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Full text of "Donne e poeti"

PQNNE E PQETT 



Opere di E. Panzacchi 



Prose 

Teste quadre (Zaniclielli) 

Al rezzo (Sominarugti) 

Critica spicciola (Verdesi) 

Saggi critici (Cliiurazzi) 

Nel mondo della musica (Sausoiii) 

N'el campo delV arte (Zanichelli) 

I miei racconti (Treves) 

Donne Ideali (Voghera) 

L' Arte nel secolo XIX (Belforte) 

Morti e Viventi (Gi annotta) 

Poesie 

Visioni e immagini, 2 voi. (Zanichelli) 

Liriche (Treves) 

Rime novelle (Zanichelli) 



•' iSenq)reriri ,, 
HIHLIOTECA POPOLARE CONTEMPORANEA 



V,» 

E. F»ANZACCH1 



PQNNE 



PQETT 



CATANIA 

CAV. NICCOLÒ Gì ANNOTTA, Eiliti.ie 

Librajo rti S. M. il Re d'Italia 

Via Lineolìi-Via itanzoni-Via Sù<to 

( Stabili propri ) 

15)02 



f>22417 



PROPRIETÀ LETTERARIA 

ai sensi del testo unico delle Leggi 25 Giugno iS65, 

iO Agosto i875, i8 Maggio 1882 
approvato con R. Decreto e Regol. 19 Settembre 1882. 



Reale Tipografìa dell' Edit. Cav. N. GIANNOTTA 

Premiato Stabilimento a vapore con macchine celeri tedesche 
CATANIA-Via Sisto, 58-60-62-62 his-(Stabile proprio)-CA'TAmA 



GIOSUÈ CARDUCCI 



jAk jJk ^^ i^ i^ a^ jÉfc jÉk jÉk ^b jÉfc jJh jAk JlAh J^ a^ ■lÉfc jAfc jAfc j4k JlÉfc ^^ jAfc jJb jAh ^h J^ ^b 



GIOSUÈ CARDUCCI 



I. 
Miei ricordi. 

Il poetii lui toccato da molti aìiiii il 
vertice della fama; e vi siede tran(|uil- 
lo, con il couseiiwso generale, senza con- 
trasti. 

Leone Tolstoi è gloritìcato insieme e 
scomnnicato. Intorno al Carducci non 
risuonano ora che lodi; e s' inchinano a 
lui, da un pezzo, anche gli avversari di 
un tempo. Lo stesso Max Nordau, che 
ha messo tanto studio a trovare il bacil- 
lo della « degenerazione » negli scrittori 
contemi)oranei i)iù in voga, si è come 
fermato dinanzi al Carducci : anzi ha 
espressa la sua meraviglia che un inge- 
gno così libero e animoso sia insieme 

1 — E. Panzacchi : Donne e Poeti. 



Giosuè Carducci 



COSÌ equilibrato e così sano; e abbia po- 
tuto fiorire nel nostro tempo... 

Che potrei io aggiungere adesso al 
gran coro i)laudente? Vorrei invece rin- 
nire qualche sparso fiore di ricordi e 
I>osarlo sul!' altare della memore Ami- 
cizia. 

Bicordo, come se fosse adesso, la pri- 
ma volta che sentii il suo nome. An- 
davo per via Cavaliera, a Bologna, ver- 
so 1' Università insieme al mio ])overo 
amico Adolfo Borgognoni; e lo udivo 
ripetere ogni tanto, a voce spiccata, 
come un ritornello, questi due ottonari: 

Sul Palagio de' Priori 
Ne la libera città... 

Gli chiesi di chi fossero e mi nomi- 
nò Giosuè Carducci. Quello stesso gior- 
no, cercai in biblioteca il x>eriodico ove 
erano stampati (parmi che fosse la Ri- 
vista Contemporanea) e lessi tutta l'o- 
de con cui il poeta aveva salutata l'alba 
del moto italiano a Firenze, nel 1859. 



Giosuè Carducci 



Non dico elle proprio l'ode mi entn.sia- 
sinasse; anche perchè, in qnel tenijx), nei 
bolognesi s' ondeggiava ancora, quanto 
a gusto di i)oesia, tra il Manzoni e Pao- 
lo Costa, e leggevamo troppi sonetti di 
monsignor Grolfieri; ma quella vigoria 
nella strofa semplice e schietta e quel 
buon sapore di Trecento nella lingua, 
mi penetrarono; e quando rividi il Bor- 
gognoni, gli declamai a memoria qua- 
si tutta l' ode. La graiule canzone A 
Vittorio Emanuele ribadì poi nel mio a- 
nimo quella prima impressione favore- 
vole; e cominciai a volgere dentro di me 
la si)eranza che il rinnovato popolo ita- 
liano potesse trovare il suo poeta gio- 
vane in Giosuè Carducci. 



* 
* * 



Bei tempi e dolci a ricordare! Nella 
libreria Marsigli e Rocchi (antecessori 
Zanichelli) una sera conoscemmo Fran- 
cesco Buonamici, nominato di fresco a 
una cattedra di diritto nella Universi- 



Giosuè Carducci 



tà di Pisa. Passammo una piacevole se- 
rata col giovane professore pisano, par- 
te seduti dal libraio e parte passeggian- 
do sotto i portici. Con la sua bella par- 
lata toscana, il Bnonamici discorse pri- 
ma con noi del Salvagnoli suo maestro, 
del quale era stato, credo, segretario 
durante il Governo provvisorio di Fi- 
renze; poi attaccò a parlare del suo a- 
mico e condiscepolo Carducci con sì cal- 
do entusiasmo che un poco ci mise in 
diffidenza. Fummo però lieti di sapere 
che il poeta maremanuo aveva già in 
Toscana, specie tra i giovani, una schie- 
ra di ammiratori. Per conto suo, il Buo- 
n amici mostrava di non dubitare che 
ormai quello doveva essere considerato 
come il primo poeta d' Italia; ed esor- 
tava noi a conoscerlo meglio dalle poe- 
sie stampate. Col tempo avremmo ve- 
duto meraviglie. 

Eipeto che, con tutte le nostre buo- 
ue disposizioni, la voglia di obbiettare 
non ci mancò. E il Prati? e P Aleardi ? 
A ogni modo, quella specie d' aposto- 



(Ho8uè Carducci 



lato del Buouaniici, di una elociueiiza 
così sincera, non fu senza effetto in me 
e nell'amico Adolfo. E ])oicliè s'era al- 
lora quasi indivisibili, ci demmo a cer- 
care insieme e a leggere con passione 
tutti i versi e le prose del Carducci che 
potemmo avere sotto occhio. Quando 
1)0Ì, di lì a qualche mese, si seppe che 
il ministro Mamiani — ricusando il Pra- 
ti — aveva nominato il Carducci alla cat- 
tedra di letteratura nella Università bo- 
lognese, la nostra curiosità e la asi)et- 
tazione furono grandissime. 

E si sa quale sia la sorte frequente 
delle aspettazioni grandissime; e toccò 
anche al Carducci, l^è con la prolusio- 
ne al corso, né con le sue prime lezio- 
ni sulla Divina Commedia, ottenne egli 
subito un successo clamoroso. Eravamo 
avvezzi al tono e alle forme delle « le- 
zioni d' elofiuenza ». Non era allora il 
Carducci ]>arlatore facile, e non voleva 
essere fiorito; ma a tutti impose presto 
il convincimento che la materia avesse 
in lui un maestro di forte ingegno e, 



Giosuè Carducci 



perla età sua giovanissima, unrabilmen- 
te preparato; e che per lui, come per 
il Gandino e per il Teza, si venisse in- 
staurando alla nostra Università un me- 
todo d'insegnamento letterario e filolo- 
gico assai diverso da quello di prima. 
Del poeta allora non si parlava; e 
pareva cbe amasse di celarsi dietro l'in- 
segnante. 

* 

Poco dopo io passai a studiare nella 
Università di Pisa. 

Sapendomi arrivato da Bologna, mol- 
ti mi chiedevano del Carducci. — Che 
fa? Come si trova a Bologna? Che in- 
contro hanno fatto le sue lezioni ? — Io 
che, prima di partire, avevo trovato 
modo di conoscerlo, cercai naturalmen- 
te de' suoi amici e, a breve andare, mi 
vidi ammesso nel numerato cenacolo. 
Erano, oltre il Buonamici, Narciso Pe- 
losini, Felice Tribolati, Diego Mazzoni, 
Giuseppe Puccianti... Durante i miei 
quattro anni, furono essi per me la coni- 



dioauè Cardiévvi 7 

pa^iiiu ])ivterita; v non solanieiite per 
Ih naturale aftìnità debili studi. 

Essendo sj)esso tra Pisa e Ik)loj>ria, 
io divenni in qualche modo l'interme- 
diario tra il Carducci e gli amici pisa- 
ni; e vedevo jìassarmi sotto gli occhi 
le vicende e };li umori di <juella ami- 
cizia. Gli umori non erano semi)re tran- 
(piilli; e pareva che le opinioni e le ma- 
nifestazioni letterarie decidessero pertì- 
lìo delle amicizie in quegli animi giova- 
nilmente inquieti e irritabili. 

Insomma, il Carducci era per quella 
l)iccola schiera come un capo lontano; 
e quindi facilmente discusso, i)erchè il 
ca})0 e perchè lontano. Il pivi ])ronto a 
mostrarsi scontento di lui era il Pelo- 
siìii. lo lo chiamavo il «Conte di Pro- 
venza », del quale avevo letto che pas- 
sò la sua vita a meravigliarsi perchè 
non era nato lui il primogeuito, inve- 
ce di Luigi XYI. Aveva i>resa infatti 
il buon Narciso dentro al cenacolo una 
certa aria di « pretendente », un poco 
l)ercliè sentiva grandemente di se e un 



Giosuè Carducci 



poco per il suo valor vero. E^li aveva 
esordito poetando con molto successo; 
e da qualcuno si era sentito a dire che 
i suoi versi valevano meglio di quelli del 
Carducci... Come poteva egli non tener 
conto di un' opinione tanto ragionevo- 
le "(?... Fra gli amici pisani, così appassio- 
nati e gelosi delle pure tradizioni del 
cenacolo, era dunque nato il sospetto che 
Griosuè Carducci, vivendo al di là del- 
l'Appennino, letterariamente non si 
guastasse. Bologna era quasi la Lom- 
bardia; e questa voleva dire romantici- 
smo, manzonismo e chi sa che altro! 
L' ombra di Pietro Giordani li ammo- 
niva a vigilare. 

Un giorno arrivò a Pisa un giorna- 
le con una lirica di Giosuè intitolata 
Carnevale. Era tutta piena di Voci: vo- 
ci dai palazzi, voci dai tuguri, voci dal- 
le soffitte, voci perfino da sotterra: una 
fantasia macabro-sociale, che mandava 
insieme odore di Proudhon e odore di 
Victor Hugo. Fu accolta dagli amici 
malissimo; e ci videro una prova di piìi 



(ìidxiir farti licci 9 

che il triste loro sospetto, pur tro])i)o, 
s'avverava. Se ne parlava come d'uno 
scandalo doloroso! L'ultimo a leggerla 
fu Cice Tribolati, uno dei piti cari, più 
colti e pili bizzarri spiriti che io abbia 
mai conosciuto. Spasimava i)er il seco- 
lo XVllI, le parrucche, gii spadini, i 
guardinfanti, il marchese Algarotti e 
il rai)è, che tiutava con ])assione; e di- 
ceva d'amare anche l'imperatore Ne- 
rone; e teneva sempre due i)istolette ca- 
riche sul suo scrittoio, egli mite e gen- 
tile e impressionabile come una vecchia 
gentildonna del suo gran secolo preferi- 
to... Letta la lirica carducciana, il Tribo- 
lati volle subito uscire dal caffè Ciardel- 
li ove s'era fatto insieme colazione; e 
piantatosi in mezzo al Lung' Arno, qua- 
si deserto e pieno di sole, alzò le brac- 
cia esili gridando con voce che volle 
essere terribile: — Dio dall'arco d'ar- 
gento! — Era la sua classica e unica 
bestemmia. Poi si lasciò andare sul la- 
strico e si rotolò ])er un tratto, ammac- 
candosi la tuba e ridncendo in misero 



10 Giosuè Carducci 



stato il pastranetto color tortora. Ac- 
corsero alcuui credendo una disgrazia 
e fecero per sollevarlo. Allora l'irato 
uomo se la pigliò in quegli importuni: 
— Si levassero di torno!... Se a Ini pia- 
ceva di passeggiare i Lnng' Arni a quel 
modo, o che doveva importare ad essi? — 
Io e Romeo Cantagalli, testimoni, avem- 
mo a morire dal ridere... 

Ma poi gli umori del cenacolo pisa- 
no si calmarono; benché altre e più o- 
stiche sorprese a loro serbasse Enotrio 



Romano ! 



# 



Una intima conoscenza col Carducci 
io però non la feci che qualche anno 
dopo, finiti i miei studi e tornato da un 
anno d'insegnamento in Sardegna. Nel 
18G7 rimasi a Bologna libero di me e 
vi fondai la Rivista Bolognese, a cui il 
Carducci collaborò. Così la nostra ami- 
cizia si strinse e si mutò in una con- 
suetudine della vita, a me carissima e, 
ho ragione di credere, gradita anche a 



(riosnè Carducci 11 



Ini. Non è già che io vivessi molto col 
Carducci, poiché le nostre abitndini e- 
rmio ahinanto diverse; ma qnando l'oc- 
casione si presentava, facevamo volen- 
tieri ilelle lunghe chiacchierate. La sua 
fama di poeta si andava intanto con- 
solidando e ampliando. Io ammiravo con 
passione i suoi versi e ne parlavo con 
passione; ed era una gioia per me quan- 
do me li leggeva prima di darli alle 
stampe; ed egli mostrava di leggerme- 
li volentieri. 

Alcune volte, alla buona stagione, 
nel i)omeriggio, ci davamo un poco al 
vagabondo e si finiva in qualche oste- 
ria di campagna a pranzare insieme. 
Al momento ch'egli traeva di tasca il 
foglio per leggere, io mi sentivo dentro 
una scossa per la viva impazienza e pa- 
reva che tutta l'anima mi si raccoglies- 
se negli orecchi onde non perdere una 
sillabsi. In tal modo io, forse il primo, 
ascoltai parecchie di quelle liriche po- 
tenti, che fra poco dovevano diffonder- 
si ])er tutta Italia n combattere, a vin- 



12 Giosuè Carducci' 



«ere, a trionfare. Così, o in circostan- 
ze poco dissimili, io conobbi V ode per 
Edoardo Corazzini, La Consulta araldi- 
ca^ quella per la decapitazione di Mon- 
ti e Tognetti e quella In morte di Gio- 
iianni Cairoli. Poi, dopo il settanta , il 
canto Per l'anniversario della Repuh- 
hlica francese^ Io triumphe ! Versaglia... 
Scoppi di collere civili, rinit)iauti ama- 
ri, glorificazioni radiose. Era quello il 
tempestoso periodo dei Giambi ed Epo- 
di. Ma ai rombi della tempesta si in- 
terponevano degli strap])i di serenità: 
e allora erano sonetti meravigliosi come 
quello 7Z Bove; o salivano dal cuore del- 
l' uomo le voci degl'intimi affanni, e un 
consenso di dolcezza e di pietà infini- 
ta pareva che venisse dalla campagna 
silenziosa nella luce del tramonto, men- 
tre il poeta diceva i suoi versi. 

L'albero a cui tendevi 
La ijargoletta niauo, 
Il verde melograno 
Da' bei vermigli fior, 



Giosuè Carducci 1 '> 



Nel unito orto soliugo 
Rinverdì tutto or ora 
E <i;iugno lo ristorii 
Di luce e fli calor... 



JIo ricordato che, in quel tempo, la 
poesia e l'arte carducciana si dilatava- 
no nel trionfo, prendendosi allegre ven- 
dette delle piccinerie della critica, del- 
l'invidia, della diffidenza , delle stesse 
lodi lesinate con avara mano e condi- 
zionate da riserve infinite. Ma le resi- 
stenze erano ancora fortissime; ed è 
curioso adesso ricordare come, in ge- 
nerale, si negassero al verso del poeta 
toscano proprio quei pregi che ora mag- 
giormente vi ammiriamo: la agilità ma- 
gistrale e l'armonia multiforme. Ma che 
intendevasi allora in Italia per verso 
« armonioso ? » Anche non pochi di quel- 
li stessi che erano propensi ad ammi- 
rarlo per vigore di concezione lirica ed 
altro, lo chiamavano verseggiatore du- 
ro, duro, duro !... Poco prima che uscis- 
se la edizione Barbèra, io, avutane li- 



14 Giosuè Carducci 



cenza dal Carducci, pubblicai V Idillio 
maremmano in uu giornale bolognese e 
ai miei lettori domandavo : è duro an- 
che questo?... Certo è che il tema simpa- 
tico e le mirabili bellezze deW Idillio o- 
perarono rax)idamente molte conversio- 
ni; come moltissime, e per ragioni piìi 
complesse, dovette poi operarne l'ode 
alcaica Alla Regina d'Italia. 

Il Carducci intanto s'era incaricato 
di rispondere y)er conto suo, nell'ode 
Per le nozze di Cesare Parenzo, a quei 
molti che altre durezze e asju^ezze in 
quel tempo gli rim])roveravano. 



I limiti brevi di questo scritto mi 
hanno obbligato, si capisce, a procede- 
re e ora a fermarmi scartando ricordi 
innumerevoli e non unicamente interes- 
santi, io credo, i)er quella facile curiosi- 
tà dei lettori che ama vedersi rappre- 
seutato un uomo celebre anche nei te- 
nui particolari della vita. 



(lioHuè Carducci 1." 

Quella fli Giosuè Carducci, quando 
potrà essere narrata in i)ieno, dovrà 
riuscire un documento notevolissimo del- 
la vita italiana del nostro tempo. E 
un capitolo molto importante certo do- 
vrebbe essere quello che studiasse i 
grandi e molteplici influssi che il Car- 
ducci effuse dintorno a sé oltre la let- 
teratura e la poesia, su^li uomini che 
l'avvicinarono. E apj)arirà questo cu- 
rioso contrasto: che i)ochi, discorrendo, 
forse ebbero mai meno di lui l' aria di 
voler soverchiare con la propria opinio- 
ne ed imporla, tanto pareva remissivo 
e compiacente alle opinioni degli altri. 
Ma ])oi, per un' intima vigoria di senti- 
mento e di ])ensiero che partiva da lui, 
spesso uno modificava o abbandonava 
quella opinione sua che era uscita dal 
dibattito con una facile vittoria; e da ul- 
timo adottava quella che sentiva essere 
in fondo all' animo del poeta. 

Io da Giosuè Carducci troppe cose 
imparai, perchè potessi qui anche solo 
enumerarle. Imparai sopratutto il ri- 



16 Giosuè Carducci 



spetto alla sacra Poesia ; non quello 
che si espande in preziose sentimenta- 
lità e si pasce d'infatuazioni orgogliose, 
ma quello che in faccia alla grandez- 
za dell'Arte ci fa sentire la gravità dei 
doveri per 1' anima nostra e per quella 
degli altri. 

La sua fu una ascensione di oltre qua- 
rant' anni, perseverante e gloriosa. 

In mezzo ai tanti disinganni che se- 
guirono, tra noi, alle facili speranze, in 
mezzo a tanti tramonti melanconici che 
contristarono il nostro cammino, egli 
mantenne tutte le promesse della sua 
forte giovinezza, all'Arte e all'Italia. 

Questo, Giosuè Carducci non aveva 
certo bisogno che io ricordassi a lui ; 
ma provo bene io una gioia profonda 
nel ricordarlo al dolcissimo amico, in 
questi giorni, abbracciandolo da lon- 
tano col desiderio e inchinandomi di- 
nanzi a lui. 



Giosuè Carducci 17 



II. 

Odi barbare. 

(Le terze) 

Il libro non era i)er anco in domi- 
nio (lei comimitori e già se ne leggeva- 
no le recensioni sni giornali. Poi si so- 
no visti degli articoli che, a conti fatti, 
debboìio essere stati scritti appena ta- 
gliato e scorso il volume, umido e ado- 
rante ancora dell' antimonio tipografico. 

Trojipa fretta, per dio, egregi miei 
confratelli, troppa fretta, trattandosi di 
un libro a cui Giosuè Carducci ha con- 
fidata la manifestazione dell' ingegno 
suo pervenuto al vertice della maturi- 
tà! Date al libro prezioso un po' più 
del tempo che, di solito, s'interpone 
per i giudizi sui romanzi da salotto e 
sui libretti d'opera! Ma il peggio è 
che questa urgente consuetudine della 
criti(5a frettolosa è come un torrentac- 
cio di rapina, che trae con se tutti 

2 — E. Panzacchi: Donne e Poeti. 



18 Giosuè Carducci 



quanti, per auiore o per forza. Al gior- 
nalista in ritardo par di sentirsi stri- 
dere negli orecchi il motto dei biric- 
chini d' Orazio: occìipet extremum scabiesì 
Allora egli dà di piglio alla penna e 
tira giù P articolo, sacrificando anche 
una v^olta al far presto il far bene in 
questo pallio sciagurato della curiosità 
pubblica. 

E anch' io cedo alla rapina torrenziale. 
Cedo però a malincuore. Malgrado ch'io 
possa dire d'aver contratta una lunga e 
studiosa abitudine con 1' ingegno del 
Carducci, e appunto perch' io 1' ho, sen- 
to oggi pili che mai che la sua novissi- 
ma forma poetica, ardua e intensa, ri- 
chiederebbe una più riposata indagine 
della mente, nna più intima comi^enetra- 
zione e assimilazione del gusto, a pro- 
durre un giudizio di coscienza pienamen- 
te tranquilla. Ho letto con molta atten- 
zione le Terze Odi Barbare, i)arecchie 
delle quali conoscevo già: e ho richia- 
mate alla memoria le Prime e le Secon- 
de Odi. Ho percorso in lungo e in lar- 



Giosuè Carducci 19 



go il bosco d'alloro e di mirto; ho rac- 
colto i muruiuri sommessi e le note 
squillanti che escono dalle cime e dal 
folto dogli alberi. Ma io non sono né 
Tiresia nò Sigfrido ; esento che dovrò 
anche ascoltare prima di raccogliere 
dentro e gustare e giudicare comple- 
tamente tutte le armonie che escorio 
dalla sei vetta canora. 



Darò dunque, a modo di note in nuu- 
gine, più che i giudizi, le impressioni 
vive e salienti che hanno suscitato in 
me, alla lettura, le venti nuove Odi 
Barbare. 

La prima (Sole dHnverno) assai me- 
diocremente mi ha disposto 1' animo in 
favore del libro. La « cerulea gioia » 
che s'incontra nella seconda strofa, è 
modo audace e nuovo, ma, a gusto mio, 
bello perchè fantasticamente vero. In- 
vece non tìnisce di piacermi, anzi ad- 
dirittura mi spiace, una sequenza di 



20 Giosuè Carducci 



imiuagiui affini clie mi producono ef- 
fetto somigliante a una successione vi- 
ziosa di quinte in un processo armo- 
nico mnsicahi. Dante avventò nel [)oe- 
ma un sublime traslato : « lo mar del- 
l'essere », che doveva partorirne tanti 
e tanti I Carducci principia la sua pic- 
cola ode col « solitario verno dell'ani- 
ma » a cui tengono subito dietro « le 
nuvole della tristezza. » Nella terza 
strofa ci mostra il luobil vertice de' 
fantasimi da cui spicciano i memori 
affetti, scendenti « con rivoli freschi 
di lagrime. » - Bellissimi quindi, schiet- 
tamente carducciani i « murmuri che 
agli antri chiamano Echi d' amor su- 
perstiti.... » col resto della strofa; ma 
poi i rivoli delle suiieriori lagrime ecco 
che dilagano in un limpido fiume; e 
uell' ultima delle sei strofe si ritorna 
alla « nubila cima de l'essere;» e si 
chiude col «fiume de l'anima» la bre- 
ve ode, che col « verno dell'anima » 
aveva principiato! 



Giosuè Cardìicci 21 

NoiJ è troppo? Non abbiamo noi qui 
abuso di immagini, tutte generate da 
un medesimo motivo e quindi troppo 
fitte, troppo finitime, troppo congeneri? 
• La. seconda invece (Primo Vere) ha 
subito una di quelle immagini fresche, 
limpide, colto sul vivo, squisitamente 
significate, che siamo nsi a considera- 
re come un privilegio degli antichi e 
che fanno del Carduuci un fortunato 
superstite moderno alle vicende dell' ar- 
te classica : 

Ecco : di braccio al pigro veruo sciogliesi 
Ed ancor trema nuda al rigid'aere 
La primavera. Il sol tra le sue lagrime 
Limpido brilla, o Lalage. 

Parecchi anni fa, uno dei molti ri- 
matori che vivacchiano alla meglio nel 
bello italo regno, fattosi una mattina 
alla finestra e visto i tetti delle case 
e le prossime colline coperte di neve, 
pensò e mandò a uno dei tanti album 
di beneficenza che allora imperversa- 



22 Giosuè Carducci 



vano (purtroppo imperversano ancora!) 
i tre versi seguenti: 

Rose e viole : 
Sotto la neve bianca e sepolcrale 
Forse dormono i fior, sognando il sole. 

Ma sentite con che elegante ricchez- 
za assunse e .svolge il Carducci quella 
idea buttata là alla buona di Dio: 

Da lor culle di neve i fior si svegliano 
E curiosi al ciel gli occhietti levano, 
E ne' lor guardi vagola una tremula 

Ombra di sogno, o Lalage. 
Nel sonno de 1' inverno, sotto il candido 
Lenzuolo della neve i fior sognarono, 
Soguaron 1' albe roride e gli splendidi 

Soli e il tuo viso, o Lalage. 

Ma nella letizia della rinnovata gio- 
vinezza dell'anno si mesce un senso 
arcano di mestizia. Perchè domanda il 
poeta, la primavera sorride mesta? Que- 
sta interrogazione melanconica sembra 
che continui a ondeggiare vagamente 



Giosuè Carducci 23 



sulla (xle terz;i e (juurtii : Effle, che è 
una breve melodia (l'esametri e pen- 
tametri, e Canto di Marzo, una, i)er 
me, (Ielle uii^lioi'i {icmme del libro. 
Precede la bella similitudine umana, 
che fa pensare ai passi migliori di Lu- 
crezio, mafi'istralmente protratta nella 
serie degli incisi, che (puisi la tramu- 
tano in una vivente ipotiposi: 

(.^ualo una iuciuta, su cui scende languida 
Languida 1' ouihra del sopore e 1' occupa, 
Discioltu giace e palpita sul talamo, 
Sospiri al labbro e rotti accenti vengono 
E subiti rossor la faccia corrono. 
Tale è la terra : 1' ombra de le nuvole 
Passa a sprazzi su '1 verde tra il sol pallido: 
Umido vento scuote i peschi e i mandorli 
Bianco e rosso vestiti, ed i tìor cadono. 
Spira dai pori de le glebe un cantico. 

Meno mi [ùace la canzone dei tiori 
che segue nella terza strofa : 

O salienti dai marini pascoli 

Vacche del cielo, grige e bianche nuvole, 

Versate il latte da le mamme tumide 



24 Giosuè Carducci 



Eeniiniscenza vedica. Certo non sen- 
za uua ragione qui il poeta ha voluto 
prestare ai fiori un linguaggio tolto 
dai miti vetustissimi ; ma il genio el- 
lenico, per se medesimo e per noi, mi- 
tigò, trasformò, corresse insomma tutti 
quei miti zoom orti ; e gli incorreggibili 
e i non esteticamente da lui accetta- 
bili, con un cenno della mano lumino- 
sa, ricacciò oltre i confini di Samotra- 
cia e oltre il Ponto. Anche il mostro 
egli volle rendere, alla sua maniera, 
bello. L'innesto, per esempio, dell'uo- 
mo e del cavallo, de la donna e del pe- 
sce erano sì dei mostri ma suscettivi di 
formosità; onde s'ebbero buone acco- 
glienze il centauro e la sirena. Queste 
vacche indostaniche invece, che pasco- 
lano in aria con gli overi si)enzolauti e 
gocciolanti, non trovarono grazia. — Ma, 
tolto questo neo, l' ode è, ripeto, a mio 
gusto, una elegantissima cosa. E si 
eleva superbamente nelle apostrofi fi- 
nali, che l'anima commossa del poeta 



Giosuè Carducci 25 



lancia in mezzo ai sorrisi e alle iiKiuie- 
tiKÌini della Natura generante. 

Chinatevi al lavoro, o validi ouieii ; 
Schiudetevi agli amori, o cuori giovani; 
Impennatevi ai sogni, ali de l'anime; 
Irrompete a la guerra, o desìi torbidi. 
Ciò che fu torna e tornerà nei secoli. 



La ofle (juinta, Cerilo, confesso di 
lìoii averla capita bene. Vi domina, 
forse, una soggettività troppo circon- 
stanziata, che certo avrà dato materia 
viva al poeta, ma che nel tempo stes- 
so impedisce ora che 1' unità lirica si 
trasferisca in unità d'emozione e di 
fantasma dentro lo spirito del lettore. 
S' io m' inganno altri mi corregga. Re- 
sta, a ogni modo, di (juesto Cerilo co- 
me un soavissimo frammento di melo- 
dia nella memoria : 

Sotto l'adulto sole, nel palpito mosso da' venti 
Pe' larghi campi aprici, lungo un bel correr 

[d'acque. 

Nasce il sospir de' cnori che perdesi nell' infinito, 
Nasce il dolce e pensoso tìor de la melodia... 



26 Giosuè Carducci 



luvece niente o pochissimo m' è ri- 
masto dell' ode ohe segue: Saluto d'au- 
tunno: e tralasciandola parmi che il 
volume non ne avrebbe scapitato. 

Eccoci alle odi: Le due torri e Mi- 
ramar. Con brevità concettosa e fanta- 
stica il Carducci rapi)resenta nel lin- 
guaggio dell' Asinella, che si lancia di- 
ritta in alto come una titanica anten- 
na, e in quello della Garisenda, che 
curva penosamente la sua mole imma- 
ne, i drammi gloriosi e dolorosi della 
vecchia città medioevale. Nella prima 
strofa le ingrate alliterazioni di un 
verso fU su 'l populeo Po pe H verde 
paese i carrocci... J ricordano una an- 
notazione curiosa del Carducci, nella 
quale confessò che alcuna volta egli è 
preso dal bizzarro compiacimento di 
scrivere un verso scadente e mandarlo 
per il mondo a cercar sua ventura. A 
ogni modo quella noticina stridula si 
perde nella severa grandiosità armo- 



(ìiosuè Carducci 27 



nica, che io (iiuisi direi beethoveniiiTui, 
del breve cainponiinento. 

ASINELLA : 

Kollo (li maggio il «lì, eh' io vidi su '1 ponte 

[di Reuo 
rassar la gloria libera del popolo, 
Sangue di Svevia, e te chiuare la bionda 

[cervice 
A 1' ondeggiante rossa croce italica. 

Dante vid' io levar la giovine fronte a 

[guardarci, 
E, come su noi passano le nuvole. 
Vidi su lui passar fantasmi e fantasmi ed 

[intorno 
Premergli tutti i secoli d'Italia. 

Gabisenda : 

Sotto vidimi il Papa venir con l'Imperatore 
L' uno all' altro impalmati ; ed oh me 

[misera, 

In suo gindicio Dio non volle che io ruiuaesi 
Su Carlo quinto e su Clemente settimo ! 



28 Giosuè Carducci 



All' ode Miramar corrono subito, in 
questi giorni, gli occhi di quelli che 
prendono in mano la prima volta il 
volume, tanto è la curiosità e l' aspet- 
tazione della sua eccellenza, propagata 
da quelli che già la conoscono. Una so- 
miglianza classica s'impone subito con 
la quindicesima del libro [ìrimo delle 
odi d' Orazio fPastor cum traheret...) Al- 
lo spunto della profezia di Proteo : Ma- 
la ducis avi dunium !... fa riscontro evi- 
dente lo spunto della triste nenia fati- 
dica che viene sul mare dalla triste 
punta di Salvore: 

— Ahi ! mal tu sali sopra il mare nostro, 
Figlio d' Ausluirgo, la fata) Novara... 

Alla efficacia della lirica oraziana 
giova molto la brevità della pròtasi ; 
e quel subito irrompere del tragico va- 
ticinio nel gran silenzio dei venti e 



Giosuè Carducci 29 



(lei tiutti. il Calducci invece, ragione- 
volmente obbligato dal soggetto, si in- 
dugia alquanto a descrivere la marina 
dintorno e l'interno del castello. A 
(juesto preambolo felicissimo il poeta 
ha dato alcune delle migliori strofe 
saftiche, che sieno uscite, io credo, dal- 
la sua penna : 

O Mirauiaie, a le tne biauobe torri 
Attediate per lo ciel piovoruo 
Fosche con volo di sinistri augelli 

Veugou le nubi. 
O Mivamare, contro i tuoi graniti 
Grige dal torvo pelago salendo 
Con un rimbrotto d' anime crucciose 

Battono 1' onde. 
Meste ne l'ombra de le nubi a' golfi 
Stanno guardando le citt.\ turrite, 
Muggia e Pirano ed Egida e Parenzo- 

Gemme del mare. 

E tona il cielo a Nebresina lungo 
La ferrugigna costa, e di baleni 
Trieste in fondo coronata il capo 
Leva tra il nembo. 



30 Giosuè Carducci 



Deh come tutto soiridea quel dolce 
Mattiu A' aprile, quando usciva il biondo 
Imperatore, con la bella donna 
A navigare ! 

Ma come gli sposi hanno abbando- 
nato il castelk», « nido d'amore costrui- 
to invano », princii)iano i terribili au- 
guri. L'Erinni è salita coi due sulla na- 
ve e spiega essa la vela. La Sfinge, tra- 
mutando sembiante, si rizza dinanzi al- 
la Imperatrice col viso di Gliovanna la 
Pazza... È una evocazione subitanea che 
mette i brividi, pensando al somiglian- 
te 'destino che attende la infelice Car- 
lotta; tanto che ne rimane come illan- 
guidito l'eifetto della strofa seguente, 
che evoca il teschio mozzo di Maria 
Antonietta e V irta faccia gialla del 
Montezuma. Non era bastantemente ef- 
figiata e riassunta nella demenza del- 
la povera donna tutta quanta la tra- 
gedia di Queretaro? La lirica è tanto 
più potente quanto meglio allaccia in 
una sola immagine le immagini circo- 
stanti. 



Giosuè Carducci H 1 



lN»i viene T invito di Iluitzilopotli, il 
dio inet^sicano, die di sotto alla sua pi- 
ramide, nella tenebra tropicale, navi- 
gando con lo sgnanlo il pelago e tìssan- 
do la ])re(ia, grida all'infelice Impera- 
tore: Vieni! — Qualcuno vuole far col- 
pa al poeta per questo intervento di 
u)itologia messicana. O perchè, doman- 
do io? Non è ])er vano sfoggio di mi- 
ti esotici che il nume carnivoro entra 
in campo. Qui Huitzilopotli è al suo 
posto: difensore e vendicatore de' suoi 
nel rai)presentante della razza bianca. 
Il Carducci lo introduce nella sua ode 
con la stessa legittimità e opportunità 
fantastiche con la quale il Camoens in- 
trodusse Adamastor contro la imi)resa 
dei Lusitani. Si ])otrà, tutt'al piìi, giu- 
dicare alquanto studiato e artificioso il 
legame che lontanamente unisce le fe- 
rocie dei soldati spagnuoli alla espia- 
zione compieutesi in un povero figliuo- 
lo cadetto della famiglia degli Ausbur- 
go; e per questo, io ne convengo, la in- 
vitazione del nume dell'antico Messico 



32 Giosuè Carducci 



non possiede a lunga pezza la perspi- 
cuità ideale e la equa rispoudeuza ven- 
dicatrice, che è nella profezia del Ne- 
reo oraziano contro lo sleale tìglio di 
Priamo. Ma o io ho j)erduto affatto ogni 
senso di bellezza poetica, o nessuno può 
ammettere ragionevolmente in dubbio 
la terribilità e l'efficacia fulminea, del- 
le tre strofe con cui l'ode si chiude: 



Qnant' è che aspetto ! La ferocia bianca 
Strussenii il regno ed i miei templi infranse : 
Vieni, devota vittima, o nepote 

Di Carlo quinto. 
Non io gì' infami avoli tuoi di tabe 
Marcenti o arsi di regal furore ; 
Te io voleva, io colgo te, rinato 

Fiore d' Ansburgo ; 
E a la grand' alma di Gnatimozino 
Regnante sotto il padigliou del sole 
Ti mando inferia, o puro, o forte, o bello 

Massimiliano. 



Qui la umana pietà si mesce senza 
sforzo e nobilmente, al tragi(;o terrore, 
come già vollero i greci. Virile, moder- 



Giosuè Carducci 33 

«11, alta i)oesia insoiniua , della (juale 
l'Italia ha ragione di compiacersi. 

Nej>li esametri e nei pentametri lati- 
ni, che alcuni poeti nostri del secolo 
decimosesto avevano rimesso mediocre- 
mente in onore, Giosuè Carducci è riu- 
scito a imprimere una armonia varia, 
snella, disinvolta e potente che dà loro 
un diritto di durevole cittadinanza fra 
i versi moderni. Su questo, il volume 
delle Terze Odi Barbare dee levare gli 
ultimi dubbi. Non è una esumazione ma 
una vera palingenesi. Nei distici di Jfors 
difterica poteva credersi che il Carducci 
avesse fatto 1' ultima prova della tec- 
nica sua; invece nell'ode: Homa parmi 
che egli sia pervenuto ad una più com- 
piuta eccellenza: 

Mouti d'Alba, cautate sorridenti 1' epitalatuio; 
Tnscolo verde, canta; canta, irrigua Tivoli; 
Mentr' io da '1 Giauicolo ammiro l' iniagin de 

[ l'Urbe, 
Nave immensa lanciata ver' l' impero del 

[ mondo. 

3 — E. Panzacchi : Donne e Poeti. 



34 Giosuè Carducci 



O nave che attingi cou la popjja 1' alto infinito, 

Varca a' misteriosi lidi 1' anima mia. 
Ne' crepuscoli a sera di gemmeo candore 

[ fulgenti 
Tranquillamente lunghi su la Flaminia via, 
L' ora suprema calando con tacita ala mi sfiori 
La fronte, e ignoto io passi ne la serena 

[ pace ; 
Passi a i concilii de 1' onil>re, rivegga li spiriti 

[ magni 
Dei padri conversanti luugh' esso il fiume 

[ sacro. 

Eccettuati questi distici e il quarto 
verso nella strofa alcaica, — il quale 
non è poi altro che un decassillabo no- 
stro accentato in modo da ricordare il 
corrispondente verso antico, — tutte le 
odi del volume continuano a i)orgermi 
de' bei versi italici con misura e con 
accenti come li vuole il nostro orecchio 
moderno. La strofa della settima ode, 
per esempio, che a primo aspetto si pre- 
senta quale una completa novità, ha il 
primo e il terzo verso formato di un 
settennario a volta piano e a volta tron - 
co, unito ad un novenerio piano. (Tri- 



(ìioHiiè Carduvcì 35 

ste mese di maggio - Che intorno al bel 
corpo d' Imclda. Bello di maggio il dì - 
Oh' io vidi su 'l ponte di Reno....) Il se- 
condo e il quarto verso è formato di 
un decasillabo sdrucciolo. Se alcune vol- 
te il poeta si discosta, come fa verso 
la fine dell' ode, da questa regola, (Sot- 
to vidimi il papa — Venir con V impe- 
ratore) ecco che la strofìi manda subi- 
to all' ore(;cliio un hiatus o vuoi un' in- 
tervallo muto nell' armouia, della cui 
bontà io oso dubitare. 

Fin qui solamente arriva la grande 
ignoranza mia; tanto che coloro i qua- 
li, a i)ro])osito delle Terze Odi Barba- 
re, seguitano ad agitare vecchi quesi- 
ti di metrica e di tonica, mi hanno un 
po' 1' aria di brava gente che vada in 
cerca del quinto i)iede del montone! 



* 
* # 



E proseguendo le note in margine, 
dirò che le odi: Roma, Su Monte Ma- 
rio, Davanti al Castel Vecchio di Ve- 



36 Giosuè Carducci 



rona e Da Desenzano stampate di segui- 
to, formano un grappo dintorno a un 
punto ideale che le domina. È il con- 
cetto della evanescenza della vita uma- 
na comparata agli spettacoli lieti delhi- 
natura e ai grandi monumenti della 
storia. Il poeta da principio tocca un 
momento questo concetto come uno dei 
soliti richiami alla festività convivale, 
secondo la tenue filosofia d'Orazio: 



Mescete iu vetta al luminoso colle, 
Mescete, amici, il biondo vino, e il sole 
Vi si rifranga: sorridete, o belle; 

Doman morremo. 

A me fra il verso che pensoso vola 
Venga 1' allegra coppa ed il soave 
Fior de la rosa die fugace il verno 

Consola e muore. 

Ma poi subito il tono si eleva: il ver- 
so del poeta non è « pensoso » per nul- 
la. Sentiamo 1' anima dell' uomo moder- 
no che si pone dinanzi al nulla della 
vita e lo contempla con mestizia sere- 



(iìosuè Carducci 37 



UH. Che iijjilc evocazione di iininajtini 
« che inetta l)il(; inalincotiia musicalo 
iielhi strofa che segue! 

Dimaii inoiTtHuo, come ier morirò 
(Quelli che amammo: via da le memorie. 
Via dagli affetti, tenui ombre lievi 

Dìlegnereuio. 

Poi la mente del poeta, che dallo 
spettocolo di Koma contemplato sulla 
cima di Monte Mario è tratta al pen- 
siero della nostra caducità, si innalza 
e si dilata nella immaginazione della 
catastrofe universale. Anche la Terra 
rallenterà il suo corso « faticoso » din- 
torno al Sole. Dopo aver sprigionato col 
suo calore innumerevoli vite e dolori e 
glorie innumere voli, anch'essa si raf- 
fredderà; e verrà un giorno iu cui «die- 
tro i richiami del calor fuggente » 1' ul- 
timo uomo e 1' ultima donna si rifugit;- 
ranno al sommo dell'equatore; e di là 
con gli occhi vitrei vedranno tramontare 
« su l' immane ghiaccia » il Sole, i)er 
l'ultima volta. Con questa visione d' o- 



38 Giosuè Carducci 



rigine byroniana, abilmente condensata 
e corretta nelle linee dell'arte classica, 
il poeta termina questa ode, la quale 
senza il freddo artificio della quarta 
strofa (Lalage, intatto a V odorato bo- 
sco...) sarebbe tutta un capolavoro; ve- 
ramente mirabile, a ogni modo, di i)ro- 
porzioue, di fusione, di intonazione. 

Nella apostrofe che il poeta intuona 
all'Adige, mentre il fiume, infilando il 
ponte scaligero, gli canta sotto la sua 
«scorrente canzone al sole» l'ode ripren- 
de il pensiero della i)recedente. Lo ri- 
prende, ma lo tramuta e lo varia per 
modo, ch'io non so proprio comprende- 
re come altri, in buona fede, abbia po- 
tuto trovare il poeta in colpa di ripeter- 
si, mentre invece credo che qui si renda- 
no più imperiosamente degne d'ammi- 
razione la sua arte e la sua vena. In 
vetta a Monte Mario sono in tragico 
contrasto la fuggevolezza della vita, 
umana con la durata delle forze cosmi- 
che, anch'esse moriture: qui, sulla ri- 
va del bel fiume veronese, è invece il 



(iioHHc Carducci 39 

poeti! cIk! pai'Jijioiiii la nota tìijijiCVoW' 
del suo canto con la voce del fiinnc \wx- 
scverant(i ujiuale a traverso i secoli, a 
traverso tante vicende di jìopoli e <l'im- 
l)eri. — Quanto tenifu) è passato dal dì 
che Teodori(;() entrava vittorioso in Ve- 
rona e la [)overa plebe italica, raccol- 
ta intoriu) al suo vescovo, supplicava 
i (loti inostraiKlo loro la croce, a (jue- 
sto f^iorno in cui le bandiere abbruna- 
te, sventolanti sulle torri e dalle line- 
stre delle case, ricordano l'anniversario 
funebre di Vittorio Emanuele!... Tutto 
passa e si muta; n<m la voce immor- 
tale del fiume: 

Anch'io, bel Hniiie, canto; e il mio cantico 
Xel picciol verso raccoglie i .secoli, 

E il cnore al pensiero balzando 
Segue la strofe che sorge e trema. 
Ma la mia strofe vanirà torbida 
Ne gli anni : eterno poeta, o Adige, 
Tn ancor tra le sparse macerie 
Di qnesti colli tnrriti, (juanilo 
Su le rovine de la basilica 
Di Zeno al sole sibili il colubro, 
Ancor canterai nel deserto 
I tedi insonni dell' infinito. 



40 Giosuè Carducci 



Ma l'ode: T)a Desenzano compie il 
pensiero solenne e triste del poeta in- 
torno alla vita, coronandolo d' nna In- 
minosa fantasia oltremondana. Già nel- 
1' apostrofe a Eomft s' è visto com' egli 
concluda augurandosi un tranquillo pas- 
saggio « ai concini de l'ombre » a ri- 
vedere gli spiriti magni dei padri con- 
versanti lungo il sacro iìume. Nei ver- 
si a Gino Rocchi, tutti squisitezza e 
profumo di eleganze e di ricordi clas- 
sici, questa idea ritorna ed è svolta e 
colorita piìi precisamente. E non è sen- 
za un vago tremito dell'anima che, un 
manzoniano impenitente par mio, vede 
il ])oeta di Febo Apolline e di Oame- 
sana arrivare al suo bel sogno classi- 
co, passando per lo mezzo al manzo- 
niano ricordo delle monache longobar- 
de salmodianti uel silenzio notturno di 
un chiostro e mormoranti « la requie.... 
sui giovani pallidi stesi sotto l' asta 
francica. » Chi non vede profilarsi sot- 
to la luna il volto bello e doloroso di 
Edmenegarda? Ohi non ricorda le « ver- 



Giosuè Carduwi 



gini iudanu) tidan/ute » e le madri che 
videro i pallidi nati tratitti dall'asta 
nemica, nel coro deW Adelchi? — Ma 
quella non è che una sosta fuggevole; 
il poeta s' affretta verso la classica vi- 
sione e attacca immediatamente: 

E calereni uoi pur giii tra i fantasimi 

Cui uè il sol veste di fulgor porpureo 

Né le pie stelle sovra il capo ridono 

Nò de la vita il frutto i cuor letifica. 

Duci e poeti allor, fronti sideree, 

Ne muoveranno incontro e — Di qual secolo 

— Domanderanno — di qual triste secolo 

A uoi veniste, pallida progenie? 

A voi tra' cigli torva cura infoscasi 

E da l' iiugusto petto il cuore fumiga. 

Noi ne la vita esercitammo il muscolo 

E discendemmo grandi ombre tra gì' inferi. 



Qni l' argomento mi trae a violare 
l' ordine progressivo che mi ero pre- 
scritto nel i)arhire delle venti odi. Sal- 
to la tredicesima e la quattordicesima 
e arrivo all' ode: Presso ì'urna di Percy 



42 Giositc Carducci 



Bysshe Shelley, aggiungendola al grnp- 
1)0 jn-ecedeiite, di cui ella appare come 
una conclusione aspettata. 

La poetica visione d' oltretomba si 
dischiude con una i)arafrasi scultoria 
del motto di Federico Schiller: per ri- 
vivere nella serena bellezza dell'arte 
le cose fa d'uopo che muoiano prima 
nella realtà : 

L' ora piesente è invano, iiou fa. che percuo- 

[ tere e fugge: 
Sol nel passato è il bello, sol ne la morte' 

[ è il vero. 

O strofe, peiisier de' miei giovani anni. 

Volate omai secnre verso gli antichi amori. 
Volate pe' cieli, pe' cieli sereni a la bella 
Isola risplendente di fantasia ne' mari. 

L'ode ci trasporta nell'« isola dei bea- 
ti », sogno, desiderio, ricerca dei sofi, 
dei poeti e dei navigatori dell'antichi- 
tà. La descrive Pindaro nella seconda 
Olimpiade coi to<;chi alati della sua li- 
rica sovrana. Tra i moderni il Tenny- 
son nel \nh bello, io credo, de' suoi 



(iioHuè Carducci i:> 

Miti mette la speranza di questa isola 
in bo<ìca di Ulisse quando esorta i suoi 
vecchi compagni a riprendere con lui 
la vita errante dei mari: «...Forse noi 
toccheremo la felice Isola : forse colà 
rivedremo il grande Achille, che noi 
così bene conoscemmo sovr' altri lidil» 
Per altro l'isola beata nella fantasia 
del Carducci assume un aspetto nuovo 
e tutto moderno. A prima giunta par 
di liscontrare qualche cosa di contrad- 
ditorio in questa superba concezione 
carducciana. Ma giova anzitutto richia- 
mare la parte centrale e più importan- 
te del bellissimo quadro: 

Ivi poggiati all' asta Sigfrido ed Achille alti o 

[ biondi 
Errali caiitaiido Iniigo il risouaute mare : 
Dà fiori a (|nello Ofelia sfuggita al pallido 

[ ainaute, 
Dal sacrifìcio a qtiesto Itìaiiassa viene. 
Sotto mia verde quercia Rolando con Ettore 

[ parla, 
Sfolgora Durendala d' oro e di gemme al 

[ sole : 



44 Giosuè Carducci 



Mentre al florido petto richianiaisi Audroinache 

[ il figlio 

Alda la bella, immota, guarda il feroce sire. 

Conta re Lear chiomato a Edippo errante sue 

[ pene, 
Con gli ocelli incerti Edippo cerca la sfinge 

[ ancora : 
La pia Cordelia chiama — Deh, o bianca An- 

[tigone, vieni, 
Vieni, o greca sorella! Cantiam la pace ai 

[ padri . 
Elena e Isotta vanno pensose per 1' ombre de' 

[ mirti, 
Il vermiglio tramonto ride a le chiome d'oro: 
Elena guarda l' onde : re Marco ad Isotta le 

[ braccia 
Apre, ed il biondo capo su la gran barba 

[ cade. 
Con la regina scota su '1 lido nel lume di 

[ luna. 
Sta Clitennestra: tnffau le bianche braccia 

[ in mare, 
E il mar rifugge gonfio di sangue fervido ; il 

[ pianto 
De le misere echeggia per lo scoglioso lido, 
O lontana a le vie dei duri mortali travagli, 

Isola de le belle, isola de gli eroi. 
Isola de' poeti ! Biancheggia 1' oceano d' iu- 

[ torno. 
Volano uccelli strani per il purpureo cielo. 



Giosuè Carducci 45 

Ora hi i>riiiiji (lomanda cbe si pre- 
senta alla mente del critico è (jiiesta : 
come si concigliji la beatitudine di que- 
sto so<><>ionio con la permanenza di 
tanti tragici ricordi "ì Perchè re Lear 
narra ancora le sue pene a Edippo e 
questi si inquieta ancora per la Sfinge? 
E sopratutto che hanno a vedere in 
(piesta isola <,< lontana alle vie dei du- 
ri mortali travagli » quelle due san- 
guinose e piangenti figure di Lady 
Macbeth e di Clitennestra? Ma la con- 
tradizione non è che apparente e ar- 
monicamente si rissolve, subito che si 
])ensi, che 1' intimo senso e come il 
suhstratum di questa fantasia consiste 
appunto nel magico e benefico poter© 
della idealizzazione poetica. Quello che 
è dolore, quello che è colpa e i)unizio- 
ne nella realtà, si converte in tranquil- 
la e beata visione, quando assurga alle 
sfere serene dell' arte liberatrice. I poeti 
guardano e cantano; le ombre passano;, 
ognuna nell'atteggiamento bello e pie- 
toso e terribile in cui i poeti le gene- 



46 Giosuè Carducci 



raroiio nel calore degli estri divini. E 
questa è la beatitudine. Siamo nel mon- 
do incantato della divina epopea: 

Passa ciollaudo i lauri 1' iiuiiiensa souante 

[ epopea 
Come turbili di maggio sopra ondeggianti 

[ piani ; 
O come quando Wagner possente mille anime 

[ intuona 
Ai cautauti metalli ; trema agli umani il 

[ cuore. 

In questa isola vive l' anima di Sliel- 
ly, unico tra i poeti moderni. L' ombra 
di Sofocle la trasse dal naufragio nel- 
le acque del Mediterraneo e la assun- 
se ai cori del regno beato. — Io igno- 
ro completamente il perchè di questo 
sovrano privilegio negato a tutta la 
schiera dei poeti moderni, tra i quali 
non bisogna dimenticare che contano 
pur qualche cosa anche Goethe, Schil- 
ler, Byron, Foscolo, Leopardi^ Heine, 
Victor Hugo e qualcun altro: ma qua- 
lunque sia stata la ragione che mosse 



(iioHHè Carducci 47 

il (';ir<lucci, (jucsto nulla «Ictrac alla 
superba concezione e alla grande bellez- 
za dell'ode. 

Mi rimane anche a parlare di sette 
fra le venti odi che formano il libro, 
e debbo studiarmi d'essere breve. Una 
memorabile data, 1848, letta sulla pan- 
cia d' una bottiglia di Valtellina, inspi- 
rò al Carducci una breve lirica tutta 
calda di eroici ricordi e di propositi 
animosi: 

E tu pendevi tralcio da i retici 
Balzi odorando florido al ninrmine 
De' fiumi da l'alpe volgenti 

Cernii in fuga spume d' argento, 

Quando 1' aprile d' Itala gloria 
Da 'l Po rideva fino a lo Stelvio 
E il popol latino si cinse 

Su l'Austria cingol di cavaliere. 

Ma rapidamente ai lami)i delle no- 
stre vittorie e alle smisurate contìden- 
ze succedeva 1' « italo spasimo » per i 
disastri delle armi nostre. Piace segui- 



48 Giosuè Carducci 



re il poeta nel rapido cenno d'un eroi- 
co episodio guerresco nobilitante le no- 
stre sventure: 

Hainau gli aspri animi 

Couteuue e i cavalli dell' Istro 
Ispidi in vista dei tre colori. 

E seguirlo ne' fulgidi auguri, tratti 
dalla evocazione dell'ombre magnanime 
e confidati all'avvenire: 



Sia gloria, o fratelli ! Non anche 

L'opra del secol non anche è piena. 

Ma nei vegliardi vige il vostro animo, 
Il sangue vostro ferve ne i giovani : 
O Italia, daremo in altre alpi 
Inclita ai venti la tna bandiera. 



È questa nel volume una delle odi 
più serrate e rapide per la fattura, pivi 
concitata e quasi direi nervosa per il 
sentimento che l'anima. Balza qua e là 



Giosuè Carducci 49 



ili queste otto strote uno si)irito « bac- 
<;aiite » che ricorda l'auti(;o. 

Delle tre piccole odi: Courmayeur , 
Convivale e Colli toscani, quest'ultima 
mi i)are di gran lunga la più sentita, 
la più spontanea e per ciò la più bel- 
la. L'aninia del poeta accompagna pa- 
ternamente la sua figliuola, sposa no- 
vella, verso i dolci 

Colli toscani ove il uno canto nacque, 

e scioglie i voti allettuosi e richiama 
le memorie mestissime e care : 



Colli, tacete, e voi non sussurratele, olivi, 
Non dirle, o sol, per anche, tu onniveggen- 

[te, pio, 
Che oltre quel monte giacciono, lei forse aspet- 

[tando, que' miei 
Che visser tristi, che in dolor morirono... 

A me nel leggere questi distici rifio- 
riva dolcemente, mestamente nella me- 
moria il sonetto rivolto molti anni fa 

4 — E. Panzacchi: Donne e Poeti. 



50 Giosuè Carducci 



al fratello sepolto del poeta, quaudo mo- 
riva a questi il figliuolo: 

O tu che dormi là su la fiorita 
Collina tosca, e t' è già il padre accanto, 
Non hai, fra 1' erbe del sepolcro, udita 
Pur ora una gentil voce di pianto? 

È il pargoletto mio,... 

E rivedevo col pensiero i luoghi di Ma- 
remma « ove fiorìo la sua triste prima- 
vera » e riandavo le tante schiette ispi- 
razioni carducciane derivate dal bello 
e desolato paese , fra le quali sempre 
campeggia, ridendo a noi nel suo sel- 
vatico fascino di Venere maremmana, 
la <•' Maria bionda » deW Idillio. 

I poeti veri, i poeti che amiamo, an- 
che questo hanno di particolare per noi, 
che i loro componimenti si rincorrono 
l'un l'altro nella nostra fantasia, si sor- 
ridono, si chiamano da lontano nelle 
memorie, s'irragiano di scambievole 
splendore. 



GioHiiè Carducci 



* 
* * 



O buon Kepilcli, o vecchio bardo chio- 
niiito della nostra adolescenza roman- 
tica, come mi ritorna caro il tuo nome 
associato ad una delle i)iù forti ispira- 
zioni del poeta nostro! Altri professi, 
se vuole, opposto giudizio; per me l'o- 
de: Alessandria sta fra le più belle te- 
stimonianze dell'ingegno i)oetico di Gio- 
suè Carducci e di quel suo sentimento 
profondo e tutto i»articolare di attuali- 
tà, che solo posseggono i lirici veri, di 
razza (per dire la frase d'uso) e di tem- 
peramento. 

Rileggendola, io sono tornato con l'a- 
nimo all'estate del 1882, quando dal- 
l' Egitto ci venivano tante strane e do- 
lorose notizie, coronate poi dal bombar- 
damento e saccheggio d' Alessandria; e 
in quel mezzo arrivò l'ode del Carducci 
arattìgurarci, in contrasto, i torbidi fat- 
ti del presente con le origini eroiche e 
le glorie antiche della città. Chi non 



52 Giosuè Carducci 



sente il vetusto, 1' Ermetico Egitto mi- 
rabilmente epilogato e scolpito nelle pri- 
me tre strofe ? 

Nell'aula immensa di Lussor, sn '1 capo 
Roggio di Rarase il mistico serpente 
sibilò ritto, e '1 vulture a sinistra 

Volò stridendo, 
E da l' immenso serapèo di Memfi, 
Cui stanno a guardia sotto il sol candente 
Seicento sfingi nel granito argute, 

Api muggìo. 
Quando dai verdi immobili papiri 
Di Mareoti al livido deserto 
Sonò, tacendo l'aure intorno, questo 

Greco peana . . . 

È l' inno che intonano i soldati di 
Alessandro quand'egli torna dal tem- 
pio di Giove Aramone che l'ha ricono- 
sciuto per figlio, e dinanzi all'isola di 
Faro l'eroe segna il circuito della cit- 
tà che dovrà inalzarsi nel suo nome. 
Nel quarto libro della sua storia Quin- 
to Curzio narra il viaggio d'Alessandro 
co' suoi attraverso il deserto al tempio 
d' Ammone, e come egli al ritorno, fra 



Giosuè Carducci 



il liijio (li Marooti e l'isola, datosi a con- 
teiiij>laro il luogo (eontempUitus loci na- 
turamj decidesse di fondare la città. 
La scena rivive, con toni e colori d'e- 
])ica leggenda, nella fniitasia e nei ver- 
si «lei i)oeta: 

Tuie il iKiiiuii degli Achei tìuouava : 
E il giovili duco, liberato il biondo 
Cti.\)o da l'elmo, in fronte a la falange 

Guardava il mare. 
Oiiardava il mare, e 1' isola di Faro 
Innanzi, a. torno il libico deserto 
Interminato : dal sudato petto 

L' aurea corazza 
Sciolse, e gettolla splendida nel piano: 
— Come la mia macedone corazza 
Stia nel deserto e a' barbari ed a gli anni 

Regga Alessandria. — 
Disse; ed i solchi a le nascenti mura 
Ei disegnava per ottanta stadi, 
Bianco spargendo su flave arene 

Fior di farina. 
Tale il uepote del Pelide estrusse 
La sua. cittade .... 

Dove sono adesso le floride glorie di 
Alessandria 1 1l poeta dolorando lo chie- 



54 Giosuè Carducci 



de al bardo novarese, il quale, fuggia- 
sco in Oriente per amore di libertà, la 
aveva pochi anni fa ammirata, mentre 
sempre 

Alacre, indiistre, a la sua terza vita 
Ella sorgea, sollecitaudo ì fati. 

Oggi non più. I vanti e le speranze 
dell'Egitto oggi minacciano di non po- 
ter più vivere altrimenti che nel volu- 
me del ramingo poeta italiano. Lonta- 
na poesia di memorie ! 



Oggi Tifone 1' ire del deserto 

Agita e spira ! 

Sepolto Osiri, il latratore Aniibi 

Morde ai calcagni la fuggeute Europa, 

E chiama avanti i bestiali numi 
A le vendette. 

Ahi vecchia Europa, che su '1 mondo spargi 

L' irrequieta debolezza tua, 

Come la triste fisa a l'oriente 

Sfinge sorride ! 

Chi si piace, oltre che della nobilis- 
sima lirica, dei prestigi del colore lo- 



(iioauè Carducci 56 



calo e storico, in <jiiesta o(l«^ ha, par- 
ini, il tatto suo. 



* 
* * 



Un'altra « maxima espectatio » del 
volume è certamente l'ode: Scoglio di 
Quarto. Narrano che Frinc [)er sapere 
<la Prassitile quale delle i)ro])rio statue 
avesse in n)asj»ior ])re^io, ricorse alla 
buj^ia d'un incendio. Contesso che una 
bugia la direi io i)ure volentieri perchè 
il poeta schiettamente mi rivelasse qua- 
le delle venti odi del volume egli cre- 
da migliore; e confesso che amerei di 
sentirlo rispondere: la sedicesima. 

Scoglio di Quarto non ha l' impeto li- 
rico che vi trascina ntilla seconda i)ar- 
te di M ir amar ; non ha la ricchezza fan- 
tastica di Alessandria e dell'ode: Pres- 
so l^ urna di Shelley; ma le vince, a mio 
giudizio, tutte per quella che Leonar- 
do da Vinci chiamava la prisca eurit- 
mia delle ]Hoiìor/ioni e i)er un tono o- 
riginalissimo, al tempo stesso umile ed 



56 Giosuè Carducci 



alto, che dà luogo a mia singolare e 
toccante fusione di patetico e d'eroico. 
Al disegno perfetto dell'ode corrispon- 
de la forma; [)erfetta anch'essa, e mal- 
grado due piccole mende che voglio no- 
tare. Una è quel « palpido lucido » del- 
l'astro di Venere, che tinge, esso, il cie- 
lo, non ostante il maggior lume della 
luna: 1' altra quel « mendicando la mor- 
te » della settima strofa, che ])armi al- 
quanto eccessivo ed enfatico. Le ho no- 
tate, a costo di dar nel minuzioso, per 
il rispetto quasi religioso che questo 
componimento m'ispira. E nemmeno vo- 
glio citarne dei passi staccati; maniera 
di commento sempre pericolosa e in que- 
sto caso presso che irriverente. Tanto 
varrebbe rompere un bel bassorilievo 
antico per mostrare alcuni pezzi ai cu- 
riosi. Bisogna leggere tutta l' ode con 
l'animo raccolto; e muovere da quella 
« breve striscia di sassi » che sporge 
nel mare, e cogliere con l' occhio della 
mente il paesaggio notturno, tranquil- 
lo, sereno, incantevole che è sopra e 



(liufiiiè CarUuvci r>7 



d' iiitoriio, con Genova vista là in fon- 
do tra i lumi morenti e i canti clie ar- 
rivano tìoclii «la lontano... Poi veder coiu- 
parire a un tratto la figura leonina di 
Garibaldi, col suo puncio e la sua spa- 
da « la spada di Konia » bilanciata sul- 
l'omero; e dietro lui giungere a picco- 
li <lrai)pelli « i mille vindici del desti- 
no » che appena comparsi dileguano nel- 
l' ombra, couie dei pirati che vadano al 
maletìzio e invece per amore d'Italia 
essi vanno a cercare la morte « al cie- 
lo, al i)elago, ai fratelli »... Poi bisogna 
salire, salire e lasciarsi jìortare i)er que- 
sta atmosfera sacra di ricordi , finche 
vediamo toccarsi in una stessa idealità 
due figuie, Pallante e Garibaldi, i due 
lucidi ])oli remoti, tra i quali si svolge 
la immensa epopea della vita italica. Su 
tutto il quadro e su tutta la visione, 
brilla simbolicauìente la stella di Vene- 
re, la stella d' Italia, la stella di Ce- 
sare 



58 Giosuè Carducci 



Mi rimane da parlare dell' ode: Il liu- 
to e la lira, dedicata « A Margherita 
Eegina d'Italia ». Tutti ormai conosco- 
no le origini storiche del componimen- 
to ricordate in una nota, 

Quiiudo Ih Donua Sabauda il fulgido 
Sguardo al liuto reca e su '1 memore 
Ministro d' eroici lai 

La mano e l'inclita fronte piega, 
Commove un conscio spirito l'agili 
Corde, e dal seno concavo mistico 
La musa de' tempi che furo 

Sale aspersa di faville d'oro; 
E nu coro e tm canto di forme aeree, 
Quali già vide 1' AUighier muovere 
Ne' giri d' armonica stanza, 

Cinge l'italica Margherita.... 

L'ode, come ognuno sente, esordisce 
con una intonazione idealmente signo- 
rile e muove, fin dai primi suoi passi, 
con un incedere veramente regale. Ci 
vorrebbero delle musiche di Gluk o di 



(iioKiiè Carducci 59 

iSacchiiii, ])ine, dolci e solenni, nei mo- 
menti che esprimevano le entrate de le 
belle eroine corotiate sulla scena clas- 
sica. 

Il coro delle sostanze aeree è forma- 
to dalla Canzone, dalla Sirventese e dal- 
la rastorella. 

Ojiiinna, presentandosi alla Regina 
d'Italia, parla di se e de' suoi nobili 
vanti. La Canzone ricorda Dante dal- 
l'anima del quale ella spiccò il volo fi- 
no ai cieli: ricorda che passò sovra le 
lagrime del Petrarca e accese pur lui 
« corone di stelle in sull'aurea chioma 
d'Avignone». Quest' ultimo traslato, di- 
co passando , a me non piace allatto. 
Avrebbe scritto il Carducci, a lìroposi- 
to dell'amore di Dante, « sulla chioma 
aurea di Firenze » volendo significar© 
Beatrice 1 Bellissimo invece nella veri- 
tà che semplicemente esprime idealiz- 
zandola: 



Nou mai pifi alto sospiro d' auiiue 
Surse dal canto... 



60 (iìosìiè Carducci 



Indi balza la Sirventese, con l'elmo 
l'asta e lo scudo, ed esprime il suo a- 
more per le bellicose gesta terrene e 
per le anime dei combattenti sprezza- 
triei della morte. A me, essa grida. 



Piace, se lampi d'acciàio solcano 
Se ferrei nembi rompono l'aere 
E carlon le insegne (lavanti 

Al flutto e a l' impeto de' cnvalli. 
A cui la morte teme non ridono 
Le mnse in cielo, quaggiù le vergini. 
Avanti Savoia ! Non anche 

Tutta desti la bandiera al sento... 



Viene ultima la Pastorella e alla dol- 
ce Regina fa intendere le voci del do- 
lore umano che si levano semjire più 
intense dalle terre, quantunque essa sia 
letificata di tanta civiltà: 



La Pastorella sono. Di facili 
Amori e sdegni, danze e tripudi!, 

Non più rendo gli echi: una nube 
Va di tristizia su la terra. 



Giosuè Carducci 61 



A te «la' veitli inugffhiiiuti pascoli, 

Da' biondi campi, «la le poinifere 

Colliue, da' boschi sonanti 

Di scuri e dal fumo de' tuguri, 
Io reco il b]an«lo riso de' parvoli, 
Di spose e figlie reco le lagrime 
E i cenni de' capi canuti 

Che ti salutano ])ìa madre.,. 

Fin qui ho sentito la nobilissima li- 
rica salire sempre come un'onda vitto- 
riosa. Da questo i)Uìito, per le cinque 
strofe die ancora rimangono, sembrami 
invece d'avvertire un certo rallenta- 
mento e (juasi un raffreddamento. L'o- 
de appare lunga. Nuoce quel subito in- 
tervento dell'io del poeta dopo la se- 
rena oggettività della prima parte! For- 
se — lo so — è audace il dire a un poe- 
ta, a un artista della forza di Giosuè 
Carducci: era meglio che tu ti fermas- 
si a un dato punto dell'opera tua ma- 
gistrale. Ma io sento, forse a torto, che, 
finita la triplice apparizione, anche l'o- 
de doveva finire o concludere jnù ra- 
]>idamente. 



62 Giosuè Carducci 



Ho detto anch' io il mio ])ai'ere con 
tutta sincerità e senza una pretesa al 
mondo. A chi poi mi domandasse un 
j»iudizio complessivo sul volume, io di- 
rei semplicemente: le Terze Odi Barba- 
re sono per me degne delle prime e del- 
le seconde. È arte pura, è poesia cbe 
seguita a consolare l' Italia della gran- 
de mediocrità artistica, la quale persi- 
ste, ahimè, nel travagliarla I 

È utile, è ragionevole, è (oserò ag- 
giungere) artisticamente possibile spin- 
gere molto innanzi certi confronti e pre- 
tender dimostrare, con un termometro 
di nuovo genere alla mano, se il calo- 
re poetico del Carducci sia cresciuto o 
diminuito d'un grado? A me basta ri- 
leggere Miramar , Alessandria, Scoglio 
di Quarto e sentirmi in presenza di un 
grande artista; a me basta pensare che 
il nostro maggior poeta ha molte cor- 



Giosuè Carducci H3 



de alla sua lira e che sa tutte vibrar- 
le poteiiteuieute, alternando e rinfor- 
zando i suoni. Meno di due anni fa egli 
ci diede Rime nuove; ora ci dà le Ter- 
ze Odi Barbare; chi può dire le sor- 
prese che egli ci serba per l'avvenire? 
— Fra i nostri critici letterari, che io 
tutti sinceramente rispetto, confesso che 
il me muovono una certa stizza coloro 
che da qualche tempo hanno ingliata 
l'abitudine di ])arlarci di Carducci co- 
me di un patriarca vivente della poe- 
sia italiana. Ma che patriarca d'Egit- 
to 1 Egli è nel forte vigore della vita 
e ha di poco varcati i cinquant'anni, 
età nella quale in Francia, in Inghil- 
terra e in Germania i poeti e gii ar- 
tisti sono sem])re classificati tra i gio- 
vani. 

E perchè al Carducci non dovrà es- 
sere riservata una longevità operosa, 
come a Victor Hugo, a Tennyson e a 
Lecomte de Lislef 



tì4 Giosuè Carducci 



III. 

Carducci iiiiiorista. 

Carducci umorista !.. Certo nou è la 
prima idea che si presenta a chi pensi 
l'opera del grande lirico nostro. Ogni 
artista, ogni scrittore eminente è come 
soprattatto dal fulgore di certe sue qua- 
lità dominanti, agli occhi della critica. 

Vittorio Altieri volle per forza ag- 
giungere alla sua corona di tragico 
quella di poeta comico e satirico; ma 
la musa dal facile riso e dai sandali 
leggeri, all'ostinato invito si prestò di 
mala voglia e, diciamo anche, di mala 
grazia il più delle volte; tanto che, ad 
argomento di maggior gloria, nessuno^ 
io penso, sente ora il bisogno di ricor- 
dare dell'autore di « Saul v e « Timo- 
leone », anche le satire e le commedie 
e gli epigrammi, così laboriosamente me- 
ditati e <5omposti sotto la alta pressio- 
ne della sua indomita volontà. 



(lio8uè Carducci 65 



Per Carducci no. È vero che egli non 
mette subito in mostra il lato umoristi- 
co del suo temperamento e, meno che 
mai, egli, scrittore, lascia subito travede- 
re una i)unta di riso arguto e bonario a- 
gli angoli della sua bocca. Direste che 
ama invece di apparire tutto l'opposto. 

Superbo! e lui non tocca 
Gentil senso fi' amore. 



Solitario, aggrondato 
Va pel (livin creato. 

Ora se questa è la leggenda che si 
è formata nel mondo sul conto suo, bi- 
sogna ben riconoscere che poco egli ha 
fatto per impedirla ; e che invece si ca- 
pisce benissimo che perfino i « cipres- 
setti di Bolgheri » parlassero tra loro 
e col vento delle « eterne risse » che 
fiottavano, un tempo, e tempestavano 
dì e notte nel petto del poeta loro com- 



5 — E. Panzacchi : Donne e Foeti. 



66 Giosuè Carducci 



paesano, traboccando facilmente nel ver 
so iracondo e sdegnoso. 

Tutto che questo moudo falso adora, 
Col verso audace lo schiaffeggerò: 
Ei mi tese le frodi in su 1' aurora, 
A mezzogiorno io le distruggerò. 



# 
* * 



È troppo naturale dunque che alla 
immagine di questo terribile schiafteg- 
giatore non si vada facilmente associan- 
do l'altra di un poeta umorista e an- 
che meno quella di un poeta italica- 
mente faceto. Eppure l'uno e l'altro 
noi abbiamo trovato e ammirato piti 
volte leggendo il Carducci ; e giova ri- 
cordarlo ora che tutta la sua opera poe- 
tica ci sta dinanzi nel magnifico volu- 
me edito dallo Zanichelli. 

Il Libro Y della « Juvenalia » è uni- 
camente formato di componimenti fra 
burleschi e satirici. Dico subito che 
non vi si manifesta gran fatto l'origi- 
nalità del poeta. Qui anche più che nel- 



Giosuè Carducci (!? 

le liriche giovanili api>are (]uella disci- 
l>liiia classica, che come o{»nuno sii, te- 
neva il giovane studente di Pisa nel 
suo assoluto predominio. Tutti i nostri 
migliori berneschi fanno qui sentire la 
loro voce; il Berni, s'intende, il Pistoia, 
il Burchiello, il Caro, il Lasca ; di que- 
st' ultimo specialmente le reminiscenze 
fioriscono in copia nei sonetti dalla lun- 
ga coda. Chi confronta quello che è a 
pag. 173 « Ancora i Poeti », sente per 
fermo l' andatura e il tono di certe fra- 
si e pertino certe progressioni e ripeti- 
zioni della famosa invettiva che il La- 
sca scaraventò contro quel povero Gi- 
rolamo Ruscelli autore del famoso Ri- 
mario e sfrontato esibitore di correzio- 
ni ai versi e alle prose di Dante e di 
Boccaccio... 

In quasi tutto questo Libro V sen- 
tiamo insomma che il ])oeta giovanis- 
siuu) è ancora tutto chiuso entro al pe- 
riodo della sua «vigilia dell'armi» per 
essere consacrato cavaliere dei classici. 
Il pregio di questi sonetti, come arte, 



68 Giosuè Carducci 



è tutto in un felice sforzo di assimila- 
zione, così piena e così intensa, che 
già dimostrerebbe per se sola una in- 
vidiabile qualità di scrittore. Il « Ma- 
rium futurum » potrà anche balenare 
qua e là in qualche tocco di vigorosa 
rappresentazione individuata e realisti- 
ca, che il solo studio dei modelli non 
basterebbe forse a spiegarci. Ma sono 
baleni e non altro; e serviranno tut- 
t'al pili ai biografi futuri per divertir- 
si a fabbricare dei pronostici retrospet- 
tivi... 

La vita, la piccola vita pisana e uni- 
versitaria, presenta qualche tìguretta e 
qualche motivetto che il brioso scolare 
acciuffa subito e scarduffa volentieri, col 
manifesto intento di farne anche un suo 
tema di stile e per adoperarvi attorno 
tutte le fraseologie che egli ha saputo 
tesoreggiare saccheggiando a man sal- 
va dentro al repertorio dei berneschi 
toscani; come pure si vede che anche 
alle divagazioni facete dell'austero Pa- 



Giosìiè Carducci 69 



riiii lo scolaro toscano è andato guar- 
dando simpatia e con profitto. 

Vi è inoltre una nota negativa, ma 
assai significante. In tutti questi so- 
netti nessuna reminiscenza giustiana: 
e si vuol ricordare che eravamo nel 
decennio tra il cinquanta e il sessanta; 
quando cioè le satire del Giusti aveva- 
no raggiunta in Toscana la maggior 
loro i)0[)olorità ed erano divenute ])er 
tutta Italia il verbo civile degli studenti 
italiani. 



# 
# * 



Ma ])rima d'uscire dal libro V s'in- 
contra un componimento che è come 
un suono nuovo nello strumento satiri- 
co carducciano. 

Oggiiuai che ritornati 

Sou di moda e stauchi ed ossa 

E né pure gì' impicciti 

Sou sicuri ne la fossa, 

Anche a voi la requie spiace 

Fra' Giovanni de la Pace? 



70 Giosuè Carducci 



È il principio del gagliardico inno 
all'umile frate zoccolante, dal quale 
l'arcivescovo di Pisa, e i canonici del 
duomo disseppellirono, pare, le ossa nel 
1855, con l'idea di dare un nuovo san- 
to al calendario. Qui, io credo, la satira 
carducciana lascia per la prima volta le 
vecchie pastoie dello stile bernesco e si 
mette per una via nuova. Nel grave e 
quasi liturgico andamento di questi 
versi ottonari e nella sequenza delle 
strofe, hai senza dubbio un sapore di 
parodia manzoniana delicata e i)iena 
di garbo; hai perfino in quello spunto 
interrogativo un richiamo al principio 
dell'inno « La Eisurrezione », che poi 
ritorna in certe mosse di esclamazioni 
sobriamente esultanti, qua e là, nello 
svolgersi dell'inno burlesco: 

Era tauto che giacevo!. 
È tornato il medio evo ! 

L'inno al beato Giovanni della Pa- 
ce significa, in sostanza, il primo in- 
gresso di Giosuè Carducci nell' umori- 



(iiosaè Carducci 71 



sino moderno. Unii volta entrato, il poe- 
ta procederà con passo risolnto in (que- 
sta come in tutte le altre forme della 
sua arte. 

A crearsi uno stile d'umorismo vero 
e personale io penso che il Carducci tu 
anche tratto e quasi obblii^ato dalla sua 
indole forte e un jw' rubesta e dalla vi- 
ta frequentemente battagliera. Come si 
fa a tuonare e fulminare continuamen- 
te L... Giova ancora che ogni tanto la 
ironia faccia passare nell'aria il lampo 
della sua spada tagliente : giova anco- 
ra che ogni tanto una forte e schietta 
risata temperi e fonda insieme i senti- 
menti di commiserazione e di sdegno che 
gonfiano il petto e investono l'anima di 
Enotrio combattente. 

Così nacque e si formò e si svolse 
nei suoi vari elementi l'umorismo liri- 
co di Giosuè Carducci. 



« 
* * 



Arte anche questa nel sno fondo e 



72 Giosuè Carducci 



nella sua forma schiettamente italiana, 
e fatta per debellare definitivamente il 
preconcetto che l'umorismo debba sem- 
pre essere di origine e di fisonomia 
straniero: vecchia scempiaggine mes- 
sa in giro da gente nostra immemore 
di Dante, di Cecco Angiolieri, di Nicolò 
Machiavelli, di Lodovico Ariosto, di 
Alessandro Manzoni ! 

Avvenne, del resto, quello che dove- 
va avvenire. Il Carducci dopo avere 
rotto il circolo ristretto entro il quale 
(forse provvidamente) si erano contenu- 
te per parecchi anni le sue facoltà gio- 
vanili, doveva spalancare tutto il suo a- 
niino a tutte le grandi correnti moderne 
della ispirazione e della coltura. E come 
il poeta lirico di ideerà e di Febo Ai)ol- 
line, ])otè giungere ad essere il j)oeta di 
« Carnevale », « Sui campi di Maren- 
go » « Notte di maggio » e « Alle fon- 
ti del Clitumuo », nello stesso modo lo 
stile bernescamente umoristico dei cau- 
dati sonetti i^isani a « Bambolone » e 
a « Messerino » potè evolversi, ascen- 



(tiosuè Carducci 73 



dere ed alìenutirsi poderoso nello gran- 
di irouie della « Consulta Araldica », 
dell' « Intermezzo » e della « Sacra di 
Enrico quinto ». 

Lo svolgersi della vita del poeta e il 
suo partecipare e mescolarsi con l'azio- 
ne alle vicende, in vero più tristi clie 
liete, della vita italiana dopo il 1866, do- 
vevano di necessità eccitare e infervora- 
re questi spiriti nuovi entrati così im- 
petuosamente nella sua lirica nuova. Il 
poeta sentiva il bisogno di nuove armi; 
e queste quasi gli balzavano in mano 
senza eh' egli si desse la briga di cer- 
carle. La satira archilochòa proromi)eva 
nei giambi dalle punte arroventate, e 
negli epodi sfolgoravano le indignazio- 
ni sante e feroci : sante anche quando 
non movessero sempre da un misurato 
giudizio, perchè santa era la pietà del- 
la patria e il sogno eroico della sua 
grandezza che affaticavano il cuore do- 
lorante del poeta. I diritti della giusti- 
zia storica erano e rinìanevano naturai- 



74 Giosuè Carducci 



mente inviolabili. Ma è certo, del pari, 
che qnaiìdo P artista liberava dalla sua 
mano nervosa la strota tinaie del suo 
canto « Le nozze del mare » o ci lan- 
ciava in faccia dei sonetti come « Heu 
pudori » noi, allora giovani sentivamo 
che qualche cosa di più gagliardamen- 
te vitale ])assava, a un tratto, nell'at- 
mosfera d'Italia; e i)rima o dopo tutti 
dovettero sentirlo. 

I critici letterari di professione natu- 
ralmente non potevano mancare al lo- 
ro ufficio; e piti d'uno crollò il capo e 
mormorò: Victor Hugo!... Certo, anche 
Victor Hugo dovette contribuire a slar- 
gare l'orizzonte ideale e a eccitare la 
fantasia del nostro poeta. 

Ma questa è stata sempre l'arte e 
direi quasi il gioco singolare di Car- 
ducci : muovere i primi passi avendo 
l' aria di uno che immiti ; e poi con- 
cludere con 1' affermare tanta libertà e 
tanta potenza propria, che i suoi primi 
modelli ne rimanessero oltrepassati o 
dimenticati. 



Giosuè Carducci 75 



Ditemi infatti: barattereste voi il li- 
bro « Les Cliàtimeuts » con una mez- 
za dozzina delle piìi potenti liriche iro- 
niche e battagliere che sono in « Giam- 
bi ed Epodi? ». 

lo, i)er esempio, no. 



A " SFINGE „ 



Chi siete? 

Io conosco la calligratìa che segnò 
le buone parole nella prima pagrina del 
libro (1); eia scrivente mano femmini- 
le io sento d' averla più volte tenuta 
nelle mie in una stretta amichevole e 
fors' anche baciata nel momento d'uini 
cerimoniosa presentazione... Ma perchè 
non posso io ancora trarre dal fondo 
della mia memoria i contorni di una 
flsonomia da porre come un bel sug- 
gello sopra quella scrittura? 

Dopo le prime inutili fatiche, mi so- 
no detto che probabilmente, leggendo 



(1) Femminismo storico. Mìlauo, Società Po- 
liarrafica. 



80 A « Sfinge » 

il libro, mi sarei visto balenare dinan- 
zi all' improvviso il volto desiderato. E 
ho cominciata la lettura e P ho ripresa 
e sono arrivato all' ultima pagina. Pa- 
recchi profili di donna sono passati sul 
piano mobile della mia memoria, men- 
tre procedevo leggendo o negli inter- 
valli; e il vostro qualche volta mi pa- 
reva di essere proprio sul punto di af- 
ferrarlo... Vana faticai E a lungo an- 
dare, tormento psichico I 

In una tra le sue novelle giovanili, 
Ottavio Mirbeau ha descritto stupen- 
damente il sogno di un buon borghese 
appassionato pescatore di lenza. Gli pa- 
reva di sedere sulle sponde della Sen- 
na, in una piccola insenatura tranquil- 
la, e d' essere sempre sul punto di pi- 
gliare una bella trota che gli era sfug- 
gita il giorno innanzi.... Il pesce è lì, 
sotto i suoi occhi, scherza a fior d'ac- 
qua, facendo balenare al sole le squa- 
me d'argento chiazzate di qualche mac- 
chiolina sanguigna... Poi s' accosta al- 
l' amo e mostra d' abboccarlo una, due, 



A «.Spuje^ SI 

tre volte ; ma al momento d' alzare la 
canna, il pesce ha dato un guizzo ed 
è scomparso nel cupo fondo del lìnnie... 
Il cervello del sognante pescatore pas- 
sa per tutte le torture dell'attesa, del- 
l' ansiii, della gioia, del dispetto; e final- 
mente quel povero cervello è svegliato 
da nient'altro che da un colpo di apo- 
])lessia ! 

Questo non sia mai, o mia buona e 
cortese incognita!.. Io mi consolerò del- 
la ignoranza del vostro volto con la 
conoscenza del vostro libro. Il (juale, 
sia che vada per il filo della narrazio- 
ne storica o preferisca di spaziare nelle 
considerazioni dottrinali e nelle polemi- 
che, tocca sempre di volo e sflora alla 
epidermide tutto quello che tratta. 

Come va dunque che, essendo gravi 
gli argomenti di cui discorre questo vo- 
stro libro così leggero, abbia potato in- 
teressarmi tanto alla lettura e lasciar- 
mi nell'animo una impressione così du- 
revole ? 

6 — E. Panzacchi : Donne e Poeti. 



82 A « Sfinge . 



* 
# # 



La si)iegazione di questo piacevole 
eiiigina di cui voi siete la vera « Sfin- 
ge » aiiuunziatrice, mi pare abbastanza 
semplice e piana. Prima di tutto, se vi 
è pseudonimo letterario che non vi con- 
venga, e che anzi vi stia male, panni 
precisamente quello che avete prescel- 
to. Non vi è nulla di sinistro, nulla di 
enigmatico in voi; e il mitico Edipo 
non si sarebbe formato per voi sulla 
strada di Tebe. 'No, la vostra anima di 
donna e di gentildonna (sento che il 
doppio titolo vi spetta) si manifesta sen- 
za ambagi attraverso il vostro libro. 
Si manifesta intera, candida, entusia- 
sta, giovanile. È in voi un principio di 
fantasticheria romantica che vi porta 
ad immaginare — forse a desiderare — 
voi stessa alquanto diversa da quello 
che siete. È questo il vostro amabile 
errore, che vi comunica ogni tanto cer- 
te velleità di singolarizzarvi nell'auda- 



A « Sfinge » 83 

eia e nella libollione, siibitaiiieiite doma- 
te — forse con vostro dispiacere — dal- 
le forze sane del vostro temperamento. 

E come poi fate bene ad abbandonarvi 
al suo dominio vittorioso! E so sape- 
ste, come riuscite più originale, rasse- 
gnandovi ad essere sincerai 

Voi avete trascelto nella storia un 
boi gruppo di figure femminili. K^on giu- 
rerei che le abbiate tutte studiate mol- 
to; ma certamente molto voi le avete 
amate, e l' amore ha dato un grande 
calore di simpatia alla vostra rappre- 
sentazione. Questo io credo il successo 
vero della vostra arte. 

Lo donne voi che avete fatto argomen- 
to di un vostro studio sono tutte notissi- 
me; anzi intorno quasi a ognuna di es- 
se esiste una copiosa letteratura stori- 
ca. Eppure voi, senza mai addurre nò 
fatti nò documenti nuovi, sapete ricon- 
durci ad esse e tenerci piacevolmente 
fissi e come incatenati alla loro perso- 
na. Perchè?... Isabella d' Este Gonza- 
ga, jìor esempio, è bene la stessa gran- 



84 A « Sfinge '^ 

de signora (ammirata dai principi, di- 
pinta da Tiziano e cantata da Lodovi- 
co Ariosto) che della sua bellezza, del- 
la sua cultura e della multiforme sua 
eleganza e munitìcenza, signoreggia e 
sorride in mezzo al quadro magnifico 
del nostro Einascimento. Eppure con le 
trenta i)agine vostre io sento che a 
quella bellissima figura voi avete dato 
qualche cosa. In che consista precisa- 
mente mi sarebbe difiicile il dire a voi 
e a me stesso. Ma dopo di avere, con 
vecchie e recenti letture, intorno alla 
signora di Mantova raccolti via via e 
casellati nella mia memoria tanti aned- 
doti e tante memorie, è certo che ho 
provato per lei un sentimento nuovo e 
quasi una più viva percezione storica,^ 
vedendo come una donna italiana del 
nostro tempo \mò amare quella princi- 
pessa italiana del secolo XVI, circon- 
dandola d' ammirazione appassionata e 
di nobile invidia. 

Amo di ripeter velo: la seduzione del 
vostro libro è specialmente in quel tra- 



A « Sfinge » 85 

«parire così limpido del vostro animo, 
in cpuil contidente abbandono d' of>ni 
vostro s(Mitiinento^ sincero talvolta tino 
alla ingenuità. 

Della vostra « femminilità » (questa 
l)arola, a me antipatica, vi piace tanto!) 
voi, donna, avete naturalmente un con- 
cetto nobilissimo ; ma appunto per que- 
sto, voi sapete abbellirlo di grazia mo- 
desta e lo temperate di rassegnazione. 
E deve essere così. 

Le donne ]nedi lette da voi, le vostre 
eroine, appartengono a categorie molto 
disjìarate; ma furono tutte bellissime o 
per lo nieno furono delle grandi sedut- 
trici innauzi agli uomini e agli Dei. Voi 
vi studiate di mantenere e di accresce- 
re nella storia la loro potenza di sedu- 
zione; ma cercate anche di giustitìcarla 
lumeggiandone i lati più nobili; e do- 
ve il vostro spirito buono e retto non 
vi consente l'ammirazione, voi ricorre- 
te abilmente agli argomenti della com- 
l)assione e della pietà. Si sente insom- 
ma che ammirate prima di tutto la lo- 



86 A « Sfinge » 

ro bellezza; ma voi avete un altare an- 
che per la bontà morale. Io molto amo, 
perchè pare uscito dal \nh profondo del 
vostro cuore di donna, quel grido che 
voi mandate di mezzo ai ricordi della 
trionfante perfezione plastica di Giulia 
Eócamier: « Nella vita umana la bontà 
non è ancora onorata abbastanza! ». 

Avrei voluto sentirvi discutere con 
Ernesto Renan, che era così facondo e 
amabile dialogizzatore, quando voleva 
dimostrare che la x)iena bellezza in una 
donna (e perchè non anche in un uo- 
mo?) il mondo civile doveva valutarla 
come una virtìi. 

Forse non vi sareste trovati d'accor- 
do col filosofo, appunto perchè voi siete 
una donna.... 



Anche il vostro femminismo, dunque, 
ritiene del vostro buono e schietto tem- 
peramento di donna equilibrata. Non 
ha nulla di esorbitante di teratologi- 
co: è una mite autolatria spoglia, per 



./ « SJuif/r. > 87 

(|nj»nto è possibile, d'egoisiiu» indivi- 
duale. Voi i)rotessate (candidamente il 
culto del « genere » come altri ha quello 
della « s])ecie »; ma (piesto eulto voi 
vi sforzate a renderlo ragionevole e ])er 
nulla intollerante. Si eomi)rende bene 
che piuttosto che dar dentro nei rischi 
delle battaglie emancipatrici con le im- 
l»rontitudini e con le violenze, voi ma- 
gari vi rassegnereste alla onesta e ono- 
rata servitù del buon tempo antico... Oh 
quel buon tempo antico, che con tutto 
il suo ferreo genio di prepotenza ma- 
scolina, seppe tessere tante corone e in- 
nalzare tanti altari alla visibile e invi- 
sibile bellezza, sento che, in fondo, voi 
lo amate molto! 

Le figure di donne celebri che voi ci 
recate innanzi una dojm l'altra, forma- 
no, tutte insieme, un bel quadro viven- 
te di rettorica generosa, ove ogni fi- 
gura volge a noi una occhiata persua- 
siva e un gesto insinuante... 

Quale amate di più? Difficile arri- 
schiare un giudizio. Io dico che prò- 



88 A « Sfinge » 

babilineute voi le avete amate tutte a 
uTi modo di vera passione nell'ora in 
cui le stavate, una i)er una, studian- 
do e vagheggiando. Basta osservare la 
cura che mettete intorno a Cleopatra 
onde far sparire dai nostri occhi latini 
il « fatale monstrum » di Orazio e la 
femmina « lussuriosa » di Dante, non 
lasciandoci vedere che la bella Maga 
d'Oriente, x>er la quale la rinunzia al- 
l'impero del mondo non fu stimato sa- 
crificio eccessivo. 

La stessa malìa ha esercitato su voi 
la figura di Giorgio Sand. Era natura- 
le che la vostra ardente fantasia si la- 
sciasse prendere alla dolce esca di in- 
tervenire nelle amorose peripezie di 
Aurora Dupin con Alfredo de Musset, 
che hanno legato una sì lunga e in- 
tricata contesa a due generazioni. 

Quanto alla opinione espressa da voi, 
io vi dico seriamente che vorrei fosse 
la vera. In un dramma di passione co- 
me quello, è sempre meno male che, 



A « Sfinge » 89 

(lei (lue, chi inorai mente ne esci meno 
niiilconcia sia stata la donna. 

Di quella che comunemente si è con- 
venuto di chiamare « il dramma di Ve- 
nezia » voi dunque accettate la versio- 
ne di Lelia, che è tutta in sua difesa: 
e su quello scabroso episodio del me- 
dico Pagello, voi, con bella coerenza, 
avete delle parole di un ottimismo idil- 
liaco, che paiono prese dal repertorio 
(li Paolo e Virginia. Voi insomma non 
dubitate di chiamare « trasparenti » le 
confessioni di (riorgio Sand, come se 
vi avessero lasciato vedere proprio tut- 
to il fondo e il profondo della sua ani- 
ma e della sua vita!... 

Vi ripeto che vorrei proprio che ave- 
ste ragione. Ma se v'ingannaste? Se, 
per esempio, le ultime confessioni (ve- 
ramente mal consigliate) dello stesso 
medico nonagenario, fossero venute a 
generare per forza qualche dubbio im- 
portuno anche nei più risoluti parti- 
giani di Lelia!.. 

Dopo tutto poi, non ci sarebbe nul- 



90 A « Sfinge >> 

la di sorprendente se gii occhi sereni 
di una Sfinge giovane come voi, aves- 
sero per un momento spuntato il loro 
acume a leggere negli occhi di una 
Sfinge vecchia come era la Sand; vera- 
mente esperta degli uomini e della vita. 
Ma voi avete tanto tempo da rifarvi ! 



DESDEMONA 



^«^^^.jjMfeiisAdsdsfteitìfltegfc^^^ 



Come mai la dolce figliuola di Bar- 
banzio potè innamorarsi del Moro, e 
fiiggiarsi in casa da lui? 

11 vecchio senatore, che avea votata 
forse una legg^e d'allora: Dei Malefitii 
et Herharii, urlava sulla strada che il 
Moro gli avea pervertita la figlia col 
mezzo di un empio filtro. — Era altri- 
menti possibile che una giovinetta co- 
sì timida, così modesta, che « arrossi- 
va d'ogni suo movimento e si turbava 
al suono della propria voce, » lascias- 
se la casa paterna, e andasse a buttar- 
si, svergognata, fra le braccia di un 
uomoH Succhi malefici, arti d' inferno I 
Altro modo di seduzione non era pos- 



94 Desdemona 



sibile supporre, per San Marcel Basta- 
va guardare la faccia del Moro... 

A questo colore della faccia d'Othel- 
lo s' appigliava invece con sottilissimo 
accorgimento l' onesto Jago : — Badas- 
se il marito: quella giovane veneziana, 
cresciuta fra le piìi raffinate delicatez- 
ze, aveva scelto per l'appunto lui in 
mezzo a tanti bei giovani del proprio 
colore... lui dal volto nero, dai capelli 
crespi, dagli occhi corruscanti e dalle 
labbra tumide. Xon sarebbe ])er avven- 
tura indizio questo di una qualche oc- 
culta perversità del sangue, incitante a 
gusti morbosi? Di una propensione in- 
conscia « ad uscire dalla traccia segna- 
ta da natura » ad appetire lo strano, e 
quindi a svogliarsene rapidamente do- 
po il possesso?... Badi il marito; e che 
dalla gelosia lo scampi il cielo I — 

Così il nobile Moro fu legato per sem- 
pre « alla ruota del tormento ». 

Eppure, dell' innamoramento di De- 
sdemona egli aveva trovata una ragio- 
ne molto semplice, sulla quale la sua 



Desdemona 95 

franca anima di soldato e di barbaro 
dolcemente s' adagiava. 

— Essa aveva occhi i)er vedere e 
scelse me. Il padre, die mi amava, mi 
richiedeva spesso, in casa sua, del rac- 
conto della mia vita. La bella Desde- 
mona non batteva palpebra ascoltan- 
domi ; e per gli orecchi e per gli occhi 
le entrò a poco a poco l'amore; un a- 
more nato da meraviglia per i tanti ca- 
si da me trascorsi, nato da pietà per i 
miei molti aft'anni sofferti. Ecco il Al- 
tro, o Barbanzio,e le mie arti infernali. — 

il doge e i senatori ascoltavano nel- 
la notte la dolce eloqnenza del Moro, 
assentendo in silenzio. 

Ma nella terribile scena V dell'atto 
III, dove, ad ogni gesto di Jago, par 
di vedere un'aspide guizzare dalle sue 
mani e avventarsi di celato al petto 
d' Othello, il principale argomento del- 
la sua fede ecco che viene abilmente 
eliminato. Quando Jago se ne va, O- 
thello rimane cupo e cogitabondo, col 
suo nero volto dinanzi alla fantasia... il 



96 Desdemona 



SUO nero volto in cui gli anni comin- 
ciano a mettere delle rughe ! 

La disgrazia del Moro fu di non aver 
mai conosciuta « la prima radice » del- 
la passione di Desdemona per lui. Le 
guerre, i viaggi, i mali sofferti furono 
solo la cornice, che egli scambiò col 
quadro. Mancavano forse in Venezia, 
la città di Enrico Dandolo e di Marco 
Polo, uomini forti e audaci, dalla vita 
poeticamente avventurosa e per giunta 
belli e di bianco colore? 

In questa concorrenza Othello sareb- 
be rimasto facilmente sconfitto, che la 
lotta era ad armi tropx)0 disuguali per 
lui. Ma altra fu la ragione occulta del- 
l'amore. 



Quasi tutte le donne di Shakespea- 
re amano e muoiono, ubbidendo ad un 
istinto ideale^ anzi ad una idea, nel 
senso che lo Schopenhauer dà a que- 
sta parola. L'amore, ministro infatica- 
bile della Volontà, distrugge le difle- 



Desdemona 97 

renzo e gli ostacoli, coiivertoiHloli iii 
tramiti (l'unione fecouda e fatale. Giu- 
lietta ama un nemico, Ofelia ama un 
])i'incii)e e un pazzo, Desdemona subisce 
in Otliello l'infinito ])restifiio dello « stra- 
niero » e si dà a lui con tanto nuiggio- 
re abbandono quanto i)iù forti sono gli 
ostacoli che la i)atria, la razza e il co- 
lore mettono fra loro due. 

Allorché Othello, dopo essersi difeso 
dinanzi al Doge e ai senatori, invoca 
le testimonianze di lei, essa ricorda al 
padre i suoi doveri di figlia obbedien- 
te, ma solo per concludere: — Ecco il 
mio sposo, il mio signore! — E doman- 
da in grazia al capo della repubblica 
di potersi esporre in compagnia del Mo- 
ro ai rischi del mare e della guerra. 
Xou ha essa cominciato ad amarlo men- 
tre i suoi racconti glielo dipingevano 
in mezzo a quei rischi, variamente sba- 
lestrato dalla fortuna? Lo spirito del- 
la giovane donna anela a vivere per 
davvero in quel mondo esotico e fan- 
tastico, come un ])oema orientale, che 

7 — E. Panzacchi : Donne e Poeti. 



98 Desdemona 



il volto e le parole dello straniero han- 
no saputo così bene suscitare dentro 
di lei. 

Indarno il vecchio Barbanzio lancia 
un ultimo avvertimento, che suona te 
tro come una i)rofezia di sventura. O- 
thello è pieno di fede. Desdemona nel 
fondo della sua anima non ascolta \m\ 
altro linguagg^io che quello antichissi- 
mo dell'amore « peregrino » che è sta- 
to causa di tante emigrazioni e di tan- 
te fughe... 



Nella eterna leggenda dell'amore e 
nel regno della poesia, Desdemona e 
Othello hanno antenati famosi. Kon po- 
teva essere altrimenti. Lo « straniero » 
ebbe in ogni tempo, sopra i sensi del- 
la donna, lo ascendente fortissimo del 
nuovo, dell'imprevisto, dello sconosciu- 
to e del vago. 

Un giovane è sceso nel porto, è en- 
trato nella città: — Chi è egli? donde 
viene? dove va? — E l'occhio femmi- 



Dcsdemona 99 

lille si attacca curiosamente alla sua 
tìsouomia. Vi studia l'indole, k' ])a88Ìo- 
ni, i casi del i)assato, i propositi del- 
l'avvenire ; scruta, indaga, indovina. 
Fantastica: come deve essere bello e 
generoso avvincere il proi)rio destino al 
destino di quest' uomo I Ed ama. Eomeo 
e Tancredi hanno bisogno d'esser bel- 
li per vincere l'avversione ereditaria di 
famiglie e di genti in guerra. Lo « stra- 
niero » nel senso antico e leggendario 
della parola, è quasi scomparso; il fa- 
scino del uuovo e dell' ignoto ora non 
circonda quasi più la figura d'un uomo 
che ci arriva da spiaggie lontane. « Se 
avviene (scrive il Thechery) che un ita- 
liano o uno spagnuolo o uu russo pro- 
duca, con la sua aria esotica, una im- 
pressione pericolosa sulle signore di uu 
salotto di Londra, il rimedio non è dif- 
ficile. Fate in modo che cinque o sei 
individui dello stesso paese vi sieno 
presentati. In poche sere 1' equilibrio 
sarà ristabilito ». 



100 Desdemona 



Eicordate l'ei)isodio di Eebecca, sul 
tramouto, vicino alle porte di Nachor? 
E l'episodio omerico di Naiisicaa nella 
lieta isola dei Feaci? La figlia d'Alci- 
noo re accoglie Ulisse naufrago e nu- 
do sulla spiaggia, lo rincora, lo veste 
e lo conduce sul suo cocchio al padre. 
Mentre sferza le rapide mule, essa si 
augura in segreto che quello « stranie- 
ro » sia lo sposo destinatole dagli Dei. 
Lontanissimi orizzonti dell' amore u- 

mano I 

# 
# * 

Una più intima somiglianza, quasi 
di sorelle, è invece — chi lo credereb- 
be a prima vistai — tra la Desdemo- 
na del poeta inglese e la Medea di A- 
pollonio da Eodi. 

È sempre in giuoco, lo stesso incan- 
tesimo. Giasone tocca i lidi della Col- 
chide, entra nella reggia di Eeteo, imr- 
ra le vicende del suo viaggio; e Medea 
bellissinui figlia del re, la vergine sa- 
cerdotessa di Écate, fredda e sorda fi- 



Desdemona 101 

HO a quel giorno ad ogni proi)()sttì di 
amore e di nozze, si sente a un tratto 
avvolta da una vampa di passione. Che 
le gioverà l' essere maestra di filtri e 
di sortilegi? Il colpo è stato fulmineo e 
in)medical)ile la ferita.— Giasone si alzò 
dal suo scanno (è il i)oeta greco che 
narra) e s'incamminò fuori del ])alaz- 
zo... La giovinetta lo seguitava, spin- 
gendo gli sguardi obliqui attraverso il 
suo velo, col cuore sempre più soggio- 
gato.... Kitirata nelle sue stanze, ella 
rivolge in se stessa tutti quei dolci i>en- 
sieri con cui l'amore commuove un'ani- 
ma. Ogni cosa è ancora chiaramente 
davanti ai suoi occhi: vede la figura 
di Giasone e il manto di cui si cuopre 
e ricorda tutte le sue parole; ricorda 
l'elegante contegno <!ol quale sedeva e 
la sua nobile andatura mentre usciva 
dal palazzo. Intanto la sua anima, dolo- 
rando, le ripeteva che nessun altro uomo 
era simile a lui. — 

Questa delicatezza d' analisi e que- 
sto caldo sofiio di passione, dalla Gre- 



102 Desdemona. 



eia decadente passerauuo presto nel 
mondo latino e diventeranno poesia per- 
fetta nel quarto libro dell' Eneide. 

— O Anna, sorella Anna, chi è njai 
questo « straniero » venutoci dal ma- 
re? Come è nobile il suo aspetto! Co- 
me grandi le sue gesta e pietose le 
sventure che egli ci ha raccontate! — 

E il debole petto femminile anche 
una volta sarà espugnato dall' incante- 
simo irresistibile ; e do])o il delirio bea- 
to e breve, verranno, per la donna 1' ab- 
bandono, la disperazione e la morte. 

Poiché bisogna pur confessarlo: nel- 
le epopee e nei drammi lo « straniero » 
rappresenta assai spesso 1' egoismo ma- 
scolino, che raccoglie passando i fiori 
e ])0i li getta e li dimentica... Lo stra- 
niero cammina dinanzi a se; e la mòta 
dell' uon)o, pur troppo, è posta al di là 
dell'amore! Bacco, Giasone, Ulisse, E- 
nea, procedono alla loro mèta fatale, e 
lasciano le donne a piangerli dal lido 
o a maledirli dal rogo. 

La dolce Desdemona, non solamente 



Dtìsdemoiia 103 

pa}j;a intero il suo tributo vi questa 
idealità imperiosa e spietata, uni ne re- 
sta eonie tutta assorbita ed arini(;liilita. 
È la nota più singolare di questa singo- 
larissima ereazione dello Shakespeare. 
Dove sono la mente e la volontà di 
Desdemona? Essa certo le ha possedu- 
te e ha mostrato di saperle adoperare 
assai bene, tino al limitare del dramma. 



# * 



Dopo, tutto cangia. La sua volontà 
pare che svai)ori e si perda in (piella 
del Moro, il quale non solamente la do- 
mina (;on la volontà propria, ma la so- 
stiene e la volta qua e là, su e giù, 
come una piuma a mezz' aria col soffio. 
Mai una resistenza né un principio di 
reazione anteriore I S' egli la percuote 
brutalmente dinanzi ai gentiluomini ve- 
neziani, appena s' arrischia di piange- 
re e subito dopo è rabbonita: quando 
egli le annunzia che V ucciderà, si con- 
tenta di chiedere la vita anche per una 



104 Desdemona 



mezz'ora. Othello è in tutto e i)er tut- 
to « il suo signore ». 

Anche la mente della donna sembra 
discesa, a forza di rimanere immota in 
un pensiero unico, allo stato di una in- 
genuità tropi)o elementare: — Credi tu, 
Emilia, che vi sieno al mondo delle 
donne capaci d'ingannare il maritol. — 
È insomma scomparso affatto quel caldo 
e vivace temperamento, che noi trave- 
diamo in principio, di una giovane ve- 
neziana, cresciuta nel lusso e nelle ele- 
ganze del Einascimento, amante della 
danza e della musica, passionata nel- 
l' amore fino a fuggire dalla casa i)a- 
terna. Tutto questo ha l'aria di scio- 
gliersi e degenerare in qualche cosa di 
tro])po lontano e troppo diverso. « Fred- 
da, fredda come la tua onestà! » geme 
disperato il Moro, abbracciando il suo 
bel corpo inanimato; e in quel grido 
ci sembra di cogliere la sintesi del suo 
carattere trasformato. 

Ebbene no: Shakespeare nella gio- 
vane sposa di Othello ha vagheggiato 



Desdemona 105 

un tiiM) di delicata perfezione morale 
ed estetica e lo ha perfettamente raj;- 
giiiiito. 

Desdeuiona è il tipo delle donne che 
amano fino alla devozione, non solo, 
ma tino alla i)erfetta abdicazione di se. 
La remissione dello spirito e la rinuncia 
del volere, che altre donne ottengono 
per mezzo della pietà mistica, essa la 
raggiunse nell'amore, che è in lei mono- 
mania profonda e idolatria serena. Il 
lato strano ed eteroclito della sua pas- 
sione per il Moro, in cui la infernale 
malvagità di Jago volle far sospettare 
« un traviamento del senso », era in- 
vece una schietta emancipazione da 
ogni sua tirannia. La giovane nel pri- 
mo atto ha potuto dire al Doge e ai 
Senatori: « Guardando Othello io non 
vidi che la sua anima: » e muore nou 
credendo nemmeno alla possibilità della 
colpa di cui è creduta rea. 

E Shakespeare come 1' ama questo 
fantasma così puro della sua mente! E 
come con tocchi di dolcezza ineffabile 



106 Desdemona 



])ar che si studi a coiiipe usare questo 
carattere di tutto quello che esso gli 
toglie di vivo e d'umano agli occhi dei 
volgari I Le frasi piene di poesia, di te- 
nerezza e d' ambascia desolata che il 
poeta fa pronunziare sommessamente a 
Othello accanto al letto di lei prima 
di svegliarla, poi ruggire sopra di lei 
dopo che l' ha soffocata, danno l' idea 
del bisso, degli aromi e dei balsami 
preziosi in cui un padre, nei tempi an- 
tichi, avrebbe composto nel sepolcro il 
corpo di una carissima figliuola. 

In questa parte del tragico episodio, 
Shakespeare è veramente « il vate dal- 
la lingua di miele » come lo chiama- 
vano i vecchi poeti inglesi suoi con- 
temporanei: Siveed Shakespeare! 

Miranda e Titania ci fanno sognare: 
Giulietta, Ofelia, Cleopatra sono amate 
da noi. Si può amare perfino lady Ma- 
cheti!, se pur dobbiamo credere a certi 
poeti della scuola del Baudelaire. Desde- 
mona inspira un divino sentimento di 
pietà; come sua sorella Cordelia, come 



Desdemoiia 107 



P Aiitijioiic j>ieca. H^eì teatro di Sliake- 
speare, a suiniglianza del teatro antico, 
dietro il fato che trascina alle orrende 
catastrofi, si appiatta sempre una Erinni 
vendicatrice. Essa risale spesso alle col- 
pe dei padri; ma attua, comunque, una 
mistica legge di espiazione; e indi il 
terrore, che si leva dal dramma, after- 
ma, conuinque, questa mistica legge e 
avvolge in una nube fredda e sanguigna 
l'atiiina degli spettatori. Il vecchio Lear 
ha commessa una stolta ingiustizia co- 
me padre e come re: Amleto fu spietato 
con la madre, leggero e forse sacrilego 
verso il confidente amore di Ofelia, a 
cui, per giunta, uccise il padre. 

Invece nel dramma d' Othello noi 
cercliianu) invano la colpa. In che han- 
no peccato, il Moro così nobile e così 
leale, Desdemona così amante e così 
pura? 

Dopo che la donna è si)irata e Othel- 
lo s' è tagliata la gola ; dopo che Cas- 
sio e Graziano e Montano e Lodovico 
e Hodrigo hanno abbandonata quella 



108 Desdemona 



Stanza, ove non rimangono che due ca- 
daveri — una salma bianca « come 
l'alabastro della tomba » e un corpo 
nero tutto lordo di sangue — la men- 
te impaurita continua ancora a con- 
templare la scena e non cessa dal chie- 
dere: ma perchè?... 

Ah povero, povero Moro, tu sei trop- 
po da compiangere, perchè il tuo de- 
litto ti perseguita anche al di là del 
sepolcro! Pochi istanti prima di morire, 
hai pensato all' orrore che proverà il 
tuo spirito incontrandosi con quello del- 
la tua donna, che non sapesti amare.... 

Lei almeno consoleranno l' apoteosi 
della pietà umana e il compianto immor- 
tale. Se crescono i salici lungo i fiumi 
dell'Eliso, essa, anima solitaria, vi can- 
terà la sua canzone melanconica e dolce; 
e, indarno, dal virgiliano bosco dei mirti, 
le anime di Saito e di Fedra, di Isolda e 
di Francesca da Rimini la inviteranno 
ad unirsi a loro, per narrarle i terrori 
e le gioie degli amori colpevoli... 



NICOLO TOMMASEO 



itittt^fSu't^'tJtJMitt^^ 



È certamente la figura di letterato 
più curiosa e più bizzarra in quel lun- 
go periodo nostro che va dal 1820 al 
1870; ne vi ha scrittore che abbia da- 
to a quel tempo una produzione come 
la sua multiforme e complessa, difficile 
a essere abbra(;ciata in una sintesi e 
stimata al suo conveniente valore. Di- 
rò di più: nessun altro scrittore io sa- 
prei trovare da mettere al paio con lui 
in tutta la nostra storia letteraria. Per 
la vita agitata e per il tem])eramento 
di polemista irascibile e perfino accat- 
tabrighe, potrebbe richiamare qualche 
nostro umanista dal XV e XVI seco- 
lo: si è tentati di pensare al Filelfo, 



112 N. Tommaseo 



al Doni, finauco, per certi particolari, 
a Pietro Aretino ; ma subito si è allon- 
tanati dal confroJito, come da una brut- 
ta ingiustizia, per la gran distanza che 
ci corre nella moralità della vita, la 
quale, si voglia o no, fu sempre nel 
Tommaseo altamente rispettabile e, in 
certi suoi aspetti e in certi periodi, 
eroica. 

Una cosa i)armi certa: se Nicolò Tom- 
maseo fosse nato francese, tedesco e ma- 
gari russo, chi sa quanti volumi si sa- 
rebbero stampati intorno a lui uomo e 
scrittore! In Italia sono dovuti passa- 
re dalla sua morte quasi trent'anui, pri- 
ma che ci fosse dato di leggere un li- 
bro che tratti di lui largamente e de- 
gnamente (1). 

E anche questo libro par che porti i 
segni di una paurosa fatalità. Certa co- 
sa è che il signor Luigi Prunas ha stu- 



(1) Paolo Prniias. La Critica, l'Arte e l'Idea 
sociale di Nicolò Tommaseo. Ed. Bernardo See- 
ber. Firenze. 



JV. Tommaseo 113 

<lijit() a fondo il suo autore e che, fat- 
te le debite parti alla critica, lo ammira 
molto e lo ama; ma nel l'affermare il 
suo giudizio procede sempre dubitoso 
e circospetto, con teiD])eranìeuti e cau- 
tele infinite; e dopo cLe s'è deciso a 
fare un passo risoluto verso l'elogio, 
per clii si senta obbligato a farne un 
altro verso il biasimo; e anche quando 
l'opera intellettuale del Tommaseo gli 
si mostra evidentemente poderosa e la 
sua vita fuor d' ogni contrasto ammi- 
revole, anche allora il suo biografo pa- 
re occupato a mettere dei sordini sul- 
le corde che dovrebbe vibrare, senza 
ritegni, a onore e a gloria di lui. Si 
direbbe che, scrivendo del fiero dalma- 
to, egli abbia sempre avuto dinanzi al- 
la mente lo stuolo de' suoi più temibi- 
li avversari. Forse la i)arru<'ca arruf- 
fata di Pietro Giordani , forse il cipi- 
glio di Niccolini e di Cattaneo?... Op- 
pure che egli abbia temuto di risveglia- 
re le ire antiche su quel povero vecchio 
capo, che dalla lunga vita travagliosa 

8 — E. Panzacchi : Donne e Poeti. 



114 N. Tommaseo 



solameDte potè riposare nel piccolo ci- 
mitero di SettignaTiol.. 



# 



Certo, il Tommaseo non fu amato dai 
suoi contemporanei. Qualche bell'ani- 
ma giovanile, come Alessandro Poerio, 
potè esaltarsi di lui; ma intorno gli si 
mantenne sempre un ferreo cerchio di- 
antipatie e diffidenze, di rancori più o 
meno simulati, di odi continuati e im- 
placabili anche dopo la sua morte. Le 
ragioni di ciò ho volute indagarle piìi 
volte anch'io, che verso l'uomo e ver- 
so lo scrittore mi sentivo invece sospin- 
to da moti di curiosità affettuosa e da 
ammirazione profonda, maturata nello 
studio della sua vita e degli scritti. 

Al tempo della prima Antologia, uno 
dei frequentatori del gabinetto Viesseux 
lo aveva chiamato « l'onagro ». Il so- 
pranome parve calzante ed ebbe fortu- 
na. E veramente poteva parere che ci 
fosse qualche cosa dell'asino selvatico 



y. Tommaseo 115 

ili questo (laluiatH permaloso, scontro- 
so, iracondo, violento, che durò per 
ciiKiuant' anni a correre attraverso il 
campo letterario, nei giornali, nei libri, 
nei discorsi e nelle lettere jnMvate — 
talvolta anche senza scuse di jirovo- 
cazioue alcuna — buttandosi addosso 
a questo e a quello. E talvolta erano 
nerbate che levavano le berze, talvol- 
ta punture che trapassavano le ossa. 
Eccettuati, a mala pena, il Manzoni, 
il Capponi e il Eosmani, chi risparmiò 
egli dei nostri letterati e uomini pub- 
blici? Ugo Foscolo non si salvò nem- 
meno con 1' esigilo doloroso. Il pertina- 
ce avversario aveva confessato di voler 
« fare il jirocesso » a tutta la sua vi- 
ta ; e fin oltre la vita egli prosseguì 
il suo disegno con la oculata costanza 
di un inquisitore spaglinolo e con la 
inesorabilità di un pedante italiano. Tut- 
to gli pareva buono da scaraventare 
sul capo nemico: accuse grosse e minu- 
scole: offese gravi alla onorabilità del- 
la vita e modi orgogliosi nelle relazioni 



116 N. Tommaseo 



sociali e ricercatezze nel vestire; il fal- 
sato ideale della lirica i)agaiieggiante 
e una svista di prosodia latina... 

Ugo Foscolo fu splendidamente ven- 
dicato da un' articolo di Giuseppe Maz- 
zini, che anche all' ònàgro dovette pas- 
sare la prima pelle. Disse in fatti di vo- 
ler rispondere a quel povero Mazzini; 
ma poi non ne fece nulla, a quanto io 
ricordo. 

Prosseguì invece per la sua strada 
senza ritegni e senza riguardi, né an- 
che alle proprie contradizioni. Il Gior- 
dani, il Niccolini, il Montanelli, il Car- 
rer, il Guerrazzi, Massimo D'Azeglio, re 
Carlo Alberto, Camillo Cavour (la lista 
potrebbe facilmente continuare) l' ebbe- 
ro un dopo V altro, e tutti insieme, assali- 
tore mordacissimo. Di Giuseppe Giusti, 
appena morto, non dubitò di scrivere 
chiamandolo « gamba di coniglio, cuore 
di gatto. Stenterello in mutande di Dan- 
te». Il critico francese Planche riceve- 
va dall'italiano una bella lezione di tem- 
peranza! — Col Leopardi passò asso- 



N. Tommaseo 117 

lutainc'uto ojiiii misura nello aceibità 
della critica al prosatore e al lirico 
grande, scordandosi che da quella « poe- 
sia daW imperocché » egli aveva pur ca- 
vato (lelh^ belle immagini e i)ortati via 
di peso parecchi versi ; e neppure si 
guardò dali'oft'endere l'uomo infelicis- 
simo, con epigrammi volgarmente crude- 
li... Quando poi si accorgeva che Gia- 
como Leopardi era veramente una nega- 
zione troppo grossa di mandare giù in 
un boccone, allora faceva di lìeggio; e 
tirava fuori quella sua prosa. di criti- 
co capzioso e sottile, in cui il sostan- 
tivo e l'attributo, il verbo e l'avverbio 
giocavano tra loro così bene d' altale- 
na, che i lettori arrivavano a non ca- 
pire più nulla nò del biasimo nò della 
lode. E in questo il Tommaseo fu nuie- 
stro, pur tro])po, assai immitato! 



* 
* * 



Ohi volesse difenderlo di tutto que- 
sto farebbe opera insana, andando con- 



118 N. Tommaseo 



tro la pia intenzione dello stesso colpe- 
vole, che più volte confessò e pregò di 
essere perdonato. 

Il Priinas cerca le cause: e le trova 
specialmente nello spirito di contradi- 
zione che fu nel Tommaseo operosissi- 
mo; e nel grande suo fervore religioso, 
che gli faceva riguardare come nemico 
del genere umano chiunque si adopras- 
se a togliergli o a scemargli il confor- 
to della fede in una vita meno grama 
di questa. È vero infatti che quando 
nelle polemiche il Tommaseo accenna 
a dispareri in materia di fede, il suo 
linguaggio diviene facilmente concitato; 
e anche tra le frasi amorevoli par di 
sentirvi un tremito d'ira contenuta. A- 
lessandro D' Ancona mi diceva, scher- 
zando, intorno al 18G5 : — Se il Tom- 
maseo fosse meno pio e meno cieco, chi 
sa quanti di noi piglierebbe a calci! — 
Certamente nella sua religiosità egli 
teneva di Tertulliano e di Calvino piut- 
tosto che di Francesco di Sales e di 
Fenelon ; e resterà sempre significante 



N. l^ommaseo 1 1 9 



il latto che solamente ad uomini coi 
(jiiali sentiva intero 1' accordo in mate- 
ria <li fede (Manzoni, Capponi, Eosmi- 
ni) egli diede intera la sua amicizia. 

Io però sono convinto che a quella 
tacile irritabilità e a (juei frequenti, dis- 
sidi un'altra causa debba ricercarsi me- 
no personale insieme e più profonda: 
una di quelle cause che, perdendosi nei 
misteri della psicolog^ia, bisogna conten- 
tarsi d' intravedere o di sentire vaga- 
mente. In una lettera a Giorgio Sand, 
dandole conto di sé, il Tommaseo i)ar- 
la della sua madre italiana, della lin- 
gua italiana che è la sua, dell'Italia 
che adora e della vita tristissima che 
mena lontano da lei. E scrive due volte, 
come in malinconico ritornello: Maifi se 
ne suis j»6\s' ne' en Italie! 

Forse 1' uomo di Sabenico, insistendo 
su quelle parole, intuiva la fatalità di 
nini legge atavica che doveva incombe- 
re SII tutta la sua vita; e se noi po- 
tessimo i)enetrare tanto addentro, for- 
se troveremmo in quel suo sangue mi- 



120 ^". Tommaseo 



Sto la priina cagione di quella indole 
sua (;onie turbata da uno squilibrio sal- 
tuario; forse ci spiegheremmo ancora 
quel non so che di rotto, di frammen- 
tario di eterogeneo, che si sente in tan- 
ti suoi lavori, compreso alcuni di quel- 
li che ei volle più armonici e piìi com- 
piuti; e quell'umor suo così rubesto e 
diffìcile, sempre pronto ad alterarsi e 
a muovere in guerra, anche quando le 
sue labbra parlavano d'amore e di pace. 
Le labbra erano certo sincere, ma espri- 
mevano una fraternità forse piìi volu- 
ta che rispondente ai segreti istinti del- 
le origini, nei quali un vero dualismo 
di razza sempre permaneva; e non c'e- 
ra saldatura, per quanto ben martella- 
ta, che arrivasse del tutto a sopprimer- 
lo. Curiosi fenomeni! Alcune fiere af- 
fermazioni dogmatiche , alcune intolle- 
ranze, alcuni dispregi per la nostra ci- 
viltà che io leggevo trent'anni addie- 
tro nei libri del Tommaseo, m'è })arso 
di risentirli, sulla stessa intonazione, leg- 
gendo gli ultimi libri di Leone Tolstoi. 



.V. Tommaseo 1 2 1 



Io vedo insomma un lampeggiamen- 
to, o se meglio piaccia, un vago anneb- 
biamento (li anima slava su tutta quel- 
la fioritura italica dallo scrittore dal- 
mata. 



# 



E (juesto aiuta a spiegare molte co- 
se : tutta quella sua tenerezza mistica 
tutta quella sua sottomissione religiosa 
unite a così frequenti ardori di intel- 
lettuali e morali ribellioni; quel grande 
amoro all' Italia e alle sue tradizioni 
e quel desiderio, in tutto, di forme 
nuove e diverse, quasi istinto nostal- 
gico verso una vita diversa altrove 
vissuta. Questo aiuta so])ratutto a de- 
tìuire tutto il carattere singolare e soli- 
tario del Tommaseo come artista italiano. 

Come artista, fu combattuto, deriso 
e gettato nel dimenti(;atorio ; tanto che 
un bravo giovane solo adesso si arrischia 
a trarlo fuori e non senza aver l' aria di 
chiederne scusa; e si contenta che, in 
grazia, sia riconosciuto come « immita- 



122 N. Tommaseo 



tore ingegnoso » o come « iniziatore 
modesto » là dove 1' opera del Tom- 
maseo meritava ben altra lode. 

Ora sarebbe tempo, per noi, di fare 
un bilancio onesto; e spero che qualcu- 
no presto lo farà. 

Nella sua ])rosa narrativa, per esem- 
pio, tra pagine veramente stupende, non 
manca la zavorra. Buttiamola pure in 
mare ; e ci vada anche, con la sua mal- 
vagia corte quel Dnca cf Atene che egli 
scrisse nel 1837, quantunque immune 
di false immitazioni manzoniane, fra 
tanto contagio di immitatori. 

Egli aveva scritto nel 1838 e trovò 
un editore che gli stampò a Venezia, 
nel 1840, un breve romanzo di vita con- 
temporanea e di intonazione schietta- 
mente moderna, salvo qualche arcaismo 
nella lingua e qualche toscanesimo ri- 
cercato. Era la storia di una bella ra- 
gazza italiana, venuta su orfana e ran- 
dagia, poi spersa nella gran vita pari- 
gina, buona, debole, insidiata, amorosa 
e anelante a redimersi per virtù d'amo- 
re. Trova di fatto un giovane italiano. 



.Y. Tommaseo 123 



buono c debole anch' esso, il <inale, 
consapevole di tutto, la sposa; e l'aiu- 
ta a vivere pura e a morire cristiana- 
mente. Abbondano nel racconto le sce- 
ne amorose, non uìai lubriche, ma rese 
con tocchi sinceri, quindi naturalmente 
l)iacevoli... Bastò perchè anche i nostri 
lettori del marchese De Sade e gli am- 
miratori del Batacchi si levassero con- 
tro il romanziere, scandolezzati! 

Fu questo, io credo, un curioso caso 
di ritorsione (per dirla come i causidici) 
e che nella vita reale accade frequentis- 
simo. Raccontate in società la nuova 
avventura galante di una persona di 
mondo; e tutta la gente bennata si con- 
tenterà d'invidiarle e di sorriderne di- 
scretamente; ma se la cosa capita inve- 
ce ad uomo o donna che professino au- 
sterità di costumi e. Dio guardi, idee e 
abitudini religiose, allora è un' altra 
faccenda; e sorge una gara di maligne 
meraviglie e di severe condanne. 

Questa volta il caso accadeva nel 
campo dell'arte; e al povero autore, 



124 N. Tommaseo 



credente e asceta, ijiessuna malignità 
e nessun rimprovero doveva essere im- 
pernato; e fu sentito il bisogno di ri- 
correre perfino ai grandi motti di Giove- 
nale per flagellare degnamente una sì 
grande turpitudine! 

Ma il romanzo Fede e Bellezza rima- 
se quello che era : nn sincero studio 
di passioni e di caratteri, un rispec- 
chiamento, breve ma intenso e fedele, 
di vita non immaginaria; e nel suo in- 
sieme, per la storia del romanzo, una 
anticipazione audace e vittoriosa di una 
forma appena albeggiante fuori d' Ita- 
lia e a noi del tutto ignota. 

Adesso parecchie pagine del raccon- 
to paiono invecchiate. Ma quanta uma- 
nità in quel piccolo libro e che fonte 
di calde emozioni e che aroma di sotti- 
le poesia nelle descrizioni di quei luoghi 
ricordati o abitati, da quelle acque na- 
vigate e da quelle riviere e dalle memo- 
rie e dai i)ensieri scritti, ove l' anima 
lasci una ])arte di sé, e dai dialoghi im- 
provvisi, ove P anima improvvisamente 



^V. Tommaseo 125 

si (leriudò, dall'amore, dal dolore, dal- 
la morte 1 

Certo molte cose noi abbiamo letto 
di Parijii. Ennlio Zola ne' suoi roman- 
zi ce lo Ila descritto nei mille suoi a- 
spetti e movimenti ; e da ultimo gli 
ha dedicato un volume intero ; ma 
quella grande e paurosa immagine del- 
la Babilonia moderna che ci lasciaro- 
no poche pagine di Fede e Bellezza è ri- 
masta dentro di noi incancellabile. Leg- 
gete per esempio la corsa notturna di 
Maria e Giovanni attraverso la grande 
città, di notte, sotto una pioggia in- 
vernale. 

* 
* * 

Del resto, in tutti gli scritti del Tom- 
maseo, anche in quelli d' argomento 
più arido, guizza sempre qua e là uno 
sjjirito di poesia; ed egli un giorno 
confidava a Gino Capponi che non riu- 
sciva a precisar bene il limite che se- 
para poesia da prosa. In questa con- 
fessione è tutto lo scrittore. 



126 N. Tommaseo 



Ma per giudicare il poeta bisogna 
cercarlo nel volume delle sue liriche. 
Il Pruuas merita una lode speciale i)er 
il bel capitolo cbe gli ha dedicato. Qui 
so])ratutto il Tommaseo si manifesta 
originale e novatore. Per poco che il 
lettore stia attento, scuopre con sua lie- 
ta sorpresa che questo « ragusèo » non 
creduto degno d' essere accolto nella 
schiera dei sacri poeti italici , tra il 
1830 e il 1840, cercava e tentava e 
trovava, nei temi e nei metri, nelle 
comprensioni ideali e nelle forme rap- 
presentative, molte cose che furono poi 
cercate, tentate e trovate, magari con 
maggior merito e certo con miglior for- 
tuna, cinquant'auni dopo. 

Pel Tommaseo la poesia aveva ve- 
ramente ufficio sacro. Era potenza di 
visioni e di emozioni che dovrebbero 
penetrar tutta la psiche umana ri- 
specchiando tutte le forme della natu- 
ra e dello spirito, della scienza e della 
storia. Penetrarle quindi e illuminarle; 
e i suoi confini dovevano ancora aliar- 



N. Tommaseo 127 

garsi coraggiosamente i)er tutto il mon- 
do umano e so[)ra umano. In questo, 
l'audace sua fantasia poteva dare dei 
punti agli ultimi poeti forestieri e no- 
strani, cercatori infaticabili di forme 
nuove. 

Malgrado ciò, il volume delle liriche, 
edito dal Lemonnier, è ancora per il 
maggior numero degli italiani colti co- 
me un bel cofano prezioso e non es[)lo- 
rato. Qualcuno vi mise le mani con pro- 
iitto ; Gabriele d'Annunzio, per esem- 
pio, attratto certo dalla singolare mo- 
dernità dello spirito e delle forme. Ma è 
da far noto che sieno più lette in segui- 
to. Gioverebbe senza dubbio che un uo- 
mo di buon gusto e di libero giudizio fa- 
cesse una cerna ingegnosa nel grosso e 
denso volun)e, togliendo dall' albero i 
rami secchi. xVllora, io credo, molti do- 
manderanno come mai, accanto a tanti 
versi mediocri mantenutisi in fama, 
questi potessero rimanere così negletti 
e dimenticati ; e anche la ricerca del- 
le cause di tal fiitto potrà essere frut- 



128 N. Tommaseo 



tuosa per la critica dell'arte e per la 
vita del nostro paese. 

Non altrimenti gli inglesi ritornaro- 
no, dopo mezzo secolo e con l'animo 
piÌT intento, alla lettura e allo studio 
di Perus Shelley; e si accorsero d'aver 
lasciato passare, quasi inavvertito, un 
poeta vero, un poeta i)er diritto divino. 



ATTALA 



9 — E. Panzacchi : Donne e Poeti. 



a>a6a5a6a>aBjte!È!aMteftejtedijjtej^ 



Non isi)icca nella purezza del nianuo 
antico come Antigone, ]!!^iobe, Andro- 
maca e Polissena; non possiede, a gran- 
de intervallo, l' idealità umana di Fran- 
cesca, di Cordelia, di Mignon, di Te- 
cla; è una figura indecisa e ondeggian- 
te nei contorni; romantica, in una pa- 
rola, ancorché ricca di vaghezza misti- 
ca, di passione e di novità. 

Ma il libro jìorta nell' arte un coef- 
tìciente nuovo e importantissimo; e Sain- 
te-Beuve potè scrivere senza iperbole 
che con V Atala (1804) il visconte di 
Chateaubriand « inaugurava » la nuo- 
va ei)oca letteraria francese, che durò 
poi fiorente e feconda fino al 1850. 



132 Aitala 

Quella figura voi uon potete in alcun 
modo distaccarla dal suo contorno eso- 
tico e bizzarro, perchè l' ambiente co- 
Uiiucia ad essere una parte inte^riiiitc^ 
e non separabile dell' opera d' arte. L«'- 
vate infatti le si)onde del Mississipì e 
dell' Ohio, la verde solitudine delle sa- 
vane, le scene delle tribìi indiane e dei 
missionari, e che cosa vi resta di At- 
tala? Una sorella minore di Cimodoce^ 
una neofita ardente in lotta dolorosa 
fra 1' amore e la fede ; troppo raffinata 
per una selvaggia ; un bel fiore delle 
grandi praterie portato in Europa den- 
tro una porcellana di Sèvres. 

Ma che stupenda intuizione della 
natura in questo breve racconto; ma 
che meravigliosa poesia di paesaggio I 
Gian Giacomo Eousseau è grande, ma 
Chateaubriand è più che un suo pro- 
feta. IsTei suoi viaggi in America egli 
ha avuto dinanzi agli occhi ben altro 
che i dintorni di Ginevra. E peregri- 
nando lungo le sponde di quei fiumi, 
di cui tanto aveva sentito narrare e 



Aitala Wò 

favolt'^^iiin*, f! [)er(ìeii(losi jtei- quelle fo- 
reste enormi e terribili, e ingolfandosi 
per «quelle distese di verde senza con- 
tini, un concetto i)iù vasto e un senso 
più j)rofondo della natura si era for- 
mato dentro di lui, che poi seppe tro- 
vare le i)arole per significarli e dii)in- 
gerli. 

Quello che avvolge e i)enetra questo 
racconto, e forma il suo i)iù forte fa- 
scino per noi, è la poesia delle grandi 
solitudini. Xon fu sconosciuta ai i)oeti 
classici. Sofocle nel Filottete fa risuo- 
nare la deserta isola di Lemno di vo- 
ci inspirate da questo sentimento vago, 
qjiando l' eroe ferito e solo parla alle 
grotte selvagge, ai flutti del mare rom- 
penti contro gli scogli, al monte P^r- 
meone « che tante volte ha ripercosso 
gli urli del suo dolore » che niun uo- 
mo vivente i)oteva ascoltare e consola- 
re. Virgilio, nella divina sensibilità del 
suo spirito, mostra d' aver sentito an- 
che questo aspetto della poesia uni ver- 



134 Aitala 

sale. Ricordate, fra altri parecchi, quei 
due suoi versi dell'egloga VI: 

Incipiaiit sylvae cum priinum surgere, cumqiie 
Rara per ignotos errent auimalia montes, 

e massime il secondo, che trasporta a 
un tratto la fantasia nella solitudine 
silenziosa di un mondo i)rimitivo. È la 
raj)ida magìa di tutti i grandi poeti. 



Quando Daniele De Foe, presa l'idea 
nuda da un racconto di Alessandro Sel- 
kirk, e forse la primissima ispirazione 
dalla Tempesta di Shakespeare, compo- 
neva le sue Avventure di Rohinson, egli 
certo non immaginava che metteva le 
mani a uno dei libri piìi avidamente 
cercati e letti di cui s' abbia memoria. 

Gli è che i tempi si erano maturati 
e volgevano propizi a questo speciale 
genere di poesia. 

Da un lato il logoramento delle vec- 



A itala 1 35 

cine mitologie, dall'altro il dissidio sein- 
pni inù vivo tra l' uomo nioderno e i 
ve(;(;hi ordini sociali, dovevano spinge- 
re, anche sull'arte, una potente azione 
sovvertitrice. Le fantasie cercavano il 
nuovo; l'uomo sentiva sopratutto il bi- 
vsogno di un più intimo avvicinamento 
colla vita universale. 1 navigatori ar- 
diti e romanzeschi avevano aperto vasti 
orizzonti a invenzioni narrative iu cui 
fosse principalmente protagonista l'uo- 
mo di fronte alla natura; l'uomo come 
cercatore, conquistatore, contemplatore. 
Il punto culminante poi di questa idea- 
lità nuova doveva essere 1' individuo 
umano solo, non d' altro armato che del 
suo volere e della sua mente, in lotta 
disperata con gii elementi furiosi e ri- 
belli, con le peripezie inaspettate, coi 
rischi dell'ignoto. E iìi mezzo agli epi- 
sodi delle lotte e dopo di esse, scatu- 
riva naturale dall' anima umana la li- 
rica della contemplazione e del rapimen- 
to vittorioso dinanzi a quelle solitudini 
per la prima volta esplorate, igiene di 



136 Aitala 

sorprese e di meraviglie. Di qui il fa- 
scino e la fortuna immensa del libro di 
Daniele De Foé. 

Ma all' irrequieto orangista della ])ri- 
ma metà del secolo XVIII, così acuto 
nell' osservare ed esatto nel descrivere, 
mancava una facoltà. Egli non era ar- 
tista, non era poeta nel senso eminen- 
te della parola. Oh certo, se il De Foé 
avesse veduto il suo Robinson nell' iso- 
la deserta del Pacifico, come Sofocle 
avrà contemplato il suo Filottete sullo 
scoglio di Lemuo, qualcosa ben altri- 
menti meravigliosa sarebbe uscita dalla 
sua penna! Invece del romanzo avrem- 
mo avuto il poema. 



Quel senso poetico che fa difetto nel- 
lo scrittore inglese, abbonda invece in 
Chateaubriand. E notate differenza ri- 
spetto a quest'ultimo: nel descrivere 
l' azione e la passione umana egli è 
spesso ricercato e iperbolico. Per con- 
trario, dinanzi alle grandi scene di 



Aitala 137 

paese egli ;u*<iuista mia castifiatezza 
potente e iiìia precisione mirabile. 

Disfjraziato l' artista — osservò an- 
che il Gioberti — che si pone a lottare 
(V invenzione al cospetto della natura 
fisica! Egli non ha che da osservare e 
da ritrarre; ma osservando e ritraendo 
mette in giuoco tutte le sue i)iù ripo- 
ste e squisite facoltà estetiche. Guar- 
dando uno stesso angolo di viali e lo 
stesso grui)po d' alberi nel bosco di Fon- 
tainebleau — è l'About che ce lo nar- 
ra — Alfre(h> de Musset, Giorgio Sand 
e Victor Ungo attingevano tre diversi 
generi di isi)irazione, ognvmo bello alla 
sua maniera: il guardaboschi intanto 
calcolava t're<idamente che dieci carri 
di legna si potevano tagliare da quei 
begli alberi vecchi e che in quell' an- 
golo di viali e' era spazio adatto per 
innalzare una bella catasta. 

Lo Chateaubriand è j)ittore esatto ed 
è poeta. Nelle forme, nei colori e nei 
movimenti della natura egli coglie V in- 
cognito indistinto che Dante vedeva nel- 



138 Aitala 

l'ingresso del suo Purgatorio. La sin- 
fonia iniraitativa della forèsta, che Ric- 
cardo Wagner ba tentato d' esprimere 
con tutti gli strumenti della sua orche- 
stra, lo Chateaubriand l' ha ascoltata 
l^rima di lui, vagando sulle sponde dei 
fiumi americani: ha sentito cantare l'ani- 
ma di quelle selve primitive e ce la 
rende nei numeri della sua prosa, in 
cui erra, come l'eco <li un sinfonismo oc- 
culto, misterioso, incantevole... « Quand 
« tous ces fleuves se sont gonfilès des 
« dèluges de l'hiver; quand les tem- 
« pètes ont abattu des pans entiers de 
« forètes, les arbres dèracinès s' assem- 
« blent sur les sources. Bientòt la vase 
« les cemente, les lianes les enchainent 
« et des plantes y prenant racine de 
« toutes parts, achèvent de consolider 
« cos dèbris. Oharriès par la vague 
« ècumante, ils descendent au Mescha- 
« cèbè. Le iieuve s'en empare, les pous- 
« se au golfe Mexicain, les èchoue sur 
« des bancs de sable, et accroit ainsi 
« le TI ombre de ses emboucbures. Par 



Aitala i:ì!' 

o. intervalle, il èlève sa voix eii passaiit 
« sous les monts, et rèpand ses eaux 
« (lèbordèes autour dea colonnades des 
« torèts et des pyrainides des tombeaux 
« iiidiens; c'est le Nil des dèserts. Tan- 
« (lis (pie le coiirant du milieu entraiiie 
« vers la iiier les cadavres des pins et 
« des (iliènes, ou voit sur les <lenx cou- 
« rants latèranx reiuotiter, le long des 
« rivages, des iles fiottantes des pistias 
« et des iiènu])hars, dout les loses jau- 
« nes s'èlèveiit couinie de petits pavil- 
« loiis. Des serpents verts, des lièrons 
« bleus, des flamauts roses, de jeunes 
« crocodiles s'embarquent passagers sur 
« les vaisseaux de lìeurs; et la colonie, 
« dèployant au veut ses voiles d'or, va 
« aborder endormie daus quelque anse 
« retirèe du fleuve.... » 

Qui ogni senso di gonfiezza e pro- 
lissità vieu meno; esse si tirano in di- 
sparte e lasciano luogo ad una rigoro- 
sa e sapiente economia di frasi, ognu- 
na delle quali ha un valore netto e for- 
te, non solo per sé stessa, ma anche, e 



140 Attala 

più, per la gradazione mirabile nella com- 
posizione del tutto. iSon tanti colpi di 
pennello guidati, non solo dal gusto 
del coloro, ma anche, e i>iìi, da un sen- 
so correttissimo della prospetti v^a aerea. 



# 



Talvolta lo scrittore (potrei dire il 
pittore) sente che le grandi linee non 
bastano per rendere la ])oesia di que 
gli orizzonti senza confini, di quelle ve- 
getazioni colossali, di quelle intermina- 
bili gamme di suoni e di colori ; e al- 
lora egli trova nel vero l'<'])isodio bre- 
ve, caratteristico, potente, che anima in 
un attimo tutta la scena, come una mac- 
chietta i dirupi di Salvator Rosa, e in 
cui pare che tutta la vita del paesaggio 
pal])iti, si condensi, si riassuma. « ...On 
« voit dans ces prairies sans bornes 
« errer à Paventure des troupeanx <ìe 
« trois ou quatre mille buffles sauva- 
« ges. Quelquefois un bison chargè 
« d'anuèes, fendant les flots à la na- 



Aliala 111 

« gè, se vieut couclier ])an»ii des hau- 
« tes lierbes, daiis mie ile da Mesclia- 
« cèbo. A SOM front ornò de deiix crois- 
« sants, à sa barbe antique et liraoneu- 
« se vous le prendries'. pour le Dieu dn 
« fleuve, qui jette un oeil satisfait sur 
« la grandeur de ses ondes et la sau- 
« vage abondauce de ses rives... 

« ...De r extreniitè des avenues on 
« aperf^oit des ours enivrès de raisius, 
« <}ui (^liancellent sur les branehes des 
« ornieaux; des cariboiix se baignent 
« dant un lac... des colibris ètincellent 
« sur le Jasniin des Florides, et des 
« serpents oiseleurs sifHent suspendus 
« aux dómes des bois en s'y balan9ant 
« connne des lianes... » 

Si ])otrebbero citare, e credo con gu- 
sto scpiisito di chi legge, delle lunghe 
pagine uiaravigliose. Chi ha mai de- 
scritto meglio la terribilità di un ura- 
gano, squassante e minante traverso le 
foreste della Luigiana ? Chi gli incanti 
e la tenerezza melanconica d'un pieni- 



142 Aitala 



lunio sul silenzio verde d' una internii- 
n abile savana? 



Il dramma umano, lo ripeto, riesce 
in questo racconto soprafatto dalle bel- 
lezze del paesaggio. Come è prolisso 
predicatore e fiacco ragionatore quel 
buon ijadre Aubry! Leggete il lungo 
discorso nel quale, dinanzi alla triste so- 
lennità della morte, cerca di j)ersuade- 
re ai fidanzati la rassegnazione e il di- 
stacco da tutte le cose terrene. Può 
darsi benissimo che il Manzoni se lo 
sia ricordato mentre metteva in bocca 
a fra Cristoforo quelle ultime sue pa- 
role di ammonimento e di congedo a 
Eenzo e Lucia sulla soglia del Lazza- 
retto; ma che divario tra l'eloquenza 
del cappuccino lombardo e quella del 
missionario francesel Fra Cristoforo toc- 
ca della fugacità dell' amore con una de- 
licatezza di pessimismo cristiano, ineffa- 
bile; il padre Aubry i)repara frasi ed 



.inala 143 

enfusi al fiituio inedico/zo del padre 
d' Aiiuando nella Dame aux camèlias. 

Dei tre caratteri il meglio scolpito è 
quello di Ciactas. Questo selvaggio che 
i casi della vita hanno portato in En- 
ropa; che ha visto Versailles e Luigi 
XIV; che ha assistito alle tragedie di 
Rvicine ; (;he ha ascoltato le orazioni fu- 
nebri di Bossuet, ma serba invincibile 
hi nostalgia delle sue foreste, e ripren- 
de la vita nomade e si mantiene india- 
no e pagano tino alla cieca decrepitez- 
za, i)armi che mostri nell'artefice che 
l'ha ideato e messo in azione, una fa- 
coltà addirittura d'ordine superiore. 

Alcuni tratti hanno, direi quasi dello 
shakespeariano. Attala è presso a spi- 
rare e il i)rete le sta amministrando i 
sacramenti. Il giovane selvaggio guar- 
da muto, accorato e attonito a quegli 
apparecchi d'una liturgica misteriosa; 
ma quando vede splendere le ampolle 
dell'olio santo, rompe a un tratto il si- 
lenzio: « Mon pere, ce remède rendrat- 
« il la vie à Attala !.. » 



144 Attala 

E anche la povera Attala, se trop- 
po si)esso non la possiamo ammirare, 
1' amiamo semi>re in questo racconto e 
la ricordiamo con mesta dolcezza. L'a- 
miamo come un leggiadro e doloroso 
ideale femminino animante quel pae- 
saggio meraviglioso. 



# 
* * 



11 suo funerale è una scena d'alta e 
])ietosa poesia, che, una volta letta, non 
si dimentica. 

« La lune ])reta son flambeau à cet- 
« te veillèe funebre. Elle se leva au 
« milieu de la nuit, comme une blan- 
« che vestale qui vient pleurer sur le 
« cercueil d'une compagne. Bientót el- 
« le rèpandit dans les bois ce grand 
« secret de melancolie qu'elle aime à 
« raconter aux vieux chènes et aux ri- 
« vages antiques des mers. » — O La- 
martine, che cosa saprai tu dire di me- 
glio nella sonante melo[)ea delle tue Me- 
ditazioni f 



Aitala 145 

Mentre il bel corpo d'Attahi è ri- 
coperto (ialiti terra che vi lasciano ca- 
der sopra le mani tremanti di Ciactas, 
anche il tipo della fanciulla ci pare che 
ondeggi , si perda e svapori nel folto 
delle boscaglie , nel verde delle prate- 
rie. Si lascia dietro un tenue vapore 
d' incenso; e segue a suonare per l' a- 
ria d' intorno a noi il versetto di Giob- 
be, che il vecchio missionario, rimasto 
solo, ricordando la bella e infelice in- 
diann, mormorava di notte alla grande 
foresta : 

« lo sono passata come un Hore; io mi 
sono inaridita come l'erba dei campi ». 



K. Panzacchi : Donne e Poeti. 



MIGNON 



jtedftjfedsdsdsdsds^feds^te^^fedsjfetfcdsd^ 



A chi legge il Guglielmo Meister pa- 
vé d'accorgevisi che il Goethe declina uu 
poco. Già intorno alla sua grande figura 
incomincia a farsi una solitudine triste. 
Federico Schiller è morto fin dal 1805 ; 
lo Herder lo precede di due anni nel 
sepolcro; il Wieland, il vecchio Wie- 
land nella cui anima serena il Goethe 
lietamente specchiava un aspetto del- 
l' anima sua, è morto egli pure. Anche 
la madre, anche la buona Marianna da 
un pezzo lo hanno abbandonato. Ed 
egli ha ragione d'intonare quel mestis- 
simo canto ])osto innanzi alla seconda 
parte del Faust: 

Tu' auime a cui volgoa di amor parole 
Udir più uoii mi poiiuo!... 



150 Mignon 

Gli avvenimenti pubblici volgono pu- 
re infausti al poeta. Ha sentito tuona- 
re il cannone di Iena; ha visti dalla 
sua finestra a Weimar i reggimenti 
prussiani in fuga; indi a poco i solda- 
ti francesi gli entrano in casa, un po' 
ammiratori, un po' insolenti, e lo co- 
stringono a bere e far brindisi. 

È vero che ha poi la consolazione, 
durante il congresso di Erfurt, di sen- 
tirsi dire da Napoleone: Vous, monsieur 
Goethe^ vous étes un homme! Ma è pro- 
babile che questo egli lo sapesse anche 
avanti. Nella parte più intima della vita 
gli cominciano pure i guai. L' amore al 
poeta sessagenario non è più un facile 
e glorioso trastullo; e le belle comincia- 
no a non risparmiargli « P ingrata veri- 
tà » che ripetevano ad Anacreonte e 
al Parini; mentr' egli non è sem])re di- 
si)osto ad accoglierla, questa verità, 
colla gaiezza bacchica del primo e colla 
filosofia rassegnata del secondo. (Vedi 
a questo proposito la storiella della sua 
passione con Minna Herzlieb). 



Mignon 151 

liisoniiiiM, allelui per r()liuii)ico (ioe- 
tlié la viHK'liiaia è alle porr«\ 



Xel Wilhelm Meister, un romanzo che 
siilh'ì prime ha il fare <ìel Gii Blas, ma 
poi prende un ])o' trop])o le forme dei 
racconti sentimentali allora in voga, le 
avventure e gli accidenti inaspettati si 
accumulano e si succedono di soverchio. 
Le divagazioni e le disertazioni criti- 
che sul teatro sono sempre belle ed ele- 
vate (basterebbe per tutte 1' analisi {\e\- 
V Amleto), ma rart'reddano l'azione. 

Si va innanzi un i>oco tastando e son- 
necchiando. Quando e<;co un sotiio di 
vera poesia giovanile passa a un trat- 
to per 1' anima del Goethe ed egli ri- 
torna a scrivere, direbbe il Leopardi, 
« con quel suo cuore d'una volta, » 
Esce la figura di Mignon. 

Mignon è sorella minore di Dorotea, 
di Clara e di Margherita; ha l'aria di 
famiglia ; riconoscibile, non tanto per 
la intima ricerca delle cause, che sono 



1 52 Mignon 

sempre molto oscure, quanto per gli ef- 
fetti che vi lascia iiell' animo. Appena 
il poeta vi ha delineata a jìochi tratti 
la sua « giovane e mesta figura, » essa 
vi domina: non la dimenticate più, l'a- 
spettate, la cercate ansiosamente per i 
meandri del racconto, e quando compa- 
re, vi fa semi)re V effetto di un bel rag- 
gio di sole che al tramonto di una 
piovosa giornata di primavera entri di 
improvviso nella vostra stanza. 



# 
* # 



Una mattina Guglielmo ode nella via 
una strana e bella voce infantile che 
canta, accompagnata da una chitarra: 

« Conosci tu la regione dove i cedri 
fioriscono I 

« Fra il cupo fogliame brillano i frut- 
ti dorati; un vento dolce siura dal cie- 
lo azzurro; il mirto modesto sorge vi- 
cino al lauro superbo... La conosci tuf 

« Là, là, o amor mio, io vorrei an- 
dar con te! 



M'ujno» \y.\ 

« (\)ii()sci tu la t'.isaJ 11 iSiio tetto è 
sostenuto da colonne, la sala luccica, 
le stanze splendono e le figure di mar- 
mo si alzano e mi jiuardano: « Che vi 
hanno fatto, povera ti filinola "? » 

« La conosci tu? 

« C'Onosci tu la montagna e il suo 
sentiero tra le nubi? La nulla cerca la 
strada fra la nebbia; nelle caverne di- 
mora 1' antica stiri)e dei draghi; il mas- 
so precipita e dietro ad esso il torrente. 

« La conosci tu? 

« Quella, quella è la nostra via: o 
padre mio, i)artiamo! » 

Poco do])o Mignon entra nella stan- 
za di Wilhelm, gli ripete la sua can- 
zone, resta un ])oco silenziosa e guar- 
dandolo fissamente gli dice: 

« Conosci tu quella regione? 

— Dovrebbe esvsere l' Italia, risi)on- 
de Wilhelm. Dov' hai im])arato questo 
canto ? 

— L'Italia! — rii)ete Migtion con aria 



154 Mi fi no II 

pensosa. — Se tu vai in Italia mi preii- 
<lerai con te. Qui ho freddo! 

— Sei tu stata mai in quel i)aese! » 
La fanciulla a questa domanda ri- 
mane muta e fantastica. 



Se il signor Tlionias, che [)ure ha 
scritto su questo argomento un melo- 
dramma pieno di finezze poetiche, aves- 
se penetrata davvero la i>rofonda signi- 
ficazione psicologica che ha quel canto 
in bocca a Mignon, non si sarebbe mai 
arrischiato ad innestarlo in un duetto 
come risposta della fanciulla alle do- 
mande che il cavaliere le fa sulla sua 
origine misteriosa. 

Egli ne ha cavato un bellissimo par- 
tito i>er il pezzo musicale; ma la vera 
poesia del cauto di Mignon per due 
terzi almeno va in fumo. La lirica si 
converte in dialogo, il rapimento soli- 
tario e fantastico dell' anima della fan- 
ciulla scende a far l' ufficio di botta e 
risposta... 



Mujììoii 155 

Ali! se i nostri maestri, non eccet- 
tuati i migliori, prima (l'affrontare i 
grandi soggetti della poesia e imprigio- 
narli nelle scene deformanti di un li- 
bretto, pensassero un poco di i)iù, ci sa- 
lebbe, a dir vero, un tanto di guada- 
gnato per la jMjesia e per la musica. 

Ignoro se la canzone della piccola 
boeuKì, così <H)m' è nella sua ])urezza li- 
rica, abbia tentato qualche grande com- 
jìositore di musica in Germania, oltre 
il Beethoven. Certo lo Schubert l'avreb- 
be rivestita d'una melodia soave e lo 
Schumann d' una melopea profonda. 

Il Goethe intanto ha fornito ai mae- 
stri i)assati e futuri delle « didascali- 
che » ])reziose: 

« ^Mignon cominciava ogni strofa pom- 
posamente, solennemente, come per pre- 
parare l' attenzione a qualcosa di straor- 
dinario. Al terzo verso il canto diveni- 
va più sordo e più grave. Quelle pa- 
role: La conosci iuf erano espresse con 
riserva, con mistero. 

« Il « là, là » era pieno <li «leside- 



156 Mignon 

rio irresistibile. Ogni volta ella sapeva 
mutare così il tono delle ultime paro- 
le: << Vorrei andarci con te! » che es- 
se erano via via supplichevoli, insisten- 
ti, piene di trasporto e di ricche pro- 
messe. » 



I pittori hanno tentato i)iù volte di 
rendere in fattezze visibili questa stra- 
na figura, che il poeta ci mostra sem- 
pre in una penombra vaga. Il quadro 
di Ary-Schetter, se non è il migliore, 
è certo il più celebre e il \n\\ noto i)er 
la bella incisione. Ma della Mignon, co- 
me della Margherita del pittore fran- 
cese, giudicava, parmi, colla sua solita 
arguzia profonda Enrico Heine: C'est 
bien la figure de Wolfang Goethe; mais 
elle a lu tout Frédéric Schiller; elle est 
beauGOup plus sentimentale que no/ive, elle 
a plus d' idéalité pesante que de grdce 
facile. 

La grazia facile, ecco la suprema dif- 
ficoltà di questi concepimenti artistici. 



Mij/iioii 157 

Un i)Uiito, un sej>iio, un nonnulla in 
l»iii <) in meno, sconvolge il loro legge- 
lissinio orgiinismo; e il capolavoro di- 
scende dalla sua guglia altissima nel 
l>ian<) nobile dei lavori ben fatti. Lo 
provò anche il Walter Scott, che vol- 
le ripresentare in pubblico questo tipo 
goethiano, alquanto ritoccato <lalle sue 
mani, e lo guastò, e meritò che il Goe- 
the si burlasse un poco di lui nelle sue 
conversazioni coli' Bckermann. 



* 
* * 



Chi ha insegnato a Mignon la sua 
canzone? Chi ha insegnato il suo gor- 
gheggio al passero del bosco ? In fon- 
do all'anima la fanciulla ha serbato un 
ricordo della sua terra natale; meglio 
che un ricordo è un senso tenue, con- 
fuso, evanescente nei primi crepuscoli 
della memoria. Eppure, di là da quel 
fondo oscuro, di tanto in tanto le sale 
al cervello come un vapore caldo e i)ro- 
fuinato, mentre che il corpo gracile e 



158 Mignon 

flessuoso trema di freddo e i suoi oc- 
chi si fauno sempre ])iiì profondi e me- 
sti, sotto il cielo straniero. In quel fan- 
tasma di caldo e di profumo essa sen- 
te la sua prima patria; e allora una tri- 
stezza nostalgica invade tutto quanto 
il suo essere e si sfoga nel canto. Le 
cose che essa ricorda nel canto esisto- 
no davvero, o sono il ricordo di un so- 
gno che accarezzò il suo sonno infan- 
tile? Essa ignora. 

A un tratto sopraggiunge V amore, 
un amore strano come tutto l' essere 
suo, la sua origine, il suo nome; un 
amore che anche prima d'avere coscien- 
za di se diviene gelosia spasimante e 
terribile... 

La fanciulla innocente pensa: che 
gioia vivere una notte accanto a Lui, 
giacere nel suo stesso letto, stringer- 
selo tacitamente sul cuore, essere stret- 
ta da lui fino a perderne il respiro!... 
Detto fatto: essa decide che entreià 
non vista nella stanza di Guglielmo 
prima di lui e l'aspetterà nel suo let- 



Mi (/no II 159 

to... Ma inentre sta per portare ad effet- 
to il suo disegno essa vede un' altra 
donna entrare di traforo prima di lei 
in (piella camera... 

Insui)erato, divino scultore d' anime 
Volfango Goethe! Egli nel ritrarre le 
passioni e i caratteri possiede il segre- 
to di quella perfezione semplice e mo- 
numentale che ammiriamo nei bassori- 
lievi di Fidia. Per questo i suoi tijii 
non invecchiano mai e ci restano nella 
mente come altrettante figure da pan- 
theon. 

In questa semplice limpidezza della 
linea sovrana, oso affermare che egli 
passa talvolta innanzi a tutti i moder- 
ni. È davvero il i)oeta « dal nero oc- 
chio lucente » come ce lo scolpisce lo 
Heine ; un occhio nero e lucente che 
penetra nelle più gelose intimità degli 
spiriti e ne trae fuori l'immagine pura 
e compiuta. 



160 Mignon 



Kicordate la morte di Goetz di Ber- 
lichingen ? 

Eicordate, ueìV Ugmont^ l'ultima sce- 
na di Clara col giovane Brackenburg? 
E la ])asseggiata notturna d' Arminio 
con Dorotea, la ricordate"? 

Tra foglia e foglia 

La hiua cou la sua tremola luce 

I giovani adocchiava, iufiu che tutta 
Si celò nelle nubi ed allo scuro 
Lasciò la coppia. Sostenea con cura 

II robusto garzon la giovinetta 
Tuttii china su lui ; ma della scesa 
E dei gradini mal esperta, il piede 
Dorotea pose in fallo e sdrucciolò. 
Pronto il giovin si volse e, steso il braccio, 
Con vigor la sorresse ; e dolcemente 

La giovinetta sul petto gli cadde. 
Seno a sen, guancia a guancia allor s'unirò... 
Ma pari a marmo effigiato, Arminio 
Nel suo ferreo voler rimase immoto. 



Mignon 161 

La bella persona 

Fra le braccia sentia, «eutia vicino 
Il tepor (li quel cuore; egli respira 

Il respiro di lei Ma (iella flonna 

La (li<jnitj\ magnanimo rispetta. 

E sempre la stessa semplicità scul- 
tijria e sempre il medesimo sentimento 
sano e profondo della vita; e trova parole 
che sa i)ensare ])iù che non dicano. 



E questo è il grande magistero. Emilio 
Zola, nel pianterreno del Voltaire, con- 
fessò elicgli manca il senso ad hoc per 
capire tante bellezze fantastiche in Sha- 
kesi)eare. Ed io ci credo; e penso che se 
gli si i)resentasse occasione di giudicare 
sul teatro il Goethe, colla sua lodevo- 
le schiettezza, farebbe la medesima con- 
fessione. Gli è che oggi nei romanzi si 
fa di molta tisiologia e i)atologia a brac- 
cia; e invece si studia ])oco ciò che più 
importerebbe; lo spirito nmauo nella 

11 — E. Panzacchi : Donne e Poeti. 



162 Mignon 

sua ingenua e profonda verità. Si spen- 
dono venti pagine a fotografare un mer- 
cato, a descrivere una stamberga, a vi- 
visezionare il carattere di un portiere, 
a dipingere le mosse, il vestito e le a- 
bitudini di una cocotte ; ma quando si 
è al dramma vivo e profondo dello si)i- 
rito, spesso si tira via di maniera. 

Però vedete quel che accade. Dei ro- 
manzi oggi ])iìi in voga quello che più 
resta in mente, dopo la lettura, sono i 
luoghi dove i fatti si svolgono; i per- 
sonaggi poco si staccano dal fondo e 
presto si confondono e sfumano nella 
memoria. 

Invece Mignon, parcamente tratteg- 
giata dal Goethe, riuuine un tipo indi- 
menticabile. Anche molti anni dopo let- 
to il romanzo, alla piil piccola occasio- 
ne che vc! la richiami, la ripensate con 
amore, vorreste fare con lei una cono- 
scenza più intima e per poco non vi 
vengono alle labbra le parole di Gugliel- 



Mif/iioii 1(ì;; 

Ilio: — Dove sci stata siuoraf Kaceoii- 
tami tutto.... Toiitiaino, so ò ])ossibile, 
di farci illusioiio e ri J4iia<ia finiamo il tem- 
])() penlnto dall' a more I — 



I 



SILVIO PELLICO 



^k^tdtébdb^ktktkiikiMbÉsit-é^^ 



I 



Quando si ricominciò in Italia a i)ar- 
lare di Silvio Pellico, a proposito del 
centenario della sua ìiascita che la cit- 
tà di Saluzzo si apparecchiava a cele- 
brare degnamente, quanta parte di lui 
era ancora ben viva nella coscienza ci- 
vile e nella cultura letteraria del popo- 
lo italiano? Sono scabrose le indagini e 
mal sicuri i calcoli su questa materia, 
tanto soggetta al giuoco ingannevole 
delle ajìparenze ! V'hanno autori dei 
(piali si continua a i)arlare e a scrivere 
con t'recpienza mentre si ])otrebb<' scom- 
mettere che i loro volumi non escono 
l)iù che assai di rado, se pure escono, 
dagli scaif'ali delle biblioteclie: d'altri 



168 Silvio rellico 



autori invece si tace quasi affatto, men- 
tre i loro libri, continuano ad avere 
lettori numerosi per ogni dove; e po- 
trebbero assomigliarsi ad acque scor- 
renti i)er una pianura in silenzio. 

Quando nel 1827, o in quel torno, si 
divulgò la voce per tutta Italia che il 
povero Pellico aveva dovuto soccombe- 
re agli affanni e ai disagi del carcere 
austriaco, un poeta pietosamente cantò: 

Pace, o morente! Agl'itali 
La tua uieinoiia è piauto. 
Gaggia quel dì dai secoli, 
Quel dì che Italia al santo 
Cenere teco non plori, 
Né la memoria onori 
Di chi per lei morì. 

Com'era falsa allora la nuova del- 
la morte, vero invece e universalmente 
sentito dovette essere 1' accento di quel- 
la apostrofe vaticinante la gloria futu- 
ra del poeta saluzzese, che adesso suo- 
nerebbe alquanto stonata e iperbolica. 

Quanti cambiamenti, d'allora in poi. 



Silvio Pellico 169 

nelle opinioni e nel {giusto del pubblico 
italiano! Ma non credo clie s'abbia e- 
senipio, rimanendo nei limiti del seco- 
lo XIX, di una fortuna letteraria più 
rapidamente declinata di quella di Sil- 
vio Pellico. Perchèf Non solamente il 
fatto si spiega, ma panni ancora che 
molte ragioni congeneri si uniscano a 
prova a renderlo abbastanza chiaro. 



I. 



Anzi tutto V opera letteraria di Sil- 
vio Pellico non solo non rispose alle 
si)eranze, ma riuscì di gran lunga mi- 
nore di esse. 

L' Italia aveva ragione d' aspettarsi 
moltissimo da chi, non uscito ancora 
dalla prima giovinezza, aveva già com- 
posto la Francesca, V Eufemia, la Lao- 
domia. Quest' ultima, conie è noto, ven- 
ne sopju'essa dall'autore malgrado le 
kxli del Foscolo; ma le lodi vengono 
da tale giudice che s[)unta naturale il 
rammarico per quella soppressione, e 



170 Silvio Pellico 



spunta insieme il dubbio che Silvio Pel- 
lico, mandandola ad ettetto, non abbia 
commesso un grave torto verso 1' opera 
propria. Ohi sa! Allora la sna mente 
era tutta volta all'ideale romantico che 
sorgeva e accennava a trionfare in Ita- 
lia; (i forse gli piacque di offrire alla 
nuova scuola la ecatombe di questa 
tragedia di classico argomento, al qua- 
le è probabile che gli amici non aves- 
sero fatto troppo buon viso. Chiun- 
que bazzichi nel mondo letterario sa 
«pianto peso abbia per ogni chiesuola, 
massime se giovane e fervente, la scel- 
ta dei soggetti. Meglio per loro, a oc- 
chi chiusi, meglio cento volte la Fran- 
cesca! E il sacrifizio della greca Lao- 
domia fu consumato. Pel Foscolo intan- 
to, che subito alle prime scene dice di 
aver i)iaiito di commozione, essa dimo- 
strava nel Pellico « un' anima alta, un 
cuore ardente, un' immaginazione ab- 
bondante ed un ingegno insomma che 
fa sperare moltissimo, appunto perchè 
sbaglia per troppo ingegno e per ardi- 



iSilrio l'ellico 171 

tu iin]nii(leii/a ». E soggiun/^e iiclhi 
hitteni: « Ti dirò che tu ti ino.stri poe- 
ta anche a chi non vedesse fuor che 
soli certi bei versi di questa tragedia ». 

Ma (lualuiiqiie fosse il valore ogget- 
tivo di questo giudizio dell'autore (le\- 
V Aiace, certo è che la figura di Silvio 
Pellico in (}uel primo periodo delhi sua 
vita letteraria si i)reseiita jucna di ful- 
gidissiine promesse. Tutti Io riconoscono 
e lo sentono predestinato a covse vera- 
mente grandi ; e grande e libero è l'oriz- 
zonte che si schiude dinanzi a lui. 

Un bisogno vago, inquieto e potente 
di novità intellettuali e letterarie co- 
minciava a fermentare anche in Italia; 
«' Milano era, anche in ({uesto, a miyìo 
d' Italia. La Stemlhal scriveva allora, 
(;on una delle sue solite iperboli da in- 
namorato, che spesso dentro a palchet- 
to del teatro della Scala si riuuiva più 
forza di pensiero e movimento d' idee 
che in una glande capitale d' Europa. 

Casa Porro era il centro della cul- 
tura milanese; e qui Silvio Pellico con- 



172 Silvio Pellico 



versava con madama di Stael , con 
V Hobhouse, con nno degli Schlegel, 
dissertando, infiammandosi per le ide^ 
nuove. Giorgio Byron lo accarezzava e 
gii voltava in inglese la Francesca da 
Rimini. — Poi viene V impresa del Con- 
ciliatore; e Pellico, malgrado la giovi- 
nezza e l'animo remissivo e modesto, 
vi cami)eggia dentro e quasi vi coman- 
da d' autorità. Lo stesso Lodovico di 
Breme 1' « inspirato » di quel cenacolo, 
è pieno di rispetto per il giovine saluz- 
zese; e Borsieri, Camillo Ugoni, Grio- 
vanni Berchet, Giovita Scalvini, Giu- 
seppe Pecchio, perfino il Komagnosi, 
perfino Alessandro Manzoni ])aiono del- 
le figure secondarie vicino a lui.... 

Una lettera del Maroncelli annuu- 
ziaute il prossimo ingresso di Silvio 
nella Carboneria e intercettata dall' Au- 
stria, ruppe a un tratto e trHgicamente 
questo bellissimo iieriodo dì prei)ara- 
zione e di promesse. Silvio Pellico si 
vide piombato in uno di quei lunghi 
e duri cimenti dove le anime umane 



tìilrio l'ellico 173 



sono messe a i)rova (lillicilissiina e de- 
cisiva. 

È inutile sottilizzare; la i)rova fu più 
l'oire (leiraiiiiuo. Il triste tatto bisogna 
accettarlo e riconoscerlo : ina quale es- 
so In, includendovi tutti i suoi coeffi- 
cienti, senza restrizioni sofìstiche, senza 
spiegazioni arbitrarie. Alcuni, per esem- 
pio, hanno voluto di questo relativo 
smarrimento o infiacchimento dello si)i- 
rito di Silvio Pellico dare coli)a alla 
sua [)ietà religiosa, come se non bastas- 
se l'esempio del Manzoni a provare 
(]uauto vi sia di avventato in questo giu- 
dizio. No, la causa fu generica insieme 
e complessa. I Piombi di Venezia e 
le caseìnatte dello Spielberg non furo- 
no che il teatro doloroso in cui tutto 
un fas(;io di energie morali e fisiche 
s' andò logoran<lo e disfacendo. La na- 
tura umana ha questo veramente di no- 
bile e di resistente, che, in qualunque 
l)iù misera condizione cada, essa può 
semi>re mettere in salvo la propria di- 
gnità morale i)residiata dalla rettitiidi- 



174 SiMo Pellico 



ue degli intendimenti. E il povero Silvio 
n' è una prova e noi in quella sua ])a- 
ziente mansuetudine siamo obbligati a 
vedere un carattere di grandezza, che 
sta da se, clie non abbisogna di altri 
aiuti, che non teme di nessun altro con- 
fronto, che intlne trova in se stessa un 
compenso e quasi un guadagno di fron- 
te a tutte le altre sue grandissime ]>er- 
dite. Ma dopo che questo abbiamo ben 
volentieri riconosciuto, rimane anche da 
riconoscere un fatto evidente; e questo 
è che la personalità letteraria del Pel- 
lico restò colpita nel momento felice del- 
la propria formazione; e tanto mortal- 
mente rimase colpita che riuscirono poi 
vani tutti gli sforzi per farla riavere. 
Silvio non è più!.... Con questo gri- 
do finisce la lirica per la creduta aior- 
te da me citata più sopra; e diceva, in 
un senso, il triste vero. Quel Silvio, che 
la gioventù lombarda e romagnola ave- 
vano salutato come il giovine principe 
di una letteratura nuova; 1' Euforione 
fortunato che, un momento, parve de- 



Siirio Pellico 1 75 

Stillato a rai)[)iesentHiv nelle lettere 
italiche le armonie dell' antica e della 
moderna bellezza, ecco che, appena toc- 
co il suolo, veniva n»])it(> dalle inimi- 
che latenze e andava a s[)egnersi in 
un tetro emisfero di scontorto di fiac- 
chezza e di umile abbandono. 

Ma chi voglia, andando un pò terra 
terra, studiare le vere cauvse del fatto 
credo che molto debba soffermarsi a 
considerare la educazione letteraria di 
Silvio Pellico, la quale fu incoerente, 
debole, incompiuta. Qui forse è il pun- 
to vitale della dimostrazione. Terenzio 
Mamiani scrivendo di Alessandro Man- 
zoni doi)o la sua morte, disse già che il 
vero stato civile della sua lingua e del 
suo stile italiano bisognava andare a 
cercarlo, piuttosto che alle anagrafi di 
Firenze, a quelle di Parigi. Vero an- 
che questo; ma io, guardando agli ef- 
fetti che ne seguirono, non mi sento il 
coraggio di sentenziare che quello fu 
proprio un male o solamente un male. 
Certo è che il Manzoni , andato gio- 



176 Silvio Pellico 



viuetto a Parigi , si trovò subito in 
coni pagina di nomini d'alto ingegno e 
di nn gusto nelle lettere più castigato 
e severo che i tenii)i non comportas- 
sero. Con la guida specialmente del 
Fauriel, egli bevve alle fonti piìi pu- 
re della prosa e della lirica francese 
e neolatina; poi aggiunse di proprio 
uno studio così serio e così perseve- 
rante della italianità che nello scrit- 
tore le ragioni dello stile nazionale ri- 
masero sostanzialmente incolumi, men- 
tre il suo contatto coi più grandi mo- 
delli della letteratura francese non era 
senza grandi vantaggi. I puristi stre- 
pitarono allora e non tacciono ^anche 
adesso; ma io seguito a credere che al 
Manzoni, e per conseguenza a tutta la 
letteratura italiana, quel contatto e 
quella fusione furono assai più di gio- 
vamento che di danno. 

Il buon Pellico invece, stabilitosi 
anch' egli giovanissimo a Marsiglia, nel- 
la città mercantile, in un ambiente di 
mediocrità, si volse tutto alla lettera- 



Silvio Pellico 177 



tura iVaiKiese, delilnn-ato a farne la pro- 
f'<'ssi()iio della sua vita ; e per sua luaji- 
fiior (lis<>razia trovò i maestri e i mo- 
delli in (juella ('omi)assata e j^oiitìa e 
vuota poesia del primo Impero, che me- 
ritò i severi giudizi di Sainte-Benve. 

Troppo francese aduucpie, e francese 
della pefiji'ior fatta, fu la educazione 
letteraria di Silvio. Arrivò è vero il 
carme fos(;oliario I Sepolcri a scuoterlo, 
a infiammarlo, a dargli una specie di 
febbre nostalgica della letteratura del- 
la sua patria, alla quale ritornò quin- 
di con tutte le forze dell'animo; ma 
una evoluziotie letteraria, e di tanto pe- 
so, non era facile a compiere, come, ahi- 
mè, una evoluzione ]»olitica! A Milano 
Silvio Pellico insegnò francese e gio- 
va cre<lere che studiasse l' italiano. Ma 
gli uomini e i fatti lo traevano come 
in un vortice; e non credo che egli tro- 
vasse mai il tem])o tranquillo che gli 
abbisognava per compiere il « saluta- 
re lavacro » e us(nrne veramente « rin- 
novellato ». In sostanza, agitandosi con 

12 — K. Panzacchi : Donne e Poeti. 



178 Silcio l'ellico 



ardor giovanile tra il Monti e il Fo- 
scolo, tra classici e romantici, tra let- 
teratura e politica, egli scavizzolò alla 
meglio una l'orma letteraria che non era 
più francese ma che certo non poteva 
dirsi vigorosamente italiana; e spinto 
dalla necessità di fare, mise fuori i suoi 
primi componimenti, tra i quali la Fran- 
cesca, che « non ebbe dai giornali mi- 
lanesi fuorché vituperii ». Per fortuna 
il pubblico non badò che alla geniale e 
giovanile anima di poeta che traboc- 
cava da ogni scena e quasi da ogni 
verso della nova tragedia d'amore, ren- 
dendo scusabili e amabili persino i di- 
fetti suoi. 

II. 

Sulla Francesca da Bimini fermiamo- 
ci un poco perchè rappresenta il mo- 
mento aureo della vita del poeta. Gli 
applausi, le lagrime e la grandissima 
fortuna teatrale non hanno impedito 
l'ufficio della critica su questa trage- 
dia fin dall'origine; e credo anzi che 



Silvio Pellico 179 

abbiano piuttosto contiibiiilo a icimIcm'- 
la sevcìra. TOsainiiiato il canto dantesco, 
Francesco De Sanctis conclude: « Quan- 
do io jxMiso a Silvio Pellico, non so 
])ersuaderiui coin(i tante sfumature, tan- 
te finezze e delicatezze di sentimenti 
gli siano potute sfuggire, e come gli 
sia uscita dalla penna una Francesca 
tutta di un pezzo e di uiui fattura così 
grossolana ». 

Questa sentenza del De Sanctis vie- 
ne do\Hì una investigazione del tipo di 
Francesca come si formò e visse nella 
visione ideale di Dante; e nella terribi- 
lità «li quell'immediato confronto trop 
pò si spiega la severità del giudizio. 
Già air audace giovane saluzzese ave- 
va ammonito il Foscolo: — Lascia sta- 
re i nu)rti di Dante; farebbero paura 
ai vivil — Ma messo in disparte Dante, 
dal <iuale in sostanza nulla di essen- 
ziale i)rese il Pellico, tranne la remi- 
niscenza del « libro galeotto » goffa- 
mente spostandola e piìi gofìamente an- 
cora intercalando, fra i suoi, due ver- 



180 iSilvio Pellico 



si del cauto V, contentiamoci di conside- 
rare la Francesca nella linea storica del 
nostro teatro tragico. Qui si compren- 
deranno anche i pregi del lavoro e si 
avrà la spiegazione della costante for- 
tuna che ebbe e che non gli è ancora del 
tutto cessata dinanzi al pubblico. 

Chi legge, non più l' Alfieri, ma le 
tragedie degli imitatori che in quel tem- 
po pullulavano e hanno seguitato pur 
tro])po lino al nostro tempo, vede che 
dalla serrata rapidità dell'azione e dal- 
la energica interezza dei tipi siamo pas- 
sati ad una specie d' immobilità decla- 
matoria e ad una secchezza addirittu- 
ra extraumana. In quelle condensazio- 
ni, tutte meccaniche ed esteriori, ogni 
spirito di vita è sempre più eliminato 
dal dramma. Oramai si è ridotti ad 
aspettare quasi tutto 1' ettetto da certe 
battute sentenziose dei personaggi, fa- 
cendo assegnamento sulla corrisponden- 
te mimica degli attori. Intorno -aìV Ajace 
che il Foscolo stava componendo, Camil- 
lo Ugoni scriveva allo Scalvini: « Xon 



Silvio rellico 1x1 

mi iicoi<l<) (Ielle i)ailate liiii<>he e im- 
portanti, se non che vsono eminentemen- 
te belle, ma i brevi tratti snblimi mi 
stanno in mente: 

Un araUìo \ Ajace re de' Salamini. 
Agamenone | Attenda, 
die grande zittìo nel teatro allora ! Che 
brivido farà nascere questo « attenda» 
l)ronunciato da un attore che conosce 
la dignità e la maestà della scena! Che 
torrente di fnoco e di bile magnanima 
e di torsennatezsia guerriera sarà per 
quell' Aiace! « Scalvini mio, io vorrei 
dirlo questo «<<ew<?« .'... » Più st>tto la let- 
tera i»rosegne: «E quel saluto così ome- 
ricamente maestoso in bocca di Teucro 
e diretto all' Atride, 

T' onori Giove, o re dei forti ! 

Dimmi, <inel saluto non ti alza egli quat- 
tro palati da terra? » Bellissima cosa 
senza dubbio; ma lasciando anche da 
parte Sofocle e Shakespeare, è certo 
che nemmeno i tragici fraTicesi del buon 



182 Silfio l'elUco 



secolo erano arrivati inai a elevare di 
tanto i discorsi sull'azione e il valore 
astratto delle sentenze sali' atteggia- 
mento vivo e ])ersonale dei caratteri. 
Ora qui sta il nuovo e il buono del- 
la Francesca di Pellico. Chi non lo ve- 
de! Il tipo della protagonista discende 
d' un tratto immenso dalla luminosa al- 
tezza ])oetica in cui Dante ce 1' aveva 
mostrata; l'azione tragica è meschinel- 
la, 1' andamento scenico è impacciato e 
tautologico, lo stile invero e scialbo, i 
versi hanno S])esso api)ena a[)])ena quel 
tanto che basta perchè non si debbano 
dire dei versi zopj)i... Ep[)nre noi sentia- 
mo in questa tragedia un' aura insoli- 
ta di vita, che ci attrae e ci appaga. 
Nel suo breve ambito sentiamo la pie- 
tà e il terrore di un dramma vero; sen- 
tiamo umanamente veri i personaggi e 
passanti per quella varietà direi quasi 
accidentale di motivi psicologici, che ci 
fa fede della naturalezza e della sin- 
cerità delle loro passioni; e per questo 
li amiamo e ci appassioniamo di loro. 



Silvio Pdlui) 18:{ 

Liiiiciotto (novità siiditissiina a «piel 
teni]»») non è il solito tinuiiio altìeria- 
no o alla francese, che aecanipa la sua 
indomita ferocia e vi si drappe^'^ia 
dentro come antitesi d' obbliiio con l'a- 
more e col dolore degli altri personafi- 
gi. Bellissimo carattere questo di Lan- 
ciotto e generato vivo vivo da una fa- 
coltà veramente personale «lei jmeta. 
Fin dalla sua ])rima scena con Guido, 
sentiamo, che egli darà forse un fiero 
colpo alla tragedia dell'amore, metten- 
do in una i)enosa controversia i moti 
della nostra pietà; ma egli trionfa sul- 
le morbide suggestioni del nostro egoi- 
smo di spettatori parziali; e si finisce 
con ammettere volentieri che egli trionfi. 

O Guido! 

Quando ciiunte avrò 1p chiome anch' io, 
E vivrò nel passato e freddamente 
Guarderò i vizi e h) virtù mie antiche, 
Auche iillor rimembrando un' adorata 
Sposa che mi tradìa, tutta 1' antica 
Disperata ira sentirò nel petto, 
Ed imprecando fuggirò col guardo 
Verso il sepolcro 



1 ^i - Silvio l'ellico 



Linguaggio vero questo e cavato dalle 
viscere dell' anima. Dite lo stesso delle 
due scene tra' fratelli, specie quella pro- 
prio stupenda dell'atto quarto. 

Lanciotto. Di'; se tua sposa 

Fosse?... 

Paolo. Fraucesca? Ah, d' nu rivai pur 

[1' ombra 
Non soffrirei ! 

Lanciotto. Se uu tuo fratello amarla 

Osasse ? 

Paolo. Più uou mi saria fratello. 

Guai a colui che osasse amarla ! Il giuro, 
Guai a colui ! Lo sbranerei col mio 
Pugnai, chiunque il traditor si fosse. 

Lanciotto. 

Me pure assai questo desio feroce, 

E trattengo la man che al brando corre ; 

Credilo, a stento la trattengo !... 

Lo stesso dicasi della scena fra Paolo 
e Francesca nel terzo atto, a cui nuoce 
qua e là la frase enfatica e il verso de- 
ficiente; ma dove scorre una corrente 



Silvio Pellico 1 s." 



ciildii (li vera jia^sionc amorosa a una 
scioltezza o un abbandono, che i tra- 
gici contemporanei del Pellico (il Nic- 
coli ni conn)reso) non osarono forse niai. 
Chi volesse i)ersuadersi meglio della 
verità di questo elemento schietto e 
giovanile che il Pellico portava nella 
tragedia italiana, potrebbe opi)ortuna- 
mente confrontare la sua Francesca con 
<iuella di Edoardo Fabbri cesenate, che 
pure ebbe molti e non immeritati loda- 
tori. Porte ingegno e bel carattere il 
Fabbri, tutto nutrito del più i)uro mi- 
dollo alfieriano, che lo sostenne tanto 
nelle lettere che nella degnissima vita 
tutta intìammata d'ardori patriotici! 
Compose dodici tragedie , tra le quali 
una Francesca da Rimini, che certamen- 
te ha pregi non comuni e la vince su 
quella del saluzzese , oltre che per la 
italianità dello stile , per ciò che oggi 
si chiamerebbe la ricerca dell' ambiente 
storico. Xella prima scena Francesca 



186 Silvio Pellico 



veglia sola di notte e ascolta il mare 
che iiiugge ii) gran tempesta: 



O Santo, 

O Forte, o Sempiterno! Deh, perdona 
Ai naviganti e al pellegrin smarrito.... 
Dal mar, dal ciel, dal tuo sdegno percosso. 
Che vale il picciol nom ? Di già le stelle 
Tramontano fra' nembi e pur non viene 
Pietoso il 8(mno!.... Malatesta è sordo 
A rimorsi, a procelle,... io veglio e peno !.. 
Dunque hau pace i tiranni, e 1' innocenza 
Ognor geme? 



Quando sopra gginn gè la cognata Ric- 
ciarda e gli annunzia che Paolo, cre- 
duto morto, è tornato e l'ha visto, 
Francesca grida : 

I^'ugga, 

Si salvi, se talor dorme il tiranno. 
Tirannìa va d' intorno e non chiude occhio. 

Ma in sostanza, questo tiranno o questa 
tirannia pesano su tutta la tragedia co- 
me una cappa di piombo. Dei momenti, 
a giudicarla dai discorsi, Francesca piut- 
tosto che una moglie che si tormenta 



Silvio Pellico 1X7 

\wv mi ;ilU'tt«> (M)liu'vule, fa iH'Uisare a 
una piiiicipessa romagnola del Diigen- 
to, die trami contro il marito e aj)pa- 
reeclii un eol])o di Stato; in molti punti 
il dramma amoroso minaccia di conver- 
tirsi in una congiura i)olitica, sempre 
contro il tiranno. Costui jmi non è sola- 
mente un mostro di crudeltà, ma se ne 
vanta e c'insiste sopra (!ome per tema 
clic il pubblico non !o sappia abbastan- 
za. Onde acca<leclie non solamente ogni 
spirito di ])iet()sa poesia dantesca viene 
escluso dalla tragedia del Fabbri, ma 
anche ogni senso di umana simpatia 
ne è quasi eliminato. I personaggi, uo- 
mini e donne, parlano in un medesimo 
stile vsincopato e sentenzioso, che fer- 
ma e spezza e dissolve l'emozione del 
lettore. Ed è peccato veramente, i)er- 
chè in (juei rari punti ove il Fabbri 
alquanto s'abbandona, si capisce su- 
bito che la vena dei sensi altamente 
umani non era scarsa in lui. Alla trop- 
po famosa apostrofe all' Italia, che il 
Pellico pone in bocca a Paolo, parmi 



188 Silvio Pellico 



che si contrappongano efficacemente 
questi versi messi in bocca dal Fabbri 
a Paolo stesso : 

Patria per me? qual nome! all'iufelice 
Cui vien rapita ogni cosa diletta, 
All'iufelice cui la speme anch'essa 
Fallì per sempre, è ricordanza amara 
Di patria ragionar. Sta nella patria 
Ogni beu degli umani ! Io non ho al mondo 
Che i mali miei !... 

Ebbe anche il Fabbri la buona idea 
di convertire in scena tinaie della tra- 
gedia la lettura degli amori di Ginevra 
e di Lancillotto, durante la quale Gio- 
vanni li sorprende e li tratìgge; ma l'a- 
zione ha da prima tanto divagato per 
avvolgimenti poco omogenei, che l'idea 
del « fato amoroso » la quale avrebbe 
dovuto intensamente dominare tutta la 
tragedia, è presso che smarrita nell'a- 
nimo degli spettatori; onde avviene che 
quella scena finale vien fuori come un 
accidente sinistro in cui i due amanti 
sono all' improviso colti e ammazzati 



iSiluìo Pellico 189 

<ìal tiiaimo e nulla j)iù. Fatto luttuo- 
so, insoiuina, c1ì(^ chiude comunque la 
tragedia; ma. non cataistrote vera. 

III. 

E torniamo a Silvio Pellico. Quale 
meraviglia se, sopraggiunto il carcere 
e col carcere le mortali malattie e i 
mortali abbattimenti e, di conserva, la 
dissuetudine e l'in)j)0ssibilità degli or- 
dinati studi e l'ozio forzato e gli stes- 
si faticosi esercizi mnemonici e l'isola- 
mento e la mancanza di consigli e di 
critiche nel grande e vitale ambiente 
della pubblicità, quale meraviglia, dico, 
se nello spirito del prigioniero quel suo 
nutrimento letterario, già per se scar- 
so, presto venne meno e lo las<5Ìò quasi 
vuoto ed esausto? Nel rileggere in que- 
sti giorni le molte liriche religiose e 
le Cantiche, che il Pellico compose du- 
rante e dopo la sua prigionia, mi si è 
venuta forniando in mente l'idea di nna 
speciale malattia psichica, ch'io chia- 



190 Silvio Pellico 



nierei anemia letteraria. lìfoii è che il 
poeta sia morto in lui; vive anzi in una 
specie di anelito incessante, in uno sfor- 
zo fervoroso che gii si leva dal fondo 
dell'anima, e col quale egli vorrebbe 
toccare un alto segno. Ma egli s' agita 
un i)oco e ricasca spossato. Non di ra- 
do l'inizio d'un componimento o, come 
direbbero i musici, lo spunto è felice e 
si vede che il tema si era presentato, 
alla prima, dinanzi alla fantasia del poe- 
ta con linee vaghe e nuove, con colori 
freschi e attraenti. Non è bello l'esor- 
dio della cantica Tancredaf 

E voi pur mie uative itale balze 
Siate albergo ai prodi. A quelle antiche 
Lance il mio sguardo affiso, onde severo 
Di questa sala addobbo bau le i)areti, 
E in ciascuna vegg'io di queste lance 
La storia di uu eroe. Tu generosa 
Fanciulla del Chiusone abbi il mio canto. 
Del torrente Chiusone io visitai 
La sacra valle, e visitai quel loco 
Ove le gorgoglianti acque comprime 
Di qua e di là deserto, orrido monte ; 
E orrido più a sinistra e di pendenti 



SHcio Pellico 191 

Alto rapi tutto irto, il Mal-Aiulìiggio ; 
E siilii quelle rupi, ed ouibieggiatii 
Di scarsi iinnosi ])ini nua foutaua 
Mi dissetò... 

Non è pieno di gentili promesse il 
principio della lirica in morte della Te- 
resa Gontalonievi 'i 

No, pia, no, geutile 

Per me non sei niortii!... 

E molti altri esempi potrei citare; ma 
appena l' artista ha tatto pochi passi, 
subito lo invade una estenuazione e una 
insufficienza di forze che lo costringe a 
vacillare e ])iegare sotto il peso. Sono 
locuzioni intralciate, trapassi faticosi, 
innesti sgraziatissimi di modi volgar- 
mente i)rosaici accompagnati ad altri 
tutti aftettazione rettorica. È uno sten- 
to, un languore che fa pena. L' onda li- 
rica si rompe e svapora in quei tenten- 
namenti dello stilista inesperto ed esau- 
rito. I più nobili entusiasmi spirituali 



192 Silvio Pellico 



non serbano nemmeno la. sincerità del- 
l'accento e paiono esaltamenti a fred- 
do; la stessa pietà religiosa inciampa 
e smaiiia nelle minnzie di un bigotti- 
smo da femmiiiuccie. Il poeta stesso se 
ne avvede, se ne addolora e ne chiede 
ragione a Dio coìi nn' apostrofe abba- 
stanza felice: 



Perchè mi hai dato questa iuuefìabile 

Sete di canto? 
Perchè poni tu in me questi palpiti 

Ricchi d'amor? 



Egli, sogginnge, non ha « l'ener'gico 
inno del possente Manzoni» egli non pnò 
che versare gemiti e lagrime ai piedi del 
trono divino. Iddio gii risponde nel dia- 
logo, confortandolo: — Ispirai l' alto car- 
me d'Isaia; ma anche la rozza parola 
di Amos può consolare gii uomini e 
chiamarli a verità. — Ma mentre ci a- 
spettiamo dnnrpie gii accenti rudi , 
schietti, efficaxii di questo profeta pò- 



Silvio Pellico 193 



polare, ('(;l'o clie vieii giù lina sbroscia 
«li strofe come (jueste: 

— Da più secoli aquarciaiio Italia 
Parti luttauti: (?) 

Fa ch'io rotto impostori e inaguaniiiii 
Scerna fra lor. 

— Del Vaugel 1' amantissimo spirto 
Luce sia a tna ragione, a tnoi cauti : 
Spirar dei l'amor patrio de' Santi, 
Ch'è bontà, sacrificio ed onor... 

Così miseraiiieiite terminò il poeta 
che aveva esordito salutato dall' ammi- 
razione di Giorgio Byron e dalle spe- 
ranze di tutta Italia. 

Però la critica è obbligata a fermar- 
si dinanzi a un fatto che contiene una 
forte obiezione. Silvio Pellico, mentre 
appunto volgeva, anzi mentre si com- 
piva il periodo di quel suo dissolvimen- 
to letterario, scriveva Le mie prigioni, 
un libro che non solo è il suo capola- 
voro, ma che, a ragione, si considera 
come un modello di narrazione sobria, 
equilibrata, potente di poesia e di ve- 

13 — E. Panzacchi : Donne e Poeti. 



194 Silvio Pellico 



rità. Pietro Gioidani, che uou aveva 
alcuna ragione (V amare in Pellico né 
le idee nò la letteratura e che molte ra- 
gioni invece aveva di non amarlo, non 
seppe trattenere la propria ammirazio- 
ne per questo libro, confessandosi « spa- 
ventato » dinanzi alla sua efficacissima 
semplicità. Anche adesso che i fatti 
narrati sono tanto lontani e che la pie- 
tà è naturalmente illanguidita e che la 
suggestione politica non entra più, se- 
greta consigliera, a piegare P animo in 
favore del libro, il libro resiste agli 
assalti del tempo, alle mutate ragioni 
delle idee e del gusto, alla stessa vo- 
glia preconcetta che uno i»otrebbe be- 
nissimo avere di trovarlo minore della 
fama e della fortuna. Si prende in ma- 
no il volumetto , si procede d'uno in 
altro capitolo, tante volte letti, e a. bre- 
ve andare la prima ammirazione vi rijn- 
glia, vi domina, vi soggioga. Si rivedono 
i luoghi, le persone, gli epivsodi del lun 
go dramma doloroso, ripensato con tan- 
ta mansuetudine e raccontato con tan- 



Silvio Pellico 195 

t;i iiiiriuiilczza; s'arriva all' ultima i)a- 
ji'iiia, si ii[>(>iu' il ])i(*c<)l() libro, ina si è 
convinti che verrà un giorno in (mi hi 
sognerà ri]n'en<lerlo e rileggerlo... Il li- 
bro (Ielle Prigioni avrà insomma dei 
difetti letterari, ne ha anzi senza dub- 
bio, ma non (;erto di quelli i)ei quali un 
tempo ]iuggero Bonghi lamenti) e cercò 
di spiegare la scarsa corrisi)on(lenza che 
esiste fra la cuiiosità del pubblico e i 
libri scritti nella nostra lingua. E (jue- 
sto certamente non è piccolo pregio. 

È il miracolo non infrequente della 
letteratura auto-biografica. Silvio Pelli- 
co, nel periodo del suo scadimento let- 
terario, ebbe ancora la forza di osser- 
varsi e di rac(;ontare: l'osservazione fu 
nitida, la narrazione fu sem])re, non so 
se storicamente ma certo artisticamen- 
te, sincera; e il bellissimo libro venne 
fuori. Fu <;ome un drappo jìrezioso e 
pietoso che il liberato dallo Spielberg 
gettava soimi la sua morta giovinez- 
za d' nomo e di poeta. 

fj' anemia letteraria poteva continua- 



196 Silvio Pellico 



re il suo corso. Oramai lo stesso Pel- 
lico ne era convinto. Si sentiva infiac- 
chito, sfinito; e anche di questo si ri- 
metteva con umiltà cristiana al buon 
Dio, che dona e che toglie. 

Quanta ressa di consigli, di eccita- 
menti, di rimproveri, talvolta anche a- 
cerbissimi, non fu fatta per vent' anni 
intorno al povero Pellico perchè ripi- 
gliasse la penna e non deludesse piti a 
lungo il pubblico italiano di grandi a- 
spettazioni che avevano tutte le appa- 
renze per dirsi non solo legittime ma ben 
anche imperative! Talvolta egli, tanto 
per dimostrare la sua buona volontà, 
si rimetteva a qualche lavoro di lena 
e ritentava la tragedia, la cantica, il 
romanzo; ma io tengo per fermo che 
non gli avrebbero sorriso, come un be- 
neficio postumo, le postume pubblica- 
zioni della Civiltà Cattolica e di altri-. 

La verità sul proprio fato di [)oeta 
egli l' aveva ben chiara nelP animo, il 
buon Silvio; e l'aveva molto onesta- 
mente scritta a Federico Gonfalonieri 



Silvio Pellico 197 



nel Miifigio del 1838. « Tu ed altri 

buoni mi colisi gliereste a scrivere 

Ottima è la vostra cara intenzioue; 
e seguirei il consiglio se potessi. Mi 
manca la salute, mi manca quel pun- 
golo d' ambizione e di speranza che 
sprona; mi manca la fiducia delle mie 
forze, le quali davvero conosco deboli: 
sono un uomo che ho poco fiato, un 
uomo che vive poco distante dalla tom- 
ba e sorride alle voci che gli dicono: 
sorgi!... Sì, amico e fratello mio, sor- 
gerò, ma non \nh sulla terra. Qui la 
mia parte è oramai finita ; e se ora ve 
ne ha una, eli' è di patire e amare in 
silenzio. Del resto è assai verosimile, 
che se invece di pochissimi volumi da 
me scritti, ne avessi dato ancora pa- 
recchi al pubblico, l' eftetto sarebbe sta- 
to minore.... » 

Bisogna chinarsi con riverente pietà 
dinanzi a questa confessione. 



INDICK 



Giosuè Carducci P«g- 1 

I. Miei ricordi » ivi 

II. Odi barbare (Le terze) ... » 17 

III. Carducci umorista » 64 

A « Sfinge » » 77 

Desdeiiiona » 91 

Nicolò Tommaseo » 109 

Attilla. » 129 

Mignon » 147 

Silvio Pellico » 165 



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