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Full text of "Ricordi di un veterano: dal 1847-48 al 1900"

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A, ELIA 



RICORDI DI 



UN VETERANO 



dal 1847-48 al 1900 



2" EDIZIONE 

RIVEDUTA E CORHETTA 



ROMA 

TIPO-LITOGRAFIA DEL OBKIO CIVILE 

1906 



V 



r, i!::.ron cay 

FilSOr"' T fO COLLECTinN 

t.jCLlùr.EFUND 

1L31 



Vi 



Mio oabo Elia, 

/ fatti esposti mi vostro manoscritto sono esatti 
per ciò che riguarda quanto io ne conosco. 
Un caro saluto alla famiglia dal 

Sempre vostro 

G. Gasibaldi. 
Caprera, 18-3- 76. 



PREFAZIONE 

Ai miei vecchi compagni d'armi! 
Ai giovani d' oggi ! 



Mai, come in questo momento che scrivo, e che ho 
davanti a me sul tavolo, raccolte le bozze dei miei « Ricordi n, 
ho sentita tutta la religione delle memorie, e il conforto della 
modesta opera prestata per la redenzione della patria. 

In queste pagine povere e disadorne, si seguono, in folla, 
uomini ed episodi, confusi nella nebbia del tempo e delle vi- 
cende; vivi però nel cuore di quanti parteciparono alle epiche 
lotte della italica rivendicazione. 

Come da un prisma vividi e smaglianti si sprigionano i 
colori, cosi dalle memorie netti e purissimi risorgono gli uo- 
mini che furono — le battaglie combattute — le lotte fieris- 



TI 

sime sostenute — gli ideali mai piegati e mai domi — le 
turbinose vicende che tempo ed uomini non poterono infran- , 
gere o tramutare. 

E benché io sappia che un pensiero scettico domina e 
vince gli uomini dell' oggi — pure non reputo inutile il pub- 
blicare questi « Ricordi » — documento autentico d'una epoca 
fortunosa e grande — fiore modesto che depongo sulle fosse 
dimenticate e sui marmi onorati — lauro votivo a quanti 
alla patria dettero la giovinezza, il sangue, gli entusiamì, 
la vita. 

E voi, scettici beffardi, che irridete le gloriose memorie 
delle nostre battaglie — voi che dovete 1* attuale libertà alla 
fede da noi sentita e alle lotte da noi sostenute — voi che 
cercate educare la odierna gioventù alla negazione di quel 
sentimento patriottico che fu il culto dell'epoca nostra — voi 
che tentate distruggere, col freddo sofisma o col gelido e im- 
meritato disprezzo, le pagine più belle e più grandiosamente 
gentili della storia del popolo nostro — voi, scettici per op- 
portunismo, leggete questi modesti « Ricordi », ove palpita, 
fireme e grida dolente l'anima mia — ^ un'anima dì soldato 
che ebbe ed ha un solo ideale: la patria! e vorrebbe che, 
come una volta s' effuse sangue generoso, si prodigassero 
oggi, con uniti di propositi, intelletto, operosità e cuore per 
completarla e renderla grande, prospera e temuta. 



TU 

Leggete, e se non troverete h bellezza della fornu e 
della frase letteraria studiatamente convenzionale, voi vedrete 
invece man mano riapparire e palpitare uomini che furono 
e sono gloria e vanto dell'Italia nostra, e dopo questi, altri 
ed altri ancora, che il facile oblio trascinò troppo presto fra 
la folla dei dimenticati. 

Ed allora — son certo — se il vostro cuore non sarà 
precocemente pervertito dall' opportunismo moderno — che 
anche voi, resi men scettici dalla lettura di queste pagine, 
vi riconcilierete col passato glorioso che è eredità di quanti 
hanno animo degno — e comprenderete che il patriottismo 
non è una forma arcadica morta, ma vive e vivrà nel pen- 
siero e nel cuore del popolo che ruppe i suoi ceppi fino a 
quando non si spenga il culto gentile e riconoscente per i 
fattori della nostra indipendenza. 



X 



Ed ai giovani, a voi miei vecchi commilitoni - io de- 
dico questo mio libro : — ai giovani, anche in nome vo- 
stro, voglio ricordare tutta quell' epoca che parrà leggenda, 
^quando il tempo renderà la tarda, ma dovuta giustizia $gli 
«omini ed agli eventi storici. 

Ai giovani, che hanno V anima piena di speranze e d' a- 



more, e sentono che la vita sarebbe sterile senza la luce 
d' un ideale, io mando il mio saluto augurale. 



»•» 



Su, su, giovani d'Italia! — Come voi, rosei e frementi 
pei loro vent' anni, eran coloro che dal 48 al 70 combat- 
terono per redimere l'Italia — eran come voi animosi e ga- 
gliardi gli studenti che a Curtatone e Montanara, come a 
Roma, tennero alto, negli albori del nostro risorgimento, il 
genio e il valore italiano ; — come voi erano entusiasti e 
nobilmente ribelli i Mille compagni di Garibaldi, che sal- 
pando da Quarto compirono il più grande fatto storico del- 
l' epoca moderna ; — e giovani come vói erano i caduti sui 
campì di battaglia per la causa santissima da Custoza a Mi- 
lazzo — da S. Martino a Calatafimi — da Pasirengo a Bez- 
zecca — dal Volturno a Castelfidardo, a Mentana, Le zolle 
d' Italia ricoprono ovunque le ossa di quella balda, generosa 
e fiera gioventù, che, tutto abbandonando, affrontava la morte 
al grido di « Viva l'Italia!... » 

Su, su, giovani! sulle mura d' ogni vostro paese, nei 
marmi votivi, sono scolpiti i nomi dei vostri cari — e quei 
nomi sono tracciati col sangue dei morti, quei marmi sono 
solcali dalle lacrime dei superstiti che han virtù di memo- 



II 

ria — sangue e lacrime che valsero a darvi una patria li- 
bera e indipendente! 

Innanzi a tali ricordi l'irrisione diventa bestemmia! — 
Giovani d' Italia venite con me a salutare i soldati del pa- 
trio risorgimento ! 

A. Elia. 



CAPITOLO I. 

Garibaldi in America. 



Nnto in Ancona il 4 settembre del 1829 e figlio di 
marina l'o, Elia volle fin dìilla tenera età. di nove 
anni intraprendere easo pure,, come il padre suo, la car- 
riera del mare, incomiuciando ad esercitarla da mozzo, 
percorrendola tutta, fino a diventare capitano di lungo 
corso. 

Xei suoi viaggi più volte gli era occorso di entrare 
in relazione con patrioti italiani ; nei loro discorsi 
aleggiava la fulgida figura- di Giuseppe Garibaldi. Si 
sentivano entusiasmati per quest'Eroe, il cui nome 
finceva palpitare i loro cuori giovanili aperti già ai 
grandi ideali di liberti? e di indipendenza ; si seu- 
tivano entusiasmati dal racconto delle eroiche azioni 
da liii compiute nell'America del Sud, ne apprendevano 
i particolari eon avidità, e ne facevano prezioso tesoro. 
Era tutta un' epopea che vedevano svolgersi intorno 
all'eroe, e loro sembravano omeriche gesta guello com- 
piute iu difesa della piccola repubblica dell'Uruguay 
invasa dalle truppe del terribile Rosas, e fra le altre 
la campagna del Paranà combattuta da Garibiddi con 
tre piccoli legni — mnle annnti — contro tutta la flotta 



2 

Argentina comandata dall'Ammiraglio Brown, e parti- 
colarmente il combalitimento di Nuova Cava, decantato 
quale uno dei più brillanti fatti navali. 

La gloriosa giornata di Sant'Antonio al Salto fu poi 
quella che illustrò il nome italiano e rese celebre quello 
di Garibaldi; vero combattimento da leoni che il gene- 
rale compendiò nel seguente Ordine del giorno. 

Salto 10 febbraio 1846. 
Fratelli. 

« Avanti ieri ebbe luogo nei Campi di Santo An- 
tonio, a una lega e mezzo da questa citti'i, il più ter- 
ribile ed il più glorioso combattimento. Le quattro com- 
pagnie delta nostra legione, e circa cinquanta uomini 
dì cavalleria rifugiatisi sotto la nostra protezione, non 
solo si sono sostenuti contro mille e duecento uomini 
di Servando Gomez, ma hanno sbaragliato interamente 
la fanteria nemica che li jissaltó in numero assai supe. 
riore. Il fuoco cominciò a mezzogiorno e durò fino a 
mezzanotte; non valsero al nemico le ripetute cariche 
delle sue masse di cavalleria, né gli attacchi dei suoi 
fucilieri a piedi; senz'altro riparo che una casupola in 
rovina coperta di paglia, i legionari hanno respinto ì 
ripetuti assalti del più ìiccanito dei nemici ; io e tutti 
gli ufficiali abbiamo tatto da soldati in quel giorno. 
Anzani, che era rimasto al Salto, ed a cui il nemico 
aveva intimato la resa della piazza, rispose colla miccia 
alle miani e il pie sulla Santa Barbara della batteria, 
quantunque lo avessero assicurato che noi tutti eravamo 
caduti morti o prigiomeri. 

« Abbiamo avuto trentasette morti e cinquantatre 
feriti. Io non darei il mio nome di ìegioìiario italiano per 
tutto il globo in oro >. Il vostro 

G. Garibaldi. 



3 

Il governo di MonteTÌdeo ad onorare le prodezze 
dei legionari italiani guidati dal generale Garibaldi ema^ 



nava il seguente 



DECRETO 



« Desiderando il Governo dimostrare la gratitudine 
della patria ai prodi, che combatterono con tanto eroismo 
nei campi di Sant'Antonio il giorno 8 del corrente ; con- 
sultato il Consiglio di Stato, decreta: 

Art. 1. Il Generale Garibaldi e tutti coloro, che lo 
accompagnarono in quella gloriosa giornata, sono be- 
nemeriti delia Repubblica. 

Art. 2. Nella bandiera della Legione Italiana sa- 
ranno is(!ritte a lettere d'oro, sulla parte superiore del 
Vesuvio, queste parole. « Gesta dell'S febbraio del 1846, 
operate dalla Legione Italiana agli ordini di Garibaldi >■. 

Art. 3. I nomi di quelli che combatterono in quel 
giorno, dopo la separazione della cavalleria, saranno 
iscritti in un quadro, il quale si collocherà nella sala 
del governo, rimpetto allo Stemma Nazionale, incomin- 
ciando la lista col nome di quelli che morirono. 

Art. 4. Le famiglie dì questi, che abbiano diritto ad 
una pensione, la godranno doppia. 

Art. 5. Si decreta a coloro che sì trovarono in quel 
fatto, uno scudo che porteranno nel braccio sinistro con 
questa iscrizione circondata dì alloro: « Invincibili com- 
batterono r 8 febbraio 1846 ». 

Art. 6. Fino a tanto che un altro corpo dell'Eser- 
cito non s'illustri con un fatto d'arme simile a questo, 
la Legione Italiana sarà in ogni parata alla diritta della 
nostra fanteria. 

Art. 7. Il presente decreto si consegnerà in copia 
autentica alla Legione Italiana e si ripeterà nell'ordine 
generale in tutti gli anniversari di questo combattimento. 

Art. 8. 11 Ministro della Guerra resta incaricato 
della esecuzione e della, parte regolamentare di questo 



4 

decreto, che sarà presentato alla Assemblea dei Nota- 
bili: si pubblicherà e inserirà, nel R. U. 

< Suarez-Jose de Bela - Santiago - Vasquez Fran- 



cisco -J. Mugnoz 



« 
* * 



Garibaldi restò ancora alcuni mesi al Salto di 
Sant'Antonio, continuando a battagliare colla flottiglia e 
colla legione, Ano a che il Groverno stesso lo chiamò a 
Montevideo. Sul cominciare di settembre il Generale 
Pacheco, che aveva immensa affezione e stima di Ga- 
ribaldi, gli ofTri il comando della piazza. 

Per ubbidienza Garibaldi accettò l'arduo incarico: 
ma ben presto grandi e piccole gelosie, pregiudizi locali, 
permalosità spagnole, scoppiarono contro di lui, onde 
egli, per il meglio, credette deporre l'incarico. 



* * 



Saputasi a Montevideo la notizia dell'assunzione al 
trono pontificale di Pio IX e delle sue idee riformatrici, 
nonché delle apparenti sue intenzioni di promuovere 
guerra contro l'Austria, a Garibaldi ed ai suoi legionari 
sembrò giunta l'ora di combattere per la redenzione 
della loro terra natale ; e senza indugio, in nome suo e 
dei suol compagni d'arme, egli scrisse al nunzio papale 
a Montevideo, offrendo ì suoi servigi nella guerra contro 
lo straniero. 

Contemporaneamente scriveva, al suo amico Paolo 
Antonini di Genova, concludendo cosi : 

« Io con gli amici penso venire in Italia ad offrire 
i deboli servigi nostri, o al Pontefice, o al Granduca di 
Toscana. Indi avrò il bene di abbracciarvi. Qui si aspet- 
tano notizie d'Europa. Amate il vostro » 

6. Garibaldi 
Montevideo 27 dicembre 1847. 



CAPITOLO II 

1847-48 Insurrezione della Sicilia 
Messina-Palermo-Catania-Calabrle. 

Come la più oppressa tra le regioni italiane, la Si- 
cilia fu la prima a tentare di scuotere il giogo che le 
gravava sul collo, appena si ebbe sentore delle idee li- 
berali di Pio IX. 

Primissima la città di Messina, il 1" settembre del 
1847. Molti parteciparono alla congiura; pochi, per fatali 
equivoci, presero parte all'azione. Gli ufficiali borbonici 
che dovevano essere colti all' improvviso all'Hotel Vit- 
toria, dove erano uniti per festeggiare una promozione, 
non si sa come, vennero prevenuti; corrono alle caserme 
e alla cittadella e ne escono alla testa di forti batta- 
glioni. Gli insorti non s'intimidiscono; affrontano le truppe,, 
ma il numero la vince sul valore e l'insurrezione è do- 
mata. Il generale Landi pubblica un bando contro i prin- 
cipali cospiratori, promettendo lauti premi a chi li con- 
segni. 

Tutta la città conosceva i capi dell'insurrezione, ma 
non vi fu alcuno che li denunziasse ; e fu meraviglioso 
che taluni dei perseguitati trovarono rifugio in casa di 
gente poverissima, per la quale il premio promesso dal' 
Lanza sarebbe stata una vera ricchezza. Tutti i com- 
promessi trovarono modo d'imbarcarsi : ma nei Messinesi, 
si accrebbe l'odio contro le truppe del Governo oppres- 
sore, onde presto doveva sorgere il giorno della rivincita. 
per la patriottica cittt'i. 

* * 

A dare la nuova iniziativa spettava alla capitale' 
della Sicilia, all'eroica Psilermo, e questa non tardò a 



mettersi all'opera con uno slancio veramente straordi- 
nario. 

Maggiore eroierao di popolo non si sarebbe potuto 
imraag'inare. Certo fu esempio unico nella storia, 

Questa fu la sfida poderosa, quitsi pazza, In cartello 
a giorno determinato, che i palermitani, stanchi di do- 
mandare lenimento alle profonde piaghe comuni, laneia- 
rono alle autorità del tirannico governo borbonico. 

Il 22 gennaio 1848, giorno natalizio di Ferdinando II 
Re delle due Sicilie, era fissato per la rivoluzione. 



L'ansia dei giorni, che di poco precedettero quello 
stabilito per la insurrezione, fu grande, 

Spuntava l'alba del "22. Forti pattuglie di cavalleria 
in assetto di guerra percorrevano le vie della città ed i 
sobborghi. Buon nerbo di fanteria e di birri stava schie- 
rato in piazza VigUena. Le truppe erano consegnate nei 
quartieri, al palazzo Reale, al Castello. 

Era appena giorno, e le vie brulicavano di gente 
inerme di ogni cbisae come nei di festivi. Le finestre 
ed 1 balconi delle case zeppi d'uomini, di donne, di fan- 
ciulli, tutti aspettanti qualche cosa di straoi'dinario che 
ignoravano, ma che presentivano dovesse accadere. Fi- 
nalmente alla Madonna del Cassero si presenta un uomo 
armato di fucile: visto di essere il solo armalo, grida 
al tradimento, e fa fuoco in aria. Al colpo si risponde 
con applausi dalle finestre, dalle vie; ed ecco altri cit- 
tadini armati, salutati al loro arrivo da frenetici applausi. 
Alla piazza della Fieravecchia una ventina dì persone, 
alcune armate dì fucile, altre d'arma bianca, con nastro 
tricolore sul petto, stanno aspettando che si venga a far 
massa; fu un'ora tremenda di aspettativa e di dubbio; 
jna valorosi e valorosi sopraggi ungono; si forma una 
colonna, questa sì muove per altre strade, e fa nuove 
reclute. Passa per l'Albergaria e s^ingrossa d'armati, 



pronti ft dare la vita combattendo per la libertà. La 
truppii e i birri di piazza Vigliena, noo molestati e non 
molestanti, sì ritirano verso il palazzo Reale, ed il po- 
polo li aeclama. 

Un corpo di circa cinquanta soldati a cavallo con 
alla testa il iìglio del generale Vial entrava nella strada 
nuova per sciogliere l'attnippamento; il popologridava 
Viva la truppa I ; ma i soldati all'ordine dell'ufficiale che 
li comandava mìsero mano alle sciabole ; dal popolo 
allora partirono alcuni colpi, di fucile, e questi bas-ta- 
rono per mettere in fuga l'ufficiale ed i cavalieri. Il dardo 
ormai era tratto, e la nvoLuzione prese animo e si fé 
gigante per l'inasprimento della popolazione svegliata 
dal rombo delle artiglierie. Si festeggiava il natalizio del 
re con la strage, che palle e miu-aglìa facevano sul po- 
polo; e da parte del popolo coi riiitoccbi d(.41e campane 
a stormo, C'hi:iiuanlì alla rivolta, e con le soli loppe tta ce. 

11 giorno 13 le squadre cittadine ereaciute di nu- 
mero e di coraggio assalivano da più 7>ani il palazzo 
delle Finanze difeso da forte presidio di soldati ; la lotta 
fu ostinata e non ce&sù che a sei'a. 

Durante il lungo combattimento fu dal Castello un 
continuo lanciare di bombe, che danneggiavano le cas^, 
i conventi, le chiese: si sperava che il terrore avrei ibe 
consigliata la sottomissione, ma l'e£Feti,o fu totalmente 
contrario. Pacifici cittadini, anche i più timidi, vistisi 
minacciati negli averi e nella vita, scelsero di morire 
con le armi in pugno in difesa del patrio focolare e si 
un rono al popolo. 

Per provvedere ai più urgenti bisogni sì riunirono 
molti dei più notabili cittadini nel palazzo municipale 
e si formarono comitati diversi in appoggio del comi- 
tato della Fieravecchia, centro delle disposizioni di guerra. 

I combattimenti continuavano da. parte dei citta- 
dini ; non ostante la difesa delle truppe, ed il bom- 
bardamento che portava ovunque distruzione ed incendi, 
tra i quali quello del monte di S. Rosalia, distruggendo 



8 
ì cenci della parte più misera del popolo ; da questi fatti 
gl'insorti inferociti, con furioso combatEimento s'impos- 
sessavano del quartiere militare di S. Cita, ed altra san- 
guinosa vittoria riportavano occupando il podere del 
principe dì Villafranca di fronte a porta Mhcqueda. 

Nel giorno 24 i cittadini assalivano furiosamente il 
Noviziato guardato da molta forza, e se ne rendevano 
padi-oni. Le truppe erano scosse: alcuni mìliti eransi 
affratellati al popolo, accolti con amorevolezza ; il pa- 
lazzo Reale nel giorno 26 cadeva in mano degl'insorti 
e nelle ore pomeridiane questi prendevano possesso 
anche del palazzo delle Finanze. 

I regi cacciati da tutte le loro posizioni si riunirono 
al Molo ; i generali De Maio e Vial s'imbarcarono per 
Napoli ; al comando delle truppe rim^e il Desauget. 

I cittadini si aspettavano un sanguinoso combatti- 
mento al molo, ma il Desauget scelse di ritirarsi co- 
steggiando la catena dei monti, che cingono da levante 
a settentrione Palermo. 

Non restava a! popolo che di espugnare il forte di 
Castellamare : e a questa impresa si accinse animoso. 

Furono piantate, mascherandole, le artiglierie ed i 
mortai conquistati, per battere il Castello dal lato della 
Cala. Il forte sotto il fanale del molo fu destinato a te- 
nere occupato il presidio del Castello stesso dal lato op- 
posto. Si preparava un feroce bombardamento e della 
battaglia dovevano essere spettatori un vascello di linea 
inglese ed altri piroscafi, nonché molte navi mercantili 
di diverse bandiere, che. abbandonato il molo, eransi. 
schierate in linea nella rada. E il fuoco incominciò da 
arabo le pani; per quasi tre ore tremarono le case 
della città al rimbombo delle grosse artiglierie e dei 
mortai. Ad un tratto il fuoco cessò su tutti i punti. Per 
mediazione del Comandante del Vascello inglese si trattò 
della resa. Nella notte il comandante del forte con tutta 
la guarnigione di circa mille soldati con armi e bagagli» 
s'imbarcava per Napoli. 



9 

Il .giorno 5 febbraio Palermo, libera, solennizzava 
nella Chiesa Madre la sua vittoria. 

Il comitato generale, ottenuta la meravigliosa vit- 
toria col concorso e il sacrifizio di tutta la cittadinanza, 
senti la hecessitc^ sino alla convocazione del Parlamento, 
di costituire un governo provvisorio, e con un proclama 
divise le incombenze governative, e nominò i cittadini 
che dovevano esercitarle. 

Presidente del comitato generale, Ruggero Settimo; 
segretario generale, Mariano Stabile. 



La città di Catania, non degenere figlia della Sicilia, 
appena ebbe novella della gloriosa rivoluzione della 
magoanima Palermo corse alle armi al grido di : Viva 
Palermo — Viva la Sicilia — Viva l' Italia. Il popolo 
espugnò valorosamente tutti i posti occupati dalle truppe, 
compreso il forte S. Agata. L' entusiasmo e la magna- 
nimità dei cittadini risparmiarono la vita ai miserabili 
mercenari, che ardirono tirare sulla città, e le grida 
della vittoria e del perdono fecero nascere forse in 
quelle genti il rimorso di essersi battute per la causa 
nefasta della tirannide. 

Alla voce di Palermo e di Catania tutti i paesi della 
Sicilia risposero, secondando il movimento rivoluzionario, 
armando numerose bande pronte a combattere per la 
difesa della patria. 

* 
* * 

Ed ora era la volta di Messina. 

Ecco quello che scrivevano i delegati del comitato 
-di Messina a Ruggero Settimo presidente del comitato 
generale di Palermo. 

« Sia gloria ai prodi che combattono per la Sicilia 
— per la libertà e per la patria italiana. 



10 

« Messina attende l' avviso da Palermo. Se deve 
perire, morrà; ma con le armi alla mano e con il voto 
dell' indipendenza nel cuore. 

€ Sappiate intanto che la guarnigione è forte di 
4030 soldati — 300 cannoni sono pronti a vomitare 
r esterminio sulla citoà. Ma Messina sprezza il pericolo 
— ne facciano fede la brillante pugna del 1° settembre 
e la imponente dimostrazione del 6 gennaio. Messina, 
quantunque si mostri disarmata, è col fatto in rivolu- 
zione — il suo aspetto è minaccioso, imponente ; però 
Messina come al tempo dei Vespri desidera gareggiare 
con Palermo solo nella virtù. Se per la causa comune 
vuoisi il sacrifìcio di lei, essa é pronta a patirlo e ar- 
dimentosa sì getterà nella voragine. Quantunque i prodi 
del settembre siano profughi, altri figli ella ha pronti 
al cimento ; sebbene disarmata, pugnerà con le mani. 
Se l'attua'e stato minaccioso della cittji, i fatti già con- 
sumati e la diversione dei 4000 soldati, bastano per aiuta 
alla causa comune, essa starà pronta e minacciosa; se 
altro vuoisi da lei, si dica. Messina è città « Siciliana 
ed Italiana ». Viva Palermo è il grido del popolo. Dite,, 
e sarà fatto il voler vostro. Indipendenza e libertà è il 
scio voto di Messina. 



Ma il contegno ardimentoso e provocante del popolo 
messinese non piaceva ai regi. Comandava in Messina 
il generale Nunziante, che un giorno, credendo d' inti- 
morire la popolazione, volle far mostra di tutte le truppe 
che aveva al suo comando, stendendole lungo la via Fer- 
dinando ; ma la folla erasi addensata tanto da impedire 
ogni movimento ai soldati. Al generale, che aveva voluto 
scendere in piazza, non restava che caricare la folla e 
rompere l' imponente assembramento per tenere alto il 
prestigio militare : invece, vista l'attitudine risoluta della 
cittadinanza, ordinava di rientrare nei quartieri, il che 
si fece fra gli urli e i fischi della popolazione. 



11 

Da quel m&mento noti ebbero più tregua le provo- 
cftzioni e le risse fra popolo e truppe borboniche; la 
flonimossa. divenne generale. Il bombardamento della 
città non faceva che Inasprire gli animi dei i:ittadini^ i 
quali, armatasi Con armi fornite dai bastimenti clie erano 
nel porto e con altre mandate da Palermo, ai decisero 
alla lotta ad oltranza. 

Il 22 febbraio i forti di Real Basso, Porta Saracena, 
Santa Chiara, i bastioni di Don Blasco, le barricate di 
Porto Franco e l'Arsenale, cadevano in mano delle forze 
cittadine. Aiutato dall'ardire eroico dei bravi cannonieri 
palerraitani, il valoroso popolo messinese si arventava 
furioso all'attacco. Non valse ad aiTestarlo il fuoco mi- 
cidiale del forte S. Salvatore e della Cittadella, traenti 
"bombe e mitraglia contro gli assalitori; tutti questi luoghi 
difesi dalle truppe borboniche dovettero cedere all' ir- 
ruenza del furore cittadino, mentre i nemici della patria, 
atterrili e sbaragliati, correvano a cercare rifugio nella 
Cittadella, unico punto ormai di loro salvezza. Da per 
tutto il popolo vittorioso inalberava la bandiera a tre 
colori. 

Il 24 aprile una fregata a vapore napoletana por- 
tava a Messina, incaricati di trattare l'armistizio, i com- 
missari Fiutino e Lo Presti, calabresi; il comitato Messi- 
nese incaricava per suoi rappresentanti i cittadmi Piraino, 
Kibottl, e Natoli, ai quali, prima di altre tr'attative, era 
dato il mandato dello sgombro "della Cittadella, 

Cosi la Sicilia, che aveva dichiarato decaduto il Re 
delle due Sicilie, era liberata da tutte le truppe bor- 
boniche. 



Le notizie delle Calabrie erano da per tutto favo- 
revoli al movimento ineurrezionale. 

A Cosenza, centro delle operazioni, nido di uomini 
generosi, suolo santificato più volte dal sangue di tanti 



■12 

martiri, rosseggiante tuttora per quello dei fratelli Ban- 
diera e degli eroici loro compagni, tutte le cure erano 
rivolte ad un unico scopo, la distruzione della tirannia. 
A Nicastro, come in altri punti della Calabria, si riu- 
nivano uomini armati per dai'e la caccia ai borbonici e 
per correre serrati a Reggio al grido di viva la libertà. 

Nelle Provincie di Gitanzaro, di Salerno, di Cam- 
pobasso, di Avellino, di Lecce, di Abbruzzo, si appre- 
stavano armi ed armati. Che più? Napoli insorgeva 
massacrando Svizzeri e spie borboniche. 

L'ora della libertà pareva suonata da un punto al- 
l'altro d'Italia ! Sventuratiimente quel risveglio non fu 
di lunga durata ; mancò un' unica direzione e la con- 
cordia. 



CAPITOLO m. 
Garibaldi s'imbarca coi suoi legionari per l'Italia. 

Si era nei primi mesi del 1848, ed ogni bastimento, 
che approdava alla Piata, portava dal vecchio conti- 
nente l'annunzio di avvenimenti importanti. 

Un nuovo pontefice benediceva l'Italia, perdonava ai 
ribelli, accoglieva i proscritti, e poneva sotto la tutela 
della croce la causa del popoli. 

Il 4 marzo, Carlo Alberto Re di Sardegna, persuaso 
che il Piemonte e l'Italia tutta erano anelanti alla li- 
bertà — con lealtà di Re e di patriota — elargiva lo 
Statuto fondamentale del Regno, e mostrava di prepa- 
nirsi alla guerra dell' indipendenza. 

Queste notizie entusiasmavano i legionari e la par- 
tenza per r Italia era nella mente di Garibaldi ormai 
risoluta. L'annunzio della sollevazione di Palermo e di 
Messina venne a precipitarla; la lotta eragià incomin- 
ciata; in Italia si combatteva e si moriva per la libertà : 
il posto suo e della legione era indicato. 



13 

Uni pubblica sottoscrizione venne aporta fra gli 
italiani in favore della spedizione comandata da Gari- 
baldi, Un brigantino era Stato noleggiato, e si staTa ap- 
prestando per la partenza. Invano il Governo di Mon- 
tevideo, conscio deUa perdita che stava per fare, tentava 
trattenere con preghiere e con lusinghe Garibaldi ormai 
inipiizieiitc; invano gli stranieri atessi, che vedevano 
nel generale una delle più. sicure garanzie dello Stato 
e dei loro interessi, si associavano al Governo. Gai'i- 
Italdi non si sentiva più padrone della sua volontà, e le 
insistenze e gli indugi io inasprivano, e lo si sentiva 
pieno *di amarezza dire: « ducimi che arriveremo gli 
ulcirai, e quando tutto sarà finito ». 

Però egli stesso capiva che per ottenere la riuscita 
della impresa era necessario precisarne la meta, avver- 
lii-e gli acnici, e prepararle in Italia il terreno. 

Poco dopo la giornata del Salo era sbarcato a Mon- 
tevideo, e si era arruolato nella legione, Giacomo Medici. 
Era un giovane bello di forme, intrepido di cuore, af- 
fabile di modi ; e Garibaldi, intuendo nel Medici un 
valoroso che avrebbe immortalato il suo nome, 1' ebbe 
subito assai caro, e ripose in lui tutta la sua fiducia. 
GarHialdi peneò subito dì mandarlo in Italia quale fo- 
riero e preparatore della divisata spedizione, e lo munì 
delle seguenti 



isTnrztoKi 



« Terrai presente che scopo nostro ò di recarci in 
patria, non per contrariare l'andamento attuale delle 
cose e i Governi che v' acconsentano, ma per acco- 
munarci ai buoni, e d'accordo con essi andare innanzi 
pel meglio del paese ; ma che noi preferiremmo lan- 
ciarci ove una via ci fosse aperta ad agii'e contro il 
t»>de&co, contro cui devono essere rivolte senza trégua 
le ire di tutti; e tanto più lo vorremmo, perchè la gente 



u 

che ci accompagna è mossa d;i questo ardentissitno de- 
siderio ; perchè questo avvenga ti recherai : 

« 1. A consultare Mazzini intorno ai passi da farsi 
onde preparare le cose nel senso suindicato ; quindi t'af- 
fretterai alla TolCft di Genova. Firenze e Bologna, ame- 
no che con Mazzini non risolviate altrinienti. 

2. Das'li amici ti procurerai c&mmendatizie per 
tutti quei punti che crederai utile di visitare, affine di 
dar moto a preparare f;li uomini, e combinare elementi 
di co operazione. 

« 3. Scorai quei paesi, ti ridurrai n Livorno come luo- 
go pili acconcio a sapere di noi. 

« 4. Una delle cose che dovrai tenere in vista, si è 
quella di indurre gli amici a tener pronti quei mezzi 
indispensabili a provvedere il bisog-nevole almeno pei 
primi giorni, attìne di non correre il rischio di perdere 
il frutto di taiiLG fatiche e dei sacrifici tatti con tanta 
generosità dai nostri cumpatriotti di Montevideo. 

< 5. I venti, ed altre cause, potrebbero obbligarci 
a toccare Gibilterra. Se Mazzini ha ivi piersona fidata 
diriga ad essa lettere per me, informandomi della mar- 
cia delle cose e sul da farei — e potrà, appena tu ar- 
rivi, cominciare a Kcrivere. La persona che incaricasse 
ilovrebbe stare sempre all'erta, affine di farmi pervenire 
ogni cosa a bordo e subito. Dal nome del bastimento 
chs è quello di « Speranza * con bandiera orientale, 
sarebbe al momento avvertito del nostro arrivo — e 
perchè ne foase più sicuro e potesse riconoscerlo facil- 
mente, alzeressimo air albero di prora una bandiera 
bianca attraversata orizzontalmente quanto è lunga, e 
nel bel mezzo^ da una striscia nera^ 

f Di quanto scrivesse a noi potrebbe darti avviso, 
se ciò potesse farci mutare di direzione :•. 

Montevìdeo, 20 febbraio 1848. 

G. Garthaìdi. 

D. S. < Le lettere ohe io ti scrìvere a Livorno sa- 
ranno dirette al nome di M. James Gross — nella so- 
prascritta — nell'interno al sig. Giacomo Medici». 



16 

Il Medici infatti dopo tre giorni s'ìmbarcayaper la 
■missione; e il 15 aprile 1848 Cfaribn.ldi medesimo, ac- 
compagnato dfilla suaAiinita col piccolo Menotti di otto 
anui, e da otiantacinque de' suoi legionari, fra cui l'An- 
zani, ammalato, il iSacchi ferito, Ramorino, Montaldi, 
Marocrhetti, Grafigua, Peralta, Rodi, Cucelli, e il suo 
moro Aghiar; soccorso dallo stesso GoTerno Orientale 
dì armi e munizioni, col brigantino « La Speranza » 
salpaTa da MonteTideo per la terra Italiana, 



CAPITOLO IV. 
Venezia si erige a repubblica. Milano e le cinque glornaie. 

L'annunzio d'ima sollevazione degli studenti vien- 
nesi propagatosi alla metà di marzo spinse il popolo 
veneziano alla presa delle armi per la cacciata dello 
straniero. Si combjtttè con furore e con grande eroismo 
nella città della lagunsi per cinque giorni; e i! popolo 
veneziano, rimasto vittorioso, liberava Manin e Tom- 
maseo, e si erigeva in repubblicar 



Il 18 marzo Milano iniziava colle barricate le me- 
morande cinque giornate. Mentre gli Austriaci avevano 
fatto del Broletto la loro cittadella e il luogo di macello, 
mentre dal Castello si prendeva di mira l'italiano e lo 
gi fulniiiiava: al suono delle campane a stormo il po- 
polo impegnava la lotca sotto la direzione di un comi- 
tato di salute, del quale facevano parte Carlo Cattaneo, 
ed Eurico Cernuachi. 

Non si sg-omentfivano i Milanesi al rombo assor- 
dante del cannone, al quale rispondevano coi riotocchi 
dello campane, co n'armarsi e coir erigere barricate, e la 
strage che fiicevano le truppe imperiali, spronava alla 
lotta ed alla vendetta gli eroici insorti per la libertà. 



16 

E la lotta fu aspra, violenta, combattuta corpo a 
corpo. I cittiidini si scontravano con le pattuglie, che 
numerose suivano appostate in ogni via della città, le 
affrontavano con ardimento, uccidevano od erano uccìbì, 
menti'e dallo finestre delle case e dai tetti pioveva pioggia 
micidiale di tegole e di sassi, e di quartiere in quartiere 
si scacciavano le truppe con valore senza pari. 

Il 23 marzo fu giorno di vittoria e di giubilo per 
la città di Milano. Gli austriaci, rotti, sgominali erano 
assaliti, fugati da ogni parte dal popolo che non dava 
loro tregua. Al Radetzky non restò che di ordinare la 
ritirata. 

L'eco delle cinque giornate risuonò per tutta Italia, 
commuovendole popolazioni ed incitandole alla riscossa. 

CAPITOLO V. 
Carlo Alberto bandisce la guerra all'Austria. 

Il 23 di rharzo 1848 il Re Carlo Alberto bandiva 
la gueira all'Austria, ed il 27 dello stesso mese si met- 
teva alla testa delle sue truppe con a capo di Stato Mag- 
giore il generale Salasco. L'esercito piemontese, forte di 
circa 50 mila uomini, era diviso in due corpi d'armatii 
11 primo era comandato dal generale Eusebio Biiva, e il 
secondo dal generale Ettore De Sonnaz : a capo dell'ar- 
tiglieria era il Duca di Genova e di una terza colonnaera 
comandante il principe ereditario Vittorio Emanuele. 

I^ altre forze che concorsero alla guerra in Lom- 
bardia erano 5000 Toscani, 3000 Parmensi e Modenesi, 
10,000 dello Stato Pontifìcio, 5000 volontari Lombardi. 
Parte delle truppe Napolitane comandate dal generale 
Pepe erano entrate in Venezia. Le altre, obbedendo al 
loro Re, litornarono nel regno di Napoli. Le forze au- 
striaciie erano di 90 mila uomini suscettibili di grandi 
rinforzi. 



17: 






I reduci dall'America non conoscevano gli avveni- 
menti del febbraio, la sollevazione di Vienna, la riscossa 
di Venezia, le barricate di Milano, ì'entraca di Cario Al- 
berto in Liombardìa, e le prime vittorie delle armi ita- 
liane sul Mincio ; tutto questo eraloro interamente ignoto; 
quindi Garibaldi era incerto del luogo e della meta del 
suo sbarco e l'animo suo ondeggiava tra i consigli avuti 
del Mazzini che con uno scritto lo spingeva a sbarcare 
in Sicilia e gli accordi presi col Medici, peri quali erasi 
impegnato ad approdare in Toscana, mentre il suo vivo 
desiderio era di scendere ove fosse più pronta l'occa- 
sione di menar le mani. Obbligato ad approdare a Palos 
presso Cartagena per fare provvista di viveri, Garibaldi 
riceveva dal vice console Francese la lieta notizia della 
guerra dichiarata all'Austria. Non più esitazioni — la 
via era tracciata, la meta era designata. A Garibaldi ur- 
geva senza perdere un istante dirigere la prora verso 
la costa della Liguria per essere più vicino al teatro 
della lotta, ed offrire senza esitare il braccio suo e dei 
suoi a Carlo Alberto. 

I venti lo obbligarono ad approdare a Nizza, ■ ed 
alle 11 antimeridiane deli21 giugno 1848, inalberante 
la bandiera di Montevideo, gettava l'ancora nel porto 
della sua città natale. 

Nello scendere a terra un urlo d'entusiasmo lo sa- 
luta, facendogli suonare all'orecchio nel dolce idioma 
natio quel grido d'ammirazione, che da tanti anni non 
aveva più udito se non in lingua straniera, in terra 
straniera. 

Non perdette tempo Garibaldi. 

Riordinata la legione, alla quale i Nizzardi avevano 
recato un primo rinforzo, il 28 giugno di mattina salpa 
con circa duecento volontari ben armati ed equipaggiati, 
ed .arriva a Genova nel pomeriggio del 29, accolto dai 



18 

Oenovesi coll'entusiaBnio di popolo con cui era stato 
acclamato a Nizza, e ricevuto dalle autorità con ogni 
dimostrazione d'onore. 

Per debito dì cortesia prima di partire da Genova 
dovette accettare l'invito fattogli d'intervenire ad un'adu- 
nanza del Circolo nazionale ; fu obbligato, dopo avere 
uditi diversi discorsi, a pronunziarne uno egli stesso per 
esprimere il suo giudizio sulle cose della guerra e sulle 
condizioni dell'esercito. Procurò di schermirsi, ma do- 
vette cedere alle vive insistenze e con parola misurata 
■ e con molta franchezza sì espresse cosi ; 

« Voi lo sapete che io non fui mai partigiano dei 
Re. Ma poiché Carlo Alberto si è fatto il difensore della 
causa popolare e muove guerra allo straniero per l' in- 
dipendenza nazionale, io ho creduto dovergli recare il 
- mio concorso e quello dei miei camerati. 

« Il maggiore pericolo che ci sovrasta è quello che 
la guerra si prolunghi e non sia terminata quest'anno. 
Noi dobbiamo fare ogni sforzo perchè gli Austriaci sieno 
presto cacciati dal suolo italiano e non si abbia a so- 
stenere una guerra di due o tre anni. Ora noi non 
possiamo ottenere questo intento se non siamo forte- 
mente uniti. Si bandisca da noi la politica, non si a- 
prano. discussioni sulla forma di governo, non si ride- 
stino i vecchi partiti. La grande, l'unirà questione del 
momento, è la cacciata dello straniero, è la guerra del- 
dell' indipendenza. 

« Io fui repubblicano, ma quando seppi che Carlo 
Alberto si era fatto campione dell'Italia, io ho giurato 
di ubbidirlo e di seguire fedelmente la sua bandiera. In 
lui vedo riposta la speranza della nostra redenzione; 
Carlo Alberto sia dunque il nostro capo, il nostro sim- 
bolo; gli sforzi di tutti gl'italiani si concentrino in luì. 
Fuori di lui non vi può essere salute. 

« Uniamoci dunque tutti nel solo pensiero della 
guerra allo straniero ; facciamo per la guerra ogni sorta 
di sacriiìci. Pensiamo che essi saranno sempre minori 



31 

di quelli che e' ira porrebbero i nemici, se fossimo vijitì ». 
Queste parole vennero accolte da grandi applausi^ 
e Garibaldi fu nominato socio onorario del Circolo na- 
zionale. 



Garibaldi senz'altro parti per il teatro della guerra. 
— Passò in fretta Novara, e, toccata Pavia per salutare 
il suo grande amico Sacchi, il quale andava raccogliendo 
volontari, al 4 di luglio arrivò al quartiere generale in 
Roverbella, e si presentò immediatamente al Re. 

Questi lo accolse con grande coiiiesia, si mostrò 
edotto delle sue gesta di America, se ne compiacque 
altamente, congratulandosi con lui. Ma all'offerta che 
Garibaldi gli fece di sé e dei suoi compagni, quale Re 
costituzionale, si credette obbligato di mandare il gene- 
rale ai suoi ministri, 

Garibaldi non perdette tempo — si presentò al mi- 
nistro della guerra generale Ricci, bravo uomo, colto- 
militare, ma pieno di pregiudizi ; questi, per ragioni di 
regolamenti burocratici, credette di non potere accet- 
tare i servigi, ohe Garibaldi offriva alla causa italiana, 
per Combattere con l'esercito, e lo consigliò di recarsi 
a Venezia « campo degno di lui, dove poteva prendere 
il comando di qualche flottìglia tanto utile aquell'asse- 
diatit Città >. Garibaldi deliberà invece di recarsi a Mi- 
lano, dove giunse la sera del 1 5 luglio, e doTC Taspettava. 
miglior fortuna. 

Jlilano era pur sempre la citte, delle cinque gior- 
nate, e quindi il concetto della guerra popolare rivolu- 
zionaria era sorto dalle barricate. 



22 

CAPITOLO VI. 
Garibaldi a Milano prende II comando del Volontari. 

Il governo provvisorio s'affaccendava a reclutare 
quante più milizie poteva, ed accoglieva volentieri quanti 
venivano ad offrirgli il loro braccio; e però il giorno 
stesso del suo arrivo esso offerse a Garibaldi il comando 
di tutti ì volontari raccolti fra Milano e Bergamo, i quali 
sommavano a circa tremila. 

Non era forza atta a salvare il paese, ma più di 
quanta in quel momento Garibaldi potesse desiderare. 
Si occupò quindi senz'altro dell'armamento dei suoi vo- 
lontari ; li ordinò in battaglioni; diede al più scelto il 
nome del compianto amico Anzani, suo compagno di 
Montevìdeo, e lo pose sotto il comando di Medici, che 
si era unito a lui. 

Nel pomeriggio del 25 luglio, obbedendo ad un or- 
dine del governo provvisorio, lasciò i quartieri di Mi- 
lano e marciò verso Bergamo. 

Prima di lasciare Milano Garibaldi indirizzava alla 
gioventù italiana il seguente : 

PROCLAMA 

Alla Gioventù ! 

€ La guerra ingrossa, i pericoli aumentano. La pa- 
tria ha bisogno di voi. 

«: Chi v' indirizza queste parole ha combattuto per 
l'onore italiano in lidi stranieri ed è accorso con un 
pugno di valenti compagni da Montevideo per aiutare 
anche egli la vittoriosa patria, o morire su terra ita- 
liana. 

€ Egli ha fede in voi : volete, o giovani, averla 
in lui? 



23 

« Accorrete, concentrateTÌ intorno a me, l'Italia ha 
bisogno di dieci, di ventiinila volontari, raccoglietevi da 
tutte le parti, in quanti più. siete : e alle Alpi 1 Mo- 
striamo all'Italia, all'Europa che vogliamo vincere, e 
vinceremo. » 



Milano, 25 luglio 1848. 



6. Garibaldi. 



CAPITOLO vn. 

Venezia, Treviso, Vicenza, Roma, Curtatone o Montanara, 
Goito, Peschiera, Rivoli - Sfortunata giornata di Cu- 
stoza - Armistizio di Salasso. 

E 91 marzo, Venezia, dopo una lotta vittoriosa, sì 
liberava dal giogo straniero. 

Il governo civile e militare austriaco era dichia- 
rato decaduto, ed una convenzione era firmata per la 
quale il reggimento Kinsld e tutte le altre truppe, croati, 
artiglieria e marina si ritiravano, imbarcandosi per 
Trieste, Manin e Tomasseo, liberaci dal carcere poliuco, 
venivano portati m trionfo alla sede del governo. 

Il popolo veneziano proclamava la repubblica, e il 
governo prendeva provvedimenti per una pronta ed 
efficace difesa contro il ritorno dello straniero. 

Padova, Treviso, Vicenza e tutte le città, del Ve- 
neto proclamavano il governo provvisorio, e ooei face- 
vano le città del Friuli. 



La mattina del 24 marzo 1848 ebbe luogo a Roma 
un'imponente dimostrazione popolare, che chiedeva armi 
e la guerra all'Austria. 

Questii ottenne effetto immediato, perchè nel giorno 
stesso fu affidata al generale Ferrari la organizzazione 



24 

del corpo dei volontari, e Ferrari non perdette tempo; di- 
fatti alle cinque del mattino del 26 marzo partiva da 
Roma la prima legione Romana di circa mille uomini ; 
e soli due giorni dopo partiva anche, e bene organiz- 
zato, il primo reggimento volontari forte di altri mille- 
duecento uomini. Queste truppe per la via di Ancona 
giungevano a Bologna il 16 e 18 aprile ; e non più in 
numero di 2200 combattenti, ma di circa 8000 uomini, 
pieni di ardimentoso entusiasmo per la libertà della 
patria. 



Il mattino del 27 di marzo Carlo Alberto assumeva 
in Alessandria il comando supremo dell'esercito e il 24 
entrava in Pavia, ove era accolto con grande gioia dai 
cittadini, caldi di patrio entusiasmo. 

Agli inviati di Milano si esprimeva con sensi dì 
vera devozione alla causa dell'unita italiana e manife- 
stava il deliberato proposito dì volere liberare l' Italia 
dallo straniero. 

Procedeva quindi innanzi coi suoi figli fino a Lodi 
e vi piantava il suo quartier generale, da dove ema- 
nava i seguenti proclami : 



« Italiani della Lombardia, della Venezia, di Pia- 
cenza e Reggio 1 

« Chiamato da quei vostri concittadini, nelle cui 
mani una ben meritata fiducia ha riposto la tempora- 
nea direzione della cosa pubblica, e sopratutto spinto 
visibilmente dalla mano di Dio, il quale, condonando 
alle tante sciagure sofferte da questa nostra Italia le 
colpe antiche di lei, ha voluto ora suscitarla a nuova 
gloriosissima vita, io vengo tra voi alla testa del mio 
esercito, secondando cosi i più ìntimi impulsi del mio 
cuore ; io vengo tra voi noi? curando di prestabilire al- 



25 

-cun patto : Tengo boIo per compiere la graad'opera, dal 
vostro stupendo valore cosi felicemente incominciata. 

a Italiani! In breve la nostra patria sarà sgombrata 
dallo Btriialero. E benedetta le mille volte la Provvi- 
denza Divina, la quale volle serbarmi a cosi bel giorno, 
la quale volle che la mia spada potesse adoperarsi a 
procacciare il trionfo della più santa di tutte le cause. 
« Italiani ! La nostra vittoria è certa ; le mie armi, 
abbreviando la lotta, ricondurranno fra voi quella si- 
curezza che vi permetterà di attendere con animo sereno 
e tranquillo a riordinare il vostro interno reggimento; 
il ToÈo della nazione potrà esprimersi veracemente e li- 
beramente ; in quest'ora solenne vi muovano sopratutto 
la carità della patria e l'abborrimento delle antiche di- 
visioni, delle antiche diacordie, le quali apersero le porte 
d' Italia allo straniero ; invocate dall'Alto le celesti ispi- 
razioni ; e che l'Angelico Spirito di Pio IX scorra sopra 
tli voi ; Italia sarà ! 

« Dal No.stro Quartier Generale in Lodi, 31 mar- 
zo 1848. 

Carlo Allerto. 
H Ministro della Guerra^ Franzini >. 



« Soldati I 

« Passammo il Ticino e finalmente i nostri piedi 
premono la sacra terra Lombarda I Ben è ragione che 
io lodi la somma alacrità, colla quale, non curando le 
fatiche di una marcia forzata, percorreste nello spazio 
di 72 ore più di cento miglia. 

« Molti di voi, accorsi dagli estremi confinì dello 
■ Stato, appena poteste raggiungere le vosti'e bandiere in 
Pavia ; ma or non è tempo di pensare al riposo : dì 
questo godremo dopo Li vittoria. 

< Soldati I Grande e sublime è la missione a cui la 



2S 

Divina Provvidenza ha voluto ne' suoi alti decreti chia- 
mai'ci. Noi (iobbiflnio liberare questa nostra comune 
patria, f]uesta sacra terra italiana dalla presenza dello 
BtranierOv che da più secoli la conculca e 1' opprime : 
ogni etii avvenire ìnvidierà alla nosti'a i nobilissimi allori 
che Iddìo ci promette; tra pochi giorni, anzi tra poclie 
ore, noi ci troveremo a fronte del nemico; per vincere 
basterà che ripensiate alle glorie vosti'e di otto secoli, 
asli immortali-futti del popolo Milanese ; basterà che vi 
ricordiate che siete soldati italiani. 

«Viva ritaUal 

< Dal Nostro Quartier Generale in Lodi, 31 mai'- 
zo 1848. 

Carlo Alberto 

Il Ministro della Guerra, Franzini ». 

E quasi a dimostrare il sentimento concorde di po- 
polo e di Re nel volere liberata l' Italia dallo straniero, 
in Ancona -veniva pubblicato il seguente bando: 

« Cittadini ! 

« Al suouo delle campane a stormo, che eccitò l'in 
aurreziono nelle Lombarde città contro Todiato straniero 
e ne fa ora trionfalmente inseguire la fuga e disperdere 
gli avanzi, si mesce già il vivo fuoco degli acco:-si drap- 
pelli italiani e il tuono possente del cannone di Carlo 
Alberto, Da ogni città, da ogni borgo, da ogni siepe 
esce un animoso combattente della santa guerra d'Italia. 
La croce corona la tricolore bandiera, e Cristo ne ha- 
faCto r indivisibile segno della nostra vittoria. I lunghi 
secoli del dolore e del lutto si riscattano con brevi e in- 
vidiabili perigli; le macchie, già abolite, d'inerzia e di 
indifFeretiza si redimono con un'eternità d'impareggia- 
bile gloria. 

■4 Chi, alla voce d'Italia., di questa patria sublime^ 
ode più gli affètti di padre, di marito, di figlio ? Chi getta- 



ancora uno sguardo sugli averi e sulla ricchezza, se 
non per farne un sagrificio alla patria? 

■< Via il lusso, vìa gli ornamenti; 11 ferro 1 il ferro! 
nessuna gioia fuorclià nelle ferite largamenfb aperte nei 
petti nemici; nessun desiderio fuoroliè del sangue co- 
piosamente sparso per l'Italia; nessuna gloria fuorché 
nella sua redenzione- La nostra avanguardia è partita. 
I nostri prodi ci aprono la strada. Quale ragione, quat 
pretesto ai forti, ai valenti per rimanere? Che dolcezza 
in queste mura, che beltà nella vita, quando nei campi 
di Lombardia si muore per l'indipendenza italiana? 

« Chi non invidia a sé ste&ao questa nobile fortuna 
di morire per l'Italia? Chi ricusa la celeste voluttà di 
vendicare la sua vendetta? Cln non s'infiamma all'alto 
pensiero di concorrere ad eseguire il decreto di Dio, il 
decreto deUa rigenerazione italiana? Su quetsto punto si 
fonda la nostra nazionalità, si conquirita la libertà nostra, 
si edifica una gloria immortale! Dehl ciò non sia senza 
di noi I Dehl si accorra alia guerra della redenzione! 
Felice chi lascerà la vita per lei ! Felice" chi tornerà 
vittorioso, e udrà dirsi ammirando o piangendo di te- 
nerezza: questi fu soldato dell'indipendenza d'Italia! 

« Ancona, 30 marzo 1848 ». 



Da Lodi il Re mosse per Cremona, ove tenne coù- 
siglio di guerra per deliberare sulle operazioni militari. 

L'esercito procedeva verso il fiume Oglio, e arri- 
Tatovi il generale Bava faceva restaurare il ponte di 
Marcarla. 

Il Re si trasferiva a Bozzolo. 

Il giorno 6 aprOe il generale Bava si avanzavat 
verso il fiume e giunto verso le 9 in prossimità di Goito 
ordinava ad un battaglione di bersaglieri di a&sjtliro i 
cacciatori austriaci, che occupavano i colli ; i nostri mos- 
sero impetuosi all'assalto e gii Austriaci, abbandonate le 
posizioni, si ripararono entro Goito. 



Ordinata in isohiera d'assalto la brigata Regina, e 
■sopraggi unti i reggimenti della brigata Aosia, il geiieralG 
Bftva mosse contro Goito, preceduto dai bersaglieri co- 
mandati dal generalo Alesaandro Lamarniora; questi ap- 
poggiati dall'artiglieria, che batteva le caso per cacciarne 
gli Austriaci, spalleggiati da lue compagnie delle Eeal 
Nati, superati arditamente gli asserragliameiiti costruiti 
dai nemici, peuetravano nel paese ; gli Aii&triaci, parto 
rimasero prigiociori, parte corsero al ponte per difen- 
derlo ; i nostri bersaglieri e ì Reni Nari inseguono, pas- 
sano a tutta corsa il ponte, e, scesi sulla sinistra del 
fiume, s'impadroniscono di un cannone, che il nennco 
nella precipitosa fuga non riesce a salvare. 

n combattimento durò tre ore, le nostre truppe che 
vi presero parte, aopratutto bersaglien e Real Navi, mo- 
strarono gran valore; ebbero due ufBciaU e sei soldati 
morti, cinque ufficiali feriti, tra i quali il colonnello La- 
marmora, il maggiore Mac:caranì comandante le truppe 
Eeal Nari e trentacinquo soldati, fii distinsero il generale 
D'Arvillers, il capitauo G-r!fHni e Domenico ResUi. 



Il giorno appresso il generale De Sonnaz con un 
ardito colpo di mano sloggiara gli Austriaci da Monzara- 
bano, ed. alle 5 pomeridiane i Piemontesi erano padroni 
di quello posizioni. Contemporaneamente il colonnello 
comandante il- reggimento Samia entrava in Borglietto 
alla destra di Monzjimbano in faccia a Valeggio, ove i no- 
.stri entravano il giorno appresso. 



A questi combattimenti seguirono quelli di Pastrengo 
e di Santa Lucia. 

I nostri guidati dal generale De Sonnaz, cacciati gli 
Austriaci dai colli di Costiera, Cassetta e Fratelli, furono 
ìa breve ai piedi di Pastrengo. Ma il Duca di Savoia, 



2B 

tjhe colle brigate Ouneo e Regina si era avanzato alla 
testa di tutti, sì trovò arri^stato dal melmoso letto di 
quei piccoli torrenti, che si scaricano più. in basso nel 
fiume Tiene. Sì doTette rallentfire la marcia; Analmente, 
superato l'ostacolo, ed animati dalla presenza del Re e 
del Duca, s'avrentano alla lotta, che fu aspra, perchè 
gli Austriaci in undici mila difesero palmo a palmo il 
terreno ; alle tre e mezzo i nostri erano padroni di Pa- 
strengo. 

Il Re Carlo Alberto in quel giorno superò tutti in 
valore e corse gravissimo pericolo ; intollerante d'indugi 
aveva precorso la fanteria con la sola scorta di un drap- 
pello di carabinieri. Un corpo di Tirolesi, in agguato per 
ritai'dare la marcia dei Piemontesi, fece una acarica a 
bruciapelo contro il piccolo drappello, e se il colounelLo 
Sanfront non fosse arrivato in tempo coi suoi squadroni 
di carabinieri, il Re, che aveva tratto la spada in atto 
di slrtDciarai contro il numeroso nemico, si sarebbe tro- 
vato a mal partito. 



D 6 maggio i Piemontesi con tre divisioni si mos- 
sero in ricognizione su Verona ; la brigata Fegina sotto 
g-Ii ordini del generale D'ArviUers si avanzava sulla 
strnda di Sona, incontrava il nemico e impegnava un 
assai vivo combattimento, che ebbe esito fortunato per 
i nostri, perchè il nemico si ritirava sotto le mura di 
Veruna ; però durante il combattimento la brigata AoaUi 
per seguire il He, sempre primo ai rischi, avendo acce- 
lerato il passo, si trovò sola di fronte alla nemica e for- 
midabile posizione di S. Lucia, seguita a grandissima di- 
stanza dalla brigata Guardie. 

Gli Austriaci occupavaBo il campanile e le case. Del 
cimitero cinto di mura munite dì feritoie, ne avevano 
formato una vera fortezza e da questo posizioni con 
fUoco micidiale colpivano ì nostri ; U valoroso generale 



30 

Somraariva secondttndo l' ardore del Re e dei suoi sol- 
dati assftle energicamente il villaggio; il generale Bava- 
fa piazzare in buona posizione l'tvrtiglieria, la quale apre 
TÌ70 fuoco contro il campanile, le case e il cimitero j 
sotto le mura del villagj;io sj accende un aapro conflitto, 
nel quale trova morto il prode colonnello Caccia del 5" 
reggimento ; a fianoo del generale 8oinraariva cadeva 
mortalmente ferito il tenente Beston Balbi» suo aiutante; 
il colonnello Manassero del G" reggimento era ;graTe- 
mente ferito, ed a lui Ticino moriva il tenente GandoU'o 
dì lui aiutante e tanti e tanti altri; ma i valorosi Val- 
dostani non si arrestano, che anzi il desiderio di ven- 
dicare i caduti li spinjje a più fiera locta. Giangeva fi- 
nalmente la brigata Guanlìe, che al fiagore del eannone 
aveva accelerjito la sua corsa ; e allora il generale Bava, 
valendosi del soprasglunto rinlbrzo, si pone alla testa di 
questo, lancia le sue brave truppe sul merlato muro, e 
queste, sprezzando il pericolo, animate dalla presenza 
dei condottieri, superano tutte le diftìcoltii, s' iinpndro- 
niseono del baluardo seminando morti e facendo nume- 
rosi prigionieri. 

Dopo iì combìLttimento di S. Lucia, tanto glorioso 
per le armi Piemontesi, essendo giunto il parco da Ales- 
sandria, il Re ordinava che ni cingesse d'assedio l'e- 
seliiera. La direzione deU'assedjo fu affidata al Duca di 
Genova, il quale aveva sotto ì suoi ordini il generale 
Cliiodo del genio e il generale Rossi dell'artiglieria; ai 
lavori d'assedio, e a cingere la piazza, furono destinate 
le brigate Pìtamonfe e Pimroh con Federici generale di 
divisione, Bea e Manno brigadieri. 



n giorno 19 aprile le truppe Romane di linea e dei 

. volontari^ alle quali eransi uniti D battaglione volontari 

di Ancona ed altri delle Marche, nonché la Legione di 

Eomagna e di Perrara, passavano il Po e si mettevano 



31 

in marcia verso MoQteljellunn. Il generale Dummio, co- 
maDdante in capo di queste truppe colla prima divisione 
trovflvflsi già adOstiglia, ' 

Il 25 d'iiprile, nei dintorni di Schio, ebbe luogo un 
combatcimento trii queste nostre truppe e un corjjo di 
Auatiiiici che duro per quattro ore; l'attiìcco fu vivo, 
ma i bravi nostri giovani volontari seppero cosi bene- 
resistere alle prime prove del fuoco, da costringere il 
nemico a ritirarsi con perdite non lievi. 

Anche nei f,'iorDÌ seguenti ebbero luogo vari scontri 
sempre favorevoii alle nostre anni. 

11 giorno 8 maggio il generale Ferrari, che aveva . 
concentrato le sue forze di volontari e regolari a Mon- 
tebclluna, ebbe avviso, dai suoi posti avanzati, delFav- 
vicinarsi del nemico. 

Il generale, luaciata una parte delle truppe a guar- 
dare il paese, mosse col resto delle sue forze per la via 
di Cornuda, ove giunto alle ore 5 pom. fece prendere- 
ai suoi posizione sulle colline circostanti, mentre man- 
dava grosse pattuglie a perlustrare sulla strada dalla 
quale si attendeva il nemico. Poco prima del tramanto 
la compiignia dei bersaglieri del Po, che stava appostata 
sulla collina di desti'a, apriva il fuoco contro l'avan- 
guardia nemica che dì poco precedeva il grosso delle 
truppe, per cui ben presto l'attacco si spiegò su tutta 
la linea; questo durò it n'ora circa, e cessò da parte del 
nemico che suonò a raccolta. Era certo che questo aveva 
voluto limitare la sua azione ad una ricognizione ; e, si- 
curo che l'indomani earebiie stato attaccato da forze su- 
periori, il generale Ferrari disposo di ritirarsi dalie po- 
sizioni avanzate che occupava colle sue giovani truppe 
e di disporre una nuova linea di avamposti al di lù di 
Cornuda. Mandava subito avviso al Durando, che si tro- 
vava eolla sua divisione nella vicina Bassano, della pre- 
senza del nemico, affinchè come generale in capo avesse 
prose la &ue disposizioni. 

Alle 5 di mattino del 9 maggio il nemico si mosse. 



32 

•ali 'assalto delle posizioni occupate dal nostri, ì quali 
sostennero l'urto senza cedere un palmo di terreno, man- 
tenendo un ftioco assai ben nutrito fino alle 4 pomeri- 
diane in attesa dell'arrivo del Durando. 

Ma il nemico ingrossava sempre più tanto che a 
sera le truppe del Ferrari si trovavano ad avere di 
fronte l'intera divisione del Nugent, che occupava tutte 
le posizioni di fronte, con spiegamento di forze a destra 
:e a sinistra tendenti all'avviluppamento; intendimento 
che non isfug^ al Ferrari, il quale ordinava un movi- 
mento di ritirata e di concentramento più indietro di 
Cornuda, per proseguire poi per Montebelluna, onde 
congiungersi colle truppe che vi aveva lasciato di pre- 
sidio. Giunto a Montebelluna, ordinava la partenza per 
Treviso dandone avviso al generale Durando cui chie- 
deva urgenti rinforzi. 

Il mancato appoggio del Durando fu inesplicabile. 

Alle pressanti premure del generale Ferrari egli ri- 
spondeva così : 

Crespano, 9 maggio 48. 

Generale, 
< Vengo correndo ». 



« Durando >. 



Ma non si vide : 






n generale Ferrari presa posizione a Treviso, or- 
iìinava una ricognizione — volle dirigerla di persona il 
generale Guidetti il quale, spintosi avanti alla testa dei 
suoi, ebbe trapassato il cuore da una palla tedesca. 

Verso mezzogiorno, sì ebbe notizia che il nemico, 
in forti masse, si avvicinava a gran passi, da tre parti, 
su Treviso. Il bravo generale Ferrari sì spinse con una 
forte ricognizione verso il Piave. Venuto a contatto col 
nemico, ingaggiava il oombattinlento di tìraglieri, facendo 



33 

piazzare intanto la deljole sua artiglieria. Al couLi'aE-- 
tacco del nemico, che aveva spiegato forze imjioneiifcij 
e al fuoco delle sue artiglierie clie fulminavamo, la co- 
lonna avanzata composta di truppe di linea non resse, 
balenò prima, poi, presa da panico si sbandò, abhando^ 
nando al nemico un cannono e non arrestandosi che a 
Treviso. Non giovò l' intrepido e valoroso esempio del 
generale di fronte al fuoco; fu vana la voce degli uffi- 
ciali che tentarono dì ricMiiinar le truppe al dovere, e 
dì fare argine alla fuga ; nulla valse, e la rottfi di quella 
colonna fu completa. I volontari marchigiani, romagnoli» 
umbri, romani rimasero al loro posto ma non poterono 
riparare al disastro ; essi si misero sotto gli ordini del 
colonnello Galletti per riannodarsi alle truppe del gene- 
rale in capo Durando, avendo il generale Ferrari abb^m- 
donato il comando, offeso della condottn del Durando, 
che gli aveva fatto manc^u-e il promessogli soccorso. 



n gtmerale Durando col grosso dei suoi, si trovava. 
a Padova con avamposti a Vicenza ove lo niggiungc- 
vano i volontari comandaci dal G-aletti. 

Il 20 maggio gli Austriaci, forti di 6000 uomini oltre 
l'artiglieria, assaUvano i posti avanzati di Vicenza, svì- 
lupivando la loro azione dì artiglieria e di ben nuti'ìto. 
fuoco di fucileria contro le barricate di Porta S. Luciiij 
di Porta Padova, e di Porta S- Bartolo, ma dopo 4 ore 
di combattimento furono da ogni parte brillantemente 
respinti. 

In questo coDibaLtiraento, sostenuto con molto va- 
lore, i nostri ebbero a soffrire non poche perdite, e lo. 
stesso generale Antonini vi rimase gravemente ferito. 



Il giorno 23 gli Austriaci, con forze assai maggiori 
ritornarono ad assalire Vicenza ; il combattimento dura 



34 

■accanito tutto il giorno e fu ripreso la mattina del 24, 
mentre nella notte dal 23 al ^4, bombardarono la città 
■che non die segni di allarme. J iiOKtri fecero prodigi di 
valore; colla punta della baionetta fugarono il nemico 
che perdetce due cannoni e lasciò in nostre mani 154 
.prigionieri con più di mille feriti. 

Fu uaa giortuita gloriosa per le armi italiane. 
Con temporali earo enee gli A ustriaci nttaceavano i 
nostri nelle posizioni del Caffaro-Lodrone-Bag'olino, ma 
anche da quella parte furono bravamente respinti. 



Il giorno 8 giugno il generale Durando ebbe avviso 
■del nuovo av-nnscaisi del nemico, ma mal si seppe del 
numero e della direzione. Si diceva che non riiggiun' 
geva ì :20,000 uomini ed era diretto al Piave per con- 
gìungersì ad altro corpo ivi concentrato. Ma il giorno 9 
si ebbe notizia che aveva tagliata la strada l'errata e 
gittati tre ponti sul Bacchi^Iione. Ormai il sospetto di 
esaere attaccaci diveniva certezza, quindi con ogni mag- 
giore alacrità si diede opera ai lavori di difesa. 

Si distribuirono le forze di 11,000 uomini nelle po- 
sizioni le più importanti. Verso sera si ebbero precise 
informazioni che tutto l'esercito Austriaco, con Rjidetzty 
alla testa e con 80 cannoni, stava per rovesciarsi su 
Vicenza. 

Alle 4 di mattina del giorno 10 incominciò l'attacco 
al Monte Berico, posizione importantissima che domina 
Vicenza. Per disposizione del generale Durando, le po- 
sizioni di Castel Rambaldo e dì BeLhiguarda, presidiate 
dagli Svizzeri, dovevano essere abbandonate, se attaccate 
da forze preponderanti, per concentrarsi con una forte 
difesa al Colle su cui sta la Villa Ambelicopoli; s cosi 
fu fatto. Abbandonato dai nostri il eolle di Bellaguarcia, 
^li Austriaci pensarono subito di piantarvi una batteria 
ipa, controbattuti con grande precisione dalla batteria 



35> 

■àél Colle Ambelicopoli, furono costretti a battere in ri' 
tirata. Fino alle 11 del mattino l'attacco fu debole, perchè 
^li Austriaci laForavano per fortificarsi nelle posizioni 
conquistate e nel piantarvi bntcerie che avrebbero ben 
presto vonaitato quel turbine dì fuoco che doveva av- 
viluppare la città e piombare sui colli. Verso il mez- 
zogiorno il nemico spiegava tutte le sue forze, attaccando 
conCeniporaneamente il Monte ìlerico, i Colti, e le porte 
■di PjMÌova, di S. Lucia e di S. Bartolo. 

Alla dilesa della posizione di Ambclicopoli, stava 
la batteria LentuLus rafforzata da un battaglione di corpi 
pontificii, da un battaglione di svizzeri e dalle compa- 
gnie di Mosti di FeiTiira, di Fusirato di Scino e del Ti- 
rolo italiano. Fu un accanito acambiarsi di palle, di gra- 
nate, di razzi e di fucilate con etsito micidialiSBÌmo. Allo 
-2 pomeridiane il Marchese d'Azeglio comandava un at- 
tacco jiUa baionetta contro i nemici occupanti !a coilina 
■opposta; il combattimento a corpo a corpo fu accanito» 
micidiale sopratutto per i nostri, che avevano di fronte 
forze quattro volte superiori; vi rimasero feriti lo stesso 
d'Azeglio e il colonnello Cialdini, e l'esito infelice fu 
causa della perdita della porzione del Monte Berico ; i 
nostri, costretti a ritirarsi furono inseguiti da cinqueraiki 
cacciatori ed Ungheresi, sensia che la nostra batteria 
potesse arrestarli con fuoco a mitraglia per non colpire 
i fratelli stretti d'appresso; giunti gli Auati'iaci a passo 
■di corsa come una valanga sui nostri, li roveaciarono 
^ù dalla china; tentarono ancora i bravi italiani di fare 
resistenza sul Monte della Madonna e nei portici, ma 
inutilmente che dovettero ripararsi in cittÀ. 

Perduto il Monte Berico, la sorte di Vicenza era 
-decisa, ma è pur vero che la resistenza poteva prolun- 
.g-arsì. 

Erano le 8 di sera, e, ad onta del fulminare delle 
artiglierie e degli stutzen, nessuna delle barricate aveva 
■ceduto, tutte difese fino all'eroismo dal battaglione vo- 
lontari, dalla legione Romana, dalla legione Romagnola, 





36 

dal battaglione AjicoDitAiio e divUe ti'uppe delle Marche; 
dì questo parere di ulteriore resistenza erano anche i 
Viceiiitini stessi fli<;, quando videi'o sullu toiT^e iiuilberata 
la bandiera bianca la prCBero a fucilate. 

Fu fù'iuata uim capitolaaioue die tiilvava In città 
e i cittaciirii da ogni ra|jpresaglia; ai parlamentari noisU'i, 
il comantlarite austriaco disse: « che non si poteva ne- 
gare una onorifica capitolazione a chi ai era difeso tanto 
eroicamente ». 

Certo è che le nostre truppe fecero tutte il loro do- 
vere, battendosi con aceauinsento e valore, e la stessa 
eapitoÌHzione lo dimostrò, perché poterono ritirarsi con 
armi, bagajjllo ed onori di g-uerra, senza alcuna scorta, 
colla semplice promessa che non aviebboro preao le 
armi per tre mesi. 

Si discinsero il Fasi, il Goletti, il Ceccnrini, il Ca- 
landrclli, il Tittoiii, OiSiinoTii^ il Ruspoli, l'Albini, i 
capitani Cesare Bianchini, Oruani, Gigli, Andreucci, ed 
i tenenti Schellini, Andreanì, Fuggii, e Felici di Ancona. 

Vi lasciarono la vita il Maggiore Conte Gentiloiii, 
il colonnello Del Grande, Francesco Maria Canestri; ri- 
masero feriti Miisisinio d'Azeglio, il colonnello Enrico 
Cialdioi, i] comandaute l'artiglieria Lontulus, iJ nuxg- 
gioTo Morelli, il Morigliani, il Miughetti, il Corandeni, 
il Dianiilla-Muller e i capitani Beaufort e Bandini, 



Vinti separatamente, le truppe Komane e 1 volou- 
tari delie Marche, del Ferrarese, delle Romagoe, delle 
Venete provincie e del Fi'iuU, comandate dal Durando, 
il maresciallo Kadetzky era ormai libi-'i'o di portare tutte 
le sue forze, aumentate e ringat,'liardito, contro l'esercito 
Pieffiontese, di cui aveva provato il valore, e che Bolo 
gli rimaneva di fronte. 

Disgraziatamente questo esercito, il cui ammontare 
GOO Superava i. 60 mila uomini, era ordinato in una 



37 

estensione di terreno talmente estesa da occupare una 
linea di circa cento chilometri attraversati da un fiume, 
Kivoli, ie rive del Mincio da Peschiera a Goito; i pi'essì 
di Mantova; Governolo e Villafranca ne erano le estre- 
mità; Roverbella il eentro. 



Il Maresciallo Austriaco volle tentare un colpo de^ 
cìsivo, salvara Peschiera dairimminente caduta, e piom- 
bare addosso all'esercito Piemontese, spertindo di trovarlo 
debole a motivo della estensione del!a lunga linea di 
posizioiii che teneva occupate. Formava quindi il piaro 
di l'orzare la destra del Mincio per Kivalta, le Grazie 
o CurLitune, contando di trovarvi debole resistenza, sor- 
prendere alie spalle !■© truppe Piemontesi e sospin^rle 
Botto le fortezze del quadrilatero. 

Formato questo piano, il 21 di magLi'io usciva da Ve- 
rona ove aveva riunito 40 mila uomini che diresse su 
Mantova; la notte del 28 si attendò sotto quella fortezza 
da dorè trasse altri 20 mila uomini del Nugent; aveva 
quindi Con se 60 mila combattenti con forte artig-lieria, 
e li divise in tre corpi di 20 mila og:nuno. 

Alle 10 del mattino del 20 magijio attaccaTa con- 
tempo i-an e amen te l'ala sinistra dell'esercito Piemontese 
girandolo per Kivoli, Affi, Lozise ed il Campo Toscano 
di guardia a!la destra; fra Mozzacaiie e Povegliano eravi 
un altro corpo di !l'0 mila uomini minacciante il centro, 
qualora i Piemontesi avessero incautamente appoggiato 
a desti'a o a sinistra per rafforzare i deboli estremi. 

L'attacco di Lozise riuscì sfavorevole agli Austriaci- 
essi furono ricacciati al di là dell'Adige dal general De 
Sonuaz, lasciarono sul terreno oltre 500 feriti e numerosi 
prigionieri. 



38 



A Curtatone e a Montanara erano 5 mila Toscani 
con un battaglione dì Napolitani a guardia del Mincio 
comandati dal valentissimo generale Laugier. Di questo 
pugno d'uomini, il Maresciallo Austrìaco, coi suoi 20 mila, 
credeva di averne ben presto ragione. 

Lanciava quindi contro quella estrema punta il forte 
nerbo di truppe, con ordine di superare ogni resistenza 
e di varcare il Mincio, onde prendere alle spalle i Pie- 
montesi, sgominarli e fare punta su Pesahiera. 
p Senonchè i Toscani, e i pochi Napoletani, ricevet- 

f tero il formidabile urto come tanti eroi della vecchia 

i guardia, entusiasmati dall'esempio del loro generale, che, 

] moltiplicandosi, sì trovava dovunque era più fiera la 

mischia. 

Gli artiglieri rispondono coi loro otto cannoni alle 
furiose scariche nemiche, molti muoiono da eroi sui loro 
pezzi, ma vengono tosto rimpiazzati da altri animosi; 
<ìh] molino e dalla casa del Lago, delle quali avevano 
fatto due fortezze con feritoie, i Toscani fulminavano 
gli assalitori ; il battaglione degli studenti si slancia con 
impetuosa carica sul ponte dell'Osone; l'eletta schiera 
Toscana combatte eroicamente, non si sgomenta nel ve- 
dere fulminati tanti cari compagni come il Pilla, il Tofi 
■e feriti il Mossotti, il Pirio, il Burci, ma eccitati dall'esem- 
pio del generale Langier, dal Malenchini e da altri prodi 
sì avventa sul nemico, lo rompe e Io mette in fuga. 

Il combatiiimento durò fino alla sera; un pugno 
d'uomini che il Radetsky credeva di sterminare in bre- 
v'ora, seppe con impareggiabile valore tenergli 1«sta 
tutta la giornata sebbene decimato. Alla sera, slinito. 
quel manipolo glorioso dovette ritirarsi su Gpito e Ca- 
fi teli uccio. 



39 



Al combattimento prese parte il Montanelli; questi 
temendo che il forte numero degli Au.sLri:iL'.i potesse itvere 
ragione del piccolo corpo dei Toscani, disse .il Mjilencliiiii, 
capitano dei bersaglieri: 

— « Moriamo qui tutti piuttosto che arrenderci » 
mentre cosi diceva venivano colpiti a morte Pietro Parrà 
e Paolo Crespi; Malenchmi si trovava vicino a quest'ul- 
timo, volle soccorrerlo, accorse e lo prese nelle Bi:e 
braccia « dammi un bacio amico » gli diyse il moribondo 
Crespi « e torna a fare il tuo dovere » ; nel piii vivo 
del coiBbattiraent'?, veniva colpito da colpo di t-'aratina 
che gli traversavi!, la spaiLa sLuisti'a, il bravo Monta- 
nelli — se uè ftccorae il Malenchini e corse a sooco- 
rerlo — a questi il Montanelli disse « tu mi Jkrai fede 
che io caddi guardando il nemico ». 

Fra ì tanti leriti vi erano il colonnello Compia e 
il tenente colonnello di-llo Stato Maggiore Chigi die do- 
vette subire l'amputazione della mano Hiniatra. 



Nel mattino del 30, accortosi Carlo Alborto cbs la 
coloDTia nemica del centro erasi ritirata durante la 
notte a Mantova, trovò necessario di dare appo-cf^io nlla 
destra del Mincio per garantire la ritintta delle Lriifipe 
Toscane au Volta, e tener fermo sull'alto Mincio lungo 
le forti ed elevate poaizioni che da Vallejjgio distendonsi 
fino a Castiglione; e fu provvida mì^ura. 

Il nemico fatte passare le Bue truppe alla destra 
del Mincio, le distese da Rivalla a Gazaldo e già si tro- 
vava a Goito quando giunsero le t.ru]ipe Piemonteìsi. 

Ben notevole era la ditferenza delle due forze; i Pie- 
montesi non superavano i 19 mila uomini con 45 pezzi 
di artiglieria, l'Austriaco era forte di 2è mila uomini 



40 

e 60 etìononi; ma questa sproporzione fu tosto vinta 
dall'ardimento e d.il sommo valore dei Piemontesi. 

In sei ore di eroÌ(.-Q combattimento, dalle 2 pomeri- 
diane alle 8, l'immico fu sconfìtto; lo sbaragliarono nelle 
sue colonne, e lo misero in piena fuga, inseguito fin 
sotto Mantova, 

Fu una vittoria veramente gloriosa. U Re fu sempre 
esposto in mezzo ai proiettili sibilanti, ed obte sflorat* 
un orewhlo; il duca di .Savoia fu ferito ad una coscia. 
Il numero dei morti e feriti austriaci fu grande e molti 
furono i prigionieri. 

A rendere più memorabile la giornata, Peschiera af 
era resji alle 2 pomeridiane, e alle 4 il Re lo annun- 
ciava all'esercito durante il combattimento. 



% 




Per fitcilitare le comunicazioni con la Camicia e con 
la Carinzift, il Re Carlo Alberto credette utile di con- 
quistare la posizione di Rivoli, ne diede ordine al ge- 
nerale de Sonnaz. 

Stava a difesa dell'importante poaizionc il colonnello- 
Zobel con 4 mila uomini. Il 9 di giugno il generale De 
Sonnaz si metteva in marcia, e l'avanguardia piemon- 
tese, formata dal battaglione degli studenti, entrata a 
Cavaion, clie trovò sgombra di nemici, proseguiva fino 
a Costerman ove pernottava ad un'ora dì distanza dagli 
avaniposLi austriaci. 

All'indomani il De Sonnaz divideva il corpo in due 
colonne; l'una comandata dal duca di Genova, composta 
delle due brigate Piemonte e Pineroh, delle compagnie 
degli studenti, dei volontaiù pavesi e piacentini, e di 
due batterie, giunse, per Costerman. Eoi e Caprino, 
sopra S. Martino, accennando a circuire la posizione di 
Rivoli per la sinistra e tagliare la ritirata al nemico ; 
l'altra colonna, partita da Pastrengo, composta di tutta 
la Divisione Broglia, p€r la strada del Eonebi e,d A^. 



41 

giunse sopra Rivoli che fu trovato sgombro^ perchè il 
Zobel, quando si accorse che due forti coIoiiTie erano in 
marcia per attaccarlo da due parti, a'era rìpieL^'ato su 
Intanale; giunto a Preabono occupava fortemente la 
-Corona e le Creare, punti molto importanti, e raandnva 
sul Trentino alcune compagnie sulla sinistra dell'Adige, 
Ma allo spuntare del giorno 11, assalito dal Duca di 
Genova, dopo qualche resistenza, batteva in ritirata 
verso Madonna della Neve al di là del confine italiano. 



n 18 luglio le truppe Piemontesi comandate a serrar 
più d'appresso Mantova, con brillante attacco ordinato 
e diretto dal Generale Bava, s'impadronivano di Gover- 
nolo ricacciando nelle paludi gli Austriaci, e facendo' 
molti prigionieri. 

Il giorno 2'2 luglio il Maresciallo Radetzki, decìso di 
dure una decisiva battaglia ai Piemontesi, riuniti sotto 
A''erona piii di ISO mila uomini, divideva queste forze 
in tre corpi: l'uno capitjjnato dal d'Aijpre doveva por- 
tarsi sulle alture e al borgo di Sona; l'altro comand;ito 
da Wratislaw doveva assalire fìommacarapagna; il terzo 
lo teneva sotto mano il Wirapfen per soccorrere al bi- 
sogno d'Aspre o Wratislaw. 

Le posizioni che stavano per essere investite dal 
nemico erano difese dal generale Broglia, che con la 
brigata Savoia, un battaglione del 13", alcune compaguie 
di Toscani, di bersaglieri e di volontari, sei squadroni 
di cavalleria Novara, una batteria da posizione Pie- 
luonteae, due pezzi Toscani e quattro pezzi Modenesi e 
Parmensi, occupava l'ahizzolo e S. Giustino è mandava 
avamposti alle Cascine di Colombarone, a destra ed a 
sinistra, fra Sondrio e Boscolengo. 

Focili alberi abbattuti, e qualche barricata, erano 
*utte le difese dei Piemontesi sulla sinistra. 

Non cosi al centro, ove il generale De Sonnaz aveva 



42 

fatto innalzare un lungo bastionato, che, legando le col- 
line di Falazzolo con quelle di Sona, chiudeva la gran 
strada che da Peschiera porta a Verona ; quest'opera 
era difesa dal Duca di Genova e dai Parmensi. 

Sulla destra, a Sommacampagna^ eransi pure erette 
alcune trincee, difese da un battaglione del 13" e dai 
Toscani con tre cannoni. 

Stava in riserva Novara Cavalleria. Erano in com- 
plesso appena dodicimila uomini. 

In Villafranca stavano gli altri due battaglioni del 
13°, un secondo battaglione Toscano, e mezza batteria 
di artiglieria; in tutto duemila cinquecento uomini, che 
non presero parte al combattimento. 

L'attacco incominciò a Sona alle 6 del mattino del 
23 luglio ; i Piemontesi assaliti su tre lati da forze quat- 
tro volte superiori, respingevano con grandissimo valore 
i ripetuti attjicchi. 

E sebbene il Wimpfen, vedendo l'ostinata resistenza 
dei Savoiardi, dei Toscani e dei Parmensi, avesse man- 
dato in aiuto la riserva, pure poco frutto ne riportava 
contro il bastione difeso dalla brava aitiglieria e dalle 
valorose truppe di fanteria; ne sarebbe riuscito ad im- 
padronirsene, se Sommacarapagna avesse potuto resi- 
stere. Ma come era possibile ulteriore resistenza quajido 
tre battaglioni combattevano arditamente da più ore 
contro tre brigate? Pur non sarebbero entrati in Som- 
macampagna neppure ; ma gli Austi'iaci per venirne a 
capo, collocata una batteria di obici sull'altura del San- 
tuario della Salute, fecero piovere nel paese tale una 
grandine di proiettili, che i Piemontesi dovettero slog- 
giare e ripiegare ordinati sopra San Giorgio in Salice,, 
nel qual luogo erasi già ridotto il generale Broglia, ri- 
tiratosi egli pure in ordine perfetto, portando con se 
la sua artiglieria; dietro comando ricevuto dal generale 
De Sonnaz, ricondusse le valorose truppe, per Sandrà 
e ColA, sopra Pacengo. 

XI maresciallo Badetzky dopo questa battaglia, cii& 




gli era costato numerose perdite, si pro'pariiva a vali- 
care il Miijcto per impedire a DeSomiaz dì ricongÌLin- 
gersi col resto deir&&erc.ito ; iiit<into CiiHo Allierto ordi- 
nava i suoi per assalire il nemico e cacciarlo dalle po- 
sizioni di Custoza, Sommacampiigna e tìlatìiilo, ributtarlo 
contro il Mincio, e togliergli la ritirati su \'erona. 

Il generale De Sonnaz prima del lar del giorno del 
24 luglio, uscito da Peschiera colle sue genti, saputo 
de n'avvicinarsi degli Austriiici al Mincio, presidiata la. 
terra di Ponti con cinque battaglioni, e collocati due 
tìannoni e una compagnia di bersaglieri a Salienze per 
ìontrustare ii\ nemico il passaggio del fiume, con la bri- 
fata Hiivoia recavasi a Monzambauo ; senoncliè assalilo 
il presidio di Ponti da forze assai preponderanti, dopo 
accanita resistenza fu costretto a cedere jibbaiidonando- 
i cannoni, per ridursi a Peschiera; iinche De Sonnaz, 
vedcnito che non avrebbe potuto tenersi a Monzambano 
con le poche sue forze, cinque volte interiori a quello 
nemiche, dovette abbandonarlo per raccogliersi a Voitn. 

Mii nel Iruttempo Carlo Alberto trionfava in Val di 
StafFolo; il re si era mosso da Villairanca alle 2 e mezzO' 
pomeridiane colle brigate Gnurdif i'ivìnmitc e Cuneo^ 
aveva lasciato l;i brig;ita Amta ad Acqucroli a breve 
distanza da Villafranca sulla atradjL verso Vnlleggio 
dando ordine a Soramariva d'invigilarla, a Manno dì cu- 
stodire Villafranca, ad Olivieri di hirtctaro la brigata 
RobUlant dì riserva al centro, e portarsi a perlustrare 
sulla destra in direzione di AIpo. 

Giunta a PozzomoretLo l.t brig^ata CliMnìte veniva 
salutata dal fuoco di jtriìglieria nemìcn. jua l' impafe^;- 
giabile brigata aohierava in battaglia i suoi battaglioni, 
piazzava la sua artiglieria e controUittcva vittoriosa- 
mente quella nemica; la brigata Cuna) continuando nd 
iivanzare al centro, progrediva sino a Fredda ed fill'im,' 
boccatura della Valle di Statolo che separa i monti Gai 
e Mondatore dalle colline della Berettara e di Somma. 



44 

I^ brigata Piemonte conTergeni^^ destra, flancheg- 
giata dalla crivallerui, assaliva la posizione di lìerettara. 

Gli Austrijtci avevano collocato due peazi su quel 
monte in un ottima posizione da dove mitrjigliavano 1 
uoBtri ; il generale Bara faceva prontamente raocofjliere 
in un forttì drappello i volteggiatori dei due reg^'inn?nti 
Piemonte, e postili sotto gli ordini dì due capitani, Mar- 
cello del 3*^, e Chìabrera del 4", ordinava loro di slog- 
giare il nemico, e rivoltosi ad essi diceva: 

« Vedono quei due pezzi? — me li facciano ta- 
cere ». 

Iq breve tempo, in meno di mezz'ora, fili artiglieri 
che li servivano erano t'ulniinati ; 1' ufficittle JiustTiaco 
pensò a tirarsi indietro, ma non fu in tempo ; i volteg- 
giatori enuio sul monte. 

Da per tiitto si combatteva dai nostri con impareg- 
giabile valore; guidati dal Duca di Savoia e dal Duca 
di fìenovit, a baionetta spianata racciavano gli Austriaci 
diiUe favorevoli posizioni di tìoinmacarapagna e di Cu- 
stoza e vi si mantenevano ; i moiti da parte degli Au- 
striaci furono in numero stragrande, circa quattromila. 
Diciotta ufficiali, milleottocento soldati colla loro ban- 
diera dovettero deporre le armi. 

Fu un giorno dì gloria, ma era destino fosse follerò 
di ben dolorose sventure. 



H 2J> luglio Carlo Alberto ordinava alle sue truppe 
d'impadronirsi di Mouzambaiio e di Borghctto, al tine di 
ricongiungersi Jil De tìonnaz. Usciva col Bava e col Sam- 
mariva da Villafranca e presso Valleggio attaccava gli 
Austriaci. Ma l'astuto Radetzky. indovinando la mossa, 
aveva moltiplicato le sue forze traendole tutte con sé 
da Mantova e da Verona, e mentre si combatteva ac- 
canitamente nei pressi di Villafranca, il Duca di Savoia 
e il Duca di Genova venivano furiosameuto attaccati 



45 

a Sommacampagna ed a Castoza. Dopo tìerisBìma lotta, 
dopo essere stati per bene otto volte respinti daCustoza 
e da Berettara, nei quali combattimenti ì princìpi di 
casa Savoia dettero prova d'indomito coraggio, final- 
mente gli Austrìaci del generale d'Aspre, che ritorna- 
vano all'attacco con sempre nuovi rinforzi, poterono, 
nel cadere del giorno, occupare Sommacampagna e sta- 
bilirsi nella posizione di Custoza. 

Questo risultato ebbe le più fatali conseguenze. 
Nello scoraggiaiuento e 'nel pericolo dì quelle ora, fu 
decisa Timmedìata ritirata su Gioito. 

Per la vìa di Koverbello marciava l'eaercito pie- 
montese; chiudeva la marcia il duca di Savoia. Con cozzo 
furioso l'armata regia in. sera del 26 s'avventava all'as- 
salto di Volta; superava sotto il fuoco micidiale nemico 
l'ertissima altura lottando disperatamente nelle tenebre, 
replicfindo l'assalto più e più volte in sette ore di com- 
battimento ; ma ogni sforzo fu inutile, il nemico ne fe- 
ce un vero macello — e la ritirata si rese imperiosa- 
mente necessaria. 

A Cuatoza ai era iniziata, a Volta si compiva la 
CiiLastrofe, ■ 



L'ora del risveglio era suonata, e qual triste risveglio. 

L'esercito piemontese, dopo tante vittorie, in tre 
giorni di lotta eroica, disfatto; le linee del Mincio e del- 
l'Oglio perdute; quella dell'Adda insostenibile; tutta la 
Lombardia riaperta agli eserciti di Radetzky, Milano 
«tessa minacciaci; ecco le notizie terribilmente gravi, 
che dal 25 al 30 luglio giungevano nella Capitale Lom- 
barda. 



Fin dall'annunzio dei primi disastri, erasi costituito 
a lOlauo un comitato il quale, mojitro Re Carlo Alberto 



« 

iindava radDnantJo le membrfl sparse del suo esercitoi 
assutnfVtìsi di porre in istato di difesa la eittii ; proce- 
dev.H alla t'ortìficazione ed Airagijerra<^')i amento delle mura 
e dello vie; corcava armi ed armati; ordinava le mi-' 
lizie popolali; mandava in Svizzera ad assoldare nuovi 
volontari; provvedeva ai viveri per i combattenti e per 
per Ut popolazione; ricbiamttva infloe a Milano quanii 
corpi frauclii non erano alati taglinti fuori dall'inva- 
vasione nemica, ira i quali nocesaariameute ttiiehe (ia- 
ribaldi. 

Se chiedere armi, rizzar barricate, offrirò vita e sft- 
stanze, gridar « guerra morte »■ aoiio stìntili della de- 
liberata volontà d'un popolo di seppellii'tìi sotto le rovine 
della sua cittò, Milano li diede lutti. 

A Garibfildi l'ordine di recarsi a Milano, minacciata 
dagli eserciti ciustriaci, giunse a Bergamo la sera del 
3 ago&to ; e poichò egli era ^ià con,sapevuIe dello stótft 
delle cose, e le avang'uardie auatriiicbe bivaccavano già 
a Cassano d'Adda, non esitò un momento e indmzzò iiL 
suoi legionari il seguente ordine de! giorno : 

Legione italiana I 

Legionari! Il cannone tuona — il punto in cui 
siamo è in pericolo, come in posizione di essere tagliato 
fuori, e poi il giorno di domani ci promette un campo- 
di battaglia degno di voi. 

Adunque vi chiedo ancora una notte di sacrificio, 
progrediamo la marcia. 

Viva l'indipendenza italiana. 
Merate, 4 agosto 1848. 

G. Garihaldi. 



Fatti quindi nella notte stsessa gli apparecchi della 
partenza, per la via più corta e sicura di Pontide-Brivio- 
Merate, dopo trent'ore di marcia forzata, verso le due- 
pomeridiane del giorno 5 giungeva a Monza. ■- 



47 

ConduceTa con sé cinquemila uomini circa, e fta 
essi, confuso co' gregiari del battag-lione Anzani, trova- 
vasi Giuseppe Mazzini, venuto a chiedere in quella su- 
prema angoscia della patria il suo posto di combatti- 
mento, pronto a darle come semplice legionario italiano 
la sua vita. 

Monza, finche Milano resisteva, era una buona po- 
sizione di fianco, sulla destra dell'esercito austriaco, e 
quand'anche a Garibaldi fosse suito impedito di pene- 
trare nell'aasecìiata città, l'audace condottiero avrebbe 
potuto molestare il nemico e recare agli assediati aucbe 
diil di fuori un non spregevole soccorso; ma troppo 
tardi! Sfasciato l'esercita; discordi i generali; riuscite 
sfortunate lo fazioni sotto le mura ; smarrita ogni spe- 
ranza ; disordinate, inesperte le milizie cittadine; diviso 
il popolo; impossibile persino l'eroismo della diapera.zione ; 
certo l'eccidio della città e con esso inevitabile lamina. 
del Piemonte e della sua liberti; tale era lo stato ter- 
rìbile delle cose. — In questo frangente Carlo Alberto 
ebbe il triste coraggio dì fare col proprio sacrificio, aua, 
l'onta amara di una resa, che la giustizia della storia 
dovrà attribuire a molti altri picche a lui, elaseradel 
4 agosto, niftudò una proposta di armistizio al nemico, che 
la accettò. 



L'annunzio dell'armistizio Salaaco colpi tutta la Lom- 
bardia, e fu intoso con un sentimento d'incredulità, 
tanto che Garibaldi, anziché pensare alia ritirata, deli- 
berava di marciare prontiimente ia soccorso di Milano. 

Invano I tutto era finito! L'esercito piemontese in 
ritirata verso 11 Ticino, l'esodo dei patrioti! e dei pro- 
scritti era giii incominciato; Radetzki superbo come un 
conquistatore, passeggiava per le vie di Milano. 



^ 



* 
* * 



Nel frattempo un altro fatto degno di essere ricor- 
dato era avvenuto in Bologna. 



CAPITOLO vm. 

Sollevazione di Bologna. 

Il giorno 8 agosto, fin dal mattino, v'erano state 
provocazioni fra le truppe austriache ed i cittadini. Tra 
il pro-legato Bianchetti e il generale Velden, era stato 
convenuto che le truppe austriache non avrebbero oc- 
cupato la città, riservandosi la sola guardia delle porte 
di San Felice, Galliera e Maggiore. 

Alla Guardia Civica era affidato il servizio interno, 
e l'onorevole posto della Gran Guardia al Pubblico 
Palazzo. 

Tali patti non vennero mantenuti, e soldati armati 
erano entrati in città, sfidando e provocando i cittadini; 
ne seguirono delle risse con ferimento di un ufficiale 
e di alcuni croati, quindi scorrerie di truppe a piedi 
ed a cavallo ; ed un corpo di cavalleria alle 9 del mat- 
tino, entrato da Porta Maggiore, recavasi ad occupare 
la piazza. 

Fu un fremito generale nei cittadini, e gli atti mi- 
nacciosi degli austriaci non si vollero tollerare. Datone 
il segno, tutte le campane della' città suonarono a stor- 
mo, i tamburi della guardia civica batterono a raccolta; 
gli armati volarono alla difesa, gli inermi, non atterriti 
dallo minacele nemiche, si diedero ad erigere barri- 
cate. 

Gli austriaci, senz'altro, cominciarono l'attacco lun- 
go la linea che da Porta San Felice stendesi a quella 
Galliera, punto formidabilmente battuto. 



49 

Da Porta Galliera la niitragLia contro la sÈrada di- 
retta recava danni gravissimi ; cannoni, dalla Montag-nola.. 
e da piazza d'armi, fulminavano le case e gii ebocchi 
delle vie. 

Le racchette, i razzi, le bombe, piovendo nella 
città, recavano gravi guasti agli edifizi, ed ■ appiccava* 
no incendi, che i bravi pompieri a stento riusoivano, 
con ammirevole coraggio, a domare. 

Ma i! popolo non ai atterrisce, anzi cresce il suo 
sdegno di fronte a tjili barbarie, e, armatosi come 
meglio può, incomincia una disperata lotta. 

Si combattevada due ore ■virilmente da parte dei cit- 
tadini, quando la guardia civica con due cannoni, fu- 
gato il nemico, sì piantava alla Montagnola, menandone 
strage; questo sfiduciato e vinto si dava alla fuga, la- 
sciando prigionieri gli ufficiali. 

Fu universale il grido di gioia da parte dei citta' 
dini quando, usciti i nemici, sì videro padi'oni della 
citta. 

I bolognesi non si addormentarono sulla vittoria; 
essi si prepararono alla difesa per potere accogliere co- 
me BÌ conveniva il nemico. 

Si creò un comiUito dì salute pubblica, il quale 
subito si mise all'opera, pubblicando il seguente ma- 
nifesto: 



Fratelli delle Romagne e d'Italia! 

« Dopo di avere occupato tre porte principali della 
città, ed i suburbi, l'insolente austriaco credeva di po- 
terò gettare il fango a piene mani su un popolo italiano; 
il castigo fu pronto. L'amor della patria e l'onore d'I- 
talia fa gagliardamente palpitare il cuore del nostro 
popolo quanto ogni altro generoso; in breve, dopo osti- 
nata pugoa, gli austriaci furono cacciati dai poati che 
avevano proditoriamente occupati, e dalla Montagnola 
i>ve avevano fatto il loro inespugnabile baluardo, che 
credevano di tener saldo col cannoni bombardando 1^. 



50 

città. Un popolo, qufisi inerme, feeo mordere la polvere 
a molti di quei tristi, e ne iticAt:«nd molti altri, 

< Bopo la prima vittoria la causa non è vìnta; ac- 
correte in ftrmi tutti, generosi fratelli a dividere la glo- 
ria come dividente per ttinto tempo i dolori. 
Bologna, 9 af^osio 184S. 

Bianchetti, Pro-delegato — PepoU Gioacchino -Na- 
poleone — Biancoli Oreste ^- Berti Lodovico — (Jhe- 
rardi Silvestro — Dottore Frezzolini — Rusconi Fe- 
derico ». 

Ma il destino era segnato^ l'Italia doveva ancora 
soffrire il servaggio dello straniero, causa, non ultima, 
le nostre discordie. 



CAPITOLO IX. 
Garibaldi continua la lotta contro l'Austria. 

La Lombardia, dopo l'Armistizio, avea piegato il 
Capo al duro destino; era forza che O-aribaldi piegasse 
il suo; ma la sua doveva essere la ritirata del leone! 
Decise pertanto di marciare su Como, sperando che il 
paese, scosso dal primo sbalordimento, si leverebbe in 
armi per riprendere la lotta. Infiammato da questa fede 
arrivava col suoi a Camerlata; ivi prendeva posizione 
e vi si trincerava: di là spediva messi al Griffini, al 
D'Apice, al Manara, all'Arcioni, perchè si riunissero a 
lui per continuare la guerra santa; apriva nuovi aiTUO- 
laraenti invitando alle armi il paese. Tutto inutile! Il 
Oriffini per la Vaìcamonica, il d'Apice p?r 9a Valtel- 
lina, erano gik in via buI confine Svizzero: il Manara, 
il Dandolo; il Durando, subendo rarmistìzio s'erano in- 
camminati verso il Ticino; la sua colonna, anziché in- 
grossare perdeva più della metà dei suoi nomini; un» 
cosa era sicura; che gli austriaci s'avanzavano, e in 
poche giornata potevano avvilupparlo. 





Tuttavia non volle darsi vinto. I^evò bensì il campo 
dirifcendeaì verso Sin Fermo; ivi giunto, fece formare 
Balla piazza il quadrato e arringò i rimasti ; disse che 
sarebbe alata vile cosa deporre le armi; che bisognava 
eontinuare la guerra di bande, e con altre parole inci- 
sive che egli sapeva cosi bene trovare, tenta comuiii- 
Cftre il suo sacro fuoco agli altri — ma il silenzio elo- 
quente fu la prima risposta; nuove e numerose diserzioni 
furono il commento di quel silenzio. 

Calato il cappello eug'li occhi, come era solito fare 
nei momenti più torbidi, 1' eroe iniziò la marcia sen- 
z'altro col resto de' suoi su Varese; passatavi la notte 
del 9, ripartiva il mattino seguente per 11 Liigo Mag- 
giore, e tragittato il Ticino a Sesto Calende, approdò 
la sera del 10 agosto a Castelletto presso Arona. La 
mattina dell' Il s'impadronì nel porto d'Arona dei due 
piroscafi ■ S. Carlo « e « Verbano », imbarcò in essi e 
in alenili navicelli a rimorchio i millecinquecento uomini 
rimastigli ; risalì il Lago Maggiore e sbarcò a Luino ove 
pose il suo campo, 

P>a la prima delle sorprese con cui Garibaldi do- 
"veva fare meravigUare popoli e governi. 

Aveva deciso di non lasciare i» terra Lombarda 
^eiiza misurarsi con lo straniero e 1' occasione uod si 
fece attendere. 



Fin dalla mattina del 15 una colonna di Austriaci, 
forte di tremila uomini, era partita da Varese coU'in- 
toazione di attaccare i legionari italiani. (Garibaldi era 
ammalato nell'albergo della Beccaccia, posto a piccola 
distanza da Luino sulla strada di Varese, M<?dìci ve- 
gliava per lui. Barricata la strada al di là dell'albergo, 
collochiti gli avamposti, spediti esploratori a scandagliare 
i dintortii. stava in guardia pronto alle armi. Non era 
scoccato ti mezzcgiorno, che gli esploratori vennero ad 
annunciargli l'avanzarsi del nemico. 



52 

Mediui corsa (id avvertire Garibaldi, il quale, di- 
mentico del male che lo tormentava, balzava dnl letto, 
montava a cavallo, spiegava una parte della sua colonna 
sulla stradi! e nei eampi circostanti, appostava sulla si- 
alstra il Medici col rimanente del corfio, lasciava, se- 
condo il suo costume di guerra, avvicinare il nomico e, 
scflmbinti i primi colpi, lo caricava alla baionetta, prima 
di fronte, poi colla colonna Medici dì fianco. In poche 
ore di Horii lottii lo metteva allo sbarji^lio. inseguendolo 
per lungo ttAtto di vìa e costringendolo a lasciare sul 
terreno, tra morti, feriti e prigionieri, circa trecento 
uomini. 

Una nuova campagna era incominciata in Lom- 
bardia! Il giorno 16 stette ad aspettare un nuovo as- 
salto del nemico, che non si fece vedere; il di scgiuenie 
per la Valgana, ai avvicinò a piccole tappe a Varese, 
dove entrò il IS alle cinque del pomeriggio. 

La patriottica città lo accolse trionfaìraente. Vi passò 
in riposo la gìoniati del 19, e la mattina del 20. avver- 
tito dell'avvicinarsi dì un grosso corpo di Austriaci, or- 
dinò la ritirata sulle colline d'Induuo, spingendo Medici 
ad Arei.sitte- Il giorno appresso alcune Gomp?xgnie au- 
striachf presentavansi in ricognizione e, raccolte notizie 
suUe posizioni occupate da Garibaldi, ripartivano. H 23 
tutta la divistone d'Aapre, comand.ìta dal generale in 
persona,, forte di diecimila uomini, entrava in Varese, 
mentre due altre colonne Austriache, l'una da Luino, e 
l'altra da Como, erano in moto per occupare tutti i 
passi delia Valcnvia e del Mandrisiotto, con Y intendi- 
mento di impedire a Garibaldi ogni ritirata e farlo pri- 
gioniero. 

Garibaldi comprese che, se lasciava tempo a tutte 
quelltì folunne netniche di compiere le loro manovra, 
chiusa ogni via di scampo, ne sarebbe rimasto schiac- 
ciato. Non esitò un istante; lasciò Medici ad Arcisate 
con duecento uomini, dandogli ordine di tenere a bada. 
il nemico, di resistere più die avesse potuto, ed all'e-^ 



53 

stremo di rifugiarsi in Svizzera; egli risali per un tr<ilto> 
la Valgana, per confermare gii avveram nella credenza 
che volesse difendersi su quegli altipiiini, poi ad un 
tratto mutò direzione, girò per Valcuvia, scese rapida- 
mente su Gavirate, coisteggió il Lag-o, e per Capolag-o b 
Gazzada, dopo due giorni di marcia forzata riuscì a Mo- 
razzone, alle spalle del nemico che credeva averlo sempre 
di fronte. 

Il generale D'Aspre non durò a luu^o nell' Inganno; 
avvertito da uno spione dell'ardita mossa di G-aribaldij 
deliberò di assalirlo immediatamente nella sua nuova 
posizione e l' indomani una colonna di cinquemila Au- 
striaci, comandata dnUo scesso generale D' A&pre, com- 
pariva improvvisamente a Morazzone. 

Gi-aribaMi non si aspettava si rapida mossa ; i suoi,. 
spossati dalle marcie forzate dei giorni precedenti, tra- 
scurarooo il comandato servizio di vigilanza e di per- 
lustrazioni, sicché il nemico potè facilmente sorprenderli, 
e il cannone fu la loro sveglia. Egli ebbe appena il tempo- 
di montare a cavallo e di accorrere alle prime difese; 
in brevi istanti T attacco si sviluppò su tutta la linea, e 
i garibaldini, dominata la prima sorpresa, animati dalla 
voce e dall' esempio del loro capitano, sostennero intre- 
pidamente l'urto nemico e lo arrestarono. Il nemico però 
non poteva tardare ad avere ragione sul valore; tutciìvia 
a Gai'iba'.dì riuscì di protrarre la difesa fino a notte inol- 
trata ; poi, apertasi con la baionetta una via tra i petti 
nemici, si buttò col suoi, serrati e minacciosi, nell'aperta 
Campagna, e quivi sciolse la colonim, consigliando i com- 
pagni di guadagnare alia spiccioliita il confine svizzero. 

Egli dal canto suo li imitò, e travestito, da conta- 
dino, nascosto ed ospitato dagli amici, protetto dalla sua. 
stella, giunse a sconfinare presso ponte I^resa in Sviz- 
zera, dove ad Agno, in casa Vicari ricevette calda ed. 
affettuosa ospitalità. 



Anche a. Medici era toccata la stessa sorte. Assa- 
lito it 24 agosto da circa cinquemila austrinci, cho in 
più colonne s'erano mof,ai ad avvilupparla, con soli due- 
cento dei Buoi, tenne fronte per oltre quatt'ore ai re- 
plicati assfilti; finché divenuUi perieolosa cgm ulterio- 
re resistenza, si ritirò in buou' oidiiie nellii limitrolit 

Cosi fini la prima impresa di Garihaldi in Italia. 
Essa riuscì quale doveva essere! Fu la proieeta di un 
iiorno avvezzo a non deporre le armi che dopo la vit- 
toria ; fu rauda':e disfida di uu eroe; fu una disperata 
rivolta, della quale nessun 'al tre, all' infuori di lui e dei 
suoi, avrebbe affrontate le conseguenze. 

Militarmente considerata la mossa di Morazzone fu 
una delle pii'i ardite che la mente di una stratega possa 
immaginare. Lo stesso generale D'Aspre Bcopri, nella 
azione del suo avversario, i lampi di un gran genio mi- 
litare, che gli italiani non avevano ancora appreso a 
conoscere, e lo confessava cosi a persona elevata : « L'uo- 
mo che avrebbe potuto essere utile nella vostra guerra 
del 1848, l'avete disconosciuto; esso era Garibaldi ». 



Garibaldi fu costretto da quei febbroni, che mai ra- 
devano abbandonato durante tutta la campagna, a pro- 
lungare la sua dimora in Svizzera più di quanto avrebbe 
Yoluto ; alla meta di settembre potè partirne, e si ricon- 
dusse a Nizza per rivedervi la moglie, il Aglio, la ma- 
dre. Ma vi rimase per poco perchè la lebbre della lotta 
gli bruciava le vene. 

Si recò a Genova, sperando dì trovarvi aiuto di 
denaro, di armi e di armati; ma la sua fu una disillu- 
sione ! Però appunto in quei giorni, una depuUwione dì 



1 




56 

siciliani, si presentava in Genova a Garibaldi, invitan- 
dolo a foTTnare una spedizione di eoccorao alla Sicilia. 

Ferdinando II di Napoli aveva tradita e assassinata 
La promessa, liberta e mandato un poderoso esercito a 
sottomettere la Sicilia, la quale priva di armi, di milizie 
-e di cajffitani, nonostante la {gagliarda difesa di Palermo, 
di Catania e di Messina, stava per soccombere. 

Garibaldi, senza prendere impegno assoluto, promise, 
se gli fosse stato possibile, di portare ai siciliani l'aiuto 
richiesto. Infatti, raccolti circa cinquecento della sua 
vecchia Legione di Lombardia, lanciava agli italiani il 
seguente programma: 

Italiani ! 

Il nido della tirannide, al quale mettevano capo tutte 
le vili iniquità cortigiane, è rovescieito. Vienna combatte 
per la libertà. Non combatteremo noi per la nostra'? 
Non udite venire, o italiani, un fremito dalla Lombar- 
dia e dalla Venezia? Il popolo che surse di marzo^ seb- 
hene coperto dì ferite, non è morto, ma vive; carica il 
fucile e aspetta il cenno. 

All'armi dunque, o italiani ; noi siamo alla vigilia 
deiruUìraa guerra, non lenta, non iìacca, ma a'apida, im- 
placata. Levatevi forti dei vostri diritti calpestati, del 
vostro nome schernito, del sangue che avete sparso: le- 
vatevi in nome dei martiri invendicati, della libertà con- 
culcata, e della patria saccheggiata, vituperata dallo stra- 
niero, forti come uomini parati a morire ì Non chiedete 
vittoria che a Dio e al vostro ferro; non confidate che 
in voi. Chi vuol vincere vìnce. 

Su dunque, raccogliete fucili e spade, o italiani, Non 
sonore promesse, ma opere; non vanti passati, ma gloria 
avvenire. 

Genova, 18 ottobre 1848. 

G. Garibaldi. 




66 

Da Genova s'imbarcò col proposito di recarsi ini 
SicUia. 



* 
* * 



Ma il 25 di ottobre a Livorno, ove Garibaldi aveva- 
approdato, 1 democratici di quella città, gli si misero at- 
torno, persuadendolo a restare in Toscana, ed a pren- 
dere il comando di quel simulacro d'esercito senza capo.- 
Fu costretto ad acconsentire; sbarcati i suoi, si recava 
a Firenze; ma quivi giunto, si senti sedotto dall'imma- 
gine di Venezia, sola combattente invitta per mare e 
per terra contro l'Austriaco. Dominato da questo senti- 
mento, lasciava con la sua colonna Firenze e s'avviava 
per Bologna, col disegno di scendere a Ravenna, e di 
là, passare a dare il suo aiuto all'eroica regina dell'A- 
driatico. 

Ma era appena arrivato in Bologna, intento sempre 
a reclutare nuovi seguaci, ed a spiare l'occasione che 
gli schiudesse l'agognata via di Venezia, quando si sparse 
per tutta Italia l'eco dei tragici fatti di Roma; il lo no- 
vembre Pellegrino Rossi veniva assassinato; il Papa, as- 
sediato nel Quirinale, rassegnato a subire un Ministero 
Mamiani, ma risoluto a non concedere di più; infine il 
21 novembre Pio Nono fuggito a Gaeta ; il governo af- 
fidato alle mani di tina Giunta Suprema eletta dal Par- 
lamento; la Costituente convocata. 






Un si inatteso e violento mutamento nelle cose 
d'Italia, mutò anche tutti i piani di Garibaldi. Ora gli 
era aperta la via di Roma, ed il fascino di Roma era. 
per lui irresistibile. 

Non mise quindi indugio ad offrire al nuovo go- 
verno l'opera sua e dei suoi compagni; e l'offerta es- 
sendo stata accettata, così scriveva al Ministro della. 
Guerra : 



57 



Eccellenza, 



Domani raggiungerò colla mia colonna Folig'no, 
-donde mi dirigerò a Rieti, punto che mi sembra molto 
conTeniente per ortranizzare il battaglione, e ricevere 
da Roma l'armamento e quanto altro necessario. Mi per- 
metto di raccomandare a V. E. il pronto invio del ve- 
stiario, trovandosi la mia gente in uno stato deplorevole. 

Mi onori dei suoi ordini. 



Terni, 22 dicembre 1848. 



G. Garibaldi. 



< P.S. Ho ricevuto il dispaccio di V. E. dopo di 
aver scritta la presente; dirigerò la colonna a Fermo 
siccome mi viene ordinato. Ringrazio V. E. dell' accet- 
tazione del Corpo al servizio dello Stato, e solamente 
reitero la sollecitudine dell'abbigliamento e dei suoi or- 
dini. Vale. » 

Garibaldi parti da Foligno il 28 dicembre, avendo 
dovuto aspettare il vestiario e l'armamento; arrivò a 
Macerata il 1" del 1840, dove lo raggiunse un novello 
ordine di non proseguire più. per Fermo, e di restare 
dove era. 

A Macerata Garibaldi badava ad ordinare, ad ag- 
guerrire ed a rinforzare la sua gente; e tanto entrò nella 
stima e nell'affetto dei raaceracesi, che più tardi, quando 
furono convocati a nominare il deputato alla Costituente, 
lo elessero. 



Mentre la Giunta Suprema di governo lavorava ad 
apparecchiare il terreno alla Costituente, dall'altro 1 cle- 
ricali si studiavano a seminare d'ostacoli il cammino di 
quella rivoluzione, il cui andare era necessario e ormai 
Xatalo. Giunta la loro veechìa teoria ogni mezzo era 



-68 

buono; e, in attesa che le potenze cattoliche muoTea- 
sero all'invito di Pio IX, coprivano di trame e d'intrìghf 
tutto lo stato romano; e in alcuni luoghi, specie nell'ap- 
pennino Ascolano e nel confinante Abruzzo, spalleggiati 
dal Borbone, avevano coronate le creste di quei monti, 
antico teatro del sanfedismo, dì numerose bande bri- 
gantesche. 

Importava alla Giunta Suprema di por riparo a 
quell'urgente pericolo; laonde deliberava di mandare il 
colonnello Roselli a combattere il brigantaggio Ascolano; 
nello stesso tempo chiamava Garibaldi a Rieti, con l'in- 
carico di guardare quel confine verso Napoli, e di con- 
certarsi con Roselli per soffocare la nascente reazione; 
Garibaldi ubbidiva, e per Tolentino, Foligno, Spoleto, 
arrivato verso la fine di gennaio a Rieti, si accinse sen- 
z'altro all'opera; e, quantunque il mandato fosse arduo, 
e richiedesse severe punizioni, tuttavia il temuto condot- 
tiero non lasciò in quei luoghi alcun ricordo di ferocia, 
alcuna traccia di sangue innocente. 

Rese invece segnalati servigi al governo Romano, 
perseguendo nel più rigido inverno l'ostinato malandri- 
naggio, tenendo atterrita e rimpiattata la reazione, 
custodendo fino all'ultimo tratto quel territorio, aperto 
per tante vie alle insidie nemiche.... 

CAPITOLO X. 
Roma — Proclamazione di governo repubblicano 

Il 5 febbraio 1849 i deputati del popolo adunati in 
Campidoglio trassero con solenne maestà, al palazzo della. 
Cancelleria, luogo stabilito per le loro adunanze. Fu 
posta subito la questione, che si dichiarasse il decadi- 
mento del potere temporale dei papi, e si proclamasse 
la repubblica. Sorse Terenzio Mamiani con le memorande 
parole : a Soma, o i Papi o Cóla di Rienzo, — « i Papi: 



« investìti del podere temporale, essere stati sempre il fla- 
< gello d'Italia e della religione; la, repubblica la più. bella 

* parola, che dir potessero labbra d'iiouio. Gravi per altro 
« i pericoli che potea con sé portare la repubblica, non 

* avendo gli Stati roraarii per tutelarla le immortali fa- 

* langi che la Friincia ebbe nel 1793. Toscana poteva 

* aiutare ma debolmente ; gran danno invece U pro- 

* clamata repubblica pot&a recare iti Liguria e iu Pie- 
« monte, nerbo e centro delle forze it^iliciue ; l'Europa 
« tutta conservatrice-; la Francia meno repubblica che 
€ itnpero Napoleonico. Concluse elle la questione della 
« forma di govtìrno coiiveniva rimettere alla Costituente 
« italian.i ". 

Garibaldi, Masi, Filopanti, Agostini. Carlo Rusconi, 
parlarono in fivoro della repubblica. Vincigaerra escla- 
mava essere tempo di finirla coi Papi, assentivano Ga- 
bussi e tìavinì. Bonaparte priocipe di Canino, diclùarava 
impossibile la conciliiizione del papato con la libertà 
italiana e invitava a proclamare senz'altro la repubblica; 
fu una di.scuSsione serratft, efficace, eloquente, Infine 
respinta ogni altra proposta, fu messo ai voti il memo- 
l'ttndo decreto. 

Ari. 1. lì papato è decaduto di fatto e di diritto dal 
r/orerno temporale dello Stato romano. 

Art. S. Il Pontefice romano avrà tutte le guarentigie 
necessarie per la indipendenza iielt' eservizio delia sua po- 
testà spirituale. 

Art. ci. [.a forma di governo àefln Stato romano sarà 
In democrazia pura, e prenderà il glorioso nome di Re- 
pubNiea roinana. 

Ari. 4. La repubblica romana avrà col reato d'Italia 
le relazioni, che esige la nazionalità comune. 

T vot-:inci furono Centoquarantafre ; centoventi ri- 
sposero *Si; nove risposero Xo ; quattordici approvarono 
commentando un articolo. 

La folla immensa di popolo, alla notizia, proruppe 
,jin un urlo immane di gioia e di plauso. 




«0 

Roma in quel momento nveva rtflermiito il diritto 
del popolo italiano. 

Essa parve e fu grande come In Roma dei Cesari ! 

E il manifesto, cho la Costituente romana diresse a 
tutti i popoli, lo prova. 

Ecco alcune parti più iniportitnti di quel documento 
d'imperitura memoria. 

Italiani, 

« Novello vi sì presenta quel popolo, che era già, 
il più grande deUa terra. Ma fra l'antica grftndezzn e 
questa resurrezione stette per miile anni il papato. 

II popolo ha voluto, e la sua volontà non ha bi- 
sogTio di chiedere giustificazioni dal passato. La sua ra- 
gione è antecedente ad ogni fjUto umano. 

% Era piena di lacrime la storia d'Italia, e al pa- 
pato ne veniva ast-ritta gran copia. E nondimeno, 
allorché ai fece innanzi il papato, e niise'la croce sulla 
dima del vessillo nazionale, v^de il mondo che gl'ita- 
]iaiii erano presti ad obliar le sue colpe-: e a nome di 
un papa iniziavano la loro rivoluzione. Ma quella fu 
appunto la prova di quanto potesse il papato e di quanto 
non potesse. I predecessori dell'uliimo regnante erano 
stati troppo cauti |>er non imperniarsi a tal prova, e la 
loro potenza non tu misurata, cho dalle scìa{?ure accu- 
mulate Bui popoli. L'ultimo regnante si avventurava 
primo nell'opra e volle ritrarsene, quando ai fu accorto 
che egli aveva rivelat;! una terribile verità, cioè l'im- 
potenza del principato papale a far Ubera, indipendenie 
e gloriosa la nazione italiana; volle ritrarsene, ma fu 
tardi, Il papato aveva giudicato se stesso 

e Speravamo tuttavia ; ma un sistema di reazione 
fu la risposta che venne dal papato. Cadde la reazione. 
Il papato dapprima disaimiiló ; vide la pace del popolo 
« fugg^l. E nel fuggire portò seco U certezza di dentare 



gì 

la guerra civile ; violò la costituzione politica ; ci lasciò 
senza, goverao ; respìnse i messaggi del popolo ; fomentò 
le discordie; stette in braccio del più feroce nemico di 
Italia e acomunicò il popolo. 

« Questi fatti mostrarono abbastanza ciie il princi- 
pato papale né voleva né poteva modificare sé stesso, 
e non restava cLe subirlo o distruggerlo. Venne distrutto. 

a La liberaliUt di regnanti o tolleranza di popoli 
avevano posto i! papato nella città degli Scipioni e dei 
Cesari, invece che nel mezzo della Frdncia o sulle rive 
del Danubio o del Tamigi; doveva esser per questo, che 
gl'italiani perdessero i diritti comuni a tutti i popoli, 
la liberti!, la patria? E ae fosse pur vero, che alla po- 
testà spirituale del pontificato sia necessario il possesso 
d'una sovranità, temporale, quantunque non a questa 
condizione fosse promessa da Gesù Cristo l' immortalità 
della sua Chiesa, era dunque serbato a Roma di dive- 
nire il patrimonio del papato e divenirlo per sempre V 
Soma, patrimonio di una sovranità, che per sussistere 
aveva bisogno di opprimere, e per essere gloriosa aveva 
nocetisità di perirsi e come patrimonio dei papato farsi 
cagione permanente della mina d'Italia? Roma, di cui 
le tradizioni, il nome e fin le ruine parlaao si torte di 
]lbei-tà e di patria? ...» 



E il popolo rispose e risponde : No 
noma i delta Mbertà t 



- Roma é mia! 



Parlato a Roma il debito politico, Garibaldi ritornò 
a Rieti a riprendere il suo posto militare. 

Nel frattempo gii avvenimenti avevano fatto il loro 
corso. 

Il 22 marzo la catastrofe di Novara ; il 27 la risposta 
dell'Asaemblea Veneta all'Haynau ; < Venezia resisceri 
tìd ogni costo » ; il 28 l' insensata rivolta di Genova ; 
il 1" aprile l'ultimo giorno della decade Bresciana. 



62 



CAPITOLO XL 

Le dieci giornale di Brescia 
disastrosa giornata di Novara- 



li 20 marzo, in Brescia, una adunata di popolo in 

piazza Vecchia, sotto la loggia municipale, preceduta da 
bandiera tricolore, chiedeva le dimissioul del Podestà, 
Zambelli, e la formazione della guardia ciTica. Nello 
Etesso giorno, sul Colle di S. Florian, era comparsa una 
squadra d'armati condotta dal prete BoiCava. Questo pic- 
colo corpo volante di 300 nomini, al quale si erano ag- 
giunti aJcuni terrazzani, aveva avuto incarico, dal Co- 
mitato per r iiisurreztoue, di impedire le comunitiazionì 
Bulla strada per Peschiera, Verona e Mantova, intercet- 
tare dispacci del nemico e molestarlo con avvisaglie. 

La sera del 21 marzo fu fermata una staffetta la^ 
trice di dispacci ; tradotti dal tedesco. ?i rilevò che re- 
cavano l'annuncio, essere partito da Verona un grosso 
convoglio di munizioni per fornirne Brescia e Milano, 

Una trenriaa di giovani animosi, fra i quali Giu- 
seppe Zanartìeili, postisi sotto gli ordini di tale Longhena» 
perchè era stìito militare, uscirono dalla città allò 11 di 
sera col determinato proposito, d'impadronirsi del con- 
voglio di munizioni, tanto necessarie ai cittadini insorti. 

L'ardita falange giunse a Rezzato prima dì giorno. 

Avvertiti i baldi giovani, che il convoglio delle 
truppe imperiali era prossimo a giungere, bì diedero 
subito a costruire una barricata allo sbocco della via,. 
verso Ponte S. Marco, e dopo di avere collocata della 
gente anche inerme sui balconi e nelle vie, per dimo- 
strare che erano in molti a chiudere il passo, presero. 
posto nella barricata, risoluti a tutto. 

Non tardò a comparire sulla strada la pesante co- 
lonna dei carri, custoditi dalle baionette croate. 



63 

E corpo austriaco di scorta agli otto carriaggi ciirichi 
di munizioiii eradi 173 soldati e sei ufficiali; questi ac- 
cortisi della barricata e degli armati clie impedivano il 
passo si fermarono. Il comandante della piccola squadra 
bresciana divisò di mandare un parlamentario ad in- 
vitare il comandante delle forze nemiche a recarsi a 
Rezzjito per trattare col duce delle forze cittadine ìq- 
sorte. Questi assenti, e, quando fu all'ingresso del paese, 
gli fu imposto di arrendersi, informaadolo che ogni re- 
sistenza sarebbe stati inutile, perchè Brescia e Milano- 
erano in mano del popolo, e le truppe avevano capitolato, , 
r intero paese insorto, come era insorta la stessa Vienna. 
Intanto, durante le trattative, erano sopraggiunti 
altri iusorti guidati dal curato Boitava, e il capitano ac- 
consenti di arrendersi: ufficiali e soldati consegnarono 
le armi, e i bravi bresciani preso possesso de! convoglio 
delle munizioni, per vÈe montane, onde evitare l'incontro 
di qualche squadrone, dì cavalleria, si diressero verso 
Brescia, ove giunsero sul fare di sera del giorno seguente, 
accolti dalla cittadiminza con. luminarie e grande entu- 

La sera del 21 era stato acclamato Podestà il So- 
lari, che si annunziava alla clttadiiianza con un patrio^ 
ticQ manifesto. 

Il ^2 venivano aperti i ruoli per la formazione della 
Guardia civica. 

La mattina del 23 nella contrada de?li Orefici, nei. 
pressi di Piazza Vecchia, un pugno di popolani si av- 
ventava contro i soldati austriaci di scorta ai carri di 
legna, destinatn al riscaldamento delle caserme e del 
Forte, li disarmava, inseguendoli fino all'accesso del 
Castello, e disarmava pure alcuni gendarmi incontrati 
per via. La sommossa si fece generale, si abbatterono- 
gli stemmi e le insegne imperiali, e si disarmarono i 
soldati di picchetto negli ospedali, ed in altre località 
dando ad essi dovunque la caccia. 

Il comandante del Forte, Leshke, senza Indugio,. 



volle ricorrere alle armi dello spavento; e nelle o 
XKimcridiane» fece piombare sulla città un gran numero 
di bombe, che, se cagionarono qualche rovina alle case, 
ebbero per effetto di accendere maggiormente l'entu 
aiasmo bellìgero della cittiidinanza; dopo ta.le preludio 
mandava un messaggio til Podestà, intimando che se la 
città non t'osse ritornatii. alla soggezione imperiale, 
avrebbe bombardata ed incendiata. IlSoleri,a sua voi 
domandava tempo per provvedere; ma allo scoccare 
della mezzanotte, in esecuzione della fatta minaccia, il 
Lesbke, apriva dal castello un furioso bombardamento. 
Questo procedere barbaro, che veniva principal mente 
a colpire donne e bambini giacenti nel Konno, inaspri 
i cittadini, che armati, si fecero sotto al Castello rispon- 
dendo ni bombardamento col prendere a bersaglio i can- 
nonieri nemiei, al grido « di viva l'Italia, viva il Pie- 
monte ». 



■! 



Intanto, sul mezzogiorno del 20 marzo, le ostilità.! 
da parte dell'esercito piemontese contro gli austriaoij 
furono riprese, ma le sorti della guerra furono addirit- 
tura disastrose per le armi italiane. 

Il piano del generale in capo Chzamowsky, noni 
era tale, che potesse convenire ad un piccolo eser-J 
cito, quale era quello messo assieme dall'eroico Pie-| 
monte. Invece di tenere unite, quanto più si potesse, le ,^ 
piccole forzOj esse erano schierate sopra una fronte ec- 
cessivamente estesa. 

Il generale Lamarmora, con una Divisione, era stato 
inviato nella Lunigiana, per attraversare l'Appemiino 
con Tobbiettivo di assalire gli austriaci alle spalle sulla 
sinistra del Po. 

Ma qualunque fosse il piano strategico, è certo che 
il generale Ramorino, che, con la Divisione Lombarda, 
fronteggiava il Ticino nella posizione della Cava, ed a 




65 

cui era stato dato ordine preciso di arrestare la marcia 
del nemico, ove questo avesse tentato il passaggio del liu- 
ine a Pavia, e, come segnale alC&mando Generalo del Een- 
tativo, tirare moltiplicati colpi di cannone ; questo g:e- 
nera!e, contrariamente a tali ordini precisi, non sparè 
neppure mi colpo, non fece atto dì resistenza, né si ri- 
trasse sopra Sannazzaro e Mortara, ove coi-pi picmojitesi 
a'wisati avrebbero pomio trovarsi concentrai il mattino 
del 2l per dargli man "forte, appoggiandosi ad ottime 
posizioni. 

Invece la Divisione senza sparare una cartuccia, 
senza dare il seguale ordinato si ritirò sulla destra dd 
Po, standosene là spettatrice inerte. 



Dopo un'avvisaglia di avamposti al Gravellone, g-li 

eserciii avversari si trovarono dì fronte il "21 presso 

Mortara. Radetzkj-, concentrate tutte le sue forze, con 

rapide mosse aveva spinto i suoi all'attacco ; lo truppe 

piemonttisi comandate al centro da Vittorio Emaiiuelf', 

Duca di Savoia, fecero prodij^i di valore, ma glia ustriaei 

sovorchianti di numero, riuseirono ad impossessarsi di 

notte delta cittii: e fu notte di strage in Morliira, percliè 

si combatté nccaritameuto per le vie, nello piazze e 

*ielle c:ise, opponendo i nostri un'indomita e disperata 

i-osistenza.... 

Intanto, si combatteva con valore ed onore dalle 
riostTG truppe anche alla Sforzesca; ma i risultati otte- 
nuti furono complctaraente neutrali2zati dalla rotta di 
ìdorUira. 

Il grosso dell'eaercito, con Re Carlo Alberto, nella 
Bupposizione che gli Austriaci muovessero da Mai^enta 
■jjer transitare il Ticino, stava accampato per attendere 
il nemico presso Trecate ; ma, trovate sgombre le pofii- 
zìoni ci ripostali ti, mosse al di qua del fium.e, per la vìa 
^ Milano. 



6S 

Fur troppo non potè continuare lungo la eua mar- 
-cia su teiTii lombarda, perché, giunta, la notizia che 
l'ftusti'iiK'o, già vittorioso, proseguiva alle sue spa-Ue mi- 
naccììindo Torino, fu inimediataniente ordinata la retro- 
marci «. 

Il 28 marzo, l'esercito nostro, forte di quarantamila 
uomini 6 110 pezzi d'artiglieria, si trovava alle nove 
del mattino sotto Novara. Alle ore undici, il cannone 
nemico diede il segnale della bnttaglin.. Re Carlo Alberto 
era al suo posto in prima. Illa tra i combattenti. Il cro- 
cevia della Bicocca era la chiave della posizione, e gli 
austriaci, in dense colonne, dìresBero tutti i loro sforzi 
contro di esso, I piemontesi lo difesero col coraggio della 
disperazione; Re Carlo Alberto, ritto sul suo cavallo, 
nella saa marziale impassibità, sembrava desiderfisse di 
essere colpito a morte ; ma se il Re era l'isparraiato 
-dalle palle nemiche, quanti gli stavano vicini venivano 
mietuti, e tra tanti altri, il generale Perrone, colpito da 
palla alla testa, e il genei'ale Passalacqua, l'estavano 
fulniinìiti sul terreno, proprio al fianco di Carlo Alberto. 
Tutte le riserve erano state impegnate. 
II Duca di Savoia^ dopo avere avuto feriti a morte 
tre cavalli, appiedato, mantenevasi alla testa degli avanzi 
■dei suoi battjiglioni con singolare intrepidezza. Mal' eroi- 
smo non poteva pjìi cambiare le sortì della giornata. 

Re Carlo Alberto, testimonio e parto di tutte le fasi 
della battaglia, cavalcava taciturno e mesto verao la città, 
incurante dei pericoli che lo circondavano, e giuntovi, 
contemplava in silenzio e con indicibile dolore la di- 
iilatta del suo esercito. Lo si voleva ìilloutanare dal 
luogo terribilmente esposto, ma Egli, nello schianto dello 
strazio diceva; « lasciatemi morire: questo deve es- 
sere rultimo giorno della mia vita! » Aveva tanto in- 
vocato dal Dio degli eserciti in quel giorno dì perderla, 
' ma non fu ascoltato. 

Lii bandiera biancaannunzìava la sospensione delle o- 
^tilità; segui rarniistizio e quindi l'abdicazione di Carlo 



67 
"Alberto e l'assunzione al tròno aelngtio Vittorio Ema- 
nuele IL 

Tutto era finito! I deatioi d'Italia non erano ancora 
maturi I Alle undici della notte, Carlo Alberto muoveva 
■alla Tolta di Oporto, per morirvi di 11 a pocUI raesi, 
martire di un'idea sublime, vittima del dolore ! 



H 26 marzo, a Brescia, ove nulla si sapeva del 
disastio toccato alle truppe piemontesi, si procedeva 
alla nomina del Comitato di difesa, nelle persone dei 
cittadini Cassola e Contratti, i quali pubblicarono il se- 
guente proclama. 

Brescia, 2(5 marzo 1849. 
Cittadini! 
Lfl patria è in pericolo! 

Ora è il momento, o bresciani, d'agire e di fare 
conoscere che le vostre promesse non furono milhinterie. 

Gli armati accorrano davanti al teatro per ricevere 
la loro destinazione. Chi non ha arnai, le donne, i vecchij 
ì ragazzi, si adoperino a costruire barricate alle porte 
della ci Ita. 

Uniamo le nostre forze e difendiamoci. Non si tratta 
che di duemila uomini, con due pezzi d"'artiglieria, quasi 
tutti italiani. 

All'armi I All'armi! 

Unione, costanza, ordine! 

Cassola, Contratti, 

Ragione di questo manifesto al.popolo di Brescia 
era die il Comitato della difesa, aveva avuto avviso che 
la notte del 25 un corpo d'imperiali sotto il comando 
del generale Niigent, sortito da Mantova, con marcie for- 
zate si dirìgeva su Brescia- 



L 



68 

Nella città erasi formato un corpo dei più ardimen- 
tosi guidato da Tito Speri, capi squadra erano Giuseppe 
Zanardelli, Giuseppe Nullo, Antonio Frigerio, Luigi Ca- 
stelli, Camillo Biseo, Eligio e Filippo Battaggia. Tutti 
mossero incontro al nemico, prendendo posizione nel 
borgo di Sant'Eufemia, ove già trovavasi il curato Boi- 
tava con la sua compagnia ; si asserragliarono pure ia 
in altre posizioni atte ad impedire al nemico l'ingresso 
nella città. 

Poco prima del mezzodì, gli Austriaci aprirono- il 
fuoco, ma gli assalitori vennero coraggiosamente respinti. . 



Il Comitato ed il Municìpio, conTÌnti che la resi- 
stènza non poteva durare a lungo, decisero di spedire 
ili generale Nugent una Commissione di cittadini che si 
presentò agli avamposti nemici con bandiera bianca. 

La Commissione fu ricevuta dal generale, il quale 
poneva senz'altro per condizioni che i bresciani cessas- 
sero dalla difesa, deponessero le armi, e distruggessero 
le barricate, perche egli, per amore o per forza, sarebbe 
entrato nella città. 

Quando si conobbe l'arrogante risposta del generale 
austriaco, la popolazione proruppe unanime in un sol 
grido : « Guerra ! Guerra ! » 

Gli Austriaci mossero all' assalto della città, ma ì 
prodi Bresciani guidati dall' eroico Tito Speri usciti da 
porta di Torre Lunga, giunsero alle spalle degli Austriaci, 
già alle prese con le bande dei nostri, e impegnarono 
una mischia micidiale. 

Il combattimento durò fino a sera con la peggio 
degli Austriaci, che, abbandonate le conquistate posi- 
zioni, si ritÌraron*5 nei loro attendamenti di S. Eufemìa., 

Cosi ebbe fine la memorabile giornata del 26 marzo. 




69 



Il 27 gli imperiali a mezzodì ripresero le astiìità, 
si spinsero fino a Rebuffone, a poca distanza da Torre 
Lunga,' dovei Bresciani erano appostati alla difesa. Gli 
Austriaci, piantata nmi batteria aopra Verta della Villa 
Mflffei, ai diedero a fulminare i bravi difensori, mentre 
nello stesso tempo il Castello iniziò il bombardjimenlo 
prendendo i bresciani fra due fuochi. Ma le cannonate, 
il bombardamento, gli incendi non sg'omentarono i va- 
lorosi Bresciani, che anzi, inaspriti dalla ferocia del ne- 
mico, moltiplicarono gli atti di eroismo; tanto che, quando 
videro verso sera rallentare e cessare il fuoco da parte 
degli imperiali, che rientravano nel loro accampamento, 
gli eroici difensori, con rapida sortita, si slanciarono sul- 
l'inimico, ed in breve furono addosso alla retroguardia 
facendone strage. 

La sera la cittii era in festa per la felice resistenza 
opposta al nemico ; e il Comitato della difesa pubblicava 
il seguente manifesto. 

Cittadini 1 



11 vostro nome alla posteritìi è assicurato. Il nemico 
trovasi nell'avvilimento, perchè gli imponenti mezzi di 
guerra coi quali credeva atterirvi, non hanno fatto che 
.iccrescere il vostro entusiasmo. 

Ormai ha consumato tutti ì suoi mezzi guerreschi, 
e quindi non dovete fare alti'o che dar compimento ali» 
vittoria nello stesso modo che l'avete cominciata. 

Italia tutta farà plauso a tanta prodezza. 

Ordine, Coetanea, Unione !: 

Brescia il 27 marzo ore 6 Vi pomeridiane. 

Cassola^ Contratti. 



70 



Per dire degli episodi e degli atti di eroismo com- 
piuti dai Bresciani nei giorni successivi 28, 29, 30, 31, 
non basterebbe un volume intero. Basti aft'ermare cì\e 
tutti gli sforzi fatti dal Nugent con ben 3500 uomini, 
per impossessarsi di Brescia, o per costringerla alla resa, 
furono inutili. Vista la sua impotenza, fu obbligato a 
chiedere rinforzi e questi non tardarono a giungere, con- 
dotti da un ben formidabile avversario, tristamente co- 
nosciuto dai Bresciani. 

Il 31 marzo giungeva infatti, per espugnare l'eroica 
Brescia, il tenente maresciallo Haynau con una intera 
divisione — e ben presto diede sue nuove col seguente 
dispjiccio : n. 152 — Dal 2" I. R. Comando del Corpo 
d'Armata. 

Alla Congregazione Municipale 

della Città di Brescia. 

€ Notifico alla Congregazione Municipale che io alla 
testa delle mie truppe mi trovo qui per intimare alla 
città di arrendersi tosto e senza condizioni 

« Se ciò non succederà fino a mezzogiorno, se tutte 
le barricate non saranno interamente levate, la città 
sarà presa d'assalto, sacchtgj^iuta e lasciata in balia a 
tutti gli orrori della devastazione. 

« Tutte le uscite dalla città verranno occupate dalle 
mìe truppe ed una resistenza prolungata trarrà seco la 
certa rovina di Brescia. 

« Bresciani ! Voi mi conoscete, io mantengo la mia 
parola ! 

« Il Comandante delle truppe stanziate all' intomo 
della città di Brescia. 

Il Tenente Maresciallo. 
Haynau. 



71 

Non è a dire quanto la lettura dì questo dispaccio 
inasprisse e rinfuocasse gli animi. 

Il IVIuuiC'ìpio mandò subito per il Comitato, che 
pronto accorae all'adunanza. 

Richiesto del auo parere, il Comitato dichiarava do- 
merai risolutamente resistere. 

La maggioranza degli adunati, pur non dissentendo 
dalla resistenza, deliberava però, di mandare deputati 
airilyrau, per ottenere una proi'oga di tempo, onde si 
potesse prendere ponderate risoluzioni. 

Come ambasciatori si offersero i cittadini Lodovico 
Borg^hetti, Pieti'o Pallavicini. Paolo Barucchelli e il no- 
bile Girolamo Rossa, alla patria devotissimi. Cosi com- 
posta, e fiancheggiata da due gendarmi e preceduta da 
bandiera bianca, l'ambasciata verso le 10 si avviava per 
il Castello. 

I messaggeri trovarono 1' Haynau inflessibile. Ho 
detto a mezzogiorno. 

Ed alle vive rimostranze degli inviati, per grazia 
dichiarava, ohe avrebbe aspettato Uno alle due pomeri- 
diaue. ■ 



DeWuHimatum del Maresciallo austriaco fu data par- 
tecipazione al popolo dal balcone del palazzo couiunale. 
E la risposta del popolo Bresciano fu quale doveva es- 
sere: Guerra! Vogliamo la guerra! 

Quella del Podestà fu : Dunque, all'armi Bresciani ! 
all'anni ! 



Allo scoccar delle due, tutte le campane della città, 
«onie se fossero mosse da un sol uomo, e tocche da uno 
«tesso martello, si diedero a suonare a stormo onde chia-: 
_mare i cittadini alle anni. Questa era la risposta chei 
bresciani mandavano all'Haynau. 





] 



Il nemico sTeva ììiitanto circondato con forze 
merose la cìttii, e piantate sulle alture batterie di cari^ 
noni e di mortari, ccU'ordine che, al segnale dato dalle 
artiglierie del Cafitello, tutte l'è batterie aprissero il 
fuoco. H 

E alle tre, tanto dal Castello che dalle batterle cÌnH 
costanti, &' incoinìnciò senza interruzione a vomitare 
bombe e pjille incendiarie; tutte le campane della città 
suonavano a stormo, cbiamando il popolo alla resi 
stenz.a. 

L'IIaynau aveva stabilito un assalto generale al 
città; oidinava quindi le sue genti in modo clie tutta' 
la circiiibsero, per dividere cosi le forzo dei difensori e 
rendere più debole la resistenza. Jh 

A queslQ scopo, sul ripiano del poggio MafFei dovè 
Etava la brìg-iito Nugeiit, aì^va fatto piazzare una^bat-^ 
teria, che batteva direttamente la barriera di Torr^B 
Lunga, ove dovevano essere diretti i maggiori sforzi, 
infatti, fulmìn;vta con fuoco mai interrotto e con colpi 
bea diretti, ben pi'esto l'intera trincea fu squarciata, ed 
ì difensori dovettero abbandonarla, per ritirartìi al ri- 
dosso della ban-icata che formava la seconda linea di 
difesa. Tennero loro dietro i ntìmioi che tentarono di 
entrare con essi in città, ma furono valorosamente re- 
spinti, ed ebbero a subire gravi perdite, 

.*• 

Non cessava intanto il tuonare dei carmoni e dei 
mortari dal di fuori, mentre le bombe ed i razzi piove- 
vano dal CtLstello; ma non per questo ritiravnnsi f di- 
fensori, che, capitanati dallo Speri, combattevano con 
tanta valentia e costanza, da emulare i più esperimen* 
tati e disciplinati veterani. 

L'Haynau aveva ordinato che un battaglione di 
croati, di notte appostato, scendesse giù per la china 
del colle ed a forza occupasse le vie che conducevano 



73 

al centro dalla cittti. Fu parò accolto, mentre discen- 
deva, con unn tempesta di fucilate, si da essere obbli- 
gato a sostare e a dare indietro; ma poi riordinato, 
assali i nostri con fuoco talmente internale da obbligare 
i dìfeuHori ad abbandonare la trincea pili avanzata po- 
sta alla svoldii della china del Castello, non solo, ma 
poi, dopo altra eroica, difesa, a ritirarsi anche dalla 
barricata che custodiva la svolta di S. Urbano : ed in- 
fine anche dall' ultima di via della Consolazione. Gli impe- 
riali, alla carica, sorpassando le barricate, si^iombrando 
impedimenti sì precipitarono nella piazza dell' Albero. 
Là i Bresciani li attendevano alla posta; dalle finestre, dai 
tetti, da^li sbarramenti che chiudevano il passo all'in- 
terno della città, vennero accolti con tale una salva di faci- 
late, che ben pochi ebbero Sfilva la vita; ma una fiumana 
di altri croati serrati in. colonne giù per quella stretta, 
impediva ai primi di dare indietro : tanto che, alla di- 
sperati)., mancando loro og'ni scampo, fecero testa, e s'av- 
ventarono risoluti contro le trincee per forzare il passo; 
ma ancora nu fuot'.o micidiale a bruciapelo li accolse, e, 
più che decimati, dovettero arrestarsi e dare indietro. 
L'Haynau che dal Castello vedeva lo scempio che 
• ì difensori facevano dei suoi, ordinava al Colonnello Mìlez 
^ accorrere in aiuto con buon nerbo di forza; ma, ap- 
pena sboccato sulla pia-aza, il Milez stesso, che stara 
alla testi! degli assalitori, colpito da palla al cuore ca- 
•^eva morto; i suoi soldati allora sostarono; cogUendo il 
momento i bravi BresciAni saltarono dai ripa,ri, e slan- 
ciandosi &ul nemico l'assalirono a colpi di baionetta, di 
daghe^ di stocchi, di coltelli. Non ressero gli Austriaci, 
ma si diedero alla fuga, abbandonando armi e feriti, 



La piazza deU'Albero a ricordo di tanto valore fu 
poi nominata Piazza del iS49. In quel g-Ìorno 31 marzo 
correva a rivi il sangue e i cadaveri vi giacevano ain- 
tQonticcbìati. 



74 
Però altri punti, Torre Lunga, S. Urbano, S. Ales- 
sandro turano invasi dal nemico, e l'incendio, il sac- 
cheggio, gli orrori di città presa d' assalto, incomincia- 
rono nelle tenebre con tutti gli atti i più brutali. 






Il primo aprile, dalla parte del Castello, appoggiati 
dalle artiglierie, gli Austriaci discendevano in città., inve- 
stendo e rompendo tutti gli ostacoli che trovavano sui 
loro passi, giungevano alle spalle dei difensori della 
piazza dell' Albero, teatro del micidiale combattimento 
del giorno innanzi, occupando il palazzo del Broletto, 
massacrando quanti si paravano loro dinanzi, gettando, 
dalle finestre e dai tetti quante persone si trovavano- 
nelle case. Lo stesso avveniva nel quartiere di S. Naz- 
zaro e a porta S. Giovanni. 

Era tempo di pensare seriamente ai casi della pa- 
triottica città, ridotta agli estremi, e minacciata di di- 
struzione. 



* 
• * 



Alle 10 antimeridiane il Municipio riceveva le di- , 
missioni del Comitato di difesa. Bisognava senza perdita 
di tempo mandare all'Haynau una deputazione per trat- 
tare la resa. Fu incaricato il padre Maurizio da Brescia, 
accompagnato dal padre Ilario da Milano e dal citta- 
dino Pietro Marchesini. 

I patti della resa furono con molto stento converiutL 

La mattina del 2 aprile entrate le soldatesche au- 
striache nella città di Brescia, la leonessa d'Italia, salu- 
tata dal Carducci, il Maresciallo Haynau emanava due 
bandi. Col primo imponeva alla città una taglia di li- 
re 300.000, destinate a compenso e a premio degli uffi- 
ciali — più condannava la città e provincia al paga- 
mento di un'indennità di sei milioni di lire. 

Cosi ebbe fine la lotta gloriosa di Brescia sostenuta. 



per 10 giorni con sublime eroismo sotto la direzione del 
Valoroso Tito Speri che non avendo trovala la morte 
combattendo ^ doveva piigare il fio del sao eroismo 
per saziare la sete di vendetta di Haynau « 1' uomo 
Jena » — e morire su una forca sugli spaiti di Bel- 
fiore — assieme ai compagni di martirio Calvi, Poma, 
Canai, ZambeiSi, Scorceliini, il sacerdote Fozzoli, il conte 
Montanari, il prete STaiigelico Grazioli. 

Ecco come ne canta il poeta Marradì a cui devono 
essere grati quanti sentono il eulto della patria: 

« Primo ftl capestro iJ non domabil collo 
e l'impassibil maestà patriria 
die il conto Carlo Montanari, morto 
OOD gli oacki fissi nolia vi&ione 
dell'avvenire, reazolf) aecondo, 
striiig&ii,losi snl onora il Croeifisso 
che B sua vita evangelica Tu duce, 
l'intropidu in su;i calma e in mia dolcezEa 
pastor di Hever&. tlltimo nel flore 
<l«i SdOi bai Ventisette abbi, vestito 
ooiDB chi B noiie va, maravigliando 
dì sua Ictìaiii esecutori ed ustaati 
soli la forca Tito Sperì 

Salutò, anche una volta « d'un riso d'ineffabile 
addìo > i giovili di Monte Baldo, le pianure e V acque 
della patria dolente^ poggiò, sicuro, la fcruna testa al palo, 

e fra mille nccbi 

che intoma gii piangevano in silenzio 
fissa con occhi scintillanti il cielo. 



I tempi intanto incalzavano e la reazione divampava. 

H 6 aprile Catania, dopo eroica difesa, cadeva nelle 
rnani sanguinarie del borbonico Filangeri. Il 12 la rea- 
zione Lorenese restaurava in Toscana il granducato. H 
20 Filaogeri era minaccioso alte porte di Palermo. Fi- 



i^tu^uA^ts bì ^l 4iprUe sttlpava da Tolone la spedizione 



i/iOlìm» di queste notizie sorprese Garibaldi ad Ana- 
Kn(, drtvw ora arrivato il giorno precedente. 

Il S4 «prìle l'avanguardia, il di appresso tutto il 
corjw di sjieiiizione comandato dal generale Oudinot, 
portato ti» dieci navi, forte di dodicimila uomini e di 
s*MÌìoi [H'zzi da campagna, gettava l'ancora nelle acque 
dì Civitavecchia. 



CAPITOLO XII. 
Eroica difesa di Roma. 

Sullti scopo dell' intervento francese nelle cose di 
fvinm» (» stabi gin giudice severa la storia, e non è tema 
1 hi> tiivvigli un iuiliano a ritornarci sopra. Solo afferme- 
njuK> i>lu' per quanto ai sia voluto dire, cerco non fu 
.fui<»l'(lc rhe una grande nazione come la Francia, col 
|ti4.>UHtiu d'instaurare l'ordine, fra un popolo confidente 
' «.^UitKi nel suo patriottismo, siasi mossa a sostenere 
• ma .■*t'lH>rHta teocrazia ed a strozzare, tra le braccia 
'l'uitit tvpubblica sorella, la libertii nascente. 

K fii con sembianze oneste ed amiche che l'esercito 
intiirvmt p(it6 sorprendere la buona fede del governa- 
lui'L-, dwl presidio e della popolazione di Civitavecchia, 
1' luuLtvrt) Impunemente il piede sul suolo della repub- 

tilli<U. 

U (Vilimnello Leblanc, inviato dal generale fran- 
ri'Hu, ubbt^ li merito di parlar chiaro al Mazzini, e con- 
it<.i«juo chti scopo della spedizione era la restaurazione 
|iit]iiile. ii^ll rese grande servigio a Roma, quando usci 
iinlla ridloola guasconata « I^s itaììena ne ee hattenipaa > 



ir 

la quale, feco affluire al cuore il sangue caldo del po- 
polo di Roma, e mise ^l'italiaoi in obbligo di provare, 
che colui aveva mentito. 



Alla Repubblica Romana non restava adunque più 
«he difendere ad oltranza, se non la esistenza, che era 
preda designata alla forila del numero, l'onore) che non 
poteva essere da alcuno calpestato impunemente, e che 
sarebbe salito tanto più alto, quanto piii fosae stato inaf- 
iiato di sangue. 

E la difesa dì Roma fu degna dei suoi giorni classici. 



L'Assemblea decretò senz'altro, di dare incarico al 
Triumvirato di resphigere la forza con la forza; il po- 
polo applaudi al magnanimo decreto, eorse alle anni, e 
i Triumviri, mirabili di concordia e dì energia, assun- 
sero r impegno della difesa. Giuseppe Avezzana fu no- 
minato ministro della guerra e posto al comando su- 
premo dell'esercito, la guai'dia civica armata e mobiliz- 
zata, hi linea di difesa tracciata, i punti principali mu- 
Jiici quanto meglio possibile nella strettezza del momento, 
i corpi stanziali fuori di Koma ricMamati, e tutta la 
Hiaesa di truppe regolari ed irregolari, di finanzieri, dì 
Studenti, di emigrati, di quanti infine si trovavano in 
tioma atti alle armi, ordinata e così ripartita e eo- 
«Td andata : 

La Legione Garibaldi, l'S" reggimento di linea, il 
"battaglione dei reduci, i quattrocento giovani universi- 
adi, i trecento finanzieri, i trecento emigrati, un totale 
'^li duemilasettecento uomini, composero la prima bri- 
gata comandata dal Generale Garibaldi. 

Della seconda brigata, formata di mille uomini di 
.^guardia civica, e del 1'^ reggìmen to di fanteria leggiero, 
\i dato il comando al Colonnello Masi. 



78 _ __ 

La Legione Romana e il primo di linea con du( 
pezzi di catopagua erano agli ordini del colonnelle 
Bartolomeo Galletti; ottocento oambirieri, t'orinanti la 
colonna dì riserva, ubbidivano al generale Giuseppe 
Galletti; cinquecento dragoni al colonnello favini; 
artiglierie al Lopez e ai fratelli Ciilandrelli, 

I bersat^lieri Lombardi, comandati dal Manara, a^ 
vendo ottenuto dal generale Oudìnot di sbarcare a Pòrto" 
d'Anzio, a condizione die non avrebbero preso parte a 
combattimenti prima del 4 mjiggio, erano vincolati dal- 
l'impegno preso per essi dal Preside di Civitavecclii»; 



Sicuri ormai che il generalo Oudìnot voleva entrare 
in Roma per ristaurarvi il g-overno papale, il 28 aprile 
l'aseerablea approvav<a il seguente decreto, dove il senno 
romano ben distingueva la Nazione dal governo di Fran- 
cia, non incolpando la prima delle inique aggressioni del 
secondo, e ponendo sotto la protezione delle le^'^i i fran- 
cesi nell'atto che ai apprestava alla guerra contro l'ar- 
mata di Francia. 

EEPTTBBLIOA ROMANA 



In nome di Dio e del Popolo 

' Credendo nelle generose virtù dei Romani cot 
nel loro valore : 

< Conecio che sebbene deciso a difendere fino agli 
estremi, contro ogni invasore l' indipendenza della s.ua 
t3rra, il popolo di Roma non rende mallevadore il po- 
polo dì Francia degli errori e delle colpe del suo g:o- 
verno. 

< Fidando nel popolo e nella santità del principio 
repubblicano : 



80 

<iell»t Sezione degli Emigrati, ed agli altri corpi posti 
«otto i suoi ordirti: 

< il Ministro della Guerra, col dispaccio del 27 
«orrenCe attidó a me il c-omando delta prima brigata 
nella cui forza è puro compresa la vostra sezione. J 

< Le urgenze del momento esigono che C'intendiamo* 
subito e quindi oggi vorrete inimiincibiliiiettte trovarvi 
Con la vostra truppa sulla piazza di S. Maria in 
fitevere, per tutte le comunicazioni ». 

* Salute e frateLlanza. ». 

Dalla piazza del Vaticano, 29 aprile 

, G. Garibaldi. 



La brigata Garibaldi fu ordinata a coprire la poii^ 
zione tra porta Portese e porta Cavalle^^geri ; que^a di 
Masi distribuirai tra porta- CavuLleggeri e porta Angelica; 
la riserva composta dalla brig»tta Galletti, dai dragoniJ 
Saviai, dai bersaglieri Manara, schierata tra piazza Na- 
vona, hi Luagara e Borgo; i bìtstioni furono coronati dì 
nuovi pezzi, le batterie del Vaticano rinforzate; tutto' 
ciò disposto in buon ordine ; Roma era pronta a ribut-J 
tare gli assalitori. 

I! 30 aprile, le vedette di San Pietro anEunziavano 
lo spuntare di una colonna francese sulla via di Civi- 
tavecchia. Erano circa dodicimila uomini, divisi in due 
brigate sotto il comando dei generali Molière e Lavail- 
lant, eoa due batterie da campagna che marciavano 
alla c^nquÌHta della Città e credevano che gli italiani 
non si sarebbero battuti ; dovevano preisto accorgersi del 
loro folle giudizio e chiamare poderosi rinforzi. 

Alcuni colpi, aggiustati dal Calandrelli, fecero capire 
che si pensava a respìngere gli assalitori, ma essi erano 
pur sempre francesi, gli agguerriti soldati dei combat- 
timenti africani. Quindi avanzarono da prodi secondo 



83 

destro francese, lo rompe, lo sfonda, lo inoalza con 
bainiietta alle reni, e costringe in brev'ora tutto Tese! 
cito assalitore, già ributtato dal fronte m tutta la lirtf 
a battere in precipitosa ritirata. 



La gioriifita del 30 aprile sarà ricordata dalla stori 
come una delle più belle pagine militari dell' indìpen-^ 
denza itEiiìiìna. ^i 

Più di trecento morti, cinquecentotrenta feriti, dufl^| 
centojiessanta prigionieri, dovuti all'eroismo di Nino Bi- 
xio, fecero pagar cara albi Francia l'insana aggressioae 
e dimosti'aiono al mondo che gl'italiani si battono. 

In confronto le perdite dogli italiani furono liei 
sessantadne morti, un centinaio di feriti; uno solo pri^ 
gioniero -^ Ugo Bassi. 

Onore ai prodi rapiti troppo presto ai futuri 
menti della patria. 






Il battaglione universitario comandato dal niaggioi 
Andreucci, si distinse assai nella gloriosa giornata 
« Avanti ragazzi » tuonava Garibaldi — u avanti alla 
baionett:i » o i ragazzi si lanciavano impavidi corno ve- 
terani contro gli iagguerriti soldati della Francia, Gom.-_ 
battendo da eroi. 

Fra tatti primeggiò Nino Bixio, che, con audacia 
da looae fece con pochi uomini prigioniero un batta- 
glione del 20" reggiinento di line», col maggiore cbe lo 
comandava. ^M 

Il primo merito della gloriosa giornata spetta al ge^^ 
nerale Garibaldi. Fu unanime il sentimento di tutta 
Roma nellEi aera stessa del ooinbattìmento ; e la storia 
lo confermò col suo ponderato giudizio. Eg'li rimas& fe- 
rito nel più caldo ^)1^ .ny.sciiia e, non iie_ fece mostra^ 




solo alla sera il dottore Ripari, il carissimo amico suo, 
volle a forziL curarlo. 

Garibaldi aveva intenzione di completare, quella 
sera stessa, la vittoria, tagliando ai francesi la ritirata 
su Civitaveccliia; e il progetto sarebbe stato senza dub- 
bio attuato. Dopo lo scacco sofferto, il morale del ne- 
mico era depresso; inoltre i fraucesi mancavano di ca- 
valleria per coprire la ritirata, mentre Garibaldi coi 
lancieri del Maaina e coi dragoni di linea, tuita gente 
fresca, che nulla aveva sofferto nel combattimento, po- 
teva giungere a Civita vecchLa prima dei francesi e sol- 
levare quelle popolazioni contro lo straniero. Se non si 
fossero voluti precorrere i francesi si poteva prenderli 
di fianco nella loro ritirata, giacché Garibaldi, raffor- 
zando le 6ue truppe coi due reggimenti di linea che 
non avevano combattuto, avrebbe tratto il uiig:lior frutto 
dalla vittoria. 

Ma indarno Garibaldi in&isteLte appog'giato da Gal- 
letti : Ma.22ini non voleva esporrà ta Francia ad una 
completa disfatta, e provocarne 1 risentimenti. Egli era 
il capo del Triumvirato e Garibaldi dovette ubbidire. 



Unica impresa, che venne concessa dui Triumvi- 
rato a Garibaldi il i" maggio, fu una ricognizione sul 
nemico che si ritirava per la via di Civitavecchia ver- 
so Ciistel rli Guido, dove 1 Francesi aveviino passata 
la notte in armi, nella certezza di essere assaliti. Egli 
usci colla sua legione da porta S. Pancrazio,, mentre il 
Masina coi lancieri e coi dragoni usciva da porta Ca- 
Talleggeri; enti'ambi si unirono all'ostei'ia di Malagrotta, 
(love i Francesi si erano preparati alla resistenza. 

Ma non sì venne alle mani, perchè l'Oudinot man- 
dò a Garibaldi un parlamentario, per avvertirlo che 
u-altava col governo Romano un armistizio; coutempO'- 



S4 
raneamente Garibaldi stesso riceveva l'ordine di rito: 
narsene a Roma, ed egli ubbidì nel g-iorno atesso. 

Se la giornata del 30 aprile non ebbe quelle coas 
guenze che erauo da aspettarsi dopo una vittoria ooal 
bella, essa perù provò che Gfaribaldi era qualche cosa 
più di uà semplice guerrigliero, e non gli mancavano- 
le doti tutte del generale delle grandi fazioni; mentre 
provava al mondo che gl'Italiani sapevano battersi. 



Intanto che Udinot riposava a Civitavecchia in a' 
tesa di rinforzi mandando a Parigi messaggi bugiardi 

mal dissimulanti la sconflLtii toccata, l'Assemblea Ro 
raana Io rimeritava delle sue slealtà col niandarg 
beri i prigionieri; uu esercito austriaco minacciava dal 
Fole Legazioni; un'armata Spagnola veleggiava per la 
medesima crociata nel Mediterraneo: e fìtiahnente re Fer- 
dinando di Napoli faceva occupare da una divisione Vel- 
letri, mentre due altre, una di milizie regolari coman- 
date dal generale Winspearo, l'altra eompostji di brigan 
coraand;ita dallo Zucchi, s'inoltravano per la provine 
di Fresinone sui colli Latini. 



I 




H governo Romano commise a Garibaldi, che, ev 
tando coiifitti decìsivi si limitasse a tenere a bada U 
nemico. Sperava il Mazzini che le trattative colla Frane! 
si sarebbero risolte come egli desiderava, per poi, tran' 
quilli da quella parte, poter intraprendere una guerr. 
a fondo contro il re di Napoli, e rivendicare a libertà 
il suo reame. 






* 



Garibaldi riunì la sua piccola brigata il 4 di maggie 
alle 9 di Ber.a, in piazza del Poi)olo; era coi^iposta 



8& 

tutto di duemila duecento uomini; la passò in rivista» 
ed uscito tiicitamence dii Porta del Popolo, s'incammiaò 
per Ponte Molle, facendo le viste di marciare verso 
PalO;! poi voltò ad un tratto per la Prenescina, e dopo 
una marcia notturna pei monti Tiburtinì faticosissima, 
ma silenziosa ed ordinata, arrivò all'indomani a TivoU, 
dove 8i accampò sulle sponde dell'Anientì, occupando 
cogli avamposti il ponto Lucano a circa eei chilometri 
sotto Tivoli. 

Il 6 maggio fece riposare, nello ore più calde, la 
truppa presso gli avanzi grandiosi degli acquedotti ro- 
mani. 



L'esercito borbonico, appena avuta notizia della sor- 
tita da Roma di Graribaldi, s'era concentrato fra Albano 
e Valmontone, e forte di seimila uomini sotto il comando 
del generale L;tnza, mentre altri seimila stavano sotto 
il comando del Winspeare e del Zucchi pronti ad ac- 
correre, si preparava ad atfrontaie Garibaldi e disfarlo. 



La mattimi, del 1 Garibaldi fece levare il ca,mpo, e 
verso la raezz;4noLte del giorno etesso, sotto un acquaz- 
zone torrenziale, occupò Pak'strina a poche miglia dalle 
linee nomiciie, miaacciundo coai da vicino il loro fianco 
destro. Il giorno H G:uibaldi ordinava alcune scorrerie 
una dello quali, comandata dal prode Bronzetti Narciso, 
gli aveva riportata la speranza che il nemico non fosse 
cosi formidabile come si vantava di essere. Era però 
sempre troppo forte di numero, per attentarsi, con soli 
duemila uomini, ad assalirlo nelle sue forti posizioni; e 
risolvette di starsene sulla difensiva, di stimolarlo, e at- 
tenderlo di pi^ fermo, 

Il primo incontro serio fra le parti awersario av- 
venne la sera dell'g maggio sulla strada che da Mon- 
7. 



85 
tecompatri porta, a Frascati, e sebbene i nostri ai mai 
tenessero nella difensiva pure obbligiirono il nemico alla 
ritirata, tanto impetuoso fu il contrattacco. ^H 

.n giorno 9 Garibaldi circondato dal suo stato Mag^" 
giore sali a Castel San Pietro, piccolo paese sopra Pa- 
leatrina, per osservare dal campanile le mosse del n^fl 
mico. Questo in numerosa sc-hiera, verso lev 3 pom. s^ 
avanzava da Valmontune su Palescrina, con intenzione^ 
di chiudergli la ritirata su Homa. ■ 

Garibaldi prose tosto le sue misure, e affidata a 
Manara la difesa della cittiì, collocò parte dei Lejponari 
al suo fianco sinistro fuori porta del Sole, egli in per- 
sona si mise al centro, mentre Nino Bisio guardava la 
destra. 

Come suo costume, Garibaldi fece avvicinare 1 na- 
poletani e a un dato momento, ordinò un attacco g-ene- 
rale alla baionetta che iniae in rotta il nemico, il quale 
lasciava nella l'uya molti feriti e prigionieri, e, in potere 
dei nostri, tre cannoni da montagna e non pochi lucili. 
Le perdite delle truppe romnne furono lievi; degli ut' 



ficiali solo il sottotenente Rotta 
nente M^u-tino ^''ranchi ferito. 



ri:nase ucciso, e il te 



li LU^H 



Ormai una più lunga slkinza a P.tlestrina poteva 
divenire pericolosa, perchè al governo era j;,'iunta la 
notizia, di un prossimo attacco combinato di napoletani 
e francesi, per cui il Triumvirato, ordinava a Onribaldi 
di rientrare in Roma. Era anche lui deciso di finirla, e 
non s'attardò sotto le tende; la serrt dell'lt, per sentieri 
impraticabili, sfilando in perfetto ordine e silenziosamente 
nelle vicinanze del campo nemico, marciò per Zagarolo, 
sostò un poco nella osLsria d?lla Colonn;! sulla via Ca- 
silina, e con un lung'o giro, come se venisse da Tivoli, 
ricondusse la propria gente a Roma, lieta se non di 
strepitosa vittoria, di onorato saecesso. 




fm 



Nel frattempo, importanti avvenimenti militari e 
politici eransi maturati. Bolog-na, dcpo quattro giorni di 
disperata resisteflzaj aveva dovuto capitolare uelle mani 
del bombardatore GorkoTvsky. Ancona, dove teneva il 
comando militare quel Livio Zambeccari, compagno di 
Oaribaldi a Rio Grande, minacciataj si preparava a dar 
prove di eroismo^ A Fiumicino s'ancorava l'aviinguardia 
della flotta spagnola. Da Gaeta 1' Antonelli s' affannava 
a mettere d'accordo i quattro alleati, senza riuscirvi. 
La Francia finalmente continuava la politica a due faccie : 
quella delle parole favorevoli a Roma, quella dei fatti 
favorevoli al Papa. 

Sicché, mentre l'Assemblea nazionale a Parigi de- 
•cretava che la spedizione francese fosee « ramenée à 
jion premier ìmt », Luigi Napoleone e l'Odillon Barrot 
inviavano lettere e messaggi alI'Oudinot, ripeteudogli 
l'ordine di entrare a Roma a qualunque costo, per re- 
-staurarvi il governo papale. 



Iiiflne, perfìdia maggiore di tutte (se si eccettua il 
nero tradimento, che doveva fra breve compiere il ge- 
nerale Oudinot), la missione a Roma del Leaseps, affi- 
datagli da Drouyn De Lhuys. L'inviato francese, doveva 
col governo di Roma, trovare il modo di conciliare la 
libertà del popolo Romano, i diritti della wvranità pon- 
tìflcia, e la dignità del governo Irancese ; in realtà, do- 
veva condurre i Romani ad aprire ai francesi le porte 
■dì Roma, per restaurarvi il potere temporale del Papa. 



H primo effetto dell'arrivo del Lesseps Tu la tregua 
^i trenta giorni: tregua che giovò b1 governo della Re- 
pubblica romana, per Unirla almeno coli' esercito bor- 
bonico. 



-' 




CAPITOLO xni. 

Spedizione contro rE$erclto Borbonico — Veii«trt 

L'esercito romano, tra il l" e il 16 di maggio, s'è; 
venuto via via ingrossando. B battaglione Melara, pre- 
potentemente obbligAto dall'Audinot, a non prendere 
parte m primi combattimenti, veniva I^ciato libero; 
corpi distìiccati nell'Ascolano erano rientrati ; una legione* 
straniera si veniva organizzando ; la legione trentina^ 
ed una compagnia del 22°^ Reggimento, evasa dagli ac 
cantonamenti della Spezia^ erano riuscite a penetra 
in Roma ti^a il 9 e il 10, e fuse ineieme, andavano 
formare un altro battaglione di bersaglieri lombardi, che 
aggiunto al primo, sotto il comando del Manara pro- 
mosso colonnello^ prendeva corpo e nome di reggimento. 
Finalmenee venuti da Bologna, dopo 15 giorni di marcia^ 
entravano dalla Porta del Popolo tre battaglioni di bolo-^B 
gnesi, preceduti da quella compagnia dì studenti lombardi 
e toscani, che formarono il nerbo dei futuri difensori del^ 
Vascello. ^ 

Sommiite queste forze nuove, a quelle già esìstenti 
ai 30 aprile, si constatò che Roma poteva disporre di > 
circa diciasette o diciottomila combattenti; non bastevolij 
certo, a fare la guerra alla Santa Alleanza, accanit 
contro di Igì, e neppure a vincere la Francia, ma, finché 
durava l'armistizio, più che sufficienti a caeeiaro di 
territorio della Repubblica, le trnppe del Re di Napoli, 
e proteggere nel tempo eteaso Roma, da qualsiasi inaidii 



Restava la scelta del generale in capo. Chi meglio- 
di Garibaldi meritava tale carica ? Nessuno poteva con-_ 
trastargliela. 




89 
II Triumvirato, e per esso il Mazzini, per timore 
infondato della sua indisciplinatezza, non volle nominarlo. 
Siccome però la sua superiorità era innegabile, fece in que- 
sto modo; promosse Garibaldi generale di Divisione, ed 
elesse generale in capo, il colonnello Roselli entrato da 
poco a Roma, reduce dall'Ascolano, ove era stato a com- 
battere il brigantaggio. Fu un errore grave mettere un 
uomo della natura del vincitore dì Sant'Antonio e di 
Luino, (colui che il generale Austriaco d'Aspre riconobbe 
per tale, cìie avrebbe potuto riuscire vittorioso nella 
guerra del 1848) sotto la dipendenza del Roselli, bravo 
teorico, studiosissimo dell'arte militare, ma che non aveva 
avuto campo di mostrare il suo valore al comando di 
una fazione campale. 



Il generalissimo s'accinse senza ritardo, come vo- 
leva il governo, alla spedizione contro il Borbone. Pensò 
di attaccare i Napoletani, accampati fra Porto d'Anzio 
« Valmontone, sulla loro destra, spuntarli da questo Iato 
e tagliar loro la ritirata: capitanava diecimila fanti, 
mille cavalli, e dodici pezzi d'artiglieria. 

La prima brigata, sotto gli ordini del colonnello 
Karocchetti, e del colonnello di stato maggiore Haug, 
composta della legione Italiana, del terzo reggimento di 
linea, dello squadrone dei lancieri Masina, d'unii com- 
pagnia di zappatori del genio, e due pezzi d' artiglieria : 
in tutto dueraìlatrecento uomini circa; formava l'avan- 
^ardìa. 

Il corpo di battaglia cpraponevasi di due brigate, 
composte del reggimento dei bersaglieri Lombardi, di 
un battaglione del primo fanteria, del secondo e quinto 
reggimento, della legione romana, dì due squadroni di 
dragoni e sei pezzi d'artiglieria; circa seimila uomini; 
« lo capitanava il generale Garibaldi in persona, colon 
itello Mìlbiiz capo dello Stato Maggiore. 



90 

Alla riserva e retroguardift era la brigata del gene- 
rale Bartolomeo Galletti, che marciava alla testa del 
■ sesto reggimento di fanteriit^ d' un battaglione di cara- 
binieri a piedi, del battaglione zappatori del genio, di 
due squadroni di carabinieri a cavallo, e di quattro pezzi 
di artiglieria; in tutto duemila e quattrocento uomini. 

Comandante l'artiglieria il colonnello Lodovico Ca- 
landrelli; la cavalleria il generale Bartolucci; capo dello 
Stato Maggiore generale il colonnello Pisacane. 

Formato cosi Ìl piano e l'ordine di marcia, le truppe 
uscirono la sera del 16 da porta S. Giovanni, marcia- 
rono per via Labieana, arrivarono alla mattina del 17 
a Zjìgarolo, dove soggiornarouo o ripartirono il giorno 
appresso per Valmontone, dove il grosso e la riserva sì 
ac^^anipù, mentre l' avanguardia per ordine del Coman- 
dante del Corpo, si spinse fino a Montefortino, forte po- 
sizione a cavaliere delle due vie che, da Valmontone, 
conducono Uuna a Velletri, l'altra a Terracina; che è 
quanto dire, sulla fronte e sul fianco dell'esercito Napo- 
letano. 

Quc&to però non era rimasto immobile. Appena 
avuto sentore dell'avanzarsi dei Romani, aveva fretto- 
losamente abbandonato la linea dei Colli Latini, e s'era, 
da tutto le parti ripiegato su Velletri, forte posizione per 
se Btes&a, resa formidabile da una forza superiore ai ven- 
timila uomini, capitanati dal loro re, e difesa da 32 can- 
noni. Era una notizia importantissima: ìl piano di cam- 
pagna del generale Roselli poteva dirai fallito, occorreva 
farne un altro; ma suprema necessita era prontezza 
d'occhio e celerità d'esecuzione; il Roselli non affrettò 
d'un passo la sua marcia; per unica disposizione ordi- 
nava all'avanguardia di spingere il 19 di mattina rico- 
gnizioni fin sotto le mura di Velletri, mentre il grossa 
in ordine compatto, fiancheggiato da perlustratori, avrebbe 
secondato il movimento. 

All'alba del 19 l'avanguardia sì mise in moto; ma fatti 
pochi cMlomenri, il Maiocchetti mandava ad avvertire 



91 

Garibaldi, rhe Terso Velletri scorgeva un forte movi- 
mento di truppe nemiche, onde temeva di essere da UH 
istante a-ll'alli'o assalito da forze superiori. A tale an- 
nunzio G-aribaldi montjiva a cavallo per esaminare da 
se stesso la posizione. Nel medesiroo tempo mandava 
avviso al generale in capo delle mosse nemiche, come 
della sua parterza per trovarsi coli' avanguardia sul luogo 
dell'attacco, affinchè da parte sua avesse provveduto 
con pronti rinforzi. A spron battuto raggiunse l'avan- 
guardia, e raccolti dal Marocchetti gli ultimi rapporti, 
cavalcò ancora innanzi per cercare, come fu sempre suo 
costume, un posto elevato, d'onde scoprire le posizioni 
e le mosse del nemico. 

G-iunto alle Colonnelle, suU' altura della vigna Ri- 
naldi, sraontù da cavallo ; coperto dal canneti e dalle 
macchie della Vigna, s'inoltrò fino ad una sporgenza 
d'onde l'occhio poteva correre fin sotto le mura di Vel- 
leti'i, e vide abbastanza chiaro che i borbonici si prepai'a 
vano ad un'azione imminente. 

Non vi era tempo da perdere, Garibaldi spiegò a 
destra e a sinistra della strada, che correva tutta incas- 
sata fra poggi e vigneti, la legione italiana e alcune com- 
pagnie del terzo di linea; e, montato sul tetto d'una 
ca-SA nella vigna Spalletti, si rimilo a, spiare le mosse 
nemiche. 

I ijorbonici avanzavano su tre colonne ' un batta- 
glione di cacciatori pei vigneti, a destra e a sinistra; 
uno squadrone di cavalleria, appoggiato da un corpo di 
fanteria e da artiglieria al centro della strada. Garibaldi 
soeso dai suo osservatorio, non fece un pass.o per muo- 
vere loro Contro, ma li aspettò di pie fermo. Trascorsi 
pochi minuti lo scoppiettio, presso la salita di Villa- 
fredda, avvertiva che i nostri erano stati scoperti, e che 
1 primo scontro era avvenuto. 

Potevano essere le 11 di mattina. Gli avamposti 
s'erano ripiegati sulle Colonnette, dove orano appostate 
le Éanterie romane; l'attacco si svolgeva su tutta la 




""j 

i 




92 

linea; la fucilata era TÌvisaltna da ambe le pfirti; quand 
(jaribaldi, vista spuntare sulla strada hi testa della ca- 
valleria nemica, spiccò il llasina eoi suoi cinquanta lan 
cleri ad arrestarla; e il Masìna sJ slanciava seguito d 
suoi compagni, i quali sopraffatti dal torrente della la 
valìeria nemica sei volte più numerosa, al primo cozzo 
furono travolti e voltarono briglia tutti quanti, mentre 
il loro comandante era alle prese col colonnello nemico^ 
che nello scontro riportò la testa spaccata. 

Tjtle spettacolo accadeva troppo vicino a Garibalt 
perchè potesse starsene inerte spettatore. Visto il volt 
faccia dei lancieri e il Mastna circondato dai nemìci>i 
saltò a cavallo, e scortato dal solo moro Aghiar, si mise' 
attraverso la via per tentare col gesto imperioso, colla 
voce tonante e colla stessa persona, d'arrestare la rottaA 
* afrenatii dei pochi cavalieri. Invano, che egli stesso ro- 
vesciato di Sella, venne travolto dall' onda commista 
■degli amici e nemici, e impigliato il corpo sotto il pro- 
prio cavallo, pesto dalle unyhie di cento altri, stava pei 
cadere ormai morto o vivo nelle mani borboniche, se' 
in buon punto la brava centuria di ragazzi detta della 
speranza, a])postata li vicino, con una scarica bene ag- 
giustata, non avesse fatto un vuoto nella siepe dei ca- 
valieri nemici che già si serravano intorno al cadu'to, 
investendoli con altri sopraggiunti delia legione alli 
baionetta, non avesse salvata la vita al generale. 

Come se nulla t'osse stato, quantunque ferito ed'J 
jimmaccato in più parti del corpo, e coli' impronta di 
un ferro di cavallo sulla mano destra, Garibaldi balzav; 
come lampo in sella, e riprendeva, sereno e irapertu- 
babile come sempre la direzione del combattimento. 






Nel frattempo però gli Ussari borbonici, trasportai 

dalla foga de" loro cavalli, erano andati a cadere uel^ 

fitto delle linee repubblicane, e fuluiimiti di fronte 
■ ■ ■ - •- :. ' .- t-r: 




« dai fianchi da un fuoco micidiale, vennero forzati a 
dar volta, lasciando sul terreno numerosi feriti e prigio- 
nieri, e trascinando, nella fuga rovinosa, la fanterìa che 
lì spalleggiava. I garibaldini non mancarono di appro- 
fittare della rotta, e slanciati^ tutti assieme alla carica^ 
con Garibaldi alla testa, accompagnarono i fuggenti colle 
baionette tille reni fin sotto le mura di Velletri. LA era 
forza arrestarsi. 

Garibaldi vide che il momento era critico. Un as- 
falto a Velletri con le sue poche forze era impossibile; 
una ritirata, con gente già ecompìgliata dalla pugna, e 
pili atta a carìcare che a ritirarsi con ordine, sarebbe 
stata follia; altro non restava, che HoUecitare il coman- 
dante supremo a correre in suo soccorro, e tenere frat- 
tanto in iacacoo il nemico con manovre e scaramuccia. 
Mandi a gran carriera Ugo Bassi a dare notìzia dell'ac- 
caduto al Koselli onde mandasse senza ritardo rinforzi; 
intanto pensava a coprire alla meglio le sue truppe die- 
tro tutti i frastagli e gli scoscendimenti del terreno, in 
attesa degli invocati aiuti. 

Fortuna volle che alcuni corpi delle seconda bri- 
gata, tra cui i bersaglieri Lombardi guidati dal valoroso 
Manara accorressero al tuonar del cannone onde Gari- 
baldi, man mano che arrivavano, potè condurli a rin- 
forzare le file stremate dell'avanguardia. 

Ma tutto ciò a BuUa approdava; 1 nostri non retro- 
cedevano; i borbonici non avanzavano, ma restavano 
a&mpre forti o minacciosi; ed ogni istante che fuggiva 
andava a loro profitto ; isolo uno sforzo concorde dì tutto 
l'esercito poteva assicurare e compiere la vittoria. 

Convinto di questo, Garibaldi mandò il capitano 
David, un animoso Bergamasco, tanto aitante della per- 
sona come caldo di parola, a sollecitare il soccorso dal 
Roselli. 

E il David, divorata la via, trovò il generale in 
capo, ohe seguito da tutto il suo stato maggiore, aila 
Bta di seimila uomini marciava alla volta di Velletri. 



94 

n messfiggio portolo dal capitano David fece acce- 
lerare la marcia delle truppe. L'arrivo dei rinforzi dava 
modo a Garibaldi di prendere l' offensiva. 

Veduto infatti sulla via di Terr.ic.ina un insolito 
movimento clie poteva essere un preparativo dì attacco, 
mandava il connello Marocchetti con qualche centinaio 
di fanti, e mezzo squadrone di dragoni, a Jmb03cai-Bi nella 
aelva che fiancheggia quella via, afSncliè piombasse sui 
fianchi e alle spAlle del nemico appena gli fosae giunto 
a portata; e disponeva un vigoroso assalto contro il 
Convento dei Cappuccini, che era la chiave delle posi- 
zioni borboniche alla loro sinistra. 



Intanto che Garibaldi era intento a dare disposi- 
zioni per r offensiva, ecco il fuoco dei Napoletani ral- 
lentarsi, le loro linee concentrarsi, la strada di Terracina 
nereggiare, e tutto accennare a precipitosa ritirata. 

In quel punto arrivava Roselli sul luogo dell'azione 
Garibaldi Io ragguagliò di quanto era avvenuto; con- 
dusse il generale in capo al luogo che gli era servito 
da osservatorio in casa Blasi, e gli mostrò i preparativi 
dei Napoletani per una precipitosa ritirata, concludendo 
col fargli questo piano : < Egli, Garibaldi, si getterebbe 
ai fianchi del nemico fuggente; il Roselli coli" artiglieria 
del Calandrelli, la linea e i carabinieri delta riserva, pre- 
sidiata la posizione espugnata, appoggerebbe l'attacco ». 

Ma il generale in capo non prestò fede né ai suoi 
occhi, né a quanta gli esponeva Garibaldi ; secondo il 
suo giudizio, quei nemici che sfilavano sulla strada di 
Terracina, erano brigate che si disponevano ad un nuovo 
attacco per rindomani; la ritirata dell'esercito bgrbonico 
era una manovra'. 

— Ma che manovra! ribatteva Garibaldi, non ve- 
dete che quello è un esercito che fugge? e lasciò il 



■95 

generale in capo a passare tranquillamente la notte in 
casa Blasi, e lui se ne andò a dormire coi suoi all'aperto. 

AI nuovo mattino uon c'era pili a Velletri. un solo 
Napoletano!! 



Si è voluto fare un'accusa a Garibaldi di avere at- 
taccato battaglia coi borbonici contro l' ordine del gene- 
rale in capo. 

Garibaldi fu attaccato — non attaccò — e ^udi-. 
cando pericolosa la ritirata, e per di più. disonorevole, 
prese posizione difensiva, in attesa dell'arrivo del grosso 
delle forze Romane. Si tenga in mente che Garibaldi 
per caso fortunato si era trovato all'avanguardia, ed. 
aveva potuto, con !a sua presenza, rintuzzare e mettere 
in fuga il nemico. 

La mattina del 20 il generalo in capo mandò sulla 
istrada di Terracina qualche squadra volante di fanti e 
di cavalli ad inseguire il nemico; ma Garibaldi aveva 
ridea di buttarsi nel Regno per accendervi la rivolu- 
zione. 

Ne scrisse perciò Io steaso giorno al Boaelli con la. 
seguente lettera : 



« Generale. 

« Io profìtto della vostra compiacenza ad ascoltarmi^ 
e vi espongo il mio parere. Voi avete mandato ad in- 
seguire l'esercito Napoletano da una forza nostra; ed è 
molto bene. 

« Domani mattina dobbiamo coli' intero Corpo d'eser- 
cito prendere la strada di Fresinone, e non fermarci fino 
a giungere sul territorio Napoletano, le popolazioni del 
quale bisogna insurrezionare. 

< La divisione che seguita la strada di Terracina 
non deve impegnarsi con forze superiori,, ma deve ripie- 



garsì sopra, noi in caso d'urgenza; ci6 che potrò^ farò 
anche traverso le montagne, non impedito dal peso del- 
l'artiglierìa ». 

VeUetri, 20 m^^ggio 1849. 

G. GarHaidi, 



I 



n generale Roselli, come era debito suo, trtismiee" 
la proposta di Garibaldi al ìlìnistro della Guerra, ei^po- 
nendo lo difficoltà dell'impresa e declinandone la respoa-i 
labilità. 

Il governo Romnno, richiamò a Roma il Roselli col 
gfosBO delle forze ; e laaciò Garibaldi eoa uoa brigata, 
coli' inc-ariuo apparente dì liberare i confini dfille ina&nade 
■dello Zucchi, mft con quello reale, di tentare l'impresa 
dell'insurrezione del Regno di Napoli. 

Il 23 di sera Garibaldi era coli' avanguardia a Fre- 
sinone, da dove il Zucchi era già partì to ; il 25aRipi; 
il S'j sconfinava a Coprano, e saputo che Rocca D'Ai'ce, 
posizione fortissima, era occupata dai Napoletiini, inviavaiH 
tosto ì suoi bersaglieri ed asatilirla. E i bersaglieri si 
slanciarono arditi su per l'erta scoscesa, aspeLtandosi, 
da un momento all'altro d'essere salutati dalla mitra- 
glia, ma arrivarono, senza dare e ricevere un colpo, 
fino nel paese, ove non trovarono anima viva. 

All'annunzio dell'approssimarsi di Garibaldi^ soldati 
ed abitanti, colti da tìmorej avevano sloggiato. 

Non fu toccata in quel paese la più piccola cosa. 
Le truppe si coricarono sulla piazza, tranquille, senza 
tentare di rompere un'imposta e vi passarono la notte. 



I 



•\ 



Garibaldi, saputo che un corpo di svizzeri l'aspt 
tavfl a S. Germano ordinò al mattino di riprendere laJ 
marcia. Egli aveva in mente, che se avesse potuto T?in-] 
cere una battaglia, la vittoria gli avrebbe aperte le 
porte del Regno. 




Altri però erano i pensieri del governo ili Romal 
L'invasione austriaca a' avanzava iniiiiicciosa; men- 
tre Wimpfen s'inoltrava verso Ancona, un corpo sotto 
gli ordini del Liciitenstein marciava su Perugia \. Roma 
poteva e&sere in pochi giorni stretta da braccia di ferro; 
fare argine a tanto pericolo era un' assoluta necessità, 



CAPITOLO XIV. 
Ripresa delle ostilità del Francesi contro Roma. 



Il Triumvirato, illudendosi elle le trattative con 
Xesseps sarebbero approdate ad una l'elice ooncluaione, 
ordinò che si allestisse in Soma una spedizione per le 
Marche. Gai'ibaldi fu richiamato, ed egli, saputo i! mo- 
tivo del rictiiamo ubbidì con gioia, e ripassato il 98 di 
maggio il confine, con marcie forzate, la niatLina del 1" 
giugno rientrò in Roma. 

Sventuratamente, ma come del resto era da preve- 
dersi, il giorno stesso della rientrata in Roma di Gari- 
baldi, le trattative con Lesseps erano fallite e rotte per 
volere d<ìì Comandante le truppe di spedizione. Già il 
generale Oudinot aveva ordinato un'operazione che ca- 
ratterizzava il suo sleale modo di procedere. 

Monte Mario per la sua elevata posiziono era nece- 
sario alla difesa di Rora.-r. 1 Romani cercavano di forti- 
ficarla con opere di difesa e con ridotti, ma temendo 
che i soldati potessero venire in collisione coi francesi, 
il generale in capo aveva preso il partito di inviarvi 
degli operai senz'armi e senza scorta. 

Il generale Oudinot abusando di questa buona lede, 
malgrado l' ariuisLizio, ordinava che si occupasse dai 
Suoi l'importante posizione e ne dava l'incarico aUa 
brigata comandata dal generale Savan che fiicilraente 
scacciava i disarmati lavoratori e s'impadroniva del 
posto. 



U 1° di giugno rOudiiiot alla lettera ingenua del gè 
neralo Roselli, con la quale chiedepagU una proroga 
de ir armistizio, per dare modo allo esercito della Repub- 
blica romana di battere l'esercito austi'iaco, rispondeva, 
€ che gli ordini del suo governo gli prescrivevano di 
entrare in Roma al più presto ; di avere gm denunciato 
l'armistizio allo autorità Komane ; Bolo per riguardo ai^ 
sudditi francesi residenti in Roma, aveva com/mtito ^^È 
differire l'attctiXù fino al lunedi mattina >. In tutte le lin- 
gue del mondo, ciò voleva dire, che egli non avrebl 
attaccato che il mattino del giorno 4.... 

JCon una slealtà senza nome» con una perfidia inau-^ 
dita negli annali militari (delle quali la coscienza della 
Storia ha gridato vendetta) all'alba del 3 giugno, i fran- 
ueei, con tutte le loro forze concentrate, col silenzio del , 
tradimento, sorpreso quasi nel sonno il sotl.ile battagli onen^B 
Melava, di 403 uomini, s'impadronivano di Villa Panfili, ^^ 
e in men che si dica, avviluppati da o^ni parte i pochi 
bravi che la occupavano, si rendevano padroni del Cott 
vento di San Pancrazio, e di Villa Corsini, detta Casino 
de' Quattro-Venti, t'ormanti con Villa Panfili, quell'ai 
tipiauo che era la vera chiave della difesa di Eoma. 



au-^l 






li ai -f^^ 
na. ^1 



Era da prevedersi, che i francesi cui necessitava 
assicurarsi le retrovie per Civitavecchia, avrebbero fatto 
i pili grandi sforzi, per impossessarsi del punto più ele- 
vato della lìnea di difesa - e vi misero tanta e tala^J 
importanza, che per venirne a capo, adoperarono perfino " 
il tradimento. ^j 

Come è che il generale in capo non se ne sia preo(>^H 
cuparo, non si spiega. Era principalissimo dovere suo, 
di provvedere durante l'armistizio, aUa fortificazione in 



modo efficace delle alture, nonché^ delle ville e dei e*- 




99 
aini fuori porta San Panorazto. per servirsene come poeti 
avanzati. Non ci pensò, e fu errore fatale che Boma do- 
veva pagare a caro prezzo ! 






Avvenuta l'occupazione, per sorpresa e per tradì- 
xaento, la Villa Corsini, (detta dei Quattro Venti) fu 
oggetto di aspra contesa. Ritolta dai bersaglieri di Pie- 
trameliara ai francesi, fu nuovamente perduta; ripresa 
dal reggimento Pasi, fu difesa coraggiosamente per più 
ore ma riperduta ; con combattimento accanitissimo, so- 
stenuto dalle truppe del generale Bartolomeo balletti, 
riconquistata per la terza volta, fa anche da queste 
perduta. 

Il furioso accanimento per conservare il possesso, 
dimostra quanto grande importanza sì dava dalle due 
parti a quella dominante posizione ; e tanto più non si 
arriva a capire perchè, il generale in capo dell'esercito 
Romano l'abbia trascurata. 

Garibaldi che era appena rientrato in Roma, mai 
pensando che da parte dei Francesi si potesse temere 
un tradimento, dormiva nel suo modesto alloggio in 
Via delle Carrozze, n. 59, quando il fragore del cannone, 
che scuoteva tutta la città, lo destò. In un baleno fu in 
sella; sì trasse dietro la Legione Italiana, acquartierata 
nel vicino convento dì S. Silvestro ; lasciò l'ordine che 
le rimanenti truppe lo seguissero, e parti al galoppo. 
Arrivato alla porta di S. Pancrazio, misurò con un'oc- 
chiata tuttii l'estensione del pericolo; distribuì le truppe 
man mano che arrivavano tra i bastioni, la porta e il 
Viiscello, e lanciò i Legionari -alla conquista di Villa 
Corsini. 

La legione, comandata dal Sacchi, preceduta dal 
Masina, accompagnata dai più ardimentosi guidati dal 
Bixio, non indugiò ; traversò sotto una grandinata di 
palle, il terreno scoperto, seminandolo dei suoi migliori, 



100 
e arrivò fin sotto la Villa; mn colà, fiilminata dì fronte- 
e dal lati, dallo finestre, dalle siepi, dalle raurtiglìe fo». i, 
rnte, da migliaia di nemici appostali al coperto, fu co-^^ 
stretta a desistere, e ordinfitamente a ritirarsi al VoBCello, 
che da quel momento, divenne l'antemurale estremo e- 
più tenace dei difensori di Roma. 



L'attacco, più Tolte replicato del casino dei Quattro 
Venti, fu micidiale per i nostri; ferito a morte il bravo 
Masina, Pier Antonio Zamboni portabandiera dei lan- 
cieri e Pietro Scai'cerle aiutante dei lancieri stessi. Fe- 
rito il generale Bartolomeo Galletti; ferito gravemente 
Nino Bixio. cLe. aveva avuto ucciso sotto il cavallo e 
si spinse (audacia sublime) fino a salire su un balcone 
del primo piano del casino. 

Ebbero pure ferite mortali Francesco Daveri capo 
dello etato maggiore della legione, il coloimello Pulini 
primo aiutante di campo di Garibaldi, e tanti e tanti altri, 

E al Vascello le parti erano cambiate. Gli assalitori 
di prima, diventarono gli asbuliti ; i francesi aboccavauo 
da ogni pai'te ; ma i legionari protetti dal mrtssiccio edi- 
fìcio, convertito in fortezza, sfolg'oravano da cento fe- 
ritoie La morte, Il Vascello, avvolto da una bufera di 
fuoco, resisteva impavidamente. Di questo baluardo della 
repubblica romana, ne aveva preso il comando Giacomo 
Medici, il braccio deatro di Garibaldi. Si era cerd che 
aarebbQ atikto difeso fino agli estremi. 



Nelle ore pomeridiane, i tentativi di riprendere le 
posizioni perdute, furono dai gEirìbo-ldini rinnovati con 
grande energia ed insuperabile eroismo; nonostante le 
perdite gravissime, i legionari, i bersaglieri del Pletro- 
taellara e quelli del Manara sì slanciarono ad un nuovo 
attacco anche contro il calino dei Quattro Venti : i due 




101 

sfatanti di Garibaldi, Goffredo Mameli e Augusto Vecr 
chi erano »Ula testa dell'ardita fahinge, il primo, Gof- 
ft*edo Mameli, caro sopra tutti a Garibaldi, riportava fe- 
rita mortale. 

La grande superioritìi delle forze francesi, che coi 
rinforzi ricevuti, superavano i trentamila uomini con 36 
pezzi da campagna e 40 d'assedio, si da permettere loro, 
di subito rioccupare con truppe nuove e di tempestare 
le posizioni perdute, resero vani tutti gli sforzi, anche 
quello tentato verso sera dai bersaglieri, sostenuti dal 
reggimento Unione (9" di linea). 

Cost fini la giornata del 3 giugno, nefasta alla fama 
francese pel tradimento del generale Oudinot; giornata- 
veramente memorabile nei fasti del valore italiano, se si- 
pensi, che cinque grandi assalti furono dati dai volontari 
della repubblica Romana per sloggiare il nemica dalle 
posizioni occupate per tradimento ; più di dieci furono 
le cariche alla baionetta, con cui preeipimrono contro il 
nemico, e per otto volte seppero riprendere ^le mi- 
gliori truppe del mondo le posizioni perdute. 

Chi può dire degli eroici episodi di quella immor- 
tale giornali? Come ricordare alla patria i nomi dei ca- 
duti per essa? 

Il Masina, ferito al secondo assalto, fiisciata in fretfct 
la piaga, sì slanciava a cavallo su pei gradini di Villa 
Corsini, ma avvolto dai nemici, roteando 11 ferro terri- 
bile, squarciato il petto da una palla, cadeva fulminato. 

Il Mangiagalli, a Villa Valentini, menò strage ; spez-' 
zata la spada, combattè sempre benché ferito, e tenne 
la villa con pochissimi de' suoi fino a sera. 

Lo Scarcerle, colpito a morte dopo lotta accanita 
sostenuta con impareggiabile valore, legò tutto il suo 
alla patria. 

Il Manfrin, sergente dei bersaglieri, quantunque 

gravemente ferito, volle riprendere il suo posto nelle 

file, e al Manara che gli diceva « vattene, qui non servi 

a nulla»; rispondeva:* lasciatemi stare, colonnello, al- 

8. 



102 

meno faccio numero » e alla prima scarica il valoroE 
era. di nuovo colpito raorUil mente. Due giovitnetti, Ca- 
riolatto e Tosi cari a Garibaldi, ebbero gravi ferite. 

Il Rozà, ferito due volto, ritornava alla pugna, 
alla terza ferita soccombeva. 

Àngolo Bassini, s'avventava con un pugno de' suoì 
contro Villa Corsini, e ne tornava, pesto e insangulnatoJ 
Dalla Lonpa, milanese, che aveva raccolto sulle spalle^ 
il caporale Fiorani raortog"lì al tìanco, mentre ritraevasi 
col caro peso, fu trapassato da una palla e cadde in^È 
un fascio col suo carico. Emilio Dandolo, errava per U 
campo in cerca delle spoglie deiraraaco fratello e fu. 
ferito mortalmente. Narciso Bronzetti, pure ferito, au^^fl 
dava in ore notturne, tra le scolte francesi, per togliere 
ai nemici il coi-po de! suo servo fedele, e fu ferito esso-^ 
pure. I| 

I legionari del Medici, affrontarono la grandine dei 
Vincennes, per sottrarre, da una casa incendiata dal fuo-^ 
co nemico, i cadaveri dei loro compagni ivi caduti di-V 
fendendola; donde il nome di Casa Bruciata. Eroismi 
immortali 1 



Padroni di Villa Panfili e delle alture, i francesi! 
intrapresero l'aissedio di Koma quasi fosse una piazza, 
forte ; tracciarono parallele, piantaroDO batterie sotto 
direzione del generale Vaillant ; s'avanzarono senza pò 
Terao la città, 

I nostri, condotti da un genio militare arditamente 
infaticabile, scarsi di cannoni e di materiale, contrap- 
posero intrepidi offesa ad offeaa, trincera a trincera; 
scavarono vie coperte, alzarono cortine, reatauraronoi 
senza sosta le cannoniere smontate, e tenhirono anche 
delle sortite; alla debolezza dei mezzi supplirono con la 
forza dei petti, per prolung-are quanto potevano l'ag^o- 
nia della Repubblica. 




103 

Ma ogni giorno che passava la cinta d'assedio ve- 
niva sempre più serrandosi. 

I francesi eransi fortemente stabiliti, coH'intera' Di- 
visione Guepiller, anche nella Vìa >laminia, da dove 
fulminavano il Pincio, bombardavano la città, senza riu- 
scire a sloggiare i nostri dai Monti Parìolì ; fra i difen- 
sori, vi era anche 11 battaglione degli studenti, clie teneva 
■con grande valore la Villa Paniotowschi, sebbene fosse 
bersagliata senza tregua dal nemico, che della Villa Pol- 
verosi, al di là del ponte Milvio, aveva fatto una for- 
midabile posizione offensiva e difensiva. 

L' 11 di giugno, nelle ore pomeridiane, il batta- 
glione comandato dal valoroso capitano Golinelli, soste- 
nuto dalla Legione Romana, volle, con supremo ardimento, 
tentare di sloggiare il nemico dalla Villa: con slancio 
ila veterani, i bravi studenti si precipitano impavidi al- 
l'attacco, sostenendo un accanito combattimento per più 
ore; ma la grandine delle palle nemiche, ne arresta fi- 
nalmente lo slancio; balenano i bravi giovani, cadono 
numerosi, e sono obbligati a ritirarsi; ultimi a farlo, fu- 
rono i fratelli Francesco ed Alessandro Archibugi di- 
Ancona, che combattendo da veri eroi caddero entrambi 
mortalmente feriti ; rimasti sul campo, vennero fatti pri- 
gionieri e condotti a Civitavecchia ove lasciarono la vita. 



La mattina del 13, i francesi smascherarono tutte 
le loro batterie, e con trenta bocche da fuoco batterono, 
per sette giorni .e sette notti, i bastioni sesto e settimo, 
e la sera del 21 vi aprirono in tre punti la breccia; non 
restava più agli assedianti che di salirla: e dìfatti nel 
silenzio della notte dal 21 al 22, mossero all'assalto. Il 
battaglione del reggimento « Unione > che vi stava di 
guardia, si lasciò sorprendere ; e gli assalitori, sollecitati 
a trarre profitto del panico, furono padroni, quasi senza 
<»m battimento, delle mura di Roma. 



1C4 



Presrt la breccia^ Mazzini propose, che ne fosse ten- 
tata U ripresa la notte stessa. Sì mandò a chiamare 
Garibaldi, ma questi dichiarò impossibile l'i]npresfl. 

Mazzini scrisse a. Miinara perché persuadesse Gari- 
baldi, ma i^uesti non mutò divisamento. 

Disse — essere suo convincimento, clie l'assalto not- 
turno alla brecciiit coti truppe stanche, orbate dei loro 
migliori uttìciali, avrebbe costato iiltie innumerevoli per- 
dite, e sarebbe inevitabilmente fallito - -■ o che ormai, 
la sola provvida e urgente risoluzione da prendersi era 
quella di riparare dietro una nuova linea. 



I 



Perduta la breccia e la fiducia di conquistarla, 
Rijmani restav:t fuoii di Roma soltanto il Vascello, che 
il Medici rese immortale. Solo, ma formidabile sempre! 
E, dentro lloma, restava il tratto dei bastioni da Porta. 
S. Pancrazio a Porta Angelica, e come seconda difesa, 
la linea tracciata da^li avanzi delle mura Aureliano, 
sostenuta al centro dalle batterie del Pinu, ad occidente 
dal bastione ottavo e diilla Villa Spada, ad oriente dai 
conventi di tSan Calisto e di San Cosimato, sulle falde 
dell'A yen tino. 



I 



Ed era intorno a queste posizioni, che stava per'^ 
rinnovarsi la lotta. 

I francesi, dopo di essersi gagliardamente trincerati 
nella breccia coufjuistata, avevano costruito una terza 
parallela, dalla quale bersagliavano le posizioni difese 
dai Romani, facendo piovere nella città una tempesta 
di bombe, che spesso andavano a cadere, danneggian-' 
doli, sui monumenti più famosi dell'antica romana 
dezza. 



m pesta fl 
ggian--™ 
. gran- '^È 

I 



I 



105 

Garibaldi volle affidare, come supremo sforzo, al 
iralore insuperabile dei legionari sotto il comando del 
Medici la ripresa di Villa BarberiTuì, Vano Ceiitativo! 
Clravi furono le perdite ; ebbe fracassato un braccio il 
capitano tìorini, il corpo forato da dlciotto ferite l'In- 
duno Gerolamo, la spalla trapassata da una baionettata 
il giovineCto Cadolini, trapassata una coscEa l'alCro gio- 
vinetto Tosi. Ma i valorosi guidati dal Medici non. la- 
sciarono al nemico che un monte dì rovine. Armarono di 
nuovi pezzi le batterie del l'ino, afforzarono Villa Spada, 
tempestarono di colpi le batterie nemiche, e sopporta- 
rono con costanza, invitta i disagi dei lavori notturni, i 
guasti del bombardamento, i vuoti della morte. 

Tutti fecero eroismi sorretti dàlia coscienza dell'alto 
dovere. 



Il Medici, sebbene anch' esso ferito, fatta del Va- 
scello mia fortezza, con un manipolo dì prodi la difese 
eoa sovrumana energia di piano In piano, di pietra in 
pietra. BeraagUato notte e giorno da Villa Corsini, tor- 
mentato senza posa dalle carabine del famosi cacciatori 
d'Africa, ridotto in frantumi in gran parte l'edificio che 
gli serviva di asilo e dì rocca, nulla valeva a scrollare 
la sua impassibile fermezza. Sq_uarciato il secondo piano 
scese al primo ; crollato anche il primo, passò al piano 
terreno; diroccato questo pure, s'accampò all'aperto; 
ma non cedette un sasso della sua ruina e la rese im- 
mortale. 



* 



I difensori delle batterie fecero pure mii'acoU — e 
innanzi tutti i cannonieri — inferiori per Tarmi, mal co- 
perti da terrapieni improvvisati, costretti a combattere 
■con pezzi da campagna contro pezzi d' assedio, più di 



106 

una volta fecero tacere le batterie nemiche ; ne scon- 
quiiàaiirùiitt no demolirono le opere, strapparono, per 
la giiifitezza dei tiri e l' intrepidezza della ditesa, grida 
d'ammirazione agli stessi nemici. 

Un uniuo compendiava in se tutti gli eroismi; pa- 
reva abbellite, colla calma, la morta dei suoi bravi, 
rendere fede iil miracolo dell'invulnerabilità sua; G 
ribaldi I 

Lasciata Villa Spada, si era fatta costruire una ca- 
paniìa di stuoie presso la batteria del Pino, e là, fra il 
rombo assordante delle bombe francesi, passava i giorni 
6 le notti, nell'osservare tutto le mosse del nemico, di- 
rigendo il fuoco della batteria, spacciando i suoi ordini 
ad ogni parte del campo, e trovando modo di dormire 
tranquillamente come in casa sua. .. 

Ma l'ultima ora fatalmente s'appressava; daS 27 al 
29 sette batterie francesi, avevano fulminato tutte le 
posizioni romane, e malgrado la virtù e l'eroismo dei 
difensori, avevano fatto di esso mucchi di rottami. 

Al mattino del 29, il casino Savorelli era distrutto 
la Porta S- Pancrazio sQancjita, il bastione Nono e' la 
Villa- Spada gravomento danneggiati, la batteria del Pino 
sconquofisflta; infine il bastione Ottavo, punto principale 
di mira dell'asse di ante, ridotto fn macerie, e la quarta 
breccia aperta nei suoi fianchi. Bisognava impedire che 
il neniiro ne appyotìttasse e vi si organizzò una fiera 
resistenza. 

La mattina del 30 due grosse colonne francesi, so- 
stenute da forti riserve, mossero di fronte e dtìi fianchi 
all'assalto della breccia; i Keniani le respinsero con vi- 
gorosa puj;na; assaliti e assalitori, si trovarono corpo a 
corpo, ed un accanito conibattimento a ferro freddo 
s'Impegnò sul terrapieno; molti. s'imraortaliirono in quel- 
la difesa disperata. Emilio Morosini eroe diciorteaine fece 
eccidio di nemici, e sebbene ferito due volte non ri- 
stette dalla pugna; sfinito di forze mentre era traspor- 
tato all'ambulanza dai suoi, fu sopraggiunto dai nemici,.. 



4 




107 

ina non si arrese ancora, e menò di sciabola finché gli 
bastò la lena; una terza palla gli trapassò il bel corpo 
e ne involò l'anima eroica. 

La breccia era salita, ma non presa ancora; le 
batterie della Montagnola facevano strage degli assa-< 
litorì; i francesi pagavano ogni palmo di terreno col 
sangue loro e dei loro capitimi; gli artiglieri si face-r 
vano tagliare a pezzi sui loro cannoni, ma non si ar-r 
rendevano; esaurite le polveri restavano ancora le ba- 
ionette e i calci dei fucili; restavano sopratutto an- 
cora a far barriera, ì petti dei superstiti ed i ciiniulì 
dei morti; ma la gloriosii ecatombe non poteva tratte- 
nere il nemico, ed il numero doveva avere ragione una 
volta ancora; i francesi irrompevano da ogni lato mi- 
nacciando l'unica via dì ritirata; non restavji ai prodi 
difensori altro riparo che Villa Spada. 

Gaiibildi ricliiamata al Civsino Savorelli la legione 
Medici, poiché la perdita delhi neconda linea rendeta inu- 
tile la difesa del Vascello, asserragliata Villa Spada, ap- 
poggiate le spalle a San Pietro in Montorio, la sinistra 
a San Calisto, l'estrema destra al bastione Nono ancora 
in piedi, tentò improvvisare una terza linea di difesa. 

Preceduti e spalleggiati dal fuoco incrociato di tutte 
le batterie, i francesi montavano da ogni parte all'as- 
salto; ma il loro obiettivo era sempre Villa Spada; colà 
ormai si decideva l'estremo sorte di Roma; colà Gari- 
baldi, Medici, Bixio, Manura, Sacchi, i legionari e i ber- 
saglieri, quanti erano uomini vivi e atti ancora a im- 
pugnare un'arma, si prepararono all'estremo cimento. Il 
tetto, le mura della casa bombardata, crollavano da ogni 
lato sui difensori^ ma aessuno parlava di resa. Il Manara 
infiammato da eroico ardore, desiderando la morte piut-r 
tosto che assistere alla resa; correva dove più era grande 
il pericolo, incoraggiava i combattenti, dirigeva la lotta» 
ma mentre s'affacciava per osservare le mosse del ne- 
:mico ;iina palla Io stramazzò agonizzante fra. le braccia. 
di Emilio Dandolo, a cui poco prima aveva dettp, come 
Ney a Waterloo: « Non ci.sarà dunque una palla per me?» 



108 

Un altro, come lui, aveva cercato in quell'antro 
Infuocato di Villa Spada la morte ; ma questa lo riiM 
sparmiò guo mnlgrado volendolo serbato a ben più grande^ 
destino. Se in quel giorno Maaara fu grande. Garibaldi 
m terribile; gu«i ai nemici che gli eran dì fronte, 
suoi fidi ti'emavano di vederlo cadere da un momenti' 
all'altro, mn, sembrava che le palle avessero paura di, 
toccarlo. 

A mezzo giorno del 30 piijtfno. tutto era finito 
Villa Spadiì era perduta ; l.ìaribaldi si ritirava, coi la- 
ceri avanzi dei suoi per la Lungara, sperando ancora dtj 
arrestare il nemico a ponte Sant'Angelo, quando un rap*| 
presentante del popolo venne ad annunzìarg:Ii che l'na-i 
semblea aveva bisogno d'interrogarlo sullo stato dellej 
cose, e l'attendeva in Campidoglio. 

Chiese al Vecchi che lo accompa^ava: « credete 
che in un'ora potremo essere di ritorno? » Lo credo n-^ 
spose il Vecchi — «allora partiamo» e al galoppo, co*^ 
perto di polvere, fiammeggiante in volto per l'ardore 
della pugna, salì al Campidoglio. 

Al suo apparire l'assemblea ruppe in una salva in-j 
terminabile di applausi. Informato che Mazzini avev*J 
già proclamato che tre sole via rimanevano nperte ai 
romani: o capitolare: o difendere la città fino all'estremo; 
ovvero uscire da Roma, Governo, Assemblea, esercito, 
e portare la guerra altrove ; Garibaldi salito alla Tribuna^ 
dichiarava senz'altro 

* La difesa oltre Tevere impossibile; possibile an-j 
■Cora al dì qua del fiume la guerra di barricale ; dover , 
suo di aggiungere che anche siffatta difesa non avrebbe 
potuto durare che pochi giorni. Quanto a lui, nuU'altro 
reatftvagli che uscir di Roma col resto dei suoi corapai-il 
g^iì e tenere alta la bandiera della patria fino all'estremo ; 
consigliava perciò l'Assemblea di accettare la terza prò- j 
posta del Mazzini: uscire da Roma coli' esercito, col' 
Governo e coi rappresentanti del popolo; concludendo: 
< dovunque saremo, colà sarà Roma >. 



a09 

Ciò detto tornò al suo campo, e l'Assemblea respinta 
-ogni idea dì resistenza votò il Decreto ormai celebre : 

« In nome di Dio e del popolo. 

« L'Assemblea costituente romana cessa una difesa 
divenuta impossibile, e sta al suo posto ». 

Per effetto di questo Decreto il Triumvirato rasse- 
gnava r ufBcio al Municipio Romano, unica autorità le- 
gittima cui spettasse di negoziare col vincitore i patti 
<lella resa. Senonchè avendo il generale francese, per 
<jolrao, rifiutiite le più oneste condizioni, Roma sdegno- 
sameote ruppe ogni iiegoi:iato, preferendo lo estremo 
arbitrio del vincitore al disonore di sottoscrivere con 
lui una. resa, che avrebbe sotìbcato in lei il grido di 
-eatrema protesta al mondo, contro il bugiardo rappre- 
sentante della sorella latina, che dopo averla assalita 
colla perfidia di un tradimento, vinta colla sola virtù 
del numero, veniva a negarle il supremo diritto dell'in- 
columità della vita e degli averi dei cittadini. 

Il Municipio annunziava ai romani la prossima en- 
trata dei francesi. 

« Romani ! 

« Il coraggio da voi dimostrato nella difesa di Roma, 

i sacrifici che incontraste, vi hanno assicurata la gloria 

e la Btiraa degli stessi stranieri. — Una difesa ulteriore, 

come fu annunziato dal Decreto dell'Assemblea sarebbe 

«tata impossibile senza volere la distruzione di una città- 

■<die conserva memorie lo quali non debbono perire. La 

Vostra rappresentanza municipale non ha accettato patti 

Jier non compromettere menomamente la dignità di un 

popolo così generoso, ed ha dichiarato di cedere alla 

T'orza. 

« Le leggi dì umanità e dì incivilimento, la disci- 
plina di un'armata regolare, ci ripromettono il rispetto 
■^elle persone e della cose. 

€ La vostra rappresentanza municipale vi promette, 
<ihe non mancherà di fare quanto è in suo potere, onde 



110 

non si rechi ingiuria ad alcuno. Abbisogna però del vo- 
stro concorso ed è certa, dì ottenerlo. Fida nel vostro 
contegno d%'iiìtoso o nell' esperienza cosUmti?, che ha di- 
mostrato al mondo come i Romani in circostanze pro^ 
spere o avverse hanno saputo egualmente mantenere 
l'oi-dine, e costringere anche i nemici a saUitiire 
riverenza la cittA dei monumenti e rispettarne gli al 
tanti elle, con le loro virtù, rendono impOBsibile l'obli* 
della Romana Grandezza. 

« Dal Campidoglio il 2 luglio 1849. 

«"Francesco Sturbinettì, Senatore. 

Lunati Giuseppe. Gallieno Giuspppe, Gideotti Fede- 
rico, Deandreis Antonio, Piaceniini Giuseppe, Corboli 
Curalo, Feliciani Alceo, Tittonì Angelo, Conseì'vitori. 



Giuseppe Rosai, SegMario. 



La sera del 2 ìuglio, ì francesi s'impadronivano di 
porta Porteae, di porta S. Pancrazio, e il di seguente 
occupavano porta del Popolo. Nella giornata entrava in 
Roma il generale Oudinot circondato dal sito Stato Mag- 
giore alla testa della 2" Divisione e di numerosa caval- 
leria, accolto con ogni sorta di dimostrazioni osLili ed al 
grido di « Viva la Repubblica Romana, morte agli slr^ 
,iiieri, morte al cardinale Oudinot, morte al traditore 

X^i sera del 4 i soldati francesi entravano a viva 
forza, con le armi in pugno, alla sede della costituente 
ed intimavano alla sezione che vi stava in permanenza 
di/sciogliersi, Carlo Bonaparte che la presiedeva. protestò. 

« In nome di Dio; in nome del popolo degli Stati 
Romani che liberamente, con suftragdo univei"i?aie, ha 
pletto i 8uo;i rappresentanti; m nome, dell'art. b° della 
Costituzione fmncese, l' Assemblea Costituente Romapa 
protesta in faccia all'Italia, in faccia alla Franoiaj in 
ìapcia al mondo iDctvJjUto, contro jl^ yioipnta invasipo^ 



4 



cii. I 




Ili 

della sua sede, operata dalle forze frantiesi il giorno 4 
luglio alle ore 6 pomeridiane. » 

Roma, nel Campidoglio 4 luglio 18i9. 

Per l' hiterti Agsemblea 

Il Presidente di Sezione : C. Bonaparte. 
Il Keg:retarìi>: Qalrico prof. Filopituti. 



CAPITOLO XV. 

BdrJbaldi escB da Roma coi suoi legionari - 
San Marino — Morie di Anita — Cesenatico 



A mezzo giorno del 2 luglio, Garibaldi radunava 
sulla Piazza del Vaticano i resti della sua divisione, e, 
fatto formaro il quadrato, li arringò cobì : 

« Compagni, io esco da Roma. Chi vuole continuare 
la guerra eonCro lo straniero, venga con me. dà che 
io offro a quanti vogliono y^guirmi eccolo : non paga, 
ne onori- Offro fame e eeto, marcie forzate, battaglie e 
morte. Chi ama la patria mi segua ». 
0. Lo seguirono circa tremila uomini, i resti cioè della 
Legione italiana, buona parte della polacoa, e del bat- 
ta^iliontì Medici, grossi manipoli di finanzieri, dì studenti 
e di emigrati, i superatiti lancieri di Maaina, circa quat- 
trocento dragoni e i pochi bersjiglieri Lombardi. 

La sera del giorno stesso, Gfaribaldi usciva furtiva- 
mente da Porta San Giovanni, e, lanciando tutti incerti 
sulla sua meta,, s'incamminava per la via Tiburtina; 

Gli cavalcava al fianco, in vesti virili, la sua Anita; 
gli faceva da guìdaCloeruacchio. coi suoi tigli, l'accompa- 
gnava Ugo Btìitói ; ne seguivano le sortì Sacchi. Mitrof 
chètti, Montanari, Hoffsietfcer, Cenni, Livraglji. Isnardi 
Sisco, Ceccaldì, Chiassi, Stagnettì, Bueno, Muller, l'eletta 
dei suoi, ufficiali superstiti. Giunto in sull'filba del B a 



112 

Tivoli, fece spargere la voce che si dirig;era sul Napole- 
fcino. Al tramonio infatti, levato il campo, marciò per 
un buon tratto verso il Mezzogiorno ; indi volse improv- 
visamente a Settentrione, pernottò a Mouticellì, e la 
mattina del 4 s'accampò a* Monterotondo. 



a 



Como era facile prevedersi, l'Oudinot gli sguinza- 
gliava Contro due grosse colonne, l'una comandata dal 
g:enera]e Molière, l'altra dal ^'eneral Morris; il borbonico 
iStatella gli nmovcva alle epalle dal Tronto; ^'li Spagnuoli 
di Don Consalvo, appostati a Rieti, gli sbarravano la 
destra; e gli austriaci del D'Aapre, accampati nell' Um- 
bria, l'aspettavano di fronte a Foli^'no, e gli chiudevano 
le due vie di Peru^'ia e di Ancona. Così Garibaldi era 
accerchiato da una rete di ferro; sbagliata una mossa, 
l'eroe, Taniato del popolo, era Irremissibilniento perduto: 
ma r inseguito era Garibaldi, ed il leone non si sarebbe 
lasciato coglierei Nel pomeriggio del 5 staccava la mar- 
cia da Monterotondo ; il 6 era a Confine ; 11 7 a Poggio 
Mirteto ; r 8 a Terni, dove s' incontrò col colonnello 
Porbes che veniva a portargli una colonna dì ottocento 
uomini, resti di corpi sbaudati nella campagna, e due 
pezzi d' Artiglieria, 



* 




Terni era il centro di cinque vie ; si poteva salire 
a Foligno, quanto discendere a Rieti; voltare per Narm 
e Viterbo, come satire a Todi e l^erugia. ^H 

Garibaldi 1-isciò in ogni passo delle squadriglie pe^^ 
ingannare gì' inaeguenci, spinse una avanguardia di ca- 
valli a Todi, e il di appresso, 9 luglio, vi si condusse 
■egli stesso col grosso del corpo. Qui le cose comin- 
ciarono a volgere male, e l'orizzonte ad intorbidarsi. 
H programma di Garibaldi ^- fame, sete, marcie for- 




113' 

zate — se ebbe applausi quando fu proclamato, accen- 
uaTa, man mano, a divenire impoBsibile; anche ai ttinti 
di buona TolontA veoivano meno le forze, o sintomi 
di scoraggiamento cominciarono a manifestarsi; segui- 
rono quindi le diserzioni, prima a gruppi, poi in masse. 



Intanto concordi notizie recavano, che iFi'anoeBÌ 
comandati dal Morris muovevano contrg i nostri da Vi- 
terbo, e che gli austrìaci da Foligno si mettevano in 
Txiaroia per Todi. Gmlbaldi mandò un nerbo de' suoi 
£1 scorazzare sulla strada di Foligno per far credere che 
»33Ìrava là; spedi Mailer cxjn i suoi cavalli ed una cora- 
X^a^ia della le{,'Lone perla strada di Orvieto, con ordine 
<ìì spingersi tino a Montefiaacone -Viterbo ; seppellì i due 
«cannoni del Forbes, e quando ebbe l'assicurazione dai 
suoi scorridori, che 1 due nemici erano ancora lontani 
tanto, da poter loro scivolare in mezzo, lasciò Todi la 
sera del V2, paseò il Tevere a Ponte Acuto, e s'incam- 
minò per la via mulattiera montuosa ed obbliqua di 
Urodo per Orvieto ; sua meta la Toscana, 

La sera del 13, avendo avuto informazioni clie il 
generale Morris era ancora lontano staccò la marcia per 
Orvieto ove giunse sul mattino del 14. 

Non entrò in Orvieto ma s'accampò su di una buona 
posiziono a cavaliere della strada di Ficulle. Gli Orvie- 
tani mandarono a Garibaldi invito di entrare in città, 
e lo fornirono del pane mandato ad ordinare dai Fran- 
cesi. Ma egli non s'indugiò; nel pomeriggio del 15 levò 
il campo e mosse verso Fienile; vi arrivò a sera, quando 
i Francesi gli erano già. alle calcagna; gli Austriaci gli 
muovevano incontro da. Perugia. 

Parti la mattina del 16, abbandonò, dopo poche mi-/ 
glia di cammino, la sti'nda maestra, si buttò a Sole dove 
riposò per poche ore, e la notte per sentieri impervìi e 
monti disabitati, .sotto una pioggia dirottissima, in mezzo- 




lU 
a tenebre fitte, guadagnò il confine toscano e giunse la 
mattina a Cetona, accoLto lestos;imente dalla jjopolazione. 
Fu quellii la prima volta che la brigata, dacché era uscita 
da Roma, dormi acquartierata. 



4 



Lilieratosi dai francesi g]ì restavano sempre di fronte 
gli austriaci, che scendevano da Perugia, ed i toscani, 
che tenevano presidii tra ftanteano e Chiusi, i quali po- 
tevano impacciai'e, se non arrestare, i suoi movimenti 
e molestarlo. 

Ma l'eroe non se ne sgomentava. Fortiflcatosi a Ce- 
tona; circondati i suoi iìanchi d' i:iiboscate; coperte le 
spalle con lorze sufficienti ; mandò celereniente una gros- 
sa squadiiglia a battere la strada Sarteauo e Chiusi, e 
quando gli riportarono di avere snidati e messila fuga 
i presidii toscani, ripigliò la marcia; dormi il 17 a Sar- 
teano; entrò il IS a Montepulciano, dove tutta la popo- 
lazione fece a gara nell'usargli gentilezze e nel colmarlo 
di cortesie e d'offerte. 

Rinata la speranza in Garibaldi, pubblicò un ardente 
manifesto ai tosoAni, col quale li Invitava ad insorgere 
contro la tirannide domestictì e straniera. Ma fu T illu- 
sione di un momento, e, presago ormai che nulla piùtjj 
poteva sperare, prosegui il suo fatide cammino. if 

Giunto 3utl' albeggiare del 20 a Toirita, prese una 
grande risoluzione^ quelUi di abbandonare il granducato 
toscano e di prendere per nuova meta l'Adriatico e Ve- 
nezia I Là sulla laguna ardeva sempre quel gran focolare, 
in cui ormai sì concentravano tutti gli sforzi d'Italia. 

Il piano di Garibaldi fu presto formato ; salire fin 
presso Arezzo; passare dal subiippennino al grande ap- 
pennino; scendere tra Pesaro e Ravenna all'Adriatico 
ed imbarcarsi nel punto più. opportuno per Venezia. 




U5 



. »: 



Vani sforzi I inseguito, come belva feroce, passo 
passo, dagli austriaci che con forze superiori d* ogni 
parte lo circondavano, eeppe rompere il cerchio di ftn'o, 
e per vie dirupate e nascoste, guadagnò dopo enormi 
falliche le alture di Cnrpegna al mezzodì dei 30; neri- 
parti nel vespro; traversò la Valle del Conca; prese un 
po' di riposo poche ore in un bosco; e al tocco dopo 
meazanotce ripigliò la marcia alla volta di S. Marino. 

Non gli restava altro rifagio ! 

A S. Marino scioglierà la sua colonna, e lasciava 
libero ognuno di tornare alla vita privata, col seguente 
ordine del giorno ; 

San Marino, 31 luglio 1849. 

Compagni ! 

Noi siamo giunti sulla terra di rifugio, e dobbiamo il 
luiglior contegno ai nostri ospiti, In tal modo, noi avremo 
meritata la considerazione che merita la dìegraaia per- 
seguitata. 

Da questo punto io svincolo da qualunque obbligo 
i miei compagni, laeciandoli lil>eri di ritornare alla vita 
privata, ma rammento loro, che l'Italia non devo rima- 
nere nell' obbrobrio» e che è meglio morire che vivere 
schiavi dello straniero. 

G. GaHbaldL 



Verso le undici di sera, chiamò intorno a sé i mi- 
gliori ufBciaii suoi fidi, e svelò loro l'incrollabile suo 
proposito, di sottrarsi ai patti che il governo della re- 
pubblica Sammarinese slava trattando collo straniero.' 

« A chi vuole seguirmi, egli di^se, io otfro nuove 
battaglie, patimenti, esiglio ; patti collo straniero mai *. 

Le parole di Garibaldi caddero come stille roventi 
nell'animo degli accorisi al euo invito, ma a pochi bastò 



116 

il cuore 6 ki forza, di ascoltare il suo Appello, Non tu— 
reno più di duecento quelli disposti a eeguirlo. 

Allo BCaocar della mezzanotte, preceduto da tre 
guide paestme, per im sentiero di montagna, ec-endeva 
il Titano ; guizzando tra le scolte nemiche, traversava 
la Marecehia, passava Montebello e, cammiuaiido tuttii 
la giornata, verso le 10 di sera del 1" agosto penetrava 
in Cesenatico. 

Non perdette tempo; fatti prigionieri i carabinieri 
e i pochi soldati auscri;ici colà sorpresi, s' impadronì di 
tredici « bragozzi » Chiozzotti^ v'imbarcò tutta la sua 
gente, usci dal porto e veleg^giò per Venezia. 



In sulle prime, al fuggitivo arriso la fortuna, ma, 
verso sera, appari all'orizzopte la flottiglia Austilaca che 
s'avanzava a tutto vapore. 

Ritornato ai-diio uomo di mare concepì con rapidità 
(Ulminea il suo piauo; comandò ai bragozzi di sparpa- 
gliarsi e dì dirigerai verso punta della Maestra, dove le 
acque basse li avrebbero protetti dall' inseguimento. Ma 
egli comandava a timidi pescatori ; questi, alle prime 
minacele delle scialiippe nemiche che venivìino loro in- 
contro, si scompigliarono senza saper più manovrare:, 
sicché otto bragu2ai caddero prigionièri degli austriaci, 
ed a Garibaldi non restò che gettarsi sulla costa di Ma- 
gnSivacca, che per miracolo potè afferrare. 



Ma la terra non era più sicura del mare ; squadre- 
di gendarmi lo cercavano per ogni verso. 

Prima necessiti! fu quella di separarsi per potersi 
meglio nascondere ai nemici. Ugo Bassi e il capitano 
Livraghi con altri presera per una via, Ciceruacchio e 
i suoi figli per un'aJtra ; e Garibaldi restò solo con Anita 
e il capitano Leggiero, ■-■ ' ^ 




117 

Ma la povera Anita era ih tìn di Vita: di lei sem- 
brava non vìvesse |iii!i che lo spirito; il corpo era con- 
simto dagli slenti sofferti. 

Unico mezzo di salute era quello di lasciare al- 
l'istante quella spiaggia; Garibaldi senza pensare ad 
altro, prese sulte braccia la sua Anita e scorUito da Leg- 
giero, e guidato da un contadino che la fortuna gli 
aveva condotto dinnanzi, col caro peso traversata la 
macchia arrivava ad una deserta capanna, dove tro- 
vava un nascondiglio, e per Anita un pò di riposo su 
un giacìglio dì frasche. 

Egli er^ là da qualche tempo, quando vide, davanti 
all'uscio della capanna, un giovanotto in vesti signorili 
che Io saliitrtva rispettosameure. Era Gioacchino lìomiet 
di Coniacchio, di famiglia di patrioti il otti nome va in- 
cordato irteli itiilinnì. Fu lui coi bravi Jiagazzì e Mon- 
tanari che attivarono Garibaldi, facendogli trareraare le 
valli di Cottiacchio in una burca, nella quale avevano- 
preparato anche un giaciglio pei' l'Anita; In pr-i* mezzo del 
Bonnei, e dei suoi fidi guardiani, che potè arrivare nella 
(attoria Guiccioli presso Sant'Alberto. Colh, appena adar- 
giata sul let:o. l'eroica Anita sentendo che l'ultiuia sua 
ora era arrivata « O José, io muoio! mormorò: bacia 
ì figli per me! » e chiuse gli occhi nelle braccia del 
marito. La disperazione di Garibaldi toccava il delirio^ 
non si poteva distaccare dalla amata roinjiagna. « Per 
i tuoi figli, per l'Italia, pensa a salvarti s, gli disse 
piano il capitano Leggiero e potè strapparlo* dal dolo- 
roso amplesso. 

Cosi il 4 agosto 1840, alle 4 di sera, spirava l'anima 
forte di Anita Riheira Garibaldi. Essa martire dell'amore,, 
sublime ed intrepida donna. Fu degna compagna delV Eroe- 
che tanto la pianse. 11 suo corpo fu coperto da poca sabbia,. 
in vicinanza della fattoria Guiccioli alla Mandrioìa, a 
9. 



US 

circa undici miglia da Comacchio l Nestsuno ha ancorq. 
pensato in Italia ad erigere, per ricordo ai poBCeri, un 
nianumento a. questa KroiniiI 

Povera munire! La tua memoria è fiore gentile che 
g^rmoglierà sempre nel cuore di quanti amano la piitriab 



IjiViciato, per dura necessità il triste luogo, Gari- 
baldi, con l'aiuto di Bonnet, di Montanari ed altri pa- 
triotti, potè mggiutigtìi'e Iti pinetji di Ravenna, e di la, 
bubito dopo, si condusse alla valle Guicdoli. ^ 

Cola venne a, riceverlo il bravo popolano Giu-H 
tìsppe Savinì di Ravenna, che, tenutolo nascosto per 
pochi giorni in un casolare delle Paludi della Valle div 
Canna^ lo raccomando ad Antonio Fuzzi Ravennate essdql 
pure, che a sua volta Io attìdi'i a Don Giovanni Veritìi. 
onesto e patriottico sacerdote di Jlocìigliaiia, mcrc-è il 
quale, attraversato il Passo dt:lla. Futa potè sconfinare 
in Toscana. Da allora, guidato sempre da mani amiche 
e leali, sfrusciando in mezzo alle ronde marniate-' alla sua 
caccia, protetto dalla sua stella, valico i due versanti 
dell'Appennino. Il 2(3 agosto fu a Poggibonsi, dì là a 
Pomarance dove fu ospite di Antonio Martini. In ap- 
presso, CamilJo Serafini lo tragittò a .San Dalmazio, dove 
lo raccomandò al Gutìlfl che a sua volta, condottolo 
prima a Massa Marittima, poi a Follonica, lo confidò fi- 
nalmente a Paolo Azzanni marinaio di Hio, che offri di 
portfire Garibaldi a Porto Venere, in terra di salute. 

Colà sbarcato, assieme airamìco Leggiero, Garibaldi 
rilasciò airA2zarioÌ un prezioso documento cosi conce-^ 
pito : " 

« II padrone Paolo Azzanni, che la fortuna mi fece 
incontrare in terra italiana dominata dfigli austriaci, mi 
ha trasportato su questo luogo di asilo e di isdvamentd 
trattandomi egregiamente e senza interesse ». 

O, Groribaldi^ 



It9 






In questo frattempo, un forte corpo di armata au- 
strìaco InTadeva gli Stati della Romagna; occupava il 
.7 ma^o Ferrara, e marciara difilato su Bologna. 

Quel popolo patriottico si dispose alla resistenza, e 
-quando gli austriaci investirono la porta Galliera, buon 
numero dì popolani spalleggiati da uno squadrone di 
carabinieri, comandati dal colonnello Boldrìnì, con una 
carica arditissima ed a colpì dì baionetta li misero in 
fuga ; ma i bravi bolognesi, arrestati ad un tratto dalle 
scariche di mitraglia di tre pezzi, dagli austriaci piazzati in 
posizione dominante, e fulminati dalle carabine dei Tiro- 
lesi, che seminavano morte, sono costretti a cedere e 
ritirarsi, dopo avere veduto cadere ferito a morte il 
colonnello Boldrini, l'aiutante Marziani, il maresciallo 
Pavoni e numerosi altri. Occupata Bologna, gli austriaci 
proseguirojio per restaurare il governo papale nelle 
Marche. 



CAPITOLO XVI. 
Assedio dì Ancona e sua eroica dlfbsa- 

Ancona venne investita dagli austriaci, il 24 maggio, 
bloccata e chiusa per terra e per mare. 

Erano 12,000 gli assediaiiti, muniti di armi potenti. 

Il generale Wimphften aveva mandato agli Anco- 
nitani r intimazione di arrendersi, e di assoggettarsi al 
Sovrano Pontefice; il Preside Mattioli rispose con fiere 
parole ; Livio Zamboccari, comandante delle milizie a di- 
fesa, ricordava : « gloria a piccolo Stato il vincere ; gloria 
per la santità del diritto soccombere ». 

I difensori erano 4850 compresivi i fratelli accorsi 
da Iesi, da Loreto, da Sinigaglia, da Fano, da Pesaro, 



120 

dalla Romagna, dalla Lombardia ed nuche dal Piemonte;^ 
nell'insieme, i più maldeatn «Ile armi, vissuti fino al- 
lora nelle industrie e nei commerci; ini* tutti animati 
dì amor jiatrio, e dal proposito di fare il proprio dovere. 

Elia e suo padre erano giunti, pochi giorni prima 
del blocco, in Ancona e furono destinati al vapoj'e da 
guerra < Eloma » sotto grli ordini del tenente di vascello 
Castagnoli, e poscia comandati al forti in difesa della 
città. 

11 2ó maggio avvenne il primo scambio di fucilate 
fra le Torrette e Montagnolo e il primo cannoneggia- 
mento fra il forte della Lanterna e il piroscafo austriaco 
< il Vulcano ». 

Il 27 « La Bellona », la più po::ente nave della squa- 
dra nemici^, attaccava il forte della Lanterna con le sue 
bordate, che smontarono alcuni pezzi, ciò nonostante il 
forte non cessava dalla sua Hera difesa. 

Procedendo nella sua direzione la nave ammiragli 
lanciava lo sue bordate alla Darsena^ ma i cannonieri 
del forte Marano e quelli del forte dei Cappuccini ri- 
sposero con spessi colpi e con tiri, cos! bene aggi natati jj 
da aprire numerose falle nei fianchi della « Bellona •■ 
elle fu salvata dal « Vulcano » accorso in aiuto per trarre 
Ila nave a rimorchio fuori del tiro dei forti ; essa ebbe 
il comandante mortalmente ferito, due morti e quaranti 
uomini messi fuori di combattimento. ^ 

Cosi con ugutìl valore, con indomita fierezza, nea-W 
suno mancò al dovere suo nei memorabili venticinque 
giorni d'assedio. ^ 

Tutti i giorni un combattimento ; sui forti, stii ba-™ 
luardi, sulle barricate-^ all'aperto. Agli austriaci occupanti 
le alture: alla squadra che batteva i forti, cannoneg- 
giando con potenti artiglierie, rispondevano con effica.cia 
i nostri bravi dal Cardetto, dalla Cittadella, dai Cappuc- 
cini, da Marano, dalla Lanterna, da ogni luogo fortificato ?; 
i marinai e popolani, senza conoscere la balistica, eranai' 
tramutati, in un lampo, puntatori meravigliosi. 



I 



121 

Nel più fondo della notte dal 29 al 30 maggio, gli 
austrìaci lanciarono in città una spaventevole grandinata 
4Ì bombe. 

Oli Anconitani, a giorno, fecero uua sortita ; tre 
volte attaccarono nelle sue posizioni avanzate il nemico 
alla bnionetta ; i giovani pai'evano veterani, i veterani 
erano tramutati in eroi ! sembrava ricostituita la com- 
pagnia della morte, rinnovante le tradizioni del libero 
comune, intrepida nelle audaci sorprese, negli scontri 
temerari, nello sprezzo della morte ; i vecchi, gli inabili 
alle armi, le donne, forniviino le munizioni ; i c^lpitam 
di mare, in coi'se pericolose, rompevano il blocco, ri- 
fornivano i viveri. 

L' 8 di giugno AVirapliften mandava un messnggio 
al comune, che è documento del valore iinconitano, do- 
cumento tanto più alto in (juanto veniva dal nemico 
.stesso : « Le truppe imperiali, esso diceva, passarono' 
per le romagne, per le marche, senza incontrare osta- 
coli ; ne trovarono solo davjtnti Ancona ; si arrenda la 
città se non vuol essere distrutta ». 

Ancona non si arrese : ma continuò la difesa colla 
forza rinnovata dalla disperazione. 

•*# 

Il 15 giugno, trecento uomini comandati dai ca- 
pitani Cervasoni, Gigli ed Ornani, cuori ardimentosi, 
assaltarono Monte Marino alla baionetta ; 1 nemici fu- 
rono messi in roftii e l'altura rapidamente occupata. Ma 
le forze nemiche ritornarono soverchianti di numero 
all'assalto ; la lotta durò accanita, i nostri piuttosto che 
cedere, morirono nel santo nome della patria, finché, più 
che decimati, furono obbligati alla ritirata; lo stesso Cor- 
vesoni fu colpito a morte, e il capitano Francesco Gigli, 
sopraffatto dai nemici, sarebbe rimasto sul terreno, se 
Enrico Schellini, con coraggio leonino, non fosse accorso 
in suo aiuto. 



1S3 



Li miimccia di Wimphfteu aveva ìnQaiBmftti £;Lt* 
animi alla loitti suprema. 

Dal 14 al 18 ijiugno le bombe, i razzi st-oppifiTano 
fer le vie, nelle case, sugli ospedali, rombavano, di 
notte e di giorno, con orrendo fraca,sso; pareva, d'essere 
circondati da una catena di vulcani che eruttassero fiam- 
me, fuoco e (erro sidla patrioiticn cith'i. 

I pompieri, oiioniCQ corpo die vanta nobilissime tra- 
dizioni, senza badare a fatiche o pericoli, si moltiplica- 
vano, spegnevano incendi, sgombravano maperie, demo- 
livano muri, salvavano pL^ricolanti dallo c;ise incendiate, 
trasportavano leriii, lottavano ogni giorno, ogni ora con 
la furia dei^Hi incendi, guidati dal sentimento del dovere 
e da profonda piecii umana. 

Tanto sacrilicio, tanta nobiltii d'animo, tanti eroismi, 
non bastarono a salvare la eittf'i dagli opprei^sori, 

I viveri erano o&;Luriti, e il blop-co, sempre più stretto, 
come cerchio di It-rro, non permetteva d'introdurre in ^ 
città; ottanta incendi divampavano, gli ospedali riboc- S 
cavano di feriti clie non si aveva mezzo di alimentare ; 
oltre quattrocento morti e numerosi feriti affermarono 
col sangue Tatfetto alla patria. 

Ancona, diroccata, affamata, straziata, dopo 25 giorni 
di resistenzn, veniva forzata alla resa. 

LkI marina merc-fititile anconitana, della quale era 
a capo Antonio Elia, fece nella difesa del patrio suolo 
bravLimente il suo dovere. 






Era necessario pensare alla salvezza dei compro- 
meesl politici, affinchè non cadessero nelle mani degli 
sbirri papalini e dei Croati. 

Un bastimento anconitano, di cui era proprietaria 
e comandante Mariano Scoponi, ottenne per solerte in- 





128 
tromissiore del patriota Nicola Novelli, di poter inalbe- 
rare bandiera inglese, e su di eago, dovevano prendere 
imbarco, per essere trasportati a Corfù, quanti crede- 
vano dì non essere sicuri in patria. 

E difattì Yi si imbarcarono, il preside Mattioli e 
tutti quelli, che si trovavano compromessi e che ave- 
vano a temere la vendetta del goYerno l'istaurato e dello- 
Sjraniero. Antonio Elia aveva avuto un diverbio coL 
priore del convento di S. Francesco di Paola. Temendo- 
la vendetta del prete, che mai perdona, il figlio e gli 
aniicì lo pregarono caldamente, di prendere esso pure 
imbarco per l'estero, Ma egli rispondeva di avere la 
uoscienza tranquilla, di nulla avere a temere, non vo- 
lere quindi voIontarianieTite abbandonare la pafrìa eia 
famiglia', e restò. 

La notte del 24 luglio 1?<4'.I la casa abitata dallo- 
-iClifl, appartenente ai frati dì S. Francesco di l'aola ed 
attigua al laro convento, fu circondata da gendurmi pa- 
pili, da soldati au.'5tri!(cì e da poliziotti. Si piecliió all'u- 
scio di casa ed alla intimiìzinne della forza fu aperto; 
venne eseguita una minuziosa perquisizione, e nulla t,ì 
l'inveunp. Non era questo che vulevasi dal bìirbaro au- 
striaco e dai preti ; era necessariy dare un terribile 
esampio alla popolazione che si mostrava aempre ri- 
telle, sempre indomita, ed avversa al governo dei preti 
«3 dell'abborrito filrauicro, applicando la le^-ge stataria 
su uno dei capi del popola, inunune da ogni colpa. Non 
essendosi rinvenuto nulla in casa, gli assetati di sangue 
del patriota, requisiti alcuni muratori, si diedero a rom- 
"pòre un condotto di scolo, avente comunicazione con 
tutti i cinque piani superiori, abitati da numerosi in- 
«juilini. 

In fondo al condotto disfatto, fu trovata un'arma 
«he poteva appartenere a tutti ed a nessuno, o che in 
quel posto era stata appositamente gettata da coloro, 
che avevano premeditato l'assassinio. 




124 

Antonio Elia venne legato sotto gli oqi'M delb 
glie gestiinte, in mezzo «1 pianto di qiuicti-o creature, 
« condotto ftlle Carceri di .S.ta Palazia. Appena giorno 
la povera moglie, con io sue quattro piccole figlie, aa- 
■davtì. a gettarsi alle ghioccbia del generale austriaco 
Faltzenter, domandando grazia per T innocente, ed il 
permesso di visitarlo. X^e fu accordato il permesso djJ 
visitare il marito, ma quando laaantit donna ai presentò 
«Ile ciirceri, una detonazione le gelò iì sangue, e le 
fece iisUDtivameiite comprendere, che la vita dì Auto^f 
njo KHa, il pHtriota Lnte^errinio» veniva in quel momento 
barbaramente ed ingiustamente troncata. AlJa domanda 
di vedere il marito, come ne aveva il permesso, le fu 
risposto che era troppo t>urdi. Sarà stita una raffinai 
tezzii di barbarie del generale quella di far troviii'e prej 
sente alla esecuzioua la moglie del jnai'tlre'? La lo;^ic 
lo ammette; l'uomo, per rispetto di se stesso, può 
«tare nel dubliio. 

Ecco un.i lettem che Garibaldi scriveva al figlie 
del mai'tire Anconitano : 

Caprera, 22 dicembre 1858 

Mìo caro Elia, 

« Figlio del popolo, 11 padre vostro merita di es -.^ 
sera annoverato tra i grandi Italiani. 1f 

y Oggi, che sì avvicina la Ciidiita dtìlla tirannide 
papale, noi dobbiamo ricorditre agli italiani le vìttime 
della 3ua ferocia, e ira quelle, una delle più illustri 
certamente, Antonio Elia. 4 

« Ancona ricordi quel prodissimo suo cittadino che 
tanto l'onora ». 

Vostro 
G. Garibaldi 



fu 

ire^l 
r^ 




Per la morte del padi'e, Augusto Elia, all'età di 
d-iciannove anni, rimaneva unico sostegno della povera 




:1^ 
madre e delle quattro sorelle, tutte di tenera età; la 
quinta era per aascere. 

TJtt fatto, avvenuto in AiicofiA nell'inverno del 
I849j obbligava il giovane Elia a lasciare la patria e la 
Jhraiglifji, e a darsi. all'eB}lio. ■ ' 

In tarda ora di una notte oscura e piovosa una 
povera donna scendeva la via del porto con un orcio 
pieno d'acqua, attinta alla pubblica fonte di piazza 
grande. Quando fu in vicinaiizii del vicolo della Ci- 
sterna, la poveretta veniva brutalmente assalita da quat- 
tro croati, t i|uali, toltole l'orcio, vnlevano trascinarla 
nel vicolo oscuro pt-r vlolenta-ila. Mentre la povera 
donna resisteva e gridava, sopra^giiinse un giovany^ il 
cjuale, sguainata in men clie sì dica dal fodero di uno 
■dei croati la sciabola-baionetti, assill i quattro intenti 
-^ dar prova dì loro prodezza su di iifia donna; i quat- 
"tro furono assai malconci e posti fuori combattimento 
' dil giovanotto e la donna liberati. 

Alla mattina l'Elia se ne stava in casa, sita in pros- 
simità del Iuog:o ove avvenne il fatto, quando gli si fa 
annunziare l'amico del padre e suo, Agostino Scìpioni, 
il quale, tutto trepidante, lo veniva ad avvisare, che 
uia donna, la signora Piermatteì, i,^li aveva confidato 
di averlo riconos-ciuto quale assalitore dei quattro croati: 
gii disse di aver supplicata la signora Piermattoi di non 
ripetere parola se non voleva farlo fucilare; la signora 
aveva promessa di non parlare, ma l'amico Soiipioni 
jj^nsava, che non si doveva fare a fidanza e volle che 
senza ritardo lasciasse Ancona. Cosi l'Elia fece; preso 
subito imbarco si recò a Maibi; Topportuna fuga salvò 
la vita all'Elia Aglio ma gli apri la via dolorosa dello 
esìlio. 

Scorsero dieci anni. Ormai i destini della patria 
venivano maturandosi e l'ora della' resurrezione stavli 
per suonare. 



196 



CAPITOLO xvn. 

Dal 24 nano 1849 al 1868 - ff PleMoata. 

Nella notte del 24 marzo Ì849 Vittorio Emanuele II,. 
il nuovo Re, uscente dalia tenda di Radetzchy a cui 
arerà detto : « I Savoia sanno la via dell' esilio non 
quella del disonore » ! - cavalcava pensoso, tra i campi 
seminati di caduti per la libertà della patria, seguito 
da piccolo drappello de' suoi. A qual destino andava 
incontro? Quale meta attendeva la giovinezza del suo 
regno suturo già. d'ineffabili angoscie? Qual fiamma lo 
agitava? Certo il suo cuore era angosciato dai ricordi 
del breve idillio del « 48 » e della dolorosa epopea del 
< 49 »; ma la grand'anima sua si sollevava al pensiero 
che il nome d'Italia era stato, per la prima volta, il 
grido del popolo combattente, e sentiva già, che le spe- 
ranze della patria erano in lui riposte. E stretto al 
cuore il patto della libertà, e il simbolo della reden- 
zione, proseguiva incontro al suo destino, verso il suo 
fido Piemonte, deciso a raggiungere la santa meta — l'u- 
nità della patria ! 

Garibaldi dopo il « 49 » sì era recato a New-Vork 
con la speranza di trovare imbarco come comandante, 
od ancbe, come secondo di nave mercantile; dopo lunga 
aspettativa, una Società Italo-Americana gli diede il 
comando di un bastimento, col quale doveva battere 
gli scali dell'America centrale. Nel 1Ì<53 prendeva il 
comando del « Commonwealth » - un tre alberi desti- 
nato ai carichi di carbone dall'Inghilterra per l'Italia: 
arrivato a Genova, lasciava il comando e ai recava a 
Nizza, per portare un saluto sulla tomba della sua 
santa madre, e per restare qualche tempo presso i suoi 
£gli, Menotti, Teresita e JSicciotti. 



Vi nmaae immolescato ranno 1804: quindi con al- 
tro piccolo baatiuiento. nom^.to « Esploratore * si mise 
Ut fare la navigazione del cabotaggio. 

In uno dei suoi viaggi, colto da grosso fortunale 
»eUe bocche di Bonifacio, dovette certare rifugio nel 
;porto delia Maddalena, e, dimorandovi alcuni giorni, per 
Xa prima volÉn, gti baleni» l'idea di comprare alcuni 
iotti posti in vendita dal demanio, dell' Esola di Caprera, 
%ter fissarvi hi sua dimora. 



# * 



Luogo, lento, doloroso decennio, quello dal « 49 al 

i>91 » Ma pur meraviglioso di contrasti e di concìlia- 
aioni; di forze latenti che ai preparavano; di aperte 
Tiscosso che ai teutavano; di pas-sioni che spingevano 
a sacrifizi; di martiri che ìnnffiavano di sangue l'Idea. 
Vittorio Emanuele. Mazzini, Cavour, Gaiìbaldi, Pal- 
lavicino, Manin, Mordini» ed nitri i;-rantti patriotti, non 
dimenticavano che l'Italia viveva in catene, e eA prepa- 
ravano alla riscossa. 

L'Austria, accampava iu Italia con diritto di feudo 
su Modena, Parma e Toscana : con eserciti dominatori 
nella Lombardia, nel Veneto, nelle Rumagne, nelle Mar- 
che; suo sistema di governo, forche, fucilazioni e bastone. 
Eppure tutto il decennio fu sfida e duello fra l'Au- 
stria forte e l'Idea Italiana più forte ancora- 
Luminoso e generoso si diffondeva il pensiero del- 
l'agitatore genovese nella Giovine Italia, che aveva per 
bandiera il tricolore; per programma l'indipendenza ed 
Vinità di Nazione ; per forma di governo, il repubblicano; 
c*he predicava guerra di popolo; s'insinuava nelle con- 
giure ; scoppiava in parziali insurrezioni ; provocava ven- 
dicatori del nuovo sangue versato; cementava l'idea 
»&anta del martirio. 

Ma le rivolte fallivano; la gioventù si spegneva 
negli ergastoli e sui patiboli; ì tentfltivi infelici dei fra- 



130 

^Ili Bandiera, di Ordini, di Bentìvegna, di Pisacane; 
il moto di Calvi in Ciidore: la yong;iura di Milano, che 
dava, sugli spalti di Belfiore, alle tbrolie, ed al carcere 
duro tanto fiore di nobiti vile, dimostravano che il pen- 
siero, mazziniano, grande, perrluè manteneva vivo il 
fuoco patrio era impoienio nell'azione. 

Chi avrebbe potuto armare l'Idea'-' H Piemonte e 
la Casa .Sabaiidii ! Quel princi|t:ito italiano doveva tra- 
sformarsi in principato Xazìonale; la monarcbia dovea 
farsi rivoLuzionuria : i repubblicani unitari dovean per- 
suadersi che la monarchia di S:tvoJa aveva fede, forza 
e valore. La monurfliia si pose allo esperimento dei 
fatti. Pallavicino, Mmiiu. Mordini si fecero apostoli del- 
l'unione della democrazia col Piemonte. 



Cavour — vibrile e possente intelletto — uomo di 
Stato degno del Re Vittorio Emanuele — concepisce la 
l'elice idea di mandare nelle terre d'Oriente, sui campi 
di Crimea, a combattere, tra le invitte truppe d'Inghil- 
terra e di Francia, i nostri bravi soldati onde riaffer- 
massero alla Cernaia, la virti'i degli animi ed il valore 
delle armi italiane. 

Al Congre&so di Parigi si (a eco dei dolori, delle 
miserie, delle sp^eranze d'Italia — e l'Italia sente nel 
Piemonte se stessa — intuisce in Vittorio Emanuele il 
suo Re prode, generoso e fedele. 

Finalmente a Plombiers si segna l'alleanza con la 
Francia, e Vuttìmafum lanciato dall'Austria, tanto desi- 
derato, da la spìntEi al compimento dei destini della patria. 



Nel 1856 i! generale Gaiibaldi trovandosi a Genova, 

veniva ogni giorno, ogni minuto sollecitato e messo alle 

strette da numerosi patrioti, i quali chiedevano che si 

mettesse alla loro testa, per iniziare un' ardito movi- 

-mento Nazìoualo. 



185 

Da tempo erano sorti due partiti in Italia; unica 
però la meta — la cacciata dello straniero. -^ I mezzi 
per raggiungerla, però, sì palesavano assolutamente di- 
Tersi, Gli uni rimanendo fedeli intransigenti al princi- 
pio repubblicano, volevano arrivarci con la rivoìuzione. 
Gli altri senza alcuna abiura ai principii, aderivano t\l 
patto con la Casa di Savoiii, che s'impegnava di met- 
terfd alla testa del movimento nazionale, e di combat- 
tere per l'unità ed indipendenza d' Italia. Garibaldi sen- 
tiva ohe, per rag-giun^'cre questo fine patriottico, era 
necessario di far tesoro delle forze piemontesi e che la 
spinta, magari indiretta doveva venire da quel principe 
leale e dii quel governo. Kgli quindi seguito da Mordinl 
da Medici, da Bisio e da alcri patrioti, abbracciò questo 
partito; per lui si doveva compiere ad o^ni costo ru- 
llila itiiliaua; ed <'i dovere riconoscere che la Casa di 
Savoia era chiamata per virtù propria, per valore e per 
tradizione storica, a compiere i destini della patria. 

Difatti l'impotenza sempre più manifesta dei par- 
titi pui'amente rivoluzionari, la sfacciata complicità de- 
gli altri principati italiani ooUo straniero, la politica 
schiettamente nazionale del Piemonte e del suo parla- 
mento, il sangue già versato sui piani Lombardi, l'esilio 
tìi Re Carlo liberto, la proverbiale lealtà di Vittorio 
Emanuele ai patti giurati furono le vere ragioni che 
«chiamarono provvidenzialmente la monarchia pietnou- 
tese alla testa della lo;ta nazionale, indussero i patrioti 
^he volevano ad ogni costo l'unità d'Italia, a stringersi 
intorno ad essa, 

Da quel momento venne stabihto che la bandiera 
del partito d'azione dovesse essere; Italia e Vittorio- 
Emanuele. 



IH. 



ìU 



CAPITOLO zvm 

1859 — La guerra d'lndTpenit«tiza. 



H 1° dell'aano 1859 l'Europa veniva risvegliata 
l'eco rumorosa dei pochi detti pronunziati dall' impew 
tore Napoleone III h1 conte Hùbner ani Ija sciatore d'A^ 
«triii : 

« Mi duole che le relazioni col vostro governo noi 
sieno cosi amichevoli come per lo passato ». 

Era il preavviso delia dichiarazione di guerra: 
furono poclii quelli elio non lo capirono. In Italia qu< 
«te parole risvegliarono tutte le speranze alle Corze 
pile dal 49 in poi, I l'rutti delle alleanae di Crimea ve" 
Divano a maturanza. 

Si attendeva, con ansia febbrile, l'apertura della 
Camera Sarda, per troviire, nella parola del Re Sabaude 
un detto, <;]ie confermasse le concepite speranze; 
parola si fóce sentire; ecco il dist-orso del Re: 

.Signori Senatori, signori Deputati* 

« L'orizzonte in mezzo a cui sorge il nuovo anno 
non è pienamente sereno. Ciò nondimeno vi accinge- ■ 
rete colla consueta alacritìi ai vostri lavori parlamen-'*! 
.tari. ConforÈiiti dalla esperienza del passato, andiamo 
incontro risoluti all'eventualitii deirav\'enire. Qucst'iiT- 
venire sarà felice ripoaatido la nostra politica sulla glu^i 
stizia, sull'amore della liberta e delia ptitria. '^M 

€ Il nostro paese, piccolo per territorio, acquistò 
credito nei Consigli di Europa, perché grande per Ip^ 
idee che esso ispira. ^| 

« Questa condizione non é scevra di pericoli, giac- 
ché mentre rispettiamo i trattati, non siamo insensibili 
af grido di ddore che da tante parti d'Italia si leva 
verso di noi. 





< Torti p«r la concordia, Mentì nel. notiro hntm 
diritto, Mpettlamo prudenti e deoìsì i decroti delU Pmr** 
videnai ». 

10 gennfdo. 

La Corona non poteva dire di più: il grido di dolore 
udito da Vittorio Emanuele, si cambiò nelle genti ita- 
liane iu grido di giubilo e di esultanza. 

11 guanto era gettato e l'Austria non aveva tardato 
a raccoglierlo, ordinando la marcia del 3" Corpo d'Ar- 
mata di stazione a Vienna verso la Lombardia. 

Questo provvedimento, unito ad altri di concen- 
trazioni di truppe, ordinati dal Maresciallo Glulay sul 
Ticino e sul Lago Maggiore, diedero motivo alla stampa 
liberale, diretta dal Conte di Cavour, di dichiarare l'I- 
talia provocata, e di fare appello a quanto eravi di 
valido e di nazionale — perchè concorresse ad ingros- 
sare le file per la prossima campagna. 

» * 

Mentre tutto nell' Alt* Italia si apprestava alla 
guerra, in Toscana la dinastia di Lorena il 27 di aprile, 
cessava di regnare. Una rivoluzione sì compiva pacifi- 
camente, si formava un governo provvisorio, e il gè. 
nerale UUoa prendeva il comando delle forze m-litari. 

* 

# * 

lì 20 dicembre del 1858 il Conte di Cavour chia- 
mava a segreto convegno Garibaldi e gli comunicava 
in confidenza questo disegno: un'insurrezione era pre- 
parata nei ducati ; verso il 1" di aprile Massa e Car- 
rara inizierebbero il movimento; due bande di volon- 
tari irromperebbero contemporaneamente da Larici e 
da Sarzana. Garibnldi doveva apalle^jare la rìvol(a ,f 



136 

capitanarla. Nello stesso tempo un battaglione dì ber- 
saglieri, dei miglior! elementi della guardia Nazionale 
di Genova, si doveva organizzare in quella cittA, e 
formare il primo nucleo delle forzo popolari destinate a 



flanchegyiare, eolla rivoluzione, 



1 esercito regolare. 



Garibaldi plauttì alla proposta e diede senza resti 
zione la sua adesione ; e lieto por l' imminenza dell 
guerra si ridusse di nuovo nella sua isola di Caprera.' 



Ma l'accalcarsi crescente dei volontari in Piemonte,' 
consigliò al Conte di Cavour un altro mezzo per poter 
più effictieemente trar profitto dì Garibaldi. Infatti, il 2 
marzo 185ì), il generale fu chiamato a Torino dal Re, 
Le parole di quel dialogo tra il Re Onlantuomo e l'eroe 
popolare s'ignorano; ma il senso ne fu presto palese. 

Tornato Garibaldi a Genova, convocò i suoi più 
intimi, Medici, Sacchi, Bisio, e diede loro questo an- 
nunzio: « Ho veduto Vittorio Emanuele ; credo che il 
giorno di ripigliare le armi non sia lontano; state pronti; 
io spero di poter fare qualche cosa con voi »! 

Fa deciso di ordinare tutta quella valorosa gioventù 
— che da Ogni regione della penisola conveniva in 
Piemonte — in corpi speciali, che stessero a fianco del- 
l'esercito, come rappresentanti dell'elemento popolare e 
rivoluzionario di Italia, disciplinati in. ordinata mil 
ubbidiente ad un capo, e ao^g-etta al Comando suprei 

Da questo concetto nacquero i Cacciatori dello! 
Alpi. Garibaldi fu chiamato a capitanarli; ed egli ri- 
spose subito all'appello, traendo seco i suoi più fl( 
commilitoni. 

Il 



La aera del 23 aprile due inviati austi'iaci pre-- 
sentavano al Conte di Cavour Vtdtiniaiu-m del loro gc 
verno: « disarmo immediato, o guerra » e la risposta 
non poteva essere dubbia, 




137 

Finalmente quel cartello di sfida, tanto provocato, 
tanto desiderato, il grande statista lo teneva in mano; 
finalmente la guerra era certa; la Francia vi era im- 
pegnata; l'Austria l'intimava essa stessa, e non poteva 
sfuggirla. 

Infatti, prima ancora che il Conte di Cavour con- 
segnasse ai messaggeri austriaci la sua risposta, Gari- 
baldi, risposta ancor più espressiva, riceveva l'ordine di 
portare la sua brigata a Brusasco, sulla destra del Po, 
cioè a dire, in prima lìnea. Suo mandato era : guardare 
il Po da Brusasco a Gabbiano, difendere la strada mi- 
litare Casale-Torino e chiudere gli intervalli esistenti 
tra la divisione Cialdini, che guardava la Dora Baltea, 
e le batterie di Casale, che proteggevano più a mez- 
zogiorno i passi del Po. 

Garibaldi, ad effettuare questo disegno, mandava una 
■compagnia a presidiare Verua, e, speditone avviso al 
generale Cialdini suo capo immediato, nel giorno stesso 
occupava Brozzolo, e vi piantava il suo quartiere gè 
3ieral6. 






n 25 aprile, parte delle truppe francesi varcava il 
■confine della Savoia, e parte prendeva imbarco nei 
porti di Tolone e di Marsiglia per Genova. 

La guerra era dichiarata, e il 29 aprile, un corpo 
-di austriaci, comandato dal generale Giulay, invadeva 
il territorio sardo. 

L'esercito Piemontese si concentrava sulla destra 
del Po, tra Casale e San Salvatore, fiancheggiandosi con 
Alessandria, aspettando che il nemico, se lo osava, a- 
vanzasse. 

Nella giornata del 30 giungevano a Torino e ad A- 
lessandria le avanguardie francesi. 



186 



In data del 29 aprile 1859 il re Vittorio Kmanuel 
diresse alle truppe uu nobilissimo proclama, 

« L'annunzio che vi d6 è aimutizio di guerra^ 

all'armi dunque o soldati,,. Io sarò il vostro duce. Altre 
volte ci siamo conosciuti con gran parte di voi nel 
fervore delle pugne; ed io, combattendo a fianco del 
magnanimo mìo genitore, atnjiiirfti con orgoglio il vostro 
valore. Movete fidenti alla vittoria, e di novelli allori 
fregiate la vostra bandiera, quella bandiera che coi tre 
suoi colori e colla eletta gioventù, qui da ogni parte 
d'Italia convenuti! e sotto a lei raccolta, vi addita che 
avete a compito vosero l'indipendenza d'Italia; questa 
giusta e santa impresa sarà il vostro grido di guerra. » 
Tali pai'ole del re guerriero e patriota empirono d' en- 
tusiasmo e di ardimento gU animi delle milizie regoh 
e dei volontari Garibaldini, 




Nel pomeriggio del 22 maggio Garibaldi, con mnr- 
cia ordinata e celere, aveva preso la via di Arona, e 
mentre, per le disposizioni date, tutto faceva credere 
che vi avrebbe pernottato; a notte calata, le sue truppe, 
con un rapida mezzo giro a deetra infilavano, serrate 
e silenziose, la strada di Castelletto, penetravano nel 
parco Visconti e trovati alla riva i barconi preparati 
dal bravo Viganotti, in ordine mirabile s'imbarc-ivano, e 
passavano sull'opposta riva occupandola militarmente. 
Subito dopo la 3* compagnia De Cristoforis, scelta per 
avanguardia, si spingeva a notte fonda dentro Sesto 
Calende e colti nel sonno autorità austriache, doganieri, 
gendarmi, e croati, li faceva prigìomeri. 





IM 



••• 



Xa mattina. del 23 maggio la situaziono degli eser- 
citi belligeranti era questa: gli alleati ancora al di li'i 
della Sesia e del Po, tra Vercelli e Voghera; gli au- 
striaci in faccia a loro padroni delle due rive della Se- 
sia e del Hciuo e dì tutto il Lago Maggiore. 



« 
« » 



In questo stato di cose, Garibaldi si trovava isolato^ 
come campato in aria, ed i suoi cacciatori potevano 
considerarsi come un nucleo di truppa perduta nel cuore 
del campo nemico: per cui al nostro eroe non restava 
che, vincere subito ad ogni costo, o disperdersi coi 
suoi per i monti, onde potere all'evenienza rifugiarsi in 
Svizzera. 

A ragion militare veduta, dei due eventi certo il 
meno probabile non era . il secondo. 

Ed invero l'Austria era signora della Lombardia^ 
la scorrazzava con forze imponenti; occupava Milano 
con forte presidio; allacciava i suoi distaccamenti con 
forti colonne mobili, pronte a correre nei punti più 
minacciati; sicché poteva opporre al condottiero italiano 
una forza sempre di molto superiore alla sua. Ma a 
Garibaldi in mancanza di grandi forze erano potenti 
ausiliari, la perìzia e l' indomita audacia. Si fissava 
quindi nell'antico suo scacchiere del 1848, tra il Ver- 
bano e il Lario, e formava in un baleno il suo piano, 
deliberando la marcia su Varese nel giorno stesso. 

• * 

Un fiero proclama scritto di sua mano, inciso colla 
fina spada, aveva annunziato il suo arrivo alle popola- 
lAoià drila regione, e non vi era amile terra dei din<- 
torni ch« alle roventi ftaM restasse insensibile. Da La- 



140 

Teno, Gnllarate, Besozzo, lapra, Varese, accorsero fe- 
stanti ad offrite al famoso Capitano 1' opera loro, ad 
invocare una aua parola d'ordine per la lotta; e per 
lutti l'eroe aveva parole di coraggioao incitamento. 

All' inviato di Varese, che, a nome del suo gene- 
roso Podestà Carlo Carcatio gli domandava istruzioni, 
rispondeva di suo pugno: « qualunque cosa facciate 
contro il nemico in prò' della Sìinta causa italiana, sai'à 
da me approvata, ed io vi sosterrò validaraonte » e il 
Podestà fu il primo a mandare a combattere con Gari- 
baldi il proprio tìglio Paolo, e l'oaompio fu seguito da 
altri uon pochi. 



La marcia da Sesto Calende a Varese non poteva 
■esser fatta di fronte, pcrcliè esposta, ad essere perico- 
losamente molestata di fianco; oltre di che, prima d'i- 
noltrarsi nel paese, importava assicurarsi sul Lago Mag- 
giore un punto di sostegno, e impadronirsi di uno al- 
meno dei piroscafi che il nemico vi teneva. Guidato da 
questi concetti ordinò il suo movimento cosi: 

Bisio, con un battaglione del suo reggimento do- 
leva marciare per la strada lacuale di Sesto Calende ; 
toccato Angera, doveva staccare una compagnia per 
tentare di predare il piroscafo < Ticino » ivi ancorato: 
giunto ad Ispra sostare, ed informarsi esattamente del 
presidio di Laveuo, e di tutte le altre forze austriache 
sul Lftgo; dopo ciò convergere su Brebbia e spingersi 
"fino a S. Andreaj borgo che cavalca la via Laveno- 
Varese, ed ivi accamparsi gagliardamente. 

Il capitano De Criatoforis doveva rimanere a Sesto 
con la sua compìignia, sorvegliare il passo del Ticino, 
e, ae gli capitava il destro, impossessarsi di qualcuno 
dei vapori Jiemici; sopratatto doveva guardaro la strada 
Sesto-Cfailarate attii'andovi il nemicoj trattenerlo quanto 
avesse potuto, e battere in ritirata su Varese se assalito 
da forze superiori. 




Tutto ciò stabilito, spinta un'altra pattuglia a Gal- 
larate, per mascherare una voJta di più la sua mossa, 
verso le 5 di sera Garibaldi staccava la marcia, e per 
-le vie traverse dì Corpeyno, Varano, Bodio, Capolago, 
tra fitte tenebre, attento a tutti 1 bivii e sollecito a 
tutti i rumori, coji la truppa stanca, ma elettrizzata al 
■contatto di quella terra tanto agognata, s'aecoBtjiva a 
Varese, dove giunse verso le 11 di sera; accolto dalle 
oviiziofti di un popolo in delirio, fra lo splendore delle 
fiaccole, e lo squillar delle musiche vi entrava in 
trionfo; s'avviava quindi al Municipio ed incontrato il 
Podestà lo aljbracciji7a, infiamniando con l'ardente isua 
parola, che affascinava, quanti Tascoltavano; e prima di 
ritirarsi pronunziava queste testuali parole, che la sto- 
_ria non può dimenticare: « Qualunque bene diciate di 
Vittorio Emanuele non sariìniai troppo. Io non sono réa- 
lista, ma dopo che avvicinai Vittorio Emanuele do- 
vetti riconoscerlo per un vero patriota e un gnin ga- 
lantuomo. Esli, non solo ha per l'Italia un amore im- 
meuso, ma uu culto, un'idolatria >. 



Quello che importava era provvedero alla difesa. 
L'Austriaco, scossa la prima sorpresa, accorreva e ser- 
rava da ogni banda. 

Giulay conosciuta l'invasione garibaldina, in rispo- 
sta a quello di Craribaldi, bandiva un suo proclama fe- 
roce, nel quale, dopo avere annunziato il suo arrivo, 
coneludeva: < Do la mia parola che i luoghi, i quali 
facessero eausa comune con la rivoluzione, verrebbero 
puniti col fuoco e con la spada ». E non dovevano es- 
sere parole soltanto. 

II giorno stesso apiccava dal grande esercito una co- 
lonna che a marcia forzata, accorreva sul nuovo teatro 
■di g'uerra: anche da, Milano il generale Melezes di Kel- 
lermes, spediva su Gallarate e Somma un corpo di quat- 



14S 

trocento fanti, due peaai e ano aquadrone. Fu questo- 
COTpOf che il mrtttino del 25 andò ad attaccare in Soste- 
CaJendfi il capitano De Cristoforis:, e che questi, con atra- 
bigemmi degni di una pagina di storia, seppe illudere e 
deludere cosi bene, da teoerlo in mano per quasi due 
ore con forze quattro volte inferiori, e sgusciargli dì 
sotto gii occhi, a mezzo tiro di moscìietto, lasciandolo 
solo a cannoneggiare le povere case dì Sesto, dove non 
era più l'ombra dì un garibaldino. 



Intanto la colonna au&trìaca partìtii da Oleggio, il 
cui ahtiguardo tu visto spuntare ad Olgìate la aera del 
33, era in marcia su Varese^ forte di quattromila uo- 
mini con due batterie e due squadroni^ comandata dal 
tenente maresciallo Urban. 

Varese giace in una conca di colline, alcune delle 
quali, vestite di macchie e di boscaglie, formano il suo 
baluardo. Tramezzo a siffatte colline, nella direzione dei 
quattro punti cardinali, corrono altrettante strade prin- 
cipali : ad oriente, quella che dalle falde di Biumo con- 
duce per Malnate, a Olgìate e a Como; a mezzodì, quella 
che lambendo le pendici di San Pedrino e di Gubìano, 
va per Gallarate a Tradate e a Milano: ad occidente, 
quella che, traversati i poggi di Masnago e Comerìo, 
mena per Gavirate a Laveno, a settentrione inflno, le 
due strade d'Induno e di Sant'Ambrogio che spaccando 
le prealpi di Valcuvia e di Valgala, portano al Lago 
Maggiore ed alla Svizzei'a. 

Ora a chi avesse considerata questa topografìa, due 
cose risultavano notabili: in, prima, die la sti'adii di In- 
duno e di Valgana si allacciava, presso Biumo inferiore, 
alla strada di Como in guisa, da formare con essa un 
angolo retto; la, seconda, che per il poggio di Bìuaio 
Superiore s'incamminava nel quadrivio testé descritto, 
VArese-Sant'Ambrogio-Induno-Como, 6 con la forte po- 
stura ne teneva la chiave e la dominava. 



140 

OiÌ> posto, e por quanto fbse& maDifesto che 1* tic- 
tacco principale sarebbe venuto dftlla TÌa di Como, non 
era però da trascurarsi il supposto, assai probabile, cjne 
rUrbaii arrebbe potuto compiere un movimento aggi- 
rante per la via Induno ; uè moUo meno era a riget- 
tarsi come improbabile il caso, che i corpi incontrati a 
Gallarate dal De Cristoforis e il presidio di Lareno, ai 
muovessero a rincalzare di fianco e alle spalle l' assalto 
principale tentando di mettere i garibaldini fra tre fuochi. 

Importava dunque guardarsi da tutti i lati, e guar- 
darsi in modo da potere all' evenienza far fronte da ogni 
parte, senza assottigliare di troppo la propria lìnea e dis- 
seminare le forze ; e Garibaldi non titubò. Fissate due 
linee di difesa, l'una esterna, lungo l'arco Biumo-Giu- 
bìano-San Pediino, e l'altra intema rasente gli sbocchi 
delle principali vie di Varese, occupava coi carabinieri 
genovesi e un battag^lione del terzo Regginienlo la Villa 
Ponti, centro di Biumo Superiore, e vi piantava il suo 
Quartier Generale ; mise a guardia di Biumo Inferiore 
un battaglione del secondo Reggimento, ed erigendo due 
barricate, una appoggiata alla Villa Litta Modignani a 
custodia della strada d' Induno, l'altra tra la chiesetta 
di San Cristoforo e la casa Merini & sbarrare le vie di 
Como, assicurò su queste posizioni la sua sinistra. Ap- 
postò indi un battaglione del primo Reggimento in faccia 
ft Gubianoj intorno alle alture circostanti di Boscaccio 
e vi appoggiò il suo centro; collocato tra Villa Decrì- 
{itofaris a San Pedriuo il rimanente del primo Reggimento 
sotto il comando di Oosenz, e fatta asserragliare anche 
quella strania, afforzò la sua destra dal Iato di Milano; 
richiamò Bisio da Sant'Andrea, senza tralasciare di f^ 
battere da frequenti pattuglie a grande distanza la strada 
di Laveno ; munì di barricate tutti gli sbocchi di Varese 
o provvedette cosi alla su» seconda linea; iniìne pre- 
scritte come eventuali linee di ritirata le strade di In- 
duno e Sant'Ambrogio, tutto Ispezionato co' suoi occhl^ 




a tutti comunicnndo la sua intrepidezza eia sua feoe^ 

-attese di pie termo il nemico. 



E questo non si fece aspettare lungamente; fin 
dalla sera del 25 gli esploratori l'avevano segnalato a 
Olgiato. Un breve ma eloquente manifesto del Kegio 
Commissario Emilio Viscoiiti- Venosta che diceva: « Va- 
resini, voi foste i primi a salutare la bandiera tricolore 
in Lombardia, voi sarete i primi a difenderla » aveva 
preparato gli acimi ad accoglierlo degnamente e al 
mattino seguente infatti sullo seoccare delle otto il ne- 
mico appariva iimanzi a Belforte e il combattimento 
incominciava. 

Dei quattromila uomini che il generale Urban a- 
veva ai suoi ordini, una pane era restata in riserva a 
San Salvatore, forte posizione tra Binago e Malnate, un 
altro battjigiione di granatieri lo aveva inviato, per 
Cftsanuova e Cozzone ad eseguire quel movimento ag- 
girante sulla strada d'Induno che Garibaldi aveva pre- 
veduto, e cogli altri duemilacinquecento fanti circa, la 
cavalleria, e quattro peazi veniva ad assalire diretta- 
mente Varei^e. Impadronitoai del poggetto di Belforte 
annunziò con alcuni raazi il suo attacco, muovendo si- 
multaneamente contro la sinistra e il centro dei gari- 
baldini; ma questi non si mossero ed attesero, come 
Garibaldi aveva ordinato, a mezzo tiro il nemico e con 
pochi colpi ben assestati l'arrestarono di botto. Ad un 
secondo e più gagliardo attacco, i garibaldini usarono 
la medesima tattica. Infatti appena il nemico fu. presso 
la barricata della gran strada di Como, e spuntò al cen- 
tro sulle alture di Boscaccio, Medici con una brillante 
carica alla baionetta di fronte, e Co^enz con un abile 
-contrattacco di fianco, con poche forze, ma con grande 
-slancio e valore, ributtarono l'assalitore fin sotto le JHlde 



U5 

di Belforte e lo forzarono a battere in ritirata su tutta 
Ifl Jinea. 

Garibaldi da Villa Ponti, donde aveva osservato Je 
vicende dellii pugna, visto ciie il nemico si ritirnvar 
ordinò che s' inBeg-uisse e scendendo di galoppo sulla 
strada, si pose egli stesso a capo detl'iiis^uimento. , 

n generala Urlmn era intanto arrivato a San Sal- 
vatore, dove aveva lasciato la sua riserva, e, saputo 
del rovescio toccato ai suoi, si appareccliiava a sua 
volta a sostenere l'itifisalto. 

(jaribaldi non aveva con sé che un terzo delle sue 
forze, e quantunque la posizione di San Salvatore fosse 
fortissima e serrasse la strada come un contrafforte, non 
esitò ad ordinare l'attacco; occupato il pogrgotto Raera 
fronteg'gianto San Salvatore, e fatto ripieg-are lìixìo cJie 
si era troppo inoltrato, ti^nne a bada il nemico con vi- 
vissimo fuoco di moachetterìa, finché sceso da Cozzone 
il Medici, spinse ad una carica alla baionetta tuttala sua 
linea, costringendo gli Austrìaci a lasciare a precipizio 
anche quella seconda posizione e a non arrestarsi più 
che ad Olgiate. NelPattaceo anche i garibaldini ebbero- 
dello perdite — una dolorosa fra tutte — quella del 
giovanetto Ernesto Cairoli ! — il primo della f^lorìosa 
famiglia Cairoli che moriva. 



All'annunzio della vittoria di Varese, riigitaaione 
patriottica divampò, eatendeadosi rapidamente. I patrioti 
dì Como fecero sapere a Gariljaldi ohe lo aspettavano 
frementi nella loro città; che molte pievi del Savio si 
erano sollevate, e che alcuni giovani armati si erano 
impadroniti dei vapori del Lago ed erano passati alla 
causa Nazionale. Garibaldi promise che avrebbe mar- 
ciato alla volta di Como, per occupare una buona po- 
sizione che gli avesse permesso di dar la mano agli 
Insorti del Lago. 



1» 

Date le opportune disposizioni per la sicurezza (^ 
Varese, all'alba del 27, col primo regglraeiiLo in testa, 
s'incaro minava con tutta U brigati per la via che per 
Olgiate e CavaUasea mette a Como. 

Il generale Urban a sua volta, rinforzato da due 
nuove brigate (AugusCin e ÈsooPgotBchej che facevano 
ammontare le sue truppe a ben diecimila uorain^^ a- 
Veva preso posizione fm la strtida, medesima e 1' altra 
più settentrionalo che da Cavallasca per 8aii Fermo 
piomba bu Como; e, colla einisti'a dietro il Lura tra 
Brebbìo e Breccia, il centro a San Fermo, la desla-a al 
Prato di Pofè sul lago, ai preparava a sostenere l'assa-Uo. 

tìe non ciie, male esperto delle abitudifii tattiche 
di Garibaldi, egli se l'aspettava nel piano alla sua si- 
nistra, e quindi per rinforzare i|uesto punto aveva ma- 
laccortamente indeboliti gli akri. Garibaldi invece aveva 
l'occhio fisso ai monti ; sicché giunto ad Olghite, aiTe- 
^tava la colonna, metteva in posizione tutto il primo 
reggimento al da far credere si preparasse allo assalto, 
teneva a biida il nemico per più ore, e allo scoccar del 
mezzogiorno, coperto dal reggimenLo Cosenz, voltava 
repentinamente a sinistra per gli erti viottoli che sali- 
vano A Geranico, al Piano ed a. Porè e giungeva & 
Caviillasca in faccia a San Fermo. Quivi, spiate dal 
campanile di Cavallasca le posizioni nemiche, stabiliva 
prontamente il suo piano dì battaglia e ne ordinava con 
pari celerità l'esiecuzioue. Al colonnello Medici ^d al 
suo reggimento spettava l'onore del primo assalto; De 
Cristotbris con due compagnie doveva attaccare di fronte 
la chieda di San Fermo; Susini-Millelire con una com- 
pagnia doveva attaccarla da sinistra; quella del Vac- 
chjeri da destra; altre compagnie, condotte dal Gorini, 
e tutte comandate dal Medici in persona, dovevano ca- 
lare sulla stnida San Fenno-Kondìnelto e dare addosso 
al nemico. 



.f . 



U7 



Il primo cozzo fu tremendo ; i cacciatori austriaci 
armati delle loro eccellentL carabine, appiattati attorno 
al parapetto del piazzale deila clìiesa, che s' innalzava 
sopra un poggio a guisa di bastione, e dietro le finestra 
delle case circostaQtij battevano con un tuoco micidiale 
di fronte e di fianco i primi a-ssalitori, e cioè la com- 
pagnia De Cristoforia, ctie rigò dei sangue dei suoi mi- 
fa^Uori la via infuocata; cadde colpito gravemente il te- 
nente Pedotti; cadde lacerate le viscere, il capititno De 
Cristoforia; Ciidde, fracassata UEia spalla, il tenente Guer- 
zoni ed altri, ed altri. La compagnia decimata balena, 
s'arresta un istante, ma non indietreggi ft, Nel frattempo 
l'assalto ai due fianchi si spiegava ed incalzava ; un bat- 
taglione austriaco si lancia alla corsa da Kondinello, ma 
incontra sui suoi passi il Medici che lo arresta,, e con 
una carica furiosa riesce a rovesciarlo ; altre compagnie 
dei nosti'i subentrano a rinforzare l'aasiilto, siccliè il ne- 
mico ormai nircidtOt sgominato, rotto, volta in fuga pre- 
cipitosa verao Camerista e Como, 

Garibaldi non indugiò un istante ad occupare le po- 
sizioni espugnate, e mentre Medici s' afforcava tra Kon- 
dinello e Breccia, e lìisio diiudeva gl'intervalli tr« San 
Fermo e Kondinello, il maggiore Quintini hì piantava 
col battaglione ed alcune compagnie del seconda reggi- 
mento a San Fermo; altre compagnie si stendevano a 
sinistra verso Cima la Costa. Ma ancora il nemico non 
si dava per vinto, il generale Aiiguatin,- raccolte tutte 
le sue forze, le spingeva parte a destra, su Cima la Co- 
sta, per spuntarvi la nostra sinistra, parte a manca, per 
TÌaflbrzare l' altura di sopra la Costa, e di là controbat- 
terò .San Fermo. E la raosBa fu condotta con rapidità e 
-bravura: ma vegliava Garibaldi, e vegliavano i suoi 
luogotenenti, onde, appena l'assalitore giunse a mezzo 
tiro dalla nostra linea, il Coiienz a sinistra di Cima la 



148 
Costa, il Medici a destra dn sopra la Costa, fatta una 
prima scarica, lo respinsero a punta di baionetta di svolta 
in svolta, dì poggio in poy^o, g:i:ù per la strada d'onde 
era venuto, fino a ctie Garibaldi veduta da Cima la Costa 
quella seconda più roTinosa ritirata, trovò possibile quello- 
di cui prima dubitava, cioè la presa di Como; e vi si 
preparò senz'altro. 

Dato il comando che si raccogl lessero e riordinas- 
sero le forze; spediva Simonetta fon alcune guide ad 
esplorare i dintorni della cittó, e lascisiUi una buona re- 
troguardia a San Fermo, marciava a notte fatta giù per 
la tortuosa via di Borgo Vico, e, ormai accertato dagli 
esploratori che l'austi-iaco aveva abbandonato Como, vi 
entrava trionfalmonle. 

Non può defìcrìversi la festosa sorpresa della città,; 
una piena di popolo traf5ogi>ato accorse ebbro, frenetico; 
Garibaldi baciato, benedetto, toccato come un santo, ve- 
niva portato in trionfo fino al palazzo del Comune. Ma 
l'entusiasmo di una intera città non gli fece smarrire 
un solo istante la mente; e tosto diede opera a guar- 
dare le sue spalle, mandando Medici, infaticabile quanto 
lui, a vegliitre sulla strada di Camerista, dove ancoija 
6' accalcava minaccioso il nemico. 

L'alba dell* indomani però chiariva che l'ultimo au- 
striaco era scomparso da Gainerlata 'i clic ormai tutta 
la colonna dell' Urhan s'era concentrata tra Barlesina e 
Monza sulla via dì Milano. 



L'Elia, che dopo il 1849 aveva dovuto emigrare, 
ai trovava a New York quando i giornali diedero la no- 
tizia che Vittorio Emanuele aveva sguainata la spada 
per r indipendenza nazionale. 

Non perdette tempo — col primo Pacchetto in par- 
tenza il « Dewonshire » s' imbarcava per Londra e presa 
la via di Calala per la Svizzera raggiungeva Garibaldi 




a Como il 38 maggio e si presentava til generale sotto 
gli auspici del padre, già amico dell'eroe fin da quando 
questi era in America. 

All'udire che colui che gli stava innanzi era il fi- 
glio del fucilato Antonio Elia, volle baciarlo e strìngen- 
dogli la mano, con accento commosso gli disse parole 
di affetto paterno e voile che stesse al quartier generale. 
Da quell'ora l'Elia senti che era avvinto a Gaiibaldì 
per la vita e per la morte e lo segui sempre con vene- 
razione filiale. 



Garibaldi non dormì sugli allori; affidò a Camozzi. 
Commissario Regio per Bergamo, l' orgfinizzazione mili- 
tare; lasciò la compagnia del Fanti a proteggere Como. 
a reclutar volontari, a raccogliere armi e inviò con lo 
stesso ufficio la compagnia del Ferrari a Lecco. 

Lodati come meritavano i suoi bravi cacciatori delle 
Alpi, e concessa loro per riposarsi tutta la giornata del 
28, la mattina del 29, senza svelare ad alcuno 11 suo 
disegno, fece battere 1' assemblea, e si pose in marcia, 
col resto della brigata, di molto assottigliata pei morti, 
pei feriti, per gli infermi e per i distaccati, verso 01- 
giate e Varese. 



Dove sì andava? a cho niiiavii i! generale? a qual- 
cMJìo dello stato maggiore che lo interrogò * Andiauio, 
rispondeva, a inc&ntrnre i nostri cannoni a Varese ». 
Infatti il ministro della guerra aveva deciso d'inviare 
ai cacciatori delle Alpi quattro obici di montftgua: ma 
i cannoni erano un pretesto, o tutto al più uno -scopo 
secondario, altro era l' intendimento di Garibaldi. 

Egli non aveva mai deposto il pensiero di assicu- 
rarsi una bnae sul L«go Maggiore ; voleva quindi impa^ 
dronirsi di Laveno che ne era uno dei punti dominanti. 
11. 



ISO 
Marciava per ciò a quello scopo, fidando nella rapidità 
e segretezza delle sue mosse. 



Passata la notte del 30 a Varese, mosse all' alba 
dell' indomani per la gran strada di Laveno ; giunto a 
Germonìo, sostò per studiare la posizione e raccogliere 
notizie, dopo di che decìse di tentare di notte la sor- 
presa del forte : e si inoltrò con la brigata fino a Cìtì- 
glio; lasciò dietro di sé a Brenta il secondo reggimento, 
ed a Germonio sulla strada di Varese il terzo; mandò 
segretamente Bisio e il Simonetta nell'altra sponda del 
Lago, perchè vi raccogliessero barcbe ed armati, con 
cui tentare un abbordaggio contro qualcuno dei vapori 
austriaci ancorati a Laveno ; e ciò disposto voltò a si- 
nistra per Mombello e andò a collocarsi a due chilo- 
metri dal forte di Laveno, diramando tosto i suoi ordini 
per attaccarlo. 

Gli ordini erano buoni; i soli possibili; e se a fru- 
strarli non avesse cospirato quel nemico fatale in tutte 
lo imprese notturne, il buio, causa dì confusione e d'e- 
quivoci, 11 colpo sarebbe riuscito. 

It capitano Bronzetti che doveva con la sua com- 
pagnia cogliere dì sorpresa il Castello dal lato setten- 
trionale, venne abbandonato dalle guide, perdette la 
via fi non arrivò al posto. 

II capitivno Laudi, che doveva con un'altra com- 
imtshiit Horprendere il Castello dal lato meridionale, in- 
tututtnvii una strada coperta gremita di neraici dove cre- 
deva trovare un orto indifeso; scoperto prima dei tempo 
fJAlIff VfiUittti, combatté per più di un'ora valorosamente 
tmt'iHii'ì" Mil terreuo non pochi de' suoi, sino a che 
thiUi i *>'i'^i luogotenenti Castaldi e Sprovieri, e ferito 
fijfl) tlf'.vt, fu costretto a ripiegare ed a ritirarsi, con- 
^Wft'ii" ^*'''^> f t'oriti. II forte, desto dall'allarme, diede 
imum u iiiiU' ìv sue batterie, tempestò di palle il ter- 



151 

reno circostante, comunicò l'allarme ai Vapori, che, acJ 
«ortìai delle barche condottolo dal Bisio e dal Simonetta, 
le presero a bordate mettendo ben presto o spavento' 
nelle ciurme inesperte, che, sgominatesi, nonostante le 
preghiere, le minacele degli intrepidi condottieri vol- 
tavano precipitosamente le prue. 

Potevano essere le due dopo mezzanotte, e Gari- 
baldi, visto fallito il tentativo, ordinava la ritirata su 
Cittiglio; colà si ricongiungeva in buon ordine ai corpi 
che aveva lasciato a Brenta ed a Geraonio, con inten- 
dimento di ritornare a Varese. 

Però la mattina del 31 maggio si ebbero non liete 
novelle. Il generale Urban marciava minaccioso e rin- 
gagliardito su Varese; sicché Garibaldi dovette pruden- 
temente mutar pensiero, e risalire la via di Valcuvia, 
dove poteva, protetto dai monti, attendere gli eventi. 

Era difatti la giornata del 31 al tramonto, quando 
rUrban giungeva con due colonne da Tradate e da Gal- 
larate sulle Jilture di Gubiano e di San Pedrino domi- 
nanti Varese, e vi si accampava fortemente. Conduceva 
dodicimila uomini e dicìotto pezzi d'artiglieria; sbuffava 
fuoco e fiamme; annunziava alla città ribelle strage e 
rovina; la multava dell'enorme tributo di tre milioni, 
oltre, grande quantitii di provvisioni; prendeva ostaggi 
numerosi, li minacciava ad ogni istante di morte, e non 
vedendo sùbito soddisfatte le sue insensate pretese, a- 
priva contro di essa un furibondo bombardamento ab- 
bandonandola poi per più ore al saccheggio. 

Intanto che Varese subiva l'infernale flagello, Gari- 
baldi scendeva da Valcuvia fino in fticcia di Santa Maria' 
del Monte; e di là, nella mattina del 1° giugno, fin gìft 
a Sant'Ambrogio e Robarello, discosti un ora da Varese 
sfidando il nemico. 

Più bella occasione pel generale austriaco di vendi- 
carsi di quel brigante di Garibaldi non si poteva dare. Ave- 
V* giurato che lo avrebbe impiccato con tutti i suoi: ed 
óra che Io teneva quasi nelle unghie, appena ad un tiro di 



163 

oannone, in una posizione quasi disperata, e presso a 
schiacciarlo di un boI colpo con forze quadruplicale, per- 
chè non lo assaliva? Perchè se ne stette iinmobiie dietro 
Varese, occupato soltanto a bombardare una città inerme 
non rispondendo alla aflda superba dell'eroe? 

11 perché è uà mistero! Il fatto si è che l' IJrban 
Jaeciò passare tutta quella giornata senza fare un passo. 
Benaa tentare nemmeno una ricognizione a fondo, e sol- 
tanto verso sera, si decise ad occupare la posizione di 
Biumo superiore temendo di essere attaccato. 

Intanto più importanti avvedimenti erano accaduti 
Bill maggior teatro della guerra. 



Fra il 27 e 38 maggio l'esercito alleato iiiiziaTa quel 
gran movimento di fianco dal Po al Ticino, che fu la 
più abile manovra strategica della campagna. 

Il 29 majgsio resercito Sardo, meno la quinta di vi- 
Tisione rimasta a difesa della riva deatra del Po, bì con- 
centrava sopra Vercelli per passare la Sesia sui ponti 
che vi erano stati gettati. 

Il 30 la divisione Cialdini passò per la prima. Il 
nemico occupava tutti i villaggi sparai in faccia alla Se- 
sia, e dominava il paese; a Palestre poi aveva concen- 
trati i più grandi mezzi dì resiatenza. Vi aveva piantato 
batterie per dominare il fiume e per battere d' infilata 
la strada. Aveva inoltre coronate le cime delle alture 
di forti parapetti per tenere al coperto la fanteria, e 
scavati dei fossi nei lati, pure protetti di parapetti, die- 
tro ai quyli stavano numerose truppe, mentre molti cac- 
ciatori tij"olesi erano appostati dietro gli alberi e nelle 
case, da dove fulminavano gli assalitori. 

Vittorio Emanuele dirigeva in persona le operazioni 
militari. II G" e T bersaglieri formavano l'avanguardia 
con una sezione d'artiglieria ed uno squadrone dì ca- 
valjeggeri d'Alessandria ; il generale Cialdini marciava 
olla testa. 



153 

Al terzo ponte che taglia la strada, ^li esploratori 
Incontravano gli avamposti austriaci; accolti da tìtte sca- 
riche di fucile e di mitraglia i nostri non si arrestavano, 
si slanciavano risolutamente di corèa, invadendo U ponte 
e vi si stabilivano, mentre il 17" bersaglieri guidato dal 
suo comandante Chiabrera si precipitava con slancio ir- 
resistibile sulla difesa di destra, snidando i cacciatori 
nemici imboscati nei declìvi. La quarta divisione, con 
rapidità fulminea, con foga irresistibile, metteva in fuga 
il nemico e s'impadroniva di Palestre. 

La terza divisione, rafforzata, dai reggimenti 5'' ca- 
valleria e Piemonte ReaJe, ti'averKava la Slesia y mar- 
ciava sopra Vinzaglio, forl;emente occupato dal nemico. 
Indi, in colonne serrati!, piombava sul villaggio : non vi 
furono ostacoli validi ad arrestarla; i battaglioni con 
mossa fulminea, fatta una scarica, si avventavano sul 
nemico colla punta della baionetta — questo non resi- 
steva air urto terribile e, come a Patestro, abbando- 
nava il villaggio e si ritirava su Confl-nenza. 



L'imperatore dei francesi, prevedendo che Tesercito 
italiimo avrebbe dovuto sostenere aspre battaglie, stac- 
cava dal b" corpo il 3" regj;imento Zuavi, ed ordinava 
al colonnello Clitiloron di mettersi a disposizione Ui Vit- 
torio Emanuele, 11 Re, sicuro ohe gli austriìiei avrebbero 
fatto tutti gii sforzi per riprendere l' jmportftiilo posi- 
zione di Palestra, ordinava al colonnello dei auttvi di 
dirigersi su quella posizione. 

Verso le 10 del 31 maggio gli austriaci, sboccando 
per le sti'ade di Robbie e di Rozano, diedero dì cozzo 
negli avamposti piemontesi che li accolsero Cou fuoco 
micidiale. Ma erano tre le colonne d'attacco che si avan- 
zavano in grandi masse compatte; i nostri tennero testa 
ai primi urti tremendi, ma, anprafatti dal numero dei 
nemici, furono obbligati a ripiegare, nel villaggio.. _ , j 



164 

11 20** reggimento, che trovRvasi a sinistra delta 
strada di Robbie, fu pure oblilisato a ritirarsi sali' al- ^J 
ture, ma non raìlentara il fuoco; il nemico perù ìn-^ 
grossando sempre, minacciava di scliiacciare le poche e 
intrepide uostre truppe. Accorrova- in quel fraug-eiite il 
prode colonnello Brìgiione con tre butt;iglioiii, ed 1 Pie- 
montesi, riprendendo l'oftensipa, si lanciavano contro il 
nemico e lo respingevano al di là delle linee degli a-' 
vam posti. 

Il generale Cialdìni, avvistosi che le manovre del 
nemico tendevano ad aggirare la f^inistra della sua po-1 
sizione, vi mandava aLeuni bivttagliuni che raccolse lij 
per lì con una sezione d'artiglieria comandata dal brav< 
capitano Poimio -Vaglia, mentre il 7" bej'saglieri si slanH 
clava addosso al nemico minacciante il ponte i^ettatc 
sulla Sesia; nel tempo atesao faceva occupare vigorosa- 
mente f;ti approcci di Palestre affine d'impedire al ne- 
mico la marcii! sul vilEaK^io; la lotta 3Ì fece at^Canita ^ 
le grosse colonne austriache comandate dal feld Mare- 
sciallo Zobel, sorrette da numerose compagnie di tirolesi 
e dall'cirtiglieria, si avanzarono risolutamente contro l6^| 
truppe piemontesi che tennero fermo, incuorate dalla 
presenza di Vittorio Emanuele, coprendosi di gloria. 
Proprio nel più caldo del combattimento il colonnello 
Chabron lanciò, in sostegno dei nostri, i suoi Zuavi al-J 
l'attacco: questi, come un uragano, sotto gli o::chi del 
Re di Piemonte si gettarono sopra gli austriaci. Neasut 
ostacolo, nessuna resistenza li arresta; invadono le dtì 
fesa nemiche, si grattano sopra 1 cannoni; gli artiglieri au- 
striaci, sotto l'impeto delle terribili baionette, non hanno-l 
tempo di caricare i pezzi ; riescono vani i tentativi delli 
&nterifl che accorre per salvarli, e i cinque cannoni sono' 
preda dei vincitori ; non si arrosta il reggimento, si 
slancia sulla strada e, seguendo Vittorio Emanuele che 
con la spada Io invita all'attacco, si avventa contro 1{ 
masse austriache impegnate in furiosa lotta coi piemon- 
tesi. Cosi i soldati dell« due nazìoai sorelle si frammìS 




155 
schiarano nel combattimento e nella gloria, investendo 
il nemico alla baionetta. Questo fortemente trincerato 
sul ponte della Brida, fortificatosi in una grande mas- 
seria munita di cannoni e di feritoie, preclude il pas- 
saggio del ponte ; ma zuavi e piemontesi non si sgo- 
mentano, né si arrestano ; animati dalla presenza del 
re e dall'esempio degli ufficiali, s' avventano sul ponte 
e sui cannoni che sono presi dai piemontesi ; nella mas- 
seria è una lotta terribile, corpo a corpo, e gran nu- 
mero di nemici trovano la morte nel fiume che li tra- 
volge nei suoi gorghi. 

La vittoria dei nostri fu completa; oltre ventimila 
erano gli austriaci combattenti, numerosissimi furono 
quelli rimasti sul campo, circa cinquecento trovarono 
la morte nel fiume ; gli austriaci perderono fra morti 
feriti e prigionieri oltre seimila uomini; i nostri circa 
duemila uomini fta morti e feriti. Trofeo della vittoria 
furono, oltre mille prigionieri, cinque cannoni presi dai 
zuavi e tre dai piemontesi. La campagna s'iniziava splen- 
didamente I 



» * 



I zuavi per rendere omaggio al valore del Re, vol- 
lero portare al suo quartier generale la sera stessa del 
31 i cannoni tolti al nemico. 

II Re, grato del delicato pensiero di quei valorosi, 
scrisse al colonnello Chabron In seguente lettera : 

Torrione, 1 giugno 1859 
Sig. Colonnello, 

« L' Imperatore nel porre sotto i miei ordini il 3"* 
reggimento degli Zuavi mi ha dato un prezioso atte- 
stato di amicizia. Io ho creduto di non poter meglio 
accogliere questa truppa scelta, che fornendole imme- 
diatamente l'occasione di aggiungere un nuovo glorioso 



£56 

flit» fl quelli che sui ctunpi di bitctagUa d' Africa e di 
Crimea Immio re^o cosi terribile ili iiemici» il nomo de- 
gli Zuavi. Lo slaiieio irresistìbile con cui il vostro reg- 
giiiieiu», liiig. Coloiiiisllo, ha mo^so ieri hU' assalto, ha 
meritato tutta la mia ara mi razione. Avventarsi contro 
il uemico iilla bAionetttì, iiiipAdroiiii'si di min bntteria, 
siìdaudo Ifi mitraglia, è stato ralftire dì pocliì Istanti. 
Voi dovete essere altero di comaudare a siffatti soldati, 
ed essi dcbboDo pssere felici di obbedire ad un capo 
quale voi siete. Io apprezzo altamente il pensiero che 
hanno avuto i vostri Zuavi di condurre a! mio quar-- 
tiere generale i pezzi d'artislieria presi agli austriaci, 
e vi pregio di ringra&iarli in mio nome. Io mi atfrctterò 
d'inviare questo bel trofeo a S. M. l'Imperatore, al quale 
ho gtk fatto fionosoere la bravura impareggiabile con 
cui il vostro re^gimeuto si è battuto ieri a Palestro ed 
ha sosttìimto la mia estrema destra >. 

«. Vogliate, sig. Colonnello, far noti quesM miei sea- 
timenti ai vostri Zuavi ». 

L'imperatore Napoleone, desideroso di mostrare la 
sua aramirazioue pel cavalleresco alleato e di soddisfare 
il voto degli Zuavi, decise che il Re di Sardegna sarebbe 
pregato di volere accettare i e-annoni. E cosi fu infatti. 

Ma un altro reg^alo di non minor gradimento pel Re 
doveva venirgli dai bravi Zuavi. 

L'indomani luaLthia, quando Vittorio Emanuela si 
recava a visiuire i &noj valorosi camerati della vigilia, 
ed a GouHegaare al Colonnello Cbabrou il decreto coi 
quale decorava colla medaglia d' oro la bandiera del 
suo reggimento,, il più anziano dei Zuavi gli partecipava 
che il reggimento lo aveva acclamato ano Caporale e Io 
pregava di atcettare. « Ben volentieri, amici miei > ri- 
spose il Ke commoaso da quel segno di simpatia « d'ora 
inmmzi io apparteng'O a voi ». • 

Cotìi Vittorio Emanuele fu nominato Caporale dof 
Zuavi, come altra volta Napoleone Bonaparte era inal- 
zato allo stesso grado a Montenotte. 



167 



* 



In Beffuito a questi avvenimenti il generalissimo au- 
strìaco; sicuro che ormai l'aspettava una grossa batta- 
glia sul Ticino, aveva pensato a rafforzarsi, e s'era af- 
frettato a richiamare la divisione Urban da Varese, dan- 
dole per obiettivo Turbigo. 



« 



Mentre avvenivano questi fatti, gli austriaci in 
grandi masse, comandati dall'Arciduca Carlo, dalle al- 
ture di Montebello dimostravano, coi loro movimenti del 
19 maggio pros^uiti il 20, essere loro intenzione di 
stringere in un cerchio di ferro e di fuoco la 1* divi- 
sione dell'esercito francese, comandata dal generale 
Forey, prima che fosse riunita in ordine di battaglia; 
bisognava ad ogni costo arrestare il movimento girante 
delle grandi masse nemiche. 

n generale Forey vi sì preparò arditamente, ordi- 
nando al colonnello Cambriels di riunire quanti più uo- 
mini avesse potuto della sua divisione in marcia. 

Con questo piccolo numero di valorosi, elettrizzati 
dall'ardente coraggio del generale e del loro colonnello, 
con audacia senza pari si slanciava contro il nemico tre 
volte superiore di nura,ero, lo arrestava e gli teneva 
testa. Ma la lo:ta ineguale non poteva durare a lungo, 
molti dei bravi erano caduti colpiti a morte, fra i quali 
il mAggiore Lecretelle che combatteva da eroe alla te- 
sta del suo battaglione; bisognava difendere passo passo 
il terreno per impedire al nemico di avanzare, e dare 
tempo al resto della divisione di arrivare sulla linea del 
combattimento; ma il nemico con forze preponderanti 
pressa, si avanza, e la resistenza ulteriore diviene ormai 
im|)08sibile; quando, per grande fortuna in quel critico 
momento, un roggimento di cavalleria piemontese (Mon- 
ferrato) comandato dal valoroso De Sopnaz si slancia 
vigorosamente in soccorso dei fratelli d'armi di Francia 
e con cariche irresistibili, si getta contro le masse au- 
striache che, sgominate, sono costrette a sbandarsi. 



In questo brillanto [atto d armi ai distinse il bravo 
aottotenente Mainoni d'Intignano che sosteneudo l'urto 
di uno siiuatlroiie nemico con f^ninde vìilore lo cosDriii- 
geva alla ritirata, rijjortando feritui alla luauo destra. 
Per la sua bella condotta il Mainonì venira decorato e 
proposto per la promozione. 

Intanto g:iungevauo al generale Forey i deaiilerati 
rinforzi del reato della sua divisione. 

Il combattimento facendosi sempre più accanito da 
ogni parte, il L^enerale Forey ordinava al brigadiere Beu- 
ret un suprotno attacco alla baionetta, (jli austriaci non 
resistendo all'urto sono obbli^'iiti a cedere terreno; sì 
arrestano, pLM'ò, al Ciuiitei'o di Montebello del quale 
fanno la loro estrema base di difesiii. Bisognava slog- 
giare il nemico da quell'ultirao formidabile riparo; an- 
cora uno sformo: e, gridando ai suoi bravi soldati ; 

— « Allons, mes enfants, arraehons a l'ermemi soii 
demier ftbri ', Suivez volre generale ». — Il valoroso 
Forey si slanciava alla testa de' suoi contro la posizione 
nemica. 

Il Cimitero fu investito con slancio furioso ed il 
terreno venne seminato di morti e feriti — primo a cei- 
dere mortalmente colpito fu il generale di brigata Bou- 
ret: m.a niente arrestava la foga degli assalitori che, 
scavalcato il muro del Cimitero, investivano il nemico 
colla punta delta baionetta mettendolo in rottji. 

Alle ore sei e mezzo il nemico era in ritirata pre-^ 
cipitosa. verso Casteg'gio, inaeg'uito alle reni per buon 
tratto di via. La vittoria di Montebello, nella quale la 
l'' divisione comandata dal prode generale Forey si co- 
priva di gloria, inaugurava brillantemente la campagna 
che doveva procedere di vittoria in vittoria. 

Io questo combattimento anche le brave truppe pie- 
montesi comandate dal valoroso De Sonnaz ebbero la 
loro pane di gloria. 



II 4 di giugno a Magenta e a Ponte Vecchio si de- 
cidevano le sorti dì quella memoranda g-lornata. 



■lae 

Avanti e dentro Magenta il combattimento fu ac- 
Ciitiito oltre o^ni credere. Gli austriaci tì avevjmo con- 
centi-ate tutte le truppe del loro centro, lasciando la 
sola brigata Ilaramindz in riserva. Le truppe degli al- 
leati fecero gii sforzi più eroici per slojfgiarli ; i loro 
saldati cadevano sotto U fuoco violento dei ripetuti con- 
trattacchi. 

Nel momento il più caldo e decisivo il generale di 
artiglieria Aug^er ebbe un'ispirazione felice; seguendoli 
movimento deli' esti-ema destra riusciva a piazzare, uno 
dopo l'altro, 42 pezzi d'artiglieria sull'argine della fer- 
ro\ia ed il loro fuoco a mitraglia, facendo orribili vuoti 
nelle file nemiche, portava lo sgomento nelle brigate del 
1°, 2", 7** e 3" corpo che combattevano unite. 1 fi-ancesi 
e tre batlay:Iioui di bersaglieri italiani si slanciarono con 
impeto irresistibile contro il nemico che non resse al- 
l' lu'io ti'omondo, hi ruppe e si dette alla fuga, Alle 8 
di aera le truppe francesi entrarono a Magenta, Gli au- 
striaci perdettero due bandiere, quattro cannoni e circa 
quindicimila uomini fra morti, feriti e prigionieri. 



Il giorno S giugno, dopo un accanito com^battimento 

di ti'e ore, i francesi sloggiarono gli austriaci, cornali" 
dati dal Principe dì Sassonia ed occuj)arono Melegnano. 

Il giorno IO gli austriaci, egombi'ando Lodi, batte- 
rono in piena ritirata sulla sinistra dell' Oglio. 

II giorno 16, occupate forti posizioni dietro il Chiese, 
attesero di pie fermo gli alleati. Lonato e Castiglione 
furono i due punti salienti sui quali la linea spiegò la 
sua azione. 

L'imperatore Napoleone e Vittorio Emanuele, co- 
nosciuta la ritirata dei nemici nell'interno del quadrila- 
tero, ordinarono il passaggio del Chiese e l'occupazioiie 
delle ultime colline che, tra questo lìiime e il Mincio, 
rannodano la gcauclg.ci^tepa.d^Ue Alpi alla pìAnur^ Lom- 
barda. 



360 

Il giorno 33 al maresciallo Mac-Mahon venne ordì- 
nato di fare ricog-nizioni geuerali tra il fronte dell'eser^ 
cito e il Mincio. 

Intanto V imperatore Francesco Giuseppe, avendo 
xlcevuti grandi rinforzi, cambiava tattica e risolveva di 
prendere T offensiva. 

Divise le sue forze in due glossi corpi, il 23 passa 
il MinrJo sopi-a 11 ponti gettati Ira Pescliiera e Goito, 
spingendo avanti forti ricognizioni onde conoscere al 
giusto le posizioni degli alleati. 

Dalla situazione dei belligeranti è provato che gli 
austriaci portavano in c-arapo per I" imniioenle battaglia 
150 mila fanti, 13 mila eavalli e 68& pezzi di cannone, 
mentre gli alleati mettevano in lìnea 140 mila fanti, 
io mila cavalli e 52^ pezzi d'artiglieria. 

Il giorno 24 i due eBercìtì si ponevano in marcia 
l'uno verso l'altro, senza sapere clie andavano rispetti- 
vamente ad urtare il grosso del nemico. 

Il Maresciallo Baraguay, partito alle tre del mattino 
per la strada di moutEigna che va da Esenta su Solfe- 
rino, trovava i posti di Fontana e le tìrotte occupati 
dagli austriaci e impegnava un acca.nito combattimento. 
Il Maresciallo Mac-Mahon, che si era messo in mar- 
cia alle due e mezzo antimeridiane per la gran strada che 
da Castiglione va a Mantova, il d chilometri dal primo 
villaggio, vedeva il 7° cacciatori a cavallo incontrare 
gli avamposti del nono corpo austriaco, che aveva oc- 
cupato ciisa Merini. 

11 Maresciallo fece prendere dai suoi immediata- 
mente casa Merini e se ne servi di base per lo spiega- 
mento delle sue forze. 

Cosi avvenne di tutti gli altri corpi in marcia, i 
quali si urtarono contro il nemico pure in marcia. 

L' imperatore Napoleone, ai primi colpi dì cannone 
salito a cavallo, diede sen2a indugio gli ordini per la 
battaglia. 

Per descrivere le vicende di quel sanguinoso e me- 



161 

morabile combattìmento, il pii!i glorioso che ebbe a so- 
stenere la Francia dopo la battaglia di Marengo, ci Ter- 
rebbe un volume. 

A Solferino l'esercito francese sì copri di gloria. 



L'esercito Sardo, secondo gli ordini riceTiitì da 
Vittorio Emanuele, doleva portarsi il ^4 a Pozzolengo. 
Il quartiere generale ordinava alla 1*, 2" e 3' divisione 
di esplorare it terreno con cura, mediante numerose 
ricognizioni. In consefjuenza la brigata granatieri della 
1" divisione, postasi in moto alle -i del mattino, era pre- 
ceduta da UQ battaglione di bersaglieri, uno di fanteria, 
uno squadrone di cavalleggerì d'Alessandria ed una se- 
zione d'artiglieria; la 3" divisione aveva spinto quattro 
ricognizioni sulla strada che costeggia il lago e la fer- 
rovia; la 5" inviava il suo capo di Stato maggiore co- 
lonnello Cadorna con l'S" bersaglieri, un battaglione del- 
l'll°, una sezione d'artiglieria ed uno squadrone caval- 
ieggeri di Saluzzo per la strada Sugana nella direzione 
di Pozzolengo. 

La ricognizione della 1" divisione che costituiva la 
destra dell'esercito sardo, incontrati gli avamposti au- 
striaci in Val di Quadci, attaccò il nemico, ma esgendo- 
questi in forze assai superiori dovette retrocedere tino 
verso Fenile Vecchio per ricongiungersi al grosso della 
divisione. Questa si slanciò sulla posizione austriaca e 
se ne impossessò; ma gli aiiatriaci riiiforzat] gagliarda- 
mente Conmrono alla ctirica e vi fu un moinentoin cui 
i granatieri Sardi furono per essere sopraffatti, ma l'ar- 
rivo della brigata Savoia li salvò. 

Hulie alture di Monte Polperi l'arrivo di nuovi rinforzi 
rende il combattimento ostinato^ micidiale; né piemoii' 
teai uè sustriaci guadagnano terreno, mainfli>ein seguito 
ad estremo sforzo dei nostri gli austriaci sono obbligati 
alia ritirata. Lamarinofa al i^lancia alla carica con X 



162 

suoi bravi bersa.iilieri, ed occupa, Madonna della Soo- 
perta; là riceve il rinforzo della l>ri^^■itil Piemonte e si 
mette in marcia per Pozzoleng;». 

Il Colonnello Crtdoroa della 5' diviaione, avanzan- 
dosi per la strada Sugaaa» incontrava alle oascine di 
Ponticello gli avamposti del corpo di Benedeck; per ren- 
dersi conto della loro forza spiegava imniediatai]iente le 
sue poclie truppe, maiidnndo ad avvisare il £;enerale 
Mollard onde accelerasse la marcia. GFli austriaci, che 
erano in forze preponderanti, accettarono la sfida e, 
malgrado la resistenza eroica delle poche truppe che 
loro stavano di fronte, riescirono ad iinprtdronìrsl delle 
alture della Casetta e dì S. Martino occupandole solida 
mente. Alle 10 del mattino il geneiale Mollaitl, vedendo 
sboccare la brigata Cuneo, la spiegava in due linee fra 
la strada Sugana e Casa Nuova e procedeva all'assaltr. 
Il 7" e rs* reggimento si slanciavano alla baionetta so- 
stenuti dal fuoco di una batteria e da alcune cariche 
dei cavaliGggeri di Monferrato; giungovano duo volte 
sul culmine dell'altura, ma non rìescivano a scacciarvi 
il nemico che la teneva solidameiite, ed erano costretti 
alla fine a ritirarsi, protetti dalle batterio della soprag- 
giunta divisione Cucchiari, arrivata in buon punto; Ja 
brigata Acqui si portava anche essa in linea, e tutte 
queste truppe si precipitavano sotto una pioggia di fuoco 
all'assalto dì S. Martino e se ne rendevano padrone; ma 
Benedeck lanciava tutte le sue riserve incatte sul fronte 
e sul flftneo dei Piemontesi; e fu allora elio la 5* divi- 
sione mitragliattì a pochi pa^i, contrattaccata vivamente 
da forze preponderanti balenò, e non trovandosi soste- 
nuta, fu costretta a ripiegare e a retrocedere in buon 
ordine fino a mezza strada di Rivoltella. Il generale 
Mollard ridotto alle sole sue forze, prese poai:ìione alla 
Cascina di Retinella colla brigata Piaerolo in prima li- 
nea; e vi si mantenne. 

Intanto la riserva generale dell'armata Sarda, co- 
mandata dal generale Fanti, era stata inoltrata, secondo 




163 
^ ordini imperiali, verso Solferino, ma alle 12 le altre 
tre divisioni, strette seriamente da Benedeck con grandi 
forze, domandando rinforzi, il Re, Vittorio Emanuele 
dava r ordine alla brigata Piemonte di marciare su 
Madonna della Scoperta ove Lamarmora doveva pren- 
dere il comando superiore, mentre la brigata Aosta, col 
quartiere generale, si sarebbe rivolta a S. Martino. 

Contemporaneamente il Re mandava un ufficiale di 
ordinanza con ordini al generale MoUard — Generale, 

< S. M. il Re le fa sapere per mio mezzo che ì francesi 
« vincono a Solferino e che egli vuole che ì suoi soldati 

< vincano a S. Martino > Il generale MolUird cosi ri- 

< spondeva < vada a dire a S. M. che i suoi ordini sa ■ 
« ranno eseguiti. » 

Amvata la brigata Aosta, il generale MoUard, che' 
era l'anima dì tutti i movimenti la formava su due linee 
colla sinistra alla ferrovia; la brigata Pinerolo si collo- 
cava alla sua diritta identicamente disposta aggregan- 
dosi il 7° reggimento, mentre l'S" stava in riserva. 

U punto di direzione di queste truppe è la CJon- 
tracania, mentre sei compagnie, con due pezzi di can- 
none, si volgono sulla sinistra austriaca dietro le alture 
di S. Girolamo. Appena fosse giunta in linea la 5' di- 
visione, era dato ordine di cominciare l'attacco generale. 
La 5' divisione stava per giungere, erano le 5 pom., 
. si stava per incominciare l' attacco generale, quando 
proprio in quel punto scoppiava un forte uragano che 
obbligava la sospensione di qualunque operazione. 

Fin dalle prime ore del mattino si combatteva con 
gran valore e con straordinaiio accanimento ; erano le 
sette di sera e, per quanti sforzi eroici si fossaro fatti 
dai nostri, non si era potuto sloggiare il nemico dalle 
alture di S. Martino, da dove opponeva indomita resi- 
stenza. Molte erano state le perdite. Era rimasto uccisoli 
colonnello Rovetta e il maggior Bosio del 6" reggimento: 
feriti il generale Cerale, il generale Arnaldi, il colon- 



1^ ^^^ 

nello Vinlardi del 5", i maggiori Polnstri, Botten emott 
iUtri ufOdali. 

Cessato l'uragano, fu deciso di fare uno sforzo su- 
premo per strappare al nemico il possesso di posizioni 
con tanto accanimento disputateci piano concepito stava 
per essere posto in esecuzione con quella simultaneità 
ed impeto da cui solo potevasi sperare vittoria, 

11 14' era all'estrema destra; poi verso sinistra ve- 
niva il 7"; indi Aosta, poscia Casale e un battaglione 
deirs"; in ultimo Acqui. L'6'* battaglione bersaglieri coL 
14"; il 1" con Aosta; il o" col IV. 

Cei-ale, che quantunque ferito non si ritirava dal- 
l'azione, domandava al generale Motlard aiuto di arti- 
glieria, e tosto venti pezzi erano condotti dal valente 
'maggiore Revel, e piazzati in buona posizione, 

Appena le truppe si posero in movimento, il rombo 
assordante delle artiglierie che battevano di fronte e di 
fianco, avvertiva il nemico che i nosti'i stavano per 
piombargli addosso. Centinaia di tamburi battevano la 
carica; le trombe dei bereaglieri la suonavano ai punti 
estremi ed al ceuti-o; un urraìi generale scoppiava da. 
un punto all'altro delle colonne convergenti, che, a 
baionette spianate, si slanciavano sulla posizione e ne 
toccavano !a cima. 1 generali, gli ufficiali, tutti alla 
testa dei loro soldati, iucuoravanli col grido « Avanti, 
avanti Savoia * Il nemico scosiso, non so&tenue rurto- 
tremendo, cominciò ad oscillare ed infine voltate le 
spalle sì ij,iede alla fuga; e allora' l'Avogadro, coman- 
dante il 2" squadrone di cavalleria, collo assenso del 
colonnello Ricotti, lo astialiva con carica brillanus.^ima^ 
lo sbaragliava e lo metteva in rotta disordinata verso- 
Pozzoleguo, facendo numerosi prigionieri, 

11 cotubattimeuto aveva durato quattordici ore! 
Trofei della vittoria furono cinque cannoni, non 
pochi prigionieri, fra cui parecchi uffìciali. 

Cosi la sera del 24 giugno brillava tra le glorie del 
nostro esercito la battaglia di S. Martino, 



tQ5 



•% 



Dopo le vittorie di Solferino e di S. Martino, Na- 
poleone m emetteva il seguente ordine del giorno: 

Soldati l 

« Noi abbiamo preso tre bandiere, trenta cannoni 
e seimila prigionieri. L'esercito Sardo ha lottato con 
grande valore contro forze superiori. Esso è degno di 
marciare al vostro fianco. Soldati! tanto sangue ver- 
sato non sarà inutile per la gloria della Francia e del- 
l'Italia e per la felicità dei popoli >. 

Napoleone, 



Mentre l'Urban, lasciata una forte retroguardia a 
Varese, contromarciava col grosso della sua divisione 
su Gallarate diretto al Ticino, Garibaldi, ignaro di que- 
sta improvvisa ritirata, levato nel tempo stesso il suo 
campo da Induno, per Arcisate, Roderò, Ciisanova, arri- 
vava a Como fra il tripudio di quella cittadinanza che, 
da quattro giorni, paventava di rivedere ad ogni istante 
gli austriaci. 

La vittoria delle armi alleate spalancava ai nostri 
le porte dì Milano, mentre gli austriaci ei'ano obbligati 
a ritirarsi precipitosamente. 

Quest'avvenimento fortunato ebbe per immediata 
conseguenza, non solo la liberazione della Lombardia» 
ma la sollevazione dei ducati, delle Legazioni e del- 
l'Umbria. 

« 
* * 

Nel giorno 20 di giugno una forte colonna di sol- 
dati svizzeri al soldo del Papa, partiti da Roma assaliva 
Perugia clie si era ribellata al governo papale. La pa- 
12 



166 

triottica citCì'i, quantunque la gran parte della gìoTentù. 
fosse in Lombardia a combattere con Vittorio Emanuele 
e con. Garibaldi, oppose una valorosissima resistenza, 
dapprima dall'alto delle mura, poi nelle contrade, com- 
battendo corpo a corpo, cedendo il terreno, alle forze 
sovercbianti, palmo a palmo, finché, i bravi Perugini 
sopraffatti dovettero arrendersi, I vincitori, satelliti della 
tirannide, inferociti per la resistenza incontrata, si ven- 
dicarono mettendo a saccheggio la città, seminando 
«trage, non rispettando neppure gli inermi e le donne. 
La strage di Porugia perpetrata da stranieri al soldo 
del Papa andrà alla storia come fatto esecrando. 



Ventiquattro ore dopo la battaglia di Magenta l'in- 
tero esercito austriaco era in ritirata sull'Addìi; le 
avanguardie degli alleati entravano in Milano, ed an- 
che il piccolo corpo dei cacciatori delle Alpi poteva 
proseguire la sua marcia fortunosa. 

Garibaldi impiegò il 4 e 5 giugno a riordinare le 
Èue forze, a chiamare nuovi volontari, a perlustrare in 
tutti i sensi le strade circostanti, e lanciare scorridori 
fin presso le porte di Mihmo. 

Dal 5 al 6 s'imbarcava con tutta la sua brigata, 
meno alcune compagnie lasciate a Como, alla volta di 
Lecco, e nel giorno in cui l'esercito alleato varcava il 
Ticino, egli toccava la destra sponda deirAddii. Non vi 
si fermò a lungo, che il di appresso, tenendo sempre ai 
monti, ripigliò la marcia per Caprino e Almeno. 

Mentre Garibaldi era in via per Caprino e Almeno; 
■accompagnati da una lettera di Cavour si presentarono 
al generale Gai'ibaldi, Turr e Teleki ambedue colon- 
nelli nell'esercito della lìbera Ungheria, che nel 1849, 
avevano combattuto strenuamente contro T Austria. 

Il generale accolse i due valorosi magiari come 
-fratelli, e da quel giorno quei bravi seguirono Garibaldi 
■con vera devozione. 



IBI 



Alle ore tre di mattino del 7 la brigata dei caccia- 
tori della Alpi, con alla testa il suo generale, passava 
il Brembo sul ponte S. Salratore, e, per la strada occi- 
■dentale del monte Luvridaj riusoiYa a Voltezza, ed a 
_passo di carica scendeva su Bergamo. 

Vi arrivava però troppo tardi, cliè il nemico, erasi 
^precipi tesamente ritirato. Garibaldi penaò immedlata.- 
Tnente d' inseguire i fuggenti sulla strada di Crema, ma, 

- appena incominciata la marcia veone informato che 
«Q corpo d'austriaci stava per Jirrivare in ferrovia per 
3>ortare rinforzo al presidio. Richiamò in fretta la bri- 
gata dalla strada di Creina, distribuì e rimpiattò i suoi 

- cacciatori alia stazione e nei dintorni, in modo che il 
nemico non potesse scappargli ; senonche, a pochi passi, 

- da Soriate, uno spione avvisò la colonna TÌaggiante che 
i Garibaldini erano a Bergamo; il comandante austriaco, 
fatto fermare il treno, fece smontare le truppe, e pro- 
tetto da fiancheggiatori e da esploratori s'inoltrò con 
tutta cautela verso la città, ove sarebbe stato ben ac- 
colto; ma il Bronzetti inviato con due compagnie per 
la strada di Soriate lo incontrò, e, senza contare il ne- 
raico, lo assali con impetuoso ardimento, lo arrestò, Io 
■sbaragliò costringendolo a riprendere in fretta la vapo- 
riera. 



In quel giorno i sovrani entravano neUn capitale 
Lombarda; e Garibaldi era chiamato in Milano da Vit- 
torio Emanuele. Le accoglienze fatte al comandante dei 
cacciatori delle Alpi furono degne del grande animo 
del Re, e caldi gli elogi a lui ed ai suoi compagni. 

intanto il generale Urban, fin dal giorno 7, si ei:» 
accampato suU'Adda nei dintorni di Vaprio, e vi si era 
trincerato. Era questa unaposiaione forte, ma dopol'enr 



m 

irata d! Garibaldi a Beliamo, la sua importanza era di 
molto diminuita, perchè poteva essere minacciata di 
fronte e di fianco. Sarebbe bastato che 11 generale Cial- 
dìni, avauguardia del nostro esercito, si fosse affrettato 
verso l'Adda, e il generale Garibaldi fosse calato, con 
mossa combinata, da Bergamo, perche queUa divisione 
nemica fosse inevitabilmente disfatta. 

La mattina dell'll giugno l'Urban lasciava Vapno 
ritirandosi per la via di Crema, e la sera del giorno 
stesso Garibaldi, abbandonato Berfj:amo, si- metteva io 
marcia per Martinengo alla volta di Brescia; il 12 ri- 
prendeva il cammino per Paiozzolo, da dove passava a 
Polasco, meutre l'Urbau con la stia divisione si trovava 
a Portatilo. 

Chi nel giorno 13 giugno avesiie potuto guardare 
a volo d'uccello sulla terra Lombarda, vi avrebbe acorto: 
l'imperatore Napoleone colla sua guardia imperiale a 
Gorgonzola; 'il Re Vittorio Emanuele^ a Vimercato in 
mossa per Palazaolo; la più avanzata sinistra degli sca- 
glioni francesi a Treviglio sulla sinistra dell'Adda; il 
più avanzato scaglione piemontese a Romano sulla si- 
nistra del Serio, lo scaglione auBtriaco più vicino, divi- 
sione Urban, a Pontoglio; e Uaribaldi marciare col suoi 
cacciatori da Palazzolo a, Brescia; marcia pericolosa, 
perché fatta su strada parallela a quella del nemico, 
quattro volte più forte, e minacciante sol fianco. Ma 
il generale, destregg:iandosi con grande avvedutezza, fa- 
cendo uso delle poche guide, comparendo or qua. or là 
su tutti i punti della linea nemica, spingendo a marcia 
forzata i cacciatori delle Alpi, all'alba del 14 si trovava 
già alle porte di Brescia, la quale, animata da infuo- 
cate parole dell'illustre patriota Giuseppe Zanardellì, 
non aveva atteso neghittosa l'arrivo del corpo libera- 
tore, ma era già pronta per dare, a colui che la eman- 
cipava, potente aiuto. Dopo l'entrata in Brescia, ove fu 
accolto dalla popolazione delirante, Garibaldi cessava 
di godere di quella indipendenzii che era il principale 
attore dei suoi successi. 



169 



« » 



Mentre ì cacciatori delle Alpi eransì fermati nella 
sera del 14 di giugno per pernottare a S. Eufemia a 
due chilometri circa da Brescia, il generale Garibaldi 
riceveva neUa notte stessa un ordine dal quartìer ge- 
nerale, espresso in questi termini: « S. M. il Re desi- 
dera, che domattina ella porti le sue truppe su Lonato, 
dove sarà raggiunto dalla divisione di cavalleria co- 
mandata dal generale Sambuy composti di quattro reg- 
gimenti di Ciivalleria di linea, con due batterie a ca- 
vallo ». 

Generale Bella Rocca. 

11 generale, ebbe anche l'ordine di ristabilire il 
ponte del Bettoletto sul Chiese a monte del ponte di 
S. Marco. 

# * 

Sul fare dell'alba del 15, Garibaldi, lasciata una 
compagnia a S. Eufemia, e fatto perlustrare tutto in- 
torno il paese, si pose in marcia. 

Giunto a Rezzatto e non avendo notìzia della di- 
visione di cavalleria che doveva seguire, fermò la co- 
lonna e mandò al Re, a mezzo del tenente Trecchi, un 
rapporto scritto col quale informava, che quantunque 
avesse sul fianco deatro la divisione Urban, pure egli pro- 
cedeva avanti per eseguire gli ordini ricevuti. Infatti pat- 
tuglie delle guide a cavallo avevano rapportato, che a- 
vamposti nemici sttivano sulla strada tra Rezzato-C3a- 
stenedolo e Villa-BofTalora. Per non lasciarsi dietro al 
suo fianco destro truppe nemiche si prossime, Garibaldi 
scaglionò i suoi sei battaglioni nel modo seguente. Due 
■dei 1" reggimento, agli ordini di Cosenz, dietro le case 
Carbone in Tre Ponti; un battaglione del 2°. con una 
quadra di carabinieri genovesi, sotto il comando di 



170 

Medici, in Bettola di Cilìverghe, dove la atradu da Bre- 
scia a Lonato si biforca, l'una sul ponte di S. Marco, l'al- 
tra a sinistra sui ponte del Bettoletto; l'altro battaglione- 
dei 2" regrgìmento, e i due del 3° col l'artiglieria e con 
i rimanenti carabinieri genovesi Garibaldi li condusse 
in persona al ponte del Bettoletto. Al colonnello Turi 
addetto al suo Stato Maggiore il generale ordinava di 
occupare con due compagnie del Irreggimento lo sbocco 
dì Tre Ponti verno Castenedolo, e nel tempo stesso ri- 
conoBcere bene il nemico; it tutti Graribaldi raccoman- 
dava di difendere ad ogni costo la strada da Hezzato 
a Tre Ponti e Bettola di Cilìverghe aspettando l'arrivo 
della division© di cavalleria piemontese; mandò il ca- 
pitano Corte del suo Stato Maggiore ad avvisare Cial- 
dini, che era sul Mella, della sua mossa, e sì mise sen- 
z'altro per la via di Molinetto. 

Intanto il generale Rupprecht, che colla sua bri- 
gata formava l'avanguardia della divisione Ilrbau dal 
Mella al Chiese, raandìiva rieognizioui sulla strada tra 
Rezzato, Tre Ponti, e Bettola Ciliverghe, mentre si por- 
tava colgirosao a Castenedolo. 

Per far fronte al remico tì rigettarlo, come aveva 
ordinato il generale G-arìbaldi, Medici fece costrurre una 
barricata al biforcamento della strada Brescia-Bettola- 
Cilivergho appossiat;a alla Cascina Lana che occupò 
militarmente, e pose tre compagnie nel Cimitero di Ct- 
liverghe munendo i muri di feritoie. Cosenz dal suo 
canto, fece occupare Osteria di Rezzato, casa Basaalini 
che sta a destra della strada bresciana a capo del sen- 
tiero di Tre Ponti, munendo i muri di feritoie^ lasciando 
in riserva il primo battaglione. Cosi la difesa era ordi- 
nata col fronte a Castenedolo, la destra a Osteria di 
Eezzato, il centro a Tre Ponti^ la sinistra a Bettola Ci- 
liverghe. 

Una ricognizione nemica si spinse, stendendo la sua 
catena di cacciatori, fin sotto il giardino di casa Bas- 
■salinì, ma fu presto respinta. Alle otto di mattina il 




171 

nemico, molto rinforzato, si avanzò a destra e a sini- 
su-a del canale Lupo, con forti riserve nelle cascine 
Chizzola e Chidone, fra Tre Ponti e la strada ferrata. 
Il colonnello Cosenz deliberò di opporre attacco ad at- 
tacco; il colonnello Turr sì recò di persona a Rezzato 
e diede ordine al comandante della compagnia poeta. 
all' Oeteiia di mandare una parte dei puoi uomini per 
un sentiero traversale in forma di testa di colonna, che- 
licceuitasse a girare la ijioìstra della catena nemica. 

Ciò fotto Turr raggiunse Cosenz il quale, spinte due- 
compagnie da casa Bassalini a risoluto attacco di fronte^ 
costringeva il nemico .1 ripiegare; e tanto fu l'ardore 
dei nostri da riuiseire a alogginre il nemico anche dalle 
due cascine Chizzola e Chidone. e ad occupare l'argine 
della strada lerrata e il ponticello sul Lupo. 

I nostri, rinforzati da una corapagnia del Bronzetti 
e da altra del Lipari, non si arrestarono, assalirono il 
cascinone chiamato Fenile-Ospitale e, sebbene incontras- 
sero forte resistenza, riuscirono a cacciarne il nemico e 
l'occuparono. 

In questo frattempo il capitano Croce che colla sua 
Gompiiguiii formava l'ala spinta più avauti della estrema 
nostra sinistra, scopri molte forze nemiche che si am- 
massavano sulle alture di Castenedolo; avvisatone Cosenz, 
questi, riconoscendo di non essere in forza per potere 
assalire la intera brigata Rupprecht, fece suonare l'alto 
e r assemblea a sinistra, per prepararsi a ricevere l' urlo 
nemico. Ma il colonnello Turr riuniti quel che potè di 
volontiìri, e chianiaìido a se la restante debole riserva, 
deliberò di assalire 11 nemico sul roccolo che prende 
nome da S. Giacomo e fece suonare la carica; udito 
questo segnale il Cosenz, per non produrre un movi- 
mento slegato nella sua linea fece esso pure suonare la 
■carica. I nosti'i si avanzarono arditamente tìn presso 
alla falda del poggio di Castenedolo ; ma il nemico suo- 
nata a sua volta hi carica &u tutta la lìnea si rovesciò 
imponente di forze su (juelle tcarse dei cacciatori delle 
Alpi che, minacciati di aggiramento, dovettero ripiegare. 



172 

Il colonnello Turr che aveva spinto arditamente 
alla carica i suoi li incuorava col suo esempio alla re- 
sistenza; ma il fuoco micidiale dei nemici die corona- 
vano il roccolo boscoso li arrestava aul ponte S. G-ia- 
como ; qui il Tiirr avanti a tutti coraandavH eoa voce 
Monora... k. Passo di carica, avanti...» allorché una paEa 
gli trapassava il braccio sinistro poco sotto la sc^apola; 
non ai arrestava per questo il valoroso colonnello; e 
proseg:uivii a comandare e incoriig'giare i militi allo as- 
salto. Ma il nemico numeroso assai, dalla forte posizione 
seminava la. morte; a fianco di Turr colpito da una 
palla alla gola, cadeva il tenente Oradeiii^o; nel mede- 
simo istante era colpito mortalmente il Bronzetti e, al 
sergente Gnocchi che lo sorregg-eva una palla traver- 
sava l'omero. Non era posisibile più sostenersi e i nostri 
dovettero ripiegare. 

Ma il Cosenz sempre sereno non si sconfortava per 
questo; formata dalla prima compagnia e dai resti dì 
altre che potò raccogliere, una piccola colonna coman- 
data dal tenente Martini, la spinse avanti per la via di 
mezzo, G sostenendola con un distaccamento guidato dal 
tenente Mancini per un sentiero di destra, e con altro 
simile affidato al tenente Logarbo, che lo condusse a 
sinistra celato fra le boscaglie, riprendeva l' offensiva. 

Giungeva in quel punto il generale Garibaldi coi 
bravi carabinieri genovesi e con altri valorosi; arriva- 
vano pure in quel mentce tre compagnie del Medici, e 
queste forze riunite dirette da Garibaldi stesso si spin- 
sero ad un furioso attacco in aiuto del Cosenz; la lotta 
per alcun tempo fu accanita e micidiale; già il nemico 
sgominato cedeva terreno, quando comparvero le prime 
avanguardie del Ciaidini mandato in soccorso dal Re. 

Si stava per prendere fra due fuochi il nemico, ma 
queafco si affrettò a battere in ritirata, lasciando i nostri 
padroni del campo di battaglie seminato di morti. 

Quella dei Tre Ponti fu una giornata ben calda; 
anche i garibaldini ebbero perdite gravi; centoventi fe- 



179 

riti, fra ì quali molti ufficiali e sott' ufficiali alla testa 
delle loro squadre ; fra questi l' Elia del seguito del ge- 
nerale Garibaldi ed il Carbone dei carabinieri genovesi; 
più del quinto degli ufficiali ohe presero parte all'azione 
rimasero feriti. Grandi lodi meritarono prima d'altri il 
Coseaz, e il Turr, il capitano Bronzetti, e il tenente Gra- 
denigo, il maggiore Lipari, i capitani Pesce e Rosaguti, 
i tenenti Mancini, Logarbo, Martini, Spacchi, Pea, Ri- 
bolla, Spettini, ed i furieri Pedotti, Della Torre e Tor- 
chi, portati all'ordine del giorno e proposti per la meda- 
glia al valore militare e per la promozione. 

Il giorno 16 il generale Lamarmora si recava a 
trovar Garibaldi a Nuvolento — i due generali si sti- 
mavano a vicenda, e certo devono avere parlato sulle 
mosse ulteriori della guerra. 

Il 17 Garibaldi mandava a Turr, cheera a Brescia 
a curarsi la ferita la seguente lettera: 

Carissimo amico, 

« Il sangue Magiaro si è versato per l'Italia, e la 
fratellanza che deve rannodare i due popoli nell' avve- 
nire, è aumentata: quel sangue doveva essere il vostro, 
quello di un prode ! Io sarò privo dì un valoroso com- 
pagno d'armi per qualche tempo e d' un amico, ma 
spero rivedervi presto sano al mìo lato, per ricondurre 
i nostri giovani soldati alla vittoria. Sarei fortunato in 
qualunque circostanza di potervi valere, e non avete 
che a comandarmi ». 

Vostro 
G. Garibaldi 

Alla sera di quel giorno, la brigata con Garibaldi 
entrava in Gavardo fra le acclamazioni della popola- 
zione. La mattina del 18, all'alba, Bixio, come all'ordine 
avuto, occupava Salò. 

La mattitia del *iO la brigata col generale in testa 
si metteva in marcia. Un ordine del Comando generale 



174 _ ____^^ 

portava che i cacciatori delle Alpi senza Indugio si re- 
cassero ad occupare la ViUtellina, 



Il 26 la brigfita bivaccava a Poiitida e a sera ar- 
rivava a Lectio; cosi il generale si approssimava alla 
meta deei^'na tagli, preceduto di un buon tratto dal co- 
lonnello Medici. 

Il generale Cialdini, avendo nesunto l' incarico della 
difesa delle valli limitrofe al Tifolo, aveva concentrato 
il nerbo delle sue forze in Valcaraonica, e, come pria- 
cipale panto, nello stretto di Breno che mise tosto in 
stato di difei^A. 

A Garibaldi era dato V incarico d' impedire la di- 
BCCsa in Loiiibai'dia di masse nemiche dal Ttrolo. 

Importava prima di tutto impadronirsi delle gal- 
lerie soprastanti alia sti-ada dello Stelvio, per frapporre 
un ostacolo inespugnabile alla minacciata invasione. 
Necessitava quindi conquistare la sommità dellotìtelviot 
onde fai' nostro lo sbocoo alla valle dell'Adige. 

Questo compito era affidato al valoroso colonnello 
Medici, il quale aveva formato una colonna di ottocento 
combattenti con volontari che il maggiore Fanti, il ca- 
pitano Bassini, ed il tenente lietcini, avevano aiTuoIati 
ed armati alla meglio. 

H giorno 25 giugno Medici diede ordine al tenente 
Zambellij comandante una compagnia di volontari Val- 
telUnesi, di occupare il ponte del Diavolo come estremo 
avamposto, e la seconda linea di Pi'ese-Mondadìzza e 
Balladore, mentre faceva avanzaj'e le altre truppe su 
Mazzo, Grosseto e Grosio e si assicurava i fianchi con 
un distaccamento in Val Grosina, ed un altro alla som- 
miti del Monte Mortirolo che comunica colla Val Ca- 
monica. 

Il giorno 26, mentre Medici enisi recato ad ispe- 
zionare l'estremo avamposto questo venne di sorpresa 



i 



17& 

attaccato. I pochi ma valorosi Valtellinesi si ritirarono 
calmi e combattendo, ma arrestati dal Medici In una 
forte posizione a cavallo della strada, quel pugno d'uo- 
mini, per oltre un'ora, oppose valida resistenza, finché, 
sopraggiunta un'altra compagnia dì Valtellinesi coman- 
data dal capitano Strambio, gli austriaci furono costretta 
a TìtirarBi. 

n colonnello Medici, visto ohe la ecelta del ponte 
del Diavolo per estrema linea di diteaa era stata poco 
abile, si spinse ad occupare l' indomani S. Antonio di 
Morigone, e fattevi erigere alcune opere di fortificazione, 
bì mise in grado di potersi vtmtitggioaamente sostenere 
fino allo arrivo dì Garibaldi col grosso delle forze. 



FrattADto il generale Garibaldi colla brigata, sbar- 
cara a Colico il 27 giugno e proseguiva fino a Tirano, 
dove Beppe che il generale Cialdini, dovendo ripiegare 
su Brescia, incaricava lui della difesa degli sboccili dello 
Stelvio, del Tonale e CafFaro con Bocca ri'Anfo; in con- 
seguenza di ohe il generale affidava ai Medici, col se- 
condo reggimento, c^n un battaglione de! terzo coman- 
dato da Bìxlo, colla compagnia carabinieri genovesi co- 
mandata dal tenente Chiassi, con una sezione d'artiglieria 
ed un distaccamento del genio, la difesa dell'Alta Val- 
tellina, mentre egli scaglionava in dietro il resto dei 
suoi cacciatori delle alpi. 



Il 1" luglio una deputiizione di Bormio avvertiva 
Medici, che quel municipio aveva ricevuto l'intimazione 
di provvedere una forte somma di denaro, viveri e be- 
stiame agli austriaci. 

It 3 luglio Medici sì spinse avanti per lo stradale 
e per le alture laterali. Giunto a Ceppiua, fece occupare 
a sinistra il monte Oga, ed a destra le alture di Piazza 



e RattB, cbe si steDdono vereo Bormio. Dopo di che, 
feoe avanzare due compagnie con ordine dì occuparG ì\ 
ponte di tì. Lucia, 

Mentre il dìstafcam^iitcì austriaco clie si trovava in 
Bormio per rintimftttv requisizione, strepitava contro il 
municipio ctie ritardava hi consegna; duo compagnie 
agli ordini del maggiore Fanti ai avanzavano per chiu- 
dergli il passo, il che fece decidere gii austrìaci a darai 
a precipitosa fuga, A mezzogiorno Bormio era salva. 



La mattina seguente Medici disponeva un attaccc 
simultaneo da Bormio e da Ceppma; tosto che vide 
due colonne in marcia, il nemico sì ritirava dai Bagni 
Nuovi sui Bagni Vecchi dando fuoco alle mine, per cui 
in un istante si vide cadere il magnifico ponte dell»1 
galleria. 

Medici die ordine dì occupare i Bagni Nuovi; s'im- 
pegnò una viva fucilata Ira ì due stabilimenti. Gari- 
baldi giunto in quel momento, 3 luglio, si era portato 
sul luogo del combattimento; gli austrìaci resistettero 
ostinatamente ma; sul fare della Bora, presi di tianco 
da un distaccaniento, asceso a sinistra (ino a meti^ del 
monte delle Scale, e minacciati alle spalle da altro di- 
staccamento dìBceso dalle Torri di Fraele, dovettero bat- 
tere in ritirata dando fuoco alle mine delle altre gal- 
lerie, ma senza molto successo. 

Al Medici importava scacciare il nemico al di là 
dello Stelvio. Con questo intendimento dava le seguenti di- 
sposizioni. D maggiore Blxio, colle forze di cui disponeva, ■ 
più la compagnia del genio, doveva dalle alture di Piatta- 
Martina avanzarsi fin oltre a Val Vitelli per minacciare 
l'estrema sinistra nemica fortificata a Cima di Sponda 
Lunga, e così con un finto attacco distrarre l'attenzione 
del nemico dalla sua destra. 

Il capitano Bosisio, con trecento uomini scelti del 



177 
secondo reggimento, la mattina dell' 8 doveva impadro- 
nirsi delle vette del monte Pedenello; il tenente Croft, 
con cii'ca cento carabinieri, doveva mostrarsi a tempo 
opportuno sull'altura che daniina la quarta cantoniera^ 
bersagliando il nemico alle spalle; 1£ Bosisìo doveva as- 
salire con vigore dalla nostra sinistra il nemico, minac- 
ciargli la ritirata, e rendere possìbile un assalto di fronte ; 
sulla strada dello Stelvio nelle gallerie, tra la prima e 
la seconda cantoniera,- era disposto un battaglione in 
colonna d'attacco agli ordini del maggioro Sacchi rin- 
forzato da due pezzi d'artiglieria che a gran stento eraniii 
potuti trascinar fin lassù. 



* 



Come alle istruzioni avute, la mattina dell' 8 Bixio 
riusciva ad occupare la posizione ohe minacciava la si- 
niatra nemica; gli austriaci aprivano un fuoco vivissimo 
colle ecceileoci loro carabine, alle quali solo i carabi- 
nieri potevano rispondere. Ciò nonostante, Bixio si man- 
tenne nella posizione finché non ebbe ordine di ritirarsi. 

Il nemico, prevedendo un attacco, aveva chiesto ed 
ottenuto rinforzi, ed in quelle formidabili posizioDi vi 
aveva concentrato settemila, uomini delle migliori truppe, 
oltre un numero di volontari tii"olesi toy eccellenti ca- 
rabine; per questo fatto la sorpresa di sinistra non potè 
riuscire perché il Bositsio trovava già solidamente occu- 
pate le alture di Pedenello, Del resto quello dell' 8 fu 
un combattimento inutile, perchè in quel giorno era 
stato segnato l'armistizio. 

Nessun elogio potrebbe essere adeguato al Medici, 
agli ufflcialt e volontari che aveva sotto ì suoi ordini 
nella difficile e azzardosa impresa. Gli ufficiali avevano 
fatto a gara a chi meglio e piii arditamente potesse ese- 
guire gli ordini del loro capo che idolatravano. 



Il 12 luglio il generale Garibaldi tnaiidava al Me- 
dici U seguente dispaccio ;• 

« Ti fiiccio i miei complimenti per il bel fatto dello 
Stelvio, che ti ha meritato gli elogi del generale nemico. 

< Complimenterai da parte mia in nome dell'Italia 
coloro che si sono distinti; domani compariranno i loro 
'nomi nell'ordiae del giorno della brigata >. 



Dopo le vittorie di Solferino e di S. Martino, l'im- 
peratore Napoleone mandava all'Imperatore d'Austria pro- 
posta di ai-mibtizio. Il giorno 8 di luglio, in seguito ad 
una conferenza dei commissari incaricati, venivano re- 
golate le condizioni dell'armistizio stestjo. 

Secondo questa convenzione la ripresa delle ostilità 
era fissata per il 16 di agosto. 

Ma l'armistizio nel pensiero di Napoleone segnava 
il preludio della pace; e a tal fine mandava » chiedere 
un convegno all'imperatore d'Austria che lo accordava. 

Il giorno 11 i due imperatori ebbero una confe- 
renza a Vìllafranca^ nella quale furono fissate le basi 
del trattato di pace, a concludere il quale fu incaricato 
il prineipG Giroìsmo Bonaparte. 

Il 12 luglio l'imperatore Napoleone mandava all'ar- 
mata, dal suo quartier generale dì Valeggio, il seguente 
proclama : 

Soldats ! 

« Les bases de la paix sont arrétèes avec l'empe- 
reur d'Autriche, le but prinelpal de la guerre est ateint, 
l'Italie va devenir pour la primière fois une nation. 

« Une confederation de tous les Etats de l'Italie, 
sous la presidence honoraire du Saint-Pére, reunìra en 
un faisceau les membres d'une mSme famfile; la Ve- 



179 
netia reste, il est vrai, soua le sceptre de rAutrìche: 
elle séra néanmolnB une province italienne faisant partie 
de la coDfederatioB. 

« La réunion de la Lombardie au Plemont nous 
crèe de ce coté de Alpes un allié puissant qui nous 
dérra son indìpendance; les gouTemements restés en 
déhors du mouvement, ou rappelés dans leur posses- 
sions, comprendront la necessìté des réforms salutaires. 

« Un amnistie generale fera disparaltre les traces 
des discords civiles. L'Italie, désormais maitresse de ses 
destinées, n'aura plus qu'A s'en prendre à elle-mfime, 
si elle ne pregresse pas réguliérment dans l'ordre et la 
liberté. 

« Vous allez bientot retourner en France, la patrie 
reconnaissante accuilléra avec transport ses soldats qui 
ont porte si haut la gioire de nous armes à. Montebello, 
à, Palestre, à Turbigo, é. Magenta, à Marignano et Sol- 
ferino, qui en deux mois, ont affranchi le Piémont e le 
Lombardie, et ne se sont arretés, que parce que la lutte 
allait prendre des proportions qui n'étaient plus en rap- 
port avec les intéréts que la France avatt dans cette 
guerre formidable. 

< Soyez donc fiers de vos succés, fiers des résultats 
obtenus, fìers sourtout d'etre les enfats bien-aimés des 
cette France qui sera touìours la grande nation, tant 
q' elle aura un coeur pour comprendre les nobles causes 
et des hommes comme vous pour les défendre. 

Xapoleon > 

Cosi mentre le vittorie di Solferino e di S. Mar- 
tino ci dovevano schiudere i varchi all' Adige ed alla 
agognata conquista del Veneto, inattesa e dolorosa come 
una catastrofe, giungeva la notizia della pace di Villa- 
franca. 



Gli Italiani appresero con vivo dolore la fatale do-" 
tizia, che troncava d' un colpo le più belle speranze- 
Sfa peiiBAndoci poi a sungue freddo, sì dovette trovarci 
che la pace fu una provvidenza, Se l'aiuto della Fran- 
cia ci costò, per la liberazione della Lorabardiaj Nizza 
e Savoia, che cosa altro ci avrebbe costato l'aiuto per la 
liberazione del Veneto? Di pii'i, avremo veduto ingran- 
dirsi il predominio delia Francia imperiale, e forse effet- 
tuata l'idea Napoleonica della Confederazione Italica 
presieduta dal Papa ! 

Invece resbiva agli italiani soltanto il compito do-'' 
veroso di completare 1' unità della Patria, e questo do-_ 
vere essi lo compirono con prudenza e con fermezza. 

Un artìcolo del trattato di pace — quello nel quale" 
veniva atabilito il non intervento — giovò all'unità. 
Italiana, perchè permise alle diverse provincie, sorte a. 
libertà, di proclamare coi loro plebisciti l'unioue na- 
zionale. 



•% 



J 



Verso la metà, di agosto, la Toscana, la Romagna. 
Modena e Parma concludevano una Ioga, costituendo un 
governo dell' Italia centrale, e prescegliendo come co- 
mandante supremo il generale .Manfredo Fanti, e coman- 
dante di divisione il generale Giuseppe Garibaldi. 

Nell'ottobre sparsasi la voce che le truppe al soldo 
del Papa si adunavano a Pesaro per marciare di qua 
della Cattolica, e che le Marche bì preparavano ad una 
generale sollevazione, il Fanti disponeva che Uarìbaldi 
si recasse alla frontiera, per far fronte ad ogni attacO' 
del nemico, batterlo ed inseguirlo oltre il confine. 

Giunto il generale a Riminì e stabilitavi la sede 
del comando, volle fosse data esecuzione ad un suo di- 
sógno che avrebbe giovato all'occupazione delle Marche; 



1 




181 
quello cioè dì armare alcuno delle navi mercantili che 
si trovavano in quel porto-canale. 

Furono scelte pel momento le due migliori, Io scoo- 
ner « Arìraìno » e la < Fenice » di proprietà del pa- 
triota Agostino Pericoli ; del primo il generale diede il 
comando ad Andrea Rossi di Oneglia, del secondo fu 
nominato comandante Augusto Elia, entrambi col grado 
dì sotto-tenenti di Vascello del Governo dell'Italia cen- 
b'ale. Essi si misero all'opera senza ritardo per armare 
ed equipaggiare il naviglio, facendo tesoro dei consigli 
<;^6 ad essi dava il comune amico colonnello Bìxìo. 

L'Elia intanto, per ordine del generale e con l' in- 
tesa dei patrioti di Pergola, U. B. Jonni, Ginevri, Ber- 
tiboni e Bertucciolì, per la via dì S. Marino aveva fatto 
pervenire nell'Urbinate buon numero di fucili, affine di 
promuovere un movimento insurrezionale che provo- 
casse l'intervento di Garibaldi. 

Tutto era pronto e non si attendeva che l' ordine 
di marciare. 

Ma sorto dissidio fra i reggitori provvisori dei quat 
tro nuovi Stati, di Toscana, Romagna, Modena e Parma, 
l'ordine ritardava. 11 Ricasoll ed il Cipriani, temendo di 
complicare le cose nostre, decidevano di sconfessare le 
istruzioni date dal generale Fanti a Garibaldi; ma que- 
sti alla loro intimazione, sorretto dal patriottico ardire 
del Farini, rispondeva fieramente col noto telegramma 
— « Non ricevo ordini che dai governi riuniti ». 

Al dissidio fra il Ricasoli e il Fanti essendo seguito 
anche quello fra il Fanti e Garibaldi che voleva rom- 
pere gli indugi e prendere !" offensiva contro le truppe 
papali, il Re Vittorio Emanuele chiamava presso di sé 
Garibaldi. 

All'invito del Re, Garibaldi si re^ò subito a Torino, 
e con lui si trattenne a lungo colloquio. — Che cosa il 
Re abbia raccomandato a Garibaldi non si seppe, ma 
sì potè bene immaginare che erasi elaborato questo 
piano : 
13 



182 

Se attaccato dai mercenari del Papa Garibaldi avreb* 
be dovuto sgominarli, inseguirli ed ck-cupare le Marche] 
se le Marche fossero insorte, correre in loro soccorso. 
Tolto di mezzo il Fanti, a cui il Re avrebbe coiisigliat 
le dimissioni dal servizio dell'Italia centrale, cessava la 
compromesihia del Piemonte; Garibaldi rappresentava la^ 
rivoluzione, e nulla bì comprometteva da parte del gc 
verno, se lui fosso accorso in aiuto degli insorti. In»3 
fatti Garibaldi lavorava allo scopo di incitare le Marchftj 
nlla sommossa, ma queste sventuratamente non davano 
aog-no di essere pronta ad un serio movimeuto inaui 
reaonale — e non potevano neppur tentarlo; basti con-' 
siderare che le Marche erano occupate da imponenti^ 
forze mercenarie al soldo del Papa, e che 1 migliori pi 
trioti erano suti obbligati ad eaili;ire ; i piii eransi 
ruotati chi nell'esercito regolare piemontese che nel ve 
lontari di (jiaribaldi. 

Il Farini era d' accordo col Fanti, ed entrambi ve 
levano la mossa rivoluzionaria. 

11 Cipriaiii [reputato fautore di un movimento pc 
litico neir Italia centrale inteso a favorire il Princii 
Napoleone) invitato davanti all'assemblea delle Romagna' 
a daxe ragione dei fatti che gli sì addebitavano, si di- 
mise ; cosi che L. G. Farini fu chiamato al governo 
anche di Bologna, Ravenna e Forlì, formando lo Stato 
unico delle Provincie dell'Emilia. La lega dell'Italia cen- 
trale veniva cosi ricomposta in due Stati : Emilia e To- 
scana, d 

Graribaldi intanto persuaso da agenti e da amici che 
la rivoluzione fatava per scoppiare nelle Marche era sulle, 
moiise per l'occupazione. 

A! governo della Lega risultava invece che l'in-' 
surrezione era assolutamente priva di base, e solo fissa 
nella mente di pochissimi esfvlCati, pure Garibaldi man- 
dava un telegramma al governo annunziarne che la ri- 
voluzione era scoppiata, e che egli stimava suo dovei 




Ì8S 

di accorrere seD2a ^tro, come aveva preso impegno, in 
favore di questi patrioti. 

L' animo del Farìni, amante delle audaci risoluzioni 
e devoto a Garibaldi, avrebbe desiderato che l'asser- 
zione della scoppiata rivoluzione fosse vera; ma le in- 
formazioni che aveva autentiche la smentivano asso- 
lutamente; ed obbligato a ricordarsi che egli era il dit- 
tatore dell' Emilia, e che era suo dovere di agire d'ac- 
cordo col RicBsoli dittatore in Toscana, che ben sapeva, 
che le Marche non erano nella possibilità, d'insorgere, 
dava ordine al generale Fanti di richiamare Garibaldi 
al dovere, invitandolo a recarsi a Bologna. 

Garibaldi ubbidì alla chiamata ; gli si fecero pre- 
£ enti quali perìcoli sarebbero derìvati alla patria se egli 
ni fosse spinto nelle Marche che non davano segno di 
sommossa, e si cercò di strappargli la promessa che pel 
momento avrebbe rinunziato all'impresa. 

Garibaldi nulla volle promettere, perchè aveva la 
certezza che le popolazioni marchigiane qualche cosa 
avrebbero fatto per giustificare il suo intervento. 

Allora si ricorse dì nuovo al Re Vittorio Emanuele, 
ed il 14 novembre Garibaldi era chiamato a Torino. 

n mattino del 17 il generale si abboccava col Be 
e, la sera stessa, i giornali davano la notizia, che Ga- 
ribaldi aveva rassegnato le sue dimissioni. Infatti, due 
giorni dopo, egli ne dava l' annunzio agli italiani col suo 
celebre manifesto da Genova, portante la data del 19 
novembre 1859. 

< Agli Italiani: 

« Trovando vincolata quella libertà d'azione che è 
inerente al mio grado nell' armata dell' Italia centrale, 
onde io usai sempre a conseguire lo scopo, cui mira ogni 
buon italiano, mi allontano per ora dal militare servizio. 
Il giorno in cui Vittorio Emanuele chiami un'altra volta 
i suoi guerrieri alla pugna per la redenzione della Fa- 



184 

trifl, io ritroverò un'arma qualunque ed un posto avanti 
ai miei prodi oonmailitoEi. 

« La miserabile volpina politica, che turba il mae-^ 
atoeo andamento delle cose italiane, deve persuaderci 
pili che mai, che noi dobbiamo Berrafci intorno al prode 
e leale soldato dell' Indipendenza nazionale, incapace di 
retrocedere dal sublime e generoso auo proposito ; e pili 
che mai preparare oro e ferro per accogliere chiunque 
tenti tuffarci nelle antiche Bciagure. 

« (?. Garibaldi 



Dopo cÌ6 il generale volle annunciare al Re la É 
determinazione con questo affettuoso e riverente bi- 
glietto ; 



i 



23 novembre 1859. 



Sire, 



< Secondo il desiderio della Maestà, Vostra, io par- 
tirò il 23 da Genova per Caprera, e sarò fortunato 
quando voglia valersi del mio debole servizio. 

(t La dimissione mia, chiesta al G-overno della Tò-- 
scana e i al generale Fanti, non è ottenuta ancora. Prego- 
Vostra Maestà si degni ordinare venga ammessa. 

« Con aifettuoso rispetto di Vostra Maestà 

« Dev.mo 
G. Garìbrtdi 



Ed il prode, ed i suoi vecchi amici che vollero di- 
mettersi con luì, SchiatBno, Basso, Froscianti, Elia, Gu- 
smaroli, Stagnetti, Rossi, ed il figlio del generale, Me- 
notti, si ritirarono a Caprera, e col^ vissero in famiglia, 
amandosi come fratelli, e passando le giornate a fare 
lavori di muratura per condurre a termine la casa di 
Garibaldi, a dissodare quella parte di terra dell' isola 
che si prestava alla coltivazione, a cacciare e pescare^ 
per provvedere al loro nutrimento. 



185 



Garibaldi era da poco a Caprera, quando ricevette 
una lettera dal coloanello Turr cou la quale gli pro- 
poDera, in uome del Ministro Rattazzi, di organizzare 
la mobilizzazinne della guardia nazionale, includèndoTi 
i volontari. 

Garibaldi rispondeva al Tujt dando la sua piena 
adesione, e il Turr si recava da S. M. il Ke con la let- 
tera ricevuta, e dopo di aver conferito col Ministro Rat- 
-tazzi Bcriveva al generale di recarsi a Torino. 

Garibaldi non Indugiò e, arrivato a Torino, prese 
alloggio all'Hotel Trombetta. 

It 1° di gteiJDitio i patrioti di Torino, Sineo, Bottero, 
Brofferio, Le^irdi, Turr ed altri, vollero dare un ban- 
chetto al generale. Mentre questi siederà a mensa cogli 
amici, una immensa folla Io acclamava dalla piazza. 

Garibaldi dovette affacciarsi e parlare al popolo ; 
disse essere pieno di speranze nell'avvenire della patria; 
di avere fiducia intera nel Re galantuomo, e molto con- 
fidare nel forte carattere del popolo subalpino e nel va- 
lore deiresereito, concludendo, che egli non avrebbe de- 
posta la spada finché V Italia non fosse interamente u- 
niÉa e libera. 

Ma la dimostrazione del 2 gennaio, organizzata da- 
gli studenti universitari fu di una straordinaria impo- 
nenza. Garibaldi costretto a parlare dal balcone del- 
l'Albergo disse : di andare superbo di quella dimostra- 
zione che lo assicurava dell' amore per l'Italia della 
gioventù, pronta, a liberarla dal fango nel quale le po- 
tenze straniere volevano ricacciarla; concludendo cosi: 
« Ho chiesto un milione di fucili — ed oggi vi dico 
che bisogna formare la Nazione armata per essere pa- 
droni dei destini della patria nostra ». 

Questo discorso elettrizzò la gioventù, ma ebbe un 
grave conti'acolpo; poiché il giorno appresso tutto U 



186 

corpo diplomatico protestava presso S. M. il Re contro 
le parole pronunziate da Garibaldi ; il Ministero fu ob-^- 
bligato a dare le dimissioni, il generale Garibaldi fecei^ 
pubblicare dalla Gazzetta del Popolo la seg^uente sua let- 
tera: 

Agli Italiani. 

< Chiamato da alcuDÌ miei amici ad as&nraere 
parte di conciliatore fra le frazioni del partito liberale 
italiano, fui invitato ad accettare la presidenza d'una so- 
cietà, che si sarebbe chianuita * La Nazione Armata »"; 

- Credetti potere essere utile ; mi piacque la gran* 
dezza del concetto; ed accettai. 

■ Ma siccome la Kazione Italiana armata è tal fatto 
che apaventa quanto c'è di sleale e di prepotente tanto 
dentro che fuori d'Italia, la folla dei moderni ge&aiti , 
è spaventata ed ha gridato ; Anatema ! 

« n governo del Re galantuomo fu importunato 
dagli allat-raiati, e per non comprometterlo rai sono de-^ 
ciso di desistere dall'onorevole e grande proposito. " 

• Di unanime accordo con tutti i soci — dichiaro 
dunque sciolta la società della Nazione annata — ed 
invito ogni italiano, che ami la patria a concorrere sJI^h 
sottoscrizione per l'acquisto di un milione di fucili. ^H 

€ Se con un milione di fucili l'Italia in cospetto 
dello straniero non fosse capace- dì armare ara milione di 
soldati, hieognereN)e disperare ddV umaniià\ 

€ L'Italia si armi e sarà liberal > 

Torino 4 gennaio 1860. 



0. Garìhaldi. 



187 



H Conte Benso di Cavour veniva incaricato di for- 
mare 11 nuovo Miniscero. 

H IT gennaio ISfiO il colonnello Turi riceveva dal 
generale Garibaldi la lettera seguente : 

Fino, 17 Gennaio 1860. 
Mio caro colonnello Turr, 

« Vogliate avere la compiacenza di chiedere a S. M. 
se è deciBo di cedere Nizza alla Francia. Questa do- 
manda mi viene fatta molto caldamente dal miei con- 
cittadini. 

< Rispondetemi subito per telegrafo. Si ] o no ' 

G. Garibaldi », 



Il colonnello Turr, ossequiente al desiderio del ge^ 
neraloj sì recava da S. M. e gli consegnava la scessa 
sua lettera: ed Egli dopo averla Ietta disse al Turr:-- 
urah, urah ni a no — è un po' spiccio, umhl Ebbene si ■ — 
ma non telegrafategli. — Andate a trovare Garibaldi e 
ditegli: — « Il destino domanda a noi due il più grande 
sacrifìcio ciie uomo possa fare. E se a lui rode il cuore 
per la sua Nizza, deve immaginare il dolore mìo per 
la Savoia, culla della mia famigliai Ma per fare l'Italia 
noi due dovremo compiere questo grande sacrificio. 

« Andate a fare questa mia commìseione a Gari- 
baldi, 8 ditegli che conto su di lui, come egli può con- 
tare su di me per il bene d'Italia >. 

II colonnello Turr portò la parola del Re a Gari- 
baldi, che si trovava a Fino, e che subito si ritirava a 
Caprera. 

Ma non doveva trattenervisi a lungo perchè venne 
il momento iii cui Garibaldi dovette decidersi a passare 
sul continente assieme ai suoi fidi compagni. 



188 

Arrivato a Genova, dopo breve sosta in ciisa del 
suo amico Coltellettì, il generale si recava ad alloggiare 
ji Quarto nella Villa Spinola presso il suo vecchio amico 
e compagno del 1S4JI, Augusto Vecchi. 

Gli alti'l prendevano stanza uella locanda di Ra- 
sehinniQo lU porto, pronti a tutto per il raggiungimento 
dell'alto ideale: l'unìtji della patria con Roma capitale ! 



CAPITOLO XI^. 

IB60 — Spedizione dei mille — Marsala — Salemi — Caia- 
tafìtnì — Palermo — Miiazzo ~ Reggio Calal}ria — 
Napoli — Volturno. 

Liberazione dell'italia Meridionale consegnata a 
Vittorio Cmanuele. 



Era il mese di aprile^ e notizie giungevano che in 
Sicilia si combatteva per scuotere il giogo borbonico ^ 
per rivendicarsi a libertà 

Già Francesco Crispi anima della parte più avan- 
zata degli esuli siciliani, presi accordi con Mazzini e col 
Farini dittatore dell'Emilia, che pure era sempre incli- 
nato a tutti gli ardimenti per l'uni Acanzio ne d^elIa patria, 
si era arriscliiato a recarsi nascostamente in Sicilia per 
dare anima e impulso all'insurrezione; i ]>atrioti s'in- 
tesero, e ottenuto dal generale Garibaldi che coi suoi 
sarebbe andato in Sicilia la sollevazione dell'isola, che 
le brutalità del governo borbonico avevano resa fre- 
mente di libertà, fu deliberata. — Si decìse di fare del 
Convento della Gancia la base di operazione della rivo- 
luzione; e cosi fu. 

All'alba del 4 aprile, il suono delle campane a stormo 
chiama\'a all'armi la città di Palermo. 

Alia testa degli animosi che dovevano cominciare 
il fuoco, era il popolano Francesco Riso, anima di pa- 
triota e di eroe. 



1S9 

e .a. L 

Fatalmente, come avviene sempre nelle cospirazioni 
vi fu il delatore, che informò il Maniscalco, il quale 
nella notte, fatti occupare tutti gli sbocchi che portavano 
al Convento, si tenne preparato a soffocare nel sangue 
la sommosRa popolare. 

AI Suono delle campane fu pronto il Riso col suoi 
ad uscire dal Convento, e furono pronte altre squaiire 
per sostenerlo. Ma sopraffatti dalle soldateBche borboniche 
chs tibufavano da ogni parte, furono ben presto accer- 
chiati e risospinti nel Cotivento, ove i prodi difensori 
vendettero cara la loro vita; assieme coi trucidati cad- 
dero da eroi il Riso ed il Padre Angelo di Monte Mag- 
giore. 

Anche le- bande armate, che, secondo gli accordi, da 
og-ni parte si erano accostate ai sobborghi ed alle porte 
della città, dovettero ritirarsi ai monti non essendo più 
sostenute dalla insurrezione interna. Ma la rivolta, non 
era per questo vinta, perchè le squadre non ai agoraen- 
farono e non si sciolsero, ma si mantennero nelle alture 
resistendo agli attacchi dei borbonici e respingendoli. 

Al generale Garibaldi eran cog-nlti questi fatti; già 
egK aveva scritto al direttore delI'Ammims trazione Ru- 
ììAEtino la seguente lettera : 



Mio caro Fan che, 

«Io posso disporre dì centomila franchi; desidero 
non impiegarli tutti per trasportarmi in Sicilia con al- 
eunì compagni^ però li metto a vostra disposizione per 
indennizzare rAmministrazione delle spese e dei danni 
che potrebbe aortrìrc il «Piemonte» od il «S.Giorgio» 
in un viaggio a Malta od a Cagliari, potrebbe soddisfare 
il voto di tutti. 

* Non ho certamente bis>gno di fare appello al 
vostro patriottismo — Dio vi spiani le difficoltà che 
l'impresa propostavi potrebbe Incontrare. 

G. Garibaldi. 



190 



A questa lettera del Generale il cav. 0. B. Fauch^j 
rispondeva : ^| 

« Che^ ben felice dì potere rispondere al suo appello 
il vapore sarebbe stato a sua disposizione: Che ì cen- 
tomila franchi se li portasse in Sicilia, ove avrebbero 
servito per altri bisogni; raccomandava come condizione 
indispensabile la massima segretezza.... > 



<J 



Ma in seguito le notizie dall'isola giungevano assai 
incerte e conEradittorie ; alcune dicevano cbe anche gli 
insorti delle campagne erano stati domali; altre invece 
affermavano che essi mantenevano coraggiosamente 
vivo il fuoco dell' insurrezione, dando filo da torcere 
alle truppe borboniche. 

Bisognava accertarsi del vero stato delle cose, e 
Rosolino Pilo e Con-ao, cari patrioti siciliani, sì presero 
l'impegno di sfidare il pericolo, di recarsi in Sicilia per 
abboccarsi cogli insorti, infondere in essi nuova lena per 
la resistenza e mandare informaziooi. A tale uopo Ga- 
ribaldi consegnava loro una lettera con caldo appello ai 
patrioti siciliani. 



* 
* * 



iva da " 



Anche Nicola Fabrizi, grande patriota, mandava' 
Malta a Crispi non liete novelle Bull' insun'ezione sici- 
liana. Ma Criapi elle voleva far decidere risolutamente 
Garibaldi faceva sapere, a modo, suo che le notizie erano 
buone, 

I più decisi aJla spedizione erano Crispi, Bertani, 
Bisio; Stefano Turr dicliiarava che avrebbe seguito 
Garibaldi in qualsiasi impresa. Sirtori faceva la stessa 
dichiarazione; Medici decideva di rimanere per seguire 
il generale con altre spedizioni. 




jC insiaistenze di Crispi, HPBertani, di Bisìo, la. 
vinsero. Il 1» di maggio dalla bocca di Garibaldi usciva 
la fatidica parola < Partiremo! ». Elia, che si trovava 
presso al generale, ebbe l'incarieo di preparare gli e- 
quipaggi. Egli avrebbe voluto cbiaraare i marinari che 
ayeya ayiito sotto i suoi ordini nei legni armati a Ri- 
mini, ma Garibaldi non credette di aecordargli tale 
consenso, perchè non voleva si propagasse troppo la 
notìzia della spedizione. 

A Genova vi erano buoni marinari volonterosi. Elia 
li arruolò e mandò il Capitano della marina mercantile 
Carlo Burattini, per arruolarne altri a Livorno. Bixio 
ebbe l'incarico di provvedere al resto. Occorrevano navi. 
Egli fissò col rappresentante di Rubattiuo oav. Fauchè 
la presa dì possesso, a momento opportuno, non di uno 
ma dei due Tflpori < Piemonte > e * Lombardo >. In 
breve tutto fu pronto. 

Nella notte dal 4 al 5 maggio, chiamati in casa sua 
Andrea Rossi ed Elia, Bixìo dispose che Rosai con Schiaf- 
fino e col macchinista Canapo prendesse possesso senza 
rumore del « Piemonte » con metà deU'equipiiggio, ed 
Elia, con l'altra metà, con Menotti Garibaldi e con Or- 
lando macchinista s'impossessasse del < Lombardo ». 

La presa di possesso dei vapori fu eseguita col mas- 
simo ordine e silenzio. Quando Bisio verso le 4 ant. ar- 
rivò col rimorchiatore, gli ormeggi erano già stati ab- 
bandonati, e tutto era pronto. Accodato al rimorchiatore 
il « Piemonte >, e dietro al « Piemonte » il ♦; Lombardo », 
alle 5 del mattino del 5 maggio i vapori erano già fuori 
di Quarto, per ricevere a bordo il generale Garibaldi ed 
i mille suoi compagni. 



Prima d'imbarcarsi il generale Garibaldi aveva rac- 
comandato al suo grande amico Medici dì preparare altre 
legioni che, da lui comandate, lo avrebbero raggiunto 



1S2 

ili Sicilia se la sorte gli fosse stata propizia — ■ e il Me- 
dici, ossequiente ai desideri di Garibaldi, scrÌTeva al 
Panizzi a Londra cosi : 



Genova, 6 maggio 1860. 



Caro Panizzi, 



« Garibaldi con 1000 uomini corre il mare in due 
battelli a vapore, da ieri mattina, alla volta della Sicilia. 
L'impresa é generosa; Dio la proteggerà, e proteggerà 
la fortuna dell'eroico condottiero. 

« Io sono rimasto per appoggiare l'ardita iniziativa 
con una seconda spedizione, o meglio coti vna potente di- 
versione alirom^ ma i mezai ci maBcano. Bertanì ha fatto 
miracoli di attività, che molto hanno prodotto, ma che 
la prima spedizione ha completamente esauriti. 

Caro Panizzi, non lasciarci soli, non laacìamo solo 
il nostro Garibaldi e i suoi generosi compagni ■». 

Tuo aftmo 
Medici 



Dopo l'ìraharcQ dei Mille, che fu eseguito nel più 
breve tempo possibile, si fece rotta per la riviera di Le- 
vante a piccola velocità, attenti tutti per vedere dì sco- 
prire le barche che dovevano portarci a bordo le carar 
bine inglesi, i revolvera e le munizioni. 

Appena montato sul ponte di comando del « Pie- 
monte » Garibaldi aveva domandato al Castiglia ed al 
Rossi se si erano imbarcate queste armi. Avuta risposta 
negativa, sorse nella sua mente un terribile dubbio: eg^lì 
fece tosto segnalare al « Lombardo » dì accostarsi e ar- 
rivato a portata, con voce tonante domandò : 

^- BixiOj quanti fucili e munizioni avete caricati? 

— Mille fucili — rispose Bixio. 

— E 1 revolvera, le carabine e le cartucce ? ri"battè 
•Oari baldi. 

— Null'altro, replicò Bixio. 



193 

Fu. un brutto colpo — Si pensò ad un basso tradi- 
mento — Anche da Livorno ci dovevano venire anni 
e munizioui, ma anche quelle mancarono! Garibaldi non 
si perdette però d'animo — il dardo era tratto — non 
era più, possibile arrestarlo. 



Il «( Piemonte >, comandato da GaribEtldi in persona, 
procedeva avanti. Aveva per ufficiali^ madnflri sotto gli 
ordini suoi, Castiglia, Rossi, Schiaffino e Gastaldi. Con 
Garibaldi erabo Criapi, Turr, Sirtoiì, Miasori, Nuvolari, 
e Bandi provati e valorosi compagni. 

Seguiva il « Lombardo > coraandante Bixio. secondo 
comandante Elia, ufficiali Dezza, Menotti Garibaldi, e 
Carlo Burattini, capo macchinista Orlando Giuseppe. 

Per quanto, costeggiando, si cercassero per ogni dove 
le barche con le armi e le munizioni non si presentarono 
in vista; e perduta ormai la speranza di scoprirle il gè- 
nierale ordinai rotta a tutta forza pel canale di Piombino. 

11 <t Piemonte » ed il « Lombardo > portavano sul 
loro bordo l'Italia e la sua fortuna. Se la spedizione riu- 
sciva, t'unita della patria era assicurata; se falliva, i 
Mille sarebbei'o sempre rimasti immortali ! 

La spedizione del resto non si nascondeva al ne- 
mico: la pubblicità data alla lettera lasciata da Gari- 
baldi a Bertani primìi della partenza, la rendeva notlv 
al mondo. 

Genova, 5 maggio 1860 

Mio caro Bertani, 

* Spinto nuovamente sulla ecena degli avvenimenti 
patrii, io lascio a voi il seguente incarico. 

< Raccogliere quanti mezzi sono possibUi per coa- 
diuvarci nella nostra impresa. 

« Proc-urare di far capire agli Italiani, che, se sa- 
remo aiutati, sani fatta ri^liajp^pcp teinj>Q,e,,9Q^,poc^ 



194 

speBa: ma che non avranno fatto il dovere loro, quandi 
tìi limitassero a qualche sterile sottoscrizione. 

« Che r Italia iibeni d'oggi in luogo di 200.000 sol- 
dati deve armarne 500.000, numero non certamente spro- 
porzionato alla popolaziofl.e, poiché tale proporzione di 
soldati l'hanno gli Stati vicini, che non hanno indipen- 
denza da conquistare. 

« Con tale esercito l'Italia non avrà più bisogno di 
padroni stranieri, che se la mangiano a poco a poco col 
pretesto di liberarla. 

« Che ovunque sono italiani che combattono oppres- 
sori, fa bisogno sptng'ere gli animosi a dare loro aiuto e 
provvederli del necessario. 

» Che r insurrezione Siciliana non solo in Sicilia bi- 
sogna aiutare, ma dovunque sono nemici da combattere. 

*< Io non consigliai il moto della Sicilia, ma venuti 
alle mani quei fratelli nostri, io ho creduto obbligo di 
aiutarli. 

« Il nostro grido di guerra sarà Italia e Vittorio Ema^ 
nude e spero, che anche questa volta, la bandiera ita- 
liana non riceverà sfregio. 

Vostro '■OH affetto 
Q, GaribaJdi ». 



M 



Altra lettera iiveva già diretta il giorno innanzi al 
Re Vittorio Emanuele : • 



Genova, 4 maggio 1860 



Sire, 



« Il grido d'affanno, che dalla Sicilia arrivò alle mie 
orecchie ha commosso il mio cuore e quello di alcune 
centinaia dei miei vecchi compagni d'armi, lo non ho 
coD3Ìp:liato il movimento insurrezionale dei miei fratelli 
di Sicilia, ma dal momento che essi si sono sollevati a 
nometleir unità, italiana, di cui Vostra Maestre la perso- 
nificazione, contro la più infame tirannia dell'epoca nostri 




195 

non Ilo esitato dì roetterrai alla testa della Rpedizione. 
ào bene, che m' imbarco per un' impresa pericolosa assni, 
ma pongo confidenza in Dio, nel coraggio e nella devo^ 
zìone dei miei compag-ni. 

« Il nostro g'rido di guerra sarà sempre « Viva l'U- 
nità Italiana 1 « Viva Vittorio Emanuele, suo primo e 
più bravo soldato ! » 

« Se noi falliremo, spero cbe l' Italia e 1' Europa 
liberale, non dimenticlieranno cbe questa impresa è stata 
decisa per motivi puri affatto da egoismo, ed. intera- 
mente patriottici. 

< Se riusciremo, garò superbo di ornare la Corona 
di Vostra Maestà di questo nuovo e briliautisairao gio- 
iello, a condizione tuttavia, che Vostra Maestà, si oppon- 
& che i di Lei consiglieri cediino questa Pro\incia allo 
straniero, come hanno fatto della mia terra natale e di 
quella dei Vostri Avi. 

« Io non ho partecipato il mio progetto a Vostra Mae- 
stà; temevo infatti, che per la reverenza cbe Le professo, 
Vostra Maestà non riuscisse a persuadermi d' abbando- 
narla. 

« Di V. Maestà, Sire, il più devoto suddito 



G. Garibaldi » 



Ed all' esercito scrìveva co^ : 



- Soldati Italiani, 

« Per alcuni secoli, la discordia e l' indisciplina fu- 
rono sorgenti di grandi sciagure per la patria nostra. 
Oggi è mirabile la concordia che anima 1*^ popolazioni 
tutte dalla Sicilia alle Alpi. Però di disciplina si difetta 
ancora, e su di voi, che sì mirabile esempio ne deste e 
di valore, essa conta per riordinarsi e compatta presen- 
tarsi al cospetto di chi vuole manometterla. Non vi sban- 
date dunque, o giovani, resto delle patrie battaglie ; sov- 
venitevi elle anche nel settentrione abbiamo nemici e 



196 
fratelli schiavi — e che le popolazioni del mezzoglff^..^^ 
sbarazzale dai mercenari del Borbone, abbisogneraoao; 
dell' ordinato vostro marziale insegnamento, per prese 
tare! a maggrioh conflitti. 

« Io raccomando dunque, in nome della patria r: 
nascente, alia gioventù che fregia le file del prode eae 
cito di non abbandonarle, ma di atritigorsi vieppiù ai 
loro valoio&i ufficiuli ed a Vittorio Emanuele, la di cui 
bravura non tarderà, a condurci tutti a definitiva vÌt-_ 
toria. 




G. Garilaldi » 



La mattina del 7 mag'gio ì due piroscafi andarono 
ad ancorare a Talamone, a breve Eratto dal porto di 
S. Stefano e della fortezza di Orbetello. Garibaldi sce 
a terra, vestito da generale del 1859, ottenne dal co 
mandante del luogo tutto quello che gli occorreva, li 
mitatamente alla possibilità sua; cosi si ebbe un piccolo 
numero di fucili ed una vecchia colubrina. 

Saputo dal comandante di Talamone, che nel foitff 
di Orbetello si trovava altro armamento, il generale vi 
spediva il colonnello Ttlrr con una sua lettera chieden 
al colonnello G-iorgini, cximandante del forte, armi e m 
nizioni. 

Verso sera giungeva, col Ttlrr, lo steaao comandante 
dì Orbetello, il quale fatto persuaso dal TUrr che la spe- 
dizione di G.-iribaldi era fatta sotto gli auspici del Ke. 
aveva messo a disposizione del generale tutto quello che 
di armamento si trovava nel forte, e cioè tre cannoni 
da sei con 1200 cariche, alcuni fucili, cartucce, ecc. 
tre cannoni due soli erano coli' affusto. 

Una parte dello scopo era raggiunto, ma il gene 
rale approdando a Talamone aveva in animo un disegno' 
molto più alto. Il pensiero vagheggiato nel 1859 di una 
invasione nello Stato Pontificio per la Cattolica non era 
mai stato da lui dimenticato. Egli sperava che, data 



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197 

spiata, sapendosi la Sicilia sollevata, una vasta sora- 
mossii avrtìbbe messo in fiamme la Penisola tutta; per 
cui, fatto chiamare n se il colonnello Zambianchi, gli 
affidava rmcarjco d'invadere lo Stato Pontificio dalla 
parte di Orvieto, per promuovervi la rivoluzione. A tal 
uopo staccò dai mille una schiera di 60 prodi armati, 
e consegnato al 2^mbianchi un manifesto pei Romani 
ed un foglio d'istruzioni, gli ordinò dì prepararsi alla 
partenza. Fra i tanti bravi ohe ebbero ordiJie di accom- 
pagnare il Zarabianchi eranvì pure i cari compagni 
Guerzoni e Pittaluga, 

Prima di partire da Talamone il generale acriveva 
a BertauL cosi: 

Caro Bertanij 

« Nella notte della nostra partenza si smarrirono 
due barche che portavano le munizioni, i capellozzi, 
tutte le carabine e revolvers, 230 Incili ecc. Nel giorno 
seguente cercammo indarno tali barche per molte ore, 
e poi proseguimmo. 

« Qui abbiamo rimediato alle principali urgenze^ 
grazie alla buona volontà delle autorità di Orbetello e 
di queste. 

« Fra poco avrete altre notizie dì noi. 

* Frattanto fate ritirare tutti gli oggetti suddetti. 

« Con atfetto. 

« Talamone, 8 maggio 

Vostro: G. Garìhaldi 



Poi perchè nessuno dovesse aver danno in causa 
della, presa di possesso dei due vapori < Piemonte » e 
< Lombarbo » mandava a Bertani la seguente lettera 
da consegnarsi 

14 



198 



Ai Signwi Direttori dei Vapori Nazionali 

Signori, 

« Dovendo iiiiprt-ndere un'operazione in favore d'i- 
Laliani militiiiiti per la cii.»s«i della patria, di cui il go- 
verno non può occuparsi per diplomatictie considerazioni, 
lio dovuto impadronirmi di due vapori dell'amministra- 
^iioiia dalle LL, 8S. diretti!, e larlo all'insaputa, del go- 
verno s-leam e di tutti. 

« lo attuai un atto di violenza: ma comunque va- 
■dano le cose io spero che il mio procedimeTito sarà 
kìu stili cato dalla santa CtUisa da noi .servita e che it 
paese intero rorrà riconoscere come debito suo da sod- 
disfare, i danni dii me recati airamniìnisti-azione. 

» Quandachè non si verificassero le mie previsioni 
fjull 'interessa mento della Nazione per indennizzarli, io 
impegno tutto quanto esiste in danaro e materiale, ap- 
jjartenente alla sottoscrizione pel milione di fucili, ac- 
ciocché con questo si paghi qualunque danno, avaria, o 
perdita a LL. SS. ca.gÌonata, Con tutta considerazione 

G. Garibaldi. 
Genova, 5 magfjio 1860. 



• * 



La mattina dell'S maggio, salpati da Talamone, i 
ì'apori della spedizione si ancorarono nel vicino porto 
■di 3, Stefano per prendervi il resto delle provvigioni 
ed il carbone, ed alla sera si misero in rotta per po- 
nente libeccio colla prua verso l'Africa. Fra le istru- 
zioni data dal generale Tiaribaldì a Bixio. principali 
erano le Rejjuenti: Seguire il « Piemonte », e se sì fosse 
incontrata ijualche nave da guerra nemica, correre ad- 
dosso all'arrembaggio. 

Prima di lasciare Talamone venne affisso sull'albero 
di maestra dei due vapori il seguente 



id9 



ORDINE DEL GIORNO: 



Maggio 8, da. bordo del Piemonte. 
« Cacciatori delle Alpil 

« La missione di questo Corpo è basata sull'abne- 
gazione la più. completa davanti alla rigenerazione della 
patria. I prodi cacciatori servirono e serviranno il loro 
paese colla devozione e disciplina dei migliori corpi mi- 
litari, senz'altra speranza che quella della loro inconta- 
minatji coscienza, Non gradì, non onori, non ricompense 
allettarono questi bravi. 

< Essi si rannicchiarono nella modestia della loro 
vita privata allorché scomparve il pericolo; ma, suo- 
nando di nuovo l'ora della pug-na, l'Italia li rivede an- 
cora in prima fila, volenterosi e pronti a vei'sare il loro 
sangue per essa. 

« Il grido di guerra dei Cacciatori delle Alpi è lo 

stesso che rimbombò sulle sponde del Ticino, or son do- 

-dioi mesi: < Italia e Viitono Emanuele » e questo grido, 

pronunziato da eroi, susciterà spavento ai oemici d'Italia, 

G. Garibaldi. > 



L'organizzazione del corpo era la seguente : 



Stato Maggiore 

Sirtori Giuseppe, capo di stjito mafirgiore, Tarr, primo 
_ìùutante, Crispi, segretario di Stato, Menotti Garibaldi, 
Schiaffino, aiutanti, Manin, Calvino, Maiocchi, Graz- 
"KTotti, Borchetui, Bmzzesi, Cenni, Montanari, Bandi. Sta- 
gnetti, ufficiali d'ordinanza. 

Basso Giovanni, segretario generale. 



aoo 



Comandanti delle Compagnie 
Nino Bbcio, comandante la 1" Compagnia 



Orsini 


» 


o» 

^ 


» 


Stocco 


» 


3'' 


» 


La Maea 


» 


4' 


> 


Anfossi 


» 


5" 


» 


Carini 


» 


6" 


* 


Cairoli 


» 


7' 


» 



Intendenza 
Acerbi, Bovi, Maesìio, Bodi 

Corpo Medico 
Ripari, Uiulini, Boldrinì 

Erano eoi Mille Talorosi compagni di altre nazioni. 
Il colonnello Peui-d, il maggiore Da,wiijig, il capitano 
Forbes inglesi, Deflotte, Lftcroix, Bordon. Diinaas fran- 
cesi. Alcuni Talorosi ungheresi con Turr e Tuckory. 

Un ordine di Garitialdi diceva : 

« L'organizzazione è la stessìa dell'Esercito italiano 
a cui apparteniamo, ed i gradi, dovuti al merito, sono 
gli atea&i già coperti su altri campi di battaglia, 

G. Garibaldi » 

Prima di lasciare S. Stefano Garibaldi fece formare 
un'ottava compagnia, comandante Baasini; della 2'^ fu 
dato il comando a Dezza e l'Orsini ebbe il comando 
dell'artiglieria. 

la due giorni di viaggio nulla dì notevole accadde. 



La sera dal 10 all' 11 maggio il « Piemonte » for- 
zata la niacchina, comiociò a lasciarsi indietro il « Lom- 
bardo > che camminava due nodi all'ora di meno, fino 
a perderlo totalmente di vista, per quanto su questo si 
fosse pure forzata la macchina per mantenersi vicini. 



SOI 

Era certo intenzione del generale Garibaldt di spin- 
gersi quanto più avanti poteva^ per ecoprire il Marittimo, 
prima del t^ad&re deUn notte; però se per il « Piemonte >, 
che portava con sé il comandante della spedizione tutto 
andava bene, non era cosi pei « Lombardo » che, per- 
duto di vista il « Piemonte >, aveva perdutala sua guida, 
e non sapeva quale direzione tenere. Intanto la notte 
era scesa oscura, e Bixio sul ponte di comando, con 
l'ansietà di chi sente una gravissima responsabilit-à pe- 
sare sopra di sé, stava assieme con Elia, spiando m da 
prua si scoprisse una traccia del < Piemonte ». Si era 
giunti in vista del Mariiiimo ed il « Piemonte > non si 
vedeva. Ad un tratto dal timoniere isi dà l'avviso^ che 
un vapore era in vista dalla parte (M poppa; ed infatti dal 
lato opposto a quello da dove il « Piemonte » era scom- 
parso se ne scopriva uno, che si avanzava su noi gua- 
dagnando rapidamente sul nostro cammino. Esso aveva, 
i fanali spenti; questa precauzione (che se era necessaria 
per noi, nhe volevamo passare inosservati, non poteva 
ewerlo per u.tì pacchetto poiitate od alti'o ordinario vapore) 
fece credere a Bixio che avevamo a fere con un naviglio 
borbonico in crociera; ordinò quindi che sì desse la mag- 
giore velocità alla macchina e che tutto si approntasse 
per un arrembaggio, se non fosse stato possìbile evitare 
■ il combattimento. 

La nave che si supponeva nemica intanto si avan- 
zava sempre più, il che rendeva inutile ogni sforzo per 
non essere raggiunti. Bixio allora, raccomandando il si- 
lenzio, tutto dispose per l'arrembaggio e, risoluto ad una 
pronta ed energica azione pregava Elia di prendere egli 
BtefiBO il timone per meglio dirigere l'abbordaggio. Era 
jt vapore giunto a breve distanza, tutto era pronto per 
dargli addosso, quando il suono della campana con cui 
i! generale Garibaldi era uso comandare al timoniere U 
direzione del naviglio, ed al quale Elia erasi abituato 
nei passati giorni di continua sorveglianza, venne prov- 
videnzialmente a colpire le sue orecchie. 




marmalo, corsei 



202 

Lasciò Elia subito il "Hinòne ad un 
sul ponte (lì comando per avvisjire Bixio che il Tapor© 
che taceva forza dì macchiita per ragg'iung'ere il « Lom- 
bardo » em il « Piemonte »; tanti era la fiducia che 
Bizio aveva nel suo secondo, che ordinò alla macchina 
di fermare per attendere l'arrivo del g-enerale; e difatti 
poco appresso la voce di Garibaldi si faceva sentire nello 
tenebre «: Oh capitano Bixio ! — che cosa fate ? volete. 
mandarci a fondo ? » 

« Q-enerale, rispondeva Bixto, vi siete allontanato e- 
vi ho perduto dì vista. Vi ho creduto nave nemica &■', 
manovra\/o per darvi ran'embag;,'io * — Bixio faremo 
rotta per Marsala »■ — ♦; Va bene generale » — e si segui 
11 « Piemonte » per ^jjiella direzione. 

Verso lo nove del mattino il « Piemonte * ed i 
* Lombardo » oltrepassata l'itìola Favìj,'naTia erano h 
vista di Marsala, quando dalla puaKi di Mitzìiara si &co 
prirODO tre legni da guerra borbonici, che si avanzavati' 
rapidamente per tagliare LI cammino alla spedizione ed, 
impedirle l'arrivo in quel porto in prossimità del qual' 
BÌ vedevano ancorate due navi da guerra. 

Bitìogoava giiiócare d' audacia e cercare ad ognf 
costo di approdare. Per fortuna le due navi da guerr, 
erano inglesi. 

A costo di fare scoppiare le caldaie si fecero sforzi 
supremi per entrare nel porto prima delle navi borbo- 
niche — e vi si riuscì — Ha Piemonte » per 11 suo 
minor pescaggio entrò liberamente, si accostò al mo, 
al riporo dell' Antimiirale, e potè senz'altro sbarcar 
Garibaldi e quanti dei Mille erano con lui,. 

Il « Lombardo » invece per il suo maggiore pa 
Bcaggio rimase in secco a pochi passi dalla bocca del 
porto. Messa a mare lo imbarcazioni^ Bixio scese tosto 
a, terra per raggiungere il generale, lasciando ad Elia 
gli ordini per lo sbarco dei voloutari, delle armi e delle 
munizioni, 

Elia ordinò tosto a Burattini di requisire quante 





203 

barcazioni si trovavano nel porto^ e, giunte queste in 
numero sufficiente, sì eftettuò Io sliarco con ordine e 
prontezza ammirabile. Poi che ebbe presa terra anche 
la parte dei Mille che erano sul * Lombardo » e furono 
scaricate le munizioni e le armi, il jjt^ierale GarilmUIì 
mandò ordine ad Elia di uscire dal porto, e procurare 
di raggiungere Genova per mettersi a disposizione d<'l 
Comitato presieduto da Bertani. Dovevasi ubbidire ! ma 
mentre Elia provava di trarre dal secco il vapore, ob- 
bedendo con dolore agli ordini del generale, i legni bor^ 
bonici presero a lanciare delle bordate : siocliè poco ap- 
presso, vedendo che le navi borboniche avevano messe 
a mare le imbarcazioni armate e s'avanzavano per im- 
possessarsi dei nostri vapori, Elia ordinò ai marinai di 
entrare nelle imbarcazioni, e fatte aprire le valvole della 
macchina, perchè peuetrasse l' acqua nella stiva, e si 
impedisse che il « Lombardo * cadesse preda del ce- 
mieo, come avvenne poi del < Piemonte. » scekero tutti 
A terra. 






È bello, è doveroso il dire che fu ammirevole l'ac- 
coglienza fatta agli sbarcati dalla patriottica cittadi- 
nanza Marsalese. Essa accolse i Mille con esultanza. 
Vecchi e giorani, uomini e donne — persone distinte 
e popolani fecero a gara per usare loro ogni aorta di 
gentilezze — facendo echeggiare grida di « evviva Ga- 
ribaldi *. 

H generale dif^pose che Missori occupasse con forza 
la porta Trapani. 

Bruzzesi, vestito da ufficiale dei bersaglieri, con una 
pattuglia di camìcie rosse, seguito d^i Pentitóuglia già 
ispettore dei telegrafi in Piemonte, ebbe ordine di oc- 
cupare ì' ufficio postale e telegrafico. 

Mosto, coi bravi caj'abinieri genovesi, si appiattò 
nella scogliera che forioa il porto per respingere le im- 



barcozioni armate distncciite dalle navi da guerra bor- 
boniche mn gli l'u dato oi-dine di non tirare uu colpo. 
Le truppe rimitaero scaglionate, durante la notte, » de- 
stra e a sinistra della città. 



Ecco il proclama che il generale G-aribaldi ìndii'iz- 
zava al popolo Siciliano appena sbarcato a Marsala : 

Siciliani, 

« Io vi ho guidato una srhlera di prodi, accorsi 
all'eroico grido della Sicilia. Resto delle battaglie lom- 
barde, noi siamo con voi e non chiediamo altro che la 
liberazione della vostra terra. Tutti uniti, T opera sarà 
facile e breve. AH' armi dunque ; chi non impugna 
un'arma è un codardo o un traditore della patria. Non 
vale il pretesto della mancanza delle armi. Noi avremo 
fucili, ma per ora un ferro qualunque ci basta impu- 
gnato dalla destra di un valoroso. 

« I Municipi provvederanno ai bimbi, alle donne 
ed ai vecchi derelitti. All'armi tutti! La Sicilia inse- 
gneri ancora una volta, come si liberi un paese dagli 
oppressori, colla potente volontà di un popolo unito. 

Ér. Garibaldi ► 

Occorreva non perdere tempo, e marciare avanti 
al più presto. 

Garibaldi comandò quindi che all' alba dell' indo- 
mani tutta, la colonna fosse pronta alla partenza, ed 
infatti la mattina si mise per la via di Salerai. A Ram- 
pagallo, feudo del Barone Mistretta, fu ordinato il gran- 
d' aito per pernottarvi. Fu in questa prima tappa, che 
ai ebbero i primi segni dell'insurrezione siciliana, per- 
chè si videro con gioia arrivare le bande comandate 
■dai Baroni di S. Amia, e quelle del Barone Mocarta . 




Saranno stati circa ottanta uomini, armati di acluop- 
petti. 

Intanto fu riordinata la Legione, già ripeirtita in 
otto Compagnie; si formarono ran esse due battaglioni 
ai comandi di Bisio e Carini, e si organizzò coi raari- 
rinai del « Piemonte » e del « Lombardo » una com- 
pagnia di cannonieri, > 



« 
* » 



Alla mattina seguente la colonna si rimetteva in 
"via per Salemì, dove, dopo una marcia alquanto fati- 
cosa, arrivava accolta dal marchese di Torrear&a da_ 
grande festa di popolo, e al suono delle cimpane e di 
musica. Fu un vero delirio ! 

A Salemi, il generale pubblicò il Decreto seguente: 

Italia e Vittorio Emanuefe 

« Giuseppe Garibaldi, comandante in capo l'armata 
nazionale ia Sicilia, ÌQvitato dai principali cittadini e 
sulla deliberazione dei Comuni liberi dell'Isola, consi- 
deraudo che in tempo di guerra è necessario che i po- 
teri civili e militari sieno conceiit.rati nelle medesime 
mani, decreta di prenderà la dittatura di Sicilia in nome 
di Vittorio Emanuele. 



Salemi, 14 maggio. 



G. Garibaldi. * 



Altre bande di bravi piecioiti armati di carabine 
intiinto arrivavano, comandate da Giuseppe Coppola e 
dal frate Pantaleo ; esse davano notizia cbe Rosolino. 
Pilo e Corrao tenevano sempre la campagna e con una 
mano di prodi erano nelle allure di S. Martino, domi- 
nanti Monreale; si sapeva pure ohe verso Missilraeri. 
raanteoevansi, asserragliati sulla montagna, il La Porta, il 
Firmatui'i, il Piediscalzi, il Paternostro, e, cosa sìgnifl- 



3 



206 

cantissiraa e per noi sorprendente, il clero faceva parte 
della rivoluzione e ne era il principale iatig'aCore. 

Ma il Borbone non stava inoperoso. Ordini erano 
stati dati ni comando delle truppe di SieUia, per arre- 
stare la marcia doi garibaldini e distruggerli. 

lulatti nella notte dal U al lo hi-v^s'o Garibaldi 
aveva notizia t'he il generale Landi con un corpo di 
.'1000 uomini ed artiglieria maroiJtva su Calatìifimi, é 
che a quella volta si era pure avviato il presidio di 
Trapaai. 



Le bande dei pìcciotU non erano nel numero cbe- 
il generale avrebbe desiderato. Era dunque da pensare 
e pensar bene se, con lo scarso numero di volontari 
male armati, fosse prudente actaccarc posizioni fortissi- 
me, coperte ai fiitnchi ed alle spalle e difestì da truppe 
regolari armate di buone carabine e sostenute da arti- 
glieria. 

Non sarebbe stato più prudente consiglio tn'ncerarsì 
in Salemi, occupare coi picciotti le alture circo&tanti ed 
attendervi l'attacco? 

Si sarebbe potuto ricevere il nemico con una ener- 
gica controiTensiva e costiingerlo alla ritirata; le bande 
avrebbero avuto tempo di formarsi numerose ed accor- 
rere in aiuto, attaccando il nemico alle spalle. 

Ma Garibaldi era impaziente di misurar&ì col ne- 
mico; sentiva nell'animo che una vittoria fulminea gli 
era necessaria, senza di che tutto sarebbe istato compro- 
messo e, forse, tutto perduto. 

Non era; dunque il caso di attendere il nemico a 
Salemi; bisognava andargli incontro audacemente, rom- 
perlo e sloggiarlo ad ogni costo da Calatatìmi. 

E cosi fu deciso. 

La posizione nella quale erausi accampati i borbo- 
nici, chiamata fin dall'epoca romana « il Monte del Pianto r- 



207 

era forte per se stessa, perché, mentre impediva un rn- 
pido jittacco, offriva validissimo riparo alin difesa. 



Da Vita, villaggio che si erjje su dì un poggio ;i 
cinque chilometri circa da Salenii, G-aribnldi dispose che- 
le bande siciliane che sopragg-i ungevano e sì andavano 
raccogliendo, si distendessero il più dìft'usamente possi- 
bile Bul dorso dello colline a destra e a 'sinistra della 
strada, mostrandosi pronte alla pugna. Dopo questo spìe- 
fjamento Garibaldi ordinò la naarcia in avanti della co- 
lonna, con la sinistra in testa. 

Precedeva Carini con I' ottava compagnia cui tene- 
vano dietro la settima, la sesta e la quinta;, al centro 
marciava l'artiglieria i cui avantreni consistevano in 
carri comuni a due mote ; poi alcuni volontari del genio, 
e i marinari del Piemonte e del Lombardo. Seguiva il 
battaglione Bixio con le altre quattro corapagnie. 

Durante la marcia Garihaldi si spingeva in avanti 
in ricognizione con alcune sue guide, avendo al fianco 
il capitano Menotti suo tìglio, il capitano Schiaffino ed il 
maggiore Elia, i quali non avendo voluto accettare co- 
mandi, formavano la guardia del corpo del generale. 
Osservata la posizione del nemico, che, colla sua linea 
di cacciatori coronava l'altura del « Pianto », senza in- 
dugio inviava ai suoi l' ordine di schierarsi sidle pen- 
dici di Monte Pietralunga e sulla strada. 

Egli aveva appena la forza di un battaglione sul 
piede di guerra, e dovette disporla secondo esigeva il 
terreno, lo scar&o numero dei suoi e la posizione formi- 
dabile del nemico. 

Stabili quindi un ordinamento profondo e rado in 
linee successive ; ì Carabinieri genovesi in prima linea 
dietro ripari naturali ; poi stese 1' ottava e la settima 
compagnia in cacciatori colle squadriglie a brevi inter- 
valli sul versante dell'avvallamento che separava la sua 



90« 

posizione da quella nemica, tenendole niiscoste nel grano 
già alto ; in eet^onda linea stavano le altre due cojupa- 
gnìe sesUi. e quinta, pure in ordine rado, quasi sul ci- 
glio ; ed a rovescio del ciglio aspettiiva il battaglione di 
Bixio in riserva. 

Questo scili eramento si fece in ordine meraviglioso. 

Da una parte e dalli' altra delle alture apparivano, 
secondo l'ordine di Garibjtldi, sui verdi dossi gli insorti 
siciliani, che, per entusiasmo, sparavano i loro l'udii e 
mandavano alte grida di guerra, che si ripercuotevano 
minacciose per le lontane campagne. 

Verso il mezzogiorno parve che U nemico iiccen- 
nasse ad un serio attacco- 1 suoi sostegni si avvicina- 
l'ono alla linea dei cacciatori, la quale cominciò a spie- 
garsi, scendendo per la costa del monte dei Pianto, Per 
giungere tino a noi, doveva toccare il fondo del monte, 
passare la couvalle e rimontare la china verso l'altura 
di Fietralun^a. G-aribaldi avrebbe avuto grande van- 
taggio neir attirare il nemico a! basso, attendendolo a 
pie' fermo nella posizione occupata dai suoi ; egli sarebbe 
riuscito cosi a paralizzare la superiorità delle sue armi 
da fuoco e al momento opportuno, che avrebbe saputo 
ben cogliere, avrebbe potuto rovesciare addosso ai bor- 
bonici le forze garibaldine coli' impeto irresistibile del- 
Tattacco alla baionetta. A questo intento Garibaldi ordinò 
ai suoi di star tranquilli, distesi a terra e di non s.parare 
alcun colpo. 

Ma l'offensiva del nemico fu un lampo passeggiero 
■e si arresta poco dopo iniziata; invece di un attacco a 
fondo, esso si limitò a sparare qualche colpo di fucile, 
le cui palle fischiavano alle orecchie dei garibaldini come 
un eccitamento del quale non avevano davvero bis-ogno. 
Ma non si doveva rispondere, e bisognava ancora mor- 
dere il freno ! 

Intanto Bisio, di cui è da immaginarsi T impazienza 
di venire alle mani, venne a spiegarsi a sinistra di Carini 
■col suo battaglione su due linee, completando l'ordine di 



209 

battaglia con dmfinzì i Ciu-abinìeri Genovesi all' ala 
destra; Orsini si stabiliva sulla strada colla sua luitro- 
acopica artiglieria. Garibaldi con ti fianco Turr, suo primo 
aiutante di campo e Sirtori capo di Stato-Magg^iore, stava 
apiando le mosse del nemico per cogliere il più fug- 
gevole dei momenti tattici ; che decìde sempre della 
vittoria. 

Vedendo che il nemico non si spingeva al desiderato 
attacco, Garibaldi ordinò ni bravo trombettiere Tironi, 
l'unico che si aveva, di suonare la sveglia, sperando che 
questo segnale servisse a scuoterlo. L'effetto prodotto da 
quel suono di tromba fu affatco contrario ; quei borbonici 
che sì erano spinti un po' avanti in catena batterono 
in precipitosa ritirata; e fu quello U momento in cui 
Menotti Garibatdi, Sehiaffìno con la bandiera in pugno (una 
bandiera a tre colorì da lui improvvisata a bordo del 
Piemonte, e non già quella che la città di Montevideo 
aveva donata alla Legione comandata dal generale Gari- 
baldi) e VEHa sì lanciarono dietro ai fuggenti, seguiti dai 
carabinieri g'enovesi che formavano la prima linea. Inse- 
guendo i cacciatori del Ljindi t'uggenli, i tre garibaldini 
erano assieme ad essi montati sulla banchina, fortissima 
posizione del nemico : Schiaffino colla bandiera, Menotti 
Garibaldi, Elia. Quello che accadde ebbe la durata di un 
lampo, L' eroico Schiaffino Veniva crivellato di ferite ; 
Menotti Garibaldi, vedendolo vacillare e sul punto di 
cadere, afferrava la bandiera, ma veniva colpito alla 
mano ; Elia che era già stato sfiorato al petto da puntate 
di baionetta, con pensiero rapido e più rapidamente 
eseguito, afferrava il caro amico Menotti e la bandiera 
che egli teneva stretta nella mano sanguinante, e, con 
lui abbracciato, si lasciava cadere al di sotto della ban- 
china ; disgraziatamente l' a&ta impugnata da Menotti 
venne giù dalla banchina, ma il drappo rimase sul campo 
nemico. 

A ridosso della banchina stavano i carabinieri ge- 
novesi che riprendevano Iona per poi tornare all'assalto. 



no 

Caduti dall'alto i duo rì trovarono vicini al colpitane 
Prosdftntì, il carissimo, il fidato amico del generale Ga- 
ril>alcìi, ohe appena voiliito Elia cadutogli addosso, gli 
domandava cartucee avendo egli finito le &uo. Nel vol- 
rarai verso Froscianti, Elia vede il generale Garibaldi 
L>he solo> col solilo sangue freddo, camminava verso la 
fi)rmidabile posizione nemica vomitante fuoco e dalla 
quale poteva essere distante con più di cinquanlia metri- 
li pericolo che il generale correva fece correre un bri- 
vido per le ossa ai presenti; ed Elia, scattando come 
ima molla, sì slanciava verso di luì, gridandogli con 
disperazione < Generaìe, una j>nfla che vi colga fntio è 
perduto e con Voi è penhda l'unitr) della patria nostra >. 
Ma egli, calmissimo, procedeva avanti con lo sguardo 
rivolto alla pofiizione dalla quale t borbonici vomitavano 
fuoco. Elia che camminava a fianco del generale stava 
con indicibile angoscia spiando le mosse del nemico, 
pronto a tutto, quando vide un cacciatore borbonico 
t'irsi sull'orlo della banciuna, abbassare l'arma, e pun- 
tarla sul generale. Elia provvidenzialmente ebbe il tempo 
di lare un passo avanil alla persona di Garibaldi. Un 
terribile colpo alla bocca lo rovesciò ed egli cadde a 
terra supino; coU'aiuto del generale che si era chinato 
su lui per dirgli la fatidica, aflettuosa parola « Coraggio, 
mio Elia, di queste ferite non si muore •» potè volgersi 
liocconi e scampare cosi l' imminente pericolo dì essere 
soffocato dal sangue. 

Intanto i borbonici fulminavano i nostri; in. quel 
momento arrivava Bixio a spron battuto; disse a Ga- 
ribaldi brevi parole: e fu inteso il generale rispondere 
< No, Nino, qui si vince o si muore » e puntata la sua 
spada nella direzione della formidabile posizione nemica 
con voce tonante gi'idò: « Avanti, Jincora quest'assalto, 
o figlioli, e la vittoria è nostra» e ordinalo si suonaase 
la carica dal bravo Tironi che gli si era fatto vicino, si 
slanciò per primo sull'erta, seguito da tutti i compagni 
■■che non erano caduti. 



211 

Quel pugno d'uomini, trafelati, pe&tì, insanguinati, 
--sfiniti da tre oro di corsa e di lottii, con nuova lena ri- 
prenda l'ascesa micidiale rigando di nobile sangue l'erta 
-terribile risoluto a vincere o morire. 

Come l'eroe aveva preveduto, la vittoria fu nostra. 
Incalzati dì fronte da quello stuolo di indemoniati che 
parevano uscissero dalla terra, sgomenti dall'improvviso 
rombo dei nostri cannoni che il Lravo Orsini era riuscito 
a portai'e in linea, turliati dal clamore crescente delle 
-squadre siciliane sui loro flanchì e dalla tromba del 
bravo Tironi che non cessava dì suonare la carica, dispe- 
rando ormai di poter vincere, voltarono le spalile, ab- 
bandonando il monte tanto fieramente contrastato e non 
sì arrestarono che dentro Calatafimi. 

n miracolo era compiuto — la g-iornata era viuta! — 
La vittoria di Calatafimi tu indiscutibilmente decisiva 
per l'unità della patria « Aiuto e pronto aiuto » telegra- 
fava a Palermo la stessa sera de! 15 il generale Land! ; 
ma poi credette miglior partito una precipitosa rìdrata 
anche da Calatafimi. 






Ecco come un eroe dei mille Giuseppe Cesare Ahba, 
descrìve nel suo aureo libro « Da Quarto al Volturno > 
ta gloriosa giornata di Calatafimi: 

* Già tutta l'erta era ingombra di caduti, ma non 
si udiva un lamento. Vieino a me il iMissori, coman- 
dauie delle g'uide, ooU'occhio sinistro tutto posto e in- 
'Mnguinaio, pareva porgesse orecchio ai rumori che ve- 
nivano dalla vetta, d'onde si udivano i battHf;lioni muo- 
versi pesanti, e mille voci, come fiotti di miu-e in tem- 
pesta, urlare a tratti: «Viva lo Re*. 

«Frattanto i nostri arrivavano a ingrossarsi, rina- 
Bcevano le forze. I capitani si aggiravano fra noi con- 




212 



fortandoci. Sirtoii e Bino erano venuti a cavallo fin 

« Sirtori, impassibile ooUa frusta in uiìwio, pareva 
non bì sentisse presente a quello sbaraglio; eppure sulla 
sua faccia p»llida e i^munta io le^si qualcosa, come la 
volontà di moi'ire fra tutti noi. 

« Bisio eompftriva da, ogni parie, come si fosse fatto 
in cento: braccio di ferro del generale. L<assù, lo rividi 
vicino a lui un altro istiinte. 

« — Riposate, figlioli, riposate un poco, diceva il ge- 
nerale — ancora, uno sforzo e sarà finitili E Bixio lo 
seguiva fra le file. 

ftln quello il tenente Bandi veniva, a salutarlo li, 
per cadere sfinito. Non ne poteva più. Aveva toccatf; 
parecchie ferite, nm un'ultima palla gli ai era ficcata 
sopra la mamtnella sinistra, e il sangue gli colava giù 
a rivi. Prima che passi mezz'ora sarà morto, pensai; 
ma quando le compagnie si lanciarono all'ultimo assalto, 
contro quella siepe di baionette che abV)j*gliaTanó, stri- 
devano, si che pareva di averle già tutte nel petto, tornai 
a vedere quell'uifìciale fra i primi. « Quante anime hai? 
gli gridò uno che deve essergli amico. 

< E^i sorrise beato. 

« lu quel momento ì regi tiravano l'ultima cannonata 
fì-agelUndo a bruciapelo un Sacchi pavese; e fu da quella 
parte uu grido di gioia perché il cannone era preso. 
Poi corse vot^e che il general© era morto, e Menotti, fe- 
rito nella destra, correva gridando e chiedendo di lui. 
Elia giaceva ferito a morte; Schiaffino, il Dante da Ca 
atiglione di questa guerra, era morto, e copriva co 
sua grande persona la terra sanguinosa. 

« Quando i nemici cominciarono a ritirarsi, protetti 
dai loro cacciatori, rividi il generale che li guardava e 
gioiva. 

« Gli inseguimmo un tratto ; diaparvero dal campo ; 
stemmo a vedere la lunga colonna salire a Calatafimì, 
lassù a mezza costa del monte grigio, e perdersi ne 
città. Ci pareva miracolo aver vinto. 



^ 




213 



* « 



< gran giorno, o immortali quelle tre ore del com- 
battimento! Ha ne si fosse perduto? SI accapriccia il 
cuore, immaginando Garibaldi vinto, i suoi a squadre, 
a gruppi, rotti, messi in caccia, uccisi per tutt'i quella 
terra da Calataflmi a Salemì, lontano, lontano ; gli ultimi 
ad uno ad uno, chi qua chi là, scannati come Aere, fin 
sulle rive del mure; e la testa del generale mandata a 
Napoli; che la potesse vedere e finire di tremare quel 
Rei Si raccapriccia. È forse l'Italia non si sarebbe fatta 
mai più. 

< Felici allora, ben felici i morti combattendo, che 
almeno non avrebbero visto la grande tragedia. 

« Ma per fortuna d'Italia la vittoria fu nostra ». 



# 

* • 



Sgominato il nemico, conquistata Calatafini, chiave 
della posizione, ormai si era padroni delle tre vie con- 
ducenti a Trapani, a Castellammare, a Palermo. Ulte- 
teriore resistenza non era pel momento da tendersi, ed 
inutile era anche l'inseguimento da parte dei garibaldini, 
perchè ad in&stidire i fuggiaschi avrebbero pensato ì 
bravi insorti siciliani. 

Garibaldi pensò di dare un po' di riposo ai suoi, e 
volle che si passasse la notte sul conquistato campo di 
battaglia. . 

Le perdite nostre furono gravi rispetto al numero 
esiguo che rendeva prezioso ogni individuo; bisognava 
quindi aver cura dei feriti. 

Trentadue dei mille rimasero sul terreno, fra i quali 
Schiaffino, Montanari, Pedotti, Sartori, D'Amicis ; centot- 
tantadue furono i feriti fra i quali, Menotiì Garibaldi, 
Elia, Malocchi, Sirtori, Manin, Nullo, Missori, Cariolato, 
Pavesi, Bandi, Martignoni, Perducca, Palizzolo, Sprovieri 

15 



214 

Bedischini, Carbonari. Pasquìnellf, Della Torre, Della 
Casa, CopeJlo il più gioviiiic dei mille, caro a tutti, , 
molti dei qimli gravemente. \ 

Fu miracolo die il trombettiere Tironi che segui 
pìiseo passo il generale non rimanesse ferito - Gari- 
baldi non se ne dimenticò — e a Palermo Io iiomiu6 
sotto te ti ente. 

La mattina del 16 i garibaldini entrarono a CalatarJ 
fimi tra gli evviva e le acclamazioni del popolo. 

Posto il quartier generale al palazzo del Comi 
Garibaldi emanava il seguente ordine del giorno: 

ORDINE DEL GIORNO 

DOPO LA BATTAGLIA DI UALATAFEHI : 



« Con compagni come voi io posso tenutre t>?ni 
cosa, e ve l'ho provato ieri portandovi ad u,iia impresa 
ben ardua, pel numero dei nemici e per le loro forti 
posizioni. 

» Io contavo sulle fatali vostre baionette, e vede-^ 
fite che non mi ero ingannato. 

« Deplorando la dura necessità di dover combatterei 
soldati italiani, noi dobbiamo conleesare che trovamraoj 
una, resistenza degna di una causa migliore, e ciò coii' 
ferma quanto sarem capaci di fare nel giorno in cuil 
r italiana famiglia sarà serrata tutta intorno al vessillo^ 
di redenzione. 

« Domani il continente italiano sarà parato a festa ' 
per la vittoria dei suoi liberi figli e dei nostii prodi si- 
ciliani ; le vostre madri, le vostre amanti, superbe di 
voi, usciranno nelle vie colla fronte alta e rideuEe. 

*c II combattimento ci costò la vita di cari fra.telliì 
morti nelle prime file; quei martiri della santa causa'] 
d'Italia saranno ricordati nei fasti della gloria italiana. 

« Io segnalerò al nostro paese il nome de' prodi 
che &i valorosamente condiisaero alla pugna 




215 

vani ed inesperti militi^ e cliè condurranno domani alla 
vittoria, nel campo maggiore dì battaglia i militi che 
-devono rompere gli ultimi anelli delle catene, con cui 
fu avviata la nostra Italia cai'issiaia. 
Calatafirai, 12 maggio. 

G. Garil/aìdi. 
Scrisse poi a Bertani la seguente lettera : 

Caro Bertani, 

Ieri abtiamo combattuto e vìnto. La pugna fu tra 
"italiani. Solita sciagura — ma che mi provò quanto si 
possa fare con questa famiglia — nel giorno che la ve- 
dremo unita. 

Il nemico cedette all'impeto delie baionette de' miei 
vecchi Cacciatori delle Alpi vestiti in borghese; ma 
combattè valorosamente — e non cedette le sue por- 
zioni che dopo accanita mischia corpo a corpo. 

I combattimenti da noi sostenuti in Lombardia fu- 
rono certamente assai meno disputati che non fu il 
^combatti mento di ieri; i soldati napolitani, avendo esau- 
rite le loro cartucce, vìbravan sassi contro di noi, da 
disperati. 

Domani seguiremo per Alcamo ; lo spirito della po- 
polazione si è fatto frenetico, ed io ne auguro molto bene 
per la causa del nostro paese. 

"Vi daremo presto altre notizie. Vostro : 

Or. Garibaldi. 

CalataSmi, 16 maggio. 
P. S. Questa serve per Medici pure. 

Della battag-lia di Calatafimi GnrJbaldi con parola 
commossa cosi ne parlava : 

« Calatafimi! Io avanzo di tante pugne — se nel 
l'ultimo mio respiro i mieij vedranmi sorridere, l'ultimo 
iorriso d'orgoglio — esso sarà ricordandoti ! * 



216 

> Tu fosti il corabiittìiDento più ^oti<wo di popolol 
L'Italia non deve dimenticarlo >. 



• • 

Mentre Garibaldi vìnceva a Calaatfimi, il prode Ro- 
Holino Hlo dai monti dì Monreale scrÌTera a Martino 
Heltrnniì-Soalia chiedendogli informazioni sulle mosse di 
Garibaldi, e soccorso di denaro per gli uomini delle sue 
Hquadro — ma il Beltrami-^alia era scUo imprigionato 
— e il valorosi.1 Rosolino ¥ììo cadeva morto in uno scon- 
tro coi borbonici a S- Martino. 

Pistlttte le truppe napolitane a Gilataflmi, in quel- 
r eroico combattimento nel quale si decìsero le sorti del- 
l'unità della patria, Garibaldi comprese che bisognava 
battere il ferro finché caldo, e marciare su Palermo. 

Era assai arduo aflìire, ma che cosa tratteneva più 
Garibaldi? 

Si trattava dì unire insieme strategia ed audacia 
per assalire coi rimasti dei mille ed ì bravi picciotti, 
una città che conteneva trentamila difensori, appoggiati 
da una fortezza e sorretti da una squadra r^a — Ga- 
ribaldi tentò il colpo. 

Il 17, dopo dì avere dato incarico a Crìspi di pro- 
muovere la sollevazione dei Comuni della Sicilia, mar- 
ciava su Alcamo, il IS per Partinico; nel medesimo 
giorno ordinava una conversione e giungeva al passo 
di Renne : fianche^avano Garibaldi a ponente le bande 
del Laporta, a levante quelle del La Masa, un quattro- 
mila picciotti, male armati ma arditi e ben condotti. Per 
sopperire alla tenuità delle forze Garibaldi giuoco di 
astuzia; ordì un traneUo nel quale il nemico cadde. 

II giorno 20 comandò e diresse egli stesso, una ri- 
cognizione su Monreale per attirarvi il nemico, e ma- 
novrò in modo da far credere che quello era il suo ob- 
biettivo. Impegnato un combattimento d'avamposti, ad 
un tratto fece sospendere l'attacco e si ritrasse indietro. 



217 

Nella notte, imperversando Una TÌolenta tempesta, 
prendeva sentieri di montagna battuti solo da capre o 
volg^eva a levante, lasciando Orsini con le salmerie ed 
i cannoni a farsi inseguire dalle truppe borboniclie. E^li, 
di sorpresa, scendeva al Parco e batteva una colonna 
nemica che lo aveva assalito di fronte ; colà l' Orsini 
coir artiglieria lo raggiungeva. Il 24 le truppe bor- 
boniche, fiancheggiate da forti colonne di cacciatori 
attaceavano i nostri. Garibaldi batteva in ritirata su 
Piana de Greci mentre era già sera. Nella notte ordi- 
nava ad Orsini di prendere la strada di Corleone per 
attrarre le forze nemiche; egli marciava silenzioso su 
Marineo, quindi la.sciava Marineo per Missilmeri e, men- 
tre le truppe napolitane inseguivano quelle che crede- 
vano le forze garibaldine condotte in ritirata dall' Or- 
sini, Garibaldi spalleggiato dalla parte di levante dai 
picchiti del 1^ Masa, si preparava a dare 1' assalto a 
Palermo. 

La mattina del 26, alle 4, aocompagnato da Tun-, 
Bisio e Missori, andò a visitare il campo di Gibilrossa 
occupato dalle squadre siciliane comandate da La Masn, 
Fusa e fratelli Mastricohi, formanti un corpo di oltre 
4500 uomini. 

Garibaldi per avvicinarsi a Palermo aveva due 
grandi strade, ad una delle quali si poteva giungere per 
stretti sentieri e La Masa, pratico dei luoghi, informò 
il Generale che da Gibilrossa si poteva discendere be- 
nissimo calaado per quei Bentieri praticabili sino a Mez- 
zagno. da dove con altro poco cammino faticoso si po- 
teva trovar presto sulla strada di Porta Termini. 

Garibaldi dopo brevi rifleesioni, decideva di battere 
■questa via e dava ordine a Turr di fissare la marcia 
per l'indomani di primo mattino. Questa veniva ordi- 
nata cosi : 

1* l'avanguardia comandata dal maggiore Tuki&ry, 
composta di guide e di 60 volontari dei mille, scelti da 
ciascuna compagnia. 



218 
., I 2" il battaglione Bisio coi carabinieri genovesi. 

3° il ktltaglioue Cjiriiii, cacciatori delle Alpi. ,, 

4'^ il corpo delle squiidre siuiliano, comandata d; 
La Masa. ,■ 

Disposai in tal raodo la colonna, Garibaldi, fatti chia- 
mare i suoi iifTìcifili suponori, i coiiiaodanti le eompa- I 
gnie, e i capi delle squadriglie parlò loro cosi : « Com- H 
pagni ! IJtie vio abbiamo avanci a noi: una è di ritirarci 
nell'interno dell'isola facendo la piccola guerra e per „ 
organizzarci; l'altra é di piombare su Palermo, entrarvi, ^ 
accendervi la rivolta, sicuri che quest'ultima impresa 
darà pyr risultato la liberazione dell'intera Sicilia. «De- 
cidete' » — A « Palermo «;, tutti gridarono, — « Eb- ' 
beilo, elle ojjnuno taccia U suo dovere e domattina vi 
saremo 1 » 

Alle 3 antimeridiane del 2Ì maggio — data nierao- 
jaada — Garibaldi col resto dei suoi Mille comandati dai 
Tilrr, da Sircori, da Bixio, da Carini, da Cairoli, da Mis- 
aori, dìv Damiani, di Tukory, da Menotti, da Mosto, da.j 
Nullo, da Dezza, da aliceli, da Canzio, da Cucchi, si 
quali sipeva di poter contare fino alla morte, spalle^, 
giato fortemente dai jìimlotU del La, Masa e del Fuxa, 
come aveva predetto, si preparava ad assalire PorjiE, 
Terinlni e da quella entrare in Palermo. 

Era intendimento del generale di sorprendere la pò-» 
sìzLOite del Ponte deU' Ammiraglio senza colpo ferire; piom- 
bare su i'orta Ttrmini, e di là spingersi al palazzo Real 
dove trovavasi il Lanaa comandante in capo delle forze 
borboniche col suo quai'tier generale. 

TukOry colla sua avaugu;irdia procedeva in siler 
zio per piecipitarsì d' improvviso sul nemico, ma i jpie- 
f/ofti, tosto che videro le prime case del sobborgo," 
quasi ayessero già in mano la città, non seppero fre- 
narsi, e presero a gridare Viva Garibaldi Vina V liòlia' 
Sparando delle schioppettate ; cosi il piano di sorpres 
.andava fallito. I regi fortemente protetti da barricate,! 
che difendevano e impedivano il passaggio del Pont 



da^ 

J 



"ze 




219 

deirAmmiraglio, spazzavano con un turbine di mitraglia 
e dì Tnoseheiteria Ja vìa che vi toiiciuceva e i campi 
d'intorno: — i picchtti non ancora abituaci al fuoqo ed 
ai cimenti corpo ti corpo, balenano per un momento, ma 
all'esempio dei mille che nulla paventano, serrati, con- 
Gordi, disprezzanti della morte &i slanciano, sperdono in 
men che si dica le truppe borboniche e, come un tor- 
rente impetuoso ai avventano sa Porti di Termini scac- 
ciandone i nemici, vincendone la refiistenza : primi Ira 
Lutti lìisio, Mitìtìori, Carini, Sirtori, Turr, Cairoli, Fusa, 
La Masa; gìii erano caduti fulminati, i prodi fra i prodi, 
Tucliiiry. Kocco. La Ruhsìi, Pietro Iiiserillo e Giuseppe 
lo Squillo asaieme a tanti e tanti altri ch'e ebbero la 
fortuna di morire per Ja libertà della patria.; ebbero fe- 
rite più o meno gravi Turr, Benedetto CairoU, Enrico 
Piccinini. Elatfaello Di Benedetto, Leonardo Caccioppo. 

Bixio alla testa del suo bravo battaglione, coi ca- 
rabiniei'i genovesi, con a fianco, Dezza, Menotti. Mosto, 
Missori, Damiani, Canzio, Nullo, Carbone, Cucchi, Ca- 
valli, Venzo ed altri bravi, a j^asso di corsa, con impeto 
furioso, attaccano ed espugnano la barricata di Porta 
Termini facendo prodigi di valore. 

Bixio sopra tutti; come una furia si precipitava 
dove era più forte la resi.stenza, terapesùtndo di colpi i 
nemici, Anche cadde gravemente ferito; con lui fu ferito 
Canaio e non poclii altri. 

Forzata 1' entrata in città, i Carabinieri genovesi ed 
il resto dei mille seguiti dai bravi picciotti, ai lanciarono 
sui borbonici forzandoli a cedere ed a ritirarsi; nel com- 
battimento dei Quattro Cantoni fino a piazza del Duomo 
ed a porta Maqueda Cairoli, Cucchi, Miceli, Cavalli, Mo- 
sto ed altri bravi caddero feriti ; ma i nosti'i, non ostante 
le preziose perdite, procedevano impavidi dovunque e 
vittoriosi. 

Turr, Sirtori, benché feriti, insieme agli alcri ufficiali 
di Stato maggiore si moltiplicavano, ed erano all'attacco 
4òl palazzo Béiifle, erano a quello di porta Maqueda, 



L 



220 

tagliavano le coraunicadoni tra il mare e il Castello, 
mentre Dezza e Missori con un pugno del mille batte- 
rano il Demico all'Albergarla. 

La Loggia, e molti altri signori siciliani componenti 
il Comitato insurrezionale, si cacciano fino alla Fiera- 
Vecchia, penetrano nello Cliiese, salgono sui campantll,^ 
ed il terribile tocco delle campane a stormo chiama alle 
armi tutti i cittadini. La città dei Vespri sì ridesta, si 
erigono dovunque barricate ; i siciliani non vogliono es- 
sere secondi ai mille, si battono con grande valore e ì 
addati napoletani, incalzati da ogni parte, sono costretti 
a ritirafiSi nelle caserme e nel forte dì Castellammare. 

Garibaldi si spìnge fino in piazza Bologni, insedia 
il suo quartier generale nel palazzo Pretorio, e di là 
emana il primo suo atto dittatoriale in nome di Vittorio 
Emanuele, col seguente proclama : 

Siciliani ! 

< Il generale Garibaldi, dittatore in Sicilia a nome 
di S. M. Vittorio Emanuele Re d' Italia, essendo entrato 
in Palermo stamattina 27 maggio^ ed avendo occupata 
tutta la città, rimanendo le truppe napoletane chiuse 
nelle caserme e nel forte di Castellammare, chiama alle 
armi tutti i Comuni dell' Isola, perchè corrano nella me- 
tropoli al compimento della vittoria. 

Dato in Palermo, oggi 27 maggio 1860. 

G. Garibaldi. 



•% 



D 28 fu giornata nella quale la città di Palermo 
sofferse orribilmente. La mitraglia fece vittime nume- 
rosissime, le bombe rovinavano, incendia vano, distrug- 
gevano tutto. Mentre il bombardamento infieriva con 
tutti i suoi orrori, e il popolo siciliano impavido cos- 
truiva barricate, Garibaldi pensava all'organizzazione 



221 

civile. Nominava Crispi segretario di Stato ; il Duca della 
Verdura aindaco; istituiva un Comitato di difesa, pre- 
sidente lo stesso della Verdura e chiamava a comporlo 
1 signori Michele Mandriano, Tommaso Lo Cascio, barone 
Michele Capuzzo, barone di Paterno, conte Tasca Lanza, 
Rubino Emanuele e Benedetto Scidita, Pietro Messineo, 
marchese Pilo, Patrìola, Girolamo Mondino, ed altri pa- 
titoti, segretario Vincenzo Scimecca. 

La mattina del 2!) raagg^io, i garibaldini ebbero un 
rinforzo di siciliani condotti da Fardella. 

Per tutto quel giorno il combattimento continuò 
accanito, specialmente a Montalto ove il Laporta, il 
marchese Firmaturi, il Sant'Anna, Fuxa, Rottolo, Di 
Marco, Pugliesi, Alalmo, Corrao, Caruso, Oddo, guidati 
da Sirtori, e da Mistìori. sostenuti dai Carabioteri geno- 
vesi, fecero colle squadre dei pi-cciotti, con fermezza e 
valore, 11 loro dovere. Molti furono i feriti fra i quali 
il bravo tenente della Torre dei Mille. 

IL generale L*iiza, che fin dal mattino aveva fatto 
inutili sforzi per riprendere le posizioni perdute, vedeva 
falliti tutti i tentativi per aprirsi le coraunicazioui con 
Castellatnmare, fece cessare il bombardamento, durato 
tre giorni e tre notti senza intervallo. 

1 Consoli esteri e l'Ammiraglio inglese Mundey, 
commoaai per le tante rovine e gli eccidi che da tre 
giorni sterminavano la bella città, fecero dei pa&si presso 
il generale Lanza perchè sì desse tregua- con un armi- 
stizio a tantit eflusione di sangue cittadino e a tante 
rovine; il generale borbonico acconsenti, e la mattina 
del 30 spedi al Dittatore Garibaldi la lettera seguente; 

Generale 



« L'ammiraglio bi-itannico mi fa conoscere che ri- 
cevei-ebbe con piacere al suo bordo due miei generali, 
per aprire con lei una conferenza, nella quale egli ser* 
vira da intermediario. 



223 

« La prego (armi conoscere se acconsente, e nel 
caso affermntivo. permettere cho i due miei generali 
passino ìa sua linea, tacendoli Ella accompagnare dal 
palazzo reale, ove potrebbe mandarli n prendere, fino 
iiUa tìanitti per imbarcarsi. 

« In attesa di una sua risposta, ho l'onore d'essere 

29 maggio 1860. 

« Lanza ». 



fìaribaldì acconsenti e ordinò la ceRsnzione del fuoco 
disponendo che Tinterrista avesse luogo all'una pome- 
ridiana. Il maggiore Cenni fu inviato alle undici e mezzo 
con due guide al palazzo Keale. 

Erano scorsi pochi istanti dalla partenza del Cenni, 
quando veniva dato un allarme a Porta, Termini: poco 
dopo incomindftvano le fucilate, ilrano Von-Mechel e 
Bosco,,! quali ritornavano da Corleone, col dispetto di 
essere stati giuocati per la terza volta, e di avere insor 
guilo non Garibaldi coi suoi volontari, ma un tieno di 
cassoni e ciuTiaggi inservibili. 

■ I garibaldini non risposero al fuoco; Carini e Sir- 
tori si presentarono per dare la notizia dell'armistizio 
nel momento in cui il fuoco dei napoleteui era più vivo; 
Carini no riportò grave ferita. Sirtori fu ferito legger- 
mento. Turr, raccolti quanti uomini potè sul momento, 
corse in appoggio dei nostri a Porta Termini. 

In quel momento il generale borbonico Letizia. ac- 
compagnato dal Ceemi traversava Toledo; saputo quaato 
accadeva, si offerae di recarsi ©a'ii stesso sul luogo del 
combattimento per portare ai suoi la notizia dell'armi- 
stizio, e per fare cestsare il fuoco onde non si sospettasse 
un tradimento- Arrivato sul luogo, impose a Von-ÌIeehel 
e a Bosco di cessare da ogni anione ostile, essendo che 
la tregua doveva essere rispettata da tucti. 

Garibaldi all'una si recò a bordo dell' * Annibaì * 
nave da guerra Inglese, nella cui sala di consiglio ebbe 
luogo la conferenza e fu stipulata una tregua di 2-i 



ore; che per richiesta del generale borbonico fu pro- 
liiiig'ftta di altri 'tre gioriTÌ, segno evidente di resa finale. 
Infatti il 6 giugno, i negoziati furoilo ripresi senza 
difficoltà e questi condussero aduna convenaione, per la 
quale le truppe napolitano sgoml>ravano Palermo e il 
forte (ìi Castellammare per la via di mare. 



Intanto le principali città dell'Isola dopo aspra lòtta 
di popolo, dopo martirii, dopo saccliegg:i e strniji, come 
in Catania ed altre, si erano affiMncatb a libertà, e 
il 1 giugno, della Sicilia, non restìivano in iiuiuo ai bor- 
bone che Messina, la cittadella di Milazzo. Augusta e 
Siracusa. 

Garibaldi s'insediava, col suo quartier generale e 
o^l suo governo, al Palazzo Koiile, e mandava il tetm-'nte 
colonnello La Porta a liberare dal forte di Castellani- 
mare i patrioti imprigionati, principe Pignateili. barone 
Kisso, principe Niscenii, principe di Giar din fili, mar-r 
chese di S. Giovanni e Padre Ottavio Lanza. 



Dopo la presa di Palermo Garibaldi avuta notizia 
rhe Elia, curato con cure fraterne dai bravi medici chi- 
rurgi Ripari, Lampìasi,, Cipolla, Maltese, era vivente a 
Vita accolto amorevolmente in casa del patriota Sal- 
vatore Romano, mandò suo figlio Menotti con incarico 
di portarlo possibilmente a Palermo; ivi giunto il gene- 
rale volle che fosse curato sotto ai suoi occhi e lo fece 
condurre al palazzo Reale. 



. I 



Occorreva proTvedejre ora al necessario per non 

perdere il frutto delie riuscite iaiprese. 

■-'-"- i — '- ■' '■* 



224 

Era mestieri organizzare i corpi militari facendo 
tesoro dell'entuaiiismò dei cittadini per poter far fronte 
ai pericoli delle rappresaglie d'uu governo che, prossimo 
a cadere, voleva segnalare i suoi ultimi giorni con atti 
disperati e col sovvertimento delle tui'be e di ogni or- 
dine civile. 

Questi pensieri pesavano orrìbilmeute sull'animo del 
dittatore, il quale trovava più difficile mettere riparo a 
queste difficoltà civili ciie combattere formidabili eser- 
citi borbonici. 

Per riparare a questi mal) erano necessarie delle 
spedizioni nell'interno dell'Iaola. affidate ai suoi fidi 
compagni; ma l'eseciizioue di tali pj'O-positi gli riusciva 
nel momento assolutamente impossibile. Da Genova non 
arrivavano rinforzi. Anzi si avevano noLizie che due 
Drtvi cariclie di volontari condotti dal mag^giore Corte 
« L'Utile » e il « Chaiies tìeorgy * erano state catturate 
dalla Crociera napoletana e condotte a Gaeta. 

Era un vero disastro che impensieriva il Dittatore, 
tanto più che si sapeva in viaggio una forte spedizione 
condotta dal bravo Medici. Per fortuna questo esperto 
condottiero, che aveva imparato da Garibaldi tutte le 
astuzie e tutte le audacie, seppe deludere la vigilanza 
della crociera napoletana, approdando inaspettato a Ca- 
gliari e di là, per rotea impensata dai nemici, arrivare 
alla desiderata destinazione. 

Nella mattina del 2'2 g:iugno Medici sbarcava con 
un reggimento completo ben vestito ed armato, tale da 
fare invidia ai migliori soldati del mondo. Entrando da 
Porta Ntiova veniva accolto dai Palermitani con grandi 
feste. L'arrivo dì Medici con forte aiuto dì uomini e di 
armi, fece si che tutte le preoccupazioni del Dittatore 
fossero dissipate — Medici aveva con se il bravo co- 
lonnello Malenchini eoi suoi toscani — e annunziava 
l'arrivo di Cosenz. 

Le forze condotte dal Medici e quelle già in arrivo 
del Cosenz posero Gaiibaldi in condizione di compiere 1 



suoi piani liguardo alla Sicilia, quelli cioè di scacciare 
quanto rimaneva dell'esercito borbonico nelln parte o- 
rientale dell'Isola, e provvedere alfordine iuceruo. 



Bivise le forze in tre colonne: la prima formante 
la einistni agli ordini di Medici doveva marciare per il 
litorale Ano a Milazzo, ultimo obbiettivo Messinsi; la se- 
conda, al centro, condotta dal Turr, per Missilmeri, Vil- 
Idfrati, Alia, CalEanissetta, scopo ultimo Messina; ld,ter2a 
all'estrema destro, comandatits Bixio, per Corleone, Gir- 
genti, Catania, scopo Hnale Messina; così che, tuDte le 
forze non avevano che un solo obbiettivo la punta del 
Faro. 

La marcia di queste brig-ate contribuì moitiasiino a 
sisteoiiire il nuovo ordine di cose, a sollevare l'elemento 
liberale ed a por freno agli insiini tentativi di disordini. 

Ma questo consolidamento incontrava ostacoli perii 
fatto che armi borboniche occupavano dei punti impor- 
tanti dell'Isola e tenevano in soggezione tuttala regione 
orientale, appoggiandoel su Milazzo e alla cittadella dì 
Messina. 



Il Dittatore riserbava a Medici la parte splendida 
d.i liberjire questa regione dalie truppe borboniche, e 
siedici, ricevuti gli ordini, a marcia forzata occupava 
Bareeliona; qui\d giunto, temendo che i regi, forti in 
Milazzo; tentassero un colpo per sloggiarlo, avvisava a 
tutti i iiiezzi per fortiticarvisi: occupava l'interessante 
poaizione del fiume Meri; muniva il ponte con duo can- 
noni; distendeva le sue ali di difesa fino all'altura del 
viillaggio Meri; e tutto preparava alia difesa delia sua 
posizione per dare tempo all'arrivo di altri rinforai. 

Le truppe borboniche cosi composte: un corpo di 



236 
4500 uoiiiini proveniente da Messina, altro dì 3ó00 stan- 
ziato il Milazzo, erano comandato dal colonnello Botìco, 
il quale si trovava in grado di dare .aspra battf^Kli^i. 

Il giorno 17 lujjlio ebbe luogo un primo fatto di 
anni ostinato e sanguinoso. 

Medici si era fortificato presso Cariolo al fiume No- 
cito, ed aveva occupata la strada di Meri e Milazzo, eri- 
gendovi barricate. Bosco pensò di slog^jirlo, e con forze 
preponderanti pervenne a passare oltre Carìolo il Nocito 
ma ivi s'impegnò un vivissimo combattimento con la 
deiitrii di Medici, gagliardamente tenuta dal reggimento 
Malencliiui: tanta resistenza da questa parte poneva i 
regi ITI pericolo di essere tiigliati fuori della loro linea, 
per cui Boseo spinse altri battiigliani verso le barricate; 
il conil>attì mento fu accanito, ma Medici per venire ad 
una soluzione, lanciava contro le truppe borboiuclic un 
battaglione della riserva e i nostri alla punta della ba- 
ionetta ricacciavano i regi dentro Milazzo. Le truppe co- 
mandate dal Malenchiui combatterono eotto gli occhi di 
Medici a^ssaì valorosamente. 



Il generale Garibaldi, avvisato a Palermo della re- 
sistenza che incontrava Medici, s'imbarr-ava con un buon 
rinforzo. Sbarcato a Patti corse innanzi solo al quartiere 
generale di Medici. Vi arrivò il 19 e vi trovò anche il 
Cosenz, 

Calcolando jl generale che i rinforzi sbarcati a Patti 
sarebbero arrivati la mattina del 20 sul luogo del com- 
battimento, decise di dare battaglia e d'iurebtire iilUnziao. 

La mattina del 20 alle 5 il generale Medici divideva 
le sue trtippig in due colonne, ciascuna di quattro bat- 
taglioni, una sotto il comando di Simonetta, l'altra sotto 
quello di Malenchini. 

Deciso il combattimento Garibaldi ordina che il Ma- 
lenchini pei la strada di Santa Marina kì porti ad as- 




227 

«atire senz'altro la sìnismi del nemico; dÀ incarico al 
Medici di avanzare col reggimento Simonetta e il bat-' 
taglione Gaeta per la strada di San Piecro spingendosi 
col centro e colla destra contro la città; affida a Nicola 
Fabrìzi d'occupare con una legione di siciliani la strada 
di Spadafora per -antivenire ogni sorpresa dì un' even- 
tuale sortita del presidio di Messina; delibera infine che 
la colonna Cosenz, già partita da Patti e rinforzata dal 
battaglione Duun e da quello del Guerzoni lasciati a 
guardia di Meri, formi la riserva. 

Alle 5 del mattino tutti en-ino in moto: il Malen- 
chini alle 7 aveva già aperto il fuoco presso San Pa- 
pino; anche il Medici attaccava il nemico al di là di 
San Pietro e il combattimento si accendeva accanito su 
tutta la linea. I garibaldini si spingono verso Milazzo, 
ina la loro sinistra, appoggiata a mare, trova tale resi- 
stenza nei regi, che si erano ammassati sulla strada di 
^n Fapino, e tale fuoco d'artiglieria dal forte e dalla 
batteria portata dietro i canneti, che è obbligata a ri- 
piegare. 

Ad accrescere lo scompiglio nelle giovani schiere 
dei volontari, concorse la cavalleria nemica che irruppe 
furiosamente sui nostri, sbaragliandoli. Comandava questa 
colonna di volontari il colonnello Malenchini che, poten- 
temente coadiuvato dai suoi bravi ufficiali, faceva sforzi 
eroici per riordinare i suoi e ricondurli alla pugna. 

Mentre questo avveniva sull'ala sinistra, Medici spin- 
geva tre dei suoi battaglioni ed uno di Carabinieri ge- 
novesi verso il fiume Nocito; investiva i molini dove i 
regi eransi fortificati e tentava d'impadronirsi della lingua 
di terra che congiunge Milazzo con l'interno, e cosi gi- 
rare alle spalle del corpo napoletano e tagliar fuori di 
Milazzo il Bosco; ma anche questo tentantivo incontrava 
un'enei^ica resistenza, perche il Bosco da quel lato aveva 
«pinto il maggior nerbo delle sue forze; si combatteva 
uno contro tre, in mezzo all'infuriare della mitraglia 
€he, da dietro grandi siepi di fichi d'India, faceva strage 
dei nostri. 



J 



238 

Medici riconoscendo la gravità della situazione, da 
quell'eroe che era, decide d'avventarsi contro i due cau^^ 
noni che facevano strage dei suoi e d'imirassessarsea^^ 
« Metjiio perire iiell'firrJschiata impresa, che vedere cosi 
sacrilìcati i suoi soldati ». Con questo pensiero raduna 
quanti più può dei suoi e si lancia in mezzo al fuoco 
neniicro : nei primi passi però gli cade morto il cavallo 
e al fianco suo è colpito da palla fredda il Coseiiz. che 
rimane tramortito, ma riavutosi tosto, e circondato dai 
suoi valorosi compagni, riprende impavido il combatti- 
mento. 

Garibaldi, accortosi del pericolo clie correvano 
suoi cari compa^Kni, riunisce intomo a sé Mlssori, S 
tella e quanti trova sotto mano è si lancia al soccorso ; 
il cavallo di Garibaldi è ferito e non sente pi rt ilfreno; 
il tacco di un suo stivale è portato via da una sclieggia; 
é obbligato a smontare da cavallo; accanto a lui in quel 
momento cade mortalmente ferito il maggiore Breda; a 
Missori è pure ucciso il cavallo; anche Garibaldi vede 
che per ispuntarla bisofjmara ad ogni costo impadronii'&i 
dei due cannoni che fanno strage, e dà gli ordini ne- 
cessari; sì lancia alla testa dei suoi: all'impeto furioso 
non è possibile refaistere; i cannoni sono presi e dai_ 
nostri trascinati nelle linee garibaldine. 

Allora la fanteria napoJitana, che in quella giornata" 
combattè valorosamente, apre i suoi ranghi e dà il pa^iso 
ad una furiosa carica di cavalleria che a' avventa sui 
nostri come un turbine per riprendere i pezzi perduti; 
le squadriglie siciliane giunte allora da Patti entrano in 
combattimento e con una formidabile scarica fermano t'ini- 
peto dei cavalieri; l'uiììciaieche comandava la cavalleria 
èetsso pure obblig-ato ad arrestarsi ila Garibaldi clic ave- 
vagli afferrato la briglia del ca^■allo ; l' ufficiale mena 
un fendente, ma Garibaldi para il colpo e con meravi- 
gliosa agilità e freddezza ribatte colpo con colpo e spacca 
la testa al capitano: i borbonici non si danno per vinti 
e da ogni parte assalgono Garibaldi; si combatte corpo a 




2L^ 

corpo Missori sctrica quanti colpi ha nel suo revolver ed 
uccide quanti tentano appressarsi al generale ; Scatella lo 
difende a colpi di sciabolei, dando cogd tempo ai garibal- 
dini di accorrere al soccorso. Garibaldi è salvo. 

Ma.f,'li ostacoli erano insuperabili ; gì' immensi can- 
neti e le boscaglie di fichi d' India sparsi su quella riva 
impedivano aì garibaldini di far uso della baionetta, ter- 
ribile arma loro prediletta, e favorivano i tiri dell'arti- 
glieria borbonica. 

Per fortuna in quel momento apparve nella rada un 
vapore con bandiera italiana. Era la corvetta napoletjina 
« La Veloce » che il comandante Anguissola, dando primo 
l'esempio della rivolta, aveva consegnata a Garibaldi, 
il quale la battezzava col nome di « TuckOry » in me- 
moria del prode ma^'giore ungherese morto alla presa 
di Palermo. Il generale, senza perdita di tempo, bì fa 
portare a bordo, e salito sulla coffa dell' albero di trin- 
chetto domina tutto il teatro di battaglia; ordina al co- 
mandante d'accostarsi a tiro di mitraglia ed aì momento 
opportuno fa fulmin:vre di tianco le truppe borboniche, 
G ne fa tale strag-e ohe il nemico è sgominato in bre- 
ve ora. 

Questo felice diversivo dà tempo al Medici ed al 
Cosenz di riordinare i loro battaglioni e di prepararsi 
ad un decisivo assalto. 

'riiribaldi scende a terra dal Tuktìry con un ma- 
nipolo di marinari armati, si mette alla testa dei suoi 
e riprende l' offensiva ; lutte le riserve sono impe- 
gnate; il generale Fabrizi con un corpo di bravi sici- 
liani si spinge a vigoroso attacco; il maggiore Guerzoni 
arriva esso pure coi stioi a passo di corea; un'ultimo 
disperato a.ssalto è ordinato, i canneti a sinistra, il ponte 
di Cariolo di fronte, le case di destra, terribili .strette, 
sono tutte superate con indicibile valore; i cacciatori 
del Boseo rispondono con un fuoco Infernale e recano 
ai nostri danni non Jievi ; il capitano Leardi, dopo aver 
veduto cadere attorno a sé non pochi dei suoi valorosi 
16 



230 

è ferito a morte; Corto, lo Stalella, ìl Martini, il coQte 
Mftlacari, U conte BoLarelli, Cianciolo, di Leo, Vi Bella, 
Sazit, tìerg:^ Scolari, Coft'er, compiono iitti eroici e sono 
feriti; ed iJ Pino, il Coseuz, 1' Urbinetti e molti altri 
sono pure feriti ; ma il nemico è in fuga e insieme al 
nemico i ^'aribtildiiii entrano in fAiìazzo e costribgono i 
borbonici a riiioliiudersi nel forte. 

La battiigUa di Milazzo fu una dcHe pii!i sanguinose. 

Su quattromila e Olii battenti f^afibaldini, più di set 
tecento restiu'oiio huI wimpo fra morti e feriti. 

Le truppe napoletane coinbatLerono con valore e 
fecero paprar cara ai nostri la riportata Tittoria. 

La g-iornata del 21 passò in entrambi i campì tiun^ 
quilla^ le nostre truppe riposarono, e quelle borbonii.'he 
il 22 s' imbà-Lfcarono su tre navigli francesi per essere 
trasportate a Napoli. 



Dopo la presa di Milazzo anche le truppe che oc- 
cupavano la cittadella di Messina si arresero. — Tutta 
la Sicilia era liberata! 

Il giorno 24 il generale Garibaldi riceveva una let- 
di pugno di S. M. il Ro Vittorio Emanuele. In essa, dopo 
alcuni preliminari, il Re scriveva cokì : 

« Nel caso chf il Re di Napoli concedesse 1' eva- 
cuazione completa della Sicilia dalle sue truppe, se de- 
sisteBse volontà fìam ente da ogni influenza, e s'impe- 
gnasse a non esercitare pressione di sorta eopra i Sici- 
liani, dimodoché essi abbiano tutta la libertii di sceglioi'sì 
quel Governo che a loro mef^lio piacesse, in questo caso 
io credo che ciò che per noi tornerebbe più ragionevole 
sarebbe di rinunziare ad ogni ulteriore impresa contro 
il Regno di Xnpoli >■. ' 

A questa lettera G;iribhldi rispondeva come ap- 
presso : 



, ^^^ 231 

Sire, 

« La Maestà Vostra sa di quanto affetto e riverenza 
io sin. penetrato per la Sua persona e quanto brami dì 
ubbidirla. 

« Però V. M. deve comprendere in quale imbarazzo 
mi porrebbe oggi un' atitltudine passiva in faL^Pia alla 
popolazìene del continente napolitano che io sono obbli- 
gato di frenare da taoto tempo, ed a. cui ho promesso il 
mio immediato appoggio. L' Italia mi chiederebbe conto 
della mift passività, e ne deriverebbe immeuso diinno. 
Al termine della mia missione io deporrò ai piedi di 
Vostra Maestà l' autorità che le oircoatanze mi hanno 
conferito, e sarò poi ben fortunato d'obbedire la M. V. 
.per il resto della naia vita >. 

Garihaidl. 

Occorreva ora pensare al passaggio dello titretto ed 
alla continuazione della marcia gloriosa per le Calabrie 
alla capitale del Reame di Napoli.. 

Primo. pensiero del Duce fu quello di nominare co- 
mandante militare e civile di Messina l'illustre generale 
Nicola Falrizi, con suo Capo di -Stato Mag-gìore il va- 
loroso Abele Damiani. 

n venerando patriota Dell'imbarcarsi a Malta per la 
■ Sicilia aveva portato con sé un buon numero di valo- 
rosi, fra i quali PittaUiga, Guerzoni. Leardi, Soncinì, 
Bandìni, Civinini, Fochi, Ferrari, Ughi, Pedani, tutti ap- 
partenenti ai sessanta che il generale (iaribaldi mandava 
col Zambianrhi a compiere la diversione per promuovere 
la rivoluzione nello Stato pontiiicio. 

11 Zamliianchi non si mostrò degno della fiducia dì 
cui veniva onorato, né all'altezza della sua missione. 

Per incuria che non si spiega, sì fece sorprendere 
■da forze superiori papaline; i pochi uomini che egli co- 
mandava, combatterono valorosamente, ma soprafaiti dal 
iiumero, mancanti di direzione, dovettero riUrard-i, AI di 



232 

là. del confine furono fatti prigionieri da un battaglione- 
di granatieri e condotti i\ Genova, Liberati s' imbarca- 
rono col Corte, ma in alto mare abbordati da navi bor- 
boniche vennero tratti prigionieri a Gaeta — liberati — 
non stanchi della lunga odissea s' imbarcarono per Malta 
e di là col generale Fabrizi rjiggiunsero la Sicilia ri- 
sorta. 

Il passaggio sul continente non era cosa delle piQ 
facili; bisognava vincere le difflcolcà che venivano dal 
mÌDÌstero in seguito alle pressioni dell' imperatore dei 
francesi; bisognava inoltre deludere la vigilan2a della flotta 
nemica che giorno e notte batteva il mare e sorvegliava 
lo stretto ; senza contare che il Borbone, nonostante le 
defezioni, poteva sempre mettere a fronte di Garibaldi 
un esercito organizzato di 100 mila uomini. Era neces- 
sario quindi fare uso dì quegli audaci colpi di mano», 
nei quali Garibaldi era maestro. 

Infatti la sera dell'S agosto egli ordinava al colon- 
nello MuasoUno, calabrese, di tentare, con un limitato 
numero di volontari scelti fra i più audaci della bri- 
gata Sacchi, dei bersaglieri del Bonnet, del corpo delle 
guide, e condotti dai più valorosi, quali Missori, Alberto 
Mario, Vincenzo Cattabeni, Nullo, Curcio, Salomone ed 
altri valorosi, la sorpresa del forte Cavallo e la insur- 
rezione della Calabria. La sera dopo ordinava a Salva- 
tore Castiglia di sbarcare nell'Alta Fiumana con altri 
arditi garibaldini. 

Persuaso Garibaldi, dopo quindici giorni di vani 
tentativi, della difflcoltA del passaggio dello stretto di 
Messina, causa 1' esiguità delle sue forze, ed avute no- 
tizie dal Bertnni che in Sardegna stavasi organizzando 
una legione di circa nove mila volontari bene armati 
condotti dal colonnello Pianciani e dal Nicotera [.libe- 
rato da poco dall' ergaistolo della Favìgnana con altri 
compagni (h Pisacjine) col proposito d'invadere lo Stato 
Pontiflcio, convinto che su Roma si poteva marciare 
con più sicurezza per la via di Napoli, deliberava, dì 



233 

portiirsi egli stesso al Golfo degli Aranci per aseìeurfirsi 
il concorso dei nove mila uomiai coi quali avrebbe rad- 
doppiato le 6ue forze. Si metteva perciò tosto in viaggio 
ed appena iirrivato al G-oIfo degli Aranci si presentava 
d'improvviso a quella gioventù, che auelava al combat- 
timento ; vinse col fascino delle sue parole gli scrupoli 
di qualcuno e, preao il comando di quelle truppe, le 
traese seco in Sicilia. 

Date le disposizioni opportune per il governo del- 
risola — nominò Bepretis Prodittatore e parti per 
Messina. 

Prima di lasciare Palermo il Generale emanava 
l'ordine del giorno seguente : 

Alle Squadre Cittadine 1 

« A Voi robusti e coraggiosi Agli dei campi, io dico 
una parola di gratitudine in nome della patria italiana, 
a Voi che tanto contribuiste alla liberazione di questa 
terra, a Voi che conservaste il fuoco sacro della Ubertii 
sulle vette dei vostri monti, affrontando, in poclii o male 
armati, le numerose ed agguerrite falangi dei domi- 
natori. 

Voi potete tornare oggi alle vostre capanne colla 
fronte alta, colla coscienza d' aver adempiuto ad opera 
grande! Come sarà affettuoso l'amplesso delle vostre 
donne inorgoglite di Voi, accogliendovi festose nei vo- 
stri focolari! e Voi racconterete superbi ai vostri flgU i 
perigli trascorsi nelle battiiglie per la santa causa del- 
ì'Itnlia. 

I vostri cìirapi, non più calpestati dal mercenario, 
vi sembreranno piii belli, più ridenti. Io vi seguirò col 
cuore nel tripudio delle vostre messi, delle vostre ven- 
demmie, e nel giorno in cui Li fortuna mi pergiura la 
occfliSione di stringere ancora le vostre destre incallite, 
sia per narrare delle nostre vittorie o per debellare 



su 

nuovi nemici della patria, Voi avrete strstto la mano- 
di un fratello. » 

Palermo, 3 giugno. 

G. Garibaldi. 



Non si trattenne a Messina, ma trasferiva il suo 
quartiere generale a Punta di Faro riunendovi le bri- 
gate Medici, Cosenz e I^acchi^ dimostrando di volere 
tentare il passaggio dello scretto da quel punto. 

Non era che uno dpi suoi soliti stratta penimi ■ — 
altro egli aveva, in mira ! 

IL generale Sinori per ordine di Garibaldi aveva 
già assicurati due vapori, il <■ Torino » ed il « Franklin » 
che faceva trovar prouti nel porto di Taorttiina. Senza 
perdila di tempo, senza che alcuno ne sapesse oulla,. 
come un fulmine Garibaldi ordina a Bisio che trova- 
vasi a Taormina e che tanto aveva sospirato quel co- 
mando, di imbarcare la sua gente e quella di Ebe- 
rhardc (circa 40CK) uomini) sui due pirofìcafì. Bixio ohe 
tutto aveva approntito per il passnjcgio dello Stretto, 
imbiircati i suoi, monta sul * Torino * ; Garibaldi con 
parte ilellu truppe e col battaglione Oliassi, taile sul 
« Fritnklin ». 

Nella notte del 19 di agosto, levate le ancore par- 
tono per la Calabria, ed allo spuntar dell'alba del tìQ i 
due vapori si accostano a Melito tra Capo dell' Armi e 
Hpartivento. Disgraziatamente nel prendere terra il « To- 
rino » rimaae arenato, ma non per questo venne ri- 
t trdatD lo sbarco delle truppe garibaldine che fu effet- 
tuato senza contrasto; solo più tardi le navi da guerra 
napolitane in crociera se ne accorsero e presero a bom- 
bardare il « Torino » vuoto. 

Bisognava impadronii-si con un colpo di mano di 
Reggio; e «enza esitare il generale Garibaldi ordina di- 
muovere all'assalto, e la sera del 20 i gju-ìbaldini ri- 
prendono la marcia. Ad ima certa distanza delia città 
il generale ordina di obliquare a destra e per sentieri 



235 

remoti, evitaodo gli .ivampoeti nemici Jippostiiti sullo 
stradale, e guidato dal coloiinGllo Fiutino si avvicina 
ftUfl piiizai. Fatti riposare i volontari e disposto che la 
divisione Disio assalisse dalla parte di clestrii e quella 
di Eberhardt da sinistra, dopo forte resistenza s' impa- 
droiii della citti'i ed obbligò i regi a rinchiudersi nel 
castello. 

A Garibaldi importava d'impossessarsi del forte, per- 
che a\ev« iiTiito notizia che una grossa colonna uejnica, 
comandata dal generale Briganti, marciava eii Reggio, 
Fortiinntaiiiente la iioinparsa di Missorl roi suoi, reduci 
dall'impresa del Forte Cavallo, fece credere ai Napole- 
tani, che erano rinchiusi nel castello, di essere accer- 
chiati, per cui alio prime fucihite piovute dall'albo do- 
nianilarono d'arrenderai. 

Il Dittatore iiicaricjiva Bixio di trattare la resa e 
nomhiava Antonino Fiutino prodittatore delle Calabrie. 



#% 



I risultali della presa di Reggio furono di grandis- 
sima importanza ; Garibaldi si rendeva padrone di buon 
materiale da guerra e acquistava per base d'operazione 
sul continente una piazza di grande rilievo. 

La vittoria di Reggio er;i ben presto seguita da al- 
ti'a pure importemcissinia e decisiva. Xella notte dal 21 
al 22 il generale Cosenz, imbarcata sopra la fiottigiia 
del Faro la sua divisione, i carabinieri genovesi, e la 
legione esiera, riusciva ad approdare su la spiaggia ca- 
labrese nelle vieinauze di Seilla, mettendosi cosi alle 
spalle della forte brigati Briganti, accampata presso 
San Giovanni. 

Avuta notizia del fortunato sbarco di Cosenz a Scilla, 
il generale Garibyjdi si mos&e senza iudugio con tutti i 
suoi da Reggio, ove laseiò il colonnello Phitino con una 
colonna dì patrioti calabresi, per prendere fra due fuochi 
i Borbonici, comandati dal Briganti e dal Melendez. 



Le mosse dei garibaldini flirono cosi ben coni'binate 
ctie l'iuscirono a circuire lo forge regie, tantocJiè Gari- 
baldi, serrandolo d'appresso e sicuro del fatto suo, intimò 
la resa. Alloro aì videro novemila uomini d'ogni arma, 
ricclii d'arti{?lieri£i e d'o;;!!! attrezzo di suerm, nbbassare 
le armi, dopo debole rcBÌ^tcnzn, innanzi a ottomila ga- 
ribaldini <iuasi sprovvisti di tutto. Peri!» nel breve coni- 
bftitimeuto sostenuto dal Ck^senz nel prendere terra a 
liagiiara nelle vicinanze di Scilla, dopo di essere sfug- 
gito rairacolosaraente alla flotta borbonica in crociera, 
si ebbe A deplorare una preziosissima perdita, quella 
di Paul De Flotte, deputato all'Assemblea repubblicana 
francese, il quale eraei unito ai Mille col Loorois, col 
Dumas e con altri fr.itelli di Francia, venuti a combat- 
tere per la liberta ed unità d'Italia; perditi dolorosis- 
sima per tutti, ma particolarmente per Garibaldi, che 
cosi ne scrisse al Bertani, in forma d'ordine del giorno 
del 24 a^'osto : 

« Abbiamo perduto De Flotte! gli epiteti di bravo, 
di onesto, di vero democi-atico sono impotenti per espri- 
mere tutto l'eroismo dì quest'anima ìncomparubile ! 

« De Flotte, nobile tìglio della Francia, era uno di 
quegli esseri privilegiati che un sol paese non ha diritto 
di approjìfìarsi : no, De Flotte appartenne all'umanità 
intera; giiicché per lui la patria era ovunque un popolo 
Boffereiittó e curvo si rialzava per la liberta. 

« De Flotte morto per l'Italia, ha combattuto per 
essa come avrebbe coinbiittuto per ta Franoia. 

« Quest'uomo illujstre era un legame prezioso per 
la fratellanza dei popoli che attende l'avvenire dell'U- 
manità. Morto nei ranghi dei cacciatori delle Alpi, egli 
era, come molti dei suoi bravi concittadini, il rappre- 
sentante della geoerotìa Nazione, che sì può arrestare 
uu momento, ma che é destinata a marciare in avan- 
g^uardia deiremancipazione dei popoli e della civiltìi de! 
mondo. 

21 agosto. 

G. Garibaldi. 



237 



Perchè questo bel nome foB«e ricordato eon onore, 
il generale ordinava che la compagnia di 2ò0 francesi 
Tenuti h combattere per l'ItaUca indipendenza pren 
desse il nome eroico di De Flotte. 

Da quel giorno lo sfacelo dell' esercito borbonico 
delle Calabrie segui con rapidità crescente. Tutte le Pro- 
vincie si soUeTavano precedendo le forze della rivolu- 
zione, guidate da Garibaldi, La città di Potenza cacciava 
le truppe che la custodivano, e la BasilicatJi rivendicava 
la sua libertà. Cosenza costringeva le forze borboniche 
a Capitolare ed a ritirarsi a .Salerno, con impegno di 
non più combattere coniro Garibaldi. A Foggia, a Bari 
le truppe fraternizzavano col popolo. Il generale Viale, 
che stava a guardia, delle Termopoli di Monteleone con 
12000 uomini, minacciato dall'insurrezione del popolo 
e dalla sedizione delle truppe, batteva iu ritirata, abban- 
donando ai garibaldini una delle più forti poaìzìoni, 
chiave strategica delle Calabrie- 
Delie truppe borboniche in ritirata prendeva il co- 
mando il generale Ohio che sì arrestjiva a Saveria-Man- 
nelli, tra Tiriolo e Cosenza, per attendere di pie fermo 
il sopraggiungere dei garibaldini. Prima però che egli 
arrivasse a Saveria^ le alture che la dominano, venivano 
occupate dlalle brave bande calabresi di Stocco, parte 
delle quali erano dirette e comandate dal valoroso pa- 
iriota Antonio Taglieri, che nominato tenente passò poi 
nel 2" reggimento della divisione Cosenz; cosiché il Chic 
sì trovò prima dì combattere, accerchiato. Garibaldi or- 
dinò tosto a tutte le truppe che lo seguivano dì conver- 
gere a marcia forzata su Tiriolo, e, appena potè avere 
sottomano l'avanguardia della divisione Cosenz, la lan- 
ciava sulla stradji di Savoria-Mannelli, faceva calare 
dallo alture le bande dello Stocco, ed intimava al ge- 
nerale Chio la iTsa. 



238 

Questi tentò di j,'uadagiiare tempo, tnn dopo un ora 
altri 13000 uomini andavano dispersi conto quelli del 
generale lìriganti, lasciando libere nelle mani del Dit- 
tatore tutte le Calabrie. Il generale Garibaldi annua-^ 
ziava la vittoria con il seguente dispaccio: « Dite 
mondo die, fol miei bravi ("alnbresi lio littto depotrj 
le armi ai 12000 soldati del generale Chio, e liljerat 
la strada agli ultimi trionfi dell'Unità Italiana • e pn 
seguiva la sua marcia trionfale per Napoli. 

Tra Salerno ed Avellino circi ventimila uomini, la 
più parte mnroenarii stranieri, suivano aspt'ttjindo Ga- 
ribaldi, risoluti a combattere. Ma, corsa la notizia che 
la rivoluzione si era propjigata ad Avellino e nel Prin-_ 
cipato Ulteriore, Èwiputo che il generale Cnlderelli, ci 
aveva capitolato a Cosenza, era passato a Garibaldì7 
anche le truppe di quel campo cominciarono a dar se- 
gni di ammutinamento ; il che to'se ai eoniandnnti la 
speranza di tentare un attacco con probabilità di suO;jj 
cesso. 

L' arrivo di queste notizie a Napoli indusse il 
a ritirarsi a Gaeta: il che' fece il 6 del mese di Set- 
tembre, la-sciando Napoli in tutela della Guardia Na- 
zionale. 

All' udire la lieta notìzia Garibaldi, presa a Vtetri 
la ferrovia, gimigeva a mezzogiorno alla stazione dì 
Napoli ove Liborio Romano lo riceveva, felicitandolo a 
nome della cictadinanza. 

Al tocco in carrozza accompagnato da Cosen/, da 
Bertani, da Mìssoi'i, da Nullo o da poclii altri ufficiali 
faceva il suo ingresso nella bella cittii di Napoli, passando 
sotto i forti ancora occupati dalle truppe borboniche, 
in mezzo a soldati nemici sparsi per le vie e fra V en- 
tusiasmo del popolo scendeva alla Foresteria, palazzi- 
dei governo, e ne prendeva possesso. ^| 

Primo suo atto fu quello di emanare il seguente 
Decreto : 



239 

Napoli, 7 settembre I8GO. 

U Dittatore Decreta: 

€ Tutti i bastimenti da guerra e mercantili appar- 
tenenti allo Stato delle due Sicilie, Arsenali e materiali 
di Marina, sono aggregati alla Squadra del Re Vittorio 
Emanuele, comandata dall' Ammiraglio Persane ». 

G. Garibaldi. 



* 
* » 



Istituiva tosto il governo dittatoriale, nominando Cri- 
spi ministro degli Esteri, Liborio Romano ministro del- 
l'Interno, Cosenz ministro della Guerra, Pisanelli mini- 
stro dì Grazia e Giustizia, ed al generale Turr dava il 
comando di tutte le truppe stanziate a Caserta ed al 
Volturno. 

U 18 settembre il generale Turr, comandante le 
forze al Volturno chiamava a se il suo capo di stato 
maggiore e tutti i comandanti delle brigate ai suoi or- 
dini ; esponeva ad essi il progetto di una ricognizione 
offensiva su Capua, onde antivenire una battaglia che, 
secondo notizie ricevute, i regi si apprestavano a dare 
appunto nel giorno 19 dedicato a S. Gennaro, dal quale 
speravano protezione e vittoria. Si doveva simulare un 
attacco sul fronte di Capua, per attirarvi le forze bor- 
boniche ed impedire alle medesime di portare soccorso 
alla loro sinistra dove dovevano operare le colonne 
di Cbudafii e di Cattabeni; dava a ciascuno dei co- 
mandanti di brigata verbali istruzioni , determinanda 
ad ognuno la parte che doveva prendervi ; raccoman- 
dava infine ai comandanti di non esporre le truppe 
oltre il limite richiesto dallo scopo cui tendeva l'azione, 
cioè la simulazione di \\a attacco. 

Ordinava quindi che l' azione dovesse effettuarsi 
nelle prime ore del giorno seguente, 19 settembre. 



240 

In seguito & tale ordine i colonnelli brig:a.(iieri Span- 
garo, Puppi, di Giorgia, Eber, Sacchi, La Masii, si mos- 
sero sul (are del giorno del 19 al simulato attacco di 
Capun. 

L'attacco contro il fronte dì questa fortezza, in so- 
stenuto eoa grnnde valore: colla punta della baionetta 
furono siiidivti i borbonici che occupavano due cascine 
sulla strada conducente agli approcci del forte e quelli 
fippostat! fra l'argine delU ferrovia e la strrida poetale. 

I bersaglieri milanesi^ comandati dal tenente Pe- 
dotti, compirono atti di grande valore ; il tenente, caccia- 
tosi coi suoi fra le fitte schiere neiniclie, corse pericolo 
di essere soprafatto ; vi fu uu momento In cui fti cre- 
duto perduto, ma il destino lo volle conservato alla 
patria. 

La mitraglia, senza interruzione vomitata dai ba- 
stioni e dai forti di Capua. cagionava perdite enormi ; lo 
stesso brigadiere Puppi, mentre con temerai'ìo ardi- 
mento si esponeva alla tt^sta dei suoi, inseguendo il 
nemico fino a 100 metri dalle controscarpe del forte ca- 
deva mortalmente ferito, da eroe; assieme a lui erano 
feriti mortiUmente i capitani Morani, Cozzo e Blanc. 

Ormai lo scopo che il coraandiinte euperlore erasi 
prefisso poteva ritenersi pienamente ottenuto, per cui 
venne ordinato di retrocedere ordinatamente, e die o^ni 
corpo riprendesse le proprie posizioni. Al tenente Pedotti 
eoi suoi Vtersaglierl milanesi, coadiuvato dal tenente Zan- 
carìni, comandante la compagnia Genio, fu dato l'arduo 
incarico di sostenere e proteggere la ritirata e di trarre 
in. salvo l'arti^lieriaj specialmente i pezzi che il fuoco 
nemico aveva smontati. 

II neraicOj appena visto che i nostri muovevano in 
ritirata, bai danzosìtm ente usciva in buon numero dal 
forte per inseguirli e molestarli ; ma venne arrestato 
dalle punte delle baionette dei bravi bersaglieri che, 
guidati dal loro comandante Pedotti e assecondati dal 
3° battaglione del capitano De Claroli, lo misero in fuga. 



241 
It tenente Pedottì per il suo eroismo veniva propo- 
fito per ]a promozione e per la croce delFOrdine Mili- 
tare di Savoia, 

Altri ufflciali per la loro bella condotta ebbero pure 
meritate oiiorifieienae e promozioni. 



11 maggiore Cattabeni, partito secondo l'ordine ri- 
cevuto da Caserta alle 3 poni, del giorno 18, arrivava 
a Limatola a mezzanotte e mandava il seguente rap- 
porto : 

Ai generale Turr. 

« Mi trovo ad un terzo di miglio dalle sponde del 
fiume. Mi è riuscito ottenere tre pescatori che mi ser- 
viranno di guida. Da qui a Caiazzo vi sono circa 4 mi- 
glia. I soldati riposano, e alle '2 e mezza riprenderò la 
marcia. Ho ortlinato ai soldati dì mettere le giberne 
aUestremitii del fLicile, perché troveremo un mezz'uomo 
d'acquft abbondante. 

« Dai rinsegnamenti avuti, in Caiazzo ci sono 600 
regi, con due pezzi d'artiglieria. 

« Al giungere di questo rapporto, son sicuro Caiazzo 
sarà in nostro potere. Non potevamo scegliere un mi- 
glior punto di questo per passAre il fiume. Alle 4 e mezza 
diirò l'assalto a Caiazzo, e vedrà che i cacciatori di Bo- 
logna son degni di essere sotto i suoi comandi ». 

firmato G. B. Cattabeni. 



E, come aveva promesso, le truppe comandate dal 
C-attabeni alle b e mezza entravano a Caiazzo, 

Ottenuto lo scopo della ricognizione e quello di e- 
Bplorare le ibrze del nemìeo, il generale Turr esponeva 
al Dittatore Garibaldi la necessità di ordinare al Catta- 
beni di sgombrare Caiflzzo ; ma Garibaldi mostrava ri- 



24? 

pugnanza dì abbandooare una co^ bólla posiziohe : e 
allora Tuit fatta comprendere la difficoltà di sostenere 
con un battaglione una posizione cosi lontana, al di lÀ 
di un fiume, raccomandava a Garibaldi di farla occu- 
pare fortemente, e il generale dava ordini al Medici dì 
mandarvi una brigata della sua divisione ; disgrazia - 
tamente non si era più in tempo. 

Il generale Garibaldi, visto che il Turr aveva biso- 
gno di riposo, per migliorare la sua salute il 20 gli tele- 
grafava cosi : 

AI generale J\irr, Caserta. 

*. Subito giunto Medici a Caserta incaricato dei Co- 
mando, venite qui a passare qualche giorno. 

Napoli 20, ore 6,50 » 

G. Garibaldi. 

Mentre questo avveniva nel campo garibaldino, i 
borbonici preoccupiiti della perdita di Caiazzo, determi- 
navano di riprenderlo immediatamente e ad ogni costo. 

» 

La mattina del 21 settembre sei battaglioni di cac- 
ciatori regi, due squadroni di cavalleria ed una b;itteria 
da campagna, sotto il comando del generale Colonna 
uscivano da Capua per investire Caiazzo. 

Il comandante dell' 11° battaglione garibaldino che 
occupava la posizione avanzata di Monte S. Nicola, av- 
visava il brigadiere Spangaro di questo movimento; uia 
era troppo tardi ! I rinforzi non potevano arrivare in 
tempo, solo il colonnello Vacchieri con 600 uomini potè 
giungere in sussidio dal Cattabenì. 

Ma che potevano fare i comandanti garibaldini con- 
tro l'enorme superioritii delle forze nemichet Essi occu- 
parono un Iwsco di oli^i, («irricarono le strade di Caiazzo 



243 

ed atte&ero di pie fermo il nemico. Si cominciò a com- 
battere fuori della città ma, incalzati àxi ogni parte^ i 
i,quibaldini mancanti di artiglieria, oppressi dai numeroi 
abbandonarono la campajina e si ritirarono nella città 
dietro le barricate, per resistere fino all'estremo. Avve- 
niva allora un fatto atroce; mentre i nostri combatte- 
vano alla difesa delle barricate, i reazionari li fucila- 
vano alle spalle dalle case e dai tetti. Osni resistenza 
diveniva impossibile, inutile; le barricate erano demolite 
dal cannone borbonico, 1 garibaldini assaliti di fronte e 
alle spalle; il Cattabeni cadeva ferito gravemente men- 
tre incoraggiava alla resistenza ; molti altri ufficiali fe- 
riti vennero fatti prigionieri; i garibaldini cercarono di 
salvarsi ritirandosi, ma, incalzati dalla cavalleria, molti 
rimasero buI terreno, altri si gettarono nel fiume, ove 
non pochi perdettero la vita, siccbè del battaglione 
Cattiibem ben pochi rientrarono in Caserta. 




N 



Verso la fine di settembre Garibaldi, presentendo 
elle i napoletani, forti di olti'e quarantamila uomini, rin- 
chiusi a Capua avrebbero fatto un supremo sfurzo per 
ric.onquistare_Napoll al loro Re, aveva con un suo caldo 
appello chiamato i commilitoni a raccolta chiedendo al- 
ritalia nuovo aiuto d'uomini, pel compimento dei suoi 
voti di libertà e d' indipendenza. 

Alla chiaraiita di Garibaldi volle rispondere anche 
l'Elia, che i! Prodittatore Depretis aveva mondato a Bo- 
logna alle cure del professore Rizzoli. Sebbene assivi sof- 
ferente e impedito di parlare, pur'egli senti il dovere di 
non mancare all'appello, tiinto più che il Cenento Lanari, 
superstite del battaglione Cattabeni, si offriva di accom- 
pagnarlo. 

Quaudo il ijenemlc vide l'Elia a Caserta Io accolse 

n viva gioia ed amore, ralJegrnndosi di vedere av- 

■*rata la sua profezia dei X5 raag-gio a Cfilataftmi «. Co- 



344 

raggioy mio Et'tit, di quénk ferite tum si muore » parole che-' 
egli ai compiacque di rammentargli nvaiiti ai pret>enli de 
qunrtiere generale, 



Come Garibnldi aveva previsto i borbonici si ] 
paravano ud Uim Aera, disperata riscosan. 

Ma il generale dal canto suo noti ai sarebbe lasciat 
cogliere alla sprovvista. — Egli si approntava a ricevere 
il nemico come si conveniva, e prendeva il partito il 
fronteggiarlo in tutti i punti, pei quali avrebbe potuto , 
sfondare e marciare su Napoli. 

A questo scopo dava le sue disposizioni. 

Le posizioni dell' esercito garibaldino, cominciando^ 
dalla sua estrema destra, cioè da Maddaloni descj'ivendo 
un semicerchio erano le seguenti: 

Monte Longone. Monte Caro, Caatelmorone, posta' 
di prolungamento della linea ira Maddaloni e S. Leucio; 
S. Leucio, Sant'Angelo, Santa Maria e San Tammaro, 
le quali erano occupate cosi: ^H 

Sopra Maddaloni Blsio colla sua divisione, die com^' 
ponevasi delle brigate Dezza e Spiiiazzi, più la brigata 
Eberhaidt della divisione Medici, con la colonna Fabrizij^B 
in tutto 5Ò00 uomini circa, con 8 pozzi di artiglieria^^ 

A Castel raiorone, passo da Casertii a Limatola, il 
battaglione Bronzetti di soli 2?0 uomini. 

A S. Leucio il t;:enerate Sacchi colla sua briga 
(divisione Turr) di 2500 uomini circa. 

A Sant'Angelo il generale Medici con la sua divi 
sioae (meno la brigata Eberhardt) e colla brigata Spa 
garo (divisione Turrj. in tutto 5000 uomini circa, con ^ 
pezzi da campagna e il reggimento Brocchi dei genio 
di 400 uomini. 

A San Tammaro, estrema sinistra, il reggimento 
bardella della divisione Cosenz, steso tìno alla ferrovia 
di S. Maria a Capua, ove era pure una mezza batteria; 



245 

i reggimenti Malenchini e Laugè, sulla sti'ada ruotabìle 
a destra di S. Maria, ed a sinistra verso la ferrovia la 
brigata La Masa con una compagnia del genio, distesa 
verso lo stradale Santa Maria-Sant' Angelo ; la batterìa 
della divisione Turr a Porta Capua di S. Maria. Tutta 
questa forza sotto gli ordini del generale Milbitz. 

Ad Aversa il colonnello Corte con la brigata in for- 
mazione. 

La riserva forte di liOOO uomini circa, con 12 pezzi 
di artiglieria, sotto gli ordini del generale Turr, a Caserta. 

La battaglia era imminente; Garibaldi ne era certo. 
H iìO di settembre aveva notato da Sant'Angelo un mo- 
vimento straordinario sotto Capua, e siccome era sicuro 
di aver indovinato il pensiero del suo avversario, man- 
dava gli aiutanti ad avvertire i suoi Luogotenenti che 
fac^sero buona guardia perchè l'indomani sarebbe av- 
venuto l'attacco generale, ultimo disperato tentativo da 
parte dei borboni. 

Il 1" ottobre, alle 3 del mattino, il generale Garibaldi 
seguito dal suo stato maggiore e dai suoi aiutanti mon- 
tava in ferrovia e giungeva a 8. Maria sul far dell'alba. 
Il Milbitz era giìY alle prese col generale Tabacchi in 
S. Maria, e il Medici con Afan de Rivera a S. Angelo. 

Il generale Tabacchi, attaccando S. Maria e tro- 
vando forte resistenza di fronte da parte dei reggimenti 
Lauger, Sprovieri, Corrao e La l'orta, spinse una parte 
delle sue truppe a sinistra per girare la città e tagliare 
le comunicazioni fra S. Maria e Sant'Angelo; ma se ne 
avvide Garibaldi che ordinò alla brigata Assantì di ac- 
correi-e in aiuto. 

Diede pure ordine al 2" battaglione bersaglieri Li- 
vornesi comandati diil maggiore .Sgarellino di spingersi 
a sinistra della strada per S. Angelo, al 1" reggimento 
colonnello Faziolì, ed al 2' comandato dal colonnello 
Borghese di occupare il cimitero ed una casa prossima, 
per tener testa all'irrompente nemico. 

17. 



Tutti questi oitiini rigorosamente eseguiti, sotto 11 
fulmìujtre iiic^ssuite de! nemico, rafforzano la mìiiac- 
clata ]Knizìone leuuta con estremo valore dal brigadiere 
Mal une. ili Ili e dai suoi eroici compagni. L'attacco ftil- 
mineo della brigata, Assauri e dei brarì guidati da Lau- 
ger, Sprovìeri, Palizzolo, Malencbioì, La Porta, fenim lo 
alancio del nemico che si riduce ad investire Santa Maria, 
la cui popolazione elettrizzstii dalle calde purole dello 
ftiudente Aufjusto Pierantoni prestava ogni sortii di aiuto 
in sostegno dei combattenti gnrìbaldini. 

Mentxe a destra ardeva cosi il Mini battimento, a San- 
t'Angelo i re^ t'«i;c\ìiiio i più arditi sforzi, con te più 
grandi luasee, per sfondare la linoa dei nostri e irrom- 
pere su Caserta e Napoli. II Dunn. lo Spangaro, il 
Simonetta, il Ferrari, il Pedoni fiicevano ^furzi eroici 
per contenere ed arrestare l'impeto del nemico, ma bat- 
tuti da tutti i lati dairartiglicria boi-booica, ferito il bri- 
gadiere Dumi., morto il comandante del tuittairlìone Ra- 
morinu, tenti i capitani Tito, Franco, ed altri, s<jno co- 
stretti a dare indietro e » riparare dietro le barricate. 

Il fienrialo Medici comprendeva che la p-^rdFtì dolla 
fina [Kjsiziune iivrebbe avuto per fatale risultato I'occtu- 
pjLzione da parte dei regi di Caserta e di Napoli. Biso- 
gnava vincere ad ogni coftto: « Avanti figliuoli » egli 
gridava — < moriamo tutti (jui se occorre, ma vineiamo 
ip nome d'Italia e di Oarihaldi ». 

« .A.vanti tutti »! — e colla decisa risoluzione di 
vincere o di morii'e si mette uìl,'* testa dei sunì e, sor- 
retto didla sezione d'artiglieria comandata dal tenente 
Torrii.:ellÌ, si slancia conti-o il nemico, caric-ando furlosa- 
meiiLonlla Iviiunettìt; cadono nella brillante cjirica il niag- 
gior Cfwtellazzo, il lungntem^nte Ciipauelll e molti nitri, 
ma il nemico é fermaLo e obbligato a cedere terreno. 

11 generale Gnril>aldi che dalle primo ore del mat- 
tino »i trovava a S. Maria, codiiilandy interamente in 
Milbiiz, am veeclijo coraiKtgno di Ronm, cai aveva rac- 
oomandiito di resistere e impedire ad ogni costo che le 




comunicazioni tra S. Maria, e Sant'Angelo fossero tagliate, 
montava in veÈtur» e, scortato dal suo stato raagg'iore, 
da Missori, da Arrivabeiie, da Elia, da Basso e da al- 
cune guide, 3i dirigeva verso Sant'Angelo per vedere 
come findavano le cose in quel campo d'azione, die sa- 
peva Srtrlaraente ìDipegnato. 

La strada che da S- Maria va a Sant'Angelo era 
tUlnnnata;, il generale G-arihaldi in quel momento su- 
premo per le sue armi nel traversarla si trovò avvolto 
in un nembo di morte; la carrozza tempestata da una 
grandine di fucilate fu involta fra un nu^'oio di nemici. 
Le scariche gli avevano ucciso un cavallo ed il cocchiere, 
talché Griiribaldi fu costretto a balzare a terra e coi 
suoi difendersi; cadevano feriti, al fianco del generale 
il prode Arrivalene ed altri; il pericolo era estremo; 
ma se ne avvidero i carabinieri genovesi comandati dal 
Mosto, i carabinieri lombardi comandati dal Simonetta, 
e il bravo capitano Fratelli comandante la 7" com- 
pagnia della brigata Spangaro, i qunli tutti si slancia- 
rono con tale impeto che il nemico fu in breve sbara- 
gliato e posto in fuga a punta di baionetta,' e a Garibaldi 
e ai suoi aperta !a via per Monte Sant'Angelo. 

Ivi arrivato, trovò Medici che alla testa dei suoi 
faceva eroici sforzi onde rigettare le masse borboniche ; 
ma col suo occhio d'aquila il generale B' avvide che le 
sommità del Monte S. Nicola erano occupate dai nemici^ 
i qunli per strade coperte avevano delusa la vigilanza 
dei garibaldini, e girato Sant'Angelo, si erano portati 
dietro la nostra lìnea, oceupasido le alture, pronti a 
piombare alle spalle dei nostri, 

Senza perdita di tempo il generale Garibaldi rac- 
colse tutte le truppe che potè avere sotto mano e, 
preso esso stesso il comando, si avviò per stretti sen- 
tieri pafiBando al di sopra del nemico e d' improvviso 
fatta una sola Bcitrica si precipitò sui l)orboniei che uc 
rimasero schiacciati e fatti prigionieri. 

Intiinto altre truppe giungevano in aiuto al Medici 




^ 



248 

condotte dal maf^g^iore Farinelli, dal maggior Morìei, dal 
colonnello Simonetta, dal colonoello Ferrari, e dal co- 
lonnello CunsialJa, sotto capo dello stato maggiore; con 
tutte queste forze il Medici ordinava un estremo assalto 
alla baioneltrt: questo fu condotto sotto gli oc-chi di (ia- 
ribaldi con tale impeto irresistibile, che i borbonici fu- 
rono rotti e posti in fuga lasciando numerosi prigionieri. 
Quando Garibaldi si fu assicurato elio a Sant'An- 
gelo per l'eroica condotta dei combattenti guidati dal 
Medici^ potevasi ormai contare sulla vittoria, si diresse 
dì nuovo verso 8. Maria. 

Mentii accorreva in quella pai-te ove U combatti- 
mento erti aspramente impegnato, il generale Turr man- 
dava a Gainbaldi un suo ufficiale d' ordinanza, per far 
gli noto di avere inviata parte delUi riserva a S. Maria e 
parte in rinforzo a Bixio; e per chiedergli se credeva 
arrivato il momento opportuno per fare entrare in com- 
battiuieiito i restanti 3500 uomini che aveva disponi- 
bili, Garibaldi gli rispondeva: « marciate con tutte le 
forze su 3. Maria, dove mi troverete ». 

Il g-eueraìe Turr non perdette un minuto — egli te- 
neva pronti [ suoi — e presto fu a S. Maria ove trovò 
che Milbitz faceva eroici sforzi per ribattere gli attjicchi 
sempre ripotuti del nemico. 

Appena ri-aribaldi vide Turr con la riserva gli disse: 
« Siamo vincitori — noa occorre che r ultimo colpo de- 
cisivo ». 

Air imitante il generale Turr ordina alle brigata As- 
santi o Milano che aveva condotte con sé di caric-ire il 
nemico : Garibaldi seguito da Rilstow coi suoi usseri si 
mette alla testa delle brigatt;; tutti gli altri corpi fanno a 
gara per seguirlo nell'estremo cimento; Corrao, La Porta, 
Pace, Palizzolo, Sprovierì, Malenchjni, Bassini, Ta&ca, 
Lepore, Sgarellino ai slanciano in furioso attacco; il batta- 
glione Tasca del reggimento Bassini, affronta il nemico 
che erasi forlemeote trincerato nel cimitero da dove se- 
minava strage sui nostri ; il primo a scalare la cinta, è il 



249 

Taloroso furiere Pittaluga ; il Pittaluga è seguito dalla 
1* compagnift Lepore e da altre; il cimitero è preso 
colla punta della baionetta e il nemico posto in fu^a; 
molti rimangono prigionieri e il prode Pittaluga ti pro- 
mosso sottotenente sul campo di battaglia. 

Altri si avventano contro la batteria nemica e se ne 
impadroniscono. 

Ma non era ancora la vittoria predett^i da Gari- 
baldi ! 

A S. Maria ancora si combatteva accanitamente. 

La compagnia La Flotte teneva fermo fin dalla mat^ 
tina nella Cascina davanti S. Maria^ da dove cinque fu- 
riosi assalti nemici non avevano potuto sloggiarla. Ma 
tutti erano sfiniti. 

Per fortuna il cjipitano Adamoli dello stato maggiore 
portava la notìzia al generale Turr dell'arrivo della 
brigata Eber; sì sentiva il vivissimo fuoco col qujile ei'ano 
stille accolte le brigate guidate da Garibaldi in pei'iiona, 
e Turr ordinava che Eber con la sua brigata, colla le- 
gione ungherese e con la compagnia dei cacciatori esteri, 
accorresse a sostegno, 

11 Dittatore, sboccato sulla strada S. Angelo, era stato 
accolto da fuoco violentlsiiimo sulla sua sinistra mentre 
la cavalleria borbonica si slanciava alla carica, ma i 
bersflglien railftnesi mandati dal Medici di scorta ed a 
sostegno e guidati dal valoroso Pedotti, tcnoero testa con 
una furiosa controcarim coadiuvati dalla legione unghe- 
rese e misero in fuga, sbarìigiiata, la cavalleria e la fan- 
terìa nemica. 

Era ora di finirla; e Garibaldi manda ordine al Turr 
a S. Maria, a Medici a Sant'Angelo, perchè m faccia un 
ultimo supremo sforzo su tutta la linea ; Hclieiter coi 
suoi usseri ungheresi, Corrao, La Porta, coi loro reg'gi- 
menti; Tanara, Cucchi, Tasca, Sgarellìiio coi loro bat- 
taglioni ; Pedotti e Missiroli, il pj-imo coi suoi bravi ber- 
saglieri, il Bccondo coUa 1^ compagnia della brigata Sac- 
chi, si lanciano in aiuto della truppe di Malenchinì e 



2Ó0 

del Bassini e tutti uniti sA avventano contro il nen]i« 
con furiosa carìcii allii baionetta; il nemico è rotto 
tulita la liuen sbandato ed in ritirata su CapuA. 



La giornata del 1° ottobre fu memorabile. — In qi 
fiero combattimento Garibaldi anche una volta dai 
prova di grande sapienza militare : i suoi luof^-utenent 
Turr, Medici, Bixio, Milbitz, La Masa, Dezza, e gli altri 
tatti, si mostrarono degni di lui; i bravi garib^ildìnì dJpder^H 
prove di grandissimo valore e di abnegazione. Moltis- 
simi furoiio coloro che si distinsero e fra questi i ccb^_ 
lonnelli Borghese e Fazioli, il promosso e decorato a1^| 
l'ordine di Savoia Pedottj, il tenente Carbone, il Tom- 
masì che il Malenebìni promoveva capitani: a fianco d€|^J 
Carbone dei Mille combattè da valoroso il furiere mag^^l 
glore Coffa che veniva promosso sottoponente e Cregiaio 
della modaglia. al valore militm'e ; mnetró pure grande 
vs^lore il tenente Lacava che si guadagna la medagU. 
al valore mUiCare. 

Verino le G pom. tutta la linea di battaglia da S. Ma- 
ria alle alture di S. Angelo era abbandonata diii nomici 
e i garibaldini estenuati, dopo 14 ore di combattimento_ 
;iccanito, potevano riposarsi sul campo tanto glorios 
mente difeso. 

Anche da Maddaloni Bixio aveva mandata la 
tizia della vittoria su tutta la sua linea. 

Il cnmijatti mento fu lungo ed accanitissimo. — Eixio 
aveva voluto dai suoi il giuramento che sarebbero morti 
tafti al loro posto piuttosto che permettere ai borbonici 
di marciare su Caserta — « Devono passare sui nostri 
corpi » aveva detto e gli assalti delle truppe regie, re- 
plicati ed accaniti, furono tutti con gravi perdite respim^^ 
ed inSne furono posti in luga. ^H 

Gli atti di eroismo di Bixio, di Dezza, di Menotti 
Garibaldi, degno figlio del ^adre, dei colonnelli Tadeì 



1 



!nt Q 

1 




251 

Spinazai, del maggiore Boldrini che rimase gravemente 
ferito, non si possono descrivere. — Il posto doveva es- 
sere tenuto — là ai doveva vincere o morire — i prodi 
tennero fede e vinsero. 

Nei fieri combattimenti sostenuti con grande valore 
e vinti colla punta della baionetta, molti si distinsero e 
fra gli altri, il capitano Burattini, i tenenti Venzi, Gior^', 
Taglieri e il Della Torre, proposti tutti per la promo- 
zione e per la medaglia al valore militare. 

E de{jiio di memoria onorata questo epico episodio. 
Mentre si combatteva acciinita mente in tutta la linea a 
.S. Maria, a S. Angelo ed a Miiddalonì, il inaggnoro Bron- 
zetti eoli 270 dei nostri sosteneva a Castel Moirone riu'to 
di 3000 boi'bonici, respingendoli in ben dieci assalti. La 
inìiggior parte di quei bravi era caduta; invano gli uf- 
ttcijili napoletiini eeortavauo i superstiti ad arrendersi, 
facendo sapere clie tìinto valore sarebbe etato rispettato; 
Pilade Bronzetti resistette entro il ca-stello tinche ebbe 
cartucce, e,qnitndo queste vennero meno, i difensori di 
Castel Morrone vollero morire da eroi, Stretti come un. 
sol uomo, tentarono aprirsi col revolver in pugno e colla 
baionetta un varco tra le migliaia di nemici; oMdero 
quasi tutti lasciando di essi nome immortale ; hi ferito 
a morto lo stesso eroico Bronzetti e i poL^iii rimasti ven- 
nero condotti prigionieri. Fra questi eroi sacrati alla 
morte, combatterono disperatamente il valorosissimo ca- 
pitano Mirri, che fu ferito, ed i tenenti Matteo Renato 
Imbriani, Vincenzo Migliorini, Elpidìo Mantógazza già 
distintosi Milazzo, i quali si guadagnarono la meda- 
glia al valore militare e la promozione. Questa eroica 
resistenza contribuì efficacemente alla vittoria della me- 
moranda giornata: onore ai prodi! 



Mentre Garibaldi co* suoi del quai"tiere generale sì 
ritirava da S. Angelo, s'imbattè nei caraljìuieri geuo- 



252 

vesi che vollero fargli scorta, Fatto appeua Volt per 
il rancio, e per un pieeolo riposo di cui tutti sentivano 
il bÌKOgno, venne al tìeiieriile l'avviso che una colonna 
di 5000 borbouit'i tivivavaai a Caserta vecchia, pronta 
a piombare su Caserta, quartiere generale garìbaldiao. 

Mandate staffette, per avvertire Sirtori che era a 
Caserta, Bùcio a Maddaloni, Stocco coi suoi calabresi ad 
Aversa egli cou Missoti eoi carabinieri genovesi e con 
altre lorze che potè avere sotto mano, si mise subito 
in marcia prendendo la via della Montagna. I nemici 
si erano posti in marcia per Caiserta nulla sapendo dei 
rovesci loro toccati su tutta la linea di combattimento 
nel giorno innanzi, nm trovarono Sirtori con le forze 
garibaldine sotto al suo comando al Quartiere Generale 
(alle iiu.ilì erasi unito un battafilione di liersa^lieri sbar- 
cato allora allora da nna R. Nave Itiiliana) che li rice- 
vette vigorosamente, e sorpresi ai fianchi ed alle spalle 
dalle forze di Gfaribaldi, di Bixio, di Stocco, dopo una 
reJstenza de^nii di mig'lior causa, battuti con valore 
dai nostri, fra i quali .si distìnsero come sempre il co- 
lonnello Mìssorì e il Ma;2;giore Fazzari, accerchiati, dovet- 
tero arrendersi e darsi prigionieri. 

La vittoria det Volttinio del 1 e 2 ottobre aveva 
tolto ai borbonici o^ni possibilitii di rivincita; e li aveva 
costretti a rinchiudersi nelle fortezze di Capua e di fraeta. 
Perù un pensiero crucciava G-aribaldi. Ksho diceva 
eon gli amici nei brevi momenti di riposo al quartier 
generale di Caserta: f II primo ottobre abbiamo scon- 
fitto il nemioo a tal punto, che non sarà piCi in grado 
di affrontiirci; ma non poyso andare a Boma, lasciando 
addietro 40.000 uomini trincerati tn due fortezze: eiisi 
si riprenderebbero Napoli, queindo io coi miei non fos- 
simo qui a difenderla ». 



A dìstorglierlo da cotali pensieri era avvenuto un 
fatto politicamente assai importante. 



25S 



CAPITOLO XX. 

Liberazione dell'Umbria e delle Marche 
Castellldardo-Ancona. 

Decisa l'occupazione delle Marche e dell'Umbria da 
parte delle truppe Piemontesi, il Conte di Cavour ne 
■dava avviso al Cardinale Antonellì con sua nota del 
7 settembre 1860 uella quale si diceva: 

Che il govemo Sardo era dovuto venire in quella 
determinazione perche « la coscienza del Re Vittorio 
Emanuele non gli permetteva di rimanersi testimone 
impassibile delle sanguinose repressioni con cui le armi 
dei mercenari stranieri al soldo del governo papale, 
soifocherebbero nel sangue italiano ogni manifestazione 
del sentimento nazionale. Niun governo ha diritto di 
abbandonare all'arbitrio di una schiera di soldati di 
ventura gli averi, l'onore, la vita degli abitanti di un 
paese civile. 

« Per questi motivi dopo aver chiesti gli ordini 
di S. Maestà il Re, mio Augusto Sovrano, ho l'onore di 
flìgniflcare a Vostra Eminenza che truppe del Re hanno 
incarico d'impedire, in nome dell'umanità, che i corpi 
mercenari pontificii reprimano colla violenza l'espres- 
sione dei sentimenti delle popolazioni delle Marche e 
dell'Umbria. 

« Ho inoltre l'onore d'invitare Vostra Eminenza, 
per i motivi sopra espressi a dare l'ordine di disarmare 
e di sciogliere quei corpi, la cui esistenza è una mi- 
naccia continua alla tranquillità dell'Italia. 

« Nella fiducia che V. Eminenza vorrà comunicarmi 
tosto le disposizioni date dal govemo di S. Santità in 
proposito, ho l'onore di rinnovarle gli atti dell'alta mia 
considerazione. 

Firmato: C. Cavour » 



254 

Srio';;Iiere l'esercito al soldo pontifìcio sarebbe stato 
Io stesso che aprire le porte alla rivoluzione; il governo 
papale scelse la guerra. 



Dopo la. giornata del 18bi) iielliv quale le truppe 
pontificie comandato dal generale Schraidt espugnarono 
Perugia cominettondovi fatti atrofia Cortona era divenuta 
il centro dei nuovi preparativi insurrezionali nel limi- 
trofo Stato romano. Emigrati perugini, come il Danzetta, 
il conte Ansidei, il l^ompili ed il conte Massaniccì vi 
avevano preso stanza o vi tenevano adunanze di pa- 
trioti; v'interveniva anclie il fìualterio che aveva preso 
parte al movimento del 27 aprile In Toscana. Questi, as- 
sieme ili Diligenti, si recava a Torino dal conto dì Cavour 
per sUibilire accordi per una prossima sollevazione del- 
rUmbria. 

Gli accordi furono questi; il Danzetta ed il Massfi- 
ruoci con altri patrioti od aniìci dovevano preparare 
una sollevazione nel punto die essi avessero creduto 
il migliore per J'8 o 9 di settembre. II Diligenti venne 
iDcaricato di intenderei eoi patrioti Toscani vicini alla 
frontiera perche si riunissero in armi a Chiusi il giorno 7 
e di la accorressero a prestare man forte ai sollevLìti del- 
l'Umbria; il Diligenti per questo s'intese anche coi li- 
berali livorne&i e tutto fu stabilito per un movimento 
insurrezionale per dare motivo alle truppe italiane d'in- 
tervenire. 

Cento patriol;Ì dell'eroica città di Perugia, dei quali 
faCòvjino parte l'Ugolini conte flaleazzo e Manni Gaetano, 
uscirono dalla città, sì diressero all' osteria dell' Ei- 
leia, ove trovarono ordine di recarsi a Chiusi per con- 
cretare lo operazioni da farsi; durante il cammino incon- 
trarono una squadra di geudanni, impegnaroTio la lotta, 
ne uccisero alcuni e fecero gli altri prigionieri. 

A Todi ed a Terni altri patrioti riuniti dal conte 





Alceo Massarucci erano pronti pel movimento; e l'S di 
Kettenibro i bravi giovani si mettevano in marcia; 
erano circa 400 col Massarucci, col Theodolì Mai'io, col 
Baldoni Giuseppe, e col Colaciccbi di Todi. Luoìj;o di 
convegno era l'altura di AUerona; vi arrivarono alle 
11 della notte del y e vi troviU'ono i volontaii condotti 
iial Danzetti e dal Bruschi, A Chiusi aveva preso il co- 
niando di altri 300 volontari il colonnello Masi e ne 
Aveva formata la legione alla quale Aveva dato il nome 
di Cacciatori del Tevere. Partito li Masi da Cliiusi si 
diresBe su Città della Pieve, ove norainù un governo 
provvisorio. Giungevano da Chiusi altri 150 volontari 
condotti dal capitano Giuseppe Baldini. Il giorno 10 il 
colonnello Masi, arrivava al convento di S* Lorenzo ove 
erano atìunati i volontari dell'Umbria e prendeva il co- 
mando del corpo forte di circa niiUe uomini. 

Fu deciso di marciare su Orvieto e, colle intelligenze 
che si avevano nell'interno, impadronirsi della città cU 
notte e di aorpi'esa- 

Hivise quindi le forze in due colonne, una il colon- 
nello Masi la pre^ con sé e si dilesse al nord della 
città dT'rvieto, con la speranza che ^ti amici interni 
gli aprissero le porte come era convenuto, Taltra co- 
lonna sotto il comando del capitano Liborio Salvatori 
sì diresse dalla parte &ud delta città, su quel cono di 
tufo alto ed in accessi bile, nel mezzo della spianata del 
i|uale, sorgono le mura dell'antica Orvieto. 

Erasi convenato con i liberali Orvietani che verso 
la mezzanotte avrebbero fatto scendere una Kcala di 
oorda ptr la quale i volontari da fuori sarebbero ascesi 
sulle mura. All'ora stabilita la scala era al posto; primo 
a montarvi fu il coraggio-so Delbonti'oraboiiì Giovanni 
di Crevrtlcore, giA caporale dei finanzieri ponlilìci; altri 
lo seguirono; nel Salire assai faticoso, di^razia volle 
ehe i fucili di quei bravi urtassero e facessero rumoreì 
già, il bravo Delbon tromboni stava per arrampicarsi 
auUa sommità delle mura^ quando una voce giidù; < Chi 



vive'? - «Ila rispofstii " Roma » segui um« detonazione che 
fu siissc^nita da eiJtre; li* muiIa venne nhbiiQdoiiiitn ria 
coloiM che U tenevano e i volontari che vi enino ^Iki, 
sbattendo violeii temente contro il tufo, precipitarono 
nel fuswiio. 11 tentaiivo era fallico e In colonna dovette 
ritirarsi a S. I^renzo. ove prima del giorno facev» pur 
ritorno II colonnello Masi, non essendo neanche riuBcìto 
il tenwiivo dell'apertura .della porta al nord della città. 

L'audace tentativo non andava perù perduto; il 
giorno se^ueoifi le suloritn cittadine guidate dtil eonte 
Piccolornini, assecondate dal jjopolo Orvietano tultu as- 
sembr-nio, si presentavano ;il legato del Papa moi signor 
Cernili ehiedendo si apiissero le porte alle truppe na- 
zionali e si evitassero contlitti. 

Il tlcleyato, ilnpo qualche indugio, aceordnva \i\ resa 
e dttva incarico per l'esecuzione RÌla rappre^ntanza 
comunale; cosi i cacciatori del Tevere entravnno in Or- 
vieto dalla pcu'te della Kocca, mentre i papaliiii uè usci- 
viino d-Ula porti Komaiia. 

La sera del 17 settembre i aicciatori incolonnati 
prendevano la via di Hagiiorea, preceduti danrdita avan- 
yuardin cotnaitdatw dal tenente niarelicsc Mario Theo- 
doli. Arrivarla colonnii a Hn;^iiciin^n, dopi» l)reve sostv-ì, 
riprese la marcia per Cellino e MonteHasc^ne ; sì spe- 
niva di arrivare al paese di Borpresa, ma a tre chilo- 
metri distami alcuni uomini dell'avanguardia mandati 
arami dal Theodoli ad esplorare, s'iinbatierono in uim 
I>attuglia di grendarmì a cavallo; altri a piedi seguivano 
da lun<;i: ^'li uomini dell 'avanscoperta aprirono il fuoco: 
i cttraljiiiiei"! a piedi che si trovavano lontani si inìsero 
in tuga, quelli a cavallo che erano già sopra «.i nostri 
furono filiti prigionieri. Ma i fuggiti a\'UVHno dato l'al- 
Uirme e la sorpresa non tu più pousilùle. 

Unii compagni» di pontifici (belRi) si fece avanti 
per arrestare ravanguardia dei caccinwri comandati dal 
Tlu'odoli. ma i nostri, fatta una scarica, e sorretti dai 
corpo del >hibi, uoproggiunto di corsji^ attaccano i belgi 



257 

alla baionetta, li mettono in fuga e con esai entrano a 
Montefiiiscone, mentre i papalini fug'goiio cìnlla parte 
opposta per la YÌadi Viterbo. 

Il giorno 20 settembre la guarnis'ione poiitiflci» a- 
vendo abbandonato Viterbo, una deputazione iHttadiiia 
Tenìva ad invitare Masi ad entrarTi, ed alle 5 pome- 
ridiane dello stesso giorno i nostri erano a Viterbo. 11 
24 i cacciatori del Tevere occupavano Civitacastellana 
e Corneto. 

Il 2 di ottobre i cacciatori lasciata Civitacjistellana 
giunsero parte a Rignano Flaminio, parce a Castelnuovo 
di Porco e una colonna a Fiano Romano ; il 5 tutta 
la colonna transitava sulla sinistra del Tevere e nel 
pomerif^gio arrivava a Poggio MLrteto, città delle più 
patriottiche. 

Presavi stanza il colonnello Masi spediva il Dili- 
genti ed il Maaeariicci al generale Brignone in Terni 
per sapere eq poteva proseguire il suo movimento verso 
Roma e qiirili erano le istruzioni del Governo. 

I due patrioti venivano incaricati dal generale di 
lare sapere al colonnello Masi clie ogni speranza di an- 
dare a Roma era svanita e che ordine perentorio eravi 
di sgombrare dal cosi detto patrimonio di S. Pietro. 

Fu forza al Masi di ubbidire e 1' 8 di ottobre non 
r&stava un volontario sulla sinistra del Tevere. I cac- 
ciatori del Tevere isi erano ridotti a Montefiascone di- 
retti per Orvieto, da dove avevano mossi i primi passi 
pieni di ardire e di speranze ; il 20 doveti-ero abban- 
donare anche Orvieto ! 

Tu seguito i cacciatori del Tevere formati in due 
battaglioni, sotto gli ordini del colonnello Masi, poterono 
rendere segnalati servigi al paese combattendo il bri- 
gantaggio che nell'Ascolano e negli Abruzzi perpetrava 
atrocitik inaudite specialmente in Collalto, segnalando- 
visi in modo particolare il capitano Marchese Mario Theo- 
doli che si meritava promozioni ed onorificenze; vi si di- 




258 

stinsero pure il tenente Giulio Silvestri ed il più gio- 
vane tratello Aniiib.-ile sottotenente. 



Per la Uberitzione dell'Umbria dai mercenari del 
pjtpa eoiiiandatì dal fiimoso generale Schraidt, fU dato 
incarico al generale Fanti, comandante del 5" corpo, 
il quale formò il piano seguente ; 

1" Impadronirsi di Perugia come base d' operazione; 

2" Marciare su Foligno, centro delle comunicazioni 
delio SÈJito pontifìcia con l'intento d'assicurare per o^ui 
evenlo la congiunziune col 4" corpo, comandato dai Cial- 
diiii ; 

3* Da Foligno rivolgersi su Spoleto o su Ancona 
secondo le mosse di Lamorìcière. 



11 generale De Sonnaz con la brigala gramitieri di 
Sardegna ed altre truppe sussidiarie, bersaglieri, artiglie- 
ria, cavallcric'i e genio, doveva occupai-c Perugia. La 
mattina del 14 settembre investiva la piazza murata t- 
alle ore 9 la colonna di deatra comandata dallo stesso 
generate De Sonnaz, sfondata la porta S. Antonio coi 
bersaglieri in testa, comandati tiial colonnelio Pidlavicini. 
entrava in città. Mentre questo avveniva a dcsti-a, i 
granatieri di Sardegna a sinistra sfondata la porta SanUt 
Margherita entravano essi pure trìonfauLì in Perugia, 
H generale Scbmidt che si era ritirato nel ferie, alle 
6 pomeridiane capitolava. Cosi per le eccellenti dispo- 
sizioni tattiche dal generale De Sonnaz e pel valore 
delle nostre truppe si ebbe espugnata V importantissima 
piazza e 'si arrendevano prigionieri 1700 pontiflci con 
sei pezzi d'artiglieria e la bandiera del 2" reggimento 
estero. 



259 



Nelle Marche le cobo andavano cosi : 

L'8 settembre Urbino insorgeva e fugati 1 gendarmi 
pontifici, abbattuti gli stemmi del governo papale pro- 
clamava l'unione all'Italia sotto la dinastia di .Savoia; 
Fosaombrone neseguiva l'eserapio innalzando il vessillo 
tricolore. 

A tale notizia il generale Lamoriciére mandava or- 
dine al Di Curten di ridurre a servitù le ribellate città. 
Il giorno U Fossombroue veniva assalita da una forte 
colonna di mercenari, i quali sorpresa la città vi rin- 
novarono le scelleratezze, gli ee^Mdl che avevan già fu- 
nestata la patriottica Perugia. Non ebbe ilprode Di Curten- 
l'ardire di assalire Urbino, ove lo attendevano in armi i 
generosi cittadini rafforzati da 800 volontai'i accorsi in 
loro soccorso dalie terre vicine, risoluti all' estrema re- 
sistenza. 

Né, nella baldanza brutale di quell' orgia sangui- 
naria, ardiva di muovere su Pergola che erasi pure sol- 
levatii con grande entusiasmo e si sosteneva con vigoroso 
ardiineuCo, isjjirato dall'esempio diii patrioti Fulvi Giu- 
seppe. G. Batt. Jonni e Aseanio G-inevri^ 

Per tutta le Marche il Lamnriciure aveva ftitto pro- 
proclamare lo stato d' assedio e le scorazzava terroriz- 
zando le pDpolnzloui con atti feroci. 

Al Ciiddini, con la 4" e la 7"^ divisione, a cui il go- 
verno del Re aveva dato l'incarico di liberai'e le Marche 
da tanto lifigellOj era imposto il dovere di accelerare le 
suo mosse per cogliere il nemico disseminato e scod- 
flggerlo prima che avesse. potuto raccogliersi. 

Il mezzogiorno dell' 11 settembre una brigata di ca* 
valleria comandata dal maggior generale Griflìiii e due 
battaglioni di bersaglieri, divorata la via, accerchiavano 
la cittii di Pesaro. 

Il Cialdini mandava un parlameutiirio coli' intimi- 




260 
zione della resa, ma essendo stata questa respinta, l'ar- 
tiglierìa, che appena arrivata aveva preso poàizione, 
apriva il fuoco contro porta Rimini e porta Cappuccini. 
Dopo un'ora di cannoneggi adonto i nostri bravi bersa- 
glieri entravano in eittó per le porte Bfondnte. 

La guartiife'ìoLe mercenaria erasi riparata nel forte 
coir intendimento di resistere; ma il g:iorno di poi dopo 
un vivaoìssimo fii-ico della nostra artiglieria piazzata sul 
colle di Loreto, inalberava baudiera bianca e si arrendeva 
a discrezione. 

11 giorno 12 i nostri s'inipadranirono di P'ano e la 
mattina del 13 ripresero la marcia per Ancona. 

D 14 si volle dare un po' di nposoalle truppe a Seni- 
gallia, ma, saputosi che la colonna del generale Di Ciu'ten 
si trovava sulle alture di 8. An^^elo, :I bravo generale 
Leotardi ordinava a! brigadiere Avogadro di Casanova di 
muovere subito ad attaccarla e questi, con due batta- 
glioni della brigata Bergamo e eoi lancieri di Milano, 
verso le 2 pomeridiane assaliva il nemico vigorosamente 
e lo sbaragliava, facendo buon numero dì prigionieri. 

Nella notte del 14 il generale Cìaldini veniva infor- 
mato che il generale Lanioricière sì dirigeva per la Valle 
del Cliienti a marcie forzate verso Ancona con circa 
4000 uomini e che era seguito, ad un giorno di distanza, 
dal general Pimodan eoìla S'* brigata di circa 5CHX) uojuini; 
gli si riferiva pure che il Lamorituère avrebbe passata 1» 
notte del li> Macerata. 

D.1 Macerata per Ancona il Ijimorìoière poteva per- 
correre tre strade; la 1^ più breve e più direita, di- 
scende in Val di Potenza, passa questo fiume, sale a 
Monte Caseìaito e per Monte Floi'e procede per Osinio e 
di là ad Aiieona; la '2^ che, dopo passato il iìume Potenza 
segue il versante a maestro di questa valle mette a Re- 
canati, Side a Loreto e per la Valle di Musone va alle 
Crocette di Castelfìdardo e ad Ancoua; la 3' acgue la 
cresta delle colline fra Potenza e Chienti, per Monte 
Lupone e Monte Santo sbocca alla spiaggia, varca il 



261 

fiume Potenza presso la foce, viene a Porto Recanati e 
per Cameraito Ta ad Ancona. 

Il generale Cialdini al mattino del \(\ fece occupare 
un'eccellente posizione fra Osimo e Jesi spingendosi fino 
Castel fìdardo. 

Per ti'arre in inganno il Lamoricière sulle sue in- 
tenzioni, il Cialdini mandava, nel cuore della notte del 
15 uno squadrone di lancieri a Filottrano, con incarico 
di ordiDare perentoriamente pel mattino seguente 24,000 
razioni di pane per l'esercito, il quale doveva attraver- 
sare il paese diretto per Macerata. Invece, nella stessa 
notte, ì due l>attaglÌoni 11" e 16" che colla brigata Como 
avevano occupato Torre di Iesi, si poruivano a passo 
accelerato, accompagnati da una sezione d'artiglieria, ad 
cccupare la forte posizione di Osimo. 

Il Lamoricière arrivò il lo a Macerata ed il 16 a 
Loreto, ove il 17 lo raggiunse la colonna Pimodnn. 

Soltanto il Musone separava i due eserciti ; il ge- 
nerale Cialdini aveva dovuto disporre le sue truppe in 
modo da oppoi-si contemporaneamente a due attacchi, 
converjjenti ma provenienti da direàoni opposte, e cioè 
da Loreto e da Ancona. A tale intento, aveva occupate 
le colline che dividono il Musone dall'Esine, e sì pro- 
tendono digradando verso il mare fin presso la con- 
fluenza dei fiumi. L' ordine di battaglia delle truppe 
italiane aveva quindi due fronti, l'uno rivolto al nord, 
verso Ancona e disteso dal ponte delle Ranocchie, per 
S. Biagio, la Badia e San Rocchetto, alle Crocette: l'altro, 
rivolto al sud, verso Loreto, dalle Crocette, per Cam- 
panari, CastelHdardo, S. Solino ad Osimo. Quest'ultimo 
era il più forte, come pili potente era il capo pontificio 
al quale doveva opporsi. 

La sera del 17 e nella notte le truppe italiane pren- 
devano posto nell'ordine che segue al fronte Sud, 

A sud del villaggio delle Crocette, di fronte ai ponti 
di Loreto prendeva posta la 4" batteria dell' 6° r.'ggi- 
mento; più innanzi presso al poggio che sovrasta aÀ ca- 
ie 



262 

seiniili riei Cjimpniiarì, la 2' batteria de] 5" reggimento 
artiglieria; tra le due batterie I primi tre batlagUoni 
del 26° reggimento fanteria. La brigata Regimi in ri- 
serva aJ oceidente dello Crocoite. 

A uielà strada fra Loreto e Castelfldardo la fi" bat- 
teria di obici del ó" reg'giniento iirtiglieria, e sulla destra 
di essa una sezione della iS' batteria del ó° reggimento. 
Davanti ivirartiglieria i tre primi batteiglioni del :^ó" reg- 
giiiieiitu fanteria, fronte ai ponti di Loreto. Il quarto 
iiattasliono in Castel fi dardo- 

In fivanxata al ponte del Molino sul Vallato l'ir 
e 12" battaglione bersaglieri con due pezzi coperti della 
fi* batterin. AIU S. Ciìao. dt sopra il '26" bntta^lioae dei 
bersaglieri. 

In oaaervaziotie 1 reggimenti lancieri di Milano e 
di Vittorio Emanuele (3 squadroni) a, monte dei ponti 
di Loreto sul Musone e sul Vallato; tre squadroni del 
reggimento lancieri di Novara nella sezione pianeggiante 
davanti ai Campannari. 

Era dato ordine che all'alba del 18 it 26° battaglione 
bersaglieri che occupava la 8. Casa di aopra avesse oc- 
cupato anche la S. Casa di sotto: che il 12° bersaglieri 
rinforzasse le vedette e le pattuglie tra il ponte del Mo' 
lino e la costa. Il colonnello Piola Caselli, scortalo dai 
riparti dell' ll'^ e 12" battaglione bersaglieri, avesse re- 
ificato durante la notte del 18 la posizione degli avam- 
posti al Musone, riconoscendone i guadi. 



•\ 



Obbiettivo del generale Lamoricière era di raggiun- 
gere Ancomi checché dovesse costare. 

Esclusa l'idea di un attacco delle colline tra Castel- 
fidardo e le Crocette, doveva ad ogni costo cercare di 
guadagnare la via del monte d'Ancona che si di:^t;icca 
da porto Kecanali, guada il Musone e per sentieri ira- 
Tersi, sale per Umana, Sirolo, Massignano o Poggio ad 




Ancona rasente alla ripa che scende al mare. E poiché 

j^ritnliani avevano lasciati sguerniti alcuin passaggi piii 
a monte che pure iiddueono alla via suddetta per An- 
cona, decise di approfittarne facendo marciare le truppe 
su larga fronte col fermo intent;o di raggiungere quel- 
L'unica via che egli aveva di salvezza anche a costo dei 
pili grandi sacrifizi. 



■Come all'ordine ricevuto fin dall'alba il capitano Bar- 
TDavarft comandante del 26° battaglione di bersaglieri, 
aveva spinta la 101" compagnia (capitano Fescia) ad oc- 
-cupare lit S. Casa di sotto. Più a ViUle l' il" bersaglieri 
aveva una compagnia (44') oltre il confluente dell'Aspi». 

Un gruppo di bersfigiieri della 101" compagnia si 
-era posto alle vedette presso alle case Arenici, coperto 
dagli alberi e dai cannetti. All'improvviso tra le fitte 
cotture, apparvero sei compagnie di carabinieri svizzeri; 
i bersaglieri diedero l'allarme e bì ripiegarono sugli ar- 
gini, ove la 47" compagnia si sostenne; l.i lOl" compa- 
gnia lasciata la S. Casa di sotto accorse in rinforzo. 

Il Lamoricèire fissato il suo piano di rap'giungere 
Ancona per la via di Monte Conerò aveva diviso le sue 
forze in due corpi. Aveva affidato al generale Pimodan 
il comando della colonna sinistra forte dì oltre 4000 uo- 
mini reputati assai valorosi. 

Aveva preso con se la seconda colonna di 35C0 
uomini circa, parco d' artiglieria, riparti d' Iihindesi, di 
gendarmi a cavallo e di guide. L' ordine di combatti- 
mento era il seguente: 

Il generale Pimodan doveva passare il guado ed 
attaccnre con azione subitanea la .S. Cnea di sotto, sta- 
tiilirvisi solidamente, e con un cambiamento di fronte'» 
sinistra slanciarsi all' attacco della S. Casa dì sopra, 
mentre la colonna comandata dal generala in capo do- 
"veva seguire a rincalzo, datergo e da fianco. 



264 

I cambinieri Svìzzeri, come si è detto iniziavano l'at- 
tacco; dopo le prime fucilate intorao alle case Arenici, 
ai lanciarono al guado di gran corsii, lo attraversarono 
con furia e giunsero a fare fitta aiepe couiro gli argini 
della sponda sinistra del Musone. Alle sei compagnie di 
Carabinieri, tenevano dietro, il 1" battaglione di ctic- 
cifttori indigeni, ed il l** batlagUone tir^liori ù-ancso- 
be!gi, tiiiei yntto gli ordini dei colonnello Corbucoi. Se- 
guivano le truppe suddette, una sezione d' artiglieria, e 
il 2" battaglione cacciatori indigeni; il 2" battaglione 
di bersiìglieri Austriaci veniva di riserva. 

Sulla dighe, tra 1 cannetti la miscliia divampa fu- 
riosa. 

I carabinieri Svizzeri si lanciarono contro la S. Casa 
di sotto seguiti da tutti gli altri battaglioaì e dai due 
pezzi. 

Benché colti da quella tempesta di moschetteria dei 
battas]Ìoni pontifici, prima dagli argini, poi sul fianco- 
e sul tergo dalle macchie folte di canneti, i bersaglieri 
della 4T e 101* compagnia contrattaccaroiio vigorosa- 
mente alla baignefcca. Soverchiati, travolti dall' onda cre- 
scente dei nemici che li avviluppavano da ogni parte, 
tra le insìdie di quel terreno diffìcile, i bersaglieri con- 
tinuano pertinacemente nella lotta con gravi perdite; 
il capitano Della Casa cadeva alla testa dei suoi ; la 47" 
compagnia cominciò a ripiegarsi a gruppi in direzione 
del 12" battaglione, e la 101" compagnia ei ritrasse alla. 
S. Casa di sotto, guarnì il fosso e s" apparecchiò a di- 
fenderla. 

Frattanto le rimaneati tre compagnie del 26" bat- 
taglione erano discese dalla S. Casa di sopra in rinforzo 
per impedire l'avvolgimeiito verso le caccine Seranello 
di- Mirano. La 104" compagnia (capitano Nullo) ai lan- 
cia con impeto da quella parte, a baionette spianate ; 
i due cannoni pontifici stavano già. per essere collocati in 
batteria al di là della S. Casa di sotto, i nostri bersaglieri 
si avventano addosso ai cannonieri irlandesi rincalcati 




_ 265 

■da una coinpagnia di carabinieri avizzi^ri che il gene- 
Tale Fimodan areva mandato in soccorso — Il capitano 
Nullo, ferito a morte cadde prigioniero — ma a furia 
di contrassalti i bersaglieri condotti dal tencnto Canini 
lo strappavano dalle mani dei nemici e tanto fu l'im- 
peto dei nostri da obbligare i nemici a ripiegare sulle 
dighe per appoggiarvisi. Il generale Piraodiin per 11- 
nirla formò nuove colonne di assalto. 

I carabinieri svizzeri in prima linea; il 1° batta- 
glione di Cacciatori ed il battaglione tiragliori franco- 
belgi a rincalzo ; gli altri due battagioni della colonna 
Piniodan, 2° indigeni e 2° bersaglieri austriaci sugli ar- 
gini ; i due squadroni dovevano eseguire un avvolgimento 
presso la ccinfluenza dell' Aspio nel Musone ; i due can- 
noni aprivano il fuoco per sostenere l'attacco ; altri sei 
pezzi si approntavamo a collocarsi in batteria. 

Di fronte a questa pii'i poderosa riscossa il 26° bat- 
taglione, allo stremo di munizioni, dopo un'ultima difesa 
dietro al fosso e presso la 3. Casa, di sotto, fu costretto 
a ripiegare per la via alberata nhe conduce alla S. Casa 
dì sopra, cedendo il terreno palmo a palmo. 

I pontifici preso possesso della S. Casa di sotto cam- 
biarono fronte a sinistra e andarono a schierarsi in bat- 
taglia nelle colline della S. Casa di Sopra. 

Ma al fragore della battaglia tutte le truppe italiane 
■elettrizzate si preparavano al combattimento. 

n generale Villamarina che era alle Crocette, udito 
il rombo del eannone dava ordine al 1° e 2' battaglione 
del 10" di fanterìa di marciare di corsa in. soccorso alla 
volta della S. Casa di sopra; seguivano a brevi inter- 
Talli gli altri due battaglioni con una sezione d'artiglieria 
del 5" reggimento. 

II generale Cialdini da Castelfidardo con altre truppe 
6\ recava di gran galoppo sul campo di battaglia — erano 
le 11 del matliiio. 

Dall'alto della S. Cawi di sopra e dal Ciglione i bravi 
bersaglieri *^ol comandante Barbavara, che avevano per 




260 

più di un'ora tenuw wsta RTl'av versa rio cinque volle" 
ma^iore di numera, aspettavaiio la bufera che saliva; 
« colpi di moschetto mirabilmeute preoì^ riuscirono a 
frotitegN^ìAr^ pi"'!* alcun tempo il nemico: iùa serrati 
dA o^ai pfirte. travolti in una lotta a corpo a corpo. 
a punta di i'aionetta, t«mpesIaLÌ dalla mitraglia, soqo 
obbl'gati ad fibbandoDare la 8^ Casa di Sopra e ritrarsi 
irjt le boscaglie oltre il ciglione, di lÀ della via cam- 
pestre di villa Corrainì. 

Tosto che i due hattagUoni del 10° fanteria e le 
altre truppe i^iunsero sul ciglione del monte d'Oro, il 
generale Cialdini ordinò al tenente-colonnello Bossolo di 
iar deporre gii zaitii, indicò 1 due caj»cinali caduti in 
mano al nemico e ordinò di riconquiscnrli alla baionetta. 
AI colonnello Avenati. comandante della brig'ata Regina. 
dava l'ordine di guarnire con il 9' reggimento il Poggio 
di S. Pellegrino, a guardia dei .sottostami passaggi del- 
l'Aspio; ai tre squadroni di lancieri Xo^'ara di tenersi 
pronti nd operare nel piano; a due pezzi della 2* bat- 
teria dei 5' ref;gimento ordinava di raggiungere la se- 
:iiuue igià partita pel luogo di combaiiimento: ed ìntìnc 
alla V batteria deU'8'' reggimento (.capitano Rizzetlà) di 
approntarsi ad aprire il fuoco. 

Al grido di < viva il Re « fanteria e bersaglieri &i 
ApingoQO con ^ara patriottica nU'ubtwUto della S. Casa di 
topra; Tartìglieria condotta diti capitano Sterpone dì ga- 
loppo va arditam€<nte a collocarsi sul ciglione delle al- 
ture per battere la S. Casa di sotto e l'artiglieria pon- 
tificia. 

Attorno alla S. Casa di »opra si svolge un furioso 
combattimento; ì carabinieri e i tìragliori la difendono 
con sti'eiuia tenacitÀ. eccìtjiti alla resistenza dal ^'cnerale 
Pimodan; la Casa è in tiamme; il generale Fimodan e 
colpito mortalmente, e ì difensori impotenti a resistere^ 
battono in precipitosa ritirata tempestati dalla nostra ar- 
tiglieria, 

Invano il generale Lamorìclère eccita i suoi ail^ 




267 

Scossa ; le truppe merceoarie non reggono al fuoco 
lielle truppe italiane, sì Bcompongono e si dauno alla fuya, 
inseguite dai lancieri di Novara e dai bravi bersaglieri 
che nella ^iornatsi fecero veri prodigi di valore, diretti 
quali verso Loreto, altri verao Recaiiati, mentre dei pic- 
coli drappelli prendevano la via di Umana. Il generale 
Lamorìcière riuscì a. guadag-nare la strada dj Sirolo e 
per la via alpestre che va al convento di Camaldoli 
sul Monte Conerò potè raggiungere Ancona, con pochi 
dei suoi. 

Alle 2 del pomerigio il combattimento era cessato. 



Dalla parte di Ancona aveva tuonato il cannone, 
iìn dalle 8 di mattina ; la flotta aveva aperto il fuoco 
contro la piazza, danneggiando le opere di Monte Car- 
detto e di Monte Marano ; verso sera si ritrasse al largo 
avendo raggiunto il suo scopo, cioè quello di distogliere il 
presidio della piazza dal portare soccorso ai combattenti 
di Castelfldardo tenendolo occupato. La giorriatsi costò 
ai nostri ab uomini dì truppa e sei utlìciali morti (che 
tono i capitani Della Casa, KuUo, Gosberti dei bersa- 
glieri, Cuiìia, Scorticati ed il tenente Volpini del 10" 
f.LDteria). Furono l'enti J3Q uomini di truppa e 10 uffi- 
ciali cioè il maggiore Castelletto, i capitani Angioli, 
Zoccbi e Trombone, i tenenti Lupiano, Toesca, Silve- 
sta-i, G-allettiV, i sottotenenti Zanoldo, Costa, e Conti. I 
pontifici ebbero perdite di gran lunga maggiori. 

Il giorno 19 fra il generale Cialdini ed il colonnello 
Coudenhoven venne stabilito che i pontifìcii avrebbero 
deposte le armi in presenza delle truppe italiane. Si ar- 
resero circa 4000 pontificii con 150 ufficiali ; 11 cannoni, 
cassoni e carri di artiglieria caddero nelle mani del vin- 
ncitore, altri si dispersero. 

Cosi ebbe termine la battaglia di Castelfldardo colla 
vittoria delle armi italiane. 



Nel giorno stesso il generale Cialdini rìaevQVR il 
aegueute telegnimniii : 

< Il Conte di Cavour mi dà il gradidiisimo incarico 
di farle giungere il più sollecitamente possibile, sijr. ge- 
nerale, le cougratulazioni del Re e del Gioveruo per la 
splendida viHoria riportata ieri. 

« Il Croverno desidera avere al più presto i nomi 
4egli ufficiali morti e feriti. - 

Da Pesaro. 19 settembre 1860. 

Il R. Commissario straordiuArio 
Lorenzo Vaìerìo, 



Il giorno 20 il generale Cialdini diede Io diaposi- 
zioiii per un largo hlocco intorno ad Ancona, in aspet- 
tativa della sua 13" (livìsione e del 5" corpo che distava 
■di poche marcie. 

Il giorno a3 il fjenerale Fanti riconotibe la pia.zza 
dai due lati di terni e di mitre e, presi concerti coH'ara' 
miraglio Porsatio, dichiarò il blocco serrato; sbarcò il 
paJ"co d'assedio nella gros:>a spìatrgifi di Numanaif dispose 
il completo investimento detla piazza. 

Dalla parte di terra l'obbiettivo principale era quello 
di Monte Gardetto, dal qual torte si poteva comimdare 
e battere tutte le altre difese della piazza ; per raggiun- 
gere tate obbiettivo era necessario impadronirei delle 
posizioni fortificate di Monte Pelago e Monte Pulito, onde 
impiantarvi le batterie per battere la Lunetta di S. Ste- 
fano e Monte Gardettu. 

Il generale Fanti ordinava pertanto al valoroso co- 
lonnello Ponzio-Vaglia di concentrare vivissimi fuochi 
d'artiglieria sulla Cittadella e sul campo -trincerato, e 
comandava che si prendessero di riva forza la Uinetut 
di Monte Scriraa e il Lazzai-etto. 



269 

Il giorno 24 si apriva il fuoco contro le opere esterne 
'd.ellA pmzza. 



Dalla sua parte ClaldJni radunati bu Montag'nolo 12 
pezzi rigati investi la Cittadella e il forte Scrimn, che 
abbandonato dalle truppe pontificie fu subito occupato 
dai nostri. 11 giorno '2Ò il generale Cadorna vi pian- 
tava la 4" batteria e con essa apriva il fuoco contro il 
LazzfLretbo, dal quale si volerà sloggiare il nemico. 

Il g-iorno 26 fu deciso d^il Fanti l'attacco al Monte 
Pelago. Lii brigata Bologna, condotta dal Pinelli, si slan- 
cia col più grande vigore sulla posizione, unitamente al 
23" e !i5" bersaglieri, e nonostante la fitta grandine di 
palle e di mitraglia dei cinque pezzi ivi piazzati, i no- 
stri bravi continuano la loi'o corsa ; ufficiali e soldati 
gareggiano a chi prima porrà il piede sul parapetto ne- 
mico; in UQ baleno superano gli spalti, Sjilcano nel t'osso, 
s"arr;impicano sui parapetti e la bandiera del 39° reg- 
gimento sventola sul culmine del forte; i mercenari 
sono messi in piena fuga. 

I nostri bravi soldati inebbriati dalla vittoria inse- 
guono il nemico, scalano i parapetti della seconda lu- 
nsdta e vi piantano la bandiera del 40° reggimento im- 
possessandoai di altri due pezzi. 

Monte Pulito viene occupato dal 09" reggimento 
che vi si stabilisce. 

Si dà allora alla squadra il segnale di aprire il luoco 
e questa assale con le sue bordate il G-ardetto e it Forte 
dei Capuccini, che ne vengono gravenaente danneggiati. 

Nella notte del 26 essendosi ultimati i lavori del forte 
Scrima, vi si piazzava una batterìa d'obici ed un'altra 
di pezzi rigati sulla sinistra, ed al far del giorno tutti 
questi pezz.i aprivano il fuoco contro le posizioni for- 
tificate della piazza. Intanto il generale Cialdini ordj- 
java al 7" battaglione bersaglieri, comandato dal capi- 



taiio Bruiieltii, .^oLto la tlirezione del suo cjipo di stato- 
rangsiorc tcnenCe-L'oloimello Piola, dì occupare rapida^ 
mente boi^o Pio. Il haujijjiione si slancia risolutamente, 
e cacciati i posi! nemici lo occupa provvedeudo subito 
alle opere di prima difesji ; vei'so aera due altri batta- 
glliuni di bersaiflieri il C" e il 12" rinforzano il 7" e 
occupano solidamento tjuel borgo. 

Alle ore S del 21 il tì" battaglione dei bersaglieri 
ebbe l'ordine d' impadronirsi del Lazzaretto; sotto un 
fuoco micidiale questi bravi .si lanoiaiio allardica im- 
presa; una barca serve da ponte nello stretto canale che 
lo i^ola. 

Il primo plotone accolli png^iiato da un drappello di 
zappatori procede sotto un fuoco vivissimo all'atterra- 
mento della portJi; ma il sottotenente Ferrar! Luigi si 
slancia entro it ridotto per una cannoniera seg:uito dai 
suoi lic-rsaglicri, e, cadendo all'iniprovviBO sul nemico, 
facilita la apertura della porta.; in un ora l'intero bat- 
taglione si stabiliva al Lazzaretto, impossessandosi di il 
pezzi e facendo prigionieri gli ulflciali ed i soldati cho 
lo presidiavano. 

Il giorno 28 e la notte fra il 28 e il "29 le truppe 
italiane si occuparono nel piazzare a 400 metri dalle 
mura, nuove batterie. Il Lazzaretto era stato rinforzato da 
altre truppe^ ma vedendo it generale Fanti clie le bat- 
terie del Molo e quella dtlla Lanterna lo avevano preso 
di mira e lo fulminavano, dava ordine al contrammi- 
raglio Persano di attaccare quelle batterie e farle ad ogni 
C'Osto tace l'è. 

Il Persano corrispose prontamente all'invito del 
Fanti. Ad un'ora pomeridiana Ift Piro-fregata « Vittorio 
Emanuele » si abbo2zava a 500 metri di distanza dalla 
batteria Casamatta della Lanterna; le Piro-ft'egate « Go- 
vernolo »■ e « Costituzione « assecondarono la « Vittorio 
Emanuele » ormeggiandosi a 500 metri di distanza a 
ponente della Lanterna. Alle due pomeridiane le ma^ 
novre erano eseguite sotto il fuoco delle batterie della 




piazza ; senonchè il vento forte che soffiaTa da scirocco 
Dee arare gli aocorotti che tenevano abbozzata la « Vit- 
torio Emanuele » la quale dovette cambiare di posto e 
per manovrare fu obbligata a mettersi fuori di tiro. Fu 
segnalato alla « Carlo Alberto » di prendere il posto 
della nave suddetta e questa b'andù ad abbozzare verso 
le 3 pom. a 200 metri di distanza dalla Lanterna, senza 
rispondere neppure con un colpo ai tanti che le piove- 
vano attorno dai foni, 

Alle 3 '/, fatto il tiro dì prova questa fregata lan- 
ciava tutta la sua fiancata contro La batteria della Lslu- 
terna ; che ne aveva rovinato il piano superiore. * 11 
Governolo », * La Costituzione » o il i( Carlo Alberto » 
continuavnuo a fulminare le batterie del porto. 

La « Vittorio Emanuele » rientra in azione : a tutta 
velocitii mauovra per passare ad un tiro di pistola dalla 
Lanterna; alla temeraria manovra rimangono pietrificati 
gli stesai artiglieri delle batterie nemiche; arrivata la 
bella fregata all' altezza della Lanterna lancia a brucia- 
pelo la sua terribile fiancata e passa avanti prendendo 
il largo per girai'e di bordo e portarsi a lanciare, all'oc- 
correnztì, l'altra fiancata; ma uon ve ne fu bisogno, 
perchè ad un tratto si vide uscire denso fumo dalle can- 
noniere della batteria ; da li a poco si fé' udire un ter- 
ribile scoppio e la Lanterna apparve avvolta in una fìtta 
colonna di fuoco. 

Svanito il fumo sì vide la batteria e la Lanterna 
ridotta ad un mucchio di macerie, sotto !e quali rimasero 
sepolti ufficiali e artiglieri. La catena che sbarrava l'en- 
trata del porto non esisteva più, perchè i pontoni che la 
reggevano erano stati affondati dai colpi di cannone delle 
ITegate; tutti i cannoni delle batterie del porto erano 
stati smontati e ridotti al silenzio, per cui 11 porto stesso 
era aperto alla nostra squadra, e quindi Ancona poteva 
considerarsi perduta per i mercenari papalini. 

Alle 4 Yj cessava il fuoco ed il maggiore Mauri 
recavasi a bordo dell'ammiraglio per chiedere un armi- 



J 



278 

stizio; ma il Persano rispondeva che egli non avera la 
facoltà di acfordarlo e che bisognava trattare col ge- 
nerale Fanti ; seiionchè ripugnando al Lamoricièie di 
trattare col Fanti non mandò alcun parlamentario e 
quindi il Fanti oidinava che alle 10 di notte tutte le 
batterie riaprissero il fuoco. Da due ore i nostri lulraì- 
navano i punti Coititicati della cittiì, quando fu annun- 
ziato al Fanti l'arrivo di un parlameniario e la re&a fu 
conclusa. 



Disfatto a Castelfidardo il generale Lamoriciére ed 
entrate le truppe italiane nella capitale delle Marche, 
il conte di Cavour, sfidando la collera dì qualche po- 
tenza europea, chitee al Pariamento subalpino l'appro- 
vazione della >sua politica, che era quella di annettere 
tutte le Provincie italiane, che liberamente avessero 
dichiarato di voler iar parte della Monarchia Sabauda, 
•ed avutone l' assenso dispose tosto che il Re stesso si 
mettesse alla testa dell' Esercito per passare il Tronto. 

(ìik il Re aveva emanato il seguente proclama ai 
soldati, quando stavano per occupare t' Umbria e le 
Marche : 



I 



Soldati ! 

« Voi entrate nelle Marche e nell' Umbria, per re- 
staurare l'ordine civile nelle desolate città, e per dare 
ai popoli la libertà di esprimere i propri voti. 

« Non avete a combattere potenti eserciti, ma libe- 
rare infelici Provincie italiane dalle straniere compagnie 
■di ventura. 

« Non andate a vendicare le ingiurie fatte a me o 
all' Italia, ma ad impedire che gli odi popolari rompano 
-a, vendetta della mala signoria. 

< Voi insegnerete coli' esempio il perdono delle of- 




273 

Pese e la toUpranza cristiana a ctii, stoltamente paragona. 
all'islamismo, l'amor della patria italiana. 

"- D'accordo con tutte le grandi potenze, ed alieno- 
da ogni provocazione, io intendo togliere dal centro^ 
d' Ibilia una cagione perenne di turbamento e di di- 
scordia> Io vot'lio rispettare 1» sede del Capo della Chiesa,, 
al quale sono sempre pronto a dare io, d'a-ccordo colle 
potenze alleate ed amiche, tutte quelle guarentigie d' in- 
dipendenza e di sicurezza, che i suoi ciei-hi consijrlieri sì 
sono indarno ripromessi dal fanatismo delle sette mal- 
vagie, cospiranti coatro la mia autorità e la libertà della 
Nazione. 

«Soldati! Mi accusano di ambizione. SI, ho un'am- 
bizione: ed è quella di restaurare i prìncipii dell'ordine 
morale in Italia, e di preservare 1' Europa dai continui 
pericoli della rivoluzione e della guerra ». 

11 settembre 1860. 

Vittorio Emanuele. 

IL generale Cialdini nell'imminenza della battaglia di 
Castelfldardo aveva diretto queste proclama alle ti-uppe r 

Soldati di questo Corpo d'Armata! 

« Vi conduco contro una masnada di briachi stranieri, 
che sete d' oro e vaghezza di aacclieggio, trasse nei 
nostri paesi. 

« Combattete, disperdete inesorabilmente quei com- 
pri sicari, e per mano vostra sentano l'ira di un popolo^ 
che vuole la sua nazionalità e la sua indipendenza. 
Soldati! 
« L'invitta Peru"gia domanda vendetta e, benché tarda,, 
l'avrà. 

« 11 fj^enerale. comandante il 4" corpo d'armata 

Cialdini Ir 



274 



Garibjildi, infonnato che il generale rialriiiii aveva 
disfatto a Czis le lii dardo i interi- oii uri del l'apa capitana 
ditt.1 Lnmoricière, eroanava il seguente ordine del giorno: 



I 

% 

■10 I 



Caserta, 5 ottobre 13G0 

« Il quartiere generale è a Cftserta; i nostri frate] 
dell'esercito italiano, comandati dal bravo generale Cia 
dini, combattono i liemici d'Italia e vincono. 

« L'esercito di Lainoriciére è sljito disfatto da quef 
prodi. Tatte le proviiicie serve del Pai-»a sono lìbere. 
Ancona è nostra: i valorosi soldati dell'esercito del se 
tentrione hanno passata Ih frontiera e sono sul territorio 
napolitano. Fj'a poi-o avremo la lortuuadi stringere quelle, 
destre vittoriose. 

G. Garibaldi » 

H 7 ottobre indirizzava a Vittorio Erannuele la let-| 
tera seguente: 

Sire! 

« Mi congratulo colla Maestà Vostra per le hrillant 
vittorie riportate dal vostro bravo geneiale Cialdini 
per le felici loro conseguenze. Una Lattatila guads 
gnata sul Volturno ed un combattimento alle due Oa- 
serte, pongono i soldati di Francesco II nell'impossibilità 
di più resisterci. Spero dunque poter passare il Volturno 
domani. Non liarebbe male, che la M. V. ordinasse a i 
parte delle truppe, cbe si trovano vicino all'Abruzzo, ' 
di passiire t)uella frontiera per fare abi-assare le armi^ 
a certi gendarral cho parteggiano ancora pel borbone^H 

* So che V. M. sta per mandare qitatlromila uomini^^ 
a Napoli, e sarebbe bene, Penai V. M. che io le sono 
amico di cuore e merito un poco di essere creduto. È 




275 
molto meglio accogliere tutti gli italiani onesti a qualun- 
que colore essi abbiano appartenuto per il passato, an- 
ziché inasprire fazioni, che poti-ebbero essere pericolose 
nell'avvenire. 

« Essendo ad Ancona, dovrebbe V. M. fare una 
passeggiata, a Napoli per terra o per mare. So per terra, 
e ciò sarebbe meglio, V. M. deve marciare almeno con 
una divisione. Avvertito in tempo, io vi congiungerei 
la mìa destra e mi recherei in persona a presentarle 
i miei omaggi e ricevere ordini per le ulteriori opera- 
zioni. 

« La M. V. promulghi un decreto, che riconosca i 
gradi de' miei Ufficiali. Io mi adoprerò ad eliminare 
coloro che debbono essere eliminati. 

Della M. V. ubbidientissimo 

(J. Garibaldi » 

Il 9 ottobre Vittorio Emanuele da Ancona lanciava 
ai popoli dell' Italia Meridiottah il seguente manifesto : 

Ai popoli dell' Ibilia Meridionale, 

< In un momento solenne della storia nazionale e 
■dei destini italiani, rivolgo la mia parola a voi, pwpoli 
dell'Italia meridionale, che mutato lo Stato nel nome 
mio, mi avete mandato oratori d'ogni ordine di citta- 
dini, magistrati e deputati de' municipil, chiedendo di 
essere restituiti nell'ordine, confortati di libertà ed u- 
nìti al mìo Kegno. 

« Io voglio dirvi quale pensiero mi guidi, e quale 
sia in me la coscienza dei doveri che deve adempiere 
chi dalla Provvidenza fu posto sopra un trono italiano. 

ff Io salii al trono dopo una grande sventura nazio- 
nale. Mìo padre mi diede un alto esempio, rinunziando 
la corona per salvare la propria dignità, e la libertà 
de' suoi popoli. Carlo Alberto cadde coU'armi in pugno, 
mori nell'esìglio ; la sua morte accomunò sempre più le 



sorti delltt mia famìglÌA a quelle del pupolo Italìnn», che 
da tanti secoli ha dato a. tutte le terre stratiicre le ossa 
de' suoi esuli, volendo rivendicare il retappo di ogni 
gente, che Dio ha posta fra gli atesei confini, e stiletta 
ìusieme col simbolo dì una soia favella. 

« Io mi educai a quell'esempio e la memoria di 
mio paxire fu la mia stella tutelare. 

u Fra la corona e la parola dfita, non poteva per 
me essere dubbia la scL'lta, mai. 

« Riaffermai la lilierta in tempi poco propizii a 
libertà, e volli che, esplicandosi, essa gitta&se radici net 
costume dei popoli, non potendo io «vere a sospetto ciò 
che a' miei popoli era caro. Nella libertà del Pit-nionte 
fu rei iKÌosam ente rispettata la erediià, che l'animo pre- 
sago del mio Augusto Llenitore, aveva laKciaio a tutti 
gli Italiani. 

« Colle franchìgie rappresentative, colla popolare 
istruzione, colle grandi opere pubbliche, colla liberta, 
dell'industria e dei traffici, cercai di accrescere il be 
nessere del mìo popolo: e volendwTispetCata la religione 
cattolica, ma libero ognuno nel santuario della propria 
coscienza, e ferma la civile autorità, resistetti aperta- 
mente a quella ostinata e proe^iccianta fazione, che sì 
vanta la sola amica e tutrice de' troni, ma che intende 
a comandiire in nome del Re, ed a frapporre tra il 
Principe e il popolo la barriera delle sue intolleranti 
pasBioni. 

- Questi modi di g-overno non potevano- essere 
senza effetto per la rimanente Italia, La concordia del 
Principe col popolo nel proponimento dell' indipendenza 
nazionale e della libertà civile e politica, la tribuna 
e la stampa libere, l'esercito che aveva salvata la tra- 
dizione militare italiana sotto la bandiera tricolore, fe- 
cero del Piemonte il vessillo e il braccio d'Italia. La 
forza del mio principato non derivò dalle ai'ti di una 
occulta politica> ma dallo aperto influsso delle idee e 
della pubblica opinione. 



mantenere nella parte di popolo italiano 
riunito sotto il mio scettro, il concetto di ima egemonia 
uaziomile, onde nascer doveva lit concorde arinouiìi delle 
divise proTincie di una solft nazione. 

« L'Italìii iu fatta capace del mio pensiero, quando- 
vide mandare i miei soldati sui campi della Crimea 
accanto ai soldati delle due grandi potenze occidentali. 
Io ToUi far entrare il dlritlo d'Italia nella realtà dei fatti 
e degli interessi europei. 

« Al congresso di Parigi i miei legati poterono 
parlare per la prìraa volta all'Europa dei vostri dolori. 
E fu a tutti manifesto, come (a preponderanza del- 
l'Austria in Italia fosse infesta all'erpiilibrio Europeo, e 
quanti pericoli corressero Ut indipendenza e la libertii 
del Piemonte, se la rimanente penisola non fosse fran- 
cata dagl'influssi stranieri. 

11 mio magnaiaino alleato, l'Imperatore Napoleone III, 
senti che la causa italiana era degna della grande 
nazione auUa qnale impera. I nuovi destini della nostra 
patria furono inaugurati da una giusta guerra. I soldati 
italiani combatterono degnamente accanto liUe invitte 
legioni della Francia. I volontari accorsi da tutte le pro- 
TÌncie e da tutte le famiglie italiane sotto la bandiera 
della Croce Sabauda addimostrarono, come tutta l'Italia 
m'avesse investito del diritto di parlare e di combattere 
in nome suo. 

« La ragione di stato pose fine alla guerra, ma non 
a' Buoi effetti, i <|uali si andarono esplicando per la in- 
flessibile lùgicadcgli avvenimenti e dei popoli. 

*. Se io avessi avuta quell'ambizione clic è impu- 
tata alla mìa famiglia da chi non si lii addentro nella 
ragione dei tempi, io avrei potuto essere &oddistatto 
dell'acquisto della Lombardia. Ma io aveva speso il san- 
gue prezioso dei miei soldati non per me, ma per l'I- 
talia. 

« Io aveva chiamati gl'italiani alle armi; alcune 
Provincie avevano subitamente mutato g^li ordini interni 

19 




A 



318 

per conojrrere alla guerra d'Indipendenza, dalla quale 
i loro Principi aborrivano. Dopo la pace di Vìllnfranca, 
quelle provincie dimaud/irouo la mia protezione (.'ontro 
il minacciato restauro degli antichi Governi. Se ì fatti 
dell'Italia centrale erano la conseguenza della guerra 
-alla qaale noi avevamo invitiiti i popoli, se il sistema 
delle intervenzioni straniere doveva essere per sempre 
bandito dall' Italia, io doveva conoscere e difendere in 
quei popoli il diritto di legalmente e liberaiuonte mani- 
festare i voti loro. 

« Ritirai il mio Governo ; essi fec-ero un Governo or- 
■dinato: ritirai le mie truppe; ossi ordinarono forze re- 
ìiolari. ed a gara di concordia e di civile virtù vennern 
in tanta riputazione e t'orza, che solo per violenza d'armi 
atraniere avrebbero potuto esser vinti. 

« Grazie al senno dei popoli dell' Italia Centrale, 
l'idea monarchica fu in modo costante affermata, e la 
Monarchia moderò moralmente quel pacifico moto popO' 
lare. Cosi l'Italia crebbe nella estimazione delle genti 
civili, e fu manifesto all'Europa come griuiliani siano 
acconci a governare sé stessi, 

€ Accettando la annessione io sapeva a quali diffi- 
coltà europeo andassi incontro. Ma io non po:evo man- 
care. Chi in Europa mi taccia d'imprudenza, giudichi 
«on animo riposau), che cosa sarebbe diventata, che 
cosa diventerebbe l'Italia, il giorno nel quale la Monar- 
chia apparisse impotente a soddisfare il Lisof-iio della 
<;ostitnzione nazionale! 

■e Per le annessioni, il moto nitzional? se non mutò 
nella sostanza, pìglio forme nuove; accettando dal diritto 
popolare quelle belle e nobili provincie,. io doveva leal- 
mente rieonoscGre l'applicazione di quel principio, né mi 
era lecito di misurarlo colla norma dei miei affetti ed 
interessi particolari. In sutfragio di quel principio, io feci 
per utilità dell'lcalia, il sacrificio che piti costava al mio 
cuore, rinunziando a due nobiliasirae provincie del Regno 
avito. 



Il 



279 

«Ai Piincipi italiani cli9 han voluto essere miei 
leraìci, ho sempre duti schietti consigli, risoluto, se 
vani fossero, ad incontnire il perìcolo che l'aceecamento 
loro avrebbe fatto correre ai troni, e ad accettare la 
volontà dell'Italia. 

« Al Uranducà io aveva indarno otferta la alleanza 
prima della guerra. Al Sommo Pontefice, nel quale ve- 
nero il Capo della Religione dei miei avi 6 dei miai 
popoli, fatta la pflde, indarno acrisai offerendo di assu- 
mere il Vicariato per l'Umbria e per le Maiclae. 

« Era manifesto che queste proviucie contenute sol- 
tanto dalle Jirmi di mercenari stranieri, ee non ottenes- 
sero la guarentigia di governo civile the io proponeva^ 
sarebbero tosto o tardi venute in termine di rivolu- 
■cìone, 

^B « Non ricorderò i consigli dati per molti anni dalle 

^■potenze a! Re Ferdinando di Napoli. I giudizi! che nel 

^■Dongresso di Parigi furono proferiti sul suo Governo, 

preparavano naturalmente i popoli a mutarlo, se vane 

fossero le querele della pubblica opinione e le pratiche 

della diplomazia. 

P, « Al giovane Suo Successore io mandai offerendo 
alleanza per la guerra dell'indipendenza. Là pure trovai 
chiusi gli animi ad ogni affetto italiano e gli intelletti 
abbuiati dalla passione. 

« Era cosa naturale, che ì fatti succeduti nell'Italia 

settentrionale e Centi'ale, sollevassero piii e più gli animi 

neUa Meridionale. 

^L < In Sicilia questa inclinazione de^'li animi ruppe 

^Efn aperta rivolta. Si combatteva per la libertà in Sicilia, 

quando un prode guerriero devoto all'Italia ed a Me, il 

generale Garibaldi, salpava in suo aiuto. Erano Italiani 

™ che Boccorrevaao italiani; io non potevo, non dovevo 

^^attenerlil 

^K' < La caduta del Governo di Napoli riaffermò quello 
^(she il mio cuore sapeva, cioè quanto sia necessario ai 
le l'amore, ai Governi la stima dei popoli ! 




2m 

« Nelle due Sicilie il nuovo refjgiiuento si inaugurò 
col mio nome. Ma alcuni atti diedero a temere che non 
bene si interprotAsse, per ogtii rispetto, quella politica che 
è dal mio nome rappresentJtta. Tutta l'Italia ha temuto, 
che all'ombra di una gloriosa popolarità e di uaa pro- 
bità antica, tentasse di riannodarsi una fiizione pronta a 
sacriflcjvre il vicino trionfo nazionale, alle chimere del 
Buo ambizioso fanatismo. 

« Tutti gl'italiani si rodo rivolti a me perchè scon- 
giurassi questo pericolo. Era mio obbligo il farlo perché 
nell'attuale condizione di cose non sarebbe moderazione, 
non Sfirebbe senno, ma fiarccliezza od imprudenza, il 
non nseuinere con mano ferma la direzione del moto na- 
zionale, del quale sono responsabile dinanzi all'Europa. 

« Ho fatto entrare i miei soldati nelle Marche e 
nell'Umbria, disperdendo quella accozzagflia di ^ente di 
ogni paese e di ogni lingua, che qui si era raccolta, 
nuova e strana forma d'intervento straniero e la peg- 
giore dì tutte. 

« Io ho proclamato l'Italia degli italiani, e non per- 
metterò mai che l'Italia diventi il nido di sette cosmo- 
polite, che vi si raccolgano a tramare i disegni o della 
reazione o della demagogia universale. 



Popoli dell'Italia Meridionale ! 

« Le mie truppe si avanzano fra voi per raffermare 
Fordine. Io non vengo ad impervi la mia volontà, ma 
a far riopettare la vosti'a. 

« Voi potrete liberamente manifestarla: la Provvi- 
denza, che protegge le cause gi'jste, ispirerà il voto .che 
deporrete nell'urna. 

« Qualunque sia la gravità degli eventi, io attendo^ 
tranquillo il g-iudizio dell'Europa civile e quello delta 
Storia, perchè ho ki coscienza di compiere i miei doveri 
di Re e di italiano! 

a In Europa la mia polìtica non sarà forse inutile 





1^ 

HA neonciliare il progresso dei popoli colla stabilità delle. 

Httionarchie. 

H * In Italia so che io chiudo l'era delle rivoluzioni. 

" « Dato da Ancona addi nove ottobre milIeottoBento- 

sessanta. 

« VITTOHIO EMANUELE 

« Far ini », 



* * 



n giorno 15 ottobre il generale Gai-ihaldl pubblicava 
Jiuesto iHanilcsto : 

« Per adempiere ad un voto caro alla Nazione in- 
tera, determino : 

« Che le Due Sicilie, che al sang-ue italiano devono 
il loro l'iscaUo e che mi elessero liberamente Dittatore, 
fanno parte inte-grante dell'Iutlia ura ed indivisibile, 
con suo Re costituzionale Vittorio Emanuele e i suoi 
discendenti. 

« Io deporrò nelle mani del Re, al suo arrivo, la dit- 
tatura cont'eritiimi dalla Niizione. 

jt I prodittiitori sono incaricati dell'esecuzione del 
presente decreto, 

a G. Garihttldi ». 

n 21 il plebiscito era votato con la formula: 
« n popolo vuole l'Italia una e indivisibile sotto lo 
scettro di Casa Savoia ». 

E nel giorno stesso Garibaldi emanava il seguente 

Ordine del giorno : 

« Il prode generale Cialdini ha vìnto presso Tsernia. 
i borbonici sbaragliati hanno lasciato ottocento ttanta 
prigionieri, cinquanta uflìciali, bandiere e cannoni. 










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283 

« vbi vinceste — e vincerete ^ perchè siete ormai 
truìti nella tattica che decide delle battaglie ! 

« Voi non siete degeneri di coloro che entravano 
'nel fìtto profondo delle falangi Macedoni e squarciavano 
petto ai superbi vincitori dell'Asia. 

« A questa pagina stupenda della Storia del nostro 
se, ne seguirà una più gloriosa ancora, e lo schiavo 
ostrerù finalmente al libero fratello un ferro arruotato 
e appartenne agli anelli delle sue catene. 

4. All'armi tutti! tutti, e gli oppressori, i prepotenti 
fumeranno come la polvere- 

* Li% provvidenza fece dono all'Italia di Vittorio 
Emanuele. O^ni cuore italiano deve rannodarsi a Lui, 
^perrarai intorno a Lui, Accanto al Re Galantuomo ogni 

gara deve sparire, ogni rancore dissiparsi ! 
^- < Anche una volta io vi ripeto il mio grido — al- 
^■'■armi tutti! tutti! — Se il marzo del 1861 non trova 
^Bbq milione d'italiani armati, povera patria nostra, po- 
vera vita italiana! Ohi no: lungi da me un pensiero 
che mi ripugna. Il marzo del 1861, e se fa bisogno, il 
febbraio, ci troverA tutti al nostro posto. 
^L « Italiani di Calataiirai, di Palermo, del Volturno, 
"di Ancona, di Castelfìdardo, d'Isernia, e con noi ogni 
uomo di questa terra non codardo, non servile; tutti, 
tutti serrati intorno al glorioso soldato di Paleatro, da- 
ranno l'ultimo colpo alle crollanti tirannidi ! 

< Accogliete, giovani volontari, resto onorato di tante 
battaglie, una parola d'addio! Io ve la mando commosso 
dal profondo della mia anima. Oggi io devo ritirarmi, 
ma per pochi giorni, L'ora della pugna mi troverà con 
voi accanto ai soldati della libertà italiana. 

< Che ritornino alle loro case quelli soltanto chia- 
mati da doveri imperiosi di famiglia, e coloro ohe glo- 
riosamente mutilati, hanno meritato ìa gratitudine de/la 
patria. Essi la serviranno nei loro focolari coi consigli 
e coll'aspetto delle nobili cicatrici che decorano la ma- 



284 
schia figura di ventanni. Àll'infuorì di questi, gli altri 
restino a custodire le gloriose bandiere. 

« Noi ci ritroveremo fra poco, per marciare insieme 
al riscatto dei nostri fratelli schiavi ancora dello stra- 
niero. Noi ci troveremo fra poco per marciare insieme 
a nuovi trionfi della libertà e dell'indipendenza. 

G. Garibaldi. 

Il giorno del suo ingresso in Napoli il Re Vittorio 
Emanuele indirizzava ai popoli dell'Italia Meridionale il 
seguente proclama: 

17 novembre 18b0. 
Ai popoli Napoletani e Siciliarìi 

« Il suffragio universale mi dà la sovrana potestà 
di queste nobili Piovincie. Accetto quest'altro decreto 
della volontit Nazionale, non per ambizione di Regno, 
ma per coscienza d'italiano. Crescono i mìei, crescono ì 
doveri di tutti gli italiani. Sono più che mai necessarie 
la sincera concordia e la cosiante abnegazione. Tutti i 
partiti debbono inchinarsi devoti dinanzi alla maestà 
deiritidia clic Dio solleva. 

« Noi dobbiamo instaurare un governo che dia 
guarentigia di viver Ubero ai popoli e di severa probità 
alla pubblica opinione. Io faccio assegnamento sul con- 
corso efficace di tutta la gente onesta. 

« Dove nella legge ha freno il potere e presidio la 
libertà, ivi il Governo tanto può pel pubblico bene, 
quanto il popolo vale per la virtù. 

« All'Kuropa dobbiamo addimostrare che, se la ir- 
resistibile forza degli eventi superò convenzioni fondate 
sulle secolari sventure d'Italia, noi sappiamo ristorare 
nella Nazione Unita l'impero di quegli immutabili dommi. 
senza dei quali ogni società è inferma, ogni autorità 
combattuta ed incorta >. 

Vittorio Emanuele. 



285 



H 3 novembre, il generale Della Roem d'ordine del 
e acrireva una lusinghiera lettera a Garibaldi con la 

quale ammiraTa i prodigi di valore e ì sagrifizi dell'E- 

aereìto Meridionale, ed esprimeva la riconoscenza che la 

patria italiana doveva al loro eroismo. 

ì Garibaldi a sua volta scrisse un'affettuosa lettera 

dì commiato al Re, la quale si chiudeva con queste 
ole : 
« Vogliate Maestà, permettermi una sola preghiera 

■< nell'atto di rimettervi il supremo potere- Io Ti imploro 
ajpitcliè mettiate sotto Ì'ii/H^jiimn rostra fittela, coloro che 
mi ebbi a collaboratori in questa yrand' opera di ajfran- 
camento dell'Italia Meì'idionale^ e che acf(fffliat€ ne! Vostro 
E^erdio i miei commilitoni chf. han ben meritato della 

■€ patria e di eoi ». 



ri 



CAPITOLO XXI. 
Riiiro di Garibaldi a Caprera. 



I 



Il giorno 8 di novembre il Oenerale volle vedere 
a — dopo di averlo stretUiniente abbracciato, gli fece 
inviw di andare con lui a Caprera. « Sarete fratello a 
Menotti » gli disse stringendogli la mano. — ■ L' Elia, 
commosso fino alle lacrime, ringraziò il generale — & 
cui fece capire — che egli aveva altri sacri doveri da 
«empiere verso la madre vedova e verso le sue quattro 
iBorellè orfane — e prese congedo con immenso dolore 
da quel grande che in meno di sei mesi aveva assicu- 
rata, 1' unità -itahaua. unendo sotto lo scettro di Vittorio 
Emanuele l'Italia Meridiouale, con nove milioni, trecen- 
iomila, seicento sessantatre sudditi devoti. 

La mattina del 9 Garibaldi B'imbai'cava per Caprera 




286 
salutato da un'intera popolazione e da tutti i suoi com- 
pagni affranti dall'emozione. 



* 



Fu grande fortuna d' Italia la rivoluzione siciliana 
del 4 aprile 1860. 

Questa provocò la spedizione dei Mille. Se questa 
spedizione non veniva in tempo — come è provato dalle 
rivelazioni di Brassier de Saint-Simon — l'Italia si sa- 
rebbe sistemata in base ai risultati della guerra del 1859. 
— E secondo il volere di Napoleone non si sarebbe 
avuta l'unità ma la federazione col Re del Piemonte e 
della Lombardia, col Re di Napoli e col Papa che ne 
sarebbe stato il Capo e Re di Roma ! 

La spedizione dei Mille ha avuto un' importanza 
capitale più di qualsiasi altro evento della Storia d'Italia, 
proclamandone l'unità. 

CAPITOLO XXII. 
Presa di C^a e di Gaeta. 

La mattina del 28 ottobre, ambo gli eserciti setten- 
trionali e meridionali erano intomo a Capua. Una con- 
ferenza tra Garibaldi ed ì generali Menabrea e Della 
Rocca aveva già determinato il piano di espugnazione 
della fortezza, per l'esecuzione del quale il generale Me 
nabrea aveva dato i suoi ordini agli ufficiali del genio 
mentre il generale Della Rocca dava le sue disposizioni 
all'artiglieria ed agli »ltrì corpi : le truppe piemontesi 
rinforzavano il posto di Caiazzo, di 3. Maria e di S. Àn 
gelo ; il genio e l' artiglierìa si distribuivano nelle ri- 
spettive posizioni intomo alla fortezza e tutto veniva 
preparato per il bombardamento, e per l'attacco generale 
<Ae fu condotto con energia e valore, tanto che il 2 dì 



287 

novembre le truppe borboniche segnavano coi delegati 
.delle armi italiane la tesa. 



Pili di ventimila borbonici si emuo trincerati con 
>tenti artlg^lierie a Mola di Gaeta. 

H 4 dj novembre vennero destinati a conquistare 
luella posizione, la brigata granatieri di Snrdegna, il 
^14" e 24" bersaglieri, due squadroni di lancieri di Novara 
due batterie d'artiglieria. 

Mola è la parte più a mare della cittadella di Formìa. 
è addossata ad una linea di colline che scendono sul 
[mare lasciando appena posto per la strada. 

II 24° battaglione bersaglieri si andò a stendere su 
Itìn' altura a cavallo della strada ; a destra, sulle prime 
■alture, si stendeva il 1° reggimento granatieri ; il à" reg- 
gimento granatieri si collocava più indietro ; il 3" in ri- 
riserva ; il 14" battaglione dei bersaglieri venne mandato 
a sloggiare ì borbonici che occupavano il paese di Ma- 
ranolfl, situato in altura sopra Mola. 

Alle ore 11 s'incominciava l'assalto con fuoco vivis- 
Bimo da ambo le parti; un battaglione del 1" granatieri 
mandato in sostegno del 14'' bersaglieri e con vigoroso 
ittacco scaccia i borbonici da Maranola. 

Il battaglione granatieri col 14° bersaglieri dopo di 
Ilavere cacciato i borbonici da Maranola, rinforzati da 
]ialtro battaglione del 2" granatieri tutti uniti ai sca- 
gliano arditamente contro l'alta posizione chiamata Ma- 
donna, di Ponza fortemente occupata e difesa da due 
batterie; con slancio ammirabile vi sono sopra^ fugano 
il nemico e s'impossessano dei cannoni. 

Eseguite queste due brillanti operazioni, tutta la 
linea dei nostri si slancia risolutamente all' attacco dì 
Mola sotto il fuoco del nemico, attraverso un terreno 
difficile cosparso di siepi, di muri e di fossi ; marciano 
,ln testa la 3" e la 4" compagnia del 2° granatieri che- 




§88 

prime scavalcano le barricnte e penetTHiio bgI paese, 
mettendo in fuga il nemico che lascia, in potere dei uostii 
undici connoni. Non restava che espugnare la posizione 
del Castellone fortemente tenuta dai borbonici ; grana- 
tieri e bersaglieri ontusiasniitti per le rìpoi-uite vittorie, 
si Blanciano wtlorosamente all' assjilto e, superati tutti 
gli ostacoli ed ogni resistenza, vittoriosamente l'espu- 
gnano. 



Ricoverati entro le mura dì Gaeta, i fìorboiii di 
J«apoli si sforzavano di tener ancora testa alle potenti, 
forze dell'Italia unita con una guarnigione di circa 20000 
combattenti e con ben ò28 bocche da fuoco. 

Nella notte del 10 novembre 1860, otto pezzi da 
campagna aprivano il fuoco con tiri in arcata, produ- 
cendo graiìde sgomento negli assediati; nella notte suc- 
cessiva il fuoco fu ripreso. Il giorno 12 U generale Cial- 
dini, comandiuiCe delle due divisioni 4* e V* che aveva 
occupato tutte le alture dominanti la cittii e spinti i suoi 
avamposti presso il Borgo di Gaeta, decise di ricacciare 
entro la cinta quelle truppe borboniche che avevano sta- 
biliti i bivacchi sull'istmo fino all'Attrattina : le fece as- 
Balire da buon nerbo di bersaglieri che colla punta della 
baionetta le obbligarono ad abbandonare ogni esterna 
4>osÌ2Ìone. 



AJla fine di dicembre tutte le batterie erano piazzate 
e 1' H di gennaio Cialdini ordinava si aprisse il fuoco- 
Mentre seguiva il bombardamento la diplomazia non 
■mancava d'agitarsi. Napoleone tll s'interponeva fra i 
belligeranti e riusciva a fissare un armistizio che aveva 
principio la stessa sera dell' 8 gennaio per terminare il 19. 

Dal 19 al 21 furono iatte praticlie per la resa. 




269 

ma avendo il Borbone rifiutato, alle ore 8 '/t antimeri- 
diane del ^'iorno 22 tutte le batterie aasedianci entra- 
rono in azione. II bombardamento durò fino al 12 feb- 
bmio. produeendo danni non lievi alla nittà e provo- 
cando esplosioni di ma{!:azzÌQÌ di polvere, Infine il gior- 
no 13 ver&o le 3 pomeridiane una terribile esplosione 
mandava all'aria le batterie Miilpasso e TransUvania, 
essendosi appiccato il fuoco all'enorme quantità di i?6 
mila chilogrammi di polvere. Lo spavento in Gaeta fu 
cosi grande che rese necessaria la capìtohisione, la quale 
fu firmata allo ore 5 pomeridiane. 

Francesco II non s' intromise nella capitolazione e 
prima che l' esercito italiano entrasse a Gaeta s' im- 
barcò sul vapore francese « La Muette » che lo con- 
dusse a Civitavecchia. 






A Caprera il generale Garibaldi non rimaneva 
inoperoso; egli aveva la mente fìssa al riscatto di Roma 
e di Venezia ed invitava gli amici a preparare mezzi 
occorrenti. 

tCon questi concetti scriveva al Bellazzi alla flne di 



Caprera, 29 dicembre 1860. 



Caro BeUazzi. 



« Io desidero l'azione concorde di tutti ì comitati 
"italiani di provvedimento per coadiuvare al gran ri- 
scatto. Cosi Vittorio Emanuele con un milione d' ita^ 
liani armali, questa primavera chiederit giustamente 
ìò che manca all'Italia. 

<t Nella sìvcra via che si segue, io raccomando che 
smparisca ogni indizio di partiti ; i nostri antagonisti 
)no un partito, essi vog^llono l' Italia fatta da loro col 
sncorso dello straniero e senza di noi. 



290 

< Noi fcdnmo la Nazione, non Togliamo altro capo 
che VÌEtorio Emanuele ; non escludiamo nessun ita- 
liano, che voglia trancaraente come noi : dunque so- 
pra ogni cosa sì prodìchi energicamente la concordia di 
cui abbisogniamo irameuaamence. 

Vostro 
G. Garibaldi ». 



Dopo aver pr^so parte ad una seduta tempestosa 
alla Camera dei Deputati, Gaiibaldi era. toruatn] a Ca- 
prera» quando il 6 glug^no si sparse la fulmìnea notizia 
che Cavour era nioi-t». L'impressione tu enorme ; l'Ita- 
lia perdeva il suo più grande uomo di Suito. la, libertà un 
amico devoto, la Dinastia di .Savoì;t uno dui suoi più 
validi sostegni. 



Il Ministro Ricaaoli, succeduto al Conte di Cavour,, 
Tolle aci;ontentare il'generale Garibaldi coli' istituzione 
dei Tiri a Segno Nazionali, ma dopo pochi giorni il 
Barone non era più al Governo ; il partito moderato vo- 
leva che si procedesse allo scioglimento dei Comitati di 
Provvedimento, ma egli in nome della libertà di as- 
sociazione, .si rifiutò e diede le dimissioni, (ili successe 
Rattazzi, che, consegueute al disegno del Riciisoli, com- 
mise al generale la direzione dei Tiri a bersaglio. 

All'Elia che era sofferente per la grave ferita il ge- 
nerale scriveva cosi: 



Caprera, 18 gennaio 1862. 



Caro Elia^ 



« Italia e Vittorio Emanuele è il programma con- 
sentaneo ai voti della nazione e fu di suida ai tutti i 
Coinit£\ti di Provvedimento. 



2^1 

« Oltre ai servizi che ìianno già resi alla patria, 
imminlstrati che siano da persone intelligenti ed one- 
ste, potrebbero renderne altri importantà in avvenirej 
raccogliendo i fondi pel riscatto di Roma e di VeneziA, 

« Qualunque altro Comitato che sorga con pro- 
gramma e fini diversi non potrebbe reggersi, perchè la 
Nazione lo riproverebbe. 

« Accetto adunque con piacere l'ofFerta vostra di 
erigere in cotesta importante cìttk un Comitato di Prov- 
vedimento e r istituzione del tiro a segno. Intendetevi 
a tal flne eon persone oneste e patriottiche e mettetevi in 
relazione col sig. Federico Bellazzi, persona di mia con- 
fidenza, il quale ha diretto devotamente il Comitato 
Centrale di Genova, ma che si è ritirato, non accec- 
tancio la presidenza di quel nuovo Comitato. 

• G-radite i sensi di stima e d'affetto dal 

sempre rostro 
G. Garibcddi >. 




t 



Ka 



Nei primi giorni di maggio 1862, quando gifi da qual- 
che tempo il generale era in giro nella Lombardia per 
l' impianto dei tiri a bersaglio, in cominciar ono h manife- 
starsi i sintomi di un tentativo per la liberazione di 
Venezia; il tentativo di Sarnic-o, che venne impedito 
dal governo. 

Disgustato da questo avvenimento, il generale erasi 
I nuovo ritirato a Caprera, quando amici della Sicilia 
lo invitarono ad andare a visitare le terre da lui re- 
dente. La notte del 7 luglio coi pochi amici, che si tro- 
vavano all' Isola, prese imbarco per la Sicilia. A Pa- 
lermo fu accolto con delirio. ChÌani.ato nei luoghi dell'e- 
popea del 1860, Alcamo, Pardnico, Corieone, Sciacca, 
lat:tflmi,. Vita, Salerai, si spinse fino a Mnrsala. Do- 
nque passava dimostrava la necessità di riprendere 
le armi per la liberazione di Roma, essendo un'onta per 




la Nazione, che la sua CapitHle rimanesse schiava del 
Papa. K fu aliom che venne IwncLiito all' ItJilia il grida 
di Boìna a mortela grido che condusse al doloroso fatiu 
di Aspromonte ed nlla gloriosa disfatta di Meuttma. 



CAPITOLO ssin. 
Aspromonte Sollevazione in Polonia. 

Ad Aspromonte, il generale veniva ferito al piede 
da palla italiana; il tatto suscitò profonda commozione 
non solo in ogni aBgolo d'Italia, ma in quante con- 
trade era giunto il nome dell' ilroe e l'eco delle sue 
vittorie, I volontari accorsi intorno a lui» venivano di- 
sperai ed egli stesso veniva portato prigione nel forte del 
Varignano. 



La palla del 29 agosto 1862, se offese il corpo del 
temuto capitano, fece percorrere all'idea sua animatrice, 
un cammino, quale non avrebbe potuto sperare dalla 
più splendida delle vittorie ! — Aspromonte giovò alla 
questione Romana iu modo .assolutamente decisivo. 



Nel 1862 il Governo Russo aveva ordinata la levii 
generale in tutto Tirapero, ma per la Polonia si pre- 
scriveva, che fossero esenti dall'obbligo di leva i con- 
tadini ed i grandi proprietari rurali, per cui la legge 
colpiva soltanto gli abitanti delle cittii. Questo privilegio 
promosse una agitazione grandissima in tutta la Po- 
lonia, e quando il Governatore di Varsavia volle appli- 
care la legge, nel 18 gennaio 1863 il Comitato Nazionale 
bandi 1' iuburrezione e la lotta incominciò. 



293 

ÌT Generale era infermo a Caprera, e si doleva dì 

nou poter accorrere in aiuto dei Polacchi per iwgnra un 

debito di gratitudine verso un paese che tanti suoi 

Hfigli aveva sacrificati per la causa della libertà. Non 

potendo pagare di persona scriveva all'Europa: « Non 

abbandonate la Polonia >. 

^P In Italia recar soccorso alla Polonia era come un 

' dovere, 11 valoroso Nullo Francesco dei Mille, impa- 

zìcDte d'judugio e di martirio, partiva e, unitosi ai 

ribelli^ ti'ovava la morte sugli argini di Skutz. 




TI gennaio del 1864, all'Elia che aveva data la sua 



piena adesione al movimento insurrezionale della Po- 
lonia, deciso di prendervi parte, venne trasmesso dall'or- 
ganizzatore generale del Governo Nazionale, il decreta 
qui trascritto col quale lo si creava organizzatore delle 
forze insurrezionali a favore della Polonia nell'Adriatico 
e lo si nominava provvisoriamente Capitano dì Fregata. 




Pour «irt remjilace 
' , / BolJq \ DmiB a beoeve 1884 

Varsavia. 

Eu vertii des pouvoirs qui nos sont confèrea pour 
Gouvernenient Njitional Polonaia pur un Decret du 
10 fevrier 1864 date de Varsavie, nous nommons au 
post d'Organizateiu' des fbrces Navales Polonais sur le 
mer Adriaiique le Citoyen Auguste Elia sujet du Royame 
de l'Italie, natif d'Ancone, et lui conferons provisoiiement 
le grad de Capitaine de Fregate dans la Marine Natio- 
naie; il aura a se contbrmer dans Tesercice de sos fnn- 
tiios ordi'es et instruction ulterieurs. 
F.to r. K. 
Organimteur General. 



n 13 marzo Elia aveva ricevuto da M. John Robson- 
Cy di Londra la seguente lettera, con la quale l'avvi- 
sava dell'arrivò in Ancona di un vapore a lui diretto 
per farne quell'uso che più gU fosse piaciuto, con assi- 
curazione che il vapore era pienamente adatto per ser- 
vire nell'Adriatico. 

London, 1864 mars 13'' 
Dear Sir, 

« Having been fumished with your address by my 
■commercial friend. I avail myself of the opportunitj'. 
and beg of yon, to take in your charge my steamer 
the < Princess, > Master Sainscler, desUned to your 
port and charged with goods inseuded for speculation. 
Should yon accept this commission, I then will send you 
the power for sale, or to dispose of her in manner 
yon would think proper. She is iit for transport, and 
passengers trade of short distance, and I think she vili 
auswer well in the Adriatìc. She may be in your place 
towards the end of this month. 

< The benrer of this letter, the Master of the steamei', 
will require your aid and your advice, tvhich yon will 
kindly afford him and oblìge. 

€ Your obedient seryant 

John Robson ». 

Questa lettera fu ricevuta a mezzo postale e non 
a mano per cui nell'aprile, insistendo l'Elia che non 
aveva avuto altre notizie, perché gli si facesse sapere 
e fare qualche cosa, riceveva la seguente: 

Torino, 22 aprile 1864. 
Pregiatissimo Signore, 

« Ho ricevuto la vostra del 11 aprile. Aspettate e 
fate aspettare gentilmente, fino a che non riceverete no- 
tizie positive da Londra. 



29& 

* Spero che gli avvenimeutì camminino. Fra poco 
riceverete da parte mia la lettera patente commerciale, 
che ho ricevuto oggi e che manderò a voi col mezzo 
di una persona sicura. À tutti i miei saluti. 

- Aggradite l'espreissicne della mia sincera amicizia 
e del mio distintissimo rispetto 

Vostro dev,mo 

s. s. 



Ma passò del tempo. II vapore annunziato non 
eras-i veduto, né arrivavano altre notizie, quando da 
persona sconosciuta gli veane portata la seguente lettera: 



I 



Torino, 30 giugno 1864. 



Mìo caro Elia, 



« Se potete e volete consacrarvi ad una grande 
impresa, che vi alloutinerà per qualche tempo dalla 
vostra famiglia, ma che può e deve esaere base della 
nostra gloria e della grandezza avvenire, venite imme- 
diatamente a Torino e da Torino al Campo di S. Mau- 
rizio, dove debbo dirvi cosa e come. Non dite niente a 
reesuno. Il latore non sa nulla e non gli dite nulla. 
« Se poi le vostre ferite non vi permettessero di 
viaggiare per mare e per terra rispondetemi non posso. 
* Attendo con impazienza voi od una, vostra riga. 
_4 Tacete tutto e vogliate sempre bene al 



L 



Sempre Vostro 
Xi9io Bixio * 



È da immaginarsi con che premura Elia rispondesse 
all'appello del caro amico generale Bisio, che già. pre- 
sentiva essere d'accordo col Re Vittoria Emanuele e 
^HiOD Garibaldi per qualche ardita e gloriosa impresa. 
Non indugiò la partenza e laggiunae dopo due giorni, 
•isio al Campo di S. Maurizio. 




, MoDtnti a cavallo ai recarono in una cn&in» di pro- 
prietà, di Accostato, dove Elia ebbe l'altissimo onore e 
ì& gniniic- eoddislazione di stringerò in mano che gli ve- 
nÌTft stesa dal Padre della Patria, Se Vittorio Ema- 
nuele II, che ebbe pitrole asssi benevoli per lui. Elia 
riceyetto verbali ordini e di^aposizioni intoruò ad una 
combionta operazione e ritornò in Ancona in attesa dì 
essere cliianiato. 



Anche Mazziui cooperava con Vittorio Emanaele e 
spronava gli amici buoì a dare il loro appoggio per 
l'insurieziono in Gallizia, e per trovare validi coope- 
ratori nei principati Balcanici, e sopratutto nel Monte- 
negro, per un forte diversivo contro l'Austria, per poi 
marciare colle forze nazionali alla conquista del Veneto. 



Intanto che tali trattative correvano, il generale Ga- 
ribaldi, invitato dal popolo inglese a recarsi in Inghil- 
terra, la mattina dell'll aprile giungeva a Londra, ac- 
colto da per tutto dove passava da una moltitudine fre- 
mente d'ammirazione e di amore. 

Fra le feste che gli furono fatto merita di essere 
ricordata quella della prima autoritH. cittadina. 

Il Lord Mayor di Londra saluUiva in luì in nome 
della libera Inghilterra : 

« Il grande Apostolo della libertà; l'eroico e caval- 
leresco soldato che nou impugnò mai la spada che per 
una giusta causa; il conquistatore di un regno per li- 
berarlo dall'oppressione; colui che rimase povero per 
arricchire f^li altri, il cittadino amante della sua patria 
e di tutta la razza umana, assiti più della propria vita: 
l'uomo sinceramente buono e giusto di cui le private 
virtù sono superate soltanto dalla magnanimità sua più 
che spartana romana >. 



297 

Invitato ad un banchetto di amici polacchi ed ita- 
liani tra i quali Mazzini, Saffi e Mordini, al levare della 
mensa Mazzini ai levò e propose un brìndisi al gene- 
rale Garibaldi con queste parole: 

« Il mio brindisi racchiuderà tutto quanto ci è caro, 
tutto quello per cui abbiamo sotferto e combattuto. Bevo 
alla salute della libertii dei popoli, dell'uomo, che è la 
incarnazione vivente di queste grandi idee, di Giuseppe 
Garibaldi; della poTera, sacra ed eroica Polonia i cui 
figli silenziosamente combattono e muoiono per la li- 
bertà da più dì un anco; bevo alla salute di quella 
■giovane Russia la cui divisa è terra e lavoro; della 
nuova Russia che fra non molto offrirà la mano alla 
Polonia aorella, riconoscendo la sua indipendenza e can* 
celiando i ricordi dei russi degli Czar; alla salute dei 
russi che col nostro amico Herzen hanno tatto tanto per 
■creare una nuova Russia ». 



Garibaldi rispose : 



r « Sono per fare una dichiarazione che ho nel cuore 

' da gran tempo. Vi è fi'a noi un uomo che ha reso i 
più. grandi servigi al nostro paese ed alla causa della 
libertà. — Quando io ero giovinetto non avendo che 
aspirazioni verso il bene, cercai uno capace di servire 
di guida e di coniiìgrlio ai miei giovani anni, e lo trovai. — 
Egli solo vegliava, mentre tutti intorno a lui dormi- 
vano - Egli solo alimentava il fuoco sacro — Egli con- 
servò sempre la sua fede, l'amore sviscerato al suo paese, 
la devozione alla CAUsa della liberta — Quefit'uomo è 
il mio amico e Maestro Giuseppe Mazzini. Beviamo 
I alla sua salute ». 

I II 5 maggio Garibaldi lasciava l' Inghilteira, ed il 9 

I r« Ondine > Jackt del Duca di Sutherland lo sbarcava a 
■Caprera, 




Prima d' imbarcarsi per far ritorno alta sua isola 
il geoerale cosi scrisse a Victor Ugo che avevagli espreaao 
il desiderio di stringergli la mano qualora avesse potuto 
Tisìtarlo nella partenza da Londra: 

Mio caro Victor Ugo, 

< Il visitarvi nel vostro esigilo era per me più che 
un desiderio ; era un dovere : ina molte circostanze me 
lo impediscono. Spero mi capirete, che lontano o Ticino, 
non sono mai separato da Voi e dalla causa che rap- 
presentate. 

Londra 22 aprile. 

« Sempre vostro 

» G. GaribaMi >. 

Volle pure fosse pubblicata una lettera di com- 
miato e di omaggio alla stampa inglese e cosi scriveva : 

« Nel lasciare 1' Inghilterra non posso a meno di of- 
frire un pubblico oraag'gio alla stampa inglese, e uno spe- 
ciale tributo di gratitudine a tutti quei giornali che fu- 
rono sinceri e fedeli organi della pubblica opinione verso 
di me, e benevoli interpreti dell'ammirazione e dei sen- 
timenti che nutro perla nazione che mi diede ospitalità. 

« Londra, 28 aprile. 

« G. Gar&taldi ». 



Garibaldi non si trattenne a lungo nella sua i&ola. 
D 14 di maggio, collo stesso vapore che lo aveva ricon- 
dotto dair Inghilterra e che il Duca dì Sutherland aveva 
messo a sua dii^posizione, sbarcava nell' isola d' Ischia 
per curarsi dell'artrite. 




Come si disse già da qualche tempo correva una 

rriepondenza privata fra Miizzini e Vittorio Emanuele- 

Intermediario fra Vittorio Emanuele e Mazzini era 

na persona amica iU Manzini quanto altrettanto devota 

Vittorio Emanuele. 

Nei primi di giugno 1864 questa persona di fidacifl. 
:'t-iceveva da Manzini ud messagg'io che diceva cosi: 

* Il Re non intende questo cospirare continuo a 
impiantare un dualismo tra il goTerno e il partito di 
azione in cose nelle quali si era in sostanza d'ac- 
cordo; volere pgli Venezia quanto me; avere egli fede 
nell'onestà dei mio procedere; perchè non si verrebbe 
un patto per l'intento comune? » 

E il 15 di giugno il Mazzini in una aua lettera 
neLa quale apriva l'animo suo grande, concludeva cosi: 



Mio caro 



^P « Se chi pensa alla guerra contro l'Austria iia co- 
^■licienza di me e crede al mio onore, che non ho tradito 
^pnai, io dichiaro: 

« Che non credo a vittoria definitiva possibile senza 
resercito regolare e l'intervento governativo. 

* Ctie non sogno neanche d'innalzare, ove anche 
il potessi, una bandiera repubblicana nel Veneto — che 
tacendo noi per coscienza e per dignità d' ogni pro' 
gramma politico, e limitandoci a gridare guerra all' Au- 
stria, aiuto ai nostri fratelli, accetteremmo il prognimma 
che uscirebbe dal Veneto. Ora, il grido del Veneto che 
abbisogna dell'esercito e dell'Italia costituita come è, 
aarà infallibilmente monarchico. Su questo punto il re 
non ha dunque da temere. 

« Data questìL sicurezza, il migliore accordo è quello 
di lasciarci fare, e apprestarsi a cogliere nipidamente 
l'opportunitìi che noi cercheremo di offrire. 




300 

« Garibaldi è l'anima d'ogni moto di volontari, Nes- 
suno può dubittiro àiitla di lui adesione alle dichiarazioni 
cbe io feci sul principio di questa mia lettera. Ma 
sono convinto, ohe la di lui azione dovrebbe essere 
lasciata libera ed indipendente. S' inleade che i primi 
tatti di guerra governativa regolarizzerebbero il contatto 
dell'insurrezione e del capo dei volontari col disegno 
generale stratej^ico, 

« Potete ctìmunìcare al re questa mia e credetemi 

vostro 

f!. ]Hfi£ZÌni 

La risposta di Vittorio Emanuele fu : 

< Avere comuni lo slancio e il desiderio di fare 
con la persona di cui si parlji. Giudicare le co^e da me 
e con la massima energia, non con timide impressioni 
altrui. 

■ Ma sappia la persona che gravi sono i momenti; 
che bisogna ponderarli con mente ealma e cuore ar- 
dente; che io e noi tutti vogliamo e dobbiamo compiere 
nel più breve spazio di tempo la grand'opera ; ma guai 
a noi tutti se non sappiamo ben farlo, o se, abbando- 
nandoci ad impetuose interapesiive frenesie, venissimo 
a tale sciiigura da ripiombare la patria nostra nelle 
aintiche sventure. - 

« Il momento non è ancora maturo; fra breve, spero, 
Dio aiuterà- la patria nostra. 



Il 2 di luglio in un autografo il Re faceva a Maz- 
zini questa rispostii : 

« La Polonia mancò ognora nelle varie sue fàsi in- 
surrezionali della forza vitale di espansione, e questa 
è la principale cagione della sua i ovina; forse potrebbe 
rinascere come la fenice dalle proprie ceneri, estendendo 
le Sue ramificazioni in Gallizia, Principati ed Ungheria, 
dove il terreno sarebbe facile a exploiier se vi fossero 
uomini energici ed audaci che servissero di trait-d'u?iio?i. 



b 



301 
Se i moti in Gallizi.a estesi nlle citate contrade pren- 
lessero le proporzioni di una spontanea popolare insur- 
rezione da tenere fortemente occupata l'Austria, allora 
sarebbe necessario anzitutto d'aiutarla con ttn nitcleo di 
italiani delermÌTiafì, e cosi riuniti vari fecondi elementi, 
ttitii osdìi (lì principafe nemico, si potrebbe condurre a com- 
pimento il comune desiderio. 



1 Intanto correvano intelligenze oltre che con Maz- 
zini e Garibaldi anche coi generali Klapka e Ko&tnith, 
capi dell'insurrezione ungherese e con altri a Belgrado 
ed a Bukarest — Garibaldi era pronto a tutto. 

Nei primi di luglio il Re Vittorio Emanuele appro- 
vava tutte le proposte di Mazzini e si metteva d'ac- 
cordo col generale Garibaldi, che doveva, essere U condot- 
tiero delJ-'nrdiln impresa. Intermediario del Re Vittorio 
Emanuele con Garibaldi era il sig. Porcelli d'intesa con 
Bixio e tutto si stava preparando. 



« 
* * 



Alcuni del partito democratico pur sapendo che 
dell'ardita impresa era consenziente anche Mazzini, che 
fortemente la voleva, non approvavano questa pericoloaa 
spedizione e temevano pel Generale stesso, che vole- 
vano rimanesse in Italia ad aspettare altri eventi pro- 
pìzi. Ma egli era risolato; isi doveva partire ed EUla 
stava aspettando ìnip;iziente l'annunziato vapore, quando 
ricevette la seguente lettera: 



Torino, 9 luglio 1864, 



Mio caro Elia, 



^^ « I mestatori hanno tentato di fare andare a monte 
II tutto e di far cambiare idea al nostro G . . . . 

« Spero che non riesciranno ! Questa sera vedrò 
r altra persona e cercherò di accomodare ogni cosa. 




300 

€ Domani vi saprò dare notizie positive. 

< Intanto ho voluto scrivervi queste due righe in 
risposta alle vostre due pressaatl, perchè attendiate senza- 
inquietarvi. 

« Sar^ un piccolo ritardo, ma pazienza 1 
« A domani dunque. 

« Tutto Vostro 

< PorcelU ». 

Ma l'indomani 10 luglio 1864 il Qiomale il Diritto 
pubblicava la seguente protesta anonima : 

« Avuta certa notizia, che alcuni fra i migliori del 
partito d'azione sono chiamati a prendere parte ad im- 
prese rivoluzionarie e guerresche fuori d'Italia, ì sot- 
toscritti (che non si sotscrissero !) convinti : 

< Che noi stessi versiamo in gravi condizioni pc4i- 
tiche; 

< Che nessun popolo e nessun terreno sìa più 
propizio ad una rivoluzione per gli interessi della li- 
bertà, che r italiano ; 

« Che le imprese troppo incerte e remote quali 
sono le indicate, ordito da principi, debbano necessa- 
riamente servire più a' loro interessi che a quelli de' 
popoli ; 

« Credono loro dovere per iagravìo della loro co- 
scienza dichiarare ; 

< Che l' allontanarsi dei patrioti italiani in questi 
momenti non può che essere funesto agli interessi della 
patria ». 

Questa pubblicazione del Diritto fece persuaso Vit- 
torio Emanuele che non potendosi più condurre l' im- 
presa con la dovuta segretezza, se ne accrescevano i 
perìcoli ; e non volendo che si pensasse, che egli man- 
dava al sacrifizio Garibaldi coi suoi valorosi compagni, 
per vedute ambiziose proprie, con lettera, portata al 
Generale dal Porcelli, lo scioglieva da ogni impegno e 
ritirava il suo concorso all'opera progettata. 



306 



CAPITOLO XXIV. 
Guerra del 1866 — Liberazione del Veneto. 



La guerra del 1S64 intrapresa dalle due grandi po- 
tenze tedesche contro la Dauimarca fu poi rorigino del 
loro dissecai. 

Finché ei trattò di togliere ad un piccolo regoo i 
fere ducati dell'Elba; finché sì volle togliere ogui inge- 
renza ai minori Stati della Confederazione, Austria e 
P^frussia andarono d'accordo; ma quando si fu alla spar- 
tizione della conquisi,a, fra le due potenze si sriluppò 
^wlin forte antagonismo che doveva condurre alla guerra. 

I 

^V lu vista di questa eventualità il Conte di Bismarlc 
^"tìhìamato a ae nei primi di marzo il Coute Barrai, Mini- 
r atro d'Italia presso il Re di Prussia, ebbe con lui una 
I conversazione concernente un trattato di alleanza offen- 
^« siva e difFensiva. 

^H Stabiliti gli accordi preliminari, Lamarmora incar 
^Biricava 11 generale Govone per la conclusione definitiva 
^^del trattato — non poteva farsi scelta migliore — e il 
I 9 marzo egli partiva da Firenze per Berlino. Il trattato 
' fu concluso e firmato, ed a questo l'Italia si mantenne 

fedele, sebbene V Austria ad un certo punto offrisse la 

cessione del Veneto, purché l'Italia sì distaccasise dalla 

Prussia. 

Fatti i necessari preparativi con la mobilitazione 

dell'esercito e col richiamo sotto le armi delle vecchie 

classi, la guerra fu dichiarata. 




S04 



n Re Vittorio Emanuele, decisa la guerra all'Au- 
stria, indirizzava alla Nazione il seguente proclama : 

Italiani ! 

« Sono corsi ormai sette anni che l'Austria assalendo 
armata i miei .Stati, perchè Io aveva i>erora[:ji la causa 
della comune patria nei consigli d' Europa, e non ero 
stato insensibile ai gridi di dolore che si levavano dal- 
l' Italia oppressa, ripresi la spada per difeniere il mio 
trono, la libertà dei iiiifi popoli, l'onore italiano e com- 
battere pel diritto di tutui la nazione. 

« La vittoria fu pel buon diritto ; e la virtù degli 
eeereiti, il concorso dei v&lontari, la concordia ad il 
sonno dei popoli e gli aiuti dì un magnanimo alleato, 
rivendicarono quasi interdi la ìndipeudenza e la libertà 
d' Italia. 

* Supreme ragioni che noi dovemmo rispettare ci 
vietarono allora di compiere la g-iusta e gloriosa im- 
presa : una delle più nobili ed illustri regioni della pe- 
nisola, che il roto delle popolazioni aveva riunito alla 
nostra Corona e che per una eroifa resistenza e una 
continua e non meno eroica protesta contro il restau- 
rato dominio straniero ci rendeva particolarmente sacra 
e cara, rimase in balia dell' Austria. 

« Benché ciò fosse grave al mio cuore, nondimeno 
mi astenni dal turbare 1' Europa desiderosa di piice, che 
favoriva colle sue simpatie it crescere ed il fondarsi del 
mio Regno. 

« Le cure del mio governo si volsero a jjreferenza 
ad accordare gli ordinamenti interni, ad aprire ed ali- 
raentiire le fonti della pubblica prosperità, a compire gli 
armamenti di terra e dj mare, perchè l'Italia, posta in 
condizione di non temere offesa, trovasse più facilmente 
nella coscienza delle proprie forze la ragione delle op- 




I 






305 

■rtune prudenze, aspettando si maturaase col teuipo', 
col favore dell'opinione delle genti civili e degli equi e 
liberali prìncipii che andavano prevalendo nei con- 
igli d'Europa, l'occasione propizia di ricuperare la 
Venezia e di compiere ed assicurare la sua indipen- 
denza. Quantunque l'aspettare non fosse senza pericoli 
'« senza, dolori entro confini mal circoscritti e disarmati, 
e sorto la perpetua minaccia di un inimico, il quale nelle 
infelici Provincie rimaste soggette alla sua dominazione 
aveva accumulato i suoi formidabili armamenti della 
offesa e della difesa : collo spettacolo continuo innanzi 
agli occhi dello Btrazio che egli faceva delle nostre po- 
polazioni, che la conquista e una spartizione iniqua gli 
avevano dato, pure io seppi frenure, in omaggio alla 
uiete d'Europa, i miei sentimenti di italiano e dì Re, 
e la giusta impazienza dei miei popoli. Seppi conser- 
Tare integro il diritto di cimentiire opportuni! mei ite la 
Tita e le sorti della Nazione: integra la dignità della Co- 
rona e del Parlamento, perchè l'Europa comprendesse 
che doveva dal canto suo giustizia intiera alt' Itaha. 

« L' Austria ingrossando improvvisamente sulla no- 
stra frontiera, e provocando con uu atteggiamento ostile 
e minaccioao, è venuta a turbare l' opera paciifica e ri- 
paratrice intesa a, compiere 1' ordinamento del regno, e 
alleviare ì gravissimi sacrifici imposti ai miei popoli 
dalla sua presenza nemica sul territorio nazionale. 

a All' ingiustificata provocazione ho risposto ripren- 
dendo le armi, che già si riducevano alla proporzione 
della necessità dell'interna sicurezza: e voi avete dato 
uno spettacolo meraviglioso e grato al mio cuore, colla 
prontezza e con l'entusiasmo con che siete accorsi alla 
mia voce nelle file gloriose dell' esercito e dei volon- 
tari. 

«Nondimeno quando le potenze amiche tentarono- 
di risolvere le difficoltà suscitate dall'Austria in Germa- 
nia ed in Italia per via di un Congresso, io volli dare un 




ultimo segno dei miei sentimenti di conciliazione al- 
l' Europa, e mi affrettai di aderirvi. 

« L'Austria rifiutò, Auclie guesta volta, i negoziati, 
e respinse ogni accordo e diede al mondo una novella 
prova che, se confida nelle sue forze, non confida ugual- 
menta nella bont^'i della sua causa e nella giustizia dei 
diritti che uearpa. 

€ Voi pure potete confidare nelle vostre forze, Ita- 
liani, guardando orgogliosi il llohdo esercito e la for- 
midabile marina, pei quali né cure né sacrifizi furono 
fisparmiati; ma potete anche oontìdare nella santità del 
vostro diritto, di cui ormai è immancabile la sospirata 
rivendicazione. 

« Ci accompagna la giustìzia della pubblica opi- 
nione, ci sostiene la simpatia dell' Europa, la quale sa 
che l'Italia, indipendente e sicura del suo territorio, di- 
venterÀ pur essa una garanzia d'ordine e di pace, e 
ritornerà efficace iscrumento delia ciTillà universale. 



Italiani ! 

« Io dò lo Stato a reggere al mio amatissimo cu- 
gino il principe Eugenio e riprendo la spada di Gotto, 
di Pastrengo, di Palestre e di S. Martino. 

« Io sento in cuore la sicurezza che scioglierò pie- 
namente questa volta il voto fatto sulla tomba del mio 
magnanimo Genitore. Io voglio essere ancora il primo 
soldato della indipendeitza italiana. 

« Viva l'Italia. 

€ Firenze, li 20 giugno 1866. 

* Vittorio Emanuele. ». 

Il Re rivolgeva poscia il seguente proclama all'eser- 
cito ; 



307 



Ufficiali, BottiifBciali e soldati! 

L'Austria, armando sulla noatra frontiera, vi sfida a 
novella battaglia. In nome mio, lii nome della Nazione, 
vi chiamo alle armi. Questo grido di guerra sarA per 
voi, come Io fu sempre, grido di gioia. Quale sia il vostro 
-dovere, non ve lo dico, perchè so che bene lo conoscete. 
Fidenti nella giustizia della nostra causa, forti del nostro 
diritto sapremo compiere con le armi la nostra unitA, 



I 



Ufììciali, sottufficiali e soldati ! 

Assumo oggi nuovamente il comando dell'esercito 
per adempiere al dovere che a me ed a voi spetta di 
rendere lìbera il popolo della Venezia, che da lungo 
tempo geme sotto ferreo giogo. Voi vincerete, ed il 
fvostro nome sarà benedetto dalle presenti e future ge- 
erazioni. 



I 



Firenze, 21 giugno 1866. 



Vittorio Emanuele. 



•% 



Disponeva poi che si ìtìtifuissero due depositi a Como 

tBarì per la formazione del corpo dei volontari o 
fHva il comando al generale Garibaldi. 

' Si sapeva dunque della formazione di un corpo di 

volontari e tutta la vecchia guardia aspettava di essere 
chiamata; non si sapeva però dal Generale quale desti- 
nazione gli si i^arebbe data. Si parlava che avrebbe avuto 
incarico di sbarcare col suoi volontari in Istria, per sol- 
levare quelle popolazioni italiauissime e piombare su 
Trieste. Ma prevalsero altri concetti. 

Quando tutto fu deciso egli chiamò a sé ì suoi fìdi, 
d all'Elia così scriveva: 




Mio caro Elia, 

e Venite — Se vi fosse Burattini, che venga. Se vì> 
fossero pure dei bravi marinari volontai'i conduceteli » 
Milano e arrivali là avvisaiemi. 

Vostro 
G. Garibaldi ». 

Elia mise subito assieme un buon numero di mari- 
nari volontari, ai quali, oltre il Burattini* si unirono 
alcuni capitani della mariirn mercantile; e tutti parti- 
rono per Milano, ove giunti Elia informava il Generale 
chiedendo ordini, 

H 16 di giugno il " Monitore Prussiano > pubbli- 
cava la dichiarazione di guerra. Il 17, La Marmerà fe- 
dele ai suoi impegui partiva pel Quartiere generale, ed 
il 20 inviava la dichiarazione di guerra all'Austria. 



Se la flotta itn,ìianjt fosse stata affidata al comando 
di un uomo come Garibaldi, o come Bixio, con la cer- 
tezza di dominare con la stessa l'Adriatico, tenendo ob- 
bligata la flotta nemica a stare riparata sotto i cannoni 
di Fola, il miglior piano di campagna sarebbe stato quello 
d'impossessarsi, con un energico colpo di mano di Trieste 
per fame base di operazione deireserclto, che sbarcato 
su quel punto buon nerbo di forze, come diversivo, 
avrebbe girato tutte le difese accumulate per tanti anni 
sul territorio Veneto, trasportando di primo slancio la 
guerra nel suolo nemico. Ma prevalse altro criterio, 
e la flotta italiana fu data in mano a persona mancante 
di grande energia e di quella alta capacità tanto neces- 
saria in un momento cosi grave e decisivo per la na- 
zione. 




BQ9 



Per nian;giore sventura^ nella fissazione e nella esecu- 
zione del piano dì campagna, si urtarono due pareri 
contrari. 

La Marmora non ammetteva altra offesa possibile so 
non dal Mincio colia base di Alessandria t Piacenza. 
Cialdìni invece aveva intuito essere foUe impreaa l'at- 
tacco di fronte al quadrilatero; essere indispensabile 
girarlo, facendo base a Bologna e Ferrara dirigere le 
operazioni di guerra eu Padova per Pontelag-oscuro e 
Rovigo, mentre l'attacco dal Mincio conduceva per ne- 
cessaria conseguenza agli assedi di Peschiera e di Verona 
che bisognava assolntjiraente evitare, 

La Marmora si riflutó recisamente di operare sul Po. 

Fu quindi Btabilito die i primi tre corpi di armata 
eseguirebbero una seria dimostrazione sul Mincio onde 
attrarre da quel lato le forze dell'are idiiai, mentre il 4" 
Corpo, formato di otto divisioni con 170 pezzi d'artì- 
;<lieria, varcato il Po marcerebbe su Rovigo di cui s' im- 
padro lì irebbe, attendendo per inoltrarsi oltre V Adige, 
di essere raggiunto dal grosso dell' Esercito, che vi si 
porterebbe mediante una marcia di fianco, utilizzando 
la ferrovìa dell'Emilia. 



1^ 

1 TK, 



ìt 



Fissato dal La Marmora questo piano, nella mattina, 
del 19 giugno, dal comando supremo dell' Esèrcito tu 
ordinato che all'alba del domani il 1" Corpo si avan- 
zasse per prendere posizione sulle allure tra Pozzoleng» 
e Volta In modo da poter chiudere il passo ad ogni 
sortita da Pescliiera sulla destra del Mincio; che il 3" 
Corpo d'armata si avanzasse su Goito legandosi a sini- 
stra col 1" sotto Volta e a destra col 2"' per Rivalla ; 
che il 2° Corpo si appressasse a Mantova, senza passare 
il Gonline, ma ia modo da potere, al rouipere delle ostilità,. 




impadronirsi subito di Curtatooe e minacciare Borgo- 
forte; che la divisione di cavalleria, muovesse nella 
notte per porsi ira Castiglione delle Stivìere, San Cas- 
fci^no, Guidizzolo e Medole. 

La riserva generale d'artiglieria doveva collocarsi 
attorno a Cj'eraona. 

Il fronte dell'armata del Mincio era per tal modo 
disposto su una distesa di 42 chilometri. 

Disegno del comando supremo dell'Esercito era il 
seguente: al mattino del 23 impadronirsi dei passi dc-1 
Mincio tra Monzambano e Goito con le truppe del 1° e 
-i" Corpo, porre piede BuUa sponda sinistra e spingere 
la cavalleria vereo l'Adige. Heì tempo stesso, colle truppe 
del 2° Corpo impossessArsi dei fortini avanzati di Cur- 
tatone e Montanara dinanzi a Mantova, entrare nel Ser- 
raglio, tagliare Le comunicazioui tra quella fortezza e 
liorgoforte, e aissalire «questa ultima poisizione dalle due 
sponde del Po e costringere con un rapido fuoco di 
numerosa artiglieria, il preaidioalla resa o allo B^^ombro, 



Nel mattino del 23 il passaggio del Mincio fu effet- 
tuato come era stato ordinato senza contrasti da parte 
degli austriaci. 

Il 1° Corpo passò il Mincio a Monzambano colla 
ijrigata Pisa e prese posizione al di là ed a cavallo del 
tìume; la quinta divisione lo passò a Borghetto ed occupò 
Valleggio; la 3" lo valicò ai muliui di Volta ed occupò 
l'altipiano di Pozzuolo; la 2'' restò nella sua posizione di 
Pozzolengo osservando Peschiera; una forte riserva &i 
-situò a metà strada tra Volta e Borghetto. 

Il 3° Corpo valicò il fiume al ponte di Goito, alla 

presenza del Re. 

- Vi passarono la 7", 16'' e 9"^ Divisione mentre l'B' 
-gettava un ponte più in alto, a Ferri ; le divisioni 16'^ e 
V si coUocìvrouo in prima linea, fra Belvedere e Rover- 
Ju,ella, le altre due rimasero in.geQouda. liqea. 



. 311 

Il 2° Corpo non passò il Mincio; ina con la 6' Divi- 
sione ed una brigata della 4^ varcò la frontiera delle 
Grazie ed occupò Curtatone e Montanara ; l'altra bri- 

Igata della 4" Divisione fu posta sulla destra del Po os- 
servando Borgoforte. 
Le divisioni Longone e Angioletti rimasero nei pressi 
di Castell uccio. 
*rutti questi movimenti non incontrarono alcuna re- 
sistenza. L'assenza di forze austriache nella pianura 
^-avanti Verona, indusse il generale La Marmora a ri- 
^■tenere che il nemico avesse rinunziato a difendere 11 
lerreno fra l'Adige e il Mincio, e che si sarebbe limitato 
i.a contrastare il passo del primo fiume. Perciò venne 
^nel concetto di gettarsi arditamente fra le piazze di Ve- 
rona, Peschiera e Mantova, per separarle una dall'altra, ed 
occupare una forte posizione che, richiamando l'attenzione 
del nemico, favorisse il passaggio del 4" Corpo d'Armata, 
soncentrato fra Bologna e Ferrara. In conseguenza di 
questo presupposto diede gli ordini perchè il 1° Corpo 
occupasse Castel Kuovo, S. GiuEtino e per Valeggio, Cu- 
j stoza, Somma -Campagna ai dirigesso a Sona. llS^prolun- 
^^j;ando questa lìnea, doveva occupare Somma-Campa- 
^^gna e Villafranca. 

r Ordinava infine che il 2" Corpo, passando il Mincio 

■ a Goito, occupasse quel paese, Marmirolo e Roverbella, 
' quale riserva generale. 

^^— Tutti questi movimenti dovevano farsi nelle prime 
^ftore antimeridiane del giorno 24. 

^M G-aribaldi aveva a-ccettato con gran cuore, che Trento 
" fosse lobbiettìvo delle sue operazioni; ma v'erano altre 
vie per giungervi oltre quella all'ovest del Garda. Sca- 
glionare le sue truppe a Bergamo, accennando a nord 
per richiamare gli austriaci ai passi del Tonale e del 
Caffaro; poi correre a gran passi al Po Cremoneee, e 



m 

per l'Emilia, al basso Po, dietro il corpo del genenil» 
Cialdiui; entrare con questo nel Veneto, sopravanzarlo, 
e per la Val Sugana lanciarsi su Trento; questo era il 
piano che egli aveva in mente, ma tale disegno non 
combinava colle idee del Comando Supremo ed a que- 
sto Garibaldi dovette sottomettersi. 

Il generale il 23 giugno contava di avere con se sei- 
mila uomini circa, e con questi si metteva in marcia per 
la via Glie gli era stata tracciata, mentre sapeva che il 
generale Ivunn gli opponeva una t'orza superiore ai 18 
mila uomini. 

Elia aspettava da tre giorni a Milano la chiamata di 
Garibaldi, quando a mezzo del tenente colonnello Fran- 
cesco Cuochi dello Stato Maggiore^ riceveva l' ordine 
di portiirsi con i suoi a Sale!), 

Ivi arrivato £lin presentava al generale i volontari 
ohe lo accompagnavano, 11 generale gli espresse l' in- 
tendimento Euo di affidare a lui il comando delia miuu- 
Bcol» tìotuglia del Liigù di (jju'dii; ma Elia gli fóce osser- 
vare clic avendo già il maggiore Sgaralliiiù di Livorno, 
presa la consegna ed il comando della flottiglia istessa, per 
ordine del Capo di 8tato Maggiore, era suo desiderio di 
lasciarglielo; solo chiedeva i! comando dell'unica barca 
cannoniera pronta ed armata « 11 Torione », se il gene- 
avesse rlo-phtlcimeute deciso di fidarlo nelìa flottiglia. Il 
generale pregò Elia di rimanere nella flottiglia e gli diede 
il comando desiderato. 

Questa flottiglia si componeva di cinque barche can- 
noniere armate con un cannone da24mm. a prua, di- 
fese da un parapetto di corazza a prora e da 2 da 5 '/j 
mm. nei fianchi; ma quattro di esse erano in riparazione 
e solo dopo alcuni giorni, una dopo l'altra furono pronte 
ad entrare in aaiono. 

La flottiglia austriaca del lago era composta delle 
cannoniere ad elica « Speinthenfel > « ì\ ildfang » « Schar- 
f&chiutea » « Raufbold » « "Wespe » e « Xikoke » e 
dei vapori « Francesco Giuseppe •> e * Hess ». 







Il 33 il generale aveva ordinato ai volontari che aveva 
sottomano, di marciare avanti e di Occupare con audaci 
colpi di mano il Caffaro e Montesuello; e i garibaldini 
non perdettero tempo. 

U colonnello Splnflzzi, comandante del 2° reggimento, 
■messosi subito in marcia si spingeva fino ad Anib; il 
maggiore Castellini fiiceva avanzare il suo battaglione di 
betsaglieri in due colonne di due compagnie ciascuna ed 
una compagnia del 2° reggimento, per la strada di 
Bagolino verso Monteauello che riusciva ad occupare 
dopo accanito combattimento mettendo in fuga il oemico. 
Cosi i nostri si erano stabiliti sul Montesuello e sul 
Oaffaro, con drappelli di fianco a Bagolino da un lato, 
ad Hano e Monte Stino dall'altro; senonchè in seguito 
all'ordine che il generale Garibaldi aveva ricevuto dal 
Coniando Supremo, di Affrettarsi a proteggere 1' eroica 
Brescia, il colonnello Spinazzi venne richiamato e oo- 
mandato ad occupare Lonato e Descuzano. 






Ecco come erano andate le cose dell'esercito il 24 
giugno. 

Il 3° corpo si era messo in marcia alle due anti- 
meridiane in tre colonne per occupare la linea Som- 
macampagna-Villafrauca che gli era stata assegnata. 

A destra la divisione principe Umberto pereorreva 
la strada Roverbelin e Mozzecano diretta su Villafranca. 

La divisione Bixio al centro, avviata alle Confardine, 
seguiva da Masslmbona a Villatranca la strada che vol- 
gendo a sinistra tende a quella borgata. 

La divi.sione Cugia a sinistra per la strada da Poz- 
zolo a Ramelli muoveva verso Sommacampngna ove 
doveva collegarsi a sinistra con la destra del 1" corpo 
d'armata. 



su 

Seguiva ìd ri&erva la divisione Covone per la strada 
di Scivie direttA a Pozzo jMereto per iri prendere po- 
sizione. La brigata di cavalleria che veniva in coda 
alla divisione Bixio dovev.i stnbilirsi ft Rosspgfìferro. 

Si credeva, secondo notizie avute, che a Villafraaca 
vi fossero due squadroni di citvalleria nemica. 

S. A. 3- il principe Umberto volendo eorprenderli, 
ordinava al Cnpitano di Stato Maggiore Taverna, di porsi 
.'dia testa dello squadrone d'avanguardia e di attraver- 
sare di gran galoppo quella uittà, per la strada diritta 
e larga che la taglia nel mezzo, e ai due battaglioni dì 
bersaglieri di seguirlo a sostef^no a paiaso di corsa; 
mentre la Divisione avrebi)e seguito a breve distanza. 

L'avanscoperta fu eseguita con prontezza, ma la 
città fu trovata sgombra di nemici. 

It capitano conte Taveina spìnse la ricog'nizìone sulla 
strada di Verona e Povegliano, e vi eooperse le vedette 
nemiche; erano gli Ussari Wiirtemberg àeUa brigata Sjv 
dakowschi in marcia. Avviso ne fu dato al comando 
della Divisione che giù aveva traversalo VilLafranca; 
questa spiegò subito la brigata Parma in prima linea 
con due batterie, a cavallo della strada Regia e dellii 
ferrovia, tendenti a Verona. Era tempo perchè l'attacco 
della cavalleria austriaca si sviluppò immediato e violento. 

Gli squadroni Us-seri ei slanciarono a gidoppo serrato 
contro lo &q^uadrono italiano inseguendolo dno sulle 
catene dei bersaglieri che coprivano la brigata Parma; 
li si arrestarono accolli da viva fucilata; batterono in 
ritirata e &i ridussero presso le due brigate comandate 
dal Pulz e dal Radiikowscbi, le quali apiegati i propri 
cavalieri in battaglia, gli Ussari Imperatore a diritta, 
gli Ulani di Trani a ministra, una batteria al centro, 
si lanciarono contro Villaf'ranca. 

Gli Ulani preso il galoppo sopra vanzarono gli- Us- 
sari; oltrepiissaLO Canova incontrarono le fitte catene 
dei bersaglieri. Caricare queste ed i sostegni fu l'affare 
di un momento, ma al di là diedero di cozzo conti'o 







^15 

lì otto quadrati d^la brigata Parma, appoggiati da una. 
potente artiglieria ohe vomitava niilraglia. 11 principe 
Umberto aveva aruto appena il tempo di gettarsi in 
un quadrato del 49', coraandato dal maggiore Ulbrìch. 

iO spettacolo era imponente; da una parte una giovane 
tteria cui non intìmidivano gli urrak dei cavalieri 
,tl a briglia sciolta, dall'altra una brillante cavalleria 
sì gettava impavida a capo fitto contro quella mu- 
raglia di ferro e dì fuoco. Ma ì quadrati della brigata 
rimAsero immobili come torri e la c^valleriu austriaca 
vide spezzarsi tutti i suoi sforzi contro la muraglia 

i ferro della brava fanteria, superba di mostrare il suo 
Bangue freddo e il suo eroismo al tìglio primogenUo 
di Vittorio Emanuele il quale, con serenità d'animo 
dava l'esempio del coraggio e della devozione al dovere. 
, Dopo inutili, ripetute cariche ^'li avanzi del reggi- 
'tnento Trani, dovettero retrocedere laceri e malconci; 
quando il Kadafcowachi lì riannodjiva appena 100 ri- 
spondevano all'appello, 

Al rumore delle cannonate la divisione Bixio era 
accorsa a spiegarsi sulla sinistra del principe : il gè- 
nerale ordinava al suo capo di stato maggiore, te- 
nente»colonuello di San Marzano di porsi alla testji dei 
.tre squadroni di cavalleggeri di Saluzzo, muovere in 

icognizìone e portare soccorso, occorrendo, a S. A. R. 
,1 tenente colonnello di San Marzano si slancia alla 
testa dei suoi bravi squadroni si avventa contro la ca- 
valleria nemica che tentava sfondare i quadrali deUa 
fanteria della divisione del principe e concorre a deci- 
marla. 



Avvenimenti meno felici per le armi nostre avve- 
ivano in altre parli. 

Il 1° Corpo d'armata — generale Durando — doveva 
portarsi a Castelnuovo, osservare Peschiera e Pastrengo 
■«guernire le linee delle alture tra gora eSantaGiustitja. 




316 

Ma questa raarcÌA che doveva essere una semplice oc- 
cupazione dì poaìzìoni si cambiò Ad dui princìpio in uno 
dei più seri combattimenti. 

Nella notte del 23 al 24 di giugrno potenii masse 
nemiche laac-Jate le posizioni che occupavano lungo l'A- 
dige a Pasirengo e nel campo trincerato di Verona, con 
marcia obliqua investivano la divisione in marcia verso 
le posizioni loro assE^nate. 

Non valse il valore delle truppe e I' eroismo dei 
bravi ufficiali, del gener«le Cerale, del colonnello Dezza, 
e dello stesso generale in capo Durando che assieme ai 
suddetti riportava grave fenta ; la 1° divisione soprafatta 
dfl forze imponenti e convergenti, minacciata di aggira- 
mento, vinta, fu obbligata alla ritirata verso Valeggio. 
Da quel momento l'attacco da parte degli Austriaci di- 
venne generale. 

Fino alte 4 pomeridiane si combattè dando i nostri 
prova di indomabile resistenza contro un nemico asaai 
superiore in numero, perchè quasi la metà delle nostre 
t'orxe, al comando del Cialdini, era rJmìista trulla destra 
del Po colle ai-mi a! piede. 

Alle 5 tutto il 7° corpo austriaco appoggiato da riparti 
del 9° e da una brigata del ó° corpo, dopo di e&aei«i reso 
padrone di Sommacampagna, assaliva le poche truppe 
itaLjane per sloggiarle dalle alture di Belvedere. Ottomila 
dei nostri, sebbene spossati dalle marcie e dai lunghi 
combattimenti, tenevano testa a forze nemiche talmente 
soverchianti che sommavano a più di venticìnquemila 
uomini. I nostri non cedevano, la lotta continuava sempre 
più accanita, furiosa, con gravissime perdite da ambo le 
parti. Ma nuove forze subentravano, il nemico ingros- 
sava, premeva sempre più, e i nostri furono obbligati a 
ripiegare. 



Il 29*^ reggimento e il Ifi» bersaglieri assaltarono ri- 
.solutamente la Mongabia e il Monte Criool. 



317 

Erano 20 compagnie sostenute dal fuoco di otto caa- 
'noni che andavano ad .isanlire 25 compagnie auscriache 
con otto pezzi, in fortissime posizioni. Di contro alla 
parte orientale del Monte Criool, il generale "Willarey 
colla o'' compagnia del 30° si avanzava tenendo alto II 
berretto e griditndo Viva il- Re, quando, colpito da tre 
proiettili Cctdde fulminato. Ma quelle akure con tanto 
accanimento difeae, furono dai nostri valorosi conqui- 
state; e le truppe della tariffata austriaca furono obbli- 
gate ad una ritirata scompigliata, con l'abbandono di due 
cannoni e i carri di munizioni roveaciati. 

L Casale di Mongabia veniva occupato dal mag- 
giore Hiuola-Pegcarini con tre compagnie del 29" reg- 
gimento. 
^k H generale Govone che era stato mandato dal Re 
sulle alture dì monte Torre con la brigata Alpi, vide 
quanto vantaggio poteva ricavare da questa posizione, 
■ove aveva raccolto tutta la sua artiglieria. Per primo 
scopo si prefìge di conquistare Custoza. Fa piazzare 
tutte tre le batterie coi tiri rivolti contro quel Yillaggio e 
ordina die il 34"" bersaglieri (maggiore Pescetto) si spin- 
ga ad aiutare la brigata granatieri comandata dal 
principe Amedeo che combatiteva eroicamente per ri- 
prendere quella posizione, e che aveva sofferto gravi 
perdite, lo stesso principe Amedeo vi era rimasto ferito. 

L'effetto di quel potente fuoco d'artiglierìa fu grande. 
^_U. 34" bersaglieri supera con mirabile slancio Terta sco- 
Hb^esadel poggio di €ustoza, di contro alla testa del Monte 
Torre, raggiunge i bravi granatieri e i valorosi della 
3^ Divisione, e al suono delle trombe si slancia insieme 
a quelli entro il villaggio, impegnando contro gli Au- 
striaci lotta accanita. 

In quel momento arrivava dalla parte dì Villa^ 
franca, inaspettato rinforzo, la seconda batteria a cavallo 
sotto gli ordini del maggiore Ponzio- Vagli a. 

Giungendo sull'alto del poggio all'entrata snd-occl- 
ientale del vilLiggio, la testa della batteria urtava in 



^318 
un forte drappello di caralleria AustrÌHca e ussari di 
Baviera; il miigfi^ore Ponzio -Vaglia sì metteva alla testa 
dei serventi ni pezzi, appartenenti alla batteria del ca- 
pitano Perrone e ctìn grandissimo coraggio e slancio im- 
petuoso caricava furiosamOiiCe ia cavalleria austriaci, la 
rompeva, !a metteva in fuga, facendo alcuni prigionieri. 
Per questo brillantissimo fatto il maggiore Ponzio-Vaglia 
veniva promosso e decorato dell'ordine militare di Savoia. 

L'attacco furioso dei nostri obbliga gli austriaci a 
ritirarsi in rotta verso il Belvedere. 

Kimasti padroni di quella pof<ixione, bersaglieri e gra- 
natieri impegnarono il fuoco contro i nemici appostati 
in Vili Busa, nel cimitero, nella cliiesa, nel pal,azzo Maffei 
e Hul poggio soprastante. 

Il maggiore Ponzio-Vaglia ordinava al capitanò Per- 
rone di condurre i suoi cinque pezzi in aiuto dei com- 
battenti nel villaggio di Custoza contro il Jieniico, ap- 
postato fortemente a Etelvedere ; l'ordine fu eseguito e 
il nemico posto in fug;i. 

Appena impadronitosi di Custoza, il generale Govone 
ne maudava avviso al generale della Rocca, a cui chie- 
deva alti'e truppe per fronteggiare il nemico che sempre 
più e più ingrosstiva e col quale il combattimento era 
seriamente impegnato. 

DigraziatJimente la 3' divisione [Brignone) assalita 
da forze preponderanti, era stata costretCìi ad abbaudo- 
iiare la importantissima posizione del Monte della Croce. 
L'annunzio fu doloroso astìai pel generale Lamarmora, il 
quale, vista l'importanza di questa perdita ordinava al 
generale Cugia di atfrettarbi a portare soccorso a quella 
divisione, ed al colonnello Ferrari, comandante del 64° fan- 
teria, dì seguire senz' altro la mossa e di appoggiarla. 

Inttinto il generale Govone che aveva obbligato gli 
austriaci ad abbandonare Custoza e Belvedere volle pro- 
vare di conquistare anche le forti posizioni di Monte Mo- 
limenti e Cavalchina, ordinava ifuindi alle sue brave 
J;ruppe dì marciare alla conquista dì esse, e alle 2 Vi pom 
pure queste erano in mano dei nostri. 




'319 

Venti compagnie stavJiDO ora &u quelle alture dinau^i 

Beh'edere sino a Biigolino. Urgeva appareoohiarsi a 

gagliarda difesa sa quelle ìmporUntÌHi$ìmQ posizioni e 

sopratutto coprirle di artiglieria; ma tempo e mezzi man- 

irono. 

Il gienerale austriaco Moroicic aveva ricevuto or- 
dine dell' ai'^ciduca di muoTere colle sue due brigate di 
riserva per impiidronirsi ad ogni costo di Oustoza. Erano 
;)assate le 3 pom. e le nostre truppe non avevano alcun 
autore di quella mosaa che doveva dare il crollo alla 
'battaglia. Alle 3 'A ricorainclava il fuoco dell'artiglieria 
^jiemica pi» violento che mai. 

Nell'udire il forte rumore della battaglia sulle alture 
li Custoza il generale Bixio mandava il suo capo di stato 
^Tnag;?iÒ!'e tenente colonnello di San Mariano, a chiedere 
al comandante del corpo se poteva muoversi in soccorso, 
luche S. A. R. Umberto aveva raaad.-ito a prendere or- 
dini allo stesso scopo, ma enti'ambi ricevevano quello 
,di rimaner fermi nelle loro posizioni. Infatti il generale 
)ella Rocca interpretando gli ordini ricevuti dal Lamajr- 
mra nel più stretto senso, non si credette autorizzato 
id un atto spontaneo di vigorosa controfl'ensivji. 

Vedendo addensarsi rapida tanta massa d'armati at- 
(toruo A Belvedere, il generale Qovone fa scendere dal 
''Monte Torre il 2V bersaglieri e lo spinge contro la si- 
^^uistra del nemico ; ordina al generale Bottiicco di fare 
^Kivanzare il 36" reggimento sulla deijtra ad est di Cu- 
^■^boza. Il combattimento infuria; le nostre quattro batte- 
^KTie dal Monte Torre, tirando a raiti'aglia. fanno strage 
^Uéi nemici ; ma il numero di questi è stragrande e i 
^Hruoti si riempiono in un attimo. I nostri sono esausti di 
^^ìjrze, e vengono meno le munizioni ; il nemico inf^roBsti 
^.e prt;rae sempre più ; non è possibile resistere più a 
lungo, le nostre perdite sono enormi; il maggior Fezzi 
cade ferito a morte, sono foriti gravemente i tenenti 
.Salini e Tormvghi, il capitano Alberi è ucciso, il capitano 
ISerrati'ice e il maggiore Lavezzeri feriti. Anche il capi- 



330 



tono di stato maggiore Biraphi è ferito gravemente. 
Oli Austriaci occupano 1' altura sovrastante a Valle 
Busa; i nostri, sempre combattendo, sono costretti a ce- 
dere terreno a scendere verso la chiesa 6 il cimitero. 

II genei'alo Moroicic senza perdita di tempo aveva 
fatto piazzare sulle alture di Belvedere e di Monte Mo- 
linienti abbandonate dai nostri le batterie delle due sue 
■brigate e ire dì altri corpi e d'accordo con quelle del 9° 
corpo batteva furiosamente Custoza, quindi ordinava un 
attacco generale che divenne irresistibile per la gran 
massa degli assalitori. 

I difensori di Custoza si sforzano di tener testa 
per quanto è possibile al furioso attacco del neiuioo che 
si aceatca sempre più numeroso, sotto la tempesta dei 
proiettili, tramezzo alle case che ardono e miuncciano 
rovÌDa. Il coloutit^Uo Marchetti eccita i suoi a resistere; 
la batteria a cavallo ha finito le munizioni; il tenente 
PoUoiii ne protegge la ritirata. Oranatieri, bersa.e:lieri 
€ fanteria del 51" e del Sb" combattono furiosamente ; il 
generale Bottaco dirige impavido il combattimento ; ma 
una più lunga resistenza non è possibile; troppo è 
grande la soverchiante forza nemica. 

Frattanto il generale Govone ha avuto risposta 
da Villafranca che nessun soccorao può eBsergli man- 
dato; la sua artiglieria è all'ultimo colle munizioni; il 
capitano Gatti, del suo Beguito, é ucciso al suo fianco, 
il capitano Nasi ferito mortalmente. 

Le sue truppe non possono più reggere; il peso 
della battaglia è divenuto enorme. Non gli rimane un 
momento da perdere se vuole salvare la sua Divisione 
dalla terribile conseguenza degli attacchi di fronte e di 
fianco. Comanda la ritirata su Villafranca. Manda uf- 
ctali a fare riordinare dietro la casa Coranini i retro- 
<!edenti, per avviarli in colonna di marcia sulla strada; i 
<;olonne]ti Cravetta e Di Salasco sono ordinati sui fian- 
chi della strada per agevolare e coprire la ritirata del- 
l' artiglieria e della fanteria. 




321 
n movimento ai eseguisce con I' ordine, che è poa- 
'eibile in airaili ca&i, sotto il micidiale tiro delle arti- 
glierie situate nelle alture; ed alcune centinaia di valo- 
Irosi rimasti a contatto col nemico in Custoza e nel bo- 
sco, assicurano, con un ultimo sforzo di difesa, la riti- 
t'ata. 
'. Così fini verso le 6 pom, la battaglia di Custoza 
combattuta con straordinario valore. 



Mentre questo avveniva a Custoza e nelle alture 
di Belvedere e di Monte Croce, il comantlante del 7' 

Lreggimento bersaglieri, magg-iore Giolitti, segnalava la. 

'comparsa di grosse masse di truppa nemica sulle al- 
ture di là di Val di Staffalo. Il generale Cugia spediva 
avviso al Comandante del 3" corpo della minaccia d'im- 
minente attacco di forze preponderanti, facendogli pre- 
sentire r impossibilità di mantenersi in quella posizione. 
IH generale Della Rocca gii mandava ordini di ritirarsi 

Ljn direzione di Villafranca. 

Il generale Della Rocca comprendendo clie il mo- 
mento finale era giunto, dava gli ordini per la ritirata 
Vtìrao il Mincio; la divisione Bixio e la cavalleria di ri- 

.serva doveano coprirla. 

p La fermezza del generale Bixio e delle sue truppe 
aasicurarono la ritirata del 3° Corpo di armata ed egli 
stesso si affrettò poi ad occupare Quaderni, per impe- 

^dire al nemico di peoetrure tra Villafranca e Valleggjo. 
Il combattimento del 24 giugno fu assai onorevole 

"per le truppe italiane. 

Le nostre perdite furono Mensibili, ma quelle del 
nemico furono assai più forti. La maggior parte dei no- 
stri combattenti fecero prodigi di valore, tanto è vero 
che gli austriaci, si astennero dal cimentarsi ad impe- 
dirne la ritirata. Dieci diviisioni non avevano potuto 
prender parte a quel combattimento; due rimante per 



3?2 

■ordine Biiperiore a Villafranca; quella comandata da 
.S. A. Reale il principe Umberto e l'ultra cnmiLiulain 
dal generale Ilixio; e otto divisiooi, circa novantaraila 
uomini, con 170 cannoni rimasto sul Po, sotto gli ordini 
del generale Cialdinl. 



L,a giornata di Ctistoza non ebbe la grande impor- 
tanza che gli 3i volle attribuire; tanto che il * luglio. 
le truppe sotto gli ordini di Ciiiidini. passato il Po, co- 
stringeTano la guarnigione di Borgoforte ad abbandonare 
Ojuella torte piazza per ritirarsi in Mantova e in IO 
giorni questo corpo d'invaaione di'! Citildini, rÌTitbrzau> 
à più che 150 mila uomini, si trovava buU* Isonzo 
pronto a marciare per la conquista di Venezia. 



Per i volontari comandati da Garibaldi l'ordine di 
ritirarsi dalle posizioni conquistate era stato doloroso, 
ma bisognava ubbidire. 

Il generale senza esitare, con la sua abituale rapi- 
dità:, ordinava alle sue truppe di abbandonare i posti ot- 
cupati e con tanto valore difesi, e le disponeva fra 
Brescia e Lonato. 

Nella notte del 25 il comandante della llottiglia 
ordinava ad Elia di sbarcare tutto il materiale da guerra 
della sua cannoniera «Torrione» e di avvertire di non 
la&ciare a bordo degli esplodenti, poiché dovevasi dar 
fuoco alla flottiglia per distruggerla, 

Elia ubbidì quanto allo sbarco del msteriale, che 
poteva essere stato richiesto dal Generale come ueces- 
iiario alla difesa di Brescia, ma credette di non poter 
permettere si abbruciasse la sua nò le altre cannoniere. 
Ractìomandò ai marinari del « Torrione » di fare buonsi 
guardia e, coU'autorità che gli dava il suo grado supe- 
riore, ordinò ai coiBatidan-ti delle altre cannoniere di 



non dare esecuzione ad alcun ordiae, che potesse coni^ 
promettere la salvezza del naviglio loro affidato. Ciò 
dispoBlo si diresse alia residenza del capo di stato; 
maggiore e, trovativi lE generale Fabri2i ed il colonnello 
GuatìCiiUa, cliiese loro quali erano gli ordini per la flottìglia 
-a sapuiili, domandò oarta bianca, prendendo inpegno 
d'impedire che essa cadesse in mano agli austriaci; 
aenza che vi fosse bisogno d' incendiarla e di distruggerla. 

Sua intenzione era di adoperare iL eistema, che ebbe 
a riuacirgli cosi bene a Marsala col w Lombardo » cioè 
quello di aprire all'ultimo estremo i rubinetti alle mac- 
chine per l'arie affondare. Avuta tale facoltà, mantenne 
una attivÌB»ima. sorveglianza per non essere sorpreso dal 
lato del Iago, mentre il colonnello Bruzzeai prendeva, le 
sue precauzioni dal lato di terra, e non essendo acca- 
duto nullit di straordinario, la flottiglia fu salvata con 
soddisfazione grandissima del generale Garibaldi, che alla 
notìzia avuta della sua distruzione era andato au tutte 
le furie. 

Venuto il giorno dopo a prendere il comando divi- 
BÌonale di Salò ìE generale Avezzana, questo con insi- 
stenza pregava Elia dì accettare il coniando della flot- 
tiglia, e sebbene a malincuore, perchè gli doleva lo 
stato di quasi inazione a cui era condannato, pur non- 
dimeno dovette ubbidire, perchè alle istanze del generale 
Avezzana vi si aggiunse l'ordine gentile del generale 
Garibaldi, che, venuto a bordo della cannoniera « Tor- 
rione » gii faceva elogio per la salvata flottiglia e Io 
pregava a prenderne il comando. L'Elia non poteva ri- 
liutarsi e chiese ed ottenne per suo capo di stato mag- 
giore il capitano, amico suo carisjsimo, Alberto Mario. 

Elia ebbe poi delle importanti missioni di fiducia 
d'ordine del generale Garibaldi e da lui personalmente. 
La prima affidatagli fu quella di recarsi in incognito ad 
esplorare f+e erano vere alÉune mosse del nemico riferite 
al capo di stato maggiore, e nel tempo stesso di vedere 
ae era lattibile V impossessarsi di un vapore che gli 



324 

Austi'Uci BvevAiio ìa costruzione a Desenzuuo; cosa a&~ 
soliiCamente impossibile perchè il vapore in costruzione 
aveva ancora il fondo aperto e toancaote del fasciame: 
ecco la lettera con la quale gli si dava l'inctuico. 
■« Caro Colonnello, 
< Ecco le due guide di tutta confidenza. Ho già detto> 
loro qualche cosa. Quando crederete voi direte ìt resio. 
La vettura earà alla vostra porta tra pocài minuii. 
Buon viaggio e felice ritorno con più buone nouzie. II 
sotto Capo di Stato Maggiore. E. Guastalla ■. 

Altre mìsaioni di Garibaldi al Ministero con lettere 
e con istruzioni riservate l'Elia condusse a termine con 
soddisfazione del generale. 



E 1" luglio ricevuto il rinforzo di tre dei cinque 
reggimenti che si stavano organizzando, il generale Ga- 
ribaldi, lasciato buon prefiidio a Brescia ed n Lonato, 
disponeva il movimento in avanti per riprendi^rt?, con 
nuovo sangue dei suoi, le posizioni .che gli era stato 
ordinato di abbandonare. 

Il giorno 2 di luglio il colonnello brigadiere Corte 
clje per capo di Stato Maggiore aveva il bravo capitano 
Marcora ebbe l'ordine di muovere verso Rocca d'Anfo. 
La sera pernottava a Veatone ed alla ujattina ripren- 
deva la marcia. Verso il mezzogiorno veniva avvertito 
che una coiupiignia di bersaglieri, comandala dal ca- 
pitano Evangelisti e tre di volontari comandati dal mag- 
giore Salomone sotto la direzione del capitano di Stato 
Maggiore Bezzi avevano ricevuto ordine di girare attorno 
alla Rorca e di piombare dalla cimft dei monti sugli 
austi'iaci che occupavano S. Antonio e le falde orientali 
dì Monte Suello. 

Arrivata la colonna comandata dal Corte^ in pros- 
Bimità dì ti. Anconio, venne attaccata dai Cacciatori 
austriaci appostati sulle falde del monte e distesi lungo 



I 



325 
O stradale. Non pei' questo i nostri rallentavano la 
marcia e con ardimento e bravura assalirono ÌI nemico. 
Arrivati sulle alturj vi prendevano posizione e piazzati 
cannoni aprivtiao contro gli austriaci un fuoco cosi 
en vivo da, obbligarli a ritirarsi sul Monte Suello. Nel 
fatto mostrarono valore e sangue freddo il colonnello 
Bruzzesl e 11 maggiore Mosto; si comportarono da valo- 
rosi il sottotenente Coralizzi dhe veniva decorato a\ va- 
lore militare e il furiere Fortis che veniva promosso. 

A mezzanotte dal 8 al 9 la brigata Corte si mise 
in marcia per i monti del Tirolo; giunta sull'erta del 
Monte Poino vi t'fce l' alto e furono prese disposizioni 
per il combattimento. 

Il 3" reggimento fu mandato in ricognizione verso 
Storo, ove si sjtpeva accampato un. corpo austriaco forte 
di 4000 uomini. 

SuH' albeggiare del giorno 9 una colonna di ^000 
austriaci con artiglieria si mostse contro i nostri attra- 
verso la via elle mena a Rocca d'Anfo, 

Queste mosse vennero segnalate a Garibaldi elle 
montato tosto in carrozza arrivò fra le file dei volontari. 

Esfiminate le condizioni locali, il generale ordinava 
a Corte di assalire di fronte la posizione nemicit e di 
espugnarla ad ogni costo. 

Monte .Snello che è un picco che sbarra le due vie 
di Bagolino e del Catfaro, era difeso da quattro caia^ 
pa^nie di tirolesi, e da altre cjuiìttro di fanteria. — A 
snidarli da lassù colla punta della "baionetta non era 
facile impresa. — Ma Garibaldi impaziente di vittoria 
ordina l'assalto. I volontari elettrizzati dalla sua presenza 
fii slanciaQo animosi, e sebbene bersagliati dalle eccellenti 
carabiue tirolesi avanz:mo, avanzano sempre, e quan- 
tunque decimati obbligano gli austriaci a cercare rifugio 
bell'ultima trincea .';ulla vetta del monte. Ma a tal punto 
le forze dei nostri sono agli estremi — non ne possono 
più — e non possono avanzare ed arrampicarsi fin sulla 
vetta — molti sono caduti morti e feriti — Garibaldi 




tempesta — ordina cho sì fticpia l'ultimo sfoi-zo — eg;lì 
stesso t' ferito alla sommitii della eosciii destra e i nostri, 
pure estenuntì, per assecondare l'ordine del fteneral© 
tentiino l' impossibile. Per fortuna endeva la notte e i 
due camiii cessarono il fuoco restando di fronte senza 
muoversi né l'uno né l'altro dalle loro posizioni: ma 
apparse la compagnia bcr.saglieri clell'Evangeliaii e le 
tre del Saloraone sulla cima dominante del Herga, gli 
austriaci temendo ai'agionedi vedersi all'indomani oliiusa 
o^i via di ritirata, abbandonarono nella notte la forte 
posizione — che l.i mattina veniva occupata dai nostri. 

Il giorno 10, yli nitstriacL vollero prendere la rivin- 
cita, ma furono bravamente respinti e, costrecU ad ab- 
bandonare Ai'zo. si ritirarono su Hloro. 

8i procedeva allora dal geiiernle fTaribaldi aU'espu- 
gnazione del forte d'Ampola. 

La notte del 18, con ardimento rarissimo un bat- 
tagltoiie del 9° re g^d mento, comandato da Menotti Gari- 
baldi, dopo avere marciato più ore in silenzio e coji ogni 
Eoria di cautele occupava Monte Burelli e Monte Giove. 
Colla occupazione di quelle alture il forte d'Ampola rima- 
neva completamente circondato. 

Alle 2 pomeridiane dello stesso giorno il forte si ar- 
rendeva senza condizioni. 

Anche in Val Camonica ebbe luo3:o un fatto d'armi 
molto onorevole pei pochi volontari che vi presero parte. 

Il maggiore Caldesi comandante del 1" battaglione 
del 4° reggimento, aveva preso posizione nella stretta di 
Incudine sopra Edolo e vi si era afforsiato con opere di 
difesa campale, valendosi di due pezzi di artit;lieria dftl 
44° battaglione di Guardia Nazionale Mollile delia legione 
Guiccìardì forte di circa 450 uomini, d'un drappello di 
doganieri e di ìiIl'Uim carabinieri. 

Il 1° luglio giungeva a Breno il colonnello Cadolini 
cogli altri tre battaglioni del 4° reggimento e il S" bat- 
taglione bersaglieri: e la mattina del 2 si recava ad 
Incudine j Ttsitava la posizione; ditva le opportune di- 



«posizioni dì difesa; ordinava un migiHor collocamento 
-deirartiglieria e la costruzione di un ponte suIl'Oglìo per 
poter padroneggiare iinche il verBaute sinistro della 
Valle, prescrivendo al maggiore Caldesi di tenere quella 
poaizìono ad ogni costo, e ad ottenere tale efltitto gii 
annunziava l' invio del 2* battaglione bersaglieri. 

Predisposta ogni cosa, ripartiva per Edolo onde 
fare avanzare le altre sue truppe. Ma cammin facendo gli 
venne avviso clie un corpo di 4 mila austriaci irrom- 
peva pel passo di Croce Domijii su Breno. Arrivato ad 
Edolo spediva ordine telegtaflco a Breno perchè i tre 
battaglioni occupassero subito Campolare nella Valle 
delle Valli di contro allo sbocco di Croce Domini, e dopo 
di aver spedito il 2" battaglione bersaglieri ad Incudine 
e dato ordine al Castellini che lo comandava di porsi 
alla dipendenza di Caldesi, lasciava Edolo ,e alla mat- 
tina del 3 era a Campolare; visto che nessun nemico 
-era calato da Croce Domini ed avendo saputo che dì 
]à del monte eravi buon nerbo di nemici, decise di la- 
.sciare a Campolare un biittii^lione, il 4°, e ricondusse 
■g-li altri due a Breno. 

Frattanto il maggiore Caldesi aveva collocato il 3'^ 
bersaglieri nel Casale di Davena, a mezza via ti'a In- 
cudine e Vezza, con ordine di assicurare la ritirata alla 
■sua compagnia che stava agli avamposti e, di ritirai si 
alla posizione di Incudine, se il nemico avesse attaccat:» 
con grandi forze. 

- . Nel corso delia notte vi fu qualche allarme; si dissi' 
.al Caldesi che 4 mila austriaci stavano per piomliarglì 
addosso, ed egli chiedeva per telegrafo rinforzi al 
Cadolini mentre ordinava al Malagrida di abbandonare 
il posto avanzato di Vezza e di ritirarsi assieme al 
maggiore Castellini su Incudine. 

Il Malagrida ubbidì, non cosi il CaMtellini che, supe- 
riore di grado, gli ordinava invece di rioccupare la 
posizione abbandonata; aenonchè nel frattempo gli aii- 
-striaci sì erano avanzati, e trovato sgombro il villaggLo 



328 

di Vezzn, Io avevano occupato fortemente piazzando in 
batteria ì loro cannoui. Quando il Malitgiida, ubbidendo 
Agli ordini del Castellino si presentii avanti U villaggio, 
'venne accolto da vivo fuoco nemico: non ai scosse 
per questo il bravo ufficiale, ma ordinò ai suoi di di- 
stendersi in rateila e di muovere arditamente avanti; 
intanto sopra^rgiuEgevano i rinforzi del bersaglieri co- 
mandati dai capitani Adaiiiolt e Frigerio: il combattì- 
meato divenne accanitissimo; il nemico si addensava 
sempre più e il Caldesi, vista la posizione insostenibile, 
mandava ordini dì ritirata. Ma il prode Castellini non 
volle darsi per vinto. Couianilata la carica alla baionetta 
Bi slanciò per primo; impetuoso fu l'assiilto^ ma una gran- 
dine di colpi di l'ucile e di mitraglia arrestava la foga dei 
nostri bravi che venivano decimati. Il prode Castellini 
cadeva colpito nei braccio, nel volto, nel petto; il bravo 
Frigerio cadeva egli pure per non più rialzarsi. Gli 
assalitori si ritrassero alquanto per riprendere flato; 
erano stanchi si, ma non iscoraggiati ; ni appostarono 
rispondendo colpo a colpo; ma, ultimate le inuniziom, 
dovettero cedere e ritirarsi dietro ordine del capitano 
Oliva, che per la morte del Castellini aveva assunto il 
comando. Anche il maggiore Caldesi erasi ritirato da In- 
cudine e si era fermato a Cedegolo, dietro ordine del 
colonndlo Cndolini, ove venue raggiunto dairOliva coi 
suoi bravi che nel combattimento impari, avevano mo- 
strato grande valore e fermezza. 

Il 10 lug'lio il Colonnello Brnzaesi rafìorzato dal 2" 
battaglione del 9'* reggimento e da una batteria del 
maggiore Dogliotti, cacciava gli austriaci da Lodi'one e 
si spingeva ad Arzo, posizione migliore.^ 



Padroni del forte d'Ampola i garibaldini mossero in 
avanti verso la gola, sulla eommitii della quale si trova 
il villaggio dì Tiarno di sopra, mentre più in basso vi 
è J' altro che si noma Tiarno di sotto. 



329 
Aranti a quest' ultimo si apre la stretta valle alla 
"cui sinistra si trova Bezzecca; procedendo, la valle sì 
j^— stringe ancor più, circondata da monti e dal villaggio 
^Bdi Pieve mentre al di là cominciìt il Lago di Ledro. 
^m La mattina del 20 due compagnie del 2° reggimento, 
^"tre del 7", un battaglione del 6° ed il 1° bersaglieri oc- 
I -cupavauo Tiarno di sopra; poco dopo vi prendeva po- 
I sizione pure il 9" comandato dal colonnello Menotti Ga- 
ribaldi. Il 5° reggimento si collocava a Tiarno di sotto, 
^—.spingendo i suoi avamposti Ano a Bezzecca. 
^P Era necessario impedire al nemico, che si trovava 
I dietro i monti, d'avanzare per la valle di Concei, giac- 
ché superando Beaaecca avrebbe tagliato fyori il 2" reg- 
g^imentOj respinto probabilmente gli altii alle gole di 
^■Ampola, e ponendosi nelle montagne iVa queista e Lar- 
^^■daro, avrebbe minacciato seriamente i fianclii delle due 
linee di operazione. 



L'attacco del giorno seguente provò che tale ap- 
punto era il progetto tattico del ueraico. 

H generale Haug prevedendo questo disegno piantò 
il Buo quartìer generale a Bezzecca, incaricando Pian- 
■ciani dì portare a Garibaldi il suo rapporto. 
l II generale Garibaldi arrivava in fretta e poneva il 
"*uo quartier generale a Tiarno di sotto e subito ordinava 
che un battaglione del 5" occupasse i villaggi della valle 
■di Concei, e &i collocasse nelle case onde meglio respin- 
gere r avanziirsi del nemico. Ordinava che un altro 
battaglione prendesse posizione sul Tratt e sulle alture 
in faccia a Bezzecca per chiudere lo sbocco verso 
Pieve; dava pur ordine che gli altri due battaglioni del 
5'" stessero pronti al far del giorno per guai-nire i monti 
a dritta ed a sinistra della valle di Concei: queste ec- 
cellenti disposizioni, non furono eseguite colla prontezza 
lecessaria, per cui il battinglione mandato sul monte di 



destra, trovata la posizione occupata dal nemico fu di- 
aperso e inoUi restarono prigionieri. 

L'I. giornata del 21 cominciava cosi con triste pre- 
ludio. 



Gli aiiatriaci con grosse forze comandate dallo BteBB& 
generale Kuhn si accingevano a furioso attacco. 

Il generale Haug comprese subito che la sua diritta 
era insostenibile, sebbene vi avesse fatto collocare dal 
Pianeiani tutte le forze delle quali poteva disporre; man- 
dava quindi il Piancìani s>tes«> ad informarne Garibaldi e 
lo incari<'ava di ordinare a Menotti di portarsi col suo&° 
reg^toento rapidamente sull'alture di sinistra; dava 
pure ordine che il 2" reggimento avanzasse dal Pieve 
in appoggio della destra. 

Se questo movimento si fosse effettuato come era ro- 
dinato, il nemico ne sarebbe rimasto accerchiato. Ma il 2" 
reggimento non si mosse e l'esito mancò. 

Si dovette però alla fulminea esecuzione dell' ordine 
datogli, e al coraggio insuperabile del colonnello Me- 
notti Garibaldi, se la vittoria fini per essere dei gari- 
baldini. 



Il colonnello Chiassi per porre riparo al tardato mo- 
vimento del 5" ed alla mancatii mossa del 2" reggimento 
si avventò contro il nemico con furia irresistibile; alla 
carica fulminea il nemico s'arresta, cede ed accenna a 
ritirarsi in disordine, quando nel momento decisivo l' e- 
roico Chiassi è colpito a morte. 

Ai vedere c-aduto il loro comandante i nostri rallen- 
tano r offesa, contrattaccati ondeggiano, incominciano a 
dare indietro e finiscono c^l disordinarsi. .In quel mo- 
mento giungeva sul posto il generale Garibaldi in ca- 
rezza ed abbracciato col suo colpo d'occhio sicuro il 
campo di battagliaj mandava avviso a Menotti di scen- 



dere dilli" altura col suo 9" reggimento, odi approntarsi 
a disperato attacco. 

In pnri tempo dava ordini che si racco glie ssero gli 
avanzi del 5° regg:imento e del 2" e coi bersaglieri, chs 
avevano fatto prodigi di valore, &i tacesse ogni sforzo 
per sloggiare il nemico. 

Ma gli austriaci non solo ai erano resi padroni dì 
Bezzecca, ma, sbucati fuori dal villaggiOf avevano coro- 
mite le alture della loro artiglieria e si slanciavano a 
formidabile attacco contro l'eatrema linea garibaldina. 

Il pericolo era graviasìmo, la strada di Tiaroo era 
tempestata dal nemico, e G-avibaldi stesso veniva fatto 
bersaglio ai colpi. Le palle guizzavano, rimbalzavano 
e, ravvolgevano in un nembo di polvere In sua car- 
rozza. ; uno dei Ciivalli era ferito a morte, una delle 
guide che la scortava (Giannini) cadeva morta, altre 
avevano feriti i cavalli ; i suoi aiutanti valevano strap- 
parlo da qu6l posto mortale e salvare lui, se non era 
possibile vincere. Ma Garibaldi aveva sul volto 1m calma 
di Calataflmil * Qui sì vince o si muore » e comandava, 
incoraggiava, spediva ordini, secondato dagli ufficiali 
del suo quartiere generale, sopratuttn da Canzio, dallo 
Stagnetii, dai Damitini, dal Jlissori e dalle guide tra le 
quali l'Amadei che in tutta quella giornata si era mol- 
tiplicato per trovar.si sempre presente dove maggiore 
era il pericolo; i carabinieri genovesi condotti dal Mosto, 
sejjuìto dai valorosi Burlando e Stallo, senza cessare di 
combattere, tacevano cerchio attorno al generale per co- 
prirlo dalla furiosa pioggia di proietti che tempestava 
la posizione. 

Intanto il maggiore Dogliotti aveva dìspoato, come 
alle istruzioni avute, che si portassero sul posto la bat- 
teria di riserva e gli altri perizi che si erano dovuti ri- 
tirare ; appena arrivarono il generale ordina clie al ga- 
loppo vadano a piazzarsi su una posizione che e^o stesso 
indica, il maggiore eseguisce l'ordine in un baleno, i 
cannoni sono a posto ed aprono il fuoco convergente sa 



332 

Bezzecca. Le dieci bocche dirette inimbìltnente dal Do- 
gliotti produssero il loro terribile efletto. 11 nemico sfol- 
gorato dentro Bezzeeca, incalzato furiosamente dal 9" 
regit,'imento guidato da Menotti Garibaldi che fa mira- 
coli di valore, dal 7°. dai resti del 5" e del 2" e da 
quanti altri eraiisi ivi raccolti per ordine del generale, è 
finalmente costretto a cedere. Per tanto eroismo il co- 
lonnello Menotti Garibaldi e la bandiera del suo 9" reg- 
gimento venivano decorati della medaglia d'oro al va- 
lore militare. 



Ma nulla valeva finché Bexzecca non era presa. 
Questo il Duce voleva e quanti sono intorno a lui lo 
comprendono — e più che tutti lo comprendono Menotti, 
Missorl, Canzio, Mosto, Damiani^ Cariolato, tìuerzonì, Mi- 
celi, Amadei, della Torre, Bedischiui, Stagnetti, Politi, Bo- 
nacCL, Ficola, Staugoliiii, Gattoni, Giorgi, ed altri i quali 
formano una falange votata alla vittoria od alla morte; 
di questa falange si pone alla testa Ricciotti Garibaldi 
che fa da prode le sue prime armi; il bravo giovanetto 
degno figlio del padre, afferra la bandiera del fl" reggi- 
mento comandato dall'eroico suo fratello Menotti, e con 
questa in pugno, mentre i cannoni del Dogliotti mandano 
in fiamme Bezzecca, a testa bassa, lui e tutti i valorosi che 
bì erano Btretti attorno al generale, » passo di carica, si 
slanciano sul villaggio e con lotta terribile, corpo a corpo 
rompono, sgominano gli austriaci, li mettono in fuga 
precipitosa e li iuseguono colla punta della baionetta. 
alle reni fìu al di là di Le&umo. 

Cosi la vittoria, con tiinto accanimento contrastata 
fu violentemente strappata sa tutta la linea. 



333 



» 



Il 5 luglio, il generale portava il suo quarciere 
Oeuerale da Rocca d'Aiifo a Bagolino. 

11 7 luglio i gariljaldìni respingevano una forte ri- 
cognizione dellu brigata Thouu, che si era spinta iìno 
a Lodrone, e tre giorni dopo ributtavano brillantemente 
un secondo attacco dì quella brigata., e sotto gli occhi 
i G-arìbaldi, la sbarragliavaiio e ineltevmio in fuga. 

Intanto la floitiglia del Lago di Garda iioa stava 
inoperosi!. 

La flotta fluatriaca. che poteva considerarei padrona 
assoluta del lago perchè motto poderosa, tenevasì tra 
Bardolino e Garda alla punta di S. Vigilio sotto la pro- 
tezione di quei forti. Elia con la sua cannoniera « Tor- 
rione * si portava a molestarla sotto il tiro dei forti^ 
prendendola a bersaglio col suo cannone, ritirandosi, 
quaudo vedeva che le navi auetriache abbandonavano 
le àncore per inseguirlo, tenendo avanti al nemico di- 
ritta la prua corazzata, ordinando macchimi indietro a 
poco a poco, con la lusinga di potere attu-are le navi 
nemiche sotto i forti di Salò. Tentativi yani! 



•*# 



1 

^P H 15 di luglio si addivenne alla formazione rego- 
lare delle brigate, come alla proposta del generale 
I ■Garibaldi portata al Ministero dal colonnello Elia. 
^^ Vennero formate cosi: 



1" Brigata 2" e 7° reggim. magg. gen. Haug 
2^ > 4''el0'' » » ' Fichi 

3* . 5"e 9° > » Orsini 

4" » l"e 3° > brigad. Corte 

ò^ » 6° e 8" » > Nicotera 

Al comando di Sal6 il ten. gen. Avvezzana. 

Capo di Stato maggiore Augusto Vacchi. 

Comandante la flottiglia il colonnello Augusto Elia. 




33-4 

Fu ordinato che 1' 8° reggimento movesse da Vestonè" 
per raggiungere a Condìno il tì" col qunle doveva for- 
mare brigata. 

Nella stessa mattina del 15 ìl brigadiere Nicoteni 
areva occup«to C'ondino col 6' reggimento e l'S" Latteria 
del 5° reggimento d^artiglieria (capitano Afao di Rivera% 
Nella giornata riceveva l'ordine di portarsi a Cimego; 
e il luogotenente colonnello Spro-\ieri muoveva a quella 
volta col 3* e 4* battaglione del 6° reggimento e una 
sezione dell' 8" batteria. 

Il brigadiere Nicotera avevagli ordinato di porre 
un battaglione n Cimego, e coll'altro occupare le alture 
che sif?nore^gÌano U ponte sul Chiese e fai"vi piazzare 
i cJinnon!. 

All'alba del 16 ìl brigadiere Nicotera mosse da Con- 
dino C9l rimanente della colonna. Nella stessa ora gli 
austriaci con grandi forze marciavamo ad a&salire le 
nostre posizioni avanzate da tre parti convergenti, da 
Cologna, da Val di Daone, da Pieve per Tiamo e Monte 
Giove, coltintendimento di attorniare i nostri e distrug- 
gffl-U. 

Erano le ore 8 ant. quando oomiuciò il eombatti- 
raento. Nicotera aveva ordinato al 4" battaglione di slan- 
ciarsi ad occupare le alture al di la del Chiese; prima 
perà che il battaglione giungesse al ponte, rartiglìeria 
nemica si diede a fulminarlo mentre una grossa colonna 
di austriaci si distendeva di corsa sulle alture di faccia 
al ponte ed al villaggio di Cimego. 

Il maggiore Lombardo comandante 11 1° battaglione 
del 6' reggimento, destinato alla riserva, visto il pericolo 
_ che correva il 4', corse di moto proprio in sostegno col 
suo e col y battaglione che stava .allo sbocco del vil- 
laggio e gridando « avanti compagni » trasse seco i 
volontari e primo sì lanciò alla carica — ma arrivata 
sul ponte cadeva fulminato. Una palla gli aveva tra- 
versato il cuore. 

11 Nicotera volle ad ogni costo allontanare il nemico 




335 

da quelle alture; a questo scopo dava ordine al 1°, 3" e 
i" battag-Iione di acacciamelo. Si mise alla testa dei 
nostri il valoroso teoente colonuello Pais-Serra, il quale 
ordinava si aitraversasse il fiume a g-uado ; con grande 
ardimento, ì bravi garibaldini sì slanciarono sulle alture 
sotto il fuoco micidiale del nemico, 

I nostri bravi f&cero sforzi eroici per snidare il ne- 
mico dall'elevata posizione, ma dopo una lotta terribile, 
ineguale dovettero cedere a forzte tanto superiori e sempre 
toinbattendo ritirarsi protetti dall'artiglieria. 

Intanto altre masse austriache venivano ad assalire 
le alture di Nnronc, per battere la nostra sinistra; il 
capitano Bennici Bostenne con grande valore il combat- 
timento sulla vetta del Narone, ma visto 11 pericolo di 
essere avviluppato da forze tanto prevalenti dovette ri- 
tirarsi colla sQa compagnia Telante e la 3" compt^rnia 
bersaglieri. Il colonnello Guastalla e il nuiggioro Lobbia 
dello Stato maggiore, che assistevano al combattimento, 
visto il pericolo che correvano le compagnie distacate 
sulla sponda sinistra del Chiese ordinarono un cjimbia- 
raento di fronte a destra indietro sempre combattendo. 
Il grenerale Graribaldi accorso in vettura mandava un 
battaglione del 9"' reggimento ad occupare Condino ed 
ordinava airartiglieria dì piazzarsi dinnanzi al villaggio 
a mezza costa delle alture di Brione;^ il fuoco di 10 pezzi 
trattenne il centro e la sinistra degli austjiaci. Intanto 
Garibaldi e Fabrizì provvedevano alla riscosKa, e con 
forze combinate e con grande valore, cacciavano gli au- 
striaci da quelle alture e lì mettevano in fuga tiile, che 
più non si arrestarono. 



#% 



Ormai Garibaldi non temeva più ostacoli, e con le 
sue mosse stava per raggiungere l'obbiettivo agognato, 
l'ociiup azione del Trentino, per cui serrava d'appresso 
Riva, poruiva il suo quartier generale a Cologna e in- 
cominciava l'investimenco di Lardaro. 



336 

Padrone delle due valli priociprtli, che dal Garda 
salivano ji Treuto, era ormai libero di spiegare tutte le 
sue forze e di marpiare in battaglia contro un nemico, 
elle aveva e speri mentalo il valore garibaldino, mentre 
Medici «Ha testa di una forte colonna di ti'uppe rego- 
lari, sì avanzava vittoriosamente da Lerico e da Per- 
gine; per cui la vittoria finale e la presa di Trento era 
ormai sicura. 

.Senonchè il mattino del 2» luglio, quando tutto 
era pronto pel bombardato ento di Lardaro giungeva lo 
annunzio della sospensione delle ostilità, preludio della 
pace. 

n 10 di agosto Garibaldi riceveva dal generale La 
Marmerà il seguente telegramma: 

■Il Considerazioni politiche esigono imperiosamente 
la conclusione dell'armistizio pel quale al richiede, che 
tutte le nostre forze si ritirino dal Tirolo. 

« D' ordine del Re ■» . 

Quale scossa abbiano provato in quel momento il 
cuore dell' Eroe e quello dei suoi compagni al può in- 
dovinare. Arrestati senza avere conquistato Venezia. Il 
Trentino perduto. Trieste abbandonata! Ma Garibaldi non 
tradì neppure eoo un seguo la tempesta che aveva nel 
cuore, e rispose egli stesso al La Marmerà: < Obbe- 
disco ». 

La campagna per la liberazione del Veneto era fi- 
nita ed i garibaldini si accingevano a ritornare alle loro 
case. 



Anche gli equipaggi delia flottiglia del Lago di Garda 
sì scioglievano. Sebbene in coudizioni Immensamente in- 
feriori alle forze austrìache del Lago, essa seppe com- 
piere il proprio dovere durante la campagna, e se 
avesse avuto alcuni altri giorni di tempo e ricevuto dal 
Miuistero i cannoni richiesti per armare una zattera or- 



337 

mai a termine di costruzione, avrebbe certo messo tutto 
l'impegno per distruggere la flotta nemica e rendersi 
padrona del Lago. 

Che non mancò al suo dovere lo dicono i due or- 
dini del giorno eeguenti del generale Garibnldi e del 
generale Avezzana comandante divisionale di Saiù : 

ORDINE DEL GIORNO 

juandato al generale Avezziuia 

Comandante divisionale a Salò 

Generale, 

« Porgete una parola di lode ben meritata in noni& 
della Patria e del Re ai prodi della nostra flottiglia ; 
essi hanno ben meritato col loro esemplo; e sotto il co- 
mando di voi, valoroso veterano dell'indipendenza del- 
la patria, vedremo presto 11 Garda libero dalla dqmi- 
nazione straniera. 



Salò, 10 agosto. 



G. GarìhiMi. 



Ecco l'ordine del giorno col quale il generale Avez- 
zana, già Ministro della Repubblica Romana nel 1849, 
dava commiato agli equipaggi della flottiglia. 

ORDINE DEL GIORNO 

« Gli equipaggi dei volontari che rimasero fino ad 
a bordo della flottiglia italiana nel lago di Garda, 
ianno ben meritato tiella patria. Coraggio nello sfidare 
il nemica superiore nel naviglio, in macchine da guerra, 
superiore in uomini. Virtù ed abnegazione negli uffl- 
tiali che servirono come semplici militi. Ordine, nettezza 
nelle Piro-Cannoniere, ohe il geoerale CJaribaldi affidò- 
alle loro cure. 



338 

u Fino al 12 luglio esse furono tre dinanzi al ne- 
mico, poi quattro ed in ultimo cinque. Lo affrontarono 
arditamente neUe sue a«que B<>tto il fuoco delle bat- 
terie di terra e gli procacciarono uccisioni e danni. 
Qui, dove erano i pochi ma valorosi uomini, il nemico 
non osò mai venire. Unico vanto lo avere bomluwdato 
la inoffensiva città di Gargnano e rubato il • Benaco o 
a quindici miglia dalla flottiglia, che non poteva difen- 
dere l'inerrac piroscafo mercantile. 

« Io ricorderò sempre con militare orgoglio lo avere 
avuto ai miei ordini il personale degli equipaggi volon- 
tari in questa guerra del 1866, forse l'uliima della mìa 
vita. 

« S'abbiano tutti gli ufficiali e mìliti le mie sentite 
azioni di grazia. 

Salò, 21 settembre 1866. 

H luogotenente generale 
G. Avezzana » 

All'ordine del giorno, il generale Avezzana faceva 
seguire questa lettera, diretta ad Elia: 

Al Colonnello A. Elia 

Comandante la flottiglia sul Lago di Garda. 

Chi scrive è rimasto sommamente soddisfatto del 
modo come la S. V. lia disimpegnato il suo compito nel 
comando delle forze galleggianti sul lago di Garda. 
Ed aggiunge in verità come V. S. essendo comandante 
la cannoniera « Torrione . nella calamitosa notte del 
26 giugno salvasse risolutamente la sua nave e le altre 
da prossima rovina, opponendosi ad ordini stati verbal- 
mente impartiti da chi allora comandava la flottiglia. 
E di poi, insignito da chi scrive e poi confermato dal 
generale G-aribaldi nel comando supremo, s'ebbe in co- 
desto incarico l'elogio palese del salvato naviglio. 



339 

Lo scrivente, Dell'attestare siffatte verità, offre alla 
•S. V. i sentimenti dellit sua stima e devozione. 

Salò, li -^i settembre 1866. 

II luogotenente generale 

comandante divisonale' 

O, Avezzana 

Infine il 28 settembre l' Elia faceva la consegna 
della flottiglia al comandante della E. Marina cav. Na- 
poleone Canevaro. 

Gli ufficiali suoi compagni d'armi nella flottiglia, 
vollero dare al loro comandante il seguente attestato 
di affetto : 



Al colonnello Augusto Elia 
gli ufficiali della Marina Volontaria. 

« Radunati oggi per stringerci tutti uniti la mano, 
permettete, o colonnello, che prima di separarci da voi 
v' indirizziamo una parola di addio. 

■ Non è la serva parola di clii ndula o di ctii 
esprime un affetto bugiardo, ma è la libera espressione 
di quanti amareggiati dalle memorie del passato, si con- 
fortano nella speranza di un migliore avvenire. 

* Dimentichiamo iBtanto per caritji di patria le 
umiiiasiLoni sofferte sugli insanguinati campi di battaglia 
e nelle ingemmate aule della diplomazia, e che ci per- 
donino questo supremo sacrifizio i martiri invendicati 
di Custoza, di Tiarno e di Lissa! 

« E noi pure confinati da tre mesi in questa riva, 
dove l'Eroe del popolo ci destinava a gloriosi avveni- 
menti, dimentichiamo l'ingrata inazione acuì ci si volle 
costretti, sfruttando tanta parte di entusiasmo e di ge- 
nerosi propoBiti. 

« Colonnello! Se il sangue delle battaglie non ha 
battezzato la nostra camicia, voi ed i voatri bravi com- 
pagni, sul cui petto brilla la medaglia dei Mille, potrete 



d40 

francamente attestare, eomo inferiori dì numero, dì 
forze e ael difetto di tutto, sapemmo cimentnre pii"i volte 
un nemico, clie pur troppo insegnava a chi ci governa 
come si appresta una guerra, mai a noi come si com- 
batte, e si va incontro alla morte. 

« Gli avvenimenti del 1866, rton saranno però d'i- 
nutile peso nella tilancia dei nostri destini, perché la 
democrazia rifulse di una luce più bella sulle alture di 
Custoza, fra le mosche tterie del Tirolo, e in mezzo alle 
vampe della eroica Palestre ! 

« Questo è il nostro conforto, Colonnello, e quando 
tornati alle nostre case deporremo l' incruenta camicia 
rosea, giuriamo di vestirla quel giorno, in cui il popolo 
armato insanguinerà nuovamente le vette del Tirolo, e 
le coste dell'Istria, perchè qualunque straniero sappia,. 
che quel tremendo contine è il confine deir Italia, indi- 
pendente e libera! 

Salò, 21 settembre 1866- 

Marto Alberto, Buratihii Cofio, (ìagìiardì Ougiielmo, 
Bandini Tvmintocìe, Bradìcìch Giimeppe, Viggiavi PomjieOj. 
Pegwait) Giuseppe, Martini Xarcìm, Pedani Tito, Stra- 
■mmzotii Cesarej Brtnno Ba^idint. Pncaiti Luigia Silvestrìni 
Pasqtuiìè, Schiitffiifo Prospero^ Bandini Costaniìno, Bamc- 
chini Andrea^ Verni Cesare, Barbieri Ahnaandro, Ghjgìioni 
Lorenzo. Bocci Marino, B^'rardì CoIombOf Camin Gaetano^ 
Eomani Giovanni, Xegrini Mariano. 



Intanto che questi fatti si svolgevano in terra un av- 
venimento dei più dolorofii avveniva nel mare Adriatico. 



I migliori ufficiali della marina da guerra ir.vo- 
cavano come loro Duce supremo il Galli della Mantica^. 



34t 

uomo di grande capacitò, e di straordiiinria energia, ri- 
tenuto una vera tempra d'acciaio, capace di ogni eroismo. 
Fu invece preferito il conto Carlo Pellion di Persane. 
Contro il Peraaao l'Austria seppe opporre un ter- 
ribile avversario — Guglielmo Tegettlioff di quaran- 
t'anni appena di età; e fu scelto proprio lui, Bebììene 
fosse il più giovine degli ammiragli, perchè Io si sapeva 
pieno di ardire e di uu coraggio quasi temerario. 

La. fiotta italiana per la sua potenza poteva essere 
la dominatrice del maro Adriatico, Vi era tutto da ten- 
tare - tutto da sperare. 

Fu decisa l'occupazione di Lissa, consideratala <'A- 
bilterra dell'Adriatico; e il ly luglio alle 11 antime- 
ridiane la nostra flotta prendeva posizione dirimpetto 
all'isola. 

Una ricognizione fatta dal D'Amico, capo di stato 
maggiore del Persane, coli' esploratore « Messaggero » 
liferiya che la guarnigione dell'Isola eradi 2500 uomini, 
provveduta di ogni mezzo di resistenza. 

Deciso l'attacco, la flotta venne di\isa in tre squa- 
dre; una comandata dal vice ammiraglio Vacca doveva 
attaccare Coraisa, difesa da due batterie, e da una ca- 
samatta; l'altra sotto gli ordini del vice ammiraglio 
Albini doveva eseguire uno sbarco nel porto di Maiiego 
difeso da due batterie; la terza, la più poderosa coman- 
data dal Persano doveva forzare i! porto di S. Giorgio 
difeso da quattro forti e da due batterie. 

Alle 11 Va del 19 l'ammiraglio ordinava si aprisse 
il fuoco che senza interruzione durò fino alle 7 '.'3 po- 
raeriiliane; alle 2 saltava in aria una polveriera ne- 
mica; alle 3 Yj ne scoppiava una seconda e andava 
all'aria la Torre del Force e la bandiera che vi era inal- 
berata; alle 5 tutti i forti di S. Giorgio erano demoliti 
ed i cannoni, ad eccezione di due situati nell'elev:tta 
posizione del telegrafo, erano .■jmoTitati e ridotti a! silen- 
zio; l'intrepidezza, e il valore degli equipaggi sono in- 



33. 



3i2 

descrivibili — sebbene a bordo non pochi fossero ì fe- 
riti e parecchi i morti. 

L:i prt'Sji, di Lissji t^rn assi aurata; ma fu malaugu- 
ratamente rimandutH al l'indo mani, perchè l'Albini uon 
aveva eseguito lo sbarco. 

Allo ore 9 del giorno 20 l'avriso « Esploratore » 
segnalava la squadra iieiuic^ in vista: L'ammiragUo Fer- 
sano avrebbe dovuto senz' al tro aegnalare a ciascuna 
delle navi gotto al suo comando il posto di combatti- 
mento, per ribattere vittoriosadiente Ijiltatco; invece 
l'ammiraglio comandante supremo alle ore 9 '/t ablsaa- 
donava la nave di coniando «; Re d'Iudia » per im- 
barcare su! Monitore corazzato < Affondatore > aicom- 
pagnato dal capo di stato maggioro e da due suoi aiu- 
tanti di bandiera. 

L'onorevole deputato Pier Carlo Boggio che era 
nella nave aiutuiraglia < Re d'Italia « quale storiogi'alb, 
all'invito che gli fece il Persano, si ritiutù di seg-uirlo 
perchè ebbe l;i percezione che coli 'abbandono della 
nave ainmiraglìa nel supremo momento del t-umbatU- 
mento, si commetteva non solo un gravissimo errore, 
ma un atto colpevole. 

Intanto la squadra austriaca arrivava a grande 
velocità, in liuea su due file, formata in cuneo, col pro- 
posito di spazzare, rompere ed affondare tutte quelle 
navi che avrebbe incontrato sulla sua via; in testa a 
tutte era la nave ammiraglia « Carlo Mas ». 

Il primo e maggiore impeto fu portato dal nemico 
sulla R. nave annniraglia « Re d'Itiìlia ^ — e ai eiipìsce! 
— L'ammiraglio Tegeithort" riteneva che su queLkt nave 
stesse il comandante in capo della ttottii italiana, e le 
muoveva arditamente contro. Era un duello tra le due 
navi di comando — e quella delle due che ne fosse 
riuscita vincitrice avrebbe deciso delia vittoria della aun 
squadra ! 

L;i K. Nave = Re d'Italia » assalita da poppa, e nei 
fianchi, ebbe apezzato il timone per cui rimase sena» 




343 

-governo. In tale critica e fanale posizione, il comandante 
Faa di Bruno, uomo dei più valorosi, gli ufficiali sotto 
■ai suoi ordini, gli equipaggi, i cannonieri reatiirou tutti 
alloro posto impavidi, rispondendo agli assalitori con 
bordate, con tiri di cannone, con le oirabine. 

La nave ammiraglia austriaca « Max > fu sopra iil 
Re d' Italia a tutta forza di macchina e 1' inveatl con 
•urto tremendo: con orribile scroscio lo sperone ferrato 
squarciatole il lianco, le apriva un'enorme breccia sotto 
la linea d'acqua. La bella nave ammiraglia colla ban- 
■dìera a riva spiegati al vento, sempre eroicamente 
combattendo s'inclinò -^ e fra le grida di viva l'Italia 
da pjirte del suo equipaggio emeutre quello iiustilaco 
si scopriva reveren temente il capo, sprofondava nel- 
l'abisso del mare trascinando nei vortici 700 eroi; pri- 
mi fra lutti, l'Einilio Faa di Bruno comandante, il de- 
putato Pier Carlo Boggio, il marchese di Malaspina co- 
mandante in seconda, il cav. Del Santo sotto capo di 
stato mMg,2;tore, i tenenti Candìani, Crualterio, Casanova, 
Bossaiìo, JSozzetto ed Isola, i sottotenenti, Olivieri. Pa- 
lermo, Orsini, il conte Fazioli guardia marina. Verde 
cav. Luigi medico di bordo; ed il pittore Ciaffi. Po- 
■chìasimi furono i salvati e fra questi il bravo tenente 
Candiani. 

Affondata la creduta nave ammiraglia le corazzate 
«uetriache assalgono le navi Italiane « Ancona » la «Pa- 
lestro » la « San Martino » e le altre: il •: Kaiser > si 
slanciava contro il < Re di Portogallo » ma ne uscivii 
malconcio, inesso fuori di combattimento ed in fuga, 
mercè l'abilitii e la bravura del comandante Elibot>'. 

Nella mischia la « Palestre > venne colpita nella 
parte non corazzata da granate che le cagionarono forti 
avarie. 

Sviluppatosi l'incendio il bravo comandante Cappel- 
lini fa di tutto per domarlo; ma mutili sforzi. Visto che 
ogni salvezza della nave è ormai impossibile due piro- 
scafi dell'annata italiana * l'Indipendente « ed il «. Go- 



3-U 

vernolo » sfidando ogni piìi grave rischio si accostano 
alhi Palestra ortreudo salvezza all'equi piigy io 

L'eroico toiuauJante — chiama h raccolta ì com- 
pflijni — fa adessi nota riuevìtabile catastrofe — quindi 
dice: « Chi vuole salvarsi si salvi n Unanime sì sente 
un grìdu « {tircmu quello che 11 coranndjiiite sarà per 
fare » al che il Ovppellini risponde « io non abbanciono 
il mio posto » gli eroi tutti confermimo < vogliamo 
seguire la tua sorto >. 

Udita questa commovente decisione il comandante 
ordina >-ia aiziito il gran pavese. I niarinju salgono ji riva 
sugli alberi, sui peunoni, e intuonano i canti della !N azione. 

— Un orrendo seoppio — un ultimo, immt'n-so grido si 
eleva al cielo < Viva l'iuilial viva il Re » e i mar- 
tiri della patria, avvolti in un turbine di tìauime, spro- 
fondano nei vortici del mare. 

Nel combattimento tutti, meno uno, fecero il Loro 
dovere, gli eroisirì di Faa di Bruno e del Cappellini 
SODO immortali. 

Ma a clie giova i] valore, e a che vnle l'eToisroo se 
manca il duce che sappia condurre alla pugna ed alla 
vittoria? 

Il Persano commise due errori gravissimi. 11 primo 

— di avere abbandonato la nave aramirj^glia pochi mo- 
menti avanti il combattimento. Egli avrobbo dovuto sce- 
gliere tìn dall'inizio della campagna come nave ammi- 
raglia r « Aflondatore » se la credeva atta a 
servirlo nel combattimento. Il secondo 
seppe adottare un ordine di battaglia l'ifepondence a 
quello col quale la parte nemica veniva ad investirlo. 
Colla sua squadra il Persane doveva ordinarsi in due 
linee ed in forma d'imbuto; lasoia-re che le navi nemi- 
che entrassero nell'imbuto o quindi assalirle prima a 
colpi di calinone — a bordate — e poi investirle a colpi 
di sperone. 

L' « Affondatore > doveva tenerlo gopraveiiùo onde 
potere dominare, dirigere l'azione; ed impegnato il uom- 



meglio 
che egli non 



"battimento — Talersì della sua velocità e delle sue 
■qualità offensive, — correre addosso al « Max * nave 
ammiraglia nemica, investirla a tutUi forza col tagliente 
suo sprone e colarla a, fondo. Cosi avrebbe cerf^^imente 
manovrato Galli della Mantioa. Invece come fu utilizzata 
quelita nave, la più potente del tempo ? 

L'Aftondatore (comandante Martini), mentre le no- 
stre uaTi « Re d'Italia » « Re di Portogallo > « An- 
cona » « Palestro » e le altre sì trovavano alle prese 
col nemico e facevano con tanto eroimno il loro dovere 
— traversata la linea delle corazzate italiane volgeva 
la prua contro il lato destro del < Kaiser » manovrando 
per inveatirlo col suo formidabile rostro. Già il tenente 
di Viiacello Ghinea dalla tolda della nave — manda il 
grido « pancia a terra » affinchè il potente urto immi- 
nente non faccia trabalzare gli uomini dell'e tini paggio — 
già l'ultima ora è suonata per quel liei tipo delle an- 
tiche armate navali — quando ad un tratto, l'« Affon- 
datore » per ordine imperioso dell'ammiraplio Persano 
coinandaute le forze navali italiane — piega bruscamente 
a destra — e si allontana dal Kaiser e dal combatti- 
meuto ! Quante lacrime di vergogna e di dolore si sa- 
ranno versate da quei bravi che formavano l'equipaggio 
della potente nave che col suo rostro di 9 metri di spor- 
genza^ colla sua corazza impenotrabile, coi suoi cannoni 
Amistrong da 300 libbre — da sola significa va vittoria.— ! 
Ma monitore — rostro — conizzatura — Armstrong — 
eroismo degli equipaggi — tutto fu annientato per defi- 
cenza di chi comandava 1 



L'orgoglio italiano nell'anno 1866 ebbe a patire btìti 
dolorose delusioni. 

L'infelice giornata di Custoza, che non fu priva di 
gloria per i nostri combattenti, la terribile catastrofe di 
Lissa, che ebbe eroi immortali, recavano profondo dolore 



346 

nei cuore della nazione, t, per di più, ]» Yeneaa — 
uno degli obbiettivi dt-1 patriottismo italìflno — per sfogo- 
di dispetto e di orgoglio dell' iuiperatore d'Austria, era 
dAta in dono nllo imperatoro Napoleone dalle cui mani 
doveva riceverla il Re d'Itnlia ! 



Nella notte del 4 al 5 luglio il Re Vittorio Emanuele 
aveva ricevuto il seguente telegramma: 

A S. M. il Re d'Italia 

Parigi, 5 luglio 

«Sire: L'imperatore d'Austria entrando nelle idee 
espresse nelhi mia lettera al sjg, Droujni De Lliuys, mi 
cede la Venezia, dichiarandosi pronto ad accettare una 
mediazione per ristabilire la pace, 

L' esercito italiano ha avuto occasione di mostrare 
il suo y^ore. Un magg-ìore spargimento di ^ngue è 
dunque inutile e l'Italia può raggiunjiere onorevolmente 
lo scopo cui aspira mediante un accomodamento con 
me, su cui sarà facile intenderci. Scrivo a S. M. il Re 
di Prusaia per fargli conoscere questo stato di coBe e 
proporgli per la (icrmania come lo faccio a V. 31. per 
l'Italia, la conclusione d'un arwiistizio come preliminare 
alle trattative di pace. 

Xapoìeon-! * 

Questo gravissimo annunzio — pochi giorni dopo 
una battaglia perduta — sebbene valorosamente com- 
battuta — nel momento di ripigliare le offese con tante 
speranze e tanto bisogno dì un successo d'armi — giunse 
al Re — all' esercito — all' Italia — oltre ogni dire 
sgradito. 

Ricevere la Venezia come un dono dalle mani del- 
l'imperatore dei francesi feriva nel più rivo l'amor pati-io 



547 

d^»\\ italiani — non solo — ma poteva dw motivo a 
dubbi ingim-ioa sulla fede dell' Italia verso Ift Prussia 
sua allenita. 

D'altro canto ricusando, e continunndo la guerra a 
dispetto dell' imperatore dei francesi, v'era la posBÌbilità 
di vederci venir contro la Francia armata nel Veneto 
o altrove! Pure tra la rovina alla quale una tal guerra 
ci avrebbe condotti e il diaoiiore, né al (|Uartier gene- 
rale né ili Ke, né al ministero poteva rimaner dubbia 
la scelta. 

15 Re r]uindj rispondeva, ringraziando l'Imperatore 
dei Fcìiucesi deli' interesse che prendeva per l'Italia ; ma 
dichiarando che trattandosi di jifFare tanto gmve, doveva 
consultare il suo governo e il suo alleato al quale era 
stretto da un trattalo. 

Intanto il generale Cialdiiii domandava se poteva 
invadere senza perdita di tempo il Lerritorio Veneto e 
gittarsi nella provincia di Rovigo. 

Il generale Lamarmora rispondeva al Cialdini in- 
vitandolo ad operare, giaccliè egli diceva « per me il 
jwg^no sarebbe ricevere la Venezia senza avervi messo 
piede ». 

E il generale Cialdini confermava che il 7 di sera 
avrebbe gettati i ponti e passato il Po. 

Per questi fatti l'imperatore Napoleone era adira- 
tìssimo, e poco mancò che la nobile e patriottica Cittti 
già regina dell' Adriatico — non vedesse sventolare sul 
campanile di S. Marco e sui forti della sua laguna la 
bandiera napoleonica e non avesse a suo presidio le 
truppe francesi. 

Per scrupolo di lealtà il barone Ricasoli d'accordo 
con S. M. il Re e col generale Lamarmora si opponeva 
alla firma dell' armistizio senza averne prinia otlenuto 
V assenso dell'alleato Re di Prussia e l' imperatore Na- 
poleone ritenendosi ofiFeao aveva giti ordinato ehe due 
navi dit guerra con truppe da sbarco « La Provence » 
e < L'Eclaireur » partissero per Venezia con ordini sug- 
gellati. 



348 

Uhaliino Peruzzì, visto che ftl eoqte Nigra, nostro 
;imbaaciiiwre a P.-irigi. non era riuscito di parare il 
grave colpo, consiglia a Ricasoli di mandare a Paiigi 
persona' conosciuta da Lui;;! Napoleone quando era prìn- 
cipe, e che aveva elevate amicizie a Pari^, tra le quali 
quello di Alcide G-randguillot direttore del giornale ofB- 
ti&so « Coscitutionel » e del generale De Fleury, percliè 
vedesse di scongiurare questo affronto all' Italia. La 
persona ufficiata accettò la delicata missione e seppe 
riuscii-e a risparmiare alia patria una nuova umiliazione 
e danni non lievi. 

L' Imperatore dei Francesi venuto a miglior ran- 
siglio mandava a Ferrara il principe Napoleone con le 
condizioni per la pare die erano le seguenti; Consegna 
diretta ineondizioiinta del VeueLo all'Italia — plebiaoito 
delle Provincie venete. 

Il re Vittorio Emanuele — il nostro governo — 
fecero tutti gli .sforzi per lìimostrare e persuadere rim- 
peratore che la riunione del Trentino all'Italia era eosa 
essenziale. Ma l'Austria non volle saperne e ormai as- 
sicurata della pace con la Prussia rispondeva ritìutando 
e mandava ai no^strì confini altri due corpi d' eserciio 
togliendoli dall'armata del Nord. 

La situazione erasi fatta critica per noi. — Il re ed il 
governo esitarono assai prima di acconsentire al passo 
doloroso di rinunziare al Trentino, ma dovettero finire 
col soiFoear& il sentimento di giusta orgoglio per nou 
compromettere le sorti della Nazione. 



Unitji la Venezia all'Italia, Garibaldi pensava a 
sciogliere il suo voto a Roma, A tal fine raccomandava 
agli amici di non indugiai'si, e U incitava a fere i pre- 
parativi necessai'i. 

A Firenze erasi costituito un comitato centrale che 
aveva per capi Cairoli, Crispi, Fabrizi, Guastalla ed altri, 



349 
tutti animati dal vivo desiderio di dare all'Iralia la sua 

•Capitale naturale — Roma. 



CAPITOLO XXV, 

Campagna deirAgro-Romano 
Montelibrefti - Roma - Monterotondo - Mentana. 

Dopo le guerre del 1859-1860 le condizioni morali 
dei liberali romani avevano subito una forte suossa. 

I più non aocettJiYano senza dist^ussioiie la con- 
dotta passiva, rassegnata, che dal 1853 veniva loro rac- 
eomandiiCa. 



L'emigrazione resa più numerosa per i giovani clie 
dn Roma erano corsi ad arruolarsi sotto la liHndiera del- 
l'unità nazionale, faceva aperUimcnte intendere essere 
giunto il momento per Roma di cambiare attitudine e 
suo dovere di prouuuciard energicamente per la sua 
liberazione dal giogo papale. 

La vittoria degli alleati sui campi Lomttirdi nel 
1859 — la disfatta dell'esercito pontificio nelle Mar- 
che — la marcia trionfale di Garibaldi nel regno delle 
Due Sicilie — avevano a tal punto entusiasmato la gio- 
ventù liberale romana da volere senz'altro che si uscisse 
dall'inerzia, nelLi quah la cittadinanza da tanto tempo 
si era lasciata addormentare. . 



Il partito democratico di Roma, abbenchè sti'emato, 
non era del tutto spento. Euistevano ancora non pochi 
avanai del 48 e 49 che alla azione del tempo avevano 



resistito conservando integra la loro fede e ì loro prin- 
cipii. 

Questi patrioti, insofferenti n tautn Gotioniissione, si 
intesero coi più animosi e migliori delta emigrazione e 
coi capi del partito d'aaione ; ruppero gl'indugi e orga- 
nizzarono dei nuL-!ei pronti nll' azione. 

n fatto di Aspromonte fu lo stimolo ad un azione 
conoordo, e slabilitji la fusione dei vari nuclei si costi- 
tuì uu Comitato d' Azione Romano col seguente pro- 
gramma : 

■ Fare propaganda incessante ed effitjaee onde in- 
durre il popolo il scuotersi ed a sollevarsi, non fosse al- 
tro per dare pretesto al Governo di Torino di portarci 
con tnagfciore ntilib\ sul tappato diplomatico U quesliùrte 
romana^ 

* RaggranelUre gli elementi d'azione esistenti in 
cìttft, organizzarli e prepararli per un dato raomeutb 
alla riscossa. — Provvedere le armi. — Stabilire mezzi 
regolari e sicuri al confine per Io scambio della corri- 
spondenza. 

L' impresa era ardua — trattavasì di lottare col 
prete e coi francesi. Bisognava agire con arditezza, e 
ad un tempo con prudenza poiché le due polizie, erano 
intente a spiare e a sventare le mosse del nuovo centro 
d'azione. 

Contro queste difRcoìtà lottavano i direttori del par- 
tito d'Azione Romano — ed ìl programma tracciato ebbe 
in parte il suo svolgimento. 

Un tóornale clandestino dnl titolo Homa o morte fu 
istituito e in mezzo a mille ostacoli e peripezie non 
cessò dalla patriottica sua propaganda 

Si procedette all'organizzazione delle forze atte al- 
l'azione. L,a corrispondenza al di là dei confini fu or- 
gduizzata con elementi d' indiscutibile sicurezza. 

Le armi furono raccolte in luogo da potere essere^ 
a momento opportuno, introdotte in città coli' aiuto di 



361 

provati patrioti quali il Cucchi, il Guerzoni, l'AdamoIi, 
Lorenzini, ecÈ altri. 

Certo è dunque che il lavoro lento bI, ma costante 
del Comitato d'asione romano valse a scuotere dall'iner- 
zia la gioTRctii ed a preparare gli elementi che nella 
città dovevano prendere parte ad un fatto che doveva. 
affrettare la liberazione dà Roma. 



L'il febbraio 1867, il ministro Ricasoli, disapprovato' 
nella perpetua questione del diritto di riunione, aveva 
sciolto la Camera. 

Convocata la nuova, questa non appai'endo diversa 
da quella dÌscio!ta, il barone KìcrgoIì senza attendere 
alcun voto che lo giudicasse, rassegnava il potere, che 
veniva raccoko da Urbano Rattazzi. 



Si sapevano le opinioni su Roma del nuovo presi- 
dente del Consiglio, Egli aveva censurato la conven- 
zione dì settembre, e s'era risolutamente opposto alia 
convenzione Lag;rand Dumonceau. 

Era pur noto che egli non intendeva fare alcuna 
concessione alla Chiesa se non quando fosse cessato il 
potere temporale dell'autorità ecclesiastica ed il go- 
verno ìtiUiaao fosse insediato in Roma. 

L'entrata al potere del Rattazzi fece nascere nel 
partilo liberale italiano la speranza che con luì si sa- 
rebbe andati a Roma; e il partito d'azione si mise subito 
all'opera per accelerare l'evento. 



« * 



Da parte sua il generale Garibaldi inviava al Co- 
mitato insurrezionale di Terni il capitano Galliano e 
il tenente Perellì col mandato di armare quanti giovani 



fuorusciti romani avessero potuto raccogliere, e con 
questi, fatta irruzione nello Stato Pontificio, getuirvi 
in prima favilla dell' incendio. I rappresentanti del partito 
d'azione nel Ternano conte Massarucci e Frattliii, ealdi 
patrioti e vecchi cospiratori, consentivano di dar mano 
air impresa; e il 19 giuguo ìi Galliano <?d ii Perelli rac- 
colti ed armati centoqumttro giovani arditi, tragittata la 
Nerft maccia.v;iiiQ per In Sabina. Se non ohe giunti nel 
punto di sconfinare uei pressi di Poggio Catino e Ca- 
stelnuovo, una compagnia di granatieri, che si teneva 
ivi imboscata, circuì la colonna e le intimò la resa. 



Questo fatto non influì in modo da raflreddare l'o- 
pera di G.iribaldi, che anzi servi a spronarla. Difattì 
Garibaldi mandava Cucchi Francesco a Roma per an- 
nodare in sua mano le tila della rivoluzione; mwndava 
suo figlio Menotti a sondai'e li terreno e a stringere 
patti col Ni colera e con altri nel mezzogiorno; incari- 
cava Acerbi della raccolta dei giovani e delle armi 
alla frontiera Umbro-Toscana e lo mandava in suo 
nome a scandagliare le intenzioni del Rattazzi. 

Intanto nella prima quindicina di agosto il generale 
aveva dati i suoi ordini e distribuite le parti come alla 
vigilia di un entrata in campagna; Menotti doveva scon- 
finare da Terni coU'obbìettivo Monterotondo; Acerbi da 
Orvieto, obbiettivo Viterbo; Nicotera e Salomone da A- 
quila e Pontecorvp, obbiettivo VeUetri. 

Già il 13 luglio 1867 i comitati riuniti avevano an- 
nunziata la loro fusione col seguente manifesto: 

Romani 1 

e H voto comune, il voto di tutti quelli a cui batte il 
cuore per l'onore e la libertà della patria, sì è realiz- 
zato. 

« Non più dissensi, non più divisioni; tutte le fra^ 



353 

zioni del partito liberale si sono data la mano, hanno 
unite le fome per abbattere per sempre questo resto 
del governo papale e per dare Roma all'Italia. 

« n Comitato Nazionale Romano -ed il Centro d'in- 
surrezione fanno quindi luogo ad una Giunta Nazionale 
Romana la quale assume la auprema direzioae delle 
cose. 

« RaUejrriamocì di questa santii concordia, e diamo 
opera a fecondarla con unirà di fede e di disciplina, con 
unit-À di propositi e di sacrilìoii. 11 fascio romano è ora. 
veramente formato: facciamo che non si sciolga mai 
pili e che presto ci dia la vittoria. 

Romani I 

- I cittadini rispettabili, che fanno parte della Giunta 
a cui rasae^ueremo l'utlicio, sono degni dell'alta mis- 
sione; ma a tuiUa riuscirebbero senza il vostro concorso, 

« Secondateli adunque, fidenti ed animosi e l'impresa 
non fallirà. 

«( Vogliamolo tutti, e hen presto venticinque milioni 
di fratelli saluteranno Roma Capitale d'Italia ". 

Il Comitato Nazionale Ronuino 
Il Centro d'Insurrezione. 



I^itruzioiiL per la concentrazione delle colonne in- 
vadenti il territorio romano erano date e il generale 
Garibaldi stava per partire pel luogo dell'azione, quando 
il 23 settembre in Sinahinga venne arrestato; doveva 
essere tradotto ad Alessandria. A Pistoia, mentre si era 
per un momento fermato nel viaggio, ebbe lempo di 
consegnare all'onorevole Del Vecchio il seguente bi- 
glietto da p^ublilicarsi: 



354 






24 settembre 

« I romani hanno il diritto degli schiavi, insorgere 
contro i tiranni. 

« Gli italiani hanno il dovere di aiutarli e spero 
lo faranno a dispetto della prigionia di cento Gari- 
baldi. 

« Avanti adunque nelle vostre belle risoluzioni, Ro- 
mani e Italiani. Il mondo intero vi guarda. 

G. Garibaldi 

Il 27 settembre imbarcato nella R'' nave 1' « Esplo- 
ratore > il generale veniva portato a Caprera dove do- 
veva essere sorvegliato a vista da navi da guerra e 
dalle loro imbarcazioni. 

» * 

Intanto che il governo sequestrava Garibaldi, i suoi 
amici discutevano sul modo di raggiungere lo scopo. 
Se l'accordo nel fine era generale — la liberazione di 
Bontà — vi era discordia sui mezzi di esecuzione: Crispi, 
Fabrizi, Cucchi, Cairoli, Guastalla, Miceli, La Porta, 
Oliva, Guerzoni, Adamoli, Damiani, Lorenzini, Amadei, 
tutta quasi la frazione politico-militare del partito gari- 
baldino opinava che il segnale della- riscossa dovesse 
partire da Roma; Menotti, Canzio, Acerbi e qualche altro, 
tenendosi più ligi alle istruzioni del generale, volevano 
che le mosse dovessero essere parallele; il Cucchi, che 
più di tutti la caldeggiava, dava per sicura l'iniziativa 
romana. 

» 

Mentre avvenivano queste tratfcntive fra i capi del 
movimento; all'improvviso circa duecento giovani ca- 
pitanati dal trentino Luigi Fontana dei Mille, passavano 



805 

il confine nel Viterbese, si buttavano sopra Acquapen- 
dente e dopo una zuffa accaaita facevano prigionieri 
una quaraiLtiua di gendarmi pontifici e s'iiupofisessavano 
del paese. 

All'annunzio doli' inopinato qssalto di Acquapendente 
Menotti ed Acerbi credettero non essere piìi questione 
di disi^utere — essere impegnalo il loro onùre ad accor- 
rere in soccorso degli arditi patrioti — e quindi Acerbi 
diede ordine alle sue genti di sconfinare. 



II 3 ottobre Menotti Garibaltli rotti gli indugi con 
pochi conapagni vnrcaTa li conlÌLe, Si dii'esse a Poggio 
Catino ove fu accolto con amore dal conte Galeazzo Ugo- 
lini. Ma non volle fermarvìai e tosto ai mise in moto. 
A S. Vaientino il Sindaco Nardi con venti giovanotti in- 
grossava il drappello che a Poggio Mirteto accoglieva 
alti'i trenta animosi; a Monteiuii^giore ti-ovava il capi- 
tano Fontana con cento ardimentosi e vi pernottava. Sul- 
l'albejrsiare la colonna si dirigeva a Montelibretti. 

Menotti con circa 200 uomini precedfv,-ì. gli altri 
col TriuguU e coir Ugolini seguivano alla distanza di 
mezzo chilometro, tiiunto Menotti nella maccbia di Ma- 
nocchio venne ^lasalito da buona schiera di iiendarmi e 
di zuavi pontifici che Io atteudevauo in imboscata. 

I nostri, sebbene sorpresi, non ai perdettero d' a- 
nimo; guidati dal valoroso Menotti Garibaldi i bravi 
xorontari si lanciarono sull'inimico: questo dopo breve 
resistenz;i preso da sgomento bl dava a fuga precipitosa. 

II giorno 6 i nostri nccarapavano a Carmignano di 
fronte a Nerola occupata dal colonnello De Claretto; 
^uìvi la colonna t'u raggiunta dai maggiore .Salomone che 
conduceva ciiaa. 150 volontari; dal maggiore Valentini 
di Aquila roJi altri 100 volontiri circa; giungevano puro 
altri &0 baldi giovani guidati da Lodovico l'etriui e dal 
conk- Ippolito Viceutiui di Rieti; 100 circa da Monto- 



356 

poli sotto t;U ordini dei fratelli Rondoni ed altri guidati 
daU'emigrato romano Ovìdi Ercole; arrivava intìiie il 
Fazxari ohe (.-ondiuevii oltre 300 volontari da lui (brinati 
in un bello e valente battaglione. 

Sotto gli ordini di pienotti erano ormai circa 1200 
volontari. IntiUito il colonnello de Charette inlorraato che 
la colonna cIip gli elava di fronte erasi molto ingrossata; 
abbandonava Nerola per Monteli bratti. 



T-a matiin.i dell'S ottobre. Menotti fece muovere la 
colonuji ed alla sera occupava Nerola; ivi attendeva 
ali "oi'gnnizzaz ione della sua truppa ed a provvederla 
dell'arnianiento che giungeva da Terni, La mattina del 
13 ordinava la marcia su Montelibretti e la colonna vi 
giungeva verso le due pomeridiane. Si erano avute false 
informazioni che il nemico erasi allontanalo, per cui i 
garibaldini credendosi sicuri avevano formato i fasci 
d'armi e ognuno per conto suo concava di provvedere al 
necessario ed a ristorai-ai dal lungo cammino. 

D'improvviso noa scariòa di fucilate avvertiva i 
YOlonuu'i che il nemico era alle porte del paese. Si 
corse seitm ritardo alle aniit. Fazzari montato a cavallo 
scoireva le vio incitando, quanti incontrava a fonnarsi 
in colonna. Messo assieme un gruppo di circa 50 uomini 
esce animoso dalla porta e precipita contro il nemico 
che a passo di cai-ic-a veniva ad investire il paese. 

Era un battag^lione di zuavi pontifici ; questi visto 
Fazzai'i lo accolgono con una scniica a bruciapelo che 
gli uccide il cavallo e lo ferisce ad una gamba; il cava- 
liere precipita di sella ma non si da per vinto; ha in 
pugno il suo revolver, lo scarica addosso a chi ha la 
disgrazia di awicinarglisi e sparati tutti i colpi finisce 
per scaraventare il revolver stesso contro il comandante 
dei nemici che lo accerchiavano. Questo eroismo in- 
cute rispetto agli uPfìciidi dei zuavi, i quali invece dì 



3Ò7 

finirlo lo Insciano in custodia di tre dei loro, mentre la 
massa continuji ad avanzaro mantenendo fuoco vivissimo 
contro i nostri che, sebbene in pochi, tenevano testa. 

Intanto Menotti clie aveva riunito intorno a se il 
grosso dei volontari, a passo di carica investe i nemici 
che fanno resistenza, ma infine il valore dei nostri la 
vince e i zuavi sono rotti, posti in fu^ja e lasciano sul 
terreno morti, feriti e qualche prigioniero. Si distin^ 
sere nel combattimento il furiere Ildebrando Campa- 
gnoli che venne promosso. 

Il 13 di ottobre Nicotera sconfinava con ottocento 
uomini a Vallecorsa e l' indomani s'avviava a Falvaterra. 

Si aspettava cbe Roma dess.e qualche segno dì vita 
e Cucchi, Guerzoni, Adamoli, Bossi, Celle, Costa si erano 
stretti in lega coi membri del Comitato di Azione ; ma 
tutti sentivano che la sollevazione intempestiva nella 
provincia aveva resa impossibile una sorpresa, nella Ca- 
pitale. 



Mentre questo avveniva in Sabina, Canzio e Viglaut 
pensavano di trarre G-aribaldi dalla prigionia di Caprera. 
Noleggiata una paranzella salparono da Livorno il 14 
otto5>re, cantameate acoost;irono alla Maddalena <?d a 
mezzo della inglese Signora Collin. fatto per%-enire un 
biglietto al Generale, proseguivano pel porticello di Bran- 
dinchi per a&pettarvelo. La noEte del 16 ottobre il Ge- 
nerale avventuratosi sopra un guscio di noce, che chia- 
mavasi il * Beccaccino », faceva il tragitto da Caprera rtl 
punto di ritrovo,e deludendo la vigilanza dei R. Eiiui- 
paggi, prendeva imbarco nella paranzella, sbarcava a 
Livorno, ed in sul mezzogiorno del 20 arrivava a Firenze 
con grande sorpresa del Governo e gioia degli amici. 

Il 21 ottobre 1867 veuivji diramato il seguente raiv- 
nifesto : 



24 



358 

Romani all'armi! 

« Per la nostra libertà, per il nostro diritto, per 
l'unità della patria Italiana, per l'onore del Nome Ro- 
lùano. 

AW armi ! 

« n nostro grido di guerra sia: 

« Viva Roma Capitale d'Italia! Rispettiamo tutte le 
credenze religiose, ma liberiamoci una volta e per sempre 
da una tirannia, che ci separa violentemente dalla fa- 
miglia italiana e tenta perpetuare l'inganno, che Roma 
sia esclusa dal diritto di nazionalità ed appartenga a 
tutto il mondo, fuorché all'Italia. 

« Da molti giorni i nòstri fratelli hanno levato il 
vessillo della santa rivolta e bagnata del loro sangue 
la via sacra di Roma. 

e Non tolleriamo più che siano soli e rispondiamo 
al loro eroico appello con la campana del Campidoglio. 

« Il nostro dovere, la solidarietà della causii comune, 
le tradizioni di Roma ce lo impongono. 

All'armi ! ■ 

« Chiunque può impugnare il fucile accorra; fac- 
ciamo di ogni casa un fortezza, di ogni ferro un'arma. 

« I vecchi, le donne, i fanciulli elevino le barricate, 
i giovani le difendano. 

« Viva l'Italia! 

« Viva Roma I » 

* 
* * 

Il 2'J il generale parti per Terni. Ivi giunto sapendo 
che il Governo aveva dato ordine di arrestarlo, in sul- 
l'albeggiare del 23, sconfinava a Passo Corese e dava 
ordine a Menotti, comandante del centro, di riunire tutte 



Sb9 

le colonne che si trovavano già pronte a Monte maggiore, 
mentre altre erano in formazione a Tenti, e gli ordi- 
nava quindi di sconfÌHare senza ritardo. 

Nella notte del 2-1 Garibaldi telegrafava al Comitato 
di Firenze: « Occupo Passo Corese e Monic Maggiore 
con le forze riunite di Menotti ». Nel giorno stesso or- 
dinjiva ai investisse Monte Rotondo, die voleva ad ogni 
costo espugnare, ancorché non avesse alcun pezzo di arti- 
glieria. 



La notìzia che Garibaldi era entrato nel territorio 
pontifìcio , {'eoe accorrere voloutjiri da tutte le parti ; 
anclie Ancona eccitata alla guerra santa da un patriottico 
proclama non aveva mancato al suo dovere. 

Messi assieme pochi fondi, e raccolte delle armi, 
partiva una colonna di cui veniva aflfldato il cjDmandL» 
ad Elia. Prima però, che questa colonna composta di 
più di mille ducenco volontari fosse armata, si dovette 
perdere del tempo a Terni. luflce rotto ogni indugio e 
sebbene non poche armi mancassero per raruninieuto 
completo, Elia ordinava la partenza e raggiungeva il ge- 
nerale Garibaldi e suo figlio Menotti a Monte Rotondo, 
ove "giii sì combatteva. 

La difesa di .Monte Rotondo fu aecunita. L'attacco 
incoraiaciato all'alba durò tutta la giornata; stava per 
calare la notte ed il fuoco continuava da ambo le parti; 
già molti dei nostri erano feriti, fra i quali, Capra, Molilo, 
Carcano, Martinelli, Uziel; morti il Giovagnoìi.l'Andreucci 
ed altri. « Bisogna fluirla » grida Garibaldi— ed ordina 
di dar i'uoco alla porta; verso le otto di sera la porta v« 
in fiamme e fattavi una apertura i garibaldini vi si pre- 
cipitano, gli antiboini si rìfuggiauo nel Casti Ho ed al- 
l'albeggiare riprendono le fucilate; ma visto che i vo- 
lontari, penetrati nelle scuderie del Castello del principe 
Piombino (che era coi garibaldini a combattere per la 



360 
liberazione di Roma) ai preparavano ad appiccare il fuoco 
al Castello, verso le 9 di mattino si arrendevano, la- 
sciando in nostre mani due cannoni con un centinaio 
di cariche, circa 300 fucili e poche munizioni. 

Nell'eroico combattimento si distìnsero assai Val- 
zania, Martinelli, Giovagnoli Raffaello che ebbe il fra^ 
tallo morto, Coralizzi Luigi ed il giovane quindicenne 
Carlo Raffaelli che aveva già dato prove di grande w» 
dimento e di valore a Monteiibretti, meritandosi gli elogi 
del generale e la promozione a sottotenente. 

Ecco l'ordine del giorno col quale il generale par- 
tecipava la presa di Monterotondo : 

ORDINE DEL GIORNO 

« Anche in questa campagna di Roma i valorosi vo- 
lontari hanno compiuto il loro glorioso Calataflmi ; tem- 
porali, nudità, fame quasi da non credersi sostenibili, non 
furono capaci di scuotere il brillante loro contegno. 

« Essi assaltarono una città murata, colle porte barri- 
cate e cannoni per difenderla, guernìta da esperti tira- 
tori e se ne impadronirono con uno slancio di cui l'Italia 
può andare superba ! 

« Dìo benedica questi generosi. 

« Monterotondo, 26 ottobre. 

G. Garibaldi ». 

Al Comitato Centrale di Roma: 

Cari Amici 

« Dopo r assaho e la presa di Monterotondo ci siamo 
spinti sino a sei miglia da Roma, ove ci troviamo ora. 

« Dei nemici non abbiamo notizie. Se la spedizione 
francese è vera, spero vedere ogni italiano fare il suo 
dovere. 

« Casina 8*^ Colomba, 27 ottobre. 

O. GaribtMi >. 



aei 



Il 24 ottobre Acerbi assaliva Viterbo, mii uonostanto 
il valore spiegato dm Buof, nel quale primeggiò il bravo 
Napoleone Farboai che l' jicerbi promoveva maggiore, 
fu neceagità desistere dall' attacco. 

Il giorno 26 i nostri muovevano ad un decisivo as- 
&ilto; m.1 i pontifici abbandonavano Viterbo e l'Acerbi 
se ne impadroniva. 

Il Nicotera che aveva per obiettivo Velletri ebbe 
un serio e micidiale combattimento a Monte 8an (iio- 
vanni, ove cadeva I' eroico Di Benedetto con ben ven- 
tidue valorosi compagni, altri furono feriti, fra i quali 
il bravo tenente Lacava ; il 28 il Nicotera prendeva La 
sua rivincita a Frosinone, ove fug'ava il nemico cagio- 
haudofe'li forti perdite ed il 30 occupava Velletri. 



Appena sì seppe in Roma che bande dì garibaldini 
erano entrate nel territorio del papa, il governo non 
ebbe più ritegno. 

Chiuse alcune delle porte della cittfi ; le altre for- 
temente custodite ; sorvegliò gli alberghi e le case; cacciò 
1 forestieri sospetti; infine rigori e vessazioni di ogni 
sorta; difficile quindi pit!i che mai preparare una som- 
mossa, senza che la polizia ne venisse a cognizione. 

Cucchi Francesco era stato incaricato, con araplis- 
aima credenziale di Garibaldi, d'intendersi coi membri 
della Giunta Nazionale per promuovere e dirigere il mo- 
vimento di Eoma, 

A coadiuvare il colonnello Cucchi erano entrati in 
Roma, il maggiore Guerzoni, il maggiore Adamoli, il co- 
lonnello Bossi, il Cella, i quali sfidando ogni pericolo 
lavoravano indefessamente perché scoppiasse 1» pcintilla 
rivoluzionaria ma, nonostante i prodigi di operosità e 
d'ardire del Cucchi e dei suoi compagni^ i preparativi 



362 
per r audace impresa non si erano potuti completare ; 
e, quel eh" e peggio, le armi, senza le quali i congiurati 
romani si protestavano impotenti a qualunque tentativo, 
non erasi ancora trovato modo di farle entrare in Roma. 



* 



Ma da quelli di Firenze si scriveva al Cuccili « una 
schioppettata, una sola schioppettata entro Roma e ba- 
sta » ; e la schioppettata fu tirata. 

Disegno dei cospiratori era d'assalire il •Campidoglio, 
impadronirsene ed asserragliarvi si. Un drappello di con- 
giurati guidati dal Cucchi e dal Costa Nino era incaricato 
di questa faccenda. Il colonnello Bossi con altra squadra 
doveva sorprendere li corpo di guardia di piazza Co- 
lonna ; Guerzoni con cento uomini forzare Porta S. Paolo 
e distribuire agli insorgenti le armi depositate nella Villa 
Matteini. (riuseppe Monti con altri doveva minare e fare 
saltare la Caserma Serristori, e Zoffetti con altri can- 
nonieri inchiodare le artiglierie del Castel Sant'Angelo. 

I fratelli Cairoli Enrico e Giovanni dovevano scen- 
dere il Tevere fino a Ripetta, e portare armi che do- 
vevano prendere a Terni. Senonchè, tutte queste imprese 
audaci abortirono, perchè il Governatore di Roma, ve- 
nutone a cognizione, aveva prese forti misure preven- 
tive ; solo la Caserma Serristori andò in parte all' aria, 
ma senza scopo, perchè vuota di soldati pontificii I fra- 
telli Cairoli con settanta valorosissimi compagni, arrivati 
all'altezza di Ponte Molle, saputo che i tentativi di som- 
mossa erano falliti, furono costretti a tenersi, nascosti 
durante lanette fra i canneti, ed a cercarsi poi un mi- 
gliore rifugio appena spuntò l'alba. Credevano d'averlo 
trovato a Villa Glori sui colli Parioli ; ma scoperti ed 
assaliti da truppe tre o quattro volte superiori, dopo 
eroica resistenza, caduto Giovanni Cairoli, ferito mor- 
talmente Enrico, la più bella schiera d'eroi, che avesse . 
mai fatto sacrifizio dì se per la patria, dovette disperdersi. 



363 

dopo di avere costretti alla fuga i mercenavì del Papa. 

Ecco come parla del fatto glorioso il valoroso Gio- 
vanni Cairoli : 

« Ci U'ovavamo in aperta campagna, quando ad una 
trentina di passi da noi. scorgemmo avniizarsi una forte 
colonnit di papalini. Vi piombammo in mezzo scaricando 
i revolv^iirs. Ne seguì una sanguinosa coUutùizione. Dopo 
qualche minuto di terribile mischia nella quaEe i revol- 
vers furono perline /idoper-nti come martelli, mi sono 
trovato a. contatto con Enrico nostro comandante che 
era attorniato da cinque o sei papalini. Una scarica ci 
fece cadere entrambi feriti. Enrico mortalmente: da 
terra abbiamo avuto il conforto di vedere i mercenari 
volgere le terga il che ciascuno di essi eseguiva però 
dopo di averci lanciato un colpo di baionetta. » 

€ Povero Enrkof Ti torni almeno a sullievo delle 
ferite che ti conducono a morte, i! conforto del grande 
Tebano — vedere in fuga il nemico. » 

Fallito il moto insurrezionale della notte del 22 ot- 
tobre, in Trastevere buon numero di ardiri popolani si 
apparecchiavano risolutamente alla riscossa. 

Giulio Alani patriota e giovane* pieno di ardimento, 
proprietario di un lanificio in via della Lun.L'ji retta, aveva 
dato convegno a quanti erano giovaui liberali, forti e 
coraggiosi in Trastevei'e, e per quanto potè, raecùlse nel 
suo stabilimento fucili, revolver e munizioni. 

In quella c^isa erasi istituito un laboratorio ove si 
fabbricavano cartuccie alla cui formazione erano intente 
alcune giovinette del popolo, addette come lavoranti nel 
lanificio. 

Protìsima allo atabiliinento eravi Tabitazione di Fran- 
cesco Arqurttì, altro vero patriota, molto popolare nel 
rione di Trastevere. La moglie di lui e le figlie anche esse 
attendevano alla preparazione delle munizioni, mentre il 
lio maggiore dell'Arquati, Piaaquale, insieme a Giulio 
Alani, percorrevano quel popoloso quartiere per la prò- 



3&4 

pagaiida ft!]ji rivolta, eceitando ad un ardito movimento 
i più niilmosi dì quei popolani. 

11 2ó ottobre l'opera ferveva nel lanificio Aiani, di- 
venuto focolare di quel roauipolo di patiioti, decisi a mo- 
rire per Ut litiertii di Roma, quando alle 2 1/4 uno dei 
giovani elio stavano di vedetta su una terrazza, dava 
l' avviso dell' approasimarsi di un corpo di zuavi e di 
forte stuolo di sbendarmi; fa chiusa e barricata la porta 
e tutti corsero ad armarsi risoluti all'estrema difesa. 

Gli zuavi 6Ì slanciano per abbattere coi calci dei 
fucili la porta della casa, ma dall'alto si tirano delie 
bomba nelle loro file, e sono ricevuti da fut-ilatit cosi 
viva, da costringerli ad abbandonare l'assalto ed a ri- 
pararsi nelle vicine vie, ove appiattati, aprirono un cou- 
tiouatn fuoc» dì CuL^ilerìa. 

Al rumore delle fucilate Giulio Aiani che sì trovava 
in casa Arquati corre verso V uscio per uscirne, ma la 
casa è in uq baleno citrondaUi dagli zuavi e dai gen- 
danni, che, forzata la porta, si slanciano per le scale ; 
l'Alani col revolver in pugno si precipita sugli invasori, 
raa assalito da ogni parlo, sopraffatto dal numero, viene 
legato e Hutto in prigione. 

Intanto il combattimento contro la casa Aiani si fa 
sempre più vivo. Paolo Gioacchini, uomo di óO anni, 
capo del lanificio, coi di lui figli Giuseppe e Giovanni 
incoraggiano alla resistenza e nessuno pensa di arren- 
dersi. 

Si combatteva da quattro ore quando u^ìi ?,uavi 
riusci di sfondare la porta; la casa ó invasa dalla truppa 
inferocita per la lunija resistenza, che fa macello di quanti 
incontra; Angelo Marinelli, vecchio settantenne, gridava 
ai giovani di porsi in wilvo pei tetti, mentre eirli teneva 
testa agli iuviiuori atterrandone quanti gli si facevano 
vicini a colpi di accetta, finché crivellato da ferite cadde 
per non più rialzarsi; intanto ad alcuni dei difeusori era 
riuscito di mettersi iu salvo pei tetti delle case vicine, 
dove poscia vennero arrestati. 



98G 

Quelli che non poterono salvarsi non cessarono dal 
■combattere sulle scale, sugli abbaini» ji corpo a corpo 
colle daghe, coi pugnaU, coi denti : domina in mezzo a 
tutti l'eroica donna Gìtidìtta-Tavanl^Arquaii, che incuora, 
coraaiida e combatte, terrìbile nell'ira nel vedere avanti 
a se il cadavere del marito e quello del giovinetto figlio, 
entrambi trucidati; alla fine soccombe es.sa pure ti'afitta 
da replicati colpi. 

Il nome dell'eroica donna o dei prodi carlnti con lei 
dovranno essere ricordati con amiiijrazioue d;tlle gene- 
razioni future e dall'Italia. 



La presa di Monterotondo produsse grande sgo- 
mento in tutto il territorio pontificio ed ebbe per con- 
seguenza la ritiriti cU. tutte le truppe papaline al di 
là del Tevere. 

Garibaldi non aveva pace se non faceva un colpo 
di mano su Roma sperando sempre che gli amici nella 
piazza gli avrebbero facilitata la riuscita e non volle 
perdere tempo. 

Lasciato un l>attaglione a Monterotondo sotto gli or- 
dini del colonnello Carbonelli, e speditone un aitalo col 
colonnello Pianciani a Tivolif il generale, ordinato ad 
Acerbi ed a Nicotera di raggiungerloj muoveva diftilato 
con tutte le sue forze su Roma. 

Il giorno ^9 Garibaldi portava il suo quartiere ge- 
nerale a Castel Giubileo spingendo i suoi avamposti oltre 
a Villa Spada e al Casino dei Pazzi. I pontifici si erano 
ben premuniti; la porta del Popolo, la Salaria, la Pia e 
tutte le ville attigue, Torlonia, Patrizi, Lodovisi e Monte 
Mario erano guernite da pezzi coperti ed occupate da 
numerose truppe. Garibaldi vide T impossibilita di un 
atUicco venturoso; piissò tutta la giornata a studiare la 
posizione, e confidando sempre iu mia insurrezione entro 
Roma, ordinò che nella notte si accendessero fuochi in 
tutta la linea del campo. 

Ma a Roma l'insurrezione non appena tentata er;i 



Eitsta repressa e spenta. Garibaldi con alcuni Carabi- 
nieri genovesi BOCto gli ordini di Stallo e di BurUindo 
e con alcune guide condotte dai bnivi LorenzLni ed A- 
madci romani, aveva voluto tentare una ricognizione 
su ponte Nomentano; incontrata una pattuglia di papa- 
lini, questa aveva presa la fuga. Dopo una permanenza 
fli un'ora in quo! posto, due colonne di zuavi e di anti- 
boinì sbucarono, una dal ponte fomentano, l'altra dal 
ponte Mamolo tirando contro i nostri. Ma il Generale 
non volle, che sì rispondesse, e siccome a^ìi non aveva 
voluto fare, che una ricognizione, e lo scopo era rag- 
giunto, nel mezzo della notte ordinò la ritirata su Mon- 
terotondo. Kgli aveva avuto un messaggio, col quale lo 
si informava che i francesi sbarcati a Civitavecchia erano 
in mai'cia forzata per Roma, e perciò si voleva prepa- 
rare Il riceverli. 

Arrivato a Monterotondo mandava il aeguente or- 
dine : 

« Al generalo Nicotera. 

« Per i due messi vostri, che vidi questa mattina 
vi inviai ordine di occupare Tivoli, e lo stesso ordine vi 
confermo ora. 

< — Qui tutto va bene. 

« — Interventi o non interventi, bisognerà com- 
piere l'unificas^ione delia patria. 

< A Tivoli troverete Piancìaui c«n un battaglione. 
« Scrivetemi subito. 

* Monterotondo 31 ottobre. 

G. ù'ariba/dL 



Nel ritornare a Monterotondo una gran parte di vo- 
lontari disertarono le file per portarsi alle Ituro case, tan- 
toché all'appello della sera del 2 novembre neppure la 
metà delle forze si trovò presente. 




« 

ut ■ 



GariluLldi, commosso per l'eroica morCe di Enrico 
Caii'oli e (lei suoi prodi, scriveva il seguente ordine 
del giorno. 

« Volontari italiani! 

« Lh Grecia ebbe i suoi Leonida, Roma antica i 
suoi Tabi, e l'Italia moderna i suoi CairoH, ^olla diffe- 
renza che con Leonida e Fabio gli eroi furono trecento: 
con Enrico Cairoli essi furono ecttantn, decisi di vin- 
cere morire per la libertà italiana. 

« Nella notte del 53 al 23 del passato mese, 70 
prodi Comandati da Enrico e Giovanni fratelli Cairoli, 
ardirono., pe! Tevere, gettarsi tìn sotto le mura di Roma. 
col magnanimo pensiero di portare soccorso d'armi e di 
braccia al popolo romano combattente. 

« A ponto Molle non vedendo i seg^nali conrenuti, 
sostarono. Giovanni Cairoli spedito In ricognizione rife. 
riva cessativ la pugna in Roma. « Ritirarsi o morire ». 
Quei generosi preferirono la morte. 

" tìi asseragliarono in S. fJiuliano, ■© quivi, uno 
contro quattro, armati di soli revolvera, questi prodi, 
operando miracoli di valore, di gloria imperitura copri- 
rono un altra volta it nome italiano. 

« Attaccati da due compagnie di zuavi e antiboini, 
intrepidaineritL' ne sostennero l'urto. La puf^na fu acca- 
nita e sanguinosa; ma davanti a quel pugno di valo- 
rosi i mercenari del papa ripiegai-ono. Molti i caduti 
dei nostri, fra i quali i dairoli e l'Enrico morto. 

« Volontari ». 

« Tutte le volte che vi troverete a fronte dei mer- 
cenari pontilÌL-Ì rieordatevi degli eroi di tSau Giuliano. 
Monteiotondo 2 novembre. 

G. Garibaldi. 



li:&_ 



368 

' La eera del 2 novembre eoa un ordine del giorno 
Veniva stahilito l'ordine di marcia per la via. di Tivoli. 
Si doveva partire da Moniorotondo nelle prime ore del 
mattino del S; invece, per non ai sa qiial contrattempo, 
s'iniziò la marcia verso le ore l'J. 

Si erano dal Generale oi-dinati corpi di esploratori, 
di avnnguai'dia e di fiancheggiatori. 

Le posizioni di Palombara, Sant'Angelo. Monticelli 
erano stnte occupate da tre battagUoni comandati dal 
-colonnello Pagg-i, si doveva quindi essere tntuqLiilii con- 
tro ogni sorpresa; ina non fu cosi. 

Appena oltrepassatji Mentana l'avangraardi-t veniva 
attiiccata dai soldati pontifici. 

Da un bosco clie si trova a destra della strada che 
da Mcntaiia vif a Tivoli, era incominciato il primo at- 
tacco contro un pìccolo reparto dei nostri esploratori 
che precedeva la colonna iu marcia. Menotti accorse 
con tre o quattro ufficiali del suo stato maggiore e il suo 
capo guida Augusto Lorenzini, per riconoscere il ne- 
mico, ma non si potè accertare che di una cosa, e cioè 
che il bosco era fortemente occupato — si sperò che 
fosse uiiJL ricognizione di non grande importanza e Me- 
notti ordinò a Stallo di aviinzurc col- suo battaglione, di 
occupare i punti più elevati a destra e a sinistra della 
Strada, spingendo le catene in avanzata per sloggiare il 
nemico. Sopraggiungevano a rinforzo di SbUlo i lacta- 
glioiii di Burlando^ di Mayef e del Cantoni guidati da 
Missori che si avventavano contro le forze papaline e ne 
sostenevano l'urto. Mentre Menotti era stato ol>b!igato ad 
allontanarsi per ordinare la ditesa del centro e della 
sinistra ed amraasa.ire forze per un attacco generale, tutto 
l'esercito papalino si avventava contro i notitt'i che no- 
noa-tante le perdite resistevano sempre. 

II bravo Cantoni comandante una colonna di Ro- 
magnoli, della quale faceva parte il tenente Fortis, con 
mii'abile sangue freddo e valore, assecondando gli sforzi 
eroici del Missori, dello Stallo, del Burlando, del Mayer, 




369 

del Tosi si avTenta. con una carica alla baiouetta conti-o- 
le masse antiboine che per un momento accennano » 
sbandarsi, ma rinforzato, sono sopra i nostri che non rie- 
scono a resìstere; 11 Cantoni e tanti altri caclooo mor- 
CrtUnente feriti, e i bravi garibaldini sonj costretti a ce- 
dere e ridursi sotto i pagliai per riordinarsi. 

,11 momento era grave, ma sopraggiunto (TaribAldi 
riunifice quanto più può dei nostri, con parole di fuoco 
lì scuote ed ecoita il loro entusiasmo e li invita ad un 
siniullnneo contrattacco che è spinto con irresistìbile 
bravura e sostenuto gag;liard3inenEe per quasi due ore. 
Ma verso le tre pom., sopraffatri da nuovi rinforzi, con- 
tra-stando jnlmo a palmo il terreno, i gtiribnldini sono 
t^ostl'etti ìl retrocedere fin sotto le case di Mentana. 

»*. 

In quel punto i tiri rapidi o ben aggiuytiiti dei 
nostri, appostati nelle case che avevano ocoupzito per 
ordine del generale, e quelli dei due cannoni che Ga- 
ribaldi stesso aveva fatto piazzare in eccellente posi- 
zione, arresUiuo la fopa del nemico. 

La presenza del generale Garibaldi accompagnato 
da Fabrizi, da Menotti, da Canaio, da Mario, da Guer-^ 
zoni e da altri, infonde nuovo ardire nei nostri; il ge- 
nerale ordina la carica alla baionetta — un ui'rà di 
gioia saluta il comando — e la Ciirica fu goneriile, spleU' 
dida pel risultato. Il nemico abbandona le posizioni, i 
nostri riacquistiino le loro e si procede all'assako di 
Villa Santucci, certi ormai della vittoria. 



•% 



>Ia vinti 1 papalini, altro nemico sconosciuto, fin al- 
lora rimasto invisibile, giungeva in quel puntn, fresco 
di rombattimento a rimpiazzare i vinti, venendo a ful- 
minare di fianco con fuoco di fila mai interrotto i trafe- 
Inli garibaldini. 



370 

GrAiidi masse nere si avfliizavaTio intente ad impa- 
dronirsi dei dossi delie colline di sinistra eoU'obìettivo 
evidente di tagliare ìa ritìmtJi su MontiTotondo. I bravi 
garibaldini sparavano le loro ultime c-artucce; An era 
ftioco sprecato, perché i loro proietti non arrivavano nep- 
pure alla metà della lunga linea percorsji dal nuovo 
nemico. 

La resisfcenz-a era ormai impossibile — e Garibaldi 
visto il pericolo di rimanere in breve avviluppato, ordi- 
nava la ritirata su Monterotondo, che fu esej^uiui con 
ordine esangue freddo sotto il continuo grandinare delle 
palle dei soldati dell'imperatore dei francesi — ■ venuti in 
Italia, anche una volta, per la salvezza del trono pa- 
pale, e per fare la prova del loro chassepot sui petti 
dei vctlontari garibaldini, che erano ridotti nell'iiupos- 
sibilità di dìfeDdersi, 



Giunto a Monterotondo Oaribaldi pensù dì or^'a- 
oizzarc la difesa assernigliandone l'entrala. Ma manca- 
vano del tutto le munizioni avendo i garibaldini consu- 
mata &n l'ultima cartuccia; quale difesa era possibile ? 

I prodi diffìnàori del governo teocratico portarono 
a Roma, ti'ofeo di vittoria, i due cannoni dì Montero- 
tondo, no>i nostri 7na de/ Papa: e fu una mistiflcazione ! 

Port:iirono è vero dei pri^onieri — ma anche questi 
con frode perche ^-iolarono / _/?fl//i della capitolazione 
segnata col comandante del Castello, i quali sancivano 
che tutti i garibaldini che si trovavano nel Castello e 
nelle case di Mentana dovevano essere compresi nella 
capitolazione e lasciati liberi di ritornare alle loio case. 



Per dare un'idea di come si svolse una parte del- 
l'azione, ecco il rapporto del colonuollo Elia al ,L,'enernle 
Faìjrizi : 




liapporto del Comandante la G" Colonna 

ul cupo di Stato Maggiore del Comando Genera/e 

Generale Kicola Fabrìzi. 

Ancona, li 12 novembre 1867. 

Generale, 

« Rispondo air Invito diretto dalla S- V. a tutti i 
■comandanti di Colonne che si trovarono presenti ul 
combattimento di Mentana, inviandole questo rapporto 
sulla parte avuta nel combattimento suddetto, dalla 
■G" coiouna dji me comandata. 

« Alle ore 12 del 3 corrente mossi da Monteiotondo 
lilla testa della Colonna seguendo l'ordine di mareia 
prescrittami dal Comitndo Generale con ordine del giorno 
della sera precedente. 

<( Le mie forze, molto diradate dopo il ritorno a Mon- 
terotondo. si componevano del 18" Battaglione, ridotto 
a 195 uomini, comandato dal maggiore Perlach Pietro, 
del 19" comandato dal maggiore Cesare Gliedini forte di 
1Ì0O uomini, del ao" battaglione comandiitù da Celare 
Bernieri forte di 'òiO uomini, rimasto quest'ultimo a 
Moutcrotondo agli ordini dol Coma^ndaiite di quella piazza 
■colonnello Carbonelli. 

« Giunto al paese di Mentana verso la 1 p. ni. do- 
vetti fare allo essendomi impediti la mavwa dui volon- 
(i(U'i della 3* colonna, comandata djil colonnello Valzania 
che mi precedeva, i quali con un'ordinata contromarcia 
a sinistra passando avanti il mio ironie si portiivauo a 
prendere posizione sulle- colline a sinistra del pa^se. Da 
qualche ferito, che si vide passare, avemmo conoscenza 
■che C-i trovavamo in faccia al nemico e che ai posti 
avanzati fransi incominciate le fucilate. In quel punto 
mi venne ordine d-il generale Garibaldi, trasmessomi 
■dal suo aiutan:,e c^ipitano CoccapieUer, di fure oc- 
■cupare da parte dei miei le case a sinistra di Meu- 



372 

tóna. Trasuiiài l'ordine ai maggiori Perlach e Ghedini, 
ed i nostri vi penetrarono risoluti secondo 1' ordine 
elle loro diedi a respingere Dt;ni «ttac-co del nemico. Vi- 
sta eseguita tale operazione mi poriai presso Garibaldi 
per mettermi a sua tlitìpoBÌzioiie. E,^IÌ uovavasi a metà 
del paese circondato dai vecchi eompiigni e dai suoi aiu- 
tanti, dando ordini pel eorabatttoiento. Vedutomi, mi 
cìaTa incarico di raccogliere quanti avessi potuto dei 
nostri e di spingermi con ossi al di \k delle case, che 
tbrmaiio il lato sinistro del paese. Ordinai a quanti noti 
erano nelle case, di seguirmi in avanzata verso la parte 
più presa di mira dal nemico. Avevo con me i maggiori 
Periacb e Ghedini, l'aiutante maggiore Tironi, l'aiutauie 
in seconda Barattini Filippo, l'ufficiale d'ordinanza Fala- 
Bchini Pietro, il capitano Berti Antonio, il tenente Au- 
gusto Marinelli, il mio capo di stato maggioro capitano 
Boldrini, il capitano Canini di'i MUle, il tenente Occhia- 
lini ed i sottufficiali Longhi, Zagaglia^ Berecta, Melap- 
pioni, Berti, Pezzali, Leone Bucciarellì, .Saliara, Beducci, 
Mariotti. Marinelli Lui^i, Ferraioli ed i caporali Luigi 
Padiglioni. Cesare Burattini e 1' aiutanto del 18' batSar 
gliene sottotenente Luigi Carnevali. Si erano pure uniti 
a ,me i capitani Grassi e Ballanti ed altri volonCitri 
comandati da Salomone (.') e da Frigesy. 
Ordinai a questi valorosi di spiegarsi in catena e rasen- 
tando le siepi, flaiicheggianti la strada che taglia quei 
campi e conduce iilla villa Santucci, di spingersi avanti 
nell'intento di sloggiare il nemico dalla villa da easo oc- 
cupata. Igaribaldioi rispondevano da bravi al fuoco ne- 
mico e gli urtìciali ne li incoraggiavano. 



1") Il 3' hai lagi ione della colonna Salomone camaniiitT ria! mag- 
giore Ravelli jii-p^e ^t.tvnua parte al eombttUiirienlo a fimrn tliei iriiw: rlcj 
battaglione liit-evano parte ai-coni anwnitìMji fra i quali il furicr-^ AH«!- 
braniio Campii^ncili i.'he a Moo te libr triti si ronduiìse con Iftfilo valere ila 
vpniry pi-opo-ilci per In ]ironimionp .id uH'ciiile. A Mi ntima i! Cunfii^iiulì 
i;ìinhfiit=nrfo ft corfo n «-"rpo, vnns fnril^ di fToIjm tli baioTiflUa e fetto 
prigi aKtu dai Irancrsi. 



ftTS 

« Eravamo fulminati iill'iirtiglieria e dal f'aoco vivis- 
simo delle carabine; più di un volontario era caduto 
al mio fianco e primi fra tutri il naio Jiiutante Tironi, e 
il capitano Antonio Berti che bravamente rimasero al 
loro posto. La faccenda si taceva sempre più seria; man- 
dai l'aiutante in seconda Barattini, con ordine di riunire 
quanti dei rosti'i avesse potuto e me li portasse al 
l'uoco, ma ritornò solo. Si era da ogni parte impegnati 
e non conveniva fare scendere i garibaldini vhe occu- 
pavano Le case; privi di rinforzi ed incaìzati da^fli Zuavi 
ponEìfiei fin sotto le case di Mentana, volli tenwre iin 
colpo ; riuniti intorno a me quanti più ne potei, di uf- 
flciali e soldati, oi-dinai una carica alla baionetta. Coa- 
diuvati dai nostri, che dalle case tiravano addosso iiyii 
assalitori e dal tiro dei cannoni che il Generale aveva 
fatto piazzare in buon posto, i miei, incoraggiati dagli 
ufficiali che marciavano in testa primi ad esporsi, si 
slanciarono contro i papalini e sotto gli occhi di Gari- 
baldi, giunto allora sul posto, di Fabnzi, dì Menotti, di 
Ricciocti» di Canzio, di Mario e di altri bravi, mettono 
in fuga gli assalitori incalzandoli colla punta della ba- 
ionetta. Fu un attacco hril lauti ssimo, e cosi ben riuscito 
che si credette per un momento alla vittoria. 

« Ciò avveniva verso le 4 pom. ; ma passato poco 
tempo ci vedemmo più fortemente assaliti in altro punto. 

■ Il nemico cambiata direzione all'intacco spin- 
geva forti colonne sulle alture di siaiatra, difese da Val- 
znnia, allo scopo dì tagliarci la ritirata su Monterotondo, 

« La natura dei tiri, la regolaritìi e rapidità dei me- 
desimi, il fischio delle palle, tutto aveva cambiato. Xon 
erano pilli le truppe papaline che si battevano contro i 
pochi ed estenuati garibaldini, privi ormai di munizioni; 
stavano dì fronte ad essi i primi soldati del mondo che 
facevano le prime prove dei loro Chiissepot sui petti dL'i 
pati'iotì italiani. 

« La colonna Vjdzania stette salda finché ebbe 
cartuceie da sparare contro il forraidabhe assalto; ina 
poi, sopraffatta da forze imponenti e ridottiisi senza mu- 
25 




374 

nizioni, dovecte ripi0g:are. Abbandonate le elture di si- 
nistra, s'imponeva a noi pure di peiifiare ni casi nostri. 
Avutone il LiQusenso dnl Generale FaUrìzi cJie mi stava 
vicino, chiamai a ritccolcii e feci battere la ritirata. 

« Non furono però in tempo di ritirarsi i molti, ohe 
trovaviinbi, per ordine avuto dal Generale, ad occupare 
le case ed il Castello di Mentana, i quali furono £attl 
prigionieri con evidente violaziono dt-i patti della Capi- 
tBlazione. Armata da un ufficiale superiore francese e dal 
comandiLiiiL' U foruu gciribaldiuo rinchiuso nel Castello, 
e condotti come tali a Roma. Fra questi si trovarono 
molti del 18" e 19" battaglione appeuteneuti alla mia 
colouua. 

« H 20" battaglione, pure facente parte della mia 
6' colonna, rininato a Monterotondo, fece anch'esso il 
suo dovere. Il bravo capitano Litt/i, che lo comandava 
in aissenza del maggiore Bernieri, visto che a Mentana 
erasi impegnata con calore l'azione, allo scopo di garan- 
tire ai nostri In ridratti in caso di roveseio, portò la mag- 
gior parte d«lle sue forze ad occupare i! convento dei 
Cappuccini situato in buona posizione elevata sullastrada 
che va a Mentana, da dove potè arrestare la foga dei 
iiranceBÌ, che si avanzavano ini^egueudo 1 nostri. Giovò 
non poco l'azione risoluta del capitano Raffaello Giova- 
gnoli, che si trovava al Romitorio, da dove respingeva 
i ripetuti attacchi del nemico. Egli volle tentare un ul- 
tima conti'ocariea alla testa dì un cen linaio di valorosi, 
che fecero prodigi. Molti di quei bravi caddero attorno 
al Giovagiioli colpiti dalle palle dei Chassepot dell'im- 
peratore di Francia ; ira (juelli che i>ìli si distmsero per 
valore, priraejrgiò il sottotenente Luigi Coralizzi, che ri- 
portiiva grave ferita alla testa da farlo ritenere per 
morto, e il quindicenns Carlo KafFaeli. 

(f Tutti fecero il proprio dovere. Gli ufficiali molto 
si diaiinsero per ardire e sangue freddo nel condurre i 
Tolontiiri al combattimento. 

Il comandante la 6" l'olonr.a 
Col. ^1. Elh. 



S?5 
Dopo il sanguinoso combattimenlo e la ritirato, il 
generale fu per lungo tempo deciso à continuare la resi- 
stenza in Moiiterotondo. Non voleva sentire parlare di 
ritirata. Agli amici che gliela consigliavano egli rispon- 
deva « La nostra bandiera é Soma a Morte. Kon siamo 
andati a Roma dobbiamo morire qui ! » Ma i comandanti 
di colonna, credettero loro dovere d'insistere nell'inte- 
resse delki patria, e vollero che l'Elia assumesse Tin- 
cnrico del tentativo ad essi fallito. 

Ma l'Elia, consapevole degli inutili sforzi fatti 
dai compagni, rifiutò in sulle primo di fare altro teii- 
■ tatÌFO ma poi dovette an-enderei alle insistenze repli- 
cate, e fu con non poca fatica che potè riuscire a per- 
suadere il generale, che la vita sua e quella dei suoi do- 
veva essere conservata all'Italia. Il generale finalmente 
scosso domandò se Fabrizi, Menotti e Riuciotti erano 
rientrati, ed avendo Elia risposto affcrm attivamente, gli 
diede l' incarico di ordinare la ritìiata su Passo -Corese. La 
■ritirata fu eseguita senz'essere punto molestata e si passò 
lanette sul territorio ancora tenuto dal papa per virtù 
dell'intervento dei soldati dell'imperatore di Francia. 



Quando al mattino il generale entrava nel territorio 
italiano, il primo che gli si presentò fu il colonnello 
Cara va, già suo ufSciale, allora comandante del 4" gra 
natieri di guardia al confine, il quale dm^ante la cam- 
pagna si era fraternamente interessato, in tutti i modi 
po&slbiH, permessigli dalla dist^ìplina, de' uosni sbandati 
e dei nostri feriti. Garibaldi gli porse la mano e gli disse : 

« Colonnello, siamo stati battuti, ma potete assicurare 
i nostri fratelli dell'esercito che l'onore delle ai'mi ilji- 
liane è salvo ». 

Eloquente epigrafe di quella camp;igna, <vhe, nel 
1899 ebbe il battesimo della patria riconoscenza al- 
lorché per volontà del parlamento fu rieouoaciuta cam- 
pagna naziojìah. 



375 

Dippoi sì fece la consegna delle armi da parte dei sol- 
dati volontari alle truppe italiane. 



Quando i compari presero oorgedo dal gener^e 
che saliva sul treno per Fiieiize, tutti pmno commossi; 
Elia gU disse: — « Xon tarderà altra occasione — ri- 
cordatevi dime generale! ». Ed Egli tenendogli la mano 
fra le sue, rispondevn: — < Mi ricorderò di voi, come 
della mìa sciabola ». 

Mentana può considerarsi come uno dì quei casi fe- 
talt che affrettano 1 destini di una Nazione ; come un 
olocausto inevitabile, necessario 1 Questo glorioso com- 
battimento, anche uua volta dimostrò che gì' tulliani si 
battono: 4000 garibaldini, male armati, quasi senza mu- 
nizioni, tennero gaglliardamente testa a 6000 papalini 
ed a 5000 francesi, consideniti. giustanientp, i primi soldati 
del mondo, jirmnii dì Chassepot, tenendoli a rispettosa 
(iistanza per mezza giornata e facendo pagar cara la 
loro vittoria, 



CAPITOLO XXVI. 

Nozia di S. A. R. il Principe Umberlo I. 
con S, A- R. la Principessa Margherita di Savo 



iia. 



Il 21 Aprile del 186S fu giorno dì lieto avveni- 
mento per l'Italia e per la casa di Savoia. — Xel 
Reale palazzo di Torino ebbe luogo la solenne cerimo- 
nia della scritt-1 nuziale del Principe Reale Umberto 
tìglio ereditario di S. M. il Re Victorio Emiinuele II e di 
S. A. R, la Principessa Maria Margherita di Savoia figlia 
del principe Ferdinando duca di Genova e della prin- 
cipessa Elisabetta di Sassonia. 

Facevano corona a S. M. il Re ì Principi Ri R. i 
Cavalieri dell'Ordine Supremo dell'Annunziata, i Mini- 




stri Segretari di Stato, le Depute^zioiiì del Senato e della 
Camera dei Deputati, 1 rappresentanti del Comune, le 
dame d'Onore, i grandi dignitari di Corte e le princi- 
pali Autorità Oi.vili e Militari. 

Testimoni al nuzial contratto erano S. A. R. il Prin- 
cipe di Carignano, S. E. il Marchese Alfieri di Sostegno. 

AssisCevano alla firma il Re Vittorio Emanuele e 
la Regina di' Portogallo, i Principi della Casa di Fran- 
cia e il Principe ereditario di Prussia. 

Il giorno 'Ài, nella Città clie li vide nascere si 
compiva r unione dei due Principi chiamati a reggere 
le sorti d'Italia. 

Alle ore 10 fu 'celebrato il uiati-imonio civile — 
Compiuto il rito civile, fu celebrata la Messa da Monsi- 
gnore l'Arcivescovo di Torino che a!4sistit;o da altre au- 
toritii ecclesiastiche impartiva ai Reali Sposi la benedi- 
zione Nuziale. • 

Dttrantc la funzione le bande dei reggimenti di pre- 
sìdio e della Guardia Nivzionale eseguivano sulla piazza 
Reale una grande serenata. Il popolo il cui concorso era 
immenso, featante dimostrava la sua gioia per l'auspicato 
evento, con incessanti, unanimi, ovazioni, acclamando 
con frenetici evviva agili Sposi RR. che più e più volte 
si presentavano alla flnescra del Reale Palazzo per rin- 
graziare e isalutare. 

Alle 5 pom. le LL. Maestà, i Principi della Reale 
Famiglia e i Principi Esteri, intervennero alle corse che 
si tennero con immenso concorso di popolo festante in 
Piazza d'Armi. 

Tanto nell'andata che nel ritorno — come all'ar- 
rivo in piazza d'Armi e nella partenza — gli Augusti 
Sposi — ebbero dall' immensa folla di popolo accalcato, 
unanimi, frenetiche acclamazioni — e grida di « Ev- 
viva! » Interminabili, La città tutta offriva, un'aspetto 
animatissimo di festa generale. 



380 



Quanti f^entono amore per la liberty della patria 
conquistata con tanti sacrirtzi concordi salutano questo 
giorno felice per la Dinastia Sabauda sotto i cui auspici 
sì è fatta l'Unità — giorno felice anche per la Nazione 
— facendo YOti per Ha prosperità de^li sposi e perchè 
t^plendaiio nella Reggia — allietata dalla ^e^senza della 
Principessa Marglic-rita, le cui divine sembianze già sono 
acolpite nel cuore d'ogni italiano — quelle sante virtù 
dotnestiche che sono di nobile esempio ai popoli — e per- 
chè vongA eoi giovine Principe congiunto al vaiore di 
Cui ha dato prova — quel senno forte e previdente ne- 
ceasario per compiere Topera di rigeuerazioue nazionale 
così felicemente avviata dal Grande Suo Genitore. 



CAPITOLO xxvn. 

Il 1870 ~ Digione — Entrata in Roma. 



Sul principio del 1870, scoppiavano una dietro l'altra, 
le uotizie deiranno terribile; l'antico duello tra Francia 
e Gernaania ripreso : il primo esercito francese distrutto 
aWorth e a GravelotCe; ìl secondo annientato a Sedan; 
l'imperatore stesso fatto prigioniero ; l'impero caduto e 
in Frauda la repubblica proclamata ; g-li eserciti di Ger- 
mania socco le mura di Parigi. 

La Francia, troppo grande per darsi vinta, faceva 
sforzi eroici per rialzarsi. 

Mentre il governo italiano spinto dall'unanime vo- 
tontii del partito liberale ai apprestava alla conquista 
di Koma^ Gai'ibaldi otìriva la sua spada alla repubblica 
francese. 

Ma al governo della difesa nazionale non giunse 
gradita l'offerta, e l'avrebbe respinta, se il generale Bor- 
done, amico di Garibaldi, non sì fosse assunto rincarico 



381 

e la respoQsabilità dì scrivergli che sarebbe stato ac- 
colto a braccia aperte dal popolo tVancese. 



Saputo che il generale voleva andare iu Francia. 
Elia, che oou molti altri era pronto ad accompag^narlo, gli 
scriveva che esso e i compagni aspettavano una sua chia- 
mata, desiderosi di seguirlo; contetuporanearaente scri- 
veva airaraico Catizio, che cosi rispondevagli: 



Genova, 28 settembre 1870. 
Mìo carissimo Elia, 

« Il generale è prigioniero a Caprera — Menotti a 
Catanzaro — e in Francia non ci vogliono. 

« Codesti novelli Bruti, che cg;gi reggono la cosa 
publdica in Francia, vogliono diplomatìzzare e non pen- 
sano a prepariirsi a lotta suprema, che abbia per obbiet- 
tivo^ la cacciata dell'invasione straniera. 

« M'ingannerò, ma essi non servono, come dovreb- 
bero, la Francia e la cau^a repubblicana. 

« Alla generosa e patriottica offerta del generale 
non risposero ancora; allo slancio dei volontari con- 
trappongono ordini rigorosissimi ai consoli e ai confini 
donde siamo rimandali. 

« Per ora io ti constf^lio a non muoverti. 

« Saluta gli amici. 



« Aff.mo tuo 
*. S- C'ami o ». 



E cosi Elia e gli amici suoi, che sarebbero andati 
■col generale non si mossero. 

Coloro che seguirono Garibaldi e vollero dare la loro 
vita per la Francia tennero alto anche una volta il va- 
lore italiano fugando a Digione le schiere degli inva- 
sori, vendicando in modo altamente generoso il fratri- 



388 

cidio della repubblica Romana e la. gloriosa disfatta di 
Mentana causata dall'intervento delle truppe francesi 
voluto dal governo imperiale. 



Nobile sangue italiano fu vei'snto sul suolo francese, 
ed è titolo di gloria il rammentare, che l'unico iiofeo 
che si conserva in Francia di quella guerra disastrosa, 
è fa bandiera del 61° reggimento Prtussìano sti'appala sotto 
un grandinare di palle dai garibaldini, comandati daKic- 
ciotU Garibaldi. 



Ecco quello che Garibaldi dire nel suo libro : < Me- 
morie Autobiografiche » della Campagna dì Frauda. 

« 11 governo della difesa nazionale, composto di tre 
onesti individui meritevoli della fiducia del paese, mi 
accolse perchè imposto dagli avvenimenti, ma con fred- 
dezza: coli' intenzione manifesta di voleisi servire del mio 
povero nome — ma non altro; privandomi dei mezzi 
necessari a che la cooperazione mìa potesse riuscire utile. 

« Gambetta, Cremieus, Glaìn-Dizoin individualmeute 
furono con me gemili; ma il primo, più di tutti, da cui 
avrei dovuto aspettarmi un concorso energico, mi lasciò 
in abbandono durante un tempo prezioso. 

< Nei primi di settembre 1870 fu proclamato il go- 
verao provvisorio in Francia, ed io il 6 di quel mese 
offrii i miei servizi a quel governo ; e quel governo stette 
un mese senza rispondermi; tempo prezio^ìo in cui si 
sarebbe potuto far molto, e che fu iutierameiite perduto. 

« Solo ai primi di ottobre seppi che sarei stato accolto 
in Francia, ed il generale Bordone, a cui solo si deve 
la mia accettazione, venne a cercarmi in Caprera col 
piroscafo la Vill& da Paria, capitano Condray, sul quale 
giunsi a Marsiglia il 1 ottobre. 





«Esquiros, prefetto dell'illustre citti'i e la popola- 
zione entusiasraata mi accolsero festosamente; un tele- 
gramma del governo di Tours mi chiamava immedia- 
tamente presso di se. 

«A Tours perdetti vari giorni per l'indefisione del 
governo, e mi trovai sul punto di dovermene tornare a 
Caprera, perchè compresi che ero poco gradito; l'in- 
carico che si voleva darmi, quello di organizzEire alcune 
centinaia di volontari italiani che si trovavano a Chambery 
ed a Marsiglia, lo dimostrava. 

« Dopo vai'ie controversie coi signori del governo, 
mi recEii a D&ltj per raccogliervi quegli elementi d'og-ni 
nazionalità, che dovevano servire di nucleo al futuro 
esercito dei Vosges. 

< I Prussiani marciavano su Parigi dopo Sédan, e 
naturalmente sui. loro fianco sinistro, ove s'addensavano 
le nuove reclute della Francia, essi dovevano fouere dei 
fiancheggiatori ; infatti questi più volte comparvero sino 
nei dintorni di Dòle, ove tetievo pochi uomini in via 
d'organizzazione, poco equipaggiati, e, quel che è peggio, 
per mollo tempo male armati ; il nostro contt^gno, co- 
munque, fu energico, .prendendo posizione « Mont Rol- 
land prima, e poi nella Foret de la Serre, dimodoché 
Dòle rimase inviolata per tutto il tempo cho noi vi 
soggiornammo. 

« Da DóIe ebbi ordine in novembre di portarmi 
colla mia gente nel Morvan, minacciato dal nemico, 
assieme all' importante stabilimento metallurgico del Cre- 
uxot. 

o Io scelsi Autuii per porvi il mio quai-tier gene- 
rale; l'arrivo degli Italiani di Tanara e di Kavelli, di 
alcuni Spugnoli, Greci, Polacchi, e di alcuni battaglioni 
di mobili cominciò a rialzare l'effettivo del nostro pic- 
colo esercito, anche perchè avemmo alcuni pezzi da 
montagna, due batterie di carapagna e alcune guide a 
cavallo: la maggior parte d'italiani. 

« Si organizzarono tre brigate ; la prima comandata 



J 



384 

dal generale Bossack ; la seconda dal colonnello Delpeck 
elle poi passò sotto gli ordini del coloiinn'llo Lobbia, e 
la terza comandata da Menotti; la qiiami brigata sotto 
il comando di Ricciotti, si componeva da princìpio di sole 
-compagnie di franchi tiratori, operanti in colonne vo- 
lanti, e SLiir ultimo della campagna venne accresciuta 
con alcuni liattaglioni dì mobilizzati. Capo di Stato Mag- 
giore dell' Esercito fu il generale Bordone, che in oc- 
casione di mia infermità supplì me stesso in ogni circo- 
stanza ; Capo del mio qiiartier generale fu il colonnello 
Canzio, sinché prese il comando della quinta brigata alla 
quale aggiunsi la prima, dopo In morte del generale Bos- 
Back; eouiandante dell'artiglierìa fu il colonnello Olivier. 

« I due nostri squadroni di guide furono comandati 
-dal Forlattì ; il dottore Timoteo Riholi fu capo dell'Am- 
bulanza ; comandante di piazza presso il quartier gene- 
rale il tenente colonnello Demag ; capo del genio il colon- 
nello tìaublair. 

« Con tale organizzazione movemmo vei-so la metà 
di novembre per Arnny-le-Duc e la Valle dell' Ouche che 
scende a Dijon, ove si trovava l'esercito prussiano di 
Werder che mìnatciava la vallata de! Rodano, e che 
teneva i suoi avamposti verso Dòle, Nuits, Souhemon, 
taglieggiando con delle scorrerie tutti i paesi circon- 
vicini. 

« n sedicente esercito dei Vosges, forte di circa 
ottomila iLomini, marciava dunque contro 1' esercito vit- 
torioso di ÌVerder di oltre ventimila uomini con molta 
artiglieria e cavalleria. 

« I nostri tiratori impegnarono subito varie scara- 
muccia di non grande rilievo, eccettuata Ut brillante 
impresa di REcciotti su Chatillon sur Scine, e quella 
d'Ordinarie. Nella prima, i franchi tiratori della quarta 
brigata eseguirono una maguiflca sorpresa, la quale é 
narrata nell' ordine del giorno seguente : 



38f> 



ORDINE DEL GIORNO 



« Ifranclii tiratori dei Vosges, i cacciatori cieli' Is6re, 
i cacciatori delle Alpi (Savoiardi), il bjittfiglione del 
Doubs, ed i CiiocìfiCon dell' Havre che sotto la direzione 
di Ricfiotti Gtii'ibaldi lian presa parte all'affare di Chfltil- 
loD, h;miio ben nieritftto della Repubblica. 

« In numero di qu-ittrocento essi assalirono circa 
mille uomini, li sconfissero, fecero loro ceatose^san basette 
prigionieri, fm cui tredici ufRcìali, presero otfantadue 
cavalli sellati, quattro vetture d'armi e munizioni e il 
carro della posta. I nostri ebbero sei morti e dodici fe- 
riti, assai più i nemici. Haccomando i prigionieri alla 
generoHità francese. 

« Arnay-le-Duc, 21 novembre 1870. 

G, Ga-ì'ibaìd't ■». 

« Eravamo alla metA di novembre e nulla si era 
Ancora da noi operato d'importante; qualche cosa con- 
veniva fere. 

t Misurar&i in un attacco di giorno contro l'eaet' 
cito di ■V^''erder che occupava Dijon, sarebbe statai una 
stoltezza, si poteva fare un tentativo di notte. i)i notte 
la diversità delle armi spariva, giacché anche in Fran- 
cia c'eran toccati i soliti ferracci; oltre che, io avevo 
per niasaima che non si deve sparare in un attacco di 
notte, massime da militi nuovi. 



i La mattina del 36 novembre, essendo io montato 
a cavallo a Limteuay per riconoscere quell'altipiano, mi 
trovavo con lo ^ttUo Maggiore su quelle alture, quando 
una colonna di più migliaia di prussiani con le tre tirmi, 
uscita da Dijoii, avanzavasi per la strada maestra verso 
di noi. 



4$6 

«. Ordinai a tutte le forze che si trovavano nel vU- 
la^'^io di Ljiiitenay di salire suH'altipiaiio, e le collocni 
di mano in mano che arrivavano nei loro posti dì bat- 
taglia, a destra e sinistra della sirada per eiiì giunge- 
vano, lasciando sulla stessa stradii alcimi battaglioni in 
colonna come riserva, e por unjL carica dt-eisiva, iu caso 
che il aeiuìco sì spingesse sino alte nostre linee. La 
maggior parte della terza brigata, che formava il nerbo 
delle nostre forze, occupava la sinistra schierata sull'orlo 
del bosco, con le sue linee dì tiratori in fronte sul ci- 
glione della collina che dominava il bosco stesso. Le ri- 
serve nella strsida appartenevano esee pure alla terza 
brigata. 

I carabinieri genovesi erano collocaci all' estrema 
siniatra, e la nostra artiglierìa composta di una batteria 
di camparla da 4 rigata e di due batterie da montagna, 
ai era collocata alla sinistra dei genovesi in posizione do- 
minante tutte le altre. 

« Sulla nostra destra eranvi i franchi tiratori di 
Lhost che furono poi rinforzati ihi quelli di Ricciotti. La 
poca cavallenii s'era collocata in fronte del centro nostro 
in una depressione del terreno. Si aveva sotto mano 
una forza di cinque mila uomini in tutto. 

* Nel combattimento di Lantemiy, 2li novembre 1870^ 
non prese parte né la prima né la secouda brigata. La 
prima, perchè nel giorno anteriore, verso Fleury in con- 
seguenza di quel combattimento, erasi ritirata su Pont 
de Pany. La seconda era in marcia ed arrivò il 27 a 
Lantenay. 

a II reggimento Ravelli della terza brigata, composto 
d'italiani, era pure assente, trovandosi verso l'ituche. 

« Occupato Paque dal nemico, lo feci avanzare due 
pezzi della nostra artiglieria sostenuti da alcune linee 
di tiratori, che cacciarono con pochi tii'i il nemico dal 
villaggio. 

« Mentre ciò succedev;i. 1 Prussiani avevano fatto 
gran mostra delle loro forze schierandole sulle dominanti 



ssn 

alture di Frenola. Mentre il loro battaglione si ritirava 
con precipitazione da Paques, appena sotjtenuti da alcuni 
pe^zj, non fecero avanzare la superba linea che stava 
in riserva — « Dunque essi non sono in gran forza! * 
ecco il ragionamento che io mi feci subito — « Non 
vengono? ebbene andiamo noi a trorarli ». — Mi decisi 
quindi di atCaccarli, e marciammo risolutamente contn» 
il nemico, colla stessa ordinanza di battaglia con cui lo 
avevamo aspettato nelle posizioni nostre- 

€ I nostri franchi tiratori di destra caricai'ono la 
sinistra nemica bravamente, minacciando di avvolgerla. 
La terza brigata avanzava in ordine perfetto, colle sue 
linee dì bertì;tglieri al fronte, seguita da colonne di bat- 
taglioni cosi serrate da destare invidia ai soldati i pii!i 
a^uerriti. 

« Le artiglierie nemiche collocate sulle alture di 
Prenois, fulminavano le nosti'e linee, come sanno fare 
gli artiglieri prussiani; eppure non sì scorgeva 'nei centri 
la miuinia esitazione ; nessuna ondulazione nelle linee, 
ammirabile il loro contegno; Tcnergiii, !a fermezza e la 
fredda bravura delle truppe repubblicane, hcossero l'im- 
passibile intrepidezza dei vincitori di Sédan ; e quando 
essi videro che non si temevano le loro granate, ma si 
avanzava coraggiosamente e celeremente alla carica, 
cominciarono la loro ritirata su Dìjon. Due sole nostre 
compagnie ohe avevano fiancheggiato il villaggio sulla 
destra in sostegno della nostra cavalleria, caricarono 
insieme un battaglioue di riseTva prussiana, che con 
<ìue pezzi d'artiglieria era rimasto indietro, per proteg- 
gere la ritirata, cagionandogli forti perdjr,e. tìi distinsero 
in quella carica il colonnello Canzio ed il comandante 
Boudet, che entrambi ebbero morti i cavalli. 

« Lo spirito dei miei militi era stupendo; eravamo 
stati si felici nella giornatiV che io presi la risoluzione di 
-tentare un colpo disperato, che riuscendo avrebbe potuto 
rialzare le sorti della sventurata repubblica efoi&c ob- 
-bligare il nemico ad abbandonare Ffitìsedìo di Parigi, ve- 




zèè 

dejidosi miiiacciato sulle principali sue linee rii fomUTi' 
fazione. Ma quali mezzi aveva posti ih min mano il go- 
verno dell.-t difesa'? Io rabbrividisco pensandovi! Era 
troppo presumere, sperando nella vittoria! Però in una 
notte piovosi della fine di novenubro pensai di fare un ten- 
tativo; eonfldaTido che, in caso ^i non riuscita avreiomo 
avuto tempo sufficiente per ritirarci, decisi l'attaceo, I*a 
iniisf>ettftta aggresHìone produsse m Dijon una quEilclie 
contusione; ma. sia detto ad onore della Gennania, i nu- 
merosi corpi ivi stanziati, scagtionuronsi prontamente 
nelle forti posizioni di Talaiit, Fontaiue, Hauteviile, Dais 
e ci ricevetcero con una grandine tzile di fucilate, come 
uon vidi mai l'eguale. 

« I miei giovani militi tennero testa e con bravura; 
i posti esterni dei prussiani furono assaliti uno dopo 
l'altro, conquistati e distrutti malgrado una Aera dilesji. 

« La mattina i nostri cadaveri si Crovavano am- 
raonticdùati sui cadaveri dei nemici, la maggior parte 
di questi forali da bajoneltc, giacché Tordiue era dì 'loa 
sparai'e. 

* Giunti sotto Talant, il fuoco nemico era troppo 
formidabile per poterlo superare, e si dovette ripiegare 
a destra ed a sinistra della strada maestra^ per scansare 
i tiri diretti che la solcavano orribiJraente e facevano 
strage. 

« Il nostro assalto alle posizioni di Dijon cominciò 
verso le sette pomeridiane ; era molto buio e tempo 
piovoso. Sino alle 10 ebbi molta fiducia di riuscire; ma 
sorsa quell'ora i capi della mia avanguardia mi fecero 
sapere esaere inutile persistere neU'.issdlto, essendo spa- 
ventosa la resistenza del nemico ed impossibile fare 
avanzare In nostra gènte. Con relutwnxa mi dovetti con- 
formare alle asserzioni dei miei fidi e ordinare la ritirata 
che per ess^ere di notte potè effettuarsi senxa perdite. Il 
nemioo non si mosse dalle sue posizioni e noi non fumm* 
disturbati. 

« Luog'O di concentramento di tutti i corpi in ri- 
tirata del sedicente esercito dei Vosg-es fu Autiiii. 








* Il 1" decembre il nemico imbaldanzito dalla nostra 
ritirati, veurie di- sorpresa ad attaccarci ad Autini. Col- 
locate le loro arliglierie sulle alture di Saint Martin co- 
ÌQÌnciarono a fulrainai'ci — Era verso il mezzogiorno. 

« Feci collocare 1 nostri dicìotco pezzi in posizione 
dominante quella nemica, e questi serviti con ardore e 
bravura dai nostri giovani artiglieri, tempestarono di 
projetti l'avversario o lo obbligarono dopo più ore di 
combatti mento, a portai'e indietro i propri pezzi. 

« Alcune compagnie di franco tiratori ed alcuni bat- 
taglioni di mobili lanciati sul fianco sinistro dei Prus- 
siani, completarono la giornata, ed il nemico fu obbligato 
a ritirarsi. 

« Ad Autun servimmo di cortina e protezione ai due 
movimenti di fianco clie si operarono dix Cbagny a Or- 
leans dal generale Crousat^ e dal grande esercico della 
Loira, comandato dal generale Bourbaky verso l'est. In 
conseguenza del movimento del generale Bourbaky, i 
prussiani abbandonarono Dljon, e noi l'occupammo con 
tutte le nostre forze ». 

Prima di abbandonare Autun il generale consegnava 
a suo figlio Ricciottì il seguente; 



ORDINE DEL GIORXO 

1 * Partendo da Autun devi pigliare la direzione di 
Sémur e di Montbard per turbare le comunicazioni del 
nemico, il quale occupa Troyes e Auxerre. 

« Potendo arrivare a Montbard, Chatìllon, Chaiir- 
mont, Xeufcliateau, sulla gran linea delle comunicazioni 
dell'inimico, la «luale va da Strasburgo a Parigi, l'ope- 
razione divenwrii molto pili ardua e pii'i importante. 

K All'uopo di compiere con successo tale missione ci 
vogliono militi //'/ hw, cioè uomini forti ed agili; quanti 
noi fossero debbono rimanere ad Autun nei depositi, ove 
29 



serviiflnuo dì u&ccìolo per l'istruzione doÌ nuovi franchi 
tirziiori. 

« Sorpiissati gli Hvaiuposti del nos-tro esercito verso 
il nord, i tuoi movimenti hanno sempre ad effettuarsi 
di notte. 

€ Che l'aurora ti trori sempre imboscato preferìbil- 
mente nei lembi dei boschi, sempre pronto a sorprendere 
gli esploratori nemid, i loro corrieri, o le loro vetto- 
vsglie. e sempre a portata dei boschi e delle mouta,yne» 
per assicurarti la ritirata. 

« Xon esf^eiido punto postiibLe il trar carri e muU 
con munizioni di riBcrra, cìaiscuii milite duve curare 
dUigeii temente le proprie cartucce, epporó sparare di 
rado t- bene, 

M. Ti raccomando severissimamente un buon contogno 
cogli abitanti, i quali devono amare e stimare i militi 
della repubblica. Amati dagli abitanti si avranno facil- 
mente buone guide, il che non deve mai mancarti, come 
pure esatte informazioni delle posizioni del nemico, delle 
sue forze, ecc. 

« Giunto sulle lìnee di comunicazioni di lui, urge 
distrug^.i,'ervi le vie ferrate e i tele-grati. 

'> Venendoti fatto dì distruggerò quella da Strasburgo 
a Parig;!, sarebbe un vero colpo di mano. 

« Mi riprometto da te ogni notizia che possa inte- 
ressarmi, ::iia mediante telegrafo, sìa in qual' altro modo 
che ti sarà possibile. 

« Incalzato, o inseguito da forze superiori, spartirai 
i tuoi in tanti pìccoli di-suaccamenti, i quali inganneranno 
il nemico, pigliando direzioni diverse, e ai quali tu in- 
diclierai un ptuito di ricongiungimento. 

« Autuiij 11 novembre. 

G. Garibaldi » 



Queste istruzioni e le disposizioni date dal Generale 
sono di una grandissima importauza storica, giacché sì 
è tentato dì accusare Garibaldi di non avei'e prestato il 




suo concorso all' armiita dell'est comandaUi dal generale 
Bourbaky, mentre le mosse eseguite da Garibaldi, soste- 
nute dfl, combattimenti, provano il contrario. 

I fntti furono i seguenti: 

n generale Bourbaky, comandante l'armata dell'est 
ai era mosso con 120,000 buoni soldati per act.".orrere in 
aiuto di Belfort, piazza fortificata fra il Doubs e l'Oignon 
nei Vosgt ; mossa ardita che avrebbe invertite le sorti 
della Frmicia, se questa manovra fosse riuscita. 

La stampa francese volle censurare il gynei'itle Ga- 
ribaldi, per avere permesso, secondo essa, al corpo del 
generale Manteiiffel di intercettare lit linea d'operazione. 

Importa notare : che la marcia del generale Man- 
"teuflel avvenne nei giorni 91, ?2 e 33 gennaio 1871, 
giorni dì sanguinosi combattinientì sostenuti dall'eser- 
cito dei Vosgi contro le forze imponenti del generale 
Kettler. 

II giorno 24 In impiegato a riordinare le truppe al- 
quanto scompaginate dai combattimenti. II giorno 25 di 
primo mattino i3 ooionneHo Bagliiua pjirtiva con gii or- 
dini ricevuti da-Oiaribaldi alla testji di II' compagnie ed 
Un mezzo squadrone di cavalleria alla volta di Auxonne 
e la sera del L*6 il Monte -Roland, chiavo di DSle, ca- 
deva in potere delle truppe comandate dal Bjigliina per 
il qual fatto, la via dì ritirata & sud-ovest era apertji 
all'iirmata del Bourbaky. 

Questo avveniva per le dJapctóizionì strategiche e 
previdenti di Garibaldi, mentre la divisione comandata 
dal Crenier, villeggiava inoffensiva tra Gay, Vesoul e 
Montebouzon, senza utilità alcuna per la Francia. 






E il generale Garibaldi continua cosi: 

« Il movimento del generale Bourbaky ben ideato 
era d'impossibile esecuzione, perché le condizioni cD 
quel grande esercito erano assolutamente disastrose. 



39a 

e Venti giorni di più di organizznzione, passata la 
terrilnile stagione della ueve e dei tctuHcci di gennaio, 
quel nuni'ei'oso e giovitno esercito a\Tebbe potuto ravvi- 
VM^ le speranze della Francia: invece esso fu sprecato 
6 distrutto in modo orribile. 

«11 movimento di Manteuffel parallelo a quelio di 
Bourbflky, per ingrossare le forze di Werder e degli 
asaedianti di Belfort, niì era noto: e io avrei fatto tutto 
il possibile per arrestarlo iiella sua marcia di fianco. Mi 
vi provai, ed ero uscito da Dijon col nerlo delle mie 
poche forze per attapcai'e il nemico a la-Sur-Till, lasciando 
al comando della città il generale Pellisier: ma le forti 
colonne che mi stavano di fronte, quattro volte superiori 
alle forze che erano ai miei ordini, mi pei-suasero a ri- 
piigliare le primitive posiaoni : nondimeno due delle mie 
quattro bricrate, la seconda e la quarta, operavano sulle 
comunicazioni del nemico, conj,'Ìuntamente a tutte le com- 
pagnie dei miei franchi tiratori. 



« Deciso di difendere Dijon. la mia prima cura fu 
di continuare le opere di fortiiicaatone che erano stale 
incominciate dai Prussiani, 

« Le posizioni di Talant e Fontaine che dominano la 
strada principale che va a Parigi, furono le prime ad 
essere coronate da opere volanti e vi si collocarono a Ta- 
lant due batterie dì campagna da 12 e due da 4, a Fon- 
talne una batteria da 4 di campagna ed una di montagna 
dello stesso calibro. Altre batterie da 12 si collocarono 
in altre opere innalzate aMontemuzard,Montchappè, Bel- 
lair, e in altre posizioni nella cinta di Dijon, per tener 
lontani i fuochi del nemico in caso di attacco, che io 
n&ì aspettavo da un giorno all'altro. 

« Ditatti il 21 gennaio il nemico ci attaccò dalla 
parte di ponente. 

* Con forti posizioni, coperte da muri e ripe, con. 



393 

linee di tiratori a destra e a sinistra della strada mae-' 
stra, e con trentaaei pezzi di artiglieria collocati sulle for- 
midabili posizioai di Talant e Fontaine, la nostra difesa 
riusci brillantissima. La formidabile colonna che ci venne 
dalla parte di Parigi poteva ben chiamarsi ima colonna 
di acciaio ! Furono appena bastanti a fermarla 1 nostri 
trentasei pezzi infilanti: la strada e varie migliaia dei no- 
stri migliori tiratori, distesi dietro i ripari. L'attacco fu 
veramente formidabile; io vidi in quel giorno soldati 
nemici, come mai avevo veduti migliori. La coloima che 
marciava sulle nostre posizioni del centro, era ammirar 
bile di valore e di sangue freddo. Essa ci giungeva sopra, 
compatta come un nembo a passo no]i accelerato, ma 
uniforme, con un ordine ed una pacatezza spaventevoli. 

« Questa colonna, battuta da tutte le nostre arti- 
glierie in infilata e da tutte le linee di fanteria in avanti 
di Talant e Fontaine lateralmente alla strada, lasciò il 
campo coperto di cadavei'^i, e per varie volte riordinan- 
dosi nelle depressioni del terreno, essa ripigliò l'attncpo, 
con lo stesso ordine e pacatezza ammirevole. 

« Che famosi soldati! 

< Molto valore mostrarono pure i nostri in quella 
memoranda giornata e furono veramente degni dei ne- 
mici che ci assalivano. 

* La battaglia durò dalla mattina sino al tramonto, 
con quanto accanimento fo^e possibile da una parte e 
dftiraltra e senza vantaggio inarcato di nessuno. Al tra- 
monto noi eravamo padroni delle nostre posizioni ed il 
nemico stava nelle sue. 



# 



« H 22 l'attacco si ripetè con e^'unle accanimento; 
"la Yalan^a dei prussiani era si grande che fummo mi- 
nacciati d'esserne sepolti. 

< Verso la metà . della giornata, ci minjw?.ciarono 
di un attacco su Fontaine, e v'inviarono più. battaglioni, 



394 

fingendo un assalto, ma subilo dopo comparvero a set- 
tenti'ìone sullo striidalo di Langres in due colonne, e con 
filtro forti colonne di fiancheggiatori da levante verso 
MontiuuzHi'd, a Saint-Apollinaìre. 

« L'attacco sulla via diLangres fu formidabile, degno 
del terrilnlo esercito che ci stava di fronte; quasi tutti 
i nostri corpi piegavnuu, meno In quarta brigata che &i 
sostenne fortemente in una fabbrica di nero animale, 
munita di un chiuso, ove si cran praticate delle feritoie. 
Alcune ceiiiiiiaia di militi della terza brigata in forma- 
zione, gii\ decimata nel combattimento del 21, sosten- 
nero pure l'iirro in uno stabilimento contiguo più in- 
dietro si riunirono poi alla quarta. Questi corpi rimasero 
per un peJi2o avviluppati dal nemico, per la ritirata delia 
nostra aEa destra. 

« Avendo il nemico collocate le sue artiglierie sulla 
prima collina che domina Pouily e Dijon a cnimontana 
e tirando con quella maestria a cui ci avevano assue- 
fatti i prassiani smontarono in poco tempo tutti i nostri 
pezzi del centro collocati sullo strfKÌale e lateralmente, 
rispondendo con qualche tiro iln, parta nostra coi due 
pezzi di Montmuzard, con due del JJoutecliippè e con 
altri due che si collocarono au di una strada obliqua allo 
stradale sulla destra, quandu si vide rimpossibilltii di 
tenerli nella prima posizione, fulminata dalle artiglierie 
nemiche. 

« Verso i! tramonto la nostra .situazione era delle 
più critiche; i prussiani padroni del campo, minacciavano 
di assaltare la città. Ai nostri corpi che si ritiravano si 
procurava di assegnare posizioni più indietro presso la 
cinta, con buoni recinti aleùni dei quali muniti di feri- 
toie; ma invano: questi presi da panico non pensavano 
che metterai in salvo, spargendo l'allarme in città e lo 
spavento dovunque, 

« La nostra esti'ema sinistra, formata per la mag- 
gior parte della terza brigata, e situata a Talant e Fon- 
talne, alla vista della ritirata del centro, aveva spinto- 



395 

i suoi franchi tiratori sulla destra nemica, e marciava 
risolutamente per sostenerlo e ìrapeiirne lo smembra- 
mento; sull'imbrunire alcuni corpi di mobilizzati sulla 
nostra destra, spiegandosi energicamente su Pouilly, 
nbiettivo principale del campo di battaglia, ricacciarono 
il nemico dal terreno cOTiquistato, e lo respinsero sin» 
al di là del Castello. In tal modo la quarta brigata, cui 
si doveva l'onore della pugnii, v&nne sbaraazatii dal 
nembo nemico che l'aveva avvolta da un pezzo; anzi, 
onore maggiore, nel respingere i reiterati assalti del 
01" reggimento prussiano, e combattendo corpo a corpo, 
essa pervenne a togliergli la bandiera che, eroicamente 
difesa e sepolta sotto un monte di cadaveri, fu con al- 
trettanto ardimento oonqyistatit dai nostri clie la vollero 
trofeo del valore italiano. 

« Io mi sono trovato presente a pugne ben mici- 
diali, ma certamente, poche volte ho veduto ai gran nu- 
mero di cadaveri ammonticchiati su piccolo spazio, come 
ne vidi in quella posizione a tramontana, occupata dalla 
quarta brigata e da parte della quinta. 

« Nelle prime ore della notte il nemico era in piena 
ritirata, e per vari giorni ci lasciò tranquilli a Dijon a- 
vendo sgombrato pure i villaggi cìirostanti che furono 
occupati da noi. 

« Le notìzie dell' armistizio (dal quale l'esercito dei 
Vosges era stato escluso) dopo la capitolazione di Parigi ; 
e Hnalmente l'emigrazione deireserrito dì Bourbaky in 
Svizzera, cambiarono la faccia delle cose. 

« lì nemico, lìbero dall'assedio di Parigi e dello 
esercito dell' est passato in Svizzera, cominciava ad am- 
raa.ssare su di noi forze imponenti, e malgrado tutte le 
opere di difesa da noi eseguite, esso avrebbe finito per 
attorniarci e ischiacciarci, come aveva fatto a MetZj a 
Sedan, ed a Parigi. Kecessità per noi — essere pronti 
a tutto. 



396 



< Dal 23 gennaio al 1" febbraio vincili sempre ci te- 
nemmo come meglio sì potè nella capitale della Borgo- 
fina iu tutte le nostre poaiziotii. U nemico aveva ca.pito 
che pei' scuoterci occoiTevauo grandi forze, e u« accu- 
mulava molte, tanto cbe alla tìng di gennaio, le sue co- 
lonne occupavano con grandi masse il nostro fronte, e 
cominciavano a stenderai per avviluppare i nostri flaii' 
chi. L'esercito di Manteuffel, libero di quello dell'est di 
Boiirbfiky, scendeva verso la vallata dei Rodano, e mi- 
nacciava la nostra linea di ritirata. 

« n 31 gennaio ni cominciò a combattere verso 
la nostra i^inistra dnl mattiuo, e si concinnò sino a notte 
avanzata. U nemico ci tastava su vari punii, prendendo 
posizioni al di fuori di Dijon per un attacco generale. 
Alcuni corpi prussiani mostravansi nella valle della 
Saone, minacciando di pi^enderci a rovescio per la no- 
stra destra. 

« Non v' era tempo da perdere. Noi eravamo 1' ul- 
timo boccone, che avidamente solleticava il grande e- 
sercito vincitore della Francia, e qnesto voleva iarci 
pagare cara la temerità di avergli coutrastiito per un 
monn;nto la vittoria. 

« Ordinai la ritir^ita in tre colonne: la prima bri- 
gata comandata da Canzio, a cui s' era Aggregata la 
quinta, doveva scendere parallelamente alla strada fer- 
rata di Lione, proteggendo rartiglieria pesante e il no- 
stro materiale che marciavamo ìu vagoni. La terza bri- 
gata con Menotti s'incamminò per la vallaUi dell'Ouche 
verso Autun. La quarta di Riccìotti, prese la via di 
tìaint-Iean di Losne* per la sponda deatra della Saone 
verso Verdun. 

II quartiere generale parti in via ferrata dopo avere 
fissato a Chagny il punto centrale della riunione dello 
esercito; ì vari altri corpi e compagnie di franchi tira- 



397 

tori distaccati dalle brigate, furono pure diretti al punto 

dì convegno. 

<i Tutto fu eseguito col migliore ordine possìbile^ 
grazie all'atlivitÌL dei capo dì stato maggiore, del co^ 
mandante generale d'artiglieria colonnello Olivier- e dei 
comandanti dei corpi, senza essere molestati dal nemico. 

« Da Chagny il quartier generale passò a Cha- 
lons sur Saone, poi a Conrcelles ». 

La capitolazione di Parigi essendo un fatto com- 
piuto, e L'armistizio trasformato in prelimiiiari di pace, 
dopo d'essere stato eletto deputato all'assemblea di Bor- 
deftus, il- genei-jJe r 8 febbraio decise di recarci in quella. 
cittA coU'unico intento di portare il suo vwto alla re- 
pubblica, lasciando Menotti provvisoriamente al comando 
dell'esercito. Ecco quello che ne dice Garibaldi: 

« Tutti sanno come fui accolto dalla raAggioranza 
dei deputati, all'assemblea; certo quindi di non potere far 
più nulla pel' quel grande e sventurato paese che ero 
venuto A servire nella sciagura, mi decisi di recaimi a 
Marsiglia e dì là a Caprera, ove giunsi il 16 febbraio 1871> 



La caduta dell'impero francese ni apriva la via di 
Roma; gli animi ritornavauo al grande ideale di dare 
la sua capitale alla nazione. Ma. il governo non si de- 
cideva, le lettere che «eguono danno luce su quel fatto 
storico della più grande importanza per l'Italia; 



Carissimo amico Elia 



Ancona 



« È urgente per l'esistenza e l'avvenire d'Italia che 
8Ì trasporti la capiuUe a Roma, senza dilazione. 

« Riunite iiumtmff ed aghaie per questo l'opinione 
pubblica colla parola e colla penna. 

« Il governo è ben disposto, ma indeciso. 



398 

« Siano nostri amici personali^ o no, fatte capire ai 
democratici di costà ed ai nazionali, che oggi non e' é 
un minuto da perdere in faccia alla situazione europea. 
Bisogna spingere il governo a Roma e subito. Si gridi 
Roma- capitale d'Italia immediata, dalle Alpi ai due man. 

Vostro 
L. FrapoìU >. 

Ed in Ancona, città altamente patriottica, si ebbero 
meethuj e agnazione, concordi tutti i partiti. 

Firenze, 4 settembre 1870. 

Amico coi, Elia, 

Ancona. 

« Giovedì sera, tutte le vette dell 'appen nino, da. 
Tenda ad Aspromonte, devono essere illuminate da fuochi. 
, « Pensate all'esecuzione per la parte vostra sui punti 
circostanti prominenti. Ceneri e SafB, pensano per in su. 
Parlatene con Pichi. Verso Chieti abbiamo i nostri. Pen- 
sate per Sinigaglia. 
« Viva Roma. 

Vostro 

Z. FrapolU >. 

Firenze, 7 settembre 1870 
Amico ! 

« A Roma si va. Se e' è qualche ritardo è di ore 
e per ostacoli materiali. Non vi lasciate sviare dalle 
notizie dei malevoli. Fate riunioni, dimostrazioni, fuochi 
dovunque. Se domani sera saremo in Roma sarà gioia. 
Se no incitamento ! A Roma si va, l'Europa è concorde. 
Viva l'Italia! 

Vostro 
L. FrapolU >. 




399 

E A Romn si andò per la breccia di Porta Pia e 
il sacro Toto dei liberali italiani ornai era compiuto. 



»% 



H 7 settembre 1S10 il Ministro degli Atfiiri Esteri 
spediva iiiia cir'eoUire alle potenze estere cun in quale 
si rendevano noti i pericoli che minacciavano la patria 
e la chiesa, concludendo con queste parole : 

« S. M. il Re, custode e depositario dell'iiite^-itii e 
dell'inviolabilità del suolo nazionale^ interessato come so- 
vrano di una nazione cattolica a non abbandonare alla 
mercè di qualche sorpresa il capo della chiesa, prende. 
come è suo dovere, con Muoia in taccia della rattolicità, 
e deirEuropa, la responsabilitìi del mantenimento deiror^ 
dine nella penìsola e della tutela della Santa Sede. — 
II governo di 8. M. non può aspettare a risolversi, av- 
venimenti c]ie conducano all'effusione del swngue tra 
i romani e le forze straniere. — Noi occuperemo pertanto, 
allorquando le nostre in Cor inazioni lo dimostrino oppor- 
tuno, i punti necessari per la sicurezza comune, lasciando 
alle popolazioni la cara della loro propria auiministra- 
zione ». 



* • 



Ku quindi ordinato cho fossero pi'onte le truppe de- 
stinate all'occapazìone di Roma, sotto il comando del ge- 
nerale Cadorna. 

Dato l'ordine, le truppe italiane dopo di aver occu- 
pato Viterbo, Civita-Castellana, Fresinone, Cìviuivecchia 
6 le terre dell'Agro, il giorno 17 settembre il 4'^ corpo 
d'armata si mosse su Romii; da altre parti inuoivevano le 
divisioni Bisio e Angioletti, e tutte queste truppe furono 
disposte intorno alla cìtitii in modo da accerchiarla. 

Nella mattina del 20 se^ttembre fu ordinato l'attacco. 
La Porta Pia veniva sfondata a colpi di artiglieria, e 



400 

acL-aiiCo ad essa, aperta la breccia. Ottenuto questo risul- 
tato, fu oi<liiiftta la sospensione dei fuochi d'^rtiglierÌA e 
le truppe lurono mandate all'assalto. I battaglioni dei 
bersaglieri e di fanteria si avventano a passo di carica 
sulla barnc^ata. della poita e dentro l'apertura della brec- 
cia non arrestati dalla mitraglia e dal fuoco di fucileria 
dei mercenari pontifici che colpivano non pochi dei noscrì, 
fra i quali il bravo Maggiore Pagliai-i dei bersaglieri. 
Mentre (|uesto avveniva a Porta Pia, il tjeueride Bixio. 
dopo essersi impadronito di villa Panfìli e del Casino dei 
quattro venti, aveva att'rontato e sperso il nemico a Porta 
S. Pancnizio. 

L'ingresso delle truppe italiane fu accollo con segni 
di vìvlt^inia gioia e di entusiasmo da parte del po]Kilo 
di Roma. 

Il giorno 22 il Generale Cadorna insediava in Cam- 
pidogìio la Giunta provvisoria di governo clie aveva 
composto cosi ; 

Don MichelaiHgelo Caetani duca di Sermoneta pre* 
Bidente: principe Francesco Pallavicini, duca. Sforas Ce- 
aarini, Emanuele dei principi RuBpoii, prìncipe Baldtìs- 
sare Odescalchì, Ignazio Bonconapagni dei principi di 
Piomliìno, avv. Ignazio Placidi, avv. Vincenzo Tancredi, 
Vincenzo Tiitoni, Pietro de Angelis, Actiille Gori Maz- 
zoleni, Felice Ferri, Augusto Castellani, Alessandro Del 
Gtande, Filippo Costa, Avv. Raffaele Marchetti. 

D a di ottobre si procedeva al plebiscito che riu- 
sciva imponente, poiché i voti aff"erniativi sommarono a 
135,291 mentre i negativi furono 1507 soltanto. 



Non erano trascorsi due mesi da questo avveni- 
mento felice per la nazione italiana, che la Casa di Sa- 
voia riceveva un grandissimo attestato della fiducia che 
godeva in Europa. 

Le Cortes di Madrid assicurate del consenso di Vit- 



■401 

torio EmaDuelee de! prìncipe reale, proclamavano Ame- 
deo duca d'Aosta Re di Spagna. 

Il 3 dì dicembre giungeva a Firenze la deputazione 
elle portava al nuovo Ke la fausta notìzia. 

Al palazzo Pitti erano presenti al ricevimento i grandi 
dignitari dello Stalo, i ministri della Corona e la rap- 
presentanza delle due Camere del Parlamento Nazio- 
nale. 

Al discorso del signor Euiz Zorilla il Re Vittorio 
Emanuele rispose con brevi parole, accordando all' a- 
mato figlio il consenso di accettare il glorioso trono ìt- 
ouì lo chiamava il voto del popolo spagnolo. 

Il Duca D^Aoeta, con voce commossa significava la 
sua acc-ettazione, e l'atto solenne, che procltìrauva Ame- 
deo Re di Spagna veniva rogato: e poco appresso egli 
si recava alla capitalo del suo regno, animato da seiiti- 
memi liberiili e d'amore pel popolo ch-e Io avevw. pre- 
scelto a suo Re. 

Ma ben presto si manifestarono nelle Provincie spa- 
gnole ed anche nella stessa capìtjile segni di non dub- 
bia ribellione. 

Il 18 luglio del 1872 si attentava, alla vita del gio- 
vane Re ed a quella della regina; per fortuna i due 
sposi furono mìracol osamente salvi. 

Mentre assieme alla regina attraversava iu carrozza 
una delle più popolose vie di Madrid, vennero tii'ate 
addosso ai reali parecchie fucilate. 

Non sì sgomentò per questo il figlio dì Vittorio Ema- 
nuele, e continuò nella incominciata impressa dì ricon- 
durre la pace, imprimendo un regime schiettamente 
liberale, fra quelle popolazioni. 

Ma ì torbidi crebbero talmente di gravitii che Ame- 
deo di Savoia, vedendo cti non poter governare senza 
venir meno alia costituzione, piuttosto che mancare al 
Buo giuramento e far versare in una lotta civile sangue 
spagnolo, decìse di rinunziare spontaneamente alla co- 
rona. 



4^2 

Cosi fece: e il dì 11 febbraio 1873 ritornava, non 
più Re di Spagna, ma principe di tìitvoiu acclamato in 
seno alla pacriii aun. 

CAPITOLO xx\^in. 
Morte di Mazzini. 



Il 10 di marzo 187a raoriva a Piati, quasi profugo 
nella sua patria che amò tstito, dopo mezzo secolo di 
lotte titaniche e di inelTabili amarezze, Giuseppe M.iazini. 

Era fiiico'a Genova il 22 giugno 180y. e fin da gio- 
vinetto fiveVii dato a vedere dì essere douito d'ingegno 
fervido e precoce : di volontà ferrea ; et 'inarrivabile ab- 
negazione e costttjiza. In (Jenova passò i primi venti- 
cinque anni in famiglia, della quale formava la jrioia. 

Nel 1830 dova un addio agi: studi, ed impaziente 
di dare tutta l'opera sua alla patria, si univa a dei 
giovani iscritti nel Garbo nariauio, o messosi in corri- 
spondenza con quelli di Toscana, delle Rarai%me e delle 
Marche, li sospingeva ad insorgere ; tradito da un falso 
ciirbonnro, T'U novembre veniva arrestato, e condotto 
nella fortezza di Savona dalla quale usciva assolto il 
2 febbraio 1631. 

Il IO dello stesso mese, passava la prima volta le 
Alpi. 

A Lione trovò duemila italiani in armi pronti ad 
invadere la Savoia; ma vennero sciolti e disarmati prima 
che il tentativo potesse inizEarsì. Intanto avveniva il ten- 
tativo rivoluzionario di Rimini nel quale cento giovani 
imbt^rbi sostennero cinque ore di combattimento contro 
i battaglioni serrati di croatfii, le cariche della cavalleria 
ungherese e la mitraglia austriaca. 



405 



n 27 aprile 1831, saliva al trono del Piemonte 
Carlo Alberto, sul quale gli esuli rifugiati in Francia, Sviz- 
[zera e Inghilterra, tenevano Assi gli occhi, sapendosi 
jme egli odiasse l'Austria che teneva in soggezione 
gran parte dltalia. E Mazzini scriveva iil Re la memo- 
rabile lettera 

Se no, no ! 

Sire, 

« Se io vi credessi un re volgare, d'anima inetta 
tiraunicaf non v'indirizzerei la parola dell'uomo li- 
bero. I re di tal tempra non lasciano al cittadino che 
la scelta tVa l'ai-mi e il silenzio. Ma Voi, Sire, non siete 
tale. La natura creandovi al trono, v'ha creato anche 
ad alti concetti, ed a forti pensieri ; e l'Itnlia sa che Voi 
avete di regio più che la porpora. Voi non giungete 
oscuro sul trono; l'Italia, Sire, guarda in Voi il suo li- 
beratore. 

< L'Italia vuole libertà, indipendenza ed unione : 
Sire, non avete mai cacciato uno sguardo au questa 
Itali», bella del sorriso della natura, incoronata da venti 
secoli di memorie sublimi, potente per mezzi infiniti, 
recinta di teli difese che un forte volere e pochi petti 
animosi basterebbero a proteggerla dairinsulto straniero'? 
Non avete mai pensato che v'ha una corona più bril- 
lante G sublime che non è quella de! Piemonte? Una 
corona che non aspetta se non l'uomo abbastanza ar- 
dito per concepire il pensiero di cingerla? Non v'è sorto 
un pensiero: rìimìsci fé iiiemhra sparse di que^ia htlla 
Italia: e pronunzia; E mia tutta e felice. 

« Si, Sire ! Voi l'avete questa idea nobile e grande, 
e isentite sorgere dentro di Voi una voce che grida ; 
tu gei 'nato a qualche com di grande : Oh ! seguitela Sire 
quella voce; ó la voce d'Italia che non aspettai se non 
una parola, una sola parola per farsi Vostra. 
87 



406 

« Proferitela, Sire, questa parola : strinatevi a lega 
coiritJtlia. Ponetevi alhi testii dellu Nazione, e scrivete 
sulla Vostra ìimidiera: /«l'on?, Libertà, Indipendenza t 

• CoBti'ìngei.e u Sire la storia a scrivei-e sotto i 
nomi di Washington, e di Kosciusko. — 1'"^ mi nome 
più grande d' quegli 17 fu un trono eretto da trenin itti- 
lioiii di- uomini liberi che Hcrtsuera sulla base di meritato 
monumento: - A Carlo Alberto nato Re — l'Italia ri- 
nata per lui! * Ardite Sire, e noi saremo con voi — 
Se no, noi > 



Dopo scritta questa lettera, Mazzini si diede a fon- 
dare la Giovane Umilia, istituita per la fratellanza degli 
italiani, credenti nella lejige del Progresso e del Do- 
vere, col grande intento di costituire l'Italia in Nazione, 
una, indipendente e libera, 

Coi suoi aciitti Mazzini tenne rivo l'amore della 
patria. Col lavoro indefesso di 17 anni, dnl 31 al 48, 
col suo apostolato di fede e d'amore, ài acquistò la sina- 
patìa non solo defili Italiani imi dell'Europa liberale, 
che vide in lui, l' incarnazione dei tempi nuovi e Vn- 
postolo della redenzione. 

Quando Pio IX sali al Pontificato, iMazzini levava 
un'altra voltii la voce ricoMando al Papa le sventure 
d'Italia ed Invocando il suo intervento per farle cessai-e. 

Caduto in Francia il Regno di Luigi Filippo nel feb- 
braio del 184^, radunali quanti più potè esuli che si 
trovavano a Parigi; fondava l'Associazione nazionale 
italiana a scopo unitario. 

L'Italia si svegliava colla gloriosa rivoluzione di 
Palermo, Messina e Catania e colle 5 g:iornate di Milano, 
seguite dalle 10 giornate dall'eroica Brescia, dai moti 
dell'Italia centrale, o dal l'intiiiuizione di guerra al- 
l'Austria da parte di Carlo Alberto. 



407 



Nella guerra del 48, segui la legione dei volontari 
-capitanati da Garibaldi, finché sfinito di forza dovette 
rifugiarsi a Lugano. 

Alia notizia dolorosH della rotta di Novara l'as- 
semblea Romania elesse un triumvirato che pensasse tvlla 
■difesa della proclamata republilica e Mazzini fu eletto 
triumviro con Saffi e Arinollini. 



Contro Roma si erano unite Austria. Spagna, Francia 
e il Re di Napoli, ma la gloria di distruggere la repub- 
blica Romann, che seppe difendersi con tanto valore, 
doveva spettare tutta alla Francia iN'apo Iconica. 



Mazzini credette sempre essere i]i dispensabile al- 
l'Italia l'miìone di tutti i suoi figli per diventare e con- 
-eervarsi libera, gloriosa e potente ; e quando nel 59 fu 
intimata dal Re Vittorio Emanuele lai guerni contro 
l'Austria, egli dichiarava che si univa al concetto di 
Garibaldi, perchè anteponeva ad ogni cosa, l'uuitìi della 

patria. 

* 

Nel campo liberale Mazzini era considerato lo spirito 
■della rivoluzione, Garibaldi la forza. Senza Garibaldi 
l'unità d'Italia forse non si sarebbe fatta; ma senza 
Mazzini, che fece iniziare i moti di Sicilia, Garibaldi non 
avrebbe accettato dì comandare l'impresa dei Mille e 
non saiebbe sbarcato a Marsala. 



La morte di Mazzini lasciò un vuoto profondo nel 
■-cuore degl'Italiani; poiché motti riconobbero troppo tardi 



408 

qual'uomo egli era; quale l'opera sua spesa disinteressa- 
ta per la patria redenzione; le lotte alteramente so- 
stenute — fra la santa ribellione e la ancor più santa 
abnegazione — nell'impulso dato in ogni tempo alla causa 
nazionale. Con Mazzini si spense un essere grande eh© 
nmò sopra ogni altra cosa la patria sua -^ e che sempre 
cxjoperò al raggiungimento del grande fine che portò 
l' Italia da Torino a Roma. Alla sua grande figura il 
risorto popolo italiano tributa dal cuore la sua venera- 
zione profonda. 

Ecco come ne canta nel suo « Tito Speri », il poeta, 
patriottico Marradi : 

«... alacre ad ogni ora 
propagator del fuoco dì bue fede, 
apostolo dei verbo che Mazzini 
dall'esilio bandìa come dall'ombra 
d" un invisibii Sinai : Uazzini 
contro despoti e servi, in notte cieca 
tetragono. Veggente, che, fuggiasco 
di terra in terra, austeramente chiuso 
nei bruni panai e nel pallor del volto 
soffiò sopra una tacita rovina 
la fiamma del suo spirito; e naa preote 
che dìceao morta, in faccia ali* invasore 
delle sue tombe e delle sne mine 
ai rizzò formidabile, e, qaand'altro 
non potè contro lui, si attestò viva 
salendo su 1 patiboli a morire >. 

Nei primi di giugno Urbano Rattazzi — uno dei 
migliori uomini di Stato italiano, di princìpii liberali ele- 
vatissimi — cadeva gravemente malato a Ii>osinone e 
sinceramente compianto vi lasciava la vita. 



400 



Il corpo di Urbano Rattazzi giunse a Roma la mat-, 
Una deir8 di giugao ricevuto d.ai membri dell' € Asso- 
ciazione Progressista > trasportato nel palazzo Santa- 
croce, OTe abitava la famiglia, venne imbalsamato. 

Alla Camera, Pisanelli, Depretis e Crispi, oltre il 
Presidente Bìancheri ne fecero degna commemorflzione, 
quale era doTuta al grande statista. 

Il Re aveva ordinato che tutta la sua Casa, militare 
■e civile avesse assistito al trasporto -- il principe Um- 
berto reggeva uno dei cordoni del feretro, tutte le truppe 
erano schierate facendo gli onori nel passaggio alla sta- 
zione ove il Conte Pianciaai consegnava la salma al Sin- 
■daco di AleiSsanUria, D trasporto fu uno dei più solenni. 



CAPrroLO xxis. 

Morte dì Vittorio Emanuele If. 

Il Re Vittorio Emanuele IT, nell'iuaugui'are a Firenze 
il 5 dicembre il Parlamento Italiano, nel quale per la 
prima volta Roma era rappresentata, pronunziava un di- 
scorso che faceva fremere di gioia i eiitadiui dell'intera 
Penisola. 



« Signori Senatori, Signori Deputati, 

* L'anno che volge al suo termine ha reso attonito 
il mondo per la grandezza degli eventi che jiiun giu- 
dizio umano poteva prevedere. 11 nostro dititto s\x Romfi 
noi lo avevamo sempre altamente proclamato e di fronte 
aUe ultime risoluzìoai cui mi condusse l'amore della pa- 
tria, ho creduto dover mio di convocare i nazionali co- 
mizii {Lunghissimi applausi). Con Roma capitale d'Italia> 
Ilo sciolta la promessa e coronata l'impresa che 23 anni 



410 
or sono veniva inizinta dal magnanimo mio genitore- 

« n mio cuore di Re e di figlio prova una gioia so- 
lenne nel salutare qui raccolti per la prima volta tutti 
i rappresentanti della nostni patrin diletti e nel pronun- 
ciare queste parole: L'Italia è libera ed una, ormai noa 
dipende più che da noi il farla grande e felice (Àpplnusì). 
Mentre noi qui celebriamo questa solennità inaugurale 
dell'Italia cnmpiutfì, due grandi popoli del eontiuente, 
gloriosi rappresentanti della civiltii moderna, si straziano 
in una teiTibile lotta. Legati alla Franwa ed alla Prussia 
daiU iiieuioiia di recenti e Ijeneflclie alleanze, noi Ab- 
biamo dovuto obbligarci ad una rigorosa neutralità, la 
quale ci era imposta dal dovere di non accrescere l'in- 
cendio e dal desiderio di poterci sempre interporre, con 
parole impar?.iali, fra le parti belligeranti. 

« E questo dovere d'umanità e di amicizia, noi non 
cesseremo dall' adempierlo, ag-giungendo i nostri sforzi a 
quelli delle altre potenze per metter fine ad unti guerra, 
che non avrebbe inai dovuto rompersi fra due nazioni, 
la cui grandezza è egualmente necessaria alla civiltà del 
mondo. 

« L'opinione pubblica^ consacrando col suo appog- 
gio questa politica, lia mostrato una volta di più che 
l'Italia lìbera e concorde è per l'Europa un elemento 
d'ordine, di libertà e di pace (Applausi). 

<t Quest'attitudine agevolò il compito nostro, quando 
per la difesa e integrità del territorio nazionale e per 
restituire ai Romani l'arbitrio dei loro destini, i miei 
soldati, aspettati come fratelli e festeggiati come libera- 
tori, entrarono a Roma. Roma, reclamata dall'amore e- 
dalla venerazione degli Italiani, fu resa a se stessa, all'I- 
talia, e al mondo moderno. 

<t Noi entrammo in Roma in nome del diritto na^ 
zionale, in nome del patto ohe vincola tutti gli Italiani. 
ad unitj"i di na^iione: vi rimarremo mantenendo le pro- 
messe che abbiamo fatto solennemente a noi stessi: li- 



berta della Chiesa, piena indipendenza della Sede pon- 
tificia neir esercizio del suo ministero religioso, nelle sue 
relazioni con la cattolicità [Applausi). 

« Su questa base e dentro ì limiti dei suoi poteri 
il mio GoTerno ha già dato i provvedimenti iniziali, ma 
per condurre a termine la grand' opera si richiede tutta. 
l'autorità del Parlamento, 

« L'imminente trasferimento della sede del Governo 
a Roma ci obbliga a studiare il modo di ridurre alla 
laassiuui. semplicità gli ordinamenti aiiimiuiBtriitivi e giu- 
diziari, e rendere ai comuni e alle Provincie le attriba- 
i^ioni elle loro spettano {Ap2)hiHsi). 

* Anche la materia degli ordinamenti militari e della 
difesa nazionale vuole essere studiata, tenendo conto della 
nuova esperienza di guerra. Dalla terrìbile lottti che 
tiene tuttora attenta e sospesa l'Europa sorgono inse- 
gnamenti che non è lecito di trascurare a un Governo 
che vuole tutelare Tonore e la sicurezza della nazione 
{Appìcnisi). 

* Su Lutti questi temi vi saranno sottoposti disegni 
di legge e sulla pubblica istruzione eziandio, che vuole 
essere annoverata essa pure fi-a gli strumenti più efB- 
cati della forza e della prosperità nazionale ». 

Segue p(ji la seconda parte del diàcorso che riguarda 
le finanze e l'amiunzio dell' assunzioue al trono dì Spa- 
gna di Amedeo d'Aosta. 



11 31 dicembre il Re d' Italia entrava per la prima 
volta in Roma per recarvi generoso soccorso; il Tevere 
uscito dal suo letto, apporb^va desolazione e mina. 

Nel 2 luglio del 1871, accolto prima in Campidoglio 
dal pia uso," dalle benedizioni e dall'esultanya di 30 mi- 
lioni d'Italiani, prendeva gloriosamente possesso del Qui- 
rinale, nuova sua Reggia, proiiunciando le memorabili 
parole « ci siamo e ci resteremo *. 



U2 



Roma italiana, dopo la sua proclamazione a capi- 
tale del risorto paese, accolse nel Quirinale pareccM so- 
vrnni e principi esteri venuti a visitare il Re Vittorio 
Emanuele, riconoscendo con tuie atto il nuovo regime 
costituzionale: l'imperatore Don Pedro del Brasile, il re 
ed il principe di Danimarca, il principe Federico Carlo 
di Prussia., i'arcidutìi Nepomuceno d'Austria, il re e la 
regina di Grecia, il principe di Galles, il duca di Edim- 
burgo ed altri. Tutti ebbero a lodarsi delle festose acoo- 
glianze. e [' animi razione d'ognuno fu grande e completa 
per le particolari doti di pensiero e di cuore del nuovo 
Re d'Italia. 



Nel 1873 Re Vittorio visitò Vienna e Berlino, ac- 
colto con entusiasmo che sembrò delirio — egli ovun- 
que personificava il popolo italiano risorto a vita novella, 
ed il Re galantuomo sapeva di rappresentare un popolo 
che aveva diviso e dL\'ideva le sue aspirazioni. 



Nel febbraio 1874 gimi&e in Italia la notizia della 
morte di Nino Bisio, il soldato intrepido, quasi temerario, 
di animo bollente e dell'inerzia sdegnoso. L'ardore di ope- 
rosità che lo divorava l'aveva spinto, quando non era 
più richiesta l'opera delle armi, a correre in lontane re- 
gioni per schiudere nuova via al commercio italiano, ed. 
in selvaggie ed inospitali contrade la luorte crudele, che 
egli aveva tante volte affrontata sul campo di battaglia, 
lo fece sua vittima. 

Morendo egU pensò alla patria, alla sua famiglia che 
raccomandò al Re. E non fu vana la raccomandazione. 

In diiUi 14 febbraio 1874 il Re indirizzava da Na- 
poli — ove pervenriegli la notizia — il seguente tele- 
gramma al Ministro Minghetti: 




413 

« Ricevetti ieri il rapporto che Ella mi manda sulla 
« morte del poTero Bisìo. La prego d! fare per parte del 
« Governo quello che si potrà per la famìglia. Io pure 
« son disposto aiutare. Faccia il piacere dì dirmi, dopo 

< che Governo e ordine mauriziano avranno fatto la loro 
« parte, con qua! pensione creda che io possa contri- 
« bui re ». 

# # 

Il 5 aprile 1875 l' imperatore Francesco Giuseppe 
restituì a Venezia la visita fattagli da Re Vittorio a 
Vienna, e nell'ottobre l'imperatore Gngliemo di Germa- 
nia giunse a Jlilano ospite del Re, accolto con grande' 
encusiasLUo. 

Intanto Re Vittorio dava impulso al riordinamento 
dell'Amministrazione pubblica italiana, prendendo viva 
parte al rinnovamento della vita nazionale, conscio e 
compreso dei suoi doveri dì cittadino e di Re. E come 
alto fosse in lui questo sentimento lo dimostrano le pa- 
role da lui profferite nel discorso della Corona il 20 no- 
vembre 187 ti: 

«Da 6 anni celebriamo iu Roma la feata dell'unità 
« nazionale. Dalla ìnteg-rata unità, avemmo frutti di glo- 
« ria e prova di sapienza civile. Molto ai è fatto, molto 
« rimane a fare. Rimane 1' opera che vuole maggiore 
« pazienza e lavoro e maggiore concordia d'intento ; 
«quello di consolidare tutto l'edificio governativo, e 

< dove occorre, correggerlo. A questo non si può riu- 
« acire che con una gara sincera di operosìti^ e di co- 
% stanza. Io vi addito la via e sono certo che anche iu 

< queste battaglie pel riscatto civile, la mia voce tro- 
« vera risposta di nobili sacrifizi e di gloriose vittorie ». 



# * 



H primo gennaio 1878, Vittorio Emanuele ricevette, 
senza dare il benché minimo sospecco di sofieresza, le 



414 

deputazioni del Parlamento, i grandi dignitari dello Stato- 
e molte altre rappresentanze, ed a tutti ricambiò con 
volto lieto gli auguri pel nuovo anno. 

Alla sera si recò al teatro Apollo; nel tornare a 
casa si lagnò d'un gran citldo e fece abbassare ì cristalli 
della carrozza. Giunto nelle sue stanze volle che il primo 
cameriere aprisse i balconi: si fece portare dell'acqua 
ghiacciata ed accese un sigaro che si mise a fumare 
sul davanzale di una finestra. 

Il gioi-no 2 andò a Castel Porziano per iscuotersi 
« come egli disse > e ne ritornò verso il mezzogiorno^ 
che il malessere andava crescendo. 

n giorno 3 ricevette al Quirinale prima il sig. Gam- 
betta che era a Roma da pochi giorni, e colla sua cor- 
dialità destò entusiasmo nel deputato francese; poi IT 
presidente del Consiglio dei Ministri per la firma dei 
decreti. 

— « Vede. Depretis », gli disse : « contrariamente 
alle mie abitudini ho fatto accendere il fuoco, perchè 
sento un gran freddo. — Lrt scorsa notte l'ho passata 
male ». 

— « Bisogna curarsi, MaestJi! 

— « Mi curo; mi astengo dall'andare a caccia, del 
resto se dì notte non mi sento bene, di giorno va meglio ». 

Ciò detto si diede a firmare. 

Aveva letto un decreto che collocava in aspettativa 
per motivi di salute un impiegato. Rivolto a Depretis, 
gli disse sorridente ; 

— •; Anche io avrei bisogno di un po' d' aspetta- 
tiva per l'eguale ragione ». 

— « Maestà — gli rispose il Ministro alquanto tur- 
baco, ma seguendo lo scherzo del Sovrano — per ì Re 

■i motivi di salute non sono sufficienti per avere l'aspet- 
tativa ». 

Il Re tacque e continuò a firmare. 

Il 4 di mattino, il Re aveva dato le disposizioni di 
partenza per Torino, ma la debolezza lo costrinse a ce- 




4AS. 

dere al male e a rimettersi a letto; fece chiamare il me- 
dico. Il Snglioiie, comprese subito che la cosa era grAve, 
ma non diede a capir nulla al Re; soltanto domandò 
ed ottenne che fosse consultato un altro medico. Si tele- 
grafò al Profeesore Bruno in Torino e fu chiamato l'ono- 
revole Baccelli, che nccorse con sollecitudine e presela 
ilirezioue della cura. 

La mattina del r> vi fu aumento di febbre prodotto 
dalla polmonite. Al tocco, arrivato il Dottore Bruno, si 
tenne* consulto. I tre dottori si trovarono d'accordo nella 
dia.gnosi della malattia ed ordinarono una dose di chi- 
nino come disinfetUiiite e una buona emisbione di san- 
gue, mediante salasso, lì Re era recisamente avverso 
a farsi aprire la vena: ma il professore Baccelli disse 
risolutamente : 

— «( Maestì, la nostra responsabilitii innanzi a Voi 
e al paese, é troppo grande, perchè da noi non si taccia 
uso di tutti i nostri diritti. Vostra Maestii sarà Ke finché 
vuole ma in questo momento i re siamo noi e Vostra 
Maestii è nosti-o suddito ». 

Vittorio Emanuele sorrise, sporse il braccio e si pro- 
sto al salasso; dopo del quale ai senti un po' uaeglio. 

Il quinto giorno della malattia si sperava in una 
crisi benefica. Da Firenze era stato chiamato il profes- 
l'ore Cipriani, da Pisa il pì'ofesaore Landi. 

Tutto le cure, tutti i rimedi furono usati, ma la 
wiei benefica non venne ! 

Nella mattina del giorno 9 i medici avvertirono un 
forte peggioramento. Gli ufficiali di servizio furono man- 
dati ad avvisare i principi reali, i minisU'i e i grandi 
dignitari della Corte. 
^^P II professore Bruno ebbe incarieo di chiedere ul Re, 

^^^ se era disposto a ricevere i conforti della rehgìoue. 
^^^ Il Re calmo, si volse al medico e gli disse : 

^^P — K Ma dunque la malattia e ben grave ? 

W II dottore riprese che si trattava di una precau- 

I zione — e il Re replicò, <i Facciano pure ». 



4IB 

n Re prese il viatico con grande sereniiit di spirita 
■e disse: 

— « Io speravo di morire buI canapo di battaglia : 
ma pazienza! — Muoio almeno in questa gran Roma, in 
mezzo al mìo popolo ■. 

Dopo il Vìaiico passarono avanti al Re, affranti dal 
dolore, i ministri e ì dignitari, il Re li BaUitò tutti. Poco 
appresso chiese da bere e il canonie^s Anzino gli porse 
uti bicchiere d'acqua — con la mano tremante accostò 
il bicchiere alle labbra — dopo Io sforzo reclinò la- cesta, 
— era la fine! il prìncipe Umberto si accostò alletto — 
Vittorio Emanuele fissò su lui uno sguardo lungo, amo- 
raso — gli Blese la mano e pronunziò questa sola pa- 
rola — * Addio » — di nuovo cqn sguardo pieno di 
amore si volw verso il figlio e vei"so la principessa Mar- 
gherita entrambi in^inocichiati a flanco del lecco, e non 
stticcó più da essi lo sguardo f 

Verso le 11 Vittorio Emanuele — il Grande Re— il 
Pfldre della Patria — entrava in agoni.-i, ciuesCa durò 
pochi minuti. Quando il prof. Bruno disse: * 11 primo 
Re d'Italia è morto » fti uno scoppio unanime di pianto. 

E cosi il di y gennaio 1878 in Roma, nel palazzo del 
Quirinale cessava di vivere, dopo breve malattia, il 
Griiu Re a cui l'Italia deve la sua uniti, la sua indi- 
pendenza. Quando si vide abbassare la bandiera della 
torre, coi-se come un lampo per la cittA la triste no- 
tizia — i negozi si cliiusero tutti immediatamente come 
manifestazione di sommo cordoglio e di lutto nazionale. 

L'effetto primo fu di sgomento — pareva — con la 
sua morte — che la grande famiglia italiana — di cui 
era il padre amato — dovesse smembrarsi — ma ben 
presto — in mezzo a quella costernazione, gli animi si 
rinfrancarono volgendo i! pensiero al figlio del Re libe- 
ratore dal quale il popolo attendeva la parola elle lo 
rianimasse. 

La morte di Vittorio Emanuele fu cagione di gran 



417 

lutto per la intera Dazione e del più, vivo dolore per ogni 
buon italiano. 

I suoi funerali furono imponenti — Tutta Italia fa 
largamente rappresentata. 

II Municipio per renderli più solenni rivolse al po- 
polo di Roma il seguente manifesto: 

Romani! 

€ La nostra citta nella sua storia, che fu quella del 
mondo, non ebbe mal per volgere di secoli pii'i giusta 
ragione di piangere ed onorare un Re ed un Eroe, 

« Il grido di dolore del popolo italiano oppresso e 
diviso, elle Egli redense e compose in una sola famiglia, 
si e ridesttito all'annunzio della sua morte. Fra le nostre 
mura è convenuta, gente iununitìrevole da ogni parte 
d'Italia, a rendere tributo di piamo al suo liberatore e 
Re; Oggi in Roma batte il cuore di tutta la Nazione. 

•n Lui fondatore del Regno d'Italia, il mondo civile 
onorava ed onora; Principi illustri, ì Legati di tutta 
Europa e quelli di più lontane regioni assisteranno ai 
funerali di Lui, associandosi al nostro lutto. 

« Sette anni or sono, noi salutammo Vittorio Emar 
nuele trionfatore e vindice ; domani Egli avrà tomba nel 
più degno dei nostri eterni monumenti. 

■« Quella tomba sarà per noi sacra quanto la Patria 
lìbera ed una. 

Il nome di Vittorio Emanuele II vi starà perenne 
ammaestramento doUe vìrtiì, che fanno un popolo libero 
e grande. 

Dal Campidoglio addi 16 Gennaio 1878. 

« E. RuspoLi Sindaco ff. % 



G. Finali — A. Armellini — E. Cruciani-Aliprnndi — 
0. Sansoni — S. Gatti — G. Fraschetti — P. Pog- 
gioli — L. Torlonia — 6, Mazzino — F. Nobili Vi- 
telleschi — A. Bracci ». 



Sulla BUA, romba ni Pantheon, asilo supremo della 
sua pace imiiioitnle, si scrissero le parole — vere — elo- 
quenti — nella loro brevità: 

- A VITTORIO EMANUELE H 

PADRE DELLA rAXBLl 

E il Paiittieon rininri'ù sempre luogo di pellegri- 
naggio per i veri patrioti. 

Vittorio Emanuele fu fedele luantenitore delle fran- 
chigie concesse al popolo da Carlo Alberto; e mai s'op»- 
pose ai progressi richiesU dai uuovi tempi di civiltà e 
dal bene del paese : supr'ìmo fine dei suoi desideri. Nella 
storia del regno di ViCtorio Emanuele si racchiude la 
storia d'Italia di trent'anni; giacché aEa grand'opera 
della redenzione egli sì era accinto fin dai primordi del 
suo regnare e mai si arrestò, mantenendo le libertà giu- 
rate, ricevendo nel pìccolo Piemonte gli esuli d'ogni 
parte d'Italia, resistendo alle ininaccie ed alle prepo- 
tenze straniere e, giunto il momento dcsideratOj sguai- 
nando la spada per rìndipendenza ed unità della patria. 
Tutto il mondo manda condoglianze all'Italia e si pose 
in lutto. 

La memoria di Vittorio Emanuele sarà sacra, in 
eterno nel cuore degli Italiani. 



Fu fortuna per la patria nostra, da poco sorta a 
nazione, che Umberto I successore al Gran Re nel trono 
d'Italia fosso degno figlio del Oraii Genitore, e che le 
sortì della naaione non corressero con lui nessun peri- 
colo, sapendosi come immenso fosse in lui 1' amore al- 
ritalia e il sentimento di volerla prospera e grande. 

E che tali fossero i suoi sentimenti lo dice il pro- 
clama che S. M. Umberto I indirizzava alla Nazione; 



421 



UMBERTO I. 



PER GRAZIA DI DIO E PER VOLONTÀ. DELLA NA^ÌiaME 

Re d' Italia 



Italiani! 

La più grave dellesventiire ci ha improvvisamente 
colpiti. 

Vittorio Emanuele II, il Fondatore del Regno d'I- 
talia, r Istauratore dell' Unità Nazionale, ci fu tolto. 

Io raccolsi il Suo ultimo respiro che fu per la Na- 
zione e il Suo ultimo voto che fu per la felicità del Po- 
polo a cui ha dato la Mberti'i e la gloria. 

La Sua voce patema che risuonerà sempre nel mio 
cuore, m' impone di viQcere il dolore e mi additA il 
mio dovere. 

In questo momento uà solo conforto è possibile: 
mostrarci degui di Lui — Io col seguire le Sue orme — 
Voi col serbarvi sempre devoti a quelle cittadine virtù, 
per cui Egli potè compiere l' avduii impresa di fare 
graode e una l' Italia. 

Io custodirò l'eredita, dei grandi esempi che Egli 
mi lascia, di devozione all-a patria, di amore operoso di 
ogni civile progresso, e di fede inconcussa a quelle li- 
bere Istituzioni, che largite dall' Augusto mio Avo, Re 
Carlo Alberto, religiosamente difese, e fecondate da mio 
Padre, sono orgoglio e forza della mia Casa. 

Soldato come Essi, dell' Indipendenza Nazionale, ne 
sarò il più vigile difensore. 

Meritarmi l'Amor del mio Popolo, qual già l'ebbe 
il mio Augusto Genitore, sarà 1' unica mia ambizione. 

Italiani ì 

H vostro primo Re è morto. Il Suo Successore vi 
proverà che le Istituzioni non muoiono. 

Stringiamoci insieme, e in quest' ora di supremo 
28. 



422 

dolore raffermiamo quella concordia dì propositi e di 
affetti, che fu sempre presidio e salute d' Italia. 

Dato al palazzo del Quirinale il 9 gennaio 1878. 

Umberto. 

Questa è la parola che il nuovo Re Umberto I in- 
dirizzava air Esercito ed all' Armata. 

Ufficiali, sott' ufficiali e soldati di terra e di mare- 

« Vittorio Emanuele II, il primo soldato dell' In- 
dipendenza Italiana non è più. Irreparabile sventura 
colpi Colui che ci ha guidati alle battaglie, che ha ispi- 
rato, educato, e mantenuto in voi le virtù del cittadino 
e del soldato. 

« Ài Suo magnanimo ardimento dobbiamo i glo- 
riosi fatti, che illustrano la nostra bandiera ; al Suo 
senno previdente gli ordini e le armi di cui andate fieri 
ed onorati; alle sue salde virtù l'esempio di ossequio 
alle libere istituzioni, di generosità nel soccorrere in 
ogni evento la Patria, di vigore nel tutelarla e difen- 
derla. 

Ufficiali, sott' ufficiali e soldati. 

« Già compagno dei vostri pericoli, testimonio del 
vostro valore, so di potere contare su voi. 

« Forti delle vostre virtù ricorderete che dove è la 
nostra bandiera, ivi è il mio cuore di Re e di soldato. 

Umberto 



CAPITOLO XXX. 
Ultimi giorni e morte del generale Garibaldi. 

Della morte di Vittorio Emiiniiele per cui sentiva 
Teaeriizlone profonda Garibaldi fu inconsolabile. 



Esso da tempo viveva a Caprera Intento a trarre 
qualche piirtito dalla parte dell'isola suscettibile ad es- 
sere coltivawi. 

Nel 1876 venuto a Homa aveva aperta la cam pagina 
per la sistemazione dei Tevere, che proseguiva con te- 
nacità sapendo di fare cosji utile e grande. 

Neil' inviare al colonnello Domenico Cariolato l'ap- 
pello agli Italiani per la sottoscrizione ai grandi lavori 
del Tevere, cosi gli scriveva; 

« Mio caro CarioUto, 

« Vi accludo l'appello che io faccio agli ludiani per 
la sottoscrizione a favore dei lavori del Tevert. Sai'ebbt) 
utile che la prima firmar fosse quella del_Re. Mingbetti 
mi si ò dimosti'ato iavorevoLe, ma temo cbe altri met- 
teranno i bastoni fra le ruote, e si farà in modo cbe il 
Re non firmi. ■ 

« Parlatone a Dezza e venite presto a Villa Casalim. 
Sempre vostro 

G. Garibaldi* 
• Boma, lo gennaio 1876. 

Era inlento a questC) nobile scopo ed a quello no» 
meno nobile e grande delUt bonifica dell'Agro Romano, 
quando nei primi del 18tìi avvenne il triste latto del 




424 

trattato del Biirdo. Garibaldi che era ritordato a Ca- 
prera ne fu colpito pili di ogni altro patriota perchiS !ui 
non si aspettavfi dalla Francia quest'atto che umiliava 
l'Itftlia. ^ 

Palermo si preparava in quei giorni a festeggiare 
la data della ricorrenza dei Vespri Siciliani, e, invitato 
a recarsi nell'Isola da lui tanto amata, acconsentiva & 
fare il faticoso viaggio sebbene sofferente di salute e 
sebbene vivamente sconsigliato dai figli e dagli amici, 
che paventavano per lui le latiche del viaggio. 






Lasciata Caprera, sbarca a Napoli ricevuto con de- 
lirio da quella popolazione che non l'aveva più rivedut» 
dopo il 1860. Sento il bisogno di un po' di riposo e va 
a passare alcuni giorni tranquilli nella villa del sìg. Ma- 
clean a Posillipo. 

Da Napoli si dirige in Calabria; riposa una notte 
a Catanzaro, e segue poi il viaggio, parte in vettura, 
parte in ferrovia; pellegrinaggio faticosissimo e per lui 
micidiale, accolto dovunque passa con vera frenesia; 
arrivato allo Stretto, è ricevuto a Eleggio da quel popolo 
delirante — passa a!la sua Messina elie s'accalca per sa- 
lutarlo, per toccarlo, per baciarlo — e il 28 marzo entra 
a Palermo. Non è possibile dire della gioia, delle feste, 
e delle deliranti accoglienze di quella popolazione, essendo 
più facile immaginarle, che descriverle. 



H 31 marzo, anniversario del terribile eccidio, il Ge- 
nerale per le tristi condizioni di salute non potè asaiatere 
alla grande cerimonia, e se ne scusava coi patrioti si- 
ciliani. L'indomani suo figlio Menotti aJln folla radunata 
sotto le sue finestre, leggeva un'addio affettuoso del padre, 
nel quale si protestava figlio di Palermo. Si trovò ne- 



425 

cessano che il generale riposasse qualche giorno e fl- 
nalmente il 17 aprile sul Cristoforo Cohmbo ripartiva 
per Caprera. 

Nel resto di aprile e nel mag^gio lo stato di salute 
del Generale non era migliorato, ma nessuno pensava 
che la sua fine fosse tanto prossima! — Invece aWn fine 
di maggio il suo stato erasi fatto d'improvviso j^^rave 
I assai — disperato 1 La notte del 1° giugno i telegrammi 
I si correvano l'uno dietro l'altro — Garibaldi è aggravato 
I — Garibaldi è moribondo ! 

I Nelle prime ore del mattino del 2 giugno lo stato 

I del Generale appailva sempre più disperato — il respiro 
^^■dìveniva più lento ed affannoso — e si vedeva — che 
^^PCl terriijile momento della sua scomparsa dal tuondo era 
W pLU' troppo vicino. Da Menotti furono mandati iivvisì 
I telegrafìc^i a Canaio, a Teresita ed a Riceiotti, Fu pure 
^^ telegrafato al dottore Albanese; ma ormai non potevano 
^■più giungere a tempo. 

^^ L'abbandono delle forze faceva a tutti comprendere 
che la catastrofe era immiuente. Egli si spegneva tran- 
quillo; solo si vedeva che avrebbe desiderato la conso- 
lante notizia dell' arrivo del dottore Albanese, di Ric- 
eiotti, di Canzio e di Teresita. 

Nel meriggio -— due capinere vennero a posarsi sul 
balcone aperto della camera del Generale, cinguettando 

— La moi^lie signora Francesca, temendo disturbassero 
l'ammalato fece im gesto per allontanarle; ma il Gene- 
rale con un fll di voce soave, siissurò : « lasciatele stare 

— sono forse le anime delle mie due bambine che mi 
portano l'ultimo saluto. Quando non sarò più — mi rac- 
comando di non abbandonarle » e non disse pii'i altro, 
parve si fosse assopito. Solo più. tardi chiese di Manlio, 
suo diletto Aglio decenne — questi condotto vicino al 
letto si precipitò sul padre posando leggermente la testa 
sul petto ansante — il Generalo sembrò farsi ilare — 
un. Bon-so di soddisfazione sì vide errare sul suo viso al 
contatto di quell'infantile esistenza tanto a lui cara! — 



426 

poi volle vedere il suo cielo — il suo mare — e placi- 
damente fra le braccia dì Menotti, di Manlio e della 
dolce famiglia presente — allo 6 e 22 pomeridiane esa- 
lava la sua anima grande ! 

Alla notizia — Garibaldi è morto — l'Italia sussultò 
— e si senti sbigottita dall'immensità delia perdita. Ija 
Nazione si mise in lutto come nel funebre giorno delia 
morte di Vittorio Emanuele — e un'ondata di popolo in 
lacrime sì recava da ogni parte d'Italia a Caprera — 
ormai sacra all'Italia — per portare l'omaggio e il tri- 
buto di devozione suprema alle spoglie dell'Eroe tanto 
amato. 

Il Re Umberto scrisse di proprio pugno a Menotti, 
figlio del Generale, cosi; 

« Mio padre m'insegnò nella prima gioventù ad ono- 
rj\re nel generale Garibaldi le virtù del cittadino e del 
soldato. 

« Testimone delle gloriose sue gesta, ebbi per lui 
l'affetto più profondo, la più grande riconoscenza e am- 
mirazione. 

« Mi associo quindi al supremo cordoglio del popolo 
italiano, e prego d'essere interprete delle mie condoglianze, 
condividendole coU'intera nazione. 

Umberto » 

Sentimenti veramente patriottici e gentili, degni 
del figlio del Gran ì\e, padre della patria. 

La morte del generale veniva constatata dal certi- 
flcato seguente : 

Caprera, 3 giugno 1882. 

Signor Sindaco 

Maddalena 

« Ieri (2) alle ore 6 pomeridiane è morto in Caprera, 
al suo domicilio, il generale Giuseppe Garibaldi in se- 



427 

guito a paralisi faring^ea. Dichiai'iamo che In tuTiiulazione 
del Ci^davere può farsi dopo 24 ore daUa morte. 

« In fpde ci sottoscriviamo 

Prof. Albanese 
• Bott. Cappelletti », 

La Camera dei deputati ed il Senato prorogano per 
quindici gioi'ni !e loro tornate : il Go\'eriio propone e il 
Parlamento approva che la Pesm N'azionale dello Statuto 
sia sospes;! ; le esequie dell'Eroe siano tatt,e a spese dello 
Stato; Lina pensione vitalizia di diecimila lire annue sia 
assegnata alla vedova ed a ciascuno dei figli. 



In og-ni terra italiana, da Roma al più umile borgo 
si decretano onoranze. 



L'Elettrico non basta a dare sfogo all'enorme quantità 
di telegrammi che da ogni parte del mondo piove a Ca- 
prera. 



L'assemblea dei deputati della Kepnbblit-a francese 
sospende le sue sedute ; la sinistra del Senato propone 
si voti tin indirizzo di cordoglio all'Italia ed alla famig'UB; 
il Muuioipìo di Parigi delibera di mandare rappresentanti 
ai suoi funerali ; Lione, Marsiglia, Dijon attestano con 
pubbliche manifestazioni le loro condoglianze. 



La Camera dei deputati e il Senato di Wa&hington 
approvano una mozione deplorante « la morte di Ga- 
ribaldi ed esprimente la tìirapatìa degli Stati Uniti per 



428 
l'Italia ». La Camera di Buda-Pest vuole scritto nel pro- 
cesso verbale il compianto della Nazione ungherese, 
per la scomparsa dell' Eroe ; il Consiglio nazionale dì 
Berna « rende omaggio a nome del popolo svizzero alla 
memoria di Garibaldi e si associa all' Italia nel lutto 
causato dalla morte del'grande patriotta >. Il Consiglio 
municipale approva « una mozione di profonda simpatia 
alla Nazione italiana in occasione della morte del grande 
Cittadino e condoglianze alla Simiglia ». 



« 
* * 



Tutta la stampa mondiale fa gli elogi del compianto 
grand'uomo. 

Il Times, scrive ; « Ebbe tutte le qualità del leone; 
non soltanto il coraggio senza confini, ma le doti più 
nobili, con la magnanimità, la placidezza e l'abnega- 
zione ». 

La France esclama : « Questa morte è un lutto del- 
l'umanità. — Garibaldi era cittadino del mondo ». 

La Vossische Zeitung : « Dobbiamo dimenticare il ri- 
cordo di averlo avuto nemico e deplorare la sua morte », 
e il Tagéblatt conferma : « Egli nel suo idealismo vide 
solo l' infelicità della Francia e non pugnò contro il 
popolo germanico, ma bensì in favore della libertà del 
popolo». La Germania dichiara: «Vogliamo rendergli 
questa giustizia. — Egli fa generoso, patriottico, pronto 
al sacrificio ». La La Xeue Freie Presse conchiude : « Si- 
mili figure sono fari nella storia del patriottismo ». 



» # 



Due uomini — nel secolo nostro — lasciarono questa 
terra accompagnati da universale consenso di laudi a 
di dolore: Vittorio Emanuele e Garibaldi; perchè essi 
soli incarnarono due dei più straordinari avvenimenti 
della storia: un Re fedele alla libertà, che oblia la 




I 



tradizione della sua stirpe, g mette In pericolo il retaggio 
dei suoi Agli per la redenzione di un popolo; un popolano 
(?he si eleva, per virtù propria fino alla potenza di Ee, 
ma per ritornare al suo modesto focolare scevro dì qual- 
fjiasi ambizione, sacrificando gli ideali della sua anima 
alla suprema felicità deLla pati-ia! Inchiniamoci alla me- 
moria di questi Grandi ! 







Composta, la salma del Generale il dottore Albanese 
inviava questo telef^rarama. perL',hè fossero note le su- 
preme dieposizioni del Generale: 

<( Garibaldi spirò ieri serti; lasciò un' autografa di- 
sposizione in data 17 settembre 1881, cosi concepita: — 
« Avendo per testamento determinato la cremazione del 
mio cadavere, incarico mia moglie dell'eseguimento di 
tale Tolontii, prima di dare avviso a chicchessia della 
mia morte. Verrà costruita una piccola urna in g^ranito 
che racchiuderii le mie ceneri. L'urna sarà, collocata nel 
muro, dietro il sarcofago delle mie baraliine e sotto 
l'acacia che lo domina ». 

Ecco poi testualmente la lettera del generale al dot- 
tore Pi-andina: 



Caprera, 27 settembre 1877 
Mio carissimo Prandiua, 



« Voi gentilmente vi incaricate della cremazione 
del mio cadavere e ve ne agno grato. 

« Sulla strada che da questa casa conduce verso 
tramontana alla marina, alla distanza di trecento passi 
a sinistra, vi è una deprestiione di terreno limitata da 
un muro. 

« In quel cauto si formerà una catasta di legno 
d'acacia, lentisco. mirto ed altre leg-Jie aromaliche. Sulla 
catasta si poserà un lettino di ferro e su questo la 




J 



480 

bara scoperta, con dentro gli avanzi miei, adorni della 
camìcia rossa. 

« Un pugno di cenere sarà conservato ìn un' urna 
di granito, e questa dovrà essere posta nel sepolcreto 
che conserva le ossa delle mie bambine Rosa e Anita. 

Vostro sempre 
Q. Garibaldi » 

Ed a queste sue istruzioni scritte ne aggiungeva 
altre verbali: al Prandina diceva. — 

« Voglio essere bruciato; bruciato, non cremato, ca- 
pite bene. In quei forni che sì chiamano Crematori non 
ci voglio andare: voglio ripeto essere bruciato all'aria 
aperta... . e voi Fazznri sarete il mio' liberto ». 

« Farete una catasta di legna, dell'acacia dì questa 
isola, stenderete il mio corpo vestito della camicia rossa 
sopra un lettino di ferro; mi deporrete nella catasta 
con la faccia rivolta al sole e mi brucierete; le ceneri 
le deporrete dietro la tomba di Anita — Cosi voglio fi- 
nire — ». 

E non fu bruciato ! — Le sue ossa sono sepolte nella 
sua granitica Caprera ~ isola sacra alla patria. — Ma 
il suo spirito ale^ia in ogni angolo d'Italia che tanto 
amò — e per la quale diede tutte le sue forze — la 
sua anima grande, perchè fosse libera e potente ! Tafe 
l'ideale di tutta la sua vita gloriosa! E che cosi fu, lo 
prova questa sua dichiarazione. 

« Io non ebbi mai altro che uno scopo — quello 
dell'unità italiana — quindi il mio programma del Ti- 
cino fu lo stesso a Marsala, ad Aspromonte ed a Men- 
tana ». 



431 



CAPITOLO XSXI. 



Nozze di S. A. R. il Principe di Napoli 
con la Princlpassa Elena Petrovjcli Niegos dei Montenegro, 

La storia del Montenegro è tutto un poemii di eroi- 
smi! Le lotto sostenute per due secoli d;ii valorosi .an- 
tenati e dal Principe Rognanle Nicola I, Iianno fondato 
uno stato indipendente e solido la cui imporlanza è ri- 
conosciuta dal mondo intero. Principo e popolo stret- 
tamente legati come una sola tainij,'lia sentono venera- 
zione profonda per la Ru^ia - riconoscenti non di- 
mcnticlii — per l'aiuto dei essa prestato — mai venuto 
meno — nelle lotte titaniche sostenute per la indipen- 
denza.. 

Fra l'ItaHa — pure ijrt lotta secolare per l'indi- 
pendenzft — e il Montenegro culla di eroi — una cor- 
rente di simpatia ó sempre esistita, e moki volontari 
italiani accorsero nel lfl7ìi-7f} ji prendere p;irte alla lotta 
sostenuta contro ì turchi nell' Erzeg"0vinn. 

Nella Cernagora si ricorda con grato animo che il 
voto di Mazzini e di (xarihaldi fu costHiiCemente quello: 

Che nella costa orientali dall' Adriatico si formasse un 
grande Siato Serbo-Mojitejiegrìno fdo dìlenio dell'Italia. 

'Erti quindi naturale che le Jinnuiizlate nozze Sa- 
voia-Petruvicli fossero accolce con gioia ed entnsiar 
sticaniente festeggiate in Italia — E lo furono dal po- 
polo intero. 



Il giorno 22 ottobre 1896 — la Principessa Elena 
Bbarcava a Bari, ricevuta dal Ducii di Genova e da 
tutte le autoricà fra le più vive acclamazioni dell'in- 
tera popolazione festante. 



433 

Appena toccata la terra italiana 8. A, R. la prin- 
cipessa riceveva il seguente telegramma. 

Cara Elena 

> Fra i saluti ed auguri che ti accolgono in terra 
italiana, sian primi i nostri ttlfettuosissimi a te cara fi- 
glia, che attendiamo ansiosamente nella nostra casa > 

« Umberto, Margherita. » 

Fin delle prime ore del giorno 23, tutta Roma era 
in moto. 

Tutti gli edifici pubblici e privati erano imbandie- 
rati, e la via Nazionale e quella del Quirinale tutte 
parate a festa presentavano un colpo d'occhio stupendo. 

Alla stazione feri'oviaria innanzi alla sala Reale era 
sorto uno splendido padiglione ornato di palmizi — La 
sala Reale messa a nuovo era veramente sontuosa. 

Verso le 10, numerose associazioni cittadine con ban- 
diere occupavano i posti loro assegnati ; cosi fecero le 
rappresentanze scolastiche. 

* 

* * 

Poco prima delle 11 arrivavano alla stazione pre- 
ceduti dai corazzieri e dai battistrada i Sovrani e le 
carrozze della Regina di Portogallo, dei Princìpi e delle 
Principesse. 

Alle 11 precise la campana della stazione dava l'av- 
viso dell'arrivo del treno Reale. 

* * 

Appena il Principe Nikita nel suo caratteristico 
costume montenegrino con le Principesse Elena ed Anna 



si mostra nellfl loggetta del vagone gli applinisi si fanno 
eiilusiftstiei. 

Tutti gli sguardi sono rivolti verso la Principessa 
Elena — e l'entiiisiasrao e gii applausi si fanno più vivi 
alla Tiata della sua avvenenza. 

Il Principe Nikita — una vigorosa, sirapntica figura 
di soldato — scende per primo dal vagone, seguito dal 
Duca di Genova. Subito dopo scende la Prlncipesea Elena 
che incontrate le Loro Maestà il Re e la Regina, le 
abbraccia e bacia affettuosamente. 

S. A. R. il Principe di Napoli a sua ì'olta soluta 
l'Augusta Suiì Fidanzata baciandole rispettosamente la 
mano. 



Menti'e S. M. il Re ed il Principe Nikita p-issano in 
rivista la compagnia d'onore, S. M. la Rey;ina presenta, 
alhi Principessa Elena la Kegina di Portoyalln, i Prin- 
cipi e le Principesse, ed il Sindaco On. Ruspoli che al- 
l'Augusta Fidanzata dà la ben venuta a nome di Roma. 



. Appena le piime carrozze del corteo si mettono in 
moto, dal popolo che greitdsce la piazza, scoppia un 
unanime fragoroso applauso. 

Dalle finestre aftbllate lungo tutto il percorso sì 
agitano IVizzoietti, le bandiere s'inchinano e il popolo 
grida: — Vìva il Re, vìva la Regina! Viviti la Princi- 
pessa Eietia! Viva il Principe Nikita! Viva il Principe 
Reale-' 



Appena il Corteo è entrato nel palazzo del Quiri- 
nale, dalla piazza, letteralmente gremita di popolo che 
si acenlca — si grida Evviva 1 8i applaude fragorosa- 
mente. 



436 

Sulla lo^ia centrale gli staffieri di Corte mettono 
il solito parato di yelluto rosso e la Principessa Elena 
si mostra assieme ii S. M. la Kegina. Quasi subito com- 
paiono S. M. il Re, il Principe Nikita, S. M. la Re^na 
Pia, le principesse e i principi. 

Chi può descrivere l'entusiasmo di quel momento? 

Lo spettacolo è indimenticabile ! La Principessa 
Elena che si moacrava molto commossa, è stata accolta in 
Italia e specialmente in Roma con l'espansione delle 
cittadinanze, che attendevano con ansia l'Augusta Sposa, 
il bel fiore, che la stirpe slava regalava al trono di Casa 
Savoia. 



# * 



Una folla immensa, composta dì romani e di ita- 
liani d'altre provincie, si era riversata fin dalle prime 
ore del giorno 24, nelle vie Venti Settembre, in piazza 
del Quirinale e nella via Nazionale ; non vi era edificio, 
casa privata e alberghi che non avessero oltre ad arazzi 
ed addobbi le bandiere italiane e montenegrine. 



* * 



Alle 10 precedute da carabinieri a cavallo giungevano 
quattro berline del Senato, i landaux della Camera dei 
deputati e le quattro berline del Municipio, seguite da 
molte vetture di Corte recanti le Dame e i Gf^entìluo- 
raini fra i quali molti montenegrini nei loro bei costumi. 






Gli invitati della Corte si trovavano già riuniti nella 
sala da ballo del Quirinale per la cerimonia civile. 
S. E. Farini e S. E. il marchese di Rudini erano anche 
essi al loro posto. Alle 10 e un quarto entrava la Corte. 

Appena la Corte si è seduta il presidente del Senato 
on. Farini chiama gli Augusti Sposi e i testimoni. 

Il Principe di Napoli e la Principessa Elena pren- 



*87 

dono posto da un lato della tavola al centro delln sala 
e i due testiraoDi, Conte di Torino e Diio-a d'Aosta ai 
lato opposto. 

Il presidente del Senato legge gli artìcoli del Codice 
civile e pronunzia la form&la del matrimonio. Gli Au- 
gusti SpOfii firmano 1' Atto con la peudji offerta dalle 
Associazioni italiane, dopo di loro Hrmano S. M. il Re il 
Principe Nicola I, il Duna, d'Aosta e il Conte di Torino. 



Terminata la cerimonia si forma il corteo che pre- 
senta un colpo d' occliio pittoresco. 

A piedi dello scalone afitendevano duo berline dì 
gala a sei cavalli. Nella prima presero posto i Sovrani 
d' Italia e il Principe Ereditario. Nella seconda la Prin- 
cipessa Elena, il Principe Nicola I e il Prìncipe Mirko, 
poi seguivano le altre berline colla Regina di Portogallo 
e gli altri principi e principesse. 

Le berline con i Sovrani e il Principe Ereditario e 
quella dell'Angusta Sposa e dei Principi del Montenegro, 
precedute dai corazzieri percorsero la via assiejiata di 
popolo fra continue salve di applausi, sventolare di faz- 
2oletti e al suono della fanfara reale e degli inni del 
Montenegro. 



Nella Chiesa di S. Maria degli Angeli ove avevano 
preso posto il Re, la Regina, gli Sposi Augusti, le prin- 
cipesse e i principi, e in apposite tribune i colhiri del- 
l'Annunziata, i grandi ufficiali, fra i quali notavasi il 
Console generale Montenegrino comm. Popovich, — re- 
gna il pili grande silenzio. 

Monsignor Piscicelfi si avanza verso gli Augusti 
Sposi — Alcuni cerimonieri stendono al di sopra del loro 
capo un candido velo argenteo e ne danno a reggere i 
(Quattro lembi alle LL. AA. il Duca d'Aosta, il Cooce dì 



438 
Torino, il Principe Mirko ed il Principe Karageorgevich. 
Monsignor Piscicelli dà la benedizione agli Sposi Augusti 
e il Principe di Napoli e la Principessa Elen» si scam- 
biano l'anello nuziale. 

È un momento solenne di grande commozione! 

Compiuta la cerimonia il Principe di Napoli dà U 
braccio alla Sposa ed il corteo Reale, al quale tutte le 
autorità fanno ala mentre gli allievi dell'Accademia mi- 
litare presentano. le armi, s'incammina verso l'uscita. 



* 
# * 



Alle l'2 Vi le porte del tempio si riaprono ed una 
delie grandi berline con tiro a sei vi si ferma dinanzi; 
un drappello di corazzieri si mette alla testa. 

Fu un momento emozionante allorquando gli Au- 
gusti sposi saliti sulla berlina, questa si mosse seguita 
da quella della LL. Maestà e dalle altre della Corte per 
traversare fra un uragano di applausi la piazza dell'E- 
sedra e infilare la vìa Niizionale. 

Lungo tutto il percorso sulla berlina degli Sposi si 
gettavano fiori e cartellini di augurio. 

L'Augusta Sposa con grazia infinita chinava la te- 
sta per ringraziare il popolo degli applausi entusiastici 
— il Principe di Napoli era raggiante, esultante ! 

Con clamorosi applausi erano calorosamente salu- 
tati il Re e la Regina e il Principe Nicola. 

Gli Sposi nel giungere al Quirinale hanno atteso 
l'arrivo dei Sovrani — e qui è avvenuta una scena 
commovente. S. M. la Regina appena scesa dalla car- 
rozza si è gittata con vero impeto d' affetto nelle brac- 
cia della Principessa Elena e l'ha abbracciata e baciata 
ripetutamente. 

La giovine Principessa di Napoli fece l'atto di vo- 
lerle baciare la mano, ma la Regina volle di nuovo ab- 
bracciarla. La sposa è stata poi abbracciata dalla Re- 
gina di Portogallo e dalle altre principesse. 



'439 



Al tocco e mezzo arrivava al Quirinale una nu- 
merosa rappresentanza del Senato. Il rìeeviraeiito ebbe 
luogo nella sala del trono presentì tuttì i ministri e gli 
alti funzionari di Corte. 

Il presidente On. Fariiii fattosi innanzi alle LL. 
Maestà lesse un beli' indirizzo augurale e di eeiiltauza 
del Senato concludente cosi: 

Sire. 

« Fatta ragione dei tempi, la Maestà Vosti'a pre- 
ferendo ai tripudi clamorosi le gioie tranquille e' gli 
omaggi riverenti d'animi devoti, voleva contenuti in 
modesti confini i festeggiamenti di queste Nozze Re- 
gali, ma la gioia che dalla Reggia si dito ade oggi per 
tutta la terra d'Italia attesta con mirabile spoiitaneit:i 
quali atfetti stringono la Nazione alia sua dinastia e, 
come la sovrerohiante piena di tali affetti sia impos- 
BÌbile dì contenere. 

Sua Maestà, il Ke rispoBe: 

« La letizia che mi circonda, le prove d' affetto 
che mi vengono da ogni parte, la devozione che mi di- 
mostra il Senato del Regno, mi confermano che il paese 
sento come la mia casa sìa ìdentìdcaui col popolo ita- 
liano. 

« Le due dinastie che sì collegano eljbero comuni, 
ooras ella dice, onorevole Signor Presidente, la prodezza 
iieìle armi, I' amore alla patria, gli sforzi generosi per 
redimere i" popoli dalla Servitù. 



Signor Presidente ! 

« Dica ai suoi eolìeghi, che il pensiero di una pa- 
tria grande, forte e felice è il cosLante proiiosito del- 



4Ì0 

l'animo mio. A conseguirlo ho consacrato tutta la mia. 
vita. Il legame che sta per stringerai mi affida che i 
miei successori consacreranno Anch'essi la loro vita al 
medesimo intento. 

"f Questa è lo min fedo di padre e di Re. 

Dopo l'udienza del Semuo ebbe luogo quella della 
Camera dei Deputati. 

L'ufficio di Presidenza era al completo — i depu- 
tati circa 200. 

H presidente on. Villa lesse l'indirizzo, col quale — 
dopo di avere dimostrato che un solo pensiero racco- 
g-Iie tutta la Ikmig'Iia ibiliana intorno alla Casa dei 
suoi Re e fa prorompere da ugni cuore voci di giubilo 
e di benedizioni ; dopo di avere presentato al Re, a S. 
M. la graziosa Regina, a S. A. R. il Principe di Napoli, 
alla Principessagontile che porta nell'antica Reggia con lo 
splendore di nuove grazie, con tesoro di gloriose me- 
morie, prezioso retaggio dì quella famiglia di forti, d'onde 
essa ha avuti i natali, il tributo delle felicitazioni deUa 
Camera elettiva e i voti della Nazione — concludeva : 

(( A Voi Sire, alla Maestà dell'Augusta amata Re- 
gina, a S. A. R, il Principe di Napoli, noi porgiamo 
nella concorde e serena esultanza dei cuori, il fervido, 
aftèttucso saluto della devozione e della gratitudine na- 
zionale. » 

S. M. il Re rispose col seguente discorso : 



Signor Presidente, 

* Ella ben argomenta affermando che le gioie della 
mia famiglia si accrescono, per l' intimo accordo colla 
Rappresentanza Nazionale ; esso trae il suo alimento pe- 
renne diille nostre libere istituzioni. 

« A me è particolarmente gradito il saluto della 
Camera elettiva, espressione genuina dell'alleanza della 
Dinastìa colla Nazione, nella quale sia il presidio della 
indipendenza della Patria. 




B Ho desiderato che in questi giorni di festa per la 
Tiiià Casa, sì trattenesse l'entusiasiin^ ai^hietto che da per 
tutto prorompe poiché è al lavoro, allo studio, al di- 
■gnìtoso raccoglimento che dobbiamo attingere la lena 
per crescere in grandezza e in prosperità. * 

Signor Presidente, 

« Questo legato della grandezza e dell' integritó 
della Patria che io ebbi dal mio gran Genitore, si tra- 
manda per tradizione nella mìa famiglia e allo altissimo 
intento non verrA meno mio figlio, 

« Anche la scelta della sua sposa, la quale appar- 
. tiene ad una progenie di valorosi, di difensori e vin- 
dici dell'indipendenza Nazionale, addita l'animo suo. 

« La mia Casa e quella del Montenegro signìflcajio 
liberazione e indipendenza. 

« "È in questo amore della Pfitria nhe si nobilitarono 
i sacriflci, si rittemprarono i caratteri ; è in questo 
culto della Patria che si rafferma la fede, segnatamente 
nelle ore difficili che mai non mancano ai popoli grandi. 

« Dica, sig. Presidente, alla Camera elettiva che io 
le ricambio gli auguri affidandola che il mio cuore di 
Re ha un solo palpito; la felicità dell'Italia. » 



Le potenze estere associandosi al giubilo dell' Ita- 
lia inviarono tutti i loro omaggi e felicitazioni alle LL. 
Maestà. 

In conclusione la buona, coltet avvenente Sposa, di^ 
scendeute da una stirpe di eroici difensori dell' indi- 
pendenzii del patrio suolo, ha trovato in tutta Italia un 
vero eucusiasmo di sentimenti favorevoli. Come una 
^omma preziosa, essa irradìerà di nuovo splendore la 
fulgida Corona Sabauda — Siano dunque unanimi gli 
auguri di te!icità agli Sposi il cui avvenire compendia 
j destini della patria. 



44a 



CAPITOLO XXXJt. 
Volontari Italiani In Grecia. 

Nel 1897 — uu grido di entuaiasmo echeggiaTa da 
un capo aU*altro d'Italia per la causa ellenica. — H 
flleUeDÌBino fu sempre per gli italiani umi delle eorde 
che più vibrnrouo uel cuore dì quanti sentono amore dì 
patria e di libertó. — e tutte le volte che la Grecia 
tentò di redimere dalla servitù le sue belle terre, l'Italia 
non rimase insensibile e mandò i migliori suoi (ìgU 
A colli IwUtei'e per la sua redenzione, come molti greci 
combatterono per I» nostra. 

Sarebbe troppo lungo il parlare dei patrioti che le 
diedero la vita in tempi ormai lontftni ma pur non 
dimenticati; basterebbe ricordare il Santorre Santarosa 
^- nel 1821 — il Bssetti — il Tarella ~ il Mamiot — il 
Tirelli — il Hriltbii ^ il Tarsio — il Viviani — il Tor- 
ricelli -- il Frenarlo — il Mtovitowich — il Dania — 
il Eattelaiii — che liiseiarono le loro ossa in Grecia nel 
1822 — e l'Andrei! Broglio marc^hegiano che lasciava la 
vita ad Anatolica nel 1828. 

Accenneremo ai più recenti, e diremo che insorta 
r isola di Creta dopo la campagna del 18G6, ben due- 
mila e pili volontari e nou meno di ottanta ufficiali 
corsero a dnre agli insorti I! loro aiuto. I primi, sbarcata 
a Sira furono posti sotto gli ordini dì Zambra-Ivakis, Bl- 
sanzioa, e Ooracas, gli altri sotto il comando del mag- 
giore JVIereu, e tutti diretti all'isola di Creta ove si 
combatteva per la indipendenza. 

Al Mereu prima della sua partenza il generale Oa- 
ribaldi aveva consegnata la lettera seguente: 



I. 



413 

Caprera, 9 ottobre 1866,' 

« Il maggiore Mereu, uno dei miei prodi com- 
pagni d'armi, va in Grecia per combattere la santa 
cau&u di quel paese. 

« Io lo raccomando caldaraente ai miei amici 

G, Garibaldi ii. 



Nel 1867 la Grecia si preparava a sorgere in armi 
per la questione non solo di Creta ma anche per la 
causa macedone; una nuova spedizione di Toscani gui- 
data da Syarellino partiva da Livorno: toccaui Caprera 
prendeva il comando della spedizione il bravo giovane 
Kicciotti Garibaldi. 

Egli partiva diretto non a Candia ma al Pireo, con 
istruzioni del padre di cercare di portare la rivoluzione 
nell'Epiro e nell'Albania e di far sapere che se l'insur- 
rezione avesse luogo, anche egli sarebbe accorso sul 
campo dell'azione. 

Ma mentre un Gomitalo ellenico era dietro ad orga- 
nizzai'e uri movimento sulla fi-ontiera Epirota, l'inter- 
Tento delle potenze anche questa volta intimava alla 
Grecia di spegnerò il movimento nel suo nascere, e i vo- 
lontari italiani dovettero rimpati'iare. 

Nel 1875, Mico Liubitiratìc, un eroe Erzegovese — 
le stesso che col Vucalovich sì era mantenuto in guerra 
per l'indipendenza nel 1862 riportando segnalate vit- 
torie — tali da destare F universale ammirazione e da 
obbligare il governo ottomano a segnare in Ragusa un 
trattato favorevole all'Erzegovina, (trattato i cui patti non 
furono poi rispettati) — aveva ripreso le armi e indi- 
rizzava un fiero proclama alla gioventù di tutte le na- 
zioni, perche rispondesse al suo appello, Garibaldi al- 
zava anche esso la sua voce in favore dell'Erzegovina 
colle seguenti parole : 



444 

A Liubìbratic ed al suoi gloriosi compagni 1 

« Miei cari amici, 

< Voi vi siete assuncì una difficile missione, ma 
bella, superba, santa; quella dell'emancipazione degli 
Slavi dalla più atroce delle tirannidi. 

« Io vi invidio e giammai tanto mi pesarono gii anni 
come oggi, che non posso dividere con voi glorie e pe- 
rigli. 

< Già m' indirizzai a tutte le popolazioni che lan- 
guono sotto il giogo ottomano perchè si sollevino e non 
dispero di vedere raggiungere la vostra bandiera dai 
prodi che contano nella loro storia i Leonidas, gli Spar- 
tachi e gU Scanderberg. 

« Il vostro divisamento di sostenere la guerra di 
partigiani durante l'inverno, lo credo il migliore; l'av- 
venire è vostro. Qualunque uomo che non sia un per- 
verso farà sua la causa vostra e come noi palpiterà di 
gioia al vostro glorioso trionfo ». 
Roma, 29 ottobre 1875. 

Vostro 
G. Garibaldi. 

Al patriota esule triestino, presidente del Comitato, 
per gl'insorti erzegovini, scrìveva cosi: 

« Mio caro Popovich, 

« Ove rimanesse un insorto solo nell' Erzegovina, 
bisogna aiutarlo. 

« Io spero che Lìubibratic e compagni si soste- 
ranno sino alla primavera. Intanto bisogna lavorare per 
loro a tutta forza 

« Dite ai valorosi del Montenegro ohe il mondo am^ 
mira il loro eroismo, e fa voti per la grandezza d^l 
loro paese, culla di eroi. Salutateli caramente per me ». 
Roma, 31 ottobre 1875. 

Sempre vostro 
Q. Garibaldi 



445 
E quando ebbe per telegramma i particolari della 
di Piva nella quale i Turchi toccarono una 
solenne sconfitta, cosi gli scrìveva : 



battaglia 



« Caro Popovicb, 

« I liberi d'ogni psiese europeo esultano per la 
slpendìda vittoria deferii eroici figli dell'Erzegovina ori- 
entale '. 

Boma, 6 novembre 1875. 

6. GarUahli, 



Non è quindi da meravigliarsi se all'annunzio del- 
l' insurrezione di Creta nel 1897 e dell'attitudine del 
governo Ellenico di sostenerla colle armi, in Italia, vec- 
chi palTioCi e giOTiiui di cuore ardente, sentirono il sa- 
crosanto dovere di continuare la g-Ioriosa tradizione 
della camicia roasa, quale simbolo di libertà per gli 
oppressi. 

Per opera dell'insigne patriota Ettore Ferrari^ co»' 
diuvato dal colonnello Gattorao, si formò un corpo di 
garibaldini. Ma In parte per le difficoltà frapposte dal 
Governo Italiano — che per riguardo ai trattati internar 
zionali doveva ostacolare l' imbarco dei volontari, — 
ma ancor più per le incerfezze delio stesso governo di Gre- 
cia, il numero desìi accorsi fu assai limitato. E per pro- 
vare che tali incertezze riuscirono demnose alla causa 
ellenica, basti il dire — che il generale Menotti Gari- 
baldi (col quale si sarebbero accompagnati i cblonnelli 
Pais, Elia, Cariolato, Bedischini e tanti e tanti altri che 
lo avrebbero seguito da formarne una divisione) tele- 
grafato al fratello Ricciotti se doveva partire, riceveva 
risposta, che diceva inutile la partenzii, giacché riteneva, 
dal modo come si mettevano le cose, che forse egli stesso 
sarebbe stalo costretto a fare ritorno in Italia. 

Per tutte queste contrarietti si potè solo formare al 



444 

più presto poasibiift un V iMtLto^'lioiie dì duecento cìn- 
quftntft uoiiiiui, c-Jie. comandati d^tl Mereu, furono l primi 
a partire per la GrecÌA. Del tstosso del corpo di altri 
ottocento uomini, già pronti il generale Ricciotti Gari- 
baldi comandante di tutta la Legione, ne fomiaya altri 
due battaglioui il 2" e il 3". 



Ci volle tqmpo non breve, dopo giuìiti al Pireo e 
ad Atene, perchè questi bravi potessero avere le finn- 
e il più stretto necessario per un corpo destinato a com- 
battere. Finalmente il 7 di ]u;\ggio il Ministro della 
guerra partecipava al comandante del corpo garìLifildino 
g^enerale Riociotti Garibaldi, l'ordine di marcia. 

il giorno 9 la Le5:ioue approdavi; ad Hagia-Marina: 
ivi giuufci il y:enerale avvisavei telegrafi carne nte il prin- 
cipe Costantino a Domolcos del suo arrivo; questi lo 
iuvitn.V(t a raggiungerlo senza ritjirdo. A Domokos la 
Legione garibaldina fu postJi, sotto gli ordini del gene- 
rale di divisione Mauromicbaelis. 



La mattina del 17 raii^glu l'esercito turco, forte di 
setttìnmnìila uomini, diviso in cinque divisioni, cou mo- 
vimento aggirante attaccava l'esercito greco, di appena 
28 mila combattenti. 

L'attacco più accanito si svolse nel centro, contro 
le trincee iutorno a Domokos, tenute solidamente e con 
valore dalle truppe greche comandate dal generale Mau- 
romichaelia, che da prode vi lasciava la. vita. 

A questo combattimento prese parte il 1" battaglione 
garibaldino comandato dal Mereu, che ebbe ben 50 circa 
dei suoi valorosi fra morti e feriti. Per la morte del 
generale Mauromichaelìs che le comandava, e per il nu- 
mero preponderante del nemico, le truppe greclie dopo 




447 

eroica resistenza dovettei-o abbandonare ]e trincee di 
Doniokos. 

Da quel momento In battaglia poteva tlii^sì finita, 
perchè il principe ereditario, comandante supremo, a 
notte fatta metteva tutto il suo esercito in ritirata per 
FurcA. 



Mentre questo avveniva al centro, airpstrema sinì-' 
atra la divisione Mairi Panhà sping^ei'adistaominenti con 
l'obiettivo di impossessarsi della strada Koto-Agorinni- 
Dereti Moccoluno onde tagliare ai Gre<rl la ritirata; men- 
tre col grosso delle sue forze si presentava ad attaccare 
la piccola divl&ionc Tertipis che occupava Ealimbeni- 
Kasim ir- Amasi ar. 

Contro la divisione Hairi Pacha combattevano eroi- 
camente il 2" e 3" battagilione dei garibaldini, fiancheg- 
giati dalla brava legione Filellenlcii. 

Ecco come il generale Riociotti Garibiddi descrivo 
il combatti 111 ento . 

* Indovinato il piano di attacco del generale Hairi 
Paeha, dt'cisi di prendere contittto con le truppe nemiche 
in una specie di semivcrcliio rientrante che taceva la 
pianura a piò delle toliiue, il cui corno destro era te- 
nuto Eiolamente dalla Filellenica ed il àinìstro da alcuni 
Euzoni della divisione Tertipia. 

« In m^zzo a questo Kuuiìcerchio vi era .una colli- 
netta isolabi: e questa era la posizione che io ordinai 
d'occupare per tener teista olle masse nemiche ; già. i 
tdragliori turchi più avanzati, ne avevano nv^giunte le 
falde di destra e di einistra e ac<;ogUevano la (.oniiiju'sa 
della nostra colonna con un fuoco asuai bea nutrito. Fer- 
mate per un momento le prime compagnie dissi ai miei 
bravi poche parole: 



446 

< Compagni ! rkoriUdèvì che oggi è affidati) a roÌ l'o- 
nortì deJìii camicia fìSKCi e la dignità deU'Hali-.i ». 

« Queste parole furono accolte con fremito d'entu- 
siasmo e Doa ebbi dubbio che queatti terza generazione 
di volontari sarebbe stata degna delle precedenti. 

« Ordinili a Mcirtinotti, comandante dei 2° batta- 
glione, di stendere la 1' compagnia in ordine aperto e 
prendere possesso a passo di corsa della collinetta — 
obbiettivo del nostro campo d'azione. 

« Per fortuna la nostra brava 1' compagnia giunse 
sul culmine della collina, che era attraversata da una 
Ecogliera di muro a secco, pochi minuti piima dei tur- 
chi. Arrivati alla scogliera i nostri aprirono un fuoco 
accelerato sul nemico — ma questi a sua volta li ful- 
minava con fuoco incrociato. 

» In questo momento accadde un fatto il quale fu 
inteso djilITtiilia tutta con vero dolore. 

« Fra i primi che giunsero euHa cresta della col- 
lina vi erano alcuni ufficiali del mio stslo maggiore, 
tutti provvisti di fucile. Con essi si trovava il nostro An- 
tonio Fratti. Raggiunta che ebbi in pochi minuti la som- 
mità, mi sentii dire: Glenerale, Fratti è ferito! Mi ri- 
volai al piccolo gruppo ohe si allontanava col ferito, e 
chiesi; « Come ata Fratti? Mi fu risposto « è morto >. 

« Ne sentii cordoglio vÌTÌssimol 

« Povero Fratti! fu destino che dovesse trovare 
l' estremo giaciglio là sotto un salice sulla sponda del 
Pentamili! » 

< Air apparire dei nostri il movimento io avanti 
del nemiiw si era arrestato; ma tutto il fuoco lo aveva 
concentrato sulla collina ove le Camicie Rosse preisen- 
tavano un splendido bersag'lio, tanto che in un momento 
ne caddero parecchie. 

« Il capitano Capelli comandante della 1* compa- 
gnia, mio figlio Beppino ed altri otto o dieci si erano 
già slanciati giù dal pendio contro il nemico strapo- 
tente ; immediatamente diedi ordine a Mju-tinotti di ab- 



U9 

bandonare la collina e di correre in sostegno a passo di 
carica. 

La 2*, 3", 4* compagnia furono spinte avanti in ap- 
poggio dei movimento eulla sinistra, e quattro compa- 
gnie grecite (3" battaglione comandante Martini), sulla 
destra. 

« La sezione francese — sotto de Barre — segui 
il battaglione italiano ; o la sessione inglese — sotto Erio 
Short — si uni al battaglione greco. 

« Kamos, greco, mio compagno indivisibile si mise 
alla testa dei suoi connazionali, e Mcren sopraggiunto col 
resto dei suoi alla testa della nostra destra. 

* Alle b pomeridiane atfeiccati rabbiosamente, i Tur- 
chi interrompono la loro marcia in avanti, e si fermano 
ma il conibattimento contìnua accanito; infine balenano. 
si disordinano e volgono in precipitosa ritirata. Un gildo 
si leva altitìsimo dalla Legione Filellenica; « Viva i g'a- 
rìbaldini ! Viva l'Italia! » da noi si risponde < Viva la 
Grecia ». Ben altro ci rimaneva ancora da fare. 

«; Bisognava sloggiare i Turclii che si erano trin- 
cerati in un altura detta della Madonna. iMontaì a ca- 
vallo ; pregai il valoroso capitano Varatassis, coman- 
dante la Legione Filellenica, rinia-:ta in poco più di 
cento, e il capitano greco Stifiliades che era venuto a 
mettere a mia disposizione una compagnia di truppe 
regolari, di appoggiare la mia destra, e sostenuti «Ila 
sinistra rial 3^ battaglione greco comandato da braTi uffi- 
ciali e diretto dal valoroso compagno Ramos, ordinai un 
attacco generale alla baionetta. Tutti con slancio ammi- 
revole ei avventano ansanti suH'erbi posizione nemic-a; 
i Turchi non reggono all'ardito e furioso assivlto, ab- 
bandonano la posizione e si mettono in fuga. 



* n sole era tramontato — ■ le fucilate erano cessate 
— ed anche l'artiglieria taceva — oiinai non vi era da 
fare altro che ritornare ai Tillaggì per pernottarvi. 



'460 

< Le trombe suonarono a raocolta e da tutte le 
parti venivano gruppi di camicie rosse gridando avviva 
— ebbri tutti di un immenso entusiasmo- 

< La prova era superata e splendidamente superata. 
« La camicia' rossa ayeva scritto un' altra pagina 

non indegna di figurare accanto alle altre gloriose; e 
l'Italia nostra poteva andare superba di questa nuova 
generazione dei suoi tigli. Avevano combattuto uno con- 
tro sette e non erano stati vinti ! 

« Verso l'una del mattino mi venne l'ordine di ri- 
tirarmi per la via dil>anitz a Lamia — e mi si diede 
notìzia che tutto l'esercito greco si ritirava >>. 






Ma il generale Ricciotti Garibaldi non volle abban- 
donare il campo senza .avere raccolti i feriti e formato 
un convoglio di trasporti. E prima di tutto volle ren- 
dere l'estremo tributo ai caduti e al valoroso compagno 
Antonio Fratti dandogli onorata sepoltura sotto ad un 
salice vicino al ruscello PentamiU! 

Pagato quest'ultimo tributo e mandato l'estremo sa- 
luto ai valorosi morti per una santa causa, la colonna 
prese la strada di Panaghia. 

Cosi fini Ja breve campagna di Grecia del 1897 nella 
quale la brava legione onorava anche una volta il nome 
italiano tenendo alto il prestìgio della Camicia rossa. 



CAPITOLO xxxm. 

Orrendo misfatto 9 morte df Umberto t° 

Come un fulmine un gravissimo lutto colpiva im- 
provvisamente r Italia tutta. 

Il 29 luglio del 1900 — giorno nefasto — il mondo 
esterefatto udiva l' orrìbile notizia. A Monza, moriva 
assassinato da belva umana Umberto F Re d'Italia — 



451 

'il Re che amava il popolo suo come il padre 11 più amo- 
roso I il più benefico! 

Cbi può ricordare senza fremere U data dellii sera 
infame nella quale Umberto di Savoia — forma idenle 
dibonU'i — iri mezzo ad una festa di popolo alla quale 
fidente aveva voluto prendere parte — a tradimento 
— fra le ombre notÈuroe — venÌTa ucciso dall' arma 
parric-ida d'un italiano? Fu il più grande misfatto che 
tigre sititionda di sangue potesse perpeti-are ! 

Umberto F nel morire deve avere pensato — Oh ! 
quanto meglio sarebbe jitato cadere tra il fragore delle 
armi e lo squillar delle trombe nel 186ij — quando fra 
i suoi valorosi soldati combiitteva da eroe nella disgra- 
ziata ma pur gloriosa giornata di Cu&toza ; sarebbe morto 
sul campo combattendo in difesa della libertà e per la 
unità della patria col pensiero rivolto alle terre italiane 
irredente —, seuipre Udenti! 



Incancellabile durerà in tutta Italia il ricordo del- 
l'eeecraiido delitto — e il popolo che vivo l'amò tanto 
— sentirà sempre che il ricordo di Lui iV>rma ormai la 
parte più cara della sua coBcienza. 



« Date liierime ed onori alla sua sacra memoria ». 

Questo fu il Vostro voto Sire! quando saliste sul 
trono del Padre della Patria e di Umberto I il Re Buono 
■ — e il popolo come una eco alle parole de! Vostro cuore 
addolorato — spinto da sentimento unanime — glori- 
ficando la memoria del Re estinto, fece nel tempo stesso 
solenne aftcrniazione plebiscitaria di affetto per Voi Ema- 
nuele III nostro Re e per la Voatra Ciisa. 

E le dimostrazioni di vivo rimpianto di tutto un 
popolo, aia per Voi — Regina Margherita — = tanto amata 



452 

,dal lacrimato Re — tanto adorata dalla Nazione — di 
conforto al Vostro cuore d'italiana, di sposa e di madre. 
L'Italia Ti ha conBacrata alla sua venerazione! 



* 

a • 



Questo è il primo ordine del giorno col quale S. M. 
il Re Vittorio Emanuele III manifestava all' esercito i 
suoi sentimenti patriottici e civili in occasione della sua 
assunzione al trono. 



Ufficiali, sott'uffìciali e soldati 
dell'Esercito e dell'Armata! 

« L'intiero mondo civile ha udito con indignazione 
la tragica fine del compianto mio genitore. 

« Il dolore della Nazione si è cerbimente ripercosso 
nei vostri cuori di buoni e fedeli soldati. In questo 
momento il mio pensiero si rivolge fidente a voi tutti, 
certo che riporterete su di me l'affetto col quale cir- 
condavate il Re Umberto, atfetto che, seguendo l'esempio 
paterno, con cuore di soldato, io vi ricambio. 

«E con -voi il mio pensiero si rivolge ai vostri 
compagni, che in Creta, nell'Eritrea ed in Cina mo- 
strando le tradizionali qualità di soldati italiani, tengono 
alta la gloriosa bandiera nazionale simbolo della gran- 
dezza e dell'unità della nostra patria ». 

Da Monza T agosto 1900. 

Vittorio Emanuele III. 



* 

* * 



Ecco come si commemorava alla Camera dei De- 
putati la morte di S. M. Umberto I Re d'Italia. 



465 

H giorno 6 agosto il presidente onorevoie Villn — 
-dava partecipazione all:i. Camera deiresecrjinJo delitto 
collo seguenti: parole che tutti i deputati profondamente 
commossi ascoltavano in piedi: 

« Onorevoli colleghi! 

Umberto I, l'amalo nOBtro Re, non è più ! La mimo 
sacrilega di un assassino si ò levata su lui e \h n\ Monza, 
in mezzo al popolo che lo salutava plaudente con le più 
schiette manifeatazioDi della gratitudine e delTaftetto, ne 
spezzava freddamente il cuore. 

« Non la mia povera parola varrelibe oggi a dfrvi 
della immane sventura che (?i lia colpiti ; uon io saprei 
degnamente evocare dinanzi agli ocuhi del cuore, im- 
pietrito dal dolore, l' imraag^ine del Re barbaramente as- 
sassinato ; non io potrei dirvi di questo gran m.iirtire 
della carità, che l'odio settario ha, nel suo inaaziabilo 
-istinto di rovine e di sangue vigliaccamente sacrificato. 
(Benìssimo .') 



« No !... Ma io sento che parla per me la voce di 
tutto un popolo che lo amava {Benhiimo!) e Io benediva ; 
di un popolo intero che da^jli alti palazzi, come dai più 
umili casolari, dai più remoti augoli del paese, dalle of- 
ficine e dai campi, si leva esterrefatto Ira le Iaj,'rime e 
le preghiere e nell'impeto delle sante ire maledice ai 
sicari. {Vtàssinm appnwazioni). 



« No!... Ma io sento che echeggia qui nel cuore di 
tutti noi la voce immensa di tutto il mondo civile che, 
piangendo desolato e concorde la caduta di un Eroe vil- 
mente fulminato da un assassino, solleva un j;rido dì 
esecrfizione e di allarme contro quel cosmopolitismo fe- 
roce e sau^'ulnario che, caJpebtaiido ogni alta idealità 



456 
dell» Tita umana e ponendosi in aperta rivolta contro- 
ogni santa manifestazione della carità e dell'amore, uod 
sì arresta neppure dinnanzi al porriddio. {Vivissime ^lp- 
provazioni). 






€ No, io sento raccolta qui negli animi nostri la 
parola dolcissima di quella grande Addolorata che, dopo 
di aver portato nella Keggia il fascino della grazia e 
della bontà, dà oggi nelle veglie del dolore l'esempio 
di una forza e di una virtù ammirande; {Vivissime ap- 
provazioni — prolungati applausi) non dimentica mai, fra 
le angoseie dell' anima, né dei doveri di miwìre, né di 
quelli che la stringono alla nazione che essa ama, e 
dalla quale è riamata, e non invocando da Dio che la 
grazia suprema della rassegnazione. {Benissimo!) 






« Era buono... non fece mai male a nessuno. È il più 
gran delitto del secolo.' E in queste parole che proruppero 
dal cuore della donna e della Regina, è la sintesi do- 
lorosa e solenne di quella terribile tragedia, che ebbe 
il suo epilogo nella notte tìitale del 29 luglio. (Bravo .') 



* 
• # 



« Era buono. Si, buono di quella bontà che è il com- 
pendìo di tutte le virtù; di quella bontà che riunisce 
e rispecchia le più eminenti doti dell' intelletto e del 
cuore in tutti i rapporti della vita morale e civile. {Be- 
nissimo !) 



* 



« Era buono ; e lo provò prima ancora dì assumere 
le alte responsabilità della Corona, conformando tutt* 
la sua vita alle austere discipline del dov«:e, assecon- 



-dando con sentimento di devozione la volontà del padre, 
-s^uendone fedele gli esempi e avventurando la. vita 
-COTI lui e eoi fratello' sui tarapi di Lombardia per la 
-carata italiana. {Baniminio! Bravo!) 

« Io non ambisco — cosi Egli diceva ai rappresen- 
tmei della Nazione, noU'attcv di cingere la Corona ; Io 
BOB ambisco che nieritftre questa lode: EctLI it deriìo 
DEL m»BE *. E nella oTnerica semplicità di queste parole 
Egli scolpiva tucto ranimo suo. {Ai^oì>azioni\ 

«: Era buono; e lo provò durante i veiuidiie anni di 
regno, non ismentendo mai quella che fu la costante 
preoccupazione di tuttala sua vita; di mantenere, cioè, 
fede rigorosa alle istituzioni. Re costituzionale, egli non 
si lasciò mai sedurre dal pensiero di potersi in qualche 
modo porre in. contriisto con quell'indirizzo di Governo 
che gli poteva essere segnato dalla volontà della na- 
zione. Reli.cioso osservatore iella legge, egli sentiva tutJi 
i doveri che sì impongono al Sovrano nell'atto ufficio 
■che gli è affidato, di essere moderatore imparziale fra 
l'urto dei partiti che intendono n fecondare con nuovi 
elementi l'attività politica ed economica dello Stato. Piis- 
sarono sopra di noi turbini e procelle spaventose; gravi 
sventure colpirono il cuore della nazione, egli non di- 
sperò mai della patria; nèdubiiò mai della virtù italiana: 
ma richiamando serenamente il paese alla coscienza della 
sua forza e al culto della libertà, proclamò sempre la sua 
lede costante nelle Istituzioni « essere e^ise la mittii/twrffiu 
contro ogni pericolo; in esue la prosperità e la (frimdezza deìla 
patria ». (Vivisaime approtazifmi — Vmi e protjt nyali ap- 
pianai). 



* Nùn fece mai dd male a nessuno. E come lo avrebbe 
potuto? Egli passò beneficando. Non fu pubblica sventura 
nella quale egli non abbia saputo manifestale tutto l'ine- 
sauribìitì tesoro di bontà che aveva nel cuore. Lo vedete 
impavido in mezzo ai pericoli, affrontare la tcrribne ma- 



45S 

Iflttia quando é più fìtta rec!itoral>e (Ielle vite e più fler» 
l'iraperveryaro del flagello; impaziente sempre di giun- 
gere tin i primi a portare uhh parola di conforto e un 
socMrso ai derelitti colpiti dalla sciagura. Non vi è mi- 
seria alla^ qUAle egli non sappia apprestare un riparo. 
Negli asili come nogli ospedali egli accorre colla coficienza 
di dover adempiere ad un dovere di umanità e con la 
stessa fede coti cui vi accoirre una suora di carità. 



« To pcrrò vegli ujiiiH la 'jloria dd mio regna. Con 
queste parole egli riassumeva tutto il mio cuore, tutto 
lo scopo al quale avrebbe desiderato fossero rivolte le 
cure del Governo; l'ìnteuto sommo che egli sperava di 
poter raggiungere. E lo provava accordando largo con- 
corso di sovvenzioni ad Istituti di previdenza, Caase di 
lavoro, Associazioni cooperative, ogni opera diretta ad 
allie\'arc If- ucceseiLii dei più umili. Lo provava mo- 
strandosi sempre devoto alla causa degli operai, mesco- 
landosi con questi con confidente famigliaritti; mostrando 
la più vivji bollecitudine per i loro interessi e per 
quelli delle Joro famiglie; avendo per tutti una stretta 
di mano, Juna parola amica, un sorrìso che infondeva 
in ogni cuore un sentimento dì fiducia e dì ossequio. 



« Era buono e non di meno vi fu chi ha potuto con- 
cepire)il truce pensiero di farne scempio! 

« E vi è staio chi ha potuto freddamente, roteare 
sopra quel petto, sul quale brillavano le insegne del va- 
lore, ì tre colpi mortali ! 



« EtìTu clii pensò di scegliere con ributtante audacia 
teatro dell'opera scellerata ed infame quello stessa 



459 

luogo e quell'ora etesaa, in cui il plauso popolare salu- 
tava il Re buonoj leale e generoBo ; conculcando l'au- 
torità sovrana ed insultando ad un tempo l'affetto po- 
polai'e {Twi e proiuitgaii appluffi). 



<t È il pih gran delitto dal Secolo. Sì: è la brutale 
malvagità che, mentre sfoga il suo istinto di sangue di- 
struggendo la più nobile delle esistenze conculca nel 
tempo atesso la più alta perso ni ftcaziono dell'autorità della 
legge, della tnaesti't della nazione, del diritto sociale, della 
giustizia, e insulta ad un tempo il sentimento popolare 
nella pili elevata sua manifestazione. (^Vicì e in'ohtngati 
applausi). 



« È la brutale malvagità alimeniata ed ordinata a 
sistema contro ogni ordine sociale : distruggere per di- 
struggere. Lusinganti torso ì dissennnti, di poter con le 
loro opere di sangue attentare a quella grande espres- 
sione di forza che è la Monarchia italiana; ed offendere 
quel prezioso coacervo di volontà, di aspirazioni, di 
energie che ó rapprosentiUo dalla Dinastia di Savoia? 
{Vive approvazióni). 



<( Mo ; il Re nnn muore {Pvnhwgafi iippinimi e gridìi 
ripetute di: Viva il Re !) e il sangue dei miuniri fortifica 
la fede dei superstiti. {Prùluagatì (tppiausi). 



•, Il Re non muore; Umberto rivive nel tiglio suo. 
Vittorio Emanuele III raccoglie la Corona insanguinata 
per continuare imperterrito e con la stessa fede tiuella 
nùBsione di pace a di giustizia, che l'Augusto suo Gè- 



460 
nitore si era prefisso. ( Vive appromazhm). Contro questa 
l^ge indefettibile, della continuità giuridica e morale 
della Monarchia, che hi coscienza del popolo ha con toi- 
rabile concordia riconosciuta, non vi è opera di sètte, 
non vi è opera di violenti che possa prevalere. {Vivi 
e profungati applmixi — grida ripetute di: Viva il Re!) 



* » 



« Grandi doveri però c'incombono, ai quali la nostra 
coscienza non può mancare. Noi sentiamo che la vita 
morale della Nazione è turbata, da dissesti morbosi ; noi 
sentiamo che vi e nell'organismo sociale qualche cosa 
che fallisce alla regolarità e sincerità delle sue funzioni. 
Al più grande dei delitti del secolo, perpetrato su di 
una pubblica piazza assiepati di popolo e contro la più 
nobile delle vite, si collegano responsabihtà morali più 
o meno dirette, più o meno prossime che possono di- 
pendere dagli imperfetti organismi della nostra vita giu- 
ridica ed amministrativa.j('T7(!e approvazioni). 

« Bisogna richiamare il paese all'osservanza rigorosa 
della legge. {Vive approvazioni — applausi). Bisogna mo- 
dificare, correggere i nostri istituti educativi, tar pene- 
trare nelle masse il sentimento del dovere; richiamarle 
agli alti ideali della patria e della famiglia ; dare a tutti 
e in tutto quella giustizia che è il supremo bisogno dei 
popoli. {Applausi unanimi e prolungati). 



* # 



« Con questi intendimenti raccogliamoci attorno al 
giovine Re sul quale l'occhio del padre e della madre po- 
savansì con tanto affetto e che sollevando la bandiera 
abbrunata della patria, intende con animo sicuro verso 
la meta segnatagli dal padre e dalle tradizioni della sua 
Casa. Raccogliamoci attorno ad esso al grido di : Viva 
il Re {Vivi e prolungati applausi, — grida di : Viva il Re!) 



461 

Qué&to grido che mi prorompe dall'animo è l'espressione 
più pura dell'unità della patiia, la mnnifestiizìone più 
alEa della sua forza morale e della maesUi- G della gmii- 
deazft del noiiitì ìuliano, purificati da ogni eoiurasto re- 
gionale. Da qui l'avreDlre della patria, da qui l'espia- 
zione, che darà la pace alle nostre coscienze e al pneae 
la sua unità morale e la coscienza della sua miseioiie. 
■{Àpplutisi generali e proitingaii. — Grida ripeitiin dì ; Viva 
il Re!) 

Così parlava l'onorevole Saracco, presidente del Con- 
siglio, ministro dell'interno: 

« Sig-nori deputati! 

< Mi onoro di annunziare alla Cfiniera, che S. M. Il 
Re. con decreto del 2 agosto, ha coaferraato ine nell'uf- 
ciò di presidente del Consiglio, ministro dell'interno, e 
i miei coìleghì nelle loro rispettive funzioni. Spetta perciò 
a me di compiore il mestissimo ufficio di associarmi, in 
nome del (JovernOpai sentimenti d' indignazione e di do- 
lore, eaprossì con rara eloquenza dal vostro degno pre- 
sidente, 

« Mi associo a questi sentimenti coll'aninio più che 
con le parole; le quali non bastano a significare la 
commozione profonda e il cordoglio che mi strazia. 

« Io, chd vidi le origini del nuovo Regno, o presi 
parte a tutte le vicende fortunate, per cui il piccolo Pie- 
inonte si trasformò nella Grande Patria Itoliana, non 
avrei mai creduto di viver tanto per assistere alla sti*age 
del mio Re. {Bravo! Bene!) 

*\ 

* Ciò che più mi cruccia é il pensiero che la sua 
vita preziosissima fu troncata dalla mano d' italiano. 
{Hrafo! — Approcazìnnì) 






462 

' « Se la maledizione del popolo non avesse raggiunta 
il parricidti, se non gli pendeBse inesorabile sul capo la 
maledizione di Dio e di tutto il inondo civile, vorrei 
anch' io, con le lagrime negli occhi e con lo sdegno nel 
cuore, esecrare e maledire questa belva in figura d'uomo. 
{Benissimo! — Vive apprwazioiii). 






« Ma debbo far forza a me stesso e, come capo del 
Governo, imporre freno all'indignazione che mi trabocca 
dall'animo, imitando l'esempio di forte serenità che ci 
viene dall'Augusto Successore. 



# 



« Raccolti nel dolore, prostriamoci innanzi al feretro 
del Re leale, buono e generoso, soldato per la patria e 
per l'umanità, del Re che riassumeva le virtù civili 
e militari della sua eroica stirpe ; del Re che fu sempre 
fortunato interprete dei sentimenti e delle aspirazioni 
del suo popolo, cui lascia tanta e cosi larga eredità di 
affetti. 



* 



« L'universale compianto che lo accompagna nel 
sepolcro è il giusto premio di una vita tutta spesa nello- 
adempimento del dovere e dedicata al benessere ed alla 
felicità, del suo popolo. 

« La fine crudele toccata al più giusto al più umano- 
dei Sovrani deve ispirarci gravi riflessioni e suscitare 
virili propositi. 

« Di fronte alla frequenza di cosi mostruosi e bru- 
tali delitti che, senza odio e senza motivo, prendono di 
mira le più innocenti e le più elevate esistenze; di 
fronte alle minaccie incalzanti e feroci di una classe 
di degenerati senza patria, senza umanità e senza Dìo;. 



463 

[Benìssìmf}! — Vivissime approvazioni) che sognano di 
rinnovare !a BocLetói seppeiìondola sotto le sue rovine; 
in mezzo ii tanto agliai-si di tnalsnue passioni e di ap- 
petiti sfrenati, che avveleuano l'amliente e turbaao la 
pubblica coscienza, non è lecito ni Governo rimanere 
impassibile; {Benmìmo! — Brami) non potete restare 
impassibili voi, onorevoli deputati, cui sono connesse le 
sorti di una cosi nobile e civile nazione, grande nei suoi 
slanci patriottici, generosa e cavalleresC'fl nei suoi sen- 
timenti. {Bene!) 

« Non è possìbile che nel seno dì questo bel paese 
cOBtinui a fecondarsi il reo seme che ha dato frutti cotd. 
funesti e ne prepara di peggiori per l'avvenire. (Renis- 
ainiQ .') 



« Tutti coloro che, come noi, son convinti esfsere la 
Monarchia la sola forza con la quale il nostro paese può 
tenersi unito e prosperare, {Beìtìasbno!) hanno l'obbligo 
ài stringertìi insieme per studiare e per preparare i mezzi 
acconci a prevenire le funeste esplosioni di un fanatì- 
srao cieco, che minacciano il ritorno di una barbarla 
nuova e senza nome [Appmvaztoni). 



« È questo il compito che i nuovi pericoli impong^ono 
al Governo ed al Pai-lamento, consci della loro missione 
e solleciti dell'onore, della sicurezza e dell'avvenire del 
paese, {iknfusimo!). 

« Dopo mezzo secolo di vita politica, attraverso 
tante vicende, non ho miii penluta la fede nei benefizi 
della libt-rt-ji, clie fu la leva del nostro risorgimento e 
la pietra angolare del nostro Kcgno ; (/fefl/.Wmf) /) ma,, 
per assicurarla e garantirla, occorre impedire con mano 
ferma ed energica che nell'ombra e sotto il pretesto 
della libertii sì sovvertano gli ordini dello Stato. {Benis' 



404 
Mmo — Vivi applami !} e si mettano in serio pericolo le 
c(Hiquiste della civiltà e del progresso. {Bemasimo!) 



•% 



« L'immenaa sventura che ci strappa cosi amare 
lacrime, aia per noi un salutare lavacro che purifichi 
gli spiriti e unisca gli animi alla comune (^fesa. 






€ Sarà questo l'omaggio più degno che possiamo ren- 
dere alla venerata memoria del compianto Sovrano ed 
il saluto augurale all'Augusto Successore che, giovane 
ed animoso, seguita sul trono le orme luminose del Pa- 
dre e dei suoi Grandi Avi. 



« 
» * 



« I vecchi hanno data una Patria e un glorioso re- 
taggio da custodire ; spetta a voi giovani di conservarlo 
ed accrescerlo con la fede robusta, collo spirito di sa- 
crifizio e coi sentimento di solidarietà, che levarono l'I- 
talia alla presente fortuna. {Benissimo! — Viveapprova- 
zioni Vide prolungati applausi). » 

II presidente della Camera dà poi comunicazione dei 
seguenti telegrammi. 



« * 



Monsieur le Président, 

Profondément ému par le crime execrable qui met 
en deuil l'Italie et le monde civilisé, je prie Votre Ex- 
cellence d'agréer l'expression de mes plus vives sympat- 
thies. Je suis sttr d'étre l'interprete des sentiments de 
mes coUegues en vous adressant le temoignage de no- 
tre tristesse. Les deux nations se sentent unies une fois 



465 

de plus par les nieraes douleurs. — Paul Deschanel. » 
— {VÌBÌsttiini e prolungati applausi). 



« L'Union Interparlemen taire pour l'arbitrage iuter- 
national et la paix réunie en conference à Paria, s'asao- 
cianG ali deuil de la natica Itiilienue et protestant avec 
indignatlon contre l'odieus actetitat dont Roi Humbert 
a été TÌctime, a l'honneur d'offerir a Monsieur le Pré- 
sident de la Chambre dea Députés rbomiuage respectueux 
de ses sincéres cofldoleancea. — Le Président de la Con- 
ference, Faillieres, Président du Senat. > — (Applausi). 



« Profondément émus du deuil qui frappe l'Italie, 
nous vous envoyons nos compii ments do condoléan<'e 
et bien douloureuso eympathie au nom de l'Union des 
Commissaires étrangers — Robert Raffalovich Asbeck 
Spearman. » — {Bemf) 



« Le ci'ime abomìnable qui plorile en deuil l'iinia- 
Tiitè entìère m'a cause une grande douleur. Sur d'ètre le 
fldèle interprete de ces mèmes sentlmentg dfi tous mea 
collègues, j'esprime à Votre Excellence nos sympathies 
et l'assurance de le part immense que nous prenons 
daus Ih douleur de tont la nation italienne. — letcho 
BakalofF Président de la Ctiambre dea Députés de Bul- 
garie. » — {Bene!) 



X Dopo aver ascoltate le seguenti parole pronunciate 
nella seduta d'oggi, la Camera che ho l'onore di presie- 
dere ha deliberato che esse siano trasmesse a V. E. come 



46S 

fedele espressione dei suoi sentimeiiti, nonché dì quelli 
della nazione Argentina : 

V. Signori deputati ! Il telegrafo annuncia che Sua 
Maestà Umberto I, il virtuoso e magnanimo Re d'Italia 
cadde vilmente assassinato. Credo rendermi fedele in- 
terprete dei sentimenti della Camera dei deputati della 
Nazione Argentina esecrando il barbaro attentato che 
deve essere energicamente riprovato da tutti i popoli 
civili del mondo in omaggio alla memoria dell' illustre 
Re, che fu sicuro e costante amico della nostra patria. 

« In considerazione del dolore che grava sul nostro 
Spirito per la perdita che ha sofferto la nobile nazione 
italiana e quella parte del suoi sudditi che abitano il 
nostro paese e. che in fraterna unione con noi lavora 
alla sua prosperità e al suo ingrandimento propongo si 
levi la seduta. » 

« Saluto Lei, signor presidente, con la più distinta 
considerazione. ■— Marco Avellaneda, presidente; Ales- 
sandro Sorondo, segretario ». (Vivisgimi applausi). 



* 

* * 



« La Camera dei deputati del Brasile, profondamente 
commossa per il luttuoso avvenimento di cui fu vittima 
il Re Umberto, associandosi al dolore che ha ferito il 
cuore del popolo italiano, votò una mozione di compianto 
sospendendo le sue sedute, e presenta le sue condo- 
glianze. — Carlos Vaz Mello, presidente della Camera >. 
— {Approvazioni), 



* * 



« La Camera dei deputati del Perù si associa al 
dolore del Parlamento italiano per l' assassinio del Re 
Umberto. — Carlos de Pierola, deputato-presidente ». 
i^Bene!). 



m 



« La Camera dei deputati del Chili ha deliberato 
esprimere a codesta Camera, per mezzo di Vostra Ec- 
cellenza, il suo dolore per la disgrazia ohe affligge la 
nazione italiana. — Carlos Palecios, presidente ; Rafael 

Brako, segretario ». — {Sene!). 



« Id nome parLito Indipendenza Ungherese costi- 
tuito, e della Opposizione Parlamentare esprimo profondo 
dolore perdita impareggiabile Ke e nobilissimo uomo, 
augiii-ando felicità nazione italiana. — Francesco Kos- 

suth, presidente». — [Vivhisifui applaudii). 



Da ogni parte del mondo pervennero telegrammi 
d'esecrazione per l'orrendo misfatto e di vive simpatie 
per l'Italia. 




L' 11 ngo3to 1900 dopo aver dato il giuramonto 
prescritto dall'alt. 22 dello Statuto del Regno S. M. il 
He Vittorio Emanuele IH pronunziava alle Camere ria- 
nìte iu Senato il seguente dlscoreo : 

Signori Senatori, Signor/ Deputati! 

a II Mio primo pensiero è pel Mio popolo, ed è 
pensiero di amore e di gratitudine. 

« n popolo che ha pianto sul feretro del suo Re; 
■che aRettuoao e fidente si é stretto intorno alla Mia 
Persona, lia dimostrato quali salde radici abbia nel Paese 
la Monai'cUia liberale {Appliiti.ti fragorosi — grida di Vioa 
il He!) 

t Da questo plebiscito di dolore tragg^o i migliori 
auspici del Mio Regno, 



466 

« La nota nobile e pietosa, che sgorgò spontanea 
dall'anima della Nazione all'annunzio del tragico evento. 
Hi dice, che vibra ancora nel cuore degli Italiani la voce 
del patriottismo, che inspirò in ogni tempo miracoli di 
valore (Applattsi). Sono orgoglioso di poterla raccogliere. 

« Quando un popolo ba scrìtto nel libro delia Stoiia. 
una pagina come quella del nostro Kisorgimento, ba di- 
ritto dì tenere alta la fronte e di mirare alle più grandi 
idealità {Applaudi). Ed è a fronte alta, e mirando alle più 
grandi idealità, che Mi consacro al Mio Paese con tutta 
l'eflPusione ed il vigore di cui Mi sento capace {Applausi, 
con tutta la forza che Mi danno gli esempi e le tradi- 
zioni della Mia Casa {Applausi vivissimiy. 

t Sacra fu la parola del Magnanimo Carlo Alberto^ 
che largì la libertà: sacra quella ilei Mio Grande Avo, 
che compi 1' unità d' Italia. Sacra altresì la parola del 
Mìo Augusto Genitore, che in tutti gli atti della sua 
vita, si mostrò degno erede delle virtù del Padre della 
Patria (^Vivissimi e prolungati applausi — grida di Vitxi 
il Rei Viva Casa Savoja!) 

< All'opera del Mio Genitore diede ausilio, ed ag- 
giunse grazia e splendore quella della Mia Augusta e 
Venerata Genitrice, {Lunga ovazione e grida di Viva la 
Regina Marijkerita) che Mi istillò nel cuore e Mi impresse 
nella mente i sentimento del dovere di Principe e di 
Italiano {Applatm vivissimi). Cosi all'opera Mia si aggiun- 
gerà quella della Mìa Augusta Consorte, che nata an- 
ch'Essa da forte prosapir.. sì dedicherà intieramente alla 
Sua PaU'ia di elezione. {Applami ripetuti e grida di Vica 
la Begiìia). 

« Dell' amicizia di tutte le Potenze abbiamo avuta 
eloquente prova nella partecipazione al Nostro lutto col- 
r intervento di Augusti Principi e di Illustri Rappi'e- 
sentanU; (Applausi), ed Io mi dichiaro a tutte profonda- 
mente grato. 

« L'Italia fu sempre efficace strumento di concordia,, 
e tale sarà altresì durante il Mio Regno, nel fine co- 
mune della conservazione della pace. {Approvazioni). 



469 

ic Ma non basta la pace esteriore. A noi bisogna la 
pace interntl, {VÌPÌ e p-of ungati applausi ~ grida di Vìca 
il Sejf e la concordia di tutti gli Liomini di buon vo- 
lere, per isvolgere le nostre forze intellettuali p le no- 
stre energie economiche. (Approvasioni). 

« Ediichiamr» le iiofrtre generiixioiii al mito della 
Fatria (Apjìwvmioiìi), iiironest^i operositii, al sentimento 
dell'onore {Btìnlstfimo!); a quel sentimeato acuì s'itispi- 
rano con tanto slancio il Nostro Esercito e la nòstra 
Armata (Applafcsl pi'alttìi/{a(ì — grida di T'jrcf VEnvivifo, 
Vita rArmata), che vengono dal popolo e sono pegno- 
dì fratellanza, che cong'iunge ne 11' unita e nel!' umore 
dellfi Pittria tutta intiera la Famiglia Italiana. {L'su'jh-e 
e pi-Qhinijaii'. oeitzioni). 

« Ractogliaraoci e difendiamoci con la sapienzn delle 
leg:gi e colUi rigorosa loro ;ipplÌraj;ione (Ap/'htm rhù' 
gimi). Monarchia e Parlamento procedano solidali ìli que- 
st'opera salutare. {Benkstmof) 

Signori Senatori, Signori Deputata 

LI Impavido e securo a-scendo al Trono {Owsiojie 
litnfjhiiiHimn; grilla ripetuU di Vini il iie)cQì\ la cotjeienza 
de' Miei diritti e doveri di Ke {Triplice Mita di applaudi). 

<t È necessario vigilare e spieg;ire tutte, le forae vive, 
per conservare intatte !e grandi conquitite dell' utut*i e 
della libertii {Appiaud). Non mancherà mai in Me Ut 
più serena lìducia nei nostri liberali ordinamenti {Ap- 
plausi), e non Mi maneherà la forte iniziativa e la ener- 
gia deiraziono {Gmnile orazione e grida ripdiite di Viva 
il Re), per difendere vigoros^imcnte le gloriose Istitu- 
zioni del Paese, retaggio prezioso dei Nostri maggiori [i-i^- 
provitsiiiid). 

t! Cresciuto nell'iimore della Religione e della Patria, 
invoco Dio in teritimoniu dell» mia promessa, (Triplice 
aaivti di npplmmi t gr'ithi di Viva i/ He!) che da oj:gi in. 
poi il Mio cuore, la Mia meuie, la Mia vita olirò alla 
grandezza ed alla prosperità della Patria ». {Ltintjn ovn- 

31. 



470 

licne che dura per parecchi minuti e grida ripetute di 
Viva il He, Viva la Reyinay F/cn Ca»a Savoia). 

Parole esprimenti alti sentimenli patriottici degne 
del discendente dell' Avo immortule — D Padre della 
Patria — e del Re Buono suo magnanirao genitore Um- 
berto I. 



Giunto alla fine di questi ricordi che sono una eco 
dì storia ripercuotentesi intorno a me — e che riasBu- 
mono pagine di vitji vissuta nelle grandi ore per la li- 
hertìL della patria — si affollano alla mente mia le sem- 
bianze care e gtoriose di tutti ì compari dei giorni 
eroici e lontani — le immagini dei pochi superstiti — 
dei molti e molti morti — dei saliti in alto sulle cime 
della rinomanza — degli umili rimasti oscuri, non ostante 
il sacrifizio del sangue e l'altezza divina del sogno ! 



Amici, compagni, sacre legioni di combattenti — come 
appaiono lontani i tempi nei quali vibrava cosi piena, 
cosi fulgente, cosi feconda la giovinezza dei nostri cuori 
e la visione bella dell'Italia sorgente I Quanto appaiono 
lontani 1 e come erano diversi da quelli d'ora. 

Eppure anche oggi non mancano alti e nobili ideali 
che s'impongono alla mente ed al cuore delle nuove 
generazioni! 

Per noi, vecchi — nessuna cosa quaggiù, fu più cara 
della patria 1 neppur la famiglia che è pur tanta parte 
di noi stessi. 

L'Italia — una — indipendente — forte — fu il 
nostro ideale — e nessun sacrifizio ci parve abbastanza 
grande perchè questo ideale fosse raggiunto. 

E Voi, gioì?ani, non sarete da meno dei padri vo- 
stri; come noi, voi pure sentite nell'animo agitarsi pre- 



49t 

potente Tatnore della patria — voi pure sentite che la 
terra sacra a cui natura pose i confini, che Dante scolpi 
nel verso immortale molto aspetta da Voi. 



Voi sentite che dal monte e dal mare sospirano 
cuori di fratelli, inTocanti libertà di lingua, di costumi 
e di poseien2a e comprendete che non è piccolo ideale 
il completare la grand'opera che fu cementata col san- 
gue dei padri vostri! 

Co! progredire dei tempi è giusto che nuovi pro- 
blemi si agitino; che nuove correnti siano determinate 
dalla forza e dalla fede dei giovani ^ ma ciò deve rag- 
jjiungei'si senza rinnegure quello che è fondamento alla 
vita delle N;t2Ì0DÌ: la custodia gelosa delle coiiquiste fatte, 
la forza per consolidarle ed espanderle, l'autorità sem- 
pre ferma contro coloro che in un campo o nell'altro 
cercano minare la sicurezza della, patria e diminuirne 
il sentimento e la dignità. 

giovani, Credetelo ! I grandi problemi sociali non 
ai risolvono con l'appello all'odio, allo ire, alle malva- 
gità; state in guardia contro chi questo avesse a consigliai'- 
vi — sono consigli dannosi alla patria ed a. voi stessi — 
e men che degni di chi è vero amico del popolo -^ 
giacché, siatene certi — non è con la lotta continua, 
ma con la concordia che si potrà ottenere il continuo e 
progressivo miglioramento morale e materiale dei meno 
favoriti dalla fortuna. 



giovani, i vostri padri vi hanno dato una patria 
che dalle brutture dell' oppressione, e della tirannìa, in 
breve volgere d'anni è giunta a tale altezza da meritare 
le maggiori considerazioni fra i popoli civili. 

Ispirandovi all'esempio del passato, attingendo sem- 
pre maggior fiducia nella giovinezza del paese, personi- 
ficntji ncll.i giovinezza del Re, a cui l'età ha concesso la 



472 
provvida vigorìa degli impulsi rinnovatori, e il carattere 
e l'intelletto hanno dato la saggezza e la maturità che 
affida, non avete che a serrarvi intorno a lui, sicuri che 
Egli condurrà, la patria verso gloriosi destini. 

Stringetevi, o giovani intorno al Re Vittorio Ema- 
nuele IH che, raccolta la Corona nel sangue paterno, 
seppe far scaturire dal cuore e dalla volontà Sua tanta 
luce di nobili propositi, t:xnta fiamma di affetti generosi, 
tanta coscienza della tradizione storica e dell'ufficio che 
i nuovi tempi domandano ! 

Ciò facendo contribuirete all'attuazione del concetto 
tanto sognato e desiderato dalla gi'and' anima di Gari- 
baldi, quello di « un Re capo della democrazia » col 
proposito di volere l'Italia grande per unanime consenso, 
felice, amata e rispettata da tutti. 






Con tale sentimento nobilissimo —stringetevi o gio- 
vani tutti concordi sotto la santa bandiera della patria — 
e fate vi sia scritto; 

« Italia una, libera, grande e felice, per volere di po- 
polo e di Re, per bontà di leggi e di costumi, fino ai 
confini che la natura le ha segnati ». 



* 
* • 



Questo colla pace dell'ai di là, è il voto della ge- 
nerazione morente alla quale non sorride, che la spe- 
ranza nei fièli, che debbono amare la patria, che noi 
adorammo e sogneremo in perpetua vittoria, fin negli 
estremi riposi. 

E ora, a Voi, vecchi compagni d'armi, dei quali ho 
fugacemente e troppo modestamente riassunti i ricordi 
e gli ideali, il saluto mia pieno di amore e di venera- 
zione. 

FINE 



INDICE 



<'ai'Itolo I. — Garibaldi in America l'ag. 1 

t IL — 1847- IS — Insurrezione dell» Siciliu 

Uessin.i-Palerino -Catania- Calabrie , • 5 

1. III. — Garibaldi s' imbarca coi suoi legionari 

per l'Italia • l'-ì 

> IV. — Venezia si erige a ropuliblica ^Milano 

'e le cinque giornate - 1") 

» V. — Carlo Alberto bandisce la guerra nl- 

l'Austria • 16 

» VI. — Garibaldi a Milano prende il comando 

dei Volontari < 22 

> VII. — Venezia, Treviso, Vicenza, Koma. Cur- 

tatonee Montanara, Coito, Peschiera, 
Rivoli - Sfortunata giornata di Cu- 
stoza - Armistizio di Salasco. . . ^ 2iS 
Vili. — Sollevazione di Bologna • 4ii 

> IX. — Garibaldi continuala lotta control'Au- 

stria » fri) 

» X. — Roma - Proclamazione di governo re- 
pubblicano - 58 

» XI. — Le dieci giornate di Brescia — Disa- 

strosa giornata di Novara .... » 62 

» XII. — Eroica difesa di Roma » 76 

» XIH. — Spedizione contro I' Ksercito ISorlio- 

uico - Vellètrì :. 8« 

» XIV. — Ripresa delle ostilità dei Francesi con- 
tro Roma -> UT 

» XV. — Garibaldi esce da Roma coi suoi le- 
gionari - San Marino — Morte di 
Anita — Cesenatico > 111 

» XVI. — Assedio di Ancona e sua eroica difesa • IVJ 
XVII. — Dal 2i marzo 1S49 al 1859 - 11 Pio- 
monte ■» 126 

» XVIII. — ISTiO - La guerra d'indipendenza. . - 131 



474 

Oaprolo XtX. — 1860 - Spediziono doi Uille - Uarsals 

- Salemi - CaUtafimi - Palermo - 
IfilaiEO - Begf^o Calabria - Napoli 

- Volturno. Liberaiione dell' Italia 
Meridionale oonsegnata a Tittorio 
Emanuele II Pag. 188 

» XX. — Liberazione dell' Umbria e delle Uarche 

- Castelfldardo - Ancona . . . . > 253 

> XXI. — Bitiro di Garibaldi a Caprera . . . > 28.1 

. XXn. — Presa di Capna e di Gaeta 286 

. XXIII, — Aspromonte - SoUevaziono in Polonia » 29'2 

» XXIV. — Guerra dell866-LiberazionedelVeneto • 30:ì 

' XXV. ~ Campagna dell' Agro Romano - Mon- 

telibretti - Boma - Montorotondo - 

Mentana • 34if 

> XXVL — Nozze di S. A, R. il Principe Umberto 

con 8. A. B. la PrìnciposBa HaT- 

gherita di Savoia • 376 

XXVII, — Il 1870 - Digione - Entrata in Boma. . 380 

XXVIII. — Morte di Mazzini • 402 

. XXIX. — Morte di Vittorio Emanuele II . . . . 400 

> XXX — Ultimi giorni e morte del Generale Ga- 

ribaldi » 423 

» XXXI. — Nozze di S. A. B. il l'rincipo di Napoli 

con la Principessa Elena FotroTJch 

NiegoB di Montouogro • 431 

■ XXXII. — Volontari italiani in Grècia .... » 44-' 

XXXIII. — Orrendo misfatto - Morte di Umberto I - 450 



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