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Full text of "La Panarie"

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ne) - Arturo Zardinl. 
La Rosea ne (La Resiana) • 
Arturo Zardlni. 



DISCO R. 10197 



L'Ave Marie (L'Ave Maria) - 
Franco Del Frassino. 

a) Maridaile (Datele marito) - 
Franco Del Frassino. 

b) L'Ai domandade di sabi- 
de -(L'ho chiesta in isposa sabato). 



DISCO R. 10199 



L. 20. 



a} Aniiiyvapìii fortune (andia- 
mo, avremo fortuna) - Del Frassino, 
b) Oh! ce biel cis9hei a 
Udin - (Oh! che bel castello a 
Udine) - Canto popolare. 
Une mari (Una madre) G.Zorzi. 



L. 20.— DISCO R. 10200 



L. 20. 



Un salut 'e Furianie (Un 

saluto al Friuli) - Arturo Zardini. 
Serenade (Serenata) - y4r/wrt7 
Zardini - Assolo per soprano (Si- 
gnorina Enrica Cremaschi). 



DISCO R. 


10198 




L. 20.- 


Oh! tu 


steie 


(Oh ! tu stella) - Franco Del 


Frassino. 








a) Un 


ricuai 


pd d'amor (Un 


ricordo 


d'amore) 


- Franco Del Frassino. 




b) Ai è 


gnot 


e scur di pioe 


(E notte 


buia di pioggia) 


- Canto popolare. 





DISCO R. 10201 



L. 20. 



La Stàiere (La Stiriana) - Arturo Zardi- 
ni con recitativo per tenore (Sig. M. Mazzoli). 

a) Anin, varin fortune (Andiamo, 
avremo fortuna) - Franco Del Frassino. 

b) Oh! ce biel cisphei a Udin (Oh! 
che bel castello a Udine) - Canto popolare. 





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mente, festa per la vostra azienda, studio, 
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DELLA PROVINCIA DI UDINE 

La nuova Guida, in preparazione, che vi 
darà modo di conoscere la Città e Provincia 
di Udine nelle sue industrie e nei suoi com- 
merci, nelle sue bellezze naturali e artistiche. 

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/ manoscritti non si resti- 
tuiscono. ' Tutti i diritti ri- 
servati a norma di legge. 




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Prezzo: Lire 5. 
Abbonamento annuo: (nel 
Regno) Lire 25; (per le 
Colonie) Lire 30; (per l'E- 
stero) Lire 40. - Serie com- 
pleta: Lire 30. 



LA PANARIE 

Fondatore e Direttore: CHINO ERM AGORA 

SOMMARIO : 

" LA PANARIE „ CHE VA .. - Ernesto Varutti : LA MOSTRA PERMANENTE DELLA DISTRI'- 
ZIONE E DELLA RICOSTRUZIONE A ROMA - Attilio Venezia: PER IL BIMILLENARIO VIR- 
GILIANO - Francesca Nimis Loi : VILOTIS - FANCIULLA FRIULANA - Lodovico Zanini : IL SO- 
GNO DI UN MULO -Giuseppe Castelletti: UNA DONNA AL BUIO - FRIULANI IN AMERICA - 
Chino Ermacora: PROVINO VALLE ARCHITETTO - Silvio Marco Spaventi: L'ARCANO SCA- 
LIGERO DI VENZONE - F. D. Ragni : IL POEMA DEL MARE di Ettore Cozzani - MOSTRE 
D'ARTE DI FRIULANI - Cronache de " La Panarie „. 
COPERTINA di Carlo Someda de Marco : POZZO RUSTICO. 



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finanziamenti 
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(telefono 41.764) 

UDINE, Via Poscolle, 20 
(telefono 22) 

FIUME, Piazza Dante, 3 
(Telefono 1640) 

TRIESTE. Piazza Oberdan 
(Telefono 9088) 

Studio di architettura - Pro- 
getti, direzione, finanzia- 
mento, esecuzione lavori ad 
Impresa ed in Amministra- 
zione di qualsiasi opera ci- 
vile od industriale - Ammi- 
nistrazione di Società e di 
aziende patrimoniali - Ope- 
razioni di Credito Fondiario 

- Sede de L'EDILTECNICA 

- Forniture ed applicazioni 
speciali relative all' Edilizia 
moderna - Ufficio vendita 
ed Impresa di posa dello 
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LA PANAR/E,, CHE VA. 



^ BBIAMO doverosamente ringraziato, 
À-i nel numero scorso, la benemerita So- 
cietà Filologica Friulana « O. /. Asco- 
li », la quale volle impedire la sospensione 
di questa Rivista; ma al nome del suo Pre- 
sidente S. E. Von. Pier Sylverio Leicht, dob- 
biamo altrettanto doverosamente accompagnare 
i nomi di 5. E. il sen. Elio Morpurgo, nella 
sua veste di Vice- Presidente del Consiglio 
Provinciale deW Economia, e dell' on. co. Gino 
di Caporiacco, Podestà di Udine, i quali 
rivolsero un fervido appello a varii Enti delle 
Provincie di Udine e di Gorizia affinché as- 
secondassero « la nobile iniziativa, intesa ad 
assicurare la vita a una pubblicazione che 
onora il Friuli e che ne esalta il nome in 
Italia ed aW estero. » 

L'autorevole invito non è rimasto senza eco ; 
anzi, per esso, pili ci ha confortati l'unanime 
consenso morale dovuni^ue riscosso, che quasi 



lo stesso aiuto materiale. A tutti coloro che 
del primo e del secondo ci sono stati e ci 
saranno larghi, rinnoviamo l'espressione della 
nostra gratitudine vivissima; agli Enti sotto 
elencati, che hanno voluto manifestare a « La 
Panarie» un segno di tangibile e affettuoso 
attaccamento, rinnoviamo non soltanto l'espres- 
sione di tale gratitudine, ma tributiamo un 
plauso friulanamente cordiale : 

Società Filologica « O. /. Ascoli » — Am- 
ministrazione Provinciale di Udine — Am- 
ministrazione Provinciale di Gorizia — Co- 
mune di Udine — Comune di Gorizia — 
Consiglio Provinciale dell'Economia di Udine 
— Consiglio Provinciale dell' Economia di 
Gorizia — Federazione Fascista dei Com- 
mercianti di Udine — Federazione Fascista 
dei Commercianti di Gorizia — Federazione 
Fascista Industriali di Gorizia — Famiglia 
degli Artisti Friulani. 



321 



LA PANARIE, 21 



ABBONATI SOSTENITORI 

PER IL 1930 

(PRIMO ELENCO) 

BANCA COMMERCIALE - Udine 

BECCARIA- RIZZI ANITA - Torino 

BERNE CAV. GIACOMO - Milano 

BROILI CAV. ENRICO - Udine 

CONSIGLIO PROVINCIALE DELL'ECONOMIA - Udine 

DEL TORSO co. ALESSANDRO - Udine 

DI COLLOREDO-MELS marchese CAMILLO - Firenze 

FEDERAZIONE FASCISTA INDUSTRIALI - Udine 

GIRARDINI coMM. EMILIO - Udine 

GORTANI ON. PROF. MICHELE - Bologna 

ISTITUTO DI CREDITO FONDIARIO PER IL FRIULI 

ORIENTALE - Gorizia 
ISTITUTO FRIULANO ORFANI DI GUERRA - Rubignacco 
MOROSSI AVV. ANTONIO - Udine 
NARDINI AVV. EMILIO - Udine 
PERUSINI GIUSEPPINA - Udine 
POZZO DOTT. ANTONIO - Udine 
R. ISTITUTO TECNICO « A. ZANON » - Udine 
SALVADOR EMILIO - Chamonix (Francia) 
SINDACATO INTERPROVINCIALE POLIGRAFICI - Udine 
SOCIETÀ VENETA - Udine 
SODALIZIO FRIULANO - Venezia 
TOMASONI CAV. GIACOMO - Udine 
TRANVIE DEL FRIULI - Udine 
VALLE ARCH. PROVINO - Udine 

L* abbonamento sostenitore (Lire 100) è la migliore e più 
tangibile dimostrazione di attaccamento a La Panarie, la 
quale — come ognun sa — compendia una somma di 
sacrifizi a cui i collaboratori tutti sottostanno lietamente, 
mirando ad un'unica mèta: a rendere un concorde tributo 
di amore al nostro Friuli. 



322 




ol. l.i.lMOlltLLI. 



Udine mutilata. 



LA MOSTRA PERMANENTE 
DELLA DISTRUZIONE E DELLA 
RICOSTRUZIONE A ROMA 



NEL salone delle glorie del Monumento 
della Patria, per volontà del Capo 
del Governo, ha trovato degnissima 
sede la Mostra permanente della Distruzione 
e della Ricostruzione : documento vivo e 
palpitante di tre lustri di gloria, di dolore 
e di lavoro, che non saranno mai obliati. Il 
voler conservare i documenti di tutto il for- 
tunoso travaglio vissuto dal Friuli in questi 
tre ultimi lustri di passione, è stato un giu- 
sto riconoscimento di quanto, in questo 
estremo lembo della Patria, fu fatto per la 



vittoria e per la rinascita, attraverso sacri- 
fizi fortemente e nobilmente sostenuti. 

La Mostra permanente della Distruzione 
e della Ricostruzione, che è parte integrante 
del museo della guerra, riguarda le Pro- 
vincie trivenete ; ma, per evidenti ragioni, 
il contributo più ampio, e sotto un certo 
aspetto pili interessante, è offerto dalle Pro- 
vincie sorelle del Friuli, Udine e Gorizia, 
che in questa Mostra hanno una posizione 
di primo piano, hifatti la parete centrale 
(lato sinistro Udine, lato destro Gorizia) che 



- 323 - 



LA PANARIE 




FOT. SANDRI. 



Udine - L'abbattimento delle campane del Duomo (1918). 



per tutta la sua lunghezza divide il salone 
delle glorie (lungo oltre 50 metri) è stata 
assegnata alle provincie nostre, le quali si 
presentano con gran copia di interessanti 
documenti. 

Tale parete è stata, mediante colonnati, 
divisa in undici comparti di metri 3.50 per 
metri 2.15 ciascuno, interamente coperti del 
materiale goriziano ed udinese. Gli stemmi 
delle due provincie e delle due città friulane 
spiccano chiaramente su ogni colonnato, al- 
ternati da fasci littori e dagli stemmi dei 
singoli mandamenti. 



La prima idea di una Mostra della Di- 
struzione e della Ricostruzione delle pro- 
vincie trivenete, che riunisse in organica 
unità — tanto da permettere al visitatore 
uno sguardo sintetico d'assieme — il lavoro 
di ricostruzione compiuto nel decennio dopo 



la guerra nelle provincie devastate, sorse da 
una preoccupazione di carattere economico. 

Da questo motivo iniziale si sviluppò la 
Mostra che, per ragioni diverse e per il suo 
peculiare carattere, assurse poi alla impor- 
tanza di una documentazione in certo qual 
modo largamente integrativa dei dati raccolti 
intorno alla storia militare. Con l'aggiunta 
di questa Mostra al museo romano, la storia 
della guerra prende ini carattere di maggiore 
unità e organicità. 

L'idea iniziale, come abbiamo detto, era 
sorta con l' intenzione di far vedere come 
le Provincie trivenete, ad opera dei propri 
alacri figli e per l'ausilio avuto dal Governo, 
nel breve giro di un decennio si fossero 
sapute mettere al passo con il resto del 
paese, sanando e facendo dimenticare tutte 
le eredità passive che sul loro suolo la 
guerra aveva seminato con tanta e, pur- 
troppo, generosa dovizia. Le provincie tri- 



324 - 



LA MOSTRA PERMANENTE DELLA DLSTRUZIONE E DELLA RICOSTRUZIONE A ROMA 



venete in un decennio non solo avevano 
ripristinato tutte le loro attività distrutte o 
sviate dal ciclone della guerra, che era pas- 
sato con maggiore o minore intensità sui 
loro territori, ma avevano, e questo era 
quanto si voleva e si potè dimostrare, ri- 
preso il ritmo operante al pari di tutte le 
loro consorelle italiane. 

Pure muovendo con la Mostra della Di- 
struzione e della Ricostruzione da tale mo- 
desto — per quanto nobile — intento di 
carattere economico, gli ordinatori, per la 
logica forza delle cose, dovettero, sin dal- 
l'inizio del lavoro preparatorio, dare un in- 
dirizzo pili ampio alla manifestazione e tale 
che la Mostra stessa diventò poi un docu- 
mento di alto valore morale e civile e di pal- 
pitante interesse nazionale. Perciò l' invito 
rivolto a tutti i comuni delle provincie tri- 
venete dalla Presidenza della X Fiera di 
Padova sintetizza chiaramente quali furono 



e quali sono i motivi ideali che hanno assi- 
curato a questa Mostra un degno posto in 
uno dei più belli e più vasti saloni dell'Al- 
tare della Patria. 



La provincia di Udine presenta la sua 
storia gloriosa e dolorosa della guerra, che 
va dai primi bombardamenti aerei del capo- 
luogo e dal grave scoppio di munizioni di 
Sant'Osvaldo, sino alla spogliazione meto- 
dica compiuta dagli Austro-Tedeschi nel pe- 
riodo dell'invasione nemica. La storia di 
quegli anni è ricordata con grafici e foto- 
grafie che documentano come questa pro- 
vincia di confine abbia dato, attraverso sa- 
crifizi grandissimi di persone e di ricchezze, 
il suo prezioso contributo alla Nazione in 
guerra. Con il comune di Udine — la cui 
documentazione per moltissime ragioni è 
una delle più commoventi — hanno con- 




ROMA (Altare della Patria) - Reparto della provincia di Udine. 



325 



LA PANARIE 




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ESERCIZI 19iy ^ 

NDU5T&IALI COn«£RC4Al>l 

N iOo«j5 N'^ 11323 



PERSONE OCCUPATE 




Roma (Altare della Patria) - Grafici esposti a cura del Consiglio Provinciale dell'Economia di Udine. 



corso largamente a far conoscere la loro 
vicenda i comuni di Pontebba, di Dogna, 
di Cividale, di Palmanova, di Cervignano, 
ecc. ecc.; e tutti questi piccoli e grandi cen- 
tri del Friuli, che hanno vissuto gli anni 
della guerra e dell'invasione con fermezza 
eroica, hanno saputo in breve tempo far 
scomparire le rovine seminate dalle lotte e 
risorgere rinnovati dal lavoro. 

Il materiale inviato dal comune di Udine 
e quello raccolto dal Consiglio Provinciale 
dell' Economia è stato cosi distribuito : 

Nel primo, secondo e terzo comparto sono 
stati collocati le fotografie e i documenti 
raccolti e presentati dal municipio di Udine. 
È questa una documentazione dei danni 
recati alle abitazioni private, urbane e rurali, 
agli Istituti di educazione, all'ospedale civile, 
alle chiese, ai campanili, alle scuole, da bom- 
bardamenti aerei o da incendi, alcuni dei 
quali dovuti alle nostre truppe in ritirata 



per distruggere depositi di materiale utili al 
nemico, altri — e qui l'animo è preso da 
una stretta dolorosa — cagionati dal nemico 
stesso per sete di vendetta o per spirito di 
vandalica e metodica distruzione. 

Sono numerosi i documenti di Udine du- 
rante l'invasione: ufficiali superiori austriaci 
e germanici nei caffè cittadini, in piazza, 
lungo le vie. Di vivo interesse sono le foto- 
grafie riproducenti la visita dell'imperatore 
alla città conquistata, la bandiera giallo - 
nera agli edifizi pubblici, la spogliazione di 
tutte le campane dai campanili. Vi è ag- 
giunta, a completamento, una raccolta di 
tutti i buoni emessi dal Comitato cittadino 
provvisorio. 

Nel quarto, quinto, sesto e settimo com- 
parto, a cura del Consiglio Provinciale del- 
l'Economia, sono esposte alcune tabelle di 
raffronto e statistiche dei danni cagionati 
all'agricoltura, all'industria casearia, al pa- 



- 326 — 



LA MOSTRA PERMANENTE DELLA DISTRUZIONE E DELLA RICOSTRUZIONE A ROMA 



trimonio zootecnico e alla maggior parte 
delle diecimila aziende commerciali e delle 
settemila industriali, iscritte nell'ottobre del 
1917 alla Camera di Commercio di Udine. 

Con chiare fotografie è testimoniato in 
quali condizioni furono ridotti i pili impor- 
tanti stabilimenti industriali della zona. Mag- 
giormente danneggiati risultano i cotonifici 
udinesi di filatura e ritorcitura siti sul 
Cormór, il cotonificio Morgante di Piovega, 
il cotonificio Amman, quello di Fiume Ve- 
neto, di Torre di Pordenone, di Rorai, il 
Makò di Cordenons, lo stabilimento di tes- 
situra e tintoria Spezzetti di Cussignacco, 
spogliati di tutto o di gran parte del mac- 
chinario, al punto di essere completamente 
inutilizzati. 

Anche per quanto riguarda i danni alle 
filande, alle svariatissime industrie alimen- 
tari, ai molini, alle linee ferroviarie, alle sta- 
zioni e ai manufatti della Società Veneta, 
ecc., nella Mostra vi è raccolto un imponente 
materiale documentario che dimostra ampia- 



mente quale opera sistematica di distruzione 
sia stata compiuta dal nemico. 

Neil' ottavo, nono, decimo e undicesimo 
comparto, pure a cura del Consiglio Provin- 
ciale dell' Economia, figurano fotografie e 
documenti inviati dai principali comuni del 
Friuli, che maggiormente soffrirono in con- 
seguenza della guerra e dell'invasione. Il più 
ampio contributo è dato da Palmanova, che 
ebbe distrutta oltre la metà de' suoi fabbri- 
cati e lesionata l'altra metà; da Pontebba, 
ridotta a un cumulo di rovine (133 case at- 
terrate dalle fondamenta e 119 rese affatto 
inabitabili), da S. Giovanni di Manzano, da 
Torre di Zuino, da S. Giorgio di Nogaro, 
da Latisana, da Cividale, da Pordenone, da 
San Vito al Tagliamento, da Gemona, da 
Tarcento, da Tolmezzo, da Dogna, da Am- 
pezzo, da Sacile, da Cervignano, ecc. ecc. 



La piccola provincia di Gorizia, che è si- 
stemata in questa Mostra di fronte alla so- 




GORiziA - Piazza della Vittoria (1918). 
— 327 — 



LA PANARIE 




Roma (Altare della Patria) - Comparto centrale della provincia di Gorizia. 



rella friulana, ha portato una documenta- 
zione che non può non renderla grande agli 
occhi di tutti gli Italiani. In questa docu- 
mentazione si ritrova la guerra — che ha 
battuto largamente questa bella provincia 
per tre anni — nei ricordi più gloriosi e 
pili tenaci. Nomi di paesi, di colline, di 
quote e di trincee sono nuovamente ripor- 
tati, attraverso la Mostra, quale documenta- 
zione di quanto fu distrutto e di quanto e 
dì come fu riedificato. 

Gli undici comparti assegnati al Goriziano 
raccolgono tutta l'epopea della città santa e 
del suo territorio, sul quale il fiore dell'eser- 
cito italiano combatté undici memorabili bat- 
taglie. In questa Mostra si ricorda e si do- 
cumenta questa storia con ampiezza e con or- 
goglio, perché tale documentazione è un alto 
titolo d'onore per la bianca città dell'Isonzo. 

Il materiale del Goriziano, raccolto con 
entusiasmo raro a cura del Consiglio Pro- 
vinciale dell'Economia di Gorizia, valida- 
mente aiutato dalla collaborazione solidale 
di tutti gli enti locali, è stato cosi distribuito: 



Nel primo e secondo comparto sono state 
collocate le fotografie inviate dai comuni di 
Cormòns, Farra d'Isonzo, Gradisca, Salona 
e Caporetto. Qui, fra l'altro, la S. A. Ce- 
menti Isonzo offre al visitatore la documen- 
tazione dello sforzo compiuto per dare vita 
al nuovo stabilimento di Salona, sorto sulla 
sponda destra dell' Isonzo. 

Nel terzo e quarto comparto fu collocato 
il materiale predisposto dalla Cattedra Am- 
bulante di Agricoltura, che dimostra come 
la guerra abbia ridotto le fiorenti aziende 
agrarie, i numerosi e razionali vigneti del 
Colilo e della Valle del Vipacco, i frutteti, 
le malghe, le latterie, ecc. Interessante è la 
documentazione fotografica che riguarda le 
più importanti aziende della zona, quelle 
cioè del cav. Alessandro Ciardi, già dei 
Bonaparte, con gli imponenti vigneti e gel- 
seti, dell'on. co. Ottavio Frova, con le vaste 
cantine modello di Villanova di Farra, del 
barone Locatelli, con le superbe stalle di 
Angoris di Cormòns, ecc. ecc. 

A corredo e a chiarificazione di questa 



328 



LA MOSTRA PERMANENTE DELLA DISTRUZIONE E DELLA RICOSTRUZIONE A ROMA 



documentazione fotografica è stata aggiunta 
una tabella dimostrativa, per quanto riguarda 
la parte finanziaria, dei danni cagionati dalla 
guerra ai terreni, ai vigneti, ai frutteti, ai 
boschi, al patrimonio zootecnico, agli attrezzi 
rurali, ecc. nella provincia dell'Isonzo, che 
possono essere compresi nei seguenti dati 
generali : al capitale terreno lire 268.602.949, 
agli attrezzi rurali lire 50.467.650, alle scorte 
lire 43.393.587, al capitale zootecnico lire 
50.063.815: danno complessivo L. 412.528.001. 

Nel qulntOy sesto e settimo comparto hanno 
trovato posto le fotografie della vecchia sede 
del Consiglio Provinciale dell'Economia, fo- 
tografie di sedi di Istituti bancari, di ospe- 
dali, convitti, scuole, chiese, ecc. distrutti o 
danneggiati dalla guerra; grafici e fotografie 
rare ed interessantissime presentate dal comu- 
ne di Gorizia che illustrano lo stato nel quale 
venne ridotta, per ragioni belliche, la città. 

Nel comparto centrale figura, fra l'altro, 



il ritratto di Vittorio Locchi, — il cantore 
della «Sagra di Santa Gorizia», — omaggio 
doveroso al Poeta che cosi fieramente cantò 
il martirio e la gloria della città. 

Alcune strofe della « Sagra di Santa Gorizia » 
commentano opportunamente i quadri più 
suggestivi. Presso la veduta generale della 
città durante i bombardamenti, c'è la leg- 
genda : 

Ognuno si preparava 
Santa Gorizia guardava 
e nel cuore lagrimava. 

Dove si vede l' Isonzo con lo sfondo brullo 
del Calvario, la parola del Poeta ricorda: 

Acqua azzurra d'Isonzo 
e sangue rosso d'Italia 
terra di Calvario 
e pietra di dolina 
impastano la calce 
la calce terribile 
che cementa in etertio 
la casa d'Italia. 




Roma (^Altare della Patria) - Reparto della provincia di Gorizia. 



329 



LA PANARIE 




Il Calvario. 



E pili sotto, le ore tragiche del combat- 
tente sullo stesso Calvario sono cosi rie- 
vocate : 

Chi sul Calvario viveva 
ancora, tra le vampe, 
tra i rugghi e gli urli 
tra le fosche fumate 
alte come piramidi... 

Anche il ricordo della Vertoiba e del San 
Marco è menzionato dal cantore di Santa 
Gorizia con indimenticabile plasticità : 

I vincitori che vivono 
fanno la guardia più innanzi : 
nei guazzi di Vertoiba 
con fango fino alla cintola, 
sul rosso San Marco... 

NelV ottavo comparto sono esposte le fo- 
tografie inviate dalla Soc. An. Cotonificio 
Brunner. Con grafici, con statistiche e foto- 
grafie è dimostrato lo stato veramente pie- 
toso nel quale la guerra aveva ridotto gli 
stabilimenti di Piedimonte del Calvario : sta- 
bilimenti che sono oggi risorti e trasformati 



e che accolgono migliaia di operai. In questo 
comparto vi sono anche interessanti foto- 
grafie della Soc. An. Industria del Freddo e 
di altri stabilimenti industriali, siti nel capo- 
luogo e in varie località della provincia. 

Nel nono comparto figurano le fotografie 
inviate dall'Amministrazione Provinciale di 
Gorizia, relative alla distruzione di impor- 
tanti stabilimenti, come il manicomio, ch'era 
uno dei più moderni e meglio attrezzati 
dell'ex Impero, dell'Istituto Provinciale per 
sordomuti, della Scuola Agraria Provinciale, 
dell'ospedale di San Michele, del Gerotrofio 
Provinciale, dell'Orfanotrofio di Gradisca, 
ecc. Non mancano, in questo comparto, in- 
teressanti fotografie dei tre importanti isti- 
tuti goriziani dei Fatebenefratelli : la signo- 
rile casa di cura Villa S. Giusto, l'ospedale 
generale di via Alvarez, la casa di salute di 
Montevecchio, sita alle falde del San Marco. 

Nel decimo ed undicesimo comparto figura 
il materiale inviato dai comuni di Santa 
Lucia di Tolmino, Capriva, Mariano, Tar- 



330 



LA MOSTRA PERMANENTE DELLA DISTRUZIONE E DELLA RICOSTRUZIONE A ROMA 




Gorizia - Piazza Caterini (1918). 




Ruderi del Monte Santo (1918). 



331 



LA PANARIE 



nova della Selva, Canale, Plezzo, Montenero 
d' Idria, Caporetto, ecc., materiale che serve a 
completare in un chiaro quadro d'insieme il 
danno sofferto dalla provincia e la resurrezione 
avvenuta in un decennio di lavoro. 

La suggestiva veduta di Tolmino è com- 
mentata dai versi del Procacci : 

Canta l'Isonzo nna canzon d'amore. 

Carezza in verde, sogno di chimera, 
Tolmino tntta bianca e sorridente 
nel fulgore del sol, lembo d'Italia! 

Pure la veduta del colle di Tolmino, il 
cosidetto, dai nostri valorosi fanti, « Pan di 
zucchero », è seguita dai versi del Procacci : 

È dolce il nome tuo, nome di pace, 
di superate lotte fra giganti : 
rimane sol dell'era più pugnace 
un bianco cimiter d'eroici fanti. 



Opportunamente e degnamente con que- 
ste due leggende poetiche, la Mostra del 
Goriziano si chiude. 



Questa Mostra, che sarà perenne testimo- 
nianza della storia del nostro Friuli, inse- 
gnerà alle generazioni venture parecchie 
cose: poiché da tutte le documentazioni rac- 
colte sorge un monito, che è anche un inse- 
gnamento di cui non potranno a meno di 
fame tesoro i visitatori. I quali comprende- 
ranno come sia difficile e doloroso vincere 
una guerra e come sia altrettanto faticoso e 
virilmente arduo vincere la pace risanando, 
con tenacia e con fede, le ferite cagionate 
dalla guerra stessa. 

Fot. Hofmann Eckerl. Ernesto Vartxtti. 




Gorizia - Erma di V. Locchi. 



332 



PER IL BIMILLENARIO 
VIRGILIANO 



NEL 1930, a metà ottobre, compiranno 
duemila anni dalla nascita di Virgilio. 
Alcuni fra i più insigni maestri che 
la storiografia italiana vanti attualmente — 
e fra questi con reverente orgoglio troviamo 
anche i nomi cari e onorati di Pier Sylverio 
Leicht e di Luigi Suttina — hanno rivolto, 
nel sacro idioma dei nostri proavi, un ap- 
pello lectoribus omnibusque Vergili amato- 
ribus. L'appello è rivolto agli studiosi di 
tutto il mondo, perché niilla enim gens est 
particeps vitae caltus humanioris quae Ro- 
manum Vergilium non admiratione et imi- 
tatione sit prosecuta, e però la celebrazione 
bimillenaria deve assurgere per noi Italiani 
all'altezza d'un rito sacro della stirpe, cam 
Vergilius apnd nos ortiim habuerit, eamqae 
sernper venerati sinms quasi nostrae gentis 
maximum Geniam et domesticum Larem. 

Veramente massimo Genio e domestico 
Lare chi ha avuto per il primo l' intuizione 
di un' Italia una nelle bellezze, nello spirito, 
nelle opere e di questa Italia si sente figlio 
e a questa Madre scioglie il suo inno com- 
mosso di fervido amore. 

L'Italia di Virgilio è sopra tutto un'Italia 
operosa. Dopo il travaglio delle guerre da 
cui è sorto r Impero, egli sente che nella 
pace di Augusto 

magnus ab integro saeclonim nascitiir ordo, 

è però un rinnovamento che è piuttosto un 
ritorno alla vita semplice e serena dell'agri- 
coltore, che lavorando la terra incurvo 
aratro dà la vita, il benessere, la potenza 
alla patria diletta. 

Hanc oliin veteies vitam coluere Sabini, 
liane Renius et fraties, sic fortis Etruiia crevit 



scilicet et rerum facta est pulcherrima Roma, 
septemque una sibi muro circumdederit arces. 

Virgilio ama sopra ogni cosa la campa- 
gna; l'ama con religioso amore, poiché con- 
sidera la vita rustica come la sola degna 
dell'uomo : 

Fortunatus et ille, deos qui novit agrestes 
Panaque Silvanumque senem, Nymphasquesorores. 

L' Italia eh' Egli sogna è la beata Saturnia 
tellus, su cui gli uomini vivevano in comu- 
nione con gli dei, paghi del poco, sereni 
nella fatica perché la famiglia e con essa la 
stirpe crescano prospere e rigogliose. 

Ebbene, nessuno forse quanto il Friuli 
sente suo questo Virgilio agreste. Abbiamo, 
quindi, una ragione ben nostra di celebrarne 
nell'ottobre prossimo il bimillenario. Se per 
tutti gli Italiani Egli è maximus Genius e 
domesticus Lares, per la gente friulana è 
pure l'assertore delle più alte e pili antiche 
aspirazioni. 

Come celebrare il bimillenario ? Questo si 
potrà vedere a suo tempo ; o meglio lo ve- 
dranno i competenti. Ma in quanto al « dove», 
mi pare che non vi sia nulla da discutere : 
AQVILEIA. 

Qui il ricordo della Repubblica e dell'Im- 
pero ; dello sterminio barbarico e della re- 
surrezione cristiana ; e anche della schiavitù 
asburgica e della redenzione. Aquileia è ve- 
ramente il sacrario del Friuli. 

Dunque il Friuli celebri ad Aquileia il 
bimillenario vergiliano. Ma ne faccia la cele- 
brazione d'un rito agreste, come Io spirito 
georgico di Virgilio impera, come il genio 
della gente nostra desidera. 

Fortunatus et ille, deos qui novit agrestes. 

Attilio Venezia. 



333 



VILOTIS 



Jò ca sole d'une bande 
E tu vie lontan lontan ; 
Pur 'o sint che tu mi tégnis 
Simpri strete pa la man. 

Pa la man tu mi compàgnis 
E la fuarze tu mi dàs, 
Di podé frontà la vite, 
Di ciatà speranze e pàs. 

L'amor vèr no'l à distanze, 
Al è lùs, al è pinsìr : 
Al nudris l'anime nestre 
Fin al nestri ùltin respir. 



* 
* * 



Il balcon de la to ciàse 
Al è in fazze al mio balcon 
Jò ti spieti ogni matine 
Par cucàti di scuindòn. 



Cheste gnot 'o ài sintùde 
Une vós te scuretàt, 
Che planchin mi fevelàve : 
Jèrial siùn, o veretàt? 

No puès di. Sai c'o scoltavi 
Di bot senze respira : 
« Il Signor ti dà ogni grazie, 
« No ti reste che brama. 

« Tu varàs l'àur del sorèli, 
« E il segrèt del cil turchin ; 
« Son par te stelis e lune, 
« Dut il mond, senze confin. » 

D' improvìs, cun gran coragio 
Soi mitude a di : « Signor, 
Ogni robe jò ti lassi. 
No domandi che l'amor ! » 



E tu végnis, tu ciantùzzis, 
Po tu ciàlis dut in zìr : 
Jò mi sint il ciìr c'al bruse... 
E tu frede al mio martìr. 



Zoventùt, lis tós promèssis 
Jèrin siùn senze realtàt ; 
Solitarie e pùare l'anime, 
Il so ben no à mai ciatàt. 



Fastu apuèste di no viòdi ? 
Sestu furbe, o dut candòr? 
Jò doman tenti une prove. 
Ti dìs fuàrt : « Fasìn l'amor ! 



Gluti làgrimis amàris, 
Scuindi simpri ogni sospìr, 
E puartà cun muse legre 
Dut il pés di chest martir. 



Ma la eros ognun à in tiare, 
No si s'ciampe dal destini 
Se Tom legri il Cìl hi jude. 
Vie, coragio ; su, ridin ! 



Francesca, Nimis Loi. 



334 




FANCIULLA FRIULANA. 



FOT. S. M. BUIATTI. 



335 



FRIULANI PER IL MONDO 

IL SOGNO DI UN "MULO,, 



Idue fagotti erano già pronti ai piedi del 
nostro letto. La mamma li aveva colmati 
con quanto di vesti e di altre robe aveva 
potuto. Ella aveva anche preparato un pic- 
colo guanciale, perché non si dovesse dor- 
mire proprio col capo sullo strame. Ma come 
farlo entrare se non c'era più posto? Si sa- 
rebbero dovute levare altre cose più neces- 
sarie. 

— Fait miór chi puèdis anele chest ari... — 
ella aveva detto, lasciandolo da parte; e 
nella sua voce tremava un accento insolito: 
il commosso accento del suo amore e del 
suo dolore. 

Ci aveva fatti coricare per tempo. Aveva 
rifatto il letto con più cura e con lenzuola 
di bucato. 

— Diinnìt ben almàncul usgnòt ; domàn 
di sère, cai sa mai data chi sarès ! 

La stanchezza me la sentivo per tutte le 
ossa, e una fitta mi pungeva ad ogni ri- 
torno del pensiero che la Germania stava 
per ghermirci di nuovo. 

Quel giorno era stato pieno di troppe cose. 
Avevo messo da parte certe mie inezie e 
riposti in una cartella i disegni riavuti alla 
scuola serale. 

— Tomista vie cai fornaslrs? — mi ave- 
vano chiesto con curiosità i miei compagni. 
«Peccato!» aveva concluso il signor Gattoli, 
sempre buono e incoraggiante co' suoi al- 
lievi; e la sua parola ancora mi suonava 
dentro come l'avviso di una possibile salvezza. 

Le ore passate in quell'aula tiepida e lu- 
minosa mi ripagavano dei lunghi viaggi, 
fatti anche a digiuno, quando, al ritorno 
dai campi, la cena non era pronta. E le cose 
dello studio popolavano la mia solitudine di 
piccolo pedone, cosi che io facevo il cam- 



mino anche senza accorgermi delle macchie 
paurose che, di solito, oltrepassavo vigilando, 
senza guardar troppo, e tenendo un passo 
più leggero e spedito, come se vi stesse 
appiattato l'orco delie favole che Nello con- 
tava nelle veglie della scartocciatura. 

Ma un fruscio improvviso nei fossati, o 
l'apparizione d'un fantasma sul biancore della 
strada, a volte mi riscuotevano, e il cuore 
mi martellava da spezzarsi. 

Una notte, dopo una di queste paure, av- 
verto uno scalpiccio di passi veri che m' in- 
segue. Io tengo diritto, che al minimo segno 
di fuga di certo sarei stato preso e finito. 
Cautamente mi affretto finché sono di corsa; 
ma r inseguitore, ancora più sotto ! Di sbieco 
mi par di scorgerne la figura mostruosa. 
Alle prime case del borgo un po' di coraggio 
mi torna; e che cosa scopro? che i terribili 
passi altro non erano che il sordo sbattac- 
chìo dei calzoni rimboccati. 

La mamma si accorse del mio pallore. 

— Ce asta?... ce ìsal stàt? — mi chiese 
vivamente. 

— Naie... mi à fate pòre chel cianàt di 
siòr Tite... 

La scuola era lontana cinque chilometri 
ed ella avrebbe voluto ch'io non mi fossi 
esposto al pericolo di quei viaggi notturni. 
Ma risolversi a dissuadermi, come? 

Ella, invece, mi secondava come poteva : 
anticipando la mia cena e, a volte, metten- 
domi in tasca, furtivamente, una crosta di 
formaggio mentre stavo per svignar via da 
quel piagnucoloso baccano che assordava la 
casa. L'avevo anche udita ripetere a mio padre: 

— No ta viòdis che a fuàrce di lambicàsi 
a cori a Sandenèl al ven su cussi strassintt? 

Ma nei giorni di pioggia — erano i più 



337 



LA PANARIE, 22 



LA PANARIE 



belli — quando uno di casa, nel vedermi sui 
disegni, diceva: 

— Dut timp piardàt ! no i ocòr disèn a 
un e* al va cai fomastrs ! — lei mi guardava 
in un certo modo, intuendo che la botta mi 
feriva. Neppure quell'anno, infatti, m'era riu- 
scito di partire coi muratori. 

— Cassi pìzzal, come e* al è, no la vaèlln ; 
e pò no'l è bon di là pes armadàres... — aveva 
concluso mio padre. 

Era vero: io avevo orrore del vuoto. Ma 
a quelle parole ero fuggito in fondo all'orto 
a dare sfogo al mio pianto. 

Poiché ero sempre triste e taciturno, mia 
madre insisteva : 

— J' orès savé, parcé che no ta sés mai 
contènt ! 

Che cosa potevo risponderle? Che io fan- 
tasticavo dietro ai pronostici dei miei mae- 
stri ? E che cosa avrebbe potuto fare lei, che 
non disponeva del necessario per vestirci, 
tanto che a scuola io non alzavo la mano 
per la vergogna delle maniche tutte raccen- 
ciate? vittima lei stessa delle esigenze del 
capofamiglia, che pretendeva lavoro e la- 
voro anche dai piccoli che andavano a scuola? 
Stanca di malumori e di rimbrotti, più d'una 
volta si era detta — proprio lei! — decisa 
a bruciarmi i libri. Un giorno, non poten- 
done più, ci aveva sgridato, rompendo in 
singhiozzi : 

— / larès in Germanie, e cassi J' finirai 
di slntiles par cause vuestre ! — ed aveva 
poi soggiunto : 

— Là vie, almàncul, a* as daràn di man- 
gia avonde... 

Bastava questo ricordo a farmi muto. Ma 
poi c'erano i conti di mio padre che, di 
notte specialmente, li ripeteva come un as- 
sillo : 

— Bisugne viodi di fasi ale, e para far 
la miserie. I vin di meli donge un pòs di 
carantàns, par tirasi bessói... Une ciase, un 
pu' di cière, tant di comedàsi... El prin an 
novantesièt marcs, el second centevinc' ; cliest 
an a' van vie in doi, e a' puartaràn un cen- 
tenàr di francs di pai da Van passai... 



— Ma su la Jornàs a' è 'ne vitate di bè- 
sties — obiettava la mamma — e lui al 
orès impara un mistìr... 

— Ma alore invesi di meli donge a* tociarès 
meli far... Cemut si fàsial ?... No si pò... no 
si pò... 

— Ma viòdiu ogni an a là vie cussi... 

— Tàs, che a* tòrnin a Frontenhausen, cui 
paisàns, sul lavòr dal Rènkel, là che àn fàt 
inmò tre stagiòns... 

— Baste, preìn el Signor e' a iu lassi sans !.,. 
Ciò che poteva contrariarlo, mi pesava 

come un rimorso. Io lo sapevo bene: un 
rimedio non c'era; il suo sogno, che era 
di un padre angustiato dalle strettezze, do- 
veva uccidere il mio, che era il sogno di 
un folle. 

Dunque, un'altra stagione coi « muli » delle 
fornaci ! E decidevo cosf, per mio conto, 
come se tutto non fosse già stato deciso, 
come se i nostri fardelli non fossero già 
stati li, beli' e pronti a piedi del letto. E, 
voltandomi per prendere finalmente la po- 
sizione del sonno, i cartocci del saccone 
facevano tutto quello scroscio inutile e di- 
spettoso. E allora la mamma a raccomandarci : 

— Viòdit di durmi, vuàtris frìis, che do- 
màn US tòcie di salta far a buinòre. 



Mi parve, infatti, di essermi appena so- 
pito che ella chiamò : 

— Su, e' a è ore ; butàisi far, intani eh' y 
voi a fàus ale di guliziòn. 

E, poco dopo, una voce dalla strada gridò: 

— Oìie, di Cec!... no vegnìso? La carete 
di Vigi Balòt a' è in place c'a nus spiete. 
Orco! no savèso che àn tacàt doi ciavai?... 

Nostra madre venne con noi in piazza; 
per raccomandarci forse a qualcuno ? Ma 
quivi non un abbraccio, non una parola af- 
fettuosa. Un saluto alla voce, secco secco, e 
poi via, senza voltarci indietro, per non sen- 
tirci dar la berta: 

— Ve'lu, velli e' al vai! 

E su, verso Gemona, incontro alla gelida 
brezza mattinale, mentre le ultime stelle im- 



338 



IL SOGNO DI UN " MULO „ 




.. i monti erano già tanto vicini. 



pallidivano nel cielo. Quando la prima fetta 
di un gran sole d'oro balzava dalle montagne 
della Slavia, noi eravamo già in vista del 
forte di Osoppo, e i monti erano già tanto 
vicini e parevano farsi sempre pili grandi e 
maestosi. Noi si doveva andare oltre questi 
e passarne tanti e tanti altri. 

Addio, paese; addio, scuola; mamma no- 
stra, addio !... 



Che diavolio a Gemona sul piazzale da- 
vanti alla stazione ! Prima della partenza dei 
treni, nel cortile e nell'osteria di Meni Pittìn 
il baccano si faceva sempre più alto. Arri- 
vavano sempre nuove compagnie d'emigranti. 



seguite da frotte di « muli », col peso del loro 
fardello che li mandava curvi e sbandati. 
Venivano anche donne, tirandosi un fanciul- 
lino per la mano, e con la gerla carica di 
fagotti. Tite Napoli ne portava sempre colma 
quella sua carrettaccia, a cui attaccava, chi 
diceva da venti e chi da quarantanni, quel 
mortimpiedi del suo bolso ronzino. I mura- 
tori, che si notavano per gli arnesi legati ai 
grossi bauli, guardavano i fornaciai con una 
cert'aria... 

— La vitate di chei là, nancie dopo muàrt 
jo no orès fate ! 

Eran gente fortunata, loro : un mestiere 
ben pagato, orario dalle sei alle sei ; e ne 
andavano superbi. 



— 339 



LA PANARIE 



Vecchi conoscenti si rivedevano, salutan- 
dosi con un vociare festoso : 

— Ohe, Checo, seta ca anele tu? Dulà 
dal dlàmbar vàia chest an? 

— I' torni In Baviere, tre marcs dlsòre 
Mànico ; Toni Stuf, Invàsi, chest an al ùl là 
a provale In Onglarle... 

— Eh, ma la Olarmanle dal fornaslrs 
a' è pardàt compagne; a' è come e' a disln : 
anele chest an mài, e pò mal pai ben ! 

— Po si, pò si!.,, no sino maludis? Jò 
j* speravi cheste volte di Imbroiale a clase : 
un glòf di vaclàtes e un par di clamps a flt 
di pul, e j* varès fate la me stagionate, cenee 
torna vie. Ma chest unvlèr la Pareglne mi è 
muarte, c'a veve un làvrl di lat di consolasi 
nome a vlòdl, e pò me fle ta Vospedàl ; j' 
sol ciarlai di clòstrls un'atre volte, e J' ài 
scugnut pianta f emine e fràs e fa su un atri 
fagòt... 

— E jò ? No ao anele jò lassai che me 
puare crlst lanate Impastanade tal gherdèls? ... 
No ùl là... no al là... no si pratlndarès mlgo 
di sta di band ! ma sei condanàs a frulà la 
plelate pai mont, e a copàsl tal lavór fin c'a 
si à fiat!... 

— Anin, anin !... un atri got Insieme, e a 
ramengo due' l dlauH... 

— Ohe, slore Nene ! un mlèz bocàl cult di 
chel bon, c'a si à di bagna el bec un atre 
volte prime di bandonà la patrie!... 

E siore Nene, sempre in moto (Ce comàn- 
dlal? Ce volèso?) ne serviva di boccali ai 
partenti ! 

Il Friulano che sogna non ascolta a lungo 
le proprie afflizioni. E un bicchiere di vino, 
a chiedergli un conforto, si è sicuri d'averlo; 
ed è un rimedio che risolve le situazioni più 
assillanti. 

Nel frastuono dell'osteria, un'armonica, 
tentando le vecchie arie, suscita un canto : 
un'allegria di bevitori che è gonfia di tri- 
stezza. 

Intorno a un tavolo, sparso di bicchieri, 
un gruppo di giovani, fallito un accordo di 
villotte, ora segue lo sguaiato a solo di un 
« buio » : 



In Stranzilvaiiia che semo rivati, 
ii'avian trovato ni paglia ni fieno; 
abian dormito sul nudo tereno, 
gnanca le bestie no dorme cussi !... 

In disparte, solo in mezzo a tanta molti- 
tudine, siede uno dall'aspetto di chi ormai 
non ha sogni, di chi ha fatto rinuncia d'ogni 
attesa che non sia quella della paga, quando 
lavora, e della festa per le sue bevute. Ca- 
lato sugli occhi il cappellaccio, quasi a na- 
scondersi il naso rosso del bìntar, e teso un 
braccio al boccale, egli risponde ai rimarchi 
per la vergogna di quella sua vita da ba- 
rabba ricantando a sé stesso : 

Magari piés ! — magari trop ! 

podèvis fa di màncnl — di jèssi simpriciòc! 

* * 

— Al rive el treno! — grida una voce e 
tutti balzano in cerca delle proprie robe, e 
si precipitano all' ingresso della stazione, 
dove, tra gli urti e gli spintoni, la peggio 
toccava sempre a noi ragazzi. 

— Mutarle da V Inflèr ! Ce sèso, di stope, 
chi no puèdls tigni su che plòre ? Ise di band 
date la polente elie vès rumlàde fin eumò ? 

Il treno è preso d'assalto. La frenetica ri- 
cerca d'un posto disperde le comitive che 
poi a gran fatica si ricompongono alle chia- 
mate d'un capo, il quale pretende che i 
suoi stiano tutti vicini per il controllo dei 
biglietti e per le altre sacrosante ragioni 
che egli va su e giti sbraitando con le grosse 
parole dell'uso. 

— La me Int, ca, date donge ; e no un ca 
e un là come un tropàt di salvadls. E chel 
uflelàt di Nardòs? E che besteate di Cragne? 
Dulà sono? Vino di sei due' come nemai di 
bose ?... 

Finalmente, dopo molti allarmi, il convo- 
glio si muove e si porta via tutto quel bac- 
cano, lasciandosi dietro l'eco di un coro 
accompagnato dall'armonica. 

Un ultimo saluto alla patria, un'ultima 
stretta al cuore delle madri e delle spose 
venute fin quassù a vedere la partenza, ed 
ora là, immote, finché un ultimo segno fug- 



340 - 



IL SOGNO DI UN " MULO „ 



gente è ne' loro occhi lagrimosi; delle madri 
e delle spose che torneranno, piano, quasi 
indecise, alle case che ora paiono vuote, e 
dove alla sera, alla men viva fiamma del 
focolare, attenderanno, forse, a preparar le 
cosucce per un nuovo nido che il marito, 
al ritorno, troverà caldo d'una sua nuova 
creatura. 



Alla stazione di confine, per la visita do- 
ganale, il trambusto di fagotti si ripeteva 
sotto gli occhi di quei funzionari austriaci, 
sempre duri e compassati. Che strana im- 
pressione mi faceva la loro divisa! Il ber- 
retto, specialmente, che fin dalla prima volta 
mi era parso proprio in accordo con la storia 
imparata alla scuola. Era ben questa l'uni- 
forme dei carcerieri dello Spielberg e dei 
militi che avevano scortati i martiri di Bel- 
fiore ! 

Dopo quella austriaca, l'uniforme bava- 
rese mi sembrava meno poliziesca: l'anima 
dei popoli io la vedevo nelle fogge di quei 
vestiti gallonati. E in tutte le stazioni ancora 
emigranti, in attesa o in arrivo, i quali, di 
notte, affollavano le vaste sale delle grandi 
stazioni, mettendo in moto sciami di chel- 
lerine che portavano gran bicchieroni di 
birra spumosa. 

Insomma, lungo tutto il viaggio. Friulani 
Friulani e Friulani, di tutti i paesi e di tutte 
le parlate. 

Le cose che avevo lasciate in Friuli mi 
parevano ormai sperdute in una lontananza 
infinita. Sempre più chiare, invece, rispunta- 
vano le immagini della vita cui andavo in- 
contro, e che sarebbe cominciata presto. 

Anzi, domattina si sarebbe proprio giunti 
a Frontenhausen. Sul nostro lavoro, si diceva, 
i primi gruppi di operai già erano da tempo 
arrivati: primi quelli di Buia, alti e massicci 
come giganti, e sempre gonfi di questa van- 
teria : — Un lavòr cence un BiUàt no'l par 
bon! 

Sul posto c'era già il Gne, un fratello del 
nostro capo, un perticone lungo stecchito. 



attaccabrighe impenitente, che aveva fama 
di aver trincate sessanta birre, in una sola 
domenica, senza ubbriacarsi. 

E c'era anche Titate Brondàn, un sudicione 
tutto bestemmie e spropositi, ch§. minacciava 
di battere quelli che non si acconciavano alle 
balorde pretese dei suoi scherzi grossolani. 

E quell'altro tomo di Buia che, se l'aveva 
con qualcuno, gli si piantava dritto di faccia 
e con un pugno sfondava un tavolo della 
birreria. 

Ma si diceva, poi, che quel bestione, il 
quale con un colpo avrebbe disfatto un uomo, 
si contentava di mettere paura e che non 
aveva mai toccato nessuno. Soltanto una 
volta, che i Tedeschi avevano sparlato del- 
l' Italia, con una sedia aveva fracassato i lumi 
e con un'altra aveva messo sotto i tavoli 
tutti quelli che c'erano. 

— Nemal di mucàz ! Jò us drezzi la go- 
bate! Ciapàit, e' a è tamp leste di Buie, dapali!... 

E dopo questo suo colpo di mano fa- 
moso, quando entrava nelle birrerie, tutti lo 
salutavano con un sorriso pieno di rispetto. 

E quel tipo curioso di Zuan Zàs, che non 
ristava dall'affibbiare sempre nuovi sopran- 
nomi, non ingiuriosi, però ; e che la dome- 
nica giocava a briscola con tanto impegno, 
e dicendo, serio serio, cose tanto buffe che 
tutti si stroncavano dalle risate. E Zlnto, un 
mio compaesano questo, una lingua che 
neanche la maldicenza in persona ; e quel 
suo fratello minore Polo, sempre sudicio e 
sempre impegnato in cosacce che non re- 
stavano mai nascoste più di un giorno. 
Zlnto voleva correggerlo con le busse ; ma 
prima di « ungerlo », come diceva, andava a 
contarlo a tutti : 

— f voi cumò a petenà In òrdin chel pe- 
doglosàt di gno fradl ! 

E Giraldo, il figlio del padrone, un ra- 
gazzo dei più rissosi, che diventava feroce 
quando uno lo chiamava Plcon, per il suo 
naso enorme: il solo nome, del resto, che i 
pili gli riconoscevano. 

E Sèfel prènar, un bell'uomo, buono come 
il pane, che io invidiavo per quel suo be* 



341 — 



LA PANARIE 



mestiere di primo fuochista; e Toni pulir, 
ragionevole e paziente anche questo; e Gio- 
vanni di S. Vito sempre con la sua blusa, 
il cui taschino ogni lunedi era vuoto e che 
un po' al giorno si riempiva e>, quand'era 
gonfio da scoppiare, doveva essere certamente 
il sabato. 

Si, ce n'era anche di gente a modo, che la fe- 
sta ragionava di risparmi, di economie di fami- 
glia, e di cent'altre faccende serie e giudiziose. 

A Frontenhausen, infine, avrei riveduto il 
signor Joseph Renkel, il proprietario della 
fabbrica, che veniva sul lavoro menandosi 
per mano sempre un suo nuovo bambino 
(ma quanti poteva averne?); sempre vestito 
da Jàger, sempre con quel faccione sorri- 
dente, che a me pareva quello del piti lieto 
e del più buon papà del mondo. 

La festa noi si andava alla messa prima 
del mattino; una funzione assai devota, per 
quel contegno compostissimo della folla, com- 
presi i ragazzi; tutti, anch'essi, in colletto e 
cravatta e tanto di catena da orologio sul 
panciotto. 

A Frontenhausen non ci attendeva certa- 
mente una vita comoda : tuttavia il luogo 
non mi dispiaceva. Ma, in fondo, che cosa 
c'era che — a ripensarci — a volte mi aveva 
anche messo come un segreto desiderio di 
ritornarvi ? 



Giraldo, che era già presso di loro, mi 
chiama. La fanciulla mi fa un cenno di saluto 
e mi guarda con la chiara luce di quegli 
occhi che io non avevo mai dimenticati : un 
po' di cielo del piti sereno e radioso azzurro. 

— Ja, schon w leder angekommen /... 

— Si, ritornato... 

Su una panchina ella aveva disteso, col 
garbo delle sue mani bianche, molte cartoline 
con vedute di città italiane. 

— Rom, Venedigf... — ella andava ripe- 
tendo con voce armoniosa. Ma io avevo ben 
imparato a conoscerli quei nomi. E occorre 
ch'io dica se fui felice di rispondere all'in- 
vito di osservare le belle vedute e di parlarne? 

E com'era che tante parole di tedesco mi 
soccorrevano in questo momento? che tante 
cose riuscivo a intendere di ciò che ella di- 
ceva, con una grazia cosi incantevole? Ri- 
volgendosi a me, che avevo messe innanzi 
le mie spiegazioni, ella concluse, scandendo 
le parole. 

— Die schòne Itallen ! — La bella Italia ! 
Io non avevo mai sognato un volto più 

gentile, illuminato da un più dolce sorriso. 
Ella chiamò, infine, i fratelli che tosto le 
furon dintorno; raggiustò nella carrozzina 
il roseo bambolo che lasciò fare, girando lo 
sguardo, con una pace, come a dirci : « lei 
fa ogni cosa perbene !» e si mosse, dicendo 
che la domenica ventura sarebbe tornata. 



Qualche settimana dopo il nostro arrivo, 
quando ci eravamo, per cosi dire, assuefatti 
alla vita della fornace, e la primavera aveva 
dispiegata la sua gioia di verde e di fiori, 
in un bel pomeriggio festivo io mi accorsi 
che dal prossimo Baamgarten veniva un ci- 
calio di fresche voci, che non mi era nuovo. 
Mi mossi per vedere. In un prato, all'ombra 
delle piante fiorite, una brigatella in grem- 
biulini bianchi e gran farfalloni di nastri vi- 
stosi ai capelli, si baloccava intorno alla 
carrozzina, nella quale era seduto, come un 
pascià, un placido bambinone, vigilato dalla 
bionda e giudiziosa sorella maggiore. Io l'a- 
vevo conosciuta l'anno innanzi : Rosa Renkel. 



Ravvolto nelle coperte della mia cuccia, 
per tutto il resto di quel pomeriggio io ria- 
scoltai il magico suono delle parole che Rosa 
Renkel aveva dette, lasciando intendere che 
si trattava di grandi e mirabili cose : Die 
schòne Itallen ! 

Tutta la geografia imparata a scuola, ri- 
fattasi viva d' incanto, mi mulinava nella 
memoria: Roma, Venezia, l'Italia intera era 
divenuta d'un tratto il campo sconfinato 
delle mie escursioni fantastiche, dei miei 
sogni più inverosimili, delle più impensate 
situazioni in favore del mio avvenire. E sullo 
sfondo di ogni scena, e associata ad ogni 



342 



IL SOGNO DI UN " MULO 




una brigatella in grembiulini bianchi. 



ricordo, nuovo o antico, inavvertitamente, 
improvvisamente, illogicamente riappariva la 
figura di quella mite fanciulla, co' suoi dolci 
occhi azzurri, il suo bel sorriso, le sue bianche 
mani, le sue trecce bionde; si, morbide e 
bionde e d' una bellezza rara e preziosa come 
la più rara e preziosa cosa del mondo. 
Tutte pazzie, si sa! e neppure nuovissime, 
perché di sogni stravaganti ne avevo fatti 
sempre; ma questa volta ne ero più felice 
e più preso da un fervore e da una certezza 
nuovi. 

« Si, si, — io concludevo, come in una 
più calda ripresa interiore — sono all' ultimo 
anno di questa una barbara sorte. Tornerò 



presto in Italia ; tornerò nel mio Friuli », 
dove avevo sempre sognato che un giorno 
mi sarei fatto onore. E il treno della mia 
fantasia già volava incontro al mio avvenire, 
rapido e leggero, per monti e per valli, per 
cui si spandeva il canto che m'usciva dal- 
l'anima festoso come una gioconda prima- 
vera. 

E li, nel mio stesso riparto, seduta a me 
d'accanto, ecco lei, lei ancora, con un sor- 
riso in cui c'era (non è vero, forse?) un'in- 
dulgente approvazione di queste mie folli 
invenzioni... Ma come! lei, qui, ad appro- 
vare?... lei cosi savia, cosi assennata, cosi 
perbene!... ma è impossibile!... ma io sono 



343 - 



LA PANARIE 



matto, sono povero, sono pezzente, sono 
solo !... 

E chissà che negli scatti della mia inco- 
scienza allora io non gridassi davvero di 
queste cose, quando mio fratello, con fare 
meravigliato, veniva a scuotermi : 

— Ciò, ce fasta li ?.., Su c'al è gnot ; el 
cogo al à butade iu la polente ; anin, su, c/te 
ti ài preparai el frico /... 



La domenica seguente ella riapparve nel 
Baumgarten con la carrozzina e la gaia frotta 
dei bianchi grembiuiini. 

Aveva portato con sé il libro delie pre- 
ghiere, rilegato in pelle scura, sulla quale 
spiccava questa parola d'oro: Gebetbuch. 



Ella me lo porse. C'erano pagine in latino : 
— Lateinisch, a'u'.'a lingua del vostro 
paese. Lo capite . .«, .'taliani, il latino? 

Io?... Io leggevo .ou franchezza il latino; 
ne avevo letto su tutti i messali della nostra 
chiesa, anche in quello nuovo, tutto oro e 
segni di musica e grosse iniziali a colori. 
Ecco qui le litanie, come nel libro che avevo 
ricevuto in premio, quand'ero in terza: 

Causa nostrae laetitiae ! 



Vas insigne devotionis, 
Rosa mystica... 



Disegni di Fred Pittino. 



(Continua). 



— Ja, Rosa... ich weiss es schon. E il tuo 
nome? Wie ist es?... 

E, guardandomi, ella riempiva tutta Tanima 
mia della luce meravigliosa del suo sguardo. 

Lodovico Zstnini. 



AQVILEIA 



O, 



'qni rito spirituale abbisogna di iniziazione : 
non si può amare Aquileia senza conoscere la 
sua storia e i mirabili resti emersi dalla terra 
sacra a ogni Italiano. La Guida di Aquileia di 
Giovanni Brusin, edita da « La Panarie », è il 
viatico indispensabile per avvicinare quella che fu 
la metropoli di Roma, il faro della Cristianità, 
quella che è la custode gelosa dei <^ morti primi, 
all'ombra dei cipressi pensierosi.» La pregevole 
opera (pagg. 323 con 241 illustrazioni e due piante) 

viene spedita franca di porto ai nostri Abbonali al 
prezzo speciale di Lire 12. 

Ordinazioni e vaglia a « La Panarie « - Udine. 



344 — 




UNA DONNA AL BUIO 



PERSONAGGI 



PRIMO QUADRO. 

Salotto neirappartameiito di Edoardo. Sera. 

SCENA PRIMA. 

Edoardo, il domestico. 



tu. 
j TE( 

f UN 



(Al levarsi della tela, Edoardo, che è in abito da 
sera, è sprofondato in una poltrona, sfoglia una 
rivista e fuma). 

Edoardo (al vecchio domestico che giunge dalla 

porta di sinistra) — Tutto è ili ordine ? 
Domestico — Tutto, signore... 
Edoardo — La camera? il letto? 
Domestico — Un nido, sis^nore... 
Edoardo — Benissimo, aspettiamo... 
Domestico — Aspettiamo, signore... (Frase) 



GIORGIO 

EDOARDO 

TECLA 

VECCHIO DOMESTICO 

Che cosa aspettiamo non lo so... (Forte) Però, 
scusi, signore, non capisco... 

Edoardo (in ritardo, dopo aver contemplato una 

figura della rivista) — Che cosa non capisci ? 

Domestico (indicando la porta di sinistra) — 

Perché quella camera e non... 

Edoardo (indica la porta di destra) — E nOfl 

la mia ? 

Domestico — Già ! 

Edoardo — Credi che sia per me?... Io 
me ne vado ; ho ceduto l'appartamento... 

Domestico — Ceduto ? 

Edoardo — Per una notte, stai tranquillo, 
vecchio mio... Fra poco noi ce n'andremo... 

Domestico (col pili vivo stupore) — Andar- 
cene ? 



345 - 



LA PANARIE 



Edoardo — Sloggeremo... andremo all'al- 
bergo ; non ti va ? È una seccatura, lo so... 
ma per un amico si può far questo e altro, 
ti pare?... Quando poi questo amico è 
Giorgio... 

Domestico — Il signor Giorgio?... Ma è 
forse senza tetto, il signor Giorgio? 

Edoardo — Che c'entra?... È un tetto 
coniugale, il suo !... 

Domestico — Mentre questo... Ho capito !... 

Edoardo — Sei uno stupido... 

Domestico — Faccio lo stupido... 

Edoardo — È lo stesso... 

Domestico — Vuole che non abbia ca- 
pito?... È semplicissimo, del resto... Noi sgom- 
briamo r appartamento... evacuiamo... per 
lasciar libero il signor Giorgio di portarsi 

qui una bella donnina... (Tentennando il capo) 

Anche lui !... 

Edoardo — Come «anche lui?» 

Domestico — Se la signora sapesse !... 
Mi spiego... 

Edoardo — La moglie di Giorgio ? 

Domestico — Starebbe fresco!... Ma per- 
ché non se ne va all'albergo ? 

Edoardo — Andremo noi all'albergo... 

Domestico — Che grande amico è lei, 
signor padrone!... 

Edoardo — Ti dispiace? 

Domestico — Le pare?... Oibò!... E poi?... 

10 al suo posto farei altrettanto. Come no? 

11 signor Giorgio ha bisogno di un nido 
come questo per tradire la moglie e far le 
sue cose per benino, tranquillamente, si, dico, 
con tutte le precauzioni? Si accomodi, l'amico. 

Edoardo — Sméttila ! 

Domestico (insistendo) — Noi andremo al- 
l'albergo, noi ! Se gli amici non chiedono 
che questo ! 
n Edoardo — Giorgio ha chiesto di più... 

Domestico — La camera dei forestieri... 

Edoardo — Di più. La camera, ma non 
la cani^ra vuota... 

Dx stico — Allora diremo: camera con 
donL^!... Oh, benissimo!... Ma sa che lei é 
un grande amico per davvero ? 

Edoardo — Ti ho detto di smetterla... 



Cosa c'è di strano? Giorgio rimpiange la 
sua vita di scapolo... invidia la mia libertà, 
la mia indipendenza, le mie amanti... 

Domestico — Peggio per lui ! 

Edoardo — Perché? 

Domestico — Poteva far a meno di im- 
piccarsi !... 

Edoardo — E un patibolo, il suo, che io 
salirei volentieri... 

Domestico — Ammogliarsi, lei?... 

Edoardo — Bestia!... Alludevo a sua 
moglie... 

Domestico — Lei... salirebbe volentieri la 
moglie del signor Giorgio? 

Edoardo — Nooo!... cioè... Giorgio è 
fortunato, insomma... Un marito veramente 
fortunato !... 

Domestico — E siccome sua moglie non 

10 tradisce, è lui che... (Fa il segno delle corna) 

11 matrimonio è fatto cosi: uno dei due 
deve tradire... 

Edoardo — Sei uno stupido !... 

Domestico — È inevitabile!... Le parti 
sono due, a scelta : quella del tradito e 
quella del traditore... di qui non si scappa: 
tradire per non essere traditi. Ecco la chiave 
del matrimonio... Ed ecco perché la maggior 
parte dei mariti che non tradiscono le ri- 
spettive mogli sono da queste traditi... La 
donna, signore, è fatta cosi! 

Edoardo — La moglie di Giorgio è in- 
namorata di suo marito, gli è fedele... 

Domestico — E per ciò il signor Giorgio 
la tradisce ! 

Edoardo — Per la prima volta, credo, 
questa sera... L'altro ieri, a colazione, mi è 
scappato di parlargli di una donnina, molto 
graziosa, con la quale mi diverto da alcune 
settimane... 

Domestico — Ho capito... 

Edoardo — E lui se n'è invaghito... 

Domestico — Senza conoscerla? 

Edoardo — E me l'ha chiesta a prestito... 

Domestico — Oh!... E lei dà a prestito 
le amiche sue, cosi?... 

Edoardo — Come darei a prestito, per 
una gita, la mia automobile, sicuro!... C'è 



346 — 



UNA DONNA AL BUIO 



una grande affinità del resto fra la donna e 
l'automobile : l'una e l'altra costano, costano 
che non si finisce più di spendere e, se non 
sei guardingo, ti portano nel fosso... 

Domestico — Ma lei, la... l'altra, ha accet- 
tato di esser data a prestito... per una gita? 

Edoardo — Si, ma a una condizione... 
(Suonano) Vai ad aprire, è lei... Introducila e 
non farti più vedere, siamo intesi ? (Dome- 
stico via). 

SCENA SECONDA. 

Tecla e Edoardo. 

Tecla (ansante, come inseguita da qualcuno. Ele- 
gantissima) — Mentre salivo, una vettura s'è 
fermata giù, al portone... un signore ne è 
disceso... sarà lui? 

Edoardo — Presto allora... di qua... (Apre 

la porta di sinistra). 

Tecla (con civetteria) — E male quello che 
sto per fare, non è vero ? 

Edoardo — No... presto... è qui che 
viene... 

Tecla (indugiando) — La luce nella camera? 

Edoardo — Buio... buio completo ! 

Tecla — Le finestre ? 

Edoardo (costringendola con dolce violenza ad 

entrare) — Ermeticamente chiuse e tappate... 
Gli sequestrerò anche i fiammiferi, se ne 

avrà in tasca... (Tecla via). 

SCENA TERZA. 
Giorgio e Edoardo. 

Edoardo (muovendo incontro a Giorgio) — 

Oh !... Puntuale e irreprensibile, non c'è che 
dire !... 

Giorgio (con ansia) — E venuta? 

Edoardo — Ih!... Calma, calma!... Prima 
di tutto mettiti in libertà e siedi qui... Un 
bicchierino di certosa? (Versa). 

Giorgio (si toglie il soprabito, siede e beve 
d'un fiato) — Grazie... 

Edoardo (centellinando ed elogiando il liquore) 

— Chartreuse de la Grande Chartreuse, dépar- 
tementdeV Isère... Dimmi un po'... tua moglie? 



Giorgio (seccato) — Cosa c'entra mia mo- 
glie ? Ecco come siete, voi scapoli !... Sempre 
li, pronti, a ricordare a noi, poveri condan- 
nati, la sentenza inappellabile del matrimo- 
nio!... Quando uno di noi meno se l'aspetta, 
tàcchete: «e tua moglie?», cosi, a tradi- 
mento... Che stupida domanda e che gusto 
stupido!... E pensare che le nostre mogli 
odiano gli scapoli !... 

Edoardo — Ah !... 

Giorgio — Si, perché sono sempre gli 
scapoli, dicono esse, che trascinano alla per- 
dizione gli uomini ammogliati... 

Edoardo — Ah, ah, ah !... e invece è vero 
il contrario !... 

Giorgio — Non precisamente il contrario, 
perché questa sera è con la tua complicità 
che io mi perdo... Ma gli scapoli provano 
un gusto matto a rammentare a noi la più 
grande imbecillità compiuta... Un povero 
marito è al circolo, o al tabarin, o che so 
io dove... qui in casa tua? Ha la gioia fu- 
gace della libertà nell'anima... vuol dimenti- 
care, dimenticare, esaltarsi nei fumi dell'oblio? 
Signornò! C'è sempre pronto li, a portata 
di mano, un amico scapolo e malvagio che 
richiamerà il povero marito alla realtà con 
una domanda sorniona: «e tua moglie?» 
(Con vivacità) Mia moglie è a casa, lo vuoi 
sapere?... E mi crede in viago^io, già da 
un'ora... perché le ho detto, naturalmente... 

Edoardo (con un sorriso ironico) — Che cosa? 

Giorgio — Cosa avrei potuto dirle?... Che 
mi allontanavo per affari... 

Edoardo — Che trovata geniale!... E che 
non ritornerai, le avrai detto, prima di 
domani... 

Giorgio (esultando) — Ah, si !... Domani, 
dopodomani, fra un mese !... 

Edoardo — Non esageriamo!... Fino a 
domani, di più non posso... 

Giorgio (abbracciandolo) — Sei straordi- 
nario !... 

Edoardo — E tu sei impaziente. 

Giorgio — Ebbene si, lo confesse... im- 
paziente fuori di misura... Ha accettato? 

Edoardo — Accettato. 



- 347 - 



LA PANARIE 



Giorgio — Pur non conoscendomi ? 

Edoardo — La conosci tu forse? No, non 
la conosci... Pure l'idea di trovarti cosi, im- 
provvisamente, con una donna che non co- 
nosci, ti ha messo in corpo... 

Giorgio — Sono sedotto, veramente !... 
Ma tu come le hai detto ? 

Edoardo — Le ho detto, insomma... Vuoi 
sapere? L'ho fatta sedere qui, sulle mie 
ginocchia... 

Giorgio — Cara!... 

Edoardo — Un amore!... L'ho accarezzata 
quel tanto che bastava... Infine le ho chiesto 
se mi permetteva ch'io la donassi per una 
notte al migliore dei miei amici... 

Giorgio — Che sono io... E lei ? 

Edoardo — È balzata dalle mie ginocchia, 
ha raggiunto con un salto quel divano rag- 
gomitolandovisi tutta ed è scoppiata a ridere, 
a ridere... Non la finiva più di ridere e di 
chiamarmi pazzo... Ma l'avventura, ho capito 
subito, non le dispiaceva, e siccome io insi- 
stevo, assicurandola che con questo non in- 
tendevo affatto di sbarazzarmi di lei, ha 
accettato. 

Giorgio (sollevato) — Ah !... 

Edoardo — « E sia, — mi disse — poiché 
sei tu a volerlo... ti farò le corna. » 

Giorgio — Oh !... 

Edoardo — « Dopo tutto — soggiunse — 
io sono un balocco, un giocattolo nelle tue 
mani... Tu vuoi prestare il balocco all'amico 
tuo, e sta bene. Accetto. » 

Giorgio — Ma pensa !... 

Edoardo — Che cosa? 

Giorgio — E bizzarro assai quello che 
stiamo facendo !... 

Edoardo — Non esageriamo. Tu sei am- 
mogliato, io no. Se lo fossi, tradirei mia 
moglie senza dare alcuna importanza alla 
cosa... 

Giorgio — Ma anch'io!... 

Edoardo — Probabilmente tradirei le mie 
amanti con mia moglie ! Tu invece sei un 
marito fedele... 

Giorgio — Fedele, fedele... Sono stufo di 
fare il marito fedele... 



Edoardo (fissandolo con un sorriso inspiegabile) 

— Stufo di tua moglie? 

Giorgio — Stufo?... Non dico questo!... 
Mi ama, anche troppo... Mi reputo un ma- 
rito fortunato, in fin dei conti... Ma lo sai, 
è una cosa che finisce per stancarti, senza 
un diversivo, mai... 

Edoardo — Non mi dicevi queste cose 
l'altro giorno? 

Giorgio — E tu, pronto, a offrirmi il 
diversivo... 

Edoardo — Non ti cedo mica mia moglie, 
ma una donnina, un balocco, come dice lei! 
Delizioso giocattolo, però!... Ah, si!... Deli- 
zioso !... Vedrai. 

Giorgio — Quando? 

Edoardo — Subito... è di là che ti aspetta. 

Giorgio — Davvero?... E tu ? 

Edoardo — lo vado all'albergo. 

Giorgio — Puoi restare ! 

Edoardo — Grazie... 

Giorgio — Nella tua camera, no ? 

Edoardo — Preferisco andarmene. 

Giorgio — Perché? 

Edoardo — Prima di tutto perché è gen- 
tile da parte mia sgombrare le adiacenze ; 
poi perché... non lo so... al tuo posto pre- 
ferirei sentirmi solo, tutto solo con lei... 
Ma... c'è un ma ! 

Giorgio — Ci siamo !... 

Edoardo — Ella ha accettato, ma ad una 
condizione. 

Giorgio — Quale? 

Edoardo — Non vuole conoscerti... 

Giorgio — Come ? 

Edoardo — ... e non vuol farsi conoscere. 

Giorgio — Ma allora? 

Edoardo — Allora... non vuol conoscerti, 
né farsi conoscere. 

Giorgio — Ma come farò?... Non vorrai, 
spero, ch'io faccia... si, insomma, con gli 
occhi bendati... 

Edoardo — Non dico questo... 

Giorgio — Io mi domando come può 
fare un uomo a conoscere una donna... 
senza conoscerla e... senza farsi conoscere !... 

Edoardo — Semplicissimo ! 



348 



UNA DONNA AL BUIO 



Giorgio — Storie ! 

Edoardo — A lumi spenti... 

Giorgio (scattando) — Eh?... 

Edoardo — Al buio, si ! 

Giorgio — Al buio?... Ch'io entri là, in 
quella camera, per rimanervi, al buio, tutta 
la notte con una donna... Ah, no caro !... 
Siete pazzi, tu e lei insieme ! 

Edoardo — Quand'è cosi... 

Giorgio — Ma, scusa... 

Edoardo — Io?... Cosa c'entro io?... O 
tu accetti o tu non accetti... Lei ha accet- 
tato, ma ad un patto : al buio. Sarà un ca- 
priccio, il suo... sarà una fantasia, una specie 
di pudore, io non lo so ; ma su questo 
punto è irremovibile... 

Giorgio (passeggia gesticolando) — Tu, che 
faresti tu? 

Edoardo — Che bel discorso !... Accetterei ! 

Giorgio (c. s.) — Accetterei!... È una pa- 
rola : accetterei !... Si capisce che accetto ! 

Edoardo (soddisfatto) — Oh !... 

Giorgio — Cosa significa «oh?» Accet- 
tare non vuol dire... Ma è assurdo, incredi- 
bile, inverosimile !... 

Edoardo — Di' piuttosto meraviglioso... 

Giorgio — Potevo prevedere una cosa 
simile?... Una donna al buio!... Una donna 
che non conosco !... 

Edoardo — Un amore di donnina!... 
Senti ?... ^Fiutando l'aria) ...Non senti?... C'è 
ancóra, nell'aria, la scia del suo profumo 
delicato... È passata di qui un minuto prima 
che tu venissi... Una pupattola, un amore!... 
Quando l'avrai fra le braccia, vedrai... 

Giorgio — Vedrò, vedrò... cosa vedrò al 
buio ? Me la dovrò girare e rigirare... (Fa il 
gesto con le mani) ... come SÌ fa con una lastra 
fotografica nella camera oscura... Ci fosse 
almeno una luce rossa... appena appena un 
lumicino... un filo di luce!... Ma cosi, al buio!... 

Edoardo — Sei ridicolo !... 

Giorgio — Permetterai, almeno, che io 
consideri straordinaria questa avventura... 

Edoardo — La verità è che, all'ultimo 
momento, ti dispiace fare un torto a tua 
moglie... 



Giorgio (adirato) — Ancóra?... Cosa c'entra 
adesso?... Ecco come sei!... 

Edoardo — Perché esiti, dunque? 

Giorgio — Esito ? Io non esito... 

Edoardo — Non è poi un torto che fai 
a tua moglie !... Tradirla al buio, con una 
donna che non conosci... che non vuol farsi 
conoscere... non è tradirla... 

Giorgio (raddolcito) — Ma ti pare... è farle 
un piacere !... 

Edoardo — Un piacere no, ma insomma... 

Giorgio (decidendosi, allegramente) — In- 
somma, eccomi qua !... Pronto a varcare la 
soglia del peccato per celebrare là dentro, 
con un inno d'amore al buio, la mia indi- 
pendenza in barba a tutte le mogli dell'uni- 
verso !... 

Edoardo (versando da bere) — Abbasso il 
matrimonio !... 

Giorgio — Abbasso !... 

Edoardo — Evviva la libertà !... Bevi !... 

(Bevono'. 

Giorgio — La libertà di una notte... 

Edoardo — Una notte impagabile!... 

Giorgio — Un altro sorso, Edoardo... 

Edoardo — E poi un altro ancóra, cosi 
va bene !... 

Giorgio (allegro) — Se mia moglie sapesse 
che tu, proprio tu, sei il vero responsabile 
di questa diavoleria... ahò !... lo sai che 
frittata !... 

Edoardo — Tua moglie non saprà nulla; 
bevi... 

Giorgio — Dico cosi per dire... 

Edoardo (consnitando l'orologio) — Le nove... 

Giorgio — Te ne vai ?... 

Edoardo — Vado al circolo, poi all'al- 
bergo... Siamo pronti ? 

Giorgio — Prontissimo... 

Edoardo (avvicinandosi alla porta di sinistra) — 

Aspetta... 

Giorgio — Che fai ? 

Edoardo (gli fa cenno di tacere. Chiamando) — 

Amore... (Bussa) Amore... 

Una voce di donna — Amore ! 
Giorgio (fa per entrare) — Cara !... 
Edoardo — Un momento... 



— 349 — 



LA PANARIE 



Giorgio — Non devo entrare?... 
Edoardo — Le tasche... una piccola per- 
quisizione, prima... rovescia le tasche... (Lo 

perquisisce). 

Giorgio — Disarmato... sono disarmato!... 
Edoardo — I cerini dove li hai ? 
Giorgio — La scatola dei cerini?... Eccola! 
Edoardo (togliendogliela) — Te la sequestro, 
non si sa mai... 
Giorgio — Hai paura che... ah ! ah ! ah ! 

(Fa un gesto per dire: che io accenda i cerini sotto 
le coperte ?) 

Edoardo — Non si sa mai... Ora puoi 
andare... Arrivederci domattina e... buon di- 
vertimento ! 

Giorgio (che sta per entrare) — Sei straor- 
dinario ! 

Edoardo — Entra dunque... 

Giorgio — A domani... Quando mi sve- 
glierò non lo so, perché il mio orologio non 
è di quelli che si leggono al buio... 

Edoardo — Verrò io a svegliarti... 

Giorgio — A chiamarmi, vuoi dire, poiché 
spero di non dormire... 

Edoardo — Neanche un sonnellino? 

Giorgio — Chissà !... 

Edoardo — Salute !... 

Giorgio (apre l'uscio, manda un bacio a Edoardo, 
entra nella camera). 

Edoardo (con passo lieve si avvicina alla porta 
non appena questa è rinchiusa da Giorgio ; sosta un 
istante in ascolto, quindi esce a destra. Poco dopo 
rientra con pelliccia e cilindro; si accosta di nuovo 
alla porta di sinistra per assicurarsi che tutto va per 
il meglio ; infine spegne le luci e si allontana can- 
ticchiando un motivo popolare). 

SECONDO QUADRO. 

La scena del primo quadro. Ore 10 del mattino. 
C'è ancóra, sul tavolino, la bottiglia di Chartreuse, 
i bicchierini e le altre piccole cose come furono la- 
sciate la sera innanzi. 

SCENA PRIMA. 

Edoardo, poi Giorgio. 

Edoardo (entra dalla porta di fondo, la rinchiude 
con circospezione e avanza con passo lieve) — 
Tutto tace... (Si toglie il soprabito e il cappello e 



si avvicina alla porta di sinistra) Dormiranno ?... 
(Ascolta) Non mi pare... (Guarda nel buco della 
serratura) Buio pesto... Benissimo !... (Si ritrae, 
beve un sorso di Chartreuse, accende una sigaretta. 

Poi, consultando l'orologio) Le dieci !... Beh !... 
dopo dodici ore quello che è fatto è fatto... 
(Bussando alla porta) Giorgio !... Giorgio !... 

Sono le dieci !... (Si ode confusamente la voce di 

Giorgio) Non trovi le scarpe?... la cravatta?... 
Ah, ah, ah !... 

Giorgio (comparisce poco dopo. Ha la felicità 
nello sguardo, i capelli e la cravatta in disordine, il 

panciotto alla rovescia) Oh, caro, caro Edoardo!... 
Che notte !... che notte !... 

Edoardo (scoppia in una risata fragorosa). 
Giorgio (avvedendosi del panciotto) — Che 
bestia !... (Si toglie in fretta la giacca e si accomoda 

il panciotto) Al buio, SÌ capisce !... 

Edoardo — E cosi? 

Giorgio (esultando) — Oh!... amico mio!... 
La pili bella notte della mia vita!... Macché 
luna di miele!... macché matrimonio!... Vieni 
che ti abbraccio!... No, no, ti voglio abbrac- 
ciare... (Lo abbraccia) Anche un bacio, tò!... 
(Lo bacia) ... un altro... 

Edoardo — Basta, basta !... che baci son 
questi ? 

Giorgio — Come che baci ? 

Edoardo — Si, dico, vai avanti a baciare 
senza accorgerti che io non sono lei!... 

Giorgio — Lei !... Oh !... nessuna... nes- 
suna è lei!... tutte sono lei!... (Trasportato verso 
la porta di sinistra) Che donna!... che donna!... 
(Con altro tono) Non ha pronunziata una pa- 
rola, una che fosse una, durante tutta la 
notte !... Ma in compenso !... Oh, in com- 
penso !... Cosi dovrebbero essere le nostre 
mogli!... Non una parola, mai!... e invece!... 

Edoardo — Sei entusiasta, insomma ! 

Giorgio — Entusiasta? Di' pure inna- 
morato ! 

Edoardo — Eh !... 

Giorgio — Io non avrò pace, te lo giuro, 
sino a tanto che non la vedrò... Voglio ve- 
derla, conoscerla!... 

Edoardo — Impossibile ! 

Giorgio — Oh, la mia disperazione!... 



— 350 



UNA DONNA AL BUIO 



•U 



Sono innamorato di una 
donna che non conosco !... 
che è stata mia!... divi- 
namente mia !... Ma tu sei 

matto !... (Deciso a rientrare 
nella camera) Io voglio ve- 
derla, alla luce del sole !... 'iSy 

Edoardo (impedendogli il 
passo con fare tragicomico) 

— Indietro, signore! 
Giorgio — Va all'in 

ferno !... (Crucciato si spro- 
fonda in una poltrona) Non 

te la rubo mica! Desidero 
vederla, semplicemente... 
ascoltare la sua voce... Che 
voce avrà? 

Edoardo — Lo vuoi 
proprio? 

Giorgio (esultante) — ■ 
Ah, se lo voglio !... 

Edoardo — Ebbene, 
preparati al colpo... (Batte 

tre colpi con le mani) ... che 

non ti colga un accidente... 

SCENA SECONDA. 
Tecla e detti. 

(Dalla porta di sinistra, che si apre lentamente, 
entra Tecla). 

Giorgio (un urlo) — Mia moglie !... La 

donna di questa notte... tu?... (Con le mani nei 
capelli, barcollando, retrocede fino a inciampare in 
una poltrona sulla quale si lascia andare stordito, 
incretinito, quasi non potendo credere ai propri 
occhi). 

Edoardo (sorridente, accennando ad andarsene, 

a Tecla) — Signora ?... 

Tecla — No, no, rimanete pure, ve ne 
prego... Rimanete a godervi lo spettacolo 
finale. È interessante, come vedete... 

Edoardo (guardando Giorgio) — Interessan- 
tissimo !... 

Giorgio (con un scatto, violento, aggressivo) — 

Signore !... Voi mi dovete una spiegazione, 
immediatamente ! 

Tecla (scoppia in una risata ironica, disar- 
mante). 




Edoardo (con serietà bur- 

lona) — Sono a vostra di- 
sposizione, signore !... 

Tecla — Edoardo non 
vi deve alcuna spiegazione. 
Egli è mio alleato in que- 
sta commedia e tanto ba- 
sta. Siate meno ridicolo, 
piuttosto, e meditate sul- 
l'accaduto considerando la 
vostra situazione di que- 
sto momento. È comica 
assai la vostra situazione, 
grottesca e, io vedo, im- 
barazzante... Ma io la in- 
tendo diversamente, molto 
diversamente! Da questo 
momento, signor mio, io 
non sono pili vostra mo- 
glie... 

Giorgio (ridicolo) — Co- 
sa non siete ? 

Tecla — Vostra mo- 
glie... 

Giorgio (di nuovo aggres- 
sivo contro Edoardo) — Avete 

capito?... Non è più mia 
moglie, dice lei... E tutto 

questo perché?... perché?... perché... perché... 

Uscite, signore, immediatamente!... Lasciatemi 

solo con lei, lo esigo! 

Tecla (a Edoardo) — Rimanete... 

Giorgio (battendosi i pugni sulla fronte) — E 

io stupido, io imbecille, idiota, che ci sono 
caduto, come un merlo, nella rete... Oh!... 
è molto ben riuscito lo scherzo; ma è molto 
di cattivo gusto, e noi, caro mio, ci inten- 
deremo !... 

Tecla — Io dico basta !... Edoardo non 
vi deve maggiori spiegazioni di quante voi 
non ne dobbiate a me... 

Giorgio — Quello che avete fatto con la 
complicità di questo commediante scavezza- 
collo non è serio, signora !... è insopporta- 
bile, assolutamente insopportabile !... 

Tecla — Vi ho detto, infatti, che fra noi 
tutto è finito... 



351 — 



LA PANARIE 



Giorgio — Beninteso !... 

Tecla -- lo mi riprenderò la mia libertà... 

Giorgio — E io la mia... 

Tecla — Non sarò più vostra moglie... 

Giorgio — Non lo siete mai stata. 

Tecla — Cosa dite? 

Giorgio — Dico che mia moglie, la mia 
donna, tìiia, non lo siete mai stata... 

Tecla — Neanche questa notte ? 

Giorgio — Oh, si !... Ma questa notte non 
eravate mia moglie !... Questa notte era la 
commedia... Giocavate la parte di amante, 
questa notte... Ma che idiota sono stato a 
non accorgermi !... 

Tecla — E voi, che parte giocavate, voi ? 

Giorgio — Io ?... 

Tecla — Non la parte del marito, ma 
anche voi quella dell'amante, e dell'amante... 
entusiasta di tradire la propria moglie... e 
come entusiasta !... Con questa differenza : 
che io sapevo di far l'amante... con mio ma- 
rito, mentre voi... voi eravate convinto, e 
felice, di tradirmi con un'altra, assaporando 
in quest' altra più che la donna, che era 
quella di sempre, cioè vostra moglie, il frutto 
del peccato, dell'inganno, dell'adulterio... 
Come siete stupidi voi uomini !... 

Giorgio — Grazie, anche per lui ! 

Tecla (pestando i piedi, graziosamente arrabbiata) 

— Si, SI, Si!... stupidi! Tu non sapevi che 
ero io e mi hai amata come non ti sei mai 
sognato di amare tua moglie ! tua moglie 
che sono io, la stessa di questa notte... Per- 
ché? Me lo dici perché? 

Giorgio (rabbonito) — Io ho amato questa 
notte, senza sapere che eri tu, una donna 
deliziosa !... 

Tecla — Hai amato il peccato ! 

Giorgio — Una donna deliziosa, insupe- 
rabile, uno zucchero !... Era la stessa, è vero, 
cioè mia moglie... la solita moglie di due 
anni di matrimonio... 

Tecla (fra i denti) — Grazie. 

Giorgio — Prego. Pure la stessa cosa... 
era un'altra cosa. Perché? Me lo dici perché? 

Edoardo — A questo punto io reputo 
conveniente ritirarmi. Certe spiegazioni ri- 



chiedono... una maggiore intimità. La mia 
parte è terminata... Sono certo, caro Giorgio, 
che non mi serberai rancore. Lo stratagemma 
di tua moglie, che non sarebbe riuscito senza 
la mia complicità, ti riconduce a lei... Ma 
non a lei tua moglie, bensì alla sconosciuta 
amante di questa notte ; alla creatura che, 
poco fa, ti era sembrata inafferrabile e che 
invece è tua, completamente tua, sol che tu 
sappia avere in lei, più che la moglie, la 
donna che ti ama e che vuol essere tua... a 
costo di essere la moglie e l'amante in- 
sieme... La lezione è terminata, ma è servita, 
credo, ad entrambi... (Inchinandosi). Signora!... 
Signore !... 

Giorgio — Va all' inferno I... 

Edoardo — Grazie, ma non ho inten- 
zione, per ora, di prender moglie... (Via. Una 

pausa pesante. Giorgio è imbarazzato, ma sua moglie 
non lo è di meno. I loro sguardi si incontrano, si 
leggono e si sfuggono. Tecla è seduta, mentre Gior- 
gio, che non sa darsi un contegno, le gironzola in- 
torno senza decidersi a parlare per il primo). 

Tecla (quasi con pudore) — Non sei mai 
stato con me quello di questa notte... 

Giorgio (soddisfatto) — E tu?... Tu neanche! 

Tecla — Ma tu, questa notte, mi tradivi, 
io no... 

Giorgio — Io ti tradivo? 

Tecla — Puoi negarlo? Mi tradivi con 
un'altra... poiché tu non sapevi che « quella 
donna » ero io... Mentre io si, sapevo che 
eri tu... 

Giorgio — Ma mi hai amato giocando la 
parte di amante, come se in realtà tu non 
avessi saputo che ero io... Sapevi in me il 
marito, questo si, ma hai voluto di me 
l'amante... Hai dunque tradito il marito con 
l'amante !... 

Tecla — Marito o amante era sempre la 
stessa persona, però : la tua ! 

Giorgio — Anche tu... eri tu ! 

Tecla — Ero io, ma tu non lo sapevi. Tu 
eri persuaso di tradirmi con un'altra... 

Giorgio — Quello che importa è il modo 
con cui ti ho tradita... 

Tecla — Oh !... con molto ardore ! 

Giorgio — E questo cosa ti dice? Io non 



352 — 



UNA DONNA AL BUIO 



lo sospettavo, è vero, ma nelle mie braccia, 
questa notte, eri tu... Tu diversa, tu volon- 
tariamente più tu, ma tu, insomma! Colpa e 
merito tuo, dunque, se io ho amato con 
passione, con inusitato entusiasmo, con in- 
verosimile ardore la donna sconosciuta che... 

Oh !... (Striiigrendola tra le braccia) ... e questa 

donna sconosciuta, la donna insuperabile di 
questa notte sei tu!... Ma perché tutto questo? 

Tecla (lanouida) — Tu cominciavi a stan- 
carti di me, io lo sentivo, e ne soffrivo, in 
silenzio... Ogni giorno di pili capivo che non 
ero pili la stessa per te, che tu mi sfuggivi... 
Mi sono consigliata, allora, con Edoardo... 

Giorgio — Come me l'ha fatta bene, 
quel mascalzone ! 

Tecla — ... e, insieme, abbiamo voluto 
dimostrarti che tua moglie non è da meno 
delle altre, di qualsiasi altra che tu, comin- 
ciando ad aver sete di libertà e di novità, 
avessi potuto stringere nelle tue braccia... 
Perché voi mariti siete fatti cosi!... 

Giorgio (fa per darle un bacio) — Cara, cara 
la mia mogliettina ! 

Tecla (svincolandosi) — No, non voglio!... 

Giorgio — Che cosa non vuoi ? 

Tecla — Che tu mi chiami moglie... non 
voglio !... Sono la tua amante, voglio essere 
la tua amante... (Stringendosi a lui) Avevo paura 
di perderti, ma ora non ti perdo piti. Ora 

Disegni di Fred Pittino. 



sei mio, tutto mio... Sarai il mio amante e 
io ti tradirò tutta la vita con te... Tradirò 
mio marito Giorgio con... Giorgio il mio 
amante... Promettimi che ucciderai il tuo 
rivale ! 

Giorgio — Ucciderò in me il marito, te 
lo prometto... Con un colpo di rivoltella al 

cuore... vuoi ? (Fa il gesto di spararsi) ... Là!... 

morto !... 

Tecla (baciandolo) — Giorgio !... 

Giorgio (aprendo gli occhi) — Giorgio chi?... 
Quale dei due? 

Tecla — Quello di questa notte... l'assas- 
sino di mio marito... 

Giorgio (abbracciandola) — Cara la mia... 

Tecla (mettendogli una mano sulla bocca) — 

Mia ?... 

Giorgio — La mia Tecla dolcissima, bella 
e deliziosa come non me n'ero mai accorto... 

Tecla — Al buio si, te ne sei accorto! 

Giorgio — Tecla, questa notte... 

Tecla -- Questa notte?... 

Giorgio — E tutte le altre notti... spe- 
gneremo tutte le luci... 

Tecla — Al buio ?... 

Giorgio — Si, al buio... 

Tecla — Per non arrossire? 

Giorgio — Per non arrossire, si... di 
aver ucciso io tuo marito e tu mia moglie... 

(Si abbracciano). 

Oixiseppe Castelletti. 



CALA la tela. 



353 - 



LA PANARIE, 23 



FRIULANI IN AMERICA 



L'ultimo numero della e Famee Furlane > di 
Buenos Aires ci reca l'annunzio della morte, 
colà avvenuta il giorno 17 novembre u. s., di 
uno dei Friulani che più si erano fatti onore all'e- 
stero: dell' ing. cav. uff. Luigi Stremiz, Presidente 
onorario di quella Associazione fra Friulani, lavora- 
tore tenace e intelligente, benefattore dal cuore sem- 
pre aperto verso i sofferenti, patriotta attaccatissimo 
alla sua terra e alle istituzioni italiane d'America. 
Aveva ottantatre anni : veneranda età, tutta dedita, 
si può dire fino all'ultimo respiro, al lavoro. Sono 
infatti a lui dovute innumeri opere edili della Repub- 
blica Argentina: il palazzo del Dipartimento di Po- 
lizia a Buenos Aires, il palazzo del Governo della 
provincia della Piata, l'ospetiale militare e la magni- 
fica Casa Rosada, attuale sede del Governo della 
Capitale federale, la ferrovia che congiunge il Chaco 
con la Bolivia, per non citare che le maggiori. 

Ai congiunti e alla « Famee Furlane » inviamo le 
nostre più vive condoglianze ; alla sua memoria di 
galantuomo il saluto accorato del Friuli, da cui si 
spense lontano, serbandogli costante e tenacissimo 
affetto. 



Lo stesso numero del periodico dei nostri emi- 
grati d'America reca un vibrante saluto del Vice- 
Presidente della Società Filologica co. Enrico del 
Torso alla Famiglia Friulana di Buenos Aires, bene 
augurante « alla sempre crescente prosperità della 
Famiglia stessa che, annullando ogni materiale di- 
stanza, con la forza onnipotente dell'amore, affratella, 
attraverso gli oceani, tutti i figli della piccola Pa- 
tria. » Fra i saluti augurali dalle Autorità nostre in- 
viati ai Friulani d'America, ne rileviamo uno partico- 
lare da S. E. l'Arcivescovo Mons. Giuseppe Nogara 
affidato ad Attilio Conte, instancabile Presidente di 
quella « Famee Furlane ■>, in occasione del suo re- 
cente viaggio in Italia. Allo stesso Conte, assecon- 
dando il desiderio espressole dai suoi lettori d'Ame- 
rica, « La Panarie » affidò pure un saluto che in 
parte riproduciamo : 

«Voi rimarrete quali siete partiti: Friulani, cioè 
Italiani, nello spirito e, quel che pili conta, nel cuore, 
e come un solo amore oggi vi unisce, cosi un solo 
desio vi sospingerà quando che sia a rivedere la 
terra dove dormono i vostri padri, dove ogni aspetto 
della natura vi desterà nella memoria i giorni felici 
dell'infanzia, dove ogni finestra vi rievocherà un 



dolce viso di donna, dove ogni casa vi sorriderà con 
la sua folla di ricordi, dove varcando la soglia di 
una casa, la vostra, il piatito bagnerà il vostro ciglio 
soavemente... 

Portandovi i fiori dell'Alpe e la terra del Carso 
questo vi dice il vostro Presidente, o amici lontani ; 
ma la sua viva parola vi dirà più e meglio di questa 
nostra affidata alla carta, come il Friuli sia di voi 
orgoglioso : di voi che lo onorate silenziosamente col 
lavoro diuturno, di voi che ne recate l'idioma fino 
al Chaco solingo, fino alle Ande nevose, fino allo 
sterminato oceano donde si varca verso il favoloso 
Oriente; di voi che rizzatela bandiera d'Italia ovun- 
que s'affonda la vostra vanga di pionieri, ovunque 
s'innalzano le fabbriche maestose germinate dall'o- 
pera delle vostre menti e delle braccia vostre. Il 
Friuli è fiero di voi anche j^erché sa e sente che lo 
ricambiate di fedelissimo e, diremmo quasi, di bru- 
ciante amore: ultima prova ne sia la vostra unione 
fraterna. Io spirito di sacrificio che vi chiama intorno 
alla vostra « Famiglia >, e ultimissima prova ne sarà 
lo slancio con cui risponderete all'appello per donare 
alla città di Udine — alla vostra Udine — il monu- 
mento che esalterà la liberazione del Friuli dal ser- 
vaggio straniero. 

Per questa novella prova del vostro devoto amore 
vi ricordiamo un vecchio canto friulano, ripetuto dai 
nostri fratelli d'oltre Isonzo nei giorni in cui il 
Friuli orientale non era congiunto alla Madre Patria. 
Finiva il canto con questa affermazione altamente 
patriottica: < Sin Furlans ! Da l'Usinz a la Livenze, 
da la Ciargne infin al mar... > 

Ora quel canto - compiuti i fati della Patria — 
potrebbe estendersi dovunque un Friulano vive e lavora 
— dall'Australia alle due Americhe — serbando nel 
cuore vivissima la fiamma del focolare abbandonato. 

<v Sin Furlans ! » 

Ieri come oggi, oggi come domani: anzi oggi più 
di ieri, e domani più di oggi, che tale è il comanda- 
mento dettatoci dai nostri morti padri e dai nostri 
morti figli, spentisi gli uni nella fede delle patrie 
tradizioni, immolatisi gli altri per fare la Patria più 
sicura e più grande. > 



Segnaliamo inoltre un atto significativo della e Fa- 
miglia Friulana - di Nuova York: l'adesione in massa 
de' suoi associati alla Società Filologica Friulana. 
Benissimo. 



354 




Udine - CASA A S. OSVALDO - (Anno 1921). 
Fnsieme piacevole tratto da forme tradizionali friulane. 



P ROVIN O VA LL E 

ARCH ITETTO 



LA casa qui riprodotta spiega, assai 
meglio di un lungo discorso, l'arte 
dell'architetto udinese Provino Valle. 
L'ingresso, la trifora centrale, le finestre, il 
tetto e il focolare sporgenti si riallacciano 
fedelmente alla tradizione friulana, alla tipica 
casa, cioè, di cui quasi in ogni nostro paese 
s'ammira qualche esemplare miracolosamente 
sfuggito al piccone demolitore o ai cervel- 
lotici restauri. 

La falsariga della tradizione non ha impe- 
dito all'artista di armonizzare con gusto tutto 
personale gli antichi elementi, sicché egli ne 
ha ricavato un'opera nuova e piacevole, nella 



quale il passato concorre come mezzo per 
la realizzazione delle moderne esigenze. 

Ma la casa qui riprodotta rivela altresì lo 
spirito informatore e animatore di tutta l'ar- 
chitettura del Valle, in quanto questa, pur 
procedendo nel quadro di una esatta visione 
realistica — di una valutazione ragionata 
delle singole parti e della stessa decorazione 
~ non s'abbandona al razionalismo oggi di 
moda se non quel tanto che valga a non 
intaccare le basi della visione estetica. 

Lo so : in tempi in cui V internazionalismo 
architettonico proclama in tutte le lingue — 
ahimè, ormai con motivi sempre monocordi 



— 355 



LA PANARIE 




Udine - VILLA LEONCINI - (Anno 1910). 

Semplicità e chiarezza di linee che bene si adattano alle costruzioni 
di modeste dimensioni. 




V I 1_ U. A >. . r^ AT.? ìf. 



• Ht^ • ^cA^n I «^ 



VILLA SUL MARE - (Anno 1910). 
Progetto che i moderni <- razionalisti » tentano nuovamente di riaffermare. 



356 — 



PROVINO VALLE ARCHITETTO 




I 



Udine - SCUOLE DEL COLLEGIO DI TOPPO-WASSERMANN - (Anno 1923). 

La destinazione dell'edifizio è ben caratterizzata dall'aspetto 
serenamente lieto della sna architettnra. 



— di ispirarsi di preferenza al velivolo an- 
ziché al Colosseo, si potrà tacciare l'archi- 
tetto Valle di eccessivo tradizionalismo. Non 
è di ieri questa affermazione del « credo » 
novissimo : « È prossima l'ora in cui trion- 
ferà una nuova architettura internazionaliz- 
zata e con poche variazioni da un paese 
all'altro, della quale l' unità sarà offerta dalla 
matematica e dalla intelligenza ? » 

Ebbene, vedo Provino Valle — cosa non 
frequente in lui — sorridere. E con ragione, 
che egli potrebbe dimostrare a' suoi critici 
meno benevoli di aver antecipato con le pro- 
prie opere, e fra i primi, il cosidetto razio- 
nalismo architettonico (si veda, ad esempio, 
la « Villa Leoncini » costruita nell'anno 1910 
e il progetto per « Villa al mare » datato 
dello stesso anno), e in tempi in cui — si 
noti bene — imperava ancóra quello stile 
floreale o « liberty » che, dall' inizio del se- 



colo, infestava tante città nostre, — Milano 
insegni, — in modo veramente contagioso 
e disonorevole. 

Il nostro giovane artista aveva dunque ca- 
pito prontamente le nuove necessità e gli 
orientamenti nuovi, né era rimasto insensi- 
bile al fresco vento che da Vienna spirava 
il movimento della « Secession », seguendo 
in ciò l'esempio illuminato di un illustre 
friulano — l'architetto Raimondo D'Aronco 
— il quale si può giustamente considerare, 
anche a distanza di tanti anni, un innovatore 
audace e pugnace in mezzo allo smarrimento 
creato dal bazar stilistico dell'ultimo Ot- 
tocento. 

Se non che Provino Valle procedette cir- 
cospetto e cauto lungo la via sfrondata dalla 
lussurreggiante fioritura, e non soltanto in 
senso metaforico, dello stile « liberty », non 
accettando in pieno gli estremismi che fin 



— 357 



LA PANARIE 




Perteole - CIMITERO DI GUERRA - (Anno 1917). 
Questa cappella, di effetto monumentale, è ottenuta con poche masse architettoniche. 



d'allora s'annunziavano totalitari e che ora- 
mai sono pervenuti alla casa-scatola « made » 
in Germania o in Russia, indifferentemente, 
matematica e fredda, sia pure comoda e lu- 
minosa quanto volete, ma — concedetemi 
questo paradosso, o amici razionalisti — 
priva di quell'intimo senso di poesia per 
cui, ad esempio, la bruna bellezza di una 
donna mediterranea si differenzia profon- 
damente da una bionda bellezza del set- 
tentrione o, putacaso, il « tucùl » africano 
all'ombra delle grandi palme non parla al 
cuor nostro come la bianca villa settecentesca 
affondata nella verzura di un parco secolare. 
Ma, a proposito del nostro Valle, c'è qual- 
che cos'altro da aggiungere : egli è nato co- 
struttore, ed è questo l'aspetto più saliente 
della sua personalità. Il suo motto preferito: 



« Pietra ci vuole ! » rivela ad un tempo la 
sua volontà creatrice e il suo innato equili- 
brio, spiega il perché egli consideri l'archi- 
tettura non già alla stregua di una moda 
effimera, ma d' un'arte che si proietta nel 
futuro, durevolmente e solidamente, e quindi 
non soggetta a leggi e a gusti di fronda. 



Ho accennato incidentalmente alla sua vo- 
lontà: ebbene, i suoi compagni di Accademia 
serbano tuttora vivo il ricordo di lui che, a 
prezzo di costanti sacrifizi — con un viatico 
pertanto di nobiltà vera — richiama in breve 
tempo su di sé l'attenzione dei maestri e 
dei condiscepoli. Taciturno e per lo più solo 
soletto, egli sosta lungamente dinanzi agli 
insigni monumenti di cui Venezia s'ammanta; 



358 



PROVINO VALLE ARCHITtTTO 




Perteole - CIMITERO DI GUERRA - (Anno 1917). 

All'austerità del luogo beu si addicono le rudi linee dei pilastri e dell'architrave 
d'ingresso, ingentilite dal motivo della cancellata. 



— 359 



LA PANARIE 



raffronta e annota, pronto a cogliere di eia- un premio che rappresenta la prima vit- 
scuno le linee e lo stile, lo spirito e direi toria e il primo guadagno del giovanissimo 
quasi la voce. architetto il quale s'accinge cosi a conqui- 



4^ 




QuALSO Nuovo - CHIESETTA - (Anno 1926). 

Colonne, archi, corniciature ripetono qui le forme che i monumenti di ogni tempo 
ammettono come elementi indispensabili dell'architettura. 

A diciannove anni (è ancóra studente) starsi, con l'aiuto del solo suo ingegno, il 

prende parte al concorso per il progetto proprio posto nel mondo, 

della Banca Popolare di Conegliano Veneto L'anno seguente, nel 1908, egli affronta 

riuscendo a entrare nella terna tra i migliori, un lavoro di notevole difficoltà: il progetto 

tanto che il suo lavoro è ricompensato con per l'ampliamento e il restauro del palazzo 



360 



PROVINO VALLE ARCHITETTO 




Udine - TEMPIO DEI CADUTI D'ITALIA - (Anno 1929). 

Grandiosità di linee, semplicità di particolari, arte che si forma e si tramanda non 
mascherata danno stile: degna glorificazione dei Cadnti e segno del nostro tempo. 



dell'Associazione Agraria Friulana in Udine, 
rivelando tosto una seria cultura, uno squi- 
sito buon gusto e un grande senso pratico. 
L'edifizio infatti, senza perdere le proprie 
caratteristiche di antica venustà, corrispon- 
deva pienamente alle moderne esigenze cui 
si volle destinato. 

Agli anni che precedono la guerra appar- 
tengono altri lavori del Valle: oltre la «Villa 
Leoncini » citata, ricordo il Collegio di Toppo- 
Wassermann di Udine, la « Villa Bazzoni » 
al Lido (Venezia) e un gruppo di case ai 
Tolentini, pure a Venezia, il Teatro « Licinio » 
di Pordenone (a proposito, quando ci si deci- 
derà di mutar nome a questo teatro il quale 



erroneamente s'intitola a Giovanni Antonio 
Regillo detto il « Pordenone » ?), il bel mu- 
nicipio di Tricesimo, ecc. 

Lo scoppio della guerra trova l'architetto 
Valle, volontario, in un posto in cui le sue 
provate qualità di tecnico rendono apprez- 
zati servizi : al Comando Genio della III Ar- 
mata. Una medaglia al valore militare e un 
encomio premiano la sua attività tra le 
truppe operanti ; ed in quel tempo egli ha 
pure modo di affermarsi in un'opera dì pietà 
patriottica di alto significato : è suo, infatti, 
il progetto del Cimitero di Perteole, dove 
furono inumati i Caduti sulla fronte carsica 
e dove, sopra il monumento centrale, era 



361 



LA PANARIE 




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362 



PROVINO VALLE ARCHITETTO 




Udine - CASA DEL co. CARLO del TORSO - (Anno 1926). 

Palazzetto di città. Pilastri con capitelli, cornicioni, frontone, basamento bugnato: 
elementi tutti di classica architettura. 



destinata la scultura simbolica « L'angelo 
della carità » di Ettore Ximenes che, invece, 
fu in seguito collocata tra i cipressi del Ci- 
mitero di Aquileia. 

Ma l'opera più feconda dell'architetto Valle 
— ritornato nel suo Friuli liberato, ma deva- 
stato e minato — riprende nell'anno 1919; e 
in questa sua opera non c'è soltanto lo zelo 
del professionista geniale e alacre, ma oserei 
dire la devozione del figlio verso la piccola 
Patria mutilata. Lo spettacolo miserando delle 
rovine di intieri gruppi di case, i cumuli dei 
calcinacci, i muri nerastri per gli incendi, 
eretti al cielo come macabri scenarii, stimo- 
lano in lui, tra i primissimi, il proposito di 
riparare sollecitamente i danni subiti dalla no- 
stra terra. E fu pertanto ancóra soldato, — 
soldato di una civile milizia, — amorevol- 
mente intento a ricostruire l'altare e il foco- 
lare, prodigandosi senza riposi per lunghi 
anni nella stesura e nell'elaborazione di pro- 



getti, nel dar loro forma di compiuta e du 
revole bellezza, nel rimuovere le ingombranti 
macerie materiali e burocratiche, nel ridonare 
a diecine di edifizi un volto nuovo. 

A Udine, le maggiori ferite, dovute spe- 
cialmente agli incendi scoppiati nella città 
preda del nemico, sono sanate dall'architetto 
Valle : accenno alla resurrezione della fra- 
zione di S. Osvaldo, gravissimamente dan- 
neggiata in seguito allo scoppio di muni- 
zioni del 27 agosto 1917, — anzi addirittura 
rasa al suolo, — dove furono costruite, con 
la chiesa, ben settanta nuove case, alla resur- 
rezione dell' angolo tra via Cavour e via 
Belloni, della vasta isola tra Piazza XX Set- 
tembre, via Paolo Canciani e via Cavour, 
del palazzo Capellani in Piazza Umberto I, 
delle case Degani e Leskovic sul viale della 
Stazione, per non nominare che le opere 
maggiori. 

Pontebba, ancor più gravemente mutilata, 



363 



LA PANARIE 




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PROVINO VALLE ARCHITETTO 




Roma - VILLA IN 
VIALE NOMEN- 
TANA - (Anno 1925). 

L'architettura è di- 
versa da quella delle 
opere precedenti e ri- 
sente della diversità 
dell'ambiente... 



inaugura nel 1922 il suo magnifico palazzo 
del Comune, opera egregia del Valle; Lati- 
sana, un anno dopo, accorre festante a inau- 
gurare il modernissimo stabilimento balneare 
di Lignano, costruito razionalmente dal Valle 



secondo un piano lungimirante che involge 
l'avvenire dell'intiera splendida spiaggia. 

A Cormòns sono suoi i progetti di quella 
Banca Cooperativa e di quel setificio ; a 
Tarcento i progetti dell'aereo ponte sul Torre 



Roma - VILLA IN 

VIALE AVENTINO 

(Anno 1925). 

... e delle ville di 

Roma, traendo da 

queste motivi e 

ispirazione. 




— 365 - 



LA PANARIF 



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PROGETTO DI PALAZZO IN ROMA - (Anno 1924). 

Non c'è forse qui il proposito di tentare architettonicamente qualcosa 
dei grandi palazzi romani ? 




STUDIO PER I PALAZZI DI PIAZZA OBERDAN IN TRIESTE - (Anno 1927). 

L'effetto è grandioso, con costruzioni adatte alle moderne necessità. 
Architettura tipicamente veneta. 



— 366 



PROVINO VALLE ARCHITETTO 




PARTICOLARE DELLA PIAZZA OBERDAN IN TRIESTE - (Anno 1927). 

La monumentalità della piazza a esedra è ottenuta dal motivo a colonnati 
che si ripete eguale su tutto lo sviluppo. 




Udine - PALAZZO DI PIAZZA XX SETTEMBRE - (Anno 1929). 

È la fronte lungo la nuova via tra la Piazza e via Cavour, costruita a metà. 

Attende dal tempo il provvedimento che tolga di mezzo le casupole che ne 

impediscono il completamento. 



— 367 



LA PANARIE 




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368 



PROVINO VALLE ARCHITETTO 




STUDIO PER IL PALAZZO DELL'ISTITUTO NAZIONALE DELLE ASSICURAZIONI 

IN PADOVA - (Anno 1929). 

Il motivo del pianoterra ad archi e i contorni delle finestre a pietre sbozzate 

frequentemente si ripetono nelle opere del Valle. Questo motivo elementare 

è rispondente alla sensibilità e alla concezione architettonica dell'artista. 




STUDIO PER LO STESSO PALAZZO - (Anno 1929). 

Modificate le parti alte laterali, inserita una suddivisione a colonne, l'edifizio 

bene rispondeva alla funzione di servire di sfondo a una moderna piazza 

veneta, se non che il progetto fu giudicato troppo... « passatista ! > 



- 369 



LA PANARIE, 24 



LA PANARIE 




PARTICOLARE DELLO STUDIO PRECEDENTE. 

La razionalità dell'organismo architettonico, la monunientalità delle proporzioni 

e del rilievo, la distribuzione delle varie parti fanno rivivere, in una nuova 

interpretazione, gli eterni principi dell'architettura. 



a Bulfons, del parziale ampliamento di quel 
cascamificio, del setificio Pividori ; a Sdràus- 
sina del cascamificio; a Tricesimo, oltre al 
municipio, sono suoi i progetti della elegante 
«Villa Mantovani» e della farmacia Asquini; 
a Buia il progetto della casa Barnaba; a 
Rivignano il progetto della casa Malattia; a 
Venezia è a lui dovuto il palazzo della Banca 



Italo-Britannica; a Santa Margherita il pro- 
getto della signorile «Villa di Brazzà»; a 
Udine ancóra il progetto del palazzo del 
co. Carlo del Torso; a Qualso il progetto 
della cappella Cattarossi; a Pasian di Prato 
il progetto del Monumento ai Caduti ; a 
Roma e a Fiume il progetto di moderne 
ville, ecc. ecc. 



370 - 



PROVINO VALLE ARCHITETTO 



Né può stupire in questo lavoratore di ec- 
cezione l'attività da lui spiegata nel campo 
dei concorsi nazionali, ai quali partecipò con 
notevoli progetti ottenendo anche dei premi. 
Cosi dicasi del concorso per l'Istituto per 
le Case Popolari di Venezia, per il monu- 
mento al Fante sul San Michele, per il Ponte 
della Vittoria a Verona, per il palazzo della 
Cassa di Risparmio di Milano, per la Borsa 
e l'Istituto delle Assicurazioni di Padova, per 
il palazzo delle Corporazioni in Roma. 

Mi piace chiudere questa vasta rassegna 
di opere soffermandomi su quella che, per 

Fot. A. Brisighelli. 



il SUO significato, s'impone maggiormente 
alla nostra attenzione : alludo al Tempio- 
ossario dedicato ai Caduti d' Italia, già in via 
di costruzione, che sorge in Udine sul Piaz- 
zale XXVI Luglio. AI qual proposito sono 
lieto di rilevare come la doverosa costru- 
zione, destinata ad accogliere le salme di 
tutti i Caduti sepolte nei varii cimiteri del 
Friuli, stia per essere avviata verso una 
soluzione austeramente grandiosa, rispon- 
dente al nobilissimo fine di riuscire, ad un 
tempo, tempio di civile e di mistico rac- 
coglimento. 

CHino Krxnsicorsi. 




STUDIO PER UN PALAZZO COMMERCIALE IN ROMA - (Anno 1929). 

La destinazione unitaria dell'edifizio trova rispondenza nel concetto unitario dell'insieme. 
Ed ora, considerando i disegni del 1910 e questi recentissimi, dobbiamo farci l'interro- 
gazione che soltanto l'avvenire potrà risolvere: <- è questa architettura?» 



371 




Can Da la Scala sulla cuspide del suo mausoleo di Verona. 

L'ARCANO SCALIGERO 
DI VENZONE 



Asoli tredici anni dalla morte di Can 
Grande Da la Scala (22 luglio 1329) la 
Signoria veronese che s'era fatta pa- 
drona di ben nove grandi e nobili città della 
Venezia, della Lombardia, dell' Emilia e della 
Toscana, decadeva rapidamente e, nel 1378, 
affogava con l'ultimo Antonio nella marea 
travolgente delle coalizioni nemiche, senza 
che rimanesse alcuna traccia del suo pas- 
saggio nelle terre conquistate. 

Avidi di affermarsi i Signori di Verona 
non mancarono mai d'inalberare stendardi 
e di murare scale con santi augelli su esse 
appollaiati e cani rampanti sui palazzi e le 
torri delle città sottomesse ; ma perfino nella 



fedelissima Vicenza, ove sventolò pili a lungo 
che altrove il drappo vermiglio dalla bianca 
scala, cercherebbesi invano una pietra con- 
trassegnata dalle loro insegne. 

Le dominazioni cadute sopportarono tutte 
con penosa fatalità lo scempio delle memorie 
monumentali, e la scaligera non si sottrasse 
alla sorte comune; Verona fu salva, in parte 
almeno, non per amorosi riguardi alla sua 
storia e allo splendore dei suoi mausolei, 
ma per considerazioni di ben altro genere 
e sopra tutto politicamente prudenziali. 

I Da la Scala non avevano consegnato la 
spada e non era ancóra spenta l'eco di sfor- 
tunate ma aspramente contese battaglie (Bren- 



372 



L'ARCANO SCALIGERO DI VENZONE 



telle, 25 luglio 1386, e Casta- 
gnaro, 11 marzo 1387); An- 
tonio, esule inquieto, vagava 
dovunque a ridestare nella 
memoria di potenti amici 
obliosi le promesse dei giorni 
belli e, di momento in mo- 
mento, potevasi ripresentare 
arcigno e anelante alla ri- 
scossa. Aderenti vecchi e 
nuovi non avrebbero man- 
cato di assecondarlo e Ve- 
rona insofferente di giogo e 
piena ancóra d'orgoglio sa- 
rebbe insorta nel suo nome 
anche se scellerato. 

Le folli distruzioni dipen- 
dono da troppo frequenti fe- 
nomeni d'incoscienza e di fa- 
natismo per destar meraviglia, ma appunto per 
questo dovrà sembrare alquanto strano che 
le pietre infrante ovunque significarono co- 
mando appariscano intatte a Venzone del 
Friuli, terra da Verona non mai posseduta, 
costantemente estranea alle sue guerre e ai 
suoi commerci, e vi siano numerose quanto 

basta per far- 

la sembrare 
qualche cosa 
come una mi- 
nor sorella 
dell'alma ca- 
pitale atesina. 




stemma del sepolcreto veronese 



* * 



Venzone, 
per chi la co- 
nosce di nome 
soltanto o per 
la fama di 
certe mum- 
mie di sua 
speciale pro- 
duzione, di- 
sposte in pal- 
lido giro fra 
le pareti di un 



vecchio battistero a compro- 
vare arcane prerogative di 
tombe gentilizie, è una ro- 
mantica borgata chiusa da 
antiche mura e adagiata ai 
piedi dell'Alpe Gamica, 
presso la riva sinistra del Ta- 
gliamento, poco prima che 
il Fella confonda le sue ac- 
que nella rete di rivoli sme- 
raldini che ne solcano il greto, 
allorquando le piene non lo 
trasformino in un biondo 
lago scorrente. 

La bellezza del luogo è va- 
riamente allettatrice; alle 
prime case si presentano i 
campanili scortanti la chiesa 
maggiore, mutilo l'uno, l'al- 
tro alto, poderoso, coronato di cuspide ver- 
miglia, sentinella canora di cube grigie, di 
portali raccolti nella maestà di pseudo pro- 
tiri bizantineggianti, di finestre gotiche e di 
statue sentimentali disposte sugli esterni co- 
ronamenti a preannunziare il Rinascimento. 
Nel cuore dell'abitato signoreggia il palazzo 

comunale cor- 
tese di una 
scala a giorno 
e di loggiati 
terreni, vago 
di quattrocen- 
tesche bifore 
archiac ute 
e di classico 
torrione for- 
^^ nito di dop- 

'^^*? '^ ' Mli-~^ pio quadrante 

""V^'''ninr^i e di pensile 
^1 .-.^É^^^^^iM campana. 

Fra agresti 
dimore dai 
tetti spor- 
genti, liete di 
fiori e di fe- 
stoni di vite, 

Fianco del Palazzo comunale. appariscono 




373 



LA PANARIE 




edifizi che 
non mento- 
no sotto ve- 
ste rinno- 
vata origini 
lontane, 
adorni, non 
di rado, di 
finestre bel- 
lamente or- 
nate, di log- 
ge t te e di 
pogginoli 
veneziani e 
lombarde- 
schi; ad ogni 

sfondo delle vie tortuose si scoprono folte 
chiome di piante, torri e cortine ammantate 
d'edera e profilantisi sulla scoscesa maestà 
di montagne imminenti. 

* 
* * 

A Venzone abbondano gli emblemi poli- 
tici e gentilizi. Una eretta aquila e un leone 
con l'ali, murati sul palazzo del Comune, 
rammentano le dominazioni più antiche di 
Aquileia e di Venezia; un ponte a tre archi 
simboleggia la città, e scudi qua e là di- 
sposti narrano dei notabili del luogo che 
governarono la terra per conto dei Patriarchi 
e di Signori italiani e stranieri ai quali ve- 
niva investita, e ricordano gli incaricati della 
Repubblica di Venezia coi quali 
i notabili stessi cooperarono fe- 
delmente dal 1420 al disparire 
di San Marco. 

Non soltanto in fronte al pub- 
blico palazzo e sulle lapidi se- 
polcrali, codesti patrizi nume- 
rosi, secondo la costituzione 
aquileiese, a Venzone come in 
tutti i maggiori centri del Friuli, 
ebbero cura di mettere in evi- 
denza le loro insegne che ap- 
pariscono nelle vie principali e 
nelle più ascose, in assiduo ri- 
petersi di scudi sormontati da 



L'arca scaligera. 




Arma aneddotica 
del Palazzo comunale. 



cimieri alati, 
protetti da 
cappe svo- 
lazzanti e 
contenuti in 
grandi e pic- 
coli riquadri 
marmorei di 
ogni età, di 
ogni stile e 
quasi sem- 
pre di buoni 
scalpelli. 

In tanta 
profusione 
di stemmi le 
armi scaligere adornano, oltre al civico palazzo, 
un'arca sepolcrale addossata al fianco orien- 
tale del duomo, il maggior prospetto d'una 
di quelle case che non mentono sotto mu- 
tato aspetto origini lontane (l'avita dimora 
dei Da la Scala) e si scoprono in un chias- 
suolo solitario ove l'edifizio stesso s'appa- 
lesa in tutta la sua veneranda antichità. 

* 
* * 

Negletta per lunghi anni fra gli sterpi e 
la ghiaia del sagrato e ricomposta tarda- 
mente ove si trova, la bella urna del duomo 
ha perduta la freschezza primitiva, ma non 
la sincera, commovente espressione d'arte e 
di fede che la rende ammirevole. 

Fra due scudi scalati, l'uno 
disadorno, l'altro coperto da 
cimiero fornito di cappa e di 
doppia cresta coronata di penne 
aquileiesi, apparisce sulla sua 
fronte il defunto scaligero, sic- 
come rapito da angeli nimbati, 
ricoperti da vesti drappeggiate 
dal vento e gesticolanti quasi 
pronunciassero parole ammoni- 
trici. Nelle specchiature minori 
variano i simboli religiosi e 
chiude l'avello una pietra spia- 
nata ed in parte supplita a ri- 
paro di vecchi oltraggi. Tre C 



— 374 



l'arcano scaligero di venzone 



semigotiche consecutive, a mala pena leg- 
gibili sul minor lato di sinistra, indicano il 
secolo decimoquarto. 

Alla stessa età dell'arca e forse alle stesse 
maestranze apparterrebbero lo scudo del ci- 
vico palazzo e la targa di Via Nazionale, 
l'uno e l'altro rimarchevoli per bellezza pro- 
pria e per significati ascosi o supposti. 



Notasi il primo per una misteriosa strana 
variante alle consuete forme araldiche del 
casato, risultandovi soppressi due dei quat- 
tro pioli della scala e spezzati in alto e ri- 
piegati all'esterno i relativi montanti; notasi 
la seconda per la bizzarra forma dell'elmo 
che vi è scolpito, culminante in volto umano, 
un volto paffuto e sprezzantello raccolto in 
cuffia fornita di grandi orecchie di cane, che 
il popolo minuto di Venzone credette allu- 
sive alla persona dello stesso Can Grande. 

Di non poco più antica ma storicamente 
pili importante di ognuno dei ricordati mo- 
numenti, la scala disadorna che sta a tergo 
della casa scaligera, fra pietre grezze e som- 
mariamente squadrate commiste ad elementi 
architettonici di semplicità primitiva ma si- 
gnorile, verrebbe a dimostrare, con evidenza 
non facilmente oppugnabile, che i Da la Scala 
erano già stabiliti o giungevano a Venzone 
nel precedente secolo tredicesimo. 

* 
* * 

Che codesti Scaligeri derivassero veramente 
dalla Signoria veronese è cosa che comune- 
mente si afferma, ma che fino ad ora non 
venne dimostrata con la storia alla mano. 

Fiamme 
dolose, delle 
quali fu fatta 
colpa a certi 
nobili Dal 
Pozzo, pu- 
niti /// aeter- 
nam rei me- 
A A ^ u- 1 . . . moriam con 

Arma del chiassuolo retrostante ; 

alla casa scaligera. la SOppreS- 





Stemma scaligero 
in Via Nazionale. 



sione del loro 
stemma dal 
prospetto del 
palazzocomu- 
nale, distrus- 
sero, nel 1571, 
una parte del 
palazzo stesso 
e con essa 
tutti gli ar- 
chivi ecclesia- 
stici e civili 
che vi erano 
contenuti, con 
danno irrepa- 
rabile delle 
memorie lo- 
cali e in spe- 
cial modo 
delle private. 
Le cronache 
friulane nulla 

riportano sull'avvento di gente illustre co- 
tanto, e mute sono le veronesi sul conto di 
Scaligeri salutati o insalutati ospiti per le 
terre dei Patriarchi d'Aquileia. 

Ben pochi, ripetiamo, mettono in dubbio 
l'origine principesca veronese che viene ad 
imporsi, diremo cosi automaticamente, col 
nome e con lo stemma, con le comuni 
ostentate abitudini al comando togato e 
guerriero, con le comuni preoccupazioni 
sfarzose in vita e in morte. Nessuno mai a 
Venzone, mirando scale scolpite, mancò di 
pensare ai Signori di Verona, a governatori 
di prestito o incaricati d'affari indugiati per 
sempre, a familiari sfuggiti alla punta del 
pugnale domestico, non di rado affilato al 
focolare scaligero, od al bilico dei traboc- 
chetti spesso insidiosi nelle alte stanze 
delle torri. 

Venzone dal canto suo, orgogliosa di pos- 
sedere un ritaglio di porpora principesca, 
non lasciò di coltivare e divulgare leggende 
che furono facilmente credute e fra queste 
la dolente istoria di alcuno dei Signori Sca- 
ligeri o di loro congiunti, sospinti lassù 



— 375 — 



LA PANARIE 




La mummia di destra fu datj 
per mummia scaligera. 



all'infuriare di quelle lotte di guelfi e di 
ghibellini che resero tristamente famosa la 
loro terra nell'età medievale, senza trascu- 
rare, ma ripetendo con mal celata contra- 
rietà, altra voce (la voce inevitabile del di- 
niego) accennante a gente volgare d'origine 
tedesca (Schala con l'h), insediatasi a Ven- 
zone in tempo imprecìsato e vestitasi di 
penne di pavone allorquando le gesta di 
Can Grande stupivano il mondo. 

* 
* * 

Resta ora a vedersi come la Signoria Sca- 
ligera, che non partecipò ad alcuno dei moti 
che afflissero Verona nel secolo tredicesimo, 
essendosi formata dopo che furono sopiti, e 
che, comunque, fin dal principio, fu forte e 
temuta quanto basta per non poter soccom- 
bere in alcun postumo frangente, possa es- 
sersi indotta a chiedere carità d'ostello oltre 
i propri confini, e come avventurieri tede- 
schi, presenti a Venzone nel secolo tredice- 
simo, avessero potuto farsi belli di glorie 
altrui prima che rifulgessero ; o più tardi, 
col beneplacito dei patriarchi d'Aquileia e di 
una nobiltà, di rango forse modesto, ma 
occhiuta, gelosa e intransigente quanto ogni 



altra per non tollerare contatti con simili 
usurpatori. 

Con buona pace dei rispettivi fautori, 
tanto la leggendaria derivazione principesca, 
quanto la tedesca dileguano inesorabilmente. 

Se però alcuno sospettasse per questo che 
ogni nostra fede nelle induzioni andasse di- 
strutta, osserveremo volentieri che le leg- 
gende falsate, alterate, sconvolte di narratore 
in narratore, possono conservare e talvolta 
conservano qualche brandello della verità che 
ebbe inizialmente ad informarle e che la 
leggenda cara a Venzone non tratta soltanto 
di Signorie ma altresì di guelfi e di ghibellini. 

Ed ecco come sfogliando la storia di Ve- 
rona di que' tempi fortunosi che, determi- 
nando il crollo del libero Comune e il sor- 
gere delle Signorie travolsero e dispersero 
fiore di antica nobiltà a Verona e altrove 
e misero a buona prova lo spirito generoso 
di italiane genti sorelle, si verrebbe a cono- 
scere che nel 1234, al ridestarsi dei rancori 
sopiti ma non spenti agli effimeri effetti di 
una pace artificiosa (Pace di Paquara, 28 
agosto 1232) e nel mentre Ezzelino da Ro- 
mano, spadroneggiante risguainava la spada, 
la podesteria di Verona era guidata da un 
Da la Scala di nome Ongarello, uomo di 
provata rettitudine e forse per questo caduto 
in disgrazia del terribile signore che lo fece 
uccidere (1250) assieme ad un suo congiunto 
di nome Bonaventura. 

Alcuni anni più tardi non toccava sorte 
migliore a Federico e Bonifacio della stessa 
famiglia, ai quali venivano riservate le de- 
lizie del rogo. 

Buone ragioni per cambiar aria non sa- 
rebbero a quanto pare mancate ai super- 
stiti di tanta strage e scomparvero infatti 
lasciando nelle unghie del tiranno, che 

die nel sangue e negli aver di piglio, 
tutti i beni immobili e quanto non ri 
rono a mettere in salvo. 

Ove si rifugiarono? 

Una scala dispare a Verona e ui. 
presenta a Venzone in una simultaneità « ^ 
dovrebbe contare. I veronesi fuggiaschi clie 



376 



L'ARCANO SCALIGERO DI VENZONE 



trovarono facile oblio nel luogo delle ri- 
nuncie e onorevole accoglimento nell'asilo 
della ventura ivi si stabilirono, e riscompar- 
vero lasciando un nome che, forse per opera 
di loro stessi, fatti ignari di un lontano pas- 
sato, venne avvolto nel fascino radioso di 
Can Grande e penetrò perfino negli austeri 
recessi di un museo di cadaveri. 



Se a taluno pungesse ora vaghezza di 
conoscere se e quali rapporti di sangue fos- 
sero corsi fra le omonime stirpi, si dovrebbe 
rispondere che molto probabilmente non ne 
corse alcuno, poiché non appena Ezzelino 
da Romano spegnevasi prigioniero sdegnoso 
nel castello di Soncino (1259), certo Jacopo 
Fico o De lì Taficani entrava in possesso 
(1260) di un feudo appartenuto ai Da la 
Scala di Ongarello, comportante, com'è ri- 
tenibile, diritto al nome e alla nobiltà. 




zie 



II campanile del Duomo. 

che Jacopo Fico, vile uomo — 

tiosa e forse non sincera defini- 

iovanni Villani — che faceva scale 

te, potè chiamarsi Da la Scala e 




Prospetto del Palazzo comunale. 

con esso Mastino ed Alberto suoi figliuoli, 
il primo proclamato capitano in perpetuo 
del popolo veronese (1262), l'altro fattosi 
Signore (1277) dopo che Mastino mori as- 
sassinato. Per raggiungere Can Grande, ri- 
corderemo finalmente che Alberto fu padre 
di quel Bartolomeo che largì 

Io primo rifugio e 'I primo ostello 

a Dante Alighieri; di Alboino da Dante 
vituperato e di Can Francesco, divenuto Can 
Grande ed esaltato da Dante nelle profezie 
di Cacciaguida. 

* 
* * 

Le insegne, abbattute ovunque significa- 
rono comando, resistettero a Venzone, non 
essendo quelle temute. 

Silvio Marco Spaventi. 



Silvio Marco Spaventi, nato a Verona nell'anno 
1863, morto a Venezia nel 1929, scriveva questo arti- 
colo per r < Almanacco veneto dell'anno 1927 », pub- 
blicato dal giornale « 11 Gazzettino » di Venezia. 

Con il cortese assenso per la presente ristampa la 
Direzione del giornale gentilmente forniva i clichés 
delle vignette che la corredano, tratte da disegni dal 
vero eseguiti dallo Spaventi. 

L'argomento è del più vivo interesse riguardo al 
Friuli, poiché riesuma la dibattuta ed ancóra insoluta 
questione circa la presunta dimora in Venzone di 
qualche personaggio della celebre stirpe veronese 
dei Da la Scala. 



377 




A. CocEANi - Natura morta. 



MOSTRE D'ARTE 
DI FRIULANI 



ALLA Mostra del Sindacato Giuliano, 
tenutasi a Trieste nell'autunno scorso, 
parteciparono per la prima volta al- 
cuni artisti nostri: Fides Battigelli- D'Or- 
landi con una acquaforte; Marcelliano Can- 
ciani con un olio, « Paesaggio sul Cormòr » ; 
Antonio Coceani con un olio, « Natura 
morta » ; Alessandro del Torso con un 
« Paesaggio friulano »; Sandro Filipponi con 
un « Ritratto » a olio; Mario di Montececon 
con tre sculture, « San Giovanni », « L'am- 
malata » e « Monaca » ; Fred Pittino con due 
paesaggi a olio. 

Ci auguriamo che attraverso queste ras- 
segne d'arte si stringano sempre più i vin- 
coli spirituali fra il Friuli e Trieste. La Se- 
conda Biennale Friulana, lo scorso anno, 
aveva accolto i Giuliani fraternamente; que- 



st'anno la Mostra triestina, con limitazioni 
suggerite forse da criteri di ordine generale, 
fece altrettanto verso i Friulani. Ebbene, 
questa comunione non potrà che giovare 
agli uni e agli altri, anche se si tratterà di 
ristudiare eventualmente le modalità che, nel 
comune interesse, dovranno regolare la di- 
sposizione delle opere nelle rispettive mani- 
festazioni artistiche. 



* ♦ 



Il 7 dicembre scorso il nostro Enrico Ur- 
sella apri una Mostra personale nella « Gal- 
leria Guglielmi » a Torino, esponendo una 
cinquantina di nuovi lavori eseguiti in questi 
due ultimi anni. La Mostra ebbe un vivis- 
simo successo di visitatori, tanto che fu do- 
vuto protrarne lai chiusura di otto giorni, al 



378 



MOSTRE D'ARTE DI FRIULANI 



22 dicembre, e un notevole successo di ven- 
dite e di critica. Quest'ultima conferma le 
belle qualità dell'artista, ben note al pub- 
blico friulano, con parole oltremodo lusin- 
ghiere, se pure non risparmia qualche ap- 
punto e fa qualche riserva circa il soverchio 
attaccamento dell' Ursella al suo maestro : 
a Ettore Tito. « La Stampa », ad esempio, 
scrive (16 dicembre 1929) che «l' Ursella 
dimostra delle attitudini eccellenti a definire 
con pennellata larga, grassa, succosa, il ca- 
rattere, l'atteggiamento, il movimento di una 
figura. 11 suo impasto pittorico — come si 
suol dire — è semplice, basato sui pochi 
colori essenziali a far squillare una tela fino 
all'eccesso; il suo tratto è vigoroso, ed il 
segno è sempre schietto, generoso, con una 
tendenza decisa a rendere le forme non in 
funzione di luci e di toni ma di una forte 
modellatura. » 

Il critico della « Gazzetta del Popolo » 
(7 dicembre 1929), dopo aver premesso 
il curnciUiiin vitae dell'artista, osserva a 
proposito della mostra urselliana: «En- 
rico Ursella ci ha detto che dipinge come 
vede e come sente, quello che vede e 
quello che sente. Non mettiamo in dub- 
bio la sua persuasione. E siamo per- 
suasi che quest'uomo resterà fedele, reli- 
giosamente fedele, ai paesi e alle genti 
della sua terra e innamorato pazzo dei 
vigneti e dei campi arati dai bovi monu- 
mentali. Ma r Ursella, che è un artista 
dotato e tecnicamente scaltro, potrebbe 
mettere al servizio del suo bel paese e 
dei colori affascinanti del cielo di lassù, 
cosi vasto e cosi santo, la semplicità na- 
tiva, cercando di dimenticare tutti gli in- 
ganni fascinosi del titismo. Nei pezzi 
migliori (Vacca abbandonata, per esem- 
pio, di bell'impianto delleaiano) l' Ur- 
sella si rivela infatti artista schietto e sin- 
cero rurale: in certi particolari di studi 
di mucche magre e sfiancate dai parti 
il pittore è d'una abilità proprio decisa e 
precisa. Due o tre vitellini in pien'aria 
sono belli, vivi e morbidi nella dorata gra- 



zia del pelame e nell'umida bellezza degli 
occhi, e fan pensare a certe magnificenze pa- 
lizziane. Cosi a Grado, dipingendo il mare 
pallido, i bimbi, i grandi e le donne pepiate 
negli accappatoi candidi. » E a tutto onore del 
pittore, che seppe le rinuncie della vita per 
raggiungere la mèta agognata che gli bru- 
ciava nel sangue, tornano anche le parole 
con cui il critico chiude il proprio scritto : 
« È un dovere essere schietti e severi con 
un artista che sa disegnare con incisiva 
forza e dipingere con suprema facilità. In 
queste cinquanta tele si trova più abilità che 
vita, pili colore che luce, più artificio di 
toni che splendore. L' arte non deve far 
colpo: deve persuadere e non stancare mai: 
deve passar dagli occhi all'anima e restarvi, 
come una gioia, o come una pena. Restarvi 
per sempre. » 

Come Friulani, noi pure dobbiamo sen- 
tirci onorati dell'opera di questo artista in- 
tieramente nostro, il quale, da solo, — fra i 




M. Piccini - Ritratto di Fred Pittino. 



379 



LA PANARIE 




F. Pittino - Mia madre. 



del Palazzo Eden accolse una simpatica mo- 
stra del pittore Fred Pittino e dello scultore 
Marx Piccini. La cronaca della Mostra regi- 
stra un vivo interessamento del pubblico, 
accorso numeroso a visitarla, e un lieto suc- 
cesso di critica. Il Pittino apparve infatti 
come una delle migliori nostre promesse: 
personale, originale, esuberante. « Non nego 
— egli COSI spiega i propri propositi — che 
dinanzi ai miei paesaggi il pubblico si trovi 
disorientato, non nego che taluni possano 
persino commiserare le mie interpretazioni, 
ma rivendico con serena coscienza la since- 
rità della mia arte, la quale tende a torme 
nuove bensì, ma traendo sempre dalla realtà 
viva l'anima delle cose e sdegnando le este- 
riorità che conciliano i gusti dei più. Valga 
un esempio: il grigiore del mio paesaggio, 
oltre che per le ragioni suesposte, è dovuto 
anche ad un particolare modo di sentire e 
di rendere il nostro Friuli. Che la sua anima 
parla in me, sin dalla mia infanzia trascorsa 
in mezzo alle glabre rocce del Canale del 
Ferro, con una voce di mestizia insopprimi- 
bile, alla quale i colori dell'autunno o della 
primavera non riescono a togliere una sem- 
plicità primitiva e una uniformità dolorosa. 

Parole chiare, che fan piacere in un gio- 
vine il quale sa di essere in cammino, non 



pochissimi che sanno imitarlo, — 
affronta i pubblici delle grandi città, 
esponendo visioni e momenti della 
terra friulana. E se non sempre 
quelle visioni restano nell'anima, pur 
piacendo agli occhi, rivelano pur 
sempre una personalità e una sen- 
sibilità inconfondibili, e bene spesso 
una forza rude, la quale — a parer 
nostro — è un segno peculiare della 
razza e, al tempo stesso, dell'arte 
di Enrico Ursella, figlio genuino 
del Friuli. 



Dal 24 dicembre 1929 al 3 gen- 
naio 1930, « La Taverna » udinese 




F. Pittino - Se -batoi. 



— 380 — 



MOSTRE d'arte DI FRIULANI 



di essere giunto, mèmore dell'antico motto: 
ars longa, vita brevis. 

Con il Pittino espose otto opere lo scul- 
tore Marx Piccini: fra esse va notato il ro- 
busto ritratto del Pittino stesso, nonché un 
ritratto di bimbo, « Mio figlio. » 

Segnaliamo, a titolo d'onore, gli acquisti 
fatti alla Mostra dei due giovani artisti con- 
cittadini dal Comune di Udine e dal Con- 
siglio Provinciale dell'Economia. 

IL POEMA DEL MARE 

di ETTORE COZZANI 

U N'opera nuova e maliosa viene ad 
arricchire la letteratura italiana. 
La critica dell'Ottocento aveva di- 
sconosciuto il respiro musicale dell'opera 
d'arte, misurando la musicalità della poesia 
dalle cabalette metastasiane e rolliane. La 
letteratura s'è vendicata di questa ottusità 
musicale dei critici ottocentisti col darci l'e- 
sempio mirabile della Figlia di Iorio e di 
Alcione. Alle quali opere oggi s'aggiunge il 
Poema del Mare di Ettore Cozzani. (1) Poe- 
sia, musica : inscindibile armonia ! 

Un'opera nuova e maliosa è venuta ad 
arrecarci dalla marina, sul vento, col rombo 
e la carezza dell'onda rotta sulle scogliere, un 
po' di musica che si è fatta poesia, un po' 
di poesia che intreccia su nuovi ritmi, in 
nuovi timbri, il suo canto al canto del mare. 
Quanti poeti avevano cantato il mare ? 
Ma era il mare delle tempeste, il regno am- 
pio dei venti, sul quale l' uomo cerca l'av- 
ventura : il mare degli Ulissidi. Non mai 
in un'opera di lunga lena il mare era stato 
lodato per tutta la forza che si comprime 
sotto i suoi cavalloni, per tutta la bellezza 
che ride nel suo azzurro, per tutte le malie 
che si celano nei meandri delle sue molte- 
plici vite. Questo Poema ce lo ha dato 
Ettore Cozzani, che sulla riva del più bel 



(1) E. Cozzani - IL POEMA 
L' Eroica, Milano, Lire 12. — 



DEL MARE — 



mare del mondo è nato e cresciuto, che sul 
Golfo dei Poeti ha sognato i suoi innumeri 
sogni d'artista. All'operosità varia e viva del 
poeta civile, del novellatore fantasioso, del 
prosatore e parlatore eloquente, doveva ag- 
giungersi il vasto lavoro, in cui mille voci 
si unissero in una superiore unità di colore 
e di suono. Questo frutto della pensosa e 
a volte dolorosa e pur dolce virilità del poeta 
è il Poema del Mare. 

Di esso io non dirò l'armoniosa compà- 
gine. Di esso non arrecherò esempi staccati. 
Qui la parola è plastica, l'aggettivo pre- 
gnante, la frase sàpida e nuova, il ritmo 
duttile come l'onda marina. Qui il mare è 
« laudato » nei suoi aspetti infiniti e nelle 
sue infinite creature. Qui del mare sono de- 
scritte, con arte che sa le battaglie contro 
la ribelle materia della parola e del verso, 
le onde, le isole, il cielo, il sospiro dei venti, 
l'ansito della notte, lo sfolgorare del sole. 
Qui l'uomo è divenuto una cosa fatta per 
il mare, una forza che si aggiunge a quella 
del mare in baldanzosa gara di giovinezza 
e di gioia. Qui l'uomo trova la tomba, in 
nome della Patria che non può né deve 
morire. 

Ecco alcuni canti esemplari del Poema : 

// Gabbiano. La creatura d'acqua e di 
cielo ci appare come il trionfo d'ogni forza 
innocente e primitiva. Sull'onda trascorre e 
lancia il suo grido di gioia. 

La vela. Alla vela che il vento gonfia ga- 
gliardo e la fa simile a seno carco di grande 
e buona genitura, si aggiunge in armonia 
di muscoli guizzanti la dritta baldanza del- 
l'uomo. E la nave sottile vola sull'acqua, 
varca verso l'infinito sognato. 

Sul mare è il dramma della nostra Patria. 
Sul mare l' Italia risarà grande nel mondo. 
Oh gloria dei nostri navigatori ! Oh ric- 
chezza delle nostre repubbliche marinare! 
Oh ricordi degli eroismi che gì' Italiani hanno 
compiuto sul mare ! 

Con nude parole, in ritmi ora spezzati e 
taglienti, ora spiegati e cantanti, i fasti ul- 
timi dell'Italia sul mare sono rivissuti nel 



381 



LA PANARIE 




Ettore Cozzani. 



canto intitolato Premuda e nell'altro intito- 
lato // sommergibile. 

Premuda narra con nude parole l'impresa 
di Rizzo contro la corazzata Santo Stefano, 
e ci riporta ai trepidi giorni di estatica aspet- 
tazione del giugno 1918, quando l'affonda- 
mento audace preludeva alla vittoria del 
Piave ed alla luminosa giornata di Vittorio 
Veneto. 

// sommergibile è una di quelle pagine che 
diverranno presto esemplari. L' ardore e 
l'ansia avanti la certa morte, la morte che 
si fa vita eterna, la dedizione che diventa 
olocausto supremo all'idea di Patria, ogni 
pili segreto fremito della macchina marina 
sotto le dita intelligenti dell'uomo, il battito 
del cuore sommerso del sommergibile che 



s'è tutto cambiato in vibranti fibrille d'una 
trasumanata umanità, sono gli elementi eterni 
dell'episodio, ne sono il mirabile raro tes- 
suto, la risplendente materia. La grande pa- 
gina non sa la retorica vana, è puro metallo 
nella creazione dell'arte. 

Quando noi leggeremo questa pagina e 
tutto il Poema ai nostri giovani, essi impa- 
reranno ad amare sempre meglio, sempre 
più virilmente l'Italia. E vorranno farla 
grande con la lotta e col sacrificio. E vor- 
ranno rivederla potente e signora sul mare. 

A gloria del mare d' Italia ! 

Vada il grido sull'altra sponda dell'Adria- 
tico, voli sulla sponda Libica e su quella 
Eritrea, si spanda per le gemme grige di 
ulivi del Dodecaneso ! 

Federico Davide Ragni. 



— 382 



CRONACHE DE "LA PANARIE,, 



IL X CONGRESSO DELLA SOCIETÀ 
FILOLOGICA 

Quest'anno la Società Filologica Friulana "G. I. 
Ascoli,, compie dieci anni di vita; il suo decimo 
Congresso per ciò, tenutosi a Maniago il 6 ot- 
tobre u, s., riuscì particolarmente significativo e 
solenne. " Non soltanto il numero degli accorsi 
— scrive il " Ce fastu? „ — fu superiore a quello 
degli anni precedenti, ma l'adunata assunse una 
particolare importanza per essere avvenuta a Ma- 
niago. La nobilissima parte della Furlania di cui 
Maniago è il centro, per condizione di luoghi e 
per necessità secolari di vita, è piuttosto rivolta 
ad occidente die ad oriente. A noi, dell'Udinese 
e del Goriziano, è sembrato d'esser venuti a vi- 
sitare dei fratelli con cui, da tempo, le consuetu- 
dini familiari fossero state meno strette ; e nelle 
accoglienze cordialissime del Podestà e del po- 
polo abbiamo sentito, oltre la cortesia, la voce 
del sangue ; attraverso gli accenti comuni dell'an- 
tico volgare, abbiamo sentito l'originaria, intima 
conformità degli animi ; e ancora una volta ab- 
biamo avuto la netta percezione della solidità 
elementare della nostra giarnàzie che, aggrappata 
da millennii all'impervia roccia o alla zolla in- 
grata, ha saputo gelosamente serbare i propri 
tratti caratteristici e con ciò stesso tener fermi i 
segni di Roma su quest'aspra porla d'Italia.,, 

Al Congresso, svoltosi nel Teatro sociale alla 
presenza di oltre cinquecento intervenuti da ogni 
centro del Friuli e persino dall'America (Attilio 
Conte e Giovanni Ortis rappresentavano la 
" Famee furlane „ di Buenos Aires), aderirono 
cospicue autorità e illustri personalità del mondo 
culturale italiano. I discorsi vibranti e senfiti del 
cav. uff. dott. Giuseppe Castellani, che rappre- 
sentava S. E. il Prefetto Motta, del cav. uff. Gianni 
Micoli Toscano, Preside della Provincia, del 
comm. prof. Marino Graziussi che svolse il tema 
" Divagazioni storico-linguistiche sulla Val Me- 
duna „ , di S. E. Pier Sylverio Leicht, che espose 
in una chiara relazione l'attività della Società 
di cui è degno e amato Presidente, riscossero 
applausi e consensi vivissimi. 

Per acclamazione fu votato, prima della desi- 



gnazione delle cariche sociali, il seguente ordine 
del giorno proposto dal prof. Bindo Chiurlo : 

" Il Congresso della Società Filologica Friulana 
mentre si richiama ai postulati con cui dieci anni 
or sono la Società è sorta nel duplice inscindi- 
bile nome dell'unità e della varietà nazionale — 
afferma contro chi chiede l'abolizione dei dialetti, 
cioè delle diversità regionali, che con ciò si viene 
a svalutare uno degli elementi essenziali dell'anima 
e dell'arte, già del resto potentemente affermato 
dalla recente riforma fascista della scuola, — fa 
vivissimi voti affinché il culto di una lingua ita- 
liana pura, liberamente uniforme, sanamente uni- 
taria, sia dagli stessi cultori della letteratura re- 
gionale più intensamente caldeggiata e pratica- 
mente promossa come un dovere verso la Patria 
e verso una sempre migliore disciplina del Paese 
che ha dato al mondo la mirabile varietà e la 
mirabile unità del Rinascimento. „. 

Durante il Congresso furono distribuite ai soci 
le seguenti pubblicazioni : " Fuèiz di léria „ di 
V. Cadèl, — di cui ci occuperemo prossimamente 
anche su questa Rivista, — la terza relazione 
annuale tecnico-finanziaria intorno all'opera del- 
l' " Atlante linguistico italiano», "Le rupi del 
Dodismala „ di Luigi Mercantini, omaggio que- 
st' ultimo della Biblioteca Comunale di Udine. 

La giornata trascorse lietamente: alle 13 un 
pranzo in comune rallegrato da canti eseguiti dal 
Coro udinese "A. Zardini,,, diretto dal maestro 
A. D. Cremaschi ; alle 15 gita a Poffabro, a 
Navaròns — dove fu reso omaggio devoto alla 
memoria del patriotta Antonio Andreuzzi ivi se- 
polto — e a Tramonti. 

A sede del prossimo Congresso fu designata 
Pontebba, patria di Arturo Zardini, sulla cui 
tomba — per sottoscrizione popolare — sarà 
eretto un degno ricordo marmoreo. 

PER IL II CONGRESSO NAZIONALE 
DELLE TRADIZIONI POPOLARI 

A sede del II Congresso nazionale delle tradi- 
ziotii popolari è stata designata la nostra città, 
la quale nel 1931 ospiterà gli studiosi italiani di 
scienze demopsicologiche. 



- 383 - 



LA PANARIE 



Una prima riunione del Comitato all'uopo no- 
minato dal Congresso di Maniago è avvenuta 
ril novembre u. s., sotto la presidenza di S. E. 
Leicht e con l'intervento del Podestà di Udine 
on. co. Gino di Caporiacco. Allo scopo di orga- 
nizzare, in modo veramente degno di Udine, il 
Congresso, fu concretato un ampio e vario pro- 
gramma di lavoro, affidando a singole persone, 
particolarmente competenti, i diversi generi di 
attività. 

CONCORSO PER UNA VILLOTTA 

È aperto un concorso per una composizione 
corale originale a tre voci, che risponda, nello 
spirito e nell'andamento, al tipo tradizionale della 
villotta. Pur essendo libera la scelta del testo 
friulano da musicare, anche questo dovrà aver 
carattere popolare. II giudizio di merito terrà 
conto della genuinità dell'ispirazione, dell'ade- 
renza lirica fra parole e note, della buona e cor- 
retta fattura armonica. Il compositore terrà conto 
che la villotta potrà essere cantata anche da un 
coro misto (uomini e donne). 

I lavori saranno presentati entro il 28 febbraio 
1930, in duplice copia, con la sola indicazione di 
un motto pseudonimo ripetuti sopra una busta 
chiusa, la quale conterrà il nome e l'indirizzo 
del concorrente. 

Una Commissione di tre o più intendenti, da 
designarsi dalla presidenza della Società Filolo- 
gica, esaminerà i lavori e li classificherà inappel- 
labilmente a seconda del valore. Al migliore sarà 
assegnato il premio di L. 350: al secondo classi- 
ficato un premio di L. 150. 

UN COMITATO PROVINCIALE 
PER IL TURISMO GORIZIANO 

Per iniziativa di S. E. Sergio Dompieri Pre- 
fetto di Gorizia, al fine di raggiungere scopi di 
conmne interesse, promuovere e regolare il movi- 
mento dei forestieri, integrare e coordinare l'atti- 
vità degli enti, organizzazioni e associazioni co- 
munque interessati al turismo, si è costituito, 
presso il Consiglio Provinciale dell' Economia di 
Gorizia, il " Comitato Provinciale del Turismo „ 



il quale è sottoposto alla vigilanza turistica del- 
l' Enit. Compiti del Comitato sono : 

a) stabilire un collegamento permanente fra 
tutti i Comuni, Enti, Associazioni che hanno in- 
teresse allo sviluppo turistico della Provincia: 

b) coadiuvare, assistere e coordinare nell'am- 
bito della Provincia, e secondo le direttive ót\- 
V Enit, l'attività di tutte quelle Associazioni ed 
istituzioni che abbiano lo scopo di promuovere 
il concorso dei forestieri ; 

e) tutelare e mettere in valore con una assidua 
propaganda sia nell'interno che all'estero, secondo 
le direttive e coli' intervento dell' f/z/7, le bellezze 
naturali ed artistiche della Provincia, il suo pa- 
trimonio idrominerale, i suoi soggiorni climatici; 

d) provvedere all'ordinamento delle manifesta- 
zioni turistiche (esposizioni, festeggiamenti, ecc.); 

e) comunicare aW Enit gli elementi per la for- 
mazione del calendario nazionale delle manifesta- 
zioni turistiche ; 

/) collaborare coW Enit nello studio dei pro- 
blemi turistici intesi alla diffusione della cono- 
scenza pubblica degli stessi, prospettando anche 
la necessità di eventuali provvedimenti intesi ad 
assecondare lo sviluppo del turismo nella pro- 
vincia e l'afflusso dei forestieri; 

g) presentare proposte e dare pareri alle Au- 
torità governative provinciali e comunali in ma- 
teria turistica provinciale e dei vari servizi pub- 
blici ad essa attinenti ; 

h) compiere tutte le attribuzioni che gli fos- 
sero demandati dall' Enit. 

Del Comitato provinciale fanno parte V Enit, 
il Touring Club Italiano, un rappresentante del 
Prefetto, il Consiglio Provinciale dell'Economia, 
la Federazione Provinciale del P. N. F., la Fede- 
razione Provinciale del Commercio, dell'Industria, 
la rappresentanza sindacale dei Trasporti Terre- 
stri e dei Bancari, la Sezione Provinciale dell'Au- 
tomobile Club e del Club Alpino, l'Amministra- 
zione Provinciale, il Comune Capoluogo della 
Provincia e tutti gli altri Comuni aventi partico- 
lare interesse all'incremento turistico, tutte le As- 
sociazioni, Enti ed Organizzazioni la cui attività 
rientri nel campo di azione proposta dal Comi- 
tato o che siano comunque interessati al movi- 
mento dei forestieri. 



Chino Ermacora,. direttore. Federico Valentinis, redattore-capo responsabile. 

Udine - Tipografia editrice de <s La Panarie ■> di G. Fiorini & C. 



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