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Full text of "Archivio storico italiano"

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APPENDICE 

ALL' ARCHIVIO STORICO ITALIANO 



TOMO NONO 

DI QUB8TA SRRIE 



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V 



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ARCHIVIO 

STORICO ITALIANO 

0B8IA 

RACCOLTA DI OPERE E DOCUMENTI 

riNORA IMBIUTI O DITBNCTI RARIMIMI 



LA STORIA D'ITALIA 



APPENDICE 



TOMO IX 



FIRENZE 



GIO. PIBTBO VIB08SBUX , Diemttoeb-Bditoiib 

■lra« GablBMIo M«itMoo.L«turaHo 

1853 



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TIPOGRAFIA GALILEIANA 

dt M. CclIiBi • C. 



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APPENDICE 

ALL'ARCHIVIO STORICO ITALUNO 

28 



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DEL MONUMENTO 

KRKTTO NULLA CITTX DI HOOKIVA 

A 

LODOVICO ANTONIO MURATORI 

NEL MDGGGLIU 



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StUl' Inauguramento di una Slaliui iìi Modena 
a Lodovico Antonio Muratori. 



Firenze 20 Novembre 1853. 



ti 26 d'agosto di quest'anno fu ai Modenesi giorno di festa 
Don patria soltanto , ma nazionale. In quei di , vale a dire dopo 
cento e tre anni dalla morte di Lodovico Antonio Muratori ( in- 
dugio che non parrà troppo lungo, se si consideri quanti secoli 
doveron trascorrere prima che Dante avesse in Firenze un ceno- 
tafio; quanti altri uomini eccellentissimi o sommamente benemeriti 
vadano tuttora privi di un tal segno delia civiltà de'tempi e della 
pubblica gratitudine ] , essi innalzavano sopra una piazza della loro 
città , e con solenne modo inauguravano una Statua al Vignolese 
impareggiabile, che parve e fu vero prodigio non solo nelle isto- 
riche ma quasi in ogni altro genere di discipline (1). Noi teniamo, 
che ove le condizioni politiche della terra che ci è comune lo 
avessero consentito, non pochi eruditi o generosi spiriti d'ogni 
parte d'Italia stati sarebbero spettatori o anche attori di quella 
festa : alla quale , poiché a noi pure , come ad ogni altro fra i 
compilatori dell'Archivio Storico, la sorte non concedè di assistere 
con la persona, avendone tuttavia seguitato con l'animo i progressi 
tatti e le circostanze, vogliamor almeno , per omaggio al massimo 
iostanratore degli studi da noi professati , serbarne in queste carte 
il ricordo, valendoci delle scritture che in Modena stessa vennero 
su tal proposito divulgate (2) , e d'altre particolari e fededegne 
informazioni ; ripetendo perciò da' suoi primi principi la narra- 
zione di quel fatto medesimo. 

Che negli Italiani non fosse nuovo il desiderio, benché non 
diffuso e sentito generalmente come sarebbe stato convenevole , 
di un monumento di gloria a Lodovico Muratori , basterebbe a 
jpp.,Vol.IX. 2 



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10 MONUMENTO 

provarlo la proposta già falla da Ugo Foscolo (3) a ciascuna fra le 
cillà della Penisola , di erigere ana slataa al maggior padbe dkl- 
l'istoria D^iTALfA. Ed io medesimo sentiva già dire ne* miei gio« 
vani anni, e più spesso di poi ne' maturi, sentiva dir, dico, a dotti 
e non dotti o solo mezzanamente dotti , ma teneri dell'onore ita* 
liano , che il Mubatori aver dovrebbe un basto , un simulacro , 
un'immagine, in ciascheduna delle nostre pubbliche Biblioteche. 
Una simile brama potè quindi crearsi agevolmente nell* ani^ 
mo del rinomatissimo pittore Adeodato Malatesta [&); il quale, 
nel ìSkl , riposandosi in Collegara , villa dei Conti Bentivoglio , 
e messi per un poco in non cale i colori e i pennelli, volendo di sé 
fare esperienza con la creta e con lo stecco (altri già dissero qnan* 
t'occorreva di cotesta versatilità dei suo ingegno, che molto lo ras- 
somiglia ai sommi artisti del cinquecento], modellò quivi compiuta- 
mente • fé ancora gittare in gesso la Statua di cui parliamo. Se 
staremo alle suo parole , egli non fu come arteGce della sua opera 
soddisfatto; ma ben dove com'uomo, come italiano, esultarne, 
allorché fermò il disegno di condurre in marmo quell'effigie me- 
desima , e farne dono alla sua patria. Non appare che il concetto 
di arricchir Modena di un adornamento di tal fatta si fosse sino 
allora risvegliato efficacemente in verun altro ; laddove poi é cer- 
tissimo , che niun altro avea pensato di poter ciò compiere con le 
sue proprie e solitarie fatiche. Ma queste sole non sarebbero state 
sufficienti all'impresa non breve e dispendiosa alla quale erasi 
vòlto l'intento; e il nostro artista, ben più di figliuolanza che 
d'averi fornito (5), deliberò di fare appello alla carità cittadina degli 
stessi Modenesi , ponendoli con ciò a parte della benemerenza che 
presso la nazione tutta quanta dovea ridondargli. Ci piace qui tra- 
metlerc una osservazione , la quale speriamo ci sia perdonata in 
grazia del suo fine morale : ed è, che un altro degli attemprali al 
sentire dei più fra gli artisti ed anche fra i letterati , a vece di 
scegliere quella lunga e faticosa via di pervenire alla méta, sa- 
rebbesi di bel tratto indirizzato al governo ; e dove questo tro- 
vato avesse restio di consentire all' inchiesta, dopo non so quante 
maledicenze e bestemmie , sarebbesi tolto giù del proposito. Cosi 
non fece il Malatesta , e molto ci allieta il riferire, come il suo in- 
vito s'avesse da que'nostri fratelli quell'accoglimento che potea 
sperarsi migliore: dacché nelle dieci associazioni o questue che 
doverono per tal conto rinnovarsi, e di cui, diviso in altrettanti elen- 
chi, fu testé pubblicato il catalogo (&), leggiamo presso a 390 nomi 



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A L. A. MURATORI 11 

f diversi di soscrittorì ; tra i qaali cìnquantadue ebbero altresì ripe- 
tate uoa volta, e dieci due volte, le loro largizioni. Vi notammo 
ancora , con ispecial conforto delFanlmo nostro , le qualificazioni 
aggiuntevi di circa yentotto artigiani, di presso a trentadue nego- 
zianti , e di forse diciassette tra professori delle arti musicali o del 
disegno (7). 11 conte Andrea Del Medico , carrarese , fé dono allo 
scultore del marmo in che la Statua dovea, come fece, informarsi; il 
dipintore-scultore pagò pel Monumr^nto franchi 380 in danari (8). Fu 
detto che taluni avversarono questa generosa e civilissima impre- 
sa; ma di ciò non è da fare le maraviglie : perocché, qual'è l'opera 
tanto in sé pia nò tanto commeadevole,che quaggiù non s'abbia 
contraddittori o nemici? Si mormorò eziandio, come sendo già la 
Statua condotta a fine, e difettandosi del danaro occorrente per la 
edificazione della base sulla quale volevasi collocarla, il Magi- 
strato municipale sopratenesse d'alquanto la votazione di codesta 
spesa , per dare la preferenza a quelle che si ricercavano a prov- 
vedere il teatro di valorosi cantanti e danzatori (9) : ma questo pure 
concederemo a quella universale fiacchezza che inclina gli odierni 
popoli alle dilettazioni de' sensi, e tutti minaccia di tramutarne., 
e più la imbelle Italia , in altrettante generazioni d' uomini infem- 
miniti e bamboleggianti. 

Noi teniamo che il nobile divisamento del professore Malate- 
sta , direttore dell'Accademia Atestina di Belle Arti , validamente 
ancora promosso, finch'egli fu in Modena, dal reggiano profes- 
sore Antonio Peretti (10), già segretario di quell'Accademia me- 
desima ; avrebbe più per tempo sortita la sua esecuzione , se gli 
anni che corsero dopo il prefato 47, stati fossero un po' meno 
sfavorevoli alle opere della concordia e della pace. Comecchessia , 
nella primavera del corrente anno, la scolpita immagine del Mu- 
BATORi, insieme con tutto ciò cbe dovea servirle di sostegno e 
corredo, trovavasi già situata in pubblico e frequentato luogo della 
città (11): cioè sul piazzale già detto delk Case nuove ^ e che 
sino dal giorno 26 d'agosto prese il nome di Piazza Muratori (12). 
Fin d'allora, sembra a noi cbe ciascuno compito avesse il suo 
debito ; poco importando e lo scoprimento di essa Statua , da non 
potersi ormai più rimuovere da quel posto ; e la festa inaugu- 
rale che preparavasi per quella occasione» Forse ancora dell'in- 
dugio fu causa la perplessità in cui stettesi riguardo al luogo ove 
il Monumento stesso avrebbe più degnamente potuto innalzarsi; 
intorno a che giova dar notizia a chi legge colle parole stesse 



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12 xMONUMENTO 

del signor Carlo IMalmusì: a Fa dubbio un tempo, se meglip 
«r afesse a trascegliersi per collocarvi la Statua quel piazzale oy'è 
d di presente, o non piuttosto lo spazio adiacente alla chiesina 
« che fu prepostura del Muratori, e alla quale sta annessa, e 
f< prospettante anzi sulla pubblica via , la modesta casa che lui 
a accolse Borente di fita e di sapienza, poi affralito e cieco e 
(t moribondo; e dove, quasi ad intercapedine, è tuttavia Torti- 
tY cello, testimonio per avventura de' rapidissimi suoi ricreamenti. 
<« Qui Torse il sito era più storico ed eloquente, e in sue propor- 
R zioni maggiormente adatto alle dimensioni del Monumento: per 
« altro, a renderne convenevole ed abbellito il dintorno, si avreb- 
(t boro avuti ad incontrare non leggieri dispendi , e a vincere gravi 
(t ostacoli ; facilmente evitati poscia colla scelta delfattual posto, 
(t che tocca pur esso l'antica prepostura, e non cercato si mo- 
« stra a chiunque trapassi per la città nostra (13] j». 

Sursc Gnalmente il giorno della bramata festività. Sino dalle 
ore 9 del mattino la campana del Comune ne dava ai Modenesi 
l'annunzio, facendo anco segno come sulla Piazza Mubatori fos- 
sero già stati rimossi gì* impedimenti che tolta avevano agli sguardi 
del pubblico la Statua di cui parliamo. 11 popolo accorreva in folla 
a contemplarla, ammirarla, venerarla; e il concorso durò fre- 
quente per insino a notte bene avanzata (14). In quell'ora mede- 
sima le sale del Municipio, adornate a letizia, accoglievano il 
Podestà e gli otto Conservatori di esso; il reverendissimo Ve- 
scovo , nella sua qualità <ii Grancancelliere degli studi ; i Profes- 
sori dell'Archiginnasio; i membri delle varie Accademie, scien- 
tiGche , letterarie ed artistiche ; gì' invitati a fare coi loro scritti 
più bella e più feconda di sentimenti la memorabile cerimonia ; 
e (per tacere degli uditori), in appartati scanni, i superstiti con- 
sanguinei dell'immortale Proposto, con in fra loro il benemerito 
Malatesta; e poco lungi da essi, il Podestà dell'invidiabile terra 
di Vignola (15). Pensieri, come ognun vede, e ordinamenti pieni 
di molto accorta e gentile significazione; pe'quali dovrà inces- 
santemente rincrescerci del non aver potuto di tale spettacolo de- 
liziarci mediante i nostri occhi medesimi. Recitavasi il solenne 
atto col quale il Malatesta cedeva e la Città riceveva in dono il 
Monumento per le sue cure e dalle sue mani operato (16). 11 Con- 
servatore avvocato Pietro Magiera diceva all'intera adunanza non 
solo accomodate ma bene edificanti parole; colle quali davasi 
altresì principio all'Accademia di letteratura , che fu , può dirsi , 



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A L. A. MURATORI 13 

U priDGipale magQÌ6cenza , e qaasì unica, dì quella cittadina alle- 
grezza (17). Si pronunziarono componimonli sino a ventuno , tra 
prosastici e poetici, e tra dettati nel materno ovvero nell'idioma 
del Lazio : intorno a' quali, perocché tutti già posson leggersi per 
istampa« e coli' ordine stesso con che allora vennero ascoltati, 
non fa qui d* uopo il discorrere partitamente. Diremo bensì i 
nomi di quelli che all'Accademia portaron tributo di loro lucu- 
brazioni , e secondo che nel libro stesso (18) si vedono allo- 
gati : — Caddi prof. Paolo, Cavbdoni dott. Celestino , Pagani 
Gaetano, Reggianinì Eleonora, Palmieri cav. Filippo , Raf- 
FAELLi Pietro , Tarasconi dott Gio. Ratista , Ferrari doti. Pao- 
lo, Bernardi march. Teresa, Malmusi dott. Carlo, Brancoli 
dott. Placido, Abbati Marescotti co. Paolo, Campori march. Giu- 
S9PE, Vacca' prof. Luigi, Parenti prof. Marc' Antonio, Cagnoli 
prof. Luigi, Vecchi Giovanni, Basini Giuseppe, Brugnoli aw. 
Giuseppe, Fabiani can. Giuseppe. ^- Molti furono i generosi sensi 
in quel di fatti udire ed ora disseminati in codesta Raccolta; 
la cui mercè l'erudizione stessa ha pur fatto qualche non ispre- 
gevole guadagno ; stantechè il Gaddi insistè nel parlarci di tre gio- 
vanili scritture del Muratori non ricordate , per ciò che inedite , 
dal Tiraboschi (19); e il Càmpori , trattando delle relazioni di lui 
col 61osofo Leibnizio , recò in mezzo testimonianze e memorie 
istoriche sino a qui non conosciute. Talché , guardando . ai frutti 
dì una lak Accademia , e considerando che una città sola , e non 
tutta la nazione, com'era a desiderarsi, concorse a onorare il 
sommo accrescitore e annalista ordinatore dell'istoria naziona- 
le, reputeremo il volume che ne fa ritratto all'eccellenza del 
téma bastantemente condegno. I ragguagli poi tutti che ci per- 
vennero, fanno menzione delle musicali armonie con che la 
banda cittadina venne interpolando la recitazione dei sopradetti 
componimenti , e la militare rallegrò nella sera il popolo adu- 
nato sulla piazza stessa del Monumento, abbellita di drappi e 
rischiarata di lumi : nessuno però fa cenno di alcuna religiosa 
cerimonia che andasse unita a quella civile solennità , come pareva 
da aspettarsi, com'era fors'anche richiesto, trattandosi d'uomo e 
d'ecclesiastico che tant'alto salse e fu segnalato non solo per 
le morali e letterarie , ma eziandio per le cristiane e spirituali 
virtù (20). 

Il Monumento di che oggi Modena si onora e a cui l' Italia fa 
plauso , si compone di una semplice Statua , e della sua base , 



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14 MONUMENTO 

rappresentate da una stampa litografica » premessa al libro di cni 
più volte si è fatto parola. Il piedestallo o dado che quella so- 
stiene, insieme col soo zoccolo e plinto e cornice, sta sopra un 
imbasamento di tre gradini , se voglia contarsi anco l'ultimo sor- 
gente a sdrucciolo o a piano inclinato dall'area del piazzale. Fian- 
cheggiano gli estremi della gradinata quattro colonnette , tagliate 
da capo a forma d'umbone; e circonda tutto il Monumento una 
cancellata di ferro , elevantesi da terra per quarti ben cinque 
di metro (21). Riposa in sul plinto il proprio suppedaneo di essa 
Statua; e su la faccia principale di quello, leggasi scolpita ad 
incavo ed a lettere dorate questa breve ed eloquente iscrizione : 

A 

LODOVICO ANTONIO 

MURATORI 

LA 

PATRIA 

1853 

Il simulacro, desunto dalle immagini per somiglianza più com- 
mendate, è ritto in pie, mostranteci il buon parroco con la lunga 
veste sacerdotale in dosso , e sulle spalle il mantelletto a pieghe , 
la cui crescente ampiezza Va con bel inodo a raccogliersi sul brac- 
cio sinistro. La destra mano sostiene un volume , figurato per uno 
di quelli dei Rerum Italicarum Scriplores (22). Sul capo ha sola- 
mente il zucchetto ; il che a noi pare essersi fatto con ottin^o consi- 
glio, siccome cosa che nulla aggiunge di troppo materiale all'espres- 
sione del volto , nulla scema all'integrità del medesimo. Questo mo- 
strasi atteggiato ad una modestia soave e affettuosa, alla carità 
insieme ed alla meditazione: e come lo scultore esimio riuscisse a 
rappresentare queste cose tra sé disparate , si è certo un mistero 
che solo un artista ottimo può comprendere , non potendosi da 
noi profani se non se vederne gli effetti e ammirarli. Onde a ra- 
gione quest'opera del professore modenese vìen giudicata lodevole 
al pari delle sue lodatissime pitture (23) : e da persona agli studii 
del bello egregiamente educata seri ve vasi , dopo averci altresì se- 
gnalato la diligenza e finitezza del lavoro, che quella Statua sti- 
merebbesi fattura di assai ben pratico scalpello, da chi non sapesse 
esser questo il primo tentativo scultorio a che il Malatesla si ac- 



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A L. A. MURATORI 15 

cinse ; e che o se grande hi in lui rardimeoto , grande ancora fu 
(T il trionfo ch'egli ebbe in tal prova conseguito (2^). 

Tanto fecero i Modenesi [25], e n'ebbero e avranno gran lo- 
de. Resta che il loro esempio sia, dovunque giustizia il voglia, 
imitato. 

FlLIPPO-LUiei POLIDORI. 



NOTE 

(t) ▲ ragione venne anco di recente applicafo al Muratori quel verso dt 
Orazio: NU oriiurum alias ^ nU ortum tale faiemur. Vedasi il libro indicalo 
nella seguente nota , alla pa^g. vit. 

(2) £ sopratuUo del libro, sonloosamente Impresso, con questo titolo: Nella 
toUmu inaugurazione della elatua di Lodovico Antonio Muralori^ Prose e Versi; 
Uodenn , Vincenzi, in 4to. : il quale, aspettato da noi, fu messo in pubblico 
alla metà circa del corrente mese. 

(3) V. iProM e Verti ec. sopra citali , pag. 93 , nota 7. Può vedersi anco- 
ra, del Foscolo stesso , Discorso sol testo del poema di Dante (Londra 1842) 
pag. 264. 

(4) « Rr:i mollo tempo che rimuginavo nella mia mente l'Idea d'innal* 
« zare un monumento al Grand*uomo ». Lettera di A. Bfalatesta all'autore 
di questo scritto. — V. anche Prose e Versi ec. , pag. 21 , nota 1. 

(5) « Come sottostare a tante ed iDovItablli spese che occorrono In slmili 
« opere , un artista pittore, ricco di otto Agii , povero di fortuna ec. ? ». 
Lettera sopra cit. 

(6) Catalogo generale di quelli che hanno contribuito ad innalzare la Statuti ^ 
di Lodovico Antonio Muratori. In una nota ad esso Catalogo è pure avver- 
tilo, che. gli elenohl parziali, dal primo ai nono , di quei Contribuenti , furono 
altre ToUe pabblicali nel tre giornali di quella città: l'indicatore economico, 
Vlndicaiore Modenese e la Ghirlandina* 

(7) « Uomini di fortune, di religione, di opere fra loro diverse, vidersl 
< concordi allora e ferventi nel fraternale pensiero di offerire una pietra al 
« beilo edificio: ed ò ad argomento di carità cittadina e di spirilo elevalo a 
« molta civiltà n«l popolo modenese , ch'io debbo qui notare , come poveri 
« artieri prestassero gratuita , o meazanamenle retribuita la fatica loro : ed 
" altri più agiati fra quelli dessero volenterosi e senza mercede, e ma te- 
ff rlali e attrezzi e ajuli d'ogni maniera, a giovamento della pietosa Impresa ». 
Parole del sig. C. Malmusl, nella Narrazione preliminare , tra lo Prose e 
Versi ec già cit. , pag. yni. 

(8) Sappiamo da nostre corrispondenze particolari, che di questa somma, 
franchi 300 provenivano al Malatesla da vendita falla al Comune di Vignotn 



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16 MONUMENTO A L. A. MURATORI 

del modello lo gesso del suo lavoro di scollare; e gli altri da quelle di un plc^ 
colo ritratto lo tela. 

(9) Articolo Inserito nel Giornale fiorentino U Genio , anno li, num. 61 . 

(iO) Articolo sopra citato. -^ Tra quelli ancora che maggiorniente con- 
corsero a rendere popolare il generoso pernierò deirmuslTe-^ arlista , e fu 
indefesso cercatore e raceoglilore delle offerte , citasi 11 librajo sig. Luigi BelIeL 

(11) Articolo dei Giornale modenese La Ghirlandina, dei 21 maggio 1853 ; 
e nostre Corrispondenze particolari. 

(12) In . ABBA . B . BBGIONB . OOMOS . MONABINUNAB . GDI . AB . lìUIOBTALIS . 
VlBI . STATUA . MORATORIANAB . NOMEN . IN . POSTEBOH . PIET. - ProSC e 

Versi ec, pag. 25. 

(13) Prose e Versi ec, pag. iz-x. 

(14) Articolo del giornale il Genio , sopra citato; — Corrispondenza par- 
ticolare; — Prose e Versi ec, pag. x. 

(15) Versi e Prose ec, pag. xiii e xiv. 

(16) « Degne e cortesi e memorande parole partirono dal cuore di costui : 
tf nobili e magoanime e riconoscenti ne risposero i padri coscritti ». Prose e 
Versi ec, pag. xu Questa lettura , però , ebbe luogo nella sala del Consiglio 
deXonservatorl, prima che il Magistrato stesso^ si recasse pomposamente 
nell'Aula maggiore. « 

(17) Anche una lettera , delle ricevute da noi , di persona Imparziale e 
pregiabllissima , ha queste parole : « Dopo il suono della campana , furono 
« recitati 1 discorsi e le poesie , intermezzate dalla musica : non vi fu altro «. 

(18) Tedasl la nota 2. 

(19) Prose e Versi cc.,.pag. 6 e 23. 

(20) A ragione , e con caldezza di termini, sono queste rammemorale ed 
encomiate dal prof. Gaddl , nel suo Discorso storico intomo alla vita di 
L. A. Muratori (Prose e Versi ec), In ispecie a pag.iS e 19. 

(21) Corrispondenze particolari. 

(22) Articolo del Giornate florentino PoUmasia di Famiglia , num. J, 
pag.S. 

(23) Articolo sopra citato. 

(24) Nostra corrispondenza particolare. 

(25) Per altre corrispondjBUze ci è noto , che del denaro avanzato alla co" 
strnzione e collocazione del Monumento si farà Impiego per apporre epigrafi 
commemorative alle case fa cui nacquero o vissero illustri uomini modenesi , 
cominciando da quella in cui mori il Muratori , e continuandosi alle altre 
del Tassoni , del SIgonlo , ec Del fondo stesso verrà provveduto alla stamp» 
di una Vita del Muratori , scritta in modo che la moltitudine stessa possa 
farne suo prò, e intorno alla quale sta travagliandosi 11 sig. doti. Luigi Maini. 
Sappiamo ancora dì un libriccinolo , pubblicalo pel torchi dft Alfonso Felloni , 
nel giorno stesso della Inaugurazione . con questo tUolo : Cenni storici ed aned^ 
doti sulla vila di Lodovico Antonio Muratori, 



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LETTERA 



DI 

GIOVANNI DA TERRAZZANO 

NAVIGATORB nORBNTINO 

A FRANCESCO l RE DI FRANCIA 

SOLLA 
SCOPERTA DI NUOVE TERRE 

RILLA 
COSTA SBTTBNTBIOTf ALE D' AMERICA 

ALTRA LETTERA DI FERNANDO CARLI 

sullo Stesso argomento. 

DOdnfBHTI STOBICI DBL BBGOLO XVl TBATTl DA UN GODICI MAOLIABBCHIAHO 
^■SODOn DA OR inflOOBflO 

DI GIUSEPPE ARCANGELI 

LETTO ALLA SOCIETÀ COLOHBARIA 
NBLl' ADUVANZA DEL 24 AGOSTO 4854. 



ipp., Vol.IX. 



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SOPRA GIOVANNI DA VERRAZZANO 



DISCORSO 



Nel Congresso scientifico fenato a Genova nel 18M » il presi- 
dente della Sezione di Geografia e Archeologia, nella tornata del 
18 settembre (1), lesse una lettera del signor Masgrey, colla quale 
si richiedevano notizie sui manoscritti di Giovanni da Verrazzano, 
celebre navigatore fiorentino. Un nostro toscano risponde?a , che 
quei manoscritti erano stati venduti dal signor Giuseppe Vai di 
Prato, erede di queir illustre famiglia; nò sapersi di presente, ove 
quei manoscritti si ritrovassero. Non avendo argomenti da oppor- 
re contro l'asserita vendita de' manoscritti, sapendo anzi che era 
stata venduta una libreria appartenente alla famiglia da Verraz- 
zano , non potei, come avrei voluto , alzarmi a difendere l' erede: 
pure scrissi una lettera al presidente per correggere un errore di 
nome, dicendo che non Giuseppe Vai, ma Carlo fratello di lui era 
l'erede a cui (non sapeva allora se a torto o a ragione) davasi que^ 
st'accusa; e promessi al tempo medesimo, che ritornato in Toscana , 
avrei potuto avere dal Vai medesimo le notizie che si cercavano, 
e parteciparle alla Sezione nel Congresso dell'anno veniente: pe- 
rocché quando i preziosi manoscritti più non si trovassero presso 
di lui , sarebbe stato egualmente grato al dotto straniero il sapere 
precisamente in quali mani fosser caduti per consultarli. Tornato 

(1) Vedi II Diario di detto giorno, e gli AHI dell'oliava rlontone degli 
ScieoziaU IlallaDl; (r#iiova. Tipografia Ferrerò 1847, pag. 704. 



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20 DISCORSO 

iafatti in Toscana , mi detti tosto a raccogliere queste notizie , e 
prima di tutto a interrogare il signor Giuseppe Vai sopra i mano- 
jscritti del celebre navigatore , che più d'ogni altra cosa mi pre- 
meva di riferire al signor Gandolfo segretario della Sezione geogra- 
fico-archeologica. Il quale f olendo rispondere alcuna cosa al signor 
Masgrey , mi scriveva il 27 gennaio del 1847, che io gli mandassi 
compendiate le notizie che avevo potuto raccogliere, tenendomi 
peraltro sempre in parola di distenderle ed ampliarle con istudi 
più accurati per il futuro Congresso a Venezia. Risposi subito, che 
nessuno dei manoscritti importanti appartenenti alla famiglia da 
Verrazzano era stato venduto dal Vai ; che neirArchivio della fa- 
miglia si conservavano non pure quelli concernenti la famiglia 
medesima , ma ben anche i manoscritti che i Verrazzano avevano 
ereditato dalla famiglia da Montauto. Ma fra i manoscritti da Ver- 
razzano nulla si ritrovava del celebre navigatore, essendoché tutte 
le carte di lui erano andate smarrite, come attcsta il Ramusio (1), 
scrittore contemporaneo, nel tempo dell'assedio di Firenze; se pure 
non erano già perite col Verrazzano medesimo nell'ultimo viaggio, 
nel quale l'ardito navigatore perse miseramente la vita. Infatti , se 
qualche scrittura fosse ancóra conservata dai Verrazzano , non 
sappiamo perchè non doveva farne parola lo scrittore dell' Elogio 
di Giovanni da Verrazzano , stampato in Firenze 1' anno 1767 , 
con quelli d'altri uomini illustri della città (2). Quello scrittore 
conferma su questo punto quanto aveva asserito il Ramusio, co- 
mentando in questa maniera le parole di lui : a Le rovine e gV in- 
« cendii suscitati dalle sanguinose fazioni che dividevano in quei 
or tempi calamitosi la città di Firenze , distrussero gran* parte di 
ff pubblici e di privati archivii , e cosi perirono le memorie che 
« ivi si conservavano (3) ». L' unica cosa adunque che ci rimanga 
di lui , è la famosa lettera a Francesco 1 , scritta da Dieppe F8 di 
luglio del 1524. Una copia di questa lettera inserita in un esem- 
plare del Ramusio, andò venduta con questo libro medesimo, unì- 

(1) Raccolta di navigazioni^ viaggi ec.^ Venezia 1606, voi. 3. Nell'aUlmo 
volarne è la notizia di Giovanni da Verrazzano , scritta da Oleppe V 8 ta- 
glio 1524. Vedi Gamba , Testi di lingua, N.» 2751. 

(2) Quest'Elogio è del P. Catenl Camaldolense. Ha Innanzi on ritratto rica- 
vato da una tela posseduta dalla famiglia da Verrazzano. Questa Incisione ó 
dedicata al canonico Lodovico da Verrazzano , agnato dell' mostre navigatore. 

(3; V. V Elogio sopracitato, nota 4 alla faccia terza. 



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DISCORSO 21 

tamente alla biblioteca composta per la maggior parte di libri 
storici non molti né rari, come me ne accertò il diligente biblio- 
grafo che ne fece la stima; e qnella copia col detto esemplare 
del Ramnsio andò nelle mani del capitano inglese Napier. Di qni 
nacque la Toce» ed oltre il giusto si accreditò, che i manoscritti 
del Verrazsano fossero stati venduti a qnelF illustre straniero. Ma 
quella lettera fu stampata in parte già dal Ramusìo, e tutta in- 
tera si legge nel Codice Magliabechiano miscellaneo numero 89 , 
Classe XIII I scritta probabilmente nella metà del secolo XVI. 
Dunque nessuna perdita fu fatta per la vendita di quella copia 
del tutto conforme alla sopraccennata , e son vani del tutto i la- 
menti che alcuni ne fecero, mossi sicuramente dalla voce che 
corse sopra la supposta dispersione dei celebri manoscritti. Gli 
amatori delle antiche memorie dovranno anzi rallegrarsi, che le 
carte riguardanti la famiglia da Verrazzano sieno state diligen- 
temente serbate; cosicché, se alcuno farà la storia di questa, 
come il Litta ha già fatto di altre illustri famiglie italiane , molti 
documenti potrà trovare neirarchifìo dell'erede, per dimostrare 
come i Verrazzani nobilissimi sino ab antico esercitassero gli uffici 
pubblici, e nei tempi della Repubblica e in quelli più Ticini a noi 
sotto la dominazione medicea. Serviranno a ciò molte lettere del 
cavalier Cammillo da Terrazzano al senator Filippo del medesimo 
nome : altre scritte dall'anno 1692 al 1699 , dal cavaliere Andrea 
ad Alessandro da Terrazzano : altre pure del Senatore Filippo, con 
on prospetto delle rendite della Toscana nel 1738 , corredato di 
dotta memoria al Granduca e di molti documenti messi insieme dal 
Senator Neri, Direttore della Depositeria. Il quale fu pur anche ver- 
satissimo nelle lettere, addetto a diverse accademie, scrittore di 
prose e di poesie, che si conservano fra le altre sue carte. Fra i do- 
cumenti importanti per la storia della famiglia, sono da annove- 
rarsi gli stemmi gentilizi delF avito castello in Val di Greve, da 
cui i Verrazzano tolsero il nome; come pure gli altri stemmi 
delle famiglie alleate; gli avanzi delF antica fortezza di Montclfi 
in Val d'Arno, conosciuta fino dal secolo duodecimo; tre busti in 
marmo di tre illustri da Verrazzano , di messer Chiaro valoroso 
capo di parte Guelfa nel 1260, di Giovanni il discopritore della 
Nuova Francia , di Lodovico gran capitano di mare e governatore 
di Livorno; un quadro rappresentante una vittoria guadagnata 
sui Barbereschi dal medesimo Lodovico, l'anno 1635, sulle coste 



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93 DISCORSO 

di Barberia; Tari ritratti in tela, più o meno pregevoli, de' perso- 
naggi più celebri di quella casa , fra i quali notevole il ritratto 
del celebre navigatore , inciso in rame nel 1767 , e premesso alla 
Vita di Ini ; quello di Lodovico soprallodato ; come pure d* un altro 
Lodovico canonico della Metropolitana Fiorentina, il più generoso 
fra i fondatori dell' educatorio chiamato il Conventino , dotato 
dai Verrazzani di 34,000 scudi , senza contare le spese ragguarde- 
voli della fabbrica. E poiché toccammo sopra dei documenti della 
casa da Montauto passati ne' Verrazzano, diremo che presso l'erede 
si trovano le lettere del signor Bassetti al marchese da Montauto, 
inviato della corte di Toscana alla corte Cesarea ; lettere auto- 
grafe del cardinale Francesco de' Medici al medesimo signor mar- 
chese ; le ministeriali di quest' ultimo, ed alcune scritte in cifra ; 
lettere autografe di Cosimo UI scritte al medesimo nel tempo di 
queir ambasceria ed in altre occasioni. 

Con queste notizie , che io doveva alla gentilezza del signor 
Giuseppe Vai , io mi sdebitava della promessa fatta al Segretario 
Giovambatista Gandolfo, il quale ne dava cenno negli Atti del Con- 
gresso , a pagine 704 in nota. Restava che io adempissi all' altra 
promessa di raccogliere quante notizie io poteva sopra Giovanni 
da Verrazzano , e intesserne un discorso pel prossimo Congresso 
a Venezia. Per quanto non mi lusingassi di trovar nulla di nuovo, 
persuaso com'era per molli riscontri, tutto quello che poteva sa- 
persi di lui ritrovarsi nel Ramnsio, e nell'Elogio tante volte 
citato, pure mi accinsi volenteroso all'impresa, perchè mi dava 
occasione di parlare de'navigatori italiani in quella Venezia do- 
minatrice una volta de' mari, non altrimenti che l'Inghilterra 
d'adesso, e fra quelli dare il meritato elogio ai nostri fiorenti- 
ni,, quali i due Vespucci Amerigo e il nepote, Andrea Corsali, 
Francesco Cadetti e Filippo Sassetti. E venendo a parlare del Ver* 
razzano , voleva giustizia che si tenesse parola del veneziano Ca- 
botto, che prima di lui aveva costeggiato la Florida, quantunque 
non vi si fosse addentrato, come avverte il Raynal (1), e trattone 
quel vantaggio che il navigatore fiorentino ne trasse pel suo si- 
gnore. Certo, che re Francesco di Francia dovè prendere un gran 
concetto de' Fiorentini, quando vedeva alla sua corte, quasi allo 

(1) Storia flMùf, e poM. tUgtt SiMUmifUi euntpei neUt du$ MU§, lib. itf, 
eap. 8. 



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DISCORSO 23 

stesso tempo un Yerrazzano, che aggiungeva nuovi regni alla sua 
corona y un Leonardo da Vinci , che per lui dipingeva, architettava, 
e gli deliziava perfino la reggia di piacevolissimi suoni ; un Luigi 
Alamanni, reputato dopo l'Ariosto il più gran poeta d'Italia, che 
gli ofleriva la sua CoUivQKione^ paragonabile per la squisita ele- 
ganza alle virgiliane Georgiche ; un Renvenuto Gellini , che per 
lai fondeva , scolpiva, giojellava. Ma la stima grande che aver do- 
veva de'Fiorentini , e i buoni uflBcii che ne avea ricevuti non pur 
da questi ma da altri eccellentissimi uomini della nostra città , 
non che le preghiere di Luigi Alamanni sopraddetto, non per altro 
esule in Francia che, per aver creduto troppo nel soccorso di 
quella , non furono di tanto peso sull'animo del re da soccorrere 
Firenze quando fu stretta d'assedio dall'armi imperiali, sebbene 
ne avesse data promessa agli ambasaiatori nostri , e fatto mostra 
por anche di volerla attenere : esempio uè primo né ultimo , dice 
il Giannotti (1), di quello che sia da aspettarsi dai Francesi, tanto 
pia nemici a noi, quanto da noi più carezzati e pregiati» E per 
quello che spetta ai viaggi marittimi, che sulla fine del XV e sul 
principio del XVI secolo furono con tanta passione intrapresi 
con quanta nel duodecimo le crociate, sarà sempre doloroso a 
pensare che i nostri arditi navigatori, cominciando dal Colombo, 
olfcrto invano il servizio a Genova ed a Venezia (2), discoprissero 
le nuove terre per gli stranieri , e facessero come colui Che porta 
U bone dieUro^ e tè non giova (3), contribuendo anzi senza saperlo 
al decadimento della potenza marittima de' Genovesi e de'Vene- 
liani , già cominciato fino dalla scoperta del Capo di Buona Spe- 
ranza. 

Queste ed altre cose io mi prometteva di trattare nel discorso 
ideato; ma me ne rimasi sul bel principio, perchè sul confine 
dell'estate del 18(7 , avvennero tali cose, che non pure a me ma 
a molti altri tolsero la voglia di andare al Congresso a Venezia , 
il quale , come fu l'ultimo che si facesse , cosi fu anche il meno 
irequentato d'ogni altro. Pur tuttavolta non mi rimasi dal mettere 
asrieme quante maggiori notizie io poteva sopra quest'argomento. 



(1) Giannotti, DeUa Bep. Fior,, llb. 3, eap. 17, In fine. Kdls. Le Mod- 
», T. I. 

(1) nta M Colombo^ di Costantino Reta; Torino, 1846, i»as. 14. 
(3) Dania , Parg. , CXXll , 68. 



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24 DISCORSO 

sfogliaiido quanti libri mi capitavan fra mano di Storia e di Geo- 
grafia 9 in quella parie che all'America si riferivano. Tutti parlando 
del Verrazsano» si riportano a quella sua lettera a Francesco I. 
La trovo citata dal BouiUet nel suo Dizionario Geografico , e in un 
catalogo di libri e manoscritti spagnoli riportato dal Robertson in 
testa della sua Storia d'America , e ultimamente in una nota al- 
l'elegante e dotta Storia degli Stati-Uniti del signor Baacroft; nota 
tradotta dall'inglese, ed inserita per intero nel numero? e 8 del 
Saggiatore t giornale Romano che pubblica vasi per opera dei signo- 
ri Gennarelli e Mazio nel 18&4* Ella è fattura del signor Giorgio 
Greene, e può dirsi la più compiuta notizia che siasi data fin qui di 
Giovanni da Verrazzano ; perchè, oltre la lettera tante volte citata, 
si riporta per intero un'altra di un Ferdinando Carli mercadante 
fiorentino dimorante a Lione, il quale -mandando al padre copia 
della lettera del Terrazzano , aggiunge qualche particolarità sulla 
vita del navigatore compatriotta. e sulla grandissima stima che il 
re ne faceva, e sul viaggio massimamente che intendeva d'intra- 
prendere per aprirsi una nuova via pel Cataio. Questa lettera è fin 
qui rimasta inedita con una parte della lettera stessa del Verraz- 
zano nella miscellanea Magliabechiana sopraccitata; ed ancora fi 
rimarrebbe, se non l'avesse tratta alla pubblica luce il sig. Greene; 
nel modo appunto che il Polidori ha fatto della Vita di Giovanni 
da Empoli, viaggiatore anch'esso nel nuovo mondo (f). 11 Follini 
ha scritto nella guardia 4i detto Codice questo ricordo : «- Questo 
miscellaneo è forse di mano d'Antonio Petrei , a cui a pag. 85 i 
una lettera del Tedaldi» - V'é un indice più recente in cui la 
lettera del Verrazzano è indicata cosi : - Lettera del capitano Gio* 
vanni da Verrazzano al re di Francia , dello scoprimento (alio da 
lui neir Indie nel 152& , ^ e comincia con queste parole : « Da poi 
«r la fortuna passata nelle piaggie settentrionali , serenissimo re , 
« non scrìssi a Vostra serenissima e cristianissima Maestà , quello 
« che era seguito dalli quattro legni che quella mandò per l'Ocea^ 
« no a discoprire nnove terre , pensando ec. o. E qui descrive la 
natura ed i costumi più singolari degli abitanti, né ìbob quanto 
aveva potuto a prima giunta osservare intomo alla religione ed 
al civil reggimento di que' selvaggi, mostrando, dice il signor 

(1) y. la Viota del pensiero , Strenna livornese pel 1B49; e àppenOiee 
aWArch. Sior. Ital, Tom. Ili, pag.19 e segf. 



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DISCORSO 25 

Greene, molta acuteiza di mente nel descrivere, nel paragona- 
re, nel giudicare. Dopo la descrizione, cosi il Yerrazzano finisce 
la saa lettera : & Restami a narrare a V. S. M. l'ordine di detta na- 
vigazione circa la cosmografia , come di sopra dissi ; ed avverte 
che ha in un libretto tutto ampiamente notato, accennando air in- 
tenzione che aveya di pervenire con quella sua navigazione al Ca- 
tajo. Il libretto qni ricordato andò sicuramente smarrito; non cosi 
una narrazione cosmografica ricordata dal Tiraboschi , forse sulla 
testimonianza del Pelli , la quale il Bancroft , autore della nuova 
Storia degli Stati-Uniti , mostra desiderio di veder copiata per la 
Società storica di Nuova- York. Sappiamo che in Inghilterra esi- 
steva una mappa o carta della costa americana disegnata dal Ver- 
razzano , e da lui offerta ad Enrico Vili ; carta che è servita di 
norma a quella che TUaklujt ha posta nella sua opera sopra i 
diversi viaggi , pubblicata l'anno 1583. Questa carta offerta a quel 
re, ha fatto credere che il Yerrazzano non per altro ciò facesse 
che per passare a'servigi di lui, e che facesse parte della spedi- 
zione che il re medesimo ordinò l'anno 1527 , in cerca di nuove 
lerre ; cosicché l'ultimo viaggio del Yerrazzano non fosse fatto a 
cura del re Francesco , ma si d'Enrico, ambizioso anch'egli di pos- 
sedere, come gli altri potentati d'Europa, qualche tratto di terra 
nel nuovo mondo. Dicono che il Yerrazzano s' inducesse a lasciare 
la Francia dopo che Francesco fu fatto prigioniero a Pavia , e che 
seguitasse in Inghilterra la Regina Luisa rifugiatasi anch'essa 
alla corte d'Enrico. Ha come mai questo fatto tanto importante 
potevasi ignorare dal Ramusio? Dal ritorno del Yerrazzano al 
porto di Dieppe , d'onde scrisse la famosa relazione della sua disco- 
perta , alla battaglia di Pavia, corsero da otto mesi. Non poteva in 
questo frattempo avere allestite altre navi a nome del re Fran- 
cesco, tanto contento del buon successo , e ripreso il volo al dise- 
gnato viaggio? Il Ramusio afferma che, in quest' ultimo viaggio , 
approdato il Yerrazzano ad una certa terra che il P. Coronelli (t) 
crede il capo Bretton, fosse sorpreso da' selvaggi e barbaramente da 
loro ucciso. Il P. Cbarlevoix, nella sua Storia e descrizione della 
Nuova Francia, dissente in ciò solo dal Ramusio, dicendo che nulla 
più si seppe del Yerrazzano , dopo la sua partenza per l' ultimo 
viaggio, e che questo silenzio misterioso fu cagione che nessun 

(1) ÀUante KetMto, citato dal biografo del Yerrazzano. 
App,, Voi. IX. A 



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26 DISCORSO 

francese più si attentasse a mettersi per quelle ignote regioni. 
L'autore del Saggio cronologico salla storia della Florida (1), senza 
recare nessuna testimonianza , asserisce che il Verrazzano, corseg- 
gìando co' legni francesi contro gli Spagnoli allora nemici , fosse 
preso nel 152& da'Baschi, e menato prima a SiTìglia, poi a Madrid, 
fosse fatto morire sulle forche. Il Tiraboschi accennando quest'enor- 
mità degna de'secoli barbari, e per conseguenza non punto cre- 
dibile quand'anche si appoggiasse a qualche storico documento, 
conclude che maggior fede deva darsi al Ramusio scrittore di 
quel secolo stesso , ed al tristo fine del navigatore Gorentino, com- 
pagno nella gloria come nell' ultimo fato al Magellano ed a Cor- 
torcale. Pur tutta volta gli pare degno di riflessione ( notisi que- 
sto prudente riserbo del sagacissimo critico) un passo d'una lettera 
d'Ànnibal Caro , non osservato punto dinanzi a lui da tutti quelli 
che hanno scritto del Verrazzano. Scrivendo il Caro da Castro, il 
13 ottobre del 1537, a tutti i familiari di monsignor de'Gaddi (2), 
e descrivendo piacevolmente quel suo non punto ameno viaggetto, 
si volge ora ad uno ora ad un altro de' domestici di quel prelato, e 
dirizzando il discorso ad uno di loro, scrive cosi : « A voi, Verrax- 
c zano, come a cercatore di nuovi mondi e delle meraviglie di essi, 
« non posso ancor dir cosa degna della yostra carta; perchè non ave- 
« mo passate terre che non sieno state scoperte da voi , o da vostro 
€ fratello o. Queste parole sono state soggetto di diversi coment!. 
Dato che quel Verrazzano qui nominato sia il famigerato Giovan- 
ni, si viene in chiaro che egli aveva un fratello viaggiatore come lui 
e discuopritore di nuove terre. Ha questi, soggiunge il Tiraboschi, 
non avendo un nome proprio che lo distingua , ed essendo scono- 
sciuto affatto agli storici del suo tempo , bisogna pure che fosse 
men celebre di Giovanni ; tantoché sia più verosimile che il eer- 
calore di nuovi mondi mentovato nella lettera sopraddetta dal Caro, 
sia Giovanni stesso, e non altri. La qual cosa quando debba tenersi 
per vera , converrà dire che non fosse bastantemente premiato dal 
re Francesco , e che dopo avere tanto operato e sofferto , fosse tor- 
nato in Italia ed entrato nella famiglia del Gaddi. Conclude parò 
il Tiraboschi , che l'oscurità intorno alla vita del Verrazzano è 
tanta , che nulla si può stabilire con certezza, e che il passo del 



(1) Vedi Saggialore, N.» 8, pag. 253. 

(3) UH, Aim., Ltb. 1,3, Tom. 1 , ediz. dal €lasitol di Milano, pag. 6. 



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DISCORSO 27 

Caro non è conseguentemente di tanta importanza, da spacciare per 
fayola la narrazione del Ramnsio. Pnr tnltavolta, siccome accade 
che nella mancanza di notìzie si voglia dagli emditi dar peso an- 
che a qaelle di minor conto , cosi è accaduto che quel passò del 
Caro, e il comento che ne ha fatto il Tiraboschi , abbia dato luogo 
a nuove supposizioni. Il Bancroft sta col critico nostro, ricono- 
scendo nel Verrazzano eercatare di nuwi mondt, Gioyanni medesi- 
mo, non un fratello di lui, ignoto affatto agli storici. Ma Giorgio 
Greene crede per lo contrario che il Caro voglia appunto parlare 
di questo oscuro fratello, il quale avendo seguitato per un tempo 
la fortuna del mare , spaventato dal miserando fine di Giovanni, 
si fosse ritratto fra'domestici di casa Gaddi. Infatti non è credìbile 
che un uomo tanto famoso, quand'anche dairingratitudine di re 
Francesco fosse stato obbligato a lasciare la Francia, avesse dovuto 
cercare un rifugio fra' domestici di un prelato, domestico anch'egli 
alla pari di un Vittorio e di un Scìarra e d'altri oscuri soggetti 
ricordati dal Caro in quella scrittura burlésca. Poteva benissimo 
trovare onorata sede in Portogallo, in Ispagna e più ancora in 
Inghilterra , nell'età sempre verde di 50 anni , e sulle navi di quei 
potentati intraprendere nuovi viaggi , accrescendo nuovo splendore 
al suo nome. Che se avesse ad ogni modo deliberato di riposarsi, 
cosa quasi incredibile in uomo siffatto, e da'suoi lunghi viaggi 
per paesi ricchissimi non avesse potuto ritrarre tanto che gli ba- 
stasse per vivere agiatamente, aveva pure le avite possessioni a 
Firenze, e l'antico castello in Val di Greve, e grandi parentele e 
amicizie , senza ricorrere ad un prelato romano. Ma concediamo 
pure ch'e'vi fosse ricorso, e che le sventure sofferte tanto l'avessero 
gittato in basso, da acconciarsi volentieri a quella misera vita; 
come si può supporre che in mezzo ^i Roma , dove i personaggi 
più chiari non pnr d'Italia ma d'Europa tutta allora più che mai 
convenivano , il celebre Giovanni da Verrazzano vivesse oscuro , 
ed il Caro medesimo che con esso lui abitava non ne facesse sog- 
getto frequente alle molte sue lettere , facendo parte agli illustri 
suoi amici, quali il Varchi ^ il Tansillo, il Rota, il Casa ed altri 
infiniti , delle pellegrine notizie che avrebbe studiosamente rac- 
colte dalla bocca stessa di lui? In vece, il Caro non no parla 
che quella sola volta ed in modo burlevole, e non come d'uomo 
d'alto affare, ma come d'un povero fante, non dandogli pure il ti- 
tolo di mesiere, che egli i secondo rnsanza non sua ma del tempo. 



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28 DISCORSO 

dava a chiunque un tal poco si sollevasse dal yolgo. Un uomo af- 
fatto volgare dovea essere quel Verrazzano quando il Caro nella ci- 
tata lettera lo mette in un mazzo con un Vittorio , tanto ignorante 
da chiamar Oriana la Dea triforme, e crederla una fata che con 
un gomitolo di spago tirasse dairar6tn/ro un certo Tisero Ggliuolo di 
Manosso: da proyerhiarlo con un Barbagrigia , con un Silvestro da 
Prato (1) . e con un Diacceto. 11 quale , come dice il Caro che piz- 
zicava di comico, cosi quel Verrazzano poteva pizzicare di ven- 
turiere, e superbo di quel nome famoso vantarsi d'aver visitati gli 
ultimi cpnfini del mondo, non altrimenti che il viaggiator fio- 
rentino, e spacciarsi, se non volete altro, per fratello di lui (2). 
Ed a rimbeccarlo appunto di questi vanti mi sembrano ordinate 
quelle parole del Caro: a A Voi , Verrazzano, come a cercatore di 
« nuovi mondi, e delle maraviglie di essi, non posso dir cosa degna 
a della vostra carta, perchè non avemo passate terre che non sieno 
«v state scoperte da voi o da vostro fratello j>. Infatti , di quali terre 
si vuol qui parlare ? Non certo delle più lontane del vecchio o del 
nuovo mondo, ma si della vicinissima della Tolfa, ovverà allora 
il Caro per visitar le miniere , le quali egli credeva inutile di de- 
scrivere a quel suo Verrazzano che T aveva ben fitte nella memo^ 
ria, e fattane la sua carta. E già facendo allusione alla carta co- 
smografica del vero Verrazzano , faceva più saporito lo scherzo , 
più acuta la puntura dell'ironia. 

Provato che qui non si parli di Giovanni da Verrazzano né 
d'un sognato fratello di lui , sarebbe da ricercare chi fosse ve- 
ramente questo oscuro personaggio, che portando un nome tanto 
illustre se ne viveva tra^familiari più oscuri di monsignore dei 
Gaddì. Ho ragione di dubitare che quel Verrazzano fosse un so- 
prannome , e non altro. Vn^ lettera del Caro ci farà manifesto 
anche ciò. Essa è scrittagli primo di luglio del 1536 , venti mesi 
avanti della lettera citata dal Tiraboschi, e diretta in Àffirìca ad 



(1) Vedi la lettera 5 diretta a questo Salvestro. Nella SiMiografia praUèe 
stampata a Prato il 1814 , non si dice chi sia questo Salvestro. 

(2) Era comune II vantarsi parenti di questi celebri viaggiatori. Eceo 
quello che dice il Cinelll nella Storia inedita degli scrittori Fiorentini , citato 
dal Polidori nella prefazione alla Vita di Glov. da Empoli, stampata nella 
¥lola del Pensiero 1842 : « lo mi stupisco che qualche barbalacchto non si 
faccia a questo onorato nomo parente, il quale andò molto pellegrinando , e 
scrisse II viaggio fatto noli' Indie ec. ». T. 1, pag. 738. 



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DISCORSO 29 

uo tal Luigietto Castrovillani , udo di quei gabbamondi che baz- 
zicara tutte le grandi case buscando da vivere col vile mestiere 
del giullare, per non dir peggio , e che allora trovavasi ooU'ar- 
mata di Carlo V air impresa di Tunisi , in qualità di servitore 
di buffone di qualche gran personaggio. Costui, stato fra'senri- 
tori di casa Gaddi, scrive di là maraviglie de' fatti suoi» e prima 
de'grandi viaggi, e delle cose vedute e delle imprese veramente 
mirabili da lui operate, tantoché un Achille ed uii Ulisse sarebbe 
un nonnulla a petto di lui, o vogliasi considerare come soldato, o 
come osservatore di nuove genti e costumi. La risposta del Caro 
è tale quale ad una tal proposta si conveniva. È scritta per ecci- 
tamento ricevutone da' familiari di casa Gaddi , piena tutta di 
piacevoli motti e di baje contro lo svergognato gradasso. « La 
fama de* vostri gran fatti sopra Tunisi (dice egli) soffiata prima 
da libeccio , è penetrata per la bocca della Rossa fino a questi 
ripostigli della Serra, dove ora stiamo rintanati l'Allegretto ed io. 
Avemo dipoi veduto i gran pataffi che voi stesso ne scrivete, i 
nomi , i disegni , i conquisti e le albagie ch^ vi son su ; e ci siamo 
risoluti che il CarafuUa vi sia per niente a petto a voi. Ultimamente 
è comparso lo Sciarra, che strabilia e strasecola delle vostre gran- 
dezze, e magnificandole tutte e commemorandole quando una e 
quando un'altra : o ve', dice, che Luigietto uscirà un tratto d'elio, 
oortigianetto , scrittoretto , sacchetto. Ora si che egli sarà lui, che 
vuol dire quello che mostravate d'essere quando ec. 9 (1). E qui si 
accenna a tutte le sue prodezze di Roma. Ma ecco come lo con- 
siglia a intraprendere nuovi viaggi e nuove avventure. « Penetrate 
alla volta della zona torrida , e quando sarete ai monti di Luna , 
ricordatevi d'alloggiare una notte con Enoc ed Elia , donde piglie- 
rete la lezione di tutte le imprese che disegnate ; e fate che vi 
diano una grande ampolla di cervello, che volendo imprendere 
tante cose , ne avete bisogno. Ne vorrei un'ampollina anche per 
me per poter descrivere le cose vostre , e se vi pare di ricupe- 
rare il senno del Mirandola , vi troverete molto a proposito con- 
tro i Turchi bilurchi. Non mancate poi di toccare fino a capo di 
Buona Speranza, e di su quella punta guardate un tratto in cagne- 
sco, dall' un canto l'Indie d'Oriente e dall'altro quelle d'Occidente; 
e basta che per ora le minacciate. Rivolgetevi poi addosso al con- 

(I) Caro, leu. 19, delle BarlevoH, Tom. I, edlz. mll. 



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30 DISCORSO 

tinente ooDtra a quei Unti re ehe neìVAppamondo avete veduti, come 
sbracatamente stanno sotto quei lor padiglioni ; fatenegli sbacar 
tatti* e per cavarne presto le mani, mettetevi innanzi uno de'vostri 
cartoni , dove sieno dipinti, ed a colpi di bonisstme pennellate 
spiegacciategli tutti ad un tratto, e riponetegli sotto la maestà del 
personcin vostro, il quale ha più del re fra gli uomini, che lo 
scricciolo fra gli uccelli o. Passa poi a dir de' regali che si aspet- 
tan da lui, e prima per monsignor Gaddi suo padrone, a A lui (con* 
tinua il Caro ) non potete mandare manco dello spoglio del mez- 
zodì, conquistato che avete l'imperio. Intanto ordinate che di verso 
Egitto gli si mandi una torma di coccodrilli per guardia della vigna, 
e ciurme di mano in mano di schiavi per cavar le sue grotte a. 
Queste grotte sono le miniere della Tolfa, d'onde poi il Caro scri- 
veva quella lettera ai familiari di casa Gaddi, indicata dal Tirabo- 
schi, e che ha dato tanto da fantasticare ai biografl del Verrazzano. 
Credo che confrontata questa lettera a Luigielto con quella soprad- 
detta ai familiari di casa Gaddi, si faccia manifesto che quel Ver- 
razzano ivi rammentato , quando non sia un uomo ignoto affatto, 
che per caso non infrequente avesse un nome famoso, sia piuttosto 
questo medesimo Luigietto, al quale si fosse dato per burla quel 
soprannome , in yirtù appunto de' suoi viaggi (latti od immaginati 
in quella sua comica spedizione Affricana. Tanto nella lettera a 
Luigielto, quanto in quella a'fomiliari di monsignor de' Gaddi, si 
rammentano carte , Appamondo , storpiatura usata allora di Map- 
pamondo (1), ed altri strumenti di geograQa; vi sono ricordati i 
medesimi nomi di famigliari, l'Allegretto, Io Sciarra, i quali sono 
forse altrettanti soprannomi come il Barbagrigia e il Diacceto. Il 
Caro piacevoleggiando usa dare, secondo le qualità delle per* 
sone, soprannomi siffatti. Descrivendo appunto quel che egli fa- 
ceva cogli altri alle miniere della Tolfa, dice che solBayano a più 
potere; e un maestro Mafco , lo chiama Vulcano ; un tal Greco, 
Slerope; un Cosimo, Brònte ;' tutti gli altri Piragmi. Nulla dun- 
que di più naturale che e' chiamasse Verrazzano Luigietto Ca- 
stravillani, tanto girandolajo da aver messo i piedi in Affrica 
daddovero , ed esser corso in ispirilo Gno agli Antipodi per riu- 
scire di verso l'Artico, nulla guardando ai pericoli che poteva 



(1) Vedi Appamondo nella sopra citata Yila di Giovanni da Empoli, e la 
nota 90 apposta a quella parola. Viola (M Pimtèro , Livorno t84S. 



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DISCORSO 31 

incontrare dando nei mar di ghiaccio (1). La cosa per sé stessa pro- 
babile doventa qaasi certezza , quando ricatasi da una lettera del 
Caro al signor Moka, come Luigietto CastraviUani era già dall' Af- 
frica tornato in Italia, datosi nuoYamente a quella sua vita di 
girellare per le case de' grandi. 11 Caro se lo tro?a tra' piedi an- 
dando a visitare la Certosa di Napoli nel maggio nel 1538, sei mesi 
dopo la lettera ai familiari di casa Gaddi. a Voi avete a sapere 
(egli scriye), che Luigietto Castrayillani è qua, siccome è per tutto ; 
e per mia tribulazione , da che son qui, non me l'ho potuto mai 
spiccar da dosso. E non vi è solamente ombra al corpo , ma fasti- 
dio e tormento all'animo, e quel ch'è peggio, disonore ed infa* 
mie. Vuol esser tenuto per intrinseco Yostro , per ajo mio , per 
cnoco di tutti i prelati di Roma : s' ingerisce con ognuno in mio 
nome; parla in mio nome, fa professione di consigliarmi , e di 
gofemarmi di tutto ; tantoché a chi non lo conosce son tenuto 
di render conto di lui e di me, e porto parte della presunzione e 
della tracotanza sua ». Da queste parole e dall'altre che seguono si 
ricava che Luigietto , o il finto Verrazzano, che così parmi ornai 
si possa appellare , era ritornato d'Aflirica peggiore arnese di quel 
che Ti fosse andato ; e che perciò non fa meraviglia che nella let- 
tera scritta ai familiari di casa Gaddi l' avesse trattato con modo 
tanto beffardo che si rassomiglierebbe al disprezzo , dicendo d'aver 
trovato più animali da due piedi che da quattro, e che intanto 
mandavagli un cane trovato per vìa, perchè lo consegnasse al- 
l'Orso, e lo raccomandasse alla goffaggine sua (2). E quando avessi 
veramente provato • direte voi , che quel Verrazzano ricordato dal 
Caro non è altro che un buffone di casa Gaddi, rivestito cosi per 
beffe di quel magnifico nome, qual nuova luce credereste d'aver 
recato sulla vita del celebre navigatore ? Ninna sicuramente : ma 
il distruggere un errore vale quanto lo scoprire una verità; perchè 
nel caso nostro quella supposizione messa innanzi con molta ri- 
servatezza dal Tiraboschi era stata abboccata troppo facilmente 
dai diligenti biografi successivi, e messo in dubbio per conseguenza 
quanto eraci stato narrato dal Ramosio e dagli altri scrittori sulla 
soa fede. Ai quali , per far completi quanto mi è possibile que- 
sti cenni , mi è grato l' aggiungere Domenico Maria Manni nella 

(1) y. la lettera eli. 

(S) Lettera soprae. al tamil, di M. Gaddi. 



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92 DISCORSO 

sua operetta De FloreMinis inventis (1), non citato punto dal noto 
biografo del Verrazzano, né dal diligentissimo Giorgio Greene 
nella nota riportata nel Saggiatore, Dopo il capitolo dedicato alle 
lodi d'Amerigo Vespucci, il Manni ne dedica un altro (ed è il XXII) 
al nostro Giovanni, citando prima le parole di lode che ne scrìsse 
Filippo Valori , poi le altre più estese che Anton Maria SaHni 
medesimo ne dettò latinamente nella nuova edizione dell'Atlante. 
Oltre il Ramnsio ed il CorQuelli, cita il Manni scrittori non ricor- 
dati dagli altri ; come un Giovanni De Laet, nel Nuovo mondo, ossia 
descrizione dell'Indie occidentali, stampato nella lingua de'Belgì 
in Leida da Isacco Elzeviér l'anno 1625 ; un Pietro Plancio, nella 
Carta geografica del globo, edita in Anversa presso Giovanni Arient 
l'anno 1596 ; finalmente un Paolo Mini nella opera della Nobiltà 
di Firenze e de' Fiorentini, stampata in Firenze l'anno 1593. 

Toccheremo in ultimo de' monumenti che ricordano il nostro 
navigatore. Abbiam ricordato di sopra una tela ed un busto che si 
conserva dal signor Carlo Vai , erede del nome e de' beni di quel- 
r illustre famiglia. La Francia , dice il noto biografo , gli rese 
giustizia celebrandolo nelle sue storie. Il P. Charlevoix singolar- 
mente ne ha fatto ampie parole nella sua Storia e descrizione 
della nuova Francia (2) ; ma la Francia non consiste sicuramente 
in tre o quattro scrittori. La Francia non ha, per quello che io 
sappia , eretto nessun monumento a chi la faceva ricca d'un nuovo 
regno, e sacrificava generoso la vita per discoprire nuove terre ed 
aprire nuova via a)le vittoriose sue navi^ Per quanto guiHtlassi 
attentamente per le sale del Louvre e per quelle più ampie del 
Museo di Versailles , non mi avvenne di incontrarmi in marmo 
od in tela che ricordasse il gran Fiorentino. Più giusta verso di 
lui è stata la sua terra natale. Nella reale Galleria Medicea, al 
numero XXXVU, ammirasi il suo ritratto fra gli uomini illustri 
pel valor militare nelle imprese navali. Conservasi ancora una 
medaglia di bronzo descritta nella Tramoggia dell'annale secondo 
dell'Accademia de'Colombarii, al N.^ 139. Sarebbe stato deside- 
rabile che fra le statue recentemente collocate sotto gli UflBzi , ci 
fosse stata pur anche la sua. Avrebbe fatto bella accompagnatura 
a queUa d'Amerigo Vespucci. Ma i pittori, gli scultori, gli archi- 
ci) Ferrariae 1731 , ex typ. Bernardini Pomafelli. 
(2) ParU , chez Rolin , 1747. 



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DISCORSO 33 

tetti del 500 y in laogo tanto cospicuo per 1' arti, trovandosi in 
casa saa, hanno occupato quante più nìcchie hanno potuto; sono 
stati, confessiamolo pure, un po' prepotenti. Vero è che sono tutti 
di tanta fama da non sapere quale piuttosto vorremmo escluso : 
ma non per questo é men vero che in paragone degli uomini di 
toga e di spada, son troppi. Anche gli scrittori avrebbero veduto 
volentieri fra loro TAlamanni almeno ed il Varchi. Speriamo che 
qualche buon vento rialzi gli spiriti soverchiamente abbattuti, e 
TI riaccenda queir amor patrio che die tante faville negli anni 
scorsi: speriamo anche, che questo amore sarà più generoso e fe- 
condo, e non avrà bisogno del soccorso poco onorevole delle tom- 
bole e delle quintine per aggiungere tanto decoro alla nostra città: 
speriamo davvero che quest' amor patrio risorga , e non potendo 
aspirare a cose più alte , si sfoghi almeno in quadri ed in statue, 
che se non altro daranno pane e lavoro agli artisti. Non pochi sono 
ancora gli uomini grandi che aspettano questo debito onore. Al- 
lora raccomanderemo fra i primissimi il nostro coraggioso navi- 
gatore Giovanni da Yerrazzano. 



G. Abcangbli. 



App., Voi. il. 



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AVVERTENZA 



Questa lettera di Giovanni da Verrazzano . nota soltanto 
per uno squarcio pubblicatone dal Ramusio nel tomo 3 del- 
l'opera sua, si pubblica adesso la prima volta fra noi. La 
Società storica della Nuova York l'avea pubblicata il \ 841 nel 
primo volume de*suoi Atti, sopra una copia che il signor Gior- 
gio W. Greene aveva estratta da uil Codice Magliabechiano. 
Noi abbiamo riscontrato la stampa Americana con esso Codi- 
ce, che è alla Classe XIII, n. 89, e trovati in essa ripetuti presso 
a poco gli stessi errori che sono nel Codice , riconosciuto 
anche dal signor Greene per iscorretto. Non avendo altri codici, 
con cui riconfrontare la lettera del Verrazzano, abbiamo pro- 
curato di purgarla dagli errori più manifesti, mutando qual- 
che parola , qualche altra più raramente aggiungendone. 

La lettera di Francesco Carli , che seguita quella del Ver- 
razzano , fu estratta dal medesimo signor Greene dallp stesso 
Codice Magliabechiano , e pubblicata col discorso di lui sul 
Navigatore Fiorentino nel Saggiatore, giornale Romano di 
Storia , Belle Arti e Filologia , diretto da Achille Gennarelli e 
Paolo Mazio , come abbiamo rammentato nel nostro discorso 
preliminare. Noi la riproduciamo quale appunto si legge in 
quel giornale, Anno I, Volume I, pag. 257. Non vogliamo ta- 
cere che alla lettera del Verrazzano abbiamo posta qualche 
noterella filologica , seguendo Y esempio e Y indicazione mede- 
sima del Polidori, che di note più ampie e più importanti ha 
arricchito le Cronache perugine , ed altre pubblicazioni del- 
TArchivio. 



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Lettera di Giovanni da Verrazzano a Francesco I 
re di Francia, scritta da Dieppe il dì 8 luglio 
del 1524. 



Il Capitano Giovanni da Verrazzano fiorentino « di Normandia 
dia Serenissima Corona di Francia dice : 

Da poi la ibrtana passata nelle piagge settentrionale , Serenis- 
simo Re, non scrissi a Vostra Serenissima et Cristianissima Maestà 
qaello che era seguito delli quattro legni che quella mandò per 
Io Oceano a discoprire nuove terre , pensando di tutto sia stata 
certificata come dalle impetuose forze de' venti fummo constretti 
con sola la nave Normanda e Dalfina afflitte , ricorrere in Bretta- 
^a, dove restaurati , ara V. S. M. inteso el discorso facemo con 
(pielle annate in guerra per li liti di Spagna ; dipoi la nuova 
dispositione con sola la Dalfina, in seguire la prima navigatione; 
dalla quale essendo ritornato , darò adviso a V. S. H. di quello 
abbiamo trovato. 

Dallo deserto scopulo propinquo alla isola di Madera del se- 
renissimo Re di Portogallo , con la detta Dalfina, alli 17 del pas- 
salo mese di gennaio, con cinquanta uomini fomiti di vettovaglie, 
arme , et altri strumenti bellici , et munitione navale per otto 
mesi, partimmo navigando per zeffiro, spirando subsolano (1) con 
dolce et suave levità, in venticinque giorni corremmo leghe 800,* 
et il di 2fc di febbraio passammo una tormenta (2) tanto aspera , 



(1) Subsolano e 9u$ioiano dissero gli antichi 11 vento che spira d'Orlenle, 
^ toU. lì Yocab. ne ba od solo esemplo. 

(3) Tmurménu dicono I Francesi la tempesta di mare e di terra. 



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38 LETTERA 

quanto mai alcuno che navigassi passassi. Dalla quale, con lo di- 
vino aiuto et bontade, et laude del glorioso nome et fortunato fatto, 
atta a sopportare la violenta onda del mare, fummo lit)eri et se- 
guimmo nostra navigatione, continuando verso l'occidente, pigliando 
alquanto del settentrione; et in venticinque altri giorni corremmo 
più oltre leghe A-OO, dove ci apparse una nuova terra mai da alcuno 
antico o moderno vista. Mostravasi alquanto bassa al princìpio, ma 
approssimatici a un quarto di lega , conoscemmo quella , per li 
grandissimi fuochi facevano al lito del mare, essere habitata; vedemo 
correva verso l'austro: lustrandola per trovare alcuno porto dove po- 
tessimo con la nave surgere , per investigare la natura di quella in 
spatio di leghe 50 , non trovammo porto prossimo alcuno, dove si- 
curi potessimo posare ; e visto che continuo tendeva (1) verso l'au- 
stro , deliberammo tornare a rigarla (2) verso il settentrione, donde 
il medesimo trovammo surgendo alla costa. Mandando il battello a ^ 
terra, avemo vista di molta gènte che venivano al lito del mare, 
et vedendo approssimarci fuggivano: alcuna volta fermandosi si 
voltavano adrieto con grande admiratione risguardando ; ma assi- 
curandoli noi con varii segni, venivano alcuni di quegli mostrando 
grande allegrezza a vederci , maravigliandosi di nostri abiti et 
Qure (3) et bianchezza, facendone varii segni dove col battello do- 
vessimo più comodamente scendere, offerendone di loro vivande. 
Fummo alla terra , et quello potessimo di loro vita et costumi 
conoscere, con brevità dirò a V. S. M. 

Vanno del tutto nudi, salvo che alle parti pudibonde por- 
tano alcune pelle di piccoli animali simili a martore, con una 
cintura d'erbe tessute con code di altri animali, che pendono 
circuendo il corpo sino alle ginocchia ; il resto nudo, il capo 
simile Alcuni di loro portano certe grillande simile di penne 
d' uccelli ; son di colore neri non molto dagli Etiopi difformi , 
e' capelli neri et folti non molto lunghi, e' quali legano insieme 
dirieto alla testa in forma di una piccola coda. Quanto alla simi- 
litudine dell' uomo , sono bene proporzionati , di mezza statura et 
più presto a noi exciedano : nel petto ampli , nelle braccia dispo- 



(1) Tendere è osato più volle In senso di piegare, inclinare, accostarsi. 
(9) Rigare , vale , qai e altrove , percorrere rasentando. 
(a) Fiure per Agore, lasciato il g, come ìnseiaure^ autio, per sciagare, 
agozao. 



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DEL V£RRAZZANO 39 

sii, le gambe et l'altro del corpo bene composti. Non hanno altro, 
salTó alquanto nel viso tendano in larghezza; non però tatti, che 
a molti Tedemo il viso profilato, gli occhi neri et grandi, la guar- 
datura fissa : non sono di molta forza, ma di ingegno acuti; agili 
et grandissimi corridori, per quello potemo per esperientia conor 
scere. Somigliano per due estremi agli orientali, massime a que- 
§[li delle ultime regioni. Non possemo di loro costumi molto in 
particolare comprendere per la poca stanza facemo alla terra, per 
essere suso Tonde alla piaggia. Trova mone non lungi di quegli 
* altri popoli de'quali pensiamo el vivere sia conforme. El lito é 
coperto tutto di una minuta rena, alto piedi quindici, extendendosi 
in forma di piccoli coUi, largo passi 50; poi ascendendo, si truovano 
alcuni bracci di mare che entrano per alcune foci, rigando il lito 
dall'una all'altra parte, come corre el lito di quello. Apresso si 
mostra la tetra lata tanto eminente, che excede il lito arenoso, con 
belle campagne et Provincie piene di grandissime selve , parte rare 
et parte dense, vestite di varii colori d'arbori di tanta vaghezza et 
diletteyole guardatura, quanto exprimere sia possibile: né creda 
quelle sieno come la Ercinea selva o le aspre solitudine di Scitia, 
piaggio septemtrìonale piene di viti e arbori , ma ornate di palme, 
lanri e cipressi , et 9ltre varietà d'arbori incogniti alla nostra Eu- 
ropa , quali da lungo spatìo spirano suavissimi odori ; qual non 
possemo cognoscere per la causa sopra narrata, non che a noi fussi 
difficile per le selve discorrere, che tutte sono penetrabili; né 
pensiamo participando dello oriente per la circunferentia , sieno 
senza qualche drogheria o liquore aromatico et altre divitie , oro 
et altro, al quale colore la terra tutta tende, et copiosa di 
molti animali, daini, cervi « lepre et simili, di laghi et stagni di 
viva acqua copiosa, con varii numeri (1) d'uccelli, atti et com^ 
modi a ogni dilettevole piacere di venagione. Sta questa terra 
^adi 34; l'aria salubre, pura et temperata da) caldo et dal freddo : 
venti non impetuosi in quella regione spirano , et quelli che più 
continui regnano sono eboro et zefflro. Al tempo estivo, del quale 
noi fummo, el cielo è sereno con rara pluvia; et se alcuna volta 
da venti australi l'aria incorre ip qualche bruina (2), o caliggine, 
in nno stante non durando é disfatta , tornando pura et chiara ; el 



(1) iViimart, qualità: se pare noo debba fotendersi canti. 

(2) Oal lai. pntina , bruma. 



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40 LETTERA 

mare tranquillo et noù Outtuoso , le onde del quale sono placide. 
Ancora che il lito tutto tenda in' bassezza, et nudo di porti, non 
però é infesto a' naviganti, essendo tutto netto et senza alcuno 
scopulo , e profondo , che per insino a quattro o cinque passi si 
truova presso alla terra senza flusso et reflusso piedi Tenti d'acqua , 
crescendo lai proporzione uniforme alla profondità nel pelago, con 
tanto buono territorio (1), che qualsivoglia nave da tempesta afflitta 
mai in quelle parte , non rompendo le funi , potrà perire. Et que- 
sto abbiamo provato per experientia ; imperò che, per volere nel 
principio di marzo, come sempre ogni regione essere suole, le forze 
de' venti , sendo noi in alto mare surti da procelle oppressi, prima 
trovammo la ancora rotta, che nel fondo arassi (2), o facessi mo- 
Tìmento alcuno. Partimo di questo luogo continuo (3) , scorrendo 
la costa , qual trovammo tornava (4) allo occidente , veggendo per 
tutta quella grandissimi fuochi per la moltitudine delli habitatorì. 
Surgendo in quella alla piaggia, per non tenere porto alcuno, per 
necessità d'acqua, mandammo il battello a terra con 25 uomini, 
per le grandissime onde gittava el mare al lito : per essere la piag- 
gia aperta non fu possibile, senza pericolo di perdere il batello, 
che alcuno potessi in terra scendere ; veddono molta gente venivano 
ài lito , facendo varii segni d'amistà , mostrando fussimo a terra , 
fra'quali vidi uno atto magniGco, come intenderà V. S. M. Man- 
dando noi a nuoto uno giovane de' nostri marinai a terra, portando 
a quegli alcune fantasie (5), come sonagli, specchi, et altre gen- 
tilezze , et essendo 3 o 4 (braccia) giunto prossimo a quegli, gittando 
loro le mercie et volendo adrieto tornarsi , fu tanto dalle onde ri- 
mosso, che quasi morto cadde trasportato alla riva del lito: quale 
visto le giente della terra, subito corsono, (et) pigliandolo per la 
testa et gambe e braccia , lo portonno alquanto lontano. Onde veg- 
gendo il giovane in tal forma portarsi, da terrore spaventato met- 



(1) Tirrilorio, conteoimento , spazio di mare atto a contenere e soste- 
nere sicuramente le navi. In qoesto senso non ò notato net Vocabolario. 

(2) I Vocabolaristi non hanno per anche notato questo uso del verbo 
arare, Dlcest dell'ancora quando la nave se la trascina dietro , divelta dal 
fondo nella furia della tempesta. 

t3) Continvo , alla latina , di subito. 
(4) Tornava , volgeva, girava; In frane. lournaiL 
* (ft) Oggetti coriosl, che oggi si direbbero minuterie, chincaglie. I Francesi 
gli chiamano obfett d$ faniaitie , ed anche semplicemente fanlaiiiei. 



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DEL VERRAZZANO 41 

leva grandissimi gridi : il che loro in loro lingua simile facievono 
dimestrandoli non temessi ; dipoi qnelio in terra a pie d'uno colletto 
posto, facevano grandissimi atti d'admiratione guardando la bian- 
chena delle sue carni, per tutto lineandolo (1), spogliandoli la 
camicia et i calzamenti ; et restato nudo, feciono apresso di quello 
uno grandissimo fuoco, approssimandolo al calore. Il che yisto li 
marinari che erano al battello restati pieni di spavento, come in 
ogni caso nuovo è costume di quelli , pensavono che per cibo lo 
volessino arrostire. Riaulo lui le forze , con quelli alquanto filmo- 
rato, per segni dimostrò volersi tornare alla nave ; et quelli con gran- 
dissimo amore, tenendolo sempre stretto con varii abbracciamenti, 
l'accompagnomo fino al mare ; et per più assicurarlo , allargan- 
dosi in uno colle eminente, stettono a riguardarlo finché quello fu al 
batello. 11 giovane , di queste gente conobbe che tali sono di colore 
nero come gli altri, et le carne molto lustre, di mediana statura, 
e 1 viso più profilato , e 1 corpo et Taltre membra assai più dili- 
cati, di molta poca forza, et più presto di ingegno : altro non 
ridde. Di qui partiti, seguendo sempre el lito, che tornava verso set- 
tentrione, pervenimmo in spatio di leghe SO a un'altra terra, che 
molto si mostrava bella, et piena di grandissime selve. Giugnemmo 
a quella andando venti uomini circa due leghe fra terra , e tro- 
vammo le gente che per paura ^s'erano fuggile alle selve : cercando 
per tutto , scontrammo una femmina molto vecchia, et una giovane 
d'anni 18 in 20, le quali per timore si erano ascose fra l'erbe. Aveva 
la vecchia dua fancinllette, quale portava sopra le spalle, et drieto al 
collo uno fanciullo d'età d'anni viij in circa. Giunti noi a quelle, co- 
minciorno a gridare, e farne segno agli hnomini che s'erano fuggiti 
alle selye. Donammoli noi a mangiare delle nostre vivande, quale 
con gran gusto accettorf o : la giovane tutto rinunliava, et con ira a 
terra gittava. Pigliammo il fanciullo alla vecchia per menare in 
Francia , e volendo prendere la giovane , quale era di molta bel- 
lezza et d'alta statura, non fu mai possibile, per i grandissimi gridi 
spandeva, la potessimo. condurre al mare, avendo a passare per 
alcune selve; et essendo dalla nave lungi, deliberammo lasciarla, 
portando solo il fanciullo. Trovammo costoro più bianchi che i 



(I) Lineandolo, cloò squadrandolo, guardandolo per tolte le Jinee. Li- 
neare si usa nel senso di tirare linee, segnar di linee una superficie; e manca 
affatto nel Vocabolario. 

App., Voi. IX. 6 



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42 LETTERA 

passati , vestiti di eerte erbe che stavano pendente a' rami degli 
alberi, quale tessono con varie corde di canape silvestra ; el capo 
nndo nella medesima forma degli altri : el vi?ere loro in genere è 
di legumi, de' quali abondano, differenti nel colore e grandexia 
dei nostri, di ottimo et dilettevole sapore ; in oltre, di venatione (1), 
pesce et uccelli, quali pigliano con lacci et archi. Fanno di duro 
legno le frecce di calamo (2), et nella estremità mettono ossi di pesci 
et d'altri animali. Sono in questa parte le fiere più salvatiche non 
sono in la nostra Enropia, per la continua molestia hanno dai ve- 
natorì. Vedemmo molte delle loro barchette construtte d'un solo 
albero , lunghe piedi xx , larghe piedi iiij : non con ferro o piefra o 
altro genere di metallo sono fabbricate; imperò che tutta quella 
terra in spatio di leghe ce che ne corremmo, alcuna pietra di al* 
cuna sorte mai da noi fu vista. Aiutansi del quarto elemento del 
legno tale parte quanto basti alla concavità della barca, ed il si- 
mile della prora et poppa, tanto che navicando possa solcare le 
onde del mare. La terra, del sito, bontà e bellezza, è come le altre 
selve rare, di vario genere d'alberi piena, ma non di tanto odore , 
per essere più settentrionale e fredda. Vedemmo in quella molte 
vite dalla natura prodotte, quali alzando si avvoltano agli alberi 
come nella Cisalpina Gallia costumano ; le quali se dagli agricul- 
tori avessino el perfetto ordine di cultura, senza dubbio prodnr- 
rebbono ottimi vini, perchè più volte il frutto di quello beendo, 
veggiendo suave et dolce, non dal nostro diflferente, sono da loro 
tenuti in extimatione; imperò che per tutto dove nascono, levano 
gli arbusculi circustanti ad causa il frutto possa gierminare. Tro- 
vamo rose silvestre et vivnole, gigli , et molte sorte di erbe et fiorì 
odoriferi da' nostri differenti. Le abitazioni loro non conosciemo 
per esser drento infra terra : estimiamo per molti segni vedemo, 
sieno di legno et di erbe composte, credendo ancora per varie 
conietture et vestigio molti di quelli dormire alle campagne , et 
altro che '1 cielo non abbino per copertura. Altro di costoro non 
conoscemmo : pensiamo tutti gii altri della passata terra vivino nel 
medesimo modo. Essendo in questa terra dimorati tre giorni, surti 
alla costa , per la rarità de' porti deliberammo partire ; scorrendo 

(1) VenaiioM e fmagione, caccia, cacciagione: voce osata dagli antichi, 
che ebbero anche wnatore e venatrice, 

(2) Le frecce che si fanno Ira noi pia comonemenle di calamo o canoa, 
sono fra loro di doro legno. 



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DEL VERRAZZANO 43 

sempre al lito infra settentrkme et oriente, el di solamente navi- 
gando, el la notte posando la anchora, in termine di leghe eento tro- 
rammo on sito molto ameno, posto infra piccoli colli eminenti, nei 
meizo de'qaali correva al mare una grandissima rivera, la quale 
drento alla foce era profonda, et dal mare all' eminentia di quella 
col ricrescimento delle acque, quali trovammo piedi otto, et vi 
saria passata ogni oneraria nave ; et per essere snrti nella costa 
in buono obligo (1), non volemo, senza intelligentia della foce ay- 
venturarci. Vi fummo col batello, et entrammo nella riviera alla 
terra ; quale trovammo molto populata, et le gienti quasi conforme 
alle altre, vestiti di penne di uccegli di varii colori: venivano 
verso di noi allegramente, mettendo grandissimi gridi di admira- 
tione, mostrandone dove col battello avessimo più sicuramente a 
posare. Entramo in detta riviera drento alia terra circa mena lega; 
dove vedemmo faceva un bellissimo lago, di circuito di leghe tre 
in circa, per lo quale andavano discorrendo dall'una all'altra 
parte al numero di trenta di loro barchette , con infinite gente che 
passayano dall'una all'altra terra per vederci. In uno stante, come 
advenire suole nel navicare, movendosi impetuoso contrario vento 
dal mare, fummo forzati tornarci alla nave, lasciando la detta terra 
con molto dispiacere per la comodità et vaghezza di quella, pen- 
sando non fussi sema qualche facultà di prezzo, mostrandosi tutti 
li colli di quella minerali (2). Levata la ancora, navicammo verso 
r oriente, che cosi la terra tornava: discorse leghe ottanta . sempre 
a vista di quella, discoprimmo una isola in forma triangolare, lon- 
tana dal continente leghe dieci , di grandezza simile alla isola di 
Rodi, piena di colli, coperta di alberi et molto popolata, per li oon- 
tinui fuochi per tutto intomo al lito vedemo che facevano. Battez* 
zamola in nome della vostra clarissima genitrice (3). Non sorgendo 
a quella per la opposizione del tempo, venimmo a un' altra terra 
distante dalla isola leghe xv: trovammo uno bellissimo porto, et 
prima in quello entrassimo, vedemo circa xx barchetti di gente 
che venivano con varii gridi e maraviglie intomo alla nave. Non ap- 

CD lo baooa resola i?) 

(3) Formati di materie mioeraii , o die Indicavano di conleoere In so mf- 
nerall. Cosi anche a pag.47. Un. 38-33: « con aleane montagDecbe lotte si 
mostravano minerale ». 

(3) n Yerrasaano cblamò qoest' Isola Laisa, in onore di Laisa di Savoja 
madre di re Fraoeesco. 



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H LETTERA 

prossimandosi più che ciDqaaota passi , fermavansi yedendo lo edi- 
ficio nostro (1), eflBgìe et babitl: dipoi tatti insieme spandevano 
un alto grido» significando rallegrarsi. Assicuratigli alquanto, 
immitando loro gesti, si approssimomo tanto, che gittammo loro 
alcuni sonagli et specchi et molte fantasie ; quale prese con riso 
et riguardandole, sicuramente nella nave entromo. Erano infra 
quelli due re di tanta bella statura et forma, qaanto narrare sia 
possibile; el primo di anni kO in circa, l'altro d'anni 24; l'abito 
de' quali tale era : el più vecchio, sopra il corpo nudo aveva una pelle 
di cervio, lavorata artificiosamente alla domaschina con varii rica- 
mi, la testa nuda, li capelli adrieto avvolti con varie legature, al 
collo una catena larga ornata di molte pietre di diversi colori : el 
giovane, quasi nella medesima forma. Era questa et la più bella 
gente et la più gentile di costumi abbiamo trovata in questa navi- 
gatione : excedano noi di grandezza; sono di colore bianchissimo; 
alcuni pendano più in bianchezza, altri in colore flavo: el viso 
profilato, e'capegli luoghi e neri, nelli quali pongono grandissi- 
mo studio in adomargli; li occhi neri et pronti, la aria dolce 
et suave, immitando molto lo antico. Delle altre parte del 
corpo non dico a V. S. M. , tenendo tutte le proportione del 
corpo s'appartiene a uno bene composto. Le donne loro sono 
della medesima forma e bellezza » molto gratiose et di venusta 
aria, e grato aspetto di costumi et continentia, nude con solo una 
pelle di cervio ricamata come li huomini; alcune alle braccia por- 
tano pelle di lapi cfervieri molto ricche ; el capo con varii orna- 
menti di treccie, composte dei medesimi capelli che pendano dal- 
l' uno et l'altro lato del petto. Alcune hanno altre aconciature 
come le donne di Egitto et di Soria usano ; et queste sono quelle 
che excedono alla età, et giunte in sponsalltlo, agli orecchi tengono 
varie fantasie pendente come gli orientali costumano, cosi li huo* 
mini come le donne; a' quali vedemo molte lamine di rame lavorate, 
da quelli tenute in pretio più che lo oro, il quale per il coloro 
meno stimano : imperò che fra tutti e' metalli da loro per il più vile 
è tenuto , per il giallo colore che abborrono ; lo azzurro et il rosso 
sopra ogni altro esaltando. Quello che da noi gli fu donato che 
più tenessino in prezzo , erano sonagli cristallini azzurri , et altre 
fantasie da tenere agli orecchi e al collo. Non prezzano drappi di 

(1) Bdiflclo corrisponde al bàtimeni de' Francesi , e vate naviglio. 



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DEL VKRRAZZANO 45 

9eU o di oro né d'altro genere di drappi, né si corano quelli avere: 
simile de'metalliy còme acciaro, ferro; perchè più volte mostran- 
doli delle nostre armi , non ne pigliavano admiratione , et di qaelle 
domandavano solo lo artifitìo ; risgnardando delli specchi , el si- 
mile facevano : sabito quelli guardando , ridendo renuntiavano. 
Sono molto liberali, che tutto quello hanno, donano. Facemmo con 
loro grande amistà , et uno giorno avanti entrassimo con la nate 
nel porto , stando per li tempi adversi una lega in mare sorti , 
venivano con uno numero di loro barchette alla nave puntati (1) 
et acconci il viso con varii colori, mostrandoci vero segno di al- 
legrezza, portandone delle loro vivande, facendoci segno dove per 
salvatione della nave nel porto avessimo a surgere ; di continuo 
accompagnandone , perOno a quello posammo l'ancora : pel quale 
posammo giorni xv, restaurandone di molta opportunità ; dove ogni 
giwno veniva gente ad vedere alla nave , menando le loro donne, 
delle quali sono molto curiosi (2) : imperò che entrando toro in 
quella , dimorando lungo spatio , facevano le loro donne aspettare 
nelle barchette ; et con quanti prieghi li facessino offerendo donare 
loro varie cose , non era possibile che lasciassino quelle in nave 
entrare. Et molte volte venendo uno delli dna re con la regina 
et molti gentili uomini per suo piacere a vedere, in prima si fer- 
mava sempre a una terra distante da noi 200 passi , mandando 
una barchetta advisarne della sua venuta , dicendo volere .venire 
a vedere la nave , questo faccendo in spetie di sicurtà ; et come da 
noi aveva la risposta, subito venivano ; et stati alquanto a risguar- 
dare, sentendo il noioso clamare della turba marittima , mandava 
la regina con le sue damigelle in una barchetta molto leggiera 
a riposare a una isoletta distante da noi f di lega , restando lui 
grandissimo spatio ragionando per segni , et questi di varie fan- 
tasie, riguardando tutte le sustantie della nave, domandando in 
particulare la proprietà di quelle, imitando i nostri abiti (3), gu- 
stando i nostri cibi : dipoi benignamente da noi si partiva. Et al- 
cuna volta dua et tre giorni stando le nostre genti a una isola 
piccola vicina alla nave per varie necessità , come è costume dei 
marinari , veniva con vii o viii, de'sua gentili uomini in quella, 

(1) Punteggiati, o UUoué$t come dicono I Francesi per esprimere quest'oso 
de* selvaggi d'America di dipingersi il corpo eoa fìgore e rabeschi. 

(2) Curiati , gelosi ; però molto le curano e custodiscono. 

(3) AWi , abitudini , maniere. 



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46 LETTERA 

guardando nostre operatìoni ; donàandandone più volte se vole- 
vamo restare quivi per lungo tempo, offerendone ogni sua facultà; 
dipoi tirando con i'arco correndo, faceva con li sua gentili uomini 
varii giuochi per darne piacere. Fummo più volte infra terra cin- 
que o sei leghe , quale trovammo tanto amena quanto narrare sia 
possibile , atta a ogni genere di cultura , fromento , vino , olio ; 
imperò che in quella sono campagne larghe xxv in xxx leghe, 
aperte et nude d'ogni impedimento d'arbori , di tanta fertilità, che 
qual si voglia seme in quelle produrrebbe ottimo frutto. Entrando 
poi nelle selve, tutte a ogni numeroso esercito in qual modo sia sono 
penetrabili , delle quali li alberi sono quercie , cipressi , et altri 
incogniti nella Europa; trovammo pomi luculliani (1), prune, 
avellane et molte altre frutte : el genere di esse è differente dalle 
nostre. Animali yi sono in grandissimo numero , cervi , daini , 
lupi cervieri et di altre spetie; quali nel modo degU altri pi- 
gliano con lacci , archi , che sono per loro principale arme. Le 
frecce de' quali sono con molta pulcritudiùe lavorate , ponendo 
nella extremità per ferro , smeriglio, diaspro et duro marmore , et 
altre tagliente pietre; delle quali si servono per ferro nel tagliare 
alberi, et fabricare le loro barchette di uno solo fusto di legno, 
con mirabile artificio concavo, nella quale comodamente andrà 
X o XII huomini , et il remo corto nella estremità largo, operando 
quel solo con forza di braccia in pelago , senza alcuno pericolo , 
con tanta velocità quanto a loro piace. Estendendoci, vedemmo loro 
abitatione in forma circulare di x in xii passi di ambito , fab- 
bricate di semicirculi di legno, separate Tuna dall'altra senza or- 
dine di architettura, coperte di tele di paglia sottilmente lavorate, 
che da vento e pioggia si difendono. Non è dubbio, se avessino 
la perfetione degli artifitii noi abbiamo , che conduoessino magni 
edifitii ; imperò che tutto il lito marittimo da vive pietre deaura* 
te (^) e cristalline et di alabastro é pieno, et per tale causa è co- 
pioso di porti et ricettacull di animali. Permutono le dette cose 
di uno in altro luogo, sicondo la esperientia del sito et il tempo. 
In quello dimorati , levano solo le tele ; in uno stante hanno 
altre abilationi fabricate ; et dimora in ciascuna padre e famiglia 



(1) Pomi UteuUiani , le ciliegie ; cosi dette perehè portate fra noi da 
Lacollo. 

(9) Deaurale , alla latina , per dorate , color d'oro. 



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DEL VERRAZZÀNO 47 

io grandissimo numero, et in qualche una vedemo xxv o xxx ani- 
me: et il vivere loro è come gli altri di legumi, quali producono 
con più ordine di coltura degli altri , observando nelle semenze 
lo influsso lunare, et il nascimento delle iadi, et molti dalli modi 
antiqui dati. In oltre, di venatione et pesce vivono lungo tempo : in 
egritudine incorrono rare volte : se da qualche malore sono oppressi, 
senza medico (1) col fuoco da loro medesimi si sanano, et il 6ne 
loro è della ultima yeccbiezza. Giudichiamo sieno di loro pros- 
simi molto pietosi et caritativi , facendo nelle adversità gran la- 
menti , nelle miserie ricordando tutte le loro felicità ; et i parenti 
l'uno con T altro nel fine di loro vita usano il pianto siciliano (2), 
misto con canto , per lungo tempo durando. Questo è quanto di 
loro potessimo cognoscere. Questa terra è situata nel paralello di 
Roma in gradi 41 |, ma alquanto più fredda per accidente, non 
per natura ; come in altra parte narrerò a V. S. M. , descrivendo 
al presente il sito di detto porto. 

Guarda la bocca del forto verso lo austro , angusta | lega (3) ; 
dipoi entrando in quello infra oriente e settentrione, s'estende 
leghe xij ; dove allargandosi , causa uno amplissimo seno di cir- 
caito di leghe xx in circa , nel quale sono cinque isolette di 
molla fertilità et vaghezza, piene di alti et spatiosi alberi ; fra le 
qoali isole ogni numero di classe , senza timore di tempesta o 
di altro impedimento di fortuna , sicura può quiescere. Tornando 
poi verso meridie, alla entrata del porto, all'uno et l'altro lato 
sono amenissimi colli , con molti rivi che dalla eminentia al mare 
scaturiscono chiare acque: nel mezzo di detta bocca si truova 
uno scoglio di viva pietra dalla natura produtto, atto a fabricarvi 
qaal si vuole macchina o propugnacolo per custodia di quello, 
fissendo d'ogni nostra oportunità restaurati, el giorno 6 di maggio 
partimmo dal detto porto. Continuando il lito , non perdendo mai 
la vista della terra, navigammo leghe 150, trovandola di una me- 
' desina natura, et alquanto più alta, con alcune montagne che tutte 
si mostravano minerale. Non posammo a quella per la prosperità 
del tempo ne serviva in rigare la costa. Pensarne fussi all'altra 

(1) Le parole scritte lo oorstvo, maocaoU nel Codice, le prendiamo dal 
Himasio , ove il senso corre chiarissimo. 

(%) Forse è II canto fanebre o nenia, che osa anche In Corsica, e dicesl 
nro. 
(3) Mena lega onatùta, cioè stretta, come leggasi nei Ramnslo. 



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48 LETTERA 

conforme. Correva il lito allo oriente , in spatio di leghe cinquan- 
ta. Tenendo più al settentrione , trovammo una terra alta , piena 
di selve molto folte, delle quale li alberi erano abeti, cupressi 
e simili, che si generano in regione fredde: le giente tutte dalle 
altre disforme; et quanto e' passati erano d'ogni gesto gentili, 
questi erano di ruvidezza; et i visi tanto barbari , che mai possemo 
con quanti segnali li facessimo , avere con loro conversatione al- 
cuna. Vestono di pelle di orsi, di lupi cervieri, marini, et d'altri 
animali. El vivere loro, per quello possemo conoscere andando 
più yolte dove avevano la abitazione, stimiamo le più volte sia 
di venatione e pesce , et di alcuni frutti , che sono spetie di radice 
quale la terra per se medesima produce : non hanno legumi , né 
vedemmo segno alcuno di cultura , né meno farebbe la terra, per 
la sterilità non atta a producere frutto o seme alcmio. Se da 
quegli alcuna volta rinuntiando volevamo delle loro cose, ne ve- 
nivano al lito del mare sopra alcune pietre dove più frangeva, et 
stando noi nel batello con una corda , quello che volevan dare 
ci mandavano , continuo gridando alla terra non ci approssimas- 
simo ; doipandando subito il cambio allo incontro , non pigliando 
so non coltegli , lami da pescare , et metallo tagliente ; né stima- 
vano gentilezza alcuna : et quando non avevano più che permutare, 
da loro partendo , li uomini ne facevano tutti gli atti di dispregio 
et verecondia (1) , che può fare ogni brutta creatura. Fummo con- 
tro loro volontà drento fra terra ij o iij leghe xxv uomini ; et 
quando scendevamo al lito , ci tiravano con loro archi , mettendo 
gridi grandissimi ; poi si fuggivano nelle selve. Non conoscemo in 
questa terra facultà di momento alcuno, se non grandissime selve 
con alcuni colli possano avere qualche metallo , che a molti ve- 
demo paternostri (2) di rame alli orecchi. Partimmo scorrendo la 
costa infra oriente et septentrione , quale trovammo più bella, 
aperta, nuda di selve, con alte montagne drento infra terra, dimi- 
nuendo verso el lito del mare. In leghe cinquanta discoprim- 
mo xxxij isole, tutte propinque al continente , piccole et di grata 
prospettiva , alte tenendo la verzura della terra ; fra le quali si 
causava bellissimi porti et canali , come nel sino adriatico nella 

(1) VereeowUa osato qui come si osa piò comanemente vergogna; atti 
cioè co'qaall volevasi far vergogna agli invisi stranieri. 

(2) Paiemottri , pallottole. Cosi dlconsf avemmarii le pallottole minori 
delle corone del rosario. 



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DEL VERRAZZANO 49 

llliridc (1) et Dalmalia fanno. Non avemo con le gente conoscenzia, 
et stimiamo come le altre lasciate di costumi et natura siano. 
Navicando intra *1 subsolano et aquilone in spatio di leghe cl , et 
di già avendo consumato tutte le nostre substantie navale et vet- 
tovaglie, avendo discopruto (2] leghe 700 (3) o più di nuova terra, 
fornendoci di acque et legne, deliberammo di tornare in Francia. 

Quanto alla fede tengbino tutti questi popoli abbiamo trovati, 
per mancamento di lingua non possemo conoscere, né per segni o 
gesti alcuni : consideramo tenessino fede o legge alcuna , né cono- 
scono una per una causa e motore ; né venerassìno cielo o stelle, 
sole, luna o altri pianeti ; né manco tenessino spetie di idolatria; 
né conoscessimo facessino sacrifitio , o altre prece , né in la loro 
populatione hanno tempij o case di orazione. Stimiamo non ten- 
gbino fede alcuna , ma vi vino in questa libertà ; et tutto dalla 
ignorantia proceda , perchè sono molti facili a persuadere : tutto 
quello hanno i cristiani circa il culto divino vedevano fare , et 
facevano con quello stimolo et fervore che noi facciamo (k). 

Restami a narrare a V. S. M. l'ordine di detta navigatione 
circa la cosmografia. Come di sopra dissi, partendo delli prefati 
scopnli che son situati nel fine dello occidente, agli antiqui 
noto, et nel merediano descritto per le Insule Fortunate in la- 
titudine gradi 32 dallo equatore del nostro craisperio, navi- 
gando allo occidente per fino alla prima terra , trovammo leghe 
1200, che contengono miglia 4800, compotando miglia k per lega, 
sicondo lo uso marittimo degli navilerii (S) , geometrice giusta la 
proportione tripla settima del diametro alla circunferenza gradi 
^ m Tss- conciossiaché essendo la corda dell'arco del massimo 
circolo gradi 114 ^, et la corda del paralello gradi 34 della 
prima terra da noi trovata alla medesima proportione gradi 
95 {{g , essere si mostra l'ambito di tutto il circolo gradi 300 ^\ ; 
che dando per ogni grado , come confermano la maggiore parte 



(1) lUn'ide, dal Ialino lUyrU, lUiridU. 

(2) Diicopruto , come veslato . ferato , per vestito , Ceralo. Il volgo dice 
ancbe adesso scoprilo , per scoperto. 

(3) Il MS. ha , con errore Insieme ed Inolile replicaiione : teghe DII» cioè 
ìfQhe 700. Abbiamo perciò preferita la lezione del Ramaslo. 

(4) Qui floisce la parte di questa lettera già pobblicata dal Ramasio. 

(5) mvilert , e più sotto naviealieri. Come da cavallo si ò fatto cavalle- 
re, cosi da nave, oavllfere, naTicallere. Il Yocab. ba navlcblere e navalestro. 

Jpp., Voi. IX. 7 



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50 LETTERA 

di quelli che hanno sperimentato rispondere in terra alla propor- 
tione del cielo miglia 62 |, fariano miglia 18,579 ^, quale ripar- 
tite in 360, perveneria per ciascuno miglio 52 ^ , et tanto vale 
uno grado di longitudine nel detto paralello di gradi 34, sopra el 
quale per la retta del meridiano di detti scopuli che stanno in 
gradi 32, abbiamo calculata la ragione in questo, che le dette le- 
ghe 1200 per retta linea in gradi 34 da occidente in oriente ab- 
biamo troYato. Perverria adunque per quelle e gradi 92 ^\y^ , et 
tanto abbiamo navigato più allo occidente che non fu cognito alli 
antiqui nel detto paralello di gradi 34. Questa distantia a noi fu nota 
per la longitudine, con varii strumenti navicando, senza eclissi lu- 
nari o altro aspetto per al moto solare, pigliando sempre la ele- 
vatione a qual si voglia ora, per la difierentia faceva dall'uno 
all'altro orizzonte , correndo la nave geometrice : né era noto lo 
intervallo dall'uno meridiano a l'altro , come in uno librelio tutto 
ampiamente notato, insieme col crescimento del mare in qualsi- 
voglia clima, a ogni tempo et ora, el quale non inutile stimo 
abbia a essere a'nayicaati , spero meglio per la teorica conferirlo 
a V. S. H. Mia iotenzione era di p^renire in questa navicatione 
al Cattalo , allo estremo oriente della Asia , pensando trovare tale 
impedimento di nuova terra quale ho trovata; et se per qualche ra- 
gione pensano quella trovare non senza qualche freso (1) di pe- 
netrare allo oceano orientale , essere stimavo questa oppinione di 
tutti gli antichi è stala, credendo certamente el nostro oceano de 
India uno essere senza interpositione di terra. Chiesto afferma Ari- 
stotile, argumentando per varie similitudini , la quale oppmione è 
molto contraria a'modemi el per la esperientia falsa ; imperocché 
la terra che è stata trovata a quegli antichi incognita , un altro 
mondo a rispetto di quello a loro fu noto manifestamente essere 
si mostra, et di maggiore grandezza della nostra Europa, della 
Africa et quasi della Asia , se rettamente speculiamo la grandezza 
di quella, come sotto brevità ne farò un poco di discorso a V. S. M. 
Oltre lo equatore , distante dal meridiano dalle Insule Fortunate 
verso lo occidente gradi 20 ff;|f , gli Spani verso l'austro gradi 54 
hanno navicato, dove hanno trovato terra senza One : tornando poi 

(1) Cosi ha il testo maDOscriUo , come pore l'edizione del Uamasio ; né 
sapremmo raddrizzare lo scambio , né lodovlaare II senso di questa parola , 
quando non fosse una troppo ruvida versione del franoese frai , corrispon- 
dente air Italico frega o frégola , per desiderio Intenso o eaprieeloso. 



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DEL VERRAZZANO 51 

al settentrione giusta la detta linea meridionale, correndo el lito 
per fino in 8 gradi propinqui allo equatore più allo oecidente , 
partecipando più al settentrione giusta la detta linea meridionale, 
continuando el lito per fino in gradi 2! non trovando termine, gra« 
<li ^ H?il hctnoo navicato ; quali giunti con gradi 20 {{l^}? fanno 
gradi 110 et UliS» ^^ ^^n^o hanno navicato del detto meridiano 
dall'Isole Fortunate più allo occidente nel paralelto gradi 21 della 
altitudine. Questa distantia da noi non è stata sperimentata per 
non avere fatta detta navigatione , polrìa variare poco più o man- 
co. Habbiamo quella caltulata geometrice per la notitia di moUi 
navicalieri che la hanno firequentata , quali affermano essere leghe 
1000, giudicando per lo albitrio el discorso della nave secondo la 
qualità del vento per la continua navigatione : spero in breve ne 
daremo optima certitndine. Dall'altra parte noi in questa nostra 
navigatione fatta per ordine di Y. S. M., oltre i gradi 92 che* dal 
detto meridiano verso lo occidente dalla prima terra trovamo gra- 
di 34 navigando leghe 300 , infra oriente et settentrione leghe 400^ 
quasi allo oriente continuo el lito della terra siamo pervenuti per 
infino a gradi 50, lasciando la terra che più tempo fa trovomo li 
Lusitani, quali seguimo più al septentrione , pervenendo sino al 
circulo artico, e '1 fine lasciando incognito. Giunta adunque la lati- 
tudine settentrionale con la meridionale , videlicet e'gradi 54 con 
li gradi 66, fanno gradi 120, che tanto contiene di latitudine la 
Africa con la Europa ; perchè giugnendo lo estremo delia Europa 
che sono e'Iimiti di Norveggia che stanno in gradi 71, con lo estre- 
mo della Africa che è il promontorio di Capo di Buona Speranza 
in gradi 35, faranno solo gradi 106; et se lo equestre (1) di detta 
terra in parte corrisponde al lito marittimo, non è dubbio di gran- 
dezza la Asia excede. In tal forma troviamo el globo della terra 
molto maggiore non hanno tenuto gli antichi. A repugnantia ma- 
tematici hanno quella rispetto alla acqua sia minima : il che per 
experientia lo opposilo veggiamo. Et quanto allo aree corporale , 
di spatio non meno la terra che la acqua possedere giudichiamo ; 
come alla presentia meglio spero et con più ragione esperimentare 

(1) Co^ neirallral stampa, e nel manoscritto ; e quando sia voce sincera 
sarà forse derivata da aeq^or , nel seoso di plano , estensione. Lo stesso di- 
casi . sei rigbe appresso, dello arte corporale , altra forma non meno insolita, 
e che II conlesto porterebbe a interpretare : on corpo d'aree o di piani , un 
coDtineote. 



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52 LETTERA DEL VERRAZZANO 

et mostrare a V. S. M. tutta questa nuova terra , o nuovo mondo 
che di sopra abbiamo narrato , contiene. Insieme congiugnendo alla 
Asia et Africa , il che sappiamo certo porria giugnere alla Europa 
con la Nor?eggia et Russia , che sarebbe falso sicondo gli antichi , 
quali dal promontorio de'Cimbri quasi tutto il septentrionale dicono 
essere stato navicato allo oriente, circuendo circa il mare Caspio, el 
medesimo afiérmano. Resterebbe adunque sola interclusa da due 
mari situati dallo orientale et occidentale, et quelle due ne chiude 
Tuno et l'altro ; perchè oltre a gcadi 5<i' dello equinoziale verso lo 
austro si stende allo oriente per lungo spatio , et dal settentrio- 
nale passando e'gradi 66 , segue tornando in verso lo oriente giu- 
gnendo perfino a gradi 70. Spero con l'aiuto di V. S. M. no aremo 
in brieve migliore certitudine : la quale Dio onnipotente prosperi 
in diuturna fama , ad causa veggiamo optimo fine di questa nostra 
cosmografia, che si adempia la sacra bocie dello evangelio. Nella 
nave Delfina in Normandia , in porto di Dieppa , a di 8 di Lu- 
glio 1524. 



Umìlis Serviior 
Janus Verrazanus. 



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Lettera di Fernando Carli a suo padre. 



Al nome di Dio 



a^ k Agoiio 1524. 

« Onorando padre. — > Considerando che quando fai in la armata 
di Barbarla alle Gierbe vi furono grate le nuove advisaievi giornal- 
meoCe per lo illustre sig. Don Ugo di Moncada , capitano generale 
della Cesarea Maestà in quelle barbare parti, seguite certando (t) 
con li Mori di detta isola ; per la quale mostrasi haver fatto pia- 
cere a molti nostri padroni ed amici, e con quelli della conseguita 
rittoria congratulatovi : pertanto, essendo nuovamente qui nuova 
della giunta del capitano Giovanni da Yerrazzano nostro fiorentino 
aUo porto di Diepa in Normandia con sua nave Delfina , con la 
quale si parti dalle insule Canarie fino di Gennaio passato, per 
andare in busca di terre nuove per questa serenissima corona di 
Francia , in che mostrò coraggio troppo nobile è grande a mettersi 
a tanto incognito viaggio con una sola nave che appena é una 
caravella dì tonelli (2), solo con 50 uomini, con intenzione di, 
giusta sua possa , discoprire il Cataio , tenendo cammino per altri 
dimati dì quelli usano li Portughesi in lo discoprire di verso la 
parte di Calicut, ma andando verso coro e settentrione omnttio 
lenendo, che ancora (3) Tolomeo ed Aristotile ed altri cosmografi 
descrivano verso tali climati non trovarsi terra, di trovarvene a 
ogni modo ; e cosi gli ha Dio concesso, come distintamente descri- 

(1) Combattendo {Nola MCediMion$ Romana). 

(3) L'amanoense ha lascialo il nomerò delle tonnellale di coi era capace 
la nave (Nòta eom$ fopra). 
(3) Ancorché. 



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K4 LETTERA 

ve per una sua lettera a questa S. M. ; della quale ia questa ne 
è una copia. E per mancargli le vettovaglie, dopo molli mesi giunto 
navigando, assegna essergli stato forza tornare da quello in questo 
emisperio, e in sette mesi suto in viaggio mostrare grandissimo ed 
accelerato cammino, aver fatto cosa miranda e massima a chi in- 
tende la marinerà del mondo. Della quale al cominciamento di 
detto suo viaggio si fece male iuditio (1)» e molti pensomo che non 
più né di lui 'né del vascello si avesse nuova , ma che si dovesse 
perdere da quella banda della Norvegia per il grande diaccio che 
é per quello oceano settentrionale : ma come disse quel Moro, lo 
Dio grande , per darci ogni giorno più notizie di sua infinita pos- 
sanza e mostrarci di quanto sia admirabile questa mundiale ma- 
china , gli ha discoperto una latitudine di terra, come intenderete, 
di tanta grandezza che, secondo le buone ragioni e gradi, per la- 
titudine (et) altezza, assegna e mostra più grande che l'Europa, 
Africa e parte di Asia : ergo mundm nonus : e questo senza lo 
che (2) hanno discoperto in più anni gli Spani per roccidente , 
che appena é un anno tornò Ferrando Magaghiana, quale disco- 
perse grande paese con una nave meno delle cinque (3) a disco- 
prire. Donde addusse garofani- molto più eccellenti delli soliti ; e 
le altre sue navi in- 5 anni mai nuova ci è trapelata. Stimarsi 
perse. Quello (&] che questo nostro capitano abbia condotto non 
dice per questa sua lettera , salvo uno uomo giovanetto preso di 
quelli paesi ; ma stimansi che abbia portato mostra di oro, poiché da 
quelle bande non lo> stimano, e di. droghe e di altri liquori aroma^ 
tici, per conferire qua con molti mercatanti di poi che sarà stalo 
alla presenza della Serenissioia Maestà. E a questa ora doiierrà 
esservi , e di qua trasferirsi in breve , perché è molto deaiatOy per 
ragionare seco ; tanto più che troverà qui la Maestà del Re nostro 
sire , che fra tre o quattro giorni vi si attende : e speriamo che 
S. M. io rimetta di mezza dozzina dr. buoni vaseelli, e che tornerà 
al viaggio. E se Francesco Carli nostro ci* fosse tornato dal Cairo*, 
advisate che alia ventura Yorrà andane seco a detto viaggio, e credo 

(1) L'edli. eofflana ha IfMttst'o, ma eradismo per errore di stamiMi. 

(2) Quello che [Noia come topra). 

(3) Forse venne qal omesso iU o simile ; e sembra aeceoiiarsi al naofra- 
glo di una di qoelle cinque navi. 

(4) Nella romana si legge: « stimansi per sé quello ec »; ma ci sem- 
bra che il senso giostiflchi abbastanza la nostra correzione. 



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DEL CARLI 55 

si coDOschino al Cairo do?e è stato più anni ; e non solo in Egitto 
ed Sona, ma quasi per tatto il cognito mondo; e di qua mediante 
sua yirtù è stimato un altro Amerigo Vespucci, un altro Ferrando 
M agaghiana y e davantaggio; e speriamo che rimontandosi delle 
altre Imone na?i e vascelli ben conditi e vettovagliati come si ri- 
chiede, abbia ad iscoprire qualche proBttoso traffico e fatto; e farà, 
prestandogli nostro Signore Dio vita, onore alla nostra patria da 
acquistarne immortale fama e memoria. E Alderotto Brunelleschi 
che parti con lui , e per fortuna tornando indietro non volse più 
seguire» come di costà lo intende, sarà malcontento. Né altro per 
ora mi occorre , perchè per altre yi ho avvisato il bisogno. A voi 
di continuo mi raccomando, pregandovi ne facciate parte agli amici 
nostri, non dimenticando Pierfrancesco Dagaghiano (1), che per 
essere persona perita, tengo che ne prenderà grande passatempo ; 
ed a lui mi raccomanderete. Simile al Rustichi , al quale non 
dispiacerà se si diletta, come suole, intendere cose di cosmogra- 
6a. Che Dio tutti di male vi guardi. 



Voxtro figliuolo 

Fernando Carli in Lione. 



(1) Forse, da Gagliano. 



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DI ALCUNE OPERE GERMANICHE 

CONCERHBRTl 

LA ISTORIA E LE LEGGI 

DEI POPOU BARBARI 
ESPOSIZIONE , E « DUE PAROLE » 

PROF. PIETRO CAPEI 



App., Voi. IX. 



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ISTORIA 



LEGGI DEI POPOLI BARBARI 



I. Bm» KAnisreiob der LugoUrden m fkalien, woa AlBXAH DBB FlBGLBK. 

Uip^ig^ 1851. Storia del regno dei Longobardi in Italia , di 
A. Flegler. L%p$ia, 1851, di pag. vi e 63 (delle quali 94 di 
testo • 39 di annotazioni ). 

li. Die G^Mhiekte des Lugobardan Be«iiu eo. Storia del diritto Lon- 
gobardo. Dissertazione di Giotarni Mbbkel , per serrire di Ap- 
pendice alia Storia Sa?ignyana del diritto Romano nel medio 
e?o. Berlino, 1850, pag. 63. 

ni. Lex Salica te. , bersM gegeben eo. , pubblicata da Gio. Mbbkbl , 
con una prefazione di Iacopo Grixh, in che si contiene nn* ope- 
ra di per sé stante snlla glossa Malbergense. Berlino , 1850 , 
pag. civ e 111. ( Delle pag. ciy , le prime luxviu contengono 
la prefazione del Grimm.) 

IV. Lex Anglìorumet Werinorumy hoc tei Thuringarum, bermugege- 
bea «e. , pubblicata da Gio. Mbbkbl. Berlino, 1851, pag. 11. 

V. De Republiea Alamannorumf Commenlarioi seripiii Job. Mbbkbl, 
illustrandit kgum Àlamannorum Kbrii inter mommenta Get- 
maniae hùtorica nuper editis. Berolini , 1849, pag. 123. 



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60 ISTORIA £ LEGGI 

VI. Due parole sulle firme appoite alVaito di donazione dettato da 
Specioso vescovo di Firenze^ nelPanno 725 (72&), e facsimile di 
quelle firme; per servire di schiarimento alla Storia del diritto 
romano nel medio evo^ del signor F. C. De Savignt, voi. I, $. 69, 
pag. 239, ed alle Giunte e correzioni appostevi dal signor Merkel, 
voi. VII, pag. 6-8. 

Questa Appendice dell' Archivio Storico Italiano non mancò mai 
airufBcio di raggaagliare i suoi benevoli lettori delle opere ris- 
guardanti alla istoria e alle leggi del medio evo, pubblicate in 
Italia e fuori in questi ultimi anni. Poche però furono le parole 
date a due opere insigni , la prima delle quali ha per titolo : 
Origine della libertà delle città lombarde (Bonna, 18&6), ed è del 
Bethmann Hollweg; e T altra: Istoria della costituzione delle città 
italiane (Lipsia, Ì8VI), ed è dell'Hegel (1). Né delle poche parole 
vorrà maravigliare chiunque ricordi la indole dei tempi che ten- 
nero dietro alla pubblicazione di quelle due opere. Ad emendare 
il fallo non volontario ci siamo adunque proposti rendere esteso 
conto, e direm quasi un compendio delle cinque opere più recenti 
accennate nella rubrica; perchè la prima concerne alle cose nostre 
e levò di sé rumore non piccolo: e se delle quattro che succedono, 
una soltanto, ossia la Storia del diritto Longobardo , sembra ris- 
guardarci più da vicino,' anche la legge Salica non ci fu straniera; 
la Storia degli Alemanni coUegasi in più modi alla nostra: e tutte 
poi muovono da uno scrittore che dimorò non breve tempo in Ita- 
lia , e con le sue parole rendè manifesto l'animo col quale si di- 
partiva da noi. Finalmente giudicammo non disdicevole aggiungere 
due parole di nostro sopra uno assai scabroso argomento , si per 
liberarci da una promessa antica, e si per suggellare questa re- 
censione delle altrui opere con 'qualche cosa che in proprio ci 
appartenesse. 

I. Regno dei Longobardi in Italia. 

Questa operetta del Fiegler non è se non una dissertazione 
inaugurale, letta nella Università di Zurigo, indirizzata precipua- 



(i) V. ÀppendUe delFArchMo SloHco Italiano, N.^ I4.« (To.III) , p. 417, 
e N.<» 2«.'> (To. VII), pag. 290. 



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DEI POPOLI BARBARI 61 

mente al 6ne di mostrare qaal fosse lo andamento interno del 
regno Longobardo, e che parte avessero « di fronte alle romane, le 
longobarde instituzioni sulla sorte dei finti, e nella esplicazione 
delle libertà che poscia renderono sì famose le città italiane. Cose 
fotte che in 24 pagine di testo non potevano toccarsi daUo scrit- 
tore se non di volo , ma sulle quali sembra che a suo tempo Toglia 
ritornare ( pag. v e yii )• Riproyata la opinione che rappresenta il 
medio evo come una notte in che la umanità riposa, e riproTata 
par l'altra opinione che i Longobardi grado a grado yestissero 
natura d'Italiani, o gl'Italiani di Longobardi; tra la caduta del 
romano impero ed il risorgimento italiano rafyisa il Flegler una 
catena per quantunque ascosta, cioè, lo staio della società romana^ 
modificato, se vuoisi, ma non distrutto dai Longobardi, e che 
dimostrandosi perfino a un certo segno il medesimo, ricongiunge 
quelle diverse età. Quale era pertanto quello stato? Nel romano 
impero, repubblica che fu circondata da monarchiche forme, le 
«piali gradatamente vengono crescendo e tutto sottopongono alla 
gerarchia degli imperiali ministri, gli abitatori dell'orbe romano, 
che stavano allato o sotto la gerarchia medesima, erano distinti 
in classi , cioè : — 1.^ Le case senatorie^ formate degli avanzi delle 
antiche romane famiglie , con le quali, nei paesi massime occiden- 
tali , venne a comporre in seguito come un sol tutto la celtica 
nobiltà. Dapprima, le onorificenze e i corteggi in segno di osser- 
vanza ; poscia, il potere e lo splendore che mai sempre procaccia- 
no le grandi possessioni, e soprattutto il patronato che esercitavano, 
le mantennero in grande onoranza durante l'impero. «— SL^ / decu" 
rioni curiali delle città; i quali , perduti in parte gli antichi onori, 
si ridussero in vista di semplice corpo (allorché tale divenne pure 
in Roma il senato );, il quale più ch'altro rispondeva delle collette; 
onde a questa classe venne più sempre ad accostarsi anche l'altra 
meno rilevante specie di decurioni che erasi propagata nei borghi 
e nelle castella, ma senza quivi esercitare giudiziaria magistratura. 
S."" I possidenti 9 semenzaio delle curie, e da risguardarsi pur essi 
come classe , conciossiachè tutti avessero uguali interessi , e una 
medesima sorte corressero massime nel rispondere dei balzelli. La 
quale addivenendo ogni di più trista per le pressure dello stato , 
i possessori cercano patrocinio presso le case senatorie (1). e 

(i) L. 1-6, Cod. Tb. de palrocin. yicor. (%l, 94 ). 



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62 ISTORU E LEGGI 

scendono tra i coloni (!). k."* I coloni , nomini liberi , ma in ser- 
vile condizione; conciossiachò addetti alla gleba. 5.*" I eoUegii degli 
artigiani , mestieranti e mercadanti , anello che sono tra la popo- 
lazione agricola e la cittadinesca : in alcuni luoghi partecipano 
alla elezione dei magistrati delle città (I), e ne' trionfi segnitano ' 
l'imperatore con le loro insegne e bandiere* Atteso poi i non lievi 
carichi da sopportare, ciascuna di queste classi ha pure le sue 
immunità; laonde di sotto al manto imperiale sporgono il capo 
come parte efficiente dello stato i corpi ; i quali non sono dunque 
un frutto del medio evo, quantunque sia vero che in questa età 
pigliassero esplicazione maggiore ed un più fermo indirizzo. Sen- 
nonché al crescere delle oppressure , le classi più principali scad- 
dero di qualità e vigore» e più sempre ampliavasi il numero dei 
coloni 9 sulle cui spalle venne quindi innanzi a gravare ( 1) il brac- 
cio di ferro dello stato , che diveniva ognora più informe. Tutto 
pertanto andava in isfacelo nell'impero, in mentre che lo edifizio 
si bene architettato dalla chiesa cristiana superava tutte quante 
le instituzioni e autorità temporali. Dalle sue democratiche fonda- 
menta, mercè suoi saldi congegni, l'episcopato leva vasi in pro- 
gressi ogni di maggiori, e le diogesi pressoché ragguagliavano ai 
distretti delle città. Nei sinodi e ne' concilii dava la chiesa origine 
alla rappresentanza^ giusta il moderno significato della parola, e 
il Concilio di Nicea segnava i limiti tra il sacerdozio e l'impero. 
Rispetto alle sue forme esteriori, la chiesa assumeva aspetto di un 
immenso corpo , con immunità , patrocinii e grandi possessioni , 
onde le si era fatta necessaria una amministrazione ; né per le 
cose di religione meno le abbisognava una gerarchia di ufficii : ma 
per lo instituto suo di universale , trapassava di gran lunga il se- 
gno e la idea di un semplice corpo. Oltreché, forte della rive- 
renza popolare , incominciava ad aggredire e diffondeva per tutta 
Europa le sue missioni; nel mentreché le oppressioni della lon- 
tana potestà imperiale provocavano al resistere e ridestavano più 
acuto il senso delle franchigie locali : cagiojie che furono tra le 
altre al surgere di Venezia ^ I ) e alle mutate condizioni di Roma. 
Qui dura tuttavia il senato, e ricomparisce eziandio una popolare 
assemblea , ma non si trattano se non se bisogne municipali; onde 
le case senatorie dannosi più sempre a maneggiare le cose della 

(1) Savigny, Storia ec., 1, 43 (2.' edizione}. 



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DEI POPOLI BARBARI 63 

chiesa, e con le immense loro riccheue ne anmentano il potere 
e il decoro ; ma non cosi che il vescofo di Roma non dovesse ri- 
cevere conferma dal greco inyieratore ; ed il costai prefetto ve- 
gliliva attentamente sai passi del popolo romano , allorché in Italia 
comparvero i Longobardi. 

Erano i Longobardi un piccolo ma agguerrito popolo, che dopo 
lunghi errori avea fermato sua stanza nella Pannonia, accolto 
l'Arianesimo mercè le strette e ormai diuturne relazioni con Bi- 
sanzio , e di non poco ampliato l'esercito ricevendo compagnie di 
gaerra straniere. Né il possesso d'Italia pigliavano in an tratto o 
alla spensierata , né mai se l'ebbero per intiero. Alboino procede 
sempre con circospezione: impadronitosi di Città del Friuli assicurò 
le spalle ; si accostò quindi alla Marca Trevigiana , e occupò le 
chiuse di Trento: ma le varie città doveronsi conquistare armata 
mano : nò Milano cadde se non nel secondo anno ; Pavia si difese 
eroicamente per tre anni, né fii sforzata se non per fame, il piano 
di Alboino per conseguire la signoria d' Italia era egregio , ma lo 
sfrenato spirito de'suoi grandi lo rendo vano. Uccisi Alboino e 
Clefi , stettero i Longobardi senza re per dieci anni ; i duchi si 
sparpagliarono in cerca di preda, e senza procacciare tampoco il 
conquisto di tutta la Italia superiore. Nò solo nelle geste , manca- 
vano di unità perfino nell'ordinare politicamente lo interno dello 
stato ; qui non si veggendo manifesta impronta della indole nazio- 
nale , né i Longobardi apparendo mai come gente chiusa. In loro 
seguilo e compagnia sono Sassoni, Gepidi, Bulgari , Sarmati, Pan* 
nonii , Alemanni , Svevi , Norici ed altre schiere , verso le quali i 
Longobardi mostrarono più gelosia che non rispetto ai Romani; 
onde la strage di Alboino oprata dai Gepidi (1) , la ritratta dei 
Sassoni, e un duca degli Alamanni (Drottulfo), che trafugge al 
nemico. Per questo medesimo difetto di politico ordinamento, grosse 
sconfitte patirono dai Galli condotti da Patrìcio Mummok), rende- 
rono tributo ai Franchi ; e timorosi delle mosse bizantine , scelsero 
a nuovo re Autari di Clefo, che tolse in moglie Teodolinda de'Ba- 
vtrì , con la quale un andamento nuovo incomincia nella storia dei 
Longobardi. 

Questa e si implicata condizione dei Longobardi non lascia nem- 
meo sognare la possibilità che la romana popolazione fosse per 

CD Marti Aventicens., Chron. ad a. 572. 



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64 ISTORIA E LEGGI 

loro a pochi avanzi ridotta , né dairaltro canto erano essi soesi 
in Italia per istarsi contenti a nn deserto, ma per godere i comodi 
della yita civile. Che anzi anche il possesso delle terre pigliarono 
secondo le norme romane , se tra le spade si ha da parlare di 
dritto. Era legge imperiale che gli eserciti romani in quartiere, 
ricevessero per gli alloggi da chi faceva loro le spese, i soldati 
nn terzo, gH ufficiali soperiori metà della casa (i). L'antichissimo 
costume italico di pigliare un terzo dai vinti fu seguitato da Odoa- 
ere e dagli Ostrogòti : e i Longobardi in sulle prime ci compari- 
scono soltanto come ospiti militari , posciachè ricevono un terzo dei 
frutti naturali : ma bisogna credere che indi a poco s'introduces- 
sero rispetto ciò relazioni diverse, ossia che in certi luoghi le 
terze consistessero, come al tempo degli Ostrogoti (I), nella pre- 
stazione dei fratti naturali , in altri si tramutasse nel possesso delle 
terre. Nelle lotte che generaronsi per queste partizioni, le famiglie 
senatorie , non forse tutte , vennero sterminate; non cosi i decu- 
rioni, che poi riyeggonsi sotto il nome di boni hominet, e tra i corpi 
rimase in pie la chiesa con facoltà ragguardevoli. 

Di capitalissimo rilievo fa poi il rinnovellamento della regia 
autorità nella persona di Autari ; i duchi cederongli metà di loro 
rendite , ma egli assumendo il nome di Flavio , significò il sotten- 
trare che faceva ne' dritti del principe Costantinopolitano sui paesi 
recentemente conquistati , e nel patronato del soggetto cattolico 
popolo. Epperò i diritti del fisco , i fondi vacanti e deserti diven- 
tarono suoi , e nella nuova aula reale, ai dignitarj della guerresca 
longobarda comitiva si aggregò il romano notaro , che stende e 
contrassegna gli atti regali; a Queste concetto ^ secondo il gius 
romano, del re Longobardo, è il solo che ponga nella vera luce una 
infinità di rekuionf i» tra i due popoli. Non che soperchiasse al 
segno di rimuovere i veri vantaggi ( I ) della invasione : la longo- 
barda amministrazione fu guerresca, prepotente e rozza, ma sem- 
plice a un'ora, e i tempi volevano il semplice. Imperciocché gl'in- 
terrotti commercii de' popoli occidentali e la conseguente scarsità 
di moneta rendevano loro incomportabile la romana burocrazia , 
né certo fuvvi chi la rimpiangesse allorché i Germani la levarono 
loro di dosso; e la bontà pratica dell'ordinamento longobardo 



(1) Yegetlos, de re milit. XI, 7. L.1-Ì6, Cod. Th. de metatls. L.i-4 , 
cod. de Salgamo ( VII, 8 e 9). 



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DEI POPOLI BARBARI 65 

in ciò si dimostra, che le nao^e magistrature acconciayansi 
egualmente ai costumi si dei Longobardi e si dei Romani. Il re più 
immediatamente govemara per yia de*suoi gastaldì, i quali ammi- 
nistravano i grandi patrimonii della corona , facevano yalere i 
diritti del fisco, difendevano le donazioni, le immunità, i benefizi, 
e tenevano i giudizi nelle regie corti; a e in etsi dobUamo altresì 
ravvisare quelia magistraiura , mereè cui la romana popolazione è 
rappresentata dinanzi al re ». Dai gastaldi yoglionsi essenzialmente 
sceverare i duchi, dignitarii ed ufficiali primariiche erano dello 
Stato Longobardo. Dopo i gastaldi e i duchi venivano come giudici 
inferiori gli scnldasci, e sotto questi decani e saltarti. I duchi 
erano eziandio condottieri in guerra; ma il re, se gli paresse d'uopo, 
poteva sceglierne degli straordinarii pei militari ufficii in tempo 
di guerra. Molta è la oscurità rispetto le magistrature dei Longo- 
bardi e loro competenze , il che ne rende assai dubbia e contro- 
versa la storia; maggiore intorno air eri^nno, alla formazione 
deir esercito : in ogni modo , gli obbligati al servizio militare sta- 
vano , parte sotto i duchi e parte sotto i gastaldi , segnatamente 
anche i Romani liberi almeno dopo Autari , posciaché nelle leggi 
eompansce armata perfino la popolazione non libera (1). Guardando 
pertanto alle leggi, parrebbe che le cose molto ordinatamente proce- 
dessero nel regno dei Longobardi ; non così in fatto: e di ciò ba- 
stano a persuadere le si intricate relazioni deXongobardi coi 
Romani . e gii urti quotidiani che ne dovevano conseguitare. Dal- 
l'altro canto i duchi, avvantaggiandosi del possesso in che erano 
di ricche e popolose città, miravano di continuo a sottrarsi più 
che potevano dal regio potere : quelli soltanto di Benevento e di 
Spoleto raggiunsero lo scopo , ma gli altri ancora di Austria e di 
Tuscia avevano lo stesso indirizzo. Dopo Autari e Agilulfo la Sto- 
ria Longobarda non ci esibisce se non una serie continua di sol- 
levazioni, brighe e fazioni pel trono, e la parte che i duchi vi 
rappresentano non si spiega senza ammettervi- il concorso della 
romana popolazione. 

Che tutto il po(K>lo partecipasse alla cosa pubblica nel regno 
longobardo , non ce ne ha motto. Dileguatasi da gran pezza la 
uguaglianza della Germania antica , il maneggio degli affari nelle 

(1) Rolbar., Leg.284. Si servi, idisl conciHum rwtieafiorwn , monii ar- 
mato in vicum inlraverini eie. V. anche Leg. 285. 

ilpp. Voi. IX. 9 



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66 ISTORIA E LEGGI 

ragunanze di quel regno si ridasse in mano , come consiglieri , dei 
regii ufficiali, tratti clie erano dalle più nobili fare; opperò si 
appellano jtidtcef, pritnatet , optimateB^ nobiles ; il popolo non ci en- 
trava se non per la acclamazione , come appunto nelle ecclesia- 
stiche adunanze di quella età. Di fronte ai Romani queste casate più 
conspicue de'Longobardi , pigliarono » ma con germanica fronte» il 
seggio delle famiglie già senatorie ; e quindi» per yie diversissime, 
si le germaniche e si le romane relazioni sociali indirizzaronsi ad 
un corso comune , e quelle che stavano in cima ne agevolarono 
l'assetto. Adesso, infatti, l'attività politica degli uomini liberi si 
mostra e spazia soltanto negli affari di gius ; e da loro uscivano 
gli assessori de'regii e dei ducali giudizi, gli sculdasci, i decani, i 
saltarli, e tra loro voglionsi ricercare gli avanzi dei euriali Romani, 
i quali , non più vincolati al fisco per la esazione delle imposte, 
trovavansi per ogni resto in pari condizione dei liberi Longobardi ; 
onde che gli uni e gli altri ci si presentano come boni o idonei homi- 
iief , con facoltà di legittimamente partecipare ai giudizi: concetto 
che si conferma ancora per la indole delle leggi longobarde. Presso 
le due ora congiunte nazioni, il gius fondavasi precipuamente sulla 
tradizione , e solo quando mancava , o le consuetudini longobarde 
contrastavano alle romane , era d'uopo promulgare ordini che le 
ragguagliasse. E tali appunto dimostransi le leggi longobarde; non 
come un codice completo, ma veramente come precetti sopra una 
folla di casi controversi : il che soprattutto spicca da quanto ò 
statuito intomo al guidrigildo. Ai tempi di Tacito le multe per le 
offisse prestavansi in bestiame, ma dopo che i Germani ebbero 
invase le romane proviocie, si convertirono in moneta , non senza 
rantaggio del re, che come signore del fisco potè quindi esigere 
la sua metà delle multe anche nelle più piccole trasgressioni ; e 
(ciò più monta ] chi sanamente interpreti quelle leggi , o non vi 
scorge differenza tra Romani e Longobardi nel guidrigildo, o non 
tale almeno che i Romani debbansi riguardare come depressi affitto, 
e ridotti in condizione di dipendenti (1). Questo graduale confon- 
dersi in un solo dei due popoli, si chiarisce poi agevolmente per 
la postura in principio si ardua del regno longobardo ; la quale 

(1) Il Flegler, oltre che da ragioni generali, argomenta il gaidrlglldo 
del Romani dalla eccezione proposta nella Legge 74 degU teriM {Uuipr,) e 
dagli aitimi dae paragrafi della glossa nel Codice Bafeoilano alla Legge 7 , 
Llb. 11 , di LlQlpraodo. 



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DEI POPOLI BARBARI 67 

ci guida altresì a reltamenle iotenderne le leggi, e a ritenere che 
sotto ii Dome di sudiiii si comprendessero tanto i Romani quanto 
i Longobardi , posciachè tra loro permettoyansi 'i matrimonii. Per 
la stessa cagione il gius consuetudinario dei Romani , potè durare 
al lato del longobardico, e si agli uni come agli altri si die licenza 
di contrattare secondo o quello o questo gius, purché nei contratti 
non si sovvertissero le leggi generali del paese (1): nelle quali al 
tempo di Rotari prevale la germanica impronta; accostansi alle 
romane usanze in alcuni ordini di Grimoaldo , e queste prevalgono 
sotto Liutprando : nelle leggi poi di Bachi e di Astolfo aflbltansi 
le canoniche discipline , perchè il potere della Romana chiesa va 
di continuo crescendo, malgrado le contese coi re Longobardi. 
Principiano queste contese per S. Gregorio Magno , il quale tenne 
mai sempre aperti gli occhi sullo stato della chiesa nel regno dei 
Longobardi, i quali più ch'altro aborrivansi perchè Ariani. Vinse 
egli r animo di Teodolinda con indurla a osservare i suoi dogmi , 
e venne così a strìngerla in nodi di amorevolezza con la romana 
popolazione, come già lo erano Amalasnnta degli Ostrogoti e, 
appresso i Franchi, Clotilde e Brunechilde sua contemporanea; im- 
perocché le donne germane sembrano aver trovato nel conversare 
coi Romani quella soddisfazione che non rinvenivano tra i rozzi 
loro connazionali. I pontefici che succederongli batterono la me- 
desima via, procacciando sempre di avere a sé uniti e sottoposti 
i vescovi, i quali quanto più erano in soggezione tenuti dal pon- 
tefice, tanto più cercavano avvantaggiarsi sugli inferiori. Né molto 
andò che per possessioni , clientele e dipendenti , agguagliaronsi 
alla nobiltà, e un più mondano ordinamento pigliarono le chiese. 
Erano i vescovi, atteso il pastorale ufficio, protettori naturali di 
tutto il popolo della diogesi ; onde a poco a poco si fecero a rap- 
presentarlo, tirando a sé e soggettendo con l'uso quotidiano quanto 
più potevano le faccende della vita civile, e collegando gFinteressi 
delle città con quelli delle diogesi. Il che conduce a risolvere la 
questione : se i nuovi comuni italiani abbiano o romana o germa- 
nica origine. 

A ben guardare, le municipali franchigie erano, quasi che spente 
al tempo del conquisto dei Longobardi; ma questi non avean ca- 



ci) Il Flegler crede che la L. 37 di Liatprando « de scribis » dog sia 
M noo ana esptieasione della L. 247 di Rotari «r Si quU chartam Msam eie. » 



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68 ISTORIA E LEGGI 

gione per distraggerne le relìquie , e ad ogni modo non potevano 
flostitnirne di quelle che fossero loro proprie , perchè non fte ave- 
yano. Infatti, le fonti vere della vita municipale sono i tralBchi, 
l'abbondanza della moneta, e i progressi nei lavori di arti e me- 
stieri. Or queste cose tutte erano nella Italia in decadenza negli 
ultimi tempi dell'impero, assai deboli durante il regno dei Lon- 
gobardi; nò si ravvivarono se non quando, alcuni secoli dopo, 
il' commercio dell'Asia e dell'Oriente si ricondusse in Occidente. 
In cima a questo rinnovamento stanno le città d'Italia , considerate 
non già nell' universale, ma ne' varii loro corpi. Da queste società, 
mezzo dimenticate sotto le pressure dei tempi e che tuttavia du- 
rarono tra i Longobardi, han vita le nuove, che restituirono in 
piena libertà le città medesime. Ora que' corpi erano in sostanza 
Romani , uè difettano di ciò prove o testimonianze. Lo spirilo che 
gì' informa va, Venezia, Bisanzio con sue prò vincie in Italia, e la 
romana chiesa , impedirono il consolidarsi de' Longobardi , e tras- 
serli gradatamente a cadere : ma il regno loro ebbe per la Italia 
rilevanti e salutari conseguenze. I grandi secolari doverono , come 
i vescovi, attendere ai vantaggi delle città ( 1 ), e promuovere quella 
vita municipale che rispondeva si acconciamente ai bisogni del 
paese: essa difatti è base alla istoria tutta della penisola, e la si- 
gnoria del mondo potè deprimerla , ma non ispegnerla. Italia 
rincominciò la nuova sua era con quella varietà medesima di 
politiche forme , in che ci comparisce al principio. della sua storia. 
Sono queste le opinioni espresse dal Flegler nella operetta di 
che , senza avvedercene , abbiamo data la traduzione quasiché per 
intero. Del valore e della originalità di essa crediamo si pronun- 
zieranno assai diverse sentenze, che lasciamo affatto libere al 
genio de' nostri lettori. Ma non possiamo trattenerci dal dire, che 
malgrado un non so che di vago e indefinito e non esatto in alcuni 
concetti , il precedente stato della società romana e della chiesa 
succosamente esposto; la significazione del titolo di Flavio as- 
sunto da Autari e dai seguenti re Longobardi, meglio che in sin 
qui non fosse spiegata; l'uflScio dei gastaldi più spiccatamente 
definito, come quello onde la potenza del re divenne più effettiva 
sopra i soggetti , e massimamente sui Romani , con loro grande 
benefizio ; quello arguire si acutamente che anco i Romani liberi 
entrassero nell'esercito dei Longobardi , posciachè nelle leggi com- 
parisce armata perfino la popolazione non libera ; e infine lo avere 



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DEI POPOLI BARBARI 69 

aoDeonato che più principalmente per opra de' corpi e de*coUeg%if 
sorti nella età romana , e che non si spensero , ma più oscnri e 
ficToli dararono pur anche sotto la signoria longobarda, torna- 
rono a vita le nostre libertà municipali , nuoya luce si è diffusa 
dal Flegler nella Storia oseura del regno dti Longobardi, e che più 
molta ne verrà per lui contribuita , laddove dia mano , come lo 
confortiamo , a tessere più larga istoria del regno medesimo. 

II. Storia del dirilto longobardo. 

Udimmo il Flegler qua e là parlare dei vantaggi che all'Italia 
recava il conquisto dei Longobardi ; ma uno più rilevante assai 
ne avrebbe a lei procacciato la signoria patita dai Franchi e da 
altri Germani , cioè la ritorta scuola del diritto , chi ascolti il 
Merkel nella sua Storia del gius longobardo. Sennonché , prima di 
entrare a render conto di questa operetta , giova premettere poche 
parole sullo stato delle cognizioni che in proposito ayevansi per lo 
iooanzii onde si possano meglio estimare i servigi yeri renduti 
alla scienza dal Merkel. 

Non era adunque ignoto agli studiosi , come gli editti é le leggi 
del regno longobardo, che non pochi codici tuttavia ci esibiscono 
nella loro originaria forma , o quasi , per quanto ne spetta ad una 
età non più tarda dei Carolingi (1) , ci pervenissero altresì in due 



(1) Il Merkel ne adduce le segg. classi di MSS. 

A. Frammenti dell' edillo di Rolarl nei cod. Sangall. (sec. VII), e nei 
fogli spettanU ad esso trovali In Zurigo dal Perlz. 

B. Frammenti di legislazione Inflno a Llutprando nel codice di Ver- 
celli 188 (see. Vili). 

C. Collezione completa degli editti : 1.° Nei cod. Vatlc.8389 (sec. IX); 
2/* cod. di Madrid D. 117 (secX); 3.'' cod. di Woirenbnttel, Ira i Blanlieo- 
bargensl 430 (sec. X); 5.^ cod. della Cava (sec. XI , pr.), 0'' cod. d'Ivrea 
34 (see. XI , pr. ) ; 1.^ cod. di Gotha 84 (sec. XI , pr. ), fol. 338-37». Su 
qoesla collezione degli editli , sola che degna sia di storica fede, fu condotta 
la Salernitana tradazione in greco. Qui stanno eziandio le leggi promulgale , 
dopo il eonqaialo dei Franchi , per la Italia da Carlo Magno e Lodovico Im- 
peratori , e dagli italici re Pipino, Lotario I e Lodovico II ; ma non si hanno 
per Intiero In veruno di quelli. 

D. Oltracciò, un lavoro sistematico, non sempre fedele all'originale, e 
che non comprende io ogni parte gli editti, Intitolato « Coneordia desInguUs 
causU » e composto tra gli anni 817 e 855 da Lupo , ignoto autore, per Ghe- 



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70 ISTORIA £ LEGGI 

raffazzonate collezioni di yariatissima guisa : ana delle quali iato- 
fica o cronologica» cioè dire secondo l'ordine dei re legislatori, 
cinque de* quali Longobardi e gli altri Franchi » Italici e Germa- 
ni, intitolata: a liber legit Umgobardorum »; e Taltra sistematica , 
partita in tre libri, appellata a Lombarda », ed alla quale Carlo di 
Tocco, che Cori circa il 1200, appose una glossa, ampliata che 
fu poi per Andrea da Barletta. Né s'ignoràya tampoco, che a quelle 
leggi si erano scritte formule in buon dato , glosse interlineari e 
marginali , qualche commentario e somme (1) ; e che a siffatti 
lavori partecipato avessero giureperiti pavesi era altresì noto , pò- 
sciachò nella istessa glossa di Carlo di Tocco rammentane i « pa- 
pienses t (pop. pò. p.)* ^^ queste notizie , delle quali alcune assai 
recenti e qua o là sparpagliate , non erano state ancora ridotte in 
coìrpo animato dalla scienza ; telchè male si sarebbe potuto dire 
onde muovesse il liber Ugis hngobardorumt onde la Lombarda che 
gli si pose a fianco per soppiantarlo ; come insomma sorgesse , e 
per opera di chi venisse in fiore una letteratura del gius longobar- 
do, mercè cui ne fu consolidato l'uso e la tradizione. 

Ma ora, per le diligenti ed ingegnose investigazioni del Merkel, 
apprendiamo come da una (I) $euola di gius in Pavia (2), che 
rimonta ai tempi di Ottone 1, e uscita da quella di grammatica 
di che bannosi vestigie dal VII secolo in poi, si compilasse il 
liber legum longobardarum; e come gli organi suoi, maestri e giu- 
dici , teorici e pratici ad un'ora, dettessero formule le più svariate 
per agevolare l'uso delle leggi , e con l'aiuto del gius romano com- 
ponessero una glossa che in riguardo loro fu stimata alla pari del 
testo; testimonii la glossa alle leggi longobarde, e meglio poi quel 
commenterio che in forma di continua glossa alla Lombarda , si 
esibisce in Napoli dal codice Brancacciano di S. Angelo in Nido 
II , B. SS , scritto che fu negli ultimi anni del secolo XI. In tutte 
queste glosse adunque, e massime nel commentario , si fa distinta 
memoria di una patria giurisprudenza surta in un tempo oggimai 
lonteno . durante il quale la dottrina del diritto pratico aveva rice- 

rardo Conte della Bezla e del Frinii, si ba ci. D. 1.® per Intiero nel cod. 
della eatledrale di Modena 1,2, dell' a. 992; 2.® perframmeaU nel cod. di 
Gotha 84 , fol. 165-194. 

(1) Pertz « Arebtvioper la cognizione della antica Storia tedesca », Y, 222, 
VII , 766 ; e ( del Betbmann ) X , 349. 

(2) QaesU namerl tra parentesi segnano la divisione della operetta. 



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DEI POPOLI BARBARI 71 

voto solida forma ; ma i giureconsulli da quella età, la quale ri* 
sponde senza fallo all'epoca degli Ottoni, posciachè essi videro le 
pratiche seguitate ne'giudizi di Leone vescovo di Veroelli che fu 
io corte di Ottone I e vescovo palatino di Ottone III (1), obliati i 
Domi , appellansi in massa, antiqui^ o antiqui judiets. Contempora- 
neo e oontradìttore loro fu un Guglielmo ( Wiìhelmut)^ che sovra* 
sta agli altri nella letteratura del gius longobardo ; ma lui vivente, 
e che le conobbe , furono promulgate in Strasburgo le leggi di 
Enrico II, degli anni 1018-1020. Contro Guglielmo si levò a disputa- 
re Baonfiglio [BmifOiut) giudice ; e contro Buoofiglio e sua scuola. 
San Lanfranco (abate che fu del Bec dopo il 1051, e quindi arciye- 
«covo di Cantorbery), il quale sappiamo per istoria, come da gio- 
Tane risplendesse in Pavia pel suo sapere nel gius longobardo , e 
fosse in molta estimazione appresso i giudici di quella sua patria. 
Chi yoglia pertanto ordinare per generazioni queste notizie, pigli 
sae mosse dalle leggi degli Ottoni del 967 , che stavano già sott'oc- 
chio degli antichi , è ayrà le seguenti quattro , che si collegano 
tra loro , due per due , secondo la vita naturale degli nomini : 

1.* Gli antichi , dal 967 al 997. 

V" Guglielmo e Buonfiglio , dal 997 al 1027. 

3.* La scuola di Buon6glio e Lanfranco , dal 1627 al 1057. 

4.* L'autore del commentario in Napoli, dal 1057 al 1087. 
Che poi siffatte notizie non possano riferirsi ad altra scuola se non a 
quella di Payia, lo mostrano: la tradizione conservata nelle poste* 
riori glosse della Lombarda , che tratto tratto citano i Payesi ; la 
orìgine di sé che riyelano le formule dei processi , ove le circo- 
stanze di fatto pigliansi da Pavia e luoghi yicini ; il sapersi che 
certo Guglielmo layorò soyr'esse; e finalmente i ragguagli intorno 
la gioventù passata in patria da S. Lanfranco, non che il vedersi 
per atti autentici come Buonfiglio fu giudice in Pavia del sacro 
palazzo nei primi anni del secolo XL O diciamo adesso qual parte 
abbiano i Pavesi secondo il Merkel nella storia delle leggi longo- 
barde [II ) : quale nella letteratura di quel diritto ( IH ). 

L'opra dei giureperiti Lombardi incomincia nella istoria (li) 
con la raccolta delle nuove leggi italiche emanate che furono , 
estinti i Carolingi , da Guido e Lamberto, dai Sassoni e dai Salici 

(1) In Leg. 38 Lombardae II , 55 . Comment del citato codice Brancac- 
ciano. 



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72 ISTORIA E LEGGI 

imperatori. E già fin sotto Ottone III, tentarasi dare alle leggi 
longobarde tale un assetto che rispondesse ai giuridici bisogni , 
come vedesi (eL E) nei codici Milanesi 0. 53, 85. Qairi gli editti 
dei re longobardi ed i capitolari Carolini stanno in sostanza nella 
loro forma originale , e poscia vengono le leggi di Guido e degli 
Ottoni ; sonovi inoltre e glosse al testo , e dissertazioni sul dritto 
medesimo. Regnando Enrico li, tra gli anni 1090 e lOSfc, e in 
ogni modo avanti Tanno 1037 (1), dalla scuola di Payia procac- 
cìavasi una collezione delle leggi longobarde promulgate infino al- 
l'anno 1020; migliorando il linguaggio degli editti, ordinando, 
' dopo scelta , i capitolari ; omettendo gli ordini transitorii, le leggi 
dei re scritte in brevi , ossia come istruzioni agli uflSciali , e il 
primo libro delle leggi di Astolfo, abrogato già o da Rachi o da 
Desiderio. Ma non si fu nemmeno in detta scuola unanimi circa ii 
disegno e la condotta di quel libro di gius : alcuni , capo dei quali 
Walcausa o Galgosio (2) vi riceverono, conciossiachè storicamente 
▼ere , anche quelle leggi che o per altre posteriori o per consue- 
tudine eransi mandate in disuso ; altri , organo de* quali è Vido* 
lino (3) . solleciti viemeglio dei pratici bisogni, accolsero sole quelle 
leggi che o in tutto o in parte erano tuttavia in vigore ; onde per 
in fin dal secolo XI , ebbesi una doppia Unione volgata , ed una 
lotta tra dotti e pratici , che fini nel XII secolo con vittoria di 
quest' ultimi , ma con depressione della scienza , e con la storta 
tradizione delle falsificazioni di Galgosio (4). È questo il libro di 
gius intitolato a Uber kgis langabardorum, kges longobardorum , 



(I) Perehè soltanto In segailo vi fa aggianU la legge di Corrado ll.pro- 
molgata io quest'anno , sulla successione nei feudi. 

(8) Nella io Iroduzione della collez. ( MS. di ci. F. ) leggesl: 
Verum ioquiiur nunc pagina seruum editti , 
Beeiis quod iirinxit Roihar kabeniM 
Waicansa fnerUus , iittem iaudat eeriba dieertui. 

(3) Nel BIS. di ci. H. 1.°, fermo il primo verso surriferito, gli altri sono 
modiOeati cosi : 

Reciis quod stringHt rhetor habeni$ 

Widolinos meritui eU. 
La parola rMor a senso del Merkel potrebbe alludere alla educazione classica 
di Vldolino. In (Ine degli editti vi ha per sottoscrizione W£DELE. 

(4) U Merkel , io una sua dissertazione posta come Appendice XXIII 
nel IV volume della Storia del dritto romano nel medio evo del Savlgoy 
(ediz. 2.*), ebbe già vendicata la fama di Galgosio da queste falslflcazloni. 



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DEI POPOLI BARBARI 73 

kx lombarda », contraddistinto per la glossa e fomrale in sé rice* 
mie , e a noi penrenato in ambe le testé dette soe forme , mereò 
le tre seguenti classi di testi a penna , di che la prima ci si di- 
mostra come completa» ma le altre due » dal meno al più, grada- 
mente incomplete: 

F. Il codice Estense, ossia la copia di un MS. ora perduto, 
htla nel ìkSO da Pellegrino Presciani storiografo Estense, inserita 
nel lilMTo IV de'suoi AnntJu Ferrmriae^ impressa dal Muratori 
[Script, ÌL i., To. I), e ritrovata dal Merkel nel ducale Arohivio 
dì Modena. 

0. 1.* Il codice Ettfemiano ( sec XI fln. ) , di che giovaronsi 
il Canciani ed il Blulune , ed ora sta nella BiUiotoca di Parigi ; 
S."" Il Pinelliano, ora del Museo Britonnico, AddiL Uil (sec. XI) ; 
3.' Il Viennese palatino , tur. cte. SiO (sec. XI). 

H. iJ^ U codice Laurenziano , pini. 89 «19»., 86 (sec. XI fin.). 
Il Padolironense , ora nel Seminario di Padova (sec. XI fin.) (1). 

Qui dunque stanno l'editto di Rotari col prologo; le leggi dì 
Grimoaldo» ore col prologo ed ove sema; quelle di Liutprando, ma 
nella più yaria guisa per Tordiile e la paHiaione ; gli editti di 
Rechi il secondo libro di Astolfo; poscia le leggi di Carlo, Pi- 
pino , Lodovico I , Lotarto I , Lodovico II , Guido , dei tre Ottoni 
e di Enrico II : quasiché il tutto è dicliiarato per formule^ e is- 
sato in guisa che in parecchi luoghi testo e glosse forman congerie. 
Onesta è pertanto coUestone cronologica, onde vi si aggiunsero 
poscia come noeslfe le leggi di Corrado li ed Enrico III; ma i 
compositori intesero precipuamento ad agevolare Tuso quotidiano 
cM gius longobardo ed a ridurlo in si^ma , per via di un testo 
che fosse intelligibile, per dichiaraxìoni, e per formule di processi. 
Non si può dunque darle intiera storica fede ; i collettori non di 
rado sbagliano nel nominare i legislatori ; han luoghi di concilii, 
che se confermali dai re , non furono mài promulgati come legge 
mondana , e dierono forma di legge al giué consuetudinario (9) : 
oadechè se possiamo accogliere come sincere le leggi attribuite 
agli Ottoni , egli è mestieri andare coti molto giudisio quanto agli 
fditti ed alle caroline leggi. 

(i) Frammenti di no Veneto cod. S. Marci, V, Si (seo. Xll pr.), parto 
delia scuola Pavese , ma di col non paò recarsi certo glodiilo , formano u- 
cltamente la et I. 

(S) Ciò rilevasi piò spiccatamente in Rotbar. , cap. 285, e Lodov. I , e. SS. 

ilpp., Voi. IX. 10 



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7k ISTORIA £ LEGGI 

I LombardìsU, se ooi raggiansero come i RomaDisti in Bologna, 
ayvicinaronsi per altro al segno di una kzùme volgata, si pel sistema 
dato alla collezione cronologica , e si mediante un^ opera clie quasi 
libro compiuto (la Lombarda) , servi di guida a maestri e giudici ; 
sicché dal secolo XII in poi ne restò stabilita la tradizione del 
gius longobardo. Impresa di cotal sorta vedesi tentata poco dopo 
la metà del sec. XI; e ( cL K. ) il codice Cassinense 338 ci mostra 
un primo saggio delF opera in tre libri, e come diverse mani tì 
recassero giunte ed emendazioni , parte in margine dell'originale, 
e parte su strisce di pergamena inseriteyi; onde si può arguire 
che da più giureperiti , fors'anco da una scuola , muovesse questo 
primo disegno di una Lombarda. Ma checchessia di ciò » certo è 
: pur sempre che sulla 6ne del XII secolo si aveva già una colle- 
zione sistematica delle or cosi dette longobarde leggi ; opera partita 
in tre e poscia in quattro libri (1). L'autore della Lombarda è 
ignoto ; non certo Pietro Diacono il Cassinense ; poscia che i testi 
a penna rimontano al sec. XI. Base all'opra fu il Liber Ugii langob.: 
si sceyerò per altro glosse e formule , e si pigliò soltanto il testo 
delle leggi. Sennonché yarianti in8nite quanto alla estensione, 
alla lezione e ai nomi dei legislatori, inducono a credere o che 
vi layorassero più Lombardisti, o che la si trattasse nel più sva- 
riato modo, allorché la scuola del XII e XIII secolo ebbe mostrato 
qual sede tener dovesse nelle università italiane il gius longobardo. 
I codici pertanto della Lombarda non voglionsi distinguere secondo 
il testo , ma dietro loro segni esteriori ; per la partizione o in tre 
o in quattro libri, e secondo che venne o non yenne accolta nella 
serie delle leggi quella che fu promulgata da Lotario il Sassone 
nel 1196. 

Contengono la Lombarda nella forma originale in tre libri, il 
miglior numero dei conosciuti MSS.; cioè: ci. L. 1.° Il Brancac- 
ciano di Sant'Angelo in Nido, li, B. 38 (sec XI 6n. ) ; 3.« 11 Vien- 
nese jl e 39 (sec. XII pr. ]; 3.^ U Laurenziano LXXVII , 10 
(sec. XII pr.); V U Bodlejano 1336 (sec. XII pr.); 5.' Il Rho- 
digerano in Breslayia (sec. XII pr.) ; 6." Il Parigino 4566 (sec. XII); 
7.« Id. di S. Vittore 87 (sec. XII); 8.' Il Vaticano 3845 (sec. XIII); 
9.' Il Cassinense 468 (sec. XIII) ; 10.' 11 Parigino 4616 (sec. XIII); 



(1) Del 2.° libro, dal titolo de praeteriplioniìms In giù, fecero aleoni an 
terzo libro, «cebo divenne qaarlo il terzo. 



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DEI POPOLI BARBARI 75 

ll.« li Lambethiano in Londra, 99 (sec. XIII). - Nei seguenti due 
MS8. ii.'' il Vatic. palaL 779 (sec. XII pr.); 13.' e il Parig. M17 
(sec. XII) la legge di Lotario yedesi aggiunta dopo la 6ne da mano 
più tarda. Per contrario, c^ M. il codice Cremonese del 1143, ora 
in Parma, ha quella legge di Lotario come ultimo passo collocato 
neUa Lombarda per mano dello scrittore medesimo avanti il segno 
Boale. Altri poi cL iV. cioè: 1."" il Vatic. di Cristina 1060 (sec XII 
fin.) ; ±'^ il MontpeUierano, scuola de'Medici , 829 (sec. XU); a' il 
Vaticano senia numero, hanno la legge di Lotario nel testo della 
Lombarda, lib. Ili, iti. de BenefieUi. 

Contengono una Lombarda in quattro libri, el. P. 1.' Il codice 
Laurenaiano LXXVII, 1 (sec. Xll fin.); 2."" IL Parigino 4614 
(sec. XIII); a^" L'Argentinense, e IV , 5 (sec XIV). 

Tutti i conosciuti codici della Lombarda bau glosse marginali 
interlineari , parte contemporanee al testo, parte posteriori $ e per 
infino del sec XIV; non però formule come il libro Pavese: ed 
il Napolitano codice L. 1, che ne ha , non prova in contrario ; 
posciachè il corredo che lo adoma fu tolto da quel più antico 
libro , e trasferito nella collezione sistematica. 

Nella (III) Leiteraimra del giue longobardo, quale conservasi 
ne' testi a penna, si ravvisano tre sorta indirizzi, e dove ;i potesse 
andar certi che il più remoto dal Pavese fosse il più antico , ne 
avremmo tre epoche distinte ; che l'una avanti e l' altra dopo il 
secolo XI , e in questo, come nel bel mezzo, starebbe il fiorire di 
Pavia. 

In principio Topra degli interpreti si riduce a note spicciolate 
e irrilevanti sulla cimnessione tra loro delle longobarde leggi : 
sparuti i segni del gius romano , e quando tentasi all'uopo concor- 
dare o comparare le fonti del gius , esce una esposizione mai 
sempre informe del dritto vigente (1). Raccolta di sinonimi o 
glossarii , ma di persone affitto ignare del germanico idioma, si 
hanno in que' soli codici ( di Madrid e della Cava) che muovono 
dal ducato Beneventano (sec IX), e stanno sempre dietro la fine 
degli editti. Le glosse del Cavense , salvo due passi , consistono in 
citarioni di luoghi paralelli che rinviano a quello di Rotari per 
le cose dei posteriori editti : i codici però di Milano e d'Ivrea di- 
mostrano cultura progredita in quanto che alla collezione delle ana- 

(I) V. MS6. ci. e. 2, S, S, ci. De d. S, citale nella nota 1 , iiag. 69. 



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76 ISTORIA E LEGGI 

logie e delle antinomie Gongìungono MAoniiDi ed argomenti che 
entrano nella materia, con l'ajato ed il raflhmto del gius romano; 
citando il milanese an passo di Gialiano e quel d'Ivrea le Insti- 
tate di Giustiniano. Ma la scienza del gios longobardo, al oomin- 
oiare del secolo lU, fa, per la scaola del diritto in Pavia, con- 
dotta a grandissimo flore ; e ce ne è proya quel libro di gtas che 
in un col testo delle leggi contiene glosse e formule in qaantità; 
dotto lavoro che, con istadii ben proporzionati, stendesi so quasi 
tutte le parti del testo. Cognizione di questo primo periodo di 
detta scuola danno : il Napolitano codice L. 1 , il quale esibisce 
quell'ampio apparato di glosse e formule al a LiUr legi$ km§ob. • , 
che sul cadere del sec. XI fu trasferito alla LonUmrda; e lo 
Estense F., che rappresenta completo il libro di gius di Galgosio : 
ambidue di ugual pregio nel mostrare i progressi del gius longo- 
bardo ; di assai maggiore il primo per la storia letteraria. Eoco 
poi le cagioni, di tanta rigoria. 

DaUa fine del secolo %. per iofino ai primi anni ddTXI» stet* 
tero in Pavia gl'imperiali giudici palatini , il cui collegio dopo la 
metà di que^o ultimo secolo appellasi degli amHqui judkes. Le 
costoro sentense ottennero, come interpretazione della legge, quella 
osservanza che rendasi alle decisioni dei sapcemi tribonidit e le loro 
massime e forme nei processi diflbnderonsi come dottrine del pro- 
cesso, e come un ordine de' giudizi. Cosi dal bel mezzo di una su 
prema corte tedesca, sorse nel regno italico la teorica del gios 
comune e di una processura comune. Contemporanei degli anticbi 
giudici (e di Guglielmo si serbò per assai tempo memoria) ne 
ridussero in iscritto Tona parte o l'altra ; da essi muoYono i mo- 
delli delle formule , e la eoUeziooe delle glosse più antiche ; ed 
erano dotti e rispettali abbastanza per ccmtrastare feliosmente eoo 
gli slessi giudici palatini intomo la interpretacione deUe leggi. A 
questo periodo di tempo , che potè comprendere un pajo di gene- 
razioni , spettano nominatamente Sigifredo , Guglielmo , Bagelardo 
e Buonfl^o ; il primo e l'ultimo dei quali furono per certo giudici 
palatini. Educato quegli nella scuola di rettorica , e da noverarsi 
tra i più antichi ginreperiti di Pavia ; fondatore questi di ona 
nuova e distinta scuola ai tempi di Enrico II. Vengono appresso , 
nella terza generazione , Ogo di Guglielmo , Galgosio ( Wokmma)^ 
Lanfranco e la scuola di Buonflglio; ed ai costoro tempi, ma in- 
nanzi al 1037, il libro di gius pavese, testo, formule e glosse , 



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DEI POPOLI BARBARI 77 

reeaYMi a compimento. Questa è la letlaratara di che notiiia ci 
danno i due MSS. di Napoli e Modena: e chi miri alla connessione 
tra fonnole e glosse « alla intessitura delle one e delle altre col 
testo in forma di compialo apparato, fermerà concello che dai 
gimieperili della corte palatina o a quella addetti» si fondasse non 
solo il gius territoriale e l'ordine de' giudizi, ma eiiandio la prima 
scuola del diritto die fosse nel medio evo, con tutto quanto il ma- 
teriale necessario per educare in giurisprudenza. Al qual proposito 
è degno il rilevare, come e con metodo e cognizione si adoperasse 
e citasse sin da principio il gius romano , si per interpretare le 
patrie leggio e si per comporre nuove teoriche di diritto. Non solo, 
fénnosi paralelli tra i due diritti che TiTacemente ritraggono 
adesso lo spirito e la sustanza delle leggi, e vedesi come gli antichi 
giudici, non che Guglielmo loro contemporaneo, già ricorrevano al 
gius romano; ma ne resta altresì comprovato^ per quanto più sale 
in su la scuola pavese, l'uso generale e costante , ed il suo yigore 
come diritto sussidiario, laddove il' patrio é oscuro o difettivo; 
tsntoohè nel codice napolitano, L$ff. 5, Lon. Il , 55 (il cap. 364 
di Rotari) scolpita leggesi la egregia tradizione: « Quando Roiham 
< hfei $ua$ eomponer$ cepii^ qualiier legwn iumvm plaeita diffim" 
f rsnltir hms tiMpie Ufflnmt , sed teeundmn kgi$ romam diffMtiù' 
« nsm dimmi (1) a. Sennonché sembra si formassero in Pavia 
come due sette , di che una propendeva al diritto romano, e l'al- 
tra, capo Galgosio, ripugnaya la signoria del diritto medesimo; ma 
dopo i tempi di Corrado II, esce trionilinle la prima , che nel suo 
apparato usa tutte fonti allora accessibili del gius romano ( Insti - 
tale , i primi nove libri del Codice, e Giuliano ) ; e Lanfranco . il 
maeslro de' contemporanei, batte la scuola del suo avversario 
Buonfiglio con le parole di Giustiniano. 

Ove pertanto questo primo periodo di tempo volesse stendersi 
per infino al regno di Enrico IV , resterebbe tuttavia un mezzo 
secolo per giungere alla fondazione della scuola di Bologna , e nel 
quale di per sé sola procede la letteratura del gius longobardo. 
La scienza sta nei Pavesi; il libro di gius si diffonde per tutta 
Italia superiore, ma, indirizzato all'uso comune, perde a poco a 
poco i contrassegni che ne indicavano il vincolo col tribunale 
palatina Apresi dunque un secondo periodo di tempo , testimoni! 

(1) ▼. anche In detto MS. le glosse consonanti altii log. I . Lom. 1,1. 
(Holhar. e i), Leg.l2, Lom. I, 97. (Widon. e. S) ec. 



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78 ISTORIA E LEGGI 

ì codici delle classi G. H. K. , ove si vede accolto solamente il 
gias tuttavia vigeute y e un primo getto della Lombarda. Che parte 
in queste opere spetti a Pavia , non può dirsi ; ma la circostanza 
che la scuola del XII secolo dispettò Galgosio per tradizione an- 
tica, sembra indicare nata in Pavia la controversia , e di qui mosso 
il nuovo indirizzo , che ricevè poi di fuora maggiore impulso e 
sostegno. Nelle glosse dei MSS. G. H. non yi ha più i nomi , e le 
sigle eziandio che indicavano quelli degli antichi giureperiti ven- 
gono interpretate a rovescio; il Laurenziano ha le abbreriature 
antiche a mala pena in alcuni luoghi; e quasi dappertutto inter- 
preta, FEufemiano sempre, A. (antiqui) per otìni oammte$; rai. 
(Walcausa), vaknUt o vani; e nelle formule non più Pavia e 
vicinanze,, ma si rammentano come luoghi, Roma, Ravenna, Pa- 
lestrina , Aquino ; poco yi resta del natio vigore ; nulla vi si ag- 
giunge di nuovo. Chi, al paragone della precedente, ricerchi come 
i legisti di questa età si ajutino del gius romano o trattino il 
patrio , non può non riferire la dissoluzione della scienza allo 
scadimento della scuola di Pavia , e in ciò vedere i segni pre- 
cursori della vittoria che in Bologna ottenne il dritto romano 
sulla lombarda scuola del gius comune. Non più orma della an- 
tica si ampia interpretazione; l'arte de' processi comincia ad ac- 
comodarsi ai desiderii della pratica con la piana esposizione di 
ciò che le giova ; brevi note sottentrano alle sottili discussioni ; 
tabelle e schemi prevalgono; e salvo per certe poche materie più 
rilevanti in pratica, le investigazioni della scienza cessano athtto. 
Unico e durevole suo vanto è lo avere, giusta il modello delle 
pavesi formule de' processi per la eonienziosa^ adunato e ordinato 
gli antichi formularii de'ootari per lo esercizio nel regno italico 
della giurisdizione volontaria; ed hannosi ove in maggiore ove 
in numero minore ne'varii codici G. H. e in collezione completa, 
come <r liber carturiari » (del notaro), nel napolitano L. I. 

I lavori letterarii intomo alla Lombarda, omettono quanto si 
riferisce immediatamente alla pratica del gius antico, cioè tutte le 
formule ; e si distinguono in glosse e commentari! : questi sono 
frutti della nuova scienza; quelle sono cavate in parte dal libro 
pavese, e in parte nuove, ma estratte da que'commentarii. Il primo 
commentario alla Lombarda fu sul principio del XII secolo, scritto 
da Ariprando (1) giudice, che fu , forse , nella corte del marchese 

(1) Ariprandl Coinment, ci. N cod. I. 



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DEI POPOLI BARBARI 79 

d'Esle f contemporaneo e collega d'Irnerio: ivi si espongono di- 
stesamente i varii più rilevanti titoli del V e del IL° libro; del 
in." solamente quello de beneficiU^ neUa forma che allora dayasi 
io Bologna alle somme, e adegna i migliori lavori del tempo. Dopo 
Tanno 1136, da un mantovano Aliprando , contemporaneo di Ugo 
da Bologna , fu parte di questa opera raffazzonata per esporre assai 
brevemente i principii del gius feudale sotto il titolo di « Summula 
de feudie et benefiiiis secundum donUnum AUjMrandum (1) 9. E 
correndo sempre il XII secolo , l'opera tutta di Ariprando fu rila- 
vorata ed ampliata per la illustrazione di quasi tutti i titoli omessi 
del I.'' e del li.'' libro della Lombarda, in un commentario che per 
codici di quel medesimo secolo si conserva in Bologna e in Pa- 
rigi (2). Qui è preposta una lunga introduzione di altro autore che 
non quello del Commentario, nella quale si sta per l'ordine at- 
taccati all'originale , il cui testo cercasi occultare per circonlocu- 
zioni e mutazioni : tramezzo al commentario alla Lohb. II , 55, 
intercalaronsi , senza nominarlo , pezzi di Anselmo da Orto , che 
ne rompono la continuità ; in ogni resto alle opinioni di Ari- 
prando contrappongonsi quelle di Alberto , che potè esserne di- 
scepolo ; onde , se non a costui , per certo al suo tempo vuoisi 
attribuire quel commentario, cioè alla metà seconda del XII secolo, 
quando il nome di Ariprando era già scordato, e cosi poteva ce- 
larsi un plagio che ora è manifesto. Hannosi inoltre per frammenti 
Summae kgum hngobardorum ( cod. Paris. 4931 ] ; Af ono^o^ del 
secolo XII, sulla dottrina della prova (3), che rassomigliano ai 
lavori primitivi della giurisprudenza longobarda; e collezioni di 
analogie ed antinomie, con le respettive soluzioni, ec. ec. Una delle 
quali y che è dello sconosciuto legista Vaccellao Vaccello (Vacc.)» 
per la prima parte s'intitola: a Contraria 4i dno Voce, faeia iegit 
longoh.'^ ; per la seconda a Argumenta ìombardae (4) o , e vi si 
cita soltanto Ariprando (ar.), e Alberto (a/.)» pigliandosi le parti ora 
dell'uno ed ora dell'altro. Nota caratteristica di questi lavori è lo 

(1) Cod. Parmeos. H. H. I, 2tf , sec. XUI. 

[%) Colleg. Iifspan. cod. 73 , Col. 69 e segg. — Cod. Paris. 4617. 

(3) Hoao e EovaBDUS, de Pugna jwUeiaiiai cf. Savmmy, Storia ec.. Voi. IV, 
App. VII, e voi. V , $. 77. — ScHBMATA , ea qtUb. eaus. fiat puffna, cod. 
CHIgiano E., VII, 118 (sec. XIII). — Abbozzi del diritto ereditarlo longo- 
bardo del sec. Xll , cod. Cassloeose 328 , Viennese palatino, J. e. 39. 

(4) Nel cod. Cbigiano citato nella precedente noia. 



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80 ISTORIA E LEGGI 

esporvisiparamente il ghis longobardo, senaa mentioiie alcuna del 
romano ; il che , a partire da Carlo di^ Tocco , giù già venendo 
per insino al seccdo XV, più non accade giammai (1). Le glo$i$ 
alla Lombarda sono molte : inserite contemporaneamente alla serit- 
tara del testo, ninno si fa, come Accnrsio, autore in generale di 
esse , ma o se ne cita l'autore particolare, o lasciansi anonime. Nei 
primi tempi non se ne estrassero se non dei Paresi, o di Ariprando, 
per trasferirle nella Lombarda (3] ; poi dopo , tuttavia correndo 
il XII secolo , ne occorrono esiandio di Aliprando (3) , e poscia 
di Alberto (4); all'approssimarsi del secolo XIII, diventano più 
assai diffuse e superficiali ; e Carlo di Tocco , l'Accursio ddla 
Lombarda , chiude la sana epoca ed altra ne apre ben trista ; la 
quale pur vuoisi esaminare e studiare da chi brami , anche rispetto 
alla sciensa, misurare i progressi e la decadenia dello spinto 
umano. 



Cosi per le laboriose e perspicaci invesUgaiioni del Merkel « 
abbiamo adesso una vera e affatto nuova scorta del éiriHo longobardo 
e iua liiteraiura , e dissepolta una $€uola di gius in Pavia fioriia 
cencinquant'anni avanti che sorgesse la Bolognese, già reputata 
come la prima. Pregi maggiori d'ogni elogio, e che meritamente 
levarono l'autore in somma estimazione dei dotti. Non avendo noi 
sott' occhio nìuno dei tanti materiali usati da esso, non possfam 
dire se a tanti pregi non vada pur congiunto un qualche difetto, 
e né tampoco proflbrire cwto giudizio se la esplicazione e le vi- 
cende della scuola del dritto longobardo in Pavia , per lui rappre- 
sentata in guisa tanto conforme a quella della bolognese, non ar- 
guiscano un non so cbe di troppo sistematico, di preconceputo per 
lunghi studii sulla istoria del Savigny. Ma checchessia di ciò, non 
sapremmo affatto consentire al Merkel, quando egli dice che i 
primordi! degli studii in diritto nel medio ero , che ebbero per 
fondamento un diritto germanico (il longobardo) , debbono riferirsi 

(1) V. difertnUw jwit: i.« di Andrea da Barletta (e. a. 19S0), ritoccale 
da Glollo Ferretti nel sec. XV. Savmnt, Storia ec., Voi. Y, g. 131. 3.«DI 
Biasio da M oreone (av. Il 1338) , consisliere del re IÌot>erlo di Na|)oli. 

(9) God. Vatic. palat. 772. Laorentian. LXXVII, 10. 

(3) Cod. Valle. S846, e on altro In Breslavia. 

(4) Cod. Vatte. Cbrlstlnae, lOeo. 



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DEI POPOLI BARBARI 81 

ip. 16), « alle opre del germaoico spìrito o. Impercioccbè, prose- 
gue egli a dire, a il tribunale palatiao del tedesco imperatore, era 
ia Pavia la facoltà de'giurisli ; e come ai tempi di Carlo Magno » 
germani recarono in Italia la classica educazione (!), cosi nella 
epoca degli Ottoni , e in6nchè non surse Bologna , predominanti 
meglio pressoché tutti sono tedeschi i nomi, pe* quali ne' docu- 
menti del X.^ e deirXI.^ secolo ci è tramandata la stirpe e la 
discendenza de' giudici palatini; degli uomini che in Italia aprirono 
la via allo studio del diritto , ed anzi riportarono ai Romani il 
romano diritto ». £ di fatti , quand'anche il tribunale del tedesco 
imperatore voglia considerarsi come facoUà de'giMristi in Pavia , 
in questa facoltà entrarono pur anche, a detta del Merkel, i con- 
temporanei non tutti almanco germani; né tutti i giudici palatini, 
forse ben pochi , calarono dalla Germania ; né sulla Gne del X.^ e 
molto meno correndo il secolo Xl.^, tedeschi nomi in Italia 
valgono a dimostrare tedesca origine o patria; né i discendenti 
dei Lombardi, dei Franchi , o Germani da secoli stanziati in Italia 
e che tramutato avevano nel romano il patrio sermone , possono 
aversi in conto di Tedeschi o dirsi informati da germanico spirito, 
chi non voglia , anche in letteratura , sprolungare Germania insino 
all'Adige e al Po. Onde il Savigny, non imitato ov'era più bello 
dal Merkel , con quella moderazione ed imparzialità che é propria 
del vero sapiente, insegnava a' suoi connazionali, che se Irnerio 
ha nome tedesco (Warner), é però di patria italiano (1). E non 
è da maravigliare se, quotate per gagliardia degli Ottoni quelle 
fiere turbolenze, le quali, estinti i Carolingi, tennero per tanti anni 
agitata e sconvolta Italia, gli animi riversarono negli studii la 
loro vivenza ; e se per occasione della curia Palatina , la quale 
molto dovè insegnare quanto alla pratica del gius longobardo, gli 
addottrinati nella pavese scuola di lettere consecrarono altresì a 
qoello le loro menti, e col soccorso della grammatica , della dia- 
lettica e della ragion romana , ivi imparate , seppero polirlo e 
levarlo a teorica. Ma la pavese scuola di grammatica, quand'an- 
che restaurata dai re Longobardi, era per certo italiana, e italiano 
lo spirito che vi dominava ; e i giudici palatini , gli antiqui judiees^ 
quivi dovettero in molte ignorate cose erudirsi. Fosse stato, infatti , 
germanico quello spirito; 'dovesse il libro di giìM , pavese, consi- 

(i) Savigny , Storta ec. Voi. IV , p. 16 e 17 ( ediz. 2.* ). 
ilpp., Voi. IX. 11 



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82 ISTORIA E LEGGI 

dorarsi (secondo il Merkel, p. 29) <x come il più antico monumento 
della tedesca sapienza in diritto o ; perchè mai quello spirilo si 
tenne cheto e allora e poi lungamente in Germania, né seppe 
venire alla luce se non in Pavia , né seguitare a splendere se non 
in Bologna , in Italia ? Niuno più di noi tiene in altissimo prezzo 
l'amore di patria; ma le lusinghe alla vanità delle nazioni non 
debbono spingersi al segno di violare la sana logica. Cosi ci sem- 
bra : ma naturati al fare da dikttanti delP italiano ^ non avrem 
forse nemmen noi saputo giustamente ponderare la vakntria delle 
germaniche forze (1) ; e con questa scusa ci faremo adito a parlare, 
ma sempre con imparzialità e cortesia, degli altri lavori del 

Merkel. 

\. 

III. La legge salica. 



Lai legge salica, chi guardi ai numerosi testi a penna in che 
si contiene , e senza far conto delle minori differenze che regnano 
tra loro, ci si presenta in due variatissime guise: una, più rozza 
e munita di glosse in patria lingua dettate [le glosse malbergensi); 
l'altra assai men rozza , più colta e senza glosse. Prevalse In ogni 
tempo e malgrado i dispareri dei dotti prevale tuttavia la sentenza, 
che sotto la forma più rozza e munita delle glosse malbergensi ab- 
biasi la redazione più antica, perciò, con l'originario nome, appellata 
(V Pactus legis salicae o; e sotto la forma più polita e scevra di glosse, 
una redazione posteriore , non già da tutti , ma da non pochi al- 
meno, attribuita a Carlo Magno, e denominata Lex salica [a Carolo 
Magno) emendata^ s. reformata (2) ». Avvertii peraltro, che nei MSS. 
della legge salica, incontransi pur anche altre varietà; le quali, 
se minori di quella testé rilevata , non sono punto di leggiera im- 
portanza. E già gli stessi epiloghi di questa legge accennano a dif- 
ferenze molte di redazione; i dotti nell'arte critica aveanle dili- 
gentemente notate, né difettavano edizioni che le avessero, in parte 
almeno , rappresentate agli occhi degli studiosi. Onde era invalsa, 
e da tempo non breve, la opinione che tra la legge salica primi- 
tiva quale era innanzi Clodoveo , o in ogni modo avanti che egli 



(1) Merkel , ap. Savigoy, Storia ec. Voi. VII, p. 22 (edfz. 2.* ). 

(2) V. per es. P. Geùrgisch, Corpus JHris permanici. Baie Magdeb. 1738. 



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DEI POPOLI BARBARI 83 

si rendesse cristiano (1); e quella emendata, come dicesi, per 
Cora di Carlo Magno , revisioni e nuove recensioni si procaccias- 
sero del testo primitivo ; ciò fosse poi per pubblica autorità o per 
cara dei forensi (2), punto intorno al quale manca ogni soccorso 
per profferire certa ed assoluta sentenza. Ma quale tra tante e si 
varie recensioni , anteriori a quella attribuita a Carlo Magno , 
dovrà tenersi come primitiva o meno difforme dalla primitiva ; 
come signoreggiare un si ricco e vario apparato del primo e più 
antico parto della germanica legislazione ? Al Pardessus , tenero 
della gloria del suo paese , già posseduto e tuttavia dal Franchi 
denominato, parve dovere imprendere la soluzione di si ardue 
questioni; scorrendo l'anno 1843, pubblicava raccolti in ponderoso 
rolunae i diversi testi che ci soccorrono nelle diverse famiglie dei 
codici presentemente conosciuti ; le quali rispetto alla legge salica 
000 per anche emendata sono quattro, e più tre altre che vi 
rappresentano come tre sotto-varietà per entro ; in tutti, sette le- 
zioni più o meno differenti tra loro : e finalmente la lex emendata 
che costituisce il quinto ed ultimo testo, lezione ottava, di quella 
preziosa raccolta (3). Anche il Pardessus ritenne che come reda- 
zione , se non primitiva, almen più prossima alla primitiva, dovesse 
tenersi quella in 65 titoli, alla quale accennano gli epiloghi, e che 
la « reagritulatio legis salieae s appella a eapiluia prtneipaUa » ; ep- 
però a tre testi che la esibiscono (h) die le prime tre sedi» inco- 
minciando per quello dei tre testi in 65 titoli, che non avendo in 
sé orma di cristianesimo, può meno male dirsi anteriore a Clodoveo; 

(1) Salta primitiva redazione delia legge salica, cf. Heinecc in praef. ad 
Georgisch, op. cit. (nota 2, pag.82); Pardessus, La loi salique, Disseri. !.'•; 
Grimm^ nella prefazione alla Lex Saìica del Merkei, di che qai rendesi conto, 
pagina lxvi-lzii. 

(8) Quanto I Franchi fossero gelosi che I re non toccassero le loro patrie 
leggi e consaetodinl, parmi chiaramente attestato in Vita 5. Leodegarii epUe. 
Àugustodun, e. 4. ap. Ursin. « Interim HUderico (II di questo nome, a. 
D. 660 ) , expeluni universi ut talia darei decreta per iria que oblinuerat re- 
gna, ut uniuseujusque patriae tegem vel consuetudinem obsertfaret, sicut antiqui 
iwHees eonservavere , et ne de una provincia rectores in alia introirent etc. ». 

(3) PàKDBSSOS, La UH salique, ou Réeueil eontenant les anciennes redactions 
de eette toi; et le teoUe connu sous te nom de • lex emendata » , avec des notes 
et des dlssertations. Paris, tmprim. royate 1843. 

(4)i.*Cod. della Blbllot. reale 4404 (fondo antico ) , PróCace , fi. 2 , 
N.« III; 10 Ihid. Cod. 65 (soppi, lat.) ; 3.^ Cod. 4403 b. (fondo antico), e Cod. 
253 fd. 9 ( fondo di Nostra Donna ). 



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8^ ISTORIA E LEGGI 

die poi la qaarta sede alla recensioDe In 99 titoli secondo il tenore 
del codice di Mompellìeri, e pose quindi come appendice ad essi 
le tre soHo-varietà di testi poc'anzi enunciate (1), i quali differì- 
scono dai precedenti ed .anche tra loro per l'ordine e il numero 
dei titoli. La ottava sede , già lo dicemmo, si die alla kx emendata. 
Malgrado però l'opera immensa del Pardessus, ai dotti della 
Germania parve che nuove fatiche fossero tuttavia da spendere in 
tomo alla legge salica. Restava infatti tentare, se per collazione 
accurata dei testi anteriori alla cr lex emendata potesse operarsi 
la restituzione (perieulosae plenum opus aleae ) della primitiya re- 
dazione del Patto; deOnire anche più rigorosamente quali fossero 
le giunte fattevi dai re Merovingi , da Carlo Magno e Lodovico 
Pio; quali le nuovità, modificazioni e interpolazioni ingerite in 
essa per le varie recensioni o revisioni che , sia per pubblica o 
per privata autorità, subiva innanzi la emendazione fattane da Carlo 
Magno (?); e ricondurre diremmo quasi a un solo e comune punto, 
al testo creduto pia antico della legge salica, la esplicazione e le 
vicende nel corso dei secoli incontrate dalla legge medesima, dal 
diritto de' Salii Franchi. Primo a concepire e colorire , in parte 
almeno, il disegno, fu il Waitz, professore in Gottinga, nel suo 
libro che s'intitola: « 11 dritto de' Salii Franchi 0: libro che non ci 
capitò per anche alle mani. E ad esempio del Waitz, altra restitu- 
zione si oprò dal Merkel , della quale ci siamo proposti dare con- 
tezza ai nostri lettori , e sempre quanto più sia possibile con le 
parole dell'autore medesimo nella sua introduzione. 

Della legge salica non si hanno codici che risalgano al VI o 
al VII secolo , e molto meno al V ; quelli di più remota età spet- 
tano air Vili e al IX, né alcuno di essi va per conseguenza sce- 
vro delle alterazioni che s'indussero in quella con l'andare dei 
tempi. Nella congerie adunque dei MSS., bisognava scegliere quelli 
che per la forma paressero rappresentare più da vicino il testo 
primitivo del Patto. Epperò dal Merkel si preferirono i seguenti 
codici : 1.° Il Parigino kkOij regio 4890, membran. del secolo IX pr. 

- 2.^ Il Wolfenbutteliano, tra i Weissenburgensi 97, del secolo Vili» 

- 3.^ Il Monacense regio cimel. IV, 3, g. del secolo IX pr. - k.^ il 



(1) i.*" 11 Cod. Wolfenbatteliaoo. 2.° Il Monacense. 3.« Il Fuidense, rap- 
preseniato nella edizione HeroMina, ti quale però può direi eoslttaire famiglia 
da 86. 



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DEI POPOLI BARBARI 85 

Parigino suppl. lat. 65 , membran. del secolo IX (1). 11 primo di 
questi codici si ebbe come fondamento al lavoro. Quanto ivi è 
di glosse malbergensi (3), tanto si rendè per intiero; quelle poi 
che stanno negli altri tre codici si ricererono nel testo della legge, 
se due almanco di essi aveano glossa al luogo corrispondente. E 
quando per comparazione di tutti e quattro i codici rendevasi ve- 
rosimile che giunte o alteraxioni di una più tarda legislazione 
fosservi penetrate , queste si tralasciarono e si collocarono in Ap- 
pendice ai N.' 1--2Ì come Novelle^ di che sarà detto in seguito. Al 
« Paeius legis saUeae » in 65 titoli cosi restituito, e che nella 
nuora edizione stendesi per le pag. 3-34, seguitano a pag. 35-44 , 
secondo il tenore dei summentovati codici 1.^ e 2.^ , ed il Vossiano 
lat. 119 membran. scritto sul principiare del secolo IX , i capi 
aggiuntiyi dai re Merovingi; i quali capi, giusta la nuoya forma 
ad essi data dal Merkel , compongono il rispettato antico numero 
di quaranta titoli ( LXVI-CV ). I primi undici muovono da Clo- 
doveo ed hanno glosse malbergensi ; gli altri dei re successori non 
han quelle glosse. Traggono dietro (pag. 44 , in fin. 50) il a Paeiui 
prò tenore pacis D. D. ChUdeherti et ChhtarH regii d , secondo i 
codici ].'' 2.* 9? ed il Vossiano , conciossiacbè capitolari salici 
anch'essi ; e quelle leggi infine di Carlo Magno e Lodovico Pio , 
che meramente come diritto salico si dimostrano. 

Nella parte fin qui discorsa del suo lavoro comprendeva il 
Merkel la serie di quel tanto che per sé medesimo si rivela come 
prodotto genuino e sostanziale della salica legislazione. Ma e^i 
non poteva né voleva fermarsi qui; suo divisamento era eziandio 
riprodurre le addizioni , le variazioni e le modificazioni che nel- 
l'una o l'altra delle parti originali della legge salica furono in- 
dotte per posteriori recensioni, e massime avanti quella che alcuni 
dicono di Carlo Magno. Queste recensioni intermedie sono due : 
una che esibisce il testo antico in 65 titoli , ma molto ampliati; 
altra In 99 titoli. Sennonché, a parere del Waitz, accollo per ve- 
ci) Di questi 1I1S9. Il t.* e il 4.* cosUtoiseono il primo e II secondo testo 
pnblrtieatl dal Pardessos. Il Z,'^ e 11 4." ftirono esibiti in appendice dal Par- 
dessos come primo e secondo testo della Appendice medesima. 

(2) Il Merlcel ( T. p. xcvui ) dichiara non aver potato collazionare da sé 
medesimo qoesle glosse ; ma se ne consola nei pensiero che r Bccard , Il 
Feaerbaeb , ti Graff e V Hattemer lo aveano già ratto ; ed aiiebe il Grlmm 
vi si adoperò, come ne fa praova la ^refaxione a questa edizione : di che tral- 
ieremo pia sotto. 



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86 ISTORIA E LEGGI 

rosimiie dal Merkel , al tempo dj questa recensione in 99 titoli, 
e ancora insin da quando si procedeva alla redazione del testo am- 
pliato in 65 titoli Y esisteva già , ed i compilatori avrebbono arato 
sott' occhio un libro di gius intimamente affine alla collezione in 
99 titoli, e che vi corrispondeva si per l'ordine delle leggi, e si 
pur anche in buon dato per le glosse Malbergensi ; libro di gius 
perduto , ma da cui può reputarsi scaturita appunto la collezione 
in 99 titoli. Cosi, dopo lo antico e primitivo , yiste sarebbonsi nel 
regno dei Franchi come due diramazioni del testo della legge salica, 
cioè la collezione ampliata in 65 titoli , e l'altra in 99 titoli; la di- 
versa presenza delle quali forse da ciò procede, che, morto Clodo- 
veo , il regno salico andò diviso in due parti, ed ebbe due distinte 
metropoli, Parigi e Soissons. La diramazione che esibisce ampliato 
il testo in 65 titoli, fondasi su due codici parigini; S."" il 4403^ re- 
gio HH membran. del secolo Vili ; 6.^ il 252 membran. del secolo IX, 
fondo di Nostra Donna ; e nella edizione del Merkel è. contradistinta 
per la lettera A (1). Quella che esibisce la collezione in 99 titoli 
fondasi su due diverse classi di codici ; una delle quali formata ; 
7.® dal Mompellierano, scuola de'Medici , 136 membran. sec IX ; 
8.® dal Parigino , 4627 membran. , sec. IX ; 9.^ dal Sangallense , 
731 membran. a D. 793 (2), ricevè in buon dato le glosse malber- 
gensi , e restò fedele per la sostanza alla antica barbara forma ; 
l'altra è costituita per altri codici (3) scevri di glosse malbergensi 
e molto ingentilita nella redazione : laonde il Merkel per questa 
seconda diramazione da lui contraddistinta con la lettera B , non 
si acconciò se non dei codici della prima classe. A queste due re- 
censioni, che rappresentano, già lo dicemmo, come due diyerse 
diramazioni dal tronco antico della legge salica , soggiunge final- 
mente il Merkel per terza ed ultima recensione quella che dioesi 
di Carlo Magno ; la quale gli comparisce nata per biasimevole ac- 
coppiamento dei testi A e B , e viene da lui contrassegnata della 
lettera C. Dei yarii MSS. in che giace questa recensione , il Merkel 

(1) Qoesll due MSS. formano oonglanlamente il Utmo (esiodei Pardessus. 

(2) Il 7.* e VS."* dei MSS. qoi rammentali formano , con altri nominali 
appresso , il tetto quarto del Pardessus. Il 9.**, o Sangallense , si adoprò dai 
Pardessus soltanto per le glosse malbergensi. 

(3) Codd. Parigg. 4409, 4629. SaDgall.739. Yatlc. di Cristina 846, e il 
Kellerlano. g\à del collegio Cbiaramontano, 617. — Qoesll codici non facendo 
serie adoperala nella edizione del Merkel , gli ho riferill In noia, per mera 
ulilità degli erodili. 



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DEI POPOLI BÀRBARI 87 

non ne ricorda yerano; conciosiachè tutti si rassomiglino, né of- 
Frano se non pochi passi all'uno o all'altro particolari, e che egli 
contradistingue nella sua edizione per averli espressi in caratteri 
minuscoli ; onde si contenta di rinviare i curiosi della notizia di 
essi al Pardessus. Queste tre recensioni poi forniscono la sostanza , 
il nervo di ciò che il Merkel chiama Novelle, e delle quali , senza 
contrastare sui nomi, or vengo a discorrere. 

Adunque, sotto il nome di Novelle comprende il Merkel le 
ampliazioni , le giunte , le interpolazioni , le modificazioni, le va> 
danti, che nel corso dei tempi s'intromessero nel testo che egli 
tiene come primitivo della legge salica. Vengono per prime quelle 
ampliazioni e giunte che da fonti più tarde erano a parer suo 
penetrate pur anche in que' codici, i quali meglio rappresentano il 
testo primitivo della legge ; e sono ventuna , riferite a p. 53-55. 
Dalla pagina 55 verso la fine insino a pag. 90 ordinatamente si 
succedono,.segnate dei numeri 22-356 o 357 tutte le altre; le quali, 
pei numeri 22-180 , spettano all' antico ampliato testo in 65 ti- 
toli (A); pei numeri 181-27i> alla collezione in 99 titoli (B); 
pei numeri 275-357 alla recensione Carolina (C). a Quei luoghi dei 
testi A e B. (sono parole del Merkel , p. xcvi ] , in ciò particolari, 
che una più tarda redazione o non gli ha esplicati o non consi- 
derati , sono impressi in carattere minuicoh , come lo sono altresì 
qne^capitolari che nel libro della legge non riceverono uè posto né 
applicazione; quelli che i tre testi A.B.C, hanno a comune sono 
impressi in corsivo: qui dunque la ordinaria a antiqua » stendesi 
sopra il testo C su tutto quanto, o il testo A col testo C o il 
testo B ha comime col testo C ; in somma, su tutto che queste le- 
gislazioni (?) hanno esplicato: oltracciò, tavole speciali in Appen- 
dice a questa introduzione mostrano l'ordine di que' tre raffazzo- 
namenti nella loro relazione con T originale » ; ossia con quello 
proposto come tale dal Merkel. Né qui finiscono le cose contenute 
in queste cosi dette Novelle. È noto che l'Heroldo pubblicava 
nel 1557 la legge salica appresso — IO."" il codice Fuldense oggi 
perduto , ma non senza aggiungervi ( a parere del Merkel ) , e con 
poca critica, assai cose notevoli levate da altri MSS. (1). Questa 
edizione fa dunque ufiicio di codice per molti luoghi che non ri- 



(1) Il Grimro , nella prefazione a questa edizione, pensa Invece che me- 
rnido potè trovare In margine del codice antiche varianti. 



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88 ISTORIA E LEGGI 

corrono altrove , i quali neUa edizione del Merkel si hanno in 
carattere corsivo, chiusi tra stanghette, e ricondotti , secondo con- 
venienza , sotto la classazione di ano dei tre testi A. B. C. Quale 
poi sia l'ordine della edizione Heroldina vedesi nella tavola V.* 
della predetta Appendice, la quale in altre quattro tavole dimostra 
l'ordine dei codici adoperati e quello della edizione , si pe'capitoli 
dei re Merovingi , come per le cosi dette Novelle , contenute sotto 
le diverse anzidette rubriche A. B. C. 

Perchè poi nulla si desiderasse in questa edizione di quanto 
alla legge salica si riferisce , hannovi altresì : 

1.® I prologhi e gli epiloghi apposti ad essa legge, e con gli 
epiloghi i A Remissoria » dei testi B e C II primo prologo è tolto 
dal 5.^ dei codici adoperati dal Merkel ; il secondo dal Yossiano; il 
terzo dalla Heroldina ; il quarto e il quinto ricostruironsi dalFedi- 
tore con Tajuto di più MSS. in quella forma che gli parve odorare 
meglio di antica. L'epilogo impresso a pag. 94 viene dal codice 2.^, 
e quello derivatone che sta di fronte, dal codice 7."* Dei a Remisso- 
ria D a pag. 95, il primo sta a sinistra, quale è nell'Heroldina; a 
dritta, come nel codice 8.® ; il secondo , « hoc sunt septem causas » , 
proviene dal codice 6.°; il terzo a pag. 97, lin. 3, e la « reeapi- 
tulatio legis salicae » a pag. 98 , spettano al testo C , e si danno 
secondo la redazione dal Pardessus trovata nei testi a penna della 
kx emendata: tra mezzo, a pag. 97, sta il a remissorium • del 
codice parigino 4629. 

%"" Seguono come stravaganti que'tratti che il Peyron scuopriva, 
nel cod. 33 del capitolo del duomo d'Ivrea, essere appendici al 
testo C , e che pubblicava nelle « Memorie della Accademia delle 
scienze di Torino nel 1846 ». 

S.*" Vengono di poi quelle glosse (non malbergensi ) , che trovansi 
in alcuni testi della redazione carolina raccolte dal Pithou (P. )» 
dairEccardo in un codice di Helmstadt (H. ], dal Lindenbrog (L.), 
dal Bignon in un MS. de Thou (T.) e dal Merkel in un codice 
Estense (E.) dell'Archivio ducale di Modena. 

4.*" Finalmente chiudono la edizione frammenti di una tradu- 
zione fatta in tedesco della legge salica nel secolo IX, e che si 
rinvennero dal Mone nella biblioteca di Treveri. A pagine 104, 
stanno come gli aveva restituiti il Grimm da copia non puntuale ; 
seguono poi nuovamente , e come giunta al libro già impresso , 
secondo l'originale, riveduti dal Pcrtz e dal Merkel. 



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DEI POPOLI BARBARI 89 

Con le cose in sin qui dette , ci sembra aver dato ai nostri let- 
tori chiaro e minato ragguaglio della edizione Merkeliana. Resta 
adesso il discorrerne i pregi. E incominciando dal pregio estrin- 
seco diremo non parerci piccolo questo dello avere dato in 
ili pagine in 8.^ tutto quanto oggidì conoscesi per salica legg^. 
Qnanto poi air intrinseco, e segnatamente alla tentata restituzione 
del testo primitivo, ci riferiremo alle parole del Grimm nella sua 
prefazione a questa edizione, p. lxxx. a La legge salica data dal 
Waitz e dal Merkel preposta (i 65 capi prineipali), può dirsi che 
sia la più copiosa epitome a noi ti^amandata dell' originale , cai 
siamo sempre in grado di riempiere e raddrizzare in molte e Varie 
guise per altri MSS. (1). A tale ufficio la qualità della glossa mal- 
bergense, e il fatto che ella sia comune tanto all'uno quanto al- 
l'altro testo, all'antico in 65 capi ed alle 357 novelle, può riuscire 
di grave momento. Forse che la glossa scritta accanto a lu(^hi 
reputati più recenti (di ciò in seguilo], non ci ha fornito nuovi e 
conspicui schiarimenti sulla legge medesima? Dalla glossa sorge 
pruova per la legittimità del testo, né solamente di quello più 
breve, quale ce Io guarentiscono i codici 1.^ e 2.^, in apparenza 
più antichi, ma eziandio di quello che è di tutti, in vista, il più 
ampio , cioè il Fuldense , il quale dà glosse le più copiose e cor- 
rette (2). Or quando la glossa è più sana, può con ragione argo- 
mentarsi esserlo anche il testo ; e il fausto rinyenimento di questo 
MS. risolverebbe le contraddizioni di che il procedere dell'Heroldo 
nel pubblicarlo sembra essere in colpa d. 



(1) Cioè, come egli dkse nella precedente pag. tnix, non dappertutto o 
per intiero sema II soccorso di nuovi codici ; ma qua e là In parecchi luoghi. 

(2) Cosi , a modo di esemplo, non vede li Grlmm ragione per dire cono- 
aclnti al Franchi , quando pubblicarono il Patto , soltanto l'Astore e l'Oca , 
né quindi giostlflcato il rinvio alla nov. 33 per la eompoiixione degli altri 
pennuti. Non capisce tampoco perché del dilf dalia roano danneggiati, alcuni 
debbano dirsi vendicati dal PaUo, 111. XXIX, altri dalle noviUe 91 e 209 : 
nel 111. xxiH, ove di chi monta senza licenza l' altrui cavallo , siasi preferito 
un testo non glossato e meno circostanziato all' altro della nov. 90. Perobè 
nel ut. I slensi lasciate le parole « ti Sutmii eum non detinuerit » , postocbè 
SwmU leggasi ai Utt. XLTII e XCVIIl . come parola sincera del Patto. Per- 
chè al cap. L1X , si ritenga scritto in origine « de terra », e non « de Urrà 
ioUea » , quando la qualificazione eoHeue , aulica incontrasi In altri assai Ino* 
ghi del Patto in quella stessa redazione che vuoisi più antica » ec. 

App,, YoMX. 12 



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90 ISTORIA E LEGGI 

Ciò quanto alia nuova edizione della legge salica. Ora ci resla 
a dire della prefazione, della quale testé riferimmo un Urano; 
tanto più che a ragionare di essa e' invitano le glome malbergemi. 
parte rilevantissima della legge medesima. Queste, come tutti sanno 
e pochi negano per abuso d'ingegno, sono dettate in quel dialetto 
doUa germanica lingua che fu parlato dai Franchi; onde il Merkel 
commetteva assennatamente a Iacopo Grinun, il più valente co- 
noscitore del patrio idioma , la cura di favellare intorno a quelle 
glosse, e a quant'altro di germanico sermone , ma con latina desi- 
nenza, oQcorre pur anche nel testo della salica Ic^ge (1). 

Le glosse malbergensi, tutte quante con somma diligenza raccol- 
te dal Merkel nella sua edizione, non ci giunsero se non per codici 
scritti neirottayo o nel nono secolo, allorché la lingua dei Fran- 
chi aveva gradatamente ceduto luogo al latino dei tempi ; onde . 
per la ignoranza dei copisti furono si sconciainente malmenate, che 
« quale si lascia cadere di mano il libro, non ne capisce più di 
quale in mano sei piglia a ; massime che queste glosse rimontano 
Terso i primordi! della lingua de* Franchi, ad un'età vicina alla 
Bibbia gotica , e ne sono pressoché T unico monumento, né si può 
contare sul raffronto al posteriore alto^tedeico antico, e né all'an- 
glosàssone ; onde non resta se non correggerle e raddrizzarle cri- 
ticamente al paragone dell'un testo con l'altro. In generale, sono 
composte di parole e frasi che riferisconsi o alle parole o alla 
sostanza del testo latino ; e non già sembrano apposte per ispie- 
game il senso , sempre chiarissimo , ma per viemeglio con patrie 
voci richiamare alla memoria del giudice e dèi forensi le patrie 
consuetudini, e loro agevolare il concetto dei pendenti negozii o 
delle composizioni che vi si riferiscono. Cosi quelle glosse possono , 
la maggior parte, distìnguersi, e dal Grimm furono distinte, in 

(1) Tali sono: 1.* Nomi: A. di persone: /<(im, «la, miUtunia; wargut, 
tmigintu (dicanm?), raetdneburgiui , chervioàurgiui ^ grafo , gasaeio ( reiit , 
debUùr)^ iaeebaro , arUrutiio eie. B. di cose : OfCtts*, beodui^ foùtu, reipus {fu- 
mU^ cireulm) , maUnu, maUobergus , bargus , duropalui , spervariuM^ firtdus^ 
faiUm , euUeUus Mcotidmi , $eiUa , ahdii , tnuUi , fuslU ( Ikiut , fw^no ) , 
ektristalo , aristalo , warannio , eie. 2.° Verbi : admaitare , tanganare , $clu- 
pare ( «loM ) , miiiifi<r« , adehramire {pgere) , adfathamire ( oggi fiidmea , /Uà 
cingere )f ioleatire ($oUm eoUocare), eie. Alcune di qoesle parole, come 
ieaaca ( furium ) , via iaeina (contrastare la via ), Sonitla ( ^fo? ) ec , co- 
muni al lesto e alla glossa , provano viemeglio che la glossa spelta agli autori 
del lesto , cioè al Franchi. 



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DEI POPOLI BARBARI 91 

serie (1); le quali (giudici non competenti delle inlerpreUiionì da 
lui date) acoenaeremo sonimarìameate. Comprende la prima quelle 
glosse cbe spellano ai numeri ; e fondamento ne è quella addiiione 
al lesto della legge salica che ha per rubrica « ineipiuni ekunna$ ». 
cioè le cenlinara. Seguitano le glosse, che esibiscono nomi di ani* 
mali specialmente domestici (ove è da notare che Fadietto m- 
sysHif o ingkmuB signi6dìerebbe giofane), da caccia, e special- 
mente del cavallo, distinto nella legge (tit XXXVIII] dagli altri 
animali « ore la glossa •tmUibo sembra denotare Vadmiuanui (wa- 
mmìo] regia. Poscia le altre respettive alle persone degli uomini ; 
e the« il servo , thra la serva , ictn significa il lito ; interpretando 
le quali voci piglia occasione di raddirizzare la formula che ne 
contiene le manumissioni , cosi : « HuaibiM «m th^thA firka bùbmi 
lata • oppure a theo p , cioè : dixiiH Ubertun meum leium oppure 
mnmm » : hnrognto ò l'ancella che tiene pulita la casa. A que- 
sta serie si ricongifingono le violenze e le offese fatte a certe per- 
sone; come rapire la moglie al vivo marito « «btistt eie. o «Immio 

velenibemo a, O meglio, SCCOOdo il Grimm, a thbmn Ithmmnmmun », 

che ■hHg» vuol dire moglie e aUMa marito ; fm o ihMi Imìimi vale 
« eoneubitm cum tii^sfitia o aMiUa » ; e gaveielMaio » l'adultero, o 
quegli che « pueilam spotuatam drueie ducenie (ilec^lèo) in via 
adioUierii , ei cmm ifsa mohiUer moechaiui fumi » ; « §■■■**■" * 
significa ci$iaedu3^ detto ad alcuno per improperio; « ei4i3»bo » 
delaiar^ fahaiqr ; « ««siMpo, smit pro/eelor, eie. : tagliare i crini 
ai fanciulli ed alle zittelle dicesi « «hawohato » (hw, crinta ; 
Hkmtm , tfieisio) ; plagiare mameipium^ o in qualsivoglia modo gua- 
starlo a widndttobi » (da wvfltaa). Traggono appresso quelle 
glosse che risguardano a ferite e percosse delle persone , e segna- 
tamente della mano e di ciascun dito ; e « miiieciiii* » significa quel 
dito che domandiamo tuttavia mignolo o mignolino: ai furti, alle 
rapine , ed al cadavere spogliato accenna la glossa « oh»éo moMdo 
(da maiim^ spogliare}; « «athì» «Itoo tnalM, «Uo-fiaiao » (da 
ftltbte ) , alle invasioni , agli assalti ed agli incendi! delle case e 
vilte altrui ; ed ai furti che ne conseguitano, la voce « 

• ) : la gtossa : a obiOip (tMws) «abd^io » (da 



(1) Onesta dlstlnElone è precedola dalla dichiarazione delle Arasi leode 
•Mùo {coUeciio muiutudinisl ) t nHìo frsMtido ( ftaiifio propoiifo), pa- 
gine ll-XIV. 



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92 ISTORIA E LEGGI 

immergere }, rende benissimo la ide»del testo : si quis hominem in 
puieum (e pi o phi significa pur anche niarina) jaetaverii ei vimu 
exinde evaserit: e lo abbruciare del cadavere è ben significato per la 
glossa « oreodiiMi », o moglio ohreothiba. Yengono poi dopo le glosse 
intorno ai guasti e alle violenze nei campi e negli orti, non che ai 
furti delle' nari, nasse e reti fatti in luoghi chiusi (« anth^dio b 
aperire, effringere), a Moroamo t è tagliare la corda (bargus)^ della 
forca e del ramo (Mmimoiieo), da cui pende o fa croce un nomo. 
a AUtrada • è la basilica cristiana , la quale se edificata sovra 
uomini morti ed il sepolcro ne sia spogliato, la glossa « ohMotar- 
sino » vale a spiegare il delitto commesso ; se poi que'morti che 
vi riposano sono santi, la glossa ne accenna le reliquie, la pol- 
vere, con la celebre rOCe « chreneorada »• NeaM-eanlhiohio significa 

torque [irasL aUius) adstringo^ apprendere il debitore (gaMMìo), 
che non adempie sua fede ; e t thaiawiafoo » sembra voce relativa 
alla denunzia che gli era fatta di venire in giudizio , come e n. 
(meglio ware-) abtoaa 9 (da «lUn ) , il restarsi indietro e non 
comparire. 

Le glosse in sin qui discorse sono appunto di quelle (ma non 
già tutte le riferimmo), che già dicemmo spiegare o le parole o 
la sustanza del testo , cui furono intercalate. Altra serie ce ne ha 
pur anche di significato più assai generale, e che soccorrono in 
diversissimi luoghi. Tali sono cr «eoiando ava », frase in più modi 
alterata dai copisti e che vale ierrarum mariiimarumy t. insutarum 
ìex , s* consueiudo. « 8«oiandi^fUtio p , siaiutum seu eiatio. a floai- 
dawa », disooiandawa a ju8 oscolorum SeoUis, Toxondrorym »; 
e Vitoido awa 9 nella quale chi cangi in N la prima lettera V , 
ha il gius di coloro i quali abitavano sulla Nethe; o,a ritenerla 
com'essa è scritta, il gius particolare di un luogo per ora ignoto (1). 
ff Laodardi » nelle suc Varie alterazioni e che nelle glosse alterna 
con « aadeiitto, bnrgosttto » ( 11109 tcrrae^ civiiatis) ^ significherebbe 
jus hominumy ingenuorum, patriae^ ossia le leggi e le consuetudini 
della patria primitiva dei Franchi , e suoi tribunali o malli nelle 
irei piUae Salaheim , Bodoheim , Widoheim , al che per appunto 
sembra accennare la glossa in due luoghi cosi composta t lavdardì 

IreipcUia ». 

(1) Non 8i eollegberebbe mai questo gius al WIdogast , ramm^latp nel 
prologhi, ed alla sua residenza Widobelm ? 



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DEI POPOLI BARBARI 93 

Ora, io proposito di questa patria il Grimm tiene col Waitz e 
altri (1) , che sede originaria dèlia salica legge , ricordala da lei 
medesima in quella sua si controversa descrizione « inter Ligerim 
el Carbanariam », fosse quel tratto di paese posto tra la Leie ( le 
lM)f e la selva che stendesi di meizo alla Fiandra e THenegaa, 
vogliam dire la moderna Fiandra e il Brabante, lunghesso la 
Schelda ; non gli sembrando possibile che la glossa avrebbe mai 
rammentato le consuetudini della Zelanda e della Toxandria , sia 
nel VI , sia nel VII secolo , qnando la signoria dei Franchi si fu 
tanto verso meizodi allargata da indurre opinione che altro fiume 
(la Loire), e altra selva si additassero con quelle parole. Ondechè se 
la glossa a levditfdi iMipciUa » significasse veramente, come non 
è strano a credere , le consuetudini popolari delle tre vitiè, sarem- 
mo per quella ricondotti ai tre luoghi sulla diritta del Reno, Bu- 
decheim, Salechem , Widapa , mentovati anche in più tardi docu- 
menti, e che ricordano le sedi di Bodogast, Salagast eWidogast, 
i tre più conosciuti giureperiti (2) , che mettessero mano a com- 
porre la legge salica in una età, nella quale i Franchi , idolatri 
e senza re, erano gavemati da principi e duchi. E questo sia sag- 
gio dei frutti che possono ritrarsi , chi vi ponga mente sul serio, 
dalle glosse malbergensi ; la cui illustrazione per opera del Grimm, 
sarà mai sempre splendidissimo ornamento di queUa edizione che 
il Merkel donava al pubblico della salica legge* 

IV. Lex Angliorìim et WeHnorum^ hoc est Thuringorum. 

Lo stesso intendimento che mosse il Merkel a procacciare una 
nuova edizione della legge salica, lo trasse pur anche ad una cri- 
tica edizione della legge degli Angli e dei Werini , ossia de' Tu- 
ringi. 

Chi guardi alla edizione dell' Heroldo, o a quella del Linden- 
brog [seguitata che fu poi dalla più parte dei collettori delle bar- 
bariche leggi ), crederebbe che tutto quanto si dà sotto questo 

(1) y . I ellatl alla noia 1 , pag. 83. 

(9) Nei prologhi vario è II nomerò dei compilatori. Qoale ne tia sei, quale 
ne ha quattro , qoale tre soli. Il Grimm crede fossero o tre o sei , cioè , o 
ono doe per clasehednna delle tra ville. Se forooo sei , non terrebbe per 
Inveroilmlle che la InespItoaMle glossa « Ghncehraaim » del tUoH li , 2. L, l. 
asseondesae il nome di uno tra essi , Hoglbram. 



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94 ISTORIA E LEGGI 

nome sia indobiUitamente legge dei Turiagi, e Cotto muova da una 
medesima redazione, che presso l'Heroldo vedasi ordinala in XVIII, 
e presso il Lindenbrog in XVII titoli (1). Ila stendo al membra- 
naceo codice Corbelense di Sassonia del secolo X, di che Io Span- 
genberg avea già data notizia, veduto e spogliato dal Pertz nel 1896» 
ed oggi smarrito, il diritto dei Tnringi ci si dimostra composto 
di parti tra loro ben distinte e diverse ; ondechè snrge spontaneo 
il dubbio , se l'Heroldo ne riproducesse il testo da un solo o non 
lo creasse;, come ce ne ha indisio/con rajoto di più codici, e se il 
Lindenbrog non l'ordinasse e correggesse qua e là pur anche ad 
arbitrio. In questo stato di cose, parve al Merkel dovere accurata- 
mente distinguere le parti antedette , nella sua ediztone , con una 
linea collocato sotto la fine di ciascuna di esse; porre a fonda- 
mento di quella l'ordine Ad. codice Corbelense, e, quanto qui 
manca , aggiungere come Appendice in fine ddla edizione me- 
desima. 

Adunque il Merkel comincia per esibire in serie non interrotto, 
secondo quel codice che gli intitola e Lex Tkurmgorum b, venticin- 
que precetti di gius indnbitotomente turingico; precetti che presso 
il Lindenbrog trovansi spartiti in cinque diversi titoli (presso 
THeroldo in sei ), di che ciascuno ha sua rubrica, e nulla di tutto 
questo appare nel Corbelense. Vengono poi (pag. 8 e segg. ), come 
seconda parte e con le solite rubriche, que'titoli che incominciando 
presso il Lindenbrog dal VI de Ahdibus, stendonsi per insino a tutto 
il XII de minortìms eautìi (3) ; i quali , in un con quanto coetituiace 
la terxa parte di che diremo , precedono la prima della edizione 
llerkeliana nel codice Corbelense ; ma qui sono fioste come appen- 
dice alla e lex Saxanum o detteta dai Franchi , tantoché sembra 
lecito dubitore se sieno veramente gius dei Turingi. Formano la 
terza parte , ma senza numero né rubrica (9) , perchè ne difetta 
il codice Corbelense , quanto si ha nel Lindenbrog sotto i ti- 
toli Xlil-XVlI, « piA due Cflqpi : Qui damum aUeriué eie. Si tenme 



(1) Avverto cbe, 1d parlare, segai lo la edizione del Georgisch, che ripete 
quella del Llodeobrog. 

(3) Sono damiae sette tMoH presso 11 Uadenbrog , ma nella edisiope Mer- 
keltana ne rormaBo sei, perchè 11 tMalo XI M imimpei eU. del LiDdenèroa. 
glQflla II GoitMlènse H M rieofrare nel Utolo de tt, Y.; che è di qaesla secooaa 
parte della Herkeltana. Caiiealtra minori differenze sono aonnozlato nel tasto. 

(3) Il Merkel ve le ha per altro apposte io i 



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DEI POPOLI BARBARI 96 

Ubirum •U.; ohe presso il Lindeobrog , stanilo oome 9,'' e S."" nel 
titolo X, ma che nel Cort>eIease f^gonsì intercalati tra quanto 
appo qoel coileUore forma il XV de campo e il XVI de deUeiie 
Mfooftnn, onde a questo luogo furono sa¥iamente restituiti dal 
MerkeL Come quarta distinta parte Tengono finalmente nella edi- 
lione merkeliana i dettati che presso l'Heroldo e il Lindenbrog , 
hanno per inscriiione « Haeejudieia fFkmarus (il Frisone) dictavit » ; 
non sema però rayYertimento che questa parte non si contiene 
affatto nel codice Gorbelénse. 



V. De RepubUea Alamannorum. 

Ordinate le yarie redazioni della antica legge degli Alamanni 
da pubblicarsi nei « Mùnumenta Gemumiae hUioriea » dd Pertz , 
To. /// Legwm (1); dettati com'ebbea quella i convenienti Proìe^ 
Romeni, non credè il Merkel arere in dò sodisfatto al compito suo 
86 non ponesse altresì mano ad una breve istoria dello siato degU 
ifamomif , che fu nel correre dei tempi , cui seguitassero come 
appendici tre monografie, la prima delle quali concernesse alla 
oostitnzioiie pei Romani data nella Reiia alamanna (2); discorresse 
l'altra e in tabella additasse le fonti del gius territoriale (land 
neki) Stoyo; la terza e assai più copiosa rappresentasse, secondo 
r ordine o delle origini o dei luoghi, la esplicazione del gius 
baronale , municipale , o territoriale dentro i confini della antica 
Alamannia , data la sede più principale ed ampia alla storia degli 
statuti. Atteso però la indole dei tempi si poco acconci al vasto 
disegno, non dettò egli né pubblicò nell'anno 1849, come desi- 



li) Il primo (ascle. di qoesto Tom. HI, Legum, cbe contiene appunto la 
te iiomaiMionim nelle sae varie redazioni ordinate dal Merkel, venne In lece 
di pd, eorrendo l'anno 1851. 

{%) Da qnsnto esll el narra a tergo della pag. 1S3 , oltlma del Ui»ro e 
dopo rindlce . Il Merkel avrebtM parlato di qoesU da lol chiamata eoHUiaiwM 
seeoodo le leggi pubblicate dall'Haenel per la prima volta negli Annaìiéi Cri- 
tica dal Ettter (a. 1838) , e da tal rIsUmpale nello Im rosMma WWgolkorum, 
M65* e secondo H eoal detto codice Udlnense, U col valore di recentemente e 
^ bene dséermlaato dall'Hegel « Storia della cosUtutone delle città iUliane » 
voL li, pag. 110, e di che già feci brevissimo cenno nei mio Compendio 
della Istoria dei D. B. nel m. e. del Savigoy, pag. vm e ix ( SUm 1849 ). 



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96 ISTORIA E LEGGI 

derato avrebbe, nella materna lingoa le tre monografie suddette, 
ma si restrinse a mandare latinamente in lace una succosa Istoria 
degli Alamanni , della quale stimiamo non disdicevole cosa il dare 
un fedele estratto, si per la nnoYità del subietto, e si perchè ri si 
dice ancora >della famiglia Sveva , . la quale per oltre un secolo 
imperiò in Italia e vi ebbe il regno delle Sicilie. 

Gli Alamanni , parte che furono della gente Sreya , ricordansi 
per la prima Tolta nella storia regnando Caracalla ( a. Chr. S13 ), 
che riportò sovr'essi incerta vittoria presso il Meno. Vinti da Probo, 
ausiliarii di Costantino, confederati a Costanzo II, repressi da 
Giuliano, battuti da Valentiniano I,'non quietarono se non pe'doni 
che ne riceverono, ed impedirono che i confini dell'impero si al- 
largassero oltre i presidii posti dai Romani lungo il Reno. Di quei 
tempi essi stanziavano in quel tratto di paese di qua dal Reno 
che è piò prossimo al Meno, divisi per villaggi o cenlefie, ciascuna 
delle quali aveva suo principe , duca o centenario ( e parecchi di 
loro sono con titolo di re ricordati dai Romani nelle storie), e 
debellati furono perchè divisi» Parte degli Alamanni si pose allora 
in soggezione e patrocinio de' Romani ; ma dagli altri che si ten- 
nero indipendenti , quantunque anche di costoro non pochi mili- 
tassero tra i Romani per amore della guerra e d'erudirsi nelle mi- 
litari discipline, furono di continuo perseguitati, derubati e 
d'ignominia ( lau ) notati ; tantoché , quando non potè più proteg- 
gerli il romano , non recuperarono tra i lóro la originale cittadi- 
nanza se non in grado inferióre , e con gli altri provinciali romani 
coltivatori delle ierre Uiiehe costituirono l'ordine dei leti, che nelle 
patrie leggi appellansi « banmes de minofUdii v, forse per contrad- 
distinguere questi ingenui di inferiore condizione dai libertini o 
<s un in eeeUna , ut [aut) in herii generaiionit iiianufiitMÌ (1) ». Onde 
il gius delle persone che in principio non dovè porre distinzione 
se non tra gl'ingenui ( «niala ) e i liberi di libertà donata , pare 
che fosse, circa l'a. 380 dell'era nostra, cosi ordinato tra gli Ala- 
manni, che il capo del libertino costava 80 solidi ; il duplo o so- 



ci) V. HoDom. germ. hlst., Tom. Ili Ligum, fase. 1 , pag. 38, oa^ 48. 
Chi non abbia comodo di consoltara questo Ascieolo veda in Georglseb 1 eoe 
delti Capiluia addita ad log. Alaroaonor. , cap. XXVII , che si repotano parte 
del PacCiM, che fto la redazione più antica della legge degli Alamanni. — V. la 
sex. nota 1 , pag. 98. 



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DEI POPOLI BARBARI 97 

lidi 160 quello dei reri Mi, o barone» de minofiidii: il triplo o 
solidi SU) quello dei primi ed incorroUi Alamanni: solidi tutti 
quanti da due tremissi (1). 

Dai tempi di Graiiano per inaino a quelli in che crebbe la si- 
gnoria dei Franchi , molto si allargarono gli Alamanni di là dal 
Reno , occupando TAlsazia , il paese di Langres e Besan^^^n ; va- 
stissimo territorio che apri la via ai Borgognoni nel 413, e provocò 
le invasioni de* Franchi ; e sembra che per la prima volta , e per 
quantunque dirisi dal Reno e soprattutto dalle Alpi, allora si 
oongiongessero con gli Srevi ; i quali diedero il nome a quella 
regione che ad oriente ha i Baveri , a occidente i Franchi , a 
mezzodì i Borgognoni , a settentrione i Turingi (9). Sennonché que- 
sti congiunti popoli furono, in parte, quasiché soggiogati da Teode* 
miro padre di Teodorico il grande ; mentreché gli altri capitanati 
da Dnimondo e Alarico re degli Svevi , perseguitarono i Goti giù 
per la Rezia e la Pannonia insino ai confini della Dalmazia. For- 
tissimi allorché Odoacre, per cacciarli d' Italia che aveano invasa 
ael 479 , do?é implorare stranieri aiuti , Svevi e Alamanni furono 
poco stante da Clodoveo totalmente rotti e ftagati a Tolbiaco, e 
quanti di loro non perirono» o dovettero chiedere mercé al vinci- 
tore, o commettersi in fede di Teodorico predetto, re degli Ostro- 
goti. Per cotal vittoria i confini dei Franchi si dilatarono per insin 
là dove terminò di poi la Francia orientale o teutonica , e gli Ala- 
manni furono qui renduti tributari! per le loro terre; né agli Svevi, 
ricevuti dieci anni dopo in balia da Clodoveo , altra libertà fu con- 
cessa se non questa di vivere con le proprie leggi. Morto Clodoveo 
e succedutogli Teodorico bel regno della Francia orientale , al 



(1) I popoli germanlel In geDeràle. opperò Anche gli Alamanni, osavano 
OD solido da 2 tremlssl. Ha I Franchi, vinta la Gallla romana, ne accettarono 
il solido di 3 tremlssi , e mano a mano II propagarono tra gli altri Germani. 
Vedremo In seguito coinè il Herkel , per raggoagliare la tanta diversità nelle 
noite tra la prima e la seconda redazione della legge Alamanna , opini che 
oel Paelus o Lex Alamannor, che egli riferisce al tempi di dotarlo I (a.a55- 
901 ) , Il solido sia di 2 tremlssi ; e che per contrario il solido di che nella 
legge Imposta pochi anni dopo (circa 600 ; o dal 613 al 622) agli Alamanni da 
dotarlo II , sia di 3 tremlssi ; laonde I solidi 80 da 2 tremlssi del Paeiut 
nggnagllerebbero a 53 e un tene di quelli da 3; I 160 , a 106 e due leni ; 
I 240, a 160. Intorno a questa opinione del Herkel vedi le mie Osservaalonl 
nella nota 2 , pag. 99. 

(2) /omandef, De rtb, geUeU, 

App.yoìAX. 13 



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98 ISTORIA E LEGGI 

costui figlio *Teodeberto sorti ricongiaDgere a' suoi quegli Alamanni 
ch'erano toccati agli Ostrogoti» ai quali tutti come a sudditi suoi 
costituì per duchi Leutari e Butilino , e questi con licenza di lui 
calarono in Italia con infinito numero di loro gente per aiutare i 
Goti contro Narsete (a. 552, 553] , e vi perirono pressoché tutti di 
spada o di malattie. E duchi pure constituirono ad essi in seguito, 
nel caso di guerra, gli altri re Merovingi ; ai quali per lunghi 
anni non ardirono contrastare ; né quando aiuti se ne chiedeyano 
per le guerre, né quando ne fu dedotta colonia tra i Sassoni trans- 
alpini ; né quando segregate furono alcune parti del territorio loro 
per aggiungerle alla Borgogna : pronti però sempre a valersi della 
occasione, siccome fecero quante Tolte dissensioni scompigliarono 
quella famiglia. 

Di que' tempi appunto , ma innanzi alla deduzione della colonia 
Sveva tra* Sassoni, il gius riducevasi per popolare consenso in 
iscritto nel pàtio o legge degli Alamanni ^ che usci fuora tra gli 
anni 546-561, e più verosimilmente regnando Clotario I (a. 555-561]; 
e il cristianesimo , grazie a Cunzone duca , metteva più salde 
e larghe radici tra que' popoli; onde il vescoyato Vindonissense 
trasferivasi a Gostanza, e quello di Basilea (ì) (Augustodunensie), 
fondavasi ; non che il monastero di S. Gallo. In quel Patto (1], che 
vuol sempre risguardarsi come legge territoriale per tutti gli abi- 
tatori del paese , non si fa parola degli ordini pubblici, che sem- 
brano essere tuttavia gli antichi, cioè la divisione del popolo in cen- 
tene ; quanto ai priyati , nuoyità é che i Franchi tra loro stanziati 
(v. più sotto pag. 106, nota 1), vi compariscono con un guidrigildo 
di 200 solidi e come medii Alamanni; medt'ì cioè tra i primi stimati 
solidi 240, e i minoflidi che 160; solidi tutti da due tremissi come 
per Io innanzi : dei meramente liberi di libertà donata, o libertini, 
non più parola; perchè, secondo il costume quivi penetrato dei 



(1) Tre (rammenti di qoesto patto o legge più antica degli AKimannI , 
tolti dal cod. parlg. sappi, lat. 215, entrano a far parte di detto Tom. Ili 
Ugum, pag. 34>40. Il primo , brevissimo . sembra che fosse Onora Inedito; gli 
altri dae , salvo una trasposizione , corrispondono a qaanto ; dietro 11 Balazio, 
si Ila In Georglseb, p. 24 1-248, In sino a Uem alia eapUula eie. Qnantanqae 
Inclini a crederlo promalgato per tatti , Il Merkel , non fa gran forza contro 
eoloro i qoall pensano che In qael Patio si raccogllessero le consaetodlni de- 
gli Alamanni In servigio soltanto della colonia Sveva dedotta Ira I Sassoni. 
V. Proiegomina ad kg, Alamannor. fi. 5 , d.* Tom. Ili Legum, pag. 13-16. 



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DEI POPOLI BARBARI 99 

Franchi, pare che or ^ieao contati tra i Hiù Della chiesa appena ci 
ha motto. Ha poco stante, regnando Clotario li, e ad unità tor- 
nato e in maggior forza il regno dei Franchi (e. a. 600), fu pro- 
mulgata e imposta alla provincia degli Alamanni una legge (1), In 
che le cose veggonsi assai mutate. E innanzi tutto, qui sono con 
ogni esattezza definiti i diritti, rilevantissimi, si della chiesa e si 
degli ecclesiastici ; bene determinati i civili ufflcii ; precetti di gius 
franco e romano introdotti ; le consuetudini antiche del paese 
convertite in legge , e nuova forma è data allo stato. Rispetto poi 
ai civili diritti dei privati , prevalgono adesso quanto allo stato 
delle persone le regole seguitate dai Franchi, e altresì prevale la 
loro dottrina che non terrt^orìafe, ma sia personale la legge; onde 
il gius e il nome dei kii o a baronee de minoflidis » scomparisce. 
Tenendo ora pur essi a confondersi tra i libertini, i liti dei Franchi, 
e ad essere difesi con guidrigildo minore, cìoò di 80 solidi; non 
senza però che, almanco i più di loro , trovassero un compenso 
nella regia protezione, in quanto. sembra che assaissimi se ne ren- 
dessero tributarli , e censuali del fisco alamanno : gli Alamanni 
poi che erano primi divengono ultimi tra i liberi; imperciocché se 
in sostanza rimangono tuttavia difesi dal consueto loro personale 
guidrigildo di 240 solidi da due tremissi , questo peraltro or piglia 
forma esteriore di un guidrigildo di 160 solidi da tremisi tre , 
introdotti per questa nuova legge ; ed in contrario , i Franchi tra 
loro stanziati, i quali erano già medii Alamanni, conciossiachè 
difesi da un guidrigildo di 200 solidi da due tremissi , doventano 
primi, in quanto questi 200 solidi sono valutati adesso alla ra- 
gione di tre tremissi, secondo la legge propria di loro nazione (2). 

(1) Nei citali Proiegomena^ $, Bf fin. Il Mericel più speclflcamente ne 
assegna la età tra gli anni 613-622. 

(2} Questo ò il concetto che Intorno all'ona e l'allra redazione della Ux 
ÀUmannorum^ caverà dal Herkel cliiaoqae, per inlenderlo, vorrà pazien- 
tenenle confrontare ciò ch'egli dice ai Capi VII e Vili , alle appostevi noie 
S e 6 ; più alla noia 39 del Capo ili , e alla nota 29 del Capo XII. Ma lutto 
qoeslo edilizio riposa so parecchie conghiettare dei Iferkel , di che poi una 
Eli spaila airaltra, e principalmente so queste: l.® che li solido sta di 2 ire- 
mitsl nel Patto o legge del tempi di Clotario I , di 3 tremissi nella legge di 
Ciolsrto li ; 2.<> che quel patto o legge sia tertUùriaie ; e personale questa di 
Clotario il; 3.® che I medii Alamanni sieoo Franchi nella Alamannia stan- 
ziati; I quali , dunque , malgrado la loro qualità di popolo vincitore , collocan- 
dosi tra gli Alamanni , avrehhero dovuto rinunziare al loro guidrigildo patrio 



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100 ISTORIA £ LEGGI 

Rispetto poi allo stato» ora si Tede preposto un duca, la cui podestà 
vteoe accuratamente distinta da quella del re , di cui è come luo- 
gotenente nello amministrare la cosa pubblica, e nel presiedere ai 
giudizi; sotto il duca stanno conti come capi delle <;ehtene antiche 
(ora ne' documenti chiamate gow, gew»), e suddivise in nuove 
centene (handrede ) , gOTcrnate sotto i conti da centenarii, secondo 
i nomi e gl'instituti dei Franchi. La dignità di questi nuovi ma- 
gistrati (duchi e conti) , emanazione del regio potere, e ^he hanno 
vassalli , ugualmente che i privilegi della chiesa dei vescori e 
sacerdoti , si guarentiscono per triplice composizione. Pubblici i 
giudizi f scelti i giudici dal popolo che il duca raduna ogni anno 
nel mese di marzo : duca, conti e centenarii hanno autorità di re- 
care a esecuzione le loro sentenze. 

Questo era lo stato degli Alamanni anche nei tempi di Dago- 
berto I , in che facerano parte del regno di Austrasia (1). Ma nate 
poscia le guerre civili^ i duchi degli Alamanni se ne vantaggiarono, 
e Goffredo (f 709) tentò rivendicare L'antica libertà e staccarsi 



di 200 solidi da 3 , per contentarsi di qaèllo minore di 200 solidi da 2 tre- 
mlssl ; 6 Qoodimeno I Franchi vi si sarebbero rassegnati, e dotarlo I , meno 
Kbtflitoao di Clolario II , non si sarebbe opposto a legge siffatta 1 A me però 
sembra che se per questa legge di dotarlo li , ritengasi che sotto il nome df 
liberi vengano. Ira le altre batu persone ingenue (e cosi snona la parola) , 
anche I barones de mino-IUdit, o-/ledi«, qaanti almeno non divennero censaaii 
della Chiesa o del Fisco ; o se Invece soltanto il costoro nome si reputi can- 
giato in quello di Uberto come ce ne d^ cagione il vedere questi difesi adesso 
col guidrigildo medesimo già speUante a quelli secondo II Patto, non sarà pM 
mestieri ridurre a ultimi I priipi Alamanni ; e anche i medii Alamanni resta- 
no tali quali erano pochi anni prima, siano poi costoro o non aleno Franchi , 
come disputerò in seguilo alla nota l , pag. 1Ó6. E allora unica nuovità per la 
legge di dotarlo II Indotta , sarebbe questa : il non vedersi più fUtta parola del 
primi Alamanni. Ila quando tanto s'innalza per questa legge lo stalo fwrso- 
naie degli eeelesiasticl ; quando qui veggonsi nuove dignilA civili costituite , e 
le centene tòrse moltipllcate; i prlmtf Alamanni parmi cbedebbansi ravvisare 
adesso In questa congerie di nobili peruffleio^ ditesi, secondo il grado, da ana 
maggiore, e il pia delle volle trìplice, composizione che non gli altri Alamanni. 
Questa legge di dotarlo li , in detto Tom. IH Isgum^ sta a pag. 41-70. 
y. sopratutlo il tlt. LXIX. 

(1) Secondo II Herkel , Dagoberto avrebbe continuata la legge degli Ala- 
maoni, In quanto egli, e non dotarto II, sarebbe indubitato autore del 
capi LXXVI-XCVII di detU legge; capi che però compongono II II libro 
della legge medealma pel detto Tom. HI Ugum^ pag. 71-79. Altre giunte por 
vi si feeero, e queste II Herkel dà come libro III di essa , tfMtt. pag. 80-83. 



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DEI POPOLI BARBARI 101 

I 

Aèì Franchi ; e Lanflredo di lui figliuolo tanto potè distendere l'au- 
torità sna , da promulgare nuo? e leggi , riformare le antiche, e rein- 
tarare il nome e lo slato dei barami de minoflidii (1). Se tion che 
rarii anni dopo riuscì a Pipino domare gli Alamanni e ridurre 
in provincia tanto rAlamannia, quanto FAlsazia , che dopo Dago- 
berto se ne era disgiunta e ayeya ayuto suoi dndii « i quali non 
dipartironsi dall'ossequio dei re Merovingi. In luogo dei duchi , 
Varino e Rodoardo furono preposti da Pipino a quella provincia 
come esattori del fisco ; il perchè crebbe oltre misura il potere 
dei conti , vescovi e abbati , or dipendenti immediatamente dal re, 
dal quale impetrarono beneficii d'immunità e di regale privilegio; 
e quando si volle che Carlomanno e Carlo di lui figli fossero di- 
chiarati eredi nel regno , fu anche mestieri del consenso loro ; 
imperciocché « come dovevano addurre l'esercito al re, dovevano 
altresì essere chiamati nella regia adunanza allorché leggi volevansi 
statuire. Composte cosi le cose , la provincia degli Alamanni • 
cai dicemmo ricongiunta l'Alsazia, s'ingrandì nel 771, regnando 
Carlo Magno, della Rezia; ed essi sotto le sue insegne debellarono 
Sassoni , Boemi e Bavari, e posergli grande amore , si per la alle 
imprese di luì • é si per essersi a lor nazione congiunto per 
vincolo di parentela; onde ne rispettarono la emendazione di loro 
leggi (2) , e ne tennero mai sempre caro ed onorato il nome nei 
carmi e nelle leggende. Carlo Magno assettò pur anche viemeglio 



(i) CIÒ si rileva dal eod. SangaU. 731 (a. Chr. 703), dal cod. À컧wlano, 
ora In Monaco , reg, cimeL IV , 3 , g. Qoesla riforma Lanfrldana si ha In 
detto Tom. Ili Legum, pag. 84-119, e se ne discorre pare ivi nei Prolegom, 
{. 9, 10. In essa, al Capo XCTll, 3, si trova parola deWinfans de mediofàdis, 
eome nel Paltò. Ila se Lanfredo avesse veramente volalo reintegrare lo stato 
dei « baroms de minogidis » , avrebbe dovalo torlo al cap. LIX , dove si dice 
appunto degli ordini delie persone , e dora nondimeno trascrive II dapo LXIX, 
di dotarlo II i Onde ii fi. 3 del capo XCVIl , staccato come ó da ogni fon- 
damento, rol rassomiglia molto alla Interpolazione di on erodilo nel gius an- 
tico, segaitato forse totlavia In qualche loogo; o se spella veramente a 
Laanredo , parmi che venga a confermare il sospetto da me esternato nella 
nota % , pag. 99 ; cioè cbe I UbeH della legge di Gotario II , cap. LXIX , e di 
Lanfredo, cap. LIX, siano 1 minofidi dei Patto, e di questo cap. XCTII, 3 di 
Lanfredo medesimo; cosi volendo la loro comparazione. 

(3) Qoesla Carolina recensione della legge degli Alamanni , In ebe Ira le 
altre rtgettansl le innovazioni di Lanfredo , sta in detto Tom. ili Legum , pa« 
Cine 110-170 9 e se ne parla nel Pro(egom. fi. li. 



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102 ISTORIA E LEGGI 

lo staio pubblico degli Alamanni, e spianò le vie alla naiià del- 
l' impero, ed alla pragmatica sanzione da Lodovico Pio promulgata 
nell'a. 825 (1). Ma le discordie dei successori di Carlo frastorna- 
rono il disegno, e gli Alamanni » sempre intenti a recuperare la 
primiera libertà, vi s'immischiarono con vario evento : durarono 
però a far parie dell'orientale impero , il germanico, di che erano 
membro principale benché diviso; vescovi e conti, orche non vi 
era duca, avendo tirato a sé ogni potere. Sennonché Ercangero 
e Bertoldo fratelli , nunzii della camera imperiale , riuscirono a 
spingerne l'esercito contro gli Ungheresi ; ma quando poi tenta* 
rono. tenere a sé stretti gli ottimali, parvero affettare il regno, e 
per invidia e frauda di lor gente perirono. Crescevano intanto le 
Provincie dei conti e de' vescovi , i quali non potendo reggerle dì 
per sé soli , creavano vicarii, i cui officii divenendo a poco a poco 
ereditari! , nuova nobiltà surgéva in aiuto dell'antica. Conti , ve- 
scovi e abati , trattavano a senno loro nei giudizi il civile diritto, 
e insin dal secolo IX riformavano la legge ad arbitrio [3] ; onde 
i cittadini di una nazione più non avevano il gius medesimo , e 
quindi in poi si rendè più difficile che tutti obbedissero a un solo 
principe, ed uno stato si formasse.; allorché Burcardo, il forte 
guerriero, nato di potentissima famiglia alamanna, vide confermare 
nel 990 per imperiale sanzione quella dignità di duca che si era 
meritata per le vittorie. 

Da questo Burcardo 1 incomincia la restaurazione del ducato 
degli Alamanni , ma senza che fosse nel re o imperatore obbligo 
di scegliere il duca nella loro nazione. Onde, nei tempi, molti fu- 
rono eletti forestieri o non consanguinei almanco della ducale 
famiglia ; i quali ebbero altresì l'onore palatino di partecipare 
alla scelta del re , cui perciò slesso dimostravansi sudditi , e per 
inflno ad Enrico IV prestavangli aiuto , e in corte erano innanzi 
agli altri familiari di lui. Erano di que' tempi i Sassoni provincia 
maggiore dell' impero , ma non discosti gli Alamanni ; parte del 
ducalo facevano l'Alsazia , la Rezia Curiense , e poscia anche il 
regno di Borgogna e il marchesato d' Italia ; onde que' duchi 
potevano pUr anco aspirare alla corona di tutto il regno ; e quando 



(1) V. dfonnoi. germ, kUL , Legum , Tom. 1 . 243. 

(2) Lo moslraoo le si diverse redazioni ebe se oe haoDo nel lesti a penna 
di questa età, e che però dal llerkel (dreno distinti in classi A. B. C. ec 



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DEI POPOLI BARBARI 103 

regnante Enrico IV, Rodolfo duca parteggiò pel Sassoni , i nemici 
dell' impero in lui riponevano ogni migliore speranza. Vidersi 
allora i conti e loro ministeriali e Tassali! {mliteà) esercitare ogni 
maniera di arbitrii ne' paesi e sugli nomini sottoposti ; Teseo?! e 
abati cangiare le immunUà in signorie ; pochi cittadini ingenui 
rimaner liberi , e tutti gli altri addetti o a un signore o a un 
patrono , secondo i feudali instituti ; né altra sperania di libertà 
restare se non a quelle città, le quali sotto il presidio della chiesa 
del palagio imperiale datansi ai traiBchi , al mercantare ; onde 
i Tillani diyeniTano mercadanti , e università di mercanti sorge- 
vano con privilegi e statuti, che a poco a poco prevaleTano sul 
gius comune della nazione. Per le civili discordie scindcTansi 
intanto gli Alamanni, seguitando alcuni il figlio di Rodolfo ed 
erede, e, lui morto, Bertoldo II duca di Zeringen, altri Federigo 
conte di Buren e fondatore di Stanffen , duca dall' imperatore 
costituito ; ondeché • per detto dell'annalista sveyo , potestà in 
que' tempi non v'era che usurpata o raddoppiata non fosse, pon- 
tefici , duchi e re ; né la pace ed il legittimo governo tornarono 
se non per istanchezza nell'a. 1096. Incomincia allora nella fami- 
glia degli Stauifensi quella instaurazione del ducato , che qCiindi 
innanzi dicesi di Syevia , e che , salvo il ducato di Zeringen , 
componevasi della Rezia, dell'Alsazia, e di quella parte della 
Francia orientale che appellano ducato di Rotenburgo. E più 
lieti corsero i destini dell' impero allorché cinsero que' duchi la 
corona imperiale (1) , atteso la fedeltà e gli aiuti dei duchi (S) e 
magnati Svevi verso gì' imperatori , e nulla saria mancato alla 
felicità dei tempi, se non fossero state le discordie che per cagione 
del regno italico propagaronsi puranche in Germania ; conciossia- 
che i principi di casa StauCTen , i quali eransi in principio gio- 
vati delle occasioni per abbassare i Guelfi e gli Zeringensi, insi- 
gnorendosi dei loro beni e proteggendo le città libere, finirono 
per donare e alienare ai nobili, acciò fossero loro devoti , la più 
parte di quelli , e doverono eziandio rinunciare il ducato. Tra 
queste discordie non si smarrirono per altro le forze dei muni- 
cipi! , e quantunque assai baroni .venissero per quelle in grado 



(il Federigo III duca , fi Barbarossa, (o Imperatore I di questo nome. 
(S) Qaantonqne a volte V Imperatore ritenesse per sé II ducato di Svevla, 
un altre io cedeva ad ano del congiunti. 



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10& ISTORIA E LEGGI 

di principi , appena ascesi , davansi in loro prò a fondarne dei 
nuovi e ad ordinare statuti (1). 

Non avendo adunqae perduto mai vigore la regola /che o la eoa- 
snetadine o il consenso del popolo , cioè < dei migliori e maggiori 
della terra d dà origine al gius privato , accadde che da quell'ora 
in poi non più l^gi provinciali, o vogliam dire per una intiera na- 
zione, ma si costituissero leggi per ciascheduna università o villa ; 
né a quelli ingenui i quali non potevano per sé invocare uno spe- 
ciale statuto, altro gius applicavano i giudici, se non quello che 
principalmente per autorità delle cose giudicate (2) prevaleva nei 
tribunali de' luoghi. Cno però, e a tutti comune, era il gius crimi* 
naie , quale dagli imperatori , che soli allevano il mero impero , 
proponeTasi negli editti di pubblica pace, e dove pene corporali 
e criminali eransi sostituite alle composizioni ed alla priyata 
vendetta , massime ne' più atroci delitti cjbte non per questo ces- 
sarono ; ma ne andò invece a cessare gran parte del gius antico 
che a tal materia precipuamente spettava. Per costituzioni poi 
stanziate nelle diete (3) , fìi altresì de6nito il pubblico diritto del 
re e dei principi del paese , e come alla curia regale appartenesse 
il potere legislativo; cqria nella quale l'imperatore in un coi 
varii già detti principi non solo statuiva il pubblico giure, ma 
definiva eziandio come in supremo tribunale le cause civili. 
Nelle quali bisogne ad ampliare la podestà imperiale molto con- 
tribuì la scuola di Bologna , mercè cui l'autorità del diritto ro- 
mano e del canonico incominciò a prevalere in Germania, non 
senza che vi si opponessero in principio gagliarde resistenze, sì 
col ridurre in iscritto le patrie leggi , i riti giudiciarii e le for- 
mule dei negozi giuridici, e con accomunarsi che fecero per 
patto nni versila di condizioni molto varie un medesimo gius, ed 
osservarlo nei loro giudizi (4). Il gius locale poi di ogni univer- 
sità d^ingenui o di ministeriali, propagavasi ne' giudizi per via 
dei pori, che si sceglievano acciò prestassero per un tempo ufficio 

(t) ÀDdchlssImo, ossia dell'a. 1120, quello di Friborgo. 

(2) Tanto raocogliesi dal docameoti e gli scrtUori io copia allegati dal 
Merkel , noia 4 al capo XIV. Y. ad es. I citali Jtfomfm. Germ, hUi.^ Legwn II . 
313, 318, 5S2; 111, 17 nota 65. 

(3) V. ad es. Cor. Roncai, a. 1158. 

(4) Il glQS di Colonia , ad es. , per lo stalolo di Friborgo fa diffuso Ira 
gli Alamanni, e dovente cornane a più luoghi, massime città, doU'AlsazIa. 



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DEI POPOLI BARBARI 105 

di flchiayinry cai nei manici|rii lo Scoitelo, e nei luoghi da pa- 
trono dipendenti il Villico presiedeva , come già il centenario. Ma 
qne' giudizi che in antico più specialmente slavano in mano dei 
conti , cioè le cause criminali e di > mero imperio , trattavansi o 
dal conte provinciale ( il Langravio ) , o dal giudice a ciò da lui 
costituito, OTveramente dairavTocato vassallo deUMmpero ; i giu- 
dici che pronunziavano , erano col reo di una condizione mede- 
sima. Delle pubbliche cose e delle cause di coloro i quali eser- 
citavano nella Svevia uiBcio dì conti per autorità loro data dal 
duca , questi ne conreriva con gli ottimati ; né difettano memorie 
che ad impero vacante il duca , come vicario imperiale nella sua 
provincia , concedesse e i diritti di mero imperio e altri che non 
si acquistavano se non per privilegio regale. 

Cosi la forma del gius privato e pubblico era tra gli Alamanni 
mutata, e il territorio come disgiunto per la nuova principesca 
signoria dei conti , quando al morire di Corradino fini quel ducato 
già guasto per molte intestine malattie (1) ; e la Srevia, la Alsazia 
e la Elvezia , ond' era malamente composto , si segregarono per 
correre vicende diverse, e mantenere incerto se, malgrado 1* infi- 
nito numero di principesche . famiglie colà stanziate , uscito ne 
sarebbe un regno o una confederazione ^di repubbliche. E nel- 
TAlsazia, posti com'erano in clientela dello imperatore , i municipii 
si difenderono dai principi del paese , e strinsero lega tra loro. 
L'Elvezia gradò a grado risurse a comune. Prevalse il principato 
nella Svevia mercè i conti di Virtemberga, e gli Asburgensi duchi 
d'Austria. Diverso lo stato pubblico, diversa fu pure la sorte del 
gius privato nei tre paesi antedetti : in Alsazia trionfò il diritto 
municipale e statutario , grazie precipuamente a Colonia : le città 
elvetiche cangiarono in leggi le loro consuetudini : gli Svevi più 
teneri del gius comune della provincia ( Und reobi ) procacciarono 
an libro , in che tanto se ne raccolse quanto tuttavia ne vigeva 
nei giudizi , con più i diritti feudali ; libro che poi si disse 
« Svevico Specchio d [ Sohwabcn Spiegei ) , e sembra fosse recato a 
coopimento dai giudici di Augusta tra gli anni 127^ e 1281, e 
confermato poi da Alberto imperatore nel 1298. In questo libro 
se molto si mirò a raccogliere il gius antico della nazione , non 
poco derivò eziandio da altre e svariatissime fonti, e segnatamente 

' ii) V. raotore dei « Getia Rwnanorum », cap. 144. 
ipp., Voi. IX. f4 



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106 ISTORIA E LEGGI 

dal dirìtlo o ipeeekio dei Sassoni, maasime quanto al gius fenda- 
le; il che valse a ricongiungere, quanto potevasi, Svevi e Sas- 
soni, ed a spianare la yia di un gius comune a tutta Germania. 
Dentro quel libro penetrò puranche assai di straniero gius, ro- 
mano e canonico; ma in firtu sua propagaronst ai posteri le 
dottrine del gius antico e domestico. I giudici delle città molto 
oprarono in divulgarlo; se ne sceverò , un po' per volta, il falso 
ed il vuoto; in mentreché quanto ci avea di buono, i diritti 
delle varie naiioni e gli statuti delle città, congiunte sotto un me- 
desimo imperatore , si propugnavano e mantenevano come taciti 
incrementi della pubblica prosperità e salute. 

Queste e più altre assai aono le cose con molto amore raccolte 
e dottamente discorse dal Herkel, intomo alla repubbUom degli 
AiamannL Che sia da credere intomo alle varie e tante antiche 
redazioni di loro leggi per- lui noverate , alla autorità ed al tempo 
per ciascuna di esse redazioni assegnato, non possiamo dirlo; con- 
ciossiachè troppe investigazioni e lunghissime occorrerebbero per 
portarne ponderato giudizio. Se poi i a 6arofi«# de minafiidii • del 
patto ossia della primitiva legge degli Alamanni siano, come si 
assevera dal Merkel^ gli antichi kli o possessori delle ierre feltefo, 
lasceremo in dubbio. E già nella nota 2, pag. 99, dichiarammo non 
ci sembrare che pel raflronto dei due testi conferminsi le tante e 
accatastate conghietture di lui che per territoriale dichiara il fMtfla, 
la legge degli Alamanni uscita nella età di Glotario I, e personale 
la legge ad essi imposta da Glotario II ; che vede con una sptcie 
di solidi ( da due tremissi ) , valutate nel patto le composizioni e 
con un' altra ( da tre tremissi ) , per la legge imposta non moltia- 
simi anni dopo da dotarlo II ; che una , a tenore del Patto ( la 
minore libertà ingenuile), reputa la condizione dei mtiuyKilì, e 
un'altra (quella dei liii de'Franchi ) a tenore della legge di Gioia- 
rio li ; conghietture che lo sforzano a rovesciare pur anche , rag- 
guagliata una legge all'altra, le condizioni dei primi e dei medU 
Alamanni , sieno poi questi come opina il Merkel , o non aleno 
affatto , posciaché non vedesi buona ragione per affermarlo. Fran- 
chi stanziati tra gli Alamanni (1); ed altresì lo sforzano a chiamare 

(1) Nei frammenlf del Patio, rlggaardald dal Heri^ eome leaae tetrtto- 
riaie , abbiamo che latte le donne sia óe^minofidi o de'm«d« o del ffrimi 
Alamanni « sono protette da an guidrigildo doplo dfqaellò che spetta agli Do- 
mini dell'ordine medesimo cioè di 330, 400 a 480 solidi aominatameote ; 



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DEI POPOLI BARBARI 107 

rimrlo lo alato dei minoftidi per opera del daca Lanfredo, il che non 
pare probabile per le considerazioni esposte nella nota 1, pag. 101. 
Ma booni o tristi che siano questi nostri critici rilie?i, i quali met- 
tono ad ogni modo in chiaro la noovità dei concetti e lo squisito 
acame d'ingegno dello acrittore, molto sarà sempre il pregio in che 
fuolsi tenere una operetta, piccola si di mole ma di grandissima 

?. d.* Tom. IH legumt cap. 40, 41, pag. 37; GéorgHeh, I. e. oap. XXU, 
pag. 243. Per contrarlo nel cap. LXIX della legge di dotarlo II , dal llerkel 
rlagoardata come pertonaU, si procede cosi : f .^ si fissa di regola in solidi 160, 
per eeeeilODe In 200 , la oomposlilone deiroomo Ubero che tu aeclao ; 2.® Si 
ietarmlna nel duplo , ma senza speeifleare cifra • la composlaloiie delle loro 
doooe « hrj n: Foemtnoi autem aortim semper in duplum. 3.^ Finalmente si 
determina la composizione del medii Alamanni In 200 solidi , e non si fa poi 
nlaiia menzione delie loro donne (d.' Tom. Ili Legum, pag. 68, Georgisch, 
I. cit. pag. 226 ). Ora da questa potMone de! precetti eontenull in detto 
eapo LXIX , ne arguisce II llerkel Ivi alla sottopoata nota 96 (V. anclie sopra 
la «ola 2, pag. 90), ebe per yeri Alamaoni debbano soltanto considerarsi quelli 
di cbe è detto avanti il sarriferito { Fosmtffuu,.. in duplum; degli Alamanni 
appunto essendo costume valutare nel duplo le loro donne. Non cosi peraltro 
i meda Alamanni^ percbò, dopo determinata la loro composizione, non si 
parla di loro donne » né si valutano II doppio : onde gli reputa Franchi , ap- 
panlo perchè li gius del Franchi non porla quotila composizione nel duplo 
di loro dowie. Tale congbiettura per certo è ingegnosa , flottile; «he poi si^ 
vera, plf Ilo licenza di dnbllaroe. Di fatti , ae Franchi sono costoro , se perdo- 
nale è la legge di dotarlo 11 , quale bisogno di provvedere al Franchi , quale 
di chiamarli tnedii Alamanni^ e non Franchi? E perchè il S- Foeminas 
noD potrebbe riferirsi ancora alle donne de'medtf Alamanni, certamente li- 
òfftf aneli' essi, posto che sena fkllo ?ale per le dosne de' Uteri» di che nei 
fl. anlacedeatl? Ctd «onslglla pur anco 11 vedersi che mentre nel patio il 
duplo onde proteggonsi le varie qualità di donne è sempre speciflcato nelle 
relative cifre di solidi , qui non si pone affatto la cifra di s. 320 , ma quel 
duplo lasciasi Indefinito, parmi, per adattarlo al casi. Del resto, non sapremmo 
che merito attribuire ad una interpretazione, la quale allorché nel primi tre SS- 
del eapo LJLìX , trova parola dei Uberi e loro femmine senza predicato al- 
cuno , onde potrebtK>no rileoersl di ogni sorta e tiosiona » vede io essi tassa- 
tivamente degli Alamanni , anzi gli antichi primi Alamanni ; e quando poi 
trova data espressamente al medii qualità di Alamanni , gli dichiara invece 
per Franchi 1 Ile giova II dire che dotarlo II volle cosi chiamati I Franchi, 
per eenservara ad essi il nome antico già dato loro dal patio, hopareloecliè 
ae al risparmino petizioni di principio , nulla ingerisce il sospetto che nel 
patto sotto 11 nome di m0dU Alamamii sieno Indicati I Franchi stanziati in 
Alamaanla , e non più presto ( oome la parola suona ) » gli Alamanni di media 
osala wMdioere condizione, interpretazione che riterremo anche per la legge 
di doUrlo JI9 per IusIbo a che non si dleoe buoae e fondate ragioni di ri- 



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108 ISTORIA E LEGGI 

dottrina; e nella qaale nulla si tro?ercbbe da riprendere, se tra 
tanti encomi! delle patrie virtù germaniche avesse 1* illustre autore 
perdonato almeno agli agghiadati e intempestivi sdegni contro la 
perfida cupidigia dei Romani (pag. 17 e 23) , che da' suoi medesimi 
connazionali vengono oggidì giudicati tanto più benignamente e 
senza velo di passioni o di pregiudizi. 

VI. Delk sottoscrizioni apposte alla donaxione di Specioso, 
vescovo di Firenze ^ delVanno 72i. 

È noto come il Savigny nella sua v Storia del diritto romano 
nel medio evo o (voi. I , S* ^« ^^' ^* )» affacciasse opinione che 
tra i popoli germanici, tanto per ìnfin che vissero nelle patrie 
sedi , quanto per alcuni secoli dacché si furono insignoriti dell'oc- 
cidentale impero, tutti gli uomini liberi del contado s'ebbero il 
diritto e il dovere di partecipare ai giudizi delle cause che agita- 
vansi nei Malli. Sennonché, per minorare ad essi lo aggravio e le 
pressure dei conti , primo di ogni altri Carlo Magno avrebbe in- 
stituiti a ciò giudici specialmente scelti , i quali ne'suoi capitolari 
appellansi Scabini ; nome che gli eletti ritenevano anche fuori di 
giudizio eome titolo personale, e quasiché formassero un ordine dì- 
stinto nella nazione. E difalti, il nome di Schiavini mai non soc- 
corre nelle germaniche leggi avanti Carlo Magno ; e quantunque 
il Savigny non ignorasse che s'incontrava almeno in due documenti 
a quella età anteriori; egli però notava come que' documenti 
avevansi per non sinceri (1). Ma un terzo documento era sfuggito 
alle diligenti cure di lui , cioè la donazione di Specioso vescovo 
di Firenze, ove tra i nomi dei testimoni sottoscrìtti. si ha pur quello 
di Alfuso Scavino (2) ; onde pareva che di non poco venisse a in- 
debolirsi la sovra esposta opinione , almanco per quanto attiene al 
regnò e all'ordine giudiciario dei Longobardi. 

Di siffatta questione non mi accadeva dovere parlare nel mio 
a Discorso sulla dominazione dei Longobardi in Italia d, pubblicato 
nella Appendice dell'Archivio Storico (Tom« li, pag, 481 e segg.], 

(1)11 docomento del duca Borgognone Araolfo , del 706 , In « Brequignjf ^ 
diplomaHa»^ Tom. 1, nam. 264 , pag. 379. — Gallla Cbrlst., Tom. 13 , In- 
stram. pflg. 369. E II docomento di Aslolfo re dei Longobardi del 769 , In Tl- 
mboscbl. Storia di Nonantola, Tom. 2, nom. 4, pag. 18» nota 10. 

(2) Brunetti , Codice diplomatico toscano, Parte I » N.* XYIII, p. 469-472. 



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DEI POPOLI BARBARI 109 

correndo il primo trimestre dell'anno 18M : ma sull'entrare della 
estate di quel medesimo anno, conversando col signor Giovanni 
Herkel di Norimberga, il quale dimorava di que' giorni in Firenze 
per accudire a' suoi dotti studii sulle germaniche leggi e sul diritto 
Longobardo (1), cadutone discorso, ci sembrò a proposito visitare 
insieme ed accuratamente con gli occhi nostri esaminare quel 
prezioso documento che si conserva nell'Archivio capitolare della 
Metropolitana. E considerato che lo avemmo, a ninno dei due nacque 
nell'animo Jl menomo dubbio sulla sincerità dell'atto, che ben di- 
mostrasi della età di Liutprando; parve però potersi dubitare se 
contemporanee altresì fossero le sottoscrizioni appostevi; ed anzi 
il Merkel , praticissimo com'egli è delle scritture antiche , non 
esitò un momento in giudicarle posteriori , e per non breve tratto 
di tempo, all'atto medesimo. 

Cenno della sua opinione faceva egli non molti giorni dopo in 
qaesta Appendice (Tom. ili, pag. 717, 718), ed aggiungeva che 
nuove parole verrebbero da me dette sull'argomento, non senza 
esibire agli occhi degli eruditi il fac-^simile dì quelle sottoscrizioni. 
Né basta. Venendo in luce la seconda edizione degli ultimi volumi 
dalla prelodata a Istoria ec. o, del Savigny, nel volume Vi! 
(Heidelberg 1851 ] , ove si accolgono le giunte e correzioni ai pre- 
cedenti volumi , parecchie delle quali spettano al signor Merkel , 
nna ve ne apponeva egli ( pag. 6-8 ] , in che tornando sulla que^ 
stione e rammaricando di non potere rinviare i suoi lettori al. fae-- 
itmile, tratto che fu per cura del Vieusseux , ma non mai pubbli- 
cato, dichiara: che a tutte le sottoscrizioni di questo testamento 
spettano ad una età più tarda , talune al IX , tali altre al X , e 
alcune con certezza al &ne del secolo XI d. E soggiunge: « Si 
« ravvisa, e ciò innanzi tutto ha storicamente un grande valore, 
« die quell'atto non venne da Specioso mandato a fine ed effetto, 
« ma che rimase là come bozza o minuta ; che la chiesa fiorentina, 
« la quale morto il vescovo si avvantaggiò di quel testamento e 

• ne deriTò rilevantissimi diritti , piò tardi e verosimilmente nella 
« occasione di sua produzione , fecevi apporre le sottoscrizioni , 

• senza le quali sarebbe stato invalido un atto di ultima volontà; 
« e si ravvisa eziandio , e ciò per la storia del diritto ha peso 
« grandissimo » che il nome di Alfuso Scavino è scritto |n6i ca- 

(«> ?. sopra N.* Il , pag. 69-82. 



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110 ISTOR E 1ALB6GI 

a ratteri della fine del nono se non forse del secolo decmo ; e 
a cosi da un tempo in che per eerto ci avevano Schiavini fa^- 
n trospinto in altro antecedente , cai erano ignoti ». 

Dopo questa sentenza ripetutamente espressa dal chiarissimo 
signor Merkel , mi parve debito troncare ogni ulteriore indugio» e 
cogliere la prima propizia occasione che mi si oflrisse per pui^ 
blìcare il /ac-^ìmtfe delle controverse sottoscrizioni. Veduto che lo 
abbiano (Tav. N.'^ I ) , diranno i dotti in paleografia se quelle sieno 
o non, sieno, o tutte o in parte, contemporanee all'atto del vescovo 
pecioso. Prima però di esporre il mio debole parere in proposilo, 
mi sia concesso notare, che quando anche le sottoscrizioni predette, 
e cosi pur quella di Alfuso Scavino, fossero tutte quante giudicate 
contemporanee all'atto , non per questo scemerebbe di verità o di 
pregio la opinione dal Savigny affacciata, che nei regni germanici 
la instituzione e l'ordine , in generale , di giudici permanentemente 
scelti e fiicienti come un collegio per diflBnire le controversie, non 
si conobbe avanti la età di €arlo Magno ; imperciocché se vero 
fosse il contrario, qualche segno almeno ne resterebbe nelle leggi 
dei germanici popoli. Ma ciò non vuol dire che Carlo Magno in* 
ventasse primo il nome degli Schiavini (voce di forma, se vuoi, 
latina, ma in sostanza germanica, e che pertanto doveva ptA focfl- 
mente correre sulle labbra di que' popoli, che non l'altra schietta- 
mente latina di gù»d%ci ) , e né tampoco che egli per qualche 
ordine di persone in qualche luogo particolare non trovasse già 
praticata la scelta di uno o più giudici, perchè cosi portato avesse, 
nel caso, la necessità delle cose. E già il signor Merkel aveva mol- 
lo acutamente rilevato in questa medesima Appendice ( Tom. cit , 
pag. 717 ) , come da un capitolo in bretn di Ràchi possa arguirsi 
« una certa sorte di scabinato nei giudizi de' Gasindi nelle corti 
del re D. E parmì altresì rispondere aUa indole di que' tempi , 
che nuove institnzioni non si ordinassero per legge cosi a prìort. 
ma dietro saggio ed una qualche esperienza. Il che avvertito, per 
iaoeverare dalla disputa ogni qualunque preconcetto « passiamo a 
dive di quelle sottoscrizioni. 

Delle sottoscrizioni alla donazione o, se cosi piaccia, al lesta- 
mento di Specioso , due sono queUe che più priodpdmente rileva 
fermare se sieno non sieno sincere ; quella cioè del vescovo 
donatore testatore, e quella del notare. E se si fossero serbati 
gli autografi , sia di quella sentenza che nell' anno 715 venne 



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DEI POPOLI BARBARI 111 

proferita da alenili feacoii e sacetdoti congregati. In S. Genesio 
sotlo il messo di re Liutprando per definire la oontroversia che 
penderà .allora tra i vescovi di Siena e di AreExo, sia di quell'al- 
tra sentenza che presiedendo Ulziano notaro e messo del re me- 
desimo fa pronunciata nel mese di febbrajo deiranno 716 nella 
oontroyersia tra i yescovi di Lucca e di Pistiqa , ad ambedue le 
(piali intervenne il vescoyo Specioso ; facile sardibe stato appurare 
il dubbio sulla autenticità di sua sottoscrizione all'atto di che si 
parla. Ma la prima di quelle due sentenze non ci rimane se non 
per l'apografo, che innanzi la metà del secolo XI, fatto ne fu sotto 
gli occhi di Gherardo primicerio da Gezone notaro della chiesa 
Aretina , il quale in trascrivere le sottoscrizioni non curò tampoco 
imitarle ; e la seconda parimente non ci soccorre se non trascrit- 
ta , e omesse affatto le sottoscrizioni (1). Non può peraltro aSic- 
cìarsi alcun dubbio sulla sottoscrizione di Bardano notaro; sì 
perché da so sola dimostrasi del tempo ; e il semplice ragguaglio 
della sottoscrizione al corpo detratto di che egli dichiarasi scrittore 
{ego Dardanus èeripior hujus cariule) , chiarisce ad evidenza la 
identità dei caratteri (2). Accertata cosi la sottoscrizione dì Dardano, 
il notaro e la yeracità di lui quando si dichiara scrittore della 
Carta , panni che una qualche fede yenga a meritarsi l'altra asser- 
zione sua di averla consegnata soltanto dopo che venne firmata 
dai testimoni (poit ieitùm roborationem compievi et deii) ; tanto più 
che se egli si fosse lasciato sfuggire questa asserzione per mera 
compiacenza, avrebbe detta una fàkità, né vi ha ragione di credere 
che Specioso fosse tal vescovo da caparrare siffatte compiacenze. 
Ma checchessìa di questo modo nostro di argumentare, yenghiamo 
a dire delle altre sottoscrizioni , cioè di quelle dei testimoni. 

E' non y'ha dubbio, la tanta varietà di quelle ingerisce a prima 
vista il sospetto che non sieno contemporanee all'atto, e né tampoco 
tra l(Mro. Ma sarà mai possibile che niuAa sia contemporanea al- 
l'atto ? che r una o l'altra muovano dà epoche si diverse quante 



(1) Brunetti , ibld. N> IX e N.» XI. 

(S) U signor Cesare Guasti , primo ajoto oelI'ArcblvIo Centrale di Stato , 
coi sorti potere poco tempo fa riscontrare la carta di Specioso, mi scrive sotto 
tt 9 aprile 1863 : « Il carattere della sotloscriiione di Bardano , confronta 
cosi con quello del testo , cbe pare la penna medesima e il medesimo inchio- 
stro, non cbe la mano, lo ne ho considerala ogni lettera , e massime nel nessi 
e negli scontri di alcune lettere più singolari ». 



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112 ISTORIA £ LEGiiI 

ne accenna il Merkel , ed appartengano « talune al nono , tali 
altre al decimo, e alcune eertamente al /ine del secolo unàecimo »? 
A quale scopo tanta lungheria nelle falsità ? 11 signor Merkel sup- 
pone che la chiesa fiorentina fece apporre quelle sottoscrizioni 
all'atto di Specioso nella occasione di produrlo in giudizio; e certo 
se false sono quelle firme, è la occasione benissimo argumentata; 
ma egli altresì confessa che « morto il vescovo ( la chiesa fioren- 
tina), si avvantaggiò di quel testamento, e ne derivò rilevantissimi 
diritti 0. Ora , se quell'alto fosse stato una semplice minuta ; se 
soscrizioni non vi fossero state né del vescovo , né dei testimoni, 
come potuto avrebbe la chiesa predetta avvantaggiarsene ? E quan- 
do poi sappiamo che una solenne lite , anche sui beni a quella 
chiesa donati da Specioso , Tenne agitata ai tempi di Corrado li 
imperatore e di Benedetto papa IX ( a. 1036 , 1037 ) , e Tatto di 
Specioso allora prodotto (1), a che quelle firme riferite d^l Merkel 
or con certesaa al fine del secolo X/ o , o vogliam dire a lite ora- 
mai dal papa e dall'imperatore decisa? Bene è vero che liti 
poterono su que'beni nascere pur anche avanti il secolo XI , e le 
controTcrse sottoscrizioni spettare al IX o al X secolo. Ma ri ha 
egli modo di ricondurle con certezza all'uno o all'altro di questi 
due secoli ? possono quelle negarsi con certezza alla metà prima 
del secolo Vili? Noi non crediamo. 

La varietà di queste sottoscrizioni parte dipende dalla forma- 
zione dei caratteri di ciascheduna in particolare, e parte dall'essere 
vergate alcune in corsivo, altre in carattere romano rotondo. Oltre 
quella dì Dardano notaro , vergate in corsivo sono anche le firme 
di Gaudisteó e di Alfuso Scavino; le altre di Specioso vescovo, 
dei canonici e dei preti, in romano rotondo; alcunché mista quella 
di Reparato. Ciò avvertiva eziandio il Brunetti (1. e. pag. 473), 
nel ripubblicare più correttamente che fece questa carta ; il qnale, 
abbenché fosse quanti altri mai versato nell'arte diplomatica , non 
fu per quel miscuglio indotto a significare il menomo sospetto che 
le controverse sottoscrizioni potessero, parte almeno, spettare ad 
una età posteriore a quella in che fu scritta la Carta medesima ; 
anzi da quanto viene egli precedentemente ragionando intorno 
Alfuso Scavino ( ibid. pag. 315 , 316 ) , raccogliesi apertamente che 
le avesse C4)me sincere. E difalti, se il nostro Archivio diplomatico 

(1) Lami , SS. Eccles. Fior. Monam., Tom. I » |iag. 91-95. 



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DEI POPOLI BARBARI 113 

DOD ha per lutto il secolo Vili sottoscrizioni Tergale per intiero 
in carattere romano rotondo , vuoisi altresì notare che in esso non 
▼i ha nemmen carta della età longobarda che sia di Firenze : e » 
salvo alcune poche da Pistoja , le altre tutte procedono dalla re- 
mota Badia Amiatina » epperò furono scritte o in Chiusi o in To- 
scanella o nelle Maremme (1); ma, per contrario, nell'Archivio Ar- 
civescoTale di Lucca alcune ve ne ha di quel secolo vergate per in- 
tiero in -carattere romano rotondo , e di che pure ci siamo creduti 
in obbligo di esibire un saggio ( Tav. num. Il e HI ] ai nostri let- 
tori (2). Resta pertanto che si veda cosa è da dire dei caratteri in 
particolare di ciascheduna sottoscrizione. Sul quale punto non 
possiangio dissimulare, che ancora a parer nostro una qualche dif- 
ferenza scorgesi tra le sottoscrizioni in carattere romano rotondo 
del rammentato Archivio Lucchese, e queste della donazione di 
Specioso che sanno meno assai dell'antico. E rispello alle altre 
due in corsivo di Gaudisteo e di Alfuso Scagno (3) , quantunque 
cosi all'ingrossò abbiano somiglianza con quelle più ovvie della 
età longobarda, fatto si è che a guardare un poco per la sottile, 
di feramente simili non ne occorrono nel nostro Archivio diploma- 
tico se non intomo all'anno 860 , almeno per quanto parve al 
signor cavalìer Luigi Passerini segretario delle Riformagioni e del 
Diplomatico, ed a me stesso, alloraquando con quel più che pote- 
vamo di diligenza e pazienza ci demmo a comparare le controverse 
sottoscrizioni con quelle innumerevoli che stan raccolte nell'Ar- 
chivio predetto. Ma chi vorrà mai fondare una assoluta sentenza 

(1) Anctie le carte Pisane del 720 . del 730 e del 757 , riferite dal Bra- 
netti, Op.c., ai N.^ XII1|, XXII-XXIV e LIl, non hanno sottoscrizioni ver- 
gate per Intiero in qoei carattere. Tanto tio potuto rilevare dai facsimile elie 
si eompiaeqoe inviarmi l'illnstrisslmo e reverendissimo signor canonico dot- 
tor Lnigi Prosino Frosini, dotto e cortese Archivista capitolare della prima- 
liale pisana. 

(2) nt questo saggio vo debitore agli stodii , alle diligenze ed alla genti- 
iezia del chiarissimo signor Carlo Mlnutoll di Lucca , nno dei nostri collabo- 
ratori. E l'opera citata nelle tavole del Barsocchini , s' intitola « Memorie e 
DoeumenH per servire alia htùria di Lucca ». 

(3) B noto, per l'avvertenza fatta dal Brunetti (Le, pag. 472 ), che la 
carta di Specioso conteneva, almeno In parte . una più antica scrittura. So- 
spettai pertanto , che ad una più antica scrittura potess' essersi riferito un 
ritocco alia parola icatino , e che originariamente si fosse potuto scrivere 
gashd. Ma dal posteriore esame del signor Guasti è apparso essere pura a 
da più antica scrittura e da ritocchi quella parola. 

ifip., ToKIX. 1« 



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iìk ISTORIA B LEGGI DEI POPOLI BARBARI 

di non contemporaneità » e ciò nel caso ?uol dire di falsità , su 
quelle dìflferenze , e come attribairle sparpagliatamente a tempi e 
secoli diversi » quando richiaminsi tranquillamente air animo le 
tante yarietà che por entro alle sottoscrizioni di ogni età , e pur 
anche alla giornata, scorgonsi dà persona a persona, e massime da 
luogo a luogo ; e quando Gnalmcnte chi miri nella carta originale 
quelle controverse, è indotto a ritenerle tutte quante « scritte di 
un medesimo inchiostro d ; e « se alcune pajono meno scure delle 
altre ( cosi il signor Guasti ) , credo dipenda dal più lieve scorrere 
della mano « o dal più scarso fluire della penna (1) • 7 

Concludendo adunque, diremo, che a nostro avviso, preponde* 
rano gli argumenti per aSI^mare contemporanee all'atto le sotto- 
scrizioni apposte alla donazione di Specioso; ma chi guardi m^- 
tanto ai caratteri in che sono formate e a certa loro diversità dagli 
altri che indubbiamente spettano alla metà prima del secolo ottavo, 
non può dirsi accolga ingiustamente nell'animo qualche dubbio o 
sospetto intorno a quella contemporaneità; onde non oseremmo 
troppo risolutamente asseverare che la carta , 9ola sola , del ve- 
scovo Qorentino possa addursi come irrefragabile testimonianza 
che l'ufficio degli Schiavini fosse in Italia conosciuto ai tempi di 
Liutprando e avanti il regno di Carlo Magno. 

(1) Nella letlefa citata, nota S, pag.2lt.— Non Igeerò che sema ropera 
del chimico male si può verIBcare rinchlostro ; ma a quali' opers bob el il 
coosentirebte soggettare II dooaroeoto ; laonde è fona oontenlarsl del glodiilo 
degli occhi. 



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IL 



CARDINALE WOLSEY 



LA SANTA SEDE 

MBMOMA 

DI ALFREDO REUMONT 



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IL 

CARDINALE WOLSÈY 

E 

LA SANTA SEDE 



Nel lil>ro decimoqainto delle Storie , Francesco Guicciardini , 
parlando delle cose d* Italia , all'anno 1524 , e della politica am- 
bigua di Arrigo ottavo , ne dà la colpa a a gli ambiziosi consigli 
e del cardinale Eboracense , il quale, veramente esempio ai nostri 
« giorni d' immoderata superbia (becnhè nato d'inflma condizione 
■ e di sangue sordidissimo), era salito appresso a quel re in tanta 
« autorità , che era manifestissimo a ciascuno , che la volontà del 

• re senza l'approvazione di Eboracense fosse di niuno momento, 

• e per contrario fosse validissimo tutto quello che Eboracense solo 
t deliberasse b. Mentre tale era l'opinione di uno straniero, con- 
temporaneo di Tommaso Wolsey , e nei più segreto maneggio della 
politica del suo secolo versatissimo , Guglielmo Shakspeare in 
(pel suo dramma storico di Enrico Vili , scritto in tempo in cui 
era ancor viva e la tradizione e la celeberrima figlia di quel 
sovrano , introduce sulla scena lo splendido Cardinal re , il figlio 
maggiore della fortuna , a cui dagli avversar] suoi fa dare i nomi 
di cane da macellaro e di peccato scarlatto , ma del quale poi 
morto dipinge il nobilissimo ritratto , con mano più abile ancora 
di quella dell'Holbein, esaltandone le grandi doli e i rari meriti, 
osc.nrati si ma non obliterati dai difetti e dalle colpe (1). 

ri) « King Henry Ylil», Atto 11, Se. 2: « the King-Cardinal: tÌMlbiind 
prfon, like eldeit eon of fortune ». — AUo IT, Se. 3 : « the great cMld of ho- 
novr , wrdinai Woliey ». — Atto 1 , Se. 1 : « CAif tmtcher's cur i$ venom- 



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118 IL CARDINALE WOLSEY 

Cosi dubbia e contrastata (colpa deir indole non dei tempi soli 
ma dell'uomo ancora ) rimase la fama di Tommaso Wolsey , il 
quale dal 1513 sino ai primi mesi della riforma protestante in 
Inghilterra resse la somma degli affari politici , civili ed eccle- 
siastici di quel reame. « È arduo molto (cosi si esprime sul conto 
di lui uno dei più sagaci autori moderni, sir James Mackintosh (1)], 
a giudicare con calma ed imparzialità di un uomo, alla cui me- 
moria gli scrittori delle due avverse parti religiose sono ugual- 
mente nemici : i cattolici , per qualche sacrifizio dal ministro 
fatto ai più ardenti desiderj del sovrano imperioso; i protestanti, 
pel rifiuto del cardinale di disertare dalla sua chiesa, e di 
romperla col papa o. Posto nel frangente di due epoche conten- 
denti tra loro, del desiderio di conservazione e della passione di 
rivoluzione, e in mezzo a due partiti contrari, il Wolsey, secondo 
il solito, inimicossi l'uno e l'altro. 

La storia di quest'uomo, durante gli ultimi diciassett'anni della 
sua vita, è la storia della sua patria. Scrittori abilissimi, cui l'In- 
ghilterra vanta per ciascun periodo de'suoi annali nazionali, hanno 
trattato di questa storia, mentre delle particolarità ancora pia mi- 
nute della vita privata ci vennero serbate copiosissime memorie 
nella narrazione ingenua quanto bella, che ci lasciò un cavaliere 
addetto alla sua corte (2); la quale narrazione prestò i materiali al 
biografo più moderno (3), che non scrisse senza eleganza. Delle azioni 
del primo ministro di un paese che andava cambiando gran parte 
dell'esser suo interno ed esteriore , del magnanimo patrono delle 
scienze e promotore dell'istruzione popolare, il cui nome è sempre 
vivo nel suo magnifico collegio di Oxford (4), sarebbe dunque super- 

mouth'd ». — Alto III , Se. 2 , « Ihou scarlel Jin ». -- AUo IV, Se. S : « Tkis 
cardinal , thfmgh firom an humtfe $iock ec. «. 

(i) HUtùry of Bngìand { Londra 1831 ) , Voi. Il , pag. 110. 

(2) The Ufe of Cardinal Wolay , by Gbobob Cavbndish , kit genUetman 
utker. Stampala nel 1614 , ma cambiata ed abbreviata da qoasi non rlGo« 
notcersl, e altribaila • Gogifelmo Cavendisb, fralello dell' antore. EdlEione 
compiala fatta soli' aalografo da Sahoel Welleb Singbe, seconda edizione. 
Londra 1827. Nnova ristampa , 1852. Della vita del WolMy sorlsaero poi il 
Dottor FiDDBS, Gbovb ed altri. 

(3) The Ufe of Cardimi Wolsey, by John Galt. Londra 1812 ; lerza edl- 
lione con gionte, Londra , 1846. 

(4) Chriel-^hurek College^ fondato II di 20 marzo IttSd. Ivi si trova il 
bel ritratto del Wolsey fatto da H. Holbeln. 



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E LA SANTA SEDE 119 

fluo il parlare. Le relazioni da lai arate colla Santa Sede, e sin 
all'oltimo conservate, sono meno conosciute. Buon numero di 
documenti che ad esse si riferiscono, esistono a stampa: ma non 
prima d' oggi ne fu resa meno incompleta la serie , colle pubbli- 
cazioni , il' ordine del goyemo Britannico fatte , del rimanente 
delle carte diplomatiche (1). Col soccorso di esse imprendiamo ad 
illustrare questa parte della vita politica del celeberrimo Inglese, 
afendo special riguardo al tentativo , due volte ripetuto, di ascen- 
dere al soglio pontificio , secondo dì sua nazione , dalla quale un 
solo capo é venuto alla cristianità. 

Tommaso Wolsey nacque in Ipswich nella contea di Suffolk, 
nel 1471 , di gente plebea, che non però lo fece mancare di edu- 
cazione liberale. Essendosi fatto conoscere al giovane re Arrigo 
per l'abilità sua negli affari durante la prima guerra con Francia, 
egli sali da un posto all'altro con rapidità quasi unica. VescoTO di 
Toumai nel 1513, di Lincoln nel 1514, Tenne poco dopo assunto alla 
sede primatizia d'York. Nel di 7 settembre del 1515, papa Leone X 
assunse T arcivescovo alla dignità cardinalizia. Una sola promo- 
zione , quella del settembre 1513 , aveva preceduta quella del 
prelato inglese, il quale allora era giunto all'anno suo quarante- 
simo quinto, e godeva in tutta Europa la riputazione di esperto 
politico , e moderatore de' consigli del suo sovrano, il quale in 
età non maggiore di dieiott'anni, nel 1509 era succeduto al padre. 
Nel di S2 dicembre egli ricevè il cappello nella afobadia di West- 
minsler con pompa ugnale alle regie incoronazioni, mentre la 
dignità di cancelliere del reame, intorno a quel tempo concedu- 
tagli, lo alzò all'apice dell'autorità. Guardando alla fama che 
dovunque come d'aureola circondava il nome suo, all' alta posi- 
zione che da hii era occupata , all' influenza che l'Inghilterra» sotto 
il governo del settimo Arrigo riavutasi dalle tristissime conse- 
guenze dì quelle guerre civili che dalle due rose sogliono chiamar- 
si, cominciava a spiegare nella politica generale ; non è punto da 



(1) STATE PAPERS, published under the aulhorily of Ber Majesly'i com- 
miMon. King Henry tke EiglUh. Pari V, Foreign correspondenee. Voi. VI , 
147341509) - 1527. Voi. VII, 1887-1837. Londra 1840, 606 e 718 pa- 
gine In Ito. L'Appendice all'aUlniB ristampa del libro del Galt ( pag. 983 
a 424 ) contiene oltre dnqnanta lettere e dispacci, ma disordinali e per lo 
pia mancanti di data. 



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ISO IL CARDINALE WOLSEY 

maravigliarsi che il Wolsey aspirasse al triregno dopo la morte di 
Papa Leone. Egli contava sull'appoggio di Carlo Y. Sema dubbio 
il giovine imperatore eragli obbligato. Il congresso tenuto nel- 
l'agosto del 1521 a Bruggia, dove il cardinale d'York trovossi 
qual plenipotenziario d'Arrigo YIIl , diede alla politica inglese 
quella direzione, la quale fondata nell'antipatia che il re senti 
sempre per la Francia (1), e continuando sino al momento in cui 
si cominciò a temere della soverchia preponderanza dell'Imperatore, 
a questo prestò validissimo sostegno nella rivalità col re francese. Fu 
allora che il Wolsey, a cui Carlo Y rese onori quasi regj, in uno dei 
dispacci suoi ad Arrigo ritrasse quel giovine sovrano in un modo 
che, quantunque dimostri l'effetto dello studio da esso posto a 
guadagnarselo, pure non va esente di tratti veri e felici. « Questa 
scrittura di mia propria mano r, dice egli, a non ha altro scopo 
se non d'informare Yostra Grazia di quanto' scorgo e ritrovo 
nella persona dell'Imperatore. Yi assicuro che, per l'età sua, 
egli è prudentissimo e istruito perfettamente degli affari, freddo e 
savio, circospetto nel parlare, sicuro di sé, usando delle parole 
con molta abilità e precisione. E senza dubbio, secondo tulle le 
apparenze, egli diverrà un uomo di molta saviezza, inclinato alla 
verità e a mantenere le sue promesse, e fermamente deciso a stare 
con Yostra Grazia, lasciando da parte le altre pratiche, e segui- 
tando mai sempre i vostri consigli. £ come Yostra Grazia ha piena 
fiducia in me, avendo posto sulle mie spalle il carico dei vostri 
affari, quantunque io sia poco capace di portarlo, cpsi egli è de- 
terminato a fare da parte sua. Così Yostra Altezza ha da ringra- 
ziare Iddio, il quale vi ha conceduto graziosamente non solo di 
disporre convenientemente le cose vostre, dimodoché non siete 
mero signore di questo vostro reame che è un angolo della terra, 
ma ancora, mercè la vostra saviezza e i consigli vostri, di Spa- 
gna, d'Italia, di Germania e di questi Paesi-Bassi, cioè della parte 
maggiore della cristianità. E quanto a Francia, ora questo nodo 
è cosi ben legato , che anch' essa dovrà badare a quel che voi 
comandate ». ( Lettera da Gravelinga , 28 agosto 1521 , negli Siate 
paperi^ voi. YI). 

(1) Vincenzio Quirinl» nella relazione soirambasciata a Filippo di Borgo- 
gna 1806 (Relaz. ven.. Serie I, Voi. 1 pag. 19), dice digià: « il principe 
di Galles, nominato Enrico, giovine di anni 16 in circa, naluralmtnU nemico 
dé'FranEesi ». 



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E LA SANTA SEDE t21 

Coir alato dunque di Carlo V, e col favore che durante Tarn- 
iDÌnistrazìone sua Arrigo Vili erasi acquistato nella corte di 
Roma , il cardinale d' York nutriva speranza di essere eletto^'allri 
pontificia dignità» dopoché Leone X era morto nel dì 1.^ dicem* 
bre 1521. È noto come il re inglese si fosse schierato tra'[più 
strenui avversar] delle novazioni luterane , e come, in ricompensa 
del zelo dimostrato a confutare le opinioni nuove col suo libro 
sui sagramenti, il pontefice gli avesse conferito il titolo di Deferì- 
sor fidei , anche oggidì portato dai successori suoi. Non si sa se 
nel conclave, che ebbe principio il di 27 di quel mese, i sacri 
elettori abbiano sul serio pensato al candidato inglese. Mentre la 
fama della sua politica antifrancese lo dovette escludere appo i 
cardinali del partito da lui inimicato, la fazione imperiale fone 
non voleva un uomo di stato di cosi esperta abilità, e che da un 
momento all'altro avesse potuto svincolarsi dalla sua influenza. 
Considerasioni che ragionevolmente possono supporsi nel cardi- 
nale Giulio de' Medici, il quale sotto il regno del suo cugino aveva 
avuta tanta parte nella direzione degli affari ; ed ora, favorito egli 
stesso da non isearso numero di aderenti, fu prìncipalissimo a 
chiamare alla occupazione della sede di Pietro uno straniero quasi 
sconosciuto, il cardinale vescovo di Tortosa, il quale prese il 
nome di Adriano VI. Ciò avvenne nel di 9 gennaio del Ì522. 

Il re Arrigo fu sollecito a mandare un ambasciatore straordi- 
nario al nuovo pontefice , oltre quel Riccardo Pace che trovavasi 
in missione anche straordinaria a Roma, uomo molto adoperato 
negli affari politici del tempo (i). 11 nuovo ambasciatore fu il 
vescoi^o di Bath , Clerk. il quale in uno dei suoi dispacci [State 

(1) Dell' abilità dal Pace mostrata neir affare dell' elezione Imperlale ftif- 
ffoUmn a damino Paeeo tumma soUrtia traetatum ) , si loda II Woìsey nella 
lettera del 1519 a Silvestro Giali, vescovo di Worcester, ambasciatore Inglese 
a Roma (Vedi Areh.Slor.llal,, Appena, voi. I, pag. 3f7 segg.); lettera non 
priva d' Importaifza per giadlcare dell'indole del Wolsey. Il « Riccardo Pacceo j* 
è nominato dal Goicclardinl nel Lib. XV , cap.3 delle Storie. Egli era segre- 
tario del re ; posto oecopato tn seguito da Stefiino Gardtner. Pare che II Wolsey 
per gelosia l'allontanasse dalla corte , occupandolo in continoe ambasciate ; 
di che ti Pace si accorò per gaisa, che morì demente. Lo racconta l'Holin- 
shed nella Cronaca , seguitato da Shakspeare nel dramma di Arrigo Vili , 
Atto li. Se. 3 . dove il Campeggi domanda dell* antico segretario da lui a 
Roma conosciuto : « My lord of York , UKU not one Docior Pace - In thU 
num's place before Mm? » 

ipp,, Toi.lX. 16 



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128 IL CARDINALE W0L8EY 

papers , voL VI ) dà ragguaglio del suo ricevimento e dei discorsi 
avuti, col poniefioe. L'inviato, e il suo collega l'ambasciatore 
ordinario, passarono a cavallo per le strade dì Roma, accom- 
pagnati dai cardinali de* Medici e Campeggio , e seguitati da gran 
folla. Trovarono il Papa seduto sopra bassa sedia, sotto una specie 
di trono (a tipoM a law slool underneath a eloth ofeiiate »). Dopo 
le ceremonie usate , inginocchiaronsi , e il pontefice domandò de 
vahiudine serenissimi regie et reginae^ nec non vestrae dominaiiome 
reverendissimae (Wolsey). Il vescovo presentò le sue credeniiali, 
che furono lette ad alta Toce dall'uditore di S; S.; poi recitò un 
discorso latino, il cui scopo era d'indurre il Papa ad abbondonare 
la sua politica neutrale, e ad unirsi all'imperatore ed al re. 
Ma Adriano si contentò di rispondere poche parole inconcludenti : 
disse l'ambasciatore benvenuto, domandogli se era stanco dd 
viaggio, e lo licenziò colla apostolica benedizione. Né miglior sue- 
cesso ebbe altra udienza. « Parecchi parlarono, scrive il Glerk, e 
parlammo noi ; ma assicuro Vostra Grazia, pontifex vehU rupes 
in mari sita, undique petita fluctilme^ mantii mmobUis ». 

11 partito imperiale non poteva darai pace di veder neutrale 
un papa già suddito dell'imperatore, e in tanti modi al medesimo 
legato. Non nascosero il male umore, trovando Adriano coai poco 
disposto alle loro voglie , t come se fosse nato nella città di Pa- 
rigi D. Con questo spiegasi il cattivo gusto degli inviati inglesi 
nello scrivere al cardinal ministro intorno alle note pasquinate 
romane alla morte del Papa , che con qualche sorpresa incontriamo 
in dispacci diplomatici; cioè, che: « non permissu Éemium tardma^ 
lium , $ed iussu o , si scrivesse sulla tomba : e Hie iacei Adriamus 
Sextus, cui nikil in vita infelicius còntigit , quam quod tmperavìi; t 
e poi a impius inter pios d , perchè sepolto nella cappeUa di & An- 
drea tra i due ponteGci di casa Piccolomini : ed altri indegni 
scherzi che dovrebbero dimostrare come « la città non fosse mai 
più lieta della morte di un papa ». Sentimenti i quali, sarebbero 
atti a spiegare l'avversione dei Romani contro ad un ponteGce 
straniero, se cose di gran lunga peggiori non fossero accadute 
trentasei anni dopo, nella morie di un papa di nazione e di cuore 
italiano. 

Nel di 1.* d'ottobre i cardinali entrarono in quel conclave che 
fu teatro di tante gelosie e di tanti intrighi. Quantunque avversi 
si fossero mostrati gli animi all'estero Adriano, pure due forestieri 



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E LA SàNTÌ sede 133 

coDcepiroiio speranza di succedergli ; Nitcolò di Schomberg arci- 
vescovo di Capua, e Tommaso Wolsey. Onde farsi giusta idea 
della politica inglese negli affari della Santa Sede ai tempi di 
Clemente VII, sarà mestieri indagare il fondamento delle speranze 
del cardinale d'York, e i mezzi da lui messi in opera per riuscire 
nell'intento. 

Ecco dunque ciò che, avvenuta appena la morte di papa 
Adriano, il vescovo di Bath e il suo collega nell'ambasciata romana , 
maestro Annibale, scrissero al Wolsey (Roma ik settembre; State 
papers VI, N.^ 63) : « 1 nostri cardinali principali qui a Roma 
sono Medici, Santi-quattro e Campeggio, qui videntur in eoUegio 
eonitituere triumviratum. Essi hanno avuto recentemente varj con- 
vegni privati e segreti, e assicuriamo Vostra Grazia, che avete 
Dei medesimi tre sostanziali aniici, i quali ve ne procurano molti 
altri. Pare che i pensieri dei loro aderenti si concentrino in tre 
persone , Medici , Farnese e Vostra Grazia. Tutto ciò che facciamo, 
io facciamo dietro al consiglio dei predetti tre cardin&li ; e molte 
cose sappiamo da loro, parecchie da altri. Contuttociò le cose sono 
ora talmente in erba , che è difficile pronosticare il risultato. 
Rendiamo però certa Vostra Grazia, che di già avete molti amici; 
e nel caso che Medici non rìescisse, né Farnese, il quale avrà 
gran difficoltà se coloro che gli furono contfaij nell'ultima ele- 
sione, persistono , è probabilissimo che questo diadema cingerà la 
fronte di Vostra Grazia : ciò che imploriamo da Iddio omnipotente. 
Se Vostra (ìrazia fosse qui , la cosa sarebbe sicura , come siete si- 
curo del Tostro arcivescovado di York, tota curia Romana^ ipsii et 
Revermdiiiì^nis cardinakinu una anima approbantibus ; e né il 
cardinale Medici, uè il più altero del .sacro Collegio oserebbero spe- 
rare di riuscire più di quel che non pensano fare il viaggio a Ge- 
rusalemme colle mani. Ora dobbiamo esporre quel che è di meno 
bvoreTole. Molti dei cortigiani qui , ed anche dei cardinali , non 
vogliono sentir parlare dell'elezione di persona assente, temendo 
di traslazione della S. S. , e di altri inconvenienti i quali si fecero 
avanti neir ultima elezione. Ne abbiamo discorso con quei tre 
amici vostri, i quali risposero che la vostra assenza era veramente 
un grande ostacolo. Nel caso perù che vi fosse gran discordia nel 
conclave, e che non potessero venire a capo nell'elezione di uno 
presente , come accadde V ultima volta, allora condiscenderebbero 
ad eleggere oèsenlem, senza badare agli inconvenienti sopraddetti. 



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124 IL CARDINALE WOLSEY 

Per quanto possiamo scoprire, il cardinal Medici nutre gran spe 
ranza di essere eletto, e gli amici suoi V esortano a tentare la 
fortuna in suo proprio favore: ciò che egli si propone di fare. In 
secondo luogo, egli si adoprerà in favore vostro, secondo la* sua 
promessa. Non trovando disposizioni per voi , farà pel cardinale 
Farnese o pel cardinale della Valle, tutti due imperiali e suoi grandi 
amici. Non riuscendo per questi, esso non si adoprerà per niun 
altro presente, e così res redibit ad absentes; nel qual caso non c'è 
dubbio che Vostra Grazia avrà potiores partes. Per ora non possia- 
mo scrivere altro : non mancheremo di fede e diligenza. 11 cardi- 
nale di Volterra,* Soderini, capitalis inimicus cardinalisde Medicis, 
si trova privato per bullam voce activa et passiva in eleciione pan- 
tifids^ e condannato a stare in prigione Ano a quanto sembrerà 
al papa o al suo successore, di punirlo o liberarlo. Se non fosse 
stata presa questa risoluzione, esso sarebbe rimasto libero posi 
moriem ponUficisy e avrebbe fatto nascere grandi mali col distur- 
bare ogni buona intenzione d. 

Il cardinale d'York , lusingato da tali speranze, senza dubbio so- 
verchie e forse ad arte nudrite negli oratori di Arrigo, poco pratici 
degli affari di Roma, non perde un momento. Appena ayuto il di- 
spaccio nel di 30 settembre, egli scrisse al re (Galt^ 1. e, Lelter, XLII, 
dove però è sbagliatala data , trovandosi messo il dicembre) : a Sire. 
Non voglio mancare di avvisare V. A. , come in questa medesima 
ora mi sieno giunte lettere del rostro oratore residente nella corte di 
Roma, annunziandomi che nel giorno 13 di questo mese piacque 
a Dio onnipotente di chiamare alla sua misericordia la Santità 
del ponteGce , alla cui anima Egli voglia concedere perdono ; e 
dandomi ragguaglio dello stato delle cose circa l'elezione del 
futuro papa. V. A. intenderà dalle lettere del detto ambasciatore, 
aggiunte alle presenti , che secondo le apparenze l' assenza mia 
sarà Punico ostacolo, se pure ostacolo c'è, alla mia elezìoùe a 
siffatta dignità, quantunque a me non sembri verisimile che, in 
caso di mia presenza ancora, il Collegio dei cardinali fosse per 
consentire, a cagione delle fazioni che lo dividono. Ancorché io 
mi reputi inabile e poco idoneo a si alta e gran dignità , desi- 
derando piuttosto continuare e finire la mia yita con Vostra Gra- 
zia, e preferendo all' essere papa il servizio quantunque meschino 
che io possa rendere all'onore vostro e al benessere di questo 
reame ; pure considerando quale fosse P opinione e l' ìntenzioDe 



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E LA SANTA S£D£ 125 

Tosfra neir ultima elezione , quando desideraste di vederiui pre- 
scelto, credendo poi che ciò servirebbe ad onore, benefizio e 
prosperità delle cose vostre in avvenire; e supponendo che tuttora 
r intento vostro sia lo stesso, farò stendere istruzioni, commissioni 
e altre lettere nel modo in cui l' ultima volta vennero mandate 
al signor Riccardo Pace. Queste istruzioni manderò a V. A. colla 
prossima posta, acciocché possiate aggiungere quello che sarà se- 
condo la vostra graziosa volontà, alla quale sono per rimettermi 
sempre ; e perchè si manifesti quali sieno riguardo air elezione 
mia le intenzioni di coloro che , secondo che scrivono gli oratori 
Tostri , tengono nel presente momento la principale autorità nel- 
r elezione del papa , facendo cosi triumviraium. Mando alla Vostra 
Grazia le varie loro lettere a me dirette, pregando il Nostro Si- 
gnore che si faccia un' elezione per V onore di Dio , per il bene 
della chiesa di Cristo e il benefizio della cristianità v. 

Poi nel giorno seguente, 1.° d'ottobre : « Sire, piacerà all'A. V. 
di essere avvisato , che secondo il tenore della mia lettera in data 
d'ieri, ho fatto stendere commissioni e lettere da mandarsi ai 
consiglieri vostri ; al vescovo di Bath, a Riccardo Pace e a mae- 
stro Tommaso Annibale , come ne vennero mandale al detto 
maestro Riccardo Pace nell'ultima vacanza della Santa Sede, 
all'oggetto di promuovere l'elezione mia, o, se non può ottenersi, 
qaella del cardinale de' Medici. Se tali lettere ed istruzioni cor- 
rispondono alle intenzioni di V. A., prego la vostra grazia e bontà 
di firmarle, onde sieno spedite alla corte di Roma colla diligenza 
richiesta e dall'importanza deiraffare e dalla ristrettezza del tempo, 
ed ancora perchè l' Imperatore possa concorrere con V. A. più 
presto e con maggior efficacia al desiderato effetto. Quantunque io 
non dubiti , che nelle conferenze e nel carteggio con V. A. egli non 
abbia omesso di farle parola su tal proposito, pure, ad accelerar 
i'afiare, ho concepito una lettera familiare, a nome di Vostra 
Grazia, da indirizzarsi alla Maestà Sua, la quale, se piacerà a 
V. A. di non fuggire la fatica di trascriverla colla propria mano , 
mettendovi i segni segreti, concertati tra V. A. e il detto impe- 
ratore , recherà sicuramente gran benefizio, e contribuirà in sin- 
goiar modo a far trionfare le vostre graziose quanto virtuose 
intenzioni. Prego Iddio omnipotente , che l'effetto sia secondo la 
sua volontà e il desiderio di V. A. , e pel bene e l'esaltazione del 
vostro regio stato, regno ed affari. Comunque poi risulti la cosa, 



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126 IL CARDINALE WOLSEY 

mi terrò sempre obbligato ben oltre ai meriti miei air A. V., 
ancbe senza conseguir V intento , cui non avrei mài pensato di 
aspirare, se non fosse per far onore e servizio alla vostra nobile 
persona, e a questo vostro reame, che Gesù conservi ». 

Il di ^ d'ottobre, il cardinale, stando nella saa villa di Hampton- 
Court (ora palazzo regio, e noto per contenere, tra le altre cose d'arte, 
i cartoni per gli arazzi del Sanzio), indirizzò agli ambasciatori la 
lettera seguente : a Monsignore di Batb , signor segretario e signor 
Annibale, mi raccomando a voi cordialmente, dicendovi sapere 
come per le vostre lettere dei 14 settembre, che mostrai sabito al- 
TAltezza del Re , fossi informato deir aver Iddio chiamato alla sua 
infinita misericordia il pontefice. Nuove al certo tristissime per il re 
come per me stesso, e molto contrarie al bene e alla quiete della 
cristianità , di cui il pontefice fu sempre studioso , quale devoto e 
virtuoso padre di santa Chiesa. Nonostante , conformandoci alla vo- 
lontà d'Iddio, cui tutti dobbiamo essere ubbidienti» si ò il desiderio 
e l'intenzione di S. A., e la mia ancora, di dare qualche aiuto e 
spinta, secondo le convenienze, all'elezione di un pontefice, il quale, 
colla grazia divina, adempisca e conduca a fine le buone e virtiioae 
intenzioni circa la pacificazione del mondo cristiano; cai era di- 
sposto secondo che pare il defunto santo padre , per quanto^glielo 
permise la brevità del suo regno. Quanto ciò sia necessario allo 
stato oggi viepiù cadente della fede di Cristo, facilmente si ca- 
pisce, e sicuramente tra i principi cristiani ninno dedica a tale 
intento maggior cura e pensiero dell' imperatore e deiraltena del 
re; i quali, e al tempo dell'ultima vacanza e dopo, ebbero varie 
conferenze e communicazioni a questo proposito, verbalmente è 
per lettere , come per ambasciatori ed altri. Essi, nella loro bontà 
e molto al di sopra dei meriti miei, mi hanno creduto e giudicato 
abile ed idoneo ad aspirare a siffiitta dignità, consigliando ed 
esortandomi a badare ai consigli ed opinione loro nel caso che 
se ne presentasse opportunità, ed offrendo d' interporre tutta l'au- 
torità ed aiuto onde giungere allo scopo. Quantunque l'imperatore, 
trovandosi ora in parti lontane, non possa dare al re, in tanta 
ristrettezza di tempo, nuova conferma del suo desiderio e intento ; 
contuttociò madama Margherita (1), conoscendo le sue vedute a 

(1) Zia di Carlo v e governatrlce dei Paesi Bassi , essa fo quella ebe 
nel laia fece decidere Arrigo Vili a dteblararsi eontrarfo alla Franeli. 



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E LA SANTA SEDE 127 

questo riguardo, in lungo discorso mi ha fatto soiuiglianle esor- 
fanioDOv coir assicurarmi, e per 1* imperatore e per sé stessa , di 
fare e far fare tutto il possibile. Oltre a ciò, le vostre lettere e 
quelle particolari ed amorevolissime dei cardinali de' Medici, Santi 
quattro (Lorenzo Pucci) e Camp^fgi , mostratemi col loro permesso 
dai loro agenti che qui soggiornano, m'assicurano della mente 
buona e ferma che essi e parecchi amici loro dimostrano verso 
di me. £ finalmente TAllezza del Re non cessa di insistere con 
tatti i DMMli graziosi e convenienti, perchè io, indotto da varie no- 
tabilissime e urgentissime ragioni, consenta a lasciar procedere 
nel miglior modo S. A. e T imperatore. Le circostanze che gli 
spìngooo e determinano a ciò, colle loro pie, buone e benefiche 
intenzioni pel bene della cristianità, sarebbero troppo lunghe ad 
esaminarsi. Per queste ragioni, benché io mi giudichi troppo ina- 
bile a cosi alta dignità , desiderando piuttosto vivere e morire col 
mio grazioso re in questo reame, servendolo ed onorandolo, in- 
Teoe di appigliarmi a cose nuove nella mia ormai declinante età ; 
contuttociò, indotto dal vivo zelo e dal gran fervore che sento per 
Tesaltazioiie della fede , e per l' onore e la sicurezza del re e del- 
l' imparatore , a volere adempire i miei doveri e verso Dio e verso 
il mondo, e rimettendo tutto alla volontà divina; non mancherò 
di dichiararvi quelle cose che l'Altezza del re mi ha espressa- 
mente ordinato di significarvi per parte sua, essendo la sua vo- 
lontà , che corrispondendo alla sua fiducia, vi poniate all'opera, 
non omettendo nulla di ciò che possa condurre al desiderato fine. 
« Primo; intenderete essere la mente di S. A. e il suo sommo 
desiderio oltre tutte le cose umane, che. io giunga alla predetta 
dignità , nutrendo certa e ferma speranza che da ciò seguirà in 
breve tempo pace generale, quiete e tranquillità nella cristianità , 
e più che mai onore, gloria , profitto e riputazione a questo reame, 
oltre la singoiar contentezza che ne proverebbe la grazia del re , 
con tutti i sudditi suoi ; i quali potrebbero tenersi ben sicuri di ag- 
giustare con sommo vantaggio gli importanti affari loro. Per queste 
ed altre urgenti ragioni, si è la volontà di S. A., che voi, Mon- 
signore di Bath e maestro Annibale, e tutti che siete presenti nella 
corte di Roma , siccome con prudenza e discretezza avete princi- 
piato, cosi continuiate nelle vostre pratiche, offerte, mozioni e 
fatiche , onde condurre ad effètto tale particolar desiderio del re. 
K non essendovi dubbio che prima dell' arrivo di questi miei di- 



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128 IL CARDINALE WOLSEY 

spacci, secondo le antiche vostre istrazioni, abbiate cominciato a 
trattare quest'affare, in cai S. A. è sicura non perderete tempo 
né opportunità, toccherò brevemente di quelle cose cheti re de- 
sidera sieno da voi notate. 

a Inquantochè dalle vostre lettere e in altro modo risulti, che 
il cardinale de' Medici, la cui elezione, nel caso che non si possa 
ottenere la mia , è nei desiderj di S. A. e di me stesso, cercherà 
di mettere in opera tutto ciò che gli può tornare a vantaggio ; oc- 
correrà gran destrezza e politica nelle vostre communicazioni e 
fatiche, affine di penetrare quanto più sia possibile le disposizioni 
e i disegni non solo dell'anzidetto cardinale, ma, se sarà possi- 
bile, degli altri ancora. Questi bene ponderati, vi presteranno gran 
lume pel resto delle vostre trattatiye, in cui dovrete sempre re- 
golarvi in modo che , nell' incertezza dell' evento e quando vedrete 
non poter conseguirsi quello che è al sommo desiderato, le vostre 
pratiche non rechino dispiacere uè offesa a chiunque possa esser 
eletto. Con questo scop», la grazia del re vi manda due commis- 
sioni sotto il maggior sigillo, l'una in termini generali e senza 
nominare chicchessia , V altra col far menzione della mia persona. 
Oltre a ciò, riceverete due lettere di S. A. al Collegio dei cardi- 
nali , colle copie delle medesime ; una in raccomandazione di me, 
l'altra in favore del cardinale de' Medici, con varie commendatizie 
particolari in favor mio a parecchi cardinali , siccome vedrete 
dalle accluse copie. Nel caso che all' arrivo di questi dispacci, i 
cardinali non per anco fossero entrati in conclave, presenterete, 
con quei modi che vi consiglierà la vostra saviezza, le lettere 
regie e le mie al cardinale de' Medici , dimostrandogli con con- 
venienti parole che, in considerazione della sua gran virtù, espe- 
rienza, saviezza ed altre buone qualità, e non meno dell'amore 
che tanto il re quanto io gli portiamo, considerandolo più idoneo 
ad aspirare alla pontificia dignità, avete ordine ed istruzioni di 
raccomandarlo particolarmente e con urgenza all' intero Collegio 
dei cardinali , per i quali tenete le lettere regie e le mie. Dopo 
che la risposta di esso vi avrà dato un cenno de' suoi disegni , 
saprete in qual modo governarvi quanto alle altre lettere. Giacché, 
se vi pare evidente che l'uno o l'altro dei cardinali a cui sono 
dirette le lettere del re, sia fermamente deciso a dar il suo voto 
al detto cardinale de' Medici , bisognerà usare maggior cautela nel 
rimettere siffatte lettere , e nel palesare le segrete intenzioni a mio 



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E LA SANTA SEDE 129 

riguardo ; tenendo sempre presente che , se non si può ottenere 
ciò che il re desidera per me , Sua Grazia vuol favorire il cardinal 
de' Medici più di qualunque altro. 

9 Potrà succedere però che troviate che il detto cardinale ha 
troppi avversar] nel sacro Collegio per nutrire ragionevole speranza 
di prospero successo. In tal caso potrete agire con più franchezza 
Dell'indagare la disposizione di quello verso di me. Gli direte 
allora, secondo che il re gli ha scrìtto : che se egli non riuscisse, 
S. A. farebbe i possibili sforzi per me ; ciò che in certo modo 
sarebbe la medesima cosa. Giacché egli ed io non nutriamo cho 
00' desiderio , e siamo concordi nel zelo per il bene e la quiete 
della cristianità , per 1* aumento e la sicurezza d' Italia , pel bc- 
oefizio e vantaggio della causa dell'imperatore e quella del re. 
Se divenissi papa io , sarebbe in certo modo papa lui, pel quale 
io più che per chicchessia nutro amore , stima e fiducia. Egli 
sarebbe sicuro di ottenere tutto secondo l' animo e desiderio suo, 
e di conseguire tutti gli onori possibili per la sua persona , gli 
amici e i congiunti suoi. Con tali parole vi assicurerete che, non 
riuscendo nell'intento personale, egli co' suoi aderenti s'adoperi 
per me. Non vedendo adunque probabilità pel detto cardinale , 
procederete francamente alle pratiche nel mio interesse, presen- 
tando le lettere del re al sacro Collegio, e ai singoli cardinali 
che giudicherete ben disposti. Presso i medesimi, in segreto, 
farete valere quanto sarà in voi le mie povere qualità. Tali sono 
la grande esperienza degli affiiri del mondo, e l'intero favore del- 
l' imperatore e del re ; le mie molte relazioni con altri principi , 
e la cognizione profonda delle cose loro ; il perpetuo zelo pel 
bene e per la sicurezza d' Italia e la quiete della cristianità ; la 
non mancanza, la Dio mercè, di sostanze e di liberalità verso gli 
amici ; la vacanza che risulterebbe dalla mia elezione , di varj 
alti ufficj , di cui disporrei in favore di quei cardinali che se ne 
fossero resi meritevoli colla vera e ferma amicizia verso di me ; 
la grata dimestichezza che essi troverebbero in me ; il mio carat- 
tere non austero né disposto a rigore, ma da contentarsi, per 
dirina grazia , col disporre francamente e cortesemente di quelle 
cose che sono o saranno mie o a mio arbitrio , non avendo né 
fazione né famiglia cui potrei dimostrarmi parziale nelle promo- 
zioni o collazioni di beneficj ecclesiastici. Quel che però vale più 
si' è , che coi mezzi miei non solo air Italia si renderebbe perpe- 

Àpp., Voi. IX. 17 



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180 IL GARPINALE WOLSEY 

iaa sicureiza, ma che si ristabilirebbe tra' principi erisliani 
quella pace e concordia tanto necessaria ; dimodoché si potrebbe 
fare contro gli infedeli la maggiore spedizione che da lunghi anni 
siasi tentata. Essendoché in tal caso l'Altezza del re sarebbe 
disposta, ed ha promesso di venire, voUfUe DeOy a Roma; dove non 
dubiterei di far giungere parecchi principi cristiani, essendo de* 
ciso ad esporre la mia propria persona qualora Iddio mi largisse 
tanta grazia; potendo la mia presenza conciliare molte cose che 
ai tempi passati sono state cagioni di poca intelligenza fra i prin- 
cipi. Tutto ciò però non è da mettersi in primo luogo, né sarebbe 
il miglior mezzo per guadagnare il favore dei cardinali. Userete 
dunque della vostra prudenza , assicurandoli , e rimovendone i 
dubbj circa una traslocazione della Santa Sede, o di tardo venire , 
col dire che, seguita ed annunziatami l'elezione, non mancherei 
colla grazia di Dio di essere a Roma nello spazio di tre mesi , 
onde passare ivi e in quelle parti il rimanente dei miei giorni, 
a Con tali assicurazioni, e colle promesse di larghi premj per 
parte del re, quali S. A. rimette alla vostra discrezione, non v'è 
dubbio che otterrete il favore di molti, se si ha riguardo aironore 
della Sede Apostolica, alla sicurezza d'Italia, alla pace della cri- 
stianità, alla difesa della medesima contro gli infedeli, all'esal- 
tazione della fede, alla guerra contro i nemici di Cristo, all'incre- 
mento e benessere del Collegio dei cardinali , col vantaggio e colla 
promozione loro, ed insieme trattamento estese, franco e liberale 
dei medesimi; Bnalmente al benefizio di santa chiesa. L'Altezsa 
del re suppone che le sue intenzioni e il suo desiderio in tal propo- 
sito non sieno per rimaner privi d'efietto, mercé la vostra solleci- 
tudine e diligenza. Onde ottenere tale scopo più facilmente, e per 
avere autorità maggiore, é volontà di Sua Grazia, che vi uniate agli 
ambasciatori dell'imperatore, se vi accorgerete che essi aleno 
disposti ad agire nel medesimo senso, siccome ragionevolmente 
é da supporre che abbian ordine di fare, giudicando secondo le pre- 
cedenti comunicazioni e l'intenzione di madama Margherita. Quanto 
al maneggiare queste cose abilmente e politicamente, S. A. ripone 
in voi intiera fiducia. Due sono , dunque , le commissioni che avete 
avute ; l' una in favor mio , con ampia autorità di promettere per 
parte del re e promozioni e cospicue somme di denaro quante e a 
quanti giudicherete opportuno, tenendovi certi che le vostre promesse 
saranno religiosamente osservate da S. A. L"altra commissione è , 



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E LA SANTA SEDE 131 

che vedendo la probabilità dell'elezione del cardinale de* Medici 
al ponliQcatOt procediate a promuoverla , usando tuttavia riguardi 
al mio interesse, purché non vi si scorga ingratitudine né inimi- 
cizia contro il suddetto. Se non v' è siffatta probabilità , cercherete 
di guadagnare quanti mai favorevoli potrete , facendo uso delle 
lettere ad hoc ». 

( Ciò che segue è di propria mano del cardinale ). « Monsignore 
di Bath, il re mi comanda di scrivervi , che Sua Grazia ha di voi 
nn marayiglioso concetto, e che V intenzione sua essendovi nota, 
S. A. non dubita che V affare sarà per essere condotto dalla vostra 
abilità in modo tale, che si ottenga il desiderato effetto. Non do- 
vrete essere parco di offerte ragionevoli, essendo esse forse più 
polenti presso tanti uomini penuriosi ( e so many needy persans o), 
di quel che sieno le qualità della persona. Voi siete savio, e capite 
qael che intendo dire (a Te be mie and ye wot tehat I mean d). Fida- 
tevi di voi solo, e non vi lasciate sedurre da blande parole, spe- 
cialmente da coloro i quali, dicano essi quel che vogliono, an- 
tepongono al mio il lor proprio successo^Ci vuole somma destrezza, 
e il re sappone che saranno per voi tutti quei della parte imperiale, 
se c'è da fldarsi dell'imperatore; e similmente tutti i cardinali 
giovani i quali, essendo per lo più in strette circostanze, apriranno 
l'orecchio a belle promesse. Il re desidera non risparmiate né l'au- 
torità sua né il suo buon denaro e sostanze. Siate certo che si adem* 
pira tutto ciò che prometterete. 11 nostro Signore vi mandi prospero 
successo. 11 vostro amico che vi ama, T. Cardinalis Ebor. o. 

Allorché questi dispacci giunsero alle mani dell'ambasciatore 
( il Pace alla morte di papa Adriano trovavasi assente, essendo ito 
a Milano) , il conclave da molto, tempo erasi principiato. La con- 
tesa era piuttosto aspra e lunga, giacché il partito francese con 
trarlo al cardinal de' Medici era numeroso e intento ad impedirne 
l'elezione; mentre il partito imperiale, il cui vero candidato 
sarebbe stato Pompeo Colonna, se per lui vi fosse stata speranza 
alcuna, non si mostrava unito. Nel quinto giorno del conclave 
giunsero tre nuovi cardinali francesi : per viaggiar più presto 
a cavallo avevano indossate vesti corte, ed entrarono nel con- 
clave con stivali e sproni. Uno di essi portava un abito di vel- 
luto di color gaio , con cappello a piume ; il quale però giudicò 
convenevole di cambiare. « Nei giorni 9 a 12 ( cosi scrivono gli 
ambasciatori inglesi al Wolsey, Stale paper$j voi. VI), non si seppe 



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132 IL CARDINALE WOLSEY 

altro al di fuori intorno al concla?e, se non della gran diMensìonc 
e discordia che pareva che fosse tra i cardinali. Questa discordia 
non solo continuando ma giornalmente crescendo, indusse noi 
altri e molti dei vostri servitori ed amici qui presenti a sperare e 
fidarci di una inclinazione verso Vostra Grazia, e in tutta Roma 
ne fu gran rumore. Quel rumore venne accresciuto dalla seguente 
circostanza. I conservatori ed altri principalissimi magistrati di 
questa città , vedendo che dopo il 12.^ e il 13.^ giorno non si giun- 
geva ancora a una conclusione , e che ì segni di poca armonia fa- 
cevano temere di maggior indugio deirelezione, vennero alla porta 
del conclave e mostrarono di voler parlare coi cardinali intorno 
ad affiu'i di comune interesse. Essendo venuti alla porta il car- 
dinale Armellino e varj altri, i Romani, parlando per una fessura 
della porta , lagnaronsi degli inconvenienti che risultavano alla 
citta dalla lunga protrazione e dalla penuria dei viveri , cagio- 
nata da cattive persone su cui non avevano potere. Finirono di- 
cendo , che per uomini cosi gravi e savj era una vergogna il non 
poter unirsi ; ed esortandoli a dimenticarsi dei proprj aflélti e 
delle passioni personali e a consultare il bene universale, secondo 
il dovere d' uomini prudenti e buonL Rispose il cardinale Armel- 
lino, protestando non essere intenti ad altro che a creare un papa 
buono, tale da essere , dopo Iddio, pel contento dei nobili e del 
popolo di Roma : ciò che sperava si sarebbe conseguito presto. Gli 
pregava di avere intanto pazienza, e di lasciargli tempo di adem- 
pire al loro dovere. Giacché, se fossero per fare la cosa in fretta, 
vi si^ebbe da temere la ripetizione di ciò che ebbe luogo nel- 
r ultimo conclave , cioè la nomina di un forestiero. Domandò poi 
se sarebbero contenti dell' elezione di uno assente, aggiungendo 
queste parole : — Se vi contentate di un papa estero, siamo qaasi 
al punto di darvene uno che sta in Inghilterra •— . Ha essi fecero on 
gran rumore, esortandoli a far reiezione di uno presente, etiamsi 
truncum aut stipitem ekcturi forent. a E più tardi : a Sono ormai 
ventiquattro giorni da che stanno rinchiusi nel conclave, con 
tanto disagio e incomodi di salute, che Vostra Grazia si meraviglie- 
rebbe vedendo pazientare tanto tali uomini. Malgrado ciò, non 
vi sono esteriori apparenze dell'essere oggi più vicina l'elezione 
di quel che fu il primo giorno. Per tutte queste dieci mattine siamo 
stati aspettando la proclamazione , e può darsi che l' avremo tra un 
giorno due : ma secondo i segni esterni, non crediamo giungere a 



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E LA SANTA SEDE 133 

OD risaluto prima dì un dieci o dodici giorni ; giacché e' è una 
ventina di cardinali vecchi i quali hanno giurato di patire piut- 
tosto la morte, che di eleggere il Medici. E il cardinal de' Medici 
ha un altro partito risolato a star con lui a qualunque costo. Se- 
condo dunque tutte le probabilità , chi dura vince. Ed essendo il 
Medici giovane ancora, e giovani quasi tutti i partigiani suoi che 
possono durare, l'opinione generale è che egli vincerà, o nella 
propria persona o in quella di qualche amico. Il cardinal Colonna 
gli si è scoperto contrario ; et ui exeiiaret non solum odium , ied 
iiiam tumuUum eonira eum hic in iirfre, egli ha sparso per la città, 
che neir ultima vacanza, per mezzo dell'anzidetto, eardinales eU- 
genmi barbarum Flemmgum in pontifieem , et quod nune idem co- 
naiaiur eUgere Anglieum. Certo è , che il fratello del Colonna ha 
riferito , che se non fosse stato suo fratello il cardinale, si sa- 
rebbe eletto papa uno assente in un altro mondo; con che signi- 
ficano an Inglese, propier earmen quod sokt esse in ore omnibus: 
Et feniius toto émsos orbe Britannos. » 

Leggendo tali particolarità, non si può far a meno di credere 
che il partito mediceo si servisse del nome di Wolsey , solamente 
per ispaventare gli avversar} e il popolo, che non voleva più 
papa straniero. Si sa l' elezione essere stata protratta lungo tempo 
ancora. Sino alla metà di novembre , il cardinale di Firenze non 
giunse oltre a 18 voti, mentre 26 erano necessari, sommando a 
trentanove i membri del sacro Collegio presenti. Nel di 17, Pom- 
peo Colonna e tre altri accostaronsi, quantunque fosse loro inviso 
il candidato alla suprema dignità. Ma ciò non fece cessar ancora 
r (^posizione dei Francesi , i quali avevano giurato di non dar 
mai i loro voti al medesimo. Dopo aspre parole , convinti orinai 
di non poter tenere il campo , accordaronsi anch'essi, scioglien- 
dosi l'uno l'altro dai giuramento. Incontrando poi il Medici, lo 
salutarono pajpa. Clemente VII venne proclamato il di 19 novem- 
bre 1523. 

Appena saputa l'elezione , il Wolsey scrisse al re, nel di 7 di- 
cembre, nei seguenti termini [Galt^ 1. e, Lett. XLIV): « Sire, 
dopo le mie più umili e devote raccomandazioni, questa sia sola- 
mente per avvertire V. A., come dopo grande e lunga alterca- 
zione e discordia tra i cardinali nel conclave , essi deponendo i 
pensieri di Francia, finalmente determinassero di eleggere o il 
cardinale de' Medici o me. Tale deliberazione venendo ad esser co- 



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134 IL CARDINALE WOLSEY 

nosciuta dai nobili e ciUadìni dì Roma» essi, allegando lacondiiione 
attuale degli affari d' Italia e il pericolo che fosse per seguire 
dalla nomina di persona assente , fecero strepitose esclamazioni 
alla finestra del conclave. I cardinali adunque, temendo non solo 
degli incon?enienti che ne potessero risultare all'Italia, ma anche 
alle proprie persone , quantunque il loro animo fosse principal- 
mente inclinato yerso di me; contuttociò, per evitare il detto 
pericolo e mormorio , nella mattina del di 17 dello scorso mese, 
per ispirazione dello Spirito Santo, elessero e nominarono il car- 
dinale de' Medici , il quale incontinente venne pubblicato papa e 
prese il nome di Clemente VIL Di tal nuova buona e fortunata 
V. A. deve ringraziare Dio onnipotente. Giacché egli non sola- 
mente è amico perfetto e fedele, ma la di lui elezione in gran 
parte è dovuta al vostro aiuto. Quanto a me, mi sia testimone 
Iddio, che ne sono contento , quasiché l'elezione fosse toccata alla 
mia persona. Perché conosco le eccellenti qualità del nuovo pon- 
tefice, che lo rendono soprammodo abile ad occupare tale posto ; 
e so come in lui V. A. e l'imperatore avranno un amico sicuro, 
ed io un buon padre, la cui assunzione alla dignità suprema 
gioverà non solo agli interessi vostri e del detto imperatore, ma 
ancora agli affari dell'intiera cristianità. Già si sono veduti i 
Francesi, al primo annunzio dell'elezione, abbandonar l'assedio 
di Milano e ripassare il Ticino (1) , dimodoché suppongo che le 
prossime lettere da quelle parti ci anqunzieranno il loro ritomo 
a casa ; di che, in caso, non mancherò di avvisare V. A. Che Gesù 
preservi il vostro nobile e regio stato. Dalla mia povera casa 
presso Westminster, il settimo giorno di dicembre; dal vostro 
umilissimo cappellano d. 

Il disegno del Wolsey essendo fallito , ora si trattava di trarre 
dalle circostanze il maggior possibile profitto. Duplice era lo scopo 
del cardinale; uno politico, particolare il secondo. Gli ambasciatori 
vennero esortati ad accudire all'uno e all'altro. La dimostrazione 
di somma gioia per l'elezione di Clemente doveva appianar la 

(1) L'ammfraallo Bonnivet non si levò da Milano air annunzio dell'ele- 
zione di Clemente , ma qoalcbe giorno prima , come si ba dal Gnlcclardloi, 
L. XV , cap. 2.3. I Francesi si fermarono a Blagrassa ed a Rosa ; poi, dopo 
alcanl giorni, passarono il Ticino. L'alta opinione di col godeva II naovo pon- 
teflce contribal veramente, come c'Insegna lo storico ttorentlno , a dare piò 
favorevole aspetto alle cose d' Italia. 



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E LA SANTA SEDE 135 

via. Tale gioia non era interamente ipocrita: non potendo con- 
segaire la tiara pec sé, il cardinale inglese preferiva di vederla 
sai capo del Medici , il quale ancora credevasi fermo nel favorire 
la fazione imperiale, coi aderiva re Arrigo. In questo senso bisogna 
interpretare le esuberanti declamazioni nel dispaccio verso il prin* 
cipio dell' anno 1524 diretto agli ambasciatori a Roma ( Galt, 
Lett XLVI ) : « Dichiarerete alla Santità Sua nel miglior modo , 
quanta gioia e contentezza e l'Altezza del re ed io abbiamo pro- 
vata, essendo piaciuto a Dio dì mandare, nella gran bontà sua, alla 
sua chiesa un pastore è goyernatore quale S. A. ed io lungamente 
ed ardentemente abbiamo desiderato ; quello il quale per le sue 
alte e nobilissime qualità e i suoi meriti abbiamo sempre giudi- 
cato pia degno e più abile ad aspirare e giungere a siffatta di- 
gnità. Qnanto#a me, ho conseguito ciò che interamente e cordial- 
mente ho desiderato, assicurandovi che non posso esprimere né 
colla lingua , né colla penna , 1* intema g^oia che sento. Giacché 
oltre le molte e particolari ragioni che muoveyano l'Altezza del 
re, e me specialmente, a desiderare l'esaltazione, il vantaggio e 
la felicità di un amico così fermo e costante quale Sua Santità è 
mai sempre stato verso di noi, abbiamo ferma speranza che la 
sincera e ben fondata affezione, da tanto tempo radicata, rimarrà 
iodissolubile dall'una e dall'altra parte. Sua Altezza ed io, adoc- 
chiando le presenti calamità, inquietezze e discordie che dapper- 
tutto affliggono la cristianità , e i pericoli e l' enormità che ci mi- 
nacciano ovunque , crediamo che più salutare e pronta medicina a 
guarire siffatti mali non si fosse potuta trovare in sì burrascosa 
stagione, se non un papa e capo, datoci dalla divina Provvidenza, 
capace e risoluto a ricondurre le cose a condizioni migliori. Ele- 
zione al certo da considerarsi qual dono di Dio solo ; avvenimento 
fortunatissimo e prospero in tempo ed occasione più convenienti , 
di cui l'Altezza del re ed io , rendiamo infinite grazie alla divina 
Maestà ». Dopo questa captaiiobenewlentiae, si viene alla sostanza; 
la desiderata accessione cioè del papa alla lega di Carlo V e del 
re contro Francesco I. La poca prudenza ed equità di quest'ultimo 
nell'affare del Duca di Borbone, aveva sedotto il conestabile a 
gettarsi nelle braccia dei peggiori nemici di Francia. Mentre il 
re aveva fidate le migliori truppe al coraggioso ma inabile Bon- 
Dìvet per la fatale spedizione contro il Milanese, gli Spagnuoli erano 
entrati nella Ghienna , i Tedeschi nella Sciampagna , gli Inglesi 



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136 IL CARDINALE WOLSEY 

e Fiamminghi nella Piccardia. Essi, sotto gli ordini del Daca dì 
Safblk , giunsero a sette leghe di distanza da Parigi ; e ri Tolte 
tuUa r abilità del Duca di Vendòme e di La Trémouille, faTorìti 
da un inverno prematuro, per impedire successi maggiori e per 
fonare il nemico alla ritirata. La guerra era per ricominciare : 
r adesione del papa e dei Veneiiani era al sommo desiderata. Sa- 
rebbe egli onorevole pel papa ( cosi argomentava il Wolsey ) di 
disapproyare la lega (e find fauU or exeepHcn ai the $ame d) a 
cui , essendo cardinale , tanto ayeya contribuito ? Non concorrendo 
effettualmente col re e coir imperatore, darebbe ad essi motivo di 
lagnarsi d' ingratitudine. Se la loro causa rimanesse vinta , il re 
di Francia sarebbe per acquistare tanto potere , da ridurre il papa 
a suo cappellano (. a /o use hii holinees ùs a chaplain a ). Cle- 
mente si accorgerebbe del suo errore nel gettar via due amici co- 
siffatti ( a fòhat it were io cast aieay two tueh friend» d ). 

Ma il papa , principiando sin d'allora a spiegare quella politica 
vacillante che il condusse a sì tremenda rovina , decise di rima* 
ner neutrale tra i due grandi avversar]. Avendo narrato come 
Clemente non avesse « neir animo di dimostrarsi per l'avvenire 
più favorevole all' una parte che all'altra d, cercando di procurare 
la pace, il Guicciardini ( Lib. XV. cap. 3), loda e quella modera- 
zione che nelle discordie dei cristiani conviene ai pontefici atten- 
dere, come non inclinato più all'uno che all'altro ». C è però da 
dubitar molto della ragionevolezza di tale decisione, guardando alle 
conseguenze della mala contentezza di Carlo , « parendogli ( cosi 
continua lo storico fiorentino ) che per la passata congiunzione , 
per averlo favorito dopo la morte di Leone , e nell' assunzione al 
pontificato , fosse conveniente che non si separasse da lui ». 

Se il cardinale non ebbe prospero successo nel suo disegno 
politico , riusci meglio nell' intento personale. Leone X e Adria- 
no V! gli avevano conferita l'autorità di Legato in Inghilterra, 
dapprima per uno poi per cinque anni : egli desiderava di averla 
a vita. L'ebbe, non senza che fossero mosse delle difficoltà, spe- 
cialmente intorno alle maggiori o minori facoltà da attribuirglisi , 
difficoltà di cui si lagna in una lettera indirizzata a Riccardo Pa<» 
dei 18 febbraio ( (7all, 1. e, LetL XLVII); dicendo per altro, che in 
conseguenza delle prerogative regie, gli emolumenti di questa di- 
gnità non sommano a mille ducati Tanno , <» checché se ne ripotii 
a Sua Santità da alcuni, i quali vorrebbero far credere che l'en- 



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E LA SANTA SEDE 137 

Irata è grande ». In quel tempo il cardinale era lungi dal credere 
che un giorno la dignità legatizia, colla quale assorbirà quasi 
r intera autorità pontiGcia nel Reame » fosse stata per contribuire 
alla sua rovina , essendo egli » nel 1529 , accusato di averla ac- 
cettata ed esercitata senza autorità regia ; accusa inetta al pari di 
tante altre contro V antico ministro scagliate , a cui egli rispose 
coir additare alle regie lettere di licenza serbate nel suo scrittoio. 
( « My hrds judges , the King's mgesty knoweth righi u>eU ttheiher 
I have offended or no « in using my legatine prerogative , far the 
which I am indietei. I have the King^f lieenee in my eoffer to show, 
under his hand and broad seal^ far the exeeuting and uting thereof in 
most ìarge manner , the tohieh is now in the hands of mine ene- 
tmes B. Vedi Cavendiih^ e Galt, L e. pag. 179). 

Poco posteriormente a questi fatti , ebbe principio quel va- 
riato intreccio delle cose politiche che avviluppò V intiero ponti- 
ficato di Clemente. L' imperatore e il re Arrigo nuovamente con- 
vennero di assaltar la Francia. Fallita l' impresa di Borbone e del 
Pescara contro Marsiglia , Francesco I riprese l'offensiva^^e con 
poderoso esercito scese in Italia. Mentre stava all' assedio di Pa- 
via, il papa accordossi con lui, quantunque simulasse di continuar 
neutrale. A questo momento appartiene un importantissimo di- 
spaccio del Wolsey , all'ambasciatore regio a Roma , vescovo di 
Bath» scritto coli' intento di rammentare al pontefice le speranze 
poste in lui dai collegati, e i pericoli ai quali, secondo loro, il 
suo accostarsi alla parte francese sarebbe per esporre il mondo 
( Gali , lett. XVIIl ). a L'Altezza del re cosi dice questo dispaccio 
9 da più parti è stata avvisata , che il re francese , continuando 
ad assediar Pavia colla maggior parte dell'esercito, ha mandato 
intende mandar fra breve il Duca d'Albania ( Giovanni Stuart ) 
verso Napoli. Si disse dapprima che il Viceré di Napoli (Carlo di 
Lannoi] , sentendo queste nuove, lasciasse Lodi passando con genti 
imperiali verso mezzo giorno onde difendere il regno, e che il 
re avesse poi mandato il conte di San Polo con altre truppe e 
buone compagnie, onde rinchiudere il Viceré frammezzo a loro. 
Ma da certe lettere spedite dal Duca di Milano ai suo ambascia- 
tore presso il re , dei 22 dicembre , si vide che il re francese , 
mandando truppe verso Napoli coli' intento di forzare il Viceré ad 
abbandonare l'Italia (cioè la Lombardia), si sarebbe ingannato 
grandemente , giacché questo in niun caso intendeva moversi; anzi 

^pp.. Voi. IX. is 



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138 IL CARDINALE WOLSEY 

era deciso d'obbligare il re ad accettare la battaglia subito che le 
sae forze il permettessero (1). Tali nuove rallegrarono moltissimo 
S. A., la quale esaltava molto la gran virtù, saviezza e buona 
condotta del Viceré. In generale, queste cose c'interessano molto, 
essendosi posto mente più. che mai alle cose italiane. Inquantochè 
da qualche tempo ci è stata recata la nuova , come la Santità 
del papa avesse concluso col re francese un trattato segreto d'al- 
leanza e di unione. Vedendo queste nuove mosse di detto re , le 
quali senza il favor del ponteGce non mai potrebbero condarre a 
buon successo , e confrontando il modo con cui furono trattati i 
Francesi al loro passaggio da Piacenza; con altri argomenti e 
coincidenze , non è difficile venire alla conclusione , che il ponte- 
fice , indotto o da timore o da affezione o da ambizione , o da 
qualunque siasi altro motivo, non procede verso l' imperatore e 
S. A. con quella sincerità che si supponeva. Giacché tutte le lettere 
ed avvisi venuti da Roma erano tali da corroborare nel re la ferma 
fiducia, che uè timore di disgrazie, quand'anche il papa fosse 
costretto a fuggire da Roma , né desiderio di esaltare la sua patria, 
i suoi parenti ed amici, né speranza di guadc^gno di possessi o 
beni, fossero per muovere il pontefice a lasciar l'amicizia dell'im- 
peratore e del re ; ma che , se si venisse agli estremi, egli avrebbe 
adottati, riguardo al re francese, i divisamenti loro, in pace o in 
guerra. Ora queste cose non pare che si mantengano quali furono 
costantemente promesse t. 

Dopo di avere osservato, quanto danno da siffatto cambia- 
mento nella politica del papa fosse per risultare alla cristia- 



(1) Tali avvisi , contenaU nel dispacci inglesi , non si concordano eoo quel 
che dice ii Galcciardinl ( llb.XV, cap. 4) intorno all'animo del Lannoi: • li 
Viceré , non alieno con ranlmo dalla concordia , inclinava per la slcartà d^l 
regno di Napoli a ritirarvisi coli' esercito » ; ciò che corrisponde anche alle 
parole del Glovlo , il quale lo dimostra risoluto ad abbandonare lo stato di 
Milano , e ritenuto solamente dalla valida opposizione dei Pescara. Confessia- 
mo però essere disposti ad accettare come vero ciò che scrive II Wolsey; lotto 
ciò che negli oltiroi tempi si è scoperto di carte diplomatiche avendo contri- 
boito a render vie più favorevole I* opinione che si ha di Carlo Lannoi (Vedi li 
ragguaglio dei Carteggio di Carlo T del Lanx, in Arch, Star. lUU, App> voi. II, 
a pag. 146 , e dell'opera del Bradford ^ ibld. voi. Vili, a pag. 656 ). Nel modo 
stesso che I presenti dispacci dimostrano grande r autorità sua prima della 
battaglia di Pavia, la storia prova come egli veramente desse la decMooe dopo 
conseguita la vittoria. 



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E LA SANTA SEDE 139 

Dìtà in geoerale , quanto oc avrebbero profittato gli aderenti delle 
dottrine Luterane, « che di già si sono sparse per l' intera Ger- 
mania, e non lasciano intatte la Francia, la Spagna, le Fiandre, 
la Danimarca e Scozia, e forse varie parti d'Inghilterra »; la lettera 
continua nei seguenti termini: 

« Se là Santità Sua , la quale già dimostrò tanto zelo per la 
guerra contro gli infedeli e la pace universale della cristianità, adesso 
(ciò che Dio tenga lontano 1 ) fosse indotta a far cosa che potesse 
serfire alla causa di quel principe il quale ora è V unico pertur- 
batore della cristianità , senza dubbio sarebbero per seguire le 
cose appresso. Primo , mentre e' era buona speranza ed apparenza 
di concludere fra poco la pace colla mediazione del pontefice, esso 
dorrà rimaner sicuro, che se Napoli e Milano si perdono , V impe- 
ratore non condiscenderà mai a pace uè armistizio né trattato sino 
a che questi paesi non sieno tornati alle mani sue. Al re poi in forza 
dei trattati corre P obbligo di prestare all'imperatore aiuto per ri- 
conquistar Napoli , dimodoché la guerra si riaccenderebbe più che 
mai ardente e crudele senza speranza di accomodamento. Di questa 
guerra si reputerebbe autore principale il pontefice, o prestando 
favore al re francese , o non facendogli seria resistenza ; cosa che 
tornerebbe a dispiacere di Dio , a disturbo della cristianità , a 
disonor suo, e ad infiniti guai ora e in futuro. 

t Secondo. Il re francese, avendo in sue mani e Milano e Napoli, 
ed essendo principe si ambizioso e cupido di dominio, troverebbe 
sicuramente i modi di ridurre ad obbedienza sua poco a poco altre 
parti d' Italia , o per forza o per politica. Egli cosi troverebbe il 
mezzo di aspirare all'impero romano: conseguitolo o no; Sua 
Santità dovrebbe accertarsi di stare inter Scyllan^et Charybdim^ e 
di dover servire alla volontà del re francese ; il quale nonostante 
il buon viso che fa adesso , non mancherebbe di disporre del papa 
quasi di suo cappellano. L'onore, la dignità e la preeminenza della 
Sede apostolica , cadendo dall'alto stato loro , si ridurrebbero poi 
a meschina fama e reputazione. Non dubito che S. S. vorrà pren- 
dere in seria considerazione il disonore con cui mai sempre si 
parlerebbe e scriverebbe di un pontefice, il quale anzi che soffrire, 
sarebbesi fatto autore di siffatta umiliazione. 

9 Terzo. Se forse, come alcuni dicono , il papa avesse in mente 
di erigere un regno in Etruria , il quale essendo feudo della 



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HO IL CARDINALE WOLSEY 

Sede apostolica le servisse di difesa , Sua Santità dovrebbe assi- 
curarsi, che quantunque nel momento attuale non se ne facessero 
visibili gif inconvenienti , contuttociò o più tardi , o forse ancora 
a' giorni suoi , estremo pericolo ne sarebbe per nascere alla Santa 
Sede. Giacché l'esperienza dimostra giornalmente in qual modo altri 
principi , vassalli della Chiesa , comportansi verso la medesima , 
e si sa benissimo se essi servono a rinforzare e difendere la Chiesa, 
ovvero ad indebolirla e darle noia. Nel caso poi che la S. S. , per 
affezione particolare alla sua famiglia, fosse per indebolire la 
Santa Sede onde esaltare i suoi , a pregiudizio dei successori suoi 
e della dignità della Chiesa , lascio a considerare , quanto un tal 
atto contradirrebbe alla buona opinione ed aspettazione di tutti, 
che S. S. non fosse cioè solamente per conservare, ma ancora per 
amplificare la dignità e lo stato della medesima. 

a Quantunque io creda che S. S. sottoporrà a serio esame tutte 
queste cose , riputando si grande la sua virtù e prudenza che egli, 
comunque se ne parli , non sarà mai per condiscendere ai desiderj 
del re francese; contuttociò, trattandosi di affari di si segnalata 
importanza, giudicai essere mio dovere, come umilissima crea- 
tura di S. S. , di avvertirlo dei presenti pericoli, non dubitando che 
S. S. non sia per ideare rimedj più opportuni di tutto quel che 
si possa consigliare di qua. Nientedimeno, afiine di dichiarare 
r opinione del re e la mia , non voglio tralasciare di citare tre 
mezzi di far fallire V intento del re francese e V impresa di Na- 
poli, quali dichiarerete alla santità del papa. 11 primo è che il 
Viceré persista fermo nella sua intenzione' di costringere il re 
francese a battaglia prima che esso si rinforzi. Giacché S. A. ha 
saputo che egli ha chiamato il signor di Lautrec, e tutti i capitani 
suoi dalle frontiere di Spagna e di Piccardia , da Borgogna ed 
altre parti , temendo probabilmente di venire a combattimento. 
Ora dunque pel Viceré é giunto il tempo di accelerarlo e di 
mettere, colla volontà di Dio, in perfetta sicurezza Milano e Na- 
poli. Perché se tal battaglia é vinta, l' impresa del Duca d'Albania 
contro il regno va a vuoto , e il re francese non potrà più agire 
contro il ducato milanese , ma almeno sarà costretto ad abbando- 
narlo; ciò che lo farà tornare a sensi ragionevoli. E quantunque 
il re nostro non v' abbia un interesse particolare né sia obbligato 
a prestazioni , contuttociò, per V amore che egli porta air impe- 



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E LÀ SANTA SEDE 141 

nitore, egli darà al Viceré e all'armata un regalo di 50,000 scudi 
{croums) nel caso che si yenga a battaglia. Se però» o per timore 
cbe Napoli non resista, o che il popolo sia aflezionalo a Francia. 
per altre ragioni , non si venisse a tale desiderato effetto, anzi 
il Viceré giudicasse necessario di seguire Albania; allora il re è 
d'opinione che almeno si debba lasciar gente a Lodi, a Cremona 
e in altre città fortiGcate. Il papa poi , il quale spaventato dalla 
sabita discesa dei Francesi e dalla poca forza dell' imperatore in 
Italia forse era stato indotto a pratica col re francese, ora potrebbe 
eccitare i Veneziani a dare coU'esercito loro rapido e valido so- 
stegno alle cose imperiali, a cui anche S. S. o apertamente o almeno 
segretamente potrebbe prestare aiuto. 11 papa, per esempio, ccn- 
mventibus aculis , potrebbe permettere o anche eccitare i contadini 
del Bolognese , gente rozza come si dice, a fortlGcare e difendere 
i passi che si dicono stretti e pericolosi per un'armata , ovvero a 
rifintare i viveri ai Francési, coli' impedirne in tal modo la marcia. 
Se essi fossero obbligati a retrocedere , il loro re si troverebbe 
scoraggilo ed indebolito , e non ne sarebbe da temer nulla in 
Lombardia. La diminuzione del potere del re francese o trarrebbe 
dietro a sé l' intera sua rovina in Italia , o lo costringerebbe a 
ripassare le Alpi. 

9 Se né l'uno né l'altro può conseguirsi, c'è una terza via che 
rimane da tentare. Qualche tempo fa si fece per parte del ponte- 
flce una proposizione al Viceré e ad altri capitani imperiali, di ri- 
mettere cioè alle mani del papa , per modum depositi e per un corto 
tempo , quelle parti del ducato di Milano che ancora trovansi in 
loro potere. L'istesso sarebbe fatto dal re francese, il quale la- 
scerebbe r Italia coir esercito , dimodoché si potesse venire ad un 
armistizio e in seguito ad un trattato. Ora sarebbe tempo per 
S. S. di mettere ad effetto siffatta pratica. Venendo essa accettata , il 
Regno sarebbe libero dei Francesi, mentre il ducato non si perde- 
rebbe per l'imperatore, potendo in avvenire o essergli restituito 
o ordinato a suo piacere. 11 re francese, il quale non è niente 
sicuro deli' esito , né nel Regno né nel ducato , salverebbe cosi e 
la sua gente e il suo onore , e concluderebbe un armistizio col- 
r imperatore e col re , da cui potrebbe risultare buona pace e un 
accordo onorevole e vantaggioso circa a Milano. Onde dimostrare le 
sue buone intenzioni di nulla omettere che giovar possa, S. A. non 
ha solamente dato ordine al suo principale segretario, signor Ric- 



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142 IL CARDINALE WOLSEY 

cardo Pace (1), di andare a Venezia, onde sollecitar la marcia 
delle genti della Repubblica ; ma ha mandato ancora il signor 
Gregorio da Casale al Viceré con istruzioni a proposito , di cai 
troyerete copia qui acclusa. Di più ha ordinato ai cav. Giovanni 
Russell di recarsi a risiedere per qualche tempo presso il Duca 
di Borbone, onde tenere in buon corso gli affari e dare gli 
avvisi necessarj. 11 predetto signor segretario ha ordine di dire ai 
Veneziani, che se la rottura delle convenzioni da loro concluse 
coir imperatore procurasse al re francese vantaggi nella spedizione 
contro Napoli , S. A. non sarebbe più in grado di reputargli quali 
amici di S. M. , ma piuttosto come nemici , e che cosi gli avrebbe 
trattati. Dirà poi segretamente al Duca e al consiglio di Venezia, 
che non sono noti al re i crudeli portamenti degli Spagnuoli in 

(1) Il Pace slava In qael momenlo a Trento , comesi ha da an dispaccio 
del Wolsey a Riccardo Saropson, della prima mela di febbraio 1525. In qaesto 
dispaccio si fa parola di qael Gian Gioacchino, che ebbe mano in tanti intri- 
ghi e carteggi , nei Documenti di storia italiana del MoUni (II. 126) chiamalo 
DeYaaix, altrove (vedi la nota di Gino Capponi^ ivi, 127) Da Passano, dal 
Galcoiardini nominalo Dalle Spezie (iib.XY, cap. 3), laddove parla della andata 
di Idi In Inghilterra, ove era sialo Invialo dal re di Francia nel 1524. Il Wolsey 
scrivendo nei principio del febbraio del 1526 , lo dice trovarsi nel reame da 
8 mesi , dove generava mollo sospetto a madama Margherita e al De Prael, 
oratore Cesareo. « II dello Gioan Gioacchino, facendo viste di essere mer- 
cante e di venire per affari suoi a Boologne con intenzione di passare in questo 
regno per Interessi mercanllii, chiese on salvocondotto. Qaantanqae io sospel- 
lassi non essere ciò se non un prelesto » e che egli fosse persona mandala eoi 
consenso del re francese , per la qoal causa gli venne concesso il salvocon- 
dolio ; conluttociò , dorante otto giorni egli non mi palesò chi fosse , ma poi 
raostrossi desideroso' di giungere a qualche accomodamento Ira 1 principi ». 
In seguilo si dichiarò agente della reggente madama Luigia. Il Wolsey lo 
chiama persona semplice ( « speaMng ufilk so Hmple a penon a$ John Joaddm 
i8 a); dò che forse si riferisce solamente alla sua condizione. — Di Gregorio 
da Casale ( nel dispacci inglesi nominato Sir Gregory de CauilUi , ciò che 
pare che dimostri come egli fosse cavaliere In quei regno ) non occorre par- 
lare a lungo. Il Guicciardini ricorda la sua missione presso Clemente VII al 
tempo delia spedizione di Laulrec contro Napoli ( lib. XVIU , cap. 5 ). —Gio- 
vanni Russell ( Sir John Russell ) è V antenato del Duchi di Bedford. Bgit , 
discendente da famiglia onorata ed antica , venne raccomandalo nel 1506 a 
Arrigo VII da Filippo il Beilo Duca di Borgogna j che lo conobbe allorché 
andando dalle Fiandre In Spagna, fu costretto ad approdare a Weymoulh sulla 
costa della contea di Dorset. Accompagnò Arrigo Vili nella prima guerra 
francese , fu creato cavaliere dal conte di Surrey dopo la presa di Morlaix 
In Bretagna nel 1522, poi Lord Russell e conte di Bedford. Mori nel 1555. 



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E LÀ SANTA SEDE ìkS 

Lombardia, i qaali hanno indotto molti a lasciare la causa im- 
penale, e a desiderare di sopportar piuttosto i Francesi, meno inu- 
mani di quel che sono gli Spagnuoli. Dirà che, se le cose pro- 
cedono bene , il re spera di avere tanta influenza suir animo 
dell'imperatore, da indurlo a dare al Duca (Francesco Sforza) rin- 
vestitura di Milano , dimodoché V Italia sarebbe libera e di Spa- 
gnuoli e di Francesi. Se voi dite le medesime cose alla Santità de] 
Pontefice , ciò sarà forse il mezzo più sicuro a persuaderlo a pre- 
stare aiuto air espulsione dei Francesi , nella ferma speranza di 
liberar cosi T Italia degli uni e degli altri ». 

Le medesime cose , inquantochè trattano dei fatti d' Italia , si 
trovano ripetute in un dispaccio indirizzato a Riccardo Sampson , 
dottore in legge e decano della regia cappella , in allora uno degli 
ambasciatori inglesi presso Carlo V (Gal/, Lett. XX). Dagli storici 
italiani si sa come non fruttassero gran cosa gli avvertimenti di 
Arrigo, prevalendo sull'animo di Clemente l'opinione di Gian 
Matteo Giberto , sempre partigiano dei Francesi , insieme colla de- 
strezza di Alberto Pio conte di Carpi , uno dei più abili diploma- 
tici che servissero la causa di Francesco I. La battaglia di Pavia 
e la prigionia del re misero allora fine a queste pratiche. Ciò che 
al primo sguardo potrebbe muovere a sorpresa, si è l'aver questa 
vittoria , da Arrigo VII! e dal suo ministro tanto desiderata, messa 
disunione tra gli alleati. Ma durante l'assedio di Pavia erano di 
già nati gravi sospetti tra l' imperatore e il re d' Inghilterra ; 
sospetti i qual crebbero a dismisura dopo la disfatta dei Francesi. 
Al tempo medesimo in cui Clemente di nuovo , ma con animo 
irresoluto, si strinse con Carlo, gli antichi alleati disunironsi. Non 
è difficile indagarne la cagione. Carlo V tenendo nelle sue mani 
il vinto nemico, spaventò Arrigo. Lo smembramento della Francia 
a profitto dell' imperatore e del connestabile non poteva arridere 
al re inglese, mentre gli si rifiutava soccorso per conquistare la 
Ghienna e le altre provincie già dei Plantagenet, su cui avanzò le 
antiche pretensioni. Il Guicciardini, abilissimo giudice nelle que- 
stioni politiche allorché spregiudicato, ci palesa l'animo del re, 
dove Io dipinge desideroso di farsi arbitro tra i principi, conoscendo 
il peso che sarebbe per gettare nella bilancia l'amicizia e nemicizia 
sua (L. XVI, cap. 3). Certo è, e le carte nuovamente pubblicate 
più che mai lo dimostrano, che il cardinale d* York secondò la 
nuova politica del suo signore. Si è detto esservi incorso spirito 



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144 IL CARDINALE WOLSEY 

di vendetta personale del Wolsey, per essere stato dall' imperatore 
due volte frustrato nella speranza di conseguire la tiara, e per 
aver il medesimo smesso di scrivergli nell'antico modo cordiale. 
Quest' opinione pare che già sia invalsa anche in Inghilterra : al- 
meno la regina Caterina , nella causa del divorzio indirizzò al 
cardinale il rimprovero di agire contro di lei , perchè parente del- 
l' imperatore, il quale avrebbe ricusato di saziare l'ambizione di 
lui col farlo giungere al papato. Ma in primo luogo è da osservarsi, 
non constare di siffatta opposizione di Carlo ai desiderj del Wolsey, 
cui almeno ostensibilmente raccomandò a Roma, come apparisce 
ancora da una lettera che da Pamplona gli scrisse nel di 16 di- 
cembre del 1523 , lettera che si conserva tra i manoscritti Cot- 
toniani nel Museo Britannico. 11 Wolsey era poi troppo sagace per 
avere attribuita la non riescila a siffatta causa, ancorché fosse stata 
vera la nemicizia dell' imperatore. Finalmente , la politica da Ar- 
rigo Vili seguita , era la sola che fosse ragionevole e consentita 
dalle condizioni dell'Inghilterra, la quale non poteva desiderare 
l'annientamento della Francia, trovando all'incontro la garanzia 
della propria autorità ed indipendenza politica nel ristabilimento 
dell'equilibrio sul continente, che ella stessa aveva contribuito a 
far pericolare. La reggente di Francia, madre del re prigione, 
trasse proGtto dalle circostanze, e il trattato di pace tra le due 
potenze venne Armato nel dì 30 agosto 1525. Prima di venire a 
questo risultato, il cardinale aveva fatto all'imperatore nuove 
proposizioni intorno ad un accomodamento. Percorrendone però il 
testo , quale si legge nel voi. VI degli Stale papers , riesce diffi- 
cile il credere che con esse altro siasi voluto fare se non una 
mera manovra onde coprire i veri disegni. 

Non entra nell'assunto della presente memoria di seguire il 
Wolsey pel laberinto dei politici intrighi e delle guerre che deso- 
larono gli anni susseguenti. Non però lo possiamo lasciare inos- 
servato nella parte che egli prese alle trattative colla Santa Sede 
intorno allo scioglimento del matrimonio del re. Clemente VII ge- 
meva ancora prigione in Castel Sant'Angelo, allorché Arrigo Vili fece 
aprire la negoziazione a tale riguardo. La resistenza che il cardinale, 
il quale ne antivedeva le tristissime conseguenze, fece al suo sovrano, 
é nota : ma ugualmente nolo é l'aver prevalso sui consigli di lui 
la volontà o la passione di Arrigo. Il dottor Knight venne scelto ad 
intavolare quella negoziazione col ponteGce. Mentre egli nel set- 



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E LÀ SANTA SEDE 145 

(embre del 15S7 stava a Compiègne , doye ii Wolsey trovavasi , 
e per concertare le misure per la liberazione di Clemente , e 
per indagare la disposizione della corte francese circa l'eyentua- 
lità di un'alleanza matrimoniale , gli furono rimesse le lettere 
regie concementi a TafFare segreto » da trattarsi a Roma. I di- 
spacci del nuovo inviato intorno al suo viaggio mosU-ano che 
r accesso al pontefice prigione non era senza ostacoli. Da Venezia 
a Roma, tutto il paese era occupato dagli imperiali. Giunto a 
Fnligno, al Knight mancò il coraggio di procederete risolvette di 
trattenersi ivi sino alla liberazione di Clemente, di giorno in giorno 
aspettata. Ciò non essendo piaciuto al re , un corriere accompa- 
gnato da un cappellano di Lord Rochefort (padre di Anna Bolena, 
che allora cominciava a fissare l'attenzione di Arrigo) portò 
all'inviato l'ordine di procedere in ogni modo. « Avendo letto i 
dispacci (cosi scrive questi ) e conosciuto il vostro ardente desiderio 
e volontà, non mi curai più di pericoli, ma continuai verso Roma, 
accompagnato da un domestico e da una guida. Passando da una 
città chiamata Narni , dove stanziava un capitano, il signor Giorgio 
Santacroce, con 2000 soldati della campagna Veneta, incontrai pa- 
recchi viaggiatori che erano anch'essi destinati per Roma; tra gli 
altri un signore appartenente ai Colonnesi. i quali mi parlarono 
molto , dicendo meravigliarsi che io mi arrischiassi di andare a 
Roma senza salvocondotto. Essendo queste parole state riportate 
al detto capitano, anch'esso mi diede i medesimi avvertimenti, 
consigliandomi di badare alle mie cose. C'era anche un frate che 
il capitano mi raccomandò, a me e agli altri, come brav'uoroo, 
supponendolo Calabrese come diceva ; ma veramente era Spagnuolo 
e spia. Con questa compagnia continuai , sinché si giunse a Mon- 
terotondo ( castello degli Orsini sulla via Salara ) , a 12 miglia 
dà Roma. Il luogo essendo guastato e rovinato dagli Spagnuolì ,' 
gli abitanti mossi a disperazione vollero assassinarci , ma mercè 
la prudenza della guida ci salvammo nella notte. La mattina se- 
guente , che fu il giorno di Santa Caterina , con gran vento e 
pioggia, che erano piuttosto favorevoli a viaggiare senza impedi- 
menti , io ,coi due compagni miei lasciammo indietro gli altri $ e 
così entrai in città verso le ore 10. Andai subito alla casa di un 
Romano pel quale mi ero procurata una lettera , dove fui accolto 
benissimo e segretamente alloggiato , essendo il segreto necessario 
per trovarsi nella medesima casa parecchi Spagnuoli. In queil'istesso 

App., Voi. IX. 19 



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146 IL CARDINALE WOLSEY 

giorno troyai mezzo da far avvertire il pontefice del mio arrivo; 
su di che Sua Santità ordinò al protonotario Gambara di venire a 
trovarmi subito. Ma benché egli stesse alla porta della mia casa, 
non osò venire. La mattina seguente andai dunque da lui , e sentii 
non esservi modo di parlare col papa : ncanco per 10,000 scudi 
avrebbe ottenuto per me un salvocondotto. Vedendo che non c^era 
altro rimedio , scrissi a S. S. ciò che avrei avuto a dire d'ordine 
a V. A. Questa lettera , insieme colle credenziali e coli* ultimo 
scritto intorno alla vostra dispensa , misi insieme in un foglio che 
sigillai con indirizzo a S. S , cui fu rimesso dal cardinal Pisa- 
ni (1) in presenza del protonotario. Dopo di aver letto tutto, il 
papa ripose le carte in luogo sicuro, siccome venni certificato dal 
Gambara. Al cominciar della notte il cardinale mi mandò il si^o 
cameriere, di cui mi servii per mandare le mie lettere al Castello ; 
e mi fece avvertire come il pontefice fosse informato che Alar- 
cone sapeva del mio arrivo, perlochè S. S. desiderava che io par- 
tissi. Poi il papa mandò da me ancora il Gambara, facendomi 
dire di ritirarmi a Narni, a Todi o a Fuligno. Subito che fosse 
in libertà , mi spedirebbe tutto ciò che V. A. richiede, nella più 
ampia forma secondo il mutuo desiderio 9. 

Clemente VII lasciò il Castello nella notte deirS dicembre (3). 
La condotta da lui tenuta nell'affare del divorzio ò conosciuta. 
La dilazione fece impazientire il re, il quale cominciò a dubitare 
della fede del Wolsey , quantunque ingiustamente. Il cardinale , 
vedendo come il Knight non ottenesse nulla, mandò al papa 
Stefano Gardiner , suo segretario , poi vescovo di Winchester e 
Lord-cancelliere , e Foxe, poi vescovo di Hereford. Essi lasciarono 
Londra il 12-13 febbraio 1528, e giunsero in Orvieto il di 20 
del mese seguente. Nel di 21 ebbero la prima udienza. I loro 
abiti erano tanto guasti dal lungo viaggio in tempo d' inverno « 
che ebbero ad aspettare vestiti nuovi da Lucca. La condizione 

(1) Francesco Pisani, creato cardinale diacono da Leone Xnel di 1.* lo- 
glio 1517, morto Decano del S. Collegio, 1870. 

(2) Nel di 5 gennaio del 1528 II cardinal Wolsey cantò solennemente II 
Te Dium con messa, nella chiesa di S. Paolo di Londra , per ringraziare Id- 
dio della liberazione del papa , In presenza degli amlMiaciatori ponllflcio , ce- 
sareo e francese ,«e di quelli delle RepobbUclie di Venezia e di Firenze, e del 
duca di Milano. Il dottor Capon pronunziò il discorso. In col parlò della la- 
grlmevoie catastrofe di Roma (Vedi Relazione contemporanea, stampata 
FiDDBs, Ufe of Tfotffy . p. 179 , e Cavbndisb, I. e. pag. 519-621). 



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E LA SANTA SEDE 147 

del pootefice non era punto invidiabile, lì palazzo episcopale da 
lai occnpato quasi cadeva in rovine. Andando dal papa, gii inviati 
inglesi ebbero da passare tre appartamenti , tutti nudi , senza 
tappeti, con soiBtte cadenti , in cui trovavansi una trentina di per- 
sone; « canaglia ed altri ». Viveri si avevano con dìflBcoltà a 
qoalnnque prezzo anche altissimo, e la città era incomodissima 
e in cattiva fama per l'aria. Il pontefice confessò q esser meglio 
di star prigione a Roma che libero in Orvieto o (Slate papers , 
VII, 63). 

Anche questa legazione non ottenne .ciò che chiedeva. Dopo 
tre mesi Gardiner » cui V impazienza del re accusò di negligenza, 
anoonziò come V unico risultato dei suoi lavori fosse la missione 
del cardinale Campeggi , con istruzioni di cui non gli era riescilo 
di saper il preciso contenuta Tutto ciò che il pontefice aveva con- 
sentito a dirgli, esser questo: che il re avrebbe conosciuta la mente 
sna per le parole : Inventuri sumns aliquam formam satisfacendi 
MaUstati tuae ( State paper$. VII , 79 ). La scelta del Campeggi 
fa senza dubbio determinata dall'essere egli persona accetta al re, 
presso cui era di già stato legato nel 1518 , allorché Massimiliano 
imperatore poco prima della morte, seguendo in ciò l'esempio già 
dato da papa Pio II, molto affaticossi per concludere una lega uni- 
versale contro i nemici del nome cristiano (1). 

Prima di seguire il Campeggio in quella sua sventurata lega- 
zione d'Inghilterra, che terminò col principiare dello scisma, 
conviene notare un ultimo sforzo del Wolsey, vicino alla sua ro- 
vina, di conseguire la dignità pontificia , scopo continuo della sua 
ambizione. Nei primi di del 1529 Clemente, dopo tante angustie 
sofferte , cadde gravemente infermo, si che si dubitò della sua vita; 
infermità in cui , rinchiuso nella camera, promosse al cardinalato 
Ippolito de' Medici. Non volle il Wolsey perdere l'occasione; e 
mentre ancora viveva il pontefice ( che poi di quattr'anni gli so- 
pravvisse], mise in campo le sue pretensioni. Nel di 7 febbraio 
scrisse nei seguenti termini al Gardiner, allora in Roma [Galt , 
L e. lett. LV): Maestro Stefano, quantunque voi e i vostri col- 
leghì siate sufficientemente istruiti, per mezzo delle commissioni 



(1) Il Campeggi era inoltre vescovo dlSallsbary, e pereto si disse suddito 
del Re, allorché nella memorabile sessione della corte ecclesiastica per Taf- 
rare del divorzio del di' 23 giugno 1829, aggiornò la decisione. 



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148 IL CARDINALE WOLSEY 

date a frate Vincenzio , dell'animo del re e del mio, rispetto alla 
mia assunzione alla pontiflcia dignità ; e benché io sia sicurissi- 
mo, che lo. zelo vostro a servire il re, e il grande amore che 
nutrite Terso di me , non vi lasceranno dimenticare nulla che 
possa essere immaginato per servire e condurre a siffatto scopo ; 
contuttociò , onde esprimere più precisamente il mio desiderio, ho 
detiso di scrivervi di mia mano le seguenti poche parole, come 
a persona in cui ripongo intiera flducia , e che metterà tutto bene 
in opera. Non dubito che consideriate maturamente le condizioni 
generali in cui neirattual momento rìtrovansi la chiesa e la cristia- 
nità, non meno che lo stato presente di questo reame e del segreto 
affare del re. Se quest'ultimo fosse deciso in altro modo che 
non dall'autorità della chiesa , giudicherei il re e il regno minac- 
ciati da rovina. Perciò egli è utile, anzi necessario di aver per 
papa, e padre comune di tutti i principi , uno che voglia e possa 
portar rimedio a tale caso. £ quantunque io mi consideri poco 
capace, e benché l'essere quel padre comune fosse per recarmi 
incomodo nella presente mia cadente età ; pure , ponderate bene 
tutte le circostanze e considerate attentamente le qualità degli at- 
tuali cardinali , absit verbum iactantiae , non si troverà nessuno 
che possa o voglia rimediare a tutti i casi, se non il cardinale 
Ebor., la cui buona volontà e santa intenzione vi sono più note 
che a qualunque altro. Se non fosse per la reintegrazione della 
chiesa e della Santa Sede apostolica nell'antica dignità , e pel 
ristabilimento della pace tra i principi cristiani, e sopratutto per 
salvare questo re e reame dalle calamità in cui adesso ritrovansi, 
tutti i tesori ed onori della terra non m' indurrebbero, nedum 
aspirare, sed ne consentire ad accettare detta dignità , quantunque 
essa mi fosse offerta coi maggiori vantaggi. NuUadimeno, confor- 
mandomi alle esigenze dei tempi , e alla volontà e desiderio di 
questi due principi , sono contento di adoperare tutto il mio in- 
gegno e studio, e d'impiegare qualunque mezzo, et bene faciatn 
rebìis christianitatis , per giungere alla dignità anzidetta. A conse- 
guire siffatto scopo , inquantoché da esso dipende la salute e il 
bene non solo di questi due principi e degli stati loro, ma del- 
l'intero mondo cristiano, nulla si deve omettere che possa far 
riescire nell' intento. Dunque , maestro Stefano , dacché ora pie- 
namente siete istruito della mente mia e della mia intenzione, vi 
prego di stendere omnes nervos ingenii tui , ut ista res ad effeclum 



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£ LA SANTA SEDE U9 

perduei poait, nuUis parcendo sumptibus, soUicitationibus sive la- 
borUnu ; ita ut horum videris ingenia et affeclionea sive ad privata 
ftoe ad publica , ita accommodes actitmes tuas. Non deest tibi et col- 
kgis tui8 amplissima potestas^ nullis terminis aut conditionibus limi- 
tala sive restricta; et quicquid feceris , scìio omnia apud hunc regem 
et me esse grata et rata. Nam omnia, ut paucis absolvam, in tuo 
ingenio et fide reposuimus. Nihil superest aliquid scribendum , nisi 
qtiod supplex arem ut omnes actiones tuas secundet Deus optimus 
maximusque ; et ex eorde vale. Ex aedibus meis West^monast., 7 fé- 
iruarii (1529). Tuae et amplitudinis cupidissimus J. cardinaUs 
Eb&r. propria manu. 

Chi può calcolare le conseguenze , che in qael momento sa- 
rebbero derivate dalla morte di Clemente, e dall'adempimento 
dei Yoti, allora la terza volta palesali dal Wolsey? Egli non era 
stalo in verità favorevole alla questione del divorzio , di cui mi- 
surava tutti gli inconvenienti: l'odio che gli portò la regina 
Caterina , credendolo suo avversario , venne bilanciato dalla nemi- 
cizia 9 forse più viva ancora , della Bolena che lo ebbe contrario. 
Ha conoscendo più che altri l' indole del re, di cui morendo disse 
che non sarebbe possibile il maneggiarlo qualora sprone abba- 
stanza acuto incitasse le di lui passioni, egli aveva tentato di 
disporre il ponteGce a giudizio più coerente col desiderio di 
Arrigo. Se poi non procede oltre, più forse che negli scrupoli 
di coscienza del sacerdote , bisognerà cercarne la cagione nel ti- 
more del ministro d* inimicarsi totalmente e la Santa Sede e Car- 
lo V, che di già gli aveva tolto l'antico favore. L'affare in sé 
stesso era controverso. Le università francesi di Parigi , Orléans , 
Tolosa, Angers, Bourges, le italiane di Bologna, Pavia, Padova, 
Ferrara avevano dichiarato il matrimonio di Caterina invalido, al- 
panto-di non poter essere sanato nemmeno da dispensa pontiGcia 
(Vedi il parere della scuola legale Bolognese presso il Rymer ^ 
XIY. 393]. In tale stato di cose, tutto dipendeva dalla sovrana 
decisione. Ma Clemente , a cui in quella sua gravissima infermità 
il Wolsey aveva fatto consigliare dal suo agente di promuovere 
l'affare del re quasi cosa necessaria a purgare la sua coscienza 
al cospetto di Dio,' risanò, e non seppe buon grado al cardinale 
d'York né de' suoi consigli né del suo desiderio precoce di suc- 
cedergli nella suprema dignità. 



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ISO IL CARDINALE WOLSEY 

Ciò che segai è noto. Nel di 8 giugno 1528 il papa stando a Vi- 
terbo diede commissione ai cardinali Wolsey e Campeggi di sentire 
e decidere la questione matrimoniale (Rytner foedera ec. XiV, 295). 
Nel di l."* ottobre il Campeggi giunse a Canterbury (State pa- 
pers. Vii, 9i]. Gli sforzi suoi per indurre la regina a ritirarsi 
in un convento furono vani. Il re convocò nel di 8 novembre nella 
gran sala del palazzo di Bridewell una specie di concilio, composto 
di prelati , pari e giudici , cui espose la questione. Il Campeggio 
cercò di temporeggiare quanto più poteva , e il Wolsey , cedendo 
alle sue voglie e ai suoi dubbj, si tirò addosso l'odio del re, che 
da qualche tempo era entrato in sospetti, nutriti dagli intrighi di 
Anna Bolena avversa al cardinale. L'odio del Re non aspettava 
consiglio più maturo. Nel di 9 ottobre 1529 l'avvocato generale 
diede principio al processo contro il già onnipotente ministro. Otto 
giorni dopo, gli fu levato il gran sigillo. Nel di 1.° dicembre la 
camera dei* Pari mosse un indirizzo al re controia di lui ammi- 
nistrazione. Egli si ritirò ad Esher nella contea di Surrey, villa 
appartenente alla mensa vescovile di Winchester, poi a York, sua 
sede primatizia. Dopo un momento di ritomo in grazia, neir au- 
tunno del 1530, egli venne accusato di alto tradimento. Ma prima 
che la causa cominciasse, Tommaso Wolsey, nel recarsi da Yorlc a 
Londra, onde presentarsi ai giudici, spirò nella badia di Leicester, 
il di 30 novembre dell'anno sopracitato. 

Tutti sanno le parole che prossimo a morte pronunziò : « Se 
ayessi servito Iddio colla metà dello zelo con cui ho servito il re, 
egli non mi avrebbe abbandonato nella mia vecchia età. Questa è 
la giusta ricoropehsa pel servizio reso a luì senza badare al servizio 
d' Iddio 9. Parole storiche , rese più note e celebri dall'essersi in- 
trodotte sulla scena dal maggior poeta drammatico dei tempi mo- 
derni (1). 11 vero è che il cardinale d'York volle conciliare l'ar* 
dente desiderio del re e il proprio interesse col rispetto dovuto 
alla Santa Sede, e si credè capace di scongiurare la tempesta di 

(1) Shakipeare « King Henry Vili » Atto III, Se. 2. 

« Bad i òtti serv'd my God wiih half the teal 
/ sens'd my king , A« wauld noi in mine age 
Bave Ufi me naiud to mine.enemiei ». 

Il djetto trovasi nella vita del cardinale, scritta dal Caveodish , rtmastogH 
fedele anche nella disgrazia. 



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E LA SANTA S£DE 151 

cai par troppo vedeva ravvicinarsi. Quantunque perspicace ed 
abile uomo di stato , egli ingannossi troppo presumendo delle prò- 
prie forze. Con esso lui cadde 1' ultimo argine che ancora resi- 
steva agli effetti delle passioni di Arrigo. Appena spirato il cardi- 
nale, il re scrìsse il di 6 dicembre 1530 nel seguente modo ai 
suoi ambasciatori presso il ponteGce [State papers Vili): « In 
caso estremo vi condurrete in modo tale, che apparisca come non 
siamo legati più di quel che vogliamo nel riconoscere la legge e 
la giurisdizione del papa. Non dubitiamo della conservazione della 
medesima , ma ce ne curiamo meno che del mantenimento della 
nostra dignità e regie prerogative. Se tra Funa e l'altre nascesse 
contrasto , voglianio piuttosto essere considerato intero Inglese, che 
Inglese papalino o. - ( a rather to he taken and reputed entìre 
Englishmen than Englishmen papisticate o ). Nel mese di gennaio 
susseguente , la pubblica2;ìone , fatta d'ordine del re , di una col- 
lezione dì pareri dì teologi e di università in suo favore eccitò 
il sommo dispiacere delponteflce, il quale citò la causa e le parti 
a Roma. Il temporale si addensava. 11 re, nel dare al suo inviato 
pieni poteri, gli scrisse di dire privatamente al pontefice, a aver 
avuto avviso dai suoi amici d'Inghilterra, dotti in leggQ e membri 
del consiglio, che nell' insistere e chiamare il re a Roma, il papa 
sceglierebbe il mezzo più sicuro di distruggere la sua autorità in 
Inghilterra, giacché questo suonerebbe male alle orecchie d'ognu- 
no, mentre tutti i legali erano per consigliare resistenza» (State 
papers , VII ). Nell'ottobre Arrigo dichiarò l' intenzione di richia- 
mare da Roma l'ambasciatore suo, se il papa persistesse (Ib. 
VII, 324^}. Nel febbraio del 1532 il Duca di Norfolk scrisse a Cle- 
mente, che se desiderava di veder l'InghiUerra continuare in 
buona ubbidienza alla Sede Apostolica, egli farebbe bene di a pon- 
derare sapientemente a le misure da prendersi. Si sa il Duca, 
uno dei principali ministri di Arrigo dopo la caduta del cardinale, 
essere stato favorevole a riforme nella giurisdizione ed altro, ma 
non mai a rivoluzione nella dottrina e costituzione della chiesa. 
[ Mackintosh , voi. II , pag. 171 ). Ma le cose erano di già proce- 
dute t;'opp'oltre. Nel 23 maggio 1533 Tommaso Cranmer, il quale 
dopo breve termpo venne nominato ad arcivescovo di Canterbury, 
pronunziò la sentenza di divorzio. Cinque giorni dopo venne con- 
fermato il matrimonio segreto del re con Anna Rolena. La finale 
scomunica non venne pronunziata dal pontefice se non nel Con- 



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152 IL CARDINALE WOLSEY 

cistoro dei 23 marzo 153ì> , sei mesi prima della morte di Cle- 
mente, ventidue mesi prima che morisse la regina Caterina, cui 
presto succede in morte , uccisa dalla gelosa barbarie o piuttosto 
dall' incostante libidine di Arrigo , V infelice donna che ne a?eTa 
preso il posto sul trono. 

Molti difetti hanno oscurata la fama di Tommaso Wolsey. Ma 
ì difetti non possono far dimenticare i meriti che lo resero uno 
dei maggiori uomini di stato del tempo e del paese suo. I quali 
difetti e meriti si riassumono in quel ritratto a cui nel principio 
della presente memoria si accennò (1); ritratto che appartiene ad 
un' epoca in cui yiyeva la tradizione , mentre le passioni alquanto 
calmate lasciavano campo ad estimazione più giusta ed imparziale, 
a Quantunque nato in umile luogo » , tali sono le parole di una 
delle dame della regina Caterina, u questo cardinale sin dalla 
culla a grande onore era destinato. Egli era dotto e di matura 
scienza ; oltremodo savio; eloquente ed atto a persuadere; verso co 
loro che non l'amavano altero e crudo, ma come primayera dolce 
ai seguaci suoi. Àvido d'acquisto, in che peccava, altrettanto 
nello spendere quasi principe era liberale. Lo attestano i due ge- 
melli di sapienza da lui cresciuti in questa terra , Ipswich e 
Oxford : cadde l'uno con lui « quasi ricusasse di soprayvivere al 
bene operato; l'altro non a termine condotto, ma si famoso, sì 
eccellente e in progresso tale , da lasciarne sempre chiara la virtù 
nel mondo. La sua rovina accrebbe la sua felicità. Giacché allora, 
e non pria d'allora, senti sé stesso, e gustò il bene dell'esser 
piccolo. E in Gne , per acquistar maggiore onore di quel che gli 
potè dar il mondo , egli mori nel timore di Dio d. 

' Firenze, nel maggio 1853. 



(1) Shakipeare, I. e. Alto IV, Se. 2.~ Del doe CollegJ dal card. Wolsey 
fondati , quello d'Ipswlch , soo luogo di nascita, cessò d'esistere ; l'altro, detto 
ChriiU-ehurch (chiesa di Cristo) esiste tuttavia, ed è ano del più belli e plb 
floridi di Oxford. 



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NOTA 



Credo di far cosa non inutile, indicando nel presente luogo 
le date e il contenuto principale dei documenti stampati nei 
Yolumi VI e VII degli Statb papbrs , che sì riferiscono alla 
storia d'Italia , non troYandosi se non nelle mani di pochi que- 
sta importantiflsima raccolta. 



1313. (Voi. VI ) N/» 8. Breve di Paeone X al re Enrico Vili intorno alla 
namlatora di Baldassarre Stuart ( « nolarius et secrétarHu noiter » ) 
presso Giacomo ▼ re di Scozia , per consiglio del eardinale arcivescovo 
d'York, Cristoforo Bainbridge. Si tratta delia pace tra 1 principi cri- 
stiani, e della guerra contro II Torco ( « NtìnU BaUka$ar ipse euralunu 
ut, ^yod ad reimbUeas chriitéanae quietem , reU^ftonisque nostrae <iier«- 
maUum , deeutqw et commodum maieitaHs ipiius tutu non pertineat » ). 
Roma, dal palazzo Vaticano, 20 settembre (flrm.da P. Bembo). 

N.*" 10. Breve ec. Legazione del cardinale d' York. Boma , 19 di- 
cembre (flrm. da lac. Sadoleto). 

1514. N.* 13. Breve ec. lotomo a ana lassa imposta ai collettori del de- 
naro detto di S. Pietro . ad istanza del cardinale di Corneto ( ffodrto- 
mif HtM Saneli Chriiogimi S. A. E. Presb. cardimUi BoMotiienKf ). 
Boma , 10 glogno ( lac. Sadoleto ). 

N.** 13. Breve ec. Risposta alle commendatizie del re per Tommaso 
Wolsey , nella morte del cardinale arcivescovo d'York. Roma, 24 set- 
tembre ( lac Sadoleto ). 

1515. N.° 14. Breve ec. Il vescoyo di Worcester, Silvestro Gigles , oratore 
del re a Roma , dal Concistoro dichiarato innocente del delitto impo- 
tatogli di aver avvelenato il cardinale d'York. Roma, 9 gennaio (lac. 
Sadoleto ). 

N.** 16. Breve di P. Leone a Tommaso Wolsey , contenente l'avviso 
della sua creazione a cardinale di Santa Chiesa. Roma , 10 settembre 
(lac. Sadoleto). 

HJ* 19. Breve ec. Intorno alla prigionia in Inghilterra di Polidoro 
Virgilio, collettore aposlollco, e alla missione di Francesco Cbierlgati. 

Jpp., Voi. IX. 20 



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154 NOTA 

Firenze, i.*^ dicembre ( lac. Sadoieto). In altra lettera del 12 mar- 
zo 1516 , Il papa chiede che Polidoro venga rimandato senza Indugio. 

1516. ^'° ^^' ^^^^^ ^' ^^ Enrico Vili. Intorno alla correzione del Ca- 
lendarlo. Roma , 8 dicembre ( P. Bembo ). 

1617. N.^ 25. Breve ec. Glastiflca 11 riflato di fare la volontà del re riguardo 
alle rendite della chiesa di Toarnay da godersi dal cardinal Woisey. 
Roma , 5 febbraio ( lac. Sadoleto ). 

1521. ^'* ^^- Breve ec. a Tommaso Woisey. Inibizione del libri di IlartiDO 
Lutero. Roma , 16 marzo (lac. Sadoleto). 

N.^ 31. Lettera di Slr Roberto e Sir Riccardo Wyngfeld e di Tom- 
maso Spinelli a Tommaso Woisey , Intorno alla cattiva condizione deile 
armi francesi In Lombardia. Brnggia, 20 maggio. 

N.® 32. Breve di P. Leone a Tommaso Woisey , contro I Laterani. 
Roma , 7 giugno ( lac. Sadoleto ). 

N.* 36.Gog1ielmo Fltcwiliiam al re. Voci della spedizione dei ma- 
resciallo Lantrec in Lombardia. Cattiva opinione che aveasl del papa 
nella corte francese. Digione , 10 loglio. 

N.^ 40. Carlo Y alla regina d'Inghilterra. Presa di Milano [la en- 
irada del exereito de nueeiro muy Santo Padre y nwslro en MUan ). 
Oadenarde, 2i novembre. 

1522. N.^ 42. Riccardo Pace e Giovanni Clerk a Tommaso Woisey. I Fran- 
cesi disfatti In Lombardia da Prospero Colonna. GII Svizzeri e I Yeoe- 
zianl lasciano Teaerclto. Roma , 30 aprile. 

1523. N."" 53. R. Pace a Tommaso Woisey. Andrea Grlttl eletto Doge ai 
20 maggio. Venezia , gìogno. 

N.° 54. Giovanni Clerk, vescovo di Batb (nominato ambasciatore a 
P.Adriano VI, 12 marzo) a Tommaso Woisey. Roma, 11 glogno. Udienza 
presso li pontefice. 1 cardinali de' Medici e Soderinl. Mala contentezza 
degrimperialt. 

N.^* 63. Giovanni Clerk e Tommaso Annibale a Tommaso Woisey. 
Malattia e morte di papa Adriano ( accaduta II 14 settembre). Cardinali 
che hanno speranza di succedergli : Medici , Farnese e Woisey. Prigio- 
nia del cardiqtaie Sederini. Roma , 14 settembre. 

N."* 64. Giovanni Clerk , R.Pace e Tommaso Annibale, a Tommaso 
Woisey. Il conclave dopo la morte di P. Adriano, il Duca di Ferrara 
occupa Reggio e minaccia Modena. Roma, M ottobre. 



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NOTA 156 

1523. N«" 67.Grlovaonl Clerk eca Tommaso Wolsey. Ulteriori noliile.dèl 
oooelBTe. OperaxIonI milUarl.Roma , 7 novembre. 

N.^ 69.Id.BlezloDe del cardloale de' Medici , Clemente TU. Roma, 
S dicembre. 

N.*" 72. Enrico YIII a Cienoente Yll. Lettere gratotatorie. Windsor , 
30 dicembre. 

N.* 73. Tommaso Wolsey ai medesimo. Id. Londra , 21 dicembre. 

1524. N.*^ 74. Tommaso Wolsey a Giovanni Clerk ec. Felicitazioni ai nuovo 
ponteflce, esortazioni a dicbiararsi contro Francia. Londra, gennaio. 

N.^ 78. P. Clemente VII a Tommaso Wolsey. Annunzia l' Intenzione 
di mandare al re la rosa d'oro. Roma , 13 gennaio. 

ìiJ* 77. P. Clemente VII ad Enrico Vili. Manda il cardinale Cam- 
peggio da Norimberga in Inghilterra. Roma , 17 gennaio. 

N.° 80. GioTanni Clerk ec a Tommaso Wolsey. Disposizione del 
ponteflce avversa a Francia. Roma , 24 febbraio. 

N.*" 81. Tommaso Wolsey a Clemente VII. Ringrazia della bolla per 
la legazione. Londra , 24 febbraio. 

N.<'.82.Id.a R. Pace. Desidera la bolla amplificata. Westminster , 
28 febbraio. 

i(.^ 84. Enrico Vili a Clemente VII. Ringrazia il ponteflce di un 
breve del 12 febbraio (non conosciuto), e gli promette assistenza. Green- 
wleh, 25 marzo. 

N.** 86. Tommaso Wolsey a Giovanni Clerk. Esortazione ai papa di 
non fidarsi alle promesse di Francia. Westminster, 2tf marzo. 

H.** 88. Enrico Vili a Clemente VII. Elogio dell' arcivescovo di 
Capua mandato dal ponteflce. Greenwlcb , 22 maggio. Della missione del- 
l'arcivescovo , prima al re di Francia , poi a quello d'Ingbilterra, e della 
politiea del re e dell' Imperatore riguardo al Francesi , trattano tre di- 
spacci del cardinal Wolsey al Pace , al Clerk e al Sampson , dei 28 mag- 
gio - 4 giugno. 

N.^ 96. Giovanni Clerk a Tommaso Wolsey. Dnbbj del ponteflce ri- 
guardo alla spedizione del conestabile in Francia. Roma , 28 giugno. 

N."" 103 , Id. La mediazione del Datarlo Glbertl tra I Francesi egli 
Ifliperlall fallita. Franceeoo l nel campo di Pavia. Roma, 29 novembre. 



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156 NOTA 

(Un di8|Nieclo del Wolsey at Sampson del medesimo mese, eoo altro del 
Clerfc al cardloaie dei ft dicembre , oontengoDO raggoaglì solla guerra 
In Lombardia. ) 

1525. N* lOT.Ciemeote TU alla regloa Calerloa d'Aragona. Mlaslone di 
Giovanni Casale In Inghilterra. Roma , 5 gennaio. 

N.° 108. G. Kniglìt a Tommaso Wolsey. Nuove da Lombardia. Braa» 
selles , So gennaio. 

N.« iii.G.Rossell ad Enrico Ylll. Battaglia di Pavia. Milano, 
13 mano. 

N."" 113.11 nansio pontiflclo a Colloquio a Pinlghettone con 

Francesco I e Alarcene. 

N."* 123. Enrico Ylll a Clemente VII. Loda il desiderio del ponte- 
fice di concludere la pace tra 1 principi cristiani. Windsor , 14 giugno. 
( Del medesimo argomento tratta una lettera del 13 settembre. ) 

1526. N.<> 130. Clemente vii a Caterina. NunUatora di Uberto Gambara. 
Roma, 26 febbràio. 

M."» 137. Giovanni da Casale a Pietro Yannes. Confèreuia col mi- 
nislri deli* Imperatore e dei papa ( Ugo Moneada, Lodovico Canossa ec), 
e col senato veneto. Yenezia , 13 giugno. 

N.« 138. Girolamo Gblnucci a Tommaso Wolsey. Capltolailoiie di 
Milano. Roma , 30 loglio. 

N.<* i89.G.cierk al medesimo. Presa di Milano. Impresa del pon- 
tefice contro Siena fallite. Biois , 12 agosto. 

N.*" 140. id. Nuove d'Italia. Il pontefice desidera cbe fi resi colle- 
ghl seco. ; Ambòise , 8 settembre. 

N.^ l46.Glovanni da Cassiera P. Yannes. Nuòve d'Iteila.YeBeiiat 
98 dicembre. 

1527. N.*» 147. Enrico Ylll a Clemente YII. Credensiall pel cavalier 
G. Russell. Greenwieb, 8 gennaio. 

N.° 148. G. Russell a Tommaso Wolsey. Procede verso Roma. Il 
pontefice Intento a nr truppe. L' esercito imperiale marcia ferso To- 
aeana. Savona , 88 gennaio. 

N.'' 149.11 medesimo ad Enrico YIII. Il pooleflce molto soddislitto 
dell* aluto del re. La olpote del papa ( Caterina ) , riobleste in mM- 



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NOTA 157 

dal conte di VaodemoDl , dal re di Scoila e dal prìncipe di Fer- 
nra. Il Rnsaell propone di martlarla al Duca di RtchmoDd. Roma , 
11 ffsbbraio. 

15S7. N.*" itfl. GioiraBor da Gasale a TommaBO Wolaey. Il cavaller Rmaeli 
fiToreToimeiile accolto in IlaMa. Nnofe da YeneHa e da Roma. Yeneili , 
36 febbraio. 

N.« i88.ldMi.Ali;Brl d' Italia. Scarsa fldacla dei collegati nel ponte- 
tee, il qoale al vedrà abbandoiiato nell'ora del perìcolo. Ordini dati ai 
Doca d' Urbino di passare il Po coli' esercito delia Lega , ma col fuUxM 
Me. Accordi di Clemenle col Yicerò di Napoli. Marcia del Conesta' 
bile. Yenezla, 6 aprile. 

N.* lll4.G.Ra8sell ad Enrico Ylli. Marda del Conestabile verso Ro- 
ma, li papa senza esercito. Quello della Lega segue li nemico (« dove gli 
Imperlali pranaano , essi cenano » ) , e può impedire gran male. Modi 
crodell degr Imperlali. Creazione di cardinali. Savona, il maggio. 



N.® 158. Giovanni da Casale a Tommaso Wolsey. Sacco di 
(e La somma delle nostre disgrazie va compresa in una parola: Roma 
capta et direpui eH.— L'esercito imperiale al 6 condotto in modo adeo 
qfiod Romamt diif^tceai qm>d Turca Romam non adMiUorM od haec fa- 
óenda , minu$ enim infesta et moderalior wrM$ dfrepllo fiHeeet , minora 
iaerHegia9), Yenezia , 16 maggio. 

N." Itf7. Gio. Cierk ai medesimo. Sacco di Roma. Parigi , SO mag- 
gio 1527. 

HJ* 168* Tommaso Wolsey a Giovanni Ghinueei ec. Ordine di coo- 
perare cogli ambasciatori francesi presso i' imperatore in favore dei pon- 
teilce. — Glogno. 

N.* 160. Odoardo Lee a Tom. Wolsey. Affari di Francesco Sforza. 
Prigionia del papa. L'imperatore rigetta tutto soli' esercito inferocito e 
senza subordinazione , cbe tiene il pontefice nei castello e domanda 
400,000 ducati. Se egli stesso (cioè Carlo Y ) fosse a Roma , si trove- 
rebbe ogoalmente nelle mani loro. Ma egli si mostrerà principe cristia- 
no, e Aglio devoto e fedele del santo Padre. Yagiiadolld , 17 luglio. 

(YoLYIl) H.^ l67.Quglielmo Knight ad Enrico Y Ut. Ambasciata di 
Gregorio da Casale al ponteOce, e del Knigfot a Yeneila , poi a Cle* 
mente Yll. Complègne , 12 settembre. 

N.« 168. /dm. Dubbi del cardinale Wolsey intorno all' andata del 
Knight. Id. 13 settembre. 

N.^ 175. ldfm.Yiaggio sino a Foligno. Fuiigno» 4 novembre. 



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158 NOTA 

1627. vN."* 176. Roberto Jernlngham al cardinale Wdfey. Il Doea di Fer- 
rara. Marcia del maresciallo Lautrec verso Roma. Il ponteflee aneora la 
prigione. Parma , 12 novembre. 

N.^ 177. G. Knlghl ad Borico YIII. E stalo a Roma sema aver 
potalo essere ammesso alia presenza del ponteflee. Foligno, 4 dioembre. 

N.^ 178. Tom. Wolsey a Gregorio da Casale. L'Invita ad Insistere 
presso II ponteflee perchè dissolva il matrimonio dei re con Caterina 
d'Aragona. (G. Knlghl era stato mandato per qoest'aflàre, detto e 11 
segreto del re ». — Non. si citano pia oltre I dispacci rigoardantl 11 di- 
voralo, glaccbò non hanno che fare colla storta d'Italia proprlameote 
detta). 

N.* 179. R. Jernlngham ad Enrico FUI. Il papa In Orvieto. Parma, 
9 dicembre. 

N.* 182. P. Clemente YII ad Enrico Vili. Ha ricavato Inietterà por- 
tate dal Knlght, e lo rlngrasia del servigi prestatigli. Orvieto, 16 di- 
cembre. 

N.° 184. R. Jernlngham a Tommaso Wolsey. Il ponteflee poco dis- 
posto ad entrare nella lega, e Indeciso nei soo contegflo verso II Lao- 
trac. Bologna , 24 dicembre. 

1528. N.<» 187. Gaglielmo Knlght ad Enrico TIll. Marcia del Francesi. Oi^ 
vieto, 24 dicembre. 

N.* 189. Enrico YllI a Clemente YII. SI congratnla eon lai di es- 
sere salvo. Boone dlsposliionl del re Francesco. Greenwieb, 8 gennaio. 

N.* 192. R. Jernlngham ad Enrico YUI. I Francesi entrati nel Re- 
gno. Ascoli , 10 febbraio. 

N."" 19ft. Idem, ConqnlsU deirAbraao fatta dai Franeesl. Atri , 
17 febbraio. 

N.* 200. Mem. Combattimento cogli Spagnooll e presa di Melfl.Laa- 
trec procede verso Napoli. Dal Campo presso Melfi , 26 marao. 

N.^" 203. Idsm. Sortila della goamlgione di Napoli respinta dal Fran- 
cesi. Dai Campo presso Napoli , 24 aprile. ( Il Jernlngham mori ad 
Aversa addi 27 aprile. ) 

N."* 206. G.CIerlK ec. a Tommaso Wolsey. Il eonte di S. Polo man- 
dato In Lombardia , per prendere il comando assieme col Duca d' Ur* 
bino. Pavia resa agl'Imperiali. Ercole da Bste alla corte di Francia. 
Poissy , 24 maggio. 



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NOTA 1»9 

1528. N.<» 214. li Wolsey a Gregorio da Casale. Stefano Gardiner , amba- 
«latore del re Borico presso il pooteflee , da mandarsi a Yeneiia per 
ri€oociliare II papa colla RepobMica. Dal Moore (villa del cardinale) , 
SO giugno. 

N.® 217. G. Clerfc a Tommaso Wolsey. Noo-rloscila del Gardiner. 
Assedio di Lodi. Parigi, 25 loglio. 

N * 221. Tommaso Wolsey a Gregorio da Casale. Inghilterra e 
Francia impegnate a indarre I Yenesianl a rendere al papa Cervia e 
Ravenna e per dolum et fraudem oceupatae ». Importanza dei servigi 
di Andrea Dorta, ora in pratica coli' imperatore. Londra, 4 ottobre. 

11.* 222. O. Lee ad Enrico Vili. Disfalla dell'esercito francese 
presso Napoli. Tagiiadoltd , 6 ottobre. 

1529. N.<^ 231. Francesco Bryan al medesimo. Malattia dei pontefice. 
Creasione del cardinale Ippolito de' Medici ec. Roma , 26 gennaio. 

N.* 254. Gregorio da Casale a Tommaso Wolsey. Congresso dei 
ponteOee e deli' Imperatore a Bologna proposto. Necessità di mandare 
no ambasciatore inglese. Condlsioni Incerte dei Duchi di Ferrara e di 
Milano. Quanto a FIrenie « nane eo ree dewnil , «1 Ponlifex el Ceiar 
eredani non aliier ipgorum honori eomuUum iri , qwim H Fiorentini in 
eontm manue se traderent , ew pontf/ld« voluntate tractandot. Qua de re 
ixereiius propius Florentiam aeeeseit , et Fiorentini ob$linatiore$ prom- 
pUoreeque ad se defendendos facti sunt ; adeo ut fittOum aUwn (tnem huie 
negoeio inoeniam , ntsi (ptod Florenlia hostiUter sit diripienda, aut per 
Umgam tnoram, quum mUlus ampline defensionis modìks erit, deditio- 
«eifi sii fattura ». Roma , 2ft settembre. 

N.® 208. G. Ghlnocci ad Enrico Vili. Paghe accordate tra Cario Y, 
I Veneziani e Francesco Sforza. Bologna , 1 dicembre. 

11.** 266. Niccolò Carew e Riccardo Sampson ad Enrico VHI. Con- 
gresso a Bologna. Gran gente, e scarsezza e prezzo eccessivo di tutto. 
Miseria del paese. («Sire, crediamo che non vi fosse mai nella cri- 
sllanlti desolazione uguale a qoella di queste regioni. Le buone città 
sono distrutte e desolate ; in molti luoghi non si trova carne di verona 
sorto. Tra Vercelli e Pavia , per io spazio di un cinquanta miglia , nei 
paese pid ubertoso di vigne e di grano che vi sia ai mondo , tutto ò 
deserto. Non incontrammo né uomo né donna lavoranti nelle campa- 
gne. Non vedemmo nessuno muoversi in tutto quei trailo , eccettuate 
in un luogo tre povere donne, ohe raccoglievano quel che e' era rima- 
sto d'uva nelle vigne. Giacché non si é seminato nésié fatto raccolta; 
le vigne sono ioseivatlcblte, e I grappoli si guastono senza che si venga 
a coglierli. C'è in quella regione un paese chiamato Vigevano , già un 
buon paese con una rócca : tutto è In rovina e deserto. L' aspetto di 
Pavia muove a pietà : nelle strade I bambini piangevano domandando 



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leo NOTA 

del pane, e morlTano di fame. CI dlasero , e II pontellce lo coofermò « 
ohe la popolazione di quel paesi e Ai pareoohl altri d' Italia ó alala di- 
straila dalla goerra , fame e pestilenza , e cbe vi vorranno molli anni 
prima che r Italia si riduca In buona condizione : tale ò la acartena 
d' abitanti. Siffatta distruzione è opera del Francesi non meiio chetlella 
gente dell' Imperatore * e ci dicono che 11 signor di Lautree devastò 
molto dove passò ■ }. Bologna , 12 settembre. 

1530. ^'^ ^^' Niccolò Harvy al medesimo. Malattie nel campo imperlale 
presso Firenze ee. ( « Il cardinal di Lucca mi disse che r imperatore ha 
avuto avviso, il kuo campo presso Firenze essere Infetto da pestilenza; ciò 
che lo fs temere pel principe d' Orango suo capitano , e pel rimanente 
delle sue truppe. Molti dicono che In questa Intrapresa r Imperatore 
è stato pel ponteflce e un gastigo e un amico: giacché coi soccorso 
di lui II papa ha speso, con Iscarso profltto , amici , gente e sostanze »). 
AugQ9ta, li luglio. 

1532. N."" 330. Gagilelrao Benet al Duca di NorColk. Viaggio di Carlo y in 
Italia (parte da Vienna 11 di 4 ottobre), desiderando d'incontrare il 
ponteflce a Piacenza o a Genova. Missione di D. Pietro della Coeva. 
Roma , 15 ottobre. 

N.* 331. Idem.V Imperatore e il papa hanno da trovarsi Insieme a 
Bologna. Viaggio di Carlo V. Roma, i.^ novembre. 

N.<» 337. Edmondo Boner a ToDounaso Cromwell (poi Conte d'Basas). 
Viaggio di P. Clemente da Roma a Bologna. ( « Il pontefice non andò 
per la solita via , la quale ò per Firenze ed abbastanza cattiva , ma 
prese quella di Perugia, nello stato della Chiesa. Sei cardinali lo accom- 
pagnarono: sei altri andarono per la strada di Toscana, essendo cosi 
dodici , ma non già tutti santi. Il detto viaggio dei papa fu ollremodo 
peooao , per le continue pioggie , per Je cattivissime strade e vai] acci- 
denti. Parecchi muli si perdettero ; un bellissimo cavallo arabo si roppe 
le gambe. Ma quel che era peggio, era lo stato degli alloggi. Più d' nna 
volta la condizione delle strade obbligò II ponteflce a far a piedi no paio 
di miglia. Il suo seguito, oltre a tale piacere, si trovò costretto a dor- 
mire sulla paglia in mancanza di miglior ietto. Da piò d'un mese non 
abbiamo avuta una bella giornata. Il papa fece due entrate In Bologna , 
Tona segreta, l' altra pubblica il giorno della Concezione ( 8 dicembre ) , 
a cavallo, in abito bianco, coi rocchetto e colla stola. Non ho sentito di 
miracoii operati per Istrado sol ciechi e paralitici.) Entrata dell' Impe- 
ratore , 13 dicembre , col Duchi di Mantova , Milano , Firenze, Alba. 
Bologna , 24 dicembre. ( In quel congresso di Bologna , gli Inviati In* 
glesl molto si adoperarono per ottenere il divorzio. Tommaso Crammer 
I alla sede di Canterbury). 



1533. N.* 347. Niccolò Haivklns ad Enrico Vili. Lega tra r Imperatore e 
i principi d' Italia . prossima a concludersi. Renitenza del Veneziani. 
Bologna , 23 febbraio. 



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NOTA 161 



1633. N.* 354. 6. BeoM al medMMM». CoBiretto da tenersi a Nlna tra 
il pootellee e 11 re Franeeaco. Lega Italiana, ftriogna, il mano. 



N."" a«3. N. HaivkhM al medeaUna. Matrimonio proposto tra Pran- 
eewo Sfora e Cristina di Dantmarea. Bareellona , il glogno. 

N.* 366. Bnrieo YIII al Doea di Norfolk ec. Masnade fi re Fran- 
easoo dal congresso ool pooteflee. Giogno. 

N."* 368. Guglielmo Poalet a Tommaso Cromwell. Partema del re 
Fnoeesco per Lione e Nlna. Conrplèro , 16 IngHo. ( La parlenaa dei 
pontefloe viene annaniiata da N. Hawkina, 16 luglio). 

N.<^ 377. Giovanni Hacketl al medesimo. Matrimonio del Doea di 
Milano, Il viaggio del ponteflce, e l'alleansa eon Franela. ( « Il papa 
rispose che Sua Maestà aveva da essere contento, avendogli dato per 
la sna figlia testarda il ano nipote , U pièpnMUm gM$Uo ehepo$$9di$$$ ; 
e cbe non gM doveva recar dispiacere • se disponevasl a maritare la 
sua nipote al Duca d' Orleans , figlio leglttleso del re ■ ). Ghent, 6 set* 
tembre. 

N.« 382. G. Ghinneei ad Enrico Vili. Arrivo del pontefice a Marsi- 
glia. Marsiglia , 19 ottobre. 

N.^ 384. P. Yannes al medesimo. Arrivo di Caterina de* Medici. Mar 
sigila . 24 ottobre. 

N<^ 387. P. Vannes a Tommaso Gromwell. L'affare del matrimo- 
nio. Marsiglia , 4 novembre. 

N.<» 388. Il medesimo. Partenia del papa. Marsiglia , 12 novembre. 

1534. N.* 407. Gregorio da Casale a Tommaso Cromwell. Malattia e morte 
di P. Clemente VII. (PS. « Bit icripUi , die 26 teptembrU, hora 18, Pùi^ 
Ufix iWpèravU » ). Roma , 24-26 settembre. . 

I|.« 408. Idim, Il Conclave del cardinale Farnese. ( « Prima parte 
Mns noeUi 4Ueiu$ $U in poMfkem rse, earéUmlU FarmHiu , tirnima 
ewn laetUia loUici iirMi, et ut nidtri poUH eardiwaium magico eommtu^ 
qtif unum tanium diem inira ConcUme morati hme enatUmim feeeruui • ), 
Roma , 12 ottobre , a menanotte. 

N.* 400. Uém Al Dnoa di Norfolk. Bleslone di Paolo III. non gran 
globilo dei Romani. Odio contro il pontefice deftinto. ( « Duplex Romae 
gaudium ett ew Mas ileetUme H e» aUmim morU^ quem omne* morta- 
la aarMitémo odio pron^pt^bmUur , et mortuo etlam eaepe noetu eeput- 
ehrum ferro pelUum fuit , semel €tiam dirulumt €t eadaver gladio con' 

App., Voi. IX. 21 



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1535. 



1536. 



1537. 



162 NOTA 

finmm , quod fM rnpéetus CardifMUs Medicei JitlUtH , imro Olmi ira- 
xiseeni. » ) Roma, 16 ottobre. (Nel giorno medesimo, n Casale serisse 
al Visconte Rodiford In Italiano nel segaenti termini: « Finalmente 
giunta la morte, ba cosi rillegrato ognuno, cbe è maraviglia a crederlo. 
Questo popolo si mise subito In arme per volere saccheggiare etabbra- 
siare le case di PblUppo Stroal ; et questo , perchò sotto II nome suo 
papa Clemente haveva l'anno passato convenuto con Romani di man- 
tenergli Il Tormento a cinque soldi II ruggio , poi glie Phaveva fiitto 
pagare dodici , et volevano essere restorati del danno patito. Nondimeno 
Il cardinali ve s* interposero , et assettorono la cosa in questo modo : 
cbe Philippo desse sicurtà di stare a ragione, et pagare quello sarebbe 
Indicato : et la dllTèrenza, di eomproraetterse in dol cardinali che I3iaves- 
sero a decidere. Con questo rimedio fu acquietato I* Ira et furore di 
questo popolo. Contro papa Clemente poi hanno fatto tutte quelle di- 
mostrazioni che si potesslno fare contra il più tristo principe del mondo. 
Il sepolcro suo ò stato rotto ogni notte et Imbrattalo di mille porche- 
rie , di maniera che ò bisognato rlfRirlo e rlplngerlo ogni mattina. In 
conclusione , da dot servitori suol in fdorl . non è stato huomo , dico 
tanto de* parenti , come degli amici et servitori , che si sia doluto della 
morte sua » ). 

N.^ 418. /d«maTom. Cromwf>ll. Dtsaordla tra Papa Pa6lo III e II 
Duca d'Urbino. Roma, 15 gennaio. 

N.^ 4i9,tdem.l\ ponteflce chiede aluto a Francesco I contro II Itaca 
e gli Imperiali. Roma , 4 aprile. 

N.» 430. Idem. Affari politici d'Italia. Ferrara , 27 luglio. 

N.® 441. idem. L' Imperatore aspettato a Roma. Roma, 84 marzo. 

N.<» 442. tdem. Accordo Ira l'Imperatore e Venezia, riguardo allo 
stato di Mtlanol Roma , 3 aprile. 

N.<^ 488. Gio. Hotton a Tom. Cromwell. A«wsisslnlo di Alessandro 
de' Medici. Elezione di Cosimo. Bourbourg, Il febbraio. 

N.<> 489. P. Paolo UT a Federlffo Gonzaga Duca di Mantova. Gli 
dA avviso d'avere eletto la cittA di Mslntova per tenervi il concilio ge- 
nerale. Roma , 18 febbraio. 

N.* 461. - Harvel a - Morison. Guerra In Piemonte tra Francesi 
ed Imperiali , con svantaggio del* primi. Venezia , 28 marzo. 

N.* 473. G. Hutlon ad Enrico VIII. Negoziati tra Carlo V e i Ve- 
neziani. Il Viceré di Napoli , Pietro di Toledo , e Andrea Dorta contro 
1 Turchi. Anversa , 30 agosto. 



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NOTA 163 

N.® 478. Uim a Tommaso Cromwetl. Perdile del Fraooesl nel Ple- 
QODle. Andrea Dorla persegalta II Barbaroisa. Anversa, 19 settembre. 

!«.« 476. Andrea GritU Doge di Yeneiia ad Enrico YIII. L'invita 
id onlrsi all' Imperatore e al papa contro il Torco. Missione di Glrola- 
010 Zuccate. 



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SUL COMMERCIO 

TBA 

LA TOSCANA E LE NAZIONI LEVANTINE 

RAGIONAMENTO 

DI FILIPPO SASSETTl 

(1577) 

PIIE]feS9Ayi UWA LITTIIIA DILL'BDITOIIB. 



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AI SIGNORI 

CAVALIERE FILIPPO MOISÈ 

DIBBTTOU DELL' ABCHITIO MBDICBO DI FIBBHZB 

e 

FOLCO PI VAGNONVILLE 

DILLA SOCIBTX CSHTBALB 

DI AOBIGOLTUBA, 8CIBNZB BD ABTI, DBL DIPABTIMBHTO DBL MOBD, 

8BDBHTB A DOTTAI. 



Quello ch'io veniva tra me prognosticando, si è con la 
prova avverato; cioè che U Discorso di Filippo Sasselli 
intomo al commercio coi Levantini , ch'io aveva iniUH- 
unente cercato un anno addietro , sarebbesi discoperto quando 
oltri meno dovesse aspettarselo. Cotesla mia fiducia no- 
fc^wi da ferma persuasione che una tale scrittura non pò- 
lesse non essere stata deposta da quel benemerito cittadino 
i^ GianfigUax%i che ne fu V ispiratore , nette mani del prin- 
cipe a cui richiesta forse quella dettavasi ; e che perciò do- 
^^cssecomedi necessità celarsi nelle Filze della Sezione medi- 
cea del nuovo Archivio di Stato. Comechessia , venne pur 
essa ultimaménte , e quasi nel tempo medesimo sotto gli occhi 
àeltuno e deW altro di Voi; e giacché la cortesia vostra ha 
^bUo lasciarmi il contento di esseme io stesso Veditore , 
Ft rendo ora dò che veramente è vostro , offeréndovela. 

Permettetemi un'avvertenza brevissima, e che non sarà 
forse inutUe a que* giovani che in sé provino inclinazione per 
quegli studi che tanto a noi piacciono. Taluni attribuiscono 
a mero caso le scoperte che diconsi erudite; taluni, dico tra 



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168 

t molti che dette fortune siffatte mai netta loro vita non hanno 
da rallegrarsi. Ma né anco a Voi , ora come più tardi, sor 
. rebbe un tal caso intervenuto , se V uno non passasse in co- 
desto emporio cotante ore tra le vecchie carte e rivelatrici di 
verità, perdurando nelle indagini cominciate; e t altro non 
proseguisse d'amore intelligente e operoso le tante migliaia di 
documenti che alle sue cure sono confidati. 

Del rimanente^ la novella operetta sassettiana, molto da 
me desiderata (*) e per ptu conti desiderabile , gioverà per ìa 
istoria a mostrare^ come i Fiorentini nel quinto decennio 
del principato si affaticassero a recuperare nella industria 
e nei traffichi parte di quel grado e di quella prosperità che 
la mutazione, per cosi dire, della scienza geografica e i 
mutati ordini politici avevano lor tolta irreparabilmente : per 
f economia civile , lo stato alm&io delle cognizioni di tal sorta 
in qu^ tempi: per la biografia, come Fautore di quello scritto 
vivesse nella sua gioventù più aduUa alienissimo dalla merco- 
turate come a questa si riconducesse coi pensieri quando stava 
appunto per ridonarvisi ancora con la pratica: m fine per 
f estetica , come quella sua invidiabile felicità i ingegno ornar 
sapesse di leggiadria e condire d^ inattèse eleganze ogni an- 
eAè più positivo ed arido soggetto ; senza qui dire dette nuove 
autorità o degli esempt preferibili ai già conosciuti y che i 
glossografi, come a me sembra, potranno attingervi p9r ar^- 
riechime il codice di nostra favella. 

Vivete felici. 

Firente, 90 Ottotre 18S3 

FfLIPPO-LuiGI POLIDORI. 



(*) V. ArchMo Storico Itaìkmo, Tom. IV, Par. II , pag. tn. 



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Al molto Magnifico et molto Beverendo signor mio Os- 
servandissimo, il signor Francesco Bongianni Gian- 
FiGUAzzi, cavaliere Hierosolimitano. 



MoUo Magnifico e inolio Reverendo signor mio Osservandissimo. 



Eccovi , signor cavaliere , il raccolto di quelle cose che possono 
fare a proposito del nuovo commerzio che ordina il Serenissimo 
Gran Duca nostro signore tra li sudditi suoi e le nazioni leyan- 
tioe. Dùhitomi che coloro i quali leggeranno questo discorso, non 
abbiano a fare quel giudizio di me, che Aniballe Cartaginese 
fece d' uno soGsta che in sua presenza ragionò una mattina lun- 
gamente della guerra, e molto divisò dell' uficio del generale; 
però che, domandato quello uomo .feroce, che parato gli fusse 
di quel ragionamento , rispose : avere de' suoi di veduto molti 
vecchi rimbambiti , ma uno che si fattamente bamboleggiasse , 
non mai , avendo tanto cicalato di cosa della quale niente sapeva. 
Ora 9 e' non è da dubitare che colui non sapesse più dell'arte 
della guerra , che non so io della mercatura ; però che, se bene 
io entrai una volta per il sentiero di divenire mercatante, tanto 
poco avanti camminai , e tanto tempo è che io sono al tutto fuori 
de' negozi , che a pena il notne nella memoria me ne resta. È 
il vero che io non posso altrimenti scusarmi dello avere messo 

App., Voi. IX. 22 



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170 

le maDi in qaesto discorso , il quale da aomo di molta sperienza 
pareva che s^aspettasse , se non dicendo che io non ci ho parte 
Temna, fuori che le semplici parole, essendo i concetti tutti di 
Vostra Signoria. I quali a ragione di lei si lamentano, però che 
ella da per sé stessa li arebbe fatti più Tiyamente apparire: a me 
portano eglino compassione , certi che io ho fatto per loro quanto 
io sapeva , si come io sono tenuto di faro in servizio di Vostra 
Signoria. Alla quale prego da Nostro Signore ogni contento. Di 
Fiorenza , alli [sic) di settembre H. D. L. XXVIL 



Dì V. S. Reverenda 



AffeziofuUiirimo Servitore 
Filippo Sassbtti. 



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Èagionamento di Filippo Sasséto sopra il cùmmercio 
ordinato dal Granduca Cosimo I tra i sudditi sum 
e le nazioni del Levante; diretto a Bongianni Gian- 
FiGLiAzzi, cavaliere Gerosolimitano. 



Poi che r atilità è il fine dell* una e dell' altra parte di coloro 
che per negoziare convengono insieme , egli non si può conside- 
rare che avanzo possano fare i mercatanti Toscani dal venire i 
Levantini in queste bande a contrattare le merci loro , se prima 
non apparisce quale è il guadagno che debbe condurceli; e di 
qai poi Terrà a chiarirsi il bene che debbe da ciò derivare. 

Ftima 9 si debbe considerare quanto possa in ciascuno la con- 
suetudine et un vecchio costume; e particolarmente in questo 
del convenire gli uomini tra di loro: però che e' non è dubbio 
nessuno, che con le medesime condizioni, et anche con qualche 
disavvantaggio, sempre si getterà uno faccendiere a negoziare in 
qne' luoghi dove egli è solito di traflBcare e vi ha pratiche e co- 
noscenze , che in uno altro dove mai più stato non sia e dove al- 
cuno non cognosca. Né ha qui luogo quello che per proverbio si 
dice , che le cose nuove dilettano ; intendendosi questo della co- 
gnizione, che qui non si cerca; ma l'utile e '1 guadagno solamente: 
il quale nelle cose nuove è incerto, là dove ne' negozi usati si 
conosce ad un tratto quello che sperare se ne puote. Volendo, 
adunque , condurre in questi paesi i Levantini , bisogna che e' ci 
abbiano tutte quelle sorti d'utilità, sicurtà e comodità, che e' sono 
soliti d'avere in qual si voglia altra scala d'Italia; e dell'altre 
sopra queste, che siano tali , che quasi per forza ce li traggano: 



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172 RAGIONAMENTO 

però che con le medesime condizioni, eVforranno anzi seguitare 
d'andare a Raugia, Ancona e Venezia, dove e* sono soliti di ab- 
bordare, che tentare nuova fortuna. Di che ci puote essere argo- 
mento quello che avvenne nel tempo dell' ultima guerra tra la 
Repubblica di Venezia e '1 Signore, però che una parte grande 
delle faccende di Levante che solevano farsi a Venezia, a Marsilia 
si rivolsono ; ma cessata la dificultà della guerra , non rimase 
quivi vestigio alcuno di quel negozio : che se e' fussc stato fatto 
a quel commcrzio alcuno segnalato vantaggio che avesse supe- 
rato la difìcuUà della navigazióne ed altro, forse rimanevano in 
quel luogo tutti , o buona parte di quei negozi; poi che incam- 
minati ve li aveva quella occasione. Ma non sendo alcuna cagione 
che avivi questo traffico ne' paesi nostri, bisogna cercare di con- 
durci la nazione de' Levantini , avida oltre a tutte l'altre del 
guadagno, con le tre cose nominate di sopra: ciò sono utili, si- 
curtà e commodo. 

La sicurtà e'I commodo consistono nel venire, nella stanza e 
nel tornare. Quanto a quello che appartiene al viaggio, avendo 
riguardo alla sua lunghezza , in ciò non si può fare loro alcuna 
commodità ; però che egli non è possibile che da'porti di Levante 
a Livorno non sia quella distanza che vi è : la quale è maggiore 
che non quella Gno a Raugia , Ancona e Venezia , dove essi si 
conducono e per terra e per mare, camminando e navigando per 
lo più per i paesi e mari loro. Che se il traffico dì Raugia fusse 
bastevole a spedire tutte le merci loro e a fornirli d'ogni loro 
occoirenza, corti sarebbero tutti i rimedi del tirargli altrove; 
avendo quivi ogni sorte di buono trattamento, e dazzi piacevoli 
pagando delle robe che e' conducono, e di quelle che essi trag- 
gono a ragione di quattro per cento ; là dove a Venezia pagano 
fino a dicci , che e gabella ingorda molto. Non avendo adunque in 
Raugia il pieno loro, sono sforzati di passare più avanti. E ancora 
che il puleggio fino^ a Livorno sia forse più lungo che non quello 
fino a Venezia, questo alla fine non rileverebbe molto, se non ci 
fussoro dell'altre dificultà importantissime che risguardano il capo 
della sicurtà. Però che nella navigazione di Venezia e' vengono 
a correr pericolo dalle galere di Santo Giovanni e di Santo Ste- 
fano fino al Capo d'Otranto solamente; ma entrati nel Golfo, sono 
al sicuro, se non quanto l' ira del mare nocesse loro. Nella na- 
vigazione per Toscana , oltre a' pericoli detti di sopra, ce ne sono 



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DI FILIPPO SASSETTI 173 

• 

molti altri, e passando il Farro (<tc), e pigliando la volta sopra 
risola di Sicilia» e poi solcando tulio il mare Tirreno; dove pos- 
sono essere prigioni di galere di Spagna, di Genova, di Napoli, di 
Sicilia e d'ogni altra sorte di legni armati di Cristiania E però , 
innanzi ad ogni altra cosa , bisogna tórre via questa dìGcultà ; 
però che ogni minimo impedimento che e' ricevessero in questa 
parte , sarebbe atto a conturbare questo disegno ; anzi farebbe che 
che e' non se li desse principio. Né gioverebbe al caso che uno 
vassello fusse fatto prigione , cercarne la liberazione ; però che 
e' si vede per isperienza , che uno danno simile rifare non si può 
mai a chi lo riceve: imperò che della preda a'signori de'vasselli 
molte volte non ne rimane altro che '1 nome, venendo solamente 
alle mani del publico quello che i particolari non possono appiat- 
tare, che sono lo più delle volte le cose di maggiore valuta, delle 
quali non si può rivederne il conto mai ; ma quando pure il conto 
se ne ritrovasse , gli efletti non vi sarebbero , perchè colui che .ha 
fatto buono bottino cerca sua ventura , e non aspetta che altri 
guadagni seco quello che egli ha guadagnato con altrui. Il viag- 
gio vuole , adunque , essere sicuro ; che dove si scorge il pericolo 
manifesto di perdere il capitale, non è discorso di mercatante il 
méttervisi, cercando essi di fare loro quello che non è, e non di 
perdere il proprio loro avere. E tanto basti avere detto del venire 
e del tornarsene. 

Della stanza che facessero i Turchi qua tra noi , bisognerebbe 
molto più a lungo ragionarne , se i costumi de'Cristiani con i loro 
avessero somiglianza. Poi che a loro è lecito , sanza esseme pu- 
niti, di farci nelle terre loro naK>lte ingiurie; come dare, sempre 
che il furore a ciò li spinge ; coglierci addosso qualche cagione 
per privarci di che che sia, che aggradi loro; e molte altre cose si 
fatte: tratti a ciò non tanto dal barbaro loro costume, quanto 
dal rigoglio che dà loro il grande impero , e la smisurata potenza 
onde e' si veggono a tutti gli altri soprastare ; e per ciò ogni altra 
nazione dispregiano e tengono a vile , credendo che dalla libera- 
lità loro proceda tutto quello che agli altri non usurpano. E 
qaello che è degno di maggiore considerazione, si è ( come mal 
volentieri perde il suo chi ha in cosisme di tórre l'altrui ) che 
^i vogliono , dovunque e' vanno , che a loro siano inviolabil- 
mente portati tutti quei rispetti , de' quali non vogliono agli altri 
averne: anzi, come sospettosissimi che e' sono, ad uno sguardo 



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tn RAGIONAMENTO 

che sia loro gettato addosso , temono d' ogni loro cosa ; a tale 
che in questa parte e' vogliono essere trattati amichevolmente , 
sanza che sia loro torto nn pelo in qaalonche aflàre loro. Ma 
nel traflScare si conviene assicurarli maggiormente; sì perchè 
e' non sia loro fatto aggravio nessuno nel contrattare ; e si nel- 
l'ordinare la giustizia di maniera , do?e concerne l'interesse loro, 
per le differenze che ad ogni ora possono occorrere, che e' siano 
spediti sommariamente , sanza dilazione di lunghi termini , da 
giudici intelligenti de' negozi loro: i quali abbiano per fine la 
giustitia si , ma vantaggiosamente sempre per li Levantini. Né 
fino a qui basta , ma bisogna ordinare loro un consolo, che per 
minimo consolato gli abbia in protezione; gli invii in ogni loro 
affare : e al quale , finalmente , e' ricorrano in ogni loro occor- 
renza , e sia tenuto a fornirgli di procuratore e d'avvocato. 

Con questo capo della sicurtà che si ricerca nella stanza , si 
congiugne, o ben poco se ne dilunga, la commodità; la quale 
importa grandemente, sentendosi quella noia d'ogni incommodo 
che si riceve , che si gusta mancando delle cose necessarie: e però 
non si può trapassare questo capo sanza molti avvertimenti. E 
prima , bisogna trovare modo che nello arrivare e' trovino ordini 
facilissimi per discaricare le robe loro , e del trarlo delle dogane 
( che importa più d' ogni altra cosa ) ; e poi trovino abitazioni 
convenienti e capaci per loro , con magazini dove e' possano ri- 
porre le loro merci, le quali fuori della persona loro non ose- 
rebbero di lasciare. E a questo capo riguardando dello alloggiarli 
e dare stanza per le robe che e' ci conducono, mi è parso molto 
gentile e convenevole il modo tenuto dalla citti d'Anversa nello 
alloggiare i popoli di Ostarlante e gli Inghilesi ; i quali venendo 
in quella riviera con mercanzie in flotta di 200 o più navi , sono 
ricevuti tutti, l'una nazione e l'altra separatamente, in due pa- 
lagi grandi , agiati e bene accomodati , detti da loro l' uno il 
palazzo degli Ostarlini , e l'altro degli Inghilesi : ne' quali sono 
stanze molte, e 'n ciascuna d'esse si ricovera un mercatante, 
che la trova fornita di legname da letto , di pagliericcio , desco 
e panche; ed a basso sono stanze commode per la sua mercan- 
zia : e ne' detti palagi è uno sopraciò , che serve que' forestieri di 
«tutte l'altre cose al vitto necessarie, con i danari loro; come di 
panni lini , prestandoli loro a costo ; e li serve ancora d'oste , 
provvedendo a ciascuno secondo il gusto proprio. La quale com- 



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DI FILIPPO SASSETTI 175 

modità si potrebbe dare a' Lefantini che Tenissero a Livorno, con 
. preparare loro nn ricetto simile , il quale di sopra avesse stanze 
per la persona » e di sotto fosse per ciascuno un magazìno , dove 
e' tenesse le sue merci : e 'n questa maniera verrebbero con grande 
agio alloggiati. E tutto che questa abitazione Tasse di spesa a farsi , 
il Gommerzio ne riceverebl)e tanto nome , che quando altro non 
se ne- traesse , sarebbe ciò bastevole a fare che la spesa y\ fusse 
bene impiegata ; e tanto maggiore nome li darebbe , quanto ella 
più comoda fusse e più franca. Sanza che, come di cosa fatta da 
principe grande , non se ne dee cercare altro proGtto che la ma- 
gnificenza stessa : se bene queste case assai vagliono nella somma 
del tutto, essendo cagione che i siti più popolati divengano; d*onde 
risulta la maggiore utilità che si possa desiderare a chi li pos- 
siede. 

Spediti questi due capi della sicurtà e del commodo, resta che 
si discorra dell' altro dell' utilità ; per la quale , come si è detto 
s* industriano i mercatanti , ma i Levantini principalmente. Es- 
sendo , adunque » questo il fine de' negozianti , bisogna operare 
quanto e' si può perchè e' l' ottengano. La prima cosa , adunque , 
bisogna fare conto delle spese che si tira dietro un faccendiere 
levantino , venendo a Livorno ; le quali cesserebbero in gran parte 
abbordando a Raugia , Ancona e Venezia ; ne' quai luoghi addi- 
rizzandosi , conducono per terra fino a Raugia le loro mercanzie 
sottili f insieme con la persona loro , con quel maggiore risparmio 
che fare si possa. Queste sono sete , ciambellotti, mocaiarri e altre 
cose di valuta : ma le merci più grosse , come cuoia , stiavine , 
cere , cordo?ani e somiglianti , le conducono per mare ; e 'n questa 
condotta non .sentono altra spesa che del nolo , però che solcando 
sempre marine a loro amiche , non si pigliano altra pena d'as* 
sicorarsi de' capitali , correndo poco altro pericolo che quello del 
mare. 

Ora , se bene in venendo a Livorno, e' potrebbero similmente 
condarre le merci di valore fino a Raugia , come e' fanno , e di 
qaivi in Ancona , e d'Ancona in qua condurle per terra ; primie- 
ramente» ci sarebbe questa spesa del porto d'Ancona in qua, la 
quale importa qualche cosa. Sanza che, e' potrebbe essere fatto 
loro qualche dificultà d'altri nuovi dazzi; però che, quando in 
Ancona si scorgesse che il traflico di Toscana togliesse a quello, 
forse che e' verrebbe loro pensiero di dificultare il negozio. E del 



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176 RAGIONAMENTO 

condarre qua si fatte robe per mare , non può farsene disegno : 
però che la sicurtà le .aggraverebbe troppo : cbè verrebbe cosi ca- 
ricata la mercanzia di 10 o 12 per cento al meno, che tanto co- 
steranno le sicurtà di Costantinopoli a Livorno. La quale cosa 
avverrà ancora delle merci più grosse; ma queste , come minore 
è loro v,aluta , sono di manco incommodo. Né si dee stimare che 
i Levantini siano per passarsela sanza fare sicurtà venendo a Li- 
vorno , siccome e' fanno andando in Ancona ; però che questo pu- 
leggio è troppo grande , e' pericoli sono maggiori ; nò in questo 
riguarderebbono al destino , il quale tengono che guidi le azioni 
loro sanza riparo : però che e' si vede che non ci attendono sem- 
pre; e chi di loro nelle battaglie può comparire yestito d*armi 
bianche , cerca di farlo , tutto che e' dicaìio d'avere segnato in 
fronte la sorte di loro, e che quello che ha da essere non può 
mancare. 

Essendo , adunque , maggiore la spesa del condurre le merci 
in questo luogo , che negli altri ; e' bisogna disporre il traffico di 
maniera , che e' si yegga come queste speàe si possano rinfran- 
care ; e che in oltre si scorga per loro da guadagnare. £ il gua- 
dagno che possono fare , può procedere dal publico e dal priyato, 
nell'atto stesso del negoziare. 

L' utile che dal publico viene a' faccendieri , sono i dazzi ri- 
sparmiati in tutto in parte , si delle robe che e' conducono in 
alcuno luogo , come di quelle che e' ne traggono. E questo yale 
assai per allettare V animo de' negozianti : però che quando e' si 
veggono bene trattati in questa parte, incontinente scorgono il 
manifesto guadagno ; non si trovando il più sicuro né il migliore 
avanzo di quello cbe non si spende. E sanza dubbio veruno, che 
se il commerzio di Livorno fusse esente per li Levantini, e' pi- 
glierebbe tanta riputazione , che tosto se ne scorgerebbe il beni- 
fizio ; ma non si facendo franco assolutamente , i dazzi vogliono 
essere tali , che ad un tratto si scorga il vantaggio che è fatto 
loro qui dagli altri luoghi. Né é da lasciare indietro , che più 
facilità arrecherà al negozio il leyare a' ministri V autorità delle 
stime delle mercanzie, ponendo il dazio alla roba, e non alla 
yaluta , come in molti luoghi si costuma ; e in Ancona partico- 
larmente da, non molto indietro , dove una balla di mercanzia 
sottile pagava un ducato, fusse poi di che valore sì volesse: ma 
dove si ha a pagare un tanto per cento secondo il giudizio di 



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DI FILIPPO SÀSSBTTI 177 

chi riceve , sempre mai pare a chi paga di restare aggravato , e 
lamentasi. Ma fatte e determinate V esenzioDi , qualuacbe elle 
s'abbiano ad essere (la resoluzione della quale cosa s'aspetta a 
chi è sapremo ) , e* bisogna che elle siano inviolabilmente osser- 
vate da coloro che sono proposti ad essegnirle : i quali molte 
volte» tratti dal fare che l'entrate creschino una minima cosa, 
stimando cosi essere riputati valenti e d'assai, stìracchiono le 
leggi , dando loro sinistre interpretazioni ; fanno del bianco nero , 
e spaventano ciascuno che capita loro avanti. Di che sarebbero 
molto più che e* non sono fatti certi i superiori, se a' mercatanti 
non mettesse conto il perdere più tosto poco di cosa,' che molto 
di tempo , nel cercare di rilevarsi ora di questo e ora di quello 
danno che per si fatto modo ricevono. 

L'altro capo dell'utilità che gustano i mercatanti forestieri 
andando in alcuno luogo con mercanzie , depende da due cose 
principalmente : l' una si è , che e' trovino con prestezza da spe- 
dire le merci che e' portano ; e l'altra , che egli abbiano commodo 
di rinvestire gli assegnamenti loro sanza che per questa cagione 
e* siano costretti d'andare altrove. 

Le mercanzie loro avrebbero esito a Livorno facilissimamente; 
però che potendoci recare ciambellotti , sete , cuoia , cere, cordo- 
vani e montoni , tutti con agevolezza si smaltirebbono ; le sete e 
ciambellotti, per Francia e per Fiandra, che da Pisa o Livorno 
vi si condurrebbero con tanta commodità, e maggiore, che d'An- 
cona e dell'altre scale. I pellami di tutte le sorti sono in tanta 
reputazione ne' paesi nostri , che i poveri se ne lai&entano. Spe- 
zierie e cere , se ce ne recassero, arebbero esito similmente ; né 
a Livorno mancherebbe il concorso de' mercatanti che le compe- 
rassero, di Fiorenza, di Lucca e di Genova. Di maniera tale che, 
e' ci resta a considerare solamente se i Levantini si potrebbero 
fornire a Livorno di quello che fa di bisogno loro per portar in 
Levante. 

Le merci che pigliano i Turchi e' Giudei per quel paese sono 
la maggiore parte pannine, drappi e chermisi. Nel provvedere il 
chermisi , arebbono in Livorno queste ingenerazioni vantaggio 
maggiore che in qual si voglia altro luogo del mondo; uscendo 
di quivi la maggior parte di quello che va in Levante , e tutto 
finalmente quello che non vi va da Venezia : nel quale luogo, con- 
dotto d'Anversa per terra, costa molto più di quello che viene 

àpp.. Tot. IX. 23 



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178 RAGIONAMENTO . 

dì Spagna a Liyorno addirittura ; e pigliandolo in detto luogo di 
Livorno , verrebbero a guadagnare tutto quello che ha di spesa 
la detta mercanzia nel condursi di quello luogo fino in Ancona: 
che è cosa di qualche considerazione , essendoci gabelle , proT- 
yisioni e condotte. 

La drapperia che domandano i Levantini , sono , il forte, rasi 
di Firenze e drappi di Lucca , abbordando in Ancona. Ma andando 
a Venezia , non possono pigliare che de' Veneziani : ora , nel ye- 
nire a Livorno , e' si fomirebbono con facilità grande di che sorte 
e' volessero : e caso che quivi non si satisfacessero , potrebbono 
con poco sconcio venire fino a Firenze, spendendosi poco più di 
uno giorno di tempo, con poco maggiore costo d'uno scodo; 
dove a mostra aperta farebbero il fatto loro , con allegrezza delle 
arti. E 1 somigliante potrebbero fare volendosi sodisfare de'drappi 
di Lucca. 

Le pannine delle quali e' fanno stima , sono la maggior parte 
di Ponente • qualcuna di Fiorenza e molte delle Veneziane. Delle 
pannine di Ponente si forniscono i Levantini con facilità in tutte 
le scale dove e' sono soliti di smontare , trovandone in Raugìa , 
Ancona e 'n Venezia; né a Livorno o Pisa arebbono dificultà 
per fornirsene , conducéndovisi con quella facilità e maggiore, che 
elle si conducono in tutti gli altri luoghi dove elle vanno ; non 
costando più il porto d' una balla di panni d'Anversa fino a Pisa 
o a Lucca , che ella si costi d'Anversa fino in Ancona: anzi ver- 
rebbe meno se questa mercanzia fivesse ella ancora qualche beni- 
fizio dal publico nelle gabelle; ma quando questo seguisse, si 
condurrebbero forse a Pisa de' mercanti Todeschi e Fiamminghi , 
come ne sono in Venezia molti , e in Ancona ne sono stati e forse 
ne sono al presente. 

Quelle pannine di Firenze che sono comperate da Levantini, 
nessuno è che non vegga quanto elie costerebbono loro meno pi- 
gliandole qui la detta nazione , che in Ancona o altrove ; e però 
Sì lascerà di più favellarne. 

Delle pannine di Venezia non ci sarebbe il commodo a prov- 
vederli già , se però i lanaiuoli fiorentini non si disponessero di 
lavorare con la lana spagnoola de' panni alla veneziana ; si come 
alcuno pare che abbia fatto , e sono fino a qui piaciuti molls. B 
cerio, che e' non ci dovrebbe mancare cosa veruna a questo eflbtlo, 
non sendo imaginabile , non che credibile , che e* non ci si 



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DI FILIPPO BASSETTI 179 

afeflsero a sapere condarre in quella finezza e bontà che a Ve- 
, oeua li conducono : ma qui lavorati doverebbono aver re$ito più 
facile ; però che coloro che ne fabricheranno in Firenze se li tro- 
veranno costare molto meno che a' Veneziani non fanno i loro ; 
però che la lana che là si lavora esce tutta di qui, e per con- 
durvisi si carica di spesa per conto del porto e delle gabelle, che 
non sono piccole. 

In questa maniera , adunque , verrebbero i Levantini a restare 
accomodati in questa scala d^ogni loro bisogno ; né converrebbero, 
avendo spedito quello che e' ci condussero , partirsi di qui , e an- 
dare discosto cercando i bisogni loro; come avviene e in Raugia 
et in Ancona , dove molte volte fatti gli assegnamenti, se ne vanno 
a Venezia a provvedere le merci per Levante , non trovando quivi 
il pieno loro. Egli è bene il vero , che molte volte questo prQjcede 
non tanto dal mancamento che e' trovino di mercanzie da potere 
rinvestire gli assegnamenti fatti , quanto dal volere fuggire l' in- 
gorda gabella di Venezia : la quale vengono a risparmiare non vi 
portando loro robe. 

Fino a qui abbiamo veduto a quali cose bisogni avere riguardo 
volendo condurre i Levantini a negoziare ne' paesi nostri. Ma egli 
Don si dee già stimare che questo fusse per succedere in picciolo 
spazio di tempo ; essendo tale la natura della più parte delle cose 
create, che il principio loro è minore dello accrescimento, del quale 
è lo stato maggiore: d'onde finalmente elle tornano ii scemare : 
ma sarebbe bene assai che il negozio s'avviasse , e che il trat- 
tamento buono desse a' mercatanti cagione d'andarlo ogni giorno 
accrescendo. 

Resta adesso che si vegga che utilità sia per arrecare alla 
Toscana , e alla città di Fiorenza particolarmente , questo negozio. 
Questa utilità può dependere da due capi principali : l'uno dal 
vraire i Levantini in questi paesi; e l'altro, dal potere noi an- 
dare in Levante , supponendo che la franchigia abbia a essere cosi 
data a noi per i paesi loro, come a loro per i paesi nostri. 

li venire i Levantini in Toscana ci arreca due profitti : uno 
ci viene dal condurci delle robe loro; e l'altro dal riportarne in- 
dietro delle nostre. 

Le robe che e' ci conducessero , sarebbero cagione di profitto 
a' nostri paesi e agli abitatori per cagione della abbondanza d'esse; 
onde elle si verrebbero a comperare a più dolci prezzi : però che. 



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180 RAGIONAMENTO 

consumàndocisi di tutte assai o poche, e non ce ne venendo se 
non quelle che ci 3ono condotte da mercatanti cristiani , e' non 
è dubbio veruno che noi venghiamo a comperarlo a maggior 
pregio, che se noi le pigliassimo immediatamente da coloro che 
le conducono; però che per quante più mani elle passano, più 
vengono a caricarsi di spesa. Oltre a che , ciascuno vuole in traf- 
ficando guadagnare: che se uno mercatante compererà in Anco- 
na , per cagione d'esempio , de' cordovani da uno Turco o Ebreo 
a fiorini 38 il cento , questi conducendoli qui yorrà prima cavarne 
il suo capitale, le spese che vi saranno, et anche vorrà gnadagnaryi 
sopra; a tale che noi non potremo trargli delle mani la detta 
mercanzia a fiorini 44; che fa differenza 6 in 44: il quale disav- 
vantaggio verrà a cessare se e' saranno condotti a Livorno, e 
quivi venduti da coloro che li vendono in Ancona la prima volta. 
£ quello che di questa merce si dice, avviene di tutte l'altre che 
ci si conducono passando esse per diverse mani, costandoci tutte 
più ali'avvenante, secondo che e' si è dimostrato. 

Del trarre i Levantini di qua delle mercanzie nostre , non è 
chi non vegga se ce ne viene guadagno o no; si che e' non oc- 
corre molto affaticarsi provandolo. £ che per questo rispetto ne 
russe per uscire somma maggiore che e' non esce di presente, si 
scorge manifestamente; però che giunti che saranno costoro a 
Livorno, come egli aranno compero il chermisi che e' vogliono, 
e preso quella parte delle pannine di Ponente che fa loro di 
mestiere , di quello che avanzasse loro saranno stretti a pigliarne 
tanti de' nostri drappi : i quali certa cosa è che non si spedireb- 
bono, se quelli di questa nazione che verranno qua, andassero in 
quel cambio a Venezia o in Ancona. Né si stimi veruno che l'esito 
che hanno adesso le nostre mercanzie per Ancona, andasse sce- 
mando per avviarsi questo altro; però che, come da basso si mo- 
strerrà, il traffico di Toscana farà giuoco e non danno a quello 
d'Ancona. 

Ma dal potére i mercatanti toscani andare in Levante, ce ne 
resulterà via maggiore utilità, che quella non é che si è dimo- 
strata fino qui , per le cagioni che noi diremo. 

È, adunque, da sapere, che coloro ì quali stanno su la mer- 
canzia e veramente mercanti possono addomandarsi, cercano il 
profitto e l'avanzo, non solo cavando di qua le merci che sono 
prodotte dall'arte e dalla natura, ma conducendoci quelle che 



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DI FILIPPO SASSETTI 181 

abboDdano negli altroi , dèlie quali do! abbiamo di bisogno , o che 
di qni si portano altrove con facilità maggiore : come delle lane 
interyiene; le quali in Fiorenza di Spagna condotte, hanno esito 
non solo nella cittA , ma di qui passano nella Marca, a Venezia, a 
Rangia e 'n luoghi altri molti. Ora, egli non è dubbio yeruno , che 
per questo nuovo commerzio viene profltto ne'mercanti fiorentini e 
di tutta Toscana , si nel condurre qua le merci di Levante , e sì 
nel condurre in Levante quelle che sono prodotte da'paesi nostri. 
Primieramente, perché essendoci noi assuefatti in tal maniera, che 
noi non possiamo o vogliamo vivere sanza le cose che di là vengo- 
DO, noi le provveggiamo in tutti quei modi che di farlo abbiamo la 
podestà ; e cosi vengono a costarci il doppio più, in certa maniera, 
di quello che non è il pregio ordinario loro. Imperò che , andando 
a provvederle un sopracarico di alcuùa nave , che porta danari in 
accomandita di questo mercatante e di quello, subito che costui 
giugne, egli cerca di spedirsi: uè di fare anche altrimenti gli sa- 
rebbe conceduto, avendo le navi la loro determinata stallia nel 
porto dove elle vanno di 40 o di 50 giorni ; dentro al quale tempo 
conviene il sopracarico fare ogni sua faccenda, non volendo che la 
spesa di .tutta la nave addosso li rimanga, si come li avverrebbe se, 
per sua diffalta , ella non potesse a quel tempo essere alla vela. 
Giunto, adunque, il sopracarico in alcuna scala, subito 'dà opera di 
spedirsi; e non potendo avere il pepe, lino, cuoia o altra merce, a 
prezzi che bisognerebbono per potervi sopra alcuno guadagno fare, 
compera, a quello pregio che e' pUò, anzi a quello stesso che vuole 
colui che vende. Imperò che, sapendosi che al sopracarico è forza 
lo spedirsi, lo straneggia, e sostiene la propia mercanzia a modo 
suo: d'onde il povero mercante, che alla partenza aggiustò i 
prezzi con i quali si poteva alcuno guadagno fare, si trova bene 
spesso tanto caro costarli la sua merce, che egli ne salda il conto 
a disavanzi. Anzi (che è meglio], avendo molte volte dato com- 
messione che li siano, de' danari suoi, comperali pepi o altra 
cosa ; però che quella volta stato non ve ne sarà, il sopracarico , 
che in ogni evento vuole la commessione libera per guadagnare 
la provvisione, li compera d'una qualche stravagante merce, 
della quale non rivedrà un danaio in viso già mai. 

Ma, che diremo noi delle mercanzie che si mandano in quei 
paesi, e del danno che se ne riceve? Molti il sanno,, i quali 
hanno sperimentato V incetta de' panni ; i quali giunti in que' paesi. 



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182 RAGiONAMENTO 

d'onde sapevaoo i Mori che e' non erano per tornare in Italia , e 
che quivi non potcya lungamente stare chi portati ve li aveva , 
sono stati avviliti di maniera , che in migliore condizione vi era 
il debito che tale mercanzia. E '1 somigliante avriene dell'altre 
che yi si portano. E di qui è che quel proverbiò del raddoppiare 
il suo sanza andare in Levante, non si dice se non per motteg- 
gio ; perciò che in ogni altro paese si è fatto meglio , da un petzo 
in qua: e le cose che adesso si raccontano degli avoli nostri e 
delle tante ricchezze là fatte, sono oggi riputate favolose, veden- 
dosi la sperienza in contrario. Poi che molte volte interviene che 
coloro i quali mandano in Levante , non ritornano sul capitale ; 
che viene dalle cagioni dette di sopra, e anche dalla natura di 
molti i quali da più anni in qua hanno inteso a questi viaggi con 
poco loro onore , mala fama de' mercanti fiorentini , cattiva opi- 
nione di quel negozio, e danno di chi si è fidato di loro. 

Ora, egli non è dubbio veruno, che avendo i mercatanti nostri 
scala franca in Levante, che tutte queste dificoltà verrebbero ad es- 
sere levate via, potendosi quel negozio trattare d'altra maniera che 
per le mani de' passeggieri , che portano con esso loro tutte le dìfi- 
cultà dette di sopra. Però che i principali mercatanti di queste piaz- 
ze , che non hanno altra dificultà che di impiegare le facoltà loro con 
isperanza di profittò, molto volentieri apriranno.casa in Alessandria, 
Costantinopoli, Aleppo, Tripoli e Baruti, et altri porti del Levan- 
te; si come noi veggiamo fatto da' Veneziani e da'Rangei , i quali con 
profitto loro sono sparsi per tutto Oriente. E cosi de' nostri adi- 
verrebbe : imperò che, stando in alcuno de' predetti luoghi fer- 
mamente , e quivi con casa aperta negoziando , farebbero Tincette 
a profitto e commodità loro; e non avendo a stare a posta di navi 
che fossero alla spedizione, non sarebbero stangheggiati da'Mori: 
ma, alla giunta delle carovane, allora che sono le merci che di 
là vengono a più vile pregio, compererebbero per conto loro e 
d'altri quelle mercanzie che di più profitto giudicassero; e queste 
poi, secondo l'occasione de'vasselli, caricherebbero, con tutti i 
maggiori commodi e guadagni che e' sapessero desiderare. K vera- 
mente che quando altro bene non uscisse di questo negozio per 
i mercatanti Toscani che questo delle mercanzie che di là vengo- 
no , si varrebbe la pena del tirare avanti questo commenio. 

Ma al profitto raccontato pure ora, si aggiugn^rebbe quello che 
si farebbe sopra le mercanzie che di qua escono e 'n Levante si 



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DI FILIPPO SASSETTl 183 

conducono. E veramente che qaesto è qoel commodo che si dee 
considerare sopra tutti gli altri in questo fatto. Però che, alla 
fine , non sarebbe impossibile cosa che noi vivessimo senza le 
merci che vengono di Levante : che quanto è per le spezierie , 
di Portogallo ne vengono altressi in quantità maggiore; e de' Uni 
nascono eziamdio ne' paesi nostri ; ma la maggiore o minore spe- 
dizione delle merci che sono prodotte qui o dalla natura o dal- 
Tarte, importa bene assai alla grandezza del paese; però che 
moltiplicando Farti crescono le ricchezze , e da ciò nasce la mol- 
titudine deUe genti. Ora, egli non è da dubitare che in Leyante 
non abbia a essere maggiore la spedizione de' panni e de' drappi, 
e a prezzi più vivi, se i nostri mercatanti vi potranno fare stanza 
continova , che adesso che elle vi sono portate da passeggieri , i 
quali sono astretti , vogliano o no, a dare loro esito dentro a 
ho giorni: ma colui che vi sta fermamente, aspetta egli l'occa- 
sione del vendere , e non fa che il volere vendere ad ogni modo 
sia occasione di comperare. 

Né si debbo alcuno imaginare che il negozio il quale si av- 
viasse a Livorno, potesse in parte alcuna diminuire l'esito che 
hanno le nostre mercanzie con i medesimi Levantini per la scala 
d'Ancona: anzi si debbo stimare che egli sia per accrescere. Però 
che, si come i mercatanti toscani che negoziano di presente in 
' diverse parti del mondo , per aprirsi il traffico di Levante e at- 
tenderci, non lasceranno di negoziare dove e' negoziano di presente, 
anzi seguiteranno con più commodo ^ facendo l'una casa all'altra 
benifizio ; cosi si dee credere che de' Levantini abbia a 'nterve- 
nire , i quali avendo in Italia fino a qui due scale , ci si Tolgono 
con quei negozi solamente che e' pensano potercisi fare con age- 
volezza; ma aprendosi la terza, accresceranno con questa com- 
modità le faccende. Ma il fatto consiste nello industriarsi a fare 
qui le mercanzie che piacciano loro, come panni e drappi; e poi 
studiarsi di mantenerli in quella bontà medesima , per non dare 
loro occasione di non le volere : 6ome de' panni sopramani inter- 
venne, de' quali si faceva già in Firenze fino al numero di mille; 
ma cominciando poi e' nostri lanaiuoli a lasciarsi trasportare dalla 
voglia del troppo guadagnare, indolorosirono quella pannina di 
maniera , e a tanta malizia la condussero , che la maestranza 
se ne è perduta. Ma la scala d'Ancona, dove sono accostumati di 
andare i Levantini e vi hanno delle pratiche e conoscenze, farà 



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184 RAGIONAMENTO DI F. BASSETTI 

fayore a questa ; e questa alla ancoDetana ; potendo Tooo Le- 
vantioo con Taltro commettere robe , e fare incette tra loro , sì 
delle robe che e' recassero di Leyante , come di quello che e' traes- 
sero de' paesi nostri.: che quanto più si rivolgono le facultà da 
che elle escono fino a che elle ritornano nel possessore loro» tanto 
è maggiore il profitto de' mercanti. 



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VOCI E MANIERE DEGNE DI OSSERVAZIONE 



Abboidabb. Nel senso di Prender lerra , Approdare; come anche nel- 
l'oso odierno. Talché , non sarà stalo il primo a metterlo in carte 
quel famoso detrattole del purismo, Francesco Torti ; come ora mi 
accade di vedere in una sua lettera a stampa : « I quali (parla dei 
Greci antichi) si pretende abbordassero i primi sulle coste della no- 
stra Penisola » (Cento lettere inedite di nomini illustri , direste a 
G. B. Vermiglioli ; Perugia 1842). Fa, poi, maraviglia il non tro- 
vare questa significazione nel Vocabolario di marina di Simone 
Stratìco. — Vedasi il nostro autore » a pag. 172 ver. 2 , pag. 17tf 
ver. 23, e pag. 178 ver. 7. 

A MOSTKA APBBTA , avvorbialm. V. Mostba. 

AssBGHAMBHTO. Per Somma determinata di danaro o d'altro valsente, 
e destinala ad un uso qualsiasi. Onde le frasi Fare e Rinoeilire 
gli (usegnametUi. A pag. 177 ver. 18 , e pag. 179, ver. 12 e 16. 

Casa. Per Casa di negoiio. La Cresca, che registrò questo modo , non 
accenna a cotal senso ch'esso nome può ricevere anche adoperato 
assolutamente, e che tale è senz'altro a pag. 183 ver. 25; dove la 
chiarezza dell'autografo non fa luogo al dubbio , che in taluno pur 
nacque , che dovesse leggersi coso. 

Capralb. Ritornare euleapitak. Modo notabile e non osservato, a cui 
Tuso odierno dà per sinonimi : Ritornare- sul suo ; Rientrare in o 
ne'denari ; Rientrare ne' suoi ; Rifarsi delle spese ; Rifarsi ; e forse 
qualche altro. A pag. 182 ver. il. 

Consolato snst. Per lo Diritto che si paga ad un consolo. A pag. 174 
ver. 12. -^ Esempio da potersi aggiungere a quello del Davanzali. 

Corto. Saldare U conto a dieaioanMi. Frase notabile, e di chiaro senso. 
A pag. 181 ver. 80. 

Oabb. Assoluto , per Dar busse , Percuotere. Non sarebbe , io credo , 
inutile l'esempio ch'ò a pag. 173 ver. 27, dovendo separarsene 
tulli quelli ove le accompagnature de' nomi ne rendono la forma 
ed anche il significato diversi. E per essere più esplicito , il « da- 

Jrp.,Vol.IX. 24 



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186 VOCI E MANIERE 

ròllene taote », e « tanto le die. . . . pagoa e calci » del Boc- 
caccio; ec. 

Disavanzo. Saldare il conto a dUavariMi. V. Conto. 

Dolce , add. Detto , con bella metafora , de* prei2i. A pag. 179 Ter. S9. 

Drappbbu. Luogo da poter servire d'esempio, a pag. 178 ver. 6. 

Faccbndibbb. a significare, generalmente. Uomo od Ogni sorta d'ao- 
mini tra quelli i quali, comechessia, si affaccendano nei traflBci. 
A pag. 171 ver. Itf , pag. 175 ver. 20, e pag. 176 ver. 22. — Qaesta 
voce dovè aver vita nell'oso di qoel tempo, e il Sassetti non fa 
^ certamente il primo a metterla in iscritto; poiché anche Taatore 
delia Storiella d'J^mpoIi stampata nell'Odeporico del Lami , cosi 
scrive : « Gorregli appresso {a detta terra) .... il bel fiume e ce- 
c lebre d'Arno , il quale peTaccendieri^ de'quali la terra è piena, 
« porta non piccola utilità ». Ed anche : « Intorno ec. erano sei 
« grandi casamenti , senza le casuole de' faccendieri per necessiti 
ff edificate ». 

Flotta. Che i pia antichi italiani invece di celesta voce portoghese , 
adoperassero etuolo , avemmo gii occasione di avvertirlo in questa 
Appendice all'Arch. Stor. Ital. , Tom. I, pag. Itti. Ma se prima del 
Galileo e del Redi avevano fatto uso il n. a. , prima ancora di lui 
introdncevala nelle scritture toscane (benché corrotta in frotta) il 
navigatore Giovanni da Empoli. Di che pur vedi questa stessa Ap- 
pendice, Tom. Ili, pag. 74. — Pìotla , però , scrive più d'una volta 
il Sassetti in più d'una delle sue Lettere finora inedite ; e nèl- 
Tesempio datoci a pag. 174 ver. 20, ò altresì da avvertirsi il modo 
avverbiale in flotta, nel quale essa voce diventa sinonima di Con- 
voglio. 

Indolobosub. Mutare di buono in reo^ Incattivire. A pag. 183 ver. 86. — 
Giova a questo proposilo ricordare i « vitigni dolorosi » di Franco 
Sacchetti. V. il Vocab. di Verona , alla v. Doloroeo. 

Ingbnbbazionb. Per Qualità o generazione d'uomini , Nazione; — a 
pag. 177 ver. 36 ; — come anco in una delle sue Lettere finora 
inedite: « Questa virtù (deU' amicizia ) in questi paesi t^ sì fuj^a come 
« la mala biscia, per la pessima natura che fruga questa ingenera- 
€ zione ». ( V. Àreh. Star. /lai. , Tom. IV, Par. Il , pag. lxt. ) 

Inoobdo. Elegantemente usato come addiett. di Gabella , a pag. m 
ver. 30, e pag. 170 ver. 16. — G. Cavalcanti disse « ingorde 
poste » nel senso di gravezze ; ed anche a ingordo peso » e « in- 
gorda soma ». 

Mabstbanza. per Maestria, Magisterio , Il saper fare. Esempio di tutta 
certezza a pag. 183 ver. 37. 



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DEGNE D*08SERVAZI0NE t87 

MoCAUBpo. Lo 8lM8o che Mooaìardo, Mocaiardo e Gamoianio; ed è 
forse qael nome medesimo che dai mereanli di panoiae lombardi, 
romani ed anehe seoesl, al tempo de' padri nostri, pronansiavasi 
Jmoir. A pag. 178 ?er. 2tf. 

Moanu. Dal signifioaio che la .Grosea dichiara £«090 i$U8 boiUghe, 
490# fi Infimo le iMrcatanaie perchè nén veénUi^ e la Disteia delle 
mMfaiMM, pare che si formasse il modo , non registrato , A mo« 
ariA Anvfkf Toleado alladere all'abbondansa e al facile conosci- 
mento delle cose da comprarsi. Ne fa «so il n. a. alla pag. 178 
ver. 18. 

PaUiAI». Nome collettivo delle pelli staccate dagli animali. Esempio 
«tilò a pag. 177 yer.S5»^ Ad altri il disputare se questa voce 
possa adattarsi tanto alle pelli greaze come alle conce , od anche 
alle preziose; e cosi della saa differenza da Gojame; ec. 

PucKTOLB. add. Detto elegantemente dei dazi. A pag. 172 ver. 17. 

PuLBoaio. Per lo stasso che Fileggio. Nel Vocab. del Manazzi se ne 
recano esempi del giovane Marcello Adriani : tattavia sarebbe da 
far caso anche di quelli del n. a. , pag. 172 ver. 32 , e pag. 176 
ver. 8. 

RAimopnABB Raddoppiare il euo senta andare in Levante. Modo prover- 
biale , di coi vedi pag. 182 ver. 5. 
RnoBiiABB. Ritornare tul capitale. V. CAPrrALB. 

Saldàbb* Saldare U conto a disavanzi. V. Goirro. 

Scila. Per Porto di mare , altro Luogo ove possa approdarsi e sbar- 
carsi ; ed anche per significare Gittà Terra la quale abbia porto. 
Esempi non inutili a pag. 178 ver. 19 , pag. 179 ver. 9 , pag. 181 
ver. 22 , pag. 183. ver. 20 , 27 e 38. 

$. Scala franca , e Avere scala franca. Non ò da trascurarsi 
r esemplo offertoci dal n. a. , pag. 182 ver. 17. 

SoPBACABico. Per Golui che s'imbarca per guardia e governo delle merci 
caricate sopra un naviglio. E lo Stratico : - Uomo che si mette nel 
bastimento per custodia di generi e mercanxicy d'altro oggetto, per 
soprintendervi. - Esempi da giovarsene, a pag. 181 ver. 14, 19, 
22, 26 e 33. 

SoPBAMAiio. Adoperato e declinato al plorale a guisa di addiett., e colla 
significazione di Eccellente, Della miglior qualità (oggi direbbesi 
Sopraffino, e di certe merci, come della seta ec. , Sublime). Bel- 
Tesempio a pag. 183 ver. 33. 

Stallìa. Term. marinaresco (e della Mercatura può aggiungersi), la 
cui definizione ò nei Vocabolari dell'Alberti e dello Stratico (vedi 



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188 VOCI £ MANIERE bg. 

io quest'animo StaìUa e SoproitaUia) ; e l'esempio può preodeni 
dal n. a. , pag. 181 Ter, 17. 

Stangbbmiame. Verbo registrato, ma sensa esempi, dalla Crusca ; onde 
paó profittarsi di quello che trovasi a pag. 182 ver. 29, anche per 
renderne più estensiva la dichiarazione ; come sardibe : Trattar 
male o daramente nelle contrattazioni , ee. — Diversa forza ha 
questo verbo nell'esempio dell'Aretino allegato nel Voeab. dell'AC 
berti; sempre però ineludente l'idea del voler sopraffiure e recare 
altrui danno in ciò che spetta a interesse. 

Stbanbogurb. Voce non registrata. L' esempio dimostra come tenesse 

un tempo le veci dello Straniare e Sfranare deiroso vivente , per 

Trattare da straniero ; e delle contrattazioni parlando (per qoella 

. ragione od ingiuria che ognuno comprende) , Chiedere maggior 

prezzo, od offrirne un minore del convenevole. A pag. 181 ver. 87. 

VsnBB. De' prezzi parlando , accenna al finale risultato de'cooti , ed 

equivale talvolta a Costare. Vedasi a pag. 178 ver. 24. 
Vivo. Agg. di prezzo, per Sostenuto , Vantaggioso. A pag. 183 ver. 11 



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STUDI STORICI E BIBLIOGRAFICI 



SOFIA 



GLI STATUTI DE' COMUNI ITALIANI 



CB8ABB «CASTI 



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I. Statato della Val d'Ambra del MCCVIII, del conte 
Guido Guerra III , e 

II. Ordinamenti pei fedeli di Vallombrosa, degli an- 
ni MCCLIIIe MCCLXIII, degli abbati Tesawro di 
Beccaria e Pievano ; preceduti da ricerche critiche 
intorno ai medesimi, e da vari pensieri mila pro- 
posta fatta nel Congresso veneziano degli Scienziati 
nel M. DCCC, XLVII , intorno ad una raccolta 
generale dei nostri Statuti, di Francesco Bonaini. 
— Pisa, Tipografia Nistri, 1851. (Estratti dal 
Voi. II degli Annali deW Università Toscana). 



Quasi preparaxione ai grandi lavori sa gli Statali della città 
di Pisa, il cui primo volume speriamo che non indugi molto a 
comparire » rolle il. professor Bonaini pubblicare quello che il 
conte Guido da Modigliana diede nei primi anni del secolo XIII 
ai suoi Tassali! della Valdambra , e l'altro che Tesauro di Bec- 
caria e Pievano, abati di Vallombrosa, fermarono per i loro fedeli 
appena varcata la metà di quel secolo. Nò quei legislatori né quei 
Comuni tengono certamente nell* istoria un luogo eminente ; ma 
U loro codice ( se non sia troppo superba parola ] non manca d'im- 
portanza ; poiché , al pari dello statuto de'più grandi Comuni , 
contiene la dichiarazione delle buone antiche consuetudini per cui 
le libertà si fondarono e si mantennero , ed accenna a quei mu- 
tamenti per cai gli uomini prima che le leggi passarono dalla li- 
bertà al vassallaggio, dal quale fu.agevol cosa trapassare alla 
compiuta soggezione. Io credo anzi, che a studiare con un tale 



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192 STUDI STORICI fe BIBLIOGRAFICI 

iotendimento Ta storia dei Comuni» e a viemeglio comprenderla, 
più giovi il ricercare le costituzioni dei piccioli che dei grandi ; 
poiché se a sottomettere Firenze , Pisa , Siena, furon di mestieri 
lunghe guerre, assedi ostinati , arti proditorie ; per imporre il giogo 
alle minori terre si usò di proteggerle , carezzarle , sforzarle in- 
somma a libera dedizione : quindi, se alle prime parve fatta grave 
ingiuria , sembrò arrecato alle altre un segnalato beneficio; e gli 
stessi storici , che levarono un gran compianto su le illustri de- 
funte, lasciaron morire obliato, illacrimato, questo povero volgo. 

Le leggi costitutive del Comune , che da prima si compendia- 
rono nella formula del giuramento prestato dai Consoli o da chi 
sotto qualsiasi nome prendeva a governare un popolo ; le leggi 
contro i delitti , che per lo più si saldarono dagli aventi con l'oro 
(giustizia da barbari ] ; le leggi civili , in cui quasi ritrovi tutte 
le disposizioni del diritto romano poco o nulla offeso dalle soprav- 
venute invasioni straniere ; le leggi fiscali , sole inesorabili ed 
uguali per tutti; le disposizioni attenenti alla polizia de'costnmi, 
della sanità , dei campi , più minuziose che provvide , e della per- 
sonale libertà non punto amiche : tutte queste leggi porsero laif;a 
materia di ricerche critiche al dotto editore, che a me piace piutto- 
sto di seguitare nelle disquisizioni storiche , come oggetto meglio 
conforme a' miei studi e al libro per cui prendo a scrivere. 

Guido Guerra III è il conte di Modigliana che dà lo statuto ai 
suoi fedeli ilei Bucine , Caposelvi , Torre di Santa Reparata, Pogi, 
Galatrona, Rennola; tutte terre della viscontea di Valdambra: 
statuto che il potestà , eletto dal medesimo conte , giura pensanti 
evangeli di osservare senza frode, e specialmente per ciò che spetta 
alla conservazione del suo signore , della moglie e de'figli. E pare 
che donna a questo Guido , detto anche il vecchio , fosse la Gual- 
drada del celebre Bellincion Berti de'Ravignani ; ma non pare che 
a formare quella unione intervenisse il consiglio d'Ottone IV, co- 
me qualcfie cronista racconta. « Lo imperadore (cosi il Villani ) 
« veggendo le belle donne della città , che in santa Reparata per 
cr lui erano rannate , questa pulcella ( Gualdrada ) più piaoqae 
a allo 'mperadore: e '1 padre di lei dicendo allo 'mperadore, ch'egli 
a avea podere di fargliele basciare , la donzella rispose , che già 
<r mai uomo vivente la bascerebbe , se non fosse suo marito. Per 
a la quale parola lo 'mperadore molto la commendò; e il conte 
e Guido , preso d'amore di lei per la sua avvenentezza, e per con- 



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SOPRA GLI STATUTI ITALIANI 193 

f siglìo del detto Otto imperadore , la si fece a moglie (1) ». Ma 
se nel 1209 accadde la Tenuta di Ottone. in Firenze, il racconto 
e favola ; che il Repetti ci ba mostrato come diciannove anni 
aTanti, Gaaldrada e Guido eran congiunti, e Gn del 1196 ave- 
?aoo figliuolanza (2). 
Bwma chiamò rAlighieri questa Gualdrada (3) ; lo che dà al 
. Bonaini il diritto di chiamar consorte di lei avventuroso questo 
conte Guido (k) : ma egli dovette in vero esserne degno. È cosa che 
merita osservazione il vedere un signore di feudo , che in. cambio 
d'imporre autorevolmente una legge ai soggetti , dice loro Fate- 
vela; e non ai. riserba che il diritto di approvarla. Factum (cosi 
leggiamo a pie del Codice) fuit hoc Statutwn et compktum apud 
ValkttoU per Bonaiutum de Ruginata, Bentivengnatn Gilii de Buci- 
no, Guidottum Bencivennem, Bencivenne Mancini de Turre Sancte 
Reparate, Bonaiutum Ridi de Capo Seit», et Venutum Axxi de Ca- 
poie/m, Cioncolum Porcelli, lovannem Latini de Poge . Martinum 
AuoU, Brandinum Bucinelli de Galatromif Benentendem Rubei et 
Unum Albertini de Rennoia , mandato domini comitis Guidonie de 
MutiUiana, ci eorreptum per eundem domittum comitem; sub annie 
Domini miUesimo ducenteeimo ottavo, indictione XI, die martis, 
XI mensis decembris. a. Veramente (dice l'editore) per questa ricor- 
« danza si apprende., che nella Toscana i costumi stessi dei feu- 
« datari (i quali altrove tanto ritennero del tirannesco ] si faces- 
« sero umani ; e come cotesti sigQori fossero ben lungi dal mo- 
ti strare disdegno per quelle forme di libero reggimento, tanto 
« chiaramente espresse negU ordini politici dei nostri Comuni. 
« Certamente- i conti di Valdambra non fecero fuorché attenersi 
« ad una generale costumanza quando vollero commesso ad un 
« Podestà Fafficio di reggere i Comuni loro sottoposti , e quando 
» gli conBdarono altresì l'amministrazione della giustizia t^) a. 
L'autorità di quel magistrato era pari a quella del visconte , e si 
stendeva sovra l'intiero viscontado di Valdambra: a lui era com- 
messo il ridurre a concordia le terre , quando si fossero suscitati 
odiiy a quell'età non infrequenti ; dovea ogni mese stare al Bucine 

(1) Villani, Croniche , llb. V , cap. 37. 

(2) Bbpetti , Dizionario geografico fisico tlorieo delta Totcana , V . 4 3 . 

(3) DAirra , Inferno , SVI , 37. 

(4) Pag. 7. 
(8) Pag. 10. 

App. Voi. IX. 26 



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194 STUDI STORICI E BI6L10GRAP1CI 

per tre giorni e per aUrettanti a Gaposelvi, dae alla Torre dì Sanla 
Reparata e due a Pogi , uno a Oalatrona e un altro a Rennola : 
ma teneva il proprio fóro (i) presso la Torre di Santa Reparata , 
luogo più opportuno ali* accesso de* terrazzani , se quivi si facevano 
i mercati; come ce lo fa credere Taltra denominazione di Merc^itale, 
che talora troviamo congiunta a quella di Torri^: mercatak Tur- 
ris Sancte Reparatae (2). 

Dn*o1lra pròva del mite reggimento del vecchio Guido può de- 
sumersi dal vedere come i Comuni che componevano il visoon- 
tddo di Valdambra , benché sottoposti airalto dominio baronale, 
ritenessero quella parte di vita politica che aeoenna a un largo 
esercizio di libertà , vo*dire i pubblici consigli ( coniio^ arm§us) (1). 
E questi vi si trovano tuttavia praticati più d*un secolo appresso, 
quando le stesse terre di Valdambra , già passate in altri signori, 
si sottomettevano ai Fiorentini , che la scadente fortuna d*Arezzo 
rendeva più audaci. Ai 25 d'ottobre dell* anno 1335 gli uomini 
della Torre di Santa Reparata erano convocati a parlamento sul 
niercatale della Torre medesima, per fare i sindaci della dedizione ; 
aperanteit (come dice il documento) per Comm/fiue et papvlum eù 
vitatin Flnrentie defendi, et in eorum iuribue augeri et manuteneri 
Gli altri imitarono Tescmpio : sì che dentro il niese di noTembre 
tutto il viscontado si trovava nel dominio di Firenze , eoo quelle 
franchigie. che erano più largamente promesse quanto la conquista 
era stata più agevole. Ma la dedizione de* popoli non era per an- 
che assentita dai loro naturali signori; o per dir meglio , rimaneva 
da acchetare con la moneta le baronali cupidigie : e ciò feee la 
Repubblica nel maggio e giugno del 1337 con acquistare da Guido, 
Giovanni e Francesco Alberti, una porzione de* diritti solyiseon- 
tado, e un*altra porzione da Pier Saccone e Tarlato dei Tarlati, 
sborsando a ciascuna parte tremila ottocento fiorini, lo ho sotto 
gli occhi questi documenti, che passarono inosservati al proCstsor 
Bonaini : e me ne duole, perché a lui, sagacissimo e di gran sen- 
timento in siffatti studi , avrebbero pòrta occasione a moUe e belle 
indagini. Cosi avrebbe potuto corredare il suo libro d'un altro do- 
cumento, scritto in volgare nella prima metà del secolo XIV ; dal 

(4) Gap. ▼ dello Statalo. 

(2) Negli atti di dedizione e solloinissione del vlmontado &ì Valdarobni, 
de*qoali si parla in appresso. 

(3) Gap. XVI dello Statolo. 



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SOPRA GLI STATUTI ITALIANI 195 

quale è dato desumere qaaoto ai feudatari rendessero le terre della 
viscontea Valdambrese : documento che , nella speranza di far cosa 
accetta agli studiosi della politica economia del medio evo , bo 
fermato di pubblicare dopo le presenti parole. 

£ il documento di cui ragiono , e quelli cbe sono andato ri- 
cordando di sopra , si consenrano nel nostra Archivio Centrale fra 
le carte delle cosi dette Riformagioni » o meglio, dell'antico stato 
di Fireoze. Di là pure trasse il Bonaini questo CoHititutum tìiceco- 
mitatui VaUi9amhrm9 che nella serie degli Statuti quiyi raccolti 
non ha chi lo preceda in età (1). Ventinove capitoli lo compon- 
gono ; ma Tullimo manca della fine, per difetto del codice : seguono 
podii altri ordinamenti , l'ultimo de'quali é quello , che il Potestà 
sìa tenuto facere scribi ^tt esemplari de verbo ad verbum fn-esenlem 
CfmHiuium , in bonis qucuernis ^ariarum^ nosirarum corii^ per no- 
tarium Communis^ et rubricari iecundum quod riderti expedire , 
infra unum . mensem posi iurammtum suum ; et faeere dori eidem 
Mario per ecripturem ipsiui Statuti , de intratibus Comunium pre- 
dktarum terrarum , soUdos IX. 

U« Brevissimo è ^ lo statuto pei feudo di Magnale , sancito da 
Tesauro e Pievano abati di Vallombrosa; ma nella sua brevità 
basta a farci comprendere da quanta rettitudine fosse guidato chi 
Tebbe a comporre. Gli . ordinamenti del 1258 sono fermali dal- 
l'abate Tesauro di concordia con i procuratori degli uomini del 
castello, corte e distretto di Magnale (2)^ i quali' riconoscono, 
oltre quella del monastero , l'autorità de'magistrati e del Comune 
di Firenze, a cui si pregiavano di soggiacere gli stessi monaci 
Vallombrosani. L'abate , signore ecclesiastico , tuttoché, si tenesse 
care le sue giurisdizioni , rifuggiva daU'esercitare il potere giudi- 
ciale, che volle confidato a un visconte, il Bonaini ricerca con 
molta dottrina le attribuzioni di questo visconte , e }e trova ben 
designate in varie carte del nostro Archivio Diplomatico , donde 
trae due notévoli docimienti ; dal primo ée'quali ci fu serbata la 
formula del giuramento che i vassalli dei monastero di Vallom- 
brosa prestavano airabate ; nell'altro ci é p6rta occasione di con- 
siderare lo stato degli uomini cosi detti condizionati , ch'erano 

(1) Veramente ti Breve ConsiUum Pisana CivitalU è del 1163: non fu 
però collocato nella serie desti Statuii, ma In quella de*cosl détti àltipubbhei. 

(2) Proemio. 



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196 STUDI STORICI E BIBLIOGRAFICI 

tenuti verso il feudatario d'alcune fazioni ( servitia ) persoDali e 
reali [operas mantiaks ei denarios). Quindi, fra gli ordini delFabate 
Tesauro è quello per cui vien multalo in dodici danari , ed astretto 
ciononostante a prestar l'opera sua, quelPuomo che. Tenuto il giorno 
del suo servizio, vi si rifiuta, a Né parrà nuovo ( soggiunge a qaeslo 
« proposito il Bonaini] che questi uomini condizionati del fèudo 
tf di Magnale potessero esser padroni anco di altri terreni foor 
«r di quelli pei quali erano obbligati ad una responsione annua , 
« o a certe detcrminate opere a favore del monastero. Non vi ha 
a veramente chi non sappia, quando abbia posta sufficiente studio 
» nei monumenti di questa età , come nel medio evo i servi me- 
« desimi fossero bene spesso proprietari non che di terreni, ma 
(r di uomini della loro medesima condizione. Il che dipende da 
« quell'universale sistema , che le terre fossero più specialmente 
i( coltivate da uomini addetti alla gleba , piuttostochè dai liberi. 
c< Ora gli ordinamenti di Tesauro concedono agli uomini di Ma- 
>r gnale di poter liberamente contrattare i beni di loro proprietà , 
(f salvo che non possano ciò fare rispetto a quelli pei quali siano 
<r debitori di certe rendite o affitti inverso il monastero (1). La 
a qual regola non ebbe poi quella piena osservanza che si augurò 
<r forse l'abate Tesauro ; anzi andò siffattamente dimenticata nello 
t( stesso secolo XIII , da far si che chi governava la Vallombrosa 
i( nel 1276 ne movesse lamento al Comune di Firenze ; il quale 
d proibì sotto certe pene simili alienazioni , decretando ìnpltre , 
« che la presa deliberazione formasse parte dello Statuto floren- 
i< tino (2) 0. 

Non sembra all'editore che questi ordinamenti abbiano la for- 
ma di un vero statuto ; egli saviamente gli chiama ieggi di eireo- 
sianxa, con le quali si voleva forse supplire alle disposizioni di 
uno statuto già esìstente ed oggi ignoto. Qui si tace infatti dei de- 
litti di ribellione e di omicidio : si parla però delle offese reali , 
e delle ingiurie a parole ; del portar armi ; del furto , variamente 
punito se diurno o di notte tempo ; de*ginochi ; del danno dato t 
e delle violenze in femmina ; pel qual misfatto è assegnata la 
maggior pena , sessanta s<ddi di Pisa , e l'obbligo al celibe di con- 
dur la donna in isposa (3). 

(1) S' «4, 
{%] Pag. 44. 

(3) fi. I. 



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SOPRA GLI STATUTI ITALIANI 187 

Poche notizie intorno all'abate Pievano parvero sufficienti al 
Booaini; che non trovò cosa da aggfiungere a quanto di hii scrisse 
latinamente il Simi nel suo Catalogo de'santi e illustri uomini di 
Vallombrosa : ma ben gli apriva largo campo a erudite ricerche 
il nome del più antico abate; il quale non è altri che 

quel di Beccherìa , 

Di cui segò Fiorenza la gorgiera (1) : 

traditore, secondo la opinione dell'AUgbieri ; innocente, a sentenza 
del Malispini; il quale cosi ragiona dell'atroce vendetta che di sua 
tradigione volle prendere il popolo di Firenze. « Nel mese di set- 
« tembre, nel detto anno (1258), il popolo di Firenze fece pigliare 
« l'abate di Vallombrosa, il quale era gentiluomo di signoria e di 
• quei dì Beccheria di Pavia , essetidogli appoisto , che a petizione 
'( dei ghibellini usciti di Firenze trattava tradimento : e per mar- 
ff tirio gli feciono confessare , e iscelleratamente in sulla piazza 
( di Santo Pulinari gli feciono tagliare la testa a grido di popolo , 
•r non guardando a sua dignità uè ordine sacro. Per la qual cosa 
tf il Comune di Firenze dal papa furono iscomunicali , e dal Go- 
ff mnne di Pavia , dond'era il detto abate, e da'suoi parenti, i Fio- 
<r rentioi , che vi passavano per la Lombardia , vi ricevettono 
' molto danno. Ed è vero, che '1 detto religioso nulla colpa vi 
e avea ; avvegnaché del suo lignaggio fossono grandi Ghibelli- 
« ni (2) 1^. Alle quali parole Giovanni Villani aggiunge questa 
sentenza : « Per lo quale peccato , e per molti altri , fatti per 
a lo scellerato popolo , si disse per molti savi , che Iddio per 
9 giudicìo divino permise vendetta sopra il detto popolo alla 
n batla^ia e sconfitta di Montaperti (3) o. E alla sentenza del- 
l'onesto storico altri scrittori di quella età fecero eco (4). La 
narrazione del Malispini accenna a due fatti singolari ; la scomu- 
nica del pontefice, e il risentimento dei Pavesi: era quindi natu- 
rale che nascesse la curiosità d'investigare se n'esistessero più 



(1) Dante, inferno, XXXIl, 110, 130. 

(2) Malispini, Istoria, cap. 159. 

(3) Villani, Cronica ^ VI, 65. 

(4) Fra gli allrf , Bf archfonoe di Coppo Stefani , e l doe commentatori 
della DMna Commedia ^ Benvenuto da Imola e Francesco da Bull. 



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198 STUDI STORICI E BIBLIOGRAFICI 

sicuri documenti nelle carie contemporanee. U Bonaini vi ha so- 
disfallo con quella erudizione che gli é propria » e da cui^ però 
non va mai disgiunta la crilica. Egli Irovò neirArchiyio arcive- 
scovile di Pisa Tatto stesso onde il buono e santo arcivescovo 
Federigo Visconti , per delegazione pontificia » interdisse i Fioren- 
tini; e come inedito e da niuno avvertito , lo produsse nella sua 
integrità (1). Ma riferendo la Lettera che mandò Pavia a Firenze 
quando e'mezaro (sic) la testa a don Teton abbate de Vakmbrosa , e 
la Risposta ke Firenze fece, non tacque che su la loro autenticità si 
potrebbe muover dubbio (2), e solamente le riportò perché si ripro- 
metteva di darle, per nuova recensione del codice Riccardiaao» più 
corrette di qu$Uo che non le dasse per la prima volta il Lami nel 
tomo secondo de'suoi Monumenti della chiesa fiorentina. Non vorrò 
certo io contestare Tautorità di documenti che un Lami ha creduto 
sinceri, e un Bonaini ha evitato di mettere sotto più severa disa- 
mina: ma non posso far a meno di non por qui due avvertenze, che 
mi vennero fatte sin dalla prima lettura di que'documenti. In pri- 
mo luogo, mi parve gran novità che due Comuni nel mille dugente 
tanti , scrivendo per modo solenne, usassero, un idioma che se ne 
stette ancora per del tempo contento a ricordare i privati fatti 
o le monacali leggende. Secondamente osservavo , che quantunque 
le ben note condizioni della lingua volgare nel secolo XIII non 
ci vietassero di riferire alla sua metà quelle lettere ; a nessuno , 
per quanto poco domestico co*monumenti primi del linguaggio 
italiano, poteva passare inosservato, che ambedue quelle lettere 
sembrano uscite da una medesima penna ; molto più chela dille- 
renza fra un lombardo dettatore e un toscano era pur troppo an- 
che a quei tempi notevole. E queste cose ho io pensate prima che 
mi fosse fatto conoscere il testo latino di ambe le lettere in un 
codice Magliabechiano segnalo del N.** ^1 , classe XXV. Ma riso- 
lute la questione del documento volgare, reste sempre a vedere se 
Fautenticità del documento regga alla critica. Io non mi porrò ad 
esaminar ogni frase, né far para^^ni cpn altre lettere del nostro 
o d'altro Comune: ma tutti sanno quanto abbiano fabbricato le 
officine dei retori nel HOO, per mero esercizio: il tirocinio poi 
de'notai e dei cancellieri ammetteva una preparazione di finti oom* 



(i> Pa«. 36. 37. 
(2) Pag. 38, 39, nota 1. 



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SOPRA GLI STATUTI ITALIANI 199 

ponimenti, dove la penna si addestrasse allo scrivere non sempre 
elegante né paroo, ma efficace sempre e assennato: e il proporre e 
il rispondere su grave faccenda pubblica, era resperimento ultimo 
dell' ingegno cancelleresco , corno agli antichi sofisti il declamare 
prò e contro ad una causa medesima. Vorremo noi donqae aseri- 
rere a questo genere dì letteratura i dispacci di quei Comuni ? 
Per me volentieri gli concedo a qualche maestro di rettorica ; e 
sento cfce il professor Bonaini è oggi Tenuto anch'esso in questa 
sentenza. Certo ò che il codice in cui si trovan le due lettere la-^ 
tiaamente scritte non è che una raccolta di altre lettere fatta da 
qualche cancelliere, per averla a mano nelle occorrenze del suo 
officio 9 come il Rimario e la Begia Parnassi per lo scolare 
Dmanista. 

La pergamena donde furqn tratti gli Stàtuta et Banna fidelium 
ToUinumbrosae appartenne già a quel Monastero, e^ oggi è pos- 
seduta da un privato : e fu ventura che il Bonaini se ne potesse 
valere, trovandosene un cattivo apografo nell'Archivio centrale 
di Stato fra le carte Vallombrosane ; informe copia , in cui fo- 
roooperflno omesse, col titolo soprallegato, le parole che seguono: 
empwitm et ordinata per iominos Thestxurum et PUbanum abhates 
V^Bumbrosae. 

Finirò col rammentare un glossàrietto di voci latino-barbare 
che il professor Bonaini ha compilato, spigolando per lo Statuto 
valdambrese é per gli Ordinamenti abhaziali : e sebbene parecchie 
voci m'invitassero a farne particolar menzione, io mi contenterò 
di riferirne pur due , che trovo largamente e dottamente commen- 
tale io ana nota della pagina 30. Le voci sono rieredenie e gadak^ 
e s'incontrano nei capitoli VII e VII! dello Statuto del conte 
Guido Guerra ; pei quali è inflitta la pena di soldi dieci a chi 
dinanzi al giudice trattasse un uomo di bugiardo, ladro, ricredente 
o bozza , e quella di soldi cinque a chi chiamasse bugiarda , putta 
o gadale una donna. Il Bonaini osserva come que'due vocaboli 
siano pretto francese , e il secondo più specialmente appartenga 
all'antico linguaggio di Brettagna. Ma come mai potettero pene- 
trare voci forestiere tra gente uè marittima né prossima ai grandi 
centri (come gli chiamano) di commercio? La ragione più comune, 
egli dice, l'abbiamo nelle frequenti conquiste e correrie de' Tedeschi 
e de' Francesi in Italia: poi le Crociale diedero ai popoli grande 
occasione dì mescolarsi , e scambiarsi vocaboli specialmente di 



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200 STUDI STORICI E BIBLIOGRAFICI 

Fraocia ; la qaale sopra d'ogni altra nazione si yersò nell'Oriente, 
e Ti fece sentir la sua lingua per fino ne*vari dialetti. « Che se 
(f poi si consideri (cosi egli conchiude), essere la Valdambrt feudo 
a di baroni potentissimi, come ì Conti Guidi erano senza meno; 
« ayremo in questo fatto altre spiegazioni di tal fenomeno. Perchè 
<s troppo è noto che le castella e le ròcche dei baroni e dei val- 
(v yassori italiani dei mezzi tempi si empierono di trovadori pro- 
a venzali e di trovieri oytani : e le piazze e le taverne e i trivi 
«< erano tutti accalcati di persone intente ad ascoltare gli arlotti , 
« i giullari, i menestrelli oltramontani. Così le voci forestiere 
u entravano per le orecchie anche del volgo il più ignaro, come 
tf della gente che solo usasse allegrarsi dei sollazzi della córte ». 



DocumeDto promesso a pag. 195. Estratto dal tomo IV de' Capitoli (ArchÌTÌo 
centrale di Stato , Sezione delle Riformagloni ). 

Questo bne bl ubro db' fitti ^ diricti, cknsi, pigioni, comandigib , 

LODBRIB, ALBBBQBBBIB, GRANO ET ALTBA BIADA, DATII, PASSAGGII, 
FIMO, ET ALTBB COSE CHE DIANO PAGABE TUTTE LE TERRE DEL Vl- 
SCONTADO; ClOfc, IL BuClNO, LA ToBRB , GaLATBONA ET ReNNOLA; 
ET I QUALI BUOMINI DELLE DETTE TEBBE PAGANO A HESSEB PlEBO ET 
A MRSSBB TaBLATO DA PBTBAMALA. 

Imprima el Bucino. — Acorsìno Frescaniano é lanuto di pagare 
a i delti sigoori , ciascuno anno, per cagione di GUo; el qoale fitto 
.paga Ranerli da Ozaoo per lui ; di grano , a lo sialo drillo , stala ?j 
di grano. — Caniccio di Noccio , chiamato Calbellino , dia pagare per 
cagione di fltCo , allo staio diricto di grano , stala IJ di grano. — < Anco 
paga il detto Caraccio per lo poggiùolo del Zampetta , a staio dricto 
di grano , quarti ij di grano. — Moccio de Borgo dia pagare a i detti 
signori , a staio dritto di grano, staio uno di grano. — Le redo di 
Salvoccio de Toozi diano pagare a i detti signóri , a ^laio dritto di 
grano , stala iìj di grano. — Anco dieno pagare le dette rede di Sal- 
vucclo, per Naccio Grillo, allo staio diricto di grano, staia ij di gra- 
no. — Cangio del Bruno; paga Mucciarìno di Chello per tal; allo 
staio dritto di grano , staio j di grano. — Cioccio di Ventura dia pa- 
gare a i detti signori , a lo staio dricto di grano , staia ?j di grano. — 
Vanni di Ventura dia pagare a i delti signori, ciasconD anno, alio 



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SOPKA GLI STATUTI ITALIANI Hùì 

slttio dritto di grano , staia ìj di grano. Anco dia pagare il detio^ Van- 
ni, per ana vigna che fa de Dea, per cagione di fitto; la qoate vi- 
gna eoe allato Contro de Contro e la via , a lo staio dritto di grano , 
ttaia xiiij dì grano. Anco dia p9gare il detto Vanni , per sua parte 
del podere che fa di donna Drada , j metadella di grano. — Cascia 
di Ventura dia pagare, ciascono anno, a detti signori, allo staio drit- 
to, staio j di grano. — Bronello di Cascia dia pagare, ciascono anno, 
a detti signori , per cagione di Otto , allo staio dritto , staio j di gra- 
no. — Vanni , Cioccio et Cascia , fratelli et figliuoli di Ventura , dieno 
pagare a detti signori , per lo podere de Villano , ciascuno anno , 
roexo quarto di grano. — Dino del Fummo dia pagare , ciascuno an- 
no , a i detti signori , a staio dritto , staio j di grano. — Cozza di 
Goido dia pagare , ciascuno Anno , a i detti signori , a staio dritto di 
grano , stala iij di grano. -— Goccio di Vanni dia pagare , ciascuno 
anno , a i detti signori , a staio dricto , staio J et quarti ij di grano. 
— MaflTeo di Vanni dia pagare a i detti signori , ciascono andò , a 
staio dricto , stalo j et qoarti ij di grano. — Ceceho ài Vanni de Bota 
dia pagare a detti signori, ciascono anno, a staio dricto, J metadella 
di grano. — Basta di Martino dia pagare per lo podere de Villano ^ 
ciascono anno , a detti signori , iij metadelle di grano. -— Ruffolino di 
Bronaccio et Donato di Ridolfo dieno pagare per la terra dello spe- 
dale, ciascono anno, a i detti signori, a staio dricto, fitto, staia v 
di grano* — Naccio di Mino dia pagare ciascuno anno , a detti signo- 
ri, per cagione di fitto per la terra de lo spedale, a staio diricto, 
staia ij et qoarti ij di grano. — Le rede [di] Manetlo de Cencio dieno 
pagare, ciascuno anno, a staio dricto, staia v di grano. — Picche di Pic- 
chino dia pagare, ciascono anno, a detti, signori , per cagione di fitto, 
qoarti ij di grano. — fiondone di Picchino dia pagare , ciascono anno, 
a detti signori, per fitto, qoarti ìj di grano. — Moccio da Mento 9t Loca 
suo fratello diano pagare , ciascono anno , a detti signori fitto, a staio 
dirirto, staia iij di grano. — L'erede de Mento de pagare per lo podere 
de Villano, ciascono anno, a detti signori, qoarto j di grano. ^ Contro 
de Contro dia pagare per lo podere de Villano , ciascono anno , a detti 
signori , qoarto j di grano. — L'erede di Berti no di Penna dia pagare, 
ciaaeono anno , fitto a detti signori , qoarto j di grano. Anco dieno 
pagare le dette rede , per lo podere del Zampetta , a detti signori , 
ciascono anno , qoarti ij di grano. — Testa d'Ugolino dia pagare, oia- 
seooo anno, a detti signori^, per cagione di fitto, qoarti ij di grano. 
Anche dia pagare il detto Testa per lo podere di donna Druda , eia - 
seono anno, a detti signori, qoarto j di grano. — L'erede de Cenno del 
3rono(1) dia pagare, per lo podere di donna Droda, a detti signori, 

(f) Altra lesione. Buono. 

App., Voi. IX. 26 



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a02 STUDI STORICI £ BIBLIOGRAFICI 

ciascuno anno, quarti ij di grano. — Booso de Redoiro dia pagare 
per lo podere di Cenoe grosso , ciascuno anno , fitto a detti signori , 
a staio diricto, staia iij, quarti ij di grano. Anco dia pagare il detto 
Buodo, per lo podere di donna Druda, ciascuno anno, fitto, a i detti 
signori , staia ii) di grano. — Gioggio di Bonaiuto dia pagare, per lo 
podere di Villano , a'detti signori, metadelle iij di grano. Anco dia pa- 
gare il detto Gioggio, per la terra dello spedale, a detti signori, ciascuno 
anno , fitto, a staio diricto , staio uno di grano. — Andrea di Chisgi 
dia pagare per lo podere di Villano , ciascuno anno , a detti signori , 
metadella j di grano. Anco dia pagare il detto Andrea per lo podere 
di donna Druda, ciascuno anno, fitto, a detti signori, metadella j di 
grano. — Andrea del Maestro Vegna dia pagare,' ciascuno anno , fitto 
a detti signori , quarti ij di grano. ^ Gratta del Maestro Vegna dia 
pagare , ciascuno anno , fitta , a detti signori , quarti ij di grano. — 
Nuccio et Braccio da San Lolino diano pagare , a detti signori , cia- 
scuno anno, fitto, a staio dricto , staia yj, metadelle iij di grano. — 
Feo di Benci venne dia pagare a detti signori, ciascuno anno, per lo 
podere di donna Druda, quarto j e meio di grano. ^ Guiducclo (1) di 
Ridolfo dia pagare a delti signori fitto , ciascuno anno, quarti ij di 
grano. — Mone di Bonaiuto dia pagare a detti signori, ciascuno anno, 
fitto, per lo podere dt donna Druda, quarto j et meio di grano. — 
Genuino de Chisgi et Minuccio suo figliuolo, dieno pagare, ciascono 
anno, a detti signori, per lo podere di donna Druda, quarto j et meio 
di grano. — Trovarne , Clone di Naccio la tene iij pése di terra del 
podere del Zappetta (3) deslogale , poste in tre staia di grano, fitto 
dieno avere i detti signori , a staio diricto, staia iij et quarto uno di 
grano. — Grifo d'Acorso (3) dia pagare, ciascuno anno, a detti signori, 
a staio diricto, staia ij di grano. » Vanne di Fede dia pagare, cia- 
scuno anno , a detti signori fitto, a staio dricto, staia x di grano. ^ 
Guiducciodi Giovanni dia pagare a detti signori, ciascuno anno, fitto, 
a staio diricto, staia x di grano. 

Questo ene el fitto delle molina del Bucino. 

Emprima, el molino che tene el comune del Bucino, il quale ano 
a -fitto da delti signori, messer Piero et messer Tarlalo, et dieno pa- 
gare ciascuno anno a detti signori , allo staio dricto , per le cinque 
parti, staia cento venti di grano. — Anco dieno pagare il detto oo* 
mune del Bucino, a detti signori , per la meta parte che fo del conte 
Guido, chel detto conte, elio detto (4) mulino del comune del Bucino, «Ilo 

(1) Altra lexlone , Gueeio. 
(3) Altra leiione, PaxseUa. 

(3) Altra lesione , él Cono, 

(4) Cosi leggono le diverse copie che ho sotto gli oechl. Forse è da 
supplire e Interpelrare . eh'el detto eonte [ebbe] en lo detto ee. 



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SOPRA GLI STATUTI ITALIANI 203 

staio diricto,* ciascuno anno, fitto, stata xij (1) di grano. ^ Anco dieno 
avere i detti signori del molino che Tn de Catlani , posto ella (2) corte del 
fiocino, il quale tene allieto Noto de Succio del Bucino , contando elle 
cinque parti et mete de detti signori, et contando la meza parte che 
fo del conte Patio, et contato la meza parte che To del conte Tancredi, 
et contato la meza parte che fo del conte Guido, dia pagare, ciascuno 
anno, fitto, a lo staio diricto, stata v et quarti ij di grano. — Anco 
dieno avere i detti signori, cioè messer Piero et messer Tarlato, per 
le cinque parti e tnezo, contato elle cinque parli et mezo la meza parte 
che fo del conte FaUo, et contata la meza parte che fo del conte Guido, 
et contala la meià parte che fo del conte Tancredi, il quale tene Gut- 
doceio di Ridolfo, diano pagare, ciaseuno anno, fitto, a staio dtricto , 
staia xxvij et quarti iJ di grano. 

Bucino. — Questa ene la meza parte che fo de conte Tancredi che 
venne in parte a delti signori, messer Piero et messer Tarlato, al 
Bucino , et scritti de sutto. — Giuntino di Goiduocio barbiere dia pa- 
gare, per lo podere che fu de Cencio de Uguiccione, ciascuno anno, ai 
detti signori, allo staio diricto, quarto j et mese di grano. •<* Cine di 
Nieri dia pagare, per una casa che fu de Taldo, a detti signori, ciascnno 
amo, fiUo, quarto j et meio di grano. — Pietro et Gino forategli et 
figliuoli che furono di Nieri, dieno pagare per uno erto, ciascuno anno, 
a detti signori , a staio diritto , staia j et quarti ij di grano. — Rigo 
de Ricza dia pagare a i detti signori, ciascuno anno, fitto, a staio 
dricto , quarto j di grano* 

l^tM^No. ~ Questo ene il fitto de la segale de la detta meza parte 
che fo del conte Tancredi al Bucino , et scritto de sotto. — Le rode di 
Casaccio de Perino dieào pagare, ciascuno anno, fitto a detti signori ,- 
a lo staio diricto, staio j di grano. 

Bnemo, -^ Quésta ene la meza parte che fo del conte Tancredi al 
Bucino, che toccha in parte a detti signori, de spelta (3). — Fucciarino di 
Ghezso dia pagare, ciascuno anno, a detti signori fitto, a staio diricto, 
staia ifj dì spelta. — Chele di Donato dia pagare, ciascuno anno, a de^ti 
signori fitto, a staio diricto, staia iij di spelta. Ani^o dia pagare il detto 
Chele, per una casa che fu di Vanni, a i detti signori, ciascuno anno, fitto, 
a staio diricto, staia ij di spelta. — L'erede di Feo di Perino dia pagare , 
a detti signori , ciascuno anno , fitto, a staio diricto , staia iiij di spelta. 
— Gnccio di Vanni dia pagare, per lo podere di Gratia di Perino, 
ciaseuno anno, fitto, a detti signori , a staio diricto, staia ij di spelta. -^ 



(1) Altra lezione, aaij. 

(2) Cioè, «n la. B cosi spesso in seguilo 

(3) Altra lezione , spelda. 



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204 STUDI STORICf E BIBLKMiRAFICI 

Le rede di Casuccio di Perico diano pagare, ciascuno anno, Allo, a delti 
signori, a lo staio diriclo, staio j di spelta. 

Bucino. - Questo ene il fiUo de la spelta dal Bucino. ~ liaccio di 
Borgo dia pagare a detti signori , ciascuno anno , fitto , a staio diriclo , 
stala iiij di spelta. — Caniccio di Nuccio dia pagare, ciascuno anno, a detti 
signori, fitto, allo staio diricto, staia v di spelta. — Pelone di Puccio dia 
pagare, ciascuno anno, a detti signori fitto, a^slaio dricto; paga Be* 
nincasa di Mello per lui ; stala iiij di spella. ^ Muccio da Seareilo dia 
pagare , ciascuno anno , a det(i signori fitto , a lo staio anliquo ; paga 
Ceccharino del maestro Gionta per lui; staia vj di spella. — Vanni di 
Dota dia pagare, ciascuno anno, a detti signori fitta, allo ataio an- 
tico , staia j di spelta. ~ Vivoluccio di Ghetto dia pagare , ciascano 
anno , a detti signori fitto, a Io staio antico ; paga Ghisgiutzo di Nacìo 
per lui ; staia iij di spelta» — Manente di Iacopo dia pagare a detti 
signori , ciascuno anno , fitto , allo staio diricto , staia iiij di spelta. - 
L'erede di Salvatico dia pagare a delti signori, ciascuno anno, fitto, a staio 
diricto, staia iij di spelta. - Le rede di Margozo dieno pagare, ciascono 
anno, a detti signori fitto, a staio diricto, staia iij di spelta.— Dino 
di Fummo dia pagare , ciascuno anno, a detti signori fitto, a staio anii- 
cho, staia vj di spelta. — Le rede di Rosso, le rede di Lippe di Miglarino 
diano pagare, ciascun anno, a detti signori . a staio diricto, staia iij 
di spelta. — L'erede di Bruscia dia pagare, ciascuno anno, fitto, a detti 
signori , a staio diricto, staia, ij quarti ij di. spelta. — Ghetto di Mino 
dia pagare, ciascuno anno, a delti signori fitto, a lo staio anticho, 
staia V di spelta. — Branduccio di Novello dia pagare , ciascuno anno, 
fitto a delti signori, a lo staio antico, staia Iiij di spella. -- L'erede di 
Luccio dia pagare, ciascuno anno, a detti signori fitto, a lo staio an- 
tico, staia ij di spelta. 

Questo ene il fitto del mulino da Rupinala , il quale fitto dia pa- 
gare la chiesa di San Piero da Sciesa de la corte del Bucino, la quale 
chiesa lene Landò di Garuccio, per le cinque parti e metto che deono 
avere i detti signori , contalo la meta parte che fo del conte Patio, et 
contato ia meta parte che fo di Guido conle, et contato ella detta som- 
ma la meta parte che fo del conte Tancredi, diano pagare, ciascuno 
anno, a detti aignori, allo staio diricto di spelta, staia xvj el quarti ij 
di spelta. 

Bucino. — Lo staio del mercato del Bucino, diano avere ì detti si- 
gnori per le v parti et mete. — El passaggio da Meglarino della corte 
del Bucino, deono avere i detti signori per le v parti et roeto. — Le vigne 
dal Bucino, che sono tre vigne, le due sono proprie di messer Piero e di 
messer Tarlato, et l'altra n'é loro v parli et moto. — Anche la vigna de lo 
spedale da Sieprina. non contando le parti di messer Benincasa da Pan- 
tano, dico solo di quella di messer Piero et di messer Tarlalo. 



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SOPRA GLI STATUTI ITALIANI 205 

Bucino. —Anco anno i detti signori, cioè inesser Piero e( mes- 
cer Tarlato, una chiesa posta elio castello del Bocino; el vocabolo d'essa 
chiesa, di Santo Apolenare et Santo Arcolano, ch'ò loro propria. Anco 
8i anno i detti signori la loro parte ella pieve da Peirinola, posta ella 
corte da Galatrona: aneli v parti et mezo de Fotte parti. 

Qaesti sono i censi, pigioni, comandigie ehedieno pagare li in- 
fraseripti homini et persone del Bucino, e i quali dieno pagare ogni 
sono, enperpetuo, per la Testa di Santo Stefano, e i quali dieno avere 
Riesser Piero et messer Tarlalo da Pietramala, del mese di dicembre. ~ 
Le rede di Selvatico dieno pagare ogni anno per la festa di Santo Ste- 
fano, per censo, a detti signori , danari vij piccioli. — Dino del Fummo 
dia pagare ogni anno, perpetuo, per fa festa di Sanlo Stefano, per nome 
di censo, a detti signori , danari ▼ piccioli. — Cecche di Vanni dia pa- ' 
gare per nome di censo, ciascuno anno, per la festa di Santo Stefano, 
perpetuo, a detti signori, danari iiij piccioli. — Le rede di Onrazo dieno 
pagare ciascuno anno, a detti signori, per nome di censo perpetuo, 
per la festa di Santo Stefano, denari vj piccioli. ^ Le rede di Brunaccio 
dieno pagare ciascuno anno, a detti signori, per la festa di Santo Ste> 
fano, imperpelno, per nome di censo, danari vJ piccioli. - Muccio 
mercatante dia pagare, a detti signori , per nome di censo, imperpetno, 
danari y piccioli. — Picche di Picchino dia pagare, ciascuno anno, a 
detti signori, per nome di censo, imperpetno, per la festa di Santo 
Stefano, danari x? piccioli. _ Le rede di Salvuccio di Toosi dieno 
pagare, ciascuno anno, a detti aignori, per nome di censo, emper- 
petoo, per la festa di Sanflo Stefano, per lo podere che fu di Marchieri, 
danari v piccioli. Anche dieno pagare le dette rede di Salvuccio, per 
lo podere di Neccio Grillo, ciascuno anno, a detti signori, per nome 
di censo, imperpetno 4 per la fesla di Santo Stefano, danari x piccioli. 
" Ghezxo di Mino dia pagare, ciascuno anno, a detti signori, per nome 
di censo, imperpetno, per la festa di Santo Stefano, soldi ij, denari vi 
piccioli. — Ghisguazo de Neccio dia pagare, per lo podere de Luccio di 
Gezzo, ciascuno anno4 adetli signori, per nome di censo, imperpetuo, 
per la festa di Santo Stefano , danari xiij piccioli. - Credi di Pichino 
dia pagare, ciascuno anno, a detti signori, per nome di censo, imper- 
petno, per la festa di Santo Stefano, soldi j, danari iij piccioli. *- An- 
dreuccio di Gratia dia pagare, ciascuno anno, a detti signori , per 
Dome di censo, per una piazza posta elio mercatale, imperpetuo, per 
la festa di Santo Stefano, danari ij piccioli. — Taldino di Margozo 
dia pagare , ciascuno anno , a detti signori , per nome di censo, im- 
perpetno, per la fesla di Santo Stefano, danari iJ piccioli. — Moccio 
di Borgo dia pagare, ciascuno *anno , a detti signori, per nome di 
renso, imperpetno, per la festa di Santo Stefano, danari viiij piccioli. 
— Basluecio d'Orlanduccio dia pagare, ciascuno anno, a detti signori , 



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206 STUDI STORICI E BIBLIOGRAFICI 

per nome di cense , imperpelao, per la festa di Santo Stefano, danari 
V piccioli. — L'erede di Cinffa dia pagare» eiaacnno anno, a detfi si- 
gnori, per nome di censo, imperpetuo, perla festa di Santo Stefano, 
danari iiij piccioli. — Le rode di Maocio di Fede. diano pagare, ciaaenno 
anno , a detti signori , per nome di censo , imperpeino , per la festa 
di Santo Stefano, danari v piceieli. — Nieri di Rosso dia pagare per la 
festa di Santo Stefano, per nome di censo, ciascuno anno, imperpetuo, 
a detti signori, soldi j et denari iìj piccioU. — Donna Mina di Mercnoeio 
dia pagare, ciascuno anno, a detti signori , per nome di pigione d'nna 
piasza con cappanna (1) posta elio mercatale, Imperpetno, per la festa di 
Santo Stefano, denari ? piccioli. — Beninoasa di Hello dia pagare, per 
lo podere che fo di Pelone, ciascono anno, a detti signori, imperpetno, 
per la festa di Santo Stefano, denari viiij piccioli. — Megliarino di Ben- 
civenne dia pagare per una piana et uno ertale, ciasonno anno, a detti 
signori, imperpetno, per la festa di Santo Stefano, per pigione, oncie ij 
di pepe. — Bugio di Pagno dia dare , ciascuno anno , per nome di pin- 
sione (9) d' una piana posta elio mercatale, imperpetno, a detti signori, 
per la festa di Santo Stefano, denari ij piccioli. — Geno di Tollio, 
Andrea di Tollio et Vanni di Tollio dieno pagare per l'erede di Gioggio, 
per nna terza parte gallina, per accomandigia perpetua, ciasenno anno» 
a detti signori, per la festa di Santo Stefano, soldi J, denari iij piecioli. 
w. Nuccio di Margoszo dia pagare , ciascono anno , a detti signori , 
per nome di censo, imperpetuo, per la festa di Santo Stefano, denari y 
piccioli. 

J9ttdno. — Questi sono censi et pinsioni et coifiandigie del Bneino^ 
che furono delia meza parte del conte Tancredi , che tocche in parte 
a detti signori ,. e i quali sono scripti di sotto. — Chele di Donato dia 
pagare ciascuno anno, a detti signori, imperpetuo, per nome di censo, 
per la festa di Santo Stefano, danari vj piccioli. — Righe di Riiza dia 
pagare ciascuno anno , a detti Signori, imperpetno, per nome di censo, 
per la festa di Santo Stefano , danari iij piccioli. — L'erede di Feo di 
Ferino dia pagare^ ciascuno anno , imperpetno, per nome di censo, per 
la festa di Santo Stefano , denari t piccioli. — Goccio di Vanni , dia 
pagare ciascuno anno, per lo podere di Gratia di Ferino, imperpetno, 
a detti signori, per nome di ceOso , per la festa di Santo Stefeno, de- 
nari iij piccioli. Le redo di Casuccio dì Ferino diano pagare ciascuno 
anno a detti signori , imperpetuo, per nome di censo, per la festa di 
Santo Stefano , denari ▼ piccioli. — Nuccio di Ifargoso , dia pagare 
ciascuno anno a detti signori , perpetuo, per nome dt censo, per la festa 
, di Santo Stefano , soldi j et denari iij piecioli. 

(1) Altra lezione, eum capanna. 
(3) Altra lezione , piffiùne. 



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SOPRA GLI STATUTI ITALIANI 207 

Bucino. — Questi sono ì censi , pegiooi et comandigie , che tuoro 
de la meia parte del conte Patio , che tocche emparte a meaaer Piero 
e messer Tarlato da Pietramaìa al Bacino. — Soccio di Meglarìno, dia 
pagare a detti signori , ciascuno anno , per nome di comandìgia per- 
petua, per la festa di Santo Stefano, once ¥j di pepe. — Bastoccio del 
Cona, dia pagare ciascuno anno a detti signori, per nome di censo, im- 
perpetuo, per la festa di Santo Stefano, denari v piccioli. — Gettino (1) 
di Fede, et i suoi nipoti , dieno pagare ciascuno anno a delti signori, 
per nome di censo perpetuo , per la festa di Santo Stefano, denari i 
piccioli. — Tofano de Rosso , dia pagare ciascuno anno a detti signori, 
per nome di pigione , perpetuo, per la festa di Santo Stefano, soldi j, 
denari tij piccioli. — Anco toccò in parte a detti signori, per la detta 
roesia parte, si ritoccò in parte la chiesa di Sancta Liberata de la Torre, 
quando si fece la divisa di quello del conte Patio. 

Torre. — Questi sono i fedeli de la Torre Sancta Liperata , che 
dieno pagare grano, segale, olio, censi, pigioni et comanaisgi (2) im- 
perpetuo , et altre factione che dieno fare et pagare a messer Piero et 
messer Tarlato da Pietramaìa. — Domina Benvenuta de Dino , dia pa- 
gare ciascnno anno, imperpetoo, a i detti signori, a staio diricto, stata iiij 
dì grano. -~ Mino di Campana dia dare ciascuno anno , perpetuo > a 
staio dHcto , a detti signori , ataia iiij et quarti ij di grano. — Peo 
di Sinibaldo dia pagare ciascuno anno , perpetuo , a staio antico , 
staia iij di grano. Anche dia pagare il decto Feo ciascuno anno, per- 
petuo , a staio antico , staia iij di segale. — Comoccio de Pegno dia 
pagare ciascono anno, perpetuo^ fra grano et segale, allo staio antico, 
staia j et quarti ij , fra grano et segale. — Guiduccio de Pagno dia 
pagare ciascono anno , perpetuo , IVa grano et segale, allo staio an- 
ticp, staio jet quarti ij , fra grano et segale. — Cenno de Baccio 
dia pagare per lo podere di Pegno , ciascuno anno imperpetuo , a delti 
signori , fra grano et segale , allo staio antico , staia j et quarti ìj , 
fra grano et segale. — Bullo di Pagno dia pagare ciascono anno , per- 
petuo , fra grano et segale , allo staio antico , staio j et quarti ij , fra 
grano et segale. — Toruccio calaolaio dia pagare ciascuno anno, 
perpetuo , di segale , a staio antico , staia v di segale. ^ Piero di Ma- 
netto dia pagare ciascano anno , perpetuo , allo staio anticho, staia vj 
di grano. Aneho dia pagare il detto Piero , ciascuno anno , perpetuo , 
allo staio antiche, staia iiij di segale. - Vanni di Grappolo dia pagare 
ciascono anno , perpetuo , allo staio antico , staia iiij di grano. Anco 
dia pagare il detto Vanni ciascuno anno , perpetao , a staio antiche , 
staia iiij di segale. ~ Bmccio di Rigetto dia pagare ciascuno anno . 

(1) Altra Iciione, Ghitiino. 

(2) Coì»i plA felloni. 



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208 STUDI STORICI E BIBLIOGR/IFICI 

perpefao, a Maio diricto , staia vj di srano. — Brandino di Gioota dia 
pagare ciascuno anno, perpetuo, per io podere di CiaDCoIla, a aUio 
* antico, staia viij di errano. — Bosone di Pagno dia pagare ciascuno 
anno , perpetuo , a staio dirido , a detti signori, staia ij di grano. 

7orr^. *- Nieri di Bencìno dia pagare ciascuno anno , perpetuo , a 
detti signori , a staio diricto , staia ij di grano. — Salvino di Gheuo 
dia passare ciascuno anno , perpetuo , allo staio anticho , staia ij di 
grano. Ancho dia dare il detto Salvino ciascuno anno, perpetuo, allo 
staio antico, staia iij di secale. Ancho dia pagare il detto Salvino, eia- 
senno anno imperpelno, fitto a detti signori, staio meio d'olio. — Pa- 
«nuzzo di Perino dia pacare ciascuno anno • perpetuo . a staio antico , 
fra grano et segale , staiA v, fra grano et segale. Ancho dia pagare il 
detto Pagnuzzo ciascuno anno, perpetuo , a staio diricto , ataia j di se- 
gale. — Viva di Segna dia pafl:ar9 ciascuno anno , perpetuo, a staio 
antico, grano et secale, staia v, fra grano et seorale. Anco dia pagare 
il detto Viva, per lo podere de Paoe, ciascuno anno, perpetuo, a 
staio dricto, quarti ij di grano. — Ugo del Grillo dia pacare ciascuno 
anno , perpetuo , fra grano et segale , staia v, fra grano et segale. — 
Landino d'Amico dia pagare ciascuno anno, perpetuo, a staio diricto , 
staio uno di grano. Ancho dia pacare il detto Landino ciascuno anno, 
perpetuo, a staio anticho , staio j di serrale. — Guiduecio del Maza dia 
pagare' ciascuno anno , perpetuo , a delti signori , allo staio antico , 
staia ij di grano. Ancho dia pagare il detto Guiduecio ciascuno anno • a 
fitto perpetuo, a staio antico, staio j et quarti ij di secale. ^ Vanni 
d'Aiuto dia pagare ciascuno anno, perpetuo, a staio antico, staia vilj di 
erano. Ancho dia pacare il detto Vanni , ciascuno anno , perpetuo « a 
staio dritto , per lo podere di Gratino , quarti ij di Fegale. Ancho dia 
pagare il detto' Vanni, ciascuno anno, perpetuo, a delti signori, meio 
staio d'olio. — Peccia di Morello dia pacare ciascuno anno, fitto per* 
peluo, a staio antico, staio j di grano. Ancho dia pagare il detto Pec- 
eia ciascuno anno, perpetuo, a staio antico , staia uno di segate. - Gra- 
ticcio dia pagare ciascuno anno, perpetuo, a staio antico, staia j di 
grano. Anco dia pacare il detto Graticcio, ciascuno anno, perpetuo, a 
staio antico , staio uno di secale. — Tuccio di Benvenuto dia pagare 
ciascuno anno , perpetuo , a staio anticho , staja iiij di grano. — Nulo 
di Baldino dia pagare ciascuno anno , perpetuo , a staio antico, staio j di 
grano. Ancho dia pacare il detto Nulo ciascuno anno , perpetuo, a staio 
antico, staio uno di segale. — Torino di Pagno dia pagare, ciascuno 
anno, perpetuo, a staio antico, staia ij di grano. Ancho dia pagare 
il detto Torino, ciascuno anno , perpetuo , a «taio antiche , staia ij di 
segale.— Loccisi di Stefano dia pagare ciascuno anno, perpetuo, a 
staio rasanese, staia iiij di grano. Ancho dia pagare il dello Loggia, 
ciascuno anno , Atto perpetuo , a staio rasanese, staia iiij di segale. An« 



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SOPRA. GLI STATUTI ITALIANI 909 

cho dia pagare 11 dello Loggia, daseono anno imperpetao, a staio an* 
tieho, staia i] di graoo. Ancho dia pagare il dello Loggia, eiascooo anno, 
a detti signori, imperpeloo, a staio anticho, staio J et qnarli ij di segale. 
<— L'erede di Vannoccio d'Allegretto dia pagare ciascano anno, a staio 
diricto, stala iiij di grano. — Pagnirozo di Torà d'Allegretto dia pagare 
ciascano anno » a stalo diricto, staia iiij di grano. — Lacorao di Vanni 
dia pagare, ciascuno anno imperpetno, a staio anticho, fra grano et 
segale, stala iij et J terso, fra grano et segale. Ancho dia pagare il 
detto Lacomo, ciascnoo anno, per lo podere di Gratino , a staio diricto, 
staia ij di grano. — Fallino di Bendo dia pagare ciascano anno, fitto 
perpeloe , t stalo diricto , staia ij di grano. — Doccio di lacomino dia 
pagare, ciaaeono anno iimperpetoo , a staio diricto, staia ij et qaarti Ij 
di grano» -*- €erro dì Botte dia pagare , per lo podere di Gino , eia» 
senno anno , a stalo antiòho , staia ij et quarti ij di grano, Ancho dia 
pagare 11 detto Cerro, ciascano anno Imperpetno, a staio anticho, stala 
ano di segale. — Brando (1) di Segna dia pagare ciascuno anno, fitto per- 
pelQO, a detti signori, allo staio antiche, fra grano et segale, stala iij, 
fra grano et segale. — Vanni di Casino , chiamato Baccia , dia pagare, 
per lo podere de Pane, ciascono anno, fitto* perpelao , fra grano et se- 
gale , allo staio rasanese , staia tre , fra grano et segale. 

T&rr€. — Questo ene il grano el il segale (3) de la mesa parte che 
fo del conte Patio alla Torre, che tocchó imparte a messer Piero et mes- 
Ber Tarlato. *- Neccio de Orlanduccio dia pagare ciascuno anno , fitto 
perpetuo, a i detti signori, a staio antiche, fra grano et segale, staia yj 
et quarti ij, fra grano e segale. Anco dia pagare il detto Naccio cia- 
scuno anno , perpetuo , a staio anticho, staia yj et quarti ij di segale. 
— Neruccio , Landò, Ghino, Ugolino et Vanni, fralegll et figlinoli che 
forono di Vanni , dieno pagare ciascuno anno , fitto perpetuo, fra grano 
et segale , a staio antiche , staia vij , fra grano et segale. Ancho dieno 
pagare i detti figlinoli di Vanni, allo staio diricto, per lo podere che tu 
Mi Graticcio , stala ij et mezo di grano. Ancho dieno pagare I detti 
figliuoli di Vanni , allo stalo anticho , staia viJ e mezo di segale. — 
Ballacela di Vanni et Mino di Nuccio dieno pagare ciascuno anno, 
Htto perpetuo , a detti signori , a staio antico , fra grano et segale , 
staia ▼, fra grano et segale. Ancho dia pagare il detto Mino ciascano 
sono, fitto, a staio anticho , staio J et quarti ij di grano. 

rorrs. - Questi sono censi de la meta parte che fo del conte Patio 
alla Torre, che toccare in parte a detti signori. — Neruccio, Landò, 
Ghino, Ugolino et Vaniti, fralegll et figlinoli che furono di Vanni, dieno 
pagare ciascono anno, per nome di censo, a detti signori, per la festa di 

(1) Altra lezione, Bernardo, 
W Altra lezione , s la agate, 

App, , Voi. IX. 27 



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210 STUDI STORia E BIBUOGRAFia 

SftDto Stefano, soldi v^. ^Zanghks DomeDÌco, Uwdo e( Baono, fratigli 
et flgliooli che farono di Boogioala, dieoo pagare» eìascooo anoo, per 
nome di censo perpetuo, a detti aignori , per la leat^ di Sa^jiio SteCanOs 
soldi ij, denari iiij. — Bellaccia di Vanni , Miao di IIvccìOy diano pa- 
gare, ciascano anno, per nome di censo perpetoo, a detti signori , per 
la festa di Santo Stetàno, soldi j et denari vj. Anobo dleno dare, eia* 
senno anno, a detti signori, per la festa di Santo Stefano, soldf J, 
denari vj. ^ Noociodi Laadoccio, dia pagare oiascnoo anno , per Do- 
me di censo perpetoo, a delti signori , per la festa di Santo Stefano, 
soldi j , denari vj. 

Tom. " Onesto ene il fitto de la mesa parte che lo del conte Tan- 
credi a la Torre, che tocbò imparte a detti signori, niesser Piero el 
messer Tarlalo. — Piero di Gralia dia- pagare, oiascnno anno, fitl/^ per- 
petuo, a delti signori, a staio diriclo, staia xij di grano. Anche die pagare 
il detto Piero , ciascano anno, a detti signori fitto, allo staio anticlio, 
staia iij di grano* — Rocche di Tieri dia pagare , clascono anno, fitto 
perpetoo , a detti signori, a staio diricto» staia ij di grano. 

Onesti sono censi de la Torce, per la detta meia parte che fo del 
conte Tancredi , che tocchó ùa parte a detti signori.— Piero di Gralia 
dia pagare , per nome di censo, a detti signori , per la festa di Santo 
Stefano, soldi iiij et denari v. — Ruccho di Tieri dia pagare, per 
nome di censo, ciascano anno , per la festa di Santo Sterno, denari j* 

Torre, — Onesto ene il fitto de le melina de la Torre, le quali 
melina tenea a fitto il comone de la Torre , et il cornane de Bennola i 
sono doe moline partito l'uno molino da rallro; onde dieno oTere 
messer Piero et messer Tarlato , per le ¥ parti et meio deirocto parti, 
a ragione di ixj staia per ciascona parto ; et deoontato alle detto t parti 
et mese la mesa parte che fo del conte Tancredi , et contoto la meta 
parte che fo del conte Guido , dieno avere messer Piero et messer Tar- 
lato , a staio diriclo , staia cxy el quarti ^ di granow 

Torre. — Onesto ene il fitto de la mesa parto che fo del conto Guido, 
che Tenne en parto a messer Piero et a messer Tarlato , a la Torrew 

— Vanni di Ristoro dia pagare , ciascuno anno, fitto perpetuo, a detti 
signori, a staio anticho, fra grano et segale, stola v, fra grano el 
segale. — Vanni di Gasino vocale Boccia dia pagare, ciascuno anno , 
fitto perpetuo, a detti signori , allo stoio antico , staia uno di grano. 

— Cecche di Giovannello dia pagare , ciascuno anno -, fitto perpetuo, 
a detti signori, a staio antico, staia uno, fra grano et s<^ale. — Esper- 
sino di Landino dia pagare, ciascuno anno, fitto perpetoo» a detti ai- 
gnori, fra grano et segato, a staio antico, sUio j. — Nanni di Mar* 
giaccha dia pagare , ciascuno anno , a delti signori , a fitmo diricto , 
sUia j et j metadella di grano. — Podere di Goaisanghi, per certo reei- 
duo, fra grano et segale, a stoio diricto, sUia j et iij quarti. 



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SOPRA GLI STATDTl ITALIANI 211 

TotT€. -. Qawli sono li alodieri de la Torre. — Rosone di Pdgno 
dia dare a delti signori ,^ per alMeria , soldi xij. -^ fioeoha et Baldino 
dieno pagare, per ailoderia, a delti signori , ciaseono anno , soldi xi}. 
^ Le redo di Rosso ^ paga Monna Agnola per loro alloderia, soldi ig. 
^ Le redo di Girello pagano per lodarìa , a detti signori , soldi xij. 

Tèrre. — Questo ene il passaggio d^a Torre , che ne dia avere 
nesaer Piero et messer Tarlato per le v parti et meio de l'otto (1). 

Tùrre, -^ Qnestì sono censi pigioni- perpetue de la Torre, la parte 
di messer Piero et di messer Tarlato. — Salvino di Ghezxo dia pagare 
censo soldi j. — L'erede di Tramane dia pagare censo soldi ?ij. - Nacolo 
^Oriandaccio, per lo podere di Jacomo, censo denari xviij. — Mino di 
Mnccio, per se et per Masgio di Mossa et l'erede di Natarino , eenso 
denari vj. ^ Zanghio, per lo podere de Riccio, censo denari xiiij. — 
Piero di Manetto^ per nome di censo, soldi vij. — Nieri di Fallino, per 
nome di censo, donati x. — Fallino, di Bencio, per nome di censo, de- 
nari X. — Loggia di Stefano, per nome di censo, denari iij. ^ Cornacelo 
di Pegno, per nome di censo, denari iij. -- Landino d'Amico, per lo 
podere di Landò, per nome di censo, soldi j. - Bellaccia di Vanni, 
per lo podere di Cerro, per nome di censo, soldi j denari vj. 

Ibrr»; — Martino di Faccio, per, nome di censo, denari viij. — 
Torrino di Pegno, per nome di censo, denari iij. — Vanni di Greppo» 
per nome dì censo, denari ilij. — Lacerne di Notaio, per nome di 
eenso, soldi iij. ~ Marglaceha di Jacomo, censo denari xij. ^ Ghese 
di Fermceio, eenso soldi iij. -* Colto di Jacomo, censo denari iij. — 
Lerede di Tura d^Allegrelto, censo denari xviij. ^ Domenico di Noto 
et i rratelli-, eenso soldi ij, denari vj. — Donna Ricche d'Ainto, paga 
Pallino di Bencio per lei , censo denari iij. — Biagio di Margiaccha, 
eenso denari xj. -— Naccio di Rigetto , censo denari xviij. 

Bemmola. — Questo ene il fittfo da Rennola, del detti signori, di 
grano et segale. Le rade del Viva pagano , a staio diricto , a detti si- 
gnori , stala viij et quarti ij di grano. — Piero di Piccho , per lo po- 
dere di Campacelo , a staio diricto , stala vii} di grano. — Martino et 
Naccio d'Amiche pagano, a staio diricto, stala ilij di grano. — Donna 
Rieeha di Migliore paga, a staio diricto, stala j di' grano. Anco Donna 
Riccha , a staio dirleto , staio j di segale. — Martino d'Amico , fra 
grano et segale , a staio antico, stala ij et quarti ij. — Salvoccio di 
Gnido et fratelli , allo staio antiche , fra grano et segale , stala ij et 
quarti ij. Anche, allo staio diricto, staia iij di grano. — L'erede di 
Getio paga, allo staio diricto, staia v di grano. — L'erede de Uccio, 
paga a staio diricto, staia ij di segale. — L'erede di Bencio paga, alto 

(1 ) Cinque partt e meen» delle otto possedute dai Tarlati si cedevano 
eppMnto al Comune di Firenze nel 1837. Ciò mi fa credere che questo som- 
marlo dell'entrate fosse compilato In occasione di quella vendita.. 



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2ia STUDI STORICI E BIBLIOGRAFICI 

staio diriUo»-8laia y di grano. Ancho paga a staio dinoto, stala ig, 
quarti ij di segale. — Gesso di Viva paga , a staio diricto , ' stala j 
di grano. — Bartolo di lacomino paga , a staio aDticho , staia j di 
graoo. Anche paga , a lo staio antiche ; paga Pagnaiio di Beoci per 
lui ; staio j di segale. — Mina di Corda paga « a staio drieto , staio J 
di grano. Ancho paga , a staio antico , staia j di segale. — Giovanetto 
et Pagnuzo pagano , a staio antiche], fra grano et segale , staia x. — 
Feccia Camaiani paga» per lo podere di Riccio, a staio diricto , staia j 
et ]j metadelle. — Bastardo di ser Migliore , paga per lo podere di 
Riccio , a staio diricto , qaarti ij e mese di grano. — - Salvi di Pio- 
cardo , per lo podere di Riccio , a sialo diricto , quarti ij e meio di 
grano. — Dino di Bencio , per lo podere di Riccio , a staio diricto , 
quarti ij di grano. — Doccio di Cioolo , per lo podere di Riccio^ a 
staio diricto, quarti iij e meco di grano. — L'erede di Martino» per 
lo podere dr Riccio , a staio diricto , quarti ij e meio di grano. ^ Cea- 
oe di Corso , per lo podere di Riccio , a staio dritto , metadelle ij di 
grano. *- Saloccio di Guido, per lo podere di l|iccio, a staio diricto, 
metadelle ij di grano. — Naido di Viva, per lo podere di Riccio, a stalo 
diricto , metadella j di grano. — Guardino di Nuccio paga ciaaeuno 
anno , per lo podere di Riccio , a staio diricto, quarti j et j metadella 
di grano. Pagnuzzo di Getto; paga Pane per lui; a staio anticho, 
staia ij di grano. Ancho il detto Pagnuzzo ; paga Pane per lui ; a staio 
anticho , staia ij di segale. ~ Peccìa Chamaiano paga , per lo podere 
che fu di Matteo, a staio diricto, staia ij di gratto. Ancho, per lo podere 
di Tenduccio , a staio diricto , staio j , quarti iJ di grano. 

Aeniiola. - Questo ene il Cito de la roeza parte ohe fo del conte 
Guido a Rennola, grano et segale. — Neri di Pegno paga , a staio di- 
ricto, staia vj di grano. ^ Donna Chiara, per lo podere di Mino Conte» 
a staio diricto , staia li) di grano. Ancho paga, per lo detto podere, a 
staio diricto , staia j et quarti ij di segale. — Maffeo di Cenno , per lo 
podere di Mino Conte, a staio diricto, staio j et quarti ij di grano. 

Atfftnolo. — Questo ene il fitto de la meza parte che fio del conte 
Patio a Rennola , grano et segale. ^ Duccio di Rigetto , per lo podere 
di Tenduccio, fra grano et segale, a staio diricto, staia iij. ^ L^erede 
di Metto, allo stalo diricto, staia iJ di grano. Ancho paga, a staio di- 
ricto, quarti ij di segale. — Valenza di Vanni , a staio diricto , quarti j 
et Iij metadelle di segale. 

iÌMino[a. — Questi sono i censi , pigioni et acomandigie per la 
meza^ parte che fo del conte Patio a Rennola. — Duccio di Rigetto 
paga censo , denari i. — L'erede di Metto paga censo , libbre j di pepe. 
— Valenza di Vanni , per nome di pigione , denari v. 

JRsimoto. ~ Questo ene il fitto de la meza parte che fo del eonte 
Tancredi a Rennola. — Monche di Migliore paga, a staio diritto, alala iiij 
di grano. 



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SOPRA GLI STATUTI ITALIANI 213 

ffeimota. ^ Qoestl gono. censi , pigioni et aeomandigle de'delti si- 
gnori a Rennola. — Maestro Cenni di Stefano, per lo podere di Corda, 
eenso, soldi ?ij. -— Nieri et Dagla di Pagno pagano , acomandigia per- 
petua, J cappone. — L'erede di Martino, censo , soldi v. — L'erede di 
Guido paga censo , soldi J. — L'erede di Corso et l'erede di Taccio , per 
nome di censo^ sòldi iij , denari vj. — Ghezzo di Viva paga censo , 
soldi i), denari v. — Piero di Piccho , per nome di censo , soldi vij , 
denari viij. — L'erede di Maffeo , per acomandigia perpeloa , soldi iij , 
denari vj. — Pagno di Beocio , per nome d'acomandigia perpetua , 
onde j et meza di pepe. Anche paga Pagno , per nome di censo , 
soldi iij , denari iiij. — Tende di Rinleri , per nome di censo , de- 
nari V..— Peccia barlettaio, per censo, denari iij. — L'erede di Bue» 
ciò, per nome d'acomandigia perpetua, oocie ij et meza di pepe. 
Anche paga acomandigia , soldi j, denari x. — Pane di Gratinò; paga 
per lui Broxio di Mone ; per censo, soldi vij. — L'erede di Franche , 
per nome di censo , per terza parte d'uno cappone. Anche paga per 
Ria terza parte che i loccha, di dodici denari censo, soldi ij , de- 
nari yj. -« Casino di Puccio, per pigione, soldo j, denari viiij. An- 
che per nome d'acomandigia , soldi iij. ^ Peccia Camaiano , per lo 
podere di Riccio , pigione , soldi iiij , denari Iiij. -^ Cennuzso da 
GoKuzzo » per lo podere di Riccio , pigione , denari vj. — Riccio di 
Cochoioni , per lo podere di Riccio , pigione , soldi j . denari viiij. 

— Panzo, per lo detto podere, pigione, denari xiij. — Ticho, per lo 
detto podere, censo, denari xviij. — Nernccio, per lo detto pode- 
re , censo , denari j. — Bastardo , per lo detto podere , censo , soldi ij 
denari viij. — L'erede di Bencio paga censo, soldi vij, denari viij. 

GaiaironiL ^ Questo ene il grano et segale de Galatrona , eh' è di 
detti signori , messer Piero et messer Tarlato. ^ Vanni del Tignoso 
paga fitto a detti signori , perpetuo, a staio rasanese , stala vj di grano. 

— Vuccio del Bruno paga fitto, a staio rasanese, stala iij di grano. 
Anche paga alio detto staio, stala j di segale. Ancho paga al detto staio, 
stala Iij di grano. Ancho paga per lo detto podere , al detto staio, staio j 
di segale. — Ugo paga, a staio rasanese , stala iij di grano. Ancho paga 
al detto staio , stala ij di segale. ^ Baldino di Benvenuto , a staio an- 
tiche, stala ij di grano. Ancho, al detto staio , stala ij di segale. Adcho 
paga, allo staio diricto, quarti ij di grano. — Berto di Benvenuto, allo 
staio antico t ataia ij di grano. Ancho paga al detto staio , stala ij di 
segale. Ancho paga, a staio diricto, quarti ij di grano. — Vanni et 
Martino di Rannido paga , a staio anticé, stala v di grano. Ancho paga, 
al detto ataio , ataia v di segale. ^ Riccio di Martino paga , a stalo 
antiche , ataio j di grano. — Nuto et Vanni di Martino pagano, a lo 
staio antiche , stala iiij di grano. Ancho pagano, al detto staio, slaia iiij 
di segale. Ancho pagano a staio diricto , stala iij di grane. — Gerlone di 



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^U STUDI STORICI E BIBLIOGRAFICI 

Gianfanello paga , a staio antico » staia v et quarti ij di grano. Aneho 
paga, al detto staio, staia iJ di segale. — Giovanni d'Orlando paga, a 
staio diritto, staio j di grano. — Gaidarino di Btonaecto, a staio di> 
ricto , staia ij di grano. — Vanni di Righieri paga , a stato dirkto , 
staia vij di grano. — L'erede di Benentendi paga, a staio dirioto, 
staia vij di grano. ^ L'erede del Paniiera, et l'erede di Nieri pagano 
astato diricto , quarti ij di grano. — Bdtaccia di Donato , per lo ea- 
stagneto i et p6r lui Ulivi de la oorte ;* a staio diricto , staio ano di 
grano. 

GàUurima. — Questo ene il fitto de la mesa parte che fo del conte 
Patio a Galatrona. >- Donato , Gratia , Gnido , Iacopo , Piero , frategli 
et figliuoli che, furono di Pagannccio , Giovando di Piggetto loro ne- 
potè, allo staio diricto, pagano staia vij di graiio. ^ Pagannccio, 
Naccio et Dandoccio di Vanni Zampino » per lo podere the fo di Barfh- 
lino , a staio antico , staio j di grano. 

GaUurona. — Questi sono censi, pigioni et comandisgie per la mesa 
parte che fo del conte Patio a Galatrona. •— Pagannccio, Naecio et 
Dandoccio di Vanni da Galatrona, dieno pagare di Une. anni l'aDo, 
j galina. Anco dieoo pagare uno pane et meio. Anco meco liarletto di 
vino per ciascuno anno perpetuo. Anco dieno pagare, per cinscano anno, 
ei (ij detti huomiui scripti di sopra , a delti signori , denari vj. 

GaiUurmia> — Questo ene il fitto de la meta parte che fo del conte 
Tancredi a Galatrona , che tocche in parte a detti signori. — Mino di 
Martino et Mencho suo figliuolo pagano, a staio antico, staia j di gfano. 
Anco pagano , a staio diritto , staia j di grano. Ancho pagano a staio 
diritto , quarti ij di segale. — Cipo del Panziera paga, a staio diricto, 
staia i di grano. — Vanni di Goidptto , per lo podere di Bencivenoi , 
a staio antico, staia ij di grano. Ancho paga il detto Vanni, a staio 
antico , staia j di segale. — Nuto di Donato et i frategli dieno pagare , 
a staio diricto , terso j di grano. 

érdiolrono. ~ Pigione in Galatrona, per la mesa parte che fo del 
conte Tancredi , che tocchò a messer Piero et a messer Tarlato in 
parte. -— Gino del Pansiera , per nome di pigione^ denari ij. *- Vanni 
di Goidotto, per pigione, denari ij. 

Oalalroneu — Questi sono censi , pigioni, acomandigie perpetue, che 
dia avere messer Piero et messer Tarlato in Galainma. «~ L'erede del 
Tignoso, per nome di censo perpetuo , soldi viij. «^ L' erade del Brano , 
per censo perpetuo , soldi ij. Anco , per nome di censo , di dua anni 
l'uno, denari ij. — Le rode di Benintendi, per censo perpetuo , soldi 4, 
denari ij. -- Gesta di Bendino et le redo di Giovanni dieno pagare , 
di due anni l' uno , a detti signori , ij pani , j barlette di vino , et 

( t ) Per 1. 



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éOPRA GLI STATUTI ITALIANI 315 

X Qova. -- Cesta di Bandino et le rede di Gìov»bdì dieno pagare , 
censo perpelQO f denari j. *- Le rede del maestro Ubaldino , censo , 
denari ij. Aocho didno pagare per mesa gaHina, censo, soldo J , de- 
nari viiij. Anche pagano, di tre anni i due anni, perpetuo, soldo j, 
denari viiij. Anco pagano, di tre anni Tono, libbre iij di carne di porco» 
j pane di grano. — Tofano del Cangio , per censo , denari iiij. — Le 
rede di Naido et le rede di BenTenulo et 1 consorti dieno pagare» 
di dne anni l'uno , censo perpetuo , una gallina. Anco pagano censo , 
denari iij. — Vanni di Rinaldo, per censo , denari xiiij. — ' Guido di 
GioTonni , per pigione d'una casa, soldi ij. — Le rede d' Ugo , le rede 
di Branaceio et le rede di Bizichi , per nonne di censo perpetro , de- 
nari :k. ~- Le rode di Martino del Riccio , per censo , soldi j. ^ Le 
rede di Gerlone , per censo , deneri iij. ^ Pernccio di Giovanni, per 
none di censo , denari iij. ^ Piero da Solata, per nome di censo, de- 
nari iiiJ. •— Ferro et Vanni, figliuoli che fuoro di Piero, per la metà 
del podére che fa di Leocio , censo perpetuo , denari vj. ~ Voccio et 
Vanni , figlinoli che fuorono di Viva , per mezo podere che fu di Len- 
ciò, censo perpetuo» denari vj. 

BticMio. — Questo ene il datio et albergherie , el quale pagano Bu- 
cino , La Torre , Galatrona , cioè la parte di mesaer Piero et di mes- 
ser Tarlato, per le v parti e mezo de l'otto , toccha per ciascuna parte 
del datio, lire l. -<- Impvimn dieno piagare il comune del Bucino, si 
come è distribuito con l'altre terre del contado , toccare per le v parli, 
lire xxìij , soldi ? per parte. Anche toccba al detto comune del Bocino, 
per l'albergheria , toccherò per ciascuna parte soldi x?. Somma Jl datio 
el albergherie che toccba al comune del Bucino per messer Piero et 
messer Tarlato , lire cxxxij^ 

Torre. — Paga il comune della Torre , a ragione dixiij , soldi ? et 
viij denari per parte. Somma che tocca al comune de la Torre per le . 
▼ parti e mezo del datio , monta lire Lxxiij soldi vj denari viij. 

HitnwÀa. — Dieno pagare il comune da Rennola , per lo datio che 
lo' toccha per l|e r parli et mezzo , per messer Piero et messer Tarlato , 
a rasione di lire vij, soldi ij, denari vj per ciascuna parte. Anche dieno 
pagare il detto comune da Rennola , per ciascuna parte , per l' alber- 
gheria , soldi XV per parte. Somma datio et albergherìa da Rennola , 
per le t parti e mezo, lire xLìij, soldi vj, denari iij. Diasene abbattere de 
la detta smnma per Dagluzo el per Nieri di Pegno , che sono allpdieri 
et pagano la lodoria , diasene abbattere , soldi xxxj , denarì vj. Resta 
netto il datio di Rennola « lire xlj , soldi xiiij , denari viiij. 

(rakUroiia. — Dia pagare il comune di Galatrona , per loro parte del 
datio de li signori , per messer Piero el per messer Tarlato, a rasione 
di lire vj et soldi v et x denari per ciascuna parte : per le sei parti 
monta lire xxxvij et soldi xv. 



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216 STUDI STORICI E BIBLIOGRAFICI 

GakUrona, — Qoeslo eae il salario che si pagava delle Torri da Ga- 
latrona. Costa la Torre vecchia , la guardia « per Intlo Taono, lice xnvj. 
Emprima paga il comune de la Torre , Tanno, per la guardia de la detta 
Torre vecchia , lire otto. £1 comune di Rennola , paga Tanno , per la 
guardia della delta Torre , lire vìj. Resta a pagare a messer Piero et 
a messer Tarlato , et a Guid'Alberti, .et a Guido Caffino , siccome tocca 
per parte , dieno pagare per la detta Torre vecchia lire xij. Per uno 
anno tocche per ciascuna parte a pagare, per ciascuno anno , lire ijt 
soldi xij, denari vj. 

Galairqna. — Questo ene il salario che si dava al castellano della 
Torre nuova da Galatrona , la quale Torre non pagava cosa ninna , né 
Guido Alherti, nò Guido CaflBno (1) , perciò ch'era propria essa Torre di 
messer Piero et di messer Tarlato ; costava, ciascuno anno, lire xxxiiij. 

Jorrff. — Pagava il comune de la Torre Sancta Liperata, ciascuno 
anno , per la guardia de la detta Torre nuova , lire vij soldi x. 

Rennoìa. — li comune di Rennola paga per la guardia della detta 
Torre nuova, per ciascqno anno, lire iij, soldi xv. Resta a pagare a 
messer Piero et a messer Tarlato tutto Tavanxo , il quale ene lire xviiìj. 

Bucino, — Questo ene il fitto che rimase a dividere, che fo del 
conte Tancredi , che rimase comunale con messer Piero et con mes- 
ser Tarlato. I quali fitti sono scripti disotto.' 

Feo di Bencivenne dia pagafe per Grifo del BoUe , per ciascuno 
anno . afflcto perpetuo , a staio diricto , stala ij di grano. — Vanni del 
maestro Tino dia pagare» ciascuno anno, per lo podere che fu di Cencio 
d'Uguiccione , a staio diricto , mexo quarto di grano. — Cecche di Be* 
rardino da Spedale dia pagare , per fitto de la parte de la vigna ^el 
conte Tancredi , ch'ene a lo Spedale , a staio diricto , quarti iij et j me* 
tadella di grano. — Anche dia avere messer Piero et messer Tarlato 
la metà de la vigna che tocohava al detto conte, ch'ò posta allato al 
castello del Bucino. 

(1) Hanno Zaffino tutte le lezioni; ma poco sopra, Caffino. — intendi 
poi soppressa Va Innanzi a Guido AlberH e a Guido Caffino. 



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SOPRA GLI STATOTI ITALIANI 217 



Alcuni appunti per servire ad una Bibliografia degli 
StatiUi italiani, del professore Francesco Bonaini. 
— Pisa, Tipografia Nistri , 4851. 



Negli stessi AnnaU deir Università toscana , dove il BoDaini ha 
pubblicato il Costituto della Valdambra e gli Ordinamenti degli 
abati di Vallombrosa, si trova un suo primo saggio di BìblìograGa 
degli Statati italianr. Egli volle cosi porre in atto una lodevole 
proposta degli Scieniiati che si congregarono a Venezia nel 1847; 
proposta che si può dire ispirata dal celebre Savigny , il quale 
nella sua Storia M Diritto romano nel Medio ero, confortando a 
istituire un esame comparativo delle costituzioni municipali, con- 
chiudeva che una si Alita opera non si sarebbe potuta far che in 
Italia, e dopo aver compilata una BlbliograSa che ne indicasse 
almeno gli Statuti divulgati per le stampe. 

Non cr^e il Bonaini d'aver fatto tanto che basti per una Bi* 
bliografla : ma il catalogo , ch'egli ci offre « di dugento città e 
terre d^ltalla uod è poca còsa ; se massimamente si voglia consi- 
derare, che gli Statati tuttavia inediti sono in maggior numero 
dei pubUioati. Lo che ha fatto che il compilatore non potesse 
mantener sempre il suo propòsito di contenersi nei limiti di una 
recensione delle stampe ; massime per quelli Statuti di cui , sen/a 
recarne 11 teeto , han discorso gli scrittori dei sìngoli municipii. 

Sappiamo che il Bonaini non attende solo ad accrescere que- 
sto primo lavoro» che dovrà in breve riprodursi a corredo di una 
nuova stampa torinese dell'opera del Savigny ; ma egli ha pur 
Tolto raaimo alla compilazione di una Bibliografia degli Statuti 
inediti , lavoro che il Savigny designava per secondo. Augurando 
al beBemerito Professore che poss^ condunre al desiderato termine 
un'impresa qaaato difficile e lunga, altrettanto bella e profittevole, 
gli oftrisco alcmi appunti su gFinediti Statati di Prato . che sono 
OD frutto de' miei brevi ozi autunnali. 



^pp.,?ol. IX. iS 



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S18 STUDI STORICI E BIBLIOGRAFICI 



Bibliografia degli Statuti di Prato. 



« Quum fracta esset oompages TOtusU 
« regiminis apud Lombardos , non urbes 
« dumtazBt in libertatem sese asseruemnt , 
ff sed etiam teme et cantra non panca pa- 
ti ril^us animis ad autocratiam anhelarunt, 
« soisque magistratibus a se constitutìs pa- 
« rere coeperunt ». 

MuaAToai , AnUq, Ital, M. ifi. , IX , 689. 



Niuno Statuto della città di Prato è a stampa ; se n*eocettaia- 
mo fi Breve dell'Arte de* Calzolai, scritto yolgarmente nel 1347. 
E poco o Dulia si occuparono di siffatti studi gli eroditi pratesi, 
che pur molto seppero e molto scrissero delle antichità della loro 
patria, comecché non molto pubblicassero. Primo quindi a di- 
scorrere degli Statuti nostri , e a farlo per le stampe , fa Tav- 
Yocato Germano Fossi , giovine di profondi studi e di agile io^ 
telietto , che un' immatura morte ci tolse nel quaransei. Del suo 
scritto (che a lui piacque intitolare Frammmto tnetftlo) si fregiò 
il Calendario Pratae nel suo primo nascere : operetta compilala 
da pochi ma amorevoli cittadini, che in sei anni chiuse la mo* 
desta sua vita. Di quel tanto che nello scritto del Fossi era di 
bibliogra6co (ed era per avventura il meno), fece suo prò il Bo- 
naini pe'suoi Appunti per $ervire ad ma Bibliografia degK SimitUi 
italiani; né io vorrò qui riferirlo, sperando poter dare qodle 
notizie medesime più largamente, con l'aiuto di documenti 
che il Fossi non vide o non curò di vedere; arendo egli comì- 
derato quel suo primo layoro non solo come preambolo , ma 
come parte di preambolo a studi più minuti e più sm intorno 
alla costituzione del nostro Municipio. Com'egli peraltro aentisne 
altamente di quegli studi, e come nella formazione degli Statati e 
nelle loro successire riformagioni e' vedesse la storia del Comniie 
e della nazione, ben lo mostra in queste parole, che io volentieri 
riferisco a onore dell'amico desiderato. • Vedere (cosi egli scri- 
« Teva) per quali rapide chine e sentieri disastrosi sieno i popoli 



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SOPRA GLI STATUTI ITALIANI 219 

« Tenuti già pei secoli camminando ò cadendo : paragonare alle 

ff presentì le passate cose, le istituzioni civili , ragrìcoltnra , Fin- 

e dnstria e il commercio; gli stabilimenti di beneficenza, gli stadi, 

a i monumenti, le attitudini degl' ingegni e de'corpi, gli spettacoli 

e popolari , le costumanze cittadine e la lingua ; e in brevi cenni 

e chiudere i termini, tristi o lieti , del confìronto a utile lezione di 

« questo tempo e dell' avvenire; e le consuetudini buone richia- 

« mare, e le cattive correggere; non è impresa a tentare senza co- 

« noscenza intiera degli Statuti. Nei quali, subitochè piaccia dar 

ff mano all'ordinamento loro speciale ed iniemo , è a tener conto 

« distintamente dello disposizioni riguardanti alla morale, alla 

<r economia, all'amministrazione politica, criminale e civile: e le 

« materie di ciascuna riforma di tal modo raccolte illustrare alla 

ff luce della storia dei tempi. Ma per quello attiene all'esame ge- 

« nerale ed e$iemo degli Statuti, giova seguire le fasi della co- 

« stituzione politica dello stato: perchè i cambiamenti nel pro- 

« cesso vitale del diritto e delta società tengono ad una legge di 

<r intima e necessaria corrispondenza. Quindi , altrettante riforme 

9 quante vicende; Jante nuove guise di governo, quante si nume- 

• rano glorie o sventure di un popolo : onde avviene che in que- 

« sta illustrazione delle antiche leggi sia d'uopo fissare, a ritrovo 

« nel vasto cammino, certi punti storici che nell'elemento poli- 

I lieo e nel giuridico stanno eminentemente distinti ; fermandoci , 

tt laddove i tempi , e i vizi e le virtù muteranno co' tempi, a 

tare la somma del bene o del male che ne afflisse o ne con- 

« solò 9. 

Dalla traccia che il Fossi ci venne come segnando, a me giova 
non discostarmi , quantunque la parte che io debbo adempiere 
non sia che quella di un semplice bibliogfrafo. Accennerò pertanto, 
nel modo più compendioso, quali il Comune di Prato patisse vi* 
tende nel suo reggimento, dal secolo Xll, in cui è memoria della 
prima costituzione municipale e delle successive riforme , al seco- 
lo XUl , in cui cominciamo a trovarne i documenti ; ricorderò la 
sottomissione a Firenze, i vari sforzi per iscuoterne il giogo, e 
quanto da quella epoca ha di più notabile la storia civile della 
mia patria fino al giorno in cui Firenze e Prato si sentirono ugual- 
mente suddite. Da quel giorno , e più ( come il Fossi osservava ) 
dopo che il primo Cosimo obbe assunto il principato, le riforme 
si seguitano più che mal rapide , r. comecché leggi create da po- 



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J 



220 STUDI STORICI E BIBLIOGRAFICI 

« polo libero a difendere libertà dovessero riescire a gran petza 
« malagevoli a maneggiar servitù. £ gli Statati riflettono lucida- 
n mente il colore che le yicende politiche avevano dato alle cose ; 
« al fremito generoso dei vecchi Statuti tolse luogo la formala: 
a RegnanU illustrissimo 9$ exceUerUissimo domino duce Cosmo de 
a Medicis in suo foslicissimo stcUu , et (non so se per burla o da 
« senno) reipublicae florentinae. E più innanzi, dismessa pur que- 
« sta formula , omai, a dir vero, inutile di ceremonia, parve più 
(t semplice e schietto dir sempre : Per ordine e commission» del 
9 serenissimo granduca di Toscana nostro signore ». 

Gli statuti e le riforme del Comune di Prato saranno disposti 
in questa BibliograGa secondo i tempi; né ho creduto necessario 
separare quelli e quelle che riguardano il contado , sebbene aves- 
sero suoi propri statutari e cancelliere. Ho fatta peraltro una par- 
ticolare sezione dei Brevi delle Arti , e un' altra sezione eziandio 
delle costituzioni, onde furono governati alcuni istituti di ben^ 
Gcenza , dei quali la terra di Prato fu ricca sino dai più antichi 
tempi. Non intendo peraltro di dare né di queste nò di quelli una 
compiuta raccolta; perchè molti de' Brevi andarono perdati col 
mancare dell'Arti » e degli statuti particolari dovrebbe farsi ricerca 
in archivi che io non ebbi uè il tempo uè. la comodità di vedere. 
Mi propongo quindi di dare solamente i pochi appunti che via 
facendo ho potuto raccogliere ; persuaso che non debba ascriversi 
a difetto, giacché mio proposito é quello di compilare la Bi- 
bliografia degli Statuti pei quali il comune di Prato si resse, e 
quando la terra mantenne libertà , e quando la Repubblica Fio- 
rentina e i principi toscani la signoreggiarono. Molto meno pei^ 
tanto ho stimato del mio istituto l'occuparmi delle compagnie 
religiose e di ogni altra istituzione attenente a chiesa ; quantun- 
que di alcuni antichi e Jbuoni documenti abbia potuto prender 
cognizione nel rovistare per altro gli archivi e le biblioteche. 

Nella collezione degli Statuti che l'Archivio delle Riformazioni 
possiede , ho trovato la maggior parte dei documenti che compon- 
gono la presente Bibliografia ; non però i più vecchi , che tuttavia 
si conservano nell'Archivio municipale di Prato. Ciò mostra quanto 
poco fosse obbedita la volontà del granduca Cosimo I ; il quale , 
animato da quello zelo a cui andiamo debitori dell'Archivio dei 
Contratti , ordinò con bando del 27 luglio 1546 , a che tntte le 
a Comunità del dominio , che si trovassiao avene propri statati , 



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SOPRA GLI STATUTI ITALIANI 221 

• de' quali non siano gli originali o k coffe auteotiehe alle Ri- 
i forpiagioiii , sleno temiti e debbino, intra un anno prossimo 

• futoro dal di della pùblicaiione della presente , averne fatto 
a fare an altro libro in fogli reali » o in mezxanelle bolognese , 
e e di baonissima lettera ; nel quale apparisca scritto tatto quello 
« che si trova ne' propri originali , e di sorte cbe non vi mandii 
< pure una parola ; et el libro di poi far riscontrare eoo qualcuno 
a de' coadiutori delle Riformagioni predette , e farlo emendare in 
' quelle parti doye e' si troyassi scorretto o difettivo ; e cosi emen- 
9 dato , rilassare neH'Arohivio publico di detta cancelleria delle 
a Riformagioni , sotto la custodia di quello ofBaiale » a fine . et 
4 effetto di potersene .per ogni tempo servire in qualunque occor- 
« renzia , e sopra tutto quando e' si dubitassi ohe quelli che re* 
« stassino appresso di dette Comunità » fnssino stati rasi , o altri* 
« menti falsificati , o per il corso del tempo Cassino venuti di 
« sorte cancellati , che la propria lettera^loro più non si potessi 
• l^gere o più non s'intendessi ». 

Bisogna però dire a onor del vero , che se il Comune di Prato 
Qon fu de' più obbedienti nei consegnare all'Archivio delle Rifob* 
magioni le copie dei più antichi Statuti , non fu incurioso di con- 
servarli insieme agli altri documenti del proprio Archivio* Nello 
SUtuto del 1505 , alla rubrica 29 del libro IV , abbiamo delle 
serissime disposizioni circa al tener conto delle vecchie earte « 
sopra di che vuoisi creato un offlcio di quattro uomini di buona 
condizione e fama « e di conveniente sapere. Quanto poi avesse 
cura delle antiche memorie il cancelliere Quirico Baldinucci , 
quanto vi studiasse il dottor Alessando Guardini , ambedue vissuti 
con fama di egregi letterati nella prima metà del secolo XVI, cre- 
do cbe sia in qualche parte dimostrato nella Bibliografia prolese, 
pubblicata sin dal 1844. E allora quando gli studi della erudizione 
cominciarono a essere riavuti in onore , e gli esempi dei Maurini 
francesi, e dcgi' italiani Muratori, Maffei , Lami (per tacer di altri 
infiniti ) ebbero eccitata una bella emulazione nei cultori delle 
lettere, di cui non fu città né qualsiasi più umile terra Toscana 
che andasse priva ; anche in Prato si risvegliò una viva brama 
di ricercare le passate memorie ; né già seguendo le tradizioni e 
le favolose storielle fabbricate nel quattro e cinquecento, ma riven- 
dicando da vergognosa oblivione gli originali documenti ,7che gia- 
cevano per i monasteri e per i pubblici e domestici archivi. I due 



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2» STUDI STORICI BC. SUGLI STATUTI ITALIANI 

fratelli Casotti , il Bianchini » i BoDamici bene meritarono di 
qnegli studi , come la memoria dei musei raccolti , e la yiya te - 
stimonianzà degli scritti folnmi ce lo fanno conoscere. Quindi 
non sarà maraviglia il vedere nella Riforma del 1703 due capitoli 
( che io ho stimato pregio dell* opera il pubblicare a suo luogo ), 
nei quali si ordina dai riformatori di far « raggiustare e ridurre 
« nella sua buona forma , e per beneGzio universale , gli Statati 
yecchi ; e si rinnovano gli ordini precedenti circa la conserva- 
zione dell'Archivio pratese. Che se poi a tante cure de' nostri 
maggiori non corrisposero gli effetti ; se oggi lamentiamo perduti 
tanti preziosi monumenti della storia, o appena. ci è dato racco- 
glierne con devoto animo le reliquie ; non fu certamente colpa 
loro » ma de' tempi che sul cadere del passato secolo , e pur troppo 
nei primi anni di questo nostro » Tolsero tanto avversi agli studi 
dell' antichità ; la quale fu riguardata con superbo dispregio , e 
considerata non altrimenti che fastidioso pedante, mentre ella è 
yeneranda maestra di scienza e costumi. Oggi , grazie a Dio , 
l'amore per cosiffatte discipline è rinato, e mostra ogni giorno 
più dilatarsi : ma il riedificare soyra tante mine sarebbe opera 
malagevole e forse disperata, se alla volontà dei privati non si 
aggiungesse l'autorità del comando. Quest'autorità ha voluto che 
gli Archivi di Firenze avessero sede nobilissima , ordinamento sa- 
piente, conservazione gelosa , e facile uso pei dotti: è quindi le- 
cito nutrire la speranza che da siffatti beneficii non vadano esclusi 
i ricchi e preziosi archivi dei Municipi! toscani. 



N. B. — La BibliogralUL d§gU SUUuli FraUii qtU promeiM, verrà dola 
9oUa ieguetue Di$pen»a. 

r/BDlTORK. 



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RICORDI 



DI 



FILIPPO GERARD DI VIGNEULLES 



IKTOftHO 



AL SOGGIORNO DA LUI FATTO NEL REGNO DI NAPOLI 



DI FERRANTE I D'ARAGONA 



EPITOMB 



m ALPBEDO 



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RICORDI 



DI 



FILIPPO DI VIGNEULLES 



Da Vigneulles, luogo nel contado di Meli in Lorena » trasse 
i natali e prese il cognome Filippo Gerard, correndo l'anno 1471. 
Suo padre Giovanni, gonfaloniere {maire] del borgo» s'ingegnò 
di dare al flgiiaolo un' educazione corrispondente a'sooi mezzi, 
yolendone fare un uomo di legge : ma il desiderio di vedere genti 
e paesi lontani , non lasciò il giovane vivere tranquillamente in 
patria. Nel 1486, appena di quindici anni, andò in Svizzera; 
nell'anno susseguente parti per l'Italia con un araldo [héraui 
d^arma) di Alfonso d'Aragona, duca di Calabria. Tre anni e mezzo 
visse a Napoli e nel Regno , finché , stanco del genere di servizio 
poco conveniente alla sua condizione, e desideroso di rivedere la 
patria, tornò in Francia con un'ambasciata destinata a portar 
regali a Luigi XI. Dopo molta varietà di fortuna , e dopo varj 
viaggi per Francia ed Allemagna, egli giunse a godere di vita 
agiata , dividendo il tempo tra i negozj mercantili , e le lettere. 
Scrisse una cronaca dì Metz e della Lorena ; compose un libro 
di novelle, sul fare di quelle attribuite alla Regina di Navarra, 
posteriori alle sue; tradusse T antico romanzo del duca Garino. 
Un'altra opera rimane di lui: le memorie della sua vita sin al 1520, 
termine cui sopravvisse di circa ott' anni ancora. Queste memorie., 
scritte senz'arte né pretensione , sono curiose quanto importanti 

App., Voi. IX. 29 



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226 RICORDI 

per conoscere le condizioni della Lorena al tempo in cai la Ticina 
monarchia francese, consolidata mercè la profonda politica del- 
l' undecimo Laigi , entrava nella tremenda lotta che riempi gli 
anni di governo di Luigi XII , Francesco I , Arrigo II. Quello 
però che ne aumenta ancora il pregio, si è il presentarsi dalle 
medesime un quadro esatto ilello stato di quella città di Metz , la 
qu^le, ayendo costituzione somigliante agli ordini politici delle 
grandi città libere dell'impero, erasi mantenuta indipendente, a 
malgrado delle insidie e guerre mossele dai duchi Lotaringi, per ca« 
dere poi, a metà del secolo sesto decimo, sotto il dominio francese. 
In questo libro di Memorie (1) , nel quale l'autore intraprese 
di dar ragguaglio a de tauites U» adventures bannea et malvaises 
que en man temps me $ont advenues, et aui»y plusieurs auUree 
diverses fortunes et adventies — tant en Frante y en Ttalliej en 
Alkmaigne et en Loraine, et principahmenl en la noble dté de 
Mete B , leggiamo il racconto di quanto accadde é Filippo di 
Vigneulles durante il suo soggiorno nel regno di Napoli. Non sono 
cose di gran momento. Il giovane lorenese ivi si trovò in umile 
condizione , seguendo a piede i padroni suoi , che erano servitori 
dei principi Aragonesi. Pure non senza piacere si leggono ì rag- 
guagli da lui dati su i viaggi suoi colla corte di quel Federigo, che 
in seguito divenne ultimo re dell'infausta stirpe del bastardo 
d'Alfonso primo , e i racconti del yivere di quei tempi , dei sup- 
plizi dei baroni e dei monetar] falsi , delle feste e dei tornei io 
cui presero parte il secondo Alfonso e Ferrandino ; e .finalmente 
le descrizioni delle fortificazioni di Napoli e dei luoghi di Paglia 
Basilicata e dell'Abruzzo, da lui visti %elle varie pereginazioni. 
Pochi anni dopo che Filippo ebbe lasciato Napoli , crollò il trono 
degli Aragonesi , e infelicissima fine ebbero tutti quei principi , 
che il giovine ammirò nelle giostre e seguiva nelle caccie, non 
presaghi della tremenda tragedia che in dieci anni annientò un 
regno e tre generazioni di re. 



(1) Le predette Memorie si leggono a stampa col segoeate titolo: Gb- 

DENUDCH DBS MBTZBN B0RGBB8 PBILIPPB VON VIGNBOLLBS flllf den JohriH I47f 

Mf^iaSS. Naeh der Hand$chrifl dei Verfassers herausgegebén wn 2>r.HBiNiica 
MiCHBLANT. Stattgarda, 185S, xxxve44l pag. In 8vo. (A spese della Società 
letteraria). Qoantonqoe II titolo sia In tedesco, Il testo è In fìvncese, nel dia> 
letto dilqoeila parte della Lorena eoi apparteneva l'autore. 



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DI FILIPPO D[ VIGNEULLES 227 

e Mentre io. stavo a Gioevra nella casa del mio maestro ( cosi 
racconta Filippo ) , venne a vederci un cbiertco di Bourgez nel 
Berry , col quale 'fissai di andare a Roma. Allorché mi recai « 
chiedere congedo al maestro , egli a suo malgrado me lo diede , 
cercando di levarmi di testa questo progetto , e dimostrandomi i 
grandi .pericoli di tal viaggio , ben sei volte da lui fatto. Non- 
ostante rimasi fermo nella mia deliberazione. Vedendo questo, mi 
pagò air incirca quattro ducigli , e noi partimmo. La sera ci tro- 
vammo in una buona città Mil lago , detta Thonon. Dopo di avervi 
pernottato , passammo per le seguenti città : da Thonon a S. Gi- 
golfo, S. Maurizio, Martigny, S. Brancbier, Borgo S. Piero. 
Monte S. Bernardo , Borgo S. Remigio , Aosta , Ivrea , Vercelli , 
Pavia. lyi si passa il Po e si continua per giungere a S. Giovan- 
ni, a Piacenza, Parma, Reggio, Modena, Bologna, Firenzuola, 
Scarperia, Firenze, San Casciano, Siena, Buonconyento, San Oni- 
rico , Alia Paglia , Aquapendente , Borgo S. Lorenzo , Bolsena , 
Hontefiascone , Viterbo , Ronciglione , Sutri , Monterosi , Baccano , 
Borghetto ; dopo di che si giunge al Monte Mario, donde si scuo- 
pre la santa città di Roma. 

L'anno in cui entrai a Roma era il 1487. Il nostro viaggio 
era stato lungo, faticoso e con piccola spesa, giacché più volle 
avevamo passata la notte negli ospizj, o nel campo all'aria aperta. 
Andammo a prender alloggio nel bórgo a S. Pietro , divisando il 
modo di. vivere. La mattina visitammo la chiesa di S. Pietro; ma 
il mio compagno, cui avevo prestato un mezzo ducato, dipartissi, 
senza mai tornare. Durante sei o sette giorni non trovai maestro, 
sin a tanto che in una piazzetta presso il ponte Sant'Angelo in- 
contrai an sacerdote del DelGnato, il quale mi chiese e della 
mia patria e del mio desiderio. Gli risposi che non ero venuto se 
non per trovar lavoro. Allora mi condusse all'albergo della Galea (1), 
dove stava un giovane di Losanna, il quale era araldo d'arme 
del duca di Calabria, e voleva partire per Napoli. Gli promisi 
di servirlo, senza però fissare nulla. Dopo una quindicina di giorni, 
che gli occorreva per terminare certi affari, e che da me vennero 
impiegati per visitare i luoghi santi di Roma, montammo una 
sera di sàbbato in una nav0 sul Tevere, e passammo sotto le 
mora di Ostia. Il tempo essendo bello e. chiaro, entrammo in 

(1) e VoiteUerie d$ la Gaìlée i». 



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228 • RICORDI 

ihare , mentre le stélle splendevano. In questa notte aTemmo una 
contesa con certi. corsali , i qaali si dicevano offesi dai padroni 
della nave nostra. Essi vennero ad assaltare il brigantino , che 
era molto inferiore alla na?e loro , dimodoché poco mancò che non 
si perdesse. Le buone parole di un uomo dabbene che era con noi, 
raddolcirono i pirati , i quali dopo alcune battiture dateci , parti- 
rono* lasciandoci alzar le vele al chiaro della luna. Il giorno se- 
guente verso vespro approdammo a Gaeta, dove passammo la 
notte. Avendo trovato in quel porto una barca in procinto di par- 
tire per Napoli , profittammo di quest'occasione, veleggiando alla 
volontà 'di Dio e della fortuna. Sicché una mattina arrivammo a 
Pozzuoli , e poco dopo nel porto di Napoli. 

Ognuno prese il suo bagaglio, cercando un albergo. Quanto 
a me, accompagnai il mio maestro, che aveva nome d'Andrien, 
ma era detto Calabria, dal titolo del signore presso cui aveva im- 
piego. Stando con lui , mi diede gran noia il non intendere la lin- 
gua del paese. Non mi piacevano nemmeno le condizioni delle 
persane. Col mio maestro stavo bene , ma esso avendo voluto con- 
traddire al Duca di Calabria in un affare da questo signore ordi- 
natogli , fu licenziato dal servizio. Avendo per ciò dovuto dimi- 
nuire le sue spese , egli non mi dava più vestito né altro come 
doveva ; ed essendogli venuti altri impedimenti , le cose andavano 
di mal in peggio. Finalmente il padrone mi disse che non era più 
in grado di sostentarmi, e che mi avrebbe' aiutato a cercare al- 
tro partito. Quantunque io fossi piuttosto contento di andarmene, 
mi dispiaceva di avere speso il mio al suo servizio, perocché egli 
non mi dava né denaro né guiderdone veruno per l'opera pre 
statagir, mentre chiedeva ancora che io andassi a stare con un 
suo compagno, uomo d'arme presso il Duca. Egli si chiamava 
Giovan Antonio, di nascita piemontese, essendo nato presso To- 
rino, e cattivo padrone se ve ne fu mai. 

Ciò molto mi dispiaceva ; ma le promesse del mio antico pa- 
drone, di farmi avere il mio, m'indussero a stare. Rimasi od 
anno presso il detto Giovan Antonio , cosi alla peggio , eccetiaato 
che mi dava un po'di vestito. E volendo parlargli , o domandargli 
congedo , mi accolse male e mi batté ancora. Dormivo sulla pa- 
glia accanto ai cavalli' , o sul nudo lastrico. Giovan Antonio vo- 
leva tenermi quasi schiavo , ed impedirmi di servire altri nella 
città di Napoli. Avendolo lasciato uùa volta per entrare al servi- 



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DI FILIPPO DI VIGNEULLES 229 

zio d'un altro gentiluomo , questi , sentendo che non aveyo avuto 
il consenso del mio primo padrone , non mi voleva , dicendo che 
non intendeva attaccar briga , essendo Tuso presso la gente d'ar- 
me di non prendere al servizio altri che coloro i quali erano stati 
regolarmente licenziati. Dopo questa esperienza , tornai dal mio 
antico padrone ; ed essendomi spiegato con lui , continuai al suo 
servizio. Andai poi dall'Andrieu che mi aveva condotto, e gli dissi 
come ero trattato , e che egli mi aveva venduto. Questi, all'incon- 
tro, scusandosi rispose, che non aveva fatto altro se non prestarmi 
al suo compagno , sino a tanto che fosse tornato egli stesso a mi- 
glior fortuna. Frattanto promise di procurarmi il mio congedo. 

In questo tempo venne a Napoli il cardinale di Foix (1) i gran- 
demente festeggiato dal re e dalla corte (2). U re mandò tutta la 
gente d'arme sua e dei figli per fargli guardia nel Castelnuovo. 
Fece mettere anche buona guarnigione in Castel dell'Uovo , che si 
trova su uno scoglio nel mare a mezzo miglio dalla città ; e nel 
Castel Capuana, dove risiedeva il duca suo figlio; e nella Torre 
di S. Vincenzo che sta nel mare ; e a S. Martino sul monte. 11 
muro della città non era fatto ancora, ma si costruiva bello a 
meraviglia, come si può vedere; e così grosso, che il. più gran 
carro con un uomo da ciascuna parte poteva camminare comoda- 
mente sovr'esso. Le torri rivestite di pietre quadre, erano mas- 
siccie, all' infuori delle feritoie; e stavano distanti l'una dall'al- 
tra di quaranta passi. Cosi nxx trovai di guardia , con molti altri, 
nel Castelnuovo ; il castello più bello che si possa vedere , co- 
struito dal re Alfonso. Ai quattro lati alzansi quattro torri mera- 
vigliosamente murate , e la porta marmorea è altissima ed ornata 
di molte sculture belle e piacenti , di marmo bianco. Le mura sono 
cosi grosse, che dal lato della città c'è sopra un giuoco di pal- 
lone. Il cortile è grande e piantalo d'alberi , ed ha all'intorno ca- 
mere a volta per la gente di servizio. Dalla parte del mare sono 
due sale, dalle quali si gode un lontano prospetto della marina: 

(1) Pietro de Folx, nipote di Luigi XI di Francia, vescovo di Yanoes , 
eranta^la Sisto IV nel 1476 , morto a Roma nel 1499. 

(2) « Adi XXX di luglio 14LXXXVIII (così si legge nella Cronica di 
Notar Giacomo ,a pag. 167) de merooridl ale 22 hore intro In la Cita de 
Napoli lo reverendissimo cardinale de Foix , dove la maestà del signore re 
Ferrando 11 andò ad incontrare vna con lo Iflostrisslmo signore duca de ca- 
bria '{Calabria) et multi signori et barunl Ono a Sancto Antonio ». 



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230 RICORDI 

cìoò la gran sala regia , e una minore con in mezzo la cappella 
del re (1). 

Mentre ivi sistaya , fu giustiziato e squartato un uomo; era uno 
dei portinai di detto castello, accusato di aver voluto giovare alla 
fuga dei baroni che il re vi teneva prigioni. Questi signori furono 
presi allorquando io venni a Napoli : alcuni di essi vennero giu- 
stiziati ; per esempio , il segretario del re e il suo Gglio , ed altri 
ancora ; quale segretario era un gran barone (2). Gli altri furono 
gettati in prigione : tra dì essi un potentissimo signore, principe 
d'Altamura e duca d'Andria , grande e grasso (3) ; e parecchi con 
essolui. La cagione della loro prigionia fu Taver voluto essi tra- 
dire e cacciare il re, per mettere sul trono il duca Renato di Lo- 
rena.- Non se ne salvò che il conte di Valle, che si giustificò ; e 
il principe di Salerno, che si rinchiuse nella sna città, qiantenen- 
dola contro a re Ferrante finché gli riescisse di andar a Roma. Il 
re diede le terre di lui al àuoi figliuoli , siccome fece anche dei 
beni degli altri baroni. 11 principe Federigo secondogenito suo, 



(1) Le mara di Napoli dalla banda orientale vennero principiale da Be 
Ferrante nel 1484 , come si ha dal diari del tempo. (Yedl « Napoli e iluoghi 
celebri deUe iue vieiname » ; Nap. 1845 , voi. I , pag. 212 e seg.). Si vedono 

10 oggi ancora dalla Porta del Carmine , che conserva on bassorilievo col ri- 
tratto del Re a cavallo , sino alla nuova caserma di S. Giovanni a Carbonara ; 
spesso però Interrotte ed avvilappate dalle fabbriche posteriori della troppo 
cresciuta città. In qael recinto trovasi Porta Nolana , la più bella della me- 
Iropoll. — Di Castelnaovo non occorre parlare , nò avvertire come esso da 
Re Alfonso non sia stato costroito, ma ampliato. L'errore era facile però, 
glacchò r iscrlilone dell'Arco trionfale lo^ perpetua. I rilievi della porta di 
bronzo Interna , rilievi rozzi ma non senza Interesse storico , segnati col no- 
mine di Guglielmo Lo Monaco maestro delle artiglierie del Re, rammentano 
I fatti della guerra del Baroni, a col allude 11 nostro Lorenese. La porta mar- 
morea, cloò l'Arco di trionfo del primo Alfonso» venne alzata di più ancora, 
e di soverchio, nel tempi che seguirono. La Torre di S« Vincenzo stava sopra 
uno scoglio all'Imboccatura della Darsena. Ora la località ò tutta cambiata. 
S. Martino sul monte ò l'antica torre di Belforte , poi Castel S.BImo, presso 
la Certosa di quel nome. Nella seconda metà del clnqueeento ancora veniva 
detta fortezza di S. Martino. 

(2) Antonello Petruccl e Franceflipo Coppola vennero giustiziati li di 

11 maggio 1487. 

(3) Pirro del Balzo , gran connestablle del Regno. Nella Cronaca di No- 
tar Giacomo se ne racconta la prigionia e la morte . a pag. 164 e §71. Ca- 
millo Porzio racconta gli ultimi fatti dei baroni dì parte angioina nei libro 
terzo della Congiura. 



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DI FILIPPO Di VIGN£ULLES 231 

che aveva titolo di principe di Taranto, ebbe le terre del principe 
di Altamora che era prigione , e prese per moglie la di lui 
figlia (1) y facendo le nozze nella città d*Andria nelle Puglie. Que- 
sto ebbe luogo al tempo che io stava ancora còl mìo primo pa- 
drone Andrieu , ed andammo in quella città che da Napoli è di- 
stante di cento miglia all' incirca. Ecco la strada che seguimmo. 
Da Napoli a Marigliano , Nola , Basano , Monteforte , Avellino , 
Atripalda, Praia, Torcila, Mirabella, Grottaminarda, Porcarìno, 
Gesualdo, Montelione, Vallato, Cedogna, Ascoli (di Capitanata], 
Lavello , Minervino ; finalmente ad Andria , dove si fece la festa, 
bella e solenne. Tornando, si prese la medesima strada. 

Ora, per tornare al primo ragionamento, durante tutto il tempo 
che il cardinale di Foix stette a Napoli (2), rimasi nel Castelnuovo 
con Giovan Antonio mio padrone , dormendo ilei corridoi di quella 
fortezza. 11 cardinale stava alloggiato nella casa del principe di Sa- 
lerno (3). Giunsero in quel medesimo tempo a Napoli le galeazze 
francesi , come è loro uso di venire ogni anno nel mese d'agosto per 
vendere le loro mercanzie nella dogana napolitana. Dopo di avere 
disposto di tutto , una di esse volle tornare in Francia ad Acque- 
morte con carico di grano, mentre era intenzione delle altre di 
far vela per Alessandria, onde cercare altre mercanzie. ColFaiulo 
del mio antico padrone feci tanto, che Giovan Antonio mi congedò. 
mentre trovai uno di Bourges nel Berry , il quale promise di far 
la spesa. Le galeazze indugiando nel porto oltre quel che si cre- 
deva , io » avendo avuto il mio congedo , mi trovai senza mezzi. 
Cosi andai alla corte di Don Federigo , il sopradetto secondo figlio 
del re. In questa corte si parlava francese , giacché la maggior 
parte delle persone erano dei paesi oltramontani , come era stata 
la prima consorte del principe (k) , il quale aveva dimorato lunga 
pezza col duOa di Borgogna (5) , mentre stava all'assedio di Nancy. 



(i) Isabella del Balzo , già fidanzata a D. Francesco d'Aragona . allro Aglio 
di Ferrante I. 

(2) li cardinale iiartissl da Napoli per Roma II di fi ottobre 1488. 

(3) Il palano del Saosoverlnl , costroito nel QaaUrocento da Novello 
di San tacano, e glodicato ano del pld belli della cUtà , venne In parte de- 
molito per dar loogo, nel 1584, alia chiesa del Gesò noovo, rimanendo II resto 
incorporato al collegio dei Gesalti. 

(4) Anna figlia del doca di Borbone. 
(6) Carlo il Temerario. 



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232 RICORDI 

Mi ridossi daoqae a stare con ao geotilaomo addetto al principe , 
sino alla partenza del naviglio. Intanto ano dei signori venne a 
domandarmi se volevo venire al suo servizio , nel qaal caso avrei 
avuto buon guiderdone. Considerando che mi trovavo senza on 
soldo , ed avendo sentito dagli altri servitori che questo era buon 
padrone e che si viveva comodamente da lui » accettai ciò che mi 
offiriva, ed ebbi un carlino al mese ed altri vantaggi. Esso si do- 
mandava signor Guglielmo <r le gnair^n o ; e quantunque non 
fosse gran gentiluomo , essendo suonatore del principe , ne era 
molto amato e in gran confidenza. Io non ero che il suo servi- 
tore , andando a piedi colla corte ; malgrado ciò , stavo meglio ed 
avevo miglior alloggio che mai , e godevo vari vantaggi oltre ciò 
che era stipulato. 

Giunse in quel tempo a Napoli uno dei Ggli del re , bastardo, 
che aveva lasciato il padre mentre era giovanissimo, per riCn- 
giarsf dal Granturco , il quale l'aveva nutrito al pari degli altri 
grandi della sua corte , dandogli terre e sussistenza (i). Dopo lunga 
dimora in quel paese, il detto bastardo si risolvette a tornare a 
Napoli. Giunto al confine del Regno, ne fece dar avviso al padre, 
il quale lo disse benvenuto , e gli mandò incontro duchi , prìn- 
cipi , conti , arcivescovi e vescovi , con trombette ed altra musica. 
Questi con gran gentilezza vennero a trovarlo a un miglio lontano 
dalla citta • dove , vestito alla turca , montava una chinea , accom- 
pagnato da parecchi servi turchi. In tal modo entrarono in città. 
Il padre lo accolse gentilmente, e dopo qualche giorno gli assegnò 
possessi per sopperire alle spese di sua casa. Ma esso cominciò a 
menar la più infame vita di cui mai si fosse sentito parlare; la sua 
corte era piena di cattiva gente, ed egli si dimenava come un malto. 
Per ciò il re lo fece rinchiudere in Castel delFUovo ; ma dopo un 
mezz'anno liberòUo, a richiesta di parecchi grandi signori. Più 
tardi questo bastardo fu fatto vescovo di una delle diocesi del 
Regno. Dio mio, che vescovo, uno che era vissuto sempre in 
Turchia I che pastore, che non sapeva l'abbiccì ! 

Poco dopo il principe d'Altamura , cioè Don Federigo , volle 
andare a veder la moglie incinta, che stava nella sua città d'An- 

(1) « Adi XXVII de Secteoibro «487 de ioaedi (cori si ha dal Notar Gia- 
como, a pag. 165 ) , eotro in la cita de Napoli Don Alfonso de Aragona 
flcllo natorale dei serenissimo re Ferrando, qoaie venne dal Cayro et intro 
alia roorescha ». 



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DI FILIPPO DI VIGNEULLES 183 

éftìBé Si mise ddnqae io viaggio , il jdìo padrone ed io essendo del 
EOO segnilo , per la atrada già fatta e rifatta. Stemmo uà mese in 
quella dita di Paglia , dote la principessa partorì un Oglio ma- 
schio (1). Dopo ciò tatta la corte parti per la caccia » e lasciando 
la Puglia, Tollero passare per la Basilicata, ed andare sino nelle 
GtfalMe. Da Andrlà si andò a Qoarata , poi a Rufo e ad Alta- 
Inttra. Di là si tenne a Matera , città fabbricata in una allura, di 
ttH nbù eredo che ri sieno yenti case murate , tutte le altre es- 
Éendo iùcàtaté nello scoglio , cho facilmente si taglia. Sopra una 
collinetta sta la eattedrale, molto belia^ con altissimo campanile. 
U caso trotansi rtìna al di sopra dell'altra, di manièra che i 
tetti delie più basse formano la strada datanti alle più alte. I soli 
camini eseono.fuoH, è di dietro non ò*é altro fuorché la roccia» 
non eàsettdori muralo Se non porle , finestre e cose simili ; ciò 
che producè un effetto veramente strano. 

Da llatera si and6 a HonteseagliòSo » dorè il principe prese 
all6g!||io itf ùd convento di Benedettini detto di San Michele,. si- 
tuato nella òittà, che si trota in alfa postura. Poi si giunse a Torre 
A mnre, dò^e si slette parecchi giorni. Essendo il principe toroato 
Hi AildrfÉ, donKaddai congedo al mio padrone per fare, con altri 
compari , un pèHegrinaggio a & Niccotò di Bari » distante da 
AKaiAura una giornata, sulla costa pugliese. Prima si passò per 
tfhé bnona ciHà dèlta Acquatita , poi si ghmse a Bari. 11 mio 
pàArOÉe ùii a^eta data una lettera per un sacerdote di questa 
città , pregandolo di farmi ottenere dell'olio del Santo : se no, non 
Se ne avrebbe atnto. Quindi in quel luogo fecemmo cantare una 
messa art^aftare grande, al disopra della grotta in evi giace il corpo 
di 9. Niccolò ; dòpo di che un prete scese a basso dietro l'altare, 
e riempi fre fialette d^òlio , le quali rinchiuse in una cassetta di 
Mia diede al pellegrini. Ne ebbi una per me. La chiesa è nelFin- 
terno spaziosa e bellsf : così è anche la città. Essa chiesa ^ e la 
cattedrale di Bari , hanno ciascuna due campanili. A destra e a 
sinistra del portale si tedono due boti scolpiti di marmo con vere 

fi) «e Idi IVtl tfécenbbfo l4S8 . ad horé dèce, Innante di, nseqae Inlo 
esAtello de Andri lo mastre Don Ferdinando do Aragonla, flsliode II illustris- 
simi signori Don Federico el Donna Ysabella coniogi, principe e principessa ». 
(Cronica dì nolar Giacomo, a pag. 168).— Esso fa i' Infeiice Duca di Calabria; 
preso , nella rovina del Regno , da Gonsalvo dt Cordova e condotto Id Sp(i> 
gna , dove sopravvisse sino al f 850. 

Àpp., Voi. IX. 30 



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23& RICORDI 

corna di bovi , le quali diconsi essere le coma dei bo?i ohe condus- 
sero il corpo di S. Niccolò , cui ognuno desi(jlera?a afere davanti 
alla sua casa per causa dei miracoli che faceva nella sua -morte, 
quando gli abitanti erano ancora pagani. 

Da S. Niccolò tornammo a fiitonto , poi a Ruvo , a Quarata e 
ad Àndria , dove stava il principe. Dopo qualche giorno accom- 
pagnai il mio padrone a Trani; città molto bella situata sulln 
marina , a sette miglia da Andria. Di là a Barletta-, che ha im 
porto molto antico, a sei miglia di distanza da Trani come da 
Andria , dimodoché queste tre città formano un triangolo ; due 
rimanendo sul mare , l'altra dentro terra. Di nuovo il principe 
tornò a Altamura , e durante i quattro mesi che stette in queste 
città e castella, non fece altro che andar a caccia. Il duca di Ca- 
labria suo fratello venne a trovarlo. In tutte queste gite io Tac- 
compagnai a piedi. Tornando a Napoli , volle scegliere altra 
strada che conduce per l'Abruzzo. Da Andria si venne a Canosa ; 
città in antico molto grande, come dicono quei del paese, e sic- 
come appare ancora in vari luoghi; poi a Torre del mare, a 
Cerigoola , a Foggia, a Troia. In seguito si passa la montagna di 
Crepacuore e si scende a Benevento ; città forte ed antica , che il 
Papa tiene nel regno di Napoli. Secondo le storie del paese, Or- 
lando la conquistò nella guerra col re Cipriano, e la diede alla 
Santa Sede , giacché il papa avevala assediata per lo spazio di 
sette anni senza poter prenderla. Per Caiazzo ed Acerra si fece 
ritorno a Napoli. 

Non passò lungo tempo che accompagnai il mio padrone alle 
nozze di un gentiluomo a La Cava ,' luogo vicino a Salerno. La 
strada passa per Nocera. Durante tutta una settimana si visse 
lautamente , giacché il mio padrone suonava con quei del re, 
mentre io avevo imparato a suonare su quella specie di violino 
che si chiama rehec. 11 mio padrone mi amava molto, e mi procurò 
molti vantaggi. Terminata 4a festa , tornammo per Scafati , Torre 
del Greco , Nola « Marigliano. 

In quel tempo fu arso un uomo per delitto contro natura ; 
un altro ebbe le mani mozze per aver battuto un sergente il quale 
l'arrestava per debiti ; un terzo fu impiccato per aver tagliate 
le monete ; tre furono impiccati e poi bruciati , cioè nonno, zio e 
figlio per essere monetar] falsi , e sarebbero stati gettati nell'olio 
bollente, se non fosse stato per molta insistenza e preghiere. Tutto 



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DI FILIPPO DI VIGNEDLLES 235 

questo vidi. Dopo an mezz'anno tornammo ad Andria , dove si 
stette altri due o tre mesi , girando pel paese. Molti bei tornei 
reali si fecero allora, in uno dei quali giostrò il Duca di Cala- 
bria, a cui toccò il premio; e medesimamente i due Agli di lui, 
il principe di Capua (Ferrandino) e Don Alfonso. 

Mentre tutte queste cose accadevano, io mi stavo sempre col 
pensiero di trovare occasione di tornare al mio paese , giacché mi 
Gguravo come mio padre vivesse in ansietà di rivedermi. Bene 
spesso sentivo male al cuore pensandoci. Avrei potuto farmi con- 
yeneyole stato nel paese , o trovare uffizio in corte , giacché il 
principe più volte ne mosse discorso : ma non osai entrarvi , te- 
mendo di trovarmi obbligato al servizio allorché si sarebbe pre- 
sentata qualche buona occasione di tornare in patria. Aspettai 
dunque qualche ambasciata o altro mezzo per fare il viaggio, e 
per non spendere quel pò* di denaro che , oltre ad essere decen- 
temente vestito , io. mi ero guadagnato con quest'ultimo mio pa- 
drone. Ero stato con lui più d*un anno, e non avrei lasciato il 
suo servizio per chicchessia. In tutto avevo dimorato tre anni e 
mezzo nel regno di Napoli. 

Or accadde , in questo frattempo , che il re di Francia aveva 
spediti alcuni regali al re di Napoli , il quale volle mandargli 
varj cavalli, con un gentiluomo, che portava Tarobasciata e cer- 
cava gente per condurre questi cavalli. Mi accomodai con lui, del 
pari che alcuni altri di Borgogna , di Savoia, di Francia, di Gua- 
scogna ed altre provincie. Avemmo ciascuno un carlino ai giorno, 
per condurre due cavalli, andando a piedi e menandogli colla 
briglia. Presi dunque congedo dal mìo padrone e dagli altri di 
casa, che malvolentieri mi videro partire , e lasciai Napoli una 
sera del mese d*agosto, cogli araldi del Be e un venditore di 
cavalli provenzale , e circa quindici cavalli. Si pernottò a Aversa , 
poi a Capua ; e continuando per la -strada che va a Roma, si 
passò da Sessa, Mola, Uri, Terracina , prima città del Papa 
dopo di aver lasciato il Regno; poi iaììe Case nuove , da Ser- 
aioneta , Velletri , Marino , Roma. Dopo di esserci riposati due 
o tre giorni nell'albergo del Sole , seguimmo la strada per la 
quale ero venuto nel primo mio viaggio , sino a Castel San Gio- 
vanni in Lombardia. In questo luogo lasciammo la strada del San 
Bernardo per prendere quella del Cenisio , passando cioè per Stra- 
della , Voghera , Pontiglione , Tortona , Alessandria , Fcliciano , 



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J 



S36 RICORDI 

Asti , VillaMira , Moncalìeri , (1) » ATJgliaqa , Sasa , Nora- 
lesa , La Ferrera , Monte Cenisio. Dopo di avere passate le mon- 
tagne , sì scese a Lans le Boorg , a S. Michela , S. Giovanni di 
Morìenna, a La Chambre, Aiguebelle, Hontmeliaa, Clamberi, 
Aiguebellette , Ponte di Beaavoistn, Latoardu Fin, Boiirg«io;poi 
ji Lione « dove si giunse per la festa d'Ognissanti e si rimase un 
paio di giorni o. 

Cosi andò a finire il soggiorno in Italia di Filippo di Vigneol- 
les. Quattr'anni dopo , il figlio di quel re francese a cui Ferraole 
d'Aragona mandava regali , scese l'Alpe e fece la conquista del 
Regno ; egli era debole di corpo come di spirito , secondo le pa- 
role d'un ambasciatore Veneto^ ma dai campi Lombardi procede 
al Liri senza sfoderare la spada* Nella continuazione delle sue 
memorie, Filippo non tralascia di raccontare gli avvenifnenli 
d'Italia. Le guerre di Lodovico XII e 4i Francesco I, nel Mila- 
nese e contro Napoli sono rammentate spesso , frammesio alle no- 
tizie che più copiose dà intorno alle cose della sua patria. Parla 
della rovina di Lodovico il Moro, e del cattivo trattamento chesd 
giubbileo del 1500 toccò ai pellegrini e da'Franeesi e da*LombardL 
Ricorda la lega di Cambra! , la battaglia di Gbiaradadda e le stret- 
tezze dei Veneziani. Fa menzione della presa di Pisa nel 1S09, e 
della vacillante politica dei Fiorentini, i quali or n^ sovoieiil de 
quel eouslé se ienir ». Della battaglia di Ravenna ci traamettc un 
racconto ' piuttosto minuto , nominando i capitani morii da partf 
e d'altra. Cosi anche della battaglia di Novara , sui Francesi dagli 
Svizzeri vinta , rimanendo spettatrice « fa cainfiat^me de momn- 
gneur de la Trémoitk, kequeh jamaix n'y frmpaireni eopt d^upée 

(ì) Nel lesto , a pag. 99 , trovasi qoi II nome di THvoulce, loofo ébe non 
eaisle. Forse si é volato dire Rivoli, ohe trovasi sulla strada da Monealterl a 
finsa passando da Torino , dal Tlgneailes bqd indicato. Spessa I pomi soik» 
ridotti a slraplssima ortografia in qoesto racoonto. Cpsi» per ^mplo, l' la- 
tino ftloerarlQ cita Castel SI, Jehan , Seradeile^ CaiU{ de Vogueire, Pùnieilon, 
Tortone f Alixandre^ Feliceti^ Aislre^ Villenoux ^ MoneaiUie, IHvoulee^ VU- 
lain . Stue , NoveiUaite , la Ferrière, Nel viaggio delle Paglie 1 nomi dei 
looghl trovansl sorlttl come segue; Jiiir</latfii , UTaiils , Roinna, arenls|bn, 
la ViUane, Alripaude. Praide, 'Forrafee, MrafhfiUef ^randie IMa^ds* Poealria. 
Gervailde, Sfon|«(fonne, BaiUaide, la Cidoine^ éieouelfi^. 2a Ytì/fi, ^f^nrMmc* 
Andre, Quairaile^ Aoim, Aultemuref Maleirè, Aiquevie, Bair, Traka» ee. oc. 
Nella storia di Beniventi parla di BoUatU e del Jloy Ciprietme. Non so a qasle 
tradizione o cronaca si rirerlsea con qoeslo paksa. 



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W FILIPPO DI VIGNEDLLES 23T 

ne n^mproiehéreni de la baiiailk , mais k$ regairdoient de loing b» 
Severo è il giudizio sopra Gialio li, « kquel en eon temps fui 
eause de la mort de mainles personnes , et fisi ce que jamais pape 
ne fisi touehant de guerre. Cor par luy et à sa reque$(e vinrent 
les Francois in Tiallie , et pms quant il alt ce qu'il demandoit dee 
Vénieiens , U se tournoit de leur bande et tournoit le dos aux Tran- 
^is : parquoy , comme an disoit , il avoit esté cause de la mort de 
plus de L mille personnes d. Parlando di papa Leone, fa menzione 
della politica sua avversa ai Francesi , e dcirabboccamento a Bo- 
logna dopo la battaglia di Marignano , da lui detta « une mervetl- 
kuse tuerie b. LMncendio del Fondaco de' Tedeschi a Venezia 
ne! 1513 è raccontato qual pubblica disgrazia : si diceva , la per- 
dita di fabbriche e di beni ivi fatta essere più grande che non il 
valore dell* intera città d'Anversa, e i mercanti disperati si strap- 
pavano i capelli. Filippo di Vigneulles, parlando del fatto di 
Novara del 1513, si scusa del non toccar che brevemente questi 
fatti d* Italia : a d'en plus parler je m'en tais , ne de mettre les noms 
par eseript des grants personnaiges qui moururent à eelle baitaille , 
parce qu*on en feront de grandes Cronicques en Franee et en Ttai- 
Uè et par tout le monde. Cor il n'y ayt Komme , qui aye mémoire 
de aeotr veU autant de gens morir en baitaille en divers lieuas en 
erestienté , camme il fist en deux ou troie ans , fan F. C. et XII 
et XIII (cioè 1513 e 13). 

Berlino, Luglio 1853. 



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ISTITUZIONE 

DELL' ARCHIVIO CENTRALE DI STATO 



m PHENZB 



Ut in civitatibu» habitatio quaedam publica distri- 

buatur , in qua conveniens est monumenta 

recondere , eligendo quemdam qui borum ha- 
beat custodiam , quaUter incorrupta maneant 
haec , et velociter inveniantur a requirentibus 
et sit apud eos Archivum; et quod hactenus 
praelermissum est. . . . emendetur. 

lusTiHUiros , Authentic, , CoUat. tertia , 
De defensor, civit. 



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ISTITUZIONE 



DELL' 



ARCHIVIO CENTRALE DI STATO 



« Fra le attenzioni che il saggio Principe dee avere pel t>ene 
« e maggior bene de' sadditi, non è di poca importanza la fon- 
« dazione, mantenimento e^bnon ordine de' pubblici Archivi jd. 
Cosi l'inclito Muratori preludeva al Gap. XXV della Pubblica 
FeìieUà. £ veramente , non tanto per le testimonianze che ab- 
biamo della grande riverenza e cura in che presso le antiche na- 
zioni questi inestimabili tesori si tenevano (custoditi persino, a 
maggior lutala, nei tempi degli Dei. e nelle reggie stesse, quasi 
cose sante e venerabili), quanto a cagione della necessità e utilità 
di vegliare alla conservazione di queste irrefragabili prove dei di- 
ritti pubblici e privati» di questi fedeli custodi dell' intera storia 
e civiltà dei popoli, degno è che il Principe ponga sotto il suo 
patrocinio, come ogni altra cosa, cosi anco gli Archivi; senza 
de'quali , mancando dove serbare la memoria de' fatti , i fatti 
stessi cadono e periscono come se avvenuti non fossero (1). 

A dare maggior decoro e fama a questa Firenze, nobilitata da 
gloriosi monumenti ; ad accrescere il patrimonio delle buone di- 
scipline e degli utili studi , cotanto aiutati da cospicui musei di 
Arti e di Scienze, da ricche biblioteche; mancava una legge sa- 
piente, la quale intendesse a meglio custodire tanti Archivi insigni 

(1) losTiNiAiius , ÀìUhenlic. , Coliat. Ili, De defensor. ci vlt. 
Jpp., Voi. IX. 31 



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242 ISTITUZIONE 

per abbondanza e per pregio di documenti , e a renderli di co- 
modità più universale e diretta. Vagheggiava sì nobil pensiero, 
nutriva questo desiderio il Ministro delle Finanze Presidente del 
Consiglio de* Ministri, da cui gli Archivi dipendono: intese que- 
sta necessità Taugusto nostro Principe, e stimando alto suo ufficio 
e gloria del suo governo il porre gli Archivi nel grado di dignità 
e di utilità che ad essi compete , andava maturando il concetto di 
provvedere convenientemente alla conservazione di questo ragguar- 
devolissimo patrimonio giuridico e scientifico, e rendere insieme 
più comodo, più proficuo e più universale l'usufrutto di questo ve- 
nerando deposito delle grandi memorie storiche della Toscana. Il 
pensiero bellissimo divenne un allo » ed ebbe forma dal seguente 
Decreto del Principe: • 



« Trovando conveoieate di rioDire sotto ana e centrale direzione 
quanto si referisce alla miglior tenuta , alla buona conservazione ed al 
più conveniente servizio di molti fra li Archivi dello Stato esistenti nella 
Capitale, ed oggi dipendienti da Uffizi diversi ; i Superiori dei quali, ne- 
cessariamente distratti da altre e più pressanti ingerenze, possono meno 
attendere alla sorveglianza richiesta dall'indole ed entità degli Arckivi 
medesimi ; 

<x Sulla proposizione del Nostro Consiglio dei Ministri ; 

« Abbiatno decretato e decretiamo quanto appresso: 

« Art. 1. È instituita nella Capitale una Direzione centrale degli Ar- 
chivi dello Stato , e dalla quale frattanto dipenderanno immediatamente 
quelli che appresso : 

«t L'Archivio Mediceo; 

a L'antioo Archivio delle Riformagioni ; 

<K L'Archivio cosi detto delie RR. Rendite ; 

« E, sotto la riserva espressa nell'Art. % del presente Decreto > li 
altri Archivi misti e di varia origine , oggi riuniti al Dipartimento del- 
l'Avvocatura Regia; 

<K L'Archivio Diplomatico; 

« L'Archivio delle Decime granducali, ora dipendente dalla Direzione 
del pubblico Censimento ; 

e E finalmente 

« L'Archivio dell'antico Monte Comune e suoi annessi ; 

« L'Archivio deU'antico Demanio , 

« E quello delle Corporazioni religiose soppresse; 
i quali oggi rilevano dalla direzione generale dell'Amministrazione del 
Registro ed Aziende Rioaite. 



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DELL'ARCHIVIO CENTRALE 243 

« Art. 2. Non ò inniioyato , quanto airArchivio dei Confini gìarisdi- 
uonali ed a qtiello della Depotasione aopra la Nobiltà e Cittadinanza 
dd Granducato, i quali rimangono nei rapporti che fino ad ora hanno 
arato coU'Avvocatura Regia. 

« £ continueranno ugualmente ad essere affidati alla custodia perso- 
nale ed alla responsabilità dell'Avvocato Regio i depositi dei Trattali o 
Convenzioni internazionali , e delli istrumenti ed. Atti solenni interes- 
santi la Famiglia Reale ed il Governo. 

« Art. 3. È nominata una Commissione composta 

« dell'Avvocato Regio , Consultore dei RR. Dipartimenti , 

< del Civ. Direttore deli'Amnlinistraziòne del Registro ed Aziende 
Bianite, e 

e del Cav. Professore Francesco Bonaini , per l'oggetto e colle in* 
combenzé che appresso. 

« Art. 4. La surriferita Commissione procederà ad esaminare , refe- 
rìre, e respettivamenle proporre 

< a) Se e come meglio possano , per quanto è conciliabile , essere 
riouiti anco materialmente li Archivi stessi per guisa che si raggiunga 
l'intento di una più facile , efficace ed economica custodia dei medesimi ; 

< b) La refusione e nuovo ordinamento in un solo ed unico Ruolo 
degli attuali Ruoli degli Impiegati oggi addetti a ciascuno degli Archivi 
prenominati , in modo da ridurre il personale che dovrà esser destinato 
il servizio dei medesimi nei limiti del necessario» a provvedere conve- 
nientemento ad ogni relativa esigenza con la più rigorosa economia , e 
eoo il preconcetto di ottenere il maggior risparmio possibile sulla spesa 
attuale; ' ^ 

< e) Il Regolamento e le discipline con le quali meglio convenga di- 
rìgere il servizio degli Archivi sunnominati, con il triplice scopo di as- 
sicwmme la oonservazione , non impedire che se ne ricavi quel partito 
che può meglio contribuire all'incremento degli studi storici , e prevenire 
al tempo stesso ogni abuso a danno dello. Stato e dei terzi. 

e II nostro Ministro Segretario di Stato pel Dipartimento delle Fi- 
nanze » del Commercio e dei Lavori pubblici t ò incaricato dell'eseco- 
sione del presento Decreto. 
• < Dato in Firenze , li venti Febbraio milleottocentoelnquaDtadue. 

« LEOPOLDa 

« lì PresidétUe del Consiglio dei Minitlri 
MiniUro Segrekurio di Stato 
pel Dipanmento delie Ftnaiise , del Commercio 
e dei Laoori Pubblici 
« G. Baloassbroni ». * 



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2U ISTITUZIONE 

Ed ecco comandata e di sanzione corroborata la istitosione di 
un Archivio Centrale di Stato in Firenze. Provvidenza sapienti»- 
sima , e nei voti di tntti ; la quale col riunire e in un sol depo- 
sito raccorre tanti Archivi storici e amministrativi , diversi per 
qualità e importanza di documenti , ma tra loro uniti e come 
a tdnte parti di un insieme , da cui è rappresentato un ordine 
a storico , che risale a tempi antichissimi , per discendere sino 
<r ai nostri (1) t ; coll'affidarli in custodia a persone probe e di 
speciale abilità a quest'ufficio , rende più difficile che sien mano- 
messi o negletti , e fa che gli uni servan di complemento e di 
sussidio agli altri , e all'uso ed interessi del pubblico e del pri* 
vaio più comodi. 

La istituzione delFArchivio Centrale di Stato si portò dietro 
come di necessità la scelta di tre probi e legali uomini , a' quali 
fu commesso di prendere in esame e di proporre al Governo un 
modo facile, sicuro e di modica spesa, per riunire in un sol luogo 
e sotto una sola direzione i diversi Archivi sparsi per la città. E 
a questo onorevole ufficio furono chiamati ; il Regio Avvocato Giu- 
seppe Mantellini , consultore dei RR. Dipartimenti ; il cav. Antonio 
Tommasi , direttore dell'amministrazione del Registro ed Attende 
riunite ; il cav. prof. Francesco Ronaini. I quali savi uomini man- 
davano al Principe questa rappresentanza : 

« Altezza Imperiale e Reale. 

e II veneratissimo Decreto dei 20 Febbraio del presente anno costi- 
taisce i sottoscritti in commissione con l'onorevole officio d'esaminare, 
riferire e proporre an sistema di rinniòne che raggiunga V intento d'ona 
facile , efficace e meno spendiosa custodia degli Archivi posti sotto la di- 
pendenza della naova direzione centrale istituita con queir istesso Decreto; 
il Regolamento e le discipline che ne assicurino la conservazione, li 
rendano giovevoli all' incremento degli studi storici , e prevengano a un 
tempo ogni abuso a danno dello Stato e dei privati ; e per ultimo » il 
nuovo Ruolo degli Ufficiali, che mentre provvegga al conveniente servizio, 
riunisca ogni possibil risparmio. 

(1) Parole della Commissione, che si leggono a pag. 10 deiropuscolelto 
intitolato: imp, e Beale Archivio Centrale di ^tato — Motupropri 5orraii<, 
Bappresenianta deUa Commissione e Begolamento, — Firenze , Stamperia 
Granducale, 1863, in 8vo. 



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DELL'ARCHIVIO CENTRALE 245 



« Sialo pre$0nt9 degli Àrehwi. 

« Ai quali diversi incarichi volendo aodisfare con piena cognizione 
della cosa y hanno i aottoacrilli sentilo il bisogno di premettere V inda- 
gine soUo stato presente degli Archivi dei quali è parola , al&nchè le 
provYidense che saranno per proporre abbiano il necessario fondamento 
di falli bene accertati e di ragioni che le ginstifichino. 

« E innansi tatto , furono lietissimi di riscontrare come possa vera- 
mente proporsi a modello d'Archivio ordinatissimo il Diplomatico, fon- 
dato nel 1778 per riunirvi le carte diplomatiche dei Monasteri soppressi 
e dei pobblici stabilimenti dello Stato. Le quali carte , che oltrepassano 
ornai le 126,830 , raccolte da presso che 344 Archivi , o provenienze , 
ad onci ad una diligentemente transuntale , riescono di sommo profitto 
per 11 sludi e per le amministrazioni. 

« In ben diverso giudizio dpvettero peraltro discendere com'ebbero co- 
nosciuta la distribuzione e i non ben consigliati tentativi di riordina- 
mento fatti intorno ai 26,800 ira registri , inserti e filze disposte per le 
dìcioKo Classi onde si compone l'Archivio delle Riformagioni, colle sue 
appendici. Basti dire , che tutto in questo Archivio giace in confuso per 
la imperfetta compilazione o assolata mancanza degli Inventari e degli 
Indici ; di guisa che molta è Topera , e di gran lena . che occorre per- 
chè possano i suoi documenti venir consultati in prò della scienza e del 
Governo. 

> E co0k sarebbe avvenuto dell'Archivio Mediceo , ove le carte di 
quella famiglia sono conservate in [>iù di 10,000 filze; senza dire di non 
poche altre venute dairArchivio d' Urbino « e dalle Biblioteche Cervi- 
niana, Slrozziana, Rinucciniana ; se Tarchivista Moisè non avjosse 
dal 1846 iniziato convenienti lavori di riordinamento, che molto giove- 
rebbero ove fossero più largamente fatti , ponendo mano in ispecie ai 
transunti dei Carteggi e delle Legazioni straniere. 

« Incomplete sono le serie dei vari documenti contenuti nell'Archi- 
vio delie Regie Rendite , perchè si possa dire essersi sempre temilo 
questo Archivio , come pur si doveva , in conto di generale depòsito 
delle carte attinenti alle varie Amministrazioni dello Stato. Nonostante, 
vi si trovano 28,000 tra filze e registri, indicati da Inventari non sempre 
compilati con esattezza. Principal lavoro d'assettamento per questo depo- 
sito sembrerebbe uno spurgo di carte, purché fatto senza lesione d'inte- 
ressi legali amministrativi, o detrimento alcuno degli studi storici; quindi 
una rettificazione degli Inventari, qual si richiederebbe perchè i docu- 
menti superstiti arrecassero tutta la utilità che se ne può ritrarre. 

« D'inventario non manca l'Archivio delle Decime Granducali, che 
si compone di 11,400 tra filze e registri: pure anche attorno a questo Ar- 



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246 ISTITUZIONE 

chivio converrebbe adoperare tempo e diligeDza, per trarre dalle preiioee 
memorie che ti sì racchiadooo il maggior profitto. 

« Somma è la confosione e inesattezza degl'Inventari delle ben 23,000 
tra filze e registri vedati da 303 Conventi soppressi; mentre è facile il 
vedere qnanlo importi alle ricerche degli eroditi e ai pubblici e privati in* 
teressi l'avere una baona scorta in mezzo a tanta varietà ed abbondan* 
za di carte. Che se non si richiede una ugual larghezza di correzione » 
pure molto resterebbe a fare per aver bene ordinati anche grinvenlarl 
dei 2600 volumi del Demanio, e degli 11,630 fra registri e filze del Monte 
Comune. 

< Né per ultimo può tacersi II bisogno di qualche opera di riordina- 
mento rispetto alle 610 filze del Regio Diritto, ed alle 1730 provenienti 
dall'Archivio della Nunziatura: tutte carte che per determinazione di 
S. E. il Ministro degli Allàri Ecclesiastici vorrebbero rilasciarsi alla co- 
stodia della nuova Direzione Centrale. 

« Per le quali cose si rende palese , che il totale dei documenti de- 
gli Archivi riuniti ammonta a 118,870 tra filze e registri , oltre le U8,830 
pergamene del Diplomatico ; e che per l'ordinamento di tanta mole di 
carte quasi tutto rimane da fare. 

« Riunione degli ArehifH. 

<c Questi Archivi giacciono ora sparsi nella città di Firenze. Il Di* 
plomatico trovasi nel primo piano praticato nella soppressa chiesa di 
San Piero Scheraggio , e vi si accede per la stessa scala principale della 
Galleria degli Uffizi. Quello delle Rìformagioni vta al primo piano degli 
Uffizi corti , nelle stanze attigue all'Avvocatura Regia. U Mediceo oc- 
cupa le quattro ultime stanze degli Uffizi lunghi , congiunte alla Loggia 
che mette hi comunicazione le due ale di queH'ediflzio. Nelle stanze che 
ricorrono dietro a questo Archivio , ed alle quali si accede anche dai 
vicolo dei Castellani , venne di recente trasferito l'Archivio delle Decime 
Granducali , testé riposto nel piano terreno del palazzo Riccardi. In al- 
cune stanze della già Segreteria del Regio Diritto si conserva tuttora 
l'Archivio, costituito anche dalle carte della soppressa Nunziatura. E per 
ultimo, si custodiscono gli Archivi del Monte Comune, del Demanio e 
delle Corporazioni Religiose soppresse, nel palazzo di antica residenza dei 
Capitani di parte Guelfa , che tutti chiamano di San Biagio. 

ff Provvidissimamente il sovrano Decreto dei 20 febbraio ingiunse alla 
Commissione di occuparsi, per prima cosa, della riunione materiale di que- 
sti Archivi : poiché per questa sola gnisa otterremo modo di risparmiare 
sul personale; d' indurvi uniformità di discipline; di rendervi più imme- 
diata e continua la vigilanza del Soprintendente, in cui riposa la re- 
sponsabilità di carte reputate fra le pia rare cose delhi Toscana ; e anal- 



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% 




3. 




4. 




5. 




6. 




7. 





DELL'ARCHIVIO CENTRALE 247 

meiife, di rendere coniane a tnUi gli officiali la biblioteca ora addetta 
al Diplomatico 9 che è l'anioa che ai abbia nei nostri Archivi, mentre 
sema questo soccorso si troverebbe spesse volte incerto chionqoe venga 
destinato a classare e decifrare i documenti. 

ff Alle quali ragioni vaolsi aggiungere , non essere altro , a chi ben 
considera , gli Archivi di. cui ragioniamo , che tante parti di un insieme , 
da cui è rappresentato on.ordine storico, che risale a tempi antichissimi , 
per discendere fino ai nostri. 

« Tali cose premesse , sembra che questo sia l'ordine in cai dovreb- 
bero gli Archivi disporsi , scegliendo come locale più adatto a contenergli 
il primo piano degli Uffizi lunghi : 
1. Archivio Diplomatico ; 

delle Riformagioni ; 
Mediceo; 

della Reggenza e di Stato ; 
della già Segreteria del R. Diritto, e Nanziatora; 
delle Decime Granducali ; 
del Monte Comune, Demanio, e Corporazioni 
Religiose soppresse ; 
8. u delle Regie Rendite* 
ff La Pianta, che si aggiange a questa Rappresentanza insieme 
agli allegati di lettere A B C D , credono i sottoscritti possa giovare a 
meg^ chiarire le cose di sopra espresse. In essa è pure^ indicato il lo- 
cale che si destinerebbe ad ufizio di direzione , ^la dimora degli Archi- 
visli defili Archivi riservati , e alle Adunanze della Depatazione della 
Nobiltà e Cittadinanza. 

« Cosà avremo riuniti gli Archivi ip un solo locale , comodo e bello 
come le stanze degli Uffizi lunghi al primo piano ; con rimanere dispo- 
nibili le stanze del palazzo di San Biagio , quelle ora occupate dal Di- 
plomalico , e per ultimo le stanze dove ora sta l'Archivio delle Rifor- 
magioni » che si destinerebbero all'Archivio dello Stato Civile, il quale 
per la nuova siatemazione dovrebbe dar luogo. 

« Regolammlo, 

« A provvedere alla conservazione degli Archivi . crede la Commis- 
sione utilissimo che ne sieno i più rilevanti documenti custoditi in ar- 
madi chiusi e in stanze chiuse , alle quali non abbia accesso che TArchi- 
visfa o consegnatario responsabile , nò mai gli Ufficiali subalterni, e mollo 
meno gti estranei. Alla qnal disciplina sperano non possa frapporre osta- 
colo la Finanza , essendovi d'armadi chiusi dovizia nel Diplomatico e non 
penuria nello stesso Archivio deUe Riformagioni ; conforme attesta l'al- 
legato di lettera A e C. 



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248 ISTITUZIONE 

et Sé di lomi-Dò di faoco vaoisi permesso Paso nelle stame date alta 
custodia dei do€omenti, da dove vorrebbersì remossi altresì i cammÌDi 
e le sture, quando vi fossero. 

d Vietata poi con tolto il rigore dovrebbe essere l'asportaiioné dei 
docamenti fuori degli Archivi, sebbene fatta per mano degli stessi eoo- 
segnatari responsabili , e qualunque ne fosse il pretesto , non escluso 
quello di pia pronto e migliore serviiio del Dipartimento. 

« Ma il pia eflScace meszo di conservaiione sta , per quanto crede la 
Commissione , nei lavori stessi atchivistici ; pei quali assicurata la iden- 
tità del documento , ne sarà impedita la sottrazione , o per lo meno data 
maniera di perseguitarla , avvenuta che fosse. 

« E poiché con questi lavori soltanto potrà conseguirsi il fine che 
apparisce primario della istituzione che sorge , di predisporre cioò gli 
Archivi per moilo da ricavarne la maggiore utilità ad incremento de- 
gli studi storici , e per gli usi dell'amministrazione ; cosi va lieta la 
Commissione di poter confortare le sue proposte sopra un articolo d'im- 
portanza tanto capitale con la grave autorità dell'insigne dottor Giovanni 
Federigo BOhmer , bibliotecario di Francoforte al Meno , che dopo due' 
visite fatte nei nostri Archivi , ne lasciò sul loro migliore riordinamento 
il Parere scritto , che allegasi in copia (!}. Or in quanto ai lavori « ne 
parrebbe che dovessero essere di un triplice genere , ed eseguirsi con 
quest'ordine. 

ff Innanzi tutto , uniformandosi a quanto con tanta lode ha fatto di 
recente il Gachard , archivista generale del Belgio , converrebbe che ai 
compilassero dal Soprintendente alcuni brevi rapporti o relazioni dirette 
in principal modo ad istruire il Ministro da cui gli Archivi dipendono , 
sullo stato loro, e su ciò che meglio potesse giovare pel riordinamento 
di cui abbisognano. 

« Dovrebbero quindi redigersi gli inventari sul sistema tentato daUo 
stesso Gachard rispetto agli Archivi della Corte dei Conti del Belgio; 
ne' quali in brev'ora avremmo descritti sommariamente, ma con totta 
esattezza , i titoli e le altre più essenziali caratteristiche dei vari registri, 
volumi, filze ec., per constatarne l'identità, e per pervenire al tene 
genere di lavori da tenersi in primissimo conto. 

« Vuoisi dire dei Regesti , che usano compilarsi per tante schede 
separate quanti sono i documenti da transuntare, e nei quali si nolano la 
data , il contenuto , la lingua ; se sieno eriginali o copie , e le due o tre 
parole onde principiano , e le due o tre parole finali. Su i quali Regesti 
sarebbe poi facilissimo formare, a tempo opportuno, gli indite! di noiaterìe 
e di nomi , che sono i sussidi indispensabili per qualsivoglia Archivio. 

' (1) « Il dotto Parere del Bdbmer merita di esser conosciuto dal pabblleo; 
ma vedrà la luce In altra occasione j». 



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DELL'ARCHIVIO CENTRALE 249 

ff Mal saprebbe poi la Commissione riteoere esaarìta la iNirte che ri- 
guarda il Regolamento » se d'alcuna disciplina non facesse parola, con- 
eeraeote Tnso che dagli Archivi possono ricavare I privati. 

f Dopo che pei Trattati del 18itf nuovo pubblico diritto è invalso in 
Europa , la Commissione non ha saputo ravvisare negli Archivi di anti- 
che memorie importanza maggiore deiristorica ; talché non esita a pro- 
porre l'ammissione degli studiosi , con quella oculata liberalità che può 
onorare il Governo senza esporlo a pericolo o danno. 

« Circoscritta ad un solo documento , è sembrato potersi rilasciare 
alle facoltà del Soprintendente l'annuire alla ricerca che abbia un fine 
d'erudizione o d'indagine storica : quando il fine sia legale o ammini- 
strativo , si ò proposto di consultare l'Avvocato Regio. Sempre che vo- 
gtiast peraltro esaminare , per qualsivoglia One, una o più serie di do- 
eamentl , dal solo Ministero si è fatta dipendere la licenza. 

f Ed il Regolamento provvede alle copie e relativi diritti. Liberi gli 
stadiosi d'eseguirle di loro mano, conforme la pratica oramai introdotta; 
debbono valersi dei copisti i ricorrenti per usi legali o amministrativi. 
Più liberali le tariffe nel primo caso , corrispondenti alle consuete tasse 
oel secondò. 

« Decoro del Dipartimento , a desiderio d'evitare ogni abuso , hanno 
eonsigliato ad insistere perchè copia non esca dall'Archivio . qualunque 
ne sia l'oggetto » senza che l'Archivista l'abbia collazionata e il Soprin- 
tendente vi abbia posto la sua Orma. 

« L'Archivio delle Decime Granducali doveva peraltro soggettarsi a 
discipline particolari , comecché Archivio destinato a pubblico uso. Né la 
Commissione ha, per vero dire, trovato difetto di Regolamenti oppor- 
tuni, che ha riprodotti nel nuovo con alcune modiOcazioni, intese special- 
mente a porU in accordo con le discipline da introdurre negli Archivi 
rtontti. 

< Finalmente si é fatto luogo nel Regolamento a richiamare in os- 
servanza il Motuproprio sovrano de' 24 dicembre 1778 circa la consegna 
delle carte Diplomatiche in quel solo deposito del quale ha potuto esperi- 
mentare i beneOci eflétti non tanto la scienza , quanto l'amministrazione. 

« Attolo dagli UffkiaU addelli agU Archivi riunilL 

« L'opera del riordinamento degli Archivi da riunirsi sotto la nuova 
Direzione Centrale , se è nel desiderio di chiunque ami il decoro della 
Toscana , vien però giudicata di somma malagevolezza nella universale 
opinione per essere , non che recata a compimento, solamente tentata. 
Basti in vero considerare come il Maffei fu d'avviso , che il trascrivere 
talora anche una sola carta o diploma addimanda la dottrina d'erudito 
perfetto. Riuscirà quindi opera sempre vana se chi é chiamato al riordina- 

App,, Voi IX. 32 



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380 



ISTITUZIONE 



mento di questi Archivi non abbia a un tempo conosceata dell'arte critica 
e>diplomatica , ramiliarltà dell'Istoria si generale che monicipale, e co- 
gnizione del diritto , in specie del pubblico del Medio Evo » col possedi- 
mento completo delle lingue dotte » almeno della latina. 

r €on questi studi acquistaronsi celebrità i Padri Benedettini delta 
Congregazione di San Mauro ; e con questi principii fu da Napoleone 
ideata la Scuola diplomatica ( ÈeoU dei charies ) , e si provvede a quesla 
ragguardevole parte di servizio pubblico nel Belgio » in Germania ed in 
Napoli. 

« Queste considerazioni ha creduto la Commissione di dover premet- 
tere alle proposte sul ruolo e sul personale degli UflSciali da destinarsi 
agli Archivi ; non dissimulando che ciò costituiva la parte più difficile 
del suo lavoro^ ed insieme quella da cui dipende la riuscita dell'Istitu- 
zione che sorge. 

ir Di venticinque Ufficiali, e di otto, fra i Custodi e un Servente, si 
compongono attualmente i Ruoli degli Archivi sottoposti alla nuova Di- 
rezione Centrale ; senza pure comprendervi l'Avvocato Regio ed il Sotto- 
Direttore , il Direttore del Registro « e il Direttore del Pubblico Censi- 
mento , comecché ( sono parole del Sovrano Decreto del 20 febbraio ) 
dislratli da aUre € più pressami ingerenze , possano meno attendere aUa sor- 
veglianxa richiesta dall'indole ed entità degli Archivi fin qui a loro ofidatL 

« E per maggiore chiarezza , riproduciamo lo stato presente dei Ruoli. 

« Archivi dipendenti dM Avvocatura Regia. 



< Tìtolo 
« Archivista delle Riformagioni 
« Archivista del Mediceo . . 

« Primi Aiuti 

« Secondi Aiuti 

« Apprendisti con stipendio . . 

« Apprendista gratuito » 

« Custodi 





Provvisione 


Pensione 


. L. 


2000 L. 


— ^ _ 


• B 


2600 » 


— -. _ 


i: 


2100 9 


— ^ — 


2100 9 


■ — . ^ — . 




2100 9 


620 


2100 » 


.. 


»». 


1400 » 





■i. 


1400 » 


_ — ». 


i: 


1080 1» 


.. _ .. 


1080 » 







1120 9 


— . — — 




000 9 


-r 




880 » 







800 9 


— • 


K 


22.320 L. 


620 



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DELL'ARCHIVIO CENTRALE 251 

« Arekitio Dipìomatieo. 

«Titolo Provvisione Pensione 

« Direlloro L. 2100 L. 

« Primo Aiuto » **^<> » 

fl Secondo Aiolo . » ^^^ » 

« Copista, » *008 » 

fl Apprendista » •^ — — » 

4 » 1280 r- » 

« Apprendisti studenti j ^ lg3 e 8 » 

4 » 1000 » 

« Custodi I ,, 840 . » — 



L. 9601 6 8 L. 



e Archivio delle Decime Granducali, 

« Titolò Provvisione Pensione 
e Archivista . . L. 1500 L. 



« Commesso Archivista. 



1200 9 



2700 L. 



« Architi del MonU Comune, Demanio e Corporazioni Religiose $oppret$e. 

a Titolo Provvisione Pensione 

« ArchivisU e Capo dell'Uffizio . L. 1680 L. 660 

e Aiuto » 1480 » »60 

« Copista » 840 » 120 

4 B 840 » 120 

• Custodi I j^ ^^ P 3eo 

l1 5320 L. 1720 



« Il prospetto qui premesso fa vedere come gli Archivi riuniti sotto 
b nuova Direzione costano oggi all'Erario L. 39,941. 6. 8 in Provvisioni, 
e L. 2340 in Pensioni ; oltre le spese di Uffizio , per le quali l'asaegna- 
ziooc nel Bilancio corrente pei soli Archivi dell'Avvocatura Regia am- 
monta a L. 2800. 

« 11 Ruolo che si proporrebbe per la nuova Direzione Centrale, con- 
terrebbe gli Uffiziali con le attribuzioni e li stipendi che appresso. 



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252 



ISTITUZIONE 



« 3. 
« 4. 



« N.« Titolo 

« 1. Soprintendente L 

e 2. Archivista Generale per gli Archivi più spe- 
cialmente Istorici, e eoirincarico di supplire 
il Soprintendente impedito assente . . . 

Segretario delle Riformagioni e Diplomatico . 

Primo Àioto alle Riformagioni e Diplomatico , 
coir incarico di assistere il Soprintendente 
in ogni ingerenza d'Archivi 

Primo Aiuto al Mediceo e Ministro Economo 
del Dipartimento 

Secondo Aiuto alle Riformagioni e Diplomatico. 

Terzo Aiuto alle Riformagioni e Diplomatico. 

Secondo Aiuto al Mediceo 

Terzo Aiuto al Mediceo 

Archivista per le Regie Rendite 

Archivista per le Corporazioni Religiose sop- 
presse , Demanio e Monte Comune . , . 

Archivista per le Decime Granducali .... 

Aiuto per gli Archivi Amministrativi. . . . 

I Due Commessi di pari grado | 

I Due Copisti parimente di pari grado . . . . j 



« 5. 

« 0. 
<c 7. 
« 8. 
« 9. 
ir 10. 
< 11. 

« 12. 

ic 13. 

4r 14. 

« 10. 

« 10. 

« 17. 

1» 18. 

D 10. 

9 20. 

• 21. 

« 22. 



Quattro Custodi 
Servente . . 



i 



Stipendio 



3000 
2800 



2100 

2100 

1800 

1400 

1800 -* - 

1400 

1800 -7 — 

1800 

1800 

1400 

1080 

1080 

1200 

1200 

1100 

1000 

000 

000 

480 



L. 32,100 



< Cosi avremo il personale ridotto dai trentatrè ai ventidue individui , 
e anziché spendere quarantamila lire, non spenderemo in stipendi che 
trentadue mila lire. È vero che in quest'ultima cifra non è compreso lo 
stipendio del Soprintendente ; ma non vi era compreso oemnseno quello 
dei passati Direttori degli Archivi riuniti , alcuno dei quali ha già subita 
detrazione non leggera sul ruolo antico. 

« Se alla proposta di più forti risparmi di persone e di stipendi la Com- 
missione non si è avventurata , crede la giustifichino abbastanza le codsì- 
derazioni e i fatti premessi , che mettono in evidenza di quale lavoro ai 
tratta , di qual diffleoità e di qual mole. Confidata al Soprinteodenle la di- 



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DELL'ARCHIVIO CENTRALE 253 

reiione generale <lel DtpartimeDto , occorreva cireoiidarlo di persone in- 
lelligenll e operose, come Io richiedeva il kivoro malagevole da con- 
darre. 

ff NeirArchivista generale si è pensato collocare la persona che al bi- 
sogno sapplir potesse alle veci del Soprintendente , senza intermettere i 
lavori di riordinamento nelli Archivi storici, in che di preferenza sarà oc- 
cupato pel Mediceo e per l'Archivio della Reggenza e della Segreteria di 
Stato. 

« Nel Segretario delle Riformagioni avremo on Capo-Sezione dell' Ar- 
chivio che forse ricerca le care più pazienti ed estese di riordinamento. 

« Di tre Aiuti si esentilo il bisogno per ciascuna di queste due sezioni, 
perchè il lavoro è molto e svariato. 

« Del primo Aiuto alle Riformagioni e Diplomatico si è di più fatto un 
assistente al Soprintendente , perchè abbia presso di sé un ufficiale di cui 
servirsi nelle moiliplici ingerenze, che per revisione di lavori, e per vigi* 
lenza nelle diverse sezioni degli Archivi riuniti possono occorrere. 

ff E al primo Aiuto del Mediceo si è affidato l'incarico di Ministro Eco- 
nomo del Dipartimento , sia per le provviste , sia per conservare gli emo- 
lumenti provenuti dai diversi Archivi. 

« D'un solo Archivista si è contentata la Commissione p^r ciascuno 
Archivio Amministrativo; e sebbene questi siano tre» non ha proposto che 
no solo Aiuto per supplire a tutti. 

« Ma in tanta scarsità di persone, dinanzi a tanto lavoro, non ha potuto 
rinunziare a due Commessi da valersene all'occorrenza in ogni materia di 
Archivi , sia in lavori ordinari , sia in contingibili supplenze. 

« I Copisti non sono che due; né per ultimo il Ruolo Normale consente 
che quattro Custodi e un Servente, quanti occorrevano per il lungo ordine 
delle stanze occupate dagli Archivi e per il duplice accesso. 

« Oltre di che la Commissione non vuole omettere la capitale avver- 
tenza, che mentre per gli Archivi Amministrativi non si potrà mai rispar- 
miare sul personale, lo si potrà su gli Storici, quando finiti i lavori di rior- 
dinamento, a nuH'altro resti da provvedere che alla loro conservazione. 
Allora potrà forse giungersi a risparmiare fino a quattro Aiuti e un Com- 
messo. Ma è questo un resultato da rinviare al futuro ; che in quanto al 
presente, ogni maggiore risparmio potrebbe nuocere all'istituzione, o di- 
minuirne i salutevoli effetti sperati. 

« E nella fiducia di avere , se non condegnamente sodisfatto all'onore- 
vole ufficio, portatavi la maggior diligenza che per loro si poteva, e la im- 
parzialità di cui sentivano il rigoroso dovere , prostrati al Regio Trono 
hanno la gloria di estere 

< Dell'Altezza Vostra Imperiale e Reale 

« Dall'Avvocatura Regia, li 16 Giugno 1852. 



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254 IS TISI UNIONE 

A norma della riferita Rappresentanza, tenne emanato il se- 
guente Decreto : 

it Visto il precedente Nòstro Decreto del 80 Febbraio ultimo passato; 

« Visto il Rapporto della Commissione allora nominata per esamina- 
re , referire e proporre quanto fosse trovato più congrao al regolare rior- 
dinamento, e conservaziooe delli Archivi finora dipendenti dall'Avvo- 
catora regia , non che del Diplomatico , delle Decime Granducali , e di 
quelli che oggi rilevano dalla Direzione generale dell'Amministrazione del 
Registro e Aziende Riunite ; 

« Sentito il nostro Consiglio de' llinistrì ; 

« Abbiamo decretato , e decretiamo quanto appresso : 

« Art. 1. II servizio degli Archivi dipendenti dalla Direzione Centrale 
nuovamente instituita , e sotto là immediata vigilanza della Direzione me- 
desima , ò aflSdato ai seguenti Titolari , con le ingerenze e stipendi che 
appresso : 

Qui iepM U Euoh com'è neUa turriferila Rappreientanta deUa Com- 
missione. 

« Art. 2. Questo Ruolo continuerà ad essere in vigore fino a che non 
aleno compiti i lavori di riordinamento » di che va ad occuparsi la nuova 
Direzione Centrale ; e sarà cura del Soprintendente , in ogni caso di va- 
canza , di render conto dello stato dei lavori per conoscere quando possa 
esser luogo a riduzicrne sul Personale nel preconcetto di giungere a rispar- 
miare quattro Aiuti e un Commesso. 

ff Art. 3. È approvalo il Regolani(ento proposto dalla Commissione , e 
dovrà in coerenza del medesimo procedersi alla riunione materiale delli 
Archivi , al loro riordinamento e conservazione . non che all'ossenransa 
delle discipline ivi prescritte per rammissioné dei terzi nelle diverse loro 
occorrenze. 

« Art. 4. Il Presidente del Consiglio dei Ministri , Ministro Segre> 
tarlo di Stato pel Dipartimento delle Finanze , del Commercio e dei La- 
vori pubblici, è incaricato della esecuzione del presente Decreto, il quale 
incomincìerà ad avere il suo eflétto a contare dal di primo Novembre 
prossimo futuro. 

« Dato in Firenze , li 30 Settembre 1858. 



LEOPOLDO. 

< Visto. Il Pretidenti del Contiglio dH Ministri 
« Ministro, Segretario di Staio 
« pei Dipartimento delle Finanse , Commercio e Lavori pnbMiei, 
« G. BALOAssaaoNi ». 



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DELL'ARCHIVIO CENTRALE 255 

II Regolamento che la Commissione propose, e il Principe ap- 
profò con decreto del 30 settembre 1852, è del seguente tenore: 



< Art %• Gli Archivi Diplomatico, delle Riformagioni , Mediceo , della 
Reggenxa, della Segreieria di Stalo , della soppressa Segreteria dei R. Di- 
ritto e Nooiiatara , delle Decime Graodacali , delle Regie Rendite , del 
Monte Cornane,, dei Demanio , e delle Corporazioni Religiose soppresse, 
sparsi finora in vari locali della città di Firenze , formeranno in qoesta 
Capitale an solo deposito nel primo piano della fabbrica delti Uffizi volto 
a levante , ove saranno distribuiti neirordine stesso col qaale sono di 
aopra indicati , con prender nome di Archivio Centrale ni Stato. 

« Art. 2. La responsabilità della custodia , e conservazione dei Do* 
camenti dei predetti Archivi rimane , sotto la vigilanza del Soprinten- 
dente, affidata personalmente ai quattro Archivisti stabiliti nel Ruolo 
normale , e al Segretario delle Riformagioni , i quali non potranno nem- 
meno momentaneamente incaricare altri della predelta custodia. 

« Art. .3. Ogni stanza d'Archivio destinata a contenere Documenti 
avrà porta munita di chiave , e i Documenti di maggior rilievo saranno 
custoditi in armadi chiusi. 

« Art 4. È vietato agli Archivisti consegnatari di ammettere nelle 
stanze ove si contengono Documenti qualunque persona , eccello gli . Im- 
piegati , quando lo richieda lo stretto bisogno del servizio. 

« ArL 5. £ proibito a chiunque il portare nelle stanze d'Archivio 
lami accesi , o fuoco; nò potranno aversi camminetli o stufe , neppure 
negli altri locali del Diparlioàento. 

« Art. 6. Resta espressamente vietato , non che agli estranei , agli 
Impiegati medesimi , comunque fossero per allegarne ragioni di migliore 
e più pronto servizio, il trarre fuori dall'Archivio registri, filze, e qua- 
lunque Docomentò , sendone l'uso limitato nelle sole stanze a ciò desti- 
nate dal Soprintendente. 

ff Art. 7. £ commesso al Soprintendente il procurare che abbia piena 
osservanza il Sovrano Decreto de'24 dicembre 1778 , circa la consegna 
delle Carte Diplomatiche. 

« Art^ 8. £ approvato il sistema dei lavori di riordinamento , propo- 
sto dalla Commissione institoita col Decreto del 20 Febbraio passato , e 
cosi a Cora del Soprintendente dovrà essere data mano alla compilazione 
del rapporti sullo stalo delti Archivi , alla confezione delii Inventari , 
e finalmente alla redazione dei Registri anU'esempio dei sistemi altrove 
introdotti. 

e Art. 9. Ritenuti i titoli e le atìribuzioni del Ruolo normale , i Ti- 
tolari avranno l'obbligo di prestarsi a tutti quei lavori ed ingerenze di 
Archivio , che potranno esser loro commesse dal Soprintendente. 



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258 ISTITUZIONE 

« Art. 10. È oeMe facoltà del Soprintendente raccordare risto e co- 
pia di no solo Documento » quando la ricerca abbia on^fine storico odi 
erudizione. Quando però anche un solo Documento Tenga richiesto per 
usarne in via legale o amministrativa , deve sentirsi l'Avvocato Regio, 
che nella sua informazione dovrà notare quando siavi, o no, luogo a 
riportare dal richiedente la dichiarazione di non osare del Documento 
direttamente nò indirettamente contro lo Stato. Se però la ricerea sia 
diretta ad una o più serie di. Documenti) dovrà impetrarsene la licenza 
dal Ministero da cui rileva il Dipartimento. 

« Art. li. Gli studiosi, se chiedono, possono ottenere licenza di 
copiare di loro mano i Documenti per i loro lavori ; come potranno 
ottenere che le copio siano eseguite dagli Ufficiali del Dipartimento , qua- 
lora non vi ostino ragioni di servizio da valutarsi dal Soprintendente. 

e Art. 13. Delti studiosi ammessi all'Archivio, come dei Documenti 
dei quali ebbero copia , sarà tenuto Registro apposito a cura degli Ar- 
chivisti' e Segretario Conservatore. 

<c Art. 13. Le copie per oggetto letterario o scientifico saranno fatte 
in carta libera , e sottoposte all'appresso tariffa* 

« Per copia di Documenti di scrittura anteriore all'an- 
no 1000, per ogni carta di versi 52 in due pag. e di let- 
tere 35 per verso L. 1 

< Per copia di Documenti posteriori a detto tempo , per 

ciascuna carta come sopra » — 0. 8 

e Art. 14. Quando le copie sono richieste per usi amministrativi, 
legali , e di genealogie , dovranno sempre esser fatte per mano dei co- 
pisti del Dipartimento , ed in carta bollata a soldi 13 e denari 4 . colia 
tariffa che appresso: 

a Per copia di Documenti di scrittura anteriore all'an- 
no 1000, per ogni carta di pagine, versi e lettere come è 
detto allo Articolo 13 ' . . L. 1 

« Per copia di Documenti posteriori a detto tempo , per 
ciascuna carta come sopra . » — 13. 4 

« Art. 15. Non esce dagli Ar.chivi copia di Documento di qualunque 
specie, e per qualsivoglia oggetto, e quantunque fatta dallo studioso, come 
ò detto all'Art, il , senza che sia collazionata dall'Archivista o Segretario 
delle Riformagioni, e vidimata colla firma dal Soprintendente. 

< Art. 16. L'Archivio delle Decime Granducali conserva il suo ca- 
rattere di Archivio pubblico , e per esso si tengono in osservanza le 
discipline che seguono. 

e A) Essendo molte le nuove addecimazioni di effetti e le poste info- 
gnile nel rilascio delle fedi e dei certificati, l'Archivista osserverà di com- 
prendere in una fede sola tutti quei passaggi d'effetti che vengono regolar- 
mente dai richiami dei libri , e dall'ordine delle volture. — Nel caso poi 



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DELL'ARCHIVIO CENTRALE 257 

d'internuione di voltura , l'Archi vista rilascerà la copia in due o più fedi, 
quanti fossero gli stacchi. 

<r B) L'Archivista non può rilasciare certificati negativi ; né apporre 
la sua firma ad Alberi genealogici. 

« C] fi parimente inibito il rilascio delle fedi delie partite , o poste , 
cassate e raffazzonate, specialmente nei nomi dei possessori , qualora non 
sia possibile determinare in che si sostanzi Terrore. 

e D) fi finalmente vietato all' Archivista di estrarre fedi dagli Arruoli 
dei Religiosi, dai Campioni delle consegne dell'anno 1775 , e da tutte le 
altre serie comprese nella categoria degli spogli, fra i quali vengono i cosi 
detti Decìmtnt; dovendo le fedi riferirsi alle originarie impostazioni o vol- 
ture , e relative giustificazioni. 

ff Art 17. Sono dovuti alla Cassa del Dipartimento dai ricorrenti 
all'Archivio delle Decime gli emolumenti che appresso : 

« À) Per visto e calatnra d'un solo volume L. — 6. 8 

« B) Per due visti come sopra » — 10. — 

< C) Per tre visti come sopra » — 13. 4 

« D) Se più di tre visti , si pagano alla ragione di . . j» — 3. 4 
e E) Per ogni fede, o certificato autentico, se lo scrittura- 
lo non oltrepassa una carta della misura di che nell'Art. 13. » — 13. 4 

< F) Al di là d'una carta , sarà per ogni carta dovuto. » — 13. 4. 
ti G) Per copia e appunti informi in carta libera, che 

non oltrepassino di scrittura una carta di misura legale . » — 6. 8. 

< A) Al di là d'una carta, per ogni carta di misura legale, b — 6. 8. 
ff i) Oltre alle copie , sono dovuti dai richiedenti i diritti di visto , 

di che in lettere A, B, C, D; e sono inoltre a loro carico le spese della 
carta bollata. 

ff Art. 18. Sono rilasciate (fralù le fedi a chi si presenta coli' Attestato 
di miserabilità in forma legale , e con pagamento della sola metà degli 
emolumenti a chi abbia l'attestato di povertà. — Di questi rilasci ne è 
presa nota nel Registro d'entrata. — Le spese di carta bollata sono per 
altro sempre refuse dai ricorrenti. 

« Art. 19. Finalmente , anche per le fedi o certificati che si rilasciano 
dall'Archivista delle Decime Granducali, ricorre il disposto dell'Art, iff- 

« Art. 20. I Dipartimenti dello Stato , quando richiedono copte di 
Documenti , non corrispondono che la sola spesa della carta bollata. 

< Art. 21. Non è lecito consegnare ' Documenti originali , sia legati 
in filza, sia sciolti, qualunque ne potesse essere l'interesse o il richie- 
dente; ma dovrà supplirsi con copie, che autenticate dall'Archivista e 
munite del visto del Soprintendente, acquisteranno forza legale tanto 
in gindizio che fuori. 

« Art. 22. Delli Statuti e loro Riforme delle iUverse Città e Comuni 
del Granducato, ò lecito a chiunque ricorra all'Archivio, ottenere visto 

App. Vol.iX. 33 



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358 ISTITUZIONE 

e eepU ; osservate ie tariffe , di che agli Articoli 13 e i4 , e salvo i 
pre l'obbligo della collazionatara e visto del Soprintendente « di che al- 
l'Art. 15. 

« Art. 23. Degli emolamenti e diritti diversi da percipersi nei casi 
e modi che sopra , è vietete qaalaDqae partecipazione agli Impiegali e 
Custodi , ma dovranno tutti indistintemente colare nella Gassa » a con- 
segna del Ministro Economo del Dipartimento. 

ff ArL 24. Il Soprintendènte presenta lo stato dei lavori e delle spese 
che possono bisognare in resteorì, conservazione, e altre occorrenze 
d*Archivioy al Ministero delle Finanze, cni spetto la relativa approvazione. 

e V.* G. BAuiAssnoMi ». 



La ragionevolezza e bontà di questo Regolamento ci sembra 
evidente; imperciocché ai due fini precipui pei quali la istitu- 
zione dell'Archivio Centrale fu comandata, provvede egregiamente: 
cioè a custodire e conservare gli Archivi ; a renderli di maggiore 
e più comune utilità, per incremento degli studi storici e di pa- 
tria erudizione , per gli usi del pubblico e delle diverse ammini- 
strazioni dello Stato. E al conseguimento di questi due primi e 
principali effetti sono sapientemente coordinate tutte le altre parti 
del Regolamento medesimo. Ma soprattutto, gli studiosi non fini- 
ranno dijodame gli art. 10, 11 , 12 e 13, i quali con tanta li- 
beralità agevolano l'uso di quesf insieme d'Archivi alle indagini 
storiche ed erudite : provvedimenti cosi lontani da quella incanta 
e spensierata facilità che può dar adito all'altrui malizia o igno- 
ranza di abusare o mal usare di questi inestimabili tesori ; come 
da queir irragionevole e indiscreto rigore , che volendo occoltote 
paurosamente queste ricchezze , le rende inutili coli' impedire al 
pubblico di usufruirne (1). 



(13 Con lati Intenzioni tu compilato e a qoestt giorni pubblicato U se- 
guente Regolamento per gli studiati che vogliono estere ammetti neWArehMo 
Centrate di Stato, 

1. Chiunque vorrà per cagion di studio prollttare del documenti degli 
Archivi riuniti nel Cenlrate di Slato , dovrà presentare airufflzio di Soprfn- 
tendenza la sua domanda , nella quale Indicherà l'oggetto speciale delle sue 
ricerche. 

2. Quando la domanda abbia ottenuta l'approvazione del Soprintendente, 
quella Soperlore approvazione che li Soprlatendenle credesse neeeasarlo di 



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DELL'ARCHIVIO CENTRALE 259 

Ma la istituzione di un Archirio Centrale neoessitaya la scelta 
di una persona la quale riyestita fosse delle qualità speciali vo- 
lute per mettere in effetto il nuovo ordinamento di esso ; e richie- 
deva altresì l'aiuto di altre persone che fossero intelligenti e fedeli 
esecutori della mente direttrice dell'opera. A questa essenzialis- 
sima parte il Principe fu sollecito di provvedere col seguente 
Decreto: 

e Visto l'altro Nostro Decreto di questo slesso giorno, col qoale si stabi- 
lisce il Roolo degli Impiegati della naova Direzione Centrale delti Archivi 
dello Stato nella Capitale , enaneiati nel Decreto medesimo ; 



ricercare ,' potrà lo stadioso essere ammesso Della stanza a ciò desUoata , e 
visitare gì* inventari e spogli degli Archivi , che possano occorrergli. 

3. Le pergamene, registri , filze , o qaalanqae altro documento, basterà 
cbe sia domandato all' Ufficiale d'assistenza per Iscritto , sopra una semplice 
sebeda firmata. 

4. Dall' Ufficiale suddetto riceverà il richiedente II documento o I docu- 
menti ; e al medesimo gli restituirà al termine di ciascuna seduta, e quando 
anebe temporariamenle si assenti. 

6. Gli studiosi consegneranno ai medesimo Ufficiale le copie, transunti o 
appunU che avranno fatto dai documenti , e dall' Ufficiale saranno rimessi 
alla Direzione , per la collazione degli Arcbivisli e per U visto del Soprln- 
tendente. 

6. All'Ufficiale d'assistenza saranno lecite (sempre con I modi più con- 
venienti ) quelle Indagini e diligenze cb*egll crederà opportune perché i do- 
cumenti siano oonservati dallo studioso , e restituiti nel nnmero, slato e in- 
tegrità con che gli ha ricevuti. 

7. Non potrà quindi assentarsi l'Ufficiale d'assistenza , se prima non vi 
sarà la persona incaricata dal Soprintendente a sostituirlo. 

8. L'Ufficiale d'assistenza corrisponderà con gli ArcbIvisU direttamente , 
e gli Archivisti consegneranno a lui solo I documenti richiesti, e da lui solo 
gli riavranno quando siano adoperati. Potranno però gli ArebiTlstI conferire 
con gli studiosi, quando alano richiesti di scbiarimenU» per mezzo deli'U(Bclale 
sopraddetto. 

9. Sarà cura dell'Ufficiale d'assistenza li tener ricordo In un registro dei 
documenti , filze ec. , che riceve dagli Archivisti , della persona a col gli con- 
segna, e del giorno in cui vengono rimessi In Archivio. 

Per ogni rimanente ci rimettiamo al Eegolamento in vigore , approvato 
da S. A. I. e a. il Granduca. 

Dalla Direzione dell'I, e B. Archivio Centrale di Stato, Il 14 di Novem- 
bre 1883. 

Il SoprinUndente 

FBANCISCO nONAlNI. 



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260 ISTITUZIONE 

« Sentito il Nostro Consiglio dei Ministri ; 

a Abbiamo decretato , e decretiamo qaanto appresso : 

« Art. 1. Sono nominati , e respettivamenle confermati e promossi , 

a II Cavaliere Professore Francesco Bonaini al posto di Soprintenden- 
te , fermo stante il godimento di totti gli attuali sooi appuntamenti a ca- 
rico dello Stato. 

« Filippo Moisè ad Archivista Generale per gli Archivi Storici , e 
coir incarico di supplire il Soprintendente impedito o assente, con Tannao 
appantamento di Lire Tremila. 

« L'Avvocato Lnìgi Passerini a SegAtario delle Riformagioni e Diplo- 
matico , con l'annuo stipendio dì Lire Dnemilaottocento. 

« Cesare Guasti a primo Aiuto per le Riformagioni e Diplomatico , col- 
r incarico di assistere il Soprintendente per ogni ingerenza d'Archivi « 
con Tannuo appuntamento di Lire Dnemilacento. 

« Giovanni Tognelli a primo Aiuto al Mediceo , e Ministro Economo 
del Dipartimento , con TauDUo appuDtamento di Lire DuemilacentOy e fer- 
ma stante la pensione anuoa personale di Lire Seicentoventi di cai gode 
attualmente. 

« Vittorio Checcacci a secondo Aiuto delle Riformagioni e Diplomatico, 
con l'annuo appuntamento di Lire Milleottocento. 

« Pietro Berti a terzo Aiuto delle Riformagioni e Diplomaiico , eon 
l'annuo appantamento di Lire Millequattrocento. 

« Ottaviano Gotti a secondo Aiuto al Mediceo , con l'annuo appunta- 
mento di Lire Milleottocento , e con una pensione annua personale di 
supplemento di Lire Trecento. 

« Domenico Fabbrini a terzo Aiuto al Medìceo , con l'annuo appunta* 
mento di Lire Millequattrocento. 

« Ferdinando Morghen ad Archivista delle RR. Rendite , con l'annuo 
appuntamento di Lire Milleottocento , e con una pensione annua personale 
di supplemento di Lire Trecento. 

« Telemaco Dei-Badìa ad Archivista del Monte Comune , del Demanio, 
e delle Corporazioni Religiose soppresse , con l'annuo appuntamento di 
Lire Milleottocento, e con che vengagli ridotta alla minor somma di Lire 
Dugentoquaranta l'annua pensione personale di cui egli ora gode nella 
somma di Lire Cinquecentosessanta. 

« Angiolo Morelli ad Archivista delle Decime Granducali con Tannao 
appuntamento di Lire Milleottocento. 

« Domenico Frangialli ad aiuto per gli Archivi Amministrativi , con 
Tannuo appuntamento di Lire Millequattrocento. 

« Giovanni Baroni e Leopoldo Tosi Galilei , a Commessi , con l'ap- 
puntamento annuo ciascuno di Lire Milleottanta , e 

.« Luigi Landini e Pietro Solvi , a Copisti , con l'annuo af^panla- 
mento ciascuno di Lire Milledugento. 



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DELL'ARCmVIO CENTRALE 261 

e GiasGODo con le ingerenze annesse al respellivo loro posilo , in ordine 
al noofo Ruolo Normale , e con che cessi loro ogni altro assegnamento di 
cai abbiano fin qni godalo a carico dello iStato per occasione d' impiego. 

« Art 2. Rimane , a forma degli Ordini , alle facoltà del Nostro Mini- 
stro Segretario di Stato pel Dipartimento delle Finanze ec. la conferma o 
Domina dei Custodì e Servente della naova Direzione Centrale; con facoltà 
di provvisoriamente nominarne an numero maggiore dell'effettivo sul 
RdoIo, per attendere al lavoro straordinario che sta per occorrere pel nuovo 
riordinamento materiale degli Archivi. 

« Art. 3. 11 Presidente del Consiglio dei Ministri , Ministro Segretario 
di Stato pel Dipartimento delle Finanze ec, è incaricato della esecuzione 
del presente Decreto , il qaale incomincerà ad avere effetto a contare dal 
di primo Novembre prossimo futuro. 

« Dato in Firenze , li trenta Settembre Milleottocentocinquantadue. 

« LEOPOLDO. 

« Visto. /{ Pretidenie del Contiglio dei Ministri 

« Ministro Segretario di Stalo 

ff pel Dipartimento delle Finanze ee. 

« G. Baloasseroni ». 



Né la saviezza del Goyerno meno risplende nella scelta che 
ha fatto delle persone chiamate alla custodia ed amministrazione 
dell'Archivio Centrale. E fa rara ventare , avere in Toscana un 
nomo degno d'esser rivestito del nobile e geloso ufficio di soprin- 
tendere agli Archivi riuniti , alla cui dottrina ed operosità afiB- 
dato fosse questo grande e inestimabile tesoro di documenti. Cia- 
scuno intende che qui vuoisi parlare del cav. Francesco Bonaini, 
già per yentisei anni professore di Diritto nella Università Pisana; 
il quale , dopo aver fatto sua delizia e cura lo studio delle antiche 
carte, ed esplorato con diuturne e pazienti indagini gli Archivi 
Toscani , e non pochi altresì degli Archivi italiani e francesi , 
ora è chiamato dal Prìncipe al degno guiderdone delle ottime ed 
utili sue fatiche intorno alla patria istoria ed erudizione; in 
capo alle quali , oltre alla raccolta Storica Pisana e ad altri la- 
vori che sono nelV Archivio Storico Italiano , e negli Annali del- 
V Università Toscana ^ sta la Serie degli Statuti Pisani, dal se- 
colo Xll al XIV, alla cui pubblicazione e illustrazione [una 
delle pochissime gravi e magistrali che oggi si facciano in Italia) 



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962 ISTITUZIONE 

egli intende al presente (1). La eleiione del proC Bonaini ò dun- 
que un atto di giustizia reso dal Governo Toscano ai benemeriti 
di un uomo , che pe*8uoi lavori viene con ragione salutato tra i più 
solenni coltivatori e benefattori de'severi studi storici in Italia. 
Ottimo consiglio del pari si fu , dare a questo peritissimo per 
compagni ed aiuti , tra gli altri, il cav. Filippo Moisè, già Arcbivista 
del Mediceo, e riputato autore di lavori di storia e d'erudizione pa- 
tria ; come pure il cav. avv. Luigi Passerini , delle cui cognizioni 
vaste e moltiplici nella storia patria , vedemmo un bel saggio nel 
libro Degli Istituii di Beneficenza , ricco di nuove e copiose inda- 
gini fatte ne* fiorentini archivi , pubblicato per le stampe nel 1853: 
e la sua sagacità e perizia nella storia genealogica delle bmiglie 
nobili fiorentine e toscane, sappiamo di quale e quanto efficace 
aiuto giovassero la impresa veramente nazionale delle FamigUe ce- 
kbri italiane del benemerito conte Pompeo Litta. Nomineremo da 
ultimo Cesare Guasti, prima Archivista dell'Opera secolare di Santa 
Maria del Fiore ; giovane di anni ma di senno maturo , dal cui 
ingegno ornato di felicissime doti , e nutrito di ben fatti e severi 
studi, aspettiamo frutti non meno buoni né men lodevoli de' già 
veduti. Nò con ciò dir vogliamo che il Guasti altro non sia se 
non un giovane di belle speranze : chò la Bibliografia Praieee , 
fatica condotta di soli ventidue anni con proposito e perseveranza 
senile; l'aver preso a metter in ordine, restituire a integrità e illu- 
strare le Lettere del Tasso per la nuova edizione del Le Monniw, 
opera che i provetti e famigerati giudicarono disperata ; e la sto- 
ria del tempio e dell'Opera di Santa Maria del Fiore , che sui do- 
cumenti del suo archivio va ora inlessendo ; sono lavori che me- 
glio che un giovane di liete speranze , cel mostrano già degno 
di stare tra gli eruditi e i letterati d'antica e sicura riputazione. 
Però l'aver fatto parUcolar menzione di questi tre soli ufficiali « 
non sia di oflesa agli altri ; taluni de'quali , come il giovane 
Pietro Berti , tanto sembran promettere di sé, che sarebbe ingiu- 
stizia il non credere alle speranze di loro concepite. Cosi l'esempio 
antico ò rinnovellato; nel quale, diremo con Baldassar Boni* 
facio: arehivorum $ollicituio non niti doctis «tra mandoòolnr (S). 

lU U primo volarne degli Statuti Pitani , che sarà di circa 80 fogli In 4lo« 
vedrA la luce nel primi mesi del nuovo anno. 

(%)DeArehivis, Gap. VII. Io Polenf, Sapplem. in GaAivn Thes.àfMq, 
Graee.et Rom., 1 , 1072 ; odiz. di Yeoetla» t737, lo Col. 



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D£LL*ARCH1VI0 CENTRALE 26S 

Il primo pensiero della Commissione sopra gli Archivi fu quello 
dì additare nn luogo non solo capace a contenere e serbare que- 
sta copiosa suppellettile di documenti » ma comodo , decoroso e 
centrale. Fu scelta la più convenevol parte della grandissima fab- 
brica degli Uffizi , migliore tra le architetture di Giorgio Vasari , 
la quale , porzione del terreno e del primo piano area già desti- 
nata a quest'uopo (1). E poiché al real Governo piacque di annuire 
a tal proposta , il materiale della fabbrica si viene con facilità e 
prontezza adattando alle nuove occorrenze con muramenti nuovi , 
opportuni scaffali ed armadi. Sarebbe poi desiderabile che Faocesso 
principale agli Archivi si avesse per Tampia scala stessa che con- 
duce alla Magliabechiana : e ciò, oltre ad accrescer decoro , sarebbe 
comoda vicinanza per il soccorso eh e da essa Biblioteca potrebbero 
ritrarre gli studiosi e g^i ufficiali medesimi. 

Gli Archivi cbe pel disposto del Decreto Sovrano dipendono 
dalla Direzione Centrale , sono i seguenti ; di alcuni de' quali da- 
remo sotto brevità alcune notizie , degli altri basterà indicare il 
titolo. 

Archivio Diplomatico. Fondato nel 1778 per riunirvi le carte di- 
plomatiche dei monasteri soppressi , dei pubblici uffizi dello 
Stato 9 e dei privati che spontaneamente ve le avessero volute 
depositare. Esse oltrepassano il numero di 126,830. raccolte da 
circa 9kk Archivi. Degli Archivi Fiorentini era il meglio or- 
dinato , per essere ogni pergamena transuntata, e con gran cura 
e diligenza custodito , fornito -d'inventari , e di repertori cro- 
nologici copiosissimi. 

Abchivio delle Rtforhagioni. Ebbe principi! molto antichi , es- 
sendo stato il deposito delle carte della Repubblica fiorentina. 
Nel 1769 fu trasportato nel locale ove stette sino a questi 
uhimi giorni , a persuasione del segretario Giovanfrancesco Pa- 
gnini , che era stato destinato a riordinarlo in classi. 

In antico ne aveva la consegna il cancelliere della Signo- 
ria, il quale teneva un ufficiale e due coadiutori. Nel IB32 il 
cancelliere divenne segretario del Consiglio dei Dugento e 

(1) L'Archivio delie Rlformaglonl , il Diplomatico , Il Mediceo , quello 
del Magistrato sapremo, e i più degli Archivi glaridioi crirolnaii e eivill » 
v'erano già. , 



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264 ISTITUZIONE 

del Senato. Il primo Coadiutore si rogava delle deliberaEioni 
di quei dae Consigli , eccettoato quelle che risgnardayano fj& 
squittinì e le tratte alle magistrature , le quali si facevano dal 
segretario delle Tratte. II duca Cosimo nel 1547 istituì il Con- 
siglio deUa Pratica Segreta , e ne fece segretario Iacopo Polve- 
rini, Auditor fiscale, che era pure capo dell'Archivio delle 
Riformagioni. 

Nel 4782 furono riuniti a quest'Archivio tutti i documenti 
relativi ai confini giurisdizionali con gli Stati esteri limitrofi, 
che sino allora si erano conservati nella Camera delle Comunità. 

U capo delle Riformagioni si chiamò prima Cancelliere; 
poiy dal 1547, Auditore delle Riformagioni, come s'è detto; 
nel 1734, Segretario, perchè fu unito al segretariato delle 
Tratte. Nel 1746 si uni al segretariato di Stato. Nel 1784 Ai 
soppressa la segreteria delle Riformagioni , e ne furono date 
le incumbenze all'Avvocato Regio. Nel 1808 fii fatto dall' im- 
peratore Napoleone un Conservatore generale degli ArchivL 
Nel 1814 fu rimesso l'Avvocato Regio, con le sue antidie 
attribuzioni. 

Nel 1769 il Pagnini ebbe a riordinare l'Archivio. Dispose 
le pergamene per luoghi , e le legò in 63 volumi , dando a 
questa serie il titolo di Atti Pubblici. 

Nel 1785 venne alle Riformagioni una porzione della rac- 
colta miscellanea del senatore Carlo Strozzi , ripartita da Filippo 
Rrunetli tra varie biblioteche ed archivi. 

II Rrunetti spartì l'Archivio delle Riformagioni in XVII 
Classi, ed ogni Classe divise in più Distinzioni. Registreremo 
il titolo di ciascuna classe e di ciascuna distinzione, per far 
conoscere come il Brunetti intese di ordinare e spartire qael- 
r immensa congerie di documenti. 

Classe I. Negozi spediti dai ministri delle Riformagioni , 
della Pratica Se^eta e dell'Avvocatura Regia; divisa in tre Di- 
stinzioni. — Classe II. Legislazione universale , suddivisa in sei 
Distinzioni: 1.* Statuti fiorentini e leggi del Principato. 2.* Prov- 
visioni della Repubblica e del Senato. 3.* Protocolli delle dette 
Provvisioni. 4.' Provvisioni della Balia e di vari Consigli. 5.* Vo- 
ti, pareri e consulte dei Consigli segreti. 6.* Deliberazioni dei Si- 
gnori e Collegi ed altri magistrati. — Classe IH. Negozi relativi 
agli Ecclesiastici. — Classe IV. Affari e cause criminali. •— Clas- 



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DELL'ARCHIVIO CENTRALE 265 

se V. loyeiitarì ed estratti delle Riformagioni.— «CiasseVl.Cause 
e controversie gìarisdizionali. — Classe VII. Interessi col prin- 
cipato di Piombina — Classe Vili. Pubblica Economia, entrata 
e uscita dello Stato^ — Classe IX. Privilegi e cause di privati. 

— Classe X. Carteggio unirersale della Repubblica , diviso in 
otto Distinzioni : 1.* Lettere scritte dalla Signoria. 3.' Lettere 
scritte alla Signoria. 3.* Lettere scritte dai Dieci della Ralla. 
k« Lettere ai Dieci della Ralla. 5.VDegli Otto di Pratica. 6.* Agli 
Otto di Pratica. 7.* Degli Anziani di Pisa. 8.* Agli Anziani di 
Pisa. *- Classe XI. Atti pubblici ; suddivisa in quattro Distin- 
ziooi : 1.* Capitoli. 2.* Protocolli dei capitoli. 3.* Atti pubblici 
(in pergamena). 4.* Atti pubblici dei Sovrani della Toscana. — 
Qasse XIL Statoli delle ciUà, terre, castelli ec. dello Stato 
fiorentino. — - Classe XIIL Amministrazione della guerra ; di- 
visa in due Distinzioni : 1.* Debitori e creditori dei Dieci di 
Ralia. 2.* Leggi , condotte , paghe e deliberazioni della guerra. 

— Classe XIV. Consiglio dei Dugento ; divisa in tre Distinzioni: 
1.* Rullettini e salyocondotti per i debitori. 2.* Elemosine del 
sale ^ e piati d' inopia. 3.* Deliberazioni. » Classe XV. Onori- 
ficenze , spogli e studi genealogici. — Classe XVI. Archivio 
dei Confini; in due Distinzioni: 1.* Archivio vecchio. 2.* Archivio 
nuovo. — Classe XVII. Manoscritti e libri stampati di storia e 
di gius pubblico. 

Vennero poi a far parte delle Riformagioni , ma fuori 
della surriferita classazione, anche altre carte di magistrature 
aoppresse, cosi de'tempi della Repubblica come del Principato. 
Di queste basti indicare le seguenti : Afiari della magistra- 
tura de*Capitani di parte Guelfa, istituita nel 1267, soppressa 
nel 1769. — Affiiri della magistratura degli Otto di pratica , 
istituita circa il 1480, soppressa nel 1559. — Carte dei cinque 
Conservatori del contado e dominio fiorentino, soppressi nel 1559. 
— Carte del magistrato de*nove Conservatori del dominio e giu- 
risdizione fiorentina, subentrato agli Otto di pratica e ai cinque 
Conservatori nel 1559, e soppressi nel 1769, ec. ec 

Vi furono riunite altresì, nel 1839, le carte ed i libri che 
costituirono l'Archivio segreto dell' exprincipato di Piombino, 
mentre all'Archivio del Monte Comune passarono quelle rela- 
tive alle corporazioni religiose di quel Principato. 

Il tutto forma circa a 26,800 tra registri , inserti e filze. 

4pp. , Voi. IX. 34 



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266 ISTITUZIÓNE 

Archivio Mediceo. Era rArchivio della recchia Segreteria di 
Stato, e si castodlya in Palazzo Vecchio. 

Air avTeniinento della Dinastia Borbonica (1801-1808) fii 
trasportato negli Uffizi. ' 

Nel 1769 y per ordine del granduca Pietro Leopoldo , fa 
fatto il riordinamento di quest'Archivio dal cay. Carlo Bonsi 
e dallo storico Gallozzi. 

Con motuproprio de' k marzo 1T71 , il Granduca nominò 
a presieder l'Archivio Mediceo il Galluzii , il proposto Ferdi- 
nando Fossi, Girolamo Cavalcanti: con l'aiuto degli abati Carlo 
Petrai e Giuseppe Picchi. Nel gennaio del 1782 al Galluzzi fa 
dato il titolo di Archivista. 

Successivamente furono riunite al Mediceo molte carte 
dell'Archivio segreto del R. Palazzo Pitti, di quello del Ma- 
gistrato supremo, de' Contratti ec. 

Nel 1805 vi fu aggiunto l'Afcbivio d'Urbino, venuto ai 
Medici per la eredità allodiale della casa Hontefeltro della 
Rovere , per il matrimonio di Vittoria ultima della Rovere con 
Ferdinando li. 

Nel 18U fu soppressa la Soprintendenza Generale degli 
Archivi, istituita nel marzo del 1808 dal Governo Francese. 
Allora l'Archivio della Segreteria vecchia di Staio mutò il 
suo nome in quello di Archivio Mediceo , e fu unito a quello 
tlelle Riformagioni , sotto la dipendenza dell'Avvocato Regio.. 

L'Archivio Mediceo consta di circa 10,000 Glze; delle 
quali da 2,000 spettano ai Granduchi e Granduchesse della casa, 
e 1500 contengono le ambascerie di Roma, Spagna, Germa- 
nia e Francia , da Cosimo I a Gi9n Gastone , ultimo granduca 
Mediceo. Il carteggio Mediceo avanti il principato è compreso 
in 130 fllze circa ; e in numero 868 , l'Archivio della casa 
d'Urbino. 

N.^ 6^ formano la cosi detta Raccolta Cerviniana^ com- 
prata dal granduca Pietro Leopoldo I in Siena , dalla forni- 
glia Cervini, nel 1773. Questa raccolta va dal 1519 al 1555. 

N.** 400 la collezione miscellanea del Senatore Carlo 
Strozzi, che fu riunita al Mediceo nel 1786. 

N." 790 sono una Miscellanea divisa in più sezioni. 

Evvi il famigerato Diario del Settimanni , in 18 grassi 
volumi , dal 1530 al 1737. 

Ogni filza contiene da 500 a 1200 documenti. 



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DELL'ARCHIVIO CENTRALE 967 

La preziosa e immensa suppellettile di docamentì , spet- 
tanti alla storia di Toscana non solo^ ma anche di altri Stati 
Italiani ed estemi , massime di Francia , Spagna e Germania , 
che in questo Archivio si custodisce , ha servito di materiale a 
lavori di molti storici ed eraditi. Parlando de'nostri , esiste di- 
fatti un inventario dei Registri consegnati a Benedetto Varchi 
per comporre la sua Storia di Firenze , nel 1564. Allò storico 
Adriani y altri ne furono consegnati; e al Senator Alessandro 
Segni ( 30 aprile 1676 ) , per ordine di Cosimo III. Cosimo 
Della Rena , che presiedè a quest'Archivio come antiquario , 
si giovò dei documenti di esso Archivio ne' suoi lavori. Final- 
mente, l'archivista Gallnzzi , compose la sua Storia granducale 
con questi materiali. 
Archivio della Reggenza e di Stato. 
Archivio del Tribunale della soppressa Nunziatura. 
Archivio delle decime granducali. Esso deriva da due distinte 
amministrazioni: dal Catasto del Ib^?, e dalla Decima del 1495. 
Sezione L Catasto e Decima. 

Suddivisione 1.* Possessi de' cittadini florentini. — 2.* Pos- 
sessi di contado. — 3.* fieni degli Ecclesiastici. — 4.' Decimi- 
ne — 5.* Libri della consegna del 4776. 
Sezione IL Reni e possessori posti nel distretto. 
Sezione III. Libri , filze e carte relative al già Tribunale , 
cancelleria ed uffizio delle Decime. 

Sezione IV. Libri delle Prestanze , della Libra e degli Esti- 
mi anteriori al 1427, i cosi detti Capi di famiglia, dei Ral- 
zelli , dell'Arbitrio , ed aUre pubbliche gravezze. 

La più antica imposta di cui esistano i libri, è quella 
del 1371. 
Monte delle Graticole. Dettero vita a questo Monte le rimanenze 
del Monte degli Accatti e Prestanze , il quale ebbe origine dai 
balzelli o prestanze coatte domandatela! cittadini. Incominciò 
nel 1453. ed ebbe termine nel 1537 ; cosi fu detto perchè gli scrit- 
toi de'suoi ufficiali , invece- di vetri , erano muniti di graticole 
di legno. Parecchie carte di questo Archivio furono mandate a 
male dalla inondazione dell'Arno avvenuta a' 13 di Settembre 
del 1557 , essendo in allora situato al piano terreno della Log- 
gia degli Uffizi , dov'era il R. Fisco. 
Monte rbdiuirile. Eretto con motuproprio de' 3 Luglio 1642. Fu 
detto anche vacabik^ perchè morendo il creditore senza aver di- 



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i 

J 



M8 ISTITUZIONE 

sposto del suo credito quaranta giorni innanzi alla morie, esso 
ricadeva in vantaggio dello Stato. Il capitale di questo Monte 
fb aumentato di scudi 900 mila , col titolo di tusàidio non va- 
cabile, cosi detto perchè i crediti df questo non erano soggetti 
alla dura condizione di quelli del Momle vaetdrik: onde venne 
che molti crediti di questo Monte furono permutati con quelli 
del non vacabile. — Con Motuproprio del 12 Febbraio 1711 
(s. e. 1712), fu eretto il Monte redimibile primo; e con altro 
Motuproprio degli 11 Novembre 1715, hi istituito un altro 
Monte redimibile secondo ; e finalmente , con Motuproprio dei 
27 Ottobre 1718 fu fatta un'aggiunta al Redimibile primo. Tutti 
questi Monti ftirono chiamati Redimibili per la ragione che 
n'era stata promessa la restituzione con gli avanzi dell^trate 
destinate al pagamento dei frutti. 

Monte del Sale. Cosi denominato perché al pagamento de' flrutti e 
alla estinzione del capitale era assegnato il provento del sale. 
Fu istituito nel 1625 dal Granduca Ferdinando de' Medici. 

Monte di pietà'. Istituito nel 1557 per porre un freno alle usure, 
e però detto di pietà. Esso prendeva ni deposito da' privati 
il denaro, e ne corrispondeva loro il frutto. Con motuproprio 
de' 21 ottobre 1746 ta riunito questo Monte al Monte comune 
allora istituito. 

Monte comune. Fu cosi denominato dalla cumulazione che in esso 
si fecero dei capitali descritti nei detti Monti delle graticole, 
redimibile , del sale e di pietà. Essi hanno , tra registri e filze , 
11,830 volumi. 

Archivio delle corporazioni religiose soppresse. Esso è com- 
posto di 451 archivi ; nel dividere i ^luali si è creduto bene di 
mantenere la distinzione stessa che ebbe la Toscana dal Go- 
verno firancese, pei tre Compaitimenti. 
Compartimento dell'Amo, composto di N.^ 262 archivi 
» f Mediterraneo , di » 96 » 

B Ombrone, di » 71 » 

a'quali si aggiungono gli archivi delle 
corporazioni soppresse del principato 
di Piombino > 22 > 



In tutto, N.^ 451 archivi. 
Archivio delle regie rendite. 



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DELL'ARCHIVIO CENTRALE 869 

Qocsti sono gli Arehivi che in yirtù dd sovrano decreto d'Isti- 
tntioDe ddPArchivio Centrale di Stato, si riunirono. Con altre suc- 
cessive ordinanze ministeriali sono venuti a ricongiungersi ad 
essi anco i seguenti. 

Alenivi OBI TRiBCifALi CIVILI B CRlMilfALK Tre ^ano gli Archivi 
degli Atti giuridici di Firenze. Uno risiedeva nella soppressa 
chiesa di San Piero Schera|gio; l'altro, nel cosi detto Teatro 
Mediceo (|anihidue nell'ala maggiore degli Uffizi); il tcrzot nelle 
stanze contigm al Tribunale di prima istanza , nei mezzanini 
degli Uffizi corti. Quest'ultimo venne formato nel 1838, e non 
contiene documenti anteriori al 1808, nel qual anno al Cla- 
rissimo Magistrato Supremo sotientrarono i tribunali al modo 
di Francia. I due primi depostiti soltanto sono passati al Cen* 
frale di Stato , e contengono ; 

L'AncHivio BEL CAPITANO DEL POPOLO, i cui atti Criminali vanno 
.dal 1343 al IS03; e i civili , dal t4S0 al 1502. 

L'Abghivio nsL POTBSTA',diviso pur esso in affari criminali dal 1343 
al 1509 ; ed in civili , dal 1346 al 1503 , dal qual anno comin* 
ciano i documenti del Magistrato Supremo, istituito nel gonfa- 
lonierato perpetuo di Piero Sederini , per l'abolizione del po- 
testà forestiero ; durato sino al Governo francese , ripristinato 
dal granduca Ferdinando HI nel 1814 , ed abolito nel 1838. 

L'Archivio dell'esecutore degli ordinamenti di giustizia, che se 
non comincia dalla istituzione (1306) di quell'ufficiale, destinato 
a frenare la potenza de' Grandi^ poiché le carte di quell'Ai^ 
^ chivio furono disperse con altre assai nei tumulti popolari del 
Duca d'Atene; tira però dal 1343 Gno all'anno in cui ritornò 
dali'esiglio Cosimo il Vecchio ( 1434 ]. 

L' Archivio della Ruota, che ha il suo principio nel 1502, e 
tira fino al 1808. 

L'Archivio del Magistrato Supremo, che prende principio 
dal 1532 e viene fino al 1808. 

L'Archivio dei trirunali delle Arti, fisse furono presiedute dal 
Proconsole, il quale era scelto dall'Arte de' giudici e notai; 
ebbero giurisdizioni civili e criminali larghissime sotto il 
Governo della Repubblica , rispettate in qualche modo dal 
Principato, e trasferite nel 1T7S dal Granduca Pietro Leopoldo 
nel tribunale della Camera di Commercio. Le carte di quelle 



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270 ISTITUZIONE 

diverse magistrature seguirono la sorte dei beni delle Arti. 
Nonostante la pessima collocazione che fu data a questi docur 
menti , e le mal consigliate spurgazioni del Della Na?e, FArchi- 
vio di queste antiche magistrature è prezioso per la storia della 
Toscana non solo, ma per ogni altra parte della storia in genere, 
a cui può venir grande aiuto dalla conoscenza di carte onde 
ci è dato cacare peregrina notizie per gli studi della statistica, 
della pubblica economia , delle lettere , delle arti , e d* ogni 
maniera di civiltà. Basti il pensare che all'Arte della lana e 
de' mercatanti dobbiamo ì più grandi monumenti della nostra 
Firenze; e che prima della istituzione principesca di un'Ac- 
cademia del Disegno , gli artefici formavano una compagnia , 
le cui carte datano dal 1360. 

L' ARCHIVIO DEL TRIBUKALE DEI PUPILLI E DEI MINORI DOU é piu an- 
tico del secolo XV. I campioni ordinari dei sottoposti comin- 
ciano dal 1394 ; gli alti giudiciali , dal 1480. Ma esso racchiude 
molti documenti anche di private provenienze , i quali pos- 
sono importare grandemente alla storia delle famiglie più il- 
lustri. Vi sono depositate diverse carte degli libertini , conti 
feudatari di Chitignano , altre dei Malaspina ; stanziamenti e 
decreti dei pubblici uflBciali degli Studi fiorentino e pisano, 
dal 1543 al 1738 ; un libretto di provvisioni della Signoria di 
Firenze, dal 1412 al 1531 : tutti documenti che avranno mi- 
glior sede nelle Riformagioni , dove fin dal 1841 parve ben 
fatto di trasferire gli Statuti delle Arti , i più antichi de' quali 
sono del secolo XIV. 

Gli Aacmvi dei Conserv adori di legge e del Conservatore 
DELLE leggi ; istituzioni che hanno principio dal 1428 , e 
dal 1777 ; succedendo quest'ultima al soppresso Proconsole. 

L'Archivio delle Tratte. 

L'Archivio delle Regalas e Possessioni. 

Nei depositi di carte di cui si è fatto menzione sin qui , 
la maggior parte dei documenti spetta alle cause civili ; ma 
non ne sono affatto escluse le criminali : di queste peraltro 
è il più ricco deposito nel palazzo del Potestà, volgarmente 
detto degli Otto, l processi criminali del Capitano del popolo, 
gli atti del Potestà e dell'Esecutore degli ordinamenti di giu- 
stizia , delle cui carte è pur molto negli Archivi sumnoiento- 
vati , furono un tempo nelle Riformagioni ; e se fu pensiero 



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DELL'ARCHIVIO CENTRALE 271 

del Pagnìnì di distaccarli da quella sezione , ne consiglia oggi 
la rianione il nuovo concetto che anima la intrapresa riforma 
degli Archivi dello Stalo. 
Abchivio dblla Zbcga. Sono N.^ 430 tra registri e Glze, sino 
al 181t^; Più, alcune fllze di giustiflcazioni appartenenti all'uf- 
fizio di Garanzia. Avvi un preziosissimo codice membrana- 
ceo in 4tOy di Statuti dell'Arte dei monetieri [ars numetario- 
rum) 9 che prende il suo cominciamento dagli ultimi anni del 
secolo XIII, e con le posteriori riforme scende sino al 1407. 
Questo è il più antico dei documenti della zecca fiorentina. 
Poi ne viene il codice originale del così detto Fiormato, 
principiato al tempo di Giovanni Villani , nel 1317, che viene 
fino a'nostri tempi. È più esteso dello stampato da Raldassarre 
Orsini nella sua Storta delle monete della Repubblica Fioren- 
tina. Vi è anche il codice della Riforma per la moneta del 
1324. Le deliberazioni degli uficiali della moneta muovono 
dal 1344 , e si saccedono senza interruzione sino al 1373: vi 
sono però dei registri anche de'tempi posteriori ; di modo che , 
tra deliberazioni ed altri documenti , abbiamo una serie di 
carte continuata sino a'nostri giorni. 
L'Archivio dei SmoACi. Di questo Archivio sono passate nel Cen- 
trale le carte sino all'anno 1815. 

La I.* serie delle Aìie contiene i così detti Incorpori ^ dal 
secolo XV al XVIII. 

La IL* gli atti degli ufficiali di Monte e soprassindaci , 
dal 1553 al 1737. 

La III.* Atti come sopra dal 1737 al 1759. 

La IV/ Suppliche di particolari per condonamenti di de- 
biti , dal 1737 al 1808. 

La V.' Copia-informazioni, dal 1571 al 1815. 

La VI.* Copia-lettere, dal 1622 al 1815. 

La VII.' Regolamenti e istruzioni dei diversi uffizi e 
luoghi pii ec., dal 1617 al 1834. 

La Vili.' Rendimenti di conti e saldi, dal 1515 al 1808. 

Agli accrescimenti che a mano a mano è andato facendo il 
Governo coli' incorporare altri Archivi al Centrale, s'aggiungeranno 
col tempo quelli che derivano dalla ricuperazione di documenti 
altra volta sottratti agli Archìvi medesimi; dagli acquisti che l'am- 



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372 ISTITUZIONE 

ministrazione ha fatto e farà » sia per compera (1), sia in cam 
bio, per doni di particolari persone. Rispetto poi agli accresci- 
menti che possono venire all'Archivio di Stato da doni partico- 
lari , ci ò grato il poter dire , che un primo e bello esempio fa 
dato prontamente dalla benemerita famiglia dei marchesi Ginori- 
Lisci t la quale nel febbraio di quest'anno volle che andassero a 
ricongiungerai all'Archivio Centrale parecchie carte di assai pregio 
e di pubblica importanza » serbate nella sua privata libreria ; le 
quali servono a reintegrare o ad arricchire talune delle serie di 
esso. Quali e quante nuove ricchezze abbia aggiunte agli Archivi 
dello Stato il nobil dono del marchese Lorenzo G inor i-Lisci • lo 
diremo colle parole stesse dell'annunzio datone allora dal Afoni- 
tore Toscano (2). a A quello delle Riformagioni , dove i docu- 
« menti della Repubblica si custodiscono , vengono le copialettere 
a di alquanti segretari , da Chello d' Uberto a Bartolommeo Scala 
a per ben cinquantanni, tra il 133)8 e il 14>83; e le isIruzioiM» ì 
9 carteggi e le relazioni degli oratori del Comune dal 1428 al 79, 
a per anni quasi cinquanta : spazio che racchiude gli accresci- 
a menti dello Stato; il giogo imposto ai vicini , e il giogo sof- 
<v ferto dal Duca Guarnieri, poi scosso; le leghe con i Comuni e 
a le signorie d' Italia ; le condotte delle milizie mercenarie ; i tu- 
ff multi popolari; gli esilii di polenti cittadini; gli esordi della gran- 
« dezza di quella famiglia che parve spenta con Lorenzo, risorse 
« potente ma cittadina in Leone , principesca per papa Clemente. 
<v Alla importanza dei fatti s'aggiunge in quaesti documenti il 
« pregio del sapere ond'erano largamente forniti quei segretari e 
a cancellieri della Repubblica. È chiaro nome nella storia delle 
a lettere Bartolommeo Scala già ricordato; e prima di lui man- 



(1) Nel 1850 11 Governo toscano comperò dagli creJI RìdoccìdI nn rag- 
gaarJevole namero di manoscrilll , tra I quali parecchi preziosissimi. Parte 
di essi kt assegnata alle Biblioteche, parte agli Archivi , secondo che la Da- 
tura e qualità loro consigliava. Chi volesse maggiori notiale so questi nano* 
acritU, legga la importante relazione che ne dette U nostro coUahoralore av- 
vocato Luigi Passerini nel voi. Vili di questa Appendice , P^S* 207*315. 

Recentemente si sono acquistale dal R. Governo parecchie carte atte- 
nenti agli Anziani di Pisa, e da oltre a 1500 pergamene con altri docu- 
menll cartacei , appartenenti alla famiglia pisana Del Mosca , e alla aoreoUna 
Dei Bene. 

(9) N.^" 35 . de' la febbraio 1853. 



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DELL'ARCHIVIO CENTRALE 273 

9 tenne il decoro del ComaDe un Carlo Marsuppiai , ao Colacelo 
a Salutati , un Buonaventnra Monachi , delle cui lettere son pa- 
« recchi rej^slri fra le carte Giporiane. Del solo Coluccio ne ab- 
tf biamo nove volumi , i quali comprendono gli anni che corsero 
a dal 1375 al 98, cioè dal tempo in cui fu dato successore a Njccolò 
a Monachi, venuto in fastidiò al gonfaloniere Serragli. Delle 
a lettere scriUe dal Salatati fu grande la reputazione fin da' suoi 
« tempi; e il trovarne parecchie in parecchi codici, mostra che 
9 si tenerano in conto di opere letterarie. Vediamo di fatti, quelle 
a da lui dettate in volgare nel 1379 esser annoverate frale scrit- 
« tare di cui gli Accademici della Crusca si giovarono per la 
ff compilazione del Vocabolario ; e fu pensiero lodevole Tammet- 
9 terlo fra gli scrittori di autorità , non tanto come amico del Pe- 
m trarca e contemporaneo del Boccaccio , quanto come quegli che 
« ebbe occasione d'adoperare la lingua fiorentina in materie più 
a gravi de' leggendari. 

a Non meno dell' Archivio ' delle Riformagionii è arricchito il 
« Mediceo per le carte di casa Ginori. Son oltre duemila docu- 
a menti, quasi tutte lettere, dal secolo XV al XVIL Una grossa 
« filia, che ne racchiude più di 600, è miscellanea preziosa di 
a carte relative agli atti del concilio di Basilea, al pontificato 
« del Coscia, a Cosimo il VecAio, e ai primi anni di Leone X. 
« Altre filze contengono 139 lettere originali di Carlo V, 177 di 
« Massimiliano II , con altre di imperatori ed imperatrici ai prì- 
a mi Granduchi. Di Cosimo primo vi sono le istruzioni date a 
« diversi suoi ambasciatori dal 1536 al Ik^ cioè per tutto quel 
« tempo che governò la Toscana. I carteggi di monsignor Lodo- 
« vico Aniinori e di Gìambatista Concino , ambasciatori alla corte 
a di Vienna tra il 1570 e il 74 , le minute delle lettere scritte 
a dal Vinta a nome di Ferdinando I nei primi anni del suo prin- 
« cipato , le lettere degli ambasciatori riseduti presso Timperatore 
(( dal 1623 al 72, ed altre carie spettanti a vari individui dal 
« primo Cosimo al terzo ; formano un bel corredo alle tante carte 
a di una stessa natura , che già racchiudeva il Mediceo nelle sue 
« diecimila e più filze d. 

E quest'atto generoso, che onora il marchese Ginori, ed è 
bella testimonianza di fiducia verso la nuova istituzione, è altresì 
una graziosa risposta a un antico invito che la sapienza di Leo- 
poldo I , col Motuproprio de' 2i dicembre 1778 , faceva alle fami- 

Àpp.,YoUìX. 35 



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474 ISTITDZIONE 

glie toscane, di depositare oeirArchiTio Diplomatico allora fondato 
le loro pergamene; a provvedendo in tal modo a quella conser- 
ff vazione che può talvolta giovare all' interesse , e sempre al de- 
« coro (1) o. 

Ma la Soprintendenza conosce che la rianione materiale di 
tanti Archivi in un sol luogo a nulla o a ben poco gioverebbe : 
essa intende quanto grave sia il' nuovo carico a lei imposto da tale 
concentramento; uè a ciò solo s'arresterà. Prius enim loca partiti 
eanvenitt mox negoeia, tamdemque tempora (2). Nelle quali parole 
si raccoglie tutto quanto appartiene all'ordinamento di un archi- 
vio. 11 lavoro preliminare per l'Archivio Centrale, cioè la scelta 
del luogo che lo contenga, è già fatto. Ne segue l'altra parte, 
dove maggiore è la difficoltà e la fatica, e più lungo il tempo 
che l'opera esige : lo spartire , cioè , quella immensa congerie di 
carte sciolte , di 61ze e di registri , e a tante varietà dare unità, 
disponendo quest'innumerevole massa di documenti in sezioni ordi- 
nate con modo razionale, e perciò semplice e naturale. Impresa 
ardua , imperocché ardo ipse tsl quiidam divinum ; ma indispen- 
sabit cosa, massime agli archivi, de' quali a ragione fu detto, 
essere l'ordine l'anima e la vita (3). Ma la Direzione co' suoi uf- 
ficiali ha vinto ( almen ci sembra ] i gravi ostacoli , se, a quanto 
intendiamo , ha fermo il concetto di dare all'Archivio Centrale una 
partizione e un ordine che molto s'appressa alle norme seguenti. 

La prima e principal partizione delle earte di questo Archivio 
è naturalmente additata e imposta dalla qualità e natura stessa 
del governo che resse Firenze : repubblicano e monarchico. Due 
saranno dunque lo principali Sezioni dei documenti : l' una con- 
terrà quelli della Repubblica , e si chiuderà col 1530 ; 1' altra , 
quelli del Principato. E questa sarà V idea generale govematrice 
di tutto il riordinamento. 

Date queste due grandi divisioni, si ha ragione di credere che 
l'ordinamento nelle subalterne sezioni sarà fatto con metodo più 
semplice e più razionale che non sembra quello di Filippo Bru- 
netti , difettoso nella divisata partizione delle materie stesse , e 
complicato di troppo per quelle tante classi e distinzioni. 

(1) Annanzlo del JUoiUlore Toscano citalo. 
(2j BiLTB. BoifiFiciDs, De ÀreMvii, cap. IX. 
(3} Id. Ibid. 



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DELL'ARCHIVIO CENTRALE 275 

Nel tempo stesso che da alcuni degli uflBciali si sta facendo la 
distribuzione e collocazione razionale e materiale dei documenti 
giusta il fermato disegno, (1) altri han già comincipto a dar mano 
ai lavori di compilazione. Di due maniere sono i lavori che in 
un ben ordinato e amministrato deposito d'archivi si richiede : 
gli uni son quelli che servono non tanto agli usi dell'amministra- 
zione stessa , quanto al comodo del pubblico ; all'altra specie si 
riferiscono quelli che debbono esser compilati dalla Direzione e 
da'suoi ufficiali , e resi di pubblico diritto per via della stampa. 
Di questa seconda specie parleremo più sotto. Appartengono alla 
prima categoria gì' inventari ; preliminare lavoro , senza del quale 
un Archivio non è altro che una massa indigesta di carte inser-r 
vibìli. GÌ' inventari che serviranno agli usi dell'amministrazione 
e alle ricerche del pubblico, debbono essere compilati sotto forma 
breve e semplice • ma con precise indicazioni delle date , del 
contenuto, e d'ogni altro che basti .ad accertare la identità dei 
documenti. 

Fatti gì' inventari , la Direzione vuol metter mano agli spogli , 
ai repertori , ai registri , agi' indici metodici e alfabetici per ma- 
terie, per nomi di persone e di luoghi: in guisa che, con tanti e 
si vari aiuti , i documenti in manus nostras poiius incurrisse spon- 
/e, giuttn ca$u ineidisse videaniur (2). 

Né sarà cautela inutile , che ogni Glza , ogni volume o regi- 
stro abbia le carte numerate , con in fronte al codice una indi- 
cazione delle carte di che esso è composto. Ogni volume sia se- 
gnato del suggello proprio dell'Archivio Centrale; e quanto a' do- 
cumenti, sciolti , come le lettere, per esempio, vorremmo che 
una per una avesse il marchio dell'Archivio. E questo far si po- 
trebbe a mano a mano che un volume o filza fosse inventariata. 
Cosi , in caso di sottrazione o di dispersione di un documento , 
questi contrassegni potrebbero esser di buon aiuto per rintrac- 
ciarlo, e costatare i diritti del Governo sopra di esso. 

Compiuto tutto quanto l'ordinamento degli Archivi riuniti, che 
è già molto innanzi , la Direzione conosce i nuovi e più gravi 

(t) Mercè le care Indefesse dell'Archivista Telemaco Pel-Badia, e del 
aaof depeadeali, gli Archivi delle Gorporaiiont religiose soppresse, del Monti ec. 
hanno avoto ona lodevole e sollecita slslemazlooe ; ed ora egli sia oeeapan- 
dosl loloroo airordloamento delle carie degli Archivi glodlciall. 

(2) Baltb. Bonifacius , Di ÀreMvis, cap. IX. 



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276 ISTITUZIONE 

doveri che le incotnboòo; air adempimento de' qoali ha deliberato 
di metter mano pronta e operosa , acciocché la nuova istituzione 
risponda alla importanza e al fine suo , s'innalzi al grado stesso 
di nobiltà e di utilità delle altre istituzioni consimili e d'Italia e 
d'Europa. Dinanzi a cosi yivo ardore negli studi storici , e ai be- 
gli esempi che la Francia , il Belgio , la Germania , tra le altre 
nazioni , ci porgono ogni anno , certamente la Direzione dell' Ar- 
chivio Centrale non Tuole starsene neghittosa* Il Soprintendente 
è uomo capace d'infondere spirito e alacrità ne' suoi ufBcia- 
li , a indirizzare i progressi che l'amministrazione degli Archivi 
deve prendere , e rappresentare degnamente co' suoi propri lavori 
in faccia al mondo letterario l'ufficio che gli è stato affidato. È 
certo altresì , che senza lo strumento della stampa , le antiche^ me- 
morie serbate negli Archivi sarebbero poco più che pompa vana. 
Con questo mezzo i lavori dell'Archivio di Stato saranno utili 
all'universale. Cosi, mentre che gli uni tra gli ufficiali vancom* 
pilando gli inventari , gli spogli , i repertori e i cataloghi metodici 
e alfabetici , la Direzione andrà preparando i materiali di quei 
lavori che debbon essere pubblicati colle stampe (1). 

A quanto sappiamo , i principali lavori cui la Direzione ha in 
animo di por mano , sarebbero questi. 

1. Primo d'ogo'altro, sarà il Rapporto generale suih stato prece- 
dente degli Architi riuniti nel Centrale di Stalo, e di altri Archm 
Toscani. Lavoro estesissimo e ricco di .preziose e utili notizie « dal 
quale si verrà a conoscere come la Toscana abbondi anche di sif- 
fatte dovizie , in modo da potere stare al paragone d'ogni altra pro- 
vincia. Questo è lavoro che, e per esser già compilato e quasi 
pronto alla stampa , e per la stessa qualità e natura sua , dovrà il 
primo uscire alla luce. 

2. GV Inventari. E questi saranno compilati in forma, che rie- 
scano vere opere consultive e di aiuto alle indagini degli studiosi. 
Inventari , cioè , ragionati e largamente descrittivi , forniti delle 
indicazioni più minute ed estese , con scrupolose assicurazioni sui 

(1) Egoall desideri, con l'aspettazione medesima, sono espressi ìd an bel- 
l'articolo óeìVAppendtce alla Gassetta d^Augusia del S ottobre , tot quale 
IMIIastre cav. Alfredo Reamont Informava la dotta Germania del naovo rior- 
dioamento degli Arehlvi florenltol. Bsao nAerltò d'esser pobbltcato tradotto 
nel N"* 249, 27 ottobre, del Monitore roteano, e riprodotto in qaalcbe altro 
nostro gloniale. 



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DELL'ARCHIVIO CENTRALE 277 

folli , sulle date, sai Domi , sui luoghi ; e da critiche osservazioni 
illoslrati. Di. questa maniera d'inventari la Direzione reputa de- 
gni , e giustamente , d'esser presi ad esemplare quelli pubblicati 
dal Gachard , archivista del Belgio , sugli Archivi generali di quel 
regno. 

S. Agi' inventari dovrebbero tener dietro i Regesti cronolo- 
gici ^ ossia gli estratti in sostanza di documenti storici, giudi- 
ziosamente compilati con metodo semplice e breve ma succoso, 
come sono i Regesto Imperli del BOhmer, che possono servir di 
ottimo esemplare. Per questa specie di lavori forniranno suf- 
6cienli materiali talune tra le serie di documenti dell'Archivio 
Centrale, massime il Diplomatico. Le carte di maggiore impor- 
tanza , che giova pubblicar per intero , serviranno alla composi- 
zione del 

4. Codice Diplomatico. Due quistioni sorgono naturalmente in 
parlando del Codice Diplomatico. La prima ( ch'è comune an- 
che ai Regesti) f se convenga fare un Codice Diplomatico Toscakio , 
o puramente Fiorentino; cioè a dire, se debbansi ammettere in 
questo raccolto i soli documenti fiorentini e degli Archivi fio- 
rentini , o degli altri Archivi di Toscana , e principalmente di 
Pisa , di Lucca e di Siena. L'altra questione è , se debbasi conti- 
nuare il Codice Diplomatico incominciato da Filippo Brunetti , e - 
lasciato interrotto al terzo volume (1). Noi non ci crediamo in 
grado di rispondere se non a quest'ultima questione ; intorno alla 
quale francamente portiamo sentenza , che converrebbe farlo di 
nuovo ; sia perchè l'opera del Brunetti non è finita , arrestandosi ai 
primi anni del secolo IX ; sìa perchè il modo di compilazione e 
di pubblicazione tenuto dal benemerito antiquario non ci pare il 
più conveniente a questa specialità di lavori. 

Non sappiamo se nella mente direttrice sia per essere accolta 
l'idea di una pubblicazione periodica, che potrebbe portare il titolo 
di Giornale degli Archivi toscani. Certo dispiace, che mentre la Fran- 
ti ] Codice diptomatico tOBcano. Parte I , che comprende I papiri del 
R. Archivio Diplomatico e le carte Longobarde , dall'anno 684 al giugno 774. 
Firenze, Pagani e compagni, 1806 In 4.°; tomi dae di pag. 738. Parte II, 
lonoo I , contenente principalmente le carte Carolingie toscane dal di 9 ta- 
glio 774 ai mese d'aprile 8i3, oltre an papiro dell'anno 541 , e molti altri 
Insigni monamentl storici. Firenze, Allegrfnl e Mazzoni, 1833. In 4.^ di 
pag. 408. 



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278 ISTITDZIONE DELL'ARCHIVIO CENTRALE 

eia, la Germania e il Relgio hanno giornali riputatissimi di questa 
spècie (giovi, tra gli altri, citare il Journal de Vécolt dei Chariee di 
Parigi), non che la Toscana, T Italia non ne conti neppur uno. 
Questo giornale non dovrebbe trattare se non argomenti di storia to- 
scana , imprendendo a rintracciarne le antiche fonti , e ad esporle 
con esame critico e illustrativo. La Direzione potrebbe pubblicare 
in esso i suoi parziali rapporti sullo stato presente degli alUri Ar- 
ìchivi toscani. E non sarebbe fuori del proposito suo, anzi bella 
specialità del giornale, il versarsi della parte più antica della 
lingua, la quale non ci sembra che sino ad ora sia stata investi- 
gata col lume della paleograGa e nella filologia che in buon dato 
ci somministrano gli antichi documenti. Ciò sarebbe un dare mag- 
giore estensione ai tentativi che nelle ricerche di questa maniera , 
taluni in Italia hanno fatto (1); e nel mentre che alla Toscana, 
per questa novità d' indagini , sarebbe un bel vanto il dar buona 
copia di materiali alla storia della lingua, sarebbe altresì come la 
satisfazione di un debito nazionale. 

L'amore che il Governo ha mostrato a questa onorevole ed 
utile istituzione , e le sollecitudini con cui la prosegue , ci danno 
cagione a sperare che anche le provincie toscane potranno, quan- 
dochessia , esser chiamate a parteciparne i benefici. E con questo 
voto sia fine al nostro discorso ; alla cui lunghezza e minuziosità 
sia fatta scusa da due cagioni : dall' importanza stessa dell'argo- 
mento, e dairobbligo che l'Archivio Storico Italiano, per la qualità 
ed istituto suo, aveva , direm cosi, naturale, di non passarsene con 
brevi e generali parole. 

Carlo Milanesi. 



(1) CuMPi , De tMU Lingwu ilaUeae saUem a saeeulo quinto r. «., ÀeroatU. 
- Plsls, ap. RaynerlaiD Prosperi, 1817, lo 4.<» di p. 55. <- BAtsoccnra* 
Memoria sullo stalo deUa lingua in Lucca acanti il miUe. - Locca , llpo- 
grafla Bertioi , 1830 , in 8vo. di pag. 56. Ci sia lecito alirest II dire , ebe 
qaesla tendenza si mostra evfdenle e conUnaa nel nostro Archivio Storico 
Italiano , che nei suoi volami e nelle sue Appendici ha non pochi lavori 
fllologlci falU con lali inteodlmenU. . 



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GIUNTA alla a Esposizione di alcune opere germa- 
niche concernenti la istoria e le leggi dei popoli 
barbari ». (Vedi sopra pag. 67 e segg.) 



Lex Saxonum ( herausgegeben ) pubblicata da Gio. Merkel. 
Berlino 18S3, pagg. 30. 

Il signor Merkel , che come professore in Halle dell'antico pa- 
trio diritto, si è saviamente proposto di fornire edizioni , critiche 
e manaali a nn tempo, dei monumenti storico-legali concernentr 
allo stato e al diritto dei Germani ; dopo avere ( e lo vedemmo) 
pubblicata la lex Salica e la hx Angliorum et Werinorum (1), 
ha dato inoltre nel corrente anno 1853 una nuova consimile edi- 
zione della lex Saxonum , che ci era ignota allorquando conse- 
gnammo alle stampe la nostra Esposizione ec. : laonde non dietro 
alla lex Angliorum ec , come sarebbe stato dicevole , ma ci è 
forza parlarne adesso separatamente, e come in appendice alla 
e Esposizione » medesima. 

Fondamento a questa edizione furono quei testi a penna che 
contengono il gius proprio e i capitolari dei Sassoni, e le edi- 
zioni che scaturirono da altri testi a penna oggidì perduti ; 
cioè: 

1.° Il codice che fu dello Spangenberg, ed ora è nel museo 
britannico: Egerton's MS. 269 membr. fol. sec. IX. 

2.® Il codex Corbejensis Saxoniae^ che nella prefazione alla 
kx Angliorum et Werinorum era stato dal Merkel lamentato come 



(1) NoD parlo delle leges Aìamannorum altresì da lui pabbileale (V. s. pa« 
«Ina 95), perchè queste enlrarooo nella grande collezione del Perlz, né, eh* lo 
mi sappia , Corono peranehe ridotte io quella forma nanoale e scolastica di 
che ora è discorso. 



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280 GIUNTA ALLA ISTORIA E LEGGI 

perduto ( v. s. pag. 94 ] » ma che si è poi ritrovato appresso il 
professore lacobson di Konigsberga , per commodato a lui fattone 
dall'Archivio di Paderborna (1). 

3.° La edizione della vetus lex Saxonum ( Tilius ) , riprodotta 
nel 1573 in Parigi da Iacopo Dupny, negli aureù . • . HbelU saUcam 
legem eonlinentes. . . . tlem kges. . . . Saxonum etc. ( in IGmo ). 

4.^ La edizione dell' Heroldo , negli Originum germanicarum 
libri eie. ( Basileae 1557 ). 

5.* La edizione del Lindenbrog nel suo Codex kgum anii^ua- 
rum (Francof, 1613), da molti poi riprodotta, e segnatamente dal 
Georgisch nel Corpus juris germanici antiqui. 

6.° II codice già di Magonza dei capitolari Sassoni , or Vati- 
cano palatino 289 membr. fol. saec. IX , adoperato dal Pertz nei 
Monumenta legum l, 48, 75. 

Mirando poi alla forma in che questa legge ci è pervenuta, e 
raffrontando un codice all'altro, il Merkel sagacemente avyisa 
che dessa fondisi in parte sul gius proprio della nazione, quale 
a poco a poco venne in più rilievo e si accolse in un libro di 
legge , e parte su nuove leggi stanziate in diete dei Sassoni , già 
divenuti membro del franco impero. E per distinguere rana 
dall'altra parte, nota egli come il codice 2.'' tra i noverati, dopo 
avere esibito i primi ventitré capi compresi in questa nuova edi- 
zione della legge dei Sassoni , i susseguenti intitola : kx Frùmco- 
rum , quasi per indicare che quindi innanzi comincia un gius di 
origine molto diversa da quello antecedente.' Non basta. II codice 
di num. 1.^ dopo la rubrica : Incipit cap. Uber kgum in primii 
Saxonum f esibisce per le parole iniziali il registro dei .vari capì 
quivi compresi ; ma quantunque ne contenga 66 alla pari del oo- 
dice 2.% il registro si ferma ai primi 60. Come pertanto in uno 
di questi 6 ultimi capi non registrati [ il 64mo ) parlasi di nobili 
Sassoni in esilio, e dall'altro canto è noto per le istorie che Carlo 
Magno, pigliati in ostaggio parecchi nobili Sassoni, gli cacciò in 
esilio dal paese loro nell'anno 798; conchinde il Merkel che detti 
6 capi sieno stati posteriormente aggiunti, e][cosi in (tre tempi 
venisse a formarsi il corpo della kx Saxonum, di che ora si 



(1) Per qaesto ritrovamento ha II Merkel potato Indicare alcuùe nuove 
lezioni delta kx àngUorum eie, , ebe come glante ad essa ha ora pobblicala 
In calce della sua edizione della iex Saxonum. 



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OBI POPOLI BARBARI 9B1 

tratU* 1 litoti o capi I^XXIU (1), cbe sono come ano StaUito 
ddla nobiltà e rapprosentaao il gius territoriale, abbreviato, della 
schiatta dorainatifce, sarebbero stali riuniti in collezione neiran- 
no 783 o poco dopo (2); iropercìoecliò , a doe di questi, come a 
kgge dei Sassoni accenna U capo 33 della CapUuìatio de partìbui 
SaxonU (sema Inofo ed anno) data da Carlo Magno e che il 
Blerkel riferisce all'anno 78S. I titoli o capi XXIV-LX (3) , ma 
con infineme dal predominio franco, sarebbero itati fermati nelle 
diete dei Sassoni dopo il capitolare predetto, e innanzi l'altro ca- 
pHolarB Sassone ( ambedue dal Merkel ripubblicati al seguito della 
kx Saxmum ) dato da Carlo Magno in Aquisgrana nel 757 (4). 
I titoli finalmente o capi LXI-LXVI (S), nel tempo cbe parecchi 
nobili Sassoni viveTano in esilio, cioè non prima dell'anno 798. 
Sennonché, netta diete di Aquisgrana delFanno 808, e senza ul- 
teriore raffazzonamento, avrebbe riceTuto il' tutto quella forma 
di legge che le si Tede, date nella edizione Heroldina. 

Per queste considerazioni adunque, che ci sembrano motto per* 
spicaci ed altresì fondate su documenti, il Merkel nella sua edi- 
done distingue le ti^ suddette parti della kx Saximum mediante 
linee sottoposte a ciascuna di esse; ma dà poi seguitatomente I 
66 capi che la compongono, e aenza scompartirli in titoli per ma- 
terie, o Togliam dire in guisa sistematica , come si scorge oprato 
in altre edizioni: di cbe egli esibisce il raffronto a queata per lui 
corate in calce della aua prefazione. 

Poche paiole mi aleno consentite adesso intomo al documento 
cbe contiene il nome di Alfuio Scamno, ed al fac^simite cbe ne 
diemmo ai nostri lettori (▼. s. pag. <08 e segg.)* 

Nei primi giorni del mese di settembre ora decprao, essendo 
tra noi venuto il Cav. Carlo Witte , Profesaore di diritto In Halle 
ed Accademico della Crusca , mi parve debito di cortesia donare 

(1) Qosnto sp. Georglieh. ep. elt. st contiene nel 1 e II titolo della te 
8am>mm . p. 408 e seta. 

(9) Che non possa tsl oollaslone rlfartrsi al tempo del flsssenl idolatri 
tndipendenll , lo mostrano apertamente I espi XXI-XXIII. dove delle eblesa 
erlsllane e loro feste , prima glanta che sono al glqs popolare del espi an- 
tseedentl. 

(S) Ap. Qeorslseb.. titolo I1I-XVI . paz. 407 e sega. 

(4) Il eodloe 1.* male , secondo II Merkel, lo riferirebbe all'anno 794. 

(8) Ap. Georglscb. , titolo XT-XIX , pag. 403 , 464. 

àpp.. Voi. IX. 36 



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S82 GIUNTE ALLA ISTORIA E LEGGI 

a questo rìTerito amico e collega i fogli , oramai per intiero nel- 
lo Afchiffio impressi, della mia o Esposizione » ec., con facoltà 
di comunicarli al Mericel. Ora , nella <r Gazzetta centrale ( Cen- 
tralhìatt ) letteraria » che si pubblica in Lipsia , alla occasione di 
farellare della edizione delle Leggi Longobardiche . . . lettera di 
Cario Baudi di Ve$me e delle Regum Langobardorum Leges de 
siructoribus , edite dal Vesme, commentate dal Promis e ri- 
prodotte dal Neigebaur a Monaco (1853], il Prof. Merkel (mi 
sia permesso ri?elare F anonimo sotto di 5 novembre 1853, 
N.^ 45 pag. 738), si duole che a rischiarare viemeglio il dub- 
bio sulla preesistenza dello scabinato a Carlo Magno, per al- 
cuni scrittori fondato sul documento fiorentino , ore iofiù dal- 
l'anno 72i^ figura qual testimone Alftiso Scavino^ non sieno 
state rappresentate nel fac-simile almeno alcune poche linee 
dell'atto di donazione del Vescovo Specioso, e né tampoco imitate 
le diverse tinte delle sottoscrizioni , perchè in tal guisa con mi- 
glior fondamento si saria potuto giudicare se contemporanee 
airatto debbano o non debbano dirsi le sottoscrizioni medesime. 
Ma se la memoria non mi falla, lo stesso Sig. Merkel, ragionando 
in proposito con l'egregio nostro editore, il quale tosto lo ebbe 
sodisfatto , non senza causa Tistringera ogni suo desiderio al 
fac-simile delle mere sottoscrizioni , posciacbé niun dubbio po- 
teva muoversi sulla età e sincerità dell'atto. Siccome poi Dardano 
il notaro fu certamente lo scrittore di quello (1), mi sembra 
eziandio che il fac-simile di sua sottoscrizione possa tener luogo 
di ogni altra qualsivoglia rappresentazione dei caratteri del te- 
sto , che nondimeno mi sarebbe stato grato potere esibire. Ri- 
spetto poi alle diverse tinte delle sottoscrizioni, dirò che, per quanto 
io ricordi , non mi parve scorgere in ciò grave diversità tra loro, 
allorché insieme col Sig. Merkel mi fu dato vederle nella prima- 
vera del 18W. Mi recai di bel nuovo , è vero , nei primi di aprile 
del cadente anno all'Archivio Capitolare della Metropolitana per 
esaminare con più scrupolosa diligenza quel documento; ma non 
mi fu consentito il vederlo se non ne avessi prima umiliata una 
supplica I Ondechè a mia preghiera procacciò vederlo, e per dae 
volte diligentemente lo potè vedere e scrutare il Sig. Guasti , il 
quale se ebbe a rilevare come di quelle sottoscrizioni alcune 

(t) T. sopra , peg. Iti , i» I. sottoposU noU % 



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DEI POPOLI BARBARI 283 

pajoDo un po' più scure e altre meno, tuUayoUa scese nella opi- 
nione che fossero vergate tutte quante di un medesimo inchio* 
stro (1). Cosi col fac-simile, quale era, e con le fresche testi- 
monianze del Sig. Guasti , mi pareva avere adempiuto quel me- 
glio che per me potevasi le dotte brame del SIg. Merkel e degli 
eruditi. Certo non vorrò negare che migliori indagini sul docu- 
mento non possano condurre a conchiusioni più salde; ma que- 
ste già dissi il perchè io le abbia doYute riserbare a Visitatori di 
me più avventurati dell' insigne capitolare Archivio della nostra 
metropolitana. 

25 novembre 1853. 

P. Capbi. 



(1) V. sopra iMig. 114. 



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NECROLOGIE 



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POMPEO LUTA 



Se di ogni tempo fo pregerole officio il pagare on tribolo di lodi alle 
Tirtooae aiioni degli estinti , proponendole ad imitazione dei superstiti , 
Il sentimento e la riconoscenza ne fanno talrolta on dovere. Animato 
appasto da colali motivi , intendo di narrare la vita di Pompeo LUta, 
spargendo di on qualche fiore la tomba di quest'uomo , che fu adorno 
delle più belle qualità di mente e di cuore , illustre per bontà di prin- 
cipj ed esercizio di virtù cittadine , famoso per chiare produzioni d'in- 
gegno. Io, stretto a lui con i vincoli sacri dell'amicizia , io che lo con- 
siderai sempre mìa guida e mio duce nei severi studj della storia , mi 
taeqoi finché non fo chiuso quel sepolcro , temendo che Tamicizia o il 
dolore mi facessero velo per coi incorressi taccia di adulatore; ma adesso 
che il tempo della verità è incominciato, e che per lui pure è spuntato 
il giorno della istoria , non posso né debbo restarmi più lungamente in 
silenzio. 

Pompeo Lilia nacque in Milano il 24 settembre 1781 . dal Conte Carlo 
Matteo e da Antonia di Carlo Brentano ; e nel giorno isiesso, temendosi 
per la sua vita, fu d'uopo amministrargli nella paterna casa il battesimo. 
IKsceso da illustre prosapia, figlio di un nomo, fornito a dovizia degli agi 
che desidera ogni mortale , non è a dire se fo con amorose cure educato 
dai suoi genitori. Decorsa la infanzia tra le pareti domestiche , passò la 
gioventù nei collest di Milano , di Como , di Siena e di Venezia ; ma tra 
poveri studi, quali si erano allora quelli che solevansi fare nei collegi, nel 
quali coravasi sopra tutto di formare dei gentiluomini, alti piuttosto a fico- 
rare Ira le futilità della moda , che nei pubblici uffici dello stato. Ma , con 
lotto che limitata fosse quella istruzione , abbiamo lomìnosi esempj di 
tanti che ne seppero trarre profitto, giovandosi della istruzione del collegio 
eome avviamento a studJ più gravi , perciocché ai volonterosi non mancava 
occasione di potersi a quelli applicare tra mezzo ai tanti valentuomini che 



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288 NECROLOGIE 

mantennero in allora ?ivo tra noi lo splendore della nostra letteratarai 
e delle scienze fisiche ed economiche. Il Litta fa ano tra questi. Giovi- 
netto ancora, mostra vasi solitario, tacitarne ò bene spesso in pro- 
fonda meditazione raccolto; le ore che i snoi compagni concedevano 
ai divertimenti, egli passava leggendo; il tenne peculio che pe'suoi pia- 
corazzi riceveva dalla famiglia, convertiva in acqvisto di libri, che appena 
comperati con ansietà divorava , e di poi con gelosa cura custodiva , 
fossero pare di poca o ninna importanza: a lui bastava che fossero libri. 
Né volle trascurati gli studi di adornamento ; e tra questi prescelse l'ar- 
chitettura, che apprese sotto la direzione del Gagnola , ed in cui divenne 
oltremodo valente; e la musica, della quale, nel collegio Gallio di Como-, 
ebbe a maestri il P. Pagani Somasco , ed il Pollini. 

n periodo della vita pubblica di Pompeo Litta incominciava in mo- 
menti gravissimi, solenni, pieni dì grandi speranze per la sua patria, 
per quella Italia a cai portava aflTetto vivissimo. Le vittorie di Bona- 
parte avevano nel 1800 reslanrata la repnbblioa cisalpina, che aveva la 
saa sede in Milano. Il nostro piovane , nemico costantemente dell'ozio , 
imbevuto fino da quel tempo di libere idee , dandosi a credere che fesse 
già sorto il di felice , foriero della indipendenza italiana , volle oMre i 
suoi servigi alla patria; e nel marzo del 1802 ottenne « dopo reiterate pre- 
mure, di essere ammesso nel Dipartimento del llinisteroddrinterno In 
qualità di alunno , non venendogli in allora destinato impiego di mag- 
gior rilievo, per non trovarsene tra i vacanti ( come scrlvevagli il Misi- 
Siro Villa] « varano che convenisse ad nn giovane di espettasione.ehe 
« era per )>altere una carriera onorifica nella repubblica b. Peraltro non 
era appena decorso nn anno , allorohò con decreto per lai soromameole 
onorevole veniva nominato Segretario aggionlo presso la Consolta di 
Stato. Ma per poco si stette in questo nlBeio. Colpito dalla coscrizione, non 
fu sordo alla voce del dovere , non esitò un solo istante ; ed ai genitori, 
che piangenti volevano dissoadernelo , risoluto rispose: « che non f n- 
ff vano si nasce gentilnomlni , e che indesmo è di ootal nome ehi non 
e risponde allorché la patria lo chiama ». Nobile esempio p^to alla ari- 
stoerazia milanese . ooneiosiiaehè fosse egli il primo tra i nobili a far 
parte dell' esercito; motivo per cai fa questo fatto assai festeggiato, fli- 
eendosene ancora onorato rieordo nel Giornale italiano sotto la data M 
26 settembre 1804. 

Entrò semplice cannoniere neirarliglieria , ma dopo non molti mm 
ottenne, in premio della sua boona condotta, di essere eletto marescfaUe 
degli alloggi. Andato in Frauda • fece suo studio prediletto le eelense 
matematiche, a fine di rendersi abile nella carriera che aveva intrapresa, 
e si educò allo stndio dell* artiglieria nelle scuole di Fere in Pieeerdlae 
di Strasburgo. Si trovò al campo di Boologne , allorquando Napoleone, 
eletto imperatore, andò a passare in rivista reaereito francese; e nel 10M, 



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NECROLOGIE 389 

oMando scelto a far parte deirarliglìeria addetta al corpo della guardia 
imperiale, marcia con Bonaparte nella spediaione contro l'impero Au- 
striaco. Fo presente a tatti i fatti d' arme di quella guerra ; ed ò noì^' 
Tole quello ohe > pieno di eroico ardore , avvicinandosi ad Ulma , diceva 
ad uo officiale superiore, ragionando del prossimo attacco; cioò che 
« suo desiderio non era V essere ucciso in battaglia , ma bensì di ri* 
< severe una sciabolata sul viso» che gli lasciasse una vera ed onorevole 
t decoraaione finché gli durasse la vita ». Alla battaglia combattuta ad 
Austerlitz nel di 2 dicembre dell'anno stesso i fece prova di una intra- 
pideiia non ordinaria ; per cui Napoleone , non volendo lasciarlo senca 
la meritata ricompensa , lo promosse a luogotenente nel corpo dei veliti. 
Ma questo non era il corpo prediletto dal Litta , imperocché tutti i suoi 
stndj erano stati volti a rendersi valente nel maneggio del cannone ; 
laonde non appena , per il trattato di Presburgo , fo assicurata una mo- 
mentanea ed effimera pace , istantemente pregava per tornare tra gli 
artiglieri , a costo ancora di rinunziare, al suo grado ; e l' imperatore 
glielo acconsentiva , ma gli conservava nel tempo istesso il grado che 
aveva conseguito col suo valore. Passato in Italia sotto il comando di Eo« 
genio Beauharnais, combattè nella memorabile guerra del 1809, sostenuta 
in Italia e in Germania coniro gli Austriaci. Prese parte al combattimento 
di Saeiie, fu alla giornata di Raab; ma dove si coperse veramente di gloria, 
fo alla battaglia combattuta a Wagram nel di 6 di Loglio. E quivi ebbe 
invero una bella e solenne testimoniansa della soa fermesza e del coraggio 
mastratovi; perciocché, sul campo stesso dell'onore, tra l'unanime plauso 
di tutto l'esercito, venne appesa al suo petto una delle cinque decorazioni 
della Legione di onore che Napoleone destine pel corpo degli artiglieri. 
Promosso a capitano, fu mandato al presidio d'Ancona; e nel 1811, es- 
sendoei istituiti due corpi di artiglieria, coll'unico scopo di vigilare e di* 
fendere la costa dell'Adriatico minacciata dagl'Inglesi, Pompeo Litta 
avaosato al grado di Maggiore, ottenne il comando di quel corpo scelto a 
guardare la costiera tra il Tronto ed il Po, nella certezza di trovare in lui 
un uomo capace di mettere in ordine un sistema di difesa che rendesse im- 
posaibile una improvvisa aggressione. Questo assunto gravoso e difficile per 
aUmi» non fu tale per il Litta, il quale aveva mente, intelligenza e coraggio 
proporzionati al difficile incarico ; per il che nelle istorie del declinante 
impero , non resta il suo nome senza una pagina di gloriosa ricor- 
danza. Trovossi in Ancona sotto il comando del generale Barbou f al- 
lorcliè nel 1814 il maresciallo di campo Macdonald, comandante le truppe 
aapoletane, cinse d'assedio la cittadella; e fu a parte della valorosa di- 
fesa fatta dalle truppe francesi nell'assalto del di 13 Febbrajo : anzi fo 
opera sua principalmente, se nelle cinque ore di combattimento, che tanto 
dorò quell'assalto , riusci colle sue artiglierie a recare gravissimi danni 
agli aasalitori; laonde il maresciallo nemico, che capitanava numerosa 

Jpp.,Vol.IX. 37 



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290 . NECROLOGIE 

ed aggaerrila soldatesca, dovè accordare onorala capitolazione ad no pu- 
gno d' nomini valorosi, ridotti a poco numero, mancanti di viveri eab-^ 
bandonati da qualunque speranza di soccorso. La capitolazione fu fir- 
mata nel 14 di Febbrajo , e insino da quel giorno Pompeo Litta, sfiduciato 
della causa per cui pugnava , deponeva la spada , facendo ritomo ai 
domestici lari , non senza peraltro emettere solenne dichiarazioiie, che 
egli era pronto a restituirsi sotto le bandiere imperiali qaando ri fosso 
bisogno dell' opera sua ; ma che non voleva più far parie di un esercito, 
il quale pareva destinato a versare il suo sangue per la difesa del con- 
tinuo oppressore d' Italia ; di colui che le aveva arrecalo cotanti danni. 
In mezzo ai tumulti delle guerresche fazioni , il Litto volgeva in 
mente la grande opera che renderà per sempre famoso il suo nome; 
la Storta delle Famiglie celebri d'ikUia. Egli stesso ne fa l* ingenua con- 
fessione in una lettera del 25 giugno 1843 a me diretta, per confor- 
tarmi a proseguire la sua fatica: e Non mi parli di Ulento (egli scrive), 
« perchè a venti anni io era una zucca. Il mio talento scaturì dalle 
« mie spalle. Buona volontà di studiare V ho sempre avuto , e sono stato 
a sempre solitario; cosicché il tempo non mi mancò. Soldato per tanti 
a anni , non perdei per questo giammai il mio tempo; ed anzi conyi- 
« vendo con i Francesi, ebbi grandi occasioni di parlare di genealogie, 
« mentre essi sono lutti aristocratici. Figli di una repubblica, non parla- 
a vano che dei loro antenati e della grandezza delle loro case; sprezza- 
ti vano sempre le italiane. Io non era allora al caso di poter loro rispon- 
« dere ; cosicché, con mio grave dispiacere e vergogna, era costretto a ta- 
« cermi. Ciò mi punse sul vivo, e mi spronò ad addentrarmi nelle cose de- 
» gli avi nostri : cosi nacque* a poco a poco la mia istoria delle illustri Fa- 
te miglio ». Pare che i primi studi fossero da lui intrapresi nel 1804 , so- 
bito dopo il suo arrolamenio nell'esercito francese. Caduto da cavallo ed 
infrantasi una spalla, fu trasferito allo spedale di Pavia. Costretto a for- 
zato riposo, fece in quel nosocomio le prime letture genealogiche, togliendo 
in prestito da'suoi amici quel maggior numero che potè raccogliere di 
libri trattanti di quella materia. Ma la sola genealogia non poteva esser 
pascolo per il suo spirito; per cui, ben conoscendo che a nulla vale la 
gentilezza dei natali ed il poter noverare un lungo séguito di avi che mai 
non for vivi , quando non abbiano essi data materia alla istoria di farli og- 
getto delle sue lucubrazioni, preferi di conoscere la celebrità delle famiglie 
dai libri istorici meglio che dai panegirici dei genealogisti. A Ul fine, si 
die avidamente a leggere quanti scrittori d'istoria novera l'Italia, di 
tutti facendo diligentissimo spoglio , cominciando dagli Annali del Mo- 
ratori; fatica che condusse a termine volgendo il 1810. Costretto dalle 
militari peregrinazioni a frequenti viaggi ed a visitare varie città , era 
suo costume di procurarsi sempre lettere commendatizie per le aatorità 
costituite dei diversi luoghi nei quali gli era dato di fermarsi ; e queste 



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NECROLOGIE 29f 

raccomandazioni erano loile dirette a facilitargli la via di consaltare 
cronache, pergamene e manoscritti concernenti la storia eziandio dei 
più meschini municipj : nel tempo stesso che recavasi a scrupoloso dovere 
il prendere in esame gli oggetti d'arte, i monumenti, e le rovine del medio 
evo ; di latto pigliando diligente ricordo, colla scòrta di quella critica di 
cui non poteva andar privo uq uomo cotanto erudito, avendo sempre di 
mira d' illustrare la storia delle nostre più famose casate. 

Ma dopo la caduta del colosso di Francia, ridotto a vita privata, pensò 
davvero a mandare ad atto il suo nobile proponimento. Dovendo con il 
suo lavoro abbracciare tutte le Famiglie della penisola italica, giudicò 
convenìenle di darsi a dotte peregrinazioni, col visitarla in ogni sua. 
parte, siccome convinto che meglio non saprebbesi raccogliere i fasti di 
una casata, che nel luogo dov'essa già ebbe la culla, o dove fece maggior- 
mente parlare di sé: tanto più che per mezzo di questi viaggi gli si apriva 
l'adito di stringersi in amicizia con dotte o erudite persone di lutti i 
paesi , senza il soccorso delle quali gli sarebbe riuscito impossibile il 
procedere nel suo grandioso lavoro. Fu allora che in Roma divenne 
amico del P. Rrandimarte e del Cancellieri; in Napoli dell'Andres e del 
Ventimiglia; in Firenze del Capponi e del canonico Moreni. In questi 
viaggi, di tutto fece tesoro. Non è a dirsi con quanta pazienza riuscì a 
tener conto di tutto ciò che ha relazione alle vicende delle nostre più 
celebri dinastie: libri stampati, private memorie, documenti notariali, 
sinanco popolari tradizioni ; tutto raccolse, di tutto volle conservare me- 
moria. 

Nel 1819 die principio alla grande impresa , pubblicando pei tipi di 
Paolo-Emilio Giusti la istoria degli Altendolo Sforza; e da quell'anno sino 
al 1852 pubblicò non meno di centotredici Famiglie. Alla sua morte alcune 
ne restarono già compite e che potrebbero con lieve fatica stamparsi ; e se 
non vado errato, sono le storie dei Conti della Gherardesca , dei Marchesi 
di Saluzzo , degli OrdelafB e dei Della Casa (1). 

Ls'intendimenlo dell'autore in quest'opera non fu già quello di adulare i 
potenti o di solleticare vane ambizioni ; ma prese piuttosto di mira il con- 
seguimento di un doppio scopo , cioè di giovare alla istoria e di avvantag- 
giare gl'interessi della sua patria. Molto si è gridato in tutti i tempi, e gri- 
dasi tuttavia, contro i compilatori delle genealogie ; ed invero non affatto 
immeritalo è il disprezzo che colpisce questa classe di eruditi ; avvegna- 
ché sia slato quasi sempre unico oggetto di colali scrittori il lusingare 
l'ambiziosa vanità dei potenti, sia per vile cupidigia dell'oro, sia per 

(1) Rilevo dalle sue lettere, che egli stava ancora attendendo agli Alaman- 
ni , ai Pancialicbi , al Farnese , al Guidi , ai Savorgnano , al Malatesta , ai 
Savelli , ai Ricci , ai Del Pozzo , al Mocenigo , ai Monlecuccoll , al Rusca ed 
al Segai. 



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NECROLOGIE 

farei strada alla forlana, all'ombra delle famiglie adulale; lolle meltendoai 
aotlo i piedi , e crìtica e storia e verità, tentando in tal gaiaa d'ingannare 
la pubblica credolità ; mentre invece il più delle volte sono riasciti soltanto 
a gettare il ridicolo sopra sé stessi , e sopra coloro che avrebbero volato 
esaltare, facendone altrettanti rampolli di eroi e qoasi di semidei. Ma con 
ben altri intenti procedo il Lilla nel soo lavoro. Egli non rìcercò che la 
verità; la verità espose in latta la Boa poreziav nolla carandosi che po- 
tesse non piacere ai potenti. Se lalono tra gli antenati di on principe o di 
an ministro si rese famoso per nequizia e scelleratesze, egli non lo ha ce- 
lato; se una dinastia, ora cinta dal prestigio della gloria, trasse la orìgine 
dalla più abietta plebe , egli non perciò volle tradita V isterìa : e neppure 
occultò quando un sangue purissimo venne adulterato con ibride di- 
scendente; quando la viltà, Tozio, la ignavia del nipoti li rese ìb« 
degni di un nome ereditato dai loro maggiorì , e da questi raso glorioso 
per aver bene operato a prò della patria. Per farlo deviara da qoesto 
principio che si era indeclinabilmente prefisso , non valsero mal nò mi- 
nacce, nò lusinghe, nò timore di odio, nò la speranza delle amicisie. 
Giudico non inopportuno lo esporre colle sue stesse parole comò sentisse 

in questo proposilo. « G (egli a me scriveva nel 23 novembra 1843) 

« mi ha fatto scrivere perchò pubblichi la sua Famiglia, oflérendosl, a 
« quanto mi pare, di fare acquisto di un esemplare dell'opera mia. Ma 
« a questi patti non posso scendere ; mentre , volendo essere assolata* 
« mente libero, evito di contrarre obbligazioni. La mia opera òmezio 
« invenduta, e la do ai librai a quel prezzo che vogliono, ma non la vendo 
« mai a famiglie delle quali scrivo la storia. Quando scrissi i Colonna , 
« regalai un esemplare intero ad uno di essi , e, se ben mi ricordò, dodici 
« esemplari della famiglia Colonna. Del resto , se assumerò l'impegno dei 

« C , sono persuaso che il Principe non mi farà dire un ette a favore 

« dei suoi antenati , ma mi pregherà a scrivere liberamente quel che mi 
« pare, e cosi va fatto; ed io scrìverò, secondo il solito, imparzialmente ». 
Ecco ora la vera ragione per cui da molte famiglie che illustrò non ebbe 
che dei rimproveri : ecco il perchò da talune tra queste che si credet- 
tero infamate dalla venta dei racconti per avere smascherate delle am* 
bizioni dinastiche , si trovò respinti I fascicoli offèrti in dono : ma egli 
non se ne curando , continuò con imperturbabile fermezza nel suo cam- 
mino senza smarrirsi , di null'allro cercando che di esporre la verilik , e 
di giudicare con quel criterio e quella imparzialità che rende veramente 
ammirabili le biografie contenute nel suo lavoro. DitBcile oltremodo era 
questa parte dell'impegno che si era assunto. È mal vezzo di molli scrìi- 
tori di storie, in ispecie dei tempi nostri, di giudicare celle idee moderne 
I fatti e gli uomini dei secoli passati : il che , piuttosto ohe dettare islo- 
rie , io chiamerei denaturare la verità , perciocchò si viene a falsare 
qoeir insegnamento che il presente deve desumere dai tempi andati » eoo- 



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NECROLOGIE a»S 

fondeodosi ogni ragione di (empi e di fatti , e prestando ad nna gene- 
raiione le idee e le passioni di on'altra ; con che, per consegnenza, viene 
ad annullarsi qualunque istorica tradiiione. Pompeo Litta ben si guardò dal 
cadere in questo fsllo, e portò nei suoi giudizj quella critica scrupolosa, che 
non può andare disgiunta da studj siffatti: ondechè, obbligato a giudicare 
uomini di tutti ì secoli, cominciando dairondecimo e giungendo al decimo 
nono 9 pose in bilancia le idee e le passioni, i yìtì e le virtù dei tempi nei 
quali vissero; tenne conto delle circostanae di famiglia, di fazione e di 
patria ; a tutto infine cercò dì dare il giusto valore , affinché i suoi giù* 
ditj riuscissero, quali sono difatto, conformi alla verità. Cosi, e non altri- 
menti, si può scrivere di storia. Grandi lumi ed immenso vantaggio trae 
la istoria da lavori condotti con tanta coscienza: molti fatti, che sembrano 
inesplicabili, trovano la loro dichiarazione nel concorso delle circostanze 
domestiche degli individui che vi han preso parte : ma pur troppo ancora 
molti eroi vengono smascherati e spogliati del prestigio che circonda il 
loro nome» venendo a scoprirsi che interessi dinastici, ambizione, spe* 
ranze più o meno vicine , hanno indotto costoro ad agire nell'una piut- 
tosto che neiraltra maniera. Cosi, col suo lavoro, egli sfrondò non poche 
corone, e dissipando le favole che cefaivano la verilù, fece manifeste molte 
malvagità e turpitudini. 

Dissi , e non a torto , ohe il Litta intese col suo lavoro a giovare 
aglMnteressi della sua patria. Queir eletto ingegno di Francesco Forti, 
in un articolo che stampava nel gennajo del 1829 nel giornale « L'An- 
tologia 9 , preniteva ad esame la Ittaria delle fiunigHe edebn itatìane , di 
cui erasi incominciata la pubblicazione già da dieci anni. Passate a ras* 
segna le condizioni antiche e recenti delia italiana aristocrazia, scendendo 
a parlare dell'opera di Pompeo Litta, concludeva che poche ne erano nscilB 
più nobili da penne italiane; perchè, addentrandosi nell'intendimento 
dell'autore, ei scorgeva come con questo lavoro egli volesse rivoi- 
gersl a quei giovani, i quali, usciti da iHostre schiatta, educatila le 
pareti domestiche , « da un sistema di sorveglianza passano ad un tratto 
e alla piena libertà senza le debite gradazioni , entrano nel mondo 
e senza speranza , sehza disegno , e sollevando pur talvolta lo spirito 
t eolle poesie e coi romanzi , si perdono poi neir ozio di quella che di- 

• con società. A questi ( ei prosegue ] , si vorrebbe parlare col Conte 

< Litta della gloria degli avi e dei doveri che sono aggiunti a quel nome 
« onde non possono a meno di andar superbi. Si vorrebbe dire cosa 

< aspetti da loro r agricoltura , l' educazione del popolo , la scienza delle 
« anni , che pure dovrà essere onorevole una volta anco in Italia. Né 
« sarebbe da tacere qual soccorso no aspettino le scienze morali e pò* 
« litiche , che se non sono coltivale da chi non ha bisogno di locare 
« l'opera sua, non so chi potrà farle avanzare in Italia. Bisognerebbe 

• mostrare , che la Italia gli ama e confida in loro , e volentieri ne 



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S9ik NECROLOGIE 

a riconoscerebbe il prima io » dove volessero prendere a onore la caosa 
« della civiltà; finalmente, sarebbe necessario dir loro con gravità ae- 
« nlle , che non essendo abbastania ricchi per costitaire ana vera ari- 
fi stocrazia , non restano altre vie per sostenere il patriziato, che quelle 
<K delle civili virtù e della scienza. La civiltà italiana o più presto o più 
ff tardi deve avanzare , ma i nobili non saran considerati se non avranno 
« ben meritato dalla nazione; poiché neir ordinare gli stati non si va* 
« lutano già i vani nomi , ma si conciliano gì' interessi, e si transige 
« coi soli potenti ». Si chiama questo o no giovare alla patria tentando 
di educarle ottimi cittadini , e proponendo a questi esempj generosi da 
imitare, delitti e vergogne da abominare? Ed in quali opere si con- 
danna con più magnanime parole la fellonia di colui che primo dischiuse 
agli stranieri il bel giardino d' Italia ; di chi vendè ad essi V ingegno e 
la spada ; di chi fé turpe mercato della libertà della patria ? Lodovico 
Sforza , Gian-Giacomo Trivolzio , Antoniotto Adorno , e tanti altri che 
parteciparono al gran delitto, vi sono stigmatizzati di ootal modo, che non 
so dire se meglio sarebbe possibile il farlo. Ed in questo proposito, è da 
notarsi ancora V amore con cui il Conte Litta raccolse tutto ciò che si 
riferisce alla illustre dinastia di Savoja , che il re Carlo-Alberto gli volle 
raccomandata con dirgli : che dovesse ricordarsi , essere la sua famiglia 
detta per antonomasia la casa senza macchia, e la unica italiana che 
avesse stato in Italia. Fu per questo che il Conte Pompeo die mano 
a questo lavoro con un impegno grandissimo , sino ad impiegarvi più 
anni : ma , pur nonostante , volendo sempre e ad ogni costo esporre la 
verità, andò incontro a non lievi disgusti con la censura Austriaca 
e collo stesso re Carlo-Alberto ; il quale , indotto da qualche retrivo 
ministro, che allora gli stava d'attorno, non avrebbe desiderato che 
cosi francamente venisse esposta la insipienza di governo degli ultimi 
tre principi cheloaveano preceduto sul trono. Per il che T autore scri- 
vevafti , ai 10 maggio 1846 : « Non ho terminata la pubblicazione della 
« casa di Savoja , perchè per le ultime tavole sono in non pochi guai. 
« Grida contro di me Vienna , poi Torino ; il qual Torinoi che tanto fa 
« chiasso, dovrebbe accostumarsi alla libertà della stampa: cosicché 
« conviene che aspetti la sentenza di una censura che nulla intende , e 
« la calma di una corte in collera ». 

Ma non mi sono io già costituito assoluto panegirista o lodatore in 
tutto e per tutto dell'opera del conte Litta ; avvegnaché in essa pure 
non manchino difetti. E come sarebbe mai possibile la perfezione in 
opera di tanta mole ? Tacendo dello stile, che talvolta sarebbe da desi- 
derarsi più corretto ed elegante , non posso lasciare del pari dimenticata 
la leggerezza con cui si tratteggiano le biografie di alcuni individui che 
tanto ebbero di azione nelle vicende italiche, quasi che fossero personaggi 
di poco o niun conto: e basti per tuUi il rammentate la biografia della gran 



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NECROLOGIE S95 

Marchesana di Toscana, Matilde, che nella genealogia degli Estensi Vedesi 
esposta con troppo brevi parole. Altri difetti che si potrebbero TimproT%- 
rare al nostro antere , sono ed il frequente invertimento nei colori delle 
armi , ed alcnni sbagli nell'ordine genealogico : se non che tali errori deb- 
bono, piattosto che a lai, attribuirsi a difetto, dei non sempre diligenti col- 
laboratori ch'egli s'ebbe nelle diverse parti d' Italia. Chiunque per poco 
ponga mente alla vastità dell' impresa , convien che vada facilmente 
persuaso che ad un uomo solo era impossibile il saper tatto e di tolti , 
l'aver tra mano gli originali dei documenti relativi alle casate, delle quali 
doveva occuparsi. Quindi necessaria corrispondenza colle famiglie, con 
più meno erudite persone nelle città , le cui famose schiatte prendeva 
a illustrare. Il Litta non era, come dicemmo, un fabbricatore di genealogie; 
non inventava di suo capo gli stemmi : gli era perciò necessario lo starsi 
a quello che gli veniva mandato. Difficile sopra tutto è la parte genea- 
logica nelle grandi famiglie , per le solenni imposture che vi ha portate 
la impudenza degli antichi adulatori ; onde non è cosa di lieve momento 
lo scernere il vero dal falso , richiedendosi in ciò critica non ordinaria. 
Le difficoltà van facendosi sempre maggiori quando si tratti di una ca- 
sata, le cui memorie risalgano al di là del secolo decimoterzo; perchè 
i documenti si fanno sempre più scarsi ; perché di sovente si trovano ri- 
petuti i nomi stessi ed in tempi tra loro vicinissimi : la qual cosa rende 
malagevole il saper distinguere a quale individuo un documento o un 
fatto possano appartenere. È notissima poi la falsità dei documenti anti- 
chi , operata dalla chierisia prima del secolo decimoquinto per legittimare 
il possesso de' loro beni ; e di poi dalle famiglie nei secolo decimoset- 
timo, per ornarsi di fregi araldici, di titoli sognali, di diritti che non 
hanno esistito giammai. É officio dello storico lo smascherare colali im- 
posture, lo svelare la falsità di quegli atti : parte difficoltosa oltremodo , 
e che richiede studj e cognizioni non volgari. Fu pure mal vezzo degli 
antichi genealogisti il cercare gli antenati delle nostre illustri famiglie 
in qualche barbaro sceso d'oltremonli a devastare il bel giardino d'Ita- 
lia, sembrando ad essi che fosse cosa pressoché vituperevole il farli 
provenire dall' antico sangue italiano ; e pel solito, non mancano docu- 
menti o tradizioni da citarsi in proposito. Il conoscere ad ogni costo la 
verità , e perciò V addentrarsi neir esame delle vetuste pergamene , si 
rende necessario a chiunque intraprenda un lavoro del genere di quello 
del Conte Litta ; e tanto più si rende necessario , perché il ravvisare se 
gli antenati di una famiglia abbiano vissuto a legge romana , longobar- 
dica, bavera, salica o ripuarìa, può servire a spiegare il perchè ab- 
biano seguita l'una piuttosto che l'altra bandiera ; il discernere se furono 
Cattaui , lombardi , valvassori , conti , marchesi o duchi dell' una o del- 
l' altra parte d'Italia , può dare gran lume per determinare se a quella 
debba riportarsi un qualche fatto o documento. Tutte queste difficoltà erano 



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396 NECROLOGIE 

da saperarsì : perciò coDvien perdonargli ae qualche ben rara volta lo IrO' 
▼iamo in errore. Bene è a dirsi per aaa discolpa, che egli ha avolo per 
costante sistema il notare quando ana discendenza gli sembrava dobbia ; 
e bene spesso , tralasciando una serie mal sicura di antenati , noti so- 
lamente per atti privati , ha stabilito il ceppo della Tamìglia nel primo 
individno che ha dato materia alla storia per registrare il ano nome. 
E deve aggiongersi ancora, che gli nomini veramente illustri seno tutti 
collocati nell' ordine genealogico ohe ad essi con sicurezza appartiene ; 
il che ò la parte principale del suo lavoro , non mancando i dati necessarj 
per far conoscere quali furono qnegP individui nelle attinenze pubbliche 
e nelle domestiche. 

Di mezzo a questi lavori diretti ad esporre la istoria delle nostre più 
illustri casate , non trascurò di cooperare air incremento delle altre parti 
della istoria italiana ; e perciò nel 1821 fece pubblicare in Milano , pei 
torchi di Paolo Emilio Giusti , la Vita di Pier iMigi Famae primo Duca 
di Parma 1 descritta dal P. Affò, premettendovi un arguto proemio; e 
nel 1833 fece del pari ristampare in Milano la Vita di Qiowmni de'Mi* 
dici d$Uo delle Bande Nere^ dettata da Gian Girolamo de' Rossi vescovo 
di Pavia , e già edita dall'Afiò fino dal 178tt. Ma ciò che non potremmo 
passare in silenzio senza taccia d'ingratitudine, si è la parte che ei 
prese alla pubblicazione di questo Arehicio Storico ^ di cui si fece uno 
dei piò attivi cooperatori. Fu per sua cura che nel 1849 comparvero nel 
terzo volume della nostra raccolta le Cronache Milanesi di Giovan Pietro 
Gagnola , di Giovanni Andrea Prato e di Giovan Marco Burigozzo ; e 
se non si vedono precedute da una sua prefazione , non per questo tra- 
scurò di arricchirle di dotte e pregevoli annotazioni. Nò vuoisi tacere 
che egli erasi fatto mediatore per procurare al nostro Archivio talune 
delle preziosità storiche già possedute dal Trentino Mazzetti, già Presi- 
dente della corte di appello del Regno Lombardo*Veneto. 

L'assiduo occuparsi della sua istoria delle Famiglie italiane formò per 
molti anni la più cara delizia della sua vita , ed il distramelo ora lo stesso 
che arrecargli una grave molestia. Penetrato della importanza di esso e con- 
scio di quanto se ne avvantaggiasse la scienza delle cose nazionali, sicuro 
d'altronde di non potere da per sé solo esaurire H vastissimo tèma, si die 
con alacri cure a sollecitare gli studiosi della genealogia isterica nei diversi 
Stati italiani ai&nchè si facessero continuatori dell'opera sua, offerendo a 
tutti con generosità , rarissima invero tra gli uomini letterati , di dar copia 
di tutte le immense notizie da lui raccolte , e con immensa fatica classate 
per famiglie ; talché spronando me pure a fargli promessa di proseguire il 
suo lavoro almeno per la Toscana , per l'Umbria e per le Romagne , tubo 
lieto mi scriveva, nel 94 giugno 1845 , — che a Torino erasi incominciala 
la pubblicazione di un'opera solle famiglie Piemontesi; che altra stavasene 
scrivendo a Roma per quella dello Stato Papale; che in Padova si iila- 



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NECROLOGIE 897 

9travano le easate di quella città; che della Savojarde Btampavasene 
ona bcD redatta istoria in Cbambeii; e coocladeva sollecitandomi a 
pabblicarne qaalcana delle Fiorentine da me già composte , affinchè , 
egli già vecchio , prima di chiuder gli occhi alFelerno sonno , potesse 
avere la consolazione di sapere che il soo esempio aveva trovati 
imitatori , e che la grande opera avrebbe avuto continaatori nei di- 
versi Slati d' Italia. — Col crescere degli anni in lui raddoppiava lo 
zelo, ed a chi io confortava ad aver cura della propria salute , ed a 
non logorarla con applicazione soverchia , rispondeva: m Moius in fin$ 

• ìfeìoeior: divento vecchio; onde ho fretta, perchè non potrò tirare 
« l'opera molto avanti. Sono robusto, vivo quieto, ma gli anni cam- 
« minano ». Per lo che riguardava come grave sciagura lo essere distolto 
da' suoi lavori : e valga a mostrarlo ciò ch'egli stesso scrivevami in una 
lettera del 5 agosto 1845 ; cioè : « Ho sulle spalle una gran disgrazia, mìo 
« caro Passerini ; ed òche mi vogliono Vice-Presidente dell* Istituto, per 
« coi dopo due anni si diventa Presidente, fo amo la mia solitudine e la 
« mia libertà ; ond' ella può bene immaginarsi quanto sia afflitto. Cereo 

• di svincolarmi dall'impegno , ma sono crudeli, e non mi danno ascolto. 

• D'altronde, il dispiacere di perdere le mie occupazioni predilette non è 
t tanto peih la felicità che desse mi procurano, quanto pel pane che ne 
« cavano molte famiglie ». Ed in altra del 18 del mese stesso soggiun- 
geva : tf In questi giorni sono stato in gran pericolo di diventare Presi- 
« dente deirAccademia di Belle Axti : mi sono salvato per miracolo ». 
Nò credasi per questo che egli fosse uomo che amasse vivere a sé e 
por sé, isolato in un selvaggio egoismo, e sdegnoso di sobbarcarsi ai pub* 
blici offlzj : che anzi fece parte ben sovente di deputazioni , commis- 
sioni e consigli ; e può assicurarsi che fu uno degli uomini i più adoperati 
cosi nelle pubbliche , come nelle private faccende ; avvegnaché congiun- 
gesse rara schiettezza ed esperienza grandissima negli affari , ad una 
specchiata onestà : laonde uno fra i suoi lodatori ebbe a dire , che il 
Litta poteva ingannarsi come tutti quaggiù , ma che non sapeva in- 
gannare. 

In ispecie, poi, non era giammai ritroso quando la patria avea bi- 
sogno di lui. Nel 1848, duranti le memorande giornate di Milano, fu 
chiamato a sedere nel Governo Provvisorio della Lombardia. Lo in- 
carico difficile non ricusò; e, presovi posto, fu destinato a presiedere 
alle cose della guerra , Bdando i colleghi nella militare esperienza di 
lui. Era Impossibile il disimpegnare Tufflcio con zelo maggiore : tutto 
voleva eseguire da per sé , a tutto vigilare , e con assiduità inarriva- 
bile assisteva alle opere di fortificazioni che si eostruivano d'attorno 
alla città per tenerla preparata a sostenere un assedio; visitava al- 
l' ospedale I feriti, alle carceri i prigionieri; amoroso e caritatevole 
con tutti , senza por differenza tra l'inimico e Tamioo, non altro vedendo 

iipp., Vol.iX. 38 



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298 NECROLOGIE 

neU'oomo iofeliea te dob se il proprio simile : laonde il popolo ooo eoa 
altro Dome sapeva distinguerlo » che con qaello del Ministro a cavallo. 
Nei tempi di maggiore licenza e pericolo non mancò del coraggio ci- 
vile di fare manifesta la sua opinione * sempre diretta ad opporsi alle 
esorbitanze dei demagoghi , i quali sventuratamente aveano fatta di 
Milano la sede delle loro congreghe ; e volendo garantito a qualunque 
costo r ordine pubblico , non disdegnò di emettere solenne protesta ogni 
qualvolta, non potendo impedirlo, fu adottalo un qualche provvedimento 
ohe a suo avviso non fosse atto ad avvantaggiare I comuni interessi. Ma 
le procaci mene dei demagoghi la vinsero , e piombando la capitale 
Lombarda nell'anarchia, furono principal cagione che gli Austriaci rien- 
trar potessero trionfanti in Milano. Pompeo Litta restò fermo al suo 
posto fino all'estremo momento » e non abbìandonò la città fino alla mat- 
Una del 6 di agosto , di un' ora soltanto prevenendo V ingresso delle 
truppe avversarie, con manifesto pericolo di esser fatto prigione dalla loro 
avanguardia : ma non volle partirsi senza emettere solenne protesta con« 
tre la già fatta capitolazione ; tuttoché andasse convinto che qualunque 
resistenza sarebbe stata impossibile, essendo Milano cinta airestemo 
da vittoriose armi , e trascinata all'estremo fato dai trasmodati che rac- 
chiudeva nella cinta delle sue mura. Ma chiamato dal voto pubblico al 
Governo, ei credo di non dovere astenersi da tal atto , perché dal po- 
polo avea ricevuto il mandato di avviare la patria a più lieti destini , 
e uon quello di ricondurla sotto l'antica dominazione. 

Ma non volle per mollo tempo restarsi lontano dalla nativa città; e, 
dopo essersi tenuto per pochi mesi nascosto in una sua villa, fidando 
nell'amnistia concessa dall'Austriaco imperante, vi fece ritomo nel 
dicembre dell'anno istesso ; non valendo rimostranze di parenti e di 
amici a dissuaderlo dal fidarsi di quella calma apparente , per indurlo 
ad abbandonare quello oramai fattosi per lui mal sicuro soggiorno; 
laonde a tutti costantemente rispose: « Ciò che io feci, lo farei ancora se 
« la patria lo volesse: d'altronde amo meglio la prigionia nella fortezza 
« di Verona o di Mantova, che il dovere abbandonare, e forse per sem- 
« pre, il mio paese ». Rientrato nella sua casa , riprese immediatamente 
i lavori che aveva lasciati interrotti , abbandonandosi con nuova alacrità 
nel conforto degli stadj suoi prediletti. « E benché cordialmente io dicessi 
« (scrivevami nel giugno 1849) che non dovevamo fidarci della Francia, 
« e ohe io fossi della sella degli arrabbiali, perché io opino che nelle 
« risoluzioni si debba andare avanti, perché altrimenti non siamo stimati 
« nemmeno dall' inimico ; malgrado tullociò, Austria mi ha rispettato, ed 
« io sono ancora qui a far Famiglie »: ma ben vuol dirsi che se l'Austria 
lo rispettò nella sua libertà , non per questo gli risparmiò la condanna a 
gravosissima multa, della quale, peraltro, ottenne condonazione per avere 
cott dignitosa protesta giustificato di non essersi neppure per un momento 



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NECROLOGIE S99 

aUonlaiMlo dal suolo LonlNirdo ; e privatolo poi anche della carica di 
Presidente dell' Isti iato di seieoae e di lettere, lo destitol dal grado eque- 
stre nell'Ordioe della corona di ferro : ponizione che lungi dal recare ano 
sfregio al ano doom, lo decorò al contrario di nn distlnlivo più bello di 
qaellì che raramcinte concessi al yero merito, sono più spesso segnali di 
abjesione e di servitù. 

E poiché toccai delle ooorificenie , è questo il loogo per dire che Pom- 
peo Lilla ne ebbe a ribocco ; che nella Legione di onore fo Cavaliere, e 
neir Ordine Mauriziano ebbe grado di Commendatore ; che le più illastrl 
Accademie e Società scientifiche e letterarie d'Italia e d'Oltremonti si reca- 
reno a gloria lo annoverarlo tra loro: se non che egli, più curandosi di es* 
seme degno che di farne pompa, e ben sapendo che ciò suol farsi soltanto 
da colui cui manchino altre maniere per distinguersi , le tenne sempre 
con gelosa cura nascoste ad ognuno , cosicché di quelle appena ne ebbero 
notizia i più intimi. Tutti i documenti relativi a questi suoi onori ei soleva 
tenere racchiusi entro una cartella, sopra la quale aveva scritto Vomitai 
eamtaimn; e pochi giorni prima di morire » chiamato il figlio al suo letto , 
gli consegnò quelle carte , ed accennandogli lo scritto , soggiunse: « Ri- 
cordati di questa massima ». 

L'esercizio delle pubbliche virtù non fu l'unico pregio del mio lodato , 
perciocché seppe conginngerlo al disimpegno delle più amorose cure do- 
mestiche. Preparato a tutti gli uffizj di capo di famiglia, bramoso di trovare 
aell'amore di una compagna quella dolcezza di cui sentiva il bisogno 
nelle ore che gli lasciavano libere gli studi ed i pubblici alTari, desiderò 
una consorte che fosse degna di lui. La trovò, e nel 1829 si uni ad una 
figlia del Tenente Maresciallo Lodovico de Rivaira ; soldato che ebbe 
bella fama nelle guerre Napoleoniche, come ajutante del General Pino. Ella 
lo fece padre di un maschio e di due femmine , una delle quali mori in 
tenera età, I doveri della paternità furono da lui sentiti siccome dovevasi 
da un uomo della sua tempra ; la educazione che procurò ai suoi figli fu 
degna di un tanto padre; l'amore che provò sempre per essi fu inarrivabile. 

La sua salute, fino alla età di settanta anni inalterata, cominciò a de- 
clinare sul cadere del 18Kt. Una iscuria paradossa, non conosciuta e forse 
non curata a dovere, lo trascinò a poco a poco in una tabe, che lo consunse. 
Dopo tre mesi , cioè nell'aprile del 1882, parve che la malattia incomin- 
ciasse a declinare; tanto che nel mese di maggio potè recarsi ad una sua 
villa presso Limido, nella provincia di Como. Ben conoscendo la natura 
deirinsidioso malore che lo travagliava, e presago di una prossima fine, 
passeggiando un di presso il cimitero in compagnia di un suo subalterno , 
▼olle penetrarvi, dicendogli: • Prevedo la mia morte, ho pochi mesi di vita: 
« osserviamo qual sito di questo cimitero meglio convenga per fermivi sep- 
« pellire ». Dalla sua villa passò all'acque termali del Masino in Valtellina, 
donde tornò a Milano nel di primo di luglio. Per il disagio del lungo viag- 



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300 NECROLOGIE 

gio gli tornò la febbre, e fo costretto a stare per qnalehe giorno In ca- 
mera , dipoi a giacersi in letto, per non rialzarsi mai più. Infermo e con- 
scio di esser vicino alla morte , non per questo si scoraggi, e non volle ab- 
bondonare del tatto i saoi stadj. In ano degli aitimi giorni, entrato il Aglio 
nella soa camera , lo trovò seduto ed occapato nell'esame di alcune carte 
della famiglia di SaluzEo. Sorpreso si alzò , ed agli amorosi rimproveri 
che gli erano fatti perchè avesse lasciato il soo letto, rispose: • La- 
sciami osservare queste carte, perchè oggi non si muore -. La malattia 
lece rapidissimi progressi, e si manifestò sempre più minacciosa. SBduciato 
dai medici , ricevè imperturbato l'annunzio di una prossima Bne , alla 
quale toglieva a'sooi occhi ogni terrore l'averla considerata già da gran 
tempo colla fermezza del Olosofo e con la fede del cristiano. Allora volle 
soddisfare ai doveri di cattolico e di padre, e , munitosi pel gran viaggio 
dei conforti della Religione, curò che il figlio fosse emancipato dalla pa- 
tria potestà, e da sé medesimo lo rese istratto degli affari della famiglia. 
Volle anche che la soa figlia • già fidanzata a gentiloomo degno di lei , 
si affrettasse all'altare prima che per lui giungesse l'altimo giorno. Solenne 
momento fu quello allorché quasi moribondo benedisse agli sposi: momento 
che più si sente di quello che si possa descrivere. Tolti si struggevano in 
lagrime a lui dintorno, ed egli solo confortandoli, serbava il volto tranqnillo 
e sereno. Questa imperturbabilità non venne mai meno, e vide sempre sen- 
za sbigottlmenlo avvicinarsi l'ora del sacrifizio: solenne riprova che l'uomo 
forte e sicuro nella sua coscienza, sa vedere senza ribrezzo quella che i più 
riguardano come la più tremenda tra le umane vicissitudini. In quegli 
istanti supremi non iscordò le sae già predilette occupazioni, e si die pen- 
sièro di fare ordinare le sue carte, e la libreria preziosissima da lui raccolta, 
la quale legò al figlio, raccomandandogliela con premurose espressioni ; e 
l'ultimo suo voto fu di non morire finché non fosse condotto a termine 
l'assettamento di questa sua biblioteca. E trovò ancora il tempo per det- 
tare alcune lettere che dovevano scriversi ai suoi amici dopo il suo pas- 
saggio; una tra le altre a Cesare di Saluzzo, che con dolore di tutti i buoni 
Italiani lo ha cosi dappresso seguito nella tomba: a coi ordinava doversi 
scrìvere, che gli doleva non aver vissoto abbastanza per potere ultimare 
la storia della sua casa, che tanto gli stava a cuore; volendo dargli questo 
nltimo pegno dell'antica amicizia. Nel giorno 17 di agosto stava appanlo 
rileggendo il manoscritto della istoria di quella famiglia, allorché deponen- 
dolo sol letto, rivolto agli astanti, disse: e Perdo la vista, peggioro >; e 
quindi bene<llisse solennemente ai figliuoli, e sorridendo a chi voleva por- 
gergli qualche confortalrice bevanda, soggiunse con fioche e tronche pa- 
role: « Muojo: é inutile , la medicina non ha più nulla che fare col mie 
€ corpo ». Questi furono gli estremi accenti: e nel medesimo giorno alle ora 
otto ed un quarto della sera, spirò colla calma del giusto. Cosi, dopo 
avere insegnato ai figli come sì vive, insegnò loro ancora come si muore; 



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NECROLOGIE 301 

aUima lexione in cai latte le altre sono epilogate della soa vita: credere, 
amare, sperare (1). 

Ilsoo corpo fa lamolato senza pompa nel cimitero di timido, com'egli 
arerà espresso nelle sae tavole testamentarie. 

Pompeo Litta fn nomo semplice nei costami , nei modi, nelle vesti : 
ebbe rettitodine e bontà d'animo singolarissima; religione vera, perchò 
sentita, e più di sostanza che d'apparenza; amore puro pe'saoi simili, ragio- 
nevole ed efficace; commiserazione per gli altrui mali, e non carenza pei 
proprj. Sorti da natura animo franco e leale; fa facile neiramicizie , co-^ 
stante nel mantenerle. Dignitoso cefi grandi, aflEabile cogl' inferiori, il sno 
modo di trattare fa tale an innesto di nobiltà e cortesia , che senza ele- 
varsi o discendere, ogni nomo onesto si trovò alla pari con lai. Fa par- 
latore sentenzioso e calzante. Appassionato per ogni oggetto di pubblico 
bene, non lo perde mai di vista; e cosi nobilmente adempì il sao mandato, 
insegnando ai giovani italiani che hanno il carico di an nome illastrè , 
cogli scritti non solo, ma con l'esempio, che cosa debba farsi per non 
mostrarsi indegno de' propij natali ; imperciocchò ai giorni nostri l'ari- 
stocrazia non paò tenersi superiore nel fatto alle altre classi , se non 
se ben meritando della patria nelle scienze, nelle lettere , nelle armi • 
nell'esercizio delle virtù cittadine. Pochi uomini spesero la vita più de- 
gnamente di lai , che in ogni sua azione ebbe in mira il più generoso 
oggetto che aver possa un' anima italiana ; quello cioè di cooperare a 
tornar grande , libera ed indipendente la patria. 

Luigi Passerini. 



(i) Devo per amor di giustizia confessare , che molte notizie ho desunte 
da un bell'articolo necrologico scritto dal sig. Luigi Toccagnl per doversi inse- 
rire nella Gazzetta officiale di Milano. 



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CESARE SALUZZO 



La morte, che troppo sollecita mietale vile della generaxione cke Tide 
risorgere la Piemontese indipendeaza nel ritorQo dei Principi di Savoia , 
e cbe la patria instaarazione sorresse coi consigli , adornò colia scienta , 
la difese , Tamò con senno , modestia e lealti , crebbe la gioTontA a forti 
pensieri ; quella ( non ancor fredde le ceneri di Cesare Balbo ) ci rapiva , 
cadendo il giorno 6 ottobre , il Gav. Cesare Salnxio di Monesiglio. 

Nato dall'antichissima e principesca famiglia imperante sino a meato 
il xYi secolo nella città da cui ebbe il nome , figlio di padre militare ed 
uno fra grinventori della moderna chimica , fratello alla gentil poetessa 
Diodala , ad Alessandro insigne scrittore della storia militare del Piemon* 
te, ad Annibale già colonnello capo degli alloggiamenti nel grand'esercito 
Francese poi quartiermastro generale in patria, a Federico che combat- 
tendo per Francia coi Piemonlesi contro TAostriaco Kray lasciava la yila 
nel 1799 sotto Verona , a Roberto già caposqoadrone in Francia , ora solo 
superstite; il Cav. Cesare, terzo di sua famiglia, forse a ciò indotto dal 
mite ingegno , vesti in adolescenza l'abito ecclesiastico e fu gentiluomo 
del Cardinale Costa , Arcivescovo di Torino. Sin d'allora avviato a dottrina 
per naturale attitudine e pei domestici esempi, compose e stampò poeaie , 
tutto applicandosi ai geniali studi delle lettere ; poi questi studi stessi egli 
corroborò per la ragion de'tempi e per le mutate condizioni di sua patria 
con quello delle leggi, nelle quali fu laureato e quindi ascrìtto al collegio 
di filosofia e lettere di Torino. Giovanissimo ancora fu membro e Segreta^ 
rio perpetuo dell'Accademia delle scienze per la classe di lettere , nonché 
Ispettore degli studi per l'imperiale Ateneo Torinese nella ventesima set- 
tima divisione militare. 

Per questo modo, al naturai genio che scorgevalo ad addentrarsi nei 
classici studi , associandosi il dovere , riuscì egli castigato scrittore di Un- 



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NECROLOGIE 303 

goa itilìaoa. Ialina e Aranoese; ansi, par quanto s'aUtena alla prima, rar- 
MlJnimo aiiandio nella più riposto qaaationi gramaticali a pratico desmodi 
dei più pregiali scrittori. 

Allorché il re Vittorio Emanaele I determinò di riaprire in Torino 
quel collegio militare, ch'era qui antico di qaasì dna secoli, Il Gav. Sa- 
lotto ehbe carico di scriTerne una proposto d'ordinamento; e non ancora 
lasciato arendo la carriera civile, regnante qoel principe, fo segretorio de! 
rao GoDsiglio dei ministri. Ebbe poscia il comando della R. Militore Aoca- 
demla . fa governatore dei gioTahi Docbi di Savoia e di Genova , Grande 
Seodiere, Gran Mastro d'Artiglieria, Presidento della R. Depntazione di 
Storia Patria, Consigliere di stoto straordinario. 

Dalle qnali cose e dalle opportonità e necessito che nascevano di sno 
pia frequente appressarsi alla persona del re, traeva il Cav. Salotto ocea« 
tiene di vieppiù fomentore i snoi diletti stodi , usofrottnando la pres tonta 
delle cariche per farsi in corte rappresentante e promotore di lettere e di 
sciente, e di qoelli che ad esse attendono. Cosi accadeva che nissana fra la 
Isole opere di svariato genere oh'ebber vita per la moniflcenta di re Carlo 
Alberto venisse in looe Inngi dall'amorosa soUecitodine del Cav. Salaste ; 
ehe nessono stadioao in Piemonte a lai non fosse avvinto con vinooli di 
riconoseenxa o di amiciaia ; che nion dotto od artisto forestiero venato In 
Torino a lai non volgesse I primi passi. Devotissimo alla dinastia che ci go- 
verna e del Piemonte amantissimo , egli adoperavasi con lena Incessante 
a crescere in patria il colto dell'arti e delte scienze, e soprallntto ad indi* 
ristarei giovani nella santa via dell'operosità madre di virtù; e Tìncre* 
mento degli studi e dell'operosità volgendo a gloria del re e ad utile della 
patria. 

Le malationi politiche del 1848 , la torda età , la brama di vivere coi 
liralelli più ristretta vito negli ultimi anni , e forse più di tutto la saaietà 
del mondo e la coscienza della bene spesa opera sua , indussero II Cav. Sa« 
lotto a recedere dai pubblici negozi. Visse sua ultima età coi pochi amici 
ehe un'antica intrinsichesza gli avevan reso più cari , consolato dalle vi- 
site dei reali suoi allievi , assistendo i fratelli ed essendone assistito. Uo- 
mo religiosissimo, di pura vita , benevolo e schivo d'inimicizie, mori 
ìa Dio nella tarda età di settan tosai anni, nell'avito castello di Mo- 
nesiglio. 

De'primi studi volti alle lettere ed alla morale sapienaa diede saggio in 
doe scrittore che intitolò Sur PuiiHié ée$ élwUi moraUs , e Inirodunom 
m primi prineipii deUa maraU /lloffo/la. Coltivò le ricerche archeologiche, 
raccolse medaglie e monete antiche e del medio evo, adoprando nelle au- 
lonnalì vacante gli allievi della militare Accademia negli scavi non infe- 
condi deirantica Pollanto. Ricercò i costami della vetosto età; scrisse una 
breve memoria sopra l'oso degli antichi di bere in neve, nonché riliustra- 
zione di an Ponentino brente litterato. 



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304 NECROLOGIE 

Nei ▼oÌQini dei HoniifiMiila HUioritu Palriae , della pobblieaxione dei 
qaali fo selantissimo , addossossi l'incarico di scrivere la prefazione al vo- 
larne III degli Seriiloriy e la distese in ischieUa e tersa latinitè. Nella sua 
biblioteca tenevano posto rilevantissimo gli scrittori di cose Piemontesi 
in ricca serie di stampati e di manoscritti, da lai raccolti con indagini di 
otto lostri. 

Le cariche di stato e di òorte non lo distolsero dall'operosi tè, togliendo 
al sonno le ore notturne per darle singolarmente alla lettura; sicché fo 
maraviglia che in si dilicata complessione abbia il Saluzzo raggiunto così 
inoltrata eti. Nò ciò sarebbe stato , ove non l'avessero soccorso i virtuosi 
abiti di una costante ed ilniversale moderazione. 

Chiamato a reggere la militare Accademia , tutto so slesso consacrovvi 
' alacremente , cercando di raggiungere i due fini di tale istituto , i quali 
(avvegnachò distinti) non mai si dovrebbero disgregare; dico l'istrazione, 
che là ò scienza militare coi tanti mezzi per acquistarla ; e l'educazione, 
che ò virtù d'uomo e di soldato. Ben so come da molti sia stata tacciata 
d'insufficiente l'istruzione dai giovani ufficiali colà ricevuta ; ma so altresì 
come il Saluzzo ninna fatica abbia ricusato onde fornire l'Accademia di 
regolamenti e d'istitutori secondo il meglio che allora paresse pos^bile , e 
che non fu in Torino scienziato di grido ch'egli a quelle scuole chiamato 
non abbia. So che gli studi teorici vi prevalsero ai pratici e positivi , ma 
so pure esser questo un error de' tempi (dico de'tempi ultimi e dei pre- 
senti ) propagato dalla famosa scuola politecnica Parigina , cui dobblam 
tanto bene e tanto male. Error singolare e Vatalissimo , siccome quello 
che presuppone universale nei giovani la rarissima facoltà di sapere 
all'uopo particolareggiare gli universali e concretare gli astratti. Voglia 
il cielo che le riforme che un giorno faransi in quel nobile istitoto, tali 
Biano che riescano ad emendare anzichò .a demolire , correggendo le 
mende , ma serbando il massimo de' beni » che é il bene morale • e 
scansando quel mal vezzo della razza umana che non sa acquisire pregi 
nuovi senza far gitto di pregi antichi. 

Venne la guerra , supremo paragone delle truppe e soprattutto degli 
ufficiali. Gli accademisti (ben si può dire senz'offesa) rifulsero tra i mi- 
gliori. Di là uscirono ufficiali bravissimi » zelanti , cortesi e modesti ; 
compagni onorati ed officiosi ; molti di essi diedero il sangue , molU la 
vita ; le batterie d'artiglieria^ comandate pressochò esclusivamente da an- 
tichi allievi, si segnalarono per bravura, scienza e disciplina, egoali 
encomi riscuotendo dai concittadini e dai nemici. 

Nell'altre armi quella sola ulteriore educazione militare aveva luogo 
che si acquista in modo pratico dal convivere coi soldati. Ai giovani uf- 
ficiali non era data occasione alcuna di applicare a parziali studi lo go- 
neriche discipline che apprese avevano nell'istituto; essi non progrodi- 



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NBCAQ(.QGIJS m 

«TM^ «1» «|i9 nim 49bb'fiiMmi l%<mU dA hh^ fqli» nw ikh» i^ci Pfi^e^nio- 
IVI di vUttpcriur» Il p«9W(o » gloria M procmOn^ IfiQiretsor^Up (nwì («P»^ 
in ooU^gvMrani» Rurw Iwoii «««no. di mofUe 9o»ahii Àn ow fmvfvM^ e)i9 
i lihn tBsofl09Min» »Ue flfiAde , in mii fti dprlio dai «omp?^ od 09tog|ipito 
dai «HM^ri^ri M non «rutenio d«l qaaiUiBr dì gmiira« vot^nao aiMb^ »p* 
gpeodme U afMuua. 

Ma di Uitto Qì^ dar ic^lya agli ordìoam^Dti dalla miUUra Acmademia 
ad agli fMuniai idK) la aaadaisayfino » fo ad è icotoUi^ ragÀoneu GI'MitiiU 
miltecì» «o»a laM «U «Um« «irapacano gU aMlevi» e aalla |iM« Xacaa ai 
earpi oba :U riiaamna ìa aa«Q H i9^te i giovanLdato ialr«ziAQ^.gMirk9a 
par AddQttfinimU «elta ^pepiala. OUima a«aai« è.<iQ«Ua cha bana avvia 1% 
gioventù , e quando a ciò riesca ha^raggiooto il suo scopo jjoiiola (^a fpr< 
oiaoaiÉa «maini compiali # doUi i^eiMU , «^ aaao uè poan^ aaaareu Pen 
yé «hi il dM9 • /ma « f>rpd«MU f or danao piel4 p dìapr^aa , «mi Ami ara* 
daaaa» 

Il carifip diiAiifmvmo ooiVMdiQla dalFAaaadaaila, caaà bep iMpondwala 
aWa oi^ta Ad àk aupna del Gav. Saloai», aaolaBiìii Ini con màggìar «alava 
rafMi aanpva opiflto fot la oaso a poi Itbol aaìlitari , da'qaali filimi 
gii fbaeaa faacaUa na dal IBl^, aaaaa Aoa diaetlo » ma qoàl aempàMa 
aaaalaaa di rartiaf iati « wa r r a aclie» cha aavirt> 4a(ata panie della pleaaooleaa 
iilpfii^ 

Aiiinoiiaraaaaliiiia^l fMeiaJnlese «od i»aHk olata atodio , larmaodoai 
Qoa libreria copiosissima di stampati , ed anica sansa doU»Ì9 few la q«aa* 
UtàdioadM ananOicritti militari, latini, italiani, francesi, con qualche 
(edesco e spagnooio. Nolia di ovvio o di peregrino nelle Biblioteche di Pa- 
rigi, Torino , «Firenze, Roma, Milano e d'altre città, ch'egli non abbia 
fatto copiare ; molti codici ebbe in dono , molti ne acquistò nelle remote 
vendite da.es3o diligentemente segoUe , e ne compose una Sfsrie singolare 
pi.QtU)alQcbè rar9« £dM).pbe.a gc^f^d'agio ebbi qampo a studiarvi , non bo 
dubbio 4i asserire che s'uom vogUa j^lpdiar^jo prigini ^d i progrQS9Ì del* 
l'arte militare moderna dal XIII al XVII secolo, ciò non potrà fare, 
eziandio peregrinando assai , nò cosi bene nò cosi compiutamente come 
ravvolgendosi fra i codici Salozziani. A questi affettuosamente intento , e 
sovr'ogni cosa bramando che non andassero dispersi , legavali a Ferdinan- 
do di Savoia Duca di Genova. 

Più voltQ pensato aveva il Gav. Saiuzzodi trarre dalla sua biblioteca 
e divolgare uno o più eodici , oppure da questi o da'libri ricavare qual- 
cuno di quegli scritti od esponenti fatti parziali o versanti in questioni 
di linguaggio tecnico, i quali sono poi valido sussidio ad opere "^maggiorì. 
Incarnò la prima idea curando che venisse alla luce rarchitetturà civile 
e militare di Francesco di Giorgio Martini , egregio ingegnere senese del 

ilpp.,Vol. IX. 39 



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80S NECROLOGIE 

XV secolo, e primo espositore di qoel rondamenlo della moderna fortifiea- 
zione che è il bastione pentagono ; della splendida edizione , non poeta in 
▼endita, fece dono a biblioteche, ad amici, a studiosi (*). Nelle pazienti let- 
ture notato avendo móltissime voci di guerra sfuggite ai lessicografi o male 
spiegate, e fattone elemento di un dizionario militare, dava le schede a 
Giuseppe Grassi , cui tornaron ùtili , né più dopo la morte di questo le 
potè riavere. Cosi pure indagato avendo con isquisita diligenza i tanti trat- 
ti di modesta bravura che frequenti s'incontrano nella storia militare del 
Piemonte, li raccoglieva e classificava .con titolo di Souvenin mUitair€$ 
dis ElaU Sardet , iirés de plutimr$ ouwagBs iant imprméé qu$ manmeriU; 
ma non gli fu dato vedere condotta a fine quest'ultima fatica degli operosi 
e ben vissuti suoi anni, cessato avendo dal vivere, non compiuta la stampa 
del primo voiume< 

Fu Cesare Saluzzo preptante della persona , avendo dipinta in viso 
la benevolenza e rafiabilità; ebbe facil natura, parola pronta, modi 
d'antico gentiluomo squisitamente cortesi. Nelle cose religiose non osten- 
tato , rigido per sé , tollerante verso gli altri ; giovò largamente I poveri 
eoU'oro e coll'autorità del nome; amò di vero e schietto amere il principe 
e la patria sua , schivando ogni setta, di qualsivoglia nome la si amman- 
tasse : e se qualche fazioso tentò nuocergli , nissuno mai lo potè odiare. 
E eerto di pochi uomini lungamente e potentemente vissati In code si 
potrà dire quanto del Saluzzo con verità affermiamo : aver in morte la- 
sciato amici ed allievi moltissimi a rimpiangerlo e lodarlo , nesénn ne- 
mico a rallegrarsene. 

Cablo Pboius. 



(*) Al nostro àrehitio Storico , del quale ta corrispondente operoso sIbo 
dal 1841, somministrò un'importante scrittura — PMHppi ViacomUU^ 
Commentaritu de PesUquae ab anno 1030 UedMani iaet>iil^ Inserita nel 
Tomo 1 , pag. 487-814 , di questa Appendice. V Bntobb. 



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NUOVI CORRISPONDENTI 



CHE 



COLLA LORO GOOPERAZIONB ONORANO L'ARCHIVIO STORICO ITALIANO 



Sigg. Marchese Giuseppe Campori — Modena. 
Cesare Foucard — Venezia. 



ANNUNZI bibliografici 



OPEBE TEBMraATE. 

PromiMiOD^ del Doge Marino morotìai » 1249. — Ven$MÌa, Narato- 
Tich 9 1853. la 8vo di pag. 26. 

Dedicala da A. Tornielli a Domenico Fadiga, che si laarea in 
amb^ le leggi neU'L e R. Uniyersilà di Padofa. Le illastrazionl 
sono di C. Foucard. 

HanosloBe delle nosse di Peolo Go^itarini q. Zaccaria', e di Vienna 
GriUi figliuola di Francesco , saccedate nel gennaio MDXXVl , e 
descritte da Marino Sandto , storico veneziano. » Venezia , Gri- 
maldo f 1853. In 8vo di pag. 24. 

Pubblicata per le nozze Giosti^Pisani , con note di E. À. Ci- 
cogna. 

Serie eroBologioe dei presidenti , vicepresidenti , consiglieri , assessori 

stabili , assessori sopranomerarii , che sacoessivamente sedettero 

^el Consiglio deU'lmp.Reg. Tribunale d'Appello in Venezia (1816- 

1852) , di Emìnurlb Antonio Cicogna. «— FeiMSta, Andreola, 1853. 

In 4to di pag. 35. 



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308 ANNUNZI BIBLIOGRAFICI 

niaitruìòne di una ▼ama baitetiuìale ( nel M QBeo Correr }. — Faieiitf, 
Tipogra6a della Gazzetta , 1853. In fo. volante. 

Estratto Mia GtfuxfClkl UHkkii di VélMi^i il** 102 , 7 mag- 
gio 1853. L' illustrazione é del Lazzari e del' Cicogna. 

Bwmw^ del pontefice Glemenle V, in data 11 agosto 1307. — Fm^Ita, 
Naratovich , 1853. In 8vo di pag. 6. 

Dedicato ad Alessandro dei Tornielli nel di della sua laorea 
in legge. 

Osaervaxioni oriiiohe di monsignore MARINO Marmi» solle Memorie 
storiche intorno a Francesca da Rimini , pobblicate nel 1852 dal 
dottor Luigi Tonini ( Y. Àppend. voi. Vili , pag. 588 )• — Rcma^ 
Tipografia deUe Belle Arti » 1853 » in 8vo di pag. 49« 
Estratte dal Giornale Arcadico, Tomo CXXIlC. 

Hìipotu del doti. LaSgi Totffftì alle osseYvi2loHi crltiehe di monsignor 
Marino Marini salle Memorie storiche intorno a Francesca da Ri- 
mini. — Rimini j Ercolani » 1853. In 8vo di pag. 33. 

Sei lettere d'iiia«tri iteliani del secolo XVI , ora per la prima volta 
pnbblicate» laureandosi in legge neir Università di Padova Dome- 
nico Fadiga. ^ VencMia , Naratovich » 1853. In 8vo di pag. 8. 

Lettere d* Uliutri ■ftrfcloH iicIWfiti «on mài pubblicate (legnini, Corniapi, 
Corretti , Cerati , Giovio ). — PirenxB , Le Mounier, 1853. In 8vodi 
pag. 16. 

Pubblicate dal Doti. Zanobi Biccbibrai per le nozze Antinori- 
Mannelli. 

Lettere inedito di Francesco Guicciardini (edite dal cav. Carlo Baum 
di Ve$mé). — Torino, ¥lp. dd Progtesrgo , 1853. In 16mo di pag. 8. 

FraiBineAto finale delle Memorie storiche Modenesi deirabate Giro- 
lAMo TfBAUdscdi , èdite per cura del dott. Lt)Mi MAiMf. ^ MtOe- 
na , Moneti , 1853. Io 4to di pàg. tè. 
♦ef te Nofzttì S«iccoiezl**G6lfleri. 

TÌt^«>]^M(fiià Cèi^ìgflAtta duratiti il domitiio Pio ( benedetto BoleiMli e 
Giovanni Bissoli ). ^ Modena, 1853. In Sta d) phg. 19. 

De! ddt. LùMi Maini, fistratto. daff InfRcàUrin Jhdmitt , M- 
tfo II , N.< 3« e 41. 

Storie di dardegSà , dall'afillo tOàfi M IfiflB , pèf PtttiW Maryimi. Ca- 
gliari , Timon f 1852. In 8vo di pilg. 296. 

Buftìà d^ia fwtifc di San Otte^gniiào, scHtt» dRlCinoiiieo Lùici Pbcori. 
Pirenxe , Tipografia Galileiana , 1853. In 8vo di pag. 760. 

Kéllà MetMé InMtgtttnkMie dèlta Statua di Lodovico Anlottio Miiraf6ri, 
9hfÈ% « tursi (M Agosto 1858). ^ Mf^dénà, Vincoliti , 1883. In 4to 
di pag. tìt'é 93. 

Bdiéttdétfiobi di BMdiRbo PaiLAM«RLif ad tilciitie stille di LRCiano 
&Barabelli Stampate nel tomo VI delle ÀppenUci dell'iftMvfo SUh 



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ANNUNZI mBLIOGRÀFICI 909 

fibó iUHano f da pUg. UtVi. -^ PiaetnMay M Majno e éodo, 18K3, 
in 8vo di pag. 23. 

IMM iellato fiMdiu di L. A. M oraiort , dal 1780 al 1749 , ad Ottavio 
BooebI /avvocato venaiianq. -- IVetriio, Loogo, 1M2. 

Pobblioate per le nosie ValaaritwDe TipaUo, ed oiMe da 
Franeeseo Ferro ad Bmlllo De Tipaldo. 

GebBi «lorioi ed aneddoti solla vita di L. A. Maratori. «^ Móàma^ Pel- 
ioni , iM3. 

OpuÉtoki (ftibliiicato per l' InaogoraiaODe fatfhal della Statua del 
Moratori in Modena , a dk 26 d'Agosto di dello anno* 

BlagnA* di Mario Pieri corclreae , seritla da Fliii»KHLoiei Polidobi. 
^ PétmkMé^ Tipografia Galileiana i 1853. In tomo di pag. et. 

iMiHalotti liÉMilérie (nel paliblieo palatzo df Bologna). -— Fen^jiid» An- 
toneHl, i«88« In 8vo di pag. 11. 

PnbMIcale da Bkìuflmgioìo GtMUaiuff. 

Dalia OMBiBiifrla Petogioa dal XIII alla prima metà del XVI secolo» 
Diaeorso letto nell'Aooadeinfa di Belle Arti di Perugia il giorno 
18 Mtiembr« 1853 , da Amgklo ANasLtca da Todi , architetto. ^ 
Perugia , Yagnini , 1853. In 8vo di pag. 29. 

Gli effreidii di Giotto nella cappella de' Bardi in Santa Croce , de- 
scritti da G. G. {Cetare Guasli), — Firenze ^ Tipografia Galileia- 
na , 1853. In 8vo di pag. 40. 

Delle RasioneliU arohilettonioe , Saggio di AaiSTlDB NiaDINI DbSFOTTI^ 

con XVII tavole in rame. — Firenze , Tipografia Nazionale Ita- 
liana 9 1853. — A spese dell'autore. In 4fo gr. 

OPEBE m COESO DI ASSOCIAZIONE. 

Siorie dooumenlaU di Veaesie, di S. RoMAiUN. — Venezia, Narato- 
vich, 1853. In 8vo. Tomo I, parte II. (Dal trasferimento della 
sede a Rialto, al doge P. Orseolo II , an. 901). , 

Storie etieiioo-oriiioe delle arti del disegno ; ovvero l'architettara > la 
pittura e la statuaria considerate nelle correlazioni fra loro e 
negli svolgimenti storici , estetici e tecnici ; Lezioni dette nella 
I. R. Accademia di Belle Arti in Venezia da P. Sbìvatigo , se- 
gretario y professore di Estetica e AL di presidente nella stessa 
Accademia. — Venezia , Naratovich , 1852 , in 8vo. 

Voi. I , Fase. V. DeeUnaoltaiva Lezione. Quarto periodo del- 
l'arte greca , da Alessandro fino alla distruzione di Corinto, cioè 
dal 336 al 146 innanzi l'èra nostra. — Deeimanona Lezione. La 
Plastica nel quarto periodo deirarte greca. — Venteema Lezione. 
Considerazioni sulle basi regolatrici della greca statuaria , sul modo 



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ANNUNZI BIBLIOGRAnCI 

come debba ora procederai nello alodio dell'antico, e aoU' ideale 
conveniente all'arte moderna. 

Pistoia e il ino toniiorio » P«toi*« • Moi diaftovni. Guida del foreslieco 
a conoscerne i laoghi e gli edifici più noteToii per l' istoria e per 
l'arte; compilata da Giuìsppb Tiohi, adoma di dne carte topogra* 
fiche. — Pistoia^ Tipografia Gino , 1853. In 16mo. Sono oacili i fa- 
scicoli I e IL 

Lettere d'uomiai illiutri conservate in Parma nel R. Archivio dello 
Stato. - Parma, dalla Reale Tipografia , 1863. In 8vo. VoL I di 
pag. xu-OO?. 

Il raccoglitore di queste Lettere è il cavaliere Amadio Ron* 
chini , direttore del R. A^'chivio saddetto. — Gli autori delle Let- 
tere cdbtenute in questo primo volnme sono: Alamanni Loigi« 
AngoiUara (dell') Giovann'Andrea , Randello Matteo , Barloli Co- 
simo, Bembo Pietro, Bonfadio Iacopo, Caro Annibale, Casa 
(della) Giovanni , Gnarini Battista , Gaicoiardini Francesco , IfoUa 
Francesco Maria , Salviati Lionardo , Tansillo Luigi , Tasso Ber- 
nardo , Tasso Torquato , Tolomei Claudio, Trissitto Giovangiorgio, 
Vettori Piero. 



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APPENDICE 

ALL'iRCHiyiO STORICO ITALIANO 

29 



40 



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PROMISSIONE 



ENRICO DANDOLO DOGE DI VENEZIA 

(CSlasao ii9t) 

BDITA BD ILLU8TBATA 



DEL DOTTOR VINCENZO LAZARI 



DIUtTOKB PSL OlTICO WJIIO COmiBB DI TBKBIU 



DA UNA NOTA DI AGOSTINO SAGREDO 

INTORNO AL GOVERNO DI VENEZIA 



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A GIAMPIETRO VIEUSSEUX 



Il dottor Vidcenio Lazari airicchisce rArchivio Storioo Italia- 
no con un docamento storico inedito , di un valore inesUmabile, 
la Prcmiissioiie del doge Enrico Dandolo. Quand'anche però non 
fosse l'atto il più solenne di una delle yite ch'ebbero la maggior 
gloria che da uomo possa sperarsi, sarebbe prezioso per la sua 
importanza storica : è la prima promissione dei dogi di Venezia» 
che sia gionta fino a noi. Concedetemi , amico dolcissimo , che io 
ri accenni brevemente la importanza di tali documenti. 

Non Ti ha chi possa più credere oggimai a quella poesia che 
temie luogo di storia, per la quale si disse, e si scrisse, che gli 
abitanti deUa Venezia, per tòrsi dai pericoli e i danni delle inva- 
sioni dei settentrionali , die distrussero V impero Romano , ripa- 
randosi n^e isole poste in mezzo alle lagune che dividono la 
Venezia dall'Adriatico , le troyassero squallide e deserte , mise- 
rissimo asilo di navicellai e pescatori. La storia conyalidata da 
monumenti ùl conoscere che in molta parte dell'isole era una 
popolazione anteriore ai venuti dalle cittA circostanti , e le isole 
godevano la civiltà de'tempi, e dal sale, dai traffici, dalle relazioni 
che avevano colle città circostanti, traevano non che sostenta- 
mento, agiatezza. 



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318 PROMISSIONE 

Quando molti cittadini della Venezia terrestre fermarono stanza 
nelle isole della Venezia marittima , gli abitatori primitivi e i se- 
condi si amalgamarono insieme. Il governo fu popolare di certo, 
ma racchiudeya in sé medesimo l'elemento aristocratico, il qoale 
scontriamo sempre nei popoli Italiani non solo prima che Roma 
dominasse tutta la penìsola , ma ancora prima che Roma fosse. La 
quale lo ebbe connaturato in sé dalle sue origini , e allargando il 
dominio sull'Italia lo radicò più forte, e visse sempre nei Comuni 
Italiani ; e allorché col volgere all'occaso la potenza e la fortuna 
dell'impero, l'elemento aristocratico era in Roma ridotto un'ombra 
rappresentata dall'impotente Senato, nn' ombra si ridusse anche 
negli altri Comuni d'Italia rappresentati dai corpi decurionali. 

Le Cronache Altinate, di Marco, di Martino da Canale , che voi, 
amico mio, aveste ti merito di pnbblioure nell'Archivio Storico; 
la Sagomina edita dallo Zanetti , quella del doge Andrea Paodolo, 
e le rito dei dogi tratte in luoe dal gran Muratori ; la GroMca del 
Mooads stampata da Flaminio Gomaro» l'altra di GoOredo di 
Viilhardòoin che ai tro?a nella Bisantiaa ; le moltissime cronache 
tattckra inedite; le scriUora pure inedite di Giannanlonio Muauo, 
e meglio ancora leggi e docomenli contemporanei, aooannano seoft- 
pre ai maggiori, mediocri e mmori^ che formavano la consoci»- 
aione dei diversi abitanti della Veneria, B nella collandazione del 
popolo Vonenmo (unito in assemblea unica, delta Armigo o (km- 
€ione ), doò nell'approvazione di tatti gli ordini che fiormavano il 
Comune , si conosce essere stata riposta la jBoprema autorità le- 
gislativa , la <ioale si esprimeva col saOragio oniyersiJe diretto» 

Ma se il suffragio universale diretto ha potuto imrcitarai e 
giovare fino a che la consociazione Veneziana era piccola ed ebbe 
ristretto dominio , allargandosi e facendosi potente, anenne nache 
fra noi , coma sempre e doynnqne, che il aufragio uni? eraale diretto 
non fu più argomento di libertà vera, sensa il pericolo d'inciam- 
pare in licenza , o cadere in signoria assoluta di nn solo. Masso 
dal continuo agitarsi delle passioni momentanee e ardenti ,* cede 



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DI ENRICO DANDOLO 3i9 

all'impulso delPiiniiiagiiiàtiva concitata, diviene credalo a ne- 
ceasità che non sono, e cade in astii imprOTridentt ; e finalmente, 
perduta la libertà , obbedisce rolontario a chi sa farsene signore* 
B per essere saldo e ntile , vuole o genti nuore e piccolo domi- 
nio, ovvero lunga educasfone a quella maniera di civiltà, presso 
genti nelle quali non sia la carie dei vizii che si trovano presso 
una civiltà intristita dalla vedcbiaja. Cosi, poiché il nostro Comune 
fu guerriero e felice nelle battaglie e conquistatore , noi vedemmo 
taluno de'primi trentasette dogi eletti dal suflragio universale di* 
retto, e fomiti di autorità quasi di monarca, voler consolidarla 
in sé solo e tramandarla nelle famiglie ; o la maggior parte far 
mala fine per le intemperanze popolari. 

Nessuna legge preconcetta , nessun diploma ottriato furono il 
fondamento del governo Veneziano ; il governo fu sempre un fatto 
statuito, modificato dal consentimento dei cittadini, giusta le 
mutate condizioni e i diversi bisogni che venivano al Comune 
colla successione dei tempi. Da ciò le tramntazioni lente del go- 
verno , lo sviluppo gradato dell'autorità nei soli maggiorenti , e lo 
allontanamento lentissimo deir autorità popolare dalla signoria; 
fatti che non derivarono da diritti che si scrivessero in papiri o 
pergamena, ma nell'animo dei cittadini, ed erano prodotto di 
quella teorica che si fonda sulla esperienza, e non vuole né prece- 
derla né dominarla. Quando per lo allargato dominio, e le sovrab- 
bondanti ricchezze prodotte da arditi e fortunati commerci , Vene- 
ria sali in tanta potenza da emulare , combattere, vincere coloro 
che sovra essa avevano antica pretesa di supremazia, e pei quali 
ara tenuta ad una specie di osservanza ; i cittadini conobbero non 
potersi più commettere l'esercizio di tutti i diritti al suflragio 
universale diretto. Fu allora che si creò il Maggior Consiglio, mu- 
tabile ogni anno , prima scelto dal voto di tutti i citudini ; poi 
si venne al suffragio universale indiretto , scegliendo gli elettori, 
i quali creassero coloro che doveano comporre il Maggior Con- 
siglio , che divenne il signore del Comune. Fu creata la Quaraniia 



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390 PROMISSIONE 

perché formasse quello equilibrio che è necessario in ogni poli- 
tica consociazione , dOTO la somma dei diritti non sia di on solo 
uomo , ma T'abbiano parte tutti i consociati che deputano alcuni 
fra loro che lo esercitino , unitamente a chi è posto alla sommità 
del gOTemo ; equilibrio, che non può mai rinvenirsi doye ad una 
sola assemblea sia concesso il deliberare sugli interessi del paese» 
dettar leggi, provvedere alle difese , governare le inteme faccende 
e le esteriori. La Quarantia non fu solamente un corpo di giudici: 
in principio ebbe autorità politica. Nò la perdette quando il Senato 
si consolidò , perchè ebbe sempre voce deliberatiTa nel Senato. Il 
quale incominciò come corpo consultativo temporario , composto 
di savii e discreti nomi, pregati (rogaii) dal Doge e dalla Signoria ad 
avTisare sui bisogni gravissimi del Comune. Onde fu detto Consiglio 
Ae'Pregadi ( Rogaiorum ). Il consolidarsi del Senato aTvennto senta 
che una legge scritta lo statuisse , o determinasse quella autmtà 
latissima che ebbe col progresso del tempo ; il consolidarsi del 
Senato succedette quando il Maggior Consiglip, nel quale preval- 
sero sempre gli antichi elementi aristocratici, si yide compojsto 
ogni anno o dagli individui medesimi, o dalle istesse famiglie. E 
cosi passando non per diritto ma per consuetudine il sedere nei 
Maggior Consiglio da padre in -figliuoli e discendenti di poche fa- 
miglio, si perpetuò l'aristocrazia ereditaria. Quando ciò ebbe luo- 
go, non si volle tolta ogni speranza agli altri cittadini di poter 
godere i diritti medesimi delle famiglie che ayoTano arrogato 
a so stesse il dominio ; ma pel fatto il dominio rimase sempre in 
quelle famiglie medesime, od in altre che le privilegiate assume- 
vano nel numero loro per premio di benemeriti verso la repub- 
blica, per atto di favore; o, quando la repubblica scadde, pei 
soccorsi pecuniari che le fornivano. Contemporanea alla aristocra- 
zia fatta ereditaria fu la creazione del Consiglio de'Dieci, supremo, 
inappellabile, inesorabile moderatore alle prepotenze dei patrizi; 
guarentigia a coloro che di compartecipanti alla sovranità erano 
divenuti soggetti. L'autorità dei Dieci crebbe tanto più» quanto 



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DI ENRICO DANDOLO 321 

ìoTecchiò Taristocrazia ereditaria; quanto più sorsero e crebbero 
dìflereDze di ricchezze fra i patrizi, né a quelli che o divenivano 
ò rimaneTano poveri era più aperto l'adito per migliorare il pro- 
prio stato mediante il commercio. Dal che nacque nel seno del- 
Faristocrazia un proletariato patrizio , uguale a tutti i proletariati , 
invidioso, geloso dell'autorità, avido del potere per averne au- 
mento di ricchezza , ignorante , senza amor vero per la patria , 
senza il coraggio di sopportare abnegazioni pel suo bene e la sua 
gloria. Il qaal proletariato patrizio fu sempre avverso al Consiglio 
de'Died , solo freno che temesse ; e aggravio e danno della re- 
pubblica, fu anch'esso una delle cause che la condussero nella 
debolezza, onde la sua fioe ingloriosa. 

In Venezia i fatti diyennero diritti per forza de( tempo e della 
esperienza, e col primo ristringersi il governo si evitarono le con- 
fosioni , le incertezze, le convulsioni , le guerre civili, che hanno 
distrutta l'autonomia degli altri Comuni Italiani ; e la sua indi- 
pendenza poteva durare per quattordici- secoli. Non vi fumai bi- 
sogno che una costituzione scritta regolasse i diritti comuni. Fu 
invece suprema necessità e ragione dì Stato , che il capo del go- 
verno non potesse diventare unico signore -, siccome succedette in 
altri Comuni Italiani. Per questo s'impedì ai Dogi Io associare 
figli o nepoti nell'autorità ; mentre per poco non era avvenuto 
che Orseoli, Partecipazii, Candìani, famiglie potentissime, formas- 
sero tre dinastie di regnanti, come più tardi Torriani , Visconti, 
Sforza in Milano, Medici in Firenze, Estensi in Ferrara, Bona- 
cosai e Gonzaghi in Mantova , Scaligeri in Verona , Carraresi in 
Padova , e tant'altri in diverse regioni della Penisola. Fu poscia 
moderata l'autorità del Doge col mettergli a' fianchi de'Consiglieri , 
i quali insieme con lui formavano la Signoria. E di Dòge in Doge 
le potestà ducali vennero scemando , e si ridussero a poco più che 
al lasciar al Doge la pompa esteriore del principato. La elezione 
del Doge , dopo la morte per furore di popolo di Vitale Michiel , 
fu ristretta in pochi elettori , e lo Arengo si contentò dello appro* 

App., Voi. IX. 41 



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382 PROMISSIONE 

▼aria. Poi, quando fu decretato che lo Arengo^ ossia il Comuac, ooa 
si chiamasse pia ad approvarla . si volle rispettata T antica ricor- 
danza. Il OQOTO Doge si presentava al popolo, e al popolo ^volgeva 
la parola; l'antica formula: questo è il votivo Doge^ ìb vi pUiee , fa 
mutata nelle parole : qucito è il vostro Doge, vi ptocerd. 

Collo sminuire l'autorità del Doge si do^tte determinarne si- 
curamente i limiti i per modo che non potessero essere oltrepasMti , 
e quindi fu necessario un poitto scritto e preciso fra il capo del 
governo e il paese. £ siccome la sapienza pratica dei nostri vec- 
chi teneva, il tempo essere il solo maestro della umanità, e il pro- 
vando e riprova9ido non recar utilità unicamente alle scienze fisi- 
che, cosi era necessario che ad ogni nuova elezione di Doge si 
notassero le innovazioni nella promissione che ogni nuovo eletto 
era tenuto giurare. Per tal modo la sapienza pratica dei noatri 
vecchi antiveniva ai pericoli e ai danni che sono conseguenza 
della imtnobilità nelle leggi ; le quali per es^re buone devono ri- 
spondere al moto della civiltà, ai bisogni e ai desidcrii degli uo- 
mini, che si alternano colle generazioni. Altra delle cause di 
mina per la repubblica fu il non aver voluto imitare , quando 
c^era ancora tempo, l'esempio dei padri antichi, facendo delle in- 
novazioni ragionevoli e gradate nelli ordini civili; le quali l'avreb- 
bero ringiovanita, e l'avrebbero tratta dal camminare a ritroso 
del genere umano. . 

Da quanto vi ho esposto, voi vedete, carissimo Vieusseux, che 
per conoscere bene le diverse forme del governo Veneziano, è ne- 
cessario studiare le promissioni ducali, e bene merita della storia 
del nostro paese chi le mette in luce. Per esse principalmente, e 
poi per lì Capitolari dei Magistrati , si può avere il filò che gnidi 
a trovare la forma vera, il v^ro spirito de) governo Veneziano; e 
recando luce sulla sua storia ; che è lauta parte della storia della 
nostra penisola , si viene a mostrare gli sbagli intomo a Venezia 
nei quali caddero anche scrittori onesti e sapienti , che sono nac- 
ritamente riveriti e amati dal nostro paese , del quale furono glo- 



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DI ENRICO DANDOLO 323 

ria , ma pure Tennero tratti nell'errore del disconoscere i meriti 
di Venezia verso la terra materna. 

Io non ho potuto che sBorare appena il soggetto, grà?issimo 
per gli studiosi della nostra istoria nazionale ; il Lazari , nello 
avvertimento che precede la promissione' del Dandolo e la illustra, 
ricorda i particolari storici, e le date. Accogliete l'opera nostra 
come prova del nostro |)uon volere. E tenetemi sempre 

Venezia, nel Gennajo 185^ 



Àweo eomìt fruUfln 

Agostino Sagredo 



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AVVERTIMENTO 



Dire deiraomo iosigoe che nel giugno del 1192, chiamato alla 
suprema dignità della patria , giurava in San Marco la osservanza 
dei capitoli della promissione che oggi vede la luce , dopo quanto 
di lui e delle sue geste scrissero cronisti e storici di ogni età e 
di ogni nazione , sarebbe opera gittata e vana. E vano del pari 
sarebbe se per me si volesse ridire come da cosi fatti documenti, 
ben più attendibili che l'autorità di tardi scrittori , chiara si ap- 
palesi l'indole del primitivo governo delle Venezie^ dopo quello 
ne dettò poc'anzi il conte Agostino Sagredo , netta e concisamente 
sponendola , e dimostrando il progressivo passaggio dal popolano 
all'aristocratico reggimento. 

La elezione di Enrico Dandolo / quarantesimo primo doge , fu 
la terza dopo mutata la forma della nazionale rappresentanza ; 
conciossiachò vent'anni addietro , vale a dire nel 1172 , al saflEra- 
gio universale , quello di 480 individui ad anno sottentrasse ; e in 
quell'anno medesimo , trucidato dal popolo Vital Michele , secondo 
di questo nome, quel Sebastiano Ziani si proclamasse, durante 
il coi governo fu segnata la memorabile pace fra papa Alessandro 
e H Barbarossa; pace che sull'autonomia veneta potentemente 
inOui; e, Ini morto, nel 1178 i voti del Gran Consiglio la somma 
dignità ad Aurio Mastropiero impartissero; al quale, rinunciante, 
il Dandolo fu successore. Ducante il Dandolo , Costantinopoli ayn- 
tasi armata mano nell'aprile del iHòk , e Candia a prezzo d'oro 
quattro mesi dopo , sono due acquisti onde assai crebbe la riao- 



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PROMISSIONE DI ENRICO DANDOLO 325 

manza e ingagliardi la potenza della nostra patria , guerriera e traf- 
ficante ; quantunque dei due acquisti il primo abbia dato origine 
al torbido e breve impero latino di Oriente, e la conservazione 
del secondo , mantenuto fino al 1669, costato abbia fiumi di sangue. 
Ma , per non allontanarmi maggiormente dal mio campo , gio- 
vami quaJeosa ayyerlire del documento che qui si pubblica. NelVAr* 
chivio dei Procuratori de iupra fu ritrovata, l'anno 1786, una 
serie di documenti , la più parte antichissimi ; ed opportuno di- 
visamento fu quello dì assicurarne la conservazione per l'avvenire 
col fame depositaria la librerìa di S. Marco. Alle cure del celebre 
Jacopo Morelli bibliotecario saprem grado dell'aver riunito in due 
volumi quegli atti preziosi , e cercato con ogni diligenza di gua- 
rentire da ulteriore deterioramento quelli fra essi che già inco- 
minciavano a deperire. Peccato bensì che la promissione di Enrico 
Dandolo , copia sincrona in un unico foglietto di pergamena com- 
presa , soggiacesse a maggior guasto di quasi tutti gli altri I Per 
lo che mi fu mestieri di assidua pazienza per rilevarne la parte 
ancora leggibile , e supplirne quella di cui difettava , stante la 
fracidezza dell'antica membrana. E questi supplimenti alle man- 
canze del testo , per quanto era possibile , mi forni il confronto 
con promissioni di dogi di poco posteriori al Dandolo i quella , 
cioè, giurata nel 1229 da Jacopo Tìepolo, serbata in non rare 
copie nelle venete librerie ; e l'altra che originale di Marino Mo- 
rosini , fatto doge nel 1249, custodisce l'Imp. e R. Archivio dei 
Frari. 

Promissioni anteriori a quella di Enrico Dandolo non sappiamo 
esistere , e le dobbiam deplorare perdute. Ma ci è di conforto 
non lieve, che quella almeno sfuggisse alle ire del tempo e alla 
incaria degli uomini ; se tuttavia essa ci manifesta nel suo con- 
tenatole ultime tracce del popolar reggimento, quando ancorala 
consaetadine ( uius ) teneva le veci della legge scritta , e fonte 
suppletorio orale la coscienza del principe; quando la conclone 
del clero e del popolo acclamaya il patriarca di Grado e i ve- 
scoTÌ delle isolelte circostanti a Rialto ; e la scelta dei notai, fatta 
dal consiglio, era assoggettata all'universale suffragio. 

E questi ultimi avanzi della popolare sovranità svanirono in 
corto volger di tempo. La consuetudine cedette il campo allo sta- 
tolo che reca in fronte il nome di Jacopo Tiepolo , e la elezione 
del patriarca e dei vescovi fu rimessa nella sola podestà del clero, 



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326 PROMISSIONE DI ENRICO DANDOLO 

sbandita ogni ingerenza del popolo. Che più? Perdutasi poi da 
questo ogni ombra dell'antico potere, compressa Taatorità del doge 
a tal segno cne non ave? a che onori senza diritti , e la maestà 
del principato era nell'abito e non nell'aomo» stataivasi, li 9 mag- 
gio del 1462, che nelle promissioni si cancellasse perBno il nome 
dì comune delle Venezie, per sostituirvi quello di dominio. Cosi a 
mano a mano si ajndò trasmutando il primitiyo goyèrno. 

Altro monumento prezioso che ci ricorda Enrico Dandolo è 
il costui sigillo originale di bronzo» innanzi ch'eì fosse doge , custo- 
dito nella patria collezione fondata dal benemerito gentiluomo 
Teodoro Correr. Slimai pertanto opportuno ornare di un apografo 
d'esso , delineato colla maggior esattezza, queste pagine. Vi hanno 
nomi si fattamente consecrati dalla storia , che tutto che la loro 
memoria richiami è religioso debito conservare al culto dei posteri. 

Venezia, nel Ma^io del 1853. 

V. Lazaei. 




CONTROSIGILLO 




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CAPITCLARE QUOD JURAVIT D0MINU8 ÙVX EKIIRICUS DANDOLUS (Ij. 



lita iUHt quae ob$ervare Unemus noi Henrieus Dandolut Dei 
gnaia dux usque dum nixerimui in dueaiu. Begimen [patriae] fa- 
cimmu [ei $ia]imm obienxMmus bona fide. Et studiori erimus ad 
ratimem 0t jmiUiam omnibus qui mitn qitaesierint ei quaeri fecerint 
exkU>$ndam [Hne d%la]cione aUqua, bona fide^ $ine fraudef niH 

rmmumi per majorem partem eoneiUi «itie eub dùtrieiione e 

ad ecmplendae kge$ et justitias quae judido judieum fiterimt pnh 
mulgatae » siudioii erifnm bona fide , [me firaude , ducere ad eom- 
pkmentum. De] phu^tie qui ante noe fDenerint nuUmn per fraudem 
aUquam dilatabimue. Si veno judicee nostri tu proferenda lége di-- 
teardes [oKquando] paruerint^ unde noB legem dicere debeamus\ in 
vieUorem partem quae nobis videbitur, seeundum.usum [noe ponemm^] 
Obi [vero usus] nobis defecerit^ dicemus secundum npstram comcmi»- 
tiam^ sine fraude. Nulhun sermeium tollemus noe tolU [faciemus ad 
juwmdum] aut noeendum aliquam partem vel uUum hominem. Et si 
per nos aliquis servieium inde tukrit , [ex quo nobis notum fuerit^ 
faeiemus] reddi bona fide , ime fraude. NuUum quoque eertnct[tim, 
toU\emus nec toUi faciemus de aliquo f. ve nee circa co- 
mune Veneciarum. Honorem autem et profieuum Veneciarum consi- 

(1) Dal Codice LXXII Class. XIV. Lat. della Imp. e B. Libreria Marciana 
(Il Venezia. Le parole chiose tra parentesi qaadrate sono i sappMmenli alle 
mancanze del lesto. I ponti di seguito indicano le lacune che non si potè 
riempire. 



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328 PROMISSIONE 

iialrimui , iraetabimua et operabimut [b<ma fide , tine fraude. Omnia 
quoque] iecreta eoneilia qìAoe noi cum majori parie consiUi teneri 
juiserimus » Beerete $erì>abimu$ [eecundum ordinem quem noe perei- 
piemiu]. Et 8i in tempore nottro alicui personae vel per$oni$ de 
habere vel possesiionibus aut redditibui [eomunis Veneeiarum aliquid 
datum vel collauda]tum fumi , dationem vel eoUaudationem iUam 
firmam non habebimus , nifi prius per majorem partem [conii/ti co»- 
siliata futrit et eùnfir\mata. De rebue quae per majorem partem 
aonsilii erunt [veti]tae ^ eigillum nulli personae dabimus^ [niei per majo- 
rem partem consiUariorum] fuerit collaudatimi De univereie char- 
tulii faliiè quae nobie oMtemae fuerint etudioei erimus [ad earum 
exceptùmem] faeiendam , eeeundum ueum patriae noitrae. Si patriar- 
chaUi noitra Gradensie mater 4eeleiia inordifMa [remanserii , eìeeHo 
novi] patriarehae in univereo cetu cleri noiirt et papuU dUnittemue, 
unde nuttum eervicium ea^quirere debemus. Electionem epieeopo- 
rum in suorum] fUiorum cleri et populi iimilOer poteetate reUnque- 
muSf eine ewactUme eervicii; electionem [monasteriorum eibi suffra] 
gantiumin ipeorum congregationibus cum suie epiecopie^ eimili 
modo 9 absque servieio. De quadraget[imo et aliii rationibui quae 
vicedomini nostri] eomunis tollere consueverunt et de ilio quod per- 
venit de marchia ffamerii , exceptis pomis [qui de Lombardia ve- 
nerint , habere] debemus duas partes , et vicedomini tertiam. Noe 
intromittere non debemus ncque de [quinto quod per mare intrat 
neque de Castellò] novo per nos ^ hoc est per propriam utilUaiem, 
ncque de datUme sigilli scdis quod apud Caput [aggeris toUebatur] 

Decem naves beUicas armatas nos de toto expendio (ade- 

mus / quadragesim et sagittaHorum. Legationes et «pi- 

slolas ad Romanum Pontificem et ad imperatores et reges «nw [ma- 
Jori parte consilii] non mittemus, Judiees in palatio nostro sine 
electione non faciemus. Notarios sine majori [parte consilii et coir 
iaudatione] populi non faciemus. De nulla offensione adversum nos 
faeta, sine judicio judicum^ aliquam inquis[itionem non faciemus. 
De] comunibus quidem negoiiis servabimus ea quae per majorem 



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DI ENRICO DANDOLO 329 

partem eonsitii erunt ordinata , ex quo [nobii dieta fuerint per ta- 
eramenti\ diitriciUmem, De facto quod pertinuerit specialiler ad du- 
eaium ea tervabimus unde omnes eon8Ì[liarìi minoris consilii erunt] 
coneordes cum mtgori parte comiUi majority ex quo fiobis dieta 
fuerint per sacramenti distrietioMm^ [dum tamen antequam] senten- 
tietur , f» fuerit aUquie in Consilio qui nobis non sit debito fideli" 
tatis astrictus , et requisitus a nobis [tune cum habebitur de ipso] 
facto tractatus , nobis fidelitatem juraverit, Eaec omnia quam sin- 
gula quae superius dieta sunt bona fide sine fraude [servabimus 
dum] mxerimus in nostro ducatu , exeepto quod si quis nobis non 
crii fideKtate astrictus amet eam facete nobis noluerit. 



App., Voi. IX. 42 



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L ■ 



DOCUMENTI 

BPITTAHTI 

AL COMMERCIO DEI VENEZIANI 

con 

rJlUBIinA B IREBISONDA, RifiCSA B NBflROPONTB 

cobiuìmU 

DAL CONTE L. SERRISTORI E M N. TOMMASEO 

ARROTATI 

DA GIUSEPPE CANESTRINI 

e 
PRECEDUTI DA UN SUO DISCORSO 



RELAZIONI COMMERCIALI DEI VENEZIANI 

eoa 

I/ARMBNU E CON TREBISONDA 

RBI SEGOLI XIII E XIT 



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DELLE 

RELAZIONI COMMERCIALI 

DEI VENEZIANI 

CON L'ARMENIA E CON TREBISONDA 

MEI SECOLI XIII B ZIV 



$. L D$Ua importama degli icoK d$lF Armenia e di Trebisonda 
pel commercio Europeo-^Àeiatieo. 

Ad Ulustmioiie dei naovi docmBeaU relativi al commèrcio dei 
Venesiani ReirArmeaia e in Trebisonda , che noi pubblichiamo 
per la prima Tolta , e che fwoao comunicati al nostro Direttore 
dell'ARGBnrio Storico Italiano dal Generale Conte Luigi Serristori 
e dairiUuatre Niccolò Tommaseo , ci sembra opportmo di qui ac^ 
cennare le ragioni della importanza pel commercio Europeo-Asia- 
tico degli scali del regno di Armenia e dell'impero di Trebisonda; 
imperocché a questi scali « come pure a quelli della Sìria e del- 
l' Egitto, arrirayano le mercanzie della China e delK India , e da 
quelli venirano trasportate nei porti del Mar Nero , delia Romania 
e del resto della Europa : ma si può dire che i prodotti dell'Asia 
facessero capo quasi esclusiTamente agli scali dell'Armenia e di 
Trebisonda , prima che i Crociati avessero fondato i regni cristiani 
della Siria, e dopo che cessò^ il regno di Gerusalemme, e avanti 
che i Veneziani ayessero ottenuto il libero commercio in Alessan- 
dria d'Egitto. 

Le mercanzie dell'Asia meridionale yenivano concentrate a 
Gaboul nell'alto Indo, e a Canuge (Ganugio sul Gange), come pure 



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334 SUL COMMERCIO DE' VENEZIANI 

a Sorendib, vasli empori frequentati periodicameDte dagli Arabi. 
Da questi mercati i prodotti Asiatici erano portati pel golfo Per- 
sico a Bassora , posta a poca distanza dallo sbocco del Tigri e 
dell'Eufrate nel mare ; la quale divenne il gran deposito di tutto 
il commercio di Caboul , di Canugio , di tutte le isole e coste del- 
l'India , e persino di quello oltre le due penisole , cioè di Canfont 
( il Quen-Tong , Canton dei moderni ] ; per cui il golfo Persico » in 
fondo al quale si trova Bassora, era divenuto il centro del com- 
mercio marittimo e della navigazione di tutta TAsia meridionale. 
Perciocché a Bassora venivano anche condotte le mercanzie del- 
l'Arabia e delle coste dell'Etiopia , in oggi la Nubia e l'Abissinia; 
ed ivi si operava il cambio con quelle dell'India, della China, dei 
paesi dell'Asia settentrionale , e si facevano le spedizioni per gli 
scali del Mediterraneo e del Mar Nero ; le città e i porti dei quali 
erano fiorentissimi , e vi concorrevano tutti i navigatori europei , 
e particolarmente le marine mercantili degli Italiani. Le mercan- 
zie destinate per l'Armenia, erano portate da Bassora pel Tigri 
attraverso la Persia fino a Tauris ( Tebris ] , residenza dei Kan e 
grande emporio commerciale ; dove giungevano pure le mercanzie 
dell'Europa, e specialmente quelle dell'Italia, per la via di Siria» 
di Armenia e di Trebisonda ; sendochè gì' Italiani approdassero 
agli scali di queste regioni con le galere cariche delle manifatture 
e dei prodotti dell'Europa, e di quelli della costa settentrionale 
del Mar Nero , come pure dai porti della Tana e di Gaffa , da 
Soldaja , e dagli altri stabilimenti dei Veneziani e dei Genovesi in 
quel mare (1). 

(1) y. Notes slatiitiquis iur U liitoral de la Mer Nolre , par le eomte 
L. Sbibutou ; Vienne 1839. Noi rileviamo da qeesto libro , clie la Tana , eo- 
loDla dei YenexiaDl , si trovava saiia riva destra del ramo settentrionale del 
Don ( Tanais ) . distante quattro miglia dal suo sbocco , e precisamente tra I 
due villaggi esisteDU al giorno d*oggi , e cbiamati Slnlarka e Nedvigovka. Il 
Porto pitano era situato salla costa setlentrloiiale del Mare d'Aiof , presso 
lo sbocco del ramo settentrionale del Don ; Cafa era capo-laogo delle Colo- 
nie genovesi , anUcamente Teodosia ; 5oldaJa , Soodak , o Soodag , oggi non 
è più cbe an piccolo villaggio ; la fortena fìabbricala dai Genovesi è aneon 
conservata , ed è notabile per la solidità delia sna co9truiioiie.£<l<a , nel me- 
dio evo Lacbosiomo , altro stabilimento commerciale dei Yenezlant e del 
GenoTesi, al giorno d'oggi è fortezza nella provincia di Beasarabia. Altre no- 
Uste si riscontrano nei dialo libro del conte Serristori , e relative agii sCa- 
billmenU degli Italiani nel Mar Nero. 



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CON L'ARMENIA E TRBBISONDA 335 

Una parte delle mercanzie venute dall'Asia e portate a Tauris, 
da questa città era condotta a Trebisonda , e di là alla Tana ; 
un'altra a Erzemm per far capo ad Aias (Ajazzo) , scalo dell'Ar- 
menia, che al dire di Marco Polo, era la porta dei paesi Orien- 
ttìL Difatti Ajazzo, porlo della piccola Armenia, e precisamente 
nel golfo in oggi denominato di Scanderoun , ed anche di Alessan- 
dretta, era un immenso deposito di tutti i ricchi prodotti del- 
l'Oriente destinati pei mercati dell'Europa , e di tutte le mercan- 
zie europee recate dai Veneziani e dai Genovesi , che dovevano 
servire al cambio con quelle delle regioni orientali. 

Una piccola parte delle mercanzie dal deposito di Bassora erano 
spedite, prima di toccare Tauris, a Bagdad, e da questa città ve- 
nivano dirette Terso i porti della Siria ; ma più tardi i soldani 
d'Egitto, per abbassare la potenza dei Califfi di Bagdad, o al- 
meno per contrabbflanciarla , col levare il commercio da questa 
città 9 presero la risoluzione di aprire agli Europei il porto di 
Alessandria. 

Il regno d'Armenia , per la sua situazione al mezzodì dell'im- 
pero di Trebisonda , e per avere il porto di Ajazzo sul Mediterra- 
neo, era divenuto il grande emporio del commercio degli Europei 
con la Persia ; e inoltre il porto di Ajazzo serviva loro in modo 
Mai vantaggioso pel commercio di transito delle mercanzie desti- 
nate a Trebisonda e agli altri porti del Mar Nero, e dì quelle che 
prendevano la direzione yerso il Mar Caspio; stantechè l'Armenia 
era attraversata dalla via meridionale , che dirigendosi verso la 
Bacaria s'incrociava con quelle che portavano al golfo Persico. 
Destò maraviglia che quel regno cristiano avesse potuto sussistere 
e prosperare , circondato come egli era e continuamente esposto 
alle escarsioiii dei Maomettani , i quali sempre più si avanzavano 
verso il Bosforo e minacciavano Costantinopoli ; e dall'altro Iato 
sempre in pericolo di divenire preda dell'ambizione dei Soldani 
d'Egitto. Perciò quel regno non potè conservarsi che col ricono- 
scere alla fine la sovranità dei Tartari ; e in seguito fu sottomesso 
parte da questi , e parte dai Saraceni.* Dacché i re d'Amenia di- 
vennero tributari dei Kan de' Tartari , il commercio di quel regno 
si estese per tutta la Tartaria e l'Asia centrale. Contro i Soldani 
e i Màmalucchi d'Egitto vennero bensì protetti per qualche tempo 
i prìncipi Armeni dagli stessi Mogolli ; ma verso il principio del 
secolo XTVy furono da questi abbandonati. Abbiamo dal Pardeaus^ 



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336 SUL COMMERCIO DE' VENEZIANI 

che il re di Francia Filippo Vidi Valois« mosso dall' inpMrlanza 
commerciale di quel regno, voleva preparare nel 1335 vna cro- 
ciata in favore dell'Armenia. Questo disegno non ebbe eETello , e 
Leone sesto ed ultimo re, vinto in battaglia dal Soldano {d'Egitto 
nel 1375 • fatto prigione e privato del regno , andò poscia ramin- 
go, e mori in Francia; e l'Armenia venne incorporata all'Egitto. 
Nondimeno le rivoluzioni e i rivolgimenti politici del regno non 
valsero a distruggere il commercio cbe vi esercitavano gli Euro- 
pei ; che anzi questi , e particolarmente gì' Italiani , lo continua- 
rono nel secolo XIV , dopo cbe i re d'Armenia furano costretti a 
riconoscere il protettorato dei Tartari , e divenirne tributari per 
conservare il regno ; e dopo che« nel secolo XV, l'Armenia fu ri- 
dotta a provincia dell'Egitto , sotto la sovranità dei Soldani. 

Che il /commercio dei Veneziani con l'Armenia e con Trebi- 
sonda fosse di molto rilievo , ai deduce da quanto è riportato dal 
Marin intorno la navigazione delle squadra dei Veneziani. Pel 
commercio di Levante e quello di Ponente , essi spedivano annual- 
mente sette squadre , ed una di queste era destinata pel viaggio 
dell'Armenia , un'altra per quello di Trebisonda ; le altre cinqoe 
facevano il viaggio di Romania , della Tana «di Cipro , dell'Egitto; 
la squadra di Ponente • oltre al toccare i porti degli Stati Barbere- 
schi , si recava in quelli di Francia, Spagna, Portogallo, Fiandra 
ed Inghilterra (1). 

$• II. BeUo scah di Ajaauo^ delP Armenia e del eammereio 
di queito regtM. 

Dicemmo più sopra , come lo scalo dell'Armenia fosse il più 
importante e quasi il solo, prima che i SoUani di EgiUo si de- 
cidessero a permettere il commercio libero nel porto di Alessan- 
dria ; e come Ajazzo fosse la porta , come diceva Marco Polo» 4ei 
paesi Orientali. Alcuni scrittori affermarono cbe la Tana foeae il 
più antico mercato delle spezierie dell'Oriente ; appoggiandosi a 
un passo della cronaca di Giosafat Barbaro , mal compreso da 
Paolo Ramnsio, la cui interpretazione, eopiata dagli aoeennati 
scrittori , lì trasse in errore. Ma il Foscarini provò in ano soritto 



(1) AUauf : Storia del Commercio dei Veneziani re.. Tomo V, |Hif.l94- 



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CON L'ARMENIA E TREBISONDA 337 

rimasto inedito dno a questi uUimi tempi , e da noi pubblicato (1), 
che i più antichi empori delle mercanzie deir India furono quelli 
di Armenia , di Siria e dell' Egitto , e ch'essi erano di un secolo 
più antichi dei mercati della Tana, e di Caffo dei Genovesi; e lo 
dimostra con un passo di Marco Polo ; il quale non parla dei luo- 
ghi sopradetti , ma si bene del porto di Ajazzo nell'Armenia , e 
di quello di Alessandria (2). Anzi Marco Polo asserisce, che tutte 
le mercanzie dell'Oriente concorrevano al porto di Ajazzo; ed an- 
che le stesse mercanzie provenienti dalle colonie Veneziane e Ge- 
novesi del Mar Nero , cioè dalla Tana , Gaffa ec. , e destinate pel 
gran mercato di Tauris , e quindi pel cambio con le merci del- 
l'Asia centrale, venivano inoltrale pel porto di Ajazzo. Soltanto 
dacché nel 1291 fini il regno fondato dagli Europei nella Pale- 
stina, i Veneziani si adoprarono dapprima onde essere tollerati, 
ed in seguito onde ottenere privilegi in Egitto, in favore del loro 
commercio. Inoltre Marin Sanuto afferma , che le vie del Mar Nero 
e dell'Armenia erano preferibili a quelle dell'Egitto; e nel se- 
colo XIV, egli proponeva di far passare attraverso l'Armenia la 
strada commerciale per l'India. Ai nostri giorni pure si procurò 
di stabilire regolari comunicazioni tra l'India e la Persia con Erze- 
mm, città principale dell'Armenia, e coi Mediterraneo per mezzo 
del porto di Ajazzo (3). Da Erzerum, come nei secoli di cui si 
parla , partono anche ai nostri giorni le caravane che si dirigono 
ai porti dell'impero di Trebisonda , e quindi nel Mar Nero, cioè 
a Trebisonda , a Rizè, a Sinope, che fu la capitale di Mitridate e 
la patria di Diogene. La città greca di Sinope , colonia dei Milesl, 
era fondata sopra una piccola peninola che sporgeva in mare ; e 
la moderna (Sinoub dei Turchi), fabbricata cogli avanzi dell'an- 
tica , è situata sull'istmo che congiuiige il littoraie con la penìsola. 
Egli è vero però , che il trasporto delle mercanzie dell'Asia , 
destinate ai porti della Siria, dell'Armenia, e a quelli del Mar 
Nero , era lungo e costoso ; ondechè in seguilo una parte di quelle 
mercanzie era diretta ad Alessandria, quando il commercio degli 
italiani con l'Egitto cominciò a divenire più libero; e nondimeno 

(1) M. FoscAaiNi , Frammenti inedili del Hbro V della LellercUura veneta : 
Dei ViAGGiATOBi Veneziani ; in Arch. Stor, Hai. , Appendice , Tomo iV, pag. 97 
e seg. 

(2) FOSGARINI, ivi, pag. 112-113. 

(3) DerriNG, Bisloire du commerce de l* Europe avec le Lévanl eU, 

App. , Voi. IX. 43 



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338 SUL COMMERCIO DEI VENEZIANI 

anche dopo che gritalìani otteDoero maggiori franchigie di com- 
mercio dai Soldani, quelle prime vie dell'Armenia non furono 
abbandonate, e particolarmente quelle per le quali si portavano 
le merci in Ajazzo , che il Foscarini dimostrò essere stato un em- 
porio commerciale anteriore a quello della Tana e di Caffa ; e ciò, 
perchè i Soldani d'Egitto esigevano tuttora nei loro porti delle 
tasse considerevoli sulle mercanzie degli Italiani ; e perchè, come 
attesta il Sanuto, le mercanzie che giungevano al porto di Ajazzo, 
destinate a fornire i mercati europei , erano di migliore qualità di 
quelle che si comperayano in Alessandria. 

L'attitudine al commercio e la perspicacia degli Armeni erano 
divenute notorie , e ancora ai tempi nostri godono la riputazione 
di mercadanti intraprendenti e intelligenti. Le loro relazioni com- 
merciali più assidue ed importanti erano quelle con la Persia, la 
Siria, l'Egitto, la Tartaria e la China; con le provincie meridio- 
nali dell'Europa ; ma particolarmente coi Catalani, e cogl'Italiani. 
Anche i Catalani si diedero al commercio con l'Armenia, e inco- 
raggiati dai privilegi concessi agli Italiani, e particolarmente ai 
Veneziani , dei quali è discorso in questo scritto , domandarono 
ancor essi nel 1293 un fondaco ^ diminuzione di tasse , e di poter 
estrarre franche di dazio le mercanzie non vendute. I mercadanti 
Armeni si trovavano anche sparsi nelle principali città e porti del- 
l'India , della Siria e deUa Persia ; frequentavano i mercati del 
Kurdistan , del Ghilan , del Korasan , di Tauris , di Aleppo e di 
Brussa. Erano rinomatissime le fabbriche di cammelloni attivate dagli 
Armeni ; e i Veneziani ne facevano si gran conto , che stimarono 
cosa assai vantaggiosa l'associarsi a codesta fabbricazione, e stabilire 
delle fabbriche di cammelloUi presso gli stessi Armeni: i quali coltiva- 
vano anche il cotone e cosi la seta, e ne facevano grande commercio: 
e secondo Marco Polo , essi possedevano fabbriche di drappi di 
lusso. Molti di essi si stabilirono in Venezia fino dal secolo XIII , 
e ottennero privilegi per l'esercizio della mercatura, quartiere 
proprio e fondaco. Essi abitavano anche una casa dei Ziani nella 
contrada di San Giuliano , a loro ceduta per testamento da Marco 
Ziani , nipote del Doge Sebastiano Ziani , il quale nutriva per gli 
Armeni particolare affezione , stantechè la sua famiglia aveva pas- 
sati lunghi anni nell'Armenia. Una via di Venezia era denominata 
la Giuffa ( Ojulfa) , perchè abitata da Armeni venuti dalla città di 
Djulfa suH'Arasse , distrutta da Schah^Abas re di Persia : diedero 



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CON L'ARMENIA E TREBiSONDA 339 

pure il nome di Djulfa a un sobborgo di Ispahan , dove si rifug- 
girono. 

Gli Armeni , come altre nazioni stanziate sul litlorale dell'Asia, 
uggirono in gran parte dinanzi la iuTasione de' Tartari e dei Tur- 
chi ; e si sparsero in Romania , Grecia , Bulgaria , Servia , Un- 
gheria , a Venezia e in altri luoghi. Molti di essi si ritirarono a 
Leopoli (Lemberg] nella Galizia, ed aprirono stabilimenti com- 
merciali , e coodunicazioni con l'Armenia. Queste case di commer- 
cio armene esistevano al principio del secolo XVIU ; e due strade 
di I^eopoli conservano ancora il nome degli Armeni (1). Anche 
a' giorni nostri se ne trovano nelle provincie orientali dell'impero 
Austriaco, e nella stessa capitale ; nell'Asia poi tengono attualmente 
il luogo degli Ebrei in Europa , e sono in Turchia , in Persia , 
nello Hindoustan , come a Calcutta , a Bombay , ed anche nel 
Singapore. 

$. IH. Dello seah di Trebisonda^ e del commercio 
in codesto impero. 

L'altro scalo importante pel commercio Europeo-Asiatico era 
quello di Trebisonda , perciocché a questo faceva capo una dira- 
mazione 'della via commerciale » che partendo dalla China e dalle 
Indie giungeva a Tauris. Da questa città una via si dirigeva , come 
dicemmo , verso l'Armenia , e faceva capo ad Ajazzo ; un'altra 
portava ad Erzerum, e da questo luogo a Trebisonda. L'impero 
inoltre veniva attraversato dalla strada che dal Mar Nero andava 
al Mar Caspio, e quindi il commercio di Trebisonda trovava aperte 
le comunicazioni con quello dell'Asia centrale e settentrionale ; 
mentre la via di Sud-Est, che portava a Tauris, dove quelli di 
Trebisonda intraprendevano grandi speculazioni mercantili, apriva 
le vie al commercio dell'Asia Meridionale (2). Quindi tutte le mer- 
canzie che arrivavano per mare nel porto di Trebisonda, venivano 
per questa ultima via spedite in Persia , e di là nelle Indie e nella 
China, onde cambiarle con quelle di queste regioni; e le mer- 
canzie portate dalle regioni intorno al Mar Caspio giungevano | 
per l'altra via in Trebisonda per essere condotte nei porti della | 

(t) BirpiNG , Op. di., T. Il , img. 212. 

(2) Piaou»TTi, tu Paq?iini, tkUa Decima ee. , psg. ti. 



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340 SUL COMMERCIO DEI VENEZIANI 

costa seUentrionale e orientale del Mar Nero, a Costantinopoli 
e nel resto della Europa. Ondechè Trebisonda diveniva una delle 
più importanti comunicazioni del commercio Europeo in Asia ; e 
i porti dell'impero di Trebisonda servivano d'ingresso e di sbocco 
alle sopra descritte vie di comunicazione (1). 

Attesa la navigazione del Mar Nero, di cui principalmente 
erano in possesso i Veneziani e i Genovesi , tutte le mercanzie 
dell'Europa e dei paesi limitro6 ad esso mare, erano concentrate 
in Trebisonda , e in grandissima quantità ; imperocché dovevano 
servire di cambio coi prodotti naturali o manifattnrati dell'Asia , 
dei quali Trebisonda diveniva perciò un vasto deposito (2); e sic- 
come per la sua situazione era un luogo intermedio tra le Pro- 
vincie del Mar Nero e dell'Europa con quelle dell'Asia , in essa 
Qno dal secolo XI si tenevano delle celebri fiere annuali , con 
grande concorso dì Asiatici e di Europei , e particolarmente ita- 
liani f Greci e Armeni (3). Nella città di Trebisonda erano attivate 
anche molte manifatture ; nelle altre città dell'impero , come a 
Cerasonte (Cerasunta , oggi Keresoum, già Pharnacea) , i Genovesi 
avevano una fattoria (4) ; a Sinope , situata all'occidente di Cera- 
sonte, gl'Italiani facevano grande incetta del celebre pelo d'Angora, 
che veniva impiegato alla fabbricazione dei drappi conosciuti sotto 
il nome di cammelhiii , assai rinomati prima che l'uso della seta 
divenisse generale : anzi , quando la seta non era così comune 
come lo fu in seguito , era ricercatissimo il pelo d'Angora; e eome 
abbiamo veduto più sopra , gli Armeni e gli' stessi Veneziaai lo 
adoperavano nelle numerose fabbriche stabilite nella stessa Arme- 
nia dei tessuti così detti cammeUoUi. Gli altri luoghi , come Sb , 
Amasia, Sameron, erano frequentati dai commercianti Italiani. Una 
strada da Cerasonte conduceva a Tokat e alle altre città dell'Asia 
Minore ; un'altra da Trebisonda portava ad Erzerum in Armenia, 
dove, come abbiamo detto, si diramavano due vie, l'una verso 
Ajazzo , l'altra verso Tauris in Persia ; e quindi in comunicaciose 
con le vìe commerciali dell'Asia Meridionale. 



(1) Pardissos, tniroducUon à la CoUeelion de iait marilimes ecc. , Par- 
te Il , pag 17. 

(2) Pbgolotti, in Pagnini ec., pag. tf e 13. 

(3) Pbqolotti ec, pag. il , 13. 

(4) L. SnaisTOBi , libro citato. 



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CON LARMENIA E TREBISONDA 3^1 

)1 piccolo impero di Trebìsonda , situalo , come vedemmo, sulla 
costa asiatica del Mar Nero , era dapprima governato , quale prò- 
fìDcia sottomessa agli Imperatori di Bisanzio, da Prefetti che si 
resero in seguito indipendenti al tempo delle discordie intestine 
e delle guerre civili dell'impero Greco. Spento violentemente Tim- 
peratore Andronico, due principi della famiglia dei Comneni, fug- 
gendo la carnificina , si ridussero con la madre nella Georgia , e 
durante le rivoluiioni provocate dai Latini in Costantinopoli, tro- 
varono modo di stabilirsi in Trebisonda , dove s'erano recate molte 
famiglie ragguardevoli di Greci , e vi fondarono uno Stato, la cui 
estensione lungo il mare era quella dal Fasi in Colchide (oggi 
Riom nel Guriel ) , fino al promontorio di Carambis. Ma i loro 
discendenti degenerarono; e imitando tutti i vìzi , la lussuria e la 
debolezza dei Comneni e dei Paleologhi di Costantinopoli , rinno-' 
Tarono il tristo spettacolo dei tradimenti , delle proscrizioni e dei 
massacri della Corte di Bisanzio. Si aggiungano le continue escur* 
sìoni dei Mogolli e dei Turchi Selgiudici , le violenze dei vassalli 
potenti rinchiusi nelle castella dell'impero, che molestavano e 
esigevano tributi dai mercadanti. Infine , i Turchi di Rum presero 
agr imperatori dì Trebisonda il ricco porto di Sinope , e i Mogolli 
li trattavano come vassalli. Nondimeno gl'Italiani , a cagione del 
loro commercio', ricercavano l'amicizia di quei prìncipi , i quali 
quantunque sotto il predomìnio dei Mogolli , aspiravano d'imparen- 
tarsi coi regnanti dell'Europa. Racconta il Joìnville (1) , che l'im- 
peratore di Trebisonda sapendo che il re Luigi si trovava all'as- 
sedio di S. Giovanni d'Acri, gl'invio solenne ambasciata per doman- 
dargli in matrimonio une pucelle de $on palme. Malgrado l'anarchia 
cagionata dalla insubordinazione dei vassalli , le contìnue irruzioni 
dei Turchi che successivamente lo smembravano, e le aggressioni 
dei Tartari che sforzavano quei principi a fornire loro contingenti 
come se fossero loro vassalli, quello Stato ha potuto mantenersi 
durante i secoli XIV e XV. Infine fu conquistato da Maometto II, 
nel 1468. 

Prima delle Crociate, il commercio e il cambio delle mercanzie 
delle Indie, della China e dell'interno dell'Asia con quelle del- 
l'Europa, erano in gran parte nelle mani dei popoli che abita- 
vano quelle contrade ; e questo commercio rimase a loro quasi 

(1) JoiNViLLB, Vie de Sainl-Louit. 



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342 SUL COMMERCIO DEI VENEZIANI 

esclasìvameDte fino al cominciare del secolo Xll. Gl'Italiani tg- 
nivano nei porti del Mediterraneo a fare incetta delle merci por- 
tatevi dalle carayane dell'Asia ; ma dacché i Cristiani fondarono 
un regno nella Siria, e gl'Italiani s* impadronirono di alcuni porli 
della costa settentrionale del Mar Nero , e ottennero come i Ve- 
neziani e i Genovesi libertà di commercio, e grandi franchigie 
anche in quelli della costa meridionale e particolarmente a Tre- 
bisonda , si accinsero a penetrare neirintemo dell'Asia , e a ri- 
cercare da sé stessi le mercanzie , che fino allora riceTerano per 
intermediari , e dopo di essere passate per molte mani. £ non con- 
tenti gl'Italiani di aver procurato relazioni dirette con l'Asia cen- 
trale , si spinsero a fare altrettanto con l'Asia settentrionale ; e 
forse le relazioni con quest'ultima sono le più antiche; e Niccolò 
e Marco Polo non sono stati I primi che abbiano viaggiato per le 
regioni delle quali ci hanno lasciato la descrizione. Lo stesso 
viaggio del Pegolotti , dettato tra il 1300 e il 1335, è certamente 
una compilazione di descrizioni più antiche. Ondechè torna oppor- 
tuno di qui accennare anche le vie di comunicazione con l'Asia 
settentrionale e con la centrale, perchè appunto le merci di quelle 
lontane regioni , che venivano incettate dagli Italiani , facevano 
capo le prime a Trebisonda , e le altre nell'Armenia , per esser 
trasportate nei porti del Mar Nero e del Mediterraneo , e quindi 
nell'Europa orientale e settentrionale , e in maggior copia nella 
meridionale e nella occidentale. 

$. IV. Delk eomunicaxioni degli icali di Trebisonda e delC Armenia 
con VAsia seUentrionaUj centrale e meridionale. 

Due erano le principali vie per le quali i ricchi prodotti della 
China settentrionale, o det Cattalo, come viene denominato da 
Marco Polo, facevano capo a Trebisonda e neirArmenia ; come 
ne esistevano pure due principali che- dalla China meridionale * 
dall'India e dalla Persia mettevano nel Mar Nero a Trebisonda , 
o nel Mediterraneo nel porto di Ajazzo ; e queste due vie si con- 
ginngevano ad Brzerum. 

Dalla China meridionale , ossia dal Mangi , di cui Quinsai era 
la capitale, le merci si conducevano a Singui (Si-gun-fou) capi- 
tale del Chensi , e da questo luogo erano portate a Campion (Kan- 
tcheou). Un'altra direzione, secondo il citato Pegolotti, era quella 



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CON L ARMENIA E TREfilSONDA 343 

pel canale imperiale e THoang-ho a Quinsai ( Hang-lheou-fou ) , 
ovvero a Cassai (Qaanzu), situato ali* imboccatura del fiume Hoang- 
bo, e rimontandolo sino che s'incontrava nella via che conduce a 
Pekino , e da questa città sino a Campion. Vediamo adunque che 
due direzioni prendevano le merci della China , ed ambedue giun- 
gevano a Campion. Da questo emporio le merci erano tradotte a 
Chinchinlalass ( ossia Tschahantala ) , e passavano per Lop, Preim, 
Kotein , Carchan (Yerkan) , Balxian (Badakhschan]. Qui si trovava 
la via per la quale venivano , secondo Marco Polo , le merci del- 
l'India , che rimontayano Tlndo e tutti i confluenti di questo fiu- 
me, e la quale attraversava la valle di Chesmur (Katscbemir ). 
Per questa via giungevano a Bascia (Baltisan) o piccolo Thibet, 
e di qui a Balxian. Una volta arrivate a Baliian , le merci delFIn- 
dia e della China meridionale continuavano il cammino per Scassen 
(Hism-abad), a Thaican (Thaiakan), Balk, Sapurgand (Schabur- 
kan); e dopo avere attraversato il deserto che separa la Persia 
dal Mawaralnahar , giungevano a Nishapore , a Demegan, Casibin 
(Carwìn), a Sultania ( Solthaniah ) , a Tauris, e da questa città 
ad Erzerum. Di qui, come indicammo più sopra , partivano le due 
vie già descritte , e che recavano i prodotti delFAsia , Tuna a Tre- 
bisonda e l'altra neir Armenia. 

Ma esistevano altre due yie per condurre nei porti dell' impero 
di Trebisoada, dell'Armenia e della Siria, le mercanzie dell'Asia 
centrale e orientale. L'imboccatura dell'Indo era il punto di par- 
tenza da una, e quella dell'Eufrate e del Tigri dall'altra. 1 pro- 
dotti della China, dell'India ed anche dell'Arabia, venivano per 
mare al grande mercato di Cambeth ( Cambaye nel Guzarate , se> 
coodo il Sanato ), e da questo luogo erano portati all'imboccatura 
dell'Indo; rimontavano questo fiume sino a Gaznah e a Caboul . 
celebri luoghi di mercato sulla frontiera settentrionale dell* India; 
di qui attraversavano il Candahar , il Tokaristan o la Bucaria , e 
facevano capo al Mar Caspio , pel Gihon ( l'Osso , l'Oxus degli 
antichi ). Questa era la via più diritta , quella cioè di fare attra- 
versare alle mercanzie il lago Arai , o farle discendere per l'Osso 
nel Caspio ; poiché giunte in questo mare . venivano dirette alla 
imboccatura del Volga , e lo rimontavano sino dove egli si avvi- 
cina a circa diciotto miglia dal Tanai (il Don), ed entravano nel 
Mar Nero. Fu pure tentato di scavare un canale navigabile, che 
congiungesse il Volga col Tanai ; e tale disegno fu rinnovato sotto 



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3U SUL COMMERCIO DEI VENEZIANI 

il governo di Selim li, verso il 1570 (1). Ma dacché i Tartari fe- 
cero sboccare l*Osso nel lago Arai , quella via venne abbandonata, 
e le merci erano dirette al Mar Caspio per la via indicata più so- 
pra , che passa al mezzodì di quel mare e attraversa TAsia centrale. 
L'altra via , come dicemmo , partiva dalla foce del Tigri e 
deirEufrate, alla quale erano portate le mercanzie pel Golfo 
Persico dagli altri scali più lontani dell'Asia. Le mercanzie pren- 
devano due vie, una volta giunte nel golfo. O venivano sbarcale 
a Ormuz, piccola isola all'ingresso dello stesso golfo; dove una 
via si dirigeva verso settentrione, e attraversando il Laristan 
giungeva a Chiermain (Kcrman): di qui a Kobinam (Kebìs), 
che venne fondata per avvantaggiare il commercio tra la Persia 
e il Sedjestan. Da questo emporio erano trasportate a Jasdi (Jezd), 
celebre mercato al tempo di Marco Polo, e grande deposito di 
manifatture. Da quest'ultimo luogo arrivavano a Casvin , dove si 
trovavano sulla strada sopra indicata , e che attraversa l'Asia cen- 
trale al mezzodì del Mar Caspio. Ma invece di quella via, la qaale 
non era frequentata che dalle cara vane che si recavano nella Persia, 
il più sovente le pnerci che dai porti dell'Asia Meridionale entra- 
vano nel golfo Persico , erano portate a Bassora , che , come già 
abbiamo osservato, era il punto di partenza pel Mediterraneo e 
pel Mar Nero. Da Bassora erano portate a Bagdad, o rimontando 
il Tigri giungevano a Tauris; e di qui, come dicemmo, una 
parte era destinata per Trcbisonda, e un'altra per l'Armenia e la 
Siria, e per le vie che abbiamo più sopra accennate (2). I porti 
della Siria erano specialmente provvedati dalle caravane che par^ 
tivano dall'Arabia , traversavano la Palestina , e si rendevano in 
Antiochia; altre procedevano da Bagdad ed anche da Bassora , tra- 
versavano i deserti della Mesopotamia, e conducevano le mercanzie 
in Damasco , Aléppo , Antiochia , e nei porti dove possedevano 
stabilimenti e franchigie i Veneziani , i Genovesi , i Pisani ce 



(1) Pasota, SlariadeUa guerra di Cipro, lib. I. 

(2) PBtiOLOTTi, Viaggio ec; in Pagnini ec. passim, — Pardessus, intrty 
duciionelc. — Marin Sanudo, Secr.fldel.cruc,^ Li|>. I, Parie 1, Cap. 1. 



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CON L'ARMENIA E TREBISONDA 345 



$. V. Del eommercio di esporiasUme e d'importazione 
dei' Veneziani nelP Armenia e in Trebisonda. 

1 prodotti dell'Asia e deirAffrica , che gì' Italiani esportavano 
dai mercati sopraindicati per condurli neir Europa , erano prin- 
cipalmente le spezierie grosse e sottili, legni di tintura, aromi, 
caDfora, aloe , ambra , perle in grande quantità , vasi della China, 
metalli preziosi e particolarmente Toro e l'argento, la seta e il 
kermes , assai adoperato in quei tempi per la tintura dello scar- 
latto; l'allume, ch'era il più stimato di quello che si cavava in 
altri luoghi , e del quale , secondo il Pegolotti , nella sola Trebi- 
sonda ogni anno si vendevano quattordici mila quintali. Si teneva 
ana fiera annuale in Trebisonda, ch'era assai frequentata dai 
Veneziani, dai Genovesi, dai Franchi, Greci ed Armeni; e du- 
rante la quale , la città diveniva un emporio di tessuti d'oro man- 
dati da Bagdad e dal Cairo , di perle e pietre preziose dell'Indie 
e della Persia , oltre i tessuti di seta e di cotone indiani e chi- 
nesi , e i panni lani rossi dei Fiorentini. A Sinope, come notammo 
più sopra, esìsteva un grande mercato di tessuti di pelo d'An- 
gora , detti cammelloiii^ i quali erano ricercatissimi in quei tempi, 
e i Veneziani particolarmente trasportavano nei porti di Barberia 
e delle Spagne, e in grande quantità, i cammellotti tessuti in Ar- 
menia. Dal mercato di Ajazzo in Armenia gì' Italiani esportavano 
per gli scali d'Europa pepe, gingembro, incenso, cannella, ver- 
sino , lacca , zucchero , spezierie grosse , cotone , ferro , rame , 
stagno , spezierie sottili , zafferano , olio. Da quello di Tauris , 
sete crude, organzini, reobarbaro, musco, turchino di mare, i 
drappi di seta e oro che uscivano dalle proprie fabbriche , oltre 
k perle , V indaco ed altre merci che le caravane vi portavano 
dall'Asia centrale, e quelle che la navigazione pel Golfo Persico 
vi recava dall' India e dalla China. La sola dogana di Tauris 
profittava all'appaltatore sessantamila ducati : le mercanzie por- 
late dai Cristiani pagavano il dieci per cento ; quelle de'Maomet- 
tani il cinque (i). Altre merci incettavano gli Italiani in Erze- 
mm, mercato frequentato da tutte le caravane , e centro del corn- 
ei) Damila , op. elt , tom. I , pag. 134. 

App. , Yol. IX. 44 



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346 SDL COMMERCIO DEI VENEZIANI 

mercio di qaelle parli dell'Asia , doTC i VeDezianì , per farne il 
cambio , faceTano giunger quelle importate dairOccidente. Da Ba- 
dakhshan traevano specialmente i rubini : luogo celebre in quei 
tempi per le sue miniere di rubini e balasci ; ed era nota Fab- 
bondanza delle miniere di rame nel territorio di Tokat. Altre 
merci cavavano pare da Jesdi e da Casvin, rinomati depositi di 
manifatture asiatiche; da Mossul, come abbiamo da M. Polo, i 
bei tessuti conosciuti sotto il nome di mussolini , cosi chiamati 
dal luogo dove si fabbricavano ; e da Bagdad e altri luoghi della 
Persia, i drappi in oro e seta. 

Le merci che i mercadanti Italiani importavano nei porti del- 
l'Armenia e. di Trebisonda, e cambiavano con quelle sopraindi- 
cate , erano le tele e i panni francesi , fiamminghi e italiani ; e 
particolarmente i Fiorentini vi mandavano i loro panni rossi ; vi 
portavano anche gli olii d' Italia , le tele della Sciampagna e le 
chincaglie tedesche : cosi il Pegolotti. Per valutare l' importanza 
del commercio che vi facevano i soli Veneziani, poiché di questi 
soli dobbiamo occuparci in questo scritto , aggiungeremo , come 
si ricava dal volume quinto del Marin , che essi spedivano ogni 
anno in Trebisonda tra le sei alle otto galere cariche delle mer- 
canzie e manifatture proprie , e d'altri paesi italiani e d'occidente; 
e altrettante galere annualmente erano destinate nel porto d'Ajazzo 
in Armenia. Ogni galera ritornava in Venezia carica di mercanzie 
orientali, pel valore almeno di cento mila zecchini (cosi il Ma- 
rin ) ; ondechè monterebbe annualmente il commercio dei Vene- 
ziani con Trebisonda e l'Armenia a più d'un milione e mezzo di 
zecchini; notando che questo valore d'un milione e mezzo di 
mercanzie orientali, che i Veneziani estraevano dalle suddette re- 
gioni, era stato cambiato colle merci europee portate negli scali 
dell'Armenia e di Trebisonda. Si disse più sopra , che erano selle 
le direzioni delle galere veneziane che facevano annualmente il 
commercio di levante e di ponente, con più o meno galere per 
ciascuna direzione; e quelle di Romania erano almeno otto o dieci 
all'anno : per cui calcolando l'una per l'altra direzione annuale a 
ragione di sole sette galere per ciascheduna, sarebbero annoal- 
mente da circa cinquanta galere; e computando, secondo il Ma- 
rin , che ogni nave portava a Venezia pel valore almeno di cen- 
tomila zecchini , sommerebbero le cinquanta galere , che sono il 
numero medio , il valore annuale del commercio Veneziano a circa 



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CON L'ARMENIA E TREBISONDA 3i7 

cinque milioni di zecchini ; somma , che ragguagliata ai valori 
attuali secondo i calcoli di Cibrario e di Leher , sarebbe equiva- 
lente a circa cento milioni di franchi. 

$. VI. Sistema doganah delV Armenia e di Trebisonda, — 
Diritti differenziali. — Le nazioni pm favorite. 

Non sarà cosa inutile Taccennare qui il sistema doganale che 
vigeva in Trebisonda e nell'Armenia in quei tempi. Le mercanzie 
importate dai Veneziani ed altri Italiani , e vendute ai nazionali, 
pagavano al fisco dell'imperatore a ragione del tre per cento; se 
poi erano vendute agli stessi mercadanti italiani, erano esenti 
dalla tassa predetta. Se le mercanzie introdotte non potevansi ven- 
dere in Trebisonda , quando venivano estratte per essere spedite 
a Taurìs , dovevano pagare all'imperatore aspri ventotto per ogni 
soma , e aspri uno al console della rispettiva nazione a cui appar- 
tenevano. Le mercanzie che dal gran deposito di Tauris erano 
importate in Trebisonda , erano tenute di pagare aspri quindici 
per ogni soma, tanto di spezierie che di qualunque altra merce; 
dei quali , quattordici aspri spettavano al principe , ed uno al 
console della nazione alla quale erano destinate o vendute. 

Inoltre, vanno computate le spese di trasporto a cui andavano 
soggette in quei tempi le mercanzie ch'erano portate dalle cara- 
vane, le quali impiegavano dai 30 ai 32 giorni per venire da 
Tauris ; e i mercadanti Italiani , Armeni e Greci che facevano il 
viaggio a cavallo, dai 12 ai 13 giorni. Le spese di trasporto 
costavano circa venticinque bisanti (1) ogni cento mene (2). 11 
trasporto della seta veniva a costare , per condurla da Tauris a 
Trebisonda , a ragione di tre quarti di bisante per ogni mena. Le 
tele line importavano di spesa di trasporto a ragione di quaranta 
bisanti la soma; la soma era calcolata dalle milleottocento alle 
duemila braccia veneziane : oltre ad altre spese che si ragionano 



(1) Un aspro valeva ao laocollno ; un laccollno d'argento dieci danari ; 
sei aspri fanno an bfsante. Attnalmente l'aspro [aqtehéì ò la centovenleslma 
parte della piastra ( Udicini , Lettere eulla Turchia ec. ). 

(2) Cento mene fanno qalndlci rotoli; on rotolo è di libbre qaindici 
circa. Rotoli ventlclnqne di Trebisonda , fanno un carico veneziano , cioè lib- 
bre qoattrocenlo soltill ; la libbra sottile è di ondici onde, la grossa di quin- 
dici. Cento libbre grosse si computavano ceotocinqoantoUo sottili ; quattro- 
cento sottili , un carico. 



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3iS SUL COMMERCIO DEI VENEZIANI 

il quattro o cinque per cento. Le stesse spese di trasporto si do- 
vevano valutare per le mercanzie che da Trebisonda si dirigeTano 
a Tauris. Noi troviamo nel Pegolotti annoverati tutti i posti do- 
ganali e i loro nomi ; dove le mercanzie dovevano pagare il dazio 
tra Trebisonda e Tauris : sono circa quaranta prima di arrivare 
alla frontiera , e altri trentasei da questa Ano a Tauris ; posti di 
frontiere , diritti di ammiragli ; e altri privilegiati ; porte di città 
e luoghi» ponti, segnali, ec. ; senza quello che risGUOtevano i 
MogoUi , che il Pegolotti chiama icherani. 

Non era molto dissimile il sistema doganale a cui erano sot- 
toposte le mercanzie destinate per l'Armenia : imperocché , con- 
tando i diritti di dazio e di guardia, detto tantauUaggio [l)^ oggi 
soma di cammello veniva a costare da Tauris ad Ajazzo, e vicever- 
sa , da circa centocinquanta aspri ; e più , cinquanta aspri si do- 
vevano pagare ai Mogolli , che per istrada li esigevano come un 
diritto ; i quali sommano in tutto presso a dugento aspri : paga- 
vansi da quarantuno aspri prima di uscire dai confini dell'Arme- 
nia ; alla frontiera di Persia venti aspri di dazio e tre di guardia. 
Vedremo più sotto , parlando dei privilegi accordati dai principi 
di Armenia e da quelli di Trebisonda ai Veneziani , le modifica- 
zioni introdotte a loro vantaggio nel sistema doganale, le esen- 
zioni e le franchigie ottenute , e che vennero pure estese ai Ge- 
novesi , ai Fiorentini e ad altre nazioni commercianti del Medi- 
terraneo. 

Esistevano anche in quei tempi , rispetto alle relazioni inter- 
nazionali , e particolarmente alle commerciali , sotto il punto di 
vista dei vantaggi accordati mediante privilegio trattati, le fiastom 
più f aver ile. Attualmente per naxiane più (atonia , la Diplomazia 
intende quella naiione che per via di trattati ha ottenuto una 
diminuzione dei dazi di dogana o di navigazione (ben inteso re^ 

(1) Ora si crede dir meglio iscrivendo magazzinaggio; ma troppo è noto 
che magazzino é voce araba. Tanlaullaggto , tanto airaona, iaiU à fantoe; 
come ora dai Francesi dlcesl II poureerU^ dagli Italiani il fMreenlo, tanto 11 
cento, per difillo , dazio, interesse del capitale ee.; o come I nostri antichi 
chiamavano la quota che doveva pagarsi come fhillo del denaro, aoehe dono , 
dazio , gabella . Le vecchie carte sono piene di qoestl esempi , e troppo ioo- 
go sarebbe il fermarci sa queste minate questioni , le quali laseiamo volen- 
tieri a quello fra i nostri colieghi , che dalle cose storiche pobblleate da noi 
caverà un giorno quanto può essere di pronito agli stodl della tingila. Di eie 
che qui abbiamo accennato , possono vedersi aleanl esempi nei T. XV del- 
l 'Archivio Storico italiano , e in Mattbo Villani. 



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CON L'ARMENIA E TREBISONDA 349 

ciproca) da uno Stato o priocipe, ossia, come dicono i pubblicisti 
moderni , VaisimiliMÌ&ne alla bandiera di questo Stalo , il tratta- 
mento nasionah. Quindi , concedere ad un terzo il trattamento della 
nazione più fayorita , è quanto dire estendere anche a quello i 
yanlaggi medesimi già prima a questa concessi. Ma ciò che più 
importa di notare per la storia delle auliche relazioni commerciali 
degli Italiani col Levante , si è che persino le compagnie di com- 
mercio , come quelle dei Bardi e dei Peruzzi , vennero pareggiate 
alle nazioni più favorite; ed anzi la compagnia de' Bardi ottenne 
privilegi maggiori di quelli che godevano queste stesse nazioni. 

Tutte le nazioni indistintamente pagavano in Armenia , tanto 
per r importazione che per l'esportazione, il quattro per cento. 
Erano riguardate come nazioni privilegiate o le ptu favorite ì Ve- 
neziani, i Genovesi e Fiorentini , i quali non pagavano che l'uno 
per cento. Meglio di tutti era trattata le compagnia de'Bardi • la 
quale godeva del porto franco in tutto il regno di Armenia, uè 
pagava diritto alcuno per le mercanzie che importava ed esportava; 
ed era affrancata dalle rappresaglie che una nazione o Stato 
qualunque avesse potuto esercitare contro la nazione 8orentina ; 
né vi era sottoposta che in caso di debili o misfatti commessi dalla 
stessa compagnia. Codesto amplissimo privilegio , che poneva la 
compagnia al di sopra delle nazioni più favorite , ottenne pei Bardi 
il loro agente Francesco Balducci Pegolotti dal re d'Armenia , il 
10 gennajo 1335, stile comune 1336. 

Dopo i Bardi , e le nazioni più favorite , come i Veneziani , i 
Genovesi, i Fiorentini , venivano i Provenzali, i Catalani, i Pisani; 
e pareggiata a codeste nazioni era la compagnia de' Peruzzi ; i 
quali tutti non pagavano per dazio d'importazione o d'esportazione 
fuorché il due per cento. 

Giova di accennare il sistema doganale dei Veneziani rispetto 
alle mercanzie esportate sulle galere armate della repubblica. I 
panni lini pagavano soldi sei la balla — ; la balla si ragionava 
dogentosessanta libbre grosse ; — tele grosse , soldi sei la balla , 
dì trecentocinquanta libbre grosse : rame , stagno , ferro , sale, sei 
soldi il migliajo grosso; argento in verghe o pezzi, l'uno per 
cento ; oro e argento filato , il tre per cento ; le spezierie , soldi 
tredici il migliajo ; e cosi il cotone. 1 cammellotti che si trasporta- 
vano sulle galere armate , pagavano il due per cento , e sopra 
quelle disarmate o dei privati il mezzo per cento. 



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350 SUL COMMERCIO DEI VENEZIANI 

S* VII. Delk franchigie eommereiaU caneesu ai VeneMÌani 
dai re d'Armenia, 

Il più antico privilegio che i Veneziani ottenessero dai re di 
Armenia , e del quale diasi cenno dagli storici , si è quello del- 
l'anno 1201 ; ma non ne fanno conoscere il testo e le particolari 
condizioni. Essi registrarono soltanto come in quell'anno Iacopo 
Badoaro fosse mandalo al re Leone per domandare delle conces- 
sioni a vantaggio del commercio dei Veneziani: e lo stesso Marco 
Foscarini desiderava che quel privilegio yenisse ritrovato , sog- 
giungendo come fosse gran danno che la Cronaca del Barbaro non 
avesse recate quelle concessioni, richieste e ottenute sotto il dogato 
* di Enrico Dandolo (1). Codesto privilegio del dicembre 1201 « che 
noi pubblichiamo per la prima volta ( Documento I ) , ci venne 
comunicato da Niccolò Tommaseo; il quale, insieme con altre 
carte di cui parleremo più sotto , lo ebbe dai padri Armeni del- 
l' Isola di S. Lazzaro in Venezia, che le trassero dall'Archivio 
Veneto. E qui noi dobbiamo rammentare con riconoscenza la la- 
boriosa erudizione dei monaci Armeni dell'Isola di S. Lazzaro; 
i quali dei continuo si adoperano per la civiltà della loro nazione 
dispersa ed oppressa; con un giornale diffondono le cognizioni 
necessarie ; con traduzioni comunicano ad essi i frutti delle altre 
civiltà ; con lo stampare antichi autori , e col dizionario che ven- 
gono tutto giorno ampliando , rintegrano la purità della lingua » 
ch'è tanta parte delle speranze d'un popolo (2). 

Per questo privilegio del 1201 , Leone re d'Armenia, della 
stirpe dei Rupini , concede ad Enrico Dandolo e alla città di Ve- 
nezia, a richiesta di Iacopo Badoaro, ampia sicurezza di com- 
mercio, tanto d'importazione che di esportazione da ogni luogo 
e porto senza pagare gabella, assoggettando i Veneziani al solo 
dazio che si paga da tutti indistintamente all'entrare ed uscire 
dalla bocca (portelb) nei luoghi di mare. L'oro e l'argento da 
coniarsi sia sottoposto allo stesso dazio che si esigerà in Accoo ; 

(1) Àrch.Stor.lUil, Appeod. , T. lY, pig. 106, Fram. fned. del libro V. 
della Lettera torà Yen. di Maree Fosearlol , Du YueeuToai Italumi. 

(2) GII eroditi avranno per più anni osservato nella iKòUogn^lc dello 
Stella , registrale di qoando In qoando le pabbllcazlonl In lingua ameoa 
ratte dal Padri di 8. Lazzaro. 



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CON L'ARMENIA E TREBISONDA 351 

qoeUo che non era destinato al conio , non era tenuto ad alcun 
dazio. In tempo di pace o di tregua si accorda protezione e difesa 
ai Veneziani pel trasporto delle mercanzie nei paesi dei Saraceni 
e dei Cristiani. Inoltre è concesso ai Veneziani chiesa e fondaco 
in Malmistra (Mopsueste) (1). La cognizione e decisione dei litìgi 
e cootroyersie tra Veneziani e indigeni , tra gli stessi Veneziani , 
tra questi e stranieri , erano deferite, se non yeniya accettata 
la decisione degli arbitri , alFarcivescoyo Sisense (2) , eh* era il 
caoceliiere del regno ; ma per ciò che spettava alle cose mercan- 
tili , si doyeyano osservare gli Statuti commerciali di Venezia : 
;«« venetum tamquam meum ohservabo ei manuienebo ; cosi suona 
quell'atto scritto in nome del re. Noteremo qui alcune particola- 
rità di quel privilegio del ISOl , relatiye alla storia del preteso 
diritlo di naufragio e di albinagffio. Se una galera veneziana facea 
naufragio sulle coste dell'Armenia , l'equipaggio e i passaggeri 
erano liberi , e tutte le merci e robe salve , se appartenevano ai 
Veoeziani ; in caso contrario , lo merci e robe spettayano al re. 
Se la galera era straniera e portaya anche merci di Veneziani , 
queste erano salve. Il testamento d'un veneziano morto in Arme- 
nia , rioeyeva la esecuzione ; se moriya ah intestato , un altro ye- 
neziano aveya facoltà di prendere in consegna le merci e robe del 
defunto. Se non si presentava alcun yeneziano, per concessione 
del re doveyano essere prese in consegna dal prefato arciyescovo, 
lino a nuoyo ordine del doge di Venezia. Nel trattato concluso 
nel 1845 , che vedremo più sotto , le merci e robe del yeneziano 
defunto yenivano custodite dai ministri del re fino all*ordine del 
Doge di Venezia, o del Bailo di Acri.- 

Anche i Genovesi si fecero concedere nel 1201 consimili fran- 
chigie commerciali da quel re. Noi abbiamo dagli storici , che i 
Genoyesi ottennero terreno per edificare una chiesa , quartiere pro- 
prio» fondaco e giurisdizione consolare a Sis , Malmistra e Tarso ; 
ma essi non ci danno il testo dì quelle concessioni. Altri privilegi 
vennero accordati dai re d'Armenia ai Genovesi nel 1215, ed altri 
nel 1288 , nel quale anno domandarono ed ottennero una ridu- 
ci) MofMoeste nella Cllicia o piccola Armenia, posta sul Piramo, al 
mezzodì di Anazarbo , e più vicina al mare che quest'ultima città, nel golfo 
tll Scanderoum. 

(9) La citte di 8ls (8M) era anche la residenza del re , ed ò situata nello 
tatemo della Ciucia o Armenia minore * e sul eontralforla del Monte Tauro. 



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352 SUL COMAfERCIO DEI VENEZIANI 

zìone sol dazio di Iransito. Questo pririlegio del laSS di Leone IH 
d'Armenia, viene citato dal Deppifig come esistente ntgli ArchiTì 
di Genova. Oifatti i Veneziani e Genovesi non pagavano che il dae 
per cento , e gli altri il doppio. Il Canale , che aveva, ultimamente 
intrapreso una storia di Genova sopra nuovi documenti, cita i 
privilegi del 1201 ottenuti da Ogerio di Pallio spedito in Armenia 
da quella repubblica , confermati in seguito nel 1215 e nel V2S0^ 
in virtù dei quali i Genovesi ottennero quartiere , chiesa , terreno 
pel bagno, Torno e giardino (1). 

L'altro privilegio concesso ai Veneziani, di cui noi pubbli- 
chiamo il testo inedito ( Doc. Il ) , è del 124.5 ; e del quale fa breve 
menzione il Marin. Esso venne ottenuto da Pietro Dandolo inviato 
dal Doge Giacomo Tiepolo in Armenia al re Hayton I (2} e alla 
regina Elisabetta ; e con poche modificazioni , vengono con questo 
rinnovate e confermate le prime franchigie del 1201, che sono: 
sicurezza ai Yeneziani nello andare e uscire dal regno; vendere 
e comprare senza pagar dazio ; liberò trasporto di mercanzie nelle 
terre de'Saraceni e de^Cristiani , in tempo di pace o tregua del re 
d'Armenia con loro; esenzione da ogni dazio d'importazione e 
d'estrazione: l'oro e l'argento che i Veneziani facessero coniare, 
paghino lo stesso diritto che in Accon ; Toro ed argento non mo- 
netato erano esenti da qualunque dazio: nelle contestazioni tra 
Veneziani , faccia compromesso ed accordo un Veneziano ; tra Ve- 
neziani ed Armeni , il giudice locale ; non accettandosi dalle parti 
l'arbitrio, decida FArci vescovo : sia confermata ai Veneziani la 
facoltà di avere chiesa e cappellano in Malmìstra. 

Il Marin, del privilegio del 1201 , come di questo del 1245, 
non dà che una breve indicazione (3) , soggiungendo soltanto, che 
questi atti sono i primi e più antichi ricordi che si abbiano 
delle condizioni del commercio dei Veneziani con l'Armenia; le 
quali vengono meglio rischiarale dai Documenti del secolo XIV, 
cioè del 1321 e del 1333, sull'ultimo de'quali lo storico Maria 
maggiormente si distende (4). 



(J) H. G. Canale, Storia civUe, commerciale e leUeraria dei Genoveti; 
Toma 11 , pag. 728-730. 

(2) Isone è chiamato dal Marin , Tomo IV , pag. 155. 

(3i Marin , Storia del commercio dei Veneziani, Tomo IV, pag. 157. 

(4) Op. CU., pag. 158, 161. 



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CON L*ARMEN1A £ TREBISONDA 363 

Lo slorieo citalo « e cosi ii Deppìag e ii Pardessus , che lo 
co|Man»iiOt dalle poche notiaie sui docamenti del 1201 e del laiS, 
passano a diaoarrere di quelU del 13St e 1333. Il Pardessus fa 
menzione di alcuni altri , relativi cioè al 1307 e al 1335 , come 
esistenti nell'Archivio di Vienna : ma il conte Luigi Serristori ci 
ha comunicato un nuovo documento , sconosciuto allo slesso Ma- 
rin, che egli trasse dagli Archivi di Vienna (1) , insieme con altri 
che noi pobblioUamo in questo volume. Questo nuovo documento 
( Ooc. in ) , è il privilegio del 1371 , ottenuto dal Doge Lorenzo 
Tìepolo da Leone re d'Armenia ; e tradotto dall'Armene in lingua 
Trancese , per ordine di quel re. Più tardi un secondo esemplare 
di questo jdoonndcBto oi venne tr^messo dal prelodato Tommaseo, 
che egli procurò dagli stessi Padri Armeni. Con l'atto del 1^1 , 
si rinnovano gli antimi privilegi quanto al diritto di naufragio e 
di alhinaggio. È conceduta ai Veneziani una chiesa in Ajazzo e 
un Bailo in Armenia ; possano coniare bisanti e altre monete , 
pagando il soliCo diritto ; é coniennato il possesso della chiesa e 
case donate loro dal re predecessore ; quanto al naufragio , è star 
bilito ohe le galere , gli uomini e le merci recuperate apparten" 
gano al se e ai soldati armeni ; galere , uomini e merci d'altre 
nazioni rimangano in potere del re. I Veneziani non possano 
prendeie in guardia galere • uomini » o merci d'altre nazioni , o 
recuperarle , come possono bre delle loro. Se sulla galera nau- 
fragata si trovassero Veneziam , questi aiano liberi; e cosi le robe 
e mercanzie. 

Abbiamo dal Marin (% , che codesti privilegi frurono rinnovati 
e orafermati nel ISil ; ma egli discorre pin a lungo di quelli 
accordnti nel 1338 : conlnttociè noi reputiamo non inutile di pub-* 
blicare il testo originale ( Doc. IV ) del privilegio del 1321 , che 
e' inviò il Tommaseo ; pecche foraui corpo e continuazione degli 
altri atti inediti e pooo conoeeiaiti ; e perché venne concesso in 
seguito nlla relazione ai senalo veneto fatta da Piero Bragadino 
Bailo dril'Aimenia , e àU'an^lb^ciata spediu a quel re dal Doge 
Giovanni Soranzo. I Veneziani ebbero a lamentarsi che gli antichi 
pririlegi non erano rispettati ; che non si mantenevano i patti ; 
si denegava loro giustizia pei erediti contro gli Armeni , e non si 

(1) i)al Hhro de' Palli , lib, IV , cart. 64. . 
(3) Tom. IV, pag. 16 1. 

Àf^p. , Voi. IT. 45 



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354 SUL COMMERCIO DEI VENEZIANI 

pani vano i delitti commessi da questi a danna dei Veneziani: e 
come si ricava dalla relazione del Bragadino (1) , si fecero vio- 
lenze a Stefano Badoaro ; si alterò il peso delle monete del sei 
per cento ; si poneva ritardo alla partenza delle galere veneziane; 
si visitava la cassa nel primo arrivo delle galere e si portava 
altrove; venivano aggravate le mercanzia fnori di città del quattro 
ed anche del sei per cento, e dell' ano per cento in città, contro 
i p^tti ; imponevasi un dazio di peso e misura alle tele ; inoltre 
si molestavano i. padroni delle galere veneziane; s' impellevano 
enormi tasse ai fabbricanti veneziani di cammellaUi stabiliti nel* 
l'Armenia; s'impediva la giurisdizione del Bailo Bragadino. Fu- 
rono le relazioni di Pietro Bri^adino, e i reclami in essa conte- 
nuti contro il re d'Armenia per la inosservanza degli antichi patti 
o privilegi^ che decisero il Doge Soranzo a spedire a quel re Tam- 
basciatore Michele Giustiniani, il quale ottenne un nuovo diploma, 
quello del 1321 , che da noi viene pubblicato , e che rinnovava e 
confermava ai Veneziani gli antichi privilegi (-quello cioè della 
importazione e vendita dell'oro e dell'argento in tutto il regno, 
senza ostacoli , colla sola condizione di portarne la metà alla 
zecca , onde essere coniato ; e ciò per la penuria in cui si tro- 
vava il re , costretto di pagare un tributo ai Saraceni ; quello 
ancora di poter comprare mercanzie a credito, e di non pagare a 
contanti che la quantità. dichiarata in essi privilegi); inoltre l'esen- 
zione del diritto di pedaggio, «he si riscuoteva al passo dei fiumi, 
come pure della tassa sulla compra de' cuoi e della seta in Sisi 
e nelle -altre città ; ampia facoltà di vendere le koro mercanzie 
io tutto il regno , e di esitarle ; e che le galere potessero scari- 
care sulla piaggia 4ì Jalon , se riusciva pericoloso o dannoso lo 
scaricare nel porto di Ajazzo (2). 

In virtù d'un altro privilegio, di cui parla il Marin, quello 
cioè del 1333, i Veneziani ottennero di vendere il vino al minalo 
senza pagare la solita tassa d'un taocolino per settimana, come 
pure di venderlo all' ingrosso senza pagare la tassa d'un dirhmt (3), 

(1) Uakim. Ivi, pag. 109. 

(2) MAUtK , Tomo IV. pag. l^i ,161. 

(3) Dirchtm o Dirhem, moneta d'argento df vario valore e peso: per co- 
modo del commercio si trattava aoche a dirhem legale e a dirami nominate. 
Sol dirìum vedi aoche Michele Amasi, trad. del Frammenti arabi salta sto- 
ria delia Sicilia Musalmana ; in Areh. Sìùt. Ual. Append. Tom. IV, pag. 83. 



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CON L'ARMENIA E TREBiSONDA 355 

e di due per potérle eslrarre e spedire fuori del regno; reseniione 
d'ogni dazio nell'entrare ed uscire dalla città di Tarso, come pure 
per l'entrata e l'uscita deTle loro galere dal porto; libertà illimi- 
tata per la compra de'cnoi, lane e cammellotti ed ogni altra 
mercanzia, e per la estrazione e vendita fuori del regno; sop- 
pressione del dazio ohe prima si riscuoteira per ogni i>alla di panno- 
lano misurato ; e inoltre liberazione dall' obbligo di comprare 
grano, sale ed altre derrate dalle regie dispense o magazzini (1). 

Vedemmo che i Veneziani, oltre ai privilegi ottenuti pel loro 
commercio d'importazione e d'esportazione dall'Armenia , e di 
transito per la Persia e pei mercati più lontani dell'Asia centrale 
e meridionale, erano anche molti di essi, fabbricanti di cammellotti, 
stabiliti in quel regno; come pure TÌgnicoli, facendori un gran 
commercio di vino all' ingrosso e al minuto ; speculavano sui 
metalli preziosi , e ne tiravano grandi guadagni col farne moneta: 
perchè Toro e l'argento valeva meno nei luoghi dove lo prende- 
vano, e molto più in Armenia, dove lo coniavano nella zecca 
del re; anzi, per quanto afferma il Filiasi (2), i Veneziani otten- 
nero la direzione della zecca d'Armenia , che fu loro affidati, 
lavorandovi i dirhemi ed altre monete saracene di gran corso e 
pregio in tutta l'Asia. Secondo il citato Filiasi, gli operai veneziani 
che tessevano cammelloui nel regno, erano esenti da ogni imposta. 

Circa quarant'anni dopo quest'ultimo privilegio, verso il 1375,'il 
regno d'Armenia fu conquistato da'Maomettani, coi quali dovettero 
trattare i Veneziani e i Genovesi, a 6ne di continuare il loro 
commercio neirArmeiiìa; 

$. Vili. Delle franchi^ commerciali ameesie ai Veneziani 
dai Principi di TrebieondOé 

Dopo la' caduta dell'impero latino di Costantinopoli, i Vene>- 
ziani procurarono di stabilirsi in Egitto, e di aprirsi uno scalo 
sulla costa meridionale del Mar Nero. Sino da jquando Bisanzio 
cadde in potere dei Latini , una piccola parte di queir impero 
posta sul Mar Nero restò a un principe greco ; e quantunque i 
Veneziani dovessero essere odiati da principi che li riguardavano 



(1) Marin, Tomo IT, pag. IS9. 

(2) FiLUti, MemerU Horieke thi Veneti Toro. IV, Parte U, pag. 2lf. 



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3S6 SUL COBtHERClO. DEI YENEZIAM 

come gli spogltatori deUa loh> dnastia, nalMimeno la oonstde- 
raiione di doier promuovere il eommercio di quelle regiosi , e 
la povertà di quei pritacipi, li consigliarono ad aprire at Veae- 
liani i loro porti, eome li avevano già aperti- al Genovesi, die 
colà trasportarono la loro mercatara aUa caduta dell* impero 
greco di Costantinopoli , ed erano già padroni d'nn .quartiere in 
Trebisonda. E sebbene dopo la caduta dell'impero latino di Co- 
stantinopoli, i Venetiani procurassero di stabilirsi in Egitto , e 
«diminuisse pei ciò il commercio di Trebisonda; puro Airono ricer- 
cati da quei principi deboli , perchè il commereio di Trebisonda 
ne soffriva, e i Veneziani ottennero grandi privilegi, e cosi i 
Genovesi e t Pisani. Quei principi avevano bisogno drtla potenza 
e della ricchezza dei mercadanti italiani ; e la storia di Trebi- 
sonda ci Ta conoscere Faudacia dei mercadanti, e il loro dispieiio 
per una dinastia povera e corrotta. Fu da noi mostrato più sopra, 
come la importanza dello scalo di Trebisonda s'aumentava per 
essere questo impero attraversato dalla strada che dal Mar I^ 
conduceva al Mar Caspio. Il primo trattato che conehiuseio i 
Veneziani con quel principe, fu nel 1303, rinnovato poi e con* 
fermato nel 1319. 11 Depping riporta le condizioni del trattato 
del 1303 ; ma queste sono identiche con quelle della convenzione 
del 1319, e delle quali il Marin ci porge un sunlo: ma siccome 
non sono conosciuti gli atti del 190S e del 1319 , cosi noi pub- 
blichiamo il testo inedito di quest'ultimo ( Doc. V) , che ci veone 
comunicato dal eonte Luigi Serristori, e che egli trasse dall'Ar* 
chivio dì Vienna ; perchè serve anche a meglio chiarire il ri- 
stretto dato dal Depping alla data del 1303 , e dal Marin alla data 
del 13t9. Con questo privilegio si accorda ai Veneziani di avere 
scalo in Trebisonda al pari de'Genovesi; il dazio però non possa 
passare venti. aspri per ogni carico di merci; ma quelle da loro 
iH4[K)rtate nell'impero e non vendute a Veneziani, debbano pa- 
guro il tre per cento, e il meno per cenno per diritto del peso: 
la medesima tassa èrano tenuCt pagare i compratori non Veoe^ 
ciani ; se le merci non si pesavanoi i soli veditori pagavano H 
tre per cento. Nel caso c^ i vendilDri e compratori fossero Ve« 
neziarii, e le merci sottoposte al peso, gli uni e gli altri non 
pagavano se non V uno e mezzo per cento ; le merci poi che non 
si pesavano, se venditori o compratori fossero Veneziani,- erano 
franche d'ogni tassa; e così le mercanzie non isbaUate e non 



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CON L'ARMENIA £ TREBISONDA 3&7 

rendale. I Veii&siMii potevano usare i knro peai e misure come 
in Veneiia: potefano introdurre Foro, e rargetfio, lo perle; ven- 
dere od esportare sensa pagare là sòIHa tftsia dei venti aspf i per 
caricò ; le mercanzie introdótte per terra pagassero d'ogni carico 
dodici aspri, e l'uno per cento della vendita. Pel commercio delle 
stoffe d'oro e seta tra Veneziani, nod era imposto cbe l'uno per 
cento come ai Genovesi. Gài stranieri cbe Tenivano in TreUsonda 
in compagnia di Veneziani , erano considerati come questi ultimi # 
ma coli'obbligo di pagare la tassa da' forestieri alla cassa ddila 
guardaroba imperiale. Venne concesso ai Veneziani un terreno 
per edificare chiesa, loggia e case, e di tenere Bailo co'snoi 
consiglieri , come a Costantinopoli (1). Noi stimammo tanto più 
opportuno di pubblicare l'atto dèi 1319 ,. in quanto che^ il Dep- 
ping ed «Itri storici inducono in qualche eonrasione rdatiTS* 
mente alle date di codesti privilegi^ conceduli ossia rinnovali 
nel 1319 , e in conferma di quelli del 1303, all'ambasctalore della 
repubblica Veneziana Pantaleone Micbiel^ inviato all'imperatore 
di Trebisonda dal Doge Giovanni Soraaio. 

Dagli storici di Trebisonda si rileva come quello imfiiero fosse 
sovente travagliato dalle inteme discordie, alle quali porendevaao 
parte i Veneziani e i Genovesi , e di cui talvolta rimanevano vit^ 
timo* Così nella rivcdta del 134'K, il popolo distrusse ed incendiò 
gli stabilimenti dei Veneziani e dei Genovesi» che esistevano lungo 
la costa tutta dell'impero. Fu in quell'occasione che i Veneziani 
si allontanarono « nò vi ritornarono che nel 136<k; nMii Genovesi 
ne presero solenne vendetta ; e nel 1348 mandarono contro qweUa 
inqperatore una flotta, attaccarono Ceresnnta, la seconda città 
dell'impero, e la incendiarono. In seguito ottennero una maggiore 
soddisfazione , e aumentarono i vantaggi del loro common ia per 
una circostanza assai nota nella istoria di Genova. Mengollo Ler- 
cari insultato da un cortigiano , si vendicò distruggendo mano a 
aiano le coste dell'impero, e spargendo sì grande terrore, che 
qael principe domandò di venire a pace , e il Lercari stipulò un 
trattato nel 1381 molto più favorevole dei precedenti* 

Dicemmo cbe i Veneziani disgustati sì allontanarono dà Tre- 
bisonda; ma quell'imperatore inviò nel 1360 ambasciatori a nego- 
ziare io Veneiia l'accordo, i quali riuscirono ad ottenere cbe i 

(i) DbifPi^o, Bi8i da emnn», de VÈuràf*^ **^l€ Lévmt, Tom. II. pag.89. 



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358 SUL COMMERCIO BEI VENEZIANI 

Veneziani ritornassero col loro commercio in qnelVimpero , come 
poi fecero nel IS6fc (1). 11 testo greco e latino di questi nuovi 
privilegi , concessi ai Veneziani con diploma deir imperatore Ales- 
sio Comneno , si l^ge nel tomo I dei Codices Mantucripti bibUoth. 
Taurinensis, In esso V imperatore esprime il rammarico che i Ve- 
neziani avessero cessato il loro commercio con Trebisonda, e rin- 
nora loro gli antichi patti, salvo poche modificazioni: le merci 
che i Veneziani esportassero per mare , paghino venti aspri per 
carico (2) , e quelle che importassero per terra, dodici aspri; più 
l'uno per cento della vendila ; oro , argento e pietre preziose siano 
esenti d'ogni dazio': concede loro quartiere per dimora, chiesa. 
Bailo e spedale pei poveri. 

Ma siccome le merci che i Veneziani introducevano o espor- 
tavano, percorrevano le vie sopra descritte, e particolarmente 
quella che attraversava l'impero e metteva in comunicazione col 
Mar Caspio, e con la via che al mezzo giorno- di questo mare 
recava nell'Asia centrale ; ed essi medesimi, per loro maggiore si- 
curezza dovevano largire grosse somme ai Tartari Mogolli» che 
sovente infestavano Io steisso impero di Trebisonda , e che esige- 
vano dai mercadanti ( come abbiamo veduto e come c'insegna il 
Pegolotti ) dei tributi o dazi in vart posti pei quali transitavano le 
mercanzie : la repubblica veneziana nel 1375 ordinò che fosse ri- 
tenuto il mezzo per cento sul carico delle galere che concedeva 
ai particolari pel viaggio della Tana e di Trebisonda , e che il re^ 
tratto venisse destinato a spendersi in doni da farsi al Kan dei 
Tartari (3). 

Dopoché { Genovesi ebbero ottenuto maggiori privilegi nel 1381, 
per opera di Mengollo Lcrcari , i Veneziani domandarono ancor 
essi le stesse condizioni pel loro commercio ; che vennero loro 
concesse con diploma degli li aprile 1391. Con questo è modifi- 
cata la tariffa di Trebisonda anche rispetto ai Veneziani : ogni ca- 
rico sbarcato paghi venti aspri ; i carichi venuti per mare che non 

(1) FiLiAsi, àtem, M rniìeti prinH ^ secondi, Tomo IV, Parte II, 
pag. 217; e Sanoto, Slor. Yenez., in Hurat , Jt. /. 5., Tomo X. DI qnesU 
ambasciata dell* imperatore di Trebisonda, parla anche il Daru, BUI, de Ve- 
nii€ ile.^ Tomo III, pag. 37. 

(2) Dicemmo più sópra , che il car(co veneziano equivaleva a 400 libbre 
soilili veneziane ; la libbra totuie era di nudici oncie. 

(3) FiuàN . Blem,cU., Tomo VI , Parte 11, pag. 316. 



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CON L'ARMENIA E TREBISONDA 359 

si fendono a peso , e quelli che si vendono » contanti , non pa^ 
ghino cbe Tnno e un qaarto per cento. Per le compre fatte dai 
Veneziani a contanti o a credito, ri venditore paghi tre quarti per 
per cento. Se compratori e venditori fossero Veneziani, invece del 
cinque per oento paghino il due e meno. I carichi che non fossero 
vendati, non paghino; e. così gli ori ed argenti importati. All'in- 
gresso per mare e per terra «ogni soma paghi dodici aspri; e sulla 
vendita il mezzo per cento , invece dell' uno come si pagava prima. 
I Veneziani che vendono velluti e altre stoffe di seta , invece di un 
aspro per cento, sono tassati al mezzo. I forestieri che arrivassero 
io compagnia di Veneziani , -non siano obbligati al dazio dei Ve* 
neziani, ma a quello dei forestieri. È concessa giurisdizione al 
Bailo, e autorità di costringere i Venezianfi quando commettessero 
frode alle tasse dovute (1). Sono a loro confermati il quartiere , 
cbiesa, loggia, come ai Genovesi. 

Codesti quartieri vennero in seguito fortificati ; onde si può 
dire, che ciascuna delle due repubbliche di Genova e di Venezia, 
possedessero una fortezza in Trebisonda. 

Nei secoli a noi più vicini, altri popoli e nazioni s'impadro- 
nirono della navigazione e del commercio del Mar Nero , e delle 
vie al Mar Caspio e alle regioni dell'Asia centrale e della China. 
La Russia dapprima, stante i suoi confini con la China e con la 
Persia , dal mercato di Riatka riceveva le merci della China ; e le 
caravane di Tiflis, d'Oremburgo e di Astrakan recavano e con- 
centravano a Nijni Novogorod quelle della Persia e dell'Asia cen- 
trale. Fu in allora che la Russia , sollecitata da vari governi eu- 
ropei , consenti al transito verso TAsia centrale ; e le manifatture 
della Francia e della Germania giunsero così fino alla China per 
la suddetta via di Kiatka : dall'emporio di Costantinopoli venivano 
trasportate a Redoute-Kalé , e da questo scalo per la via di Tiflis 
erano introdotte nella Persia. E tanto prometteva quest'ultimo 
commercio , quello cioè della Persia , che la Francia giudicò op- 
portuno di stabilire un console a Tiflis. Ma dopo pochi anni, la 
Russia premurosa di trovare uno sbocco alle proprie manifatture 
in Persia « ritirò nel 1831 i privilegi doganali (2) alle sue provin- 



(1 ) Habin , Op. cit. , Tomo VI r pag. 276. 

(2) Monilew Vniverul , deiril geooajo 1832; okase dell' 11-23 novem- 
bre 1831 . 



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360 SUL COMMERCIO DEI VENEZIANI 

eie Slittate si i\ qua <M Ganciso , ed attivò in essa la aaa lariffa 
protettrice ; per cai il transito da Costantinopoli per la Persia «che 
si. era staMlUo e «he tuttogtorao cresceva d'estensione e d'impor- 
tanza a vantaggio delle industrie tedesca e francese , immediata- 
mente cessò. D'allora in poi le nacioni.evropee sentirono il biso- 
gno di percorrere le antiche vie e di osare gli scali frequentati 
dagli Italiani. U commercio europeo prese ai giorni nostri la di- 
nezioae di Trebisonda per aprirsi la comantcazioni con l'Asia cen- 
trale , e in pochi anni progredì straordinariamente* CilereoM on 
esempio, quello del eommercia d'esportazione e d^impor^atione 
della Francia in Trebisooda. Nel Ii8i32 ii primo giuise a selle mi- 
lioni e mezzo , nel 1836 sali a quarantaquattro nsilioni ; il secondo 
nel 1834, era di uyadici milioni, nel 1836 montò a qaarantalrè 
miliom» Quanto alla estensione del commercio inglese in Trebi- 
sonda , basti di qui accennare , come nello indirizzo portalo nd 
gennajo del corrente 1854, e dopo il disastro di Sinope, alTam- 
hasciatore inglese in Costantinopoli, Lord Stradfonl de Redclifle, 
dai delegali dei mercadanti inglesi in Trehiaonda , i quali ricbia- 
devano la protezione della iotia brilannioa , il commercio di quella 
numerósa colonia inglese nella sola Trebisonda venga estimalo a 
pia di trenta milioni all'anno (1). 

(1) TmW I «IprnaN ; e Honiiart |Vifea»o, 17 febbraio 4854. 



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DOCUMENTI 

SPBTTAHTI 

AL COMMERCIO DEI VENEZIANI 

CON 

L^ARIINIA R TRIBISONDA, RAGUSA B NR6R0P0NTB 



l 



i20f. Privilegi comfnerdali concessi ai Veneziani da 
Leone I, re di Armenia y a richiesta del Doge En- 
rico Dandolo y e delFambasciatore veneto Iacopo Ba- 
doaro. 

In nomine Patris et Filii et Spiritos Sancti , amen. 

Notum sii omqibofl homìnibas presentibus et futaris , quod ego 
Leo filins Stephani de potenti genere Rnpinorum (1), Dei gratta 
Rex Armeniorum , tam prò parte omnium heredum et successo- 

(1) La stirpe del Bapini discendeva da Aikoupen , cpnglan lo di Kaklg II t 
Qitimo re della grande Armenia » della stirpe dei Pagratldl. Verso la One 
dell' XI secolo e II principio del XII, Rhoapen e Teodoro I , malgrado le 
continae guerre che do?ettero sostenere contro I Maomettani e I Greci y si 
stabilirono e fondarono on regno, distendendolo sino al mare, e prendendo 
AJaoo. Nel 1138 , r Imperatore Glovaoni Comneno s' Impadronì di totla 
l'Armenia ; ma Teodoro II riprese la maggior parie dello stato , con la 
città di Tarso , e II resto Insieme cadde io potere dei Roplnl , sotto Leone I » 
detto II grande, tra li 1185 e il 1219. 

ipp., Voi. IX. 46 



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362 DOCUMENTI 

rum meoram qaam mea , dono et concedo per priyilegiom Grmam 
mandatum a modo in perpetunm nobili Henrico Dandulo, illostrì 
Duci Yenetie, Dalmacie et Croacie» et on^nibus Veneticis, super 
hoc quod a me requirit per lacobum Baduarium , 61ium loanois 
Badoarii militis, providum, discretom nunciumet concivem saum, 
scilicet lìcenciam et securitatem salvo eundi et redeundi omni 
terra mea , et per totam terram meam . quam modo habeo , et 
quam Deo dante acquisiturus sum. Ex regali itaque munificeotia 
mea, ipsius requisì lione, dono et concedo pleniusei, omnihusqae 
successoribus snis » et omnibus Veneticis , amore et honore suo , 
omniumque Venetorum, sicut continetur in presenti privilegio, 
libertatem per terram et per mare in civitatibus, in portibns, io 
pontis, eundi et redeundi cum quibuslibet mercimoniis, intrandi 
et exeundi cum quibuslibet mercimoniis; et habeant potestatem 
plenam vendendi et emendi quelibet mercimonia per totam terram 
meam, et extrahendi de tota terra mea, salve, secure, libere, 
quiete » sine omni servitìo , sine omni drictura , sine omni anga- 
ria » et sine omni passagio: excepto quod Venetici habiiantes 
semper in eis ma^inis partibus, et transierint per porteliam, 
teneantur ibi persolvere dricturam, sicut solitum est ab omnibus 
Christianis transeuntibus et retrdnseuntibus -persolvere ; et excepto 
quod omnes Venetici qui adduxerint aurum et argentum, et 
bisancios seu monetas, nfsi fecerint vel operati fueriat in terra 
mea , hit teneantur persolvere dricturam , sicut persolverint hii 
qui bisancios seu monetas operantur in Acconensibns partibas: 
quod il bisancios seu monetas non operati fuerint, nullatenos 
persolvere dricturam teneantur. Corposa, res et mercimonia Ve- 
aetornm sint salva et secura ab omnibus hominibus qui sont et 
qui erunt sub potestate et dominio meo. Concedo etiam et volo, 
ut si quìlibet vasellum Venetorum passum fuerit oaufragiuai vd 
rupturam in toto littore regni mei, omnes hii qui evaserint de 
pericolo ilio sint salvi et securi. Corpora « res et mercimonia 
eorum sint salva et secara et libera ab omnibus hominibus qui 



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DOCUMENTI 363 

sani et qui eriint sub poteslate et domiaio meo. Eitcepto qaod 
ri qais intenit qai non sit Veneticus, ipsìus n$ onne* poteiteti 
curie mee sabiaceant Et si navis «eu vasseUum aliarom gentium 
perìelitata ftaerit vel fracta in toto littore regni mei , et Inter- 
foerit Veneticns aliquis, rea et omnia bona ipsiua aint salra et 
secura et libera ab omnibus hominibas qai sont et qui erant sub 
potestate et dominio meo. Concedo insnper et toIo» ut si aliquis 
feneticos mercator yolnerit peragrare per terram meam in aliam 
torram seu Christianorum aeu Sarraoenorum ubi paoem et treugas 
habeam, aine contradictiona aliqua eum quibnslibet mercimoniis 
▼adat quando toloerit et redeat ; et si aliquod dampnum in ipso 
ilioere, tenetieo viatori evenerit, ad restitnenda ablata. tanqaam 
mea prepria , operam dare et stndiam concedo. Concedo similiter 
et volo, ut [si] alìqois Veneticns aliqua predestinatione in terra mea 
morte preocnpalus fuerit/et bonorum suomm ordinationem fecerit, 
ipsamque in manibas Venetici seu coiuslibet comiserit, et (taerit 
mortnos» ordinatio ipsa stabilis sit et firma; et si sino ordinatione 
fada subito morluus fuerit, et aliquis Veneticus interruerit » res et 
bona mortai in manibus ipsins adstaotis Venetici , qaicamqua sit , 
rine contmdlctione aliqua dereniant ; et ai aliquis Veneticns non 
interfuerit , et cum ordìnatione seu sine ordinalione facta subito 
mortuus foerit , omnia bona ipsins in manibus domini lohannis 
▼enerabiiis Sisensis (1) archiepiscopi , illqstris regis Armenie can- 
cellarii , aeu successorum suorum tfchiepiscoporum , sine aliqua 
ooDtradictione dereniant; que tamdin sub custodia habeat, qnonsqpe 
ex mandato illustris ducis Venecie, Dalmacie et Croacie, recipiat per 
litteras tamen sigillo suo sigillatasi cui illa tradere et assignare 
debeat , seu quid super bis facturum sit ; et secundum tenorem 
ipsarnm litteramm , predictt ducis mandatum de rebus mortui sine 
aliqua contradictione adimpleatur. Concedo preterea et volo , ut 

(1) SUentU , da SU , che gr Uallanl chlaroaoo Sisl , ed era la resldenia 
anebe dei re d'Armenia. Marco Polo la chiama Sebastox, perchè fondata sol 
iQogo slaaso dove anticamente era Sebaste , o AugasU. 



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36& DOCUMENTI 

si aliqaa coùtentio vel discordia io terra mea Inter Venetos emer- 
serit, ut per Venetos, si interfnerint, emendetor: qni si absentes 
faerint, in presentia predicti yenerabilis archiepiscopi, siye sue- 
cessomm saornm arcbiepisooporam, previa ratione, emendetor. Et 
si aliqua contentio rei discordia mortalis inter Venetos et qoas- 
cumqne gentes emerserit, et mors hominis subito irmerit, in 
regali curia mea per iusticie ' sentenciam deddatur; et si allqoa 
alia contentio yel discordia inter Venetos et quascumque gentes 
emerserit, similiter in regali curia mea per iudieii sentenciam 
flniatur. Omne ius Veneticorum tenquam meum proprìum obser- 
vabo et manutenebo, et a creditoribus suis hominibus meis eis 
lusticiam plenam exiberi faciam. Concedo deniqne et dono, prò 
salute anime mee predecessorumque meorum, Veneticis in civitate 
Mamistei (1) ecclesiam , et victualia prò sacerdote et clerico ec- 
clesie servientibns, et fundicum ad ponenda res et mercimoDia 
sua , et locnm ad bedificandam domunt Ut autem presens pri- 
▼ilegiuìn flrmum permaneat et inconvulsnm, propria mana m- 
bris litteris armenicis illud signavi, et regali sigillo auri illud 
muoiri et corroborari feci, et subscriptorum testium aprobatione 
confirmari. Concedo et vob, ut omois Veneticns babeat potestatem 
stoti^i salvo , secure , cum omnibus boois suis , quamdiu voluerit 
in omni terra mea, et per totem terram meam. Factum est hoc 
privilegium et datom per m^nus domini lohanois venerabilis 
archiepiscopi Sisensis, iiiustris Armenie cancellarii. Anno domi- 
nice incamationis millesimo ducentesimo primo, mense decembrìs. 



(1) Mamistei , Mamlsto , che gli Italiani diisero MaimMm^ delU ancbe 



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DOCUMENTI 365 

II. 

1246. Privilegi commerciali concessi ai Veneziani a ri- 
chiesta del Doge Iacopo Tiepoto^ e dell'ambasciatore 
veneto Pietro Dandolo, da Isone re d'Armenia e dalla 
Regina Elisabetta. 

In nomine Patria et Filii et Spiiitos sancii, amen. 

Notom sit omnibus presentibus et faturis , quod ego Hetom (1) 
Dei gratia re^ Armenie , filios Costantini nobilis viri , et ego Hely- 
sabeth Alia Leonis quondam regis Armenie de potenti genere 
Ropìnomm , et regina uxor predicti regis 'Hetonis , tam prò parte 
omniom heredam et saccessorum nostromm, quam prò nostra, 
damns nostrum preciosnm et firmum priyiiegium sapienti et ama- 
bili comunitati Venetorum , sicut ttlnstris dux Venecie , Dalmacie 
et Croacie , dominns lacobus Teupnlo , mittens ad nos , petivit 
per discretam et nobilem virum Petrum Danduio concivem suum, 
ut babeant licenciam et secnritatem eundi , redeundi per totam 
terram nostram, sicut babebant priyiiegium super bis a prede^ 
cessore et patre nostro rege Leone, quod ostenderunt nobis , et nos 
oonfirmavimus ad petitionem eornm predictum privilegium; et 
dedimus nostrum omnibus Venetis qui sunt et qui futuri sunt , 
quod omnes mercatores et omnes homines venetici qui sunt ultra 
mare et citra , et yeniunt in terram nostram , securi et sine ti- 
more sint a nobis et omnibus nostris, in omnibus locis qui sunt 
yel erunt sub dominio nostro , tam persone eorum quam res et 

(1) Heion , si scriverà anche Bayton , Dome che forse è lo stesso che 
qaello antico del Re BoUrtntu , che più tardi si scrisse anche Osinos , Osim. 
Il Marni scrive sempre IfoiM. Non è da maravigliarsi di queste alterailonl, 
se si considera in qaante maniere venne scritto il nome Loigl dei re di 
Francia: Clovis, Clodione, Clodoveo, Lodovico, Loigl; senza contare i no- 
stri Aloyslos, Alvise, ec. 



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966 DOCUMENTI 

omnia saa bona, eundo et redeando, Tendendo et emendo, sine 
datione; libertatem babeant in portibus, in ciyitatibos, in ponti- ^ 
bus , in exitibns , et in omnibos locis : exceplo quod Venetici ha- 
bitatores semper in eis marinis partibus, si transierint per portel- 
lam , teneantiir ibidem solvere per drictoram sicut loci oonsae- 
tado est ; et exceptp quod omnes Venetici qui attulerint auram 
et argentum , et bisancios si ve monetas inde fecerint, teneantur 
persolyere dricturam , sicut persolvunt hii qui bisancios sea mo- 
netas operant in Acconensibns partibns. Quod si bisancios seu mo- 
netas non fuerint operati , nullatenus dricturam persólvere tenean- 
tur. Si autem Yenetorum vas (1) frangatur in omni terra nostra 
yel in mari, quicumque eraserit a mari sive homo , sive res , si?e 
nayis , erunt securi et sine timore a nobis et ab omnibus sobdi- 
tis nostris. Si vero Yenetorum navis frangatnr, et alterius gentis 
homines sint in ea , illi aderunt ad mandatum nostrum. Et si al- 
terius gentis navis frangatur, et aliquis de Venetis sit in ea , 
Yenetus erit liber et salvus cum omnibus rebus suis. Navis autem 
cum aliis hominibus , nostre suberunt iussioni : ipsi vero Yeneti 
non recipient aliorum hominum res vel - naves in sua custodia , 
ut eas liberent tanquam suas. Quod si aliquis Yenetorum volue- 
rit peragrare per terram nostram in aliam terram Christianonim 
seu Sarracenorum , ubi pacem et treugas habeamus , sine eontra- 
ditione aliqua cum quibuslibet mercimoniis vadat quando volae- 
rit et redeat Et si aliquod dampnum in ipso itinere veneto via- 
tori evenerit, ad restituenda ablata, tanquam nostra pro^a, 
operam dabimns et laborem. Et si in terra nostra moriatur V«- 
neticus, et bonorum suorum ordinationem feceril, ipsamque in 
manibus Yeneti seu cuiuslil>et commiserit , et fuerit morluus , or- 
dinatio ipsa stabiiis sit et firma. Et si sine ordinatione facta su* 
bito mortuus fuerit , et aliquis veneticus mercator interfuerìt , res 
et bona mortui in manibus ipsius adstanlis Yeneti sine contradi- 



(1) Vai , per vascello. Più sopra è delio ooMelltim. 



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DOCUMENTI 867 

tione aliqaa deveniant. Et si aliquis Venetas non interfuerit, et 
cam ordinatione sea sine ordinatione facta mortaus foerit , om- 
nia bona ipsius in manibus nostris in custodia deyeniant, donec 
habeamus litteras Dacis Venetorum, Tei baiuli qui in Accon de ejus 
mandato preerit, alterius illoram sigillo sigillatas, et secundum 
tenorem ipsarum litterarum predici! Dacis yel baiuli, mandatum 
de rebus mortui sine aliqua contraditione adimpieatur. Sì autem 
duo de Venetìcis ye\ plures contentionem vel discordiam inter se 
habuerint in terra nostra, nos eisdem Venetis aliquem probum 
et discretum virum , per quem contentio derimatur et inter eos 
reformetur concordia, statuemus. Qnod si aliqua contentio inter 
Armenos et Venetos evenerit , et interfìciatur homo , in regali cu- 
ria nostra per iudicii sentenciam finiatur. Cutn vero inter Venetos 
emergente discordia non fuerjt de Veneticis qui possit concordiam 
inter eos reformare, per iudicium Sisiensis Archiepiscopi refor- 
metur. Et si Venetus cum alterius gentis hoioinibus aliquam con- 
tentionem habuerit , in regali curia per iudicii sentenciam deci- 
datnr. Concedimus autem et damus in ci vitate Mamistei ipsis Ve- 
netis ecclesiam et doroumet locum prò domo, et victualia prò sa- 
cerdote et clerico quìservient ecclesie, in memoria predecessorum 
noslromm. Ut autem presens prìvilegium firmum permaneat etin- 
concussam, propria manu rubeis litteris armenicis illud signavimus , 
et regali sigillo auri illud corroborar! fecimus et munirì. Factum 
est hoc privilegium per manus Gregoriì sacerdotis cancellarii , 
anno Domini incarnationis millesimo CG."" XLV.^, mense marti!. 



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368 DOCUMENTI 



IIL 



1271. Privilegi commerdali concessi ai Veneziani, a ri- 
chiesta del Doge Lorenzo TiepolOy e delV ambasciatore 
veneto Pancrazio Malipiero , da leone ///, re éT Ar- 
menia (1). 

En nom doa Pere , et dou Fìz , et doa Sant Esperit , amen. 
Lìon en Christ Dea feel Roy de tote Hermenie , fiz doa Dea 
amaot e bien amant Sant Roy d'Armenie , Hayton (2) en Christ 
repose, depassanz et haas Ropinanz. Fayson a sayoir à los yos, 
chi pr^senz estes et chi estes à venir. Car si cam il usages est des 
Rpis bien amans et en Christ feels nos ancestres et nostre, de ho- 
norer cascan per iiberaoa dons les etranges e le priyes; por la 
quel achoison la nostre Roiaate a done aa grant , honorable et 
ame Commun des Venitiens , alla reqaiste doa tres honorable e 
discret Dac Sire Loarens Theupalo , por la main ,de V honorable 
Hessage sien Sire Pangrat Maripere , bonorabl^ prevelige de la 
nostra Roiaate. Che il aient license , et searte alant et venant por 
tote nostre terre. Et ayons done a tonzes les Venetiens , chi seront 
Venetiens flz de Venetiens , chi sont et chi à yenir sont , che tot 
le merchians et tot les homes Venetiens chi sont oatra mer e de- 
(a , e venront en nostre terre , seront sanz pene e sens dente de 
nos et de toaz les nos en tons leas ont ils seront , et ont che il 
sont SOS ùostre Roiaate, de lear per^ones et de toates leur choses, 
alant et demorant e retornant , yendant et achetant , sans rìen 
donner, et anront franchise en pors, en cittes, en pons et en 



(i) È la tradoilone dall'armeoo In Hngna francese , fatta dal sefrelario 
del re , Geoffirol; e venne tratto dal conte Serristori dal Libro III dei Patti. 
a carte 64 , nell'Arohlyio di Vienna. 

(3) Qal è scritto Baytm , ma è lo stesso ctie Heicn. 



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DOCUMENTI 369 

768068 de tous leur. Sauf les Veoitiens che demoraos sont de ^a 
mer , se il pasaeni por la portele , che il soieni teous de paier 
droiture , si cum est usage dou leus. Mais tous les Venitiens chi 
porteront or et argeot , e Todront coygner besanz ou monnee , si 
doiiront la droHure , si cam est ceaus chi a Acre dooe droiture 
de besanz oa de monee. E se l'or ou l'argent ne se coìgne be- 
sans ou moDoye, oe dòMxmt nulle droiture. Et se yassiau de 
Veneze brise eu toule nostre terre , en rive de mer ou en mer , 
tot quant che sera delivre de la mer, soìt home, vasaiau ou autre 
cshose, tonte sera^sans doute e sans penser de nos et de uos sur 
feies. Et se home.d'«utre natton serontan yassiau, ne autre chose 
chibrisera, si demorront a nostre eomandement- a?ec le leur. Et 
les Venetìeos yassiau ne autre chose d'home d'autre nation ne pren- 
dront en leur gard ou delìyreront come le leur. Et se autre manere 
de vassiau brise en che y soit Venetien, le Venetien soit frane et sans 
pene lui et loutes ses choses le qoeles il proyera che soi^nt soues, e le 
Tassiau e les homes d'autre nation demouront an nostre eomman- 
dement ayec le leur. E se auchun . des Venitiens voudra paser 
por nos en terre de Christiens ou de Sarasinz, ont nos aionz pais 
en sermenti il peut aler et reyenir lui et tote sa mercheandise 
sanz arestament. E se aucundomage avient a celui Venetien chi 
ira , nos penerons et en tei maneré procurerons cam de le nostre 
chose au recourer. E se il avient che Venetiens moire en nostre 
terre, e youdra des sones choses far testancient, et dfae Venetiens 
sont au lene , et mettre en la main de Venetien ou d'autre , cet 
testament récevera edroit. E se il avient che il moire sans testa- 
ment, e che Venetiens soit au lene, les choses dou mort demorcront 
en la main deeelui Venetiens. E se Venetiens ni soit la , e moire ou 
testament ou senz testament, toutes les soues choses yignent en nostre 
main et en nostre garde, usquea tant che nos aurons letre dou Due 
de Venise, ou dou Bail chi sera en Armenie fare la raison des Vene- 
tiens, che soient les lettres de Tun di aus sceleez; [et] si cum aura 
ordene en celcs ktrcs le Due o le Bail , si sera fait de la cause dou 
App. , Val. IX. 47 



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370 DOCUMENTI 

mori. El se entre deus Veoetiens ou plusorssera contaDs eo nostro 
terre , le Bail de Venetiens ehi sera en Ermeiiie faie la raisoos. E 
se contez sera entre Venetiens et Hermins, on bome d'antre nation 
chi ne soient Venetiens , ou se faze larecin ou sane ou murlre ^ la 
raìson de ce en la nostre roialaute cort se face. Ensement , se entre 
les Venetiens que les deus parties soient Venetiens , se face murtre 
ou sane ou larecin , la raisons de ce en A nostre roialaute coit se 
face. E se contens sera entre Venetiens , e che Venetìen n*y soit a 
acorde les ensemble, par la raisons de TArcivesque da Sis a'adrea- 
sent. Et nos otroions et donons en la (1) hs la citte une yglise , e 
che il tenent prestre a servir riglyse en memoire de nos e de no^ 
mors. Et celes maisons che leur ftirent donees par nostre pere, noe 
leur otroions. Et a grein de seurte nos j afon escrit le roialhaut 
escrit de nostra main , e Tavons gami de nostre bolle d*or. £n Tao 
d'Ermenie setcens e vinteun , e a Fendition dex Grex , chi se ao 
mois de ienvier. Ce fut fait a Sis la citte en Fan de nostre Segm» 
lesu Christ mille e deus cens e sitlante un. Et le translata el 
escrit Jeffroi le scrive inde mot è mot , si cum il es de sons escrit 
en erminois , per commandament del Boy. 

(1) La ku per Àiat ; anUeamente iinu ; noto per la grande distotli di 
Darlo dalla milizia di Alessandro; ed è II porlo dell'Armenia che si chiama 
AJaxso ; dal Torchi , AJaxxa ; da Uarco Polo è detto la Giaxxa; e cosi daal' Ha- 
ilaol nel Medio Evo. Keir edizione di Marco Polo del naIdellhBonI è acritlo 
Xo/oj ; nelle carte geografiche talvolta si legge Aja$* 



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DOCUMENTI 371 

IV. 

1321. Prmlegt commerciali concessi ai Veneziani a ri- 
chiesta del Doge Giovanni SoranzOy e delV ambascia-, 
tore veneto Michele Giustiniani, da Leone IV, re di 
Armenia (i). 

Ed nom doa Pere et doa Fis et Sant Esperit dm. dm. dm. {èie) 
AmeiL 

Nous Lion, feel de Jesacrist, par la {^ace et la misericordie 
de Diea roy de tous les Armena» fis dou devot etfeel en Grist roy 
Ossim (3), fis de bone memoire roy Lieo, bapt et pnissant des 
Ropigaans, faisons a savoir a tous seoas qui sont et qui à yenir 
sont , qne ai oom usage est des roy biea amans et feel en Criat, nos 
aooestres et nons de bonorer estrangers et princes par liberaos 
doos, nona yeant rhonorable prìvilege qne la arme de notre 

pere le roy Osim avoit ordoiie et otroit a Tbonorable et pnissant 
comon de Venesie, corroborames et confermames celni mesme pri- 
viiege aa deyant dou pnissant comna de la respectable , dea 

Doble et pnissant Dui des Venisiens, messir loban Sourans , par 

(1) Questo docomento è molilo , e con varie laeone. 
W Qoi è scritto Ouim. Vedi qasDto abbiamo dello nella prima nota al 
Dee. II. Eeglstreremo ^l una notlcioa tratta dair Archivio di Veneila. e co- 
mooicata al Tommaseo dai padri Armeni : 
« De Armenia 
« Holssinos de altitonanle genere Roplnonim « 

Arroenie rex. 
« Alionot fllios quondam régis Armenie , 
domlnus Lambrl roootis Llvonls. 
« Almech regi frater, et quondam senerlssiml 

regls fllios. 
« Leo rei Armenie. 
« Aylon Senescbaicos regni Armenie. 
« Aylon de Negrlrlo , Camberlan 

et gobernitor regni Armenie. 



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372 DOCUMENTI 

la main dea noble et sage pere Michel Justiniah, le quel fu manda 
a nous mesage deu dit Mes. le Dax deu comun de Veneise » et 
leur avons done l'onorable priyilege de la notre royote, que il 
ayent lìcence et seurle d'aler et de venir per toutc nostre tere, et 
avons done a tous Venesiens fils de Venesiens, qae tous les mar- 
chans et homes venesiens qui sont oatre mere e verront en nostre 
tere , seront sans panser et sans dote de nous et de tous les nos, 
en tous leus ou il soìent et ou que il soient sous nostre roiote de 
leur persones et de totes leur choses, allant, venant, demeurant 
et retournant, vendant et achetant, sans riens doner, auront 
franchisie en pors et en cites, en pons et en yssues, et en tous 
leus , sauve les Venesiens qui demorans sOnt de ^ mer , se il 
pasent par la portele, que il soyent tenous de payer droitare 
secoro est usage deu leu ; mais tons les Venesiens qui porteront 
or et argènt, et vodront congnier besafns ou inonee, si daneront 
la droiture ausi com eaus qui Acre donent droilure de besans 
ou de monee; et si Tor ou argent ne se coigne besans ou monet, 
ne deron nule droiture. Et se vasiaus de Veneciens brisent en 
tonte notre tere en rive de mer ou en mer, tou ce qui sera de- 
lirre de la mer , soi bom ou vasens , ou autre choses , tous sera 
sans dont e sans penser de nous et de nous subies. Et les homes 
d'autre nacions demoreront a notre comandement avec le leur. 
E se autre maniere de vasseaus brisient en qui soyent frans, et 
sans penser ceaos et tontes leur choaes , les choses que il perveafent 
qu'il soyent soes , et le vaseau e les bom^ls d'autre nation demo- 
reront a notre [comandement] ayec le leur. E les Venesiens vaseans 
ne autres choses ne deliyreront come de leur. Et se aucuns des 
Venesiens vodra paser de notre ter en ter de Cristiens ou de 
Sarasins, ou nos ayons et pais et sayrement, y peut aler et 
re venir eaus et tonte leur mercimoni i sans arestement. E se 
aucun domage ayient a ceaus Venesiens qui yront, nous penserons 
et en tele manier procurerons com de la notre cbose recoyrent. 
E se il avient que Venesiens muerent en notre ter, e vodrent des 



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DOCUMENTI 373 

soes choses taire testament , e quo V^nesiens soyeot au leu , e 
metre en la main de ceaus Veoesiens oa d'antres, celui testa*, 
meot recea sera e droit E se il muert sans testament, e que 
Venesiens soient aa leue. les choses doa mort demorent a la mala 
de ceaos Venesiens. E se Venesiens ne doyent la , e mùert avèc 
testament, oa sans testament, tontes les soès coses yienent a nos 
mains e a notre garde iusques a tant che nous anrons letres don 
Dqx de Venesiens oa don Bail , qui sera en Eilnenie, e qai soient 
les lettres d'un d'eaus seiles. E come aura ordéne le Dux ou le 
Bail, si sera fait de la chose dou mort E se entro deus Venesiens 
<m plusors sera contens en notre lere, le Bail qae sera en Braienie 
faie la raisons : e se contens soit entre Venesiens et Armeniens on 
homes d'aulre nation qoe ne soyent Veneciens, oa se faze larecin 
oa sane ou murtre, la notre royalbaute court la rason en fase. En- 
sement, se entre. les Venesiens que les deus parties soyent Venesiens, 
se faye murtre ou larecin , la raison de ce en la notre royal- 
baute court se faze. E se contens sera entres dous Venesiens , 
et qoe Venesiens ne soyent per acorder les ensemble per la raison 
de , de ses se faront e s'adreront E les Venesiens 

seroQt tenos , se nul des Venesiens yssent de leur comun , tant 
test nous le feront a savoir, tels est paroir de notre comun e no- 
OKr leur noms , que nous leur puisons savoir ; e se le Venesiens 
faront nule fante as homes demorans en notre tere ou a autre 
estranger , le comun doit amenger le domage qui sera fait, sauve 
ceaus homes qui ne demuerent in Venose ne se peut joindre , et 
qai rjens de sa mercandie ne doit aler ayec Venesiens, e ne soit 
800 leing arme des domers de Venesiens. La defaute qui arendra 
comon ne sera riens tenus de payer nous. Car nous et eaus nous 
acorderons; mais se il arent que Tome entre àu poer des 

Venesiens , il noos doivet rendre Tome qui nous payes soyons 
notre domage. Ensement se nul home demenrant en notre tere 
▼odra riens prester regmander as Venesiens demoers, doivent faire 
demeurement a sauer aa bail des Venesiens. Se le bail què 



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374 DOCUJIENTI 

Tome esl bon e qae il prasler gu reoomender 

ou recomendera, e noire sera 

et préndrQD carlre de Bai! por e fait; mais se bail die qne soit 

De le prester , se il i prestent bieii 

ieur ensemeot se fors de Layias (1) par toate £r- 

menie yodrool rens pour soier ou recomesder as 

Veoesieos , les doa lear , les doif et maoder dooant 

ie di Layas le Bail, e qae oeaas 

Ieur fait se il sera en prest e que il soit 

e prendre carte dou Bayl • Bt noa otroyoos 

et doQons une yglise en la cite de Layas as Venesiens , et que il 

teegnent prestre eo pombrame (sic) de aous et de nos mors a ser^ 

vlr la dite yglise ; e les maisous que nolce frer Ieur a?oit doue , 

Doos Ieur otroyons. 



V. 



1319, Prwilegt commerciali concessi dairimperatore di 
Trebisonda ai Veneziani y a richiesta del Doge Gio- 
vanni Soranzo, e deltambasciatore veneto Pantaleone 
MichieU 

Exemplum Privilegii Imperalorii Trapciunde (3). 

Imperium meum gratia Dei a priocipio osque ad preaensseaiper 
habuit et dilexit pacem cam omnibus, et ad presens diligi! d 
habet ut cooyenit : noa solum cum circa yicinis oosUris diUgìt 

(1) Qui è scritto Layat per VAyat, Aiai, Vedi la nota oltloia ai Docili. 

(2) Tratto dal eonte Serriatort dal libro IV de* Patti , a earte 370, d6ll*Ar- 
clilflo di Vienna. 



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DOCUMENTI 375 

imperiom meom et babet pacem, sed etiam Cam omoibos a 
loDge morantibus. Postqaam nobilissimus et sapientissimos vir 
dominofl Ioaones Saperantio Dux, et coram amicis iatioiia imperii 
mei, Cam nobilibiu dominis terre sae, miait ad imperiiini meum 
nobilem firam, scilicet Pantaleonem Michel, io salmi ambaxiato- 
rem , peteatem ex parte dicU domini Dacia pacem et ooooordiam 
legitimam cam imperio meo , et qood possit dictos dominos Dux 
facere scalam ia Trapesonda sicot faciont laouenses; illam am* 
baxalam dicti domini Dacia et nobilem terre sae libenter accepimos 
et intelleximas ; predicto domino Pantakoni ambaxalori daDtes 
presens Privilegiam , continens quod a modo nobiles et fideles 
Venetiaram, tam parvi qaam magni, habebant acceptationem beni- 
gnam imperii mei , enodi et redeondi p^r imperinm meum secoro 
sine aliqoa molestia, sive impedimento in omnibus partibus imperii 
mei , tam civitatibos qaam castris, adhac qaod dicti nobiles et 
fideles Venetiaram, tam parri qaam magni, possint secare ad ci- 
▼itates et portas imperii mei (2) venire , stare et recedere , sine 
molestia aliqna imperii mei, et nobilium Tiroram meororo et ca- 
pitaneornm , et etiam narinm et gallearam mearam , et omniam 
navigioram meoram ; facientes in omnibos partibus sopradicUs 
mercimonia et negotia sua omnia , tam ipsi Veneti, qaam proco- 
ratores et nantii ipsoram , tam per terram qoam per mare, ad 
eoram ? otuntatem , solvendo tamen comercium solitum. Postquam 
ergo qaod dictus dominos Dux et nobiles Venetiaram rogaverunt 
imperiam meum , et intentiooem suam et secaritatem posuerant 
saper me, et ostenderunt se esse servitores imperii mei; precipit 
imperiam meum , et denontiat per presens privilegium , quod dicti 
de Venetiis debeant solvere reotam comereiam sicnt lanaenses 
solront, neque plus neqae minus. Et ad boc ut ipsi sciant corner- 
ciani quod debent solvere, precipimus sic: quod solvantdc qua- 



ri) GII altri luoghi e posti principali dell'Impero di Treblsonda erano: 
Sioope , Blsè . Cerafoole . Sivas , Tosai , Amasia , Sameron. 



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376 DOCUMENTI 

libet saiima meramoniorum quain apportabunt p^r mare^et TeUeni 
ipsam per terram exirahere occasione vendendi, viginti aspros 
monete impmi mei. Item, de onmibua mercationibus erunt pon- 
derabiles , solvant vendifores tria prò centenario, et prò pensatora 
UBom cHm dimidio prò centenario , et emptores aolvaat secun- 
dum coBsuetadinem ; et si mercationes non erunt ponderabiks, 
soirant venditores tria prò cealenario tantum. Si ?enditores et 
emptores erant yeneti , et mercationes enait ponderìs , solvant 
venditores miam cam dimidio prò centenario, et emptores to- 
tidem ; et si mercationes non erunt ponderis , et emptores et reo* 
ditores erunt veneti, niliil solvant. Et hoc sciator et cognoscatur, 
qvod sauma mercationum qne non disligabitnr et non portabilur 
extra imperium meum prò vendendo , ymo reduoetor retro, non 
solvat aliquid ; et si disligabitur et visa fuarit et non cmpta 
a mercaloribus , et retro portabitur per possessores ipsius sine 
aliqoa venditione i similiter nihil solvat Item aurum et argentom, 
margarite, centnre et alia simrlia possint apportari per Vene- 
tes, et vendi in partibns mei imperli* sine aliqao commercio, 
etèxtrahi, salvo commercio sapradicto. viginti asprorom prò 
saoma, qnod debet solvi, ut supra dicitur. Omnes aotem merca- 
tores venientes per terram in imperium meum sin! ad similem 
conditionem ad quam sunt venientes -per mare; videlicet, salvi 
et secori ut supra continetur,. salfo quod debeant solvere de 
unaqnaque sanma mercationum, in introitu dicti imperii mei, 
aspros dttodecim ^ et de toto ilio .quod vendent solvant unum prò 
centenario ; et si Venetns Tendet Veneto aut emet ab eo pannos 
aureos vel de serico , aut bocaran fel similia , solveat unum prp 
centenario: et hoc esse. debet secnndum consuetudinem lanoen- 
sium. Si vero forenses venirent cum Venetis in partibus imperii 
mei , tractabuntur et solvent ut forenses: et supradictnm corner- 
cium totum exigetur per vistiarium meum, et non per aliam 
personam , nisi imperium de hoc concordarci secum. Vobis Venetis 
ad hoc deOuntiat imperium meum , qnod Veneti debeant haberp 



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DOCUMBNTI art 

baliocian, ptlaoum ei oietaMarios veneta, «cut habeni laDoeiises. 
Item dictos ambaxator, ex parte' didi domini Dncis, refotsivit 
terram et oertam locam prò habitatione aaa ab imperio meo ; et 
imperiam meum cogooscens et videns hanc petitionem esse iùstam, 
precipit et denontiat per dictum pririlegiam , qaod a loco vocato 
Canita per mediam Bondo Castri, et a magazono Sancii Eagenii 
▼ersos occidens , at capii et girat sic , hoc est incipit ab ecclesia 
Sancte Hargharite, et tendit osque caput vie Maitamu, et per viam 
orientis firmai in qnodam riacello , et inde girat iotum predictam 
riaedlam, usqne admarinam, et poalea rodit versus occidens, 
et gjrat et aseendii versus montam , et firmai in Petra Nigra , et 
inde jredJt yersos ori^ns , firmans apud domos superiores , et 
firmai in veteri bagno , et vadit usque ad ecclesiam a qua ince- 
pimos; qui locus summat passus ducentos viginti septem, de decem 
palmis prò quolibet passu. Et in ioto isto loco debent Veneti 
edificare ecclesiam , et ponerepresbjrteros vel fratres ad eorum to- 
luntatem; et edificare domos et ìobiam, et Tacere creari Bainlum qui 
teneat rationem Tenetis , et habeat precones suos, et habeat etiam 
nobiles in sua sotietate, et domioettos secundum consnetudinem 
Romanie ; et [sicnt] Bajulus facit in Romania , ita faciat etiam in 
imperio meo , videlicet In manutenendo rationem et in dispicfendo 
coDtrarium , at amai et diligit imperium meum. Àdhuc precipit 
imperium meum, quod concordia que est inter vos et imperium 
meum sii cum hac conditione : quod navtgta universa tam parva 
quam magna imperii mei debeant esse et stare cum omnibus 
navigiis yesiris in omni bono, pace et concordia, in unitate: quod 
erit placibile amicis omnibus nostris et displicibiie inimicis. Ad- 
huc imperium meum per presens priyilegium precipit, quod su- 
pradicta omnia observentur inviolabiliter in perpetumn. Et si 
quìs de hominibus imperii mei contra predicta ire presampserit, 
tam in faciendo contra predicta, quam etiam in aliqoibus vìolentiis 
radendo hominibus Venetis, maledictioaem et correctionem imperii 
mei habebit, tamquam infedelis imperli mei, presente privilegio. 

ipp., YoMX. 48 



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378 DOCUMENTI 

tebtanle, al imperium meum confirmafit secuoduin consaetadinem. 
Scriptam in mense finlìi secunde indictionis, in sexlo miUeno 
octavo centeno vigesimo sepUmo (t). 



VI. 



1209. Concessione infeudo, con varie condizioni, delf isola 
di Negroponte nella persona di messer Ravano delle 
Carceri, veronese , fatta da Pietro Ziani , Doge di 
Venezia (2). 

Feudum insule Negropontis in personam domini Rayani de» 
Carceribas veronensis , concessam per Petnim Ziani Dacem Vene- 
torum, cum onere aareorum dliorum milliam ypperperoram et 
centam, et cum aliis pluribus pactis. 

Privilegium Rovani. 

In nomine Domini Dei et Salvatoris nostri lesa Christi» anno 
millesimo dacentesimo nono, mense martii^ indictione duodecima, 
Rivoalti. 

Quia recepta potestas domini Henrici Mantoani episcopi prò 
ipsius fratre Rarano de Carcerìbus , et supplicatlone aliorum no* 
bilium plnrimorum, et intellecta procuratione quam idem dominus 
Ravanus nobis fccit ; yobis domino Petro Ziani , Dei gratta inclito 

(1) Qaesl'anno daila creazione del mondo, corrisponde al 1319 deiren 
nostra. 

(3) Tratto dal conte 1. Serrlstori dal libro I de'PatU, a earte 188. oel- 
TArcblvIo di Vienna. 



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DOCUMENTI 379 

Venetiarom , Dalmatie alqae ChroaUexDucìy domiooque qaarle 
(Murtis et dimidie totios imperii Romanie , placoit de insala 'Ne- 
gripi prefato Ravano lacere conoessionem [1] , ut in privilegio an- 
tmori illi facto plenios per ordinem continetur. Promittentes pro- 
mittioms, noB Roonellns frater supraacripti Rayani , et Gerardinus 
de Monterario barbanos suas» et Albertus Valvofidelis eius, vobis 
suprascripto domino Duci et Comuni Venetiaram, quod suprascri- 
plus Raranus vobis, vestrisque successoribus yinculo se fidelitatis 
astringete traetabit quoque et operabitur honorem Venetiarum et 
proGcuum in Romania, et manutenebit bona Ade possessiones 
vestras, et omnia que iuris Testri sunt, contra omnem bominem 
qui exinde yellent impedimentum prestare; et solfet omni anno 
in festo Sancti HiQbaelis nuntiis vestris, qui ad hoc apparebunt 
ibi , fel nuntio , ipperperornm aureorum recti ponderis duo miUia 
et oentom (S), et unum examitum prò vobis honorabilem auro 



(1) Oecapsla CostanUnopoll dai Lattai , molli signori greci , proflitando 
della coofosioDe lo col versava T Impero, avevano fondalo vari piccoli stati 
nella Grecia ; ma ben loslo vennero anche di qoesll spogliali dal Veneziani 
dai Francesi. BooIHueìo marchese di Monferralo divenolo re di Tessalla , 
In rlconosoeDa del servigi prestaligll da Ravano delle Carceri , originarlo di 
Verona , lo ajalò a eonqalstare contro I Greci risola di Negroponle , coi 
Ravano e suoi dlsceodenll possederono In qoàlltà di sovrani. Ma I Veneziani, 
che Ano dal 1204 avevano prese le Isole pia Importami e meglio colUvate 
deirArcipelago , e la parte del Peloponneso più ricca in sete e In manlfaltore, 
Deli' Interesse del loro commercio e della loro politica procorarono di asslco- 
rarsl ona linea non interrotta di posti mlillari , di stazioni di galere e di eo- 
manicailon! dalle lagone di Venezia sino al Bosforo : perciò con qoest'atto 
d'infeodazlone stlpolarono con Havano delle Carceri slcorezza e lihertà di com- 
mercio pei Veneziani ; franchigie per l' Importazione ed estrazione delle mer- 
canzie; chiesa e fondaco neir isola; glorisdizione veneziana per le caose tra 
Veneziani , o tra Veneziani ed estranei ; e pia l'opera o la forza di Bavano 
e sool dMeeodenti per la difesa dell'onore e degli Interessi del Veneziani In 
Eomanla e in qoalonqoe loogo. Il Hauii dice (a pag. 85 del Tomo IV) che 
Negroponle fti data In feodo a Ravano delle Carceri pel merito di avere 
<M fgwa di ambaeefatore agevolato Pacquieto di Candia; ma la ragione po- 
litica e commerciale era al certo più potente di qoella accennata dallo sto- 
rico prelato. Marco Sanato e Ravano ftorono proeuraiori del Doge Enrico 
Dandolo nella oessiona ftitU a qoeato dell' isola di Candla nel 1804. 

W V Iperpero eqoivaleva all'oncia d'argento. 



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380 DOCUMENTI 

mbMn, et uaam pannum albam ad orttatQm altaris eodesie beati 
Marci. 

Si rero oancios ibi non iaftvirelnr prò vobia, boe habcns 
ia eomìsaam, mittet ia Tenetns qne siint ékia in saai periciria 
ad refliuBi Sancti Aadree Apoalott; et ai peviadom lAifiioé aoper- 
venerit ia rerum traamìssioiie, faeiet qood per raoiium (1) Pascae 
maiorìs , ea que dieta saot cestro ComiiMiiii et rdU», emai om- 
Iradictione abiecla , sol? entur. Londea qoidcm fobia et soocouo^ 
ribus testria semper ter m amo, io Natali et Pasei et ìm Ibeto 
beati Marci, fadet ecclesia aoteauùter decantar}. Misaoa aaien 
veatroa , qai illnc yeaeriiit, boaoriA<fe reaipiet et d^diieet Honines 
Venetiarom io ipsa insala aal?oa et aecaraa babebit ob^ftte in 
peraoais et rebus, et aine datione; ahttililer etìam et ib omibus 
partibus que sunt vel aroiut eioa dietiotti aobìeete^ et evit eia li- 
bera polestaa mereandi «bicomque Tohierint in ipaa Inauia , et 
extrabeodi exinde quecumque yoluerint sine contrarietate cuios- 
cumque. Habebit quoque gens Testra ecdesiaiD et fondieum io Ne- 
gropo y et omnibus ipsios insule ci?itatibus in quibus et ubi yolue- 
ritis; quod quidam in voaretimiistis. Nullam Mtem conapiratioDeai 
faeiet nec fieri permittet , nec prò se aliquod quod ad ?estrorum 
respiciat detrimentum. Amieos Veuetiarum amicoa habebit» et 
inimicos Veuetiarum prò inimicis. Et si vestrum alieni damnum 
fecerit vel o&nsa , infra dies triginta a (Me clamoria depoaili , 
damnum emendari Aiciet, aicut iustum fuerit, et oOènsam ai preaens 
Tuerit; sin autem, ille qui loco sui regiminia ibi vìcem haboarit. 
Ad questiones aotem decidendas que inter Venelioos emerserint , 
et de quibus Venetici ab aliis fueiint impeliti » iudices Yeoetoa 
eligemus, qui sacramento astricti de recte indicando, aecnndom 
bonam conscientiam sine fraude debeant indicare ; et suprascriptus 
Ravanussententias que per oos late fuerint, iuraiMBlo erii aatrietus 
[executioni mandare]. Sciendum namque est, quod semper dictus 

(i) Cosi la copia Irasmessael ; ma la sappoaiamo errore Inreee dt mm- 
iiinam , abuslTamente posto per nwMiinùt. 



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DOCUMENTI 381 

Rayanos apad yos sal?as et secaros esse debet, et inler vestros abi- 
qae, et reseias, aamm yidelicet et argeotum, gemme quoque et sete 
opera; sui Toro salvi et securi esse debent apad ?os et ubique, et 
leseoram, salva ratione consaetudiois terre vostre. Ita senratom 
io eo et in suis erit , sicut sapra legHar, eo recte servaote eà quo 
soperios cootìoeDtar (1). 

Signam suprascriptoram Roooelli , Gerardini et Alberti , qui 
hec fieri rogayeruat. 

Ego Bartholomeas Bembo Vicedomino testis subscripsi. 

Ego Nicolaus Gerardo» presbitor , Plebanos Sancti Fantini , et 
QOiarias , ducalisqoe aule cancellarius f, compievi et roboravi. 

Ego Vivianus scriptor, notarius et iadex domini Uenriei Ko- 
maaoram imperaioris , autenticiim huias vidi et legi , nec addidi 
nee minai, nisi qood in eo inveni» ideoque fideUler exemplavi, 
et propria manu firmavi atqpe sobscrìpsi. 

(1) Ottglielmo Aglio di Ravano prese anche risola di ScIro, e saa mo- 
glie Bietta di Afoererrafo gli portò fn dote 11 regno di Tessalhi. Ebbe tre 
flgti * FraBcesco , Corrado e Booifaiilo, al quali il padre divise 1* isola di Ne* 
groponte. Franeeseo ebl>e la città di Negroponte e sao contado ; Corrado la 
parte settentrlomile, con la città di Loreo ; Bontfezto la meridionale , e la 
città di Cariato» Giovanni., onice OgUo di Francesco , divenne daca delFÀr- 
elpelago per via della moglie Florenzia , anica figlia di Giovanni Sanodo, 
Mito deca di Nasse. Niccola delle Carceri, figlio di Giovanni duca di Nasse e 
rignore di Megvaponte , fa assassinalo per mandato di Francesco Crlspo , che 
divenne doca di Nasse e signore di Negroponte. Cercò la proteiione de'Te- 
neilanl, e cedette alla repubblica la parte di Negroponte cbe era appartenuia 
a Nlccola delle Carceri ; Il quale non lasciò altri eredi cbe una sorella cbla- 
mata Maria. Per questa cessione I Yenetlani divennero padroni quasi di tutta 
rifloia: vi tenevano un bailo , con milizie di terra e una squadra ; ed occu- 
parono 1* Isola sino al 1470 , nel qual anno tu presa dai Turchi- 

Il BocHON parla d'un Gaetano delle Carceri , signore delia sesta parte di 
Negroponte, il cui padre era signore della terza parte di queirisola , sicco- 
me uno probabilmente dei fl'atelll di Francesco figlio di Ravano. Yedi NouveU 
l€$ rteherehe$ Mslariquei sur la principauié franfaia de Morie , el set ha\Ue% 
bartmniee ; Yoì.l, pag. 837 , e Tel. Il , pag. 343 , oye fa pubblicato il docu- 
mento relativo. 



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382 DOCUMENTI 

. VII. 

1232. Patti e condizioni tra la Repubblica veneziana e 
la città di Ragusa, sotto il dogato di Iacopo TU' 
polo (ì). 

Paeium Ragusiu 

In nomine Domini nostri lesa Christi , amen. Anno Domini 
millesimo dacentesimo trigesimo secando , mense madii, quinte 
indictlonis. 

Cam Binzola Bodatie et Genrasios Naimerii , viri nobiles , 
nuntii et procnratores civltatis Ragusii ^ ad presentiam iUnstris- 
simi Domini lacobi Teupoli , Dei gratia , Venetie , Dalmatie atqoe 
Chroatie Dacis , et quarte partis et dimidie totius ìmperii Roma- 
nie dominatoris, accessissent nomine et Yice eiusdem ci?itatis 
Ragusii , petentes concordiam , pactum et reconciliatlonem (S] , 
domino Duci et Communi Venetie, ostendentes commissionem 
quam habuerant super hoc in faune modum. 

Anno Incarnationis Domini millesimo ducentesimo trigesimo 
secundoy indictione quarta, mensis lanuarii tertio decimo die 
intrante. Nos quidem iurati iudices Ragusii civitatis, Ioanoes 



(1) Comonlcato dal Conte Lalgi Seriistorl, cbe lo trasse dal libro II del 
Patti , a carte 27 (dall'Areblvlo di Ytenna). 

(3) Come dicemmo più sopra , I Teoezianl, per ragioni politiche e com- 
merciali , stabilirono 11 loro predominio Inngo II llttorale dell'Adriatico . per 
contlnoare la linea d*ocenpazlone o di supremazia da Tenesla Ono a Costan- 
tinopoli ; e le provinole , isole o clttA che non ooenparono , le Infednarono a 
principi greci o italiani. Tennero Zara sotto la loro dlpendenia , mandandoTl 
Ono dal 1S04 nn conte veneto a gorernarla , e cosi Ragosa : ma nel ISSO l 
Ragosei malcontenti del conte , operarono cbe si partisse. Dne anni dopo però 
lo ridomandarono » e I Veneziani vi destinarono lo stesso conte , ch'era sa 
Dandolo , cbe avevano cacciato ; e lo preposero al governo di Eagosa eoo 
le convenzioni politiche e commerciali contenate nel presente atto. 



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DOCUMENTI 3S3 

Gondale» GerraGias Marini , Andreas Dobrane, Matheus Bodatie, 
Bubanna Petri , et nos consiliarii Damianos Boocinoli , Batatia 
Gerrasii, Petrus BellislaTe, Thomas Pezane, Ioannes Lampri, et 
canctns populos Ragnsii, committentes committimas namqae 
Tobis Binzole Bodatie et Gerrasio Naimerii , nobilibus yiris, con- 
ciyibiis et nimtiis nostris , et plenam virtutem et commissionem 
et potestatem Tobis damus , at totum ordiaem et pactom qae prò 
vobis et nostra ciyitate Ragosii feceritis cum domino nostro lacobo 
Teopnlo» magniflco Duce Venetie, firma habebimus in perpetaam. 
Hec aatem carta nallo testimonio nimpi possit. 

Ego aotem presbiter Paschalis et Commnnis notarius, inre et 
consensi! et landatione prescrìptoram indicam et consiliatorimn et 
cancti populi Ragusini , scripsi » compier! et roborari hoc. Quare 
dictns dominns Dax petitionem eomm condiscendit, et concordiam 
et pactom nsqae ad tres annos , et tantam plus quantam volantas 
domini Docis Venetie faerit, Inter utramqne partem , inttam est et 
Armatom in hunc modmn. 

Nos Ragosinomm nantii ìam dicti prò Commune civitatis no- 
stre transmissiy a quo fuit provida deliberatione inianctam, prò eo 
qaod terre nostre videtmr plurimom rmctaosaiii , qaod Venetie do- 
minio sabderemus (1), petimas ut nobis ad volantatem yestram 
Comitem concedatis. Hec enim qae continentar inferins volt terra 
nostra Bagnsii observare. 

Ragusini semper archiepiscqmm eligent de Venetia et habe- 
bont; yidelicet a Grado nsque Caput Ageris. Et si dominus Dux 



(i) Noi non ci fermeremo salta parte politica di questa cooTeezlone: di- 
remo soitaoto breTemente di ciò che spetta al sistema daziarlo applicato al 
commercio de'Ragasel. I Ragosel dovevano pagare ai^TeoeziaDi il 5 per 100 
delie mercanzie portale a Yenezla dalla Romania ; di qoelle portate dal- 
l' BgiUo, Tanisi e stali barberescbi , U 26 per 100; dall'Apolla e SicUla, Il 
8 Vi per 100 ; dalla Schiavonia , erano frabcbe d'ogni dazio. B queste condi- 
zioni daziarie erano applicale a soli qoaltro bastimenti della portau di 700 cen- 
lioaja per elascono , cbe i Ragusei potessero spedire a Tenesia annualmente. 
Al di là di quel numero di bastimenti , pagavano la lassa a cui erano sotto- 
poste le merci di Romania. 



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384 DOCUIIBNtI 

a domino Papa poterit obtinere qaod archiepisoopatns SagoBii 
Gradensi ecclesie sabpooatar , eins elaotioneai presentabont do- 
mino Fatriarelie Gradensi, coaAmatiofinB eleoijonìs poiliilan- 
tes/ et coBfiraiatione facta, Tenael dectns ad sedem patriareha- 
lem , el consecraCionem de mana sua accipiet , facietqne ei 6* 
delìiilem , rerereotiam et okedienliam debitam ei eskibire pio- 
mittena. *— Preterea staiirimiis^ quod idem atx^hiepisoopiis inrabit 
fidelitatem domino Daei et snooeasoribiia soia, nisi prò eis re 
manaerit; et sic faoient omnea arcUepfscopf qoi in perpetnam 
erunt in Ragusina sede, Docibus qui per tea^nra erunt Clerus 
a«4em in anno ter , adlicet in Nativiiate Domini , ia Paacha Re- 
surrectionis et in Cesio Saacti Blasii , laades cantabnnt in mainri 
ecclesia aolemniter domino Doci , domino Patdarche , archfepi- 
scopo ano et Cornili onmi anno, prapler q«am benedieliaBem re* 
eipient jperperos tres , unum a nobis Duce , alleram ab auddepi' 
scopo et terlium a GomìAe. *— Habebont quoque Ragnsini aemper 
Comitem et Comites de Venetia (1), qnem veì quales dnaÙBiis 
Dqk, cum majori parie sui conailii, eis daiie Talnerèt, qw lorabuni 
fidelitatem dòmino Doci et saceessoriboB snis, et sic facieni omnes 
Gomites qui erunt p^ tempora in perpetnum. lurabunt aniem et 
omnes homines comìtatns. a tresdecim annis et anpra» fidelitatena 
. domino Duci et successoribus anis , et ipsa fideUtatis aacramenla 
renovabunt singulis annis decem. lurabont qnoqae fidelitalean 
Gomiti omnes, et CoaHiibns mnoibaa futnris in perpetpitm, salva 
fidelitnte domini Dncis ad bwarem Venetie et salulem BagDstf ^ 
cum bono et honore ac sahatìone Venetie. — Et si forte contigerit, 
dominnm Ducem et aneeessores suos Ragusinm applicare, recipient 
eum hónorifice , ac illum procurabunt , et nnntios suos similiter. 



(1) lolorao alle relaiioni de' Ragusei con Teneisia , e particalarrDenle a 
questa conveazlone del 1838 , vedi ArraiDim , NoUzU tlaricKi dilla duà di 
Raguta , Tomo I , pag. 108 , 870 e seg. Nella si trova oel Màaiif fatoroo 
airaUo del 1888 ; ma bensì disoarredi Ragoaa, e di alin patti ohe la rignar- 
dano r nel Tomo II , pag. 350-861 , e nel Tomo lY , pag. 800 e aeg. 



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DOCDMBNTI 385 

Et si dominus Dux Toloerit hospUari in domo archiepiscopali , 
habebit eam ad saam honoriflcentiam et yolaotatem ; sin aatem, 
dabitarei domas honorabilis usque dum steterit ibi, et nuntiis suis 
decentem domam prò hospitio assignabunt — Et qaotiens fecerit 
Venetia exercitum usqae Dyrachiam (1) , et a Dyrachio et infra 
usque Brundosiam, et a Brundusio et infra, sicut Venetia faciet, 
sic facient Ragasini secandum namerom yiromm suorum. Si vero 
exercitom fecerit a triginta lignis armatis, et supra, que debeant 
transire Dyrachiam et Brandusiam, facient inde Ragusini trigesi- 
mam partem, et stabant in servitio Yenelie usque dum steterit 
exercitum Venetie. — ToUant namque Ragusini de omnibus navibus 
extraneorum, que illuc appUcaverint ad portum faciendum » illam 
rationem qoam Venetia toUit extraneorum navtbus; dividentque 
illam in tres partes, de quibus unam dabunt archiepiscopo, aliam 
Corniti, et tertia sii Communis Ragusii. Omnes qui erunt amici Ve- 
netie, Ragusini illos prò amicis habebunt, et non recipient Caci* 
chios, neque Dalmesanos (2), vel alios corsarios et predatores, sive 
ranbatores, in ciyitate Ragusii vel eius districtu , neque eis dabunt 
aliqua victnalia. Et si Venetie miserint contra Cacichios et Dalme^ 
sanosgaleas ad offendenduip eos, Ragusini similiter tunc mittent ad 
oflbndendum eos lignum quinquaginta hominum decenter arma- 
tum (3) : et omnibus aliis grassariis et predatoribus sive raubatori- 
bus maris facient gnerraro, et eos offendent, bona fide, sine fraude, a 
Dyrachio et infra usque Venetiam. — * Dabunt quoque Ragusini ombi 
anno, in festo omnium Sanctorum , domino Duci, prò regalia, 
yperperos duodecim , et Communi Venelie in Venetiis yperperos 



(1) Darazzo. 

(2) Àlroitsarl , cioè di Almissa. 

.(3) Per roria di questi patti del 1232 , Ragosa fa obbligata nel 1238 di 
armare contro I pirati di Almissa doe grosse galere ; e nel 1298 , di com- 
battere sotto Carzola con esito Inrellcisgiroo , qoando la potenza veneziana fa 
rotta , e Andrea Dandolo , forse un nipote del conte di Ragusa , credette col 
dar del capo nella nave nemica , ammendare la memoranda sconfitta. 

App. , Voi. IX. 49 



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386 DOCUMENTI 

aari yeteres recti ponderìs centam, et Gomiti suo in eodem termino 
yperperos CCCG de snò Gommoni ; et omnes alios introitm et ho* 
norificentias committatnr consaetas , eicepto introita salis. — Ob- 
sides autem dabunt Ragasint daodecim de duodecim parentatibus 
nobiliomm illius terre, moratnros semper sex obsides in Venetia 
ad expendiam Ragusinoram in medio anno, et alios aemper in 
medio anno in concambio ; et si aliqnis eomm mof eretnr yel foge- 
rit , dabunt alinm in loco eios* — lurabont antera comes Ragnsii, 
et antepositi in aliqno officio cifitatis, et nnnsqnisqne insiqier 
prò sno capite , se sic t>mnia seryatnros , nisi remanserit per do- 
minnm Dacem et maiorem partem sui consilii ; et fideles ernnt 
domino Marino Manroceno, inclito Venetie Duci, osqne dam rae- 
rìt in dncatu. Et sacramenta renoyabnnt Ragnsini , qnisqnis prò 
suo capite, in omnibus suprascriptis, annis decem. Preterea Ragn- 
sini, de mercibus Romanie quas Yenetiam apporta?erint, dabnot 
in Venetia Gommuni Venetie quinquepro centenario; et de mer- 
cibus nltramarinis, et terre Egypti , Tunixii et Barbarie , sokent 
puntura ; et de mercibus regni Sicilie et lApnlie, si prohibitnm 
fuerit hominibus Venetie ne yadant in dictnm regnum Sicilie et 
Apolie, sokent quadrigesimum. Et quod bomines Ragusii, de 
mercibus quas detulerint Venetiam de regno Sicilie , illud datinm 
Commani Venetie in Venetia dare et solvere debeant et teneantor, 
quod consUtutum est yel de cetero fùerit constitutam per do- 
minnra Dacem et Commane Venetie solvendi et dandi ab homi- 
nibus Venetie in Venetia Communi Venetie prò datio dictorum 
mercimoniorum quas Veneti Venetiam apportarent de regnp Si- 
cilie et Apulìe : et hoc sane intelligalur , si datium constitntnm 
plus fuerit quam quadrigesimum , ut superius continetur , quod 
bomines Ragusii de mercibus regni Sicilie et Apulie (1} debeant 



(1) Il dazio del 2 >i per 100 s' Inteode doraote il tempo lo col i TeoaHaDi 
roteerò ImpedlU per guerra o allro di fare essi stesai II commercio dalla Fo- 
glia e Sicilia. I Baguael aioo dal tempo del Normaonl afenoo tratlall < 



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DOCUMENTI 387 

solrere qaadrigcsimttm Commaai Veneiie. De mercibus yero Scia- 
TOQÌe in Venetìa nihil solrere debeant* Et (aotammodo cam qna- 
tuor narigiolis a LXX miUiariis et infra, debeant Ragusini Vene- 
(iam venire per aonum. Et si aliter Venetiam veaeriat, solvent 
quantum de omnibus mercibus Romanie qaas Venetiam apporr 
tabunt. Et tam per guerram quam per pacem licitum est Rago- 
sinis ire ad mercandum a gulfo Corinti infra. In aliis vero par- 
tibus vetilis per dominnm Ducem Venetie, ire non debeant Ragusini, 
Disi secundum quod fecerint Veneti. Item, ab Ancona (1) istac per 
totam riveriam, ipsi Ragusini non facient portum (2), nisi occa- 
sione accipiendi yictualia causa dncendi Venetiam. In Venetiis 
?ero non debeant facere Ragusini mercatura cum foristeriis. 

Et hec concordia et pactum a modo usque ad tres annos c«)m- 
pletos firmatum est, et ab utraqne parte debet firmiter obseryari, 
et tantum plus quantum placuerit domino Duci Venetie. Insuper, 
nos iam dicti Dobrana de Lampredio , Cerne de Vitana, Theo- 
dorus Rodatie et Goislanus Tbeodory Grossi, nuntii et procuratores 
ciyitatis Ragusii, per nos et dictum Commune Ragusii , iuravimus 
ad sancta Dei evangelia, super animas nostras, et animas omnium 
bominum Ragusii • hanc concordiam et pactum , ut dictum est 
superius , flrmnm et ratnm habere , et nullo modo contravenire ; 
et quod dabunt operam quod hec omnia obserrentur. In huius 
autem rei testimonium / et ut hec magis robur obtineat firmita- 



merelall col regno di Napoli ; forono rinnovati più volle, e raffermati nel 1S83 
eoo Slraeosa , Messina , Barletta ec. Vedi il citato Appendine. 

(1) Prima cbe I Yeneiianl ayessero Imposto il loro predominio a Ragosa, 
questa aveva conchlasl del trattali di commercio con Fermo , Recanatl » RI- 
mini . Ravenna , Ferrara. Tedi lo stesso Appindini. 

(2) Non potevano portegglare ( come si diceva dal nostri antichi per 
entrare in porto) onde Importare merci ed esercitare II commercio, ma solo 
per fare II cabotaggio e navolegglo. E navoleggiare si legge In una scrittura 
Italiana del dugento; e con ragione, perebò deriva da nau {nave) naulum; 
e navoleggiare 6 trasportare sopra nave : come cabotaggio deriva da capo ; 
perebè è 11 commercio che si fa lungo la costa soltanto, passando e voltando 
da un capo airaltro per entrare ne* porti. 



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388 J)OCDMENTI 

tìs , presens pactam et cooGordiam iassit dominus Dax prédietos 
SUI sigilli manimine roborari. 

Data Venetiis, in palatio dacatos in Rivoalto, orbe felici , per 
manam Gabridis Paalini oolarii , nostreque curie cancellarìi, fe- 
liciter. Àmen. 



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BREVE DI BONIFAZIO Vili 

ÀI VENEZIANI 

DEL DÌ iS FEBBRAIO tt9S 

PER LA LORO PACIFICAZIONE COI GENOVESI 

ORA PUBBLICATO 
pfr ewa 

DI FRANCESCO BONAINI 



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AVVERTIMENTO 



il Brere pontificio che presentemente ci facciamo a porre in 
Ince, Al da noi ricopiato, nell'anno 1898, dall'originale del ma- 
raviglioso Archivio di S. Maria dei Frari di Venezia (*). Appartiene 
airanno primo del pontificato di Bonifazio Vili : a qoei momenti 
Toolai dire in che il novello Papa sembrava tatto vòlto a scemare, 
te non a sradicare qualunque cagione di odio fra i ? arii popoli 
della Penisola. Opera invero pietosa e salutevole per la patria , 
ma non si facile a recarsi a compimento , avvegnaché fossero ornai 
quasi secolari le nimicizie tra le due maggiori genti italiane, i 
Veneziani e i Genovesi. Ora il documento nostro è referibile a 
questi ultimi dissidi!; di che molto scrivevano , non solo gli anti- 
chi, alagli stessi moderni storici, prìncipalissimo dei quali è da 
repalarsi in questo argomento il Bauli, per le preziose carte da lui 
prodotte nella sua ben nota monografia sulla Colonia dei Geno- 
vesi in Galata. 

11 Muratori , portentoso per non dir unico nel compendiare in 
poche linee la materia per la quale ad altri occorrerebbe una molto 
diffusa scrittura, narrò negli Annali d'Italia, che Bonifazio condot- 
tosi a Roma ai primi del 95, e notiziato dei fervorosi apparecchia- 
menti di guerra cui erano intesi Veneziani e Genovesi, « s'interpose 
a nel mese di Marzo , e chiamati a Roma i depotati di amendue 



{*) Nella ?ili« P , n.« I , Trailali di pace Ira ia Bepubbliea Veneta e la 
Corte di Bov^a, 



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392 AVVERTIMENTO 

a le città , intimò una tregua fra loro fino alla festa di S. Giovan 
a Batista , sperando intanto di ridurre queste due feroci nazioni 
a a concordia; ma nulla si potè concludere 0. Invero, gli odii ornai 
troppo vecchi quetavano solo nel 1298, per questo principalmente, 
perchè la stella dei Veneziani sembrò ecclissar^i per la sanguinosa 
battaglia navale di Curzola. E di fatto , nel 25 Maggio dell'anno 
appresso , a mediazione di Matteo Visconti , vicario imperiale in 
Lombardia e capitano generale di Milano, devenivasi fra i due po- 
poli ad un accordo meramente temporario. 

Il Breve che da noi vien prodotto, fu spedito da Roma ai 13 di 
Febbrajo del 1295. In esso il Papa, dopo aver deplorati i danni 
pnde la cristianità fortemente avea cagione di dolersi per la nimi- 
stà di quelle due potenti Repubbliche , intima loro per prima coAi 
una tregua da osservarsi fino ai 24 di Giugno , e vuole che gli siano 
spediti Sindaci dai Veneziani entro l'ottava di Pasqua, con piena 
facoltà di ridur le cose a concordia. Se non che, diffidente, siccome 
sembra , dell'efficacia di queste sue intimazioni, annunzia nel tem- 
po stesso alla Repubblica Veneziana , che per la guisa medesima 
per la quale ha spedito uno speciale negoziatore al comune di 
Genova, intende di provvedere alla corrispondente bisogna, coli' in- 
viare suo ambasciatore ad essi Veneziani l'Arcivescovo di Reggio 
in Calabria. . 

Tale è la somma della lettera pontificia , ignota al Dandolo, 
al Muratori ed al Rainaldo medesimo, da che quest'ultimo ebbe a 
riferir solamente altro consimile Breve di Bonifazio dato in Anagni 
nel successivo 13 Agosto. Né fuor di proposito volemmo ricordata 
questa carta , serv^do essa come di bel commento alla nostra. In- 
vero , quanto i Veneziani sembrarono obbedienti alla voce e alla 
intimazione del Papa, altrettanto Genova mostrossi riottosa. Ond'è 
che Bonifazio dovè concedere facoltà a quei primi di dar mano agli 
opportuni preparamenti di g;aerra. Del resto, non vi ha dubbio, 
ponendo mente alle parole per alia» nostras sub eerta forma Ute- 
ra$j che s'incontrano nella lettera de' 13 Agosto, che per esse vo- 
glia farsi allusione a quella che noi produciamo int^almenCe 
de' 13 di Febbrajo, e che ci parve documento per ogni rispetto da 
doversi togliere all'oscurità in cui giaceva. 



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Breve del Pontefice Bonifazio Vili alla Signoria 
e Comune di Venezia. 



Boniratios episcopus, servos seryorom Dei. Dilectis filiis, Duci, 
Consilio et Comiuii Venetomm, salutem el apostolicam benedictio- 
nem. Acoedant verba patria meolibos filionim in saayitatis odorem 
eC cumulam gratiarum, ut mentes ipse filiali deToUone paternum 
recognoscentes affectum, prodeuntem ab intìmis carìtatis, se pre- 
parent in iaditio reverenter, et discernant super bijs qae sGribimos 
eqnitatem , ut ne quoyis earum motu trahantnr ad invia , neque 
minoris cure defeetu yideantur negligere que ipsis profntura 
mittuntur. Nostis enim , si diligenter attendilis , yestris diu yotis 
mnltipliciter divinam astitisse potentiam, et statum yestrum incre- 
mentis felicibus esultasse; propter qaod deoelyos sibi gratosoCferre 
ac exhibere deyotos , iilaqne studijs atlentissimis evitare , qnibus 
patema yiscera lacerantnr. ProTecto, dum guerrarum et tribalatio- 
nom discrimina, que diu bactenus inter vos et lanuenses ex im- 
missione maligni spiritns contigerunt, intenta consideratione pen- 
samns , compassionis animo ducimur, et pre cuinsdam afflictionis 
angustia eorum rememoratione yexamur. Nuper autem admirantes 
andiyimnSy et magna sumus'nlmirum commotione turbati» quod 
inimico hnmant generis seductore» solito superseminare ziianiam, 
procurante inter yos et dictos lanuenses preteritos iam repullulare 

App., Voi. IX. 50 



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39fc BREVE DI BONIFAZIO VII! 

rancores, ac Tiam hinc inda ministrare dissidijs, ad gravem 
eisdem lannensibos discordiam devenistis ; quodqae ntrinque ar- 
mature yasorum maris et alia bellica munimenta parantur, per qoe, 
preter yestra et predictomm lanaensiom corporum et animarom 
dispendia gravissima, utinam non irreparabilia. Ecclesie romane, 
Terre Sancte, dìversis mondi Principibos» et per conseqnens uniyer- 
sis Ecclesie predicte fidelibns pericola percipimos iminere. O qoam 
grayis Ecclesie ac Terre Sancte materia gemebonde inqoietationis 
adessetl o qoam dispendiosos oniversali comoditati proveniret 
obiectos I si, qood absit, tantos et tales, tamqoe caros, taliomqoe 
ciyitatom filios, qoorom ope ac opera mediantibos, oniyersalis et 
maxime circa proseqoendom optate recoperationis predicte Terre 
negotiom haberi sperabator otilitas, tam yaria deprimi perplexitate 
contingeret, ob qoam, preter eorom eyitanda discrimina, Ecclesia 
d Terra predicte ooncepta de ipsorom sobsidiosa et perotili admo- 
dom, qoinimo necessaria cohoperatione, proh dolori fraodentor. 
Gom igitor patris animos coiqoam neqoeat adberere qoieti, coios 
mentem in filijs dissentio destroctiva lacessit , et qoia ntl melios 
dissidentiom filiorom corda sedabit qoam patemi providentia stu- 
dii yigilans assidoe circa illos ; nos qui ab olim , dom nos cora 
minoris statos haberet, yos et ciyttatem vestram specialibns am- 
plexabamor aflèctibos, none ad oniyersalis core ministeriom, licet 
insoiBcientibos meritis, Domino fiiciente proyecti ; desiderantes tam 
yestram et predictorom lanaensiom» qoam totios regionis tranqoii- 
lilatem et pacem, ac intendentes inter yos et memoratos lanoeoses 
obyiare scandalis et conoordiam reformare; oniyersitatem veslrani 
monemos, rogamos et hortamor actente, per apostolica yobis scripta 
districte precipiendo, mandantes qoatinos patemas indoctiones 
qoe prò Clirìstianitatis et precipoe Tetre Sancte prefate, atqoe le- 
atris dispendijs eyitandis emanant, tanqoam deyotionis fllij anribos 
intentis et efficacibos stodijs attendentes, infra ootabas festi Resor- 
rectionis dominice proximo fotori , sollempnes ambasciaiores el 
noncios, plenom a yobis mandatom habentes promittendi, faciendì , 



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AI VENEZIANI 395- 

firmandi et recipiendi pacem et concordiam , et que pacis sint et 

qae ad pacem disponerent', yel ad pacem quomodolibet pertinerent, 

qaere nos cum ipsis et alijs circa hec diixerimus ordinanda» sicot 

Ecclesie prelibate honorem, et prosperum statam vestram, ac no- 

9tram et apostolice Sedia benedictionem et gratiam promereri cu- 

pitia , omni occasione postpoaita, destinetis. Ut autem comodioa et 

utilina aperatoa tanti boni proyenire poasit effectns, noa interim 

inter tos et lanuenaea aepefatos , oaqae ad featum Natalia beati 

lohannia Baptiate proximo yentoram» anctoritate apoatolica trengaa 

indicimaa, quaa per yoa a die repreaentationia preaentium preci- 

pimoa inyiolabililer obaeryarì aub excomnnicationia in yoa Ducem, 

Gonailiarioa et aingolarea peraonaa ciritatia yeatre, ac interdicti in 

civitatem eamdem» penia et aententija, quaa» ai aecna feceritia» duxi- 

moa anctoritate preaentium proferendaa. Ceterum, veatram yolnmna 

non latere notitiam, quod ad dilectoa filioa Poteatatem, Capitanenm, 

Abbatem popnli, Anaianoa, Conailinm et Gommune lannenae, an- 

per premiaaia apetialem nuntinm cum apecialibua noatria littoria 

dnximua deatinandom. Et ecce yenerabilem fratrem noatrum Ar- 

chiepiacopum Reginum, de cuiua industria et circunapectione piene 

confidimus» ad yoa propterea deatinamos, qui yoa de intentione 

nostra poterit informare pleniua auper hija; quemque yelitia prò 

nostra et eiuadem Sedia reyerentia benigne recipere , ac honorifi- 

centia debita pertractare. Datum Laterani , idibua Febmarij, pon- 

tificatus nostri anno primo. 



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DUE RITMI 



UNI NARRAZIONE IN PROSA 

DI AUTORI CONTEMPORANEI 

INTORNO ALLA PRESA DI NEGROPONTE 

FATTA 

DAI imCBI A DANNO DEI VENUIANI 

NEL HGGCGLXX 

coir AimOTAIIOlil ID URA LBTTBIA PtOlMIALB 

01 FILIPPO-LUIGI POLIDORI 



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AL CHIARISSIMO ED ERUDITISSIMO 



SIGNOR GAY. EMMANUELE ANTONIO CICOGNA 



Avendo aDcbe uni volta tra mano materiali di storia veneiiana, 
non avrei saputo a clii meglio intitolarli che a Voi » cortese del 
pari che dotto» e tanto di quella benemerito, eh* io non so Y^ra- 
mente quaValtra profinda d'Italia potesse oggi nel proprio àmbito 
vantare un somigliante. Oltreché, la Società compilatrice di que- 
sto Archivio Storico » innanii di por termine alle sue pubblica- 
zioni , desiderava potervi dare alcun segno dell'alta stima in che 
sono da lei tenute la dotlrina e la virtù vostre; e che alcuna 
menzione di Voi venisse pur fatta in questo fascicolo , interamente 
composto di cose venete , e che altrimenti non potè adornarsi del 
vostro nome. Del che a Voi stesso , ben più che a noi , debbono 
esser note le cagioni; mentre a me giova allegrarmi di essere stato 
come prescelto dalla soile a porre in atto la comune intenzione. 
Daolmi soltanto di non avervi potuto offerire un dono e per 
la forma estrinseca e per la sostanza più ragguardevole. Perchè 
non tutte sono inedite le scritture che qui si producono , uè di 
alcmia leggiadria ci è dato ricrearci nel loro dettato, né trattano 
di cose avvenute sul proprio nostro e diletto suolo nazionale, né 
recano veramente in mezzo cognizioni storiche, le quali nella mag- 
gior parte non sia facile di raccogliere dagli scrittori vostri , si 
stampali come inediti , e in ispecie da quella poco meno che offi- 
ciale narrazione dello scrivano di |[aléa, e quasi prosente a que' fatti , 



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400 LETTERA PROEMIALE 

laeùmo Bisuardo , che Voi medesimo poneste già in luce costà, pei 
tipi Merlo nel 18U , in occasione di nozze che festeggiar ^volle 
l'egregio signor conte Valmarana. Ma in qaell' orrido conflitto, coi 
videro le acque della Grecia, combatterono fortemente e morirono 
uomini italiani, e Italiani anche tradirono e troyaron pena conde- 
gna del loro misfatto ; uè lieve fu il danno che ne riportarono la 
gloriosa ?ostra Repubblica e la Cristianità ; né troppo si scorgono 
tra sé concordi, né in tutte le circostanze, i racconti che n'erano 
sin qui a noi pervenuti; né, infine, questi ch'io dirò novelli son 
tali , che tra le iperboli , le piacenterie, la confusione de'tempi ( se 
l'ultimo se ne eccettui], le sconciature de' nomi propri, delle rime, 
del metro, e la rusticità medesima del linguaggio che ne'dne primi 
è intollerabile , non si trovino accenni alla memoria del caso uti- 
lissimi , e silenzi talvolta eloquenti , ed altri e copiosi particolari 
di che la scienza istorica potrà non poco avvantaggiarsi. 

Giustizia pur vuole ch'io da me rigetti ogni merito dell'avere 
o discoperte , o in altra guisa promossa la pubblicazione di code- 
ste sincrone relazioni. II famigerato bibliografo signor visconte Co- 
lombo De Ratines le aveva da un pezzo conosciute, e datone per 
ben due volte notizia al pubblico ; la prima in una lettera diretta 
al signor Cesare Guasti , compilatore della Bibìtografia pratese , la 
quale può leggersi in essa Ribliografia ; la seconda nell'articolo VI 
degli AfpunU per la ttaria kiteraria ^Italia né'seeoli IS."" , H* 
e IS."" , inseriti nel giornale VEtruria, anno I, pag. 599-606. E da 
lui pur venne al direttore dell'Archivio Storico il primo consiglio 
di rimettere a stampa in questa Appaiufice le due prime e metri- 
che narrazioni , delle quali egli avea condotto', e donato al me* 
desimo , dalle primitive e rarissime impressioni , una copia assai 
diligente. Mi rimetto pertanto a ciò che dal prelodato De Batines 
fu scritto, tanto suirunica stampa del primo cantare in terza rima, 
e sulle ripetute e diverse dell'altro verseggiato in ottave; il quale 
nemmeno a Voi fu nascosto , vedendosene fatto ricordo a pa- 
gine S68 di quel vostro copiosissimo Saggio di BibKagrafia Vene- 
Miana. Per ciò che spetta al secondo ritmo, le ottave tutte che si 
vedono nella stampa nostra contrassegnate di asterisco, sono ri- 
prodotte da una molto antica edizione che trovasi nella Biblioteca 
comunale di Siena, e dall'eruditissimo vice--bibliotecario di quella 
dottor Gaetano Milanesi si suppone condotta in essa città mede- 
sima ; edizione di carte 12, in grosso e rotondo carattere, e col 



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LETTERA PROEMIALE 401 

semplice titolo : Que$$o i U lamento di Negriipanie ; a cui vennero 
alligali I parimente senza note d'amori né d'impressore né d*anno, 
tre altri componimenti metrici; l'uno sulla congiura de' Pazzi, 
l'altro sui lagrimeroli amori della Lionora de'Bardi e d'Ippolito 
Buondelmonti , e il terzo, più romanzesco, chiamato La $ala di 
Matagigi. Quanto alla narrazione in prosa, indicata anch'essa ne- 
gli articoli batiniani, fu a me sortito di trarla dal Codice miscella* 
neo e cartaceo, un di Strozziano ed ora Magliabechiano , in che 
giaeev'asi sepolta , segnato col numero 1416 della Classe YIU. 

Intorno alle perso9e dei prohabili autori dei sopradetti raccon- 
ti, nulla ho trovato, né forse trovar potevasi, che valga il tempo 
ch'io dovrei spendere in riferirvela L'ultimo verso del terzetto 44 
del primo ritmo ne accusa componitore un Cagnaia ^ ch'io credei 
bensì potersi tradurre in Cagnola ; ma sarebbe stato un armeggiare 
inettissimo l'appuntarsi si a quel Giovan Pietro Cagnola che scrisse 
la Storia di Milano impressa nel Tomo III del nostro Archirio; 
si a quel Niccolò da Parma che fu presente e racccmtò le feste fat* 
tesi in Ferrara per le none di Lucrezia Borgia con Alfonso d'Este 
( !▼> t Rag. XYl , no. 1 ) ; e si ancora ad un capitano Mpfflo Gagnolo , 
che troppo più tardi, cioè nel 1513, trovayasi in Bergamo agli 
stipendi dei Veneziani (Storia Veneta di Daniele Barimro, in Àreh. 
Star» Ital , tom. VII , par. II , pag. 989-990). Il cantore non meno 
infelice e più prolisso. del secondo poemetto, fu anch'esso sensi- 
bilmente , per ciò che lo siile ne sveli , lombardo di alcuna tra 
le città Yicine e già suddite di Venezia: ma toscano con minor 
dubbio fa quegli , che mosso da curiosità perdonabile o da misero 
amore di lucro, dopo averne pressoché addoppiata la lunghezza, 
si piacque arrogersene, o lasciò che gliene fosse per altri attri- 
buita anche l'invenzione. E poiché alle stampe del tempo non può 
sem» temerità negarsi fede , non ripugnerò a credere che costui 
fosse eSettiTamente un pratese di nome Iacq>o : al che non osta , 
secondo me, che da sé stesso volesse indicarsi , o da qualche stam- 
patore venisse qualiflcato come fiorentino. In quanto a quel frate 
Iacopo dalla Castellana ( malamente additato nei cataloghi per della 
CatteUana o CofleUtna) , starà a Voi sagacissimo il conoscere s'egli 
possa credersi tutt'uno con quel fra Giacomo Pugliese che scrisse 
la lettera di ragguaglio riportata a pagina 5ft-58 degli Annali del. 
Malipiero, e che nella stesura potuto avrebbe precedere la nar- 
razione che ora vien messa in pubblico. Cerio, l'eguale e sfog- 
Jpp., Voi. IX. SI 



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402 LETTERA PROEMIALE 

gialo numero dei Torchi periti in quella impresa, e il fare « tutti 
morti D quelli che cospirato ayerano col traditore Tommaso Schia- 
vo , ne darebbero alcuno, benché lieyissimo, indizio. 

Per la lezione seguita in quest'ultima , e nelle due rimate can- 
tilene , protesterò di ayere principalmente atteso a rappresentare 
colla maggior possibile fedeltà il manoscritto sincrono, e respettl- 
Tamente le tre più antiche edizioni ; cioè le due che si oonsenrano 
nell'I, e R. Biblioteca Palatina di Firenze, e nella pubblica di 
Siena. Nò ho sempre tentato di correggere le mostruosità, né di 
sciogliere gli enimmi che in quelle s'incontrano; doveché le une 
mi avrebbero tratto a. far uso di arbitrio non abbastanza ragione* 
vole , e gli altri a mettere le mie fantasime nel luogo della realtà. 
E ancora nelle annotazioni , colle quali mi sono ingegnato dilu- 
cidare al meglio che per me potevasi il non facile soggetto, valen- 
domi degli ajuti non molti che qui si hanno in fatto di storia 
veneziana , e sopratutto della vostra compitissima illustrazione al 
racconto di Giacomo Rizzardo, non ho nemmen cercato di espri- 
mere e porre altrui sott'occhio quegli ultimi coroUarii che la crì- 
tica istorica può dedurre dal severo e paziente raffronto dei tre o 
quattro novdli narratori della sventura di Negroponte ; perciocché 
tale officio troppo meglio verrà adempito a suo tempo dal solerte 
e valoroso autore della Stùria doeummtaia di Vanesia , il comune 
amico nostro signor Samuele Rómanin. Resta, pregiatissimo e gen- 
tilissimo signore , che questa mia nuova fatica valga a vie pia 
conciliarmi e sempre ancora mantenermi la desiderata vosUra be- 
nevolenza. 

Firenie , 5 Maggio 1854. 

Filippo-Luigi PoLlDOR^ 



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RITMO IN TERZA RIMA 

COMPOSTO DA DN GAGNOLA 



Questo sé 7 Pianio de Negrqponle. 



i. Palido e adolorato io me rimovo 

A tor la pena in man per mio iBonforte 
De la gran cradéltà segui da novo. 

2. r piansi tanto , che preso che morto 
De lo sangue che choria qoi per le fonte 
Che declinava al doloroso porlo. 

3. Ahi mischinello mio, to Negroponte t 
Che quanto amor m'avesti io in qaele anno 
Che Fantia Zorzi era bailo et conte (1). 

4. El te de'condoler el gran capìtanio 
lacomo, che le rose ha in sai stendardo- (d). 
Che sa' più volte te trase d'afano. 

9. Era in quel ponto liascan gaiardo : 

Lo Rito (3) , che fo tao provededere , 
Asimiliò quel giorno nn lionpardo (4). 

6. Non fa mai di Troiani tanto rimore : 

Ziaschadan chridava: — Vangelista mio, 
Deh I più non dimorar , viemi a sechore (tf). . 

(4) Fantino Zoni era stalo hallo io Negroponte prima di Francesco Gra- 
go e di Paolo Erino» dal 1463 al 1465. 

(2) Giacomo Loredaoo , capitano generale dell'armata veneta ; al quale 
poco pi'ima che il Torco espugnasse Negroponte , venne sostituite Niccolò 
da Canale. 

(3) Il ballo Erlzzo, di col si ò detto nella nota 1. 

(4) AJatati dalla rima , abbiamo corretta raotica stampa , che ha: in 
non porle, 

W A soccorrere. 



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40i RITMO IN TERZA RIHA 

7. Non chonosca la mare fia o fio , 

Che choo le spade in man fozendo morte 
Per la gran cradeltà nel oaso rio. 

8. Già sia aceso el foco a le tue porte, 

Queste tre salate aspre et crudele (I) , 
Che t*faa condatò a tanta amara sorte. 

9. Era nel tao canal trasento vele 

Turchese (2) , che me fa par lacbrìmare , 
Macbometane , eh' è tanto erodete. 

10. Da terra l'oste , poi, lassando el mare, 

Ben cento milia , cho trabachi e iniegni , 
E più che li potese anomerare (3). 

11. Io vidi sanguinoso Marte e i segni 

Che tradite il cielo e la fortuna, 

l^on so per qual indizio in tanti sdegni. 

12. Era sourito stelle e sol e luna, 

Ogniun chridava misererà mei, 
Et li non sovenia persona alguna. 

13. A la Zudeca dove sta li Zndei, 

Quatordese bombarde a quela mora 
Qoele canale despiatate e ree. 

14. Cauto, zito, che quella merladnra 

Qui a terra cascò nn trar di mano , 
Che a spana aver potesse la tnesora (4), 

(1) Cosi ha I antica stampa : e 11 medesimo vocisi avvertito per «li altri 
slmili loogbl di non Itieile rastaomione o intelllgenu. 

(2) « L'armada (uroa è di 900 vele; l(»son gatte, iO parandarie, e'I 
« resto fusto ». Lettera di Geronimo Loogo, In Maiipiero, Annali Veoeli; 
Areh. Star, /lai.. Tool VI, Par. I, pag. «0. 

(3) A questo credlbii numero di 100 mHa assaUtori , o non molti piA, 
sopra tutti si approssima, il Sabellleo : « L'ottomano con cento e ventimila 
Torchi venne per la Boezia » ( Istoria Yenezlana , Deca III , Ltb. ▼IID- 
La Cronaca di Gerolamo Savina (MS. presso li march. Gino Capponi, sotto H 
nom.* CCLYIII , Par. 2.*) dice : a Con più di 200 mille persone ». Glacoiao 
Eiizardo, nel Como di Negroponu ec. (vedi la nostra Lettera proemiale), 
si eontenta di dire: e eon Inoomerabtle molUlodfne di gente »: e lo obo 
del Docomenti pobblieati dai signor Cicogna a UinstraHooe di quell'oposeslo. 
la Eepobbllca stessa scriveva al principi amici soci : imrMàOi tmti^ 
mùfiniiyiiUn». Sembrano toitavla da rlgoardarsl eome esagerate le cihe die 
troveremo ne'doe segoenti racconti. 

(4) Alioslone ad ono de'tattl di questa goerra , che leggest nella Cro- 
naca del Savina , e viene da noi riportato alfine della nota posta alla osr- 
razione di Iacopo dalla Castellana , dove trattasi del tradimenti orditi da 
Tommaso Schiavo e da Florio di Nardon. 



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SOL CASO DI NEGROPONTE 40S 

15. Ai Negroponte mio , che in Unto afanò 

Te vedo in sa la rochà easer pereosao 
Nel qnaUrocento di setanta alFano (1). 

16. Alor qal' maledetti ti fo adosso 

Per la gran eradeltà de l'aspra gnera , 
Che non te Talsi spalli al Ino gran Coeso. 

17. Gostor si fece l'intrada In limlspera, 

Ghon< tanto sangue noi poteva narrare ; 
Dorò da la matina io fin la sera. 

18. Poco te talse le potente sbare , 

Che '1 stormo se condose in sa la piasa , 
Chon voce chnida fla il soo lachrìmare. 

19. E cho el too Bondolmier , che qui s'abraia 

Al chonfalon de qaela Insegna d'oro 
Onde di morte fo Taltima trasa (S). 

20. Si 11 risarto Cose por Bornoro , 

El qoai te costodi oon grande afano (S) , 
Porsi che non saristi in tal martoro. 

21. Da poi el socedò qael Zoan Villano: 

To sai s' i' dico d vero , con qoanto amore 
Per te più volte èbe la- spada In mano. 

(f ) All'anno di settanta sopra quattrocento. 

(9) Qol certo accennasi alla notabile prodenadi no Bondolmier, che 
mori (come sembra) stringendosi al petto l'affidatagli insegna : del che non 
sappiamo che alasi tetta menilooe per altri scrfttorl. Bensì l'egregio Cico- 
gna pone 00 ZwmM di AnUmio Bondumi$r tra qaeill che « per sospetto 
de' Torchi forono mandati col titolo di Provveditori a Negroponte ». Il Bil- 
iardo lo nomina come li più ardente nel persegnltare e distroggere gli 
avansl delia scoperta congiura soldatesca , e nel raccogliere e ordhiare tra I 
giovinetti indigeni una nuova mllltla di acoppietderi. BUardo , Cato ec , 
e Documenti , pag. 18-16 e 41. (1 cronista anooimo da noi citato anche alla 
pag.428 lo nota » ha questo encomio di qoel valoroso, ansi di doe tra quel 
valorosi provveditori: < Sbarcarono 1 Turchi aopra l'isola di Negropoole, 
« e avvicinatisi a quella città , le diedero più assalti , e furono aempra ribot- 
€ tati dalia costanta di Giovanni Brodumier (ile) e di Lodovico Galbo, ch'era- 
e no a quella custodia. Finalmente ec. ». Né d'altri cred'lo debba Intenderai, 
a malgrado dè'noml scambiati , li passo a ciò rais Ilvo della Cronaca del Sa- 
vina ( vedi la nota 3 della pagina precedente) : e Alvise Caibo podestà fu 

« ammanado combattendo ; Zuan Badoer pròvedltora • In quell' bora 

« spaventosa che II TorehI con gran crudeltà tocero bi sanguinosa entrada , 
« con le armi In man mori ralorosamente ». 

(3) Brunoro Sanvltall da Parma , più che per so . celebro per reroico 
amore di Bona lombarda, aveva fedelmente e con valore servito a' soldi dei 
▼eneilani per circa quindici anni, cioè dal 1463 al 1468 , nel quale mori 
apponto In Negraponte, stando per la repubblica alla difesa di quell'Isola. 



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406 RITMO IN TERZA RIMA 

22. Ta ehapitasti in man del (radilore 

Tomaso Schiavo (i), che a cotanlo luto 
Il t'à riposto in l'eterno dolore. 

23. Principio e fin, e qai non altri imputo » 

£1 fo cazon de tanto terribel male , 
Adoperando el tradimento occnlto ; 

24. Di tanti corpi morti in strade e cale , 

Che me fa rasomigliar Cartazine Cosi , 
Si tQ squaderni il tempo d'Anibale. 

25. Piansi ti| Grecia» e Toi tati paisi, 

. Indati a fin di nostra profecia , 
N6 a chonchlasion di li anni e mesi. 

26. Non so se '1 barge eretico eresia 

Qaatrocento anni ch'ei segno romano 
De Pietro a l'obedir perse la yia. 

27. Non resto condolerme a tanto afano ; 

Hognon (2) spronando la mia man acesa , 
Per dinotarte qni non narro in vano. 

28. O ta , PantasUea , che in tanta offesa 

Perehò di morte non sorgisti a vita 
Insieme con le dono a la defesa ? (3) 

29. Da te , mio Negroponte , ò la partita : 

Mivido a ritrovar la gran monarchia 
Pigliar verso di Roma ogni mia cita. 



(1) Del tradin^ento di costol e de'snol complici, discorre langameote U 
Rinardo (pag. 11-15); e sarà parlato nel testo , come altresì nelle nota, dei 
doe saocessivi racconti. 

(2) Forse per Ognun. 

(3) Di donne goerrlere che allora fossero In Negroponte , negli aatorl 
oootemporanel non ò memoria ; di donne che neiroltlma disperailone, quivi 
ancora Cseessero ciò che al già vinti è concesso , nel segoeote racconto io 
presa si legge : « Le donne da sa le Onestre con acqoa bollita e con calcina 
« e cheppì araaiarono gran quantità di Torchi ». E nella Cronaca del Sa- 
vina t non seoia enfasi o galante piacenteria: « Molte donne messesi ap- 
« presso II sol mariti, padri e fratelli, con l'arme intorno davano del loro 
« chlurlsslmo valore II sazo ». Quello stesso anonimo , né si sa di quanti 
anni distarne dagli avvenimenti, che recò in messo 1* istoria di Anna Erizzo, 
la bellissima figliuola del Ballo , la quale lasciò scannarsi per non aver vo- 
luto acconsentire alle disoneste voglie dei Gran Turco, parla altresì di 
« molte belle donne, si vergini che maritate , che pugnarono vestite d'armi 
« a guisa di amazzoni » 1 Vedasi la nota 37 del signor Cicogna al già citato 
racconto di G.Rizsardo. 



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SUL CASO DI NB6R0P0NTE 407 

30. Ta è quel che pò* (aiar la fantasia , 

Paal secondo glorlfoso e ornano (1) 

De quel grande animai (2) eh* è posto in via. 

31. El tercha di voler segio romano : 

Però te priego non fasi dimora. 
. Fenischa el suo chamln ad altri invano. 

32. Me zelo a le tao piante » e sosto e ploro , 

Sommo pontificai , prego il tao amore 
Resveglia , et adona el santo eoncistore. 

33. Ti laso, papa, e von a Timperadore 

A razonare chon Fedrìgo tene. 
Che fo apreso di te mazor signore. 

34. O sacra maiestà , te mostri goerzo , 

Non termini venir a tal' impresa ; 

Coarto da Cristo , e qoi non narro isterie (3). 

35. Qoarto (4) per te l'altezza nostra è onfesa , 

To non ti movi , e sei de li altri el primo : 
To ò spechio, e to non fa'DoUa moveste. 

36. Miser ti laso ad dichlinato stimo 

Di te rApchalis che ne ragiona , 
Lezi , to vederai él ver qoi lane (5). 

37. Termino ritrovar FaHa coIona 

De nostra fede e de sumo tesoro 
Al consechrato fonte d'Elichooa. 

38. Inclito, ezelso to Ghristofal Moro, 

Adona el gran senato a(i on parere ; 
Diche chi porta glorYoso alerò. 

39. Son zerlo segoirai el too ben volere (6) ; 

Come el gran Sipifon centra Africani , 
Yorai menotamente revedere. 



(1) Paolo II, di casa Barbo, ben altro che animoso e fomentatore d* 
crociate , era , come tottl sanno , di patria veneziano. Il che spiega le spe^ 
raoze In lot poste dal nostro verseggiatore. 

(2) Maometto II. 

(3) L'antica stampa : i iUrio ; forse per ischerzo , o in Ischeno. 

(4) Intendi , Quando ; e si noti l'arditezza di qoesti rimproveri. 

(5) Errore evidente , anche per ta non assonanza della rinui. L'affinità 
delle lettere ci fa pensare che l'aotore avesse qoi seritto Idmo , nel senso di 
polisco , invece di rimo. 

(6) Cristoforo Moro, al qoale é volta qoesta apostrofe, ò qoel doge 
medesimo che non potè Indorsi se non se sforzato e piangendo a meltersi 
In mare per la crociato bandita dal ponteflce Pio II. 



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408 RITMO 8DL FATTO DI NEGROPONTE 

40. L'oliva santa ò tra nay Talliaoi 

Mediante relerno aboto loco , 
Per dar riposo ai dolorati aCani. 

41. Vatene , pianio mio , che piea di foche 

Et ira , iadegno » in ne la Talìa bella • 
Narrando quel eh' l' ho visto e qoel eh' io tocho : 

42. E in li ehonterai mala novella « 

Come darive zo che m'intendi 
Per el dechlin de vostra vita (èie. 

43. Dreza l'orechie tee , e qoi chonprendi , 

E po' la salirai ne Tale al vero 
Onde to spieri aiate , ciò atendi. 

44. La chroce in man con voce al ciel tn solo 

In nel batismo santo tra' Cristiani , 
E dili che ta ò mese del Chagnolo. 
4a. E poi trapaserai oUramontani » 
Che voia renovar la chrocìfata 
Per ristorar li antichi e novi dani ; 

46. E non sichome prima aver di fata: 

Saplica liaschadnn che li goverqa , ^ 

Da poi novamente atì levata. 

47. E poi te n'andarai sa a vita eterna. 

Dove che Tarmonia sarchiata al manto» 
Onde penetranti di saa lacerna. 

48. Si lo rimirirai li so da chanto, 

Vederai i Ghérobini , il ciel superno 
Acircondate a tre figure e un Santo. 

49. Per noi to pregerai (I) el Ben eterno » 

Si chome el fo chroeifichato in terra 
Sol per champarne da l'onbroso inferno , 
M. El dia viterìa alfln di nostra vera (2) ; 
Prìega la soa piata chon gran disio. 
Chen questo finirò: staae (3) con Dio. 



Finis. 



(1) Pregherai. 

(2) Guerra. 

(3) Slate, ostatevi. 



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RITMO IN OTTAVA RIMA 



ATTEIBUITO 



AD UN FIORENTINO ED ANCHE AD UN IACOPO DA PRATO 



La Persa di Nigroponte ^^K 



1. O Ta, dolee Sigoor» che n'hai creali, 

Tomolo e flame di misericordia , 

I tooi fideli ti sieoo racomandali : 

Deh 1 metti fra Cristiani pace e concordia ; 

Non ri sgaardare a'nostri gran peccati ; 

Di noi altri meschin abbi rìcordia: 

Ta vedi il danno e vitupero e onte , . 

Che reoeven Cristiani di Nigroponte. 

2. Deh I dona graxia al mio intellecto basso , 

Che io possa a tatti la rotta conlare 
Di Nigroponte ben passo per passo ; 
SI che piscia a chi sterra ascoltare 
Della mischina terra e del fracasso, 
Che mai s'odi tal crodellà contare. 
Prima diremo , a lande' dei Sigoore , 
Poi a piacer di ciascoo odìlore. 

3. lo ve', signori, che voi siati avisati, 

Qoando il Gran Turco di soe terre mosse , 
Molti signori gli ebbe congregati , 

(i) Ricordiamo che l'ediiiooe Senese ha iovece: qojssto e il lamsnio di 
ilpp. , Voi. IX. 02 



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410 RITMO IN OTTAVA RIMA 

Disposli al tolto di monstrar sooe posse : 
Ben cento mila Cristian renegatl , 
Poi di Torchi inflnite schiere grosse; 
E jnolli digni e franchi capitani » 
Che mai fosseno troyati tra'pagani* 
4.* Trecento mila cavagli (1) in compagnia 
A 00 sol capitano ebbe donati , 
Che si chiama Bassa di Romania ; 
E seco avea molti signor pregiati » 
Che ona cosa stopenda paria » 
Uomin da goerra e bene amaestrati ; 
E sotto avien perfetti corridori , . 
Con sopraveste come gran signori. 
5.* Apresso a t|oesti el loro imperadore, 
Con potenti signori di compagnia. 
Chi fo mai al mondo di fama o valore 
Che avessi mai si bella baronia? 
Apresso il Aglio , che con grande onore 
A canto a sé magna corte tenia, « 

Vestiti a seta , e in testa fregi d*oro » 
E gridavan bre bre totti in fra loro. 
6/ Per mare el capitan di Natalia » 

Con cento galee grosse bene armate ^ 
E nave e galeaiie in compagnia, 
B. caravelle e foste vantaggiate ( 
Marani.e altri legni sì v'avift, 
Goidate dalle genti rinnegate , 
E varie vele che veniene a vento , 
Ch'el nomerò era nove con trecento (S). 
7/ A ona ciptA che Brossa è chiamala , 
Molto famosa , la qoàle è in Torehie « 
Di circoito grande e popolata , 
E degno porto di mercataniia , 
Lì si lìibricò il terzo della armata; 
E l'altro terzo alla ciptà givlia 



(1) La prima ottava che vedesl aggionta a questo componlaMOlo i ci 
offre ancora Tesemplo della prima iperbolica ampllllcailone. SI veda la noli 4 
u pag.404. 

(2) In qoesto nomerò di 300 galèe concorda l'aotore che noi prododano 
della narrazione In prosa , e fin lo stesso Sabelllco. Il Savina però scriva: 
« 200 legni , Ira qoall erano gallee tra grosse e sotNl ISO, al II fsslo aste 
« et altri navllll d. 



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SUL CASO DI NEGROPONTE 411 

La qaal GosUntioopoli ò chiamata ; 

L'altro terzo a Ga)ipoli fu armata. 
8/ Essendo a Galipolì tatti e' legni armati , 

€ia8cano a vele e remi come ueciello , 

Tatti eran carichi di provigiqoati , 

E vennero alla Tolta DardaneUo ; 

A gli Anlxarì foròoo arrivati , 

Dove da ogni banda è on castello , 

Per mefto Ten^t e la diserta Troia , 

La qoal ciptà stette io Irionfo e gioia. 
ìL* All'armata tomian de' Vinixiani, 

Che a Stallimini porto prese via {ì) ; 

Vide sboc^r l'armaU di qae'odni , 

Che a gran.foria dello stretto «scia; 

Non parve loro d'essere alle mani ; 

DeU'Arcipelago piglior la via, 

Pensando dieci nave lor trovare. 

Che lasciorno in ver CandJa in quell'andare. 
10.* Torniamo a'Torchi , che venie -per mare 

Pensando a Negropoote dare il goasto. 

Nel navicar venoono a riscontrare . 

Una fortexza detta PeLicastro: 

El capitano fé molti smontare « 

Uomo erodete e d'ogni goerra mastro; 

E Ce ,800 sforxo di volerlo avere» 

Ma qae'di drente si seppon tenere. 
11.* Stiò cinque di e cinque notte in goerra • 

E mai non la potette conquistare; 

Né per minaccio di mandarla a terra y 

( 1) Il seguente passo della Cronaca del Savina ci mostra in quali im- 
preae si andasse allora trattenendo Pàrmata de* Veneziani , e qoal uomo si 
Coese quel Niccolò da Canale, alia cui freddena o vllU venne poscia da tutti 
Impalata la mlserabll perdita di Negropoote: « Io questo mezo, Nicolò da 
« Ci^aal, general de mar, se parti da Venezia con do galiie et andò a Mo- 
« don, et aveodo crescloto in Negropoote l'armata con noovi sopplimeoti, 
« posso a Stallaaeoe , et esseodosi. messo eoo 36 gallle a combatter Eoo nella 
« Tracia , baveodo appozate le scalle alle mora . e rote le porte , prese la 
« terra e sacbliolla, e n'arse la meza parte , bevendo oMurte molte persone 
« e fati assaissiml presont, e miserabUmente tratadl masobi e remine, osò 
« contro di loro ogni maoiera di crodeltà. Il Capai assaltò poi Foglie noove, 
« e la prese per forza e sacblzòla , e fecceoo ioqoesU dol locb» gran preda, 
eoo circa SOOO schiavi » (car. 4311-436). Nel Maliplero trovasi intomo al 
Canale II segueote siototro giudizio : « ben da far preda e scorrerie , e mal 
« atto a far el so officio ». Areh.Stor,ital., loccit , pag.62. 



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412 RITMO IN OTTAVA RIMA 

Mai oallo accordo non volse pigliare (i). 
Molti Torchi morirno a cotal serra , 
Altro non vi iH>telton guadagnare : 
EL ca|Htan si parti con isdegno , 
E fé ciascun ritornare al suo legno. 

12/ Pra Angrl e Negroponte, fa andato 

La grande armata a campo a oo castello , 
El quale Sturi per nome ò chiamato. 
A discrezion de'lupi stiè TagneOo , 
Perchè fu in un momento conquistato, 
Né aiuto nessun non fu per elto ;• 
E .san^a alcun Tofrigerio o contorto, 
Fu quel rettor con trecento uomin morto. 

13.^ A Sturi (2) restò il terzo dell'armata, * 
E l'altro terzo a Penimo restoe; 
El terzo alle Saline fu andata 
Di Negroponte, et li porto piglioe: 
Ebbene alcuna bastfa edificala , 
E mólti per l'isola n'alloggioe ; 
E ratlegravansi tutti di tal guerra, 
Pensando insieme saccheggiar la terra. 

14. Al quarto di Itaglio (3} el settanta, passato (4) , 
Gionse la gran armata ad NIgroponte ; 
El proprio giorno ancora fo arrivato 
La gran eavallarìa per coste e monte : 
Ciascuno l'alogiamentó «bbe pigliato , 
Infiniti padiglion (0).a fronte a fronte; 



(1) Il Rlzzardo ci fa sapere che II Turco « ogni giorno dimandava la terra 
« tre fiate, e per il simile tre fiate la notte...... colle promesse fatte per 

« avanti >» (pag. 17*18). 

(8) Slora , dice il Sabelllco , castello dell'isola verso ponente ; al quale 
egli aggiunge Bastlicdi, ambedue allora saccheggiati e abbruciati. Per saggio 
deiralterazlone del termini geografici , può osservarsi che trovasi anche no* 
minato Stura , Slira e SlrwE. 

(3) Errenea ò alcerto questa data per ciò che spetta all'arrivo del Tur- 
chi sull'isola, seguito fin dal mezzo di giugno (come può vedersi in tutti che 
scrissero di tal materia); e nel dk 4 di luglio venlvasi sempre più stringendo 
l'assedio , e accadeva o preparavasl la terza fra le sei o piò battaglie che 
furono date alla citte. Si vedano le annotazioni S, 0, 20, SS, 24 e 89 del 
signor Cicogna alla narrazione del Rizzardo. 

(4) Da queste parole « el settanta passalo • , altri glA rettamenle de- 
dusse, che questo Ritmo Ih composto, e fors'anche stampato nel l47f. 

(0) L'edizione Senese , esagerando : padigiitm ventimila- 



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SUL CASO DI NEGROPONTE U3 

Da poi il Gran Taroo a Santa Chiara andone , 

E '1 nobil paviglion ano li riiione. 
15. Ad ana chiesia* detta Sancta .Agnesa (i) 

Il figlici del Gran Torco fo andato ; 

E iirestainente il ano paviglion rifa , 

Di seta rosta moUo delicato. 

In questo meno la gaerra s'atisa , 

Perchò il Gran Torco , qoel can renigato , 

Si ordinava che ciascono capitano 

Che acconci le squadre de mano in mano. 
16.* Anchor v'aria sopra la decta armata 

Ben sessanta mila provigionati » 

Gente gagliarda et sempre in guerra osata 

De'miglior che in Torchia Tossi trovati ; 

Et nell'isola totU fa smontata 

Ove il Gran Torco et gli altri era alloggiati , 

Gridando totti in terra et gli altri in ^are , 

Ch'el cielo et l'aere facevan tonare. 
l7.*Hor ritorniamo a'mesohin poveretti, 

Che veniano a veder so per le mura 

Colle lor corazioe in su giobetU , 

Che di morir totti avevan paora; 

Chi con baleétra et chi con scoppietti, 

Chi di piantar bombarde si misora : 

In Negroponte ognun si travagliava , 

Che di morir ciaschedon dobitaVa. 
18.* Le donne stavan tott» in orasione ; 

Chi battea il volto colle mani , i.. 

Et chi pregava Dio inglnocohioiie : - 

Libera noi , Signore, da Torchi. cani -. 

A Dio pregavan donzelle et garzone , 

Gli huomini insieme percotevan le mani. 

Oh quanti voti faeevan con fervore 

Sd perchò gli scampassi il buon Signore ! 
IO.* Egli eran tante le intoite schiere» 

Che erano coperti t poggi e la pianura 

Di pavigltoni , trabacche e bandere , 

Che paese teneano oltra misura ; 

E quei di dentro non potean vedere 

(i> i più del narratori chiamano il luogo dove II figliuolo di Maometto 
po&B i suol alloggiamenti , Calogrea , o Calogrelà , o (che qui meglio rime- 
rebbe) CalùriMo. E il Castellana, come vedremo a suo luogo: « Sótto la Fa- 
leffiza p cioè Santa Maria sopra 'I monte ». 



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Uk RITMO IN OTTAVA RIMA 

La lena imrte , e pare' cosa seara , 

Dicendo infra lor: - Bl non è da dormire, 

Ma coaso valente honini se voi morire. - 
10. Or retomamo ed <iaela gran tanaglia. 

Ciaaeono atea in spalla una fessine ; 

Ogni ano la soa nel fosso si scaglia » 

E questo te per tempo nna matina; 

Naoeari » trombe sonavano ad battaglia , 

Gridando qoella gente saracina : 

Perchè arendere non se folea la terra , 

Incominsaron nna mortai gnerra. 
21. - Via su » Yla sa , a le nunra a le mora , - 

Proprie il Gran Torco do'primi crldsva (1) ; 

• Sn , capitani , non abiate panra. * 

E ciascano le soe squadre mandava 

In Negroponte ; l'on l'altro asseeora : 

E qoando la canaglia sa montava, 

E qnei gitlavan polvere di bombarda 

E '1 fuoco appresso » perebè ciascun arda. 
22.* Non fu mai visto tanta crude! gnerra * 

Quanta si vide in quel giorno donare ; 

De'Turct morti eTmonti erane in terra (2) , 

A' merli non si stava per segnare; 

A ciascun Turco si accosta et seira , 

Volendo ancora alle mora tarbare: 

Di dedtro lavorava ogni bombarda , 

Quella |Hù presto che è più gagiiaida. 

23. Vedisti tu mai porci o cani arabiati» 

Quandemdn temono de devere morire f 

Cosi facéano i Torchi renegatl 

Como dgnali a le mura venire, 

Con gli archi tesi e le tarche inbracciati , 

Sansa temenaa de dovere perire: 

E quei di dentro lavoravan accocti ; 

Fo cinque milia Torchi el some morti. 

24. 11 gran Torco era il some desperato ; 

Presto chiamò a sé on capitano , 

(1) Tutu 1 narratori attestano della parte operosisslaia che Maonsetto 11 
ebbe preso s questa guerra. 

(2) Secondo U Maliplero , citato anche dal Cicogna , sarebbe stata questa 
Is prima battaglia data alla dttà di Negroponte a dì 2lt di giugno , e nelto 
ansie mortrooo 10 mila TurchU Pia discreto mostrasi U nostre oett*ultl- 
mp verso della slama seguente. 



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SUL GASO DI NECfROPONTE 415 

E disse : f^ Fa che ta si' cevtfleaU» 

Per l'isola, ?allei eosto e piane; 

E donne e homioi dasoaD alMa amaaato , 

Di Tìlla in vìOa (1) , àa di mano in mano ; 

E fa che ad me non ogi {%) di finire, 

Se prima tncU non li fa'inorire. 
30. Quando la coneria celloio fecea , 

Qae'poTerelU teleYan fngire $ 

Qoella canaglia al paese sapeet 

Per tatù i passi li faeeaa morire: 

E emne strada e ralle preso avea , 

Perchè Tolevan il Gran Tnroo obedire : 

Solo ona r6cca si non 4^ pigliata , 

Ma l'altra genie I» tutta amazaiala^ (3). 
26. Li capitani feoereno far np ponte ^ 

Tolto masicio hen passi ireeento, 

A la boca di San Marce, eoontro al monte , 

Per ire di q«a di là a lor talenle^ 

In su la hoea ch'enlrn nd Nigroponle^ 

Andando a vda acifoeo e.allro vento, 

E'fn.di grossi ligni edifleate, 

E in variali modi jacaleoaii». 
37. Lo iasperalor le far un altro pente, < 

Largo quaranta passi e lungo cento , 

In sa le fusto , a Santa Chiara in Dronto (4), 

E passò to snoe gente iji< un meoMuto. 

(0) In qoesto , H hembanitor di Nigroponto 



(1) « Mandò per dispetto tre mula cavald eolio etèndartlo per la Insula , 
t per inaino allo Rio, tagliando a peti ognune »; oobm ieggesi nel raeosnto 
fn prosa da noi perla prima velia pubblicalo. 

(3) Sopprimiamo , per minore equivoco , mi f . leggendosi noH'edbleae 
della Palatina og(fi. La Senese ha u«<, per iscambio di oH. 

(9) L^edhiione Senese, terapereado fl eooeelto: « Ma asmi deH'attra gente 
fa ammanala ». 

(4) Tutti gli aerittorl pariane di questo ponto di barche allora Dillo dai 
Turchi. 

(0) In vece del segoenu , sono neirediiione Senese questi altri versi : 
B 9^1 fece gren danno a 2V«0t)ponfs , 
Ond€ Varmala mn hthbe ardtmtrOo , 
PetM foeoorrer non poUenUi terra , 
Se vri^M A fonu non «indaea in imti; 
ove accennasi aH'oiio codardo in cui si stolto l'armata di mare. M tòe 
dovrà discorrersi altrove. 



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416 RITMO IN OTTAVA RIMA 

Incomenzò a tractare tradimento , 

E ona cdnfa a no merlo tigone » 

E nel campo del Tdrco se n'andone (1). 

S8. Poi al Gran Torco se ne fo andato , 
Dicendo corno la terra poò avere. 
Come — Tomaso Schiavo ò aparechiato 
Di dover risate le vostre bandiere ; 
ta porta di Cristo vi sarrà dato , 
E dentro intrar potrete con piacere. — 
Quando il Gran Torco intese tal novella , 
Impromise a lai gran tesoro e casteUa. 

29. Dentro a la terra fo adpalesato 

Como Tomaso Schiavo è traditore ; 

Per ono rigano soo fó rivelato (2} , 

E morto in pìaaa fo ad gran f orore ; 

(3) E si fo dlcoUato e sqoartato, 

Con ogni vitoperio e disonore t 

Ciascun qoarto nelle bonbarde fo cacciato , 

E nel campo dd Torco fo scaricato (4). 

30.* La porta di Cristo dovean dare, 

Et del Gran Torco drìiar le bandiere: 
E' Torchi totti stavano aspectare, 
Avendo in ponto molte grosse schiere , 
Pensando Negroponte saccheggiare , 
Et d'arricchirsi il giorno aver piacere : 
Ma qoe' di drente al lor facto pensava, 
E'I tradimento doppio si ordinava. 

(1) Leggesi nei Rinardo : « E' pare che da Tommaso Schiavo fosse mso- 
dato.... ftoora ai campo del Torco Loca da Corsola ec. » (pag.il-tS)* M 
Savina (che scrive corrottan^ente : lAàca da CoriuUa) raccogllerebbeit cbe 
costo! fosse nipote dello stesso Tommaso. Yedansl le nostre note alla tersa 
narrazione. 

(2) SI Gonsoltino le note 13, Il e i9 del cav. Cicogna alla narraslooe 
del Rlssardo, e le nostre già sopra ricordate. 

(3) Concorda col Rlssardo Tedlslone Senese, cootiimando cosi l'ottava: 

Poi ps'pisdi H fu impieeaio » 
DMiamm^M come maifaliore ; 
E n bombardare ancor ti fu pigliato k 
B MreUamenU fU incarcerato. 

(4) DI qoesta clrooslansa taclota dagli altri, ^menzione nella scrlttora 
(non esente in qoesta parte da errori , come vedremo) del Prato dalla Ca- 
stellana: « Lo Ballo fece isqoartare il detto Tommaso...., e fecle li qparti 
« bollare nel campo del Torco ». 



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SUL CASO DI NEGROPONTE 417 

31. In Negroppnte avevano ordinato 

Dover i Torchi lassar drente intrare ; 
Ma ciascun avea ben preparato , 

Glie homo che v'enira non possi scampare. 

11 segno di Tomaso Schiavo dato, 

Fece le bandiere dil Torco rissare (1): 

Qoando il Gran Torco vide il drago alzare, 

Fé molta gente de la soa intrare. 
38. I Torchi intra vano come porci a schiera, 

Pensando Nigroponto sachigiare ; 

Ma per la qoantità ch'entrati n'era » 

Non ai potevan por le spale voltore : 

Davanti tocte le strade sbarrate era , 

Perchò più dtra non polesen passare. 

In qoesto meco, on a la porta infresca. 

Et lassò cascar la saracinesca. 
33. E'iTo per Torchi il giorno mala festa : 

Sedici mila a pesi far tagliati ; 

Chi mori di scopietto e di balestra , 

Chi di bombarda coi colpì dispietati ; 

Chi rotto avea la gamba e chi la testa : 

Lascia por far a' Cristiani batizatì ; 

(%) Chi stracciava e' Torchi e chi li taglia ; 

Or pensa come sUva la canaglia. 
34.* £1 bombardiere mandò al Bailo a dire , 

Se gli voleva tal fallo perdonare 

Et impromecter non lo far morire , 

Che vincta la bactaglia gli vool dare ; 

Che di prigion lo faciessino oscire; 

Che tre bombarde volea spezzare , 

Che eran de' Torchi scontro della terra , 

Le qoal facievon troppo mortai goerra. 
30.* Rispose il Bailo : — Se qoesto voci fare , 

Ogni fallo sarà dimenticato ; — 

Et pooi lo fece di prigion cavare , 



(1) « Cominciò II Torco a dar battaglia al Borchie e al Tempio e a la 
porla di Cristo...., glodicando.... che Tommaso fosse al.... rivellino del 

Boreblo Nel detto giorno.... ftoron morti de' Torchi diecimila.. .. , e 

delle galee.... on altro gran nomerò ». Cosi il Rizzardo (pag.16). 
(S) Nell'edizione Senese ò qoesla chiosa della stanza: 
Bi aitai n'oMmctò drento al fonato , 
E qwU fu fallo drralo arUUciato. 

Jpp., Voi. IX. »3 



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418 RITMO IN OTTAVA RIMA 

Et ebbon le bombarde appareoehialo. 
Seppe si ben la misara pigliare , 
Dqo dell'altre bombarde ebbe apeszalo ; 
Aveodo il giorno doo bombarde rocte , 
La terza non rompo, ebò ai fé noele» 

36.* El bombardier vivendo con paura , 
Diliberoasi di dover fuggire: 
La Docle ai calò giA dalle mnra (i) , 
Dubitando di non dover morire ; 
Sk come uom diaperato che non cura 
Come suo' fatti ai debbin seguire ; 
El presto dal Gran Torco se n'andoe , 
Et conquistar la terra gì' inaegnoe (S). 

37. Quando a Gran Turco intese il tradimento , 
Inoomensò. il soo Dio a biastimare » 
Dicendo : «— Non serrò ma' più contento 
( Vedendosi cosi vituperare ) ; 
Ma per ogninno morire ne fanò cento : — 
E fé dieoe bonabarde aparechiare 
Scontro al porle e la ròca del monte , 
Traendo a la Zocca di Nigroponte. 

38/ Dov'e^ figlio dal Turco era alloggialo « 
Si era due bombarde smisurate > 
Che traeno alle mnra del fossa!» , 
Et parte a terra n'avieno spianate 
Per molti odpi che gli avevon dato ; 
Anchora alla Giudeeca eraa cascate , 
LA dove stavan dieci bombarde , 
Di gran grooseiia et possente et gagliarde. 

39.* Dall'altra banda di drìeto alla terra , 

Al borgo che a San Francesco andava , 
Le mura tutte si fiaccava a terra : 
Da ogni banda due bombarde stava , 
Che alla ròcca maggior fiieieu tal guerra , 
Che nessono alle mura s'Mhccìava : 



(1) Tutu gU scrUtorl , dal Castellana In fuori , convengono neUa fliga di 
Florio di Nardon » al quale II Biliardo dà in dò per compagno aocba Loca 
da Coraola; Il quale però eresi cosi sottratto alla puoisione dovotagU lo- 
nanzl alla scoperta della congiura. 81 confrontino le parole di esso narra- 
tore a pag.i2 e 17. 

(8) Vedasi II brano estraUo dalia Cronaca del Savina nelle note alla tem 
narrazione. 



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SUL GASO DI NEGROPONTE kì9 

A San Francesco ancor ne stara dne , 
Che Iraeran alla porta di Giesoe (1). 

40. Et vintiqoatro bricole snisorate , 

Che foeeano piover pietre ne la terra ; 
Sempre mai presto ricaricate, 
E runa presso l'altra sempre serra. 
Dentro eran taete le case vestale; 
Già mai si vedi a citte simil gnerra. 
Ciascano sotto terra se nascondia» 
Per le gran pietre che dentro troia. 

41. Io la^ a voi pensar se citadini 

Di Nigropottte erano sconsolati : 

Vedendo a tomo tanti Saracèni , 

Che faeeano conio cani arabiati : 

Tncti quanti piangevan i mischini , 

PrìvaU da vittoria (%) e abandonati : 

Di dentro ognuno stava con dolore , 

Sentendo fra Torchi nnovo remore. 
42.* Alla Gindecca si accostò Tarmata , 

Dove le nrara erano spianate. 

Traen honbarde la geote arrabbiata , 

Et li a terra bntloron le scale. 

Le dove la noragKa era cascala , 

Dalla marina e '1 fosso et le dne ale ; 

Et li il Gran Torco le sne gente serra « 

Et cominciò una aspra et mortai guerra. 
43. 1 Torchi volevan ne la terra intrare, 

Tatti gridando carne e sangue e morte : - 

Como pere se vedono cascare; 

Quivi mori ehi più si aentia forte. 

Quanti feriti si vede tornare I 

Slran parve a ehi tocò tal sorte. 

Chi è chiavata la targa net petto ; 

E chi moria con rabbia e eon dispetto. 
44.* El Turco bestemmiava Macometto , 

Vedendo e' suoi con vergogna cacciare ; 

Dicendo : ^ Can , tu mei fai per dispecto 1 — 

Et poi facea le sue gente accostare, 

Et ciascheduno avea la targa al poeto , 



(1) Alla porla d^ Crfilo; o da ertilo « come scrive Fra Giacomo Po- 
glleae. 

(2) Meglio fedlMoe Senese: Privati d^otalortò. 



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420 RITMO IN OTTAVA RIMA 

Et archi et dardi come oaan portare ; 
Gridando totti : — Viva io 'mperadore — , 
Alle mora veneado a gran furore. 

45. Drento a la terra ognuno è aparentato , 

Dicendo: — Questi cani nonn'àn paura — . 
Di Turchi morti il terren eoTertato, 
Che essendo porci serrìa cosa scura ; 
E sempre il campo era plA rinfrescato 
De gente che veneva sotto le mura ; 
E tanti Turchi mori sopra al fosso » 
Per il corrente di sangue Tenne rosso. 

46.* Fra* Torchi si leyò un gran lamento : 

Chi piangeva il parente e chi il signore : 
Era ciascun capitan mal contento 
Perchò turbato è lo 'mperatore. 
In Negroponte rallegravansi drento 
Perchò il campo adversario ò perditore. 
Pensa se al Torco gli parea scorno , 
Quattordici mila de' suoi morti il giorno (i). 

47. Da poi il Gran Turco si ordinone 

Che tutto il campo si sia congregato (S), 

E a' suol capitani si coniandone 

Che tutta la lor gente abhlan mandato. 

Non fo nisiun che dicesse di none; 

Ciascun presto fo apparechiato , 

E disse a loro : — Prestamente andate , 

E fate ch'e' fossati si reminate — . 

48.* E' capitani stodiavan la gente » 

E molti corpi morti fon portare: 
Pel puno star non vi si pnò niente; 
E cavagli morti assai si fer menare , 
E botte vote , perchè prestamente 
Si empino e' fossi e le mura acquistare: 
E tanti morti nel fossato avea , 
Pel posto il campo stare non potea. 



(1) Il nostro narratore confonde quelle che altri chiamano tersa e i 
delle battaglie date alla cittA. Quanto al numero dd* Turchi uccisi, esso ci 
è parso in tutti I racconti Iperbolico. 

(8) Di questo psrismento, o consiglio di guerra , accenna ancora il Rls- 
urdo, come altresì della risposta data al Gran Torco da' suol famvIarUi 
m Noi onderemo alle fosse , e si taglieremo le nostre teste , e si taremo i 
« e scale da entrar nelta terra per sopra le nostre leste • (pag.18). 



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SUL CASO DI NEGROPONTE Ut 

49. Sopr'a'morli mootavano alle mara. 

Disposa al (alto di voler la (erra : 

L'on corpo all'altro faceva sepoltura : 

Ta po' peosar si gli era mortai guerra. 

A quii di dentro parea cosa scara». 

Vedeodosi vioire a cotal serra » 

Dicendo : — Qoistt cani sod tropo airditi ; — 

Et infra loro erano sbigottiti. 

50. Dicendo : — Che fa' ta , o sancta Ghlesia» 

O to elle de' Cristian sei imperatore ? 

O segnoria mia di Vinesia ? 

O doca de Milan , nobil signore , 

Con la toa Zenoa , eh' è tanto egregia (l) ? 

O re Ferrante • o tu elttà del Fiore ? 

Quanto ho sperato ne' signori Taliani , 

Perchè mi socorressino da' Pagani 1 
61.* Bologna gagliarda, o allegra Siena, 

O to che sei principe di Ferrara, 

Conte d'Urbino» confortami in tal pena. 

Che vedi eh' io sto in tanta pena amara I 

casa Orsina, di capitani piena, 

O Taranto o CaUvria , deh I ripara : 

Vedi che contro a me ho la Torchia ; 

Soocorrimi che distrutto non sia. 
52. re de Francia , e doca di Borgogna , 

E Toi prelati e signor de la Magna 

E d' Ungaria , Boemia , o Pologna , 

O Frigia , o Scosia , o Inguilterra , o Spagna , 

Normandia , Picardia , Dalfln , Vaaicogna , 

Storlich, Savoia, Bail e BerUgna; 

Cicilia , Sardegna , Ragona e Portogallo , 

Di non m'aver socorso fé gran fallo. 
53.* Orliens , o contodo di Fiandra , 

tu gentil contodo di Brabante, 

to la qoal ti fai chiamare Olanda, 

O Nanto , o isola di Sellanto , 

to famosa città d' Inghirlanda , 



(i) 1 GenoTesi erano allora sottoposti a Gateaiio Maria Sfona, doca 
di Mlhiao; liberi soltonto nel fare a loro spese e pel lor propri interessi la 
•■erra oontro il Torco In levanto. li plagiarlo riformatore di questo rHmo 
si ptacqne di oancellare questo allustone alla suddltoma de' Liguri , scrivendo 
ln?6ee : O G§no9a , chi ttt MmUo e^nqia. 



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422 RITMO IN OTTAVA RIMA 

O popolata terra delta Gante ; 

E te nobile re , priego, provega , 

Ei qoaie tlen Daiia ^ Sveiia e Norvega I 

04. la il qoal le chiami re Renalo , 

Che tieni il Regno ^ e Angiò e Rasiera , 
Ponzio , Provensa e 'I Contado onorato » 
E in Rarzelona ariia Ina bandiera , 
E meza Catalogna a le a' è dato ; 
Tb che lassato hai Ina prima spera , 
Non odi Nigroponle ohe te chiama 9 
Perchè se' re pietoso e di gran fama ? 

50.* Or non mi harà più invidia Metellino ; 
So che ne resterà forse in dolore : 
E Rodi, perchè ciascun m'è vicino; 
E Candia , a coi portalo ho tanto amore. 
Napoli di Romania mi ala al conino , 
E Modon che è della tforea il Ocre , 
Malvagia e la città di Cotone» 
Santa Maura » il mio caro grifone. 

06.* Andritino , Nieoni e Niceosia « 
Sanlorinegno (1) e Aniiparlo» 
El Millo e Sifone e Eiigia , 
Macronicos e 'I mio vlcin Parie: 
Molti altri intorno a me so che ne Ila 
Che di colai pensiero non sarà vario ; 
Seguitando la mia destrutltone , 
Vi fla aalnte di confusione. 

1^7.* Non maraviglia è se mi abbandonale, 
Ch'el simile facesti a Metellino; 
Di Trebisonda ancor non vi curale , 
La qual possiede quel.oan Sanino; 
Isole e terre che or non flen oonlate , 
Alle quali io st so» molto vicino : 
Alcun signore col Toroo in triegua stae , 
E alcuno altro tributo gli dae. 

08. Quanti cristiani sventoratt pepali 

Che a governo sono a man di cani I 
A che è venuto il tuo Constanti nopoli, 
Il quale poteva aiutar Cristiani I 



(t) Forse da corregcersl : Sanie HerimU , Zerigo ec. Vedasi I' e 
delle anime che allora si trovavano In Negropmile e in altre Isole vWae 1. 
prodotto dal benemerito Cicogna al Une della narrazione del RIasardo. 



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SUL GASO DI NEGROPONTE 423 

E (filanti voti si fece in Gasopoli 

NoD fo esalditi» lor preghi foron vani l 

La città magna nel atreCo a la booa 

Perdot'A con Pera, che quasi la teca. 
09.* Perduto quasi egli ò la Romania « 

E veggio l'Arcipelago mancare: 

Gli ò perduto Rodosto e Polarchia , 

Gianna città degna e singulare : 

lofio presso a Napoli di Romania , 

E Talanti e Gittone in quell'andare , 

Fetilia e Longone come Procidi 

Fra noi si piange, e tu stai in festa e ridi. 
90/ Perduto che gli è parte di Tesalia, 

Infra dell' altre terre Salooicchi, 

Et Eno che vicino par che li sia ; 

Galipoli 9 Marmara e Portoricchi , 

Presso allo stretto Ridia e Siliorla. 

A che speransa or vooregU ch'i'm'apicchi ? 

Inik« dell'altre perduto ò Monopoli , 

E la degna città detta Andrenopoli. 
61/ Della Morea maggior parte tiene, 

E cerca ancor l'avanio soggiogare. 

O quanti valenti uomini morti vene 

Per volere il paese preservare I 

Dell'Albania poco se ne tiene , 

Dell'avanzo non bisogna parlare; 

Ghé tutta l'ha il Gran Turco nelle mani , 

E cosi va distraggendo e'GrisUani. 

62. La Servia ancora à preso a tondo a tondo , 

Drenlo a la quale è terre in qnantitate ; 
E molte n' à disfacte e misse al fondo : 
E tiene di nuovo monte (1) la cittae 
Là dove stette il Dispoto iocundo , 
E molti gran segnori cacciato n' àe ; 
E in qna aopra la volta d'Albania , 
Gran parte ha preso della Schiavonia. 

63. La Rossina ancor é ita a mala via ; 

De le sei parti le cinque vi tiene : 
Alcuna forieia ha il re d'Ongaria , 
L'altra tutta per il Turche se mantiene. 
Smederosso del Turco par che sia , 

(f) L'edlilone Senese: E Uem or nnoMmiiile. 



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424 RITMO IN OTTAVA RIMA 

E l'altro contado ch'atomo gli eoe : 
Gran parte de Dalmazia ha la sua balia, 
E similmente de la Mnriaohia. 

64. Or chi porrìa le correrìe contare 

Che facto ha ad Napoli di Romania . 
E dentro a la Morea, che li sta appare r 
E poi , seqoendo qna ne l'Albania , 
E in Dalmazia, eh' è vicina al mare, 
E ne la Schiavonia e Mnrlachia? 
Longo il Danubio, in fino in Capodista, 
Pres' ha prisoni e gente assai fa trista. 

Otf. E io trista sarrò e dolorosa , 

Vedendome somergere e guastare: 
Dae chieste catedrale in me si posa 
In mezo al mischin regno imperiare: 
Da levante al ponente io son famosa , 
Scado di fidali nel navigare , 
Perchè vicino a stretto con Pagani , 
Sono ona chiave a voi altri Cristiani. 

M.* Chiamato ho la Italia còl Ponente , 
L'isole degne e tatti e' tramontani; 
Non è nessun che si cori nKente 
Che la fede distrughino e' Pagani ; 
Et io mi ho il danno, e resterò dolente 
CoU'altre terre perse de'Gristiani : 
Per me adempiuta è la profezia , 
Ma piaccia a Dio che io l'ultima sia. 

67.* Or mi potrò chiamare ben Negroponte , ' 
Nero , oscurato in tanta doglia amara , 
Vedendomi di sangue fatto un fonte : 
Vostra pigrizia m'è tornata cara. 
O duro velo che i Cristian portan in fronte, 
Da che vemn non provede e ripara t 
Ciascun signor dice : — E' non tocca a mene ; 
Ecco che il Turco ogni di innanzi viene. 

68.* O potenze o colonne della Fede , 
Come potete questo comportare , 
Veder perdere e' regni e le gran prede 
De'Cristian nostri , e in Turchia menare ? 
Ehi me 1 lassa , che non si provede 
Di dover qualche volta riparare ? 
' O grande obbrobrio ch'è di noi Cristiani , 
Lasciarci soperchiare a' Turchi cani 1 



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DBL CASO DI NEGROPONi£ 425 

69. Ì0 vegìo che non ce giova il pregare ; 

Altro pensier far si ne bisogna. 
Noi ci polrem ben la rogna gralare ; 
Colai che spera in altri proprio sogna (l). 
Ma pregamo tacli Idio che ci po' aitare , 
Da eh' e' signori Cristian non han vergogoa ; 
Di poi se faceano forti a le mora , 
Che di perder Nigroponle avean paura. 

70. Ciascono pare a le mura nn paladino , 

Como cignal quando han la schuina a boca. 

Le dono portan pietre per il camino ; 

Tempo non era de piliar la reca (3). 

Altro ealdo sentivan che de vino; 

E non lo sa se no quell'a chi teca, 

Perchè Torchi vinian già in so le mora , 

E molti Cristian foggiano per paura. 
71.* L'on sopra l'altro e' Turchi era nel fosso ; 

Come formiche si vedien montare : 

El terrea si faceta di sangue rosso; 
. Innanzi non si può nò indrielo andare , 

Tanto era il campo terribile e grosso « 

E. sempre si vedea pia rinfrescare ; 

E fur. quattrocento mila combaltenli (3), 

Uomin del Turco armigieri e valenti. 
7S.* La terra pel fumo non si vedia , 

Tante bombarde eran discaricate : 

Drente faciea ciascun quanto polla 

Per far morir le genti rinnegate : 

El bqmbardier del Turco non dormia , 

Che ben rende derrate per derrate : 

Bombarde avea sansa discrezione ; 

Drente vi stava un uomo ginocchione (4). 
73.* Tre giorni e notte tre durò la guerra , 

Chò mai un' ora il campo fu posato ; 

(1) Nella Senese : Noi ei poisiamo in tulio disperare , Chi quel che in 
aUH. epera proprio «ogna. 

(9) La diversa Indole dell' autore di questi v^rsi e del loro accrescUore , 
po6 nlodlarst In questa variante deiredisione Senese : Non era Umpo mer- 
eaimre etoppa. 

(3) Vedi la no. 1 a pag.4lO. 

(4) Il Rizzardo ci dà misura più esalta della grossezza delle maggiori 
Un quelle bombarde o mortai : e Bollavano uoa pietra , la qua! volgeva 

I quattordici in tondo » (pag.ll). 

Jpp.^Yol.IX. 54 



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(26 RITMO m OTTAVA lUMA 

Onde che gli ordinoroo nella tèrra > 

Lungo le mara, on terrlbil (bfeaate; 

E' fecion di ripari nna gran aerra 

Dove più forte battaglia era data , 

Drento ottocenlo (1) bombante avea a tomo. 

Le quali traevon di notte e di giorno. 

74. Tre volte intrò qael giorno I Tarchi dentro , 

E per battaglia ne foron eacelati ; 
Che gli aven par del morire apaveniOt 
Vedendo Cristiani ooaié arablati , 

I qnai veneano eofiando eome vanto 
In on grosso squadrone tatti aeitall , 
Gridando forte: «^ O lesn RedempUM» — 
Fa'esser Nigroponte vintitore. «^ 

75. Egli era Tnròhi e Cristian ttéMolat( 

L'nno sopra l'altro morti per là tettai 
In su la piata gli erano amaniati. 
L'ona parte e l'altra s'aeosta e sèria , 
Dandosi eolpi eradi e dispiatali , 
Mandando spalle , braeia , teste a lerta ; 
E parea proprio il rigo d'an fonie 

II sangae ehe correa per Nigirapettte. 
76/ Gran pianti drento si farne levali t 

Che Sogdoma et Gomorra si paria , 
Abracciando l'an l' altro sconsolati t 
Chi dice ^ Figliool mio , chi -^ Madre mia ; 
Alcuni correvan tatti spaventali; 
Chi — GiesA -^ dice, ^ flglfnol di Maria —: 
Sando non è che non fossi chiamata 
Dal popol poveretto et sconsolata. 
77. Mentre che intorno stava i Turchi cani, 
Dell'Arcipelago venne l'armata : 
Beo quaranta galee de' Vlniaiani , 
E dece nave iaseme (9) de brigala , 



(DA mostrare come questo numero sia 
Il dire che I IfegroponUnl , dopo II maoelta fatta deUa banda di 
ScMavo , avevano r&agrsneliatl a slento einqaeeanta soapptettl , psi 
i giovani della citta. Y. Rlszsrdo, pag.l6. 

(S) L'edtiione Senese : infiocca. Del resto « l'armata da'VenoriMI, d^ 
pale nen eoncorrere latta quanta al soccorse di NagropaMe, eompoaeiMi 
non di soli ctaquanla . ma di novantaqoatiro legni , tra anl*n« navi a ai- 
ranl. Tedi il Documento A tra 1 pubblicati dai Clcagnaacoftfada^ 
razione del Rlssardo. 



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SUL CASO DI NEGROPONT£ 427 

Per socorrer ta \finm da'Pagani ; 
E fa yer' tramonUna derìsiala ; 
LoDgo di Draga piglia Tallo moQle (1) , 
Vepoe rarmata appresso ad Nlgroponle. 
78.* L'arm^tn entrò nel canal dello Aio, 

Et venne a vel? et remi nello streoto 
Di Ganagli et Passalisso , che disio 
Avoan d' impedir qael maladecto , 
Perchè ta terra non gissi in oblio , 
O detrimento avessi o alcun difeclo. 
LoQgo (li Pragos piglia l'alto monte , 
Venne T^rm^ta presso a Negroponte. 
« 79.^ Quattro galee di Cipri ancor v'ayia 

Che non volevan Tarmata segvire. 
Ifesaer Nlceolò le Taole in compagnia » 
Peirsando el ne' ohe poò più sicoroire. 
Risposen qoei : -^ Se fona non Ila , 
Noi non vogliamo el re disobbldire: 
Mettendo il re col Torco in contenzione , 
Potren perder Tavere et le persone. -— 
80.* Molte altre vele adrieto ancora avia , 
Che a tempo non poterono ^rriv^re : 
Sottro alla Morea et l'Albania 
Veniano a remi et vela in alto mare , 
Sperando di mettersi in compagnia 
ColT altra armata et di soccorso dare: 
Ma non ebbene eflbcto i ior disegni , 
Perchè a tempo non glnnsono e'iegni (8). 

(i) L'edlilone Sstnese che trasporta qoesti <)i|e versi al floe della stan- 
u 78 (onde noi siamo costretti a ripeterli) , pone invece I segoentl: JSschira 
H SoofoI ifuciù a 4M(ra «umo E Schiatta , it quai da ior wm è UmUwo, La 
flew per^ ci ha duto modp ^ raddrimre qoesto passo, ohe nella stampa del- 
la Palatina leggasi mqllo corrottamente: Lìm§$ ^ étaoo ipoglia Valtro ec, 

(1) t chiaro , come Tintore delle agglonte Catta a questa metrica leg* 
senda , o per mala intormaalone o per adalailone , tenda a Uro scusato il 
Canaio della colpii tfavlsslm^ che pel mancato soccorso veonegll apposta , 
and' egli oaerftèd^ govefoo veneto la condanna di ^ol parlano tatti gli 
storlel, e della qq^le ci place qnl riportare I motivi, traendoll dai Doco- 
mento , tr^ | pubblicati, come sopra si disse, dal signor Cicogna: Dna» 
«Sii calumimi gmmqU* mora, deAtfifislqiis, oc maaimnìm poluifiel, la- 

«M» Meo iMrisii^ptfr aKnai non iNecurrertt eMUUk iVs0roponlis i^ti- 

gHS, Ueei firiHH teiU/eatm poflsa par Utfroi iptiui rrgimMi, quod terra 

<psa ob ni^nof mnO^iltoss arai te soMinllMlmo psHnOo a^^ 

eit<ii|aM ab ip$o capiUam suftoeiUreltir; non soU(<<aiido dtttulH nMittum 



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428 RITMO IN OTTAVA RIMA 

81. Il capitano de la prediela armala 

Si fece li patroni delle galee venire» 
E poi feceno consiglio de brigata , 
Dicendo : - Il ponte se yole inTeatire , 
Perchè la terra non aia abandonata. - 
Assai parole fo, ma non l'ardire (1); 



predietum; quique eltom.... dum ad diem u memii JuUi appUeutael in ca- 
nali NigropofUit eum classe navium el gaUarum sibi cùmmissartiM eum 
vento prospero ad xv miUiaria in hora , non investivil ponlem Mmto>nMi, 
me preslilit imploralum subsidium ille misere citUali , quam turpittr ei m<- 
seraMiler passus est ante oculos suos amitti , ete. Un anonimo e Inedito ero- 
nlclsta di Venezia, del pari esistente tra I MS9. €apponlanl iCod.CCLII), 
aggiunge al racconto di tale Inquisizione e condanna : « Vogliono che veniaae 
« allora decretato , che non potessero l generali avere aopra le loro galere 
« alcono de' propri flgllooll ; Il che fa con evldenia conoscere , die l'aver 
« egli appresso di sé Pietro sno Dgllaolo , sia stata la prlncIpal cagione del- 
« la perdita di Negroponte » (a car. 399). Le goall cose ci fanno raglan 
nevolmente dubitare ancora di ciò che II nostro verseggiatore 
nella stanza 79 Intorno alla renitenza del Clprlottl. É poi patente 
gna quell'attribulre ad esso Canale (stanza 81) Il coraggioso consiglio d'in- 
vestire U ponte di barche fatto dal Turchi ; consiglio di che furono special- 
mente autori I fìratelll Plzzamano di Candla , com'è concordemente affer- 
mato lasciato intendere dal più credibili narratori. V. Cicogna , noia 98 
al raceonto di G. RIzzardo. 

(1) Giova qui udire il racconto di questa dimostraziene riuscita a vuole, 
quale si legge nella già citata Cronaca del Savina: e in questo meio, l'ar- 
mata venetiana da mar vegnlva con prospero vento verso l' Isola : qoelll 
della cita di Negroponte s'allegravano sperando da quella dover esser soc- 
corsi , che s' havevano za 30 zornl continui deflTesi dalli assalti da' Torchi. 
Il Gran Turco veduta la detta armada, non senza tema disse a Mehemelh 
bassa della Romania : ~ Vedi tu l'armata venetiana contro de noi vegnir 
con gran furia ? Romperà la nostra cadeoa , e bruserà le nostre gallle , che 
al presente sono desarmate , e tote le zurme che s'atrovano sovra V Isola. 
— In questo mezo l'armata venetiana sorzè In mezo del canal , non votoodo 
andar più avanti; e benché tuli eridavano che se dovesse andar de loogohi 
agluto della ella , che erano apparecchladl luti o vincer o morir da valent' ho- 
meni per la salute de quella cita; tra II quali tarono do fradelll Candioti ten* 
tllhomeni , patroni di una nave, che cercavano con Instanza, che II General II 
dovesse dar il primo luogo per andar centra nemici , promettendo de romper 
il ponte fato per II Turco con l' Impeto della sua nave» e che non temevano 
de metersl al pericolo della morte : ma 11 Canal General non volse mal eoe- 
sentir che né loro né altri se movessero, perchè el voleva aspelar II restante 
dell'armada , che s*era fermada pecco iontan , e subito fb mandado a cMs- 
marla. Tra poche ore l'acqua et 11 vento dete volta. Il Bassi cbeciòvidde» 
disse al Gran Torco: — Signore, quell'armata ch^ al vento el acqua par a 
veder che sia fermada , questo ne sari grand'otllllà et bonor , perchè le- 



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SOL CASO DI NE6R0P0NTE 429 

E cosk stando vicini a la terra, 

li Torco rinfrescò roagtor la guerra. 
89. Gie ona nave ad vele gonfiale; 

Infaria come fa II cervio al fonte , 

Con Pantana alta e le sarte tirate , 

E diriiò il tiroon e investi il ponte 

Il qaal fece le gente renigate , 

Si corno diii , a Santa Chiara in fronte ; 

Ma non potè monstrare tropa virtae , 

Perchè soletta in gran hattaglia fne (1). 
83. Se avesse avato spalle deirarmata » 

Eia non era guastata e diserta. 

Di dentro gente assai fo amazata , 

Che più non comparia sopra coverta. 

La terra ancora non era abandonata, 

Per poco aiuto di scampo era certa : 

La nave incominzò a voltegiare , 

Che ebbe di grazia dovere scampare. 
84.* In Negroponte piangean d'allegréza, 

Vedien Tarmata et gli amici accostare, 

Baciando Ton l'altro per tenereza , 

Diciendo : - Forse Dio' ci vuole alare. - 

Onde che 'I Turco con assai pia aspreza 

Incominciò nuova battaglia a dare , 

Sollecitando sempre maggior guerra 

Dalla Gludecca per aver la terra. 
80.* La ciptà per eombactere era stanca , 

La guerra durò infin presso alla sera ; 

La ròcca alzò una bandiera bianca , 

Poi la levò e rizzonne una nera , 

Perchè di drente la difenslon manca, 

E Turchi rinfrescavan a schiera a schiera. 

Egli era tanto del romore el supplicio , 

Che 1 di paria che fusai del giudicio. 
86.* In sul mattino la canaglia entrava , 

Dalla Giudecca le genti arrabbiate; 

mono de soccorrer questa cita : però eomlnzlamo ta bataglla , dando ras- 
salto alla cita — » (oar. 436-437 del Ms. efiato alla pag.401, no. 4). 

(1) Non troviamo alcun fatto che a questo somigli, tranne quello che 
dal frale Dalla Castellana viene allogato sotto la data del 30 giugno, e narrato 
eolle parole che cominciano: « In quello di venne uno roaraoo ec. ». Olire 
però alla dtOierenza.del tempo, è facile avvedersi come qui venga falsata 
IMntenzIone di ehi fin là condoKo aveva quel legno. 



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490 RITMO IN OTTAVA RIMA 

Una bandiera rosfa si driiava 

Alla ròcoa le genti bapteiate. 

O adilori » per non tenervi a bada » 

Le strade eran di morti coyertate* 

Quanti Cristiani fogian oo'flgli in braocio, 

Vedendo le br yite a breve apaeeio I 

87/ E'si vedea donxelle et maritate , 
Et altre donne correr per la via 
Colle faccio sgraffiate et sflgarate » 
Con gran lamento et gran manineonia ; 
Altre co' 0gli a mano scapigliate 
En ver'poaente lenean la via, 
Et molte s'annegorno drente al mare 
Per noa vedersi da' Torchi atraslare. 

88.* Hor chi potre' tante chose ridire (i) 

De' pianti , delle grida et del lamento? 
Vedendo»! o'Cristianl cosi morire, 
Pensa come il lor onore era contento I 
Le povore alme Dio facci ben gire, 
Per lor martir le mandi a salvamento : 
Et voii lectori » habbiale passione; 
Fate per loro a Dio qualche orasione. 

89. Da poi ch^ a sangue e saco andò la terra , 
Tre giorni stiè la cittadella forte; 
Ma per oootinqar de Taspra gnerra 
Di dentro, dabitavaa de la morte; 
Vedendo a peii mora andar per terra , 
Ciascnao dicea : — Or toea a noi le sorte — ; 
Foron disposti acordo pigliare , 
Pensando le loro vite presalvare. 

90/ Disse il Gran Torcho : — Per dio Maeomecto , 
Se mi volete la Horteia dare (8) , 
Per quella fé che iace nel mio pecto 
Ei per la mia corona imperlale , 



(1) Della carniflcloa che Maomedo fece fare In Negroponte, non < 
tendo che I suol soldati serbassero vivo alcun prigioniero , e facendo mortrs 
persia coloro che cercavano di traftigarll , ò da leggersi riogenua deaertiloBC 
del Rinardo ; che di tanta crudeltà adduce la ragione seguente ; « Tutto è 
« slato per le male parole usalo verso di lui da quelli delle mura quando 
« domandavano la terra a patti. Veniva molto dispregiato II Slgnere, «d la- 
« gloriato lui e la sua gente , e se n'è voluto ricordare a (pag. 90 e aagg-l* 
(3) La « torre del ponte » , come dice Fra Giacomo Paglleae (4rc*. 
Slor. ìlaL , Tom. VII , part. Il , pag. 57). 



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SUL CASO DI NEGROPONTE 431 

Che qaeOo «bserTord che ▼! promeeto ; 
D'altro non vi bisogna dobitara. 
Et in Italia (wtrete tornare 
Con Toetre donne , o'I voatro aver portare. 
91. In brevità , li accordi foron trattati (1) : 
Conlenti gentilomini col casteHano 
Colle loro donne forano amonlati , 
E donoron le ehiayi al capitano, 
Le qnal al Gran Torco l'ebbene proBentati ; 
Ma Ini li riagoardò con aoto strano , 
Dicendo : — Vai siati qni , Cristian cani , 
Voi siati par vinoti a le mie mani. — 

93. E non giovò a'miscbini saper dire, 

E il Gran Torco chiamò ad sé il castellano , 
E dixe : — Vi inpromisi non far morire , 
Perchè da mi stavo tropo lontano: 
Chi pr6misse ve l'ha voi pò disdire. -- 
E poi pigliò la simitara in mano, 
E il mischino castellano si dioollone , 
E similmente il Bailo tractone (S). 
93/ Poi disse ai Turchi : «^ So , con vostra mano 
Ciascnno oomo gentil sia dicollato. ^ 
L'oomo mancator di fé, Crudo et villano, 
Hebbe e'meschini in tal forma ingannato. 
E'Tnrchi avien le scimitarre in mano , 
Et ebbon ciaschedon dicapitato : 
Le gentil donne ne meooron via 
Drente da Romania et Netalia (8). 

94. Dà poi il Gran Torco fé la mostra fare 

De soci cavalli e sei provisionati ; 
Vedendo qoantl ne potè mancare , 
Qoarantadoe milia men foron trovati (4). 



(i) « Il bassa, e Domenico Demonessi » (on foggltlvo rinnegalo) « gli 
« pfèorise di issoiar loro la vita , ma che sarebbero schiavi. Rispose ^ cbe 
« erano contenti ». Riatarde, pag. 19. 

(1) i da notare, cbe nessnno del nostri oarratorl rsosonta che TEriuo 
maae, acme di poi corse lama, segato tra doe tavole. Il Riizardo poi dice 
in modo asssl positivo : « Colle soe proprie mani li signor Torco io scannò, 
« • lavcast le mani e'I volto del soo sangne • (pag* 33). 

(3) Notisi ancora come di qoesll Ire o qoaltro contemporanei, non sia 
chi fàccia menzione di qoeU'Ànna Brlzio , cbe fa dal moderni pre» a sog- 
getto di loro' tragedie e romaoil. 

(4) Il chèi è por sempre meoo esagerato di quanto scriveva, come pa- 
re , alla Signoria stessa di Venezia II frate Pogliese , concorde In ciò con 



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432 RITMO SOL CASO DI NBGROPONTE 

Li feriti non se polea siimare, 

Li homini degni e csTalli Tantegìati ; 

E qui' che forono morti da' Pagani , 

Il nomerò fo trenta mila Cristiani (1). 
9tf.* Di poi che le forleze piglioe , 

E le forni , et rassettò la terra , 

Et venti mila Torchi vi laacioe , 

Et racconciò le mora gite in terra {%) , 

A on capitano le raccomandoe , 

Lasciando qoel che fa mestiere a goerra : 

Citelli et garzonetti menoron via 

Per variate parti di Torchia. 
96/ Alcone forleze al Torco poi far date , 

Portandogli le chiavi nelle mani ; 

Dobitando di non esser gnastate 

Sicome Negroponte dai Pagani ; 

Et con lo Torco si forno accordate , 

Dando la fede loro nelle aoe mani. 

Poi si parti el gran Torco et la soa armata, 

Et in Gallipoli si fé ritornata. 
97. E' sarebbe proliso 11 mio parlare, 

S'ogni ponto dovesse esser contato; 

Onesto in sostanza si vi pò bastare. 

Ciaacono de voi da me sia ringraziato ; 

D'ogni cosa il Signor si volo landare. 

Idio prosperi la Fò in gran stato, 

E doni de qoa pace e di là gloria : 

Al vostro onore rimata è (3) qoesta storia. 

l'altro detto Dalla Castellana : « in clnqoe battaglie ne morlmo (de' Tor- 
chi ) 77.000 ». ( ArMc. Star. Ital. , Tom. VII , par. I • pag. 57-58 }. 

(1) Poò dirsi, al confronto, eslenoazione quella del Pogllese sopra alle- 
gato : « De'VenezIanl , per la descrlilon fatta , morlrno. tra la terra et TI»- 
« la, 6,000 persone • (Ivi). Secondo l'elenco da noi citalo alla P»«™; 
ne. 1 , la popotozlone di Negroponte e delle Isole circonvicine sarebbestoU di 
87,400 anime ; delle qoall la città espognaU ne aveva «.500. Il Elnardo si- 
férma che non rimanessero vivi se non se I fanclolll d'età minore di oUo anoL 

(8) 8eoondo II RIzzardo, Il solUno Maometto non fece altrImenU qoa- 
sle opere che sarebbero bisognate per la difesa dell'Isola , per aver avolo 
sinistre notizie delle condizioni In che trovavasl uno de'sool Agli à\w» 
l'Ungheria : « S'e'non fosse sUU questa nuova, e'voleva metter In ordine 
« di far conciar la terra, e far forti le punte. Uscio tutto ec » (pog. 13). 

(3) L'edizione Senese: Al eoiiro onore è /Itilla ec. 



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NARRAZIONE IN PROSA 



Perdita di Negroponte, scritta per Frate Iacopo 
dalla Castellana. Comincia così (I) ; 



Nelli aoDi Domini del noitro Signiore lesa Cristo MCCCCLXX, 
a di V del mese di giugoio , usci fuori dello atretto tarmata del 
Turco » cioè treciento Tele » infra galee e foste e parandarie (S) , 
cioè marani. L'armata della Siagnoria, cioè,xxxiii galie, si tro- 
vara aUo Tenedo quando osci fuori la detta armata dal Torco , 
air insula del Neinbio, là dov'era rettore messer Bernardo da Ba- 
ci] À questa oarrazlona precedono net manoscritto doe altre flcrtttnre di 
affine argomento ; cioè ona profezia di Frate Àolonlo da RIeU , degli Osser- 
mnU di 8. Francesco, scritta lo forma duellerà a Frale Roberto del Dome- 
nicani di Fermo; ed nna lettera del cardinale Isidoro Retlnense, scritta da 
Cewlia al ponteOos NIeeelò Y, a d« 7 di Inglto I4aa, elrca doe mesi dopo 
che 11 Unreo ebbe espognala Costanllnopoll. Il raeepalo di Frale Iacopo dalla 
Castellana è come collegalo a codeste pittore per ? la della rubrica seg tenie : 
À pre$90^ perehi paia ch^ ieguiU la della ptofexia dopo ìa irUla perdila. di 
CoffonlliiOfMill eoa Unito vitupero di^CrisUani^ che fu di maggio 1403 , ora 
tocca a dire delia perdita di Negroponte , con pf& donno e vergnia (corr. ver- 
f09Uflm)de^Crieiianii bemckea rMxAntf lodlcufs là perétta della loro tèrra, 
eWao furono eagUme Storne di CoitaniiuopoU., che (agg. ae) qmndo ei perde 
Faieeethio aiutato di quello potevauOt non ti perdeva. Ora la perdila nuova di 
Negropome, che fu a di 12 cK lagUo 1470 (agg.te^), per la loro cagione ; come 
a Himloi» al Concilio , a tempo di papa Pio , fu decto loro : noUo voltano 
ckreiere; e per W perdiià forn coeterà a tmtH è' CkrUUani. PiacHa a Dio 
non eia. 

(2) ni noli parandaria , fatto qui , come più Innaosl poiondrCa, sinonimo 
di morano. Il RIszardo adopera plA Tolte putondaHe ; e I nostri vocabolari re- 
glsiraoo soltanto pntaMlraa. 

àpp. , Yoi. IX. aa 



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tìk NARRAZIONE 

natale ; eili prese lo castello dove era rettore messer Marco Zane ; 
e elli el bassa, cioè il capitano deirarmata del Turco, fecie tagliare 
a pezi il rettore , con tnltì quelli de numero di ccc anime , sanza 
li putti , eh' elli mandò a Costantinopoli per ischiavi. 

£ a di X del detto mese , andò la detta armata del Turco alla 
insula di Stalimini , là dove era stato rettore messer Bartolomeo 
Barbaro (1) , e al presente era rettore messere Antonio de Ca- 
poppo ; e li conbattè el Poliocastro cinque di e cinque notti , e 
iamen non potè fare niente , per essere forte el castello ; e de 11 
si partio la detta armata del Turco , e andò alla insula de Schiro, 
e si abrusò il borgo , e al castello non potè fare niente , per 
esser forte. E Tarmata de*Viniziani rimase a Schiotto e Schopilo, 
elli prese xviii fusto de' Turchi e due galee, senza anima, per 
essere iscampate in terra ferma; essi prese una caravella da 
Scio , con cinque mila ducati , e ciento braccia di scarlatto , che 
mandavano queUi da Scio per trebuto allo Granturco a Nigroponte. 
A di XV del detto mese , cioè il di di Santo Vito, andò la detta 
ormata dello Turco a Nigroponte dalla banda di Carasto e de 
Porto Leone ; e si entrò dentro dal canale , e surse allo ponte di 
Santo Marco, di lungi da terra tre miglia. 

In quello medesimo di, in quella ora , giunse il Granturco in 
pefsona, e venne per terra con treciento migliaia di uomini, non 
contando quelli dell'armata , chessi estimavano essere sessantami- 
lia, che volea dire ccclx milia persone (2) per mare e per terra. 
E a di XXV del detto , el Turco fecie fare uno ponte di len- 
gniame sopra le >palandrie , cioè marani : da terra ferma alla in- 
sula era lungo pa38a ciento, e era largo passa quaranta; e era 
allo ponte di San Marco, dove era surta la sua armata: e da sopra 
allo ditto ponte passò el Granturco in persona , e il suo figliuolo 
minore , e lo bassa della Romania , perchè lo bassa della Natulia 
era capitano generale dell'armata. 

E . essendo passato il Granturco in sulla insula con qualche 
dugìento cinquanta milia persone, tutte a cavallo, riservato 
qualche xiiij milia Tanengarii, cioè Cristiani rinnegati; e si 
fecie mettere il suo padiglione sotto Santa Clara, di lungi da 
terra mezo miglio; e era lo detto padiglione in un bassetto a 



Ci) Il fils., Éarbao. 

(2) Richiamiamo le note 4 a pag.404 , e i a pac,4lO. 



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DEL CASO DI NEGROPONTE 43S 

finonte colle Forche , che erano in terra ferma. E il misse una bon- 
barda sopra la montagnìnola , che baltava alla porta de Cristo. 
Onesta porta è de qna alle bande della beccarla inverso levante. 
£1 bassa niisse el sno padiglione dentro a San Francesco arente (1) 
alla fontana ; e 11 erano xxx mortali (2) , cioè bonbarde , tanto 
larghe quanto longhe, e mettevano su alFeita quando le vole- 
vano buttare ; e la petra di ciascuna dugiento* rotoli (3) , che 
monta libre siecento , e butavano in aere » e al cascare cascavano 
entro la terra; le quale guastavano molte case, e amazavano di- 
molte zente. 

Il sno Ggliuolo minore misse el suo padiglione sotto la Fale- 
griza , cioè Santa Maria sopra '1 monte ; e da li alla fontana, cioè 
dreto a San Francesco» ^a pieno di tende de* Turchi , sicché Tuna 
toccava l'altra, cioè per ispa^io di cinque miglia. 

Alle Fornaci , cioè dentro del borgo a mano sinistra in verso 
austro , elli erano due bonbarde grossissime del Turco che butta- 
vano alla porta del Tempio, spezialmente quella che fecie fare il 
capitano passato, cioè messer Bondinieri (&•) : e queste doi bonbarde 
che stavano alle Fornaci , eragli un grande reparo advante le 
bonbarde , acciò che quelli della terra negli potesse danneggiare. 

In terra ferma, cioè dalle Forche insino alla Ficara, dov'era 
la fontana , tutto era pieno di tende e padiglioni di Turchi. But- 
tava sopra lo canale alle mura in fra li ponti e la porta di Cristo; 
ciò è quello muro dove era dipinto ad ogni merlo San Marco , 
dalla banda di Turchia. 

El Granturco mijsse dieci bonbarde (5] in su quello poggietto 
alla via de Stius , che buttavano sopra lo mare , e buttavano alla 

fi) Non troppo divergo, aneora nel saono, dal toscano a randa, e sino- 
nimo di rcuenie ; tatti derivali da Jka^r^o. 
(3) Il Ms. , merlai. 

(3) Il rotolo è peso di once trantalrò e no terzo. 

(4) Il Bondamfer, del quale si è parlato in Ispecle alia pag.40ft, no. 3. 
DI lal*dlce , Insieme cogli altri , il Savina , bencliè col solito errore nel nomò : 
« Giera. . « . In qoella città. . . : capitano Aialse Calbo , et ancona non era par- 
c Uto Zoan Badoer, cbe paochl zorni avanti haveva dato* luogo al Calbo » 
(car.436). 

(6) Sono sino a gol noverate dai nostro, non già ottocento, conoe scrisse 
raeereaeltore del secondo Ritmo nella sisma 73 , ma sole quarantadue tra 
bombarde e mortai ; le quali • secondo il Rluardo , traevano tra II di e la 
ootta contro la terra colpi o pietre centoventi. 



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436 NARRAZIONE 

lodeca allo Rarcbio » ciò è allo Archeoak : e le ditte diari boa- 
binrde battayano di e notte xxiiij colpi per una. 

L'oltimo dì del predetto mese » el Granturco vedendo che la 
terra non si voleva arrendere , mandò per dispetto tre milia ca- 
valli collo stendardo per la insula , per inaino allo Rio, tagliando 
a pezi ognuno» uomini e fenmine. E' patti da xv anni in sa^ 
mandava in Costantinopoli per iscbiavi, e li pnttini di culla in 
fascio si li facieva scfaioppare come uno cangnoolo. E qnelli detti 
tremilia cavalli presono ano castello per tradimento , che aveva 
nome la Tappa (1) ; e li erano drento Io ditto castello tremilia Cri- 
stiani , ciò ò Greci. Tutti furono tagliati a pezi inanti le mura di 
Nigroponte, che quelli della terra li vedevano : e questo facierano 
acciò che la terra si arrendesse per terrore. 

In quello di venne uno marano, ciò ò uno navilio carico di 
munizióni e di soldati » da Vinegia per Soccorso della terra , e 
si entrò in lo canale dalla banda ove era Tarmata del Turco, non 
credendo fosse li ; e cosi lo Granturco fecie pigliare li detti sol- 
dati e marinari , e fedeli tagliare a pezi tutti inanzi alla terra. 

In quello di, il nostro giovinetto bonbardiere , cioè era in Ne- 
groponte, amazò colla bonbarda due bonbardieri del Turco, li 
migliori che avesse. 

A di V del mese di luglio, el Granturco fecie empiere le fosse 
4e fascine là dove aveva rovinato le mura , ciò é dalla parte dei 
Tempio insino alla porta di Cristo ; e pieni che furono li detti 
fossi , incominciò a dare la battaglia per volere entrare drento 
nella terra : e quelli della terra buttarono polvere da bonbarda 
sopra le dette fascine ; e entrati (2) che furono li Torchi dentro 
nel fosso , quelli della terra buttarono fuoco drento le fascine ; e 
a quella prima battaglia si abrusciarono e anegarono più di 
xiiij milia Turchi: e questo fu saputo per uno schiavo, ehel 
bassa facciendo la mostra , trovò manco li detti Turchi. E a di vii] 
del detto mese , el Turco dalla banda della insala incominciò a 
dare la seconda battaglia ; e dando la battaglia , quelli della tetra 
missono una bandiera del Turco in solle mura minate per ingan- 
narli , acciò che dovessino entrare drénte le fbsse. Esso Granturco 
vedendo la sua bandiera in sulle mora ruinate , si credette che 

<l) CoDfroiHisl eoa la starna 28, apparlenente alia prlaia 
del secondo Ritmo. 
(2) li MS., entralo. 



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DEL CASO DI NEGROPONTE 437 

fmsono quelli del trattalo, eiò é Tonmaao lschia?o : e il Grantarco 
botto il sao bastone de argiento ; che se intendefa la terra a 
saccow £ data cb*elli ebbe la terra a sacco, corsero ^aalcbe ce sca- 
lie turche (1) alle fosse per entrare drento i credendosi atere la 
terra ; e quelli della terra sì difesono realmente. In quella seconda 
battala furono morti xyj milia Turchi : che sono , con la prima 
battaglia , trentamilia Turchi. 

In quello di medesimo , drento alla terra fu discoperto el triH 
dimento che ayera ordinato la maladetta animaci Tonmaso Ischia- 
vo (2) , capitano di cìnqueciento soldati ; e questo tal tradimento 
fu discoperto per la fenmina dd ditto Tonmaso , che lo andò a 
dire ad una Teccbia greca , e la detta vecchia l'andò a dire a 
messer Bailo (3) ; e messer Bailo mandò per Tonmaso ScbiaTO e 

(t) Il Ms., lurcM. 

(2) Boeo.il raeeonto di gael iradlmeoto, come leggesl nella Cronaca di 
Girolamo Savina. I patrizi Veneziani che allora si trovavano al governo di Me- 
groponte , non mancavano , secondo qael cronista , di cosa alcuna , e avendo 
« gran speranza in Tomaso Schiavon da Livorno , qual haveva nna bona 
« compagnia di 800 fanti italiani , delil qaaii molti Itf notte fazivand et an- 
a davano al campo de'TnrQbi. Ancora II detto capitano fo trovalo de notte 

• alle mora esser a parlamento con Torchi ; et oltlmamente Lnca da Corto- 
a Ila nepote dei defto Tomaso si callo una notte zoso dalle mora, et andò 
« al Gran Torco con lettere secreto de sao zio. Il povero popnio vedendo 
« tanti strani segni comenzò a temer, ha vendo anche altre sosptcion, et 
« apertamente dissero che la saa pa|ria.era per esser tradida dal detto To- 
« maso; il qoai vedendo che il citadlnl di mal animo io guardavano , fecce 
« melar un loroo latta la eoa compagnia in arme, et venendo alia plassa 
« tato fariado , a loU li bomeni e donne che soontrava della terra , el dava 
« la morte , e de vitoperlo mlnasiavall. Il Balio con parole e promesse si- 
<r molate placò r ira dell' infdriata aera , e pigliandolo con serena fronte per 
« la mano , con oa solo soo compagno io menò In pailazzo , lovitaDdolo a di* 
ff anar con ini; e tonto In saila , da alcuni citadlnl (che cosi era l'ordine) 
« con pagnali el fu ferldo a morte; et avanti cb'el compisse de morir, eifd 
« appiecado ad ona fenestra. B fa messo in soo looca Florio da I^ardon , Il 
« qaaiede li a pochi zomi andò ai Gran Torco, avisandoio che mettendo l'arili- 
« laria grossa centra la terra dalia parte del Burchio, qual se trovava veecliiae 

• cadeva , plgiieria la oltlè ; e cosi fu fatto per M aooMlh. La torre che me- 
te nazsava rovina , poche percosse aspetò , che tota cascò vèrso H campo 
« de'Torchi , empiendo il fossi , et alzando el terreo de fbori centra la die ». 
( car. 430).' 

(3) Anche nella Lettera di Frate Giacomo Pugliese (in Malipiero, loccil.): 
« La cosa fo scoverla da una vechia ». Bai racconto però che ne fa il Bla* 
sardo , il più speelflcalo che noi oonosclamo so tal proposito , si compremle che 



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488 NAHRAZIONB 

per Fioredìnardo conestabile , e per altri conestaboli , e per Gior- 
gio Albanese ; ^e lui confessò la cosa come era. 

E Tonmaso Schiavo vedendo Giorgio Albanese (1) aveva confes- 
sato la cosa come era stata senza essere tirato (2) , confessò il detto 
tradimento , voleva dare la notte la terra al Granturco» per essere 
lui bassa. E in quello, messer Loiso Dol6ni, in presenza di messer 
lo Bailo, li dette con uno pugnale in lo petto al detto Tonmaso; e in 
quello messere lo Bailo fecie {squartare il detto Tonmaso e Fio- 
redinardo (3) e altri , e fecie li quarti buttare nel campo del Turco. 
E maestro Enrico bonbardiere fii ciccato , e maestro Piero Albane- 
se (4) bonbardiero si gittò dalli muri , e andò allo Turco. E a di ix 
del detto mese , el Granturco dette la terza battaglia pure a Ne- 
groponte dalla banda della insula. In quella terza battaglia furono 
morti cinque milìa Turchi : che voi dire in tutto xxxy milia 
Turchi. 

A di X del detto mese , el bassa volse dare la quarta battaglia, 
e li furono morii tremilia Turchi : in tutto li morti xxxviij mi- 
gliaia. • ^ 

A dì xi del predetto mese, el Granturco fecie empiere li fossi 
di botti e di corpi morti , e incominciò a dare la battaglia aTaati 
di per la banda della insula ( e questo fu il giovedì ) , là dove 
aveva rovinate le mura , cioè dalla parte del Tempio a quella di 
Cristo, e per mare. Fecie venire Toste armata li dove aveva ro- 
vinate le mura , ciò è dalla ludeca ; e quando Toste armata se 

non ana vecchia né aleana amasia o ragazzo furoao I rivelatori delta ooo- 
glara, ma la temerità de' congiurati medesimi nel condarre e mandare ad 
eCTetto la loro Infame maecbinaziooe ; tanto che I cittadini stessi poterono far- 
sene accusatori al potestà o ballo della terra ,' non mancando flnaocha la 
testlmoDlania del « villani messi a raccoglier rovinaccio rolnato dalle mora 
del portello del Patriarcato ». Ma leggansl le pag. 11 a IS del già citato niz- 
zardo. 

(1) Il nizzardo chiama costai « Andrea Albanese , che già anni selle era 

« spione del Torco, e praticava In casa di tatti i rettori » deir isola 

(pag. 12-13). 

(S) Cioè, come pare, con la carroeola del tormento. 

(3) Vedasi la nostra nota 1 alla pag. 416, e la qoi preoadeote i, 
pag. 437. 

(4) Non ci è dato conoscere se qal voglia parlarsi di qaello stesso Giorgio 
Albanese del qaale è detto di sopra. Del rimanente , è iìicile II raccogliere 
dai diversi narratori flo qal citati , che oltre al cooestabile Florio e a Loca 
da Canola, altri ancora si salvarono coi fagglrsene al campo de'Tarchr? 



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DEL CASO DI NEGROPONTE 439 

acostò a intrare alla terra , el nostro boobardiere , dò è il lovi- 
Delto , rompe trenta galee del Turco. 

La nostra armata de'Vinizìani entrò dalla banda del canale 
nel ponte di Santa Clara verso levante , e poteva molto ben dar 
soccorso alla terra : ma per paura delle quattro bonbarde del 
Turco che traevano arente allo secondo ponte , che era dalla banda 
de qua , dove era Tarmata della Signioria ; e lo detto ponte era 
fatto sopra le faste del Turco , le quali furono xxx ; e fecìele 
passare lo Turco asceso con ingiegni dallo ponte di San Marco 
fino al ponte di Santa Clara , che è cinque miglia : e inperò la 
Magnfficenzia del Capitano Gienerale errò (1], ciò è messer Nicholò 
da Canale , perchè la sua Magnificenzia lassava andare quelle navi 
de'Genovesi che aveva preso in Candia» a orlare e investire lo 
ponte ; e ionseli due galie di Cipri , due da Rodi , che se ofersoro 
andare a dare soccorso alla terra: la sua Magnificenzia noUi 
volse lasciare andare ; la causa perché non se sa ; e per questo non 
soccorrete la terra (2]. E nof della terra vedendo non avere soc- 
corso 9 contultociò conbattemmo valentemente per insino a ore due 
del di ; perchè a due ore del di li Turchi erano signiori di tutti 
e* mori di Nigroponte, e a mezodi conbattero , la piazza. E 
dalla porta dove se levava San Marco insino alla porta del Tem- 
pio, le strade erano sbarrate de travi e con botte. Le donne da 
su le finestre con aqua bollita e con calcina e coppi amazarono 
gran quantità di Turchi. E in quello di fu pigliato Nigroponte. 
ciò è tutta la terra, riservato el ponte , el quale ebbe poi el 
sabato. 

EUi fecie tagliare a pezi tutti quelli s' crono trovati in Nigro- 
ponle , uomini e fenmine da quindici anni in su (3) ; e li fanciul- 
lini de fascia li facieva ischioppare a modo de cagnolini. El Gran- 
turco fecie fare la mostra della sua giente , quanti ne era morti 



(1) ff Dio gli perdoni, per chi mancò, a modo cbe'l merita ». Cosi lo 
scrivano di galèa nizzardo. > 

(2) Prendemmo licenza d' Interpretare In tal golsa II M8.,cbe poneeon- 
rosamente : la ehausa pereM nome e per qiuito non ioeehorrere la Urrà. 
Quanto al contegno dell'armata, si rivedano le nostre note a pag. 437 e 428. 

(3) Dice il Savina : « Pochissimi fdrono quelli alll qaall l<i misericordia di 
« Dio perdonò In tanto foror » ; e ebe « vi furono morti da lOO galleotl, 400 
« CandIottI e 000 soldati Italiani b : qoesl'alllml però , la maggior parte , per 
citlpa sospetto della cooglora. DI ehe vedasi II nizzardo. 



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440 NARRAZIONE DEL CASO DI NE6R0P0NTE 

ìd- quella ultima battaglia. Trovò mancati xxxYÌiij migliaia di Tur- 
chi; che Tole dire, con quelli altri, lxx?ij milia Turchi (1). 

^ £1 capitano gienerale de' Vinìziani fede fare la discussione, che 
possevano essere morti ^e' Cristiani xxx milia , infra grandi e pi- 
colini. 

Statto e Scopulo e l'Orto e lo Carasco areano mandate le 
chiave alli Turchi. 

Dolimbro et de Castalimoni e lo Fittilto se ragionava che ave- 
vano mandate le chiavi al Turco. 

In quello di arrivò il veqi^ capitanio de'Vinizianì messer Lo- 
renzo Lordano con xvj galie e cinque navi e doi galeazi; e anco 
vi arrivò messere Iacopo Veneri» capitano gienerale delle nave, 
con xij nave e quattro galeaze : in somma , lassai a Porto Leone 
Ixxviiij vele. 

Io frate lacomo dalla Castellana vidi tutte queste cose, e scam- 
pai in sulla insula per sapere la lingua turchesca e grechesca (2). 

(1) Il Savina stesso fa fede della Ciina che fotoroo a ciò corra lo allora, 
e si mantenne di poi , narrando che il cradelissimo eccidio ordinato dal via- 
citore Maometto, stato fosse « in vendetta de'sool che erano sta' morti la 
«'quell'assedio, che si dice essere stati più di 40 mille Torchi • (car.487). 

(S) Come per corrispondere a qoaUa spezie di preambolo che abbiaBW 
riferito lo nota da principio , trovasi gol appresso la Goocbioslone che segoe: 
Àdii2 di luglio 1470 , fierderono e'VMsiami Negrùponte ; che non che loro, 
di tal perdita ee m debcmo dolere tulli e* buoni Cristiani. Ora iddio ponga 
fne 9tt<, e metta in quore a* euoi fedeli Crietiani di fare Imona e pirfeUe 
unione. 



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STATUTI 



DBLLA 



FRITBRNITI B COMfiNM DEI FIORBNTINI 

IN VENEZIA 
DELL'ANNO MDLVI 

DATI IH LUCB PER CURA B PRECEDUTI DA UN DISCORSO 

DI AGOSTINO SAGREDO 



App., Voi. IX. 56 



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A GINO CAPPONI. 



Il ea?aliere E. A. Cicogna, nella sua biblioteca , copiosa di mo- 
numenti storici inediti, e della quale è libéralissimo cogli studiosi, 
possiede un codicetto membranaceo contenente li Capitoli della 
Compagnia di San Giovanni Battista dei Fiorentini » die esiste?a 
altra Tolte in Venezia. Hi concesse il farne trar copia ; ebbe la 
cortesia di collazionarla egli medesimo coirorìginale , e mi pre- 
sta cosi il modo di offerirri in dono un documento isterico » del 
quale nessuno , che io sappia , ha dato contezza. 

Fu satio ayyedimento del gorerao Veneziano lo accordare lar- 
ghissima ospitalità ai mercadanti e artigiani di altri paesi, per al- 
lettarli a concorrere in gran numero , e con grandi ricchezze , in 
queste città, allora uno de' principali mercati del mondo, e centro 
d'operose industrie. Si accomodayano gli stranieri con alberghi 
e fondachi separati , dove ciascuna nazione vivera secondo le pro- 
prie costumanze , eserciterà il proprio culto. Nessuna separazione 
de*nostri connazionali dai cittadini , co'quali yivevano domestica- 
mente ; e da qualunque regione italiana yenissero, era permesso 
loro il congregarsi insteme separatamente, per goyemare i privati 
negozj in quel modo e con quelle leggi die s' imponevano da loro 
medesimi, riputandole le meglio opportune. Né il governo vi si 
immischiaya punto né poco , solo serbando a sé il diritto di con- 
cedere la prima unione delle diverse congregazioni, e di pigliare 
notizia* del primitivo loro statuto. 



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4U INTORNO ALLA FRATERNITÀ 

Firenze, ricchissima di commerci e d'indaslria, ebbe antiche 
relazioni di traffici con Venezia. In un sommario di leggi , esi- 
stente nel Civico Maseo Correr, a me fatto conoscere dal dottore 
Vincenzo Lazzari che vi presiede , è notato un decreto del Mag- 
gior Consiglio del 12 settembre 1312, dal quale si conosce di 
quale importanza fosse la colonia fiorentina che 8*accoglieya fra 
noi. 11 nostro Comune dopo la guerra di Ferrara, e la famosa 
scomunica che ne fu conseguenza , s'era pacificato col Pontefice, e 
doveva pagare in curia la somma di ventimila fiorini d^oro. Ai Fio- 
rentini dimoranti in Venezia fu imposto di fare il cambio , sotto 
pena d'esilio se non accettavano l'obbligo. Nessuno si presentò; 
fu accordata una proroga ; nel di 8 d'ottobre seguente comparve 
il solo Ser Donato Peruzzi, che teneva qui la ragione delli Scali , 
Societatis $calarum , siccome è scritto in un appunto da me fatto 
sono già molti anni , e che trovato per caso vidi coincidere col 
citato sommario. Il decreto d'esilio dei Fiorentini fu eseguito il 
26 ottobre , tranne che pel Penuzi , che il 28 dichiarò aver Citto 
il cambio. Ma pare che l'esilio dorasse poco , o fosse solo nùnaccia 
eseguita momentaneamente; perchè* iu una mia antica Miscellanea 
manoscritta, si vede che dal 1315 al 1350 fa coaeessa la cittadi- 
nanza veneziana a parecchi mercadanti fiorentini, temporanea 
però , perchè non volevano renunziare alla cittadinanza del Co- 
mune nativo. La chiedevano, perchè la cittadinanza venesiana 
recava con sé il fruire tutti i larghissimi privilegi e le valide 
difese che t nostri godevano, ed in ispezie ne'conimerci coll'Oriente. 
Ho veduto nella raccolta d'Iscrizioni Venesiane fatta dall'Abate 
Coleti,ed esistente nel Museo Correr, il nome di altri fiorentini 
fatti cittadini veneziani , anche in tempi posteriori ; e trovo che 
nel 1339 volendo entrare il nostro Comune in pratiche di accordi 
con Firenze, si chiesero mediatori i Fioreatini stanziati in Vene- 
zia : lo che fa prova che non erano pochi « né poco potenti. Snllo 
scorcio del secolo XIV furono accordati privilegi a' Fiorentini an- 
che in Fano, che era allora soggetta al dominio Veneziano. 

Ho parlalo di commerci; non posso omettere di far ricordo di 
un buon monaco fiorentino. Frate Giotto degli- Abati, fondatore del 
convento di Sant'Antonio di Vienna in Francia, demolilo per pian- 
tare i giardini pubblici. Nella chiesa, ricca di preziose opere d'arte, 
vi era una lapida che ricorda il fondatore e il $uo sep<dcro, e 
ne dà buon conto il Cicogna nel Volume I della sua opera siiUe 



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DEI FIORENTINI IN VENEZIA hk& 

heriwkmi VeneMne. Ben diyersa rortona che quella di Frate Giotlo 
ebbe io Veneiia un altro frale domenicano , Gio?anni di Dome- 
nico, poi cardinale e beatificato » scrittore mistico ; e le sue IcW 
tere sono registrate nei testi di lingua, tra quelle dei Santi e Beati 
fiorentini. Fondò egli , e governò il conTento di suore domeni- 
cane del Corpus Domini , ora demolito ; e yoUe, insieme col prete 
Leonardo Pisani e il patrizio Ser Antonio Soramo, introdurre nel- 
l'anno 1398 anche Ara noi i Penitenti Bianchi: compagnia nume- 
rosissima, che andava vagabondando di città in città, di chiesa in 
chiesa, e cantava laudi e gridara miserieordia ; ed il fondatore della 
quale fo bruciato per ordine di papa Bonifacio IX. Al Consiglio 
dei Dieci non garbò punto questa invenzione, ed il dì 10 setlem* 
bre di quell'anno la vietò in tutto il dominio ; e siccome i Peni- 
tenti erano. giunti a Chioggia, fu imposto a quel potestà che vadant 
prò faeiit iuis , in modo delicato , e come se non fosse comando 
del governo* Frate Giovanni di Domenico non poteva ignorare il 
decreto; uscì un bel giorno colla sua processione di Penitenti 
Bianchi ( cosi detti dalla veste ), ragunati fra i suoi devoti , e giunse 
a S. Giovanni e Paulo. Ivi si trovarono uno dei capi dei Dieci 
co'suoi ofBciali, che impedi la processione ; i Penitenti fecero re- 
sistenza ; e ne venne un tafferuglio , nel quale non fu rispettata 
neppure^ l'immagine del Crocefisso che era a capo della processione. 
Adunatosi immantinente il Consiglio dei Dieci, fu ordinato legale 
processo ; i tre autori della disubbidienza furono sostenuti , il prete 
e il patrizio nelle case loro , il frate nel suo convento , e interro- 
gati. £ furono dannati , il frate al bando per cinque anni dal do- 
minio ( de Veneiiii ) , gli altri due per un anno dalla città ( de 
civUaie RitomUi). Al resto dei disubbidienti fu fatta una severa 
paternale. Leggete, vi prego , mio caro Gino , l'intero processo che 
il Cicogna ha dato alle stampe nell'ultimo quaderno della sua opera, 
che sarà il primo del VI Volume , e lo troverete curioso assai , e 
importante per mostrare gli ordini giudiciali di quel magistrato , 
sul quale gli stranieri hanno scritto tante fole. 

Ma, per tornare ai mercadanti, vi dirò che la consorteria dei 
Medici ebbe un banco anche in Venezia. Cosimo, il cosi detto Padre 
della patria , esiliato dal Comune nel 1433 , riparò nelle lagune , 
e prese stanza nella Badia di San Giorgio Maggiore. Ivi , per quella 
splendidezza che fa il principale argomento della sua rinomanza, 
fece a sue spese edificare dal suo architetto e compagno d'esilio. 



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U6 INTORNO ALLA FRATERNITÀ 

Miehelozzo , la Biblioteca , e la forni di codici » della qaale non 
abbiamo pia traccia , fatta demolire da un dabbene padre abate 
nel secolo XVni , per allargare un dormentorio. Il P. Olmo , sto- 
rico della Badia , ci fa sapere che era ricca d*oro e pittore » e a 
larga mano sulle pareti e la porta ripetuti li stemmi dei Medici. 
Francesco Sansotino, nella sua Venezia (a ficee 219 deH'ediriooe 
del 1650 ], ci fa sapere che la liberalità di Messer Cosimo non si 
volerà fermare all'odi Azio della Biblioteca. Tenie (dice il Sanso- 
▼ino ) anche di far la facciata della Chieea , ma non gli fu poeeMk 
per convenienti riepetU. I nostri Tocchi avvisarono da lungi che 
odore avessero le palle medicee ; le quali dirersa cosa erano di- 
pinte scolpite fra le pareti d'un monastero, da quello pompeg- 
giassero sulla fronte d'un gran tempio » che prospetta al palauo 
della Signoria. Gli acoti monaci non v(dlero mostrarsi ingrati al 
benefizio , ma neppur mancare ai eonveniemi ritpeiH. Posero una 
lapida onoraria nella Biblioteca » nella quale dando lodi alla con- 
sorteria dei Medici ( Societeai Mediceae ) , non ricordano il nome 
di Cosimo 9 ma quello di Giovanni Lanfredini » allora maestro delia 
ragione dei Medici in Venezia. La lapida fu edita dal Cicogna nel 
Volume IV. 

Sulla fine del secolo XV, quando la stampa venne a recar nuove 
sorti al genere umano, Veqezia l'accolse, la protesse, e ne trasse' 
ricchissimo aumento di commerci. Dopo i primi stampatori tede- 
schi venne qui Luc'Antonio Giunta fiorentino, che piantò la sua ce- 
lebre stamperìa, della quale scrìsse il Reynouard; durò lungo tem- 
po , e le ricchezze di quella casa di tipografi finirono in due case 
di patrìzi , manti delle due ultime superstiti dei Giunti. La nostra 
aristocrazia non vietava le nozze colle figlie di chi esercitava aiti 
liberali ; e fra queste , lo stampare e Tendere libri. Cosi si pro- 
teggevano gli editori come gli autori ; nò al Santo Uflizio ta mai 
concesso lo esercitare l'autorità neppure suUi studi senza Io inter- 
Tcnto dell'autorità cirile. Cosi il dirinp Galileo, nel secolo XVII, 
che al cospetto della Signoria e del Senato presentò il suo cannoc- 
chiale, e no ebbe onorificenza e rimunerazioni , non avesse badalo 
alli allettamenti dei Medici , e avesse vinto il desiderio di tornare 
dove era nato : e se egli rimaneva in questa regione della sua terra 
materna, oh come il leone di San Marco avrebbe ruggito per di- 
fenderlo ! Ed egli sicuro e tranquillo avrebbe sfidate tutte le per- 
secuzioni , e la scienza n'avrebbe avuto aumento di ricchezze. Lo 



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DEI FIORENTINI IN VENEZIA 447 

accennano frate Falgenrio Hicdnzio, saccessore al Sarpi nell'of* 
ficio e nella sapienza ; e uno dei miei maggiori , cb*ebbe la gloria 
di esaere a quel sommo carissimo, Gianfrancesco Sagredo, nelle 
lettere ciie gli scrissero , edite dallo Alberi. 

Nel cinquecento tene?ano in Venezia una ragione anche gli 
Strozzi. Fra i documenti pubblicati dal Bigazzi in calce alla Tra- 
gedia del Niccolini Filippo Strosai^ vi é una lettera diretta da 
Lione Strozzi Priore di Capna , figlio di Filippo , al cavaliere Co- 
vone ministro della ragione Strozzi , e la soprascritta alla Venezia- 
na: iul campo (piazza) H San CanMianot in Ca'Strom. Filippo, nelle 
sue lettere e nel testamento , parla del suo banco di Venezia ; egli 
che dal Senato Veneziano ebbe ampio salvocondotto e guarentigie. 
Né • quando tornò in Toscana credette meglio sicuri i suoi figli 
più giovani, che lasciandoli nel dominio Veneziano : ho buone ra* 
gioni per credere che la casa delli Strozzi sia quella ora del 
Weber , dove altre rolte era la bmosa Biblioteca Svajer. 

La turpe storia della Bianca Cappello fa conoscere che la con- 
sorteria dei Salyiati teneva un banco in Venezia nel 1563, e, come 
provò il Cicogna nel Volume II , presso Santo Apollinare al Ponte 
storta Qui venne Pietro Bonayenturi per commerci, fu colto al md 
laccio, onde più tardi trovò morte costà al Ponte di Santa Trinità; 
e la principesca concubina sali sfacciatamente sul trono,, che sulle 
stritolate franchigie fiorentine ayea innalzato il duca Alessandro. 
La storia ha sodi fondamenti per dimostrare , quando che sia , che 
se il Senato Veneziano parve dimenticare la maestà della Bepub- 
Mica, e l'antica severità delle virtù domestiche, adottando per figlia 
quella femmina, noi fece per lo influsso del secolo magnifico ma 
ribaldo e rotto ad ogni lussuria : fu sottile acume di politica , e 
bene ponderata ragione di Stato. 

Venendo ora ai Capitoli, devo inremettere che nel 1486 i Fioren- 
tini dimoranti in Venezia domandarono licenza al Consiglio dei 
Dieci, supremo tutore della pubblica sicurezza, di poter come 
altre genti Italiane congregarsi insieme per opere di pietà e carità 
fraterna , e facilmente la ottennero. Trattarono coi Domeni- 
cani de'SS. Giovanni e Paulo, e se presso di loro stabilissero 
la compagnia e poi la traslatassero altrore , noi saprei dire. Nel 
Catastioo dell*ArchÌTÌo del Convento di Sante Maria dei Frari , dove 
erano Francescani , il quale si conserva nel pubblico Arcbirio , a 
Hie mostrato dal signor cavaliere Fabio Mutinelli che ne é Firn* 



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448 INTORNO ALLA FRATERNITÀ 

periate e reale DireUore , e mi concesse Irame note , si tro?a che 
a di 7 agosto 1443 tra'Fiorenlini e Francescani fn stabiliCo on con- 
tratto, che fn consegnato ne' rogiti del notaro Antonio Gambaro, 
approvato dai Dieci ai dì 16 del mese istesso. Gli atti di questo 
notaro non si rinvennero nrtl' Archivio dei Notari , facilmente pe- 
riti in un incendio avvenuto nei secolo XVIL Sappiamo però^ che 
fa permesso loro innalzare un aliare nella basilica de'Frari, e data 
una stanza terrena nel convento , sotto al chiostro » come lo accenna 
anche il Sansovino nella Venesim. Dì qnerta non vi ò più traccia, 
ma sussiste ancora l'altare , che ò di legno , stupenda fiattora di 
Donatello , che vi lasciò il suo nome sotto la statua di San Giam* 
battista, al quale come al protettore della vostra città è dedicato: 

DOIUTBLLUS FLOU. 

p. 

L'altare , che io crederei tutto o fiattura o disegno di Dona- 
tello , presenta una Ikmite di quella architettura nazionale , che 
noi Italiani abbiamo trovata quando lasciammo quelle settentrio- 
nali , le quali ora altri avrebbe ti mal vezzo di voler regalaici 
di nuovo. Sotto ad un arco sta la statua del Battista di tondo» di 
forme alquanto secche , ma che veramente signiflca TnooM die 
&cea suonare la sua voce nel deserto ad annunziare il regno dei 
cieli. È l'uomo attrito dall'asperità della vito , non di quei bei 
San Giovanni , ben tarchiati e rubicondi , che l'arte ne' suoi errori 
plasmò, in seooli posteriori. A destra del Battista, e a sinistsa di 
dii guarda , in nìcchia quadrangolare v'è la statua pura di tondo 
di San Zanobi , in egual nicchia dall'altra parte Santa Repanla. 
Sopra queste nicchie sono due scompartimenti quadrati, e in alto 
rilievo le immagini di mezza figura dell'Angelo e della Santis- 
sima Annunziata. Sugli angoli ddla cornice sono dM anginlstti 
di tondo , e in mezzo la eSgie di Cristo trionfante t di mezao ri* 
lievo ; e corona di tutto , l'insegna del vostro Comune , il GigUe. 
Nell'architrave posto sulla statua del Battiate sono scritte in let- 
tere romane e in abbreviatura le parole del Vangato : /Vm sur- 
rexit ifUer natoi mmlierum major. Nello zocodo che sostiene la ste- 
tua vi ò la storia del martirio del Precursore in piccole figurine, 
di mano maestra e di scuola veneziana. Ricchissimi e gratili sono 
gli ornamenti scolpiti sui pilastrini; le comici sono veri modelli 



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DEI FIORENTINI IN VENEZIA U» 

da proporsi per amnMestraaiento a' gioYaiii , perchè possaoo saper 
ricoodarre aoche l'arte degli oroameoti allo splendore e ricchezza 
vera, che ricordi i tempi gloriosi del nostro paese , quando sarà 
passato lo andazzo presente , il quale non ha altra logica fuorché 
la moda; eoi siamo lasciati imporre dall'influsso d'oltramonti, 
deUMmilare poveramente, anzi da pigmei, il baroccume del sei- 
cenio. U ipiale per noi dorrebbe essere memoria della domina- 
ziooe 8pagna<da. 

Il signor cayalier Matinelli ebbe la cortesia di mostrarmi una 
fttataa del Battista , in marmo , alquanto guasta ho)r volto e in un 
braecio, che rappresenta il tipo medesimo che quella di Donatello, 
rinvenuta fra le macerie nell'orto del convento de'Frari, e serbata 
da lui a migliori destini. Facilmente apparteneva all'oratorio dove 
ai radunava la Compagnia dei Fiorentini. 

E poidiè vi parlai di Donatello, vorrei poter dirvi se sia opera 
di scarpello iorantino il monumento nella cappella del Sacramento 
nella basilica medesima, e molto ornata, posto a Duccio degli Al- 
berti, morto in Venezia quando qni venne di Firenze ambasciatore 
nel 1365, per trattare alleanza fra i due Comuni conu*o gli Sca- 
ligeri, «he eransi fatti signori del Comune di Verona, allora po- 
lentiasian. Di scarpello fiorentino pajpno 9 di certo , le sculture 
onde s'adorna il tabernacolo, che nella sagrestia custodisce una 
preziosa reliquia^ Le si vedono appeaa, coperte come sono da cri- 
sCftlli e da eornid di legno » e ornamenti di marmo , che ponno 
nusttersi frale più bizzarre matterie del seicento. Nella basìlica dei 
SS. Giovanni e Paolo è uno stupendo monumento che accoglie le 
ossa del nostro gran Doge Tommaso Mocenigo, scolpito nel 1465 
da Pietro di Maestro Nicolò da Firenze e da Giovanni di Martino 
da Fiesole , i quali vi lasciarono il nome loro. Al Verrocchio 
dobUasao l'idea , e facilmente tutto il modello, della statua eque- 
stre di Bartolommeo GoUeoni, innalzata sulla piazza de'SS. Giovanni 
e Paolo, e condotta a compimento dal nostro valentissimo Alessan- 
dro Leopardo. 11 quale sul suo sepolcro non volle altro ricordo, 
da quello in inora dello averne Atto il piedestallo. Fu asserito 
ohe il CrodGsso di legno che è in S. Gioigio Maggiore, sia quello 
ratio dal Brnnellesco in concorrenza con Donatello , e dai più non 
si crede. Ma qualunque pur ne sia stato l'autore, fu di scuola 
flofentina, e fece nna bella opera. Alcuni la reputano di Miche- 
losco, il Cicogna ( Voi. IV } , nota che il coro di legno in San Se- 

App. , Voi. IX. 57 



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4S0 INTORNO ALLA FRATERNITÀ 

bastiano è opera d'uo Pietro Fiorentino, fatta sotto la direzione di 
Paolo Veronese, che lasciò in qaella chiesa opere cospicue e la sua 
salma. Ma avanza tutti gli artefici Toscani che vi ho ricordali, 
pe'suoi benemeriti verso di noi, Iacopo Tatti detto il Sansoyino, 
che visse qui a lungo, e mori onorato e premiato largamente, e 
lasciò in Venezia le più belle opere sue d» architettura e scultura. 
Dei vostri pittori non abbiamo che poche fatture nelle pinacoteche 
private; ma nella biblioteca Marciana possediamo il Codice di 
Marziano Gapella riccamente alluminato da Attavante Attavanti, 
che fu della famosa biblioteca di Mattia Corvino re d'Ungheria, 
e del quale Tiene dato buon conto dal Morelli nella Notizia delle 
.arti del disegno di un Anonimo , pubblicata ed illustrata da lai. 

Presso Taltare erano i sepolcri dei Fiorentini nella Basilica 
dei Frari, e sulle lapidi mi ricordo scolpito il Giglio. L'altare era 
posto alla parete intema della fronte , a sinfstra di chi entra per 
la porta maggiore, di rincontro al coro. Dopo essere stato trasfe- 
rito nella prossima parete laterale quando si elevò il monumento 
al Canova , fu collocato nella seconda cappella laterale all'aitar 
maggiore alla parte del vangelo, presso la cappella dai Milanesi 
dedicata a Santo Ambrogio , allorché sì eresse il monumento a 
Tiziano ; e vi si trova al presente. Per murare le fondamenta al 
monumento del Canova , si entrò nelle tombe dei vostri concitta- 
dini. Un testimone , degno di tutta fede, tuttor vivente, il valoroso 
scultore Pietro Zandomeneghi, mi narra ch'egli giovinetto vi scese. 
Trovò un^ampia cripta, piena di ossa e teschi spolpati. Al lame 
de^ceri vidde la volta ornata di reliquie di pitture a fresco; e 
verso la facciata una cella separata, alla quale si giugneva pas- 
sando una porta ad arco, e scendendo tre gradini. Ivi si ricorda 
benissimo non esservi state che due bare chiuse, una da un canto, 
dalllaltro Faltra. Su quelle bare furono spacciate delle favole, che 
è inutile il ripetere. Fu danno il non esservi stato alcuno che sa- 
pesse fame diligenti esami, che forse avrebbe fatto scoprire il vero 
e dilucidata la storia. 

Sono venuto rammentando quanto ho potuto trovare sulle re- 
lazioni interne tra Firenze e Venezia, senza punto toccare ciò die 
spetta alla storia politica dei due Comuni , né ai contatti disastrosi 
che ebbero fra loro, o al pochissimo bene che hanno fatto » e al 
molto che avrebbero potuto fare per la madre comune. Codesto 
non era del mio presente proposito. Poiché vi accennai a rdaziooi 
interne dei due Comuni, non voglio omettere una minuzia, per- 



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DEI FIORENTINI IN VENEZIA 4U 

die da chi stadia la storia non con idee preconcette , né fra i 
vapori, dell' idealismo, o se la fabbrica a suo modo» o si piace di 
far pompa di frasi sonanti, ma nella storia cerca gli uomini eie 
naiioni , io credo non doversi mai trascnrare certe minuzie , le 
qoali pure indicano nella comunanza delle usanze domestiche, la 
comunanza delle origini , la naiformUà dei bisogni e delle ten- 
denze dei popoli. Voi Fiorentini ci ayete date le vostre lucerne^ 
e noi non le conosciamo che col nome di fiorentine. Furono so- 
verchiate da tante maniere di lampade oltramontane , e dalla luce 
del gas ; sono però tutto altro che vinte , e prestano lume a gran 
parte delle nostre case. Il nome accenna d'onde ci vennero, quando 
però non siano anche per noi una reliquia dell'antica civiltà 
etnisca, dalla quale i Toscani le redarono ; di quella civiltà che 
s'allargò anche sulla Venezia, lasciò mplti monumenti , e sopra 
tutto grandissime analogie nella favella, nelle frasi, e in quel 
tesoro della sapienza tradizionale e pratica degli antichi, che sono 
i proverbi. 

Anche al tempo del Vasari , come lo mostra nella Vita di frate 
Giovanni Giocondo, descrivendo gli ediGzi proposti dal sommo ar^ 
chitetto veronese per riedificare il Rialto, i venditori di pannilani 
fini e setaiuoli si dicevano Toicani. In Firenze è una via Vinegia , 
noi qui abbiamo la eaUe Toscana. È una di quelle nostre viuzze 
strette, lunghesso le quali s* innalzano case altissime, povere di 
Boìt; e sono tali perchò lo spazio era prezioso da esseme avari, 
per la popolazione densissima sia di cittadini, sia di altri che fra 
noi accorrevano da ogni dove. La calk Toscana in parte ò chiusa 
da un cancello : nel fondo dove giugneva al Canal grande, fu usur- 
pata da chi vi fabbricò una casa ; pure ancora vi si vedono le bot- 
teghe de' Toscani, ora ridotte a magazzini » assai alti, per far gua- 
dagno di luce e di aria. La caUe Toscana è in fianco della chiesa 
di S. Giovanni Limosinarlo in Rialto, dove noi pure patrizi e in 
uno mercadanti allora non ci vergc^avamo sedere ai nostri ban- 
chi sulla piazza di Rialto , attendere ai nostri fondachi ; e i nostri 
palazzi erano edificati da offrire comodi per accogliere le nostre 
mercanzie ; e dai banchi, da' fondachi, da' nostri navigli da traffico, 
si saliva al Maggior Consiglio e al Senato , prima che le marcie 
superbie spagnolesche infiltratesi nella nostra aristocrazia, non le 
facessero smettere i commerci. La quale però, memore dell'orìgini 
e delle comunanze secolari che ebbe col popolo , fu sempre la 
meno orgogliosa, e la più amante e la meno disamata dal pò- 



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45-2 INTORNO ALLA FRATERNITÀ 

polo, di quante la storia ricordi. Né ancora a qoe'tempi si spie- 
cava il denaro in magnificenza di yille , né i capitali si iiiette?aiio 
in yasti poderi raccomandati all'ingordigia dei fattori; ma narigli, 
permutazioni di merci, cambi, telai,, cristalli , specchi, perline 
di vetro, erano fondamento e aumento di ricchezze. I gioTani pa- 
trizj si mandavano a'traflDci in lontane regioni per terra e per 
mare, e il noviziato di mercadante maturara la sapienza e la 
prudenza del senatore , il coraggio e la esperienza ddlo amnira- 
glio. Simili ai padri vostri , pe'quali non era punto vergogna la 
bottega in Mercato , in Calimara , in ealh ToBcama , il banco a 
Lione , Londra , Augusta, Venezia. Né faceva onta alli stemmi il 
romano della stadera che pesava la seta , il braccio che misurava 
il pannolano. Gloriosi uomini , che chiamavano i capi del Goninne 
col modesto nome di Priori delle arti. 

Allora che la potenza medicea , assistita da potenti ajuli , di- 
strusse le franchigie del rostro Comune , convennero in Venezia in 
gran numero coloro che noù s'inchinarono alla potenza dei Me- 
dici. Lorenzo Strozzi, nella Vita di Filippo suo fratello, ne mostra 
la ragione : « si poteva usare, dice, nell'altrui patria quella libertà, 
« che nella sua non era permesso; e vivere sicuramente, essendo 
t proprio di quella nobile Repubblica accogliere e accarezzare 
cr lietamente i fuori usciti , e specialmente quelli di qualche con- 
« dizione e autorità d. Fra i quali sono da notarsi il detto Filippo, 
il cardinale Salviati, Donato Giannotti , Iacopo Nardi « Bartolommeo 
Cavalcanti , Benedetto Varchi. Uno solo non fu sicuro, fatto assas- 
sinare dalla vendetta o dalla paura di Cosimo I , il suo congiunlo 
Lorenzino ; ma contro il pugnale del sicario non vale potenia o 
vigilanza di un goyerno. Poiché uccise il duca Alessandro e finggi 
a Venezia, {fuorusciti Fiorentini, sperando propizia la sorte, par- 
tirono ; e quando a Montemurlo si assodò la fortuna di Cosimo , 
molti di loro fecero ritomo. Fu dopo quello avvenimento « che i 
tornati rinnovarono la Compagnia di San Gioranni Battista. Sa- 
riamente mi nota il cavaliere Luigi Passerini, il quale mi h 
largo di molti appunti che giorarono al mio studio presente, che 
l'antica Compagnia era disciolta , o almeno traeva vita stentata ; 
e li esuli Fiorentini la fecero tornare a nuova vita, sperando tro- 
vare conforto alte dure privazioni deifeWliò, pensando alla patria, 
e occupandosi della sorte dei concittadini. 

Nel Codice del Cicogna, fra i suoi segnato col num. 8072, dì 
faccie 90, li Capitoli sono preceduti da una provvisione della Com- 



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DEI FIORENTINI IN VENEZIA 453 

pagnia , che lì cominette a Iacopo di Salvestro Nardi , Girolamo 
di Paolo Mei, Cherico di Cherichino Bardacci, rogata dai notare 
yeneto Carlo Bianco, cancelliere della Compagnia stessa. La proT- 
visione si vede patentemente scritta da on ?eneziano, e i Capitoli 
sono bellissima serittora di Toscani. 11 Codice, prima che apparte- 
nesse al Cicogna, fu del canonico della Basilica Marciana, Ago- 
stino Corrier, gran raccoglitore di documenti storici ; nò sappiamo 
d'onde lo ayesse. Non pare yeramente originale , ma certo ò copia 
contemporanea. U carattere è nitidissimo, l'ortografia scorretta 
accasa Tamannense di essere veneziano, più pratico del yolgar 
nostro , nel quale quasi mai si radoppiano le consonanti, che del 
Toscano. Una bella iniziale alluminata in principio dei Capitoli, 
e tutte le altre in minio diligentemente layorate , lo essere scriito 
sulla pergamena con lusso , il citarsi nel testo il Ubr^ grande 
della Compagnia , mi fa tenerlo come una copia ad uso dei pre^ 
fo$ti. E un mezzo foglio di pergamena che manca in principio, 
senza che nulla manchi dello scritto, mi fa credere che vi fosse 
una miniatura istoriata, che ratartm di qualche speculatore 
strappò. Tali miniature si trovano sempre netti statuti delle Com- 
pagnie di divozione e di arte , che noi chiamavamo Uariegole^ cor- 
ruzione di Matricoh^ nelle capitolari de' nostri magistrati, nelle 
commissioni date a' rettori delle città soggette. 

Quando lessi per la prima volta questi Capitoli, dal preambolo, 
carissimo Gino , vi confesso aver créduto che si trattasse unica- 
mente di una congregazione di gente devota. Ma proseguendo la 
lezione, m'accorsi che altro vi era sotto. Opere di pietà e di carità 
fraterna s' impongono ; vi si vede di chiaro, cbe non sono dettate 
da mercadanti o artigiani solamente pietosi e caritativi, ma da 
uomini di alto senno e magnanimi intendimenti. 1 quali volevano 
serbare la indipendenza dell'aniQUO e dello intelletto collo Imporre, 
uniche legislatrici, la religione e la carità, col mettere in allo le 
nobili virtù , sulle quali ha fondamento quella libertà vera ed one- 
sta 9 la quale per ogni condizione di uomini , in ogni condizione di 
tempi è possibile, e, come Voi avete sapientemente scritto, dura 
senza disfare sé stessa. E di vero, de' signori Medici non si fa mai 
parola; per loro non si prega Iddio. Al Consolo della nazione, per- 
chè allora si intendeva per nazione anche una regione del paese, 
se viene in compagnia, se gii dà il luogo d'onore fra gli oflBciali, 
non precede ai capi; i magistrati di Firenze, come quelli di Ve- 
nezia , sono detti la corte pubblica di qui e della patria nostra. 



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45i INTORNO ALLA FRATERNITÀ 

Notabili le parole colle quali si determina la cittadinania neces- 
saria per fenìre ammesso in Compagnia: dover essere con qucUi 
riilretii e iermini che comprendono % Capiioli del Comolaio di no- 
stra naxione in Venezia ^ a' quali per questo fatto vogliamo che si 
abbia somma relazione; e non in altri fatti. Quanto poi spetta al go- 
▼emo veneziano , non se gli accorda altro diritto che di chiamare 
la Compagnia aUe processioni : ma si vuole che abbia essa vesti 
distinte 9 e la insegna del Battista sulla veste. Mirabile risplende 
l'assennatezsa di chi dettava li Capitoli» fondando una autorità sulle 
coscienze per allargarla sulle azioni dei fratelli , senza dar ombra 
al governo ospite, senza metterlo a scabrosi contatti col governo 
mediceo, senza che questo potesse insospettire del nuovo Comune di 
Firenze, il quale soigeva per opera di chi non poteva essergli amico 
e devoto, nelle lagune dello Adriatico. Autorità sulle coscienze, che 
avendo autore e vindice Iddio, sovrasta ad ogni altra umana; ed 
è la potentissima di tutte, perchè fondata sopra dilette e venerande 
convinzioni , accettata spontaneamente , obbedita con aBetto anzi- 
ché recalcitrando, perchò esercitata con carità da preposti che 
liberamente scelti tra i fratelli si reputavano i più degni, ed era- 
no scelti non per sola volontà di sorte , ma sottoposti a rigoroso 
squittinio. Autorità veramente patriarcale: e infatti, i rettori della 
compagnia sono chiamati i Padri Governatori ^ e Padre Correttore 
l'ecclesiastico che si prestava airofficio di religione. La santa un- 
zione che spira in questa scrittura odora di un profumo celeste, 
e nelle calde aspirazioni al Battista è raccolto un desiderio riposto 
e soave verso la patria. 

Di Iacopo di Salvestro Nardi , il venerando vecchio, la canizie 
del quale Ài cospersa di tanti dolori, ò inutile far parola; il suo 
nome é immortale come le sue opere. Egli moriva qui , come 
Donato Giannotti, che voi, o Gino, mi avete insegnato a riverire 
e studiare, successore al Machiavelli nello oflBcio, forse non meno 
acuto di lui , e certo più galantuomo. Sante anime incrollabili , non 
isgomentate dalle avversità di fortuna, non traviate da passioni boi* 
lenti senza modo e contrarie a ragione e al bene della patria, non 
abbacinate da fantasmi privi di scopo, avversanti ad ottenerlo» non 
domate dalla paura e dagli allettamentf della potenza medicea. 

Cherico di Barduccio di Chericino Barducci fu d'antico sangue 
fiorentino, nato aM5 luglio 1519. Commerciò in varie parti d'Eu- 
ropa, accumulò grandi ricchezze; moriva alli 8 febbrajo 1590, 
stile fiorentino. 



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DEI FIORENTINI IN VENEZIA 455 

Girolamo di Paolo di ser Girolamo Mei appartiene a una casa 
stataale fiorentina estinta circa il 1620; nacque addi 37 mag- 
gio 1519; testò nel 1561; s'ignora Tanno della sua morte. Fu 
uomo letterato e peritissimo nella musica. 

Da queste notizie, delle quali mi fayori il cavaKer Passerini , 
sembra che al Nardi o al Mei sia da attribuirsi la testura dei 
Capitoli; e se al secondo, il primo deve averli osservati, quanto 
allo stile. Non so se il mio amore pel Giannotti m'ingannò; ma 
crederei che egli pure avesse avuto mano nel lavoro , perchè vedo 
adottate alcune pratiche da lui proposte nella sua Repubblica 
fiorentina. E ben avrebbe potuto darvi opera, mentre i capitoli 
sono frutto di quella sapienza che viene dalla pratica della vita» 
né s'acquista per facili prove, né si fonda sopra teoriche ideali. 
Frutto che se a tempo avesse potuto maturare nella sua terra na- 
tiva, l'avrebbe tolta da tempi fortunosi e lacrimabili conseguenze* 
Ha così é: che il troppo tardi avvedersi non vale a sanare i danni 
del prevedere falso , del provvedere incauto , e sopra tutto del la^ 
sciare libero il predominio alle passioni che abbarbagliano lo 
intelletto , e lasciano la balla a chi , come i Medici , sa . trarre 
profitto dalle improntitudini umane. 

Devo alla amicizia del mio carissimo Nicolò Barozzi (il quale 
con Guglielmo Berchet, egregi giovani , 8*apparecchia a proseguire 
pel secolo XVIII la grande impresa dello Alberi, la stampa del^e 
Relazioni delli ambasciatori veneziani ) le seguenti notizie intorno 
al notaro Carlo Bianco, o Bianco, citato nella Provvisione. Eser^ 
citò la notarla in Venezia dal 1531 al 1571. La maggior parte 
de' suoi rogiti -spetta a transazioni avvenute tra Fiorentini e Fio* 
rentini, Fiorentini e Veneziani; dal che si conosce che era scelto 
dal Fiorentini. Formano un grosso volume, segnato 1. 1."", nell'Ar- 
chivio generale dei notari di Venezia. Sono pbchissimii quelli 
del 1555 , né vi si trova la Provvisione statuita dalla Compagnia 
di San Giovanni Battista dei Fiorentini. Sendo molto più numerosi 
quelli delli anni seguenti, ò a tenere che il repertorio di quel- 
l'anno non sia completo. 

Nel 1621 la Compagnia deve essere stata ancora fiorente. Fra 
le numerose opere d' intaglio esistenti ;in quel grande emporio 
che é il Museo Correr, ho veduto, una slampa che mostra l'ap- 
parato funebre , splendidissimo , che si fece per la morte del 
Granduca Cosimo II , che però ha tutte le stranezze che Tarte 
usava in quei tempi. Osservai che due sole fogge di abiti si ve- 



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456 INTORNO ALLA FRAT. DEI FIOR. IN VENEZIA 

dono ; lo spagnaolo , adottato dai Fiorentini ; il veneziano , pro- 
lisso talare , col batolo suU' omero sinistro. Sebbene in chiesa , 
tatti hanno il capo coperto ; i nostri col berretto nazionale , i 
Fiorentini col cappello alla castigliana. Venezia nel 1621 j'mn 
ancora vita propria , era ancora rispettata la soa aotonomia. 

Per quanta diligenza io abbia usata » dopo quel tempo , non ho 
trovato altre memorie della Compagnia. Quando, e perchiè finisse, e 
per qual ragione non abbiamo i suoi archivii» Ai.conosce da quanto 
segue 9 ed è scritto nel citato Gatastico del Convento dei Frarì; 

« 17039 3 dicembre. Bombasina ( neirantico parlare dei nolari 
a yeneti vale carta, a differenza di bergamina, pergamena) relro- 
o cessione fatta da Matteo del Teglia per nome della nazione Fio- 
<v reatina alti Padri suddetti , del luogo predetto ( quello delle 
d adunanze), a pe' pian (pian terreno, del vulgar veneto], esistente 
a nel convento deUi medesimi Padri che alias fu concesso a detta 
a nazione per far le sue riduttioni ; e per patio della retroces- 
a sione doveranno li Fiorentini pagar solo ducati dieci annui per 
« la cappella che tengono in chiesa di detti Padri , invece di da- 
ff cati Tenti che pagavano per il passato. Et ali* incontro detti Pa- 
ff dri sono obbligati in perpetuo di provvedere la detta nazione 
a di luoco simile, luogo piedi 27, largo piedi 18 |, alto piedi 10 
« ( il piede veneto ò centimetri 35 circa), nel loro convento, ogni 
« qualvolta la nazione, tornasse numerosa et in stato di far corpo 
« et adunanze, et all' bora pagheranno quello affitto che sono 
« convenuti. Ne* rogiti del aotaro Aadrea Mastaleo ». 

Chiaro apparisce da questa memoria , che fu la mancanza di 
numero che fece smettere la Compagnia. Sa Iddio che uso avrà 
fatto il del Teglia dell'Archivio di essa , nel quale saranno state 
memorie preziose per la storia 1 

La Compagnia di San Giovanni Battista ebbe la sua fine quando 
la potenza dei Veneziani volgeva all'occaso , e la fortuna e la 
potenza dei Medici potevano dirsi giunta a quello estremo confine 
che la Provvidenza segna per termine di ogni potenza e fortuna 
umana. Que'due reggimenti nazionali finirono per la causa me- 
desima, inanizione interna, per la quale non hanno potuto op- 
porre resistenze alla preponderanza di forze esteriori. 
Addio, carissimo Gino, amate sempre 

Di Venezia, nel gennajo 18S&. 

il voUro 

Agostino Saorbdo. 



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ORDINI 

DELLA 

COMPAGNIA DEI FIORENTINI 

COSTITUITA 
NELLA CHIESA DE'FBABI Di VENESIA 

COMPILATI NEL MDLVL 



A lode , honore el gloria de romnipotente et magoo IdJo , et 
della sempre yergine madre Sancta Maria , et del singolare advo- 
calo et patron nostro San Giovanni Battista , et de tntta la oeleste 
corte del paradiso. Con ciò sia cosa che , mediante la divina gra- 
tta del Sancto Spirito , consolatore et illuminatore de' cuori et 
delle menti nostre, domenica adì viij di marEO ab Inearnaiione 1555, 
nella scaola e solita residenza del consolo e consolato di nostra 
nazione fiorentina sia stata proposta , apròvata et vinta dal detto 
consolo et suoi consiglieri et officiali della banca , secondo li or- 
dini , la infrascritta provisione dettata per mcsser Carlo Bianco . 
notaio publico yenetiaDO et cancellere del nostro consolato, de 
questo proprio tenore. 

Essendo sta* proposto al nostro consolo et consiglieri et adu- 
nati da Cherico Barducci , per nome suo et di molti altri della 
natione lì presenti , et per parte sua richiesto che sii posto a par- 
ilo per sua signorie, che sia levato una Compagnia et devotione 
per quelli della nazione, a ciò ch'il culto di Dio sii esaltato, et 
si faccia qualche buono rimedio a la salute de l'anime loro; si 
come si fa et nella città di Fiorenza, et in tutte l'altre città et lochi 
dov' è ridutto di quelli della nostra natione, con farsi elezione per 
il corpo della Compagnia de un guardiano et dui consiglieri della 

App.y Voi. IX. 58 



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458 ORDINI DELLA COMPAGNIA 

nazione, i quali poi abbino il carico far ordine et capitoli, e tutte 
quelle provisioni che per tale effetti saranno necessarie, secondo 
si costuma in li altri lochi predetti, et cosi di anno in anno, et 
cosi per far il guardiano sieno nominati doi per il consolo, et 
due per li consiglieri ; et per far li consiglieri due per il conso- 
lo, et doi per cadauno dei consiglieri. 

. Vinta fu detta profisione, tra il consolo et consiglieri di tutte 
a tre le fave nere , et vinta tra il corpo de' detti et dell! officiali 
della banca , di sette fave nere et una bianca. 

Rimase eletto per il guardiano, o vero governatore, per le più 
fave, in corpo di compagnia di detta scuola et consolato, Iacopo 
di Salvestro NardL 

£t per li doi consiglieri, o vero secondo et terzo govemator, 
secondo la precidenza de l'età rimasono elletti come di sopra Gi- 
rolamo di Paolo Mei, et Cherico di Barduccio Barducci , come di- 
stentamente appare nelli atti et scritture del sopradetto messer 
Carlo Bianco , cancelliere di nostra nazione. 

Onde li sopradetti gOTematori, atteso Tuniversal desiderio della 
nostra nazione, et mossi sopra il tutto dal zelo dell' honore dello 
omnipotente et magno Dio, humilmente accettorono il sopradetto 
loro oiBcio. Et fatto Tentratla d'esso, et le debite elleszioni delli 
officiali et lùt ministri, per goyemo e mantenimento di questa 
nostra nuova Compagnia et Fraternità sotto il nome del nostro 
glorioso avocato et protettore Sancto Giovan Battista ; confidando 
nella divina gratia, non ostante la loro insufficienza et debolezza, 
più volte conveneno insieme per la constitntione et ordinatìonc 
delli infrascritti capitoli; tra li quali, per dar principio a la crea- 
zione et dichiaratione di quelle persone che si dovessero inten- 
dere comprese nel numero de'nostri fratelli, per ultima resolu- 
tione et deterroinatione providono, sotto di otto decembre 1SS6, 
per una loro particular deliberatione in forma di capitnlo, la 
quale appare distintamente descritta al libro grande di detta no- 
stra Compagnia, alla quale vogliono che s'habbia intiera relatio- 
ne , et de tutti li altri capitoli che fnron publicati nel fine del loco 
officio. E' capi e le rubriche sono le infrascritte. 

Del tempo nel quale si debano creare tutti li officiali di 
questa nostra Fraternità et Compagnia, et quando deb- 
bino pigliar lo officio, et quanto sedere Capu i 



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DEI PrORENTlNI IN VENEZIA 459 

Della creatione e( eletione delli officiali: et prima, di quela 
del primo govematore ; e( della ammonitione generale 
che debbe far sopra di ciò il primo govematore Gap. ii 

Della creatione ed elletione de' due altri governatori ; et 
che nel caso della concorrenza, si proceda come è 
detto nel precedente capitolo • iii 

Della elletione et creatione de' due maestri de'noficij, et 
de la loro età d iììj 

Della ellectione et creatione de'doi paciali, et delle qua- 
lità a essi convenevoli » v 

Della elletione et creatione de' quattro infermieri, et loro 
qualità » vi 

Della elletione et creatione del provedilore » vij 

Della generale osservanza et cerimonie che si debbeno 
usar nella creatione delli officii, et di quelli che non 
debono intervenire in render partito benché siano pre- 
senti, et de li tre segretari] deputati a l'altare viìj 

Del modo del render e raccorre tutti li partiti secreta- 
mente, sì che anche da quelli che in mano li raccol- 
gono non siano veduti » viiij 

Del divieto che aver debbano tutti li sopradetti officii, et 
del rifiuto che per ciascun à*essi debba pagar, et del 
tempo del rifar li scambi de' rifiutanti v x 

Del luogo dove debbino sedere; ordine e grado che deb- 
bano tener nella Compagnia detti officiali » li 

De l'autorità che anno, tutti insieme per officio sedendo, 
li sopradetti officiali » xiì 

De' modi et delle cerimonie con le quali debbono i vec- 
chi ufficiali lassar l'ufficio, et li novi pigliarlo » xiij 

Dello obligo al quale son tenuti in universale li padri 
governatori, et tutti li altri officiali » xiiij 

De l'ufficio et auctorità in particolare delli tre gover- 
natori I» XV 

De l'ufficio de' due maestri de'novicii, et del modo et re- 
gola dello introdnre i novicii nella Compagnia » ivi 

Dello ufficio delli due paciali » xvij 

Dello ufficio de' quattro infermieri, et delle loro charita- 
tive operationi » iviij 

Dello ufficio del proveditore, et sua cura et diligenza v xviiij 



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&G0 ORDINI DELLA COMPAGNIA 

De'minislrì et loro amministratione, et principalmeotede 

li due cerimonieri Gap. ii 

Dello ufBcio de' due sagrestani ^ et loro esercitio » nxì 

Dello ufficio del camarlingo, et suoi assicuratori » xxij 

Dello ufBcio de lo scrivano, e cura sua b xxiij 

Dello ufBcio del massaro, e suo governo » xxiiij 

Delle tornate ordinarie et straordinarie di nostra Compa- 
gnia alla celebratione de li divini ufBcii, et cerimonie 
da farsi, et deputatione de' festaioli » xiv 

Delle honestà et buoni costumi, et obiigationi particolari 

a le quali sono tenuti i nostri fratelli » xxvi 

Delle correzioni • xxvij 

Della elletione del nostro correttore, et della sua elemo- 
sina, et del suo proprio et debito ufficio • xivii) 
Del servo de la casa, et suo ufficio et salario et elemo- 
sina • xxviiij 



Quella maravigliosa ed etema sapienza , sovrana arbitra e 
maestra di tutte le cose ; la quale , non contenta d' haver per 
nostro beneficio ereato tutto di* nulla, acciò che nulla ancor 
mancasse a T infinita sua liberalità verso di noi , ne volle ancor 
ricomperar da la perpetua .perdizione con il proprio sangue 
de l'unico Figliuol suo ; non solamente nel fine che da lei ci fu 
proposto , carissimo sopra ogni tesoro , che fu l'eterna beatìtndi* 
ne, si mostrò larghissima e libéralissima, ma ne l'haverci ancor 
insegniato fornir con i debiti mezzi , soli atti al ben essere , que- 
sto peregrinaggio de la vita. Perchè, ha vendo posto certo termine 
e data certa potenza a tutte le cose , e parimente particulare e 
non punto dubbio ufficio a tutte ; assegnando il giorno a le fati- 
che , e. la notte a la quiete , e scambievol luogo a' corpi celesti , 
e tutto con ordine e concordia veramente degnia del suo artefice; 
mostrò assai chiaro a tutti gli huomini , che qualche volta do- 
vesser convenir insieme a qualche comun' operazione , quali 
dovevan esser i mezi con i quali essi il potesser commodamente 
conseguitare : ciò è , imitando , quantunque con lontano inter- 
vallo , l'ombra de le gloriosissime vestigie sue ; determinando an- 
cor loro , e assegnando (con quell'ordine però che a huomini é 



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DEI FIORENTINI IN VENEZIA 461 

possibile) fra lor Tufficio e amministratioue di ciascuno. Hor que- 
sto TITO esempio, padri e fralelli honorandi, ha?endo mosso i 
superiori nostri a imitarli , ne la creazione di questa quasi nuova 
milizia da loro ordinata per esercitarsi da noi a honor e gloria 
d' Iddio e a salute dell'anime nostre , sotto V insegnia e capita- 
nato del gloriosissimo protettor della patria nostra , particular 
avocato e padron nostro S. Giovanni Battista ; è stato cagione 
ch'essi per levar fatica a molti , non punto meno atti a questo 
effetto di coloro che da loro vi furon eletti , imponessero e des- 
ser , in virtù d'ubbidienza , a noi tre deputati , Iacopo di Salve- 
stro Nardi , Girolamo di Paolo Mei , Cherico di Barduccio Bar- 
ducei, autorità e carica d'esaminar e determinar sotto nome di 
capitoli 9 tutti gli ordini e cerimonie , con r quali tutto ciò si 
potesse da noi tutti insieme commodamente operare. 11 qual peso 
essendo stato con quel medesimo animo ricevuto , havendo , se- 
condo l'obligo nostro, tutto più e più volte insieme discorso e 
lungamente , quanto per noi s' è potuto meglio , considerato ; 
tutto habbiamo , con rajnto di nostro Signor Iddio , in quella 
maaiera e forma disposto e determinato , che appresso distinta- 
mente e quasi per capi seguiterà. 



- Del tempo di crear tuUi gli ufficiali^ e quanto 
dehtrian sedere. — Gap. I. 

Tutti gli ufficiali si debbian creare tre volte l'anno , ciò son : 
la prima tornata del mese d'agosto , la prima di dicembre e la 
prima d'aprile; i quali creati debbian pigliare il lor ufficio la 
prima tornata dell'altro mese seguente a quello de la creazione 
loro ; cioè , la prima di settembre , la prima di genaio e la 
prima di maggio; per dover sedere ed esercitar l'ufficio loro 
quattro mesi continovi. E in caso che , per qualche legittima ca- 
gione o impedimento , non si potesse interamente osservare i sopra 
determinati termini de le prime tornate per far tal creatione , si 
debbia far né le seguenti prossime quanto prima, nel modo e 
forma che segue; rimettendo al giadicio e conscienza de' padri 
governatori , che in que' giorni segghin presenti , la dichiaratione 
di tal dilazione. 



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462 ORDINI DELLA COMPAGNIA 

DMa crea%kme ed eUxitme degli uffleiaH ; e prima , di quella 
del primo gm^ematcre. — Gap. 11. 

Raguoati i fratelli nel laogo consueto de la nostra Compa- 
gnia , e celebrati de?otamente prima i divini uffici , il goTerna* 
lore che siede primo, havendo Tatto alquante amorevoli parole 
a tutti i fratelli presenti , e particularmente informatili dell' im- 
portanza del grado e qualità di ciascuno de gli uffici che si 
debbon creare , ricordi a quelli che saranno tratti per dorere 
eleggere , che spogliatisi d'ogni propria passione e sperialità , e 
havendosi solamente proposto innanzi V honor d' Iddio e rotililà 
del luogo , elegghino persone atte quanto più fie lor possibile , e 
convenienti a così fatti uffici, e che siano per carità e amor 
d' Iddio per trattarli in honor di lui con quella diligenza che si 
conviene e che necessariamente si debbe loro. Di poi si tragga 
sei eleciooieri secondo l'ordine che «fie distinto nel capitalo « De 
l'osservanza e cerimonie che si debbe usar ne la creation degli 
uffici D , per elegger nove diverse persone per andar a partito 
per creare il primo governatore. U che fatto • mandino quegli 
del segreto un di loro a la residenza de' governatori , il quale 
prenda la nominatione che faranno i governatori insieme, i 
quali sian tenuti e debbiano nominare tre • un per ciascuno , de 
la medesima qualità » tanto che il numero degli eletti arrivi a 
nove : fra' quali eletti non possa esser nessuno di minore età cbe 
di anni trenta. Dichiarando, che in questa elezion sola, non 
possa esser accettato tra gli elezionieri che ai tragghino de la 
borsa, nessuno de' govematiiri. I quali tutti eietti e nominali, si 
debbi mandar a partito in quella forma che nel soprallegalo ca- 
pitolo de la osservanza e cerimonie fie ordinato : e quello che 
fie rimasto con più favore di fave nere , s* intenda esser eletto 
e approvato primo governatore; e in caso che vi fosse concor- 
renza , i concorrenti si debbian rimandar in corpo di compagnia 
medesimamente , tante volte a partito , che l'uno avanzi ciascoa 
degli altri ; e quello che resta , s' intenda primo governatore , e 
sia publicato da quegli del segreto insieme con il suo nominatore. 



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DEI FIORENTINI IN VENEZIA 463 



1 



De la creazione de' dite aUri gavemaiori. — Gap. HI. 

Traggasi della medesima borsa ooye altri elezionieri di nuo- 
vo « i quali nel medesimo modo e condizione , essendo con la 
medesima cerimonia andati a Taltare , elegghino noye differenti 
per ire a partito ne la medesima forma che del primo governa- 
tore s' è detto. La quale elezion btta , e notata da quelli del se- 
greto distintamente con i loro elezionieri, sMmborsin tutti gli 
eletti , e per sorte di mano in manto vadan a partito, come nel iar 
il primo goyematore fu fatto ; e i due che babbin più fave nere che 
il restante , restino eletti e creati governatori ; e in caso di concor- 
renza , si faccia come si dispone nel capitulo de la creazione del 
primo gorematore : de' quali due goTernatori cosi creati , quello 
preceda che 6a di maggior età : i quali cosi creati sian nel me- 
desimo modo pubblicati col suo nominatore , che del primo s' è 
ordioato. 

De la creatime de' due maestri de'noviMii. — Gap. UH. 

Traggasi nel medesimo modo e forma sei elezionieri , i quali 
vadano nel medesimo modo e forma ad eleggere sei de'fratelli ; i 
quali eletti siano de la medesima età che i gOTernatori , e vadano 
a partito nel medesimo modo; e osservisi in loro come ne Tele 
zione e creazione del secondo e terzo governatore si fece : i due 
de'quali che fieno di maggior favore r restin eletti e creati mae- 
stri de'novizj. 

De'due paeiaU. — Gap. V. 

Per far i due paciali , che son quelli che si debbono affaticare 
a tener uniti e reconciliarc i fratelli insieme, quando o mala 
soddisfazione o differenza ( che Iddio ne guardi ) accadesse tra loro; 
si tragga sei elezionieri , i quali vadano a elegger nel medesimo 
modo che de* govemator s' è detto : havendo perciò sommamente 
avvertenza e consideratione di nùminare (*) e proporre persone 
charitativc e di bontà , autorità e discrezione conveniente a que- 

(*) Questa parola è sapplemento da no{ fallo a una lacana del Codice. 



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k6k ORDINI DELLA COMPAfiNIA 

slo grado, e amorevoli e atte quanto più si possa a tal aflBcio; 
i quali vadau a partito ne la medesima forma che de gli altri s'è 
detto: de' quali i due che hayranno havuto più concorso di fave 
nere, restino eletti e creati come di sopra. 

De la creaxwne de* quattro infermieri. — Gap. Vi. 

E perchè la charità consiste nell'opere spirituali e temporali, 
per la creazione de' quattro infermieri si tragghino de la medesima 
borsa come di sopra , nove elezionieri , ì quali vadan a eleggere 
un per ciascuno , per dover ir a partito secondo la forma che ne 
la creazione de' due governatori si dispone; havendo i soprad- 
detti elezionieri sommamente l'occhio quanto più lor fie possibile, 
d'elegger persone atte a l'esercizio de la charità e de l'opere ap- 
pertinenti a la salute de l'anima e de'corpi de'nostri fratelli : dei 
quali tutti cosi eletti e squittinati , restino creati i quattro che 
hayranno havuto maggior concorso di fave nere ; osservando si 
in questa , come ne l'altre tutte creazioni d'ufBci , quanto nel ca- 
pitolo del creare i due governatori è dichiarato. 

Del creare il provediiare. — Gap. VII. 

Per la creazione del Proveditore si tragghino de la medesima 
borsa , ne'modi e forme che nel creare gli altri ufficiali è ordina- 
to, quattro elezionieri, i quali similmente vadano a eleggere quattro* 
differenti , un per ciascuno ; é così eletti , vadan a partito e squit- 
tininsi , come de gli altri uffici s'è disposto ; e quello che habbia 
havulo più concorso di fave nere, resti eletto e creato proveditore. 

De l'osservanza e cerinumie che si debbon usare 
ne la creazione de gli uffiei. — Gap. Vili. 

Principalmente da' governatori si faccia comandamento, che 
tutti quelli che non hanno Gnito l'età legittima de eleggere e ren- 
der il partito, la quale dechiariamo il termine de diciolto anni 
finiti , si parlino et eschin del luogo ; e volendo i goveniatort eoo* 
ceder loro habiiità di poter per consolatione restar a vedere, a 
fin d'imparare, possin rimanere, standosi quetamente, con gravità 
e silenzio, appartati nel luogo loro assigniato, in modo che non 



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DEI FIORENTINI IN VENEZIA 465 

impediscbin Tazioùi da farsi. Il che fatto, il primo de' governa- 
tori che vi fie presente, mentre che il provedUore troverà le cose 
necessarie apparecchiate per questo affare a l'altare ; come è , 
da scrÌY^e » le fave per i parliti da farsi , la borsa dove siano 
imborsati tutti i nomi de'fratelli che habbian l'età legittima, e 
tatti gli aUri strumenti per ciò dì bisognio; hayendo amorevole 
mente e con charità ricordato a tutti i fratelli quanto sopra nel 
capitolo de l'elezione del primo gOTernatore s'è detto; e fatto 
legger pubblicamente il presente capitolo , faccia venire a pie de 
la residenza loro tre de' fratelli , prima fra loro per questo ufficio 
segretamente deputati ; i quali però sian da loro scelti d'età e con* 
dizione conveniente a Tufficio che da quegli debba esser per quel 
giorno essercilato ; imponga loro , che per charità e amor de Id- 
dio, vadano insieme col padre correttore , essendovi presente, e , non 
essendovi, con un altro religioso , che sia però del numero de'fra- 
telli , e quello che sia tli maggior grado e età , e mancandovi re- 
ligiosi f essi tre solamente , a l'altare per ricevere il segreto de 
gli sc|aittini da farsi , i quali , mentre che da chi avrà ricevuto il 
carico da' cerimonieri, s'imporrà l'bynno Veni creator 5jH'rt- 
iu8 , essendosi prima humilmente inginocchiati verso la residenza 
de' governatori , e ricevuto il cenno , se qc vadano devotamente e 
sema strepito a l'altare a l'ofÈcio lor commesso ; dove fieu per il 
prbveditor apparecchiate di- già tutte le cose per ciò opportune. 
Quivi haveiidò tutti i sopraddetti preso il giuramento in mano del 
religioso presente , e , non vi essendo , in mano del più vecchio 
d'essi , di tener ed esercitar tutto quello che si farà in detto squit- 
tino senza fraudo e con diligenza; poi che e' fie finito l'hynno im- 
posto , bevendo in questo tempo quegli a chi fie imposto la cura 
del raccorrà il partito (il quale ufficio apparterrà , non ne dispo- 
nendo altramente i governatori , a' sagrestani^ o a loro arrpli in 
diffetto d'essi ) distribuite le fave per render i partiti ; faccian essi 
segretari raccorrò ( secondo i'ordinatione che fie stabilita nel ca- 
pitolo del modo del rendere e raccorrò i partiti ] per il cam- 
pione , ciò è per vedere il numero de'fradelli presenti. Di poi essep" 
dosi fatto pubblicamente leggere il capitulo de l'elezione e creazione 
de l'ufficio da farsi, il proveditore insieme con lo scrivano, 
davanti al desco de' governatori , pubblicamente tragga de la 
borsa sopraddetta , e per ciò ordinata , una poliza a sorte, e sia da 
lui letto il nome e pronunziato ad alta voce in essa* contenuto; 

App,, Voi. IX. 50 



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46G ORDINI DELLA COMPAGNIA 

il quale così noorinato si parta modestamente dal laogo do?e egli 
siede, e fatta reverenza a la residenza de' governatori » vada de- 
votamente a l'altare » e segretamente nomini a segretari uno dei 
fratelli , ch'egli in conscienza saa giudichi atto d' eleggersi , per 
esser creato per quel tale ufficio , del quale esso è elezioniere ; il 
quale eletto sia da quelli preso in nota, e così per chi nominato, 
non essendo però de'proibitl a riceversi : il che avvenendo , sia 
tenuto e debba Telezioniere eleggerne successivamente tanti, che 
egli riscontri in persona che ^a quegli si possa ricevere: il che 
fatto, si ritomi Felezioniere con la medesima modestia al luogo 
suo. Di poi se ne tra^a un altro nel medesimo modo , il quale 
con le medesime cerimonie e ordini faccia quanto del primo s'è 
detto: e cosi successivamente insino a quanto è ordinato il nu- 
mero degli elezionieri ed eletti per quello ufficio; e in manca- 
mento del tratto elezioniere , debbino essi segretari trarre subita- 
mente un altro in iscambio , tanto che TelerioQe venga intiera- 
mente fatta secondo l'ordine datole. De' quali tratti e non presenti 
sian tenuti ftir nota , e dargli a ehi fie preposto a tener conto de 
Tappuntare ; il quale , non vi essendo scusa ragionevole di lonta- 
nanza o inflrmità o altro scusabile impedimento , gli debba far 
perciò debitori di due soldi piccioli a lor conto di tassa. La quale 
elezione condotta a fine , debbino essi seglretari , havendo scritto 
in polize egualmente il nome di ciascuno eletto da per sé , senza 
aggiugnervi il nominatore , imborsargli confusamenie insieme ; et 
trattone un a sorte nel medesimo modo ehe degli elezionieri fo 
fatto , sia pubblicato in corpo di compagnia ; il qual vada a par> 
tito ; e raccolto il partito e presentato , secondo che nel capitolo 
per ciò fie ordinato , essi havendo secondo quell'ordine notato le 
fiive nere e bianche d'esso , tragghino de la medesima borsa un 
altro, il qual vada nel medesimo modo a partito; e còsi succes- 
sivamente , in fin che tulli gli eletti habbian havuto il lor parti- 
to. Il che fatto , i segretari pubblichino quegli sian restati officiali, 
con i loro nominatori , secondo Tordinanza fatta particnlannente 
nel capitolo de la particular elezione di ciascun particular offi- 
cio. Non possino né debbino i predetti segretari ricever per eletti 
quelli che ne siano eccettuati pel capitulo del divieto, né qodU 
ehe fieno stati nominati prima in quella medesima creazione del 
medesimo officio da altro elezioniere ; né chi eleggesse e nomi- 
nasse sé m<!desimo. Né possino né debbino rimborsare alcuno de^ 



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DEI FIORENTINI IN VENEZIA ket 

^1i telezionieri tratti per eleggere e nominar di nuovo in tutto lo 
squittino da farsi per quella volta, se non in caso di mancamento ; 
nel qnal caso si debba rimborsar ciascuno , con egual podestà 
d* esser tratto di nuovo elezioniere. De' quali tutti squittinì cosi 
lini ti e pubblicati , debbino es^i segretari, subitamente ardere tutte 
le note e scritture che per tal conto si fusder fatte ; ed essi , es- 
sendo slato intonalo il Te Deum laudamus^ si parlino devotamente 
da Fallare , ed essendosi con humiltà inginocchiati a la residenza 
de'govematori > e havuto il lor cenno , si ritornino a' luoghi loro. 

Ori modo di rendere e raecorre iutii t partiti. — Gap. Villi. 

nor , perchè i nostri partiti si debbon rendere e vincere a fave 
nere e bianche , per ischìfare ogni dubbio e scandali che potesse 
nascere , vogliamo e dichiariamo che le fave nere del si debbian 
esser nere tinte per arte , e non tali per natura : onde debbino 
tutte le nere non per arte » essere , e sian compresse « giudicate per 
bianche ; e il modo del racoorre i partiti sia tale , che i raccogli- 
tori d'essi sian tenuti e debbino raccorgli in man loro; e senza 
essere detti partiti veduti da so o da altri , mettergli di mano in 
mano ne'bussoli , dichiarando che non debbino accettargli da la 
persona propria che allor vada a partito. E essendosi cominciato 
a raocoUre il partito » prima da la residenza de' governatori e dopo 
seguitando da tutte e due le bande , raccolto si porti da'raccogli- 
tori medesimi, e presentisi a l'altare , o altrove dove fie ordinato il 
segreto ; i quali essendosi discostati da quel luogo tanto che non 
possin veder i partiti , sian tutti i bossoli piccioli votati da'segre- 
lari celatamente sopra il bossol grande perciò deputato ; e havendo 
ciascun d'essi poi subito renduto, prima che veder altro, il suo 
partito, votino tutto il partito insieme nel bacinetto o altro per ciò 
apparecchiato, e di poi scelghino essi senza altri testimoni pre- 
senti, e faccian nota di per sé de le fave nere e bianche ; seguen- 
done poi quanto a quel tal partito s'aspetta. 

Del difriitù che ti debba dare a tutti i topraddetti uffici , 
e del rifiuto loro. — Gap. X. 

Habbin divieto da tutti gli uffici detti di sopra , tutti quelli 
de la minor età che trenta anni , e tulli quelli che essendo ea- 



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468 ORDINI DKLLA COMPAGNIA 

irati ne la nostra Compagiiia dal prioio giorno di settembre 1556 
in là , non haranno finito Fanno intero dà la loro entrata ; e cosi 
habbin di?teto dal medesimo ufficio tutti quelli , che easendoRe 
stati altre yolte , non hàTranno passato interamente l'anno dal fine 
e ultimo di de loro .ufficio , e quelli che slan rimasti innanzi del 
medesimo squittino eletti e creati d'altro ufficio. Posaino i aopra- 
detti ufficiali tutti » per cagion legittima da giudicarsi da la eon- 
scienzà loro, rifiutar fra il termine di sei giorni , pagando per 
lor rifiuto a la casa , il primo governatore , ducati uno ewreote; 
i due altri , mezzo ducato per ciascuno ; e tutti gli altri officiali , 
soldi trenta per ciascuno. E a^ qualunque di loro ara in fra 1 
debito termine rifiutato, si faccia lo scambio quanto prima si possa. 

Del grado e ordine che debbon tenere sedendo i eoftedeUi 
officiali nella Compagma. — Gap. XK 

Sia deputato luogo da risedere a detti tutti ufficiali ne la Com- 
pagnia a man destra de la residènza de' goyematori quando se- 
deranno per ufficio , ciò è per esercitare' in comune rautorità 
loro sopra tutti gli altri fratelli , con questo ordine. Segghino 
prima i due maestri de' novizi nel luogo principale ; di poi i dae 
paciati; successivamente, i quattro infermieri; e dopo loro, il 
provveditore. E in caso che il consolo e consiglieri di noatn 
nazione si trovin presenti ne ia Compagnia , a' intenda eater j»- 
segniato e deputato per proprio luogo d'essi il sedere sopra lutti 
i predetti ufficiali ; e venendovi il padre correttore , debbia ei> 
sergli deputato per suo luogo la man destra allato a Fallare; e 
venendovi altri religiosi , sian messi da l'altra banda, aeooodoil 
grado o età loro. 

De rautorità che hanno iHeieme tutti i sopradetti 
ufficiali. ~ Gap. XII. 

Sìa autorità de lutti i sopradetti XII ufficiali cosi insieme ra- 
gunati , che tutte deliberazioni e partiti che baranno a ire a par- 
tito in corpo di compagnia, debbian , essendo prima stali rinti tra 
i padri goverjnatori , esser poi vinte e approvate fra loro almeno 
per \ due terzi ; e senza l'esser ita a partito e approvala per il 
detto numero di tutti i detti ufficiali insieme, non si posaa prò* 



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DEI FIORENTINI IN VENEZIA. 469 

fù/te cosa alcuoa in corpo di compagnia. Posmn fare ed habbian 
aatorità di fare ogni stansiameolo de* denari che fosser de la 
casa , per far l'opere pie per questi presenti capitoli ordinate , e 
per tatti i bisogni de la casa , i qaali dcbbian ottenersi per i dne 
terzi di totti. Questo però dichiarato , che in mancftmeato de i 
detti legittimi ufficiali assenti o (ebe Dio guardi) morti ; possiao , 
sino a tanto che non sieno stati rifatti li scarni» da' gorematori 
e debbino esser sostituiti de' fratelli presenti quanti vi mancasmw , 
con la medesima autorità in tutte quelle faccende die iìisser ne- 
cessarie per quella folta sola ; intendendosi però , che sopravre- 
nendo per sorte alcuni de* veri uflBciali , i più giofani de'aosti- 
taiti, di mano in mano cedendo, si partine. 

De h cerimonie eon le quali debbon i vecchi uffkiaU 
lasciar ruffieior e pigliarlo i nuovi. — Gap. XIII. 

Finiti i divini uffici, ne la tornata ne la quale debbon entrare i 
nuovi ufficiali (quali ordiniamo non possin pigHase l'officio loro 
avendo debito di lor tasse o altro con la nostra casa» se prima 
non ara