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Full text of "Compendio di storia Romana; volgarizzamento inedito secondo un codice dell'Ambrosiana"

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SCELTA 



DI 



CURIOSITÀ LETTERARIE 

INEDITE RARE 

DAL SECOLO XIII AL XMI 

in Appendice alla Collezione di Opere inedite o rare 



DISPENSA CLXXX 



Prezzo L. 10 ,. / 

7^y 




Di questa SCELTA usciranno otto o dieci volumetti 
air anno ; la tiratura di essi verrà eseguita in numero 
non maggiore di esemplari 202 : il prezzo sarà uniformato 
al numero dei fogli di ciascheduna dispensa, e alla 
quantità degli esemplari tirati : sesto , carta e caratteri, 
uguali al presente fascicolo. 

Gaetano Romagnoli 



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LL , ri 

F64-16 Lucius Anrva^^tv^ \-\ou\s 

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•I rofEMHO Di mm mm 

DI 

LUCIO ANNEO FLORO ,. 

VOLGASIZZAMSNTO ISEWTO 

SECONDO UN CODICE DELL' AMBROSIANA 

PUBBLICATO PKR JK > 

DEL DOTI. ANTONIO CERUTI 

..ex 




BOLOGNA 

PRESSO GAETANO ROMAGNOLI 
1881 



Edizione di soli 202 esemplari 
per ordine numerati 

N. 2 



BOLOGNA. TIPI FAVA E GARAGNANI 



LUCIO ANNEO FLORO 



Lucio Anneo Ploro è l'ultimo degli 
storici, che fiorirono dopo Augusto 
e pervennero sino a noi. Con lui 
ebbero nominanza Svetonio, Cremu- 
zio Cordo, Tito Labieno, Q. Curzio, 
Tacito , Valerio Massimo , Vellejo 
Patercolo : età ricca di scrittori 
non meno che la precedente, seb- 
bene di merito inferiore. 11 di lui 
Compendio di Storia Eomana, che 
gli die posto non ultimo fra gli 
storiografi dei fasti di un gran po- 
polo legistatore e conquistatore, è 
ricordato da molti scrittori , ed eb- 
be assai credito nell' antichità. Ma 
fra coloro che scrissero di lui , 



v'ha discrepanza su alcuni partico- 
lari della sua persona. Francesi e 
Spagnoli si contendono la nazio- 
nalità di questo scrittore, senza 
tuttavia poter addurre argomenti 
atti a provare in tutto la tesi ri- 
spettiva (1), e lo stesso Giambat- 
tista Giovio lo crede italiano e 
speralo cittadino comense , per a- 
verne letto il nome in una lapide, 
rinvenuta da Benedetto Giovio poco 
lungi dalla sua città (2), senza tut- 

(1) Hisloir. liltér. de France, T. I., p. 255. 

(2) Gli Uomini della comasca diocesi ecc., 
pag. 367. L' iscrizione sembra menzionare 
invece un P. Orazio Floro, figlio di Pu- 
blio, della tribìi Oufentina: 

P. HORATIO 

P. F. 0. V. F. 

FLORO 

mi VIRO A. p. mi VIRO 

etc. 
Le iniziali del nome di quella tribù, ram- 
mentata in moltissime iscrizioni i'omane , 
l'invenute nel milanese e nel comasco, 
furono dal Giovio credute quelle di tre 
parole distinte. 



tavia averla letta esattamente, né a- 
vervi ravvisati gli estremi, che iden- 
tifichino tal nome con quello dello 
storico latino. D' altronde quelle 
contese di Francia e di Spagna si 
fondano su semplici congetture di 
sinonimia, più che sovra indizi at- 
tendibili, desunti dalle memorie ge- 
nealogiche. 

Sembra che il nostro Floro abbia 
sortito i natali a Cordova. In vero 
assai più probabilmente che d' al- 
tronde , fu oriundo di Spagna , e 
visse negli ultimi tempi dell' impe- 
ratore Traiano, e più a lungo in 
quelli d' Adriano. Su questa circo- 
stanza v' è pure disputa tra 1 suoi 
biografi; tuttavia avendo egli im- 
preso nella sua storia a narrare le 
vicende fortunose della potente Ko- 
ma , dalla di lei fondazione sino 
all' età d' Augusto per lo spazio di 
ben sette secoli, viene egli stesso 
ad affermare 1' epoca in cui scris- 
se, asserendo nel proemio del suo 



libro , che dal tempo di Cesare Au- 
gusto sino all' età sua erano scorsi 
quasi dugent' anni. Vuole il Vola- 
terrano (1), ch'egli fosse figlio di 
Giulio Floro Secondo, uomo di ma- 
ravigliosa eloquenza e accuratissi- 
mo, come attesta Quintiliano suo 
coetaneo, facendo anco menzione 
d' un altro Floro, zio di Secondo, 
al quale dà in Gallia il primo luo- 
go neir eloquenza, perchè aveala 
colà ultimamente professata. Giu- 
sto Lipsio lo fa egli pure spagnolo 
e della famiglia di Seneca, senza 
tuttavia addurne prove , mentre 
Floro si dichiara sempre romano. 
Lo stesso Lattanzio gli attribuisce 
altresì il nome . di Seneca , quasi 
confondendo due personaggi affatto 
distinti, per essere questi stato il 
primo, che abbia distinto il tempo 
del popolo romano in quattro età, 

(1) Maffei Raph. Volater. Commentar. 
Urban., lib. XVI, col. 474. Lugd. MDLII. 



come fece infatti Floro , in altret- 
tanti libri dell' opera sua. Vera- 
mente ambedue seguirono tale di- 
visione in età d' infanzia, adole- 
scenza, virilità e vecchiezza, ma 
ripartirono ad intervalli differenti 
quelle epoche, sebbene forse non 
a caso seguirono quei criterj cro- 
nologici , piuttosto r uno così 
scrisse ad imitazione dell' altro. Né 
perciò forse potrà negarsi del tutto, 
che Floro avesse qualche attinenza 
gentilizia colla famiglia Seneca, 
la quale alla sua volta derivò dal- 
l' Annea (1), ed avesse perciò avuto 
comunanza di stipite e patria. 

Altrimenti è talvolta appellato 
Floro col nome di Giulio da qual- 
che scrittore, che lo credette il 
Giulio Floro Secondo, ricordato con 
benevoli parole da Quintiliano (2), 

(1) Anche l'autore della Farsaglia, Lu- 
cano, nativo egli pure di Cordova, avea il 
nome gentilizio di M. Anneo. 

(2) Instit. orator. , lib. X. 



vissuto ei pure ai giorni di Tra- 
iano, e quindi contemporaneo dello 
storico. Ma mal s'appose chi ebbe 
questa credenza, in quanto che il 
Floro encomiato dal celebre retore 
ed oratore non è da lui rammen- 
tato fra gli scrittori di storia , 
bensì fra gli oratori più eccellenti 
e di miglior fama al pari dello zio 
Giulio (1) , a tacere di una circo- 
stq,nza di non infimo momento , che 
i codici più antichi e autorevoli 
del Compendio della Storia Komana 
recano il nome di Lucio Floro. 
Quel Giulio, per altro, col quale 
questi è talvolta scambiato dagli 
scrittori, visse sotto Tiberio, e n' è 



(1) « Memini Julium Secundum . . . mi- 
rae facundiae virum . . . L. Florus, flos elo- 
quentiae gallicae, cum ibi eam exercuerit, 
princeps , alioquin inter pauoos disertis- 
simus » Raphael Volaterr. , Commentar. 
Urbanor., lib. XVI. 



ricordo nelle opere di M. Seneca 
e di Quintiliano (1). 

(1) G. J. Voss dubita che 1' Oclavia, 
attribuita al filosofo Seneca, sia piuttosto 
dello storico Floro, che forse per un pre- 
testo genealogico potè chiamarsi od esser 
da altri appellato anche Seneca. Ma que- 
sta credenza non è suffragata da pi'ove. 
Lo si crede pur da taluno, ma senza baste- 
vole fondamento, autore dell" inno Pervi- 
gilium Veneris, composto sulla fine del 
sec. II dell' era volgare. V. Fabrizio , Bi- 
blioth, latina, t. II, e. 23 ; Voss , de Eistor. 
latin. , 1. I, e. 30 ; de Poetis latin. , e. 4. Fu 
anche sci'itto che lo storico Floro abbia 
ardito gareggiare in poesia coli' imp. Adri- 
ano, e che questi siasene vendicato con 
una satira, nella quale gli rimprovera il 
sudiciume fra cui vivea, frequentando le 
bettole e le taverne: 

Ego nolo Florus esse, 

Ambulare per tabernas. 

Latitare per propinas, 

Culices pati rotundos, 
per rimbeccarne un' altra , da Floro di- 
vulgata al proprio indii-izzo: 



Checché dell' autore sia stato 
non sempre con eguale concordia 
ed esattezza detto dagli eruditi, è 
ormai fuor di dubbio, che i suoi 
quattro libri di Storia Romana com- 
pendiata furono assai famigliari a' 
suoi medesimi contemporanei e a 
quelli che vissero dappoi (l),i quali 
restii alla lettura delle ampie opere 

Ego nolo Caesar esse, 
Ambulare per Britannos, 
Scythicas pati pruinas; 
ma quest'asserzione, ripetuta dall' ab. Long- 
champs, Tabi, histor., T. I, p. 123, non 
ha altro appoggio che alcune cose dette 
da Sparziano in Vita Hadr., p. 155, non 
parendo che 1' autore di que' versi sia il 
Floro storico, se si tien conto anche del- 
l' incertezza del nome di lui , accennato 
dagli scrittori, che forse palliarono d' indi- 
vidui diversi. 

(1) « Scripsit historiam romauam brevi- 
tate admodum et elegantia posteritati ac- 
ceptissimem » Raphael. Volaterr. , Com- 
mentar. Uì'han., lib. XVI. 



degli scrittori di maggior lena, in- 
teressavansi tuttavia di conoscere 
con lieve fatica e risparmio di tempo 
i fasti delle età trascorse. Erasi de- 
stato non so se amore o bisogno di 
rovistare i tesori del passato, e per- 
ciò quel secolo ebbe in Svetonio il 
suo Varrone, sebbene in chi stu- 
diava facesse difetto l' attitudine a 
trar profitto delle notizie apprese, 
appropriarselo e fecondarlo in sé 
medesimo; e però l'un dì piìi che 
r altro veniva crescendo il biso- 
gno di raccogliere in compendio le 
ricchezze dell' età che furono , e 
moltiplicavansi i compendiatori. Di 
questi fu Floro ; e perchè 1' in- 
clinazione degli scrittori era divisa 
dai lettori , nacque il riprodursi 
fuor misura degli esemplari del suo 
libro in grazia della sua brevità, e 
fors' anche per la sua forma reto- 
rica, divenuta di moda. Però la 
fretta e la negligenza de' copisti, 
r ignoranza e la mala fede de' sac- 



Xll 

centi v'introdussero un nembo cV 
errori, adulterazioni e interpolatu- 
re, che affaticarono poi a dismi- 
sura la mente de' critici nel discer- 
nere la presunta lezione autentica 
dalle falsificazioni (1). 

Come già fu accennato or ora, 
il favore che ottenne quell'opera, 
attribuivasi senz' altro a quello 
stile, sebben guasto da' difetti del 
tempo e comune ai poeti e agli o- 
ratori contemporanei , oltremodo 
conciso, tenero d'una precisione 
affettata, e causa perciò d' una mo- 
lesta e spesso inestricabile oscurità, 
soverchiamente sentenzioso, poeti- 
co e fiorito più del bisogno ; è uno 
scrivere troppo lontano dalla pu- 
rezza del secolo precedente, e of- 
fuscato da macchie create dal vo- 
ler superare, anziché imitare, gli 
eccellenti storici dei tempi addie- 

(1) Il Codice pili corretto è riputato 
quel di Bamberga del secolo IX. 



tro, e dal volere i nuovi venuti mo- 
strarsi più ingegnosi ed acuti di 
quelli. Questa foggia usata ad espri- 
mere i proprj pensieri ritrae il ca- 
rattere speciale di quell' età, e ri- 
flette lo stato delle lettere d' allo- 
ra, decadute dallo splendore che 
accompagnò 1' età dell' oro. Vi si 
scorge r inettitudine a produrre al- 
cunché d' originale e proprio, e 1' 
arrendevolezza a foggie straniere. 
Pochi soltanto (e furono di quelli 
eh' erano stati educati al tempo di 
Quintiliano, come Sveto nio, Fio- 
ro e fors' anche Giustino) s' atten- 
nero ai migliori modelli ; i più fu- 
rono tratti dalla stessa loro fiac- 
chezza e mancanza di gusto a me- 
scolare ogni maniera di stile, a fug- 
gire ciò che è ovvio e non cercar 
che lo strano. 

V ha chi attribuisce allo stesso 
imperatore Adriano un' influenza , 
esercitata dal suo carattere perso- 



naie, sulla letteratura contempora- 
nea. Era uomo d' una strana na- 
tura, che univa le qualità più op- 
poste. Superstizioso e scettico, pe- 
dante e spiritoso , sofistico e iro- 
nico, d' una eccitabilità sconfinata 
e d' una ostinatezza senza misura, 
socievole e sospettoso, di buon cuo- 
re ad un tempo e crudele, non si 
mantenne mai eguale a sé stesso , 
fuorché nel variare di continuo 
tempra e umore, e nel sentire al- 
tamente di sé e del pi-oprio merito. 
Voglioso d' apprender tutto , non 
poneva mai serietà e perseveranza 
in nulla. Tuttavia questa sua in- 
cessante mobilità eh' avea del mor- 
boso, stimolandolo a girare qua e 
là per lo Stato, fu anche origine 
di molte utili istituzioni. Sopratutto 
la letteratura guadagnò e sofferse 
per la sua predilezione e per le sue 
stravaganze : i suoi scritti medesi- 
mi non lasciano vedere niente più 



che la mano di un dilettante (1). 
Non si annoverano di certo fra i 
pregi di Floro l'eccesso di sentenze 
e di fiori poetici , l' iperbole, l' am- 
pollosità, l'esagerazione delle figu- 
re, persino le freddure, che rendo- 
no non di rado quel suo scrivere 
assai somigliante talvolta a quello 
de' nostri secentisti. Si compiace di 
forme nuove, ardite, declamatorie, 
traslate , che comandano 1' ammi- 
razione, immaginandosi infondervi 
eleganza e venustà; crede grandez- 
za r enfasi, la pompa, 1' affettazio- 
ne, la gonfiezza, né è a tacere che 
le sue frasi così architettate fanno 
freddi i suoi racconti, monotoni ed 
oscuri. Secondo lui, i Galli, distrut- 
ta Roma, assaliti alle spalle da 
Camillo, sono uccisi in tal numero, 

(1) Veggasi quanto dice sul di lui conto 
Sparziano, in Hadr., 14, 8 e segg. -Ne 
scrisse non ha guari la vita anche F. 
Gregorovius. 



che coir inondazione del loro san- 
gue vien cancellata ogni traccia 
d' incendio. Le navi di Antonio e- 
rano sì vaste, che non senza fatica 
de' venti e gemito dell' onde il mare 
le portava. L' oceano pare che si 
faccia tranquillo e propizio, allor- 
ché la flotta reca le prede guerre- 
sche a Roma, quasi confessandosi 
inferiore e sottomesso. Ninna cosa 
era in Antioco bella, se non 1' es- 
sere egli stato vinto dai Romani. 
Cesare ritorna dalla spedizione di 
Bretagna con maggior preda che 
prima, avendo tranquillo e favore- 
vole il mare, quasi come s' esso si 
confessasse ubbidiente o da meno 
del vincitore. Fabio Massimo, occu- 
pate le alture, di là scaglia armi 
sui nemici; e fu bello il vedere 
quasi dal cielo e dalle nubi avven- 
tati fulmini sugli abitatori della 
terra. Bruto spira sopra l' ucciso 
Arunte , quasi che ei volesse 1' a- 
dultero perseguire sin nell' inferno. 



Descrive la morte di Catone, sulla 
quale si sbizzarrirono tanti entu- 
siastici ammiratori? Egli si reca, 
dice, due ferite di coltello ; accor- 
rono i medici a fasciarlo, lui reni- 
tente; ma egli risquarcia la piaga, 
nella quale rimangono poi immobili 
le mani moribonde. Pompeo asse- 
dia il campo nemico, ma il crescere 
d' un fiume assedia lui stesso e lo 
priva di vettovaglie : ma poi che il 
fiume « ebbe pace » , scoperse le 
campagne e le rese atte a divenire 
arena di battaglie. Le guerre coi 
Galli facevano ai Eomani 1' ufficio 
di cote, onde affilare il ferro del 
loro valore. Narrando la spedizione 
di Decimo Bruto lungo la Costa 
celtica , assicura eh' egli non arre- 
stò il vittorioso cammino, sinché 
non vide il sole calar nell'Oceano, 
e udì il friggere del suo disco al 
toccar dell'acque, impaurito e inor- 
ridendo come a un sacrilegio. Di- 
cendo che all' attaccarsi d' una pu- 



xvni 
gna con Annibale scossesi la terra, 
gli pare che questo sia stato effetto 
dell' urto impetuoso de' fanti e de' 
cavalli, e dello scotersi delle mac- 
chine belliche. 

La flotta di Mitridate è rotta e 
dispersa da una procella nel Mar 
Rosso, come se fosse sconfìtta; ma 
a Floro sembra che Lucullo, d' ac- 
cordo coi flutti e colle tempeste, a- 
vesse voluto far debellare quel so- 
vrano nemico dai venti. Il tribuno 
Calpurnio Fiamma salva l'esercito 
romano, tenendo a bada i nemici 
che r infestavano , e pareggia la 
fama delle Termopili e di Leonida, 
anzi la supera per essere egli ri- 
masto superstite a tanto evento , 
sebbene nulla abbia scritto col san- 
gue. L'Apollo di Curaa trasuda (1) 
per tema dell'Asia da lui protetta, 
quando Roma ne agognava la con- 
quista. Questa ha vittoria su Per- 

(1) Lib. II, e. 8. 



seo in Macedonia, ma innanzi che 
la novella sia recata da' messag- 
geri, n'ha presagio da due giovani 
sconosciuti , che con bianchi ca- 
valli (1) stavano tergendosi dalla 
polvere e dal sangue presso il lago 
Juturno, creduti da lui essere Ca- 
store e Polluce, perchè erano due, 
ed intervenuti alla battaglia, per 
esser lordi di sangue ; venir dalla 
Macedonia, essendo ancora tra- 
felati. 

Un consimile prodigio rinnovasi 
quando Mario sconfigge i Cimbri , 
ammollitosi nel clima italico, poi- 
ché nel giorno stesso della pugna 
furono visti presso il tempio di Ca- 
store e Polluce due giovani coronati 
di lauro recar lettere al pretore, 
nunzie della vittoria, ed udironsì le 
acclamazioni del popolo spettatore: 
« Felicità alla vittoria cimbrica. » 
Ora che può darsi di più memora- 
li) Lib. II, e. 12. 



bile ed illustre, soggiunge l'enfa- 
tico scrittore, che veder Eoma, tra- 
sportata quasi sopra i suoi colli, 
essere spettatrice della pugna come 
nei giuochi gladiatorj, e nel mo- 
mento stesso che i Cimbri venivano 
disfatti, esultarne il popolo nella 
città ? (1). Inezie non comportabili 
ad uno storico serio. Nella guerra 
civile destatasi per sua colpa, Mario 
ritorna dall'Africa più rinomato per 
le sue calamità (2), giacché il car- 
cere , le catene , la fuga e l' esilio 
l'avevano reso più rispettabile. Nel- 
la guerra civile di Cesare e Pom- 
peo, quando si combattè sull' Ocea- 
no da Varrò e Didio, fu più aspra 
battaglia col mare che fra le navi 
nemiche, e come se l' Oceano casti- 
gasse il furore civile, ruppe e af- 
fondò le flotte. Che paura era quel- 
la, riflette lo scrittore, che in un me- 

(1) Lib. Ili, e. 3. 

(2) Lib. Ili, e. 21. 



desimo tempo 1' onde, la tempesta, 
gli uomini, le navi e gli armamenti 
di esse combattevano! 

Troppo lungo e fuor di luogo, se 
pure non furono già soverchi gli 
esempi addotti, sarebbe il ricordare 
le stranezze e le facezie, che vor- 
rebbero essere arguzie , di cui ri- 
bocca lo scrivere di Floro, e più 
che a colpa sua, sono da ascriversi 
alla decadenza del gusto letterario 
del suo tempo, dacché per trovar 
lettori e ottenere applauso e favore, 
chi scrivea era costretto a ricorrere 
a sì umili artifizj. 

Come dei tempi, cosi eziandio dei 
luoghi e dell' ordine del suo rac- 
conto il nostro Floro mostrasi non 
troppo di rado incerto o del tutto 
imperito; annovera Capua tra le 
città marittime d' Italia , fa due 
montagne distinte il Falerno e il 
Marsico, pone il Danubio come con- 
fine tra la Macedonia e la Tracia, 
e dà a regioni o fiumi nomi, dei 



quali non sempre rinviensi oggi l' e- 
quivalente, se pure tali ambiguità 
ed inesattezze non sono da ascri- 
versi air imperizia de' copisti. 

Tuttavia se questo scrittore è dai 
critici ripreso di non poche colpe, 
gli vengono in certo compenso ri- 
conosciuti non lievi pregi sì nello 
stile, misto di qualità oratorie, poe- 
tiche e storiche, che nella bontà 
intrinseca della narrazione. Non 
gli fa difetto, infatti, acutezza, vi- 
vacità poetica, eleganza di stile e 
buon criterio, in ispecie nei giudizj, 
e laddove espone le cause delle 
sedizioni, delle discordie civili e del 
mutamento della romana repubbli- 
ca, non è superato in questa descri- 
zione, eh' è forse la parte migliore 
dell' opera sua , da altro scrittore 
più antico, che in ogni modo non 
raggiunse quella concisione chiara 
spesso ed evidente, che dipinge a 
meraviglia come in un quadro tutta 
l'imagine del popolo romano, i passi 



e gli avanzamenti progressivi della 
repubblica: qualità che rendono de- 
gna di studio severo, accurato e di- 
ligente un'opera, che non ha altra 
che l'eguagli nelle sostanza e nella 
forma, tratteggiata a grandi linee, 
nelle quali non di rado l' autore 
trascura i dettagli, che possono di- 
strarlo dalla sua via retta, per ap- 
plicarsi solo ai fatti principali. Tut- 
tavia le figure di quel quadro sono 
avvicinate e si rischiarano a vicen- 
da, e vi risplende la grandezza ro- 
mana sotto diversi aspetti, come se 
vista in un campo ristretto attra- 
verso ad una lente, ma con assai 
maggior evidenza e lucidezza. 

Né è a disconoscersi in Floro 
un' altro pregio . che non appare 
evidente ad un lettore superficiale. 
Di leggieri si ravvisa egli un loda- 
tore entusiasta del valore, della 
fortuna, del senno romano, e gli 
si rimprovera d' avere, colla sua 
narrazione . tessuto un continuo 



panegirico della gesta del gran 
popolo ; ma la sua ammirazione 
non è sì cieca e parziale, da disco- 
noscere la decadenza romana, spe- 
cialmente morale. Ne fa cenno e- 
splicito sin dall' esordire del suo 
racconto . La stessa ripartizione 
che fa delle diverse età dei Komani, 
dà a divedere come queste non fos- 
sero , anche a' suoi occhi , sempre 
abbellite dallo stesso grado di pro- 
sperità civile e morale. In Antioco, 
infatti ei dice, noi vincemmo Ser- 
se, in Emilio eguagliammo Temi- 
stocle, con Efeso compensammo 
Salamina (1); applaude a Roma 
nella guerra di Numanzia, e ac- 
clama al suo popolo invitto, egre- 
gio , pio , giusto e magnifico (2) ; 
ma confessa che dappoi , quan- 
tunque gli eventi fossero del pari 
grandiosi , pur tuttavia coli' am- 

(1) Lib. II, cap. 8. 

(2) Lib. II, cap. 19. 



pliarsi dello Stato aumentandosi 
del pari i vizj, risultarono più tur- 
bolenti e sozzi, ed essere succe- 
duto al secolo d' oro il ferreo e 
sanguinario, alle guerre giugurti- 
ne , cimbriclie , mitridatiche , par- 
tiche , di Gallia e di Germania , 
fattrici della gloria maggiore di 
Roma, le sedizioni de' Gracchi , la 
rivolta civile, de' servi e de' gladia- 
tori. Altrove , parlando della terza 
età del popolo romano, non teme 
scrivere, che di essa i primi cento 
anni furono santi e pietosi , e co- 
me mondissimo oro senza macchia 
e senza malvagità, sinché durò la 
integrità di quella setta pastorale 
pura e innocente, e finché persi- 
stette la paura della nimistà degli 
Africani, fu serbata 1' antica disci- 
plina; ma il secolo seguente sino 
a Cesare e Pompeo e Augusto , 
fu misero e di grande vergogna 
pe' mali commessi in patria (1). 

(1) Lib. Ili, cap. 12. 



Le sue conquiste furono a Roma 
causa di debolezza, le nuove ric- 
chezze e r accresciuta possanza 
afflissero i costumi di quel tempo 
e calpestarono la repubblica , sop- 
pozzata in vizj come una sentina; 
la troppa abbondanza produsse la 
fame, la troppa felicità i furori ci- 
vili ; la guerra de' Servi nacque dal- 
l' abbondanza della famiglia , quel- 
la de' gladiatori dalle soverchie fe- 
ste, delle quali quegli infelici era- 
no le vittime. Dalle ricchezze sor- 
sero gli scialacqui de' conviti e dei 
doni dispendiosissimi e la stessa 
povertà, la cupidigia della gran- 
dezza e della signoria , la quale ar- 
mò Cesare e Pompeo di faci fune- 
ste a distruzione della repubblica. 
Alcuni codici e qualche antico 
editore o critico chiamano questa 
storia un compendio di quella di 
Tito Livio ; ma oltrecchè Floro 
dissente in più luoghi dal sommo 
scrittore padovano , egli adopera 



XXVI r 
uno stile, che ben più dell'imita- 
zione, lascia apertamente travedere 
r originalità , e mostrasi uno dei 
più felici ed ingegnosi abbreviatori 
di storia. Giornande tolse assai per 
le sue cronache da lui ; lo stesso 
fecero Freculfo , pur correggendolo, 
Vincenzo Bellovicense ed altri. 

Uno scrittore francese (1) trova 
assai superstizioso e troppo credulo 
questo compendiatore, per aver ri- 
ferito con serietà e senza critica a- 
neddoti e prodigi assurdi, alcuni 
de'quali furono già in questo scritto 
accennati ; lo incolpa d' avere ora- 
messo alcuni fatti importanti, come 
le azioni più cospicue di Cicerone, 
del quale non tocca che di volo e 

(1) L' ab. Paul nella sua versione fran- 
cese. V. la lettera dedicatoria. Non è certo 
che sia il nostro storico colui che scrisse 
gli argomenti dei libri di Tito Livio, e 
non solo di que' che rimasero, ma anche 
degli smarriti. 



quasi per incidente la morte; di tra- 
scorrere con soverchia leggierezza 
su alcuni altri, limitandosi a ri- 
trarre il solo profilo degli avveni- 
menti, in ispecie degli ultimi tempi 
della repubblica, parte assai inte- 
ressante della storia romana, ben 
meritevole d' essere ritratta con 
maggiore ampiezza. Gli sembra che 
Floro vanti troppo le virtù e le ge- 
sta de' Romani, de' quali pare a- 
ver egli scritto piuttosto il panegi- 
rico che la storia, e si scateni con 
troppa vigoria contro le pretese a- 
stuzie dei loro nemici, e non sem- 
pre a proposito, e li chiami frodo- 
lenti, scaltri, ingannevoli, mentre 
pure i suoi connazionali non si sa- 
ranno senza dubbio rimasti dal ri- 
pagameli cogli avvedimenti e cogli 
stratagemmi proprj . Contuttociò 
quello scrittore afferma, che le bel- 
lezze contenute nella storia di Floro 
superano assai le macchie. Questi 
s'accorse, scrivendola, che la pre- 



cisione necessaria allo stile cV un 
compendio, esposto originariamente 
con narrazione continuata, senza 
divisione in capitoli, introdotta dap- 
poi dagli amanuensi, poteva di leg- 
gieri degenerare in aridità, e die 
su un cammino arido era d' uopo 
seminar fiori. Fors' egli n' ha gittati 
più del bisogno, e profuse soverchi 
ornamenti, ma non perciò merita 
le accuse lanciategli da' suoi criti- 
ci. Il suo scritto, al contrario, ha 
una varietà aggradevole, è sparso 
d' imagini vive, espressioni pitto- 
resche, pensieri energici, maschi e 
profondi, passi brillanti, concisi e 
rapidi, in una parola è spesso 
grande, nobile ed eziandio sublime. 
Non manca altresì chi difende 
Floro da molti difetti che riscon- 
transi nel suo Compendio, attri- 
buendoli air improntitudine e igno- 
ranza d' imperito copista, vissuto 
poco dopo lo storico, il quale, ar- 
rogandosi anche l'ufficio di com- 



mentatore e quello di compir 1' o- 
pera di lui, abbia frammisto ad 
uno scritto ricco di vigore, inge- 
gno, sobrietà, le ridondanze, le 
inezie e le ridicolezze proprie. 

E assai verisimile, ripeto, che 
questo Compendio, ricco di qualità 
atte a renderne aggradevole la let- 
tura, fosse caro ai concittadini e 
contemporanei stessi di Floro, più 
che le opere storiche più diffuse e 
prolisse. Certamente al ridestarsi 
della civiltà, del sapere e degli stu- 
dj classici dopo le nubi medioevali, 
l'Abbreviazione di Lucio Anneo non 
fu delle più dimenticate, se badia- 
mo alla copia degli esemplari ma- 
noscritti rimastici, né delle ultime 
ad avere gli onori della stampa. 
La prima edizione è in 4.°, senza 
nota cronologica e di luogo, ma 
curata in Parigi nella Sorbona ver- 
so il 1470, secondo il Maittaire (1). 

(1) Annal. Typogr., p. 87. 



Altre due, delle quali una in carat- 
tere volgarmente detto gotico, se- 
guirono innanzi alla romana del 
1472 e a quella di Lipsia del 1480, 
pure in 4.° Altre cinque, almeno, 
se n' ebbero ancora in quel secolo, 
specialmente a Venezia. La prima 
nel seguente (1502) è di Milano del 
Minuziano , in 4.°, come quella 
d' otto anni dappoi. Molte se ne 
fecero (circa 43) durante il cinque- 
cento, compresa l'Aldina del 1520, 
arricchite di note e correzioni di 
dotti critici, quali G. Eicuccio, Vel- 
lino (Camers), Vinet, Gualtiero Fa- 
brizio, Gio. Stadio, G. Grutero, CI. 
Salmasio, Jano Fontano ed altri. 
D' allora sino a noi le ristampe , 
quasi sempre commentate, si suc- 
cedettero senza intermissione, an- 
noverandosene moltissime, le quali 
fanno testimonianza del pregio, in 
cui era tenuto quel libro dagli stu- 
diosi delle cose romane e dell' eru- 
dizione classica. 



Tale estimazione mosse altresì 
gli eruditi a procurarne le versioni 
volgari francesi, germaniche, ita- 
liane, inglesi, belgiche, danesi e 
polacche, allo scopo di rendere fa- 
migliare quel libro anche ai non 
periti nella lingua originale. Il pri- 
mo volgarizzamento in Francia fece 
un Nicolao Coeffeteau nel 1618 in 
Parigi; assai anteriore a questo fu 
il tedesco (1536) di Strasburgo, 
eseguito per opera di Enrico Ep- 
pendorff. Tacendo delle versioni in 
altre lingue, che non hanno stretta 
colleganza col presente scritto, la 
prima traduzione italiana, nota ai 
bibliofili, è quella di Domenico Tar- 
sia di Capodistria, edita nel 1547 
a Venezia (1). Il volgarizzatore in 

(1) Lucio Floro, de' fatti de' Romani dal 
principio della città per infino ad Augusto 
Cesare. Venezia. Questa edizione fu se- 
guita nel 1548 da altra pur di Venezia. - 
V. Paitoni, Biblioteca degli aiit. Greci e 
Lat. volgarizzati. Ven. 1766. 



una lunga lettera dedica la sua 
versione a Mario Savorgnano, nella 
quale prodiga lodi a lui e alla sua 
famiglia, e aggiunge al testo alcune 
brevi ma utili note. Nel secolo se- 
guente (1634, Koraa) apparve una 
seconda versione per opera di Sante 
Corti della Rocca Contrada (1), il 
quale nel Breve assaggio al lettore 
« sopra la vita e Y historia di Lu- 
cio Floro » premesso al testo, ac- 
cenna a non conoscere altra ver- 
sione anteriore, e dice non sapersi 
per qual causa potesse essere av- 
venuto, « che r historie di Lucio 
Ploro non fossero prima d' allora 
state portate in italiano, o se pur 
sieno state tradotte, non siano state 
applaudite , poiché se v' è autore 
che meriti d' esser letto in tutte le 
lingue, e che possa arrecare orna- 

(1) U Historia Romana di Lucio Giulio 
Floro, Roma, appresso Pietro Antonio 
Facciotti, in 12." 



mento e riputazione al nostro idio- 
ma, pare che questo non debba ce- 
dere a ninno, si per le materie in 
esso trattate, sì pel lungo spazio 
de' 740 anni; il che non solo non 
è stato fatto da niun altro scrit- 
tore antico, ma appena da tutti 
gli altri insieme, che scrissero l'i- 
storie di que' tempi Se si con- 
sideri lo stile, è succoso, e nulla 
v'ha di superfluo; sebbene com- 
pendiato, non lascia d'abbracciare 
tutto ciò eh' è necessario sapere; 
grave, elegante, concettoso e pieno 
di spirito, libero e franco ne' suoi 
giudizj, anche contro la nazione 
romana (1) ». 



(1) Il Paitoni, neir op. citata, inette in 
dubbio l'edizione volgare del 1634 ^^ che 
davvero esiste, avendosene un' esemplare 
anche nell' Ambrosiana, ed è citata altresì 
dall' Argelati. È dedicata al card. Fran- 
cesco Barberino da Gerolamo Conti, figlio 
del traduttore , il quale tra 1' altre cose 



È però d'uopo avvertire, come la 
versione di Sante Conti sia non 
poco difettosa, per aver egli frain- 
teso in più luoghi il testo originale 
di Floro, del quale perciò non ri- 
flette sempre il pensiero; non di 
rado fa uso di ampie perifrasi, che 
di soverchio diluiscono la succinta 
di lui narrazione. A voler essere 
eziandio indulgenti con quel tra- 
duttore, molti errori che in lui si 
riscontrano , sono accresciuti da 
quelli, e non son pochi, aggiunti 
da una grave negligenza tipogra- 
fica. Comunque sia, è un lavoro 
che lascia assai a desiderare sotto 
i diversi rapporti di fedeltà, esat- 
tezza, proprietà di locuzione, chia- 
rezza ed una saggia economia di 
frasi. 

Celestino Masucco ne fece un' al- 

aflferma essere stata eseguita tale versio- 
ne dall' autore in sua gioventù , ed averla 
egli rinvenuta fra i di lui scritti. 



tra sul cominciare di questo seco- 
lo (1); così dicasi di Filippo Bri- 
ganti, che aggiunse alla sua ver- 
sione alcune osservazioni politi- 
che (2), e di Arrigo Arrigoni, che 
corredò il suo libro di note critiche 
ed emendazioni del testo (3). 

Un' altro volgarizzamento presso- 
ché recente (4) è quello di Carlo di 
Ligny, principe di Caposele, dedi- 
cato alla di lui figlia Olimpia. Egli 
vi premette una diffusa disserta- 
zione, nella quale espone alcune os- 
servazioni sulla storia romana fino 
ad Augusto. Egli dà a divedere ben 
maggiore intelligenza del testo la- 
tino preso a volgarizzare, di quella 
eh' ebbero i suoi predecessori in 
quell'impresa non facile, ma nep- 

(1) Genova, 1806, in 16." 

(2) Napoli, 1818. 

(3) Venezia, 1841. 

(4) La Storia Romana di Lucio Anneo 
Floro, Milano, Bettoni, 1823, in 8." 



XXXVII 

pur egli seppe imitare lo scrittore 
latino nella sua concisione: arte 
invero non troppo agevole , non 
comportando sempre, salva la chia-' 
rezza, il linguaggio italiano la bre- 
vità permessa ai Latini. Anch' egli 
giudica Floro scrittore sovercliia- 
mente stringente e spesso fiorito 
con affettazione, ma che dipinse 
con pennello tizianesco la vita po- 
litica del popolo romano sino al 
suo tempo, 

Filippo Argelati (1) descrive un 
codice in f.° dell'Ambrosiana, come 
contenente una versione inedita 
della Storia di Floro, eh' ei chiama 
altresì incognita, senza chiarirsene 
l'autore; lo dice un bel codice, e 
ne riporta alcune parole del prin- 
cipio e della fine. Il P, Paltoni non 
lo conobbe. Il testo è quello che 
vien pubblicato ora per la prima 

(1) Biblioteca de Volgarizzatori, voi. II 
e V. 



volta , ed è prezzo dell' opera far 
parola del suo valore. Ma 

Or incomincian le dolenti note. 

Pur troppo, s' esso non manca d' al- 
cuni pregi, ove lo si riguardi solo 
come testo di lingua del sec. XV, 
d'ignoto autore, e lo si consideri 
come volgarizzamento , saremmo 
quasi tentati di lasciarlo nell' ob- 
blio, nel quale rimase sinora. Né 
gli vale, a titolo d' indulgenza e 
commendatizia, 1' avere quel codice 
cartaceo a due colonne appartenuto 
al dottissimo bibliofilo Gian Vin- 
cenzo Pinelli, che può solo averlo 
raccolto fra i tanti suoi libri come 
codice più che raro per ragione 
della materia ivi trattata, assai me- 
glio che pel merito intrinseco. 

E veramente è d' uopo avvertire, 
come questa versione riesce oltre- 
modo e in troppi luoghi di mala- 
gevole intelligenza, sì che raddop- 
pia al lettore quell' oscurità, di 



cui non è avara 1' estrema conci- 
sione del dettato di Floro. La causa 
però di essa è di doppia natura. 
È innegabile che il volgarizzatore 
ebbe innanzi a sé un testo latino 
scorrettissimo, il che è un nuovo 
argomento di prova, come il Com- 
pendio di Storia Romana di quello 
scrittore, giuntoci nei codici mss. 
e nella stampa, diverge dall'origi- 
nale primitivo e ribocca di varianti 
dall'uno all'altro, circostanza av- 
vertita anche dai critici; dal che 
nasce l'incertezza della lezione vera 
e autentica. Pare quindi accertato, 
che gli amanuensi abbiano, sin dai 
tempi più vicini all' autore , errato 
nel trascrivere parole, frasi intere 
e specialmente nomi; di questi so- 
vratutto se ne riscontrano nei di- 
versi testi alcuni, che altri scrit- 
tori non rammentano affatto, op- 
pure vi fanno modificazioni sostan- 
ziali, quantunque si riferiscano ad 
avvenimenti da essi pure narrati. 



Altri copisti inserirono forse nel 
testo chiose e commenti, che qual- 
che espositore scrisse in margine 
ad illustrare locuzioni oscure dello 
storico, apprezzamenti soggettivi 
su checchessia; o non intendendo, 
come più d'una fiata avveniva, il 
senso delle cose esposte dall'autore, 
mutavano di lor capo parole o frasi, 
sostituendone altre da loro repu- 
tate di più facile intelligenza. Fra 
testi così corrotti dee aver navigato 
il traduttore nell' ardua sua im- 
presa di volgarizzare uno storico 
già per sé sì malagevole; in diver- 
so modo iion si comprenderebbero 
i frequenti strafalcioni, nei quali 
il lettore quasi ad ogni pie sospin- 
to incespica, impedito il più delle 
volte dal cogliere il senso di ciò 
che gli passa sotto gli occhi, se 
non ricorre al testo latino. 

Più grave colpa e tutta imputa- 
bile all'ignoto volgarizzatore è al- 
lorquando, imperito, come si mostra 



con estrema evidenza, dell'idioma 
del Lazio, reso oscuro dallo stile 
involuto di Floro, rende a rovescio 
i di lui pensieri, i giudizj, i fatti 
medesimi da lui raccontati, con- 
fonde ed ommette periodi, dei quali 
non serba la giusta misura asse- 
gnata dal senso. Tal fiata però la 
sua versione, sebbene di quando in 
quando troppo libera, contro il co- 
stume dei volgarizzatori trecenti- 
sti, corre limpida e liscia, e se non 
si guarda troppo pel sottile all' e- 
sattezza nel riprodurre il testo ori- 
ginale, il discorso è abbastanza re- 
golare, e la lingua italiana non vi 
soffre soverchi strapazzi. 

Non è a meravigliarsi se il no- 
stro traduttore, smarrito fra gli sco- 
gli, tra cui trovossi impigliato nel 
mandare ad efietto il suo divisa- 
mento, scambia il Rodano col Re- 
no, fiumi con città, le nevi colle 
nubi, i nomi topografici coi perso- 
nali , r antica città continentale 



d' Enna in Sicilia, ora Castrogio- 
vanni, col monte Etna, i nembi 
di saette lanciate dai combattitori 
coi venti, le forche caudine con 
Candia. Se ciò non bastasse, alle 
frasi parole latine non sempre 
contrappone V equivalente volgare, 
comunemente usato dagli scrittori, 
a scapito della chiarezza; così chia- 
ma compagni i collegati, segno il 
vessillo militare, peste una rovina 
sventura politica, o un massacro 
in battaglia, menati gli ostaggi, 
impresa un piato, e così via. Lad- 
dove poi non intese il pensiero di 
Floro, e ne traduce i passi troppo 
rasente alla lettera, è assolutamen- 
te inintelligibile. L' ascrivere tutti 
questi gravi difetti ad ignoranza e 
trascuratezza dei copisti, ne sembra 
una scusa inammissibile. Perciò il 
raddrizzare questa versione nei luo- 
ghi più guasti è una fatica d' Er- 
cole, come il tenerle dietro passo 
passo col raffronto continuo del te- 



sto latino; nondimeno per la mag- 
gior parte dei casi tentai correg- 
gere queste storpiature mediante 
la versione di Sante Corti; e dove 
questi si scostava troppo dal det- 
tato di Floro, inesatta sembra- 
vami la sua interpretazione, per 
rispetto al volgarizzatore, sebbene 
sì inesperto, segnai in nota la di- 
vergenza. Il benigno lettore ne sarà 
indulgente , se in piìi d' un luogo 
trascorse inavvertita qualche ine- 
sattezza, qualche passo oscuro o 
male interpretato. 

Non ne venne dato di rinvenire 
altro codice di questa versione, che 
potesse agevolarne la correzione, o 
fornirne un confronto coll'Ambro- 
siano. È ben vero, che nella Mar- 
ciana esiste altra versione di que- 
sto Compendio storico (1); ma essa, 

(1) Si trova in un codice ms. miscellaneo, 
scritto da due divei-se mani , che chiudesi 
colle parole: « Finisce la breviacione di 



eseguita da altro autore, sembra 
allargarsi a modo di parafrasi più 
ampiamente che non comporti lo 
stile dell'Autore; pertanto non potè 
riescirci d' alcun giovamento. 

La conclusione delle cose sin qui 
discorse si è, clie la presente ver- 
sione dell' ignoto quattrocentista 
non potrà per certo essere proposta 
come un buon testo di Storia Ro- 
mana per clii volesse in essa eru- 
dirsi , né come modello di traduzio- 
ne italiana, commendevole per fe- 
deltà ed esattezza, non essendo tale 
specchio, da rendere con intera 
verità l' imagine del testo floriano 
nelle sue minute particolarità. Tut- 
tavia non è a spregiarsi affatto, 
riguardato come testo di lingua, 

Lucio Eneo Floro sopra Tito Livio pado- 
vano, vulgarizzato per mess. Jovane de 
Garzoni, secretano del ra. s. (magnifico 
signor) de Fermo nel MCCCCLV, finita e 
scripta per mi. » 



che lungi dall' essere de' migliori 
per le gravi difficoltà, in cui tro- 
vossi avvolto il suo autore per la 
propria imperizia e per circostanze 
a lui non imputabili, non è però 
affatto spoglio dei fiori, che abbel- 
liscono i libri degli scrittori vol- 
gari dei secoli XIV e XV; e come 
tale può senza soverchio disdoro 
andar fra le mani di quanti a ra- 
gione amano questa maniera di 
scrivere sobrio e semplice. 

Nel Marzo 1881. 



EPITOM DI LOCIO ANNEO FLORO 

DI TUTTA LA ISTORIA DI TITO LIVIO 



LIBRO PRIMO 



Proemio. 

Lo popolo di Roma da Romulo infino 
a Cesere Augusto per spazio di sette cento 
anni fece tante cose con pace e con guer- 
ra, che se alcuno considera la grandezza 
della signoria, parràgli che quella avanzi 
il tempo, perchè egli provò si in ogni 
luogo per lo circuito della terra le sue 
arme, che quegli i quali leggono i suoi 
fatti, non giudicaro quegli essere fatti 
d' uno popolo, ma fatti di tutta l' umana 
generazione, perchè fu sbattuto in tante 
fatiche e in tanti pericoli, che la fortuna 
parve contendere con la virtù di quello nel- 
lo stabilire della sua signoria. Per la qual 
cosa essendo in specialità utile sapere 
questo, nondimeno perchè la grandezza e 
la diversità delle cose affatica la sottilità 



4 

dello intelletto, farò come solano fare que- 
gli, i quali figurano il sito della terra, e 
in una quasi piccola tavoletta compren- 
derò tutta la figurazione di quello, e se- 
condo ch'io spero, aggiugnerò alcuna cosa 
a la ammirazione di quello signorevole 
popolo, mostrando insieme tutta la sua 
grandezza. 

Dunque se alcuno considera lo popolo di 
Roma in figura d'un uomo, e considera 
tutta la sua età, com'egli cominciò, com' e- 
gli cresce e pervenne quasi ad alcuno 
fiore di gioventù, e come poi egli invec- 
chiò, tro verrà quello essere proceduto per 
quattro gradi. 

La prima sua età fu sotto i re, ed appres- 
so perfino a quattrocento anni, nei quali 
quello popolo combattè intorno a sua ma- 
dre con gli vicini, e questa sarà la in- 
fanzia di quello. Lo tempo seguente sotto 
Bruto e Collatino consoli fu infino a Quinto 
Claudio e Quinto Fulvio consoli per spa- 
zio di cento cinquanta anni, sotto i quali 
consoli quel popolo sottomise Italia, e 
quello fo tempo sommamente stimolato in 
fatti e uomini d'arme, e perciò alcuno il 
chiamerà adolescenzia. Da poi infino a 
Ceserò Augusto fu anni cento cinquanta. 



nel quale quello popolo pacificò tutto il 
mondo, e questa fu la gioventù dello im- 
perio e quasi alcuna robusta maturità. Da 
Ceserò Augusto fino al nostro tempo fumo 
pochi meno di dugento anni , ne' quali per 
pigrizia degli imperadori quello popolo è 
quasi invecchiato, salvo che sotto Traiano 
iraperadore mosse le mani, e quasi oltra 
la speranza d'ogn'uomo la vecchiezza dello 
imperio retornò verde, quasi come gli fosse 
restituita la gioventù. 

Lo regno dì Bomnlo. 

Romulo fu lo primo fondator di Roma 
e dello imperio, lo quale fu figliuolo di 
Marte e di Rea Silvia, e questo confessò 
ella, essendo monaca e già gravida, e da 
poi di questo non dubita la nominanzia; 
poi che gittato di comandamento di Amulio 
con Remo suo fratello , non potè morire , 
perchè gittato dal fiume del Tevero in 
terra, una lupa avendo lasciato i figliuoli, 
segui lo pianto di quegli fanciugli e latto- 
gli in luogo di madre; e cosi trovati quegli 
appresso un albero da uno pastore dor- 
mendo, portogli nel suo albergo, e in quello 
gli nutricò. E in quel tempo Alba, edificata 



6 
da Julo, era capo d'Italia, il quale aveva 
avuto a dispregio Lavinio, terra d' Enea 
suo padre, ed in quella era re Amulio, già 
settimo dal primo, avendo cacciato Numi- 
tore suo fratello, della cui figliuola nacque 
Romolo. 

Dunque Romolo subito nella prima gio- 
ventù cacciò Amulio suo zio di signoina, 
e rimise in signoria suo avo, ed elio ama- 
tore di fiumi e di monti , appresso i quali 
elio era notricato, tentava porre edificj 
di nuova città. Erano due, e ciascuno pren- 
deva agurio di signoria e facevano sacri- 
ficj. Remo pigliò lo monte Aventino, e 
Romolo pigliò lo monte Palatino; quello 
prima vide sei avoltoj, e costui vide dappoi 
dodici avoltoj; e cosi sendo vincitore nella 
signoria, pose la città con piena speranza 
eh' ella fosse terra da battaglie, e cosi gli 
promettevano quegli uccegli, usati a sangue 
ed a preda, e parevagli che bastasse uno 
steccato per fortezza della nuova città, 
della quale facendo beffe Remo, e dispre- 
giando stare in quella distretto, passò di 
fuori, ed è in dubbio s'egli fo morto di 
comandamento del fratello ; ma pure e' fu 
il primo morto in quella , e con lo suo 
sangue fu consagrata la fortezza di quella 



7 

terra, ed aveva più tosto forma di città, 
6h' ella non era città. Aveva pochi abita- 
tori, ma era appresso di quella uno bosco 
sagreto, il quale egli fece uno asilio, 
ed incontinente venne grande moltitudine 
d'uomini, pastori latini e toscani, ed ezian- 
dio alcuni di Frigia, i quali venuti d'oltra 
mare erano stati con Enea, e alcuni d'Ar- 
cadia, i quali erano venuti con Evandro; 
e cosi quasi di varj alimenti avevano ra- 
gunato uno corpo , e quello fece popolo 
romano. 

Il re era d'una età con lo popolo degli 
uomini (1). Dunque egli domandò matri- 
monj ai vicini, e perchè non gli ottene- 
vano , pigliarogli per forza , perchè facen- 
do vista di fare giuochi di cavaglieri , 
pigliarono fanciulle ch'erano andate a ve- 
dere, ed incontanente fumo cagione di 
guerra; e cacciati e messi in fuga i Ve- 
jenti, fu preso Vejo e gittato per terra, 
e sopra ^ questo la preda tolta allo re di 
quegli Romulo con le sue mani presentò 
a love Feretrio. Ai Sabini fu aperte le 



(1) Il testo Ialino: Res erat unius aetatis, po- 
pulus virorum , cioè il popolo di Roma non poteva 
conservarsi, non essendovi donne. 



8 

poi-te per una vergine, e non fu per in- 
ganno, ma quella fanciulla aveva doman- 
dato per pagamento di quello fatto una 
cosa, che egli portavano nella ginestra 
mano, ed è in dubbio se era uno scudo 
o uno ornamento. Quegli acciò che osser- 
vassino la promessa e vendicassonsi, am- 
mazzaronla con gli scudi, e così entrati 
nella terra i nimici, nella entrata fu cru- 
dele battaglia, in tanto che Romulo pregò 
Giove, che ritenesse i suoi che fuggivano 
vituperosamente, e per questo fu fatto un 
tempio a Giove chiamato Statore ; e usan- 
do quegli crudeltà, quelle ch'erano state 
prese, si missono in mezzo scapegliate, e 
cosi fatto pace con Tazio, fu fermato i 
patti; e segui maravigliosa cosa a dire, 
che lasciata la sua terra, i nimici venis- 
sino alla nuova città, e facessino comuni 
le sue ricchezze, possedute in modo di dote 
con gli suo' generi. 

Accresciuta la possanza in brieve tem- 
po, lo savissimo re fermò questo stato 
alla repubrica, i giovani divise in tribi, 
acciò che stessino apparecchiati a subite 
guerre con armi e cavalli; lo consiglio della 
repubrica pose appresso de' vecchi , i quali 
per l'autorità fossino chiamati padri e per 



9 

la età senatori. Ordinate cosi le cose, 
facendo elio consiglio presso al palude di 
Capri , subitamente egli fu tolto dalla sua 
presenzia, e pensano alcuni ch'egli fosse 
morto dal senato per la sua asprezza. Ma 
sopra venuta una tempesta d' ajere e man- 
cando il sole, dissono quello essere con- 
sacrato, della qual cosa incontinente fece 
fé lulio Proculo, affermando ch'elio aveva 
veduto Romulo in più nobile forma ch'elio 
non era innanzi, ed ancora comandò ch'e- 
gli fossi diputato per uno Dio da quegli, 
e ch'egli era chiamato in cielo Quirino, 
e che era piacere degli Dei che Roma 
avessi gli Dei delle genti (1). 

Lo regno di Numa Pompilio. 

Succede a Romulo Numa Pompilio, il 
quale i Romani domandorono di propria 
volontà, abitando egli con gli Curj Sabini 
per la gloriosa rilegione di quello. Quello 
insegnò fare i sacrificj , le cerimonie ed 
ogni coltivamento degli immortali Dei; quel- 
lo ordenò per le religioni i sacerdoti e 



(l) Il testo: Quirinum in coelo vocari placitum 
diis; ita gentium Roma potiretur. 



10 
gli auguri e i salii, divise l'anno in dodici 
mesi, discrisse i di filici e i di infilici; 
quello primo diede gli anelli e '1 palladio, 
secreta fermezza dello imperio, egli die 
lano con due volti, fé della pace e della 
guerra; e prima diede a conservare a la 
vergine il fuoco di Vesta dea, acciò che 
la fiamma, guardia dello imperio, vegghiassi 
alla imagine delle celestiale stelle. E tutte 
queste cose faceva per comandamento quasi 
della dea Egeria, acciò che quegli barberi 
meglio le accettassino; e ridusse a tanto 
quello feroce popolo , eh' elio governava 
con religione e con giustizia quella signo- 
ria, acquistata per forza e con ingiuria. 

Lo regno dì Tullio Ostilio. 

Drieto a Numa Pompilio segui Tullio 
Ostilio, al quale fu dato il regno di propia 
volontà per premio della sua vertù. Questi 
ordinò tutto lo maisterio della milizia e 
r arte di combattere. Adunque per mara- 
viglioso modo avendo esercitato i giovani , 
ardi muovere guerra agli Albani, i quali 
erano popolo grave e lungamente usato a 
signoria; ma per la ugual possanza ispesse 
battaglie menomando ciascuna parte, fu 



11 

messa la guerra a brevità , e fu commessa 
la fortuna d'arainduni quegli popoli a tre 
frategli per ciascuna parte, agli Orazj e 
agli Curiazj. Dubbiosa e bella contenzione 
fu quella ed al fine maravigliosa, perchè 
sendo da una parte fediti i tre e dall'altra 
morti i due, Orazio, il quale avanzava, ag- 
giunse inganno alla prodezza: acciò ch'egli 
dispartissi i nimlci, finse fuggire, ed uccise 
quegli ad uno ad uno, com' egli lo pota- 
vano seguire; e così per la mano d'uno 
fu acquistata la vettoria, rado onore altra 
volta, la quale vettoria subito quello bruttò 
con l'omicidio della sorella, la quale egli 
vide piagnere innanzi sé le arme del ma- 
rito, bench' egli fossi nimico, e con lo 
ferro punì l'amor di quella fanciulla, il 
quale era innanzi tempo. Le leggi mostra- 
rono quello essere peccato, ma la sua vertìi 
campò lo micidiale, e quello peccato gli 
fu imputato a gloria. 

Ma gli Albani non osservarono fede 
lungamente, perchè nella guerra de' Fide- 
nati, mandati in nostro aiutorio gli Al- 
bani secondo i patti, stando in mezzo 
aspettavano la fortuna; ma lo cauto re, poi- 
ché vide i compagni piegarsi ai nimici, 
levò le mani , come s' egli avessi combat- 



12 
tuto, e per questo diede speranza ai nostri 
e mise paura ai nimici , e cosi l' inganno 
de' traditori fu vano. Adunque vinti i ni- 
mici, lo rompitore del patto, il quale fu 
Mezio Fufezio, fu legato tra due carrette 
menate da correnti cavagli, e fecelo squar- 
tare e fece disfare Alba, la quale, ben' che 
ubbidisse, era odiosa, ed in prima tramutò 
a Roma tutte le ricchezze di quella città 
e quello popolo, acciò che al postutto 
quella città congiunta per parentado non 
paresse essere perita, ma da capo paressi 
essere tornata al suo corpo. 

Lo regno d'Anco Marzio. 

Da poi regnò Anco Marzio, nipote di 
Pompilio, di simile ingegno. Questo dun- 
que circondò Roma colle mura, e fece un 
ponte sopra il Tevero, il quale passa per 
mezzo Roma, e pose Ostia nel confino 
tra '1 mare e '1 fiume, indovinando' infino 
a quel tempo nel suo animo, che per lo 
tempo avvenire tutte le ricchezze del mon- 
do e tutta la vitto vaglia entrerebbono per 
quella parte, come per uno ricetto di Roma 
per lo mare. 



13 

Lo regno di Tarqnìno Prisco. 

Tarquino Prisco da poi, benché fossi di 
schiatta oltramarina, domandando quello 
regno, prontamente ottennelo per sua in- 
dustria e per sua loquenzia, il quale, nato 
da Corinto, mescolò greco ingegno con le 
arte d'Italia. Questo accresce in numero 
la maistade del Senato , e aggiunse tre 
centurie, benché Azio Navio contradicesse 
che '1 numero fossi cresciuto, il quale era 
sommo augure; e domandando il re se si 
poteva fare pruova di quello eh' egli pen- 
sava, l'ispose che si. 11 re disse: « lo pensa- 
va se uno rasoio potrebbe tagliare quella 
pietra »; adunque 1' augure disse: « Tu la 
puoi tagliare », e tagliolla; e da poi lo 
augurio fu sacro ai Romani. Tarquino non 
fu più pronto alla pace che alla guerra, 
perch' egli sottomise con spesse guerre do- 
dici popoli di Toscana. Poi trovò la de- 
gnità di fasce, trabee (1) e sedie, anelli, 
coverte ai cavagli, paludamenti, preteste; 
da poi trovò che '1 trionfo fossi fatto in 
un carro dorato, menato da quattro cava- 

(1) Vesti dei re e degli auguri. 



14 
gli , le vesti lavorate , le vesti palmate , e 
finalmente ogni cosa bella ed ornata, per 
le quali cose la degnità dello imperio fossi 
eccellente. 

Il regno dì Tullio Servilio. 

Poi prese lo reggimento di Roma Tullio 
Servilio, e non glielo veto sua vii nazio- 
ne, essendo egli nato per madre d' una 
serva, perchè Tanaquil, moglie di Tarquino, 
r aveva nutricato diligentemente per la 
sua eccellente indole, ed ancora gli aveva 
promesso ch'egli sarebbe famoso una fiam- 
ma, che gli era stata veduta intorno al 
capo. Dunque alla morte di Tarquino, aju- 
tandolo la reina, fu constituito in luogo 
del re, e quasi la signoria fu acquistata 
a tempo sotto inganno, e così fece saga- 
cemente, acciò che paressi ch'egli l'avessi 
acquistato con ragione. Questo fece il 
censo del popolo di Roma, partillo per 
classi, curie e collegi; e per la somma 
sollecitudine di questo ne fu si ordinata 
la replubbica, che per ordine fu ridotto 
in iscritture tutti i patrimonj e le degni- 
tade, le arte e l' etade e gli utficj , come 
se una grandissima cittade si potessi or- 



15 

dinare con quella diligenzia che una mini- 
ma casa. 

n regno di Tarquino superbo. 

L' ultinao di tutti i re fu Tarquino, il 
quale per gli suoi costumi fu detto per 
sopranome superbo. Costui volle più tosto 
rapire che aspettare il regno dei suoi 
passati, il quale era tenuto da Servio; 
e mandati a quello gli ucciditori , non 
tenne meglio eh' egli acquistassi la signo- 
ria, acquistata per tradimento. Tullia sua 
moglie non aveva in abominazione i co- 
stumi di quello, la quale per chiamare 
re il marito, si fece menare con una car- 
retta sopra '1 corpo del padre, sicura ella, 
avendo paura i cavalli. Elio furiò cen- 
tra il senato con gli omicidj e contra 
ogni uomo con la superbia, la quale è 
più grave che la crudeltade; ed avendo 
furiato contra i buoni , poi che ebbe eser- 
citata la crudeltade a casa, finalmente si 
volse ai nimici , e cosi prese forte terre 
in Lazio, come fu Ardea, Ocricolo, Gabio, 
Suessa Pomezia; e poi s'insanguinò de' 
suoi, e non dubitò battere il figliuolo, ac- 
ciò che mostrando egli fuggire appresso 



16 
i nimici, gli fossi dato fé, al quale, essendo 
egli stato ricevuto a Gabio, come il padre 
voleva , domandandogli quello consiglio 
per uno messo quello ch'egli dovessi fare, 
essendo a caso nell'orto, toccava con una 
bacchetta le teste degli lunghi papaveri, 
volendo che quello intendessi, per lo toc- 
care degli alti papaveri, fare morire i prin- 
cipi di quella terra, e così rispose la sua 
superbia. Nondimeno della ruberia delle 
prese cittadi dificò un tempio, il quale 
sendo inaugurato, consentendo gli altri 
Dei, luventa e Termino ferno risistenzia; 
e piacque agli indovini la risistenzia de- 
gli Dei, peroch' eglino promettevano ogni 
cosa ferma ed eterna. Ma fu eziandio una 
cosa paurosa, perchè dificando quegli lo 
tempio, fu trovato nel fondamento una 
testa d' uomo , e non dubitò ogn' uomo 
che quello fossi bello miracolo, e che quello 
promettessi in quello luogo la sedia e '1 
capo della terra. E sostenne lo popolo di 
Roma la superbia del re si lungamente, 
infino che non gli fu la lussuria ; ma non 
potè comportare ne' fighuoli la impronti- 
tudine di questa, de' quali come 1' uno per 
forza commise 1' avolterio con Lucrezia, 
ornatissima donna, ella purgò la sua ver- 



17 
gogna con lo ferro , e lo imperio dei re 
fu guasto. 

Sipetizione sommaria di sette re. 

Questa è la prima età del popolo di 
Roma, e quasi infanzia, la quale quello 
ebbe sotto sette re per alcuna industria 
della fortuna, essendo quegli si varj del- 
lo ingegno, come richiedeva la ragione 
e l'utilità della riplubbica. Perchè chi fu 
più ardente che Romolo? E fu necessario 
sì fatto a pigliare la signoria ; e chi fu 
più riligioso che Nuraa? E così richie- 
deva la cosa, acciò che lo aspro popolo 
fossi medicato per la paura degli Dei. Che 
fece quello artigiano di milizia Tullio? E 
quanto fu necessario agli uomini da bat- 
taglia, acciò che con la ragione egli attiz- 
zassi la virtù! Che fece Anco edificatore, 
il quale aggiunse a Roma una colonia, con- 
giunse Roma col ponte, fortificoUa con lo 
muro? E poi gli ornamenti di Tarquino 
e le sue insegne quanta degnità per lo 
abito aggiunsono a quel popolo signore? 
E il censo fatto da Servio che fece, se non 
che la replubbica cognoscessi sé medesi- 
ma ? Ultimamente la signoria di questo 



18 

superbo giovò alcuna cosa, anzi molto, 
perchè avvenne che'l popolo, percosso dalle 
ingiurie, fossi stimolato dalla cupidità della 
libertà. 

Qui finisce la prima età del popolo di 
Roma. 

Comincia la seconda età. 

Dunque per guida e per opera di Bruto 
e di Collatino, ai quali quella donna mo- 
rendo aveva commessa la sua vendetta, il 
popolo di Roma, mosso quasi per uno am- 
maestramento degli Dei a vendicare l'onore 
della libertà e della onestà, subito abban- 
donorono il re, tolsegli i suoi beni e con- 
sacrò i suoi campi al suo Marte, tramu- 
torono la signoria agli autori e vendicatori 
della libertà. Nondimeno mutare il nome 
e '1 signore, pei'chè di perpetuo signore 
piacquegli farlo per un anno, e per uno 
farne due, acciò che la signoria non si 
corrompessi, perchè uno fossi solo, o per- 
chè regnasse in lunga dimoranza, e per 
lo nome del re chiamorno quegli consoli, 
acciò ch'eglino si ricordassino d'avere a 
dare consiglio ai suoi cittadini. Ed era 
seguita tanta allegrezza della nuova liber- 



19 

tà, che appena pigliavano fé che lo stato 
fossi mutato; e l'uno de' consoli solamente 
per lo nome e per la schiatta di i-e fecio- 
no refìutare la degnità e eacciarolo di 
Roma. 

Adunque fatto in luogo di quello Ora- 
zio Publicola, fu ricevuto, e con sommo 
studio diessi ad accrescere la maistà del 
Ubero popolo, perchè egli prese la degnità 
in consiglio, e diede ragione di provocare 
contra i re; e acciò che non offendesse la 
speranza dell'arte (1), fece spianare le gran- 
de case di quegli. Bruto eziandio acquistò 
il favore del popolo con avversità della sua 
famiglia e con 1' omicidio di suoi figliuoli , 
perchè affaticandosi essi di ridurre a Roma 
i re, com'egli seppe questo, condusse quegli 
in palazzo, e in mezzo lo consiglio fece 
battere quegli con verghe di ferro, e fece- 
gli ammazzare con una mannaja, acciò 
che chiaramente apparessi, ch'egli comune 
padre avessi adottato il popolo in luogo 
di figliuoli. Poi libero già lo popolo di 
Roma, pigliò le prime arme contra ogni 
uomo per la libertà, poi per gli confini, 



(1) Il testo latino: ne specie arcis oifendoret, e- 
minentes sedes suas in plana submisit. 



20 
poi per gli collegati e poi per gloria e per 
lo imperio, stimolandogli continuamente i 
vicini; perchè non avendo alcuno terreno 
da lavorare in sua patria, ma incontinente 
uno giardino di nemici, e posti in mezzo 
tra i Latini e i Toscani, quasi sopra uno 
trebbio di due vie, per tutte le porte cor- 
sone contra i nimici, irifino che andorono 
coutra ciascuno, quasi come una infermità 
contagiosa; e soperchiati tutti i vicini, sot- 
tomisono a sé tutta Italia. 

La guerra coi Toscani. 

Cacciati i re di Roma , le prime guerre 
fanno per la libertà, perchè Porsenna di 
Toscana s'appresentò con grande moltitu- 
dine, e con sua gente remenava i Tarqui- 
ni; e bench' egli stringessi il popolo di 
Roma con la gente e con la fame, e aven- 
do preso il Janicolo, fossi accampato sopra 
lo passo della città, sostenne e cacciogli 
indietro, e ultimamente lo ridusse a tanta 
ammirazione, che sendo egli superiore, di 
propia volontà fermò patti d' amistà con 
quegli, che quasi erano vinti. 



21 



Orazio Code, Muzio Scevola e Clelia. 

Allora furono quegli miracoli romani 
Orazio, Muzio e Clelia, quali, se non 
fossino iscritti negli annali, parrebbono 
favole al tempo presente; perchè Orazio 
Code, poi che non poteva risistere ai ni- 
mici soprastanti a quello da ogni parte, e 
sendogli tagliato dietro il ponte, con tutte 
armi notò il Tevero dall' altra parte. Mu- 
zio Scevola assali lo re nascosamente nel 
suo campo, ma avendo fallito del colpo 
intorno d' uno ben vestito, e sendo preso, 
mise la mano nello ardente fuoco e con 
l'inganno raddoppiò la paura, dicendo al 
l'e: « Acciò che tu sappi da che uomo tu 
se' combattuto, noi siamo trecento, che ab- 
biamo giurato fare questo medesimo »; e 
in quel mezzo (che maravigliosa cosa è a 
dire) quello estava senza paura, e '1 ve 
aveva paura come se la sua mano ardesse, 
e cosi feciono quegli uomini ; e acciò che 
le femine non fossero sanza lode, ecco la 
vertù d' una vergine. Una di quelle eh' e- 
rano date per ostadigi allo re, chiamata 
Clelia, fuggita alle guardie, passò il Te- 
vero a cavallo notando. Lo re impaurito 



22 

per gli ammaestramenti di tante vertude, 
disse eli' eglino stessine con Dio, e rima- 
nessino in sua libertade. I Tarquinii fecio- 
no guerra per lungo espazio, infino che 
Bruto con la sua mano uccise Arorite, fi- 
gliuolo del re, e fedito da quello, morigli 
adosso, quasi per certo egli perseguisse 
quello avoltero infino all' inferno. 

La guerra coi Latini. 

I Latini sostenevano i Tarquinii per di- 
spetto e per invidia che '1 popolo, che si- 
gnoreggiava quegli di fuori, almeno fossi 
servo in casa. Adunque tutti i Latini sotto 
Manilio capitano, il quale era da Tusculo, 
levaron gli animi quasi a vendetta del re, 
ed appresso il lago Regilo fu cambattuto 
per lungo espazio in varie battaglie, infino 
che Postumi© dittatore usò contra i nimici 
degno e nuovo inganno, che come Cosso 
maestro di milizia assalisse quegli, i suoi 
traessino i freni ai cavagli; e questo fu 
fatto perchè corressino più veloci, e fosse 
aspra battaglia, che fu nominanza che gli 
Dei fossino presenti a vedere, e non dubitò 
alcuno che fossino Castore e Polluce in 
bianchi cavagli. Dunque il capitano gli 



23 
fece riverenzia, e per la vettoria promis- 
segli e fecegli un tempio, quasi come 
egli dessi il soldo agli Dei suoi compa- 
gnoni. 

Infino a qui fu combattuto per la libertà, 
poi fu combattuto cogli Latini per gli con- 
fini continuamente e sanza alcuno mezzo; 
e chi lo crederà che gli impaurirono Sora 
e Algido? Satrico e Corniculo fumo fatte 
Provincie, trionfammo de' Veruli e de' Bo- 
vini, bene che fossi vergogna; Tiburi fu 
fatto borgo, e Preneste, da fargli la state 
luoghi dilicati, erano domandati, dupli- 
cando i voti in Campodoglio. Allora Fie- 
sole fece quello che aveva fatto innanzi 
Capri, quello fece il passo Aricino che '1 
passo Ercinio; Fragelle fece quello che 
Gesoriaco, il Tigre quello che Eufrate. 
Coriolo (oh vergogna!) ebbe tanta gloria 
d' essere vinta , che Caio Marzio Coriola- 
no, che prese quella terra, prese quel no- 
me, come s' egli avessi preso Numanzia o 
Affrica. Mostrasi la preda acquistata di 
Anzio , la quale fu posta sopra l' entrata 
del palazzo, poi che fu tolta l' armata delle 
navi, se quella fu armata, poiché fumo sei 
navi. Perduto questo numero, e quegli sendo 



24 

vinti, fu chiamata battaglia navale (1). Gli 
Equi e i Volsci fumo molto più costanti 
de' Latini e più continovi nimici , dicendo 
io cosi; ma questi ispecialmente vinse Tito 
Quinzio: quello fatto dittatore, sendo tolto 
dall' aratro, con nobile prodezza salvò il 
campo di Marco Manilio consolo, essendo 
quegli assediato e già quasi preso. A caso 
era in mezzo il tempo di seminare, quan- 
do lo littore trovò nel suo lavorerìo quel 
venerabile uomo, stando egli appoggiato 
al suo aratro. Di quel luogo andò all'oste, 
acciò che non cessasse in alcuna cosa 
dal lavorio della villa per la mutazione. 
Misse sotto il giogo i vinti a modo di 
bestie, e cosi finita la sua cavalcata, tor- 
nò ai buoi il trionfale agricola; e feciono 
fede gli Dei, con quanta velocità fossi, 
perchè in quindici di fu cominciata e al 
postutto finita la guerra, acciò che '1 dit- 
tatore paressi essere stato sollecito alla 
lasciata opera. 



(1) Il testo latino: Sed hic numerus illis initiis 
navale bellum fuit. 



25 

La guerra degli Etruschi, Fallisci 
e Fidenati. 

I Vejenti, d' intra i Toscani, fumo con- 
tinovi nimici e d' anno in anno, in tanto 
che una sola famiglia sofficiente assai e 
d'avanzo, cioè quella de' Fabii, oltra l'or- 
dinato oste, promise e fece privata guerra 
con quegli, e furone morti in una scon- 
fitta trecento presso Cremerà: fu oste di 
patrizi e descritto con escellerato nome 
nella porta, per la quale quegli andarono 
alla battaglia. Ma quella sconfitta fu ven- 
dicata con grandissime vettorie, e poi che 
per altri ed altri capitani fumo prese for- 
tissime città per vario avvenimento, i Fal- 
lisci di propria volontà s'arrenderono, i 
Fidenati arsone con lo suo fuogo, i Ve- 
jenti furono presi al postutto e diserti; e 
sendo assediati i Fallisci, il capitano de' 
Romani parve avere raaravigliosa fé, e non 
sanza cagione, perchè egli rimandò legato 
uno maestro de' giuochi , traditore della 
terra, con gli fanciugli , i quali egli aveva 
menati di fuori di propria volontà. Quello 
santo e savio uomo sapeva quella essere 
vera vettoria, la quale s'acquistassi con 
salvamento e con integra degnità. 



26 

I Fidenati, i quali non erano pari a 
combattere, armati di facelle in diversi 
colori per mettere paura, a modo di serpenti 
vinti uscirono fuori a modo di furiosi, ma 
quello fu abito di furiale disfazione di tutti. 
Ma come fossi grande fatto quello de' Ve- 
jenti, mostra l' assedio per spazio di dieci 
anni. Allora fu prima fatto con le pellic- 
ce, cassato il soldo per lo verno (1), ridutti 
i cavalieri per sagramento di propria vo- 
lontà a non tornare a casa, se non piglias- 
sono quella terra. La preda di Laerte 
Tolunno re fu portata a Giove Feretrio, e 
finalmente fu compiuta la disfazione di 
quella terra, non con scale e non con rot- 
tura, ma con cave e inganni fatti sotto 
terra; e parve si grande la preda, che la 
decima di quella fu mandata ad Apollo di 
Pizia, e tutto lo popolo di Roma fu invi- 
tato a disfare quella terra. Chi si ricorda 
questa essere stata? Quali le reliquie di 
quella cittade? E che vestigie? E appena 



(1) Il lesto latino: Tunc primum hyematum sub 
pellibus; taxata stipendio hyberna, volendo dire 
Floro, che allora per la prima volta si guerreg- 
giò d' inverno, rimanendo i combattenti sotto le 
tende. 



noi diamo fé agli annali, che queste cose 
sieno estate vere. 

La guerra con gli Gallici. 

Questo velocissimo corso dello imperio 
che cresceva, o che fossi per odio degli 
Dei, che fossi per fortuna, alquanto fu 
ristretto per l'assalto de' Galli Senoni, il 
quale tempo non so se fu più mortale per 
sconfitte al popolo di Roma, o se fu più 
chiaro per le esperienze della vertù; ma 
certo quella misera ebbe questa forza, ch'io 
penso essere stato fatto per esperimento 
degli Dei immortali, i quali volevano sapere 
se la vertù de' Romani meritava avere la 
segnoria del mondo. I Galli Senoni, gente 
feroce per natura di costumi ed ancora 
grandi del corpo, per questo grandi fatti 
d'arme fenno sì terribeli per natura, che 
chiaramente parevano nati ad uccidere uo- 
mini e a disfare città. Questi già venuti 
dalle ultime parti della terra, dove égli 
Oceano, che circonda tutta la terra, aven- 
do guasto ogni cosa per la via, con gran- 
de moltitudine posono sua sedia tra le 
Alpe e '1 Po, e non contenti di quella, 
discorrevano per Italia ; poi assediarono 



28 
Chiusi città, e '1 popolo di Roma s'inter- 
pose con quegli compagni e collegati , e 
secondo usanza mandò imbasciadori; ma 
perchè i barbari non hanno alcuna ragio- 
ne, seguitorono più aspramente, e per 
questo seguì la guerra. 

Dunque partiti quegli da Chiusi, andor- 
no verso Roma, ai quali andò incontro 
con r oste Fabio consolo infino al fiume 
Alia, dove fu vituperosa esconfitta, e per- 
ciò Roma dannò quel di de' suoi fasti. 
Sconfitta r oste, già s'approssimava a Ro- 
ma, e non v'era gente; e allora apparve 
vera la vertù de' Romani , e non apparve 
mai altra volta. Subito gli antichi , che 
avevano avuti i grandi onori, corsono in 
palazzo, e in quel luogo facendo il voto 
il sacerdoto, fece il sacrificio agli Dei in- 
fernali; e subito ciascuno tornò a sua se- 
dia, ornati com' egli erano, e con magnifi- 
co ornamento s' allogorono nelle sue e- 
scranne, acciò che come sopra venissi no i 
nimici, morissino nella sua degnità. I sa- 
cerdoti e rilegiosi ricolsono ogni cosa di 
rilegione, ch'erano ne'tempj, e parte ne 
sotterrorono in vasi, parte ne misono in 
carrette e portaronle con sé. Le moniche 
della religione di Vesta fuggivano scalze 



29 

dietro alle sue cose, e nondimeno si dice 
che Albino, omo di popolo, le tolse in suso 
il suo carro, avendo in prima messo giuso 
la moglie e i figliuoli: tanto allora nella 
estremità la publica religione era premessa 
ai privati affetti. Ma i giovani, i quali 
appena è manifesto che fossino mille uo- 
mini, tolto per suo capitano Manlio, pi- 
gliarono la fortezza del monte Capitolino, 
pregando Giove, come s' egli fosse pre- 
sente, che colla sua deitade egli difen- 
dessi la sua vertìi di quegli , come eglino 
erano atanti a difendere lo suo tempio. 

In quel mezzo erano sopravenuti i Galli, 
e assalirono la città con grande remore e 
impeto Come vidono quella abbandonata, 
essendo prima stati paurosi, temendo che 
non vi fosse alcuno inganno, perchè ave- 
vano trovate le porte aperte, a poco a 
poco entrati nelle case, poi ch'eglino tro- 
varno i vecchi adornati in sulle sedie, 
feciono riverenza a quegli come a Dei del- 
lo luogo; ma poi eh' egli fu manifesto que- 
gli essere uomini , non degnando quegli 
rispondere alcuna cosa, con pari furia li 
ammazzonno e misono fuoco nelle case, e 
tutta la città espianarono col fuoco e col 
ferro. Sei mesi quegli barbari stettono in- 



30 

torno a uno monte (e chi lo crederebbe?), 
e con ogni cosa provarono il di non che 
la notte. Finalmente Mallio, desto per la 
voce d'un' oca, ricacciò fuori quegli, i quali 
entravano dentro; e acciò che togliessi (1) 
speranza ai nemici, bench' eglino avessino 
grandissimo disagio di vettuvaglia, per mo- 
strare speranza di tenersi, gittorno pane 
giù per la costa, e ditermi natamente un 
dì mandò di fuori per mezzo la guardia 
de' nemici Fabbio sacerdote, il quale faces- 
si solenne sacrificio nel monte Quirinale; 
e quello per mezzo le lance de' nemici tor- 
nò dentro salvo per ajutorio della reli- 
gione, e riportò che gli Dei erano favo- 
revoli. Ultimamente essendo già stanchi 
quegli barbari per lo assedio, quello gli 
dava per la sua partita mille libre d'oro, 
e domandando malvagio peso, e ancora 
malvagiamente è superbamente minaccian- 
do con lo coltello (2) quegli vinti, subita- 
mente Camillo gli assali dalle spalle e ta- 
gliogli si affatto, che bagnò del sangue di 
quegli barberi tutta la cenere delle case 
arse. 

(1) / Romani. 

(2) Il testo latino: ad inifiua pondera addito ad- 
huc gladio. 



31 
Piacerai rendere grazia di sì grande 
sconfitta agli Dei immortali. Quello fuoco 
e quella fiamma nascose la casa de' pastori 
e la povertà di Romolo; quello incendio che 
fece altro, se non che la città distinata 
per ricettacolo degli Dei, non paressi gua- 
sta né rovinata, ma più tosto purgata e 
alluminata? Dunque ella suscitò più aspra 
e più forte centra i vicini , poich' ella fu 
difesa da Manlio e ricoverata da Camillo; 
e innanzi a tutte le cose non fu contento 
d' avere cacciato da Roma quella gente 
gallica, discorrendo quella per Italia a 
distruzione di quella, ma tanto perseguisse 
quegli sotto la capitanta di Camillo, che 
al presente non è alcuna vestigie di Galli 
Senoni. In una volta fumo sconfitti e presi 
al fiume Aniene, poi in una battaglia Man- 
lio in singolare battaglia nella preda ne 
portò un torchio d' oro ad uno barbero , 
e da quello fumo chiamati i Torquati; 
poi nel campo Pontino, poi in simiglievole 
battaglia Lucio Valerio, perseguendolo uno 
Gallico, riportò preda di quello, essendo 
aiutato da uno sacro uccello, e da quello 
fumo i Corvini. Da poi alquanti anni Do- 
lobella tagliò tutti quegli, che restavano 
in Toscana presso il lago di Vadimone, 



32 
sicché non restò alguna di quella gente, 
che si gloriassi avere arsa Roma. 

La guerra con i Latini. 

Volto da' Galli ai Latini (1), sotto lo con- 
solato di Manlio Torquato e di Decìo Mu- 
rano, quegli sempre erano odiosi per la 
invidia dello imperio e per lo raagestrato, 
e allora lo erano per lo dispregio dell'arsa 
città, e domandavano ragione della città, 
parte della signoria e del magisti-ato, e 
già ardivano fare più innanzi che venire 
alle mani; nel qual tempo chi si raaravi- 
glierà quegli essersi tirati indietro dai 
nimici , avendo 1' uno de' consoli morto il 
figliuolo, bench' egli avesse vinto, perch'e- 
gli aveva combattuto contra lo comanda- 
mento, quasi come più volessi l'ubbidienza 
che la vettoria ; 1' altro consolo, quasi am- 
maestrato dagli Dei, col capo coperto in- 
nanzi alla prima schiera consacrò sé agli 
Dei infernali, acciò che nella strettissima 
schiera de' nimici facessi nuovo introito 
alla vettoria con la via del suo sangue? 



(1) Il popolo romano. 



33 



La guerra cogli Sabini. 

Dopo i Latini assalirono i Sabini, i qua- 
li non ricordandosi del parentado fatto già 
sotto Tito Tazio, corrotti per la guerra, 
s' erano accostati ai Latini; ma sendo con- 
solo Curio Dentato, guastò tutto quello 
paese, eh' è circa Nar fiume e le fontane 
d'Avellino infino al mare Adriatico, con 
fuoco e con ferro; per la qual vettoria fu 
ridutto sotto sua signoria tanta gente e 
tanto paese, che quale più volessi egli che 
l'aveva vinto, non lo potrebbe estimare. 

La guerra con gli Sanniti. 

Poi mossi a priego di quegli di Cam- 
pagna, finalmente non per sé, ma per gli 
collegati, la qual cosa gli fu più onore, 
assalirono i Sanniti, ed avevano fermato 
pace con ciascuno di quegli ; ma i Cam- 
pagnuoli più fermamente e prima di tutti 
s'erano corrotti. Adunque e Romani fe- 
ciono la guerra con i Sanniti come per 
sé; ed è Campagna paese non solamente 
più bello di tutti quegli d' Italia, ma ezian- 
dio di tutto il mondo, ed ha più tempe- 



34 

rato aere: e per questo à due volte l'an- 
no fiori, e la terra è molta ubertosa, ed 
imperciò in quella è contenzione di più 
biada e di vino; niuno paese è meglio abi- 
tato per la marina. In quella sono i nobili 
porti Gaieta, Misseno e bagni con le cal- 
de fontane; Lucrino, Averno, ne' quali il 
mare à alcuno riposo. Qui sono e monti 
vestiti di vite, Gauro, Falerno, Massico e 
Vesuvio, molto piìi bello di tutti, il quale 
s'assomiglia per lo fuoco ad Etna; le cit- 
tadi della marina Formie, Come, Pozzuoli, 
Napoli , Erculaneo, Pompeio e Capoa, capo 
delle altre cittade, la quale già fu anomi- 
nata terza con Roma e Cartagine; e per 
questa città, per quegli paesi il popolo di 
Roma assalì i Sanniti, i quali erano gente 
ornati d'oro e d'argento, e se tu cerchi 
iscaltrimenti, gente che furiava con ingan- 
ni di passi e di montagna; se tu cerchi 
la sua rabia e furore, con sacrate leggi e 
con sacrificj d'uomini s'affaticavano adi- 
sfazione di Roma; se tu cerchi pertinacia, 
troverai che sei volte rotta la pace, per 
le sconfitte era più animosa. 

E nondimeno Roma soggiogò e domò 
sì quegli in cinquanta anni per gli Fabii 
e per gli Papirii e per gli suoi discen- 



35 
denti, e guastò si le sue cittade, che al 
presente si domanda Sannio in Sannio, e 
non si mostrano lievemente ventiquattro 
trionfi (1), ed è sommamente manifesta la 
magnifica sconfitta di quella gente presso 
le forche Caudine, ricevuta sotto \eturio 
e Postumio consoli , essendo serrato il no- 
stro oste per inganno dentro a quel passo, 
onde non potevano fuggire; e maraviglian- 
dosi Ponzio, capitano de'niraici, di tanto 
caso, domandò consiglio ad Erennio suo 
padre. Quello consigliò saviamente eh' e- 
gli lasciassi andare i nostri , o egli gli ucci- 
dessi. Questo volse più tosto sanza armi 
salvargli e mettergli sotto il giogo, acciò 
che non fossino amici per lo benificio, né 
per la crudeltà fossino più niraici. Adun- 
que incontanente e magnificamente fu pur- 
gata la vergogna del patto, essendosi il 
consolo arrenduto volontariamente, ed i 
cavalieri cercando la vendetta, sotto Papi- 
rio suo capitano con le spade ignude (che 
orribile cosa fu a dire), per quella mede- 
sima via fu la battaglia, e venuti alle mani, 
secondo il detto de'nimici, pareva che gli 

(1) Ossia si cercherebbe il Sannio nel Sannio 
stessOj materia o causa di tante guerre. 



36 

occhi de' nostri ardessino, e non fu fatto 
fine alia uccisione, inflno che non fu ri- 
posto il giogo ai nimici ed al capitano, 
il quale fu preso. 

La guerra con gli Etruschi 
e con gli Sanniti. 

Infin a qui il popolo di Roma fece guer- 
ra con quelle genti ad una ad una, poi 
con molte, e nondinoeno fu pari a tutti. 
Furo dodici e popoli di Toscana; gli Um- 
bri, antichissimo popolo d' Italia, non toc- 
cati infin a quel tempo, e gli altri Sanniti, 
subito feci'ono una congiurazione contra il 
nome di Romani. La paura fu grande di 
tutti e popoli insieme. Era Toscana odiosa, 
discorrevano le insegne di quattro oste. In 
quel mezzo erano due passi innanzi sanza 
via chiaramente, come quello di Calidonia 
quello della selva Ircinia, e questo faceva 
sì grande paura, che lo senato disse al 
consolo, eh' egli non ardissi a mettersi a 
tanto pericolo; ma niuno di quegli impaurì. 
Il capitano Fabio Massimo mandò innanzi 
suo fratello a tentare i passi ; quello avendo 
cercato di notte in abito di pastore, d'ogni 
cosa faceva relazione. Fabio Massimo allora 



37 

dichiarò essere sanza pei-icolo quella peri- 
colosa guerra, perchè subito assali e nimici 
disordinati e sparti , e presa 1' altezza de' 
monti, tornò secondo sua usanza contra 
quegli eh' erano di sotto. Questa fu l' ap- 
parenza di quella guerra, quasi come le 
lancia fossino mandate da cielo per le 
nuvole contra i giganti ; e nondimeno quel- 
la vettoria non fu sanza effusione di san- 
gue, perchè nel mezzo della valle l'uno 
de' consoli, cioè Decio, secondo che aveva 
fatto suo padre, fece sacrificio della sua 
testa agli Dei infernali, e ridusse la solen- 
ne consecrazione della sua famiglia in pre- 
gio di vettoria (1). 

La guerra con gli Tarentini. 

Sieguesi la guerra con quegli da Ta- 
ranto, la quale fu una per lo titolo e per 
lo nome, ma la vettoria fu di molte ma- 
niere. Questa guerra meschiò quasi con 
una rovina i Campagnuoli e i Pugliesi e 
i Lucani e i Tarantini , capo della guerra, 
cioè tutta Italia , e con questa Pirro, famo- 



(1) Comperò colla solenne consacrazione delia 
sua famiglia la vittoria. 



38 
gissimo re in Grecia; sicché in uno mede- 
simo tempo essa consumò Italia e fu pre- 
sagio delle vettorie d' oltre mare. Taranto 
edificato per quegli di Lacederaonia, fu già 
capo di Calavria e di Puglia ed eziandio 
di tutta Lucania; nobile per la grandezza, 
per le mura e per lo porto, per maravi- 
glioso sito, e perchè posto nello stretto del 
mare Adriatico, mandò navi in ogni parte, 
in Istria, in Schiavonia e in Epiro, in Aca- 
ja, in Africa, in Cicilia. Soprasta al porto 
alla veduta del mare Io sommo teatro, lo 
quale fu cagione alla miserabile città dì 
tutte le sue miserie. A caso quegli face- 
vano giuochi, quando egli vidono 1' armata 
de' Romani navicanti presso Io suo lido, 
e pensando quegli essere niraici, sanza 
alcuno ordine gli assalirono, e non sape- 
vano bene chi fossino, e onde fossino i 
Romani; e sanza indugio i Romani man- 
dorno a quegli imbasciatori con la lamen- 
tanza, e questi fumo offesi con brutta ver- 
gogna e vituperosa a dire, e da questo 
cominciò la guerra. Ma l'apparecchiamento 
fu orribile, facendo tanti popoli congiura- 
zione per gli Tarentini, e Pirro, più pos- 
sente di tutti, il quale veniva per difen- 
dere la città mezza greca, edificata per gli 



39 

Lacedemoni con tutta la possanza di Epi- 
ro, di Tessaglia, di Macedonia e con gli 
leofanti, non cognosciuti in quel tempo, 
per mare e per terra, con uomini a cavallo 
armati, e sopra a questo aggiugnendo la 
paura delle fiere. 

E' fu la prima battaglia appresso Era- 
clea e Liri, fiume di Campagna, la qual 
battaglia fu sì aspra , che Ossidio , pre- 
fetto delle schiere de' Ferentani, venuto 
alle mani con lo re, lo misse in paura, 
e costrinselo gittare le 'nsegne e uscire 
delia battaglia. Ed era finita la guerra , se 
non fossino stati i leofanti , i quali , volta 
in spettacolo la battaglia, corsone; per la 
qual cosa i Romani, impauriti si per la 
grandezza e per la bruttezza e pel nuovo 
colore e stridore, pensando quelle bestie, 
non vedute altra volta, raagiore cosa che 
non erano, ebbono grande sconfitta, fug- 
gendo subito. Poi combatterno in Puglia 
presso Ascoli, essendo consoli Curio e Fab- 
brizio, e già la paura di quelle bestie non 
era piìi, perchè Gaio Numizio, astato della 
quarta legione, aveva tagliato il muso ad 
uno leofante, ed aveva mostrato che quelle 
bestie potevano morire. Per questo lancia- 
vano le lancie centra quegli, e contra le 



40 
torri di quelle genti gittarono fuoco, sì che 
coprivano tutti i combattitori, e non ebbe 
la battaglia altro fine, se non che la notte 
gli partì ; il suo re fu l' ultimo , che si 
partì fedito e portato dai suoi servi in uno 
scudo. 

L' ultima battaglia fu in Lucania sui cam- 
pi chiamati Arusini sotto i predetti capi- 
tani, e allora la fortuna diede il fine con 
tutta vettoria, il quale doveva dare la pro- 
dezza; perchè menati da capo i leofanti 
nella prima schiera, uno puledro di quegli 
fedito nella testa d'un grande colpo, si 
volse indietro, e correndo per le schiere 
de' suoi, lamentandosi con grande stridore, 
la madre lo conobe e fecesi innanzi, co- 
ro' ella lo volessi vendicare; e allora vol- 
gendosi intorno, come se ogni cosa le fosse 
nemica, con la sua grandezza mescolò le 
schere, e così e leofanti, e quali ci ave- 
vano tolto la prima vettoria, e la seconda 
avevano fatta uguale, ristituivano a noi la 
terza senza alcuna contradizione. 

Non solamente noi combattemmo con le 
ai'mi in campo con lo re, ma eziandio ne' 
consigli e in casa, perchè quel sagacissimo 
dopo la prima vettoria, conosciuta la vertù 
de' Romani, incontanente gli mancò la spe- 



41 
ranza in fatti d'arme, e ridussesi a in- 
ganni ; di che fece seppellire e morti , e i 
presi trattò benignamente e restituigli sen- 
za alcuna taglia, e mandati imbasciatori a 
Roma, si sforzò per ogni modo d'essere 
ricevuto per suo amico. Ma la vertù de' 
Romani si provò allora ad ogni modo con 
guerra e con pace, ed a casa e fuori, e 
non mostrò la fortezza del popolo più in 
altro luogo che nella vettoria di quegli da 
Taranto, il senato il suo sapere, e capi- 
tani la sua grandezza. Chi furono quegli 
uomini, i quali, rotti dai leofanti nella pri- 
ma battaglia, noi avemo udito? Le fedite 
di tutti erano nel petto, alcuni erano morti 
sopra i suoi nimici, tutti avevano le spade 
in mano, dopo la morte il viso pieno di 
minacce, e morendo rimaneva viva l'ira; 
della qual cosa Pirro tanto si maraviglia- 
va , ch'egli diceva: « Oh quanto era lieve 
cosa acquistare il mondo , s' io avessi e 
cavalieri romani ! Oh se e Romani aves- 
sino me per suo re! » Ma che soUicitudine 
ebbono quegli che camparono a rifare 
l'oste, quando Pirro disse: « Io veggo 
chiaramente, ch'io sono nato sotto la con- 
stellazione d" Ercule , al quale , quasi come 
dal serpente di Lorna, dai capi tagliati 



42 

rinascevano tante teste di nimici ? Qual se- 
nato fu quello, quando orando Appio Cie- 
co , gì' imbasciatori furono cacciati di Ro- 
ma con i suoi doni, i quali domandati 
dal suo re, che gli paressi della terra de' 
suoi nimici, dissono che la città gli pa- 
reva un tempio , e '1 senato gli pareva 
uno regno? Che capitani erano quegli, 
quando Curio nel campo rimandò il me- 
dico, il quale egli voleva per danari far 
morire Pirro? Fabbrizio rifiutò parte della 
signoria, la quale Pirro gli profereva. 
In tempo di pace, quando Curio nella 
guerra de' Sanniti misse i vasi della terra 
innanzi a' vasi dell'oro (1), e Fabbrizio 
condannò per sentenzia di censore Rufino, 
uomo dell' ordine de' consoli, in dieci libre 
d' argento , per la quale gravezza di cen- 
sore dannò la lussuria. 

Adunque chi si maraviglierà con questi 
costumi il popolo romano avere vinto in 
milizia, il quale con una guerra di que- 
gli da Taranto in ispazio di quattro anni 
ridusse ad ubidienzia grandissima parte 
d' Italia, fortissime genti e ricchissime 



(1) J/ teslo Ialino: quum Curius fìctitia sua Sam- 
nilico praeferret auro. 



43 

cittadi? E chi superchierà la sua lealtà- 
de, per la quale, se noi consideriamo il 
fine della guerra col principio , Pirro vin- 
citore nella prima battaglia, avendo tutta 
Italia paura, Campagna, Liri e Fregelle 
saccheggiate, vide quasi presa Roma dalla 
parte di Pi'eneste, e presso a venti miglia 
empiè gli occhi della impaurita città di 
fumo e di polvere? Da poi avendo perdu- 
to due volle , fedito e ricacciato oltra '1 
mare in Grecia alle sue terre, fu pace e 
quiete, e fu sì grande ruberia di ricchissi- 
me genti , che Roma non poteva tenere 
la sua vittoria . Innanzi a quello di non 
entrò in Roma più bello trionfo. Ma ave- 
resti innanzi veduto le bestie de' Volschi, 
gli armenti de' Sabini, le carrette de' Gal- 
lici, le arme rotte de' Sanniti; allora se 
guardato avessi ai presi , erano Tessalici , 
Macedoni, Molossi, Abruzzesi, Pugliesi, 
Lucani; se alla preda, oro, porpora, ima- 
gine d' avorio e le ricchezze di quegli da 
Taranto; ma niuna cosa vide più volen- 
tieri il popolo di Roma, che quelle bestie, 
le quali aveano temute con le sue torri , 
le quali non senza cognoscere sé essere 
prese, con la testa bassa seguivano i vin- 
citori cavagli. 



44 

La guerra con i Marchiani. 

Poi tutta Italia ebbe pace, e chi arebbe 
ardito, poi ch'erano vinti i Tarantini? Se 
non che poi piacque ai Romani andare 
dietro ai collegati de' nemici. Adunque fu- 
rono domati ì Marchiani e Ascoli, capo di 
quella gente, sotto la capitanarla di Sem- 
pronio, il quale, tremando il campo quando 
egli combatteva, quietò la dea Terra, pro- 
mettendogli uno tempio. 

la guerra con Salentini. 

Dopo i Marchiani fumo domati i Sa- 
lentini: capo di quello paese è Brandizio 
col famoso porto; capitano fu Manlio, e 
in quella battaglia Pales, dea de' pastori, 
domandò per pagamento uno tempio. 

La guerra con i Volsini. 

Ultimi d' Italia furono fedeli quegli da 
Bolsena, i quali sono più ricchi di tutti 
i Toscani , domandando ajutorio contra 
i suoi servi, i quali ì suo' signori ave- 
vano fatti franchi , e quegli s' erano levati 



45 
centra i suoi signori, e avevano presa la 
signoria della sua ripublica, e furono pu- 
niti sotto la capitanaria di Fabio Gurgite. 

Sommaria ripetizione della seconda età(l). 

La seconda età del popolo di Roma (e 
questa fu quasi adolescenzia) sommamen- 
te fu vigorosa, e come un fiore di vertù fu 
ardente e vigorosa. Adunque eglino ave- 
vano alcuna asperezza de' pastori e alcuno 
indomito spiramento. Per questo avven- 
ne, che l'oste lapidò Postumio, capitano 
del campo, facendo una setta contra lui, 
perch' egli negava dargli la preda, che gli 
aveva promessa; e sotto Appio Claudio non 
volle vincere il nimico, potendo, e sen- 
do capitano Valerio Nerone (2), ritraendosi 
molti, fu guasta la degnità del consolo, e 
per questo avvenne che punirono molti 
famosissimi principi con lo esilio, per- 
ch' erano contradii alla sua volontà, come 
fu Coriolano, il quale gli constringeva a la- 
vorare i campi; ma quegli non avrebbe 



(1) Il testo latino intitola de seditionibus questo 
capitolo. 

(2) // lesto latino: duce Voleroiie. 



46 
meno fatta la vendetta della sua ingiuria 
con r armi , se non fussi estato che già 
lo figliolo avendo mosse le sue insegne, 
la madre lo tolse da campo con le sue la- 
grime, come avvenne dì Camillo, il quale 
pareva avere divisa la preda iniquamente 
tra 'I popolo e 1' oste ; ma questo osservò 
migliore usanza verso la presa città, e 
poi pregando quella, fece la vendetta de' 
Galli suol nimici. Fu battaglia con il se- 
nato giusto e buono, in tanto che lasciata 
la sedia sua, minacciavano la patria di dis- 
abitarla. 

La prima discordia fu per la impoten- 
zia degli usurai, i quali inasperiti contra 
le spalle come a servi, il popolo armato si 
partì e andò nel sacro monte, e se non 
avessi ottenuto i tribuni, non sarebbe ri- 
tornato alla città per l'autorità di Mene- 
nio Agrippa, eloquente e savio uomo; e 
truovasi per indurre la concordia una fa- 
vola d' una orazione assai antica , nella 
quale disse che già fu discordia tra le 
membra dell' uomo , e affaticandosi tutto , 
solo il ventre stava in ozio: poi morendo 
quelle membra tornarono congiunte a quel- 
lo , quando sentirono che per opera di 
quello erano nutrigate, riducendo il cibo 
in sangue. 



47 
La seconda discordia in mezzo di Roma 
fu per la lascivia de' decemviri. Di coman- 
damento del popolo dieci principi eletti 
scrivevano lo leggi portate da' Greci, ed 
era ordinata tutta la giustizia in dodici 
tavole, e nondimeno ritenevano la digni- 
tà data innanti per lo furore del re. In- 
nanzi agli altri Appio si levò in superbia, 
eh' egli traeva ad avolterio una libera fan- 
ciulla, avendosi dimenticato Lucrezia e le 
leggi e la ragione , eh' egli aveva compo- 
ste. Adunque vedendo Verginio, padre dalla 
fanciulla, sua figliuola dannata per andare 
in servitudine, non indugiò punto, e in mez- 
zo della piazza uccise quella con sua ma- 
no, e prese le 'nsegne de' compagnoni, tras- 
se del monte Aventino in prigione e ca- 
tene tutti quegli rettori, assediati con gen- 
te armata. 

La terza discordia fu per la degni tà de' 
raatrimonj, acciò che i popolani imparen- 
tassino con i patrizj , il quale furore fu 
nel monte laniccio, essendo capo di quello 
Canuleo, tribuno del popolo. 

La quarta discordia fu per la cupidità 
degli onori, acciò che del popolo fossino 
criati i magistrati. Fabio Ambusto, padre 
di due figliuole diede 1' una a Sulpizio di 



48 
nazione patrizia , 1' altra ad uno Stolo di 
popolo. Nel tempo che era temuto il non 
conosciuto suono della verga dello littore 
nella sua casa, e dispregiata assai super- 
bamente dalla sirocchia, non comportò la 
ingiuria. Adunque avendo acquistato il tri- 
bunato, fu compagno agli onori , alle de- 
gnitade e al magistrato, benché gli avesse 
contra volere del senato. 

Ma in quelle medesime discordie non 
guarderai sanza cagione il popolo signo- 
re, perchè difese alcuna volta la libertà, 
e alcuna volta l' onestà , e alcuna volta la 
degnità degli onori naturali, le onoranze 
e insegne, tra le quali tutte cose non fu 
più aspro guardature d' alcuna d' esse, 
che della libertà, e non si potè corrom- 
pere con alcuno dono per pregio di quel- 
la, bene che in quello grande popolo, ed 
ogni di maggiore, in quel mezzo fossino 
coi doni malvagi cittadini. Cassio, sospet- 
to di reale signoria, per la legge agra- 
ria fu punito con la presente morte. Il pa- 
dre di Spurio certamente giudicò quello a 
morte, e di mandato di Quinzio dittatore, 
Servilio Alla, maestro di milizia, uccise Me- 
lio in mezzo la piazza; e Manlio, difendi- 
tore di Campodoglio, perchè aveva liberati 



49 

alcuni debitori , levandosi piìi alto e non 
civilmente, fu gittato dalla rocca, la quale 
egli aveva difesa. È il popolo di Roma in 
casa e fuori si fatto; in guerra e in pace 
ebbe quel mare d' adolescenzia, cioè la se- 
conda età dello imperio , nella quale sog- 
giogò tutta Italia con le arme tra l' alpi 
e '1 mare. 

Qui finisce il primo libro della prima e 
della seconda età del popolo di Roma, e 
comincia il secondo. 



LIBRO II. 



Della terza etade di Boma. 

Essendo domata e soggiogata Italia, il 
popolo di Roma, venuto già al cinquecen- 
tesimo anno, cresciuto con buona fé, se for- 
tezza è alcuna cosa, e se gioventù è al- 
cuna cosa, cominciò ad essere robusto e 
giovane e pari al circuito della terra; cosi 
che ( maravigliosa cosa è) se quasi per 
cinquecento anni combattè in casa propria 
(tanto era faticosa cosa a dar capo a Ita- 
lia), in quegli ducento anni che sieguo- 
no, cercò con guerra e con vettoria Af- 
rica, Europa, Asia, e finalmente tutto il 
circuito della terra. 

La prima guerra con gli Africani. 

Adunque poi che '1 popolo di Roma fu 
vettorioso di Italia, arrivato dalla terra al 



51 

mare a modo di fuoco , il quale, poi che à 
arso i boschi, arrivato ad alcuno fiume, 
sta fermo, dimorò alquanto; poi vedendo 
ricchissima preda innanzi a sé, alquanto 
partita dalla sua Italia e quasi disgiunta, 
in tanto si accese della cupidità di quella, 
che non potendosi congiungere con edifizj 
e con i ponti, parevagli che si potessi con- 
giungere con le arme e con la guerra. Ed 
ecco facendo la via la fortuna, non mancò il 
modo. Lamentandosi Messina, città di Ci- 
cilia collegata, della potenza degli Africa- 
ni, e desiderando ugualmente i Romani 
e quegli la signoria del mondo, in uno 
medesimo tempo e con pari disiderio di- 
sideravano Cicilia. Adunque con vista d'a- 
iutare i suoi collegati, ma stimolando que- 
gli in effetto la preda, bene che la novità 
del fatto gì' impaurisse (avevano allora 
fidanza nella sua prodezza), quello rozzo 
popolo di pastori e terrestre mostrò non 
essere differenzia ai vertuosi, s'eglino com- 
battessino a cavallo o in nave. Con Ap- 
pio Claudio consolo entrò in mare , lo 
qual mare è infame per fabulosi mostri e 
pericoloso per 1' ondeggiare; ma non s' im- 
paurinno, si eh' eglino pigliassino quel fu- 
rore del mare per un sollazzo, e subito 



sanza alcuna indugia vinsono lerone l'e di 
Saragozza (1) con tanta prestezza, che egli 
medesimo confessò essere vinto innanzi che 
egli vedessi i nimici. 

Ardirono ancora venire alle mani, essendo 
consoli Duilio e Cornelio , ed allora la pre- 
stezza della apparecchiata armata fu augu- 
rio, perchè in sessanta dì, cominciando dal 
tagliare dello legname, fu diritta e stette a' 
ferri una armata di cento sessanta navi, sì 
che non parevano fatte per arte, ma per 
alcuno dono degli Dei, convertiti in albori e 
mutati in nave. La fama della battaglia fu 
maravigliosa , perchè queste navi gravi e 
tarde pigliarono quelle de' nimici leggiere 
e preste; quelle avevano molto più del- 
l' arte del navicare , a menare i remi e a 
volgere le prode per ingannare fuggendo, 
ed innanzi la battaglia facevano gran beffe 
de' mangani e degli uncini di ferro, e fu- 
rono constretti i nimici combattere quasi 
come in terra. Adunque vinti i nimici ap- 
presso Lipara, ebbono i Romani la prima 
vettoria di mare, perchè in quel luogo 
fu affondata e cacciata l'armata di quegli; 
del qual trionfo che allegrezza fu poi ! Che 

(1) Siracusa. 



53 
Duilio capitano non contento del trionfo 
d'uno dì, tutto il tempo della sua vita, 
quando andava a cena, comandava che fos- 
si no accesi e doppieri e sonate le trombe, 
quasi come s'egli trionfassi ogni di; e per 
sì gran vettoria segui piccolo danno di 
questa battaglia. L'uno de' consoli fu preso, 
ciò fu Cornelio Asina, perchè mostrando 
volere favellare , con quello inganno fu 
chiamato , e cosi fu morto , la qual cosa 
fu ammaestramento della malvagità di quel- 
la gente. Sotto Calatino dittatore fu ri- 
mossa tutta la gente degli Affricani, eh' e- 
rano alla guardia di Agrigento e di Tra- 
pani e di Palermo e di Erice e di Lilibeo. 
Una volta ebbono paura presso il passo 
Caraerinese, ma noi campammo per la vertù 
di Calpurnio Fiamma, il quale tribuno di 
milizia, con trecento eletti compagni, pi- 
gliò un monte che gli offendeva, e che era 
posseduto dai nimici, ed impacciò i nimici 
infino che tutto 1' oste si ridusse, e cosi per 
bello fine eguagliò la fama di Termopile e 
di Leonida; ma lo nostro fu più chiaro, 
perchè e' campò e sopravisse a sì grande 
fatto, ben che egli non scrivessi alcuna 
cosa di sangue. 
Lucio Cornelio Scipione, essendo già 



54 
Cicilia suburbana provincia del popolo di 
Roma, crescendo più largannente la guer- 
ra, passò in Sardegna e in Corsica, con- 
giunta con quella, dove egli fece paura 
agli abitanti, guastando Calari città, e vin- 
se sì gli Africani in terra e in mare, che 
non restava già più alla vettoria alcuna 
cosa se non Africa. Già la guerra pas- 
sava in Africa, essendo capitano Marco 
Attilio Regolo, ed erano in quel medesimo • 
mare alcuni, i quali temevano, «accrescen- 
do la paura Mannio tribuno, lo quale, s' e- 
gli non avessi ubidito, il capitano con la 
mannaia apparecchiata fece ardito a navi- 
gare con la paura della morte; poi ebbo- 
no prosperità di venti e di remi, ed ebbo- 
no gli Africani tanta paura nell' arrivare 
de' nimici, che poco meno Cartagine sa- 
rebbe stata presa con la porta aperta. 

La prima terra presa in quella guerra fu 
Clipea, e quella è la prima città nel lido 
d' Africa, la quale si stende innanzi quasi 
come una veduta d'una rocca, e questa fu 
guasta, ed appresso altre ti-ecento castella ; 
e non fu combattuto solamente cogli uo- 
mini, ma eziandio con mostruosi animali, 
perchè uno serpente di maravigliosa gran- 
dezza, nato quasi per vendicare l'Africa, 



molestava il campo presso Bagrada fiume. 
Ma Regolo, vincitore d' ogni cosa, avendo 
esparta la paura con lo suo nome, e aven- 
do preso la gran possanza de' suoi giova- 
ni, e avendo presi i suoi capitani e tenen- 
dogli in prigione, ed avendo mandato a 
Roma r armata con grande preda e suffi- 
ciente ad uno trionfo, già teneva asse- 
diata Cartagine, capo della guerra, e stava 
sopra le porte; e qui alquanto fu volta la 
fortuna, solamente acciò che la romana 
vertù avesse più gloria, la cui grandez- 
za quasi è provata nell' avversitade. Volti 
i nimici ad aiutorj forestieri, avendogli 
mandato i Lacedemoni Antippo per suo 
capitano, fumo vinti da quello uomo esper- 
tissimo di milizia. 

Allora fu per gli Romani bruttissima 
esconfitta, e '1 fortissimo capitano venne 
vivo nelle mani de' nimici; ma quello fu 
costante a tanta miseria, perchè non si turbò 
della prigione degli Africani, né per l'am- 
basciata eh' egli doveva fare, la quale fece 
per lo contradio a quel che i nimici gli ave- 
vano imposto, e giudicò che pace non si 
facessi , e che non si escambiassino i pri- 
gioni. E non fu brutta la sua maestà, per- 
eh' egli tornassi volontariamente ai nimici. 



56 
né per lo ultimo supplizio o della prigione 
della croce, anzi fu per tutte queste cose 
più maraviglioso. E che altro fu egli, se 
non che sendo vinto, fu vincitore de' vin- 
citori? Ed eziandio perch' egli non trionfò 
di Cartagine, trionfò della fortuna; ma il 
popolo di Roma fu molto più aspro e 
molto più odioso per la vendetta di Re- 
golo , che per la vettoria. 

Adunque sendo consolo Metello, e gli 
Africani facendo magiore esforzo, tornata 
la guerra in Cicilia, furono esconfitti e ni- 
mici presso a Palermo, sicché da quel tem- 
po innanzi non estimolarono più quell'iso- 
la; e fenno argomento di grande vettoria 
cento o circa leofanti, i quali furono pre- 
si, e fu quella sì grande preda d' animali 
sufficiente ad una caccia, non che in una 
battaglia. Appio Claudio sendo consolo, 
fumo vinti e Romani non dai nimici, ma 
dagli Dei, de' quali quelli avevano dispregia- 
to gli augurj , ed in quel luogo s' affondò 
r armata, dov' egli aveva comandato di git- 
tai'e i polli in mare, perchè quegli vieta- 
vano combattere. Sendo consolo Marco 
Fabbio Butteone, sconfisse l'armata de' ni- 
mici appresso Egimuro nel mare d'Africa, 
la quale già navicava in Italia. Oh come 



57 

allora rimase grande trionfo per tempesta! 
Con ciò sia cosa che l'armata con la ricca 
preda, menata da contradj venti, per lo 
suo affondare empiè Affrica e le Sirti e le 
signorie di tutte le genti e l' isola e i lidi, 
e la sconfitta fu grande , ma non sanza al- 
cuna degnità dello popolo di Roma, che la 
vettoria e '1 trionfo perissi per tempesta ; 
e nondimeno discorrendo la preda degli 
Africani per le montagne e per l'isole, il 
popolo di Roma trionfò. 

Essendo console Lutazio Catullo , final- 
mente fu posto fine alla guerra appresso 
le isole chiamate Ecates; e non fu altra 
volta magiore battaglia in mare, perchè 
r armata de' nimici era grande di vettu- 
vaglia, dell' oste, delle bertesche e del- 
l'arme, ed in quella quasi era tutta Car- 
tagine, la qual cosa fu la sua disfazione. 
Ma r armata de' Romani era presta e leg- 
giere, espedita , e per alcuno modo d' uno 
campo, a similitudine d'una battaglia di 
cavalieri; movensi co' remi come con lo 
freno; contra questi quegli movevano il 
campo mobile come cosa viva. Adunque 
in uno momento di tempo fumo rotte le 
nave de' nimici , e con quella sconfitta co- 
prinno tutto il mare tra Cicilia e Sardigna; 



58 
e finalmente fu sì grande quella vettoria, 
che non fu cercato di disfare la terra de' 
nimici. Parve che fossi d' avanzo usare 
crudeltade contra le mura e contra la ter- 
ra, perchè già Cartagine era guasta in 
mare. 

La guerra con i Lignrì. 

Compiuta la guerra d'Africa, brieve ri- 
poso seguì, per certo quasi a rispirare, e 
per argomento di pace e di buona fé fu 
cessato dalle arme. Allora prima dopo 
Numa fumo serrate le porte di lano, ma 
subito e sanza indugio fumo aperte, e così 
i Liguri, i Galli, gl'Insubri, e già gli 
Schiavi stimolavano, e finalmente di sotto 
le Alpe e di sotto i passi d' Italia gente 
stimolate d'alcuno Dio continovamente, ac- 
ciò che r arme non sentissino rugine né 
mufia. Finalmente ciascuno di quegli aiu- 
tavano la milizia de' nimici , e il popolo 
romano arrotava il ferro della sua vertìi 
con ciascuna di quelle genti. I Liguri abi- 
tanti presso al giogo dell'Alpe tra la Macra 
e '1 Varo fiume , impacciati in luoghi spi- 
nosi delle selve, alquanto era maggiore fa- 
tica a trovargli che vincergli ; erano sicuri 



59 
pei' gli luoghi e per lo fuggire, e quella 
dura gente e presta facevano più tosto 
ruberia che guerra. Adunque i Salii, i 
Deceati , gli Ossibii , gli Eubriati , gli In- 
gauni avendo stancato per lungo spazio, 
finalmente Fulvio circondò le sue tane 
con il fuogo, Bebio gli condusse al piano, 
Postumio gli disarmò , sicché appena gli 
lasciò ferro da lavorare la terra. 

La gnerra coi Galli Insubrii. 

I Galli Insubrii e quelli che abitavano 
nell'Alpe appresso quegli, anno animi di 
fiere e corpi più che d' uomini , ma per 
isperienza certamente fu trovato, come lo 
suo primo assalto è più che d' uomini , 
cosi quello che siegue è meno che di fe- 
mine. I corpi notricati nell'Alpe sotto umi- 
da aria anno alcuna similitudine con le 
sue nevi , i quali subito come sono ri- 
scaldati per la battaglia, sudano, e per 
lieve movimento si stancano come per lo 
sole. Questi ispesso e altre volte, avendo 
per capitano Britomaro, avevano giurato 
che non si escioglierebbero le corregge, 
infino che eglino non montassino in Cam- 



co 

podoglio (1); poi sendo suo capitano Ariovi- 
sto. promissono al suo Marte uno torchio 
della preda de' nostri , ma Giove gli tolse 
il suo boto, perchè Flaminio dirizzò a Gio- 
ve uno trionfo di torchi di quegli; e sendo 
suo re Viridomaro, avevano promesso le 
arme de' Romani a Vulcano , ma i boti 
andorono per altro modo, perchè morto 
quello re, Marcello offerse la terza volta 
dopo Romolo padre quelle arme a Giove 
Feretrio. 

La grnerra con gli Schiavi. 

GÌ' Illirii ovvero Liburni abitavano alla 
radice delle Alpe tra Arsia e Tizio fiume, 
discesi lungamente per tutto il lido del 
mare Adriano. Questi sendo sua reina Teo- 
tana, non contenti di rubare, giungono al 
suo potere scellerato fatto, perchè eglino 
uccisono e nostri imbasciadoii , non con le 
spade, ma con le escure a modo di bestie, 
i quali tenevano ragione de' falli, che que- 
gli avevano commessi, ed arsono i pre- 
fetti delle nave; ed acciò che questa fossi 

(1) Il testo latino soggiunge qui: Factum est; 
victos enim /Emilius du Capitolio discinxit. 



61 
più indegna cosa , una femina signoreggia- 
va, e perciò sendo capitano Cneo Fulvio 
Centimalo, ampiamente fumo puniti; i 
principi fumo ammazzati con le scure, e 
fumo sacrificati alle anime degli amba- 
sciadori. 

La seconda gnerra cogli Africani. 

Dopo la prima guerra degli Africani 
appena fu riposo per ispazio di quattro 
anni , ed ecco 1' altra guerra minore di 
tempo, perchè non durò oltre l' ispazio di 
diciotto anni, ma fu tanta più terribile, 
che se alcuno fa comparazione de' danni di 
ciascuna parte, quel popolo che vinse, fu 
simiglievole a quello che fu vinto. Il nobile 
popolo si vergognava che gli fossi tolto 
il mare e tolte l'isole, ed essere costretti 
a dare il trebuto, il quale egli soleva im- 
porre ad altrui; e per questo Annibal es- 
sendo fanciullo , aveva giurato al padre 
fare la vendetta, e non indugiò. Adunque 
Sagunto s' appresentò cagione della guer- 
ra, la quale era antica e ricca città di 
Spagna, e fu grande ma tristo ammaestra- 
mento di tè intorno de' Romani , la quale 
lasciata in libertade per comune patto. 



62 
Annibale cercando cagione di nuovo movi- 
naento , guastò con le sue mani e con lo 
mani di quegli, acciò che per la rotta pace 
si facessi via a venire in Italia. La som- 
ma de' patti era la religione appresso de' 
Romani. Adunque eglino corsone subito 
alle arme, ben eh' eglino udissino 1' asse- 
dio dell' amica città, ricordandosi della fer- 
ma pace con gli Africani, volendo inpri- 
ma cercare modo ligitimo al male. 

In quel mezzo i Saguntini stanchi dalla 
fame e da' mangani e dalle battaglie , final- 
mente volsono la fé in rabbia, e feciono in 
piazza un gran fuogo, poi sopra quello col 
ferro e col fuogo consumarono sé e i suoi 
con tutte le sue ricchezze, ed era chiamato 
e domandato Anibale autore di questa sì 
grande pistolenzia; ed infingendosi gli A- 
fricani, Fabbio capo della imbasciata disse: 
« Io ò portato in questo grembo la guerra 
e la pace; pigliate quella che vi piace »; e 
sendo gridato che egli dessi quale che egli 
volessi, disse: « Togliete la guerra », ed 
aperto il grembo in mezzo la corte, non 
sanza uno esmarriraento, quasi come s'egli 
avessi la guerra in grembo, sparsela. Il 
fine della guerra fu simile al comincia- 
mento, perchè cosi facendo, fu fatto sacri- 



63 
ficio all' anime di quegli per lo guastare 
d' Italia , per la presa d'Africa e per la 
morte de' capitani e dei re, eh' avevano 
fatta quella guerra, quasi come 1' ultime 
furie avessino comandate si fatte purga- 
zioni ai Saguntini in quel comune ucci- 
dere de' parenti e comuno incendio. 

Adunqne poi che cominciò in Ispagna 
quella grave e dolorosa possanza della 
guerra d'Africa, e poi che del fuoco di 
Sagonto fu ingenerato uno folgore contra 
i Romani, subito tratto con uno furore 
ruppe per mezzo le Alpe, e discese in 
Italia da quelle nevi di fabulosa altezza, 
quasi come dal cielo, e primamente per 
certo la nuvola di quello furore subito con 
grande romore tonò tra il Tesino e '1 Po; 
ed allora, sendo capitano Scipione, fu escon- 
fitto l'oste de' Romani, e '1 capitano fedito 
sarebbe venuto nelle mani de' nimici, se 'I 
figliuolo, sendo ancora giovinetto, non avessi 
difeso il padre e liberato quello dalla mor- 
te; e questo fu Scipione, che cresce a di- 
struzione d'Africa, e che pigliò poi nome 
dai mali di quella. Dopo il Tesino seguitò 
i fatti presso la Trebbia, e in quel luogo 
fu aspra la seconda battaglia della guerra 
degli Africani, essendo consolo Sempronio. 



64 
Allora i maliziosi nimici, avvisato un di 
freddo e nevoso, e in prima avendosi con- 
fortato con lo fuoco e con l'olio, vinsono 
noi con lo nostro freddo; e fu cosa ma- 
ravigliosa a dire, che uomini venuti da 
mezzodì e di luogo caldo considerassino 
questo. 

Lo terzo folgore d'Annibale fu presso il 
lago di Perugia, sendo capitano Flaminio, 
e in quel luogo fu nuova arte degl' ingan- 
ni de' nimici africani, perchè il lago era 
coperto dalla nebbia e da padulosi can- 
nelli , e subito i cavalieri assalirono i com- 
battitori dalle ispalle; e non ci possiamo 
lamentare degli Dei, perchè isciami d' api 
avevano predetto al furioso capitano la 
sconfitta che doveva seguire, le quali a 
Pisa erano poste in suso le insegne, e le 
insegne d' aquila non volendosi fare innan- 
zi , e il grande tremuoto, il quale seguì il 
cominciamento della battaglia, se però quel- 
r orrore della terra il discorrimento degli 
uomini e le arme mosse più forte non lo 
feciono. 

La quinta e quasi ultima piaga dello 
imperio fu alle Canne, il qual luogo è uno 
vile borgo in Puglia, ma per la grandezza 
della sconfitta fu conosciuto; e fumo tro- 



65 
vati morti in quel luogo quaranta mila. 
In quello luogo alla morte dello infelice oste 
consenti il capitano, la terra, il cielo, il 
di e finalmente tutta la natura delle cose, 
perchè non contento Annibale di quegli 
che simulatamente fuggivano, i quali su- 
bito ferirne dalle ispalle quegli che com- 
battevano, ancora lo scaltrito capitano nel- 
lo aperto campo, considerata la ragione 
e la condizione del luogo, perchè in quel 
luogo il sole è molto caldo, polvere grande 
e il vento di levante sempre quasi ad un 
modo, ordinò sì le schiere, che sendo i 
Romani dalla contradia parte, ed ogni 
cosa ria sendo contra quegli, Annibale, 
quasi tenendo il cielo secondo, combatteva 
col vento e con la polvere e col sole. 
Adunque due grande osti fumo morti, infin 
che i nemici fumo sazii , e in fino che 
Annibale disse a' suoi : « Non affaticate più 
le spade ». L' uno de' capitani fu morto, 
l'altro fuggì, ed è in dubbio quale egli fa- 
cessi con maggiore animo. Pagolo si ver- 
gognò, Varrone non si disperò. Aufido die- 
de per lungo espazio chiarezza di sangui- 
nosa sconfitta, e di comandamento d'Anni- 
bale fu fatto un ponte di corpi d' uomini 
nel fiume Vercelli. Fumo mandati a Car- 



66 
tagine due moggi d' anelli , e la degnila 
de' cavalieri fu tassata con la misura. Per 
questo non sarà dubio, se Roma doveva 
aver quello per 1' ultimo dì, e se Annibale 
poteva infra cinque di mangiare in Cam- 
podoglio, s' egli avessi fatto quello che si 
dice essere stato detto da quello africano 
Maarbale di Bomilcare: « Sappiasi Amil- 
care usare la vettoria com'egli sa vincere ». 
Per certo, siccome si suol dire volgar- 
mente, o la fortuna di quella città, o la 
mala mente del capitano, e gli Dei rivolti 
da Cartagine trassono quello al contra- 
dio; e potendo avere la vettoria, volsela 
indugiare, e lasciata Roma, volle andar 
cercando Campagna e Taranto, dove poi 
egli e r oste sua per lussuria s' indeboli 
in tanto, che per verità fu detto : « Capua 
fu Canni ad Annibale », perchè lo caldo di 
Campagna e le tiepide fontane di Baj vin- 
sono quello, il quale non era stato vinto 
nelle Alpi, e non si poteva domare con le 
arme. E chi crederebbe questo? 

In quel mezzo rispirarono i Romani, e 
tornorno quasi come s' eglino venissino 
dall'inferno. Non avevano arme: tolsone 
per gli tempi ; non avevano de' giovani : 
ferno franchi i servi, e con sagramento 



67 

gli missono alla milizia ; non avevano da- 
nari, e '1 sanato di volontà missono le sue 
ricchezze a comune, e non ritennono alcuna 
cosa d' oro, se non quello che eglino ave- 
vano in bolle e in suggegli e anelli. I ca- 
valieri seguirono l'assempro di quegli, e '1 
popolo andò dietro, e finalmente sendo 
consoli Levino e Marcello, appena bastavan 
le tavole a contare e gli scrittori a scri- 
vere, essendo portate in comune le private 
ricchezze; ed era grande senno nello eleg- 
gere ì maestri per le centurie, quando i 
giovani domandavano consiglio dai vecchi 
nello eleggere de' consoli, perchè cosi con- 
venia combattere non solamente con la 
prodezza, ma eziandio col senno contra lo 
nemico tante volte vincitore. 

E così la prima speranza di quello im- 
perio che tornava in sé, anzi a dire me- 
glio, che risuscitava, fu Fabio, il quale 
ebbe la prima vettoria d'Annibale, pen- 
sando non combattere, e per questo egli 
ebbe per sopranome indugiatore, il qual 
sopranome fu salutevole alla ripublica, e 
per questo fu detto dal popolo, eh' egli 
fossi chiamato scudo dell' imperio. Adun- 
que egli stancò si Annibale per gli passi 
di Sannio, per quegli di Falerno, per 



68 

quegli di Gauro, che per la indugia spez- 
zammo la potenza di quello, che non si 
poteva vincere con la prodezza. Poi Clau- 
dio Marcello venne alle mani con quello, 
e fumo presso l'uno all'altro, e Marcello 
lo cacciò di Campagna, la quale quegli 
aveva fatta sua, e levollo dall'assedio di 
Nola città. Essendo capitano Sempronio 
Gracco , ardirono i Romani seguirlo per 
Lucania, stringendolo e fuggendo egli dalle 
spalle, bene che allora (ed era vergogna) 
noi combattemmo con i servi. 

Infino allora avevano constretti noi a 
tanti mali, ma ridutti a libertade, ave- 
vano fatto Romani della sua servitudi- 
ne (1). Oh cora' era sospetta fidanza in 
tante avversitadi ! Oh com' era singulare 
animo e spirito quello del popolo di Ro 
ma, che in si strette e affritte cose dubi 
tando d' Italia , ardi guardare a diverse 
cose! E discorrendo i ni mici a morte d' o 
gni uomo per Campagna e per la Puglia 
e facendo Africa di mezzo Italia, in uno 
medesimo tempo sosteneva costui, e man 
dava gente armata divisa per lo mondo 
in Cicilia, in Sardigna, in Ispagna. 

(1) Cioè di servi s' erano falli Iì$^ani. 



69 
Cicilia commessa a Marcello non durò 
lungamente, perchè in una città fu vinta 
tutta l'isola. Saragozza, grande capo ed 
innanzi a quel tempo non vinta, bene che 
fossi difesa per lo ingegno d'Archimede , 
non di meno qualche volta fu vinta. Tre 
muri, ch'ella aveva per lungo tempo, e 
tante ricchezze, e poi'to di marmo, e la fa- 
mosa fontana d'Aretusa non gli giovò, se 
non come per lo tempo passato, che fu 
perdonato alle belle cose della vinta città. 
Gracco prese Sardigna, e non gli giovò 
r asprezza né 'l furore di quelle genti , e 
cosi è chiamata l'asprezza delle montagne, 
e fue usata crndeltade contra le cittadi e 
contra Calaris, capo delle altre cittade, 
acciò che quella gente contumace e pronta 
alla morte almeno fossi domata coli' amore 
della sua patria. In Ispagna fu mandato 
Gneo Scipione e Publio Scipione, e que- 
sti avevano tolta tutta la speranza agli 
Africani; ma per gli aguaiti e gl'inganni 
d'Africa soperchiati, da capo l' avevano per- 
duta, avendo egli con grande battaglie 
sconfitta la possanza degli Africani, e ucci- 
sono r uno ponendo il campo; l'altro sendo 
fuggito in una torre, assediato col fuogo 
morì. 



70 

Adunque Scipione, al quale la fortuna 
aveva decretato sì grande nome d'Africa- 
no, fu mandato con l'oste a vendetta di 
suo padre e di suo avolo; e quegli rico- 
verò tutta la Spagna, paese da battaglia, 
nobile per uomini d'arme, terra d'oste di 
nimici, maestra d'Annibale; e fu cosa incre- 
dibile, che tutta la ricoverò dai monti Pi- 
rinei infino alle colonne d'Ercole, infino 
allo Oceano, e non sapresti se fu fatto più 
prestamente o più leggiermente. Quanto 
fossi fatto tosto, quattro anni fanno la 
pruova; quanto fossi fatto lievemente, una 
città almeno lo pruova: in quello medesi- 
mo .di che fu assediata, fu presa, e fu 
agurio della vettoria d'Africa, perchè Car- 
tagine fu quella che fu vinta sì tosto; e 
nondimeno è certo, che a soggiogare quel- 
la provincia molto giovò la singulare san- 
tità del capitano, perchè egli l'istituì a 
que' barberi fanciugli e fanciulle di gran 
bellezza, i quali erano presi, e non com- 
portò che fossino menati alla sua presen- 
zia, acciò che non paressi eh' egli cercassi 
alcuna cosa della integrità della verginità 
di quelle, almeno guardando. 

Queste cose faceva il popolo di Roma 
in diversi paesi, e non poteva per questo 



71 

rimuovere Annibale, il quale stava fermo 
in mezzo d'Italia. Molti s'erano ribellati 
al nimico , e 1' aspro capitano contra i 
Romani usava le forze d' Italia; e nondi- 
meno noi già l'avevamo rimosso d'alcune 
terre e provincie. Taranto era tornato a 
noi, e già noi avevamo ricoverato Capua, 
sedia e casa e patria seconda d'Annibale, 
la perdita della quale diede tanto dolore 
a quello, che egli con tutta sua possanza 
si converti a Roma. popolo degno della 
signoria del mondo, constretto all'ultimo 
movimento con ogni favore e ammirazione 
degli uomini e degli Dei! Non mancò di 
sua impresa, e sendo sollecito della sua 
città, nondimeno non abbandonò Capua, 
ma lasciato in quella parte dell' oste sot- 
to Appio consolo, parte aveva seguito Fiac- 
co a Roma, e combatteva parte assente e 
parte presente. Perchè dunque ci mara- 
vigliamo noi, che movendo quegli l'oste 
presso a Roma a tre miglia, da capo gli 
Dei feciono risistenzia? E perchè tanto 
furore di piova sopravenne, com' egli si 
mosse, e tanto furore di venti, che pareva 
da Dio essere rimossi i nimici , non dal- 
l' aria, ma da Roma e da Campodoglio? 
Adunque egli si fuggi e diede luogo, e 



72 

ridussesi nello stremo cantone d' Italia , 
avendo lasciata Roma, della quale non 
aveva pure sentito il dolore. Piccola cosa 
è a dire, ma ad approvare la magnanimità 
del popolo romano assai efficace, che in 
que' di lo campo , dove Annibale aveva 
r oste suo, fu venduto in Roma e messo ad 
incanto, trovo comperatore; ma Annibale 
volse che per contradio fossi mutata la 
speranza, e mise ad incanto le tavole de' 
cambiatori in Roma, ma non trovò com- 
peratola, acciò che tu sappi quello essere 
stato augurio di fortuna. 

Niente era fatto con tanta vertìi e con 
tanto favore degli Dei, perchè Asdrubale, 
fratello d'Annibale, veniva di Spagna con 
nuovo oste, con nuova possanza e con nuo- 
va grandezza di guerra, e sanza dubio era 
compiuto, se quell' uomo si fossi congiunto 
col fratello; ma ponendo egli campo, Claudio 
Nerone e Livio Salinatore lo sconfissono. 
Nerone teneva istretto Annibale nell'ultimo 
cantone di Italia; Livio aveva posto le sue 
insegne molto in diversa parte, nel comin- 
ciamento di Italia , sicché era in mezzo 
tutta la terra quanto quella è lunga; e 
faticosa cosa è a dire, con che diliberazio- 
ne e con che prestezza i consoli congiun- 



73 

sono i suoi osti, e non pensandolo i ni- 
mici, gli aconfissono, Annibale non sen- 
tendolo. Certamente Annibale, saputo il 
fatto, e vedendo la testa di suo fratello git- 
tata nel campo, disse: « Io cognosco la for- 
tuna di Cartagine »; e questa fu la prima 
confessione di quell' uomo , non sanza al- 
cuno agurio della fortuna futura. Già era 
certo che Annibale poteva essere vinto e- 
ziandio per la confessione di quello, ma il 
popolo di Roma, pieno della speranza di 
tante cose prospere, estimava a gran pre- 
gio poter vincere l'asprissirao nimico nella 
sua Africa. 

Adunque sendo capitano Scipione, con- 
vertito con tutta la speranza dell' oste in 
Africa, cominciò a vendicare in Africa la 
disfazione della sua Italia. Oh Dii buoni , 
come grande gente d' Asdrubale , e che 
osti di Siface sconfisse egli ! Che e come 
grandi campi d' araendue in una notte 
guastò egli col fuoco! E finalmente già 
egli non assediava Cartagine non presso 
a tre miglia, ma in su le porte; e cosi 
fu fatto, acciò eh' egli rimovessi Anni- 
bale dimorante e fermo in Italia, e non 
fu maggiore di sotto l'imperio di Roma, 
che quello nel quale due famosissimi ca- 



74 

pitani, più che prima o poi, questo vinci- 
tore di Spagna, quello d'Italia, con le 
insegne spiegate dappresso ordinarono le 
schiere, ed abbono parlamento insieme 
della condizione della pace, e per lungo 
spazio stettono ferrai, guardando l'uno l'al- 
tro con ammirazione. Poi che della pace 
non s'accordarono, sonò il segno della bat- 
taglia, ed è manifesto per la confessagione 
d' amindue, che non si poteva ordinar me- 
glio r oste , e non si poteva combattere 
più gagliardamente; e questo disse Sci- 
pione dell'oste d'Annibale, ed Annibale 
dell'oste di Scipione; ma nondimeno An- 
nibale fu vinto, e '1 premio della vettoria 
fu Africa, e dopo l'Africa incontanente lo 
circuito della terra. 

La prima guerra di Macedonia. 

Dopo Cartagine non si vergognò alcuno 
d'esser vinto, e subito seguirno queste 
genti Macedonia, Grecia, Soria e quasi 
tutte le altre cose, quasi come un fiume 
di fortuna, ma i primi di tutti funo que- 
gli di Macedonia, popolo che già disiderò 
signoria; e cosi allora, benché Filippo so- 
prastessi al regno, pareva ai Romani do- 



75 

ver combattere con lo re Alessandro, e fu 
la guerra di Macedonia magiore per lo 
nome, che per lo effetto che segui. La ca- 
gione della guerra cominciò dal patto ten- 
tato da Filippo, lo quale egli aveva fatto 
prima con Annibale, signoreggiando egli 
in Italia; poscia cresce, domandando gli 
Ateniesi aiutorio contra le ingiurie di quel- 
lo, essendo egli crudele oltra la ragione 
della vettoria contra i tempii e gli altari 
e le sepulture. Piacque al Senato dare aiu- 
torio per tanti prieghi, perciò che già i 
re delle provincie, i capitani e popoli, le 
nazioni domandavano aiutorio da questa 
città. Adunque primamente, sendo consolo 
Levino, il popolo di Roma entrato nel ma- 
re Jonio , circondò tutti i lidi di Grecia , 
come se l' armata trionfassi , e portavasi 
innanzi le ruberie di Cicilia, di Sardigna 
e di Spagna e d'Africa, e manifesta vet- 
toria prometteva uno alloro nato nella 
nave del pretore. Di propia volontà era 
presente in nostro aiutorio Attalo, re de' 
Pergameni ; appresentavansi quegli da Ro- 
di , popolo di navicanti , con gli quali il 
consolo gli percoteva dal mare, come egli 
lo percoteva da terra, e percoteva ogni 
cosa con gli uomini e con i cavagli. Due 



76 
volte fu vinto il re, e due volte fu cac- 
ciato e fugato del campo, non sendo al- 
cuna cosa più terribile che quegli di Ma- 
cedonia nello guardare delle piaghe, le 
quali non facevano con saetta né con al- 
cuno greco ferro, ma con grande lancìe, 
né minori piaghe fatte con le spade gran- 
de oltre alla morte vedevansi (1). 

Essendo capitano Gneo Flaminio, noi 
circondamo innanzi i monti da Caonia e 
Indo fiume (2), il quale discorre per luoghi 
rotti, ed entramo con 1' ajutorio ne' chio- 
stri di Macedonia; e perchè da poi lo re 
non ardi mai venire alle mani , alle mon- 
tagne chiamate Cinocefalas, in una, e que- 
sta non uguale battaglia, fu vinto. Allora 
il consolo gli diede pace e lasciò il regno; 
poi acciò che non rimanessi alcuna cosa 
de'nimici, domò Tebe ed Eubea e Lace- 
deraonia, che con somma possanza faceva 
guerra sotto Nabide loro capo. Ridusse la 
Grecia allo antico stato , eh' ella vivessi 



(1) Il testo: nec minoribus adacta (vuluera) gla- 
diis ultra mortem patebant, cioè erano si grandi 
quelle ferite^ che s' anco fossero state assai più 
lievi j avrebbero cagionato la morte. 

(2) Il lesto latino: Aoumque araneni. 



77 

con le sue leggi , e usassi la libertà de' 
suoi passati ; e molto funno grande 1' alle- 
grezze e i chiamori, quando a caso a Ne- 
mea nel palazzo, ne' giuochi di cinque anni, 
fu gridato per lo banditore (1). Con che 
allegrezza gridarno quegli! Gittorno contra 
lo consolo molti fiori, e dicevano al ban- 
ditore, che più e più volte ripetisse quella 
boce, nella quale egli pronunciava la li- 
bertà di Grecia, e non dicevano quella sen- 
tenzia di consolo altrimenti , che con dol- 
cissimo suono di cinamelle e di stor- 
menti. 

La guerra di Sorìa con Antioco. 

Antioco incontanente pigliò la guerra 
di Macedonia e di re Filippo per alcuno 
caso e per alcuna industrìa, cosi gover- 
nando la fortuna; sicché come da Africa 
in Europa, così d'Europa lo imperio pas- 
sassi in Asia, sopravenendo le cagioni 
spontaneamente, ed acciò che l'ordine del- 
le guerre procedessi col sito della terra. 



(1) Il testo: Quae gaudia, quae vocit'erationes 
t'uerunt , quum hoc forte Neraeae in theatro quin- 
quennalibus ludis a praecone caneretur! 



78 

E non fu altra guerra di magiore paura per 
la nominanza, perchè pensavano di Serse 
e Dario e di quegli di Persia e d'Oriente, 
quando fumo tagliati i monti, ed era an- 
nunziato che '1 mare era coperto di vele. 
Ancora le minacele dal cielo gli facevano 
paura, perchè Apollo da Cume sudava con- 
tinova umidità; ma questa era paura di 
quello Dio, che favoreggiava la sua Asia, 
e per certo niuno paese è più copioso che 
Soria d'uomini, di ricchezze e d'arme; 
ma era venuta alle mani di sì tristo re, 
che niuna cosa era in Antioco bella, se non 
che fu vinto dai Romani. Indussono da una 
parte quello re alla guerra Toante, principo 
d' Italia, lamentandosi che la compagna del- 
la sua milizia non era onorata presso i 
Romani centra quegli di Macedonia; dal- 
l'altra parte Annibale, il quale vinto in 
Africa, fuggito e impaziente di pace, cer- 
cava per tutto il mondo nimico al popolo 
di Roma. Il pericolo che fu in quella guer- 
ra, era se lo re si fossi retto per lo con- 
siglio di quello, e se Annibale misero avessi 
avuta la possanza d'Asia; ma al re parve 
meglio usare la sua possanza e '1 suo no- 
me, e con quello muovere la guerra; e 
già sanza dubio Uropia apparteneva ai Ro- 
mani di ragione. 



79 
Questo Antioco domandava Lisimachia, 
città posta per gli suoi passati nel lido di 
Tarzia, come ragione di suo patrimonio. 
Questo fu com' una tempesta della guerra, 
la quale fossi mossa dal cielo, e grandis- 
simo assembramento di re arditamente s'ap- 
parecchiarono alla guerra, e con grande 
stormido e romore avrebbono mosso Asia; 
ed avendo già prese l' isole di Grecia e i 
lidi, movevano i riposi e i giuochi come 
vincitori. Eurippo disparte Euboia isola 
dalla terra con stretto mare d'aqua corrente 
a contrade. In quel luogo poste tende d'oro 
e di seta al romore del mare tra '1 discorso 
dell'acqua con le ciramelle e stormenti, 
essendogli portate da ogni parte rose, be- 
ne che fossi di verno; e acciò che in alcuna 
maniera non paressi capitano, aveva eletta 
moltitudine di fanciugli e di fanciulle. Si 
fatto re, già vinto da lussuria, il popolo 
di Roma assali in quell' isola, essendo con- 
solo Acilio Glabrione, e subito nel comin- 
ciaraento di sua venuta lo costrinse fug- 
gire dell' isola; poi fuggendo egli, lo seguì 
appresso Termopila, il qual luogo è me- 
moriabile per la morte onorata di trecento 
Laconi, e non facendo egli in quel luogo 
ricistenzia per fidanza del luogo, costrin- 



80 
selo partirsi per terra, e per mare subito 
andò in Soria; e l'armata del re fu com- 
messa a Polissenide e ad Annibale, perchè 
lo re non sofFeriva a vedere la battaglia. 

Adunque sendo capitano Emilio Regillo, 
rompemmo tutta 1' armata presso a Rodi , 
acciò che Atene non si glorii; in Antioco 
noi vincemmo Serse; in Emilio fumo pari 
d'Alcibiade; compensamo Efeso in Salami- 
na; poi sendo consolo Scipione, Io cui fra- 
tello Africano, poco innanzi vincitore di 
Cartagine, era volontariamente legato, piac- 
que vincere il re, e già era fuggito di tutto 
il mare, ma noi andamo più oltre al fiume 
Meandro, e fu posto il campo al monte 
Sifilo; ed è incredibile a dire, con che aiu- 
torio e con che gente il re era posto in 
quel luogo. Trecento mila pedoni; di ca- 
valieri e di carrette falcate non era mi- 
nore numero, e aveva circondato il suo 
oste di leofanti di smisurata grandezza, 
adornati d' oro e di porpora e di suo avo- 
rio. Ma tutte queste cose erano impacciate 
della sua grandezza; a questo la piova, la 
qual sopravenne con maravigliosa prestez- 
za, aveva corrotti gli archi di quegli di 
Persia; primamente la paura, poi la fuga, 
poi il trionfo; e piacque ai Romani, essen- 



81 

do vinto ed aumiliandosi, dai-gli pace e 
parte del regno, e pivi volentieri , perchè 
s' arendè si tosto. 

La guerra d'Etolia. 

Dopo la guerra di Soria seguì , come 
doveva, la guerra d'Etolia, però che vintcr 
Antioco dai Romani, segui il fuoco della 
guerra d' Asia. Adunque la vendetta fu 
commessa a Fulvio Nobiliore. In quel luogo 
al postutto egli percosse con gli mangani 
Ambrachia , casa reale di Pirro , lo quale 
era capo di quella. Seguissi eh' eglino s' ar^ 
renderno, appresentandosi a' prieghi degli 
Etoli quelli da Rodi, e noi ci ricordamo 
dello aiutorio, e cosi piacque a noi di per- 
donargli; ma nondimeno la guerra si di- 
stese più largo ai nimici , ed aggiunsesi 
a la guerra degli Etoli ampiamente tutta 
la Cefalonia, Zacinto e tutte l'isole, che 
sono in quel mare tra i monti Ceraunii 
e 'l monte Maliaco. 

La guerra d'Istria. 

L' Istri seguirno gli Etoli, perchè nuova- 
mente avevano aiutati quegli, facendo egli- 



82 
no guerra. Adunque i cominciamenti della 
battaglia fumo prosperi ai nimici, e quella 
medesima fu cagione di sua morte, per- 
chè avendo quegli preso il campo di Gneo 
Manlio, e soprastando alla ricca preda, 
Appio Fulcro assali quegli, mangiando 
egli e stando in sollazzo, e non vedendo 
dov' eglino fossino ; e così tornarono in- 
dietro la mal acquistata vettoria con lo 
sangue e con lo spirito. Il suo re, posto 
in su uno cavallo pugliese , cadendo d' e- 
brietà e d' errore di testa , poi che ebbe 
provato il fatto, impazientemente conobbe 
sé essere preso. 

La guerra con i Gallogreci. 

La rovina della guerra di Soria coinvolse 
la Gallogrecia, ed è in dubio se quegli 
fumo tra gli aiutatori d'Antioco re, o se 
Manlio, cupido di trionfo, s'infinse che cosi 
gli paressi; per certo fugli negato il trion- 
fo, essendo egli vincitore, perchè egli non 
approvò la cagione della guerra. Poi la 
gente de' Gallogreci, come '1 suo nome ap- 
pare, è mescolata e sono adulterate reli- 
quie de' Galli , che avendo Breno per suo 
capitano, avevano guasta Grecia, e se- 



83 

gueudo quello moto, fermaronsi nel mezzo 
d'Asia; e come la somenza della biada tras- 
Ugna , se si muta la terra , così la sua 
doppia fierezza per la dolcezza d' Asia 
s'intenerì. Adunque fumo esconfitti e mes- 
si in fuga in due battaglie, bene che nello 
arrivare de' nimici e' ridussonsi in altissi- 
mi monti, e stimolati da ogni parte da 
saette e da rombole, s' arrenderono in pace 
perpetua. Ma fumo legati da uno mira- 
colo, avendo tentato le catene con li morsi 
e con la bocca, e avendosi stretto la gola 
r uno all' altro per affogarsi ; ma la moglie 
d'Orgiagonte re, essendo stata sforzata da 
uno centurione, con memoriabile asempro 
passò le guardie, e portò la testa tagliata 
di quello cavaliere a suo marito. 

La seconda g^ierra di Macedonia. 

Seguendo altre e altre genti la rovina 
della guerra di Soria, da capo Macedonia 
si dirizzò. La memoria e la fama di sua 
nobiltà stimolava lo fortissimo popolo, ed 
era socceduto a Filippo Perse suo figliuolo, 
il quale non pensava, che Macedonia vinta 
una volta fossi vinta perpetualmente per 
la degnità della gente. Levarnosi quegli 



84 

di Macedonia molto più aspri sotto questo, 
che sotto suo padre, perchè egli trasse 
quegli di Tarsia a suo aiutorio, e cosi 
mescolarono la industria di quegli di Ma- 
cedonia con la forza di quegli di Tarsia, 
e la ferocità di quegli di Tarsia col mae- 
sterio di quegli di Macedonia. A questo 
s' aggiunse il senno del capitano, il quale 
considerato dal monte Emo il sito de' suoi 
paesi , ponendo per gli passi il campo, for- 
tificò sì la sua Macedonia, che non pareva 
avere lascialo 1' entrata ai nimici eh' egli 
aspettava, se non per lo cielo. Entrato 
in quella provincia il popolo di Roma 
sotto Marzio Filippo consolo, cercato di- 
ligentemente ì passi, entrò per lo palude 
Astrude per aspri e dubiosi passi di mon- 
tagne e per luoghi , che non parevano 
avere via per gli uccegli , e seguitò il re 
sicuro e che non temeva si fatto assalto. 
Impauri quegli per la subitezza della bat- 
taglia, ed ebbe sì gran paura, che comandò 
che tutta la sua moneta fossi affondata 
in mare, acciò che non si perdessi, e fece 
ardere l'armata, acciò che non fossero arse 
le navi da' nimici; ed essendo consolo Pa- 
golo, e quello avendo imposto magiori e 
più forti guarnimenti , per altra via fu 



85 

assaltata Macedonia, e per somma arte e 
industria di quello capitano mostrò assalire 
per altra via, e per altra via assali , la cui 
venuta fue più terribile al re, tanto che 
egli non ardì essere presente, ma commise 
la guerra ad altri capitani. Adunque as- 
sente fu vinto e fuggi in mare nell' isola 
Samotrace, usando solenne rilegioni , quasi 
come i tempii e le arti potessino difendere 
lui, il quale i suoi monti e l'arme non 
avrebbero potuto difendere. Ma ni uno de' 
re piii lungamente ritenne la conscienzia 
della perduta fortuna, ma subito come 
umile escrisse allo imperadore da quel 
tempio , dov' egli era fuggito , e notando 
nella pistola lo suo nome, aggiunse re. 

Non fue alcuno più riverente che Pagolo 
della presa maiestà, perchè venuto nel co- 
spetto del nimico, ricevello nel tempio e 
menoUo nel convito, e ammonì i suoi fi- 
gliuoli , eh' eglino avessino riverenzia alla 
fortuna, alla quale fossi lecita sì grande 
cosa. Il popolo di Roma riputò tra i molti 
belli questo trionfo, e così lo vide, e durò 
la festa per spazio di tre dì; il primo di 
fumo mostrate le insegne e le tavole, il 
secondo di le arme e la moneta, il terzo 
dì e prigioni, e il re impaurito e ancora 



86 

smarrito come di subito male. Ma molto 
innanzi il popolo di Roma aveva riceuto 
la dolcezza della vettoria, che ricevessi le 
lettere del capitano, perchè in quel di 
che '1 re fu vinto in Macedonia, fu saputo 
a Roma, perchè due giovani in due bianchi 
cavagli presso il lago Giuturnese si lava- 
vano della polvere e del sangue: questi dis- 
sono la vettoria, e fu creduto nel popolo 
che fossino Castore e Polluce, perchè fur- 
no due, e che fossino presenti alla batta- 
glia, perchè erano insanguinati, e ch'egli- 
no venissino di Macedonia , perch' erano 
stanchi. 

Altra gnierra con gli Schiavi. 

La corruzione della guerra di Macedonia 
s' appiccò agli Schiavi. Egli fumo condutti 
da Perse re per danari, acciò eh' eglino 
stringessino i Romani dalle spalle, e sanza 
indugio fumo soggiogati da Anicio pre- 
tore, e bastò avere sconfitto Scordia, capo 
di quella gente; ed incontanente segui ch'e- 
glino s'arrenderne, e finalmente questa 
guerra fu finita, innanzi che a Roma si 
sapesse eh" ella fossi cominciata. 



La terza guerra di Macedonia. 

Per alcuna fortuna, quasi come gli Afri- 
cani e quegli di Macedonia avessino per 
patto, che questi fossino vinti la terza fia- 
da, amminduni mossone guerra in un tem- 
po medesimo; ma quegli di Macedonia 
prima fumo rubelli , e fu alquanto più 
grave, dispregiando quegli (1). La cagione 
della guerra quasi fu da vergognarsene, 
perchè Andrisco, uomo di vii nazione, ave- 
va insieme preso il regno e cominciata la 
guerra , ed era in dubio s' egli era servo 
franco, ma per certo era uomo soldato; 
ma perch' egli presso la gente aveva somi- 
glianza di Filippo, ed era chiamato Pseu- 
do-Filippo , con reale animo egli aveva 
forma di re e nome di re. Adunque il 
popolo di Roma, dispregiando le dette cose, 
fu contento fare la guerra per Juvenzio 
pretore, e tentò queir uomo mattamente, 
il quale era forte non solamente della pos- 
sanza di Macedonia , ma eziandio di quella 



(1) // lesto Ialino: sed prior jugiim excutit Ma- 
cedo, aliquanto, quam ante, gravior, dum con- 
temnitur. 



di Tarsia; e quegli che non erano stati 
vinti dagli veri re, fumo sconfitti da quel- 
lo non vero, anzi iraaginario e fatto per 
uno schernio. Ma sendo consolo Metello, 
fu fatta pienissimamente la vendetta del 
perduto pretore con la legione, perchè pie- 
nissimamente punì Macedonia, e menò a 
Roma in catene il capo di quella guerra , 
avendolo manifestato lo re di Tarsia, pres- 
so il quale era fuggito; e di questo con- 
fortando lui la fortuna ne' suoi mali, il 
popolo romano trionfò come di vero re. 

La terza ^erra con gli Africani. 

La terza guerra fu con Africa, e fu pic- 
cola per lo tempo, perchè fu compiuta in 
ispazio di quattro anni, e per compara- 
zione delle prime guerre fu piccola in fa- 
tiga, perchè non fu la guerra tanto con 
gli uomini, quanto con la città, ma per 
Io fine certamente fu grandissima, perchè 
alla fine Cartagine fu disfatta ; e se alcuno 
considera i momenti di tre tempi, prima- 
mente fu mosso guerra, la seconda volta fu 
fatta, la terza fu compiuta. Ma la ca- 
gione di questa guerra fune, che contra i 
patti della pace quegli avevano fatto una 



89 

armata ed apparecchiato oste, e importuni 
stimolavano il paese di Massi nissa, e a 
questo buono e collegato re era favoreg- 
giato per gli Romani; e sendo diliberata 
la guerra, fu trattato del fine della guer- 
ra. Cato, dicendo alcuni altrimenti (1), con 
perfido odio diceva che Cartagine fossi 
guasta; Scipione Nasica diceva ch'ella fos- 
si lasciata, acciò che Roma per la felicità 
non cominciassi a stare in agio , essendo 
tolta via la paura della nimica città. Il 
Senato pigliò il mezzo, che la città fossi 
mutata del luogo dov' eli' era ; e non gli 
parve che alcuna cosa fossi più signore- 
vole né più bella, che Cartagine fossi si 
fatta, che non fossi temuta. 

Adunque sendo consolo Manlio e Cen- 
sorino, il popolo di Roma assali Cartagine 
sanza speranza di fare pace, e Cartaginesi 
gli diedono le suoi navi di volontà, le quali 
egli arse in loro conspetto. Poi chiamati 
di fuori i principi, comandò che eglino 
andassino a stare altrove, s' eglino voleva- 
no ch'egli gli lasciasse salvi, la qual cosa 
parve si crudele, che mossi a ira, vollonsi 
mettere ad ogni stremità; e subito levar- 

(1) Il testo latino : et quum de alio consuleretui-. 



90 
no il pianto publicamente, e tutti insieme 
cridando alle arme, deliberarno di rubel- 
larsi ad ogni modo, non perch' eglino aves- 
sino più alcuna speranza, ma perch' eglino 
volevano più tosto che la lor terra fossi 
guasta per le mani de' nimici , che per le 
sue; e come fossi fatto lo furore di quegli 
rubelli, si può conoscere per questo, che 
per fare di nuovo l' armata disfeciono le 
case, per fare arme mettevano alla fucina 
l'oro e l'argento per rame e per ferro, e 
per le corde delle macchine le donne por- 
tavano i suoi capegli. Poi Mancino console 
per mare e per terra gli stringeva con l'as- 
sedio, e già era abbandonato il porto, il 
primo e' 1 secondo e '1 terzo muro, poi la 
sola rocca chiamata per nome Brisa, la 
quale era com' una città e faceva riscisten- 
zia, benché già fossi guasta la terra per 
grande parte. Poi pareva che '1 nome degli 
Scipioni fossi fatale in Africa. Adunque 
la Ripublica, volta all' altro Scipione, cer- 
cava porre fine alla guerra. Questo era 
stato generato da Paulo Macedonico, e il 
figliuolo del grande Scipione, per onore 
di sua gente l' aveva adottato con questa 
fortuna, ch'egli nepote disfacessi quella 
terra, la quale suo avo avea guasta; e 



91 
come le bestie che muoiono, sogliono dare 
mortali morsi , cosi fu più a fare con Car- 
tagine mezza guasta, che quando ella era 
intera. 

Ridotti i nimici in una fortezza, i Ro- 
mani tenevano assediato il porto, e quegli 
cavarno un' altro porto dall' altra parte 
della terra non per fuggire, ma perchè 
ninno credeva eh' eglino potessi no cam- 
pare, e per quello uscì fuori subito, co- 
me fossi nata, una armata. Poi in quel 
mezzo il di e di notte alcuna nuova pos- 
sanza, alcuno nuovo dificio, alcuna nuova 
brigata di quegli assediati uomini appara- 
va, quasi come una subita fiamma esce dal- 
la cenere dello morto fuoco. Ultimamente 
messo fine al fatto, ed egli avendo pianto 
il suo istato (1), arrenderonsi quarantasei 
migliara d' uomini , la qual cosa meno cre- 
derai , essendo capo di quegli Asdrubale. 
Quanto fu più forte una femina, cioè la 
moglie di quel duca, la quale presi due 
figliuoli, della cima della casa si gittò in 
terra in mezzo il fuoco , e seguì la reina 
che aveva dificato Cartagine! Come fossi 



(1) Il testo latino: Deploratis novissime rebus, 
quadraginta se millia viroruni dediderunt. 



92 
grande quella guasta città, tacendo l'altre 
cose, puossi provare per lo tempo che durò 
il fuoco, perchè continuamente in dicias- 
sette di appena si potè spegnere il fuoco, 
il quale e nemici volontariamente avevano 
messo ne' suoi tempii e nelle sue case, acciò 
che '1 trionfo fossi tolto ai Romani, dai 
quali non poteva essere difesa la cittade. 

La guerra con quegli d^Acaia. 

Quasi come in quel tèmpo fossi uno 
corso di guastare le città, incontinente 
dopo il guasto di Cartagine fu guasto Co- 
rinto, capo di Acaia, onore di Grecia, 
posto tra due mari, Jonio ed Egeo, quasi 
d'una veduta (1). E questa (che scellerata 
cosa fu a dire ed indegna) fu innanzi gua- 
sta, ch'ella fossi giudicata inimica. Critolao 
fu cagione della guerra, il quale usò centra 
i Romani la libertà data da quegli, ed è 
in dubio s' egl' ingiuriò gli ambasciadori 
romani di fatti; per certo egli gì' ingiuriò 
di parole. Fu commessa la vendetta a Me- 
tello, il quale principalmente allora ordi- 
nava Macedonia, e per questo fu fatta la 

(1) Il lesto: quasi spectaculo exposita. 



93 

guerra di Acaia. Metello consolo per le 
aperte campagne d' Elide , e per tutto il 
fiume Alfeo tagliò Critolao con lo suo oste, 
e in una battaglia era compiuta la guerra, 
e già era assediata la città; ed (oh! come 
è fatta la fortuna delle cose!) avendo com- 
battuto Metello, Mummio andò alla vitto- 
ria. Questo, sotto la degnltà dell'altro ca- 
pitano, sconfisse l'oste sopra il passo del- 
l' Istmo, e bruttò di sangue due porti ; poi 
la città fu abbandonata dai cittadini, e poi 
fu rubata, poi guasta a suono di tromba, 
e grande copia di segni, di vestimente, 
di tavole turno rubate e arse e gittate. 
Puoi sapere come grande ricchezze fossi- 
no tolte e arse per questo, che noi trovia- 
mo che quello che avanzò al fuoco di me- 
tallo da Corinto, è lodato per tutto il mon- 
do; e la ingiuria di quella ricchissima terra 
fece più preciosa la fama di quel metallo, 
perchè mescolate per lo fuoco molte statue 
ed intagli, le vene del rame e deli' 01*0 e 
dell' argento discorsono in comune. 

Cose fatte in Ispagna. 

Come Corinto seguì Cartagine, cosi Nu- 
manzia segui Corinto, e da poi per tutto 



94 
il mondo non fu toccato con le arme al- 
cuna cosa indarno. Dopo il guasto famo- 
sissimo di quelle due città, ampiamente 
per ogni parte, e non l' uno dopo l' altro, 
ma insieme, la guerra fu da ogni parte 
al postutto, sicché quasi stimolando i venti, 
parve espargere per tutto il mondo alcuni 
incendii di guerre. Ma Ispagna non ebbe 
mai tutta in animo di levarsi contra noi, e 
non gli piacque di provare con noi la sua 
possanza, e non gli piacque di mostrare 
con noi la sua signoria, o difendere publi- 
camente sua libertà; ma anco è si cir- 
condata dal mare e da' monti Pirinei, che 
per natura del sito non vi si potessi anda- 
re, ma fu innanzi assediata dai Romani, 
che ella il sentissi, e quella sola di tutte 
le Provincie conobbe la sua possanza poi 
che fu vinta. Ma durò la guerra in quella 
dugento anni dai primi Scipioni infino a 
Ceserò Augusto, ma non continuamente, e 
non fu r una guerra dopo l' altra, ma come 
le cagioni movevano; e dal cominciamento 
non fu in Ispagna la guerra con gli Spa- 
gnuoli, ma con gli Africani, e da quella 
fu la corruzione e le cagioni delle guerre. 
Le prime insegne de' Romani fumo por- 
tate per i monti Pirenei per Publio Sci- 



95 
pione, e con grande battaglie sconfissone 
Annone ed Asdrubale, fratello d'Annibale, 
ed in uno assalto sarebbe stata presa Ispa- 
gna, se quegli fortissimi uomini in quella 
medesima rettoria per inganno degli Afri- 
cani non fossino periti, avendo eglino vinto 
per terra e per mare. Adunque Scipione, 
quello che poi fu chiamato Africano, quasi 
vendicatore di suo padre e suo avolo, assali 
quella nuova e intera provincia, e quello 
incontinente prese Cartagine e le altre 
città, e non contento avere cacciati i Car- 
taginesi, fece quella tributaria a noi; e 
sottomessi al nostro imperio ogni cosa di 
qua e di là dall' Ibero, vincitore pervenne 
a Gade e all' altra riviera dell' Oceano. 

E più conservare una provincia, che ac- 
quistarla. Adunque erano mandati qua e là 
capitani, i quali insegnorono essere servi 
a quelle ferocissime e infino a quel tem- 
po libere genti, per questo impazienti di 
servitudine, con molta continua fatica e 
non sanza molte sanguinose battaglie. Cato 
Censorino con alcune battaglie domò i Cel- 
tiberi , cioè la fortezza degli Spagnuoli ; 
Gracco, padre de' Gracchi , punì quegli me- 
desimi con lo guastare di centocinquanta 
città, Metello, il quale aveva meritato sopra- 



96 
nome di Macedonico e poi Celtibero, avendo 
preso Contrebia, con maraviglioso asempro 
acquistò Nertobrige con raagiore gloria. 
Lucullo acquistò i Turduli e i Vaccei, de' 
quali il secondo Scipione con singulare bat- 
taglia, essendo chiamato re e sendo stimo- 
lato, aveva riportato grandi ricchezze. Deci- 
mo Bruto alquanto andato per più largo 
espazio, acquistò i Celtici ed i Lusitani, e 
tutti i popoli di Gallizia, e '1 fiume della 
Oblivione, temuto dai cavaliei'i; e sendo 
vincitore, cercato il lido dello Oceano, non 
volse le insegne indietro, infino che egli 
non vide, non sanza paura e spavento di 
sacrilegio, il sole cadente in mare e '1 suo 
calore soppozzato nell' acqua. Ma tutta la 
gravezza della battaglia fu con gli Lusi- 
tani e con gli Numantini, e non sanza 
cagione, perchè quegli soli delle genti di 
Spagna ebbono capitano; e sarebbe stata 
grave con tutti i Celtiberi , se '1 suo capi- 
tano non fossi stato morto nel principio 
di quegli movimenti, il quale era sommo 
uomo per sagacità e per ardire, e se si fossi 
partito Salondico, il quale maneggiando 
una lancia inargentata, come uno che in- 
dovinasse quella essergli stata mandata 
dal cielo, aveva fattosi guardare ad ogn' uo- 



97 

mo. Ma sendo con simile temerità andato 
al campo del consolo di notte, fu morto 
con una lancia da uno che guardava ap- 
presso al padiglione. Poi Viriato dirizzò i 
Lusitani , il quale fu uomo d' aguzzo scal- 
trimento; onde di cacciatore diventò ru- 
batore, e subito diventò capitano e signo- 
re, e se la fortuna l'avessi portato, era 
uno Romolo di Spagna; e non contento 
di difendere la libertà de' suoi, per spazio 
di quatordici anni guastò ogni cosa col 
fuoco e col ferro di qua e di là del fiume 
Ibero, e assalì eziandio il campo de' preto- 
ri, ruppe Claudio Unimano e l'oste, e le 
nostre insegne con le veste e con gli orna- 
menti , eh' egli aveva preso , pose per vet- 
toria ne' suoi monti. Finalmente Fabio Mas- 
simo consolo lo soperchiò; ma Pompilio 
suo successore sforzò la vettoria, perchè 
■ sendo egli cupido di compiere il fatto, as- 
sali con inganno e con aguaiti e con assas- 
sini suoi domestici quel capitano, già vinto 
e già pensante per estremità d'arrendersi; 
e diede questa gloria al nimico, eh' egli 
paressi non potere essere vinto altrimenti. 



98 



La g^uerra di Xnmanzìa. 

Quanto Numanzia fu minore in ricchez- 
ze di Cartagine e di Capua e di Corinto, 
tanto fu pari a quelle in vertù e in onore 
per nominanza, e fu sommo onore di Ispa- 
gna, se tu consideri la possanza; perchè 
fondata in uno piccolo monte sanza muro, 
sanza torri, appresso il fiume Sillata(l), con 
quattro milia Celtiberi sostenne l' oste di 
quattro milia uomini per spazio di qua- 
tuordici anni, e non sostenne solamente, 
ma sconfisselo alquanto più aspramente, e 
offeselo con patti di nostra vergogna. Ulti- 
mamente sendo manifesto che quella non 
si potessi vincere, fu bisogno quello che 
aveva guasto Cartagine, e non sanza ca- 
gione ; e se licito è confessarlo, la cagione 
di quella guerra fu più ingiusta. I Sige- 
densi, collegati e partiti e parentati de' Ro- 
mani, erano usciti delle sue mani (2), e sen- 
do pregato per quegli, non valsono i prie- 



(1) Il testo latino: apud flumen Durium sita. 

(2) Il testo: Segìdenses, socios et consanguineos, 
Romanorum manibuus elapsos exceperant; habita 
prò eis deprecatio nihil valuit. 



99 

ghi, perchè, bene ch'eglino s'erano rimossi 
da ogni corruzione di guerra, per la con- 
venzione de' patti lugli comandato eh' egli 
dessino tutte le arme. Questo fu a quegli 
barberi come gli fossi tagliato le mani. 
Adunque subito volti alle arme, avendo 
vinto Megara, fortissimo capitano, assali- 
rono Pompeo, ma nondimeno vollono pace, 
potendo fare guerra; poi assalirono Ostilio 
Mancino, e questo con continove sconfitte 
sottomissono , sì che alcuno non poteva 
sostenere vedere né udire alcuno Numan- 
tino; nondimeno con questo ancora volso- 
no pace, e fumo contenti torgli le arme, 
bene eh' eglino avessino potuto farlo mo- 
rire. 

Ma non fu meno ardente ingiuria e ver- 
gogna quella del patto di Nuraantini che 
quella da Candia (1), ma il popolo di Roma 
purgò la vergogna della presente ingiuria 
collo arrendersi di Mancino ; poi sendo 
Scipione capitano, volto a guastare le cit- 
tade e pieno dello incendio di Cartagine, 
finalmente eziandio si inasprì alla vendetta. 
Ma allora si convenne combattere più 



(1) Il testo: Sed non minus Numantini, quani 
caudini illius foederis flagrans ic-nominia etc. 



100 
aspramente con gli nostri cavalieri nel cam- 
po, che nella battaglia con gli Numantini, 
perch' erano usati ad ingiuste e servili 
opere sommamente, e avere più gente nel 
campo, che non cognoscessi arme, ed era- 
no costretti bruttarsi di fango, non volen- 
dosi imbrattare di sangue. A questi fu 
tolto via puttane e ribaldi, se non quelle 
che fossino necessarie per uso; ed allora 
fu veramente manifesto, che tanto è l' oste 
quanto lo capitano. E cosi tornato a mae- 
sterio di milizia, fu combattuto, la quale 
cosa niuno pensava mai di vedere; e av- 
venne che i Numantini, non veduti mai 
fuggire d'alcuno, si volevano arrendere, 
se gli fossi imposto cosa, ch'eglino la 
potessino comportare; ma volendo Scipione 
la vera vettoria sanza eccezione, costrinse 
in prima quegli a tanta necessità, che aven- 
do diterminato morire, vennono a batta- 
glia; ma prima mangiarono, quasi s' em- 
piessono di cai'ne cruda, quasi mezza cotta, 
per purgazione de' morti , e di cervogia , 
che cosi chiamavano gli abitatori del paese 
la bevanda fatta di fermento. Il capitano 
de' Romani conobbe la diliberazione di que- 
gli, e perciò non combattè con quegli in 
quella volta, che volevano morire. Tenen- 



101 
dogli stretti la fame, e sendo egli circon- 
dati con una fossa con le arme e con quat- 
tro muri , quegli domandavano al capitano 
la battaglia, acciò eh' egli gli uccidessi come 
valenti uomini ; e non ottenendo questo , 
piacquegli uscire fuori , e cosi usciti fumo 
alle mani e funne morti molti, e super- 
chiandogli la fame, alquanto da poi vin- 
sono; ultimamente diliberarno fuggire, e 
questo non poterò, perchè le moglie ta- 
gliarono loro le cinghie de' cavagli , e per 
amore feciono sommo peccato. Adunque 
non avendo pianto il non potere fuggire, 
volsonsi a strema rabbia e furore, e final- 
mente diterrainarono di morire, e per que- 
sto modo uccisone e suoi capitani e se 
col ferro e col veleno, e guastarne la sua 
patria, mettendo il fuoco da ogni parte. 

Affermo grandemente sé essere fortissi- 
ma e in quella avversitade beatissima città 
per quella oppenione, che serbò fede a' suoi 
compagni, e sostenne sì lungamente la sua 
gente contra il popolo di Roma, possente 
con le forze del mondo. Finalmente fu vinta 
dal grandissimo capitano, non lasciando 
di sé alcuna allegrezza ai nimici , perchè 
non si trovò uno uomo di Numanzia, che 
fossi menato preso : la preda fu d' alcuna 



102 
cosa, ma come poveri, le armi avevano 
eglino arse , e '1 trionfo fu solamente del 
nome. 

Qni cominciò a corrompersi il popolo di 
Boma. 

In fin a qui il popolo di Roma fu bello 
e piatoso e santo e magnifico; le cose del- 
l' altro tempo come fumo grandi, così piìi 
torbide e più sozze divennero, crescendo i 
vizii con quella grandezza dello imperio; 
in tanto che se alcuno divida questa sua 
terza etade oltramarina, la quale noi abbia- 
mo fatto di ducento anni, confesserà giusta- 
mente e non sanza cagione i cento anni pri- 
ma di questi , nei quali noi domammo Afri- 
ca, Macedonia, Cicilia, Ispagna, essere stati 
d' oro , come dicono e poeti , ed i cento 
seguenti di ferro e certamente sanguinosi; 
e se alcuna cosa è più crudele, perchè me- 
schiorno le guerre di Gracchi , di Drusi e 
ancora la guerra de' Servi con quella di 
Giugurta e de' Cimbri e di Mitridate , di 
quegli di Partia e di Gallia e di Germa- 
nia, per le quali la gloria montò al cielo; 
ed acciò che non manchi alcuna cosa alla 
bruttura, quelle de' gladiatori. Finalmente 



103 

volte le spade a sé medesimo, squarciò sé 
quasi per rabbia e furore per le guerre di 
Mario e di Siila, e ultimamente con le mani 
di Cesaro e di Pompeo, le quale bene che 
sieno tutte congiunte intra sé e confuse, 
tuttavia acciò che meglio appajano insie- 
me, e acciò che i peccati non facciano ru- 
more con le vertude, saranno esposte di- 
spartitamente; e prima, come noi abbiamo 
cominciato, faremo memoria delle guerre 
giuste e ragionevole con gente forestiere, 
acciò che la grandezza dello imperio, che 
cresceva ogni dì, appara; poi torneremo 
alle sozze e scellerate battaglie de' citta- 
dini. 

La gnerra d'Asia. 

Vinta [spagna infino allo Oceano, il po- 
polo di Roma stava in pace inverso 1' 0- 
riente, e non solamente in pace, ma con una 
inusitata e non conosciuta felicità; le ric- 
chezze erano lasciate per le reditadi di re, 
e coi re i regni venivano insieme. Attalo 
re de' Pergameni, figliuolo del re Eumene, 
coulegato già e di nostra milizia, lasciò per 
testamento: « Il popolo di Roma sia reda 
de' miei beni». Nei beni del re fumo queste 



104 
cose prese. Adunque per la redità il popolo 
di Roma teneva quella provincia non per 
guerra né per arme, ma (che più giusta 
cosa è) per ragione del testamento. Ma 
faticosa cosa è a dire, s'egli la perde più 
lievemente, o più lievemente la ricoverò. 
Aristouico della schiatta reale, giovane fe- 
roce, stimolò lievemente parte delle cittade 
usate ubbidire ai re; alcune che facevano 
risistenzia, prese per forza, come fu Min- 
do, Samo e Colofona, e tagliò l'oste di 
Crasso pretore e pigliò quello; ma quello 
ricordandosi di sua gente e del nome ro- 
mano, accecò con una bacchetta un bar- 
bero che '1 guardava, e stimolò quello in 
sua perdizione, la qual cosa egli voleva; 
poi fu domato da Perperna e fu preso, e 
arrendendosi fu messo in prigione. Aqui- 
lio spaziò lo resto della guerra d'Asia , e 
perchè alcune cittade s' arrendessino , av- 
velenò tutte le sue fontane; la qual cosa 
fece così vituperosa la vettoria, come tosto 
la compiè, perchè contra la ragione degli 
Dei e contra i costumi degli antichi, cor- 
ruppe con medicine non leali le arme de' 
Romani, sacre e sante infin a quel tempo. 
Finisce il secondo libro di Floro, e co- 
mincia il terzo. 



LIBRO III. 



La guerra con Giugurta in Namidia. 

Queste cose fumo fatte inverso Oriente, 
ma verso la parte di mezzodì non era si 
fatto riposo. Chi arebbe temuto in Africa 
alcuna guerra dopo la vettoria di Cartagi- 
ne? Ma non lievemente Numidia fece no- 
vità, e fece si che dopo Annibale fu temu- 
ta. Per certo il re scaltritissimo assali con 
le ricchezze il popolo di Roma, glorioso 
con le arme e da non poterlo vincere, e 
adoperò la fortuna contra 1' aspettanza 
d'ogn'uomo, che lo re eccellente d'ingan- 
ni fossi preso con inganni. Questo ebbe 
per avo Massinissa, e fu figliuolo di Mi- 
cipsa per adozione, il quale avendo dili- 
berato uccidere suoi frategli , stimolato 
dalla cupiditade del regno, non temeva più 
quegli del Senato che '1 popolo di Roma, 



106 
sotto la cui fidanza e ubidienzia era lo re- 
gno; il primo male fece per tradimento, e 
fece uccidere lempsalem, e voltossi ad Ader- 
balo; quello fuggi a Roma, e mandato am- 
basciadori con monete, ridusse il Senato 
a suo volere. Questa fu la sua prima vet- 
toria di noi. Mandati da poi alcuni, che 
partissino lo regno tra lui e Aderbale , 
similemente gli assalì, e avendo vinto in 
Iscauro i costumi de' Romani, compiè il 
peccato, eh' egli aveva cominciato, più ar- 
ditamente. Ma i mali non stanno nascosi 
lungamente, e appai-ì il peccato della cor- 
rotta ambasciata, e piacque ai Romani per- 
seguire quello omicida di frategli con la 
guerra. 

Fu mandato prima in Numidia Calpurno 
Bestia consolo; ma quello re, il quale 
sapeva che contra i Romani era più forte 
r oro che '1 ferro, ebbe pace per moneta , 
del qual male essendo accusato, e trave- 
gnendo la publica fé, fu mandato per lui 
dal Senato, e usò simile audacia, perchè 
mandato uno assassino, uccise Massiva, il 
quale domandava parte del regno di Mas- 
sinissa. E questa fu 1' altra cagione di far 
guerra contra lo re. Adunque la seguente 
vendetta fu commessa ad Albino, ma di 



107 

questo (e fu grande vergogna) il re cor- 
ruppe si r oste, che fuggendo e nostri vo- 
lontariamente, quel vinse e pigliò il campo; 
e fu aggiunto per premio della salute con 
vituperoso patto, che lasciò l' oste, il quale 
prima egli aveva comprato. 

In quel tempo a vendetta non tanto 
dello imperio di Roma, quanto della ver- 
gogna, si levò Metello, e assali lo scaltrito 
nimico, il quale alcuna volta con prieghi, 
alcuna volta con minacce, alcuna volta fa- 
cendo vista di fuggire, alcuna veramente 
fuggendo, faceva beffe con le sue arte; e 
poi che fu contento delle ruberie de' campi 
e del guastare delle ville, assali le terre 
che erano capo di Numidia, e per lungo 
ispazio volse indarno Zama, ma elio prese 
Taia, grande di gente armata, e rubbò il 
tesoro del re ; poi avendo tolte alcune cit- 
tadi al re, già fuggendo alle confini del 
suo regno, seguiva quello per gli Mauri 
e per Getulia. Poi Mario, accresciuto molto 
di gente, avendo constretto per sagramento 
quegli eh" egli aveva eletti , perchè egli era 
di vii condizione, assali lo re, il quale 
era già sconfitto e fedito; ma nondimeno 
non lo vinse più lievemente , che s' egli 
fossi stato intero e nel suo regno; il quale 



108 

vinse con alcuna meravigliosa felicità Ca- 
psa, città edificata da Ercole, posta in 
mezzo Africa, circondata da serpenti e da 
sabbione, e vinse Mulucca, città posta in 
un monte di sasso, entrato in quello uno 
di Liguria per un passo faticoso e non 
usato. Poi sconfisse gravemente appresso 
la terra di Cirta non solamente lui, ma 
eziandio Bocco re di Mauritani, il quale 
difendeva Numidia per ragione di parenta- 
do; il quale perchè non si fidava di sua 
possanza, e temeva che dopo lo altrui 
male seguissi il suo, fece il re pregio di 
sua lega e di sua amistà. E cosi quello 
fraudolentissimo re fu condutto negli ag- 
guati per gli inganni di suo suocero, e fu 
dato in mano di Siila; e finalmente il 
popolo di Roma vide Giugurta nel trionfo 
legato con le catene, ed egli, bene che 
fossi vinto e legato, vide Roma, la quale 
egli aveva preditto indarno esser da ven- 
dere, se trovassi il compratore, e che qual- 
che volta ella perirebbe. Già ebbe compra- 
tore quando fu da vendere, e non sendo 
campato, quello certo sarà, quella non 
dovere perire. 



109 

La guerra con gli Allobrogì. 

Cosi il popolo di Roma verso il mezzodì ; 
ma molto più fu a fare e per molti modi 
e pili aspramente da settentrione. Niuna 
parte è più odiosa ed il cielo più aspero. 
Adunque da ogni parte sono odiosi ni- 
mici, che dalla parte destra e dalla sinestra 
e da mezzo settentrione cominciarono. I 
Salii prima sentirono le nostre arme oltra 
le Alpi, lamentandosi di sue correrie Mar- 
silia, fidissima e amichissima città a noi; 
poi la sentirono gli AUobrogi e gli Alver- 
nii , facendo gli Edui simile lamentanza di 
quegli, e domandando gente e aiutorio a 
noi. Varo fiume è testimonio della vittoria, 
Isara e Vindelico fiumi, e Rodano più ve- 
loce degli altri. Gli elefanti impaurivano 
sommamente quella gente barbera, i quali 
sono simili alla sua crudelità. Nella vettoria 
non era alcuna cosa simile a questa e mi- 
rabile, che lo re di quegli Bituito in arme 
dorate e nella carretta d' argento , quale 
egli aveva combattuto. Di amendue vettorie 
quanto grande allegrezza siasi fatta, per 
questo almanco si può estimare, che Do- 
raicio Enobarbo e Fabio Massimo in quegli 



110 
luoghi, dove avevano combattuto, edifi- 
camo torri di sasso, e quelle di sopra or- 
narono nella vettoria con le arme de' ni- 
mici, non avendo questo per usanza i 
nostri, perche' 1 popolo di Roma non rim- 
proverò mai ai vinti nimici la sua vettoria. 

La gnerra. con i Cìmlbri, Teutoni e 
Tigurini in Gallìa Cisalpina. 

I Cimbri, Teutoni e Tigurini, fuggiti dal- 
l' estremitade di Gallia, avendo affondato il 
mare lo suo paese, cercavano sedia per 
tutto il mondo, e cacciati di Gallia e di 
Spagna, intrati in Italia, raandarno iraba- 
sciadori nel campo di Siila e da quello al 
Senato , domandando che quello popolo 
marziale gli dessi alcuno terreno quasi 
per soldo ; poi che, come volessi, usassi le 
sue mani e le sue armi. Ma che terre gli 
doveva dare il popolo di Roma, che stava 
per combattere intra sé per le leggi agra- 
rie? Adunque dato commiato a quegli, 
diterminarono ottenere con le arme quello, 
che non potevano ottenere con gli prieghi. 
Non potò sostenere Sillano lo primo as- 
salto di quegli barberi, nò Manilio il se- 
condo , né Cepione lo terzo : tutti fumo 



Ili 

messi ia fuga e cacciati del campo. Ed 
era ispacciato il fatto, se non fossi sopra- 
venuto Mario. Quello per certo non ardi 
venire alle mani con quegli, ma subito 
tenne nel campo i suoi cavalieri, infino che 
quella rabbia e quello impeto, il quale i 
barberi hanno per prodezza, se invecchiassi. 
Adunque eglino si partirono dispregiando, e 
avevano tanta speranza di pigliare Roma, 
consigliandosi s' eglino dovevano imporre 
alcuna cosa alle mogli. Venivano per le 
Alpi, che sono serraglio d'Italia, partiti 
in tre osti, non più pigramente che eglino 
avessino minacciato. Mario incontinente 
con maravigliosa prodezza prese le avan- 
zate (1), passò innanzi i nimici, e seguitò i 
Teutoni sotto il cominciare dell' Alpi in 
un luogo chiamato Aque Sestie, e, con gran- 
de favore degli Dei, vinse quegli. I nimici 
tenevano una valle e' 1 fiume che era in 
mezzo, e i nostri avevano carestia d' acqua. 
Se' 1 nostro capitano fece quello che siegue 
per bon consiglio, o se egli il fece per 
errore, è in dubio ; ma pur la prodezza 

(1) Il testo latino: mira statim velocitate occu- 
patis compendiis , praevenit hostem. — Avanzata 
nel senso di sentiero o via pili breve non è voce 
registrata. 



112 

cresciuta per lo bisogno fu cagione della 
vettoria, perchè domandando 1' oste acqua, 
disse: « Voi siete uomini; ecco che voi la 
vedete presente. » Adunque eglino combat- 
terno con si grande ardire, e fu si grande 
la mortalità dei niraici, che i Romani vin- 
citori non bevvono più acqua nel fiume, 
che sangue di quegli barberi ; e certamente 
Teutobocco suo re, tentato di mutare quat- 
tro sei cavagli, appena fuggendo montò 
in uno, e preso nel prossimo passo, fu 
maraviglioso spettacolo nel trionfo, perchè 
egli, uomo di smisurata grandezza (1), nel 
trionfo sopi'astava agli altri. 

Ispacciati al postutto i Tedeschi, volse 
ai Cimbri. Quegli (la qua! cosa non sarebbe 
creduta) di verno per le montagne di Trento, 
che sono le più alte delle Alpi, passati in 
Italia con roina, erano discesi ai nimici, e il 

(1) Nell'anno 1613, nel Del/inaio, fra le città 
di Mont-Rigaut, Serre e S. Antonio, fu scoperta 
una tomba, a circa diciolto piedi di profondità nel 
terreno, costrutta in mattoni, lunga trenta piedi, 
larga dodici e alta otto, sulla quale stava una 
tavola di marmo grigio, coli' iscrizione in lettere 
romane: TEVTOBOCVS RBX. Conteneva essa delle 
ossa d' una grandezza enorme, con medaglie d' ar- 
gento. Tale scoperta die luogo a discussioni vivis- 
sime tra i più dotti medici e chirurghi di Parigi. 



113 

fiume non per ponte né con le navi, ma 
per una sciocchezza barbarica, poi che in- 
darno ebbono tentato primamente passare 
con le mani e con gli scudi , tagliato del 
legname e gittato nel fiume, passorno; e 
se fossino andati incontinente a Roma con 
lo furioso oste, sarebbono stati a grande 
pericolo ; ma la sua fortezza diventò debole 
per la dilicanza della terra e dell* aria in 
Venezia, nella qual parte quasi Italia è 
dilicatissima ; e per questo Mario assalì 
quegli immorbiditi per lo mangiare del 
pane e della carne cotta e per la dolcezza 
del vino. Già eglino avevano domandato al 
nostro capitano il dì della battaglia, e così 
egli gli diede lo seguente. Combatterno in 
uno aperto campo chiamato Raggio (1), e in 
quella battaglia fumo i morti sessanta mila. 
Poi per tutto il dì fu combattuto. 

Questo capitano, oltr'a la prodezza, usava 
cautela secondo Annibale e l' arte da Canne ; 
e prese uno dì nebbioso, primamente acciò 
che non veduto venissi alle mani con lo 
nimico; poi uno dì ventoso, acciò che la 
polvere gli dessi negli occhi e nella faccia; 



(1) Il testo latino: In patentissimo , quem Rau- 
dium vocant, campo occurrere. 



114 

poi volse l'oste verso levante, acciò che 
per lo ripercuotere dello sprendore degli 
elmi paressi che' 1 cielo ardessi , la qual 
cosa poi fu saputa dai prigioni. Non fu 
minor battaglia con le mogli che con 
quegli, perchè quelle circondarono il cam- 
po da ogni parte con carri e con le car- 
rette, e di sopra, quasi come fossino in 
torri, combatterne con lance e con pali ; e 
per quello videsi come fussi gloriosa la sua 
morte come la sua battaglia, perchè mandato 
a Mario ambasciadori, e non ottenendo ri- 
manere in libertà né potersi fare rilegiose, 
prima ammazzarono e strangolarono tutti 
i suoi fanciugli, poi volte tra loro, ucci- 
sonsi r una l' altra con le sue mani , o 
elleno s' appiccarono agli albori. Bellove- 
so (1) suo i^e, combattendo arditamente, 
mori nella battaglia, e non sanza vendetta 
di sua morte. La gente di Tigurini, la quale 
era quasi per suo aiutorio, posta ne' monti 
Norici presso le Alpi, volta a contraria 
parte, fuggendo vituperosamente e rubando 
disparì. 

La novella di tanta liberazione d' Italia 
e del confermato imperio non fu portata 

(1) /; lesto latino: Boiorix rex. 



115 

al popolo di Roma per gli uomini secondo 
usanza; ma s'è lecito a crederla, porta- 
ronla gli Dei, perchè in quel medesimo di 
che' 1 fatto fu, fumo veduti innanti al tem- 
pio di Castore e di Polluce due giovani 
con le ghirlande d' alloro , i quali davano 
le lettei'e al pretore , e fu udito subito 
inimore che disse: « Felicemente abbiamo 
vettoria di Cimbri ». E che cosa può essere 
più maravigliosa né più bella, perchè Ro- 
ma vide in un monte la vettoria, quasi 
come levata su gli suoi monti fossi stata 
presente, la qual cosa soleva avvenire nel 
giuoco di gladiatori; e perdendo i Cimbri 
nella battaglia, il popolo di Roma faceva 
festa. 

La gnierra di Tracia. 

Dopo quegli di Macedonia, come piacque 
agli Dei, si rubellarono quegli di Tarzia; 
quegli furono già tributarli di quegli di 
Macedonia, e non fumo contenti solamente 
correre nelle prossime provinole, ma ven- 
nono infino in Tessaglia e Schiavonia e fino 
al mare Adriatico; contenti infino a quel 
confine, consentendolo la natura, lanciaro 
le loro armi in quelle acque. Per tutto quel 



116 
mezzo tempo non rimase a fare alcuna cru- 
delità contra quegli eh' eglino pigliavano, 
e facevano sacrificio agli Dei del sangue u- 
mano, bevevano con gli ossi delle teste, e 
per simili ischerni facevangli morire cosi 
di fuoco come di fumo, e con i tormenti 
traevano il parto di corpo alle femine 
gravide. Gli Scordici erano crudelissimi 
sopra tutti gli altri Traci, e oltra la for- 
tezza egli erano scaltriti; eglino sapevano 
ingegnosamente il sito delle selve e de' 
monti, e perciò 1' oste che aveva Cato, non 
fu sconfitta né messa in rotta, ma fu tutta 
presa per uno miracolo. Didio ricacciò 
quegli disparsi e rubbatori con grande 
libertà nella sua Tracia; Druso gli cacciò 
più innanzi, e vietogli eh' eglino passassero 
il Danubio; Minuzio gli disperse per tutto 
lo Ebro e perde molti de' suoi, cavalcando 
per lo fiume non sicuro per lo ghiaccio ; Pi- 
sone passò Rodope e Caucaso; Curione 
venne presso la Dacia, ma ebbe paura delle 
oscuritade de' passi ; Appio arrivò insino ai 
Sarmati; LucuUo insino al Tanai, confine 
delle genti, e infino alle paludi Meotide. 
Non si domarono quegli piìi micidiali di 
tutti gli altri nimici altrimenti che ucci- 
dendogli, e quegli eh' erano presi, erano 



117 

morti con fuoco e con ferro ; e non pareva 
alcuna cosa più aspra a quegli barberi, che 
tagliargli le mani, e lasciargli andare vivi 
a veder la sua pena. 

La gnerra con llitrìdate. 

Le genti da Ponto anno suo sito verso 
settentrione e da sinestra il mai'e, ed anno 
sopranome dal mare Pontico. Re di quelle 
genti e di quelle regioni antichissimo fu 
Oete ; dopo Artabaze, nato da sette di quegli 
di Persia; poi fu Mitridate, molto mag- 
giore di tutti, perchè con Pirro bastarono 
quattro anni, e con Annibale quattordici; 
quello fece risistenzia quaranta anni, insino 
che superchiato in tre grandissme guerre, 
fu disfatto per la felicità di Siila, per la 
vertù di Lucullo e per la grandezza di 
Pompeo. La cagione di quella guerra di- 
ceva a Cassio legato, che Nicomede re di 
Bitinia pigliava oltra i suoi confini; poi 
superbio con grand' animo per la signoria 
di tutta l'Asia, ardeva di cupidità, se 
avessi potuto acquistare la Uropia, dandogli 
speranza e fé i nostri vizii, perchè sendo 
noi in divisione di civili guerre, confortava 
lui lo destro; e da lungi Mario, Siila e 



118 
Sertorio mostravano innudo- il lato della 
republica. Tra queste piaghe della repu- 
blica e questi movimenti, subito, quasi 
preso tempo, negli affaticati e nudi una 
nuvola subita della guerra di Ponto scop- 
piò fuori come da una alta montagna di 
settentrione , e nel primo furore della 
guerra subito pigliò Bitinia, poi Asia fu 
presa da simile paura, e senza indugio le 
nostre cittade e i popoli s' arrenderono al re. 
Egli s' appresentava e instava e usava cru- 
delità quasi come prodezza, perchè niuna 
cosa fu più crudele che uno suo coman- 
damento, comandando che tutti i romani 
cittadini che fossino in Asia, fossino morti. 
Poi a le case, ai tempii, agli altari e a 
tutte le cose umane e divine fu fatto vio- 
lenzia, e questa paura di Asia apriva e- 
ziandio Europia al re. Adunque mandati 
Archelao e Neoptolemo prefetti, fuor di Ro- 
di, che per noi era stato fermo, pigliò 
possesso delle Cicladi e dell' Eubea, e te- 
neva Atene, che è 1' onore di Grecia ; e già 
la paura di quello re rifiatava sopra Italia e 
sopra la città di Roma. Adunque Lucio Siila, 
uomo perfettissimo per le arme, gli andò 
contra con sollecitudine, e cacciò indietro 
con simile violenza con la sua gente lo nimi- 



119 

co, che si faceva più innanzi ; ed in prima 
ridusse con l' assedio e con la fame a 
mangiare gli uomini Atene, madre delle 
biade; poi sommerso il porto Pireo, domò 
quel luogo forte di sei muri, e piìi perdonò 
a quegli sommamente ingrati, secondo eh' e- 
gli disse, per l' onore de' suoi passati, de' suoi 
sacrificii e della sua nominanza. Poi avendo 
cacciato da Eubea la gente del re, disperse 
in una battaglia tutto 1' oste appresso Che- 
ronia, e in un' altra appresso Orcomeno ; 
e passato subito in Asia sconfìsse lui, e 
sarebbe stato fine alla guerra , s' egli non 
avessi voluto avere più presto che vero 
trionfo di Mitridate. Ma Siila diede allora 
questo stato all' Asia ; fermò la pace con 
quegli da Ponto, da Nicomede ricevè Bi- 
tiuia , da Ariobarzane Cappadocia , e cosi 
da capo Asia era nostra, come era stata 
in prima, e Mitridate era cacciato. Adun- 
que questo non abbattè quegli da Ponto, 
anzi gli addusse a ira, perchè lo re, quasi 
adescato d' Asia e d' Europia, non la redo- 
mandava come cosa altrui, ma come cosa 
acquistata per ragione di guerra, perchè 
r avevano perduta. 

Adunque come lo fuoco non bene spento 
si rivigorisce con maggiore fiamma, così 



120 
eoa quella di nuovo accresciuta gente per 
maraviglioso modo, e finalmente con tutta 
la grandezza del suo regno, da capo torna- 
va in Asia per mare, per terra e per gli 
fiumi. Cizico, nobile città per la rocca e 
per gli dificii e per le torri di marmo, 
allumina tutto il lido del paese d'Asia; 
questa lo re assali con tutta la guerra, 
quasi come un' altra Roma ; ai cittadini 
diede speranza di difendersi la novella che 
LucuUo sopraveniva, il quale (che mara- 
vigliosa cosa è a dire) era fuggito per 
mezzo le navi de' nemici, notando sopra 
uno otre, e governandosi con gli piedi, 
vedendolo i nimici da lungi quasi com'uuo 
mostro marino. Poi volta la peste, strin- 
gendo la fame il re per la lunga dimo- 
ranza, e per la fame stimolandolo la mor- 
talità, partissi, e Cuculio il segui e scon- 
fisselo, uccidendone tanti, che Cranico ed 
Esapo fiumi se n' insanguinarono. Lo scal- 
trito re, ammaestrato dell' avarizia de' Ro- 
mani, comandò che fuggendo i suoi git- 
tassino sue valigie e some e moneta per 
fare indugiare quegli che' 1 perseguivano; 
e non fu più felice la sua fuga in terra 
che in mare, perchè la tempesta assali nel 
mare pontico 1' armata di cento navi e piìi, 



121 
e il grande apparecchiamento della guer- 
ra ; e fece si vituperoso fracasso di quelle, 
che era simile ad una sconfitta navale, 
quasi come manifestamente LucuUo per 
alcuno patto paressi avere dato a sconfig- 
gere lo re alle onde e alla tempesta e ai 
venti. Già erano abbattute tutte le forze 
del potentissimo re, ma 1' animo cresceva 
nella avversitade. Adunque voltosi a gente 
vicine, avviluppò nella sua rovina quasi 
tutto r oriente e' 1 settentrione. Sollecitava 
gli Iberi, i Caspii , gli Albani e amendue 
le Armenie, per le quali tutte cose la 
fortuna cercava a Pompeo gli onori, la 
fama e le dignitade ; il quale poi eh' egli 
vide ardere Asia di novi movimenti, e 
r uno dei re provenire dall' altro (1), pensò 
che non fossi da indugiare, fino che fossino 
ragunati insieme gli sforzi di quelle genti; 
e subito fatto uno ponte di navi, passò il 
fiume Eufrate, il quale non era stato passato 
d' alcuni altro innanzi a lui ; e trovato il re 
che fuggiva in mezzo 1' Armenia, vinselo 
in una battaglia, la quale cosa fu grande 
sua felicitade. Combatterno quella volta 



(1) Il testo: aliosque ex aliis prodire reges, vaie 
a dire un re succedere ad un altro. 



122 

di notte , e la luna tenne parte in quella 
battaglia, perchè i nimici l'avevano dalle 
spalle, e i Romani l'avevano nella faccia. 
Quegli da Ponto per errore credendo che 
le sue ombre fossino nimici, fedivano quelle, 
le quali si distendevano più da lungi; e in 
quella notte fu vinto Mitridate, perchè da 
poi non ebbe alcuna possanza, bene che 
provassi ogni cosa, a modo di serpenti, i 
quali poi che hanno rotto il capo, ultima- 
mente minacciano con la coda; perchè 
avendo egli fuggito il nimico, volle impau- 
rire con subita venuta quegli da Colchi 
e i lidi di Sicilia e la nostra Campagna, 
poi guastare il porto Pireo e congiungere 
Bosforo con gli Colchi, e per quello passo 
venne in Tarcia, in Macedonia e in Grecia, 
e cosi solamente con lo pensiero non sen- 
tito (1) assali Italia; ma prevenuto dalla 
rebbilione de' cittadini e dalla crudeltà di 
Farnace suo figliuolo, tentò prima uccidersi 
con lo veleno, e non potendo, uccisesi con 
lo ferro. 

In quel mezzo Pompeo, perseguendo lo 
resto della gente de' rubelli d' Asia , di- 
scorreva per diverse gente e per diverse 

(l) Il testo: sic Italiani nec opinatus invadere. 



123 

terre, alcuna volta seguendo gli Arminii 
verso r oriente, e preso Artasate, capo di 
quella gente, diterminò re Tigrane. Ma 
cacciato poi verso settentrione, fece la via 
per Scizia, seguendo la stella, e come per 
mare, vinse i Colchi, perdonò agi' Iberi e 
agli Albani, fece Orode re di Colchi, e 
posto il campo sotto il monte Caucaso, 
comandò che discendessino al piano. Co- 
mandò ad Artoce, signore degli Iberi, che 
dessi i figliuoli per stadigi ; fece doni ad 
Orode, il quale gli mandò d' Albania uno 
letto d' oro e altri doni , ed ancora volto 
l'oste a mezzodì, passò in Soria, Libano 
e Damasco, e passando per gli boschi odo- 
riferi d' incenso e di balsimo , portò le 
insegne de' Romani. Gli Arabi s' appresen- 
tarono, s' egli comandava alcuna cosa, ma 
i Giudei tentarono di difendere Gerusa- 
lemme; ma pure egli entrò in quella, e 
vide quello grande tempio di quella mal- 
vagia gente, aperto e patente come sotto 
uno cielo d'oro; e discordianJosi due fra- 
tegli della signoria, fé albitrio e comandò 
che fossi signore Ircano , Aristobolo fece 
mettere in prigione, perch' egli aveva rin- 
novato la questione. 

Cosi sendo capitano Pompeo, il popolo di 



124 

Roma cercò tutta l' Asia per la sua larghez- 
za, e fece media provincia il confine dello 
imperio, la quale era nella stremità di esso. 
Tutta l'Asia era domata o arrenduta, e 
tenevasi sotto le insegne di Pompeio tra lo 
mare Rosso e '1 mare Caspio e 1' Oceano, 
salvo quegli di Partia, i quali erano in 
pace coi Romani, e gli Indi, i quali non 
ci conoscevano ancora. 

La guerra con quegli di Cilizìa. (1) 

Intanto che il popolo di Roma era tratto 
per diverse parti della terra, quegli di 
Cilizia assalirono il mare , e guaste le 
mercatanzie e guasta la convenzione degli 
uomini, avevano serrato il mare con la 
guerra quasi come una tempesta. Dava 
ardire a quegli mortali e furiosi ladroni 
Asia, che era inquieta per le guerre di 
Mitridate, furiando quegli sotto lo remore 
dell' altrui guerra, non essendo puniti per 
l'odio dello estranio re. Primamente, sendo 
suo capitano Isidoro, erano contenti di 
rubare il prossimo mare tra Greti e Cirene, 

(1) Nel lesto Ialino questo capitolo è intitolato 
Bellutn Piraticura. 



125 

Acaia e '1 golfo Maliaco, il quale egli 
chiamarao d' oro per le ruberie ; e fu man- 
dato centra quegli Publio Servìlio, il quale, 
bene eh' egli impacciassi con le sue navi 
gravi e battagliere quelle dei nimici, leggie- 
re e infugate saettie, non le vinceva sanza 
spargere sangue. Non contento avergli cac- 
ciati del mare, guastò sue cittade for- 
tissime e ricche per la lunga ruberia, di- 
strusse Faselli, Olimpo, Isauro, eh' era la 
fortezza di Cilizia; onde egli, che sapeva 
la sua grande fatiga in acquistare quello, 
disiderò essere chiamalo Isaurico. Non 
per questo domati per tante sconfitte, si 
poterono tenere a stare solo in terra, ma 
come animali che hanno doppia natura di 
stare in terra e in acqua, nel partire dei 
nemici, impazienti di stare in terra, torna- 
re al mare, alquanto più allargandosi che 
prima, e cosi quella prima vettoria fu 
felice. Ma da poi Pompeio parve degno 
della vettoria, e fatta congiunta la provin- 
cia di Mitridate, elio disperse quella peste 
per tutto il mare ; e volendola spengere in 
una volta per sempre, con uno apparec- 
chiamento quasi divino 1' assalì, perchè 
abbondando delle sue navi e di quelle da 
Rodi, in compagnia con piii legati e pre- 



126 
fetti pigliò le parte tutte di Ponto e dell' 0- 
ceano. Gelilo fu posto nel mare toscano, 
Plozio nel mare di Cicilia, Gratilio assediò 
lo mare di Liguria, Pompeo quello di Gallia, 
Torquato quello di Maiorica, Tiberio Ne- 
rone lo spagnuolo, dove comincia lo nostro 
mare, Lentolo il mare di Barberia, Mar- 
cello quello d' Egitto, i figliuoli di Pompeo 
il mare Adriatico, Terenzio Varrone il 
mare Egeo, quello di Ponto e di Panfilia, 
Metello quello d'Asia, Scipione la bocca 
del mare maggioro, Cato Porzio contrapose 
le navi quasi come una porta. 

Cosi tenendo tutti i porti, tutti i golfi, 
i luoghi ascosi e i ricetti delle montagne, 
i muri e le isole, quasi ogni luogo di 
corsari circondato fu preso e serrato in 
ogni maniera. Pompeo andò in Cilizia, ori- 
gine e fontana della guerra; e non fuggi- 
vano i nimici la battaglia, non perchè 
avessino speranza, ma perchè erano asse- 
diati, parevano avere ardire; nondimeno 
non feciono alcuna cosa, se non nel primo 
assalto. Poi come eglino vidono da ogni 
parte volte a loro le prode, gittorno subito 
i remi e calorno le vele, e da ogni parte 
cominciorno a gridare, la qual cosa fu 
segno d' arrendersi, e domandorno perdo- 



127 

nanza. Non avemmo mai vettoria con si 
poco spargere di sangue, e da poi non 
trovammo alcuna gente si fedele per lo 
tempo che seguì; e fu trovato per singu- 
lare consiglio di Pompeo , che quegli , e 
quali erano uomini di mare, fossino rimossi 
lungi dal mare, e perciò egli quasi gli 
legò in campagna lungi dal mare. In quel 
tempo egli racquistò l' uso del mare alle 
nave, e diede i suoi uomini alla terra. 
Di che ti maravigliera' tu prima in questa 
vettoria ? Della prestezza , perchè fu com- 
piuta la guerra in quaranta di, o della pro- 
sperità, poiché non fu perduta una sola 
nave, o della continovanza, che da poi 
non fumo trovati corsari ? 

La guerra dì Greti. 

La guerra di Greti, se noi vogliamo sa- 
pere il vero, noi la facemo per sola cupi- 
dità di vincere quella nobile isola, e pa- 
reva eh' ella avessi dato favore a Mitridate, 
e di questo piacque fare vendetta. Il primo 
che assali quell'isola, fu Marco Antonio, 
con grande speranza e fé di vettoria, in 
tanto che egli portò più catene che arme ; 
ma egli portò pena della sua sciocchezza, 



128 
perchè i nimici pigliorno molte delle sue 
navi, e quegli eh' eglino presono , appic- 
corno con le sartie e con le vele, e cosi 
i Cretensi navicando a modo di trionfanti, 
andavano per gli suoi porti. Poi Metello 
guastò tutta queir isola con fuoco e con 
ferro, e pose il campo tra i castelli e le 
cittade, e tra Gnossi ed Eritrea e Cidonia, 
madre dell'altre cittade, secondo che i Greci 
solevano dire; e trattava si male i prigio- 
nieri, che molti s' uccidevano col veleno, 
ed alcuni mandavano a Pompeo assente, 
che si volevano arrendere a lui. Stando 
egli ne' fatti d' Asia, mandato là Antonio 
prefetto, fu glorioso nell' altrui provincia ; 
e per questo, Metello più odioso contra i 
nimici, usava la ragione del vincitore, e 
avendo vinto Lastene e Panare, capitani 
di Cidonia, tornò a casa, e non riportò 
alcuna cosa di si famosa vettoria, se non 
il sopranome, con lo quale fu chiamato 
eretico. 

La^gr^erra dell' Isole Baleariche. 

Come la casa di Metello Macedonico a- 
gli nomi delle guerre era usata, e uno de' 
figliuoli era fatto Cretico, non fu indugia 



129 

che r altro fu chiamato Balearico. L' isole 
Baleariche in quel tempo infestavano il 
mare con uno furore di corsari, e ma- 
ravigliera' ti che uomini salvatichi ab- 
biano ardito por mente agli scogli e al 
mare, ed eziandio entrare in mare, e con 
furioso assalto montare in nave non ar- 
mate; e non guardandosi, incuteva terrore 
a que' che passavano rimpetto alle isole; 
e vedendo quegli 1' armata de' Romani che 
passavano, pensando rubare, ardirono far- 
segli incontra, e nel primo assalto con una 
piova di pietre e di sassi coprirono 1' ar- 
mata. Combattè ciascuno con tre rombole 
(e ciascuno si può maravigliare), traggono 
diritto; e questo perchè quella gente non 
à altra arme, e da sua puerizia anno questo 
studio. 11 fanciullo non riceve il cibo dalla 
madre, se egli non percuote quello in prima, 
che quella gl'insegna. Ma non feciono paura 
ai Romani con le pietre per lungo spazio ; 
poi eh' eglino vennono alle mani, e prova- 
rono le prode e le lancie, a modo che 
bestie, levato il romore, fuggirono al lido, 
e fumo cercati e vinti per le montagne. 



130 

La gnerra dì Cipri. 

Era già venuta la fortuna nell' isole. 
Adunque Cipro era stata acquistata sanza 
guerra, e Tolomeo reggeva quell' isola ab- 
bondevole d' antiche ricchezze, e per que- 
sto consecrata a Venere; ma ella ebbe 
tanta nominanza di ricchezze, e non era 
falsa, che lo popolo vincitore del mondo, 
usato donare i regni, comandò a Publio 
Clodio capitano che confiscassi i beni del 
vivo e amico re. Ma quello, udito per no- 
minanza il comandamento, uccisesi di ve- 
leno. Dopo questo, Ponzio Cato fece por- 
tare a Roma con le galee quelle ric- 
chezze di Cipro, la quale rapina compiè 
meglio la tesoreria di Roma, che alcuno 
trionfo. 

La guerra Gallica per Ceserò. 

Essendo soggiogata Asia per le mani di 
Pompeo, la fortuna trasmutò in Ceserò 
quello che restava in Europia. Restavano 
i Galli ed i Germani, asprissimi sopra le 
altre genti; da poi vinse Bretagna, bene 



131 

eh' ella sia dipartita da tutto il mondo. 
Primieramente lo movimento di Gallia co- 
minciò dagli Elvezii, i quali posti tra lo 
Rodano e' 1 Reno, non bastandogli lo suo 
terreno, cercavano altra sedia; ed arse le 
sue case, giurando di non tornar mai, tol- 
sono termine a sua deliberazione. Ma in- 
dugiando quegli , Ceserò tagliò il ponte 
del Rodano e tolsegli la via a fuggire, e 
ridusse quella gente da guerra nella sua 
sedia , come lo pastore riduce la sua 
greggia nella stalla. 

La seconda pugna, la quale fu coi Belgi, 
fu molto più sanguinosa , perchè eglino 
combattevano per la libertà; e qui avendo 
fatto i cavalieri romani molte maravigliose 
cose, sopravenne quello notabile atto del 
suo capitano, che inchinando 1" oste a fug- 
gire, preso lo scudo di braccio a uno che 
fuggiva, corse nella prima schiera, e con la 
sua mano sostenne la battaglia. Poi com- 
battè con gli Veneti in navale battaglia; 
ma fu maggior battaglia con lo Oceano 
che con quelle navi, perchè quelle nuove 
e male formate subito s' affondorono, come 
sentirono le prode; ma era la battaglia 
in sulle secche con le onde, e pareva che 
lo Oceano, ritratto da battaglia, combat- 



132 

tessi con le onde. E quelle avversitade 
avvennono per la natura delle gente e de' 
luoghi. Ma gli Aquitani, gente scaltrita, 
si riducevano in spelunche, di che egli 
comandò ch'eglino fossino assediati ; quegli 
che soprastando soccorrevano per selve, 
comandò che gli fossi messo fuoco. Niuno 
dirà che i Gallici sieno solamente feroci , 
anzi fanno con inganni. Indugiomaro e 
Ambiorige convocarono i Treveri e gli 
Eburoni, e ciascuno fatta la congiura- 
zione , per r assenzia di Ceserò trovarono 
i suoi legati; ma quegli gagliardamente 
fu sostenuto da Dolobella, e fu portata la 
testa del re. Questi posto V agguato in una 
valle, offese con lo inganno; adunque fu 
guasto il campo e rubato, e in quel luogo 
perdemmo M. Cotta e Titurio Sabino le- 
gati, né da poi fu alcuna vendetta del re, 
perchè egli sempre fuggendo, stette nascoso 
oltra il Reno; né ancora il Reno fu sanza 
pena, perchè non era giusta cosa che lo 
ricettatore e difenditore di nimici fossi 
libero. 

Fu la sua prima pugna centra i Germani 
per giuste cagioni. Gli Edui si lamenta- 
vano delle correrie di quegli ; e quanta fu 
la superbia del re Ariovisto! Perchè di- 



133 

cendo i legati: « Vieni a Cesaro », ri- 
spose: « Che cosa è Ceserò? » e « S' egli 
vuole venire a me, venga; e che à egli a 
fare di quello che faccia la nostra Germa- 
nia ? » Adunque era nel campo tanta paura 
di quella nuova gente, che ciascuno da prima 
faceva testamento. Ma quanto quegli corpi 
erano magiori, tanto si potevano meglio 
fedire con lo ferro e con le spade; e che 
fervore avessi no i cavalieri combattendo, 
non si può meglio dire, se non che le- 
vandosi dì sopra dalla testa gli scudi, co- 
prendosi quegli barberi, soprastavano agli 
scudi de' Romani, e da quegli ficcavano 
le spade alla gola. Da poi ogni uomo (l) si 
lamentata va de' Germani. Allora Ceserò, 
fatto presto uno ponte di nave, passò la 
Mosella e lo stesso Reno, e cercò nimici 
nelle selve ercinie; ma eglino erano tutti 
fuggiti nelle selve e ne' paduli , tanta 
paura faceva la potenzia de' Romani ol- 
tr' alla ripa del Reno ; e non fu pure una 
volta due passato il Reno, facendo il 
ponte. Ma fu da capo alquanto maggiore 
paura, perchè com' eglino vidono preso il 

(1) Il testo latino: Iterum de Germano Tencteri 
querebantur. 



134 

Reno con lo fatto ponte quasi con uno 
giogo, fuggi rno da capo nelle selve e ne' 
paduli, ma non fu trovato alcuno che si 
potessi vincere, la qual cosa fu gravissima 
a Ceserò. 

Preso ogni cosa in terra e in mare, 
guardò allo Oceano, e quasi come ai Ro- 
mani non bastassi questo mondo, cercò 
d' un altro. Aduuque apparecchiato 1' ar- 
mata, andò in Inghilterra, e passò con 
raaravigliosa prestezza, perchè partendosi 
alla terza ora dal porto de' Merini, eistrò 
neir isola innanzi mezzodì, dove i lidi erano 
pieni di roraori, e correvano le paurose 
carrette a vedere la novità della cosa. A- 
dunque la paura diede la vettoria, e quegli 
paurosi diederle arme e gli stadigi ; e sa- 
rebbe andato piti oltre , se 1' Oceano non 
avessi ritenuto l' armata con la tempesta. 
Adunque tornato in Gallia, fatto maggiore 
sforzo, con l'armata tornò da capo in 
quello medesimo Oceano ed Inghilterra, 
seguendo l' isole Calidonie, e appresso fece 
prigione uno de' re Caveliani ; e contento 
delle dette cose, perchè non attendeva alla 
provincia ma alla nominanza, tornò indie- 
tro con maggiore preda che prima, avendo 
il mare più queto e piìi favorevole, quasi 



135 

come s' egli confessassi essere obbediente. 
Ma allora fu una congiurazione molto 
maggiore dell'altre, e fu 1' ultima in Gallia: 
quello terribile uomo per la grandezza e 
per le arme e per 1' ardire ed eziandio per 
lo nome, Vergingetorige, quasi per una 
composizione paurosa, contrasse insieme 
gli Alverni, i Biturigi, i Carnuti e i Se- 
quani (1). Quegli ne' dì delle feste facendo 
concini per gli boschi, ragionando quegli 
con feroce parole, dirizzogli a ragione di 
libertà. In quel tempo era Ceserò a Ra- 
venna, dove egli faceva gente; per lo verno 
erano cresciute per la neve le Alpi, e così 
quegli pensavano che fossi serrata la via; 
ma quello, come che '1 fossi apparecchiato 
alla novella, con felicissimo ardire e per mon- 
tagne sanza via in quello tempo, per vie 
non sapute e per le neve con poca gente 
tornò in Gallia, e ragunò lo suo oste di 
lontani luoghi, ne' quali faceva lo verno; 
e fu con r oste in mezzo la Gallia, innanzi 
che fossi sentito nella estremità. Allora 
assalì le principali cittade della guerra, e 
vinse Avarico, dove erano quaranta milia 



(1) Oggi chiamati i paesi d' Auvergne , Berry , 
Chartres e Franca Contea. 



136 

combattitori, guastò con Io fuoco Alessia, 
dov' erano dugento quaranta milia giovani 
a difesa. Ma tutto il peso della guerra fu 
a Gergovia, terra degli Alvernii, perchè 
quella grandissima città era difesa da ot- 
tanta mila uomini per numero, da mura, 
rocche e tagliate, la quale egli circondò 
con uno steccato, con pali, fosse e argeri ; 
prima la domò con la fame, e poi ve- 
dendo quegli della terra uscir fuori, tagliòli 
allo steccato con le spade e con pali, e 
ultimamente gli costrinse a rendersi. Lo 
re di quegli, in grande onore della vettoria, 
venuto nel campo, umilmente si gittò in- 
nanzi ai piedi di Ceserò, e deposte le sue 
arme e gli suoi ornamenti, disse: « Tu 
ài me forte uomo, e tu sommamente m'ài 
vinto ». 

La gaerra di Partia. 

Domando Ceserò per lo popolo di Roma 
i Gallici verso settentrione, in quel mezzo 
egli ricevè grave percossa verso levante da 
quegli di Partia. Non ci potemo lamen- 
tare della fortuna: la nostra sconfitta non 
ha di che si consoli ; avendo contrari gli 
Dei e gli uomini , disiderando la cupidità 



137 

di Crasso consolo 1' oro di Partia, fu punita 
quella cupidità con» una sconfitta d' undici 
leglioni e colla testa di quello medesimo. 
Metello, tribuno del popolo, promise agli 
Dei de' nimici il capitano, uscendo egli 
a campo, e avendo passato 1' oste Zeuraa 
città, l'Eufrate atfondò le insegne rapite 
da subiti venti; e avendo posto il campo 
presso a Niceforio , ambasciatori mandati 
da Orode re dinunziaro, che egli si ricor- 
dassi de' patti fermati con Pompeio e con 
Siila. Quello, cupido de' tesori del re, ri- 
spose, non pensando ad alcuna cosa di 
ragione, che darebbe la risposta a Seleu- 
cia. Adunque gli Dei vendicatori della pace 
non mancorono al tradimento né alla pro- 
dezza de' nimici. Già avevano lasciato dalle 
spalle lo Eufrate, il quale solo poteva por- 
tare la vettuaglia all' oste, e che era for- 
tezza a quegli. Poi per guida d' uno Ma- 
zara di Soria, secondo che fu creduto, il 
quale fintamente era fuggito , vennono in 
mezzo le campagne, da ogni parte avendo 
i nimici. Adunque appena egli era arrivato 
a Carra, quando da ogni parte Sillaces e 
Surena, prefetti del re, mostravano le inse- 
gne d' oro e di seta. Allora sanza indugia 
sparti e cavalieri intorno, spargevano di- 



138 
verse maniere di saette a modo di gra- 
gnuole e a modo di»nembi, e cosi con 
raaravigliosa sconfitta fu disperso l' oste. 
Elio, tentato di parlamento, facendo segno, 
veniva nelle mani de' nimici ; ma quegli 
barberi avrebbono morto il capitano, se i 
tribuni non avessino ritenuto lui che fug- 
giva, e cosi fu per schernia portata la sua 
testa al nimico. 11 figliuolo quasi in pre- 
senzia del padre fu morto da quegli me- 
desimi. L' avanzo dello sciagurato oste , 
come ciascuno potè fuggire, arrivò in Ar- 
minia, in Cilizia e in Soria, e appena 
riportarono la novella della sconfitta. La 
testa e la destra mano di Crasso fu per 
dispregio appresentata al l'e, e non fu cosa 
indegna; fugli scolato nella gola oro, acciò 
che '1 suo corpo morto bevessi oro, lo cui 
animo era arso di cupiditade di quello. 

Sommaria ripetizione delle discordie 

de' Bomani, e la cagione delle 

gnerre civili. 

Questa è la terza etade del popolo ro- 
mano, nella quale ardito uscire d'Italia, 
portò le sue arme per tutto il mondo, della 
cui età e cento primi anni fumo santi e pia- 



139 

tosi, e come mondissimo oro sanza peccato 
e sanza malvagità, infino che durò la in- 
tegrità di quella setta pastorale pura e 
innocente, e infino che durando la paura 
della nimistà degli Africani, tenevano l' an- 
tica disciplina; ed i seguenti cento anni, 
nei quali noi vivemmo dalla distruzione di 
Cartagine e di Corinto e di Numanzia, e 
con la eredità d' Asia dello re Attalo, fino 
a Ceserò e Pompeo e ad Augusto, il quale 
segui questi (del quale noi diremo), come 
fumo magnifichi per la chiarezza delle 
cose e delle battaglie, così fumo miseri e 
di grande vergogna per gli mali fatti in 
casa. Perchè come fu bella e onorabile 
cosa avere acquistata Gallia, Tracia, Cilizia, 
Cappadocia, ricchissime provinole, e gli 
Armeni e gli Britanni, non per uso, ma 
per bellezza dello imperio , cosi in uno 
medesimo tempo fu brutta e miserabile 
cosa avere combattuto in casa con i cit- 
tadini e con i compagni e servi, e con gli 
gladiatori e tutto il senato intra sé; e non 
so se fossi stato meglio contentarsi di 
Sicilia e d' Africa, o non avere acquistate 
quelle, e signoreggiare nella sua Italia, 
e crescere a tanta grandezza, che guastarsi 
con le sue forze. E che altra cosa, se non 



140 
la troppa felicità, produsse i furori civili ? 
Siria prima corruppe noi come fu vinta, 
poi la redità del re Asiatico da Pergamo ; 
quella possanza e quelle ricchezze afflissero 
i costumi di quel tempo, e calpestarono 
la ripubblica, soppozzata in vizi come una 
sentina. E d' onde domandava il popolo di 
Roma terreni e vittuaglia, se non per la 
fame, la quale aveva fatta per la troppa 
abondanzia ? 

Adunque per questo fu la prima e la 
seconda discordia di Gracchi, e la terza 
d' Apuleio. Onde avvenne, che separatisi 
dal Senato i cavalieri , regnassino per le 
legge giudiciarie, se non per 1' avarizia, 
acciò che le gabelle e le sentenzie fossino 
per lucro acquistate? Per questo fu pro- 
messo dacapo la civilità agi' Italici, e per 
questo fu la guerra con gli collegati. 
Che diremo della guerra de' servi? Non 
venn' ella per 1' abbondanzia di famiglie ? 
Onde fu 1' oste de' gladiatori contra i suoi 
signori, se non per 1' ampia cortesia usata 
per conciliare il favore del popolo, dando 
quelli opera ai giuochi, e le pene già date 
ai nimici facendo a noi (1) arte di giuochi? 

(1) Cioè le guerre de' gladiatori provennero dal 
profuso spendere fallo per acquistare V aura pò- 



141 

Ma tocchiamo più notabili vizii. Non fu egli 
stimolata la cupidità dalle ricchezze? Per 
questo fu la tempesta di Mario e di Siila. 
Non venne dalle ricchezze il magnifico 
apparecchiamento de' conviti e i doni di 
grande spesa, la quale incontanente partorì 
povertà? Questo incitò Catellina contra la 
sua patria. Finalmente onde venne la cu- 
pidità della grandezza e della signoria, se 
non dalle troppe ricchezze? Questa armò 
Ceserò e Pompeo di furiali faci in distru- 
zione della ripublica. Adunque io seguirò 
per ordine tutti questi movimenti del po- 
polo di Roma dentro da casa, dispartiti 
dalle guerre giuste con gente stranie. 

Onde ebbono principio le discordie. 

La possanza de' tribuni destò tutte le 
discordie e le cagioni, le quale erano sotto 
ispecie di difendere il popolo, in cui aiuto- 
rio queir ufficio fu trovato. Ma in effetto cre- 
scevano i tribuni in signoria, acquistando 
il favore e la benivoglienza del popolo con 

polare negli spettacoli, i quali dove prima erano 
supplizi e tormenti inflitti ai nemici, si mutarono 
poi in arti e giuochi per dar gusto al popolo. 



142 
le legge agrarie, frumentarie e giudiziarie. 
In tutte era apparenzia di equità, perchè 
quale cosa è più giusta, che se il Senato 
dava al popolo la sua ragione, acciò che 
quello popolo, il quale era vincitore di 
tutte le genti e posseditore del mondo, 
non fossi cacciato dalla religione e dai sa- 
crifìcii? Che cos'era si giusta, come che '1 
povero popolo vivessi della sua tesoreria ? 
Che cos' era più efficace a fare uguale ra- 
gione della libertade, che regnando il se- 
nato le Provincie, 1' autoritade dell' ordine 
della cavalleria almeno si fermassi nella 
signoria de' giudici? Ma queste medesime 
cose tornaveno in distruzione, e la misera 
ripublica era il pagamento a sua disfa- 
zione: e mutata la signoria de' giudizii dal 
senato ai cavalieri, gravava le gabelle, pa- 
trimonio dell'imperio, e le compere del 
formento votavano la tesoreria, eh' è i nervi 
della republica. Onde potevasi ridurre il 
popolo ne' campi sanza disfazione de' pos- 
seditori, i quali medesimi erano parte del 
popolo? E nondimeno possedevano le sedie 
quasi per ragione di reditade, le quali da 
gran tempo gli erano lasciate da i suoi 
maggiori. 



143 
La discordia di Tiberio Gracco. 

La prima facella di discordia accese 
Gracco , il quale era lievemente da essere 
signore per la sua schiatta, per la sua 
apparenzia e per la sua loquenzia; ma per 
questo temendo la corruzione della setta 
di Mancino, perchè egli era stato promet- 
titore al trattato ed era popolare, o perchè 
egli fosse mosso da giusto e buon animo, 
perchè avessi compassione al popolo pri- 
vato delle sue possessione, acciò che '1 
popolo vincitore delle genti e posseditore 
del mondo non fossi cacciato della sua 
patria e delle sue case, come che 1' animo 
fossi fatto, ardi grande cosa. Poiché fu 
venuto lo diterminato di, accompagnato da 
molta gente, montò in palazzo, e non 
mancò che si gli facessi incontro tutti 1 
nobili e parte dei tribuni ;■ ma poi eh' egli 
vide Gneo Ottavio contraporsi con sue 
leggi centra la giustizia del collegio e la 
forza di sua possanza, prese quello con la 
mano e cacciòlo del consiglio , e in tanto 
lo impauri con le minacce della presente 
morte, che quello fu costretto rinunziare 
al magistrato, e cosi fu criato triumviro a 



144 
dividere i campi. Volendo egli che si fossi 
allungato 1' ufHcio per seguire la impresa 
lo di de' coraizii , cominciarono a essere 
morti alcuni nel palazzo, facendoglisi incon- 
tro una brigata di notabili e di quei eh' egli 
avea cacciati dai campi. Poi essendo fug- 
gito quello in Campodoglio, e confortando 
il popolo a difensione della sua salute, 
toccandosi il capo con le mani, fece segno 
d' uno che domandassi la signoria della 
corona; e cosi per guida di Scipione Na- 
sica stimolato il popolo ad arme, quasi di 
ragione fu morto. 

La discordia di Caio Gracco fratello. 

Subito e non con minore furore si levò 
Tiberio Gracco, vendicatore della morte e 
delle leggi del fratello. Con simile tumulto 
e paura mosse il popolo ne' campi de' suoi 
passati, e domandava per nodrimento del 
popolo la nuova reditade di Attalo; e già 
troppo grande e potente pel secondo tribu- 
nato per lo favore del popolo, essendo 
ardito Minuzie di guastare le sue leggi, 
usando la possanza de' compagni, assali 
Campodoglio, il quale era la morte della 
sua famiglia. Indi cacciato con la morte 



145 

de' suoi parenti, ridussesi su Aventino, 
e di quel luogo fattosegli incontra la parte 
del Senato, fu vinto da Opiraio consolo; 
e fu proceduto con la morte contra i 
suoi seguaci (1), e provveduto di moneta 
agli ucciditori del maledetto tribuno. 

La discordia di Apuleio. 

Nondimeno Apulegio Saturnino non cessò 
di confermare le leggi di Gracchi ; tant' a- 
nimo dava Mario a quell' uomo , il quale 
sempre nimico de' nobili, nel suo consolato 
fidandosi, aveva morto palesemente ne' co- 
mizii Annio, il quale domandava insieme 
con lui lo tribunato, e in luogo di quello 
s' era sforzato sostituire Caio Gracco , uo- 
mo che non era d' alcuno tribo , e non 
aveva alcuna nominanza; ma avendo ag- 
giunto il titolo, egli medesimo s' adottava, 
e levandosi con tanta e si grande schernia 
sanza portarne pena, soprastette sì arden- 
temente per sostenere le leggi de' Gracchi, 
eh' egli costrinse eziandio il Senato a giurare, 

(1) Il testo latino: Insultatum quoque niortis re- 
liquiis , et illud sacrosanctum caput tribuni plebis 
percussoribus auro pensatum est. 

10 



146 
minacciando egli l' interdizione dell' acqua 
e del fuoco a quegli che non consentivano ; 
nondimeno fu uno tra quegli, che volle 
più tosto andare in esilio. Adunque poiché 
Metello fu fuggito , essendo percossi tutti 
i nobili, avendo quello già signore regnato 
tre anni, era pervenuto a tanta matteria, 
ch'egli turbava i comizii de' consoli, a- 
vendo di nuovo morto alcuno per fare 
consolo Glaucia, esegui tore del suo furore ; 
e comandò che fossi morto Caio Meni mio, 
il quale concorreva con quello, e in quello 
tumulto s' allegrò essere chiamato re dai 
suoi famigli. Allora lo Senato tenendo 
trattato , e Mario sendo consolo e a lui 
nemico, per non poterlo più difendere nella 
piazza venneno le schiere; onde cacciato 
di quel luogo, ridussesi in Campodoglio; 
ma essendovi quello assediato, domandò 
per ambasciadori perdonanza al Senato, e 
partendosi di Campidoglio con gli caporali 
della setta , fu ricevuto nella corte. In 
quello luogo, correndo il popolo, fu am- 
mazzato con le pietre e con i bastoni, 
perfino che tutto lo copersono con quelle. 



147 
La discordia di Draso. 

Ultimamente Livio Druso non solamente 
con la forza del tribunale, ma eziandio 
con r autorità del senato e di consenti- 
mento di tutta Italia, si sforzò d' approvare 
quelle leggi ; e cercando una cosa d' un' al- 
tra, scoperse tanto fuoco, che non si poteva 
comportare la prima fiamma di quello, e 
morto subito, lasciò a quegli che rimasono 
una guerra ereditaria. Per la legge judi- 
ciaria i Gracchi avevano diviso il popolo 
di Roma, e avevano ad una città fatto 
due capi (1). I cavalieri romani erano 
fortificati di tanta autorità, che avendo in 
mano la fortuna e le ricchezze dei prin- 
cipi, prese le gabelle, per sua autoritade 
movevano la ripublica. Lo Senato, indebo- 
lito per lo esilio di Metello e per la dan- 
nazione di Rutilio, aveva perduto ogni 
onore di sua maestà; e stando così le cose, 
essendo pari di possanza d' animo e di di- 
gnità (onde era venuta audacia a Livio 
Druso), Servilio Cepione difendeva V ordine 

(2) Il testo Ialino: et bicipitem ex una fecerant 
civitatem, cioè d' una città n' avean fatto due. 



148 
equestre, e Livio Druso il senato. Già 
erano presenti le insegne, le aquile e le 
bandiere; poi in una città si era cosi in di- 
scordia, come in due osti. Cepione in prima 
assali il Senato, e disse che Scauro e Fi- 
lippo, principi de' nobili, erano cupidi di 
signoria. Druso per risistere a quegli mo- 
vimenti, chiamò a sé il popolo per le leggi 
de' Gracchi, e accostò i compagni al popolo 
per speranza di signoria; ed era la sua 
voce non avere lasciato alcuna cosa a do- 
nare, salvo se alcuno volessi partire lo 
fango il cielo. Era già il di che si do- 
veva promulgare le leggi, e subito da ogni 
parte appareva tanta moltitudine d'uomini, 
che pareva che sopravenuti i nimici, Roma 
fossi assediata; nondimeno Filippo con- 
solo ardì contradire quelle leggi, ma un 
banditore lo pigliò nella gola, e non lo 
lasciò infìno che non gli fece uscire lo 
sangue per gli occhi e per la bocca. Cosi 
per forza le leggi fumo promulgate e con- 
fermate; e subito i compagni domandorono 
il pregio di sua fatica, e in quel mezzo 
la presta morte spacciò Druso, debile e 
dolente delle cose mosse stoltamente, es- 
sendo egli in si fatto pericolo; ma i com- 
pagni non lasciarono per quello di doraan- 



149 
dare con le arme al popolo le cose, che 
a quelli aveva promesso Di-uso. 

La guerra con gli collegati. 

La guerra de' compagni ( bene che sieno 
chiamati cosi, perchè sia avuta meno in 
odio)j se noi vogliamo nondimeno dire il 
vero, fu guerra civile, perchè il popolo di 
Roma era mescolato di Toscani e di Latini 
e di Sabini, e di tutti fece un sangue e di 
tutte le membra un corpo, e di tutti è 
uno; e non si rubellavano con minori mali 
i compagni dentro da Italia, che i cittadini 
dentro da Roma. 

Adunque domandando i Toscani collegati 
giustissimamente la cittadinanza, eh' eglino 
avevano accresciuta di possanza, alla quale 
speranza gli aveva dirizzato Druso per la 
cupidità che quegli aveva di signoreggiare, 
poscia che quegli era morto nel peccato della 
sua patria (1), quella facella che accese lui, 
accese i compagni a pigliare arme e a volere 
vincere Roma. E che cosa fu di più tristizia. 



(1) // testo latino: postquam ilio domestico sce- 
lere oppressus est, poiché Druso rimase oppresso 
dalia perfidia de' suoi domestici. 



150 
che quella peste ? E che cosa fu di più mise- 
ria, levandosi centra Roma sua madre tutti 
i Latini, la Marca Toscana e tutta Campa- 
gna e ultimamente tutta Italia , avendo 
tutti i collegati tutta sua possanza e fedeltà 
ciascuno sotto suoi segni? Popedio teneva 
i Marsi, e i Latini Afranio; teneva gli 
Umbri tutto lo Senato e i consoli, teneva 
Sannio e Lucania Telesino; e non poten- 
dosi reggere il popolo di Roma, rettore 
dei re e delle genti, andavano quegli da 
Corfinia contro Roma, vincitrice d' Asia e 
d' Uropia. 

Lo primo consiglio della guerra fu in 
monte Albano, ciò è che fu il di della festa 
delle ferie latine che fu risoluto di far 
morire lulio Ceserò e Marzio Filippo con- 
soli, mentre facessino sacrificio; e poiché 
fue manifestato quello male per lo agurio, 
lo furore cominciò ad Ascoli , dove fumo 
morti gli ambasciadori di Roma, i quali al- 
lora erano presenti tra la moltitudine in sui 
giuochi ; e quello fu uno consecrare di cru- 
del guerra. Poi da ogni parte di Italia 
discorrendo Popedio autore e capitano della 
.guerra, fumo uditi sonare diversi suoni per 
le cittade e per gli popoli, e non fece tanti 
mali Annibale né Pirro. Ecco che fu combat- 



151 
tuto Ocricolo; Grumento e Fiesole, Carseoli, 
Rieti, Nocera e Picenzia furno aperte e gua- 
ste con ferro e con fuoco. Fu sconfitta la 
gente di Rutilio, fu sconfitta la gente di Ce- 
pione, e Giulio Ceserò avendo perduto l'oste, 
ed egli essendo riputato morto, con misera- 
bile sepoltura fecesi andare incontro mezza 
Roma. Ma la gran fortuna del popolo di 
Roma, sempre maggiore nelle avversitade, 
levossi nuovamente con tutte forze, e assali 
que' popoli ad uno ad uno: Cato spacciò 
e Toscani, Gabinio i Marsi, Carbone i 
Lucani, Siila i Sanniti, e Pompeo Strabo, 
guastando ogni cosa con fuoco e con ferro, 
non puose fine a 1' uccisione, infino che 
egli non guastò Ascoli, e eh' egli non fece 
sacrificio alle anime di tanti osti e di tanti 
consoli e di tante guaste cittadi. 

La guerra con gii Servi. 

In ogni modo come che fossi combattuto 
con gli compagni, almeno era la discordia 
con gente libere e nobili. Ma chi porta 
pazientemente la guerra de' servi contra 
il popolo signore del mondo ? Primamente 
la guerra de' servi fu nel principio in 
Roma , essendo capo Erdonio Sabino, e 



152 
combatterono in Roma quando essendo Ro- 
ma occupata per le discordie de' tribuni, 
Campodoglio fu assediato e fu preso per 
lo consolo ; ma questo fu più tosto tumulto 
che guerra. Poi presa signoria per diverse 
parti del mondo, chi crederebbe che Cicilia 
fossi molto più guasta per la guerra de' 
servi e con molto più sangue, che per la 
guerra degli Africani ? 

Erano i terreni fruttevoli di biade, e la 
provincia, quasi ne' barchi di Roma, era 
occupata ampiamente da' campi de' citta- 
dini romani, ed in quella erano tenuti a 
lavorare la terra per grande quantitade 
servi, presi con le ferule e legati con ca- 
tene; e questi diedono cagione alla guerra. 
Uno di Soria, chiamato per nome Euno, il 
quale mi fa ricordare la grandezza de' mali, 
infingendosi essere furioso , scrollando la 
testa innanzi alla dea di Soria (1), stimolò i 
servi a libertà ed a pigliare arme, quasi 
di comandamento degli Dei; e gridando 
egli che quello eh' era fatto, procedeva da 
Dio, avendosi messo e tenendo in bocca 
una noce piena di fuoco e di zolfo, sof- 
fiando fuori lievemente una fiamma, spar- 

(1) La dea Cibele, secondo alcuni commentatori. 



153 

geva quella tra le parole. Questo miracolo 
primieramente fece un' oste di domila uo- 
mini; poi rotte le catene, crescendo la 
guerra, fece un'oste di più di sessanta 
milia; ed era adornato d'ornamenti reali, 
acciò che non mancassi alcuna cosa ai 
mali, e guastava con miserabile rovina 
castegli, fortezze e ville. Ancora per quella 
medesima strema vergogna di guerra fu 
preso il campo de' pretori, e non me sera 
grave nominargli: il campo di Manilio, 
di Lentulo, di Pisone, di Ipsaco. Adunque 
quegli, i quali doveano essere presi per 
fuggitivi, perseguivano con la battaglia i 
pretori capitani che fuggivano. 

Finalmente fatto capitano Perperna,^fu 
fatto vendetta di quegli. Questo avendogli 
sconfitti, ultimamente gli assediò presso 
al monte Etna (1) con la fame, quasi con una 
pestilenzia; quegli che avanzavano, menogli 
presi in ceppi ed in catene, e a modo di 
rubatori fegli porre in croce; e fu contento 
ricevere da' servi ovazione, acciò che non 
offendessi la deguità del trionfo con la de- 



(1) Il testo Ialino : apud Ennam, città di Sicilia^ 
ora Castro Giovanni. 



154 
scrizione de' servi (1). Appena ancora quella 
isola respirava, e subito dai servi e da uno 
di Scria fue fatto mutazione ad uno Cilice. 
Atenio pastore, avendo morto lo suo si- 
gnore, trasse la famiglia de' servi di quello, 
e die ordine a quella sotto una insegna. 
Quegli vestito di porpora e eoa la bac- 
chetta reale d' argento , con la fronte or- 
nata a modo di re, ragunò oste non minore, 
che prima aveva fatto quello furioso; e 
molto più aspramente, quasi come egli ven- 
dicassi quello, furiava centra le ville, le città 
e i castelli , contra i signori e contra i 
servi più odiosamente che contra i fuggi- 
tivi; e da questo fumo sconfitti gli osti 
del pretore, e fu preso il campo di Ser- 
vilio ed il campo di Lucullo Ma Aquilio 
seguitò r asempro di Perperna, e condusse 
lo nimico ad estremità con lo suo assedio, 
ed indebolita quella gente con le arme, 
lievemente la disperse con la fame; e sa- 
rebbonsi arrenduti, se non che per paura 
de' tormenti uccisonsi volontariamente, e 
non si potè fare vendetta del capitano, ben 



(1) Vuol dir qui Floro, che Perpenna appa- 
gassi dell' ovazione per non diminuire la dignità 
del trionfo, col titolo d' una guerra contro schiavi. 



155 

eh' egli fossi pi'eso, perchè contendendo la 
moltitudine pigliare quello, egli già pri- 
gione fu tagliato tra le mani di quegli 
che '1 volevano (1). 

La guerra con Spartaco. 

Porta pazientemente la vergogna della 
guerra de' servi, perchè eglino in ogni 
cosa sono odiosi per fortuna, e nondime- 
no perchè sono uomini quasi di seconda 
schiatta , abbiamgli ne' beni di nostra 
libertà. Ma io non so con che nome io 
chiami la guerra mossa, essendo Spartaco 
capitano, poiché sendo estati i servi cava- 
lieri e i gladiatori signori, e quegli sieno 
uomini di menoma condizione, e questi di 
pessima, aggiungono miseria alla schernia. 
Spartaco, Griso, Enomao, rotto il giuoco 
di Lentulo, con trenta e più compagni di 
sua condizione si partirono da Capoa, e 
chiamati servi a sua insegna, ragunaronsi 
subito dieci milia uomini e più, e non con- 
tenti solamente essere fuggiti, già si vole- 
vano vendicare. Prima gli piacque ridursi 

(1) Fu dilaniato da coloro che se lo contrasla- 
vano : inter rixautium raanus praeda lacerata est. 



156 
a Vesuvio monte, come ad uno tempio; e 
sendo assediati da Clodio Glabrione, asso- 
garsi per la scesa del cavo monte con 
seghe di vite appiè del monte, e discesi a 
basso, pigliarono il campo del capitano con 
subito furore, non pensando egli si fatta 
cosa, e da poi 1' altro campo, e poi discor- 
sono a Cora e per tutta Campagna ; e non 
contenti di guastare le ville e i borghi, 
rubarono con terribile disfazione Nola , 
Nocera, Turio e Metaponto. 

Traendo gente ogni di a quegli, e già 
essendo grande oste, eglino che prima 
avevano scudi di vimini e di scorze, face- 
vano espade ed arme del ferro delle sue 
catene; ed acciò che non mancassi alcuna 
vergogna a quello giusto oste, domavano 
le bestie che eglino pigliavano, per fare 
cavalieri; e tolte le insegne di quegli che 
eglino rubavano, portavanle al capitano, 
e quello diventato di soldato di Tarzia 
cavaliere fuggitivo ; poi rubatore ; poi levato 
in onore di fortezza, gladiatore, faceva sep- 
pellire i corpi de' capitani morti nella 
battaglia con degnitade d' imperadore, ed 
intorno alla sepoltura faceva combattere 
con le arme quegli che erano prigioni, 
quasi com' egli volessi chiaramente purgare 



157 
ogni sua passata viltà, diventando egli di 
gladiatore donatore. Poi assaliti i consoli, 
sconfisse l'oste di Lentulo in Apennino, 
e appresso di Modena sconfisse 1' oste e '1 
campo di Gaio Cassio ; per le quali vettorie 
insuperbito, diiiberava assalire la città, la 
qual cosa basta a nostra vergogna. 

Finalmente con tutta la forza dello im- 
pei'io fu proceduto contra Mirmillone (1), e 
Licinio Crasso purgò la vergogna, e gli 
nimici fuggirno nella strema parte d' Italia. 
In quel luogo serrati in uno cantone di 
Bruzzi, apparecchiandosi eglino a fuggire 
in Cicilia, non avendo navigli, provarno 
indarno fare navi con vasselli e graticci 
nello correntissirao mare. Finalmente usciti 
fuori , morirono come si conveniva a va- 
lenti uomini, e combatterono sanza scam- 
biarsi, la qual cosa convenne, perchè com- 
batterno sotto uno gladiatore. Spartaco 
nella prima eschiera combattendo arditis- 
simamente come capitano , fu morto. 



(1) Il titolo di Mirmillone è dato qui per anto- 
nomasia a Spartaco, per indicarlo gladiatore. 



158 
La guerra civile di Mario e di Siila. 

Questo solo male mancava al popolo di 
Roma, che già intra sé in casa surgessi la 
guerra della patria, e in mezzo Roma e 
in mezzo la piazza, quasi come nella rena 
a modo di gladiatori, combattessino cittadi- 
no con cittadino. Con più paziente animo 
portare', come che fossi fatto, se fossino 
stati capitani del popolo, o, essendo nobili, 
fossero stati almeno di bassa condizione 
a far via alle crudeltadi. Ma che peccato fu 
quello, che si fatti uomini e sì fatti capitani, 
onore ed ornamento del suo tempo, Mario 
e Siila, dessino la sua degnità a pessima 
opera! Ed acciò ch'io dica, cosi fu lo 
movimento per tre constellazioni: prima- 
mente con leggiero e piccolo tumulto, e 
minore che non fu la guerra, tra quegli 
capitani del movimento non procedendo a 
crudeltà (1); poi fu più aspro e più san- 
guinoso, furiando la vettoria per le inte- 
riori di tutto lo Senato; l'ultimo non so- 



(1) Il testo: intra ipsos armorum duces subsi- 
stente saevitia, ossia non estendendosi fuori de' capi 
le crudeltà che vi si commisero. 



159 
lamente eccedè le animosità della guerra 
civile, ma passò la rabbia de' nimici; e 
traendo a quello il furore delle arme con 
la possanza di tutta Italia, procede con gli 
crudeli odii infino che non trovarono più 
ch'egli uccidessino. 

Cominciamento e cagione della guerra 
fu la insaziabile fame degli onori di Mario, 
promovendo egli la legge Sulpizia mentre 
la provincia era data a Siila. Ma Siila 
incontanente, impaziente della ingiuria, 
apparecchiò le legioni, ed indugiato i fatti 
di Mitridate, condusse dentro da Roma due 
schiere per la porta Esquilia e per la porta 
Collina; onde facendo risistenzia delibera- 
tamente con la sua gente Sulpicio e Albino- 
vano, gittando da ogni parte delle case 
pali, sassi e lancie, quello si fece via con 
fuoco, e montò quasi per forza in Campo- 
doglio, il quale era campato dagli Africani 
ed eziandio dai Galli Senoni; poi per di- 
creto del Senato fatto vendetta degli av- 
versarli e de' nimici, fu proceduto crudel- 
mente di ragione contila lo presente tribuno 
e contra gli altri di diversa setta. Mario 
capo fuggi in abito di servo, anzi fu ri- 
serbato dalla fortuna all' altra guerra. 

Poi nel consolato di C. Cornelio Cinna 



160 
e Gneo Ottavio , il fuoco male spento si 
riaccese per la discordia di quegli, rimet- 
tendo al popolo di ritornare quegli, i quali 
il Senato aveva pronunziato nimici. Es- 
sendo armato il consiglio, ma vincendo 
quegli, ai quali pareva meglio la pace e lo 
riposo, Cinna fuggi della sua patria alle 
parti; poi Mario tornò d'Africa con mag- 
giore peste, perchè la prigione, le catene, 
la fuga e lo esigilo avevano fatta orribile 
la sua degnità. Adunque per la nominanza 
di tanto uomo ampiamente corse la gente 
ad arme. Oh che mal fu! Egli armava i 
servi e i prigioni, e lo misero rubatore 
lievemente trovò oste. Adunque tornando 
per forza, onde per forza era stato cacciato, 
e' potia parere eh' egli procedessi di ra- 
gione, s' egli non avessi corrotto il suo 
piato colla crudeltà. 

Ma tornato quello odioso agli Dei e agli 
uomini, subito nel primo furore prese 0- 
stia, serva e madre di Roma, con crudele 
uccisione ; poi entrò in Roma con quattro 
schiere, e avevano partita la gente Cinna 
e Mario, Carbone e Sertorio. Allora come 
fu cacciata di lanicolo tutta la gente di 
Ottavio, subito dato il segno, fu usato più 
crudeltà in Roma con la uccisione de' 



161 

principi, che non era stato nelle terre degli 
Africani o de' Cimbri. La testa d' Ottavio 
consolo fu posta nel consìglio , quella d' 
Antonio, dell' ordine de' consoli, fu posta 
nella mensa di Mario; Cinna uccise due 
Crassi padre e figliuolo, 1' uno in cospetto 
dell'altro, nelle case di quegli (1); Bebio e 
Numitorio fumo strascinati con uncini per 
mezzo la piazza; Catulo si campò dalle 
schernie de' nimici , mangiando il fuoco; 
Merula sacerdote in Campodoglio bagnò 
gli occhi di Giove con lo sangue delle sue 
vene; Ancario fu tagliato in cospetto di 
Mario, perchè non aveva porto quella for- 
tunata mano, salutando lui Mario. Tutte 
queste uccisione fumo fatte dal Senato 
nel settimo consolato di Mario, da calendi 
di gennaio infino agli tredici di di quello ; 
ma che avrebbe egli fatto , se fossi vivuto 
tutto r anno ? 

Nel consolato di Scipione e Norbano, 
tornò lo terzo furore della civile insania, 

(1) Qui il traduttore sconvolse il testo, ove si 
legge : Caesares a Fimbria in penatibus domorum 
suarum trucidantur; Crassi pater et filius in mutuo 
alter alterius conspectu ; Catulo poi si affogò col 
fuoco: Calulus se ignis haustu ludibrio hostium 
exemit. 

11 



162 
perchè stando da una parte otto legioni 
e dall' altra cinquecento coorti annate, 
e dall' una parte Siila tornando d' Asia 
con lo vettorioso oste , e Mario sendo 
stato si crudele contra la parte di Siila, 
quanta crudeltà era bisogno, acciò che 
Siila si vendicassi di Mario? Primamente 
fumo alle mani appresso Capua e al fiume 
Volturno, e subito fu sconfitto l' oste di 
Nerbano; e subito mostrando speranza di 
pace, tutto r oste di Scipione fu vinto. 
Allora Mario giovane e Carbone consoli, 
quasi disperandosi della vettoria, acciò che 
non perissino sanza vendetta, sacrificavano 
a sé lo non toccato sangue del Senato (1); 
ed avendo assediata la corte, traevano fuori 
quegli che eglino uccidevano, come d'una 
prigione; e molti n'erano morti in piazza 
e in palazzo e negli aperti tempii. Quinto 
Muzio Scevola, sacerdote di Vesta, non era 
seppellito solamente di quel fuoco; Lam- 
ponio e Telesino, capitani de' Sanniti, ru- 
bando, guastando Campagna e Toscana 
con più crudeltà che Pirro e Annibale, e 

(1) Intendasi che Mario e Carbone, disperando 
della vittoria, per non morire invendicati, preven- 
nero le proprie esequie, cui celebrarono coli' effu- 
sione del sangue dei Senatori. 



163 

sotto specie delle parte facevano sua ven- 
detta. Appresso Sacri poi-to e la porta Col- 
lina fu sconfitta tutta la gente de'ninoici; 
in quel luogo fu vinto Mario, e in questo 
Telesino, e non ebbe perciò fine alla uc- 
cisione quando fu fine alla guerra, perchè 
ancora fumo adoperate le spade in tempo 
di pace, e fu proveduto contra quegli, che 
s' erano volontariamente arrenduti. Fu il 
meno che appresso Sacriporto e la porta 
Collina Siila uccise settanta mila uomini e 
più, ed era allora guerra; ma comandò che 
fossino morti quattro milia cittadini disar- 
mati, i quali s'erano arrenduti nella villa 
pubblica. Ma chi potrà annoverare quegli, 
che in Roma in ogni luogo uccise chiun- 
que volle, infino che Furfidio giovane disse 
che si doveva lasciare vivi alcuni, acciò 
che eglino avessino chi signoreggiare ; e fu 
proposta quella grande tavola del fiore de' 
cavalieri e del senato, dove erano eletti do- 
milia che dovevano morire, ed era coman- 
damento di nuova maniera. 

Dopo questo mi pesa raccontare essere 
fatta schernia di Carbone, di Sorano pretore 
e di Venuleio; Bebio sanza ferro essere e- 
stracciato tra le mani degli squarciatori ; 
Mario, fratello del grande Mario, innanzi la 



164 

sepoltura di Catulo, poi che ebbe tagliato 
le mani e i piedi e cavato gli occhi, essere 
serbato per alcuni dì, acciò eh' egli morissi 
di membro in membro. E poste già le 
pene di ciascuno uomo (1), particolarmente 
le nobili terre d' Italia fumo vendute allo 
incanto: Spoleto, Interamno (2), Penestre e 
Firenze. Sormona, antica terra, compagna 
e amica, non essendo ancora vinta (che 
fu indegno fatto), come stadigi e per modo 
di dannati a morte, fumo comandati che 
fossiiio menati ; e cosi Siila comandò che 
quella dannata città fossi guasta. 

La guerra dì Sertorio. 

La guerra di Sertorio non fu altra cosa, 
che la eredità della proscrizione di Siila, 
e non so s' io dica più tosto de' nimici , 
che de' cittadini ; per certo questo, che i 
Celtiberi e i Lusitani 1' avevano fatta sotto 
capitano romano. Quello uomo, cacciato 
e posto in la mortale tavola, uomo di 
somma, ma di misera fortezza, mescolò cogli 

(1) Il testo: Positis singulorum hominum fere 
poenis, poiché ogni uomo fu tormentalo con crudeli 
uccisioni, ecc. 

(2) Teramo. 



165 
suoi mali il mare e la terra ; e già avendo 
provato la fortuna d'Africa, e già delle 
Isole Baleariche entrato nel mare Ociano, 
passò alle Isole Fortunate, e finalmente 
ragunò gente d' arme in Ispagna. Lieve- 
mente s' accorda valentre uomo con gli 
valentri uomini; e non apparve meglio altra 
volta lo valore de' cavalieri spagnuoli, che 
sotto lo capitano romano, e perchè quello 
non si contentò di Spagna, guardò a Mi- 
tridate ed a quegli da Ponto, e ajutò quello 
re con sue navi; e segui che non potè risi- 
stere sufficientemente la parte de' Romani 
a sì grande nimico con uno capitano, anzi 
fo aggiunto a Metello Gneo Pompeio. Que- 
gli per lungo espazio e sempre con pericolo 
vinsono le genti di quello valentro uomo , 
e non ebbe fine la guerra, infino che egli 
non fu morto per crudeltà e per tradi- 
mento de' suoi. La sua gente fu perseguita 
per lungo espazio quasi per tutta Ispagna, 
e fu domata sempre con dubbiose battaglie. 
Le prime battaglie fumo fatte per legati, 
da una parte corseggiando Comizio e Torio, 
dall' altra pai'te gli Erculei; poi essendo 
vinti questi presso Segovia, e quegli presso 
Ania fiume, quegli capitani appressati cora- 
batterno con uguale sconfitta appresso il 



166 
Laurone e appresso il Sucrone. Allora que- 
gli si convertirono a guastare le ville e le 
campagne, e questi a guastare le cittadi ; e 
la misera Ispagna sosteneva pena delle di- 
scordie tra i capitani romani , infino che 
Sertorio fu morto per tradimento de' suoi, 
e Perperna fu vinto e arrendessi, e le città 
vennono a signoria de' Romani, come fu 
Osca, Terme, Tuzio, Valenzia, Ausima e 
Calagure, che ogni cosa provò colla fame. 
E così ricevuta Ispagna, i capitani vinci- 
tori volsono che quella guerra fossi stata 
con estranii e non con gli suoi, acciò che 
egli ricevessino lo trionfo. 

La guerra civile con Lepido. 

Essendo consoli Marco Lepido e Quinto 
Catulo, la civile guerra quasi fu finita più 
tosto che cominciò; ma molto e ampia- 
mente arse la facella di quel movimento 
per la morte di Siila, perchè sendo Lepido 
per superbia cupido di novitade, apparec- 
chiò guastare le cose fatte per sì grande 
uomo. E non era sanza cagione, se egli 
avessi potuto sanza grande peste della ri- 
publica, perchè avendo Siila dittatore per 
ragione di guerra proscritti i nionici, ri- 
tornando Lepido, quegli eh' erano campati. 



167 

a che altra cosa erano quegli tornati, che 
a guerra ? Ed avendo Siila confiscati i beni 
dei cittadini, bene che fossino male usur- 
pati, essendo ridomandati di ragione, non- 
dimeno facevano movimento nella quie- 
tata città. Adunque era di bisogno alla 
ripublica inferma e quasi fedita per ogni 
modo riposarsi, acciò che le sue piaghe 
non s'aprissino, essendo medicate; ed a- 
vendo Lepido con torbidi portamenti im- 
paurita Roma quasi come con una trom- 
betta, andando in Toscana, aveva condutto 
di quella gente, e fatto oste presso a Roma. 
Ma già Lutazio Catulo e Gneo Pompeio, 
capitani e gonfalonieri sotto la signoria di 
Siila, con uno altro oste avevano preso lo 
ponte sublizio e '1 monte Icuiicolo; e da 
quegli subito nel primo furore fu cacciato 
indietro Lepido, e fu giudicato nimico del 
Senato, e sanza effusione di sangue fuggi 
in Toscana e di quella in Sardigna, ed in 
quel luogo mori d'infermità e di dolore. 
I vincitori, non procedendo furiosamente 
più innanzi con la guerra, fumo contenti 
rimanere in pace. 

Compie qui lo terzo libro della sommaria 
abbreviatura di Lucio Floro; comincia lo 
quarto. 



LIBRO IV. 



La congiara di Catelina 

Lo disordinato spendere primamente, poi 
la povertà delle cose necessarie per sua 
famiglia, ed ancora il destro, perchè la 
gente de' Romani era nelle streme parte 
del mondo, indussono Catelina in perversi 
consigli di guastare la sua patria, uccidere 
Io Senato, tagliare i consoli, mettere fuoco 
in Roma, rubare Io erario, e finalmente 
volgere sottosopra tutta la republìca, e con 
gli compagni fare quello che Annibale 
non parve disiderare. Egli stesso era pa- 
trizio; ma questo è meno: i Curii, i Porzii, 
i Siili, i Cetegi, gli Antonii, i Varguntei 
e i Longini che famiglie! Che insegne del 
Senato! In ispecialità Lentulo era allora 
pretore, e tutti questi ebbe fautori allo 
crudelissimo peccato. Fu aggiunto per fer- 



169 
mezza della congiurazione crudelissima il 
sangue umano, il quale portato intorno 
nelle coppe eglino bevvono ; e sarebbe e- 
stremo peccato, se non fossi piii quello 
per che egli era bevuto. 

Era compiuto il fatto di si bello imperio 
per quella congiurazione, se non fossi 
estata nel consolato di Tullio e d'Antonio, 
de' quali 1' uno trovò il fatto per sua indu- 
sti'ia, r altro spacciò con le mani, e fu 
trovato quello escellerato fatto per Fulvia, 
vilissima puttana; ma ella fu innocente a 
manifestare nominatamente i guastatori 
della patria. Allora il consolo Tullio, ra- 
gunato il Senato, fece una orazione contra 
lo presente guastatore della patria, ma non 
fu fatto più innanzi ; se non che lo nimico 
fuggì, ed egli minacciò che spegnerebbe 
lo suo fuoco con la rovina. Egli andò 
in Toscana all'oste apparecchiato ed a Man- 
lio, per muovere le sue insegne contra 
Roma. Lentulo, indovinando che la signoria 
verrebbe a lui, essendo diputata alla sua 
famiglia per gli versi della Sibilla, nel di- 
terminato dì da Catelina per tutta Roma 
dispose uomini, fuoco e arme; e non con- 
tento del trattato civile, sollecitò ad arme 
ambasciadori allobrogi, i quali allora erano 



170 
a Roma a caso, e sarebbe andato lo ro- 
more oltre le Alpi, se non fossino state te- 
nute le lettere del pretore con uno altro 
tradimento di Vulturcio; ma subito per 
comandamento di Cicerone quegli barberi 
fumo presi, e '1 pretore palesemente fu 
convinto nel Senato. Di punire il peccato. 
Ceserò diceva che fossi perdonato alla de- 
gnità; Cato diterminava che fossi punito, 
la quale oppenione seguendo ogn'uomo, 
i guastatori della patria fumo strangolati 
in prigione. 

Bene che in pai'te la congiurazione fossi 
spenta, Catelina non cessò dalla impresa, 
ma tornando di Toscana inverso la patria 
con le odiose insegne, fu sconfitto da 
r oste d' Antonio , che gli andava incon- 
tro; e come fossi combattuto aspramente, 
il fine lo mostrò: non campò alcuno de'ni- 
mici dopo la battaglia, e in quel luogo, do- 
ve ciascuno aveva cominciato a combattere, 
in quello rimase morto. Catelina fu tro- 
vato lungi dai suoi tra i corpi de' nimici, 
e ben fu bellissima la sua morte, s' egli 
fossi perito per la patria. 

La gn^iorra civile di Ceserò e di Pompeo. 

Pacificato già quasi tutto il mondo, la 
signoria era sì grande, che non si poteva 



171 

vincere con alcuna strania potenzia. Adun- 
que la invidiosa fortuna centra lo popolo 
signore delle genti armò quello medesimo 
a sua morte, e la rabbia di Mario e di 
Cinna era serrata dentro da Roma, quasi 
come se volessi provare; e nondimeno la 
tempesta di Siila era scoppiata tanto più 
ampiamente dentro da Italia, ma lo furore 
di Ceserò e di Pompeo pigliò Roma, Italia, 
le nazioni e finalmente da ogni parte che 
è patente lo imperio, quasi come uno di- 
luvio e come una fiamma, in tanto che non 
solamente sia detto quella essei'e stata ci- 
vile guerra, né sociale, né eziandio con 
forestieri, ma più tosto di tutti questi una 
guerra comune e più civile. Perchè se tu 
guardi ai capitani di quella guerra, tutto 
lo Senato era nelle parti; se guardi all'o- 
ste, da una parte erano undici legioni, 
dall'altra diciotto: era il fiore e la pos- 
sanza di tutte le nobilita di Italia; se gli 
aiutorii degli amici, da una parte era le 
cerne di Gallia e di Germania, dall' altra 
Deiotaro, Ariobarzane, Tarcondimoto, Coti 
e la possanza di tutta Tarcia, di Cap- 
padocia, di Cilicia, di Macedonia e di 
Grecia e di Etolia e di tutto 1' oriente. Se 
guardi al tempo, durò quattro anni , e fu 



172 
piccolo espazio a rispetto al danno delle 
sconfitte; se guardi allo luogo e allo spazio 
dove fu la guerra, fu dentro da Italia, e 
poi si volse in Gallia e in Ispagna, e tor- 
nato da ponente, con tutto sforzo si ridusse 
in Epiro e in Tessaglia; poi passò subito 
in Egitto, poi si volse verso Asia, saltò 
in Africa e ultimamente die volta in Ispa- 
gna, e in quel luogo per alcuno spazio 
finì. Ma r odio delle parti non fini con la 
guerra, perchè non fecioao fine, infino che 
a Roma in mezzo del Senato 1' odio de' 
vinti non si saziò conia morte del vincitore. 

La cagione di si grande miseria fu quella 
che è tra tutti , la troppa felicità, perchè 
sendo consoli Quinto Metello e Lucio A- 
franio, essendo chiara per tutto il mondo 
la majestà de' Romani, e cantando e Ro- 
mani nei palagi di Pompeo le nuove vet- 
torie di Ponto e d' Arminia e i trionfi di 
quello, la troppa potenzia di Pompeo presso 
gli oziosi cittadini, secondo che suole, mosse 
invidia. Metello e Cato mormoravano contro 
a Pompeo e contra le cose fatte da lui: 
quello per lo vetato trionfo di Greti, e 
questo perchè sempre fu contrario verso 
e potenti uomini ; e questo dolore lo menò 
per traverso, e stimolò quello a pigliare 



173 

difesa alla sua degnità. A caso in quello 
tempo Crasso era in grande fiore per na- 
zione e per ricchezza e per degnità, ed 
ancora egli voleva più possanza; ed ecco 
Giulio Ceserò, il quale era già alzato per 
loquenza d'animo e per lo consolato, e 
nondimeno Pompeo avanzava ciascuno di 
quegli. Adunque Ceserò disiderando d' ac- 
quistare degnità. Crasso per accrescerla, 
Pompeo per conservarla, tutti ugualmente 
sendo cupidi di potenzia, accordaronsi lie- 
vemente d' assalire la ripublica. Adunque 
aiutando V uno 1' altro, ciascuno si sforzava 
a suo onore, e cosi Ceserò andò in Gallia. 
Crasso in Asia, a Pompeo toccò la Spagna, 
ed erano tre grandissimi osti; e così la 
signoria del mondo fu occupata per la 
compagnia di tre principi. 

Durò questa compagnia per ispazio di 
dieci anni. Poi perchè 1' uno aveva paura 
dell' altro, per la morte di Crasso appresso 
i Parti, e per la morte di Giulia, figliuola di 
Ceserò e moglie di Pompeo, la quale teneva 
in concordia il genero e '1 suocero per lo 
legame del matrimonio, subito la invidia se 
manifestò, e già Pompeo aveva sospetto 
della potenzia di Ceserò, e a Ceserò era grave 
la degnitade di Pompeo, e questo non so- 



174 
steneva avere pari, né quello avere magiore. 
Ed era cosa scellerata che eglino s' affati- 
cavano per la signoria, come la fortuna di 
sì grande imperio non bastassi a due. 
Adunque sendo consoli Lentulo e Mar- 
cello, fu rotta la fé della prima congiura- 
zione, e della successione di Ceserò, il 
Senato, cioè Pompeo, pensava, e quello non 
lo negava, se fossi esaminata la sua ragione 
ne' prossimi comizii. Il suo consolato, il 
quale per favore di Pompeo dieci tribuni 
avevano diliberato, poi infingendosi quegli, 
eragli negato; ed era detto che egli tor- 
nassi , e domandasselo secondo V usanza 
degli antichi. Quello per contra domandava 
il dicreto, e se eglino stessine nel propo- 
sito, non lascierebbe l'oste. Adunque fu 
proceduto contra lui come contra lo nimico. 
Per queste cose Ceserò stimolato diliberò di 
difendere lo premio delle arme con le arme. 

Lo primo campo della civile guerra fu 
in Italia , nelle cui fortezze era Pompeo 
con lievi guarnimenti; e subito nel primo 
assalto di Ceserò fu vinta ogni cosa. I 
primi suoni di sue insegne fumo a Rimini, 
e allora fumo cacciati di Toscana Libone, 
Termo di Umbria, Domizio da Corfinio, 
ed era compiuta la guerra sanza sangue, 



175 

s' egli avessi potuto vincere Pompeo a 
Brandizio, e aveva cominciato ; ma quegli 
fuggi per le serraglie di notte dell' asse- 
diato porto. Ed è brutta cosa a dire: quello 
che poco innanzi era principo del Senato 
e governatore di guerra e di pace, fuggiva 
per lo mare, del quale egli aveva trionfato, 
in una nave mezzo rotta e quasi mezza 
disarmata. E non fuggì più tosto Pompeo 
di Italia, che '1 Senato di Roma ; ed entrato 
Ceserò in Roma quasi vuota, fece consolo 
sé medesimo. Il santo erario, il quale i 
tribuni non aprivano, e' tosto comandò che 
fossi rotto, e prima tolse per rapina lo 
trebuto e lo patrimonio del popolo di 
Roma, che lo 'mperio. Cacciato e messo in 
fuga Pompeo, volle Ceserò in prima ordi- 
nare le Provincie, che seguire quello. Tolse 
Sardigna e Cicilia per suoi legati per fer- 
mezza d' avere della biada. Non era al- 
cuna parte in guerra. Egli aveva pacificato 
la Gallia (1), e passando egli in Ispagna 
air oste di Pompeo , quegli da Marsiglia 
ardirono serrargli le porte, e quegli miseri 
per paura di guerra, disiderando pace, 
s' abbatterono alla guerra ; ma perchè eli' e- 

(1) Il testo latino ì Nihil hostile erat in Gallia; 
pacem ipse fecerat. 



176 
ra forte di mura, comandò, partendosi, che 
ella fossi vinta, e quella greca città non 
per dilicanza di suo nome ardì rompere i 
dificii e ardere i mangani e venire alle 
mani in battaglia navale; ma Bruto, al 
quale era commessa la guerra, domò quegli 
vinti in mare e in terra. Poi arrenduti 
quegli, fugli tolta ogni cosa, salvo la li- 
bertà, la quale eglino riputavano migliore 
di tutte le cose. 

In Ispagna fu dubbiosa e varia guerra 
con gli legati di Gneo Pompalo, Petreio e 
Afranio, i quali avendo il campo ad Ilerda 
presso il fiume Sicoris, egli cercò assediare e 
partirgli dalla terra. In quel mezzo soprave- 
nendo la fiumana del tempo del verno (I), 
non aveva vettuvaglia, e così lo suo campo 
fu tentato dalla fame, ed egli eh' assediava, 
quasi era assediato. Ma poi che' 1 fiume 
ebbe pace, scoperse le campagne a poter 
correre e combattere. In quel mezzo egli 
aspro persevei'ò, e partendosi quegli per 
andare in Celtiberia, seguigli e assediogli 
con una fossa e con uno steccato, e per 
questo per la sete costrinsegli a l'endersi; 



(1) Il testo: Interim obundatione verni flumìnis 
commeatibus proliibetur. 



177 

cosi la Spagna di qua s' arrendè, e quella 
di là non fece indugia, perchè che poteva 
fare una legione, essendone vinte cinque? 
Adunque volontariamente arrendendosi Var- 
rone. Gade, il mare, lo Odiano, ogni 
cosa seguiva la felicità di Ceserò. Non- 
dimeno r avversa fortuna ardì alcuna cosa 
contra lo assente capitano in Ischiavonia 
e in Africa, quasi come a studio, acciò 
che le sue prosperitade fossino splendiente 
per le avversitade; perchè sendo mandati 
Antonio e Dolabella a pigliare la entrata 
del mare Adriatico, e Antonio avendo posto 
il campo dalla parte di Schiavonia, e l'altro 
dalla parte di Italia, e tenendo già Pompeo 
il mare da ogni parte, subito Ottavio Li- 
bone suo legato con grande moltitudine 
di stromenti assediò ciascuno. Antonio 
s' ari'endè per fame, e Basilio gli mandò 
navi in aiutorio, com'egli per bisogno 
di nave aveva fatto (1); ma i Pompe- 
iani con nuova arte di corsari, messe funi 
in mare, pigliarono alcune di quelle, e 
nondimeno due passorno per lo corrente 
del mare; ma una, nella quale era gente 

(1) Il testo latino: Missae quoque a Basilo in 
auxilium ejus rates, quales inopia navium fecerat. 

12 



178 
da Ovedercio (1), rimase in sul passo, ed 
ebbe fine raemoriabile a quegli che dove- 
vano seguire, perchè quella brigata quasi 
di mille giovani, essendo assediata da ogni 
parte, da sesta sostenne la battaglia tutto 
il di; e non potendo la sua prodezza fare 
pruova, nondimeno, acciò che non fossino 
presi, per conforto di Vulteio tribuno vol- 
sonsi tra sé ed uccisono 1' uno 1' altro. 

In Africa fo simile prodezza e danno 
ricevuto per Curione, il quale mandato a 
pigliare quella provincia, avendo egli scon- 
fitto e messo in fuga Varo , già sendo 
superbie (2), non potè sostenere lo subito 
assalto di Giuba re e la gente di Mauri; e 
sendo egli vinto, potea fuggire, ma la 
vergogna lo confortò che egli seguisse con 
la morte lo perduto oste per sua temerità. 
E già domandandolo la fortuna, Pompeo 
aveva eletto per sedia della guerra 1' Epiro. 
Ceserò non indugiò, anzi ordinato ogni 
cosa dopo sé, bene che '1 tempo lo vetassi, 
essendo in mezzo il verno, navicò ai ni- 
mici, e posto il campo presso Orico, fa- 
cendo indugio parte dell' oste rimaso con 

(1) Il testo: Opiterginos, que' da Oderzo. 
(2) Il testo: pulso fugatoque Varo jam superbus. 



179 

Antonio a Brandizio per povertade di navi, 
era sì impaziente, che di notte nascosa- 
mente tentò andare per menai'e quegli solo 
in una piccola nave, furiando il mare di 
venti. Truovasi che egli disse questa parola 
ad Amiclate suo nocchiere, smarrito per 
sì grande pericolo: « Di che ài tu paura? 
Tu porti Ceserò ». 

Ragunato da ciascuna parte lo sforzo, e 
posto il campo l' uno appresso l' altro, i 
capitani facevano diversa diliberazione. Ce- 
serò, naturalmente feroce e cupido di finire 
la cosa, mostrava l'oste, attizzava lo nimico, 
stimolava, assediava lo campo, il quale ave- 
va circondato con uno steccato di sedici 
miglia; ma non gli noceva l'assedio, avendo 
egli abondanzia di tutte cose per mare, e 
r assedio di Durazzo era indarno, lo quale 
il sito aveva fatto inespugnabile. In quel 
luogo sendo continove battaglie per uscire 
fuori, apparve la nobile prodezza di Sceva 
centurione, nel cui scudo erano fitte cento 
venti saette. Già erano prese e guaste cit- 
tade degli amici, com' era Orico e Gomfos 
e altre castella di Tessaglia. 

Centra queste cose Pompeio indugiava, 
tiravasi addietro, acciò che egli impaurissi 
il nemico chiuso da ogni parte dalla bi- 



180 
sogna della vettuaglia, e acciò che si ri- 
freddassi lo impeto dello ardentissirao ca- 
pitano; ma non durò lungamente a Pompeo 
lo savio consiglio. I cavalieri biasimavano 
stare in ozio, gli aiutorii biastemavano la 
indugia, i principi biastemavano la cupidità 
del capitano ; e così traboccando la fortuna, 
fu eletta Tessaglia per la battaglia, e sui 
campi di Filippi fu commessa la fortuna 
dello imperio, di Roma e della umana gene- 
razione. Non vide mai la fortuna in alcuno 
luogo tanta possanza né tanta degnità del 
popolo di Roma. Erano tra dell' una e 
dell' altra parte trecento e più migliaia 
d' uomini, sanza 1' aiutorio dei re e del 
Senato, e non fumo mai più manifesti 
segni della rovina che soprastava. Gli ani- 
mali fuggirono del sacrificio, gli isciami 
degli api vennono nelle insegne, del di si 
fé notte; il capitano medesimo in sogno 
udì baci nel suo teatro in modo di pianto, 
e la mattina (che fu rio segno) fu veduto 
vestito di nero. Non fu mai 1' oste di 
Ceserò più pronto né più allegro ; da quella 
parte dove prima sonavano gli stormenti, 
prima cominciò la battaglia. Fu notata la 
lancia di Crastìno, il quale cominciò la bat- 
taglia, il quale poi fu trovato tra i corpi con 



181 

uno coltello fitto nella bocca, e per la 
novità della fedita mostrava la rabbiosa 
cupidità, con la quale egli aveva combat- 
tuto. Non fu meno ammirabile lo fino 
della battaglia, perchè abbondando Pompeo 
di grande moltitudine di cavalieri, acciò 
che egli paressi lievemente circondare Ce- 
serò, fu circondato: perchè combattendo 
egli di pari per lungo espazio, e di coman- 
damento di Pompeo uscendo fuori della 
schiera i cavalieri, subito dall'altra schiera 
fatto segno , le coorti de' Tedeschi fe- 
ciono si grande assalto contra gli sparti 
cavalieri, che quegli parevano essere pedoni 
e questi cavalieri; e dietro a questa rotta 
de* cavalieri che fuggivano, seguì la ro- 
vina de' cavalieri di lieve armadura. Allora 
ampiata la paura, impacciandosi la gente 
intra sé, tutta 1' altra sconfitta fu fatta 
quasi come d' una schiera. Non fu alcuna 
cosa più nociva che la grandezza dell' oste. 
In quella battaglia valse molto Ceserò, e 
fu quando capitano e quando cavalieri, e 
andando egli intorno, udivasi queste boci ; 
r una era sanguinosa ma di majesterio, ed 
apparteneva alla vettoria, dicendo egli: 
« Combattete e fedite, cavalieri, nella 
faccia » ; 1' altra era posta a sua loda , 



182 

dicendo egli: « Perdonate ai nostri citta- 
dini », seguendogli egli. 

E come che fossino fatti i mali , beato 
Pompeo, se egli avessi avuta quella fortuna, 
che ebbe lo suo oste; ma egli vinse più 
che la sua degnità, acciò che con maggiore 
vergogna fuggissi a cavallo per gli boschi 
di Tessaglia, e con una barca arrivassi a 
Lesbo, e arrivato ad Edris, scoglio nel di- 
serto di Cilicia, esaminassi se egli volessi 
fuggire in Partia o in Africa o in Egitto; 
e acciò che finalmente fossi morto nel lido 
d'Egitto, di comandamento d' uno vilissimo 
re per consiglio degli schiavi, e acciò che 
non mancassi alcuna cosa ai mali, fu 
trucidato con lo coltello di Settimio, il 
quale era in prima partito, e questo in 
presenzia della moglie e de' figliuoli. 

Ma chi non avrebbe creduto , che fossi 
compiuta la guerra con Pompeo ? Ma molto 
più aspro e caldo si raccese lo fuogo della 
cenere dell'incendio di Tessaglia, e fu la 
guerra d' Egitto contra Ceserò sanza le 
parti ; perchè avendo compiuto Tolomeo , 
re d' Alessandria, lo sommo male della ci- 
vile guerra, e avendo fermato concordia 
e amistà con Ceserò con la testa di Pom- 
peo, cercando la fortuna vendetta all' ani- 



183 

ma di si grande uomo, non mancò cagio- 
ne. Cleopatra, sorella di quello re, inginoc- 
chiata innanzi a Ceserò, domandava parte 
del regno. Era quella fanciulla bella, e per- 
chè ella si fatta pareva avere ricevuta in- 
giuria, duplicava l'odio contro lo re, il 
quale aveva morto Pompeo , non per ri- 
spetto di Ceserò, ma per la fortuna delle 
parti , sendo ardito sanza dubio fare quel 
medesimo contra Ceserò , s' egli n' avessi 
avuto destro. E come Ceserò comandò che 
Cleopatra fossi ristituita nel regno, subito 
fu assediato da quegli, che avevano morto 
Pompeo, nel palazzo del re, dove con pic- 
cola fatica sostenne grande moltitudine 
con maravigliosa prodezza ; e primamente 
messo fuoco ne' prossimi dificii e nelle 
navi del porto, disfece Ceserò gli armati 
nimici ; poi subito fuggi dalla parte di die- 
tro air isola Faron , e cacciato di quella 
in mare, con maravigliosa felicità notò alle 
prossime navi , lasciato in suso le onde 
lo mantello , o che fossi a caso , o che 
fossi a studio, acciò che i nimici che so- 
prastavano, gittassino in quello le lancie 
e i sassi. Poi ricevuto nelle sue navi, as- 
sali da ogni parte e sconfisse quella per- 
fida gente , e fece giusto sacrificio all' a- 



184 
nima di suo genero, perchè Teodoto, au- 
tore e maestro di tutta la guerra, Potino 
e Ganimede, mostri non virili, fuggendo 
diversamente per mare e per terra, fumo 
perseguiti e morti; il corpo del re fu tro- 
vato soppellito nel sabbione, onorato d'uno 
corsaletto dorato. 

In Asia era un nuovo movimento di cose 
dalla parte di Ponto, quasi come per certo 
studiosamente cercando questo la fortu- 
na (1), che lo padre fossi vinto da Pompeo, 
e lo figliuolo da Ceserò. Farnace re aveva 
corso ia Cappadocia come nimico più per 
speranza di nostra discordia, che di sua ver- 
tù. Ceserò assali e sconfisse questo in una 
(e ancora posso dire) non compiuta bat- 
taglia come uno folgore, e in uno movi- 
mento percosse e partissi. Non fu una lo- 
da di Ceserò, che '1 nimico fu vinto in- 
nanzi che veduto, e cosi fece con gli stra- 
nii. Ma in Africa fumo le cose molto i- 
stranie e più aspre con gli suoi cittadini 
che in Tessaglia, ed in quel luogo aveva 
mandato il mare quegli che restavano delle 



(1) Il testo latino: piane quasi de industria ca- 
ptante fortuna hunc Mithridatico regno exitum, ut 
a Pompejo pater etc. 



185 

parte disperse , e non averesti detto che 
fossi no state genti avanzate, anzi guerra 
integra. Era una possanza stata più to- 
sto sparta che sconfitta, e la sconfitta del 
capitano aveva accresciuto lo sacramento, 
e non erano inviliti i capitani eh' erano 
socceduti, perchè assai era famoso, in luogo 
di Pompeo, Cato e Scipione, ed aggiun- 
sesl alla possanza Juba re di Mauritania , 
cioè perchè la vincita di Ceserò fosse mi- 
gliore. Dunque non fu alcuna differenzia 
di quello che fu fatto in Farsaglia e 
quello che fu fatto a Tapso , se non che 
r impeto della gente di Ceserò fu magio- 
re, perchè fu più aspro, avendo a sdegno 
che dopo Pompeo fossi cresciuta la guer- 
ra , e finalmente (quello che mai non era 
avvenuto, innanzi che '1 capitano lo coman- 
dassi) che da sé medesimo sonò il segno. 
La sconfitta cominciò da Juba: i suoi leo- 
fanti non ammaestrati di battaglia , ma 
pure allora venuti dalla selva, impauriti 
per lo subito suono delle trombe, missono 
r oste incontanente in fuga, e i capitani 
peggio che in fuga, e non morirono tutti 
valentremente. Scipione fuggì in nave, ma 
seguendolo i nimici, egli s' uccise ; e do- 
mandando alcuno dov'egli si fosse, rispose 



186 
egli medesimo : « Lo imperadore sta bene. » 
Juba fuggito nella casa reale, andò a man- 
giare magnificamente lo seguente di egli 
e Petreio, con lo quale egli fuggiva: poi 
che ebbe mangiato e bevuto, dissi a Pe- 
treio che r uccidessi, ed egli ubbidì al re, 
e uccise sé, ed in quel mezzo insanguinò 
la mensa e '1 cibo , mezzo mangiato, del 
■ sangue del re e del sangue romano. 

Cato non fu in quella battaglia, ma po- 
sto il campo appresso il fiume Bagrada, 
guardava Utica come una delle serraglie 
d' Africa. Ma udita la sconfitta della sua 
parte , non indugiò, come degna cosa era 
del savio, ed eziandio allegro cercò mo- 
rire; e poi che egli ebbe abbracciato lo 
figliuolo e i compagni, licenziogli, e letto 
in quella notte a lume di lucerna il libro 
di Plato, nel quale egli insegna l'anima es- 
sere immortale, dormi un poco; poi dopo 
il primo sonno ignudò il coltello e sco- 
persesi lo petto con la sua mano, e fedissi 
due volte; e dopo questo cercando i medici, 
questi ajutoronlo con le medicine. Egli il 
comportò (1), e partiti quegli, egli si 

(1) Il testo: Ausi post hoc virum medici viola- 
re fomentis, frase assai più significativa della 
sua corrispondente in volgare, assai scorretta. 



187 

squarciò la piaga, della quale usci molto 
sangue; le mani che già morivano, rima- 
sono nella fedita. 

Da capo fumo prese le armi, come 
mai non fossi stato combattuto , e quanto 
Africa aveva avanzato Tessaglia, Ispagna 
avanzava Africa. Dava molto favore alla 
parte, che i capitani erano frategli, e per 
uno Pompeo erano ritrovati due Pompei. 
Adunque in niuno luogo fu più aspra- 
mente combattuto né con maggiore peri- 
colo , e primamente combatterò Varo e 
Didio legati nella entrata del mare Oceano ; 
ma fu più aspra battaglia con lo mare , 
che le navi ebbono intra sé, e pure, come 
r Oceano castigassi lo furore civile, da 
ciascuna parte ruppe le navi e affondò. 
Che paura era quella, che in uno mede- 
simo tempo r onde , la tempesta , gli uo- 
mini , le navi e gli armamenti delle navi 
combattevano? Aggiungi ancora la paura 
dello luogo, dove da l' una parte piega lo 
lido di Spagna, dall' altro lo lido di Mau- 
ritania, il mare che è dentro e quello che 
è di fuori, al quale sovrastavano le mon- 
tagne d' Ercole ; e sendo ogni cosa e da 
ogni parte aspi'a per la battaglia e per la 
tempesta di ciascuna parte , corsono ad 



188 
assediare le cittade, le quali misere porta- 
vano pena dell' amistà de' Romani tra 
r uno e r altro capitano. 

L' ultima battaglia di tutte fu a Monda, 
dove non fu la felicità come altrove, ma 
fu battaglia dubiosa e trista e per lungo 
espazio, in tanto che la fortuna pareva dili- 
berare non so che; e per certo Ceserò mede- 
simo stava innanzi alla schiera tristo e non 
secondo usanza , o che egli il facessi per 
rispetto della umana fragellità, o per so- 
spetto della grande conti nuanza della pro- 
speritade , o pel timore di quelle cose, 
ch'erano avvenute a Pompeo, essendo e- 
gli venuto al grado ove quello era stato. 
Combattendo egli per lungo spazio, la bat- 
taglia sendo pari (la qual cosa niuno si 
ricordava essere stata altra volta), e non 
facendo altro, se non che le parti si ta- 
gliavano in mezzo dello ardore de' com- 
battitori , fu fatto subito grande silenzio 
da ciascuna parte, quasi come allora fos- 
sino accordati i sensi di tutti. Ultima- 
mente avvenne quello inusitato miracolo 
agli occhi di Ceserò dopo quattordici anni, 
che la provata brigata degli antichi cava- 
lieri si cessò indietro ; e bene che non fug- 
gissi no ancora, pareva che la vergogna più 



189 
tosto gli ritenessi che la vertù. Ma smonta- 
to da cavallo , a modo di furioso corse nella 
prima schiera , e in quel luogo rivolgeva 
quegli che fuggivano, e confortavagli , e 
finalmente correva per tutto l'oste con gli 
occhi, con le mani e con la boce. Dicesi 
che in quella turbazione in sé medesimo 
e' pensò della morte, e cosi mostrò nel 
volto quasi com' egli si volessi uccidere 
con la sua mano; se non che cinque coorti 
de' nimici passando a traverso 1' oste, pa- 
revano fuggire, le quali Labieno aveva 
mandato in soccorso da quella parte che 
r oste piegava . Questo egli credette, ov- 
vero egli scaltrito capitano disse che era 
per seguirli come eglino fuggissino , e 
cosi dirizzò gli animi de' suoi e impauri 
quegli de' nimici, perchè i suoi, pensando 
vincere, combatterno più arditamente; e 
quegli di Pompeo, credendo che i suoi 
fuggissino, cominciorno a fuggire. 

Come fossi grande la mortalità de' ni- 
mici, la ira e '1 furore dei vincitori, puossi 
estimare in questo modo: quegli che fug- 
givano di quella battaglia, tornati a Monda, 
Ceserò subito comandò che fossino assedia- 
ti,' e fece fare uno arzero (1 ) di corpi morti, 

(1) Un argine di corpi morti; il testo latino: 
congestis cadaveribus agger effectus est. 



190 
i quali erano confitti insieme con le lan- 
de e con le saette , la qual cosa sarebbe 
stata brutta eziandio tra i barberi; ma di- 
sperandosi della vettoria i figliuoli, Gneo 
fuggì della battaglia fedito nella gamba 
per luoghi diserti e sanza via, il quale 
Cesonio perseguì appresso Laurone castello, 
e combattendo quegli perchè ancora non si 
disperava, ucciselo, e in quel mezzo la fortu- 
na nascose Sesto in Celtiberia, e salvollo ad 
altre guerre dopo Ceserò. Ceserò vincitore 
tornò nella patria. Lo primo trionfo e d'oro 
diedero lo Reno e '1 Rodano e 1' Oceano, 
il quale era stato vinto; V altro trionfo e 
di lauro dava lo Egitto e '1 Nilo, Arsinoe 
e '1 faro ardente a similitudine d' uno fuo- 
co; lo terzo carro era di Farnace e di 
Ponto; lo quarto di Tuba e di Mauri, e 
poi mostrava la Spagna due volta som- 
messa. Di Farsaglia, di Tapso e di Monda 
non faceva menzione; e molto maggiori 
cose erano quelle , delle quali egli non 
trionfava. 

Allora fu alcuno fine alla guerra; la pace 
dopo tante cose fu .sanza sangue, e fu 
mutata in benignità la guerra; niuno fu 
morto per suo comandamento, se non A- 
franio, al quale bastava avere perdonato 



191 

una volta, e Fausto Siila; aveva imparato 
temere Siila, genero di Pompeo, e la fi- 
gliuola di Pompeo e i cugini di quella, e 
questo Siila era sospetto per quegli che 
restavano. Adunque dai cittadini non in- 
grati gli onori fumo attribuiti al solo 
principe. Per gli tempii erano poste le 
imagini, nel teatro una corona ornata di 
raggi, alta sedia nella corte, alta sedia in 
casa, nel cielo un mese(l); e a questo era 
aggiunto, che egli era chiamato padre della 
patria e perpetuo dittatore, ed è in dubio 
se fu di sua volontà. Ultimamente Antonio 
gli presentò in consiglio, sendo consolo, 
gli ornamenti reali. Le quali tutte cose si 
ragunavano insieme come bende d'uno ani- 
male diputato a sacrificio, perchè la invidia 
vinse la benignità di quel principe, ed era 
grave ai liberi uomini la possanza di dare 
i beneficia Non fu conceduta lungamente 
la indugia ; anzi Bruto e Cassio e gli altri 
patrizii s' accordarono alla morte di quello 
principo. Oh come è grande la forza della 
fortuna! Era ampiata la congiurazione, e 
in quel medesimo dì eziandio fu fatta a 

(1) Il lesto latino: mensis in coelo, cioè fu chia- 
mato Julius il mese, che dapprima dicevasi Quin- 
di lis. 



192 

Ceserò uaa scritta, e non aveva potuto 
fare sacrificio con cento animali. Andò non- 
dimeno alla corte sopra pensiero di man- 
dare l'oste in Partia, e in quello luogo, 
sedendo egli nella sua sedia, i sanatori 
r assalirono e fu fatto cadere fedito di 
ventitré piaghe; e così egli, il quale aveva 
pieno il mondo di sangue de' cittadini, 
finalmente empiè la corte del suo sangue. 

La gaerra civile con Ceserò Angnsto. 

Dopo la morte di Ceserò e di Pompeo, 
il popolo di Roma pareva essere tornato 
nello estato della prima libertà, ed era tor- 
nato, se Pompeo non avessi lasciati figliuo- 
li, Ceserò non avessi lasciato redi, ov- 
vero (che fu più mortai cosa) se Antonio, 
il quale prima era stato compagno, poi se- 
guitatore della potenzia di Ceserò, facella 
e nuvola del tempo seguente, non fossi so- 
pravenuto. Perchè ridomandando Sesto la 
ragione di suo padre, fu temuto per tutto 
il mare , ed Ottavio facendo la vendetta 
di suo padre, da capo si convenne ritor- 
nare in Tessaglia; ed Antonio, vario d' in- 
gegno , sdegnando essere Ottavio succes- 
sore di Ceserò, ovvero per amore di Cleo- 



193 

patra, diventò re , e non poteva altrinaenti 
essere salvo , s' egli non fossi ridutto ad 
essere servo. Nondimeno fu d' allegrarsi 
in tanta turbazione di cose, che in ispecia- 
lità la somma della signoria tornò ad Ot- 
tavio Ceserò Augusto, il quale per sua sa- 
pienzia e sollecitudine ordinò il corpo dello 
imperio, percosso e turbato da ogni parte, 
il quale sanza dubio per altro modo non 
avrebbe potuto congiungersi e convenire 
insieme, se non per volontà d' uno signore, 
come per una anima e come per una mente 
fossi retto. 

Essendo consoli Marco Antonio e Publio 
Dolabella, la fortuna avendo già tramutato 
r imperio romano agli imperadori, fu in Ro- 
ma vario movimento e di molte maniere; 
e quello che suole fare nella conversione . 
che fa lo cielo in uno anno, come le mosse 
stelle per lo suo movimento significano il 
tempo (1), così nella conversione della si- 
gnoria di Roma, cioè della umana genera- 
zione, al postutto tremò tutto il corpo 
dello imperio, e ricevè movimento con ogni 
generazione di pericoli con le battaglie 
civili per terra e per mare. 

(1) Il lesto : ut mota sidera tonent , ac suos 
flexus tempestate significent. 



194 

La gaerra di Ottavio con Antonio 
a Modana. 

La prima cagione de' civili movimenti 
fu lo testamento di Ceserò, nel quale An- 
tonio sendo secondo reda, furioso che Otta- 
vio fosse premesso a lui , pigliò furioso 
la guerra contro 1' adozione dell' asprissimo 
giovane; perchè vedendo quello tenero di età 
di diciotto anni risistente e contrario alla 
ingiuria, egli pieno della compagnia di Ce- 
serò, guastava la redità con furti, perseguiva 
quel giovane con vergogna e con tutta ar- 
te, non cessando vietare l' adozione di quello 
nella gente di Giulii, e finalmente pigliò le 
armi a deprimere quello giovane ; e già con 
r oste apparecchiato assediava Decimo Bru- 
to, il quale faceva riscistenzia ai suoi mo- 
vimenti. Ottavio Ceserò, dovendo essere 
favoreggiato per l' età e per l' ingiuria e 
per la maestà del nome che egli s' aveva 
vestito, ridutto a sé ed a pigliare ed arme 
gli antichi cavalieri, privato cittadino (che 
pare cosa incredibile), assali lo consolo, li- 
berò Bruto assediato a Modena, e cacciò 
da campo Antonio ; ed allora eziandio ap- 
parve oh' egli valeva colla sua mano, perchè 



195 

sanguinoso e fedito, con le sue spalle ri- 
portò nel campo la sua insegna dell'aquila, 
che tolse al gonfaloniere, morendo egli(l). 

Lo assedio d' Antonio a Feragia. 

L' altra guerra fu mossa per la divi- 
. sione dei campi, i quali Ceserò dava ai 
vecchi cavalieri per pagamento di sua mi- 
lizia. Fulvia, moglie d' Antonio, cinta del- 
la spada della virile milizia, stimolava lo 
pessimo ingegno di quello. Adunque stimu- 
landò egli i villani cacciati dai campi, da 
capo avevano prese 1' arme; e allora sendo 
quello non p\ù privato nimico, per aiuto- 
rio di tutto lo Senato diterminò Antonio 
essere nimico, e lo assali e rinchiuselo den- 
tro dalle mura di Perugia , e costrinselo 
con istrema fame e bruttamente ad ar- 
rendersi. 

Lo Triumvirato. 

Essendo Antonio grave alla pace solo e 
grave alla ripublica , Lepido s' aggiunse 
quasi come fuoco. E che cosa fu necessa- 

(1) Il lesto : aquilani a inoriente signifero traditam. 



196 
rio contro due osti ? Venire in compa- 
gnia di mortalissimi uomini. Ed era co- 
gnosciuto lo diverso voto di tutti. Lepido 
era stimolato da cupidità di l'icchezze , 
la quale speranza era nella turbazione del- 
la ripublica ; Antonio era stimolato dalla 
vendetta contro quegli, che l'avevano giu- 
dicato nimico; Ottavio era stimolato al- 
la vendetta di suo padre da Bruto e da 
Cassio, i quali erano gravi all' anima di 
quello, ed in questo per modo di patto fu 
fatta composizione di pace tra questi tre 
principi. Appresso di quegli che venivano 
alle parti, si toccavano le mani fra Perugia 
e Bologna, e gli osti diliberarono (1). Con 
non buona usanza cominciò lo triumvirato, 
e soperchiata con le armi la ripublica , 
tornò la proscrizione di Siila, la cui cru- 
deltà non ebbe minore numero che di cen- 
to quaranta sanatori, i quali uscirono di 
Roma e fuggirono vituperosamente per 
grande crudeltà e miseria per tutto il 
mondo; per gli quali chi si dolerà per cosa 

(1) Il testo latino: Apud confluentes inter Peru- 
siam et Bononiani jungunt nianus et exercitus consa- 
lutant. Qui il traduttore tra altri errori lesse con- 
sulunt; e non puossi accettare nemmeno il testo 
latino inter Perusiam et Bononiara. 



197 

degna ? Antonio proscrisse Lucio Ceserò 
suo barbano, Lepido Lucio Paulo suo fra- 
tello. Porre in consiglio le teste dei morti 
era già usanza a Roma, e per certo e Ro- 
mani non poterne tenere le lagrime, quan- 
do vidono la testa di Tullio in quelle sedie; 
e corse la gente a vedere quella testa, non 
altrimenti che soleva correre ad udirlo, 
E queste crudeltade erano nelle tavole di 
Lepido e d'Antonio: Ottavio si conten- 
tava di quegli eh' avevano morto suo padre, 
e queste uccisioni, se non fossino state 
soverchie, non erano ingiuste. 

La guerra di Ceserò Angusto 
con Bmto e Cassio. 

Bruto e Cassio parevano avere cacciato 
del regno Giulio Ceserò quasi come Tar- 
quinio re, e così con quello niicidio per- 
derono la libertade, la quale sommamente 
eglino volevano avere ristituita. Adunque 
come eglino ebbono morto quello, temendo 
non sanza ragione gli antichi cavalieri 
di Ceserò, subito fuggirono della coite 
in Campodoglio. A quegli cavalieri non 
mancava animo a fare la vendetta, ma 



198 
non avevano capitano. Adunque vedendo 
che pericolo soprastava alla ripublica , 
temerono la vendetta diterminata con ter 
via lo consolo ; e nondimeno, acciò che 
non fossino presenti al publico dolore , 
andarono in Soria e in Macedonia, le 
quali Provincie gli aveva dato Ceserò me- 
desimo, il quale egli avevano morto, e 
così la vendetta di Ceserò fu più tosto 
indugiata che cancellata. 

Adunque ordinata ne' triumviri la ri- 
publica più tosto come si poteva, che come 
si doveva, fu lasciato Lepido a guardia 
di Roma, e Ceserò con Antonio si ap- 
parecchiò contro Bruto e Cassio. Quegli, 
apparecchiata grande gente, erano già 
posti a campo in quello medesimo luogo, 
eh' era stato fatale a Gneo Pompeo ; e 
ancora allora apparve segno della pisto- 
lenzia che soprastava, perochè uccelli usati 
a pascersi di corpi , volavano intorno al 
campo, quasi come già fossi suo; e andando 
alla battaglia, uno Etiopo fu troppo mortale 
segno , ed a Bruto di notte , portato a 
lui il lume, pensando secondo usanza al- 
cuna cosa, una escura imagine s'appresentò 
a lui; e domandando egli chi fossi, disse; 



199 

« Io sono la tua mala natura » (1); questo 
disse e dispari dai suoi ocelli. Nel campo 
d' Attaviano fumo agurii, ma migliori 
tutti, e cosi promettevano gli uccelli e gli 
animali sacrificati. Ma niuna cosa fu più 
chiara che questa: il medico d' Attaviano 
fu ammonito in sogno, che Attaviano uscissi 
del campo, il quale doveva essere preso, 
come avvenne; e cominciata la battaglia, 
sendo combattuto da ciascuna parte con 
pari ardire per alcuno espazio, bene che i 
capitani non fossino presenti, 1' uno sendo 
infermo, l'altro sendo partito per viltà e 
per paura, e nondimeno la fortuna stando 
presta per le parti di quello che faceva 
vendetta, e di quello del quale egli si vendi- 
cava, fu da prima il pericolo si dubioso 
e si pari da ciascuna parte, come mostrò 
lo fine della battaglia . Dall'una parte 
fu preso il campo di Ceserò, e dall' altra 
il campo di Cassio. Ma quanto è più potente 
la fortuna che la vertù , e come vero è 
quello che Bruto morendo disse : « La pro- 
dezza è in parole, e non in fatto »! In quel- 
la battaglia lo fallo diede la vettoria. Cassio 



(1) Piuttosto sarebbe a dirsi la tua mala ventura; 
il testo latino: tuus malus Genius. 



200 
vedendo piegare la schiera de' suoi e tor- 
nare indietro, avendo già preso il campo 
d' Attaviano, pensò che egli fuggissono, e 
partito ridussesi in uno monte; poi so- 
pravenne la notte, e la polvere e lo remore 
togliendogli la sentita, e una spia mandata 
a sapere quello eh' era fatto non tornando, 
pensò che la sua parte fossi espacciata, e 
disse a uno di quegli che gli erano ap- 
presso, che gli tagliassino la testa. Bruto 
eziandio avendo perduta la sua esperanza 
in Cassio, acciò che non risegassi alcuna 
cosa di quello eh' era di proraessione tra 
loro, porse lo fianco ad uno de' suoi 
compagni , acciò che egli 1' uccidessi. E 
chi non si maraviglierà questi savissimi 
uomini allo estremo non essersi uccisi con 
le sue mani ? Se questo non avvenne, fu 
per non macchiare le sue mani , e per- 
chè in privarsi delle santissime e piato- 
sissime anime loro il suo giudicio e 1' al- 
trui mani adoperassH>ro. 

La gnierra d'Augusto con Sesto Pompeo. 

Morti gli ucciditori di Ceserò, ancora 
restava della famiglia di Pompeo. L' uno 



201 
(.li questi giovani era morto in Ispagna, 
r altro era campato fuggendo , e raccolti 
quegli che restavano della infelice guerra, 
e sopra a questo avendo armato prigionieri, 
riducevasi in Cicilia e in Sardigna, e già 
era con l'armata in mare, ed era molto 
diversamente da suo padre. Quello aveva 
escacciato i corsari , questo cercava ruba- 
tori di mare. Con tanta grandezza di 
guerra fu sconfitto al postutto nel mare 
di Cicilia, e averebbe portato con seco 
all'inferno fama di grande capitano, se 
egli non avessi tentato più innanzi altra 
cosa; se non eh' è pure segno di grand' a- 
nirao avere sempre esperanza. Avendo 
perduta la sua gente, fuggi e navicò in 
Asia, dov' egli doveva venire nelle mani 
de' nimici e nelle catene, e (che miserissima 
cosa egli è ai forti uomini) dov' egli doveva 
essere morto a volontà de' nimici. Non 
fii alcuna altra fuga più miserabile dopo 
Xerse , perchè pur mo' elio , signore di 
trecento cinquanta nave , fuggiva con 
sei sette, essendo espento il lume delle 
navi del capitano, gittati gli auegli in 
mare, pauroso e guardandosi indietro, e 
non di meno non temeva perire. 



202 

La guerra di Ventidio contra i Parti. 

Bene che Antonio avessi finito il nome 
delle parti in Cassio e Bruto, in Ponnpeo 
lo avessi in tutto tolto via, nondimeno 
era ancora Antonio scoglio e groppo e 
inducia della sicurtà della Ripublica ; 
ed ancora non mancò che quello uno non 
perissi, anzi, poi ch'egli ebbe provato 
ogni cosa colla cupidità e colla lussuria, 
primamente i niraici , poi liberò i suoi 
cittadini, e finalmente il mondo del ter- 
rore di sé. 1 Parti per la sconfitta di 
Crasso avevano levato alto 1' animo , 
ed allegri udivano le discordie del po- 
polo di Roma. Adunque come prima eb- 
bono destro, non dubitarono mostrarsi , 
invitandogli Labieno, il quale mandato da 
Cassio e da Bruto ( per non so che furore 
di cose escellerate), aveva chiamati i nimici 
in aiutorio; e quegli avendo per suo ca- 
pitano Pacoro figliuolo del re, avevano 
cacciata la gente d' Antonio . Saga suo 
legato s' uccise per non venire nelle sue 
mani. Finalmente avendo preso la Soria, 
il male s' allargava più, vincendo i nimici 



203 

per sé sotto colore d' altoriare (1) , se 
non fossi stato che Ventidio legato d'An- 
tonio , con incredibile prosperità scon- 
fisse e tagliò le genti di Labieno e Pacoro 
e tutto r oste di Partia tra '1 fiume di 
Oronte e d'Eufrate. Fumo venti milia e 
oltra, e non fu sanza prudenzia di quello 
capitano, il quale mostrando avere paura, 
lasciossi tanto appressare i nimici al campo, 
che non avendo quegli spazio, non po- 
tevano saettare. Il re combattendo ardita- 
mente fu morto ; poi portata la sua testa 
per le cittadi che s'erano rivoltate, fu 
racquistata Soria sanza combattere, e cosi 
compensammo la morte di Crasso con 
la morte di Pacoro. 

La guerra d'Antonio contra ì Parti. 

Avendo provato 1' uno 1' altro quegli di 
Partia e i Romani, e Crasso e Pacoro 
avendo da ciascuna parte fatto pruova di 
sue fortezze, da capo fu rifatta l'amistà 
con simile riverenzia , e Antonio fermò 



(1) Cioè con speranza di soccorso: hostibus sub 
auxìlii spe sibi vincentibus. 



204 
lega con lo re; ma la grande cupiditade 
di queir uomo, disiderando che ne' titoli 
delle sue degnitade fossi letto Arasse 
ed Eufrate, non con cagione, né con dilibe- 
razione, né con alcuna imaginaria condi- 
zione di guerra, quasi come questa fossi 
arte di capitano di corre in fretta, lasciò 
subito Soria e assali quegli di Partia . 
Quella gente , escaltrita oltra la fidanza 
delle arme, fece vista di temere e fuggi pe' 
campi. Egli subito, come fossi estato vin- 
citore, gli seguiva, e subito i niraici con 
molta gente contra quegli, stanchi per lo 
caminare e non proveduti, verso la sera 
si mostravano come una nuvola, e perco- 
tendo con le saette da ogni parte, scou- 
fissono due legioni. 

Non era niente per rispetto alla scon- 
fitta che soprastava ger lo dì seguente, 
se non fossi sopravenuta la misericor- 
dia di Dio. Uno di quegli eh' era sta- 
to nella sconfitta di Crasso , in abito di 
quegli di Partia venne al campo, e avendo 
salutato in latino , fece fé di quello che 
s' apparecchiava e mostroUo : ciò era che 
il re era presso con tutto suo sforzo, e che 
i nostri si ces.sassino indietro, e che si 
riducessino alle montagne, ed ancora forse 



205 
non mancherebbero i nimici, e cosi segui 
minore impeto de' nimici, che non n'ap- 
parecchiavano; ma pure sopravennono, e 
sarebbe stato sconfitto tutto V avanzo, se 
non che 1 cavalieri, quasi per alcuna sorte 
ammaestrati, s'abbassavano inginocchiati, 
sopravenendo le saette come graguuole, e 
levandosi gli scudi sopra la testa, facevano 
vista d' essere morti. Allora i Parti cessa- 
vano il saettare; poi levandosi suso i Ro- 
mani fecero cosa sì miracolosa a quegli 
barberi, che uno di quegli cridò: « Andate, 
Romani, che Dio vi salvi ; suona vera la fa- 
ma, che voi siete vincitori del mondo, poi 
che voi avete fuggite le saette di quegli di 
Partia. » 

Da poi non riceverono minore sconfitta 
dalle acque, eh' eglino avessino ricevuto 
da' nimici, perchè quella regione noceva 
con fiumi salsi, e ultimamente perchè quegli 
già deboli beveano quelle avidamente, e 
nocendogli parevangli dolci ; poi ricevendo 
caldo per 1' Arminia e le nevi per Cappa- 
docia, facendo subita mutazione dell'aria 
dell' uno e dell' altro prese, fu una pesto- 
lenzia, e così di sedici legioni la terza 
parte a pena gli avanzò, tagliando lo suo 
argento con le mannare per ogni parte; 



206 
e per questo indugiando, e nella indugia 
domandando egli da uno suo gladiatore 
che lo uccidessi, finalmente lo nobile im- 
peradore fuggi in Soria; dove con alcuna 
incredibile furia di mente diventò alquan- 
to più feroce, quasi come egli, che era 
fuggito, avessi vinto. 

La guerra di Ceserò Angusto con Antonio 
e Cleopatra. 

Lo furore d' Antonio fini nella lussuria 
e lascivia, acciò che non finissi in cupidità, 
perchè dopo i fatti di Partia avendo in 
odio le arme, stava in ozio, preso dell' a- 
more di Cleopatra, e quasi come egli 
avessi bene compiuti i suoi fatti, riposavasi 
in grembo della reina. Questa donna d'E- 
gitto aveva domandato allo ebbriaco im- 
peradore lo imperio di Roma per pagamen- 
to di sua lussuria, e Antonio glielo promise, 
quasi come i Romani fossino più lievi a 
vincere, che quegli di Partia. Adunque egli 
s' apparecchiava alla signoria, e non taci- 
tamente, anzi avendo smenticato la patria, 
il nome, la toga e i fasci, era tutto come 
cosa raonstruosa diventato ignorante, e 



207 

come egli aveva pensato, cosi credeva e 
mostrava con lo volto. Portava in mano 
una bacchetta d' oro, a lato una scimitarra, 
veste di porpora, ornata di gemme di gran 
pregioj portava la corona, acciò che coma 
re usassi la regina. 

Per la fama de' nuovi movimenti Otta- 
viano passò da Brandizio, acciò eh' egli si 
facessi incontro alla guerra che soprave- 
niva; e posto il campo in Epiro, aveva 
circondato con V armata Leucada isola, il 
monte Leucate e le punte del golfo d' Am- 
brachia. Noi avevamo quattrocento navi o 
più, i niraici ducento e non meno, ma la 
grandezza di quelle si compensava con lo 
numero, perchè elle si movevano con or- 
dine di sei remi infino ai nove, con torri 
e con paraventi , armate di bertesche a 
modo di castegli o di cittade, e non an- 
davano sanza roraore del mare e fatica 
de' venti. Quella medesima grandezza fu 
a danno di quelle. Ma le navi d' Attaviano 
erano con ordine di tre remi infino a sei 
e non più, e perciò erano leggiere ad ogni 
cosa che bisognava usarle, ad assalire, a 
fuggire e a volgerle; quelle erano gravi 
ad ogni cosa e impacciate, e ciascuna era 
assalita da più con le saette; poi gittate 



208 

il fuoco nelle prode, sconfissonle come egli- 
no vollono. Non apparve la grandezza de' 
nimici più in alcuna cosa che per la vet- 
toria, perchè la grande armata, fatta la 
rotta per la battaglia, per tutto il mare 
mostrava la preda degli Arabi e dei Sabei 
e di molte altre gente d' Asia, e lo mare 
mosso continuamente dai venti gittava fuori 
in lido la porpora e 1' oro. 

La prima che cominciò a fuggire, fu la 
reina in una nave dorata e con le vele di 
porpora, poi Antonio la seguì; lìia Atta- 
viano gli seguiva presso. Adunque non 
potè fuggire nello Oceano, e le punte 
d' Egitto fornite a difesa, cioè Paretonio 
e Peluzio, non gli giovarono, perchè quasi 
quegli gli aveva le mani adosso. Antonio 
prima s'uccise, ma la reina inginocchiata 
ai piedi d' Attaviano, tentò indarno gli 
occhi di quello, perchè la bellezza fu mi- 
nore che la onestà di quello principe. El- 
la non s' affaticava per la vita, la quale 
gli era proferta, ma di parte del regno, 
la quale come ella non sperò ottenere da 
quello principo, e vide eh' eli' era riserbata 
per lo trionfo, e videsi essere guardata più 
strettamente (1), entrò nel mausoleo (così 

(l) // lesto Ialino: iucautiorein iiacta custodem. 



209 

è chiamato lo sepulcro dei re); e in quel 
luogo vestita, corri' ella soleva, di solen- 
nissime veste, posesi presso al suo Antonio 
in una sedia respersa di cose odorifere , e 
postasi due serpenti alle vene, mori quasi 
dormendo. 

Qui fu la fine delle guerre civile; le 
altre fumo contra gente estranie , le qua- 
li vedendo stimolato circa i suoi mali 
lo imperio, si mostravano in diverse par- 
ti del mondo. Ma fu fatta nuova pace, e 
lo collo, non usato ancora al freno della 
servitudine delle genti superbie e infiate, 
si ritraeva dal giogo posto nuovamente. 

Le guerre dì Cesare Angusto 
contro Settentrione. 

Volta la piaga del ferro a settentrione, 
ardeva più ferocemente, coni' erano i Norici, 
Schiavi, Ungheri, Dalmati, Misii, Trachi, 
Bachi, Sarmati e Germani. Ai Norici da- 
vano animo le Alpi e la neve, che guerra 
non potessi passare, ma tutti que' popoli 
di quella regione, i Erenni, Senonìi e Vin- 
delici, Ottaviano domò per Claudio Druso 
suo figliastro. Come fossi fatta la crudeltà 
di quelle scaltrite genti, lievemente mo- 

14 



210 

strarono le feraine, le quali non avendo 
che gittare contra i nimici, esbattevano i 
fanciugli in terra, e poi gli gittavano 
per lo viso ai cavalieri suoi nimici. Gli 
schiavi abitavano sotto le Alpi, e guarda- 
vano r entrate delle sue valli con alcune 
serraglie di fossi e con le rotture de' 
fiumi; contra questi egli medesimo con- 
dusse r oste, e fece fare uno ponte presso 
a quelle acque. In quel luogo temendo i 
suoi e r acqua e i nimici , egli tolse lo 
scudo di mano ad uno cavaliere, che du- 
bitava montare in sul ponte, e primo fece 
la via. Allora seguendo la moltitudine, lo 
ponte cadde, ed egli fedito nelle mani e 
nelle gambe, fatto più nobile per lo pe- 
ricolo, mise in rotta i nimici. 

I Pannonii sono circondati da due passi 
e tre fiumi, Bravo, Savo e Istro, e rubando i 
vicini, ridussonsi dentro dalle ripe. A do- 
mare questi mandò Vibio, e quegli fumo 
tagliati in que' fiumi , . e le sue arme non 
fumo arse secondo usanza, ma funo tolte 
e gittate nel fiume, acciò che la vettoria 
fossi così contata agli altri, che facevano 
rìcistenzia. 

Quegli di Dalmazia spesse volte abita- 
vano per gli boschi, e per questo erano 



211 

prontissimi a ruberie. Questi primi Marzio 
quasi aveva tagliati , avendo arsa Dalminio 
sua città; da poi Asinio Pollione gli con- 
dannò in bestiame e in arme e in campi, e 
questi fu secondo domatore. Augusto mandò 
Vibio a domare quegli, il quale costrinse 
quegli uomini a fare cave e a trarre oro 
della vena della terra, il quale quella gente 
cupida sopra tutte le altre con sollecita 
diligenzia acquistò per serbarlo per suo 
uso. 

Ma i Misii quanto fumo aspri e quanto 
crudeli, e quanto erano eglino barberi sopra 
tutti i barberi, è orribile cosa a dire. Uno 
de' suoi capitani innanzi alla schiera, posto 
silenzio, domandò: « Chi siete voi? » E fu 
risposto subitamente: « Noi siamo Romani, 
signori delle genti; » e quegli risposono: 
« Sera questo, se voi vincerete noi.» Marzio 
Crasso prese questo agurio, e quegli subito 
innanzi all' oste, morto uno cavallo, feciono 
sacrificio con agurio di sacrificare e di. 
mangiare le interiori de' morti capitani; 
e parve che gli Dei gli udissino , e non 
poterono aspettare la tromba. Non mise 
piccola paura a quegli barberi Domizio 
centurione, il quale aveva assai barbera 



212 

crudeltà, e nondimeno appresso de' suoi 
pari era matto, il quale portava sopra 
r elmo uno fuoco , e movendosi con lo 
corpo, faceva fiamma e spargevala come 
se la testa gli ardessi. 

Da questi era differente sommamente il 
popolo di quegli di Trazia (1). Quello, bene 
che fossi barbero, era usato agli segni 
romani in milizia e a la disciprina e alle 
armi; ma domati da Pisone, essendo presi 
raostravansi rabiosi , perchè mordendo le 
catene, egli medesimi punivano la sua 
asprezza. 

I Dachi stanno per le montagne, e di 
comandamento di Cotisone re, come lo Da- 
nubio era ghiacciato, solevano fare correrie 
e ruberie ai vicini. Parve ad Ottaviano 
torre via quella gente, alla quale era dif- 
ficile andare. Dunque mandato Lentulo, 
cacciogli oltre l'altra ripa del fiume, e di 
qua pose gente, e cosi allora i Dachi non 
fumo vinti, ma fumo rimossi e indugiati. 

I Sarmati cavalcano per aperte cam- 



(1) Veramente dovrebbe qui leggersi, che i popoli 
di Tracia eransi ribellali innanzi a costoro, se- 
condo che scrisse Floro: Ante hos Thracum maxime 
populus desciverat. 



213 

pagne, e questi bastò costringere per quel 
medesimo Lentulo, che non passassino il 
fiume del Danubio. Quegli non anno alcuna 
cosa, se non nevi e radi boschi , ed anno 
tanto de' costumi barberi , che non sanno 
che cosa sia pace. 

E volessi Dio eh' egli non avessi riputato 
di sì gran pregio vincere Germania. Ella 
fu perduta con più vergogna, che non fu 
acquistata con gloria; ma perch'egli sapeva 
Ceserò suo padre avere passato due volte 
lo Reno, avendo fatto uno ponte, e avere 
cercato le guerre, per onore di quello di- 
siderò di ridurre quella provincia; e gli ve- 
niva fatto, se quegli barberi avessino potuto 
comportare cosi i nostri vizii, come la 
signoria. Mandato Druso in quella pro- 
vincia , prima gli Usipeti domò , poi 
corse 1 Tenteri e gli Catti , e adornò 
uno alto monte a modo d' uno trionfo 
delle ornate spoglie de' Marcomanni. Poi 
assali le fortissime nazioni de' Cheruschi , 
Svevi e Sicambri , i quali avendo arsi 
venti centurioni, tolsono questa guerra 
come per uno sagramento con sì certa 
esperanza di vettoria, che innanzi partirono 
per patto la preda. Toccava ai Cheruschi 



214 
i cavalli, ai Servi 1' oro e lo argento e ai 
Sicarabri i prigioni. Ma ogni cosa andò 
per contrario, perchè sendo vincitore Druso, 
parti i cavagli suoi, lo bestiame e i suoi 
torchi (1) e quegli medesimi per sua preda, 
e vendègli, e ancora ordinò gente e guar- 
die per quelle provincie e in ogni luogo 
sopra la Mosa fiume , 1' Albi e il Vi- 
surgi ; per la ripa del Reno pose cin- 
quanta fortezze, e congiunse insieme Bonna 
e Gesonia con ponti, e fece sicuro il passo 
Ercinio non veduto e non passato infino 
al suo tempo. Finalmente erasi fatta pa- 
ce in Germania , che parevano mutati 
gli uomini e la terra, l'aria medesima 
pareva più temperata e più dolce che non 
soleva; e finalmente il Senato diede a 
quello fortissimo giovane, poi eh' egli morì 
iu quello luogo , nome dalla provincia, 
non per adulazione, ma per meriti , la 
quale cosa non era mai avvenuta ad al- 
cuno altro. 

Ma è maggiore fatica a ritenere una 
provincia che acquistarla , ed acquistasi 
con la forza, ma ritiensi con la ragione. 

(1) Il lesto Ialino: torques eoruni. 



215 
Adunque quella allegrezza fu brieve, perchè 
poi che i Germani fumo vinti, non erano 
domati, e sotto Druso capitano pigliavano 
più tosto i nostri costumi che le armi; ma 
poi eh' egli mori, cominciamo avere in 
odio la lascivia e la superbia di Varo 
Quintino, non altrimenti che la crudeltà. 
Quello ardì fare assunanza (1), ed erasi ri- 
dutto a campo , quasi coni' egli potessi fre- 
nare la violenzia di quegli barberi con la 
verga dello littore e con la boce del bandi- 
tore. Ma quegli i quali già innanzi sapevano 
le sue espade essere coperte di ruggine, 
e i suoi cavagli stare sanza fatica, come 
vidono le toghe e fare ragione con ma- 
giore asprezza che con le armi, pigliorono 
le arme sotto Arminio capitano. In quel 
mezzo Varo aveva tanta speranza della 
pace, che non si mosse per la congiun- 
zione predetta e manifesta a lui per Se- 
gesto, che era uno de' principi di quegli 
signori. Adunque sanza alcuna dilibera- 
zione assalirono quello non proveduto e 
non temente si fatto assalto , mentre egli (e 



(1) Lo slesso: agere conventum ; forse dee leg- 
gersi adunanza, non registrandosi ne' dizionari la 
voce qui riferita. 



216 
fu grande sicurtà) chiamava quegli innanzi 
a sé, 1 quali lo assalirono da ogni parte , 
tolsongli lo campo, e fumo superchiate tre 
legioni. Varo operò in quel dì con la 
fortuna e con l' animo come Paulo il dì 
della sconfitta da Canni ; e niuna sconfitta 
fu più sanguinosa, che quella per gli boschi 
e per gli paludi; niuno assalto de' barberi 
fu più intolerabile , specialmente contra gli 
avvocati delle questioni. Ad alcuni taglia- 
vano le mani, ad alcuni cavavano gli occhi, 
ad alcuno fu cucita la bocca, ma prima 
tagliata la lingua, la quale tenendo in mano 
uno barbero, disse: « Comanda (1) e non 
zufolare; » ed il corpo del consolo, il quale 
per pietà uno cavaliere aveva soppellito 
in terra, fu dissotterrato. Le insegne e due 
aquile quegli barberi ancora le tieneno , la 
terza cavata di terra , lo gonfaloniere , 
innanzi che venissi alle mani de' nimici, 
portolla nascosa nella sua cintura e gittolla 
in uno sanguinoso padule. Per questa 
sconfitta avvenne che lo imperio di Roma, 
iì quale passava il lido dell' Oceano , non 
passava la riva del Reno. 

(3) Il lesto : tandem, inquit, vipera, sibilare de- 
siste. Il volgarizzatore lesse impera. 



217 

Queste cose fumo fatte verso settau- 
trione. Sotto la parte di mezzodì fumo 
più tosto romori che guerra. Cosso capi- 
tano quietò i Mugillani e i Getuli, i quali 
abitavano le Sirti, e questo nome della 
vettoria, che fu Getulico, fu più manifesto. 
A Quirino (1) fu dato a domare i Marma- 
rici e i Garamanti, e quello tornato potè 
aver nome Marraarico, ma egli fu più mode- 
sto ad estimare la vettoria. 

Verso r oriente fu più a fare con gli 
Arminii. A quel luogo Attaviano mandò 
uno de' suoi Cesariani nipoti. Amendue 
morirno , ma l' uno sanza fama , perchè 
Lucio morì d' infermità a Massilia , ma 
Gaio mori d' una fedita, ritraendosi d' Ar- 
menia in Partia. Pompeo aveva usati gli 
Arminii dopo la morte di Tigrane a questa 
sola servitudine, eh' eglino toglievano rettori 
da noi. Adunque questo ricoverava la ra- 
gione perduta, e non sanza sangue, ma non 
con molta battaglia, perchè Donnes, il 
quale Artasate re aveva fatto prefetto , 
assalito quello con simulato tradimento , 
essendo egli intento a uno libro, nel quale 

(1) Il testo : Garamantas Curinio subigendos 
dedit . 



218 
sì conteneva la ragione de' tesori (ed egli 
gliel' aveva porto), già ricreato della sua 
fedita, lo colpi nella tempia. Quello barbero 
da ogni parte avendo intorno tutto l'oste 
odioso, con lo coltello si percosse e missesi 
nel fuoco, e cosi sodisfece a Ceserò che 
sopravisse (1). 

Da ponente tutta la Ispagna era in pace, 
se non da quella parte, dove lo Oceano 
dalla parte di qua bagna quella, dove ella 
s" accosta agli scogli , ov' è la fine del 
monte Pirineo. In quel luogo sono due 
fortissime genti, i Cantabri e gli Asturi, 
e questi sanza signoria facevano novitadi. 
L' animo di Cantabri fu primo e più atto 
e più pertinace alla rebellione, i quali 
non contenti di difendere la sua libertà, 
tentavano signoreggiare i vicini, e stimo- 
li) Questo passo è reso assai oscuro dai copisti, 
che alterarono i' testo latino, e dall' inesperto vol- 
garizzatore, che non intese qui V autore. Il senso è 
che Cleone, il quale dal re Arlasate era stalo cre- 
ato suo luogo teneri le, fingendo di voler tradire il 
suo signore^ presentò a Caio una nota dei tesori 
regi; e mentre lo vide intento a leggerla, colla spa- 
da lo feri nella tempia. Vedendosi poi il barbaro 
circondato da ogni parte e oppresso dall' esercito , 
si trafisse da sé e gettassi nel fuoco; in tal modo 
soddisfece a Cesare ancora superstite. 



219 

lavano i Vaccei, i Curgioni e Autrigoni 
con ispesse cori-erie. Centra questi adunque, 
perchè si diceva che quegli stimolavano 
più che non solevano, non mandò oste, 
ma fece la impresa: egli medesimo andò 
e pose il campo presso Segisama, poi con 
lo oste dipartito in poco tempo prese 
tutta Cantabria, e vinse quella aspra gente 
e a modo di fiere, quasi con circondargli. 
E non era pace dallo Oceano, perchè da 
le spalle erano fediti i nimici dalla armata. 
Prima combattè contra i Cantabri presso 
la terra de' Belghi , e di quel luogo fug- 
girono in uno altissimo monte chiamato 
Vinnio, e credevano che prima montassi 
in quello 1' aqua dallo Oceano, che le ar- 
me de' Romani. La terza volta Arra- 
cillo castello fece risistenzia con grande 
possanza , ma finalmente fu preso e fu as- 
sediato il monte Medulio, il quale circon- 
davano con una fossa di quindici miglia, 
stando i Romani intorno da ogni parte; 
e poi che quegli barberi si vidono ad e- 
stremità, a pruova avendo mangiato, pre- 
sono la morte con lo fuogo e col ferro e 
col veleno, il quale in quello luogo pale- 
semente si prieme del sugo dell' albero 
tasso ; la magiore parte per quello modo 



220 
si difesono di non essere prigioni. 

Queste cose udì Ceserò Augusto per Aa- 
tistio e Fusinio e per Agrippa suoi legati, 
svernando egli sul lido di Teracone. Egli 
presente cacciò questi da le montagne, 
altri strinse a dare stadigi, altri vendè ad 
incanto, e parve al Senato che questa 
cosa fossi degna di trionfo; e già Atta- 
viano era sì grande , che potia non curarsi 
del trionfo. Gli Asturi in quello tempo 
erano discesi dalle sue montagne con gran- 
de oste, e non pigliarono come barberi 
stoltamente speranza, anzi posto il campo 
presso Astura fiume, partirono l'oste in 
tre parti, e apparecchiavansi ad assalire 
insieme tre campi de' Romani . Sarebbe 
stata battaglia durissima e sanguinosa, ed 
eguale da ciascuna parte la sconfitta, al- 
lora quando così forti e così diliberati 
subitamente venivano, se i Trigecini non 
lo avessi no manifestato ; dai quali sendo 
fatto avvisato Carisio, venuto con l'oste, 
guastò quella congiurazione. Così quegli 
che avanzarono dall' oste sconfitta da quel- 
la battaglia, che non fu sanza sangue, 
ricevè Lancia fortissima città , dove allo- 
ra fu combattuto per tal modo, che vo- 
lendosi incendiare la presa città, a fatica 



221 

lo capitano ottenne perdonanza , perchè più 
tosto la terra rimanessi, salva, monumento 
della vettoria de' Romani, ch'ella lo fossi 
arsa. 

E questa fu la fine delle battaglie e delle 
guerre d' Attaviano , e quello fu la fine 
della rebellione degli Spagnoli. Poi fu 
certa fé e pace eterna con prodo ingegno 
di quegli alla parte della pace. Allora per 
consiglio d' Attaviano, il quale temeva la 
fidanza de' monti, ne' quali quelli si ripo- 
savano, comandò che lo suo campo, che 
era nel piano, tenessi e abitassi quelli. 
E' pigliò savio consiglio , e volle che 
questo si osservassi. La natura di quello 
paese tutto è eh' ella sia fruttevole d' oro 
e di minio, di crisocolla e di altri colori. 
Adunque egli comandò che fossino fatte 
case, e cosi gli Asturi, i quali cercavano 
per altrui le sue ricchezze , che sono na- 
scose nel fondo . della terra , comincia- 
ronle a conoscere. 

Essendo quietate tutte le genti da ponen- 
te e da mezzodì, solamente da settentrione 
tra '1 Reno e '1 Danubio, ed ancora da orien- 
te tra Ciro ed Eufrate, e quegli eziandio 
ch'erano sanza signoria, sentivano nondi- 
meno la grandezza del popolo di Roma e 



222 
la vettoria sopra le genti, ed avealo in rive- 
renzia; e cosi i Tarteri mandorono imba- 
sciadori ai sanatori, e domandano amistà. 
I Seri e gì' Indi, i quali abitano sotto il 
sole, con pietre preziose e perle e leo- 
fanti e con altri doni si scusavano di 
lunghezza del camino, nello quale erano 
stati quattro anni; e ben mostravano i 
colori degli uomini, che egli venissino 
d' un' altro mondo. I Parti, quasi come 
fossero pentiti della vettoria , rimandorono 
volentiermente le insegne tolte per la scon- 
fitta di Crasso . Così in ogni parte fu 
pace e concordia ferma e continova di 
tutta la umana generazione; e finalmente 
Ceserò Augusto , lo setticentesimo anno 
dopo la dificazione di Roma, ardi serrare lo 
tempio di lano, il quale nondimeno era 
stato serrato innanzi due volte, al tempo 
di Numa re, e quando Cartagine fu vinta 
la prima volta. Poi egli volto alla pace, 
constrinse con molte gravi e aspre leggi 
quel tempo pronto e inclinevole a tutti i 
vizii, e in spezialità alla lussuria ; e per 
questi tanti e si grandi fatti fu chiamato 
perpetuo dittatore e padre della patria. 
Ancora fu trattato nel Sanato, se fossi da 
chiamarlo Romolo, perchè egli era stato 



223 

fondatore dello imperio; ma parve a loro 
questo nome Augusto fossi più fermo e 
di più riverenzia, perchè infino allora abi- 
tando egli la terra, per quello nome e ti- 
tolo fossi consacrato. 

Amen. 

Qui finisce lo libro di Anneo Floro, fa- 
mosissimo autore, de' raemoriabili fatti de' 
Romani, dalla dificazione di Roma infino 
a Ceserò Augusto. 



Epitoma di Udo Anneo Floro e di tutta la istoria 



TITO LIVIO 



TAVOLA SOPRA LE tlUBRICHE 

Proemio P"^- ^ 

Lo regno di Romulo » ^ 

Lo regno di Numa Pompilio » 9 

Lo regno di Tulio Ostilio » 10 

Lo regno d' Anco Marzio » ^^ 

Lo regno di Tarquinio Prisco » IS 

Lo regno di Tulio Servilio » 1* 

Lo regno di Tarquinio superbo .... » 15 

Ripetizione sommaria di sette re. . . » n 

Qui finisce la prima età del popolo di Roma. 

Comincia la seconda età >' i8 

La guerra coi Toscani . " '" 

Orazio Code, Muzio Scevola e Clelia . . » 21 

La guerra coi Latini * "^* 

La guerra degli Etnischi, Fallisci e 

Fidenati " -^ 

La guerra con gli Gallici " 27 

15 



226 

La guerra con i Latini Pajj. 

La guerra cogli Sabini » 

La guerra con gli Sanniti » 

La guerra con gli Etruschi e con gli 

Sanniti » 

La guerra con gli Tarentiui » 

La guerra con i Marchiani » 

La guerra con gli Salentiiii » 

La guerra con i Volsinii » 

Sommaria repetizione della seconda etii . » 



3-2 
33 



36 
37 
41 



■io 



Qui finisce lo primo libro della prima eia 
e della seconda del popolo di Roma. 



Della terza etade di Roma . . . 
La prima guerra con gli Africani 
La guerra con gli Liguri . . . 
La guerra con gli Galli Insubrii . 
La guerra con gli Schiavi . . . 
La seconda yuerra con gli Africani 
La prima guerra di Macedonia . 
La guerra di Seria con Antioco . 

La guerra d' Etolia 

La guerra d' Istria 

La guerra con gli Gallogreci . . 
La seconda guerra di Macedonia 
AKra guerra con gli Schiavi . . 
La terza guerra di Macedonia . 
La terza guerra con gli Africani 
La guerra con quegli di Acaia . 
Cose fatte in Ispagna . . . 
La guerra di Numanzia, . . . 
Quando cominciò a corrompersi lo popolo 
di Roma 



58 
59 
60 
61 
7i 
77 
81 
ivi 
82 
83 
86 
87 
88 
92 
93 
98 

102 



La firuorra d' Asia 



227 

Pag. 103 



Finisce lo secondo libro di Floro. 



Terzo libro. 

Delia guerra con Giusfiirta in Numidia 
La guerra con gli .\lIobrogi. . . . 
La guerra con gli CimLri , Teutoni e 

Tigurini in Gallia Cisalpina. 
La guerra di Tarzia .... 
La guerra con Mitridate .... 
La guerra con quegli di Cilizia. . 

La guerra di Greti 

La guerra delle Isole Baleariche . 

La guerra di Cipri 

La guerra di Gallia per Cesare 

La guerra di Partia 

Sommaria repetizione delle discordie 

Romani e la cagione d' elle. 
Onde ebbono principio le discordie 
La discordia di Tiberio Gracco. . 
La discordia di Caio Gracco fratello 
La discordia d' Appulejo .... 

La discordia di Druse 

La guerra con gli collegali . . . 
La guerra con gli Servi .... 
La guerra con Spartaco . . . • 
La guerra civile di Mario e di Siila 

La guerra di Sertorio 

La guerra civile con Lepido . . 



de 



100 
109 

HO 
115 

in 

124 
127 
128 
129 
129 
136 

138 
Ul 
143 
144 
li5 
147 
U9 
151 
153 
158 
104 
165 



Qui finisce lo terzo libro della sommaria 
abbreviatura di Lucio Floro. 



228 

Libro quarto 

La congiura di Catelina ...■■■ Pag. 108 

La guerra civile di Ceserò e dì Pompeo . » 170 

La guerra civile con Ceserò Augusto , » i92 
]<a guerra d' Attaviano con Antonio a 

Modena » lOi 

L' assedio d' Antonio a Perugia ... » 195 

Lo Triumvirato . . » ivi 

La guerra di Ceserò Augusto con Bruto 

e Cassio » 197 

La guerra di Augusto con Sesto Pompeo. » 200 

La guerra di Ventidio centra i Parti . . > 202 

La guerra d' Antonio centra i Parti . » 203 
La guerra di Ceserò Augusto centra 

Antonio e Cleopatra » 200 

Lo guerre di Cesare Augusto contro 

Settentrione » 209 

Qui finisce lo libro di Anneo Floro, famosissimo autore, 

di memoriabili fatti di Fiumani, 
dalla edificazione di Roma infino a Cesare Augusto. 







CATALOGO 

DEI 

LIBRI DI PROPRIA EDIZIONE 

DI 

GAETANO ROMAGNOLI 

Libraio Editore della R.CammissioDe pe' Testi di Lingua 

BOLOGNA 
Via Toschi, 16 



GENNAIO 

1881 




Avvertenza 



I/ Editore, per agevolare 1' acquisto di entrambe 
le sue Collezioni a biblioteclie ed amatori , accetta 
anche pagamenti rateali da convenirsi. Gli articoli 
segnati con asterisco non si vendono separatamente 
anzi si acquistano pagando il doppio del prezzo se- 
gnato. Ai librai si accorda lo sconto T~) , 



COLLEZIONE 

DI 

OPERE INEDITE RARE 

DEI PRIMI TRE SECOLI DELLA LINGUA 

PUBBLICATE PER CURA 

della R. Commissione pe' Testi di Lingua 



L Bandi Lucchesi del secolo XIV, tratti 
dai registri del R. Archivio di Stato di 
Lucca, per cura di Salvatore Bongi. 
Bologna, 18G3, ìn-8 di pagg. XVI-434 

L. 7. 25 

2. 3. Storia di Ajolfo del Bai-bicone e di 
altri valorosi cavalieri compilata da 
Andrea di Iacopo da Barberino di Val- 
delsa, testo di lingua inedito pubblicato 
a cura di Leone Del Prete. Ivi, 1863-64. 
Voli. 2 in-8 di pagg. XXII-365-368. 

L. 12. 37 



4 
4. 5. 6. Statuti Senesi scritti in volgare 
ne' secoli XIII e XIV e pubblicati se- 
condo i testi del Real Archivio di Stato 
in Siena , per cura di Filippo Luigi Po- 
lidori e Luciano Banchi. Voi. 1.° Ivi, 
1863 in-8 di pagg. XXXVlIl-496. Voi. 
2.° di pagg. XXXlI-372. Voi. 3.° di 
pagg. XXXlV-512. L. 28. 43 

7. I Fatti di Cesare, testo di lingua ine- 
dito del sec. XIV pubblicato a cura 
di Luciano Banchi. Ivi, 1863, in-8 di 
pagg. LXXX-388. L. 7. 63 

8. 9. La Tavola Ritonda, o l' Istoria di 
Tristano, testo di lingua inedito, citato 
dagli accademici della Crusca, ed ora 
per la prima volta pubblicato secondo un 
codice della Mediceo-Laurenziana per 
cura e con illustrazioni di Filippo Luigi 
Polidori e Luciano Banchi. Ivi, 1864-67. 
Voli. 2 in-8 di pagg. CXX-552-340. 

L. 16. 42 

10. Cronache Siciliane dei secoli XIII, 
XIV e XV pubblicate per cura del 
Prof. Vincenzo Di Giovanni. Ivi, 186i") 
in-8 di pagg. LVI-404. L- 4. 75 



11. Storia di Rinaldino da Montalbano, 
romanzo cavalleresco in prosa, pubbli- 
cato per cura di Carlo Minutoli. Ivi , 
1865, in-8 di pagg. XLVlIl-404. 

L. 7. 35 

12. Trattati di Mascalcia attribuiti ad 
Ippocrate , volgarizzati nel sec. XIII e 
pubblicati a cura di Pietro Del Prato. 
Ivi, 1865, di pagg. CXXX-308. 

L. 7. 05 

13. 14. 15. Commento alla divina com- 
media d' Anonimo Fiorentino del sec. 
XIV, ora per la prima volta stampato 
a cura di Pietro Fanfani. Ivi, 1866-74. 
Voli. 3 in-8. L. 34. 58 

16. Prediche inedite del B. Giordano da 
Rivalto, recitate in Firenze dal 1302 
al 1305 , pubblicate dal Cav. Enrico 
Narducci. Ivi , 1867 , in-8 di pagg. 
XLVlII-500. L. 8. 82 

17. 18. De'Rimedii dell'una e dell'altra 
fortuna di Messer Francesco Petrarca, 
volgarizzati nel buon secolo della lingua 
per D. Giovanni Dassaminiato, pubblicati 
a cura di Don Casimiro Stolfi. Ivi 1867- 
68. Voli. 2 in-8 di pagg. 464-508. 

L. 17. 02 



6 

19. 20. La Mascalcia di Lorenzo Rusio, 
volgarizzamento del secolo XIV a cura 
di Pietro Del Pietro e Luigi Barbieri. 
Ivi, 1867. Voli. 2 in-8 di pagg. \lII-448- 
340. L. 10 

21. 22. H Eomuleo di Messer Benvenuto 
da Imola , volgarizzamento del buon 
secolo , messo per la prima volta in 
luce dal dottor Giuseppe Guatteri. Ivi, 
1867. Voli. 2 in-8 di pagg. XX-396-464. 

L. 16. 95 

23. 24. Valerio Massimo, De' fatti e detti 
degni di memoria della città di Roma 
e delle stranie genti, testo di lingua del 
secolo XIV, riscontrato su molti codici, 
e pubblicato da Roberto De Visiani. Ivi, 
1867, in-8 di pagg. 740. L. 14. 35 

25. n libro dì Sidrac, testo inedito del 
secolo XIV, pubblicato da Adolfo Bar- 
toli. Ivi, 1868, in-8 di pagg. XXX-408. 

L. 8. 25 

20. Leggenda minoi'e di S. Caterina da 
Siena e Lettere dei suoi discepoli, scrit- 
ture inedite pubblicate dal dott. Fran- 
cesco Gi^ottanelli. Ivi, 1868, in-8 di 
pagg. XXX-408. L. 8. 25 



27. Antonio da Tempo, Trattato delle 
rime volgari, composte nel 1332, dato 
in luce integralmente ora la prima volta 
per cura di Giusto Grion. Ivi, 18G9, 
in-8 di pagg. 385. L. 7. 20 

28. 29. 30. Codice della Divina Commedia 
che fu del Papa Lambertini, dato se- 
condo la sua ortografia, coi raffronti di 
altri XIX Codici Danteschi inediti , per 
cura di L. Scarabelli. Bologna, Regia 
Tipografia, 1871-73. Voli. 3 in-8 

L. 42 20 

* 31. I Reali di Francia. Ricerche intomo 

a' Reali di Francia per Pio Rajna se- 
guite dal libro delle storie di Fioravante 
e dal Cantare di Bovo D' Antona. Bo- 
logna, R. Tip., 1872, in-8. L. II. 35 

* 32. I Nobili Fatti di Alessandro Magno, 

romanzo storico tradotto dal francese 
nel buon secolo, ora per la prima volta 
pubblicato sopra due codici Magliabe- 
chiani, per cura di Giusto Grion. Ivi, 
R. Tip., 1872, in-8 L. 9. IO 

33. Dei Trattati morali di Albertano da 
Brescia, volgarizzamento inedito fatto 
nel 1268 da Andrea di Grosseto, a cura 
di F. Selmi. Ivi, 1873, in-8. L. 8 



* 34. 35. 36. Le Vite degli uomini illustri 
di F. Petrarca volgarizzate da Donato 
degli Albanzani da Pratovecchio ora 
per la prima volta messe in luce se- 
condo un codice Laurenziano citato 
dagli accademici della Crusca. Voi. 2 
parti 3, per cura di L. Razzolini. Ivi , 
R. Tip., 1874, in-8. L. 32. 60 

37. La Scala del Paradiso di S. Giovanni 
Climaco, testo di lingua del sec. XIV 
per cura del Dott. Ab. Antonio Ceruti. 
Ivi, R. Tip., 1875, di pagg. Ln-324. 

L. 10. 80 

38. 39. 40. Comedia di Dante degli Alla- 
gherii col Commento di Iacopo della 
Lana Bolognese — nuovissima edizione 
della Regia Commissione per la pub- 
blicazione dei testi di Lingua sopra ite- 
l'ati studi del suo socio Luciano Scara- 
belli. Bologna, R. Tip., 1866. Voli. 3 
in-8. L. 36 

*41. Le antiche rime volgari secondo la 
lezione del Codice Vaticano 3793 , pub- 
blicate per cura di A. D' Ancona e D. 
Comparetti. Voi. I. Bologna, R. Tip., 
1873, in-8. L. 11 



9 

42. Del Reggimento e costumi di Donna di 
M esser Francesco da Barberino secondo 
la lezione dell' antico testo a penna 
Barberiniano per cura del Conte Carlo 
Baudi di Vesme. Bologna, 1875, in-8. 

L. 9. 40 

43. 44. Le Storie Nerbonesi, Romanzo 
Cavalleresco del Secolo XIV, pubblicato 
per cura di I. G. Isola. Bologna, 1877-80. 
Voli. I. testo e Voi. III. preliminari par- 
te I. L. 23. 40 

N. B. Il Yol. II del Testo è in corso 
di stampa. 

45. 46. H Tesoro di Brunetto Latini, vol- 
garizzato da Bono Giamboni raffi'ontato 
col testo autentico francese edito dal 
P. Chabaille emendato coi manos. ed 
illustrato da Luigi Gaiter. Bologna, 
1878-79. Voli. 2 in-8.° L. 18. 50 

47 e 48. Volgarizzamento della Istoria 
della Guerra Giudaica di losefo Flavio 
testo di lingua antico ridotto a piìi sana 
lezione da Luigi Calori. Bologna, 1879. 
Voli. 2 in-8.° L. 19. 20 



SCELTA 



CURIOSITÀ LETTERARIE 

INEDITE KARE 
dal Secolo XIII al XVII 

in appendice alla Collezione suddefta. 



DI questa Scelta, in Appendice alla Collezione 
ufficiale, encomiata da molti giornali d' Italia e del- 
l' estero , fin qui si sono pubblicate le seguenti 
dispense, tirate in soli 202 esemplari ordinatamente 
numerati. 

* 1. ITovelle d' incerti autori del secolo 

XIV. Bologna, Tipografia del Progresso, 
1861, in-16 di pagg. 100. L. 3 

2. Lezione o vero Cicalamento di Maestro 
Bartolino dal Canto de' Bischeri sopra 
'1 sonetto : Passere e beccafichi magri 
arrosto. Bologna , Tipografia del Pro- 
gresso, 1861, in-16 di pagg. 102. L. 5 

* 3. Martirio d' una fanciulla Faentina 

narrato per Frate Filippo da Siena nel 



11 

sec. XIV. Bologna, Tip. del Progresso, 

1861, in-lG di pagg. 12. L. 1. 25 

* 4. Due Novelle morali d' autore anonimo 

del secolo XIV. Bologna, Tipografia del 
Progresso, 1861, in-16 di pagg. 24. 

L. 1. 50 

* 5. Vita di M. Francesco Petrarca scritta 

da incerto trecentista. Boi., Tipografia 
del Progresso, 1861, in-16 di pagg. 24. 

L. 1. 25 

* 6. Storia d' una Fanciulla tradita da un 

suo amante di messer Simone P'orestani 
da Siena. Boi., Tipografia del Progresso 

1862, in-16 di pagg. 48. L. 1. 75 

7. Gominento di ser Agresto da Ficaruolo 
sopra la prima Ficata del Padre Siceo. 
Boi., Tipografia del Progresso, 1862, 
in-16 di pagg. 216. L. 6 

* 8. La Mula , la Chiave e Madrigali sa- 

tirici del Doni Fiorentino. Boi., Tipo- 
grafia del Progresso, 1862, in-16 di 
pagg. 40. L. 1. 50 

* 9. Dodici Conti morali di Anonimo Se- 

nese, testo inedito del secolo XIII. Boi., 
Tipografia del Progresso, 1862, in-16 
di pagg. XIV-152. L. 4 



12 

* 10. La Lusignaca, novella inedita del 

buon secolo della lingua italiana. Boi., 
Tipografia del Progresso, 1862, in-16 
di pagg. 32. L. 2 

11. Dottrina dello Schiavo di Bari secondo 
la lezione di tre antichi testi a penna. 
Boi. , Tipografia del Progresso, 1862, 
in-16 di pagg. 24. L. 1. 50 

* 12. 11 Passio Vangelo di Nicodemo 

volgarizzato nel buon secolo della lingua, 
e non mai fin qui stampato. Boi., Tip. 
del Progresso, 1862, in-16 di pagg. 52. 

L. 2. 50 

* 13. Sermone di S. Bernardino da Siena 

sulle Soccite di Bestiami. Boi. , Tipo- 
grafia del Progresso, 1862, in-16 di 
pagg. 40. L. 1. 50 

* 14. Storia d'una crudel matrigna, ove 

si narrano piacevoli novelle. Scrittura 
del buon secolo di nostra lingua. Boi., 
Tipografia del Progresso, 1862, in-16 
di pagg. 68. L. 2. 50 

* 15. H Lamento della Beata Vergine 

Maria e le Allegrezze in rima, secondo 
antichi codici manoscritti. Boi. , Tipo- 
grafia del Progresso, 1862, in-16 di 
pagg. 24. L. 1. 50 



13 
16. Il Libro della vita contemplativa, 
saggio di un volgarizzamento del sec. 
XIV, messo per la prima volta in luce. 
Boi., Tipografia del Progresso, 1862, 
in- 16 di pagg. 36. L. 1. 50 

* 17. Brieve Meditazione sui benefici di 

Dio per Agnolo Torini da Firenze, testo 
inedito del buon secolo della lingua ita- 
liana. Boi., Tipografia del Progresso, 
1862, in-16 di pagg. 56. L. 2 

18. La Vita di Bomolo composta in latino 
da Francesco Petrarca col volgarizza- 
mento citato dagli accademici della 
Crusca di Maestro Donato da Prato- 
vecchio. Boi. , Tipografia del Progresso , 
1862, in-16 di pagg. 56. L. 2 

19. n Marchese di Saluzzo e la Griselda, 
novella in ottave del secolo XV. Boi. , 
Tipografia del Progresso, 1862, in-16 
di pagg. 40. L. 2 

* 20. Novella di Pier Geronimo Gentile 

Savonese. Boi., Tipogr. del Progresso, 
1862, in-16 di pagg. 28. Vi è unito: 

Un' Avventura amorosa di Ferdinando 
d' Aragona Duca di Calabria , narrata 
da Bernardo Dovizi da Bibbiena in una 



14 

lettera a Piero de' Medici. Boi. , Tip. 
del Progresso, 1862, in-16 di pagg. 24. 
Vi è pure unito : 

Le Compagnie de' Battuti in Roma nell' anno 
1339. Boi., Tipografia del Progresso, 
1862, in-16 di pagg. 16. L. 2. 50 

21. Due Epistole d' Ovidio tratte dal vol- 
garizzamento delle Eroidi fatto da mes- 
sere Carlo Figiovanni nel secolo XIV. 
Boi., Tipografia del Progresso, 1862, 
in-16 di pagg. 40. L. 2 

22. Novelle di Marco Mantova scrittore 
del secolo XVI, novellamente stampate 
a facsimile nella lezione del testo origi- 
nale. Bologna, Tipografia del Progresso, 
1862, in-16 di pagg. 144. L. 5 

23. Dell' Illustre et famosa historia di 
Lancilotto dal Lago, alcuni capitoli a 
saggio. Boi., Tipografia del Progresso, 
1862, in-16 di pagg. 72. L. 3 

24. Saggio del volgarizzamento antico di 
Valerio Massimo citato dagli accademici 
della Crusca per testo di lingua. Boi., 
Tipografia del Progresso, 1862, in-16 
di pagg. 44. L. 2. 50 



15 

25. Novella del Gerbino in ottava rima 
di un Anonimo antico. Boi., Tipografia 
del Progresso, 1862, in- 16 di pagg. 40. 

L. 2 

26. Trattatello delle virtù, testo francese 
di Frate Lorenzo de' Predicatori e to- 
scano di Zucchero Bencivenni scrittore 
del secolo XIV. Boi., Tipografia del 
Progresso, 1863, in-16 di pagg. 48. 

L. 2 

27. Negoziazione di Giulio Ottonelli alla 
Corte di Spagna. Boi., Tipografia del 
Progresso, 1862, in-16 di pagg. 32. L. 2 

28. Tancredi Principe di Salerno. Novella 
in rima di Hieronimo Benivieni Fioren- 
tino. Boi., Tipografia del Progresso, 
1863, in-16 di pagg. 62. L. 2 

29. Le vite di Numa e T. Ostilio, testo 
latino di Francesco Petrarca, e toscano 
di M. Donato da Pratovecchio. Boi. , 
Tipografia del Progresso, 1863, in-16 
di pagg. 38. L. 2 

30. La Epistola di San Iacopo e i Capitoli 
terzo e quarto del Vangelo di san Gio- 
yanni, volgarizzamenti inediti. Boi., Ti- 
pografia del Progresso, 1863, in-16 di 
pagg. 44. L. 2 



IG 

31. Storia di san Clemente Papa fatta 
volgare nel secolo XIV. Boi, Tipografìa 
del Progresso, 18G3, in-16 di pagg. 104. 

L. 3 

32. n Libro delle Lamentazioni di lere- 
mia e il Cantico de' Cantici di Salomone, 
volgarizzamenti del secolo XIV. Boi., 
Tipografia del Progresso, 1863, in-16 
di pagg. 32. L. 2 

33. Epistola di Alberto degli Albizzi a 
Martino V. volgarizzata da Don Giovanni 
Dassamminiato. Boi., Tipografia del 
Progresso, 1863, in-16 di pagg. 46. 

L. 2 

*34. I Saltarelli del Bronzino Pittore. 
Boi., Tipografia del Progresso, 1863. 
in-16 di pagg. 56. L. 2 

35. Gìbello Novella inedita in ottava rima 
del buon secolo della lingua. Boi., Ti- 
pografia del Progresso, 1863, in-16 di 
pagg. 60. L. 3 

36. Commento a una Canzone di Francesco 
Petrarca per Luigi de' Marsili. Boi. , 
Tipografia Monti, 1863, in-16 di pagg. 
51. L. 2. 50 



17 

* 37. Vita e frammenti di Saffo da Miti- 

lene. Boi., Tipogi'afia del Progresso , 
1863, in-16 di pagg. 104. L. 3 

* 38. Bime di Stefano Vai rimatore pratese. 

Boi., Tipografia del Progresso, 1863, 
in-16 di pagg. 56. L. 2 

39. Capitoli delle monache di Pontetetto 
presso Lucca. Scrittura inedita del sec. 
XIII. Bologna, Tipografia del Progresso, 
1863, in-16 di pagg. 46. L. 2. 50 

40. Libro della Cucina del secolo XIV, 
testo di lingua non mai fin qui stam- 
pato. Boi., Tipografia del Progresso, 
1863, in-16 di pagg. LVI-128. L. 6 

41. Historìa della Reina d' Oriente di 
Antonio Pucci Fiorentino , Poema ca- 
valleresco del secolo XIV, pubblicato e 
restituito alla sua buona primitiva le- 
zione su' testi a penna. Boi., Tipografia 
Monti, 1862, in-16 di pagg. 86. L. 3 

42. La Fisognomia trattatello in francese 
antico colla versione italiana del Tre- 
cento pubblicata la prima volta su 
codici. Boi., Regia Tipografia, 1864, 
in-16 di pagg. 62. L. 2. 50 

2 



18 

43. Storia della Reina Ester scritta nel 
buon secolo della lingua e non mai fin 
qui stampata. Boi., Regia Tipografia, 
1864, in-16 di pagg. 31. L. 1. 50 

44. Sei Odi inedite di Francesco Redi. 
Boi., Tipografia del Pi'Ogresso, 18C4, 
in-lG di pagg. 52. L. 2 

45. La Storia di Maria per Ravenna scritta 
nel secolo XV da ignoto autore. Boi., 
Regia Tipografia, 1864, in-16 di pagg. 
38. L. 2 

46. Trattatello della verginità, testo di 
lingua dell' aureo trecento non mai fin 
qui stampato. Boi., Regia Tipografia, 
1864, in-16 di pagg. 40. L. 2 

47. Lamento di Fiorenza qual supplica la 
Santità del Papa ad unirsi con esso lei 
con invocazione di tutte le potenze cri- 
stiane con la guerra, e quando si rese 
con patti e convenzioni fatte con la 
Santità di Nostro Signore e Maestà Ce- 
sarea 1529-30. Boi., Regia Tipografia, 
1864, in-16 di pagg. 36. L. 2 

48. Un Viaggio a Perugia fatto e descritto 
dal Beato Giovanni Dominici nel 1395 
con alcune sue Lettere che non si leg- 



19 
gono tra quelle di Santi e Beati fio- 
rentini. Boi., Regia Tipografia, 1864, 
in-16 di pagg. 52. L. 2. 50 

49. Il Tesoro canto carnascialesco mandato 
a Cosimo I. Granduca , da Lorenzo 
Braccesi. Si aggiunge la Canzone del 
Nicchio ricordata nel Decamerone. Boi., 
Regia Tipografia, 1864, in-16 di pagg. 
24. L. 1. 50 

* 50. Storia di Fra Michele Minorità, come 
fu arso in Firenze nel 1389, con docu- 
menti risguardanti i Fraticelli della 
povera Vita, testi inediti del buon sec. 
di nostra lingua. Boi., Tipografia del 
Progresso, 1864, in-16 di pagg. XX XVI- 
128. L. 6. 

*51. Dell'Arte del vetro per musaico; 
tre trattatelli del sec. XIV e XV ora 
per la prima volta pubblicati. Bologna, 
Regia Tipografia, 1864, in-16 di pagg. 
XVI-176. L. 6 

52. 53. Leggende di alcuni Santi e Beati 
venerati in S. Maria degli Angeli di 
Firenze , testi del buon secolo. Boi. , 
Regia Tipografia, 1864, voli. 2 in-16 
di pagg. 160 e 183. L. 10. 50 



20 

54. Regola dei Frati di S. Iacopo d' Al- 
, topascio. Boi., Regia Tipografia, 1864, 

in- 16 di pagg. 144. L. 5 

55. Lettera de' Fraticelli a tutti i cristiani 
nella quale rendon ragione elei loro 
scisma, testo inedito del buon secolo 
della lingua. Boi., Tipografia del Pro- 
gresso, 1865, in- 16 di pagg. 36. 

L. 1. 50 

56. Gìacoppo novella e la Ginevra novella 
incoaiinciata; dall'originale d'anonimo 
quattrocentista dell' Archivio Mediceo 
(con facsimile). Boi., Tipografia del 
Progresso, 1865, in-16 di pagg. XVI-64. 

L. 3 

57. La Leggenda di Sant' Albano , prosa 
inedita del secolo XIV, e la Storia di 
S. Giovanni Boccadoro secondo due an- 
tiche lezioni in ottava rima. Boi., Tipogr. 
del Progresso, 1865, in-16 di pag. 109. 

L. 4 

58. Sonetti giocosi di Antonio da Pistoia, 
e Sonetti satirici senza nome d' autore , 

, tratti per la prima volta da vari codici. 
Boi., Regia Tipografia, 1865, in-16 di 
pagg. 76. L. 2. 50 



21 

59. Fiori di Medicina di maestro Gregorio 
Medico-fi|ico del secolo XIV. Boi., Re- 
gia Tipografìa, 1865, in-16 di pagg. 86. 

L. 3 

60. Cronichetta di San Geminiano compo- 
sta da F. Matteo Ciaccheri Fiorentino 
l'anno MCGCLV. Boi., Tipogr. del Pro- 
gresso, 1865, in-16 di pagg. XIV-44. 

L. 2 

61. Trattato di Virtù morali. Boi., Regia 
Tipografia, 1865, in-16 di pagg. 216. 

L. 6. 50 

62. Proverbi di messer Antonio Cornazano 
in facetie. Boi., R. Tipografia, 1865, in-16 
di pagg. XII-176. L. 8 

63. Fiore di Filosofi e di molti savi at- 
tribuiti a Brunetto Latini, testo in parte 
inedito, citato dalla Crusca e ridotto a 
miglior lezione. Boi., Regia Tipografia, 
1865, in-16 di pagg. XX-94. L. 3 

64. Il Libro dei Sette Savi di Roma tratto 
da un codice del secolo XIV, per cura 
di Antonio Cappelli. Boi., Tipogr. del 
Pi'ogresso, 1865, in-16 di pagg. XVI-88. 

^" L. 3. 60 



22 

65. Del Lìbero arbitrio, trattato di San 
Bernardo, testo di lingua citato dalla 
Crusca , ora edito per la prima volta. 
Bologna, Tipografia del Progresso , 
1866 in-16 di pagg. XVl-112. L. 4 

66. Delle Azioni e sentenze di Alessandi-o 
De' Medici , ragionamento d' Alessandro 
Ceccheregli. Boi., Regia Tipografia, 1865, 
in-16 di pagg. 206. L. 6 

67. PronosticM d' Ippocrate volgarizzati 
nel buon secolo della lingua e non mai fin 
qui stampati. Boi., Tipogr. del Progresso, 
1866, in-16 di pagg. 68. 

Vi è unito: 

Della Scelta di curiosità letterarie inedite 
o rare, illustrazioni del Prof. Giosuè 
Carducci. Boi., Tipogr. del Progresso, 
1863, in-16 di pagg. 76. L. 3. 50 

68. Lo Stimolo d' Amore attribuito a San 
Bei'nardo, testo di lingua inedito. Boi., 
Tipogr. del Progresso, 1866, in-16 di 
pagg. 52. 

Vi è unito : 
La Epistola di S. Bernardo a Raimondo, 
volgarizzamento del buon secolo. Boi., 



23 

Tipogr. del Progresso, 1866, in- 16 di 
pagg. 20. L. 3 

69. Bicordi sulla vita di messer Fi'ancesco 
Petrarca e di Madonna Laura scritti da 
Luigi Peruzzi loro contemporaneo. Boi., 
Tipogr. del Progresso, 1866, in- 16 di 
pagg. 36. L. 1. 50 

70. Tractato del Diavolo co' Monaci, isto- 
ria in ottava rima di Bernardo Giam- 
bullari. Boi., Tipogr. del Progresso, 1866, 
in-16 di pagg. 40. L. 2. 50 

71. Due Novelle aggiunte in un codice del 
1437, contenente il Decameron di Gio- 
vanni Boccacci, Boi., R. Tipografia, 1866, 
in-16 di pagg. XII-72. L. 3. 50 

72. Vbbie Ciancioni e Ciarpe del secolo 
XIV. Boi., R. Tipogr., 1866, in-16 di 
pagg. XXIV-62. L. 3 

73. Specchio dei peccatori attribuito a S. 
Agostino, edito per la prima volta. Boi., 
R. Tipogr. 1866, in-16 di pagg. XVI-34. 

L. 2. 50 

74. Consiglio contro a pistolenzia per mae- 
stro Tommaso del Garbo conforme un 
codice della Marciana 2:ià Farsetti raf- 



24 

frontato con altro codice Riccardiano. 
Boi., R. Tipografia, 1866, in-16 di pagg. 
60. L. 2 

75. 76. Il Volgarizzamento delle favole di 
Galfredo dette di Esopo, testo di lingua, 
con un discorso intorno la origine della 
Favola, la sua ragione storica e i fonti 
dei volgarizzamenti italici. Bologna, Tip. 
del Progresso, 1866, voli. 2 in-16 di 
pagg. CCXVII-288. L. 14. EO 

77. Poesie minori del secolo XIV. Boi., 
Tipogr. del Progresso, 1867, in-16 di 
pagg. XL-108. L. 4 

78. Due Sermoni di Santo Efrem e la 
Laudazione di Josef. Boi., R. Tipografìa, 
1867, in-16 di pagg. 72. L. 2. 50 

79. Cantare del Bel Gherardino, Novella 
cavalleresca in ottava rima del secolo 
XIV, non mai fin qui stampata. Boi., R. 
Tipografia, 1867, in-16 di pagg. 56. 

L. 2 

80. Fioretti de' Riraedii contro fortuna di 
messer Francesco Petrarca, volgarizzati 
per D. Gio. Dassaminiato, ed una Epi- 
stola di Coluccio Salutati al medesimo 



25 

D. Giovanni, tradotta in latino di Ni- 
colò Castellani, testi del buon secolo. 
Boi., R. Tip., 1867, in-16 di pagg. 280. 

L. 8 

81. Compendio di più ritratti di Gio. Maria 
Gecchi, oi^a per la prima volta messo 
in luce. Boi., R. Tipogr., 1867, in-16 di 
pagg 96. L. 3 

82. Bime di Bindo Bonichi da Siena edite 
ed inedite, ora per la prima volta tutte 
insieme stampate. Boi., 1867, in-16 di 
pagg. XXXVI-216. L. 7. 50 

83. La Storia di Ottinello e Giulia, Poe- 
metto popolare in ottava rima, ripro- 
dotto sulle antiche stampe. Bologna, 1867, 
in-16 di pagg. XLVlII-28. L. 2, 50 

84. Fistola di S. Bernardo ai frati del 
monte di Dio, volgarizzamento del se- 
colo XIV, citato dalla Crusca. Bologna, 
1867, in-16 di pagg. XVI-196. L. 7 

85. Tre Novelle rarissime del secolo XVI. 
Bologna, 1867, in-16 di pagg. 132. 

L. 5 

86. 86.2 87. 88. Il Paradiso degli Alberti, 
ritrovi e ragionamenti del 1379 , ro- 



2S 

manzo di Giovanni da Prato dal codice 
autografo e anonimo della Riccardiana. 
Bologna, 1867. Volumi 4 in-16 di pagg. 
X11I-382-IV-448-1V-242-1V-276. L. 40 

89. Madonna Lionessa, cantare inedito del 
secolo XIV, aggiuntavi una novella del 
Pecorone. Bologna, 1866, in-16 di pagg. 
VIIl-72. 

Sta unito in questa medesima dispen- 
sa il 

Libro degli ordinamenti della Compagnia 
di Santa Maria del Carmine, scritto nel 
1280, per la prima volta messo in luce 
secondo una pergamena originale. Bolo- 
gna , 1867, in-16 di pagg. 48. L. 4 

90. Alcune lettere famigliari del secolo 
XIV, pubblicate da Pietro Dazzi. Boi., 
1868, in-16 di pagg. 72. L. 2. 50 

91. Profezia sulla Guerra di Siena, stanze 
del Perella accademico Rozzo. Boi., 1868, 
in-16 di pagg. 61. 

Vi è eziandio unito: 

Delle Favole di Galfi'edo pubblicate da 
Gaetano Ghivizzani. Lettere di Nicolò 
Tommaseo e Luigi Barbieri. Boi., 1867, 
in-16 di pagg. 76. 



27 
Vi è unito: 
Due Opuscoli rarissimi del secolo XVI. 
Boi., 1865, in-16 di pagg. 32. L. 5. 50 

92. Lettere di Diomede Borghesi. Bolo- 
gna, 1868, in-16. 

Vi è unito: 

Quattro Lettere di Daniele Bartoli. Bolo- 
gna , 1868, in-16 di pagg. 16. 

L. 3. 50 

93. Libro di Novelle Antiche, tratte da 
diversi testi del buon secolo della lin- 
gua. Bologna, 1868, in-16 di pagg. XVI- 
232. L. 7. 50 

* 94. Poesie Musicali dei secoli XIV, XV, 
XVI, tratte da vari codici, con un sag- 
gio della musica dei tre secoli. Bologna, 
1869 , in-16 di pagg. 76. L. 3 

95. L' Orlandino , Canti due di messer 
Pietro Aretino. Bologna, 1868, in-16 di 
pagg. 32. L. 1. 50 

96. La Contenzione di Mona Costanza e 
di Biagio e tre Canzoni di messer Ber- 
nardo GiambuUari. Bologna, 1868, in-16 
di pagg. 36. L. 1. 50 



28 

97. STovellette , Esempi morali e Apolo- 
ghi di San Bernardino da Siena. Boi., 
1868, in-16 di pagg. XVI-104. L. 3. 50 

98. Un Viaggio di Clarice Orsini de' Me- 
dici nel 1485, descritto da ser Matteo 
Franco. Bologna, 18G8, in-16 di pagg. 24. 

L. 1 

99. La Leggenda di Vergogna, testi in 
prosa e in verso del buon secolo , e la 
Leggenda di Giuda, testo italiano antico 
in prosa e francese antico in verso. Bo- 
logna, 1869, in-16 di pagg. 236. L. 7. 50 

100. Il Femia sentenziato, favola di Pier- 
jacopo Martelli con postille inedite. Bo- 
logna, 1869, in-16 di pagg. XVI-208. 

L. 7 

101. Lettere di Bartolomeo Cavalcanti, 
tratte dagli originali che si conservano 
nell'Archivio Governativo di Parma. Boi., 
R. Tipografìa , 1869 , in-16 di pagg. 
XLIV-223. L. 8. 50 

102. Il Libro segreto di Gregorio Dati. 
Bologna, R. Tipografia, 1869, di pagg. 
120. L. 3. 80 

103. Lettere inedite di Bernardo Tasso , 
precedute dalle notizie intorno alla Vita 



29 
del medesimo. Bologna, R. Tipografia, 
18G9, ia-16 di pagg. 222. L. 7 

104. Del Tesoro volgarizzato di Brunetto 
Latini, libro primo edito sul più antico 
dei codici noti. Bologna, R. Tipografia, 

1869, in-16 di pagg. 210. L. 7 

105. Qidìno da Sommacampagna, Trattato 
inedito dei Ritmi volgari. Boi., R. Ti- 
pografia, 1870, in-16 di pagg. XXXll- 
280. L. 10. 50. 

106. La Leggenda d'Adamo ed Eva, testo 
inedito del secolo XIV. Bologna, R. Ti- 
pografia, 1870, in-16 di pagg. 82. 

L. 1. 50 

107. Novellino Provenzale, ossia Volgariz- 
zamento delle antiche vitarelle dei Tro- 
vatori, scritte in lingua d'oc, da Ugo 
di S. Ciro, da Micheler della Torre e 
da altri. Imola, Tip. d' I. Galeati e figlio, 

1870. Di pagg. XXIl-222. L. 8 

108. Lettere di Bernardo Cappello tratte 
dagli originali che sono nell'Archivio 
Governativo di Parma. Imola, Tip. d' I. 
Galeati e figlio, 1870, di pagg. XX-108. 

L. 4 



30 

109. Parma liberata dal giogo di Mastino 
della Scala addi 21 Maggio 1341, Can- 
zone politica di Francesco Petrarca, ri- 
dotta a miglior lezione. Bologna, Regia 
Tipografìa, 1870, di pagg. 202. 

L. 6. 50 

110. Epistola di S. Girolamo ad Eusto- 
chio, volgarizzamento antico secondo la 
lezione di un codice della Biblioteca 
Municipale di Genova. Boi., R. Tip., 
1870, di pagg. 214. L. 7. 

111. Novellette intorno a Curzio Mari- 
gnolli, scritte da Andrea Cavalcanti. Boi., 
R. Tipografia, 1870, di pagg. 104. 

L. 3. 50 

112. n Libro di Theodolo, o vero la Vi- 
sione di Tantalo, da un codice del XIV 
secolo della Capit. Bibl. di Verona. Boi. , 
R. Tipogr., 1870, di pagg. XXXII-96. 

L. 4 

113. 114. I Viaggi di Gio. da Mandavilla, 
volgarizzamento antico toscano ora ri- 
dotto a buona lezione coli' aiuto di due 
testi a penna. Imola , Tipografia d' I. 
Galeati e figlio, 1870, di pagg. XXVllI- 
184 e 220. L. 14 



31 

115. Lettere di Pietro Vettori, ora per la 
prima volta pubblicate. Bologna, Regia 
Tipogr., 1870, di pagg. 80. L. 2. 50 

116. Lettere volgari del secolo XIII scritte 
da senesi, pubblicate e illustrate con 
documenti e annotazioni. Imola, Galeati, 
1871, di pagg. XXlV-178. L. 6. 50 

117. Bime del cav. Lionardo Salviati, se- 
condo la lezione originale, confrontata 
con due codici. Imola, Galeati, 1871, di 
pagg. XVI-114. L. 4 

118. La Seconda Spagna e l'Acquisto di 
Ponente ai tempi di Carlomagno , testi 
di lingua inediti del secolo XIV. Boi., 
R. Tip., di pagg. XCVl-272, con fac- 
simile. L. 12 

119. Novelle di Giovanni Sercambi. Bolo- 
gna, R. Tipogx'afìa, 1871, di pagg. XII- 
308. L. 12 

120. Carte da giuoco in servigio dell' 1- 
storia e della Cronologia, disegnate e 
descritte da mons. Francesco Bianchini 
secondo l' autografo della Capitolare Ve- 
ronese. Boi., R. Tip., 1871, di pagg. 72, 
con quattro tavole litografiche. L. 3. 50 



32 

121. Scritti varii editi ed inediti di G. B. 
Adriani e di Marcello suo figliuolo. Boi. , 
R. Tipografia, 1871, di pagg. X-288. 

L. 9. 50 

122. Battecchio, Commedia di Maggio. 
Boi., R. Tipografia, 1871, di pagg. 132. 

L. 4 

123. 124. Il Viaggio di Carlo ISIagno in 
Ispagna per conquistare il cammino di S. 
Giacomo. Imola, Tipografia Galeati, voli. 
2 in-16 di pagg. LXVII1-1G4-252. 

L. IG 

125. Del Governo de' regni sotto morali 
esempi di animali ragionanti tra loro. 
Imola, Tipografia Galeati, 1872, in-16 
di pagg. XXXlI-142. L. 5. 50 

126. Il Salterio della B. V. Maria compi- 
lato da S. Bonaventura, volgarizzamento 
antico toscano. Bologna, Regia Tipo- 
grafia, 1872, iri-16 di pagg. XVI-120. 

L. 5 

127. Trattato dei mesi di Bonvesin Da 
Riva milanese. Imola, Galeati, 1871, di 
pagg. XXIl-106. L. 4 

128. Visione di Tugdalo, volgarizzata nel 
secolo XIV, ed ora per la prima volta 



33 

posta in luce. Boi. , Regia Tipogr. , 
1872, di pagg. XC-140. L. 7 

129. Prose inedite del cav. Lionardo Sal- 
viati. Imola, Galeati, 1873, di pagg. 
XVI-178. L. 6 



130. Volgarizzamento del Trattato della 
cura degli occhi di Pietro Spano, codice 
Laurenziano citato dagli accademici del- 
la Crusca, ora per la prima volta stam- 
pato. Imola, Galeati, 1873, di pagg. 
XXXII-96 , con una tavola incisa in 
legno. L. 4 

131. Trattato dell'Arte del Ballo di Gu- 
glielmo ebreo pesarese, testo inedito del 
secolo XV. Boi. , Tipografìa Fava e Ga- 
ragnani, 1873, di pagg. XXX-112. L. 4 

132. 132.2 132.3 132.4 Lettere scritte a 
Pietro Aretino. Boi., R. Tipografia, 
1873-74. Voi. I. parte I. II. di pagg. 
XLVI-348-VIII-260. Voi. II. parte I. II. 
di pagg. 352-412. L. 47 

133. Bìme di Poeti Italiani del secolo XVI. 
Boi., Tipografia Fava e Garagnani, 1874, 
di pagg. VIII-160. L. 5 



3i 

134. TTovelle di ser Andrea Lancia. Boi., 
Tipogr. Fava e Garagnani, 1873, di 
pagg. 76. L. 2. 50 

135. I Cantari di Carduino giuntovi quello 
di Tristano e Lancielotto quando com- 
battettero al Petrone di Merlino, poe- 
metti cavallereschi. Boi. , R. Tipografìa, 
1873, di pagg. XXXVI-64. L. 5. 50 

136. La Lettera dell'Isole che ha trovato 
nuovamente il re di Spagna, poemetto 
in ottava rima di Giuliano Dati. Imola, 
Galeati, 1873, di pagg. LX-64, con tre 
incisioni in legno. L. 5. 50 

137. La Pietosa Fonte, poema di Zenone 
da Pistoia in morte di Francesco *Pe- 
trarca, testo di lingua messo novella- 
mente in luce con giunte e correzioni. 
Bolog., Regia Tipografia, 1874, di pagg. 
LX-172, con una tavola incisa in legno. 

L. 7. 50 

138. Facezie e motti dei secoli XV e XVI, 
codice inedito Magliabechiano. Boi., Re- 
gia Tipografia, 1874, di pagg. XII-152. 

L. 5. 

139. Rime di ser Pietro De' Fay tinelli det- 
to Mugnone poeta lucchese del secolo 



35 
XIV, ora per la prima volta pubblicate 
con notizie sulla vita dell' autore ed altre 
illustrazioni. Boi., Tipografìa Fava e 
Garagnani , 1874, di pagg. 120, con 
facsimile. L. 3. 50 

140. Libro della natura degli uccelli fatto 
per lo re Banchi, testo antico toscano. 
Bologna, 1874, di pagg. XXXVI-72, con 
figure in cromolitografìa. L. 12 

141. Prose del giovane Buonaccorso da 
Montemagno , inedite alcune , tratte da 
due codici della Bibl. Capitolare di Ve- 
rona. Imola, Galeati, 1874, di pagg. 
XVIII-II4. L.^4 

142. Bime di Luigi D' Eredia palermitano, 
ora per la prima volta stampate. Boi., 
1875, in-16 di pagg. XXIV-64. L. 3 

143. I primi quattro libri del volgariz- 
zamento della Terza Deca di Tito Livio 
Padovano, attribuito a Giovanni Boc- 
caccio, (libro primo). Bologna, 1875, 
in-16, di pagg. VIII-236. L. 8 

144. Relazione delle. Scoperte fatte da C. 
Colombo, da A. Vespucci e da altri dal 
1472 al 1506 tratta dai manoscritti della 



36 

Biblioteca di Ferrai^a, pubblicata per la 
prima volta ed annotata. Bologna, 1875, 
in 16 di pagg. 208 con 4 tavole. L. 8 

145-146. Lettere inedite di Uomini illustri 
bolognesi pubblicate da Carlo Malagola. 
Bologna, 1875, in-16, divise in due libri 
di pagg. XL-524. L. 18 

147. Il Tancredi, tragedia di Sempi'onio 
Torelli, nuovamente pubblicata. Bolo- 
gna,l875, in-16, di pagg. XXXVI-120. 

L. 4. 50 

148. La defensione delle Donne d'autoi-e 
anonimo, scrittura inedita del secolo XV. 
Boi., 1876, in-16 di pagg. 192. 

L. 7. 50 

149. La seconda e terza guerra punica, 
testo di lingua inedito tratto da un co- 
dice dell'Ambrosiana. Bologna, 1876 , 
in-16. L- 5 

150. Euspoli Francesco. Sonetti editi ed 
inediti col commento di Andrea Caval- 
canti non mai fin qui stampato. Boi. , 
1876, in-16 di pagg. 146. L. 5 

151. Le Rime di Bernardo Bellincioni ri- 
scontrate sui manoscritti, emendate e 



37 
annotate, parte I. Boi., 1876, di pagg. 
Vin-250. L. 9 

152. Poesie popolari i-eligiose del secolo 
XIV pubblicate per la prima volta. Boi. , 
1876, di pagg. LXXXVIII-84. L. 5. 50 

153. I primi quattro libri del volgariz- 
zamento della terza deca di Tito Livio 
padovano, attribuito a Giovanni Boccac- 
cio, (libro secondo). Boi. ,1876, di pagg. 
256. L. 8 

154. Libro del Gandolfo Persiano delle 
medesine de' Falconi , pubblicato per la 
prima volta. Bologna, 1877, di pagg. 157. 

L. 5 

155. Tre Novelle inedite di Pietro Fortini 
senese. Boi., 1877, di pagg. 112. 

L. 3. 50 

156. Borgognoni A. Studi d' Erudizione e 
d'Arte (Bindo Bonichi — L' Intelligenza). 
Voi. I. Boi., 1877, di pagg. XXIV-312. 

L. 10. 50 

157. Lettere di Scrittori Italiani del se- 
colo XVI stampate per la prima volta. 
Boi. 1877, L. 12. 50 

158. Cronica degli Imperatori Romani te- 
sto ine:lito di lingua tratto da un codice 



38 

della Biblioteca Ambrosiana. Boi., 1878, 

di pagg. XVI-200. L. 6. 50 

159. Vita di S. Guglielma regina d'Un- 
gheria e di S. Eufrasia vergine Romana 
scritta da Frate Antonio Bonfadini. Boi., 
1878, di pagg. VIlI-104. L. 3. 50 

160. Le Bime di Bernardo Bellincioni ri- 
scontrate sui manoscritti, emendate e 
annotate. Parte li. ( Vedi Disp. 151 ). 
Boi., 1878, di pagg. XXXlV-268. 

L. 9. 50 

161. La Fabula del pistello da l'agliata 
tratta da un' antica stampa e la que- 
stione d' amore, testo inedito del secolo 
XV. Boi., 1878, di pagg. 64. L. 3 

162. La Passione del N. S. Gesù Cristo 
poema attribuito a Giovanni Boccacci. 
Boi., 1878, di pagg. XXVI-200. L. 7 

163. Borgognoni Adolfo, Studi d'erudizio- 
ne e d'arte. Voi. 2.° (Vedi Disp. 156.) 
Boi., 1878, di pagg. 288. L. 9 

164. Gambino d'Arezzo, versi con un car- 
me di Tommaso Marzi. Boi. , 1878, di 
pagg. XXXII-200. L. 7. 50 



39 

165. La prima Guerra Punica testo di lin- 
gua riprodotto sopra un Codice a penna 
della Bibl. Ambrosiana Boi., 1878, di 
pagg. 248. L. 8 

166. Lettere di Laura Battiferri Amma- 
nati a Benedetto Varchi. Boi., 1879, di 
pagg. 69. L. 2 50 

167. Sonecti composti per M. Johanne De 
Petruciis conte di Policastro publicati 
per la prima volta dietro il manoscritto 
della Biblioteca Nazionale di Napoli. 
Boi, 1879, di pagg. XI.lV-104. L. 4. 50 

108. Alcune Poesie inedite del Saviozzo e 
di altri autori tratti da un ms. del Sec. 
XV e pubblicate per la prima volta.. 
Boi., 1878, di pagg. 187. L. 4 

169. Geta e Bìrria. Novella riprodotta da 
un' antica stampa e riscontrata co' testi 
a penna. Boi, 1879, di pagg. LX-84.L. 4 

170. 171. Petrarca Francesco. La Vita so- 
litaria, volgarizzamento inedito del Sec. 
XV, tratto da un codice dell'Ambrosiana 
pel Dott. Antonio Ceruti. Boi., 1879, 
voli. 2, di pagg. LIl-428. L. 15 

172. Le rime di Folgore da S. Gemignano 
e di Cene da la Chitarra d'Arezzo nuo- 



40 

vamente pubblicate. Boi., 1880, di pagg. 

CLXVIII-88. 

L. 7. 50 
173-173B. Delle Istorie di Giustino ab- 
breviatore di Trogo Pompeio volgarizza- 
mento del buon secolo tratto dai codici 
Riccardiano e Laurenziano e migliorato 
nella lezione colla scorta del testo lati- 
no. Boi., 1880, di pagg. XXIV-736. 

L. 23. 50 

174. Bime di Alessandro Tassoni raccolte 
sui codici e le stampe.. Boi., 1880, di 
pagg. 80. " . L. 2 

175. Amore Dispetto per Costanza, Visio- 
ne di Ugolino Della Casa. Boi., 1880, di 
pagg. 60. L. 2 

176. Storia di Stefano Figliuolo d'un im- 
peratore di Roma, versione in ottava 
rima del libro dei sette Savi , pubblicata 
per la prima volta. Boi., 1880, di pagg. 
XXXII-250. L. 9 

177. 178. Il Sacco di Prato e il ritorno 
de' Medici in Firenze nel MDXII. Nar- 
razioni in verso e in prosa. Voi. I. Nar- 
razioni — Voi. IT. Documenti. Boi., 1880, 
di pagg. LXIV-432. L. 16. 



41 

179. Poesie Religiose del Sec. XIV pub- 
blicate secondo un codice Eugubino . 
Boi. 1881, dipag. VIll-104 L. 3. 50 

180. Compendio di Storia Romana di Lu- 
cio Anneo Floro. Volgarizzamento ine- 
dito secondo un codice dell' Ambrosiana. 
Boi. 1881, di pag. XLVlll-228. L. 10. 



IN CORSO DI STAMPA 



1. Il Commento del Grappa a cura del 
Cav. Costantino Arila. 

2. Parnaso Bolognese del Sec. XIII, a cura 
di Tommaso Casini. 

3. Bime moi'ali edite e;l inedite di Antonio 
Pucci a cura di Salomone Morpurgo. 

4. Ifovella popolare in ottava rima di Cara- 
priano Contadino a cura di Albino Za- 
netti. 

5. Fra Niccolò da Poggibonsi, libro di 
oltramare a cura del Dott. Alberto Bac- 
chi della Lega. 

G. H Contrasto del Carnevale con la qua- 
resima a cura del Conte Luigi Manzoni. 

7. Due Rappresentazioni del Sec. XVI a 
cura del Prof. Cav. Alessandro d' An- 
cona. 



IL PROPUGNATORE 

STUDI FILOLOGICI, STORICI E BIBLIOGRAFICI 

DI VARII 

Soci della Commissione pe' Testi di Lingua 

PERIODICO BIMESTRALE 

diretto e compilato 
DA. FRANCESCO ZAMBRINI 

Fa seguito alle due Collezioni suddette. 
ANKO DECIMGQUARTO 



Questo Periodico è come un Supplemento 
ad amendue le Collezioni sopra registrate, 
e chi possiede le une non dovrebbe a meno 
di non possedere eziandio l'altro. In esso , 
oltre gli articoli originali di critica, di fi- 
lologia , di storia e di bibliografia , conten- 
gonsi parimenti importantissime scritture 
o inedite o rare dei primi secoli della lin- 
gua, che per la loro brevità mal sarebbero 
convenute nelle due sopraddette Collezioni. 
E bimestrale e se ne pubblicano VI dispen- 
se all' anno ; che formano ogni anno due 
volumi in 8.° L. 18. 80. 



LIBRI VARI 



Bacchi Della Lega Alberto, Bibliografia 
dei vocabolari ne' dialetti italiani rac- 
colti e posseduti da G. Romagnoli. Boi., 
1879, in-8; 2.''^ Edizione L. 3 

Bacchi Della Lega Alberto, Manuale del 
cacciatore colla particolare descrizione 
delle caccie romagnole. Boi., 1876, in-16. 

L. 3 

Bacchi Della Lega Alberto, Serie delle 
edizioni delle Opere di Giovanni Boc- 
cacci latine , volgari , tradotte e tra- 
sformate. Boi., 1875, in-8, edizione di 
soli 100 esemplari. L. 5 

Bacchi Della Lega Alberto e Bazzolini 
Luigi, Bibliografia dei Testi di Lingua 
a stampa citati dagli accademici della 
Crusca. Boi., 1878, in-8. L. 10 

Bonora Tommaso, L' Arca di San Dome- 
nico e Michelangelo Buonarroti, ricerche 
storico-critiche. Boi., 1875, in-8. 

L. 1. 20 



45 
Botta C. Dodici Lettere edite per cura 
di Giuseppe Campori. Boi., Romagnoli. 
1867, in-8. L. 1. 50 

Calori Cesi F. Di una rara moneta di 
Offa re de' Merciani , lettera all' onor. 
Signor Gio. Evans, Segret. della società 
numismat. di Londra. Boi., 1862, in-12. 

L. — 60 

— La croce di Gombola ed una carta 
del sec. XVI. Lettera al molto IH. e 
Rev. Sig. D. Lorenzo Casolani. Boi. , 
1863, in-12. L. — 60 

— 11 Cardinal Alberto Bolognetto e la 
sua nunziatura di Polonia. Boi., Fava e 
Garagnani, 1863, in-8. L. 1. 50 

Cesari Ab. Antonio, Lettere inedite. Boi., 
Romagnoli, 1868, in-8. L. 1. 50 

Cittadella Cav. L. N. I Guarini famiglia 
nobile ferrarese oriunda di Verona. Boi., 
Romagnoli, 1870, in-8. L. 2 

Oozzadini G-iovannì, Nanne Gozzadipi e 
Baldassarre Cossa poi Giovanni XXIII, 
racconto storico. Boi., 1880, in-16, di 
pagg. 604 con due ritratti. L. 6. 50 



46 
Grosso Stefano, Giuseppe Biamonti Poeta, 
Professore di Eloquenza, Prosatore, Ra- 
gionamento Storico Critico. Boi., 1880, 
in-16 di pagg. 80. L. 3 

Livi Giovanni, Il Guicciardini e Domenico 
D' Amorotto. Narrazione Storica, nuova 
edizione ampliata. Boi. 1879, in-16, di 
pagg. 244. L. 3 

Manzoni Luigi, Bibliografia degli statuti, 
ordini e leggi dei municipii italiani. 
Parte I. Bologna 1876, in-8. L. 12 

Muratori L. A. Trentasei lettere inedite di 
L. A. Muratori, edite per cura di Giu- 
seppe Campori. Boi., Romagnoli, 1867, 
in-8. L. 2. 50 

Malagola Dottor Carlo, Luigi Galvani 
neir Università, nell' Istituto e nell' Ac- 
cademia delle Scienze di Bologna, do- 
cumenti per la prima volta pubblicati. 
Boi., 1879, in-16 di pagg. XXVI-72. 

L. 2 
Malagola Dott. Carlo, Memorie Storiche 
sulle Maioliche di Faenza. Studi e ri- 
cerche. Boi., 1880, di pagg. XIII-044, fig. 

L. 6 



47 
Marchese P. Vincenzo, IMemorie dei più 
insigni Pittori , Scultori e Architetti 
Domenicani quarta edizione accresciuta 
e migliorata. Bologna, 1878-79, voli. 2 
in-16. L. 11. 60 

Niccolini Ab. Antonio, Alcune lettere 
ined. a mons. Gio. Bottari , intorno la 
Corte di Roma, 1724-1761. Boi., Roma- 
gnoli, 1866, in-8. L. 2. 50 

Olivieri P. Mauriz.-Bened. Di Copernico 
e di Galileo ora per la prima volta 
messo in luce sulF autografo. Boi. , Ro- 
magnoli, 1872, in-8. L. 3 

Passano G. Batt. I Novellieri italiani in 
verso. Boi., Romagnoli, 1868, in-8 gr. 

L. 10 

Popoli Conte Carlo, Due Centurie delle 
iscrizioni italiane. Seconda Ediz. Boi. , 
Romagnoli, 1870, in-8. L. 4 



-v^ 



IN CORSO DI STAMPA 



1. Il Commento del Grappa — Cav. Costan- 

tino Arlia. 

2. Parnaso Bolognese del Sec. XIII. — T. 

Casini. 

3. Rime Morali edite ed inedite di Antonio 

Pucci — Salomone Morpurgo. 

4. Novella popolare in 8/ rima di Campriano 

contadino — Albino Zenatti. 

5. Fra Nicolò da Poggiìjonsi, Libro di Oltra- 

mare — Dott. A. Bacchi della Lega. 

6. Il Contrasto del Carnevale con la Qua- 

resima — Luigi Manzoni. 

1. Due Bappresentazioni del Sec. XVI — A. 

D' Ancona. 



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University of Toronto 
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