nella opera inedita de' conti tusculani esistente nel cod. 
"vat. n. 8043 riporta un Atto esistente nell'Archivio se- 
greto capitolino T. LXIII. dal quale ricavasi, come Co- 
stanza vedova di Pandolfo Normanni vendette a Giovan- 
ni e Stefano Normanni la eredità a lei pervenuta per 
la morte de' figli della porzione, che aveano in Cere, Ca- 
stel Campanile, Civitella, e Martignano, che ivi designa 
col nome di castrum Martingiant. Nel secolo XV, comin- 
ciossi ad abbandonare il castello , che oggi è ridotto a 
semplice casale. ■■■" 

■ J-iCf l'i'"' f: '/'■'; ♦■' '^l?-?J'> /'■*.i*'; •fi!'- 

t;b rAi "■ MASSA e FONTE DI PAPA. ' ^'' • 

Sul nome Massa commune a questa e ad altre te- 
nute e luoghi, non solo dell' Agro Romano, ma ancora 
di altre parti d'Italia, veggasi il discorso preliminare, 
dove fu notato , che per masse intendevansi le rendite 
di fondi insieme riuniti, e che questa definizione si die- 
de dal Borghini nello scritto sui vescovati fiorentini, al- 
lorché disse, che: navea ancora la chiesa di $. Pietro di 
Roma assai buone e ricche pezze , e come le chiamavano 
masse. Questo nome rimase ad una tenuta di circa 518 
rabbia fuori della porta salaria intersecata dalla strada 
moderna di Rieti e posta sul limite dell'Agro Romano 
verso settentrione, circa 13 m. lontano da Roma, con- 
finante col Tevere, co' territorii di Monte Rotondo e Men- 
tana, e colle tenute di Marcigliana e s. Colomba. Essa 
appartiene ai Ruspoli. Si divide ne' quarti detti Mezzo 



323 
de' Monti, Capo de' Piani, Pantanelio, Osteria, Barca, s. 
Filippo, e Pie de' Piani. Un rigagnolo, che io solca, da 
alcuni fu creduto l'AUia, perchè influisce nel Tevere cir- 
ca 11 miglia fuori della porta salaria, distanza che coin- 
cide presso a poco con quella indicata da Livio , come 
punto dello scontro fra l'esercito romano, ed i Galli; ma 
oltre che questo fosso, piuttosto che fiume, è quasi in- 
significante, e l'Allia era un flumen, che scendeva entro 
un letto profondo, j9raeaZ/o defluens alveo dai monti cru- 
stumini, Crustuminis montibus, il che poco si accorda coi 
rigagnolo di Fonte di Papa, il sito manca ad un nume" 
ro cosi considerabile di gente come fu quello che com- 
battè in quella giornata, e d'altronde non può facilmen- 
te accommodarsi la descrizione di Livio collo stato fisi- 
co de'luoghi. Veggasi ciò che fu notato all'articolo ALLIA. 

MASSA QALLESINA. 

v.jcjM ir. ùivùì-nìH']?, 'làovìU .nìnnm<m9h.i<fm *>ìui : . 

È una tenuta fuori delle porte s. Pancrazio e Ca- 
valleggieri a sinistra della via aurelia , la quale appar- 
tiene a s. Rocco ed al principe Massimi, e va unita col- 
l'altro fondo detto Pedica Maglianella. Comprende rub- 
bia 147, e confina colle tenute di Pedica Maglianella s. 
Ambrogio, Fontignano, Casal della Morte, Massimilla, Ca- 
stel di Guido, Selce, e Maglianella. È divisa ne' quarti 
di Pedica Maglianella, Casale, Ara, e Monte rotondo. Il 
nome suo attuale è di origine incerta; ma forse una par- 
te di essa, se non tutta, fu compresa ne'fondi denomi- 
nati nel secolo Vili Gratiniano, Rosario, Canneolo, e Ca- 
sale Milliarolo, esistenti secondo Cencio Camerario pres- 
so la via aurelia 5 m. distante da Roma, circostanza che 
col sito della tenuta di Massa Gallesina si accorda. 



324 

MASCHIETTO v. PISANA e BRAVA 

>,\} ,(;'>'"■' • — 

li» 3 MASSIMA ossia ACQUASORGENTE. 

••nxo z» '.• . ;; 

:' Tenàta' dell' Agro Romano posta circa 5 m. fuori 
di porta s. Paolo sulla strada moderna di Ardea, la qua- 
le trasse nome dal monastero di s. Ambrogio della Mas^: 
sima, a cui appartiene, e che comprende circa 54 rub-^ 
bia, confinanti colle tenute dplla Cecchignola, Tor Pagnotta, 
Tre Fontane, Gasa Ferratella, ed Acquacetosa. Essa avea 
il nome di Maxima fin dall'anno 1349, siccome appari-, 
sce da una Carta riportata dal Nerini. Quanto a quello 
di Acquasorgente , deriva questo da ijna sorgente iri 
esìstente, • Mo'j cr/i! ih ruiuiM-j (v;(: ni ifc-i/.uc^jnin.;: ;;; ■ 
.ivàviJii <>UK)i.»'r 'il .ìihfìi^t'ui) '.'■■ 

MASSIMILLA, 
Kf-V ■ '''y'ìV. 

Tenuta cosi denominata, perchè appartiene ai Mas^ 
simi alle Colonne, e posta 6 m. circa fuori di porta Ca- 
valleggicri a sinistra della strada di Civitavecchia, ossia 
della via aurelia, la quale comprende rubbia 87 e con-r 
fina colle tenute di Pedica Maglianella, Fontignano, Ca-; 
stel di Guido, e colla strada consolare. ^ 

ihu^'i .V.' 

i!ifiu{) 'on '•iuih : 5. MATTEO. ^^:'1^Ì .obiih -i. 

' Fondo posto sull'ultimo limite dell'Agro Romano, 
confinante col territorio di Frascati e pertinente ai Ga'« 
votti, il quale comprende 52 rubbia e mezzo. 

;-,'iq Olili «;;;;ì li. . o:uìì..J u:ì..^v.., . J,.i^ ...:. ^ ,!. 
:t--i /;SHtókO0*Ì:» ,fì/nO;ì. sù r;;!: "ii -iti V {\V"j . 

sArio:)Ofi li' it'.U.'ìin^^ i"- ' 't ih ■ii.i'ìvì'! (.l'i' 



325 
MAZZAUJPETTO v. MOI^TE ARSICCIO, 

MAZZALUPO. > 

Tenuta che comprende rubbia 74 j posta fuori di 
porta Angelica 5 m. circa lontano da Roma e pertinen- 
te al Capitolo vaticano. Essa confina con quelle di Lu- 
china, Porcareccio, e s. Nicola- 

MEDVLLIA. 

Dopo il ratto delle Sabine, Romulo diresse le sue 
genti contro quelle città circonvicine, che le prime pre- 
sero le armi per vendicare l'affronto ricevuto, come An- 
temne, Cenina, e Crustumerio, e vi dedusse colonie ro- 
mane. Medullia^ che ogni ragion porta a credere, che 
fosse nella stessa direzione, cioè verso il confine sabino, 
già colonia fondata da Latino Silvio terzo re di Alba , 
apri volontariamente le porte, ricevette anche essa una 
colonia romana , e tale fu la fiducia ispirata dal re di 
Roma, che Ostilio uomo nobile^ e per ricchezze poten- 
te, trasmigrò in Roma e sposò Ersilia, quella stessa, che 
insinuò alle Sabine di farsi mediatrici frai Romani ed i 
Sabini loro parenti. Venuta la guerra sabina contra Ro- 
ma, Ostilio cadde nella pugna data a pie del Palatino, 
ed ottenne l'onore di un sepolcro nel luogo più cospicuo 
del Foro con una colonna che ricordava il suo valore. 
Questi lasciò morendo un figlio, che poi fu padre di Tul- 
io Ostilio terzo re di Roma. 

Tali notizie si debbono a Dionisio lib. II. e. XXXVI. 
lib. III. e. I. e servono a farci conoscere l' antichità, i 
primi fasti, e la situazione approssimativa di questa cit- 
tà, che alcuni hanno voluto trasportare nelle campagne 
del Lazio marittimo. Nel regno di Numa Medullia non 



326 

ebbe occasione di muoversi ; ma in quello appunto dì 
Tulio Ostilio , che ne era oriundo , dopo la distruzione 
di Alba riguardata dai Latini come loro metropoli, que- 
sta città voleva entrar nella lega latina stretta per non 
riconoscere il dominio di Roma. Tulio però si rivolse a 
bloccarla e pervenne a persuadere gli abitanti a non far 
novità. Dionisio lib. III. e. XXXIV. Ma la guerra scop- 
piò più forte sotto il successore, Anco Marzio, il quale 
dopo la presa di Tellene, Ficana, e Politorio, e la di- 
struzione totale, di questa ultima città incalzò i Latini 
fin sotto MeduUia, li mise in piena rotta per testimonian- 
za di Livio Ub. I. cap. XXXIII, e posto 1' assedio alla 
città, che tre anni innanzi era stata occupata dai Lati- 
ni nel quarto anno se ne impadronì per assalto. Dioni- 
sio lib. III. cap. XXXVIII. Riaccesasi la guerra sotto 
Tarquinio Prisco frai Romani e i Sabini, questi tiraro- 
no al loro partito tutte le città latine a settentrione di 
Roma, fi-alle quali anche Medullia, che fu insieme- col- 
le altre presa dal re di Roma. Livio lib. I, e. XXXVIII. 
Dopo quella epoca Medullia rimase fedele ai Ro- 
mani fino all'anno 262, in che avendo i Sabini mossa la 
guerra a Roma, i Medullini defezionarono e si collega- 
rono coi Sabini. Dionisio lib. VI. e. XXXIV. Non si co- 
nosce bene come andasse a terminar quella guerra,, poi- 
ché circa quel tempo avvenne la famosa ritirata sul Mon- 
te Sacro; sembra però che terminasse amichevohnente ^ 
né poscia più si ricorda Medullia. Ma sibbene apparisce 
che come di là derivava la gente Ostilia , così pure di 
là venne l'altra non meno illustre famiglia Furia, il cui 
stipite Sesto Furio Medullino Fuso ebbe l'onore de' fa- 
sci l'anno 266, cioè soli 4 anni dopo la ritirata al Mon- 
te Sacro, E questo stipite poscia si suddivise ne' rami 
de'Pacili, de'Camilli, de'Phili, de'Crassipedi, de'Purpu- 
reoni, e de'Brocchi, 



327 
Questi fatti mostrano, che Medullia era in quella 
parte del Lazio superiore, che è limitrofa co'Sabini. In- 
fatti nella spedizione di Romulo descritta geograficamen- 
te da Dionisio, si pone prima Antemne sulla riva sinistra 
dell' Aniene al confluente di questo fiume col Tevere , 
poscia Genina fra Roma e Nomento, quindi Crustumerio 
fra Genina e Nomento, ed in ultimo luogo Medullia. Go- 
sì Livio nell'enumerare le città prese dal primo de'Tar- 
quinii nomina Comiculum, Ficulea, Cameria, Grustume- 
rìum, Ameriola, Medullia e Nomentum. E Plinio Hist. 
Nat, lib. in. e. V. §. IX , la pone con questo ordine 
fra le città antiche del Lazio, che erano ai suoi giorni 
scomparse: Grustumerium, Ameriola, Medullia, e Gorni- 
culum. Le rovine pertanto di Medullia debbonsi rintrac- 
ciare nelle vicinanze di Nomento e de'monti Gornicula- 
ni: debbono inoltre presentare l'apparenza di una città, 
che secondo Livio era tuta munitionibus, e questi carat- 
teri si trovano bene in s. Angelo in Gapoccia, dove fuo- 
ri dell'abitato attuale, presso la chiesa e convento di s. 
Liberata, 5 miglia distante dall'antica Nomentum, e tre 
da Gomiculum, sono considerabili avanzi di un recinto 
a poliedri irregolari , che evidentemente si riconoscono 
per quelli di una città delle più antiche d' Italia , alla 
quale il villaggio attuale serviva di cittadella, e perciò 
ivi nella carta sotto il nome moderno vedesi notato l'an- 
tico. Sir William Geli riconoscendo questi avanzi anche 
egli per quelli di un' antica città del Lazio li attribuì 
piuttosto a Gomiculum, e portò Medullia fra Palombara 
e s. Polo troppo lungi da Nomento e Grustumerii. Veg- 
gasi la sua opera The Topography of Rome and its vtci- 
nity negli articoli s. Angelo e Medullia. Girca la Terra 
di s. Angelo in Gapoccia sorta presso le rovine di Me- 
dullia veggasi al suo luogo 1' art. 5. ANGELO. 



328 

MENTANA v. NOMENTVM. 

3IENT0RELLÀ 

fiultuilla, fiulturella. Oulturelia, 

■■^ .\ :,.k:ì-l* i.iì 

È la punta più alta del dorso detto di Guadagno- 
Io a nord -est di Roma, distante circa 25 miglia, alla 
quale si sale per le \ie indicate ncH' articola GUADA- 
GiVOX(X Uo' antica tradizione riferita dal Cassio nelle 
Memorie di s<. Silvia p. 34, accreditata presso que'mon^ 
tanari , porta , che ivi sulla rupe apparve il cervo a s. 
Eustachio, e che nella grotta a pie di essa ritirossi nel 
primo periodo del secolo VI. della era volgare s. Bene^ 
detto, prima di andare a fondare l'ordine monastico, che 
porta il suo nome a Subiaco. Ciò che però è fuori di 
ogni questione è che una chiesa di s. Maria- ivi era sta-^ 
ta di già eretta l'anno 594, allorché s. Gregorio I. do- 
nò all'abate sublacense tutto intiero questo monte, che 
era proprietà della sua famiglia , e che egli chiama in 
quella donazione con termine gotico Wultuilla, nome cho 
successivamente andò volgendosi in Bulturellay e Vultu- 
rella, come si trae da Carte del secolo X. e donde poi 
è derivato con njiova alternazione il moderno di Men- 
torcila. Che però il primo sia l'originale fra tutti que- 
sti si dimostra dalla iscrizione in tavola di legno già 
esìstente nella chiesa di s. Maria, e fin dal secolo scor- 
so trasportata in Poli nel palazzo ducale, la quale mo- 
strava che la chiesa era stata dedicata ai 24 di ottobre, 
e che il luogo chiama vasi Wultvilla. 

Nel secolo X l'anno 958, sembra ch« i monaci su- 
blacensi l'avessero alienato, poiché nella bolla di papa 
Giovanni XII. riportata dal Muratori Ant. Medii Aevi p» 



329 
461, colla quale si confermano i beni di quel monaste- 
ro, questo monte non viene indicato, che come confa- 
ne. Infatti poco dopo nel 984 apparisce, come proprie- 
tà di una Rosa nobile dama romana, la quale fra mola- 
ti fondi che donò al monastero di s. Gregorio di Ro- 
ma nomina pure il monte per intiero-, qui dkitur Yul- 
turellaf in quo est ecclesia, s. Marine, e questo con tut- 
te le sue indipendenze yiene determinato, come pósto 
circa il miglio 24 lontano da Roma nel territorio ti- 
burtino entro i confini del casale Biscian», oggi Piscia- 
no, del casale Ilice poi Rocca de'Ilice, oggi distrutto, 
di un fondo pertinente ai sublacensi, del fondo Prct- 
talcy del fondo SarianQ, e della chiesa di s. Angelo in 
Paiano. Un castello detto castrum Morellae , forse fon- 
dato dai signori di Poli, in questi dintorni fu lascia- 
to per testamento nel secolo XIII. ai monaci soprad- 
detti, e questi ebbero perciò a sostenere una lite cir- 
ca Tanno 1250. Negli Annali de'Camaldolesi si riporta- 
no la donazione di Rosa T. IV. append. IL p. 603, e 
l'esame de' testimonii per la questione insorta: T. IV. 
app. I. p. 596. La chiesa di s. Maria, che per la sua 
architettura gotica è uno de'monumcnti più importanti, 
che ci rimangano , e che si direbbe riedificata circa il 
secolo X. insieme col monastero annesso, cadde in abban- 
dono, secondo il Cassio dopo l'anno 1390, ed era in pie- 
na rovina nel 1660, allorché per le premure del celebre 
Kircher fu ristaurata dall'Imperadore Leopoldo I, e po- 
scia nel secolo passato ebbe doni della imperatrice Ma- 
ria Teresa. 

Circa cinque miglia distanti da Mentorella sono gli 
avanzi di una villa romana y che dicesi la villa di »► Eu- 
stachio, ed ivi fu nel secolo VII edificata una chiesa ad 
onore di s. Silvia insieme con un ospizio pe' monaci; ma 



330 

circa l'anno 1386 appiccatovisi il fuoco rimasero Tuna 

e l'altro consunti. 

La punta di Mcntorclla è la più alta di tutte quel- 
le dalla catena degli Appennini che immediatamente do- 
mina la campagna romana^ quindi di là si gode una ve- 
duta vastissima^ non solo di tutta la pianura, ma ancora 
di tutti i monti che la circondano, come pure verso orien- 
te di tutte le cime, che coronano la valle dell' Anicne. 
II clima è freschissimo nella estate, e 1' aria fina e sa- 
Jobre ; ma incommoda oltremmodo è la sua situazione. 

■ nìHnt'-ìii '■ '-■' 
,v, ^ MERLUZZA. 

E il nome di un casale già osterìa sulla via cassia 
a sinistra, circa 16 m. fuori di porta del Popolo nel di- 
verticolo a Cesano. Questo diverticolo, la difficoltà, che 
naturalmente presenta la strada per la lunga salita , il 
bosco un tempo esistente , noto col nome di bosco di 
Baccano, aveano reso infame questo punto della strada 
postale pe'latrocinj: e fresche memorie rimangono degli 
orrori commessi in que'dintorni dalle bande degli assas- 
sini. Ma dopo che è stato abbattuto il bosco, e stabili- 
to un posto militare , non presenta questo luogo alcun 
pericolo. La situazione sua alta domina tutti i contorni. 
Il nome deriva da una insegna, che un dì ebbe questa 
osteria di una picciola merla. 

:.U : ^^.>,.,uu :. MEZZA SELVA. 

Stazione moderna della via latina 22 miglia fuori 
della porta s. Giovanni odierna, nella strada, che dalla 
gola dell'Algido tende a Valmontone; essa è così deno- 
minata, perchè posta un tempo in mezzo alla selva già 
algidensc, e ne' tempi bassi detta algiarc. 



m 

MIMOLl f: 

Tenuta dell' Agro Romano situato fuori di porta 
Gavalleggicrì circa 6 miglia distante da Roma a destra 
della via Cornelia, oggi strada di Buccèa, confinante col- 
le tenute di Porcareccia, Marmo, e Torrevecchia, la qua- 
le comprende 164 rubbia. 'i»-«<v. 
-:: Il nome suo attuale deriva da quello di casale Chi- 
minuli, o Ciminuli, che portava fino dal secolo XI, il 
quale fu donato da Pietro vescovo di Selva Candida al 
monastero de'santi Bonifacio ed Alessio circa l'anno 1043, 
come apprendiamo da una Carta riportata dal Nerini ; 
e quel nome ri tene vasi ancora da questo fondo nel pri- 
mo periodo del secolo XIII; imperciocché nella bolla di 
Onorio III riportata dal Nerini medesimo , ed apparte- 
nente all'anno 1217, frai varii beni dallo stesso Onorio, 
confermati al monastero sovfaindicato , nominasi ancora 
la torre colle case, vigne, orti, ec. in loco qui vocatur 
Ciminuli, Contemporaneamente però già cominciavasi ad 
introdurre il nome attuale, cioè di Memoli in luogo di 
Mimoli, con che si ricorda, come in parte spettante già 
al Capitolo vaticano nella bolla d'Innocenzo III, dell'an- 
no 1214 riportata nel primo tomo del Bollano di quel- 
la basilica, e questo nome fece dimenticare a poco a po- 
co il primo. 

MOLARA-ViOmViXmx. 

itlolaria. ^ 

Castello diruto del secolo XIII, situato nella valle, 
che separa il dorso tusculano dal gruppo de' monti al- 
bani, quasi dirimpetto alla cittadella di Tusculo, al XV- 



332 

mìglio della via latina , coFrisponde a circa 14 miglia 
fuori della Porta s. Giovanni. II suo nome derivò da 
una cava di pietre molari , che si vede ancora sotto il 
castello a nord -ovest: esso viene communicato ad una 
moderna osteria , che poco più oltre si vede a sinistra 
della via medesima: ed alla strada che in questa parte 
corrisponde all'antica via latina. Questo castello formos- 
si dopo l'abbandono della stazione di Roboraria, la qua- 
le fu cosi detta dal bosco di querele, roboray presso cui 
trova vasi, che nell'Itinerario di Antonino viene indicata 
come al miglio XVI, della via latina. Esso è sopra un 
colle isolato di lava basaltica a destra della via, e con- 
serva ancora le vestigia del recinto fortificato, con tor- 
ri rotonde e quadrate di costruzione saracinesca del se- 
colo XIII formata con piccioli parallelepipedi di tufa e 
di lava. Nella parte più alta era la rocca , e verso oc- 
cidente la chiesa y della quale rimangono ancora gli 
avanzi. 

Ho detto che la sua origine devesi all' abbandono 
di Roboraria: il sito poi è di tale importanza nello stret- 
to della valle già detta albana, che probabilmente non 
fu trascurato dai conti tusculani durante la loro poten- 
zaj imperciocché nel Chron. Subì. an. 1090 narrasi, co- 
me Agapito conte tusculano ebbe due figlie: ed una ne 
die in moglie ad Oddone Frangipani , alla quale lasciò 
. castra Mareni , Turricellae , montis Albani et Nemoris et 
suam partem castri Montis Compatri, V altra poi ad An- 
nibale Annibaldi , a cui lasciò i castra Arcis Periuriae , 
Montis Porculi et Molariae etc. Veggasi il Nerini nella 
Storia di s. Alessio p. 528. Ma quel documento non va 
esente da dubbii gravissimi d'interpolazione, per que'ca- 
stra Mareni, ec: sebbene non si ponga affatto in questio- 
ne il dominio degli Annibaldi sopra questo castello, i 
quali perciò ebbero il nome di Signori della Molara. 



333 

Quello che è eerto, è che le rovine superstiti presenta- 
no in tutte le parti la costruzione del secolo XIII , o 
che non prima di quella epoca se ne hanno documenti 
sicuri. Infatti la. prima memoria, che ne ho trovato ap- 
partiene all'anno 1254, quando Riccardo degli|Annibal- 
di cardinale diacono di s. Angelo n' era in possesso, e 
vi accolse papa Innocenzio , lY. con molta magnificenza, 
come si ha da Bernardo Guidone nella vita di quel pa- 
pa presso il Muratori R. I. S. T, III. P. I. p. 592. Quel 
cardinale l'avea comprato, sebbene non si sappia da chi: 
ed una prova di tale acquisto si ha nella Storia di Ma^ 
liispina riportata dal Muratori R. I. S. Tomo VIII. alla 
quale p. 798 si legge, che il card. Riccardo degli An- 
uibaldi condusse Carlo di Angiò usque ad castrum Mo- 
lariae , quod idem cardinalis proprio impenso peculio prò 
sua hasreditate quaesierat. E quel cardinale fu che costrus- 
se le fabbriche, e le mura, che oggi ivi veggonsi diroc- 
cate ; e fino al secolo XV * rimase in potere della sua 
famiglia. L'anno 1265. accompagnò egli stesso a proprio 
spese fin là Carlo di Angiò nella spedizione che questi 
intrapese contro Manfredi. Veggasi Niccolò de larasilla 
presso il Muratori Op. cit. T. Vili. p. 597, Narra To- 
lomeo da Lucca Hist. Eccl. presso i R, L S, T. XI. p. 
1155 di essere stato testimonio oculare della guarigio- 
ne istantanea operata ivi da 3. Tommaso di Aquino in^- 
fermo di febbre terzana , sul suo compagno Raimondo 
malato di febbre continua, mentre dimoravano presso il 
card. Riccardo sovraindicato. Nel 1328 agli 11. di giu- 
gno essendo stato questo castello occupato dalle genti 
del re Roberto, dovette arrrendersi, dopo qualche gior- 
no di assedio per mancanza di viveri ai Romani ed al- 
le truppe di Lodovico il Bavaro. Giovanni Villani Storie 
lib. X. e. LXXVI. Dal Chron. Estense riportato dal Mu- 
ratori ne'R. I. S. T. XV. e. 444 apprendiamo, che nel-t 



334 

la battaglia contro Rienzi fu ferito ed ucciso Niccolò 
degli Annibaldi signore della Molara nell'anno 1351. Sul 
principio del secolo seguente 1' anno 1405 si legge nel 
Diario Romano anonimo riportato dal Muratori ne' ^e- 
rum Italie. Script. T. XXIV. p. 975 come il dì 15 di 
aprile, che fu il mercoledì santo, cominciò ad uscire in 
campagna l'esercito del Popolo Romano contra 1 figli di 
Tebaldo della Molara, e si accamparono presso quel ca- 
stello: dierono il guasto a molte terre intorno a questo 
ed a quella di Rocca di Papa , e vi rimasero undici 
dì. Innocenzo VII, che allora reggeva la chiesa vi spe- 
di come ambasciadore il priore di s. Maria Aventina , 
onde fosse mediatore frai Romani , ed i signori della 
Molara \ ma questi si condusse in modo che ritornato 
in Roma gli fu tagliata la testa , e sepolto in s. Pie- 
tro. Dal Diario dell' Infessura poi si trae , che la pace 
venne conchiusa precisamente il giorno di s. Marco: Mu- 
ratori R. I. S. T. III. P. II. p. 1116. Queste sono le 
memorie che ho potuto ricavare della Molara, castello, 
che nel corso dello stesso secolo XV fu abbandonato, 
e che a poco a poco è andato in rovina. 

La valle sovraindicata, nella quale questo castello 
fu edificato è certamente quella stessa che Livio desi- 
gna nel capo VII. del libro III. col nome di Albana 
vallis, della quale fu parlato nel tomo I. pag. 80 nel- 
l'articolo ALBANA VALLIS. 

* 'Il tenimento annesso alla Molara appartiene fino dal 
secolo XVII. ai Borghese, e comprende circa 345. rub- 
bia : esso confina co' territori! di Monte Porzio , Monte 
Compatri, Rocca di Papa, e Frascati. 

Ui ìt:.} luiium. 

^- ^ MONASTERO COLONNELLO. 

Tenuta dell' Agro Romano , di circa 146 rubbia e 



335 
mezzo, posta circa 6 miglia lungi da Roma presso la 
via nomentana, e pertinente al Capitolo di s. Pietro. Con- 
fina con quelle di s. Basilio, Casal vecchio. Prato Lungo, 
e Scorticabove. i^uiil » ** ,y,.u\..l. ■. i . -■ ■ *' - 
Questa tenuta; die in origine àpparteiieVa' al C^jiii^ 
tolo sovraindicato, fu nel 1526 venduta al card. Puc- 
ci insieme con quella di Pietra Aurea : allora era di- 
visa in due fondi, chiamati il Casale de' Monasteri, e 
Colonnella , come si ricava da un documento della Bi- 
blioteca Chigiana G. III. 58. Poco dopo il Pucci ven- 
dette queste tenute a Niccolò de Jacovazzi per 3750 
scudi. Da questi passò ai Savelli signori dell'Ariccia, i 
quali nel 1607 vendettero di nuovo al Capitolo Vati- 
cano il Casale dei Monasteri e della Colonnella per 17,700 
ducati di oro, siccome si ricava dal Bollano Vaticano 
Tom. Ili, p. 58 e seg. Append. ^. 37# ■ :: - — r 

MONITOLA. 

Nel Chronicon Sublaccnse inserito dal Muratori 
nelle Antiquitates JHedii Aevi T, IV. alla pag. 1060 leg- 
gesi frai beni confermati da Pasquale II. sul principio 
del secolo XII al monastero sublacense nominato il Mori- 
tem qui vocatur Monicula , o piuttosto Monitula. Questo 
colle ha ancora l'antico nome, e si trova circa 2 miglia 
e; mezzo distante da Tivoli presso il bivio delle strade 
di Ceciliano e Castel Madama, a sinistra di questa ul- 
tima, fra essa e l'Aniene. Il sito, atto ad essere un ca- 
stello fu fortificato dagli antichi Tiburti, i quali vi co- 
strussero mura a poligoni, che ancora si ravvisano, e 
fu uno de'loro oppidi ricordati da Livio nel capo XIX 
del lib. VII. come pure Empulum, e Saxula posti in 
questa medesima direzione. Credere però che questa 
sia la città, il cui popolo da Plinio lib. III. e. V. vie- 



336 

ne indicato col nome di Munienses , non mi sembra 
probabile, poiché i Munienses, ed i Castromoenienses 
par die fossero uno stesso popolo , e Castromoenium , 
come si vide, fa a Marino, ben lungi da Tivoli. Me- 
no improbabile sembra, che i Venetulani nominati da 
Plinio medesimo frai communi latini estinti a'suoi gior- 
ni avessero stanza in questo luogo , e che invece di 
Monitola il nome originale di questa città fosse Ve- 
netula. Come altri castelli del Lazio primitivo fu, ne* 
tempi della potenza romana , occupato il suo sito da 
una villa, ed a questa appartenne la conserva di acqua, 
ehe ivi ancora si vede. V'ha chi pretende, che ne'tem- 
pi bassi vi fosse un castello feudale -, ma questo non 
si ricorda , né in carte particolari , e d' altronde non 
ne rimangono vestigia. Non è però improbabile, che 
quando gli Orsini erano signori di Castel s. Angelo, 
oggi detto Castel Madama vi sì fortificassero. 

MONTÀGNANO. 

€ttsole bf ittontmnt- "*""' 

^M. il :,nnvu.a jiiontangianum. 

j^f-j Tenuta pertinente ai Teodoli, confinante con quel- 
le di Torricella, Valle Caia, Tor di Bruno, Campoleo- 
ne e col territorio dell' Ariccia^ posta circa 18 m. fuo- 
ri di porta s. Giovanni a destra della strada detta di 
Porto d'Anzio e Nettuno. , : ,;;a. ; i^ 

La prima memoria di questo fondo si ha nella 
bolla data da Lucio IIL l'anno 1183 a favore del mo- 
nastero di s. Anastasio alle Tre Fontane , riportata dal 
Ratti nella Storia di Genzano pag. 93, ed esistente nel- 



miì 



337 
l'Archivio Vaticano, nella quale frai fondi rìcOnosciuti 
come di pertinenza di quel monastero si nomina il Ca- 
sale di Monteiani con tutte le sue pertinenze. Ma nell'an- 
rio 1378 1' antipapa Clemente VH , volendo 'rimunerale 
Giordano Orsini , che era stato di lui fautore nel por- 
tarlo al trono pontificio, gli concedette a terza genera- 
zione molte terre e castella , e fra queste infeudazioni 
si ha ancora quella del Casale quod Montangiano vulga- 
niter nuncupatur, notando che apparteneva al monastero 
di s, Anastasio: Tatto di tale concessione si ha nell'Ar- 
chivio Vaticano , e vien riportato dal Ratti nella opera 
sovraindicata p. 104. Ritornato poscia in pieno dominio 
de'moaaci di s. Anastasio, da questi fu venduto l'anno 
1427 insieme con Genzano , e con Ne mi ad Antonio, 
Prospero, ed Odoardo Colonna per 15,000 fiorini da bai: 
47 r uno, come si ha dal breve di papa Martino e da 
altri documenti esistenti nell' Archivio Sforza e pubbli- 
cati dal Ratti p. 134, e seg. Nel secolo XVI fu dai Co- 
lonna alienato, e venne poscia in potere de' Teodoli, che 
iéi ritengono,? s^d ucìu cuùì, ] .oU.a ,oU<;^: uil.^, ai--i^ij 

MONTARSICCIO—LUCHINA—MÀZZALUPETTO. '* 

Sono tre tenuiie dell'Agro Romano distinte fra loro 
e segregate , ma contigue , e siccome tutte e tre sono 
pertinenti alla famiglia Pallavicini, perciò in un solo ar- 
ticolo vanno comprese. Montarsiccio confina colle tenute 
della Sepoltura di Nerone, e d'Inzuccherata, e colla stra- 
da di Monte Mario} Luchina con quelle di Castelluccia, 
Mazzalupo, Marmo, Palmarola, e Sepoltura di Nerone; 
e Mazzalupetto con quelle di Palmarola, Porcareccia, e 
s. Nicola. Tutte e tre unite insieme si estendono a rub- 
bia 184 circa: e sono cinque miglia distanti da Roma, 
fuori di Porta Angelica, per la strada di Monte Mario. 

22 



/ 



338 

Qualunque sia la origine del nome di Monte arsiccio , 
questo fondo non dee confondersi colla Terra de Mon- 
te Arsitia, o Arsitio, ricordata nelle bolle, di Giovanni 
XIX data l'anno 1026. e di Benedetto IX. data l'aona 
1033, e riportate dall' Ughelli tomo I. yUiAttvt'ò 

ìiv)>^r,hivì\m ùw-jiMONTE CASALE. .,tio) oiloin ')t:;t>'v 

"■';!;."""" €o0trum itlontis (Ìasali0, "''"'''■r 

ipoqo :'•!?';■! iì!<:#"f{;^ '^?';'-mv^H -fi';:? '-^ yr-T^^'j-V '>•-;??=; 
oinJffTerra, oggi distrutta dell'abbazia di Subiaco, po- 
sta sopra un colle, che ritiene lo stesso nome, fra Roc- 
ca s. Stefano e Gerano. Il Chronicon Sublacense mostra, 
che Pietro abbate acquistolla pel monastero , dando ia 
cambio la Rocca de Incam^erata verso l'anno 1030, e che 
nel 1115, Pasquale IL ne confermò il possesso al mo- 
nastero medesimo. Poscia venne distrutta, e come diru- 
ta si ricorda 1' anno 1167 dalla cronaca sovrallodata e 
perciò nelle bolle, date, 1* anno 1189 da Clemente III. 
e 1217 da Onorio III. viene indicala soltanto col nome 
di |fon«,Cas^|wj, non più come un Castrum. _ _ 

ino\ ni uUnì MONTE COMPATRL .,) ..,. ono> 

-ir, .Terra, che appartiene ai Borghese, posta entro i 
limiti della Comarca di Roma , dipendente dal governo 
e dalla diocesi di Frascati la quale contiene 1893 abi- 
tanti. È 17 miglia distante dalla metropoli: e secondo 
le osservazioni degli astronomi Conti e Ricchebach la 
sua latitudine è 41°, 48', 32'', 6, la longitudine 30°, 23', 
39", 8: l'altezza sul livello del mare piedi 2200, 3: ser- 
vendo di segnale la torre de^ palazzo Borghese, come 
punto culminante. i^nU 'vX i^q >>il^^nA .»''io^l il* )v;.;ì 



339 

Questa terra io credo, che si formasse dopo la ro* 
vina di Tusculo fatta dai Romani Tanno 1191, giacché 
non ho potuto trovare, né memorie, né indizii di fab- 
briche anteriori a quella epoca. Vero è , che se ne fa 
menzione fin dall' anno 1090 nel Chronicon Sublacense ; 
ma siccome trovasi insieme con altre terre di origine 
certamente posteriore alla rovina di Tusculo, apparisce 
evidente la interpolazione. Veggasi l'art. MOLARA^ > '4 

La strada da Monte Porzio a Monte Compatri, seb- 
bene sìa io gran parte montuosa, é amena, passando a 
traverso un bellissimo castagneto : essa è lunga circa 2 
miglia- Nel salire alla Terra volge a sinistra. Questa non 
offre oggetto degno di particolare menzione: è collocata 
sulla punta di una lacinia che dirama dal dorso tuscu--' 
iano verso nord-est la chiesa è dedicata all' Assunzione! 
^ella Vergih&Juoai iyw yi^usa »';iivi> ^**i **> Mhlsik hi oì^ 

.J,, '■■:'•'' <s'-iì: -'ili'- /i<!f;uv;': 'JU -il'.., A •>'«JflOm>a 

-ni- MONTE CRESCENZIO y, CRESCENZIO, i^\hh 

'Vi ìm OJKl'Jg OiilOé^ ifii) f) ,4k.fi()! iJH-jtiaa iint)7'9|> r^«QJ4!«q 

'\ì[:immmt)ELLACmCCIA\yì mBGNA:^ obx«i 

ohc-jlà ':■!•:: ''' — '': •:■>.'■ ' . " .'; IW^rA 

-ohpAmONTE DUE TORRI v. DUE TORRI., ihim^ 
sììhmd pHoé fcj'i'jfù. — :•; a luiiànc iihòìiq 'ab 0« 

iÀìtih 3mì]ifvvioi nìì^ONTE FIORE. , iisa'iinoffl 'oup sh 
yi ..,^rr ?:if-r;f'. ?>v ohK;'Io=: <-■ ■;•- r\hh àfcficvj^ni 

È un monte ad oriente di Rocca Priora diciotto 
miglia distante da Roma a sinistra della via latina, che 
colle sue falde stringe da quella parte la valle albana, 
come dall'altra parte fa il monte Algido, formando co- 
sì la gola , che i moderni corrottamente chiamano la ca- 
va dell'Aglio in luogo di cava, o gola dell'Algido. Esso 
è l'ultimo mamellone del dorso tusculano, ed ha nome 
dal ginestreto, che in gran parte lo copre, e che co'suoi 
fiori di color d'oro ne rende l'aspetto piacevole ne'mesi 



340 ^ 

di primavera. A pie di esso presso la Cava sono le sor- 
genti deir acqua algidense o algenziana, delia quale 'fu 
parlato a suo luogo. ..v;^ 

ba òr Oih :^ 3 otj7 .r.ooTjfl' cfl'yM^i i. i'Tuhyfnp anjlif' 
Itm'iiv^k^Z iw-^^txojff ONTE' FLAVIO, ''-.h nW onoisn-jm 

"•>; i>È la Teira più recentemente fondata di tutte quel- 
le comprese entro i limiti della mappa, poiché fu edifi- 
cata circa la metà del secolo XVII. dal cardinale Fla- 
vio Orsini che le diede il suo nome ; non molto dopo 
la sua fondazione passò ai Barberini, che la posseggono 
ancora. Essa è parte della Comarca di Roma , dipende 
dal governo di Palombara, e contiene circa 554 abitan- 
ti , i quali nello spirituale appartengono alla diocesi di 
Sabina. Sanissima e ridente n'è la situazione, stando so- 
pra la falda di una delle creste del monte Pennecchio, 
e mentre è sopra un ripiano altissimo degli appenninì 
dalla cresta sovraindicata viene difesa dalle bufere tem- 
pestose de'venti settentrionali, e dal soffio gelato ed u- 
mido dei grecali. Gli abitanti come tutti quelli de' vil- 
laggi della Sabina che non sono a contatto colle strade 
grandi, conservano il carattere semplice, morale, laborio- 
so de' prischi Sabini : il lusso e la miseria sono banditi 
da que' montanari , e contrastano colla corruzione della 
metropoli, dalla quale distano soltanto 28 miglia per la 
strada, o piuttosto sentiere, che vi conduce da Monco- 
ne, che è la più diretta per chi vi va da Roma. Le case 
sono ben fabbricate, riflettendo alla località: ed il villag- 
gio è tenuto con maggior pulizia che tante altre Terre 
anche più considerabili. Forse questo si deve alla epo- 
ca recente della sua fondazione. In questa Terra morì 
r anno 1819 il card. Lorenzo Litta vescovo di Sabina , 
personaggio distintissimo per nascita, per dignità, e per 
meriti , il quale accoppiava ad una dottrina profonda , 



341 

una affabilità e modestia singolare: egli fu rapito da moi^ 
te immatura in adempire religiosamente le sue core &^ 
vangeliche, visitando la diocesi affidatagli. >"j vm-ìU 

. > f) nm : o: MONTE DEL FORNO. r «1 i . y -Mh 

■eiì\t ùif 6 f^o ■''' -*':?-!' 

ih Piccola tenuta del Capitolo Lateranense posta sulla 
strada di Bracciano , già via Claudia a sinistra ,11 m. 
distante da Roma, e confinante colla strada suddetta e 
colle tenute di s. Nicola ed Acqua Sona. Comprende 
circa 84 rabbia e mezzo. ;oj| 

■li-I.} .ii;-.^;, ■ 

VAI min MONTE FORTINO v. ARTENA. iifl 

ih rofiiìr^a sii MONTE GENTILE. Ai i«b >>« 

Due monti di questo nome sono compresi nella map- 
pa: il primo è quella punta coronata di pochi alberi, la 
quale si vede da tutta la pianura latina , come quella , 
che si erge sul dorso che separa il cratere del lago al- 
bano da quello del lago nemorense , fra V Aricia ed il 
monte Laziale, oggi Cavi, dove alcuni ruderi di opera 
reticolata ricordano la villa albana di Domiziano , che 
fin là si estendeva, secondo Marziale 

L'altro è un colle a destra della via nomentana 11 
miglia distante da Roma , fuori di Porta Pia , il quale 
fu ne' tempi bassi un castello fondato dagli Orsini nel 
secolo XUL e sovente ricordato nelle loro carte esisten- 
ti nell'archivio della famiglia. Questo dà nome ad una 
tenuta dell' Agro Romano detta pure Fontana di Papa 
di rabbia 54 di estensione, la quale appartiene al mo- 
nastcro di a. Caterina di Città Ducale. >■ ' 

.'>; Ne' tempi passati molti degli antiquarii collocarono 
a Monte Gentile l'antica città di Ficulea, il cui sito og- 



342 

gi è determinato non lungi da Torre Lupara, come fiF 
notato nell'articolo FICVLEA, e spacciarono per avanzi; 
di un teatro quelli a sinistra della strada, che sono evi- 
dentemente di una conserva di acqua, spettante a qual- 
che villa romana , che occupò questo sito : essa è co- 
strutta di ciottoli, e frantumi di calcaria, ed è un qua- 
drilungo, che ha 45 piedi romani di lunghezza e 40 di 
larghezza: nell'interno è divisa in tre aule, che commu- 
nicano fra loro per mezzo di quattro archi. Il casale 6 
sul colle proprio di monte Gentile e non presenta og- 
getto degno di essere ricordato. in i'6 fó»uu 
Ho indicato di sopra, che il castello di monte Gen- 
tile fu fondato dagli Orsini: la tenuta però era in par- 
te loro, in parte poi della famiglia Capocci , e si cono- 
sce dal De Angelis nella Descrizione della Basilica di 
s. Maria Maggiore p. 128 , che nel 1309 Giovanni Ca- 
poccio detto Mezzopane donò a quella chiesa 20 rubhia 
annue del frumento, che si sarebbe raccolto nella tenuta 
di Monte Gentile. Da un documento esistente nella Bi- 
blioteca Vaticana cod. 7972 apprendiamo, che nel 1374 
Buccio di Giordano di Poncello Orsini promise per dote 
di Giovanna sua sorella , moglie di Giovanni Capoccia 
de' Capoccini la metà di questo castello congiunta pra 
indiviso coll'altra metà pertinente ai Capoccia. Così Mon- 
te Gentile divenne intieramente proprietà de' Capoccia. 
Poco dopo passò in parte agli Stefancschi , e nel codice 
ottoboniano esistente nella Biblioteca Vaticana sotto il 
num. 2551 si legge, come nel 1403 Paolo degli Stefa- 
ncschi donò la metà di questo castello a Cola di Mare- 
no; al quale tre anni dopo fu venduta l' altra metà d» 
Paola vedova di Giovanni de Capoccini, come si nota m 
una Carta dell'Archivio Orsini^ n. 4. Un'altro documen- 
to esistente nello stesso archivio n. 1001. ne apprende, 
come nel 1408 Giacomo Orsini conte di Tagliacozzo co- 



343 

slitnì un procuratore per comprare una quarta ed una 
terza parte del castello di Monte Gentile pel monastero 
di s. Agnese. Nel 1435 Giovanni Antonio Orsini conte 
di Tagliacozzo e Rainaldo suo fratello furono da Euge- 
nio IV investiti del vicariato di questo castello , come 
pur di quello detto Castello Arcione , i quali si dicono 
nei breve emanato a tal proposito, ed esistente nell'ai*' 
chivio Orsini, di proprietà della Chiesa Romana. In quel 
documento si parla degli abitanti di questi castelli, che 
dovevano essere governati e custoditi dagli Orsini so- 
vraindicati. Ritornò così Monte Gentile in mano agli Ot>-' 
sinij e nel 1454 Napoleone , Roberto , e Latino fralcHi' 
Orsini lo comperarono da Giovanni Antonio Orsini tonte 
di Tagliacozzo, come si trae da un documento esistente 
nella Biblioteca Vaticana n. 7997. Questo è l'ultimo dò-' 
cumento, che si ha del castello, degli abitanti, e degli 
Orsini, come signori della Terra : dopo comparisce ab- 
bandonata, ed a poco a poco ridotta nello statò attua[lè!.' 
Sul finire del secolo XVIII era de' marchesi Abbati,; è* 
da questi passò al monastero sovraindicato di s. ^alèrf-*-' 
na. Naira il Nantiporto, che nel 1486 Roberto Sànsevef- 
rino gonfaloniere delle armi pontificie in «na scorreria 
giunse da ponte Lucano a Monte Gentile e vi prese mol- 
to legname. Questo stesso notaio racconta, contie ai 4 di 
gennaio di quell'anno le genti del papa Oiisére campo d 
s. Agnese, ed il dì seguente a Mónte 'Grèntìll6;*e' che Ifi-M 
nalmente alli 11 dello stesso mese , dòpò'àfetini- giòrtìi' 
di scaramuccia presero ja Mentana. VeggaSi' il Murs(t<o- 
ri Rerum lialic. Scripél T. III- Pr II: p;'1099. ' '> tOif' 
iti iJu jKÙvHi wliii4|iD>i4, fiTiTiia 'jhaoiJlc (J .oiliinh-xn ol 
/iKiln.) ai 9iuhr.vjq«!Ì 'Il'mp fi oih JIIZJ^ .a oibfl6e«')lA 
o'j^lcKjQ?, im bomì\nd yil')fi otbìl<»rm au ahom bI oqob 
>v. !jì>uu»4\. ^»\VW^,.,$^ì^ ì«»w\^^J)VjìV3'v) :caiofl ni oHii«2ÌÌqair> 
■:ii[} in oih'jniuflom li «riO .Vuawv «iumVvi»,f\c^i«ft wwtoUin^ 



344 

c.i.yl«RfloiB s^QjVt^) ^tì>!^iS- JiQÌ6J.0yi) ùìtui «sv>t 
olfWK) inii'/tO ojrfoirf/. irf^?r?T^tO t'IM ['.»>![ .?)*^flgA .'é ih 
^opt:A tìh om' MONTE DEL GRANO., «sso^bìI^bT ìb 
•MiHr\ ,■;*■■- .-■■.'■■'' (.!;( 

. , JÈ. u» tumulo vastissimo ,, coperto di terra , ed i||». 
di coltivato a grano,, phe ha circa 200 p. di diamretro- 
d,ia base, il quale è tutto costrutto, e fu un antico se-> 
polcro , che suol chiamarsi di Alessandro Severo senza, 
alcuna ombra di probabilità.. Era sopra uà diverticolo ,. 
che legava la yiajlatina alla via labica«a,. e che partiva 
dalla latina: verso il II; m. per raggiungere 1' altra al 
III: oggi è circa alili m. fuori di porta s~ Giovanni a 
sinistra della , via di Frascati,, poca, dopa aver passata 
l'arco dell'acquedotto Felice, communemenle dietto Por-'- 
ta Furba. , , snai 

. In questo monumento sepolcrale sul fioiire' àelysé^ 
colOv.XVI non conoscendosi ancora la porta >, perchè era 
sepolta.,, fu penetrato dalla sommità del tumula,; come 
narra il Vacca testimonio oculare, e dopo aver forata 
la volta si trovò intatta la camera sepolcrale , contenen- 
^>ii|.s magnifico sarcofago di marmo ornato di bassorilie- 
vi, e conosciuto col nome di Urna di Alessandro Seve- 
ro, oggi esistente nel pianterreno del museo Capitolino. 
Ma la origine del nome dato alla urna e communicato 
poscia a tutto il monumento , fu una . soìnigUanza ,. che 
ne' primi momenti s,i credette di ravvisare nelle figure 
coricate sopra il coperchio con quelle di Alessandro Se- 
vero, e Manimea, somiglianza esclusa dal confronto del- 
le medaglie. D' altronde narrra Lampridio nella vita di 
Alessandro e. LXIII., che a quell' imperadore fu eretta 
dopo la morte un cenotafio nelle Galiie ed un sepolcro 
amplissimo in Roma: Cenotaphium in GcUlia, Romae se- 
ptilcrum ampUssimum meruit. Ora il monumento in que-> 



345 
stione , cioè il tumula entro il quale' ir isarcofago ven- 
ne scoperto è di costruzione bene anteriore ad Alessan- 
dro, poiché rimane ancora intatta una gran parte del- 
la cortina interna, la quale è lavorata, come quella del 
Mausoleo di Adriano e di altre opere di quella epoca: 
ed i bassorilievi della urna, rappresentanti i fatti prin- 
cipali della vita di Achille, cioè la sua partenza da Sci- 
ro, la contesa eoa Agamennone, il ritorno alla guerr'a 
per vendicar la morte di Patroclo, e la restituzione del 
corpo di Ettore a Priamo , sono certamente lavori del 
tempo più bello degli Antonini ; non così il coperchio 
che si ravvisa fatto posteriormente e forse sotto Ales- 
sandro Severo stesso. Entro il sarcofago fu rinvenuto 
il bel vaso di vetro colorato ornato anche esso di bas- 
sorilievi rappresentanti il connubio di Giove sotto le for- 
me di dragone con Prosperina , donde derivò il Bacco 
più antico, ossia Zagreo, messo a brani poi dai Titani. 
Questo vaso fu per lungo tempo ornamento del palaz- 
zo B ^ erini , ma sul finire del secolo passato fu ven- 
duto al duca di Portland e trasportato in Inghilterra , 
dove è conosciuto col nome di vaso di Portland, sebbe- 
ne per munificenza di quel signore oggi si ammiri nel 
museo britannico di Londra. 

Esternamente questo gran monumento non presen- 
ta alcuna traccia di costruzione, mentre è tutto costrut- 
to, quindi io credo, che anticamen te presentasse l'aspet- 
to che oggi offre, quello cioè di un tumulo ad imitazio- 
ne de'sepolcri de'tempi eroici, e forse come il Mausoleo 
di Augusto anche questo fu esternamente piantato dì 
pioppi, o di cipressi, e coronato nel vertice dalla statua 
del defonto, che originalmente vi era racchiuso^ in luo- 
go del quale poscia furono collocati nell' urna i due 
soggetti che si veggono effigiati sul coperchio, jlfi^fi^ 
-Ì9qqj> r>Y')J ih ainoK. lin ogojtt ni itr.«i«Bq iqrnyjNjìfl 



346 
.:; (C3*. MONTE DELLA GUARDIA. ^^ f«wi''^' 

Atih 'il-i.'.j ncT- ( ADVIGESIMVM. "f-i 3^f'JÌ<>q <olI> 
i')b all'tii 'ii 'j j'ivijj» IV' fiMivA'.ì'i fifiiJiOD si 

Per la via flaminia, Oggi strada di Castel imbVóvM 
m, XIX attuale, XX antico si vede dominare a destra 
un colle con ruderi antichi, al quale si dà il nome' 
di Monte della Guardia, forse per qualche guardia ivi 
posta a protezione de' viandanti: presso di esso a de- 
stra dirama la via antica, che oggi conduce a Morlu- 
po, ma che anticamente si diriggeva a Capena. La lo-^ 
calità, questa circostanza, e la distanza di 20 miglia 
dalla porta antica di Roma non lasciano luogo a du- 
bitare per riconoscere in questo luogo la stazione aé 
Vicesimum ricordata nella Carta Peutingeriana e nell'Iti- 
nerario Gerosolimitano , come posta al XX. miglio da 
Roma, ossia XI m. dopo quella di Ad Rubras. La circo- 
stanza poi di vederla ricordata nell'Itinerario Gerosoli- 
mitano sovraindicato mostra, che almeno fino al seco- 
lo XI non avea perduto il nome antico.''- ' • 
,:!;'" ,f;:-r >ini')aoiìO') 5 ovoÌj 

MONTE DJ LEVA, 'yAWimm ijq oii 
iì^A ih ;v)iflrtntrid m>viti 

' ' ' dlasttìxm Mmlis èìtbdrir ';'*,„ , 

, ; ì') ^obOTi^^ot ibniup ,ol 

Vasto lenimento dell' Agro Romano' pertinente ai 
Gavotti circa 13 m. distante da Roma fralle strade di 
Decimo e di Ardea , colla quale confina , come pure 
polle tenute di Castel Romano, Monte Migliore, Solfa- 
rata, Petronella, e Capocotta. Comprende i quarti det- 
ti da Capo, Lucernari, Fontaniletto, e Valle Lupara e 
Casale e si estende per rubbia 640. ' h '»f!6 iM'itiji'- 
Ne'tempi passati in luogo di Monte di Leva appel- 



347" 

lavasi questo fondo Monte di Levano, perchè ne' tempi 
bassi avea il nome di Mom Olibani: ed il castello, che 
\i era stato edificato Castrum Montis Olibani viene ap- 
pellato' in una Carta deirarchivio di s. Maria in Via 
Lata, nella quale si determinano i confini delle tenute 
adiacenti di Solfarata e Petronella: veggasi il manoscrit-^ 
lo vaticano n. 8050 : carta che rimonta dtea V anno 
1330. Ora Olibanum fu nome ne' tempi bassi commtt- 
ne a molti fondi , e derivò da Olibanum voce barbata 
significante incenso, ed adottata ancora nella lingua ita- 
liana, e forse fu dato a tali fondi perchè originalmen- 
te furono assegnati alle chiese per la spesa degl'incen- 
si. Chiara essendo la etimologia di questo fondo, fu nul- 
ladimeno tanto trascurata dai topografi de' tempi scor- 
si, che per la vicinanza di suono fra Levand, e Lavi- 
nìo, vi collocarono il sito di questa città che oggi é 
<;erta essere stato a PraUca. v. LAVINIVM. •''^ 

.3 ih oni.^u ho i-jobuo: iJ'oui o , fgoix'nq ioiiBiu iilo«i 
-msqm MOI^TE LIBRE TTK^^U'^I nìfM 

■ V. ( '-■■ . ; :. *-; ' ti: li* ò-ihmi ,yiob 

...Ili -yAAì]) Vi o^ì}-' .•■A- 
'"'■ Terra della Comarca, nel distretto m Tivoli, ^e nel 
governo di Palombara , distante da Roma circa m. 24 
p^Vla via salaria propria, ossia per la strada che vi 
conduce direttamente da Mentana per Grotta Marezza, 
strada, alla quale circa 3 miglia dopo si riunisce quel- 
la moderna di Rieti. Contiene 672 abitanti , ed ap»- 
partiené ai Sciarra Colonna, come parte del patrimonio 
Rarberini entrato ia quella famiglia. La situazione dì 
questo castello è bella e le sue vicinanze sono pittore- 
sche. La chiesa principale è consagrata a s. Nicola $ 



348 

Bari: essa fu dedicata ai 16 di aprile 1535 e ristaura- 
ta nel 1773 come da iscrizioni ivi esistenti raccogliesi, 
fj;; Poche terre hanno dato luogo circa alla loro ori- 
gine, e nome a tante congetture moderne, come questa, 
nella quale il Cluverio volle riconoscere il mons Lucre- 
iilis di Orazio, ed il mons Lucretius di Anastasio nella 
vita di Silvestro I. Altri ne derivarono la etimologia dai 
Brettoni ingannati dal nome di Mons Brictonum, campus 
Brictonum e Brictonorum , col quale ne' bassi tempi si 
trova indicato , altri come 1' Olstenio lo confusero col 
mons Àliperti ricordato in un atto del 1048 del codice 
farfense. Le scoperte però fatte in questo secolo pres- 
so monte Calvo hanno rischiarato ancor questo dubbio; 
imperciocché l'anno 1825, nelle rovine di una villa ro- 
mana magnifica del tempo degli Antonini, furono trova- 
te molte sculture, frallc quali le statue delle Muse, il 
Sileno, ed altre che si ammirano nella villa Borghese, 
molti marmi preziosi , e molti condotti col nome di C. 
BRVTTI PRAESENTIS, suocero di Commodo impera- 
dore, padre di Bruzia Crispina augusta, personaggio ri- 
vestito di molti onori e di dignità somme durante Tim- 
pero di Antonino Pio, di Marco Aurelio, e di Commo- 
do, sotto il quale morì. 

Egli pertanto fu il signore delle terre di questa 
contrada, nella quale sorse poi il castello, di che si trat- 
ta; quindi il campo, ed il monte, furono denominati Cam- 
pus e Mons Brutta, e poscia Campus e Mons Bryttii, giac- 
ché ne'tempi bassi quel nome trovasi scritto Bryttius in 
luogo di Bruttius, e così venne Mons Bricti, Monte Lo 
Britti, Monte Lo Bretti, e finalmente Monte Libretti. La 
via salaria ancora in questa parte fu detta via Bricta , 
e così , come confine è indicata in un documento del 
codice florigcro farfense spettante all'anno 1036 e ripor- 
tato dal Galletti nel Gabio p. 12. E del castello, castel- 



349 

lum quod vocatur Bricti si trova menzione in un conlràti* 
to dell'anno 1018 citato dal Galletti p. 44. Era pertan^ 
to fin dal secolo X sorto questo castello, che or col no- 
me di oppidunij ora con quello di castrum si ricorda in 
più Carte del secolo XI, e XII, quando di già era sot-^ 
to di un conte. L'anno 1272 n'era signore Pietro Senio^- 
rile figlio di Oddone, e questi in quell'anno lo vendet- 
te ai 30 di ottobre a Giovanni Margani, siccome ricà^ 
vasi dall' istromento originale esistente nell' archivio di 
s. Spirito in Sassia e ricordato dal Galletti Primicero p. 
332. Passò nel secolo XIV in potwe degli Orsini, i qua- 
li' circa duecento anni dopo lo vendettero ai Santacró*i 
ee: Da questi passò ai Barberini, nel secolo XVII e dai 
Barberini sul principio del secolo presente, per eredità 
agli SciaiTa;3Ì'irtH ;i«a»d iqm3Ì5'oa:fifo«oq ìy I \s^ìi^ ih l»J 

•fiìÌT JsU^fl iBJt^^B«Aj||l9iV9li^>iltólllO&'>9^- a'Hjq ivi t«\«i»A 

:zm^.. ®auì>ii-i«oitB jHaiitc:;:; 

*i^ ''Ha'-il^ ttoitìe di monte Mario la parte culminante 
del dorso gianicolense la quale domina immediatamen^! 
te Roma, e che è coronata dalla villa Mellini, oggi Fal- 
conieri , donde si gode una veduta magnifica , vastissi- 
ma, di Roma, di tutta la pianura, che la circonda, ^i 
de' monti, che la coronano. Gli astronomi Conti e R»c»*'> 
chebaèh ne determinarono l'altezza al piano del casinò' 
della villa sovraindicata a piedi 408 e 4 pollici , sopra 
il livello del marei>?«^*»^>« ih lipìi#f jìl i* Vé^Ji* jiJl'jn ' éai«i> 
Il suo nome è moderno, ma non tanto quanto sii 
crede , poiché fino dall' anno 1409 si trova nel Diario 
inserito dal Muratori nella sua raccolta de Rerum Itali- 
carum Scriptores Tomo XXIV. col. 1006. Sul principio 



350 

del secolo XII dicevasi mons Gaudii e mons Malus, co- 
me si trae da Pandolfo Pisano nella vita di Pasquale 
II. riportata dal Muratori 1. n. T. III. P. I. p. 361. Mon- 
te Malo pure lo chiama il card, di Aragona nella vita 
di Alessandro III. 1' anno 1167. Muratori ivi p. 458 ; 
come monte Gaudio si dice da Ottone di Frisinga nel- 
la storia di Federico Barbarossa, e da Ottone da s. Bia- 
gio, ambedue editi dal Muratori nella raccolta sovrain- 
dicatà T. VI. col. 724 e 1149. oSnontuiid hnh . 

La sua posizione lo fece sempre nn punto *impocr 
tante a tutti quelli, che vollero dominar Roma ne'tem- 
pi antichi, ma molto più ne' tempi bassi, dopo il pro^ 
lungamento della città nel Vaticano, e ne'tempi moder-» 
ni: ivi ne'tempi antichi attendossi Lepido dopo la mor- 
te di Siila, ivi poscia ne' tempi bassi Enrico IV. impe- 
radore secondo Pandolfo Pisano mandò signiferos cum 
bandis: ivi pure secondo il card, di Aragona nella vita 
di Alessandro III. l'imperadore Federico andò ad accam- 
parsi ai 19 di luglio l'anno 1167, dopo la rotta ripor- 
tata dai Romani ne' prati di Monte Porzio; ivi ancora 
secondo Ottone di Frisinga era accampato, quando av- 
viossi verso Roma ed entrò nella città Leonina per la 
porta Aurea colle sue genti. Una iscrizione riportata 
dal Grutero , e dai topografi di Roma , e specialmente 
dal Nardini T. III. pag. 372. ricorda il clivo di Cinna 
fra il secondo, ed il terzo miglio a sinistra, come una 
delle salite di questo monte cioè particolarmente quel- 
la che vi conduce dalla porta angelica , poiché ivi fu 
rinvenuta. Ora è noto che 1' anno 666 di Roma Cinna 
entrò nella città, e la riempi di strage: è probabile che 
prima di entrarvi si accampasse su questo monte, don- 
de scendendo verso Roma da questa parte fu causa che 
tale discesa col nome di Clious Cinnae venisse desi- 
gnata, hfjlij'^ .(^! 



351 
,„, MONTE MARIO e MONTE MAR10lO*,,uy\^m 

Cosi chiamansi due tenute dell' Agro Romano, di- 
stanti da Roma circa 14 miglia e poste fralle vie Clau- 
dia e Cornelia, confinanti con quelle di s. Nicola, Cen- 
trone, Casal di Galera, Buccèa e Bucceola. Appartengo- 
no ora al Collegio germanico, e contengono 344 rubbia 

di terra^.rioinr.Lì atm^4'^i€^ìvì^^omiì& ?i*wii4»»; Isì^'?* i? < 
Anastasio Bibliotecario nella yita di'ZacdEiria narra 
come quel papa verso la metà del secolo Vili formò in 
questi dintorni utìa domuscuUa che assegnò agli usi del- 
la Chiesa Romana; e quella domuscuUa sembra che fos- 
se costituita da varii fondi indicati nella bolla di Leo- 
ne IX dell' anno 1053 , colla quale confermansi i beni 
del monastero di s. Stefano Maggiore situato presso la 
basilica vaticana, assegnati al Capitolo di s. Pietro, bol- 
la che si riporta nel Bollario della Basilica Vaticana to- 
mo I. p. 39: e quelli fondi designati co'nomi di Came- 
lianum, Olibula, Agellum, Pinum Cameranum, Lauretum 
ec. s'indicano posti fra il territorium de Buccege (Buccea), 
il Casale Celisanum (Celsano) il rivo Galeria, e l'Arro- 
ae, confini che precisamente circoscrivono questi du,e 
tenimenti, ed alcune altre adiacenze. E questi fondi fu?: 
rono poscia dati in enfiteusi al monastero di s. Saba^^J 
ed in tale stato vengono indicati nelle bolle di Adria-^, 
no IV dell'anno 1158, e di Urbano III del 1186 come 
possessiones terrarum, quas a canonica vestra monasterium 
s. Saòae tenet in territorio Galeriae. Il monastero di s. 
Sabba fu dato in commenda nel secolo XV. e questa 
fu dà Paolo IV concessa l'anno 1556 all'ospedale di s.. 
Spirito: veggasi il Saulnier de cap. ord, s. Spiritus etc. 
p. 51. Gregorio XIII. però nel 1574 diede al collegiq, 
germanico tutti i beni di quella commenda, e questui 



collegio fin da quella epoca possiede queste due tenu- 
te insierae unite. 

-il> „(>.':ij(ir; ;;ij.'A '?!♦»!♦ 'fsifflyf' MOT) i^afìumid': ikolì : 
-«Kb 1)1 ; •»lir. il MONTE MÀSSIMO. , f^moìlié hiifiU 

Nel celebre manoscritto di Cencio Camerario esì-' 
stente nella Biblioteca Vaticana riportasi una locazione 
perpetua, o come noi diciamo enfiteusi della città pre- 
nestina, e delle sue pertinenze, fatta Tanno 970 da pa-* 
pa Giovanni XIII a Stefania senatrice ; e come confinì 
di quel territorio vengono indicati il Rìvùs latus, la via 
lavicana, il MONTICELLVS DE MAXIMO, iì pons de 
Cicala, VÀqtia Alta, la valle di Camporazio, ed il Mons 
de Folianii. Parecchi di questi limiti conservano l'anti- 
co nome , come il ponte Cicala , Camporazio ec ', e fra 
questi anche il MONTICELLVS DE MAXIMO che Mon- 
te Alassimo oggi si dice, njrii ,!1ijìHm?|4 ,Mntti!U ,Bi|jm.il 
'' Questo monte facilmente si riconosce fra ponte Ci^ 
c»!a, che è al XIV: miglio della vìa prenestina fuori 
di porta Maggiore, e la stazione di s. Cesario che é al 
XVIII sulla via labicana quasi ad e guai distanza da am-" 
bedue, ossia 2 miglia di là dal primo punto, e due di 
qua dal secondo sulla riva sinistra del fosso di ponte 
Cicala, servendo di separazione fra quello, ed il fosso 
di Ponte del Fico^ ìj j^jioìiì}'.» a rww^ ,jì%\V\IsS'<^ì f.òjvovi«e<:.-i>.>^^ 
Incerta è la étiitiòrógia' di IMfàsSihiO, clìiB ha quésto 
colle, potendosi derivare egualmente da qualche Massi- 
mo, <;hte ne sarà stato proprietario ne' tempi antichi, o 
dall' essere in que' dintorni il più alto tumulo. Oggi è 
incluso nel territorio di Zagarolo; nel secolo Vili, però 
faceva parte della Massa Alliana , siccome ricavasi dal 
registro di Cencio Camerario inserito dal Muratori nel 



353 
iomo V delle Antiquitates Medii Aevi^ massa, che seb- 
bene fosse sulla via prenestina , era inclusa in .quella 
epoca jiel Patrimonium Tihurtinum, come chiaramente 
sì trae dal documento indicato, nel quale si legge, 
che Gregorio II. circa 1' anno 720 die in enfiteusi a 
Marnalo Fundum Funianum via praenestina milliario plus 
minus XV. cioè non lungi dal monte Massimo, ex cor- 
pore Mdssae Alienae patrimonio tiburtino. Essa veniva 
/ormata dalle terre , che trovansi a sinistra ed a de- 
stra della via prenestina, fra il milUarc XV. e XVII. 
,e che ne' tempi più antichi costituivano principalmente 
il patripiQjiio della tribù Scaptia. kìv>1) hhì.ìJ'Ì 
1.»; ì;ì.j:; ;.i; h ' -Oj;'t nrisoll fib 

»r.(j osì! noJ MO^TE MIGLIORE o riniiiiRlì 

-t)f)b .'.?iwij}*f)n fM>(YÌ!) eÌ'I'Ìui ìi\Y u'j-\h '.I > »o>,mn 

Vasta tenuta dell' Agro Romano di rubbia 657 ;, 
posta fuori della porta s. Paolo sulla strada attuale di 
Ardea, circa 12 miglia lontano da Roma, la quale per 
conseguenza comprende i fondi , che nella bolla di s. 
Gregorio I. esistente in marmo nella sagrestia de' ss. 
Giovanni e Paolo sul monte Celio , vengono designati 
col nome di Fimdus Lausianus, e Fundm Fausiantis. Nei 
tempi passati era divisa in due tenute , che si distingue- 
vano col nome di Monte Migliore piccolo, e Monte Mi- 
gliore grande : il primo più verso il ponte di Schizza- 
nello, r altro più verso la Solfarata. Questa tenuta og- 
gi uiuta insieme, e considerata come un corpo solo con- 
fina con quelle denominate, Mandriola, Castel Romano, 
Monte di Leva, Solfarata, Solfaratella, Radicelii, Schiz- 
zanello, e Pedica della Osteria. È divisa ne'quarti del- 
la Selvotta, del Gore, di Monte di Leva, Schizzanello, 
e Pedica della Osteria. 

Non ho potuto trovare, né la epoca, né la etimolor 
già del nome , che oggi questo fondo porta , né come 

23 



354 

dalia chiesa de' ss. Giovanni e Paolo, alla quale sui fi- 
nire del secolo YI. apparteneva passasse in altre mani. 
:Sul declinare del secolo XYII. era de' Girard , i quali: 
i'hanno posseduto fino al principio del secolo attuale , 
in che venne venduto al principe di Piombino, che n'.è 
TaU^de possessore. 

MONT^ MUmO V. AJIAE MVTIAE, 

MONTP OLIVIERO, 



Tenuta dell'Agro Romano situata circa 8 m, lungi 
da Roma fuori di porta del Popolo a sinistra della via 
flaminia, e pertinente al Capitolo de' ss, Lorenzo e Da;? 
maso. Comprende circa 405 rubbia divise ne'quarti detr 
^ del Casale, deXucemarj, dellì Montarozzi, e delle setr 
taptà rubbia. Confina con le tenute di Pietra Pert|isa| 
S«)«22a Mazza^ s. Cornelia, e Yaccarecc^a. 

MONTJS DELLE PICHEr ■> < 'o ; 

Una delie ultime lacinie del dorso di Monte Yerde, 
la quale va a terminare sul Tevere, circa 4 miglia fuo=- 
ri dj porta Portese, ed è causa, che la via portuense an-» 
tica sia costretta a fare la unica salita, che abbia da Bo? 
ma fino al mare, salita che torse anticamente non face> 
va, ma che è stata cagionata da qualche sfaldamento avr 
venuto ne'tempi bassi, e dalle irregolarità successivamenr- 
te occorse nella direzione dell'alveo del Tevere, che in 
questa parte anticamente radeva più la ripa sinistra. Que-t 
sto monte communica il suo nome ad un piccolo teni* 
piento di circa 12 rubbia e mezzo pertinente a famiglie 
j)rivate. 



355 
MONTE PORCARO. i» 



.!' 



Mom parconu0. 



Castello antico diruto, tre miglia circa di là da Su- 
^iaco verso oriente, posto fra Subiaco^ Jenne , e Valle 
pietra. Esso fu per la prima volta fortificato l'anno 1090 
■dall'abbate Giovanni , secondo il Chronicon StMacense , 
mentre stava assediando Jenne : allora vi fu eretta una 
torre, un palazzo, una chiesa di s. Maria, ed un <;a«^rum 
^on grave dispendio. Verso la metà del secolo seguente 
fu occupato dai Trebani, e poco dopo ripreso dai monaci 
sublacensi, «ssia da Simone abbate. Poscia andò decar 
Jendo, e fino dal secolo XV rimase abbandonato, e suc- 
cessivamente al ridusse nello stato attuale di rovina. Alla 
«poca in -che venne edificato poteva sostenersi, come punte 
di difesa e di guardia per parte de' monaci sublacensi, 
sebbene con grave disagio e dispendio. Gessati que'mo- 
livi dovè di necessità venir meno per l'asprezza del sit© 
<e la deficienza delle acque. 
.Ml^l. . 
mu Ri\ Vi MONTE PORZIO 

.k\ìì\ ih ib't ' . > q ; :• 

•• terra della Comarea dì Rotaa pOàta IH miglia fuori 
^ porta s. Giovanni nel distretto di Roma, nel governo 
« diocesi di Frascati , la quale contiene 1180 abitanti. 
Essa è situata sopra un colle amenìssimo scoperto verso 
«ettentrione ed oriente , dove gode una bella ed ampia 
veduta della campagna di Roma, e della catena degli 
Appennini, che la coronano. Gli astronomi Conti e Rie» 



856 

chebacfa ne hanno determinato la latUudInc a 41" 48' 55" 
5 e la longitudine a 30° 22' 15" 0: l'altezza poi sul Ut 
vello del mare calcolata dalla sommità della tribuna della 
chiesa è di piedi parig. 1460, 4.' 

Nell'andare a questa Terra da Frascati, donde è dir 
stante' . circa 3 miglia, la strada costeggia per un buon 
trìktto la. YÌlIa Borghese e la villa Mondragone , quindi 
passa a traverso!. vigne chiuse da siepi verdi, e fiorite: 
i poligoni di selce, che ivi s'incontrano fan prova di es- 
sere questo uri diverticolo antico, che manteneva le com- 
municazioni f ralle Vie tusculana e labicana , diramando 
dalla prima presso la odierna città di Frascati , e rag- 
giungendo l'altra sotto la Colonna. Queste traccie , che 
si osservano fra Frascati, e Monte Porzio sono ancor più 
-visibili e chiare fra Monte Porzio e la Colonna, dove ol- 
tre i poligPOi sHneontrano ancora sepolcri. Circa la metà 
di questa strada nel sito denominato le Cappelletto veg- 
gonsi sostruzioni magni|iche a nicchioni, che danno orir 
gine ^1 nome volgare della contrada, le quali apparten- 
nero ^d ypa vijla sontupsa di quelle tante, che coprivano 
i colli tusculani : queste sostruzioni Sono di opera reti- 
colata con legamenti di opera laterizia : gli archi delle 
nicchie sono costrutti di mattoni, ed i pilastri fra una 
nicchia e l'altra sono fasciati di parallelepipedi di tufa, 
caratteri, che fan riconoscere queste costruzioni per opera 
degli ultimi tempi della repubblica, o de'primi dell'im- 
pero. Esse proseguono sull'alto del monte, dove sono in- 
terrate, ma ivi non sono più a nicchioni, ma a nicchie 
strette, ossia ad angoli rientranti e salienti, ed a due oi*- 
dini. Incerto è il nome di questa villa , la qu^le però 
non fu certamente né di Lucullo, né di Cicerone; forse 
potè essere di Catone il giovane, di quello cioè, che si 
yccise in Utica, e la vicinanza di Monte Porzio dà qualr 
che peso a questa congettura, che trovasi dall'altro canx 
io di accordo colla epoca, che presenta la costruzione. 



35? 
; li nome di (jaesto villaggio è almeno da'tempibasr" 
ài, il villaggio stesso però e moderno. Nella bolla di Gre^ 
gorio VII a favore del monastero di s. Paolo fuori delle 
mura, data l'anno 1074, e riportataì dal Margarini Bull. 
Cassin. T. II, fralle altre pessidenze di quel monastero 
vien nominato aitcòra il Montem Porculi : così nella Cro- 
naca del Monastero Cassinense riportata dal Muratóri R. 
I. S. T. IV. p. 248 si ricorda una chiesa di s. Antonio 
in Monte Porculo territorio tusculano. E nella Crònaca di 
Sicardo riportata dallo stesso, T. VII. pag; 599, parlando 
della disfatta, che i Romani riportarono l'anno 1167 dai 
Tttsculani utiiti ai Tedeschi, dice che 1' incontrò seguì 
apud Montem Portium. Quindi è chiaro che il luogo già 
cbiamavasi Mons Porculi, ò Poroulus nel secolo XI e che 
allora spettava ai monaci cassinensi di s. Paolo, che que- 
sto era una corruzione di Mons Porcii, a Porcius, nome 
che non si era ancora dimenticato nel secolo XII; laondis 
nott è affatto knprobabile , che lo avesse fino da' tempi 
anticlù per la villa,' che ivi ebbero i Porzii, ossia i Ca- 
toni. Ma la Terra non sorse , se non nel pontificato di 
Gregorio XIII, e perciò sulla porla veggonsi i draghi , 
stemma di quel papa : e la chiesa principale in memoria 
del suo nome e dedicata a san Gregorio^ Magno , come 
pure a S; Antonio antico protettore del luogo , secondo 
a Chron. Cassinense citato di sopra. E questa chiesa è 
l'oggetto , che la Terra contiene , degno di particolare 
memoria. Essa fu riedificata dalle fondamenta circa l'an- 
fao 1666 dal principe Giovanni Rattista Rorghese signore 
della Terra, ed un secolo dopo fu ampliata ed ornata 
dal principe Marco Antonio, padre del principe Rorghese 
attuak, e consagrata di nuovo il iprioK) di giugno 1766 
dal card. Enrico Stuart detto il duca di York.' Nell'ai^ 
tare della crociata, a sinistra di chi cnt^ra, eoiisérvaisi il 



358 

corpo di s. Laconilta trovato nelle catacombe^ di Ciriaca 

Tanno 1783 colla iscrizione originale che dice: 

LACONILLAE QVAE viXIT AN. XXX. 
BENEMERENTI IN PACE. 

Pocd" prima' di salire a Monte Porzio diverge a de- 
sCra della strada descritta- di sopra un viottolo^ che per 
i Camaldoll raggiunge una delle grandi strade, che con- 
ducevano a Tasculo , entrando per la porta orientale , 
presso cui rimane ancora la colonna migliaria col num. 
XY, che detennina la distanza da Roma a Tuscuk) per 
quella strada, 

MONTERONI 

■ ■■ . ^ ;» ■<> -^ 

È una stazione postale sulla strada di Civitavecchia^^ 
22 miglia circa distante da Roma, la quale ha nome d» 
parecchi tumuli, o monterozzi di terra, che ivi si veg- 
gono, probabilmente sepolcri degli antichi Alsiensi. < 

MOmE ROSI — ROSSVLVM. 

Terra della Comarca di Roma nel Governo di Cam- 
pagnano, distante circa 25 m. da Roma;, sulla gran stra- 
da postale^ presso al bi£orcamento delle due vie, cioè di 
Viterbo, e di Civita Castellana, e per conseguenza posta 
in un punto molto importante. Nulla nel rimanente ivi si 
scorge, che meriti particolare menzione, né di antico, né 
di moderno , quantunque non sembri probabile essere' 
stato il sito ne'tempi antichi trascurato. Molli credono ^ 
che ivi sorgesse un luogo di nome Rossulum^ donde de- 
rivasse il Mons Rossultis ricordato nella bolla d'Innocen- 
zo III dell'anno 1203 come pertinente al monastero di 
s. Paolo: reggasi il Margarini Bull. Cass. T. I. Né ia 



359 
so trovare i obbiezione^ qttanttmqtfe neoclassici antichi non 
Tenga affatto ricordato. L'Ortelio cita in favore di Rps- 
snlum Antonino, cioè Tltinerario, che va sotto }\ suo no* 
me, ma in Antonino non ho potuto trovarlo. Certo è pe- 
rò, che Mon» ÈosstUu» è T origine della Terra odierna, 
e che di già esisteva nel secolo XiJI pel documento inr' 
dicato d'Innocenzo IH. E perchè non si prenda equivo- 
co , in quello stesso documento a Montem Rossidum si 
unisce ancora il lago esistente a pie della Terra, efae 
Iago di Monte Rosi oggi si dice, ed ha appena un mezzo 
miglio di circonferenza^ e che in quella bolla vien desi- 
gnato col nome di Lacum qui vocatuf lanulay nome che 
pure si legge in quella di Gregorio VII dell'anno 1074. 
Quel Iago ebbe il nome di lanula dal fondoy nel quale 
era ccmipreso, che fundu» lanula viene appellato in un* 
altra bolla di papa Innocenzo III esistente neirArchivio 
di s. Paolo, e riportata dal Galletti nel Primieero p. 333. 
E questo fondo medesimo Villa lanula si dice nella bolla 
di Onorio III riportata nel Eullarium Vaticanum T. I* 
p. 103, dove apparisce, che era in parte allora proprietà 
della chiesa di s. Tommaso in Formis sul monte Celio. 
Altre memorie su questa Terra non ho potuto rinveni- 
re; dai documenti citati risulta^ che nel secolo XI non 
era ancora una terra, e che almeno 6no al secolo XIII 
fu de'monaci di Sv Paolo, quindi per gli sconvolgimenti 
de'secoli susseguenti tornò sotto il dominio immediato 
della s. Sede. 

MONTE ROTONDO. 

Terra sopra una collina amenissima, posta a destra 
della strada di Rieti, comunemente detta via Salaria, 
ma che ivi non é la stessa, poiché quella via antica di- 
verge dalla moderna prima del casale di Marcijiana. Essa 
contiene 1853 abilanti, appartiene al principe di Pioni'' 



3t;o 

bino, ed é circa 15 m. distante da Roma, e così pros- 
sima air antico Nomenlum oggi Mentana , che ne dista 
appena un miglio e mezzo. 

Molte volte ho visitato questa Terra, come quella, 
che per la sua situazione poteva occupare il luogo di 
qualche città antica, e soprattutto perchè la volgare opi- 
nione, anche in questi ultimi tempi riprodotta, vi colloca 
Eretum; ma altrove ho mostrato le difficoltà insormon- 
tabili, che si oppongono a questa congettura , la quale 
d'altronde non ha neppure una tradizione, che l'appoggi: 
vcggasi l'art. GROTTA MAROZZ A. lo stesso sarei stato 
inclinato a riconoscervi Crustumerii ; ma poscia ho do- 
vuto convincermi, che è troppo lontana, e che per altre 
ragioni quell'antica città de' Prischi Latini non potè es- 
sere ivi situata: veggasi l'art. CRVSTVMERII. Inoltre 
é un fatto positivo , che in Monte Rotonda non rimane 
vestigio di fabbriche anteriore al- secolo XIII ; ma solo 
qualche frantume di marmo, e qualche iscrizione sepol- 
crale fuor di luogo, trasportata dalle vicinanze. Quindi 
d'uopo è riconoscere questa Terra, come sorta ne' tempi 
bassi , forse dalle rovine di qualche villa romana , alla 
quale appartennero i frantumi e le iscrizioni sovraindicate. 
Siede questa terra sopra un colle di mediocre al- 
tezza, ma non come afferma l'autore della opera intito- 
lata Monumenti Sabini a livello del Quirinale , essendo 
molto più alto. La memoria più antica, che ne he tro- 
vato appartiene all'anno 1074, Quando Gregorio VH nella 
bolla a favore del monastero di s. Paolo fuori delle mu- 
ra, la nomina fralle possessioni di quel luogo pio insie- 
me con Lamentana, chiamandola Castrum Rottmdim e vi* 
unisce una chiesa di s. Reparata ed una selva dello stess» 
nome. Una iscrizione che si conserva nella sagrestia della 
collegiata, che enumera le reliquie ivi collocate appar- 
tiene all'anno 1152. Nel secolo seguente venne in potere 



361 
degli Orsini , ed una Carta riportata dai Galletti nella 
opera del Primicero pag. 350^ esistente nell' archivio di 
san Paolo ne fa menzione col nome, che oggi conserva 
di Mons Rotundus. Gli Orsini la ritennero fino al pon- 
tificato di Urbano Vili nel secolo XVII. Durante il loro 
dominio questa terrà ebbe molte peripezie nel secolo XV; 
imperciocché l'anno 1432 fu presa da Niccolò Fortebracci 
coH'ajuto de'Colonnesi^ secondo che narra Nero di Gino 
Capponi presso i Rerum Italie. Script. T XVIII. p. 1179; 
nel 1485 fu dagli Orsini stessi incendiata il dì 6 di à&- 
cembre, come narra il Nantiporto : ivi Tom. III. P. II, 
^g. 1097 : e poco dòpo occupata dai soldati del papa, 
secondo l'Anonimo, che descrive quella guerra, e che si 
legge nella stessa raccolta p. 1201 , dal quale pure ap- 
prendiamo, che r anno seguente 1486 ai 2 di luglio fu 
presa dal duca di Calabria. Dagli Orsini circa l' anno 
1640 passò per vendita ai Barberini , e da questi nel 
secolo passato alla famiglia del Grillo, la quale nel 1825 
la vendette al principe di Piombino. ,; h^-'tihti i 

Allorché venne in potere de 'Barberini furono edifir 
cate le mura attuali e le porte, che attualmente vi danr 
no accesso, cioè la Romana, detta pur di s. Rocco , la 
Canonica, e quella di Palazzo. Fuori della porta Romana 
fu edificato il borgo, le cui case distinguonsi per la co- 
struzione recente da quelle della Terra , le quali gene- 
ralmente sono di opera saracinesca del secolo XIII. Quat- 
tro sono le chiese; la collegiata dedicata a s. Maria Mad- 
dalena contiene un quadro di Carlo Maratta rappresen- 
tante i ss. Filippo e Giacomo protettori della Terra: un 
Salvatore di Ciro Ferri: ed un Purgatòrio di scuola del 
Zampieri; la chiesa parrocchiale di s. Ilario dove il mar- 
tirio di s. Stefano si reputa opera del Mantegna. Presso 
questa chiesa é un' ara sepolcrale con loculo sopra per 
contenere le ceneri della estinta Cocceia Giusta, alla quale 



362 

questo raonuttrenta fu eretto dai genitori Kicolao e- Pan- 
nichide ? sembra che questa ara fosse collocata in mezzo 
ad UQ bivio, poiché ha la medesima iscrizione da tre 
lati) e disposta nello stesso modo, con caratteri dì beli» 
forma : e vi si osserva la particolarità di un punto nella 
ultima parola PI.ISSIMAE,. il quale è tutte e tre le voltai 
ripetuto. Questa iscrizione mal riportata dallo Sperandia 
nella sua Sabina Sacra e Profana p. 421 si riporta purer 
scorretta dall' autore dei Monumenti Sabini : essa dice^ 
così : 

DIS MANIB in 

COCCEIAE > : V 

IVSTAE 

NICOLAVS EST 

PANNYCHIS 

PARENTES FILIAK 

PI . ISSIMAE 

ti palazzo baronale è magnifico ; esso fu ediffcatciP 
dagli Orsini , ed il loro stemma si vede in più parti , 
eome pure quello de' Barberini loro successori , i quali 
viemmaggiormente lo abbellirono : in esso sono pitture 
non ispregevoli, ed una torre altissima che scopre un im- 
menso orizzonte, e servìf per la triangolazione della mappa^ 

Uscendo dalla Terra nella vigna Cristaldi si legge 
ta lapide seguente : 

D . M 
IVLIAE FORTVNATAE M. IVLIVS 
MARTIALIS FILIAE DVLCISSIMAE 
QVAE VIX. ANN. VII. MENS. III. 

FECIT 

Questa iscrizione si riporta anche essa dallo Spc" 



363 
randìo, e male r egli dice, che stava allora avanti la oste- 
ria Mei sulla strada consolare, donde poi fu trasportata 
recentemente, dove og^i si vede, quindi ha torto l'autore 
àe' Monumenti Sabini di trarne argomento per dichiarare 
essere stato il terreno Cristaldi la villa del poeta Mar- 
ciale. Imperciocché é certo, che quel poeta avea un pre- 
dio nel territorio nomentano, che sovente ricorda ne'suoi 
epigrammiy^ è possibile, che egli sia il Marco Giulio Mar- 
ciale di questa iscrÌ2Ìone> ma è vero altresì che la iscri- 
zione non si sa, dove originalmente fosse : che se real- 
mente fòsse stata rinvenuta- ne'dintorni dei luogo ove si 
trova, sarebbe una induzione di più per credere che iF 
sito di Monte Rotondo era parte del territorio nomen- 
tano, come io credo y e perciò non era compreso né in 
qaello di Ereto, né in quello di Crustumerii. L' autore 
de'Monumentì Sabini narra, che nel luogo detto il Casal 
di s. Matteo vennero disotterrati busti e statue fram- 
mentate, minori del vero j egli riporta inoltre la iscri- 
zione seguente, che si legge sopra un cinerario, la quale 
dice cosi? 

D. M. 

POMPONIAE APHRODISIAE 

TI. CLAVDIVS ATIMETVS CONIVGI 

BENEMERENTI 

Sopra questa iscrizione merita osservazione il nome 
di Pomponia, discendente di un qualche liberto del ce- 
lebre Tito Pomponio Attico , imperciocché è un nuovo- 
indizio, che il sito di Monte Rotondo fosse parte del 
territorio nomentano, sapendosi da Cornelio Nipote nella 
vita di quell'illustre romano, che Pomponio non ebbe in 
Italia altri fondi praeter ardeatinum et nomentanum , tu-' 
9ticum praedium. 



364 

MONTE DEL SORBO e PILO ROTTO ' ^ 

flalagai - JpUu0 Huptus ' ^ ' | 
illonte òt éen)0. 

Tenuta dell'Agro Romano fuori di porta s. Lorenzo 
circa 10 ni. lontano da Roma, pertinente fino dal seco- 
lo X alla chiesa di s. Maria in Via Lata, che comprende 
rubbia 311 e mezzo divise ne'quarti del Campanile, del 
Torraccio, del Pilo rotto, e del Casale. Confina colle te- 
nute di Tol* Mastorta, Castel Arcione, Marco Simone, e 
Tor de'Sordi, e co'territorii di s. Angelo e Monticelli. 

Nel registro di Cencio Camerario riportato dal Mu- 
ratori nelle Antiq. Medii Aevi T. V. si trova notato come 
Gregorio li affittò ad Anna religiosa e a due altre per- 
sone circa l'anno 720 i fondi denominati Argenti, Ver- 
clanum, Lugeranum, CoHivercorum, Toleranum, per due 
soldi d'oro l'anno : e quelli detti Tuci, Trasis, SenanUm, 
e Possessianum, per 50 soldi bizantini di oro, tutti del 
corpo della massa sabinese, ai quali si andava per la via 
tiburtinà, e che erano distanti 10 m. da Roma. La di- 
ifezione e la distanza da Roma di questi fondi coinci- 
dono colla tenuta in questione, e perciò , se non tutti , 
almeno parte di essi possono credersi compresi entro i 
suoi confini. Il Martinelli nella opera intitolata Primio 
Trofeo della Croce p. 57. riporta tradotta in italiano una 
relazione esistente nella Biblioteca Palatina in latino nel 
cod. n. 5516, dalla quale apparisce, che Maroza, insie- 
me con Stefania, e Teodora sorelle del celebre Alberico 
console romano donò alla chiesa e monastero di s. Ciria- 
co, oggi s. Maria in Via Lata i fondi denominati Selva 
Maggiore, Bolaga, e Reatina con molti altri luoghi, cir- 



365 
ca l'anno 950. fondi, che il Martinelli riconosce in quel- 
li di Torricella di s. Giovanni, Monte del Sorbo, e PjIq 
Rotto : ed il Martinelli in questa parte è giudice com? 
petente, avendo avuto il campo di svolgere tutto Tgrchi- 
vio di s. jftfaria in Via Lata, ed essendo egli stesso un 
diligente raccoglitore di notizie. Mi sembra pertanto po- 
tersi conchiudere, che queste terre nel secolo Vili, era- 
no della Chiesa Romana , che Gregorio II. le affittò , o 
come allora si usava le die in enfiteusi , che passarono 
in seguito in potere della potente famiglia di Alberico, 
console romano , la cui sorella Maroza donolla a s. Ci- 
riaco^ chiesa con monastero unita poscia a quella di s. 
Maria in Via Lata, dalla quale queste terre furono sem- 
pre fino ai giorni nostri possedute. Dai documenti esir 
stenti nell'archivio di s. Maria, che copiati dell'indefesr 
so Galletti si possono consultare nella Riblioteca Vatica- 
na cod. n.° 8048-50 si rileva, che nel 1134 Maria ab- 
badessa di s. Ciriaco fece edificare una torre a difesa 
della terra di Monte del Sorbo, e questa rimane ancora 
presso la strada di Monticelli e dà nome al Quarto det- 
to del Torraccio: che nel tenimento propriamente detto 
di Pilo Rotto era un villaggio , il quale , insieme con 
altre terre adiacenti pertinenti al monastero fu nello stes- 
so secolo occupato circa l'anno 1124 dai signori di Mon- 
talbano, Terra oggi deserta presso Monticelli; che il no- 
me di Monte del Sorbo , Monte de Sorvo comparisce la 
prima volta nel 1186 : che quello di Pilm Ruptus che 
si legge per la prima volta in una bolla di Callisto IL 
dell'anno 1124, ricordasi di nuovo in una Carta dell'an- 
no 1202: che in Monte del Sorbo esisteva un villaggio 
nel 1236, ed un palazzo che fu devastato dai Tiburti- 
ni circa la metà di quello stesso secolo, onde per risar- 
cirlo, Artemia abbadessa di s. Ciriaco concesse a dì 15 
Ottobre 1254 a Giorgio di Egidio Cardelli per anpi 29 



3 66 

«ina easa nel rione di Campo Marzio; e finalmente, che 
nel 1321 il villaggio, o castello di Monte del Sorbo non 
4}ontaya più di 10 abitanti. 

Avendo percorso queste terre nella formazione del- 
la mappa ho rilevato , che anticamente sorgevano ville 
in questi luoghi, e particolarmente una verso Pilo RoU- 
to , dove neir anno 1822 furono scoperti pavimenti dì 
musaico bianco e nero, rappresentanti Tritoni e Nereidi^ 
avanzi di antiche camere di bagno. 

MONT^ SPACCATO v. AEFLIANV& 

r ^>MONTE VERDI? v. MARCELUNA. 

■■'■?'t- ita ■' — 

-aitili;. MONTICELLI-COmiCYlWM, 

Terrà situata nella Comarca 16 hu a nord-«st 41 
Soma, sopra la punta più orientale delle tre principali 
(de'monti corniculani, dipendente dal governo di Tivoli, 
€ parte di quella diocesi, pertinente ai Borghese, e che 
contiene 1353 abitanti. Ad essa si va da Roma per due 
vie; per la tiburtina, uscendo da porta s. Lorenzo, e di- 
vertendo a sinistra al settimo miglio presso la osteria 
à.eì Forno: e questa strada è una via antica, che i mo- 
derni più communemente chiamano via corniculana; e 
per la via nomentana, divergendo a destra circa al se- 
sto mìglio alla tenuta di s. Basilio, e che suol chiamar- 
si la strada delle Moiette. Ambedue queste strade sono 
mal conservate , incommode , e non presentano oggetto 
degno di particolare rimarco. Più amena è quella che 
vi conduce da Tivoli, lunga circa 6 miglia, la quale per 
la porta del Colle e pel ponte dell' Acquoria segue la di'» 
rezione della Valeria primitiva, ed a mano destra 1. m, 
dopo il ponte sovraindicato a non molta distanza presene 



36T 
la le rovine di Vitriano, ed altre pel tratto di circa 8 
m. quindi valicati due ponticelli comincia a salir le pen» 
.dici del monte, sul quale è la Terra, e clie in gran par*- 
t,e è piantato di olivi. 1 loi: -Hoa iv ii^ritó<?«a' iiviojti 

La chiesa principale é dedicata a s. Giovanni E van-r 
gelista fi fu riedificata l'anno 1710; dinanzi a questa è 
la piazza. Le case generalmente presentano la costruzio^ 
^e saracinesca del secolo XIII e XIV. Nella strada per 
la quale si sale alla rocca incontransi pochi frammenti 
.antichi, cioè una colonnetta ed un capitello, una testa 
di marmo incastrata sopra una porta ec. ,, indizii di fab» 
briche ed ornamenti de'tempi imperiali. Nella rocca stes-»- 
sa, che è di costruzione del secolo XIII. rimane anco» 
fSL sulla sommità un tempietto laterizio ornato di pila» 
stri corintj, analogo per lo stile e per la eostruzione ad 
altre edicole del primo secolo dell'impero esistenti pres» 
so Roma, com« quelle, che si veggono sulla via latina, 
ed il tempio preteso del Dio Redicolo nella valle di 
€affar4ella, tempio eretto forse da qualche ricco romano 
€he occupò questo colle. Altri avanzi non esistono né 
nella Tejrra, né nel suo circondario, almeno alla distan-* 
7a di un miglio. Presso Monticelli è un convento di fra- 
ti minori con chiesa consacrata a s. Michele Arcangelo, 
anche esso sopra una punta, della quale parla il Casi^ 
miro nelle Memorie de' Conventi della Provincia Homana^ 
ricordaijdo , che nel fondare una parte del convento si 
rinvennero molti ossami , che io credo appartenere ad 
individui de* tempi di mezzo e forse stranieri , per le 
jjrmi ed ajtri attributi, che li accompagnavano. 
-' Or venendo alla storia di questa Terra, è noto che 
più generalmente ivi suol collocarsi Corniculum, ricorda- 
to da Dionisio, Livio, Plinio, Floro, e Stefano. E quan- 
to alla posizione di quella città de'prischi Latini, come 
li appella Livio, debbo fare osservare che Dionisio Uh, 



368 

|. e. XVI. pone i monti Corniculi fra Ficulca e Tibur, 
e perciò non cade quistionc , che con tal nome gli an- 
tichi riconobbero le tre punte acuminate del gruppo de' 
monti calcarii a nord-nord-est di Roma, sulle quali sor- 
^ono le Terre di s. Angelo in Capoccia , e Monticelli , 
ed un dì quella di Poggio Cesi intermedia delle due 
testé ricordate. Corniculum pertanto, che dava, o tracr 
va nome da questi monti, di necessità dee cercarsi so? 
pra una di queste punte. Ora Dionisio lib. III. e. XLIX 
e seg. narrando la spedizione famosa intrapresa da Tar- 
quinip Prisco , contra i Latini mostra , come quel re 
primieramente si mosse contra gli Apiolani, e dopo a? 
yer presa, incendiata, e smantellata la loro città, si rir 
Tolse contra i Crustumerini ed i Nonientani, che si ar-- 
resero a discrezione, e furono con umanità trattati^ por 
scia andò contra Collazia, .città la cni situazione è nor 
ta, siccome fu mostrato a suo luogo, v. COLLAZIA, 
posta cioè, sulla riya destra dell'Osa, fra questo fiu- 
me e rAJiiene,; 10 m. ; circa lungi da Roma al Castel-r 
laccio dell'Osa; prese ancor questa e la die in ispecie 
di feudo ad Arupte Tarquinio suo nipote, che diven-r 
ne così lo stipite della famiglia de' Collatini; e quindi 
inarciò immediatamente contro di Corniculum, e dopo 
aver dato ìi guasto alle terre appressò 1' esercito alla 
città, clje presentò per la sua fortezza una valida di-» 
fesa,. Ma dopo molti assalti, il re di Roma la espugnò 
colla forza, ed in; tale espugnazione perì il fiore de'cit- 
tadini: i,l resto colle donne e co'fanciulli fu venduto, e 
la città dopo essere stata saccheggiata venne data alle 
fiamme. Stando pertanto a questa narrazione, e cono- 
scendo la situazione di Collazia , d' uopo è riconoscere 
Corniculum sulla punta di Monticelli; imperciocché il 
re di Roma, passato 1' Aniene presso Lunghezzina tror- 
ypssi immediatamente nelle terre de' Corniculaai. D' al- 



369 
Ironde la forma della punta di Monticelli è quella, che 
presenta la etimologia più diretta del nome Corniculum^ 
dividendosi appunto come in due corna, quella cioè, su 
cui è posta la Terra, e quella, sulla quale è il conven- 
to de' frati minori. La storia di -Gorniculum e scarsisisi- 
ma, poiché oltre questo fatale avvenimento testé ricor- 
dato, cioè della presa e distrazione di «ssa fatta da Tar- 
quinio Prisco , altro non se ne legge ; imperciocché Li- 
vio lib. L e. XXXVIIL solo la ricorda fralle città pre- 
se da Tarquinio , e la nomina per la prima : ed egli e 
Dionisio poscia riportano la tradizione , che in quella 
presa, fatta prigione la moglie del principe di Cornicu- 
lum morto nella pugna , fu portata in Roma incinta e 
venuta nella reggia di Tarquinio ivi partorì Servio Tul- 
lio, poscia sesto re di Roma. Plinio poi Hist. Nat. lib. 
IIL e. V. nomina Gorniculum fra quelle città primitive 
del Lazio, che erano perite senza lasciar vestigia. 

È naturale credere , che una posizione cosi eleva- 
ta, amena, e salubre non venisse trascurata dai Roma- 
ni nel tempo del loro lusso, e dalla loro magnificenza, 
e che circa i tempi augustani sul sito della distrutta 
Gorniculum fosse edificata una villa, come Strabone af- 
ferma essere ordinariamente accaduto di altre città an- 
tiche ne'dintorni di Roma, distrutte, e come se ne han- 
no molteplici esempj di fatto; e a questa villa appar- 
tengono i frammenti, che ancor si veggono nella Terra, 
notati di sopra , ed il tempietto che è sulla rocca. E 
perito poscia il gran colosso del romano potere , come 
pure in altri luoghi avvenne, di villa privata tornò ad 
essere una Terra abitata, metamorfosi, che tanto più di 
buon ora si fece, che il sito offriva una non commune 
fortezza; ed il suo nome che attualmente porta si tro- 
va fin dal secolo XL allorché la Terra si era di già 
formata ed apparteneva al monastero di s. Paolo fuori 

24 



870 

delle mura, al quale fu sul principio del secolo mede- 
simo usurpata da alcuni potenti abitatori del luogo, che 
circa l'anno 1001 vi racchiusero nella rocca Pietro ab- 
bate di Subiaco , e ve lo fecero morire , siccome si ha 
dalla cronaca sublaccnse presso il Muratori R. I. S. Tom, 
XXIV. p. 931. Nel secolo seguente , narra il card, di 
Aragona nella vita di Eugenio III presso lo scrittore so- 
vrdllòdato T. JU. :P» I. p. 4^39, che quel papa uscì di 
Roma', nel silenzio della notte e ricoverossi ad arcem 
Montis Celia per sottrarsi dal senato romano, e non ve- 
dersi costretto a confermarlo: dove è da notarsi il mo- 
do con eh© Tiene enunciato il nome di questa Terra, 
quasi derivasse da un Celio che vi avea avuta la villa 
ne'tempi antichi. Non mollo dopo, cioè l'anno 1159, da 
un atto riportato dal Muratori R. I. S. T. II. p, 678 , 
apparisce, che quésta Terra, come Tusculo, Palombara, 
e Tivoli avea il suo conte, che Comes Monticellensis di- 
cevasl. Nel 1241. fu occupata contra il papa ed i Ro- 
mani dal cardinale Giovanni Colonna, insieme con Pre- 
Qeste e Ponte Lucano , per testimonianza di Riccardo 
da «. Germano, Chron. presso il Muratori R, I. S, T, 
VII. p. 1047. Ritornò però ben presto in potere de'Ro^ 
mani, poiché, secondo Niccolò di lamsilla nella storia 
riportata dal citato Muratori R. I. S. T. VIII. p. 612, 
Enrico senatore di Roma vi fece chiudere Napoleone e 
Matteo Orsini , ed in quello storico si dice di questa 
Terra : yworf est castrum foriissimum prope Tibur ; anzi 
sembra, che circa quel tempo la rocca fosse ridotta nel» 
lo stato attuale. Circa l'anno 1307 sembra che ne fosse 
conte un Gottifredo , la cui moglie Aldruda si ricorda 
nel necrologio di s. Ciriaco in Via Lata, stampato dal 
Martinelli nel Primo Trofeo della Croce p. 148. 

Ho notato di sopra , che questa Terra era in ori- 
gine del monastero di s. Paolo fuori delle mura^ ma il 



37t 
fatto è che essi per circa tre secoli non ne ebbero che 
il solo titolo. Ricuperata però con altre terre sotto Eu- 
genio IV dal card. Vitelleschi venne restituita ai mona- 
ci che col beneplacito di quel papa la vendettero noi 
1436 insieme con monte Albano , terra contigua , oggi 
deserta, per 10,000 fiorini a Gio. Antonio Orsini, con- 
te di Tagliacozzo. Alla sua morte avvenuta l'anno 1455 
insorse guerra fra Everso dell'Anguillara, e Napoleone, 
ambedue Orsini , per la successione di questo castello , 
guerra funestissima per la campagna di Roma , che si 
sedò alcun poco per le premure di Pio II, ma che per 
la malafede di Everso si riaccese di nuovo nel 1458 , 
quando questi si rese padrone della Terra e la ritenne 
fino alla sua morte avvenuta l'anno 1464. I suoi figliuo- 
li usando ogni sorta di violenze contra i pacifici abitan- 
ti delle campagne , e contra i viandanti attiraronsi Ì9 
sdegno di Paolo li, che colla forza delle armi nel 1465 
tolse loro in pochi giorni tredici castella , fralle quali 
fuvvi ancora Monticelli che si arrese ai 22 di giugno.. 
Veggasi il Casimiro p. 172 e seg. Così tornò Monticel- 
li sotto il dominio diretto della Sede Apostolica > ed in. 
tale occasione il di primo di settembre di quell'anno il 
papa emanò un breve, che si riporta dallo scrittore so- 
vrallodato , nel quale non solo confermò agli abitanti 
tutti i privilegj, che aveano fino a quel giorno goduto, 
ma per qualche tempo diminuì ancora le gabelle. Sisto 
VI. nel 1472 impegnò Monticelli per 6000 fiorini ài 
celebre cardinal Guglielmo d'Estouteville, e dopo la mor- 
te di questo a Pietro di Vicenza pef 3000 ducati. Il 
suo successore Innocenzo VIII. nel 1484 lo donò insie- 
me con Frascatello, e s. Angelo a Giovanni Balva car- 
dinale, la cui arma si vede sfcolpità soprai una porta del- 
la rocca. Morto il Balva, Alessartdi»© VI. die Monticelli 
al card. Giovagli Battista Orsini: aììòt» hi tìtirtòvàtSL là 



372 

chiesa> che è dentro la rocca, dove si veggono ancora 
pitture di quel tempo, e fra queste il ritratto di Jaco- 
po Alzina Barcellonese, castellano e governatore di Mon^ 
(icelli, rappresentato ginoccbiohe, di cui ricordasi il no- 
me in un epitaffio esistente nella chiesa di s. Giovanni, 
che < ha la data de'16 aprilo 1497. Al card. Orsino do-, 
pò là morte, successe nel dominio di questa Terra Nic- 
colò della Rovere nipote di Giulio II. à cui dal zio fu 
confermata in perpetuo tale infendazione. La famiglia 
della Rovere lo ritenne fino all'anno 1550, allorché Giu' 
lio figlio idi Niccolò sovrammenzionato lo vendette a Fe- 
derica Cesi cardinale per 5000 scudi pagabili una vol- 
ta soli», e 400 scudi annui durante la vita di Giulio. I 
Cesi hanno ritentito il dominio di questa Terra fino ai 
3 .4* [Hiarzo 1673 .in che la vendettero ai Borghese che 
UO souQ i signori odierni. 

:::[ Queste ultime notizie furono raccolte dall'erudito 
1^ Casimjrpi menzionato più volte , il quale illustrando 
il convento del suo ordine edificato presso questa ter- 
ra nota, che la; punta sulla quale questo convento è col- 
locato è quella che aic'tepttpi bassi appellavasi Mons Al- 
banus , del quale, si ha la prima mepioria nel 1124 in 
luna, bolla di Callisto II ; allora vi era un castello del 
quale era signojfe un tal Gregorio, che insieme con Gio- 
yaijni di -Oddone signore probabilmente di Monticelli in- 
festava, le terre del monastero di s. Ciriaco, e singolar- 
mente lai; villa di Pilo Rupto. Verso la metà dello stes^ 
so secolo dice, che n'era signore un tal Giovanni., pres-- 
so il quale ritirossi Giovanni de Struma antipapa; ma 
ivi il Casimiroi ipi sembra avere preso un equivoco con- 
fondendo questo castello con Albano. Egli è certo però 
che. come Monticelli anche Monte Albano era de' mona- 
pi; di s. Paolo, lai quali lo confermarono con bolle In- 
nocenzo IH nel 1203, Onorio III. nel 1218 e Gregorio 



à73 

IX nel 1236. Ma nel 1241 per testfmènianza di Riccar- 
do da s. Germano nella cronaca riportata dal Muratori 
R. I. S. Tomo VII. col. 1047 fu preso ed incendiato 
da Federico II imperadore, e quindi rimase per sempre 
deserto* La compagnia del Gonfalone edificò in questo 
luogo nel secolo XVI. una chiesa di s. Maria, nella qua- 
le pose i pp. conventuali per officiarla: questi T abban- 
donarono nel 1636. A questa communità religiosa suo* 
cedette sul finire del secolo XVII. medesimo quella de* 
pp. minori che sul principio del secolo passato edifica- 
rono il convento e la chiesa di s. Michele come oggi 
si vede, -i' iifi aì 'ì'»^ ^/feriiKKi i>;> «uiia-j t-iììa ihU oIJsv 
. _,irr illaòhno'ì -i .^H ; I . , ? :U tw.}' 'A oììùìi Ó5 
/ n, fjv^ìm . MONTORIO ROMANOfif^r^^'f ^ ^^ 

. uìoi 
Villaggio della Comarca nel distretto di Tivoli e 
nella diocesi di Sabina , posto sotto il governo di Pa- 
lorabara circa 28 m. lontano da Roma verso settentrio- 
ne , ed il quale comprende circa 600 abitanti. A diffe- 
renza di un altro castello dello stesso nome, che è pu- 
re in Sabina, ma che è più discosto da Roma, questo 
come più vicino sruol chiamarsi Montorio Romano. Seb- 
bene sia posto sopra una delle vette più alte del mon- 
te Lucretile, ed ardua sia la salita, che vi conduce on- 
de è poco frequentato , nulladimeno é ben fabbricato , 
e come altre Terre sabine distinguesi per una ospitali- 
tà cordiale. Dapprincipio fu un tenimento, e poscia un 
castrum, che dovè la sua origine agli Orsini, e che più 
volte è ricordato nelle Carte de 'secoli XIV. e XV. che 
si conservano nell'archivio di quella famiglia in Roma. 
Essi lo ritennero fino al secolo XVlI. e poscia Io ven- 
derono ai Barberini. • . i' >.'^ .i-j 
-*;;' La>étrada da •Ròina a questa Terr» è 1» Noraenta- 
na fino al suo congiungimento colla salai^f antica: a Grot-^ 



374 

ta Marozza, quasi 18 m. fuori di porta Pia: ìri distac- 
casi a destra un'antico diverticolo, che conduce diretta- 
mente a Castel Chiodato, Cretone, e Stazzano: di là que- 
sto diverticolo antico conduce a Palombara , e quindi 
per Marcellina va ad entrare nell' antica Valeria poco 
prima del ponte dell' Acquoria. Ma per andare a Mou- 
torio , dopo Stazzano dee seguirsi la strada a sinistra , 
che va a Moncone , e da Moricone per tre m. seguen- 
do il ciglio sinistro della profonda convalle del ramo 
orientale del rivo Corrose , si aggiunge a Montorio. Da 
Montorio poi per un sentiero alpestre si scende nella 
valle dell'altro ramo del Correse, per la quale, passan- 
do sotto le Terre di Scandriglia e Ponticelli raggiunge- 
sì la via salaria t o strada di Rieti alla osteria di Ne- 
rola. 

-fi'i il, orna/O^ :■ MORANELLA. 

-'»Ìl!a jlt'J?, Of/l'J/ :.ii!!>,», il 

Tre fondi possiede il monastero di s. Maria Nuo- 
i»a di Roma fuori delle porte s. Giovanni e s. Sebastia- 
no , neir Agro Romano 5 in 6 miglia circa lontano da 
Roma, denominati Moranella, Statuario e Selce, i quali 
costituiscono insieme una tenuta di rubbia 53 e mezza. 
Questi fondi però sono fra loro separati e distinguon- 
&\ eoi nome medesimo in tre quarti: il quarto di Mora- 
nella (M)nfina colle tenute di Tor di Mezza Via, Postic- 
eiola, e Casal Rotondo: quello di Statuario colle tenu- 
to di Roma Vecchia, Capo di Bove, e Pedica di Cleria: 
e l^nalmeiitQ quello di Selce colle tenute di Casal Ro- 
tondo, Tofrìcola, Fioranello, Fiorano, Barbuta, e Palom- 
baro, (.eggesi neir Infessura , ed in altri scrittori con- 
temporanei, come neir anno 1485 nel mese di marzo i 
monaci fecero uno scavo presso il loro casale di Statua- 
rio ^uUa via appia 5, o 6 miglia lontano da Roma, • 



J75 

distruggendo un sepolcro che era ivi sulla yia, neli'ul-' 
timo luogo del fondamento trovarono una cassa mar- 
morea impiombata, ed jin quella rinvennero intatto a se- 
gno che avea conservato il color naturale, un corpo di 
donzella , il quale fu giudicato essere quello di Tullia 
figlia di Cicerone, che certamente era stato sepolto al- 
trove. Comunque sia , questo corpo fu trasportato in 
Campidoglio, e per l'azione dell'aria cangiò colore, e di- 
venne negro ; laonde papa Innocenzo Vili , che allora 
regnava lo fece trasportare di notte fuori di porta Pin- 
ciana , ed ivi lo fé seppellire in una fossa fatta entro 
un vicolo presso la porta; il sarcofago rimase allora nel 
portico de'Conservatori: e forse é quello che ora si ve- 
de a destra nel cortile dei Museo Capitolino colla epi- 
grafe male tracciata: {yivruil .i.i(^.]A i oiijniij oicùmui 
I , ;- ' 'no) M/itt.'i ii A.-'iìi'ft -ìm 

■f iU:r' M M uanìiji'il fìj Ut; o)r,vii« 
.:iìf->l, \- AVREL .jjuq if) huui unh .ai 

EXTRICATE j, ; il» K/nyl>on« r,h 

cioè Manibus o Memoriae Aureliae ExtriccUae. La rotzet" 
za della epigrafe accresciuta dal tartaro che la copriva 
la fece inintelligibile alla epoca della scoperta, onde cad- 
dero neir error madornale di attribuire il sarcofago ed 
ii corpo alla figlia di Cicerone, che fu sepolta altrove,, 
e che di quasi tre secoli fu anteriore ai soggetto depo- 
sto in questo sarcofago : essa dalle maschere tragiche 
scolpite sotto il ritratto sembra essere stata una attrice 
tragica. i;ni;iii ; nf/ioP ih oJ'ioq ?)Uk i;li;>i;p y ,o)iu35Ì5 
<,iiuiii ftujTt/M ii» puum li uth ^r.tì^'i(p ìfitn iì ^Aìntìti 
!ii ';ii> tl«;«ifi» hm ^tAiiiu t>h'u\P.Ì uilad ììhu ixiir. i;nr ,■« 
. ah "■ voijoy! ÌUi cjjuvf/if i?i3f)5T.» f>')b 'iUi mìioi pfiirn^ 

■i'oo i)jib .^iiiijJtMjfeii 6l»au 



Au'll.Hi ,niy tilUr^, iv^ MORENA. . '-i '-«^ uhuv^yinJ^il 
-iiuu ivy.i.r» fUiu «)(»«)'»« /«ni u!u',>M}|;Iwi<»"ì bd oìjJmjI iìtnU 
"0«j ii oìJiUiii OTjnnv /itrtrom 'ì»hu:juu t, nota 

i4(i;r! ih ii\">tìi MT«-'"ì <''':'''^!ir!r "'! ''1- ;• • •' . ;'U';^''> '■ 

■\' Da molte Carte de' tempi bassi, che furono ripor- 
tate in appendice dagli annalisti camaldolesi , e che ri- 
montano in parte fino al secolo X , cioè agli anni 961 , 
992, ec. si ricava evidentemente, che tutta la contrada 
fra le vie appia, e latina, fuori delle porte s. Sebastia- 
no e s. Giovanni dal miglio VII al IX, chiamavasi Mo- 
reni, e che in questa trattOf si comprendeva un casale j 
ed una curtù di questo nome r e frai fondi confinanti si 
nominano quello di Sex Colnmnae, di Fiorano, e di Pa- 
lombaro lungo l'Appia. Incerta n'è la etimologia; ma co^ 
me vedesi, il nome conta circa 9 secali; esso si è con- 
servato ad un tenimento di moderati confini situato 8 
m. circa fuori di porta s. Giovanni a destra della stra- 
da moderna di Grotta Ferrata , che coincide colla via 
latina antica. Comprende quasi 130 rubbia di terreno 
divise ne'quarti denominati la Torre, quarta di Mezzo, 
e quarto da Piedi. Confina col territorio di Marino , e 
colle- tenute di Gregna, Grattaferrata e s. Andrea^ 

Si è pur troppo spacciata per la somiglianza di suo- 
no, che il nome di Morena traesse origine da una villa 
di Murena , celebre cliente di Cicerone , ma oltre che 
troppo vasto sarebbe stato un tal fondo, se come si vi- 
de comprendeva una superficie di circa 12 miglia di 
circuito, e questa alle porte di Roma; ninna memoria 
affatto è mai apparsa, che il nome di Murena ricordas- 
se, ma anzi una bella lapide murata nel casale che ra- 
gionevolmente dee credersi trovata sul luogo , e che è 
un'ara sepolcrale, dice così: 



377 

-!iii.iiji.<ì ìt.if &iftteiij| AELIAE 4"'*i«iJ 9 ^ku-u^hìJ .1 
RHODILLAE ^ iv^w^J yi 

ANTALCIDIS 
quest'ara è alta circa 5 piedi romani larga 31, 11 fatto 
e che il casale attuale realmente è edificato sopra una 
fabbrica antica costrutta di bel reticolato del tempo di 
Adriano, che forse è una conserva, od un crittoportico, 
che presenta sopra a 90 'piedi di estensione, e presso a 
questa fabbrica sono altri frammenti antichi di marmo, 
indizio, che qui fu anticamente una villa almeno ne' tem- 
pi di Adriano, ma senza che perciò risulti che Murena 
avesse antecedentemente anche egli una villa in questo 
luogo, onde il nome moderno debba derivarsi da lui. 

Io non oso affermare, che l'attuale casale di More- 
na sia quella stessa porzione del vasto lenimento di que- 
sto nome, la quale da Costanza nobilissima donna fu ai 
26 di aprile dell' anno 992 donata al monastero di s. 
Gregorio sul monte Celio, siccome ricavasi dall' atto ri- 
portato dagli Annalisti Camaldolesi ; come neppure che 
esso comprenda quell'altra porzione, che fu soggetto di 
una permuta fra lo stesso monastero, ed Adelaide figlia 
di Jannetto l'anno 1073, come si trae da un altro do- 
cumento riportato negli annali medesimi. Certo è però 
che que'monaci possederono una parte del tenimento al- 
lora chiamato Moreni, e che quella tenuta che oggi por- 
ta un tal nome viene indicata fin dall'anno 1229 in un 
documento riportato nel codice vaticano 7937 , che ri- 
corda pure un Castellarlo, una Camminata ivi esistente, 
un pantanello formato dall' acqua della Marrana; e che 
questa tenuta fu in quell'anno venduta da Biagio, Pie- 
tro, ed Andrea Antaldi figli di Andrea Rubei pel prez- 
zo di 950 lire provisine. Poscia Morena fu acquistata 
dai Cenci , e nel secolo XVII dai Giraud che 1' hanuo 
ritenuta fino al principio del secolo attuale. Dopo per 
poco tempo apparteoue a Marianua di Savoja duchessa 



0" 



378 

di Chablais, e finalmente venne acquistata dal banchie- 
re Lavaggi. 

ilfO/i/COiVJ?— REGILLVM 

Terra della Gomarca nel distretto di Tivoli , sotto^ 
posta al governo di Palombara, e nello spirituale al ve- 
scovo di Sabina. Essa è distante da Roma circa 25 m. 
e la strada diretta per andarvi è la Nomentana fino a 
Grotta Marozza , cioè fino quasi al 18. m: ivi si volge 
a destra e per Castel Chiodato, Cretoni , e Stazzano si 
giunge a questa Terra: strada tracciata fino a Stazzano 
sopra una strada antica di communicazione fra la Sala- 
ria» e la Valeria, ossia fra Eretum, oggi Grotta Maroz- 
za e Tihur. Gli abitanti secondo la ultima statistica 
sono 613. 

La Terra è ben situata sopra una pendice di cal- 
carla a pie delle punte della catena di monte Genna- 
ro, e sembrerebbe antica per la sua posizione, ma non 
ho trovato in essa alcun vestigio ; bensì un miglio più 
verso oriente sopra un' altra pendice rimangono avanzi 
di mura di un'antica città nel luogo denominato / Pedi- 
cati, le quali più communemente si attribuiscono ad Or- 
vinium, città degli Aborigeni, o a Cameria città de'Pri- 
schi Latini: ma che io riconosco per quelle di Regillum 
città sabina , di cui più sotto terrò discorso. Moncone 
per la prima volta sul finire del secolo XI. si legge col 
nome di Mons Moreco nel Chr. Farfense presso il Mura- 
tori R. L S. Tom. IL P. IL p. 622. Il castello perù 
sembra essersi formato nel secolo XIII dopo che i Sa- 
velli signori di Palombara occuparono tutta questa par- 
te del distretto di Roma : e se ne fa menzione in un 
atto dell'anno 1272 esistente nell'archivio di s. Spirito 
in Sassia e ricordato dal Galletti Primaro p. 332 : es- 



379 

si vi edificarono il palazzo baronale , che come quello 
di Palombara stesso conserva ancora gli stemmi, prova 
del loro dominio: nel secolo XVII passò dai Savelli, 
come le terre vicine di Palombara e Stazzano ai Bor- 
ghese , i quali ancora la ritengono. Nei rimanente Mo- 
ncone non presenta oggetti degni di particolar rimarco. 
Ho detto poc'anzi, che le rovine esistenti ai Pedi- 
cati appartengono piuttosto , che ad Orvinium e Carne- 
ria, all'antico Regillum. E quanto ad Orvinium che più 
generalmente si colloca in questo sito è da notarsi, che 
Dionisio d' Alicarnasso , il solo fragli scrittori antichi 

che la ricorda così ne parla, lib. 1. e. XIY 

» Delle città , nelle quali primieramente gli Aborigeni 
» abitarono, poche erano rimaste in piedi a'tempi miei 
» ma la maggior parte di esse dalle guerre e da altri 
» mali micidiali afflitte , sono rimaste deserte. ERANO 
M NEL TERRITORIO REATINO non lungi dagli ap- 
» pennini , come Terenzio Varrone scrive nella opera 
» sulle Antichità^ e distanti dalla città di Roma per lo 
» meno un giorno di viaggio: delle quali io enumererò 
» le più illustri secondo che quello storico le descrive». 
Quindi nota come Palatium e Trebula erano distanti da 
Rieti l'una 25 stadj presso la via Quinzia, l'altra circa 
60 sopra un tumulo di giusta grandezza : e come Ve- 
sbola n'era distante quanto Trebula, cioè 60 stadii, vi- 
cino ai monti Ceraunii: e Suna 40 da Vesbola, e Mefi- 
la 30 da Suna : e soggiunge : » quaranta stadj poi di- 
» stante da Mefila era Orvinium, città illustre e gran- 
» de quanto alcun' altra di quella contrada: della quale 
ì> visibili sono le fondamenta delle mura , ed alcuni se- 
» polcri antichi magnifici : e recinti di cemeterii , che 
» si dilungano come alti tumuli : e dove è ancora una 
» cella di tempio antico di Minerva eretta sopra la som- 
j|,:mità della cittadella. » Dionisio pertanto ^tabllLsce co- 



380 

me punti fissi : che tutte quelle città che ivi nomina , 
fralle quali anche Orvinium, erano nel territorio reatino: 
che le meno distanti da Roma erano lontane un giorno 
almeno di cammino: che Orvinium per Mefila, Suna, e 
Vesbola era distante da Rieti ossia Reate 170 stadj , 
pari a miglia romane 21 e due ottavi: e finalmente, che 
Orvinium era una delle città più nobili , e conservava 
vestigia ragguardevoli delle mura, de' sepolcri , e del 
tempio di Minerva. Rieti è distante circa 49 m. da Ro- 
ma, che è quanto dire una forte giornata di viaggio; e 
Moncone , o piuttosto i Pedicati sono 26 m. distanti , 
da Rieti, e poco meno, che altrettanto da Roma, stan- 
do fuori della strada diretta di Rieti, quindi non sono 
per alcun modo con la situazione de' Pedicati di accor- 
do le circostanze assegnate da Dionisio per Orvinium , 
poiché non è territorio reatino quello di Moricone, ma 
molto distante da esso , non è un giorno di distanza 
lontano da Roma, ma appena una mezza giornata: non 
è 21 m. ed un quarto distante da Rieti ma 26: non pre- 
sentano le rovine de' Pedicati l'apparenza di grandezza 
che Dionisio descrive in Orvinium. Il fatto é che oggi 
è ben stabilito dagli avanzi esistenti, che le quattro cit- 
tà degli Aborigeni nominate di sopra, Vesbola, Suna, 
Mefila , ed Orvinium erano nella valle del fiume oggi 
denominato Salto, nel distretto chiamato il Cicolano en- 
tro i confini del regno di Napoli. Le montagne di Nu- 
ria sono i Ceraunii di Dionisio , e senza entrare per 
ora nella discussione di Vesbola, Suna, e Mefila pos- 
siamo esser lieti di ritrovare le rovine di Orvinium pre- 
cisamente tali, quali le descrive lo storico di Alicarnas- 
so , in Civitella di Nesce e nel suo distretto , e sulla 
sponda sinistra del Salto. Imperciocché il Martelli na- 
tivo di que'luoghi, e che li ha particolarmente illustra- 
ti con varii scritti , e particolarmente con quello ititi- 



381 

tolato Le Antichità de* Sicoli, narra, che ivi » si vede 
» ancora al presente, un vastissimo recinto di fabbri- 
y> ca ciclopica con la sua area in mezzo di figura qua- 
» driiatera, lungo palmi architettonici romani 398 , e 
» sei oncie alla parte di mezzogiorno , palmi 250 a 
» ponente congiungendosi questi due lati ad angolo 
* retto, palmi 260 al Iato di tramontana, e 415 al la- 
». tjO di Levante. I sepolcri nelle roccie de'monti, eret- 
)) ti sui scogli di pietra viva, che tuttora risaltano a- 
» gli occhi de'passeggieri nelle logore incisioni: la mul- 
ti' tiplicità di essi lungo le vie pubbliche , che guida- 
)» no a Teschio Rocchiano, Valle Varia, Poggio di Val- 
i) le, ed al ponte del monumento, così chiamato per 
» un vetustissimo mausoleo, le cui basi ciclopiche an- 
ìt cor durano ec, l'accertano per una potente metro- 
fi poli de' vetusti secoli. » In queir area quadrilatera 
io credo di ravvisare quella del tempio di Minerva nel- 
l'acropoli di Orvinium, come ne'sepolcri quelli nomina- 
ti dall'Alicarnassèo, quali caratteristiche di quella città 
degli Aborigeni ancora superstiti a'suoi giorni. Il Mar- 
telli attribuì quelle vestigia a Mefila, ed in questo mi 
sembra avere errato, poiché oltre che le rovine hannp 
un' analogia strettissima con quelle notate da Dionisio , 
la distanza da Rieti ancora vi si accorda , che è di 
circa 22 miglia risalendo per la riva destra il corso 
del Salto, analoga a quella che egli assegna fra Rea- 
te ed Orvinium. 

Ciò sia detto per mostrare non potersi riconosce- 
re Orvinium presso Moricone ; quanto alla opinione , 
che inclina a riconoscere Cameria alli Pedicati , a suo 
luogo nell'art. CAMERIA si vide, dove fu quella crt- 
tà, cioè circa 8 m. distante da Moricone verso orien- 
te fra Tibur , e Varia , e perciò neppur Cameria può 
ivi ravvisarsi. Non così può dirsi di Regiilum città sa- 



382 

bina ricordata da Dionisio lìb.'V/c.> XI,. Livio lib. II. 
e. XVI., e Svetonio in Tiberio e. I. scrittori, che con- 
cordemente dichiarano, che fu una città de'Sabini, dal- 
la quale Atta Clauso , dai Romani detto Appio Clau- 
dio!^ "stipite della gente Claudia , trasmigrò in Roma , 
pòco dopo la espulsione dei re, cioè l'anno 252 di Ro- 
ma, insieme con una gra^ turba di parenti, amici, e 
clienti, calcolati a circa 5000 atti alle armi, rinforzo 
utilissimo a Roma in que' primordii della libertà, on- 
de per dimostrare la gratitudine a quel condottiero i 
Romani concedettero ai Claudii tutte le terre fra Fi- 
dferid « Ficulea, e di loro formarono una nuova tribù 
riastica, che perciò Tribus Claudia fu detta. Ora quel- 
la citfà di Regillum era fra le sabine una delle più 
vicine a Roma: e siccome tre sole da questa parte se 
ne ricordano dagli antichi scrittori, cioè la notata Re- 
gillum, Eretum, e Cures: e di queste il sito di Ere- 
tura è determinato a Grotta Marozza, e quello di Ctt- 
res presso Arci; ne siegue, che non esistendo altre ro- 
vine di una città entro i confini sabini da questa par- 
te, se non quelle presso Moricone alli Pedicati, d'uopo 
è ravvisare in esse gli avanzi dell'antico Regillum. Di 
questa città dopo il fatto di Appio Claudio non si fa 
ulteriore menzione, e da essa ebbe origine il cogno- 
me di Regillensis , che assunse il ramo principale di 
questa famiglia ricordato ne' fasti , ed insensibilmente 
abbandonato, dopo che ne assunse altri, da altre cir- 
costanze introdotti.jii » azwììU'in \ìì] oìiyù •:!;. «.j 

j .....;..>ji^ ,/jsup ^ oiio.iìiolf òic'jiq mmavnU -n 

oue s t^fi-'i^'»*" ^''^ GÌi3inB3 9i£»óeoiio'Hi n Kitìluffi 'xh 
Ah clbnp lii 9fof> \')bÌT u AUIHMA:) Jte'ihjf r>^oiJÌ 
~n'»no oe-i'i/ aflOoiioM fib 9)fi!J?ib .ni 8 15 >TÌ'> 'wh ,ji) 
óuq ùvjmtò nuqqyn òhi^)(\ ;> , f.hsY j « ifuiiT r.Yl '>t 
■-■t>\ iìù'i mirlli^jflH ih h-iih óoq i:0:> n-o»! .vizzbivi i : 



S83 

,,^, }.,.; MORLUPO. i 

dastrum iHorilnpa Moxlnpo. ^ ,,^^ 

' ì 

Terra, che conta 1007 abitanti, posta nella Comar- 
ca e distretto di Roma , dipendente dal Governo di 
Castel Nuovo di Porto, circa 21 m. distante da Roma 
a destra della via flaminia per una strada che diver- 
ge da questa a Monte della Guardia , che è V antica 
stazione ad Vicesimum, e che per un tratto è l'antica 
via , che portava a Capena. Essa é situata sopra una 
delle ultime pendici del monte Musino, come la vicina 
Terra di Castel Nuovo , e forse un tempo era uno 
degli oppidi, che formavano la lega dei Capenates Foe- 
derati, della quale si fa menzione nelle lapidi antiche, 
imperciocché il modo particolare con che sono cavate 
le rupi , che ne precedono l' ingresso , ridotte oggi a 
grotte per usi communi, insinua facilmente che furo» 
no un tempo sepolcri, e per conseguenza, che ivi esi- 
stè una popolazione fin da'tempi remoti. Qualche fram- 
mento poi di architettura sparso per la Terra dimo- 
stra, che neppure ne'tempi imperiali fu trascurata que- 
sta situazione, come noi fu ne'tempi bassi, poiché nel 
secolo XI era ivi di già un castrum , che nella bol- 
la di Gregorio VII dell' anno 1074 data a favore del 
monastero di s. Paolo, a cui apparteneva vien designa- 
lo col nome di Castrum Mori lupo , come con quello 
di Castrum Morlupo lo è in quella d' Innocenzo III 
data r anno 1203 a favore dello stesso monastero, ed 
inserita come l'altra nel Bollarlo Cassinense del Mar- 
garini. Nel secolo XIII , questa terra ancora , come 
altre poste sulla riva destra del Tevere vicino a Ro- 



m 

ma divenne proprietà degli Orsini, e nel secolo XVIT 
passò in quella de'Borghesc. 

Incerta -è la origine del nome, poiché non posso- 
no adottarsi le opinioni raccolte , o immaginate sopra 
tale argomento dal Degli Effetti, e dall'Eschinardi, co- 
me quelle che ad efimerc congetture e speciose si ap- 
poggiano , le quali io non giudico di riferire perchè 
crederei abusare della pazienza del lettore. Giovi sem- 
pre di ricordare la massima, che nelle ricerche anti- 
quarie y quando non si può dare una opinione proba- 
bile , è meglio di confessare non conoscersi la cosa. 
E questo è il caso circa la etimologia di Morlupo. 
. V i Una bella iscrizione scorniciata di travertino pro- 
veniente dalle cave antiche del monte Soratte ricorda- 
te . da Vitruvio, la quale leggesi a destra, nell'ingresso 
^ella Terra dinanzi il muro di una casa , mostra co- 
Bie varii liberti della gente Popillia ebbero sepoltura 
«elle sue vicinanze, indizio che quella famiglia roma- 
na possedette terre in quelle contrade. I caratteri so- 
no di bella forma^ e per argomento di analogia direb- 
boQsi appartenere, al primo secolo dell'impero* < :<; ,v 

-9ifp fihC . POPILLIO . ^ . L . EROTI»'^^ ff^^^ 
foa Arf'Moq ,r<^y-E\ . TESTAMENTO ^u.^Giina ti\?. 
Aod f i?G . POPILLIVS . C . L . CINNAMV^ ^^^ "^^ 
hb oiov, POPILLIAE . C . L . TERTIAE '^- i^* -'^ 
-fin?»i?f>liC";JPOPILLIO . C : 3 . L . TERTIO^ *'^»«^'" 
olljMJp nfto amo* , «M]nìraijLu-.< :ii i'^fi) ii> huoiì lo.) o! 
in osfi'ioonnl 'h B!i'j«;p ni 6 o\ oqnhol/[ minl^fiD ib 
ho ,on5l2pnom o?.?.<}t?5 ofbb sioyr.l n Wkl cu;tk '1 B)f.l> 
-icM ''ih n'fnonh?R3 oi-ir.lIoH ha .Mtl,r.'l e.'no;j c'.hazr.ì 
sfRoo , sionr, etisI «Je'iL'p , MI/ oloo;>?, hK .fOÌif.j; 
--fi « oniùv 819V9T lob r>'i)'f.ùb Brh nV.m qì?.0(\ «ìt»!» 



HOROIO. Vi (>>'>iMv\ 

O/I 

illorolum» 



Itlaurormn. ^aatrum Mém^' 



: Tenimcnto oggi posseduto dai Borghese, che ÌT9M 
ii(Mne da un castello diruto de'tempi bassi situato pres- 
ta via flaminia a sinistra, 23 miglia e mezzo fuori di 
porta dei Popolo , cioè circa 24 e mezzo fuori della^ 
porta antica di Roma sotto il Campidoglio, onde com-* 
prese la stazione della Villa Rostrata , la prima suU* 
via flaminia ricordata dall'Itinerario di Antonino a tale 
distanza da Roma. Questa stazione non si ha neiritine'<> 
rario Gerosolimitano, e non si nota neppure nella Carta' 
Peutingeriana. Indizio per credere , che almeno nel se- 
colo VII, al quale quella Carta appartiene fosse di già 
deserta. .'>-:^iiì//^url ;& ujic fiàns^iì' oì 

E incerta la etimologia del nome Rostrata , poiché 
quelle allegate dagli scrittori, che parlarono di queste 
contrade nel secolo XVII sembrano troppo ricercate. E 
fra queste è pur quella che vuol derivarsi dalla Domus 
Rostrata di Pompeo: quasi che avendo quel capitano in 
Roma presso il tempio della Tellure nel Carine , una 
casa ornata di rostri, Domus Rostrata, per testimonian- 
za di Capitolino, nella vita de' Giordani capo III, avesse 
pure una Villa Rostrata poco meno di 25 miglia lonta- 
tano da Roma. 

;;> ^. Lo stato di villa, e di s^tazionc indica da per se 
stesso la opportunità del sito: e forse non sarebbe im- 
probabile supporre, che almeno nella decadenza dell'im- 
pero vi fosse acquartierata qualche tarma di cavalieri 
mauri, che militavano negli eserciti romani, donde de- 

25 



d86 

rivasse il nome (li Mauroro che fin dall'anno 996 ebbe 
la contrada, siccome si trae dal diploma di Ottone III 
a favore del monastero di s. Alessio sul monte Aventi- 
no riferito dal Nerini , nel quale ricordasi una cella s. 
Stephani in Mauroro. Poscia sulle rovine della stazione 
formossi un castrum^ che nella bolla di Onorio III, con 
che confermò i beni a quel monastero 1' anno 1217, al 
quale apparteneva, si nomina Castrum Morori ed a quel- 
la epoca medesima per alternazione di pronuncia s' in- 
trodusse il nome odierno di Morolo, poiché in un'altra 
holla dello stesso papa Onorio III, data a favore de'fra- 
ti della Redenzione degli Schiavi , che oggi appelliamo 
del Riscatto e riferita nel Bullarium Vaticanum T. I. p. 
100 cosi vien designato questo castello, come pure in un 
atto dell'anno 1252 inserito dal Nerini nell'Appendice, 
nel quale si rinnova la memoria della chiesa di s. Ste- 
fano. Dai monaci di s. Alessio questo fondo passò ai 
Savelli^ signori di Rignano, e questi circa 1' anno 1503 
lo venderono ai Borghese. 



MORRA M. V. GENNARO M. 



illJO 



iiii ov\ MORRONE V. DECIMO. i> ^ ^ 

?,'uj : .. MOSTACCIANO. -? != '^^■-■r; iuk ■' 









>« Tenuta dell'Agro Romano pertinente al Capitolo di 
8. Nicola in Carcere posta fuori di porta s. Paolo circa 
5 m. distante da Roma a destra della via laurentina an- 
tica, oggi strada di Decimo, la quale confina con le te- 
nute di Decimo, Acquacetosa, Torraccio, e Grottone. Com- 



387 
prende circa 105 rabbia divise in quattro quarti. Il suo 
nome come pure la pertinenza del Capitolo sovraindica- 
lo rimontano al secolo X della ora volgare ; impercioc- 
ché Sergio III. l'anno 905 enumera in una bolla ripor- 
tata dal Marini ne Papiri Diplomatici p. 30 i beni della 
colleggiata di s. Nicola in Carcere, e fra questi nomina 
appunto il fondo di Mostacanum , che è il presente , il 

quale non ha mai più cangiato, né nome, né padroan 

pel corso di 932 anni. f»,i. -.fi .nr;'!! i u. >Min. 

'■• '. ■■'■!-- o!V)h '- ; !ì o~:/r'| tUfK.v^&j 

./ (1140UMVGILLA — MOriAAA MOEFIA AA. oihHmh 

Una delle famiglie della gente Papiria , o Papisia 
ebbe il cognome di Mugillana: e questo cognome per la 
prima volta apparisce ne* Fasti l'anno 310 di Roma, al- 
lorché narra Livio lib. IV. e. VII. che Tito Quinzio 
Barbato interré creò consoli Lucio Papirio Mugillano 
e Lucio Sempronio Atratino : Dionisio lo chiama lib. 
XI. cap. LXII. Agvìitog Ilocnipiog Mc^rXXovs?. Questi 
comparisce console per la seconda volta l'anno 327: Li- 
vio lib. IV. e. XXX. e tribuno de' soldati l'anno 332: 
lo stesso lib. IV. e. XLII. Il suo figlio Marco collo 
stesso cognome fu tribuno de'soldati quattro anni dopo 
Livio lib. IV. e. XLV: e di nuovo nel 338, Livio ivi 
e. XLVII. e console nel 343: lo stesso e. LIL Un lo- 
ro discendente fu il console Lucio Papirio Mugillano 
ricordato da Livio lib. Vili. e. XXIII, che ottenne i 
fasci nell'anno 428. e questi é l'ultimo che si ricorda. 

Questa famiglia tolse il cognome da una città del 
Lazio antico, come i Tarquinii Collatini da Collazia, 
i Sulpicii Camerini da Cameria, ec. la quale si chia- 
mò Mugilla, ed é ricordata da Dionisio lib. VIIL e. 
XXXVI. Questi narrando la scorreria di Coriolano di- 
ce, che quell'esule, dopo la presa di Pollusca, s'im- 



388 

padroni delle città degli Albieti, e de' Moegillani baf-' 
tendone le mura: Al^tvjrag /xsv cw y.at MoiyiXoctvcvg ex 
Z£[)(^o[xaxtag ai psi nomi alquanto corrotti dai copisti 
dovendo leggersi Ax^moczag e Moyiklocuovg: e, che do- 
po la espugnazione di Mugilla, attendossi circa 4 m. 
lungi da Roma sulla via latina. Era pertanto Mugilla 
Una delle città del Lazio più vicine a Roma, e forse, 
come rovine di essa dcbbonsi riconoscere quelle sul 
limite del territorio di Marino verso la tenuta di Fal- 
cognani presso il così detto ponte delle Streghe , di- 
rimpetto à quelle di Apiolae descritte a suo luogo v. 
APIOLAE. Mugilla dopo la impresa di Coriolano sva- 
nisce affatto dalle pagine della storia. 

-ir, .imoìi tèi dì MURÀTELLA. «({j^ti fcjiov Bmk*( 

' f" MTre tenute diverse nell'Agro Romano sono designa- 
le, con questo nome, come quelle, che forse un tempo 
furono circondate di muro. La prima è fuori di porta 
del Popolo a sinistra della via flaminia, ossia strada di 
prima Porta , la quale si lascia verso il quarto miglio. 
Essa appartenne al monastero di s. Apollonia e si esten- 
de per rabbia 35 e un quarto. Confina con quelle del- 
la Inviolata, e della Crescenza. 

La seconda è fuori di porta Portese ed è attraver- 
sata dalla strada di Fiumicino circa 7. m. lungi da Ro- 
ma. Appartenne ai Lepri: si estende per quasi 204 rab- 
bia di terra, e confina colle tenute di s. Cecilia, Caset*- 
ta Mattei, Pantanella, Campo di Merli, Magliana, Prati 
di Tbr Carbone, e Capo di Ferro e Pisciarello. iXt,A 
-'.ìjS > La terza già de' Borgia di Velletri è circa 18 m. 
fuoiì di pòrta s. Paolo sulla via di Ardea a sinistra. 
Confina colle tenute di s. Procula, Pian de'Frassi, Ca- 



389 
stagnola, e Fossa: e si divide ne'quarti detti della stra- 
da di Ardea» del Casale, e di Pian de'Frassi. 

' ^ - à oKc.'-;? . uivu »;rn 51 

.;[h; ' NAZZAISO.■■,\^^;^ u . 'n'n'io 

-cjaLfi )f!il» ,;:»no'Ì ih oirriJisii) ì noiÈitiol} eAiQti ffiofjRK ih 

> ,?rfn'!*'i'^^ì^<Kf!';l IV ■vììììvuI) yfHon il - 

;:Mp lab , r.n«iC[ ib o-iuB? o^aoni 

Terra situata fra colli ameni , e boscosi sulla riva 
destra del Tevere a picciola distanza del fiume. Essa è 
posta entro i limiti della Comarca nel distretto di Ro- 
ma e sotto il governo di Castelnuovo di Porto , e con-r 
tiene 532 abitanti. La strada per andarvi da Roma di- 
cesi volgarmente della Teverina, e si distacca a destra 
della via flaminia al settimo miglio da Roma a Prima 
Porta: essa è tracciata nell'andamento dell'antica via ti- 
berina. Da Roma a Nazzano si contano 28 m. 

Questa Terra apparteneva ai monaci di s. Paolo 
fin dai secolo XI. ed allora era di già un villaggio, poi- 
ché un Giovanni di Nazzano si ricorda in due atti ri- 
portati dal Galletti : il primo ( Primicero p. 281 appar- 
tenente all' anno 1059, 1' altro al 1062 ( Gobio p. 45 ): 
e come pertinenza de'monaci di s. Paolo si ricorda col 
nome di Castellum Nazani nella bolla data da Gregorio 
VII. l'anno 1074. Veggasi il Bullarium Cassinense. Cir- 
ca l'anno 1280 si trova nominata di nuovo fralle altre 
possidenze di s. Paolo in una bolla riportata dallo stes- 
so Galletti Primicero p. 348, come un castrum. Finalmen- 
te r anno 1471 fu riunito al suo territorio la metà di 
quello di Meana, Terra diruta posta nelle sue vicinanze. 
Veggasi il Galletti Capena p. 196^1^^ M t,jo ,i)aoir.qq«^ 

' <)!>'>itn •Hiun '» u)nììi/iì\ol o^to(f no bu ois'xn ni <»■' 



390 

È una Terra circa 20 m. distante da Roma v^rso 
oriente , posta a sinistra della via appia e della strada 
di Napoli, nella Comarca e distretto di Roma, dipenden- 
te dal Governo di Genzano> che contiene 846 abitanti. 

11 nome direttamente deriva dal famoso Nemus, o 
bosco sacro di Diana , del quale così parla Strabono L 
V. e. III. §. 12. « Ed il tempio di Diana che chiama- 
)) no Nemus è nella parte sinistra della via , che esce 
» dall'Aricia per coloro che salgono al tempio dell'Ari- 
»: cina. Dicono che questo sia una derivazione della Tao- 
» ricav imperciocché è circa il tempio in vigore un co- 
» stume barbarico e scitico; poiché é stabilito come sa- 
» cerdote quello, che di propria mano ha ucciso colui 
» che antecedentemente lo era, cioè un fuggiasco; egli 
» pertanto va sempre armato di spada > guardingo per 
» le insidie, e pronto a difendersi. Il tempio è nel bo- 
» «co: e^ dinanzi a questo é un lago profondo. Dintorno 
» lo corona un ciglio continuato di monti, molto alto, 
» il quale in sito concavo e profondo contiene il temr 
» pio e Tacqua. E le sorgenti possono vedersi, che em- 
» piòno il lago, fralle quali é ancor quella, che chiama- 
» si Egeria , che trae nome da una divinità. Lo scolo 
i) però d^l lago ivi non si vede, ma di fuori e lontano 
» mostrasi dove sgorga all'aperto. » Questo passo è chia- 
ro baStànteinenté per determinare il sito del tempio: la 
dea a cui era consagrato : la origine del culto : il rito 
barbaro , che a'suoi giorni continuava sulla scelta del 
sacerdote: il lago che avea dinanzi: le fonti perenni ed 
apparenti, che lo formavano, e T emissario visibile solo 
nella esterna pendice del cratere. 

E quanto al tempio, questo era nel cratere del la- 
go in mezzo ad un bosco foltissimo: e come questo bo- 



391 

SCO designavasi col nome di Nemus> la yicìna Alicia p(H 
sta anche essa in mezzo a que' boschi ebbe T epiteto di 
fietnoralis da Ovidio. Il bosco ebbe pure il nome di E- 
geria , Virgilio lib. VII. y. 763 e seg. come la fonte , 
da una ninfa locale, fonte che si vede ancora abbondan- 
te, perenne, e limpida, sgorgare sotto il villaggio odier- 
no , il quale annicchiato sopra il ripiano di una rupe 
altissima tagliata a picco è succeduto al tempio , oggi 
sparito affatto. Strabene , come si vide non indica chi 
fondò il tempio, ma solo, che la tradizione lo riguarda- 
va come derivato da quello della Tauride: Servio però 
commentando il VI. della Eneide dice , che Oreste do- 
po la uccisione di Toante fuggì colla sorella Ifigenia 
dalla regione Taurica , e collocò non lungi dall' Ariccia 
il simulacro di Diana tolto di là. Pausania lib. II. g. 
XXVII. dice che Ippolito ritornato in vita rìtirossi in 
Italia presso gli Aricini, dove regnò, e dedicò un recin- 
to sacro a Diana, e ricorda il costume indicato da Stra- 
bene circa il sacerdote, del quale tornerò a parlare più 
sotto. Sia pertanto che vogliasi credere fondato da Ore- 
ste, sia che lo fosse da Ippolito, é certo che antichissi- 
ma n'era la origine: ed il costume barbaro per la scelr 
ta del sacerdote n' è una prova ulteriore, come quello» 
che risentivasi della fierezza de' costumi primitivi degli 
abitanti quasi selvatici. L'architettura di questo tempio 
è stata descritta da Vitruvio per la particolarità di pre- 
sentare colonne a destra e sinistra ai fianchi del pronao: 
item argutius Nemoriy Dianae^ columnis adiectis dextra oc 
sinistra ad humeros pronai, lib. iV. e. Vili oi^iììrRtr A ih 
H rito descritto da Strabone sulla scelta del sacer- 
dote della dea, continuava ancora ai tempi di Pausania 
sotto Marco Antonino, e Gommodo: ed egli aggiunge a 
quanto dice Strabone particolari, che dimostrano, esser» 
servi fuggitivi, che venivano condannati al dueUo, che 



392 

decideva del sacerdozio. Un bel bassorilievo di stile ar- 
caico alto 2 piedi, largo 3 e mezzo fu rinvenuto pres' 
so la mola di Genzano in Vallericcia 1' anno 1791 dal 
prelato Despuig, poscia cardinale, che lo mandò a Pal- 
ma nella isola di Majorca, sua patria, per te^timoniaur- 
za di Lucidi Storia dell' Ariccia p- 97, il quale fu pre- 
sente alla scoperta e questo monumenta fu dai prelato 
dato ad incidere per la rarità del soggetto ed il meri- 
to di arte a Pietro Fontana all'epoca del suo ritrova- 
mento , e poscia riprodotto da Geli nella sua Topogra- 
phy of Rome and its vicinity. Rappresenta questo basso- 
rilievo r esito del combattimenti frai due competitori: 
il sacerdote in possesso , ferito a morte dal suo rivale 
giace per terra reggendosi colla destra le intestina, che 
gli escono fuori dalla ferita: il vincitore rivale , vestito 
di clamide, tiene la spada in nKino: quattro antistiti, o 
sacerdotesse sono presenti alla scena, due stanno in at- 
to di supplichevoli, alzando le mani al cielo: delle al- 
tre due, una pone la destra sull'omero del vincitore in 
atto di calmarlo , o di accarezzarlo. Da Svetonio d^lla 
vita di Caligola e. XXXV. apprendiamo, che questo sa- 
cerdote avea il nome di Rex Nemoremis, come rappre- 
sentante il re Toante. Tal rito cessò nel quarto secolo 
definitivamente l'anno 391 della era volgare, allorché fu- 
rono inibiti affatto i riti della religione pagana, e chiu- 
si i templi, per la legge di Valenliniano II. e Teodosio. 
Cessato il culto di Diana, il bosco sacro costituì la 
Massa Nemus, la quale nel secolo IX. per testimonianza 
di Anastasio Bibliotecaria apparteneva alla basilica di s. 
Giovanni Battista di Albano e per tradizione dicevasi 
a quella assegnata fin dai tempi di Costantino , quando 
cioè ancora esisteva il culto della dea. Rendeva a quel" 
la epeca solidos ducentos et octoginta; ma non era anco- 
ra un castrurìiy o una Terra abitata. Né puà dirsi con 



393 
sicurezza che Io fosse neppure anticamenfe, come suol 
credersi per un passo di Appiano. Questo storico nel 
lib. V. delle Guerre Civili racconta, che nella guerra fra 
Ottaviano e Lucio Antonio, il giovane Cesare raccoglieva 
danaro da templi promettendo di renderlo con usura , in 
Roma dal Campidoglio, e da Anzio, Lanuvio, Nemore, e 
Tiòur, nelle quali città anche oggi sona specialmente tesori 
abbondanti di ricchezze sacre. Osservando attentamente il 
senso di questo passo è chiaro, che ivi intcndesi parla- 
re de'tesori espilati da Ottaviano, che si conservano ne* 
templi, in Roma del Campidoglio, in Anzio della Fortu- 
na, in Lanuvio di Giunone, in Nemore di Diana, ed in 
Tibur di Ercole: or siccome nella massima parte i tem- 
pli denominati erano in città ad eccezione di quello di 
Nemore , Appiano ne ha fatto un carattere generale. 
D'altronde il rito poco accordavasi con una riunione ài 
uomini. 

-fi- Ma torniamo alla storia di questa Terra : essa ri- 
mase una Massa, cioè una proprietà costituita di mol- 
ti fondi insieme uniti, fino dal secolo IX. Ma la posi- 
zione fortissima e segregata dell'antico tempio non po- 
teva rimaner trascurata in epoche come quelle de'tem- 
pi di mezzo, e perciò fin dal secolo X fu occupata dati 
conti tusculani , i quali vi formarono un Castrum , o 
Terra fortificata, che nell'anno 1090 per testimonianza 
della Cronaca Sublacense fu da Agapito conte tuscula- 
no assegnata in dote alla figlia data in matrimonio ad 
Oddone Frangipane, e così i Frangipani divennero si- 
gnori di Nemi. Circa la metà del secolo seguente, cioè 
l'anno 1153, fu da papa Anastasio IV. conceduta ai mo- 
naci di s. Anastasio ad Aquas Salvias, e questa dona- 
zione venne confermata l'anno 1183 da Lucio III, co- 
me si ha da una bolla riportata dal Ratti in Appen- 
dice alla Storia di Genzano n. I. L'antipapa dementa 



394 

VII. nel 1378, volendo ricompensare i servìgi prestati- 
gli da Giordano Orsini, signore di Marino gli concedet- 
te questo castello insieme con altri formando una enfi- 
teusi fino a terza generazione, siccome si trae dal bre- 
Te riportato dal Ratti citato di sopra, al N. V. Questa 
medesimo scrittore riporta al n. XI. un atto del 142S 
fatto nel monastero di s. Anastasio dal quale ricavasi 
che Tebaldo degli Annibaldi avea invaso il castrum Ne- 
mi colla sua fortezza, e dopo la sua morte i suoi fi- 
gli Riccardo e Giovanni lo aveano continuato a ritene- 
re, finché Giovanni lo restituì all'abbate di s. Anastasio: 
e tale restituzione si fece ai 5 dicembre nell'anno 1412y 
come si legge nel Diario Romano riportata dal Murato- 
ri R. I. S. Tomo XXIV. p. 1033. Ritornato pertanta 
in pieno dominio de'monaci di s. Anastasio questo ca- 
stello nel 1412 , secondo il documento ricordata di so- 
pra, ncir anno 1423, 1' abbate lo die per un triennio 
in affitto a Giordano Colonna per 50 fiorini. Finalmen- 
te nel 1428 i monaci col beneplacito apostolico la ven- 
derono insieme con Gcnzano e col casale di Montagna- 
no ai Colonna per 15,000 fiorini del valore di 47 ba- 
iocchi l'uno, siccome si ha dagli atti originali riportati 
dal Ratti n. XIII. e XIV. 

Nel 1479 fu venduto insieme con Genzano al card, 
d' Estouteville , e dopo tornò ai colonna. Nella famosa 
divisione de' feudi fatta da Alessandro VI. l'anno 1501 
fra i figli di Lucrezia Borgia , ed inserita dal Ratti n» 
XIV, Nemi fu assegnato a Roderico. Morto Alessandra 
tornò in potere de'Colonna, che nel 1559 lo venderono 
a Silverio de Silveriis Piccolomini. Quindi venne in po- 
tere di Francesco Cenci, il quale nel 1572 lo vendette 
a Muzio Frangipani. Questa famiglia, che come si vide 
Io avea posseduto nel secolo XI. lo ha dopo l'anno 1573 
ritentilo fino all' anno 1781 , in che lo vendè al nipote 



\ 593 
di papa Pio VI. Luigi Braschi; il suo figlio Pio Braschi 
Io ha nel 1835 venduto al duca Giulio Cesare Rospiglio- 
si che n'è il signore attuale. 

»,J La situazione di questa Terra è pittoresca: e ma- 
gnìfica è la veduta che ivi si gode del cratere e del la- 
go sottoposto , che assomiglia ad uno specchio vastissi- 
mo. Nel resto, meno la rimembranza del tempio di Dia- 
na, nulla presenta degno di particolare osservazione. Il 
palazzo baronale ha tutto l'aspetto di un antico castel- 
lo feudale, ed è opera in gran parte de'Colonna, un tena- 
po signori della Terra, come pure la torre rotonda, che 
Io corona. Salendo sulla falda del monte , che domina 
immediatamente la Terra, apresi un panorama molto e- 
steso del Lazio marittimo e delle terre adiacenti de'Bu- 
tuli, e de'Volsci. Dal promontorio Circeo l'occhio spazia- 
si sopra tutto il littorale del mar tirreno fino al di là 
delle foci tiberine: Astura, Anzio, Ardea, Lavinio, Lau- 
rentò. Ostia e Porto sollevansi , come altrettanti pùnti 
più, ó meno sensibili secondo la distanza e la grandez- 
za loro. ì'j.-iy : 

Il Iago più cemmunemente detto dagli antichi ne- 
morense^ è come quello di Albano il prodotto di un vul- 
cano estinto, di che fan prova le materie che lo circon- 
dano, in parte lava durissima basaltina, in parte ceneri 
ammassate dall' acqua ed indurite dal fuoco , in parte 
ceneri e. scorie disciolte. Il perimetro è di circa 5 mi- 
glia: il livello è supcriore a quello di Albano. Celebre 
è la pretesa nave , da altri detta di Tiberio , da altri 
di Trajano, esistente sott'acqua, della quale parlano il 
Biondo , Leon Battista Alberti , e più particolarmente 
Francesco Marchi celebre architetto ed ingegnere mili- 
tare del secolo XVI. il quale vi calò. Nuove ricerche 
su tal proposito si fecero a'giorni nostri, alle quali, es- 
sendo stalo presente ed avendo esaminato attentamente 



396 

quanto venne estratto, od udito da coloro, che vi era- 
no calati ciò che .iveano veduto, parmi poter ricavarsi, 
che la prelesa nave altro non sia che la ìntelaratura 
de' fondamenti di un fabbricato : che i travi di questa 
Ìntelaratura , sono di larice , e di abete : che i chiodi , 
che li univano insieme sono di metallo , e di varie di- 
mensioni: che il pavimento, o almeno lo strato inferio- 
re [di esso era formato di grandissimi tegoloni posti so- 
pra una specie di graticole di ferro sopra le quali hav- 
vi il marchio CAISAR in lettere di forma assai antica: 
e queste graticole, come pure i tegoloni, alcune travi, 
ed i chiodi , possono vedersi nella Biblioteca Vaticana. 
Il marchio CAISAR sovrannotato sembra spiegar V uso 
di questa fabbrica. Imperciocché narra Svetonio nella 
vita di Cesare e. XLVI. che quel dittatore Villam in iVo- 
morensi a fundamentis inchoatam, magnoque sumptu aòso- 
lutam, quia non tota ad animum et responderat, totam di- 
ruisse quamquam tenuem adhuc et obaeratum : cominciò 
pertanto Cesare una villa magnifica , suntuosa nel Ner 
morcnse, e la disUussc dopo averla quasi finita, perchè 
non corrispondeva intieramente alle sue idee, e questa 
villa era stata fatta con gran spesa : magnoque sumptu : 
ora il marchio CAISAR è appunto quello di Cesare, per- 
chè è solo, isolato, non accompagnato dal prenome TI. 
cioè Tiberius, o dal cognome TRAIANVS: quindi io cre- 
do, che la pretesa barca altro non sia, che il fondamen- 
to di questa villa medesima fatto dentro il lago , onde 
dar luogo al fabbricato superiore: e questo essendo sta- 
to distrutto da Cesare stesso, il fondamento sott' acqua 
rimase, come pure sott'acqua si trovano avanzi sconvol- 
ti della fabbrica demolita. II punto scelto per questa 
villa era opportuno, essendo collocata dirimpetto al tem^- 
pio della dea, in riva al lago. o;i«o<]oiq hi l\>- 

JinuìA Nemi si va da Genoano per due strade: la pri- 



397 
ma è a sinistra di chi guarda il palazzo ducale , cioè 
dal canto dc'Cappuccini. Essa discende al lago, e lo co- 
steggia più, o meno dappresso, a sale a Nerai dal can- 
to della Mola e del Montano. Questa strada nella prima 
parte è antica: conserva per qualche tratto il pavimen- 
to che ha 8 piedi di larghezza e le crepidini: ed è fian- 
cheggiata da muri di opera reticolata. L'altra, parte dal- 
la piazza vecchia di Genzano, e salendo al ciglio del cra- 
tere lo segue fino al villaggio di Nemi. Questa e la più 
communemente seguita , perchè è la più commoda , ed 
è anche essa un diverticolo antico, che distaccavasi dal- 
l'Appia a sinistra, dove oggi è il nuovo duomo di Gen- 
zano. 

Andando per la strada, che scende al lago dai Cap- 
puccini può vedersi il bel capo d' acqua della fonte di 
Egeria , che dopo aver fatto girare la mola sbocca nel 
lago. Questa è quella descritta da Strabone, e celebra- 
ta da Ovidio Metam. lib. XV. v. 485 e seg. il quale 
cantò la tradizione , che Egeria , essendo una ninfa fu 
sposata da Numa, e dopo la morte di quel re ritiratasi 
inconsolabile nel bosco aricino fu da Diaj^a cangiata in 
una fonte: .i<iinl6i»»q^ ^mnìjtrA n am'jhoKu /^Ld : 8uf4 
f;rv omoJiiA ih ciyWDJirbifl iRj.) ^iRoilibti' lUivi'X il) «>rH*q^ 
i^eh póstqUaià sèrUér rkgnwmqùe àèvumque peregtt Tf.S 
Extinctum latiaeque nurus, populusquc, patresque ii 

Deflevere Numam: nam coniux urbe relieta jjfu'jafioa ftnti«f 
Vallis aricinae densis latet abdita sylvis: fJ jììÌ'j^^*^ pt» 

Sacraque Oresteae gemitu, quaestuque Dianac ■ - - ' tb 

Impedii. Ah quoties nymphae nemorisque lacusque i^ 

Ne faceret monuere et consolantia verba ìiUjtq a-iqoi aii:^, 

Dixere ......' ' ' ♦#, 

Non tanien Egeriae luctus aliena levare ,>•? 

Datntta valent: montique iacens radicibus imis "A i ÌM -ol 
Liquitur in lacrymas: dome pietate dolentis yt'not >*& ot(«'' 



398 

Mota soror Phoebi gelidum de corpore fontem um e •» uxd 
Fecifj et aeternas artus tentavit in undas. - ^ ■• ■' '■ 

iV^P/— NEPETE, NEPE. M i.ll h oi 

' Città vescovile della delegazione di Viterbo dipen- 
dente dal governo di Civita Castellana, circa 30 miglia 
distante da Roma sulla strada postale del Furio, la qua- 
le contiene 1507 abitanti. Essa è situata sopra il gran 
ripiano, che si apre fra la catena del Tapino, il Teve- 
re, e la catena del Cimino, in un punto dove questo 
è solcato dal rio Pozzolo , che discende da Sutri , e 
dal Falisco che in esso influisce : ripiano ondulato , in 
parte coperto da belli boschi di querele, 
ih ^Le mura che la circondano appartengono a tre epo- 
che diverse: le antiche di cui si vede un tratto presso 
la porta Romana sono di massi quadrilunghi di tufa lo- 
cale, disposti regolarmente a strati alternati, come nelle 
mura di Falerii ed in altre opere romane della repub- 
blica: quelle de' tempi bassi, fra le quali contasi ancora 
la rocca che porta le arme di Callisto III. morto nel 
1458 : e le moderne a bastioni , specialmente verso la 
porta di Civita edificata con architettura di Antonio da 
Sangallo verso la metà del secolo XVI. da Paolo III. La 
città è ben fabbricata; la parte di essa presso porta Ro- 
mana conserva ancora le traccie dell'incendio a che an- 
dò soggetta nel 1799. La chiesa è un bel monumento 
de'tempi bassi: essa ed il palazzo municipale sono sulla 
piazza , sulla quale pur veggonsi statue antiche togate 
poste sopra piedistalli. Uscendo dalla porta di Civita si 
vede il magnifico acquedotto a due ordini di archi tra- 
versare il rio Falisco, edificato anche esso da papa Pao- 
lo III: le rupi tagliate di tufa che ivi fiancheggiano il 
letto del torrrente sono di un effetto pittoresco sorpren- 



399 
dente frammischiandosi il color rosso del tufa al verde 
delle erbe e degli arbusti che lo ricoprono. 

Nepi era sulla via amcrina antica , come ricarasi 
dalla Carta Peutingcriana che così la indica, cioè: BAC- 
CANAS, Baccano; NEPE, Nepi IX m. più oltre: FALE- 
RIOS, Fallari V. m: CASTELLVM AMERINVM, Bas- 
sano XII: AMERIAM, Amelia IX: TVDER, Todi XVI: 
BETTONIAM, Bettona XIV: PERVSIAM, Perugia X. 
Le traccio di questa strada antica rimangono ancora , 
quantunque oggi a Nepi si vada per una strada affatto 
moderna. La via amerina distaccava a destra dalla 
cassia alla osteria di Settevene , ed ivi si vede ancora 
un arco del ponte antico, sul quale varcava il fosso Tri- 
glia: di là direttamente andava a Nepi passando per 
Monte Gelato : e dopo Nepi andava verso Fallari ossia 
l'antica Falerii, tratto che in parte ancor si conserva e \ 

che fu visitato dall' Olstenio: e da Falerii per Corchia- 
no si dirigeva ad Orte , dove passava il Tevere , e per 
Orte ad Amelia che le dava il nome. A Corchiano un 
altro ramo di essa diriggevasi verso Castellum Ameri- 
num, oggi Bassano ed è quello particolarmente indicato 
nella Carta Peutingcriana, e sotto di esso passava il Te- 
vere, donde per la Terra di Giove perveniva ad Ameria. 

La prima volta che si trova menzione di questa 
città nella storia è in Livio lib. VI. e. IX. e seg. allor- 
ché r anno 371 di Roma ì Nepesini spedirono insieme 
con quei di Sutri legati a domandar soccorso contro gli 
Etrusci ai Romani. Quindi a quella epoca si mostrano 
e gli uni e gli altri alleati di Roma, fatto che non dee 
recar meraviglia riflettendo, che dopo le recenti impre- 
se contra Veii e contra Falerii, queste città per la loro 
picciolezza e per la vicinanza al confine romano facil- 
mente si misero sotto la protezione della potenza allor 
dominante. Quella guerra fu condotta da Camillo, ehe do- 



400 

mandò per collega Valerio : nel primo incontro disfece 
gli Etrusci presso Satri, ed occupò quella città, che re- 
stituì agli alleati: quindi si diresse contra Nepi, che si 
era arresa ai nemici per tradimento di una parte de'cit- 
tadini. Ivi presentavasi una impresa più difficile , non 
solo perchè era in potere pieno de' nemici , ma ancora 
perché una parte de'cittadini era d'accordo con essi. Fu- 
rono pertanto spediti messi ai principali personaggi del- 
la città, perchè si separassero dagli Etrusci, e che di- 
mostrassero quella fedeltà che imploravano dai Roma- 
ni; ma essi risposero di non poter più far nulla, sen- 
do che gli Etrusci occupavano le mura e guardavano 
le porte. Camillo dapprincipio procurò d'incuter terrore 
agli abitanti col dare il guasto alle terre; ma dopo ve- 
dendo che più saldi stavano nella fede data per la re- 
sa, che in quella dell' alleanza co' Romani, colmò con 
fasci di sarmenti le fosse e data la scalata alle mura 
s'impadronì di primo assalto della città. Allora ordinò 
ai Nepesini di deporre le armi, ed ai suoi di salvare 
gl'inermi: gli Etrusci armati od inermi furono egual- 
mente trucidati : agli autori della resa fu troncata la 
testa colla scure: ed alla moltitudine innocua furono 
restituite le cose , e consegnata la Terra , lasciandovi 
però un presidio romano. L'anno 375 narra lo stesso 
Livio lib. YL e. XXL che il senato creò triumviri 
per dedurre una colonia a Nepi: questa secondò Vel- 
leio Patercolo lib. L cap. XIV. vi fu dedotta 1' anno 
384, cioè 17 anni dopo la presa di Roma fatta da'Gal- 
li , ed a quella epoca io credo che furono costrutte 
le mura che ancora si veggono, presso la porta roma- 
na delle quali fu parlato di sopra, poiché la loro co- 
struzione si accorda perfettamente con quella data, es- 
sendo analoga, come indicossi a quella delle mura del- 
la nuova Falerii, edificate non molto tempo dopo. Ne- 



401 
pi dopo quella epoca si mantenne fedele ai Romani, in 
guisa che nell'anno 457, dice Livio lib. X. e. XIV. che 
ab Sutrio, et NEPETE et Faleriis vennero legati in Ro- 
ma per avvertire il senato che si tenevan congressi dai 
popoli della Etruria per domandare la pace. 

L' anno 545 Nepi fu una delle dodici colonie che 
dichiararono ai consoli di non aver mezzi da fornire trup- 
pe e danari, onde continuare la guerra punica. Livio lib. 
XXVIL e. IX; quindi cinque anni dopo, secondo lo stes- 
so storico lib. XXIX e. XV. andò soggetta al decreto 
coramune colle altre di fornire il doppio del maggior 
numero di truppe che avea dato durante tutta quella 
guerra, e 120 cavalieri, o tre fanti per ogni cavaliere 
che non avesse potuto fornire, e queste truppe fossero 
scelte, e servissero a completare gli eserciti fuori d'Ita- 
lia: in caso di rifiuto si ritenessero in Romani magistra- 
ti e gli ambasciadori della colonia, senza poter ottenere 
udienza dal senato prima che non avessero adempito a 
tali ingiunzioni : finalmente che si esigessero ogni anno 
mille assi di stipendio per ciascun uomo: ed il censimen- 
to si facesse secondo quella formola stessa, dai censori 
adottata pel popolo romano. Silio Italico lib. Vili. v. 489 
pone la Nepesina cohors e gli Aequi Fedisci fra i contin- 
genti dell'esercito romano che furono presenti alla bat- 
taglia di Canne. 

. ,. Ho notato di sopra che questa come Sutri era una 
città piccola: e Sutri probabilmente fu sempre soggetta 
a Veii fino alla presa di quella città, come Nepi a Fa- 
lerii; e perciò dopo la presa di Veii e la dedizione di 
Falerii rimaste distaccate da quella metropoli formaro- 
no due piccioli stati', che si doverono assoggettare alla 
forza predominante di Roma sotto lo specioso titolo di 
alleate , e poco dopo sotto quello di colonie. Esse non 
cangiarono mai ne' tempi antichi questo stato di medio^ 

26 



4è2 

crit<^, e Strabene ai tempi dì Tiberio nel libro V. e. II, 
§. 9 nomina Nepi che scrive Nsttìtoc fralle piccole città 
della Etruria mediterranea suburbicaria ( noh.yVY} ) : dor 
pò di lui la ricordano Plinio lib. III. e. V. §. 8. e To- 
lomeo, ma senza aggiungere alcun particolare. E qui deb-^ 
bo avvertire quanto alla ortografia del nome, che Livio 
Io scrive Nepete, Patercolo iVepe, Plinio Nepetj Strabene 
Nsmra, e Tolomeo NsTrsTa. '"wnrJnoD «b^ra .nmBh » •. j 
La origine della sede vescovile di Nepi risale , se^ 
tondo rUghelli, fino alla epoca di s. Pietro; meno però 
la successione de'vescovi non si hanno memorie partico- 
lari di Nepi fino al principio del secolo VII. della era 
volgare, quando s. Gregorio ne'dialoghi lib, I. e, VII la 
Hcorda. Sembra però che a quella epoca fosse in auge. 
E quindi andò sempre crescendo a segno di divenire 
pentro di un ducato possente, che grande influenza eser- 
citò sopra Roma medesima nel secolo Vili. Infatti nar- 
ra Anastasio nella vita di Stefano IV creato papa l'anno 
768, che negli ultimi momenti della vita di Paolo I suo 
predecessore immediato , Totone dux nepesinae civitatis , 
che da qualche tempo abitava in Roma co' suoi fratelli 
Costantino, Passivo, e Pasquale raccolse una gran quan- 
tità di gente dal suo ducato, e da altre città della Tor 
scana, ed una caterva di contadini, i quali entrarono in 
Roma per la porta s. Pancrazio, e ragunatisi nella casa 
di Totone crearono papa Costantino suo fratello, che era 
affatto secolare, é prese il nome di Costantino II. Que- 
sta turba d'insorgenti lo fece consacrare di viva forza, 
"e lo mantenne sul soglio per un anno ed uh mese. A^ 
nastasio descrive con vivi caratteri quello scisma, che 
finì colla morte di Totóné medesimo, e colla formale de- 
posizione di Costantino per opera di que' di Rieti, e di 
'Furconio, e di altri Longobardi del ducato spolctano, e 
■poirassensò dèi re Desiderio. Ciò mostra la importanza 



403 
di Nepi in quel tempo , che sembra essersi come una 
meteora innalzata, e con rapidità essere tornata allo sta- 
to primitivo. È però da notarsi che questa città dopo il 
duca Totone _|sovrammenzionato non ebbe altri signori, 
e mai non fu la Terra feudale, ma immediatamente di- 
pendente dalla sede apostolica. Essa andò soggetta alla 
fiera devastazione de' Normanni nel secolo XI. chiamati 
in soccorso della Chiesa da Niccolò II. contro il conte 
di Galera e da Alessandro II. l'anno 1063. Verso la, me- 
tà del secolo XIII. fu assediata e presa dalle genti di 
Federico II. come narra il Riccobaldi nella sua storia 
presso il Muratori R. I. S. T. IX. p. 144. E recente- 
mente nel 1799 fu durante il governo republicano di 
Roma presa, saccheggiata, ed in parte incendiata, comò 
oltre le memorie contemporanee fan tesdmonianza le «a- 
se ancora rovinate, che si veggono presso la porta Ro- 

Ab' 'f»3uhi<o;i NEROLA. ,3^ij,''j,fxnÌ l^'etniifl 
-AMJ ;?. iC o;\f>il i.ù oJiìsl'i-..- ohiìanttA -/myT nlariii-p b 9!- 

il) iJìi). i ijjLJ<!n -OilòhJdcl ih 

• .'■•.■ r ('■ . :•.•■■. : •-.;-(.■;■■•* -t 

Ani b*,hi\!j xjo &(} ili 'tf!;,; ^mixiiìoiu.q i,]]'^h s))uì iixibni ^ .30 

Terra sabina nella Comarca dì Roma a destra det- 
la strada di Rieti, distante dalla metropoli circa 30 mi- 
glia posta nel distretto di Tivoli e sotto il governo di 
Palombara, la quale contiene 526 abitanti. Essa è sopra 
un colle molto elevato e boscoso, e nulla conserva che 
sia degno di particolare osservazione , sebbene sia di 
antica origine, poiché il suo nome deriva dalla voce sa- 
bina Nero che secondo Svetonio nella vita di Tiberio 
e. I. significava fortis ac strenuus: onde, come Neriene, 
dea degl'Itali primitivi corrispondeva aìì^. Virtm de'Ro- 
{Oilo*! (i non Cf^l,^ 'jìhb d t'.)bn)?; rtìhb oJJoqSfi'l rilniìlids- 



404 

mani, cioè alla forza coraggiosa, così Nerula equivale- 
va a piccola fortezza. 

Meno il nome niun'altra memoria antica ci rima- 
ne di questa Terra. Ne'tempi bassi si ricorda nella Cro- 
naca di Farfa fin dall'anno 1051, veggasi il Muratori 
R. I. S. T. II. P. IL p. 592. Nel secolo XIV. come 
altre Terre delle vicinanze fu occupata dagli Orsini e 
die il nome [di conti di Nerola ad un loro ramo. Nel 
secolo XVII. questi la vendettero ai Barberini che ne 
sono i signori attuali, 

;■■'''■■■"•;. ; ' NETTUNO. 

''"''"'Terra della Comarca di Roma sul mare, distante 
dalla metropoli circa 38 m. e da Porto d'Anzo, l'an- 
tica Antium, poco più di uno. 

Fino al Porto d'Anzio la strada da Roma è quasi 
la stessa , e credo doversi preferire a quella che poco 
prima di Anzio diverge a sinistra e conduce direttamen- 
te a questa Terra. Andando pertanto da Anzio a Nettu- 
no tutta la spiaggia vedesi coperta da rovine imponenti 
di fabbriche , residui di astraco , pavimenti di musaico 
ec. , indizii tutti della popolazione che avea occupata tut- 
ta questa costa. 

A destra presentasi la fortezza di Nettuno fondata 
da Alessandro VI, e successivamente ristaurata da Urba- 
no VIII. e da Alessandro VII. come si riconosce dagli 
stemmi esistenti di questi due papi. Oggi ò in uno sta- 
to di decadenza e di squallore, e d'altronde ad altro non 
può servire, che a guardia della costa contra i pirati ed 
a preservazione della sanità. Dopo avere oltrepassata que- 
sta fortezza entrasi in quello che chiamano borgo , e 
quindi nella Terra di Nettuno, che racchiude circa 1000 
abitanti: l'aspetto delle strade, e delle case non è bello, 



405 

mentre la situazione sarebbe amenissima: somiglia ad un 
forte senza averne le difese opportune ; pochi marmi 
frammentati antichi, rocchi di colonne, e capitelli, sono 
le sole memorie dell'antichità, che ivi si veggano: avan- 
zi forse del tempio di Nettuno , o trasportati dalle ro- 
vine della vicina Anzio: la chiesa principale dedicata ai 
due ss. Giovanni, il Battista e l'Evangelista è l'edificio 
più ragguardevole; il così detto palazzo Doria e la ca- 
sa soprannomata della Camera non offrono alcuna cosa 
degna di rimarco. 

Il costume delle donne di questa terra, specialmen- 
te pe* corsaletti, che sovrappongono, e per la ricchezza 
delle stoffe e degli ornamenti tessuti in oro ed in ar- 
gento, discostasi affatto dalle circonvicine contrade e non 
fa improbabile la opinione , che la popolazione annida- 
tasi in questo sito, dopo la rovina di Anzio, provenga 
dall' oriente. Poiché circa la origine di questa terra , è 
fama presso i moderni, che sia dai Saraceni, non dico- 
no se prigionieri, o vincitori, o pirati ivi raccoltisi nei 
tempi bassi: ora è possibile che nelle scorrerie de'seco- 
li IX. e X. fatte da que' pirati, spopolatasi Anzio e la 
costa attinente, una qualche masnada di essi si riduces- 
se in questo sito , e che da questa traesse principio la 
Terra odierna: è però altresì vero, che il costume degli 
uomini non ha nulla di orientale, ed è identico a quel- 
lo di tutta la contrada, come sempre lo fu: quindi l'ar- 
gomento tratto dal costume zoppica almeno per questa 
parte, ed al più potrebbe asserirsi, che i primitivi abi- 
tanti di questa Terra derivino dalle isole del golfo di 
Napoli, cioè Procida, Ischia, ec. , che nell'abbandono to- 
tale della costa anziate, attirati dalla pesca di questo li- 
do , profittarono di questo punto per formarvi un rico- 
vero, giacché il costume delle donne di Nettuno non si 



406 

allontana essenzialmente da quello de' luoghi sovraiu" 

dicati. 

Communcmente poi si crede dagli eruditi, come fu 
notato di sopra che dove oggi è Nettuno fosse in orì- 
gine r arsenale degli Anziati Volsci, che Livio e Dioni- 
sio appellano Caeno; ma questa opinione non si accorda 
col fatto, poiché il luogo non è atto in moda alcuno ad 
un porto: e d'altronde avendo gli Anziati la rada Matu- 
rale, coperta dal promontorio sarebbe veramente strano, 
che avessero voluto creare un arsenale in un luogo sen- 
za ricovero : Y equivoco naturalmente nacque dalP aver 
preso le rovine della villa imperiale di Anzio per quel- 
le di Anzio volsca , che sebbene vicina non era posta 
immediatamente sopra il mare , dove questo offriva un 
ricovero, onde gli Anziati furono portati a fare un' ar- 
senale distaccato dalla città, coperto dal promontorio, e 
questo è il Caeno di che fanno menzione gli scrittori 
sovraindicati. Quanto poi alla opinione, che Nettuno ab- 
bia tratto origine da un tempio sacro al Dio del mare 
è più probabile per ogni riguardo, sì per la località co- 
me pure pel nome; per la qual cosa io credo, che es- 
sendo rimasta la città di Anzio deserta per le scorrerie 
e pel timore dei Saraceni nel secolo XI , e X , cessato 
quel timore una qualche colonia delle isole napolitane 
attirata dalla pesca ubertosa di questo littorale sceglies- 
se per ricovero le rovine del tempio^ e del suo recinto 
sacro, ritenendo il nome di esso che si communicò alla 
Terra, 

La memoria più antica di questo castello , che io 
abbia trovata spetta all'anno 1163, e leggesi in una car- 
ta riportata dal Nerini p. 403. nella quale si fa parola 
della misura di grano ad esso particolare, che avea per- 
ciò il nome di moggio di Nettuno : modius Neptuni , il 
quale serviva di norma agli abitanti di tutta questa riviera. 



407 
Sembra , che circa quel tempo appartenesse ai monaci 
di Grottaferrata, ma non ne ho veduto alcun documen- 
to positivo, sebbene si asserisca dal Fea, Voto ec. pag. 
10; all'incontro trovandosi posteriormente sempre com- 
presa nel dominio de'signori di Astiira, prima i Frangi- 
pani e poscia i Colonna, ed essendo Astura fino dal se- 
colo X proprietà de'monaci di s. Alessio sull'Aventino, 
che erano possidenti di molte altre terre in questa par- 
te , propendo a credere , che anche Nettuno sia stata 
proprietà di quel monastero, che poscia è certo che fu 
di un ramo della famiglia Frangipani, e nel secolo XV 
pervenne ai Colonna: questi rimasero signori di Nettuno 
colle stesse vicende di tutta questa costa notate nella 
storia di Anzio fino all' anno 1594 in che Marcantonio 
giuniore lo vendette a Clemente Vili, ed alla Camera 
Apostolica , la quale nel 1831 lo ha rivenduto per la 
somma di 400, 000 scudi col vastissimo suo territorio 
ai Borghese. Neil' anno 1498. Nettuno fu confiscato da 
Alessandro VI. ai Colonna e con la bolla del 1. ottobre 
1501 assegnato a Roderico Borgia, bolla che si conser- 
va nell'archivio Sforza, e che nella parte, che concerne 
la divisione de' beni fatti dal papa fra Roderico e Gio- 
vanni Borgia suoi nipoti figli di Lucrezia fu data in 
luce dal Ratti Storia di Genzano Doc. XIV. È fu nel 
1498 appunto che da lui , onde tener meglio a dovere 
la contrada venne edificata la rocca. Ma poco dopo la 
casa Colonna riebbe il dominio delle sue terre. Due uo- 
mini insigni ha dato Nettuno Andrea Sacchi, pittore di 
gran fama nato nel 1600 e Paolo Segneri , fiore della 
eloquenza italiana nato Tanno 1624. 

Da Nettuno ad Astura sono circa 7 miglia seguen- 
do la spiaggia: il viaggio per terra offre rovine interes- 
santi, per mare è più dilettevole, quando il vento non 
sia contrario; ma naturalmente è meno istruttivo. Meglio 



408 

è seguire una via e tornare per l' altra , onde godere i 
vantaggi di araendue. Ora andando per terra seguesi 
per tutto il tratto la spiaggia, e nell' uscir da Nettuno 
si traversa il rivo che i dotti communemcnte suppongo- 
no essere il Loracina nominato soltanto da Livio Irb. XLIII. 
e. IV. dove narra il giudizio del pretore C. Lucrezio 
avvenuto circa 1' anno di Roma 584: in quello affare i 
tribuni del popolo accusarono quel magistrato dì estor- 
sioni, ed esso facevasi credere assente per afiPari pubbli- 
ci, mentre si conobbe al contrario che se ne stava nel- 
la sua villa anziate, conducendo T acqua del fiume Lo- 
racina ad Anzio : sed iam adeo vicina etiam inexplorata 
erant, ut is eo tempore in agro suo antiati esset, aq%tam- 
que ex manubiis Antium ex flumine Loraeinae ducerei: e 
questo passo mi sembra quasi decidere , che realmente 
il rivo odierno di Nettuno sia il Loracina, sì per la vi- 
cinanza ad Anzio, come per la bontà delle acque. Dopo 
questo rivo passasi quello meno considerevole della val- 
le di s. Rocco, diramazione di questo, e quindi tre mi- 
glia discosto dalla terra di Nettuno il più grande di tut- 
ti quelli fra Nettuno ed Astura. 
Ritornando a Nettuno e riprendendo la strada di- 
retta di Roma può andarsi ad osservare un magnifico 
monumento antico sepolcrale , che volgarmente chiama- 
no la torre del monumento, o il Torraccio. Questo è 3 
miglia circa a settentrione di Nettuno , lasciando dopo 
il primo miglio la strada romana a sinistra, e seguendo 
l'andamento di una via antica di communicazione, della 
quale incontransi di tratto in tratto vestigia, e che pro^ 
babilmente era quella che andava a raggiungere l'appia 
presso Tres Tabernae , dove ancora si vede la dirama- 
zione. II monumento appartiene agli ultimi tempi della 
republica ed è costrutto di un reticolato, analogo a quel- 
lo di Astura, con legamenti di tegole alternate come fa 



409 
notato in Anzio alla villa Corsini. Esso presenta tre cor- 
pi diversi uno sovrapposto all' altro: il basamento è un 
gran dado quadrato di 20 piedi per ogni lato, sul qua- 
le sopra un zoccolo innalzasi una mole rotonda, e sopra 
questa una specie di tempietto, pure rotondo, esterna- 
mente decorato di mezze colonne : esso terminava in 
una callotta , o cupola sferica : tutto era intonacato di 
stucco in modo da indicare, come se fosse costrutto di 
pietre: nel lato occidentale poi, dove passava la via, ri- 
mane ancora la incassatura della iscrizione, che avca 3 
piedi antichi di lunghezza e 2 di altezza. É affatto in- 
cognita la persona, alla quale fu eretto; che se per la 
costruzione della mole può dirsi contemporanea di Ci- 
cerone, non oserei mai dire essere della sua figlia Tul- 
liola, da lui tanto amata, mancandone affatto le prove, 
anzi dalla serie delle lettere ad Attico del libro XII. 
e del libro XIII. potrebbe desumersi il contrario. 

NOMENTVM. 

Cbìtas Kotmntana - €a0trum 
numcntanoc. 

MENTANA— LAMENTANA. 

Lamentana o Mentana è una Terra della Comarca 
di Roma nel distretto di Tivoli e governo di Palomba- 
ra la quale contiene 472 abitanti, ed è situata sulla an- 
tica via nomentana circa 14 m. e mezzo lontano da 
Roma. 

Essa è succeduta all'antica città di Nomentum, co- 
sì sovente ricordata negli antichi scrittori, dai quali ap- 



410 

parisce, che fu una colonia albana, ossia de'prischi La- 
fini fondata nel territorio sabino conquistato da Latina 
Silvio terzo re di Albalonga. Imperciocché Virgilio nel- 
la famosa predizione fatta da Anchise ad Enea , Aen^ 
lib. VL V. 773, parlando delle città, che i suoi discen-- 
denti avrebbero fondato dice: 

Hi tibi NomentUm, Gabios, urbemque Ftdenam. tic; 
L' autore della Origo Gentis Romanae poi al e. XXIL 
nota, che fu Latino Silvio che dedusse le colonie alba- 
ne: fralle quali ricorda Nomentum: e Dionisio lib. IL e. 
LUI. parlando di Fidefie scrive : w ed era una colonia 
» degli Albani fondata nello stesso tempo che Nomento 
)) e Crustumeria, essendone condottieri tre fratelli, dei 
» quali il primo fu quegli che edificò Fidene ». Quin- 
di Fidene , Nomento e Crustumeria furono fondate da 
tre fratelli nello stesso tempo, cioè sotto Latino Silvio. 
Nella guerra di Tarquinio Prisco contra le colonie al-' 
bane del distretto denominato de'prischi Latini, si trovò 
involta anche Nomento, la quale si arrese supplichevo- 
le, e perciò fu con somma clemenza trattata: Livio lib. 
L e. XXXYIII. Dionisio lib. III. e. L: poiché sembra, 
che il re di Roma si contentasse di far riconoscere lo- 
ro la supremazia della metropoli, ritenendo essi la for- 
ma del governo stabilito. 

Espulsi i re pel misfatto di Sesto Tarquinio i La- 
tini pe'maneggi degli esuli sostenuti da Mamilio genero 
di Tarquinio si dichiararono sciolti da ogni legame con 
Roma, e strinsero la famosa lega per ripristinare il go- 
verno monarchico : frai popoli che si ricordano da Dio- 
nisio lib. V. e. XLI. come partecipi di quella lega si 
nominano ancora i Nomentani. Ma come è noto, le spe- 
ranze de' Tarquinii, ed i tentativi della lega furono ab-< 
battuti dal valore romano nella battaglia del lago Re- 
gillo. Ivi stabilitasi dopo quella giornata la concordia 



411 
frai popoli belligeranti, i Nomenlani rimasero slretlanien- 
te attaccati dopo quella epoca ai Romani fino all'ultimo 
general movimento del Lazio sul principio del quinto 
secolo di Roma , descritto da Livio nella prima parte 
del libro VIIL Questo storico stesso al capo XIV. di 
quel libro narrando le diverse categorie , in che i Ro- 
mani posero i popoli vinti, dice, che i Nomentani furo- 
no messi in quella de' Lanuvini , come gli Aricini ed ì 
Pedani, cioè i Romani li affiinrisero alla cittadinanza, e 
dall'altro canto tollero essere ammessi ai loro sacrificii^ 
come se fossero stati un medesimo popolo. Quindi No- 
mento fin dall'anno 417 di Roma fu un municipio, che 
ebbe i diritti della cittadinanza romana. La vicinanza 
alla metropoli influì certamente all' insensibile suo spo- 
polamento successivo, ed alla oscurità in che venne, poi- 
ché di Nomento non si hanno altre memorie che quel- 
la della esistenza durante la republica e sotto gl'impe- 
radori. Veggansi Ovidio Fast. lib. IV. Strabone Kb. V. 
Seneca Ep. CIV. Columella lib. III. e. III. Plinio lib. 
III. e. XII. e lib. XIV. e. IV. e Marziale Epigram. lib. 
I. ep. LXXXV. lib. VI. ep. XLIII. lib. X. ep. XLIV. 
lib. VII. ep. LVII. Ed Ovidio, Seneca, e Marziale eb- 
bero fondi nelle sue vicinanze, che erano celebri parti- 
colarmente per la bontà de' vini. Questa circostanza, co- 
me pur quella dell'essere questa città attraversala dalla 
via nomentana , ed il riflusso continuo del popolo che 
dalla capitale spandevasi nelle Terre dintorno fece du- 
rante l'impero risalire Nomento a segno che sembra che 
essa crescesse a misura che la metropoli decadeva. In- 
fatti questa città era fin dal finire del secolo III. sede 
vescovile , essendo negli atti di s. Reslituto nominato 
Stefano come vescovo nomentano: e dopo di lui una se- 
rie quasi continuata di vescovi nomenlani si ha nell'U- 
ghelli Italia Sacra T. X. dal secolo V. fino al X. cioè 



412 

Orso nell'anno 415, Scrrusdei nel 465, Cipriano nel 487, 
Sereno nel 495, Romano nel 501, Felice nel 551, Re- 
dento nel 553, Grazioso nei 593, quando alla sede no- 
mentana il papa s. Gregorio unì quella di s. Antimo 
di Cures, divenuta per le scorrerie de'Longobardi qua- 
si deserta: reggasi la epistola XX del libro III. del Re- 
gistro d> quel pontefice: Costanzo nel 600, Generoso nel 
601, Sapienzio nel 649, Paolo nel 679, Benedetto nel 
743, Villano, o come meglio il suo nome leggesi nella 
Cronaca Cassinense Vulgario nel 753 , Cosma nel 826 , 
e Giovanni nel 964. Circa quella epoca sembra che que- 
sta sede si estinguesse, siccome vedremo, che verso la 
fine di quel secolo questa Terra andò rapidamente de- 
cadendo. 

Poche memorie di Nomento abbiamo ne* tempi bas- 
si, allorché al suo nome primitivo insensibilmente si so- 
stituì quello prima di Civitas Nomentana, poscia quello 
di Castrum Nomentanae, donde deriva il nome moderno 
di Mentana, o Lamentana. Merita però particolare men- 
zione il fatto ricordato dagli Annali Bertiniani presso 
il Muratori R. I. S. Tomo II. P. I. p. 504, da Anasta- 
sio nella vita di Leone III, e da altri scrittori, cioè che 
Carlo Magno l'anno 800 venendo a prendere la corona 
imperiale in Roma tenne la via di Sabina , onde il pa- 
pa Leone III andò ad incontrarlo col senato romano, col 
clero , e con tutte le corporazioni di Roma fino a No- 
mento, dove pranzò insieme col futuro impera dorè, e 
col quale entrò in Roma. In Nomento pure nel secolo 
seguente ebbe i natali il famoso Crescenzio Nomentano, 
che per qualche tempo regolò i destini di Roma col no- 
me di console e duca, che fortificatosi nella Mole Adria- 
na volle far fronte ad Ottone III. dal quale nel 996 
fu fatto morire. Sembra che dopo quella epoca Nomen- 
to per la malignità de'tempi andasse talmente cadendo, 



che si cstinse la sede episcopale, ed essa stessa ridotta 
allo stato di castello, castrum passò in potere de'mona- 
ci di s. Paolo , ai quali fu confermata con bolle da 
Innocenzo III. nel 1203, da Onorio III. nel 1217, e da 
Gregorio IX. nel 1236. Veggasi il Bollario Cassinense 
T. I. Leggesi nel Diario di Gentile Delfini presso il Mu- 
ratori R. I. S. T. III. P. II. p. 843. che sotto Inno- 
cenzo III divenne feudo de' Capoccia: questo dee in- 
tendersi però colla clausola di dipendenza dal monaste- 
ro suddetto , come apparisce dalle bolle sovraindicate. 
Corto fu il dominio di questa famiglia sopra Lamenta^ 
na, poiché nel declinare dello stesso secolo Niccolò III. 
die Lamentana ad Orso Orsini suo nipote, nò si fa più 
menzione dopo quella epoca del diritto de' monaci di 
s. Paolo. Gli Orsini ritennero il dominio di questa Ter- 
ra durante i tre secoli seguenti. L'anno 1484 per testi- 
monianza del Nantiporto ai 20 di gennaio andò sogget- 
ta ad un fortissimo terremoto : veggasi il suo Diario 
presso Muratori R. I. S. T. III. P. II. p. 1083: e due 
anni dopo pur nel gennaio venne spianata per ordine 
di papa Innocenzo Vili, come troppo partigiana degli 
Orsini: Infessura presso lo stesso p. 1202. L'anno 1594 
questa Terra fu venduta per scudi 250000 con tutte 
le sue dipendenze da Fabio e Virginio Orsini a Mi- 
chele Peretti principe di Venafro; e non molti anni 
dopo passò in potere dei Borghese , che ne sono i si- 
gnori attuali. 

La Terra è posta sopra il ripiano di un colle che 
la domina dal canto di oriente, ma che non vi ha al- 
cuna communicazione diretta, e dove probabilmante era 
stata edificata la città primitiva. La direzione però del- 
la via nomentana, che seguì questo ripiano fece a poco 
a poco edificare case ed alberghi lungo questa via me- 
desima, queste fecero insensibilmente abbandonare la 



414 

situazione più incommoda del colle, portandosi gli abi- 
tanti in questa pianura , occupando inoltre la fimbria , 
che si dilunga ^erso occidente, dove gli Orsini edifica- 
rono il loro castello , fimbria che non presenta se non 
tre accessi uno dal canto di Roma, o di mezzodì, l'al- 
tro dal canto di settentrione, ambedue per la via no- 
mentana, ed il terzo intermedio dal canto di occidente 
per un diverticolo antico della salaria, che distaccavasi 
dopo Tor s. Giovanni dal tronco principale. La Terra 
può distinguersi in Lamentana vecchia , e Lamentana 
nuova: la prima copre la fimbria sovraindicata , e pre- 
senta nelle case generalmente la costruzione del secolo 
XIII: essa comprende il palazzo baronale, che si rico- 
nosce appartenere a tre epoche diverse, cioè l' originale 
del secolo XIII. opera probabilmente degli Orsini: mol- 
te parti del secolo XV. e XVI, ingrandimenti del pri- 
mitivo. Da tutto ciò apparisce quanto esaggerato sia l'In- 
fessura riferito di sopra dove dice , che Lamentana fu 
spianata da Innocenzo Vili, nel 1486. Questa parte di 
Lamentana si riduce al palazzo sovraindicato, e ad una 
linea di case che lo circonda separate da esso da una 
strada. Attinente al palazzo è la chiesa, e dinanzi am- 
bedue una piazza. Per tutta la Terra veggonsi sparsi 
frammenti di marmo, di colonne, di bassorilievi residui 
dell' antica Nomento e de' sepolcri che erano lungo la 
via nomentana. Tali frammenti antichi particolarmente 
abbondano sulla piazza, dove specialmente attrae l'atten- 
zione un alto rilievo di grandezza naturale, del tempo 
degli Antonini , al quale danno il nome di s. Giorgio : 
presso r arco poi della porta gotica dell' antico castello 
vicino alla casa Santucci è una statua togata provenien- 
te forse dal Foro dell'antico municipio. Lamentana nuo- 
va poi consiste in un'ampia e lunga strada retta che è 
neir andamento dell' antica via, fiancheggiata a destra e 



415 

a sinistra da case edificate per la maggior parte nel se- 
jcolo passato : lungo questa via sotto il campanile della 
chiesa sopra cinque massi di marmo lessi le iscrizioni 
seguenti forse appartenenti a qualche sepolcro : tre ap^ 
partengono alla gente Erennia , e due alla Bruzia : le 
prime dicono: ■■■■■■•■ - 



HERENNIVS L. F. l HERKNNIA L. F. 
HOR , GALLVS MERVLA MAlOR 



HEREJtNIA L. F, 
MERVLA MINOR 



le altre due poi: iggo uiìj olf.irn 6 oìsbJ 

ìjii!} fìì :^'i otj;:e. i"'i'i '■■).. . - .b->A L» 

^'nhiì.ìf. Ji-u:. HOR !(J;jL'r-<>ptn 'n-)'! <;(«,■- ,orii"< oue bb 
.(Vii b« (AhuO db/io fO'tlhnìfib ihìc^iìHtàq ou> i» od-ì a 
:0'',>r Sì gli Erennii, che i Bruzii erano della tribù Orai 
zia , alla quale probabilmente era ascritto il municipio 
nomentano ed è degno di osservazione vedere che i 
primi amavano torre i cognomi dai volatili, ^aZ/ws, me-r 
rula: i Bruzii poi sembra, che fossero originarii di qué' 
ste contrade, e della loro villa presso Monte Libretti fu 
parlato a suo luogo. Dall' altra parte della strada sono 
in bassorilievo le protome di tre individui della gente 
Appuleia come apparisce dalla epigrafe seguente a loro 
sottoposta; 
f'Off^i'.ìi ojjdii ix-ìHiù o?ji li 9Yob «10 on&i oai li shm» 

J,.APPVLEIVS.L.L.L.APPVLEIVSL.F.APPVLEIA.L.L, 
ASCLEPIADES , TR. MIL. SOPHANVBA 
DE SVO FEGIT ' 

; is<(ri »5\\i.)ia!j ì4Vfc't?va"» <5i.B<:^n ^ ioti mitVjiaf . 

Ancor questo monumento fu sepolcrale: il cognome 
di Sophanuba che ebbe quell'Asclepiade tribuno de' sol' 
dati che fece il monumento è affricano, e ricorda quel- 
lo della celebre Sofonisbaj come d' altronde è notò cho 



416 

un ramo degli Appuleii erasi stabilito almeno fin dal se- 
condo secolo della era volgare a Madaura città dell'Af- 
frica, al quale appartenne il celebre scrittore e filosofo 
platonico che fra le altre opere ci ha lasciato quella del- 
le Trasformazioni volgarmente nota col nome àeìVÀsino 
d'oro. 

NVMICVS -i?/0 TORTO 

Questo rivo così celebre nella storia primitiva del 
Lazio è quello che oggi dicesi Rio Torto fra Lavinio 
ed Ardea, come più sotto dimostrerò, perchè fra tutti 
i rivi di questa contrada si distingue per la tortuosità 
del suo corso, carattere conosciuto anche dagli antichi, 
e che è suo particolar distintivo , onde Ovidio nel lib. 
XIV. delle Metamorfosi v. 598. e seg. così lo descrisse: 
Litus adit laurenSf ubi tectus arundine serpit 
In (reta flumineis vicina Numicius undis. 

Questo fiume, quando è presso alla foce forma uno 
stagno assai vasto , se si considera il volume ordinario 
delle sue acque, ed è quello indicato dallo stesso poe- 
ta nel terzo de'Fasti v. 647. e seg. , dove Anna Peren- 
na disparve: 

Corniger itane cupidis rapuisse Numicius undis 
Creditur et stagnis occoluisse suis. 
onde il suo fano era dove il rivo entra nello stagno , 
così proseguendo Ovidio: 

Sidonis interca magno clamore per agros 

Quaeritur adparent signa notaeque pedum. 
Ventum erat ad ripas, inerant vestigia ripisj 

Sustinuit tacitas conscius amnis aquas. 
Ipsa loqui visa est, placidi sum nympha Numici: *' 
l^i,^ Amne perenne latens, Anna Perenna vocor. <:i. 

. H ) E perciò Silio nel lib. Vili. y. 28. e seg. fa chia- 



Hi 

mare da Giunone Anna dagli stagni laurcnti del Numi- 
co, presso il luco del Padre Dio Indigete: 

Namqm hoc adcitam stagnis laurentibus Annam ' oiiz 
Adfatur voce et blandis hortatibus implet: o^' :^«j 

..; i ' .' ;f" i'' \ Ji^». oiolyn.T 

Tum diva Indigetis castts contermina lucis ' joir 

Haud, inquit, tua ins nobis praecepta morari. O*)?! 

E più sotto quando le apparisce in sogno Didonc: i'f? 
ffaud procul hinc parvo descendens fonte Numicm o#!i 
Labitur, et leni per valles volvitur amne. oio^ 

Huc rapies, germana, viam, tuosque receptus ih us* 

Te sacra excipient hilares in flumine Nymphae^ ìì oh 
Aeternumque itaiis numen eelebrabere in oris. 1 

Sic fata in tenuem phoenissa evanuit auram. b 

Anna novis somno excutitur perterrita visis, tmì 

Itque timor totos gelido sudore per artus. l; 

Tunc ut erat tenui corpus celamine tecta, A 

Prosiluit stratis, humilique egressa fenestra. 
Per patulos currit plantis pernicibus agros; .\ 

Donec arenoso, sic fama, Numicius illam 
Suscepit gremio vitreisque abscondidit antris. 

Nel tratto pertanto di Campo lemini furono questi 
luoghi, e santuarii decantati del prisco Lazio, il luco di 
Giove o Padre Indigete, il fano di Anna Perenna, ed il 
tempio nazionale di Venere, cioè TAfrodisio: il luco fu 
presso la foce del Numico nello stagno , il fano ed il 
tempio presso lo stagno medesimo del Numico. Ho dap- 
principio asserito essere il Numico l' odierno Rio Torto, 
e che Io avrei più sotto dimostrato; ora eccone le pro- 
ve: Plinio dove parla de'luoghi marittimi del Lazio Hist. 
Nat. lib. IIL e. V. dopo l' oppidum Laurentum pone il 
Incus lovis Indigetis-, Vamnis Numicus, Ardea, e più sotto 
Aphrodisium. Secondo questo passo pertanto il Numico 
era fra il luco di Giove Indigete ed Ardea: ora in que-. 

27 



418 

sto spaziojdue solijrivi solcano la spiaggia , V uno che 
scorre immediatamente sotto Ardea detto Rio dell'Inca- 
stro : r altro denominato Rio Torto pel suo particolare 
serpeggiamento, come si disse, quasi a mezza strada fra 
Lavinio ed Ardea; e siccome né in Dionisio, né in Li- 
vio, né in Virgilio, né in Ovidio, né in alcun altro an- 
tico scrittore , che parla del Numico , e della battaglia 
che mise fine alla vita di Enea, si dice mai, che quel 
rivo bagnasse le mura di Ardea , circostanza , che non 
poteva isfuggire; siccome il Numico era per testimonian- 
za di Ovidio particolarmente serpeggiante; siccome pres- 
so il mare secondo Vittore, Virgilio, Ovidio, e Silio Ita- 
lico impaludava in uno stagno di una estensione consi- 
derabile, e nel suo corso determinava il limite frai La- 
tini ed i Rutuli, perciò conviene riconoscerlo precisamen- 
te nell'odierno Rio Torto, fiume di acque limpide, col- 
le rive vestite di oleastri, orni, olmi, e pioppi frammi- 
schiati a canne, che continuamente serpeggia, e termi- 
na presso il mare in uno stagno molto vasto nella sta- 
gione piovosa, ma che nella estate si ristringe di molto. 
Questo ha le più lontane origini in Valle Caja , traver- 
sa questo tenimento e quello di Cerqueto, serve di li- 
mite fra questo e quelli di Cerquetello e Sugareto, ba- 
gna quello di s. Procula, nel quale riceve un altro ri- 
vo , e la sorgente di Gìuturna , e quindi passando tra 
questo di s. Procula e quelli di Pratica e Castagnola 
del Bufalo, e fra questo e Castagnola Cesarini e Cam-, 
pò Selva , dove forma lo stagno più volte menzionato , 
sbocca nel maro dopo un corso di circa 18 m. mentre 
in linea retta ne avrebbe appena 11. Considerando la 
brevità del corso di questo rivo e la scarsa quantità di 
arque che porla ordinariamente, alcuno potrebbe mera- 
vigliarsi, come gli antichi fossero venuti nella persua- 
sione, che Knea vi si fossp annegalo. Aurelio Vittore 



*19 

però, o chiunque sìa l'autore del . trasunto di storia lati- 
na intitolalo Origo Gentis Romanae, compilato corno più 
Yolte si disse da storie e tradizioni antichissime , oggi 
perdute, mostra,, dbie la battaglia fra ^nea e Mezenzio 
si combattè presso lo stagno del fiume Numico: circ^ 
Numici fluminis stagnum: che sopraggiunse un temporale 
spaventevole accompagnato da tuoni e da lampi, di que' 
tali temporali, che non sono rari in questa parte d'Ita- 
lia nella primavera e nella estate, che Enea non avve- 
dendosi della vicinanza del fiume vi cadde, e che rischia- 
ratosi il cielo, non fu più trovalo , che però , e questo 
certamente è ,una giunta, fu da Ascanio e da alcuni al- 
tri veduto comparire sulla ripa con quelle medesime ar- 
mi e vestito come era uscito in campo. Quantunque 
questo passo sia lan poco lungo, io credo di doverlo ri- 
ferire , perchè sempre più si allontani dai padri, nostri 
la taccia di soverchia credulità , che i raocierni troppo 
sovente lor danno; Tum Aeneam . .♦....'»,.. castra 
Mub Lavinio collocas$e::{p,'Jù* ♦ii<;l{ÌM,inA •! fiA'r l«wV • • • 
copias in aciem produxisse^ circa Numici fluminis stagnum: 
ubi quum acerrime dimicaretur subitis turbinibus infuscato 
aere,, repente e coelo tantum imbrium effusum, tonitrtbus 
etiam consecutis, flammarumque fulgoribus, ut omnium non 
oculi modo perstringerentur , verum etiam mentes quoque con- 
fusae esscnt: quumque universos utriusque partis dirimendi 
praelia cupiditas inesset, nihilominus in iìla tempestati» su- 
bitae, confusione interceptum Aeneam nusquum deinde ^om- 
paruisée. Traditur autem non proviso quod propinquus flu' 
mini esset, ripa depulsus, forte in fluvium decidisse, atqt^ 
ita praelium diremtum: de in post apertis, fugatisque nuhfr 
bus, quum serena facies effulsisset creditum est vivum eun^ 
coelo adsumtum. Idemque tamen post ab Ascanio et qm- 
busdam aliis visu^ affirmatur super Numici ripam eo habi- 
tu armisque quibu^ in proeliufn processerat. Qum res im- 



420 

immortalitatis eius famam conflrmamt. Itaque UH eo loco 
templum consecratum appellarique placutt Patrem Indigetem. 
Ed Ovidio nel XIV. delle Metamorfosi v. 581 e seg. ve- 
stendo questa tradizione storica di ornati poetici fa im- 
plorare a Venere da Giove la deificazione di Enea e ne 
fa ministro il Numico, così dicendo v. 596 e seg; 
Perque leves auras iunctis invecta columbis 
Litus adit laurens, ubi tectus arundine serpit {"'"' »^ ■ 
In freta jlumineis vicina Numicius undis. J '^''^" "'' 

Hunc ìvhet Àenecie qziaecumque obnoxia mortì^*-' *<^f">«y* 
' Abluere et tacito deferte sub aequora cursuA'^^'' '' »f<>ffi" 
Corniger exequitur Veneris mandata: suisque aniniìliy > 
' Quidquid in Aenea fuerat mortale repurgat. ojubtx hi 
Et respergit aquis. Pars optima restitit illi. ^>^«Jf">''^ o ini 
Lustratum genetrix divino corpus odore 0'«fe«<| oJgoirj» 
' Unxit et ambrosia cum dulci nectare mixta f'^v^'l v'^'^ÌT'' 

■ Contigit OS, fecitque deum: quem turba Quiritum f>i'>'^^ j^f 

■ Nuncupat Indigetem; temploque arisque recepit. ■ '•♦nT^<»-: 
• ." • Versi che 1' Anguillara elegantemente tradusse in 
quattro ottave, ma non fedelmente, poiché piuttusto che 
traduzione quel suo lavoro dovrebbe dirsi parafrasi. Or 
dunque, per ritornare all'assunto della probabilità, che 
questo rivo possa mai ingojare alcuno, poiché nel suo 
stato ordinario merita giustamente 1' epiteto di placido f 
che gli dà Ovidio nel III. de'Fasti ho preso informazio- 
ni locali da tutti i contadini ? ed in anni diversi , e mi 
hanno costantemente assicurato, che questo rivo si gon- 
fia in modo in occasione di temporali, e cosi rapidamen- 
te, che non passa quasi anno, che non si abbia da com- 
piangere qualche vittima , che disprezzando la sua pìc' 
ciolezza ordinaria arrischia di passarlo a cavallo. E chia- 
ri sono i segni sulle ripe dell' altezza a che giungono 
le acque e della loro violenza vedendosi torti gli arbu-' 
siti che si trovano lungo il suo corso, "'«y 9»!^ww'n »i 



42^ 

-n<! ili rl(»V! i :. *! .:■'■.•..;:' -lu:; (,•;', '>;ri (A.f.thìlO 

:.; ©libanum. (JDlip^Wim. (HHebonuntt'''*' 

.n;- ■ • •■■■■ ■-■ ■■:•■■- >-,:•■. ;.'-■' ' ■'-^^■ 

■ ' Terra del distretto di Tivoli , che coata 2624 abi;* 
tanti, e che nello spirituale dipende dal vescovo prene-; 
stino. Essa , come altre terre , e come altri fondi che 
portarono lo stesso nome, fu cosi detta, perchè la rea-*, 
dita era assegnata al consumo degl'incensi, che serviva!» 
no alle chiese, dalle quali queste terre .dipendevano; e 
nell'agro romano stesso abbiamo un monte di Leva, che 
era Mons Olibani, un castello di Leva , che era uà 
Castrum Olibani, de'quali si trattò a suo luogo. Impera 
ciocché oUbanum nella bassa latinità significa incenso, e 
questa voce fu pure adottata nella lingua italiana. -j. 

Questo castello è in parte situato sopra un coUCi^ 
che dirama dal monte del Cotso ultima lacinia orientale 
della punta di Colle Celeste: in parte poi sì dilunga per 
la falda di questo colle medesimo. Da Subiaco è distante 
4 ore di cammino andandovi per Affile e Rojate, un po- 
co meno andandovi da Civitella: da Palestrina altrettaii4^ 
to traversando le Terre di Cavi, e Genazzano: per con- 
seguenza é circa 36 m. lontano da Roma, andandovi di- 
rettamente. I dintorni di questa Terra sono freschi, ame- 
nissimi, coperti di alberi secolari, e variati da rupi ma- 
giche, e perciò sono la delizia de'pittori di paese , che 
ivi raccolgonsi nella stagione estiva a fare i loro studii. 
oìf Nella lapide esistente nel chiostro di s. Scolastica 
in Subiaco, che appartiene all' anno 1052, e contiene 
la nota delle possidenze del monastero medesimo, man^ 
ca il nome di Ole vano; né si dica che rimane cela^ft 
in quello de'fondi Opinianum e Trelanum ivi rammenta 
ti, poiché la bolla di Giovanni XII dell'anno ^8 ed il 



422' ^ 

diploma di Ottone I. dèlranno 967 nominano il fundum 
Olcbano, che era pur questo, ma che allora non era an- 
cora una Terra popolata. Questi documenti possono leg- 
gersi in Muratori Antiq. Medii Aevi Tomo Y. p. 463 
465. Ma dopo quella epoca, vale a dire nel secolo XII. 
formossi il castello; imperciocché nella bolla di Pasqua- 
le II. dell'anno 1115 riportata nel Chronicon Sublaceme 
presso lo stesiso Muratori si nomina Olivanum cum omni* 
bus fundis , et casalibus eorum. Dalle lettere di Alessan- 
dro III ricavasi, che nell'anno 1169 Giovanni, Leone, e 
Pietro Frangipane ritenevano questa Terra in custodia, 
cioè l'aveano occupata con armatile che la perniutaror 
no col castrum Tyberiae; oggi Tivera presso Velletri: que-» 
sta notizia importante ci fornisce il Nerini con un do- 
cumento inserito nella Storia di s. Alessio p. 220. Il posW 
sesso di questa Terra venne confermato in seguito ai 
monastero sublacensc dalla bolla emanata da papa Cle- 
mente III. nell'anno 1168 e da quella di Onorio III del 
1217. Dopo quella epoca passò nelle mani de'Colonaesi,; 
ed un Oddone de Columna signore di 0\e\ diuo, dominus 
OZeòant è ricordato in una bolla di papa Innocenzio lY. 
dell'anno 1243, là quale viene riferita dalI'Ughelli Ita-- 
Ita Sacra T. L p. 210. I Colonnesi ritennero il posses-; 
so di questa Terra fino al secolo XVII. quando la ven- 
derono ai Bòr^ese, che la rit^isagono col titolo di niar^ 
chesatp. f^l* II.'Ù'ìb/ o .Ìib(o39« iiodlfì ih iiioqo5 Jfflièplii 
9ii'> Andando da Subiaco ad Olevano, fino a Rojate ìar 
strada è commune ad ambedue queste Terre , e perci6^ 
ne parlo all'articolo ROJATE y onde per non ripetere 
troppo le cose può consultarsi quell'articolo da chi brà'^ 
nla conoiscere i particolari. Da Rojate poi piuttosto che 
striadà direbbesi per alcun tratto un sentiero irregolare^ 
che' scende da balia in balza per un buon miglio fino 
W'wille Ricattra, dove è una cappella. ' Ivi bi volge « 



423 
destra, e sì sale il collo di una fìmbria intermedia fra 
Rojate, ed Olevano, che ha il nome di colle del Corso. 
In questo tratto traversa un castagneto, che oggi è in 
parte tagliato con danno grave della pittura de'paesi. 
Verso il secondo miglio da Rojate si perviene ad un 
bivio, dove fa d'uopo seguire il senti ere a destra; men- 
tre traversasi il dorso del colle sovraindicato il casta- 
gneto dilatasi, e sul punto di uscirne presentasi da lun- 
gi la Terra di Olevano. Quindi costeggiando la falda 
occidentale del colle del Corso si discende alla Terra; 
le prime case di essa presentansi poco più di una ora 
dopo avere lasciato Rojate. Lasciasi a destra una chie- 
sa rurale destinata a cemeterio communale, e quindi 
si perviene alla piazza maggiore : in questo tratto il 
castello presenta una magnifica veduta pittorica, essen- 
do posto sopra una rupe di calcarla appennina, la cui 
bianchezza mista al colore giallognolo , contrasta col 
grigio bruno delle mura e delle case che la corona- 
no. Questa rocca per la sua costruzione, che è del se- 
colo XIII. credo che debba ascriversi ai Colonnesi si- 
gnori allora della Terra. 

i j Sulla piazza maggiore è una^ fontana di acqua pu- 
rissima : una iscrizione oggi mutila , ma da me veduta 
intiera 1' anno 1825 ricordava, come essendo stata con- 
dotta l'acqua sotto Pio VI. ed essendosi per le vicende 
de' tempi perduta fu nell'anno 1820 ristaurato l'acque- 
dotto a tutte sue spese da Benedetto Greco nativo della 
Terra per solo amore della patria, esempio raro ne'gior- 
ni nostri e che pure dovrebbe essere imitato. La chie- 
sa parrocchiale di questa Terra è ampia, e ben man- 
tenuta: ha dieci altari ed è dedicata a s. Margherita: 
la chiesa più antica , oggi demolita era stata dedicata 
a s. Pietro: questa ha un capitolo di quattro canonici. 
Narra il Piazza , Gerarchia Cardinalizia, p. 243 , 



424 

che ad oriente di Olevano sono avanzi di una villa an- 
tica, detta Villa Magna, dai quali scavavansi marmi no- 
bilissimi di varii colori , e colonne , e condotti : e che 
in un' altra contrada , che ritiene il nome di Pretorio, 
perchè forse appartenne agli imperadori si trovarono mu- 
saici, pietre preziose, tronchi di statue, medarglie, catc-' 
ne di oro ec : ed aggiunge che nel 1660 si scopri una 
grande urna di marmo con tre corpi, intagliata di figu- 
re a mezzo rilievo, lunga 7 piedi larga 3 e mezzo, ed 
alta quasi 4. la quale conservavasi n^l cortile del palaz- 
zo dei Colonnesi in Genazzano. 

-St'Ui'J hiili fcl; .: Jf.i-A tXi-.tiii Ot|.t(f» 

ihinui^ r/ 'OLEVÀJfO^TORRI€ELLÀ:<yh sbiui m 

lì oJJfjt iì • <--;nì-;;'--, f ^">Ì"'«<7 \f> 

-na? È una tenuta dell' Agro Romano posta circa 8 m.> 
fuori di porta Salaria confinante con quelle di Boccon- 
cino, Capitiniano e Cesarina, e col territorio nomentano. 
Appartiene ai Borghese e comprende rubbia 107 e un 
quarto. 'Jih «yaoixuiiaoa bus rI si'^q ììì-joi iAìCìuìj .oh 
Questa ' tenuta un ' tempo fu 'delta ancor Torricella' 
già proprietà de'Capoccia-Gapoccini, i quali nel 1370 la 
vendettero a Perna moglie di Pietro Bobone de'Bovesci 
pel prezzo di 1500 fiorini di oro , come si trae da un 
atto esistente nel cod. vaticano n. 7972. Verso la metà 
del secolo XVII era degli Astalli , che nell' anno 1666 
k vendettero a Marcantonio Borghese. Alcuni scavi fat- 
ti nel 1826 entro i limiti di questa tenuta dierono alla 
luce alcune sculture antiche e varie lapidi sepolcrali del- 
la gente Vallia , due urne pur sepolcrali de' tempi cri- 
stiani, ed una iscrizione, che ricorda un Fanum Bonat 
Deac. .^i.>ì.^ .:. i> i.;./. ,wL. Ti^.t- -... :;.:-ii.'ji 

,;)Ì:i04ifi"> OTJhiiip i!.' oU))!.'5n.> no juJ kMìwms \<nìfvi9L .;•- r. 
4 '^itXTenimento oggi spettante ai Chigi , pósto futfri di 



425 
porla del Popolo circa 10 migKa lungi da Roma fralle 
vie Cassia e Claudia , confinante con quelli della Isola 
Farnese e di Celsano , colla strada di Bracciano e col 
territorio dell' Anguillara. Comprende quasi 472 rubbia 
divise ne' quarti denominati delle Cerquettej d^JIa To5i 
retta, di Cesano, e del casale. ■■u. < •» <{ 

ih ; In origine fu in gran parte del territorio di Cesa-^ 
no , ed in parte della Isola ', ma nell' anno 1566 Paolo 
Giordano Orsini duca di Bracciano separò queste terre 
da que' territorii e le vendette ad Alessandro Olgiatì , 
come da un atto esistente nell'Archivio Orsini apparisce: 
allora fu che questo tenimento venne denominato 1' Q\- 
giata, nome che ancora ritiene, quantunque gli Otgiati 
più non lo posseggano, mentre fin dal secolo XVII. pas- 
sò ai Franceschi, e posteriormente con altri fondi vicini 
è divenuto proprietà de'Chigk. . i. / .ì. ,ihih.i7 vu^i ; i 

i>iu\uh iK-i S. ORESTE v. SORACTES., -WK} a r>iUO:- 

-aufliivi. — i/'.iy'i oìiùit ^l 

ORVINIVM V. MORICONE. Àìti(H(obiì ot 

— : m^oia si/ ivi 

H(j o)BJljir OSPEDALETTO. mi(n fnniiq ^1 » 

ii'i • V 

Due tenute di questo nome esistono nell'Agro Ro^ 

mano ed ambedue sono fuori di porta del Popolo, e di 

moderata estensione , circa 6 miglia lontano da Roma , 

a destra della via cassia. 

La prima già proprietà del Collegio Romano, e poi 
de' Marziale, comprende 48 rubbia di terra, confinanti 
colle tenute della Crescenza e della Sepoltura di Nerone. 
L' altra della prelatura Giustiniani , comprende 65 
rubbia e mezzo , e confina colle tenute di Tor Verga- 
ta, Buonricovero , Inviolata, Valchetta , e Sepoltura di 
Nerone. Ì« oìIcz-au yn'jJfsjMjniQu imi^ ^mu^sj ji-ihiin^r^'i 



i<* > Celebre città antica, ridotta a squallido borgo, pres-' 
s« la foce orientale del Tevere , distante da Roma 15 
m. e quasi tre dal littorale odierno del mar tirreno. II 
borgo attuale é circa un mezzo miglio più vicino a Roma 
delle rovine della città antica, quindi sembra straordi- 
naria, e inconcepibile la questione mossa dagli antiqua- 
rii de' tempi scorsi sulla distanza precisa di Ostia da 
Roma, trattandosi di punti cosi determinati, come que- 
sti: Roma è un punto, sul quale non può cader dubbio, 
e la porta antica, che conduceva ad Ostia, cioè la Tri- 
gemina , è pur essa concordemente riconosciuta presso 
l'arco odierno, detto della Salara a Marmorata: Ostia è 
un punto fisso pur esso, poiché le rovine dell'antica cita- 
ta sono visibili, circa un mezzo miglio più oltre del bor- 
go attuale , come si disse : la via antica fra Roma ed 
Ostia è pur essa determinata dallo stato fisico del suo- 
lo, e dalle vestigia ancora superstiti dell'antico pavimen- 
to e de'ponti: quindi altro non rimane che misurare per 
la via stessa la distanza fralla porta Trigemina di Roma 
e le prime rovine dèllst città antica; ed il risultato por- 
ta a 16 miglia romane antiche la distanza fra Roma ed 
Ostia antica , come infatti la indicano Plinio Hist. Nat. 
lib. III. e. VI. l'Itinerario di Antonino pag. 301. Eutro- 
pio Brev. Hist. Rom. lib. I. cap. V. Marziano Capella 
Art. Lib. lib. VI. Cassiodoro Chron. e Cedreno Comp. 
delle Storie T. I. Eusebio seppure non è un errore de* 
copisti pose 13 in luogo di 16, e questo computo fu se- 
guito dai cronografi s. Girolamo, Freculfo, e l'anonimo 
Altisiodorense, ingannati certamente da quel numero me- 
desimo. Volpi che a torlo usurpò la fama d'illustratore 
delle Antichità del Lazio , ma che dovrebbe piuttosto 
riguardarsi come un compilatore inesatto di memorie 



427 
concernenti il Lazio, riman perplesso a quale partilo ap- 
pigliarsi sulla distanza di Ostia, e cerca di trovare una 
via per accordare le 16 miglia degli uni colle 13 mi- 
glia degli altri , terminando con dire le 16 miglia do- 
versi contare dalla porta di Roma al mare in guisa, che 
mentre fra Roma ed Ostia correvano 13 miglia calco- 
lando la distanza dalla porta Trigemina alle prime fab- 
briche di Ostia , 16 ne correvano fra Roma ed il ma- 
re, ossia fra Roma , e la ultima linea delle fabbriche 
ostiensi sul mare. Ma oltre che non si usò mai questo 
metodo per calcolar le distanze , aggiungerò che fra le 
prime fabbriche di Ostia e l'antico littorale non tre mi- 
glia, ma difficilmente se ne conta uno. Ma lasciamo da 
banda tali questioni oziose , e riconoscasi di fatto esr 
sère stata Ostia 16 miglia distante dalla porta Trige- 
mina di Roma. 

Della via ostiense in particolare tratterò ali* artico- 
lo delle vie; quanto alla strada, per la quale oggi si va 
da Roma ad Ostia, essa esce dalla porta s. Paolo, pas- 
sa dietro la tribuna della basilica di questo apostolo , 
traversa i prati ubertosi, che hanno pure il nome di s. 
Paolo , e quindi , stretta a sinistra dai monti , a destra 
dal fiume più o meno dappresso, per Tor di Valle, s. 
Ciriaco , Malafede , salendo a tre riprese il dorso delle 
dune di Decimo , placidamente poi ed insensibilmente 
scendendo a traverso il bosco ostiense perviene all'argi- 
ne moderno costrutto entro le paludi , che col nome 
di stagno ostiense coprono Ostia dal canto di settentrio- 
ne, e che ricordano le antiche saline, stabilite per la 
prima volta dal re Anco Marcio, e che in parte anco- 
ra oggi sono in esercizio. i • • -.' ^ 

Gli antichi scrittori si accordano à ficòhó9Òe¥é' cò- 
me fondatore di Ostia il re Anco Marcio testé ricor- 
dato, il quale dopo aver disfatto le città latine di Po- 



428 

litorio, Tellene, Ficana, e MeduIIia, e forzalo i Vejenti 
a cedergli la Selva Mesia ampliò così i limiti del domi- 
nio romano fino al mare sulle due rive del fiume. Livia 
lib. I. e. XIII : Dionisio dice che quel re edificò la nuova 
città in un angolo che formava il fiume col mare lib. III. 
e. XLIX. onde Floro lib. I. e. IV. si espresse che Anco? 
edificò Ostia in ipso maris fluminisque gonfinio, cioè 
nello stesso luogo, dove, secondo Virgilio, Dionisio, Livio, 
e Servio, Enea prese terra nel Lazio, e che fortificato dal 
pio trojano ebbe il nome di Troia nova. Dall'essere que- 
sta città secondo Livio in ore Tiheris fu detta Ostia, quasi 
porta della navigazione del Tevere secondo Dionisio. Que- 
sta etimologia derivandosi dalla località, da scrittori di 
prim'ordine, come Livio e Dionisio, e che si conferma co* 
nomi dati ad altre città poste alla imboccatura de'fiumì^ 
sembra doversi preferire ad altre più ricercate che si af- 
facciano da »C4rittori meno crUjciy, e da ignoranti gramma- 
tici, p''';'^ '■!;•';') r;^ Y'sf? .^''ù'ttv «'fFr ol'f»'-J'!- ^ 0^ 
^u\n n suo nome più communemente si scrisse senza aspi- 
razione, ma non mancano esempli desunti da lapidi e da 
scrittori de'tempi posteriori che vi appongono un H, ed 
HOSTIA, HOSTIENSES in luogo di OSTIA, OSTIEN- 
SES si trova scritto. Dalla sua fondazione fino alla epoca 
della seconda guerra punica non ho trovato memorie di 
questa città; ma durante quella guerra nell'anno di Ro- 
ma 538, appunto all'epoca della battaglia di Canne, leg- 
giamo in Livio lib. XXII. e. XXXI che vi era stazionata 
una flotta romana: literis consulis propraetorisque lectis, 
M. Claudium, qui classi ad Ostiam stanti praee»set, Ganu- 
sium ad exercitum mittendum etc. Nel capo seguente poi 
si soggiunge : placatis satis ut rebantur deis, M. Claudius 
Marcellus ah Ostia mille et guingentos milites quos in clas- 
sem scriptos habebat, Romam ut urbi praesidio essent mittit 
etc. Cinque anni dopo (543 di Roma) salpò da Ostia eoa 



A29 
30 quinqueremì per la Spagna il primo Scipione Affri- 
cano , secondo che narra Io stesso scrittore lib. XXVI. 
e. XIV la qual spedizione può giustamente considerarsi 
come il principio della salvezza e dell'ingrandimento del 
potere di Roma. Nell'anno 547, lib. XXVII. e. XXXI. 
ci narra che Ostia ed Anzio, fra le città marittime presso 
Roma, che domandarono esenzione dal fornir truppe, fu- 
rono le sole ad ottenerla : Ea die hi populi ad senatum 
verter unt; Ostiensis , Alsiensis , Àntias , Anxuras, Mintur- 
nensis, Sinuessanus, et a supero mari Senensis. Cum voca- 
tiones suas quisque poptdus recitaret, nullis quum in Italia 
hostis esset praeter Antiatem, Ostiensemque vocatio observata 
est, etc. Quindi può dedursi , che Ostia fosse un posto 
così importante e da esiggere tale custodia, che malgrado 
il bisogno urgente di completare le legioni, fu una delle 
due sole colonie marittime che vennero eccettuate da tal 
servizio. Nello stesso luogo si aggiunge, che i giovani di 
queste due città doverono giurare di non pernottare in 
più di quaranta fuori della loro colonia, finché il nemico 
rimaneva in Italia : et earum coloniarum iuniores iureiu- 
rando adacti supra quadraginta non pernoctaturos se extra 
moena coloniae suae donec hostis in Italia esset. Questa con- 
dizione può fornire qualche lume sulla popolazione di 
Ostia ed Anzio durante la seconda guerra punica, la qua- 
le perciò non sembra essere stata molto numerosa. Nella 
guerra civile fra Mario e Siila, Mario prese Ostia, e la 
mise a sacco, secondo che riferisce Appiano nel primo 
libro delle guerre civili : Mocpiog $£ xa£ Oaxta sìXc xar 
^ty)p'na^c etc. E Mario prese Ostia e la saccheggiò. Questo 
tratto di Mario indica che Ostia era del partito sillano: 
Infatti dopo la vittoria di Sacriporto lo stesso Appiano 
riferisce, che Siila nello spedire truppe per occupar Ro- 
ma, ingiunse loro che se venissero respinte si raccoglies- 
sero in Ostia é£ de ancyipovaQetsv zm Oazta X<"P''^- ^^^ 



430 

che negli ultimi tempi della repubblica vi era stanziata 
una flotta romana, siccome si rileva da Cicerone, Pro lege 
Maniliay allorché narra che per sorpresa fu dai pirati ci- 
licii predata e distrutta : Namquid ego ostiense incornino- 
dum atque illam lahem atque ignominiam reipublicae quae- 
rar, quum prope inspectantibus vobis classis ea cui comul 
populi romani praepositus esset a praedonibus capta atque 
oppresia est. Questa sorpresa che punse l'orgoglio de'Ro- 
mani nel momento della loro maggiore possanza, die im- 
pulso alla spedizione di Pompeo contro i pirati, e alla 
debellazione piena della Cilicia. In questo luogo però è 
d'uopo riflettere, che il porto ostiense, o la rada in che 
stavano ancorate le navi, non era fortificato, onde i cor- 
sari poterono corre il momento d'impadronirsene, ed in- 
cendiarle. 

Non molto dopo tale avvenimento, Dionisio libro III. 
e. XLIV. fa questo quadro del porto ostiense , seppure 
con tal nome vogliamo appellarlo, allorché narra la fon- 
dazione di Ostia fatta da Anco : imperciocché il fiutne Te- 
vere scendendo dai monti appennini e scorrendo lungo Roma 
stessa^ sboccando in lidi privi diporti e continuati, che fa 
il mare Tirreno, poca utilità, e questa di niun riguardo , 
arrecava a Roma; conciossiachè niun castello avesse alla fo^ 
ce, che servir potesse a ricevere e a rendere ai mercatanti 
ne le navi che v imboccavano dal mare, ne quelle che pel fiu- 
me vi discendevano. Imperciocché il fiume può navigarsi da 
barche fluviali assai grandi fin dalle sorgenti , e dall'altro 
canto può fino a Roma rimontarsi da grandissime navi ma- 
rine da trasporto. Quindi decise di costruire un arsenale 
alla sua foce servendosi per porto della bocca stessa del fiur 
me; giacché dove questo entra nel mare, molto si dilata ed 
ha seni ampli simili a quelli che hanno i migliori porti ma- 
rittimi. Ognuno però sarà giustamente sorpreso che non si 
vedrà accadere a questo ciò che a molti grandi fiumi avvie' 



431 

M, che la foce chiusa rimanga da una barra di sabbia, o 
che, errando fra stagni e paludi, la corrente si consumi, 
prima di toccare il mare; ina al contrario sempre alle navi 
é accessibile^ e con una sola foce naturale sbocca, taglian- 
do i cavalloni delle onde marine, e malgrado che ivi spiri 
con gran forza il vento che soffia da ponente, le navi a re- 
mi per quanto grandi siano e quelle da trasporto della por- 
tata perfino di tremila, entrano nella foce e vanno fino a 
Roma, condotte o a remi, o colle funi. Quanto ai vascelli 
pili grandi si tengono all'ancora in alto mare, dove dalle 
barche fluviali vengono alleggeriti. Malgrado però tutte le 
proteste dello storico, contro l'interramento del fiume, e 
i belli colori con che dipinge la foce , si ricava da lui 
medesimo , che era la bocca riempiuta in guisa da ob- 
bligare le navi più grandi à tenersi in alto, mare. Più 
chiaramente si esprime Strabone nel capo III del lib. V. 
Le città sul mare sono : Ostia città priva di porto per l'in- 
terramento che vi fa il Tevere ingrossato da molti fiumi, per- 
ciò U navi tengonsi con rischio ancorate in alto mare: l'utile 
però la vince, sendo che la copia delle barche sussidiarie che 
licevano i carichi e li trasportano fa pronta la loro par- 
tenza prima che tocchino il fiume, cosi che alleggerite di una 
parte entrano nella foce e vengono fino a Roma tirate per 
190 stadi. Questo incommodo , che tanto sensibile alle 
volte si rese a Roma da apportarvi la carestia, qon po- 
tendo le navi cariche di viveri approdarvi, avea mosso 
Cesare a pensar seriamente alla costruzione di porti sul 
littorale ostiense, secondo che riferisce Plutarco nella sua 
vita e. LVIII, ma questo come tanti altri progetti del dit- 
tatore rimase troncato dalla sua morte. Claudio però , 
forzato anche egli dalla trista esperienza della carestia, 
lo mise in esecuzione, secondo che vedrassi trattando 
delle rovine di Porto. Quantunque la fondazione di un 
emporio così vicino ad Ostia, e l'abbandono dcll'ancorag- 



432 

gio presso di questa, scemasse il suo commercio , pure 
Ostia non decadde sì rapidamente dal suo splendore, tanto 
per la vicinanza al nuoYO stabilimento marittimo, che per 
le cure che ne mostrarcelo sempre gl'imperadori, fino alla 
malaugurata traslazione della sede dell'imperio. Né poco 
contribuì al fiorire di Ostia il tempio di Castore e Pol- 
luce, detto JEdes Castorum da Ammiano lib. XIX. e. X. 
dove ogni anno nel mese di maggio concorreva il popolo 
romano in folla a celebrare le feste Majumae secondo 
Etico nella Cosmogr. e Snida in Matou/xag, e dove pure 
in caso di penuria di viveri, cagionata da venti contra- 
rli, portavansi a sagrificare gl'imperadori (Tacito Annoi. 
lib. XV. e. XXYI. ) ed il prefetto di Roma ( Ammiano 
1. e. ). Inoltre il suo soggiorno amenissimo vi attirava 
continuamente gente, specialmente per prendervi i bagni 
di mare, secondo che si ricava da Minucio Felice, che 
citerassi a suo luogo. E Claudio stesso che costrusse il 
ricino Porto e che partì da Ostia per la spedizione bri- 
tannica, secondo Vittore de Caes. e. IV. volontieri vi di- 
morava, e vi stabilì una coorte di vigili per estinguere 
ed evitare gl'incendj : veggasi Svetonio in Claudio cap. 
XXV. indizio di molta popolazione. Anzi trovavasi ap- 
punto in Ostia sia per sagrifizj, come vuol Tacito , sia 
per provvedere all'annona, secondo che narra Dione, sia 
per occupazioni men serie, come pretende Vittore, allor- 
ché Messalina, profittando della sua lunga assenza, si die- 
de in preda alle maggiori dissolutezze , il che indusse 
Narciso a rovinarla, tragedia a lungo e con vivi colori 
descritta da Tacito. 

^ '' v'Che sotto Nerone fosse città popolosa e ricca, Ta- 
cito stesso lo mostra knnal. lib. XV. e. XXXIX. nar- 
rando, che dopo il fatale incendio di Roma quell'insen- 
sato tiranno mandò a cercare in Ostia , e ne' municipii 
vicini gli utensili necessari per riparare i danni incalco- 



433 
labili , che quella catastrofe avca recato ai cittadini , e 
per evitare così V odio incorso : suòvectaque utensilia ab 
Ostia et propinquis municipiis. Intanto la religione del Naz- 
zareno predicata in Roma dai suoi discepoli ben presto 
si propagò pure in Ostia, che fralle città suburbane più 
vicine, la prima fu ad avere un vescovo , circostanza , 
che principalmente influì nell'uso da epoca immemorabile 
stabilito, che il vescovo ostiense, come primo frai subur- 
bicarj, consacri il nuovo pontefice romano, uso del quale 
parla l'insigne padre della Chiesa S. Agostino come già 
fisso ai suoi giorni Brev. Carthag. Coli. lib. III. e. XVI. 
Maroni Comment. de Eccl. et Episc. Ostiens. et Velit. Il 
primo vescovo certo di Ostia, che finora si conosca , è 
S. Quiriaco, o Ciriaco citato nel martirologio romano, il 
quale secondo il Maroni fiorì sul principio del terzo se- 
colo. Una iscrizione ora mutila, ma che Grutero vide in- 
tiera, la quale esiste nel chiostro di s. Paolo, ci mostra 
che la colonia di Ostia venne da Adriano CONSERVA- 
TA ET AVCTA OMNI INDVLGENTIA ET LIRERALI- 
TATE EIVS. Il suo successore Antonino Pio vi costrusse 
un lavacro il quale viene enumerato fralle fabbriche eret- 
te da quell'ottimo augusto da Capitolino nella sua vita 
cap. VIII. ciò mostra che non solo Ostia veniva protetta 
e abbellita dagl'imperadori, ma ancora, che malgrado la 
vicinanza di Porto la popolazione non era punto scema- 
ta. E che infatti fosse città frequentata, salubre, e ame- 
nissima sotto i primi successori di Anfonino, ce ne of- 
frono prova Aulo Gelilo Noct. Att. lib. XVIII. e. I. e Mi- 
nucio Felice Octav. e. II. il quale secondo il De Hoven 
Epist. ad Meermann Longosalissae 1773. fiorì prima di Set- 
timio Severo, contro la volgare opinione che lo fa con- 
temporaneo di Alessandro. I moltiplici monumenti tro- 
vati in Ostia contemporanei dell'impero di Settimio, quelli 
a questo imperadore allusivi , e la via Uttorale da lui 

28 



434 

costrutta, che ebbe il nome di Severiana, la quale co- 
minciando ad Ostia raggiungeva l'Appia presso a Terra- 
cina, ci rendono certi che non solo Ostia fioriva sul prin- 
cipio del secolo III. ma ancora che Settimio Severo molto 
la favori : veggonsi ancora in Ostia, trasportati dalle ro- 
vine, piedestalli, che sostennero statue di lui, di sua mo- 
glie, e della Vittoria, con iscrizioni che verranno ripor- 
tate a suo luogo. 

Gl'imperadori susseguenti non si arrestarono dal be- 
neficarla ed ornarla di fabbriche sontuose , indizio che 
la decadenza generale dell'imperio non si era ancor fatta 
sentire in Ostia. Di Aureliano ci narra Vopisco e. XLV. 
che cominciò ad eriggervi un foro sul mare : questo ne 
dovea portare il nome, ed ivi fu poi stabilito il pretorio 
pubblico : Forum nominis sui in Hostiensi a mare fundare 
coepit in quo postea praetorium publicum constitutum est. Ta- 
cito suo successore gareggiò con lui in adomarla, donan- 
dole cento colonne di marmo numidico, o giallo antico 
di 23 piedi di altezza: columnas centum numidicas pedum 
vicenum ternum Hostiensihus donavit , secondo lo storico 
sovraindicato nella vita di Tacito al capo X. Due iscri- 
zioni simili fra loro esistono ancora nella casa rurale di 
Castel Fusano, una intiera, l'altra frammentata, riportate 
già dal Fabretti, dal Volpi, dal Maffei, dal Marini, e dal 
Fea, nelle quali si tratta di un ponte di pietra ricostrutto 
per uso degli Ostiensi e de'Laurenti da due imperadori, 
i cui nomi veggonsi cancellati per odio del successore ; 
il titolo però che vi si legge di Persici Maximiy lo stile 
delle lapidi, la forma delle lettere, la ortografia e qual- 
che traccia del nome Carino che pure trapela malgrado 
le cancellature, le fanno con sicurezza riferire a Caro, 
e Carino Augusti, benché Volpi per errore le attribui- 
sca a Caracalla ed Alessandro Severo, che mai non re- 
gnarono insieme, Marini a Diocleziano e Massimiamo che 



435 
ebbero il titolo di Persici Maximi nel!' anno 289 ossia 
nella tribunicia potestà V. non nella prima; ed altri ad 
altri. Costantino vi eresse una basilica ad onore degli 
apostoli Pietro e Paolo, e di s. Giovanni Battista, e no- 
bilmente dotoUa di sacri utensili e di possessioni^ fra le 
quali si nomina l'Isola Sacra fra Ostia e Porto, che A- 
nastasio appella Arsis nome corrotto dai copisti che ci 
ricorda la selva Arsia menzionata da Livio. Veggasi Ana- 
stasio nella vita di Silvestro I. Quindi può giustamente 
conchiudersi che Ostia era florida ancora e protetta da- 
gli augusti, anche in concorrenza di Porto^ fino alla tra- 
slazione dell'impero. Ma dopo non troviamo più indizio 
della cura degl'imperadori in adornarla, né in sostenerla, 
€ da quanto or ora dimostrerò sembra , che un gravis- 
simo colpo soffrisse per quella fatale traslazione. < ^ 
Nel secolo IV si rileva da Ammiano, che continua- 
vasi a sagrificare ai Castori, onde ottenere la tranquil- 
lità del mare, siccome nel 359 fece il prefetto di Roma 
Tertullo: Ammiano l. e. Sul principio del secolo V. ai 
tempi di Onorio, Rutilio descrivendo il suo viaggio ne 
indica già la decadenza in que' versi Itin. lib. I. v. 179: 

Tum demum ad naves gradior qua fronte bicorni ^.j;-: 

Dividuus Tiberis dexteriora secat. 
Laevus inaccessis fluvius vitatur harenis 

Hospitis Aeneae gloria sola manet. 

E certamente la presa di Roma e la invasione gotica in 
Italia molto nuocer dovettero ad Ostia, quantunque nel 
tempo stesso secondo la Cosmografia attribuita ad Etico, 
il prefetto di Roma, o il console continuassero a cele- 
brarvi i sacrificii ad onore de' Castori nelle feste JUaiu- 
mae concorrendovi il popolo romano : Hic^ cioè il Tevere, 
iterum circa sextum PMlippi quod praedium missale appel- 



436 

latur geminatur et in duobus ex uno effectus insulam fa- 
cit inter Portum urbis et Ostiam civitatem : ubi populus ro- 
manus cum urbis praefecto vel consule Castorum celebran- 
dorum caussa egreditur sohmnitate iucunda. Le leggi im- 
peratorie che spensero ogni scintilla dell'antico colto abo- 
lirono ancor questa festa , e questo potè pure in certa 
guisa influire al totale decadimento di Ostia. E benché 
Cassiodoro Var. lib. VII. ep. IX. parlando di Ostia e di 
Porto dica : duo quippe tiberini alvei meatus, ornatissimas 
civitates tamquam duo lumina susceperunt, può credersi che 
riguardo ad Ostia si riferisca piuttosto all' antico suo 
splendore, che a quello de'giorni suoi. Imperciocché un 
quadro molto triste ne fa Procopio Guerra Gotica lib. I. 
e. XXXVI, circa l'anno 540 dal quale può riconoscersi 
quanto fosse di già abbattuta : a sinistra dinanzi V altra 
foce del Tevere nel mare è Ostia, città che oltre la riva del 
fiume, fu cospicua un giorno, ma oggi priva affatto di mu- 
ra .. , andando da Ostia a Roma la via è coperta di selve, 
e nel resto trascurata, e neppur passa vicino al Tevere, non 
essendovi il tiro delle barche. Da questa autorità due cose 
rileviamo, che Ostia era decaduta già da molto tempo, 
e che era poco frequentata, così che l'aspetto della via 
corrispondeva presso a poco all'attuale. Quindi può sta- 
bilirsi che il gran crollo e quasi abbandono di Ostia suc- 
cedette nel V secolo. È pure da rilevarsi che Procopio 
nello stesso luogo dice la foce ostiense ancor navigabi- 
le : è il Tevere navigabile da aìnbe le parti. E che molto 
di buon ora cessasse di essere città popolosa può trarsi 
dalle rovine ancora esistenti della città antica, fralle quali 
non ho ritrovato fabbriche posteriori al secolo III. e la 
chiesa stessa di s. Ercolano che è fuori del recinto della 
città antica non è per la sua costruzione posteriore al 
secolo V. Ora se Ostia era già sì decaduta nel secolo VI 
non dee recar meraviglia, se ne'secoli seguenti VII e Vili, 



437 
secoli di ferro per questa parte d'Italia , cadesse in un 
quasi totale abbandono e squallore, ed infatti un docu- 
mento si ha in Anastasio che nell' anno 827 era diruta 
affatto. 

Le incursioni de'Saraceni finirono di spopolarla, on- 
de Gregorio IV per salvare i pochi abitanti, che vi erano 
restati da tali piraterie costrusse un nuovo borgo più 
dentro terra, cioè presso il sito di Ostia attuale, e a que- 
sto die il suo nome chiamandola Gregoriopoli : veggasi 
Anastasio nella vita di Gregorio IV. De quibus quoque 
insólitis atque cavendis periculis misericordissimus praesul ma" 
gnum habens timorem ne populus a Deo sibi et beato Petra 
commissus apostolo qui in portuensi vel ostiensi civitatibus a 
Saracenis nefandissimis tribulationis oc depraedationis senti- 
rent iacturam intimo trahens ex corde mspiria coepit prthk • 
denter inquirere quomodo civitatem ostiensem adiuvaret oc 
liberare potuisset. In ejus statim omnipotens Deus hoc dedit 
corde consilium^ ut civitatem ibidem qua populum salvare vel' 
let a fundamentis noviter construere debuisset : quoNlAM 

EA qUAE PRIORI TEMPORE AEDIFICATA FUERAT LON- 
GO qUASSATA SENIO NUNC VIDERETUR ESSE DIRUTA. 

Fecit autem iuxta quod ei fuerat divinitus inspiralum : in 
praedicta enim civitate ostiensi civitatem aliam a solo valde 
fortissimam muris quoque altioribus, portis simul ac seris 
et catarrhactis eam undique permunivit .... cui etiam no^ 
viter civitati constructae hoc nomen in sempiternum statuii 
permanendum, scilicet ut ab omnibus, site Romanis , sive 
aliis nationibu^ a proprio quod ei erat nomine idest Grego- 
riopolis vocaretur. Ad alcuno potrebbe imporre quel passo 
di questo squarcio di Anastasio : in praedicta enim civi- 
tate ostiensi civitatem aliam a solo permunivit : 

quasi Gregoriopoli sorgesse sulle rovine di Ostia antica; 
ma siccome Ostia moderna non è più di un mezzo mi- 
glio distante dall'antica , ed è in parte fabbricata sopra 



438 

edificj de'sobborghi di Ostia, non dèe recar sorpresa cHe 
uno scrittore de'bassi tempi abbia detto Gregoriopoli eret- 
ta in Ostia : è poi un fatto , che mentre alcuni abituri 
di Ostia attuale mostrano per la loro costruzione il se- 
colo IX. e che la chiesa di s. Aurea occupa il silo di 
quella che era pur cattedrale nel secolo XII dedicata 
alla stessa santa, niun frammenta del secolo IX si trova 
fralle rovine di Ostia antica. Questa borgata eretta da 
Gregorio lY per poca tempo conservò il suo nome, anzi 
poco dopo sotto Leone IV si trova dallo stesso Anasta- 
sio detta Ostia, allorché i Napoletani batterono nelle sue 
vicinanze alla foce del Tevere una squadra di Saraceni^ 
soggetto reso immortale dalla mano di Raffaello che mi- 
rabilmente la dipinse nella ultima delle quattro stanze che 
portano il suo nome nel Vaticano. Nuove fortificazioni 
fece ad Ostia moderna, secondo il più volte citato Ana- 
stasio, il pontefice Nicolò I, che salì al soglio pontificio 
r anno 858. Da Riccobaldo Ferrarese presso i R. I. S- 
Tom. IX. p. 310 apprendiamo che nell' anno 917 Àbel- 
cayto saraceno venuto alla foce del Tevere presso Ostia» 
ed. ito verso Roma la pose in istretto assedio. 
^V 4 -Dopo troviamo sempre menzionata Ostia, come luogo 
dove approdavano coloro che per mare venivano a Ro- 
ma, o ne partivano, quindi sembra che le cure del pon- 
tefice Leone IV per ripopolare Porto riuscirono infrut- 
tuose, onde quella città rimase poco dopo abbandonata, 
e mancata la popolazione , interratosi il porto e resasi 
men praticabile la foce destra , le navi furono forzate 
a rimontare il Tevere per la foce sinistra. Questo , a 
mio credere, fu il motivo che più di ogni altro contri- 
buì a mantenere qualche popolazione in Ostia , mal- 
grado la infelicità de'tempi. Circa 1' anno 1086 Vittore 
III nel venire a Roma passò il Tevere presso Ostia: iu- 
xta civitatem Hostiensem Tyherim cum omnibus transiens^ 



439 
quum gravi infirmitate detineretur extra porticum s. Petri 
tentoria fixity come narrasi nella cronaca cassinense presso 
il Muratori R. I. S. T. IV. p. 477: più sotto dalla stessa 
Cronaca Cassinense si nomina Ostia come in potere dello 
stesso papa, del quale avca riconosciuta l'autorità, segno 
che era un luogo di qualche importanza. In una carta 
pubhlicata dal Muratori Ant. Med. Aev. T. I. p. 675, e 
riprodotta dal Maroni Op. cit. App. n. II. si vede che 
il popolo ostiense ai 26 di maggio dell'anno 1159 pro- 
mise di dare a titolo di tributo ogni anno in Roma a 
Marmorata , o a Ripa Romaea , che è la odierna Ripa 
Grande, due carri {platratas o piuttosto plaustratas ) di 
legna al papa, una nel dì di Natale, l'altra in quello di 
Pasqua, sotto pena di pagare cento lire provesine. In tal 
circostanza i deputati del commune di Ostia furono Ca- 
pascià procuratore. Romano Boccapassa, Nicola, Azzo, 
Amato Sassone, Giovanni Bezone, ed Adelmaro Peregri- 
no- Si aggiunge che sottoscritto l'atto il di 31 di maggio 
venne letto avanti la chiesa di s. Aurea , allora , come 
pure oggi , cattedrale di Ostia , alla presenza dell' arci- 
prete e de'chierici ostiensi al popolo convocato, onde ot- 
tenere personalmente il consenso da ciascun individuo : 
il nome di quelli che lo prestarono vi si legge in nu- 
mero di 14 , ma non sono tutti, poiché si termina con 
un etc. Questo documento ci fornisce una idea dello stato 
della popolazione di Ostia circa la metà del secolo XII. 
Il Maroni nella opera citata prova con buone ragioni es- 
sere stato verso quella stessa epoca unito il vescovato 
di Ostia a quello di Velletri dal pontefice Eugenio III 
appunto per la poca popolazione di Ostia : egli mostra 
che Guidone morto nel 1150 fu l'ultimo vescovo avanti 
la unione e che il primo a reggere le due chiese unite 
fu Ugone il quale morì nel 1158. Il pontefice Alessan- 
dro III asceso alla cattedra di s. Pietro nell'anno stesso 



440 

dell'atto surriferito, entrò venendo da Messina nella foce 
del Tevere l'anno seguente 1160 il dì di santa Cecilia 
( 22 novembre ) et Ostiam vói ea nocte ductore Domino 
cum fratribus suis quievit, sanus et incolumis pervenit, scrive 
il card, di Aragona nella sua vita presso i Rerum Ita- 
licarum Scriptores T. III. P. I. p. 457. Sul finire dello 
stesso secolo una bolla di Celestino III d^la ai 30 di 
marzo 1191 e riferita nel Bollano Vaticano< T. I. p. 75 
nomina varj fondi urbani e suburbani di Ostia , il che 
può fornirci una idea dello stato di questa città : tres 
dom€s quas intra civitatem Hostiensem hahetis intrante por- 
tam ipsius civitatis manu dextra iunctas muro eiusdem civi- 
tatis, terras et vineolas in eodem territorio positas non longe 
a stagno et bucina. Quatuor casalinos et duas crypias cum 
curte ante se et ortis post se cum introitibus et exitibus eo- 
rum extra portam eiusdem civitatis non longe ab eadem Ho- 
stiensi civitate sita in loco, qui vocatur Calcaria. Sul prin- 
cipio del secolo seguente il vescovo di Ostia Ugolino , 
poi papa Gregorio IX fortificò la città dopo averla tolta 
dalle mani di alcuni invasori: civitatem Ostiam turribus 
munivit et muris sumptibus et laboribus magnis de manibus 
occupantiurn potenter erepta, scrive Bernardo Guidone pres- 
so i Rer. Ital. Script. T. III. P. I. pag. 575. Che Ostia 
continuasse ad esser popolata almeno mediocremente 
verso la metà dello stesso secolo n'è prova un passo della 
storia ecclesiastica di Tolomeo da Lucca lib. XXII. cap. 
XVII presso il Muratori Rer. Italie. Script. T. X. p. 1150, 
nel. quale si narra di Alessandro IV eletto papa nell'an- 
no 1254, che essendo vescovo di Ostia e Velletri andava 
or nell'una, or nell'altra città a predicarvi la parola di 
Dio, o a farvela annunziare alla sua presenza: et inter- 
dum ibat Ostiam et Veletrum ibique praedicabat verbum Dei 
vel coram se praedicare faciebat. Mentre così raggevasi 
Ostia dopo la riedificazione di Gregorio IV, malgrado 



441 

lo stato lagrimevole in che era caduta Roma ed il La- 
zio, ai 5. di Agosto 1327. i Genovesi alleati dal re Ro- 
berto di Napoli fatta una discesa sul littorale ostiense 
presero e saccheggiarono la città, e la ritennero mal- 
grado il tentativo fatto dai Romani per discacciameli, i 
quali accorsi senza alcun ordine e a furia di popolo fu- 
rono da loro messi in piena rotta. Costretti questi a 
fuggirsene a Roma, i Genovesi prevedendo di non po- 
tervisi mantenere, misero fuoco alla terra, e sen ritor- 
narono alle navi. A questa sciagura tenne dietro l'al- 
tra dell'anno seguente che ai 13. di maggio fu di nuovo 
presa dai nemici di Roma essendosene impadronite le 
galee del re Roberto stesso , ed invano i Romani uniti 
ad 800. cavalli del Bavaro tentarono ritorta , siccome 
leggesi in Giovanni Villani Storie lib. X. e. XX. e LXXII. 
Questi disastri però non spopolarono affatto la città, poi- 
ché si rileva da una bolla di Benedetto XII. data ai 
19 luglio 1335. e riportata dal Maroni nell'Appendice 
n. III. che vi era ancora una considerabile popolazio- 
ne, ingiungendo il pontefice, che oltre l'arciprete, i die- 
ci canonici annessi alla cattedrale di Ostia dovessero 
personalmente risiedervi ed officiarvi, ovvero sostituire 
persone idonee in altrettanti vicarj. La lunga assenza 
de'papi da Roma, se fu gravemente risentita dalla me- 
tropoli , molto più dovea esserlo da questa terra , la 
quale solo per la capitale e pel debolissimo commercio 
fra questa e il mare si sosteneva. Infatti al ritorno 
della .«ede pontificia in Roma, l' autore dell' Itinerario 
di Gregorio XI, pontefice che secondo una vita ripor- 
tata dal Baluzio ed inserita dal Muratori nella raccol- 
ta dei Rerum Italicarum Scriptores T. III. P. II. p. 660 
e seg. approdò al porto di Ostia ai 14. di gennaio 1377. , 

descrive questa città come fortificata , venerabile , ma 

di nessuna esistenza: 



442 

Ostiam ingressi fuimus 

Murale praesidium mirabile est: 

Civita» venerabilis nullius existentiae: 

Ibi caenavimus 
Come piazza forte era ancora importante e perei* 
Ladislao re di Napoli scn rese padrone nell'aprile del- 
l'anno 1480. secondo l' Infessura R. I. S. Tom. III. P. 
II. p. 705r DeW anno 1408^. in tempo di papa Gregaria 
(XIL) venne lo re Ladislao da Napoli nel mese d'apri- 
le a di 18. e mise cainpo ad Ostia per mure et per ter- 
ra et ebbela per battaglia et stavaci per castellano messer 
Paolo di Battista di Govio. Un altro Diaria pur rife- 
rito dal Muratori nella stessa raccolta Tom. XXIV. 
pag. 900. riportando questo stesso fatto narra che Ostia 
fu presa il dì 18. e che ai 20. il re mossosi verso Ro- 
ma pose campo a s. Paolo. Ma nella Cronaca di Rolo*- 
gna presso il lodato scrittore T. XVIII. p. 894. si di- 
ce che Ostia fu presa il 23. Le genti che in quella 
occasione seguirono il re leggonsi enumerate in un ma- 
noscritto vaticano riportato dal Muratori T. III. P. IL 
p. 845. 14. ... re Lanzilao con ben da 12000. caval- 
li et molti fanti da piedi cioè 10000. fanti , et etiam con 
armata per mare de 60. fuste venne a campo a Velletri 
doi dì et pigliao Ostia per forza. Nell'anno 1410. questa 
città si tenne fedele al papa Alessandro V , siccome si 
narra da Sozomeno Pistoiese Specimen Hist. presso i R. 
I. S. Tomo XVI. p. 1197., ma ai 26. di Giugno 1413. 
fu ripresa da Ladislao, secondo il Diario riportato nel- 
la raccolta sovraindicata T. XXIV. p. 1036. Dopo que- 
ste vicende sotto Martino V. ne vennero ristaurate le 
fortificazioni siccome si riconosce dallo stemma di que- 
sto papa oggi esistente sulla torre ma non al suo po- 
sto primitivo. Continuò però durante tutto quel secolo 
a servire di luogo di sbarco per quelli che dal mare 



443 

tenivano a Roma , siccome si legge nella vita di Pio 
II. scritta da Giovanni Antonio Campano presso i Re- 
rum Ital. Script. T. III. P. II. p. 981. di Carlotta regina 
di Cipro: Carlottam quoque reginam Cypri regno deturbatatn 
a fratre atque ad socerum allobrogem navigantem , descen" 
dere ad Ostiam , oc Romae excipi datis equts, quibus iter 
reliquum terra conficeret viatico eiiam prosequutus etc. Pio 
II. pure , secondo che narra lo stesso Campano poca 
dopo nelle sue escursioni archeologiche pertossi anche 
ad Ostia dove corse un grave pericolo da una improv- 
visa inondazione: Viam quoque Appiam, et aquaeductum et 
Ostiam et Traiani portum diversis secessibus inspexit .... 
Ostiae vero in discrimine fuit gravissima exorta procella 
compuhus metu inundationis nocte media cubiculo excedere. 
Nel 1472. vi s'imbarcò il card. Roderico Borgia per la 
legazione ispanica ai 24 di maggio dopo esservisi tratte- 
nuto parecchi giorni a causa de'tempi contrariit veggasi 
il Volaterrano Diario dì Sisto IV. presso i Rer. JtaL 
Scrip. T. XXIII. p. 88, Verso quella stessa epoca il 
celebre card, d' Estouteville vescovo ostiense ristaurà 
la città, e forse sotto di lui fu dato principio alla co- 
struzione della torre attuale, la quale fu innalzata e for- 
tificata dal card, della Rovere poi papa Giulio II. sic- 
come or ora vedremo: sopra di questa le armi di Si- 
sto IV. sembrano le originali: Idem quoque Hostiam jam 
pridem eversam magna impensa restituita ducto circumqua- 
que muro, vicisque directis ac domibus aedificatis ad decor- 
rem loci et utilitatem incolentium: veggasi la Raccolta più 
volte citata T. III. P. II. p. 1064. È ^da notarsi in 
questo passo, che Ostia prima di quel cardinale era da 
qualche tempo rimasta abbattuta, jam pridem eversam. 
Le sue armi gentilizie veggonsi affisse intorno al recin- 
to, il quale è di una costruzione analoga a quel seco- 
lo, siccome pur sono molte case della odierna Ostia. 



AH 

Egli fece ancora fare a Baccio Pinlclli il modello del- 
la nuova chiesa di s. Aurea, siccome narra il Vasari 
nelle Vite de Pittori T. III. p. 350. ediz. senese^ il qua- 
le fu eseguito sotto il suo successore, il card. Giulia- 
no della Rovere. Sotto questo vescovo nel 1482. due 
volte Ostia fu visitata dalle galee del re di Napoli , 
le prime furono in numero di sette, ed erano capita- 
nate da Villamarina, le altre erano dodici, ed aveano 
con loro quattro fuste. Ambe le volte però furono for- 
zate ad allontanarsi, sendo la rocca presidiata da fan- 
ti commandati da un tal Majannino da Firenze che tras- 
se contro la squadra un passavolante. Veggasi la parte 
seconda del tomo III. de' Rer. Ital. Script, pag. 1072 , 
e 1075. Morì il d'Estouteville nell'anno seguente dopo, 
un lunghissimo cardinalato, e gli successe nella sede o- 
stiense il card. Giuliano della Rovere citato di sopra, 
nepote del papa regnante , ed il quale poi dovea illu- 
strare il romano pontificato. Egli riconoscendo la impor- 
tanza del sito si diede a fortificare validamente Ostia ^ 
servendosi della opera di uno de'più rinomati architetti 
militari del suo tempo, cioè Giuliano da Sangallo, man- 
dandolo a cercare a Firenze e ritenendolo in Ostia per 
ben due anni, siccome narra il Vasari. Sue opere per-, 
tanto sono la torre attuale e le fortificazioni che la co- 
ronano, siccome viene attestato dallo stile del monumen- 
to , della moltiplicità delle sue armi , e dalle iscrizioni 
che vi si leggono. Imperciocché sull'architrave della por- 
ta esterna della rocca fra due ramuscelli di quercia, al- 
bero emblematico della famiglia, leggesi: 

IVL . SAÓnENSIS . EPISCOPVS 
CARD . OSTIENSIS . FVNDAVIT 

e questa epigrafe trovasi pur ripetuta sulla pwla inter- 



U5 

na. Battute pur furono in memoria di tal costruzióne 
medaglie , delle quali non rimangono che esemplari di 
bronzo, sebbene non si possa assicurare che non ne ve- 
nissero coniate in metalli più nobili. Una di esse offre 
nel rovescio la rocca ostiense colla leggenda: ivl . card . 
^EPOs . IN . osTio . tiberino: l'altra conscrvavasi nel mu- 
seo Borgia , ed è riportata dal Maroni : essa nel dritto 
ha la protome del cardinal Giuliano colla iscrizione; ivl . 
EPisc . osTiEN . nel rovescio la rocca, presso a poco co- 
me ancora rimane colla leggenda, compimento della pre- 
cedente , CARD : s : p : AD vinc. Sembra che il cardinal 
Giuliano invitasse lo zio pontefice Sisto IV. a vedere i 
suoi lavori, poiché leggiamo, che nello stesso anno 1483, 
Sisto IV. imbarcossi in Roma a Ripa Grande allora det- 
ta Ripa Romèa sopra un legno bene adorno e correda- 
lo, detto il Bucentoro: veggansi i Rer. Ital. Script. Torn- 
ili. P. II. p. 1083: e T. XXIII. p. 191. Questa rocca 
servì di ricovero nel 1492 allo stesso cardinale Giulia- 
no nel pontificato di Alessandro VI: R. I. S. T. III. P. 
II. p. 1245. e seg. egli dopo esscrvisi sostenuto fino 
al 1494, ed averla fornita per tre anni di viveri e mu- 
nizioni, imbarcossi. Dopo la sua partenza Alessandro VI. 
il dì 26. di aprile la mandò ad assalire: e nello stesso 
anno si arrese ai Francesi, che non vi si poterono reg- 
gere lungamente , poiché vennero discacciati dal cardi- 
nal Giuliano. Siccome si è finora veduto, questo perso- 
naggio contribuì molto al ristauro, ed all'abbellimento 
di Ostia, e divenuto papa non abbandonò punto la ope- 
ra incominciata , quindi le sue armi e come cardinale , 
e come papa sono sparse per la torre, e pel recinto: ed 
opera sua è la chiesa di S. Aurea ordinata dall' Estou- 
teville, come lo sono la rocca, e la torre di difesa sul 
Tevere detta di Bovacciano. Innocenzo Vili, successore 
di Sisto IV. Leone X. successore di Giulio sembrano 



446 

aver fatto qualche ristauro alla rocca vedendosi ivi le 
loro armi. Ma dovè molto sofferire nella invasione bar- 
barica del 1527, poiché nell'ingresso della torre a sini- 
stra della porta esterna leggesi una iscrizione, nella qua- 
le dicesi che a spese di Paolo III. Stefano Cansaco a- 
merino rifece la rocca quasi diruta ai 27. di giugno 
1537: 

ÀRCEM.HANC 
PROPE.DIRVTA 
I MPENSA . PA VLI 
III . PONT . MAX . ST 
EPHANVS.CANS 
ACHVS.AMERIN 
VS . RESTIT . V . KL 
IVL . M . D . XXXVII 

Non vuol starsi alla stretta significazione delle parole 
di questa epigrafe , poiché la torre in tutta la sua co- 
struzione si mostra sempre del secolo XV. e le armi dei 
pontefici anteriori a Paolo III. vieppiù lo confermano; 
ma é ben vero che guasti gravi ricevè nella invasione 
del 1527. per aver bisogno di essere ristaurata da Pao- 
lo III, il quale era vescovo ostiense mentre accadde quel- 
la barbarica incursione , ed avea già fatti ristauri alla 
torre, poiché le sue armi come cardinale ancora vi ri- 
mangono. Le cure che i sommi pontefici , ed i vescovi 
ostiensi prendevano per la rocca dimostrano quanto con- 
to si facesse di Ostia nel secolo XV. e possono pur for- 
nire la idea che non fosse allora una città abbando- 
nata. Né Paolo III. é 1' ultimo esempio che possiamo 
citare di tale sollecitudine per questa città; impercioc- 
ché le armi di Pio IV. e quelle soprattutto del card. 
Alfonso Gesualdo, che si veggono sulla porta della Ter- 



447 

ra e sopra quella della chiesa cattedrale, mostrano che 
almeno fino all'anno 1603, nel quale morì questo vesco- 
vo ostiense, secondo il Maroni continuavasi a sostenere 
questa città. Ma come si è veduto che Tantica avea ri- 
cevuto il primo colpo dall' apertura del porto di Clau- 
dio , cosi la moderna Ostia pel riaprimento della fo- 
ce destra del Tevere fatto da Paolo V. nell'anno 1612. 
cadde in abbandono, e appena si sostenne un picciol 
numero di abitatori per la continuazione delle saline , 
per la pesca, per la coltivazione dei terreni, e la guar- 
dia de' bestiami. Uno stato della popolazione di Ostia 
nel 1765. ci viene fornito dalla relazione manoscritta 
della visita episcopale fatta sotto il card. Guidobono 
€avalchini , dalla quale ricavasi che allora questa città 
contava ancora 49 famiglie e 156 anime, che vi resta- 
vano ancora durante la state. Ma l'abbandono delle sa- 
line avvenuto sul finire del secolo scorso, 1' essere sta- 
ta contemporaneamente ridotta Ostia in asilo di fuoru- 
sciti , finirono di deprimerla , ed oggi nella state non 
contiene 50 individui, che sono i soli, i quali possono 
dirsi permanenti, ed ancor questi in gran parte si com- 
pongono degl operai delle saline novellamente riaperte. 
Delle rovine di Ostia antica Lipsio De Magnit. Rom. 
lib. III. che le vide nel secolo XVI. ci ha lasciato il 
quadro seguente ; vidimus ipsi apud Ostiam et Ardeam 
rudera et per sylvas illas ac vepreta quot columnae aut 
earum fragmenta, cryptae, porticus et disjecta aedium mem- 
bra. Questi indizii e la celebrità del luogo diedero im- 
pulso sul declinare dello scorso secolo a varii amatori 
di antichità di aprirvi escavazioni , che pei loro felici 
risultamenti animarono il pontefice Pio VII. ne' primi 
anni del secolo attuale a caldamente proseguirle. Come 
parte anche esse della storia ostiense credo opportu- 
no di riferìre in questo luogo le scoperte di antichi 



448 

monumenti , de' quali mentre é certo che furono rinve- 
nuti in Ostia , ignorasi però il luogo preciso del loro 
ritrovamento. In questa notizia farò uso principalmente 
dell' opuscolo più volte citato del Fea. Quanto poi ai 
monumenti rinvenuti in luoghi determinati ne farò men- 
zione allorché parlerò de' ruderi fra' quali furono sco- 
perti. Riferisce pertanto quello scrittore che prima del- 
l'anno 1803. gli scavi non furono eseguiti con ordine, 
ma che fin dal 1783 erano stati intrapresi. I primi fu- 
rono quelli del sig. di Norogna, ministro di Portogallo 
presso la s. Sede : egli trovò parecchi busti , fra' quali 
uno creduto di Alessandro , un gruppo di tre figurette 
in piedi, colonne di granito alte circa 18. palmi, pavi- 
menti di musaico, de'quali uno rappresentante Marte e 
Rea Silvia passò in casa Altieri, ed il più bello, insie- 
me col gruppo sovraccennato fu mandato a Lisbona; inol- 
tre vennero scoperti da 30 antichi dolii di terra cotta 
in una cella vinaria, capaci di circa 21 barili e mezzo 
romani , i quali in parte furono acquistati dal principe 
Chigi che li pose ad ornamento del piazzone di Castel 
Fusano dove ancora si veggono, in parte trasportati in 
Roma servirono allo stesso uso in villa Borghese, villa 
Negroni ec. Nello stesso anno un altro scavo fu aperto 
dall' incisore Volpato , che continuò ancora negli anni 
susseguenti; in esso emersero dalla terra alcune statuet- 
te di bronzo di buona maniera, molte monete, e mol- 
te bandelle pure di bronzo a cerniera a tre ordini, le 
quali aveano un mezzo palmo di altezza con le lettere 
AN. Nel 1788. nel sito denominato la capanna de' Bassi 
dal pittore Gavino Hamilton fu trovata una Venere se- 
minuda di buona maniera, un Antinoo colossale, ed un 
tripode. Altri scavi intraprese nel 1796 Roberto Fagan 
il quale vi trovò due o tre statue, una delle quali rap- 
presentante un Apollo passò in Inghilterra presso il sig. 



449 

Thornhill, e varii pezzi di condotto di piombo: nel 1797, 
e 1798 egli proseguì gli scavi presso Tor Bovacciana e 
vi rinvenne oggetti insigni, i quali verranno enunciati, 
dove si descriverà il luogo dello scavo medesimo. Ne- 
gli stessi dintorni presso il Tevere furono fatte ricerche 
nel 1800 e queste riuscirono molto felici, secondo ciò 
che a suo luogo sarà indicato. Nel 1801 fu scoperta la 
statua di un preteso console , un torsetto e frammenti 
di condotti di piombo colla epigrafe: 

jCNASENNIVSMVSAEVSFACIT :,ij yj 

JttAVACLEM ,„ r,[(i(iij 

cioè Cairn Nasennius Musaeus facit forse per fecit: Mar- 
ci Aurelii Clementis. Fu nel 1803. che cominciarono le 
grandi escavazioni per ordine del pontefice Pio VII. E 
queste durarono fino all'anno 1806: esse hanno fatto ri- 
tornare alla luce insigni monumenti , oggi raccolti nel 
museo Vaticano, ed hanno fornito nuovi lumi sulla to- 
pografia dell' antica città. Sarebbe a desiderarsi , che 
fossero continuate, non solo per riacquistare oggetti in- 
volati alle arti dalla barbarie e dalla miseria de' tempi, 
ma ancora per avere una idea più circostanziata delle 
fabbriche di questa illustre colonia. 

Fin dapprincipio si è indicato che la odierna Ostia 
é circa un mezzo miglio più verso Roma dell' antica : 
essa si compone di una fortezza costrutta ai tempi di 
Sisto IV. dal suo nipote il card. Giuliano della Rovere 
vescovo di Ostia, e poi papa Giulio II, di poche case 
rustiche generalmente del secolo XV, e della chiesa cat- 
tedrale dedicata a s. Aura riedificata nello stesso seco- 
lo dallo stesso card, della Rovere. È cinta di un debo- 
le muro merlato difeso da qualche torre, opera in gran 
parte del card. d'Estou te ville secondo che si vide nella 

29 



storia è secondo che mostrano le amii : una parte di 
questo recinto serve di parete e sostegno alle case, e 
verso oriente 1' autore di esso profittò di una fabbrica 
antica. La forma della terra murata può ridursi ad un 
quadrato , di cui il Iato settentrionale ha la porta , il 
meridionale la chiesa, e l'occidentale viene presso che 
Mitieramente occupato dalla fortezza volgarmente detta 
ia Torre di Ostia, mentre l'orientale è coperto da case. 
La popolazione nella state, ora che le saline sono state 
riaperte non giunge a 40 individui e questi generalmen- 
te non indigeni^ nell'inverno viene accresciuta da cen-: 
tinaja di contadini ed altra gente rustica , che non è 
stazionaria. Quantunque la torre sia oggj abbandonata 
ed in parte cadente, ed il fossato ricolmo, pur rifletten- 
do at secolo della sua costruzione, a Giuliano da San^ 
gallò, che secóndo il Vasari l'architettò, ed alla resisten- 
za che fece ai tempi del card, della Rovere, può giu- 
stamente riguardarsi come una delle più belle , e più 
celebri fortezze di quel tempo. Su di essa sono le ar- 
mi di Martino V. Sisto IV. Innocenzo Vili, del card. 
Giuliano della Rovere, e come cardinale, e come papa, 
di Leone X. di Paolo III. e di Pio IV. altre insieme 
riuniteV gltré in varie parti della torre stessa disposte ; 
queste servono ad indicare la origine, la fondazione, e 
i riSta^ri si di essa che delle opere attinenti. Che pe- 
rò là torre attuale sia incontrastabilmente opera de'tem- 
pi di Sisto IV. oltre lo stemma del papa in luogo prin- 
cipale, e le iscrirzioni sulle porte, e lo stile, lo mostra^ 
ilo 1« medaglie già riferite nella storia , sul cui rovescio 
si legge in una ivu card . nepos . in . ostio . tibe- 
rino colla rappresentazione della cittadella di Ostia : e 
nétràltrà riportata dal Maroni tratta dal museo Borgia, 
da un lato e l'immagine del cardinale della Rovere: e 
iiJaH'altro, colla epigrafe card : s : p : ad : viinc, e la cit-- 



i51 

tadella ostiense. Queste due medaglie, non solo la epo- 
ca, ma anche 1' autore della torre ci mostrano: è per- 
tanto da conchiudersi che gli stemmi posteriori a que- 
sta epoca ad altro non possono alludere che a ristau- 
ri, secondo che nella storia fu notato. Entrandovi, ol- 
tre le iscrizioni di Giuliano della Rovere e di Paolo 
HI. riportate di sopra, leggonsi a sinistra i motti: ho- 
SPES IN ARGE-soLviTO metvm: a destra cvstos fidei-ga- 
VETO DOLis. Sopra questi ricorre una lunga iscrizione, 
che cominciando a sinistra dice: sixto . mi . font , 

MAX . PATRVO . S . P . IVLIANVS SAONAS CARD . OST , 
ARGEM ET PROC . OSTIA TIB ET . VRB . OST . MVN . 

Sulla porta interna si ripete l'epigrafe: ivllanvs . sAO- 

KENSIS EPISG - CARDINALIS . OSTIENSIS . FVNDAVIT. Ncl 

maschio Baldassarre Pe ruzzi dipinse in chiaro scuro 
storie bellissime. Vasari loda specialmente una batta- 
glia romana, ed un'assalto di rocca: ivi pure il Peruz- 
zi rappresentò macchine antiche di guerra , ed armi : 
ed i fatti da lui dipinti in una sala passano per l'o- 
pera migliore che dipingesse. Cesare da Sesto Milane- 
se , scolaro del Vinci ajutò il Peruzzi in tutti questi 
lavori, siccome narra il Vasari. È inutile dire che per 
la incurie queste opere oggi sono perdute. < . 

Che poi la chiesa di s. Aurea sia opera del cardi- 
nale della Rovere ne son documento le armi gentilizie 
miste co'trofei delle sue vittorie, deesi però eccettua- 
re la porta, sulla quale leggesi il nome del card. Ge- 
sualdo menzionato di sopra , il quale trovasi ancora 
sulla porta del villaggio. Incerta è 1' origine precisa 
di questa chiesa \ ma che già esistesse sul finire del 
secolo XVII. se ne hanno le prove in Anastasio Biblio- 
tecario , il quale nella vita di Sergio I. che fu papa 
dal 687. al 701. dice che quel pontefice la rinnovò, ed 
ia tal circostanza le dà il nome di basilica: Eie ba&i~ 



452 

licam sanctae Aurae in Ostiis quae similiter fuerat distecta, 
vel disrupta cooperuit , suoque studio renovavit. Lo stesso 
poi fece sul principio del secolo IX. Leone II L come 
dallo stesso scrittore apprendiamo. La carta del 1159, 
fa pure menzione di questa chiesa, ed innanzi ad es" 
sa, come chiesa allora primaria, fu convocato il popo- 
lo. In quale stato fosse nel secolo XV. non ci è noto; 
ma forse minacciando rovina , mosse il card. Giuliano 
della Rovere a riedificarla come oggi si vede con ar^ 
chitettura di Baccio Pintelli, per testimonianza del Va-» 
sari, e perciò vi si veggono le sue arme. 

Pochi monumenti eransi osservati in Ostia modera 
na dei tanti, che erano stati scavati fralle rovine del-> 
l'antica; ma dopo che il card. Bartolommeo Pacca ven- 
ne al governo di questa Chiesa raccolse nelle camere 
dell'episcopio tutti i monumenti, che potè, e formò co-^ 
si un picciolo museo ostiense, come avea fatto a Por- 
to mentre era vescovo portuense. Fra que' monumenti 
meritano particolare menzione il sarcofago di Gaio Co-r 
mino Successo fattogli fare dal figlio Gaio Cominio Re-r 
sto Quieto; e sotto l'episcopio l'ara sepolcrale di mai^ 
mo bianco con vuoto sopra , nel quale contenevasi il 
vaso cinerario, colla epigrafe dì Lucio Lepidio Eutico, 
seviro augustale, e quinquennale in Ostia e Tusculo, co- 
inè pure quinquennale perpetuo del corpo de'fabri ^9r» 
vali ostiensi; 



453 

L. LEPIDÌO EVTHYCHO ,j{ 

SEVIRO AVG. IDEM ; ì, .,j 

QVINQ » IN COLONIA j f |,,f, 

OSTIENSI 'i.'(y<V)h 

ET IN MVNICIPIO 
TVSCVLANORVM 
ET QVINQ PERPETVO CORPOR 
FABRVM NA VALIVI» 

osTiENsiVM w);,;;, 

teRTVNATVS LIB . ET ALEXA . ACT , ., j; 

Le rovine dell'antica città si riconoscono a tanti tu- 
muli, o collinette, talvolta coperte di cespugli, di bron- 
chi , e di arbusti talvolta sormontate da ruderi infor- 
mi^ frai quali torreggia la cella quadrata di magnifico 
tempio. Esse si estendono dalla chiesa di s< Sebastia> 
no alla torre detta Bovacciana per un tratto di circa 
un miglio ed un quarto di lunghezza: e dal fiume alla 
così detta Torretta per poco meno di tin miglio in lar- 
ghezza. Non tutte però appartengono alla città propria- 
mente detta, essendosi negli anni scorsi trovato un co- 
lombaio fra il teatro ed Ostia moderna, molto dappres* 
so alla chiesa citata di s. Sebastiano, cioè nella dire- 
zione della lunghezza > onde la lunghezza dell^ cit^à 
credo che vada ristretta ad un dipresso fra il teatro e 
tor Bovacciana, cioè a circa un miglio in linea retta; e 
la larghezza non oltrepassò di molto lo spazio fra il 
fiume e la così detta Porta Marina , cioè fu di circa 
mezzo miglio, sempre in linea retta. Dalla disposizione 
visibile delle rovine, risulta che la città aprivasi in una 
specie di semicircolo intorno al Tevere presso al cubi- 
to^ che questo fiume ivi forma^ appunto come Dionisio 
la descrive, in un angolo fra questo ed il mare. Di là 
da tor Bovacciana, e dai ruderi della così detta Por- 
ta Marina, verso il mare non rimangono traccie di fab- 



454 

briche; anzi può con sicurezza riconoscersi ivi il rìmf- 
te dell'antica spiaggia, che oggi per chi siegue la ripa 
del Tevere si è prolungata di ben due miglia per i 
depositi accumulati del fiume , che ha ivi distesa una 
specie di lingua. Il fiume dopo essersi volto ad oriente^ 
nel giungere presso il teatro di Ostia torce strettamen- 
te ad occidente, formando il cubita sopraccitato^ e fi- 
no alla foce continua sempre nella stessa direzione oc- 
cidentale. Dai limiti indicati della città propriamente 
detta, e dalla forma semicircolare che le rovine conser- 
vano, può approssimativamente calcolarsi l'estensione del' 
recinto di Ostia a due miglia e mezzo circa , e questa 
calcolo può darci lume sul numero dc'suoi abitanti, i 
quali tolte le fabbri(;he pubbliche, le strade, le aree, le 
piazze, ed i tempj ec. non sembrano avere ecceduto l 
'20,000. Benché non rimangano avanzi riconosciuti del- 
le mura ostiensi , sulla loro esistenza non può cader 
dubbio, sì per l'uso costante de' Romani nel fondar le 
coionie, che per la importante posizione di questa: inol- 
tre espressa menzione sen fa negli atti de' martiri ad 
Ostia Tiberina illustrati dal De Magistris , e da questi 
rìstìUa che esistevano ancora nel secolo III, come, che 
fossero, nel secolo VI smantellate, si trae dal passo di 
Procopio riferito nella storia. 

Uscendo da Ostia moderna, e prendendo a isinistra 
il sentiere che costeggia le fortificazioni della torre, si 
giunge ad un bivio: seguendo la strada a destra, dopo 
un quarto di miglio dalla porta di Ostia si giunge alla 
Fiunione di tre sentieri; qualunque di questi viottoli vo- 
glia seguirsi egualmente si arriva alle rovine di Ostia; 
ma per tenere un certo ordine, e non essere esposti ad 
andirivieni, meglio è battere quello di mezzo, il quale 
fascia a destra la chiesa oggi abbandonata di S. Sebastia- 
no che fu edificata Tanno 1637. dal cardinal Ginnasi il; 



^ualc vi uni uo ospizio, Oggi pure in rovinaci rude- 
ri si cominciano; ad incontrar poco dopo; pia i primi 
furono fuori del recinto di Ostia^ poiché fra e^i si è 
trovato un colomtbaio, oggi ancora riconpscibile, benché 
in gran parte ricoperto. Meno questo gli altri ruderi 
che dapprincipio incontransi sono di uso incerto, tutti 
però di buona costruzione , che richiama il primo pe- 
riodo dèi secondo secolo. Ed è qui da premettersi dhe 
le fabbriche ostiensi sono generalmente costrutte, b rdi 
opera laterizia, o di opera reticolata con legamenti e 
testate di laterizio; ; che la opera laterizia è generalmen- 
te formata di mattoni di argilla rossa e giall^^ non mol- 
to lunghi, e piuttosto, ^t^-etti ; ,i c^n^i pvii.4i[ijreti^i*tcr 
sono di tufa. nt^ 0Ar,tuo-i O'hi.')! n» oJRt? f>T>?>'» 

^8-. Un mezzo quarto di .miglio distant0;;?i ministra vfi- 
desi culminare l'avanzo di un'antica piscjn^o conserva 
dove probabilmente andava a finire l'acquedotto ostien- 
se; rimane ancora, la sua sostruzione o pianterreno ^ tH 
parte del piano superiore che conserva ancora , un pezzo 
deWopus signinum od astraco che lo rivestiva. Quésta pi- 
scina verso oriente era rinfiancala da tre contrafforti: es- 
sa trovavasi quasi in linea re;tt& eofta chiesa;. dir &•■ Se- 
bastiano, ri' , •,] ,'•;,.•:, i,)y)>\^v^ ■', hinÙj .•..'!;»>'! 

Passato il colombaio àiénzionato' più vòlte,- frovansi 
i ruderi del Teatro ostiense come può riconoscersi dal- 
la direzione "semicircolare !. che ; ancora iconservano, e da 
qualche rimasuglio, della- scena. Di questo teatro.' si Ha 
memoria negli atti citati de'màrtiri ad Ostiay et iussitS. 
Quiriacum episcopum et S^ Maximum presbyterum et Ar>- 
chelaum diaconum et omne& -milites lod ^arcum^ante THEAr 
T RUM capite ca«É?/; nel testo greco di-questi stessi atti 
Varcum ante theatrum si esprinie. con.Tvgii xajaajsav c/Ji7rpcr 
C0ev •Tcu ^soctpsu. La costruziotìG di quésta fabbrica, par- 
te laterizia di mattoni gialli e rossi misti insieme, par-' 



456 

te Fotieolata con legamenti laterizìi^ non sembra lonfa^ 
na dal tempo di Adriano, il quale secondo ciò che nel- 
^a storia si vide conservò- ed accrebbe la colonia di Ostia. 
Esteriormente è rinfiancato da contrafforti legati insie- 
me da archi , e forse era circondato da nn ambulacroi 
Ora malgrado la sua forma ,. che è evidentemente di 
teatro, nella icnografia delle fabbriche ostiensi di Zajv- 
pàti pubblicata da Guattani ne Monumenti Antichi dell'an- 
no 1805 si (fice Anfiteatro. Secondo questa stessa- pian- 
ta la sceuff aTCv* 35. canne romane o- 350 palmi di 
lunghezza, presa però* la mi-sura d» una estremità all'al- 
tra : il semidiametro poi preso- pure da una estremità 
esterna all' altra ne avea 200. Dalla sua forma sembra 
essere stato un teatro romano. Queste rovine- sono qua- 
si parallelb alla celta del tempio m^izionatò di sopra , 
e diriggendosi ad essa traversasi ii* solco di una via 
antica della città già fiancheggiata da taberne, delle qua- 
K sono evidenti gli- avanzi: questa via va retta verso il 
Tevere- nelk direzione da mezzogiorno a settentrione. 
Quindi avvicinandosi vieppiù ai tempio traversansi gran- 
tli rovine di» fabbriche di uso incerto, le quali continua- 
no fino al muro di recinto del' tempio stesso, e se la 
pianta citata è corretta esse legano col muro di recin-^ 
to; ma oggi sono troppo riempiute di macerie e imbo- 
schite per poterne essere certi. 

( 11 temjfùo sorge entro un'area quadrilunga, in fon^ 
dò ad essa, rivolto v-erso mezzodì; quest' area da. tre 
lati veniva determinata da un muro di recinto che auT- 
cor può tracciarsi, il quale separava il terreno sacro dai 
profani edificii ; verso mezzogiorno però terminava ad 
una via^ della quale negli ultimi scavi fu scoperto, il 
pavimento di poligoni di lava basaltina , e che andava 
nella direzione da oriente ad occidente. La lunghezza 
di questa area è di piedi 200 , la larghezza non com.*- 



457 
presi i portici di 90. Ne'due lati lunghi fra il muro di 
recinto ed il tempio stesso ricorre uno spazio di circa 
30 piedi: 70. ne corrono dall'ultimo gradino del pronao 
alla via pubblica menzionata di sopra: 15 dalla parete 
posteriore della cella al muro di recinto verso il fiume. 
La metà dello spazio frai lati lunghi, ed il tempio era 
occupata da un portico sostenuto da colonne di granito 
bigio e di marmo caristio o cipollino , forse alternate ^ 
di 2 piedi ed uà quarto di diametro, delÌ€ quali ancO' 
ra rimaagona frammenti, che non debbono confondersi 
con quelli di granito pur bigio di circa 1 piede e mez- 
zo di diametro, i quali negli ultimi scavi sono stati riu- 
niti presso il tempio, ma non vi appartennero avendo 
fatto parte di un' altra fabbrica non molto distaile in- 
sieme co'frammenti di colonne di marmo bigio lumachel- 
lato del medesimo diametro. Ancor» nel lato occidenta- 
le si ravvisa una parte del muro di basamento, sul quale 
ricorrevano le colonne^ e cbe il Zappati dà per gradini. 
Così queste due ale di portici rendevano questi) tempio 
molto simile per ìst pianta al Foro Palladio e tempio di 
Pallade in Roma, variando solo ne 'particolari.^ e nell'es- 
sere qui le colomie di un uso più ragionato che nel fo- 
ro citato. EstemanMnte il muro di recinto veniva inter- 
rotto da nicchie alternate curvilinee e rettilinee , delle 
quali alcune furono porte di comunicazione. Il tempio 
propriamente detto è di una costruzione laterizia di mat- 
toni rossi, più accurata di qualunque altra delle fabbri- 
che che ci rimangono di Ostia antica : essa è analoga 
a quelk del Foro Trajano e della Villa Adriana. Innal- 
zasi sopra ttna sostruzione elevata come generalmente 
tutti i tempj, onde potere avere di fronte i gradini in-- 
dispcnsabili alle Aedes sacrae: questa sostruzione essen- 
do un poco più ampia formava una risega corrisponden^ 
te al pavimento del tempio, e lasciava sotto di esso un 



45a 

penetrale, o sotterraneo, egualmente che tìn sotterraneo" 
esisteva sotto il portico e sotto i gradini. La parte sot- 
terranea corrispondente alla cella veniva illuminata da 
quattro feritoie per parte ne'lati lunghi all'altezza di 12 
piedi dal livello dell'area: entravasi nel sotterranea per 
la parte postica del tempio ed il suo pavimento è di 
opera a spiga. Il tempio era prostilo-esastilo, cioè avea^ 
un portico solamente di fronte, con sei colonne di fac- 
cia: erano queste scanalate, di marmo lunense , e non 
giallo antico, come si dice, del diametra di tre piedi e 
mezzo , rimanendone ancora un frammento ne' dintorni 
del tempio verso mezzodì. Oltre le sei colonne di fron- 
te, tre ne avea di fianco contandovi sempre la colonna 
angolare. Al portico si saliva dall'area per una scala di 
19 gradini , ì quali secondo che negli ultimi scavi si 
vide erano di marmo lunense, marmo, che in lastre lun» 
ghe quattro piedi rivestiva pure il pavimento del por- 
tico. Del medesimo marmo fu pure esteriormente rivcr 
slita la cella, la quale com|>resa la grosse/za de' muriy 
ma non la risega del sotterraneo è un rettangola lun- 
go piedi 64, largo 54. È molto probabile che esterna- 
mente essa fosse decorata di pilastri, i quali seguendo 
l'intercolunnio del portico erano sette ne'lati e sei nel- 
la parte postica: basamento di questi pilastri era la ri- 
sega del sotterraneo. La porta era amplissima come ge- 
neralmente le porte de'tempj romani: benché manchi og- 
gi di stipiti ed architrave, conserva ancora la soglia, del 
marmo così detto affricano , solida , e in origine di un 
sol pezzo, ma oggi screpolata e si riconosce aver sof- 
ferto il fuoco: essa ha 27 palmi e mezzo di lunghezza. 
L'interno era rivestilo di nobilissimi marmi, come il nu- 
midico, o giallo, il chio, o affricano ec. degli stessi marmi 
uniti al caristio, o cipollino, frigio, o pavonazzetto, ed 
al così detto portasaata era pure formato il pavimenta 



459 
diviso in compartimenti rettangolari contenenti rombi va- 
riando i colori de' marmi diversi. Frammenti di questi 
marmi ancora vi esistono, ma la soverchia premura di 
chi. lo visita a raccoglierli rende ogni giorno più rare 
le testimonianze di siffatta decorazione. In fondo alla 
cella rimane ancora il rialto, basamento o tribunal, sul 
quale erano le statue delle divinità, alle quali era con- 
sagrata if tempio : a questo basamento è probabife che 
si ascendesse per scaflette laterali. Da ambedue i lati so-- 
no nella cella tre nicchie, quella di mezzo è curvilinea, 
ìe laterali sono rettilinee : esse servirono a contenere 
statue: è molto probabile che sotto* di queste ricorresse 
un basamento di marmo il quale reggeva pilastri, e que- 
sti sostenevano un intavolamento , sul quale era impo- 
stato il lacunare 7 giacché non resta indizio alcuno -^ 
volta: né vi erano affatto fenestreii:<o 9 ojxi;q>! bìK'jnp o*. 
Si è di già notato che la costruzione di Queste cdìi 
fizio sorpassa in accuratezza le altre fabbriche; ora é 
d'aggiungersi che i frantumi che rimangono dell' archi- 
trave e del fregio, di proporzione analoga a quella delle 
colonne, ci rendon sicuri che l'ordine era corintio, e che 
per lo stile, che è assai buono, il tempio può attribuir- 
si alla epoca di Trajano o di Adriano: nel fregio, come 
in quello di Giove Tonante in Roma, erano espressi bu- 
eranj e istromenti da sacrificio; un pezzo che ancor ne 
rimane conserva oltre un bucranio coronato da tenie 
il principio di un aspergili©: è questo a poca distanza 
dai gradi del tempio verso mezzodì. Rimane pure ben 
conservato un pezzo della cornice nell'area presso l'e- 
stremità del lato occidentale della cella, coperto di spi- 
ni, e di arbusti, di stile analogo al resto. Quindi rac- 
cogliendo tutti gì' indizj per giudicare dell' uso e della 
epoca di una fabbrica, può conchiudersi, senza tema di 
errare, che, dalla pianta, dallo stile,' e dalla costruzio^ 



460 

ne di questo edificio risulta, essere un tempio entro s«-' 
ero recinto, fatto> o ricostrutto da'fondamenti nel primo 
periodo del secondo secolo della era volgare, o da Tra- 
jano, o da Adriano) può piuttosto propendere il giudi- 
zio per questo ultimo, giacché di lui abbiamo documen- 
ti di aver molto fatto per Ostia, ed inoltre presso que- 
ste rovine si è scoperto un brano d'iscrizione di marmo 
bianco a questo stesso imperadore spettante* Due obje- 
zioni ricavò il Guattanì contro la opinione y ebe questa 
fabbrica sia un tempio, e perciò ne vuol fare la Curia* 
La prima è per lui di gran peso, cioè che se fosse tem- 
pio, rivolto sarebbe al^ Bume, cioè supponendo che il fiu- 
me radesse il recinto del tempio> ma è un fatto che non 
solo il fiume è almeno 500 piedi distante in linea retta 
dal tempio, ma che dalia ripa dei fiume al tempio stes- 
so questo spazio è occupato da edifizj urbani, onde inu- 
tile sarebbe staio rivolgere il tempio al fiume , perché 
la veduta in gran parte n' era da questi edifizj stessi 
tolta. D'altronde avendo sul lato opposto la direzione di 
una via, probabilmente preesistente, a quella come più 
vicina piuttosto che al fiume vollero diriggere la fronte 
della fabbrica. Vitruvio nel capo V. del IV. libro dove 
parla della direzione che aver doveano i tempj ((tede» 
sacrae) dice che si nulla ratio impebieuit , liberaque 
fuerit potestas aedis , signum quod erit in cella coUocatum 
spectet ad vespertinam coeli regionem etc^ quindi che sin 
autem loci natura interpellaverit , tum convertendae sunt 
earum aedium constitutiones uti quam plurima pars moe* 
nium e templi» deorum conspiciatur. Item si secundum flu-^ 
mina aedes sacrae fient ita uti in Àegypto circa Niìum, ad 
fluminis ripas videntur spectare debere. Similiter si circum 
mas publicas erunt aedificia deorum, ita constituantur uti 
praetereuntes possint respicere et in conspectu salutationes 
faeere. Ora questo non ò seeundum flumenf ma eireum viam 



461 

publicamf quindi non al fiume, ma alla via doTca esser 
rivolto; come, benché più vicini al Tevere, non essen- 
done più di 250 piedi distanti , i tre tempj , sui quali 
trovasi eretta la chiesa di s. Nicola in carcere in Roma, 
al fiume volgono le spalle per rivolgere la fronte alla 
via pubblica che traversava il Foro Olitorio in che si 
trovavano. Dì minor peso è V altra che il tempio sia a 
due piani; egli non riflette che non rari sono i tempj 
romani, che abbiano un pianterreno, o sotterraneo rela- 
tivamente al piano del tempio, più o meno elevato se< 
eondo la località. Questa stessa opinione tenne preceden- 
temente il Verani autore della pianta topografica di Ostia 
più volte citata e diretta dalle cure del Fea. Quanto a 
questa denominazione essendosi con positivi argomenti 
provato che é un tempio potrei dispensarmi dal confu- 
tarla; ma per essere la Curia di una colonia, converreb- 
be provare che sta nel Foro: ora il fatto dimostra che 
lateralmente la pretesa Curia è stretta dai portici del 
recinto in modo che il Foro non avrebbe che 15 piedi 
circa di estensione, e di fronte dove senza altri riflessi 
potrebbe supporsi una piazza , questa non sarebbe che 
80 piedi larga e 65 lunga, Foro invero troppo ristretto. 
Finora però nulla si è detto del nume, al quale questo 
delubro era stato consacrato. Che in Ostia fino da'tem- 
pi della repubblica fosse una Aedes o tempio di Giove, 
forse, a somiglianza della metropoli, il principale della 
città, lo mostra Livio, quando narra che fu percosse dal 
fulmine: una iscrizione riportata dallo Spon die motivo 
al Volpi di credere che il tempio di Giove menzionato 
da Livio fosse lo stesso di quello eretto a Giove Patul- 
cio, e a Giunone Patulcia da Lucio Calpurnio Messali- 
no, essendo consoli Cajo Cesio Longino, e Sesto Domi- 
zio Calvino ; ma costoro sono di gran lunga posteriori 
alla epoca, della quale parla Livio, quindi quello nomi- 



462 

nato dal Patavino , e quello eretto da Lucio Calpurnio 
furono due tempj diversi. È però probabile che quello 
di Giove , del quale parla Livio fosse a Giove Ottimo 
Massimo e a Giunone Regina eretto , siccome ricavasi 
da un'altra iscrizione ostiense riportata pure dallo Spon. 
Un'altra lapide fa menzione di P. Annio Caro sacerdote 
di Nettuno ai tempi di Vespasiano, patrono della colo- 
nia ostiense , dalla quale giustamente si arguisce che 
questo nume avesse culto in Ostia, il che d'altronde è 
tanto più probabile che Ostia era una città marittima. 
Vi si unisce pure un' altra iscrizione frammentata che 
riporta il Fabretti, rinvenuta in Ostia, la quale è voti- 
va a Nettuno conservatore dell' ordine equestre. Sopra 
gli altri fu celebre il tempio di Castore e Polluce men- 
zionato più volte nella storia, e che generalmente si col- 
loca nella così detta isola sacra senza ben ponderare lo 
parole della Cosmografia attribuita ad Etico, dalle qua- 
li si distingue bene il tempio di Castore in Ostia, dalla 
isola, amenissima allora, che le foci del Tevere forma- 
no fra loro e il mare. Pertanto dalle autorità allegate 
può dedursi che in Ostia esistevano quattro tempj, quel- 
lo di Giove^ quello di Giove Patulcio, quello di Nettu- 
no, e quello di Castore e Polluce. Le iscrizioni ligoria- 
ne citate dal Volpi, le quali parlano del culto prestato 
in Ostia a Venere Feconda , al Padre Tiberino , e alle 
Ninfe, se non vogliono dirsi apocrife, sono molto dub- 
bie: d'altronde la grandezza, magnificenza, e situazione 
del tempio in questione escludono la dedica di esso ad 
alcuna delle divinità allegate nelle iscrizioni suddette. 
Restano pertanto i numi che aveano certamente tempio 
in Ostia; quanto a Nettuno, e a Castore e Polluce gli 
ebbero questi più prossimi e rivolti al mare come risul- 
ta dalla natura e carattere di tali divinità , protettrici 
dè'navigaati. A loro appartiene la iscrizione che Grute- 



463 
ro riporta pag. XCIX n. 2. come avuta da Appiano, ed 
^esistente allora in Ostia, dalla quale confermasi che fos- 
se il tempio de'due gemelli presso al lido: 

^TORIBVS *. NOSTRIS . QVONIAM . CERTÀMINA . LAETVM 

EXHIBVISSE . IVVAT . CASTOR . VENERANDEQVE . POLLVX '• 

MVNERE . PRO . TANTO , f ACIEM . qERTAMINIS . HVIVS • 
MAGNA . IO VIS , PROLES . VESTRA . PRO . SEDE . LOCAVI 

VRBANIS . TATIVS . GAVDENS . ME . FASCIBVS . AVCTVB^ '! 

NEPTYpfOQVE . PATW . LVDOS , FECISSE . SABINOS '.' !f*/ Il 

Ricavasi pure da * questa iscriiiioh^ che quésto Tazio, pre^ 
fetto di Roma diede innanzi al tempio di Castore e Pol- 
luce giuochi ad onore di Nettuno: presso la foce ed il 
mare pur dovettero averlo Giove e Giunone Patulci, il 
cui cognome alludeva al tenere aperta la bocca del Te-? 
yere, come Patulcio cognominavasi Giano, perchè le por- 
te del suo tempio in tempo di guerra restavano aperte, 
secondo che riferisce Macrobio nel primo de' Saturnali. 
Quindi può con molta ragione credersi essere questo il 
tempio di Giove Ottimo Massimo e Giunone Regina, o 
con queste divinità di primo ordine si accorda bene la 
magnificenza delia opera, la quale potè a maggior lustro 
della città esser rifatta da Adriano. Né vi si oppone Tor- 
nato che vedesi sopra un frammento di base, il cui plin- 
to è fregiato di rami intrecciati di quercia ed edera, la 
qual base é di lavoro analogo al resto e potè apparte- 
pere alle colonne che decoravano e reggevano il taber- 
nacolo esistente nella cella entro cui erano poste le due 
divinità sul già descritto basamento. Infine è da ricor-i 
darsi che il sito dove sorge il tempio ostiense corrispon- 
de bene alla Troja nuova di Enea secondo le testimo- 
(lianze. di Dionisio, Livio, e Virgilio citate a suo luogo 



464 

nella storia, essendo fralle altre partìeolarità circa quat- 
tro stadj distante dal littorale antico. 

Dietro il tempio ma non corrispondente esattamen- 
te all'asse del tempio stesso, si apre verso il fiume una 
via ancora riconoscibile dal solco, scavata sul principio 
di questo secolo, e fiancheggiata da fabbriche, da taber- 
ne, e da portici; un bel pezzo di tali taberne e portici 
si vede presso il fiume, quantunque ora dai bronchi sia 
presso che reso impraticabile , ed è quello a cui si dà 
il nome di scalo antico , denominazione che non soffre 
obbjezione , che trova appoggio nella pianta e località 
delle rovine , ma che d' altronde non ha prove dirette. 
Altre rovine di uso incerto costeggiano il fiume. Dal 
canto opposto il gruppo di rovine che sorge a sud-est 
della facciata del tempio si appella palazzo imperiale , 
ma non se ne allegano altre prove, che la loro magni- 
ficenza. 

A sud-ovest del tempio furono trovati gli avanzi 
di una sala mistilinea con nicchioni, e di un peristi- 
lio quadrato, scoperti sul principio di questo secolo e 
descritti da Guattani nel luogo indicato , dove ne dà 
una pianta. Dalla sua descrizione, e dalla pianta rile- 
vasi che la sala ed il peristilio erano parti di una 
fabbrica stessa ricca e magnifica : l' analogia che passa 
tra la forma di questi avanzi, e le rovine delle terme 
degli antichi può fornirci il sospetto di crederli parte 
del lavacro ostiense , il quale , secondo che fu notato 
nella storia, venne al dir di Capitolino eretto dall'otti- 
mo principe Antonino Pio. La sala mistilinea che è la 
più meridionale era formata da quattro nicchioni curvi- 
linei e due essedre rettilinee fra essi , con otto piede- 
stalli posti fra i nicchioni e le essedre per statue : era 
rivestita di marmi di vario colore e di alabastri ; il 
pavimento poi era di marmo bianco. Dietro i due nic- 



465 
«hioni che giacevano più dappresso al fiume si trovaro- 
no due scalette a chocciola per ascendere alla sommità 
dell'edifizio onde ripararne il tetto o la terrazza che Io 
copriva: i gradini di queste scalette furono trovati mol- 
to consunti dall'attrito, essendo formati da tegoloni. Si 
è indicato poc^anzi che questa sala era composta di quat- 
tro nicchioni che chiudevano due essedre rettilinee fra 
loro, cioè ne' lati orientale ed occidentale: il lato meri- 
dionale frai due nicchioni avea soltanto un rientramen- 
to della forma di un segmento di circolo: il settentrio- 
nale poi, o quello verso il fiume serviva di communica- 
zione ad un corridore ornato di pilastri con pavimento 
rivestito di marmo , e da questo nella stessa direzione 
della porta della sala mistilinea scendevasi per alcuni 
gradini di marmo bitinco in un peristilio formato da 36. 
colonne di granito bigio e di bigio lumachellato del dia- 
metro di un piede e mezzo, molti pezzi delle quali estrat- 
ti dalle rovine del peristilio, veggonsi oggi qua e là di- 
spersi presso il tempio, onde da alcuni si confondono a 
toyrto con quelle del peribolo del tempio medesimo che 
aveano un diametro maggiore. Il pavimento del portico 
di questo peristilio e quello dell'area circoscritta da es- 
so era di lastre di marmo bianco lunghe piedi 4 1/2 e 
larghe 2 1/4. D'intorno sotto il portico corrispondevano 
agl'intercolunnj nel muro altrettante nicchie curvilinee : 
in mezzo a'iati orientale ed occidentale ve n'erano due 
più ampie a maggior magnificenza: in mezzo del lato 
meridionale era la indicata communicazione col corrido- 
re e colla sala mistilinea, ed in mezzo del lato setten- 
trionale era la porta che corrispondeva colla via pubblici 
ca , della quale si è detto che passava dinanzi al tem- 
pio. Per tre gradini che ricorrevano intorno, scendeva- 
si jdal peristilio nell' arca scoperta circoscritta da esso , 



la quale senza comprendervi i gradini , ave a 60. piedi 
per ogni Iato. 

Andando più oltre verso occidente si mostra il si- 
to, in che fu ritrovata nel 1788. da Hamilton una cal- 
cara formata con marmi antichi ma non ancora arsi , 
frai quali furono rinvenuti in pezzi i quattro gruppi 
delle forze di Ercole oggi esistenti ne' quattro angoli 
della sala degli animali nel museo Pio-Clementino. Altre 
calcare furono ti'ovate dallo stesso Hamilton pure di mar- 
mi antichi , altre incendiate , altre ancora intatte frallo 
rovine ostiensi , e di un luogo detto Calcara presso 0^ 
stia attuale si fa menzione nella bolla citata di Celesti-» 
no HI. del 1191 : questo sombra essere stato ne'dintor- 
ni delle calcare trovate. Continuando a tenere la dire^- 
zione verso occidente, s'incontra una linea di ruderi che 
vanno da mezzodì a settentrione, confusamente indicati 
nella carta topografica delle rovine di Ostia di Verani. 
Negli scavi che vi furono fatti nel 1800. vi furono tro- 
vate quattro o cinque statue, due piccoli torsi, un roc- 
chio di colonna di giallo, una Diana Efesia, un monu- 
mento mitriaco, un Eone in bassorilievo, e colonne di 
affricano, di bigio, e di giallo: ma soprattutto meritano 
di essere citate una statua eroica colla iscrizione matri 
nel plinto, ed il Ganimede del nuovo braccio del Museo 
Vaticano col nome 0AIAIM02 dell'artefice: questa ulti- 
ma statua servì di ornamento ad una fontana, come può 
trarsi dal tronco di albero, sul quale era appoggiata che 
è vuoto. Queste scoperte servono a dimostrare la ma- 
gnificenza delle fabbriche di questo tratto, le quali van- 
no a raggiungere il Tevere senza però che i ruderi la- 
scino (ravvedere a quale uso fossero destinate; né la mi- 
nima apparenza havvi che qui fosse un tempio come si 
vuole insinuare nella indicazione della pianta topografi- 
ca di Verani ; imperciocché secondo il vecchio metodo 



46T 

■si diede il nome di tempio ad una piccola fabbrica ro- 
tonda, della quale ancora se ne rintraccia una parte, già 
decorata di colonne, col pavimento di musaico bianco e 
nero con figure di varii animali, il quale riunito ad al- 
tri indizj che vi si osservano fanno inclinare a creder- 
la ad uso di bagno. Il volgo chiama qnesti avanzi arca 
di Mercurio da qualche statua di quel nume ivi trovata 
ne'tcmpi andati o dalla vicinanza di qualche area dello 
stesso nome: alcune sale rettilinee di questo gruppo di 
rovine conservano l'antico intonaco dipinto ad arabeschi 
in fondo giallo. . uniU'.S 

Mi i> A mezzogiorno di queste rovine torreggiare si veg- 
gono gli avanzi di un fornice , che volgarmente dicesi 
porta marina f porta del corvo, i quali trovansi sulla linea 
«strema delle rovine verso l'antico littorale. Che questo 
fornice sia un'antica porta è probabile dalla situazione 
in che trovasi, ma non è certo: che se fu porta, è que- 
sto il solo avanzo visibile del recinto ostiense, del qua- 
le secondo che fu veduto di sopra si hanno memorie 
almeno fino alla metà del terzo «ecolo della era volga- 
re. Il nome moderno di porta marina nella supposizione 
che sia una porta non le è male applicato. 

Seguendo 1' orlo dell' antico littorale bene indicato 
dai tumuli delle rovine, ed avviandosi verso il Tevere 
a tor Bovacciana, poco prima di giungere a questa, pres- 
so il fiume, in una specie di valletta formata dalle ro- 
vine stesse trovansi frammenti di colonne ed un capitel- 
lo corintio di stile della epoca di Settimio Severo , il 
quale essendo la metà a foglie di acanto, e l'altra me- 
tà a foglie di acqua, indica di aver servito ad una co- 
lonna addossata. Gli avanzi di fabbriche in questi con- 
torni e le grandi scoperte che vi sono state fatte dall' 
anno 1797. in poi, e che saranno indicate fra poco, que- 
sto capitello, i frammenti delle colonne, cil i piedestalli 



468 

di statue onorarie de'quali darò le iscrizioni non lascia-' 
no luogo a dubbio per credere in queste vicinanze uno 
degli edificii più cospicui di Ostia. I piedestalli vedevan-r 
si sul luogo stesso , dove erano stati trovati ; il card, 
Pacca li ha fatti trasportare in Ostja moderna , onde 
non venissero lasciati in balìa de' pescatori e de'bifolchi, 
e forse ancora involati per la facilità che offrono V ah-. 
bandono de'luoghi, la prossimità del fiunje, e la vicinan-- 
za dei mare. ]S sopra tre di essi leggonsi le iscrizioni 
seguenti. La prima è alla Vittoria degli Augusti , cioè 
Settimio Severo e Caracalla, come può trarsi dallo stile 
delle modinature» e dalle altre due iscrizioni, presso le 
quali si trova, che a quella stessa epoca appartengono? 
pssa dice; 

VICTORIAE .H/i .. 

AVGVSTOR 

la, seconda è ad onore di Giulia Domn^i; 

IVIIAE 

AVG 

MAIRI . CASTRORVM 

la terza poi è per Settimio stesso: 

IMP . C AES . DI VI 

,,,, M , ANTONINI . PII 

,^,,,; GERMANICI. SARMATICI. FILI. DIVI - u:^, 

, r« , COMMODI . FRATRI -.r.i e 

.,,.. PIVI . ANTONINI . PII . NEPOTI 

b DIVI,HADRIANI.PRONEPOTI , ari, 

Ir ^ V filVI.TRAIANI.PARTUICI.ABNEPOTl , u. V ^ ! 

iin sTtfn'F Piyi . NERVAE , ADNEPOTI , ->i«i5]. 

,, ,,^ e,, h , sePtimio 

-vmii^^ SEVERO, PIO i 

|. ^»v . PERTINACI , AVG . ARAR 
1^ ,' ADIABENICO.P.M.TRIB,POT.im 

JMF , VIII . COS . II . P . P ,,!., .5« 



469 

la quarta potestà tribunicia di Settimio Severo indica- 
ta in questa lapide coincide parte nell'anno 196. parte 
nel 197. della era volgare, onde a quella epoca appar- 
tiene questa e le altre iscrizioni citate. In questa parte 
furono nell'anno 1797 aperti scavi dall'inglese Roberto Fa- 
gan, il quale vi trovò un busto di marmo di Lucio Ve- 
ro, un altro di Tiberio, una testa di Commodo, una Pal- 
ladc di proporzione poco maggiore del naturale di mar- 
mo pentelico con testa riportata, occhi di avorio e pen- 
nazzc finissime di lastre di ottone, una Igica, varie al- 
tre statue di un merito inferiore, un rocchio di colon- 
na di giallo antico , varii capitelli, basi di statue, con- 
dotti di piombo , ed una bocca circolare di pozzo con 
bassorilievo rappresentante la favola di Narciso, che die 
motivo a cercare acqua in questo luogo, la quale trova- 
tasi, si formò quel pozzfo con cupolino chiuso per com- 
modo de'lavoranti, che esiste, poco prima di giungere a 
tor Bovacciana. Nello stesso luogo fu pur rinvenuta la 
iscrizione relativa al corpo de'Lenùncularj Pleromarj Au- 
siliari Ostiensi pubblicata da Ennio Quirino Visconti 
nella lettera su due monumenti, ne' quali è memoria di 
Antonia Augusta^ e ripubblicata da Fea nella relazione 
del viaggio ad Ostia. Nel 1798. vi fu trovato l'Antinoo 
in piedi di 12 palmi oggi nel nuovo btaccio del museo 
Vaticano, oltre tre ermi di Mercurio clamidati trasferiti 
nello stesso museo, ed un gran priapo esistente già nel- 
la raccolta del sig. Albaccini; vi furono scoperte inoltre 
due teste colossali di Claudio ed Antonino Pio , varj 
frammenti, e la bellissima statua della Fortuna pure esi- 
stente nel nuovo braccio del museo Vaticano , insieme 
con parecchi rocchi di colonne di granito, di marmo co- 
si detto afifricano e di bigio. Tor Bovacciana s'erge sul- 
la sponda sinistra del Tevere all'ultimo angolo di Ostia 
verso il fiume, presso il sito dove questo si tragitta so- 



470 

pra una barca per passare nella Isola Sacra. Essa è di 
stile e di costruzione identica colla torre di Ostia mo- 
derna, quindi couvien crederla opera anche essa del tem- 
po di Sisto IV. eretta per difesa della foce orientale. 
Si vede costrutta sopra un masso di pezzi di marmi ed 
altre materie, pur esso eretto sopra i ruderi del tempo 
della decadenza, ma antichi: questo masso probabilmen- 
te è un residuo della torre eretta da Martino V. pres- 
so la imboccatura orientale del Tevere, menzionata da* 
Biondo. 

Presso la torre rimontando il fiume rimangono an- 
cora visibili le traccie di una rada oggi quasi tutta' 
riempiuta da sabbia, dove stava probabilmente ancorata 
una parte della flotta romana allorché venne dai corsa- 
ri cilici rapita, secondo che fu uelia storia osservato. La- 
vicinanza della rada al mare, e la forma che ivi conser- 
va la ripa, sono argomenti di qualche peso per credere 
essere quel memorabile avvenimento in questo luogo ac- 
caduto. Imperciocché é naturale che i Cilici non osasse- 
ro troppo inoltrarsi nel fiume , poiché avrebbero corso- 
un rischio evidente di rimaner prigioni ,. o almeno di 
non potere eseguire il colpo di mano che tentavano. 

Neil' anno 1824. avendo il sig. Cartoni intrapreso 
uno scavo ad occidente di Ostia moderna fuori dell'an- 
tica città, molti sepolcri furono trovati frai quali copiai 
le iscrizioni seguenti come più interessanti: 

. M . 

L . VALERIVS . L . FIL . FYRMVS 

SACERDOS . ISIDIS . OSTENS 
ET . M . D . TRASTIB . FEO . SIBI 

Questa è sopra un' ara sepolcrale, sulla quale sono gli 
emblemi del culto d'Iside e della Mater Deum, al quale 
Lucio Valerio Firmo era sacro. Per la ortografia merita 
osservazione la parola fyrmvs invece di firmvs, ostens 



471 

invece di ostiens cioè ostiensù e trastib invece di TRAif- 
STiB cioè transtiberini o transtiberinae. Da questo marmo 
come da altri, e specialmente dalla epigrafe, che si leg- 
ge sul sarcofago della morte di Alceste nel museo Chia- 
ramonti conosciamo che Iside avea sacerdoti in Ostia , 
né infatti è strano che la divinità tutelare della naviga- 
zione fosse in una città marittima onorata. Questo mo- 
numento basterebbe inoltre a farci sospettare che altri 
numi egizii (rywaoi, o consenti d'Iside ottenessero pure 
onori in Ostia; e di Serapide ne abbiamo certezza in 
quel passo di Minucio Felice, dove, dopo avere enco- 
miato il clima amenissimo di Ostia, ed aver narrato es- 
sersi avviati al mare Cecilio ed Ottavio, il primo, simu- 
lacro Serapidis denotato (ut vulgus super stitiosus solet) 
tnanum ori admovens osculum labiis impressit. Conoscia- 
mo inoltre da questo monumento che Cibele ebbe culto 
sulla opposta riva del Tevere, cioè nella Isola Sacra. Le 
altre lapidi dicono; i-u- ; .! ti. .vi ìmt/k 



DOMITIA . ROGAT (sic) 

A . FECIT . VALERIAE . VE 
VENVSTE . (sic) MATRI . DV 
LCISSIME . (sic) BENE ME 
RENTI 



D. M C 

ROMANIAE . STRATOnIc 
QVAE . VIXIT . AN . XI . M . Ili 
D . VI . ROMANI VS 
CRESCENTILIANVS 

ALVMNAE -J '• ' '-U"-. 



D m 

CLEVONICO AGATHO 
NICO CLEVONICVS 
RHILOPI . ET DEVO 
NICA SOTERIS . PA 
RENTES FIL DVLCIS 
SIMO QVI VIX ANN 

;.; ;..... M . VI '. .i 

. CESTIVS . FORTVNATVS i 
AEDICVLAM . SIBI CONCES 
SAM . COMPARA VIT ET l 
LIBERTIS . LIBERTABVSQ. 
SVIS . POSTERISQVE 
•' «•»»)' ' EGRVM '• 



472 

sopra un sarcofago striato. 



TLORIAASC 
,. LEPIODO 

TE ET GLYGE- 
RA. 
MATM! 
©VLGISSI 
ME (sic) 

sopra un. sarcofago- 



.Ju^wx!. VL . STORAX f.ffvt 

^ . . . VS . MACELLVM ET 
. . . . DERA . TARRENSIBVS- 
. . . . DEMQVE . DEDICAV 

!;; :ù ti:;. ;ì iHiol" 
M. e I. O D t V » 
GRESCENS 
QVIvVIXlT-.ANN.XXII 
]H . Ili . D é XXI 
LOCVS . CONCES 
SVS SIBI A MINDIO 
^' . i.; FAVSTa './'.^■' i 



EX LOCA DVA CONCESSA 

MATER FECIT FILIE (sìc) BENR 

MERENTISSIME (sic) QVE (sic) VIXIT' 

ANNIS X MENSIBVS . VII. 

DIEBVS XVII . EX LOCA DVA CON 

CESSA SIVE MATER SIVE 

PATER SVPRAPONATVR 



HOC VIGILIARIVM 

PERTINET AT (sic); HEREDEM 

L . GETTIVM AMANDVM 

IS L. GETTIO HILARIA 
(sic) ANO FILIO ET HEREDI 

ET . LIB . LIB . POST . EOR 
IN F.P.XXVI.IN.AG.P.XXXII 



DIS MANIB 
T. FLAVI CLD 
DIANI T. FLA 
VIVIS (sic) CLAV 
DIA-NV* FILI 
VS PATRI ET 
MAGISTRO 
CLARO DED 



Dal greppo, sul quale sorge tor Bov-acciana si gode 



47^ 

la veduta imponente della foce orientale del Tevere, al-- 
la quale , costeggiando il fiume si gitmge , dopo due 
buone miglia di strada. Essa mirabilmente corrisponde 
alla descrizione che ne fa Virgilio nel libro VII. della 
Eneide v. 24 e seg. quantunque ai giorni di qacl poe-" 
ta molto pJtì vicina fosse a lor Bovaccìana; tìia il terre- 
no aggiùnto dal Tevere ha preso- il carattere di quello, 
dote Virgilio suppone che Enea approdasse:' 



osi 



Samqm rubescebat radits ma^e, et aefheré (tb alt& 

Aurora m roseis fulgebat lutea bigis: 

Quum venti posuere, omnisque repente resedit '^ 

Flatus, et in lento luctantur marmare tonsae: 

Atque hic Aenea» ingentem ex aequore lucum 

Prospicit: hunc inter fluvio Tiberinus ammno, "'■'• '•■ '>*' 

Vorticibus rapidis, et multa flavus arena 

In mare prorumpit: variae circumque supraque 

Assmtae ripis volucres et fluminis alveo 

Aethera mulcebant cantu lucoque volahant^ 

Flectere iter sociis, terraequae advertere prora» 

Imperai et laetus fluvio succedit opa€o>. 

Un mezzo mìglio di là da Tor Bovaceiana verso 
il mare , il terreno a sinistra trovasi fino alla spiaggia 
imboschito: questo bosco lega cm quello di Castel Fu^ 
sano o laurentino, e così col laviniate, coli' ardeatino, 
ec. Dentro questo , un miglio distante dalla foce , fra 
acque stagnanti residui delle acque pluviali e delle inon* 
dazioni invernali , è una torre ettagona costruita con 
molto sapere per difesa della spiaggia, che porta il no- 
me di Tot S. Michele , visibile da Ostia , la quale se- 
condo la iscrizione sulla porta ancora esistente venne 
edificata nelKanno 1569. da s. Pio V. e per conseguen- 



474 

za è posteriore alla morte di Michelangelo , al qual«r 

coQimuQemen te si .attribuisce. 

,M.i. 'ir' -.-io PÀGLIAN CASALE 

''■>' ' 

Teniaiento di circa rubbìa 282 e mezzo posto nel- 
l'Agro Romano fuori di porta s. Sebastiano circa 13 mi- 
glia lontano da Roma, confinante in parte co' territori! 
di Albano ed Aricia. Esso è diviso in tre corpi separa- 
ti e distinti; il primo confina colle tenute di Montagna- 
no, Valle Caia, e Torricella: il secondo co' Colli di s. 
Paolo, e col territorio di Aricia: il terzo finalmente col 
territorio di Albano, e colle tenute di Falcognani, Tor 
Maggiore, e Tor Tignosa. Dividesi tutto insieme il fon- 
do in tre quarti, denominati di Roncigliano, della Grot- 
ta , e del Torraccio. Appartiene alla Badia di s. Paolo 
di Albano. 

PALAZZOLA V. ALBALONGA, 

PALAZZO MARGANO. 

Tenuta dell' Agro Romano pertinente alla compa- 
gnia dell'Annunziata ed al monastero della Purificazione 
di Roma, situata fuori di porta s. Sebastiano circa 13 
miglia lontano da Roma e confinante con quelle di Tor 
del Vescovo, e Grotta Scrofana, e col territorio di Al- 
bano. Comprende rubbia 100 e mezzo, divise ne'quarti 
detti di Mezzo, del Casale, e delle Vigne. 

. Il Nerini riporta un atto dell'anno 1310, nel qua- 
le come confine di una terra posta nella contrada di 
Tor del Vescovo, si nomina un baltiolum Margani spet- 
tante allora a Lorenzo de Candulfis , ed al monastero 
di s. Paolo di Albano: fondo, che corrispondendo con 



475 

(fucilo teste descritto serve a far conoscere la etimolo- 
gia del suo nome, che rimonta fino al secolo XIV. 

PALESTRlNA—VRAEÌiESTE. 

tftoitas Ipraenesfina-jpellestrind 
Pnestrina-pnestre. 

Città situata ad oriente di Roma alla^ latitudine di 
41°, 50', 18" 7, ed alla longitudine di 30°, 32', 55'V 
"I; alta dal livello del mare piedi parigini 1628, 5. Es- 
sa è sede vescovile, una delle sei suburbicarie, distan- 
te da Roma 24 miglia , posta nella Comarca , e partc^ 
del distretto di Tivoli : racchiude 4378 abitanti. È ap- 
poggiata alla falda di un monte, che è uno degli ultimi 
contrafforti dell'Appennino, nel quale va a terminare il 
monte Glicestro. 

Negli scrittori elassici leggonsi tre etimologie del 
suo nome antico: Plutarco Parali, n. 41. e Servio ad Àen. 
lib. VII. v. 678 lo derivano dalla voce greca npivot, (À- 
ci, per l'abbondanza di tali alberi: Festo dall'essere di- 
nanzi, o addossata ai monti, quia montibus praestet , 

e la stessa etimologia per testimonianza di Servio avea 
dato Catone: finalmente Solino e. VII. e Stefano in Upoc- 
«vetTToj da Prenesto figlio di Latino, nato di Ulisse e di 
Circe. Fondatore, secondo Virgilio I. e. ne fu Ceculo fi- 
glio di Vulcano, stipite della gente Cecilia; stando a tal 
tradizione d'uopo è stabilire che questa città fu fonda- 
ta circa i tempi , in che Enea venne in Italia , poiché 
Ceculo insieme cogli altri princìpi latini prese le armi 
contro quel profugo. Altrove però lib. Vili. v. 560 e 
scg. lo stesso poeta fa dire ad Evandro di aver ucciso 



476 

nella sua gioventù il re Erìlo Praenéste suh ipsa ; tM 
quel passo induce a credere che Erilo regnasse in que- 
ste contrade prima di Ceculo, senza però che di neces- 
sità segua che prima di Ceculo Frenesie fosse stata fon- 
data , da che deriverbbe una contradizione in Virgilio| 
imperciocché il monte e la selva di elei, che lo copri-' 
va poteva avere di già presso gli Aborigeni e J^elasgi 
il nome di Frenesie , che poi Ceculo die alla città ivi 
fondata. Debbo inoltre fare osservare la moltiplice for- 
ma del nome Erilo che per testimonianza del dottissimo^ 
Heyne si trova ne'manoscritti di Virgilio^ cioè Hferilum, 
Erilum, Erylum^ Erulum, Elinum, Cerilum, Acerilum, He- 
hnum, Athericum. Solino ricorda un'altra tradizione se- 
guita da ZenodotOy dalla quale appariva che Preneste 
era stata edificata dal nipote di Ulisse: aggiunge però, 
che i libri prenestini davano per fondatore Ceculo fan- 
ciullo rinvenuto presso fuochi fortuiti, apudignes fortuitos^ 
donde derivò la tradizione che Ceculo era figlio di Vul- 
cano. 

Strabone lib. V. e. III. §. II. dice chtì Tibur e Prae- 
néste credevansi ambedue città greche , e che Frenesie 
dapprima fu chiamata WokvQXi^^ocJoq, cioè di molte coro- 
ne , nome che potrebbe derivarsi dai varii recinti di 
mura che la cingevano. Latino Silvio terzo re di Alba 
la ridusse sotto il suo dominio^ come si apprende dall' 
l'autore dell'Ondo Gentis Romanae, e vi mandò una co- 
lonia, la quale rimase fedele alla metropoli^ finché que- 
sta non fu soggiogata e distrutta da Tulio Ostilio. Do- 
po quella epoca si resse da se, né si ricorda più il suo 
nome fino all' anno 255 di Roma , in che i Frenestini 
pongonsi da Dionisio lib. V. e. LVI. frai popoli latini 
che si collegarono insieme per ristabilire i Tarquinii. 
Due anni dopo però, poco prima della battaglia al laga 
Regillo Livio lib. II. e. XIX. narra, che Frenesie si di- 



477 

Sitaecò dalla lega e riaccostossi ai Romani Praencsle ab 
Latinis, ad Romanos descivit. E questo loro ravvicina- 
mento fu così sincero, che le loro terre andarono sog- 
gette alle depredazioni degli Ernici, e dc'Volsci Tanno 
291. siccome narra Livio lib. III. e. Vili. Venuta pe- 
rò meno la forza romana per la invasione de'Galli, i Pre- 
nestìni si lasciarono sedurre dai Volsci, e si collegarono 
/con loro a danno di Roma l'anno 372. facendo scorrerie 
nel territorio de'Tusculani, de'Gabini, e de'Lavicani. Dap- 
principio i Romani non volevano credere a questa defe- 
ziona; ma nell'anno 374, essa divenne aperta, poiché i 
Prenestini spedirono truppe ausiliarie ai Volsci, le qua- 
li combatterono contro i Romani sotto Velletri con tale 
accanimento da superare i Veli terni stessi , secondo la 
relazione, che ne fecero i tribuni militari al senato; quin- 
di fu loro colle formalità più solenni dichiarata la guer- 
ra. Livio dice su tal proposito lib. VI. e. XXI. XXII. 
Senatus consulto, popuUque iussu bellum Praenestinis in- 
dietum. Ma i Prenestini non si sbigottirono, poiché uni- 
ti ai Volsci assalirono e presero Satrico , colonia roma- 
na, e vilmente usarono della vittoria sopra i coloni. Ca- 
millo, scelto a diriggere le legioni contro di loro, mal- 
grado la sua età avanzata li ruppe presso le mura del- 
la colonia stessa, da loro testé conquistata, ma non per- 
venne ad ultimare la guerra. Imperciocché l'anno seguen- 
te , profittando i Prenestini delle dissensioni intestine 
de'Romani uscirono in campo, devastarono le terre ne- 
miche, ed osarono attendarsi presso la porta Collina, e 
quindi sulle ripe deU'Allia; essi credevano che quell'in- 
fausto fiume dovesse esser sempre testimonio della scon- 
fitta dei Romani, e frattanto misero a sacco tutte le ter- 
re circonvicine. T. Quinzio Cincinnato, che fu eletto al- 
lora a dittatore, in venti dì li mise in rotta, e gl'inse- 
guì fino a Prcneste, espugnò otto terre fortificate dipeq- 



478 

denti da loro, prese Velletri sui Voìsci, e forzò Pre- 
neste ad arrendersi: di là trasportò in Roma sul Cam- 
pidoglio la statua di Giove Imperadore , che come tro- 
feo fu collocata entro il tempio di Giove Capitolino fraU 
la celle di Giove e di Minerva, con una iscrizione che 
denotava le castella da lui concquistate. 

Rimase ambigua la loro fede poiché nel 376 corse 
fama, che si erano ribellati di nuovo, e che mettevano 
in movimento gli altri popoli latini. 

Mantennero i Prenestini la pace fino all'anno 416, 
in che si collegarono coi Tiburtini e coi Veliterni a di-- 
fesa de'Pedani contra i Romani. Livio lìb. VII. e. XII. 
Furono vinti sotto Pedo stesso l'anno seguente da Lu^ 
ciò Furio Camillo, e nelle disposizioni preso dai Roma-^ 
ni in quello stesso anno a riguardo de' popoli della lega 
latina, che aveano preso le armi contro dì loro, fu sta-^ 
bilito, che i Prenestini, come i Tiburtini venissero mul^ 
tati di una parte delle terre. *v^tkv\ovi, ^oVW^si'^'x ^m^wv;?. 

I/anno di Roma 473, Pirro avanzandosi per la via 
latina verso Roma , dopo aver devastato la Campania , 
le rive del Liri, Fregelle, ed il paese degli Ernici, salì 
sulla cittadella di Preneste, onde incutere timore ai Ro- 
mani, e prendere una idea giusta delle vicinanze della 
città: Floro lib. I. e. XVIII: Eutropio lib II. Spaventa- 
to però dalla difficoltà della impresa, ricondusse le sue 
genti nella Italia meridionale. Narra Zonara, che in quel- 
la circostanza , i principali de' Prenestini furono , come 
ostaggi, trasportati in Roma, e chiusi dentro l'erario, e 
che così avverossi un oracolo , il quale diceva , essere 
di mestieri, che l'erario romano fosse occupato dai Pre- 
nestini. Dopo quella epoca fino all'anno 536 non si ri- 
cordano più nò i Prenestini né Preneste , ad eccezione 
dell'aneddoto riferito dal Valerio Massimo lib. I. e. IV, 
che il senato proibì al console Lutazio, quello stesso, 



479 
che vìnse ì Cartaginesi alle isole Egati e pose termine 
alla prima guerra punica , di consultare le sorti della 
Fortuna Prenestina, giudicando doversi amministrare la 
republica cogli auspicii patrii, e non cogli stranieri, 

Neir anno 536 i Prenestini non giunsero in tempo 
a pertecipare della battaglia di Canne : appena avcano 
oltrepassato Casaline, che incontrarono i corrieri, i qua- 
li apportavano quella infausta notizia, quindi tornarono 
indietro per acquartierarsi in Casìlino, insieme con altri 
distaccamenti di Romani e Latini, che si trovavafao di 
passaggio: Livio Uh. XXII L e, XVII, che narra questo 
fatto , dice che i Prenestini erano in numero di 600 , 
comniandati da Manicio. In quel terribile frangente, av- 
vedutisi, che gli abitanti avrebbero aperte le porte al 
vincitore furono portati dalla necessità ad ucciderli ,;e! 
si fortificarono nella parte cis-voltumina della città, dò^ 
ve si ridusse pure la coorte perugina di 460 uomini. E 
circa il numero de' Prenestini , Livio dhe nel e. XVII. 
lib. XXIII. dice che erano 500, nel capo XIX dice, che 
erano 570: Strabone llb. V. e. IV. narra che erano 540: 
Valerio Massimo poi lib. VII. e. VI. §. 3 ne restringe 
il numero a 300. Questo pugno di soldati arrestò le 
conquiste, e le vittorie di Annibale, fece per varii me- 
si una difesa eroica , e forzato dalla fame ottenne dal 
vincitore patti onorevoli. I Prenestini ridotti a metà, mie- 
tuti in parte dal ferro, in parte dalla fame, tornarono 
liberi a Preneste col loro pretore Manicio, nome che io 
dubito doversi leggere piuttosto M. Anicio, cioè Marco 
Anicio, essendo d'altronde molto probabile, the preni^- 
stina fosse quella illustre famiglia romana, che tanto fi- 
gurò ne' tempi della decadenza dell'impero. Ora a Ma- 
nicio, o piuttosto M. Anicio fu eretta nel foro prenestii-' 
no una statua loricata, avvolta nella toga , e velata: il 
senato romano volendo ricompensare il valore di que'pro- 



480 

di assegnò loro stipendio doppio , cinque anni di esen^ 
zione dal servizio militare, ed i diritti della cittadinan- 
za romana; onore, che da loro fu ricusato, preferendo 
piuttosto la indipendenza patria, che appartenere ad un 
municipio estraneo, malgrado i privilegii ed i vantaggi 
che ne avrebbero potuto ritrarre. 
u Neil' anno 543. a Premeste si unirono gli eserciti 
de'due consoli Marco Livio, e Caio Claudio Nerone, on- 
de andare ad opporsi ad Asdrubale sul Metauro, dove 
quel fratello di Annibale venne disfatto ed ucciso. Con- 
chiusa la pace co' Cartaginesi, pace, che pose fine alla 
seconda gaerra punica, e fu la base della potenza roma- 
na, Prcneste nel 557 corse grave periglio, per la cospi- 
razione tramata dagli schiavi, e ricordata da Livio nel 
libro XXXII, la quale finì C0Ìla morte di 500 colpevoli. 
Neil' anno 581. narra Livio lib. XLII. e. I , che Lucio 
Postumio Albino console, volendo vendicarsi della fred- 
dezza mostratagli dai Prenestini , mentre era privato , 
allorché andò a fare un sagrificio alla Fortuna , prima 
di uscir da Roma, mandò lettere a Preneste, perchè gli 
venisse incontro il magistrato, gli preparasse un pubbli- 
co alloggio, e tenesse pronti i trasporti allorché partiva, 
esigenza strana, imperiosa, ed alla quale secondo le leg- 
gi avrebbero potuto ricusare di sottomettersi ; nuUadi- 
meno modestamente vi si adattarono. 
'^ti\r Nella guerra sillana Preneste andò soggetta ad un 
eccidio j imperciocché , essendosi ritirato in essa il gio- 
vane Mario dopo la battaglia di Sacriporto coi rimasu- 
gli della sua gente. Siila affidò a Lucrezio Ofelia la cura 
di circonvallare la piazza. Malgrado i tentativi di Car- 
bone , e di Ponzio Telesino per liberarlo , ed il valore 
da lui e dalle sue genti mostrato nelle sortite, l' asse- 
dio non fu tolto: e dopo la rotta de'Mariani e de' San- 
niti collegati, avvenuta presso la porta Collina, e la pro^ 



481 

scrizione atroce che ne fu la conseguenza , non rima- 
nendo allro scampo, Frenesie si arrese a discrezione; 
onde Mano procurando di salvarsi per mezzo di uno 
deHanli cunicoli, che foravano il monte, trovandosi stret- 
to dalla necessità , si fece uccidere dal suo servo , o 
secondo altri si uccise da se medesimo, o fu dai sol- 
ilati sillani spento. E dopo questo fatto Siila assunse 
il cognome di Felice. Veggansi Livio Epit. 1. LXXXVIII. 
Vellejo lib. II. e XXVII. Strabone , Plutarco , Dione 
«e. Siila avuto l'avviso <la Ofelia della resa della cit- 
tà , si portò direttamente a Frenesie , dove si mise a 
j)rocessare ciascun abitante circa la condotta antece- 
dentemente tenuta , e molti ne punì : ma stanco della 
formalità de'giudizii, fé raccogliere insieme i 12000 cit- 
tadini che rimanevano, e spietatamente li mandò a mor- 
te ; onde Lucano Phars. lib. ILiiy»; 193 ebbe ad escla- 
mare: .-. < ,/ ;' 
-o) "jf)!! > • thVt^iV- Vida Fortuna colonos «K ìV/, (ni 

i; Praenestirui suos cunctos simul ense recepto ,>ft./»H 
Unius populum pereuntis tempore mortis. 

•i In tal circostanza si narra, che volendo accordare 
la vita ad uno, che era stato suo ospite, questi ìsde- 
gnando di dovere la vita allo sterminatore della patria, 
postosi nella turba si fece uccidere volontariamente. Egli 
distrusse la città, ed ingrandi sulle rovine di questa il 
tempio della Fortuna. E ne fondò una nuova nella pia- 
nura sottogiacente, che mise nel rango delle colonie, e 
«he popolò di soldati veteirani , e de' rf^gf zzi pjrenestiai 
scampati dallo scempio. , .ji.j, r^iiùf. iw?»» «,i h-r •i.r.ffnT 
E come coionia la nominarono Cicerone e Fronti- 
no ; al primo di questi scrittori si dee la notizia , che 
Catilina se ne voleva rendere padrone, considerandola 
come luogo di molta importanza. Nella guerra fra Ot- 
tavio, e Lucio Antonio, la colonia prenestina abbracciò 

31 



482 

il partito di quest' ultimo , che vi si ritirò insieme con 
Fulvia e co'figli del suo fratello Marco. Frenesie però 
non ebbe a soggiacere a nuove disgrazie per questo; che 
anzi Augusto divenuto possessore pacifico dell' impero, 
amò molto il soggiorno di questa città , siccome si trae 
da Svetonio nella sua vita e. LXXII; e questo biogra- 
fo de'Cesari narra phe quell'imperadore vi andava ordir 
nanamente in lettiga e di notte e con tanta lentezza , 
che faceva la strada in due giorni: onde è da credersi, 
che probabilmente la prima sera si fermasse a Gabii che 
era a mezza strada. Molto |a frequentò ancors( Orazio, 
il quale la nomina fra ì luoghi prediletti, insieme colla 
sua villa sabina , con Tibur e con Baja : Qdar. lib. Ili, 
Od. ni. e dove rilesse la Iliade, siccome afferma nella 
seconda epistola del libro I. s» Lollio. Tiberio essendosi 
risanato da una malattia mortale ne| territorio di que- 
sta città, la portò di nuovo al grado di municipio. Gel- 
lio Noct. Att. lib. XVI. e: XIII. Sotto Nerone, per te- 
stimonianza di Tacito lib. XV, e. XLVI , i gladiatori 
ivi stanziati cercarono di sollevarsi, naa furono repressi 
dalla guarnigione, che li custodiva. Ponaiziano si porta- 
va in Prer^este ogni anno neU' anniversario del suo im- 
pero, onde consultare le sorti prenestii^e. Adriano vi edi- 
ficò una villa di che ancora si conservano le rovine pres- 
so la chiesa rurale di s. Maria denominata perciò della 
'Tuia, dove Marco Aurelio secondo Capitolino nella sua 
vita vi perde Vero cesare suo figlio in età di sette an- 
ni. Grande affluenza di gente accorreva a Frenesie per 
consultare le «orti della dea, e da questa molle ricchez- 
ze ne ricavava; ma dopo che le leggi di Costanzo, e 
Teodosio proibirono con pene severe questo rito, e fe- 
cero chiudere il tempio, la città necessariamente de-: 
'cadde. ''♦"'^ r>\\'ì7. .v.yni'.-uMuvA ì-.ì'jv 

'*'■ l,a storia di Frenesie dalla fine del secolo IV fi-? 



483 
no all'anno 752 non presenta memorie degne èì vn ri- 
lievo particolare. In quell'anno però Astolfo re de 'Lon- 
gobardi si mosse contro Roma con sei mila soldati ed 
occupò per capitolazione Tivoli, e Preneste, siccome ri+ 
cavasi da un documento originale inserito dal Petrini 
nelle sue Memorie Prenestine. Frattanto la città andava 
insensibilmente cangiando nome, ed al primitivo si an^ 
dava sostituendo il derivativo per l'uso che nella deca- 
denza dell' impero prevalse ; imperciocché in luogo di 
Praeneste dicevano Civitas Praenestina, come in luogo di 
Lanuvium, Civitas Lanuvina: da Praenestina facilmente 
per corruzione scambiossi il nome in Palestrina , del qua- 
le ho trovato memorie fin dall'anno 873 della era volga? 
re nel codice farfeuse. -^orirf, 

Neil' anno 970 , questa città fu infeudata da papa 
Giovanni XIII. a Stefania sua sorella madre di Bene- 
detto conte tusculano, col canone di dieci scudi di oro, 
siccome si ha dalla bolla emanata a tale proposito, nel- 
la quale si determinano per confini del territorio, il Rio 
Largo, la vìa labicana, il monte Massimo, il ponte Cica- 
la, l'Acqua Alta, la valle di Camporazio, ed il monte 
Folinario , o piuttosto Faustiniano. A Stefania successe 
il figlio Benedetto, il quale ebbe per successori i due 
figli suoi Giovanni e Crescenzio l'anno 1010: questi in- 
corsero nello sdegno di Benedetto Vili, e Giovanni, che 
s'intitolava marchese e duca, si vide costretto a ritirar- 
si nella rocca di Preneste , dove fu stretto di assedio 
nell'anno 1012, e non fu liberato, se non dopo che eb- 
be promesso di cedere la rocca al papa, siccome si trae 
dalla cronaca farfense inserita ne'Rer. Ital. Script. T, H. 
P. II. col 552. La pace fu conchiusa l'anno 1055 defi- 
nitivamente, ed il marchese Giovanni rimase possessore 
pacifico di Preneste. Papa Damaso IL nel 1018 non 
istiroaudo cosa sicura l' entrare in Roma per timore 



484 

degli aderenti dell' antipapa Benedetto IX. si ritirò in 
Preneste, dove poco dopo morì. 

i Nell'anno 1043, morto il marchese Giovanni, Emi- 
lia, sua sorella, che ebbe il titolo di contessa e che gli 
era succeduta nel dominio di Palestrina essendosi ma- 
ritata in seconde nozze con un personaggio della fami- 
glia de Columna , che è lo stipite noto della famiglia 
di questo nome , trasferì in esso e nella discendenza , 
che ebbe la infeudazione di questa città, malgrado le 
condizioni poste nel 970 da Giovanni XIII. allorché la 
infeudò a Stefania sua sorella , cioè che non dovesse 
trascendere i suoi nipoti, vale a dire che la linea ve- 
niva ad estinguersi appunto in Emilia. Lo sconvolgi- 
mento, che regnava in quella epoca in tutto il distretto 
di Roma non permise subito di rivendicare questa usur- 
pazione; sebbene nel 1059, papa Nicola II, volendo ab- 
bassare la potenza de' conti tusculani e de' signori di 
Lamentana, e di Galera, loro affini e collegati, chiamas- 
se in suo soccorso i Normanni , che si erano annidati 
nella Puglia , e questi mettessero a ferro e fuoco il ter- 
ritorio de'Prenestini, de'Tusculani, de'Nomentani e del 
conte di Galera, siccome attesta il card, di Aragona nel- 
la vita di quel pontefice, presso il Muratori Rerum Ita- 
licarum Scrtptores T. III. P. I. pag. 301. Morta nell'an- 
no 1080 la contessa Emilia, ed estintasi in lei la infeu- 
dazione di Giovanni XIII. a favore di Stefania , papa 
.Gregorio VII. incluse 1' agro prenestino nella bolla di 
scommunica contro chi tentasse di usurpare , o ledere 
le terre della Chiesa Romana , bolla che è inserita dal 
Platina nella sua vita. 

Ma Pietro della Colonna figlio di Emilia e parente 
de' conti tusculani non si sottomise tanto volentieri a 
cedere la investitura ottenuta da Stefania sua bisavola, 
e dopo la morte di Gregorio VII. I' anno 1101 insorse 



485 
contro Pasquale II. ed occupò Cave, che fu a lui ritol- 
ta dal papa. Nel 1108 però unitosi Pietro con Tolomeo 
conte tusculano assali e prese Preneste stessa, imprigio- 
nò Berardo Marsicano spedito contro di lui , facendolo 
chiudere in una cisterna: ed egli ritenne la città, circa 
un anno. Dopo questo fatto tornando papa Pasquale II. 
dal regno di Napoli ricuperò Preneste e nel 1117 vi de- 
dicò la cattedrale ad onore dì s. Agapito martire. In 
(ale circostanza furono da lui ricevuti in questa città 
gli ambasciadori dell' imperadore di Oriente. Veggasl 
Pandolfo Pisano nella vita di Pasquale II. presso i Re- 
rum Italicarum Scriptores T. III. P. I. col 356. e 359, 
e Giovanni da Segni nella vita di Berardo Marsicano 
presso rUgbelli Italia Sacra T. I. col. 896. L'anno se- 
guente però, dopo la morte di Pasquale II, Pietro rioc- 
cupò la città di Preneste , secondato sempre dai conti 
tusculani, e profittando de'torbidi di Roma, che accom- 
pagnarono la elezione di papa Gelasio II. 

Leggendosi nella storia di Milano e. XI. publicata 
ne' Rerum Italicarum Scriptores T. V. p. 512, che l'an- 
tipapa Anacleto IL elesse per vescovo prenestino un 
Giovanni, d'uopo è credere, che i Colonnesi almeno ta- 
citamente seguissero le parti di quell' antipapa: ma nell' 
anno 1137 le abbandonarono , e papa Innocenzo IL si 
fermò in Palestrina insieme coU'impcradore Lottarlo IL 
Ristabilissi nel 1143 in Roma il governo popolare , e 
di nuovo fu istallato il senato per opera di Arnaldo da 
Brescia: una delle prime operazioni di quelli, che era- 
no stati posti a governare la nuova repubblica , fu di 
muovere guerra ai popoli del Lazio, onde riconoscesse- 
ro il nuovo reggimento, e Preneste non andò esente da 
guasti; non pare tuttavia, che fosse soggiogata. Imper- 
ciocché nel 1149 ritornato in Italia papa Eugenio IH. 
e cercando di sottomettere di nuovo colle armi il pò- 



486 

polo romano , si andò trattenendo pcF qualche tcmptf 
nelle città circonvicine , che aveano conservata la loro 
indipendenza e particolarmente in Preneste, di che era 
signore Oddone della Colonna figlia di Pietro. I Roma- 
ni continuarono interrottamente, ma sempre con accani- 
mento la guerra contra le città ci-rconvicine, particolar-^ 
mente del Lazio , e finalmente pervennera nel 1184 af 
prendere di assalto Preneste^ e la incendiarono^ Vegga- 
si la cronaca di Fossa Nuova presso i Rerum Italicarum 
Scriptores T. VII. Venuti poscia a concordia nel 1188^^ 
con papa Clemente III. dichiararono , che il popolo ro- 
mano non avea dominio diretta sopra la città di I^le- 
strina. 

Ritornò tosto sotto i Cdonnesi, e nel 1201 a'era- 
no signori Giordano ed Oddone, figli di Oddone senio- 
re, ricordato poc'anzi, i quali nel 1203 accaisero papa 
Innocenzo III , che disgustatasi de' Romani si portò in- 
Palestrina. Nella cronaca genovese inserita i^Ua raccol- 
ta sovrallodata de'jRer. Ital. Script. T. IX. e. LVI. leg- 
gesi , che circa V anno 1209 i Colonnesi si ripararona 
nella città prencstina, che avea fama di essere fortissi- 
ma. L'anno 1241. il cardinale Giovanni Colonna, abban- 
donando il partito papale si volse a sostenere quello di 
Federico IL il quale spedì a di lui sostegno alcune trup- 
pe: quindi il territorio prenestino andò esente dalle de- 
vastazioni, alle quali quel cesare sottopose le altre ter- 
re de'^contorni di Roma. Narra Rernardo Guidone nella 
vita di Martino IV. inserita dal Muratori nella sua rac- 
colta de Rerum Italicarum Scriptores T. IH. P. I. p. 609, 
che accesasi in Roma la guerra civile nel 1280 fra gli 
Orsini e gli Annibaldesi , i primi si ritirarono a Pale- 
strina: gli Annibaldesi pertanto l' inseguirono fino sotto 
alle mura di questa città, mettendo a sacco tutto il con- 
tado e facendo strage di molti. Questo medesimo fatto,» 



fecondo Albertino Miissaio nella vita di Enrico VII. in- 
serita nella raccolta sovràllodata T. X. col. 455. si ascri- 
ve all'anno 1281. [■ > 

Frattanto una tempesta terribile sovrastava a que- 
sta città: ad Oddone II. fin dal 1252 era succeduto per 
atto di concordia Oddone III. figlio di Giordano di lui 
fratello, ed a questo il figlio suo Giordano II. : a que- 
sti nacquero cinque figli: Giacomo cardinale, Giovanni, 
Oddone^ Matteo, e Landolfo. Di Giovanni, che morì pri- 
ma dell'anno 1297, furono figli Pietro cardinale, Stefa- 
no^ Giovanni, Giacomo, soprannomato Sciarra, Oddone 
ed Agapito. Questi essendo eredi diretti del dominio di 
Palestrina si appoggiarono ài loro zio Giacomo cardina- 
le: ed al contrario Oddone, Matteo, e Landolfo, preten- 
dendo avere parte nella successione di Giordano IL si 
rivolsero a papa Bonifacio VIII. Ma volendo il papa ob- 
bligare i primi ad una concordia co'loro zii, e nello stes- 
so tempo mettere un presidio in Palestrina per timore 
dell' aderenza, che i Colonnesi aveano con Federico di 
Aragona re di Sicilia, ne seguì una rottura formale. I 
Colonnesi sovraindicati, compresi i due cardinali Giaco- 
mo e Pietro , si ritirarono in Palestrina e si posero in 
piena insurrezione centra il papa, e questi dal canto suo 
publicò contro loro in data de' 14 decembre 1297 una 
bolla di crociata, accordando indulgenza plenaria a chiun- 
que avesse preso le armi contra i Colonnesi , e centra 
Palestrina ; e questa bolla come mdlte altre in quella 
occasione pubblicate si legge nel Petrini, Memorie Pre- 
nestine pag. 419 e seg. Bonifacio avea dichiarato capi- 
tano contra i Colonnesi insorti Landolfo Colonna , uno 
de' pretendenti ; ed avendo raccolto un esercito grande 
per que'tempi, ed ottenuto ajuti da Firenze, da Orvie- 
to, e da Matelica, nel 1298 occupò tosto tutte le terre 
de'Colonnesi, meno Palestrina, dove sì ridussero Agapi- 



to e Sciarra insieme co'cardinaU Giacomo e Pietro. Do- 
po una difesa ostinata e valorosa , i quattro Colonnesi 
si videro costretti alla resa , e portatisi a Rieti , dove 
il papa allora dimorava si presentarono vestiti a bruna 
dinanzi a lui in pieno concistoro; il papa ad insinuazio- 
ne del coote Guido da Montefeltro , che ave» vestito- 
t'abito francescano, non solo li perdona e gli assolvette 
dalle censure , ma ancora fece Icwro sperare di m^Mite- 
nerli in possessa della città. Dante che fu contempo- 
raneo a questo avvenimento fa con gravi caratteri nar- 
rare a Guido stesso questa fatto nell' Inferno^, canta 
XXVIL V. 67. Veggasi inoltre su tal proposito quello, 
che narrano Ferretto Vicentino ne'Rer. Ital. Script. T. 
IX. p. 970, e Giovanni Villani nelle Storie lib. Vili, 
e. XXI. e seg. Tenne Bonifacio il consiglia datogli da 
Guido: lunga promessa con Vattender corto; imperciocché 
ordinò a Teodorica Ranieri da Orvieto, vescovo eletto 
di Pisa, allora camerlengo di santa Chiesa, che andasse 
a prender possesso della città, e la facesse smantella- 
re e distruggere fin dalle fondamenta, ad eccezione del- 
la chiesa cattedrale. Quest' ordine venne eseguita cou 
tutto il rigore, e secondo l'antico rito, l'aratro solcò le 
rovine della città distrutta, e vi fu sparso sopra il sale; 
e a maggior pena i beni degli abitanti vennera confi- 
scati, accordando loro per grazia, che potessero ricove- 
rarsi ivi dappresso nella pianura, ne' dintorni della Ma- 
donna dell'Aquila. \ 

La borgata di tugurii , che si formò in tale occa- 
sione ebbe il nome di Civitas Papalis; ma nel 1300, ap- 
pena nata, per disposizione dello stesso papa venne at- 
terrata, ed arsa, siccome si legge in un documento ri- 
ferito dal Petrini p. 426, ad eccezione della cattedrale 
e di poche case a quella adiacenti. Con altra bolla del 
22 aprile 1301 Io stesso papa dichiarò, che i Colonne-r 



48» 
sì da lungo tempo possedevano ingiustamente questo, 
feudo, essendo spirato il termine della investitura, e che 
per pubblico istromento aveano riconosciuto questo fat- 
to Matteo, Giovanni, e Francesco Colonna. Questa bol- 
la esistente nell'archivio segreto vaticano fu pubblicata 
dal Petrini alla pag. 428. 

Morto però Bonifacio nel 1303, e succedutogli Be* 
nedctto XI. questi ai 23 decembre assolvette i Colonnesi 
da molte di quelle pene, che avea contra loro fulmina- 
te il suo antecessore, restituì loro tutti i beni perduti, 
e solo restrinse tale indulto col proibire loro di riedi- 
ficare Palestrina. Veggansi i documenti notati dal Pe- 
trini p. 153. Morì quel papa dopo aver governato la 
chiesa 8 mesi e 17 giorni. Nel lunghissimo conclave 
che seguì la sua morte, i Colonnesi Tanno 1304 si pre- 
sentarono in Campidoglio e domandarono a Pietro Cae- 
tani la riparazione de' danni sofferti per opera di Boni- 
facio Vili, suo zio. Questa loro istanza si conserva nel- 
l'archivio vaticano, e si riporta dal Petrini alla p, 429. 
in questi termini. Relatio super facto Domtnorum Colum- 
pnensium , et Dominorum Cajetanorum. Domini Colum- 
ptienses petunt quae sequuntur. Prima petunt restitutionem 
tittdi Cardinalatus. Item dicunt in Civitate Penestrina quae 
totaliter supposita fuit exterminio et ruinae cum Palaciis 
suis nobilissimis et antiquissimis , et cum Tempio magno 
et solemni quod in honorem Beatae Virginis dedicatum 
erat aedificatis per JuUum Caesarem Imperatorem , cuius 
Civitas Penestrina fuit antiquitus et cum scalis de nobi- 
lissimo mar more amplis, et largis, per quas etiam equi- 
tando ascendi poterai in Palacium^ et Templum praedicta, 
quae quidem scalae erant ultra centum numero. Palacium 
autem Caesaris aedificatum ad modum unius C propter 
primam literam nominis sui et Templum Palatio inhaerens 
opere sumptuosissimo et nobilissimo aedificatum ad modum 



490 

S. M. Rotundae de urbe. Qude omnia per ipstim Boni- 
factum et eius tyrampnidem exposita fuerint totali exter- 
minio) et ruinae, et cum omnibus aliis Palaciis, et aedi- 
ficiis et Domibus eiusdem Civitatis, et cum muris antiquis-' 
simis opere Sarra^enico factis de lapidibus quadris et ma-' 
gnis, quae sola dampna tam magna, et inextimahilia sunt, 
quod multa et magna bona non sufficerent ad refectionem 
ipsormn, nec aliqua ratione vel summa pecuniae^ ut fue- 
runt fefici pfopter magnam antiquitatem et nobilitatém ope- 
rum praedictorum. Item in Castro Montis Penestrini, quod 
similiter totaliter dirui fecit, ubi erat Rocca nobilissima, 
et Patacia pulcherfima , et muri antiquissimi opere Sar-* 
racenico , et de lapidibus nobilibus sicut muri praed. Ci- 
vitatis f et amplius erat Ecclesia nobilissima sub vocabula 
Beati Petri, quae quondam Monasterium fuit, quae omnia 
cum omnibus Palaciis aliis et Domibus quae erant in Co-' 
stro circa ducenta numero exposita fuerunt totali extermi- 
nio et ruinae. 

Ho giudicato opportuno d'inserire questo ìmpoftan-' 
tissimo documento , pen^hè si ha in esso uno stato de*^ 
monumenti dell'antica Preneste sul finire del secolo XIII. 
ed una idea della terribile devastazione a che andaro- 
no soggetti. Domandarono inoltre i Colonnesi la rifa- 
zione de' danni per la distruzione delle altre loro terre 
della Colonna, Torre de'Marmi, Zagarolo ec. Il Caetani 
fu condannato a pagare ai Colonnesi 100,000 fiorini d'oroy 
e questa sentenza fu inserita nello statuto di Roma; ma 
non si sa che avesse mai esecuzione. I Colonnesi venne- 
ro poscia da papa Clemente V. con bolla de'2 febbrajo 
1306, non solo assoluti pienamente ma abilitati a riedi- 
ficar Palestrina, ed il vescovo cominciò di nuovo ad ap- 
pellarsi Prenestino in luogo di Episcopus Civitatis Papa- 
lis, come ne apprendono varj documenti inseriti e nota- 
ti dal Petrini p. 154, e 439. La città e la rocca si an- 



491 
darono sollevando dalle rovine per opera di Stefano Co- 
lonna fin dall'anno 1307. Nel 1327 era già sufficiente- 
mente fortificata in guisa da poter resistere se si fosse 
presentata la occasione alle genti di Ludovico il Bava- 
ro, essendovisi per testimoftianza Aeì Villani lib. X. cap.. 
LXIX^ ricoverato lo sfesso Stefano Colonna che affRsse 
contro di lui il processo fattogli da papa Giovanni XXII. 
Nel 1332 poi lo stesso Stefano die compimento al ristau- 
ro ed alle fortificazioni di Palestrina e della rocca, sic- 
come ricavaisi dalla iscrizione esistente sulla porta della 
rocca medesima, e che riporterò più sotto, come io lai 
copiai nel 1825. Vi si ritirò di nuovo nel 1346 insie-' 
me con altri Colonnesi onde sottrarsi allo sdegno del 
celebre Nicola di Rienzo, e vi si trattenne per tutto I an-- 
no seguente, finché durò il potere di quel tribuno. Ora 
essendo costui di nuovo salito al tribunato nel 1350 spe- 
dì Buccio de Giubilèo , e Giovanni Caffarello a Stefano 
in Palestrina, perchè prestasse il suo omaggio: ma que- 
sti non solo non li ricevette , mai li fece arrestare , e 
mandò le sue genti a far scorrerie sul territorio roma- 
no. Onde il tribuno infierito mosse Toste contro Palestri- 
na e si attendò presso la chiesa di s. Maria della Vil- 
la , nel laogo che poscia fu detto il Campo. Vedendo 
però di non poterla prendere né per assalto né per fa- 
me si ritirò con animo di tornare ad assalirla. Ed in 
fatti nel 1354 incaricò di questo assedio , come capita- 
no del Popolo Romano, Riccardo degli Annibaldi, signo- 
re di Montecompatri, ma neppure esso pervenne ad im- 
padronirsene ; e poco tempo dopo , il tribuno fu ucciso 
particolarmente per le trame de' Colonnesi e delle altre 
famiglie potenti. La storia di questi fatti si legge nella 
vita di Cola di Rienzi inserita dal Muratori nel tomo 
III. delle sue Antiquitates Italicae Medii Aevi. 

Nello scisma famoso di occidente i Colonnesi si at- 



492 

taccarone al partito di Pietro de Luna , e vollero far 
scorrerie nel territorio romano ; ma cinti dalle truppe 
romane, pontificie, e napoletane, e posti sotto l'interdet- 
to da Bonifacio IX. furono forzati a sottomettersi e nel 
1401 fu conchiuso l'atto di concordia. Palestrina venne 
assediata da Ladislao re di Napoli nel 1414, che si ri- 
tirò per convenzione. Altro assedio ebbe a soffrire nel 
1417, allorché vi si ritirò Niccolò Piccinino, per parte 
dell'esercito roniano e napoletano collegato condotto dal 
celebre Sforza , ma papa Martino V. di casa Colonna 
portato al soglio pontificio dal concilio di Costanza cal- 
mò tutti questi mali. 

Ricominciarono i torbidi fra i Colonnesi ed il papa 
dopo la morte di Martino V. avvenuta nel 1431, torbi- 
di che finirono con un trattato dì concordia conchiuso 
nel 1433 con papa Eugenio IV. Tornarono ben presto 
i Colonnesi in discordia col papa nel 1434 , essendosi 
dichiarati per Niccolò Fortebraccioj nell' anno seguente 
però si venne ad un nuovo atto di concordia , che fu 
egualmente di effimera durata , poiché avendo i Colon- 
nesi mostrata opposizione ai voleri del papa, questi sde- 
gnato contro di loro ne decretò lo esterminio e dichia- 
rato capitano dell'esercito papale il cardinal Vitelleschi 
patriarca di Aquileja la fece assediare nel 1436, e que- 
sti dopo un assedio ostinato sen rese padrone a patti. 
Dapprincipio contentossi di porre un forte presidio nel- 
la piazza; ma nell' anno seguente 1437 per sospetti di 
nuova ribellione , il patriarca determinò di eguagliarla 
al suolo : prefisse agli abitanti sette giorni di tempo 
per isloggiare , permise loro di trasportare tanto le sup- 
pellettili quanto ancora i materiali delle case a loro ar- 
bitrio, scelse dodici capimastri dai rioni di Roma, e il 
di 20 di marzo die principio al suo smantellamento, fa- 
cendola spianare col ferro e col fuoco, e questa opera- 



493 
2Ìone continuò per quaranta giorni continui. Gli abitan- 
ti si dispersero ne'paesi circonvicini, e molti si traspor- 
tarono in Roma. La cattedrale ancora fu smantellata : 
le campane, le porte, e le reliquie de'santi vennero dal 
Vitelleschi trasportate nella sua patria a Corneto: e co- 
sì scorsi appena 139 anni dopo la prima distruzione , 
Palestrina trovossi di nuovo ridotta ad un mucchio di 
rovine informi. Rimase però per quell'anno in piedi la 
rocca; ma anche questa nel 1438 venne distrutta colla 
opera di Niccolò da Roma del rione Colonna, e di Pao- 
lo Petrone del rione di Ponte. Costui , essendo autore 
di una cronaca de' tempi suoi , narra , come esso ed il 
suo collega si portarono alla fortezza, vi si trattennero 
un mese e la fecero spianare fino al livello della piaz- 
za, lasciando il posto abbandonato e senza guardia. 11 
Vitelleschi ebbe nel 1440 la pena degna delle atrocità, 
che commise per suo male animo. Papa Eugenio IV. 
che Io avea innalzato alla porpora, e gli avea dato l'ar- 
civescovato di Firenze , venuto in gravi sospetti contro 
di lui lo fece improvvisamente arrestare e condurre in 
Castel s. Angelo, dove finì di vivere il dì 2 di aprile, 
compiendo il triennio dello scempio da lui fatto di Pa- 
lestrina. 

Morto questo, cominciò ad annidarsi qualcuna del- 
le famiglie profughe ne' dintorni del demolito palazzo 
baronale: è probabile che questo nucleo di popolazione 
si andasse successivamente aumentando, finché nel 1447 
da Niccolò V. fu dato pieno permesso ai Colonnesi di 
riedificare Palestrina, ma senza fortificazioni: prescrizio- 
ne che sembra essere stata rimossa quasi contempora- 
neamente poiché nel 1448 Stefano Colonna che si pose a 
riedificare la città la munì di un muro merlato, di al- 
cune torri, e vi aprì tre porte, dette di s. Cesario, del 
Murozzo , e del Truglio. Petrini Mem. pag. 180. 181. 



494 

Dopo questa epoca Palestrina cominciò a prosperare ed 
estendersi in modo da occupare tutti i ripiani dell' an- 
tico tempio della Fortuna. Nel 1527 andò soggetta al- 
le devastazioni delle truppe di Carlo V. e poco dopo 
alla pestilenza. Nella guerra de' Caraffeschi fu occupata 
y anno 1556 dagl' Imperiali venuti in soccorso di Mar- 
cantonio Colonna contro papa Paolo IV. e finalmente nei 
1630 da Francesco Colonna fu venduta ai 16 di genna- 
io a Carlo Barberini fratello di Urbano Vili, per 775,000 
scudi insieme con la tenuta di Mezza Selva e di Cor- 
collo , e dopo quella epoca si ritiene da questa stessa 
famiglia con titolo di principato. 

La città attuale è intieramente fondala sulle rovi- 
ne del magnifico tempio della Fortuna; dell' antica cosi 
parla Strabone lib. V. e, III. §. II, « Alla vista di quei 
« di Roma sono Tibur, Preneste, e Tusculo: Tibur è 

(( quella, in che è l'Eraclèo, e la cataratta 

« Preneste poi è quella dove è il tempio celebre della 
« Fortuna , che dà oracoli ', ed ambedue queste città 
tf sono addossate alla stessa falda di monti; sono fra 
« loro distanti circa 100 stadii ( 12 miglia e mezzo ) ; 
« e da Roma Preneste lo è il doppio, Tibur meno. Di- 
ce cono essere ambedue di origine greca, e che Prene- 
(( ste in principio si appellasse Polistefano ( di molti re- 
« cinti). Ora, ambedue sono forti, ma molto più forte 
« è Preneste; imperciocché ha per rocca sopra la città 
<i un monte alto il quale è unito alle montagne conti- 
« gue con un collo , e domina ancor questo , salendovi 
« direttamente , due stadii ( 1250 piedi ). Oltre 1' esser 
« forte si aggiunge che è da ogni parte forata da ca- 
« nali coperti , che vanno fino alla pianura , altri per 
« condurre l'acqua, altri per sortite nascoste: ed in uno 
« di questi Mario assediato lasciò la vita. Per le altre 
« città r essere ben munite si pone a bene; ai Prene- 



495 
« slini però , per le sedizioni de' Romani fu una cala-r 
« mità; imperciocché rifuggiandosi ivi coloro, che tenta- 
<c no cose nuove , dopo essere presi , avviene che alH 
« guasti che soffre la città si aggiunga ancora lo smem- 
K bramento del territorio, cadendo la pena sopra quel- 
ut li che non ne hanno colpa. Scorre pel territorio di 
u essa il fiume Veresi. Le suddette città stanno ad o- 
a riente di Roma ». È questa descrizione così esatta , 
che non può negarsi avere il geografo visitato i luoghi 
egli stesso. Il nome di Polistefano , che egli ricorda , 
piuttosto che significare materialmente di molte corone 
di fiori, significa di molte cinte, o corone di mura, che 
tale infatti è il caso di Preueste, nella stessa guisa che 
Orfeo Argonaut. v. 895 dice che il vello di oro custo- 
divasi entro un luogo circondato con sette corone di 
torri e bjBn polite pietre: 

-u f^povpcìroct nvpyoiai itoci z^^iarctat iJ^v^pciant d'""fi^ 
<"■'• 'ETtrà mpi orsipóys^or? xuxX5Vju,£V5V. v?».,,-, 

Essendo pertanto la città attuale fondata sulle rovine 
del tempio , la sua pianta si accosta molto al rettango- 
lo, e s'innalza su varii ripiani in modo piramidale, co^ 
me un dì innalzavasi il tempio. 1 principali di questi 
ripiani si distinguono ancora, e sono quello del giardi- 
no di sotto de' Barberini , quello del giardino di sopra 
e della via del Corso, quello della via del Borgo, quel- 
lo di strada Nuova, e quello della Cortina. 

La città moderna non presenta alcun edificio degno 
di esser particolarmente ricordato, e la Cattedrale stes- 
sa è una chiesa ordinaria : le case della parte inferiore 
sono sufficientemente ben fabbricate; il giardino Barbe- 
rini però in essa compreso è ridotto ad un orto , che 
non ricorda la primitiva magnificenza, se non per le sta- 



496 

tue mutile e tronche qua e là abbandonate, per un bas- 
sorilievo bacchico , e per varii piedestalli con antiche 
iscrizioni di cui le più importanti sono quelle di Cneo 
Voesio Apro pubblicata dal Petrini p. 313 , di Decimo 
Vello Trofimo riportata dallo stesso p. 318, di Manilla 
Lucilla id. p. 364 , e quella votiva della Pietà e della 
Fortuna id p. 299. Le case della parte superiore sono 
piuttosto tugurii: ed il palazzo baronale stesso che è in 
questa parte, ed è fabbricato sulle rovine dell'emiciclo 
nel ripiano della Cortina , sebbene sia di architettura 
corretta del declinare del secolo XV è in rovina. \i,lu 
Contiene però oltre il celebre musaico, di che si 
farà menzione più sotto, molti frammenti antichi di scul- 
tura, e varie iscrizioni, fralle quali la famosa della For- 
tuna , che incomincia TV QVAE TARPEIO COLERIS 
VICINA TONANTI, una alla Pace Augusta: l'altra alla 
Sicurezza Augusta eretta dai decurioni e dal popolo pre- 
uestino. Vaga è la chiesa baronale di s. Rosalia tutta in- 
crostata di alabastro e marmi fini , nella quale si mostra 
un gruppo della Pietà ricavato nel masso vivo della ru- 
pe, ma non finito, che dicesi di Michelangelo, ma che 
piuttosto risente lo stile di Bernini. Più squallido an- 
4;ora è l'aspetto della contrada denominata lo Scacciato, 
dove sembra essersi rannodata la popolazione dopo la 
catastrofe sofferta per opera del feroce Vitelleschi. 
IO Nelle rovine del tempio, delle mura, e di altre fab- 
briche antiche primeggiano principalmente la costruzio- 
ne a poligoni grandi ben politi, e della terza specie, e 
quella a poligoni piccioli ; non mancano parti costrutte 
di opera quadrata, e di opera laterizia, così che quat- 
tro distinte epoche si ravvisano, quella di Preneste in- 
dipendente da Roma nella prima , quella di Siila nella 
seconda, quella delle guerre puniche nella terza, e quel- 
la degl'imperadori nella ultima. Verso mezzodì alle due 



497 
«stremila della città sono le' porte denominate di s. Mar- 
tino e del Sole : verso oriente sono la porta dello Mo*' 
nache, la porta Portella e la porta de' Cappuccini: ver- 
so settentrione finalmente è la porta s. Francesco , in 
tutto sei oltre due porte antiche chiuse, una nel recin- 
to di pietre quadrilatere presso la porta s. Martino, l'al- 
tra nel recinto a poliedri presso la porta Portella e che 
ha 9 palmi di larghezza. Il recinto antico originale con 
minciava alla porta del Sole, dove se ne veggono i pri- 
mi avanzi a polìgoni, di là dirigevasi direttamente alla 
sommità della cittadella, oggi detta Monte s. Pietro, ed 
in questo tratto si veggono alcune torri quadrilatere co- 
strutte di opera incerta fra la porta delle Monache , e 
la porta Portella. Ivi pure il muro a poliedri conserva 
15 piedi di altezza, e sopra un masso in lettere di for- 
ma antichissima leggesi PED XXX. Dopo aver corotia- 
to la sommità del monte riscendeva di nuovo fin pres- 
so la porta s. Martino dove fuj'raflbrzato circa la epoca 
<li Annibale con mura di pietre quadrilatere, e dove ve- 
desi una delle porte antiche chiuse , indicate di sopra , 
e di là quasi in linea retta andavano nella direzione 
del giardino Barberini di sopra, e della via di s. Giro- 
lamo a raggiungere la porta del Sole. Questo ambito 
di circa tre miglia veniva intersecato almeno da tre al- 
tre cinte al di sopra della contrada della Cortina, e per- 
ciò la città potè dirsi poliste fano , o di molte corone , 
formando come quattro città diverse, oltre i varii ripia- 
ni del tempio, che pateyanQ Mcbe..«s3Ì.rigua]:darsi com^ 
altrettante cinte, -^lìii U. '>»!•> f^^'y>?. 'fho?' •' n!-^'<«tiv o>< 
■; . Del tempio stesso io pubblicai una memoria, l'an- 
no 1825 , allorché illustrai il ristauro fatto di esso da 
un architetto russo , intitolata II Tempio della Fortuna 
Prenestina ec; siccome questa memoria fu pubblicata a 
spese di Alessandro I. imperadore delle Russie e si di- 

32 



^lingue per la splendidezza della edizione, e per la gran- 
dezza delle tavole, ma è dall'altro canto difficile ad a^ 
versi , perchè la edizione venne esaurita , perciò credo 
opportuno di riepilogarla in questa opera , onde possa 
aversi una giusta idea della forma e delle parti di quel- 
la fabbrica portentosa, che attrasse gli studii degli ar-r 
phitetti e degli antiquarii di tutti i tempi, che ne fog- 
giarono ristauri fin dal secolo XV : ed uno se ne con- 
serva nella Biblioteca vaticana n. 3439 : più noti sono 
quelli di Pirro Ligorio, Pietro da Cortona, e Costantino 
Thon, architetto russo, e quest' ultimo è quello che io 
illustrai colla memoria sovraindicata. I^a fondazione pri- 
mitiva di questo tempio è ignota, ma certamente è an- 
tichissima, come lo dimostrano le imponenti sue sostru-. 
zioni a poliedri , ed il passo di Cicerone De Divin lib. 
II. e. XLI. dove narra come Numerio Suffucio perso- 
naggio onesto e nobile di Preneste, ammonito ripetuta- 
mente da sogni, in ultimo luogo ancor minaccevoli, an- 
dò a tagliare una selce, dalla quale spiccarono fuori in- 
cise in legno di quercia le famose sorti prenestine, scrit- 
te in lettere antiche. E questo luogo a' suoi tempi ve- 
fievasi chiuso e religiosamente custodito pel gruppo del- 
la Fortuna assisa , allattante Giove e Giunone. E nello 
stesso tempo scorse miele da un olivo piantato nel luo- 
go dove a'suoi dì vedevasi il tempio della Fortuna: vói 
JFortunae nunc sita est aedes; del quale olivo per ingiun- 
zione degli aruspici, che predissero la futura celebrità 
di quelle sorti, fu fatta la cassetta, nella quale venne- 
ro deposte le sorti stesse , che si ritiravano per ordine 
della Fortuna : quae hodie Fortunae monitu toUuntur. E 
soggiunge che la bellezza e la vetustà del Tempio, avea 
fatto ritenere fin allora presso il volgo il nome di sor- 
ti prenestine. Era quest'oracolo in tale celebrità sul fi- 
nire della prima guerra punica, che il console Lutazio, 



499 
che poi la finì presso le ìsole Egati , ebbe divieto dal 
senato di consultarlo, perchè con savio divisamento giu- 
dicava doversi amministrar la republica con auspicii ro- 
mani e patrii non con es tranci: Auspiciis enim patriis non 
alienigenis rempublicam administrare oportere. Valerio Mas- 
simo lib. I. e. IV. E tale fu la fama, tanta la venera- 
zione, che riscuoteva il tempio della Fortuna, che Ovi- 
dio Fast. VI. V. 61 e seg. designa Preueste col nome 
di mura sacre della dea prenestina , e Lucano Phars. II. 
y. 193 e seg. chiama i Prenestini, coloni della Fortuna: 
Vidit Fortuna colonos ;, 

Praenestìna suos ec. 
II tempio primitivo copriva la parte inferiore della 
£Ìttà compresa entro le strade odierne del Corso e del 
Borgo, e la città primitiva lo circondava, e particolar- 
mente innalzavasi verso la rocca; ma dopo che Siila di- 
strusse la città, siccome fu notato di sopra, ampliò gran- 
demente sulle rovine di essa il tempio, di sotto portan- 
dolo fino alla odierna contrada degli Arconi, e di sopra 
elevandolo fino alla contrada dello Scacciato dietro il 
palazzo baronale , e questa grande ampliazione indusse 
alcuni a credere il tempio della Fortuna, come edifica- 
to primitivamente da Siila. Da quella epoca la fama di 
questo tempio andò sempre crescendo , e viemmaggior- 
mente salirono in credito le sorti prenestine, che essen- 
do Preneste divenuta colonia romana non solo cessò ogni 
gelosia per parte del senato di lasciar consultare il suo 
oracolo dai magistrati, ma sovente, dopo la caduta della 
repubblica, gì' imperadori stessi lo favorirono. Svetonio 
in Domitiano e. XV. Lampridio in Alexandro Severo e. 
IV. La legge però di Costanzo emanata l'anno 353 del- 
la era volgare contro il culto antico, e soprattutto quel- 
la dì Valentiniano IL e Teodosio promulgata nel 391 
posero termine alla celebrità di questo antico delubro 



500 

del Lazio, e col farlo chiudere, e lasciarlo in abbandona 
ne prepararono la rovina. Le successive scorrerie de'bar- 
bari mossero gli abitanti a riparare fralle sue rovine: i 
portici, ed i delubri furono ridotti ab abituri moderni, 
ed a poco a poco questa mole immensa scomparve. Ri- 
maneva però ancora intatta una gran parte delle ma- 
gnifiohe sue sostruzioni, le antiche scale marmoree ser- 
vivano ancora per le communicazioni degli abitanti , e 
conservano la loro magnificenza, e vedevasi ancora tor- 
reggiare sulla sommità de'ripiani il tempio rotondo della 
dea, allorché nel 1298, come già si notò di sopra, per 
ordine di Bonifacio Vili, furono smantellate le sostru- 
zioni, distrutte le scale, atterrato il portico semicircola- 
re , e demolito il tempio rotondo. E quello che per la 
solidità resistette al piccone ed al fuoco di Bonifacio 
fu deformato dagli abituri della popolazione e dalla suc- 
cessiva distruzione del 1437 fatta per opera del Vitel- 
leschi. La riedificazione ulteriore della città sugli avan- 
zi del tempio apportò nuovi guasti, e prova di fatto è 
lo stato in che vedesi ridotta una delle magnifiche sale 
chiusa oggi nel seminario vescovile, e della quale si avrà 
da ragionare j)iù sotto. ? > ii 

L' altezza verticale del tempio dal piano della via 
antica , che lambisce la gran conserva occidentale fino 
alla sommità del tolo del tempio rotondo è di 450 pie- 
di antichi, pari a palmi romani moderni 600, e di que- 
st' altezza totale sono ancora in piedi i ruderi per 510 
palmi, ossia piedi 382 e mezzo, cioè non mancano che 
soli piedi 67 e mezzo per la totalità. Di fronte poi ha 
nella base piedi 1275 di larghezza^ pari a palmi 1700: 
questa larghezza si restringe a palmi 500 alla base del 
corpo superiore, ed a 120 nell'area del tempio propria- 
mente detto. L' edificio era rivolto a mezzodì come al- 
tfi fra i templi più antichi del Lazio, e particolarmeu-j 



501 
te quelli ancora esistenti di Diana Aricina e di Giunca 
ne Cabina, e quelli distrutti di Giunone Lanuvina e di 
Giove Capitolino; 

Essendo il tèmpio addossato alla falda del monte 
Y6nne innalzato sopra varii ripiani a guisa di scaglioni, 
o terrazzi: questi ripiani sono, come ò naturale paralle- 
li fra loro « prova che tutti furono eretti per uno sco- 
po medesimo ; ma la loro costruzione è diversa in tal 
modo che d'uopo è riconoscere quattro epoche diverse: 
imperciocché vi si trova la costruzione a poliedri , che 
è quella del tempio primitivo , quella a parallelepipedi 
pertinenti alla epoca della guerra annibalica , quella a 
piccioli poliedri, o ciottoli, spettante ai tempi di Siila, 
e quella laterizia della prima era imperiale; Ho notato 
di sopra, che cinque sono i terrazzi o ripiani principa- 
li: quello del giardino Barberini che io appello delie 
Piscine: quello del Corso che io chiamo delle Aule: quel- 
lo del Borgo che può designarsi col nome di medio: e 
quello della Cortina, ossia dell' Emiciclo. Precedeva di- 
nanzi la base di questa mole un'area grande circoscritta 
da termini, onde dividere la parte sacra dalla cOmmu- 
ne , o pubblica , a destra della contrada degli Arconi : 
di questi termini , o cippi , simili a quelli del pomerio 
di Roma, due ne furono scoperti nel risarcire la strada 
l'anno 1824. E quest'area era circoscritta ne'lati da due 
amplissime cisterne , delle quali quella verso occidente 
rimane intatta; quella verso levante è sotterrata. In fon- 
do all'area frai due avancorpi delle conserve, erano 29 
fornici, de'quali i cinque centrali formavano una specie 
di avancorpo, ed i 12 per parte andavano a riunirsi al- 
le conserve : e di questi uno a sinistra , ed i dodici a 
destra rimangono intieri , e per la loro costruzione si 
riconoscono come una giunta fatta da Siila , onde pro- 
trarre il piede del tempio verso la pianura e profittare 



502 

de'fornici per abitazione de'ministrr inferiori inservienti 
al tempio. Le duo conserve, che fiancheggiavano 1' area 
furono posteriormente aggiunte , come si riconosce per 
la costruzione laterizia: esse furono edificate per racco- 
gliere lo scolo delle fontane e delle piscine superiori , 
e formare un deposito di acque in servizio della cilt» 
sottoposta. La conserva occidentale, che, come si disse è 
intiera, per Fa vastità, per 1» belle/za della opera late- 
rizia, e per la conservazione è uno degli esempj più ri- 
marchevoli, che riinangano di tali opere. Il ricettacolo, 
compresa la grossezza de'rauri è un corpo quadrilungo 
che ha 320 piedi dì fronte e 100 ne'lati: internamente 
è suddiviso in 10 aule , o corridoi , ciascuno de' quali 
communica coll'altro per tre vani, ed era illuminato da 
due spiragli, oggi ostrutti, meno uno esistente nei quar- 
to corridore, il quale è aperto, e conserva nell' esterna 
il pluteo circolare di travertino a guisa di bocca di poz- 
zo, il quale mostra come fossero tutti gli altri. Questi 
corridori sono rivestiti di finissimo astraco a stagno, ed 
hanno ciascuno circa 80 piedi, o palmi 107 di lunghez- 
za, e 24 piedi o 32 palmi di larghezza. Solo tre corri- 
dori rimangono pratticabili , poiché gli altri sono pieni 
di acqua pluviale^ e di quella che vi filtra da una mo- 
derna fontana sovrapposta. Esternamente il lato occiden- 
tale di questa conserva è ornato di sette nicchie : di 
queste la quinta per chi giunge da Roma è più ampia 
e rettilinea , mentre tutte le altre sono curvilinee : nel 
lato meridionale se ne contano 24 , delle quali la duo- 
decima è pur rettilinea, e più ampia. Quest'anomalia nel 
sistema generale di tali nicchie mi porta a credere, che 
queste nicchie rettilinee servissero d' incassatura per 
contenere la iscrizione di chi edificò la conserva, e su 
tal proposito giova di ricordare, che nella vigna Petruc- 
cìui circa la metà del secolo passato fu trovato un mar- 



503 
ino aitò piedi 3, largo 9, colla iscrizione seguente fram- 
mentata, che, se non voglia credersi quella posta in que- 
sti rincassi, almeno è analoga ad essa: e questa lapide 
dicea: 
.... I . F * DIVI . IVLII . N . AVGVSt .... 

IG . III . IMP . Vili . TRIB . POTEST . XVII . . . 

la quale io credo, possa supplirsi nel modo seguente: 
TI.CAES.DIVI.AVGVSTI.F.DIVI.IVLIÌ.N.AVGVSTVS 
COS.II.DESIG.III . IMP . VIII . TRIB . POTEST . XVIII. 
Questa lapide corrisponde all' anno 18 della era volga- 
re in che Tiberio si designò console per la terza volta, 
e la costruzione laterizia di questa conserva essendo 
analoga a quella dei Castra Praetoria , si trova affatto 
di accordò con questa epoca. Il lato orientale non ha 
nicchie^ ma circa la estremità, una porticina, che mette 
in una scala rivestita anche essa di astraco^ per la qua- 
le discendesi al fondo della conserva. Il muro presso 
questa porticina è ancor meglio costrutto del rimanente, 
che pure è bellissimo, ed offre una precisione di strut- 
tura, superiore ad ogni altra parte del tempio: esso è 
ornato di due mezze colonne, laterizie anche esse, e di 
ordine dorico. 

I Per le scalèe di Siila ascendevasi dall' area fralle 
due conserve al primo ripiano detto delle piscine, per- 
chè aprivansi sopra di esso due vasti recipienti di acqua, 
rettangolari, lunghi ciascuno 250 piedi, larghi 90, i qua- 
li servivano per le sacre abluzioni. E questo ripiano 
avea 1275 piedi di lunghezza e 260 di larghezza : era 
lastricato di grandi poligoni di calcaria, siccome ricava- 
si da due tratti considerabili , che ne rimangono , uno 
sotto la casa Tommasi, l'altro sotto la casa Petrini. Del- 
le piscine poi, visibile ancora, sebbene riempiuta dalle 
macerie, è quella verso occidente nel giardino Barberi- 
ni: di quella verso oriente si trovano vestigia nella casal 



504 

Fiumara : il pTuteo , che le cingeva era vestito di mu'-' 
saÌQO bianco. 

')'';• Dal ripiano delle piscine ascendevasi per due scale 
a doppia rampa a quello delle aule : anche esso ave a 
1275 piedi di fronte^ ma ne avea soli 82 e mezzo di 
fianco;; e veniva pure coperto da massi poliedri di cal- 
carla, de'quali una ttaccia ancora rimane, lungo la stra- 
da detta il Corso, ad occidente della cattedrale. In fon- 
do a questo secondo terrazzo, erge vasi sopra molti gra- 
dini un edificio ben decorato e di stile purissimo , che 
da Siila venne addossato alla sostruzione primitiva àeì 
ripiano superiore. E questo corpo di fabbrica fu appel- 
lato dagli scrittori moderni il delubro inferiore , nome 
che non può dirsi improprio, ma che neppure è sicuro; 
Malgrado il guasto apportato dagli uomini a questa par- 
te, ancora si conserva la traccia della sua forma e de- 
corazione. L'edificio si componeva di due sale oblonghe, 
fralle quali aprivasi un'area: delle due sale quella ver- 
sa occidente è presso che intieramente scomparsa: quel- 
la verso oriente, ridotta all'uso vilissimo di cantina, cu- 
cina, e dispensa del Seminario, andò soggetta a graTis- 
simi guasti; nulladimeno una parte della decorazione si 
è salvata, e questa serve a far riconoscere non solo lo 
stato suo primitivo , ma ancora quello dell' altro : essa 
compresi i muri ha 100 piedi di lunghezza , e 55 di 
larghezza : e la sua fronte ancora in parte conservasi 
sulla così detta piazza Tonda presso la cattedrale ; essa 
era ornata di quattro mezze colonne di ordine corintio, 
i cui capitelli rimangono ancora sul posto , e sono di 
purissimo stile. Queste mezze colonne e gli archi era- 
no costrutti di massi di tufa: i capitelli e le basi, come 
pure tutti gli ornati interni sono di calcaria: il rimanen- 
te è di ciottoli, o di opera incerta. Neil' interno erano 
sette riquadri per parte, determinati alternativamente da 



505 
ftiezze colonne e pflastri, e questi riquadri probabilmen- 
te servirono a contenere statue: innanzi ad essi ricorse 
un magnifico podio, ornato a guisa di un fregio dorico 
di triglifi con patere e rosoni fra loro , di uno stile e 
di un taglio così puro , che pochi avanzi dell' antichità 
possono gareggiare con questo : è molto probabile che 
sopra questo podio fossero co^Uocate piccole colonne, le 
quali determinavano la imposta della volta, ornata for- 
se di cassettoni. In fondo aprivasi un nicchione rettili- 
neo contenente tre nicchie per statue. II pavimento di 
questo era di musaico figurato , ed è quello che ora 
conservasi nel palazzo Barf>crini, conosciuto sotto il no- 
me di musaico di Palestrrna , il quale rfa questo luogo 
fu trasportato dove oggi si vede l'anno 1640 per ordi- 
ne del card. Francesco Barberini colla direzione de'mi- 
gliori artefici, e de'più insigni eruditi del tempo, e spe- 
cialmente di Pietro da Cortona. Lungo sarebbe volerlo 
qui descrivere, e d'altronde lo è stato da molti; ma non 
sarà fuor di luogo di ricordare le opinioni di quelli che 
ne hanno parlato, e nel tempo stesso azzardarne anche 
una, che sembri meno allontanarsi dal vero. Kircher che 
fu il primo che io conosca a trattarne di proposito vi 
credette espresse le vicissitudini della fortuna, il card, 
di Polignac il viaggio di Alessandro all'oracolo di Am- 
mone, Volpi un fatto di Siila a noi incognito, Montfau- 
con il corso del Nilo, Du Bos una carta geografica de' 
paesi intorno a quel fiume, Winckelmann V incontro di 
Elcna con Menelao in Egitto , secondo la tragedia di 
Euripide, Chaupy l'imbarco de'grani dall'Egitto per Ro- 
ma , Barthelemy il viaggio di Adriano ad Elefantine , 
l'avv. Luigi Cecconi gli eventi fortunati di Siila, ed in- 
fine Fea l'Egitto conquistato dall'imperadore Cesare Ot- 
taviano Augusto sopra Cleopatra e Marco Antonio. È 
da osservarsi che non può cader dubbio sulla scena rapr- 



506 

presentata in questo musaico, perchè chiaramente tì si 
vede effigiato l' Egitto, poiché egizj sono gli edificii, le 
piante, e gli animali; non è neppure da dubitarsi delle 
circostanze, giacché è cosa manifesta, che è nel momen- 
to della inondazione nilotica; i costumi della gente bas- 
^a e de'sacerdoti sono egizj, quelli al contrario de'prin- 
cipali personaggi e de'soldati, sono macedoni; e neUHn- 
sieme veggonsi tripudj, banchetti, caccio e sagrificj; dun^- 
qile parmi doversi riconoscere in questo musaico espres-- 
si gli lisi che accompagnavano la inondazione del Nilo 
durante il regno de' Tolomei. Alcuni degli animali sono 
accompagnati dal loro nome scritto in greco, come il ri- 
noceronte PINOKEPwC, il pofrco scimmia XOIPOI1I0H2, 
le enidri ENYAPIC, i toanti 0OANTEC, lo xifi SIOIG, 
la sfinge C^INElA, il crocota KPOKOTAC, l'iabu YA- 
BOTC, la giraffa KAMEAonAPAAAiG , i ceiti KHI- 
TIEC la leonessa AEAINA la lucertola cubitale CAYPOC 
DHX ... la lince ATNS l' orso APKTOG e per errore 
dell'artista APKOC, la tigre TIEPIC, l' asino-centaures- 
sa H ONOKENTATPA , il coccodrillo terrestre KPO- 
KOAIAOC XEPCAIOC il coccodrillo pantera KPOKO-' 
AlAOnAPAAAIG. 

E questo musaico sembra essere" copia di un mo- 
numento più antico, poiché il lavoro, e la forma lunata 
djelle lettere ne inducono a crederlo eseguito circa il 
tempo de'Flavj, e la cosa sarebbe dimostrata, se come 
si sostiene da Leonardo Gecconi nella storia di Palestri- 
na vi era scritto PINI OPVS; imperciocché Gornelio Pi- 
no pittore fu appunto impiegato da Vespasiano a dipin- 
gere il tempio dell' Onore e della Virtù, siccome narra 
Plinio lib. XXXV. e. X. Giò che però non va soggetto 
a dubbio é che questo musaico non può confondersi 
affatto coi lithostrota, o pavimenti lastricati di marmo , 
uno de'quali a scudetti o piccole lastre fu fatto da Sii- 



507 
la nel tempio della Fortuna, secondo Plinio lib. XXXVI. 
e. XXV ; poiché non può in modo alcuno applicarsi it 
parvulis crustis di quello scrittore a tasselli del musai- 
co. Il resto dell' aula era lastricato di musaico bianco , 
e ne rimangono ancora le vestigia. L'altra aula come di 
già venne indicato di sopra è presso che intieramente 
scomparsa ; e le poche vestigia , che Ite rimangono non 
si oppongono a crederla della forma di questa^ ma for- 
se però nel nicchione non vi erano le nicchie piccole 
per le statue. È pur probabile , che il pavimento fosse 
ornato con musaici analoghi all' altra. Fra queste due 
sale, l'area rettangolare esistente avea 190 piedi di fron- 
te e 70 di profondità: ne' lati era circoscritta dai muri 
delle due sale: di fronte poi v'era una fila di colonne, 
delle quali tre , sebbene troncate sono ancora al posto 
loro, e visibili, inserite nel muro della cappella del ce- 
meterio , che separa questa da quella del Sagrameuto 
nella cattedrale. Ed a queste colonne pure apparteneva- 
no alcuni capitelli , già abbandonati ne' dintorni della 
cattedrale , ed oggi riposti nel palazzo municipale. In 
fondo a quest' area ricorreva un corridore ornato nella 
faccia esterna di mezze colonne , fra le quali riccorre^ 
vano nove fenestre con riquadri fra loro ornate di mo- 
dinature molto gentili; di queste fenestre due rimango- 
no ancora intiere, e tre sono dimezzate, che si veggo- 
no nel cortile del Seminario. Il pavimento di questa 
area era di lastre quadrilatere di travertino circoscritte 
da una fascia di musaico bianco. E prima che Siila edi- 
ficasse questo corpo sorgeva in questa parte una spia- 
nata lunga 810 piedi e larga 90, sostenuta da muri co- 
strutti di massi poliedri, de'quali una parte rimane an- 
cora intatta nel rimessone Lulli. 

A destra e a sinistra di questa spianata aprivansi 
scale a due rampe, sostenute pure da muri di poliedri. 



508 

e dietro a questa è il gran muro di sostruzione del ri-' 
piano medio, costrutto nell» stessa maniera, ed il qua- 
le nel punto denominato la Rifolta conserva 1' altezza 
sua originale. Il ripiano medio corrispondeva almeno in 
parte all'odierna contrada del Borgo: verso oriente era 
aderente al muro di recinto della città , dove rimane 
ancora la porta antica, oggi chiusa presso quella deno- 
minata Portella. Dietro questo ripiano una sostruzione 
pUre a poliedri reggeva il ripiano superiore dove credoy 
che in origine fosse il tempio, prima che Siila lo por- 
tasse ad una elevazione molto più considerabile sopra 
il palazzo baronale. Di questo ripiano, oltre il muro di 
sostruzione già indicato , rimane ancora in più luoghi 
il pavimento di poligoni di calcarla, sì nella via publi- 
ca^ che nella casa Tommasi. In mezzo alle due rampe 
che da questo ripiano conducevano a quello delle esse- 
drc , opera sillana come tutto il rimanente della parte 
superiore, sporgeva in fuori una edicola con recesso 
sotto: del quale è ancora in piedi l'àfco interno. 

Il ripiano delle essedre ò sostenuto da un muro 
solido di opera incerta, alle cui estremità sono due gran- 
di archi più vasti ancora di quello centrale, i quali era- 
no ornati di statue, e di fontane, delle quali rimane an- 
cora nell'orto Petrelli lo speco, che conduceva l' acqua 
a quella verso occidente. Il ripiano delle essedre , che 
sostiene quello della Cortina trae nome da due essedre, 
o diete semicircolari, magnifiche , che ne formavano la 
decorazione , delle quali quella verso oriente è ancora 
riconoscibile , e si chiama la grotta Petrelli , essendo 
proprietà di questa famiglia, essa è ornata nell' interno 
di quattro colonne di calcarla d' ordine corintio , e di 
cassettoni quadrati nel soffitto , che conservano ancora 
in cinque fori le traccie de'cassettoni di bronzo, che li 
adornavano. Queste essedre furono erette probabilmea- 



5d9 
(e, onde potessero servire di trattenimento e di riposo 
a quelli che venivano a consultare le sorti: ed è proba- 
bile che il recesso in mezzo, immediatamente posto nel- 
l'asse del tempio, sìa quel luogo chiuso religiosamente, 
ricordato da Cicerone, dove eransi rinvenute da Nume- 
rio Suffucio le sorti prenestine , e dove a' suoi giorni 
vedovasi la Fortuna effigiata in atto di allattare Giove 
e Giunone , siccome fu notato di sopra ; come pure è 
probabile che ivi si conservassero le sorti. Infatti che 
fosse un luogo più riguardato si riconosce dall'osserva- 
re che era preceduto da una specie di vestibolo e chiu- 
so da porta. Fra questo recesso e le essedre, fra le es- 
sedre , e le estremità del tempio si riconosce una fila 
di camere separate una dall'altra, che esternamente of- 
frivano l'aspetto di un bel portico, arcuato, ed mterna- 
mcnte furono altrettante celle di abitazione per i sacri 
ministri , e gli interpreti delle sorti. SuU' estremità di 
questo ripiano erano le scale , che si dirigevano alla 
sommità di tutta la mole,, cioè al tempio rotondo. 

Dal ripiano delle essedre passavasì a quello del 
tempio propriamente detto: la sostruzione che lo regge- 
va avea ancor essa una fila di celle arcuate di fronte , 
pure per abitazione de'sacerdoti. Il ripiano racchiudeva 
un' area quadrilunga di 300 piedi di fronte e 150 di 
fianco, area che era destinata ai sagrificj, e che veniva 
fiancheggiata da un portico doppio di colonne di ordine 
corintio: di fronte era aperta onde poter godere la vi- 
sta imponente delle campagne latine, e solo vi ricorre- 
va un pluteo, o parapetto: in fondo poi fra due portici 
rettilinei che erano una continuazione di quelli di fian- 
co , aprivasi in mezzo una magnifica gradinata semicir- 
colare , per la quale salivasi ad un portico di colonne 
pur semicircolare , oggi ridotto a palazzo baronale. E 
sopra questo emiciclo entro un' area rettangolare largu 



510 

75 piedi, lunga 90 sorgeva a guisa di corona il tempio 
rotondo, che era V Aedes Fortunae, dove secondo Cice- 
rone nel luogo notato avea esistito l'olivo, dal quale 
era scorso miele, e di che erasi fatta l'arca che conte-» 
ne va le sorti prenestine, Una iscrizione frantumata, che 
ancora si legge al suo posto nel fregio de' due recessi 
arcuati sottoposti all' emiciclo mostra , che uà tempo , 
questa parte fu fatta, e le statue che conteneva furono 
ristaurate dai Decurioni e dal Popolo Prenestino: DEC. 
POPvlvsqve , praenesTINvs . FAcivndvm COER . ET . SI- 
GNA RESTII. Del portico dell' emiciclo non rimango- 
no traccie: di quelli dell'area sotto di esso una base si 
vede nel pianterreno della casa del sagrestano di s. Ro- 
salia, e due colonne e mezza nelle carceri publiche. Dell' 
emiciclo non si conserva che la forma. E del tempio ro-- 
tondo non rimane più alcuna traccia essendo stato, co-r 
me si vide , intieramente distrutto da papa Bonifacio 
Vili, nel 1298. 

Oltre gli avanzi del tempio entro il recinto antico 
della città , ed immediatamente presso di esso trovansi 
rovine importanti. E primieramente uscendo dalla porta 
s. Francesco incontrasi a sinistra uno speco che ha un 
piede e mezzo di capacità , del quale conservasi soltan- 
to il masso. Di là scendendo e costeggiando il recinto 
del chiostro de' pp. riformati si veggono le mura di 
massi poliedri dell'antica città, ed un mezzo miglio do- 
po sull'altura sono i ruderi di una conserva. Seguendo 
Io stesso viottolo ve desi a destra un'altra vasta conser- 
va lunga piedi 240. larga 204 , di forma quadrilatera , 
parte rivestita di ciottoli, parte di reticolato, con lega- 
menti , e tutta intonacata di astraco , o opus signinum. 
Evidentemente mostra essere stata divisa internamente 
in varie sezioni determinate da pilastri: i muri, che la 
circoscrivono conserrano nel lato interno le traccie di 



511 

12 pilastri ne* lati lunghi, 10 ne' Iati minori, onde può 
.credersi che nove sezioni erano quelle da nord a sud 
ed 11 da oriente ad occidente. Di queste, traccio visi- 
bili sono i 10 pilastri attaccati al lato settentrionale 9 
di quelli addossati all'orientale, e 7 di quelli addossati 
all'occidentale: di quelli del meridionale non rimane trac- 
/cia veruna. Questa conserva trovasi in una situazione 
più alta di quella prossima ad essa verso oriente , la 
quale è con maggior Regolarità costrutta di scaglie ed 
intonacata di astraco , e cogli angoli interni smussati , 
con scala per iscendcrvi larga piedi 115, lunga 150 con 
nove pilastri nel lato maggiore, ed otto nel minore. 

Dentro la città stessa nell' orto Scavalli sotto la 
chiesa di s. Antonio è una schola di opera incerta, ade- 
rente alla quale verso oriente è una parete di opera 
mista con tre nicchie, due rettilinee ed una curvilinea 
che forse è un avanzo di cella di un tempio del secon- 
do secolo della era volgare, separato affatto e fuori del 
recinto del tempio grande. ...raiii ; li ^.^i- 

La cittadella antica, oggi Monte s. Pietro è aWi^'lèPr 
titudine di AV SO' 44" ed alla longitudine di 30" 33' 
4", 5: essa è alta sul livello del mare piedi parig. 2145, 
4. e non conserva di antico altro che, una parte delle 
mura a poliedri , ed un piedestallo nella chiesa di s. 
Pietro , che serve oggi di vaso per T acqua santa , su^ 
quale leggesi una iscrizione a Publio Elio Tirone figlio 
di Publio, della tribù palatina, salio dell'arce albana, a 
cui l'imperador Commodo nella età giovanile di soli an- 
ni 14 accordò il commando de' cavalieri Brauconi ( di 
^rummt presso Strasbourg ) , ed a cui avendo i decu- 
rioni decretata una statua , il padre P. Elio Blando ne 
assunse le spese. La chiesa stessa sebbene di vecchia 
(lata, polche ne fa menzione s. Gregorio ne'Dialoghi, è 
^utta moderna essendo stata riedifica ti^ nel secolo Xyil. 



312 

,e ristaurata nel pontificato di Clemente XII. In essa è 
.un buon quadro di Pietro da Cortona rappresentante 
Gesù Cristo , che dà a pascere il suo gregge a s. Pie- 
tro: ed una statua dello stesso santo titolare di stile 
berninesco. Come luogo fortificato la cittadella è un po- 
sto assai vantaggioso, poiché domina tutte le terre din- 
torno , e perciò Pirro , secondo Floro vi salì nel venir 
contro Roma: a destra in fondo si vede Roma: si ricono- 
scono Collazia, Gabii, Scaptia, e Querquetula: dirimpetto 
si schierano Tusculo, e Monte Porzio, Monte Compatri, La^ 
bico o la Colonna, Corbio o Rocca Priora, la selva algi- 
dense, l'arce Carventana, e Velitre; a sinistra Artena o 
Monte Fortino, Valmontone, Signia o Segni, Anagni, Pa- 
liano, Genazzano e Cave; di dietro poi Rocca di Cave, 
Capranica , Poli , e Tivoli. E questo sito fu scelto dai 
Colonnesi come centro del loro dominio ne'tempi bassi: 
ancora conservasi la loro fortezza, sebbene diroccata, co- 
strutta di opera saracinesca: e sulla porta è il loro stem^ 
ma fra le iniziali S C, cioè Stephanus Columna, il quale 
riedificò la città col monte e la rocca nel 1332 sicco- 
me si legge nella lapide sotto lo stemma sovraindicato 
in caratteri gotici: ; >- * !. 

Mhih .immi MAGNIFICUS DNS STEFAN^••.•; ,....; v .r 
/ ib tóf^iJ DE COLUMNA REDIFICAVIT jì *na 
CIVITATEM PENESTRE CU ,0fJaiÌ 
MONTE ET ARCE . ANNO fd jI r^sp 
>^jmB)lk: *).'>ifiMiÌ9b tìiiiì»: , 1332 iiinl t^Ùah .oii'du'l ii> 
Nétta contrada degli Arconi, a déàtra di chi va da 
Roma a Preneste é un orto detto di porto , nel quale 
aderente quasi alla via è un bel castello antico di acqua 
con fontana di opera laterizia del I. secolo dell'impero: 
questo per analogia di costruzione e per livello si rico- 
nosce essere stato fornito dalla gran conserva detta il 
Mìa ■ cDt hirfiU^jAthim ì'MAi'. t^riWfm cni'jbu:!: ui'v. 



513 

Sotterraneo: dietro questa fontana ò il recipiente diviso 
in due piani e rivestito di opera fina di aslraco: ciascun 
piano si suddivide in tre camere. ' 

All'esterno per tre lati e semplicissimo ed altra interru- 
zione non presenta che una risega dove coincide la di- 
visione de' due piani interni; nel quarto lato però cioè 
verso oriente era il prospetto della fontana, il quale ve- 
niva ornato con tre nicchioni rettilinei, e sotto ciascun 
di questi rimane lo speco, donde sgorgava l'acqua. Nel 
nicchione di mezzo sono lateralmente due nicchiette per 
statue, sebbene danneggiate e rotte esistono ancora en- 
tro l'orto, e sono di buono stile: una rappresentava un 
Fauno, e di questa non rimane che una parte del tor- 
so , r altra una Ninfa seminuda. Presso questo castello 
sono pezzi di corniciami bene eseguiti del tempo degli 
Antonini. L' emissario poi di questo castello si ravvisa 
scendendo nel piano inferiore del recipiente, poiché ester- 
namente rimane sotterra. Questo castello, come tutti gli 
altri ruderi da questa parte appartengono alla seconda 
Preneste, ossia alla colonia sillana, la quale estendevasi 
fino alla contrada delle Quadrelle 1 miglio e mezzo sot- 
to le prime sostruzioni del tempio, dove furono rinve- 
nuti nel 1773 per opera del card. Stoppani i frammen- 
ti de'Fasti di Verrio Fiacco ricordati da Svetonio, illu- 
strati con dotta opera dal Foggini, e da me per ordine 
del card. Vidoni, che n'era il proprietario, dati alla \ìf- 
ce ristaurati l'anno 1825. 

Oltre gli avanzi del castello , entro i limiti della 
seconda Preneste, 1 miglio circa distante da Palestrina 
sono le grandi rovine della yilla imperiale edificata da 
Adriano circa l'anno 134 della era volgare come si ri- 
cava da'marchi de'mattoni che portano il terzo consola- 
to di Serviano, dove stando a villeggiare Marco Aure- 
lio vi perde il figlio Vero Cesare in età di sette anni. 

33 



514 

Questi avanzi danno nome ad una chiesa rurale detta 
s. Maria della Villa e si estendono per circa tre quar- 
ti di miglio: sono di opera reticolata con legamenti la- 
terìzii, simile affatto a quella della villa Adriana. Ri- 
mangono in gran parte gli anditi del pianterreno , ma 
questi non sono tutti pratticabili , in quelli però in che 
può penetrarsi si riconosce, che furono destinati a conser- 
ve, come si prova per gli angoli smussati, per le trac- 
eie ancora esistenti della opera signina di che erano ri- 
vestiti, e dei contraflTorti arcuati di opera mista che al- 
l' esterno le consolidavano. Due fontane ancora possono 
tracciarsi , una di forma rotonda verso nord ovest , e 
l'altra col suo recipiente dietro, ad oriente della chiesa. 
Frai ruderi di questa villa fu dissotterrato il bello An- 
tinoo di Braschi , nuova conferma della epoca adrianèa 
in che venne costrutta la villa. 

Sulla strada vecchia di Palestrina e Cave un mi- 
glio distante dalla porta del Sole è il ponte detto dello 
Spedalato , di là dal quale entro la vigna adiacente è 
un edificio di forma ottangolare, rovinato, di costruzio- 
ne del IV. o V. secolo della era volgare , coli' ingresso 
rivolto verso la via , e nicchie alternate rettilinee sotto 
e fenestre sopra , corrispondenti a queste. Ora questa 
fabbrica ha molta analogia col preteso tempio della Tos- 
se a Tivoli sì per la pianta , come pure per la costru- 
zione materiale, e forse come quella fu una chiesa cri- 
stiana del IV. o V secolo. Più communemente lo cre- 
dono il Serapèo edificato da Gaio Valerio Ermaisco se- 
condo una iscrizione riportata dal Suarez nella sua Prae- 
neste antiqua p. 51 : altri Io hanno supposto un tempio 
del Sole : altri la Schola Faustiniana , e questa ultima 
opinione è affatto contraria alla forma, ed alla struttu- 
ra della fabbrica. 

. Il Foro della Preneste sillana si colloca commuuc- 



51;> 

mente a pie della conserra occidentale del tempio del- 
la Fortuna Prenestina fra la chiesa di s. Lucia, e quel- 
la della Madonna dell' Aquila per molti monumenti ivi 
trovati, e specialmente per le iscrizioni ad onore di Ti- 
berio , di Giuliano , di Postumio , di Anicio Auchenio 
Basso , per due colonnette consagrate dai pretori Caio 
Magulnio Scato , e Gaio Saufenio Fiacco , e per le are 
della Pace e della Sicurezza ricordate di sopra; sembra 
però fare ostacolo a questa opinione il ritrovamento 
de'Fasti di Verrio Fiacco fatto nella contrada delle Qua- 
drelle molto di là distante , mentre Svetonio nella bio- 
grafia di quel grammatico dice che ebbe una statua in 
Preneste in inferiore Fori parte contra hemicyclium :in 
quo fastos a se ordinatos, et marmoreo parieti incisos pu- 
blicarat. Ma dall'altro canto le moltiplici scoperte ricor- 
date di sopra debbono preferirsi a quella di frammenti 
che poterono andar soggetti a traslocazione. 

Presso Preneste furono ville sontuose degli antichi 
Romani; una ve n' ebbe Plinio il giovane da lui stesso 
ricordata lib. V. epist. VI. una ve ^'ebbe pure il <;ele- 
bre Simmaco lib. III. epist. L lib. VII. ep. XXXV. Seb- 
bene si attribuisca a quest'ultima una lunga sostruzio- 
ne a colle Martino , nulladimeno è finora incerto dove 
si questa come l'altra fossero collocate .. , . , 

■-^.ùm.m^U- PALIANO. ■■; 

ìpalltanum. :'^* 

È uno de'capiluoghi, o governi del distretto di Ti- 
voli, situato ad oriente di Paicstrina, e nella sua dio- 
cesi , entro il territorio degli Ernici , e che racchiude 
3402. abitanti. Forte per natura fu successivamente in 



516 

varie epoche questa Terra rafforzata da mura, torri, e 
bastioni, e da una cittadella, o castello, specialmente nel 
secolo XVI; uno solo è l' accesso, pel quale vi si può en- 
trare , ed ancor questo è per mezzo di un ponte le-* 
vatojo. 

La memoria più antica di Fallano rimonta al 'sé-* 
condo periodo del secolo VI. giacché nella Cronaca Su- 
blacense riportata dal Muratori si ricorda la chiesa di 
s. Sebastiano acquistata da Giovanni abbate in Palliano, 
la quale rifabbricata ancora conservasi a destra della 
via che dalla osteria della Buffala conduce a Piglio. La 
origine del nomo deriva da un fondo della gente Follia, 
e da Fundus Follianus per transizione di pronuncia si 
fece Fallianus, L' anno 1184. erasi certamente formato 
un villaggio, poiché nella cronaca di Fossa Nova ripor- 
tata dall' Ughelli Italia Sacra Tom. X. e dal Muratori 
Rerum Italicarum Scriptores Tom. VII. si legge, che i 
Romani il dì 19 di aprile lo presero e l' incendiarono. 
Il card, di Aragona nella vita di Gregorio IX. riferisce 
come quel papa nel 1232 affine di porre un termine 
alle discordie intestine , che laceravano questa Terra , 
come quella di Serrone, donjinate da pochi individui, la 
occupò, ordinò che fosse custodita , la cinse di fosse e 
di un alto muro, e la munì di una torre altissima: ca- 
ptunij dice il testo publicato dal Muratori nel tomo III. 
àe Rerum Italicarum Scriptores, decrevit ad opus sedis Or 
postolicae custodiri, eodem fossatis praeruptis muro sublimi 
et excelsae turris praesidio comm/unito. Gli atti di questa 
vendita per parte de'condomini e dell'acquisto per par- 
te di papa Gregorio IX. possono leggersi nel tomo pri- 
mo delle Antiquitates Medii Aevi di Muratori p. 681. e 
seg; in essi si nomina la Rocca e Castro Paliani, la Roc- 
ca e Castro Serronis : e i condomini sono Oddone Co- 
lonna signore di Ole vano, Trasmondo de Tineto, Luca 



517 

da Fallano, Pietro Finto, Bartolomraeo Finto, Pietro da 
Paliano, Jacopo, ed Ungaro, Pietro Vecchio, Tommaso di 
Niccolò da Miro , Teobaldo di Gregorio , e Nicolò Ma- 
caranno, che s'intitolano tutti signori di Palliano domini 
de Paliano. A questa prima cessione e vendita accedet- 
te nel 1236 Guidone di Giovanni Rolando , come rica- 
vasi dall'altro documento riferito dallo scrittore sovral- 
lodato p. 701. e seg. Nel 1378 erano feudatarii di Fa-; 
liano i Conti di Segni Ildebrandino ed Adinolfo , e fu- 
rono come tali riconosciuti da Urbano VI. ma nel 1389 
vennero dallo stesso papa discacciati. Bonifacio IX. suo 
successore li rintegrò dichiarandoli vicarj di quella ter- 
ra per 29 anni. Giovanni XXIII. estese tal investitura, 
a favore d' Ildebrandino fino alla lerza generazione. I 
Conti da quella epoca ne rimasero in possesso fino al 
pontificato di Martino V. Colonna, il quale mentre con- 
fermò loro tutte le terre che possedevano dispose di 
Paliano e Serrone a favore di Antonio, e Odoardo suoi 
nepoti , dichiarandoli vicarj. Veggasi il Ratti nella Sto- 
ria della Famiglia Sforza T. II. p. 222. e seg. Da quel 
tempo il titolo anche oggi rimane ai Colonnesi. La vi- 
cinanza di tanti possedimenti della famiglia Colonna^ che 
attorniavano questa Terra dovea condurre tosto o tardi 
sotto il suo intiero dominio Fallano, che dapprima non 
era, se non in parte posseduta da loro. Nelle vertenze 
fra Sisto IV. ed i Colonnesi, le genti del papa l'assedia- 
rono: Prospero Colonna chela difese valorosamente, te- 
mendo di qualche tradimento, mandò i figli de'principa- 
li abitanti come ostaggi a Genazzano , accompagnando 
questo fatto colla terribile minaccia di farli trucidare. 
Terminata quella angustia, sopraggiunse nel 1526 1' al- 
tra di Clemente VII. che irritato fortemente contro i 
Colonnesi devastò la contrada. Eransi appena rimargina- 
te le piaghe di questo disastro che nel 1541. Pier Lui- 



518 

gi Farfense la prese. Nel 1553 Marcantonio Colonna- oc- 
cupolla con le truppe, che a soccorso del regno di Na- 
poli portava, e con gravissimo scandalo, poiché occupol- 
la contro il padre suo Ascanio. Ma nel 1556 insorte fra 
Paolo IV. e Marcantonio Colonna gravissime vertenze, 
il papa privò Marcantonio di tutti i suoi feudi e cre6 
duca di Palliano il suo nipote Giovanni Caraffa, quella 
stesso al quale poscia per ordine di Pio IV. fu molla- 
ta la testa : in tal circostanza i Caraffeschi ridussero le 
fortificazioni della terra come oggi ancora si veggono,. 
in modo da renderla per que'tempi quasi inespugnabile. 
Nella convenzione dell' anno 1557 fra papa Paolo IV.. 
ed il duca d' Alba venne deciso che Paliano fosse con- 
segnato ad una terza persona, ovvero smantellato rima- 
nesse al duca Giovanni Caraffa. La vittoria riportata da 
Marcantonio II. a Lepanto fece restituire PaMano a que* 
sto erede insieme con tutti gli altri beni paterni, e da 

quella epoca la casa Colonna ne gode il pacifico pos- 
ggjjg^j^ '.■il Vi ì.uj:j5ji*7* .jiwiv Hobfl^iei.'Iyjh ^ i^ffion 

'^*'i' Ne'dintorni di Paliano fu il Fundus Cjesaria^ 
nÒs donato da s. Gregorio alla chiesa de' ss. Giovanni 
e Paolo , e ricordato nella lapide di Costantino papa , 
esistente presso la sagrestia di quella chiesa, nella qua- 
le tal fondo si pone al XXX. m. della via prenestina , 
distanza, che coincide al bìvio che a sinistra conduce 
direttamente ad Olevano, radendo il colle del Corso, e 
a destra mena a Paliano. ' ^^^ ^^nv<Hn:}^y^'HY>m^. u,am 

• ir^i ) :!-!f| yi; iI;:ì\ i ; ; "''■Ti uihknji ih oheotfi 

oIiUv«i2fif|nKw;Mi r:^^^'^^ PALIDORO. '"-ot 90103 - f^fietidr. H 
.sniibfoijfJ Wiià ih «iobBr»iar ^ÌUlhi^ì ^m oU&% (^K'^q) 
-le -l 0§Ci ìsù mur'vr ^ ^ ^fHG^p• str.ntf(m> 

i «/iJ'.oD o$nBi{tahi>i|j(UltOnUtn.. , f)jii8tìi.'>D Ih F,iì 

Vasto lenimento dell'Agro Romano traversato dalla 



519 

via aurelia, ossia strada di Civitavecchia, il quale com- 
prende circa rubbia 685. Appartiene ali' ospedale di s. 
Spirito: confina colle tenute di Torrimpietra, Ceri, Palo, 
Maccarese, e Castel Campanili e colla spiaggia del ma- 
re: è diviso ne'quarti denominati Valle Romana, Osteria; 
Ortaccio, o Mentuccia, Grottoni, o Statua, Palo, e Cam- 
posanto, gtlifi'i > i<ifiiìi> ìmh, rM 

Il suo nome è una leggiera alterazione di quello 
di Paritorium col quale viene designato nelle bolle di 
Benedetto Vili, dell'anno 1019 e di Leone IX dell'an- 
no 1049, riportate dall' Ughelli, Tomo I, come confine 
del vescovato portuense, nome che sebbene abbia qual- 
che somiglianza di suono , nulla ha di comune con la 
città latina di Politorium come alcuno credette. Nel 
1480 era un castrum che viene ricordato in un atto esi- 
stente nell'archivio Capitolino Tomo LXVI. fol. 12. Nel 
secolo seguente venne in potere de'Muti, ed allora era 
diviso in tre casali denominati di Palidoro , s. Angelo , 
e Castel Lombardi , i quali furono insieme venduti per 
scudi 80,000 alla sorella di Sisto V. Camilla Peretti sul 
finire del secolo XVI. siccome si legge nel Ratti Storia 
della Fam. Sforza T. IL p. 352. Dai Peretti nel secolo 
seguente questa tenuta venne in potere dell'ospedale di 
s. Spirito che né il proprietario attuale. 

' Il casale è a destra della via poco più di 18 m. 
lontano da Roma , ed è composto di un gran fabbrica- 
to, di una chiesa, e di qualche casa. Il lato del casale 
propriamente detto, che guarda la via, è fondato sopra 
un ponte antico della via aurelia primitiva, ponte a due 
archi oggi quasi interrati, sotto il quale un tempo pas- 
sava il fosso di Palidoro che però almeno fin dal seco- 
lo XIII. in che venne costrutto il casale attuale la pri- 
ma volta, teneva già un altro corso. La fronte di questo 
monumento presenta 63 piedi, e 15 ne ha di grossezza: 



520 

i massi sono grandi, irregolari, tendenti però alla figu- 
ra di parallelepipedi, il più lungo de'quali da me misu- 
rato ha quasi 9 piedi di lunghezza e 2 e un quarto di 
altezza, in essi ravvisansi le morse o addentellature per 
legare uno strato coll'altro, mentre dall'altro canto non 
si è avuta eura per evitare il ribattimento delle com- 
mettiture fra uno strato e l' altro, caratteri di un' antir 
<;hità assai remota da far credere il poute anteriore an- 
cora al dominio romano da questa parte ed opera etru- 
sca. I massi che compongono gli archi sono cuncati , e 
rotondati : alcuni hanno mediocri dimensioni , ma tutti 
mirabilmente sono insieme connessi. Questo ponte era 
fiancheggiato da sostruzioni , le quali vennero coperte 
dai contrafforti ed altre costruzioni del moderno casale. 
Nella chiesa è 1' arma di papa Pio VI : nel casale veg- 
•gonsi qua e là frantumi di colonne, indizio di qualche 
ff^\)hrìcsL antica in questi dintorni. 

, vi- Di là dal casale è la osteria di Palidoro : al XX. 

< ^* • 

miglio poi nell'ultimo confine di questa tenuta,, dove a 
destra distaccasi il diverticolo di Ceri veggonsi le rovi- 
,pe del castello di Statua eretto nel secolo XIII. presso 
^avanzi antichi di opera reticolata appartenenti probabil- 
,mente ad una villa e non all' antica città marittima di 
Alsium , come alcuni ingannati da queste rovine prete- 
sero, e della quale si, parlerà più sotto all'articolo PALO. 
Qtì^^tP; I castello fu de' monaci di s. Anastasio alle Tre 
•Fontane fino all'anno 1404 in che lo vendettero per ri- 
staurare il loro monastero alla Camera Apostolica , sic- 
come prova c»n documenti il Ratti nella Storia di Gen- 
zanoy riportando nell'Appendice al n. Vili, il beneplaci- 
to di Bonifacio IX per l'alienazione di tal fondo ,^ che 
- ?poi rimase incluso nel vasto lenimento di Palidoro e die 
/nome ad una parte di esso; ed al num. IX. il breve 
diretto a Corrado.vescovo di Malta dallo stesso papa per 



521 

venirne all'acquisto per la Camera Apostolica, dal qua- 
le apparisce, che nel secolo precedente, era questo ca- 
stello per le guerre propter guerrarum discrimina, ed 
altri inconvenienti rimasto diruto, e disabitato, onde i 
monaci da 30 anni poco, o nulla ne aveano ricavato, e 
che era in tal decadimento da non rimanere più speran- 
za di riparazione : etiam spe cessante quod Statua repor 
retur. Quindi si conosce la epoca dell' abbandono e ro- 
vina di questo castello coincidere con quella in che i 
papi rimanevano ancora in Avignone. Quasi dirimpetto 
alle torri smantellate di Statua sulla mano sinistra è un 
sepolcro antico. . .,„.,! i. 1; 

Io credo che la villa sovraindicatai , ed il sepolcro 
appartengano a Verginio Rufo, villa che poi fu della suo- 
cera di Plinio il giovane,;e della quale egli stesso par- 
ia lib. VI. epist. X. E la magnanimità di Verginio si 
attesta da Dione lib. LXIII. narrando , come ricusò 
l'imperio offertogli dai soldati dopo la morte di Nerone, 
onde ordinò che si scrivessero sul suo monumento que- 
sti due versi riportati da Plinio l. e. e lib. IX. ep. XX; 

HIC SITVS EST RVFVS PVLSO QVI VINDICE QVONDAM • 
, V)1aOf{;' IMPERI VM ADSERVIT NON SIBI SED PATRIAE. 

Della virtù di questo capitano, che due volte ricusò 
r imperio, che tre volte fu console, ed ebbe da Nerva 
l'onore di un funerale publico , e di essere lodato ne' 
Rostri da Tacito , veggasi oltre Plinio nella prima epi- 
stola del libro secondo , anche Tacito Histor. lib. I. e. 
Vili. IX. LXXVII: lib. II e. XLIV. LI. LXVIII. Il suo- 
lo in questa parte è formato da una specie di grès con- 
chilifero, il quale fornì i materiali non solo per la vil- 
la villa antica di Statua, ma ancora per tutte le fabbri- 
che antiche di questo tratto Ano al mare. Infatti a si- 
nistra veggonsi le antiche cave di questa pietra a stra- 
to aperto, abbandonate da lungo tempo: ed altre se ne 



5^2 

reggono a destra poco prima di entrare nella tenuta di 
Palo. Alcuni potrebbero credere che a questa pietra 
alluda Vitruvio lib. II. e. VII. allorché parla delle pie- 
tre di natura molle, che cavavansi ne'contorni di Roma 
e nomina le Pallienses, parola che i commentatori han- 
no voluto correggere in AlUenses, e che in questo caso 
dovrebbe emendarsi in Alsienses; ma la distanza da Ro- 
ma mi sembra apertamente opporsi a simile congettura., 

' -^' -■ ".;-"i>.'i>''» . /-^ "■-' 

oìPjiimÌjHV kntfi) PALIAVICINA. f«^'i H'^ì 

ni? >5* A^t^ins-»' o«fti«i Mrtfffix ijttc,' ih r.ì^Ì^*tUìn(iVr i^'fiiì '*Mii 

É il nome di un casale e di un lenimento , posto 
sul lembo del territorio di Zagarolo fra il fiume Osa ed 
il fosso di ponte del Fico. Il casale è sopra un ripiano 
di un colle, in una situazione ridente, quasi dirimpetta 
alla Colonna dal canto di sud-ovest, ed a Monte Massi- 
mo verso nord-est. Tediasi l'articolo MONTE MASSIMO. 
II nome lo trae dalla famiglia Pallavicini che possedet- 
te il fondo. La strada per andarvi parte a sinistra del- 
la via labicana al XV miglio da Roma presso la oste- 
ria della Colonna, e traversando le terre, raggiunge do- 
po 4 miglia la via prenestina antica presso Cavamonte, 
lasciando a sinistra il Monte Massimo. Notai a suo luo- 
go , che questo tratto già pertinente alla tribù Scaptia 
venne compreso nel secolo Vili, nella Massa Aliana. Io 
percorsi questa strada , e spaziai a destra e sinistra in 
modo da rimaner convinto , che non rimangono traccio 
di fabbriche antiche. Il tenimento sovraindicato è nella 
massima parte entro i limiti dell' antico agro labicano , 
sul confine però del gabino, del pedano, e del preoe- 



523 
1 PALMÀROLA, s 

. le- ouri ufi^uH 

Tenuta dell'Agro Romano, posta fuori di porta An- 
gelica circa 5 m. lontano da Roma, pertinente al capi- 
tolo di s. Pietro in Vaticano , e confinante con quelle 
dette del Marmo, Mimoli, Luchina, Mazzalupo e Porca- 
réccio, divisa in tre quarti. Comprende rubbia 226 ed 
un quarto. Nella bolla di Leone IV. a favore del mo- 
nastero di s. Martino adiacente alla basilica vaticanj^i 1 
cui beni poscia furono riuniti ad essa, bolla che appar- 
tiene all'anno 854 della era volgare, fra le altre possi- 
denze a quel monastero assegnate si trova notato un 
fundus PcUmis, come posto 5. m. lungi da Roma per la 
via Claudia, o Clodia, che è la stessa della Cassia, nò^ 
me che a quella epoca davasi tanto alla strada di Acqua 
Traversa, quanto a quella di Monte Mario, che si con- 
giunge con questa alla Giustiniana. La distanza da Ro- 
ma coincide , onde può credersi il nome attuale della 
tenuta derivare da quello del fondo il quale col nome 
ài Palmìs, o Palmi si designa ancora in altre bolle po- 
Siériori riportate nel Bullarium Vaticanum T. L 

ùJ'i . . . - "Si 

W'^òìÓiì/'àùùiir PALO— ALSIYM ^' ^^^f^'^^'^> ^' 

-#fe*)6' fflftifp Yt ^(iiuihnimffi uA'àuU^ ih o-txeq Ji ic-!ii§f»l 

t'Itiherarió marittimo dèscritenao la strada da Por- 
to a Centumcellae assegna 9 miglia di distanza fra Por- 
to e Fregenae, 9 da Fregenae ad Alsium, 4 da Alsium 
alla stazione Ad Turres , 12 da questa a Pjrgi , 8 da 
Pyrgi a Castrum Novum , ed 8 finalmente da Castrum 
Novum a Centumcellae. La posizione di Fregenae a Mac- 
carese è determinata , come pure lo è quella da Pyrgi 



$24 

a s. Severa. Or partendo da Maccarese e seguendo lai 
strada di Torre Perla, o della marina si hanno circa 9 
miglia fino a Palo: da Palo seguendo la strada della ma- 
rina verso s. Severa si trova dopo 4 miglia Torre Fla- 
via, che perciò convien riconoscere per la stazione Ad 
Turres. A Torre Flavia la strada in luogo di continuar 
per la spiaggia andava a raggiunger la via aurclia, e quin- 
di andava insieme a Pyrgi, che trovavasi 7 miglia dopo 
Turres ; perciò d' uopo è ravvisare il sito di Alsium a 
Palo, quello di Turres a Torre Flavia: e dall'altro can- 
to il numero XII. dell'Itinerario va corretto in VII: so- 
stituzione commune negli Itinerarii antichi per ignoranza 
de'copistì che cangiarono il X in V, e viceversa. Nella 
Carta Peutingeriana Alsium è notato sul mare come 
Villi, m. distante dalla prossima stazione che è sparita, 
come è sparito il numero fra questa e Porto. Dall'altro 
canto sulla via aurelia fra Lorium ed Alsium è notata 
la stazione di Bebiana , la quale ^i pone 6 m. distante 
da Alsium, mentre manca il numero di distanza fra Lo- 
rium e Bebiana, che necessariamente fu III. essendo Al- 
sium per la via aurelia 9 miglia distante da Lorium , 
luogo determinato presso Castel di Guido. Se pertanto 
Alsium fu sul mare, come dimostrasi dall'Itinerario ma- 
rittimo, e dalla Carta , esser non poteva a Statua come 
alcuni pretesero, perchè distante dal mare 3 miglia. Ed 
a conferma di tal situazione affatto marittima vuole al- 
legarsi il passo di Rutilio Numaziano, il quale descri- 
vendo il suo viaggio per mare, dopo aver narrato di es- 
sersi imbarcato a Porto soggiunge lib. I. v. 223: 

Alsta praelegitur tellus^ Pyrgique recedunt: ^ l, 
Nunc villae grandes, oppida parva prtus. 

Dionisio lib. I. e. XX dice che Alsio fu una città 
fondata dai Pelasgi, e da loro insieme cogli Aborigeni 



525' 
abitate. Il suo nome da Silio Italico lib. Vili. v. 476 e* 
vuol dcdursi da Aleso argivo: 

Nec nan argolico dilectum Utus ffaleso 

Àlsium et obsessae campo squalente Fregenae. 

Questa città non figura nella storia romana prima 
dell' anno di Roma 506 , allorché per testimonianza di 
Velleio lib. I. e. XIV. vi fu dedotta una colonia roma- 
na. E come una delle colonie marittime vien ricordata 
da Livio lib. XXVII e. XXVIII. fra quelle che non po- 
terono ottenere l'anno 547 di essere esentate dal servi- 
zio militare. Strabone lib. V. e. II. §. 8. ne fa soltan- 
to menzione insieme con Fregenae, come città interme- 
die fra Pyrgi ed Ostia , lungo il mare; come tale pure 
la nominano Plinio Hist. Nat. lib. III. cap. V. §. 8. e 
Tolomeo. Una iscrizione rinvenuta fralle sue rovine , e 
pertinente all' anno della era volgare 208, mostra, che 
qualche beneficio ottenesse da Antonino Caracalla , poi- 
ché i decurioni della colonia gli eressero una statua. La 
decadenza, che si fece sentire in tutti i luoghi de'con- 
torni di Roma nel secolo III. e che sul principio del 
IV fu ancor più sensibile per la traslazione fatale del- 
la sede dell' impero , più particolarmente si vide nelle 
terre poste lungo la spiaggia: la prima scorreria de'Go- 
ti infieri specialmente lungo la via aurelia per testimo- 
nianza di Rutilio Numaziano, il quale nel passo ripor- 
tato di sopra nomina Alsio e Pyrgi come quelle che di 
città picciole erano divenute ville grandi: 

Nunc viUae grandes oppida parva prius. 
^^i' Nulladimeno Alsio si sosteneva ancora nella metà 
del secolo VI. sendo che Agatia lo ricorda fra i luoghi 
interessanti di cui Narsete s'impadronì da questa parte. 
Ed una prova ulteriore è vederla notata nella Carta 
Peutingcriana. Ma poco dopo infierirono su queste con- 
trade nuove sciagure: e prima i Longobardi per terra, 



526 

ne' secoli VII. ed Vili , poscia i Saraceni dal canto di 
mare ne' due secoli susseguenti devastarono talmente 
queste contrade che ancora Alsio scomparve. 

Non è nota la epoca precisa , ma certamente non 
fu avanti il secolo XIV. che gli Orsini ebbero questo 
fondo, e Bertoldo Orsino fu il primo a possederlo, ot- 
tenutolo, anteriormente all' anno 1330 dai monaci di s. 
Sabba , i quali vi avevano edificato un castrum ed una 
rocca , ed allora per la prima volta comparisce sotto il 
nome odierno di Palo. Neil' anno 1370 fu da Niccolò 
Orsino, conte palatino, trasferito il dominio di Palo ad 
Anastasia di Orso, moglie di Giordano, anche esso de'fi- 
gli di Orso, siccome si ha in un codice vaticano n. 7997. 
Non si era però il monastero di s. Sabba spogliato af- 
fatto del dominio di Palo, poiché nello stesso codice ap- 
parisce che nel 1389 ne possedeva ancora una terza 
parte. Nelle guerre del secolo XV. questo castello fu 
diroccato, e come tale viene indicato in una carta del- 
l' archivio Orsini spettante all' anno 1509 , allorché fu 
venduto da Giulio Orsini a Felice Orsini per 8000 du- 
cati. Nel 1521 la parte rimasta al monastero di s. Sab- 
ba fu data in enfiteusi agli Orsini. Questi nel 1573 
vendettero al card. Guido Ascanio Sforza la tenuta di 
Palo per 25,000 scudi col patto di poterla redimere. 
La redensero in fatti e nel 1662 molto lavorarono per 
ristaurare ed ampliare il castello come ricavasi dai do- 
cumenti esistenti nell' archivio Orsini. Ma i debiti che 
gravavano sopra i beni di questa famiglia, la forzarono 
ad alienare ancor questo fondo , e nel 1693 il giudice 
deputato dalla congregazione de'baroni vendette Palo a 
Livio Odescalchi per 120, 000 scudi. Gli Odescalchi la 
vendettero ai Grillo , e questi nel 1663 ai Loffredo e 
dai Loffredo ritornò nel 1780 agli Odescalchi , che an- 
cora la ritengono, ^ro.f 1 !•;<:; ■K.l^hlìr Tf(»US^ i.D 



527 

Palo è un picciolo borgo distante da Roma circa 
22 miglia, preceduto da un bel bosco, popolato da po- 
chi individui, e questi avventizj, ed incluso nella dele- 
gazione di Civita Vecchia. Uscendo dal bosco sovraindi- 
cato , che lo precede entrasi in una pianura , ed i pri- 
mi oggetti che . si presentano sono i casini di casa Ode- 
scalchi. H .Vi'f3- k'ffièìm 

Il castello è formato da un forte di costruzione 
del secolo XV: il recinto esterno semidiruto è difeso da 
torri quadrate e da un parapetto sporgente fuori del 
muro , opera anche esso dello stesso tempo. Verso il 
mare però il muro è bastionato, ed è opera del secolo 
XVII. Nella costruzione di queste fortificazioni veggon- 
si impiegati i materiali delle fabbriche antiche. Dentro 
questo recinto è un palazzo ampio difeso negli angoli 
da quattro torri rotonde, opera de'tempi di Pio II. Di- 
nanzi al castello sul mare sono i moli del picciolo por- 
to interrato edificati anche essi nel secolo XVII: e ver- 
so oriente una picciola darsena : la pianta di questo 
molo è una mezza ellissi tagliata nell' asse maggiore. 
Di là dal porto verso ponente è una linea di case per 
abitazione di marinai , e dinanzi a questa una spiaggia 
arginata con muri laterizj dello stesso tempo del porto. 

Da Palo seguendo la spiaggia e dirigendosi verso 
levante, trovansi lungo il lido pel tratto di un buon 
miglio, vestigia di fabbriche antiche che sembrano a- 
vere tutte appartenuto ad una stessa villa magnifica , 
essendo tutte insieme connesse, e dove non appariscono 
sopra terra costruzioni rimangono calcinacci. Queste ro- 
vine sono tutte di opera reticolata, più o meno regola- 
re. Nel recinto de' due casini Odescalchi lungo il mare 
apparisce un'antica piscina costrutta di scaglie di selce 
e tagliata. Seguendo sempre queste traccie, trovasi do- 
po ì casini un ampio spoco o Cftmdo^o rivestito di opera 



528 

signina , e presso questo appariscono vestigia costrutte 
di opus incertum appartenenti a qualche fabbrica ante- 
riore chiusa dopo entro la villa. Frai frantumi de'muri 
è degno di osservazione un pezzo di opera reticolata 
mista a laterizio in guisa che fra un cubo e l'altro di 
pietra è un mattone , metodo che non ho osservato in 
alcuna fabbrica antica. A misura però che si procede 
più verso oriente gli avanzi sono meno sconvolti, e s'in- 
contrano frantumi di colonne di ordine dorico rivestite 
di uno stucco lucido e candido fatto con polvere di 
marmo e solidissimo. Incontransi poscia frammenti di 
pavimenti di musaico bianco e dopo questi, dove havvi 
una specie di scoglio, dentro terra domina una collina 
formata colle rovine dell'edificio principale della villa; e 
tosto di là da esso sulla spiaggia è un bel crittoporti- 
co lungo 250 piedi illuminato da 22 fenestre, o piutto- 
sto lucernai verso il mare, di forma rettilinea. Questo 
crittoportico è rivestito di uno stucco finissimo e ter- 
mina in un lunghissimo corridore che ivi fa angolo nel- 
la direzione da sud-ovest a nord-est. Questo corridore 
può praticarsi per circa 120 piedi, ma non fu mai de- 
corato, e fu illuminato da abbaini circolari nella volta. 
Paralello a questo corridore havvene un altro lungo so- 
pra a 400 piedi. Il fabbricato finisce presso la foce del 
fiume Cupino, e di là da essa fino a Torre Perla non 
rimangono altre rovine. Gli avanzi testé descritti sono 
generalmente analoghi per la costruzione ad altre fab- 
briche dell' ultimo periodo della republica. Questa cir- 
costanza , la magnificenza del fabbricato, e la certezza 
dello essere stato una villa mi fanno credere che ivi 
debbansi ravvisare gli avanzi della villa alsiense di 
Pompeo. Narra Cicerone nella famosa arringa in favor 
di Milone e. XX. che Clodio, il quale aspettava, come 
suol dirsi Milone alla posta, uscì dalla sua villa albana 



529 
sul far della sera e deviò per andare nella villa di Pom- 
peo: e soggiunge Pompejum ut videret? sciebat in Alsien- 
■si esse. Da questo passo chiaramente apparisce che Pom- 
peo avea una villa nel territorio di AlsiUm. Or questa 
villa dopo la sua morte divenne parte de' domimi di 
Cesare, e perciò ivi quel capitano voleva sbarcare redu- 
ce dalla guerra di AÉfrica l'anno 707 di Roma come ne 
apprende Cicerone nella lettera a Varrone che è la VI. 
-del libro IX. delle Familiari. Neil' Agro Alsiense ebbe 
pure una villa Marco Emilio Porcina, siccome apprendia- 
mo da Valerio Massimo lib. Vili. e. I. §. 7. e Verginio 
Rufo ricordata da Plinio Epistol. lib. II. ep. I. lib. VI 
ep. X. lib. IX ep. XIX. Forse questa ultima fu a .Sta- 
tua, siccome fu osservato all'art. PALIDORO. al^if;. 

PALOCCO. 

Fondo esistente nell'ultimo limite dell'agro romano 
verso il territorio e lo stagno di Ostia, circa 14 m. fuo- 
ri di porta s. Paolo, confinante verso occidente colla Te- 
nuta di Ostia , verso mezzodì ed oriente con quella di 
Fusano, e verso settentrione con quella di Malafede. Ap- 
partiene alle monache de'ss. Domenico e Sisto. Il Mar- 
tinelli nella Storia della Immagine , che si venera in 
quella chiesa ci ha conservata la memoria, che nell'an- 
no 1529 le monache suore Agata, Lucia, e Giulia In- 
fessura donarono la metà di questa tenuta a quel mo- 
nastero: l'altra metà venne posteriormente acquistata co*, 
fondi del monastero medesimo. >v,"fiiih 

S. PALOMBA .4 

Vasta tenuta dell'agro romano posta fuori di por-., 
ta s. Sebastiano 15 m. lontano da Roma per la strada 

34 



530 

di Falcognano e Paglian Casale, composta di quattro fon-r 
di fra loro distinti, cioè: l 

S. Palomba confinante con la tenuta di Grotta Scro-^ 
fana, Valle, e Tor Cancelliera. (. « ;.; 

Grotta o Torre scrofana confinante colla tenuta ter 
stè descritta, e con quelle di Palazzo Margano, Tor del 
Vescovo, Tor Maggiore e Cerqueto. » 

Capannone confinante collp tenute di Solfara ta , s.t^ 
Procula, e Sughereto. 

E finalmente Cerquetello chiusa fralle tenute di Cerr ; 
queto e Sughereto. •' " • .dì\ < .;b oi 

Questi quattro fondi uniti insieme comprendono 387 
rubbia e mezza , e ciascuno di essi forma un quarto 
4ist^ntQ. 

PAL0MBAR4 

Grossa terra nella Gomarca di Roma, posta nel dir 
stretto di Tivoli e residenza di governatore, distante da 
Roma 22 m. per una strada che diverge a destra del-'! 
la nomentana poco dopo il sesto miglio da Roma, e che 
dicesi la strada delle Moiette. La sua popolazione ascen-r 
de a 2263 abitanti secondo l'ultimo censimento. 

Il nome di Palomhara , detto ne ■ tempi bassi PA- '■ 
LUMBARTA è commune a molti luoghi, e forse derivò 
dall'abbondanza de'palombi. Quando poi questa terra si 
formasse è incerto, e sebbene sia situata sopra un col- 
le isolato , conico , che si direbbe rotolato dalle vette 
del vicino monte Gennaro, e per conseguenza probabil- 
mente non trascurato nelle epoche primitive della popo- 
lazione italica, nulladimeno niun avanzo ho potuto trova-^ 



531 
re nella Terra sia della epoca della indipendeuza , sia 
di quella della dominazione romana ; quindi debbono 
mettersi da canto le pretensioni di coloro che diedero a 
questa i nomi di Antemnae, Crustumerii, Cameria, città 
d' altronde, delle quali a suo luogo ho notato la situa- 
zione rispettiva. > 
Forzati pertanto a dimettere ogni lusinga di poter- 
la illustrare con autorità de' classici antichi , d' uopo è 
ricorrere a quella de'documenti de'tempi bassi, allorché 
essa cominciò a figurare. Né io ho trovate memorie dì 
essa anteriori al principio del secolo XII. della era vol- 
gare , quando si era di già formata e veniva signoreg-^ 
giata da una famiglia che per tre secoli vi si mantenne, 
e della quale il nome proprio s'ignora: ma che avea as- 
sunto quello di signori di Palombara , sotto il quale è 
nota in que' secoli di anarchia. II primo a comparire ò 
un Oddone, che chiamerò Oddone I. per distinguerlo da 
altri dello stesso nome , suoi discendenti , il quale nel 
Chronicon Sublacense riportato dal Muratori apparisce 
essere stato in guerra sul principio del secolo XII. con 
i figli di Oderico signore della Rocca di Camerata: que- 
sti venderono per 30 lire il loro castello a Giovanni , 
XXXII abbate di Subiaco , esiggendo che egli avesse 
prestato loro ajuto contro di Oddone ; ma prima che 
l'abbate venisse in possesso della Rocca fu quella Ter- 
ra occupata da Landone , figlio di Gregorio signore di 
Anticoli, e questi entrò in trattative con Oddone per 
vendergliela. Pietro abbate che in questo frattempo era 
succeduto a Giovanni volle guadagnare Oddone promet- 
tendogli la metà della Rocca, se lo avesse ajutato a n*t 
torla dalle mani di Landone; e questi accettò la propo- 
sizione, e la Rocca fu presa, e l' abbate die inoltre 60 
lire di argento al signore di Palombara in compenso 
delle spese. 



532 

Ad Oddone successe nella signoria di Palombara Ot- 
taviano, che in un decreto di Ottone conte Palatino del- 
l'anno 1159 viene chiamato comes Palumbariae : veggasi 
il Chr. Farfense presso Muratori R. I. S. T. II. P. II. 
p. 678. Di Ottaviano nacquero Filippo ed Oddone II. i 
quali nel 1180 consegnarono l'antipapa Landone, che avea 
assunto il nome d' Innocenzo III , e che si era ritirato 
nel loro castello. Nel 1198 a loro era succeduto Oddo- 
ne III figlio di Filippo, il quale prestò in quell'anno giu- 
ramento di fedeltà a papa Innocenzo III, come ricavasi 
dalla vita di questo papa pubblicata dal Baluzio. Nipote 
di costui sembra che fosse quel Niccolò da Palombara, 
il quale nel 1279 andò podestà in Siena , officio che a 
persone ragguardevoli allora si concedeva. Il suo figlio 
Cecco, signore di Palombara , ebbe guerra cogli Orsini 
e fece prigione Carlo fratello di Francesco Orsini, onde 
Giovanni XXII s'interpose per la sua liberazione. 

Fino dal secolo XIII nel testamento del cardinal 
Giacomo Savelli fatto nel 1282 , e riportato dal Ratti 
nella Storia della Famiglia Sforza Tomo II , e che poi 
essendo papa col nome di Onorio IV confermò, appari- 
sce, che molti beni possedevano i Savelli in questa Ter- 
ra, la quale poi divenne loro feudo nel secolo XIV e co- 
stituì la linea detta di Palombara che fu la ultima ad 
estinguersi di quella famiglia siccome può vedersi nel 
Ratti. Il padre Casimiro raccolse i fasti principali de'Sa- 
velli signori di Palombara nella erudita sua opera delle 
Memorie Istoriche delle chiese e conventi de'Frati Minori 
nella provincia romana. Si rileva da questi, che tremendo 
fatto avvenne nel 1455, allorché avendo Jacopo Savelli 
bandito alcuni suoi vassalli da Palombara , rei di gravi 
misfatti, questi entrarono nella Terra colle armi alla mano 
e barbaramente tagliarono a pezzi due suoi figli inno- 
centi. Poscia credendo isfuggire la pena di tali orrori of- 



533 
frirono la Terra a Callisto III, che lungi dairaccettarla, 
spedì il card. Colonna per rimetterla nelle mani di Ja- 
copo. E quel cardinale unito alle genti de' Savelli fece 
ritirare gli Orsini che erano venuti ad assediarla, e pre- 
stò mano forte perchè venti fra que'scellerati che erano 
stati motori principali del tumulto venissero uccisi. Nel 
1460 Jacopo si arrendette spontaneamente a Niccolò Pic- 
cinino ; ma Tanno seguente , come partigiano degli An- 
gioini fu da papa Pio II spogliato di sette castella. Morto 
Jacopo Savelli, nel 1482 Palombara fu occupata dai sol- 
dati di Ferdinando re di Napoli; quindi assalita dagli Or- 
sini, e da alcuni de'Savelli che seguivano la parte orsi- 
na, fu da Troilo che difendeva la rocca incendiata. 

Cacciati così gli Orsini, per le discordie trai Savelli 
stessi, vennero dal papa occupate le loro Terre , e fra 
queste Palombara che fino al 1503 riconobbero il domi- 
nio diretto ed indiretto della Sede Apostolica; ma poscia 
furono restituite ai loro signori. Nel 1556 fu incendiata 
dai soldati del duca di Alba , ai quali non avea voluto 
accordare ricetto. La decadenza in che successivamente 
vennero i Savelli portò la Camera Apostolica nel 1576 
ad impossessarsi della metà di Polombara per guarentire 
i creditori di quella famiglia : e finalmente ai 7 di Gen- 
naio 1637 fu insieme col castello di Stazzano venduta 
questa terra a Marcantonio Borghese per la somma di 
385,000 scudi, ed i Borghesi sono ancora i signori di 
Palombara. 

Ho notato in principio che Palombara sorge sulla 
cima di un colle isolato. Essa è distante circa 5 m. da 
Monticelli : ed un miglio prima di entrar nella Terra, a 
destra è il convento de'frati Minori eretto dopo la metà 
del secolo XV, e detto di s. Francesco. Nella chiesa sono 
quattro altari : nell* aitar maggiore è una bella tavola 
rappresentante la Vergine ai cui piedi stanno s. France- 



354 

SCO , e s. Antonio di Padova ed una cartella in cui é 
scritto : VIRGO precor valeat lvstris domvs alma sa- 
BELLA. Neil' oliveto che si traversa andando da questo 
convento verso la Terra havvi un olivo il cui tronco mi- 
surato da me nell' anno 1823 avea 42 palmi di circon- 
ferenza. 

La parte bassa del castello è affatto moderna : la 
parte superiore però è generalmente fabbricata nel se- 
colo XIII e XIV. La rocca contiene il palazzo de'Savelli 
che fu edificato nel secolo XV, ed una torre molto alta, 
lavoro del secolo XIII. E questo palazzo presenta da tutte 
le parti lo stemma di quella famiglia, e belle modinature 
nelle porte e nelle fenestre , le quali sono costrutte di 
una pietra arenaria compatta locale che apparentemente 
sembra marmo, specialmente per la patina che il tempo 
le ha dato. 

Andando da Palombara verso settentrione é 2 mi- 
glia distante la contrada detta Botavelle, dove sono molti 
avanzi di reticolato, laterizio, ed incerto, appartenenti ad 
una villa romana, e varie conserve di acqua, fralle quali 
una nel luogo chiamato Martini è di forma circolare di 
tal mole, che presenta 67 piedi e mezzo di diametro. 
Questa conserva è presso l'andamento dell'antica strada, 
che legava la nomentana alla Valeria, e della quale si è 
fatta menzione di sopra. 

Nella strada da Palombara a Tivoli per Marcellina 
sono altre rovine, delle quali ho parlato all'articolo MAR- 
CELLINA. 

PALOMBARO 

Jpalumbarium, 

Tenuta dell'Agro Romano fuori di porta s. Giovanni 
situata circa 8 miglia distante da Roma traversata dalla 



355 

strada postale di Albano, ed in parte dalla via appia an^ 
tica, confinante colle tenute di Tor di Mezza Via, Bar- 
buta, Fiorano^ e col territorio di Marino. Comprende cir- 
ca rubbia 14 e niezzo ed appartiene à s. Sebastiano. 

Gli annalisti camaldolesi riportano nel tomo primo 
una Carta dell'anno 954 della era volgare , nella quale 
non solo si fa menzione di questo fondo col nome di Pa- 
lumbario , ma ancoi'a si apprende , come fino a quella 
epoca era appartenuto al monastero di s. Lorenzo fuori 
delle mura , e che allora Costantino abbate di esso lo 
permutò con un altro fondo posseduto dai monaci di 
s. Gregorio, e detto di s. Genesio, situato fuori di porta 
s. Lorenzo. E di questo fondo negli stessi annali altre 
volte si fa menzione come confine di altre terre , cioè 
Moreni ec. Ora da quel documento apprendiamo che por- 
tava già questo nome nell'anno 954^ e che dal monastero 
di s. Lorenzo passò per permuta a quello di s. Grego- 
rio ; ed in esso si descrive in qilesti termini : casale una 
in integro qui appellatur Palumbario ... cum fontana sua 
aquae vivae cum ecclesia deserta in honore s. Mariae Dei 
genitricis cum monumento suo quod est crypta rotunda ... 
posito foris portam Appiam milliario ah urbe Roma, plus 
minus octavo vel nono, et inter ajflnes^ ab uno latere via 
carraria publica quae pergit ad AlbanUm, et ab alio latere 
limite salvineum qui dividit inter subscripto fundo Palum- 
bario et casale .... redeundo in via carraria publica in 
primo affine. E quel monumento rotondo ancora rimane 
a sinistra della via Appia quasi sul limite della tenuta 
da quella parte. In questo lenimento circa l'anno 1792 
dal pittore scozzese Gavino Hamilton fu scoperto il bel 
discobolo che oggi si ammira nel museo Vaticano presso 
a quello che è copia del famoso discobolo di Mirone. 



53t; 

5. PANCRAZIO. 

Chiesa suburbana di Roma situata un mezzo miglia 
circa fuori della porta dello stesso nome sulla riva de- 
stra del Tevere, presso l'antica via Aurelia, che in que- 
sta parte univasi con quella strada che usciva dalla porta 
Gianicolense di Servio situata poco più indentro delta 
porta s. Pancrazio odierna. Quindi per la vi» Aurelia 
che è la stessa di quella che esce dalla porta Cavalleg- 
gieri di oggi, e si riunisce a quella di Villa Pamfili, la 
chiesa di s. Pancrazio era al secondo miglio dell'antica 
via, mentre dall'altro canto era circa due terzi di miglio 
fuori della porta Gianicolense di Servio. 

Secondo il martirologio di Adone, s. Pancrazio fu 
decollato l'anno 304 della era volgare ai 12 di maggio, 
giorno in che la Chiesa cattolica ne celebra la festa^ nel- 
l'età di anni 14 e regnando Diocleziano: Rem via aure- 
lia milliario II natalis s. Pancratiì martyris qui quum es- 
set annorum XIV sub Diocletiano martyrium capitis de- 
truncatione complevit. Soggiunge lo stesso martirologio 
che il suo corpo venne tolto occultamente di notte da 
OttavUla donna illustre e con. aromi sepolto il quarto di 
avanti gl'idi di maggio : Cuius reverendum corpus Oda- 
villa illustris (emina occulte nocte sublatum aromatibus con- 
ditum sepelivit IV. idus mali. Tal sepoltura avvenne nel 
cemeterio denominato di s. Calepodio, prete^ che ebbe il 
martirio ai tempi di Alessandro Severo e che fu gittato 
nel Tevere, e poscia ripreso dai pescatori e sepolto da 
Callisto prete nel suo cemeterio 3 miglia fuori di Roma 
ai 10 di maggio. Quindi deducesi che il cemeterio di 
Callisto e di Calepodio erano uno stesso, che stava di là 
dal Tevere, e che la chiesa eretta poscia ad onore del 
martire san Pancrazio sorse sul sepolcro di quel santo 
martire non prima dell'anno 304 della era volgare. Que- 



537 
sto é degno di nota, perchè leggendosi in Anastasio nella 
vita di Felice I creato papa l'anno 267 e morto nel 275 
che fece una basilica nella via Aurelia, dove fu sepolto 
2 m. lontano da Roma, non si confonda come alcuni fe- 
cero questa chiesa con quella poscia innalzala sulla stessa 
strada ad onore di s. Pancrazio. 

Lo stesso biografo poi nella vita di Felice II che 
morì nell'anno 366 narra come questo papa, essendo an- 
cor prete fece una basilica nella via aurelia, e comprò 
un campo ivi dintorno che donò alla stessa chiesa al se- 
condo miglio della via aurelia, dove fu poscia sepolto , 
sendo stato decapitato insieme con molti chierici e fedeli 
occultamente per ordine di Costanzo presso le mura di 
Roma accanto all'acquedotto trajano. Or questa basilica 
eretta da Felice II si crede questa medesima di s. Pan- 
crazio né v'ha luogo a dubitarne, poiché non molto dopo 
trovasi evidentemente esistente, e tale da dar nome alla 
vicina porta della città, almeno fin dal principio del se- 
colo VI, siccome si legge in Procopio, nella stessa gui- 
sa, che quelle di s. Paolo, e di s. Pietro aveano avuto 
nome dalle basiliche fuori di esse innalzate ad onore di 
questi apostoli. Simmaco che fu papa fino all'anno 514 
in che morì la ricostrusse e vi fece un arco di argento^ 
che pesava 15 libre, e secondo il costume de' tempi vi 
uni un bagno : Anastasio colla sua fraseologìa ordinaria 
così ne parla : Fecit quoqtie basilicam beati Pancratii mar- 
tyris, ubi et fecit arcum argenteum pensantem lib. XV. Fe- 
cit autem in eodem loco balneum. Su questo passo del bi- 
bliotecario non dee recar meraviglia il verbo fecit per re- 
fecitf giacché quello scrittore usa continuamente di espri- 
mersi in questa guisa. Non molti anni dopo , cioè nel 
537, sendo Roma assediata da Vitige, in uno degli as- 
salti perì da questa parte uno spatharius, cioè scudiere 
di Belisario, onde ebbe sepoltura nell'annesso cemeterio^ 



538 

e la sua lapidò trasporlata poscia nel pavimento dellaf 
chiesa leggevasi ancora ai tempi delI'Ugonio nel pontifi- 
cato di Sisto V : oggi però più non esiste. Cessata la 
guerra gotica , papa Pelagio I. 1' anno 555 di concerto 
con Narsete unì in questa chiesa una processione solen- 
ne , che allora chiamavano litania ,■ e di là si condusser 
cantando inni e cantici sacri a s. Pietro, dove publica- 
mente dichiarò di non aver fatto alcun male contra Vi- 
gilio, come gl'imputavano i suoi avvei'sarii. 

11 papa s* Gregorio I. sul finire dello stesso seco- 
lo vi lesse la omelia XXVII. sul testo : Hoc est praece^ 
ptum meum ut diligatis inDìcem sicut dilexi vos, il giorno 
di s. Pancrazio. Egli stesso nella epistola XVIII. del li- 
bro III. diretta al monaco Mauro che ivi dichiara ab- 
bate di s. Pancrazio, mostra, che la chiesa fino a quel 
tempo era stata sotto la cura di preti, i quali però con- 
ducevansi con molta trascuratezza a segno di far man- 
care perfino la messa ne' giorni di domenica j Quoniam 
vero ecclesiam s. Pancratii quae erat commissa presbyteris 
freguenter neglectam fuisse cognovimUs, ita ut vmientes d(H 
minico die populi missarum solemnia audituri, non inven- 
to presbytero murmurantes redirent. Laonde, soggiunge,' 
concedere questa chiesa ai monaci di s. Benedetto in- 
sieme con tutte le rendite che godeva, e creare abbate 
di questo nuovo monastero Mauro sopraindicato. Ivi egli 
parla ancora del corpo di s. Pancrazio. Nella lettera poi 
LXXXVI. del libro VII. dice di mandare a Costanzo 
vescovo di Milano le reliquie di questo santo insieme 
con quelle di s. Giovanni. 

La incuria in che la chiesa era stata tenuta fino a 
quel tempo, e lo stato misero, in che Roma trovavasi, 
r aveano ridotta a tal grado di squallore e di rovina , 
che papa Onorio I. circa l'anno 625, ossia soli anni 21 
dopo la morte di s. Gregorio, dovette riedificarla dal suo- 



539 
lo, come narri» Anastasio, dal quale pure si conosce, che 
ornò il sepolcro del santo martire con 120 libre di ar- 
gento, ed eresse un ciborio sopra l'altare , pure di ar- 
gento di 187 libre di peso , e vi fece cinque archi di 
argento del peso di 15 libre per ciascuno, tre candela- 
bri di oro, ciascuno di una libra di peso, e molti altri 
doni offerì. Questa nuova chiesa durò circa un secolo 
e mezzo poiché da Anastasio medesimo si trae nella vi- 
ta di Adriano I. che questo papa non solo ornò di ar- 
redi questa chiesa, ma trovando la fabbrica nimia vetur 
state dirutam atqm ruinis praeventam la ristaurò a nuo- 
vo, insieme col monastero di s. Vittore^ forse edificato 
dallo stesso Onorio I. presso la medesima chiesa. Nuo- 
vi arredi vi fece e nuovi doni Leone III. per testimo- 
nianza del Bibliotecario medesimo. In questa chiesa fu 
nel secolo X. sepolto il famoso Crescenzio nomentano 
signore di Roma , poiché fino al terminare del secolo 
XVI. ivi leggevasi il seguente epitaffio, che è riportato 
dallo Schradero: 

VERMIS . HOMO . PVTREDO . CINIS . LAQVEARIA . QVAERIS 

HIS . ARCTANDVS . ÈRIS . SED . BREVIBVS . GYARIS 
QVI . TENVIT . TOTAM . FELICI . TEt^PORE . ROMAM 

HIS . LATEBRIS . TEGITVR . PAVPER . ET . EXIGVVS 
PVLCHER . IN . ASPECTV . DOMINVS . CRESCENTIVS . ILLE 

INCLYTA . PROGENIES . QVEM . PEPERIT . SVBOLEM 
TEMPORE . SVB . CVIVS . VALVIT . TIBERINAQVE . TELLVS' 

IVS . AD . APOSTOLICVM . VALDE . QVIETA . STETIT 
NVNC . FORTVNA . SVOS . CONVERTIT . LVSIBVS . ANNOS 

ET . DEDIT . EXTREMVM . FINIS . HABERE . DIEM Auì 
SORTE . SVB . HAC . QVISQVIS . VITAE . SPIRAMINA . CARPIS 
DA . VEL . HVIC . GEMITVM . TE . RECOLENS . SOCIVM 

L' anno 1204 ai 4 di novembre fu unto in questa 
basilica da Pietro vescovo di Porto e coronato da papa 
Innocenzio III. il re di Aragona Pietro II. Continuò ne' 
tempi bassi a stare questa chiesa sotto la cura de'mona- 



540 

ci benedettini , ed essendone abbate un Ugone V anno 
1244 , sesto di Innocenzio IV. fu da lui ristaurata ed 
ornata di due nuovi amboni distrutti poscia. La figura 
di questi amboni ci è stata conservata dal Ciampini To- 
mo I. tav. XIII. fig. 3. 4. il quale riporta la epigrafe 
seguente , che ne determinava la data, e che leggevasi 
Bella fascia superiore del basamento : IN NOIE, BNL 
ANNO DNICE. iNCARNATIONIS MGCXLIIII SE.. TO 
PONTIFICATVS DNL INNOCENTII IIII INDICI, SE- 
TTIMA MENSE lANVARII DIE XV DET TIBI PAN- 
CRATI CELESTIS GRATIA DONI HOC OPVS ABBL 
FIERI QVI FECIT HVGONI: nella fascia poi dell'am- 
bone opposto era la iscrizione seguente: HIC LAVS DI- 
VINA LECTOR CANITVR . QVI . LEGIT ADTENDAT 
AD QVID SACRA LEGTIO TENDAT AD CVLMEN.... 
HIT OMNES VOCE. Nel secolo XV. fu concessa ai re- 
ligiosi di s. Ambrogio ad Nemus, e sotto di essi venne 
da papa Innocenzio Vili, riedificata la facciata. Leone 
X ne fece un titolo di card, prete, che poscia fu con- 
fermato da Sisto V. 

Sul finire del secolo XVI la vide l* Ugonio , che 
nella opera sulle Stazioni di Roma la descrive come 
preceduta da un prato spazioso , dove fu una fontana 
di acqua derivata già dall'acquedotto traiano (era que- 
sto probabilmente l'atrio) e di questa fontana vedevan- 
si i rottami del vaso presso il convento. Dal prato en- 
travasi in un andito lungo scoperto. Sulla facciata era- 
no le armi d'Innocenzo VIII, che come notossi l'avea ri- 
fatta. Nell'interno riconoscevansi le traccio delle due na- 
vi laterali che erano state abbandonate : il pavimento 
conteneva molti frammenti di lapidi, fralle quali quella 
riportata di sopra pertinente a Crescenzio, e quella del- 
lo Spatario di Belisario, e varii pezzi dell'antico primi- 
tivo lastricato di opera alessandrina. V'erano gli ambo- 



541 

hi sovraindicati. L'altare isolato e rivolto secondo il co- 
stume antico ad oriente sorgeva sopra cinque gradini , 
ed era ornato di quattro colonne di porfido: dietro que- 
sto era il muro divisorio pur fasciato di tavole di por- 
fido con sedili dinanzi, parte dell'antico chorus: rimane- 
vano pure i sedili del presbyterium ed il trono dell'an- 
tistite, .fff R jBrt'ib tuìdtmn t)t;<,i.'\\!ut> v-T'-iMi aìumì'ì 

L'anno però 1609 fu intieramente rinnovata questa 
chiesa dal card. Ludovico Torres, ed allora si fece man- 
bassa di tutte le antiche memorie. Soppressi i religiosi 
di s. Ambrogio ad Nemus 1' anno 1645 , questa chiesa 
per qualche tempo fu data in commenda , finché soUqj 
Alessandro VII. venne concessa ai frati carmelitani scaln. 
zi che ancora la ritengono. u 

ojj; L'anno 1798 soffrì una nuova devastazione e rima-'l 
se fino al 1815 affatto deserta , allorché fu ristaurata 
e ridotta nello stato attuale, spogliata di tutti i porfidi, 
e che altro non presenta d'interessante che l'antica me- 
moria, e r accesso, che porge alle catacombe, o cerne-' 
terio di s. Calepodio, molto celebre negli atti de'marti- 
rìf e nella storia della Chiesa. 

.•,„«]..',■: PANTANELLA. . .jth ìjÌìuìI ì .., , 

... . :. ;... ., t, . ;...... ....,,. ;.(., 

. - . Tenuta dell' agro romano pertinente ai Santacroce, . 
e confinante con quelle di Pisana, Fontignano, s. Ceci-| 
lia^ Casetta di Mattci, e Muratella. Essa è posta fuori 
delle porte s. Pancrazio, e Portese circa 6 m. distante.: 
da Roma: contiene 66 rubbia divise in due quarti de-.l 
nominati di sopra e di sotto, h ^ sanf»ìl<i i* .1 uiì^m^^ 
.ui-. ........ ■ ■ T .li.c--.- ■ ■.'7 

ili ;'i:,, i;ibb ^t<• '^ ■•. ^ ./iì^ 

~:^f h ìy^o i)}cirp ff.ltKV i^ì^^ìli'ìh 

fiìiir^toh ^ofih ;o)fi' <.)«p mì^r, ,')^ 



-... li obif(..->v, PANTANO V. GABII, -o^ u 

. ìiùhn-i's, ■<s!'k' ■ — !, ì>ìr 

^^ii^ m.Vh PAOLA ACQVA y. TRAIANA. 

Tenuta posta nell'agro romano circa 8 m. distanto 
da Roma , situata fralle vie Cornelia ed aurelia fuori 
di porta Cavalleggieri , la quale comprende 274 rubbia 
divise ne' quarti della Paola vecchia , della Strada , del 
Gasale^ e della Strega, Un tempo fu parte della tenuta 
di Porcareccio; oggi è separata. Appartiene all'ospedale 
di s. Spirito. Confina con le tenute di Porcareccio, Ca- 
stel di Guido , Porcareccina, Selce, Buccèa e s. Bufina 
Entro i limili di questa tenuta verso Castel di Guido 
fu trovato il musaico oggi posto nella Sala delle Muse, 
e rappresentante attori tragici ^ e comici , che forse fu 
ornamento di qualche parte della villa di Lorio degli 
Antonini: veggasi l'articolo LORIVM. 

5. PAOLO FUORI LE MURA. 

I limiti che mi sono preffsso in questa opera non 
mi permettono di estendermi molto nella descrizione di 
quest' antica basilica, la quale d' altronde fu con opera 
parlicolare illustrata da Niccola Maria Nicolai. Solo fa- 
rò osservare che trovasi sulla via ostiense un miglio ed 
un terzo fuori della porta di questo nome: che essa fu 
fondata, come da Anastasio Bibliotecario nella vita di 
Silvestro I. si afferma , da Costantino : con decreto di 
Valentiniano II. Teodosio, ed Arcadio, diretto a Sallu- 
stio prefetto di Roma l' anno 383 della era volgare fu 
riedificata sopra una pianta più vasta, quale oggi si ve- 
de, meno qualche leggiero cangiamento: viene descritta 



343 

dal poeta cristiano Prudenzio, che fu testimonio di que-' 
sta riedificazione: Onorio le die compimento, come nel-* 
la iscrizione del grande arco fatta in musaico si legge- 
va : THEODOSIVS CAEPIT PERFECIT HONORIVS 
AVLAM : Placidia madre di Valentiniano HI. ad insir- 
nuazioue di s. Leone I. fece fare il gran musaico di quef- 
V arco medesimo: Simmaco papa circa l' anno 500 ornò 
l'atrio di un cantaro versante l'acqua, rinnovò la tribu- 
na e dietro di essa fece un bagno , dappresso un ospf- 
zio: san Gregorio Magno ai 25 gennajo dell' anno 604 
le assegnò molte possessioni: Adriano I. e Leone HL la 
ristaurarono; Gregorio VIL mentre era ancor monaco é' 
legato di papa Alessandro IL a Costantinopoli fece fare 
la porta di bronzo intarsiata di argento l'anno 1070, a 
spese Ai Pantaleone console: verso il 1217 sotto Onorio 
III, essendo abbate di s. Paolo Giovanni Gaetano Orsiw 
ni , e sagrista Arnolfo , fu ornata del musaico ancora' 
esistente la tribuna: circa l' anno 1290 fu cominciato il 
musaico della facciata, il quale fu poi terminato sotto' 
Giovanni XXII. nel 1325. Finalmente dopo esser stata 
successivamente ristaurata da Eugenio IV, Niccolò V. 
Gallisto III. Sisto V. Benedetto XIII. e Pio VII. la nòt^^ 
té del 15 al 16 luglio 1823.' fri con gravissimo danno' 
delle memorie ecclesiastiche, e delle arti da un fortui- 
to e fatale incendio consumala. Le cure benevole di Leo- 
ne XÌL Pio Vili, e Gregorio XVI. la pietà de'principi/ 
e de' privati han gareggiato con nobile e santa emulai 
zione a farla risorgere , malgrado la malignità de' temi»^' 
pi, e le angustie del publico erario, in modo che l'Apo-*^ 
stolo delle genti s. Paolo, fra pochi anni avrà un tem-^^ 
pio che per splendore e per gusto farà dimenticare quel-' 
lo perito: le alpi italiche hanno supplito ai marmi di- 
Paros, e della Frigia: i monumenti più insigni dell' an-^^ 
tichità hanno fornito i modelli degli ornamenti: e 'gli 'aì*4* 



544 

tefici più rinomati del secolo XIX con usura ripareran- 
no la perdita delle mediocri pitture e sculture che un 
tempo adornavano questa basilica. 

Presso questo tempio si apre a sinistra la via del- 
le sette chiese, la quale si va ad unire all'Appia accan- 
to a s. Sebastiano , dopo circa 2 miglia. Narra il Boi- 
detti che nel 1688 a piccola distanza di s. Paolo sfon- , 
datasi la terra lungo questa via , sotto il monte incon- 
tro la vigna Mandosi, si sco|)ri un antico cemeterio cri- 
stiano a due piani, ben conservato, del quale pubblicò 
la pianta e diede la descrizione nel capo I. del I. libro; 
della sua opera sui cemeterj de' santi martiri. Nel capo 
poi XVIII. del secondo libro soggiunge, come nel 1720 
facendosi in questo cemeterio nuove ricerche furono sco-f 
perte casse e pitture entro una cappella, ed alcune iscri- . 
zioni dipinte, e molte lapidi, che fedelmente riporta, dal- 
le quali scoperte deduce con sana critica , che questo 
ramo di catacombe sia una parte del cemeterio di Com- , 
modilla, che gli scrittori ecclesiastici situano presso la 
via ostiense 2 m. lungi da Roma, nel quale furono se-, 
polti i ss. Felice prete ed Adautto morti nella persecu- 
zione di Diocleziano , e le ss. Degna e Merita , i cui 
corpi conservansi nella chiesa di s. Marcello entro una 
urna di porfido, depostivi da papa Paolo I. nel 757 ai 
12 di maggio. Più oltre 1' anonimo di Mabillon indica 
le cappelle, o oratorii di s. Petronilla, e de' ss. Nereo 
ed Achilleo, de' ss. Marco e Marcelliano, di s. Solerò, 
di s. Sisto, e di s. Cornelio, fra questo cemeterio e s. 
Sebastiano Inde ad s. Felicem et Adauctum, et Emeritam: 
deinde ad s. Petronillam et Nereum et Àchilleum: inde ad 
s. Marcum et MarcelUanum: inde ad s. Soterum: inde ad 

s. Sixtum inde ad s. Corneliam : 

inde ad s. Sebastianum. E sembra che queste fossero 
tutte sotterra entro catacombe, e che sotterra si faces- 



545 

se il sacro viaggio dai pellegrini fra s. Paolo e s. Se- 
bastiano , di cemeterio in ceinetl^pp , come oggi si fa 
sopra terra. ., • V '■. 

Ma tornando alla via consolare, presso s. Paolo, che 
come notai è 1 m. ed un terzo fuori della porta, que- 
sta viene stretta a destra dalla tribuna della basilica , 
ed a sinistra da un colle alto e dirupato di tufa, taglia- 
to a picco nel quale viene a terminare la lacinia di Tor 
Marancio. Questo rammenta il sito prescelto da Remo 
per fondarvi la sua città, che avrebbe avuto nome Re- 
muria; imperciocché Dionisio Alicarnassèo afferma, che 
era un colle non lungi dal Tevere distante circa 30 
stadii dalla Roma quadrata di Romulo , e certamente 
sulla sponda sinistra del fiume ( giacche la destra era 
in potere de' Veienti ) e verso mezzodì, circostanze che 
si uniscono solo in questo punto. Nel 1163 chiama vasi 
di già Baniaria cioè Balneariaf come si trae da una car- 
ta dell'archivio di s. Alessio, perchè ne'tempi più anti- 
chi vi sarà stato un qualche bagno: ed ivi infatti coin- 
cide quello, che secondo il Bibliotecario, Simmaco papa 
fece circa 1' anno 500 dietro l' apside o tribuna di s. 
Paolo: Et post apsidem aquam introduxit, uhi et bcdneum 
a f andamento fecit. E questa forma, ossia condotto pel 
bagno die nome di Formello alla contrada indicata nel- 
la stessa carta in questi dintorni, come pure avanzo del- 
la fabbrica di Simmaco sarà stato il muro antico ricor- 
dalo in quel medesimo documento. E nell'inventario dei 
beni dello stesso monastero di s. Alessio fatto l' anno 
1390 si nominano vigne poste in monte della Vagnaria: 
e neppure oggi questo nome è venuto meno, dicendosi 
ancora questo colle monte della Bagnaia. 

Uscendo da questa gola la via solca il vastissimo 
prato, che prende nome dalla vicina basilica, e ricorda 
la descrizione che ne fa Plinio il giovane nella epistola 

35 



546 

XVII. del II. libro, dove mostra, che la via ora veniva 
stretta da selve , ora aprivasi in larghissimi prati : nam 
modo occurrentibus sylvis via coarctatur , modo latissimis 
pratis diffunditur et patesctt. Imperciocché i luoghi con- 
servano pienamente il carattere e l'aspetto che in quel- 
la epistola vengono descritti, e ben lungi da presentar- 
si in questo tratto squallidi, ed orridi, quali li descris- 
se il Bonstetten per dare un colorito più romanzesco e 
sentimentale al suo libro , sono amenissimi , e mancano 
solo di una popolazione più numerosa. A destra disten- 
donsi sulla sponda opposta del Tevere i colli gianico- 
lensi che quantunque distanti offrono lo spettacolo di 
una l'egetazione vigorosa , ed assistita , frutto della in- 
telligenza e della industria. A sinistra il prato restriu- 
gesi in una valle , che separa la lacinia di Tor Maran- 
cia da quella di Grotta Perfetta^ e che sempre più strin- 
gendosi va a terminare dietro il circo di Romulo, vol- 
garmente detto di Caracalla nel dorso commune di capo 
di Bove. Questa valle nella parte più vicina alla via 
ardeatina , che è quanto dire più dappresso al dorso , 
neir anno 1163 chiamasi nella carta sovraindicata di s. 
Alessio Vallis Cupula nome che le sarà stato dato per 
la sua forma particolarmente cupa e incavata , che ne 
faceva un ricettacolo di acque nella stagione piovosa , 
poiché cupula in buon latino significa botticella. La con- 
trada adjacente allora appellavasi Horti Praefecti, sia per- 
ché un tempo fossero stati posseduti da un qualche pre- 
fetto di Roma, sia piuttosto, perché una parte di quel- 
le terre era assegnata al mantenimento del prefetto /?ro 
tempore. Di questa denominazione il monumento più an- 
tico che io conosca è una carta dell'archivio de' Camal- 
dolesi dell'anno 1073: veggasi l'articolo GROTTA PER- 
FETTA. Ma tornando a Valle Cupula, questa nel seco- 
lo XIII: cominciò a chiamarsi ancora valle di Giovanni 



547 

Giudice, dopo che fino dall'anno 1163 un personaggio 
di questo nome ebbe terre in questa contrada, e a lui 
ed ai figli suoi fu data in enfiteusi da Riccardo abba- 
te di s. Alessio tutta questa valle, siccome si ha dall'istro- 
mento originale riportato dal Nerini ; e questo stesso 
scrittore riporta altri documenti, dai quali apparisce chà 
nel 1243 di già appellavasi Valle di Giovanni Giudice < 
e che negli anni 1271 e 1274 Crescenzio e Pietro ul- 
timi discendenti di quel Giovanni restituirono al mona- 
stero di s. Alessio le terre date dall' abbate Riccardo:; 
ed allora la valle cominciò a chiamarsi la Valle del Mot 
nastero. La torretta che ancora rimane , in fondo alla 
valle, opera del secolo XIII. ^si ^icQrda nel documento 
del 1274. citato di sopra. , 'iiiuUh ;'ì(i v 
•moha'iìf.ùo ih fi^oh'ji\ asmtì^hnm e1 Tjq ajfii/ iMoh 
s-MAp d r,.ibJ^55J?^^jy^,v.SCAPTIA<,UiA ìioihhiib 

• • '" •-' , •^•'■•;' ■ ,, olfii>-j'*n«l..«:llKÌ ih 

5. PASTORE, ih obiioì li r,;n;j,'6ìJ 
S-j ) ((!!i I 'di'- :o ;.noi<!fio)?'j iMìii Bti obuo'ì f>)?jjuQ 

È un fondo fertile, ed ampio nel territòrio di Galr 
licano , che si dilunga sopra il ripiano di una fimbria , 
che dipende dalla falda del monte di Palestrina, e ver- 
so occidente va a terminare al confluente de' fossi di 
Zagarolo e di Gallicano, posto circa 19 m. lungi da Ro- 
ma. Esso non occupa però tutta intiera la fimbria so- 
vraindicata, poiché verso occidente termina alla strada, 
che diverge dalla via prenestina antica, e conduce a Gal- 
licano, presso Gavamonte. Appartenne un tempo al con- 
vento de'pp. domenicani di Roma, e fu destinato come 
appanaggio del generale dell'ordine, ma dopo la occupa- 
zione militare di Roma dell' anno 1809 passò in altre 
mani. 

Dopo Cavamonte, appena passato il diverticolo, che 
conduce a Gallicano , seguendo l' andamento della via 



548 

prenestina antica, riconoscibile pel pavimento di poligo- 
ni di lava basaltica che ancora conserva, si discende ad 
un ponte, sotto il quale passa il torrente di Zagarolo. 
Questo' ponte è costrutto di grandi massi quadrilateri 
di pietra gabina, alcuni de'quali hanno circa 8 piedi di 
lunghezza, disposti a strati alternati, ora nella lunghez- 
za, ora nella profondità: 11 strati si contano di queste 
pietre fino alla imposta dell' arco , il quale ha 45 pie- 
di di altezza , 22 di grossezza , e 30 di larghezza. La 
lunghezza del ponte, comprese le testate è di 235 pie- 
di (sempre intendendo de piedi romani antichi, che han- 
no una insensibile differenza col piede inglese). Questo 
ponte venne costrutto per lo stesso uso di quello di 
Nona, cioè per ridurre più facile la communicazione 
della via ; e per la somiglianza perfetta di costruzione 
direbbesi fatto nello stesso tempo, cioè circa la epoca 
di Siila. Duecento passi , dopo questo ponte , la strada 
traversa il fondo di s. Pastore. 

Questo fondo ha una estensione di 36 rubbia ed 
è ben coltivato ; trae nome da una chiesa dedicata al 
martire Pastore, prete romano, che die il titolo alla chie- 
sa di^-s» Pudcnziana in Roma. La chiesuola di s. Pasto- 
re fu rinnovata dal p. Boxadors, generale de' domenica- 
ni nel secolo passato che molto spese in essa e nel ca- 
sino contiguo: la pianta è a croce greca, e contiene tre 
altari: quello di fronte all' ingresso dediètìito ai ss. Do- 
menico e Caterina da Siena è ornato di due colonne dì 
marmo frigio: quello a destra è consacrato ad onore di 
s. Pio V. e s. Rosa di Lima : e quello a sinistra a s. 
Pastore, prete e martire di cui conservasi il cranio. 

' Attinente alla chiesa è il casino; la stanza pianter- 
rena di questo , che precede la grotta è una conserva 
antica; indizio forte, che un'antica villa fosse in questo 
iuogOk ' La grotta nel suo genere è magnifica , essendo 



549 

tutta scciYata nel tufà, e a forma di un parallelepipedo,; 
tagliato in mezzo da un andito ; intorno ad. essa a de- 
stra e sinistra sono cento nicchie^ pure iscavate nel tu- 
fa atte a contenere 100 botti di vinci 6no« n •nt^minh 
Questa delizia venne visitata più volte dai papi del 
secolo passato, come da Benedetto XIV e Pio VI. sic- 
come testificano le iscrizioni che si leggono nel casino. 
La veduta che si gode dalle fenestre di questo è vera- 
mente magnifica, specialmente verso oriente e settentrio- 
ne. Da s. Pastore a Palestrina, sono circa .4 nùgUa e si 
segue sempre la via antica. \ft >< Vv^Hj i » ^ /moiA^Ì ' 
ci, HliìuPói .iìt ó fi-hi*) -i'^ .K fihoi] ih hfM 

■umì •»! no-y otrsr.nlììso^l'-^FOiVJS'. vìUAì f;i:>.'5rb b ,«rimW 

È il nome dì una osteria posta 21 miglia distante 
da Roma sulla via cassia, o strada di Monte Rosi, de- 
rivato dalla insegna che un tempo ivi era, rappresentan- 
te un pavone. 

Ajfi.!? - /'» j hnìniììr.mm yM.tiùfit tu 'ùnnuì 

PEDICA. -h 

Nome derivante da pes ed usato ne'tempi bassi per 
indicare un terreno di una superficie determinata di un 
certo numero di piedi , e che nell' Agro Romano si è 
conservato a parecchi fondi che. qui. per ordine alfabe- 
tico sono per enumerare, i ; i ; s i^l» ■é:vOv v ito ."ì-ì-ìL ìA 
,- Tre di essi hanno soltanto il nome di Pedica, sen- 
za altro aggiunto, cioè: uno fuori di porta Cavalleggie- 
ri sulla strada di Buccèa e confinante colla strada sud- 
detta e colla tenuta di acquafredda : questo appartiene 
ai Massimi e comprende 11 rubbia. L'altro è parte del- 
la tenuta di Aguzzano. Il terzo è fuori di porta Pia 
circa 4. m. distante, confinante con le tenute di Bocco- 
ne , Serpentara, Redicicoli, e Yallemelaina , si estende 



550 

per circa 5. rubbia ed appartiene alla cappella dì s. An- 
drea in s. Maria in Via. 

Le altre hanno l'aggiunta di un'altro nome, che le 
distingue e sono le seguenti: moii o'^n^'ì r. 'ni: rA 

''■ '■ Pedice di Acqu acetosa v. Acqu acetosa. 

• f edica Cavalloni di rubbia 66 e mezza posta 
fuori di porta s. Sebastiano sulla strada detta del Di- 
vino Amore circa 9 m. distante da Roma , ed apparte- 
nente ai Capizuccbi. Confina colle tenute di Castel di 
Leva, Falcognani, e Fiorano. 

Vedica Cleri a e Ricci di rubbia M circa, posta 
fuori di porta s. Sebastiano , circa 6. m. distante da 
Roma, a destra della via appia, confinante con le tenu- 
te di Casal rotondo. Terricola, Tor Carbone, Roma Vec- 
chia, e s. Maria Nuova. 
- )v, Pedica Croce v. Marco Simone. 
" Pedica Croce detta la Casetta degli Angeli posta 
fuori di porta Maggiore 2. miglia lontano da Roma, per- 
tinente ai monaci camaldolesi e confinante colle vigne 
di Roma e colle tenute del Quadrato e Tor s. Giovan- 
ni. Comprende rubbia 45. 

Pedica Mach an ella v. Massa Gallesina. 
(il! Pedica Magli anella, o di s. Ambrogio, perchè 
appartenente al monastero di questo nome comprende 
21 rubbia di terra, confinanti colla tenuta di Casal del- 
la Morte, colla strada di Civita Vecchia, e colla pedica 
Maglianella Gallesina e pedica Quarantaquattro. E circa 
4 miglia e mezzo fuori di porta Cavalleggieri. 

Pedica Marra nella comprende 11 rubbia di ter- 
ra pertinenti al capitolo di s. Giovanni in Laterano , e 
confinanti colle vigne di Roma e colla tenuta di Tor s. 
Giovanni, 2 miglia circa fuori di porta Maggiore. 

Pedica Pontenono posta 2 miglia fuori di por- 
ta Maggiore per la via prenestina antica, confinante col- 



551 

le tenute di Acqua Bollicante, Portonaccio, Pietra Lata, 
e Tor Sapienza. Comprende quasi 14 rubbia. 

Dedica Ricci v. Pedica Cleri a. 

Pedica Spi n aceto v. Spin aceto. ;- u . -,,-_. 

Pedica Tre Fontane trae nome dalla vicina 
cbiesa di s. Paolo alle Tre Fontane, alla quale appartie- 
ne: confina colla tenuta dello stesso nome e con quella 
di Grotta Perfetta e comprende quasi 23 rubbia. 

Pedica di Tor Carbone sulla riva destra del 
Tevere circa 2 miglia più oltre della Magliana , cioè 
circa 7 miglia distante da Roma fuori di porta Porte- 
se: essa appartiene ai beneficiati innocenziani del capi- 
tolo vaticano, comprende rubbia 8 ed un quarto, e con- 
fina con una pedica dello stesso nome, pertinente un dì 
ai Lepri e che comprende 9 rubbia di terra , coi prati 
pur detti di Tor Carbone e col fiume Tevere. 

Pedica di Valchetta v. Valchetta. 

Pedica di s. Marta picciolo fondo di rubbia 7 
in un angolo circoscritto dalla tenuta di Grottaferrata e 
dalla strada e territorio di Frascati , circa 11 miglia 
lontano da Roma. 

PEDVM — GALLICANO. 

€aBtxnm ©alliram. 

Terra di 889 abitanti nel distretto di Tivoli e nel- 
la diocesi di Palestrina, appartenente ai Pallavicini, po- 
sta sopra un colle dirupato di tufa litoide di colore lio- 
nato, che ha tutta l'apparenza di avere occupato il sito 
di una città antica; imperciocché il colle, su cui giace 
è dirupato da tutte le parti, e simile alla pianta di un 
piede si unisce , come con un istmo verso oriente alla 



552 

lacinia, che si prolunga da Preneste verso occidente fi^ 
no all'Aniene frastagliata in varie guise da numerosi sco- 
gli. Aggiungansi a questo fatto le caverne sepolcrali ta- 
gliate nel tufa, simili per lo stile e per la forma a quel- 
le de'dihtorni di Lugnano (BOLA), e Valmontone (TO- 
LERIA), i tagli artificiali delle rupi, onde aprire le vie 
e le memorie storiche che ci sona rimaste di queste con- 
trade, parmi di potere stabilire con sicurezza, che nel* 
sito di Gallicano sorgesse PEDVM, città latina, che per- 
venne ad un grado di potenza, a segno di dar nome ad 
un territorio, e che viene ricordata dagli antichi scrit- 
tori sempre come intermedia fra Labico, Boia, Preneste 
e Tibur. 

Stefano, o piuttosto il suo epitomatore, appella Us^oc 
questa città, e la dice ausonica, o italica: Livio costan- 
temente la chiama Pedum : ora Peda in latino equivale 
a vestigium , pedata , ed in tal caso direbbesi la città 
aver tratto nome dalla forma simile alla pianta del pie- 
de , come Boia , o Vola da quella della mano : che se 
vuol trarsene la etimologia piuttosto da Pedum , pusto- 
rale, nome del bastone ricurvo de'pastori, che veggiamo 
in mano de'Fauni, ancor questo può dirsi avere alluso 
alla sua apparenza esterna, estremamente stretta, lunga, 
e nella estremità rivolgente in tondo. Caratteri sono 
questi che combinano assai bene polla forma del colle 
1 Gallicano. 

Dionisio lib. Vili. e. XXVI l'appella piccola città, 
e forse in origine sarà stata dipendente dalla vicina 
Preneste ; ma posteriormente essendosi emancipata , fu 
capo luogo di una tribù , o distretto del Lazio, Tale 
rango occupava di già l' anno 258 di Roma , allorché 
comparisce la prima volta nella storia prendendo parte 
nella famosa lega latina stretta per riporre i Tarquin} 
sul trono. Dionisio lib. V. e. LXI. Divenuta amica de" 



353 

Bomani dopo la rotta sofferta al Iago di Regillo, que- 
sta città si conservò fedele nella scorreria di Coriolano 
contro le città latine alleate di Roma, onde quell'esule 
condusse ancora contro di essa l'esercito de' Volaci. Veg- 
gansi Dionisio, Livio e Plutarco; frai quali Dionisio lib. 
Vili. e. XIX. narrando con particolari più lunghi quel- 
la impresa, dice che Marcio, impadronitosi di Labico, 
si volse contro i Pedani , prese di assalto la città , ed 
assoggettolla alle medesime tristissime condizioni delle 
altre città prese antecedentemente: e di là condusse la 
oste contro Corbione. Livio lib. II. e. XXXIX dice, che 
Coriolano, dopo Labico prese Pedo, e che di là condus- 
se immediatamente l'esercito contra Roma. Passato quel 
turbine , Pedo ritornò nella primiera sua indipendenza. 
L'anno 397 i Galli reduci da Preneste vi si accamparo- 
no, e vennero messi in rotta dal dittatore C. Sulpicio : 
Livio lib. VII. e. XII. e seg. Susseguentemente nel prin- 
cipio del secolo seguente strinse lega coi Prenestini e 
coi Tiburtini contro i Romani, e sì fermamente la osser- 
vò che fu una delle ultime città latine ad essere sotto- 
messa. Il console Lucio Furio Camillo , a cui era stata 
affidata quella guerra prese nel 417 di assalto questa 
^ città e ne ebbe l' onore del trionfo , come si trae da 
Livio lib. Vili. e. XII. e seg. e dai Fasti Capitolini. 
Dopo tale vicenda andò sensibilmente così decaden- 
do, che il territorio soltanto ne conservò il nome, e re- 
gio pedana fu detta, senza che di Pedum mai più si fa- 
cesse menzione. Cicerone nella lettera ad Attico lib. IX. 
ep. XVIII, scritta ai 29 di marzo dell'anno 704 di Ro- 
ma, rendendogli conto del suo abboccamento con Cesa- 
re a Formie , tendente a rappacificarlo con Pompeo ed 
evitare cosi la guerra civile, dice, che terminata la con- 
ferenza. Cesare immantinente andò nella sua villa peda- 
na, ed egli ad Arpino: continuo, ipse in Pedanum, ego Ar- 



554 

pinum. Ebbe pertanto Cesare una villa nel territorio pe- 
dano, come Cicerone una ne avea nell'arpinate. Una pu- 
re ne avea nella regione pedana Tibullo, siccome si ri- 
cara da quel verso di Orazio lib. I. epist. IV. v. 2. 

Quid nunc te dicam facere in regioue pedana ? 

E lo scoliaste antico commentando le ultime due paro- 
le dice, che quella regione fu fra Tibur e Frenesie , la 
cui etimologia altri traevano dal monumento di un tal 
Pedano che dicevasi ancora esistente , altri da Pedo , 
città fortificata, non lungi da Roma, ma che allora non 
esisteva più; vel ab Italiae oppido Pedo , qtiod non longe 
fuit ab urbe, sed modo non est. Che se il silenzio unani- 
me degli scrittori antichi sopra questa città dopo 1' an- 
no 417 di Aoma, e 1' asserzione positiva dello scoliaste 
non vogliano tenersi come argomenti positivi , che Pe- 
dum non esisteva più fin dagli ultimi tempi della repu- 
blica, non potrà certamente negarsi fede a Plinio, che 
apertamente inserisce nel catalogo delle città estinte del 
Lazio ancora Pedum. Feslo ne apprende che Scaptia , 
piccola città di questi stessi dintorni , distante circa 4 
miglia da Pedum, siccome vedrassi a suo luogo (v. SCA- 
PTIA) era abitata dai Pedani. 

Strabone notò, che molte città primitive del Lazio 
a'suoi giorni erano divenute fondi, proprietà di privati, 
e fra queste conviene porre anche Pedum. Il nome di 
Gallicano , che porta la terra sorta sulle rovine , e che 
certamente di già esisteva l'anno 992 della era volgare, 
m'inducono a credere che un qualche personaggio di 
questo nome possedesse ne'tempi antichi quel fondo che 
fundus Gallicani si sarà detto. E di Gallicani la storia 
imperiale non va scarsa, poiché parecchi consoli di que- 
sto nome s'incontrano, come quello dell'anno 127. e Ro- 



555 
mulo Gallicano dell'anno 150, e Cneo Messio Gallicano 
del 237, e Caio Rutiiìo Gallicano, di cui non si cono- 
sce r anno preciso, e finalmente Oyinio Gallicano, pre- 
fetto di Roma nel 316, console nel 317, e nuovamente 
nel 330, il quale fu celebre ancora ne' fasti ecclesiasti- 
ci, come può leggersi in Anastasio nella vita Silvestri I. 
in Adone nel Martyrol. XXV. lunii, e nel Martirologio 
Romano; martire che la Chiesa cattolica venera col no- 
me di s. Gallicano. Ma quale di tutti questi personag- 
gi abbia dato nome alla terra odierna , è affatto incer- 
to, e forse nessuno di essi, potendo essere stato un Gal- 
licano a noi ignoto, e grave indizio è che noi fosse Ovinio 
Gallicano, poiché certamente non mancherebbero memo- 
rie sacre in suo onore, e d'altronde sembra che lo sue 
possidenze principalmente fossero nel littorale ostiense 
e presso Suessa^, oggi Sessa, presso Magliano in Sabina, 
presso Pietas sulla via latina , e presso la Insugherata 
sulla Claudia. 

Qualunque però sia il Gallicano, che die nome al- 
la terra odierna , egli è certo che questa esisteva fin 
dall'anno 992, poiché Ottone III, confermando in quel- 
l'anno il castello di Poli al monastero di s. Andrea sul 
clivo di Scauro nomina frai confini del territorio da un 
lato la terra prenestina, dall'altro Gallicani: '\\ documento 
esiste nell'archivio de'Camaldolesi e fu pubblicato nel T. 
IV degli Annali p. 605. L' anno 1010 Giovanni e Cre- 
scenzo Conti figli di Benedetto donarono all'abbate Gio- 
vanni ed al monastero di Subiaco in espiazione dell'ani- 
ma del loro padre e della loro madre Teodorada una 
chiesa per edificarvi un monastero ad onore di s. Ma- 
ria, posta iuxta Castrum Gallicanum, indizio del dominio 
di quella famiglia sopra questa terra che era di già un 
Castrum. Veggasi il Muratori Antiq. Med. Aevi T. V. 
pag. 774. Nella locazione di quello stesso castello di 



556 

Poli, che l'abbate Benedetto di quel itionastei'o fece si 
Giovanni Conte, 1' anno 1051 trovasi di nuovo il nome 
di Gallicano^ come confine. Allora il castello di Gallica- 
no era posseduto da un Teodoro de Rufino, il quale lo 
concesse al monastero di s. Paolo fuori delle mura, ed 
a questo fu confermato da Gregorio VII. nella Costitu- 
zione del 1074 riportata da Margarini Bull. Cassin. T. 
IL II successore però di Gregorio VII. dopo Vittore 
III. ed Urbano II , cioè papa Pasquale II. nella bolla 
del 1115 inserita nel Chronicon Sublacense p. 1055 , 
concedette Castellum Gallicanum cum ecclesiis fundis et 
casalibus et omnibus pertinentiis suis al monastero di Su- 
biaco. Frattanto i Colonnesi estesero da questa parte le 
loro possidenze , e divennero anche padroni di Gallica- 
no, sia per usurpazione, come pur troppo in quei tem- 
pi lagrimosi avveniva, sia per acquisto, o per donazio- 
ne. Un documento esistente nell'Archivio Colonna e ri- 
portato dal Petrini, Memorie Prenestine n. 19. mostra che 
nella divisione de'beni dell'anno 1242 Gallicano, S. Ce- 
sario , e Camporazio divennero partaggio di Pietro Co- 
lonna, e formò un ramo particolare, che fu detto de' si- 
gnori di Gallicano. Le suddivisioni e successive incorpo- 
razioni , che vennero di questo feudo possono leggersi 
in Petrini , come pure varii piccioli fatti avvenuti nel 
1414, 1424, ec. Nella celebre spedizione del card. Vi- 
telleschi , cornetano , questa terra fu presa per penuria 
di acqua, come narra il Cecconi p. 301. Passò nel 1448 
a Stefano Colonna, siccome si trae da un documento in- 
serito dal Petrini n. 58. Nel 1526 fu posta a sacco dal- 
le genti di Clemente VII. Cecconi p. 319. Estinguendo- 
si il ramo de' Colonna di Gallicano, venne questa terra 
in potere de'Ludovisi, ed il papa Gregorio XV. di quel- 
la famiglia la visitò nell' anno 1622. come ricavasi dal 
libro parocchiale di quella chiesa. Divenne in seguito 



557 
proprietà de'Pallavicini, e pel matrimonio di Maria Ca- 
milla Pallavicini con Giovanni Battista Rospigliosi passò 
a questa famiglia; dopo la morte però di Giovanni Bat- 
tista ne fu investito il suo secondogenito, nella cui li- 
nea rimane ancora. 

A Gallicano sì può andare per la via prenestina an- 
tica, ed è distante da Roma circa 19 miglia; per la stra- 
da di Poli passando per Corcolle e Passarano, la distan- 
za ascende a 22 miglia , ma la strada è oltremodo più 
commoda , e carrozzabile ; per la moderna strada della 
Colonna, ossia l'antica via labicana, la distanza di 19 m. 
è eguale che per la prenestina, ma vi sono circa 3 m. 
che debbonsi traversare a piedi, o a cavallo fralla oste- 
ria della Colonna e Cavamonte per sentieri, che serpeg- 
giano entro la tenuta denominata la Pallavicina. Di que- 
ste strade diverse , il tratto che lega quella della Co- 
lonna, ossia la via labicana colla prenestina a Cavamon- 
te è il più monotono. I monumenti che incontransi sul- 
la via labicana, e sulla via prenestina, come pure i pon- 
ti presso Gallicano vengono descritti al loro luogo , se- 
condo la indicazione della Carta , essendo superfluo ri- 
petere ciò che negli articoli distinti è stato indicato. 





PERNA i 


e PERNUZZA v. 


DECIMO. 


'fifì^h'tì, 




— 


■ ) 


ìiwlni'ji 


'e:» - ,0r«. 


PESCARELLA. 


.!> 



Vasta tenuta dell' agro romano, circa 20 m. lungi 
da Roma, posta frallc strade di Ardea e Porto d'Anzio, 
la quale comprende circa 424 rubbia. Confina co' teni- 
menti di Campoleonc, Tor di Bruno, Valle Caia, Cerqueto, 
s. Procula, Pian de'Frassi, e Casalazzara. Appartiene al- 
la prelatura Banchieri. Ne' tempi antichi fu parte del 
territorio di Corioli , e trovandosi come intermedio fra 



558 

quelli di Aricia ed Ardea , forse è lo stesso tenìmenlo 
che die motivo alle dissensioni fra gli Aricini e gli Ar- 
deati, delle quali parla Livio e che furono così indecen- 
temente risolute dal popolo romano che era stalo scelto 
per arbitro. Veggasi l'articolo ARDEA. j^;-< j,.„j 

PESCHIAVATORE. .mi 

È un gran contrafforte del monte Gennaro , che 
strìnge colle ultime sue falde meridionali l'Aniene ver- 
so il monte Ripoli, ed insieme con questo forma la bar- 
ra che forza quel fiume a fare la famosa catarratla co- 
nosciuta col nome di cascata di Tivoli. Peschio è la for- 
ma volgare data al nome pesculus, e pesclus, che negli 
scritti de'tempi bassi sovente s'incontra ed indica mon- 
te dirupato, e distaccato quasi da un monte più allo ; 
quindi sembra che il carattere di questo monte abbia 
dato origine alla prima parte del suo nome , che oggi 
unita e fusa si trova colla seconda di Valore forse de- 
rivante da Vulture. 

PE TRIS CHE. 

È una tenuta dell' agro romano di r ubbia 230 si- 
tuala fuori di porta Cavalleggieri circa 35 m. distante 
da Roma, confinante con quella di Sasso, e co'territorii 
di Manziana e della Tolfa. Appartiene all'ospedale di s. 
Spirito. 

PETRONELLÀ. ,:,v, -.tj,., ;,! 

Due tenute di questo nome esistono nell' agro ro- 
mano circa 15. m. lontano da Roma presso l'antico La- 
vioium oggi Pratica: una appartiene al marchese Naro- 



559 

Palrizj, l'allra al conte Bonarelli della Rovere, ambedue 
sono confinanti fra loro. E Petrouella-Naro che è la più 
occidentale confina con le tenute di Monte di Leva, Ca- 
pocotta. Campo Ascolano, Pratica, e Petronella Bonarel- 
li; comprende 240 rabbia, divise ne'quarti di Montedo- 
ro, Muracciola, e Macchia. E di questa tenuta si trat- 
tò pure nell'articolo LAVINIVM p. 240, dove si parlò 
■del Luco di Giove Indigete , e del Fano di Anna Pe- 
renna da alcuni ivi mal collocati. 

L'altra confina con Monte di Leva, Petronella Na- 
ro, Pratica, Maggione, e Solfarata: è divisa in quattro 
quarti, che non hanno un nome particolare: comprende 
circa rubbia 257 e mezzo, e non conserva oggetto de- 
gno di particolare menzione. 

II. irsìr.t' :' 

PIAN DETRASSI. ;y-r 

•ì lo 

Tenuta dell'agro romano pertinente ai Cesarini, la 
quale si estende per rubbia 523 ed un terzo. Il suo 
nome deriva dai frassini che un tempo ne coprivano il 
suolo. È distante da Roma m. 22 per una strada par- 
ticolare che si distacca a destra da quella moderna di 
Porto di Anzio dopo la osterìa di Fontana di Papa. 
Confina colle tenute di Pescarella, Muratella, Castagno- 
la, Randitella e Casalazzara. £ divisa ne' quarti di Ca- 
stagnola, da Capo, Rinforco, e Casalazzara. ■< 
-.:.: ^:.^. :. n 
k! PIETRAy. aurea S. agata. ^ 

PIETRA LATA. 

Tre tenute di questo nome esistono fuori di porta 
s. Lorenzo dal secondo fino a quasi il quarto miglio 
della via tiburtina : la più vicina a Roma comprende 



rubbia 37 e tre quarti e confina immediatamente colle 
vigne di Roma, colla strada di Tivoli, colla pedica di 
Ponte Nono, e colla prossima tenuta di Pietra Lata. 

!i*'* La seconda appartenente ai Daste comprende qua- 
si 49 rubbia e me/zo, e confina coli' antecedente, colla 
pedica di Ponte Nono, colla tenuta di Casale Brugiato, 
e con quella di Pietra Lata de'Lante. 

>*t La terza è appunto quella de'Lante, confina colla 
precedente , colle Vigne , colla strada di Tivoli , e col 
fiume Aniene. Si estende per rubbia. 319 circa, . . 

PIETRA PERTIJSA. 

Vasto tenimento dell'Agro Romano, posto circa 10. 
miglia distante da Roma a sinistra della via flaminia , 
oggi detta strada di Prima Porta, la quale va parallela 
al confine di esso sul ciglio che domina la valle del 
fosso di Scrofano, e che n'è il limite verso oriente. Ap- 
partiene al Capitolo di s. Pietro in Vaticano, e confina 
colle tenute di Monte Olivieri, Valchetta, e Malborghet- 
to , e co' territorj di Scrofano , e di Riano. Si estende 
per circa rubbia 745, divise ne' quarti della Torre, di 
Pantano, del Gasale, di Vezzano, Statua, e s Marcello.; 

Aurelio Vittore de Caesar. dice che Vespasiano fra 
gli altri grandi lavori fece pur quello di scavare mon- 
ti per la via flaminia, onde agevolarne il transito; e mo- 
numento ancora esistente di questa opera è il taglio vol- 
garmente denominato il Furio , sul quale si legge la 
iscrizione seguente: 

IMP . CAESAR . VESPASIANVS . AVGVSTVS 
PONT. M AX.TRIB.POTEST . VII . IMP . XVII . COS . Villi. 

CENSOR . FAGIVND . CVRAVIT, 
Così Claudiano VI. Cons, Hon. v. 500 la descrive; 



561 
Qua mons arte patena vivo se perforat arcu, 
Admittitque viam sectae per viscera rupis. 
Ora Procopio Guerra Gotica lib. UH. ripetutamente 
chiama quel foro ITsipa IlsjOT