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Full text of "Le stragi di Livorno e il conte F. Crenneville 1848-1869: ricordi e narrazioni"

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Panteon dei BlArtiri della Libertà Italiana. ' 



LE 



STRAGI Dr LIVORE 



F. CRENNEVILLE 

1848-1869 
RICORDI Z NARRAZIONI 

DI 

ENRICO MONTAZIO 



:?^ 




MILANO 1869 

PRESSO L'EDITORE CARLO RARBINI 
Via chlaravalle N. .9 




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" LE 

STMGI DI LIVORNO 

E IL GONTB 

F. CRENNEVILLE 

1848-1869 
RICOKDI E NARRAZIOJ^I 

ENRICO MONTAZIO 



MILANO 1869 

PRESSO L'EDITORE CARLO BARBINI 

Vita ChiaraoalU N* 9. 



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HARVARD COLLEGE LIBRARY 
H. NELSON GAY 

RISORGIMENTO COLLECTION 

COOLIDGE FUND 

1931 



L'Editore intende godere dei diritti di proprietà lette- 
raria sanciti dalla legge 25 giugno 1865 N. 2337. 



Tipografia Ditta Wilmant. 



..... anime crudeli, 
Tanto cbe dato ?'ò l'ultima posta 
Levateipi dal viso 1 duri ?eli 

Si cb* i' sfogbi '1 dolor cbe '1 cor m* impregna 
Un poco pria cbe '1 pianto si raggeli. 

Dante, Mf. 33. * 



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I. 
LIVORNO ED IL SUO POPOLO 

DALLA PRIMA GUERRA d' INDIPENDENZA 
AI FATTI DEL 2 SETTEMBRE 18i8. 



Se altro vanto non avessero i Livornesi all' infuori 
di quello d'esser stati i soli, nell'intiera Provincia 
Toscana, a condannare, coH'esempio contrario, l' insi- 
gne vigliaccheria con cui venne compiuta, accettata ed 
esaltata la restaurazione granducale nell'aprile del 1849, 
esso solo basterebbe a meritar loro dalla istoria il titolo 
di generosi e di prodi. 

Dicasi pure che ivi, per scarsità di elementare 
istruzione, per misture di sangue, per yiolenza di 
passioni, \ ingiuria corre veloce alle labbra, la mano 
al pugnale, e pur troppo con soverchia lentezza ri- 
mettono della loro energia le abitudini rissose, le pri- 
vate vendette^ le superstizioni e i pregiudizi! ; ma si 
confessi altresì che Livorno, ridotta allo stremo della 
miseria, dell'anarchia, della disperazione, senza 
aiuti né conforti di sorta, trovò ad ogni modo tanto 



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6 

valore in sé stessa, tanta concordia e tanta fierezza 
da combattere essa sola, isolata, abbandonata, reietta, 
il ladrone croato, mostrando almeno. alle altre città 
italiane come si muoia col Tarme alla mano, eroica- 
mente, con mirabile stoicismo^ rinnuovato dagli an- 
tichi e moderni esempi della Grecia e della Polonia. 

Lo scrittore di questi modesti ricordi non vuole 
narrare, sebbene completamente e imparzialmente noi 
sieno stati finora, i moti della Toscana del 1848 e 49. 
Limitandosi alla sola Livorno, ed ai fatti che più in- 
timamente si connettono colla invasione austriaca, 
non può tuttavia trascurare di far cenno come, sin 
dal principio di quei moti , e senz'altra preoccupa- 
zione air infuori della indipendenza d' Italia, Livorno 
fornisse ella sola al riscatto della patria non meno 
di 2500 volontarii. 

Fu soprattutto V attitudine dei Livornesi che in- 
dusse il principe don Neri Corsini, marchese di Laia- 
tico, (il cui monumento sepolcrale, decretato dal go- 
verno provvisorio del 1889 e stupendamente scolpito 
dair illustre statuario Odoardo Fantacchiatti, in un con 
quello da esso condotto alla memoria del musicista 
Cherubini trovano adesso finalmente il conveniente 
posto nella restaurata Santa Croce) a consigliare il 
granduca, sino dal 17 luglio 1847, ad accordare 
uno statuto costituzionale ai Toscani. Ed il 21 otto- 
bre quel degno magnate tornò ad insistere più pre- 
murosamente , sinché , avvistosi d'essere addivenuto 
importuno. consigliere, si depose da ogni pubblica 
incombenza. 



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7 

Ma il iS febbraio 1848, dopo inatili carcerazioni, 
che incominciarono a toglier la pazienza e ad aprir 
li occhi ai più ragionevoli sadditi, fu accordato al 
Qero e minaccioso atteggiarsi dei Livornesi ciò che 
spontaneamente non sarebbesi accordato mai. 

Da quel momento il granduca Leopoldo e i suoi 
più fidi consiglieri considerarono con torvo cipiglio 
Livorno e la condannarono nel loro animo ; da quel 
momento concepirono il bieco desiderio di vedere 
attuata la richiesta deH'Austria d'occupare con forte 
guarnigione, Livorno. La domanda fatta sin dal 1847, 
prima per lettera, poi di viva voce dal duca di Mo- 
dena e da suo zio, Tarciduca Ferdinando d' Este, già 
preside dei macelli galiziani , recatisi espressamente^ 
in Firenze a circuire il granduca, venne per ultimo^ 
da questo^ non più accordata, ma impetrata, nel 
1849 (1). 

Prima di giungere a cotesta epoca fatale, molte 
furono le prove attraverso alle quali ebbe a passare 
Livorno. 

Nel luglio 1848, dopo le dolorose, sebbene non in- 
gloriose delusioni patite a Curtatone ed a Montana- 
ra, avvicinandosi T epoca del ricominciamento delle 
ostilità fra T Austria e l'Italia, i Livornesi compre* 
sero pei primi occorrere un ministero composto di 
uomini più animosi e patriottici ; e siccome alle loro 

(1) 11 D'Aspre^ entrando nel cuor della Toscana, pubblicò^ 
in Empoli, un Proclama in cui dicevasì che « TAuslria inter- 
venne, cedendo al desiderio del Granduca » e che « le sol- 
datesche austfiache furono da esso cbiamate. » 



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8 

dimostrazioni opponeva minaccie ed ingiurìe T inetto 
e ridicolo governatore Gainigi^ pria lo arrestarono^ poi 
lo rimandarono, formulando il programma giusto il 
quale avrebbe dovuto formarsi il nuovo gaUnetto. 

Allora piovvero più che mai le calunnie contro 
Livorno^ allora più cbe mai la si raffigurò alle altre 
popolazioni, ed in specie a Firenze, come un nido di 
gentaglia ingovernabile, e la si volle mettere fuori 
della legge. 

Strano a dirsi t... Sebbene. Livorno non fosse se- 
parata da Firenze che per tre ore circa di strada fer- 
rata, corsero le più assurde voci sul conto suo, la 
si dipinse come ribelle e vogliosa di staccarsi dalla 
già esigua Toscana per formare una famiglinola re- 
puU)licana.a parte. 

Esistevano allora tre Circoli popolari assai mode- 
rati in Firenze. In quello detto del Popolo di Santa 
Croce, discutendosi dei misteriosi eventi di Livorno, 
uno dei membri d^ì^seggio, Enrico Montazio, propose, 
prima di disapprovare, come, pretendeasi da taluno^ 
con indirizzi o proteste quei nìotì , di cui ignoravasi 
la vera natura> IMnvto nella città reietta d'una de- 
putazione incaricata di tutto esaminare, di abboccarsi 
coi membri del municipio e tornare immediatamente 
a Firenze a riferire con esattezza le condizioni e li in- 
tendimenti livornesi. 

- Affinchè la maggior parte possibile delle persone 
interessiite a sapere la verità potesse udire il rapporto 
dell^'lm^zione, la prossima riunione del Circolo 
venne fì^to doversi tenere neirampio teatro Altieri. 



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La depatazione tornò, e il relatore, che fu il pro- 
ponente medesimo, die tali contezze sallo stato di 
Livorno da sollevare applausi entusiasti. 

Il governo, che ad ogni modo voleva considerare 
Livorno come an focolare d'insurrezione» un '^^ 
di facinorosi, una sorgente d'infezioni, chiese alla 
Camera, tuttora pargoleggiante ed inesperta , poteri 
eccezionali, che furono subito accordati, e di cui egli 
si valse per chiudere i cìrcoli, sospendere le sedute 
parlamentari e procedere ad arresti illegali , fatti a 
capriccio e precipuamente diretti a punire l'audacia 
di coloro che, nei circoli o nei giornali, aveano al- 
zato la voce a difesa di Livorno. 

Perciò furono arrestati, alle proprie case, due li- 
vornesi, fra cui il prete Giovanni Battista Maggini, 
allora confessore delle mons^e di S. Maria Madda- 
lena dei Pazzi, del quale avrt&o-di nuovo ad occu- 
parci più a lungo, ed altri otto ò dieci cittadini in- 
nocentissimi, dei quali faceva parte lo scienziato Co- 
stantino Marmocchi, segretaria d'\in circolo presie- 
duto da 6. B. Guerrazzi , a cui 4bIo la qualità di 
deputato al parlamento vajsejl non essere amma- 
nettato per la seconda vol^a' nel medesimo anno. 

11 promotore dell' inchiesta sui fatti di Livorno e 
relatore di essi al Circolo del Popolo di Santa Croce 
venne arrestato a ore undici di sera, nel principale 
caflS della piazza del Duomo, da una compagnia in- 
tiera di fucilieri, guidata da parecchi ufficiali. 

11 Caffè del Bottegone fu circondato dai soldati, 
e il MontaziO; invitato dagli ufficiali, fu condotto sotto 

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10 
quella scorta imponente nella fortezza di San Gio^ 
vanni Battista, detta da Basso, ove, in una vasta pri- 
gione terrena nella quale allora suolevano essere te- 
nuti i galeotti destinati a venir condotti nella galera 
di Volterra, trovò altri arrestati , cui se ne aggiun- 
sero ancora alcuni che poi tutti insieme furono por- 
tati neirex-convento, ed allora reclusorio penitenziario 
femminile di San Gimignano. 

Non deesi tacere però che tali arresti non furono 
consumati senza protesta per parte deL popolo. E 
quello vistosissimo di cui abbiamo di preferenza 
dato conto, stette per finire tragicamente, giacché 
una folla di popolani segui i militari e tentò a più 
ripi^ese togliere loro dalle mani il prigioniero, e 
giunti che furono presso la fortezza, li tempestò con 
un diluvio di sassate. I soldati stavano per spianar 
la baionetta, quando Tadito della fortezza fu aperto, 
ed il popolo dovette sfogarsi in inutili colpi di pie- 
tre contro il formidabile portone, solidamente sbarrato. 

Volendoci ristringere a parlar dei Livornesi, tace- 
remo dei prigionieri che vennero liberati, senza om- 
bra di procedura, e colla istessa illegalità con cui fu- 
rono ar/estati, poco più d'un mese dopo la cattura 
narrata, appena cioè fu caduto il. ministero Sammi- 
niatelli - Capponi - Ridolfi, il quale venne sopranno- 
minato il minisiero mitragliatore, giacché, per aver 
ragione dei Livornesi, altro più generoso e ragione- 
vole spediente trovar non seppe fuorché lo spedir colà 
un commissario straordinario - il colonnello Leonetto 
Cipriani - munito di numerosa soldatesca e con pie- 
nezza di poteri. 

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11 

Queir uomo, tra spavaldo e scervellato^ còrso di 
origine benché considerato sin allora come compa- 
triotta dai Livornesi, pretese rinnuovare costà li ar- 
bitrii commessi dal governo in Firenze, e siccome 
trovò gente meno timida, e bramosa di salvare la 
pancia per i fichi (ne correva allora la stagione) fé' 
pattugliare la città e trattar birrescamente taluni che 
strappavano dalle cantonate i manifesti tracotanti fatti 
da esso affiggere e co' quali anuunciavansi sciolti i 
circoli, vietati li assembramenti e persino i crocchi 
ed i capannelli nelle vie. 

Un drappello di dragoni, condotto dal tenente Ales- 
sandro Cappellini livornese, si precipitò a trotto ser- 
rato sulla gran piazza e rovesciò a terra varie persone. 

Allora furono sparati dalle finestre alcuni colpi di 
fucile che ferirono un dragone e uccisero qualche 
cavallo. 

I Livornesi, animosi in qualsiasi circostanza, visto 
la piega delle cose, si munivano entro le domestiche 
mura e preparavano le armi. 

II Cipriani sembrò invidiare le gesta dei duci au- 
striaci nelle città lombarde, e sull'imbrunire, nel 
giorno 2 settembre 1848, fece uscire Tartiglierìa dalle 
fortezze e ordinò venissero postati i cannoni, carichi 
a mitraglia, sulla piazza d' armi e agli sbocchi delle 
strade principali. 

11 popolo, provocato, die il segnale della zuffa e i 
più animosi, scesi nelle vie, attendeano, dietro alle 
cantonate, che i fucilieri avesser compiuto i loro fuo- 
chi di fila e di plutone e gli artiglieri sparato i loro 

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cannoni per rispondere, alla propria volta con archi- 
ijugiate che raramente fallivano il segno^ mentre i tiri 
delle truppe poco o nulla nuocevano. 

Due ore durò il fuoco, con manifesto svantaggio 
delle milizie toscane^ cosicché un po' per isgomento, 
un po' per indisciplina - antico vizio di esse - un po' 
per ripulsione a battersi col popolo, molti fra i fu- 
cilieri ricusarono far fuoco ulteriormente, e non po- 
chi si unirono ai cittadini. 

I carabinieri, milizia che allora • faceva le veci ed 
i servigli della polizia, come oggi lo fanno le cosi 
dette guardie di pubblica sicurezza, mostraronsi più 
saldi^ avvezzi, com'ersino, a trovarsi maggiormente 
in urto col popolo, e simpatizzando^ per indole e 
istituto del mestiere, coi mezzi violenti e coercitivi. 
E di essi fu ragguardevole la strage, cosicché più 
tardi, anziché li oppressori, e' si dissero le vittime, e 
qualificando quella lotta fratricida come una strage 
perpetrata a loro danno, pochi mesi più tardi se ne 
valsero a pretesto di feroce rappresaglia, massacrando 
in Firenze li inermi e fuggiaschi Livornesi, nel tempo 
che faceano sentire alle loro orecchie le parole : Così 
paghiamo il debito def^ settembre! 

Le crescenti tenebre imposero tregua ai combat- 
tenti. 

Le milizie si abbivaccarono sulla piazza: il popolo 
si asserragliò nelle case ed eresse barricate. 

Ma al far del giorno Leonetto Cipriani cambiò 
consìglio. La notte insonne aveva sbandalzito il suo 
belligero ardore. Adesso ei faceva ritirare i soldati 

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nella fortezza meglio custodita , salvandoli cosi da 
strage sicura, ed egli stesso, dopo poche ore, fuggiva 
nascosamente per la postierla sotterranea che dà sul 
mare, abbandonando le fortezze e le forze ivi rac- 
colte. 

Allora il popolo trionfante ne prese possesso, fra- 
ternizzando colle milizie; e richiamando da Firenze 
il suo deputato al parlamento, F. D. Guerrazzi, lo 
eleggeva capo d'una commissione governativa muni" 
cìpale, dichiarando che non obbedirebbe più ai mi- 
nistri del granduca, finché non fossero scelti altrove 
che nelle file dei mitragliatori. 

Non per questo cedette il governo, ormai sulla china 
sdrucciolevole dei fatali errori. 

Il gabinetto granducale volle far risalire al prin- 
cipe la grave malleveria di cui erasi coperto, e 
lo spinse a pubblicare un manifesto sovrano nel 
quale, dolendosi della ribellione livornese, ordinava 
fosse mobilizzata la guardia nazionale (sempre chia- 
mata civica), e tutti i cittadini validi invitava a con- 
venire a Pisa armati per ricondurre al solito ordine 
i consueti pochi faziosi, mettendosi egli stesso alla 
testa della generosa ed eroica impresa. 

Cotesto invito alla guerra civile fruttò risultati si 
meschini da valer riso e vergogna allo sconsigliato 
principe. Ciò non di meno al famoso campo di Pisa 
accorsero e giovanastri campagnuoli e terrazzani spinti 
dalle esortazioni e dalle prediche dei loro parrochi, 
e vagabondi adescati dal fiorino (1) promesso a quo- 

(1) Una lira e SSO centesimi. 



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u 

tidiano stipendio, e ladri e spìe, e infimi ^impiegati, 
e sfegatati reazionarii^ sino a formare un arlecchine- 
sco esercito di circa cinquemila uomini, insufficiente, 
senza dubbio, a domare Livorno, ma bastevole a di- 
sonorare il paese. 

L'impresa sollevò un omerico riso generale: i gior- 
nali umoristici e satirici, da poco fiorenti, se ne pre- 
valsero, e il granduca, che promise d'andare a porsi 
alla testa dei suoi fedeli, ma poi fu il primo infedele 
non recandosi al convegno, si dichiarò pago di qaella 
imbecille dimostrazione, e la sciolse, dopo aver fatto 
banchettare i cinquemila novelli crociati nelle prate- 
rie di San Rossore (santo bene adattato a quei pec- 
catori) con un frugale asciolvere composto di un 
panino col burro e di tre acciughe a testa! 

Frutto di questa ridicola farsa fu una si generale 
indignazione contro il governo, che esso poco dopo di- 
mettevasi^ dicendo, per mezzo del suo interprete, il mi- 
nistro Cosimo Ridolfi, come e' si ritirasse dinanzi 
ai sibili della pubblica riprovazione (1). 

Intanto i volontarii di ritorno dal campo incmento 
di Pisa venivano accolti nei loro focolari a fischiate 
e ad urla. I prigionieri di San Gimignano vedevano 
cambiata la loro prigionia in piacevole villeggiatura 
giacché il vicario RaflTaello Brunori, capo-carceriere, 
li banchettava con squisita selvaggina, assegnava loro 
un giardino per luogo di passeggio, faceali assistere 
alle vendemmie, e la popolazione .sangimignanese 
aveva scelto a luogo di passeggiata serale il sentiero 

(4) Parole testuali. 



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H 
sottostante alla fòrtezzacoDTento-prigione^ la banda 
masicale vi si recava ad eseguir serenate, la guar- 
dia nazionale rifiutavasi custodire le carceri politiche, 
e taluni prigionieri ricevevano mazzi di fiori dalle 
ragazze del paese, ed anco letterine galanti. 

Le cose giunsero al punto che se il governo cen- 
Irale non si fosse affrettato a farli tornare segreta- 
mente a Firenze, prima di renderli a libertà defini- 
tiva^ essi sarebbersi veduti tratti a forza di carcere e 
condotti in trionfo per le scoscese vie della città de- 
vota a Santa Fina. 

Eletto un ministero che fu detto democratico, Li- 
vorno prese da quell'istante il sopravvento e diremmo 
quasi la suprema direzione dei moti e delle faccende 
in Toscana. 

intanto, sino da cotesta elezione, parodiando li atti 
d'amnistia dei principi, Livorno pubblicò^ sul serio, 
una specie di proclama umoristico cfce vai la pena 
di essere riprodotto non foss' altro per la sua rarità 
e per la stranezza. 

M Noi , Popolo Livornese , per la grazia di Dio, 
primo della Rigenerazione Toscana. 

» Sentito il parere degli orfani , delle vedove , e 
delle vittime sacrificate per ordine del potere ecce- 
zionale di Firenze la sera del 2 settembre 1848: 

n Ck)nsiderati li abusi e le violenze da noi sofferte 
per lo spazio di circa due mesi: 

n Comechè sentendoci forti nella nostra coscienza 
per aver dato al mondo il non comune esempio di 

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10 

onestà, moralità e giustizia, da non meritare ma bensì 
da concedere perdono: 

» Per dare una novella prova di amore e di at- 
taccamento che abbiamo ed avemmo sempre alla fa- 
miglia toscana della quale ci pregiamo far parte: 

n Concediamo ed accordiamo obiio^ amnistia e per- 
dono a tutti quei membri delle Camere e dei due 
ultimi ministeri di Toscana, i quali ebbero parte alla 
violazione dello statuto costituzionale , accordando , 
contro ogni diritto^ il potere esecutivo ad uomini di 
mal senno e di peggior cuore, per conculcare, vili- 
pendere , mitragliare e quindi calunniare un popolo 
virtuoso che reclamava la giustizia e i suoi diritti. 

«A condizione, però, che sieno immediatamente 
deposti ed espulsi tutti quelli individui componenti 
l'attuai ministero e le Camere, che si resero rei di lesa 
umanità, e che meritano d'essere cancellati dal ruolo 
dei cittadini, sio^me riconosciuti traditori della patria. 

» Della esecuzione ed osservanza del presente, è 
incaricato l'intiero generoso popolo toscano che com- 
prese alfine sé stesso e la sua dignità. 
« Livorno, li 8 ottobre i848. 

ti II Popolo Livornese, n 



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!7 



li. 

I LIVORNESI 

SOTTO IL GOVERNO DEMOCRATICO (1848-49). 

Una volta eletto ministro, e visto li ttomini da cui 
era circondato , sentendosi capace di dominarli tutti 
colla potenza dell'ingegno e colla fermezza delia vo- 
lontà, il Guerrazzi considerò Livorno siccome il luogo 
ove andava ad attinger forza e baldanza per resistere 
alla guerra che gli si faceva dattorno: guerra d'iner- 
zia, di calunnie, di sfacelo generale. 

Ma venne il giorno in cui Anteo più non trovò la 
forza nel toccare la terra nativa; bensì vi trovò la 
resistenza e l'opposizione. E sempre accade di racco- 
gliere la tempesta a chi semina il vento, e di vedersi 
superato in audacia il capo dagli adepti, l'indettatore 
dai. complici. 

Oggi che, dopo cinque anni di carcere, dopo dieci 
di esilio dalla città nativa, da un popolo che a volte 
troppo ricorda e non abbastanza rimette le peccata , 
a volte troppo oblia e tutto perdona, il Guerrazzi 
sembra ritornare in auge, e ricomincia a grandeg- 
giare sulla ecatombe dei pigmei caduti nelle lotte 
dei ministeri inetti contro i governati ingovernabili» 
stimiamo non doverci esimere dal formulare schiet- 
Siragi di Livorno. s 

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18 
temente le colpe e le oorlo?eggenze del miDÌstero ca- 
peggiato dal Guerrazzi^ mentre ce ne saremmo aste- 
nuti in un'epoca in cui era quasi simbolo di fede e 
debito di onesto patriotU lo imprecare airultimo mi- 
nistero costituzionale del i849^ e il considerarlo come 
rirco emissario delle colpe di tutti i gabinetti di cui 
fu l'improvvido e sciaguratissimo erede (i). 

Tuo darsi cbe la nave del governo fosse già tanto 
sdruscita da riuscire impossibile a qualsiasi abile ti- 
moniere il .ricondurla in porto. Ma perchè il governo 
che si compiaceva del titolo di democratico saliva al 
potere colla fiducia e coll'appoggio del popolo, e' do- 
vea profittare del proprio prestigio, ancorché mo- 
mentaneo, per operare utili riforme ed afforzarsi per 
far fronte all'infuriare della reazione. 

11 ministero Guerrazzi-Montanelli nulla fece, a nuUa 
provvide. Apparentemente si die gran moto attorno 
al carro dello Stato; in sostanza poltri sui seggio- 
loni di Palazzo Vecchio, garrì sino a perdita di fiato 
e di cervello cogli antichi amici, se li sdegnò, se li 
vide partire dal fianco con non celata compiacenza , 
né li trovò più nell'ora del perigliò e dell'urgenza ; 



(I) Vii 1861 pubblicammo un voiametta su Leopoldo II 
(Vedi Galleria Nazionale del secolo XIX, voi. 13, Torino, 
tipografia edilrice Pomba] e vi dicemmo: a È invalso troppo 
Tuso jn questi ultimi dodici anni di gridar racah e di ban- 
dir la croce addosso a questi uomini perchè noi ci pos- 
siamo indurre a seguire U volgare andazzo. » — Oggi questi 
uomini presero la loro rivincita. Uno di essi, il Mordini, 
è già ministro; T altro forse il sarà fra non molto. Pos- 
siamo adunque parlarne senza scrupoli di coscienza. 



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19 

e, nel èolmo de'saoi deliri!, vagheggiò la riconcilia- 
zioDe Goirarìstocrazia, esso popolano — coi partiti re- 
trivi; esso sin allora avanzantissimo; e senza inspi- 
rar fidacia nei nemici, inspirò sfiducia e ripulsione 
negli amici. 

Tatto rimase nell'antica inerzia, ninna utile legge 
si seppe far prevalere; la polizia soltanto — che s'era 
loro mostrata più infesta — venne cambiata dai nuovi 
ministri, e vi subentrò una specie di guardia preto- 
riana, detta municipale, che, comunque composta di 
antichi loro satelliti, non avea neanche il merito della 
fedeltà, giacché, quando il governo volle infierire con- 
tro i creduti repubblicani e demagoghi, questi trova- 
rono nei pretoriani altrettanti non cercati né deside- 
rali complici che li avvisarono del periglio, del lac- 
cio e dierono loro agio allo scampo: 

L'aristocrazia, anziché riaccostarsi a codesti intrusi 
plebei •— com' essa li chiamava — racchiudevasì, 
sebbene corresse la rigida stagione , nelle sue ville ; 
e colà, coir aiuto dei preti e dei fattori , incominciò 
da essa a fersi una attiva propaganda reazionaria 
di coi non tardarono, innanzi anco di primavera, a 
vedersi i frutti. 

Allora, minacciato ai comizii elettorali, veduti tra- 
durre alle sbarre dei tribunali i giornali che aveva in 
qualche modo incoraggiati e imboccati, quel governo 
insensato e delirante, passò dalle arti leonine alle 
volpine, e organò la corruzione delle infime plebi, 
facendola tumultuare a suo benefizio. 

Cosi, nelle nuove elezioni generali del Parlamento 

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20 

vedendo sicura la nomina di deputati a sé ostili 
sbrigliò il freno a bassi impresarii di pubbliche tìoJ 
lenze^ di guisacbè a Pisa, a Signa ed a Firenze im^ 
rono spezzate le urne elettorali, mentre il presidenti 
dei ministri, caporione^ secondo ia pubblica voce, A 
tutti quelli intrighi, andavasene a Livorno, tornanll 
solo a fatti compiuti, per sclamar sentenziosamente: 
Chi ruppe paghi. 

Ma allora non si pensò, e ciascuno sei sapeva be- 
nissimo, a far pagare ad alcuno, e solo fu istruito, 
prò forma, un processo di cui poi, scoppiata ia rea- 
zione, pagarono il fio li illusi ed i meno colpevoli,! 
taluni con non pochi mesi di casa di forza, tali altri 
con non pochi anni di ergastolo. | 

Cosi ia polemica sul cattolicismo ronoano insorta 
fra l'arcivescovo di Firenze e il direttore del gior- j 
naie 11 Popolano, non disapprovata dal governo, anzi 
chiamata da uno dei principali ministri (il Monta- 
nelli) alla presenza d'altri ministri, il tratto piò ca- 
ratteristico della rivoluzione del 1849 ; e per ultimo 
deferita dinanzi il tribunale di prima istanza , come 
oltraggiante ia religione delio' Stato, potè continuarsi i 
impunemente perchè il processo fu reso impossibile 
dagli insulti e dàlie violenze fatte e lasciate prati- j 
care dalla plebe sulla persona del regio procuratore 
Andrea Lorini. Ma, appena caduto il governo, ed 
anco prima che tornasse il granduca sulla punta 
delle baionette austriache , il processo venne ripreso 
con ardore, e lo scrittore (E. Montazio) fu punito, 
insieme col gerente, con un anno di carcere e mille 



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k 



21 

di molta, e i tamnltnarii por essi Tennero ri- 
^vati e colpiti - ma furono li istigati^ non H istiga- 
lori - per disordini e violenze. 
I E cosi d'altri processi^ motivati o dal consiglio di- 
letto o dal tacito assenso del governo, dei quali 
iovrò parlar brevemente fra poco. 

La reazione scoppiò in Firenze in un primo ten- 
tativo d' invasione armata, avvenuto alla tine del feb- 
braio, mentre il granduca Leopoldo, prima di pren- 
der le mosse per Gaeta, stavasene nel porto di Santo 
Stefano ad aspettare invano che la Toscana insor- 
gesse in suo favore e lo richiamasse a Firenze, ab- 
battendo il governo democratico. 

Codesto tentativo consistè in una spedizione di 
coiìiadini armati di vanghe, di zappe e di fucili, ve- 
nuti sparpagliatamente da varii punti della campa- 
gna e facenti capo alla porta San Frediano, la quale 
fu chiusa dinanzi agli invasori che tentarono appic- 
carvi il fuoco, accumulando contro di essa un gran 
numero di fascine. 

£' fu per altro un fuoco di paglia, sebbene al go- 
verno desse' già di volta la testa, giacché il Guer- 
razzi era assente , avendo voluto andare egli stesso 
com3 generalissimo a respingere le traviate soldate- 
sche che il pagliaccesco paladino del granduca, generale 
De Laugier, raggranellò per pochi giorni a sé dat- 
torno, e li altri ministri bisticciavansi , né bastava 
loro l'animo di cavare un ragnolo dal buco, mentre 
il Montanelli, che solo avrebbe avuto ascendente di 
nome e di voce , era malato per la ferita riportata 



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22 
alla guerra^ e per la quale era stato creduto morto 
si geaeralmente da celebrarglisi persino pubbliche 
esequie. 

Quel primo moto reazionario , tosto represso, do- 
veva porre in guardia il governo dandogli sin d'al- 
lora nelle mani i capi delia reazione e facendogli co- 
noscere le persone ed i mezzi di cui intendevano 
valersi per la trista e fatale opera della restaurazione 
granducale. 

Infatti, tutti i tentativi occorsi dappoi furono iden- 
tici fra loro. Tutti, come già nella Vandea, erano 
preconizzati da grandi fuochi accesi di prima sera 
sulla vette delle colline che inghirlandano Firenze : 
tutti erano organati da aristocratici barbogi o da 
nobiletti imberbi , arieggianti i mmcadins della re- 
pubblica francese , o da parrochi e curati, che dopo 
aver ben bene predicato, confessato, comunicato e 
benedetto quei nuovi puntelli in carniera del trono 
e deir altare, poneano loro Tarme nella mano e le 
nefande grida sulla bocca. Perfino le abbadesse e le 
madri-priore dei monasteri più prossimi a Firenze, 
distribuivano ai loro nerboruti ortolani 1 sassi ed i 
randelli, dicendo loro, in tuono fatidico, che quelle 
armi primitive, maneggiate da essi, avrebber valso 
da quanto la fionda di David e la mascella d'asino 
di Sansone. 

In quella prima notte reazionaria si colsero, come 
duci delle bande contadinesche attorno Firenze, un 
tal Mannelli, nobile, uno Stuart, inglese, il napoletano 
Achille Ricciardi, e parecchi preti e frati che venner 
tutti lasciati in libertà il giorno appresso. 

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id 

Ciò valeva qaando dir loro: 

— « Macte animo, fannulionil La prima prova 
andò fallita per vostra colpa. Tornate a far daccapo 
e metteteci tutto il vostro pepe e il vostro sale! n 

VoUesi dalla reazione isolare Livorno da Firenze, 
rendendo impossibile il rapido invio di gente ar- 
mata dalla prima città nella seconda; e la feccia della 
popolazione d' Empoli — vetturini rimasti disoccu- 
pati per Tattivazione della {prrovia, scapestrati pei 
quali la distruzione è la più bella delle opere — die- 
dero fuoco alla vasta stazione della strada ferrata 
colà esistente. 

Il Guerrazzi, a cui l'abitudine di aggirarsi nei 
suoi romanzi, fralle costumanze del médio-evo, dava 
gusti pronunciatissimi medioevali , decretò tosto che 
alla città d'£mpoli , in perpetua ricordanza di aver 
lasciato compiere impunemente queir atto di vanda- 
lismo, fossero spianate tutte le torri e i campanili. 
Poi, fatta grazia ai mattoni, volle che i veri rei se 
la sbrigassero colla giustizia , ma il processo fu am- 
nistiato dal reduce granduca, il quale in quel fatto 
vide uno splendido segno dell'amore e della fedeltà dei 
suoi sudditi. Avessero, sotto pretesto di reazione, i ca- 
nonici di duomo incendiata la torre di Giotto e fatta 
crollare la cupola di Brunellesco, il fine avrebbe scu- 
sato il mezzo, e li incendiarli e i demolitori ne avreb- 
bero avuto lode e premioi 

Neiralternarsi di tali episodii, fra risibili e lacri- 
mevoli, giunse il di prefisso dalla reazione alla su- 
prema riscossa. 

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»4 

Tatti erano indetti : tutti avvertiti — tatti«.. meno 
il governo che sedeva in permanenza a stender liste 
di proscrizioni contro i repubblicani^ a redigere pro- 
grammi e manifesti degni di passare ai posteri come 
documenti di sesquipedale eloquenza. 

I Livornesi fornirono pretesto alla strage fraterna. 

II Guerrazzi aveva chiamato momentaneamente una 
forte mano di volontarii livornesi dentro Firenze, 
siccome i soli fedeli difensori su cui potesse fare as- 
segnamento, e poiché questi, oziando, non cessavano 
di menar attorno la lingua, e qualche volta , spinti 
da agenti provocatori, anche le mani, accadde che, 
fra le altre risse insorte nei di festivi di pasqua, una 
sera si accendesse lite fra un livornese (e forse non 
era tale, e credesi fosse un capo-sicario che, con altri 
sgherri, dei Livornesi simulasse il vernacolo) ed un 
oste fiorentino che tolse a difendere una o più bai- 
dracche a cui dai supposti Livornesi faceansi propo- 
ste che per tutt' altre femmine sarebbero state in- 
decenti , ma che, per queste, rientravano nella linea 
normale delle loro ingerenze. 

Cosi, mentre una Lucrezia, insultata da un Tar- 
quinio, die origine alla riscossa di Roma per la li- 
bertà, due tre pubbliche meretrici, insultate da un 
giovane mezzo brillo, fu l'ignobile favilla d'onde 
divampò il grande incendio che partorì l'ignobilissima 
restaurazione granducale in (Toscana (1). 

(1) Se non bastassero i racconti pubblicati in tutli i 
diarli dell'epoca, darebbe prova irrefragabile che la con- 
giura organata contro i Livornesi, per inìEiare la con» 



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«» 



III. 
LA REAZIONE. 

Il di 11 aprile 1849, fu il primo giorno dei trionfi 
reaziomrii in Firenze. 

Al di fuori la reazione mostrava dappertutto le 
cornai À Figline erasi , nei giorni addietro, portato 
a processione il busto in gesso del granduca , con 
evviva al suo nome, accoppiate a quelle di Viva li 
Austriaci f A Siena fu persino gridalo: Viva Ferdi- 
nando di Napoli!... In varii borghi e villaggi ve- 
niva lacerato il vessillo» tricolore ; ai contadini si di- 
stribuivano, da gentili mani, òerte medaglie di ot- 
tone e di piombo collo stemma granducale, colle ti- 

tro-rivoluzione conducente alla restaurazione granducale, 
non più nobile e ragionevole pretesto troyò alPincomln- 
ciamento dei turpi movimenti air infuori di quello accen- 
nato, la lettera diretta, il 14 aprile 1849, dalla Spezia, ad 
autorevole reazionario-moderato di Lucca, dal marchese Co- 
simo Bidolfl, già ministro ed inlimo consigliere del gran- 
duca, oc Vedete bene — incomincia la lettera, pubblicala 
poi più tardi con molte altre le quali provavano il con- 
certo per la restaurazione ordinato da un lato, mentre dal- 
l'altro il granduca non ammetteva verun concerto fuorché 
coir intervento austriaco — che avevo ragione e che se 
il granduca mi dava retta, il movimento si faceva per lui, 
e non per un oste e per poche puttane l.^Ha le cose sono 
andate cosi, ed ormai bisogna che chi se n^è messo alla 
testa sappia cavarne il profitto. ....• d 



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86 

fre W. L II, e raccomaDdavasi si portassero sai cap- 
pello come segno di riconoscimento. Non altrimenti 
erasi fatto dai cattolici, in Francia , la notte di San 
Bartolommeo, per la strage degli Ugonotti; se non 
che qui dovevano scannarsi, non solo li eretici, ma 
anche i repubblicani e i democratici.... Già è tut- 
t' uno I. . . 

I primi macellati furono, come dicemmo, ì po- 
veri Livornesi contro ai quali, sotto ogni pretesto 
e con ogni specie di provocazioni, V ultima feccia del 
popolo fiorentino correva armato. Erano dessi ricer- 
cati come fossero cani idrofobi , rincorsi per le vie, 
accoppati da dieci contr' uno, inseguiti/ andati a sco- 
vare in capo a qualche scala, in fondo a qualche na- 
scondiglio, sino negli appartamenti privati aperti loro 
per compassione da qualche più umana famiglia.^ Ma, 
sia onore al vero, dalla massima parte delle case in 
cui cercarono asili, gridando pietà, misericordia, ven- 
nero paurosamente respinti, tanto incuteva timore la 
plebaglia inferocita che scorrazzava per la città in 
cerca della preda, per vendicare oltraggi e scongiu- 
rare pericoli insussistenti. 

In quel giorno e nei seguenti avvennero quantità 
di fatti tra pietosi ed efferati , tra lo{levoli ed in- 
fami , che offrirebbero materia ad un libro inte- 
ressante se fossero raccolti con cura, e con sémplice 
eleganza narrati. Lasciamo ad altri il drammatico 
lavoro. 

Le campane delle chiese, in balia dei preti, che ne 
aprivano i campanili al popolaccio, suonavano a stormo : 

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27 
udmnsi in varie direzionile facilate: era dappertutto 
tumulto e confusione. In ogni angolo^ in ogni strada 
di Firenze avevasi la brutta copia dei Vespri Siciliani 
da Italiani premeditati o vagheggiati contro Italiani. 

Intanto il grosso del battaglione Fi^rrticcio^ coman- 
dato dal maggiore Giovanni Guarducci, a cui spet- 
tavano le vittime fatte sparpagliatamente per la città, 
e che doveva partire quel giorno stesso per Pistoia, 
veniva assalilo dai Veliti e dai Carabinieri. Le guar- 
die nazionali, convocate colla generale, non si sa so 
a difesa o ad offesa dei Livornesi, spararono fucilate 
alla cieca e si ferirono fra loro. 

Brutte scene di vendetta e di sangue si alterna- 
rono anche sul breve spazio di terreno che corre fra 
le due piazze Vecchia e Nuova di Santa Maria No- 
vella al passaggio del battaglione, ma le taceremo, 
per non usurpare lo spazio destinato alle vicende dei 
Livornesi nella loro città nativa. 

Il Guerrazzi, accortosi troppo tardi di non potere 
infrenare la reazione cui aveva sciolto il guinzaglio, 
sali .a cavallo e volle arringare il popolo che lo ac- 
colse — come egli stesso confessò nella sua ilpofo^ta. 
— ad urlate. Gli spararono una pistolettata che non 
lo colpì. Bensì Io colpi nel petto un mattone. Ad 
ogni modo potè giungere al battaglione livornese 
sotto li ordini del maggiore Guarducci, che già di- 
sponevasi ad una disperata difesa e lo indusse a ri- 
tirarsi nel forte di San Giovanni Battista , d' onde 
parti poi nella notte. 

Intanto gli ordini per il generale movimento rea- 

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28 
zionario sono spediti dappertutto. I soliti segni pre- 
cursori s'accendoDo questa volta non solo sui colli 
fiorentini^ ma lungo tutta la vallata dell' Arno, del* 
TEra, del Serchio. 

Nella notte dall' i t al 1 2 aprile noi contemplavamo 
dalle alture di Volterra le pianare sottoposte, (l) e 

(I) NelPoperetta di M. Stagi, intitolala Due Anni di 
Vita d'un Emigralo^ ove brevemeute raccontansi li av- 
venimenti del i849, in Toscana, Roma e Venezia, trovia- 
mo il seguente paragrafo, a pag. i35. «... quindi, senza 
ce contestazione di colpe e senza processo si spedi (dal, go- 
(( verno Guerrazzi) Enrico Montazio nelle prigioni di Volter* 
a ra... v Tale fatto è narrato infedelmente. Il Montazio aveva 
già accennato reiteratamente nel suo giornale politico quo- 
tidiano : Il Popolano di combattere le mezze misure del 
governo. Ed il governo prese una mezza misura verso di 
lui, giacche, non avendo potere sufficiente per cacciare fuori 
di Stalo un fiorentino, come aveva fatto del NiccoUni romano 
Q di altri, volle almeno allontanarlo dalla città principale. 
Perciò, nella speranza che fuggisse o si appiattasse, lo fece 
avvertire più volle, nel corso della notte del i7 marzo, al 
suo domicilio, come le guardie municipali si presentereb- 
bero ad arrestarlo per condurlo a Portoferraio. Il Monta- 
zio reputò vigliaccheria la fuga in quel momento. Ed in- 
fatti, dopo mezzanotte, si presentò il tenente Fantacchiotti 
con altri sotto-ufficiali e con molta gentilezza e buon garbo 
invitò il Montazio a fare un baule dei suoi abili ed a se- 
guirlo. A questo invito non fu fatta opposizione. Il Monlazio 
ebbe r agio persino di porsi nelle tasche due pistole a 
due canne cariche a palla e due pacchi di cartuccie. 
Giunto a Volterra, fu, è vero, tenuto non in carcere ma 
dentro la fortezza, sino al di 6 aprile. Quindi venne la- 
sciato lìbero per la città, e nella mattina del di 12, sareb- 
besi involato alla reazione, se il sotto-prefetto Manenti, 
inerendo ad uno dei primi ordini spediti dal governo prov- 
visorio della restaurazione , non avesse fatto arrestare il 
Montazio al momento in cui cercava un veicolo per la 
partenza. Allora veramente venne rinchiuso in carcere e 



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1^9 
mentre l'aere era mite, e serenissimo il cielo, lucci- 
cante di stelle, presentavano spettacolo indescrivibile 
le miriadi di fiamme che brillavano sino ai punti più 
lontani dell' orizzonte. 

À quella fantastica luce i contadini si armavano 
con selvaggio entusiasmo e penetravano all' alba del 
di seguente (12 aprile) dentro Firenze, gridando i 
loro soliti Viva e i soliti Morte» 

Nella notte si formò una Commissione governativa 
e l'Assemblea legislativa fu mandata a spasso. Ed 
essa ci si lasciò mandare senza una protesta al- mondo. 

Erava assemblea I ! . . ' 



da quel tristo giorno all' istante della liberazione passarono 
cinque anni. La infamia del governo provvisorio' democra- 
tico non sta adunque nell'arresto arbitrario; ma sibbeoe 
oella ragione datane ai giornali che protestarono appena* 
questa nuova iliegaiilà del governo fu nota, ai parenti, agli 
amici che andaroofo presso il Guerrazzi ed al suo com- 
messo Marmocchi, a chiedere spiegazioni e giustizia. Per 
le cerimonie pasquaU 11 Guerrazzi stimava indispensa-* 
bile il ritorno a Firenze deirarcivescovo Minucei, E que- 
sti, ritiratosi in una sua villa presso Si^na, alle preghiere 
direttegli dal capo del gabinetto poneva a condizione del 
ritorno Tallontanamento delPaulore delle risposte alle sue 
eneiclicbe e di cui credeva essersi meritato V ira e la ven- 
detta facendolo bandire dagli altari di tutte le chiese della 
metropoU come eresiarca, empio e scomunicato. Per giusti- 
ficare , poi, la forzata permanenza del Montazio a Volterra, 
si deferì a quel tribunale di prima istanza il giudizio 
nella causa intentata al Popolano per delitto di stampa 
contro la religione dello Sialo. Questa e non altra, è la 
vera versione d' un fatto che spesso fu citato a biasimo 
del Guerrazzi e dei suoi colieghi, ed in specie da un vee- 
mentissimo e stupendo articolo di Gustavo Modena nella 
Unilà Italiana di Genova. 



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sa 

Del resto, il di stesso, parecchi di quei legislatori 
che, non iaerendo agli ordini del Guerrazzi di andare 
in provincia a calmar le popolazioni tumultuanti, erano 
rimasti al loro posto , udirono sfondare a colpi di 
ascia le porte dell'assemblea e stimarono opportuno 
mettersi in salvo dalla parte posteriore degli Uffizii, 
per le luride stradacele chiamate Baldracca. 

Al suono delle campane a martello, le bande conta- 
dinesche percorsero la città rialzando dappertutto li 
stemmi granducali , portando in trionfo i busti del 
granduca e della granduchessa ed atterrando li alberi 
della libertà che, per ridicola e puerile imitazione 
degli USL francesi del 1793, erano stati erètti su tutte 
le piazze. E per dimostrare sempre meglio che cosa 
sia certo popolo , osserveremo che si aflFreltarono a 
prestar l'opera loro alla demolizione quelli stessi che 
si erano affaticati alla elevazione. 

Quelle orde avvinazzate, giunta la sera, giravano 
le contrade più popolose portando il busto in gesso 
di Leopoldo II, costringendo chiunque passava a ba- 
ciarlo, percuotendo chi dapprincipio esitava o riflu- 
tava, e frugando chi a loro pareva avesse flgura so- 
spetta, cioè cera da galantuomo.... 

Da costoro, in piazza della Signoria, fu gridato per- 
sino : Viva i codini t Morte alla libertà /... 

In certe stalle di famiglie aristocratiche i busti del 
granduca é della granduchessa vennero collocati nei 
luogo della solifa madonna o d'altro santo, e acce- 
savi dinanzi qualche candela, li stallieri, i palafre- 
nieri, ed altra ciurmaglia si misero in ginocchio di- 
nanzi a cantare preci e laudi t... 

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J 



SI 
Aleuni nobili non si vergognarono sin anco di ca- 
pitanare codeste bande schìamazzatrici , dirigendone 
le braccia a più empio fine. I diarii dei tempi regi- 
strano come un cavaliere Olivieri spingesse una ma- 
snada di simili scherani contro la bottega di stampe 
e quadri di Giuseppe Bardi^ sulla piazza di San Gae- 
tano, per devastarla, siccome il luogo maledetto ove 
faceasi la distribuzione dei giornale VAÌha^ e già 
si sfondava, abbruciandola, la porta quando. accorse 
ad impedirlo Ja guardia nazionale del Pignone, con- 
dotta dal capitano Valentini che, in ricompensa, fu 
poco dopo carcerato. 

Ai canti delle vie, mani ufficiose, delatori zelanti, 
s'affrettavano attorno ad affiggere note di proscrizione. 
\olevasi forse indicare ai meno scrupolosi ove re- 
carsi alla cacqia d' uomini da carcerare e di danari 
di pigliare. 

Infatti i contadini, addivenuti oltremisura arroganti, 
e credendosi ormai uomini d' importanza e salvatori 
della patria, giacché come tali, con magniloquenti pa- 
role, li qualificò il barone Orazio Ricasoli, primo priore 
del municipio fiorentino, si diedero a penetrare nei 
domicilii privati, ad imporre mercedi, tasse e riscatti. 
E la faccenda sarebbe finita col saccheggio , se essi, 
ampiamente regalati per la loro vilissima opera, non 
fossero stati rinviati alle natie capanne da chi aveva 
Tautorità di ciò fare. 

Giambattista Niccolini, che fu salutato come T ul- 
timo dei fiorentini ed a cui noi ci iochìniamo rive- 
renti siccome al primo degli italiani, o, per lo meno, 

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32 
siccome al primo gaerriero d'Italia sotto il yessillo 
delle muse^ stimmatizzò cotesta nefanda reazione come 
dovea ferlo il poeta di Gianni da Procida e di Arnaldo 
da Brescia, ed i suoi terribili versi, da noi raccolti 
inediti, registrammo altrove (1). 

Più tardi^ il fatidico e sdegnoso vegliardo, udendo 
alla sua presenza vantare la calma tornata alla città 
pel trionfo della reazione, commosso dettava alcune 
strofe, non peranco pubblicate, terribili per Firenze, 
delle quali non trascriveremo che un solo verso: 

Io TU pantano non Vi son procelle! 

Ma in quei primi giorni, anche la melma dei rea- 
zionarii si mostrò furibonda e tempestosa. 

Mentre il Guerrazzi, promettendogli un passaporto 
all'estero, con punica fede veniva chiuso nella for- 
tezza di Belvedere per poi fargli passare cinque anni 
di prigionia fra la fortezza di Volterra e le Murale 
di Firenze, ed il Marmocchi, tolto a prestanza un abito 
da suo zio capuccino , fuggiva sino a Genova cosi 
travestito: mentre il Montazio, libero in Volterra^ 
per dispaccio telegrafico, la stessa notte della reazione, 
era fatto arrestare e tradurre nel Mastio, donde più 
tardi fu mandato a Firenze a sostenere Tun dopo 
Tallro, dall'aprile 1849 all'ottobre 1853, tre successivi 
processi, per delitto di stampa, per empietà, per eresia, 
per tentativo di rovesciare la religione dello Stato e 
per delitto di lesa maestà: mentre le carceri empie- 
vansi a ribocco di prigionieri di ogni ceto, e di esuli 

(1) Leopoldo IL Biogr. cilata. 



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rigurgitava il resto d'Italia e Testerò, nelle campa- 
gne e nei borghi formicolavano le orde dei bifolchi 
capeggiate dai preti e dai birri, urlando oscene glo- 
rificazioni dell'assolutismo personiGcato> nel regime 
granducale e nell'Austria ausiliatrice, e percuotendo e 
ferendo i più notorii repubblicani, e costringendo i 
più timidi a vili ritrattazioni sulle pubbliche piazze, 
e sottoponendo li altri ad ogni sorta di vilipendii e 
di persecuzioni. 

Ogni decreto del governo provvisorio democratico 
e persino del ministero guerraz2iano sotto Leopoldo 
venne dichiarato irrito e nullo, destituiti tutti gli im- 
piegati fatti dal governo negli ultimi tempi, abolite 
anche molte utili leggi votate sotto l'impero della 
costituzione, cambiata la guardia municipale in guar- 
dia di pubblica sicurezza , composta quasi tutta di 
antichi birri, ristabilita la tassa di testatico, ripristi- 
nato il bollo pei giornali politici, ed altre più gravi 
e più lievi sevizie e balzelli che troppo lungo sa- 
rebbe il noverare. 

Né mentre i birri pattugliavano e le case erano 
vuote e piene le prigioni dei migliori cittadini, si te- 
nea perciò sicura la tremula e pavida (Commissione 
provvisoria, la quale chiudeasi dentrp palazzo Vec- 
chio, e ne facea sbarrare le porte esterne, e nel deli- 
rante cervello non sognando che (ongiure e pugna- 
latori, vedea persino un segno rivoluzionario nel- 
l'innocuo e fanciullesco strumento detto scacciapen* 
sieri, alla ricerca del quale, armali i pubblici fac- 
chini di bastoni, facea frugar le botteghe' e cercar 
stragi di^ Livorno* 9 * 

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H 

pei Caffè. E dal sommo dèlie porte di questi in- 
intimava fossero rimosse le insegne e i cartelloni che 
contenevano qualche aspirazione rivoluzionaria, inco- 
minciando da quello del Caffè Ferruccio, già Grande 
Elvetico,h cui mostra fu abbassata dai pompieri ci- 
vici con ridicola pompa. 

In queste indagini s'ebbe a deplorare uno scelle- 
rato assassinio. Nel frugare dentro i Caffè per cercare 
i detentori di scacciapensieri, li antichi birri addi- 
venuti momentaneamente padroni , erettisi a vindici 
degli oltraggi pochi mesi innanzi da essi meritamente 
patiti, menarono busse a questo e a quello che puz- 
zavano di liberale. Ed a percosse uccisero un povero 
migrato lombardo che stavasene quieto e mogio 
mogio in un remoto Caffè della metropoli. 

Contemporaneamente si sequestravano i giornali, 
si proibivano quelli che, non comprendendo l'an- 
dazzo, dei tempi, s'ostinavano ad uscire alla luce, fin- 
ché più non rimase che un organo ufficiale ed un 
sott'organo modesto, moderato, anzi moderatissimo, il 
quale pure, a suo tempo, venne soppresso. 

I non toscani tornavano ad essere chiamati fore- 
stieri, e si ordinava ad albergatori e ad affittacamere 
di denunciarli alla polizia dentro ventiquattr' ore. 

La reazione di quei giorni ha anco i suoi aned^ 
doli giocosi e galanti. Eccone alcuni, registrati in 
punta di penna, per esilarare il lettore. 

In Grosseto, città-capoluogo della provincia infe- 
riore toscana, il 14 aprile, giorno di sabato, due dei 
più cospicui cittadini, Pietro e Giovanni Tommi, po- 

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stisi alla testa d'una banda reazionaria ivan percor- 
rendo la città alle grida di Morte ai repubblicani f 
— Vita i signori!... 

Alla testa della bociante comitiva eglino poserò un 
cognitissimo popolano dalla voce stentorea, sopran- 
nominala P^g'g'to, il quale portava una bandiera bianca 
e rossa — colori austro-toscani. 

Costui, per girandolare in tal guisa, s'ebbe dieci 
^cudi in due giorni; ma il terzo giorno, finito il 
denaro e non finita l'arsura della gola, ei lasciò in 
pegno all'osteria, per un^fiasco di vino, il busto di 
Leopoldo II. 

Cosi riferi nei diarii dei tempi il cancelliere Pie- 
tro Cappelli. 

Codesta orda di forsennati insultò la guardia na- 
zionale e la volle disciolta e priva d'assisa. 

A Siena la' reazione fu terribile. Un tale Salvini, 
guardia municipale, venne ucciso a Buonconvenlo 
ove quel corpo era stalo dal governo in qualche 
modo internato. Alla notizia della efferata uccisione, 
il padre di quel misero giovane, che fini mentecatto dal 
dolore, infermò, e taluni reazionarii della plebe, più 
inumanamente feroci, si divertirono a dipingergli 
oscene figure ed a scrivergli minaccie e imprecazioni 
sull'uscio di casa. 

Per discorsi poco prudenti fu messo in carcere, in 

quei giorni dì confusione, un tal dottor Q che 

possedeva giovane moglie assai bella, ma assai più 
civetta. Seppesi che chi aveva fatto fuoco addosso 
contro di lui e provocatone l'arresto era un altro 

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M 

dottore, il quale di tal modo potò trarre alle sue 
voglie la donna. 

Istruitosi il processo, nulla di consistente e di se- 
rio vi si rinvenne, cosichè il Q stava per essere 

dimesso dal carcere quando l'amante della moglie 
fece da questa sedurre con moine il giudice, il quale, 
non volendo turbare si presto le innocenti gioie dei 
due innamorati,. consenti, mediante tributo, non sap- 
piamo se in danaro o in altro, a sostenere in car- 
cere il marito con processo aperto, a disposizione 
del governo. 

Questa fatto scandalosetto arieggia le istorie delle 
lettresde-cachet e delle oubliettes della Bastiglia nei 
bei tempi dei santi re di Francia I 



IV. 
I LIVORNESI 

PRIBIA dell'ingresso DEGLI AUSTRUGI IN TOSCANA. 

Ài Fiorentini (parlo della plebe e dei reazionari 
soltanto) tremavano forte i polsi che i Livornesi aves- 
sero a tornare in gran numero a vendicar la strage 
dei fratelli , che oramai di soldati discretamente ag- 
guerriti e coraggiosi estendenti fermamente ad uno 
scopo non ce n'erano più in Toscana. Perciò graditis- 
sima riusci la novella, che i giornali si affrettarono a 
propalare fra loro , essere il battaglione Ferruccio 



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<u. 



giunto a Pistoia e riposatosi colà in attesa del batta- 
glione Giovanni delle Bande Nere, proveniente da 
Lucca, ne era partito il di 16 aprile alle ore io del 
mattino, dirigendosi a giornata forzata su Livorno 
per la vai di Nievole. 

• Infatti Livorno era allora come il polmone ed il 
cuore della Toscana nei quali si concentrava quanto 
le restava di libero statò e di sangue generoso. 

E Livorno faceva caldo appello a' suoi mìliti acciò 
venissero con sollecitudine a fortificarvisi ed a ten- 
tare una gloriosa resistenza. 

Disgraziatamente, sia per imperizia del Petracchi, 
che comandava il battaglione delle Bande Nere, sia 
per altro motivo che accenneremo colle parole di uno 
dei suoi compagni , i due battaglioni , giunti sani e 
salvi, sebbene non senza rischi, attraverso le campa- 
gne di Pescia fin sotto Pisa, §i trovarono colà di- 
visi, ed i capi del battaglione delle Bande Nere, ven- 
nero fatti prigionieri ed inviati a Firenze sotto buona 
scorta. 

Occupiamci prima di tutto di questi. 

Il capo del battaglione di Giovanni delle Bande 
yere, Antonio Petracchi, detto Giannettino, era uomo 
di mare, esercente il cabottaggio e soprattutto abilis- 
simo nel contrabbando. Vivo di tempra, audace come 
tulli i suoi pari, bastantemente provvisto di censo 
per sovvenire ai bisognosi del suo partito , eh' era 
quello dei più spinti in materia di libertà, deside- 
rava questa come desiderasi cosa ignota, di cui sen- 
lonsi esaltare i vanti dai più instrutti, e desideravala 



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ss j 

soprattutto in odio alla polizia ed al governo birre- 
sco e pretino alle cui mali arti e alle cui persecu- , 
zioni, egli, come tutti i suoi pari, trovavasi costante- 
mente in balia. 

Dapprincipio, ai tempi delle riforme iniziate a | 
nome di Pio IX , fu moderatissimo e stette col go- 
verno, credendo che fosse leale e che desse più di i 
quanto gli si chiedesse; a segno tale che essendo al- 1 
fiere di battaglione della guardia civica (né poteva 
aver grado superiore non sapendo scrivere) aveva or- 1 
ganato pattuglie notturne rigorosissime, e fermavasi ad 
origliare nei luoghi ove credeva si adunassero i re- l 
pubblicani e minacciava apertamente d' incendiar le 
case loro e di distrugger le loro vite. E quando, in 
sul cominciar del 1848, il Guerrazzi cospirò per- 
chè il paese si reggesse prima degli altri costitu- 
zionalmente, il Petracchi si fu quegli che andò ad ar- 
restarlo, che lo caricò di catene, e cosi lo condusse sul 
bastimento che portò non so per la quantesima volta 
l'autore deìVAssedio di Firenze a Portoferraio, ove 
stette racchiuso sinché la costituzione divenne un 
fatto. 

Quando il Guerrazzi tornò trionfante in Livorno, 
dopo breve e non dura prigionia, il Petracchi, accor- 
tosi di esser stato giuocato dal subdolo governo, si 
die anima e corpo al Guerrazzi, del quale quindi in- 
nanzi fu esecutore di alte e basse opere. Ei lo se- 
guitò dappertutto, Tobbedi sempre ciecamente, spin- 
gendolo però sempre, ove avesse avuto su lui tanta 
potenza, all'azione energica ed agli eccessi. 



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39 

Non si può raccontare ' senza ridere la parte di 
esterminatore e di mangiatutti che assumevasi Gian- 
nettino a Lucca ed a Massa di Carrara quando vi 
si trovava il Guerrazzi, poco dopo la fuga grandu- 
cale, per scongiurare, l'ascendente reazionario del De- 
Laujier. 

-Egli stesso cel narrava ridendo. Chiamato dal Guer- 
razzi, presente il generale d'Apice, nella stanza ove 
il ministro stavasene a mensa in casa del medico 
Staffetti , a Massa di Carrara , insieme con alcuni 
membri della Giunta municipale, egli entrò dando un 
tremendo picchio colla durlindana che pendeva al 
fianco dell'esigua sua persona, e sbirciando trucemente 
i consiglieri del Comune, più morti che vivi, sclamò, 
ingrossando la voce: 

— Insomma, quando s'impicca qualcuno?... 
Quando Giannettino fu giunto sotto le mura di 

Pisa , incerto di quel che succedesse dentro la città 
e timoroso ch'ivi infierisse la reazione, si separò dal 
Guarduccì, e con tre soli ufficiali (i capitani Ferdi- 
nando Piccini, Bartolommeo Cimballi e dottor Pietro 
Lottini) , lasciati a breve distanza circa 400 uomini 
rimastigli, disse volersi avanzare verso il mare, dalla 
parte del Gombo, per vedere se fosse possibile un 
passaggio verso Livorno da quella parte. 

Il Cimballi ci disse che^ giunto al Gombo, il Petrac- 
chi ammiccò ad una donna che colà si trovava : 

— È in salvo la roba?... 

E la donna rispose con un cenno affermativo. 
Ora; secondo il Cimballi, la roba era la cassa mi- 



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40 

litare portata via dal Marchetti, consenziente il Pe- 
tracchi. 

Ma questa è congettura. Il fatto sta che la via del 
Gombo venne riconosciuta impraticabile e la brigata 
del Petracchi s' inoltrò per la vai di Nievolc, sinché, 
caduto in Una imboscata, ei fu condotto a Pisa con .tulli 
i suoi uomini e fatto abbivaccare nel cortile e sotto 
i loggiati della Università. 

Appena colà giunti , in apparenza liberi , sebbene 
astretti a deporre le armi entrando in città, si pre- 
sentò loro UDO dei Fenzi, il quale, a nome del gon- 
faloniere Ruschi, disse esser dessi in arresto e do- 
versi preparare ad andare a Firenze; 

Giannettino, privo d'armi, ma non d'audacia, saltò 
allora fuori con impeto a chiedere: 

— Mi mostri il mandato d'arresto. 

— Non l'ho qui — rispose il Fenzi. — Ma or 
ora glielo porterò. 

E dopo pochi minuti tornò spianando verso di 
lui due pistole a punto, e disse: 

— Ecco il mandato d'arresto. 

Quindi ai soldati che, con baionetta in canna, si 
spingevano addosso e appuntavano i fucili contro al 
petto degli altri ufficiali dormienti, intimò: 

— Se fanno il più piccolo movimento, sparate f... 
Cosi furono messi in due carrozze e condotti in 

Firenze ove la loro prima stazione fu nella fortezza 
da Basso. 

Colà soffrirono i più inumani trattamenti. 

I velili, che v'erano acquartierati, passando sotto le 

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ii 

loro finestre, davano in risate derisorie , e fingendo 
interrogarsi Tun l'altro domandavansi : 

^- Crii fanno la pelle domani, non è vero?... 

Il Cìmballi, credendo giunta l'ora estrema, si fece 
cavar sangue, risoluto di svenarsi se si fosse sentilo 
leggere là sentenza della fucilazione. 

Quando li Austriaci giunsero in Firenze, e presero 
possesso delle fortezze, i quattro prigionieri vennero, 
dopo pochi giorni, condotti alle carceri delle Murate, 
e non venendo essi considerati come militari, furono 
sottoposti a processo regolare. 

Ma pel tempo che toccò loro a rimanere sotto la 
custodia degli Austriaci non ebbero a lagnarsene me- 
nomamente, 0, per lo meno, li trovarono meno spie- 
tati della soldatesca rimasta fida al granduca. E ciò 
dimostra qual feccia scellerata ella si fosse ed a chi 
soltanto bastasse l'animo di serbar fede a siffatto tri- 
viale ed esecrando spergiuro. 

In quanto al Guarducci , ei rimanevasene sempre 
coi suoi uomini e tre pezzi di cannone sotto le mura 
dell'antica Alfea, quando si presentò loro una com- 
missione del Municipio pisano, la quale assicurò tro- 
varsi dentro la città meglio di quattromila soldati, 
UDO più fedelissimo dell'altro, riuscire impossibile ai 
volontarii l'andare oltre, essendo le vie regie e i ponti 
tutti rotti, quindi il meglio che potesser fare, anzi 
l'unico loro scampo consistere nel deporre le armi e 
nello starsi paghi ad aver salva la vita e facoltà di 
recarsi immediatamente alla città nativa. 

Ciò non era che una malizia cucita di fil bianco. 



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43 

Ad ogm modo il Guardacci, non vedendosi più spal- 
leggiato dal battaglione del Petracchi, né sapendo ciò 
che fosse addivenuto di quello comandato dal mag> 
glore Balzani, dovette ritenere che le forze reaziona- 
rie fossero soverchianti, e capitolò sotto l'imperiosa 
forza delle circostanze. 

Bensì è da notare che se esso non fu fatto pri- 
gioniero come il Petracchi ed i suoi ufficiali, colla 
libertà conservatagli non ebbe conservate le armi, 
giacché, malgrado una convenzione firmata, queste non 
gli furono restituite poi, né mai. 

Cosi potè tornarsene — e fu somma ventura — 
con 800 uomini scelti e pieni d'ardore a Livorno, 
già ansiosa pel destino di tanti suoi figli, essendo, 
sino dal 13 aprile, giunte colà le notizie della rea- 
zione toscana e della caduta dell' efimera dittatura 
guerrazziana. - 

Luigi Fabbri, allora gonfaloniere, aveva annunziato 
alla popolazione le triste nuove con una notificazione 
nella quale, fra le altre calorose frasi, includevasene 
una con cui egli si ofieriva di accorrere a capo della 
moltitudine per liberare il concittadino ministro. 

Ma la notte porta consiglio, e il di seguente, ri- 
messe quelle velleità guerresche , il bravo Fabbri si 
pose in corrispondenza col governo provvisorio di 
Firenze e comunicò al popolo di Livorno i decreti 
ed i proclami in che si afiaccendevano li attuali in- 
vasori di palazzo Vecchio. 

Né basta. Il Fabbri consigliava l' adesione a quella 
Commissione, come, del resto, la massima parte dei 



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48 

Municipii Toscani con memorabile coraggio ed illu- 
minato patriottismo aveano fatto, dichiarando che ove 
Livorno oon fosse sceso a tale adesione, egli sarel> 
besi dimesso dalla suprema carica municipale. 

E siccome Livorno avea cagione di dubitare della 
lealtà della sedicente Commissione governativa di 
Firenze e del proprio gonfaloniere, respinse Y adesione 
ed accettò le rinuncie. 

Da quel puntò il Fabbri venne in uggia ai repub- 
blicani livornesi , sicché, partito egli dalla « città sua 
il 24 aprile, non vi tornò se non quando l'occupa- 
zione austriaca vi si fu bene assodata; ed allora, da 
alcuni popolani si attentò alla ^ua vita. Ma egli usci 
dall'aggressione con ferita non grave ed il suo ag- 
gressore fu fucilato. 

Appena disciolto il magistrato municipale capeg- 
giato dal Fabbri, venne formata una Commissione 
governativa. * 

Contemporaneamente videsi diramato ed affisso per 
Livorno il seguente Manifesto: 

" Al Popolo Livornese 
u II partito retrogrado dominante nel consesso mu- 
nicipale di Firenze sapeva che le potenze straniere 
non consentirebbero all'Austria un intervento armato 
in Toscana, iinchò la Toscana si reggesse tranquilla 
a mezzo d' una legittima rappresentanza eletta dal 
popolo. Disperato, adunque, di riacquistare il potere 
con legittimi mezzi, risolse di gettare il paese con 
arti nefande nella guerra civile affine di coonestare 
in faccia alle nazioni una intervento straniero. 

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u Oltre il momento in cui i Rappresentanti del 
popolo Toscano eransi sparsi nelle proyìncie onde 
sollecitare V armamento dei yolontarìi^ colse il mo- 
mento in cui questi volontarii recavansi alla difesa 
delle frontiere minacciate dall' Austriaco per eseguire 
un colpo di mano. Sparse nel popolo di Firenze la 
voce che i volontarii livornesi erano convocati nella 
capitale, non per armarli ed organizzarli, ma per in- 
veire contro cittadini pacifici e massacrarli ; aizzò il 
popolo contro quelli, quelli contro il popolo, chiamò 
dal contado coloni armati nella città, eccitò funeste 
collisioni e diede cominciamento ad una . guerra ci- 
vile. Spargendo danaro fece fare le grida ; spargendo 
calunnie, rese incerta la guardia nazionale e la fece 
rimanere spettatrice inerte d'ogni disordine; eccilò 
quatl;he stormo di contadini a minacciare con grida 
di morte i pochi rappresentanti che rimanevano in 
Firenze: volle anche arrestarli : impedì loro con vio- 
lenza 1' uso dei diritti a loro conferiti dal popolo e 
riuscì cosi ad impedire la riunione dell'Assemblea fis- 
sata pel giorno 15 aprile corrente. 

u Noi cittadini, indignati dalla violenza usata da 
una fazione alla sacra assemblea dei nostri rappre- 
sentanti , protestiamo di non voler riconoscere nes- 
suno altro potere che quello già legittimamente eletto 
dal voto universale del popolo: di non volere obbe- 
dire a nessuno altro governo che a quello che verrà 
nominato dall'Assemblea costituente toscana: dichia- 
riamo reo d' alto tradimento alla nazione il sedicente 
attuale governo, imposto per frode e sorpresa dal 



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Municipio j^orentino , ed invitiamo tutti i deputali 
toscani* a riunirsi in questa città di Livorno perchè 
1' Assemblea provveda alla salvezza della patria e 
alla sovranità della nazione oltraggiata. 

« I sottoscritti hanno protestato dietro il voto una- 
nime del popolo. 

Livorno, Afi aprile 1849. 
il colonnello della Guardia Nazionale di Livorno 
C. De Attelus, ecc. 

Questo proclama era firmato da ventidue cittadini 
Livornesi, pressoché tutti negozianti. Eccone i nomi: 
Osare Botta, Marco Mastacchi, Luigi Secchi , Felice 
Contessini, Domenico Poli, Paolo Nanni, Gaetano Lupi, 
Alessandro Boccaletti, Ferdinando Damerini, Roberto 
Preziosi, Onorato Achiardi, Giovanni Marchi, Augu- 
sto Ulacco, G. B. Garibaldi, Luigi Garibaldi, Ferdi- 
nando Retali, Gustavo Ck)minotti, Adriano Garibaldi, 
Angiolo Minassi, Pasquale Meassi, Pamelo Minocci, 
Giovanni Lorenzi. 

Mancato il governo locale, collo scioglimento del 
Municipio, i cittadini avv. Frangi, Busnach, Botta, 
Mastacchi, Frizzoni, Neri e De Attellis si riunirono 
con altri per costituire un Comitato che provvedesse 
alla sicurezza della città. 

Il Comitato rimase composto del De Attellis , del 
Bartoloramei, del popolano Bartelloni e dei capi bat- 
taglioni Guarducci e Petracchi, che si attendevano, 
ma che non erano giunti. 

Ed apparivi^ strano, invero, 11 nominare, a tutori 



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16 
della cosa pubblica, individui assentii il Bartoloni- 
mei rinunciò immediatamente al mandato, e cosi per 
varii giorni Deputazioni e Comitati si successero li 
uni agli altri, nessuno governando di fatto la città, 
lasciata quasi in balia di sé stessa. 

Finalmente , dopo altre adunanze ^ rinunzie , es- 
sendo giunto a Livorno il comandante Guarducci, 
venne creata una Commissione più consistente e du- 
revole, composta dei cittadini Guarducci, dott. Salvi, 
dott. Viti, Bruno (il quale però si dimise poco dopo) 
ed Emilio Perni, distinto scultore che in un impeto 
di rabbia mal consigliata si recò sulla piazza [detta 
del Voltone o dei Granduchi e di propria tnano fece 
in pezzi la statua colossale in marmo rappresentante 
Leopoldo II da esso stesso eseguita per comnaissione 
municipale, allorquando, pochi anni prima, erasi at- 
terrata l'antica cerchia delle mure livornesi, ampliata 
la città,. costruito il celebre Cisternone ed avviati i 
nuovi lavori del porto e della darsena. 

Questa Comnìissione governativa, appena costituita, 
emise il seguente documento: 

M La Commissione governativa di Livorno, veduto 
il rapporto del capo-posto della barriera fiorentina 
col quale , chiedendo forza e materiale da guerra , 
sembra che annunzii dei timori : considerando che, 
nelle ristrettezze nelle quali trovasi la città, abbia il 
popolo ragioni per dubitare che possa darsi luogo a 
qualche invasione di truppa e voglia porsi sulle di- 
fese, non ostante i rilievi della Commissióne stessa, 
dicendo che sopra di lei grava il peso e tutta la re- 

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4T 

§ponsabiIità quando si realizzassero i timori predetti : 
la Commissione , dopo seria e matura riflessione in 
proposito, non volendo caricarsi di responsabilità cosi 
grave dirimpetto a chicchessia^ ad unanimità di voti 
ba presa la seguente deliberazione: 

u É nominata una Commissione per la difesa della 
città e sue adiacenze da non oltrepassare questa giu- 
risdizione territoriale, e si compone dei cittadini Vin- 
cenzo Caligari, Antonio Venzi, Andrea Sgarallino, 
Marco Mastacchi, Luigi Mancini, Luigi Malfanti, Fran- 
cesco Beneducci, Francesco Pellegrini, ingegnere, An- 
gelo Neri, Giovanni Contarini, Giovanni Battaglini , 
Carlo Malfanti , ai quali resta affidato il mandato pre- 
detto di provvedere con ogni mezzo alla difesa, an- 
dando d' intelligenza col maggiore comandante i vo- 
lontarii, regolandosi con quella prudenza che è ne- 
cessaria ìd questi njiomenti difficili, 
tt Li 22 aprile 1849. 

Per la Commissione 
Giovanni Guarducci (i). 

Nei due giorni seguenti , tanto la Commissione ^ 
quanto il Comandante, presero disposizioni savio e 
necessarie, vista oramai V attitudine del popolo , che 
6ra quella della resistenza ad ogni costo. 

(!) A lode ulleriore del maggiore Guarducci debbesi re- 
gistrare come, appena giunto a Livorno, rinunciasse egli ad 
H^i stipendio « come maggiore e come commissario gover- 
naUvo, a prò' delle famiglie dei morti e feriti nell'iniquo 
e memorabile fatto di Firenze4 io 



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A far fede di ciff , riferiamo i relativi docttmenli 
lèhe tanto più di buon grado e' iaduciamo a pubbli- 
care in quanto che in quei giorni, e dappoi, essi ri- 
masero quasi ignorali dai resto della Toscana, e d'I- 
talia, né vennero diffusi dal giornalismo. 

Ecco il primo di quei proclami, datato del giorno 
susseguente 23 aprile: 

Notificazione. 

u La Commissione incaricata della difesa della città, 
prevedendo il caso, quantunque remoto, che una truppa 
numerosa possa invaderla , ha preso nel momento i 
seguenti provvedimenti, mentre è permanentemente 
adunata per prenderne altri a seconda delle circo- 
^tSinze. 

w i.^ Collocamento di varii pezzi d'artiglieria 'di 
grosso calibro in diversi punti del territorio comu- 
nale in vicinanza della città : 2.^ Sono state già date 
le opportune disposizioni affinchè immediatamente sia 
posto mano ai lavori occorrenti per la costruzione 
delle relative trinciere ed altri lavori necessslrii pel 
collocamento che sopra : 3.^ Sono state forniteai mi- 
liti cittadini, come ai componenti gli altri battaglioni, 
ed al popolo che le ha domandate, le munizioni da 
guerra, cioè polvere, cartuccie , fulminanti ed armi , 
a modo che abbiano mezzi onde provvedere alla difesa 
del paese per qualche tempo : quindi si raccomanda 
di tenerne conto per servirsene nel caso di urgente 
bisogno, mentre sarebbe biasimevole il contegno di 
coloro che osassero domandare nuove munizioni senza 



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che ^elle consegnate fossero sftate eonltattdte. A que- 
st'effetto la Commissione raccomanda di non esplodere 
inutilmente le armi, sia per non allarmare inutil- 
mente la città, sia per conservare la munizione a mi- 
gliore uopo. 1 componenti la Commissione hanno ac- 
cettato Tarduo incarico di provvedere alla difesa e alla 
sicurezza della città fidando nel concorso dei buoni 
cittadini; quindi ritengono che le disposizioni da essi 
prese, e che saranno per prendere sempre per lo stesso 
scopo^ vengano pienamente rispettate, altrimenti sa- 
ranno adottati temperamenti energici e vigorosi per 
impedire i moti di coloro che tentassero attraversare 
i loro piani di difesa. 

La Commissiom di difesa 
(seguono le firme) 

Regolamento in caso d^ allarme. 

tt Mentre un ordine del giorno ha procurato l'or- 
ganizzazione dei volontarii, à necessario prevenire il 
popolo del modo come debba regolarsi nel caso d'un 
alV arme. 

i.^ Appena dato il segno dell' a{{'arm^, le bandiere 
dei Circoli dovranno andare alle rispettive caserme. 
2.^ Ogni cittadino armato correrà immediatamente 
alle caserme, ognuno nella propria parrocchia. 3.o Colà 
si troveranno il maggiore, aiutanti ed ufficiali, i,^ Ogni 
venti uomini formeranno una compagnia, la quale avrà 
una piccola bandiera posta su d'un fucile. {^.^Ogni 
compagnia sarà guidata da tre ufficiali. 6.0 Organiz- 
zati in questo modo e all'improvviso, i cittadini di 

Sirm di ItiVQrnQ. « 

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m 
ogni parrocchia rimarra&no sotto learmi colla rispettiva 
bandiera e yerratiDO disposti secondo li ordini della 
Commissione militare. 7.o Cessato il pericolo, le bande 
si scioglieranno, per ritornare nei medesimi laodi 
ad ogni occorrenza. 

M Livorno, U aprile 1849. 

Il maggiore 
^ GiovAron Guarducci. 

Ordine del giorno. 

tt Non è col disordine che si difende la patria ! 
Qualunque allarme succeda, il soldato (ancorché vo- 
lontario) non deve capricciosamente s^ire di sua idea, 
ma stare all'ordine dei superiori. 

u Voi avete ufficiaU talmente italiani da non du- 
bitare sul loro conto. 

tt Vi è una deputazione chiamata ad invigilare e 
ad agire per la difesa del paese. Ciò sia bastevole ad 
assicurare e truppa e popolo. 

u Se amate adunque la patria, in qualunque mo- 
mento di vero o falso allarme, riunitevi nelle caserme 
che vi ho destinate, e non correte isolati dove la 
voslra volontà vi guida: ciò non cagionerebbe che 
la couiusione ed un eccidio fra di voi. 

n Se un allarme accadesse, e che dalla Commis- 
sione fosse riconosciuto vero, i vostri ufficiali vi gui- 
deranno dove sarete necessarii per la difesa del paese. 

u A incominciare da domani , avranno luogo tre 
appelli giornalieri alle respettive caserme, distribuiti 
come appresso : il primo alle ore otto antimeridiane^ 



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H 
il secondo alle dodici meridiane, in cai saranno ese- 
guite le paghe, e ii terzo alle ore nove pomeridiane. 

a 1 sergenti maggiori e forieri sono tenuti di pre- 
sentarsi al sottoscritto, alla stia residenza nel palazzo 
Comunitativo, a render conto degli appelli , poiché 
fino da que^ momento sono chiamati responsabili 
in faccia al paese del buon andamento del servizio. 

« Noi facemmo non pochi sacrifizii per la patria, 
i quali il tempo farà conoscere. Si compia, o fratelli, 
1' ultimo per la salvezza di lei affinchè la storia re^ 
gistri la lode o V infamia a chi la merita. 

Il maggiore comandante 

6lOVAN.Nl GUARDUCCI. 

M Posti destinati di caserma alle diverse compagnie 
componenti i battaglioni Ferruccio e delle Bande 
Nere ed altri corpi. 

Battaglione Ferruccio. 

i& Compagnia : Lattini Scala Santa 

a* if Nasini Marzocco 

3* »? Bevilacqua Darsena 

4a • n Cimballi Stallette 

sa ff Guarducci Fortezza Nuova 

ea » Bersag. Morteo SS. Pietro e Paolo 

Battaglione delle Bande Nere, 

i^ Compagnia: Ricci Darsena 

2* » Polese » 

3^ it Lucchesi n 



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4& Compagnia Baganti BoUmi delV Olio 

s& if Bers. Sgarallino n 

6^ it Piva Lupi 

7^ w Ricomini Fortezza Vecchia 

8^ I» Pagano • Spedale israelitico 

Le parole erano precedute e s^uite 4^i fatti. La 
città fu bastevolmente munita da ogni assalto esterno, 
prestandosi con buon volere ed annegazione li abi- 
tanti ed i militi che aveano seguitato il Guarducci, 
fra i quali per patriottismo e per intrepidezza distio- 
guevansi i bersaglieri comandati dal modenese Piva. 
Al di là delle porte della città vennero stabiliti 
dei posti avanzati^ e fu terminata una trinciera^ per- 
fettamente costruita^ guardata da due cannoni vòlti 
sulla strada ferrata. 

Me qui debbonsi taccfre due fotti che tornano gran- 
demente ad onore del popolo livornese. 

Nella trepidanzà in cui viveva la città , in giorni 
in cui il popolo era assolutamente sovrano, non ac- 
cadde un solo furto , neanche per parte di indivìdui 
che nello stile dell'antica polizia erano qualificati col- 
l'addebito di pregiudicati ed i quali pareà anzi do- 
vessero trar profitto della occasione per dare sfogo 
ai rapaci istinti ed alla cupidigia resa anco più viva 
dal bisogno. Invece , per più giorni e più notti, il 
ricchissimo Monte di Pietà, la Banca, la Dogana, ri- 
piena di merci preziose, e altri stabilimenti pubblici, 
completamente abbandonati dai loro custodi gover- 
nativi; vennero invigilati con gelosa cura dai popo- 
lani più indigenti. In quella sfrenatezza di libertà 



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«3 
€gQun0 comprendeva la mallevadoria che gli cor- 
reva e cercava volgere a virtuoso scopo il proprio 
libero arbitrio. 

L'altro fatto degno dei maggiori elogi è il modo 
veramente generoso, e diremo quasi magnanimo con 
cui vennero trattati i Fiorentini corsi a Livorno a 
cercare rifugio contro* la irrompente reazione, quan- 
tunque fosse noto il modo con cui i Livornesi erano 
stati manomessi a Firenze, ed anzi s'ingigantissero 
le sanguinose stragi. 

La longanimità, il patriottismo dei Livornesi si 
spinse più oltre. Essi non solo sdegnarono ricorrere 
alle rappresaglie, agli sfoghi d'antipatie municipali, 
ringagliardite dai recenti oltraggi , ma perdonando 
persibo ai veri' colpevoli , vollero stendere un velo 

d'oblio anco sulla macchia di sangue ancor caldo 

Un tal Mori, fiorentino — riconosciuto per colui che, 
da una tavèrna della metropoli, aveva scacciato spieta- 
tamente alcuni Livornesi che vi si erano appiattati, 
dandoli in preda al furor cieco della plebaglia — men- 
tre era circondato dalla moltitudine fremente, che 
a stento frenava se stessa, riuscì a raddursi salvo al 
proprio domicilio mercè poche parole pronunciate al 
popolo dal cittadino Mastacchi. 

Intanto, fino dal 21 aprile, come è dato arguire 
dai documenti già riferiti, le soldatesche della reazione 
erano spinte verso Livorno dalla parte di Pisa. 

Dapprima fu suonata a stormo la campana e si 
die il grido d'allarme.... Ed allora potevasi d'un 
guardo giudicare della diversa indole della popola* 



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Hi 
zione da quella delle altre molli città toscane, giae* 
che, invece di veder fuggire a torme i cittadini ed il 
popolo alle proprie case, e asserragliarvisi, e le donne 
impallidir scarmigliate, e strillare i fanciulli, qui in- 
vece, e uomini validi e donne e vecchi e fanciulK, 
tutti animati da un solo pensiero, miravansi prendere 
una sola direzione, quella cioè delle porte della città, 
ad un tratto difese da immensa onda di popolo ar- 
mato, il quale dava sembianza ai luoghi d'un vasto 
campo di guerra, prima della battaglia. 
. Tali allarmi mostrarono Tintendimento e l'animo 
del popolo; ma troppo spesso rinnuovati, raffredda- 
rono alquanto l'entusiasmo che è il migliore ausi- 
liare dei combattenti in simili casi di difesa di- 
sperata. 

Intanto ogni giorno completavasi la difesa^ Fuori 
della porta fiorentina , presso il ponte detto della 
Torà, occupato dai soldati* della reazione, venne for- 
mato un piccolo campo d'osservazione. 

I militi collocati ai posti avanzati si scambiarono 
di continuo, dalle due parti, fucilate che si sarebbe 
detto avesser palle di butirro, giacché non v'era ri- 
schio andassero a colpire alcuno. Se i Livornesi, per 
finir la farsa, si avanzavano a foggia di bersaglieri 
verso i loro prudenti avversarti, questi, inseguiti, se 
la ^davano a gambe, ritirandosi laddove erano il nerbo 
della soldatesca ed i cannoni. 

Un tragico episodio venne a turbare questo comico 
scambio di ostilità inoffensiva. 

II di 21 aprile, appunto dopo il primo allarme ac- 

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88 
bennato, videsi inoltrare verso gli avamposti livornesi 
una carrozza. 

II veicolo venne soffermato da alcuni dei più ar- 
diti fra i militi spintisi innanzi, e fu riconosciuto, 
dentro il legno, un tal maggiore Frisiani, lombardo, 
che dal governo centrale era stato inviato a Livorno 
per organare le milìzie volontarie e che testé ne 
0ra fuggito insieme all'ex-gonfaloniere Fabbri. 

Preso sin da quel giorno in forte sospettò, trovan- 
dosi la mente dei popolani esagitata dall'allarme re- 
cente, né sapendo, a quanto dicesi, dar plausibile dis- 
carico il Frisiani della sua presenza e della sua mis- 
sione colà, venne tratto a forza dalla vettura e fu li 
-sommariamente fucilato, senza processo di sorta. 

A render più brutto il fatto , consta pur troppo 
che li oggetti dell'ucciso vennero derubati da chi 
commise o lasciò commettere il delitto. 

Più tardi* furono incarcerate varie persone come 
colpevoli della strage, e la procedura fu regolarmente 
incoata. Ma quel misfatto videsi con meraviglia com- 
preso nell'amnistia assai ristretta proclamata al ri- 
torno di Leopoldo II in Toscana. La meraviglia non 
avrebbe avuto luogo se si fosse pensato come il Fri- 
siani, esule lombardo, doveva esser tenuto dal governo 
restaurato e da' suoi magistrati come uomo della 
stessa risma degli uccisori. Quando mai si fa colpa 
ai lupi di mangiarsi fra loro?.... 

Intanto correvano voci di probabile intervento au- 
striaco. Ma le voci erano sorde, represse e condan- 
nate come desiderii da retrogradi, come fomiti d'al- 



f 



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«6 ■ 

larmi e di paura sparsi da seminatori di disordmi. 
Laonde era d'uopo tacere, benché i timori fossero ra- 
gionevoli. 

Molti cittadini si assentarono, molti si ascosero; e 
il popolo sq.^e ebbe a male, e farneticò eoagiure e 
reazioni che si andassero macchinando nel seno istesso 
della città, onde a promuovere civili discordie ven- 
nero pubblicate denunzie io stampa additanti questo 
quel cittadino all'odio pubblico. 

Contro questo incivile e reo procedere inveì la con- 
sueta Commissione Municipale col seguente mamfesto 
in data del 26 aprile : 

M Popolo! 

ti Se vuoi che sieno rispettati i tuoi diritti, ricorda 
il dovere di rispettare li altrui, alirimenti tu ristringi 
quella libertà che hai pel primo cosi eroicamente prò- 
pugnata. 

n II lacerare, a cagione d'esempio, la fama di qual- 
siasi cittadino con fogli anonimi e clandestini come 
si pratica da taluno, è un delitto, è una viltà. £ un 
delitto perchè le leggi di tutti i tempi, di tutti i go- 
verni anche eminentemente democratici si opposero 
virilmente sempre a che si detraesse alla deputazione 
dei cittadini: è una viltà, perchè l'accusatore, quando 
sa di riferire cosa vera in vantaggio della patria e 
della cosa pubblica, non deve mostrarsi a visiera ca- 
lata, dee anzi addurre le prove dei fatti ch'egli rim- 
provera a taluno come criminosi o denigranti la sua 
probità , altrimenti facendo gli piomba 3ul capo il 
peso della calunnia. ^ 

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- 

l » Deh, per l'amor di Dio, cessino una volta simili 
disordini che possono condarci a consegaenze fatali! 
if Incaricato dalla Commissione di dirigere la si- 
curezza interna e la polizia di questa città, ti esorto, 
popolo, a penetrarti della verità di quanto ho detto 
sopra, non senza aggiungere che già sono state date 
le relative disposizioni perchè , rinnovandosi simili 
scandalosi e criminosi fatti, e scopertone l'autore, ab- 
bia pena condegna del suo reato dalla giustizia pu- 
nitiva e sia dai cittadini riguardato come traditore 
della patria. 

» Doit. Gaetano Salvi 
della Commissione GoverncUiva Municipale, n 

Proseguendo l'emigrazione di cospicui individui e 
d'intiere famiglie nelle classi agiate da Livorno, ven- 
nero chiuse le porte della città, né fu concessa l'u- 
scita sennonché con permessi in iscritto e dietro esatte 
verificazioni che l'allontanamento di colà aveva plau- 
sibile motivo. 

Malgrado ciò, non poteronsi impedire parzialità , 
man^gi, finzioni, di guisa chò, nell'ora suprema del 
perìcolo, Livorno non aveva i suoi epuloiri a cui ri- 
correre per pecunia, né aveva i suoi ottimati da cui 
esigere garanzia di scampo. 

La città avrebbe potuto più gagliardamente difèn* 
dersi coli' aiuto di parecchi voiontarii spettanti alia 
emigrazione lombarda, i quali dalla Spezia si diri- 
gevano a Livorno per la via di mare. Ma le navi 
francesi, stazioBate aei porto, impedirono, contro ogni 
diritto delle genti, il loro sbarco. 

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1(6 

Ciò risulta dalla seguente pi^otesta, emanata il di 29 1 
aprile dalla Commissione Governativa. 

« Il popolo di Livorno, che mentre sa rispettare 1 
i diritti di tutte le genti, esige d'altronde che nonj 
siano violati e manomessi i proprìi,non può nascoD- 
dere la sorpresa che gli ha recato l'udire come ai mi- 
liti lombardi provenienti dalla Spezia sia stato negato | 
lo sbarco in questa città come si proponevano. 

H Questo atto è indubitatamente attentatone ai di- 
ritti del Popolo Livornese, che si è rivolto a questa 
Commissione Governativa Municipale onde protesti 
in faccia a tutte le nazioni. » 



V. 
L* ASSEDIO DI LIVORNO. 

Il 5 maggio r incerta voce divenne notizia certa. 
Gli Austriaci erano oramai in Toscana , né v' era 
dubbio ch'essi fossero per invadere tutto lo Stato , 
comunque a Firenze i governanti provvisorii andas- 
sero gridando a squarciagola, e lo facessero capire 
anche i giornali, esser eglino giunti nell'unico scopo 
di gastigare i ribelli Livornesi. 

Cosi non diceano però i duci delle milizie au- 
striache quali parlavano del tutto e non già d'una /V'a- 
zione. 

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Infatti i! vecchio generale barone D'Aspre, giunto 
sui confinì, datava da Pietrasanta il seguente proclama 
ai Toscani il 5 maggio 1849. 

Toscani I 

M A tutela dei diritti del nostro legittimo sovrano, 
sua altezza imperiale e reale l^arciduca, granduca 
Leopoldo II, ed in esecuzione degli ordini superiori 
datimi da sua eccellenza il comandante in capo feld- 
maresciallo conte Radetzky, sono entrato colle impe- 
riali reali truppe da me comandate, sul vostro ter- 
ritorio. 

M Toscani \ Una fazione perversa aveva rovesciato 
fra voi r ordine pubblico : vi aveva imposto, per so- 
disfare alle sue private mire, alle sue criininose pas- 
sioni, il giogo della pia insoffribile anarchia. Il vo- 
stro buon senso ne ha trionfato. La mia missione ha 
per oggetto di cooperare al consolidamento dell' or- ' 
dine. Vengo a far rinascere, a render salda la pub- 
blica e privata sicurezza : air ombra loro soltanto le 
istituzioni costituzionali impartitevi dal vostro legitti- 
mo sovrano prendono salde radici, portano buoni e 
numerosi frutti. 

< Le mie truppe avvezze alle più severe discipline 
sapranno conservarle pienamente anche fra voi. 

<i Accoglieteci come amici, unitevi a noi. Lungi da 
voi ogni idea di resistenza che mi porrebbe nella 
spiacevole e dura nece^ità di far uso delle armi; 

« L' autorità legittimamente costituita nella persona 
del Commissario Generale, il generale conte Serristori, 



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adempierà ì proprii ioeumbenti. Mi affido alld sna 
efficace cooperazione per conseguire più facibnaDte i 
nostro scopo. La nostra ricompensa sarà di vedere 
restituita al vostro bel paese la pace e la felicità, n 
À questo proclama era unito il seguente indiriz 
zalo alle milizie. 

a Soldati Toscani I... 

H Sono note le prove di fedeltà e di aitaceamento 
da voi in ogni tempo date al vostro kgiltioio so- 
vrano, al padre eomune dei Toscani. Ne fui testimone 
io stesso quando nel I8is mi trovava fra voi.' 

M Vengo ora nella vostra bella patria a eonso{idare; 
come Io annunzia il proclama da ine o^gi stesso in- 
dirizzato a tutti i Toscani^ T ordine e la tranquillità, 
e rendere al vostro legittimo Governo la forza ne- 
cessaria onde eoBservare l'uno e l'altra, e per rag- 
giungere un si nobite scopo conto spedaknente sulla | 
vostra cooptazione. 

N Soldati toscani^ unitevi meeot Faeeiamo eaiosa 
comune! Assicuratevi che sarete accolti da me e dai 
miei soldati come compagni d' arme, come fratelli, n 

Appena l'ingresso degli Austriaci in Toscana fu 
nota, la Commissione Governativa consueta, in data 
del 6 maggio, fece in brevi parole conoscere la si- 
tuazione della città al popolo livornese, lasciandogli 
non solo libera la scelta della proin'ia linea d'azione, 
ma esortandolo, con termini che non urtassero la su- 
scettibilità degli esaltati repubblicani i quali domina- 
vano in piazza^ a miti consigli. 



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Ecco codesto doeameiìto che onora l' onestà e i& 
padenza di chi io concepi e Io rese di pubblica ra- 



« Concittadini f 

« ietterà di persona di fede sicura, e da noi ésprcs- 
sameifte incaricata, ci reca in cpiesto momento la po- 
sitiva; notizia che truppe austriache, senza accennare 
quante sieno, volgono verso la nostra città, ed ag- 
|iQDge che oggi saranno nella vicinanza di essi. 

« ^cco il supremo momento in cui avete d' uopo 
di maturità di consiglio per deliberare sul partito più 
decor(|so e più utile ad abbracciarsi. 

« Pensate che dalle improvvide misure potrebbe 
dipendere la nostra irreparabile rovina. 

tt La Commissione, finché trattavasi di difendere la 
città da aggressioni improvvise aventi il pravo scopo 
di suscitare la guerra civile, non si opponeva acciò il 
popolo si stasse in attitudine di difesa; ma allorquando 
h potuto accorgersi che la città è abbandonata in- 
tieramente a sé stessa ed alla forza d'armi inaspettate, 
perché non toscane, e nemmeno italiane, allordiè si 
è trovata esausta di risorse pecuniarie è di ogni mezzo 
&d impedire un torrente che irrompe e tutto travolge 
senza scampo, non ha altro partito a cui appigliarsi 
tranne quello di consigliarvi, prima dì e^re assaliti, 
ad un passo che confermi sempre più quanta sia la 
vostra virtù e come sappiate fare abnegazione a voi 
stessi per non vedere avvolta la nostra città nella de<* 
colazione e neir orrore. Questo consiglio emana dalla 
prudenza di noi che vi amiamo come veri fratelli^ ^ 



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6% 

che non vogliamo avere il rimprovero di avervi ta- 
ciuto cosa alcttoa. 

« Per noi sta il concetto che a fronte di una forza 
colossale sia assolatamente più dannosa che utile qual- 
siasi resistenza^ tanto pei rapporti del decoro nazio- 
nale come per quelli delle sostanze e della vita dei cit- 
tadini, ed a questi termini ridotta la cosa , spetta a 
voi il decidervi in affare di tanta gravità. 

u Tutto quello che noi potremmo fare, quando voi 
lo voleste, per darvi una nuova testimonianza del- 
l' interesse che prendiamo per la causa comune^ sa- 
rebbe d' interporre la mediazione di persone influenti 
a far si che gravi mali non avvengano a questo paese. 

tt Virtuosi come voi siete, penetratevi di queste verità 
che escono pia dal cuore che dalla bocca di noi vo- 
stri amici e fratelli, e risolvete! n 

A questa pubblicazione, la maggioranza immensa 
del popolo livornese si sdegnò persino per la pro- 
posta, e quasi tacciò di viltà e di tradimento co- 
loro che con immenso zelo, con instancabile perseve- 
ranza e diuturno pericolo stavano alla testa del go- 
verno. 

Il di 6 maggio li Austriaci giungevano in Lucca. 
Una porzione di essi rimase costà e vi trovarono ospi- 
talità quasi gioiosa soprattutto per parte di alcuni nòbili 
bene affetti all'antico duca, i quali non aveano saputo 
accomodarsi alla fusione del piccolo ducato lucchese 
col granducato toscano, avvenuta nel 1847, e la conse- 
guente sparizione d' una metropoli in miniatura e d'una 
Ck)rte famosa per sfrenatezze e libidini 4' ogni ma- 1 



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6B 
iera. E fra i festeggianti, la cronaca di. quei giorni 
igistra su tutti la marchesa Boccella moglie d' uq 
omo meritevole di miglior sorte. Vuoisi che essa (1) 
opo le stragi di Livorno a tanto giungesse di deli- 
io reazionario da mostrar giubilando le liste dei fu- 
ilati !... 

Circa 17 iniIa*Àustriaci avanzarono fino a Pisa, e 
osta il barone D'Aspre fece alto aspettando la defi- 
ùtiva risoluzione dei Livornesi, ai quali , per altro, 
Qcerte pervenivano le notizie sia circa il loro vero nu* 
iQero, sia circa le precise loro intenzioni. 

Ad attingere nuove più sicure, con aria di entrare 
in trattative col duce austriaco, una deputazione li- 
vornese, sollecitati i necessarii salvacondotti per mezzo 
del console francese, ed ottenutili, parti per Pisa il 
i\ 9 maggio. 

Erano essi tutti popolani, in giacchetta, e di rozzi 
« liberi modi. • 

Il D'Aspre usò il buon garbo di accoglierli uma- 
namente, ed un testimone oculare riferisce aver egli 
detto in concise parole: « Esser venuto per togliere 
il paese dall'anarchia e per ripristinare il trono gran- 
ducale: cedessero oramai dall' inutile insurrezione: — 
DOD potersi da lui prometter patto alcuno, ma tutto 
doversi sperare da una pronta sottomissione : — in 
<^aso diverso sarebbe egli all' indomani sotto Livorno; 

assalirebbe subito, e stando ai successi d'una giusta 

guerra, punirebbe severamente, né garantirebbe vile 

(1) Vedi Due Anni di Fita d'un Emigrato dì Michela 
Stagi. Genova 1849, pay. 143. 



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64 

né 9<»4aDze oontro lo sdegno dei suoi, quando fossero 
assaliti neir entrare in città ; — del resto, essere egli 
già preparato a combattere, n 

— E anche noi siamo preparati t — rispose un pò 
potano in carniera del quale ci daole acerbamente non 
poter registrare il nome. 

Cosi ebbe fine la breve conferenza *e comprendendo 
dalie parole dei commjssarii livornesi che cosa on- 
mai potesse attendersi dai loro concittadini , il D'A- 
spre SI dispose a muovere sopra la città generosa. 



Vf. 
LE PRIME STRAGI 

COMMESSE DAGU AUSTRIACI A. LIVORNO. 

Infatti il D'Aspre non andava ingannato. 

Appena tornata in Livorno , la deputazione popo- 
lana riferì, senza iattanze, senza oltraggi alla verità^ 
io stato delle cose: disse il numero degli Austriaci, 
ed espose le intenzioni del loro capo ; ma , invece di 
sgomentare*, li uditi ragguagli suscitarono un entu- 
siasmo quasi febbrile, un desiderio ineluttabile di com- 
battere sino al momento estremo. 

Fu atto di sublime follia; ma senza di esso la To- 
scana non avrebbe ricordo che menomasse Tonta e 
il dolore dell'invasione austriaca. 



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Codesto generoso furore fu consolante rìàA>ntro al 
ìarore vilissitno dei réazionarii di cai abbiamo riferiti 
taluni tratti — e non i peggiori. 

Ad ogni modo se, per politico avvedimento, noi 
possiamo lodare , come esempio di patriottica anno* 
gazione, di disperata energia, /li fede liberale e re- 
pubblicana non sappiamo non ammirarlo. 

Genova, bombardata in quei giorni, e non per la 
prima né per Tultima volta, pei suoi conati repub- 
blicani, Roma, destinata allora a cadere dentro pochi 
giorni, Venezia dentro poche settimane, ebbero speme 
di aiuti e di vittoria. Livorno combattè senza spe* 
ranza come combatte sulla ruina il cannoniere cui 
è affidata la difesa d'un posto d'onore: come la sen- 
tinella avanzata si fa scannare pur di non lasciar li- 
bero il passaggio né fuggire all' aspetto dell'inimico. 
Se il D' Aspre in quel giorno istesso fosse entrato 
in città, l' intiera Livorno sarebbe morta come quel 
cannoniere, come quella scolta; ma Talleyrand non 
ha torto quando consiglia a non dar retta al primo 
impulso, che é quello del cuore, ^ibbene ad aspettare 
il secondo, che viene dalla riflessione. 

La riflessione mise a molti i brividi addosso. Il 
numero di quelli che propendevano per la resa crebbe 
ogni minuto, e persino nell'infimo volgo, si trova- 
rono consiglieri di prudenza e di commissione. 

Ma ad un tal Guerrino, marinaio, che con gesti e 
grida tentava persuadere ai suoi pari la necessità di 
arrendersi, venne intimato con tali atti perentorii il 
^ragi di livornOé 5 

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éé 

silenzio %ie fa mirteolo ne cavasse sane le ossa e la 
pelle. 

Anche la Commissione Manicipale che sino allora 
era slata composta dei soliti Salvi, Vitr, Demi e Guar- 
ducci, abbandonò il proprio posto, e si costituì , in 
quei terribili frangenti, una Giunta governativa for- 
mata da parecchi individui fra cui troviamo un gio- 
vane negoziante livornese, di grande animo, ma in- 
sufficiente a tant'uopo. Cesare Botta, e quel con- 
fessore di monache, allora cappellano della guardia 
municipale livornese «-^ Giovan -Battista Maggini — 
che già abbiamo visto prigione a San Gimignano co- 
gli oratori ed i funzionarli dei Circoli fiorentini. 

Oramai non riusciva più possibile il tornare in- 
dietro. 11 combattere era divenuta una necessità, un 
punto d'onore. Perciò, i più capaci popolani livor- 
nesi, diretti ed assistiti dal colonnello Ghilardi, luc- 
chese^ venuto a divider le sorti di Livorno, e da al- 
cuni ufficiali francesi, alla cui testa era un colonnello 
De Serre, afforzarono maggiormente ogni punto di 
difesa, destinandosi^ scelti militi ai posti avanzati, alle 
trincee, alle mura^. alle barriere , ai forti e alle bar- 
ricate. 

Il giorno 10 maggio gli Austriaci presero le loro 
posizioni stendendosi intorno alle mura e cingendo la 
città fin lungo la spiaggia, dalla parte del Marzocco. 
£ da questa fortezza, l'artiglieria dei Livornesi si 
mise a tirare con successo, mantenendosi viva la sca- 
ramuccia su tutta la linea degli avamposti. 

Intanto, sul passaggio della soldatesca austriaca^ 
Hto era posto a sacco ed a ruba. 

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67 
Tre giovani del prossimo paesello d' Anlignano , 
Alessandro, Giovanni e Michele Berni, mentre anda- 
vano tranquillamente per la loro via , senza ombra 
di probabilità al mondo che «scissero dalla città per 
aver contezza degli Austriaci, né che vi andassero per 
aiutare gli assediati, furono presi e fucilati somma- 
riamente. 

Lo stesso avvenne ad un tale Luigi Pacini in pros- 
simità di Livorno. 

Seppero i Livornesi essere proponimento degli Au- 
striaci lo assalire simultaneamente con tutte le forze 
e da tutti i lati la città alle ore del mattino se* 
guente, li maggio. 

Perciò gli assediati pensarono migliore spediente il 
prevenirli, ed il fuoco delle artiglierie fu aperto sino 
dalle 6 mattutine, prima dal forte San Pietro, quindi 
da tutti i bastioni. 

I difensori delle mura e della città erano |)oco più 
di duemila. Ad pula di ciò per oltre quattro ore con- 
tinue durò accanitissimo il fuoco. Nel comando e 
nella direzione di esso si distinsero il Guarducci, 
il Piva, lo Sgarallino, Enrico Bartelloni, popolano, 
i quali per coraggio ed intelligenza parvero, in quei 
frangenti, esperti duci militari più che semplici cit- 
tadini. 

Secondo dati fornitici da testimonii oculari il ne- 
mico noverò più di cinquecento soldati fra morti e 
feriti. Per parte dei Livornesi, se grande fu la strage 
quancilp gli Austriaci ebber superate le barriere, scarse 
riuscirono le vittime durante lo scambio delle can- 

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68 
noDate e delle fucilate, perchè i punti di difesa erano 
molti e solo facessero danno lo scoppio delle bombai 
e le paHe lanciate dentro la città. * 

Da un lato li Austriaci si avanzarono costeggiando 
il Camposanto. Nel sobborgo fiorentino trovarono re- 
sistenza anco dai borghigiani che non aveano luoghi 
fortificati in cui salvarsi. Perciò, quanti ne furono 
colti, armati od inermi, tanti ne vennero fucilati. 
Nel luogo detto Lupi i nemici si impossessarono di 
cinque cannoni. 

Dalla parte del mare, spintisi sino al Lazzeretto 
di San Jacopo, i nemici vi condussero circa una ven- 
tina di individui da essi colti per la campagna e li 
chiusero nella carcere ivi esistente. 

Quando Livorno fu espugnata, cioè poche ore dopo^ 
otto di quelli infelici vennero tratti a caso dalla pri- 
gione ed a quattro alla volta furono fucilati. Erano un 
francese, due giovanetti e un israelita. 

I cadaveri, avidamente frugati, vennero quindi se- 
polti con negligenza cosicché, anco al cessare dell'oc- 
cupazione austriaca, vedeasi sulla piazza detta dei Pas- 
seggieri ove furono seppelliti, il promontorio formato 
dalie loro ossa!... 

Alle ore il del mattino gli Austriaci avevano oc- 
cupato la barriera presso la ferrovia, e si avanzavano 
su tutti i punti. 

Le loro forze consistevano in quindicimila uomiDÌ 
con 50 pezzi di cannoni. 

Intanto, sebbene sul loro passaggio cessasse il fuoco, 
essi fucilarono un tal Polpi magnano, col suo gal^zone, 
sulla piazza detta del Voltane. 

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60 
[ Ivi fa pur fucilato nn calderaio , soprannominato 
4 Monchino. 

'- Alla porta Fiorentina, fra i fucilati, furonvì i fra- 
telli Brucalossi, Antonio Gualdi, cappellaio di Bolo- 
g|ia, Giuseppe Andrei di Milano, scritturale, Luigi 
R^i di Trento, Giovanni Biondi, contadino. 

xVresso il terzo Lazzeretto vennero fucilati Jacopo 
Ce^hi e Giuseppe Michel. 

Domenico Bassini ventenne, di Campiglia, fu fuci- 
lato alla porta dell'altro Lazzeretto. 

Gianti li Austriaci sulla Darsena, laddove sorge il 
monumento colossale inalzato a Ferdinando I sotto 
la cui statua sono tre mori incatenati e che vien po- 
polarmente indicato col nome del Gigante, fucila- 
rono un facchino, detto Cèncio, in cui si imbatte- 
rono casualmente. 
j CJolà presso, dimorava Giuseppe Mainardi, il quale, 
sbigottito, insieme ai figliuolo, si era gettato appiè di 
una immagine di Madonna recitando il rosario. 

L' atto devoto e la paura non valsero ai due me- 
schini, che strappati dalla casa , furono fucilati essi 
pure presso al Gigante. 

Mentre proseguiva l'ingresso austriaco nella città, 
capitato fra i nemici un tal Monsacrati, che inerme 
ntraevasi a casa, venne afferrato, malmenato, e, co- 
perto di contumelie, fudlato. 

A mezzodì circa, il generale D'Aspre giungeva nel 
mezzo della Piazza d' Arme. Erano seco lo spavaldo 
Francesco V,il giovane duca di Modena, e l'arciduca 
principe Alberto. 



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70 

Appena entrate colà le soldatesche^ e mentre le fuci- 
late pareano doversi considerare come cessate per parte 
degli assediati, comunque essi non avessero fatto al- 
cuna proposta di resa, giacché non aveano accettato 
nemmeno una capitolazione che imponeva loro di ar- 
rendersi a discrezione, si udirono, dall' alto del cam- 
panile del duomo, alcuni colpi (li fucile. 

A quella esplosione inattesa, che uccise varii sol- 
dati, lo scompiglio fra gli Austriaci fu generale, ed 
i soldati si diedero a fuga si disperata che i loro uf- 
ficiali non valsero ad impedirla. 

Bensì, vedendo che le fucilate non proseguivano , 
i bersaglieri austriaci ripresero animo, e precedendo 
i fucilieri, si attentarono ad entrare nella cattedrale. 
Non era più tempo per impossessarsi dei colpevoli. 
Giovanni Contarini , alla testa di una ventina di 
Livornesi , erasi raddolto nel campanile , sperando 
scamparvi alle prime indagini o vender cara la vita. 
Reputandosi oramai perduti, essi fecero queirultimo 
colpo, e contro ogni loro attesa ebbero il tempo ba- 
stante, per lo sbigottimento degli Austriaci, di scen- 
dere dalla torre è darsi alla fuga per le strade del 
Casone, donde riuscirono a porsi in salvo. 

Ma non potendo infierire sugli assalitori, i soldati 
del D'Aspre sfogarono la loro rabbiosa paura sulle 
inermi persone, donne, vecchi e fanciulli, colà rifu- 
giatisi appiè degli altari, inginocchiati e supplici, nella 
speranza che la santità del luogo valesse loro la pietà 
del nemico. 
Esso fu spietato. Datosi a sparar fucilate ed a me- 



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Vi 
^are attorno le baionette , uccise ona assai grande 
'^uantiti di quei, poveretti, sgozzati come agueili. Sic- 
come mancaroDo i testimonii dei fatto che ne nar- 
rassero dappoi i ragguagli, ignorasi la cifra dei morti. 

Allora incominciarono pur sulla Piazza d'Armi e nei 
dintorni il saccheggio e il macello. Parecchie case 
e botteghe vennero poste a ruba ed a sovvallo, e, 
di già ebri, quei cannibali monturati , uccisero a fu- 
cilate,, nelle vie, negli ànditi, per le scale, oltre a 
centocinquanta persone. 

Artidoro Zanobetti, maestro di lingua, ammogliato, 
con tre figli, sebbene inerme, avendolo gli Austriaci 
visto colle insegne di guardia nazionale, fu fucilato. 

E fucilati vennero due preti, — fra cui un Puc- 
cini di Corsica — cólti colle armi alla mano. 

Antonio Pardigli, padre di cinque figliuoli, fu uc- 
ciso a colpi di baionetta. 

Le barricate essendo d'ingombro ai soldati per 
spargersi nella città, essi requisirono alcuni uomini 
della plebe acciò li aiutassero a disfarle. 

Amadeo Piccioli vi si rifiutò, e fu fucilato. 

Dalla parte del mare fuggivano a torme i Livor- 
nesi, la massima parte colle armi alla mano e colle 
munizioni indosso. Giunti sul mare, per mettersi più 
prontamente in salvo, sia a nuoto , sia saltando di 
barca in barca, gettarono nelle onde il superfluo. 

Dopo le ore tre pomeridiane un pugno di sessanta^ 
popolani armati, volendosi aprii^e un passaggio, op« 
pure col proposito di morir combattendo, assalirono 
gli Austriaci. Atteso Y impeto con cui avvenne ras« 



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72 

salto, essi non uccisero per6 che tre nemici je ne fe- 
rirono sette otto. Gii Austriaci ne fiicilarono im- 
mediatamente trenta. Poi/ poco stante, a brevi inter- 
valli, ne spacciarono ancora un centinaio. 



VII. 
G« B. MAGGINI. — ENRICO BARTELLONI. 

Fra le vittime immolate dall'Austriaco al suo in- 
gresso in Livorno, ci stimiamo in obbligo di consa- 
crare speciale menzione a due uomini, Tuno degno 
di pietà profonda pel martirio patito, l'altro degnis- 
simo di ammirazione e di storica ricordanza. 

Sono dessi il prete Giovanni Battista Maggini e il 
popolano Enrico Bartelloni. 

Del primo non vogliamo mica fare un eroe. Tut- 
t'altro. Non era egli della pasta di cui si fabbricano 
questi esseri privilegiati. 

Era liberale come individuo : illiberalissimo come 
prete. Magro, lungo di persona, scarno nelle gote, di 
circa cinquant' anni, ignoriamo quale sevizia patita, 
quale sentimento lo spingesse a parlare nei primi Cir- 
coli del 1848 parole avventate, gettate fuori senza 
garbo né grazia, perchè mancava di istruzione e di 
naturale eloquenza. 

Avendo esso, insieme a Francesco Costantino Mar- 



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73 
moechi, Francesco Gherardi Dragomafinì, Edoardo 
lyane. Luigi Barbanera, Alfonso Andreozzi, Enrico 
Montazio ed altri, passato un mese di carcere nell'ex- 
fortezza di ^n Gimiguano, la tempra irascibile, le 
innocue stravaganze, le interminabili polemiche, su 
materie religiose da . esso impegnate , esilararono di 
continuo i compagni : riuscivano il perenne diverti- 
mento della lieta brigata. 

Povero Magginit... Egli era degno di tutt' altra 
sorte !... Colia stoffa di un curato liberale di campa- 
gna, ne fu voluto fare un martire!... 

Quando venne per la prima volta arrestato nella 
modestissima cameretta ammobiliata ove viveva quieto 
e solitario, non voleva cedere all'evidenza, sclamava 
essere impossibile il suo arresto, e quasi reclamava 
il medioevale tribunale ecclesiastico già da varii anni 
'abolito, come il solo a cui spettasse la cognizione 
dei delitti e la punizione della numerosa famiglia 
pretina e monacale. 

Gli agenti di polizia ebbero a portarla via quasi 
a forza. Egli si agitava come un energumeno, urlava, 

protestava Non sapea capacitarsi che quando un 

gabinetto ministeriale ha la temerità di chiedere poteri 
eccezionali ed il Parlamento ha la dabbenaggine di 
concederli, ciò non può essere che colla ferma deci- 
sione di commettere arresti arbitrarli ed illegali vio- 
lenze. 

Ma il Maggini stimava che la sua qualità di prete 
dovesse permettergli piena libertà di opinione, in- 
temperanza di parole e discussione illimitata d'ogni 
atto del governo senza risehio di sorta. 

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71 

FuriboDdo per un arresto arbitrario ed improv- 
viso che lo toglieva alle socculente colazioni e ai ma- 
mearetti apprestatigli dalle sue buone penitenti del 
monastero di Santa Maria Maddalena dei Pazsri, egli 
dapprincipio si strinse in un silen»o,si assoluto , io 
un mutismo si completo che lo fece paragonare ad 
un congiurato da azione mimico«core(^rafica. Giunto 
a San Gimignano^ disse alle guardie penitenziarie in- 
viate per la nostra scorta e pel nostro servizio es- 
sere inutile che gli portassero alcun vitto ^ essendo 
risoluto di morir di fame. 

Il giorno appresso ,. però, aperta la sua cella, ove 
erano state dimenticate le porzioni di otto detenute, 
tolte di là in tutta fretta per dar luogo ai prigionieri 
politici (e la fretta fu tale che trovammo nelle no- 
stre stanze i vestimenti muliebri con molti altri og- 
getti femminili) i custodi trovarono che il bravo 
prete aveva mangiato tutto!... 

Nei di seguenti si mostrò anzi un piccolo Gar- 
gantua. Guastato dalle sue penitenti , si lamentava 
che nel pranzo somministratoci non ci fossero piatti 
dolci. Per burlarsi di lui, essendogli io quel giorno 
arrivato da Firenze, per parte della sua padrona di 
casa, un guancialetto circolare di pelle, detto ciam- 
bella, ch'egli aveva ordinato, soffereodo di ernia, 
combinammo coi custodi che queir invio gli fosse 
presentato su d'una immensa guantiera, ben bene av- 
volto nella carta, dicendogli : 

— Signor cappellano: giacché dia reclama sem- 
pre dei dolci, eccole una cisOnbella .... 



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7» 

Cosi fa fatto. 

L'ira del prete fu al colmo qaando vide qaal 
fosse la famosa ciambella; e non volle più pranzare 
eoo noi a mensa comune. 

Qual buon consiglio potesse venire .ai Livornesi da 
un cervello si esile e bislacco^ e un eninmia che non 
ci impegniamo a spiegare.. 

Ad ogni modo^ la morte lacrimevole del Maggini 
fa dimenticare e ricompra di gran lungo, le corto- 
veggenze, le stranezze e anco le intemperanze ch'egli 
può aver commesso in sua vita. . 

Nel momento in cui gli Austriaci assalivano Li- 
vorno, cioè sino dal di 10, il Maggini , non più cu- 
rando la sua dignità governativa, ed impaurito, non 
senza ragione, tanto de^e armi esterne che delle in- 
terne insidie, le quali oramai faceansi palesi per parte 
della fazione reazionaria, tanto più addivenuta tre- 
menda e feroce quanto più sin allora era stata com- 
pressa e costretta a celarsi ed a rodere il freno, si 
die a fuggire verso il mare per porsi a tempo in 
salvo. 

Ma egli era oramai troppo conosciuto. Perciò, vi- 
sto da alcuni fra i reazionarii, venne arrestato; e 
condotto in una carcere della Fortezza Vecchia, ivi 
fu rinchiuso , venendogli detto che egli , disertando 
dal proprio posto nell'ora del maggior pericolo, aveva 
meritato il peggior gastigo. 

Costoro parodiavano il verso niccoliniano decla- 
mato dal Guerrazzi pochi giorni addietro alla sbi- 
gottita Assemblea legislativa : 

Vergogna eterna a chi non muor sedato I».» 

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76 

Per lo stesso motivo e dalla stessa gente erano 
stati condotti nella stessa fortezza alcuni degli uffi- 
ciali francesi che avevano validamente assistito i Li- 
vornesi neir organare la difesa della città; ma essi, 
non racchiusi in carcere e più destri del Maggioi, 
si slanciarono nel mare e si salvarono su d'una barca 
che li condusse ad un bastimento pronto alia parteoKa. 

Vuoisi che il Maggini fuggiasco venisse additato 
agli Austriaci da un tal Baroncelli professo, coiitro 
le cui denunzie ed i cui maltrattamenti verso i pri- 
gionieri havvi ancora oggi una unanima voce clMn« 
dignazione in Livorno. Costui forse ad arte non ram- 
mentò a coloro che difendevano la fortezza, Quando 
essi medesimi si volsero a fuga precipitosa, come ivi 
rimanesse un infelice prigioniero, ed il Maggioi venne 
abbandonato, dimenticato, senza cibo, senza soccorso, 
colla incertezza soltanto del genere orribile di morte 
a cui avrebbe dovuto soggiacere. 

Esterrefatto, pazzo di furore e di terrore, lo scia- 
gurato prete batteva disperatamente alla porta della 
prigione. 

Il professo sghignazzava. * 

Quando le soldatesche austriache entrarono nella 
vuota fortezza e ne presero possesso, quello scellerato 
ammiccò a taluni ufficiali. 

L'annuncio fu tosto compreso. 

L'uscio del carcere venne dischiuso. 

Il Maggini, cìie aveva indosso le insegne militari, 
fu afferrato', e in mezzo a mille dileggi e percosse 
fatto scendere nella piazzetta dei grani adiacente alla 
fortezza. 

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77 

Ivi era un ufficiale superiore austriaco ai cui piedi 
fu gettato con un brutale spintone il prigioniero. 

Questi, nelle ambascie dell'agonia, strinse le ginoc- 
chia al comandante, supplicò, pianse.... ma fu invano. 

Procedevasì alla fucilazione di molti catturati nella 
giornata. Il Maggini venne spinto, a furia di colpi di 
baionetta, presso di loro, e gli fu intimato di con- 
fortarli innanzi morte.... — egli, già grondante san- 
gue f semivivo t.... 

Pok terminata la strage, lo cacciarono a calci ^ nel 
mezzo\^ della piazzetta, e fu finito a fucilate. 

Enri^ Bartelloni, bottaio livornese, benché prove- 
nisse dll volgo, era uomo di sensi generosissimi , e 
'di non ^omune ingegno. 

La vita intemerata, lo stoicismo raro a cui era tem- 
prata l'indole sua, davangli un prestigio sulla mol- 
titudine popolana da far si ch'essa pendesse da una 
sua parola, da un suo cenno. 

Ove volesse, egli poteva contare, in qualsiasi oc- 
casione, su parecchie centinaia di uomini ciecamente 
devoti , pronti ad eseguire qualunque comando gli 
uscisse dalla bocca. 

Atteso tale ascendente, e la notoria sua onestà e 
discrezione, di buon'ora fu ricercato dagli agenti 
delle società segrete , e sin dal 1831 appartenne alla 
Carboneria, poi alla Giovine Italia, e da per sé 
manteneva carteggi e corrispondenze estesissime, a 
cui davangli agio i commercii e le aderenze della sua 



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. 78 

A tatt^Qomo erasi sempre adoperato al trionfo dei 
principi liberali. 

Carcerato pifù volte^ temuto dal governo, non aveva 
mai ceduto né a minaccie né a blandizie. Il peri- 
colo lo trovava tetragono... Giammai T animo suo 
aveva fallito. 

Quando si apri Tèra delle franchigie costituzionali 
e della guerra d'indipendenza, raddoppiò d'energia 
e di audacia, e organò in Livorno, e per Livorno^ 
a tutela dei cittadini, una forte mano di gente da 
lui armata, specie di bravi per la buona causa, ch'ei 
cedeva nei varii bisogni della patria, ed a cui egli 
stesso dava istruzioni e disciplina. 

Neirultima lotta, aveva costruito còlle proprie mani 
una barricata e se n' era posto coi suoi alla difesa 
nella quale spiegò miracoli di valore. 

Le palle e le artiglierie austriache lo lasciarono in- 
colume nell'assedio. 

Appunto perchè egli non fu sollecito ad appiat- 
tarsi né cercò fuggire qualsiasi rischio , avrebbe po- 
tuto imbarcarsi tranquillamente e porsi in salvo. Già 
una numerosa frotta de' suoi uomini più compro- 
messi avea salpato per là Corsica ^ per Marsiglia. 

Ma Enrico Bartellóni aveva patito troppo crudeli 
disinganni. Aveva visto dattorno a sé il tradimento, 
la vigliaccheria, la calunnia. Egli disperò oramai del- 
r Italia.... e volle morire. 

Invano persone amiche ed autorevolissime gli face- 
vano premura acciò espatriasse immediatameate, fin- 
ché era tempo. 



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ìoTano ogni giorno^ crescendo il pericolo per esso, 
ogni giorno si ripeleano le preghiere, le istanze..... 

Giunse cosi fino al 15 maggio. 

Sin allora, passando dinanzi alle sentinelle austria- 
che, erasi compiaciuto nel dar loro epiteti infamanti. 

Quei bruti, o non comprendessero o non curassero, 
nulla rispondevano all' insulto. 

Finalmente, stanco di provocare senza frutto, andò 
egli stesso dal generale D'Aspre. 

— So che mi cercate — diss'egli al duce austriaco. 
— Eccomi; Sono Enrico Bartelloni. Mi vanto repub- 
blicano e odio li Austriaci e ogni altro straniero che 
invade il mio paese. 

li D'Aspre lo guardò attonito. 

Taluno fra gli astanti credette che egli volesse pre- 
servare la vita del Bartelloni come si fa d'una bestia 
rara, sebben feroce. 

Ma il D'Aspre doveva operare da par suo. Dopo 
breve istante di riflessione si volse ai proprii ufficiali 
e ordinò 1* immediata fucilazione di colui che erasi 
costituito prigioniero volontariamente. 

Condotto sul luogo del supplizio, i soldati lo col- 
locarono in guisa da colpirlo alle spalle. 

Ma egli si volse energicamente e presentando loro 
il petto> sclamò: 

— Colpite qui Cosi muore un Italiano!... 

In quel momento supremo forse gli si riafiacciò nel 
cuore la fede nella patria, ch'era la sua religione, 
come si dic6 tc^ ni talvolta la fede in Dio agli atei 
io punto di morie. 

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80 

Perciò allprqoando vide spiaDati contro di sé i fa- 
cili, gridò: 

— Viva l' lUlia l 

Sei palle gli spezzarono il cuore nel petto e la pa- 
rola sulle labbra. 

Pochi cenni su d'una scena pietosissima, e faremo 
sosta alle attristanti descrizioni delle prime stragi ope- 
rate dallo straniero in Livorno. 

Sulle rive del mare, il primo di dell'ingresso de- 
gli Austrìaci, si accalcavano centinaia di donne e di 
fanciulli sui bastimenti del porto ove erano stati in- 
viati dai combattenti a scamparsi dalle palle, e più 
dagli oltraggi delle soldatesche. 

Erano recenti i ricordi delle nefandità perpetrate 
da quelle stesse milizie nella Lombardia.... bimbe im- 
puberi stuprate, donne fatte saltare in aria coll'incendio 
di cartuccie o razzi collocati nelle parti pudende , 
fanciulli sventrati e le cui viscere palpitanti faceansi 
pendere dai rami degli alberi.... 

Quelle turbe, forse più sciagurate e dolorose di co- 
loro che disperatamente si battevano sulle mura, get- 
tavano alte strida^ si strappavano i capelli, prorom- 
pevano in scrosci di pianto scorgendo le bombe e le 
cannonate squarciar le mura e far precipitare i comi- 
gnoli delle case della città nativa ; e poco stante mi- 
rando i mariti, li amanti, i fratelli fuggire, pur com- 
battendo, inseghiti dal vincitore. . 

I bastimenti americani dierono con premura , con 
entusiasmo , ricetto ospitale e sicuro a quanti fuggi- 

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8i 

iivi poterono spingersi a nnoto o su piccoli battelli 
mi loro ponti. 

Una fregata americana fece di più. Sapendo come 
Tra quelli che avevano cercato asilo su di essa erano i 
più compromessi; e fosse da temersi che gli Austriaci, 
manomettendo ogni diritto internazionale, li cercas- 
sero anco a bordo, salpò immediatamente dal porto 
e li trasportò in Corsica. 

Anche i legni levantini concorsero allo scampo dei 
fuggitivi. 

Dei bastimenti francesi, il solo piroscafo della Com- 
pagnia Valéry, pronto a partire per Bastia, fece atto 
di magnanimità accogliendo i profughi livornesi, fos- 
sero pure stati fra i combattenti, purché pagassero il 
loro passaggio. Pietà da mercanti t... 

Intanto dappertutto erano dall'Austriaco guarnite 
le fortificazioni^ occupate. le porte, abbattute le ban- 
diere tricolori, disarmata la popolazione sotto pena di 
morte a chi non consegnasse immediatamente ogni 
sorta d'arma, sciolta la guardia nazionale, mentre di- 
chiaravasi la città in stato d' assedio — stato anor- 
male, incivile, barbaro che durò sei lunghissimi anni. 



Siragi di jcioor na. 9 

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8) 



Vili. 
FEROCIA REAZIONARIA, FUCILAZIONI, MULTE 

LA FAME* E ì FÌERRL 



11 barone D'Aspre da Livorno tornò a Pisa, la- 
sciando nella decimata città il generale d'artiglieria 
conte F. de Crenneville Grashak, - consanguineo aliai 
famiglia imperiale, • come comandante generale e presi- 
dente dei consigli di guerra quasi permanentemente 
sedenti in Livorno nei primi tempi dello stato d'as- 
sedio. 

Il di 26 maggio il D'Aspre entrava in Firenze, pre- 
ceduto, dalle ridicole proteste della commissione go- 
vernativa di proprio moto istituita , e dal granduca 
disconosciuta, la quale dapprima negava esservi Au- 
striaci sul territorio toscano, poi negava ch'essi vi 
fossero neanche per ombra chiamati da Leopoldo II> 
quindi negava che avessero in mente d' invadere e 
presidiare la Toscana dacché ella ,. la prestantissima 
commissione, sapeva di buon luogo, cioè dal suo dito 
mignolo, che li Austriaci erano solo -diretti a punire 
la lunga tracotanza e la diuturna ribellione livornese, 



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»> 

01 negando.;, tntto ciò cbe è possibile negare,. eolia 
ertezza che la verità stia nella contraria affermativa. 

Se il ridicolo riuscisse punizione bastante per codesta 
)Dventicola di cuccioli reazionarii, sarebbevi di che 
lalzar un tempio di cui egli fosse il nume, essa 

turba sacerdotale salmeggiante. 

Dalla sognata congiura degli scacciapensieri sino 
ir invio della deputazione a Gaeta per stimolare al 
[torno il granduca — il quale pel ritorno aspettava 

comodo degli Austriaci, quind' innanzi suoi indivi- 
ibìli compagni — non vi fu atto, non detto di co- 
esto effimero e improvvisato governo che non valga 
; fornir subbietto di epigramma o di scherno. 

Ali' ingresso degli Austriaci in Firenze caddero molte 
naschere. Un Solérà, che il Guerrazzi aveva messo 
Ha testa della sua guardia pretoriana, si chiari pen- 
ionato dniresercito austriaco, e invece di fuggire, coinè 
ra stato da caritatevoli persone avvertito, videsi 
)asseggiare a braccetto cogli ufficiali del sacro ed 
ipostolico imperatore. 

Parecchie' persone, che sdegniamo mentovare, an- 
iarono incontro agli Austriaci plaudendo. Tutti quei 
^iiìssimi declamatori, a Firenze come altrove, furono 
"^spinti brutalmente. Anche al soldato della tiran- 
nide spìace la mostra spudorata della più insigne 
rigliaccheria. 

Firenze, insanguinata dai fiorentini reazionarii, 
presto lo fu dagli Austriaci che percossero indistin- 
tamente reazionarii e liberali. Cosi accadde all'aiu- 
tante dì campo di Leopoldo II, Sproni, a cui la sen- 



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84 
lineila austriaca, di piantoìie alla buca ddla postaj 
delle lettere, allora in piazza della Signoria (ribat- 
tezzata subito del Granduca) vietò con minaccie e 
vituperii d'impostare una lettera. Cosi accadde allo 
stesso presidente dei ministri, Baldasseroni , cui ^ 
pattuglia austriaca vietò rientrare di nottetempo nel 
palazzo Riccardi, allora sua abitazione. 

Né li Austriaci poteano lagnarsi, come in Livorno^ 
d'esser guardati in cagnesco e di correr pericolo di vita 
Tutt'altro. Dopo breve soggiorno furono loro aperl 
la massima parte delle case , e divisi con essi noi 
pochi talami di cui oggi veggonsi crescere rigogliosi, 
con tipi stranieri, i biondi frutti. Forse — direbbe i 
dottore Pangloss -r- fu un incrociamento di razze di 
verse, reso necessario dall'impoverimento del sangu^ 
toscano!... 

Le nobili donne soprattutto fecer festa agli ufficiai^ 
austriaci. Le più spudoratamente austreggianti, oltr< 
la menzionata marchesa Boccella, furono la contessa^ 
Orsini e la vedova Gherardi. La prima famiglia che 
accolse li ufficiali austriaci nel palchetto al teatro 
della Pergola fu quella dei duchi Strozzi; 

Ma le donne fiorentine vennero con eterno mar- 
chio stimmatizzate dalla austera musa di Giambat* 
tista Niccolini, il quale, benché quasi fuori di sé e 
malaticcio, appena seppe come quelle gentildonne 
avessero fatto a gara per baciar la mano al . mare- 
sciallo Radetzki , venuto a ricevere i ringraziamenti 
del granduca, e come non consentendosi tale atto 
umile da lui, si decidessero a distribuire .fra loro le 



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€8 
tenne che ornavano il suo cappello e se le mettessero 
petto affine di conservarle dappoi come preziose 
*eliquie, usci in questo quasi estemporaneo sonetto : 

O voi ch'ebre di vino e di vlltate 
Delle piume tedesclie il petto ornaste, 
Come mostrarvi alla clttade osate T 
Le meretrici son di voi più caste!... 

Regna in costoro una maggior bontate 
Porcile le anime al par non banno guaste, 
M queste dal Tedescbi eran comprate . 
Come quelle di voi cbe tanto osaste. 

Gbi può assai dispregiarvi ? Un nome infame 
Cbe vi convenga si ricerca invano 1... 
Arrossisca il bordel per queste damel... 

Degne cbe il boi|i stringa a voi la mano, 
Poi nel fango vi tragga e nel letame. 
Vituperio del secolo puttane!... 

A tale solenne invettiva giovenalesca aggiungiamo 
solo un fatto notorio. La maggior dama della gran- 
duchessa, una Conti, s'ebbe, da quel giorno in su, il 
soprannome di marchesa della Penna, e non altri- 
menti fu apostrofata ogni qualvolta si vide apparire 
pubblicamente. 

Quando li Austriaci ebrifestanti fn Firenze vollero 
solennizzare splendidamente T anniversario della na- 
scita dell'eccelso imperatore parve persino che li ele- 
menti volessero protestare contro la profanazione. 

Una grande burrasca, imperversata per tutto il 19 
agosto (domenica) rovesciò e fece in brani la cappella 
inalzata alle Cascine per la messa in rendimento di 
grazie, atterrò i trofei, e schiacciò perfino talune delle 
bombe erette a foggia di piramide. 



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Il monumento vergognoso era costato SO.OÒO scudi 
allo stupido governo consenziente, il quale quasi nel 
tempo medesimo proibiva una modesta messa per 
Carlo Alberto. E, fatto notevole, sublimemente al- 
lusivo allo stato delle toscane finanze, per Kallesti- 
mento di cotesta festiva solennità furono impiegate 
mille cinquecento libbre di chiodi !... 

Ma di quanto accadeva in Firenze non è compito 
nostro il parlare se non in quanto intimamente si 
riferisce a Livorno, perciò torniamo alle sanguinose 
scene di cui fu teatro questa città durante V occupa- 
zione austriaca. 

Collo stato d'assedio, oltre le fucilazioni senz'om- 
bra di processo, di legalità, né di giustizia, furono 
per la prima volta introdotte in Livorno, ed anche 
in Toscana tutta, le bastonate, amministrate in via 
correzionale e come pena corporale, all' arbitrio del 
primo ufficiale cui ne saltasse il ghiribizzo, per estro 
feroce, nella ottusa mente. 

Da oltre un secolo non erasi udito parlare di sif- 
fatto supplizio, usato dai nostri avi solo negli erga- 
stoli. Fu d'uopo vedere il truce fatto coi proprii oc- 
chi per non potersi più ricusare alla schifosa evi- 
denza. 

Fra i fucilati in Livorno, nei primi tempi dello 
stato d'assedio, fu un tal Michele Bardi, facchino, 
uomo di 34 anni, il quale, udendosi imputalo di furto, 
e vedendosi dai soldati condur prigione,. brandi un 
tritello ed oppose gagliarda resistenza, senza però 
che, per sua parte^ vi fossero altro che minaccie. Subi 



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87 
la eccessiva pena iìM settembra I8tt0. Uo finno ap- 
presso ricordiamo essere stati fucilati Cesare del Chiaro 
e Luigi Andreini sotto l' imputazione di aver preso 
parie ad un omicidio con armi vietate (l).« 

E il 36 maggio 1854 fa fucilato il giovane Fran- 
cesco Chiusa, il quale, sebbene esercitasse la profes- 
sione di facchino y nutriva nell'animo generosi senti- 
menti ed aveva culto ardentissìmo per la patria. 

Per ^ua sciagura , alla vivacità della mente corri- 
spondeva la prontezza della mano. Nel modo erro- 
neo di vedere del popolano patriotta (e spesso anco 
in più alti gradi sociali) Tassassinio politico non ap- 
parisce assassinio. A forza di farci ammarare li esempii 
degli antichi gr^ci e latini, i fatti del secondo Bruto 
che immola Cesare, comunque questi lo tenesse qual 
figlio , del primo Bruto che condanna a morte i fi- 
gliuoli il cui amore pospone a quello della patria, di 
Virginio che scanna la figliuola, di Orazio che im- 
mola, dopo i rivali, la sorella, di Oreste che uccide 
per una statua Toante^ e le immanità d'Achille espo- 
ste per gesta sublimi , e Telemaco che uccide Adra- 
sto, e il pazzo eroismo di Curzio, e i feroci stoici- 
smi di Seneca, di Catone, di Scevola, e la folla dei 
suicidi!, degli omicidiì, dei regicidii, esaitati e cantati 
su tutti i tuoni e in tutte le forme, il senso del vero, 
dell'oneslo, del giusto agevolmente si pervertisce nei 
cuori troppo ardenti, nelle fantasie troppo vivaci, nei 

(1) Ai Del Chiaro, per fargli eonfcssare il deliUo, ven- 
nero amninittrate in tre volte 150 lNiatODate,6 50 a eia- 
aouno dei suol ooaceaaatl. 



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tO. 1 



cervelli i cai criterii più che dalla ragione emergo) 
dalla passione. 

Più tardi avremo da tornare su questo argomento. 
Ora bastici notare che negl' intendimenti del Chiusa, 
giovane di appena 28 anni, non esisteva, certo, quello 
di commettere un vile, né un comune e nemmeno 
un condannevole delitto cercando di assassinare l'ex- 
gonfaloniere Luigi Fabbri, il quale, a dir vero, erasi 
alienati gli animi dei patriotti livornesi anco i più 
tiepidi, con una leggerezza di condotta che poteasi 
qualificare pur troppo di apostasia. 

Il Fabbri scampò al ferro che lo aveva designato 
fra le vittime d'un furore forse esagerato, — e fu bene. 
Ciò che riusci deplorabile è la morte di Francesco 
Chiusa, il quale, sfidando con altera fronte le palle 
austriache, cadde gridando: 

-^ Viva r Italia! Morte ai traditori t... (l). 

(4) Benché non fossero regolarmente sottoposti allo stato 
d'assedio né il territorio pistoiese nò altre provinole to- 
scane, ciò non di meno varie condanne colla fucilaiione 
vi si verificarono, nei primi tempi della invasione austriaca. 
Fra i più notevoli assassini! di lai genere, fra l plt ese- 
crabili e suonanti, nota d^ infamia per chi li esegaiva^ ac* 
cenno quello di Antonio Baldini , capitano della guardia 
municipale, il quale, dai confini toscani recavasi a RornSi 
neironiforme del suo corpo, per agevolarsi li transito, non 
avendo passaporto. Ma imbattendosl negli Austriaci coman- 
dati dal Wimpffen, presso Forlì, venne fucilato, il 19 mag- 
gio 1840, a cinque miglia di \k distante, cioè a Forllmpo- 
poli, benché a Forlì per lol ottenesse la grasia dal Wlm^ 
pffen una compassionevole gentildonna. E il povero Atti- 
lio Frosiol, quietissimo giovane diciassettenne, fu fucilalo 
a Pistoia il i luglio 1849, sotto Tlmputasione 41 aver vo* 
luto subornare un soldato austriaco in sentinellai meatrs^ 



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80 
A Livorno un Ferdinando Pieri era condannato alla 
fuciipzione solo perchè farono in casa sua rinvenuti 
uno stiletto e una canna da pistola. E vìdesi^ il 13 gen- 
naio 18ì;o, condotto sulluogo del supplizio; ma dopo 
che tutte le funebri e terribili formalità le quali pre- 
cedono la fucilazione furono compiute , venne inat- 
tesamente graziato, colla commutazione in due anni 
di lavori forzati. 

Pochi giorni dopo, cioè il 23 febbraio 1880, veniva 
condannato Giuseppe Frosini livornese a 3 anni di 
questa stessa durissima pena per essergli ^tato trovato 
un coltello che aprivasi a molla. Ed il Frosini era 
ammogliato con figli, nella età già matura di 48 anni 
ed in comoda condizione professionalet... 

Questi lavori forzati costituivano colla fucilazione 
e colle bastonate — ^ per non parlar della forca spesso 
mentovata nei processi austriaci in Toscana, ma giam- 
mai eretta — * un'altra importazione esotica d'un co- 
dice criminale ostrogoto, perocché le persone anco 
benestanti e non assueffatte a manuali lavori, erano 
costrette alle più rudi faccende muratone per le nuove 
fortificazioni di cui li Austriaci munivano Livorno^ 
come facevano in tutte le città contaminate dalla loro 
permanenza. 

Cosi, nel. 15 novembre I8i9, Domenico Rocchi di 
Livorno, veniva condannato dal consiglio statario, per 
una leggerissima scalfittura prodotta con coltello', ad 

ignorandone il linguaggio, dirigevagU solo innocenti domande. 
Le bastonate, le ingiurie, i mai trattamenti , gii trassero 
dalle labbra una confessione ch'era, a detto di tutti» men- 
sognera* 

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otto anni dì lavori alle fortificazioiìi^ p^ia orrenda- 
meDte aggravata coi ferri pesanti, giaochè nei re* 
pertorio svariatissimo delle pene comminate dai duci 
austriaci , ed anco dai giudici non militari, hannovi 
le varie gradazioni e di feri i leggieri, e di ferri pe- 
santi e di ferri lunghi e di ferri corti. Sfumature 
sapientemente stabilite da una mente provvidenziale 
cbe a tatto pensa e provvede pel tormento dei con- 
dannati, precisamente come nella casistica dei gesuiti 
havvi posto pei peccati più singolari e ri(tereatezzedi 
penitenze da far strabiliare la fantasia d'un poeta. 

Perciò, dietro tali sfumature, un Vinci di Lavagna, 
avendo commesso un ferimento leggiero, impietosi i 
suoi giudici per modo da averne, il '22 ottobre i849, 
tre soli anni di lavori forzati di fortificazione con 
ferri leggieri. 

Conviene credere che la ferita inflitta fosse una 
vera e propria puntura di spillo i... 

Procediamo a notare taluna di coteste condanne; 
delle quali sussistono i documenti a stampa, pubbli- 
cati per cura delle autorità austriache, a prova, senza 
dubbio, della legalità e della umanità dei loro atti. 

E prima di tutto, poiché abbiamo accennato alla 
fucilazione del Chiusa, avvertiamo altresì ohe per lo 
stèsso delitto, rimasto allo stato di tentativo, vennero 
condannati: Giuseppe Albanesi di Livorno, di anni 27, 
ammogliato con figli, garzone di cafiè, ad anni 20 di 
lavori forzati : Catone Tuticci livornese di anni 28 scul- 
tore ad anni i« : Luigi Peseioli di Livorno, d'anni 80, 
vedovo eoa 2 jSgli, smone droghiere^ a 15 anni: 

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•1 

Odoerdo Albanesi di LiTorno d'anni 2d, calzolaio, e 
Fortunato Romiti di Livorno, d' anni SO, con moglie 
e tre figli, bottaio, ad otto anni. 

I lavori forzati cui tutti questi infelici venivano 
condannati , doveano subirsi con ferri pesanti nella 
casa di forza, la quale era dal granduca di Toscana 
prestata al comandante austriaco di Livorno, san* 
cendo cosi le costui immanità e divenendone com- 
plice, giacché non esìsteva più stabilimento di simil 
sorta in Livorno sino dalla introduzione del sistema 
penitenziario, avvenuta nel I8i6. 

Due correttivi, o, se vogliamo cosi chianoarle, due 
varietà nel novero infinito delle punizioni fra immo- 
rali e degradanti, importate secoloro dagli Austriaci, 
meritano speciale menzione per la loro stranezza. 

II consiglio di guerra cui era preside il Crenne- 
ville, e cancelliere un Ricci toscano, satellite anche 
peggiore del padrone brutale a cui serviva, spesso 
usò la sostituzione volontaria dell'innocente a^ col- 
pevole, gastigando cosi chi era degno di premio per 
la sua esemplare e generosa annegazione. 

Di tal modo parve pietà far subire la carcerazione 
al figlio del negoziante Domenico Botta per aver tro- 
vato il padre detentore d'una pistola smontata; e 
fu invece nonsenso e barbarie, giacché cosi operando 
addintostrarono i generali austriaci volere essi pu- 
nire ad ogni modo, non importa chi, purché la pu- 
nizione colpisse fisicamente qualcuno. È una versione 
libera del concetto che informa il noto verso : 
Porcile U reo non 0i isalri U giusto pera. 

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E se fosse stata véramente compassione quella* che 
inspirava li animi dei percussori, perchè non miti- 
gare il colpo ai percossi con una multa, con un esi- 
lio, con un meno penoso arresto qual' è quello della 
reclusione nel proprio domicilio ?...* 

Noi r Austria voleva veder piene le carceri!... E 
perciò anche qaando si addolci, relativamente parlando, 
il barbaro regime statario, e cessò quasi del tutto in 
varii punti della Toscana : anche quando fu promul- 
gata una amnistia che venne detta una delle più lar- 
ghe concesse da principi reduci dall' esilio ai loro 
sudditi ribelli : anche quando le vicende, le abitudini, 
il tempo parvero avere sparso un po' d'acqua di Lete 
sui rancori e sulle private e pubbliche vendette — 
quattro anni dopo, insomma, dacché li Austriaci erano 
scesi nel cuore dell' Italia a torre alla casa di Lorena 
anco quel po' di prestigio, di amore o almeno di tol- 
leranza pieghevole che per tanti anni ne resero meno 
grave e sgradito il dominio a confronto di quello di 
ogni altro principe straniero in Italia — anco dopo 
tutto ciò, nel giugno 1853, esistevano tuttavia in To- 
scana tremila cinquecento prigionieri politici ì\... 

L'altra varietà penale a cui alludemmo^ oltre la 
sostituzione individuale — come se la giustizia pu- 
nitiva si dovesse regolare sulle istesse basi della legge 
per la coscrizione militare adottando il sistema dei 
cambii ! — è la multa inflitta insieme ad un gastigo 
corporale, e destinata ad esser distribuita dai vescovi 
e dai loro dipendenti in elemosina ai miserabili. 

Oltre all'assurda istituzione conservata3i> per tali 



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elemosine, del premio dato all'accattonaggio, questa 
multa ò^ come già fu detto, un' ingiuria alla mendi- 
cità, an insulto alla carità cristiana : ingiuria, perchè 
chi la fa, crede capace l'onesto ipendico di accettare 
con gratitudine, di sollecitare con istanze ciò che rap- 
presenta le lacrime, i patimenti, fors'anco il sangue 
del suo simile: insulto alla carità, perocché chi la fa, 
reputa tanto vile ed immemore chi la riceve da 
non guardare qual sia la mano donde viene gettato 
un obolo, come un tozzo di pane si getta ai cani, 
solo perchè non mordano e si accovaccino in mo- 
mentaneo silenzio. 

Veniamo alla menzione d' altre assurde e barbare 
sentenze emanate dal conte Crenneville in Livorno. 
Nel decembre del 1849, Giorgio Ànsuini, sensale, 
è condannato ad otto giorni di carcere perchè lo si 
trova in possesso di pochi frammenti inservibili di 
fucili. 

Neir istessa epoca Ferdinando Marietti ed Olinto 
Cappelletti , livornesi , sono puniti con sei giorni di 
carcere, tre dei quali a pane ed acqua, per avere of- 
feso — dice la sentenza — con parole di scherno 
un militare. 

Il di 2 gennaio 1850, Giuseppe Consigli, per aver 
letto in un Caffè parte di una lettera direttagli da suo 
fratello Mosè, nella quale faceansi narrazioni di rivol- 
gimenti politici e di popolari tumulti, ed esprime- 
vansi speranze di prossima liberazione dalla tirannia 
forestiera, veniva condannato a due settimane di car- 
cere; e a due settimane di consimil pena, nello stesso 



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giorno^ erano ooDdannati Ni^oola Frangiiii, maestro 
d' ascia e Ferdinando Fregosi , marinaro, per esser 
stati uditi, probabilmente sotto Tinflasso dell'abria- 
chezza. canticchiare per la prima volta, ioni repubbli- 
cani, vale a dire rispetti o strofe tanto fisse nella me- 
moria dei popolani di quei tempi, per averle ripe- 
tute diuturnamente, da venir loro sulla bocca in- 
consapevoli e senza che la volontà di fallire vi fosse 
per nulla. 

Ed ecco punito anche il pensiero, anche la memo* 
ria, anco chi vi offre prova palmare non aver me- 
nomamente ridea di commettere mancanze, né la co- 
scienza di ciò ch'ei si andasse facendo!... 

Cosi, nel 4 gennaio 1849, Gustavo Garbini, d'anni 5t9, 
per pretesi discorsi nei quali contenevansi espressioni 
di disprezzo e di vilipendio verso il granduca dt To- 
scana e contro le notificazioni emesse dal comando 
austriaco, vediamo condannato a quattro settimane 
di carcere con ferri, inasprita con un giorno di di- 
giuno per ogni settimana. 

E quattro giorni appresso, cioè Ts gennaio, erai)o 
condannati a due settimane di carcere con ferri e 
con due giorni di pane e acqua per ogni settimana, 
Giovanni Euonaccorsi e Giovacchino Cavallini per aver 
laceralo un editto governativo, proferendo — dice la 
sentenza — parole ingiuriose e spregemV (qui l'e- 
stensore della sentenza ha voluto dire sprezzanti , 
altrimenti non v'era ragione a punire parole che si 
disprezzano) verso l'auforità governativa. 

Ma circa i testi delle strane ed immani sentenze 



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1H{ 

ayrMftno mifteria inesauribile di rìso — rìso bilioso, 
però t -^ se la via lunga non ci facesse desiderare 
di spingerci verso la meta. « 

Ad ogni modo dod sappiamo resistere. alla tenta- 
zione di rìferire alcune altre condanne nelle quali il 
contesto medesimo della sentenza mostra la insigne 
stupidaggine del giudice ; la innocenza del condan- 
nato , o per lo meno la esagerazione iperbolica dei 
delitti allegati. 

Sotto il di 10 gennaio 1850 ci si presentano Clau- 
dio Bandiechi, Santi Menicagli, Leopoldo Lombardi, 
Giovanni e Federico. Calafati, Enrico Fritteli!, Àugu- 
sto Paperìni — tutti qualificati come rei di cattiva 
condótta^ e condannati, il primo a quattro settimane 
di carcere con ferri e con due giorni di pane e ac- 
qua per settimana, li altri a tre settimane soltanto, 
(forse perchè di condotta meno cattiva !) avendo tenuti 
discorsi rivoluzionari e canti' repubblicani (i canti, 
a quanto pare, eran tenuifsì paro dei discorsi!) 

Un giovane possidente livornese, Giuseppe Rossi, 

d'anni 26, se volessimo prestar fede alla sentenza del 

Crenneville che lo condannò, il 4 febbraio 1850, a 

tre mesi di carcere con ferri, inaspriti d'un giorno 

di pane ed acqua per opi settimana « come reo 

convinto di grida sediziose, tendenti a proclamar la 

repubblica n dovevasi ritenere semplicemente come un 

mentecatto o come un agente austriaco, perocché, a 

meno d' essere o V uno o V altro, a veruna creatura 

ragioDevoie può stiitare il ticchio di proclamare la re* 

pubblica sotto il regime dello stato d'assedio e deo- 



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96 

tro una selva di baionette anstriache, nel momento 
io cui la reazione era assolata e incontrastata domi- 
natrice di tutta Italia. 

Un uomo di cinquantanni, Luigi Mirandoli , ili , 
il 20 aprile 1850, condannato ad un mese di pri- 
gionia, con due giorni di pane e acqua per ogni set- 
timana, sotto la incolpazione di aver tenuto discorsi 
sediziosi e contrarii al governo (quesf ultima frase 
è per lo meno un pleonasmo, non potendo esservi 
discorsi sediziosi che non sieno contrari al governo). 

Similmente condanuavasi > presso a poco nella 
istessa epoca, il facchino Pasquale Roteili, ad un mese 
di carcere esa<^perato col digiuno, al solito, per avere, 
non ostante la punizione già inflitta non ha guari 
a due suoi fratelli per una eguale defezione, prati- 
cati giornalmente atti di scherno e di dileggio a ri- 
guardo del militare !« 

Enrico Guarducci è condannato a due mesi di 
carcere in ferri, con. un giorno a pane e acqua per 
settimana, atteso i discorsi sediziosi da lui pronunciati. 

Il pittore Luigi Laudi, di anni 40, « per discorsi 
sediziosi, incendiarii e contrarii all'attuale governo « 
punivasi con due mesi di carcere in ferri, con ud 
giorno a pane e acqua per settimana. 

E perchè si dicesse che il governo austriaco era , 
in qualche modo, la morale in azione, volendo pro- 
vare al muratore Paolo Biondi che la collera è cat- 
tiva consigliera, il Crenneville lo condannava alla pena 
di otto giorni di carcere «per espressioni ingiuriose 
ài real governo, proferite in momento di collera! n 



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w 

Merita la seguènte seatetiza, per la lambiccata saa 
icercatezza^ di essere testualmeate riferita. 

a Livorno 14 ottobre 1880. 
1» L'imperiale e reale comaDdo militare della città e 
« porto di Livorno, in risoluzione degli atti istruiti con- 
r tro Qiov. Tognetti, Dom, Pagni, Ànt. Simonti, tutti 
V tre facchini di manovella al servizio di questa do- 
1 gana e pei quali era stato provato come detti sog- 
» getti , conservando tuttora massime sovversive ed 
i> anarchiche , andavano insinuando nei loro compa- 
» gni di fatica quei semi di una insubordinazione 
n avversativa al governo ed all' ordine pubblico , li 
" ha condannati, a norma della notificazione 18 de- 
» cembre 1840, ad un mese di carcere respettiva- 
n mente da consumarsi in ferri e con due giorni 
' per settimana a pane ed acqua. Ed il Comando stesso, 
" nel rendere pubblica questa sentenza , nutre spe- 
" ranza debba servire di esempio alla numerosa classe 
" dei facchini di Livorno, onde guardarsi dall' incor- 
" rere nelle politiche defezioni nei suddetti indivi- 
» dui riprovate e punite, n 
Sentenza e stile egualmente barbarici!... 
Ài Camposanto nuovo, fuori di Livorno, accorse^ 
il 24 marzo I8t$0, in occasione d'una sepoltura, una 
folla straordinaria, la quale, attirando conseguente- 
mente la polizia austro-toscana, si permise qualche 
atto impaziente, qualche mossa d'insofferenza. Tosto 
codesta ragunanza nel cimitero e nella chiesa venne 
qualificata per dimostrazione politica, e quelli atti e 
quelle mosse come conseguenza di essa , con parole 
Siragi di Livorno. 1 

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«8 
6d insegne contrarie alle disporizioni governative^ co- 
sicché, essendosi inoltre da alcuni fatta resistenza alla 
forza armata che voleva far sgombrare il laogo e in- 
terrompere la cerimonia , venne tosto emanata una 
sentenza con cui il facchino Giuseppe Nuti, d'anni 24 
e Napoleone Sforzi benestante, d'anni 25, erano con- 
dannati ciascuno a una settimana di prigione col solito 
inasprimento del digiuno: Cesare Mazzola, sensale, 
d'anni 22, ad otto giorni di carcere, due dei quali 
a pane ed acqua: e due innocuìsslme donne ^ ree 
d'una sdegnosa esclamazione, Teresa Verico, ri vendi- 
trice di libri e Annunziata Gemignani, rigattiera, a 
tre giorni di carcere ciascuna. 

Per l'Austriaco, creatosi birre dei tirannucoli pseudo- 
italiani, doveano esser colpa le più innocenti ed arca- 
diche riunioni. Perciò anco queiste furono colpite di 
repressione e di gastigo. 

Un falegname livornese, Giuseppe Garbocci, d'an- 
ni 34, riuniva in casa sua parecchi confratelli, amici, 
conoscenti , a giuncare ed a conversare, senz' ombra 
di malevolenza alle autorità più o meno costituite; e 
per tal colpa, dopo esser stato una prima volta pu- 
nito insieme a quelli che secolui si riunivano , con 
qualche giorno di carcere e con multa, fu la seconda 
volta multato più gravemente e condannato ad un 
mese di carcere. La sentenza in data del 18 dicem- 
bre ISSI, dava la qualifica a quell' insussistente cri- 
mine di M conventicola e riunione non autorizzata t...» 
Una conversazione amichevole era , pel Crenneville, 
cosa si grave da aver d'uopo di preventiva autoriz- 



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00 

sione. Se ad un poeta improvvisatore fosse venato 
il capriccio di dare , in quei giorni , un saggio dei 
suoi talenti a Livorno, è cosa sicura che il generale 
austriaco avre1)be preleso di rivedere e correggere 
preventivamente le poesie da improvvisarsi t... 

Anche li affittacamere erano rigorosamente tenuti 
a denunziare, entro brevissimo tempo — in taluni casi 
due ore — i loro inquilini forestieri, per forestieri in- 
tendendosi non mica i non Toscani, non mica i non 
Livornesi, ma i Livornesi istessi che cambiavano di 
alloggio. Perciò, fra i molti altri, venivano multati 
ciascuno alla somma d] lire cento, da consegnarsi a 
monsignore arcivescovo — come decretava il pio ge- 
nerale — per essere impiegate in soccorso dei veri biso- 
gnosi della città, Stella Ceccarelli, Caterina Maggini, 
Emilia Colognoli, Domenico Bertini, Teresa Benedetti, 
Fortunata D'Andreis, Abramo Calvo, Raffaello To- 
gna. Un albergatore in via del Giardino, Ranieri 
Gigli, atteso la sua qualità — o forse per aver mag- 
giori demeriti appetto gli Austriaci , oltre la stessa 
multa, vedeasi condannato ad un mese di carcere, 
e dalla stessa pena era colpito Ranieri Colombini 
tt per aver scientemente — diceva la condanna — 
denunziato un individuo, sotto altro nome e co- 
gnome, il 

Un'altra pretesa conventicola, tenuta nella bottega 
di Leopoldo Scaffai , caffettiere , sebbene rimanesse 
chiarito aver egli solo una sera incidentalmente la- 
sciato aperto il Caffè oltre le ore il (ora fissata dal 
comandante militare per la chiusora dei Cafi% e trat- 

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100 
torie), oondasse il proprietario del k)eale, in an con 
Antonio Archi , sarto, Adamo Tofani, facchino, Gio- ^ 
vanni Lilia, alabastraio. Cesare del Guerra, fale- 
gname, Giovanni Pierotti, falegname, Palmiro Bal- 
dini, facchino , Gaspero Damiani , calderaio e Giu- 
seppe Cerri, pastaio, tutti livornesi, il primo a quin- 
dici giorni e gli altri a otto dì prigione. 

A otto giorni di carcere venivano pur condannati 
i commercianti Giuseppe Barelli, il calzolaio Aristo- 
demo Colombini e il giardiniere Carlo Bonchelli u per- 
chè « — riferiamo ad edificazione del lettore il te- 
sto della illuminata sentenza — a violando gli or- 
dini superiori, nella sera del 30 novembre iStfO, es- 
sendosi fatti capi, i primi due, d'una società di di- 
lettanti drammatici, avevano ardito aprire un teatrino 
nella casa del terzo, che glielo concesse, senza essersi 
muniti deli' opportuna licenza del Comando militare, 
sempre indispensabile allorché trattasi di convocare 
delle riunioni. » (i). 

(1) Le offese contro il civile consorzio e contro i diporti 
dei pacifici cittadini non meritano scusa, e mollo meno ap- 
pariscono degni di elogi coloro eiie con violenze o altri 
vituperevoli mezzi vogliono impedire il libero arbitrio per- 
sonale^ quando questo non è volto a fine nuoeevoie. Pur 
non ostante non sapremmo negare una parola di scusa a 
Giovanni Canigiani, bottaio, a Giovanni Franchi, falegname, 
ad Angelo Cerri^ vinaio, ad Angelo Baldi, murai ore, a Bal- 
dassarre Canigiani, macellaio, a Giuseppe Fabbrinl, ebani- 
sta, a natale Bacci, ebanista, a Giuseppe Consoni, muratore, 
a Luigi Falcini, calzolaio, i quali, non sopportando che i 
loro concittadini assistessero sulla maggior piazza di Li- 
Torno, il giorno Ì5 maggio l8Si, alle suonate della banda 
militare austriaca, spruuarono dall'acido aolforico aogU abiti 



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iOl 

E siccome ci sembra aver dato sufficienti docu- 
menti del modo con cui ii governo austriaco^ e per 
esso il suo agente mallevadore, conte Crenneville, in- 
tendeva stabilire in Livorno il regime dell'assurdo, 
e conventire una vivace popolazione in una frateria , 
facciamo punto per intuonare un' altra strofa della 
stessa monotona e dolente nenia. 



IX. 
LE BASTONATE. — ALTRE TORTURE. 

Il bastone — runico Dio adorato e temuto dal- 
l' antico sgherro austrìaco — fu tra i mezzi più fre- 
quentemente da lui adoperati per istrappare una con- 
fessione dal supposto colpevole o per infliggere una 
punizione dolorosissima ad un tempo ed obbrobriosa. 

11 Crenneville, di quell'esoso gastigo, ne usava e 

di quei viventi spensierati, immemori clie su codesto mede- 
simo luogo, due anni innanzi, erasi alzata una sanguinosa 
ecatombe di patriotti da coloro di cui adesso si deliziavano 
^Ue melodie. D'altronde i termini stessi della condanna 
stanno a scemare V antipatia pei colpevoli, giacche ivi è 
detto che « i danni di cui è parola furono operati con 
fine unicamente politico ed allo scopo di turbare la pub- 
blica quiete. ]> Perciò i .primi tre surrammentati s'ebbero 
UQ anno di carcere , gli altri due , nove mesi , i due se- 
guenti, sei mesi, ed i due ultimi uscirono a carcere sof- 
'^rlo^ cioè dopo un mese di prigionia. 



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ne abusava con compiacenza. A Livorno non passava 
quasi di che a Porta Murala , residenza degli aguz- 
zini della schlague, non s' udissero le dilanianti strida 
dei mìseri tormentati , le risa crudeli degli abietti 
tormentatori. 

Sarebbe perciò impossibile compilare una lista di 
questi atti di lesa civiltà perpetrati per ordine del 
Crenneville. Bensì molti Livornesi si rammentano tut- 
tavia, per le penose scene cui diedero luogo, come 
il 26 decembre 1849 , tre abitanti dell' Ardenza, pre- 
tesi rei di grida sediziose, venissero sottoposti, nella 
Fortezza Vecchia, ad orrenda salva di bastonate. À 
quaranta colpi di bastone fu condannato, il 18 feb- 
braio isso, un abitante del quartiere della Venezia 
il cui soprannome, la Bambina, stava a far fede 
della sua innocuità. Egli era imputato di aver ri- 
volto parole ingiuriose contro i carabinieri. À simil 
pena fu condannato un Giannini nel giugno 1880. 
Ed un tal Morgantini, per avere in litigi* offeso un 
facchino , sostenuto dagli Austriaci , venne condan- 
nato, circa la stessa epoca, a cinquanta bastonate. Lo 
stato dì salute dell' infelice era però tale che, dopo 
parecchi colpì, lo stesso chirurgo austriaco dovette 
ordinarne la sospensione, perocché il paziente, con po- 
che battiture di più, sarebbe morto. Per la stessa ra- 
gione, nel marzo 1850, due fratelli Rosselli, videro, 
sul luogo della esecuzione, cambiata la pena disono- 
rante della flagellazione in quella d'un mese di car- 
cere coi ferri. 

Fra le vittime di questa categoria non può non 



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1«» 
figurare Gi<yvflii^Bftttistà Romiti di PootrettioH, il quale, 
nel 25 settembre ISSO, dovette subire venticinque 
bastonate, sotto l' imputazione d'essersi burlato della 
rìdicolissima assisa indossata dai veterani estensi. 

II Romiti, trascinato al pancaccio fatale, per tre 
volte tentò di svellere un' arme dalle mani dei sol- 
dati afOne di sottrarsi air onta dell' infame supplizio. 
Eppure, dopo la lunga tortura, fu chiarito che la puni- 
zione era inflitta per falsa denunzia, giacché lo scherzo 
innocente veniva commesso da un fratello del Romiti, 
già libero dalle unghie dei flagellatori. 

Cinque ragazzi minorenni, Jacopo Soriani, detto 
Seghino, Pietro Baldocci detto Pancina, Giuseppe e 
Giovanni Neri, detti i Pizzeri, spettanti tutti al quar- 
tiere chiamato della Venezia, il 3 luglio 1851 , fu- 
rono condannati a 15 colpi di verghe per avere in- 
sultato una sentinella, posta sul cammino di ronda. 

Un giovanetto, Ck)rradino Dodoli, soprannominato 
Piva, divideva l'atroce loro gastigo. 

Oggi il Dodoli, addivenuto uomo maturo, è in- 
colpato di esser fra coloro che tentarono di uccidere 
il Crenneville, la sera del 25 maggio scorso, benché 
una dichiarazione Armata da parecchi cittadini, at- 
testi essere il Dodoli, malgrado l'offesa ricevuta da 
fanciullo, incapace di manifestare il proprio risenti* 
mento con un tentativo d'assassinio. 

Né le bastonate furono pena riserbata solo ai pri« 
vilegiati dello stalo d' assedio. 

A Firenze, a Pistoia, in Arezzo, a Siena, dapper* 
tutto ove vennero acquartierati li Atiatriad^ fUnmo 

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40« 
loro compagni indivisibili li agazzini eH bastone die 
resero celebre Haynau , il flagellatore delle donne 
ungheresi, altro eroe dell'epopea austriaca. 

Vogliamo rammentare pochi atroci aneddoti avve- 
nuti in Firenze, e che vincono di assai in barbarie 
quelli sin qui narrati, ^ebbene i fatti avvenissero lad« 
dove l'Austria non esercitava alcun diretto dominio — 
nella sede del governo centrale e superiore, sotto mi- 
nistri toscani. 

Nei primi tempi dell' occupazione straniera, un gio- 
vanotto , di nome Francesco Bistondi , passando di 
via Calzaioli, urtò casualmente un soldato austriaco 
che teneva un fiasco per le fragili corde di paglia. 
All'urto il fiasco si spezza e il vino da esso conte- 
nuto, Daturalmente, si spande sul lastrico. 

Il soldato rimane a bocca aperta, smemorato^ come 
è d' uso di quella razza dal pigro intendimento, dal 
cervello ottuso. Ma un ufficiale austriaco che passa 
fa arrestare il Bistondi da soldati colà girandolanti 
e lo invia sótto la loro scorta alla caserma nel con- 
vento d'Ognissanti. Costà i briganti austriaci sten- 
dono a forza il paziente sul pancaccio e gli ammi- 
nistrano cinquanta bastonate , sputandogli addosso e 
colmandolo di sozze ingiurie. A tale spettacolo , al- 
cuni frati di quel chiostro, non solo fecero compia- 
cente atto di presenza, ma sclamarono giubilanti : 

— É giunto il giusto Dio punitore!... 

Iddio, per quei laidi monaci, era il bastone, come 
pei soldati austriaci t.... 

Tanto fu l' ambascia fisica e morale di quel gio- 
vane^ che dopo breve tempo dovette morirne t 

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108 
Nel a novembre i8i$i, Pietro Baroni, andandoseDe 
a prender lezione di lingua francese, sul far della sera, 
aguzzava gli occhi sul suo libro di grammatica, sic- 
ché procedendo per la sua strada nello svoltare da via 
sant'Apollonia, urtò in un ufficiale che lo offese con 
brutali parole. Il giovane rispose con dignità e Y al- 
tro gli animenò uno schiaffo che il giovinotto contrac- 
cambiò con un pugno. Allora T ufficiale sguainò la 
sciabola» e siccome il destro italiano si abbassò e si 
avvinghiò alla persona dell' avversario per sfuggire 
ai colpi, r ufficiale chiamò due soldati austriaci, mala 
semenza di cui erano sempre gremite le vie, e fece da* 
essi tradurre il Baroni alia caserma di San Marco. Co- 
stà, dietro rapporto dell' ufficiale, ei fu disteso so d'una 
panca : un soldato gli sedette a cavalcioni sul collo per 
impedirgli ogni moto, un altro gli si pose similmente 
alla vita, un terzo ai piedi, ed un quarto, presente 
l'ufficiale, lo percosse con 2tt colpi di bastone. Poi, 
semivivo fu preso per le braccia e gettato fuori della 
porta della caserma» ove venne raccolto e soccorso dai 
viandanti. 

11 di 18 giugno 1851, passava dalla via Porta Rossa, 
verso le del mattino, una schiera di circa trenta 
soldati austriaci. Un commesso del banco Paoletti, certo 
Rossi, stretto dalla fretta, traversò quella fila militare 
senza pensiero al mondo d'offesa. Ma cosi non pensò 
r ufficiale che ne era alla testa, il quale, fatto affer- 
rare il Rossi da due uomini , intimò loro di obbli- 
garlo a stare immobile contro il muro. Ridotto cosi 
all'impotenza^ il giovane vide aceostarglisi l'ufficiale 



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che gli sputò in faoeia. E dopo di esso eseguirono lo 
stesso sfregio tutti i bassi-ufficiali ed i bassissimi 
soldati. 

U menomo ^aivoco , qui ed altrove , era prete- 
sto di percosse per parte degli Austriaci. Un certo 
Tagliaferri di Arezzo, la sera dell'i 1 febbraio 1880, 
fu arrestato, e, tratto alla caserma di Santa Caterina, 
sottoposto alla pena del bastone, essendosi stimata 
offesa la pattuglia per un fischio ch'ei faceva abitual- 
mente per chiamare i figliuoli. E la sera del 25 mag- 
gio 18{$0, un sarto, Alessandro Gentili, uomo di sen- 
\imenti tutt' altro che liberali e devotissimo ai capi 
della restaurazione granducale, avendo semplicemente 
tossito mentre passava Un ufGciale austriaco, questi 
se lo prese ad offesa, e fattolo condurre nel piccoto 
palazzo Strozzi, lo fece bastonare dai suoi soldati. 

Il fatto forse più iniquo e criminoso di quei tempi 
in Firenze ebbe a verificarsi il giorno 29 giugno l8Si 
consacrato alla solenne commemorazione dei volon- 
tarìi fiorentini morti sui campi di Curteitone e di 
Montanara, il 29 giugno i848. 

Era stato detto che quella mesta e pia solennità 
si sarebbe lasciata eseguire senza opposizione purché 
ciò avvenisse senza pompe e senza soverchia pubbli- 
cità. E fu pensato dai timidi iniziatori far la cosa 
si semplicemente da limitarla alla sola audizione d'una 
messa piana. Ma la chiesa era colma di popolo, per- 
chè ognuno aveva a cuore di fare atto di pacifica e 
innocente opposizione all'occupazione austriaca col 
recarsi di persona alla^ patriottica commemorazione. 



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107 
I soldati del granduca, pia perfidi e infami, se 
è possibile — meno poche onorevoli eccezioni nei 
corpi scelti — degli stessi austriaci, s' erano ristretti 
in gran numero nella sagrestia del tempio di Santa 
Croce, insieme a forte mano degli indispensabili ausi- 
liarii. Ad un dato punto della cerimonia, senza che 
venisse dal popolo emesso alcun grido, né fosse fatto 
atto qualsiasi che potesse apparire fazioso, o anco so» 
spetto^ la soldatesca celata si precipitò furibonda sulla 
folla pregante nella chiesa, e la cacciò a furia verso 
le uscite, le quali> essendo troppo anguste per quel- 
la onda tempestosa ed incalzante con irresistibile im- 
peto, furono come barriere entro le quali si sfracel- 
larono i fuggitivi. Appena la folla ebbe in parte var- 
cato le soglie, una scarica di fucilate agghiacciò il 
cuore ai meno timidi. Le palle infitte nei muri delle 
case nella via dei Mateontenti le quali fan prospetto 
alla parte laterale del tempio, rammentarono per lun- 
ghi anni dipoi il vilissimo aguato della granducale 
sbirraglia. Un diario del tempo narra che : n in quel 
disordine molte furono le paure le quali recarono 
tristi conseguenze a chi le sofferse. Una Romolini, 
abitante nel quartiere di San Niccolò, udendo che il 
popolo veniva fucilato in Santa Croce e sapendo come 
colà fossero i suoi figli, tanto si spaventò, che perduta 
la favella, morì di congestione cerebrale. Molte furono 
le persone percosse e ferite, e fra queste van nove- 
rati i genitori di Cesare TarufS, morto giovanetto 
sulle pianure lombarde, i quali andati a pregare ed 
a piangere presso le tavole di bronzo che portano ì 



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198 
Qomi dei defunti combattenti, furono, il padre, ferito 
da baionetta austriaca , la madre, percossa col calcio 
d'un fucile, cosicché^ ruzzolata a terra, venne calpe- 
stata e malconcia. Un Lomi fu ferito esso pure alla 
testa da baionetta austriaca neir atto in cui rialzava 
una donna caduta. — « Questo infame tranello venne 
allora attribuito, e nessuno smenti l'accusa, ai gendar* 
mi aiutante-maggiore Malerbi, tenente Vegni e aiu- 
tante Vecchi. Furono li per li praticati a caso alcuni 
arrèsti, e gli arrestati sul luogo furono sul luogo stesso 
interrogati al cospetto della autorità militari austriache 
adunatesi in consiglio in Santa Croce. Varii di codesti 
individui andarono, sotto la custodia dei soldati au- 
siliarii, nella fortezza di San Giovanni Battista, ove 
vennero minacciati di fucilazione e trattati in guisa 
da far loro credere imminente il supplizio.^ Le per- 
sone arrestate erano tutte notoriamente moderate e 
si notavano tra esse Leonida Biscardi, tiepidissimo li- 
berale granduchista , il pittore Coppini, Tavv. Man- 
cini, Giovacchino Fiorani, Giovanni Meini, letterato, 
Niccola Giovannoni, il macellaio Martelloni, Gammillo 
Pioli, Cesare Rìparbelli, un Papi, un Paoli , un Pi- 
gnotti, un Biagiarelli sedicenne e Leopoldo e Tito 
Romanelli, figli del ministro di giustizia sotto il mi- 
nistero Guerrazzi, il quale, insieme ai suoi compagni 
di prigionia, udiva dalle celle delle Murate, pochi 
passi distanti da Santa Croce, il rumore delle fucilate 1 

À compiere il sacrilegio e la violenza vennero svelte 
dal tempio le tavole di bronzo commemorative dei 
defunti volontarii, e condannate ad andar racchiuse 
in fortezza sotto la custodia del soldato austriaco. 

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\ 10^ 

C^icehò può dirsi essersi rinnovato nel issi ìi 
Firenze presso a poco ciò che quivi fu visto accadere 
nel itf3i, infierendo la reazione successa alla caduta 
della repubblica fiorentina. Tre secoli addietro erano 
i morii ai quali intimavasi il bando da Firenze, tanta 
era 11 fretta e la smemoraggine con cui venivano com- 
pilate le liste di proscrizione. Nel l8Si si imprigio- 
narono, nel recinto d'una fortezza, eretta dalla tiran- 
nide medicea, persino i nomi dei morti, i quali usci- 
rono jalla carcere solo allorquando la nazione si ver- 
gognò di esser stata si lungamente schiava ! 

Della punizione nefanda consistente nei colpi di 
bastone avremo a parlare anco più oltre. Ma i bassi 
esecutori delle bieche istruzioni del governo austriaco 
non si limitavano a queste ingegnose varietà intro- 
dotte nel sistema punitivo. 

Eglino ne avevano ben altre. E fra le più atroci 
erano le angherie e le torture d' ogni specie con cui 
s'inasprivano le pene già orribili delle prigioni, del- 
l' ergastolo, dei ferri lunghi e corti. 

Ecco quanto accadeva in quei tempi nelle carceri 
austriache di Livorno. È un testimone che parla per 
propria esperienza: u Veggonsi costà cose orribili: 
carcerati ritenuti da due e tre mesi senza che peranco 
abbiano veduto un attuario né sappiano per quale 
accusa sieno ritenuti. I profossi e i carcerieri hanno 
un potere senza limiti pei detenuti eson padroni di ap- 
plicare tutte le esasperazioni del carcere : il digiuno, la 
veglia violenta, i ferri, il bastone, n 

In altro opuscolo si parla del profosso Baroncelli 

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liO 

già da noi rammentato a proposito dell^ infelice Mag- 
gini. E si oda come lo si dipinge : a li nome di co- 
stui è nefandamente famoso per le iniquità oommesse 
nelle carceri di Livorno, tormentando i detenuti colla 
fame e colia sete, negando loro di mutarsi di biaD- 
cheria ancorché a rari intervalli, instigaadoli a scri- 
vere alle proprie famiglie per poi denunziarli e aggra- 
varne la detenzione, avvelenando persino le sostanze 
alimentari. £ il reclamo contro la più atroce di tali 
violenze, contro Tuflimo aguzzino dell' Austria, ove 
mai riusciva a giungere sino ad un impiegato supe- 
riore, ritorcevasi subito contro il querelante cui si 
ascriveva a delitto la mancanza di rispetto ed il 
dubbio col quale maculavasi la specchiata illibatezza 
d'un manigoldo dello stampo del Baroncelli cui ac- 
cordavasì pubblica fede. E la lagnanza traducevasi in 
atto di ribellione verso le interne discipline carce- 
rarie: dipingeasi come una calunnia verso un fun- 
zionario zelante nell'adempimento dei proprii doveri, 
reclamo, e dubbio, e querela, e lagnanze, e calunnie 
equivalevano tutte a punizione istantanea, immediata: 
cioè bastonate, bastonate, e sempre bastonate I.... » 

Atrocità del genere di quelle che ora accenniamo 
ne accaddero parecchie anco sotto ai nostri occhi. 
Stiamo paghi a registrarne due solamente. 

A Riccardo Frangi, di Livorno, detenuto in for- 
tezza, in una cella collocata nel luogo detto alle Mie- 
eie, andavano di continuo a picchiar nella notte al- 
l'uscio della prigione, annunciandogli che si prepa- 
rasse ad esser fucilato. Tutto ciò per spaventarlo, sa- 



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■ — • 1 



Hi 
pendolo facile ad «saltarsi, ed allora ({aasi vagellante. 
Infatti il delirio lo invase davvero, ed una sera, af- 
ferrando il profosso pel collo, urlò: n Che cosa vuoi, 
spettro insanguinato? « e fu dovuto torglielo a forza 
dalle mani. 

Parlammo, ed avremo ancora motivo di parlar del 
Petracchi. Ecco ora un tristo episodio della &ua pri- 
gionia che ci toccò sciaguratamente a vederci accadere 
sotto gli occhi, senzacbè i reclami che facevamo giun- 
gere a prò di quell'infelice al direttore delle carceri 
penitenziarie di Firenze fossero ascoltati o venissero 
ricevuti altrimenti che come esagerazioni di mente 
esaltata, come appunti d'osservatore pessimista (4). 

Fu notato quale vivacità di fantasia avesse cotesto 
patriotta popolano. Mancante però di freddo criterio, 
egli illudevasi facilmente, e sia che ne fosse lusin- 
gato dal di fuori o che ne nutrisse la folle speranza 
in sé stesso, fatto sta che credeva dover essere am- 
nistiato al ritorno di Leopoldo IL 

Appena seppe ch'egli, con moltissimi altri, era 
escluso dal perdono, non ebbe più tranquillità nò 
serenità di mente. " 

Forse vi fu chi lo andava irritando, motteggiandolo 
— e questo era un tale Sgherri, ispettore dello sta- 
bilimento penitenziario (giammai nome più espressivo 

(1) Il direttore deUo stabilimento penale deUe Morate 
fo in quelli anni (lo era sino innanzi al 1846) e durò ad 
essere Ano al 1866 Tavv. Pietro Papini; ed ora che egli 
è morto di orribile malattia, possiam dire essere egli stato 
meno iniquo di molti suoi coUeghi e superiori* 



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11« 

venne impartito dal destino a più degna personal) 
il quale suolava penetrare nella cella in cui il Petrac^ 
chi stava tutto il di silenzioso, senza veruna distra- 
zione, senza il conforto di poter leggere e scrivere, 
privo di qualsiasi compagnia — esacerbazioni terrì- 
bili al carcere che a lungo andare doveano render- 
glielo incomportabile. — Anziché consolarlo, ed il- 
luderlo, il mostro cui accenniamo, dilettavasi , con 
sardonico risolino, a dipingergli la sua situazione sotto 
i più tetri colori, a parlargli della infelicità e della 
miseria dei suoi figli, dei quali era tenerissimo.... 

Allora (volgeva verso la fine il novembre del I8i9 
ed era perciò il settimo mese della sua quinquenne 
prigionia) il povero Petracchi incominciò a rifiutare 
il cibo. Ògniqjualvolta lo Sgherri coi suoi secondini 
gli portavano il pranzo, gli uscivano dalle labbra in- 
coerenti parole. Le più frequenti erano queste: 

— Che cosa volete eh' io mangi ?... Questa è carne 
cruda... — (Ed era vero)... Onde, respingendola^ con 
orrore, gridava : — È il sangue dei miei figliuoli t... 

Oppure si limitava a chiedere sordamente : 

— Dunque mi vogliono tagliare la testa?.... E 
quando?.... 

Era spettacolo da straziare il cuore. Eppure lo 
Sgherri, cogli altri sgherri, si ammiccavano quasi a 
significare che il Petracchi simulava pazzia sia per 
sfuggire al processo o per migliorare di regime car- 
cerario. E uscivano deridendo, sghignazzando.... 

Finalmente il Petracchi, come tanti altri aveano 
fatto e faranno, risolse di uccidersi. 



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Alla parete della strrttissimà cella penitenziaria era 
11D letto a telaio di ferro, pesantissimo, che ai dete- 
nuti in gastigo si alza e si chiude a chiave entro il 
muro, afflnchè in carcere non siavi Demmen V agio 
di stare stesi su d'uno strapunto e faccia d'uopo ri- 
maner svegli ed in piedi, dall'alba a notte inoltrata... 
a meno d' imparare, come i cavalli, a dormir ritti \ .. 
Ài deteouti politici non chiudevasi quel lefto, ed 
il Petracchi pensò porre a profitto la pesantissima 
cornice serrata per ìschiacciarsi la testa. Infatti, col- 
locato il capo su d' un panchetto, e alzato col brac- 
cio quanto più poteva la lunga sbarra della ferrea 
cornice, se la lasciò precipitare con tutto il suo peso 
sulla tempia... 

Lo sgabello non sostenne l'urto e sguisciò a terra... 
Seco cadde il Petracchi, il quale, per la percossa ter- 
ribile si, ma non mortale, svenne e cosi rimase per 
tutta la notte. 

Al mattino si riebbe; e stordito, mentecatto, colla 
testa orribilmente macolata, ebbe forza di gettarsi 
macchinalmente sullo strapunto ove rimase più giorni 
inconscio di sé, degli altri, di. tutto. 

Egli non disse mai, né allora né poi, il suo ten- 
tativo di suicidio. Noi soli ne avemmo più tardi la 
confidenza... Non per questo rinunziò al progetto. Ed 
un giorno che il solito Sgherri rivolgeagli, come era 
assuefatto, parole irrisorie, scorto, al di là dell'uscio 
della cella, nel piano inferiore, un ampio finestrone 
aperto, gli colse subitanea bramosia di gittarsi da 
quello nel cortile sottoposto. 

stragi di ifivorno, $ 

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Ila per clangere al flneitrone, dd piano superiore 
ove era la cella del recloso, ei non tenne la via delte 
scale : bensì si gettò dalla ringhiera che ricorre ad 
ogni piano degli immensi dormentori! delle Murate, e 
cascò sul pavimento tatto contuso. Ma tanta era la 
potenza della volontà che in qod momento Io spin- 
geva) da far si ch'egli si rizzasse da terra, raggiun- 
gesse il flnestrone , e vi si scaraventasse al di )à a 
capo fitto...» 

Neppur dopo il duplice salto gli riasci di miorirel 
Egli ebbe la gamba troncata in tre posti e rimase 
lungamente come morto. 

1/ infelice, poco dopo esser trasportato neHa infer- 
meria, ad un carceriere più pietoso^ mormorò, ripi- 
gliando i sensi : 

— Se c'eravate voi, non lo facevo!... 

Segno evidente che all' eccesso disperato era spioto 
.dai crudeli custodi. 

£ lo Sgherri venne sottoposto a processo dal sao 
superiore.... Ma tutto fini per esso con un trasloca- 
mento di posto. 

Questo commovente episodio ci tragge a parlare 
dei processi di alto tradimento o di lesa maestà a 
quei tempi instruitisi a Livorno ed a Firenze — ooo 
ultima delle frenesie reazionarie austro-granducali. 



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i\ì$ 



X. 

i PROCESSI D'ALTO TRADIMENTO. 

Il conte Crenneville, mosso da un nobile stimolo, 
lel vedere come nella metropoli del Granducato s'i- 
tituisse un colossale processo sotto il barbaro titolo 
li Perduellione, non volle che Livorno fosse da meno. 
Per suo grande guaio, però, gli uomini di qual« 
che nomea colà fra i democratici eransi tutti invo- 
ati all'irrompere della fiumana austriaca, restaura* 
trice di odiosi o ridicoli dominatori : il governo del 
granduca s' era preso per sé i pochi che gli erano ca- 
pitati fra mano e se li teneva gelosamente custoditi. 
Che peccato che il Guerrazzi ed i pretesi suoi com- 
plici non fossero direttamente in balia del glorioso 
rappresentante dell' Austria t Quale onore sarebbe statò 
il suo, e qual giubilo pel leale suo cuore, lo inviarli 
nello Spielberg, a provare, per dieci o quindici anni, 
le dolcezze e i raffinamenti civili già provati da Sil- 
vio Pellico e dai suoi compagni t... 

Ma ci volea pazienza ! Non potendo trastullarsi con 
uomini più o meno illustri o popolari, il proconsolo 
lustriaco si die ad indagare d'attorno. I suoi ca- 
gnotti raddoppiarono di zelo e fecero sforzi inauditi 
per procurargli il dada desiderato, e siccome, benché 
anco questi proverbi patiscano forti eccezioni, voler» 



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^'-W '<^' 



ilo 
è potere, e chi cerca trova, il Crenneville tanto volkj 
che potè.... rendersi più odioso 'di quanto sin alien 
stato non fosse : tanto cercò che trovò.... nuove vit- 
time da sacrificare, nuovi innocenti da tormentare! 

Un bei mattino Livorno apprese con lieve meravi 
glia — oramai un Crenneville aveva costà faUo civ 
der possibile l'assurdo, dacché, per dirla a mo'dd 
padre Dante, ogni libito ei si credeva licito — conoe 
nella nottata, quarantasette merli fossero stati ed 
ad una sola rete, e venissero processati sotto rioì- 
putazione di attentato per rovesciare il legittimo go- 
verno monarchico del Granducato di Toscana e di 
attivare in sua vece un governo rivoluzionario 
colla forma repubblicana democratica t.„ 

Tutti gli imputati vennero posti in carceri sepa- 
rate e distanti: tutti ebbero lungamente a soffrin 
della tortura ineffabile dell'incertezza e del dubbio 
prima di sapere a qual motivo ascrivere il hvutile 
arresto e la dura prigionia : tutti furono sottoposi! 
alle insidie, alle violenze, ai maltrattamenti, alle coer- 
cizioni, che abbiamo notato essere l'usanza consueU 
del carceriere austriaco a quei tempi. « 

Sapeasi che a Firenze, fra i prigionieri per la ma- 
gna causa di Lesa Maestà, incominciavano già a pre- 
valere i due funesti Lari del carcere penitenziario: 
il Suicidio.e la Pazzia, conseguenze d'una lunghissima 
detenzione preventiva in cella isolata, angusta e mal- 
sana; sapeasi in quale stato si trovasse Antonio Pe- 
tracchi ; sapeasi che Antonio Pantanelli , giovanetto 
imberbe, compreso nella mostruosa procedura solo 



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ì\7 
come oratore di alcuni accademici predicozzi nei Cir- 
coli) avesse finito col soccombere al peso delle sue 
domestiche ed individuali sventure, e fattosi crudele 
contro sé stesso si fosse aperto le vene con un fram- 
mento di vétro tolto alia esigua finestrina della sua 
cella (1); sapeasi come il Monlazio sputasse sangue, 
e il capitano Ferdinahdq Piccini già mostrasse di va- 
gellare: si invidiavano tali consolazioni al paterno 
cuore di Broncio (2), ed affinché il suo luogotenente 
e protettore potesse averne altrettante si scelsero col 
fuscellino le vittime più adatte a procurargliele. 

Taluni erano popolani di baldo animo^ ma non 
fortissimi di temperamento e di salute. A cotestoro 
s'incominciarono ad amministrar bastonate perchè 
infermassero, delirassero e nel delirio svelassero qual- 
cosa che desse appiglio ad un processo con un po' 
di sostanza. I percossi furono non meno di nove fra 
i prigionieri. Ad altri, di recente ammogliati con 
belle fanciulle, da essi lasciate nelle lacrime, fu fatta 
sperare la liberazione sollecita purché tradissero, ag- 
gravassero calunniassero i compagni. A molti in- 
terrogatorii sopraintendeva il Crenneville medesimo, 
il quale, non comprendendo a sufficienza la lingua 
italiana, per capire ciò che a lui diceva il detenuto 
per sapere come dirigersi alle vittime citate al suo 

(I) La momentanea follia valse almeno la liberazione dai 
carcere al padre suo. Antonio Pantanelli fu condannato a 
quaranta mesi dì casa di forza. Ora è professore a Siena 
sua patria. 

(3) Soprannome popolare dato dal 1849 in poi a Leo- 
poldo 11, insieme airaltro popolarissimo di Canapone. 



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US 

cospetto, tenevft costantemeQte in mano un dizions-j 
rietto portatile tedesco-italiano. Quali ottimi criteri 
dovea il Radamanto teutoDO formarsi degli interro- 
gatorii diretti e interpretati in cotal guisa!.... 
. Spesso i detenuti, o per dignità, o per tema di 
compromettersi viemaggiormente, o perchè yeram^ate 
non aveano nulla da dire, stavano taciturni e impas- 
sibili dinanzi a lui. 

Ed egli , mordendosi i baffi , imprecava , col su 
intercalare prediletto in simili occasioni e con teli 
persone : 

— Parla, vile!!... 

Finalmente, dalle bastonate distribuite senza di- 
screzione, dagli interrogatori! fatti senza ombra di 
buon senso, da talune defezioni, prodotte, pur troppo, 
dalla fralezza dell'umana natura posta al soverchio 
cimento dalle diuturne sofferenze, usci una sentenza 
che fu letta ai condannati il 2Ò dicembre I88i. 

Prima di dire quale fosse la sentenza, diciamo quii 
fossero i prigionieri. 

Erano dessi : 

Temistocle Pergola, livornese, di anni 36, con mo- 
glie e tre figli, tipografo. 

Vincenzo Calvi^ livornese, di anni 43, vedovo^ senza 
figli, causidico. 

Era questo valentuomo in mala vista dei reazio- 
narii di Livorno per aver firmato, come direttore, 
il giornale repubblicano : Il Corriere Livornesey ab- 
benché egli poco o nulla vi scrivesse, sebbene par- 
tecipate delle massime dei collaboi^tori> il princi- 



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^4«9 
pale dei 4uati era il OaeiTMzi, vero «direttore ed 
anima di quel dialrio ricercatissimo nel 1848. 

Li articoli ivi scritti dal Gtierrazzi, e non i mi- 
gliori, vennero dappoi da esso riprodotti nel grosso 
volume intitolato: Scritti politici, edito dalla casa 
Guigoni in Milano nel 1861. 

In quanto al Calvi , da più umili attribuzioni ei 
fu assunto a quelle direttoriali dal giorno in cui al 
fondatore e direltore del giornale Silvio Giannini , 
(morto, provvidenzialmente pur esso, nel 18B0). toccò 
uno schiaffo datogli in pubblico luogo, e mancò del folle 
coraggio di sfldare a duello^ come esigeva il Guer- 
raezi, io schiaffeggiatore. Considerando come avvilito 
troppo il Giannini, e indegno per sé lo scrivere sotto 
«Q direttore che riceve schiaffi senza contraccambiarli 
con un colpo di spada o di pistola, il Guerrazzi ri- 
fiatò la propria collaborazione al Corriere Livornese. 

Ed allora, per non perdere ausiliare si possente, e 
per saWare la capra e i cavoli, il Calvi mise dentro 
il proprio nome ed il Giannini mise fuori il suo^ re- 
stando però factoctum deir importante organo delia 
democrazia livornese. 

Ferdinando Damerini, livornese^ d'anni 38, celibe, 
sensale: 

Agostino Michele, livornese, d'anni 37, con moglie 
e figli, spedizioniere di grani. 

Cesare Botta, livornese, d'anni 31, celibe, nego- 
ziante. 

Era tjuesto lo stesso che firmò una delle prime 
proteste dei cittadini contro la restaurazione gran- 

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«so 
dacale, lòchè fii causa della rìnoncia del iP'abbrl 
dalla direzione del Municipio. Egli fa par quello che 
oltenne di subire in luogo del padre la prigionia col 
venne condannato per negletta delazione d*armd 
proibita. 

Raffaello Nanni^ livornese^ d'anni US, con moglie, 
negoziante. 

Era desso uno dei detenuti che da pochi giorni erasi 
congiunto in matrimonio al momento in cui veime 
carcerato. Stette, se non siamo male informati, oltre 
un anno senza veder la giovane moglie, e quando, 
dopo quel periodo, potè parlarle, ciò avvenne, in 
presenza di secondini e custodi pesanti ogni parola, 
studiauti ogni occhiata. 

Riccardo Ghezzi, livornese, d'anni 23, celibe^ fab- 
bro (detto Mondo). 

Giuseppe Guocini, livornese, d'anni 38, con moglie 
e figli, legnaiuolo (detto Beppone). 

Giuseppe Noceri o degli Innocenti, livornese, di 
anni 36, con moglie e figli, intagliatore e stipettaio. 

Giuseppe Fedì, livornese, d'anni 30, celibe, scrivano 
di banco: 

Vincenzo Simonti, livornese, d'anni 30, celibe, 
facchino (detto Cèncino): 

Giovanni Marchi, livornese, d'anni 88, con moglie, 
facchino (detto il Morino): 

Giovanni Getti, livornese, d'anni 2S, con moglie e 
3 figli, sellaio (detto il Rossinó): 

Cristoforo Fabbri, livornese, d'anni 29, celibe, sarto: 

Egisto Memmi, livornese, d'anni 22, orefice: 

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fiiirico Guarducci, livornese, d^anni 2i, celibe > 
sensale. 

Antonio Soi^ di Castelnuovo nella Garfagnana, di 
anni 28, celibe, st^naio : 

Damaso Malfanti, livornese, d'anni 30, con moglie e 
figli, falegname: 

Santi Traversi, livornese, d'anni 34, con moglie e 
5 figli, muratore (detto il Santino) : 

Giovanni Barbini, livornese, d'anni 25, con moglie e 
figli, scarpellino (detto il Rosso): 

Giuseppe Pucci, livornese, d'anni 22, fonditore in 
ottone: 

Niecola Dominici, livornese, d'anni 26, con moglie 
e 2 figli, calzolaio: 

Pasquale Savi, livornese, d'anni 24, navicellaio 
(detto il Gobbo): 

Era esso pure da pochi giorni ammogliato e quasi 
delirava per la separazione delia giovane consorte, 
vaghissima popolana, di cui era ardentemente inna- 
morato. 

Luigi Bartelloni, livornese, d'anni 81, con moglie 
e figli, bottaio: 

Francesco Cambiaso, livornese, d'anni 32, con mo- 
glie e 3 figli, fornaio: 

Tommaso Falleni, livornese, d'anni 27, celibe, fac- 
chino di dogana. 

Lodovico Maconi, livornese, d'anni 17, celibe, ne- 
goziante: 
Claudio Nuti, livornese, d'anni 30, celibe, tornitore: 
Roberto Nuti, livornese, d'anni 22, celibe, sarto: 



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Vincenzo Nati, livotuesé, d'anni 1^, con moglie e 
figli, falegname (i): 

Alessandro Pecorini, livornese, d' anni 28, con mo- 
glie e figli, negoziante: .* 

Riccardo Benedetti, livornese, d'anni 25, celibe, cal- 
zolaio: 

Oiovanni Calenzuoli, livornese, d'anni 40, con mo- 
glie e figli, falegname: 

Antonio RenucQi, livornese, d' anni 30, con moglie 
e figli (detto Picciùne^ calzolaio. 

Dionisio Magnascbi, di Santa Fiofa, d'anni 38, con 
moglie, sarto. 

Angiolo Simonti, livornese,- d'anni 24, con moglie 
e figli, facchino: 

Angiolo Michelini, di Piggiorano, d'anni 29, am- 
mogliato con figli, maestro di aritmetica è tipografo: 

Enrico Siratford (Aldboroogh) d'anni 28, inglese, pos- 
sidente : 

Carlo Stratford (Aldborough), d'anni 21, inglese, pos- 
sidente: 

Edoardo Stratford (Aldboroogh) d'anni 19, inglese *. 

Questi tre giovani , da varii anni stabiliti in Li- 
vorno, abitavano colla madre in una villa prossima 
alla città; il primo era nato a Parigi, li altri nel 
Belgio, e la madre li aveva cresciuti nella religione 

(I) Ad uno dei Nuli deve Io scrittore di questi Ceooi 
grata ricordanza, per avergli, in prigione, inviato in dooo 
una graziossima toelette da esso lavorata stando nelle Mu- 
rate di Firenze in segno di gratitudine per quaiche sigtro 
fatto nascostamente pervenire ad esso e a quaofti più pò* 
le^ fr^ i suoi «ompagoi. 



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123 
riformaia. Essi erano Agli naturali del noto lord Àld- 
borough, defunto, e nel quale si spense il nome ma- 
gnatizio. La massima loro col|)a consistè nel!' accogliere 
nella casa suburbana da essi abitata parecchi citta- 
dini livornesi di sentimenti esaltati coi quali scam- 
biavano patriottici desiderii ed a cui comunicavano 
notizie di Francia d'onde allora credeasi potesse ve- 
nire il risorgimento italiano, momentaneamente com- 
presso dalla reazione. 

Attilio Girard, livornese, d' anni 23, celibe, nego- 
ziante: 

Domenico Poli, livornese, d'anni 35, celibe, sarto: 

Giovan-Battista Pagano, livornese, d'anni 3S, coniu- 
gato, con figlio, tipografo: 

Antonio Giannini, livornese, d'anni 28, celibe, viag- 
giatore di commercio: 

Filippo Uli Vieri, livornese, d'anni 40, celibe, sarto: 

Luigi Boldrini, livornese, d'anni 29, con moglie e 
figli, sensale. 

Dopo varie settimane d'isolata prigionia, gli accu- 
sati vennero tutti condotti nelle case-matte della For- 
tezza Vecchia e costi tenuti ancora tre mesi. 

Un mattino, all'ora della colazione, furono tutti 
frettolosamente riuniti. 

Era il 20 dicembre ISSI. 

I prigionieri, che ebbero appena il tempo di get- 
tarsi sulle spalle un gabbano o qualche altro oggetto 
di* vestiario per difendersi dalla inclemenza della sta- 
gione, si videro disporre in una lunga linea, quasi 
in mezzo alla piazzetta interna, prossima all'ingresso 

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1 



della fortezza e nella quale hanno luogo li eserdàì 
del cannone. . 

Essi erano intieramente circondati da duplice fila 
di soldati austriaci completamente armati. Alcuni of- 
ficiali, riuniti in gruppo, sHàvano loro dirimpetto. 

La massima parte dei detenuti erano ilari e spe- 
ranzosi, giacché, sapendosi incolpevoli, avevano fidu- 
cia che quel solenne apparecchio fosse destinato a far 
loro udire un paterno ammonimento, un elogio ob- 
bligato della magnanimità dell' imperiale e reale go- 
verno e quindi l'ordine della immediata scarcera- 
zione. 

Taluni non avevano creduto neppure necessario 
d'interrompere la loro colazione, e fra li altri il Calvi 
era venuto beatamente sbocconcellando una grande 
fetta di pane imburrato avanzatagli del suo cafG& col 
latte. 

Pertanto, al segno di un aiutante, fecesi udire un 
lungo rullo di tamburo, ed uno degli ufficiali, sguai- 
nando la spada, si mise a leggere con voce nasale, 
trascicante e quasi incomprensibile, tanto era barbaro 
l'accento italiano da esso adoperato, una sentenza con- 
cepita nel seguente tenore ; 

u Fino dai primi mesi dell'anno 1850 e durante 
l'anno 1851 si organò ed ebbe vita in Livorno una 
società segreta composta di un comitato direttivo , 
di sezioni , di squadre e di affiliati , la qual società 
aveva per iscopo di procurare i mezzi per una» sol- 
levazione armata onde atterrare il legittimo governo 
ed attivarne uno repubblicano e democratico. Questa 



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128 
società, cosi formata, per raggiungere V intento pre- 
fisso si adoperò ad accrescere continuamente il nu- 
mero dei socii, e a diffondere i principii dei quali 
era animata, col mezzo della stampa clandestina, pub- 
blicfindo e quindi diffondendo scritti ripieni di mas- 
sime sovversive, fra i quali merita speciale menzione 
il giornale L'Apostolo. 

n ^1 ConsiglìQ di guerra, legalmente adunato nei 
giorni il, 12 e 13 settembre 1851, sulle resultanze 
della procedura istruita, previa la prova del fatto, 
ritenne convinti e confessi di avere avuto parte attiva 
nella sòpradescritta società segreta democratica li ap^ 
presso individui: » 

E qui r ufficiale nominò trentotto degli accusati, 
dal Pergola sino al Michelina , proseguendo dappoi : 
tt In conseguenza di che, li dichiarò tutti rei del 
delitto di perduellione contro il governo legittimo 
della Toscana, ed a forma della notificazione del 18 
dicembre 1819 e degli articoli s^ di guerra e 61^ del 
codice penale militare, li condannò » qui la voce del- 
l'ufficiale austriaco si fé' più sonora e sibilante a nella 
pena di morte da eseguirai mediante la forca....» 

II Calvi, che stava empiendosi la bocca coU'ultimo 
pezzo di crostino imburrato, non capi nulla in questa 
sinistra frase finale giacché l'accento del lettore faceasi 
imbrogliato ed incomprensibile. £i credette aver in- 
teso menzionare la polka anziché la forca. 

Perciò, tutto attonito, si volse al Nanni che gli 
stava accanto, e urtandolo net gomito, gli mormorò : 
— Ohèl... che vuol egli dire, da eseguirsi me- 
diante la polka ? 

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— La forca, pardiol — rispose fremendo Rafibello] 
Nanni. 

Il boccone andò attraverso l'esofago al povero Calvi 1 
il quale, anziché morire impiccato, corse imaiinente j 
rischio di morire, li, sull'atto, soffocato. 

Senz'accorgersi di questo incidente tragi-comico,] 
l'ufQciale continuò impassibilmente: 

u Lo stesso consiglio di guerra ritenne inoltre re- 
spettivaroenle convinti e confessi e dichiarò rei : En- 
rico Stratford di partecipazione al delitto di perdoei- 
lione e di detenzione di armi proibite, e lo condannò 
nella pena di morte da eseguirsi mediante la forca; 
Edoardo Stratford , di detenzione di armi vietate e 
di partecipazione alla stampa di scritti rivoluzionarii, 
e lo condannò alla pena di morte mediante fucilazione; 
Carlo Stratford, di partecipazione alla stampa di scritti 
rivoluzionarii e lo condannò alla pena della deten- 
zione in ferri nelle carceri d'una fortezza per un 
anno; Attilio Girard, di partecipazione alla ^ampa di 
scritti rivoluzionarii e lo condannò alla pena della 
detenzione in ferri nelle carceri d'una fortezza per 
tre anni; Domenico Poli, del delitto di lesa maestà 
in secondo grado, per essere stato autore di alcuni 
scritti contenente massime rivoluzionarie, ed infamanti 
il governo legittimo ed i suoi ministri, e lo condannò 
alla pena della detenzione nelle carceri d' una for- 
tezza per cinque anni; G. B. Pagano, del delitto di 
stampa di scritti d'indole sovversiva e lo condannò 
nella pena della detenzione in ferri nelle carceri d'una 
fortezza per tre anni ; Antonio Giannini, di diffusione 



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4M 

li stampe rivolazioiuffie , e lo ooodaaDò nalla pena 
Iella detenzione in ferri nelle earceri d'una fortez:^ 
>er tre anni; Filippo Ulivieri^ di partecipazione alla 
riunione della società segreta deniocratica e di diffa- 
;ione di stampati rivoluzionarii, e lo condannò nella 
pena della detenzione in ferri nelle carceri d' una 
fortezza per due anni; e finalmente Luigi Boldrinì, 
di partecipazione alle riunioni della società segreta 
democratica e di aver &tto lettura nelle medesime 
di alcuni stampati rivoluzionarli, e lo condannò nella 
pena del carcere in ferri per sei mesi, h 

Dopo questa confortante comunicazione, i condan- 
nati vennero restituiti alle loro prigioni. 

Ma di là a non molto, allorquando fu creduto che 
avessero bastantemente assapoirato V amarezza della 
loro posizione, s'intesero di bel nuovo intimare il ri- 
torno alla presenza della soldatesca , e non pochi ri- 
tennero per certo essere ora mai per essi venuto Tul- 
timo momento. 

Il solito ufficiale era nel solito luogo colla solita scor- 
ta; e col cerimoniale solito, prese egli a dire, con voce 
più stridula e con accento meno che oAai iatelligibile : 
M La sentenza testé comunicata ai condannati fa 
in via di giustizia approvata da sua eccellenza il si- 
gnor fejd-maresciallo conte Radetzky, comandante 
supremo l'imperiale e reale armata in Italia; però^ 
in via di grazia, ed avuto riguardo alle leggi vigenti 
nel granducato di Toscana, furono le pene pronun- 
ciate dal Consiglio di guerra, dall'eccellenza sua nel 
seguente modo mitigate; tatti gli individui condan- 



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1 



128 
nati alla pena di morte farono della mededesima gra- 
ziati, ed alla detta pena ed alle altre contenute nella 
sentenza vennero sostituite le appresso : 12 anni di 
detenzione in carcere per Ferdinando Damerini, Rai- 
mondo Ghezzi, Giuseppe Guccini, Giuseppe degli In- 
nocenti Noceri^ Giuseppe Fedi, Vincenzo Simonti, 
Pasquale Savi ed Antonio Renucci: 10 anni di de- 
tenzione in carcere per Vincenzo Calvi, Agostino Mi- 
cheli, Cesare Botta ed Eorico Stratford: 6 anni di 
detenzione in carceriB per Temistocle Pergola, Gio- 
vanni Marchi, Giovanni Getti, Egisto Memmi, Anto- 
nio Soi, Damaso Malfanti, Tommaso Falleni, Vincenzo 
Nuti, Edoardo Stratford, Angiolo Michelini e Raffaello 
Nanni ; 4 anni di detenzione in carcere per Cristo- 
foro Fabbri, Enrico Guarducci, Santi Traversi, Gio- 
vanni Barbini , Giuseppe Pucci , Niccola Dominici , 
Luigi Bartelloni, Francesco Cambiaso, Lodovico Ma- 
coni, Claudio Nuti, Alessandro Pecorini, Roberto Nuti, 
Baldassare Bencreati, Giovanni Calenzuoli, Dionisio 
Magnaschi ed Angelo Simonti, ed a 2 anni di deten- 
zione in carcere per Riccardo Benedetti e Attilio Gi- 
rard ; 6 mesi di detenzione in carcere per Filippo 
Ulivierì, Domenico Poli e Giovan-Battista Pagano ; 
3 mesi di detenzione in carcere per Antonio Gian- 
nini, e finalmente venne valutata come pena a Luigi 
Boldrini ed a Carlo Stratford la carcerazione sofferta 
pendente la procedura. » 

« Cosi la sentenza è stata in questo giorno pub- 
blicata e sarà posta in esecuzione — li 20 decem- 
bre i8Sl. Firmato: Conte F. Crennemlle, generale 
maggiore, n 

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Reiotegrati nelle carceri, iocominciò pei quaranta- 
cinque condannati Fespiazione della ingiusta ed arbi- 
traria loro pena. 

Frattanto le strettezze finanziarie di taluni coll'accre- 
scersi della detenzione andavansi accrescendo, e le 
loro famiglie soffrivano , oltre tante altre angoscio, 
anco i duri morsi della fame: molti prigionieri re- 
clamavano, come distrazione ad un tempo e per uti- 
lizzare le lunghe ore del carcere, di potere esercitare 
il respettivo mestiere. Ora, siccome nel recinto d'una 
fortezza mal poteasì soddisfare a si mpdesta pretesa, 
e dacché i custodi eransi accorti che non vale vigi- 
lanza assidua contro gli espedienti e la costanza in- 
gegnosa dei più intimi parenti, dei più fedeli amici, 
fu disposto, verso la metà dell'anno i8!52, che tutti 
1 prigionieri venissero traslocati nelle carceri peni- 
tenziarie centrali, cioè a Firenze. 

Colà, dopo pochi giorni di permanenza, li Slratford, 
visitati da un segretario della legazione d'Inghilterra e 
dair inviato straordinario francese, Giovacchino Murat, 
di passaggio per la metropoli toscana, ottennero una 
commutazione di pena nell'esilio. 

E i due fratelli ebbero la soddisfazione, dopo aver 
vestito l'assisa da marinai americani, di passeg- 
giare per le vie di Livorno senza che i loro nemici 
ed ì loro giudici osassero nemmeno guardarli in viso, 
perocché li ufficiali della fregata degli Stati-Uniti che 
doveva trasportare li Stratford su più libero conti- 
nente, si erano data parola d' infliggere severo gastigo 
al primo Austriaco che avesse osato alzare su. di essi 
stragi di Livorno, 9 

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130 

e sui nuovi loro coUeghi torvo lo sguardo ed arci- 
gno il volto. 

Dopo pochi giorni anche il Girard, per intervento 
dell'ambasciata francese, parti alla .volta di Marsiglia. 

Gli altri rimasero perchè non ebbero la fortuna 
di nascere sotto governo possente e logico anche nei 
proprii traviamenti e rigori. 

Con varia vicenda di avversità, di dolori, di pic- 
coli incidenti che agli occhi dèi prigioniero acqui- 
stano le proporzioni di grandi avvenimenti, essi re- 
starono per oltre un anno chiusi separatamente nelle 
anguste e squallide celle delle Murate, solo nelle ore 
diurne essendo permesso a taluni il privilegio di ren- 
dersi visita scambievole. Poi, questa infrazione alia 
disciplina delio stabilimento, allora più che in oggi 
rigorosamente applicata, sembrando incomportabile al 
direttore ed al sopraiotendente, i quali giornalmente 
si lagnavano dì atti d'indisciplina, di rumori, di 
canti e di altri riprovevolissimi abusi non consentiti 
dalla santità puritana di quel locale-modello, fu ai 
prigionieri livornesi apprestato apposito locale dietro 
alle carceri pretoriali del palazzo detto del Bargello, 
e precisamente laddove sino agli ultimi tempi ven- 
nero detenute le donne sotto processo o condannate 
a lievissima pena. 

E giunto il i8t54, dopo che molti di essi si eb- 
bero minata la salute, e quasi tutti, li interessi, riu- 
scirono ad avere, taluni la rimissione del rimanente 
tempo della pena, tali altri la commutazione del car- 
cere nell'esilio fuori d'Italia. 



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131 



XI. 
LI ESULI 

DEL GRAN PROGESSO TOSCANO DI LESA MaESTA' 
E IL CONTE DI CrENNEYILLE. 

Abbiamo accennato^ saltuariamente^ al colossale pro- 
cesso che la Restaurazione credette indispensabile al 
proprio onore dovere intentare sotto il titolo di Per- 
duellione, contro i governanti della fine del 1848 e 
del principio del 1849, affine di poter dimostrare 
come il granducato toscano fosse dai demagoghi ri. 
dotto a tale sfacelo ed in tanto scompiglio da non 
ipolervisi repristinare l'ordine e il rispetto air auto- 
rità, come li intendono i despoti, fuorché coir inter- 
vento delle baionette straniere. 

La lunga procedura fu avviata per le cure di un 
tal Viti, allora commesso al Fisco, oggi direttore della 
polizia municipale, ed in sul principio vi furono com- 
prese parecchie dozzine di cittadini. 

Poi, sulle osservazioni dei ministri inglese e fran- 
cese, i quali diceano al granduca aver eglino, a nome 
del proprio governo, riconosciuto il governo prov-. 
visorio democratico almeno come un governo di fatto, 
e non poter quindi permettere T eccidio di uomini 
i quali, alla fin fine, aveano preservato il paese da 
una completa anarchia all'abbaudono del principe^ si 
stette in forse del mandare innanzi il processo. 

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iS2 

Finalmeote, pei consigli e per li impalsi dei peg- 
giori consiglieri granducali > il processo venne pro- 
seguito, e i dibattimenti ebbero luogo, perdurante 
undici mesi, nella sala delta del Buon Umore — ed 
un beir umore doveva esser colui che scelse quel lo- 
cale sin allora destinato alle pacifiche adunanze agra- 
rie dell'Accademia dei Gerogofili. 

Nulla diremo delle drammatiche, e anco comiche 
vicende di quel processo circa il quale esistono do- 
cumenti e rendiconti bastevolì a riempiere da sé soli 
una intiera biblioteca. Nulla diremo della accusa che non 
saprem chiamare o più scempiata od iniqua, rappre- 
sentata da un regio procuratore generale, avvocato 
Bicchierai, il quale s'affaticò acciò fosse confezionato 
un nuovo codice criminale che ristabiliva la pena di 
morte pei delitti di maestà affine di darsi il gusto 
di domandarne, retroattivamente, l'applicazione con- 
tro taluno dei pretesi rei. 

Bensì, venendo alla conclusione del processo , che 
in qualche modo si cx)llega al soggetto del presente 
libro, diremo che dei moltissimi accusati, undici soli 
furono presenti al giudizio, e questi rimasero tutti 
condannali. Ma, all' infuori di quattro, colpiti da più 
forti pene, essi poterono uscire a carcere sofferta, 
come dicesi nel gergo della giustizia criminale, avendo 
tutti subito cinque anni continui di prigionìa. Del- 
l'accusato ch'ebbe, dopo questi, minor punizione, non 
è qui luogo a parlare distesamente. Era un tal Bar- 
tolommeo Capecchi, ex sergente maggiore dei grana- 
tieri toscani , e la voce pubblica lo aveva incolpato. 



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i33 
nel ld48, ddla uecisione del maggior Giovannetti, 
al ritorno della disastrosa catastrofe di Curtatone e 
di Montanara. Condannato a morte dal consiglio di 
guerifa, era poi stato assoluto dai giudici ordinarii, 
cosiitiaeDti quella che allora chiamavasi Corte Regia; 
e vuoisi che non poco contribuisse alla salvezza del 
creduìto reo la brillantissima difesa presentata dal- 
l'avvi^cato Alfonso Andreozzi, e Tattitudine del.popolo^ 
favorévole al condannato a morte. Forse per que- 
st' unica ragione fu esso dappoi compreso nel pro- 
cesso Guerrazzi , non volendosi ritornare su d' una 
causa ornai giudicata e la cui conclusione definitiva 
non poteva revocarsi senza dare ai giudici la taccia 
di vigliaccheria. Al Capecchi, durante la lunga pri- 
gionia come imputato nel processo di lesa maestà, 
die di volta il cervello, e più non videsi che con 
libri di devozione alla mano, i quali suoleva portare 
anco ai pubblici dibattimenti ; egli digiunava, si con- 
fessava, si comunicava, e per mortificazione della 
carne, come diss'egli alla conclusione del processo, 
non volle né appellarsi della sentenza, come fecero 
li altri tre, né accettare l'esilio offerto dal governo 
(dietro pressione dei ministri d' Inghilterra e di Fran- 
cia) e andossene difilato a trascorrere il resto della 
sua prigionia nell' ergastolo sotto le assise di servo 
di pena. • 

I tre condannati, F. D. Guerrazzi, Enrico Montazio 
e Antonio Petracchi si appellarono in Cassazione e 
siccome i giudici medesimi , confabulando familiar- 
menie,convenivanodoveressereinevitabilm6nteoccorse 

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non poche irregolarità in un processo i coi dibatti- 
menti aveano durato undici mesi ; ed erano concordi 
nel dire che la sentenza sarebbe stata cassata ed i tre 
ricorrenti verrebbero inviati dinanzi altra Corte Re- 
gia, cioè quella di Lucca, non v'era nessuna ragione 
per non ritenere che questo interminabile processo 
fosse per godere dell' istesso privilegio della stirpe 
d'Agamennone — la quale, stando alla leggenda mi- 
tologica^ non doveva finir mai. 

Ma tutti n'erano stanchi, incominciando dal go- 
verno al quale i suoi resultamenti non erano stati io 
alcun modo utili, e che già ci aveva gittato via as- 
sai più d'un milione di lire. Al granduca stesso, 
malgrado la corta sua intelligenza, dovette apparire evi- 
dente che quel processo, anziché palliare e giustifi- 
care r intervento austriaco^ constatava anco più pa- 
tentemente di quello che non avesser fatto i libri, i 
giornali, la voce pubblica, quanto legli fosse stato scem- 
piato, perfido e fedifrago. 

In conseguenza di tutto ciò , venendo interpellati 
i tre detenuti se avrebbero accettato, invece della 
pena inflitta loro, la commutazione nell'esilio per- 
petuo dall'Italia, purché tralasciassero l'idea di ri- 
correre in cassazione, dopo qualche titubanza, il cm- 
biamento venne chiesto, ed ottenuto. 

F. D. Guerrazzi parij per il primo, e lo si credendo 
tanto formidabile da non fargli tenere, nella sua via 
alle sponde del mar toscano , la linea della strada 
ferrata, venne messo in una carrozza accuratamente 
chiusa, in compagnia d' un ufficiale di linea. 



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48» 
Gli altri prigionieri furono il di appresso svegliati 
nel colmo delia notte, senza che fosse loro possibile 
il saper preventivamente il giorno della partenza per 
abbracciare ancora una volta le lorofamigiie, alle quali, 
per raffinatezza di barbarie, era rigorosamente vie- 
tato si di accompagnarli nel primo tragitto come di 
fare assieme la via dell'esilio, — inutile crudeltà, la 
quale, in conclusione, non poteva approdare che al 
resultato di far viaggiare da sé sola e con maggiori 
spese una famiglia che avesse avuto in animo di se- 
guire il suo esule. 

Ad essi fu accordato il procedere sino a Livorno 
per strada-ferrata, bensì nel compartimento chiuso 
d' un vagone a parte (quello destinato al trasporto 
dei condannati ordinarii) in compagnia d' un ufficiale 
di linea a cui prestavano man forte quattro gendar- 
mi, collocati in altra parte del vagone. 

A questo punto ci conveniva giungere nel nostro 
racconto affine di dare il saggio forse più lampante 
della stravagantissima ed insieme efferatissima indole 
del conte Crenneville, anco allora, cioè sul finir del 
i8SS, comandante le forze austriache in Livorno. 

Appena furono giunti costà i tre prigionieri , i 
quali oramai aveano diritto di considerarsi come li- 
beri e che solo perchè il governo avesse la mate- 
riale certezza del loro imbarco poteano trovar plau- 
sibile la compagnia d'un ufficiale dell'esercito to- 
scano, cosi vennero condotti nella Fortezza Vecchia, 
e colà (ci coglie ancora un brivido d'indignazione nel 
ricordarlo) rimessi alle pietose cure del già ricordato 

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1S6 
ed esoso profosso BaroneelU che li friigò aocunita- 
menle indosso e tolse loro tutto il danaro. 

Costui cacciò il Petracchi ia una prigione sotter- 
ranea della f<H*tezza, illuaiinata solo da un breve per- 
tugio con duplice inferriata a grossissime sbarre, si- 
tuata presso il soffitto a vòlta. Il rumore perenne 
che solo rompeva la quiete funerea di codesta toaiba 
era quello dei flutti del mare che s' infrajigODo eoo- 
tro il granito dell'esterno mui^glione della careere. 
Ma un altro rumore ivi udivasi nel corso della gior- 
nata : era quello dei cariaggi e degli affusti dei can- 
noni , continuamente messi in moto , al disopra , 
per li esercizii degli artiglieri. E |nù agevole lo im- 
maginarsi che il descrivere il supplizio prodotto da 
quella romba che senza requie rintronava la testa del 
prigioniero, giacché la sua carcere restava precisaaiente 
al di sotto della piazzetta ove aveano luogo tali eser- 
cizii. La' vòlta rendeva più intenso, più prolungato 
il rumore. Il elvelle non può a luogo sopportare 
quel roteare fragoroso, interrotto soltanto per poche 
ore nella notte: havvi rischio di diventar pazzo, e il 
Petracchi, come avvertimmo, eralo, pur troppo, stato 
nei primi tempi della sua prigionia. 

Il Montazio, invece, fu tratto sul culmine della for- 
tezza. La sua piccola carcere, nera, sozza, piena di 
insetti schifosi, riceveva, essa pure, la luce da una 
finestrella a doppie sbarre di ferro collocata al sommo 
della parete. Ma siccome il soffitto era bassissimo , 
condotto a tetto, con grossissime travi, cos^i basUva 
prender io slancio per aggrapparvisi e gettare uiia 

cchiala al di fuori. 

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Ma al di hori non vedeaM nulla , tranne un ca- 
sotto da sentinella perpetuamente abitato da un 
uomo-autonaa €0l fucile in spalla. Quel sito era lo 
spaldo più elevato della fortezza ; perciò at di là della 
guerita non scorgevasi che il cielo..,. E il prigioniero 
lo vedeva a scacchi già da cinque anni !... 

Beasi ndivasi rumore al di là e al disotto del per- 
tugio che decoriamo del litolo di finestra.... e quale 
rumore!... 

ivi era il luogo in cui mettevansi i ferri ai con^ 
dannati alla pena dei lavori forzati alle fortificazioni. 
Non passava ora in cui non si udisse il fragore del 
pesante martello che ribadiva suir incudine Y anello 
alla gamba del galeotto. Spesso il fabbro, forse ine- 
sperto, errava il colpo e facea male al forzato , ed 
allora erano scrosci di pianto e grida strazianti. Tal- 
volta udivasi dar percosse dagli aguzzini e metter 
lamenti pietosi e alzar preghiera di compassione ai 
tormentati.... 

Alla sera, i rumori erano meno spiacevoli. Veni- 
vano a prender aria e cibo su quella vetta alcuni sol- 
dati insieme a varie donne della truppa; — parlando 
tutti durissimi dialetti tedeschi, scambiavano lunghi 
cicalecci) e qualche volta si sforzavano di accordarsi 
in orride canzonacene. 

Per altro, nemmeno di costoro era visibile la per- 
sona e di rado riusciva al prigioniero di afferrare il 
senso delle loro parole. 

Eppoi, verso sera, egli era intento a più seria oc- 
cupazione. 

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188 

AUorqaando il MonUzio fu separato dal Petraechi, 
il profosso che voile, oltre alla consegna dei danari, 
anco qaella dei bagagli, gli disse, veggendo una va- 
ligia più piccola: 

— Costi dentro vi è forse della biancheria T... 

— Si.... 

— Allora la porti seco.... Avrà tempo di potersi 
cambiare.... 

Le menomi frasi ambigue soffermano l'attenzione, 
sempre sull'intesa, dà prigionieri. Quelle parole suo- 
narono sospette al Montazio, che si azzardò a doman- 
dare: 

— Pensate che ai dovremo trattener qui?... A Fi- 
renze ci han detto che saremmo subito imbarcati. 
Non credevamo neppure di fermarci a Livorno... 

— Non ci sono vapori francesi di partenza — ri- 
spose brevemente il profosso. 

La risposta era soddisfacente. Si trattava adunque 
di brevissima sosta. I piroscafi, in quei tempi , an- 
davano da Marsilia a Livorno quasi quotidianamente, 
e gli esuli avean chiesto di potersi fermare in Mar- 
siglia, al che il governo francese aveva consentito 
dopo lunghi giorni di ansiosa aspettazione. 

La valigia era circondata della funicella che aveva 
servito a legare il resto dei bagagli. 

11 profosso non vi fece attenzione. 

Il primo giorno della detenzione, dopo il pome- 
riggio (i prigionieri erano giunti a Livorno alle otto 
del mattino) venne portato un pranzo assai frugale , 
cucinato senza dubbio in qualche gargotte della for- 
tezza. 

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iS9 
Il Montazio lo tpeeò appena.... ma verso sera vi 
fecero ressa d'attorno numerosi e non attesi né desi- 
derati commensali. 

Grossissimi topi, sbucati da tutti i punti dello 
sconne^o pavimento, in parte coperto da un intavo- 
lato a declive destinato air ufficio di pancaccio , si 
gettarono furibondi sulle pietanze ^ collocate in un 
angolo deir intavolato, e in pochi minuti ne fecero 
sparire gli ultimi residui. 

Dopo il lauto banchetto quella irrequieta comitiva 
si die al ballo. 

Insofferente di sif&tti ospiti, ch% senza riguardo 
né timore alcuno circolavano e saltavano dappertutto, 
il prigioniero non seppe trovare altro rimedio che 
lo sciogliere la fune avvolta attorno la valigia e ser- 
virsene come d'un frustone a percuotere la turba 
invaditrice. 

Ma ad ogni dieci minuti conveniva rinnuovare 
quella flagellazione generale. 

I topi , considerandosi come i veri inquilini del 
luogo, trattavano ogni altro a guisa d'intruso e fa- 
cean di tutto per rendergli la vita più dura. 

Fu d'uopo alla fine ceder loro il possesso del terreno. 

II prigioniero, attaccando la corda ad una trave 
del soffitto , se ne fece una specie d' altalena , o , a 
male eguagliare, di un quid simile di hamaCf su cui, 
per i^otersi assidere colle gambe penzoloni, adattò un 
sottilissimo strapunto lacero e laido datogli per com- 
pletare, insieme col pancaccio, il proprio letto. 

Quella pensile stazione aveva non solo il Vantag- 

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CM 

gio di porre ia salvo la persóna da ogni assalto e 
da ogni eoolatto collo schifoso esercito di topi coli 
acqaariierato, ma forniva altresì il godimento di qq 
aria pia respirabile, meltendo TiodividaOy cosi sospeso 
in aria, quasi a livdto della finestra. 

La manovra ora descritta pareva per altro iolri- 
gare moltissimo la sentinella posta di cootro alle 
sbarre del pertugio. 

Il soldato non riusciva a capire che un prigioniero, 
giunto airarduo possesso d'una corda, se ne dovesse 
servire altrimenti che per fare, secondo l'energica 
espressane inglese, tm lancio nelPeternità. 

Alla fine il buon croato non potè resistere alla ten- 
tazione di muovere un'interpellanza. 

— Was bedeutes denn das? — (Che cos'è questa 
faccenda ?) chiese ^K stendendo il braccio libero dd 
fucile verso Tallalena. 

Il fa2ionario forse adoperò la nativa favella suppo- 
nendo che dentro la carcere si trovasse qualche suo 
collega e compatriotta. 

Il povero interpellato aveva la sorte (ed egli se 
n'è dovuto chiamar felice in parecchie eventualità 
della agitata sua esistenza) di essere discretamente po- 
liglotta , perciò non ebbe fatica a rispondergli , ri- 
dendo : 

-- Nichts. Est i8t Bine Mmtse Falle.... (Nulla. È 
una trappola pei topi.) 

Cosi fu rotto ir ghiaccio fra il carcerato e la sen- 
tinella. 

E, a feria corta, siccome questa non temeva di sor- 

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Uì 

prese,pot6fKlodoo)ÌQareconan'oechiata tatti i punti 
sottoposiiji per ingannare le ore della fazione noUarna, 
avviò una conv.ersazioncella, a pezsi e a bocconi^ che 
portò inevitabilmente alla Gognizjk)ne del giovane te-> 
desco la condizione del prìgi<»iiero. 

Allora la sentinella si fermò titubante e parve esi- 
tare come chi sta per riferire una brutta notizia. 
' — Suvvia, dite pure... — gli rispose l'altro per 
Argii animo — avete forse sentito dir qualcosa in- 
torno al nostro destino?... 

— Si. .. 

— Credete dunque che non partiremo cosi presto?... 

— Partirete, ma temo che non sia pel luogo che 
desiderate. 

— Cioè?... 

— 11 conte di Crenneville^ secondo quello che ho 
udito ripetere da varii ufficiali in fort^za, vi ritiene 
per conto del governo austriaco.... Si dice abbiate 
da andare in una delle nostre fortezze in Boemia.... 

La sentinella tacque ad un tratto. Si avvicinava 
l'altra che doveva darle la muta. 

E il prigioniero non ebbe la forza né la volontà 
di attaccar più il discorso con chicchessia.... 

Cosi passarono altri due giorni. Fu accordato, die- 
tro domanda al comandante del forte, di potere scri- 
vere, epperciò vennero dirette lettere alle famiglie, e 
reclami, non al Crenneville, che mettea troppo ri- 
brezzo il dovere scrivere a siffatto uomo, ma ad una 
specie di pagliaccio, un ex-consigliere di Stato, allora 
elevato alla sinecura di commissario granducale presso 



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li governatore austriaco in Livorno, certo Rocco Rob- 
chivecchi, nomo di pochissima ievatnra, ma per lungo 
soggiorno in Aostria familiare colla liogna tedesca^ van- 
taggio di cui pochissimi, anche fra i più intimi del gran- 
duca, aveano sino allora goduto, essendo queir ispida e 
rauca favella troppo in opposizione colla scorrevole 
e molle pronunzia toscana. 

Il Ronchiveochi aveva altri meriti presso il Cren- 
neville e la imperiale e reale altezza che faceva da 
burattino a Pitti. Era d'un affezione feroce alla di- 
nastia lorenese, un reazionario della specie più rara, 
ed aveva scritto un'apologia delle carceri dello Spiel- 
berg , cercando dimostrare come il troppo mite Sil- 
vio Pellico fosse un visionario ed un calunniatore, 
dolcissimo essendo il regime di quella galera e soa- 
vissimi i suoi carnefici ! 

Questa apologia venne stampata nel 1843 m Fi- 
renze e fu dedicata al granduca Leopoldo II che se 
r ebbe molto cara. 

Al Ronchi vecchi oon vennero dirette umili preghiere, 
ma proteste e minacele. 

E queste ebbero qualche frutto immediato, che, a 
buon conto, il giorno appresso venne T ordine che 
il Petracchi ed il Montazio fossero uniti in una sola 
prigione. 

Fu dessa una di quelle caverne situate sotto la 
piazzetta degli esercizii dell' artiglieria delle quali 
facemmo poc'anzi un cenno. Ma almeno era spaziosa, 
la luce e l' aria venivano da un alto finestrone che 
dava sul mare, neanche un topo distruggeva ì viveri 



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143 
Qè rendeva impossibile il riposo; e se il ramore al 
di sopra era cootinuo e molestissimo , se gli insetti 
formicolayano in guisa maravigliosa, se il letto consi- 
steva sempre^ in due sb*apunti ripieni di gusci di 
noce, senza lenzuola né guanciali^ cosicché era d' uopo 
dormire vestiti, se il vitto non riusciva gran fatto 
migliore di quello dei primi giorni, almeno i prigio- 
nieri s'ingegnavano d' ingismnare le lunghe ore d' i- 
nedia conversando insieme. 

Il Petraccbi ignorava allora che le confidenze da 
lui fatte al passeggiero compagno di prigione erano 
le sue confessioni suir orlo del sepolcro. Di là a po- 
chi mesi^ cotesto infelicissimo uomo, che aveva fatto 
venire a Marsiglia i suoi figli e andava avviando un 
commercio di commestibili e salumi con pessimi au- 
spicii, alla vigilia di vedersi carcerato per debiti ove 
mancasse al pagamento d'una cambiale scaduta, ri- 
cevendo una lettera dal Guerrazzi nella quale gli si 
denegava un lieve soccqrso pecuniario, colto dalla di- 
sperazione, gittavasi, in presenza della figlia, da un 
quinto piano d' una delle più alte case del vecchio 
mercato... E piombava sul lastrico già cadavere l... 
Intanto le famiglie dei prigionieri, attonite che non 
venissero da Marsiglia le promesse notizie appena 
sbarcati gli esuli a buon porto, incominciarono ad 
inquietarsi, a interrogare, a istituire ricerche, e fini- 
rono col sapere presso a poco il vero. 

Allora le proteste, i reclami, i rimbrotti fioccarono 
al governo; e soprattutto col concorso dei ministri 
d'Inghilterra e di Francia fu otlipnuto ciò che non. 



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sarebbesi ottenuto mai dalla caparbia eradeità, dalla 
insigne malafede del generale Grenneville: dopo quin- 
dici giorni di trepidasìoni e di morali angoscieal cui 
confronto impallidiscono e perdono il loro squallore 
sin' anco 1 cinque anni di detenzione cellulare tra- 
scorsi allo stabilimento delle Murate , fu concessa la 
partenza. 

In sul far della sera, in Una gondola tutta coperta 
di tela, nascosti ad ogni sguardo — persino a quello 
dei remiganti — il Petracchi e il Montazio, fatti discen- 
dere, per segreta scaletta dalla parte estema della for- 
tezza su d'un angolo della Darsena, vennero fretto- 
lesamente trafugati, come merce di contrabbando, 
sotto la scorta di alcuni gendarmi e poliziotta trave- 
stiti, sino al piroscafo che doveva condurli a Marsi- 
glia, ove già da alcuni giorni trovavasì il Guerrazzi, 
il quale se ne parti di là immediatamente, per ragtoiH 
ohe non è nostro compito il rivelare,.cercaado rifugio 
in Corsica, d'onde, più tardi, fuggì a Genova. 

Anche in suU' ultimo momento il Crenneville si 
compiacque dare disposizioni vessatorie pei due esuli. 
Il piroscafo da esso scelto, fra i tanti che fanno di 
continuo la gita tra Marsiglia e Livorno, fu uno dei 
più sgangherati e dei più lenti. Infatti a mezza stra- 
da il vecchio uocellaccio palustre non batteva più che 
un'ala, essendosi guasta una ruota neìl' impeto dell'ura- 
gano. I posti fissati dall' avaro generale, lasciando in- 
consapevoli i due passeggieri del grettissimo patto, 
erano di terza classe, benché il governo toscano si 
fosse obbligato a fornire mezzi di traspòrto addice- 
cevoli alla posizione sociale degli esiliati. 

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148 

Di ciò farono essi avvertiti solo all'arrivo in Mar- 
siglia, giacché il degno capitano della Ville de Marseille, 
per non offendere la suscettibilità de' suoi ospiti, li 
invitò costantemente alla propria mensa e li fé' al- 
loggiare nelle migliori cabine della prima classe. 

Scesi a terra sul suolo francese^ ove li attendevano 
nuove vessazioni della polizia^ ove il governo toscano 
vedeali con ispavento e donde di continuo pregava 
fossero internati in più inospitale contrada , i due 
esuli seppero non tanto questa ultima cortesia cren- 
nevìllana, come la ridicola premura da esso datasi di 
farli accompagnare sino a indiscreta distanza fuori 
del porto da una brigata di birri travestiti, i quali 
impedirono qualunque comunicazione fra essi e il 
resto dei passaggieri, e l'espresso divieto fatto al ca- 
pitano di accondiscendere alla preghiera dei due esuli 
ove eglino chiedessero di esser scesi a terra , anco 
per brev' ora, su qualsiasi punto del littorale italiano. 

A Marsiglia già era accreditata la nuova ch'essi 
fossero stati fucilati dagli Austriaci nella Fortezza 
Vecchia di Livorno, e codesta notizia infuse ad una 
povera, interessante e bellissima giovanetta che aspet- 
tava colà, da quindici giorni, il proprio padre, i pri- 
mi germi d'una fatale malattia che pochi anni dopo 
la condusse alla pazzia ed alla mortet... 

Ed anco questa tortura alla più innocente delle 
creature umane, anco questo gratuito . assassinio fu 
dovuto alla crudele libidine di persecuzione e di ti- 
rannia da cui si mostrò sempre animato il conte di 
Crenneville t.«. 

stragi di lioorno. 19 

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iU 



XII. 
LA SERA DEL 25 MAGGIO 1869. 

Qaal mal genio^ quale eattivo vento spinse il eonk 
di Crenneville Grashek a vigiUre.di bel Baovo il 
teatro delle sne gesta nei sei anni dell' oeeopazioDe 
austriaca in Livorno — egli, il regolatore e rimf»re- 
sario delle delizie dello stato d'assedio — egli, il pre- 
side e r arbitro quasi esdosivo dei nefandi ooosigli 
di guerra, precedati dalle bastonate, seguiti dai ferri 
corti e lunghi e dai lavori forzati inaspriti eoi di' 
giuno?.... 

Certo se dee riconoscersi Taseendente d'una, fpeesta 
mania la quale conduce irresistibilmeate al precipi* 
zio; se dee creda*si dia prepotenza dalle verUgìoe, 
al magnetismo d' una idea &sa , pertinace , sebbene 
palesemente nocevole e assurda — questo è davvero 
il casot... 

Cosi l'omicida si aggira, tratto da una smania inef- 
fabile che altro non è fuorché la febbre del rimorso, 
sui luoghi ov'egli perpetrò \ più f^oci fra i suoi de- 
litti, ove versò in maggior copia il veleno delle sae 
collere e della sua bile. 

Il puzzo ammorbante dei cadaveri piace airuccello 
da preda e lo attira; dalla marina di Livorno per 
le sottili nari del Crenneville spirava una bressea tutta 



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impregnata di antico odor di sangae rappreso che 
vellicava con acre voluttà l'olfatto pervertito del vec- 
chio conduttore dei croati. 

Certo era codesta, più che una sfida imprudente 
ed ìoapudente, una follia, un delirio; e come al fan- 
ciullo si nega passeggiare sull' orlo di un fiume che 
sotto l'aspetto di quieto ruscello nasconde abissi 
profondi e vortici da cui non è dato scampare, cosi 
dovevasi togliere al Crenneville il passeggiare, fosse 
pur rimesso e non baldanzoso, fosse pure incognito 
e non ostentatamente a tutti riconoscibile, in una città 
in cui aveva macchiato il suo soggiorno con larghi 
sprazzi di sangue. 

Si vuole, dopo secoli d'odio e di accumulato desio 
dt^éndetta, che il popolo italiano, per servire non 
sappiamo a quale interesse politico, a quale diplomatico 
assestamento, a quale combinazioni di alleanze più 
presto disfatte che fatte, stenda la mano all'Austriaco 
e lo chiami fratello.... 

E sia pure. 

Ma mostra di disconoscere li umani affetti e l'in- 
dole di un popolo vivace e pronto, da poco tolto al 
serraggio , al dispotismo, al dominio straniero , chi 
solleva pretesa che l'oblio sia cosi pompleto, profondo, 
cordiale da rivedere senza fremito e senza che truc i 
idee si risveglino nelle più intime latebre dell'anima 
— come un fischio risveglia un nido di vipere — li 
antichi satelliti, le antiche spie, li antichi aguzzini.... 

Di chi è la colpa, se non di essi, se il pudore non 
ha più alcuna presa sul loro animo, cosicché credano 

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U8 

|X)ter6 sfidare impanementd , colle labbra att^ggitte 
al noto sorriso schernitore, col volto disposto al so- 
lito ghigno implacabile e truce, le memorie degli ol- 
traggi ingiustamente sofferti, delle sevizie patite, delle 
brutalità non giustificate da alcuna umana legge? 

La gentilezza d'un popolo ha un limite, passato il 
quale essa diventa schifoso oblio della propria dignità, 
vile noncuranza del proprio onor vilipeso. 

La longanimità dello stoico non va sino a tolle- 
rare senza protesta, senza alcunché il quale accoim 
che il cuore gli batte e la ragione non gli manca, la 
mostra sfacciata dell'antico percussore, la presenza 
insolente di chi lo fé' lungamente infelice, e lo rese 
forse vedovo, forse orfano, forse miserabile, e senza 
forse immenso segno per li uni di orrendo ludibrio, 
per li altri di sterile compassione!.... 

Il conte di Grenneville, giunto in Livorno il 23 
ipaggio 1869, fu subito riconosciuto, ed egli iuito 
fece acciò tutti subito lo riconoscessero. Parve che 
per l'aria della città, un di da lui ridotta al colmo 
della miseria e della disperazione, corresse un fremito, 
un alito infuocato, quasi in un lamento condensati i 
gemiti di mille e mille vittime , il rantolo di mille 
e mille agonie* La polizia — che dice di saper tulio 
e si poco mostra di essere giustamente informata, ret- 
tamente inspirata — non dovea limitarsi ad avver- 
tire con ossequio servile l' ex-mitragliatore austriaco 
come per esso vi fosse qualche pericolo a mostrarsi 
per la città nella quale all'immenso stupore dovea 
necessariamente tener dietro un immenso scoppio 
d'indignazione. 

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149 

La polizia aveva il diritto di dire a sua eccellenza 
— (Mio Dio!... ed havvi chi invidia e cui sembra 
eccellente un siffatto titolo diviso con esseri siffatti t): 
— Udite il vento che precede la tempesta? Sal- 
vatevi. Non v'è Dio che scongiari la vendetta e Tira 
d'un pojjplo intiero !.... 

11 troppo blando ed officioso avvertimento potè in- 
vece passare per eccesso di zelo, e quindi, da uomo 
di tale indole, doveva essere deriso e sprezzato. 

Occorreva il comando, l'intimazione ; occorreva ^^ 
vivaddio! — lo sfratto forzato per amore del tanto 
caro ordine pubblico, in prò della tanto curata e tu- 
telata quiete cittadina ^^ occorrevano i modi del re- 
gime crennevillano.... Con ogni persona , per essere 
intesi , bisogna parlare il linguaggio eh' ella parla ^ 
quando è campana che non risuona se non all'urto d'un 
batacchio!... 

Noi non staremo a ripetere ciò che lutti i gior- 
nali han narrato. 

Cedendo ai rispettosi e benevoli consigli della po- 
lizia, il Crenneville si recò a Pisa, poi^ improvvisa- 
mente, inattesamente, tornò a Livorno, ove lo si cre- 
deva dagli agenti stessi vigilanti a sua difesa ^ per sem- 
pre partito. 

Verso sera, il 25 maggio decorso, egli dirigeasi 
verso lo scalo della Darsena che è rimpetto al mo- 
numento eretto a Ferdinando I — quel gruppo co- 
lossale che già accennammo col nomignolo popolare 
del Gigante, presso al quale li Austriaci, nel 1840, 
nel momento della loro espugnazione di Livorno, fu- 

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ittO 
cilarooo tanti inermi Innocènti. ^ Colà era una bar- 
chetta che doveva trasportarlo nel vicino porto , al 
piroscafo sul quale contava raddursi a Nizza. 

Gli era indivisibile compagno il console generale 
austriaco in Livorno , un Niccola de Inghirami Pei 
— che crediamo spettante a famiglia volterrana , e 
che il popolo avvolgeva nella collera rìsve^iafasi 
d'un tratto alla presenza del Crenneville, per essere 
sviscerato amico del governo a cui serviva d' inter- 
mediario e di rappresentante , anco in temi» in cm 
per un italiano il servir TAustria non era pregio da 
andarne altero. , 

Il tempo nebbioso e fosco impediva il dìsceroere 
i circostanti. Perciò né il generale, né l'amico e guida 
inseparabile , né forse i barcaiuoli che apprestafvaso 
il navicèllo si accorsero di taluni uomini che acoo- 
stavansi con precauzione al gruppo dei via|[giatori e 
che probabilmente gli teneano dietro da qualche tempo. 

Lasciamo parlare un testimone oculare : 

« Appena il conte Crenneville pose il piede sai- 
Torlo del barchetto per saltarvi dentro, un uomo, e 
forse due, si staccarono da quelli che stavano in os- 
servazione seguitandolo. Tosto un colpo di pogoale 
gli trafisse il volto, ma colui che lo vibrava si sea- 
gliò sul generale con tanto impeto^ che il percosso^ 
prima di esser colpito di bel nuovo dallo stiletto che 
stava alzato su di lui, andò a ruzzolare in fondo al 
navicello. Un altro assassino (che con diverso nome 
non possiamo chiamare chi assalisce in simil modo) 
si gettò suir Inghirami e lo trafisse mortalmente 
uel petto, n 

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i8t 

Non dobbiamo tacere che in sai pritno momento 
fu creduto che il cdpo fosse uno solo da una sola 
mano vibrato. E fu scritto che « il pugnale , scivo- 
lato 'dal punto cui era diretto^ andò a colpire , con 
tutto r impeto della vigoria che gli impresse la mano 
assassina^ il signor Inghirami^ che accompagnava il 
generale, e lo feri mortalmente. » 

Comunque sia, lasciando che la procedura, fino dal 
di appresso avviata coir arresto di molti individui 
sospetti, metta in chiaro i precisi particolari del fatto, 
resta a dirsi che il conte Crenneville, curata la fe- 
rita alla prima farmacia li vicina, si restituì all'al- 
bergo ove non si fece vivo per pochi giorni, giac- 
ché la ferita era più grave e maligna di quello che 
a prima giunta paresse o si volesse far credere. 

In quanto air Inghiramì , sdraiatone il corpo su 
d'uno strato di panni e di tende in guisa da formare 
un materasso, venne ricónosduto ben presto dal chi- 
mico accorso come non fosse più che un cadavere. 
Gli aggressori si diedero ad istantanea rapidissima 
fuga. Sul luogo, è certo che al momento della ag- 
gressione, nessuno fu arrestato. Solo il di seguente, 
come ebbe a dire il giorno successivo , alla seduta 
della Camera dei Deputati , il ministro dell' interno, 
rispondendo ad una interpellanza mossagli dal rap- 
presentante Massari, vennero condotti in carcere quat- 
t(>rdici individui, gravemente indiziali.... E per un 
colpo solo, quattordici gravemente indiziati ci paiono 
troppi !... 
A dar maggiore proporzione al brutto fatto, a to- 

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t52 

gUere forse al delinqaente porzione ddU empatìa o 
della commiserazione di gran parte del popolo, è 
è siato detto dai giornali e dalie corrispondenze che 
quell'attentato non doveasi considerare come un Tatto 
isolato , ma che l'assassinio tentato sul Grenneviile 
e commesso suU'Ingbirami coUegavasi ad una pre- 
tesa congiura di pugnalatori e di assassini. 

E mettiam pegno, sin d'ora, che tutto tìò non sarà 
che una amplificazione rettorica poliziesca, a cui i 
pubblici dibattimenti giudiziarii soffieran dentro co- 
me una bolla di sapone, fino che scoppi e si risolva 
in una stilla d'acqua. 

Intanto i giornali di Vienna, in data del 3 giugno, 
pubblicavano un paragrafo che teniano a registrare 
acciò , quando che sia , apparisca come i fogli del 
nostro nuovo alleato sieno bene informati. 

u s. E. il gran ciambellano, generale di artiglieria 
conte Grenneviile, è giunto a Vienna, dopo esser stato 
di passaggio in Firenze, ove ricevette le condogliaose 
di S. M. il re d' Italia, sabato sera, 29 maggio , col 
treno postale della ferrovia del sud. Egli è ancora 
mollo sofferente, giacché le ferite ricevute dell'atten- 
tato di Livorno sono profonde e di carattere tale da 
cagionare maggior dolore che non fosse da credersi 
dietro le prime notizie; tuttavia si può ritenere eli- 
minato qualunque pericolo. Come fu annunziato, i 
due autori dell'aggressione vennero arrestati e ri- 
messi al giudice inquirente. Uno di essi è livornese, 
di nome Dodoli, chiamato anche Piva, e vuoisi fosse 
upo dei Mille di Marsala. L'altro è un emigrato ro- 
mano chiamato per soprannome Ciucci, n 

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Contemporaneamente ì giornali fiorentini pubbli- 
cavano la seguente notizia, apparentemente comunicata 
dalla autorità giudiziaria. 

« La Corte Suprema di Cassazione di Firenze , 
nella sua seduta del 12 giugno, per motivi di sicu- 
rezza pubblica ha deciso che la causa la quale va 
istruendosi a Lucca contro li autori dell' omicidio del- 
l' Inghirami-Fei e del tentato omicidio sul: generale 
austriaco di Crenneville, dovrà essere giudicata dalla 
Corte d'Assise di Lucca anziché da quella di Livorno. 
Vuoisi che la procedura vada raccogliendo gli ele- 
menti di prova per porre in essere che alcuno dei 
presenti non erano estranei alla società criminosa la 
quale si adoperò ad agevolare la fuga del famigerato 
Ceneri (di Bologna) e commise in Livorno altri mis- 
fatti sin qui rimasti impuniti. » 

Le spoglie dell' Inghirami — u uomo (secondo la 
corrispondenza d'un giornale semi-ministeriale fio- 
rentino) eh' era assai stimato e che durante la sua 
vita intemerata ed operosa aveva fatto del bene a 
molti e male a nessuno n vennero sepolte con mode- 
ste esequie nel camposanto della Misericordia di Li- 
vorno. 

li L' Imperator d'Austria (è adesso un altro giornale 
che narra, in data del 15 giugno) profondamente 
rattristato dal fatto atroce di Livorno, ha divisato 
d'onorare la memoria dell'infelice Inghirami ordi- 
nando che a proprie spese gli sia collocata una la- 
pide nel luogo della sepoltura. S. M. « (notisi il para- 
grafo) n con codesta manifestazione intende non solo 

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Itti 
di mandar ricordati i servigi! di un antico ed affe- 
zionato servitore^ ma bensì d' associarsi al sentimento 
d* indignazione che si sollevò in tutta Italia e che 
ebbe un eco anche in Austria. Circa cotesto luttuoso 
avvenimento -^ conclude il giornale — cade in ac- 
concio r annunziare che sua maestà apostolica (!) ha 
risposto alla lettera di condoglianza direttagli da 
S. M. il re d'Italia e lo fece in termini oltremodo 
amichevoli e rispondenti al concetto che il fatto, per 
quanto doloroso, non avrebbe potuto influire sui buoni 
rapporti che legano attualmente i due paesi, comechè 
imputabile a elei iniserabili e non ad una intiera na- 
zione, n 

Questo articolo, di evidente provenienza austrìaca, 
e che ha un profumo di antico consiglio aulico che 
ammorba, merita qualche commento. 

Che il re d'Italia abbia fatto condoglianze airim^ 
peratore, è cosa che sta nei buoni termini della con- 
venienza e della diplomazia. L' idea soltanto che il 
fatto di pochi individui, e, nella nostra mente, d'una 
vendetta puramente privata, dovesse ascriversi a torto 
d' una intiera nazione , non potrebbe spuntare che 
in un cervello leso e bislacco, e questo concetto ma- 
lamente adombrato nel giornale austriaco ci fa pen- 
sare ai tempi della politica metternicchiana ed ai 
Quos ego dei Nettuni che col tridente infranto pre- 
tendeano frenare le tempeste delle nazioni. 

L'uomo li uomini che vollero immolare il Cren- 
neville e che, inavvertentemente, a creder nostro, uc- 
cisero il suo imprudente e troppo fido Acate, non è 

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1»3 
a iiOQ sono miserabili , ma sibbene gente esaltala > 
a cui il furore e li aDtichi rancori e la giurata ven- 
cletia ministrarono Tarme, più che noi la ministrasse 
la setta o la congiura. 

Allorquando la stampa e le lettere unanimemente 
ci descrivono la sdegnosa sorpresa sollevata dalT a- 
s petto obliato del feroce luogotenente del feldmare- 
sciallo Radetzky, non abbiamo bisogno di ricorrere a 
romanzeschi patti di sangue, a congreghe tenebrose, 
come ai tempi dei Ciolli e compag^, della truce so- 
cietà deirago Infernale. 

Quali fossero il disgusto e l'ira eccitati in Livorno 
alla comparsa delT esecrato governatore dello stato 
d'assedio, dipinge, con sbiaditi colori, questa lettera 
livornese diretta al moderatissimo foglio /{ Corriere 
Italiano il giorno dopo l'incompiuto misfatto. 

u Ad una voce, e le autorità ed i cittadini livor- 
nesi biasimano T atto di eccessiva imprudenza e quasi 
di stolta provocazione del generale austriaco, conte 
Crenneville, il quale, dopo avere commessi, nel tempo 
che fu comandante militare e civile a Livorno , atti 
d'inaudita ferocia, di selvaggia brutalità, atti che 
furono giudicati mostruosi eccessi persino dai parti- 
giani più spudorati della restaurazione lorenese, osò 
adesso ritornare in quella città e trattenervisi mal- 
grado i consigli dell' autorità che lo eccitava ad al- 
lontanarsene senza indugio. É inutile il diffonderci 
a ricordare le sevizie ferine, le efferate scelleratezze 
di cui il Crenneville risvegliò colla sua presenza i 
dolorosi ricordi in Livorno. Nessuno però pensava a 

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186 
quei tempi di nefasta memoria. Ma al riveder qui il 
maresciallo austriaco con quell'aria sua burbanzosa 
e tracotante, tutti si mordevano le mani: la passione 
della vendetta è ancora essa una passione che accieca 
e che coir impeto suo vince ogni resistenza. » 

Il Crenneville — oh tempi mutati ! — scese dal- 
l' alto del suo trono di selvaggia albagia, a giustifi- 
care i proprii rigori — e la sua giustificazione è de- 
gna d' un ingegno preclaro > d' un animo delicata, 
d' un cuore sensibile. 

Il Crenneville vuoisi abbia risposto ad un giorna- 
letto livornese che compendiava il suo atto d' accusa, 
non sentire egli il peso di alcun rimorso, nò in nulla 
aver mai ecceduto i limiti del proprio dovere, giac- 
ché d'ogni atto da esso eseguito non mancò mai di 
dar conto all'eccelso governo che lo approvò e Io lodò 
sconfinatamente. 

L' Abendpost, foglio austriaco, smentisce il giorna- 
letto di Livorno, e dice non avere il prode genera/e 
giammai scritto ad alcun giornale, né fatto minacele 
di processi in diffamazione. E ninno rifiuterà cre- 
dere che V Abendpost sia nel vero, e nel falso s'^im- 
pelaghi lo Scoglio, giacché l'indole del Crenneville 
non è di quelle che scendano a giustificazioni colla 
stampa e rendano conto della propria condotta al- 
tro che a Domeneddio^ che ha — le immense braccia 
che tutti sanno per accogliere immenso numero di 
colpevoli — ed a S.M.l' Imperatore, rappresentante 
di Domeneddio in terra. Tutto il resto, per tali es- 
seri é fango e miseria t... 

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157 

Ad Ogni modo^ se il Crenneyille avesse risposto^ 
sarebbe ovvio il dimostrare come il braccio del sica- 
rio che eseguisce è più vile e non meno colpevole 
della mente che concepisce i delitti di lesa natura, di 
lesa giustizia, di lesa umanità di cui per lunghi se< 
coli r Austria fu rea pertinace e impenitente. 

Concludiamo. 

Nel conte di Crenneville i Livornesi del 1869 vi- 
dero l'uomo delle stragi del 1849. Essi non poterono 
fare astrazione mentale ad un impulso invincibile ed 
instintivo : essi non pensarono alla nuova alleata, al- 
l' Austria incivilita, costituzionale, e forse benevola 
più che altra mai nazione verso l'Italia — dato che 
l'Austria sia nazione e concesso che li interessi sieno 
tanto importanti ed intimi fra essi da cementare 
tale benevolena» e toglierle dal dividere la fragilità, 
insieme alla lucida apparenza, del cristallo boemo. 

I Livornesi videro nel Crenneville il rappresen- 
tante dell'Austria del 1848 e del 49, di colei che i 
padri nostri e li avi ci apprendevano a considerare, 
insieme ai suoi luogotenenti in Italia, come la prima 
e più irreconciliabile nemica della civiltà, della libertà 
e del nome stesso, non che della nazionalità, d'una pa- 
tria di cui essa ci dinegava il governo, il possesso, 
il culto, la lingua.... tutto: Livorno odiò nel Cren- 
neville l'orrida personificazione del giudizio statario: 
il fautore dell'assassinio , dell' omicidio siccome l' u- 
nico modo di retribuire le offese, di sfuggire alla 
ingiustizia, al carcere, alla tortura, al supplizio: Li- 
vorno odiò, odia e considererà sempre, fosse pur se* 

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158 

dato al lato di tutti i re ed imperatori dell'Orienle e 
dell'Occidente, nel pazzo furente e nel barbaro Cren- 
neville, il violatore deirultimo e più intimo santua- 
rio sociale — quello della famiglia: T insultatore della 
pubblica e privata morale; il distruttore d'ogni senso 
d'onestà e di giustizia; il nemico più aoerriaio della 
religione, da lui ridotta a spionaggio, della giustizia, 
da lui avvilita alla parte di suo satellite. 

Livorno considerò nel Crenneville non già l' at- 
tuale cittadino austriaco, non l'uomo della civiltà mo- 
derna: ma un mostro medioevale, che pretese inse- 
gnare e ridurre a dogma Tessere delitto il non te- 
nere aperte, in certe occasioni, chiuse, in certe al- 
tre, le finestre della propria dim<»*a: delitto il non 
denunziare, dentro due ore, l'ospite della propria fa- 
miglia: e delitto lo stringere la mano all'amico per 
carne che non sieno palesemente conosciute come le* 
gittime (i): delitto il color delle vesti, l'accozzo acci- 
dentale di tre colori nei majzzetti, n^li adornamenti 
femminili : delitto certe innocue canzoni : delitto late 
lettura a preferenza d'un'altra : delitto volgersi ad un 
soldato con parole, con cenni e con atti: delitto l'e- 
spressione non bastantemente servile in chi volga la 
la parola ad un governante o allo sciame dei suoi 
servi ed accoliti : delitto l'essere troppo a sé, delitto 
l'esser troppo popolare, delitto il silenzio al pari della 
parola, delitto lo stesso respiro^ dacché i satelliti del 

(i) Le frasi in corsivo sono testualmente copiate dalle 
potiOGazioni emanate sotto il governo del conte Crenne- 
ville. 



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159 
Crenneville considerarono come colpa, nei Livornesi, 
durante lo stato d'assedio, persino il fissar lo sguardo 
verso la marina, perchè quel respiro, quel sospiro, 
queir occhiata parve protesta muta, invocazione di 
riscatto, speranza di vendetta.... 

E la vendetta venne., ma, pur troppo, in sembianza 
di assassìnio. 

Il vero colpevole, però, è daddovero colui che non 
lascia altro mezzo di riparazione ai lunghi oltraggi 
ed agli immeritati patimenti fuorché la colpa e To- 
micidio. 

Chi seminò la disperazione e V ingiustizia non si 
lagni che seco stesso se raccoglie la vendetta sotto 
qualunque forma ella sia ! 



FINE 



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NOTA ALFABETICA 



delle persone (1) mentovate nel presente volume le 
quali ebbero più o meno a soffrire dalla soldatesca 
austriaca in Livorno durante Toccupazione straniera 
dal 1849 al 1854. 



Albanesi Giuseppe 
Albanesi Odoardo 
AdboTough Stratford fratelli 
Andrei Giuseppe di Milano 
Andrelni Luigi 
Ansulni Giorgio 
Archi Antonio 
Sacci Natale 
Baldi Angelo 
Baldini Palmiro 
Baldocci Pietro 
.Bendlcclii Claudio 
Barbini Giovanni 
Bardi Uicliele 
Barelli Giuseppe 
Barlelloni Enrico 
Bartelloni Luigi 
Bassini Domen. di Gampiglia 
Benedetti Biccardo 



Berni Alessandro 
Berni Giovanni 
Berni Hicliele 
Biondi Giovanni 
Biondi Paolo 
Boldrini Luigi 
Bonclielli Carlo 
Booaccorsi Giovanni 
Botta Cesare 
Botta Domenico 
Bru calessi (fratelli) 
Calafati Federico 
Calafati Giovanni 
Galenzoli Giovanni 
Calvi Vincenzo 
Cambiaso Francesco 
Canigiani Baldassarre 
Canigianl Giovanni 
Cappelletti Olinto 



(1) Tutti li indliidiii t cai aomi non sodo seguiti daUMndleazioie 
del luogo di nascita, debbonsl ritenere per livornesi. 



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i62 

Cavallini Giovaccfaino 
Cecchi Iacopo 
Cencio, facchino 
Cerri Angiolo 
Cerri Giuseppe 
Celti Angiolo 
Chiosa Francesco 
CimiMlii BarlolomiD. di Siena 
Colombini Aristodemo 
Colombini Ranieri 
CoDsani Giuseppe 
Consigli Giuseppe 
Contari ni Giovanni 
Damerini Ferdinando 
Damiani Gaspero 
De Serre^ colonnello francese 
Del Chiaro Cesare 
Del Guerra Cesare 
Demi Emilio 
Dodoli Corradlno 
Dominici Niccoia 
Fabbri Cristoforo 
Fabbri ni Giuseppe 
Falcini Luigi 
Falleni Tommaso 
Fedi Giuseppe 
Polpi Pietro, con un garzone, 
Franchi Giovanni 
Frangio i Niccola 
Frangi Riccardo e altri 
Fregosi Ferdinando 
< Frlttelll Enrico 
Froslni Giuseppe 



Garbini Gustavo 

Garbocci Giuseppe 

Geminiani Annuntiata 

Ghez7i Riccardo 

Giacomelli (medico) 

Giannini 

Giannini Antonio 

Girard Attilio 

Gualdi Antonio di Bologna 

Guarducci Enrioo 

Guarducci Giovanni 

Guccini Giuseppe 

Guerrazzi Francesce Dom. 

Lilla Giovanni 

Lombardi Leopoldo 

Lòtlini Pietro 

Laudi Luigi 

Ma inardi Giuseppe e figlio 

Malfantl Damaso 

Marchi Giovanni 

Marcotti Ferdinando 

Mazzola Cesare 

Maioni Lodovico 

Memmi Egislo 

Menicagli Santi 

Michel Giuseppe 

Micheli Agostino 

Michelini Angiolo di Piggiorano 

Mirandoli Luigi 

Monchino^ calderaio 

Monsacrati 

Mootazio Enrico 

Morgantfni 



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Maggini Ciovan Battista 

Magnascbi Dionisio di S. Fiora 

Nanni RaCfaello 

Neri Giovanni 

Neri Giuseppe 

Nocéri (degli Innocenti) Gius. 

Nuli Claudio 

Nuli Giuseppe 

Nuti Roberto 

Nuli Vincenzo 

Odise Santi 

Pacìni Luigi 

Pagano Giovanni Battista 

Pagni Domenico 

Paperini Augusto 

Pardigli Antonio 

Pecorini Alessandro 

Pergola Temistocle 

Pescioli Luigi 

Petracclii Antonio 

Piccini Ferdinando 

Piccioli Amadeo 

Pieri Ferdinando 

Pierotti Giovanni 

Poli Domenico 

Pucci Giuseppe 



163 
Paccini, prete, corso 
Renucci Antonio 
Romiti Ferdinando 
Romiti G. B. di Pontremoli 
Rosselli fratelli 
Rossi Giuseppe ' 

Rossi Luigi di Trento 
Roteili Pasquali e 3 fratelli 
Scaffai Leopoldo 
Sforzi Napoleone 
Simon ti Angiolo 
Simonli Antonio 
Simonti Vincenzo 
Sol Antonio di Gasteinuovo in 

Garfagnana 
Soiiani Jacopo 
Tani Antonio 
Tocci Domenico 
Tofani Adamo 
Tognetti Giovanni 
Traversi Santi 
Tuticci Catone 
Verico Teresa 
Vinci, di Lavagna 
Zanobetti Artidoro, ecc., ecc. 



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POSCRITTO 



Durante la stampa di questo volumetto , ebbe 
luogo a Livorno, il di 20 giugno, al teatro Gol- 
doni, una assemblea popolare per protestare con- 
tro una lettera pubblicata dal conte di Grenne- 
ville sui giornali austriaci nella quale trattavasi 
di testimonianze di simpatie da lui ricevute per 
parte dei Livornesi. 

Parlarono in quel MEETING F. D. Guerrazzi, 
Enrico Du Montel ed altri, e fu deliberato di com- 
pilare un MEMORANDUM esponente le sevizie com- 
messe dal conte di Grenneville in Livorno. 

A tutt' oggi quel MEMORANDUM non venne pe- 
ranco pubblicato. 

Quando lo sia , e dopo le risultanze del pro- 
cesso criminale che ora viene istruito a Lucca 
contro i pretesi assassini del Grenneville e del- 
l' Inghirami-Fei , pubblicheremo una Appendice a 



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166 
questo Tolumetto, la qnale farà parte d'altra edi- 
sione. 

Intanto, tutti coloro che avessero comunicazioni 
e rettifiche da fare circa il presente lavoro, sono 
vivamente pregati a dirigere le loro osservazioni, 
di qualunque genere elleno sieno, al sottoscritto, 
il quale le terrà a calcolo in una successiva puh- 
blicazione. 

Firenze, 10 luglio 1869. 

ENRfCO MONTAZIO 



1 



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INDICE 



I. Livorno e il suo popolo, dalla prima guerra d' in- 
pendenza ai fatti del 3 settembre 1848 Pag. 5 

II. I Livornesi sotto il governo democr. (1818-49) » 17 

III. La Reazione . ' o 35 

IV. I Livornesi prima deir ingresso degli Austriaci 

in Toscana ...• « .....•» 36 

y. L'assedio di Livorno » 58 

VI. Le prime stragi commesse dagli Austriaci a 

Livorno ....'• » 64 

VII. G. B. Maggini. — Enrico Bartelloni . . . » 7S 
Vili. Ferocia reazionaria* — Fucilazioni. ^ Malte. 

— La Fame e i Ferri » 83 

IX. Le Bastonate. — Altre torture » 101 

X. I processi d'alto tradimento » 115 

XI. Gli esuli del gran processo toscano di Lesa 

Maestà e il conte di CrenneviUe . ...» 1 31 

XII. La sera del 35 maggio 1869 » 146 

Nota Alfabetica di parecchie persone le quali eb- 
bero più meno a soffrire dalla soldatesca 

austriaca in Livorno » 161 

Poscritto » 165 



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