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Full text of "Ricordi di un garibaldino dal 1847-48 al 1900"

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ILial 5-0"^. ('^D-. ir 




Bo-uri'-' 
DEC 7.- 190C 




J^arbarli College iitirarg 

FROM THE 

J. HUNTINGTON WOLCOTT FUND 



Established in 1891 by Roger Wolcott (H. U. 1870), in 

memory of bis father, for " the purchase of books of 

permanent value, the preference to be given to 

Works of History, Politicai Economy, and 

Sociology,** and increased in 1901 by 

a bequest in his will. 










^ 



A. EL 






RICORDI DI 




UN GARIBALDINO 

dal 1847-48 al 1900 




ROMA 

TIPO-LITOGR\FIA DEL GENIO CIVILE 
1904 






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A. ELIA 




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RICORDI DI 



UN GARIBALDINO 

DAL 1847-48 AL 1900 




Voi. I 



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Mio caro Elia, 

/ fatti esposti nel vostro Manoscritto sono 
esatti per ciò che riguarda quanto io ne co- 
nosco. 

Un caro saluto alla famiglia dal 

Sempre vostro 

G. Gakibaldi, 

Caprera, 18- S- 76. , 




PREFAZIONE 



Ai miei Vecchi Compagni d'Armi! 
Ai giovani (Toggi! 



Mai, come in questo momento che scrivo, e che 
ho davanti a me sul tavolo, raccolte le bozze dei 
miei « Ricordi », ho sentita tutta la religione delle 
memorie^ e il conforto dell'opera prestata per la 
redenzione della patria. 

In queste pagine povere e modeste, si seguono, 
in folla, uomini ed episodi, confusi nella nebbia del 
tempo e delle vicende, vivi, però, nel cuore di quanti 
parteciparono alle epiche lotte della italica rivendica- 
zione. 

Come da un prisma, vividi e smaglianti si spri- 
gionano i colori, cosi dalle memorie, netti e puris- 
simi vivono gli uomini che furono — le battaglie 



combattute — le lotte fierissime sostenute gli ideali 
mai piegati e mai domi — le turbinose vicende che 
tempo ed uomini non poterono infrangere o tramutare^ 

E malgrado io sappia che un pensiero scettico 
domina e vince gli uomini dell*oggi — pure non 
reputo inutile il pubblicare questi « Ricordi » — 
documento autentico d*una epoca fortunosa e grande 
— fiore modesto che io depongo sulle fosse dimen- 
ticate e su* marmi onorati — lauro votivo a quanti 
alla patria dettero la giovinezza, il sangue, gli entu- 
siasmi, la vita. 

E voi, scettici beffardi, che irridete le gloriose 
memorie delle nostre battaglie — Voi che dovete 
l'attuale libertà alla fede da noi sentita e alle lotte 
da noi sostenute — Voi che educate la odierna gio- 
ventù alla negazione di quel sentimento patriottico- 
che fii il culto dell'epoca nostra . — Voi che tentate 
distruggere col freddo sofisma o col gelido e imme- 
ritato disprezzo, le pagine più belle e più gentili della 
storia del popolo nostro — Voi, scettici per oppor- 
tunismo^ leggete questi modesti « Ricordi » ove pal- 
pita, freme e grida dolente l'anima mia — un'anima 
di soldato che ebbe ed ha un solo ideale: la patrial 
e che vorrebbe che , come una volta, s' effuse 
sangue generoso, si prodigasse oggi intelletto, ope- 




rosità e cuore per completarla e mantenerla grande 
prospera e temuta. 

Leggete e se non troverete la bellezza della forma 
e della frase letteraria studiatamente convenzionale, 
voi vedrete, invece mano a mano riapparire e pal- 
pitare uomini che furono e sono gloria e vanto 
dell'Italia nostra, e dopo questi, altri ed altri ancora, 
che il facile oblio trascinò troppo presto fra la folla 
dei dimenticati. 

Ed allora son certo — se il vostro cuore, non 
sarà precocemente pervertito dall'opportunismo mo- 
derno — che anche Voi, resi men scettici dalla let- 
tura di questi < Ricordi », vi riconcilierete col 
passato glorioso che è eredità di popolo generoso 
— e comprenderete che il patriottismo non è una 
forma arcadica morta, mentre esso vive e vivrà nel 
pensiero e nel cuore dei popoli liberi, fino a che sarà 
culto gentile la riconoscenza per i fattori della nostra 
indipendenza. 

X 

Ed è ai giovani che insieme a Voi miei vecchi 
commilitoni — che io dedico questo libro mio: — 
è ai giovani che, anche in nome vostro, ricordo tutta 
quell'epoca che parrà leggenda, quando il tempo 



— vili 



renderà la tarda ma dovuta giustizia agli uomini ed 
agli eventi storici. 

Ed è ai giovani che hanno l'anima piena di spe- 
ranze e d'amore, e sentono che la vita sarebbe ste- 
rile senza la luce d'un ideale, che io mando il mio 
saluto augurale. 

Su, su, giovani d'Italia! — Come voi^ rosei e 
frementi nei loro vent'anni, eran coloro che dal 48 
al 70 combatterono per redimere l'Italia — eran 
come voi animosi e gagliardi gli studenti che a 
Curtatone e Montanara, come a Roma, tennero alto 
agli albori del nostro risorgimento, il genio e il 
valore italiano; — come voi erano entusiasti e 
nobilmente ribelli i Mille compagni di Garibaldi, che 
salpando da Quarto compirono il più grande fatto 
storico dell'epoca moderna; — e giovani come voi 
erano i caduti sui campi di battaglia per la causa 
santissima da Custoza a Milazzo — da S. Martino 
a Calatafimi — da Pastrengo a Bezzecca — da Vol- 
turno a Castelfidardo e Mentana ; e le zolle d'ItaUa, 
ricoprono ovunque pietose le ossa generose di quella 
balda e fiera gioventù, che tutto abbandonando af- 
frontava la morte al grido di « Viva Italia!... » 

Su, su, giovani ! sulle mura d'ogni vostro paese, 
nei marmi votivi, sono scolpiti i nomi dei vostri 



b 



cari — e quei nomi sono solcati dai sangue dei 
morti e dalle lagrime dei superstiti — sangue e 
lagrime che valsero a darvi una patria libera e in- 
dipendente ! 

Innanzi a tali ricordi Tirrisione diventa bestemmia!... 
— Giovani d'Italia venite con me a salutare i soldati 
del patrio risorgimento! 

A. Elia. 



^=^#«4^ 



L^ 



^^^^^^^^^^o^^^^^^^^^^^^u^^^ 



CAPITOLO I. 
Garibaldi in America. 

Nato in Ancona il 4 settembre del 1829 e fi- 
glio d'un marinaro, Elia volle fin dalla tenera età 
di nove anni intraprendere esso pure la car- 
riera del mare incominciando ad esercitarla da 
mozzo e percorrendola tutta, fino a diventare 
Capitano di lungo corso. 

Nei suoi viaggi più volte gli era occorso di 
entrare in relazione con patrioti italiani; nei 
lóro discorsi aleggiava già la fulgida figura di 
Giuseppe Garibaldi. Si sentivano entusiasmati 
dal racconto delle eroiche azioni da lui com- 
piute nell'America del Sud, ne apprendevano i 
particolari con avidità e ne facevano prezioso 
tesoro. Era tutta un'epopea che vedevano svol- 
gersi intorno all'eroe, e loro sembravano ome- 



- 2 ~ 

riche gesta quelle compiute in difesa della pic- 
cola repubblica dèll'Uraguay invasa dalle truppe 
del terribile Rosas, e fra le altre, la campagna 
del Paranà combattuta da Garibaldi con tre pic- 
coli legni, male armati, contro tutta la flotta 
Argentina comandata dall'Ammiraglio Brown; e 
particolarmente il combattimento di Nuova Cava 
decantato quale uno dei più brillanti fatti na- 
vali. La gloriosa giornata di Sant'Antonio al 
Salto fu poi quella che illustrò il nome italiano 
e rese celebre quello di Garibaldi; combatti- 
mento di leoni che il Generale stesso descrisse cosi : 

« Nella mattina del 18 febbraio 1846 dalle 
ore 8 alle 9 sortii dell'accampamento del Salto 
alla testa di centonovanta legionari italiani di- 
visi in quattro piccole compagnie e circa due- 
cento cavalieri comandati dal Colonnello Baez 
che da pochi giorni si era a noi riunito. 

€ Costeggiando la sinistra dell' Uraguay un 
pò prima delle 12 si arrivò alle alture del Ta- 
pevi, fiancheggiato sempre dal nemico che fu 
tenuto in soggezione dalle nostre catene di Cac- 
ciatori. 

« La fanteria prese posizione sotto tettoie di 
paglia, che altro vantaggio non ci offrivano- 



— 3 - 

fuorché di ripararci dai cocenti raggi del sole;, 
la cavalleria si spinse fino al Tapevi in espio-, 
razione. Una mezz'ora passò senza nessuna di- 
mostrazione ostile per parte del nemico ; ma 
questo da tempo covava un inganno e ci ayevfj» 
tratti nell'agguato, occultando accuratamente le 
sue forze nei boschi del Tapevi, per trarci in 
aperta campagna^ cosa che non gli riusci, causa 
l'azione della nostra batteria. La nostra caval- 
leria, attaccata da forze molto superiori, fu tra- 
volta e messa in fuga, meno pochi che ci rag- 
giunsero. Io arringai con brevi parole i miei: 
— « I nemici sono molti, ma per noi sono an- 
cora pochi — non è vero? Italiani ! questo sarà 
un giorno di gloria pel nostro paese; non fate 
fuoco se non a bruciapelo. 

« Grandi masse di cavalleria si avanzano 
su di noi, e per poco ci lusingammo di avere 
a fare con la sola cavalleria; ma fummo ben 
presto disingannati nel vedere scendere dalla 
groppa dei cavalli i fanti, ed ordinarsi in nu- 
mero di oltre trecento: mille e più erano i ca- 
valieri, tutti sotto il comando del generale Ser- 
vando Gomez. Le nostre piccole compagnie fu- 
rono ordinate in battaglia sotto le tettoie per 



- 4 — 

trarre profitto di una scarica generale e caricar 
quindi alla baionetta; la cavalleria, ridotta in 
pochi, si tenne pronta ad agire ove più occorreva. 
La fanteria nemica ci assaliva di fronte; la ca- 
valleria ci prendeva ai fianchi ed alle spalle; 
ma quando la fanteria fu a trenta passi da noi, 
l'accogliemmo con una scarica cosi concorde ed 
aggiustata, che s'arrestò di botto; e poiché an- 
che il suo comandante era caduto da cavallo 
lo scompiglio del nemico crebbe a tal segno che 
noi pensammo di trarne profitto immediatamente. 
E ben n'era tempo, perchè anche la cavalleria 
ci era sopra é pochi istanti di titubanza ci po- 
tevano riuscir fatali. Con l'esempio e con la voce, 
ci scagliammo all'attacco della fanteria iinpe- 
gnando una lotta corpo a corpo che terminò 
colla quasi distruzione del nemico. Anche la 
nostra cavalleria ci giovò in quel frangente, 
divergendo da noi parte delle truppe nemiche 
e caricando forze dieci volte superiori, quando 
già stavano per piombare su di noi. 

« Distrutta la fanteria restammo padroni del 
campo; il nemico si ritirò a rispettosa distanza 
atterrito dalla nostra difesa. Non abbandonò però 
il pensiero di considerarci come cosa sua, e 



— 5 — 

dispose tutta la sua cavalleria — metà della 
quale era armata di carabine — all'intorno del 
nostro campo, sicuro che la fame e la mancanza 
di munizioni ci avrebbero costretti alla resa. 

« La nostra posizione era ben critica: sce- 
mati di numero, feriti la maggior parte dei su- 
perstiti, cii'condati da un nemico imponente e 
minaccioso, la nostra energia era pressoché e- 
saurita; guai a noi se il nemico ci avesse attac- 
cati un altra volta in quel momento. 

« In attesa della notte si diede opera a sol- 
levare e curare i feriti. 

« Era tanto il terrore del nemico per l'eroi- 
smo dei legionari, che i suoi capi non riusóirono 
a condurlo ad un secondo attacco. 

« Infine venne la desiderata oscurità. 

« Ad un miglio circa dal luogo del combat- 
timento eravi il bosco che costeggia V Uraguay, 
porto di salvezza, che l'ignoranza del nemico 
aveva lasciato aperto. 

« In gran silenzio si formò una piccola co- 
lonna — cosi dice Garibaldi — i feriti atti a 
camminare, furono posti nel mezzo^ caricati sulle 
spalle!... Ad un dato segnale si parti compatti, 
a passo accelerato, decisi a tutto; si prese la 



u 



— 6 — 

direzione del bosco passando silenziosi avanti al 
nemico, che stupe&tto, del nostro ardire ci lasciò 
libero il varco, e prima che si fosse riavuto o 
fosse stato in grado di seguirci noi avevamo 
raggiunto il bosco — porto tanto necessario e 
desiderato. 

€ Nessuno si sbandò —- ubbidienti all'ordine, 
tutti si gettarono a terra, distesi in una lunga 
catena, in attesa del nemico che non si fece 
attendere molto. Il suono delle sue trombe ci 
avvisò del suo avvicinarsi, e poco stante com- 
parvero i suoi squadroni, che noi, silenziosi e 
nascosti, attendemmo fino alla distanza di venti 
passi per salutarli con una salva che li colpi 
nel più fitto, e riuscì micidiale, tanto da met- 
terli in scompiglio e deciderli a dar volta a 
briglia sciolta! 

« Soddis&tto il bisogno il più sentito, quello 
della sete, riprendemmo la ritirata verso il 
Saito. A poca distanza dal paese incontrammo 
il bravo Anzani, tenente colonnello Comandante 
la legione italiana, che ci era venuto incontro 
per abbracciarci. 

« Gli abitanti del paese presero amorevole 
cura dei nostri feriti. ]La nostra perdita ammontò 



^ quarantatre morti — gli altri quasi tutti fe- 
riti; ma le perdite del nemico furono assai gravi, 
più di cinquecento fra morti e feriti, e fra i 
morti diversi ufficiali superiori. Appena si seppe 
che la Campagna era libera dal nemico, sortim- 
mo per raccogliere i corpi dei nostri fratelli per 
-dar loro onorata sepoltura sul terreno ove cad- 
dero valorosamente, pugnando per tènere alto 
^d onorato il nome italiano. Una alta Croce 
colla modesta iscrizione: — trentasette italiani 
morti combattendo V 8 febbraio 1846 — indica 
il luogo ove quei valorosi riposano per sempre »! 

A questa narrazione fatta da Garibaldi non 
manca di aggiungere che l'ordine del giorno 
col quale egli ringraziò i suoi legionari della 
vittoria riportata, e il decreto, con cui la Re- 
pubblica Orientale deliberava ai vincitori di 
Sant'Antonio imperitura onoranza. 

Ecco i due documenti: 

Salto 10 febbraio 1846. 
Fratelli, 

« Avanti ieri ebbe luogo nei Campi di Santo 
Antonio, a una lega e mezzo da questa città, il 
più terribile ed il più glorioso combattimento. 



- 8 - 

Le quattro compagnie della nostra Legione, e 
circa cinquanta uomini di cavalleria rifugiatisi 
sotto la nostra protezione, non solo si sono so- 
stenuti contro mille e duecento uomini di Ser- 
vando Gomez, ma hanno sbaragliato interamente 
la fanteria nemica che li assaltò in numero as- 
sai superiore. Il fuoco cominciò a mezzogiorno 
e durò fino a mezzanotte; non valsero al ne- 
mico le ripetute cariche delle sue masse di ca- 
valleria, né gli attacchi dei suoi fucilieri a piedi; 
senz'altro riparo che una casupola in rovina 
coperta di paglia, i legionari hanno respinto i 
ripetuti assalti del più accanito dei nemici; io 
e tutti gli ufficiali abbiamo fatto da soldati in 
quel giorno. Anzanì che era rimasto al Salto, 
ed a cui il nemico aveva intimato la resa della 
piazza, rispose colla miccia alle mani e il pie 
sulla Santa Barbara della batteria, quantunque 
lo avessero assicurato che noi tutti eravamo 
caduti morti o prigionieri. 

« Abbiamo avuto trentasette morti o cin- 
quantatre feriti; tutti gli ufficiali sono feriti. 
Io non darei il mio nome di legionario italiana 
per tutto il globo in oro ». Il vostro 

G. Garibaldi. 



i 



I 



- 9 — 

Ed ecco il 

DECRETO 

« Desiderando il Governo dimostrare la gra- 
titudine della patria ai prodi che combatterono 
con tanto eroismo nei campi di Sant'Antonio 
il giorno 8 del corrente; consultato il Consiglio 
•dì Stato, decreta: 

Art. 1. Il Generale Garibaldi, e tutti co- 
loro che lo accompagnarono in quella gloriosa 
giornata, sono benemeriti della Repubblica. 

Art. 2. Nella bandiera della Legione Italiana 
saranno iscritte a lettere d'oro, sulla parte su- 
periore del Vesuvio, queste parole. « Gesta 
deir 8 febbraio del 1846, operate dalla Legione 
Italiana agli ordini di Garibaldi ». 

Art. 3. I nomi di quelli che combatterono 
in quel giorno, dopo la separazione della caval- 
leria, saranno iscritti in un quadro, il quale si 
collocherà nella sala del Governo, rimpetto allo 
Stemma Nazionale, incominciando la lista col 
nome di quelli che morirono. 

Art. 4. Le famiglie di questi, che abbiano 
diritto a una pensione, la goderanno doppia. 

Art. 5. Si decreta a coloro che si trovarono 
in quel fatto, dopo di esserne stata separata la 



— 10 - 

Cavalleria, uno scudo che porteranno nel brac- 
cio sinistro con questa iscrizione circondata di 
alloro: « Invincibili combatterono F8 febbraio 1 846 » . 

Art. 6. Fino a tanto che un altro corpo del- 
l' Esercito non s'illustri con un fatto d'arme si- 
mile a questo, la Legione Italiana sarà in ogni 
parata alla diritta della nostra fanteria. 

Art. 7. Il presente decreto si consegnerà in 
copia autentica alla Legione Italiana, e si ripe- 
terà nell'ordine generale tutti gli anniversari 
di questo combattimento. 

Art. 8. Il Ministro della Guerra resta inca 
ricato della esecuzione e della parte regolamen- 
tare di questo decreto che sarà presentato alla 
Assemblea de' Notabili: si pubblicherà e inse- 
rirà nel R. U. 

« Suarez-Jose de Beia - Santiago - Vasquez 
Francisco- J. Mugnoz ». 

Garibaldi restò ancora alcuni mesi al Salto 
di Sant Antonio, continuando a battagliare colla 
flottiglia e colla Legione, fino a che il Governo 
stesso lo chiamò a Montevideo. Sul cominciare 
di settembre il Generale Pacheco che aveva 
immensa affezione e stima di Garibaldi gli of- 
fri il comando della Piazza. 



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11 



Per ubbidienza Graribaldi accettò Tarduo in- 
carico — ma ben presto grandi e piccole gelo- 
sie, pregiudizi locali, permalosità spagnole, scop- 
piarono contro di lui e lo fecero accorto che 
era meglio deporre l'ufficio. 

Saputosi a Montevideo la notizia dell'assun- 
zione al trono pontificale di Pio IX e delle sue 
idee riformatrici, nonché delle apparenti sue 
intenzioni di promuovere guerra contro l'Austria, 
a Garibaldi ed ai suoi legionari sembrò giunta 
l'ora di combattere per la redenzione della loro 
terra natale, e senza indugio, in nome suo e dei 
suoi compagni d'arme, scrisse al Nunzio papale 
a Montevideo, offrendo i suoi servigi nella guerra 
contro lo straniero. 

Contemporaneamente scriveva al suo amico 
Paolo Antonini di Genova, concludendo cosi: 

« Io pure, con gli amici penso venire in 
Italia ad offrire i deboli servigi nostri, o al 
Pontefice o al Granduca di Toscana. Indi avrò 
il bene di abbracciarvi. Qui si aspettano notizie 
d'Europa. Amate il vostro > 

6. Garibaldi 

Montevideo 27 dicembre 1847. 



— 12 — 

CAPITOLO II 

1847 48 Insurrezione della Sicilia 
Messina-Palermo-Catania-Calabrie. 

Come la più oppressa tra le regioni italiane, 
la Sicilia fu la prima a tentare di scuotere il 
giogo che le gravava sul collo appena si ebbe 
mentore delle idee liberali di Pio IX. Primissima 
Messina, il 1° settembre del 184<. Molti parte- 
ciparono alla congiura, pochi, per fatali equivoci, 
presero parte airazione ; gli ufficiali borbonici 
che dovevano essere tutti colti all'improvviso 
all' Hotel Vittoria, dove erano uniti per festeg- 
giare una promozione, non si sa come, vennero 
prevenuti; corrono alle caserme ed alla Citta- 
della e ne escono alla testa di forti battaglioni. 
Gli insorti non s'intimidiscono; affrontano le 
truppe vendendo cara la loro vita ; ma alla fine 
il numero la vince sul valore e l'insurrezione 
è domata. Il generale Laudi pubblica un bando 
contro i principali cospiratori promettendo lauti 
premi a chi li consegni. 

Tutta la città conosceva i capi dell' insur- 
rezione, ma non vi fu uno che li denunziasse; 
-e, più meraviglioso ancora, che taluni dei per- 



••»<-'.^--. ì£_ 



là 



seguitati trovarono rifugio in case di gente po- 
verissima per la quale il premio promesso dal 
Lanza sarebbe stata una vera ricchezza. Tutti 
i compromessi trovarono modo d'imbarcarsi; 
ma nei messinesi restò accresciuto Tedio contro 
le truppe borboniche, e doveva presto venir il 
giorno che la patriottica città avrebbe presa la 
sua rivincita. 

A dare la nuova iniziativa spettava alla ca- 
pitale della Sicilia, all'eroica Palermo e questa 
non tardò ad affermarlo in modo veramente 
straordinario. 

Maggiore eroismo di un popolo non si sa- 
rebbe potuto dare. Certo fu esempio unico nella 
storia. 

Questo fu la sfida poderosa, quasi pazza, in 
cartello a giorno determinato che i palermitani 
stanchi di domandare lenimento alle profonde 
piaghe comuni, lanciavano alle autorità costi- 
tuite del tirannico governo borbonico. Il 22 gen- 
naio 1848, giorno natalizio di Ferdinando II Re 

delle due Sicilie, era fissato per la rivoluzione. 

* 
« * 

L'ansia dei giorni che di poco precedettero 
quello stabilito fu grande. 



- 14 — 

Spuntava Talba del 12. Forti pattuglie di 
cavalleria in attitudine di guerra percorrevano 
le vie della città e i sobborghi. Buon nerbo di 
fanteria e di birri stavano schierati in piazza 
Vigliena. Le truppe erano consegnate ne' quar- 
tieri, al palazzo Reale, al Castello. Era appena 
giorno e le vie brulicavano di gente inerme 
di ogni classe come nei giorni di festa. Le fi- 
nestre, i balconi di tutte le case zeppe d'uomini, di 
donne, di fanciulli, tutti aspettanti qualche cosa 
che ignoravano ma che presentivano dovesse 
accadere. Finalmente alla Madonna del Cassero 
si presenta un uomo armato di fucile, visto di 
essere il solo armato, grida al tradimento e fa 
fuoco in aria. Al colpo si risponde con applausi 
rumorosi dalle finestre, dalle vie; ed ecco al- 
tri due cittadini armati salutati al loro arrivo 
da frenetici applausi. Alla piazza della Fiera- 
vecchia una ventina di persone, quali armati 
di fucile e quali d'arma bianca con nastro tri- 
colore sul petto, stanno aspettando che altri 
vengano a far massa; fu un'ora tremenda di 
aspettativa e di dubbio, ma altri valorosi so- 
praggiungono, si forma una colonna, questa si 
muove per altre strade e fa nuove reclute. 



_M. 



I 



— 15 — 

Passa per TAlbergaria e la colonna s' ingrossa 
d'armati, pronti a dare la vita combattendo. La 
truppa ed i birri di piazza Vigliena, non mole- 
stati e non molestanti, si ritirano verso il pa- 
lazzo Reale ed il popolo li acclama. 

Un corpo di circa cinquanta soldati a ca- 
vallo con alla testa il figlio del generale Vial 
entrava nella strada nuova per sciogliere Tattrup- 
pamento ; il popolo gridava Viva la truppa ! 
ma i soldati all' ordine dell' ufficiale che li co- 
mandava misero mano alle sciabole; dal po- 
polo allora partirono alcuni colpi di fucile e 
questi bastarono per mettere in fuga ufficiali e 
cavalieri. Il dado ormai era tratto e la rivolu- 
zione prese animo e si fé gigante per l'inaspri- 
niento della popolazione svegliata dal rombo 
delle artiglierie. Si festeggiava il natalizio del 
re con la strage che palle e mitraglia facevano 
del popolo ; e da parte del popolo coi rintocchi 
delle campane suonanti a stormo. 

Il giorno 13 le squadre cittadine cresciute 
di numero e di coraggio assalivano da più parti 
il palazzo delle Finanze difeso da forte presidio 
di soldati ; il combattimento fu ostinato e non 
cessò che la sera; il popolo mancava di arti- 



- 16 -> 

glieria e non poteva tentare un assalto con fu- 
cili od armi corte perchè per forzare i cancelli 
bisognava esporsi alla mitraglia dell'artiglieria 
di Porto Nuovo che infilava il « Cassero »; du- 
rante il lungo combattimento contro le Finanze 
non si cessò mai dal Castello di lanciare bombe 
che danneggiavano le case, i conventi, le chiese ; 
si sperava che il terrore avrebbe consigliata 
la sottomissione, ma l'efifetto fu totalmente con- 
trario. Pacifici cittadini, anche i più timidi, vi- 
stisi minacciati negli averi e nella vita scelsero 
di morire con le armi in pugno in difesa del 
patrio focolare e si unirono al popolo; si chie- 
deva armi da ogni parte. 

Per provvedere ai più urgenti bisogni si 
riunivano molti dei più notabili cittadini nel 
palazzo Municipale e si formarono comitati di- 
versi in appoggio del Comitato della Fieravec- 
chia centro delle disposizioni di guerra, e sic- 
come le imprese generose svegliano la simpatia 
dei cuori umani, un inglese, che per modestia 
volle non fosse pubblicato il suo nome, mise a 
disposizione del Comitato armi e munizioni da 
guerra a quanti dei cittadini ne avessero fatta 
richiesta. 



ì^ìi- 



— 17 — 

I combattimenti continuavano da parte def 
cittadini; la distruzione col bombardamento da 
parte delle truppe che fra l'altro incendiavano, 
il Monte di S. Rosalia e nell'incendio venivano 
consumati i miseri cenci della parte più po- 
vera del popolo e il popolo inferocito, nonos- 
tante la difesa delle truppe, s'impossessava del 
quartiere militare di Santa Cita ; altra vittoria 
sanguinosa riportava sulle truppe che occupa- 
vano il podere del principe di Villafranca di 
fronte a porta Macqueda. 

Nel giorno 24 i cittadini assalivano furiosa- 
mente il Noviziato guardato da molta forza e 
se ne rendevano padroni. Le truppe erano^ 
scosse già; alcuni militi eransi affratellati al 
popolo accolti con amorevolezza; il palazzo Reale 
nel giorno 26 cadeva in mano dei cittadini e 
nelle ore pomeridiane questi prendevano pos- 
sesso anche del palazzo delle Finanze. 

I regi cacciati da tutte le loro posizioni si 
riunirono al Molo ; i generali De Maio e Vial 
s'imbarcano per Napoli ; al comando delle truppe 
rimase il Desauget. 

I cittadini si aspettavano un sanguinoso com- 
battimento al Molo, ma il Desauget sceglie di 



~ 18 - 

ritdrarsi, costeggiando la catena dei Monti che 
cingono da Levante a Settentrione Palermo. 

Non restava ai cittadini che di espugnare il 
forte di Castellamare ; e a questa impresa si 
accinsero animosi. 

Furono piantate, mascherandole, le più grosse 
artiglierie e mortai caduti in mano del popolo 
nel fabbricato della Carità che guarda il Castello 
dal lato della Cala. Il forte sotto il fanale del 
molo fu destinato a tenere occupato il Gross 
comandante del Castello dal lato opposto; altri 
pezzi dovevano ribattere il fuoco della batteria 
principale e questi furono piazzati fra le case 
che circondano la Cala di porta Felice a Piedi- 
grotta; doveva essere un feroce bombardamento 
e della battaglia dovevano essere spettatori un 
Vascello di linea inglese ed altro Vapore, nonché 
molte navi mercantili di diverge bandiere che 
abbandonato il molo eransi schierate in linea 
nella rada. E il fuoco incominciò da ambo le 
parti; per quasi tre ore tremarono le case della 
città al rimbombo delle grosse artiglierie e di 
mortai. Ad un tratto il fuoco cessava su tutti 
i punti. Per mediazione del Comandante del 
Vascello inglese si trattò della resa ad onore- 



ÉÉfì..: 



— .19 — 

voli condizioni. Nella notte il Comandante Gross 
con tutta la guarnigione di circa mille soldati 
con armi e bagaglio s'imbarcava per Napoli. 

Il giorno 5 febbraio Palermo libera, dalle 
armi borboniche, solennizzava alla Chiesa Madre, 
con l'inno ambrosiano, la sua vittoria. 

Fu questa la fine dei 24 giorni di rivoluzione 
palermitana, meravigliosa per l'audacia di chi 
la indisse, pel valore sommo del popolo che la 
sostenne, per la generosità di soccorsi avuti e 
pel favore unanime dell' Isola tutta; deplorevole 
per le truppe regie, vittime delle insolenze e 
delle viltà dei capi, nonché del giusto risenti- 
mento di un popolo da assai tempo calpestato 
ed oppresso. 

Il Comitato Generale ottenuta la meravigliosa 
vittoria col concorso e il sagrifizio di tutta la 
cittadinanza, senti la necessità, sino alla convo- 
cazione del Parlamento, di costituire un governo 
provvisorio e con un proclama divideva le in- 
combenze governative e nominava i cittadini 
che doveano esercitarle come appresso: 

Presidente del Comitato generale sig. Rug- 
gero Settimo, Segretario generale sig. Mariano 
Stabile. 



— 20 — 

1** Comitato — Guerra e Marina — presi- 
dente il principe di Pantellaria, Vice presidente 
il barone Pietro Riso, Segretario sig. Francesco 
Crispi. 

2"" Comirato — Finanze — presidente il Mar- 
chese di Torrearsa, vice presidente il conte Som- 
matino, Segretario sig. Francesco Anca. 

3° Comitato — giustizia, culto, sicurezza pub- 
blica interna — Presidente sig. Pasquale Calvi^ 
vice presidente il sac. Gregorio Ugdulena, Se- 
gretario sig. Vincenzo Errante. 

4° Comitato, Amministrazione civile, istru- 
zione pubblica e commercio, presidente il prin- 
cipe di Scordia, vice presidente il barone Casi- 
miro Pisani, segretario il cav. Vito Beltrami. 

Componenti dei quattro Comitati, Guerra e 
Marina, i signori barone Andrea Bivona, Rosa- 
rio Bagnasco^ Pasquale Bruno, Ignazio Calona^ 
Salvatore Castiglia, Giambattista Cianciolo, Ema- 
nuele Caruso, Damiano Lo Cascio, Giacinto Ca- 
rini, Sebastiano Corteggiani, Ascanio Enea, Enrico 
Fardella, principe Grammonte, cav.Antonio Jaco- 
no, Giuseppe LaMasa, Giacomo Longo, Domenico 
Minelli, Pasquale Miloro, Filippo Napoli, Faija 
Giovanni, Naselli Flores, Giuseppe-Oddo, An- 



j 



— 21 ~ 

drea Ondes Reggio, Agatino Ondes Reggio, Vin- 
cenzo Orsini Giordano, Salvatore Porcelli, Roso- 
lino Pilo Giaerai, Mario Piilizzolo, principe Ot- 
tavio Ramacca, Tommaso Santoro, Francesco 
Vergara, Guglielmo Velasco. 

Finanze — i signori conte Aceto, duca Mon- 
teleone, duca Serradifalco, Francesco Stabile, 
Giovanni Villa Riso, Benedetto Venturelli, Fran- 
cesco Trigona, Paternostro Francesco. 

Giustizia, culto e sicurezza interna — i signori 
Vincenzo Caccioppo, Giovanni del Cantillo San- 
t'Onofrio, Angelo Marocco, march. Ignazio Pilo, 
Paolo Paterno, Francesco Ugdolena. 

Amministrazione civile, istruzione pubblica 
e commercio — i signori Salesio Balsano, Fran- 
cesco Burgio, Villaflorita, duca Gualtieri, conte 
Manzone, Paterno di Sessa, Federico Napoli, 
march. Spedalotto, Luigi Scalia, duca della Ver- 
dura. 

La Città di Catania non degenera iBiglia della 
Sicilia, appena ebbe novella della gloriosa rivo- 
luzione della mag nanima Palermo corse alle ar- 
mi al grido di Viva Palermo — Viva la Sicilia, 
n popolo espugnò valorosamente tutti i posti 
occupati dalle truppe compreso il forte S. Agata. 



- 22 - 

L'entusiasmo, il coraggio e la magnanimità dei 
cittadini risparmiò la vita ai miserabili merce- 
nari che ardirono tirare sulla città e con le 
grida della vittoria e del perdono confuse quelle 
genti col rimorso dì essersi battuti per la causa 
nefasta della tirannide* 

AUa voce dì Palermo e di Catania tutti i 
paesi della Sicilia risposero secondando il mo- 
vimento rivoluzionario armando numerose bande 
pronte a combattere per la difesa della patria. 

Ed ora toccava a Messina, 

Ecco quel che scrivevano i delegati del Co- 
mitato di Messina a Ruggero Settimo presidente 
del Comitato Generale di Palermo, 

« Sia gloria ai prodi che combattono per la 
Sicilia. 

<c Messina attende lo av\nso da Palermo^ 
Se deve perire morrà; ma con le armi alla mano 
e con il voto deiriB dipendenza nel cuore, 

:( Sappiate intanto che la guarnigione è forte 
di 4000 soldati — 300 cannoni sono pronti a 
vomitare Vesterminio sulla citta. Ma Messina 
sprezza il perìcolo — ne facciano fede la bril- 
lante pugna del 1*^ settembre e la imponente 
dimostrazione del 6 gennaio, Messina quantun- 



— 23 — 

que si mostri disarmata è col fatto in rivolu- 
zione — il suo aspetto è minaccioso, imponente; 
però Messina come al tempo dei Vespri desi- 
dera di gareggiare con Palermo solo nella virtù. 
Se per la causa comune vuoisi il sacriflclo di 
lei essa è pronta a patirlo e ardimentosa si 
getterà nella voragine. Quantunque i prodi del 
settembre siano profughi, altri figli elhi ha pronti 
al cimento ; quantunque fu disarmata pugnerà 
con le mani. Se Fattuale stato minaccioso della 
citcà, i fatti già consumati, e la diversione dei 
4,000 soldati bastano per aiuto alla causa co- 
mune, essa starà pronta, e minacciosa; se altro 
vuoisi da lei, si dica. Messina è città « Siciliana i^ 
e solamente « Siciliana y. Viva Palermo è il 
grido del popolo. Dite e sarà fatto il voler vo- 
stro. Indipendenza e libertà è il solo voto dì 

Messina >^. 

* 
* * 

Ma il contegno ardimentoso, provocante del 
popolo messinese non piaceva ai regi, Coman-- 
dava in Messina il generale Nunziante, che un 
giorno, credendo d'intimorire lapopolazionCj volle 
far mostra di tutte le truppe che aveva al suo 



— 24 — 

comando stendendole lungo la via Ferdinando. 
Un abatino si staccò dal popolo che s'era adden- 
sato tanto da impedire i movimenti dei soldati, 
s'avvicinò al generale e gli disse: « Sono queste 
tutte le vostre truppe ? Non ci toccherà neppure 
un boccone a testa ». Al generale che aveva 
voluto scendere in piazza non restava che ca- 
ricare la folla e rompere l'assembramento per 
tenere alto il prestigio militare, invece ordinava 
di rientrare nei quartieri, il che si fece fra gli 
urli e i fischi della popolazione. L'abatino era 
Felice Perciabosco che fu patriota e dei dimenticati. 

Da quel momento non ebbero più tregua le 
provocazioni, le risse fra popolo e truppe bor- 
boniche e la sommossa divenne generale. Il 
bombardamento della città non faceva che ina- 
sprire gli animi dei cittadini, i quali^ armatisi con 
armi fornite dai bastimenti che erano nel porto 
e con altre mandate da Palermo, si divisero in 
tre schiere sotto il comando di Antonio Praco- 
mi, di Paolo Restuccia, e di Domenico Landi, 
decisi di vincere o di morire e senz'altro si die 
mano ai più arditi assalti. 

Il 22 febbraio il forte Real Basso, Porta Sa- 
racena, Santa Chiara, i bastioni di Don Blasco, 



f 



•ix^ ■ 



— 25 — 

le barricate di Porto Franco, e T Arsenale ca- 
devano in mano delle forze cittadine. Aiutati 
dall'ardire eroico dei bravi cannonieri palermi- 
tani il valoroso popolo messinese si avventava 
furioso airattacco. Non valse ad arrestarlo il 
fuoco micidiale del forte S. Salvatore e della 
Cittadella, traenti bombe e mitraglia contro gli 
assalitori; tutti questi luoghi difesi dalle truppe 
borboniche dovettero cedere all'imponenza del 
furore cittadino, mentre i nemici della pàtria, 
atterriti e sbaragliati, correvano a gambe levate 
a cercare rifugio nella Cittadella, unico punto 
ormai di loro salvezza. Da per tutto il popolo 
vittorioso inalberava la bandiera a tre colori. In 
questi eroici fatti si distinsero assai Longo, Por- 
cella e Scalia. 

Diedero esempio di patriottismo altri bravi 
messinesi e fra altri V infaticabile Salvatore 
Bensaia; espugnato il forte Beai Basso, si slan- 
ciava in altre parti dove ardeva la pugna ac- 
clamato dal popolo, quando il figlio suo Giu- 
.seppe, salito sulFespugnato baluardo per pian- 
tarvi il tricolore vessillo, veniva colpito a morte. 
— Portata la notizia al padre, al primo annun- 
-zio ne rimase tramortito — ma riavutosi ga- 



- 26 - 

gliardamente gridò al popolo : « Cittadini mio fi- 
glio è morto gloriosamente per la salute della 
patria^ io non debbo piangere la sua morte » : 
al cittadino Valadi portarono la notizia che i 
suoi figli erano feriti all'attacco del forte di porta 
reale: l'infausto annunzio non sgomentò il pa- 
triota: preso il fucile disse: « vado io a rim- 
piazzare i miei figli >^. Giulio Colon dre, gine- 
vrino, che si uni nel combattere al popolo mes- 
sinese, riportava grave ferita ad un braccio che 
ferro chirurgo dovette amputare — ai cittadini 
accorsi a confortarlo, con tutta serenità diceva: 
^ Signori di questo mio braccio io fo dono alla 
Citta dì Messina ». Moriva Tommaso Arena e 
rimaneva ferito anche Nicola Bensaia. 

Ai soldati borbonici ridotti nella cittadella non 
restava altro sfogo che di lanciare ogni giorno 
delle bombe sulla città, ma i cittadini ne ave- 
vano fatta ormai Tabitudine, tanto che accudi- 
vano ai loro affari senza punto badarvi. 

Il 24 aprile una fregata a vapore napole- 
tana portava a Messina, incaricati di trattare 
l'armistizio, i commissari Fiutino e Lo Prestij 
calabresi; il Comitato Messinese incaricava per 
suoi rappresentanti i cittadini Piraino, Ribotti 



L 




— 27 — 

€ Natoli, ai quali, prima di altre trattative, era 
dato il mandato dello sgombro della Cittadella. 

Cosi la Sicilia, che aveva dichiarato decaduto 
il Re delle due Sicilie, era liberata da tutte le 
truppe borboniche. 

A Palermo veniva istituita la Guardia Na- 
zionale affidandone rincarico al Comandante 
generale Barone Riso. 

Collaboratori 

Duca di Monteleone, Marchese Casimiro Dra- 
go, Leopoldo Pizzuto, Conte Lucio Tasca, Cav. 
Luigi Gravina, Andrea Mangeruva — Tommaso 
Abbate Segr. 

La rivoluzione della Sicilia del 1848 sarà 
ricordata come uno dei più meravigliosi fatti 
storici, n prodigio operato da Palermo gli ha 
guadagnato il rispetto e l'ammirazione generale. 

* 

Le notizie delle Calabrie erano da per tutto 
favorevoli al movimento insurrezionale. 

A Cosenza, centro delle operazioni, nido di 
uomini generosi, il cui suolo, santificato più 
volte dal sangue di tanti martiri ed ove ros- 
seggia tuttora di quello dei fratelli Bandiera e 



- 28 - 

compagni, tutte le cure erano rivolte ad un 
unico scopo, distruzione della tirannia. A Nica 
stro come in altri punti della Calabria si riu- 
nivano uomini armati per dare la caccia ai 
borbonici, correre serrati a Reggio al grido di viva 
la libertà. 

Nelle Provincie di Catanzaro, di Abruzzo, di 
Salerno, di Lecce, di Campobasso e di Avellino^ 
si apprestavano armi ed armati. Che più? Na- 
poli insorgeva massacrando Svizzeri e spie bor- 
boniche. 

L'ora della libertà pareva suonata da un 
punto all'altro d'Italia! Sventuratamente non 

4 

fu di lunga durata; mancò un'unica direzione e 
la concordia. 

Dal Ministero di Guerra e Marina veniva 
emanato il seguente ordine del giorno: 

Gloria e lode ai nostri fratelli di Calabria. 
Un avviso telegrafico giunto ieri da Messina 
alle ore 23 li2 cosi avvisa: 

Dal piano della Corona ci viene con espresso 
avvisata la disfatta delle truppe borboniche per 
parte dei naturali di Catanzaro e la morte del 
Nunziante; l'azione ebbe luogo presso il fiume 
Angitola nel giorno di ieri. 






— 29 — 

Ci consola, o Cittadini, vedere eseguifai con 
tanta giustizia Tira del Cielo. 

Attendiamoci di sentire altre vittorie, aedo 
si giungesse al santo scopo di liberare gli af- 
flitti fratelli del Continente dal duro giogo d'un 
barbaro. 

Palermo, 30 giugno 1848. 

Il Maresciallo di Campo, Ministro della Guena 
Giuseppe Paterno 



CAPITOLO m. 
Garibaldi s'imbarca coi suoi legionari per l'Italia. 

Si era alla fine del 1847 e ogni bastimento 
che approdava alla Piata, portava dal vecchio 
continente Pannunzio di avvenimenti importantL 

Un nuovo Pontefice benediva Tltalia, pei - 
donava ai ribelli, accoglieva i proscritti, e pone- 
va sotto la tutela della Croce la causa dei popoli. 
Queste notizie entusiasmavano i legionari e la 
partenza per l'Italia era nella mente di Gari- 
baldi ormai risoluta. L'annunzio della solleva- 
zione di Palermo e di Messina venne a preci- 
pitarla; la lotta era già incominciata; in Italia 



— 30 - 

si combatteva e si moriva per la libertà; il po- 
sto suo e della legione era indicato. 

Una pubblica sottoscrizione venne aperta fra 
gli italiani in favore della spedizione comandata 
da Garibaldi. Un brigantino era stato noleggiato 
e si stava apprestando per la partenza- Invano 
il Governo di Montevideo, conscio della perdita 
ohe stava per fare, tentava trattenere con pre- 
ghiere^ con lusinghe Garibaldi ormai impaziente; 
invano gli stranieri stessi che vedevano nel gè 
nerale una delle più sicure garanzie dello Stato 
^ dei loro interessi, si associavano al Governo 
nel sforzarlo a ritardarne quanto più poteva 
la partenza; ma Garibaldi non si sentiva più 
padrone della sua volontà, e le insistenze e gli 
indugi lo inasprivano e lo si sentiva pieno di 
amarezza dire « ducimi che arriveremo gli ul- 
timi e quando tutto sarà finito ». 

Però egli stesso capiva che per ottenere la 
riuscita della impresa era necessario precisarne 
la meta, avvertire gli amici e prepararle in 
Italia il terreno. 

Poco dopo la giornata del Salto era sbarcato 
a Montevideo e si era arruolato nella legione 
Giacomo Medici. Era un giovane bello di forme^ 



^.. 



— 31 — 

intrepido di cuore, affabile di modi; e Garibaldi, 
intuendo nel Medici un valoroso che avrebbe 
immortalato il suo nome, l'ebbe subito assai caro 
^ ripose in lui tutta la sua fiducia. Garibaldi 
pensò subito di mandarlo in Italia quale foriero 
e preparatore della divisata spedizione e lo mu- 
niva delle seguenti 

ISTRUZIONI 

« Terrai presente che scopo nostro è di re- 
<5arci in patria non per contrariare l'andamento 
attuale delle cose, e i Governi che v'acconsentano; 
ma per accomunarci ai buoni, e d'accordo con 
essi andare innanzi pel meglio del paese; ma 
ohe noi preferiremmo lanciarci ove una via ci 
fosse aperta ad agire contro il tedesco, contro 
cui devono essere rivolte senza tregua le ire di 
tutti; e tanto più lo vorremmo, perchè la gente 
che ci accompagna è mossa da questo ardentis- 
^imo desiderio; perchè questo avvenga ti recherai: 

« 1. A consultare Mazzini intorno ai passi 
da farsi onde preparare le cose nel senso suin- 
dicato ; quindi t' affretterai per alla volta di 
Genova, Firenze e Bologna, a meno che con 
Mazzini non risolviate altrimenti. 



— 32 - 

« 2. Dagli amici ti procurerai commendati- 
zie per tutti quei punti che crederai utile di vi- 
sitare, affine di dar moto a preparare ^li uo- 
mini, e combinare elementi di cooperazione. 

« 3. Scorsi quei paesi, ti ridurrai a Livorno 
come luogo più acconcio a sapere di noi. 

€ 4. Una delle cose che dovrai tenere in 
vista, si è quella di indurre gli amici a tener 
pronti quei mezzi indispensabili a provvedere 
il bisognevole almeno pei primi giorni, affine 
di non correre il rischio di perdere il frutto di 
tante fatiche e dei sagrifici fatti con tanta ge- 
nerosità dai nostri compatriotti di Montevideo. 

« 5. I venti, ed altre cause, potrebbero eb- 
bligarci a toccare Gibilterra. Se Mazzini ha 
ivi persona fidata le diriga lettere per me, in- 
formandomi della marcia delle cose e sul da. 
farsi — e potrà, appena tu arrivi, cominciare a 
scrivere. La persona che incaricasse dovrebbe 
stare sempre all'erta, affine di farmi pervenire 
ogni cosa a bordo e subito. Dal nome del ba- 
stimento che quello di « Speranza » con ban- 
' diera orientale, sarebbe al momento avvertita 
del nostro arrivo — e perchè ne fosse più si- 
curo e potesse riconoscerlo facilmente, alzeres- 



l:. 



— 33 — 

Simo all'albero di prora una bandiera bianca 
attraversata orizzontalmente per quanto è lunga 
e nel bel mezzo, da una striscia nera. 

< Di quanto scrivesse a noi potrebbe darti 
avviso se ciò potesse farci mutare di direzione». 

Montevideo, 20 febbraio 1848. 

G. Garibaldi 

« Le lettere che io ti scriverò a Livorno 
saranno dirette al nome di M. James Gross — 
nella soprascritta — sig. Giacomo Medici ». 

E Medici infatti dopo tre giorni s'imbarcava 
per la sua missione; e il 15 aprile 1848 Gari- 
baldi medesimo, accompagnato da ottantacinque 
de' suoi legionari, fra cui l'Anzani, ammalato, 
il Sacchi, ferito, Ramorino, Montaldi, MaroC' 
chetti, Graflgna, Peralta, Rodi, Cuccili e il suo 
moro Aghiar, soccorso dallo stesso Governo 0- 
rientale di armi^ munizioni,' col brigantino « La 
Speranza » salpò da Montevideo per la terra 
Italiana. 



- 34 - 

CAPITOLO IV. 

Venezia si erige a repulAlica. 
Milano e le cinque giornate. 

L'annunzio d'una sollevazione degli studenti 
viennesi propagatosi alla metà di marzo, spinse 
il popolo veneziano alla presa delle armi per 
la cacciata dello straniero. Si combattè nella 
città della laguna per cinque giorni e il popolo 
veneziano, rimasto vittorioso, liberava Manin e 
Tommaseo e si erigeva in repubblica. 

Il 18 marzo Milano iniziava colle barricate 
le memorande cinque giornate. Mentre gli Au- 
istriaci avevano fatto del Broletto la loro citta- 
della e luogo di macello; mentre dal Castello si 
prendeva di mira l'italiano che giungeva a tiro 
— al suono delle campane a stormo il popolo 
impegnava la lotta sotto la direzione di un Co- 
mitato di salute, del quale facevano parte Carlo 
•Cattaneo e Enrico Cernuschi. 

Non sgomentavano i Milanesi il rombo as- 
:riordante del cannone, al quale rispondevano 
-coi rintocchi delle campane; e la strage che 
facevano le truppe imperiali, spronava alla lot- 



— 35 — 

ta, alla vendetta gli eroici insorti per la patria 
libertà. 

E la lotta fu aspra, violenta, combattuta 
corpo a corpo. I cittadini si scontravano con le 
pattuglie, che numerose stavano appostate in 
ogni via della città, le affrontavano con ardi- 
mento; uccidevano od erano uccisi, mentre dalle 
finestre delle case , dai tetti pioveva pioggia 
micidiale di tegole e di sassi — e di quartiere 
in quartiere si scacciavano le truppe con valore 
senza pari. 

Il 23 marzo fu giorno di vittoria e di giu- 
bilo per la città di Milano. Assaliti da ogni 
parte, gli Austriaci cacciati dal popolo che non 
dava loro tregua, al Kadetzky non restò che di 
ordinare la ritirata. 

L'eco delle cinque giornate risuonò per tutta 
Italia commuovendo le popolazioni ed incitan- 
dole alla riscossa. 



ì 



— 36 — 

CAPITOLO V. 

Carlo Alberto bandisce la guerra all'Austria. 

Il 23 di marzo 1848 il Re Carlo Alberto ban- 
diva la guerra all'Austria, ed il 27 dello stesso 
mese si metteva alla testa delle sue truppe con 
a Capo di Stato Maggiore il generale Salasco. 
L'esercito piemontese, forte di circa 60 mila uo- 
mini,'era diviso in due corpi d'armata, il primo 
era comandato dal generale Eusebio Bava; il 
secondo dal generale Ettore De Sonnaz; a capo 
dell'artiglieria era il Duca di Genova, e d'una 
terza Colonna era comandante il principe ere- 
ditario Vittorio Emanuele. 

Le altre forze che concorsero alla guerra in 
Lombardia erano 5000 Toscani, 3000 Parmensi 
e Modenesi, 15000 dello Stato Pontificio, 4000 
volontari Lombardi. Le truppe Napolitane co- 
mandate dal generale Pepe erano entrate in 
Venezia. Le forze Austriache erano di 80 mila 
uomini suscettibili di rinforzi. 

Il giorno 6 di aprile le truppe Sarde ebbero 
cogli Austriaci un forte scontro al ponte di 



- 37 — 

Goito ed a Monzambano ove i bersaglieri co- 
mandati dal Colonnello Lamarmora, il batta- 
glione Real Navi e i cannonieri si copersero di 
gloria. 

11 giorno 13 s'investiva Peschiera con vivis- 
simo cannoneggiamento. 

Il 24 le truppe Toscane prendevano posizione 
a Montanara ed a Curtatone alla destra dell'ar- 
mata Piemontese. 

Nello stesso giorno la colonna mobile dei 
Modenesi comandata dal Maggiore Fontana fu 
attaccata da un Corpo Austriaco sulla strada di 
Mantova ad un miglio da Governolo. Il combat- 
timénto sostenuto dai nostri con valore durò 
circa tre ore e terminò con la ritirata degli Au- 
striaci. In appresso quasi ogni giorno si ebbero 
scaramuccie nelle prossimità di Mantova dagli 
avamposti Piemontesi, e da quelli Toscani e 
Modenesi, fin che si arrivò al 13 maggio, nel 
qual giorno verso le due pomeridiane 5000 Au- 
striaci attaccarono le posizioni di Curtatone e 
Montanara tenute dai Toscani; Tattacco fu soste- 
nuto con vigore per oltre tre ore e i Tedeschi 
furono respinti con forti perdite sotto le mura 
di Mantova. 



— 38 - 



* 



I reduci dair America non conoscevano gli 
avvenimenti del febbraio, la sollevazione di 
Vienna, la riscossa di Venezia, le barricate di 
Milano, l'entrata di Carlo Alberto in Lombardia 
e le prime vittorie delle armi italiane sul Min- 
cio; tutto questo era loro interamente ignoto; 
quindi Garibaldi era incerto del luogo e della 
meta del suo sbarco — e l'animo suo ondeggiava 
tra i consigli avuti dal Mazzini, che con uno 
scritto lo spingeva a sbarcare in Sicilia e gli 
accordi presi col Medici per i quali erasi im- 
pegnato ad approdare in Toscana, mentre il suo 
vivo desiderio era di scendere ove fosse più 
pronta Toccasione di menar le mani. Obbligato 
ad approdare a Palos presso Cartagena per fare 
provvista di viveri, Garibaldi riceveva dal vice 
CoDSole Francese la lieta notizia della guerra 
dichiarata all'Austria. Non più esitazioni — la 
via era tracciata, la meta era designata. A Ga- 
ribaldi urgeva senza perdere un istante diri- 
gere la prora verso la costa della Liguria per 
essere più vicino al teatro della lotta, ed of- 
frire senza esitare il braccio suo e dei suoi a 
Carlo Alberto. 



- 39 - 

I venti lo obbligarono ad approdare a Nizza^ 
ed alle 11 antimeridiane del 21 giugno 1848^ 
inalberante la bandiera di Montevideo, gettava 
l'ancora nel porto della sua Città natale. 

Nello scendere a terra un urlo d'entusiasma 
lo saluta, facendogli suonare airorecchio nel 
dolce idioma natio quel grido d'ammirazione , 
che da tanti e tanti anni non aveva più udita 
se non in lingua straniera, in terra straniera. 

Non perdette tempo Garibaldi. 

Riordinata la legione, alla quale i Nizzardi 
avevano recato un primo rinforzo, il 28 giugno 
di mattina salpa con circa duecento volontari 
ben armati ed equipaggiati, ed arriva a Genova 
nel pomeriggio del 29, accolto dai Genovesi col- 
Tentusiasmo di popolo con cui era stato accla- 
mato a Nizza, e ricevuto dalle autorità con ogni 
dimostrazione d'onore. 

Per debile di cortesia prima di partire da 
Genova dovette accettare l'invito fattogli d'in- 
tervenire ad un'adunanza del Circolo Nazionale; . 
fu obbligato dopo avere uditi diversi discorsi a 
pronunziarne uno egli stesso per esprimere il 
suo giudizio sulle cose della guerra e sulle con- 
dizioni dell'esercito. Procurò di schermirsi, ma 

4 



- 40 -- 

dovette cedere alle vive insistenze e con parola 
misurata e con molta franchezza si espresse 
cosi : 

« Voi sapete che io non fui mai partigiano 
dei Re. Ma poiché Carlo Alberto si è fatto il 
difensore della causa popolare e muove guerra 
allo straniero per Tindipendenza nazionale, io 
ho creduto dovergli recare il mio concorso e 
quello dei miei camerati. 

« Il maggiore pericolo che ci sovrasta è 
quello che la guerra si prolunghi e non sia 
terminata quest'anno. Noi dobbiamo fare ogni 
sforzo perchè gii Austriaci sieno presto cacciati 
dal suolo italiano e non si abbia a sostenere 
una guerra di due o tre anni. Ora noi non pos- 
siamo ottenere questo intento se non siamo for- 
temente uniti. Si bandisca da noi la politiga, 
non si aprano discussioni sulla forma di go- 
verno, non si ridestino i vecchi partiti. La 
grande, Tunica questione del momento è la cac- 
ciata dello straniero, è la guerra dell'indipen- 
denza. N 

« Io fui repubblicano, ma quando seppi che 
Carlo Alberto si era fatto campione dell'Italia, 
io ho giurato di ubbidirlo e di seguire fedel- 



- 41 — 

mente la sua bandiera. In lui vedo riposta la 
speranza della nostra redenzione; Carlo Alberto 
sia dunque il nostro capo, il nostro simbolo; gli 
sforzi di tutti gritaliani si concentrino in lui. 
Fuori di lui non vi può essere salute. 

« Uniamoci dunque tutti nel solo pensiero 
della guerra allo straniero; facciamo per la 
guerra ogni sorta di sacrifìci. Pensiamo che essi 
saranno sempre minori di quelli che c'impor- 
rebbero i nemici se fossimo vinti ». 

Queste parole vennero accolte da grandi ap- 
plausi, e Garibaldi fu nominato socio onorario 
del circolo Nazionale. 

Garibaldi senz'altro parti per Torino. — Pas- 
sata in fretta Novara, e toccata Pavia per sa- 
lutare il suo grande amico Sacchi, il quale an- 
dava raccogliendo volontari, al 4 di luglio ar- 
rivò al Quartiere Generale in Roverbella, e si 
presentò immediatamente al Re. 

Questi lo accolse con grande cortesia, si mo- 
strò edotto delle sue gesta di America, se ne 
compiacque altamente congratulandosi con lui. 
Ma all'offerta che Garibaldi gli fece di sé e dei 
suoi compagni, quale Re costituzionale si cre- 
dette obbligato di mandare il Generale ai suoi 
Ministri. 



- 42 - 

Garibaldi non perdette tempo — si presentò 
al Ministro della Guerra Generale Ricci, bravo- 
uomOj colto militare, ma pieno di pregiudizi; 
questi credette di non potere accettare i ser- 
vigi che Garibaldi oiBFriva alla causa italiana 
combattendo con l'esercito, per ragioni di rego- 
lamenti ecc. — e tini per consigliarlo di recarsi 
a Venezia ^ campo degno di lui, dove poteva 
prendere il comando di qualche flottiglia tanto 
utile a quell'assediata Città ». A Garibaldi < uc- 
cello di bosco e non di gabbia » non piacque 
quel suggerimento — deliberò invece di recarsi 
a Milano, dove giunse la sera del 15 luglio e 
dove l'aspettava miglior fortuna. 

Milano era pur sempre la città delle Cinque 
Giornate e quindi il concetto della guerra po- 
polare livoluzionaria era sorta dalle barricate, 

CAPITOLO VI. 
Garibaldi a Milano prende il comando dei Volontari. 

Il governo provvisorio s'affaccendava a re- 
clutare quante più milizie poteva, ed accoglieva 
volontìeri quanti venivano ad offrirgli il loro 
braccio; e però il giorno stesso del suo arrivo- 



43 



•esso offerse a Garibaldi il comando di tutti i 
volontari raccolti fra Milano e Bergamo, i quali 
sommavano a circa tremila. 

Non era forza atta a salvare il paese, ma 
più di quanta in quel momento Garibaldi po- 
tesse desiderare. Si occupò quindi senz'altro 
dell'armamento dei suoi volontari; li ordinò in 
battaglioni, dando al più scelto il nome de] suo 
amico Anzani morto, suo compagno di Monte- 
video, ponendolo sotto il comando di Medici che 
si era unito a lui a Torino. 

Nel pomeriggio del 25 luglio, obbedendo a 
un ordine del Governo Provvisorio, lasciò i 
quartieri di Milano e s'incamminò verso Bergamo. 

Prima di lasciare Milano Garibaldi indiriz- 
zava alla gioventù italiana il seguente: 

PROCLAMA 

Alla Gioventù! 

La guerra ingrossa, i pericoli aumentano. 
La patria ha bisogno di voi. 

Chi v'indirizza queste parole ha combattuto 
per l'onore italiano in lidi stranieri, è accorso 
con un pugno di valenti compagni da Monievi- 
deo per aiutare anche egli la vittoriosa patria, 
■0 morire su terra italiana. 



— 44 - 

Egli ha fede in voi: volete, o giovani, averla 
in Ini? 

Accorrete, concentratevi intorno a me, l'Ita- 
lia ha bisogno di dieci, di ventimila volontari, 
raccoglietevi da tutte le parti, in quanti più 
siete: e alle Alpi! Mostriamo all'Italia, all'Europa 
che vogliamo vincere, e vinceremo. 

Milano, 25 luglio 1848. 

G. Garibaldi 

CAPITOLO vn. 

Venezia, Treviso, Vicenza, Curtatone e Montanara, 
Goito, Peschiera, Rivoli - Sfortunata giornata 
di Custoza - Armistizio di Salasco. 

Il 21 marzo Venezia quasi senza spargimento 
di sangue si liberava dal giogo straniero. 

Il governo civile e militare austriaco era 
dichiarato decaduto ed una convenzione era fir- 
mata per la quale il reggimento Kinski e tutte 
le altre truppe, Croati, Artiglieria, Marina ecc. 
ecc. si ritiravano, imbarcandosi per Trieste. Ma- 
nin e Tommaseo, liberati dal carcere politico» 
venivano portati alla sede del governo in trionfo. 

Il popolo veneziano proclamava la repub- 
blica e il governo prendeva provvedimenti per 



1^ 



- 45 — 

una pronta ed efficace difesa contro il ritorno 
dello straniero. 

Padova, Treviso, Vicenza e tutte le città del 
Veneto proclamavano il governo provvisorio, e 
cosi facevano le città del Friuli. 

La mattina del 24 marzo 1848 ebbe luogo 
a Koma un'imponente dimostrazione popolare 
che chiedeva armi e la guerra all'Austria. 

Questa ottenne effetto immediato, perchè nel 
giorno stesso fu affidata al generale Ferrari la 
organizzazione del Corpo dei Volontari e Ferrari 
non perdette tempo; difatti alle cinque del mattino 
del 26 marzo partiva da Koma la prima legione 
Romana di circa mille uomini; e soli due giorni 
dopo partiva anche, e bene organizzato, il pri- 
mo reggimento volontari forte di altri milledue- 
cento uomini. Queste truppe per la via di An- 
cona giungevano a Bologna il 16 e 18 aprile; e 
non più in numero di 2200 combattenti, ma di 
circa 8000 uomini, pieni di ardimentoso entu- 
siasmo per la libertà della patria. 

Il mattino del 27 di marzo Carlo Alberto 
assumeva in Alessandria il comando supremo 
dell'esercito e il 29 antrava in Pavia, ove era 
accolto con grande gioia dai cittadini. Agl'in* 



46 



viati di Milano si esprimeva in sensi di vera 
devozione alla causa dell'unità italiana e ma- 
nifestava il deliberato proposito di volere libe- 
rata l'Italia dallo straniero. 

Procedeva quindi innanzi coi suoi figli fino 
^ Lodi e vi piantava il suo quartier generale, 
da dove emanava i seguenti proclami: 

« Italiani della Lombardia, della Venezia, di 
Piacenza e Reggio ! 

(( Chiamato da quei vostri concittadini nelle 
cui mani una ben meritata fiducia ha riposto 
la temporanea direzione della cosa pubblica, e 
«opratutto spinto visibilmente dalla mano di Dio, 
il quale, condonando alle tante sciagure sofferte 
•da questa nostra Italia, le colpe antiche di lei, 
ha voluto ora suscitarla a nuova gloriosissima 
vita, io vengo tra voi alla testa del mio eser- 
cito, secondando cosi i più intimi impulsi del 
mio cuore; io vengo tra voi non curando di 
prestabilire alcun patto: vengo solo per compiere 
la grand-opera, dal vostro stupendo valore cosi 
felicemente incominciata. 

€ Italiani! In breve la nostra patria sarà sgom- 
bra dallo straniero. E benedetta le mille volte 
la Provvidenza Divina, la quale volle serbarmi 



- 47 - 



a cosi bel giorno, la quale volle che la mia 
«pada potesse adoperarsi a procacciare il trionfo 
4ella più santa di tutte le cause. 

« Italiani ! La nostra vittoria e certa: le mie 
armi, abbreviando la lotta, ricondurranno tra 
voi quella sicurezza che vi permetterà di atten- 
dere con animo sereno e tranquillo a riordinare 
il vostro interno reggimento; il voto della na 
zione potrà esprimersi veracemente e libera- 
mente; in quest'ora solenne vi muovano sopra- 
tutto la carità della patria e Tabborrimento 
delle antiche divisioni, delle antiche discordie^ 
le quali apersero le porte d'Italia allo straniero; 
invocate dall'Alto le celesti ispirazioni; e che 
l'Angelico Spirito di Pio IX scorra sopra di voi; 
Italia sarà! 

« Dal nostro Quartier Generale in Lodi, 31 
marzo 1848. 

Carlo Alberto 
Il Ministro della Guerra, Franzini. 

* * 

« Soldati! 
« Passammo il Ticino e finalmente i nostri 
piedi premono la sacra terra Lombarda! Ben 



è ragione che io lodi la somma alacrità, colla 
quale, non curando le fatiche di una marcia 
forzata, percorreste nello spazio di 72 ore più 
di cento miglia. 

* Molti di voi, accorsi dagli estremi confini 
dello Stato, appena poteste raggiungere le vostre 
bandiere in Pavia; ma or non è tempo di pen- 
sare al riposo: di questo godremo dopo la vittoria. 

* Soldati! Grande e sublime è la missione a 
cui la Divina Provvidenza ha voluto ne' suoi 
alti decreti chiamarci. Noi dobbiamo liberare 
questa nostra comune patria, questa sacra terra 
italiana dalla presenza dello straniero, che da 
più secoli la conculca e l'opprime: o^ni età av- 
venire invidi era alla nostra i nobilissimi allori 
che Iddio ci promette; tra pochi giorni, anzi tra 
poche ore, noi ci troveremo a fronte del nemico; 
per vincere basterà che ripensiate alle glorie vo- 
stre dì otto secoli, e gl'immortali fatti del po- 
polo Milanese; basterà vi ricordiate che siete 
soldati italiani. 

Viva l'Italia! 

Dal nostro Quartier Generale in Lodi, 31 
marzo 1848. 

Carlo Alberto 

Il Ministro defila Guerra, Franzini » 



t:.. 



■- 49 - 

E quasi a dimostrare il sentimento concorde 
di popolo e di Re nel volere liberata l'Italia 
dallo straniero, in Ancona veniva pubblicata 
il seguente bando: 
Cittadini ! 

« Al suono delle campane a stormo, che ec- 
citò l'insurrezione nelle Lombarde città contro 
l'odiato straniero e ne fa ora trionfalmente in- 
seguire la fuga e disperdere gli avanzi, si me- 
sce già il vivo fuoco degli accorsi drappelli ita- 
liani e il tuono possente del cannone di Carlo 
Alberto. Da ogni città, da ogni borgo, da ogni 
siepe esce un animoso combattente della santa 
guerra d'Italia. La croce corona la tricolore ban- 
diera, e Cristo ne ha fatto l'indivisibile segno 
della nostra vittoria. I lunghi secoli del dolore 
e del lutto si riscattano con brevi e invidiabili 
perigli; le macchie, già abolite, d'inerzia e d'in- 
dififerenza si redimono con un'eternità d'impa- 
reggiabile gloria. 

« Chi, alla voce d'Italia, di questa patria su- 
blime, ode più gli affetti di padre, di marito,^ 
di jSglio? Chi getta ancora uno sguardo sugli 
averi e sulla ricchezza se non per farne un sa- 
grificio alla patria? 



- 50 ~ 

€ Via il lusso, via gli ornamenti; il ferro! il 
ferro! nessuna gioia fuorché nelle ferite larga- 
mente aperte nei petti nemici; nessun desiderio 
fuorché del sangue copiosamente sparso per 
r Italia; nessuna gloria fuorché nella sua reden- 
zione. La nostra avanguardia é partita. I nostri 
prodi ci aprono la via. Quale ragione, qual pre- 
testo ai fortij ai valenti per rimanere? Che dol- 
cezza in queste mura, che beltà nella vita, 
quando nei campi di Lombardia si muore per 
l'indipendenza italiana? 

*; Chi non invidia a sé stesso questa nobile for- 
tuna di morire per tltalia? Chi ricusa la cele- 
ste voluttà di vendicare la sua vendetta? Chi 
non s'infianinia all'alto pensiero di concorrere 
ad eseguire il decreto di Dio, il decreto della 
rigenerazione italiana? Su questo punto si fonda 
la nostra ntizionalìtà, si conquista la libertà no- 
stra, si edifica una gloria immortale! Deh! ciò 
non sia senza noi! Deh! si accorra alla guerra 
della redenzione ! Felice chi lascerà la vita per 
lei! Felice chi tornerà vittorioso, e udrà dirsi 
ammirando e piangendo di tenerezza: questi fu 
soldato deirindipendenza d'Italia! 

Ancona, 30 marzo 1848 >. 



— 51 — 






Da Lodi il Ke mosse per Cremona, ove tenne 
Consiglio di guerra per deliberare sulle opera- 
zioni militari. 

L'esercito procedeva verso il fiume Oglio e 
arrivatovi il generale Bava faceva restaurare 
il ponte di Marcarla. 

Il Re si trasferiva a Bozzolo. 

Il giorno 6 aprile il generale Bava si avan- 
zava verso il fiume e giunto verso le 9 in pros- 
simità di Goito ordinava ad un battaglione di 
bersaglieri di assalire i cacciatori austriaci che 
occupavano i colli; i nostri mossero impetuosi 
all'assalto e gli austriaci, abbandonate le posi- 
zioni, si riparcirono entro Goito. Ordinata in 
schiera d'assalto la brigata Regina^ e soprag- 
giunti i reggimenti della brigata Aosta^ il gene- 
rale Bava mosse contro Goito preceduto dai 
bersaglieri comandati dal generale Alessandro 
Lamarmora; questi appoggiati dall'artiglieria che 
battevano le case per cacciarne gli austriaci 
spalleggiati da due compagnie delle Real Navi, su- 
perati arditamente gli asserragliamenti costruiti 
dai nemici, penetravano nel paese; gli austriaci/ 
parte rimasero prigionieri, parte corsero al ponte 



— 52 — 

per difenderlo; i nostri bersaglieri e i lieal Navi 
inseguono, passano a tutta corsa il ponte e, scesi 
sulla sinistra del fiume, s'impadroniscono di un 
cannone che il nemico nella precipitosa fuga 
non riesce a salvare. 

Il combattimento durò tre ore, le nostre 
truppe che vi presero parte, sopratutto bersa- 
glieri e Real Navi, mostrarono gran valore; eb- 
bero due ufficiali e sei soldati morti, cinque uf- 
ficiali feriti tra i quali il Colonnello Lamarmora 
e il Maggiore Maccarani comandante le truppe 
Real Navi e trentacinque soldati. Si distinsero 
11 Generale D'Arvillers, il Capitano Griiììni e 
Domenico Resta. 

Il giorno appresso il generale De Sonnaz con 
un ardito colpo di mano sloggiava gli austriaci 
da Monzambano ed alle 5 pomeridiane i Pie- 
montesi erano padroni di quelle posizioni. Con- 
temporaneamente il Colonnello comandante il 
reggimento Seimia entrava in Borghetto alla 
destra di Monzambano in taccia a Valeggio, ove 
i nostri entravano il giorno appresso. 

A questi combattimenti seguirono quelli di 
Pastrengo e dì Santa Lucia, 

I nostri guidati dal Generale De Sonnaz, cac- 



r~ 53 — 

ciati gli austriaci dai colli di Costiera, Cassetta 
e Fratelli furono, in breve ai piedi di Pastrengo. 
Ma il Duca di Savoia, che colle brigate Cmieo e 
Regina si era avanzato alla testa di tutti, si trovò 
arrestato dal melmoso letto di quei piccoli toi^- 
renti che si scaricano più in basso nel fiume 
Tione. Fu dovuta rallentare la marcia, final- 
mente, superato Tostacelo ed animati della pre- 
senza del Re e del Duca, s'avventano alla lotta, 
che fu aspra perchè gli austriaci difesero palmo 
a palmo il terreno; alle 3 e mezzo i nostri erano 
padroni di Pastrengo. Il Re in quel giorno su- 
però tutti in valore e corse gravissimo pericolo; 
intollerante d'indugi aveva precorso la fanteria 
con la sola scorta di un drappello di cara- 
binieri. Un corpo di Tirolesi, in agguato per ri- 
tardare la marcia dei Piemontesi, fece una sca- 
rica a bruciapelo contro il piccolo drappello e 
se il Colonnello Sanfront non fosse arrivato in 
tempo coi suoi squadroni di carabinieri, il Re, 
che aveva tratto la spada in atto di slanciarsi 
contro il numeroso nemico^ 5i sarebbe trovato 
a mal partito. 

Il 6 maggio i Piemontesi con tre divisioni 
si mossero in ricognizione su Verona; la brigata 



- 54 — 



Regina sotto gli ordini del generale D'Arvillar»- 
s! avanzava sulla strada di Sona, incontrava il 
nemico e impegnava un assai vivo combatti- 
mento, che ebbe esito fortunato per i nostri per- 
ché il nemico si ritirava sotto le mura di Ve- 
rona; però durante il combattimento la brigata 
Aosta^ per seguire il Re, sempre primo ai rischi, 
avendo accelerato il passo si trovò sola di fronte 
alla nemica e formidabile posizione di S. Lucia, 
seguita a grandissima distanza dalla brigata 
Gruardie. 

Gli Austrìaci occupavano il Campanile e le 
case, e, del Cimitero cinto di mura munite di 
feritoie, ne avevano formato una vera fortezza, 
e un fuoco micidiale colpiva i nostri; il valo- 
roso generale Sommariva secondando l'ardore 
del Re e dei suoi soldati assale energicamente 
il villaggio; il generale Bava fa piazzare in 
buona poKìzione Tartiglieria, la quale apre vivo- 
fuoco con tre il campanile, le case e il Cimitero; 
sotto le mura del villaggio si accende un aspro 
conflitto nel quale trova morte il prode colon- 
nello Caccia del 5° reggimento; a fianco del ge- 
nerale Sommariva cadeva mortalmente ferito il 
tenente Beston Balbis suo aiutante^ il colonnello 



— 55 



Manassero del 6° reggimento era gravemente 
ferito ed a lui vicino moriva il tenente Gandolfo 
di lui aiutante e tanti e tanti altri; ma ì valo- 
rosi Valdostani non si arrestano ; che anzi il de- 
siderio di vendicare i caduti li spingeva a più 
fiera lotta. Giungeva finalmente la brigata Cruar- 
die, che al fragore del cannone aveva acceloiato 
la sua corsa; e allora il Generale Bava valen- 
dosi del sopraggiunto rinforzo si pone alla te- 
sta di questo, slancia le sue brave truppe sul 
merlato muro, e queste sprezzando il pericolo, 
animate dalla presenza dei condottieri, superano 
tutte le difficoltà, s'impadroniscono del baluardo 
seminando morti e facendo prigionieri. 

Dopo il combattimento di S. Lucia, tanto glo- 
rioso per le armi Piemontesi, essendo giunto il 
parco da Alessandria, il Re ordinava che si cin- 
gesse d'assedio Peschiera. La direzione deiras- 
sodio fu affidata al Duca di Genova, il quale 
aveva sotto i suoi ordini il generale Chiodo dei 
Genio e il generale Rossi deirartiglieria; al la- 
vori d'assedio e a cingere la piazza furono de- 
stinate le brigate Piemonte e Pinerolo con Fede- 
rici generale di divisione, Bes e Manno briga- 
dieri. 



- 56 - 

Il giorno 19 aprile le truppe Romane di linea 
e volontari, alle quali eransi uniti il battaglione 
volontari di Ancona ed altri delle Marche, la 
Legione Romagnola di Ferrara, passavano il Po, 
e si mettevano in marcia verso Montebelluno. 
Il generale Durando Comandante in capo di 
queste truppe colla prima divisione trovavasi 
già -ad Ostiglia. 

Il 25 d'aprile nei dintorni di Schio ebbe luogo 
un combattimento fra le nostre truppe e un corpo 
di Austriaci che durò per quattro ore ; l'attacco 
fu vivo, ma i bravi nostri giovani volontari sep- 
pero cosi bene resistere alle prime prove del 
fuoco da costringere il nemico a ritirarsi con 
perdite non lievi. 

Anche nei giorni seguenti ebbero luogo vari 
scontri sempre favorevoli alle nostre armi. 

Il giorno 8 maggio il generale Ferrari, che 
aveva concentrato le sue forze di volontari e 
regolari a Montebelluno, ebbe avviso dai suoi 
posti avanzati dell'av vicinarsi del nemico. 

Il generale, lasciata una parte delle truppe 
a guardare il paese, mosse col resto delle sue 
forze per la via di Cornuda, ove giunto alle 
ore 5 pom. fece prendere ai suoi posizione sulle 




57 



-colline circostanti, mentre mandava grosse pat- 
tuglie a perlustrare sulla strada dalla quale si 
attendeva il nemico. Poco prima del tramonto 
la compagnia dei bersaglieri del Po, che stava 
appostata sulla collina di destra, incominciava il 
fuoco contro Favanguardia nemica che di poco 
precedeva il grosso delle truppe, per cui ben 
presto il fuoco fu acceso su tutta la linea ; que- 
sto durava da un'ora circa e cessava da parte 
del nemico che suonò a raccolta. Era certo che 
•questo aveva voluto limitare la sua azione ad 
una ricognizione, e sicuro che Tindomani sa- 
rebbe stato attaccato da forze superiori il gene- 
rale Ferrari dispose di ritirarsi dalle posizioni 
avanzate che occupava colle sue giovani truppe 
e di disporre una nuova linea di avamposti al 
di là di Cornuda. Mandava subito avviso al Du- 
rando, che si trovava colla sua divisione nella 
vicina Bassano, della presenza del nemico, af- 
finchè come generale in capo avesse prese le 
sue disposizioni. 

Alle 5 di mattino del 9 maggio il nemico 
si mosse all'assalto delle posizioni occupate dai 
nostri i quali sostennero l'urto senza cedere un 
palmo di terreno, mantenendo un fuoco assai ben 



— 58 - 

nutrito fino alle 4 pomeridiane in attesa del- 
Tarrlyo del Durando, 

Intanto il nemico ingrossava sempre più tanto 
che a sera la truppa del Ferrari si trovava ad 
avere dì fronte Unterà divisione del Nugent che 
occupava con nuovi battaglioni tutte le posizioni 
di fronte con spiegamento di altri battaglioni a 
destra e a sinistra tendenti airavviluppamento 
dei nostri; intendimento che non sfuggi al 
Ferrarij il quale ordinava alle sue truppe un 
movimento dì ritirata e di concentramento più 
indietro di Cornuda per proseguire poi per Mon- 
tebelluno onde congiungersi colle truppe che vi 
aveva lasciato di presidio. Giunto a Montebel- 
Inno ordinava la partenza per Treviso dandone 
avviso al generale Durando. 

Nel combattimento del 9 si distinsero il mar- 
chese Patrizi comandante la 2* Sezione compo- 
sta di perugini e di marchigiani che si compor- 
tarono da eroi ; combatterono da prodi veterani 
i bersaglieri romani comandati dal Tittoni ed 
il 1" battaglione della 3^ sezione composta di 
romagnoli ; ebbe il cavallo ucciso e riportò fe- 
rita il maggiore Diamilla-Muller aiutante di 
campo del generale Ferrari mentre conduceva 
al fuoco due compagnie. 



— 59 — 

Il mancato appoggio del Durando fu inespli- 
<5abìle. 

Alle pressanti premure del generale Ferrari 
«gli rispondeva cosi : 

Crespano, 9 maggio 48. 
Generale, 
< Vengo correndo ». 

€ Durando » 

Ma non si vide! 

11 generale Ferrari presa posizione a Treviso 
ordinava una ricognizione — volle dirigerlo di 
persona il generale Guidetti il quale spintosi 
il vanti alla testa dei suoi, ebbe trapassato il 
cuore da una palla tedesca. 

Verso mezzogiorno si ebbe notizia che il ne- 
mico in forti masse si avvicinava a gran passi 
da tre parti su Treviso. Il bravo generale Fer- 
rari si spinse con una forte ricognizione verso 
il Piave. Venuto a contatto col nemico ingag- 
giava il combattimento di tiraglieri, facendo piaz- 
zare intanto la debole sua artiglieria. Al con- 
trattacco del nemico, che aveva spiegato forze 
imponenti,, e al fuoco delle sue artiglierie che 
fulminavano, la colonne avanzata composta di 
truppe di linea non resse, balenò prima, poi, 



t 



- 60 - 

presa da panico, si sbandava abbandonando al 
nemico un cannone e non arrestandosi che a 
Treviso. Non giovò l'intrepido e valoroso esem- 
pio del generale di fronte al fuoco: fu vana 
la voce degli ufficiali che tentarono di richia- 
marli al dovere e di fare argine alla fuga ; 
nulla valse e la rotta di quella truppa fu com- 
pleta. I volontari marchigiani, romagnoli, umbri^ 
romani rimasero al loro posto ma non poterono 
riparare al disiistro ; questi si misero sotto gli 
ordini del colonnello Galletti e del Sante per 
riannodarsi alle truppe del generale in capo Du- 
rando, avendo il generale Ferrari abbandonato 
il comando, offesso della condotta del Durando- 
che gli aveva fatto m me ii-e il promessogli soc- 
corso. 

Nei combattimenti di Cornuda e di Treviso,, 
sostenuti con valore dalle forze di linea e di 
volontari comandate dal generale Ferrari si 
distinsero: 

Patrizi Filippo, Galletti Bartolomeo, Diamilla- 
Muller Demetrio, 8tefanoni Carlo, Ruspoli Bar- 
tolomeo, Tittoni Angelo^ Pianciani Luigi, Del 
Grande Natale, Montecchi Mattia, Gariboldi A- 



- 61 - 

lessandro, Ceccarini Luigi, De Angelis Pietro, 

Federici Romolo, Savini Francesco, Gazzani 

Adriano, Siili Giuseppe, Chiavarelli Antonio. 

* 

Il generale Durando col grosso dei suoi sì 
trovava a Padova con posti avanzati a Vicenza- 
li 20 maggio gli Austriaci, forti di 6000 uo- 
mini oltre Tartiglieria, assalivano i posti avan- 
zati di Vicenza sviluppando la loro azione di 
artiglieria e di ben nutrito fuoco di fucileria 
contro le barricate di Porta S. Lucia, di Porta 
Padova e di Porta S. Bartolo, ma doi>o 4 ore 
di combattimento il nemico fu da ogni parte 
brillantemente respinto. 

In questo combattimento, sostenuto con molto 
valore, i nostri ebbero a soffrire non poche per- 
dite e lo stesso generale Antonini vi rimase 
gravemente ferito. 

Il giorno 23 gli Austriaci con maggiori forze 
ritornarono ad assalire Vicenza; il combattimento 
durò accanito tutto il giorno e fu ripreso la 
mattina del 24, mentre nella notte del 23 al 
24 gli Austriaci bombardarono la città che non 
die segni di allarme. I nostri fecero prodigi di 
valore; colla punta della baionetta fugarono il 



- 62 - 

nemico che perdeva due cannoni e lasciava in 
nostre mani 154 prigionieri; gli Austriaci eb- 
bero più dì mille feriti. 

Fu una j^ìornata gloriosa per le armi italiane. 

Contemporaneamente gli Austriaci attacca- 
vano i nostri nelle posizioni del Caffaro-Lodrone- 
Bagolino, ma anche da quella parte furono bra- 
vamente respinti* . 

Il giorno 8 giugno da informatori il generale 
Durando fu avvisato del nuovo avanzarsi del 
nemico, ma mal si seppe del numero e della 
direzione. 8i diceva che non raggiungeva i 
20,000 uomini ed erano diretti al Piave per con- 
giungersi ad altro corpo ivi concentrato. Ma il 
giorno 9 si ebbe notizia che aveva tagliata 
la strada ferrata e gittati tre ponti sul Bacchi- 
glione; ormai il sospetto di essere attaccati di- 
veniva certezza e quindi con ogni maggiore 
alacrità si diede opera ai lavori di difesa, si 
distribuirono le forze di 11,000 uomini nelle po- 
sizioni le più importanti. Verso sera si ebbero 
precise informazioni che tutto Tesercito Austria- 
co con Radetzky alla testa e con 80 cannoni 
stava per rovesciarsi su Vicenza. 

Alle 4 di mattina del giorno 10 incominciò 



■•^■i^T 7T 



- 63 - 

l'attacco al Monte Serico posizione importantis- 
sima che domina Vicenza. Per disposizione del 
generale Durando, le posizioni di Castel Ram- 
baldo e di Bellaguarda presidiate dagli Svizzeri 
dovevano essere abbandonate se attaccate da 
forze preponderanti per concentrarsi con una 
forte difesa al Colle su cui sta la Villa Ambe- 
licopoli; e cosi fu fatto. Abbandonato dai nostri 
il colle di Bellaguarda gli Austriaci pensarono 
subito di piantarvi una batteria, ma colpiti con 
grande precisione dalla batteria del Colle Am- 
belicopoli batterono in ritirata. Fino alle 10 del 
mattino l'attacco fu debole perché gli Austriaci 
lavoravano per fortificarsi nelle posizioni con- 
quistate nel piantarvi batterie cjie avrebbero 
ben presto vomitato quel turbine di fuoco che 
doveva avviluppare la città e piombare sui 
<5olli. Ad un dato momento il nemico spiegava 
tutte le sue forze attaccando contemporanea- 
mente il Monte Berico, i Colli e le porte di Pa- 
dova, di S. Lucia e di S. Bartolo. 

Alla difesa della posizione Ambelicopoli stava 
la batteria Lentulus, rafforzata da un battaglio- 
ne di corpi pontificii, di un battaglione di sviz- 
:^eri e dalle compagnie di Mosti di Ferrara e 



-- 64 -- 

Fusinato,-dÌ Suhio e del Tirolo italiano. Fu un- 
accanito scambiarsi di palle, di granate, di razzi 
e di fucilate con esito micidialissimo. Alle 2 po- 
meridiane il Marchese d'Azeglio comandava un 
attacco alla baionetta contro i nemici occupanti 
la collina opposta.; 'il combattimento a corpo a 
corpo fu accani tOj micidiale sopra tutto per i no- 
stri che avevano di fronte forze quattro volte 
superiori ; vi rimasero feriti lo stesso d'Azeglio 
e il colonnello Cialdini, e l'esito infelice fu la- 
causa della perdita della nostra posizione al 
Monte Beiico; i nostri costretti a ritirarsi furona 
inseguiti da cinquemila cacciatori ed Ungaresi 
senza che la nostra batteria potesse arrestarli 
con fuoco a mitraglia per non colpire i fratelli 
inseguiti d'appresso; giunti gli Austriaci a passo- 
di corsa fino ai nostri, come una valanga li ro- 
vesciarono giù dal Monte; tentarono ancora i 
bravi italiani di fare resistenza sul Monte della 
Madonna e per i portici, ma tutto inutile, che 
dovettero ripararsi in città. 

Perduto il Monte Borico la sorte di Vicenza- 
era decisa^ ma è pur vero che la resistenza po- 
teva prolungarsi. 

Erano le 8 di sera e ad onta del fulminare- 



- 65 - 

delle artiglierie e degli stutzen nessuna delle bar- 
ricate aveva ceduto, tutte difese fino aireroismo 
dal battaglione volontari e dalla legione Romana, 
dalla legione Romagnola,, dal battaglione Anco- 
nitano e dalle truppe delle Marche; di questo 
parere di ulteriore resistenza erano i Vicentini 
che, quando videro sulla torre inalberata la 
bandiera bianca, la presero a fucilate. 

Fu firmata una capitolazione che salvava la 
città e i cittadini da ogni rappresaglia; ai par- 
lamentari nostri, l'Austriaco disse: « che non si 
poteva negare una onorifica capitolazione a chi 
si era difeso tanto eroicamente ». 

Certo è che le truppe regolari e volontari 
fecero tutti il loro dovere e si batterono con 
accanimento e valore, e la stessa capitolazione 
lo dimostrava perchè le truppe poterono ritirarsi 
con armi e bagaglio ed onori di guerra, senza 
alcuna scorta, colla semplice promessa che non 
avrebbero preso le armi per tre mesi. 

Si distinsero il Fasi, il Ceccarini, il Calan- 
drelli, il Casanova, il Marchese Ruspoli, l'Albi* 
ni, i capitani Ornani, Gigli, Andreucci, ed ì 
tenenti Schellini e Andreani. 

Vi lasciarono la vita il Maggiore Conte Gen- 



- 66 - 

tilonì, il colonnello Del Grande, Francesco Ma- 
ria Canestri; rimasero feriti Massimo d'Azeglio, 
il Colonnello Enrico Cialdinij il Comandante 
l'Artiglieria Lentulus, il Maggiore Morelli, il 
Morigliani, il Minghetti, il Corandenlj capitani, 

il Beautort, e il Baodini tenenti, 

* 

Vinti separatamente, le truppe Romane e i 
■volontari, delle Marche, dei Ferrarese, delle Ro- 
magne e delle Venete provinole e del Friuli, 
comandate dal Durando, dal Ferrari, dal Zam- 
bianchi^ dal Mosti, dal Fusinato, il Maresciallo 
Radetzky era ormai libero di portare tutte le 
*iue forze rafforzate e ringagliardite contro Te- 
^ercito Piemontese di cui aveva provato il va- 
lore e ehe solo gli rimaneva dì fronte. 

Disgraziatamente queste truppe, il cui am- 
montare non superavano i 60 mila uomini, erano 
<>rdinate in una estensione di terreno larghissi^ 
mo, da occupare una lìnea di circa cento chilo- 
metri atti^aversati da un fiume — Rivoli, le rive 
del Mincio da Peschiera a Gì-oiÈo, i pressi di 
Jtfantova, Governolo, VìUaf ranca ne erano le 
-esti^eniità, Rover bella il centro. 

Il Maresciallo Austrìaco volle tentare un 



^ìC " ^' 



— 67 — 

colpo decisivo, salvare Peschiera dairimniinente^ 
caduta e piombare addosso all'esercito Piemontese- 
sperando di trovarlo debole a motivo della esten- 
sione della lunga linea di posizioni che teneva 
occupate. Formava quindi il piano di forzare la 
destra del Mincio per Rivalta, le Grazie e Cur- 
tatone contando di trovarvi debole resistenza, 
sorprendere alle spalle le truppe Piemontesi e 
sospingerle sotto le fortezze del quadrilatero. 

Formato questo piano il 27 di maggio usciva 
da Verona con 30 mila uomini che diresse per 
Mantova, la notte del 28 si attendò sotto quella 
fortezza da dove trasse con se altri 15 mila 
uomini del Nugent; aveva con se 45 mila com* 
battenti con corrispondente artiglieria e li divine 
in tre corpi di 15 mila ognuno. 

Alle 10 del mattino del 29 maggio attaccava 
contemporaneamente Tala sinistra deiresercito 
Piemontese girandolo per Rivoli, Affi, Lozise ed 
il Campo Toscano di guardia alla destra; fra 
Mozzacane e Povegliano oravi un altro corpo 
di 15 mila uomini minacciante il centro, qualora 
i Piemontesi avessero incautanrente appoggiato 
a destra e a sinistra per rafforzare i deboli 
estremi. 



— 68 — 

L'attacco dì Lozise riuscì sfavorevole agli 
Austriaci; essi furono ricacciati al di là dell'A- 
dige dal generale De Sonnaz e vi lasciarono sul 
terreno oltre 500 feriti e numerosi prigionieri. 

A Curtatone e a Montanara erano 5 mila 
Toscani con pochi Napolitani a guardia del Min- 
cio comandati dal valentissimo generale I^ugier, 
di questo pugno d'uomini il Maresciallo Austriaco 
coi suoi 15 mila che loro mandava contro cre- 
deva di averne ben presto ragione. 

Lanciava quindi contro questa estrema punta 
un numero dì truppe, con ordine di disfarli 
senz'altro , valicare il Mincio , prendere alle 
spalle i Piemontesi, sgominarli e fere punta su 
Peschiera. 

Senonchè i Toscani ricevettero il formida- 
bile urto come tanti eroi della vecchia guardia, 
entusiasmati dall'esempio del loro generale che 
moltiplicandosi si trovava ove più fiera era la 
mischia. 

Gli artiglieri rispondono coi loro otto can- 
noni alle furiose scariche nemiche, molti muoiono 
da eroi sui loro pezzi, ma vengono tosto rim- 
piazzati da altri anìmosìj dal molino e dalla 
casa del Lago, della quale ì Toscani avevano 



fatto una fortezza aprendovi feritoie efulmina- 
Tano gli assalitori ; il battaglione degli studenti 
si slancia con impetuosa carica sulla sinistra 
del nemico, lo rompe e lo mette in fuga. 

Il combattimento durò fino alla sera; un pu- 
gno d' uomini che il Radetzky credeva di ster- 
minare in brev'ora, seppe con impareggiabile 
valore tenergli testa sebbene decimato. Alla t^era, 
sfiniti, dovettero ritirarsi su Goito e Castelluccio. 

In quel fiero combattimento nel quale ì 
bravi Toscani combatterono contro forze tre 
volte superiori, maggiormente si distinse Fartl- 
-glieria comandata dal bravo tenente Nicolini, 
che vi rimase ferito ; gli artiglieri morirono 
tutti sui loro pezzi, meno uno TElbano Gasparì 
'Che, aiutato dal bravo Capitano Camminati riu- 
sciva a salvare i pezzi che avevano fatto strage 
4i nemici tutto il giorno ; anche il Capitano 
Malenchini cooperò potentemente colla sua com- 
pagnia a trarli in salvo ; tutti si comportarono 
con eroico contegno e sopratutto il battaglione 
universitario comandato dal valoroso Maggiore 
Mossotti. 

Al combattimento prese parte il Montanelli ; 
questi temendo che il forte numero degli Au- 



- 70- 

strìacì potesse avere ragione del piccolo corpo- 
dei ToscaDÌ disse al Malenchini, Capitano dei 
tersaglieli : 

— ^ Moriamo qui tutti piuttosto che arrender- 
ci > mentre cosi dice va venivano colpiti a morte 
Pietro Parrà e Paolo Crespi ; Malenchini si tro- 
vava vicino a quest'ultimo, volle soccorrerlo,, 
accorse e lo prese nelle sue braccia < dammi 
un bacio amico » gli disse il moribondo Crespi 
■ e torna a fare il tuo dovere ». 

Fra i tanti feriti vi era il Colonnello Cam- 
pia e il tenente Colonnello dello Stato Maggiore 
Chigi che dovette soffrire l'amputazione della 

mano sinistra. 

* 

* * 

Nel mattino del 30, accortosi Carlo Alberto 
che la Colonna nemica del centro erasi ritirata 
durante la notte a Mantova, trovò necessario 
di dai^e appoggio alla destra del Mincio a ga- 
rantire le ritirate delle truppe Toscane su Volta, 
e tener fermo sull'alto Mincio lungo le forti 
ed elevate posizioni che da Valleggio disten- 
donsi fino a Castiglione; e fu una provvida 
misura. 

Il nemico fatte passare le sue truppe alla 



— 71 — 

destra del Mincio, le distese da Rivalta a Gaz- 
zaldo e già si trovava a Goito quando giunsero 
le truppe Piemontesi. 

Ben notevole era la differenza delle due 
forze ; i Piemontesi non superavano i 19 mila 
uomini e 45 pezzi di artiglieria, TAustriaco era 
di 28 mila uomini e 60 cannoni,; ma questa 
sproporzione fu tosto vinta dall'ardimento e 
sommo valore dei Piemontesi. 

In sei ore di eroico combattimento dalle 2 
pomeridiane alle 8, T inimico fu sconfitto; lo 
sbaragliarono nelle sue colonne, e lo misero in 
piena fuga, inseguito fin sotto Mantova. 

Fu una vittoria veramente gloriosa. U Re 
fu sempre esposto in mezzo alle palle, ed ebbe 
sfiorato un orecchio ; il duca di Savoia fu fe- 
rito ad una coscia. Il numero dei morti e feriti 
austriaci fu grande e molti furono i prigionieri; 
fra questi è morto il principe Bentheim, ed è 
rimasto prigioniero il generale principe Ho- 
henloche. 

I nostri erano comandati dal Re col Duca di 
Savoia; generale di Divisione era il Bava; le 
brigate che vi presero parte furono quelle delle 
Guardie di Aosta, Cuneo, Acqui e Sardegna, 



— 72 -^ 

A rendere più memorabile la giornata, Pe- 
schiera si era l'esa alle 2 pomeridiane ; e alle 
4 il Re lo annunziava all'esercito durante il 
combattimento. 

Per facilitare le comunicazioni con la Car- 
niola e con la Corinzia il Re Carlo Alberto cre- 
dette utile di conquistare la posizione di Rivoli^ 
punto importantissimo per gli austrìaci; ne diede 
ordine al generale De Sonnaz. 

Stara a difesa dell' importante posizione il 
colonnello Zobel con 4 mila uomini. Il gene- 
rale De Sonnaz il 9 di giugno si metteva in 
marcia e Tavanguardia piemontese, formata dal 
battaglione degli studenti, entrata a Cavaion, che 
trovò sgombra di nemici, proseguiva fino a Co- 
sterman ove pernottava ad un'ora di distanza 
dagli avamposti. 

All'indomani il De Sonnaz divìdeva il corpo 
in due colonne ; 1' una comandata dal Duca dì 
Genova composta dalle due brigate Pienwnte e 
Pinerdo^ dalle compagnie degli studenti^ dei to- 
lontarì pavesi e piacentini e di due batterie, 
giunse per Costerman, Eoi e Caprino, sopra 
S. Martino, accennando a circuire la posizione 
di Rivoli per la sinistra e tagliare la ritirata al 



J 



— 73 - 



nemico, Taltra colonna partita da Pastrengo 
composta di tutta la Divisione Broglia per la 
strada del Ronchi ed Affi giunse sopra Rivoli 
che fu trovato sgombro, perchè il Zobel, quando 
si accorse che due forti colonne erano in mar- 
cia per attaccarlo da due parti, s'era ripiegato 
su Incanalo ; giunto a Preabono occupava for- 
temente la Corona, punto molto importante sul 
suo destro fianco e le Croare, e mandava sul 
Trentino alcune compagnie sulla sinistra del- 
l'Adige e quivi sperava di mantenersi. Ma allo 
spuntare del giorno 11 fatto assalire dal Duca 
di Genova, dopo qualche resistenza, batteva in 
ritirata verso Madonna della Neve luogo al di 
là del confine italiano. 

Il 18 luglio le truppe Piemontesi ordinate a 
serrar più d'appresso Mantova, con brillante at- 
tacco ordinato e diretto dal Generale Bava 
s'impadronivano di Governolo ricacciando nelle 
paludi gli Austriaci e facendone molti prigio- 
nieri. 

Il giorno 22 luglio il Maresciallo Radetky 
deciso di dare una decisiva battaglia ai Piemon- 
tesi usciva di Verona con 45 mila uomini; divi- 
deva queste forze in tre corpi Tuno capitanato 



— 74 — 

dal d'Aspre doveva portarsi sulle alture e il 
borgo di Sona; Taltro comandato da Wratislaw 
doveva assalire SommacampagTia; il terzo lo te- 
neva sotto mano il Wimpfeu per soccorrere al 
bisogno d'Aspre o Wratislaw, 

Le posizioni che stavano per essere investite 
dal nemico erano difese dal Generale Broglia 
che con la brigata Savoia, un battaglione del 13", 
alcune compagnie di Toscanij di bersaglieri e 
di volontari, sei squadroni di Cavalleria Novara, 
una batteria da posizione Piemontese, due pezzi^ 
Toscani e quattro pezzi Modenesi e Parmensi, 
occupava Palazzo lo^ S. Giustino e mandava avam- 
posti alle Cascine di Colorabarone a destra ed a 
sinistra fra Sondrio e Boscolengo: 

Pochi alberi abbattuti e qualche barricata 
erano tutte le difese dei Piemontesi sulla sinistra. 

Non cosi al centro ove il generale De Sonnaz 
aveva fatto innalzare un lungo bastionato che 
legando le colline di Palazzolo con quelle di 
Sona, chiudeva la gran strada che da Peschiera 
portai a Verona ; quest'opera ora difessi dal Duca 
di Genova e dai Parmensi» 

Sulla destra a Sommacampagna eransi pure 
erette alcune trinceej difese da un battaglione 
del W e dai Toscani con tre cannoni. 



— 75 — 

Stava in riserva Novara Cavalleria. Erano 
in tutti appena ottomila uomini. 

In Vaiafranca stavano gli altri due battaglioni 
4el 13°, un secondo battaglione Toscano e mezza 
batteria di artiglieria; in tutto duemila cinquecento 
uomini che non presero parte al combattimento. 

L'attacco incominciò a Sona alle 6 del mat- 
tino del 23 luglio; i Piemontesi assaliti da tre lati 
con forze tre volte superiori, respingevano con 
grandissimo valore i ripetuti attacchi. 

E sebbene il Wimpfen vedendo l'ostinata re- 
sistenza dei Savoiardi e dei Parmensi avesse 
mandato in aiuto la riserva, pure poco frutto 
ne riportava contro il bastione difeso dalla brava 
artiglieria e dalle valorose truppe di fanteria; 
ne sarebbero riusciti ad impadronirsene se Som- 
macampagna avesse potuto resistere. Ma come 
era possibile resistere mentre tre battaglioni com- 
battevano arditamente per più ore contro tre 
brigate? E non sarebbero entrati in Somma- 
campagna neppure ; ma gli Austriaci per venirne 
^ capo, collocata una batteria di obici sull'altura 
del Santuario della Salute, fecero piovere nel 
paese tale una grandine di proiettili che i Pie- 
montesi dovettero sloggiare e ripiegare assai or- 



— 76 — 

dinati sopra San Giorgio in Salice, nel qual luogo- 
erasi già ridotto il generale Broglia ritiratosi 
egli pure in ordine perfetto portando con se la 
sua artiglieria; dietro ordine ricevuto dal gene- 
rale De Sonnaz ricondusse le valorose truppe^ 
per Sandrà e Colà sopra Pacengo. 

Il maresciallo Radetsky dopo questa batta- 
glia che gli era costata numerose perdite si pre- 
parava a valicare il Mincio per impedire a. 
De Sonnaz di ricongiungersi col resto dell'Eser- 
cito ; intanto Carlo Alberto ordinava i suoi per 
assalire il nemico e cacciarlo dalle posizioni di 
Custoza, Sommacampagna e Staffalo, ributtarlo 
contro il Mincio e togliergli la ritirata su Verona. 

Il generale De Sonnaz prima del far del gior- 
no del 24 luglio uscito da Peschiera colle sue 
genti saputo deiravvicinarsi degli Austriaci al 
Mincio, presidiata la terra di Ponti con cinque 
battaglioni e collocati due cannoni e una com- 
pagnia di bersaglieri a Salienze per contrastare 
al nemico il passaggio del fiume, con la brigata^ 
Savoia recavasi a Monzambano; senonchè assa- 
lito il presidio di Ponti da forze assai prepon- 
deranti, dopo accanita resistenza furono costretti 
cedere, abbandonando i cannoni per ridursi a. 



\ 



-- 77 — 

Peschiera ; anche De Sonnaz vedendo che non 
avrebbe potuto tenersi a Monzambano con le po- 
che sue forze, cinque volte inferiori a quelle ne- 
miche, dovette abbandonarla per raccogliersi a 
Volta. 

Ma nel frattempo Carlo Alberto trionfava in 
Val di Staffalo ; il re si era mosso da Villafraoca 
alle 2 e mezza pomeridiane colle brigate Guardie 
Piemonte e Cuneo, aveva lasciato la brigata Aof^ia 
ad Acqueroli a breve distanza da Villafranca 
sulla strada verso Valleggio, dando ordine a 
Sommariva d'invigilarla, a Manno di custodire 
Villafranca, ad Olivieri di lasciare la brigata 
Robillant di riserva al Centro e portarsi a per- 
lustrare sulla destra in direzione di Alpo. 

Giunta a Pozzomoretto la brigata Guardie ve- 
niva salutata dal comune nemico, ma l'impa-* 
reggiabile brigata schierava a battaglia i suoi 
battaglioni, piazzava la sua artiglieria e contro- 
batteva vittoriosamente quella nemica; la bri- 
gata Cuneo continuando ad avanzare al centro 
progrediva sino a Fredda ed airimboccatura 
della Valle di Staffalo che separa i Monti Gai 
e Mondatore dalle colline della Berettara e di 
Somma. 



— 78 - 

La brigata Piemonte convergendo fino a de- 
stra fiancheggiata dalla cavalleria assaliva la 
posizione di Berettara. 

Gli austriaci avevano collocato due pezzi su 
quel Monte in un ottima posizione da dove 
mitragliava i nostri; il generale Bava faceva 
prontamente raccogliere in un forte drappello 
i volteggiatori dei due reggiinenti Piemonte e 
postili sotto gli ordini di due Capitani Marcello 
del 3° e Chiabrera del 4"* ordinava loro di slog- 
giare il nemico e rivoltosi ad essi diceva: 

« Vedono quei due pezzi? — me li faccia 
tacere ». 

In breve spazio di tempo — in meno di mez- 
z'ora gli artiglieri che li servivano erano ful- 
minati : r ufficiale austriaco pensò a tirarsi 
indietro ma non fu in tempo, i nostri erano sul 
monte. 

Da per tutto si combatteva dai nostri con 
impareggiabile valore guidati dal Duca di Sa- 
voia e dal duca di Genova, a baionetta spianata 
cacciavano gli Austriaci dalle favorevoli posi- 
zioni di Sommacampagna e di Custoza e vi si 
mantenevano; i morti da parte degli Austriaci 
furono in numero stragrande circa quattromila. 



— 79 - 

Furono diciotto ufficiali, milleottocento soldati 
colla loro bandiera quelli che dovettero deporre 
le armi. 

Fu un giorno di gloria ! ma era destino fosse 
foriero di ben dolorose sventure ! 

Il 25 luglio Carlo Alberto ordinava alle sue 
truppe d'impadronirsi di Monzambano e di Ber- 
ghetto alfine di ricongiungersi al De Sonnaz, 
Usciva col Bava e col Sommariva da Villafranca 
e presso Valleggio attaccò gii Austriaci. Ma l'a- 
stuto Radetzky indovinando la mossa aveva 
moltiplicato le sue forze traendole tutte con se 
<ia Mantova e da Verona, e mentre si combat- 
teva accanitamente nei pressi di Villafanca, il 
Duca di Savoia e il Duca di Genova venivano 
furiosamente attaccati a Sommacampagna ed a 
■Custoza. Dopo fierissima lotta, dopo essere stati 
per bene otto volte respinti da Custoza e da Be- 
rettara nei quali combattimenti i principi di 
casa Savoia dettero prova d'indomito coraggio, 
finalmente gli austriaci del generale d'Aspre che 
ritornavano all'attacco con sempre nuovi rinforzi 
poterono nel cadere del giorno occupare Som- 
macampagna e stabilirsi nella posizione di Cu- 
stoza. 



— 80 ~ 

Questo risultato ebbe le più fatali conse- 
guenze. Nello scoraggiamento e nel pericolo di 
quelle ore^ fu decisa Timmediata ritirata su Goito 

Per la via di Roverbello marciava in ritirata 
l'esercito piemontese ; chiudeva la marcia il duca 
di Savoia. Con cozzo furioso Tarmata re^ia la 
sera del 26 s'avventava all'assalto di Volta, sa" 
perando sotto il fuoco micidiale nemico rertis- 
sima altura lottando disperatamente nelle tenebre, 
replicando l'assalto più e più volte in sette ore 
di combattimento; ma ogni sforzo fu inutile, il 
nemico ne faceva un vero macellò -- e la riti- 
rata si rese imperiosamente necessaria. 

A Custoza si era iniziata, a Volta si compiva 

la catastrofe! 

* 
* * 

L'ora del risveglio era suonata, e qual triste 
risveglio ! 

L'esercito piemontese dopo tante vittorie in 
tre giorni di lotta eroica disfatto ; le linee del 
Mincio e dell'Oglio perdute ; quella dell'Adda 
insostenibile ; tutta la Lombardia riaperta agli 
eserciti di Radetzki ; Milano stessa minacciata; 
ecco le notizie che dal 25 al 30 luglio giunge- 
vano terribilmente gravi nella Capitale Lom- 
barda. 




- 81 - 



Fin dalFannunzio dei primi disastri un Co- 
mitato di difesa erasi costituito, il quale, men- 
tre Re Carlo Alberto andava radunando le 
membra sparse del suo esercito, assumevasi di 
porre in istato di difesa la città, procedeva 
alla fortificazione ed all' asserragliamento delle 
mura e delle vie, cercava armi ed armati, or- 
dinava le milizie popolari raccolte nella città^ 
mandava in Svizzera ad assoldare nuovi vo- 
lontari, provvedeva ai viveri per l'esercito e 
per la popolazione, richiamava infine a Milano 
quanti corpi franchi non erano stati tagliati 
fuori dall'invasione nemica, fra i quali neces- 
sariamente anche Garibaldi. 

Se chiedere armi, rizzar barricate, bruciar 
case, offrire vita e sostanze, gridar « guerra o 
morte » erano segni della deliberata volontà 
d'un popolo di seppellirsi sotto le rovine della 
sua città, Milano li diede tutti! 

A Garibaldi l'ordine di recarsi a Milano mi- 
nacciata dagli eserciti austriaci giunse a Ber- 
gamo alla sera del 3 agosto ; e poiché egli era 
già consapevole dello stato delle cose, e che le 
avanguardie austriache bivaccavano già a Cas- 
sano d'Adda, non esitò un momento e mandava 



ai suoi legionari il seguente ordine del giorno : 
Legione italiana! 

Legionari ! Il cannone tuona — il punto in cui 
siamo è in pericolo, com^ in posizione di es^ 
sere tagliato fuori, e poi il giorno di domani ci 
promette un campo di battaglia degno di voi 

Adunque vi chiedo ancora una notte di sa- 
orificio, progrediamo la marcia. 

Viva Tindipendenza italiana. 
Merate, 4 agosto 1848. 

G. Garibaldi 

Fatti quindi nella notte stessa gli apparec- 
chi della partenza per la via più corta e sicura 
di Pontide - Brivio - Merate , dopo trent'ore di 
marcia forzata, verso le due pomeridiane del 
giorne 5 giunse a Monza. 

Conduceva con sé cinquemila uomini circa, 
^ fra essi, confuso co' gregari' del battaglione 
-Anzani, venuto a chiedere in queUa suprema 
angoscia della patria il suo posto di combatti- 
mento, Giuseppe Mazzini armato di carabina 
inglese, pronto a dare come semplice legionario 
italiano la vita per la patria. 

Monza, finché Milano resisteva era una 
Jt)uona posizione di fianco sulla destra dell'eser- 



cito austriaco, e quand'anche fosse stato impe- 
dito di penetrare nell'assediata città, l'audace 
condottiero avrebbe potuto molestare il nemico 
e recare agli assediati anche dal di fuori un 
non spregevole soccorso, ma troppo tardi ! Sfa- 
sciato l'esercito ; discordi i generali ; riescite 
sfortunate le prime fazioni sotto le mura ; smar- 
rita ogni speranza, disordinate, inesperte le mi- 
lizie cittadine ; diviso il popolo ; impossibile per- 
sino Teroismo della disperazione, certo Teccidio 
della città e con esso inevitabile la ruina del 
Piemonte e della sua libertà; in tale frangente 
Carlo Alberto ebbe il triste coraggio di fare 
col proprio sacrificio sua Tonta amara di una 
resa, che la giustizia della storia attribuisce a 
molti altri più che a lui, e la sera del 4 agosto 
mandò una proposta di armistizio al nemico, 
che la accettò. 

L'annunzio dell'armistizio Salasco colpi tutta 
la Lombardia, e fu inteso con un sentimento 
d'incredulità, e Garibaldi, anziché pensaj'e alla 
ritirata, deliberò di marciare prontamente in soc- 
corso di Milano. 

Invano ! tutto era finito ! L'esercito piemontese 
in ritirata verso il Ticino, l' esodo dei patriottì 



— 84 - 

— -^ 1 ■ 

e dei proscritti era già incominciato; Radetzki 
superbo come un conquistatore, passeggiava per 
le vie di MUaiio. 

Nel frattempo un altro fatto degno di essere 
ricordata era avvenuto in Bologna. 

CAPITOLO vm. 

Sollevazione di Bologna. 

Il giorno 8 agosto fin dal mattino, v'erano 
Btate provocazioni fra le truppe austriache ed i 
cittadini. Tra il pro-legato Bianchetti e il gene- 
rale VeldeOj era stato convenuto che le truppe 
austriache non sarebbero stanziate colle armi in 
cittàj riservandosi la sola guardia delle Porte 
di San Felice, Galliera e Maggiore. 

Alla Guardia Civica era affidato il servizio 
della città, e l'onorevole posto della Gran Guar- 
dia al Pubblico Palazzo. 

Tali patti non vennero mantenuti, e soldati 
armati erano entrati in città, sfidando e provo- 
cando i cittadini; ne jseguirono delle risse con 
ferimento di un ufficiale e di alcuni croati, quin- 
di scorrerie in città di truppe a piede ed a ca- 
TallOj enti'ate da Porta San Felice, ed un corpo 



-85- 

di cavalleria alle 9 del mattino, entrato da Porta 
Maggiore, recavasi ad occupare la piazza. 

Fu un fremito generale per la città e gli 
atti minacciosi degli austriaci non si vollero tol- 
lerare. Datone il segno, tutte le campane della 
città suonarono a stormo, i tamburi della guar- 
dia civica batterono a raccolta; gli armati vo- 
larono alla difesa; gli inermi, non atterriti dalle 
minacele nemiche, si diedero ad erigere barricate. 

Gli austriaci senz'altro cominciarono l'attacco 
lungo la linea che da Porta San Felice stendesi 
.a quella Galliera, punto formidabilmente battuto. 

Da porta Galliera la mitraglia contro la strada 
diretta recava danni gravissimi; cannoni, dalla 
Montagnola e da piazza d'armi, fulminano contro 
le case e gli sbocchi delle vie. 

Le racchette, i razzi, le bombe piovendo 
nella città, recavano gravi guasti agli edifizi, 
ed appiccavano incendi, che ì bravi pompieri 
a stento riuscivano con ammirevole coraggio a 
domare. 

Ma il popolo non si atterrisce, anzi cresce 
il suo sdegno di fronte a tali barbarie e ar- 
matosi di fucili o con qualsiasi altro mezzo 
oflensivo che può trovare incomincia una dispera- 



-se- 
ta difesa. Si combatteva da due ore virilmente^ 
da parte dei cittadini; quando la guardia civica 
con due cannoni si piantò alla Montagnola me- 
nando strage dei nemici, che sfiduciati e vinti si 
danno alla fuga, lasciando prigionieri ufficiali e 
soldati. Per fortuna loro il popolo, senza alcuna- 
direzione, non pensò di approfittare della fuga, 
né d'impadronirsi dei cannoni che poterono por- 
tar seco. 

Fu universale il grido di gioia da parte dei 
cittadini quando, usciti i nemici, si videro pa- 
droni di Porta Galliera. 

Ma la gioia della vittoria non fece dimenti- 
care i pericoli ai quali la città era esposta. Fu 
ordinato un servizio di sorveglianza e di difesa 
lungo tutte le mura, e fu salutare consiglio. 

Un corpo di cavalleria muovendo da S. Fe- 
lice si dirigeva lungo gli spalti esterni verso 
Porta S. Mamolo, minacciando d'impadronirsi 
degli sbocchi e dei Colli che da quel lato so- 
vrastano e dominano la città; una mano di bravi 
giovani, appostata in un interno riparo, lascia- 
rono venirsi sotto i cavalieri nemici e con una 
scarica generale ne ferirono diversi e misero- 
in fuga gli altri. 



- 87 - 

I bolognesi non si addormentarono sulla vit- 
►toria ; essi si prepararono alla difesa per potere 
accogliere come si conveniva il nemico* 

Si creò un comitato di pubblica salute, il 

• quale subito si mise all'opera pubblicando il se- 
.guente manifesto: 

Fratelli delle Romagne e d'Italia! 

« Dopo di avere occupato tre porte princi- 
ìpali della città ed i suburbi, l'insolente austriaco 
credeva di potere gettare il fango a piene mani 
su un popolo italiano; il castigo fu pa onte. L'a- 
mor della patria e l' onore d' Italia fa gagliarda- 
mente palpitare il cuore del nostro popolo 
quanto ogni altro generoso ; in breve, dopo osti- 
nata pugna, gli austriaci furono cacciati dai 
posti che avevano proditoriamente occupati e 
dalla Montagnola, ove avevano fatto il loro ine- 
spugnabile baluardo, che credevano di tenei^ saldo 
•coi cannoni bombardando la città. Un popolo 
quasi inerme fece mordere la polvere a molti 
-di quei tristi, e ne incatenò molti altri, 

« Dopo la prima vittoria la causa non è vinta ; 

• accorrete in armi rutti, generosi fratelli a dividere 

7 



— 88 - 

la gloria come divideste per tanto tempo i dolori. 

Bologna, 9 agosto 1848. 
Bianchetti, Pro-delegato — Popoli Gioacchi- 
BO-Napoleoue — Biancoli Oreste — Berti Lo- 
dovico — Gherardi Silvestro — Dottore Frez- 
20liui — Rusconi Federico >. 

Ma il destino era segnato, l'Italia doveva 
ancora soffrire il servaggio dello straniero, causa 
non ultima le nostre discordie. 

CAPITOLO IX. 
Garibaldi continua la lotta contro l'Austria. 

La Lombardia dopo V Armistizio avea pie- 
gato il capo al duro destino ; era forza che Ga- 
ribaldi piegasse il suo ; ma la sua doveva essere 
la ritirata d' un leone ! Decide pertanto di pie- 
gare su Como, sperando che il paese, scosso dal 
primo sbalordimento, si leverebbe in armi per 
riprendere la lotta. Infiammato da questa fede 
arrivava coi suoi a Camerlata; ivi prendeva 
posizione e si trincerava : di là spediva messi al 
Grififìni, al D'Apice, al Manara, all' Arcioni per- 
chè si riunissero a lui per continuare la guerra 
SimtR ; apriva nuovi arruolamenti invitando alle 
jirmì ii paese. Tutto inutile ! Il Griffini per la 



- 89 — 

Valcamonica, il d'Apice per la Valtellina, erano 
^ià in via sul confine Svizzero ; il Manara, 11 
Dandolo, il Durando subendo TArmistizio, s'erano 
incamminati verso il Ticino; la sua Colonna, 
anziché ingrossare perdeva più della metà dei 
suoi uomini; una cosa era sicura; che gli Au- 
striaci s'avanzavano, e in poche giornate pote- 
vano avvilupparlo. 

Tuttavia non volle darsi vinto. Levò bensì il 
campo dirigendosi .verso San Fermo; ivi giunto, 
fece formare sulla piazza il quadrato e arringò 
i rimasti; disse che sarebbe stata vile cosa de- 
porre le armi ; che bisognava continuare la guerra 
di banda e con altre parole incisive che egli 
sapeva cosi ben trovare, tentava comunicare il 
^uo sacro fuoco agli altri — ma il silenzio elo- 
quente fu la prima risposta; nuove e numerose 
♦diserzioni, furono il commento di quel silenzio. 

Calato il cappello sugli occhi come era solito 
iare nei momenti più torbidi, Teroe iniziò la 
marcia senz'altro col resto de' suoi su Varese; 
passatavi la notte del 9, ripartiva il mattino se- 
guente per il Lago Maggiore, e tragittato il Ti- 
cino a Sesto Calende approdò la sera del 10 ago- 
sto a Castelleto presso Aròna. La mattina dell' 11 



- 90 ~ 

s'impadroni nel porto d'Arona dei due piroscafi 
€ S. Carlo > e € Verbano » v'imbarcò in essi 
e in alcuni navicelli a rimorchio, i millecinque^ 
cento uomini rimastigli; risali il Lago Maggiore 
e sbarcò a Luino ove pose il suo campo. 

Era la prima delle sorprese con cui Garir 
baldi doveva far meravigliare popoli e governi. 

Già aveva deciso di non lasciare la terra 
Lombarda senza misurarsi con lo straniero. 
Egli mantenne il suo voto, ne l'occasione si 
fece attendere. 

Fin dalla mattina del 15 una colonna di Au- 
striaci forte di duemila uomini era partita da 
Varese coirintenzione di attaccare i legionari 
italiani. Garibaldi era ammalato nell'albergo della 
Reccaccia posto a piccola distanza da Luino sulla 
strada di Varese. Medici vegliava per lui. Bar- 
ricata la strada al di là dell'albergo, collocati 
gli avamposti, spediti esploratori a scandagliare 
] dintorni, stava in guardia pronto alle armi» 
Non èra scoccato il mezzogiorno che gli esplo- 
ratori vennero ad annunciargli l'avanzarsi del 
nemico. 

Medici corse ad avvertire Garibaldi il quale^ 
dimentico del male che lo tormentava, balzava 



Ik^ 



.■mÉÈÈÈ 



— 91 - 

^1 letto, montava a cavallo, spiegava una parte 
<iella sua colonna suUa strada nei campi circo- 
astanti, appostava sulla sinistra il Medici col ri- 
manente del corpo, lasciava, secondo il suo co- 
stume di guerra, avvicinare il nemico e, scam- 
biati pochi colpì, lo caricava alla baionetta, prima 
di fronte, poi colla colonna del Medici di fianco. 
In poche ore di* fiera lotta lo metteva allo sba- 
raglio, inseguendolo per lungo tratto di via e 
costringendolo a lasciare sul terreno, tra morti 
feriti e prigionieri, circa duecento uomini. 

Una nuova campagna era incominciata in 
Lombardia! Il giorno 16 stette ad aspettare un 
nuovo assalto del nemico, che non si fece ve- 
dere; il di seguente per la Valgana, s'avvicinò 
a piccole tappe a Varese, dove entrò il 18 alle 
cinque del pomeriggio. 

La patriottica città lo accolse trionfalmente» 
Vi passò in riposo la giornata del 19, e la mat- 
tina del 20 avvertito deiravvicinarsi di un grosso 
corpo di Austriaci ordinò la ritirata sulle colline 
d'Induno, spingendo Medici ad Arcisate. Il giorno 
appresso alcune compagnie presentavansi in ri- 
cognizione e, raccolte le notizie sulle posizioni 
^)ccupate da Garibaldi, ripartivano: Il 23 tutta U 



- 92 



divisione D'Aspre, comandata dal generale m 
jjersona, forte di dodicimila uomini^ entrava in 
Varese, mentre due altre colonne Austriache, 
runa da Luino e l'altra da Como, erano in moto 
per occupare tutti i passi della Valcuvia e del 
Mandrisiotto con l'intendimento di impedire a 
Garibaldi ogni ritirata e farlo prigioniero. 

Garibaldi comprese che se' lasciava tempo 
a tutte quelle colonne nemiche di compiere le^ 
loro manovre, chiusa ogni via di scampo, ne sa- 
rebbe rimasto schiacciato. Non esitò un istante;: 
lasciò Medici ad Arcisate con duecento uomini^ 
con l'ordine di tenere a bada e molestare il ne- 
mico, di resistere più che avesse potuto, ed al- 
l'estremo di rifugiarsi in Svizzera; egli risali per 
un tratto la Valgana, per confermare gli avver- 
aari nella credenza che volesse difendersi su 
quegli altipiani, poi ad un tratto mutò direzione 
girò per Valcuvia, scesce rapidamente su Gavi- 
rate, costeggiò il Lago e per Capolago e Gaz- 
zada, dopo due giorni di marcia forzata riusci 
a Morazzone, alle spalle del nemico che credeva, 
averlo sempre di fronte. 

Il generale D'Aspre non durò a lungo nel- 
l'inganno, perchè uno spione lo avverti dell'ar- 



— 93 - 

dita mossa di Garibaldi, deliberò quindi di assa- 
lirlo immediatamente nella sua nuova posizione ; 
l'indomani una colonna di cinquemila Austriaci 
comandata dallo stesso generale D'Aspre, com- 
pariva improvvisamente a Morazzone. 

Garibaldi non si aspettava si rapida mossa; 
i suoi, spossati dalle marcie forzate dei giorni 
precedenti, trascurarono il comandato servìzio 
di vigilanza e di perlustrazioni, sicché il ne- 
mico potè facilmente sorprenderli, e il cannone 
fu la loro sveglia. Egli ebbe appena il tempo 
di montare a cavallo e di accorrere alle prime 
difese ; in brevi istanti l'attacco sviluppò in 
tutta la linea, e i garibaldini, dominata la prima 
sorpresa, animati dalla voce e dall'esempio del 
loro capitano, 'sostennero intrepidamente l'urto 
nemico e lo arrestarono. Il nemico però non po- 
teva tardare ad avere ragione sul valore : tut- 
tavia a Garibaldi riusci di protrarre la difesa 
fino a notte inoltrata; poi, apertasi con la ba- 
ionetta una via tra i petti nemici, si buttò coi 
suoi, serrati e minacciosi, nell'aperta campagna, 
' e quivi sciolse la colonna, consigliando i com- 
pagni di guadagnare alla spicciolata il confine 
svizzero. 



• 94 — 

Egli dal canto suo li imitò^ e travestito da 
contadino, nascosto ed ospitato dagli amici, pro- 
tetto dalla sua stella, giunse a sconfinare, presso 
ponte Fresa, in Svizzera, dove ad Agno in casa 
Vicari ricevette calda ed affettuosa ospitiilità. 

Anche a Medici era toccata la stessa sorte. 
Assalito il 24 agosto da circa cinquemila au- 
strìaci che in più colonne s'erano mosse ad 
avvilupparlo, con soli duecento dei suoi, tenne 
fronte per oltre quattr'ore ai replicati assalti; 
finché divenuta pericolosa ogni ulteriore resi- 
stenza, si ritirò in buon'ordine nella limitrofe 
Svizzera, lasciando le truppe del D'Aspre nel- 
l'illusione di avere combattuta l'intera Legione 
di Garibaldi, e di avBre riportato una grande 
vittoria» Cosi fini la prima impresa di Garibaldi 
in Italia. Essa riusci quale doveva essere! Fu 
la protesta di un uomo avvezzo a non deporre 
le armi che dopo la vittoria e non contro l'armisti- 
zio Salasco ; fu l'audace disfida di un eroe, e 
una disperata rivolta, della quale nessun'altri 
all' infuori di lui e dei suoi avrebbe affrontate 
le conseguenze. 

Militarmente considerata, la mossa di Mo- 
razzone fu una delle più ardite che la mente 



*^jiiu.> 



- 95 — 

4i uno stratega possa immaginare. Lo stesso 
^enenerale D'Aspre scopri nella azione del suo 
avversario, i lampi di un gran genio militare, 
che gli italiani non avevano ancora appreso 
a conoscere e lo confessava cosi a persona eie- 
Tata : « L'uomo che avrebbe potuto essere uti- 
le nella vostra guerra del 1848, l'avete disco- 
nosciuto; esso era Garibaldi ». 



Garibaldi fu costretto da quei febbroni che 
mai l'avevano abbandonato durante tutta la cam- 
pagna a prolungare la sua dimora in Svizzera 
più di quanto avrebbe voluto ;• alla metà di 
settembre potè partirne, e si ricondusse a Nizza 
per rivedervi la moglie, il figlio, la madre. Ma 
vi rimase per poco perchè la febbre della lotta 
gli bruciava le vene. 

Si recò a Genova, sperando di trovarvi aiuto 
■di denaro, di armi, e di armati ; ma la sua fu una 
disillusione; non vi trovò nulla di quanto spe- 
rava! Però appunto in quei giorni, una depu- 
tazione di siciliani si presentava in Genova a 
Garibaldi, invitandolo a formare una spedizione 
<ii soccorso alla Sicilia. . 



- 96 - 

Ferdinando II di Napoli aveva tradita e as- 
sassinata la promessa libertà e mandato un po- 
deroso esercito a sottomettere la Sicilia, la quale 
priva di armi, di milizie e di capitani, nono- 
stante la gagliarda difesa di Messina stava per 
soccorabere. 

Garibaldi, senza prendere impegno assoluto^ 
promise^ ì^e gli fosse stato possibile di portare 
ai siciliani Taiuto richiesto. Infatti, raccolti circa 
cinquecento della sua vecchia Legione di Lom- 
bardia lanciava agli italiani jl seguente pro- 
clama : 

Italiani ! 

Il nido della tirannide, al quale mettevano- 
capo tutte le vili iniquità cortigiane, è rove- 
sciato. Vienna combatte per la loro libertà. Non 
combattiamo noi per la nostra ? Non udite ve- 
nire, italiani, un fremito dalla Lombardia e 
dalla Venezia? Il popolo cho surse di marzo, 
sebbene coperto di ferite, non é morto, ma vive: 
carica il fucile e aspetta il cenno. 

Air armi j dunque o italiani; noi siamo alla 
vigilia deir ultima guerra, non lenta, non fiacca,. 
ma rapida, ira placata. Levatevi forti dei vostri 



- 97 - 

diritti calpestati, del vostro nome schernito^ 
del sangue cho avete sparso: levatevi in nome 
dei martiri invendicati, della libertà conculcata 
e della patria saccheggiata, vituperata dallo 
straniero; forti come uomini parati a morire ì 
Non chiedete vittoria che a Dio e al vostro ferro; 
non confidate che in voi. Chi vuol vincere vince. 
Su dunque, raccogliete fucili e spade, o ita- 
liani. Non sonore promesse, ma opere ; no» 
vanti passati, ma gloria avvenire. 
Genova, 18 ottobre 1848. 

G. Garibaldi 

Da Genova s'imbarcò col proposito di re- 
carsi in Sicilia. 

Ma il 25 di ottobre a Livorno ove Garibaldi 
aveva approdato, i democratici di quella città 
gli si misero attorno, persuadendolo a restare 
in Toscana ed a prendere il comando di quel 
simulacro d'esercito senza capo. Fu costretto ad 
acconsentire e, sbarcati i suoi, si recava a Fi- 
renze; ma quivi giunto si senti sedotto dall'im- 
magine di Venezia, sola combattente invitta per 
mare e per terra contro l'Austriaco. Dominata 



- 98 « 

da questo sentimento, lasciava con la sua co* 
lonna Firenze, e s'avviava per Bologna col di- 
segno di scendere a Ravenna e di là passare a 
dare il suo aiuto all'eroica regina deir Adriatico- 
Ma era appena arrivato in Bologna, intento 
sempre a reclutare nuovi seguaci, ed a spiare 
l'occasione che gli schiudesse l'agognata via di 
Venezia, quando si sparse per tutta Italia Teco 
dei tragici fatti di Roma; il 15 novembre Pelle- 
grino Rossi veniva assassinato; il Papaj assediato 
nel Quirinale, rassegnato a subire un Ministero Ma- 
miani; ma risoluto a non concedere di più; in- 
fine il 21 novembre Pio Nono fuggito a Gaeta; 
il governo affidato alle mani di una Giunta Su- 
prema eletta dal Parlamento; la Costituente con- 
vocata. 

* 
* * 

Un si inatteso e violento mutamento nelle 
cose d'Italia, mutò anche tutti i piani di Gain» 
baldi. Ora gli era aperta la via di Roma^ ed il 
fascino di Roma era per lui irresistibile. 

Non misd quindi indugio ad offrire al nuovo 
governo l'opera sua e dei suoi compagni; e l'of- 
ferta essendij) stata accettata cosi scriveva al 
Jdinistro della Guerra. 



Wi 



J 



- 99 - 

Eccellenza, 

Domani raggiungerò colla mia colonna Fo- 
ligno, donde mi dirigerò a Rieti, punto che mi 
sembra molto conveniente per organizzare il 
battaglione, e ricevere da Roma Farmamento e 
quanto altro necessario. Mi permetto di racco- 
mandare a V. E. il pronto invio del vestiario, 
trovandosi la mia gente in uno stato deplorevole. 

Mi onori dei suoi ordini. 
Terni, 22 dicembre 1848. 

G, Garibaldi 

€ P.S. Ho ricevuto il dispaccio di V. E. dopo 
di aver scritta la presente; dirigerò la colonna 
a Fermo siccome mi viene ordinato. Ringrazio 
V. E. deiraccettazione del Corpo al servizio 
dello Stato e solamente reitero la sollecitudine 
dell'abbigliamento e dei suoi ordini. Vale. > 

Garibaldi parti da Foligno il 28 dicembre, 
avendo dovuto aspettare il vestiario e Tarma- 
mente; arrivò a Macerata il 1° del 1849 dove 
lo raggiunse un novello ordine di non prose- 
guire più per Fermo e di restare dove era. 

A Macerata Garibaldi badava ad ordinare, 
agguerrire ed a rinforzare la sua gente; e tanto 



— 100 - 

entrò nella stima e iieiraffetto dei maceratesi, 
che più tardi, quando furono convocati a nomi- 
nare il deputato alla Costituente, elessero lui. 

Mentre la Giunta Suprema di governo lavo- 
rava ad apparecchiare il terreno alla Costituente, 
dairaltro i clericali si studiavano a seminare 
d'ostacoli il cammino di quella rivoluzione, il 
cui andare era necessario e ormai fatale; giusta 
la loro vecchia teoria ogni mezzo era buono; e 
in attesa che le potenze cattoliche muovessero 
airinvito di Pio IX, coprivano di trame e d'in- 
trighi tutto lo stato romano; e in alcuni luoghi, 
«pecie neirappennino ascolano, e nel confinante 
AbruzzOj spalleggiate dal Borbone, avevano co- 
ronate le creste di quei monti, antico teatro del 
ìsanfedismo, di numerose bande brigantesche. 

Importava alla Giunta Suprema di parare a 
queirurgente pericolo; laonde deliberava di man- 
dare il Colonnello Roselli a combattere il bri- 
gantaggio ascolano; nello stesso tempo chiamava 
Gaiibaldi a Rieti, con l'incarico di guardare quel 
confine verso Napoli, e di concertarsi con Ro- 
aelli per soffocale la nascente reazione; Garibaldi 
ubbidiva; e per Tolentino, Foligno, Spoleto, ar- 
rivato verso la fine di gennaio a Rieti, si ac- 



J 



— 101 - 

•cinse senz'altro all'opera; e, quantunque il man- 
dato fosse arduo e richiedesse severe punìzionij 
tuttavia il temuto condottiero non lasciò in quei 
luoghi alcun ricordo di ferocia, alcuna traccia 
•di sangue innocente. 

Rese invece segnalati servizi al Governo Ro- 
mano, perseguendo nel più rigido inverno l'osti- 
nato malandrinaggio, tenendovi atterrita e rim- 
piattata la reazione, custodendo iSno air ultimo 
tratto quel territorio, aperto per tante vie alle 
insidie nemiche.... 

CAPITOLO X. 
Roma — Proclamazione di Repubblica. 

Il 5 febbraio 1849 i deputati del popolo adu- 
nati in Campidoglio trassero con solenne maestà- 
ai palazzo della Cancelleria, luogo stabilito per 
le loro adunanze. Fu posta subito la questione 
■che si dichiarasse il decadimento del potere tem- 
porale dei papi e si proclamasse la repubblica. 
^Sorse allora Terenzio Mamiani con le memo- 
rande parole: A Roma, o i Papi o Cola di Rienzo^ 
— « i Papi, investiti del potere temporale essere 
€ stati sempre il flagello d'Italia e della reli- 



— 102 — 

« gione ; la repubblica la più bella parola, che 

< dir potesse labbra d'uomo. Gravi per altro i 
* pericoli che potea con sé portare la repub- 
e blica, non avendo gli Stati romani per tute- 
le larla le immortali falangi che la Francia ebbe 
€ nel 1793. Toscana poteva aiutare ma debol- 
€ mente ; graa danno invece la proclamata re- 
« pubblica potea recare in Liguria e in Piemonte, 
^ nerbo e centro delle forze italiane ; V Europa 
*t tutta conservatrice ; la Francia meno repub- 
1^ blica che hupero Napoleonico. Concluse che 
^ la questione della forma di governo conve- 

< niva rimettere alla Costituente italiana ». 

Masi, Filopanti, Agostini, Carlo Rusconi, Ga- 
ribaldi parlarono in favore della repubblica. 
Vinciguerra esclamava essere tempo di finirla 
coi Papi, assentivano Gabussi e Savini. Bona- 
parte principe di Canino, dichiarava impossibile 
la conciliazione del papato con la libertà italia- 
na; tu una difccujàsione serrata, efficace, eloquente. 
Infine respinta ogni altra proposta fu messo ai 
voti il memorando decreto. 

Art, L lì papato è decaduto di fatto e di di- 
ritto dal governo temporale dello Stato romano. 

Art. 2, Il Pontefice romano avrà tutte le gua- 



— 103 - 

rentigie necessarie per la indipendenza néW esercizio 
della sua potestà spiritttale. 

Art. 3, La forma di governo dello Stato ronfiano 
sarà la democrazia pura, e prenderà il glorioso 
nome di Repubblica romana. 

Art, 4. La repubblica romana avrà col resta 
d'Italia le relazioni^ che esige la nazionalità comune, 

I votanti furono Gentoquarantatre; centoventi 
risposero /Se; nove risposero No\ quattordici ap- 
provarono commentando un articolo. 

La folla immensa di popolo alla notizia prò- 
ruppe in un urlo immane di gioia e di plauso. 

Roma in quel momento aveva affermato il 
diritto del popolo italiano. 

Essa parve, e fu più grande della Roma dei 
Cesari! 

E il manifesto, che la Costituente romxina 
diresse a tutti i popoli lo prova. 

Ecco alcune parti più importanti di quel 
documento d'imperitura memoria: 

Italiani, 

< Novello vi si presenta quel popolo, che 
era già il più grande della terra. Ma fra Tan- 



— 104 - 



tica gnindezza e questa resurrezione stette per 
mille anni i] papato» 

« Il popolo ha voluto, e la sua* volontà non 
ha bisogno di chiedere giustificazioni dal passato. 
La sua ragione è antecedente ad ogni fatto 
umano. 

« Era piena di lacrime la storia d'Italia, e 
al papato ne veniva ascritta gran copia. E non 
dimeno, allorché si fece innanzi il papato, e 
mise la croce sulla cima del vessillo nazionale, 
vide il mondo che gritaliani erano presti ad 
obbliar le sue colpe; e a nome di un papa ini- 
ziavano la loro rivoluzione. Ma quella fu ap- 
punto la prova di quanto potesse il papiato e di 
quanto non potesse. I predecessori dell'ultimo 
regnante erano stati troppo cauti per non im- 
pegnarsi a tal provaj e la loro potenza non fu 
misurata, che dalle sciagure accumulate sui pò- 
poli. L'ultimo regnante si avventurava primo 
iieiropra e volle ritrarsene, quando si fu accorto, 
ch'egli aveva rivelata una terribile verità, cioè 
l'impotenza del principato papale a far libera, 
indipendente e gloriosa la nazione italiana; volle 



— 105 — 

ritrarsene, ma fu tardi. Il papato aveva giudì- 
-cato se stesso 

« Speravamo tuttavia; ma un sistema di rea- 
zione fu la risposta che venne dal papato. Cadde 
la reazione. Il papato dapprima dissimulò; vide 
la pace del popolo e fuggì. E nel fuggire portò 
seco la certezza di destare la guerra civile; 
violò la costituzione politica; ci lasciò senza go- 
verno; respinse i messaggi del popolo; fomentò 
le discordie; stette in braccio del più feroce 
nemico dltalia e scomunicò il popolo. 

« Questi fatti mostrarono abbastanza che il 
principato papale né voleva, né poteva modifi- 
care se stesso^ e non restava, che subirlo o di- 
struggerlo. Venne distrutto. 

« La liberalità di regnanti o tolleranza di 
popoli avevano posto il papato nella città degli 
Scipioni e dei Cesari, invece che nel mezzo della 
Francia, o sulle rive del Danubio e del Tamigi; 
doveva esser per questo, che gl'Italiani perdes- 
sero i diritti comuni a tutti i popoli, la libertà 
e la patria? E se fosse pur vero, che alla po- 
testà spirituale del pontificato sia necessario il 
possesso d'una sovranità temporale, quantunque 
non a questa condizione fosse promessa da Gesù 



^fMtfiA'teif{>Yiì.: 



106 



Cristo rimmortalità della sua Chiesa, era dun- 
que serbato a Roma il divenire il patrimonio 
del papato e divenirlo per sempre? Roma, pa- 
trimonio di una sovranità, che per sussistere 
aveva bisogno di opprimere, e per essere glo- 
riosa aveva necessità di perire? e come patri- 
monio del papato farsi cagione permanente della 
ruina d'Italia? Roma, di cui le tradizioni, il no- 
me e fin le ruine parlano si forte di libertà e di 
patria?.... > 

E il popolo rispose e risponde: No! - Roma 

è mia! Roma è della libertà! 

* 
* * 

Pagato a Roma il debito politico Garibaldi 
ritornò a Rieti a riprendere il suo posto militare. 

Nel frattempo gli avvenimenti avevano fatto 
il loro corso. 

Il 22 marzo la catastrofe di Novara; il 27 
la risposta deir Assemblea Veneta all'Haynaur 
« Venezia resisterà ad ogni costo »; il 28 l'in- 
sensata rivolta di Genova; il 1° aprile l'ultimo 
giorno della decade Bresciana. 



107 — 



CAPITOLO XI. 

Le dieci giornate di Brescia 
disastrosa giornata di Novara. 

Il 20 marzo in Brescia una adunata di po- 
polo in piazza Vecchia, sotto la loggia munici- 
pale, preceduta da bandiera tricolore chiedeva 
le dimissioni del Podestà Zambelli, e la forma- 
zione della guardia civica. Nello stesso giorno 
sul Colle di S. Florian era comparsa una squa- 
dra d'armati condotta dal prete Boita va. Questo 
piccolo corpo volante di 3(X) uomini ni quale 
si erano aggiunti alcuni terrazzani, aveva avuto 
incarico dal Comitato per V insurrezione di im- 
pedire le comunicazioni sulla strada per Pe- 
schiera, Verona e Mantova, intercettare di- 
spacci del nemico e molestarlo con avvisaglie- 
La sera del 21 marzo, fermata una statfetta 
latrice di dispacci, tradotti questi dal tedesco 
si rilevò che recavano l'annuncio, essere par- 
tito da Verona un grosso convoglio di muni- 
zioni per fornirne Brescia e Milano. 

Una trentina di giovani animosi, fra i quali 
Giuseppe Zanardelli, postisi sotto gli ordini di 



- 108 - 

tale Longhena, perchè egli era stato militare^ 
uscirono dalla città alle 11 di sera col deter- 
minato proposito d' inapadronirsi del convoglio^ 
di munizioni tanto utile ai cittadini insorti. 

L'ardita, ma non numerosa falange, giunse 
a Rezzato prima di giorno. 

Avvertiti 1 baldi giovani che il convoglio- 
delie truppe imperiali era prossima a giungere,, 
si diedero subito a costruire una barricata allo 
sbocco della vìa verso Ponte S. Marco, e dopo- 
di avere collocata della gente anche inerme 
sui balconi e nelle vie per dimostrare che erano 
in molti a chiudere il passo, presero posto nella . 
barricata, risoluti a tutto. 

Xon tardò a comparire sulla strada la pe- 
sante colonna dei carri custoditi dalle baionette 
croate. 

Il corpo austriaco di scorta agli otto car- 
riaggi carichi di munizioni era di 173 soldati e 
sei ufficiali; questi accortisi della barricata e 
degli armati che impedivano il passo si ferma- 
rono. Il comandante della piccola squadra bre- 
sciana divisò di mandare un parlamentario ad 
invitare il comandante delle forze nemiche a 
recarsi a Rezzato per trattare col duce delle 




- 109 - 

forze cittadine insorte. Questi assenti, e quando 
fu all'ingresso del paese gli fu imposto d'arren- 
dersi, informandolo che ogni resistenza sarebbe 
stata inutile, perchè Brescia e Milano erano in 
mano del popolo e le truppe avevano capito- 
lato, rintero paese insorto, come era insorta la 
stessa Vienna. 

Intanto, durante le trattative erano soprag- 
giunti altri insorti guidati dal curato Baifava^ 
e il capitano acconsenti di arrendersi; uflBciali 
e soldati consegnarono le armi e i bravi bresciani 
preso possesso del convoglio delle munizioni, per 
vie montane, onde evitare V incontro di qualche 
squadrone di cavalleria, si diressero verso Bre- 
scia ove giunsero sul fare di sera del giorno 
seguente accolti dalla cittadinanza con lumina- 
rie e grande entusiasmo. 

La sera del 21 era stato acclamato Podestà 
il Boleri che si annunziava alla cittadinanza 
con un patriottico manifesto. 

H 22 venivano aperti i ruoli per la formar- 
zione della Guardia civica. 

La mattina del 23 nella contrada degli Ore- 
fici, nei pressi di Piazza Vecchia, un pugno di 
popolani si avventava contro i soldati austriaci 



•I. 



i 



- 110 — 

di scorta ai carri di legna destinata al riscal- 
damento delle caserme e del Forte, li disarmava, 
inseguendoli fino all'accesso del Castello; e di- 
sarmava pure alcuni gendarmi incontrati per 
via. La sommossa si fece allora generale, si 
abbatterono gli stemmi e le. insegne imperiali, 
^ si disarmarono i soldati di picchetto negli 
ospedali ^d in altre località dando ad essi do- 
vunque la caccia. 

Il comandante del Eorte, Leshke, senza in- 
dugio volle ricorrere alle armi dallo spavento ; 
e nelle ore pomeridiane fece piombare sulla 
città un gran numero di bombe, che, se cagio- 
narono qualche rovina alle case, ebbero per 
affetto di accendere maggiormente l'entusiasmo 
belligero della cittadinanza; dopo tale preludio 
mandava un messaggio al Podestà, intimando 
che se la città non fosse ritornata alla sogge- 
zione imperiale, l'avrebbe bombardata ed in- 
cendiata. 11 Soleri a sua volta domandava tempo 
per provvedere; ma allo scoccare della mezza- 
notte, in esecuzione della fatta minaccia, il Leshke 
apriva dal castello un furioso bombardamento. 

Questo procedere barbaro, che veniva prin- 
4cipalmente a colpire donne e bambini giacenti 



fc.. 




RE CARLO ALBERTO 



^^T" 



- Ili - 

nel sónno, inasprì i cittadini, che armati si fe- 
■cero sotto al Castello e rispondevano al bom- 
•bardamento prendendo a bersaglio i cannonieri 
nemici al grido « di viva l'Italia, viva il Pie- 
monte. > 

Quelli del giorno 23 e della notte del 24 
marzo furono i primi bombardamenti subiti da 

Brescia nel 1848. 

* 

Intanto sul mezzoggiorno del 20 marzo le 
ostilità da parte dell'esercito piemontese contro 
gli austriaci furono riprese, ma le sorti della 
guerra furono addirittura disastrose per le armi 
italiane. 

Il piano del generale in capo Ch^samowsky, 
non era tale che potesse convenire ad un pie- 
<x)lo esercito, qual era quello potuto mettere 
assieme daireroico Piemonte. Invece di tenere 
unite quanto più si potesse le nostre forze, ease 
erano schierate sopra una fronte eccessivamente 
«stesa. 

Il generale Lamarmora con una Divisione 
^ra stato inviato nella Lunigiana per attraver- 
sare TAppennino con l'obbiettivo di assalire gli 
austriaci alle spalle sulla sinistra del Po, 



fiilJrialiifi^L jr^oÀ. . 



„ 112 -^ 

Ma qualunque fosse il piano strategico, è^ 
certo che il generale Ramorino, che con la Di- 
visione Lombarda fronteggiava il Ticino nella 
posizione della Cava^ ed a cui era stato dato 
ordine preciso dì arrestare la marcia del ne- 
mico ove questo avesse passato il Ticino a 
Paviaj e, come segnale al Comando G-enerale 
del passaggio, tirare moltiplicati colpi di can- 
none; questo generale, contrariamente a tali 
ordini precisi, non sparò neppure un colpo, non 
fece atto di resistenza, ne si ritrasse ^ sopra 
Sannazzaro e Mortara ove corpi piemontesi 
avrebbero potuto trovarsi concentrati il mat- 
tino del 21 per dargli man forte, appoggiati ad 
ottime posizioni. 

Invece la Divisione senza sparare una car- 
tuccia, si ritirò sulla destra del Po, standosene 
là spettatrice Inerte, anzi accennando a ritirarsi 
per la volta dì <Tenova. 

Dopo un'avvisaglia di avamposti al Gravel- 
Ioli e j gli eserciti avversari si trovarono di fronte 
il 'il presso Mortara, Radetzky con rapide mos- 
se aveva spinto ì suoi all'attacco ; le truppe pie- 
montesi comandate al centro da Vittorio Ema- 
nuele, Duca di Savoia, fecero prodigi di valore^ 



1 



— 113 - 

ma gli austriaci soverchiami di uomini ri usci- 
rano ad impossessarsi di notte della eittii ; e tu 
notte di strage in Mortara, perchè si combattè 
accanitamente per le vie, nelle piazze e nelle 
case, opponendo i nostri un'indomita e disperata 
resistenza.... 

Intanto si combatteva con valore ed onore 
dalle nostre truppe anche alla Sforzesca; ma 
i risultati ottenuti furono completamente neu- 
tralizzati dalla rotta di Mortara. 

Il grosso dell' esercito, con Re Carlo Alberto, 
nella supposizione che gli Austriaci muovessero 
da Magenta per transitare il Ticino, stava ac- 
campato per attendere il nemico presso Trecate ; 
ma, trovate sgombre le posizioni circostanti, 
mosse al di qua del fiume, per la via di Milano, 

Pur troppo non potè continuare al lungo la 
sua marcia su terra lombarda, perchè, giunta 
fra quelle schiere la notizia che T austriaco già 
vittorioso proseguiva alle sue spalle minacciando 
Torino, fu immediatamente ordinata la retro- 
marcia. 

Il 23 marzo, T esercito nostro, forte di cin- 
quantamila uomini e 110 pezzi d'artiglieria, si 
trovava alle nove di mattino sotto Novara, Alle 



— 114 — 

ore undici il cannone nemico diede il segnale- 
delia battaglia. Re Carlo Alberto era al suo po- 
sto in prima fila tra i combattenti. Il Crocevia 
della Bicocca era la chiave della posizione, e: 
gli austriaci in dense colonne diressero tutti i 
loro sforzi contro di essa. I piemontesi la dife- 
sero col coraggio della disperazione; Re Carlo 
Alberto, ritto sul suo cavallo, nella sua mar- 
ziale impassibilità, sembrava desiderasse di es- 
sere colpito a morte; ma se il Re era rispar- 
miato dalle palle nemiche, quanti gli stavano 
vicini venivano mietuti e fra altri il generale 
Perrone, colpito da palla alla testa, e il gene- 
rale Passalacqua restavano fulminati sul terreno,, 
proprio al fianco di Carlo Alberto. 

Tutte le riserve erano state impegnate. 

Il Duca di Savoia, dopo avere avuto feriti a 
morte tre cavalli, appiedato, mantenevasi alla, 
testa degli avanzi dei suoi battaglioni con sin- 
golare intrepidezza. Ma T eroismo non poteva 
più rimettere le sorti della giornata. 

Re Carlo Alberto, testimonio e parte di tutte 
le fasi della battaglia, cavalcava taciturno e 
mesto verso la città, incurante dei pericoli che 
lo circondavano, e giuntovi, di là, muto, con- 



— 115 — 

templava con indicibile dolore la disfatta del 
suo esercito. Lo si voleva allontanare dal luoga 
tanto esposto, ma Egli nello schianto del dolora 
gridava: < lasciatemi morire; questo è l'ultimo 
giorno della mia vita! » Aveva tanto invocato 
dal Dio degli eserciti di perdere in quel giorno- 
la vita! ma non fu ascoltato. 

La bandiera bianca annunziava la sospen- 
sione delle ostilità, cui segui l'armistizio, e quindi 
l'abdicazione di Carlo Alberto e l'assunzione al 
trono del figlio Vittorio Emanuele n. 

Tutto era finito ! I destini d'Italia non erano 
ancora maturi! Alle undici della notte, Carlo 
Alberto, muoveva alla volta di Oporto, per mo- 
rirvi di li a pochi mesi, martire di una idea, 
sublime, vittima del dolore! 

* * 
Il 25 marzo a Brescia, ove nulla si sapeva 

del disastro toccato alle truppe piemontesi, si 

procedeva alla nomina del Comitato di difesa. 

nelle persóne dei cittadini Cassola e Contratti i 

quali pubblicarono il seguente proclama 

Brescia, 26 marzo 1849. 
Cittadini ! 

La patria è in pericolo ! 

Ora è il momento, o bresciani, d'agire e di 



— 116 — 

fare conoscere che le vostre promesse non fu- 
rono millanterie. 

Gli armati accorrano davanti al teatro per 
ricevere ììi loro destinazione. Chi non ha armi, 
le donne, i vecchi^ i ragazzi si adeperino a 
costruire barricate alle porte della città. 

Uniamo le nostre forze e difendiamoci. Non 
si tratta che di duemila uomini, con due pezzi 
dVi.rtiglieria, quasi tutti italiani. 

A ir armi! Airaimìf 

Unione, costanza, ordine ! 

Cassola, Contratti. 

Ragione di questo Manifesto al popolo di 
Brescia era che il Comitato della difesa aveva 
avuto avviso che la notte del 25 un corpo d'im- 
periali sotto il comando del generale Nugent, 
sortito da Mantova, con marcie forzate si diri- 
geva su Brescia. 

Nella città erasi formato un corpo dei più 
ardimentosi guidati da Tito Speri, capi squadra 
erano Giuseppe NuUo^ Antonio Frigerio, Luigi 
Castelli, Camillo Biseo, Eligio e Filippo Battag- 
gia. Tutti mossero incontro al nemico pren- 
dendo posizione nel borgo di Sant'Eufemia ove 






— 117 — 

già trova vasi il curato Boitava con la sua com- 
pagnia, si iisserragliarono pure in altre posi- 
zioni, atte ad impedire al nemico Tingresso nella 
città. 

Poco prima del mezzodì gli austriaci aprirono 
il fuoco, ma gli assalitori vennero coraggiosa- 
mente respinti. 

Il Comitato ed il Municipio, convinti die la 
resistenza non poteva durare a lungo, decisero 
di spedire al generale Nogent una Commissione 
di cittadini, che si presentò agli avamposti ne- 
mici con bandiera bianca. 

La Commissione fu ricevuta dal generale ; 
il quale poneva senz' altro per condizione che 
i bresciani cessassero dalla difesa, deponessero 
le armi, e distruggessero le barricate perchè egli^ 
per amore o per forza, sarebbe entrato nella 
città. 

Quando si seppe deirarrogante risposta del 
.generale austriaco, la popolazione proruppe una- 
nime in un sol grido . « Guerra ! Guerra ! » 

Gli austriaci mossero allora all'assalto della 
città, inoltrandosi fino a San Francesco di Paola ; 
ma i Bresciani usciti da porta di Torre Lunga, 
giunsero a San Francesco, alle spalle degli au- 



- 118 - 

striaci, alle prese con le bande dei no8tri, e 
impegnarono una miscbia micidiale. 

Il combattimento durò fino alla sera con la 
peggio degli Austriaci^ cbe, abbandonate le con- 
quistate posizioni, si ritirarono nel loro atten- 
damenti di S. Eufemia- 
Cosi ebbe fine la memorabile giornata del 
26 marzo. 

Il 27 gli imperiali a mezzodì ripresero le 
ostilità, si spinsero fino a Rebuffone a poca dis- 
tanza da Torre Lunga, dove i Bresciani erano 
appostati alla difesa. Gli Austriaci, piantata una 
batteria sopra Terta della Villa Maffei, si diedero 
a fulminare i bravi difensori, mentre nello stesso 
tempo il Castello iniziaya il bombardamento 
prendendo i Bresciani fra due fuochi. Ma 1& 
cannonate, il bombardamento, gli incendi non 
sgomentavano i valorosi Bresciauij cliè anzi,. 
inaspriti dalla ferocia del nemico, moltiplicarono 
gli atti di eroismo; tanto che quando videro 
verso sera rallentare e cessare il fuoco da parte 
degli imperiali che rientravano nel loro accam- 
pamento, gli eroici difensori, comandati dallo 
Speri, con rapida sortita, si slanciarono sulPìni- 



— 1S9 r- 

mico, ed in breve furono addosso alla retro- 
guardia austriaca facendone strage. 

La sera la città era' in festa per la felice re- 
sistenza opposta al nemico; e il Comitato della 
difesa pubblicava il seguente manifesto. 

Cittadini ! 

Il vostro nome alla posterità è assicurat9. Il 
nemico trovasi nell'avvilimento, perchè gli im- 
ponenti mezzi di guerra coi quali credeva at- 
terrirvi, non hanno fatto che accrescere il vo- 
stro entusiasmo. 

Ormai ha consumato tutti i suoi mezzi guer- 
reschi, e quindi non dovete fare altro che dar 
compimento alla vittoria nello stesso modo che 
l'avete cominciata. 

Italia tutta farà plauso a tanta prodezza. 

Ordine, Costanza, Unione! 

Brescia il 27 marzo ore 6 li2 pomeridiane. 
. Cassola^ Contratti. 

Per dire degli episodi, degli atti di eroismo 
compiuti dai Bresciani nei giorni successivi 28, 
29, 30, 31, non basterebbe un intero volume. 
Baisti ,affermare che tutti gli sforzi fatti dal Np- 
gent con ben 3500, uomini per impossessarsi. di 

9 



— 120 — 

Brescia o per costringerla alla re^a furono inu- 
tili. Vista la sua impotenza, fu obbligato a chie- 
dere rinforzi, e questi non tardarono a giungere 
condotti da un ben formidabile avversario, tri- 
stamente conosci utx> dai Bresciani. 

Il 31 marzo giungeva infatti, per espugnare 
l'eroica Brescia, il tenente maresciallo Haynau 
con una incera divisione — e ben presto diede 
sue nuove col seguente dispaccio: n. 152 — 
Dal 2° I. R. Comando del Corpo d'Armata. 

Alla Congregazione Municipale 

della Città di Brescia. 

€ Notifico alla Congregazione Municipale che 
io alla testa delle mie truppe mi trovo qui, per 
intimare alla città di arrendersi tosto e senza 
coD dizioni. 

€ Se ciò non succederà fino a mezzogiorno, 
se tutte le barricate non saranno interamente 
levate, la città sarà presa d'assalto, e saccheg- 
giata e lasciata in balia a tutti gli orrori della 
devastazione. 

€ Tutte le uscite dalla città verranno occu- 
pate daUe mie truppe ed una resistenza prolun- 
gata trarrà seco la certa rovina della città. 



à 



— 121 - 

«e Bresciani! Voi mi conoscete, io mantengo 
la mia parola! 

< Il Comandante delle truppe stanziate al- 
rintorno della città di Brescia. 

H Tenente Maresciallo 
Haynau. 

Non è a dire quanto la lettura di questo 
dispaccio rinfuocasse gli animi. 

Il Municipio mandò subito per il Comitato 
che pronto accorse all'adunanza. 

Richiesto del suo parere il Comitato dichia- 
rava doversi risolutamente resistere. 

La maggioranza degli adunati^ pur non dis* 
sentendo dalla resistenza, deliberava però di 
mandare deputati all'Haynau per ottenere una 
proroga di tempo onde si potessero prendere 
ponderate risoluzioni. 

Come ambasciatori si offersero ì cittadini Lo- 
dovico Borghetti, Pietro Pallavicini, Paolo Ba- 
rucchelli e il Nobile Girolamo Rossa, alla patria 
devotissimi. Cosi composta, e fiancheggiata da 
due gendarmi e preceduta da bandiera bianca 
l'ambasceria verso le 10 si avviava per il Ca^ 
stello. 



- 122 — 



T messaggeri trovarono THaynau inflessibile. 

Ho detto a mezzogìarno. 

Ed alle vive rimostranze degli inviati^ per 
grazia dichiarava che avrebbe aspettato fino alle- 
due pomeridiane. 

Deirultimatum del Maresciallo austriaco fa 
data partecipazione al popolo dal balcone del 
Palazzo Comunale. E la risposta del popolo 
Bresciano fu quale doveva essere; Guerra! Vo- 
gliamo la guerra! 

Quella del Podestà fu dunque — Airarmr 
Bresciani! all'armi! 

Allo scoccar delle due, tutte le campan& 
della città, come se fossero mosse da un sol 
uomo e tocche da uno stesso martello, si die- 
de a suonare a stormo gloriosamente. Questa 
era la risposta che i bresciani mandavano al- 
THaynau. 

Il nemico aveva intanto circondato con forze^ 
numerose la città e piantate sulle alture bat- 
terie di cannoni e dì mortari coll'ordine che- 
quando le artiglierie dal Castello avessero dato- 
il segnale, tutte le batterie facessero fuoco. 

E alle tre, tant» dal Castello che dalla bat- 
terie circostanti, s'incominciò senza interruzione 



L - 



J 



- 123 — 

a vomitare bombe e palle incendiarie ; tutte le 
campane della città suonavano a stormo, chia- 
mando il popolo alla resistenza. 

L'Haynau aveva stabilito di dare alla città 
un assalto generale; ordinava quindi le sue 
genti in modo che tutta la circuissero, per di- 
videre cosi le forze dei difensori e rendere più 
debole la resistenza. 

A questo scopo sul ripiano del poggio Maf- 
fei dove stava la brigata Nogent, aveva fatto 
piazzare una batteria, che batteva direttamente 
la barriera di Torre Lunga, ove dovevano essere 
diretti i maggiori sforzi. Infatti essa fu presa 
a fulminare con fuoco mai interrotto e con colpi 
-cosi ben diretti, che presto l'intera trincea ne 
fu squarciata, costringendo i difensori ad ab- 
bandonarla, ed a ritirarsi al ridosso della bar 
ricata che formava la seconda linea di difesa. 
Tennero loro dietro i nemici che tentarono di 
entrare con essi in città, ma furono valorosa- 
mente respinti lasciando molti di essi sul ter- 
reno. 

Non cessava intanto il tuonare dei cannoni 
e dei mortari dal di fuori, mentre le bombe ed 
i razzi piovevano dal Castello; ma non per 



- 124 - 

questo ritìravansì i difensori, che sempre capi- 
tanati dallo Speri, combattevano con tanta va- 
lentia e costanza, da tornare ad onore anche 
dei più esperimentati e disciplinati veterani. 

L' Haynau aveva ordinato che un battaglione 
di croati, di notte appostato, scendesse giù per 
la china del colle ed a forza occupasse le vie 
che conducevano al centro della città. Furono 
però accolti, mentre discendevano con una tem- 
pesta di fucilate, si da essere obbligati a sostare 
e a dare indietro ; ma poi riordinati, assalirono 
i nostri con fuoco ben nutrito e cosi ben diretto 
che i difensori furono obbligati ad abbandonare 
la trincea più avanzata, posta alla svolta della 
china del Castello, non solo, ma poi dopo altra 
eroica difesa, furono costretti a ritirarsi anche 
dalla barricata che custodiva la svolta di S. Ur- 
bano ; ed inlfine anche dall'ultima di via della 
Consolazione. Gli imperiali alla carica, sorpas- 
sando le barricate, sgombrando impedimenti si 
precipitarono nella piazza deirÀlbero. Lai Bre- 
sciani li attendevano alla posta, dalle finestre, 
dai tetti, dagli sbarramenti che chiudevano il 
passo air interno della città, vennero accolti con 
una salva di fucilate, tanto che ben pochi eb- 



^^^'f^ 



- 125 - 

bero salva la vita; ma una fiumana di altri 
croati serrati in colonne giù per quella stretta 
impediva ai primi di dare indietro ; tanto che 
alla disperata mancando loro ogni scampo, fe- 
cero testa, e s'avventurarono risoluti contro le 
trincee per forzare il passo ; ma ancora un 
fuoco micidiale a bruciapelo li accolse, e più 
che decimati, dovettero arrestarsi e dare in- 
dietro. 

L' Haynau che dal Castello vedeva lo scem- 
pio che i difensori facevano dei suoi ordinava 
al Colonnello Milez di accorrere in aiuto con buon 
nerbo di forza ; ma appena sboccato sulla piazza 
il Milez stesso, che stava alla testa dei suoi, col- 
pito da palla al cuore cadeva morto; i suoi 
soldati allora sostarono indecisi; prendendo il 
momento i bravi bresciani saltarono dai ripari^ 
e slanciandosi sul nemico l'assalirono a colpi di 
baionetta, di daghe, di stocchi, di coltelli. Non 
ressero gli austriaci, ma si diedero alla fuga,, 
abbandonando armi e feriti. 

La piazza dell'Albero a ricordo di tanto va- 
lore fu poi nominata Piazza dd 4849, In quel 
giorno 31 marzo correva a rivi il sangue e i 
cadaveri vi giacevano ammonticchiati. 



— t26 - 

Però in altri punti alcuni quartieri della 
città furono invasi dal nemico come Torre Lunga, 
S. Urbano, S. Alessandro, e V incendio, il sac- 
cheggio, gli orrori di città presa d'assalto, in- 
cominciarono nelle tenebre con tutti i suoi atti 
brutali. , . 

Il primo aprile dalla parte del Castello, ap- 
poggiati dalle artiglierie, gli Austriaci discesero 
in città, investendo e rompendo tutti gli ost^oli 
che trovavano sui loro passi, giungendo alle 
spalle dei difensori della barricata della Piazza 
dell'Albero, teatro del micidiale combattimento 
del giorno innanzi, occupando il palazzo del 
governo, del Broletto, nfiafisacrando ed abbru- 
ciando quanti si paravano a loro dinanzi, get- 
tando dalle finestre, e dai tetti quante persone 
si trovavano nelle case. Lo stesso avveniva nel 
quartiere di San Nazzaro e a porta S. Giovanni. 

Era tempo di pensare seriamente ai casi 
-della patriottica città, ridotta agli estremi,' e. mi- 
nacciata di distruzione. 

Alle 10 antimeridiane il Municipio riceveva 
le dimissioni del Comitato di difesa. Bisognava 
senza perdita di tempo mandai*e all' Haynau una 
deputazione per trattare la resa. Fu incaricato 



— 127 — 

il padre Maurizio da Brescia, che fu accompa- 
^ato dal padre Hario da Milano e dal cittadino 
Pietro Marchesini. 

I patti della resa furono con molto stento 
•convenuti. 

La mattina del 2 aprile entrate le soldate- 
.sche austriache in città, il Maresciallo Haynau 
emanava due bandi. Col primo imponeva alla 
città una taglia di 300,000 lire, destinate a com- 
penso e a premio degli ufficiali -- più imponeva 
Alla città e provincia una multa di sei milioni di 
lire. 

Cosi ebbe fine la lotta gloriosa di Brescia 
iSostenuta per 10 giorni con subblime eroismo. 

I tempi intanto incalzavano e la reazione 
•divampava. 

II 6 aprile Catania dopo eroica difesa cadeva 
nelle mani sanguinarie del borbonico Filangeri; 
il 12 la reazione lorenese restaurava in Tos- 
<5ana il granduca; il 20 Filangeri era minaccioso 
alle porte di Palermo; finalmente il 21 aprile 
salpava da Tolone la spedizione francese per 
Koma. 



'^ 



— 128 - 

L'ultima di queste notizie sorprese Garibaldi 
ad Anagni dove era arrivato il giorno precedente^ 

Il 24 aprile l'avanguardia, il di appressa 
tutto il corpo di spedizione comandato dal ge- 
nerale Oudinot, portato da dieci navi, forte di 
ben dodicimila uomini, di sedici pezzi da cam- 
pagna e di sei di assedio, gettava l'ancora nelle 
acque di Civitavecchia. 

CAPITOLO xn. 

Eroica difesa di Roma. 

Sullo scopo dell'intervento francese nelle 
cose di Roma è stata già giudice severa la 
storia, e non è tema che invogli un italiano a 
ritornarci sopra. Solo affermeremo che per quanto 
si sia voluto dire, certo non fu scusabile che 
ima grande nazione come la Francia, col pre- 
testo d'instaurare l'ordine, fra un popolo già 
confidente e calmo nel suo patriottismo, siasi 
mossa a sostenere una abborrita teocrazia, ed 
a strozzare, tra le braccia d'una repubblica so- 



I rolla, la libertà nascente. 



K E fu con sembianze oneste ed amiche che 

Ks l'esercito francese potè sorprendere la buona 

^- 



^:^^^l: ' _ 



129 



fede del governatore, del presidio e della popo- 
lazione di Civitavecchia, e mettere impune- 
mente il piede sul suolo della repubblica. Se 
Civitavecchia avesse respinto con la forza dal 
suo forte il disbarco o lo avesse soltanto ritar- 
dato il geverno della Repubblica Romana avrebbe 
avuto maggior tempo e si sarebbe trovato in mi- 
gliori condizioni per preparare la difesa. 

Il Colonnello Leblanc, inviato dal Generale 
francese, ebbe il merito di parlar chiaro al Maz- 
zini e confessare che scopo della spedizione era 
la restaurazione papale. Egli rese grande ser- 
vigio a Roma, quando usci nella ridicola gua- 
sconata « Les Italien ne se hattent pas * la quale 
fece affluire al cuore il sangue caldo del po- 
polo di Roma, e mise gFitaliani in obbligo di 
provare che colui aveva mentito per la gola- 

AUa Repubblica Romana non restava adun- 
que più che difendere ad oltranza, se non la^ 
vita che era preda designata alla forza del nu* 
mero, l'onore che non poteva essere da alcuno 
calpestato impunemente, e che sarebbe salito 
tanto più alto quanto più fosse stato inaffiata 
di sangue. 



- 13(ì -^ 

E la difesa di Roma fu degna dei suoi giorni 
migliori, al tempo doi consoli e dei Cesari. 

L'Assemblea decretò senz'altro di dare in- 
carico al Triunvirato di respingere la forza con 
la forza; il popolo applaudi al magnanimo de- 
<ireto, corse alle armi, e i Triumviri, mirabili di 
concordia e di energia, assunsero l'impegno della 
difesa. Giuseppe Avezzana nominato ministro 
della guerra, posto al Comando supremo del- 
Tesercito ; la guardia civica venne armata e 
mobilizzata ; la linea di difesa tracciata ; i punti 
principali muniti ; i Corpi stanziati fuori di 
Roma richiamati ; e tutta la massa di truppe 
regolari ed irregolari, di finanzieri, di studenti, 
di emigrati, di reduci, di quanti infine si tro- 
vauano in Roma atti alle armi, fu ordinata e 
€0si ripartita e comandata: 

La Legione Garibaldi ; il battaglione dei Re- 
ducij i quattrocento giovani universitari, i tre- 
cento finanzieri, i trecento emigrati, un totale 
-di duemilacinquecento uomini, composero la pri- 
ma brigata comandata dal Generale Garibaldi. 

Alla seconda brigata, formata di mille uomi- 
ni dì Guardia Civica e del primo Reggimento 
di fanteria leggiero fu posto comandante il Co- 
lonnello Masi. 



-r^^'T^r 



— 131 — 

La Legione Romana e il primo di linea con 
due pezzi di campagna, posti agli ordini del Co- 
lonnello Bartolomeo Galletti; una colonna di ri^ 
serva, di ottocento carabinieri ubbidivano al 
generale Giuseppe Galletti; cinquecento dragoni 
al Colonnello Savini; le artiglierie al Lopez e ai 
fratelli Calandrelli. 

I bersaglieri Lombardi comandati dal Ma- 
nara avendo ottenuto dal generale Oudinot di 
sbarcare a Porto d'Anzio a condizione che non 
avrebbero preso parte a combattimenti prima 
del 4 maggio, erano vincolati dalFimpegno preso 
per essi dal Preside di Civitavecchia. 

Sicuri ormai che il generale Oudinot voleva 
entrare in Roma per ristaurarvi il governo pa- 
pale il 28 aprile l'assemblea approvava il se- 
guente decreto, dove il senno romano ben distin- 
gueva fra nazione e governo di Francia, non 
incolpando la prima delle inique aggressioni del . 
secondo, e ponendo sotto la protezione delle 
leggi i Francesi nell'atto che si apprestava alla 
guerra contro Tarmata di Francia. 
REPUBBLICA ROMANA 
In nome dì Dio e del Popolo 

« Credendo nelle generose virtù dei Romani 
coma nel loro valore: 



— 182 — 

^ Conscio che sebbene deciso a difendere 
iìno agli estremi, contro ogni invasore l'indipen- 
denza della sua terra, il popolo di Roma non 
rende mallevadore il popolo di Francia degli 
«rrori e delle colpe del suo governo »: 

4t Fidando nel popolo e nella santità del prin- 
cipio repubblicauo: 

IL TRIUN VIRATO DECRETA 

^ Gli Stranieri e segnatamente i Francesi di- 
moranti pacificamente in Roma sono posti sotto 
la salvaguardia della Nazione »: 

€ Sara considerato come reo di leso onore 
romano qualunque proponesse far loro oltraggio 
o molestie >?: 

« D governo invigilerà che nessuno d'essi 
trasgredisca i doveri dell'ospitalità ». 

Cosi Roma vicina a scendere sul campo di 
battaglia per amor della libertà ed indipendenza, 
dava prova di quella generosità che è tradizio* 
naie nel suo popolo. 

La mattina del 28 aprile, la legione insieme 
agli altri corpi militari riuniti in Roma, fu pas- 



L_..... 



— i;ì8 — 

sata in rivista sulla piazza di S. Pietro dal Mi- 
nistro della guerra. 

n piano di guerra fu presto formato ; la topo- 
^afla della Città, le condizioni dell'esercito di- 
fensore, le forze degli assalitori, chiaramente lo 
suggerivano. 

Scartato il concetto di una offensiva in aperta 
<5ampagna, e deliberata una concentrata difen- 
siva della Capitale, la difesa non poteva essere 
stabilita che sulla destra del Tevere e precisa- 
mente lungo le mura d'Urbano Vili, che da 
porta Portese, per quelle di San Pancrazio e 
Cavallegeri va a porta Angelica ; comprendente 
■come posizione avanzate, al centro la collina di 
Villa Pamfili, come baluardo a settentrione il 
forte Vaticano, e come seconda linea d'appog- 
gio le alture del Gianicolo. 

Garibaldi avuto partecipazione del Comando 
affidatogli, spedi il seguente ordine del giorno : 
Al comando della Sezione degli Emigrati. 

€ Il Ministro della Guerra, col dispaccio del 
21 corrente affidò a me il comando della prima 
brigata nella cui forza è pure compresa la vo- 
stra Sezione. 

« Le urgenze del momento esigono che c'in- 



- 134 — 

tendiamo subito e quindi oggi vorrete imman- 
cabilmente trovarvi con la vostra truppa sulla 
piazza di S, Maria in Trastevere per tutte le 
comunicazioni ». 

(t Salute e fratellanza ». 

Dalla piazza del Vaticano 29 aprile 

(t, Garibaldi. 

La brigata Graribaldi fu ordinata a coprire la 
posizione tra porta Portese e porta San Pan- 
crazio ; quella di Masi distribuita tra porta 
Cavalleggieri e porta Angelica ; la riserva com- 
posta dalla biigata Galletti, dai dragoni Sa- 
vinij dai bersaglieri Manara, schierata tra Piazza 
Navona, la Lungara e Borgo; i bastioni furono- 
coronati di nuovi pezzi, le batterie del Vaticano- 
rinforzate ; tutto ciò disposto in buon ordine; df 
modo che Roma si tenne pronta a ributtare gli 
assalitori* 

Il 30 aprile le vedette di San Pietro annun- 
ziarono lo spuntare di una colonna francese 
sulla via di Civitavecchia. Erano circa dodicinìila 
uomini, divisi in due brigate sotto il comando- 
dei generali Molière e Lavaillant, con due bat- 
terie da campagna; credevano davvero che gli 



I 



- 135 — 

italiani non si sarebbero battuti; dovevano pre- 
sto accorgersi del loro folle giudizio e chiamare 
poderosi rinforzi. 

Alcuni colpi aggiustati dal Calandrelli fecero 
capire che si pensava a respingere sul serio gli 
assalitori, ma erano pur sempre francesi^ gli ag- 
guerriti soldati dei combattimenti africani. Essi 
quindi avanzarono da prodi secondo l'ordine 
ricevuto per l'attacco; non restavano i nostri 
dal fulminarli colla mitraglia e coi fucili. Ai di- 
fensori, specialmente agli artiglieri, nuocevano 
le carabine dei caccicitori di Vincennes; ma le 
nostre artiglierie egregiamente servito e dirette, 
facevano vuoti sanguinosi nelle file avversarie- 

Un notevole vantaggio avevano ottenuto ì 
francesi, fin dal principio; il generale Oudìnot 
aveva ordinato alla brigata Molière di occupare 
la Villa Panfili, il battaglione universitario so- 
stenne valorosamente i primi assalti, mi* scarso 
di numero, in confronto degli assalitori, dopo di 
avere contrastata la preziosa posizione dovette 
abbandonarla, ritraendosi al riparo dietro il Ca- 
sino de' Quattro -Venti. 

Ma da quella parte, attento a tutte le fasi 
del combattimento, stava vigile Garibaldi e il 

10 



- 136 - 

trionfo dei francesi non doveva essere di lunga 
durata. Infatti il generale, scorto il pericolo, 
chiamò a sé la legione italiana e la lanciò a 
btdonetta contro 11 nemico. Questi non temette 
rattacco, e da quell'istante intorno a Villa Cor- 
sini, per le aiuole e i prati - del parco Pamfili, 
dietro ogni muro e ogni siepe, s'impegnò una 
lotta corpo a corpo, petto a petto, palmo a pal- 
mOj a YÌtn ed a morte. 

A faì'ore dei francesi erano il vantaggio delle 
arniij la bontà della posizione che li proteggeva, 
rabitudiue alla disciplina, Tesperienza del com- 
battere; per gUtaliani era presidio, la coscienza 
della giusta causa, la religione della patria, la 
fede nella baionetta e il comando di G-aribaldi. 

Ormai ti'oppo già durava il contrasto: e Ga- 
ribaldi senti venuta Torà del colpo decisivo. 

Con Taiuto di mezza brigata Galletti, riunite 
tutte le forze che aveva sotto mano si rovescia 
per la V alle sul fianco desiro francese, lo rompe, 
lo sfonda ed Incalza con la baionetta alle reni 
e costringe in brev*ora tutto l'esercito assalitore, 
già ributtato dal fronte su tutta la linea, a bat- 
tere in precipitosa ritirata. 

La giornata del 30 aprile sarà ricordata 



^rii^É 



— 137 - 

dalla storia come una delle più belle pagine mi- 
litari dell'indipendenza italiana. 

Più di trecento morti, cinquecentotrenta fe- 
riti, duécentosessanta prigionieri dovuti all'eroi- 
smo di Nino Bixio, fecero pagar cara alla Fran- 
cia Tinsana aggressione e dimostrarono al mondo 
che gFitaliani si battono. 

In confronto le perdite degli italiani furono 
lievi; sessantadue morti, un centinaio di feriti; 
un solo prigioniero — Ugo Bassi. 

Onore ai prodi rapiti troppo presto ai futuri 
cimenti della patria. 

Il battaglione universitario comandato dal 
Maggiore Andreucci si distinse assai nella glo- 
riosa giornata « Avanti ragazzi » tuonava Ga- 
ribaldi — « avanti alla baionetta » e i ragazzi, 
da veterani si lanciavano impavidi contro gli 
agguerriti soldati della Francia combattendo da 

eroi. 

Fra tutti primeggiò Nino Bixio che con au- 
dacia da leone, come già fu detto, fece prigio- 
niero con pochi uomini un battaglione del 20° 
reggimento di linea col Maggiore che lo coman- 
dava. 

Il primo merito della gloriosa giornata spetta 



— iss- 
ai generale Garibaldi. Fu unanime il sentimento^ 
di tutta Roma nella sera stessa del combatti- 
mento; e la storia lo conferma col suo ponde- 
rato giudizio. Egli rimase ferito nel più caldo 
della mischia e non ne fece mostra; solo alla 
sera il dottore Ripari, il carissimo amico suo^, 
volle a forza curarlo. 

Fatto caratteristico del combattimento fu 
questo, che, nelle lievi perdite subite daìnostri^ 
chi più ne sofferse furono gli ufficiali, sempre - 
i primi ad esporsi al fuoco nemico; cosi, oltre 
a Garibaldi, furono feriti il maggiore Marochettij, 
il tenente Ghiglione, il tenente Teglio, i sotto- 
tenenti dairOvo e Rota, e feriti a morte il mag- 
piore Montaldi, il maggiore Scianda, ì tenenti. 
Grassi e Righi e il sottotenente Tresoldi. 

Garibaldi combattè tutto il giorno, adon- 
tando il nemico in aperta campagna, ne sco- 
perse il lato debole, lo assalì quando ravvisò il. 
tempo opportuno, e decise della giornata- 

Avrebbe fatto di più se in quel giorno avesse 
egli avuto il comando supremo, o se fosse stato 
ascoltato il suo consiglio. 

Garibaldi aveva infatti intenzione di com- 
pletare, quella sera stessa, la vittoria, tagliando 




139 



ai francesi la ritirata su Civitavecchia; e II pro- 
getto sarebbe stato senza dubbio attuato; dopo 
lo scacco sofferto, il morale del nemico era de- 
presso ad incominciare dall'Oudinot, sfinito, inol- 
tre i francesi mancavano di cavalleria per co- 
prire la ritirata, mentre Garibaldi col lancieri 
del Masina e coi dragoni di linea, tutta gente 
fresca che nulla aveva sofferto dal combatti- 
mento, poteva giungere a Civitavecchia prima 
dei francesi e suscitare quelle popolazioni con- 
tro lo straniero. Che se non si fosse \'oIuto pre- 
correre i francesi in quel posto, si poteva pren- 
derli di jSanco nella loro ritirata: giacché Gari- 
baldi avrebbe potuto ingrossare le sue truppe 
coi due reggimenti di linea che noji avevano 
ancora combattuto, e cosi trarre il miglior fratto 
della vittoria. 

Ma indarno Garibaldi insistette appoggiato 
da Galletti : Mazzini non voleva esporre la 
Francia ad una completa disfatta, e provocarne 
i risentimenti. Egli era il capo del triumvirato^ 
e se i nostri si arrestavano nel momento il più 
propizio, era lui che doveva risponderne alla 
storia. 

Utilizzata o no la vittoria del 30 aprile ai 



— 140 - 

doveva capire che i francesi avrebbero voluto - 
prendere la rivincita ; meglio era dunque trarre 
partito della giornata, annientare il primo corpo 
di spedizione, circondando di una aureola glo- 
riosa i difensori di Roma, ammirati da tutta 
Europa, poi prepararsi a far degna accoglienza 
al secondo corpo di spedizione, che la Francia 
ostinata nel volere ristaurato il potere dei papi 
ed ormai impegnata, avrebbe senza ritardo or- 
dinato. 

Unica impresa che venne concessa dal Triun- 
virato a Garibaldi il 1° maggio, fu una ricogni- 
zione sul nemico che si ritirava per la via di 
Civitavecchia, verso Castel di Guido, dove i 
Francesi avevano passata la notte in armi nella 
certezza di essere assaliti. Egli usci colla sua 
legione da porta S. Pancrazio, mentre il Masina 
eoi lancieri e coi dragoni usciva da porta Ca- 
valleggeri ; entrambi si unirono all'osteria di 
Malagrotta, dove i Francesi si erano preparati 
alla resistenza. 

Ma per volere di Mazzini non si venne alle 
mani, come Garibaldi avrebbe desiderato. E ciò- 
anche perchè l' Oudinot mandò a Garibaldi un 
parlamentario, per avvertirlo che trattava coL 



V 

I 



— Ul - 

governo Romano un armistizio; quasi contem- 
poraneamente Garibaldi stesso riceveva un or- 
dine di ritornarsene a Roma; e l'or dine fu ese- 
guito nel giorno stesso. 

Cosi i Francesi ebbero modo di guadagnar 
tempo, e ritornare con forte nerbo di forze e 
grosso materiale di guerra a riprendere Tat tacco 
deireterna città con certezza di successo. 

Ma se la giornata del 30 aprile non ebbe 
quelle conseguenze che erano da aspettare dopo 
una vittoria cosi bella, essa però provò al 
mondo che Garibaldi era qualche cosa di più 
di un semplice guerrigliero Americano, e che 
non gli mancavano le doti tutte del generale 
delle grandi fazioni; come provava al moi^ido 

che gl'Italiani, se ben condotti, sapevano battersi. 

* 
* * 

Intanto che Oudinot riposava a Civitavecchia, 
e mandava a Parigi messaggi bugiardi mal dia- 
simulanti la sconfitta toccata, e l'Assemblea Ro- 
mana lo rimeritava delle sue slealtà col man- 
dargli liberi i prigionieri; un esercito austriaco 
minacciava dal Po le Legazioni; un'armata Spa- 
gnola veleggiava per la medesima crociata nel 
Mediterraneo; e finalmente re Ferdinando di 



142 



Najjo]i faceva occupare da una divisioue Vel- 
letri^ mentre due altre, una di milizie regolari 
comandate dal generale Winspeare, Taltra com- 
posta dì briganti coraandiita dallo Zucchij s'ìnol* 
travano per la provincia di Frosinone sui colli 
Latini. 

Il i^ò verno Romano commise a Garibaldi, 
che, evitando i decisivi conflitti, tenes.se a btida 
e molestasse il nemico, sperando il Mazzini 
die le trattative colla Francia si risolvessero 
con soddisfazione, per poi, tranquilli da quella 
parte, potere intraprendere una guerra a fondo 
t:ontro il re di Napoli, e rivendicare a libertà 
il suo redime. 

Garibaldi ri uni la sua piccola brigata il 4 
maggio, dalle 6 alle 8 di sera, in piazza del 
Popolo ; ora composta in tutto di duemila due- 
cento uomini, la passò in rivista, ed uscito ta- 
citamente da Porta del Popolo, s' incamminò per 
Ponte Molle, facendo le viste di marciare a Palo; 
poi voltò a un tratto per la Prenestina, e dopo 
una marcia notturna pei Monti Tlburtini fati- 
cosissima, ma silenziosa ed ordinata, arrivò al- 
l' indomani a Tivoli dove si accampò sulle sponde 
deir Amene, occupando cogli avamposti il ponte 
Lucano a circa sei chilometri sotto Tivoli. 



— 143 — 

Il 6 maggio fece riposare nelle ore più calde 
la truppa presso gli avanzi grandiosi degli ac- 
quedotti romani. 

U esercito borbonico appena avuta notizia 
della sortita da Roma di Garibaldi, s^ era con- 
centrato fra Albano e Valmontone, e forte di 
seimila uomini sotto il comando del generale 
Lanza si preparava ad affrontare G-arib^ldì e 
disfarlo. 

La mattina del 7 Garibaldi fece levare il 
campo e verso la mezzanotte del giorno stesso, 
sotto un acquazzone torrenziale, occupò Pale- 
strina a poche miglia dalle linee nemiche, mi- 
nacciando cosi da vicino il suo fianco destro. 
Fin dal giorno 8, Garibaldi ordinava alcune 
scorrerie dei suoi, una delle quali, comandatar 
dal prode Bronzetti Narciso, gli aveva ripor- 
tata la speranza che il nemico non sarebbe stato 
cosi formidabile come si vantava di essere. Era 
però troppo forte di numero per attenui rsì con 
soli duemila uomini ad assalirlo nelle sue forti 
posizioni; e risolvette di starsene sulla difensiva 
e attenderlo di pie fermo. 

Il primo incontro serio fra le parti avver- 
sarie avvenne verso la sera dell'8 maggio sulla 
strada che da Montecompatrì porta a Frascati- 



144 



Il giorno 9 Garibaldi circondato dal suo stato 
Maggiore sali a Castel San Pietro, piccolo paese 
sopra Palestrina, per osservare dal campanile 
le mosse del nemico. Questo, in numerosa schiera 
di 6000 uomini, verso le 2 pom. si avanzava da 
Valmontone su Palestrina, con intenzione di 
chiudere a Garibaldi la ritirata su Roma. 

Garibaldi prese tosto le sue misure e affidata 
a Manara la difesa della città, collocò parte dei 
Legionari al suo fianco sinistro fuori porta del 
Sole, egli in persona stava al centro, mentre 
Nino Bixio guardava la destra. 

Come suo costume, Garibaldi fece avvicinare 
ben bene i napoletani e a un dato momento 
ordinò un attacco generale alla baionetta che 
mise in rotta il nemico, il quale lasciava nella 
fuga feriti e prigionieri e in potere dei nostri 
tre cannoni da montagna e non pochi fucili. Le 
perdite delle truppe romane furono lievi ; degli 
ufficiali solo il sottotenente Rotta rimase ucciso 
e il tenente Martino Franchi ferito. 

Ormai una più lunga stanza a Palestrina poteva 
divenire pericolosa perchè a Roma era giunta 
la notizia di un prossimo attacco combinato di 
napoletani e francesi, per cui il Triumvirato 




— 145 — 

ordinava a Garibaldi di rientrare in Roma. Era 
anche lui deciso di finirla e non s'attardò sotto 
le tende ; la sera dell' 11 per sentieri impratica- 
bili sfilando in perfetto ordine e silenziosamente 
nelle vicinanze del campo nemico, marciò per 
Zagarolo, sostò un poco nella osterìa della Co- 
lonna sulla via Casilina, e con un lungo giro 
come se venisse da Tivoli ricondusse la propria 
gente a Roma, lieta se non di riportata vittoria, 

di onorato successo. 

* 
* * 

Nel frattempo importanti avvenimenti mili- 
tari e politici eransi maturati. Bologna, dopo 
quattro giorni di disperata resistenza, aveva do* 
vuto capitolare nelle mani del bombardatore Gor- 
kowsky. Ancona, dove teneva il comando militare 
quel Livio Zambeccari, compagno di Garibaldi 
a Rio Grande, minacciata, si preparava ad imi- 
tarne e sorpassarne F eroismo ; a Fiumicino 
s'ancorava la fiotta, avanguardia della spedi- 
zione spagnola; da Gaeta T Anton elli s'affannava 
a mettere d'accordo i quattro alleati senza riu- 
scirvi ; la Francia finalmente continuava la po- 
litica a due faccio : quella delle parole favo- 
revoli a Roma, quella dei fatti favorevoli al 
Papa. 



— 146 — 

Di guisachè, mentre V Assemblea nazionale 
a Parigi decretava che la spedizione francese 
fosse t ramenée à san premier bui ))^ Luigi Na- 
poleone e rOdillon Barrot inviavano lettere e 
messaggi airOudinot, ripetendogli l'ordine dì 
entrare a Roma a qualunque costo per restau- 
rarvi il governo papale. 

Infine, perfidia maggiore di tutte (se si ec- 
cettua il nero tradimento che doveva fra breve 
compiere il Generale Oudinot)^ la missione a 
Tìoma del Lesseps affidatagli da Drouyn De 
Lhuys, L'inviato francese doveva col governo 
di Roma trovare il modo di conciliare la libertà 
del popolo Romano, i diritti della sovranità 
pontificia, e la dignità del governo francese; in 
realtà doveva condurre i Romani ad aprire ai 
francesi le porte di Roma, per restaurarvi il po- 
tere temporale del Papa. 

Il primo effetto dell'arrivo del Lesseps fu 
la tregua di trenta giorni : tregua che sleal- 
mente venne anticipatamente rotta dal Gene- 
rale francese; ma che ad ogni modo giovò al 
governo della Repubblica romana, per finirla 
almeno coiresercito borbonico. 



— 147 — 

CAPITOLO xm. 

Spedizione contro l'Esercito Borbonico — Ve Metri. 

L' esercito romano tra il 1° e il 16 di mag- 
gio s'era venuto via via ingrossando. Il batta- 
glione Melara, prepotentemente catturato dall'Ou- 
dinot a Civitavecchia, veniva lasciato libero ; i 
corpi distaccati nell'Ascolano erano rientriti; 
una Legione straniera si veniva organizzando ; 
la Legione trentina ed una compagnia del 22° 
Reggimento, scappata dagli accantonamenti for- 
zati della Spezia , erano riuscite a penetrare in 
Roma tra il 9 e il 10, e fuse insieme andavano- 
a formare un altro battaglione di bersaglieri 
lombardi, che aggiunto al primo, sotto il co- 
mando del Manara promosso colonnello, pren- 
deva corpo e nome di Reggimento. Finalmente 
venuta da Bologna, dopo 15 giorni di marcia^ 
entrava dalla Porta del Popolo la Divisione 
Mezzacapo, forte di circa duemila uomini, pre- 
ceduta da quella compagnia di studenti lombardi 
e toscani che formarono il nerbo dei futuri di- 
fensori del Vascello. 

Sommate queste forze nuove a quelle già 
esistenti al 30 aprile, si ha che Roma poteva 



i 



— U8 — 

disporre di circa diciottomila combattenti, non 
bastevoli certo a fare la guerra alla Santa Al- 
leanza, accaniiasi contro di lei, e neppure a 
vincere la Francia, ma, finché durava Tarmisti- 
25Ìo, più che s'ifiHciente a cacciare dal territorio 
della Repubblica le truppe del Re di Napoli, e 
proteggere nel tempo stesso Roma da qualsiasi 
insìdia. 

Restava la scelta del Generale in capo. Chi 
meglio di Garibaldi meritava tale carica? Nes- 
sun altro poteva contrastargliela. Il Triumvirato, 
per timore esagerato della sua indisciplinatezza, 
e forse anche per gelosia della sua popolarità 
sempre crescente, non volle nominarlo. Siccome 
però la sua superiorità era innegabile, il Trium- 
virato fece questa pensata; promosse Garibaldi 
Generale di Divisione, ed elesse Generale in 
Capo il colonnello Roselli entrato da poco a 
Roma, reduce dall'Ascolano, ove era stato a 
combattere il brigantaggio. 

n Roselli generalissimo s'accinse senza ritar- 
do, come voleva il governo, alla spedizione 
conti'o il Borbone. Pensò di attaccare i Napole- 
tani, accampati fra Porto d'Anzio e Valmontone, 
sulla loro destra, spuntarli da questo lato e ta- 



- 149 ~ 

gliar loro la ritirata: capitanava diecimila fanti, 
mille cavalli e dodici pezzi d'artiglieria» 

La prima brigata, sotto gli ordini del colon- 
nello Marocchetti e la direzione del colonnello 
di Stato Maggiore Haug, composta della Legione 
Italiana, del terzo reggimento di linea^ dello 
squadrone dei lancieri Masina, d'una compagnia 
di zappatori dei genio e due pezzi d'artiglierìa, 
in tutto duemila cinquecento uomini circa^ for- 
mava Tavanguardia. 

n corpo di battaglia componevasi di due 
brigate composte del reggimento dei Bersaglieri 
Lombardi, di un battaglione del primo fanteria, 
del secondo e quinto reggimento, della Legione 
romana, di due squadroni di dragoni e sei pezzi 
d'artiglieria; circa seimila uomini; e lo capita- 
nava il generale Garibaldi in persona^ colonnello 
Milbitz capo dello Stato Maggiore. 

La riserva e retroguardia era la brigata del 
generale Giuseppe Galletti, che marciava alla 
testa del sesto reggimento di fanteria, d'un bat- 
taglione di carabinieri a piedi, del battaglione 
zappatori del genio, di due squadroni di carabi- 
nieri a cavallo^ e di quattro pezzi di artiglieila; 
in tutto duemila e cento uomini. 



^ 150 - 

Comandante rarti^lieria il colonnello Lodo- 
vico Calandrelli; quello della cavalleria il gene- 
rale Bartolucci; capo dello Stolto Maggiore ge- 
nerale il colonnello Pisa cane. Generale in capo 
Pietro Ro selli. 

Formato cosi il piano e Fordine di marcia^^ 
uscirono la sera del 16 da porta S. Giovanni; 
mai^iarono per vìa Labicana; arrivarono alla 
mattina del 17 a Zagarolo, dove soggiornarono;^ 
ripartirono il giorno appresso per Valmontone, 
dove il grosso e la riserva sì accampò, mentre 
Tavanguardìa si spinse fino a Montelbitino, forte 
posizione a cavaliere delle due vie che da Val- 
montone conducono Tuna a Velletrij Taltra a 
Terracina; che è quanto dire, sulla fronte e sut 
fianco deiresercito Napoletano, 

Questo però non era rimasto immobile come 
il Roseli i nel silenzio del suo studio aveva cal- 
colato; ma appena avuto sentore deiravanzarsi 
dei Romani j eweva frettolosamente abbandonato 
la linea dei Colli Latini, e s'era da tutte le 
parti ripiegato su Velletri. Era una notizia im- 
portantissima: il piano di campagna del gene- 
rale Roselli poteva dirsi fallito prima che ten- 
tato; occorreva farne un altro^ ma suprema^ 




— 151 — 

necessità era prontezza d'occhio e celerità di 
esecuzione; il Roselli non affrettò d'un passo la 
sua marcia, non diede le occorrenti disposizioni- 
solo ordinava all'avanguardia di spingere il 19 
di mattina ricognizioni fin sotto le mura di Vel- 
letri, mentre Tarmata in ordine compatto, fian- 
cheggiata da perlustratori, avrebbe secondato il 
movimento. 

All'alba del 19 l'avanguardia si era già messa 
in moto; ma, fatti pochi chilometri di strada, il 
Marocchetti mandava ad avvertire Garibaldi che 
scorgeva verso Velletri un confuso movimento 
di truppe nemiche, onde temeva di essere da 
un istante all'altro assalito da forze superiori. 
A tale annunzio Garibaldi montò a cavallo, e 
mandò avviso al generale in capo, deirallarme 
dato delle mosse nemiche, come della sua par- 
tenza per trovarsi coU'avanguardia sul luogo 
dell'attacco, se attacco ci fosse stato, affinchè 
avesse provveduto mandando pronti rinforzi. A 
spron battuto raggiunse l'avanguardia, e raccolti 
dal Marocchetti gli ultimi rapporti, cavalcò an- 
cora innanzi per cercare, come fu sempre suo 
costume, un posto elevato d'onde scoprire le 
posizioni e le mosse del nemico. 
11 



i 



— 152 - 

Giunto alle Colonnelle sulFaltura della vi- 
glia Rinaldi, smontò da cavallo; coperto dai 
canneti e dalle macchie delL-i Vigna, s'inoltrò 
lino ad una sporgenza d'onde rocchio poteva 
correre fin sotto le mura di Velletri; e vide 
abbastanza chiaro che i borbonici si preparavano 
ad un'azione imminente. 

Garibaldi senza perdita di tempo spiegò a 
destra e a sinistra della strada, che correva 
tutta incassata fra poggi e vigneti, la legione 
italiana e alcune compagnie del terzo di linea; 
e jnontato sul tetto d'una casa nella vigna Spai- 
letti si rimise a spiare le mosse nemiche. 

I borbonici avanzavano su tre colonne; un 
battaglione di cacciatori pei vigneti a destra e 
a sinistra; uno squadrone di cavalleria appoggiato 
da un corpo di fanteria e da artiglieria, al cen- 
tro della strada. Garibaldi sceso dal suo osser- 
V atorio non fece un passo per muovere loro 
(Contro; ma li aspettò di pie fermo. Trascorsi 
pochi minuti lo scoppiettio presso la salita di 
Villafredda avvertiva che i nostri erano stati 
scoperti e che il primo scontro era avvenuto. 

Potevano essere le 11 di mattina. Gli avam- 
posti s'erano ripiegati sulle Colonnelle dove e- 



^p^HPT^"^^"- 



— 153 -- 

rano appostate le fcinterie romano; Tattacco si 
svolgeva su tutta la linea; la fucilata era vivisr 
sima da ambe le parti; quando Garibaldi, vista 
spuntare sulla strada la testa della cavalleiia 
nemica, spiccò il Masina coi suoi cinquanta lan- 
cleri ad arrestarla; e il Masina si slanciava be- 
guito dai suoi compagni: ma o perché sopniftatti 
dal torrente della cavalleria nemica sei volte 
più numerosa, o perchè i loro cavalli fossero 
nuovi a quel vertiginoso giuoco delie cariche, 
il fatto è che al primo cozzo furono travolti, e 
voltarono briglia tutti quanti, abbandonando il 
loro comandante alle prese col colonnello ne- 
mico che ne riportò la testa spaccata* 

Ma lo spettacolo accadeva troppo vicino a 
Garibaldi perchè potesse starsene inerte spetta- 
tore. Visto il voltafaccia dei lancieri e il Masina 
circondato dai nemici, saltò a cavallo e scortato 
dal solo moro Aghiar, si mise a traverso la via 
per tentare col gesto imperioso, eolla voce to- 
nante e colla stessa persona, d'aiTestare la rotta 
-sfrenata. Tutto invano; che egli stesso rovesciato 
di sella, venne travolto dall'onda commista de- 
gli amici e nemici, e impigliato il corpo sotto 
il proprio cavallo e pesto dalle unghie di cento 



— 154 — 

altri, stava per cadere ormai morto o vivo nelle- 
mani borboniche, se in buon punto la brava^ 
compagnia di ragazzi, detta della Speranza, ap- 
postata li vicino, con una scarica ben aggiustata 
non avesse fatto largo nella siepe dei cavalieri 
nemici, che già si serravano intorno al caduto,, 
e investendoli poscia alla baionetta, non avesse 
salvata la vita al suo generale. Come se nulla, 
fosse stato, quantunque ferito e ammaccato in 
più parti del corpo, e coU'impronta di un ferro- 
da cavallo sulla mano destra, Garibaldi balzava 
come lampo in sella e riprendeva sereno e im- 
perturbabile come sempre la direzione del com- 
battimento. 

Nel frattempo però gli Ussari borbonici, tra- 
sportati dalla foga dei loro cavalli, erano andati 
a cascare nel fitto delle linee repubblicane e 
fulminati di fronte e dai fianchi da un fuoco 
micidiale vennero forzati a dar volta, lasciando sul. 
terreno numerosi feriti e prigionieri, e trasci- 
nando nella fuga rovinosa la fanteria che lii 
spalleggiava. I garibaldini non mancarono di 
approfittare della rotta, e slanciatisi tutti assieme- 
alla carica accompagnarono i fuggenti colle ba- 
ionette alle spalle fin sotto le mura della città- 
La era forza arrestarsi. 



liN i i jpjPJ|.J ii*r^ '^'■^ •' 



— 155 — 

Garibaldi vide che il momento era critico, 
Un assalto a Velie tri era impossibile; una riti- 
rata, con gente già scompigliata dalla pugna^ e 
più atta a caricare con furore che ritirarsi con 
•ordine, sarebbe stata una follia; altro non resta- 
va che sollecitare il comandante supremo dì 
<5orrere ih suo soccorso, e tenere frattanto in 
iscacco il nemico con manovre e scaramuocie. 
Mandò a gran carriera Ugo Bassi a dare notizia 
•dell'accaduto al Roselli e pregarlo, se aveva 
cara, nonché la vittoria, la salute dei suoij a 
correre senza indugio in suo aiuto; intanto pen* 
^sava a coprire alla meglio le sue truppe dietro 
4;utti i frastagli e gli scoscendimenti del terreno, 
in attesa degli invocati aiuti. 

Il Bassi trovò il Roselli a Valmontone — gli 
rfece l'ambasciata di cui era incaricato, usò di 
tutta la sua fervida eloquenza nel dipingere la 
situazione perigliosa delFavanguardia; ma s'ebbe 
in risposta « dover prima aspettare che la trup- 
pa avesse consumato il rancio, poi si sarebbe 
mossa >. Fortuna volle che alcuni corpi della 
rseconda brigata, tra cui i bersaglieri Lombardi^ 
accorressero da sé stessi al tuonar del cannone, 
•onde Garibaldi man mano che arrivavano pò- 



— 156 - 

te va condurli a riparare le file stremate dell'a- 
vanguardia. 

Cosi entrarono in linea i Bersaglieri Lom-^ 
bardi, la Legione romana, un battaglione del 
secondo reggimento, e parte dell'artiglieria del. 
Calandrelli, che, controbattendo gagliardamente- 
le batterie del nemico, gli levarono la tentazione 
di ripigliare Toffensiva. 

Ma tutto ciò a nulla approdava; i nostri non: 
retrocedevano; i borbonici non avanzavano,. 
Bla restavano sempre forti e minacciosi, ed ogni 
istante tthe fuggiva andava a loro profitto; solo^ 
uno sforzo concorde di tutto Teserei to poteva 
assicurare e compiere la vittoria. Convinto di 
questo^ Garibaldi mandò il capitano David, un 
animoso Bergamasco, tanto aitante della persona 
conìe caldo di parola, a sollecitare ancora una 
volta il soccorso dal Roselli. 

E il David,- divorata la via, trovò il gene- 
rale in capo, che seguito da tutto il suo stato:- 
maggiore, alla testa di circa cinquemila uomini 
marciava alla volta di Velletri. 

Il messaggio portato dal capitano David fece- 
accelerare la marcia delle truppe. L'arrivo dei 
rinforzi diede modo a Garibaldi di tentare qual- 



^a!«*P|u^i«i,ii".r ^--^ 



— 157 -^ 



che mossa, che dalla tenuità delle forze gli era 
prima vietata. Veduto infatti sulla via di Ter- 
ralina un insolito movimento e sospettando im 
preparativo di ritirata, mandò il colonnello Mar- 
chetti con un centinaio di fanti e mez^o squa- 
drone di dragoni a imboscarsi nella selva che 
fiancheggiava quella via affinchè piombasse sul 
fianchi e alle spalle del nemico appena gli fosse 
giunto a portata; e dispose un vigoroso assalto 
contro il Convento dei Cappuccini^ che formava 
la chiave delle posizioni borboniche alla loro 
sinistra. 

Intanto che Garibaldi era intento a riprendere 
Toffensiva, ecco il fuoco dei Napoletani rallen- 
tarsi, le loro linee concentrarsi, la strada di 
Terracina nereggiare, e tutto accennare a pre* 
cipitosa ritirata. 

In quel punto arrivava Roseli! sul luogo 
dell'azione. Garibaldi lo ragguagliò di quanto 
era avvenuto e condusse il generale in capo al 
luogo che gli era servito da osservatorio in casa 
Blasi, e gli mostrò i preparativi dei Napoletani 
per una precipitosa ritirata, concludendo col fai'» 
gli questo piano: « Egli, Garibaldi, si getterebbe 
ai fianchi del nemico fuggente; il Rosei li col Far- 



— 158 - 

tiglieria del Calandrelli, la linea e i carabinieri 
della liserva resterebbe a difendere la posizione 
espugnata e appoggerebbe Tattacco ». 

Ma il generale in capo non prestò fede né 
ai suoi occhi, nò a quanto gli esponeva Gari- 
baldi; secondo il suo giudizio, quei nemici che 
sfilavano sulla strada di Terracina erano brigate 
che si disponevano ad un nuovo attacco per 
Findomani; la ritirata deiresercito borbonico era 
una manovrai 

— Ma che manovra ! ribatteva Garibaldi, non 
vedete che quello è un esercito che fugge? e 
Jasciò il generale in capo a passare tranquilla- 
mente la notte in casa Blasi, e lui pure se ne 
andò a dormire coi suoi all'aperto. 

Al nuovo mattino non c'era più a Velletri 
un solo Napoletano ! 

Si è voluto fare un'accusa a Garibaldi di 
avere attaccato battaglia coi borbonici contro l'or- 
dine del generale in capo. 

Garibaldi fu attaccato — non attaccò, e giu- 
dicando pericolosa la ritirata e per di più diso- 
norevole, prese posizione difensiva, in attesa 
delFarrivo del grosso delle nostre forze. Si tenga 
in mente che Garibaldi era all'avanguardia, e 



V 



- 159 — 

si trovò senza provocarlo alle prese col nemico; 
in quanto all'ordine di non attaccare, Garibaldi 
ha sempre dichiarato sul suo onore di non averlo 
ricevuto che tardi, quando già era irapegnato — 
e la parola di Garibaldi non può essere da nes- 
suno messa in dubbio. 

La mattina del 20 il generale in capo man- 
"dò sulla strada di Terracina qualche squadra 
volante di fanti e di cavalli a perseguitare il 
nemico; ma Garibaldi aveva già idea di buttarsi 
nel Regno ed accendervi la rivoluzione. 

Ne scrisse perciò lo stesso giorno al Roselli 
con la seguente lettera: 
« Generale. 

€ Io profìtto della vostra compiacenza ad ascol- 
^tarmi, e vi espongo il mio parere. Voi avete 
mandato ad inseguire Tesercito Napoletano da 
una forza nostra; ed è molto bene. 

« Domani mattina dobbiamo col Corpo d'eser- 
cito tutto prendere la strada di Fresinone, e 
non fermarci fino a giungere sul territorio Na- 
poletano, le popolazioni del quale bisogna iusur- 
rezionare . 

€ La divisione che seguita la strada di Terra- 
cina non deve impegnarsi con forze superiori, 



^^u- ' 



- u;o - 

e deve ripiegarsi sopra noi in caso di urgenza; 
ciò che potrò, farò anche traverso le montagne^ 
non impedito dal peso dell'artiglieria. 
Velie tri, 20 niaggio 1849. 

6', Ganbaldi, 

Il generale Roseli], come era debito suo, 
trasmise la proposta, di Garibaldi al Ministro 
della Guerra, esponendo le difficoltà dell'impresa 
e declinandone la responsabilitii. 

Il governo Romano richiamo a Roma il Ro- 
selli col grosso delle forze; e lasciò Garibaldi 
con una brigata coirincarico apparente di libe- 
rare i confini dalle masnade dello Zucchi, ma 
con quello reale di tentare rimpre.sa deir insur- 
rezione del Regno di Napoli. 

Il 23 di sera Garibaldi era colFavanguardia 
a Fresinone, da dove il Zucchi era già partito; 
il 25 a Ripi; il 2(5 sconfinava a Ceprano, e sa- 
puto che Rocca D'Arce^ posizione fortissima, era 
occupata dai Napoletani, inviava tosto i suo! 
bersaglieri ad assalii'la. E i bersaglieri si slan- 
ciarono arditi su per l'erta scoscesa, aspettan- 
dosi da un momento all'altro d'essere salutati 
dalla mitraglia, ma arrivarono senza dare e ri- 
cevere un col pò j fino nel paese, ove non trova- 
rono anima viva. 



ì 



!ilijpj!^l^" 



- 161 - 

Airannunzio deirapprossimam di Grari baldi ^ 
soldati ed abitanti colti da timoi'e avevano slog- 
giato. 

Non fu toccata in quel paese la più piccola 
cosa. Le truppe si coricarono sulla piazza, tran- 
quille, senza tentare di rompere un'imposta e vi 
passarono la notte. 

Q-aribaldi, saputo che un corpo dì Svizzeri 
l'aspettava ^ San Germano ordinò al mattino 
di. riprendere la marcia. Egli aveva in mente 
che se avesse potuto vincere una battaglia, la 
vittoria gli avrebbe aperta le pò ite del Regno, 

Altri però erano i pensieri del governo di 
Roma. L^invasione austriaca s'avanzava minac- 
ciosa; mentre Wimpfen s'inoltrava verso An- 
cona, un corpo sotto gli ordini del Lichtenstein 
marciava su Perugia; Roma poteva essere in 
pochi giorni stretta da braccia ili feri'o; fare ar- 
gine a tanto pericolo era un'assoluta necessità, > 



— 162 - 

CAPITOLO XIV. 
Ripresa delle ostilità dei Francesi contro Roma. 

Il Tri un virato illuso che le trattative con 
Lesseps sarebbero approdate ad una felice con- 
clusione, ordinò che si allestisse in Roma una 
spedizione per le Marche. Garibaldi fu richia- 
mato, ed egli, saputo il motivo del richiamo 
ubbidì con gioia, e il 28 di maggio ripassato il 
confine, con marcie forzate, la mattina del 1*" 
giugno rientrò in Roma. 

Sventuratamente, ma come del Testo era da 
prevedersi, il giorno stesso della rientrata in 
Roma dì Garibaldi le trattative con Lesseps 
-erano fallite e rotte. 

H l"" di giugno rOudinot alla lettera ingenua 
del generale Roselli, con la quale chiede vagli 
una proroga delUarmistizio per dare modo allo 
esercito della Repubblica romana di battere Te- 
tìercito austrìaco, rispondeva « che gli ordini 
del suo governo gli prescrivevano di entrare in 
Roma al più presto; di avere già denunziato Tar- 
mistizio aUe autorità Romane; solo per riguardo 
-ai sudditi francesi residenti in Roma consentiva 
*a differire V attualo fino a lunedi mattina >. In 



— 163 - 

tutte le lingue del mondo dò voleva dire vhe 
egli non avrebbe attaccato che il mattino del 
giorno 4. 

Con una slealtà senza nome, con una perfi- 
dia inaudita negli annali militari, della quale la 
coscienza della Storia ha gridato vendetta, airal- 
ba del 3 giugno i francesi, col silenzio del tra- 
dimento, sorpreso quasi nel sonno il sottile bat- 
taglione Melara, s'impadronivano di Villa Pan- 
fili, e in men che si dica, avviluppati da ogni 
parte i pochi bravi che la occupavano, si ren- 
devano padroni del Convento di San Pancrazio, 
e di Villa Corsini, detto Casino de' Qaatti^o-Venti, 
formanti con Villa Panfili quell'altipiano che* 
era la chiave della difesa di Roma. 

Era da prevedersi che i francesi cui neces- 
sitava assicurarsi le retrovie per Civitavecchia, 
avrebbero fatto tutti gli sforzi per impossessai^si 
del punto più elevato della linea di difesa - e 
vi misero tanta e tale importanza che per ve- 
nirne al possesso adoperai'ono perfino il tradi- 
mento. Come il generale in capo non se ne sia 
preoccupato non si spiega. Era prìncipalissimo 
suo dovere di provvedere durante rarmistizio 
alla fortificazione in modo efficace delle alture^ 



»• : 



à 



— 16i — 

nonché delle ville e dei casini fuori porta San 
Pancrazio per servirsene come posti avanzati - 
invece non pensò a nulla, e le conseguenze fu- 
rono gravissime. E la imprevidenza non si ar- 
restò a questo ; il 1° di giugno il generale Ou- 
dinot, come abbiamo visto, dichiarava la ces- 
sazione deir armistizio dando l'annunzio che 
avrebbe aperte le ostilità il giorno 4 ; le neces- 
sità del momento obbligavano se non altro il 
generale in capo a guarnire di forze sufficienti 
a respingere il nemico e non permettergli d'im- 
possessarsi di posizioni tanto importanti, quali 
erano quelle avanzate di porta S. Pancrazio e 
<jiò senza attendere l'ultima ora ! Neppure a 
questo fu provveduto - e fu errore fatale. 

Avvenuta Toccupazione, per sorpresa e per 
tradimento, la villa Corsini (detta dei Quattro 
Venti) fu oggetto di aspra contesa. Ritolta dai 
bersaglieri di Pietramellara ai francesi, fu nuo- 
vamente perduta, ripresa dal reggimento Pasi 
fu difesa coraggiosamente per più ore ma ri- 
perduta; con combattimento accanitissimo so- 
stenuto dalle truppe del generale Bartolomeo 
-Galletti fu anche da queste perduta. 

Il furioso accanimento per conservarne il 



■bk^.'^'k.^ì 



- 1G5 ^ 



poEiSGtìSO dimostra quanto grande importanza 
Sì dava dalle due parti a quella donìluante 
]}OSÌzione; e ttinào più ]ìon si arriva a uapire 
percliè uè il Triumvirato, uè il geuer^ile in capo 
deir esercito T abbiano trascurata! Ed ora Romn 
ne pagava il fio, 

Garibaldi sempre così vigile, mai pensando 
che da parte dei Francesi ai potesse temere un 
tradimento, dormiva nel suo modesio letto in 
Via delle Carrozzo n, 59 quando il fragore del 
cannone che, aveva scossa tutta la città, lo de* 
sto. In un baleno tu in sella ; si trasse dietro la 
Legione Italiana , acquartieraUi nel vicino con- 
vento dì S, SilTcstro; lasciò l'ordine clie le ri- 
manenti truppe lo seguissero; parti al galoppo. 
Arrivato alla Po!ta di San Pancrazio, niism^ò 
con un'occhiata tutta l'estensione del pei^icolo; 
distribuì !e truppe man mano che arrivavano 
tra i bastioni, la Porta e il Vascello, e lanciò i 
Legionari alla conquista di Villa Corsini. 

La Legione j comandatit dal Sacchi, preceduta 
dal Masina accompagnata dal BìxiOj non indu- 
giò, traversò sotto una grandinata di palle, il 
terreno scopertOj seminandolo dei suoi nngliori, 
e arrivò fin sotto la Vilhi ; ma colà, fulminati 



~ 166 — 

di fronte e dai lati, dalle finestre, dalle siepi,, 
dalle muraglie da migliaia di nemici appostati 
al coperto^ furono costretti a desistere e ordi- 
natamente a ritirarsi al Vascello, che da quel 
momento divenne Tantemurale estremo e più 
tenace dei difensori di Roma. 

L'attacco replicato del Casino dei Quattro- 
Venti, fu micidiale per i nostri ; feriti a morte 
il bravo Masina, Pier Antonio Zamboni porta- 
bandiera dei lancieri e Pietro Scaicerle aiutante 
dei lancieri stessi. Esposti a grave pericolo e- 
ferlti il generale Bartolemeo Galletti ; Nino Bixio,.. 
che, uccisogli sotto il cavallo, si spinse fino a sa- 
lire su un balcone del primo piano rimanendo- 
gravemente ferito. 

Ebbero pure ferite mortali Francesco Da- 
verio, Capo dello Stato Maggiore della Legione^ 
il Colonnello Pulini primo aiutante di Campo- 
di Garibaldi e tanti e tanti altri. 

E al Vascello le parti erano cambiate. Gli 
fissali tori di prima diventarono gli assaliti ; i 
francesi sboccavano da ogni parte; ma i legio- 
nari protetti dal massiccio edificio, convertito- 
in fortezza, folgoravano da cento feritoie la- 
morte. Il Vascello, avvolto da una bufera di. 



L 



-v.>^ 



- 167 - 

fuoco resisteva impavidamente. Dì questo ba- 
luardo della repubblica romana ne aveva preso 
il comando Giacomo Medici; si era certi che 
sarebbe stato difeso fino agli estremi. 

Nelle ore pomeridiane i tentativi di ripren- 
dere le posizioni perdute, furono dai garibaldini 
rinnovati con grande energia ed in superabile 
eroismo; nonostante le perdite gravissime, i 
Legionari, i bersaglieri del Pietromellara e 
quelli del Manara si slanciarono ad un nuovo 
attacco anche contro il Casino dei Quattro 
Venti: i due aiutanti di Garibaldi, Gotfredo 
Mameli e Augusto Vecchi erano alla testa del- 
Tardità falange, il primo, Goflfredo Mitmelì, caro 
sopra tutti a Garibaldi, ne riportò una ferita 
mortale. 

La grande superiorità delle forze francesi, 
che coi rinforzi ricevuti superavano 1 quaran- 
tamila uomini si da permettere loro di subito 
rioccupare con truppe nuove le posizioni per- 
dute, resero vem tutti gli sforzi, anche quello 
tentato verso sera dai bersaglieri, sostenuto dal 
reggimento Unione (9° di linea). 

Cosi fini la giornata del 3 giugno, nefasta 
alla fama francese, giornata veramente memo- 

12 



— 168 - 

rabile nei fosti. del valore italiano se si pensi 
che cinque grandi assalti furono dati dai soldati 
della repubblica Romana per sloggiare il nemico 
dalle posizioni occupate per tradimento; più di 
dieci furono le cariche alla bajonetta con cui 
precipiUirono contro il nemico, e per quattro 
volte seppero riprendere alle migliori truppe 
del mondo le posizioni perdute. 

Chi può dire, degli eroici episodi di questa 
immortale giornata? Come ricordare alla patria 
i nomi dei caduti per essa? 

Il Miisina, ferito al primo assalto, fasciata 
in fretta la piaga si slanciava a cavallo su pei 
gradini di Villa Corsini, e avvolto dai nemici 
roteando il ferro terribile, squarciato il petto da 
una palla cadeva fulminato. 

Il Mangiagalli, a Villa Valentini menò strage 
di Francesi; spezzata la spada, combattè sempre, 
benché ferito e tenne la villa con pochissimi 
rimastigli fino a sera. 

Lo bearcele colpito a morte legò tutto il suo 
alle patria. Il Manfrin sergente dei bersaglieri, 
quantunque gravemente ferito, volle riprendere 
il suo posto nelle file; e al Manara che gli di- 
ceva < vattene, qui non servi a nulla;» rispon- 



m:yìfffyt9yTiv 



— 169 — 

'deva « lasciatemi stare colonnello, almeno faccio 
numero » e alla prima scarica il valoroso era 
colpito mortalmente. 

Il Rozà, ferito due volte, ritornava alla pu- 
gna, e alla terza soccombeva. 

Angelo Bassini, s'avventava con un pugno 
de' suoi, contro Villa Corsini e ne tornava pesto 
e insanguinato. Dalla Longa, milanese, raccolto 
sulle spalle il caporale Fiorani mortogli al fianco 
mentre ritraevasi col caro peso, una palla lo 
trapassò e cadde in un fascio col suo carico. 
Emilio Dandolo, errava per tutto il campo in 
cerca delle spoglie dell'amato fratello e fu ferito 
mortalmente. Narciso Bronzetti pure ferito an- 
elava in ore notturne tra le scolte francesi per 
togliere ai nemici il corpo del suo servo fedele. 

I legionari del Medici, affrontarono la gran- 
dine dei Vincennes per sottrarre da una casa 
incendiata dal fuoco nemico i cadaveri dei loro 
compagni ivi caduti quando essi la difendevano^ 
d'onde il nome di Casa Bruciata. Eroismi im- 
mortali! 

In tutti i corpi Romani che presero parte ai 
combattimenti del 3 giugno grande fu il numero 
degli ufficiali che morirono o rimasero feriti. 



ir" 



— 170 — 



n 



perchè negli attacchi alla bajonetta primi col 
loro esempio incitavano i giovani soldati della 
Bepubblica al sacrifizio della propria persona. 
Ma nessun corpo, in proporzione del numero, 
ebbe perdite così rilevanti di Ufficiali come la 
Legione Italiana e lo Stato Maggiore di Gari- 
baldi; Garibaldi stesso calcolava a ventitré uffi- 
ciali della sola legione messi fuori combatti- 
mento; otto gli ufficiali dello stato maggiore di 
Garibaldi; cinquecento e più dei nostri soldati 
tra feriti e morti; circa sessanta ufficiali tra. 
morti e feriti, 

È doloroso che ancora non si conoscano tutti 
i nomi dei caduti in difesa di Roma nel 1849; 
quelli che si conoscono e sono raccomandati alla 
storia eccoli: Oltre ai già nominati; morirono il 
Colonnello Pulini, d'Ancona^ dello stato Maggiore 
di Garibaldi, l'aiutante Maggiore Feralta^, il Ca- 
pitano Ramorino, Emanuele Cavallero, Canepa, 
Sivori, PedevìUa, Anceo, Carooij Minuto^ Gnecco, 
Pegorinì, Gruppi^ Costa, Rodi, CoglioU, de Maestri, 
Cavalieri, Benne t, Grossi, Savoia, Bonduri, Me- 
loni, Conti, Loreta, Gazzauiga, Bucci, Marzari, 
Cavizzij Battellonij RambaldL 

Feriti gravemente: Nino Bixio, Goffredo Ma- 



171 



meli morto in seguito alla ferita, StrambiOj Du- 
^elisiana, Binda, Ricci, Marocchetti, Bassini, Frat- 
tìni, Grattigna, Sartorio. Boldrini, Bignamì^ Mam- 
brini, Zanetti, Magni, Zanucchi, Tassoni, Gnoli, 
Zuccaia, Vigoni, Sampieri, Righi, Tresoldi, Silva, 
Colombo, Mancini, Signoroni, Scorani, Vìnaselti, 
Luzzi, Mazza, Costaldini, de Pasqualis, del Pozzo, 
Lucci, Giorgieri; e fra questi i due vaio msissìmi 
giovanetti Domenico Cariolato delle provincie 
Venete, e Raffale Tosi di Rimini che il gene- 
rale Garibaldi ebbe carissimi per tutta la vita- 
Fu pure ferito combattendo valorosamente 
Baccigaluppi Paolo che fu poi fucilato sul Po 
assieme a Ciceruacchio e ad altri patriotti. 

Padroni di Villa Panfili e delle alture, i 
francesi, quasi fosse una piazza forte, intrapre- 
sero l'assedio di Roma; tracciarono ptirallele, 
piantarono batterie sotto la direzione del gene- 
rale Vaillant, s'avanzarono senza posa verso 
la piazza. 

I nostri, condotti da un genio militare ardi- 
tamente infaticabile, privo di cannoni e di ogni 
sorta di materiale, contrapposero intrepidi of- 
fesa ad offesa, trincera a trincera, scavarono 
vie coperte, alzarono cortine, restaurarono senza 



- 172 — 

sosta le cannoniere smontate, e tentai'ono an- 
che delle sortite ; alla debolezza dei mezzi sup- 
plirono con la forza dei petti, per prolungare^ 
quanto potevano l'agonia della Repubblica. 

Ma ogni giorno che passava la cinta d'as- 
sedio veniva sempre più serrandosi. 

Dopo ripetuti attacchi di forze sempre in 
aumento e soverchianti, malgrado Teroica resi- 
stenza sostenuta dalla Legione Romana reduce 
dal Veneto della quale faceva parte il tenente 
Giacinto Bruzzesi che pel suo valore si meritava 
la medaglia d'oro al Viilore, malgrado il valore 
spiegato dal battaglione universitario e da altri 
valorosi. Anche ai Monti Parioli i nostri . veni- 
vano sopraffatti. 

Tra questi tu ferito il colonnello Romano Sil-^ 
vestrì mentre combatteva eroicamente con al 
fianco ti^e figli, uno dei quali rimase pure ferito.. 
Questo patriota che Roma ricorda con onore, fu 
uno dei più perseguitati dal governo pontificio; 
esiliato nel 1821 e nel 31, doveva subire 1^. 
stessa sorte nel 1849. 

Nel 1848 comandò il 1"" reggimento volon- 
tari romani che tanto si fece onore combatten- 



i 



- 173 — 

do a Cornuda ed a Mestre; ebbe poi il eomandò 
deirEstuario e quindi passò capò di Stato Mag- 
giore col generale Pepe. 

Combattendo sotto Velletri le truppe borbo- 
niche, ebbe ucciso il cavallo; dopo la ritirata 
delle truppe Napolitane venne nominato coman* 
dante di quella zona. Nel 1860 egli stesso ac-^ 
compagnava ì sul tre . figli al campo a combat^ 
tere per l'unità della patria. Onore alla sua 
memoria. 

I francési eransi fortemente stabiliti con Tinr 
tera Divisione Guepiller anche nella Via Flami- 
nia da dove per 28 giorni fulminavano il Pincio^ 
bombardavano la città, senza essere mai riusciti 
a sloggiare i nostri dai Monti Parioli ; fra i di-- 
fensori vi era anche un battaglione degli stu- 
denti che teneva con grande valore la Villa 
Paniotowschi, sebbene bersagliato yenza tregua 
dal nemico che della Villa Polverosi al dì là 
del ponte Milvio aveva fatto una formidabile 
posizione offensiva e difensiva. 

L'il di giugno nelle ore pomeritiiane il bat- 
taglione comandato dal valoroso capitano Goli- 
nelli sostenuto dalla Legione romana volle con 
supremo ardimento tentare di sloggiare il ne- 



*^.:'<^^w^«!rP'] 



è: 

ti,; 



^ 174 - 

mico dalla Villa : con slancio da veterani i bravi 
studenti si precipitarono impavidi all'attacco, 
sostenendo un accanito combattimento per più 
ore, ma la grandine delle palle nemiche alfine 
ne arresta lo slancio, balenano i bravi giovani, 
cadono numerosi e sono obbligati a ritirarsi; 
ultimi a farlo furono i fratelli Francesco ed 
Alessandro Archibugi di Ancona, che combat- 
tendo det veri eroi caddero entrambi mortal- 
mente feriti ; rimasti sul campo, vennero fatti 
prigionieri e condotti a Civitavecchia ove vi 
lasciarono la vita. 

Il combattimento di quel giorno sostenuto 
con slancio ammirevole, costò al piccolo batta- 
glione oltre quaranta feriti gravemente, primi 
fra i quali il captano GoUinelli, il tenente Ron- 
chini, il Cattaneo, il Pieti'asanta, il Silvagni, il 
Finzi. 

n fatto d'armi meritò di essere messo al- 
Tordine del giorno nel quale venne segnalato 
in modo speciale il battaglione degli studenti 
meritevole di grandi encomi. 






La mattina del 13 i francesi smascherarono 
tutte le loro batterie e con trenta bocche da 



— 175 - 

fuoco batterono per sette giorni e sette notti i 
bastioni sesto e settimo, e la sera del 21 vi 
aprirono in tre punti la breccia ; non restava 
più agli assedianti che di salirla ; e difatti la 
notte del 21 al 22, taciturni, tentarono l'assalto; 
il battaglione del reggimento « Unione » che vi 
^tava di guardia, si lasciò sorprendere e volse 
in fuga, e gli assalitori solleciti a trarre pro- 
fitto dal panico, furono padroni, senza combat- 
timento, delle mura di Roma. 

Presa la breccia, Mazzini propone che ne 
5ia tentata la ripresa la notte stessa. Si mandò 
a chiamare Garibaldi, ma questi dichiarò ine- 
seguibile l'impresa. 

Mazzini scrisse à Manara perchè persuadesse 
Oaribaldi, ma questi non mutò divisamente. 

Disse essere suo convincimento che l'assalto 
notturno alla breccia, con truppe stanche, or- 
bate dei loro migliori uflBciali, sarebbe inevita- 
bilmente fallito — e che ormai la sola provvida 
^ urgente risoluzione da prendersi era quella di 
riparare dietro una nuova linea, che egli aveva 
già ideato e proposto. 

Perduta la breccia, e la fiducia di conqui- 
starla, ai Romani non restava fuori di Roma 



— 176 — 

che il Vascello. Solo ma formidabile sempre; e 
dentro Roma restava il tratto dei bastioni da 
Porta S. Pancrazio a Porta Angelica, e come 
seconda difesa, la linea tracciata dagli avvanzi 
della Mura Aureliana, sostenuta al centro dalle 
batterie del Pino, ad occidente dal bastione ot- 
tavo e dalla Villa Spada, ad oriente dai Conventi 
di San Calisto e di San Cosimato, sulle falde 
deirAventino. 

Ed era appunto intorno a queste posizioni 
che stava per^ rinnovarsi la lotta. 

I francesi, dopo di essersi gagliardamente^ 
trincerai nella breccia conquistata, avevano 
costruito una terza paralella dalla quale bersaglia- 
vano le posizioni nemiche facendo piovere nella^ 
città una tempesta di bombe che spesso andava 
a cadere, danneggiandoli, sui monumenti più fa- 
mosi deirantica romana grandezza. 

Garibaldi affidava al valore dei Legionari del 
Medici la ripresa di Villa Barberini; in questa, 
impresa ebbe, fracassato un braccio il Capitano 
Gorini, il corpo forato da diciotto ferite Tlnduno- 
Girolamo, la spalla forata da una baionettata il 
giovinetto valorosissimo Cadolini, e non lasciar©- 



bsyxl^iLC^., 



177 



no al nemico che un monte di rovine; arma^ 
rono di nuovi pezzi le batterie del Pino, affor- 
zarono Villa Spada, tempestarono di colpi bene 
aggiustati le batterie nemiche, e sopportEirono con 
costanza invitta i disagi dei lavori notturni, i 
guasti del bombardamento, i vuoti della morte. 

Tutti fecero eroismi sorretti dalla coscienza. 
d'un alto dovere. 

Il Medici, fatta del Vascello una fortezza, con 
un manipolo di prodi la difese con sovrumana 
energia di piano in piano, di pietra in pietra. 
Bersagliato notte e giorno da Villa Corsini, tor- 
mentato senza posa dalle carabine dei famosi Cac* 
ciatori d'Africa, ridotto in frantumi in gran parte 
Tediflcio che gli serviva di asilo e di rocca, nulla 
valeva a scrollare la sua impassibile fermezza* 
Squarciato il secondo piano scese al primo; crol- 
lato anche il primo, passò al piano terreno; di* 
roccato questo pure, s'accampò all'aperto; ma 
non cedette un sasso della sua ruina e la rese 
immortale. 

E i difensori delle batterie fecero pure mirar 
coli — e innanzi tutti i cannonieri — inferiori 
per Tarmi, mal coperti da terrapieni improvvi- 
sati, costretti a combattere con pezzi da cam- 



-^ 178 - 

pagna contro pezzi d'assedio più di una volta fecero 
tacere le batterie nemiche; ne sconquassarono o 
ne demolirono le opere, strapparono per la giu- 
stezza dei tiri e l'intrepidezza della difesa grida 
d'ammirazione anche agli stessi nemici. 

Un uomo compendiava in se tutti gli eroismi 
e pareva abbellire colla calma la morte dei suoi 
bravi e rendere fede al miracolo dell' invulne- 
rabilità sua; Garibaldi! 

Lasciata Villa Spada si era fatta costruire una 
capanna di stuoie presso la batteria del Pino, la 
sua prediletta ; e là, fra il rombo assordante delle 
bombe francesi, passava i giorni e le notti nel- 
l'osservare tutte le mosse del nemico, dirigendo 
il fttoco della batteria, spacciando i suoi ordini 
ad ogni parte del campo, e trovando modo di 
dormire tranquillamente come in casa sua. 

Ma r ultima ora fatalmente s'appressava; dal 
27 al 29 sette batterie francesi, avevano fulmi- 
nato tutte le posizioni romane, e malgrado la 
virtù e Teroisrao dei difensori avevano fatto di 
esse mucchi di rotami. 

Al mattino del 29, il Casino Savorelli era di- 
strutto, la Porta S. Pancrazio sfiancata, il ba- 
stione nono e la Villa Spada gravemente dan- 



179 — 



neggiati, la batteria del Pino sconquassata, e in- 
fine il bastione ottavo, punto principale di mira 
dell' assediante, ridotto in macerie, e la quarta, 
breccia aperta nei suoi fianchi. Bisognava im- 
pedire che il nemico ne approfittasse e vi si or- 
ganizzò una fiera resistenza. 

La mattina del 30 due grosse colonne fran- 
cesi, sostenute da forti riserve mossero di fronte 
e dai fianchi all'assalto della breccia; i Romani 
li respinsero con vigorosa pugna; assaliti e as- 
salitori si trovarono corpo a corpo ed un acca- 
nito cambattimento a ferro freddo s'impegnò sul 
terrapieno; molti s'immortalarono in quella di- 
fesa disperata. Emilio Morosini eroe diciottenne 
fece eccidio di nemici, e sebbene ferito due 
volte non rista dalla pugna, ma sfinito di forze 
mentre era trasportato all'ambulanza dai suoi, fu 
sopraggiunto dai nemici e abbandonato ; ma non 
si arrese ancora e menò di sciabola finché gli 
bastò la lena ; quando una terza palla nel ven- 
tre gli trapassò il bel corpo e ne involò l'anima 
eroica. 

La breccia era salita, ma non presa ancora; 
le batterie della Montagnola facevano strage 
degli assalitori; i francesi pagarono ogni palmo 



■. j. A-» ■ ^ »'- 



— 180 — 

di terreno col sangue loro e dei loro capitani ; 
1^11 artiglieri si facevano tagliare a pezzi sui loro 
caujionij ma non si arrendevano; esaurite le 
polveri restavano ancora le baionette e i calci 
dei fucili; restavano sopratutto ancora a far bar- 
riera i petti dei superstiti ed i cumuli dei morti; 
raa la gloriosa ecatombe non poteva trattenere 
il nemico ed il numero doveva avere ragione 
una volta ancora; i francesi irruppero da ogni 
lato minacciando Tunica via di ritirata; non re- 
stava ai superstiti altro riparo che Villa Spada. 

Garibaldi richiamata al Casino Savorelli la 
Legione Medici, poiché la perdita della seconda 
linea rendeva inutile la difesa del Vascello, as- 
serragliata Villa Spada, appoggiate le spalle a 
San Pietro in Montorio, la Sinistra a San Ca- 
listo, Tes trema destra al bastione nono ancora 
in piedi, tentò improvvisare una terza linea di 
difesa. 

Preceduti e spalleggiati dal fuoco incrociato 
di tutte le batterie^ i francesi montavano da 
ogni parte all'assalto ; ma il loro obiettivo era 
sempre Villa Spada; colà ormai si decideva 
l'estrema sorte di Roma ; colà Garibaldi, il Ma- 
nara^ Sacchi^ i Legionari, i Bersaglieri, quanti 



- ìcSl — 

/erano uomini vivi é atti ancora a impugnare 
•un'arma si prepararono all'estremo cimento. Il 
tettOy le mura della casa bombardata, crollavano 
-da ogni lato sui difensori, ma nessuno parlava 
di resa. Il Manara infiammato da eroico ardore, 
desiderando la morte piuttosto che assistere alla 
resa correva dove più era grande il pericolo, 
Incorraggiava i combattenti, dirigeva la lotta, 
ma mentre s'aflfacciava per osservare le mosse 
del nemico una palla lo stramazzò agonizzante 
fra le braccia di Emilio Dandolo, a cui poco 
priraa aveva detto, come Ne va Vaterloo: « Non 
<5i sarà dunque una palla per me? > 

Un altro come lui aveva cercato in quel- 
l'antro infuocato di Villa Spada la morte ; ma 
questa lo risparmiò suo malgrado volendolo 
serbato a ben più grande destino. Se in quel 
giorno Manara fu grande, Garibaldi fu terribile ; 
ruotava come fulmine la sua spada e guai ai 
nemici che incontrava dinanzi. I suoi fidi tre- 
mavano di vederlo cadere da un momento al- 
Teltro, ma pareva che le palle avessero paura 
-di toccarlo. 

A mezzo giorno del 30 giugno tulto era fi- 
nito ; Villa Spada era perduta ; Garibaldi si ri- 



- 182 — 

tirava coi laceri avanzi dei suoi, per la Lungara^ 
sperando ancora di arrestare il nemico a Ponte 
Sant'Angelo, quando, un rappresentante del po- 
polo venne ad annunziargli che l'Assemblea ave- 
va bisogno d'interrogarlo sullo stato delle cose,, 
e l'attendeva in Campidoglio. 

Chiese al Vecchi Augusto che lo scortava^ 
« credete che in un'ora potremo essere di ri-^ 
torno ?» Lo credo rispose il Vecchi — < allora 
partiamo > e al galoppo, coperto di polvere,, 
fiammeggiante in volto per l'ardore della pu- 
gna, sali al Campidoglio. Al suo apparire l'As- 
semblea ruppe in una salva interminabile di 
applausi. Informato che Mazzini aveva già pro- 
clamato che tre sole vie rimanevano aperte ai' 
romani : o capitolare ; o difendere la città fino- 
all'estremo ovvero uscire da Roma, Governo,. 
Assemblea, Esercito, e portare la guerra altrove; 
invitato Garibaldi a salire sulla Tribuna ed es- 
porre il parere suo, dichiarò senz'altro. 

< La difesa oltre Tevere impossibile; pos- 
sibile ancora al di qua del fiume la guerra di 
barricate ; ma a patto che tutta la popolazione 
s'internasse nella città, e che tutto ciò si effet- 
tuasse entro due ore. Dover suo di aggiungere 



k. 



"«^T^^^^TT^r- 



- 183 — 

che anche siffatta difesa non avrebbe potuto 
durai'e che pochi giorni. Quanto a lui nuU'altro 
restavagli che uscir di Roma col resto dei suoi 
prodi e tenere alta la bandiera della patria fino 
alFestremo; consigliava perciò l'Assemblea di 
accettare la terza proposta del Mazzini: uscire 
da Roma coU'esercito, col Governo e coi rap- 
presentanti del popolo; concludendo: « dovun- 
que saremo, colà sarà Roma ». 

Ciò detto tornò al suo campo, e T Assemblea, 
respinta ogni idea di resistenza votò il Decreto 
ornai celebre: 

< In nome di Dio e del popolo. 

« L'Assemblea costituente romana cessa una 
difesa divenuta impossibile, e sta al suo posto ». 

Per effetto di questo Decreto, il Triumvirato 
rassegnava Tufficio al Municipio Romano unica 
autorità legittima cui spettasse di negoziare col 
vincitore i patti della resa. Senonchè avendo il 
generale francese per colmo, rifiutate le più 
oneste condizioni, e tra le altre quella del ri- 
spetto delle persone e delle cose, Roma sdegno- 
samente ruppe ogni negoziato , preferendo lo 
estremo arbitrio del vincitore al disonore di 
sottoscrivere con lui una resa che avrebbe sof- 
ia 



— 184 — 

focato in lei il grido di estrema protesta al 
inondo, contro quella bugiarda sorella latiua, 
che dopo averla assalita colla perfidia di un 
tradimento, vinta colla sola virtù del numero, 
veniva a negarle il supremo diritto deirìncolu- 
mità della vita e degli averi dei cittadini. 

n Municipio annunziava ai romani la proe- 
sima entrata dei francesi. 
^ Ronuini! 

<^ Il coraggio da voi dimostrato nella difesa 
di Roma^ i sacrifici che incontraste, vi hanno 
asBicurata la gloria e la stima degli stessi stra- 
nieri. — Una difesa ulteriore, come fu annun- 
ziato dal Decreto dell'Assemblea, sarebbe stato 
impossibile, senza volere la distruzione d'una 
citta che conserva memorie le quali non deb- 
bono perire. La vostra rappresentanza munici- 
pale non ha accettato patti per non compro- 
mettere menomamente la dignità di un popolo 
cosi generoso, ed, ha dichiarato di cedere alla 
forza. 

« Le leggi di umanità e di incivilimento, la 
disciplina di un'armata regolare le assicura- 
zioni dei comandanti ci ripromettono il rispetto 
delle persone e delle cose. 



! 



^, 



— 185 - 

€ La vostra rappresentanza municipale vi 
promette che non mancherà di fare quanto è 
in suo potere onde non si rechi ingiuria ad 
alcuno. Abbisogna però del vostro concorso ed 
è certa di ottenerlo. Fida nel vostro contegno 
dignitoso e neiresperienza costante che ha di- 
mostrato al mondo come i romani in circostanze 
prospere o avverse, hanno saputo egualmente 
mantenere Tordine, e costringere anche i ne- 
mici e salutare con riverenza la città dei mo- 
numenti, e rispettarne gli abitanti che con le 
loro virtù rendono impossibile Toblio della Ro- 
mana Grandezza. 

< Dal Campidoglio il 2 luglio 1849. 

< Francesco Sturbinetti, Senatore. 

Lunati Giuseppe, Gallieno Giuseppe, Galeotti 
Federico, Deandreis Antonio, Piacentini Giuseppe, 
Corboli Curzio, Feliciani Alceo, Tittoni Angelo, 
Conservatori. 

Giuseppe fiossi. Segretario. 

La sera del 2 luglio i francesi s'impadroni- 
rono di Porta Portese, di Porta S. Pancrazio, e 
il di seguente occupavano Porta del Popolo. 
Nella giornata entrava in Roma il generale 
Oudinot circondato dal suo Stato Maggiore ed 



186 



alla testa della 2* Divisione e di numerosa ca- 
valleria, accolto con ogni sorta di dimostrazioni 
ostili ed al grido < Viva la Repubblica Ro- 
mana, morte agli stranieri, morte al cardinale 
Oudinot, morte al traditore >. 

La sera del 4 soldati francesi entrano a viva 
forza con le armi in pugno alla sede della Co- 
stituente ed intimavano alla sezione che vi stava > 
in permanenza di sciogliersi. Carlo Bonaparte 
che la presiedeva protestò. 

< In nome di Dio ; in nome del popolo de- 
gli Stati Romani che liberamente, con sufragio- 
universale, ha eletto i suoi rappresentanti; in. 
nome delFart. 5° della Costituzione francese,. 
l'Assemblea Costituente Romana protesta in fac- 
cia all'Italia, in faccia alla Francia, in faccia 
al mondo incivilito contro la violenta invasione, . 
della sua sede operata dalle forze francesi iL 
giorno 4 luglio, alle ore 6 pomeridiane. 

Roma, nel Campidoglio 4 luglio 1849. 
Per l'intera Assemblea 
Il Presidente di Sezione : C. Bonaparte,, 
Il Segretario : Quirico prof. Filopanti.. 



— 187 — 



CAPITOLO XV. 

Garibaldi esce da Roma coi suoi legionari 
San Marino — Morte di Anita — Cesenatico 

A mezzo giorno del 2 luglio, Garibaldi ra- 
dunava sulla Piazza del Vaticano i resti della 
sua divisione, e fatto formare il quadrato li ar- 
ringò cosi: 

« Soldati, io esco da Roma. Chi vuole con- 
tinuare la guerra contro lo straniero venga con 
me. Ciò che io offro a quanti vogliono seguirmi 
-eccolo: non paga, né onori, né stipendi. Gli of- 
fro fame e sete, marcie forzate, battaglie e morte. 
*^Chi ama la patria mi segua ». 

Lo seguirono circa tremila uomini, i resti 
•cioè della Legione Italiana, buona parte della 
3)olacca, e del battaglione Medici, grossi mani- 
poli di finanzieri, di studenti e di emigrati, i 
superstiti Lancieri di M asina, circa quattrocento 
Dragoni; i pochi bersaglieri Lombardi. 

La sera del giorno stesso usciva furtivamente 

•da Porta San Giovanni, e lasciando tutti incerti 

'.sulla sua meta s'incamminò per la via Tiburtina. 

Gli cavalcava al fianco, in vesti virili, la 



188 - 



8ua Auitii; gli faceva da guida Ciceruacchio coi 
suoi fi£:li, Taccompagnava Ugo Bassi; ne segui- 
vano le >sorti Sacchi, Marocchetti, Montanari, 
Hoffstetter, Cenni, Livraghi, Isnardi, Sisco, Cec- 
caldi, Chiassi, Stagnetti, Buono, Mailer, Teletta 
dei suoi ufficiali superstiti. Giunto in sull'alba 
del 3 a Tivoli, fece spargere la voce che si di- 
rigeva aJ Napoletano. Al tramonto infatti, levato 
il campo, marciò per un buon tratto verso il 
Mezzogiorno; indi volse improvvisamente a Set- 
tentrìonej pernottò a Monticelli, e la mattina 
del 4 s'accampò a Monterotondo. 

Qual era il suo disegno? dove voleva anda- 
re ? a che mirava ? nessuno seppe indovinarlo- 
Egli aveva in animo di portare il suo aiuto a 
Venezia, e certo una cosa voleva: tener viva 
la fiamma finché avesse soffio di vita, morire, 
tra i laceri brani della sua bandiera! 

Come era facile prevedersi TOudinot gli 
sguinzagliò contro due grosse colonne, Tuna co- 
mandata dal generale Molière, Taltra dal gene- 
rale Morris; il borbonico Statella gli muoveva 
alle spalle dal Tronto; gli Spagnoli di Don Con- 
salvo appostati a Rieti gli sbarravano la destra; 
e gli austriaci del D'Aspre, accampati neirUm- 



189 



bria, Taspettavano di fronte a Foligno, e gli 
chiudevano le due vie di Perugia e di Ancona. 
Cosi Garibaldi era accerchiato in una maglia 
di ferro; sbagliata una mossa, l'eroe, l'amato 
del popolo, era irremisibilmente perduto. Ma 
rinseguito era Garibaldi, ed il leone non si sa- 
rebbe lasciato cogliere! Nel pomeriggio del 5 
staccava la marcia da Monterotondo; il sei era 
a Confine; il 7 a Poggio Mirteto; VS a Temi 
dove s'incontrò col colonnello Forbes, che ve- 
niva a portargli una colonna di ottocento uo- 
mini, resti di corpi sbandati nella campagna^ 
e due pezzi di cannone. 

Terni era il centro di cinque vie; si poteva 
salire a Foligno, quanto discendei'e a Rieti; vol- 
tare per Narni e Viterbo, come .salire a Todi e 
Perugia. Garibaldi lasciò in ogni passo delle 
squadriglie per ingannare grinseguenti, spinse 
una avanguardia di cavalli a Todi, e il di ap- 
presso, 9 luglio, vi si condusse egli stesso col 
grosso del corpo. Qui le cose cominciavano a 
volgere male, e Torizzonte ad intorbidirfcìL II 
programma di Garibaldi — fame, i^ete, marciD 
forzate — se ebbe applausi quanrio fu procla- 
mato, accennava man mano a divenire impofi- 



— 190 - 

sibilo; anche ai tanti di buona volontà veniva 
meno le forze, e sintomi di scoramento comin- 
ciarono a manifestarsi; seguirono quindi le di- 
serzioni, prima a frotte, poi in massa. 

Intanto concordi notizie recavano, che i fran- 
cesi del Morriij gli muovev^ano contro da Viter- 
bo, e che gli austriaci da Foligno si mettevano 
in marcia per Todi. Garibaldi mandò un nerbo 
de' suoi a scoritzzare sulla strada di Foligno per 
fiir credere che mirava là; spedi Mailer con i 
suoi cavalli ed una compagnia della legione per 
la strada di Orvieto con ordine di spingersi fino 
a Monteflasc'one- Viterbo; seppellì i due cannoni 
del Forbes, e quando ebbe rassicurazione dai 
suoi scorridori che i due nemici erano ancora 
lontani tanto da potervi scivolare in mezzo, la- 
sciò Todi la sera del 1 2, passò il Tevere a Ponte 
Acuto e s'incamminò per la via mulattiera, 
montuosa ed obbliqua di Brodo per Orvieto, sua 
meta la Toscana. 

La sera del 13 avendo avuto informazioni 
che il generale Morris era ancora lontano, staccò 
la marcia per Orvieto ove giunse sul mattino 
del 14. 

Non entrò in Orvieto ma s'accampò su di 






t 



— 191 — 

una buona posizione a cavaliere della strada di 
Fienile. Gli Orvietani mandarono a Garibaldi 
invito di entrare in città, e lo fornirono del 
pane mandato ad ordinare dai Francesi. Ma 
Egli non s'indugiò; nel pomeriggio del 15 levò 
il campo e mosse verso Fienile, vi arrivò a sera 
-quando già i Francesi gli erano alle calcagno; 
^li Austriaci gli muovevano incontro da Perugia. 

Parti la mattina del 16; abbandonò dopo po- 
che miglia di cammino la strada maestra, e si 
buttò a Sole dove riposò per poche ore; e la 
notte, per sentieri impervii e monti disabitati, 
sotto una pioggia dirottissima, in mezzo a tene- 
bre fitte, guadagnò il confine Toscano e giunse 
alla mattina a Cetona accolto festosamente dalla 
popolazione.Fu quella la prima volta che la brigata, 
dacché era uscito da Roma, dormi acquartierata. 

Liberatosi dai Francesi gli restavano sempre 
^1 fronte gli Austriaci, che scendevano da Pe- 
rugia, ed i Toscani, che tenevano presidii tra 
Santeano e Chiusi, i quali potevano impacciare 
se non arrestare i suoi movimenti e molestarlo. 

Ma Teroe non se ne sgomentava. Fortifica- 
tosi a Cetona, circondati i suoi fianchi d'imbo- 
scate, coperte le spalle da forze sufficienti, man- 



•^ 



\ 



— 192 - 

dò celeramente una grossa squadriglia a battere 
la strada Sarteano e Chiusi, e quando gli ripor- 
tarono di avere snidati e messi in fuga i pre- 
sidi! Tosc^mi, ripigliò la marcia; dormi il 17 a 
Sorteano: entro il 18 a Montepulciano, dove tutta 
la popolazione fece a gara neirusargli gentilezze 
e nel colmarlo di cortesie e d'offerte. Rinata la 
speranza in Garibaldi, pubblicò un ardente mani- 
festo ai Toscani col quale li invitava ad insorgere 
contro la tirannide domestica e straniera. Ma 
fu rillusione di un momento, e presago ormai 
che nulla più po::eva sperare, prosegui il suo 
fatale cammino. 

Giunto sul l'albeggiare del 20 a Torri ta prese 
una grande risoluzione, quello di abbandonare 
il grand acuito Toscano e di prendere per nuova 
meta TAdriatico e Venezia! Là sulla laguna ar- 
deva sempie quel gran focolare, in cui ormai 
si concentravano tutti gli gli sforzi dTtalia. 

Il piano di Garibaldi fu presto formato; sa- 
lire fin presso Arezzo; passare dal subappennino 
al grande appennino; scendere tra Pesaro e 
Ravenna airAdrìatico; imbarcarsi nel punto più 
opportuno per Venezia. 

Vani sforzi! inseguito come belva feroce 



u 



— 193 — 

passo passo dagli Austriaci che con forze supe- 
riori da ogni parte lo circondavano, seppe rom- 
pere il cerchio di ferro, e per vie dirupate e 
nascoste, guadagnò dopo enormi fatiche le al- 
ture di Carpegna al mezzodì del 30; ne riparti 
nel Vespro, traversò la Valle del Conca, prese 
un po' di riposo poche ore in un bosco, e al 
tocco dopo mezzanotte ripigliò la marcia alla 
volta di S Marino. 

Non gli restava altro rifugio! 

A San Marino scioglieva la sua colonna e 
lasciava libero ognuno di tornare alla vita pri- 
vata coi seguente ordine del giorno: 

San Marino 31 luglio 1849. 
Soldati! 

Noi siamo giunti sulla terra di rifugio, e 
dobbiamo il miglior contegno ai nostri ospiti. In 
tal modo noi avremo meritata la considerazione 
che merita la disgrazia perseguitata. 

Da questo punto io svincolo da qualunque 
obbligo i miei compagni, lasciandoli liberi di 
ritornare alla vita privata, ma rammento loro 
che ritalia non deve rimanere neirobbrobrio, e 
che è meglio morire che vivere schiavi dello 
straniero. 

G, Garibaldi, 



i^^i m 



— 194 - 

Verso le undici di sera chiamo intorno a sé 
ì migliori suoi ufficiali e i pochi suoi fidi, e svelò 
loro rincroUabile suo proposito di sottrarsi ai 
patti che il governo della repubblica Sammari- 
nese stava trattando collo atranierop 

€ A chi vuole seguirmi, egli dice, io offro 
nuove battaglie, patimenti, esiglio; patti collo 
straniero mai j*. 

Le parole di Garibaldi caddero come stille 
roventi neiranimo degli accorei al suo invito, 
Tna a pochi bastò il cuore e la forza di ascol- 
tare il suo appello. Non furono più di duecento 
-quelli disposti a seguirlo. Allo scoccar della mez- 
zanotte, preceduto da tre guide paesane^ per un 
unico sentiero di montagna, scendeva il Titano; 
gtiizzando tra le scolte nemiche, traversava la 
Parecchia, passava Montebello; e camminando 
tutta la giornata verso le 10 di sera dal 1° ago- 
sto penetrava in Cesenatico. Non perdette tempo; 
fatti prigionieri i Carabinieri e i pochi soldati 
austriaci colà sorpresi, s' impadroni di tre- 
^ìici * bragozzi >* Chiozzetti. v'imbarcò tutta la 
agente, nscl dal porto e veleggiò per Venezia. 



— 195 — 



* 



In sulle prime al fuggitivo arrise la fortu- 
na; ma verso sera appari all'orizzonte la flotti- 
glia' Austriaca che s'avanzava a tutto vapore. 

Ritornato ardito uomo di mare, concepì con 
rapidità fulminea il suo piano; comandò ai bra- 
gozzi di sparpagliarsi e di dirigersi verso punta 
della Maestra, dove le acque basse li avrebbe 
protetti dall'inseguimento. Ma egli comandava a. 
timidi pescatori; questi alle prima minacele delle 
scialuppe nemiche che venivano loro incontro,, 
si scompigliarono senza saper più manovrare: sic- 
ché otto bragozzi caddero prigionieri degli au- 
striaci ed a Garibaldi non restò che gettarsi 
sulla costa di Magnavacca, che per miracola- 
potè afferrare. 

Ma la terra non era più sicura del mare ; 
squadre di gendarmi lo cercavano per ogni 
verso. 

Prima necessità fu quella di separarsi per 
potersi meglio nascondere ai nemici. Ugo Bassi 
e il Capitano Livraghi presero per una via,. 
Ciceruacchio e i suoi figli per un altra; e 
Garibaldi restò solo con Anita e il Capitano 
Leggiero. Ma la povera Anita era in fia 



— 196 — 

"di vita, di lei Eon viveva più lo che lo spirito, 
il corpo era consunto dagli stenti soffertL Unico 
mezzo di saluto era quello di lasciare airistaute 
quella spiaggia; Garibaldi, senza pensare ad al- 
tro, prese sulle braccia la sua Anita e scortato 
da Leggiero, e guidato da un contadino che la 
fortuna gli aveva condotto dinanzi, col caro peso 
traversò la macchia e arrivò ad una deserta 
capanna, dove trovò un nascondiglio, e fu per 

Anita un po' di riposo un giaciglio di frasche, 

* 
* * 

Era là da qualche tempo quando Garibaldi 
si vide davanti all'uscio della capanna un gio- 
vanotto in veste signorili che lo salutava rispet- 
tosamente. Era Gioacchino Benne t di Comacchio, 
di famiglia di patrioti il cui nome va ricordato 
dagli Italiani, Fu lui che salvò Garibaldi, facen- 
dogli traversare le valli di Comacchio, trave- 
stito de' suoi abiti, in una sua barca, nella quale 
aveva preparato anche un giaciglio per TAnita; 
fu per mezzo suo, e dei suoi fidi guardianij che 
potè arrivare uella fattoria Guiccioli presso San- 
t'Alberto, Colà appena adagiata sul letto, l'eroi- 
ca Amia esalala l'ultimo suo respiro nelle 
braccia del marito. 



— 197 ^ 

Cosi il 4 agosto 1840 alle 4 di sera spirava 
lanima forte di Anita Ribeira Garibaldi; essa 
fu martire dell'amore, sublime, intrepida donna 
<iegna compagna dell'Eroe che tanto la pianse. 
Le sue ossa furono coperte da poca sabbia, in 
vicinanza della fattoria Guiccioli alla Mandriola, 
a circa undici miglia da Comacchio! 

Povera martire!!! 

* 

Lasciato per necessità il triste luogo Gari- 
baldi, con Taiuto di patrio tti montanari, potò 
raggiungere la pinetta di Ravenna e di là su- 
bito dopo, si condusse alla valle Guiccioli, detto 
Manubria. Colà venne a prenderlo in consegna 
il bravo popolano Giuseppe Savini di Ravenna, 
che, tenutolo nascosto per alcuni giorni in un 
casolare delle Paludi di Ravenna della Valle di 
Canna, lo passò ad Antonio Fuzzi, Ravennate 
esso pure^ che a sua volta lo affidò a Don Gio- 
vanni Verità onesto e patriottico sacerdote di 
Modigliana, mercè il quale, attraversato il Passo 
della Futa potè sconfinare in Toscana. Da allora 
passando sempre da mano amica a mano amica, 
sgusciando in mezzo alle ronde mandate alla 
sua caccia, protetto dalla sua stella, valicò i due 



— 198 — 

versati deirappennÌDO. Il 26 agosto fu a Poggi- 
bonsi, di là a Pomarance dove fu ospite di An- 
tonio Martini. In appresso, Camillo Serafini lo- 
tragittò a San Dalmazio dove lo raccomandò ak 
Guelfi che a sua volta, condottolo prima a Mas- 
sa Marittima poi a Fallonica, lo consegnò final- 
mente alle mani di Paolo Azzanni, marinaio di 
Hio, che si offri di portare Garibaldi a Porto- 
Venere, in terra di salute. 

C!olà sbarcato assieme all'amico Leggiero ri- 
lasciò air Azzanni un prezioso documento cosi 
concepito : 

« Il padrone Paolo Azzanni, che la fortuna 
mi fece incontrare in terra italiana, dominata 
dagli austriaci, mi ha trasportato su questo luo- 
go di asilo e di salvamento, trattandomi egre- 
giamente e senza interesse ». 

G. GaribaML 
* 

In questo frattempo un forte corpo di armatar. 
austriaco invadeva gli Stati di Romagna; oc- 
cupava il 7 maggio Ferrara e marciava difilato* 
su Bologna. Quel popolo patriottico si dispose- 
alla resistenza, e quando gli austriaci i)ivesti- 
rono la porta di Gallina buon numero di popò- 




— i99 — 

lani spalleggiati da uno squadrone di carabi- 
nieri comandati dal Colonnello Boldrini con una 
carica arditissima ed a colpi di baionetta met- 
tono in fuga il nemico; ma i bravi bolognesi 
sono ad un tratto arrestati dalle scariche di mi- 
traglia di tre pezzi di cannoni che gli austriaci 
avevano piazzati in buona posizione e fulminati 
dalle Carabine dei Tirolesi che seminavano 
morte, sono costretti di cedere e ritirarsi dopo 
avere veduto cadere ferito a morte il colonnello 
Boldrini, l'aiutante Marziani, il maresciallo Pa- 
voni e numerosi altri. Occupata Bologna gli 
austriaci proseguirono per restaurare il governo 
papale nelle Marche. 

CAPITOLO XVL 
Assedio di Ancona e sua eroica difesa. 

Ancona era investita dagli austriaci, il 24 
maggio, bloccata e chiusa per terra e per mare. 

Erano 12,000 gli assedianti, muniti di armi 
potenti. 

Il generale Wimphften aveva mandato agli 
anconitani T intimazione di arrendersi, e dì as- 
soggettarsi al Sovrano Ponteiìce ; il Preside Mat- 

14 



- 200 - 

tioli rispose con fiere parole ; Livio Zamboccari, 
comandante delle milizie a difesa, ricordava : 
tt gloria a piccolo Stato il vincere ; gloria per 
per la santità del diritto soccombere ». 

I difensori eraao 4850 compresovi i fratelli 
accorsi da Iesi, da Loreto, da Sinigaglia, da 
l^ano, da Pesaro, dalla Romagna, dalla Lom- 
bardia ed anche dal Piemonte, neir insieme, i 
più maldestri alle armi, vissuti fino allora nelle 
industrie e nei commerci; ma tutti animati di 
amor patrio^ e dal proposito di fare il proprio 
dovere. 

Elia e suo padre erano giunti pochi giorni 
prima del blocco in Ancona e furono destinati 
sul vapore da guerra « Roma » sotto gli ordini del 
tenente di vascello Castagnoli e poscia coman- 
dati ai forti in difesa della città. 

II 25 maggio avvenne il primo scambio di 
fucilate fra le Torrette e Montagnolo, e il primo 
cannoneggiamento fra il forte della Lanterna e 
il piroscafo austriaco « il Vulcano ». 

Il 27 *; la Bellona » la più potente nave 
armata della squadra nemica, attacca il forte 
della Lanterna con le sue bordate e nonostante 
fiera ditesii, smontixti alcuni pezzi, il forte fu 



\ 



— 201 — 

costretto al silenzio : diresse allora la nave le 
-sue bordate alla Darsena, ina i cannonieri del 
forte Marano risposero con spessi colpi e con 
tiri cosi bene aggiustati da aprire numerose 
.falle nei fianchi della « Bellona » che fu sal- 
vata dal « Vulcano > accorso in aiuto per trarre 
la Nave Ammiraglia a rimorchio fuori del tiro 
^el forte ; essa ebbe il comandante mortalmente 
-ferito, due morti e quaranta messi fuori di com- 
battimento. 

Cosi con ugual valore, con indomita fierezza, 
nessuno mancò al dovere suo nei memorabili 
venticinque giorni d'assedio. 

Tutti i giorni un combattimento ; sui forti, 
sui baluardi, sulle baricate, all'aperto. Agli au- 
striaci occupanti le alture ; alla squadra che bat- 
teva il forte cannoneggiando con potenti arti- 
glierie, rispondevano con efficacia i nostri bravi 
^al Cardetto, dalla Cittadella, dai Cappuccini, 
da Marano, dalla Lanterna, da ogni luogo for- 
tificato; i marinai e popolani senza conoscere 
la balistica eransi tramutati in un lampo pun- 
tatori meravigliosi. 

Nel profondo della notte dal 29 al 30 mag- 
gio gli austriaci lanciarono in città una spaven- 
tosa grandinata di bombe. 



Ìl-.M 



— 202 - 

Gli Anconitani, a giorno fecero una sortita;: 
tre volte attaccarono nelle sue posizioni avan- 
zate il nemico alla baionetta; i giovani pare- 
vano veterani, i veterani erano tramutati in 
eroi ! sembrava ricostituita la compagnia della 
morte, rinnovante le tradizioni del lìbero co- 
mune, intrepida nelle, audaci sorprese, negli 
scontri temerari, nello sprezzo della morte; i 
vecchi gli inabili alle armi, le donne fornivano 
le munizioni; i capitani di mare in corse peri* 
col ose rompevano il blocco, rifornivano i viveri, 

L'8 di giugno Wimphften, mandava un mes- 
saggio al comune, che è documento del valore 
Anconitano, tanto più alto in quanto veniva dal 
nemico stesso, tt Le truppe imperiali, esso dice, 
passarono per !e romagne, per le marche senza 
incontrare ostacoli; ne trovarono solo avanti 
Ancona; sì arrenda la città se non vuol essere 
distrutta >, 

Ancona non si arrese; ma continuò la difesa 
colla forza rinnovata dalla disperazione. 

Il lo giugno, trecento uomini comandati dai 
capitani, Cervasoni, Gigli ed Ornani, cuori ar- 
dimentosi, assaltarono Monte Marino alla baio- 
netta; i nemici furono messi in rotta e Talttira- 



- 203 — 

rapidamente occupata. Ma le forze nemiche ri- 
tornarono soverchianti di numero all'assalto ; 
la lotta durò accanita i nostri piuttosto che oe- 
-dere morivano nel santo nome della patria, fin- 
*chè più che decimati furono obbligati alla riti- 
rata. Gorvasoni fu colpito a morte, e Francesco 
Gigli sopraffatto da' nemici sarebbe rimasto sul 
-terreno, se Enrico Schellini con coraggio leonino 
non fosse accorso in suo aiuto. 

La minaccia di Wimphften aveva infiammati 
:gli animi alla lotta suprema. 

Dal 14 al 18 giugno le bombe, i razzi, scop- 
piavano per le vie, nelle case, sugli ospedali, 
rombavano di notte e di giorno con orrendo 
fracasso; pareva d'essere circondati da una ca- 
tena di vulcani che eruttassero fiamme, fuoco 
•e ferro sulla patriottica città. 

I pompieri, onorato corpo che vanta nobi- 
lissime tradizioni, senza badare a fatiche e pe- 
ricoli, si moltiplicarono, spenge vano incendi, 
^sgombravano via le macerie, demolivano muri, 
salvavano quanti più potevano dalle case incen< 
diate, trasportavano feriti, lottavano ogni giorno, 
ogni ora con la furia degli incendi, guidati dal 
^sentimento del dovere e da profonda pietà 
^umana. 



— 204 - 

Tanto sacrificio, tanta nobiltà d'animo, tantrì 
eroismi non bastarono a salvare la città degli 
oppressori. 

I viveri erano esauriti e il blocco sempre- 
più stretto come in cerchio di ferro non per-f 
metteva d'introdurne in città; ottanta incendi 
divamparono, gli ospedali riboccavano di feriti 
che non si aveva mezzo di alimentare; oltre- 
trecento morti affermarono col sangue Taffettà- 
alla patria. 

Ancona, diroccata, affamata, straziata, dopo» 
35 giorni di resistenza veniva forzata alla resa.. 

La marina mercantile Anconitana della quale- 
era a capo Antonio Elia fece nella difesa deL 

patrio suolo bravamente il suo dovere. 

* 
* * 

Era necessario pensare alla salvezza dei com- 
promessi politici affinchè non cadessero nelle 
mani dei sbirri papalini e dei Croati. 

Un bastimento anconitano, di cui era proprie- 
tario e comandante Mariano Scoponi, ottenne per 
solerte intromissione del patriotta Nicola No- 
velli, di poter inalberare bandiera inglese e sa. 
di esso dovevano prendere imbarco per essere 




^ 205 ^ 

trasportati a Corfù, quanti credevano di noii 
essere sicuri in patria. 

E difatti vi si imbarcarono tutti quelli, che 
si trovavano compromessi e che avevano a te- 
mere la vendetta del governo ristaurato e della 
straniero. Antonio Elia aveva avuto un diver- 
bio col priore del convento di S. Francesco di 
Paola. 

Temendo la vendetta del prete che mai per- 
dona, il figlio e gli amici lo pregarono calda- 
mente, di prendere esso pure imbarco per Te- 
stero. Ma egli rispondeva di avere la coscienza 
tranquilla, di nulla avere a temere, non volere 
quindi volontariamente abbandonare la patria 
e la famiglia, e restò. 

La notte del 24 luglio 1849 la casa abitata 
dall'Elia, appartenente ai frati di S. Francesco 
di Paola ed attigua al loro convento, fu circon- 
data da gendarmi papali, da soldati austriaci e 
da poliziotti. Si picchiò all'uscio di casa ed alla 
intimazione della forza fu aperto; venne ese- 
guita una minuziosa perquisizione e nulla si 
rinvenne. Non era questo che volevasi dal bar- 
baro austriaco e dai preti; era necessario dare 
un terribile esempio alla popolazione, applican- 



— 206 -^ 

do la legge stataria su uno dei capi del popolo. 
Non essendosi rinvenuto nulla in casa, gli asse- 
tati di sangue del patriota, requisiti alcuni mu- 
ratori, si diedero a rompere un condotto di scolo 
avente comunicazione con tutti i cinque piani 
superiori, abitati da numerosi inquilini. 

In fondo al condotto disfatto, fu trovata 
un'arma che aveva appartenuto chi sa a chi, 
o che poteva anche essere stata appositamente, 
gettata da coloro, che avevano premeditato il 
delitto. Antonio Elia venne legato sotto gli oc- 
chi della moglie incinta, in mezzo al pianto di 
quattro creature, e condotto alle Carceri di Si 
Palazia. Appena giorno la povera moglie con 
le sue quattro piccole figlie andava a gettarsi 
alle ginocchia del generale austriaco Faltzenter 
domandando grazia per Tinnocente, ed il per- 
messo di poterlo visitare nelle carceri. Le fu 
accordato il permesso di visitare il marito, ma 
quando la santa donna si presentava alle car- 
ceri una detonazione le gelava il sangue e le 
faceva istintivamente comprendere, che la vita 
di Antonio Elia veniva barbaramente ed ingiu- 
stamente troncata. Alla domanda di vedere il 
marito, come ne aveva il permesso, le fu ri- 



- 207 — 

«posto che era troppo tardi. Sarà stata una raf- 
finatezza di barbarie del generale quella di far 
trovare presente alla esecuzione la moglie del 
martire? Il sospetto almeno è ammissibile* 

Ecco una lettera che Garibaldi scriveva al 
iìglio del martire Anconitano: 

Caprera, 22 dicembre 1868- 
Mio caro Elia, 

€ Fii^jlio del popolo, il padre vostro merita 
4i essere annoverato tra i grandi Italiani. 

« Oggi, che si avvicina la caduta della tiran- 
nide papale noi dobbiamo ricordare agli italiani 
le vittime della sua ferocia e fra quelle una 
delle più illustri, certamente, Antonio Elia. 

« Ancona ricordi quel prodissimo suo citta- 
•dino che tanto l'onora ». 

Vostro 
G. Garibaldi 

Per la morte del padre. Augusto Elia all'età 
•di venti anni rimaneva unico sostegno della po- 
vera madre e delle quattro sorelle, tutte di te- 
nera età. 



208 — 



* * 

Un fetto avvenuto in Ancona neirinverno- 
del 1849 lo obbligò di lasciare la patria e la 
famii^Iia e di darsi a volontario esilio. 

In tarda ora di una notte oscura e piovosa 
una povera donna scendeva la via del porto 
con un orcio pieno d'acqua attinta alla pub- 
blica fonte di piazza grande. Quando fu in vi- 
cinanza del vicolo della Cisterna, la poveretta 
veniva brutalmente assalita da quattro croati, 
i qualij toltole Torcio, volevano trascinarla nel 
vicolo oscuro per violentarla. Mentre la povera 
donna resisteva e gridava sopraggiunse un gio- 
vane. Il quale, sguainata in men che si dica dal 
fodero di uno dei croati la sciabola-baionetta, as- 
sali i quattro intenti a dare prova di loro pro- 
dezza su di una povera donna; i quattro furono- 
assai nmlconci e posti fuori combattimento dal 
giovinetto e la donna liberata. 

Alla mattina TElia se ne stava in casa sita^ 
in prossimità del luogo ove avvenne il fatto, 
quando gli si fa annunziare Tamico del padre 
e suo, Agostino Scipioni, il quale, tutto trepi- 
dante, lo veniva ad avvisare, che una donna, 
la signora Piermattei, gli aveva confidato di 



1» 



-209 — 

averlo riconosciuto quale assalitore dei quattro 
croati; gli disse di aver supplicata la signora 
Piermattei di non ripetere parola se non vole- 
va farlo fucilare; la signora promise di non par- 
lare, ma l'amico Scipioni pensava, che non vi. 
era da fidarsene e volle che TElia lasciasse su- 
bito Ancona. Cosi fece, prese subito imbarco e 
si recò a Malta: l'opportuna fuga salvò la vita^ 
ma all'Elia figlio, apriva la via dolorosa della 
esilio. 

Scorsero dieci anni. Ma ormai i destini della 
patria venivano maturandosi e l'ora della re- 
surrezione stava per suonare. 

CAPITOLO xvn. 

Dal 24 marzo 1849 al 1859 - Il Piemonte. 

Nella notte del 24 marzo 1849 Vittorio il 
nuovo Re, uscente dalla tenda dì Radetzchy a 
cui aveva detto < I Savoia sanno la via del- 
l'esilio non quella del disonore » ! - galoppava 
tra i campi seminati dai caduti per la libertà 
della patria, seguito da piccolo drappello de*^ 
suoi. A qual destino andava incontro? Quale 



— 210 - 

meta attendeva la giovinezza del suo regno 
maturo già d'ineffabili angoscie? Qual fiamma lo 
abitava? Certo il suo cuore era angosciato dai 
ricardi del breve idillio del « 48 » e della do- 
lorosa epopea del « 49 > ; ma la grand' anima 
sua si sollevava al pensiero che il nome d'Ita- 
lia era stato per la prima volta il grido del 
popolo combattente, e sentiva già che le spe- 
ranze della patria erano in lui riposte. E stretto 
al cuore il patto della libertà, e il simbolo della 
redenzione, proseguiva incontro al suo destino 
verso il suo vec<;hio e fido Piemonte^ deciso 
entro di sé di volere raggiungere la santa meta 
— Tunitii della patria! 

Garibaldi dopo il « 49 » si era recato a New- 
York con la speranza di trovare imbarco come 
comandante od anche come secondo di nave 
mercantile ; dopo lunga aspettativa una Società 
Italo- Americana gli diede il comando di un ba- 
stimento col quale doveva battere gli scali del- 
TAmerica Centrale. Nel 1853 Garibaldi prendeva 
il comando del € Commonwealth » - un tre 
alberi destinato ai carichi di carbone dairin- 
ghìl terra per Tltalia; arrivato a Genova, la- 




:>..*^ 



- 211 - 

sciava il comando e si recava a Nizza per^ 
portare un saluto almeno, sulla tomba della sua 
santa madre e per restare qualche tempo presso 
i suoi figli, Menotti, Teresita e Ricciotti. 

Vi rimase immolestato Tanno 1854: quindi 
con altro piccolo bastimento detto « L'Esplora- 
tore » si mise a fare la navigazione del piccolo- 
cabotaggio. 

In uno di questi viaggi, colto da grosso 
fortunale nelle bocche di Bonifaccio dovet!;e 
cercare rifugio nel porto della Maddalena, e 
dimorandovi alcuni giorni, per la prima volta 
gli balenò Tidea di comprare una parte del- 
l'Isola di Caprera. 

Aveva riscossi alcuni residui dei suoi sti- 
pendi di Montevideo ; nei suoi viaggi marittimi 
aveva messo da parte qualche cosa ; dalVeredità 
del fratello Felice aveva raccolto ;una sommetta; 
onde gli parve venuto il momento d'impiegare 
i suoi modesti capitali e decise di comprare dal 
Demanio Sardo i lotti dell'Isola che erano ven- 
dibili e di fissarvi la sua dimora. 

Lungo, lento, doloroso decennio quello dal 
< 49 al 59 !» Ma pur meraviglioso di contrasti. 



- 212 - 

€ di coiiciliazioni; di forze latenti che si, pre- 
paravano; di aperte riscosse che si tentavano; 
di passioni' ardenti che spingevano a sacrifizi ; 
di martiri che inafiRarono di sangue Tldea: 

Vittorio Emanuele, Mazzini, Cavour, Gari- 
baldi, Pallavicini ed altri grandi patriotti non 
dimenticavano che Tltalia viveva in catene, e 
si preparavano, 

L'Austria, accampava in Italia con diritto di 
feudo su Modena, Parma e Toscana ; con eser- 
citi dominatori nel Lombardo, nel Veneto, nelle 
Roma^ne, nelle Marche ; suo sistema di governo, 
forche, fucilazioni e bastone. 

Eppure tutto il decennio fu sfida e duello fra 
r Austria forte e Tldea Italiana. 

Luminoso e generoso si difondeva il pen- 
siero deU*agitatore genovese nella Giovine Italia 
che aveva per bandiera il tricolore; per pro- 
gramma rindipendenza ed unità di Nazione , 
forma di governo repubblicano ; che predicava 
guerra di popolo, s'insinuava nelle congiure, 
scoppiava in parziali insurrezioni, provocava 
vendicatori del nuovo sangue versato, cemen- 
^va ridea santa del martirio. 

Ma le rivolte fallivano; la gioventù si spegne- 



- 213 — 

Ta fra gli ergastoli ed ai patiboli; i tentativi infelici 
di Orsini, di Bentivegna, di Pisacane; il moto 
di Calvi in Cadore; la congiura di Milano, che 
dava, sugli spalti di Belfiore, alle forche^ ed al 
<5arcere duro tanto fiore di nobili vite, dimo- 
stravano che il pensiero mazziniano^ grande 
perchè manteneva vivo il fuoco patrio, era im- 
potente nelFazione. 

Chi avrebbe potuto armare TideaV II Pie- 
.monte e la Casa Sabauda! Quel principato ita- 
liano doveva trasformarsi in principato Nazio- 
nale; la monarchia dovea farsi rivoluzionaria; 
i repubblicani unitari dovean persuadersi che 
la monarchia di Savoia aveva fede, forza e va- 
lore; e la monarchia si pose allo esperimento 
dei fatti. Pallavicini e Manin si fecero apostoli 

-dell'unione della democrazia col Piemonte. 

* 
* * 

Cavour — vigile e possente intelletto — uomo 
•di Stato degno del Re Vittorio Emanuele - 
concepisce la felice idea di mandare nelle terre 
d'Oriente, sui campi di Crimea, combattenti, tra 
i soldati d'Inghilterra e di Francia, i nosti-i 
Jbravi soldati che riaffermino alla Cernaia, la 
virtù degli animi e la potenza delle armi italiane. 



— 214 - 

AI Congresso di Parigi si fa eco dei dolori^ 
delle miserie, delle speranze d'Italia — e l'Italia 
sente nel Piemonte se stessa — intuisce in Vitto- 
rio Emanuele il sua Re prode generoso e fedele*^ 

Finalmente a Plombiers si segna l'alleanza 
con la Franciaj e Vidtitnatum lanciato dall'Au- 
stria, tanto desiderato, dà la spinta al compi- 
mento dei destini della patria. 

* * 
Nel 1856 il generale Garibaldi trovandosi a 

Genova veniva ogni giorno, ogni minuto solle- 
citato^ e messo alle strette da numerosi patrioti^ 
i quali chiedevano che si mettesse alla loro te- 
sta per iniziare un ardito movimento Nazionale» 
Da tempo erano sorti due partiti in Italiar 
unica però la meta - la cacciata dello straniero: 
i mezzi per raggiungerlo, però, si palesavano asso- 
lutamente diversi- Gli uni rimanendo fedeli intran- 
sigenti al principio repubblicano volevano arri- 
varci colla rivoluzione» Gli altri, senza alcuna, 
abiura ai principii, aderivano al patto con la 
Casa di Savoia che s*impegnava di mettersi alla 
testa del movimento Nazionale e di combattere 
per Tunltà ed indipendenza d'Italia. Garibaldi 
sentiva che per raggiungere questo fine patriot- 




RE VITTORIO EMANUELE II 



— 215 — 

tico era necessario di far tesoro delle forze pie- 
montesi e che la spinta, magari indiretta, do- 
veva venire da quel principe leale e da quel 
governo. Egli quindi abbracciò questo secondo 
partito; per lui si doveva compiere l'unità ita- 
liana; ed è dovere riconoscere che la Casa Sa- 
voia era chiamata per virtù propria^ per valore 
e per tradizione storica, a compiere i destini 
della patria. 

L'impotenza sempre più manifesta dei par- 
titi puramente rivoluzionari; la sfacciata com- 
plicità degli altri principati italiani collo stra- 
niero; la politica schiettamente nazionale del 
Piemonte e del suo Parlamento; il sangue già 
versato sui piani Lombardi; resilio del suo Re; 
la proverbiale lealtà di Vittorio Emanuele ai 
patti giurati; furono queste le vere ragioni che 
chiamarono provvidenzialmente la monarchia 
piemontese a capo della lotta nazionale. 



^216 - 

CAPITOLO XVIIL 
1859 — La guerra dlndjpendenza. 

n 1"* dell'anno 1859 rEiiropii veniva risve- 
gliati daireco rumorosa dei pochi detti, pronun- 
ciati dair Imperatore Napoleone HI al conte 
Htibuer ambasciatore d'Austria; 

« Mi duole che le relazioni col vostro go- 
verno non sleno cosi amichevoli come per lo 
passato; dite però airimperatore che i miei sen- 
timenti perbonalì verso di lui non sono punto 
cambiati ^, 

Era il preavviso della dichiarazione di guerra, 
e furono pochi quelli che non lo capirono. In 
Italia sopra tutto queste parole risvegliarono 
tutte le speranze alle for^e sopite dal 49 in poi. 
I frutti delle alleanze di Crimea venivano a 
maturanza, 

S] attendeva con ansia febbrile l'apertura 
della Camera Sarda per trovare nella parola 
del E.e Sabaudo un detto che confermasse le 
concepite speranze, e la parola si fece sentire 
così: 



~ 217 — 

Signori Senatori, signori Deputati, 

« L'orizzonte in mezzo a cui sorge il nuovo 
anno non è pienamente sereno. Ciò nondimeno 
vi accingerete colla consueta alacritit ai vostri 
lavori parlamentari. Confortati dalla esperienza 
del passato, andiamo incontro risoluti aireven- 
tualità dell'avvenire. Quest'avvenire sarà felice 
riposando la nostra politica sulla giustìm, sul- 
l'amore della libertà e della patria, 

« Il nostro paese, piccolo per territorio, ac- 
quistò credito nei consigli di Europa^ perchè 
grande per le idee che esso ispira. 

« Questa condizione non è scevra di peri- 
coli, giacché mentre rispettiamo i trattati^ non 
siamo insensibili al grido di dolore che da tan- 
te parti d'Italia si leva verso di noi. 

« Forti per la concordia, fidenti nel nostro 
buon diritto, aspettiamo prudenti e decisi i de- 
creti della Provvidenza >. 

10 gennaio. 

La Corona non potea dire di più; i gridi di 
dolore uditi dal Re Vittorio Emanuele^ si cam- 
biarono nelle genti italiane in grido di giubilo 
e di esultanza. 



- 218 ~ 

* * 

n primo dardo era gettato e T Austria non' 

aveva tardato a raccoglierlo ordinando la mar- 
cia del 3° Corpo d'Armata di stazione a Vienna ^ 
verno la Lombardia. 

Questo provvedimento unito ad altri di con- 
centrazioni di truppe ordinati dal Maresciallo 
Giulay sul Ticino e sul Lago Maggiore diede 
motivo alla stampa liberale, diretta dal Conte 
di Cavour, di dichiararsi provocati e di fare 
appello a tutto ciò che l'Italia aveva di valido- 
e dì nazionale — ed ai preparativi per la pros- 
sima campagna. 

* 

* * 

Mentre tutto nell'Alta Italia si apprestava 
alla guerra, in Toscana la dinastia di Lorena 
al 27 di aprile cessava di regnare. Una rivo- 
luzione si compiva pacificamente, si formava, 
un governo provvisorio, e il generale Ulloa 
prendeva il comando delle forze militari. 

He ♦ 

Il 20 di dicembre del 1858 il Conte di Cavour 
aveva chiamato in segreto convegno Garibaldi 
e gli comunicava in confidenza questo disegno: 
un'insurrezione era preparata nei ducati: verso^ 




- 219 - 

il 1° di aprile Massa e Carrara inizierebbero il 
movimento; due bande di volontari irronipereb- 
tero contemporaneamente da Lerici e da Sar- 
zana: Garibaldi doveva spalleggiare la rivolta 
►e capitanarla. Nello stesso tempo un battaglione 
di bersaglieri, dei migliori elementi deUa guar- 
dia Nazionale di Genova, si doveva organizzare 
in quella città, e sarebbe il primo nucleo delle 
forze popolari destinate a fiancheggiare colla ri- 
voluzione l'esercito regolare. 

Garibaldi applaudi alla proposta e diede 
.senza restrizione la sua adesione: e lieto che 
ormai la guerra delFindipendenza era davvero 
imminente, si ridusse di nuovo nella sua isola 
di Caprera. 

Ma Taccalcarsi crescente dei volontari in 
Piemonte, consigliò il Conte di Cavour di pen- 
'Sare ad altro mezzo per potere più efficace- 
mente trar profitto di Garibaldi. Infatti il 2 
marzo 1859 il generale fu chiamato a Torino 
dal Re. Le parole di quel dialogo tra il Re Ga- 
lantuomo e Teroe popolare andarono perdute? 
^ma il senso ne fu presto palese. Gli si volle 
•^dare una parte più diretta ed importante hmì 
.teatro della guerra. 



— 226 - 

Tornato Garibaldi a Genova, convocò i suor 
più intimi, Medici, Sacchi, Bixio e diede loro 
quest'annunzio: < Ho veduto Vittorio Emanuele; 
credo che il giorno di ripigliare le armi non 
sia lontano; state pronti; io spero di poter fare 
ancora qualche cosa con voi >! 

Fu deciso di ordinare tutta quella valorosa 
gioventù — che da ogni regione della penisola 
conveniva in Piemonte — in corpi speciali, che 
stessero a fianco dell'esercito, come rappresen- 
tanti dell'elemento popolare e rivoluzionario di 
Italia, disciplinati in ordinata milizia, ubbidienti 
al suo capo, e soggetta al Comando supremo. 

Da questo concetto nacquero i Cacciatori delle 
Alpi. Garibaldi fu richiamato da Caprera per 
capitanarli; ed egli rispose subito all'appello^, 
traendosi seco i suoi più fidi commilitoni. 

La sera pel 23 aprile due inviati austriaci 
presentavano al Conte di Cavour Vultimatum 
del loro governo: « disarmo immediato, o guer- 
la > e la risposta non poteva essere dubbia. 

Finalmente quel cartello di sfida, tanto pro- 
vocato, tanto desiderato, il grande statista lo 
teneva in mano; finalmente la guerra era certa,. 
la Francia vi era impegnata; l'Austria l'intimava, 
essa stessa, e non poteva sfuggirla. 



— 221 — 

Infatti, prima ancora che il Conte dì Cavour 
consegnasse ai messaggeri austriaci la sua ri- 
sposta, Garibaldi, risposta ancor pi l'i espressiva^ 
riceveva l'ordine di portare la sun brigata a 
Brusasco, sulla destra del Po, cioè a dire, in 
prima linea. Suo mandato era, guardai'e il Po 
da Brusasco a Gabbiano, difendere la strada 
militare Casale-Torino, e chiudere gli intervalli 
esistenti tra la divisione Cialdini che guardava 
la Dora Baltea, e le batterie di Casale che pro- 
teggevano più a mezzogiorno i passi del Po. 

Garibaldi ad effettuare questo disegno, man- 
dò una compagnia a presidiare Verua, e, .spe- 
dito avviso al generale Cialdini suo capo imme- 
diato, nel giorno stesso occupava Brozzolo e vi 
piantava il suo quartier generale. 

Il 25 aprile le truppe francesi varcavano iì 
confine della Savoia, ed altre prendevano im- 
barco nei porti di Tolone e di Marsiglia per 
Genova. 

Il dado era tratto, la guerra dichiaratela e il 
29 aprile un corpo di austriaci comandato dal 
generale Giulay invadeva il territorio sardo. 

L'esercito Piemontese si concentrava sulla 
destra del Po, tra Casale e San Salvatore, fian- 



P.M \ 



- 222 - 

<5he^giandosi con Alessandria, aspettando che il 
nemico avanzasse se Io avesse osato* 

Nella giornata del 30 giungevano a Torino 
ed Alessandina le avanguardie francesi, 

* * 

In data del 29 aprile 1859 il re Vittorio Ema- 
nuele dilesse alle truppe un nobilissimo pro- 
clama, il quale fra le altre belle cose diceva: 

^ L'annunzio che vi dò è annuncio di 

guerra; airarmi dunque o soldati,- Io sarò il 
vostro duce. Altre volte ci siamo conosciuti con 
gran parte di voi nel fervore delle pugne; ed 
io, combattendo a fianco del magnanimo mio 
genitore, ammirai con orgoglio il vostro valore. 
Movete fidenti alla vittoria, e dì novelli allori 
fregiate la vostra bandiera, quella bandiera clie 
coi tre suoi colori e colla eletta gioventù, qui 
da ogni parte dltalia convenuta e sotto a lei 
raccolta, vi addita che avete a compito vostro 
l'indipendenza d'Italia; questa giusta e santa 
impresa che sarà il vostro grido di guerra i> 
quali parole del re guerriero e patriota empi- 
rono d'entusiasmo e di ardimento gli animi delle 
milizie regolari e dei volontari Garibaldini. 




CONTE DI CAVOUR 



l 



T^w 



— 223 — 



Nel pomeriggio del 22 maggio Garibaldi con 
marcia ordinata e celere aveva preso la via di 
Arena, e mentre per le disposizioni date, tutto 
-doveva far credere che vi avrebbe pernottato, 
-a notte calata le sue truppe facevano un rapido 
mezzo giro a destra e infilavano, serrate e si- 
lenziose, la strada di CastellettOj penetravano 
nel parco Visconti e trovati alla riva i barconi 
preparati già dal bravo Viganotti in ordine mi- 
rabile s'imbarcarono, e passarono suiropposta 
riva occupandola militarmente; e subito dopo 
la 3* compagnia De Cristoforis, scelta per avan- 
_guardia si spingeva a notte profonda dentro 
•Sesto Calende a cogliere nel sonno le autorità 
austriache, doganieri, gendarmi e croati colà 
residenti, facendoli prigionieri. 

* 

afe afe 

La mattina del 23 maggio la situazione degli 
•eserciti belligeranti era questa: gli alleati ancora 
^1 di là della Sesia e del Po, tra Vercelli e Vo. 
.ghera; gli austriaci in faccia a loro, padroni 
delle due rive della Sesia e del Ticino, e di 
.tutto il Lago Maggiore. 



— 224 — 

In questo stato dì cose Garibaldi si trovava 
isolato, come campato in aria, ed i suoi caccia- 
tori potevano considerarsi come un nucleo di 
truppa perdutii nel cuore del campo nemico; 
per cni al nostro eroe non restava che, o vin- 
cere subito ad ogni costo, o disperdersi coi suoi 
per i monti, onde potere aireveaienza rifugiarsi 
in Isvizzera. A ragion militare veduta, dei due 
eventi certo il meno probabile non era il se- 
condo. Ed invero l'Austria era signora della Lom* 
bardia, la scorrazzava con dodicimila uomini, 
riceveva rinforzi, o ne poteva ricevere ancora; 
occupava Milano con imponente presidio, allac- 
ciava i suoi disticca menti con foxti colonne mo- 
bili pronte a correre nei punti più minacciati; 
sicché poteva opporre al condottiero italiana 
una forza sempre di molto maggiore della sua. 
Ma a Garibaldi in mancanza di grandi forze erana 
potenti ausiliari, la perizia e T in domita audacia. 
Si fissava quindi neirantico suo scacchiere del 
1848 tra il Verbano e il Lario, e formava in 
un baleno il suo piano deliberando la marcia. 
su Varese nel giorno stesso. 

Un fiero proclama scritto di sua mano, in- 
ciso colla sua spada, aveva annunciato il suo 



I 



— 225 - 

arrivo alle popolazioni della regione, e non vi 
era umile terra dei dintorni che vi restasse in- 
sensibile. Da Laveno, Gallarate, Besozzo, Ispra^ 
Varese, accorsero festanti ad offrire al famoso 
Capitano l'opera loro, ad invocare una sua pa- 
rola d'ordine per la lotta; ed a tutti Teroe di- 
stribuiva parole d'incitamento e di coraggio. 

All'inviato di Varese, che, a nome del suo 
generoso Podestà Carlo Carcano gli domandava 
istruzioni, rispondeva di suo pugno; « qualunque 
cosa facciate contro il nemico in prò' della santa 
causa italiana, sarà da me approvata, ed io vi 
sosterrò validamente >. 

La marcia da Sesto Calende a Varese non 
poteva essere fatta di fronte, perchè esposta ad 
essere pericolosamente molestata di fianco; citile 
dì che, prima d'inoltrarsi nel paese, importava 
assicurarsi sul Lago Maggiore un punto di so- 
stegno, e impadronirsi di uno almeno dei piro- 
scafi che il nemico vi teneva. Guidato da questi 
concetti ordinò il suo movimento cosi: 

Bixio con un battaglione del suo reggimento 
doveva marciare per la strada lacuale di Sesto 
Calende; toccato Angora doveva staccare una 
compagnia per tentare di predare il piroscafo 



- 22G ^ 

< Ticino » ivi ancorato; giunto ad Ispra sostare 
ed informarsi esattamente del presidio di La- 
veno, e di tutte le altre forze austriache sul 
Lago^ dopo ciò convergere su Brebbia e spìn- 
gersi fino a S, Andrea, borgo che cavalca la 
via Laveno-Varese ed ivi accamparsi gagliar- 
damente. 

Il capitano De Cristoforis doveva rimanere 
a Sesto con la sua compagnia, sorvegliare il 
passo del Ticino, e se gli capitava il destro 
impossessarsi di qualcuno dei vapori nemici, e 
sopratutto doveva guardare la strada Sesto- 
Gallarate attirandovi il nemico, trattenerlo quanto 
avesse potuto, e battere in ritirata su Varese se 
assalito da forze superiori. 

Tutto ciò stabili tOj spinta un'altra pattuglia 
a Gallarate, per mascherare una volta di più 
la sua mossa, verso le 5 di sera Garibaldi stac- 
cava la marcia, e per le vie traverse di Cor- 
pegnoj Varano, Bodio, Capolago, tra fitte tene- 
brej attento a tutti i bivii, e sollecito a tutti i 
rumoiij con la truppa stanca, ma elettrizzata 
al contatto di quella terra tanto agognata, s'ac- 
<;ostava a Varese, dove circa le 11 di sera in- 
contrato da musiche e da fiaccole, accolto da 



- 227 — 

una calca di popolo in delirio, vi entro In trionfo^ 
s'avviò difilato al Municìpio ed incontrato il 
Podestà lo abbracciava infiammando con Tar— 
dente sua parola che affascinava quanti l'as- 
coltavano; e prima di ritirarsi pronunziava 
queste testuali parole, che la storia non può 
dimenticare: « Qualunque bene diciate dì Vi^ 
torio Emanuele non sarà mai troppo. Io non 
sono realista: ma dopo che avvicinai Vittorio 
Emanuele, dovetti riconoscerlo per un gran 
galantuomo. Egli non solo ha per l' Italia uH' 
amore immenso, ma un culto, un'idolatria », 

Quello che importava era provvedere alla 
difesa. L'Austriaco, scossa la prima sorpresìi, 
accorreva e serrava da ogni banda. Giulay co- 
nosciuta l'invasione garibaldina, in risposto a 
quello di Garibaldi, bandiva un suo proclama 
feroce, nel quale dopo avere annunziato il suo 
arrivo concludeva. « Do la mia parola che i 
luoghi, i quali facessero causa comune con la 
rivoluzione, verrebbero puniti col fuoco e con 
la spada >. E non dovevano essere parole sol* 
tanto. 

Il giorno stesso spiccava dal gi^ande esercito 
una colonna che a marcia forzata, accorreva 



— 22S — 

sul nuovo teatro di guerra ; anche da llilano il 
generale Melezes di Keller mes, spediva su Gal- 
hirate e Somma un corpo di quattrocento fanti, 
due pezzi e uno squadrone- Fu questo corpo 
che il 25 di mattino andò ad attacca^re in Sasto- 
Calende il capitano De Cristoforis, e che questi, 
con strattiigemmi degni di una pagina di sto- 
ria indimenticabile, seppe illudere e deludere 
cosi bene, da tenerlo in mano per quasi due 
ore con forze quattro volte inferiori, e sgu- 
sciargli di sotto gli occhi, a mezzo tiro di mo- 
schetto, lasciitndolo solo a cannoneggiare le po- 
vere case di Sesto, dove fin dalla mattina non 
v'era più Tombra di un garibaldino. 

Intanto la colonna austriaca partita da Oleg- 
gio, il cui antiguardo fu visto spuntnre ad 01- 
giate la sera del 23, era in marcia su Varese, 
forte dì quattromila uomini con due batterle e 
due squadroni^ comandata dal tenente mare- 
sciallo Urban. 

Varese giace in una conca di colline aU 
cuna delle quali vestite di macchie e di bosca- 
glie che formano il suo baluardo. E tramezzo 
a siffiitte colline nella direzione dei quattro 
punti cardinali corrono altrettante strade prin- 



y-.-^^lf- 



— 229 — 

cipali : ad oriente, quella che dalle falde di 
Biumo conduce per Malnate, a Olgiate e a Como : 
^ mezzodì, quella che lambendo le pendici di 
San Pedrino e di Gubiano, va per Gallarate a 
Tradate a Milano ; ad occidente, quella che, 
traversati i poggi di Masnago e Comerio, mena 
per Gaviraté a Laveno^ a settentrione, infine 
le due strade dlnduno e di Sant'Ambrogio che 
spaccando le prealpi di Valcuvia e di Valgana, 
portano al Lago Maggiore ed alla Svizzera. Ora 
a chi avesse considerata questa topografia, due 
cose risultavano notabili: la prima, che la strada 
;di Induno e di Valgana si allacciava presso 
Biumo inferiore, alla strada di Como in guisa 
-da formare con essa un angolo retto; la se- 
conda, che per il poggio di Biumo Superiore 
s' incamminava nel quadrivio testé descritto, 
Varese-Sant*Ambrogio-Induno-Como, e con la 
forte postura ne teneva la chiave e la domi- 
nava. 

Ciò posto, e per quanto fosse manifesto che 
l'attacco principale sarebbe venuto dalla via di 
Como, non era però da trascurarsi, il supposto, 
-assai probabile, che V Urban avrebbe compiuto 
un movimento aggirante per la via Induno ; né 



— 230 — 

molto meno era a rigettarsi come improbabile- 
il caso che i corpi incontrati a Gallarate dal 
De Cristoforis e il presidio di Laveno si muo- 
vessero a rincalzare di fianco e alle spalle Tas-^ 
salto principale, tentando di mettere i garibal- 
dini tra tre fuochi. 

Importava dunque guardarsi da tutti i lati^ 
e guardarsi in modo da potere all'evenienza, 
far fronte da ogni parte, senza assottigliare di 
troppo la propria linea e disseminare le forze ;. 
e Garibaldi non titubò. Fissate due linee di 
difesa, Tuna esterna, lungo Tarco Biumo-Giu- 
biano-San Pedrino e l'altra interna rasente gli 
sbocchi delle prircipali vie di Varese, occupa 
coi carabinieri genovesi e un battaglione deB 
terzo Reggimento la Villa Ponti, centro di Biuma 
Superiore, e vi piantò il suo Quartier Generale;, 
mise a guardia di Biumo Inferiore un batta- 
glione del secondo Reggimento, ed erigendo due 
barricate, una appoggiata alla Villa LittaModigna- 
ni, a custodia della strada d'Induno, Taltra tra la 
chiesetta di San Cristoforo e la casa Merini, a- 
sbarrare le vie di Como, assicurò su queste po- 
sizioni la sua sinistra. Appostò indi un batta- 
glione del primo Reggimento in faccia a Giu-^ 



e^r 



— 231 — 

biano, a intorno alle alture circostanti di Bo- 
scaccio e vi appoggiò il suo centro ; collocata 
tra Villa Pero e le Villa Decristofaris a San 
Padrino, il rimanente del primo Regi^imento 
sotto il comando di Cosenz, e fatta asserragliare 
anche quella strada, afforzò la sua destra dal 
lato di Milano; richiamò Bixio da Sìint'Andrea^ 
senza tralasciare di far battere da frequenti 
pattuglie a grande distanza la strada di Laveno, 
ranni di barricate tutti gli sbocchi di Varese e 
provvedette cosi alla sua seconda linea; infine 
prescritte come eventuali linee di ritirata le 
strade di Induno e Sant'Ambrogio, tutto ispe- 
zionato co' suoi occhi, a tutti comunicando le 
sua intrepidezza e la sua fede, attese dì pie 
fermo il nemico. 

E questo non si fece aspettare lungamente^ 
fin dalla sera del 25 gli esploratori Tavevano 
segnalato a Olgiato. Un breve ma eloquente 
manifesto del Regio Commissario Emilio Vi- 
sconti-Venosta che diceva: « Varesini, Voi fo- 
ste i primi a salutare la bandiera tricolore in 
Lombardia, Voi sarete i primi a dil'enderla > 
vi aveva preparato gli animi ad accoglierlo 
degnamente e al mattino seguente infatti sullo 

16 



— 232 — 

scoccare delle otto il nemico appariva innanzi 
a BeUorte e il combattimento incominciò. 

Dei quattromila uomini che il generale Urban 
traeva seco, una parte, l'aveva lasciata in ri- 
serva a Sili Salvatore forte posizione tra Binago 
e Malnate; un altro battaglione di granatieri lo 
aveva inviato per Casanuova e Cozzone ad ese- 
guire quel movimento aggirante sulla strada 
d'Induno che Garibaldi aveva preveduto; e co- 
gli altri duemilacinqùecento fanti circa, la ca- 
valleria, e quattro pezzi veniva ad assalire di- 
rettamente Varese- Impadronitosi del poggetto 
di Belforte annunziò con alcuni razzi il suo at- 
tacco, muovendo simultaneamente contro la si- 
nistra e il centro garibaldino; ma questi non si 
mossero ed attesero, come Garibaldi aveva or- 
dinato, a mezzo tiro il nemico e con pochi colpi 
ben assestati l'arrestarono di botto. Ad un se- 
condo e più gagliardo attacco, i garibaldini usa- 
rono la medesima tattica. Infatti appena il ne- 
mico fu presso la barricata della gran strada di 
Como, e spuntò al centro sulle alture di Boscac- 
cio, Medici con una brillante carica alla baio- 
netta di fronte, e Cosenz con un abile contrat- 
tiicco di fìancOf con poche forze, ma con grande 



- 233 — 

valore ributtarono l'assalitore fin sotto alle falde 
di Belforte e lo forzarono a battere in ritirata 
^«u tutta la linea. 

Garibaldi da Villa Ponti, donde aveva osser- 
vato le vicende della pugna, visto che il nemico 
si ritirava, ordinò che s'inseguisse e scendendo 
di galoppo sulla strada, si pose egli stesso a 
•capo deirinseguimento. 

Il generale Urban era intanto arrivato a 
San Salvatore, dove aveva lasciato la sua riserva, 
•e, saputo del rovescio toccato ai suoi, si appa- 
recchiava a sua volta a sostenere Ta ssalto. 

Garibaldi non aveva con sé che un terzo 
delle sue forze, e quantunque la posizione di 
San Salvatore fosse fortissima e serrasse la strada 
come un contrafforte^ non esitò ad ordinare Tat- 
tacco; occupato il poggetto Raera fronteggiante 
San Salvatore, e fatto ripiegare Bixio che si era 
troppo inoltrato, tenne a bada il nemico con 
vivissimo fuoco di moschetteria, finché sceso 
^da Cozzone il Medici, spinse ad una carica alla 
baionetta tutta la sua linea, costringendo gli 
-Austriaci a lasciare a precipizio anche quella 
seconda posizione e a non arrestarsi più che 
vad Olgiate. 



> 



- 234 — 

Ali annuii zio della vittoria di Varese, Tagi- 
tazione patriottica divampò, estendendosi rapi- 
damente. I patrioti dì Como fecero sapere a 
Garibaldi che lo aspettavano frementi nella loro- 
città; che molte pievi del Savio s'erano sollevate, 
e che alcuni giovani armati si erano impadro- 
niti dei vapori del Lago ed erano passati alla 
causa Nazionale. G-ari baldi promise che avreb- 
be marciato alla volta di Como, non però col 
proposito di entrarvi, ma di occupare una buona 
posizione che gli avesse permesso di dar la 
mano agli insorti del Lago, e di riassaltare di 
conserva con loro Taustriaco. 

Date le opportune disposizioni per la sicu- 
rezza di Varese, all'alba del 27 col primo reg- 
gimento in testa s'incaminava con tutta la bri- 
gata per la via che per Olgiate e Cavallasca 
mette a Como. 

Il generale Urban a sua volta, rinforzato da 
due nuove brigate (Augustin e Scoffgotsche) che 
tacevan montare le sue truppe a ben diecimila 
uomini, aveva preso posizione difensiva fra la 
strada medesima e l'altra più settentrionale che 
da Cavallasca per San Fermo piomba su Como; 
e colla sinistra dietro il Lura tra Brebbio e Brec- 



k 



- 235 — 

^cia, il centro a San Fermo, la destra al Prato 
-di Porè sul lago, si preparava a sostenere Tas- 
• salto. Se non che, male esperto delle abitudini 
tattiche di Garibaldi, egli se l'aspettava nel pia- 
no, alla sua sinistra e quindi per rinforzare 
questo punto aveva malaccortamente indeboliti 
gli altri. Garibaldi invece aveva l'occhio fisso 
ai monti; sicché giunto ad Olgiate arrestìiva la 
colonna, metteva in posizione tutto il primo 
reggimento si da far crederà si preparasse allo 
assalto, tenne a bada il nemico per piii ore, e 
allo scoccar del mezzogiorno, coperto dal reg- 
gimento Cosenz, voltava repentinamente a sini- 
stra per gli erti viottoli che salivano a Gera- 
nico al Piano ed a Porè; e giungeva a Cavai- 
lasca in faccia a San Fermo. Quivi, spiate dal 
•campanile di Cavallasca le poBÌzioni cemiche, 
Garibaldi stabiliva prontamente il suo piano di 
battaglia e ne ordinava con pari celerità Tese- 
•cuzione. Al colonnello Medici ed al suo reggi- 
mento l'onore del primo assalto; De Cristoforìs 
•con due compagnie doveva attaccare di fronte 
la chiesa di San Fermo; Susini-M illelire con una 
compagnia doveva attaccarla da sinistra, quella 
•del Vacchieri da destra; altre compagnie, con- 



— 236 - 

dotte dal Gorini, e tutte comaiidato dal Medici 
in persona, dovevano calai^e sulla strada San 
FerraO'Rondinello e minacciare il nemico. 

11 primo cozzo fu tremendo; i cacciatori 
austriaci armati delle loro eccelleotì carabine, 
appiattati attorno al parapetto del piazzale della 
Chiesa, che s'innalzava sopra un poggio a guisa 
di bastione, e dietro le finestre delle case cir- 
costanti battevano con un fuoco micidiale di 
fronte e dì fianco, i primi assalitori e cioè la 
compiignia De Cristoforis, che rigò del sangue 
dei suoi migliori la via infuocata; cadde colpito 
gnivemente il tenente Pedotti; cadde, lacerate 
le vìsceri, il capitano De Cristoforis; cadde, fra- 
cassata una spalla, il tenente Guerzoni ed altri, 
ed altri; la compagnia decimata balena s'arresta 
un istante^ ma non indietreggia. Nel frattempo 
l'assalto ai due fianchi si spiegava ed incalzava; 
un battaglione austriaco si lanciava alla corsa 
da Rondinello, ma incontra sui suoi passi il Me- 
dici che lo arresta, e con una carica furiosa 
riesce a rovesciarlo; altre compagnie dei nostri 
subentrano a rinforzare Tzissalto, sicché il nemi- 
co ormai circuito, sgominato, rotto, volta in fuga 
precipitosa verso Camerlata e Como, 



'^ 




— 237 — 

Garibaldi non indugiò un istante ad occu- 
pare le posizioni espugnate, e mentre Medici 
s'afforzava tra Rondinelle e Breccia, e Bìxio 
chiudeva grintervalli tra S. Fermo e RondinellOy 
il maggiore Quintini si piantava col battaglione 
ed alcune compagnie del secondo reggimento a 
San Fermo; ed altre compagnie si stendevano 
a sinistra verso Cima la Costa. Ma ancora il 
nemico non si dava per vinto, il generale Au- 
gustin, raccolte tutte le sue forze^ le spinse 
parte a destra, su Cima la Costa, per spunfcirvi 
la nostra sinistra; parte a manca, per riafìbrza- 
re l'altura di sopra la Costa, e di là controbat- 
tere San Fermo. E la mossa fu condotta con ra- 
pidità; ma vegliava Graribaldi, e vegliavano i 
suoi luogotenenti; onde appena l'assalitore giunse 
a mezzo tiro della nostra linea, il Cosenz a si- 
nistra di Cima la Costa, il Medici a destra da 
sopra la Costa, lo respingono, di svolta in svolta^ 
di poggio in poggio, giù per la strada d'onde 
era venuto^ fino a che Garibaldi adocchiata da 
Cima la Costa quella seconda più rovinosa ri- 
tirata, vide possibile quello di cui prima dubi- 
tava, cioè la presa di Como: e vi si preparò 
senz'altro. 



— 2M — 



Ordinò che si raccogliesaero e riordinassero 

le forze; spedi Simonetta con alcune guide ad 

esplorare 1 dintorni della città, e lasciata una 

buona retroguardia a San Fermo, marciò a notte 

fatta giù per la tortuosa via di Borgo Vico, e 

ormai accertato dagli esploratori che l'austrìaco 

^veva abbandonato Como vi entro risolutamente. 

Non può descriversi la festosa sorpresa della 

<3ittà; una piena di popolo trasognato accorse 

ebbro, frenetico; Garibaldi baciatOj benedetto, 

toccato come un santo, è portato in trionfo fino 

al palazzo del Comune, Ma nella gioia di una 

intera città egli non smarrì un solo istante la 

mente; e tosto diede opera a custodire le sue 

fìpalle, mandando Medici, infaticabile quanto 

luij a Teg Ilare sulla strada di Camerlata, dove 

ancora s^acoalcava minaccioso il nemico. 

L'alba deirindomani però chiariva che l'ul- 
timo austriaco era scomparso da Camerlata e 
che ormai tutta la colonna delUUrban s'era ri- 
concentrata tra Barlesina e Monza sulla via di 
Milano. 

L'Elia, che dopo il 1849 aveva dovuto emi- 
grare, si trovava a New York quando i giornali 
diedero la notizia che Vittorio Emanuele aveva 
sguainata la spada per rindipendenza italiana. 



— 239 — 

Non perdette tempo — col primo Pcicchetta 
in partenza il « Dewonshire » s'imbarcava per 
Londra e presa la via di Calais per la Svizzera 
raggiungeva Garibaldi a Como il 28 maggio e 
cubito si presentava al generale sotto gli auspi- 
ci del padre, già amico suo fin da quando era 
in America. All'udire che colui che gii stava 
davanti era il figlio del fucilato Antonio Elia, 
volle baciarlo e tenendogli stretta la mano, con 
accento commosso gli disse parole di affetto pa- 
terno e volle che stesse al quartier generale. 
Da quell'ora l'Elia segui sempre Garibaldi con 
venerazione filiale. 

Garibaldi non era uomo da stare ozioso ; af- 
fidò a Camozzi, Commissario Regio per Bergamo, 
Torganizzazione militare ; lasciò la compagnia 
del Fanti a proteggere Como, a reclutar volon* 
tari, a raccogliere armi, inviò con lo stesso uf- 
ficio la compagnia del Ferrari a Lecco ; lodati 
come meritavano i suoi bravi cacciatori delle 
Alpi, e concessa loro per riposarsi tutta la gìor* 
nata del 28, la mattina del 29, senza svelare 
ad alcuno il suo disegno, fece battere Passem* 
blea, e si pose in marcia, col resto della bri- 
gata, di molto assottigliata dai morti, dai feriti. 



- 240 — 

dagli infermi e dai distaccati, per Olgiate e 
Varese, 

Dove si andava? a che mirava il g:enerale? 
a qualcuno dello stato maggiore che lo inter- 
rogò < Andiamo, risponde, a incontrare i nostri 
cannoni a Varese ». Infatti il ministro della 
guerra aveva deciso d'inviare ai cacciatori delle 
Alpi quattro obici di montagna: ma i cannoni 
erano un pretesco, o tutto al pid uno scopo se- 
condario, altro era Tintendimento di Garibaldi- 

Egli non aveva mai deposto il pensiero di 
assicurarsi una base sul Lago Maggiore : voleva 
quindi impadronirsi di Lave no che ne era uno 
dei punti dominanti. Marciava per ciò a quello 
scopo^ fidando nella rapidi ul e segretezza delle 
sue mosse. 

Passata la notte del SO a Varese, mosse al- 
l'alba deir indomani per la gran strada di L:i- 
veno ; giunto a Germonio, sostò per studiare il 
piano e raccogliere notizie dopo di che decise 
di tentare di notte la sorpresa del forte ; e si 
inoltrò con la brigata fino a Cìtiglio, lasciò^ 
dietro di sé a Brenta il secondo Reggimento^ 
ed a Germonio sulla strada di Varese il terzo^ 
mandò segretamente Bixio e il Simonetta nel- 



V 




— 241 - 

Tal tra sponda del Lago, perchè vi raccoglies- 
sero barche ed armati, con cui tentare uu ab- 
bordaggio contro qualcuno dei vapori Austriaci 
ancorati a Laveno; e ciò disposto voltò a sini- 
stra per Mombello e andò a collocarsi a due 
chilometri dal forte di Laveno, diramando tosto 
i suoi ordini per attaccarlo. 

Gli ordini erano buoni; i soli possibili ; e se a 
frustrarli non avesse cospirato quel nemico fa- 
tale in tutte le imprese notturne, il buio, causa 
di confusione, d'equivoci, di terrori, il colpo sa- 
rebbe riuscito. Il capitano Bronzetti che doveva 
con la sua compagnia cogliere di sorpresa il 
Castello dal lato settentrionale, venne abbando- 
nato dalle guide, perdette la via e non arrivò 
al posto. Il capitano Landi, che doveva con 
un'altra compagnia sorprendere il Castello dal 
lato meridionale, incontrò una strada coperta, 
gremita di nemici, dove credeva trovare un 
orto indifeso; scoperto, prima del tempo dalle 
vedette, combattè per più di un'ora valorosa- 
mente, lasciando sul terreno non pochi de' suoi^ 
sino a che feriti i suoi luogotenenti Gastaldi e 
Sprovieri e ferito egli stesso fu costretto a ri- 
piegare ed a ritirarsi, conducendo seco i feriti. 



^ « 



à 



— 242 — 

Il forte desto deirallarme, diede fuoco a tutte 
le sue batterie, tempestò di palle il terreno cir- 
costante, comunicò rallarme ai Vapori, che^ ac- 
cortisi delle barche condotte dtil Bixio e dal Si ^ 
Toonetta^ le presero a bordate mettendo ben 
presto lo spavento nella ciurma inesperta, che 
si sgominava, e nonostante le preghiere, le mi- 
nacce degli intrepidi condottieri voltavano pre- 
cipitosamente le prue. 

Potevano essere le due dopo mezzanotte^ e 
Garibaldi visto fallito il tentativo, ordinava la 
ritirate! su Cittiglio^ colà si ricongiungeva in 
buon ordine ai corpi che aveva lasciato a Brenta 
ed a Gemonio, con intendimento di ritornare a 
Varese. 

Però la mattina del 31 maggio si ebbero 
non liete novelle* Il generale Urban marciava 
minaccioso e ringaghardito su Varese; sicché 
Garibaldi dovette prudentemente mutar pensiero, 
e risalire la via di Valcuvia, dove poteva, pro- 
tetto dai monti, attendere gli eventi* 

Ma era difatti la giornata del iil al tramonto, 
che r Urban compariva con due colonne da Tra- 
date e da Gallarate sulle alture di Giubiano e 
di San Pedrino dominatiti Varese, e vi si ac* 




— "243 — 

campava militarmente. Conduc3vu dodicimila 
uomini e diciotto pezzi d'artiglieria; sbuffava 
fuoco e fiamme, annunziava alla città ribelle 
strage e rovina, la multava dell'enorme tributo 
di tre milioni, oltre grande quantità di provvi- 
sioni, prendeva ostiiggi numerosi, li minacciava 
ad ogni istante di morte, e non vedendo su- 
bito soddisfatte le sue insensate pretese, apriva 
contro di essa un furibondo bombardamento ab- 
bandonandola poi per più ore al saccheggio. 

Intanto che Varese subiva Tinfernale flagello, 
Garibaldi sòendeva da Valcuvia fino in faccia 
di Santa Maria del Monte; e di là nella mattina 
del V giugno, giù fino a Sant'Ambrogio e [lo- 
barello, discosti un ora da Varese, sfidando ii 
nemico. 

Più bella occasione pel generale austriaco 
di vendicarsi di quel brigante di Garibaldi non 
gli si poteva dare. Aveva giurato che lo avrebbe 
impiccato con tutti i suoi: ed ora che lo teneva 
quasi nelle unghie, appena ad un tiro di can- 
none, in una posizione quasi disperata, e presso 
a schiacciarlo di un sol colpo con forze qua- 
druplicate, perchè non lo assaliva? Perchè se 
ne stette immobile dietro Varese, occupato sol- 



4 



— 244 — 

tanto a bombardare una città inerme^ non ri- 
Bpondendo alla sfida temeraria dell'eroe ? 

n perchè è un mistero! Il fatto si è che 
rUrban lasciò passare tutta quella giornata senza 
fare un passo, senza tentare nemmeno una ri- 
cognizione a fondo, e, soltanto, la sera si decise 
ad occupare la posizione di Biumo superiore 
temendo dì essere attaccato. Intanto più grossi 
avvenimenti erano accaduti sul maggior teatro 
della guerra. 

Fra il 27 e 28 maggio Fesercito' alleato ini- 
ziava quel gran movimento di fianco dal Po al 
Ticino, che fu la più abile manovra strategica 
4ella campagna. 

Il 29 maggio l'esercito Sardo, meno la quinta 
divisione rimasta a difesa della riva destra del 
Po, si concentrava sopra Vercelli per passare 
la Sesia sui ponti che vi erano stati gettati. Il 
30 la divisione Cialdini passò per la prima. Il 
nemico occupava tutti i Tillaggi sparsi in faccia 
alla Sesia e dominava il paese; a Palestre poi 
aveva concentrati ì più grandi mezzi di resi- 
stenza. Vi aveva piantato batterìe per dominare 
il fiume e per battere d'infilata la strada. Ave- 



I 




245 



va inoltre coronate le cime delle alture di forti 
parapetti per tenere al coperto la fanteria^ e 
scavati dei fossi nei lati, pure protetti di para- 
petti, dietro ai quali stavano numerose truppe^ 
mentre molti cacciatori tirolesi erano appostati 
dietro gli alberi e nelle case da dove fulmina- 
vano gli assalitori. 

Vittorio Emanuele dirigeva in persona lo 
operazioni militari. Il 6° e T bersaglieri forma- 
vano l'avanguardia con una sezione d'artiglieria 
-ed uno squadrone di cavalleggeri d'Alessandria; 
11 generale Cialdini marciava alla testa. 

Al terzo ponte che taglia la strada, gli esplo- 
ratori incontrarono gli avamposti austriaci; accolti 
-da fitte scariche di fucile e di mitraglia i nostri 
non si arrestarono, si cacciarono risolutamente di 
corsa, iiivadendo il ponte e vi si stabilirono, 
mentre il IT bersaglieri guidato dal suo coman- 
'4ente Chiabrera si precipitò con slancio ii resi- 
stibile sulla difesa di destra, snidò i cacciatori 
nemici imboscati nei declivi, e la quarta divi- 
sione con rapidità fulminea, con foga irresistibile 
metteva in fugali nemico e s'impadroniva di 
Palestre. La terza divisione rafforzata dai reg- 
.gimenti 5° cavalleria e Piemonte Reale, traver- 



'^""wm 



— 246 - 

sata la Sesia marciava sopra Vinzaglio, forte- 
mente occupato dal nemico. La divisione piombò 
in colonne serrate sul villaggio; non vi furono 
ostacoli validi ad arrestarla; i battaglioni divo- 
ravano lo spazio e fatta una scarica si avven- 
tavano sul nemico colla punta della baionetta — 
questo non resistè all'urto terribile e, come a 
Palestre, abbandonò il villaggio e si ritirò sa 
Confienza. 

L'imperatore dei francesi, prevedendo che 
l'esercito italiano avrebbe dovuto sostenere aspre 
battaglie, staccava dal 5° corpo il 3° reggimento- 
Zuavi, ed ordinava al colonnello Chabron di 
mettersi a disposizione di Vittorio Emanuele. 
Il Re, sicuro che gli austriaci avrebbero fatta 
tutti gli sforzi per riprendere l'importante po- 
sizione di Palestre, ordinava al colonnello dei 
Zuavi di dirigersi su quella posizione. 

Verso le dieci del 31 maggio gli austriaci 
sboccando per le strade di Robbie e di Rozana 
diedero di cozzo negli avamposti piemontesi 
che li accolse con fuoco ben nutrito. Ma erano 
tre le colonne d'attacco che si avanzavano in 
grandi masse compatte, ed obbligavano i nostri 
a ripiegare sul villaggio. 



L. 



— 247 - 

Il 20° reggimento che trovavasi a sinistra 
della strada di Robbie fu pure obbligato a riti- 
rarsi sull'alture ma non rallentò il fuoco; il nemi- 
co però ingrossando sempre, minacciava di schiac- 
ciare le poche e intrepide nostre truppe; accor- 
se in quel frangente il prode colonnello Bri- 
gnone conducendo con se alcuni battaglioni, ed 
i Piemontesi prendendo l'offensiva, si lanciarono 
contro il nemico e lo respinsero al di là delle 
linee degli avamposti. 

Il generale Cialdini accorso, si avvide che 
le manovre del nemico tendevano ad aggirare la 
sinistra della sua posizione; vi mandò tosto al- 
cuni battaglioni che raccolse con una sezione 
d'artiglieria comandata dal bravo capitano Pon- 
zio-Vaglia, mentre il 7° bersaglieri si slanciò 
addosso al nemico, minacciante il ponte gettato 
sulla Sesia e fa occupare vigorosamente gli ap- 
procci di Palestre affine d'impedire al nemico 
la marcia sul villaggio; la lotta si fa accanita, 
le grosse colonne austriache comandate dal feld 
Maresciallo Zobel, sorrette da numerose compa- 
gnie di tirolesi e dall'artiglieria, si avanzarono 
risolutamente contro le truppe piemontesi che 
tennero fermo, incuorate dalla presenza di Vit- 

17 



- 248. - 

torio Emanuele; coprendosi di gloria. Proprio 
nel più caldo del combattimento il colonnello 
Chabron lanciò i suoi Zuavi air attacco: questi, co- 
me un uragano, sotto gli occhi del Re di Piemonte 
iii gettarono sopra agli austriaci; nessun ostacolo, 
nessuna re^iisiteuza li arresta; invadono le difese 
nemiche si gettano sopra ai cannoni; gli artiglieri 
austriaci non hanno tempo di caricare i pezzi 
perchè le terribili baionette ne fanno strage; 
lìescono vani i tentativi della fanteria che accorse 
per salvarli e i cinque cannoni furono preda dei 
vincitori; non si arresta il reggimento, si slancia 
sulla strada e, seguendo Vittorio Emanuele che 
con la spada li invita all'attacco, si avventa con- 
tro le masse austriache impegnate in furiosa 
lotta coi piemontesi, e cosi i soldati delle due 
nazioni si frammischiarono nel combattimento e 
nella gloria^ investendo il nemico alla baionetta. 
Questo fortemente trincerato sul ponte della 
Erida, fortificatosi in una grande masseria, mu- 
nita di cannoni e di feritoie, preclude il pas- 
saggio del ponte; ma zuavi e piemontesi non si 
sgomentano, né si arrestano; animati dalla pre- 
senza del re e dall'esempio degli ufficiali, s'av- 
ventano sul ponte, sui cannoni, che sono presi 



- 249 — 

-dai piemontesi ; nella masseria è una lotta ter- 
ribile, corpo a corpo, e gran numero di nemici 
trovano la morte nel fiume che li travolge nei 
gorghi delle sue acque. 

La vittoria dei nostri fu completa, oltre ven- 
timila erano gli austriaci combattenti, numero- 
-«issimi furono quelli rimasti sul campo, circa 
cinquecento trovarono la morte nel fiume, gli 
austriaci perderono fra morti feriti e prigionieri 
oltre seimila uomini; i nostri circa duemila uo- 
mini fra morti e feriti. Trofeo della vittoria fu- 
rono, oltre mille prigionieri, cinque cannoni 
presi dai zuavi e tre dai piemontesi. La campa- 
gna s'iniziava splendidamente! 

I Zuavi per rendere omaggio al valore del 
Re, vollero portare al suo quartier generale la 
sera stessa del 31 i cannoni tolti al nemico. 

II Re grato del delicato pensiero di quei 
valorosi, scrisse al colonnello Chabron la seguente 
lettera : 

Torrione, 1 giugno 1859 
Sig. Colonnello, 
« L'Imperatore nel porre sotto ai miei or- 
dini il S"" reggimento degli Zuavi mi ha dato 
un prezioso attestati^ di amicizia. Io ho creduto 



i 



— 250 — 

di non poter meglio accogliere questa truppa 
scelta^ che fornendole immediatamente Tocca- 
bìone di aggiungere un nuovo glorioso fatto a 
quelli che sui campi di battaglia d- Africa e di 
Crimea hanno reso cosi terribile al nemico il 
nome degli Zuavi. Lo slancio irresistibile con 
cui il vostro reggimento, sig. Colonnello, ha 
mosso ieri alFfUisaltOj ha meritato tutta la mia- 
ammirazione. Avventarsi contro il nemico alla 
baione tta, impadronirsi di una batteria, sfidando 
la mitraglia^ è stato Tafifare di pochi istanti. Voi 
dovete essere altero di comandare a siflfatti sol- 
dati, ed essi debbono essere felici di obbedire 
ad un capo quale voi siete. Io apprezzo alta- 
mente il pensiero che hanno avuto i vostri 
Zuavi di condurre al mio quartier generale i 
pezzi d'artiglieria presi agli austriaci, e vi pre- 
go di ringraziarli in mio nome. Io mi affretterò 
dinviare questo bel trofeo a S. M. l'Imperatore^ 
al quale ho già fatto conoscere la bravura im- 
pareggiabile con cui il vostro reggimento si è- 
battuto ieri a Palestre ed ha sostenuto la mia^ 
estrema desti^a. 

€ Vogliate, sig. Colonnello, far noti questi 
miei sentimenti ai vostri Zuavi ». 



- 251 — 

L'Imperatore Napoleone, desideroso di rao- 
-strare la sua ammirazione pel cavalleresco al- 
leato e di soddisfare il voto dei Zuavi ^ decise 
che il Re di Sardegna sarebbe pregato di volere 
accettare i cannoni. E cosi fu infatti. 

Ma un altro regalo di non minor gradimento 
pel Re doveva venirgli dai bravi Zuavi. 

L'indomani mattina, quando Vittorio Euia- 
nuole si recava a visitare i suoi valorosi came- 
rati della vigilia, ed a consegnare al Colonnello 
•Chabron il decreto col quale decorava colla 
medaglia d'oro la bandiera del. suo reggimento, 
il più anziano dei Zuavi gli partecipava che il 
reggimento lo aveva acclamato suo Caporale e 
lo pregava di accettare. « Ben volentieri amici 
miei » rispose il Re commosso di quel segno 
di simpatia « d'ora innanzi io appartengo a voi >, 

Cosi Vittorio Emanuele fu nominato Caporale 

-dei Zuavi, cóme altra volta Napoleone Bona- 

parte era inalzato allo stesso grado a Montenotte. 

* * 
In seguito a questi avvenimenti il genera- 
lissimo austriaco, sicuro che ormai l'aspettava 
4ina grossa battaglia sul Ticino, aveva pensato 
^ rafforzarsi, e s'era affrettato a richiamare la 



- 252 - 

divisione Urban da Varese, dandole per obiet- 
tivo Turbigo. 

* 

Mentre avvenivano questi fetti, gli austriaci 
in grandi masse, comandati dall'Arciduca Carlo, 
dalle alture dì Montebello dimostravano, coi loro 
movimenti del 19 maggio proseguiti il 20, essere 
loro intenzione di stringere in un cerchio di 
ferro e di fuoco la 1* divisione dell'esercito- 
frati eese, comandata dal generale Forey, prima 
che fosse riunita ed in ordine di battaglia; bi- 
sognava ad ogni costo arrestare il movimento- 
girante delle grandi masse nemiche. 

Il generale Forey vi si preparò arditamente, . 
ordinando al colonnello Cambriels di riunire quanti? 
più uomini può della sua divisione in marcia,, 
e con questo piccolo numero di valorosi, elet^ 
trizzatì dall'ai'dente coraggio del generale e del 
loro Golonnello, con audacia senza pari si slan- 
ciò contro il nemico tre volte superiore di nu- 
mero, lo arrestò e gli tenne testa. Ma la lotta 
ineguale non può durare a lungo, molti dei 
bravi cadono colpiti a morte fra i quali il mag- 
giore Lecretelle che combatteva da eroe alla 
testa del suo battaglione; bisognava difendere 



- 253 - 

passo passo il terreno per impedire al nemica 
di avanzare e dare tempo al resto della divi- 
sione dì arrivare sulla linea del combattimento; 
ma il nemico con forze preponderanti pressa^ 
si avanza, e la resistenza ulteriore diviene or- 
mai impossibile; quando per grande fortuna in 
quel critico momento un reggimento di caval- 
leria piemontese (Monferrato) comandato dal 
valoroso generale De Sonnaz si slanciò vigoro- 
samente all'attacco in soccorso dei fratelli d'ar- 
mi di Francia e con ripetute cariche irresisti- 
bili, si gettò contro le masse austriache che ne 
furono sgominate e costrette a sbandarsi e a 
cedere terreno. 

Intanto giunsero al generale Forey i de- 
siderati rinforzi del resto della sua. divisione. 

Il combattimento si fece sempre più accanita 
da ogni parte; il generale Forey ordinò al bri- 
gadiere Beuret un supremo attacco alla baio- 
netta; gli austriaci non resistendo all'urto sona 
obbligati a cedere terreno; si arrestano, però^ 
al Cimitero di Montebello del quale fanno la lora 
estrema base di difesa. Bisognava sloggiare il 
nepiico da quell'ultimo formidabile riparo; an- 
cora uno sforzo: e, gridando ai suoi bravi soldati: 



— 254 - 

€ — AUens, mes enfants, arrachons a l'en- 
nemi son dernìer abri ! Suivez votre generale ». — 
Il valoroso Forey si slanciò alla testa dei suoi 
contro la posizione nemica. Il Cimitero fu in- 
vestito con slancio furioso ed il terreno venne 
seminato di morti e feriti — primo a cadere 
mortalmente colpito fu il generale di brigata 
Beuret; ma niente arrestò la foga degli assalitori 
che, scavalcato il muro del Cimitero investi- 
rono il nemico colla punta della baionetta me- 
nandone strage. 

Alle ore sei e mezzo il nemico era in rotta 
precipitosa verso Casteggio, inseguito alle reni 
per buoji tratto di via. La vittoria di Montebello, 
nella quale la 1* divisione comandata dal prode 
generale Forey si copriva di gloria, inaugurava 
brillantemente la campagna che doveva proce- 
dere di vittoria in vittoria. 

In questo combattimento anche le brave 
truppe piemontesi comandate dal valoroso De 

Sonnaz ebbero la loro parte di gloria. 

* 

* * 

II 4 di giugno a Magenta e a Ponte Vecchio 
si decideva delle sorti di quella memoranda 
giornata. 

Avanti e dentro Magenta il combattimento 



- 255 — 

fu accanito oltre ogni credere. Grli austriaci vi 
:avevano concentrate tutte le truppe del loro 
-centro lasciando la sola brigata lìammindz in 
riserva. Le truppe degli alleati fecero sforzi i 
più eroici per sloggiarli; i loro soldati caddero 
.sótto il fuoco violento dei ripetuti contrattac- 
chi. Nel momento il più caldo e decisivo il ge- 
nerale d'artiglieria Anger ebbe un'ispirazione fe- 
lice; seguendo il movimento dell'estrema destila 
riusci a piantare, un- dopo l'altro, 42 pezzi d'ar- 
tiglieria sull'argine della ferrovia ed il loro 
fuoco a mitraglia fece orribili vuoti nelle file ne- 
miche, e portò lo sgomento nelle brigate del 
l"" 2° 7° e 3° corpo che combattevano unite: 
i francesi e due battaglioni di bersaglieri ita- 
liani si slanciarono con impeto irresistibile contro 
il nemico che non resse all'urto tremendo^ si 
ruppe e si dette alla fuga. Alle 8 di sera le 
truppe francesi entrarono a Magenta, Oli austriaci 
vi perdettero due bandiere, quattro cannoni e 
•circa quindicimila uomini fra tnortij feriti e 
prigionieri. 

La vittoria di Magenta ebbe per immediata 
-conseguenza non solo la sollevazione di Milano 
e di tutta la Lombardia, ma pur quella dei Du- 
•cati e delle legazioni pontifìcie. 



4 



~ 256 — 

Il giorno 8 di giugno, dopo un accanito- 
combattimento di tre ore 1 francesi sloggiarono- 
gli austriaci, comandati dal Principe di Sassonia 
ed occuparono Melegnano. 

Il giorno 10 gli austriaci sgombrando Lodi 
batterono in piena ritirata sulla sinistra deirOglio. 

Il giorno 16 occupate forti posizioni dietro 
il Chiese attesero di pie fermo gli alleati. Lo- 
nato e Castiglione furono i due punti salienti 
sui quali la linea spiegò la sua azione. 

L'imperatore Napoleone e Vittorio Emanuele 
conosciuta la ritirata dei nemici neirinterno del 
quadrilatero ordinavano il passaggio del Chiese 
e roccupazìone delle ultime colline che tra que- 
sto fiume e il Mincio rannodano la grande ca- 
tena delle Alpi alla pianura Lombarda. 

II giorno 23 al Maresciallo Mac-Mahon venne 
ordinato di fare ricognizioni generali tra il 
fronte deiresercito e il Mincio. 

Intanto all'imperatore Francesco Giuseppe 
giunsero grandi rinforzi: cambia, perciò, tattica e 
risolve di prendere Toffensiva. Divise le sue forze 
in due grossi corpi di armata, il 23 passava il 
Mincio sopra 11 ponti gettati fra Peschiera e 
Goito, spingendo avanti forti ricognizioni, onde- 
conoscere al giusto le posizioni degli alleati. 



'vj^ 



— 257 — 

Dalla situazione dei belligeranti è provato 
che gli austriaci portavano in campo neirimral- 
nente battaglia 150 mila fanti, 13 mila cavalli 
e 688 pezzi di cannone, mentre gli alleati met- 
tevano in linea 140 mila fanti, 15 mila cavalli 
e 522 pezzi d'artiglieria. 

Il giorno 24 i due eserciti si pongono in 
marcia Tuno verso l'altro, senza sapere che an- 
davano rispettivamente ad urtare il grosso del 
nemico. 

Il Maresciallo Baraguay partito alle tre del 
mattino per la strada di montagna che va da 
Esenta su Solferino, trovava i posti di Fontana 
e le Grotte occupati dagli austriaci e impegnava 
un accanito combattimento. 

Il Maresciallo Mac-Mahon, che sì era messo 
in marcia alle due e mezzo antimeridiane per 
la gran strada che da Castiglione va a Mantova, 
a cinque chilometri dal primo villaggio, vedeva il 
7° cacciatori a cavallo incontrare gli avamposti 
del nono corpo austriaco, che aveva occupato 
casa Merini. 

Il Maresciallo fece prendere dai suoi imme- 
diatamente casa Merini e se ne servi di base 
per lo spiegamento delle sue forze. 



— 258 — 

Cosi avvenne di tutti gli altri corpi in mar- 
<'iti, i quali si urtarono contro il nemico pure 
in marcia. 

L'imperatore Napoleone ai primi colpi di 
-cannone era montato a cavallo e senza indugio 
diede gli ordini per la battaglia. 

Per descrìvere le vicende di quel sanguinoso 
€ memorabile combattimento, il più glorioso 
che ebbe a sostenere la Francia dopo la batta- 
glia di Marengo ci vorrebbe un volume. 

A Solferino Tescrcito francese sì copri di 
gloria. 

* 

* * 

L'armata Sarda secondo gli ordini ricevuti 

*da Vittorio Emanuele doveva portarci il 24 a 
Pozzolengo. Il quartiere generale ordinava alla 
1' 3* e 5"* di\isione di esplorare il terreno con 
'Cura, mediante numerose ricognizioni. In con- 
seguenza la brigata granatieri della 1^ divisione, 
postasi in moto alle 4 del mattino, era preceduta 
da un battaglione di bersaglieri, uno di fanteria, 
uno squadrone di cavalleggeri d'Alessandria ed 
una sezione d'artiglieria; la 3* divisione aveva 
•spinto quattro ricognizioni sulla strada che costeg- 
gia il Lago e la ferrovia; la 5"^ inviò il suo capo 



^ 

\ 



- 259 - 

di Stato Maggiore Colonnello Cadorna con V8'' 
bersaglieri, un battaglione dell'I 1°, una sezione^ 
d'artiglieria ed uno squadrone cavalleggeri di 
Saluzzo per la strada Sugana nella direzione 
di Pozzolengo. 

La ricognizione della 1* divisione che costi- 
tuiva la destra dell'esercito Sardo, incontrati, 
gli avamposti austriaci in Val di Quadri, attaccò 
il nemico, ma essendo questi in forze assai su- 
periori dovette retrocedere fino verso Fenile 
Vecchio per ricongiungersi al grosso deUa di- 
visione. Questa si slanciò sulla posizione au- 
striaca e se ne impossessò; ma gli austriaci rin- 
forzati gagliardamente tornarono alla carica e vi 
fu un momento in cui i granatieri Sardi furono- 
per essere sopraffatti, ma l'arrivo della brigata, 
Savoia li salvò. Sulle alture di Monte Polperi 
l'arrivo di nuovi rinforzi rende il combattimento- 
ostinato, micidiale; né Piemontesi né austriaci, 
guadagnano terreno, ma infine gli austriaci sono- 
obbligati alla ritirata, e La Marniera fa avauT 
zare i suoi che occuparono Madonna della Sco- 
perta; là vi ricevè il rinforzo della brigata Pie- 
monte e si mette in marcia per Pozzolengo. 

Il Colonnello Cadorna della ò"" divisione a- 



— 260 — 

Tanzandosi per la strada Sugana incontra alle 
caseine di Ponticello gli avamposti del corpo di 
Benedeck; per rendersi conto della loro forza 
spiegò immediatamente le sue poche truppe, 
mandando ad avvisare il generale Mollard onde 
accelerasse la marcia. Gli austriaci, che erano 
in forze preponderanti, accettarono la sfida e, mal- 
grado la resistenza eroica delle poche truppe 
che loro stanno di fronte, riescirono ad impadro-- 
nirsi delle alture della Casetta e S. Martino 
occupandole solidamente. Alle 10 del mattino 
il generale Mollard vedendo sboccare la brigata 
Cuneo la spiegò in due linee fra la strada Su- 
gana e Casa Nuova e procede all'assalto. Il T 
e rS"" reggimento si slanciarono alla baionetta, 
sostenuti dal flioco di una batteria e da alcune 
cariche dei cavalleggeri di Monferrato, giungono 
due volte sul culmine dell'altura, ma non ries- 
cono a scacciarvi il nemico che la tiene solida- 
mente e sono costretti alla fine di ritirarsi, pro^ 
tetti dalle batterie della sopraggiunta divisione 
€!ucohiari; la brigata Acqui si portò anche essa 
in linea e tutte queste truppe si precipitarono 
^otto una pioggia di fuoco all'assalto di S. Mar- 
cino e se ne rendono padroni; ma Benedeck 



.-A:fes 



- 261 — 

lanciò le sue riserve intatte sul fronte e sul 
fianco dei Piemontesi; ed è allora che la 5^ di- 
visione mitragliata a pochi passi, contrattaccata 
vivamente, balena e non trovandosi sostenuta fu 
costretta a ripiegare e a retrocedere in buon 
ordine fino a mezza strada di Rivoltella. Il ge- 
nerale Mollard ridotto alle sole sue forze prende 
posizione alla Cascina di Retinella colla brigata 
Pinerolo in prima linea e vi si tiene. 

Intanto il generale Fanti - riserva generale 
dell'armata Sarda - era stata inoltrata secondo 
gli ordini imperiali verso Solferino, ma alle 12 
le altre tre divisioni strette seriamente da Be- 
nedeck con grandi forze, domandando rinforzi, 
il Re Vittorio Emanuele dava Tordine di 
spedire la brigata Piemonte a Madonna dello 
Scoperto, ove La Marmerà avrebbe preso il 
comando superiore, mentre la brigata Aosta, col 
quartìer generale, si sarebbe rivolto a S. Martino. 

All'arrivo della brigata Aosta, il generale 
Mollard, che era l'anima di tutti i movimenti 
offensivi, la formò su due linee colla sinistra 
alla ferrovia; la brigata Pinerolo si collocò alla 
►sua diritta identicamente disposta, aggregandosi 
il T reggimento, mentre V 8° stava in riserva. Il 



— 262 — 

punto di direzione di queste truppe è la Con- 
tracaniaj mentre sei compagnie con due pezzi 
di cannone si volgono sulla sinistra austriaca 
dietro le alture di S. Girolamo. Appena fosse 
giunta in linea la 5* divisione era dato ordine 
di cominciare l'attacco generale. Ma in quel 
punto scoppiò un forte uragano che obbligò la 
sospensione di qualunque operazione. 

Fin dalle prime ore del mattino si combat- 
teva con gran valore e con straordinario acca- 
nimento — erano le sette di sera e per quanti 
sforzi eroici si fossero fatti dai nostri non si 
era potuto sloggiare il nemico dalle alture di 
8, Martino, da dove opponeva indomita resi- 
stenza. — Molte erano state le perdite. Vi era. 
rimasto ucciso il colonnello Ro vetta e il Maggior 
Bosio del 6° reggimento: feriti il generale Ce- 
rale, il generale Arnaldi, il colonnello Vialardi 
del 0°, il Colonnello del 6°, i maggiori Polastri^ 
Botteri e molti altri ufficiali. 

Cessato r uragano fu deciso di fare uno sforzo- 
supremo con un assalto generale per strappare 
al nemico il possesso di posizioni con tanto ac- 
canimento disputate; il piano concepito stava 
per essere posto in esecuzione con quella simul- 
taneità da cui solo potè vasi sperare vittoria. 



— 263 — 

Il 14° era airestrema destraj poi verso si- 
nistra veniva il 7°, indi Aosta, poscia Casale, e 
un battaglione dell' 8°, in ultimo Acqui* V 8° 
battaglione bersaglieri col 14'"', il 1" con Aostii, 
il 5° col 17°. 

Cerale, che quantunque ferito non si ritirava 
dall'azione, domandava al generale Mollarci aiuto 
di artiglieria e tosto venti pezzi erano condotti 
dal valente maggiore Revel e posti in buona 
posizione. 

Appena le truppe si posero in niovimento, 
un fracasso assordante delle artigljerie che bat- 
tevano di fronte e di flatico, avvertiva il nemico 
che i nostri stavano per piombargli addosso. 
Centinaia di tamburi battevano la caiica^ le 
trombe dei bersaglieri la suonavano ai punti 
estrerai ed al centro; un urrah generale tìcop- 
piava da un punto all'altro delle colonne con- 
vergenti che, a baionetta spianate, si shuiciavano 
sulla posizione e ne toccavano la cima. I ge- 
nerali, gli ufficiali, tutti albi testa dei loro sol- 
dati, incuoravanli col grido « Avanti, avanti >. 
Il nemico ne fu scosso, non sostenne l'urto tre- 
mendo, cominciò ad oscillare ed infine voltate le 
spalle si diede alla fuga; e iillora l'Avogadro, 

18 



- 264 — 

comandante il 2"" squadrone di cavalleria, collo 
assenso del colonnello Ricotti lo assali con cà- 
rica brillantissima, lo sbaragliò e lo pose in 
rotta disordinata verso Pozzolengo, lasciando 
nelle nostre mani numerosi prigionieri. 

Il combattimento aveva durato dalle sette 
del mattino fino alle nove di sera: quattordici 
ore! fu uno dei più lunghi ed ostinati combat- 
timenti che gli annali delle battaglie ricordino. 

Trofei della vittoria furono cinque cannoni, 
non pochi prigionieri, fra cui parecchi ufficiali., 

Cosi la sera del 24 giugno prendeva posto, 
ti'a le glorie deiresercito, la battaglia di S. 
Martino. 

La memorabile giornata del 24 fu chiamata 
di Solferino e S. Martino dal nome dei luoghi 
8UÌ quali ne venne deciso Tesito, 

Le truppe alleate hanno dovunque combat- 
tuto con grandissimo valore. I Piemontesi si di- 
portarono in modo degno di grande lode, dacché 
è certo che le loro 3 divisioni 1* 3* 5* hanno 
avuto a frante 7 brigate austriache, quasi un 
terzo di forze superiori; e, quel che è peggio, 
situate in ottime posizioni difensive. 

Bella là vittoria di S* Martino — tale da reii- 



~ 265 - 

dere immortali quanti vi presero parte — Molti 
furono gli atti di supremo valore che merite- 
rebbero di essere qui ricordati. Ma per farlo non 
basterebbe un intero volume. Merita di essere 
-segnalato quello di un valoroso giovane tenente 
B esozzi Giuseppe, ufficiale d'ordinanza del colon- 
nello comandante il 17 reggimento: questo bravo, 
quantunque ferito due volte gravemente, con 
ferrea volontà, con sforzo sovrumano volle con- 
tinuare il suo servizio — e resistette per tutto 
il tempo che durò il combattimento ; solo accon- 
^nti a farsi medicare quando cambiata la linea 
-del suo reggimento non trovossi più esposto al 
fuoco nemico. 

Questo valoroso veniva decorato colla croce 
-dell'ordine militare di Savoia e portato all'ordine 
-del giorno dell'esercito. 

Dopo le vittorie di Solferino e di S. Martino, Na- 
poleone in emetteva il seguente ordine del giorno : 

Soldati! 

« Noi abbiamo preso tre bandiere, trenta can- 
noni e seimila prigionieri. L'esercito^ Sardo ha lot- 
tato con grande valore contro forze superiori.Esso 
^ degno di marciare al vostro fianco. Soldati 1 tanto 
sangue versato non sarà inutile per la gloria della 
Francia e dell'Italia e per la felicità dei popoli ». 

Napcleone, 



Mentre TUrban, lasciata una forte retroguar- 
dia a Varese, contromarciava col grosso della 
sua divisione su Gallarate diretto al Ticino, Ga- 
ribaldi ignaro di questa improvisa ritirata, le- 
vato nel tempo stesso il suo campo da Induno,. 
per Arcisate, Roderò, Casanova arrivava a Co- 
mo fra il tripudio di quella cittadinanza che da 
quattro giorni paventava di rivedere ad ogni 
istante gli austriaci. 

La vittoria delle armi alleate spalancava 
loro le porte di Milano, mentre gli austriaci e- 
rano. obbligati a ritirarsi precipitosamente. 

Quest'avvenimento fortunato ebbe per im- 
mediata conseguenza non solo la liberazione 
della Lombardia ma la sollevazione dei ducati, 
delle Legazioni e deirUmbria. 

* * 
Nel giorno 20 di giugno una forte colonna - 
di soldati svizzeri al soldo del Papa, partiti da 
Roma assaliva Perugia che si era ribellata al 
governo papale. La patriottica città, quantunque 
la gran parte della gioventù fosse in Lombardia 
a combattere con Vittorio Emanuele e con Ga- 
ribaldi, oppose una valorosissima resistenza, dap- 



— e67 ^- 

\prima dall'alto delle mura, poi nelle contrade, 
jcombattendo corpo a corpo, cedendo il terreno 
alle Ibrze soverchianti palmo a palmo, finché, 
i bravi Perugini soprafatti dovettero* cedere. I 
vincitori, satelliti della tirannide vaticana, infe- 
rociti per la resistenza incontrata, si vendica- 
Tono mettendo a saccheggio la città, seminando 
^^trage, non rispettando neppure gli inermi e le 
donne; la strage di Perugia perpetrata da ar- 
mati al soldo del Papa andrà alla storia come 
fatto esecrando. 

Ventiquattro ore dopo la battaglia di Ma- 
genta Finterò esercito austriaco era in ritirata 
;suirAdda; le avanguardie degli alleati entrava- 
no in Milano, ed anche il piccolo corpo dei cac- 
ciatori delle Alpi poteva proseguire la sua mar- 
cia fortunosa. 

Il 4 e 5 giugno Garibaldi li impiegò a rior- 
dinare le sue forze, a chiamare nuovi volontari, 
perlustrare in tutti i sensi le strade circostanti, 
-e lancÌ2ire scorridori che si spinsero fin presso 
Je porte di Milano. 

Dal 5 al 6 slmbarcava con tutta la sua bri- 
^gata, meno alcune compagnie lasciate a Como, 



xé 



- 268 - 

alla volta di Lecco e nel giorno in cui l'eser- 
cito alleato varcava il Ticino, egli toccava la 
destra sponda dell'Adda. Non vi si fermò a lun- 
go; che il* di appresso tenendo sempre ai mentii 
ripigliò la marcia per Caprino e Almeno. 

Mentre Garibaldi era in via per Caprino e 
Almeno, accompagnati da una lettera di Cavour 
si presentarono al generale Garibaldi, Turr e 
Teleki, ambedue colonnelli nell'esercito della 
libera Ungheria, che nel 1849 combattè stre- 
nuamente contro l'Austria. 

Il generale accolse i due valorosi magiari 
come fratelli e da quel giorno quei bravi segui- 
rono Garibaldi con vera devozione. 

Alle ore tre di mattino del 7 la brigata dei' 
cacciatori delle Alpi con alla testali suo gene- 
rale passava il Brembo sul ponte §. Salvatore 
e per la strada occidentale del monte Luvrida 
riusciva a Voltezza, ed a passo di carica scen- 
deva in Bergamo. 

Vi arrivava però troppo tardi, che il nemico^, 
erasi precipitosamente ritirato. Garibaldi pensò 
immediatamente d'inseguire i fuggenti sulla 
strada di Crema, ma appena incominciata la 
marcia venne informato che un corpo d'austriaci 



fo'. 



- 269 ~ 

stava per arrivare in ferrovia per portare rin- 
forzo al presidio. Richiamò in fretta la brigata 
dalla strada di Crema, distribuì e rimpiattò 
i suoi cacciatori alla stazione e nei dintorni, in 
modo che il nemico non potesse scappargli; se-^ 
nonché a pochi passi da Soriate uno spione av- 
visò la colonna viaggiante che i Garibaldini 
erano a Bergamo; il comandante austriaco fatta 
fermare il treno, fece smontare le truppe, e pro- 
tetto da fiancheggiatori e da esploratori s'inol- 
trò con tutta cautela verso la città, ove sareb- 
be statò ben accolto; ma il Bronzetti inviato- 
con due compagnie per la strada di Soriate la 
incontrò, e, senza contare i nemici, li assali con 
impetuoso ardimento, lo arrestò, lo sbaragliò co- 
stringendolo a riprendere in fretta la vaporiera. 

In quel giorno i sovrani entravano nella 
capitale Lombarda; e Garibaldi era chiamato in 
Milano da Vittorio Emanuele. Le accoglienze 
fatte al comandante dei cacciatori delle Alpi 
furono degne del grande animo del Re, e caldi 
gli elogi a lui ed ai suoi compagni. 

Intanto il generale Urban fin dal giorno T 
si era accampato sulFAdda, nei dintorni di Va- 
prie e vi si era trincerato. Era questa una pò- 



— 270 - 



dizione forte; ma, dopo l'entrata di Garibaldi a 
Bergamo, la sua importanza era di molta dimi- 
nuita perchè poteva essere minacciata di fronte 
e di fianco. Sarebbe bastato che il generale 
Cialdini, il quale formava l'avanguardia del 
nostro esercito, si fosse affrettato verso l'Adda, 
è il generale Garibaldi fosse calato, con mossa 
combinata, da Bergamo, perchè quella divisione 
nemica fosse inevitabilmente disfeitta. Quali 
frutti non si sarebbero colti da questa sempli- 
•cissima manovra! 

La rotta di Vaprio avrebbe precipitato la 
ritirata delFesercito austriaco più della rotta di 
Magenta; gli alleati avrebbero potuto marciare 
senza intoppi e con celerità, e, arrivando molto 
prima nella destra del Mincio, avrebbero tron- 
cato a mezzo il concentramento nemico. 

Per questo mancato accordo del generale 
€ialdini con Garibaldi, l'Urban potè restare im- 
punemente tre giorni suU'Adda, e per altrettanti 
Garibaldi indugiarsi a Bergamo. 

La mattina dell'I 1 giugno l'Urban lasciava 
Vaprio ritirandosi per la via di Crema, e la 
sera del giorno stesso Garibaldi, abbandonato 
Bergamo, si mise in marcia per Martinengo alla 



— 271 — 

volta di Brescia; il 12 riprendeva il cammino 
per Palazzolo, da dove passava a Polasco, mentre 
rUrban con la sua divisione si trovava a Por- 
taglio. 

Chi nel giorno 13 giugno avesse potuto guar- 
dare a volo d'uccello sulla terra Lombarda vi 
avrebbe scorto: l'imperatore Napoleone colla 
sua guardia imperiale a Gorgonzola, il re Vit- 
torio Emanuele a Vimercato in mossa per Pa- 
lazzolo, la più avanzata sinistra degli scaglioni 
francesi a Treviglio sulla sinistra dell'Adda, il 
più avanzato scaglione piemontese a Komano 
«uUa sinistra del Serio, lo scaglione austriaco 
più vicino, divisione Urban, a PontogUo e Ga- 
ribaldi marciare coi suoi cacciatori da Palazzolo 
a Brescia; marcia pericolosa perchè fatta su 
.strada parallela a quella del nemir.o, quattro 
volte più forte, e minacciante sul fianco. Ma il 
generale destreggiandosi con grande avvedu- 
tezza, facendo uso delle poche guide, compa* 
rendo or qua or là su tutti i punti della linea 
nemica, spingendo a marcia forzata i cacciatori 
delle Alpi, affranti ma non domi, all'alba del 
14 si trovava già alle porte di Brescia, la quale, 
incitata da infuocate parole dell'illustre patriota 



— 272 - 

Giuseppe Zanardelli, non aveva atteso neghit- 
tosa l'arrivo del corpo liberatore, ma era già 
tutto pronto per dare a colui che li emancipava 
potente aiuto. Dopo l'entrata in Brescia accolta 
dalla popolazione delirante, Garibaldi cessava 
di godere di quella indipendenza che era il prin- 
cipale fattore dei suoi successi. 

Mentre i cacciatori dello Alpi eransi fermati 
nella sera del 14 di giugno per pernottare a 
S. Eufemia a due chilometri circa da Brescia,- 
il generale Garibaldi riceveva nella notte stessa 
un ordine dal quartier generale espresso in 
questi termini: « S. M. il Re desidera, che do- 
mattina ella porti la sua divisione su Lonato,. 
dove sarà raggiunto dalla divisione di cavalle- 
ria comandata dal generale Sambuy composta 
di quattro reggimenti di cavalleria di linea, con 
due batterie a cavallo >. 

Generale Della Bocca. 

Ebbe anche l'ordine il generale di ristabilire 
il ponte del Bettoletto sul Chiese a monte del 
ponte di S. Marco. 

Sul fare dell'alba del 15 Garibaldi lasciata 
una compagnia a S. Eufemia, e fatto perlustrare 



273 



tutto intorno il paese si pose in marcia. Giunto- 
a Rezzatto e non avendo notizia della divisione 
di cavalleria che doveva seguire, fermò la co- 
lonna e mandò al Re, a mezzo del tenente Trec- 
cili, un rapporto scritto col quale informava che, 
quantunque avesse sul fianco destro la divisione 
Urban pure egli procedeva avanti per eseguire 
gii ordini ricevuti. Infatti pattuglie delle guide 
a cavallo avevano rapportato che avamposti 
nemici stavano sulla strada tra Rezzato-Caste- 
nedolo e Villa-boffalora. Per non lasciarsi dietro 
al suo fianco destro truppe nemiche si prossime^ 
scaglionò i suoi sei battaglioni nel modo /se- 
guente. Due del 1° reggimento agli ordini di 
Cosenz, dietro le case Carbone in Tre Ponti; 
un battaglione del 2^ con una squadra di cara- 
binieri genovesi sotto il comando di Medici, in 
Bettola di Cili verghe, dove la strada da Brescia 
a Lonato si biforca, Tuna sul ponte di S. Marco, 
Taltra a sinistra sul ponte del Bettoletto; Taltro 
battaglione del 2° reggimento, e i due del 3*" 
coirartiglieria e con i rimanenti carabinieri ge- 
novesi Garibaldi stesso li condusse in persona 
al ponte del Bettoletto; al colonnello Turr ad- 
detto al suo Stato Maggiore il generale ordina- 



— 274 — 

va di occupare con due compagnie del 1° reg- 

. pimento lo sbocco di Tre Ponti verso Castene- 
-dolo e nel tempo stesso riconoscere bene il 
nemico; a tutti Garibaldi raccomandava di difen- 
dere ad ogni costo la strada da Rezzato a Tre 
Ponti e Bettola di Ciliverghe aspettando l'arrivo 

Mìe Ila divisione di cavalleria piemontese; mandò 
il capitano Corte del suo Stato Maggiore ad 
avvisare Cialdini che era sul Mella, della sua 
-mossa e si mise senz'altro per la via di Moli- 
^etto. Intanto il generale Rupprecht, che colla 
sua brigata formava l'avanguardia della divi- 

.^iope Urban dal Mella al Chiese, mandava ri- 
cognizioni sulla strada tra Rezzato, Tre Ponti e 
Bettola Ciliverghe, mentre si portava col grosso 
a Castenedolo. 

Per far fronte al nemico e rigettarlo come 
aveva ordinato il generale Garibaldi, Medici 
fece costrurre una barricata al biforcamento 

-della strada Brescia-Bettola-Ciliverghe appoggiata 
alla Cascina Lana che occupò militarmente; pose 
^re compagnie nel Cimitero di Cileverghe mu- 
nendo i muri di feritoie. Cosenz dal suo canto 
fece occupare Osteria di Rezzato, casa Bassalini 

-che sta a destra della strada bresciana a capo 



- 275 — 

del sentiero di Tre Ponti, munendo i muri di 
feritoie, lasciando in riserva il primo batta- 
glione. Cosi la difesa era ordinata col fronte a 
Castenedolo, la destra a Osteria di Rezzato, il 
centro a Tre Ponti, la sinistra a Bettola-Cili- 
verghe. 

Una ricognizione nemica si spinse stendendo 
la sua catena di cacciatori fin sotto il ^ì^irdino 
di casa Bassalini; e fu presto respinta. Alle otto 
di mattina il nemico molto rinforzato si avanzò 
a destra e a sinistra del canale Lupo, con forti 
riserve nelle cascine Chizzola e Chidone fra 
Tre Ponti e la strada ferrata. Il colonnello Co- 
senz deliberò di opporre attacco ad attacco; il 
colonnello Turr si recava di persona a Rezzato 
e dava ordine al comandante della compEignia 
posta airOsteria di mandare una parte dei suoi 
uomini per un sentiero traversale in forma di 
testa di colonna che accennasse a girare la si- 
nistra della catena nemica. 

Ciò fatto Turr raggiunse Cosenz il quale^. 
spinte due compagnie da casa Bassalini a riso- 
luto attacco di fronte, costringeva il nemico a 
ripiegare; e tanto fu l'ardore dei nostii da riu- 
scire a sloggiare il nemico anche dalle due ca- 



- 276 -« 

scine Chizzola e Chidone, ed occupare Targine 
della strada ferrata e il ponticello sul Lupo. 

I nostri, rinforzati da una compagnia del 
Bronzetti e da altra del Lipari, non si arresta- 
rono, assalirono il cascinbne chiamato Fenile- 
Ospitale e, sebbene fortemente difeso, riusdrono 
a cacciarne il nemico e Toccuparono. 

In questo frattempo il capitano Croce, che 
colla sua compagnia formava Tala spinta più 
avanti della estrema nostra sinistra scopri molte 
forze nemiche ammassarsi sulle alture di Caste- 
nedolo; avvisatone Cosenz, questi riconoscendo 
^ non essere in numero da potere assalire la 
intera brigata Rupprecht, fece suonare Talto e 
l'assemblea a sinisla^ per prepararsi a ricevere 
l'urto nemico. Ma il colonnello Turr riunite 
quel che potè di forze, e chiamando a se la re- 
stante debole riserva, deliberò di assalire il me- 
mico sul roccolo che prende nome da S. Gia- 
como e fece suonare la carica; udito questo 
segnale il Coseni, per non produrre un movi- 
mento slegato nella sua linea fece esso pure 
suonare là carica. I nostri si avanzarono ardi- 
tamente fin presso alla falda del poggio di Ca- 
^tenedolo; ma il nemico suonata a sua volta la 



^ìvLitì 



m 



•«carica su tutta la linea si rovesciò imponente 
<ii forze su quelle scarse dei cacciatori delle 'Alpi 
che, minacciati di aggiramento, dovettero ripie- 
gare. Nel tempo stesso il colonnello Turr spinse 
arditamente alla carica i suoi, ma il fuoco 
micidiale dei nemiri che coronavano il roccolo 
boscoso li arrestò sul ponte S.' Giacomo; qui il 
Turr avanti a tutti comandava a voce sonora... 
« Passo di carica, avanti...^ allorché una palla gli 
trapassava il braccio sinistro poco sotto la sca- 
pola; non si arrestò per questo il bravo soldato 
ma seguitò a comandare e incoraggiare i militi allo 
assalto. Ma il nemico, numeroso assai, dalia forte 
posizione seminava la morte; a fianco di Turr, col- 
pito da una palla alla gola cadeva il tenente 
Gradenigo; nel medesimo istante era colpito 
mortalmente il Bronzetti e, al sergente Gnocchi 
che lo sorreggeva, ufia palla gli traversava re- 
merò. Non era possibile più sostenersi e i nostri 
dovettero ripiegare, • 

Ma il Cosenz non si sconfortava; formata 

-dalla prima compagnia e dai resti di altre che 

potè raccogliere una piccola colonna comandata 

dal tenente Martini, la spinse avanti per la via 

-di mezzo, e sostenuta da un distaccamento gui- 



~ 278 -- 

dato dal tenente Mancini per un sentiero di; 
ilestra, e da altro simile affidatosi tenente Lo- 
garbo che lo condusse a sinistra celato fra le 
boscaglie, riprendeva roffensiva. 

Giungeva in quel punto il generale Garibaldi 
coi bravi carabinieri genovesi e con altri vaio* 
rosi; arrivavano pure in quel mentre tre com- 
pagnie del Medici, e dirette da Garibaldi stessa 
si spinsero ad un furioso attacco in aiuto del 
Cosenz; la lotta per alcun tempo fu accanita e. 
micidiale, già il nemico balena%^a e cedeva ter- 
reno quando comparvero le prime avanguardie 
del Cialdìni mandato in soccorso del Re; sì po- 
teva ben sperare di prendere fra due fuochi il 
nemico e distruggerlo, ma questo si aflfrettò a 
battere in ritirata lasciando i nostri padroni del 
campo di battaglia seminato dì morti. Fu quello 
dei Tre Ponti una giornata ben calda; anche i 
garibaldini ebbero perdite gravi: centoventi fe- 
riti, fra i quali molti ufficiali e sott' ufficiali alla 
testa delle loro aquadre; fra questi l'Elia del 
seguito del generale Garibaldi ed il Carbone 
dei carabinieri genovesi; più del quinto degli 
ufficiali che presero parte airazione vi rimasero- 
feriti. Grandi lodi meritarono prima d'altri iL 






- 279 — 

Cosenz, e il Turr, il capitano Bronzetti e il te- 
nente Gradenigo, il maggiore Lipari i capitani 
Pesce e Ròsaguti, i tenenti Mancini, Logarbo^ 
Martini, Specchi, Pea, Ribolla, Spettini, ed ì fu- 
rieri Pedotfci, Torre e Torchi, portati airordine 
del giorno e proposti per la medaglia al valore 
militare. 

Il giorno 16 il generale Lamarmora si re- 
cava a trovar Garibaldi a Nuvolento — i due 
generali si stimavano a vicenda, e certo devono 
avere parlato sulle mosse ulteriori della guerra- 
li 17 Garibaldi mandava a Turr che era a 
Brescia a curarsi la ferita la seguente lettera: 
Carissimo amico, 
« Il sangue Magiaro si è versato per Tltalia^ 
e la fratellanza che deve rannodare ì due po- 
poli nell'avvenire, è aumentata: quel sangue 
doveva essere il vostro, quello di un prode! Io 
sarò privo di un valoroso compagno d'armi per 
qualche tempo e d'un amico, ma spero rivedervi 
presto sano al mio lato, per ricondurre ì nostii 
giovani soldati alla vittoria. Sarei fortunato in 
qualunque circostanza di potervi valere, e non 

avete che a comandarmi ». 

Vostro 

(t, Garibaldi 



, — 280 - 

Aliti sera di quel giorno la brigata con Ga- 
ribaldi entrava in Gavardo fni le acclamazioni 
4ella popolazione. La mattina del 18 all'alba 
BixiOj come airordine avuto, occupava Salò. 

La mattina del 20 la brigata col generale a 
capo si metteva in marcia. Un ordine del Co- 
mando generale portava che i cacciatori delle 
Alpi senza indugio si recassero ad occupare la 
Valtellina. 

Il 26 la brigata bivaccava a Pontìda e a 
-feera arrivava a Lecco; cosi il generale si ap- 
prossimava alla meta desit; natagli, la Valtellina, 
preceduto buon tratto avanti dal colonnello Me- 
dici. Lecco, costeggiando il lago, mena a Colico 
€, continuando nella Valtellina, va per lo tìtelvio 
ili Tirolo austriaco. 

La Valtellina incomincia dalla foce dell'Adda 
nel lago di Como e si prolunga, incassata fra 
altissimi monti j le cui inaccessibili punte pira^ 
midali vanno a co ngì ungersi colle altre pure 
altissime dello Stelvio* 

Il basso fondo della valle è cosi stretto da 
non lasciare altro spazio che al corso rapidis- 
simo dell'Adda e ad un'unica strada carreggia- 
bile che la costeggia fino a piccola distanza da 



-^ 281 - 

^Bormio, ove volge a sinistra per salire allo 

sStelvio. 

Bormio, ora poco popolato, fu uu punto im- 

4)ortante cinto di fortificazioni, avanzo delle quali 

-sono le sue antichissime torri* 

Da Bormio incomincia una strada tortuosa 

.tagliata lungo il fianco del monte Cristallo^ verso 
la sommità si trova la fortissima posizione della 

-Cima di Sponda Lunga che gli austriaci tene- 
vano chiusa con doppie palizzate e con para- 
petti, oltre a due fortini all'estremitii, armati 

•di più pezzi per battere di fianco e di fronte 
il sottoposto stradale, nei cui ponti e gallerie 
vi avevano praticato delle mine. Trincerati in 
tale inespugnabile posizione gli austriaci vi pos- 

isedevano la chiave deirunica comunicazione 
della Valtellina all'Alto Tirolo. 

Il generale Cialdini avendo assunto Tincarico 

•della difesa delle Valli limitrofe al Tirolo aveva 
concentrato il nerbo delle sue forze in Valca- 
monica e come principale punto lo stretto di 
Breno che mise tosto in stato di difesa, 

A Garibaldi era dato Tincarico d'impedire 
la discesa in Lombardia di masse nemiche dal 
Tirolo. Importava prima di tutto impadronirsi 



_ 282 - 

delle gallerie soprastanti alla strada dello Stel- 
vio, per frapporre un ostacolo inespugnabile alla . 
minacciata invasione. Necessitava quindi con- 
quistare la sommità dello Stelvio onde far nostro- 
Io sbocco alla valle dell'Adige. 

Questo compito era affidato al colonnello 
Medici, che precedeva la brigata comandata da 
Garibaldi, il quale aveva formato una colonna 
di ottocento combattenti con volontari che il 
maggiore Fanti, il capitano Bassini ed il tenente 
Bettini avevano arruolati ed armati alla meglio. 

Il giorno 2ò giugno Medici diede ordine al 
tenente Zambellì, comandante una compagnia 
di volontari Vaiteli] nesi, di occupare il ponte 
d^l Diavolo come estremo avamposto, e la se- 
conda linea di Prese-Mondadizza e Balladore^ 
mentre faceva avanzare le altre truppe su Maz- 
zo, Grosetto e Groslo.. e si assicurava i fianchi 
con un distaccamento in Val Grosina, ed uii 
altro alla sommttà del Monte Mortirolo che co- 
munica colla Val Camonica. 

Il giorno 26 mentre Medici erasi recato ad 
ispezionare Testremo avamposto, questo venne 
di sorpresa attaccato. I pochi ma valorosi Val- 
tellinesi si ritiravano cairn! e combattendo, mL- 



- 283 - 

arrestati dal Medici in una forte posizione a 
•cavallo della strada, quel pugno d'uomini per 
^Itre un'ora oppose valida resistenza. Anche 
raggiunto da altra compagnia di Valtellinesi 
comandati dal capitano Strambio gli austriaci 
furono costretti a ritirarsi. 

n colonnello Medici visto che la scelta del 
ponte del Diavolo per estrema linea di difesa 
era stata poco abile, si spinse ad occupare l'ìn- 
• domani S. Antonio di Morigone e fattevi erigere 
alcune opere di fortificazione si mise in grado 
^di potersi vantaggiosamente sostenere fino allo 
arrivo di Garibaldi col grosso delle forze. 

Frattanto il generale Garibaldi colla brigata 
sbarcava a Colico il 27 giugno e proseguiva 
fino a Tirano, dove seppe che il generale Cial- 
•dini dovendo ripiegare su Brescia, incaricava 
lui della difesa degli sbocchi delle Stelvio, To- 
nale e Caflfaro con Rocca d'Anfo, in conse- 
guenza di che il generale affidava al Medici, 
-col secondo reggimento, con un battaglione del 
terzo comandato da Bixio, colla compagnia ca- 
rabinieri genovesi comandata dal tenente Chiassi, 
•con una sezione d'artiglieria ed un distacca- 
^mento del Genio, la difesa dell'Alta Valtellina, 



284 - 



mentre Garibaldi scaglio miva in dietro il resto- 
dei cacciatori delle Alpi. 

11 r luglio una deputazione di Bormio av- 
vertiva Medici che quel municipio aveva rice- 
vuto rintimazionè di provvedere una forte som t 
ma di denaro, viveri e bestiame agli austrìaci. 

Il 3 luglio il Medici si spingeva avanti per 
Io stradale e per le alture laterali, Q-iunto a 
Ceppina fece occupare a sinistra il monte Oga, 
ed a destra le alture di Piazza e Ratta che si 
stendono verso Bormio. Dopo di che fece avan- 
zare due compagnie ad occupare il ponte di^ 
S. Lucia, 

II distaccamento austriaco che si trovava in^ 
Bormio per Tintimata requisizione, strepitava 
contro il Municipio che ritardava la consegna; 
ma intanto due compagnie agli ordini del mag- 
giore Fanti si avanzavano su Bormio il che fece 
decidere gli austriaci a darsi a precipitosa fuga. 
A mezzogiorno Bormio era salva. 

La mattina seguente Medici disponeva un 
attacco simultaneo da Bormio e da Ceppina; 
tosto che vide le due colonne in marcia^ il ne- 
mico si ritirava dai Bagni Nuovi sui Bagni Vec- 
chi, dando fuoco alle mine, per cui in un istante - 






- 285 — 

si vide cadere il magnifico ponte della galleria» 
Il Medici die ordine di occupare i Bagni 
Nuovi; s'impegnò una viva fucilata fra i due 
stabilimenti. Garibaldi giunto in quel momento, 
3 luglio, si portò sul luogo del combattimento; 
la resistenza degli austriaci durava ostinatissi- 
ma; ma sul fare della sera, presi di fianco dii 
un distaccamento, asceso a sinistra fino a metà 
del monte delle Scale, e minacciati alle spalle 
da altro distaccamento disceso dalle Torri dì 
Fraele, il nemico battè in ritirata dando fuoco 
alle mine delle altre gallerie, ma senza molta 
successo. 

Al Medici importava scacciare il nemico al 
di là dello Stelvio. Con questo intendimento 
dava le seguenti disposizioni. Il maggiore Eìxìo 
colle forze di cui disponeva, più la compagnia 
del genio, doveva dalle alture di Piatta-Maitìna 
avanzarsi fin oltre a Val Vitelli per minacciare 
restrema sinistra nemica fortificata a Cima di 
Sponda Lunga, e cosi con un finto attacco di- 
strarre l'attenzione del nemico dalla sua destra. 
Il capitano Bosisio, doveva la mattina deirS 
impadronirsi delle vette del monte Pedenello 
con trecento uomini scelti del secondo reggi- 



--- 286 - 

mento; il tenente Croft con circa cento carabi- 
nieri doveva mostrarsi a tempo opportuno sul- 
l'altura che domina la quarta Cantoniera ber- 
sagliando il nemico alle spalle; il Bosisio doveva 
assalire con vigore dalla nostra sinistra il ne- 
mico, minacciargli la ritirata e rendere possi- 
bile un assalto di fronte; sulla strada dello Stel- 
vio nelle gallerie, tra la prima e la seconda 
Ca.ntQniera, era disposto un battaglione in co- 
lonia d'attacco agli ordini del maggiore Sacchi 
riqiforzato da pochi pezzi d'artiglieria ohe a 
gran stento eransi potuti trascinar fin lassù. 

Come alle istruzioni avute la mattina dell' 8 
Bìxio riusciva ad occupare la> posizione òhe 
minacciava la sinistra nemica; gli austriaci a- 
privano un fuoco vivissimo colle eccellenti loro 
«carabine, alle quali solo i carabinieri potevano 
rispondere. Nonostante Bixio si mantenne nella 
posizione finché non ebbe ordine di ritirarsi. 

Il nemico prevedendo un attacco aveva 
<3hiesto ed ottenuto rinforzi, tanto che in quelle 
formidabili posizioni vi aveva concentrato set- 
temila uomini delle migliori truppe oltre un 
numero di volontari tirolesi con eccellenti ca- 
rabine; per questo fatto la sorpresa di sinistra 



— 287 - 

non potè riuscire perchè il Bosisìo trovava gi^ 
csolidamente occupate le alture di Pedenollo. 
Del resto quello deirS fu un combattimento 
inutile, perchè in quel giorno era stato segnato 
Tcirmistizio. 

* * 

Difatti dopo le vittorie di Solferino e di S, 
Martino Tiuiperatore Napoleone maodava airim- 
peratore d'Austria una proposta di armistizio. Il 
giorno 8 di luglio in seguito ad una conferenza 
dei commissari incaricati venivano regolate le 
-condizioni dell'armistizio stesso. 

Secondo questa convenzione la ripresa delle 
H>stilità. era fissata per il 16 di agosto. 

Ma l'armistizio nel pensiero di Napoleone 
segnava il preludio della pace; e a tal fine man- 
dava a chiedere un convegno all'imperatore 
-d'Austria che lo accordava. 

Il giorno 11 i due imperatori ebbero una 
conferenza a Villafranca, nella quale furono fia- 
.sate le basi del trattato di pace, a concludere 
il quale fu incaricato il principe Girolamo Bo- 
naparte. 

Il 12 di luglio l'imperatore Napoleone man* 
dava all'armata, dal suo quartier generale di 
Valeggio, il seguente proclama: 



288 



Soldats ! 

< Les bases de la paix sont arrétées avec 
Tempereur d'Autriche, le but principal de la 
guerre est ateìiit, l'Italie va de venir pour la 
primière fois una nation. 

< Une confederation de tous les Etats de 
ritalie, sous la presidence honoraire du Saint- 
Pero, reunira en un faisceau les membres d'une 
méffie famille; la Venéiia reste, il estvrai, sour 
le sceptre de rAutriche: elle sera neanmois une 
province italienne faisant partie de la confe- 
deratìon, 

« La réunion de la Lombardie au Piemont. 
nous créa de ce coté des Alpes un allié puis- 
sant qui nous devra son indipendance; les gou- 
vernements restés en dehors du mouvement^ 
on rappelés daos leur possessions, comprendront 
la necessitò de réforms salutaires. 

< Un amnistìe generale fera disparaltre les 
traces des discords civiles. L'Italie, desormais 
maitresse de ses destinées, n'aura plus qu'à s'en 
prendre à elle-méme, si elle ne pregresse pas^ 
réguli(3rment dans l'ordre e la liberto. 

< Vous allez bientót retourner en France,. 
la patrie reconnaissant aecuillera avec transport 



— 2S9 - 

ses soldats qui ont porte si haut la gioire de 
nos armes à Montebello, à Palestre, à Turbigo^ 
à Magenta, à Marignano, et Solferino, quj en 
deux mois, ont affranchi le Piémont e le Lom- 
bardie, et ne se sont arretés, que parce qtie Ta 
lutte allait prendre des proportions qui n'etaieut 
plus en rapport avec les intéréts que la Franca 
avait dans cotte guerre formidable. 

« Soyez donc fiers de vos succés, fiers des 
résultats obtenus, fiers sourtout d'etre les enfents 
bien-ai«iés de cotte Franco qui sera toujours 
la grande nation, tant q'elle a,ura un coeur pour 
comprendre les nobles causes et des hommes 
comme vous pour les défendre. 

Napoleon > 

Cosi mentre le vittorie di Solferino e di S, 

Martino ci dovevano schiudere i varchi all'Adige 

ed all'agognata conquista del Veneto, inattesa 

e dolorosa come una catastrofe giungeva la 

notizia della pace di Villafranca, che tale ormai 

poteva chiamarsi. 

* 

L'Italia, prima i garibaldini, aecoUe con 
vivo dolore la fatale notizia che troncava d'un 
colpo le più belle speranze. Ma pensandoci poi 



— 290 — 

^ sangue freddo, si dovette trovare che la pace 
fu una provvidenza. Se l'aiuto della Francia ci 
costò per la liberazione della Lombardia, Nizza 
-e Savoia, che cosa altro ci avrebbe costato 
l^aiuto per la liberazione del Veneto? Di più 
avremmo veduto ingrandirsi il predominio della 
Francia imperiale, e forse effettuata l'idea Na- 
poleonica della Confederazione Italica presieduta 
did Papa! 

Invece restava agli italiani soltanto il com- 
pito doveroso di completare l'unità della Fa* 
^"ia, e questo dovere essi lo compirono con 
prudenza e con fermezza. 

Un articolo del trattato di pace — quello 
nel quale veniva stabilito il non intervento — 
giovò all'unità della Patria, perchè permise alle 
diverse Provincie sorte a libertà di proclamare 
coi loro plebisciti l'unione nazionale. 

He He 

Verso la metà di agosto, la Toscana, la Ro- 
magna, Modena e Parma concludevano una le- 
.ga, costituendo un governo dell'Italia centrale 
e prescegliendo come comandante supremo il 
generale Manfredo Fanti, e comandante in se- 
<5onda il generale Giuseppe Garibaldi. 

Nell'ottobre sparsasi la voce che le truppe 



-- 291 - 

al soldo del Papa si adunavano a Pesaro per 
marciare di qua della Cattolica, e che le Mar- 
che si preparavano ad una generale sollevazione, 
iì Fanti disponeva che Garibaldi si recasse alla 
frontiera, per far fronte ad ogni attacco del ne- 
mico, batterlo ed inseguirlo oltre il confinej oc- 
cupando le Marche. 

Giunto il generale a Rimini vi stabiliva la 
sede del comando, volle fosse data esecuzione 
ad un suo disegno che avrebbe giovato all'oc- 
cupazione delle Marche; quello cioè di armare 
alcune delle navi mercantili che si trovavano 
in quel porto-canale. 

Furono scelte pel momento le due migliori, 
lo Scooner < Arimino > e « la Fenice > di 
proprietà del patriota Agostino Pericoli; del 
primo il generale diede il comando ad Andrea 
Rossi di Oneglia, del secondo ne fu nominato 
comandante Augusto Elia entrambi col grado 
di sotto -tenenti di Vascello deir Italia cenlTtile. 
Essi si misero all'opera senza ritardo per annare 
ed equipaggiare il naviglio facendo tesoro dei 
consigli che ad essi dava il loro amico colonnello 
Bixio. L'Eli:* intanto per ordine del generale e 
con Vintesa dei patrioti di Pergola, G. B. Jonni, 



- 292 - 

<jinevri, Bertiboni e Bertuccioli per la via di 
S. Marino aveva fatto pervenire nel!' Urbinate 
buon numero di fucili affine di promuovere un 
movimento insurrezionale che provocasse Tin- 
iiervento di Garibaldi. 

Tutto era pronto e non si attendeva che 
rordine di marciare. 

Ma sorto dissidio fra i reggitori provvisori 
4ei quattro nuovi Stati di Toscana, Romagna, 
Jklodena e Parma l'ordine ritardava. Il Ricasoli 
ed il Cipriani, temendo di complicare le cose 
nostre, decidevano di sconfessare le istruzioni 
date dal generale Fanti a Garibaldi; ma questi 
alla loro intimazione, sorretto dal patriottico 
ardire del Farini, rispondeva fieramente col 
noto telegramma — « Non ricevo ordini che 
<iai governi riuniti ». 

Al dissidio fra il Ricasoli e il Fanti essendo 
-seguito anche quello fra il Fanti e Garibaldi; 
il Re Vittorio Emanuele chiamava presso di sé 
Garibaldi. 

All'invito del Re, Garibaldi si recò subito a 
Torino e con lui jsi trattenne a lungo colloquio. 
— Che cosa il Re abbia raccomandato a Gari- 
baldi non si seppe, ma si potè ben immaginare 
che erasi elaborato questo piano: 



- 293 — 

Se attaccato dai mercenari del Papa Grari- 
baldi avrebbe dovuto sgominarli, inseguirli ed 
-occupare le Marche; se le Marche fossero ìn- 
► sorte, correre in loro soccorso. Tolto di mezzo 
il Fanti generale deiresercito regio, cessava la 
compromessa del Piemonte; Garibaldi rappre- 
sentava la rivoluzione, e nulla si compromet- 
teva da parte del governo, se lui fosso accorso 
in aiuto degli insorti. Infatti Garibaldi lavoniva 
allo scopo di incitare le Marche alla sommossa, 
ma queste sventuratamente non davano segno di 
prepararsi ad un serio movimento insurrezionale 
— e non potevano neppur tentarlo; basti con* 
.siderare che le Marche erano occupate da im- 
ponenti forze mercenarie al soldo del Papa, e 
-che i migliori patrioti erano stati obbligati ad 
-esiliare; come dovette fare il conte Michele Fa- 
zioli, gonfaloniere di Ancona, che si salvò mira- 
colosamente colla fuga da condanna di morte 
per avere eccitato un tentativo di sommossa. 

Il Farini era d'accordo col Fanti, e, come 
Garibaldi, credeva alla rivoluzione nelle Marche 
ma voleva la mossa rivoluzionaria. Il Ciprianì, 
reputato fautore di un movimento politico nel- 
ritalia Centrale inteso a favorire il Principe 



- »4 - 

Napoleone, chiamato davanti all'assemblea delle* 
Romagne a dare ragione dei fatti che gli si ad-^ 
debitavano, si dimise; cosi che L, C. Farini fu 
chiamato al governo anche dì Bologna, Raven- 
na e Forlì, formando lo Stato unico ddle promn^ 
eh dell'Emilia; la lega dell'Italia Centrale veni- 
va cosi ricomposta in due Stati: Emilia e To- 
scana. 

Garibaldi intanto persuaso da agenti e da 
amici che la rivoluzione era imminente, aveva 
fatto i preparativi per l'occupazione; e mentre 
al governo della Lega risultava che Tinsun'e- 
zìone era assolutamente priva di base, e soia- 
fissa nella mente di pochissimi esaltati, Gari* 
baldi mandava un telegramma al governo an^ 
nunziante che la rivoluzione era scoppiata, e 
che egli stimava suo dovere di accorrere senza 
altro, come aveva preso impegno, in favore dì 
quei patrioti. 

L'animo del Farini, amante delle audaci ri- 
soluzioni e devoto a Garibaldi, avrebbe deside- 
rato che l'asserzione della scoppiata rivoluzione 
fosse vera; ma le informazioni che aveva auten- 
tiche la smentivano assolutamente; ed obbligato- 
a. ricordarsi che egli era il dittatore delFEmilia,. 



— 295 -^ 

e che era suo dovere di agire d'accordo col 
Rica soli dittatore in Toscana, che ben sapeva 
che le Marche non erano nella possibilità d'In- 
sorgere, dava ordine al generale Fanti di richia- 
mare Garibaldi al dovere, invitandolo i% recarsi 
a Bologna. 

Garibaldi ubbidì alla chiama t;t; gli sì fece 
presente quali pericoli sarebbero derivati alla 
patria se egli si fosse spinto nelle Marche che 
non davano segno di sommossa e si corcò di 
strappargli la promessa che .sul momento avreb- 
be rinunziato airimpresa. 

Garibaldi nulla volle promettere, perchè a- 
veva la certezza che le popolazioni marchigiane 
qualche cosa avrebbero fatto per giustificare il 
suo intervento. 

Allora si fece di nuovo ricorso al Ke Vitto- 
rio Emanuele, ed il 14 novembre Garibaldi era 
di nuovo chiamato a Torino. 

Il 17 mattino il generale sì abboccava col 
Re, e la sera stessa i giornali davano la notizia 
che Garibaldi aveva rassegnato le fcjue dimis- 
sioni. Infatti due giorni dopo egli ne dava Fan- 
nunzio agli italiani col suo celebro manifesto 
da Genova, portante la data del 19 novembre 
1859. 

20 



- 296 — 

Eccolo : 

« Agli Italiani: 

* Trovando, con arti subdole e continue, vin- 
colata quella libertà d'azione che è inerente al 
mio grado nell'Armata dell'Italia Centrale, onde 
io usiU sempre a conseguire lo scopo, cui mira 
ogni buon italiano, mi allontano per ora dal 
militiire servizio. Il giorno in cui Vittorio Ema- 
nuele chiami un'altra volta i suoi guerrieri alla 
pugna per la redenzione della Patria, io ritro- 
verò un'arma qualunque ed un posto avanti ai 
miei prodi commilitoni. 

« La miserabile volpina politica, che turba 
il maestoso andamento delle cose italiane, deve 
persuaderci più che mai, che noi dobbiamo ser- 
rarci intorno al prode e leale soldato dell'Indi- 
pendenza Nazionale, incapace di retrocedere dal 
sublime e generoso suo proposito; e più che 
mai preparare oro e ferro per accogliere chiun- 
que tenti tuffarci nelle antiche sciagure. 

G. Garibaldi > 

Dopo ciò il generale volle annunciare al Re 
la sua determinazione con questo affettuoso e 
riverente biglietto: 



V 



X -. ... » : ■ ■ -■ 

28 novembre 1859, 
Sire, 

« Secondo il desiderio della Maestà Vostra.^ 
io partirò il 23 da Genova per Caprera, e sarò 
fortunato quando voglia valersi del mio debole 
servizio. 

« La dimissione mia, chiesta al Governo 
della Toscana ed al generale Fantij non è otte- 
nuta ancora. Prego Vostra Maestà si de^aì or- 
dinare venga ammessa. 

« Con affettuoso rispetto di Vostra Maestà 

^ Devmo 
« O, GarìhaMl 

Ed il prode, insieme ai suoi vecchi amici 
che vollero dimettersi con luij Schiaffino, Bafiso, 
Froscianti, Elia, Gusmaroli, StagnetLi, Rossi ed 
il figlio del generale Menotti si ritirarono a Cht 
prera e colà vissero in famìglia^ amandosi come 
fratelli e passando le giornate a fare lavori di 
muratura per condurre a termine lu casa di 
Garibaldi, a disodare quella parte dì terra del- 
l'isola che si prestava alla coltivazione, a cac- 
ciare e pescare per provvedere al loro nutri- 
mento. 



^ à98 - 

TEL. Tl.f lUr, ■ Il ■■■■ ■ !■ 

Garibaldi era da poco a Caprera quando ri- 
cevette una lettera dal colonnello Turr con la 
quale gli proponeva in nome del Ministro Rat- 
tazzi di organizzare la mobilizzazione della guar- 
dia nazionale, includendovi i volontari. 

Garibaldi rispondeva al Turr dando la sua 
piena adesione, e il Turr si recava da S. M. il 
Re con la lettera ricevuta, e dopo di avere 
conferito col Ministro Rattazzi scriveva al ge- 
nerale di recarsi a Torino. 

Garibaldi non indugiò e arrivato a Torino 
prendeva alloggio all'Hotel Trombetta. 

Il V di gennaio i patrioti di Torino Sineo, 
Bottero, Brofferio, Leardi, Turr ed altri, vollero 
dare un banchetto al generale e mentre questi 
siedeva a mensa cogli amici, una immensa folla 
lo acclama dalla piazza. 

Garibaldi dovette affacciarsi e parlare al po- 
polo: disse essere pieno di sperf^nze nell'avve- 
nire della patria; avere fiducia intera nel Re 
galantuomo e molto confidare nel forte carattere 
del popolo subalpino; concludendo che egli non 
avrebbe deposta la spada finché l'Italia non 
fosse interamente unita e libera. 

Ma la dimostrazione del 2 gennaio organiz- 



- am - 

zata dagli studenti universitari fu anche più 
imponente. Garibaldi fu costretto a parlare dal 
balcone dell'Albergo: disse di andare superbo 
di quella dimostrazione che lo assicurava dello 
amore della gioventù perTItalìa, pronta a libe- 
rarla dal fango nel quale le potenze straniere 
volevano cacciarla; concludendo cosi; « Ho chie- 
sto un milione di fucili — ed oggi vi dico che 
bisogna formare la Nazione armata per essere 
padroni dei destini della patria nostra ». 

Questo discorso elettrizzò la gioventù ma 
ebbe un grave contracolpoj poiché il giorno ap- 
presso tutto il corpo diplomatico protestava 
presso S. M. il Re contro le parole pronunziate 
da Garibaldi; e il Ministro fu obbligato a dare 
le dimissioni, e il generale Gaiu baldi fece pub- 
blicare dalla Gazzetta del Popolo la seguente 
sua lettera: 

Agli Italiani, 

« Chiamato da alcuni miei amici ad assu- 
mere la parte di conciliatore fra le frazioni del 
partito liberale italiano^ fui invitato ad accet- 
tare la presidenza d'una società che si sarebbe 
chiamata « La Nazione Armata y>. 



- 300 — 

€ Credetti potere essere utile; mi piacque 
la grandezza del concetlo ed accettai. 

« Ma siccome la Nazione Italiana armata 
è tal fatto che spaventa quanto c'è di sleale e 
prepotente tanto dentro che fuori d'Italia, la 
folla dei moderni gesuiti si è spaventata ed ha 
giidato; Anatema! 

4c U governo del Re galantuomo fu impor- 
tunato dagli allarmisti, e per non compromet- 
terlo mi sono deciso di desistere dall'onorevole 
e grande proposito. 

« Di unanime accordo con tutti i soci — di- 
chiaro dunque sciolta la società della Nazione 
armata — ed invito ogni italiano che ami la 
patria a concorrere alla sottoscrizione per Tae^ 
quisto di un milione di fucili. 

< Se con un milione di fucili l'Italia in cospetto 
dello straniero non fosse capace di armare un 
milione di soldati^ bisognerebbe disperare délVumar 
nità ! 

« L'Italia si armi e sarà libera »! 

Torino 4 gennaio 1860. 

G. Garibaldi 

Il Conte Benso di Cavour veniva incaricato 
di formare il nuovo Ministero. 



— Mi — 

Il 17 gennaio 1860 il colonnello Turr rice- 
veva dal generale Garibaldi la lettera seguente: 

Fino 17 del 1860. 
Mio caro colonnello Turr 
« Vogliate avere la compiacenza di chiedere 
a S. M. se è deciso di cedere Nizza alla Fran- 
cia. Questa domanda mi viene fatta molto cal- 
damente dai miei concittadini. 

« Rispondetemi subito per telegrafo. Si! o no! 

G. Garibaldi > 

Il colonnello Turr ossequiente al desiderio 
del generale si recava da S. M. e gli conse- 
gnava la stessa sua lettera: ed Egli dopo averla 
letta disse al Turr: — umh, bum, /^ o no — è 
un po' spiccio, umh! Ebbene sì — ma non te- 
legrafategli — Andate a trovare Gailbaldi e di- 
tegli: — « Pare il destino domandi da noi due 
il più grande sacrificio che uomo possa fare, E 
se a lui rode il cuore per la sua Nizza deve 
immaginare il dolore mio per la Savoia, culla 
della mia famiglia! Ma per fare rittilia noi due 
dobbiamo fare questo grande sacrificio, 

« Andate a fare questa mia commissione a 
Garibaldi e ditegli che conto su di lui, come 
egli può contare su di me per il bene d'It^ilia >, 



] 



— 302 - 

II colonnello Turr portò la parola del Re a 
Garibaldi che si trovava a Fino o che subito 
si ritirava a Caprera. 

Ma non doveva tratfcenervisi a lungo e venne 
il momento in cui Garibaldi dovette decidersi 
di passare sul Continente, e s'imbarcò coi buoi 
fidi compagni. 

Arrivato a Genova dopo breve sost^t in casa 
del suo amico Coltelletti, il generale si recava 
ad alloggiare a Quarto nella Villa Spinola presso 
il suo vecchio amico e compagno del 1849, Au- 
gusto Vecchi. 

Gli altri prendevano stanza nella locanda 
di Raschiani al porto. 



Fine del Primo Volume 



— 303 — 



ERRATA-CORRIGE 



Pagina 


Riga 


Errata 


QjrTÌj^e 


16 


3'-4' 


Porto nuovo 


Porta nuova 


45 


14- 


soli 


30^0 


50 


17* 


su 


in 


56 


20* 


Montebellune 


Montebelluno 


59 


20* 


tiraglieri 


tiragtiori 


64 


1* 


Fusinato-di Echio 


Fusinato dì Schio 


» 


13* 


Ungaresi 


Unfjkere&i 


65 


22* ■ 


Albini 


Albani 


66 


11* 


comandate 


comandati 


72 


« 


Corinzia 


Carinola 


77 


17- 


comune 


cannone 


78 


12* 


faccia 


facciano 


109 


9- 


Baifava 


Boitaca 


HO 


Il- 


dallo 


dello 


117 


io* 


Nogent 


Nuffent 


119 


23* 


Nogent 


Nagent 


122 


16* 


diede 


diedero 


123 


10^ 


Nogent 


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» 


22'* 


Leshka 


Lenhke 


130 


2^ 


doi 


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» 


25* 


leggiero 


leggiera 


131 


26^ 


coma 


come 


192 


5- 


Sorteano 


Sarteano 


» 


IO** 


due volte ripetuto 


gli 


198 


24* 


Gallina 


Gatliera 


206 


13* 


Si Pala zia 


S, Palaiia 


231 


1* 


8, 


e> 


243 


1- 


dell'allarme 


dalV allarme 



— 305 - 



INDICE 



Prefazione Pag. y 

Capitolo I. — Garibaldi in America .... » 1 

» II. — 1847-48 Insarrezione della Sicilia 
Messina-Palermo-Catanìa-Ca- 
labrìe « 12 

» in. — Garibaldi s'imbarca coi suoi le- 

gionari per ritalia .... 3 29 

M IV. — Venezia si erige a repubblìtra, Mi- 

lano e le cinque giornate , . > 34 

» V. — Carlo Alberto bandisce la guerra 

all'Austria t^ 36 

» VI. — Garibaldi a Milano prende il co- 

mando dei Volontari ... >- 42 

» VII. — Venezia, Treviso, Vicenza^ Culla- 
tone e Montanara, Gmio, Pe- 
schiera, Rivoli - Sfoitunata 
giornata di Custoza - Armi- 
stizio Salasco ...... a 44 

» Vni. — Sollevazione di Bologna ... * 84 

» IX. — Garibaldi continua la lotta con- 
tro l'Austria i> 83 

n X. — Roma - Proclamazione della Re- 
pubblica V 101 



— 30G - 

Capitolo XL — Le dieci giornate di Brescia - di- 
sastrosa giornata di Novara « Fàg. 107 

n XH. — Eroica difesa dì Roma .... )> 12S^ 

y Xin, — Spedizione contro 1' Esercito Bor- 
bonico - Velletri. . . , . jj 147 

it XIV . — Bipresa delle ostilità dei Fran- 
casi contro Roma . , , . » lea 

jj XY. — Garibaldi esce da Roma coi suoi 
legionari San Marino - Moile 
di Anita - Cesenatico ... * 187 

* XVL — Assedio dì Ancona e sua eroica 

difesa )> I9fr 

*i XVIT. — Dal 2i marzo 1S49 al 1S59 - Il 

Piemonte * 20ft 

fl XVin. — 18 59 - La guerra d'indii^endenza m 21& 
Errata-corrige , . . jo 30S 



o-^4^c^« 



L. 2 



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