Skip to main content

Full text of "Rivista contemporanea"

See other formats


This is a digitai copy of a book that was preserved for generations on library shelves before it was carefully scanned by Google as part of a project 
to make the world's books discoverable online. 

It has survived long enough for the copyright to expire and the book to enter the public domain. A public domain book is one that was never subject 
to copyright or whose legai copyright term has expired. Whether a book is in the public domain may vary country to country. Public domain books 
are our gateways to the past, representing a wealth of history, culture and knowledge that's often difficult to discover. 

Marks, notations and other marginalia present in the originai volume will appear in this file - a reminder of this book's long journey from the 
publisher to a library and finally to you. 

Usage guidelines 

Google is proud to partner with libraries to digitize public domain materials and make them widely accessible. Public domain books belong to the 
public and we are merely their custodians. Nevertheless, this work is expensive, so in order to keep providing this resource, we bave taken steps to 
prevent abuse by commercial parties, including placing technical restrictions on automated querying. 

We also ask that you: 

+ Make non-commercial use of the file s We designed Google Book Search for use by individuals, and we request that you use these files for 
personal, non-commercial purposes. 

+ Refrain from automated querying Do not send automated queries of any sort to Google's system: If you are conducting research on machine 
translation, optical character recognition or other areas where access to a large amount of text is helpful, please contact us. We encourage the 
use of public domain materials for these purposes and may be able to help. 

+ Maintain attribution The Google "watermark" you see on each file is essential for informing people about this project and helping them find 
additional materials through Google Book Search. Please do not remove it. 

+ Keep it legai Whatever your use, remember that you are responsible for ensuring that what you are doing is legai. Do not assume that just 
because we believe a book is in the public domain for users in the United States, that the work is also in the public domain for users in other 
countries. Whether a book is stili in copyright varies from country to country, and we can't offer guidance on whether any specific use of 
any specific book is allowed. Please do not assume that a book's appearance in Google Book Search means it can be used in any manner 
any where in the world. Copyright infringement liability can be quite severe. 

About Google Book Search 

Google's mission is to organize the world's Information and to make it universally accessible and useful. Google Book Search helps readers 
discover the world's books while helping authors and publishers reach new audiences. You can search through the full text of this book on the web 



at |http : //books . google . com/ 




Informazioni su questo libro 

Si tratta della copia digitale di un libro che per generazioni è stato conservata negli scaffali di una biblioteca prima di essere digitalizzato da Google 
nell'ambito del progetto volto a rendere disponibili online i libri di tutto il mondo. 

Ha sopravvissuto abbastanza per non essere piti protetto dai diritti di copyright e diventare di pubblico dominio. Un libro di pubblico dominio è 
un libro che non è mai stato protetto dal copyright o i cui termini legali di copyright sono scaduti. La classificazione di un libro come di pubblico 
dominio può variare da paese a paese. I libri di pubblico dominio sono l'anello di congiunzione con il passato, rappresentano un patrimonio storico, 
culturale e di conoscenza spesso difficile da scoprire. 

Commenti, note e altre annotazioni a margine presenti nel volume originale compariranno in questo file, come testimonianza del lungo viaggio 
percorso dal libro, dall'editore originale alla biblioteca, per giungere fino a te. 

Linee guide per l'utilizzo 

Google è orgoglioso di essere il partner delle biblioteche per digitalizzare i materiali di pubblico dominio e renderli universalmente disponibili. 
I libri di pubblico dominio appartengono al pubblico e noi ne siamo solamente i custodi. Tuttavia questo lavoro è oneroso, pertanto, per poter 
continuare ad offrire questo servizio abbiamo preso alcune iniziative per impedire l'utilizzo illecito da parte di soggetti commerciali, compresa 
l'imposizione di restrizioni sull'invio di query automatizzate. 

Inoltre ti chiediamo di: 

+ Non fare un uso commerciale di questi file Abbiamo concepito Google Ricerca Libri per l'uso da parte dei singoli utenti privati e ti chiediamo 
di utilizzare questi file per uso personale e non a fini commerciali. 

+ Non inviare query automatizzate Non inviare a Google query automatizzate di alcun tipo. Se stai effettuando delle ricerche nel campo della 
traduzione automatica, del riconoscimento ottico dei caratteri (OCR) o in altri campi dove necessiti di utilizzare grandi quantità di testo, ti 
invitiamo a contattarci. Incoraggiamo l'uso dei materiali di pubblico dominio per questi scopi e potremmo esserti di aiuto. 

+ Conserva la filigrana La "filigrana" (watermark) di Google che compare in ciascun file è essenziale per informare gli utenti su questo progetto 
e aiutarli a trovare materiali aggiuntivi tramite Google Ricerca Libri. Non rimuoverla. 

+ Fanne un uso legale Indipendentemente dall' utilizzo che ne farai, ricordati che è tua responsabilità accertati di farne un uso legale. Non 
dare per scontato che, poiché un libro è di pubblico dominio per gli utenti degli Stati Uniti, sia di pubblico dominio anche per gli utenti di 
altri paesi. I criteri che stabiliscono se un libro è protetto da copyright variano da Paese a Paese e non possiamo offrire indicazioni se un 
determinato uso del libro è consentito. Non dare per scontato che poiché un libro compare in Google Ricerca Libri ciò significhi che può 
essere utilizzato in qualsiasi modo e in qualsiasi Paese del mondo. Le sanzioni per le violazioni del copyright possono essere molto severe. 

Informazioni su Google Ricerca Libri 

La missione di Google è organizzare le informazioni a livello mondiale e renderle universalmente accessibili e fruibili. Google Ricerca Libri aiuta 
i lettori a scoprire i libri di tutto il mondo e consente ad autori ed editori di raggiungere un pubblico piti ampio. Puoi effettuare una ricerca sul Web 



nell'intero testo di questo libro da lhttp : //books . google . com 







r 



I! ' 

HX KCr4 F 



^>^ -fi^ 






M 




H 

■^T- 




&9 ,<ai - 



Ti f ivi - 








RIVISTA 



CONTEMPORANEA 



POLITICA — FILOSOFIA — SCIENZE — STORIA 

LETTERATURA - POESIA — ROMANZI - VIAGGI ~ CRITICA 

BIBUOGRAPIA — BELLE ARTI 



VOLUME TRIGESIMOPRIMO 

ANNO DECIMO 



TORINO 

STAMP. DELL'UNIONE TIPOGRAnCO-EDITRICB 
1862 



"T'X+cJi-à^^^l 



/^■>>, x-/./^ 



È vUtata la traduzione e riproduttone degli artìeoU della BmSTA 
ee»za U eomenso delia Diresione. 



' CANZONI POPdLiRI DEL PIEIONTE " 



NORAN D'INGHILTERRA 



(2» Sbbib — Canzoni romanzesche) 

Sotto il tìtolo di « romanza dei conte Sol » il signor Duran pub- 
blicò nel suo copioso Romancero Spagnuolo una variante di auesta 
vecchia canzone conservata dalla tradizione popolare in Andalusi^. 
Il signor Wolf accogliendola nella sua Primavera y fior de romances^ 
nota ch'essa contiene qualche vestigio del Chat botte di Perrault. 
La medesima romanza si conserva nelle Asturie col titolo popolare 
di Gerineldo, e fu pubblicata recentemente dal signor Amador de 
los Rios nella Revista Ibèrica (t. I^ ott. die. 1861 p. 51). Un'altra 
variante esiste in Catalogna e comincia, secondo Mila (1): 

« Se si han fetas unas cridas — que à la guerra s*ha d'anar i. 

É da lamentarsi che il signor Mila non l'abbia pubblicata nella 
sua preziosa raccolta. 

Fatti simili a quello esposto dalla canzone han dovuto rinno- 
varsi con frequenza nel periodo de' tempi cavallereschi e special- 
mente durante il movimento delle crociate. Cosi le cronache inglesi 
narrano come in sul principio del secolo duodecimo la figliuola 
d'un ammiraglio del Soldano d'Egitto, invaghitasi d'un prigioniero 
inglese, Gilberto Becket, padre di san Tommaso di Cantorbery, 
abbia passato il mare e sia andata in Inghilterra a sposarvi l'amante 
liberato. La ballata inglese e scozzese Susetla Pye o Lord Beichan 
è probabilmente una reminiscenza di questo fatto, ed è senza dub- 
bio connessa colla canzone piemontese e colla romanza spagnuola. 
Queste induzioni sono confermate dalla menzione dell'Inghilterra 
fatta dalla canzone. Il contenuto poetico, se non la forma , par 
quindi passato dall'Inghilterra in Francia e poscia nelle due penisole 
celto-latine, durante il secolo duodecimo. 

Della canzone piemontese ho cinque lezioni, due canavesi, due 
piemontesi ed una monferrina. 

Il metro (giambico) è il romanzo settenario tronco-piano , con 
assonanza monorima, ma scorretta. 

(*) Vedi Rivista Contemporanea di Gennaio , Maggio, Novembre 1858 , 
Gennaio 1860, e Gennaio 1861. 
(1) Mila, Ohservaciones sobre la poesia popular eie, 122. 



BIYI8TÀ COiaBMPOBANBA 



Iiezlone Canavese 



La fia del Sùltan 
2 L'è tan na fia bela ; 

Tan bela com'a Té, 
4 Savijo pa a chi dé-la. 

S'a l'han dàj-la a Moran, 
6 Moran de Tlnghiltera. 

Prim di ch'ai l'ha sposa 
8 No fa che tan basè-la. 

Sgond di ch'ai l'ha sposa 
10 Moran la voi chité-la. 

Ters di ch'ai l'ha sposa 
i2 Moran n'in va a la guera, 

La bela a j'ha bin dit: 
a —Moran, cuand e tornéj-ve? 

— Se torno pa 'n set agn, 
16 Voi, bela, maridéj-ve. — 

Bela spetà set agn, 
18 Moran maj pi vegnejva. 

La bela monta a cavai, 
20 Gira tiìta Inghiltera. 

'T al prim ch'a sé scontra 
22 L'è d'iin marghé di vache. 



Varianti 

1 La fia di trej re. Monferrato 

L*osto di Sian. Ptem. Can, Monf. 

5 Moron. Canavese, Moral. Monferrato 

10 No fa che caressé-la. Monferrato 

Fasia che basloné-la. Piemonte 

19, 20 La bela s'pia 'n cavai, 

Gira tuta la Fransa. Canavese. Piemont4, 

22 Riscontra un vacherelo. Canavese 

Scontra Girom daj vache. Monferrato 

Ant iin pastor di vache, Piemonte 



OANZONI POPOLASI — MOBAN D^INaHlLTBBSA 



Traduzloiie 



La figlia del Soldano 

la è tanto una bella figliuola ; 
tanto bella com'eiré, 

non sapevano a chi darla. 
Gliel'hanno data a Morano, 

Morano deiringhillerra. 
Primo di che la sposò 

non fa che tanto baciarla. 
Secondo di che la sposò, 

Morano la vuole abbandonare. 
Terzo di che la sposò, 

Morano sen va alla guerra. 
La bella ben gli disse: 

— Moran, quando tornale? 
— Se non torno in sett'anni, 

voi, bella, maritatevi. 
Bella aspettò sett'anni, 

Morano mai più veniva. 
La bella monta a cavallo, 

girò tutta Inghilterra. 
Nel primo che si scontrò 

gli è un mandriano di vacche. 



RIVISTA CONTEMPORANBA 

— Marghé del bel marghé, 
24 D'chi son-ne custe vache? 

— Ste vache son d'Moran, 
26 Moran de Tlnghiltera. 

— Marghé del bel marghé, 
28 Moran hà-lo la dona? 

— Anchòj sarà cuel giom 
30 Ch'Moran na sposa vùna ; 

Marcejse 'n pò pi fori, 
32 Rivrej Torà die nosse. — 

Bela sprona '1 cavai, 
34 Ruvà l'ora die nosse. 

Ant una sana d'or 
36 A j'han smunù da bejve. 

— Mi bejve beivo pa 

38 Fin ch'la sana sia mia. 

Mi bejve bejvo pa 
40 Fin ch'si j'é n'auta dona. 

Mi bejve bejvo pa 
42 Fin ch'sia mi padrona. — 

Moran l'ambrassa al col, 
44 Moran de l'Inghiltera : 

— Padrona si sempre sia, 
46 Si lo saré-ve ancora 



Varianti 

^ Moran hà-lo die done? Canaoese 

35 tassa d'or. Piemonte 

46 Una lezione monferrina aggiunge il congedo dato 

all'altra donna. 



CANZONI POPOLABI — MOBAN d'iN^HILTEBBA 

— Mandriano, bel mandriano, 
di chi son qt^estp vaQchp? 

— Ste vacche son di Morano, 
Morano dell'Inghilterra. 

— Mandriano bel mandriano, 
Morano ha egli donna? 

— Oggi sarà quel di 

che Morano ne sposa una ; 
marciaste un po' più forte, 

arrivereste all'ora delle nozze. — » 
Bella sprona il cavallo, 

arrivò all'ora delle nozze. 
In una tazza d'oro 

le offerirono da bere. 

— Io bere non bevo 
finché la tazza sia mia ; 

io bere non bevo 

finché c'è qui un'altra donna; 
io bere non bevo, ^ 

finché sia io padrona. — 
Morano l'abbraccia al collo, 

Morano dell'Inghilterra: 

— Padrona siete sempre stata, 
si lo sarete ancora. 



8 &IYISTA GONTBHPOBAlOLk 

\ 

PARALLEU 

Iieslone Spagnuola (Andalusia) 

(DuBAN. Somancero general, N® 327. — Wolf-Hoffmann. Primavera ' 
y fior de Romances. II , 49) 

Bl wAt Sol 



Orandes guerraB se publicaa 
entro Espana y Portugal : 
...Al conde Sol le nombran 

Sor capitan general; 
el rey se fué k despedir, 
de su esposa otro que tal. 
La condesa che era nifia, 
todo se la va en llorar. 

— Dime, conde, ^cuantos anos 
tienes de ecbar por all&? 

— Si & los seis anos no vuelvo, 
condesa, 00 podeis casar. — 
Pasan los seis, y los ocbo, 
pasan diez, y pasan mas, 

y el conde Sol no tornaba 
ni nuevas suyas fué k dar. 
... La condesa al otro dia 
al conde se fué k buscar, 
triste por Italia y Francia, 
por la tierra y por la mar. 
Va estaba desesperada, 
ya se torna para ac&, 
cuando gran vacada un dia 
devisó alla en un pinar. 

— Vaquerito, vaquerito, 
por la santa Trinidad, 
que me niegues la mentirà 
y me digas la verdad: 

4 De quien son estas vaquitas 
que en estos montes estan? 
•— Del conde Sol son, aenora^ 
que manda en este Infilar. 
...— ìY quien es aqueUa dama 
que un hombre abrazando est&t 

— La desposada, senora, 

con que el conde ya k casar..... 

Il resto della romanza si scosta alquanto dalla canzone piemon- 
tese, ma conduce ad una conclusione identica. 



OÀIIZONI POPOUUU — MOBAN B'iNaklLTBBEA 9 

Altra Iieslone Spagnuola (Asturia) 

(J. Ahadob db LOS Bios. Sevista Iberica. T. I, Oct. Die. 1861» p. 61) 

R«maB!i 4e fieriiield^ 

Orandes guerras se publìcan 
de EspaBa con Portugale, 
y llaman à Gerineldo 
por capitan generale. 

— Dime, dime, Gerineldo, 
^que tiempo puedes tardare? 

— Si à los siete anos no vengo, 
princessa, puedes casarte. — 
Ya pasan los siete abriles ; 
Germeldo no vien yae: 

pide & su padre licencia 

gira salirlo buscare, 
or tres reinados anduvo, 
sin que lo pueda fallare; 
à la vuelta que volvia, 
fallaba un rico vacale. 

— Vaquerito, vaquerito, 
por la santa Trenidade 

que me niegues la mentirà, 
que me digas la verdade. 
4 De quien es esa vacada 
con tanto rejo y seriale t 

— Senora de Gerineldo, 
que aquf est& para casare. 

etc. 

Iieslone Inglese 

(Cantù. St. Univ.^ Dog. Zeit.^ v. 2% p. 2.— E. Ajitoun. lori Beichan) 

SnseUt Pje 

... Porgetemi la vostra destra in pegno, in pegno della promessa 
che per sette anni non sposerete altra donna fuori di me. 

Essa cavossi di dito un anello e Io spezzò, e a Beichan ne diede 
metà. 



IO BiyiSTÀ OONTBMPOBANSÀ 

...Assai prima che finissero i sette anni essa si propose di rive- 
dere l'amato, perchè una voce nel cuore le ripeteva: Beichan falli 
il suo voto. Essa dunque posp il piede sopri^ un buopi naviglio , e 
volse le spalle alla patria. 

Veleggiò ad oriente, veleggiò ad occidente finché giunse alla 
bella. Inghilterra. Ivi adocchiò un buon pastore che nella pianura 
pascolava il suo gregge. 

— Che v'è di nuovo, che v'è di nuovo o buon pastore? Che 
nuove hai tu a raccontarmi? — Ho tali nuove, o signora, che mai 
non furono udite le simili in questo paese. Laggiù in quella casa 
v'è ima fidanzata che da trentatre giorni aspetta: il giovane Bei- 
chan non vuol dormire con essa per amor d'una donna oltre mare... 

{Segue la conclusione identica a quella della canzone piemontese e 
della romanza epagnmla). 



u 



LA TOMBA 



(1* Sbrir — Capioni storiche) 

È fra le più popolari e le più belle. La chiusa è comune adìiltre 
canzoni dell'Italia Superiore. 

Il pensiero della tomba capace di tre persone — e son quattro, 
ma i due amanti son congiunti in uno, — e Timagine graziosa del 
fiore che cresce ed olezza sulle care salme^ son cose di tutta bellezza. 
Io penso che nulla di più gentile può offrirci la letteratura popolare 
artificiosa di qualsiasi paese. 

Di questa canzone raccolsi undici lezioni: quattro canavesi, 
quattro piemontesi e tre monferrine. Il metro (giambico) ò il ro- 
manzo settenario pìano4ronco. 



IS BIYUBTA OOliTEMPOBAJNBÀ 



Iieslone Plemoiite»e 



Di là da cuj boscagè 
2 Na belafija aj'é; 

So pare e la sua maina 
4 La volo maridé; 

A volo déj-la a un prinsi 
6 Fijol d'imperador. 

— Mi voj né re, né prinsi 
8 Fijol d'imperador. 

— Déj-me cui giovinolo 
40 Ch'a j'é 'n cula pérson. 

— fija d'ia mia fija , 
12 L'èpa 'n parti dati; 

Doman a ùndes ore 
14 Al lo faran miìri. 

— S'a fan muri cui giovo, 
16 Ch'a m' fasso muri mi ; 

Ch'a m' fasso fé na tomba 
18 Ch'a j sija d'post per tri, 



Varianti 



1 Al dare d'cuj boscage. MonferraU) 

1-7 Dare da cuel ì)oscheto 

Na bela fiia a j'é; 
. So pare e la so marna 

L'orivo maridé ; * 

J* oriyo daj un prinsi , 

un prinsi imperator. P%$morUe 

Ma chila voi gniin prinsi. Canavete 

— ijn prinsi lo vòj mia etc. Monferrato 
1-6 Sii d*cule montagne 

Na bela fija a jé. 
So pare la va vedi, 
La fa che tan pioré. 

— Cosa pjoreve, bela, 



OANZOia POPOLÀBI — LA TOHBÀ 13 



TrMtaoloiie 



Di là da quelle boscaglie 

una bella figliuola c'è; 
suo padre e la sua mamma 

la voglion maritare ; 
voglion darla ad un principe 

figliuolo d'imperatore. 

— r non voglio né re, né principe 
figliuolo d'imperatore. 

— Datemi quel giovinetto 
che c'è in quella prigione. 

— figlia, mia figlia, 

non gli è un partito da te; 
domani a undici ore 
lo faranno morire. 

— Se fan morir quel giovane, 
e facciano morir me; 

mi fa^cian fare una tomba, 
che ci sia posto per tre, 



Varianti 



1-8 Cosa pjoreve tan? 

Pjoreve pare o mare , 
Cuaicùn d'vostri paran ? 

— Pjoro né pare né mare, 
E gnanca ime paran ; 
Pjoro cui giovineto 

1-8 Ch*a j'é 'n cula pérson, etc. Piemont€ 

Drenta a cuj boscagi 
Na bela fija a j'é. 
A volo déj-la a un prinsi 
A iìn prinsi imperador, 

— Mi l'hai pa fé d'iin prinsi 
D'un prinsi imperador ; 
Ch'a m' dagna cui bel giovo 



14 BIYISTA OOKTBMPOHANBA 

Ch'a j stago pare e mare, 
20 'L me amor an bras a mi. 

An sima a ciila tomba 
22 Piantran die rose e fior; 

Tuta la gent ch*a j passa 
24 A sentirai! l'odor t 

Diran : — J'é mort la belia, 
26 L'è morta per Tamor. 



Varianti 



1-8 Gh*j é al fond d'cula pérson, eie. 

Sii per cule montagne 

Tiijt a dio ch'j é na tor. 

Là j'é la Majìnota, 

Ch'a pjora '1 mal dl'amor. 

S'a volo de-je *n prinsi , 

€n prinsi imperator. 
1-8 mari, maridé-mi , 

C'aj passa la stagion ; 

Le cerose son madiire , 

I priis a Tniran bon. 

— Chi voste pjé , mia fija , 
Chi Tòste mai pjé ti? 

— Mi vòj né re, né prinsi , 
Né '1 duca d'Lombardor. 

* Mi vòj cui giovinoto , 
Ch'a j'é 'n cula person, etc. 
1-8 O mare , maridé-me , 

Ch*a passa la stagion, 
Dé-me cui giovineto, etc. 
15 Per fé muri cui giovo. 



Canavese 



Canavese 



Piemonte, 



Canavese 



Monferrato 
Canavete 



CANZONI POPOLASI — LA TOMBA 

che ci Stiano padre e madre, 

il mio amore la braccio a me. 
In cima a quella tomba 

pianteranno rose e fiori ; 
tutta la gente che ci passa 

sentiranno l'odore ! 
Diranno : — è morta la bella, 

è morta per l'amore. 



16 



¥ariiiiti 



17-18 


Ch'an fasso fé na tomba 








Gh'j a stago tre con mi. 


Piemonte, 


Canavese 




Fasso na fossa granda 








Ch'a stago tre con mi. 




Piemonte 




Ch'am' fasso fé na lampa 








Ch'i stago tùli tre. 




Canavese 




Faruma fé na tampa, 








Lontan tre mij da si ; 








Faruma lunga e larga 








Ch'j a stago tre con mi. 




Canavese 




Faruma fé na tomba 








Ch*j stago tiiti doj. 




Monferrato 




Na ven al matin giorno , 








A l'era già pendù. 








-r-Ch'a fasso fé na cassia, eto. 




Monferrato 


20 


Me amante *n bras a mi. 


Piemonte. 


Canavese 




'L me amor an fàuda a mi. 




PiémonU 




'L mari da cant a mi. 




Canavese 


21-22 


An sima d'cula fossa 








Pianté-je un giiisamin. 


• 


Piemonte 




Tùt antorn a cuta tomba, etc. 


Piemonte, 


, Canavese 


24 


diran: — che bon odor. 




Canavese 


26 


An bras al so amor 




Piemonte 



16 RITISTA OONTBHPOBAMBA 



PARALLEU 



Iieslone Teneta 



Luigi Correr, in un articolo sulla poesia popolare, che già ebbi 
occasione di citare, e che trovasi nelle opere complete di questo 
scrittore , stampate a Venezia nel 1838 dalla tipografia del Gondo- 
liere, cosi parla della presente canzone : 

«A chi non è toccato d'udire alcuna volta quel volgare lamento 
della Bosettina, a cui, fallito il primo voto d'ainore, viene l'anima 
consigliando di farsi fare una cassa profonda capace di tre persone, 
nella quale poter essere allogati, il padre, la madre e l'amante suo, 
che, cadavere almeno, le sarà conceduto d'aver fra le braccia? E non 
esilara e, quasi direi, non profuma la mente quel fiore ch'essa vuole 
piantato sul fondo di detta cassa, acciò le genti di là passando, do- 
mandino che fiore sia quello, e venga loro risposto: essere il fiore 
della Bosettina che mori per amore t 



Faremo fltr una cassa fonda, 
Se ghe mettiemo drente in tre. 
Lo mio padre cola mia madre, 
E lo me amore in brazo a me. 
In sima di questa tomba 
Ohe pianteremo d'un bel fior; 
A la sera lo pianteremo, 
A la matina sarà fiori; 
Tuta la zente che passeranno 
Diran: che belo fior: 
El zé '1 fior de la Rosina, 
La xé morta per l'amor. 



CANZOm POPOLARI ^ LA TOMBA 17 

Altra I«ezlone Tenete 

(Camimieatay manoiertttày dal congnio Gugubuig Stefani) 



Sta matin me son levata * 
Prima ancora che spunta el sol, 
E a la finestra me so trata 
E go visto el mio primo amor. 

Sta matina so andata in piaeza 
E go visto al mio pfimo amor; 
El parlava co una ragasza; 
Ahi ch,e penai ahi oba dolori 

Siora mare, saré.la porta, 
Che Ben entra qua più nissun ; 
Vói far finta d'esser morta, 
Vói far pianzer qualchedun. 

Vói far fare 'na cassa fonda 
Che ghe stemo drente m tre: 
Lo mio padre, la mia madre, 
Lo mio amore in braccio a me. 

E po^ im &ndo d« qmrila eaoaa 
Impianteremo un gran bel fior, 
Alla sera l'impianteremo. 
La matina el sarà fiori. 

Tutti quelli che passeranno 
Ohi diranno, oh che bel fiori 
Questo è '1 fior de Rosettina 
Che se morta per amor. 

Siora mare, lasai ehe lo- ama, 
Che rò sta el mio primo amor, 
Se no ghe ogio, mor ogni fiama, 
Za non m'avete fato d<» cor. 

Shiita C. -2 



18 KITISTA CONTBHPORANBÀ 



AUra Iieslone Teneta 

(An«blo Dàlmbdigo. Canti del p&polo Veneziano per la prima tolta 
raccolti ed Ulmtrati. 2> ediz. Venezia 1857, p. 219) 

€ La eanson de la Rosetina » 



Vói far &r una ghirlanda 
Tuta rose damaschin ; 
Yogio meterla da banda 
Finché morta sarò mi. 

Vói far far 'na cassa fonda 
Che ghe stèmo drento in tre: 
Lo mio padre> la mia madre, 
Lo mio amor in brazzo a me. 

Poi ai piedi de sta cassa 
Nu ghe pianteremo un fior: 
E lasserà '1 pianteremo^ 
La matina '1 sarà fiori. 

Tuti quei che passeranno 
J dirà: Ghe bon odor! 
El ze '1 fior de Rosetina, 
Che xe morta per amor. 

Eiezione Iiomliardia 

(C. Cantù. Stor. Univ.y Dee. lett. Torino 1843. I. lxiv) 

Dal seguente squarcio, benché per avventura assai scorretto, ri- 
portato dal Cantù, scorgesi che la lezione lombarda non deve dif- 
ferire dalle piemontesi e dalle venete. 

Nel bel mezzo a quella cassa 
Pianteremo d'un bel fior. 
Tutti quei che passeranno 
E diranno che bel fior; 
Egli è il cor (?) della Rosina 
Qke l'è morta per amor, 



CAmSOKI POPOLABI — LA TOMBA 19 



I^eslone Catalana 

(D. MANinn. ÌSjlA y Fontanala. OUervacumei sobre lapoeHapoptdarj 
con muestras de romances cataìanes inéditos, Barcelona 1853 , 
p. 112. — F. WoLF.. Proben portugiesischer imi catalanUcher 
Volhsromanzen. Wien 1856, p. 124). 

« Los presos de Lèrida ]> 



Ta s'en va à lo seu pare — à demanarli un dò. 

— ^Ay fiUa Margarida — quin dò vols que yo 't don? 

— Ay pare lo meu pare — las claus de la preso. 

— Ay filla Margarida — aixo no pot ser, no, 
Dema sera disapte — y eia penjarem à tots. 

— Ay pare lo meu pare — no penjen Taymador. 

— ^Ay fiUa Margarida — qui es lo teu aymador? 

— Ay jpare lo meu pare — es lo mes alt y ros. 

— Ay filla Margarida — sera el primer de tots. 

— Ay pare lo meu pare — penjeu-me 'n à mi y tot. 

— Ay filla Margarida ~ aixo no ho fare, no. — 
Las forcas son de piata — los dogala ne son d'or, 
A cada cap de forca — un ramellet de flors« 

La geni quant passaran — sentiran gran olor. 



Canti Pòrtogheisl 

Nella romanza portoghese del Conte NUlo (J. B. de Almeida- 
Garrett. Romanceiro. Lisboa 1851, III, p. 9) trovansi vestigia della 
nostra canzone : 



-« Antes que o dia amanhe^a 
Ve-lo-has ir a degoUar. 
— Algoz que o mattar a elle, 
A mim me tem de mattar; 
Adonde a cova Ihe abrirem, 
Amim me téem de interrar..... 



Jifr WViéTA CONTEMPORANEA 



Canti Cireel ed Albaiiei»! 

(N. Tommaseo. Canti popolari greci. Venezia 1842, p. 308. 
B. BiONDBCu. Shtdii Unffuistici. Milano 1866, p. 8^ 



— Pregoti, maestro, che tu faccia la sepoltura 

Un po' grande, un po' larga, tanto per due persone. — 

Trasse il coltel d'oro, e si trafisse il cuore. 

Ambedue insieme sepellirono, in una sepoltura ambedue. 



Se avvien ch'io muoia zitella, sepelliscimi nel tuo sepolcro, 
Onde quando tu verrai meno, io possa riposare nel tuo seno. 



Canti Brettoni 



Una canzone di Brettagna termina col seguente pensiero (Th. 
Hbbsabt db la ViLLEMAJBQué. BoTzaz-Breiz , S»® édit. Paris 1846, 



II, p. 131): 



Giacché noi non abbiam dormito sul medesisK) let^ ^ 

noi doimìreipa^ nella medesima tomba. 
Giacché noi non fummo maritati in questo mondo , 
noi ci mariteremo dinnanzi a Dio. 



ei 



LA FIDANZATA INFEDELE 



(2* Sbbib — Canioiii romansesehe) 



Un giovane Principe vien da Ltoae per iiposare la fidanzata da 
lungo tempo promessa. Incontra per via ina pastoneHa e la prega 
di continuar la canzone inlerrolia dal di lui arrivo. La pastorella si 
rimette a cantare, e cantando annunzia al Principe clie la sua fidan- 
zata infedele ha dato alla luce un bimbo nell'assenza di lui. 

La madre della fidanzata vede giungere il principe dall'alto ve- 
rone e ne avverte la figliuola, la quale temendo la vista dello sposo 
tradito, gli manda incontro quella delle due sorelle che più le ras- 
somiglia. Ma l'occhio dell'amante non s'inganna, e la fidanzala è 
costretta a presentarsi al Principe corrucciato: «Ditemi, bella, 
esclama il tradito, ditemi la verità : siete ancora verginella siccome 
vi lasciai? > 

La donna confessa la colpa , e muore trafitta dallo sposo ol- 
traggiato. 

Il movimento drammatico di questa poesia è efficace e commo- 
vente. Il soggetto è comune a molte altre canzoni e può avere ori- 
gine storica. La primitiva redazione deve riferirsi all'intervallo che 
corre dal decimo al decimoquarto secolo. È comune al Piemonte 
e a! Cawavese. La strofa è di quattro versi di cui il primo quinario, 
e gli altri tre settenarii. lì secondo e il quarto tronchi e rimati. 



22 BIYISTA ooxnncpoBAiou. 



Iieslmie Plem^ntege 



I. 

— Gante, bargera, 

2 Gante d'una canson, 

Gula che voi cantave 
4 Guamand i vost moton. 

— Si, si, me prinsi, 

6 Si, si, ch'la canterò : 

La vostra bela dajma 
8 Lha 'vù 'n gentil fantó. 

II. 

La sua marna, 
10 Gh'a l'era a li balcon, 

Na riguardava '1 prinsi, 
42 Gh'a vnia da Lion. 

— la mia fia, 

H Malòròsa che t' sej ! 

Risguarda là to prinsi, 
46 Ghe ti ven a vede. 

— la mia marna, 

48 Mandé-je la mia sòr, 

Gula ch'a mi risambla 
20 Ant la boca e ant j òi. - 



Variaoti 



3 


Gante vostra canson. 


Piemonte 


7e8 


L'è fajta da na dama 






Con un cavajer d*cort. 




12 


Ch'a galopa da Lion. 


Piemonte 


20 


Da la boca fina a j'òj. 


Piemonte 



OÀKzoin popolàbi — la fidanzata infbdblb 23 



Tradiulone 



I. 



— Cantate, pastorella, 
cantate una canzone, 

quella che voi cantavate 
guardando i vostri agnelli. 

— Si, si, mio prence, 
si, si, che la canterò: 

La vostra bella dama 
ha fatto un gentil bambino, 

II. 

La madre di lei 

che la era ai balconi, 
ne guardava il prence 

che veniva da Lione. 
—0 la mia figliuola, 

sciagurata che tu sei! 
Guarda là il tuo prence 

che ti viene a vedere . 

— la mia madre! 
mandategli la mia sorella, 

quella che mi somiglia 
nella bocca e negli occhi. - 



84 



RIVISTA CONTBMPOBAMSA. 



L'è lo bel prinsi 



22 


Da luns Tha vista vni : 




— Cula ré pa la dajma 


24 


Ch'me cor a Tha 'mpromi. 




— la mìa fia, 


26 


Malorosa che t'sej ! 




Risguarda là to prinsi ; 


28 


L'ha rifudà tua sor. 




— la mia marna, 


30 


Vni-mie gittlé abìlìé; 




Dinans a lo me prinsì, 


32 


Che mi na vòj andé. — 




V-é io bel prinsi, 


34 


Da luns Tha vista vni : 




—tnh ti a rè la dajma 


36 


Ch*me cor a l'ha ^nipromi. 




Di-me voi, bela, 


38 


Di-me la verità: 




Seve ancora fieta 


40 


Conforme v'haj lassa? 




— Si, si, me prinsi, 


42 


La verità v6j bin di : 




Con èl prinsi de Fiandra 


44 


Tre nSjt so' andà dormi. — 




L'è lo bel prinsi 


46 


Ciama page Nicola : 




— Andè-me pjé mia speja 


48 


Cufei dal pugnai dora. 




pjoré, pagi ! 


50 


Oh pjorè, pdt e grand, 




Mi rhaj nrassà la dajma 


52 


Gh'me cdr amava tant I ~ 




Varianti 


43 


Con iin aut prinsi. Piemonte 




Con él prinsi d'Olanda. Canaveté 


43^ 


El diica de l'Armenia 




Set ani Thaj servi. Piemonte 


44 


Tre mejs. Piemonte 


48 


Cala tiita 'ndorà. Piemonte 



CANZONI POPOUJUt — LA FIDANZATA INFSDBLB :J|6 

Il bel prence 
da lungi Tha vista venire : 

— Quella non è la xlama 

che il mio cuore ha promesso. 

— Ola mia figliuola, 
sciagurata che tu sei I 

Guarda là il tuo prence; 

ha rì&oitato tua sorella. 
— ^ ìa mia madre, 

venite, aiutatemi ad abbigliare ; 
tnarazi al mio prence 

ch*i' ne voglio andare. — 
Il bel prence 

da lungi l'ha vista venire; 
— Quella è ben la dama 

che il mio cuore ha promesso. 
Ditemi voi, bella, 

ditemi la verità : 
siete ancora verginella 

come vi lasciai ? 

— Si, si, mio prence, 
la verità vo' ben dire : 

col prence di Fiandra 

tre notti son andata a dormile. — 
Il bel prence 

chiama paggio Nicolò : 

— Andate a pigliar la mia spada 
quella dall'elsa dorata. 

piangete, paggi I 

Oh piangete, piccoli e grandi ! 
Io ho ammazzalo la dama 

che il mio cuore amava tanto ! — 



98 



RIVISTA OONTBMPORANBA 



Variante finale 

{PitmorUi) 



Caand Tha la speja , 
La testa a j'ha copà , 
Biità-la a'na bassilla, 
A sua marna aj Tha portÀ. 
— Pie Toj, marna, 
Pie pei Yost piasi : 
STavejse bin guemà-la, 
Sria pa riva sosi. 



Quando ha la spada 
La testa le tagliò, 
Misela s'un bacino , 
A sua madre la portò. 
— Pigliate Toi, madre, 
Pigliate pei vostri piaceri : 
Se Taveste ben guardata. 
Ciò non sarebbe capitato. 



27 



CAROLINA DI SAVOIA 



(1* Sbbib — Gamoni storiehe) 

Nella Cappella del Real Castello di Moncalìeri, il di 29 set- 
tembre 1781 alle ore 4 dopo il mezzodì, stavano inginocchiati di- 
nanzi all'altare la principessa Maria Carolina Antonietta di Savoia, 
e Carlo Emanuele principe di Piemonte, incaricato di sposare per 
procura la sua sorella in nome del principe Antonio Clemente duca 
di Sassonia. Assistevano alla cerimonia il re Vittorio Amedeo III^ e 
la regina Maria Antonietta Ferdinanda infanta di Spagna, genitori 
della sposa, tutta la real famiglia^ la principessa Carlotta di Ca- 
rignano, il cardinale Marcolini , il principe di Salm-Salm , tre 
Vescovi^ i Cavalieri dell'Ordine, il principe di Masserano, i Mi- 
nistri di Stato , il Capitano delle Guardie del Corpo , il Gover- 
natore dei Principi, il Mastro di cerimonie ed introduttore degli 
Ambasciatori. Il conte Marcolini, Ambasciatore straordinario di 
Sassonia , assisteva pur esso in luogo distinto al rito nuziale (1). 
Il grande Elemosiniere del Re usci pontificalmente dalla sacri- 
stia, e dopo essersi inginocchiato all'altare^ ed inchinato al Re 
ed alla Regina^ fece agli sposi la consueta interrogazione. Il prin- 
cipe di Piemonte rispose immantinente; ma la Principessa, alzatasi, 
prima di rispondere fece la filiale riverenza ai suoi genitori, e ri- 
messasi in ginocchio rispose anch'essa affermativamente. Allora il 
prelato diede loro la benedizione nuziale, e recitò il discorso d'uso. 
I tre Vescovi firmarono il registro del matrimonio (2). Terminata 
la funzione, e preso congedo dal Re e dalla Real famiglia, 
l'Ambasciatore della Corte Elettorale di Dresda parti alla volta 
d'Augusta, ove la sposa dovea essere consegnata dai Commissarii 

(1) Relazione delle solennità e feste che hanno preceduto il matrimonio 
della principessa Carolina di Savoia col principe Antonio di Sassonia. 
Ms. degli ArchiTii del Regno. 

(2) Ms. cit. 



96 RIVISITA CONTBMPOBANBA 

del re ai Commissarìi Sassoni. Il mattino seguente partiva la 
nuova Duchessa di Sassonia e con lei il Re, la Regina, il Principe e 
la Principessa di Piemonte, che la vollero accompagnare fino a 
Vercelli. Ma prima della parleaza il nuwak corteggio traversò la 
città di Torino, « avendo voluto il Re e la Regina secondar cosi 
la pubblica brama di veder ancora una volta in essa l'amata loro 
ultima figlia » (1). Da Vercelli la giovine sposa continuò il viaggio 
passando per Milano , Roveredo ed Innspruck, affidata al conte 
della Marmora, Gran Mastro della Casa del Re, luogotenente ge- 
nerale di cavalleria e ministro di Stato. Erano nel corteggio della 
Duchessa il marchese di Bianzè suo primo scudiere e cavaliere 
d'onore, il cav. Berzetti, maggiordomo del Re, l'Uditore Borsetti, 
segretario di Stato nel Ministero degli affari esteri, e segretario di 
Gabinetto della Duchessa^ la marchesa di Cinzano, dama d'onore, 
la contessa di Salmour e la marchesa di Verolengo, dame di pa- 
lazzo. Giunta in Augusta fu la Duchessa consegnala dal conte della 
Marmora e dall'Uditore Borsetti^ Commissarii del re, ai Commis- 
sarìi di Sassonia, conte Camillo Marcolini, e Carlo Enrico Clauzer 
il 14 ottobre 4781. Il 24 dello stesso mese il principe Antonio 
conduceva in persona all'altare la sua giovane sposa in Dresda, 
e cosi confermavasi solennemente quel nodo che una morte imma- 
tura dovea rompere ben tosto. 

Il presago cuore paterno dettava al re Vittorio Amedeo III nelle 
istruzioni date al conte della Marmora le seguenti parole : 

« La speciale circostanza in cui la Principessa si trova di non 
« aver avuto il vainolo, esige sopra ogni cosa che non siano dimen- 
« ticate le convenienti precauzioni per preservarla nel viaggio da 
« lutto ciò che potesse servire a comunicare una malattia così pe- 
« ricolosa; e noi non dubitiamo della vostra diligente attenzione a 
€ questo riguardo t> (2). 

Un anno appena era trascorso, e la Principessa moriva di vainolo 
il 28 dicembre 1782, nel fiore della bellezza e della gioventù (3). 

(1) Ms. cit. 

(2) Altro Ms. degli Arohivii del Regno; 29 sett. 1781. 

(3) Il principe Antonio scriveva il 17 marzo 1781 alla Regina per ringra- 
ziarla -del dato consenso : « Aussi toas mes désirs ne tendront-ìls qu'à me 
fl rendre digne des bontés d*une Princesse qui réunit aux charmes de la 

. f plus aimable figure toutes les vertus doses augustes parente». Ms. degli 
Arohivii del Regno. Maria Carolina di Savoia era nata il 17 gennaio 1764, 
cosicché all'epoca della sua morte non aveva ancora compiuto il dician- 
novesimo anno. 



CANZONI porouui — cabolimà di sayoja 29 

Ha una tradizione tuttora sparsa nel Piemonte assicura che essa 
mori di dolore. 

Maria Carolina era la terza ed ultima delle figlie superstiti di 
Vittorio Amedeo. Le due sorelle maggiori^ destìnete a più splendide 
nozze, avevano sposato due figli di Francia che poi regnarono 
amendue coi nomi di Luigi XVIII e di Carlo X. Il principe Antonio 
sposò in seconde nozze dopo cinque anni di vedovanza Maria 
Teresa di Lorena figlia di Leopoldo II imperatore, e succedette nel 
1827 a Federico Augusto, suo fratello, nel Regno di Sassonia. 

La ripugnanza della Principessa ad abbandonare la casa pa- 
terna (1), la passeggiata per Torino prima della partenza, la do- 
lorosa separazione di Vercelli, il presentimento della morte vicina, 
sono argomento di questa canzone popolare che ora per la prima 
volta è fissala dalla scrittura. Ho di essa tre lezioni: due piemon- 
tesi ed una monferrina. Ma si canta anche in canavese. 

Il metro è giambico di tredici sillabe, in guisa però, che il primo 
verso d'ogni strofa può dividersi nella recitazione, come è diviso 
nel canto, in due settenarii tronchi: mentre il secondo verso si 
recita e si canta unito, e se si volesse dividere in due emistichii 
darebbe per risultato costante un settenario piano ed un sen«rio 
tronco. Gli accenti indispensabili di questo metro cadono sulla sesta 
e sulla dodicesima sillaba ; ma sono essi generalmente accompa- 
gnati da altri accenti che possono indistintamente cadere sulla se- 
conda e sulla quarta nel primo emistichio e sull'ottava e sulla de- 
cima nel secondo; e talora, nei versi più ricchi, cade l'accento su 
tutte le sillabe di numero pari. 

(1) Pare che questa ripugnanza non fosse ignota alla corte di Dresda, 
giacché n'ò fatto apertamente cenno in una lettera che in data del 24 marzo 
1781 scriveva al Re Tfilettore Federico Augusto: tll en coùtera sans 
t doute à la sensibilité de Madame la Princesse de s'éloigner de ses il- 
« lustres parents et d'une famille qui doit lui étre chère; mais je mettrai 
« tant d*attention à faire diversion à ses soucis, et le prince Antoine mon 
t frère sera si applique à s attirer sa confiance et son estime, que je me 
e flatte de lui adoucir l'amertume de cette séparation ». Ms. degli archivii 
del Regno. 



30 BITI0TÀ 0(»«TBllP(»UimÀ 



Iieslone Ptemontese 



La bela Carolin la volo marìdé, 
2 Lo dùca de Sassonia ai vólo fé spose. 

— Oh ! s'a m'é bin pi car un póver paisan, 

4 Che '1 dùca de Sassonia cb'a Té tan lontan. 

— un póver paisan Té pa del vost onor : 

6 Lo dùca de Sassonia cb'a Té 'n gran signor. 

— Oh! s*a m'é bin pi car un cavajer dia cort, 
8 Che '1 duca de Sassonia cb'a Fé tan signor. 

— un cavajer dia cort Té pa del vost onor ; 
10 Lo dùca de Sassonia cb'a Té 'n gran signor. 

— Da già cb'a Té cosi, da già ch'a Té destin , 
12 Faruma la girada tùt antom Tùrin. 

Bondi me car papà, bondi cara maroan, 
14 Che mi vad an Sassonia cb'a le tan lontan. 



Varianti 



1 Madama Carolin la vbro maridè. Monferrato 

2 Al duca di Sassonia i so' la volo de. Piemonte 
3-4 Oh s*a m*é bin pi car iin pover sitadin 

Che '1 diica di Sassonia ch*a Pha tang cuatrin. Monferrato 
5 a fa pa per voj. Piemonte 

ch*a ré 'n bel signor. Piemonte 

11 Da già che voi vori cosi. ' Monferrato 

11-12 Yeni-me acompagné fin giii d'pjassa Castel, 

Che vada de '1 bondi a lo me car fratel. Piemonte. 

E bin da già ch'a m' v5ri mari de , 

Mné-me per Tiirin, mné-me a spassegé. Monferrato 

13 e seg. *N carossa al Than pia '1 papà e la sua maman, 

E pòj al rhan menà-la 'n pjassa d'san Giovan. 

D*an pjassa d'san Giovan che lor a son riva, 

J carossé d'Sassonia j'ero già paria. 

D'an carossa del re chila Té dismontà, 

A Ve monta 'ni iin'auta tiit antorn dora. 

— Bondiy etc, Monferrato. Piemonte 



oAiizoia pgpoiiAn *- cm^bouiha m sàtoja 31 



La bella Carolina la voglìon maritare, 
il duca di Sassonia voglion farle sposare. 

— Oh! m'é ben più caro un povero contadino, 
che il duca di Sassonia ch'è tanto lontano. 

— Un povero contadino non è del vostro onore ; 
il duca di Sassonia gli è un gran signore. 

— Oh! m'ò ben più caro un cavalier della corte, 
che il duca di Sassonia ch'è si gran signore. 

— Un cavalier della corte non è del vostro onore ; 
il duca di Sassonia gli è un gran signore. 

— Quand'é cosi, quand'egli è destino, 
faremo il giro tutt'intorno a Torino. — 

— Buon di, caro padre, buon di, cara madre, 
ch'io vado in Sassonia che è tanto lontano t — 



32 niyutjk coirrBMPOBAiiBik 

Caand a n'in son riva sul pont di là d'Versej y 
46 N*a fa la disparita con i so fratej. 

— Fratej dei me fratej, toebé-me 'n po' la man, 
18 Che mi vad a» Sassosii» eb*» Té tan lontan. 

Toché-me 'n po' la man, amis me car amis, 
SO L'è con la fior del liri a 'rvédse an paradis. 

Vurteme lode 

(Piemontese. Torino) 

Parla la principessa ii Piemonte^ Adelaide di Francia, 

nipote di Luigi XV,. sorella di I#MÌgi XYI, moglie di Cado Emanuele IV. 

cognata di Carolina. 

— Gara la mia cùgnà, perché n'a pjorì tan? 
22 Mi son veniìa d^an Frdnsa ch'a Ve tan lontan. 

— Cara la mia c^gnà, voj si' venùa a Turin 
24 A Casa di Savojia, ch'a Té 'n bel giardini 

Gara la mia cngvAy toché-me 'n po' la man, 
26 Cula che Varcomando s'a Té la mia maman. 



CANZONI POPOLàEI — OABOUNA DI SATOJA 

Quando ne giunsero sul ponte di là da Vercelli , 

ne fa la dipartita da' suoi fratelli. 
— Fratelli, fratelli miei, stringetemi la mano, 

ch'io vado in Sassonia ch'è tanto lontano ! 
Stringetemi la mano, amici, miei cari amici, 

col fior del giglio, a rivederci in paradiso ! 



— Cara cognata mia, perchè pianger tanto? 
r venni di Francia ch'è tanto lontano. 

— Cara cognata mia, voi veniste a Torino, 
A Casa di Savoja, ch'è un bel giardino ! 

Cara cognata mia, stringetemi la mano, 
Quella che vi raccomando si è la madre mia. 



Costantino Nioba. 



MkUta C. 



34 



OSSERVAZIONI 

SUL BECCARIA E IL DIRITTO PENALE 

DI CESARE CANTÙ o 
e solle doe seoole degli Spiritnalisti e degli Dnitarii 



La legiBlazione è specchio, onde assai bene si riflettono i gradi 
di civiltà d'un'epoca e d'un paese. Locchè se è vero pel diritto ci- 
vile, è assai più pel diritto criminale. I processi tessuti per indagare 
i delitti, e gli articoli d*un codice penale possono, al pardi una storia, 
svelare la morale, la logica, il benessere, il progresso e l'avvenire 
di una nazione. 

(*) FiRBNZB 1862, bella edizione del Bàrberi. — Per mostrare che atten- 
<^meDte abbiamo letto questo lavoro, noteremo alcuni sbagli tipografici, 
che l'editore avrebbe dovuto evitare, e che saran a correggere in una 
nuova edizione che poco tarderà : 

Pag. 47 lin. 18 Aggiungete i continui contro le streghe continui processi (?) 
72 24 tale sovranità è inalterabile inalienabile 

88 20 doveroso tutto ciò ch'è domandato comandato 

281 2 ogni misfatto semplice minaccia ogni misfatto implica mi- 

naccia 
139 nota 3 confessò sua in colpa confessò sua colpa 

178 24 rispettatene la reputazione rispettarne 

247 3 tiranna della creatura e della sensibilità Dubitiamo debba leggersi : 

quegli aberramenti della 
sensibilità e della ragione, 
volontariamente dimen- 
tica del creatore e perciò 
tiranna della creatura. 
259 nota 5 codice marziale e di M. Teresa codice marziale di M. Teresa 

266 nota 10 una Svizzera cristiana la Svizz. cristiana 

270 penultima Gussort Pussort 

La Hedazione, 



OSSBBVAZIONI SUL BBCCAIUA E IL DIBITTO PBNALB 35 

Ciò postOy ecco uno schizzo dell'antica giurisprudenza criminale. 

In Firenze, nel 1258, due infelici vennero impiccati perchè 

non aveano come pagare una multa di poche lire! locchè di re- 
gola veniva stabilito dallo Statuto, che per maggiore scherno era 
detto di S. Geminiano ! I — Altrove, perchè un corriere non trova 
pronti i cavalli, quel meschino che doveva allestirli, viene, per la 
colpa d'avere sbagliato l'ora, mandato alla forca. - Perfin Pio V 
dannò alla morte i falliti ! — In Francia alla ruota e alla forca il 
contrabbandiere per una libbra di sale o poche foglie di tabacco! — 
Morte... pel furto d'un luigi!... pel falso!... per un libello!... 

Qua il reo colla pelle stigmatizzata dal marchio vien tratto, l'an- 
niversario del delitto, sul graticcio a testa nuda, fin dove fii con- 
sumata la colpa, e quindi flagellato!... Alla di lui morte s'incrude- 
lisce sul cadavere, che viene arrotato, testa e mani mozze!... Cosi 
in Isvezia nel secolo decimottavo!... — Là vedi il reo cincischiato 
dalla tanaglia rovente, co' sanguinosi moncherini respinger la ruota 
dalla quale è colpito nel petto, e sulla quale, morto che sia, verrà 
avviticchiato. — Quell'altro si squarta, e per misericordia gli si sega 
prima la gola... Ciò in Piemonte... sino ai tempi di Carlo Alberto!... 

E come s'indagavano i delitti, onde almeno si evitasse il pericolo 
d'infliggere agl'innocenti pene si atroci?... — Colla tortura!!... 

€ Quando Damiens feri con un temperino l'osceno Luigi XV, nel 
€ 1757, il popolo fu invaso da entusiasmo di furore... per un re che 

cnon stimava si fé' ricerca fra tutti i tribunali qual possedesse 

€ un più tormentoso metodo di torturare il reo. Parigi lo stirava al 
e possibile, e lo gonfiava d'acqua, o rompevagli lentamente le gambe 
e fra due tavole: Dieppe lo sospendeva con tanaglie per le unghie, 
€ schiacciavagli le dita ; cosi Rouen ; Metz ficcava delle punte sotto 
€ le unghie ; Besan^on colle strappate lussava le ossa ; Autun distil- 
c lava olio bollente traverso a botti porose, che talvolta prendendo 
e fuoco, bruciavano l'accusato ; Avignone usava la veglia^ scanno di 
« legno a punta di diamante, sulla cui cima appoggiavasi Testre- 
c mità della spina dorsale, donde veniva uno spasimo insopportabile, 
e che rinnovavasi finché il reo confessasse , il quale intanto dinanzi 
e a im grande specchio vedeva tutte le contraffazioni del proprio 
€ viso. I medici chiamati a consulto, dichiararono che la più tor- 
« mentosa era la tortura degli stivaletti, e Damiens la sostenne, fermo 
€ a ripetere di non aver complici. Condannato al patibolo, gli fu 
e arsa a lento fuoco la mano armata del coltello parricida, tanagliato 
« per tutto il corpo, e stirato quasi un'ora da quattro cavalli in 
e senso contrario ; nelle piaghe gli venne colato resina, olio, cera 
e e piombo liquefatti. Morto che fu dopo cinque quarti d'ora di sup- 
c plizioy i suoi avanzi si bruciarono, e furono banditi in perpetuo suo 



36 RIVISTA CONTBMPORANBA 

« padre, la moglie, il figlio; ai fratelli imposto di cambiar il nome; 
€ atterrata la casa ov'era nato. > (CantÙj^o^, 16.) — Ecco l'idola- 
tria dei re che rimpiange il p. Bresciani! — Retrivi!... mi faranno 
sempre terrore, ma non più meraviglia le stragi dei settembristi e 
le beccherie del novantatre — perocché i venerandi codici polverosi 
avevano anche troppo insegnato al popolo la crudeltà! 

Immaginatevi come tra gli urli e di mezzo al sangue brillasse 
il sole della verità ! — La voce dei fanatici accusa Calas, settuage- 
nario protestante di Tolosa, d'aver ucciso il proprio figliuolo perchè 
tendeva al cattolicismo. La probità dell'accusato e molti indizii lo 

mostravano innocente Ma posto alla corda confessa!... ed è tratto 

al supplizio della ruota! sua moglie al rogo!! Voltaire fa appello 
alla pubblica opinione! si ripiglia il processo e la vittima è di- 
chiarata innocente!... Il Capitoni che aVeva proferita la condanna, 
divien pazzo e suicida!... — Antonio Pin sottoposto ai tormenti con- 
fessa d'avere ucciso Seras, e vien tratto a morte, sebbene non si 
rinvenisse il cadavere dell'ucciso là dove quegli sotto la tortura avea 
indicato. Poco dopo Seras ch'era partito nascostamente, redivivo ri- 
toma da un viaggio! — Nel 1770 Sibourg, tormentato, si confessa 
autore d'un assassinio, pel quale ventiquattro anni prima era stato 
squartato Claudio Debeaux! 

Quando TAustrìa abolì la tortura, vi sostituì le bastonate ! Ecco 
in Ungheria scompajono diverse persone, e alcuni poveri zingani 
vengono accusati d'averle uccise!,.. Confessano sotto il bastone!... 
e indicano il luogo dove stavano sepelliti gli uccisi. — Si scava — 
non una traccia. — Si torna al bastone!... Infamia! per finire il 
martirio, gli zingani dichiarano di aver mangiato i cadaveri senza 
lasciarne boccone!... Provato cosi in genere e specie il deUtto, gli 
sciagurati, ch'erano quarantacinque, vengono irrotati e squartati! 
— Ma arrivano cencinquanta nuovi zingani... cui si riserbava ugual 
sorte — quando fu sospesa la procedura. — Poi si scopre che le per- 
sone inghiottite dagli zingani erano andate ad abitare altrove ! 

Vedete che non parlo del medio evo!... L'ultima volta che si 
applicò la tortura in Francia, fu nel 1788! 

Aggiungi lo squallore di carceri malsane, ove si punivano gl'in- 
quisiti prima che fossero trovati rei — ove il governo non alimen- 
tava coloro cui toglieva la libertà , e che dunque sarebbero morti di 
fame, se, poveri, non fossero stati sovvenuti dalla carità cristiana. 
Aggiungi che l'iniqua bilancia di quella maschera di giustizia nelle 
pene accordava ai nobili il minimo grado, e li esimeva dalla gogna, 
dalla galera, dalla forca^ dalle pene infamanti — mentre l'infamia 
colpiva gl'individui dell'intera famiglia de' plebei, cioè li « obbligava 
tutti a non vivere che di delitti » (Canti"^, pag, 179). — Aggiungi 



OSSERVAZIONI SUL BECCARIA K IL DIRITTO PENALE 37 

che le leggi venivano rimpastate e accresciute da interpreti, che con 
una logica da orsi, e colla più vigliacca adulazione pei troni, dì loro 
autorità legittimavano canoni orrendi!... Aggiungi i magistrati alla 
cui inesorata balla i legislatori lasciavano sin la pena di morte — 
e con ciò avrai compiuto un languido sbozzo della giurisprudenza 
criminale — d'jeri! 

Retrivi ! confessate che siamo progrediti anche in fatto di scienze 
spirituali ! 

E chi mai avrebbe oso d'alzar la voce contro a quei sacrileghi 
giuristi ? — Ma non era forse stata la reviviscenza del gius romano 
che aveva fatto rinascere la tortura col processo inquisitorio, occulto, 
spietato, tessuto di frodi e d'insidie, onde un reo doveva trovarsi ad 
ogni costo? Non era la Roma dell'antico diritto che considerava come 
tristo il padrone che rifiutasse alla tortura gli schiavi, quando gli 
venissero pagati a prezzo di pecore e di buoi?... Allorché il gius 
romano era stato adorato colle candele accese come un Dio, chi mai 
avrebbe ardito progredire oltre il titolo de quaestionibus^... oltre la 
rivelazione delle pandette? 

Potenza del pregiudizio! Persino Voltaire disapprovando la 

tortura, la volea però riserbata ai regicidi e parricidi ; quasiché pei 
maggiori delitti la giustizia dovesse appagarsi di mezzi che sono 
reputati inabili a conseguire la verità ! 

Sotto questi auspicìi era nato Cesare Beccaria, e avea dato alla 
luce il libriccino dalle cencinquanta faccio intorno ai delitti ed aìle 
pene, — Quai sono i pregi e i difetti di questo scrittore? 

Già sin dal principio del libriccino voi trovate l'origine della so- 
cietà e il diritto di punire discendere da quello stato dell'uomo che 
dicevasi naturale (ed era tanto contro natura), e dalla ricantata nenia 
di quel benedetto patto sociale! — Si vuol preservare il lettore dal 
pregiudizio di credere che il diritto e la giustizia sieno enti reali^ 
Bastava dire che sono idee!... Ma Beccaria dichiara che il diritto è 
la forza piii, utile al maggior numero — e la giustizia un vincolo che 
tiene uniti %V interessi particolari (§ ii, nota). — In tutto il trat- 
tato poi domina il linguaggio dei sensisti; ma in modo che nuoce 
alla corteccia delle parole più spesso che al fondo, talché la menda 
riesce meno funesta di quanto cianciano i Gesuiti. 

Gli abusi dei magistrati e della idolatrata autorità degl'inter- 
preti spingono Beccaria a disapprovare il principio di consultar 
lo spirito delle leggi; con che si verrebbe a distrugger la logica, 
com'egli si esprime, la fatale licenza oi ragionare! (§ rv) Quasi 
che sia possibile nessuna applicazione senza più o meno interpretar 
lo spirito delle leggi, o fosser lecite le applicazioni contro giustizia, 
quando un caso non fu previsto dal legislatore. 



38 RIVISTA CONTEMPOBANBA 

A' di lui argomenti contro la pena di morte, gli fu con ragione 
risposto, che un agiato filosofo (perchè sull'animo di lui Tidea del 
carcere perpetuo sveglia spavento) erra, se crede che l'idea della 
stessa pena desti un'uguale impressione sull'animo d'uomo della più 
bassa feccia, che stenta la vita, che dorme su un canile, e soffre 
forse sotto i comandi di un dispotico padrone. 

E il libriccino fu appuntato d oscurità. L'autore rispose che volle 
salvarsi dai colpi della inquisizione; ma Toscurità è dominante anche 
dove non era paura. È un lavoro sintetico ! — ecco la ragione del- 
l'oscurità — e forse la maggiore condanna dello scrittore. 

Cantù {pag. 271) dice che nel secolo xvin « gli uomini pratici 
€ sentivano il bisogno di tornare a principii sintetici per non naufra- 
c gare in quel vortice di ragione e sentimentalismo, ma ghermivansi 
€ talora a deboli, o anche falsi appigli. Questo avvenne al Beccaria ». 
— Ma più che gli argomenti io disapprovo il difetto d'analisi. Se 
Bbccabia avesse uno per uno numerato i particolari di crudeltà, gli 
scellerati assurdi della tortura, cominciando dagli schiavi di Roma, 
e scendendo man mano sino alla storia degli untori ; se avesse non 
solo asserito, ma colle cifre altresì provato che ne' paesi « vicini e 
€ lontani dove la pena di morte è stata ristretta a delitti maggiori, 
€ noi troveremo... che dove le pene sono state più moderate, ma 
€ appunto perchè tali, più inesorabili contro i delinquenti, essendovi 
€ minori motivi di lasciarli impuni, ivi i delitti si sono resi meno 
€ frequenti » {pag. 371, Relazione pubblicata dal Cantù) ; quanto più 
ampia diffusione ed efficacia avrebbe sortito quel libro ! e forse Pib- 
TBO Vbbbi non avrebbe potuto attestare € che tra i molti uomini 
€ d'ingegno e di cuore che hanno scritto contro la tortura, e contro 
e l'insidioso raggiro dei processi che secretamente si fanno, non vb 

€ NB HA ALCUNO IL QUALE ABBIA FATTO COLPO SULL' ANIMO DBI GIU- 

.« DICI ! ! » Cosi avvenne e avverrà sempre ai libri sintetici, e più 
quando sono diretti a chi abbia interesse di conservar l'idolatria di 
vieti pregiudizii ! 

Le continue proteste di non alludere alle verità rivelate e alla 
legge naturale, anche là ove un'arbitraria distinzione non basta a 
salvarle; e le manate d'incenso arse dinanzi ai troni (sebbene allora 
fosse di moda, anche là ove meno cadea in acconcio, sarebbero 
forse indizio che a dormire sonni tranquilli Bbccabia sacrificava 
qualche voltale proprie convinzioni?... Cantù vi trova più sincerità 
che non io; ma il mio dubbio riceve un appoggio nei consigli da 
epicureo che il Beccaria stesso suggeriva nell'articolo sui piaceri del- 
r imaginazione. « A tal uopo non troppo analizzare ; procurarsi una 

dose d'indifferenza negli affari e nella indagine della verità 

lasciar che gli uomini combattano, sperino, muoiano ; riposarsi mol- 



OSSBBVAZIONI SUL BBCCARIA B IL DIRITTO PBNALB 39 

lemente in illuminata indifferenza delle umane cose, che... risparmi 
le tormentose vicende di bene e di male » {pag. 153). 

Ma vicino alle ombre cerchiamo la luce. 

E prima di tutto non si creda che Tautore fondi tutto sulla con. 
tingente volontà dell'uomo. Che là, dove ammette (§ xvui) €.là 
NATUBÀ mvARiABiLB delle cose » e vuole € la politica istessa, almeno 
la vera, e la durevole » soggetta ai < sentimenti immutabili degli 
uomini » si accosta alla vera base della legge naturale. 

Si oppongono al Bbccabia solidi argomenti contro alla opinione 
di lui sulla pena, di morte ; ma come condannare un pubblicista che 
la ripudiava fra tante assurdità di procedure? Ed egli ammettea 
poi l'ultimo supplizio nei grandi pericoli della società, e quando 
questa non sapesse provvedere altrimenti (§ xu). Con che anche qui 
si avvicinava alla vera teoria; mentre poi giudici d'ieri in Imola 
ed in Bologna, a difesa del Bbccabia, confessarono che i supplizi! 
da loro prodigati crebbero i delitti. 

Bbccabia beffò le assurde finzioni di legge predilette dal diritto 
romano ; Bbccabia agli adoratori delle lingue e delle cose antiche ri- 
cordò che tutti hanno diritto di conoscere le leggi, e che perciò un co- 
dice dev'essere scritto in lingua nazionale, e senza gergo da berlina ! 
(§ v) Bbccabia svertando i canoni da secoli invalsi, mostrò l'assurdità 
di esigere le vere prove pei delitti minori, e contentarsi di meri indizii 
porgli atrocissimi delitti I!... La quale slogicatura unita alle funi 
e alle carrucole, vi riveli quanti innocenti furono sacrificati dalla 
cosi detta spada della giustiziai... Bbccabia piantò la teoria degli 
indizii, ripetuta da tutti i trattatisti posteriori ; Bbccabia svergognò 
le vigliaccherie dei delatori, e la dominante nefandità delle accuse 
segrete e degli arresti arbitrari!, chiedendo come mai tra gl'impuni 
calunniatori possa la patria trovare difensori intrepidi, magistrati 
incorrotti e probi cittadini ? Bbccabia propose assessori simili ai giu- 
rati ; Bbccabia tracciò la distinzione tra i delitti politici e i delitti 
comuni, e scemando le colpe di lesa maestà, volle si ponesse un freno 
alle vendette di principi iniqui!... Se non è questo progresso, qual 
sarà mai?... E come non sentir simpatia per imo scrittore che di 
mezzo alle immanità imperversanti tuona parole energiche , umane 
CONTBO LA TOBTUBA, coutro la inutile, perchè cieca e iniqua, pro- 
digalità delle pene; e ciò di fronte ai principi, ai legislatori, agl'iur 
terpreti, ai magistrati testerecci e freddi non meno dei manigoldi?... 
€ Un matematico » egli esclama < scioglierebbe meglio che un giù- 
e dice questo problema. Data la forza dei muscoli e la sensibilità 
< delle fibre di un innocente, trovare il grado di dolore che lo farà 
€ {U più delle tolte, dovea aggiungere) confessar reo di un dato de* 
clitto > (§ xu). — « Tu sei reo d'un delitto, dunque è possibile 



4Ó BIVISTA CONTBMPOBANBA 

€ che lo sii di cent'altri delitti : questo dubbio mi pesa; voglio accer- 
€ tarmene col mio criterio di verità : le leggi ti tormentano perchè 
« sei reo, perchè puoi esser reo. perchè voglio che tu sii reo I » {Ivi). 

Provide sono le cautele che Beocabia invocava per impedir fal- 
limenti; previde il consiglio dato al legislatore di non proibire il 
fuoco perchè incendia, e l'acqua perchè annega ; con che alludeva 
all'assurda legge che ai probi cittadini vieta di portar armi !... E qui 
entriamo in un capitolo che suol passare inosservato, ma che è cer- 
tamente il più sfolgorante!... Perocché quando Beooabia proclama 
che 4 à MBGLio PBEVENiBB I DELITTI CHE puNiBLi » e numerando 
tutti i mezzi di prevenirli soggiunge : < Fate che i lumi accompa- 
€ gnino LA libbbtì:.. mezzo di prevenire i delitti è quello di ricom- 
c pensare la virtù »; quando finendo insinua che « il mezzo più si- 
« CUBO di prevenire i delitti si è di pbbfezionabb l'educazione > 
(§ XLi) — allora il Beocabia non è più il riformatore de' suoi tempi; 
ma colla mente vastissima egli precorre alla giurisprudenza crimi- 
nale dei secoli futuri. La pratica d'un illuminato sistema di preven- 
zione è la speranza!... fors'anco lo sforzo!... ma pur troppo siam ben 
lontani che sia il vanto dell'età nostra! 

Qual fu l'effetto del libriccino dalle cencinquanta &ccie? Radi- 
cali riforme della giurisprudenza criminale, anche prima della rivo- 
luzione introdotte e in Francia — e in Austria — e in Lombardia 

— e in Russia, e altrove! Ovunque sradicata per sempre quella 

sacrilega offesa dell'umanità e della logica — la tortura! 

E già, vivente l'ignoto autore, la Società di Berna gli aveva de- 
cretato una medaglia d'oro. Il famoso Malesherbes inculcava a Mo- 
rellet di tradurre in francese il libriccino italiano, che cosi da quella 
lingua universale fu divulgato per tutta Europa. E moltissime edi- 
zioni si succedettero in Francia, e fin sei versioni coU'onor di note 

di Voltaire, di Diderot, d'altri Bbcoabia, per commendatizia di 

d'Alembert, dalla imperatrice di Russia era chiamato a Pietroburgo, 
quando per non perdere un tal uomo, appositamente per lui il go. 
verno austriaco istituì una cattedra d'economia; quindi lo nominò 
consigliere e magistrato camerale, e lo interrogò intorno alle più 
rilevanti riforme che vennero introdotte in Lombardia. Alessandro 
Ybbbi attestava t Anche il ceto delle persone men curiose di lette- 
€ rarie notizie, come sono i cardinali e i prelati, conoscono I Delitti 
€e le Pene: credo che chiunque legge il lunario ha notizia di quel- 
€ l'opera ». Il celebre ROderer che ebbe parte nel Direttorio, scri- 
vendo a Giulia Beccaria, dopo avere ricordato gli elogi di Buffon, 
d'Alembert, ecc. , soggiunge t II trattato dei delitti e delle pene, 
€ avea talmente cambiato lo spirito degli antichi tribunali di Fran- 
< eia, che dieci anni prima della rivoluzione non si riconoscevano 



OSSBBVAZIONI «Uh BBOOABIà E IL DIBITTO PENALE 41 

€ piA. Tutti i giovani magistrati delle corti (ed io Io poBSo attestare 
€ essendo stato io stesso di quel numero) giudicavano più secondo 

< I PBiNCipn DI Beccabia che secondo le leggi ». — Lord Mansfield 
oracolo delle leggi inglesi non nominava il Beccabia in Parlamento 
senza un atto di riverenza. E duchi, e principi, e re, e imperatori 
encomiavano con lettere a luì dirette e chiamavano a sé il gran 
giuspubblicista italiano! 

L'altro giorno Faustino Helie pubblicò un'edizione del trattato di 
Bbooabia con commenti perpetui, in cui si dà lode al nostro crimina* 
lista d'avere non solo dissipato il buio de'crudeli pregiudizii, ma trac- 
ciata ben anco la via alla scuola del progresso, e Ciò che noi ci siamo 
« proposti si è di spander luce sopra ai servigi da essolui renduti 
e alla scienza del diritto penale, e un po'troppo sconosciuti ai nostri 

< di; si è di cercare nella elaborazione del secolo decimottavo la più 
« sicura fonte della legislazione che attualmente ci reg^, e dei prò- 
€ gressi che può ripromettersi in avvenire. . . . Beccabia fu il vebo 

e BIFOBMATOBE DELLE NOSTBE LEGGI PENALI ». 

Di fronte a questi fotti mettete la Civiltà cattolica^ la quale pel 
Beccabia non seppe trovare migliore epiteto che quello di Mabchese 
Pappagallo 1 1 ! E perche?.... perchè contemporaneo dei filosofi fran- 
cesi del secolo decimottavo, alle cui fonti erasi educato, ebbe a re- 
spirare Tatmoefera di quell'ambiente!.... Quasiché vi sia scrittore al- 
cuno che sappia del tutto emanciparsi da quanto lo circonda !.... Con 
questo regolo deh! perché i reverendi padri non chiamano il Segneri, 
il Bartoli, e perfino il Tasso , i pappagalli del gongorismo, delFeu- 
feismo, del secentismo).... 

E il Beccabia fu anche economista. — Ma nello stesso libro dei 
delitti e delle pene mostrò dubitare del diritto di proprietà, base della 
scienza; e terribile diritto, e forse non necessario! > (§ xxx) (1). Altrove 
cadendo negli errori dei fisiocratici, implica nell'idea di valore l'utilità 
gratuita della natura. Loda il lusso come correttivo delle accumulate 
ricchezze. Perché gli sembra che gl'imprenditori malagevolmente si 
muovano a crescer le vecchie e ad introdurre le manifatture nuove, 
vorrebbe fossero incoraggiati dal sovrano .... Che più? . . . invoca 

(1) Quest'accusa suole apporsi da tutti al Beccaria; e non vi sarebbe 
come scolparlo. Ma il Canlù, possessore dell'autografo del Beccaria, in 
questo non trovò la condannata frase, bensì : terribile, ma forse necessario 
diritto. E cosi è stampato nella prima edizione. Come poi scivolasse nelle 
posteriori, il Cantù non sa spiegarlo. £ a noi pare che egli avrebbe fatto 
assai bene a pubblicare qualche pagina dell'autografo, p. e. questa, dov'è 
il passo controverso, e che avrebbe posto fine alla baia tante volte ripe* 
tata, che il libro fosse scritto da Pietro Verri. 

La Redazione. 



42 RIVISTA GONTBUPOBANBA 

razione gOTernativa per favorire ed appaiare i matrimonii!. . . . Ma 
ricordiamoci che allora la scienza era bambina.... Ed era molto se il 
Bbcoabia e i Ybbbi, sebbene non sempre attingessero il vero, abbiano 
però saputo rivolgere l'attenzione degl'Italiani su questa utilissima 
scienza. ~ Intanto il Bbgcabia esercitando incarichi governativi, con- 
sigliò l'abolizione dei calmieri, capendo sin d'allora ciò che molti oggi 
non hanno ancora capito. E sostenne lo svincolo delle maestranze, e 
le tasse a cui esse eran soggette, suggerì di compenetrare nell'im- 
posta generale. Scrisse contro il lotto; e insisteva perchè in tutta 
Italia si riducessero ad uniformità i pesi, le misure e le monete; e 
prima dei Francesi suggeriva la divisione decimale, proponendo per 
base un summultiplo d'una grandezza geografica. 

Quando si nomina la moneta, tutti ricordano le trufferie ispirate ai 
principi dalle esagerazioni del diritto romano, come pure gli studii di 
LoKB e Newton su tale argomento; ma non' tutti sanno con Cantù 
che prima di Loke gl'italiani Bandini e Montanari e ne sq)pero per 
lo meno altrettanto >. Nessuno poi^ soggiunge lo stesso Cantù, < avea 
€ . discussa questa materia con tanta concisa chiarezza quanta il Bec- 
€ caria ». (ite^. 140). — Questi son vanti. 

Ed eccovi sbozzata la grandezza del filosofo milanese. 

Prima di Cbsabb Cantù, avea l'Italia mai prestato un giusto 
omaggio a un si grand' uomo?... Dissi che gli Enciclopedisti francesi 
battezzarono il nostro quale filosofo sommo... Ora come gl'Italiani 
cessarono dallo zittire il nepote di Bb(Xiabia, Albssandbo Manzoni, 
sol quando questi fu mitriate da (}6thb — medesimamente sarebbe 
poi tanto inverisimile che la celebrità dell'avo si diffondesse per 
l'Italia sol dopo che questi fu canonizzato dai Francesi?... 

Non mi scagliate in sulla testa la pietra, perocché le sono dure 
verità!... Il libriccino fu confutato in Italia come la cosa più sata- 
nica del mondo. — Baretti lo chiamò un libraccio scritto assai 
male. E quando non si potè più negarne il merito, si disse che quel 
lavoro era opera del Vbbbi !! E se questi fatti si volessero chiamare 
speciali, ricorderò che quando l'Italia perdette Bbcoabia, nessuno 
qui se ne accorse!... Nessun giornale annunziò la pubblica scia- 
gura'... Non una necrologia!... non un'epigrafe!... non un canto!... 
non una statua!... L'oblio!... seppur l'oblio fosse in man degli 
ingrati!... 

Era tempo che anche qui un altro grande scrittore rendesse piena 
sebbene postuma e serotina giustizia alla memoria del grande ita- 
liano!... Questo fece il perseverante Cesabb Cantù in una lunga 
monografia da cui è preso il meglio di quanto ho scritto sin qui. 
— Ora fra il silenzio dei giornali, io, ultimo di tutti, dopo aver 
disegnato Teroe, parlo dell'epopea. 



ossebvàzioni sttl bbcoaria b il dibitto pbkalb 4S 

Della quale ecco il sommario : Antico stato della legislazione pe- 
nale. — Le prigioni. — Le pene. — Cominciamenti del Beccaria. 

— Condizioni dell'Italia, specialmente del Milanese. — H Caffi. — 
Dello stile. — I protettori dei carcerati. — La tortura tra gli an- 
tichi, e nell'evo cristiano. — È combattuta e regolata. — Applausi 
e contraddizioni al libro i€i delitti e delle pene. Il Fachinei — Gli 
Enciclopedisti. — Il patto sociale. — Il diritto di punire derivato 
dalla difesa. — Misura delle pene. — Consensi e dissensi del Bec- 
caria. — Suo viaggio a Parigi. — Suoi sentimenti sulla famiglia e 
sulla proprietà. — Lezioni d'economia. — Sulla moneta. — Sulla 
popolazione. — Applicazioni ufficiali. — Suo carattere. — Sue rela- 
zioni coi potenti. — Sua fine. — Discussioni intomo al suo libro. 

— Criminalisti contemporanei. — Discussioni d'ufficio sul diritto 
penale in Lombardia. — Riforme introdotte quivi e altrove — Il 
diritto penale nella rivoluzione. — Valutazione finale del BbccahiaI 

— Teoriche e applicazioni posteriori. 

Accenno ora a quei passi, sui quali andrò successivamente ba- 
sando le mie osservazioni. — Cantù vi cita i più rilevanti testi degli 
antichi Romani intorno al diritto penale e alla tortura; vi dice qual 
fu il primo libro che combattè l'uso di questa pena: Martin Ber- 
nardo sin dai primi tempi del cristianesimo : De tortura ex /oris 
chriitianomm proscribenda ; vi dice quale il giureconsulto (Grbvio) 
che prima di Beccaria ne dimostrò la iniquità e la fallacia — come 
pure quale fu l'ultima volta in cui la tortura venne applicata. — 
Innumerevoli sono gli autori citati in quest'opera. Che se v'ha un 
criminalista degno di non essere posto in oblio, qui è menzionato. 
In questo libro la storia del diritto trova tesoro di nuove co- 
gnizioni. 

Cantù frugò negli archi vii, e in un appendice vi porge tutto 
quanto d'inedito Beccaria lasciò scritto intorno al diritto penale, 
nella relazione che stese per incarico governativo; come pure ci dà 
un compiuto elenco e un sunto di tutti gli altri scritti inediti dello 
stesso Beccaria, mostrando i difetti della migliore edizione del Le- 
Monnier. — La conoscenza di questi ed altri documenti pubblicati 
ora per la prima volta, riesce tanto più preziosa, in quanto che si 
dee a Cantù se furon dessi salvi dall'oblio. E in vero, dopoché il 
sommo storico ne trasse copia autentica — quelle carte andarono 
perdute!... 

Termina l'Appendice col libro Dei delitti e delle pene. Ma non 
dubitate! Cantù segue la migliore lezione — segna i passi, che 
Beccaria aggiunse alla prima ristampa — e quelli annessi dappoi 

— più dà le varianti desunte dall'autografo. Con che si sparge luce 
sul supposto che l'autore dì quel libro fosse il Verri — e su alcuni 



44 BIYISTA OONTEMPORANBA 

passi che soli forse debbono al Verri attribuirsi, e che possono pa- 
rere contraddittorii con altre proposizioni di quel trattato. 

Questi pochi fatti indicano, ma non bastano a misurare la ric- 
chezza d'erudizione, che prima si rivela ai lettori, ma che è certa- 
mente l'infima dote di si buon libro. 

Cantù, come nelle dottrine storiche, cosi in queste forse più 
difficili del diritto penale, afl5.sandosi ai principii più puri, respinge 
le teoriche del Beooaeia che si fondano sopra il delirio allor domi- 
nante dell'origine della società. Appunta il Bbocaeia là ove questi 
si oppose alla interpretazione della legge, ed enumera logicamente 
i casi in cui essa può riuscir utile e necessaria. Nota gli errori eco- 
nomici del Beccaeia; e concedendogli nella riforma della giurispru- 
denza criminale il merito dell'efficacia, non gli attribuisce tutto 
quello della priorità. Insomma Cantù ammira insieme e discute, 
ma non è mai l'idolatra del suo eroe. 

Biasima i codici che pretendono dal reo il suicidio della confes- 
sione. — Ricordando forse come sottile sia la linea che divide la 
scelleraggine dalla demenza, impone al gius criminale, sin dove è 
possibile, l'obbligo d'attinger luce alla fisiologia e all'indagine delle 
idiosincrasie. — Tra le difficoltà che aflfaccia la pena di morte, pone 
in antitesi l'indignazione verso il carnefice, la pietà verso il suppli- 
ziato, e l'indifferenza sul conto degli esecutori militari — e termina 
il libro, epilogando con bellissima sintesi quanto è a dire su questo 
argomento. € Come può avventarsi la testa, la testa d'un uomo, 
« d'un cristiano a un altr'uomo stipendiato per reciderla o lussarla? 
€ come a un giudice fallibile competono sentenze che non si possono 
« più revocare? come all'uomo collocato sulla terra ad espiare e 
€ meritare, si infliggerà una pena irreparabile, di cui non solo può 
€ esser fallata l'applicazione, ma è posta in dibattimento la legitti • 
€ mità? » 

Ma sarebbe impossibile addur qui tutte le massime che in questo 
libro meriterebbero d'essere seriissimamente ponderate dai giuristi, 
e adottate da tutti i governi, perchè son quelle della giustizia! E 
mentre io stava per scriver tanto, sento che tale è pur l'opinione 
di scienziati ben più dì me competenti ! 

Se occorre un bell'atto del governo austriaco, Cantù noi tace; 
come non tace che Howard trovò le prigioni dell'Austria « valer 
peggio della forca »; come se gli viene il destro non risparmia un 
biasimo a quei governi, che, pretendendo all'infallibilità e onnipre- 
senza di Dio, s'immischiano in tutto, puntellati dalla impolitica, in- 
terminabile gerarchia degl'impiegati. Là ove mostra che per l'effi- 
cacia del cattolicismo la sesta opera della misericordia corporale fu 
praticata con vero sollievo degl'infelici, nulla lo arresta dal dire: 



OSSBRYAZIONI SUL BBCCABIA B IL DIRITTO PBNALB 45 

i V'è qualche arretrato che simili opere crede non meno merite- 
€ voli alla società che un'interpellanza al Parlamento ! > Oh! ne 
ahhiam visto di cosi calunniose e scipite !... Ma è questa Timpar- 
zialità che (dopo il genio) più nuoce al grand' uomo !!... ^ 

Ed oh come anche qui , giudicando i due secoli , Tun contro 
l'altro armato, egli serba sempre il giusto mezzo!... Come ponderati 
i g^udizii sui più difficili problemi sociali ! Che vere pitture qua e 
là!... che alti concetti ! che utili ammaestramenti !... CANTÙnon lascia 
d'ossesvare come Robespierre e Marat cominciarono la loro carriera 
politica pubblicando scritti contro la pena di morte!... e giunti al 
potere proposero d'abolirla!! Nolite^ QuiriteSy hanc savitiam diutius 
pati!! E cita quel detto di Carrier « Mi fanno spavento le nuove 
« faccio che ho visto, e le proposizioni che si susurravano. Mostri ! 
e vorrebbero spezzare i patiboli! Chi non vuol la omaLiOTiNA?... 
e quei che ne son degni!... Un*iNSURRBZiONB!... una santa insurre- 
c zione bisogna opporre a questi scellerati! » La è storia vecchia!... 
ma qui raggiunge il sublime più culminante!!... Le aberrazioni 
deirintelletto e del cuore!... Ecco onde si trae dai fatti storici la 
massima utilità!... 

E a questa utilità mira dritto il Cantù, anche là ove minuta- 
mente analizza la lotta che il Beccaria ebbe a soffrire, pagando il 
sacrilegio d'essere novatore! 

In questo libro si leggono molte lettere, in cui il Beccaria sve- 
lava alla prima moglie le sue affezioni , le sue debolezze e i più 
reconditi sentimenti! Poco resta della vita intima del grande crimi- 
nalista; perocché vedemmo che i contemporanei italiani non si cu- 
rarono di scriverne verbo!... Ma Cantù comprende quanto tale no- 
tizia giovi alla storia del sapere, alla scienza dell'educazione; e co- 
me egli nella Enciclopedia storica, a costo di sacrificare la storia 
civile, svelò tutto l'intelletto, tutto il cuore di quell'essere che si 
chiama l'umanità; medesimamente in questo libro, per quanto oggi 
ne resta, egli dipinse insieme collo scrittore anche l'uomo, tutto 
l'uomo!... 

Insomma voi trovate in questa monografia l'individuo e il suo 
secolo — le idee e gli effetti. — E tra i lavori di simil genere, po- 
chi sono compiuti come questo, che io porrei vicino a quell'altra 
grand' opera Della vita di Dante^ scritta dal buon Cesare Balbo. 

Non dissimulo le mende; né mi associo all'autore là ove asserisce 
{pag. 36) che noi siamo generazione di polita medie, e ci fermiamo a 
mezzo della via che i nostri padri con miglior logica battevano- sino 
alVnltime conseguenze, — Le voci di Pier l'Eremita — e di Vittorio 
Emanuele trovarono un'eco poco diverso, Pure noi abbiamo qualità 



46 BIYISTA GONTBHPOBANBA 

inedie^ si, se volete, non per viltà di natura, ma perchè appunto la 
logica pUb squisita smorza le precipitazioni dell'entusiasmo. 

Neppur credo tremendi i problemi delle macchine, delle gigantesche 
manifatture e de' cambi intemazionali (pag. 132) (1). Se Cantù intende 
deplorare questi jirovati unicamente perchè possono accrescere e creare 
dei nuovi bisogni fìttizii, io di buon gradq sono con Lui. Ma Teco- 
nomia insegna, la società essere il cambio ; e trova assurdo il dire 
che s'impoverisca, perchè aumentano le ricchezze prodotte dalle mac- 
chine, e scema Futilità onerosa!.. L'Economia prova piuttosto che 
anche la prosperità dei pochi ridonda a vantaggio di tutti. 

Leggo a pag. 144 : « Quando lo spirito di comunità consideravasi 
€ per un vìzio, e sacrifìcavasi all'egoismo mantellato di bene gene- 
€ rale, non si pensò correggere le maestranze, ma si distrussero ». 
Chi conosce la storia delle maestranze , e ricorda i ridicoli e iniqui 
privilegi, pei quali al povero operaio si proibiva il diritto più sa- 
crosanto che possa aver l'uomo, la libertà del lavoro y non troverà 
poi in me tanta improntitudine, se avrei amato che Cantù esprimesse 
esplicitamante come crederebbe si avessero dovuto correggere le mae- 
stranze. Àvrebb'egli desiderato a prò degli operai la scambievole 
e VOLONTARIA comunanza delle cognizioni?... Nulla di più utile e 
santo ! -^ Ma non cosi, se fosse stato pronto a comprare questo van- 
taggio colla coercizione di chi avesse amato d'isolarsi. È questo ciò 
che lede i diritti di natura... E dal contesto, e più dal confronto 
con altri passi {fagg. 145 e 310) sembra, a dir vero, che Cantù 
prenda la cosa nel secondo senso. — E chi apporrebbe, con lui, la 
demagogia e il comunismo alla dissoluzione delle maestranze?... 

Se il libro procede quasi sempre con chiarezza, evidenza, efficacia, 
i passi da me ultimamente citati, e pochi altri, mostrano come qua 
e là sguaglino queste doti. Senonchè osservo che il linguaggio di 
Cantù riesce dubbio, non per manco d'arte, ma piuttosto perchè 
qualche volta indeciso è l'intelletto dello scrittore. E questi è forse 
indeciso men di rado in Economia, la quale non è la scienza di lui, 
sebbene ei sia scolaro del BoMAaNOSi, e anche nelle cose economiche, 
e perfino in questo medesimo libro, e più forse nelle storie, porga 
di quando in quando bellissimi ammaestramenti conforme ai più sicuri 
canoni della scienza. 

Ho serbato per ultimo alcune riflessioni sopra il principio supremo 

(1) La voce tremendo non implica disapprovazione ; né qui né altrove il 
Cantù disapprovai progressi della meccanica e le applicazioni della sciènza. 
Basta guardare i suoi libri pei Bambini. Ma il problema delle macchine 
e delle manifatture resterà pur sempre il più tremendo della nostra età. 

La Redazione, 



OSSBBYAZIONI SUL BECX)ABIA B IL DIBITTO PBNALB 4U 

del diritto di punire. A tal fine premetto un cenno dei prmoipali tra 
gl'innamerevoli sistemi, secondo le formule citate da Gantù. 

« I giuristi romani non parvero alla pena prefiggere altro icopo 
che l'intbrbssb dello Stato e l'esempio. Giustiniano , Not>. xvn 
€ Punisci seyeramente , onde il supplizio di pochi salvi tutti gli 

ALTBI >. 

Sbnboa disse € tre fini proporsi la legge : Temendazione del reo 

— un fbbno ai delitti — la pubblica tranquillità. >. 

Se nel medio evo siasi pensato in fatto di giurisprudenza crimi- 
nale, n'abbiamo avuto sentore di sopra. 

I filosofi del secolo passato si attennero al diritto di difbsa contro 
le USURPAZIONI dei tristi. Cosi il Bbcoaria sentenziava ricisamente: 

— Unica e vera misura dei delitti è il danno fatto alla Nazionb. — 
€ Questa è una di quelle palpabili verità, che... non han bisogno 
€ nò di quadranti, nò di telescopii per essere scoperte, ma sano alla 
e portata di ciascun mediocre intelletto > (§ xxiv). 

Sonnenfels dà come fine della pena t il rattener altri dal oom- 
€ mettere il mal morale (?) con la minaccia del mal fisico ». — Anche 
nella pena di morte il legislatore e perdendo la speranza di correggere 
e il delinquente, lo toglie alla società per privarlo dei mezzi di of- 

€ FBNDBRLA MAOaiORHBNTB ». 

Tra i voti fiscali citati dal Cantù leggo queste parole di Gabriele 
Verri : « L'ultimo supplizio non dovrebbe irrogarsi, se non quando 
€ nessun'altra coercizione basti a protb€K3ere i cittadini b rimuover 

€ dal dblinqubrb I delitti ond'è più infesto lo Stato di Milano, 

€ sono i furti, le aggressioni, atteso la prossimità di terre svizzere, 

< gnrigioni , venete , sarde , dalle quali vengono pessimi uomini ad 
e ASSALTARE E DEPREDARE ; sicchè negli anni precessi dovette rioor- 
c rersi a procedure eccezionali ed esasperati supplizii. Qui dunqub 

< NBCESSITA IL SOMMO RIGORE » (pOff. 220), 

La Gfiunta criminale incaricata dal governo austriaco ad emettere 
il suo voto nel 1792 intorno alla pena di morte, dichiara di non 
volarsi attenere ai sistemi dei filosofi , parendole t che un oggetto 
€ tanto interessante, dovesse essere rig^uardato sotto viste più cbrtb 
€ B PIÙ sodb... Si riportò ad osservare se la pena di morte < possa 

e BSSER UTILE AL FINE DI PROMUOVERE E GUARENTIRB LA TRANQUILLITÀ 

c DEGLI UOMINI, c SO uou vi esseudo altri mezzi equivalenti, ne ri- 

e sulti LA NBOBSSnl MORALE DI USARNE» {poff, 358-9). 

Bentham statuisce oifgetto della legislazione l'utilità gbnbralb, 
che impone di castigar U reo, onde prevenir nuovi delitti. 

Heue trae il diritto di punire da ^uMo della propria conser- 
vazione INERENTE ALLA SOCIETÀ. Il mantenimeuto dell'ordine b la 
tutbla dbl DIRITTO souo Bcopi della penalità. 



48 BIVISTA CONTBMPOBANBA 

Tutti questi Scrittori più o meno coincidono nel seguente discorso: 
I delitti sono un danno per l'individuo e per la società; è dunque 
UTILE che siano puniti. — Solo le pene possono frenarli ; dunque le 
pene son necessabie. ^ 

Danno — utilità — necessità. — Questa è la formola dei pub- 
blicisti che diconsi utilitari!. Cantù la confuta qua e là. « Se l'uti- 
lità, egli dice, fosse ]a norma del diritto di punire, sarebbe egli 
« necessario assicurarsi della reità del punito? la pena inflitta all'in- 
« nocente non farebbe ella effetto maggiore?.. » La necessità? « ma 
« la necessità non origina alcun diritto > {fog. 287). Fa duopo adunque 
attenersi al concetto della giustizia. 

I santi padri « videro nella pena una riparazione, un debito che 
e la GIUSTIZIA ha diritto di esigere da chi la violò > (jpag. 77). 

Rosmini ammette il canone che € la causa volontaria del male dee 
€ sopportarne la pena (?), il male morale e il male endemonologico 
€ debbono QuiLiBRABSi (??)»: principio e che altamente mostrasi im- 
€ presso nelle menti di tutti i popoli, trovasi in fondo di tutte le 
< legislazioni, giace nella coscienza del genere umano ». (Il senso 
comune !) 

Sono poco dissimili De-Maistbe, Tappabelli e Libbbatobe che 
fanno della pena « un male sensibile inflitto dalla ragione obdina- 
« tbice per bestaubabe l' obdinb scomposto dal mal mobale » 
{pag. 283). E l'obdinb poi <c consiste nel conservare fba le cose 
« LE DEBITE PBOPOBzioNi. Il delitto c la ^t^ prosperità è im disobdine, 
« che il SENSO MOBALE riconosco ed abborre : non potendo ripristi- 
« narlo in una vita futura, la società dee bicompoblo nella presente, 
« e con ciò adempie il suo dovere verso il delinquente, che ne resta 
« incitato al bene; verso i consociati, nelle cui menti cobbegge il 
e giudizio GUASTATOVI dalla colpa felice; verso il Creatore, sostenendo 
€ LE NOZIONI DI GIUSTIZIA, sullc quali csso fondò la società, > {ivi eseg.). 

Quest'ultimi scrittori concordano in ciò: La giustizia vuole che 
chi ha fatto il male faccia la penitenza, e possono dirsi scrittori 
SPiBiTUALiSTi ; e la giustizia è l'idea predominante del loro sistema. 
Nobili, alti sono i loro concetti ! ma attingeteli alle fonti, massime 
di Tapparelli e di Liberatore, e troverete continuamente un che di 

dogmatico, un fare d'enigma ! — Asserzioni gratuite, immaginarie 

che insomma son vebe, ma non ben definite. 

Ecco dunque due scuole: Tuna della pena difeiisiva, o della 
UTiUTÀ. — l'altra della pena vendicativa, o della giustizia. — 
Osservo che alla prima appartengono uomini di pratica, Sonnenfels, 
Beccabia, i giuristi romani, i voti fiscali ecc. — Alla seconda ap- 
partengono gli ascetici principalmente. 

Io qui poi non ho recato che alcune delle formule principali. Ma 



06SBBVAZI0NI SUL BBCCAKIA B IL DIRITTO PBNALB 49 

i nomi d'uomini illustri nelle due scuole sono senza fine. — Qual 
delle due ha vinto?... Nessuna ! — e Cantù è costretto a confessare : 
e Lo studio delle verità morali c'illude per l'apparente facilità so- 
€ migliante ad erboso clivo, chb poi ci avviluppa in labirinti dove 
e più non trovasi l'uscita: né all'uomo fu accordato raggiungere 
« IN quelle la suprema, da cui dedurre conseguenze ineluttabil- 

C MENTE adottate DA TUTTI GLI ESSERI INTELLIGENTI. Ed Una OVO 

« più semplice sembra la soluzione col senso comune, mentre ine- 
€ STBiCABiLB RIESCE coll' ARGOMENTAZIONE , è la scìeDza Criminale, 

€ RIMASTA la PIÙ IMPERFETTA DELLE LEGALI, E BEN DISCOSTA ANCORA 
€ DA QUEL CARATTERE DI NECESSITÀ. LOGICA , chc alle leggi morali 

< imprima un carattere altrettanto assoluto e indessibile quanto alle 
e dinamiche i {fOff 278). 

Onde avviene che dopo tanti sforzi di tanti insigni intelletti, si 
sia riuscito a così meschino risultato? — La risposta è lunga ed 
ardua! — né io posso tentare di dame un sunto, se non dopo Tor- 
goglio d'avere esposta a modo mio la dimostrazione del principio 
supremo del diritto penale. 

B- sono costretto a cominciare dalla morale, ove esistono pur le 
due scuole, né più nò meno come nel diritto. 

Gli uomini ricevettero da Dio la vita e la libertà ; e poiché son 
dessi gli esseri più sublimi della creazione, risulta che la terra coi 
suoi tesori ò da Dio donata agli uomini, e non ai bruti. 

Ciascun uomo poi é padrone deWh, p/'opria forza, ie\ proprio ingegno, 
della propria operosità. Ora quando il primo occupante ha dissodato 
un campo, l'ha coltivato, seminato, sparso del suo sudore e del sm 
sangue, tracciati i confiini, preparati attrezzi, alzate fabbriche; se altri 
potesse impunemente spogliarne i frutti, e cacciare il coltivatore, 
nessuno vorrebbe più sfruttare la terra a prò degli oziosi. Gli uomini 
cadrebbero nella vita selvaggia ed in continua guerra. 

Quando invece si rispetti improprietà^ il mondo si civilizza. 

Dio creò la terra per tutti gli uomini — è vero — ma se un frutto 
fosse di tutti, non ne godrebbe nessuno. Dunque non ci ha via di 
mezzo : p la vita selvaggia — o lasciare a ciascuno il frutto delle stie 
fatiche. 

Ecco l'origine del mio e del tuo. 

Ogni uomo adunque ebbe in dono da Dio : la propria vita — la 
propria libertà — i frutti dei proprii sudori — tre cose che a rigore 
ne formano una sola: la proprietà. 

Ciò é ammesso da tutti; e con poca diversità, perfino dagli atei 
e dai comunisti! 

Ora, si dice che commette yinHngiustizia chi disturba la triplice 
altrui jpropwtó — Ingiustizia?., che cosa è quest'«t/« metafisico?.. 

SivUta a - 4 



60 RIVISTA CONTEMPORANEA 

Ecco la risposta : Chi disturba la trìplice altrui proprietà manomette 
i doni divini — non è pago d'esser padrone d'una vita — d'una libertà 

— d'una proprietà — vuol essere padrone di due^ dì tre, di quattro. 

— Insomma vuol far da Dio: —Volere, o non volere, V intelletto umano 
afferma che questi atti sono un disordine, — Che se il prepotente 
fosse tuo figlio, e tu noi correggessi, noi frenassi, noi punissi, Vin- 
telletto umano affermerelibe che hai commesso un disordine tu pure. 

La sapienza di Dio ab eterno vide simili atti ; e se V intelletto umano 
afferma che sono un disordine — - e disordine il non frenarli — molto 
più la sapienza divina^ che è perfetta infinitamente più dell'intelletto 
umano. 

Ebbene — le due affermazioni dell'intelletto umano sul disordine di 
quegli atti^ e le due affermazioni (lasciatemi dir così) della sapienza di 
Dio — queste, e nuiraltro, costituiscono la giustizia. 

Ma perchè Tintelletto umano e la sapienza divina trovano in quegli 
atti un disordine *ì,... Perchè Dio è superiore — e Tuomo è inferiore 

— perchè è Dio che creò la natura, e non l'uomo — è Dio che donò 
a ciascuno la vita e la libertà, e non l'uomo — perchè gli uomini 
sono eguali — perchè le fatiche e i sudori degli uni non sono l'opera 
degli oziosi — perchè chi affermasse diversamente, affermerebbe un 
errore. 

Cosi la quistione essenziale della giustizia è ridotta ai minimi ter- 
mini. — Eppur non è tutto — e quel che resta è l'elemento più im- 
portante, non in se stesso, ma per l'imbecillità dell'umano intelletto. 

Il mio vicino ha un campo coltivato a frutti e vigneti, dal cui rac- 
colto egli trae utilità e piacere* Io entro in quel predio, ne piglio i 
frutti, ne estirpo le piante, ne sbrano le viti. Se in grazia di questo 
saccheggio, quei frutti, quelle viti, quegli alberi si riproducessero, 
crescessero più rigogliosi di prima, e il mio vicino acquistasse un tri- 
plice ricolto, se cioè io non gli arrecassi alctm danno^ mi dicano 
Cantù, e Mamiani, se nessuno si sarebbe mai sognato di asserire 
che la mia azione è ingiusta ! I Se ferendo, avvelenando , uccidendo 
alcuno, io gli centuplicassi i piaceri di questa e dell'altra vita, sfiderei 
Rosmini a provarmi che il ferire, l'avvelenare e l'uccider^ fossero 
ìin' ingiustizia ! 

Questi eseropii sembreranno puerilità, ma Rousseau dice assai bene 
esser difficile il filosofare sulle cose che tuttodì ci stan dinanzi agli 
occhi!.. E* questi esempii le dimostrano sotto un diverso aspetto. 

Ed ecco ove sta la divergenza delle due scuole in morale. L'una 
s'afiisa alla sapienza di Dio che abeterno vide l'ordine, e lo comandò ; 
vide il disordine, e lo proil;»!. Questo è l'essenziale. — sclamano i 
seguaci. — A che curarci del resto?.. Possiam ben curvar la testa 
dinanzi a Dio. — E perciò questa scuola poco o punto si cura delVu^ 



OSSERVAZIONI SUL BECCARIA B IL DIRITTO PBNALB 51 

tUUà^ del danno, del piacere e del dolore, lordure da sensisti, fango, 
sterco della misera nostra terra! 

Questa scuola ha ragione — ma è monca. 

L'ordine e il disordine?... Avete voi mai analizzato queste idee 
sino al fondo? — Provatevi, e vi troverete nel nucleo, insieme colle 
idee di convenienza, di proporzione... anche quelle deWutUità, del 
piacere, del danno e del dolore! 

Ma questa scuola non ha mai voluto dir sillaba di là dalla sin- 
tesi ! — E che ne avvenne ? — Fu fraintesa ! — Molti filosoft sdegna- 
rono quel garbuglio a priori, altissimo, astrattissimo, enigmatico, 
che posto così da se solo non significa nulla... — E son da scusare 
se nauseati di tante astruserie, rivolsero gli occhi ai bisogni del- 
l'uomo, ai piaceri, ai danni, ai dolori. Così sorse la seconda scuola, 
che anche in morale si chiama degli utilitarii, e che disse la giustizia 
essere VuiUUà. 

Questa scuola nella parte affermativa ha ragione anch'essa — 
ma anch'essa è monca. — Fu intesa? Nò; perchè sebbene faccia 
parte di quei filosofi che da un secolo urlano analisi, pure anch'essa, 
come loro, analizzò ben poco. Se avesse analizzato, si sarebbe accorta 
del suo difetto — e specialmente poi avrebbe precisato di quale ben 
intesa utilità aveva in animo di ragionare. 

Unite la terra al delo (ma prima la terra) e avrete la formula 
completa : 1* È utilb, dà piacere a ciascuno, e ridonda ad utile 
e a PIACERE di tutti che si rispetti la triplice proprietà di ciascuno. — 
viceversa è danno , reca dolore a ciascuno , e ridonda a danno e 
a dolore di tutti che si violi la triplice proprietà di ciascuno. — 
2* Dunque il rispettare la proprietà è ordine — il violarla è disordine; 
dunque Dio abeterno ha comandato di rispettare la triplice proprietà 

— HA proibito di violarla. 

Per doveri d'altra specie, Aiassime verso Iddio, occorrono diverse 
dimostrazioni, di cui qui non mi occupo per brevità. 

Certo che la seconda parte della mia formula è la essenziale — 
certo che essa sola basta alla sapienza di Dio; — ma l'intelletto del- 
l'uomo vi arriva sol dopo aver salito i gradini della prima parte. 

— Sol dopo aver visto il danno che reco al mio vicino saccheggian- 
dogli il campo, io mi accorgo che Dio proibisce il saccheggiare i 
campi altrui ! 

Si dirà che le due cose furono dette anche prima. — Sì — ma 
troppo sinteticamente — ma più separate che unite — ma unite in 
modo così oscuro che l'unione non sembra sincera. Anzi per non 
essersi ben marcate le due cose, non vi è neppur un trattato di Etica 
classificato logicamente. Io vi ho speso molte fatiche, ma ignoro se 
potrò mai venire a capo di nulla. 



52 BIYISTA CONTBMPOBANBA 

E posta la doppia formula in morale, parmi che limpida emani 
anche la genesi del diritto penale : 

l"" La sociBTÀ col suo organismo di magistrati lascia che gli uo- 
mini si perfezionino pacificamente , donde innumbbbvoli utilità e 
piACBBi — allontana gli ostacoli, cioè rimuove innumbrbtoli danni 
e DOLORI. 2"" Dunque l'intblletto umano affbbma che nella dociBTl 
col suo organismo sta Tobdinb, nella dissoluzione di essa il disor- 
DiNB. Dunque Dio vide abeterno e oouàndò l'obdinb della socibtà 
col suo organismo, e proibì la dissoluzionb di essa. 

La società è interesse di tutti ; ma non tutti gli uomini compren- 
dono i veri loro vantaggi ; non tutti sanno che la vera utilità è la 
giustizia, e credono che tomi loro il conto a violare l'altrui proprietà. 
Se costoro si lasciassero impuni , le prepotenze crescerebbero , lu- 
singate dalla fiiomentanea prosperità — più apparente che vera anche 
in questa vita ; e così in breve si dissolverebbe quella società che è 
comandata all'uomo da Dio. — Se invece magistrati imparziali to* 
gliendo ai tristi la libertà o la vita, Incutono spavento; bilanciano 
il PiACBBB del delitto col dolor della pena e, come si vede in effetto^ 
salvano la società. 

Ma badate. Dire: si rispetti l'altrui proprietà "-il comando è amo- 
revole, innocente, utile per tutti. — Dire : Se rubi, perderai la libertà^ 
se uccidi, morrai! — la cosa è ben diversa! Gli è per un danno re- 
cato^ per un dolor patito^ minacciare un altro danno, uu altro dolore... 
L'infliggerli sarebbe desso un secondo disordine? — No. -- è un danno, 
un DOLOBB — ma un danno hinobb, un dolob minobb; perchè ò il 
DANNO d'un sol BEO cho risparmia il danno di mille innocenti — 
viceversa si salvebbbbb il solo bbo, perchè perissero mille innocenti. 
Il colpevole imputi a sé se si è messo in questa alternativa. — E qui 
viene l'argomento dell'ingiusto aggressore ; e il ritorno al passato in 
riflesso deUavvenire. — t Un avvenire contingente y> sclama Cantù. 
— Sì, rispondo io, ma di tal contingenza, che è moralmente certa, 
sinché il cuore umano sarà cuore umano! — Con questa contingenza 
io potrei propinare il veleno all'amico, lanciargli il pugnale nel petto 
nella lusinga che il veleno possa nutrirlo, e che l'epidermide spunti 
la spada. 

Dunque la pena è un dolor minobb, che magistrati imparziali 
fanno infliggere al Beo per risparmiare maogiobi dolori agl'inno- 
centi. E l'intelletto dell'uomo vede e afferma che l'impunità è 
un DIS0BDINE — che la pena è obdine ; è la sapienza di Dio abeterno... 

Adagio!., a' ma' passi ! — Quali pene?.. Tórre bììtmì la proprietà 
colle multe , la libertà col carcere — la vita coli' ultimo supplizio è 
cosa truce!.. E se per frenare chi viola l'altrui proprietà, se per sal- 
vare la società^ vi fossero altri rimedii più sicuri e insieme più miti. 



OSSERVAZIONI SOL BBOCASIA E IL DIRITTO PENALE 53 

più equi?... non sarebbero stati questi, e non altri, abetemo intuiti e 
comandati dalla sapienza di Dio?... — Rispondo : Intuiti, sì — coman- 
dati, no! — Sonp seimila anni che Tintelletto dell'uomo non ha sa- 
puto trovar nulla di meglio delle pene pecuniarie, del carcere e della 
morte — senza queste pene vede disciolta la società — con queste pene 
la vede salva. Secondo l'attuale progresso l'intelletto umano afferma 
che le pene delle multe, del carcere e della morte sono wrCutUità 
necessaria. Se fossero soltanto utili, Vuomo fallibile dovrebbe forse 
astenersene... ma desse dall'attuale umano intelletto sono ritenute 
anche necessarie, cioè come condizione, senza di che la società crol- 
lerebbe. Ebbene, Dio che abetemo ha comandato all'uomo la società, 
gli ha comandato adunque anche quei mezzi, che l'uomo stesso nella 
sua intelligenza limitata vede i soli capaci a conseguire il fine voluto. 

Beco la NECESSITÀ che Romagnosi e^ge, e che a me sembra 
giusta, non a Cantù. 

B cosi è in salvo il progresso; perocché se dimani si provasse 
coU'esperienza e la ragione che il carcere penitenziario bastasse a 
impedire i delitti — questo sistema, e non altro, sarebbe comandato 
all'uomo nell'epoca veniente dalla sapienza divina! 

' Ma un sovrano ha anche il dovere di restaurare V ordine rurale 
scompigliato dal delitto^ 11 reo deve ad ogni modo . espia/re la 
colpa?,.. Ottimi fini della pena anche questi! Ma sarebbe assai bene 
che r intelletto umano potesse infiltrarsi nell'interno del delinquente, 
per scrutarvi, come fa l'occhio di Dio, 

Ogni labe dell'alma ed ogni ruga 

prima di persuadere che si dovesse infliggere una delle tre pene 
attuali per servii* solo a questi due fini ! !... No ! no ! troppo grande 
è là, fallibilità umana^ troppo diverse le educazioni delle classi, troppo 
terribile il mistero delle idiosincrasie, troppo numerose insomma le 
cause che sminuiscono, chi sa fin dove! la responsabilità dell'infe- 
lice colpevole; perchè si possa infliggere una pena altro che per 
necessità/ 

Vero è che la £allil!iltà umana nuoce contro a qualsivoglia si- 
sterna, e quindi anche a quello della necessità ; sì ; ma se finora la 
scienza non sa calcolar tutto, ed è possibile un fallo, che colpa ne 
ha l'uomo se mette in pratica tutto quanto sta in poter suo, perchè 
la pena cada sempre sul reo —sull'innocente fnai*l...*^ Necessità*^.., 
Sapete che vuol dire questa parola?... Vuol dire che per l'impunità 
la società verrebbe allagata di sangue, arsa di fiamme!... Per sal- 
varla può ben morire colui, che —seppur fosse innocente — restando 
tutti impuniti, e così illeso egli pure, ben presto verrebbe anch' egli 
travolto e annichilato dalla impunità imperversante ! ! 



64 BITISTA CONTBHPOBANBÀ 

ProYEtemi che altrettanta forza abbiano date sole le idee della 

espiazione e della ristaurazione dell'ordine scompigliato Ma che 

dico? n'hanno altrettanto, appunto perchè la pena npn sarebbe pena 
se non fosse un dolore, cioè un'espiazione del reo ; e lo scompiglio 
dell'ordine non sarebbe scompiglio, se direttamente o indirettamente 
non cagionasse danno alla società. ~ Cioè, come ho detto, queste 
due cose sono una sola. 

Ora se nei di d'ulteriore progresso, le semplici riprensioni e il 

biasimo della pubblica opinione fossero mai bastevolia frenare i 

delitti, queste e non altre pene sarebbero volute da una giusta difesa, 
dalla idea dell'espiazione e dal bisogno di restaurare l'ordine per- 
turbato (1). 

Cantù osserva che riducendo la pena alla semplice conversione 
del reo, si nega ogni diritto di punire. — Ma no, dico io : questo 
diritto vi sarebbe stato in addietro — vi sarebbe ora — e verrebbe 
sostanzialmente modificato, se mai, in un'epoca ventura, quando la 
scienza avesse insegnato a far meglio. 

L'uomo non è forse tutto esperienze — falli — correzioni — e 
progresso?... 

Là ragione dell'espiazione e dell'ordine scomposto militano anche 
pel maestro di scuola, e pel genitore. SI ; il padre — il maestro — 
il magistrato, presentano sotto questa vista un'identica legge. Presso 
i popoli civili è uno scorno se il pedagogo usi la sferza, o un padre 
il bastone. L'amore, la dolcezza, la ragione, ecco l'armi comandate 
loro da Dio. Ma l'arte d'educare i cuori è la più ardua dì tutte!... 
e vi possono esser momenti, in cui l'intelletto del maestro o del 
padre non sappia più a qual partito appigliarsi. Voi potete conge- 
dare il maestro, biasimare il genitore — e, per quanto è in voi, 
farete bene — ma Dio dall'alto ha forse permesso in quell'istante il 
bastone e la sferza. 

E anche qui la stessa scala di errori, di correzioni e di progresso 
dal jm vitae et noecis fino alla Metodica di Rosmini ! 

E cosi è dei codici — cosi della pena di morte. — Quando in Ro- 
magna il legislatore non sa più come salvare la società dagli assas* 
sinii, se non minacciando la pena di morte^ questa pena è \xn*utUUà 
necessaria e quindi giusta. Se in Toscana i delitti si frenano senza 
l'ultimo supplicio, ivi la pena di morte non è più una utilità neces- 
saria^ e quindi è ingiusta. 

(1) Sui principii filosofici del diriUo penale apparve una dissertazione del 
celebre Ad. Frank nella Revue Contemporaine del settembre 1862. E ci par 
degnissima di attenzione. Cantù non potè ponderarla, come fece di tatto 
le teorie prodotte in tal proposito , perchè usci dopo pubblicato il suo 
lavoro. La Redazione. 



OSSERVAZIONI SUL BBCCAJRIA E IL DIRITTO PENALE 55 

Gli argomenti delle idiosincrasie degli inquisiti e della fallibi- 
lità de' magistrati proverebbero forse che in un'epoca civile v'è l'ob- 
bligo d'educare e d'istruir le masse, se si vuole tenere il diritto di 
punire?... Io noi so — ma so che l'argomento è ben degno di seria 
meditazione I 

E badate che anche nel diritto a nessuno sarebbe mai venuto in 
pensiero di credere nientemeno che Dio permetta si bandiscano pene 
severe, e s'incarichi un giudice criminale che freddo vendichi l'in- 
giuria d'un terzo, e un carnefice che eseguisca la sentenza; se prima 
non si fossero verificati i dolori, se l'esperienza non avesse notato 
gli effètti dell'impunità e dell'anarchia ^ nò più né meno come nel 
caso d'un campo del vicino da me saccheggiato. 

Finalmente concludo : 1^ I delitti producono dolori — l'impu- 
nità accresce i delitti, e quindi i dolori — e il dolor massimo della 
dissoluzione della società. Ora le pene addolorando chi ò responsa- 
bile, risparmiano dolori agli innocenti, cioè salvano la società. 
Beco il principio degli utUitarii. — 2° Dunque Dio che abeterno vide 

E COMANDÒ l'ordine E PROIBÌ IL DISORDINE, E VOLLE PERCIÒ LA SO- 
CIBTI, COMANDÒ ABETERNO AI SOVRANI IL DOVER DI PUNIRE. — BCCO 

U principio degli spiritualisti. — E i due sistemi, come sono qui svi- 
luppati, ne costituiscono uno solo, che è lo spiritualista non monco 
ma compiuto^ se l'amor proprio non mi fa velo all'intelletto. 

Dissi che le due scuole non si sono intese. Ora ne adduco le 
prove. — Quando gli utilitarii accennano alla giustizia, e si affannano 
a correggere chi la crede, secondo loro, € una cosa reale, una forza 
fìsica, un essere esistente », siete certi che si oppongono agli spiri- 
tualisti, ma scambiando un'idea per unasostanm, capirete che mo- 
strano di non intenderli minimamente. E basti questo cenno, perchè 
è li il punio della divergenza. 

A provare poi che neppure gli spiritualisti hanno mai inteso gli 
utilitarii, mi limiterò a terminare l'analisi del libro di Cantù. Forse 
in questo Periodico tornerò su questa parte dell'argomento, parlando 
dell'articolo di Manzoni sulla morale degli uliUiariL 

Cantù in più luoghi ammette apertamente come fine principale 
della pena sia non tanto provvedere alV avvenire, difendere la società^ 
guanto TespioaionCy U castigare i delitti perpetrati^ il restaurar Verdine 
scomposto dalla iniquità. Quindi perchè Beccaru asserisce che « tutte 
€ le pene che trascendono la necessità di conservare il vincolo sociale 
f sono ingiuste di lor natura y^ (§ ii) ; Cantù gli risponde : i Qui il 
e diritto di difesa mettesi a fascio col diritta di punire... La difesa può 
« aver luogo solo in un pericolo instante, e cessa con quello, allora 
€ appunto che comincia il diritto di punire t> {pag. 78). Gli utilitarii 
si possono solo rimproverare d'avere frainteso, falsato, o negato il 



56 EIVISTA OONTEMPOBANBA 

concetto della giustizia. E qui Cantù colla scuola spiritualistica crede 
che i due principii sieno Tuno all'altro repugnanti. 

E rimprovera Bentham perchè statuisce « oggetto della legisla- 
« zione l'utilità gbnebalb che impone di castigare il reo andepre- 
€ venire nuovi delitti; bilancio di dolori e di- piaceri, segue Cantù, 
« statuito il quale, se la società tema un delitto, potrà arbitrarsi a 
€ QUALUNQUE FEBOCiA oudc prevenirlo, e pena la più utilb sarà la 
« PIÙ ATROCE > {paff' 288). Lo spaventa» tutti sarebbe utilità ob- 
NBBALE?... Oli spiritualisti dimenticano che volere VutUUà ffeuerde ò 
la stessa cosa che volere la giustizia^ perchè Tuna non potrà mai 
stare senza dell'altra; ed è per ciò che non intendono come gli utili- 
tarii nella parte affermativa abbiano ragione! 

Cantù fa questa dimanda a RoMAaNOSi a: Ma se fine della pena 
« è la difesa indiretta e il diritto illimitato di conservare la società, 
« è egli necessario assicurarsi della reità del punito? La pena in- 
« flitta all'innocente non farebbe ella effetto maggiore? > {pag. 287). 
Prescindiamo che il comparativo maggiore supporrebbe fosse palese 
rinnocema - nel qual caso, dico io, la pena avrebbe effetto né mag- 
giore, né minore^ bensì nullo e contrario. Ma quale stranezza, quale 
arbitrio si è quello di credere che un autore come ilRomagnosi^ 
che parla di doveri, di morale , di giustizia^ di religione; nominando 
poi la difesa possa intendere non la difesa fin dove è permessa dalla 
morale e dalla legge di Dio, bensì V assassinio $ il martirio dett'in- 
nocente?... Convien ben dire che in BoMAONoei la dimostrazione del 
diritto di punire sia poco chiara, se un Cantù la frantende 1 

Il fatto si verifica anche più esplicitamente là ove lo stesso Can- 
tù rimprovera il Rossi, perchè vuole qual condizione della punibi- 
lità d'un atto a il suo danno sociale , CAPOvoLaBMiK) (son le pa- 
role di Cantù) le rispettive attinenze deWiiUerssse pubìUeo $ dMa 
giustizia assoluta (che sono uimì sola cosa!). La limitazi<»ie era 
arbitraria, come vago era il principio ecc. » {pag. 291) Ma viva Dio! 
se ad un facchino è proibito di fracassarmi le ossa, s^ dee venir 
punito perchè me le ha fracassate; è ciò forse perchè mi ha fatto 
del DANNO, perchè ho ricevuto delle cabbzzb? 

RoHAONOSi e PfiLLBQBiNO Rossi parlano dell'uTiLiTÀ non sdo, 
ma anche della giustizia, e Rossi anche più esplicitamente. Cioè 
formano una terza scuola, che è completa, perchè unisce i due si- 
stemi, e che potrebbe dirsi mista — mentre le altre due sono esólU'' 
me, ed in ciò false. Cantù ha, parmi, ingiustamente confutata la 
loro parte utilitaria; non ha trovato in Romagnosi il neiso colla 
igiustizia, in Rossi b ha giudicato debole e insufS^iente. Dunque 
Romagnosi e Rossi non hanno saputo armonizzile abbastanza i due 
sistemi; e perciò neppur essi furono intesi. 



OSSBRVÀZIONI SUL BBOGÀSIÀ B IL DIRITTO PBNÀLB 57 

Volete Tederò adesso se gli spiritutlisti si sono mai accorti che 
nel noceiuolo della loro sintesi è racchiusa l'idea della utilità?... 
Basti la seguente testimonianza di Oaktù c utilitI o ko, la società 

e DSTB PUNIBB ¥KB SODDltBFABB LA GIUSTIZIA ASSOLUTA. Teorìa di 

€ ELaKt, e dei teosofi accettata puramente dal cardinale PallaTicino 
e Sfbrza, e con modificazioni dal Rossi, dal Mamlani, dal NioooLim, 
( dal BoSHiNi, dal Tapparblli » {fog. 289, in nota). Utilità o not... 
Quasiché la giustizia assoluta esiga ciò che è dannoso!... 

Finalmente Gantù cita la teorìa penale {pag, 293 tu nota^ e off.) 
da esso formulata nella necrologia per Romagnosi. Questo sob passo 
basta a provare che Caittù poteva riuscire giuspubblicista come 
chicchessia. Ma anche qui, com'era ben da aspettarsi, dopo aver 
detto che la pena TBiins a ooksbbt^ab l'obdinb, soggiunge e il bbn 

t BS0BBB, L'UTtLITÀ PUBBLICA, LO SPAVBNTO DBL MAL INTBNZIONATO, 
€ LA COBBBZIONB DEL DBLINQUBNTB NB TBNeONO DI GOMSBOUBNZA, 

€ non ne sono però né la oiusTiFiCAZioim Nà la causa » (Farmi 
aver provato che si). Sebbene poi verso il fine della teoria scappi 
fuori dicendo : < Za fiustma punitiva non opera se non quando sia 

e violato un dovere; opbba pbl solo utilb dblla sooibtI; Bi* 

e CHiBDB che la pena.... sia limitata quinci dall' imperfezione dei 
t suoi mezzi, quindi dall'utilità dell'azione sua per oonsbbvab 
e l'ordine della società ». Tanto ò vero che la verità esce peir tutti 
i pori dell'intelletto, malgrado la forza dei sistemi!... 

Ma per qoal formula del diritto penale si dichiara alfine Cantù?... 
Anche in ciò resta indeciso. Però ricordiamoci che egli è storico e 
non trattatista. Comunque poi, di questa indecisione e delle inesat- 
tezze testé notate^ rimproveratelo, se volete; ma peniate prìma che 
in qualche parte riprensibili furono tutti quelli che scrissero sopra 
somigliante argomento. 

Prescindendo da ciò, parmi aver provato che le due scuole non si 
sono intese, e che non vennero intesi neppur Romaqnosi e Rossi, 
sebbene eclettici, cioè spirìtualisti completi, massime il secondo. 

La mia dimostrazione avrebbe fatto un piccol passo per conciliar 
le due scuole?... Se così fosse (?) non mi chiamate eclettico, che mo- 
vereste la mia suscettività. Se un passo avessi &tto, non sarebbe, no, 
per virtù dell'eclettismo, ma per virtù dell'analisi. Non perché io mi- 
nimamente sovrasti a nessun altro scrittore, ma perché mi sono 
espresso con diverso metodo, guidato dal quale ognuno sarebbe per- 
venuto aUa stessa meta. Per contrario, le dispute e i caippioni delle 
due scuole furono interminabili, perché non porsero dimostrazioni 
analitiche, senza di che gl'intelletti a vicenda non si intenderanno 
gìanunai 1 Deh! si lasci una volta il funesto uso di offrire le teorìe 
solo secondo l'ultima formula sintetica, locchò è certo l'espediente 



58 BIYISTA GONTBMPOBANBA 

più comodo, più istintivo per chi scrive, cioè per chi ha già percorso 
l'intera via che guida a quell'altezza, ma che riesce affatto inintelli- 
gibile pel lettore, cioè per l'intelletto che d'un sol passo dovrebbe var- 
car la montagna. Deh! che gli scienziati, checché contro l'analisi dica 
il Gioberti, tornino scrivendo a calcar la via su cui ha proceduto il 
loro intelletto, e in breve non solo i criminalisti, ma tutti gli opposi- 
tori s'intenderanno! ... 

Se io potessi g^iungere (non con un solo articolo, per quanto etemo) 
a provare questa fondamentale verità, crederei d'aver portato anch'io 
la mia pietra! 

Ed ecco quanto col rispetto di scolaro a maestro, ma senza idolatria, 
ho creduto di dover notare intorno al libro di Cantù. — Oh! perchè 
tutti gl'Italiani non rendono giustizia ad un tant'uomo?.. È forse colpa 
il genio in questo paese?... Pensi l'Italia che in breve tempo morte le 
rapiva un Rossi, un Gioberti, un Balbo, un Pellico, un Grossi, un 
Rosmini, un Giusti, un Niccolini...., celebrità che basterebbero ad 
illustrare non una generazione, ma un secolo intero!... Cantù è uno 
dei pochi sommi superstiti!... Deh!... non si dica anche d'Italia, che 
lapida i suoi profeti per lagrimarli estinti !! 

Io, infimo di tutti, m'attacco a questo gran nome, com' edera s'ab- 
barbica ad un muro che non vacilla all'urto dei venti. 
Ferrara, 8 settembre 1862. 

Antonio Solihan. 



STUDll STORICI E AMIINISTRATIVI 



A GASPARE FINALI 



Mi proposi discorrere in una serie di articoli, lo stato, gli ordini 
e le leggi, che nel quarantanove vigevano in Italia ; incominciando 
dalla Toscana. Baccolsi con quanta più diligenza mi venne dato, 
tutto che additasse ai lettori il posto che ciascuno degli Stati avea 
fra gli altri della penisola, e quello a cui, tutti assieme, poteano 
aspirare in Europa. E con ciò mi parve di conseguire due intenti : 
volgendo per un poco le spalle al presente, pormi faccia a &ccia 
col passato, studiarne i casi nelle cause da cui nacquero; e racco- 
gliere come in uno specchio, quelle per cui undici anni dopo, la 
patria nostra, superati gli impedimenti, si assise libera e concorde 
fm le nazioni dell'Europa. A questo modo ammannendo la materia 
dell'istoria, stimai non torlo nulla della gravità sua, ma aggiungerle 
quel che, meglio di vani commenti, ne spiega le vicende. Dove in 
lontana età il capriccio e la mente di un solo o di pochi, traevano 
dietro a sé intere generazioni e prescriveano il corso degli avveni- 
menti, oggi in certa qual guisa, viene egli tracciato dalle condi- 
zioni, dagli ordini e dalle leggi, che raccolgoncf la lezione dei se- 
coli, ed a popoli rinnovano il sangue, imprimono il moto. Allora la 
storia era cronaca e n'avanzava: oggi è scienza: la quale, come ogni 
altra, via via allarga l'ambito suo, allunga il compito, tanto che 
non solo minacci invadere, ma porre a contributo, una dopo l'altra, 
tutte quante le scienze. Se poi ella possa costringersi fra certi con- 



tO EnriSTA CONTBICPOBANBA 

fini, mentre è specchio di vicende , le quali nel cammino della ci- 
viltà incontrano sempre nuove cause e recano effetti nuovi ; e se o 
quando dovranno anche ad essa segnalarsi, ora non importa discorrere. 

Chiederà taluno perchè io ricerchi le condizioni degli Stati d'Italia 
nel quarantanove ; né mi addentri di più nel passato o m'accosti al 
presenta. A me basti rispondere, che intendendo ora di ammannire 
materia alla storia della rigenerazione nostra, rifeci i passi ed alla 
metà del quarantanove mi arrestai, perchè mi parve, e questo dopo 
lunga riflessione ho per convincimento profondo, che chiunque si 
faccia a dettare storie di questi tempi, uopo è rimonti all'anno, né 
lo passi, in cui fra disastri d'ogni maniera, si chiuse il periodo sto- 
rico incominciato co' ristauri del quindici , e s'apri quello che non 
potrà dirsi al termine prima che l'Italia abbia aggiunto a sé Venezia 
e Roma. 

Ora se da questa serie di articoli appariranno i guai che nascono 
da tristizia di governo, da picciolezza di Stati, difformità di ordini 
e di leggi e di umori , sicché il lettore benedica all'oggi e affiretti 
coi voti il di in cui la patria nostra abbia compiuta la unità delle 
leggi e degli ordini, e remossa ogni cagione di nuovi guai ; a me 
parrà aver colto maggior profitto di quel che non isperai. 

Intitolando poi a te questi studii, compiuti con amore e quella 
diligraza che potei maggiore, intesi non tanto onorare in te l'in- 
gegnò bellissimo , ma le virtù dell'animo : e porgerti pubblico testi- 
mosto della rioonoseenza con cui ricambio Tamicizia tua. Sta sano. 

Di Novara, 29 settembre 1862 

Enbioo Pani Bossi. 



STUDU 8T0BICI S AIOCINISTBATITI 61 

I. . 

DELLO STATO, DB«LI ORDINI E DELLE LEGGI DI TOSCANA 

NEL 4849 



somiiARio 

I. Avvertenza. — II. Vive Toscana fra i rottami di tutti i tempi, di tatti i ragni ~ III. Del 
Medici. — IV. Di Francesco di Lorena. ^ V. DI Leopoldo I. ^ VI. Di Ferdinando UI. 
^VII. Dei Borbonldi. *- VIU. Dell'Elisa.-* IX. Ristauro del quattordici. — X. Di Leo- 
poldo II, ultimo del Granducbi. — XI. Leggi civili. — XII. Leggi criminali. — XIII. 
Leggi commerciali e militari. — XIV. Leggi di procedura. — XV. De' tribunali. ^ 
XVI. Leggi di Lucca. — XVII. DeUa giustizia amministrativa. — XVIII. Della gtafUtia 
eeonomlca. — XIX. Deli' Ammfaittrazione ^ Comuni. — XX. Distretti. — XXL Circon- 
darli — CempartimeotL — XXII. SUto. —XXIII. De' Ministri e del Consiglio di SUto. 
^ XXIV. Condiaiool della Finanza. — XXV. Rendite e dispeodli. — XXVI. Riflesal 
•oUe randite e sui dUpendli. — XX VU. Degli oidini della Finanza. -XXVIIL Epilogo. 
— XXIX. Leggi sugli acquUll deUa Chiesa. — XXX. Uro vicende. — XXXI. Beni delU 
Chiesa nel quarantanove. — XXXII. Istruzione del chierici. — XXXIII. Giurisdizione 
e leggi ecclesiastiche. — tXXIV. Del concordati con Roma. — XXtV. Della istruitone 
pubblica.— XXXVI. Della stampa. —XX XVIL Dell'esecdto. -- XXXVHL DelU marina. 
XXXIX. De' trattati. — XL. Commercio e Industria. XLI. Livorno. — XLU. Contra- 
rietà dell'industria e commercio toscano. — XLIII. Dell'agricoltura. — XLIV. Della 
Maremma. 

I. — Nell'anno 1849 anche Toscana, non meno dei vicini e lon- 
tani Stati, avea sembianze di nave cui la tempesta avesse strappato 
albero, vele e sartiame, e risospinta malconcia e sconquassata al 
lido. Ora proponendomi discorrere ad una ad una le parti scampate 
miracolosamente a quei flutti, mostrerò come a codici mancanti, sup- 
plissero leggi senza numero , sparse in cento tomi , e a quelle di 
soventi supplisse l'arbitrio, pianta del luogo: l'una contraddicesse 
aU'altra, l'arbitrio a tutte : l'una propria sol di un comune, l'altra 
di una provincia, l'arbitrio legge unica e universale : il numero degli 
ordini vecchi e nuovi, causa di incertezze forensi, litigi fra i giudici, 
primi a contendere pel diritto di giudicare: lunghezza di affari: 
grossi dispendii per cui, nel nome della civile uguaglianza, la giu- 
stizia era pe' ricchi, la ricchezza un privilegio, la povertà una colpa : 
le pene non iscritte in un codice, sparse in migliaia di sentenze, 
ccm varia ragione, or miti or gravi, sanguinariB mai: le t^gi mi- 
litari tolte a prestito dall'Austria, le commerciali dalla Francia, prov- 



62 RIVISTA CONTEMPOHANBA 

vide queste, obbrobriose quelle. Varia la legislazione da Lucca al 
resto di Toscana. Dirò come premii toccassero a immeritevoli, cari- 
che ad inetti, ora arroganti, ora ligi, sospettati sempre: abito di 
credere all'efficacia delFintrigo più che al valor della legge o alla 
virtù degli animi. Mostrerò gli uffici senza numero, con potestà mal 
definite: gli uni antiquati, altri ripiallati a nuovo^ o nome vecchio 
a ufficii nuovi: sicché tardità letale nello svolgersi fra tante ruote 
l'amministrazione dello Stato. Vedremo gli ordini del quarantasette 
e quarantotto, confusi ad anticaglie : i resti del vecchio allato i prin- 
cipii del nuovo: libertà e dispotismo: indipendenza e presidio stra* 
niero. Mal securo lo Statuto, giurato dal principe, offeso dalla plebe, 
in custodia degli Austriaci. I Comuni, macchine a spremer denaro, 
non base della piramide che ha a culmine il principe. La provincia 
dispersa nello Stato : lo Stato alla discrezione de' ministri : complice 
loro un Consiglio in cui hanno seggio e voto per giudicar se mede- 
simi : centralità massima, senza unità di governo. La stampa vedremo 
paurosa degli Austriaci, incerta di sua libertà, di sua vita. Della 
istruzione pubblica, pochi i templi, meno i devoti ; libera non protetta ; 
alla mercè di privati. Non vigor di corpo, non nerbo di milizia: la 
cittadina nelle vicende ultime disfatta, e qua e là inerme. Lo Stato 
libero dalla Chiesa; suo tutore e intermedio con Roma: decreti e 
voglie papali nulli senza il beneplacito regio : nuovi acquisti vietati, 
gli antichi protetti, ma sottoposti a pubblici tributi : e nondimeno la 
ricchezza della Chiesa smisurata, contennenda, insulto alla povertà 
dello Stato. Vedremo maggiori delle spese le pubbliche entrate; dei 
beni demaniali i debiti; maggiore dei debiti, non iscritti nò guaren- 
titi, il discredito: ninna proprietà immune dai tributi: ripartiti a 
segno: or.miti or gravi: refìrigerio scarso alla afflitta finanza. Mostrerò 
come gli ordini economici, del pari che le leggi sui beni, persone, po- 
testà della Chiesa, fossero la miglior parte dell'armatura dello Stato, 
un tempo meraviglia de' stranieri, scuola anch'oggi a nostrani : come 
alla libertà degli scambii contraddicessero le irrazionali gabelle ; allo 
svolgimento della libera indùstria, privative, divieti e la picciolezza 
del suo ambito : al mal vezzo di proteggere i traffici nell'interno, l'ab- 
bandono in che erano lasciati all'estero: alla partizione delle pro- 
prietà i cumuli del clero: alla dispersion de' fid ecommessi, le com- 
mende di Santo Stefano: alla cultura del suolo, lo squallor della 
maremma: alla sanità sua, lo sciamar degli abitanti, le opere mono- 
polio del Governo, i miasmi letali, la inclemenza del cielo. 

IL — Di queste difformità importa ricercarne la ragione nelle 
cagioni loro, le politiche vicende, il succedersi de' governi. Il pie- 
ciol Stato mano mano s'accrebbe di altri, per virtù di conquista: 
la conquista sparmiò le loro leggi , e gli statuti , de'quali i vinti 



STUDU STOSICI B AMMINISTBATIVI 63 

rimasero vìgili custodi, quasi patrimonio di civiltà e di sapienza. Poi 
in questo o quel luogo, le fazioni degli ottimati e del popolo fecero 
e disfecero lo Stato. Quindi i Medici padroni e non duchi: poi i 
duchi da Alessandro a Giangastone, e i Lorenesi e la Reggenza, o 
i Borboni e i Napoleonidi, e poi di bel nuovo e Reggenza e Lore* 
nesi, e i riformatori del quarantotto, e i triumviri del quarantanove: 
tutti mutarono l'opera de' predecessori, ninno la distrusse: testi- 
monio di impotenza a compiere o di paura a cancellare quella degli 
antichi. E perciò le leggi eransi succedute a furia, alterate l'un 
l'altra, rade volte abrogate : molti elementi di bene misti a cagion 
di guai: questi e quelli sparsi in ogni luogo, e non prevalenti in 
alcuno: maggior aopia di sani principi!, che di buoni istituti. Per 
que' casi vivea Toscana, e tale visse per più secoli, fra i rottami di 
tutti i tempi, di tutti i regni, siano essi repubbliche, reggenze, prin- 
cipati, imperii : onde lo stato presente potea dirsi opera di tutti e di 
nessuno (1). 

III. — Nondimeno io dirò brevemente quali pezzi aggiungesse 
ciascuno ad opera di tanti pezzi. Li moltiplicò l'indole de' governanti 
crudeli o inetti, ora cupidi di dominio assoluto, ora di popolarità, 
vaghi di progresso, poi paurosi de' sudditi e del progresso quando 
l'uno e gli altri traevano innanzi da se soli. La repubblica infino 
all'ultimo di avea serbato le forme del medio evo, correttele fra gli 
umori delle parti ; al trionfo della nobiltà antica sul popolo nuovo o di 
questo su quella, avea ristretti od allargati, gli ordini, non più stru- 
menti di universale felicità, sibbene modi ad acquistare o serbare im - 
perio. Per il che la Repubblica, scaduta di reputazione e di virtù, si 
meritò ed ebbe i Medici, i quali fecero da padroni prima lo fossero; 
e quando il furono non ebber più briglia di leggi né di costume. 
Cosimo salito in ricchezza, comprò la potenza e morì pianto padre 
della patria^ ei non d'altro pensoso che dì sé. Àvea comprata una 
Repubblica, lasciò al figliuol Piero uno Stato, ch*era Monarchia meno 
il nome. Tale ei lo mantenne: ove mancò ingegno supplì crudeltà, 
e gli valse. Lorenzo non solo di Toscana fu padrone, ma de' casi 
d'Italia bene spesso arbitro. Il figlio sfruttò lo Stato, lo cede 

(1) Dante (Pur^. e. 6), cinque secoli fa, diceva della Toscana: 

te che fai tanto sottili 

Provvedimenti che a mezzo novembre 
Non giunge quel che tu d'ottobre fili. 

Quante volte del tempo che rimembre 
Leggi, monete, offici e costume 
* Hai tu mutato e rinnovato membre? 

Nemmen questi versi fossero d'oggi, tanto paiono scritti per quel che . 
avvenne in Toscana in questi ullirai secoli! 



64 RIVISTA COKTBMPOBANBÀ 

mezzo, lo perdo intero. Ai fhitelli, lo restituirono inteme congiure, 
indizio di costumi rotti : qual si meritarono, quelli furono despoti e 
crudeli. E il popolo, avuto un lampo di ardimento, se li toglie 
d'addosso: armi straniere ve li riportano. Qui incomincia la serie 
dei duchi. Ad Alessandro giunge a tergo, l'odio di un congiunto, 
ed è spento. Cosimo balza in soglio, uccide i nemici : cauto e destro 
sfugge le vendette : doma i vicini ; il principato accresce : le redini 
raccoglie tutte nel suo pugno : detta leggi tremende ai sudditi, pun- 
tello alla tirannide; e fonda lo Stato presente. Quella fu la mag- 
giore perchè la più durevole, fra quante mutazioni avvennero in 
Toscana : ove gli ordinamenti di Cosimo durarono quanto la discen- 
denza sua, e nemmen tutti sparvero con essa. 

lY. — A princìpi inetti e dissoluti — tali furono fino a Gianga- 
stone(2) — seguono principi legislatori. Queste le buone o ree opere 
loro. Francesco II duca, granduca e cesare, perde il ducato, abban* 
dona il granducato a una reggenza, l'impero alla moglie. Pure diede 
in Toscana il nome suo a queste riforme (3) : disarmato il Sant'Ufficio : 
al poter civile restituita la censura de' libri: le usurpazioni e l'avi- 
dità de' chierici, circoscritte : per nuovi acquisti si chiedesse il regio 
assenso (4j: fiaccata la feudalità (5) : il suolo e i villici liberi da taluna 
servitù : i fldecommissi (6) ed altri privilegi dei nobili (7) scossi : 
favorito il commercio con trattati ; tolte nell'interno più linee doga- 
nali; permessa, a mo' d'esperienza la tratta (8), poi la introdu- 
zione e libera circolazione dei grani (9). A riscontro delle quali ri- 
forme, e questa fu tutta opera sua, smunse il principato di denari 
e d'uomini, secondochè i bisogni e le guerre dell'impero chiede- 
vano (10) ; onde l'agricoltura per manco di braccia e la finanza ro- 
vinarono : a sollievo dei sudditi istituì il giuoco del lotto (11) ; a 

(2) I Duchi Medicei regnarono dal 1 marzo 15«>t2al 9 luglio 1737. 

(3) La Casa di Lorena acquistò la Toscana in yirtii dei preliminari di 
pace stipulati a Vienna il 3 ottobre, 1735,.art. II [V, Schoell Traités de 
paix, tom 1, chap. XV), Francesco II regnò dal 1737 al 1765. 

(4) Legge 11 marzo 1751. 
(5j Editto 29 aprile 1749. 

(6) Id. 22 giugno 1747. 

(7) Id. 21 aprile 1749. 

(8) Id 1739. 

(9) Id. 2 aprile 1764. 

(10) 7. Zobi, Mem. econ. polii, dei danni recati daW Austria alla Toscanat 
t. 1, P. I, e t. 2| Dog. I-LX. — Importante pubblicazione eseguita di con- 
senso col Gov. della Toscana. Firenze 1860. 

(11) Editto 30 maggio 1739. Notevoli sono le parole con cui Giangastone 
lo avea proibito. Cosi ne espose i motiyi (17 luglio 1732): « Introduce catti* 
yissimi costami nei giuocatori che per provvedersi del denaro per esporlo 
al lottO| scordasi del santo timor di Dio, e dell'onore ancora mondano, 



STUDU 8T0RI0I B AMMINISTBATIYI 65 

conforto della finanza appaltò i tributi (12) : e così la povertà , rotti 
gli impedimenti, penetrò nelle città, sali le magioni de' ricchi, ri- 
dusse al verde fin le casse dello Stato. 

V. — Leopoldo! (13) abolì gli inutili magistrati e i tribunali di privi- 
legio : diede libertà ai comuni (14): cancellò og^i immunità e parzialità 
di foro, dritto d'asilo, pena dì morte, colpa di Stato, tortura, con- 
fisca : il processo de' giudizii migliorò : le pene proporzionò alle colpe, 
mitezza rara per que' tempi. Rendè liberi i coloni da vessazioni, le 
terre dalle servitù; ogni vincolo imposto dalla prepotenza, mante- 
nuto dall' ig^noranza , disciolse: le immunità reali disparvero: ogni 
terreno sottopose a tributo, fino i suoi, fin quelli del clero, e lottò 
quanto occorreva ad obbligare i recalcitanti,* a dar forza alla legge : 
andò innanzi al padre vietatldo lo istituir nuovi fidecommesei, i vec- 
ohi di8ciog^iendo(16): lo contraddisse riportando alla finanza i tributi 
già dati in appalto: molte privative, del tabacco, del ferro, dell'ac- 
quavite, il divieto di escavar miniere, diboscare, cercar tesori, coglier 
sale, dogane fra città e città, disparvero : aperte nuove strade, sca- 
vati porti e canali ; e il commercio è le industrie, sbrigliate nel nome 
de'principii che al Bandini valsero in vita, fama di pazzo e gloria 
imperitura ai seguaci suoi ; il che avvenne in Toscana pria che in 
alcun altro sito. Migliorate le condizioni de' coloni, prosperarono le 
terre : Val di Chiana e Val di Nievole liberate dalle acque paludose, 
restituite all'aratro. Il debito pubblico lasciato dal padre scemò, poi 
sparve (16) : per la prima volta rivelaronsi a' sudditi le condizioni 
della pubblica fortuna (17). 

due basi fondamentali deironesto vivere , e della pubblica e privata feli- 
cità, niente curano d'abbandonare e privare deiropportuno sostentamento 
le loro fan^iglie, vendono l'onestà delle loro donne, commettono furti, 
truffe, falsità ed altri delitti ; e con folle speranza d'assicurare la vincita 
s'avanzano fino a nefandi sortilegii , e vanissime e sacrileghe supersti- 
zioni ». V. Cantini, Legislaz. toscana, t. XXIII. 

(12) Il primo appalto venne stipulato il 1® gennaio 1741, per sovvenire 
di denaro l'imperatrice consorte, travolta in guerre e disastri : durarono 
gli appalti fino al 26 agosto 1768. 

(13) Governò la. Toscana dal 17 marzo 1765 al 1790. 

(14) F. Editto 12 maggio 1772. 

(15) Decreto 23 febbraio 1789. È legge elaborala dal Vernacoini. 

(16) 7 marzo 1788. 

(17) Notevolissime sono le parole con cui ha principio il Rendiconto che 
Leopoldo I fece a' sudditi suoi, nel partirsene : < S. M. è intimamente per- 
suasa che il più efficace mezzo per sempre più consolidare la fiducia e la 
confidenza dei popoli verso qualunque governo, sia quello di sottoporre 
alla cognizione di ciascun individuo le diverse mire e ragioni che hanno 
servito di fondamento alle ordinanze e provvedimenti prescritti secondo 
l'esigenza e l'opportunità delle circostanze, e di manifestare senza riserva 
e colla possibile chiarezza l'erogazione dei prodotti delle pubbliche con- 

XivUta C — 5 



66 RIVISTA CONTEMPORANEA 

Queste poi le riforme di Leopoldo I nell'ecclesiastiche discipline. 
Crebbe i redditi alle parrocchie, in Toscana poverissime, per l'uso 
invalso di lasciar tutto a conventi : a talun di questi tolse parte del 
superfluo, altri distrusse : vietò le decime, le questue, i romitaggi : 
congreghe, centurie, confraternite disciolse : sostituì ad esse com- 
pagnie di carità : fra i frati ed i generali che siedono in Roma, fra 
i vescovi ed il pontefice interpose il poter civile (18): conobbe ne' par- 
roci il diritto di aver voce ne'sinodi diocesani: l'episcopato sollevò 
a molta altezza, accrescendone le facoltà, ma in danno di Roma: 
mantenne il divieto a' luoghi pii di accrescere le manimorte : francò 
parte di quelle che già godevano; fece solo eccezioni pei corpi laici. 
Distrussse il Sant'UflBció, omai spauracchio de' semplici, ma pretesto 
a litigi e querimonie: le censure papali, i monitorii di scomunica 
volle non potessero pubblicarsi senza il regio assenso. Abolì il tri- 
bunal della nunziatura : sottrasse i laici al fóro ecclesiastico : gli ec- 
clesiastici trasse innanzi i tribunali laici: serbò alle curie le cause 

tribuzioni. E non gli è ignoto che l'occultazione ed il mistero delle ope- 
razioni del governo , mentre danno adito alla malafede ed al sospetto 
fanno anche torto ai plausibili e retti sentimenti del sovrano, non meno 
che alla condotta dei ministri prescelti al maneggio del pubblici affari». 
V. Governo della Toscana sotto Leopoldo I. 

(18) Notevolissime e di palpitante attualità, sono le Circolari con cui 
Leop. I vietò ogni questua a prò di Roma: non furono abrogate mai: 
onde io stimo opportuno recarle qui per intero, dedicandole sAV Armonia, 
agli oblatori del Denaro di S. Pietro ed ai funzionarii che governano oggi 
la Toscana. Circolare 21 giugno 1779 a Essendo stato reso conto a S. A. R. 
e delle risposta date dai superiori delle religioni alla Circolare dei 12 
e gennaio 1778, la medesima R. A. S. quanto al primo articolo di detta 
« circolare, nel quale si richiedeva una nota esatta di tutto quello che 
< ciascheduna religione rimetteva fuori dello Stato, ha comandato con 
« rescritto de' 12 del corr., che non si facciano fuori di Stato pagamenti di 
t prestazioni y tasse o d'altro, che è stalo indicato tanto nella circolare che 
« nelle risposte, senza il preventivo regio Exequaturj da domandarsi di caso 
« in caso ; e che in avvenire non abbia luogo qualsivoglia nuova imposi- 
« zione senza il regio beneplacito. In esecuzione de* sovrani comandi^ par- 
« tecipo tutto ciò a V. P. M. Rev. perchè riguardo al suo Ordine eseguisca 
« e faccia eseguire colla dovuta esattezza le sovrane intenzioni, con darmi 
M pronto riscontro di aver ricevuta la presente, che farà conservare nelVar- 
« chivio per sua regola, e de' suoi successori ». 

Circolare 15 giugno 1782 « È mente di S. A. R. che resti in avvenire 
« intieramente abolita nei suoi Stati ogni tassa di spogli^ vacanti, quindennii, 
« e qualunqne altra di simil genere che passi direttamente o indirettamente 
• e per conguaglio per qualsivoglia titolo a Roma, e che si paga dagli eccle- 
f siastici tanto regolari che secolari, e da qualunque altra persona o luogo pio. 
« Comanda inoltre che quelle somme le quali, con circolare del 18 mag- 
c gio prossimo passato, fu ordinato tenersi a disposizione dell'A. S. R, 
« siano dai succollettori consegnate a V. S. Illustrissima, che viene incaricata 

f di piSTmBUIftLB a' poveri Più BISQGNOSI Di OOPESTA DIOCESI », 



STUDll STOBICI B AMMINISTRATIVI 67 

s^Hritaali e facoltà di infligger pene di ugual calibro, cioè spirituali. 
Queste le onorevoli opere che Leopoldo, viventi il Neri, il Rucellai, 
il Tavantì, fece sue. Morti que' ministri, si sbigottì di se medesimo, 
s'intimidì alle censure papali. Stimando aver camminato di troppo, 
rifece i passi, si diede a martellare Topera a cui avea dato il nome, 
accusandosi d'aver sbagliato (19). Tolse a' Comuni talune delle fa- 
coltà largite innanzi: allargò la giurisdizione ecclesiastica: con- 
venti e confraternite (20) ripristinò: altre concessioni ai chierici: 
all'ire del pontefice abbandonò quanti seco lui aveano mirato per 
Tinnanzi a ridur la Chiesa in chiesa : vulnerò poi la libertà dei traf- 
fici e dell'industria (21): invilì la milizia: si circondò di birri: la 
pena del capo ristaurò (22). La morte del fratello, chiamandolo im- 
peratore a Vienna, gli impedi compiere la distruzione della sua opera. 

VI. — La proseguì Ferdinando III (23) : perniciose concessioni ai 
chierici: nuovi conventi s'apersero: s'accrebbe la lor fortuna: ne 
impoverì lo Stato ; riapparve il debito pubblico (24). Rinacquero priva- 
tive e divieti letali all'industria: il commercio intristì: non mancava 
più che il proibir la estrazione de' cereali e lo fu : così calpestavansi 
le patrie glorie. S'alterò la legge penale, altra gloria, e le pene 
divennero maggiori delle colpe, meno per quelle della carne : s'in- 
ventò la .colpa di Stato, e per pena, la morte ignominiosa e infame. 

VII. — La colpa del principe meritava in vero una pena, e l'ebbe 
in quindici anni di esiglio (25). La inflisse Bonaparte. Il Granducato si 

(19) Siffatta confessione è in un dispaccio che da Vienna inviò alla 
Reggenza il 17 giugno 1790, il quale spiega l'incerta coscienza di ciò che 
avea compiuto, i troppi mutamenti e le contraddizioni in cui cadde prima 
e dopo aver lasciato la Toscana. Cosi egli scrive : «£ siccome quando io 
feci la riforma delle leggi criminali credei di poterla concepire in quella 
maniera per l'indole dolce e quieta della nazione, e vedendo ora di es- 
sermi ingannato, con sommo mio dispiacere mi vedo obbligato di ordi- 
nare al Consiglio di Reggenza dì pubblicare prontamente un editto con 
cui esprimendo queste mie ragioni e il dispiacere con cui ho sentito questi 
eccessi {moti popolari) che fanno veramente torto alla nazione,* mi vedo 
obbligato, dico, di ristabilire da qui in avanti, e per i casi futuri, la pena 
di morte, da incorrersi da tutti quelli i quali ardiranno di sollevare il po- 
polo o mettersi alla testa del medesimo per commettere eccessi e disor- 
dini!. V. Zobi, St. Civ., t. 2. Doc. XLVI. 

(20) Decreto 14 giugno 1790. 

(21) Fra gli editti con cui vietò l'estrazione della seta, della lana ecc. 
è notevole quello con cui distinse le pecore tosate da quelle che non lo 
erano, e alle prime aperse, alle seconde chiuse il confine. Editto 7 aprile 
1789. 

(22) Decreto 30 giugno 1790. 

(23) Incominciò a governare lo Stato dall'S aprile 1791. 

(24) Decreto 27 settembre 1794. 

(25j Parti dalla Toscana il 25 marzo 1799. 



68 KIVISTA OONTBMPQBANEA 

mutò in Regno : i Toscani zittirono. Lodovico primo ed ultimo re (2ft) 
lasciò governar sé e lo Stato dalla moglie, allora regina, poi reggente 
pel figliuolo; ma sempre donna. La donna scordò esser regina: la 
regina esser madre. Laonde lo Stato ch*era e potea essere del figlio 
sgoverna cosi: die di piglio alle migliori leggi leopoldine e le stra&- 
ci^: gl'istituti disfece, né li rifece. Sguinzagliò il clero, lo accrebbe, 
lo straricchi : la legge criminale, che da Leopoldo ebbe il nome, via 
via offese, poi distrusse. Promulgò altra legge, in cui le pene ai rei 
parevano vendette, e come le vendette sogliono, maggiori delle colpe 
e tremende alla coscienza dei giudici : dissipazioni a iosa triplicarono 
i debiti, scemarono il ereditò, crebbero i balzelli e trassero la finanza 
sul pendio. Per ultimo negaronsi i frutti ai creditori, e la pubblica 
fortuna e il governo, umiliazione pei governati, vesne alle mani 
di frati e cameriste ed altra vituperosa gente. 

VIU. — Vi pose riparo Napoleone di consolo fktto imperatore. A 
un suo cenno la ciurma de* frati, il servitorame e lafieggeate sgom- 
brarono la reggia (27). Prima un'altra reggenza, poi l'Elisa le sxic- 
cede (28). Leggi parziali, statuti senza numero, codici vulnerati, feudi 
sbocconcellati da Leopoldo, non distrutti, i fidecommessi vivuti in 
onta al divieto, le corporazioni, i nidi d'oziosi, i ruderi dell'edifizio 
di Cosimo, i resti di quello incompiuto di Leopoldo , crollarono a una 
scossa delle poderose braccia use a scuotere l'BurQpa. Fu un lampo : 
codici, tribunali, ordijiamenti amministrativi, economici, militari e 
politici, tolti a prestito dalla Francia, piovvero sullo Stato, prima 
che sgombro dalle rovine del crollato edificio; e nondimeno fecero 
buona prova, perdiè maturati da secoli, scritti nella coscienza dei 
popoli, nella legge prima che benedice l'uguaglianza, solleva i ca- 
duti, capovolge gli sgoverni ; e perchè frutto erano della civiltà che 
cammina. Ebbero i sudditi dignità di uomini, contentezza di liberi, 
lo Stato pregio di provincia italica. L'improvviso turbine, spalancò 
i conventi, ne fuggirono moncu^he e frati, beati di poter cosi tor- 
nare al secolo: le proprietà da secoli stagnanti, disparvero nella 
voragine del debito pubblico e la colmarono. Ciò che era della re-' 
ligione, come giustizia volea fu dello Stato 

IX. — Poco oUre, il bello edificio ch'era l'impero di Napoleone, 
franò : i regni per lui composti si scomposero : sminuzzati, aggran- 
dirono il patrimonio di questo o quel principe. Per tutte le vie di 
Europa era un correre di re scaduti, verso gli antichi Stati o là 

(26) Pel trattato di Luneville 9 febbraio 1801, art. V (F. Scboell t. 2, 
chap. XXIX), la Toscana fu ceduta ai Borboni. Lodovico, giunse in Fi- 
renze il 12 agosto 1801. Mori il 27 maggio 1803, 

(27) Parti il 10 dicembre 1807. 

(28) Dal 3 marzo 1809 al 1 febbraio 1814. 



STUDn STomoi b amministbativi 69 

07'era mercato di regni e di popoli, Vienna. Toscana perdo pregio 
di provincia italiana o imperiale ; tornò fendo di una fiamiglia, quella 
di Lorena. Tornò Ferdinando III (29). Che avesse appreso in esiglio 
si parve dai fatti. Come gli altri profughi, studiossi cancellare con 
la memoria della sfortuna ogni vestigio de' quindici anni ili cui i 
popoU eran vissuti co' re di fortuna. . Queste le buone ree sue 
opere: gli ordinamenti imperiali a furia distrutti, dissotterrati glj 
antichi, salvo il correggerli poi. I municipii riordinati in peggio da 
quM che erano sotto Leopoldo (30) : risuscitati conventi d'ogni ordine, 
colore e sesso : con la vita restituite loro le ricchezze : gli atti dello stato 
civile delle persone resi a parroci (31) : prima sottratti gli ecclesiastici 
in materia penale agli effetti del Codice napoleonico, abolito poi in- 
sieme a quel di processo : in loro vece, le leggi Leopoldine, meno la 
mitezza volta in crudeltà: ugual fortuna ebbe il Codice civile, a cui 
succedettero le discordi e antiche leggi: disfatti i tribunali, rimessi 
in piedi gli antichi: fin quelli che giudicavano con processo eco- 
nomico, fin il Buon governo oltrepotente, fino i bargelli eh' eran giu- 
dici e birri: co' bargelli rinacque la sbirraglia, numerosa, molesta, 
com'essa sa. La milizia negletta, colpa aver combattuto le battaglie 
dell'Impero: la istruzione invilita; la censura spigolistra; gl'ingegni 
faceano paura. 

A riscontro delle quali enormezze durarono i benefici del libero 
scambio : toUeraronsi i culti dissidenti : del codice napoleonico ven- 
nero serbati ì capitoli sulle ipoteche, sulla prova testimoniale. Quel 
di commercio restò: non rinacquero i feudi. Sparse leggi provvidero, 
nò sempre male, alla capacità civile delle persone, alla patria po- 
testà, alle successioni, alle doti, alla oivil procedura: non rivissero 
i millecinquecento statuti de' Comuni: masi, e fu gloria, rivissero 
le leggi di giurisdizione ecclesiastica, promulgate da Leopoldo ; e 
rivisse lo spirito d'indipendenza dalla Curia : s'ordinò un nuovo ca- 
tasto : alleggerironsi della metà i pubblici aggravii, né si contrarerò 
debiti. 

X.— Vengo omai a Leopoldo (32), secondo di nome, ultimo de'gran- 
duchi, il quale pure aggiunse all'edificio alcun pezzo, altri tolse: la 
voglia d'annaspare, mal di quella famiglia, scendea ne' rami. Abolì 
la tassa del macello, ristabilita fra le altre, dal padre : di un quarto 
scemò la diretta, crebbe le indirette : a colmar le Maremme riaperse 
la voragine dei debiti, già colmata da Bonaparte coi beni del clero : 
la milizia tenne in non cale, cagion di guai nelle traversie : istituì 

(29) Il 18 settembre 1814. 

(30) Decreto 16 settembre 1816. 

(31) Decreti 18 giugno, 28 novembre 1817. 
(^2) Succedette al padre il 18 giugno 1824. 



70 RIVISTA CONTEMPORANEA. 

una guardia urbana (33), poi la disfece (34) ; rivisse sotto altro nome : 
la libertà dell'industrie violò, vietando la piantagione del tabacco (35) 
ne' luoghi ove l'avea conceduta suo padre: consacrò emancipandola 
industria del ferro. La legislazione mutò così : fece leggi varie sulle 
ipoteche (36), stato civile delle donne (37), capacità degli stranieri 
a succedere ed acquistare (33) : altre suiramministrazione della ci- 
vile e criminal giustizia , e sui giudizii esecutivi (39). Riformò i 
Tribunali (40), modellandoli a que'di Francia abbattuti dal padre. 
Spirata l'aura delle riforme nel quarantasei, ampliò le facoltà de* fun- 
zionarii, crebbe i ministeri (41), la polizia dalle cento braccia mu- 
tilò, il buon governo soppresse, e cosi altri ufficii tornati a galla 
nel quattordici , e dalla esperienza e dall'odio popolare condannati. 
In Lucca, di fresco aggiunta, scambiò alcune leggi, né vi fece al- 
tro (42). Istituì poi Commissioni a far nuovo editto pei Comuni , 
scriver codici, riordinar gli studii : la stampa imbavagliata dal padre, 
sbavagliò : dotò il principato di una guardia cittadina (43) , che 
poco avéa da vivere, di una Consulta a cui fé' succedere un Consi- 
glio di Stato; di uno Statuto (44) per cui divenne principe sper- 
giuro e abbominevole. Nel fortunoso quarantotto, per l'Italia mosse 
aperta guerra a parenti e s'indettò seco loro in segreto : s'inimicò e 
fuggi i sudditi : s'amicò ed accostò i loro nemici : agli uni aperse 
i confini, offri la capitale^^ li accolse nella reggia; agli altri chiuse 
il cuore : sconobbe fede privata, lealtà di principe, debito di padre, 
perigliando egli la terra in cui nacque , lo Statuto che giurò e la 
corona del figlio. 

Cosi ciascun de'granduchi, da Cosimo a Leopoldo ultimo, aveva 
ritoccato l'opera altrui, nissuno compiuta la propria; Cosimo fondò 
lo Stato -.^ Francesco II gli apri èra nuova ; Leopoldo I lo riformò, 
Napoleone lo disfece; rivisse intero con Ferdinando III insieme a 
leggi varie', infinite, fatte con diversa ragione, a pezzi, ninna di 
getto : Leopoldo II gli tolse e gli aggiunse, non sparmiando il fatto 
suo più dell'altrui. Di Stato assoluto ch'era da secoli, divenne con- 

(33) Decreto 12 febbraio 1831. 

(34) Decreto 4 giugno 1831. 

(35) Decreto 15 marzo 1830. 

(36) Legge 2 maggio 1836. 

(37) Legge 20 novembre 1838. 

(38) Legge 11 dicembre 1835. 
(39J Legge 7 gennaio 1838. 

(40) Legge 2 agosto 1838. 

(41) Decreti 16 marzo, 4 giugno 1848. 

(42) Decreti 12 dicembre 1847, 26 febbraio 1848. 

(43) Decreto 4 ottobre 1847. 

(44) Decreto 15 febbraio 1848.— Leggi elettorali 3 marzo, 26 aprile 1848. 



STUDll STOBICI B AMMINISTRATIVI 7l 

Bultivo, costituzionale, poi popolare: scivolò in una repubblica, meno 
il nome; sol da'triumviri non ebbe nuove partì, perchè poco fecero, 
meno rimase. Il ristauro del quarantanove, ritrovò gli antichi pezzi, 
onde lo Stato era opera di mille mani e di nessuna. La voglia del 
riformare ebbe indotto i principi suoi, a martellare l'opera altrui, 
la riverenza li trattenne dal distruggerla, la insufficienza dal com- 
pierla. 

XI. — Discorrerò qui le parti del non bello edificio, inconjìnciando 
dalle leggi (45). Le civili non disposte a codice, ma sparse per molti 
libri : il dritto antico era la regola, né sol come legge, ma esempio 
di ragione legale : quelle n'erano le eccezioni. Tal fu lo Statuto del 
1415, proprio di Firenze, lume ai codicetti (46), un per comunelle, 
vivuti fino al napoleonico. Tali le sparse leggi, che successero b, 
quel docoimento di civiltà e sapienza, promulgato l'otto, distrutto 
il quattordici, per odio al nome. Prima e dopo, molti aveano avuto 
incarico di scrivere un codice ; il Neri da Francesco (47), il Vemac- 
cini (48), il Ciani, il Tosi dal primo Leopoldo, il Lampredi dal 
figlio (49), varii dal nipote (50): tutti per cagioni diverse e oscure 
lasciaron l'opera a mezzo (51). Laonde Toscana non avea, come non 
ebbe mai, legislazione pròpria: gli sparsi editti, meglio che un corpo 
di leggi, eran mende del diritto romano, del canonico, e qua e là resti 
degli ordini medicei e francesi. Ciascun d'essi rimorchiavano ag- 

(45) Quanto grande , cosi è scomposta e imperfetta la farragine delle 
leggi del Granducato: i regolamenti interni di polizia , di amministra- 
zione, di registro ecc. dalla origine fino ad oggi, sparsi in circolari, leggi 
senza numero, non mai raccolte. La più parte delle leggi medicee rac- 
colte in 28 volumi dal Cantini. Quelle dal 1737 al 1814 sono in fogli vo- 
lanti; talune rarissime; dal 14 al 49 nella raccolta del Cambiagi, ma 
senz'ordine, legata a fascio, e imperfetta; un volume in-fol. per anno. Le 
leggi Lucchesi sono anche più rare, ma meglio ordinate. Repubblica 
(1802-1807) 6 voi. Principato (1807-1819) 27 voi. Ducato (1819-1847) 32 voi. 
Le leggi poi del Granducato dal 49 al 59, altri 13 voi. in-fol. Indicando 
perciò le leggi, non mi è dato, fta tanto disordine, dare altra indicazione 
che la data : unica scorta a rintracciarle. 

(46) Questi codicetti, un per comunello, non stampati, eran penali e ci- 
vili : nelle pene, varii : e cosi nel regolare lo stato delle persone, le suc- 
cessioni, le doti, i rapporti di buon vicinato, il danno, le servitù ed altre 
minori materie. 

(47) 5 maggio 1745. F. Zobi, St. Civ., t. I, doc. 14. 

(48) 10 luglio 1787. 

(49) 21 maggio 1792: dopo il 1814 fu dato ugual incarico, e con ugual 
frutto al Collini, poi al Matte ucci. 

(50) Nel 1838, nominata una Commissione a rivedere i lavori, in materia 
di codice, preparati in un secolo di vane prove. 

(51) Valentissimi uomini, cultori appassionati deirantico testo avversa- 
vano il principio della codificazione ; e anche oggi sono in Toscana molti 
che l'avversano. 



72 RIVISTA CONTEMPORANEA 

giunte e varianti che di mole superavano U testo, e poi si ^perde^wo 
in cento tomi, ovverà scritta la consuetudine, che da secoli ha. in 
Toscana, ne'casi in cui manca la legge, vigor di legge. Nondimeno, 
àncora in così vasto mare, la eguaglianza e la lihertà civile. Dove 
i tempi nuovi recavano varietà di casi, andavasi per analogia: l'a- 
nalogia, scoperta che era, diveniva parte del dritto nuovo, aggiunta 
all'antico : le glosse dei chicisatori e le sentenze de'moderni lume e 
scorta ai giudici : preferite alle estranee, le proprie. La ragione, bene 
spesso alle prese con l'autorità, sorreggevasi ricorrendo airantico 
diritto, traballava fra le leggi che n'erano eccessioni, affondava nel 
mare delle discordi sentenze. Ornai queste, {(iù s'accostavano a questi 
tempi, prive di lena per spiccar voli, andavano terra terra : e quelle, 
di locuzione infelice, barbaro stile, sfregio alla purità toscana, per 
vivere avean d'uopo ferirsi Tun l'altra, e cresceano confusione nelle 
già confuse menti de'giudici. Sicché soventi volte, nella varietà dei 
casi, n'andava a picco la giustizia. 

Le scarse leggi che faceano le veci di codice, e sgretolavano il 
dritto antico, erano le seguenti : due del quattordici (52), sulla pa- 
tria potestà, gli obblighi de'minori, la emancipazione, la interdizione, 
la tutela, la curatela, il dritto di testare, quel di ricevere, le suc- 
cessioni intestate: una del trentotto (53), su quella che i curiali 
dicono capacità civile delle donne. Le successioni erano governate 
da principii di preferenza agnatizia, escluse le femmine, salva ad 
esse la legittima; reminiscenza di feudalità, spelta da poco. La 
patria potestà cessava, pei maschi e per le femmine, a trentanni: 
per queste, il consenso del padre suppliva all'autorità del giudice, 
che prima richiedevasi in ogni atto: nel resto, come lo esigevano 
i tempi ed i costumi, provvedevasi alla condizione economica e ci- 
vile della donna or figlia, or sposa, or vedova: però i dritti delle 
madri e mogli non li tutelava legge positiva, ma il patto. Una legge 
del trentacinquè (54^1 , stabiliva la capacità degli stranieri a succe- 
dere : buona perchè ammetteva il principio della reciprocità. Del co- 
dice napoleonico erano rimasti gli anticoli suU'ammessione della 
prova testimoniale. Regolava le ipoteche una legge del trentasei (55), 
modellata a quella di Francia, cui andò innanzi in alcune parti: i dan- 
nosi vincoli agl'immobili toglieva: i titoli e dritti pupillari e mu- 
liebri, cautelava: le ipoteche non doveano aver valore che dalla 
iscrizione. Difetti però di quella legge, ne'casi di espropriazione, la 
citazione diretta agl'iscritti, in luogo di quella per proclama: cadu- 

(52) 15 novembre 1814. È hg^e di 237 art. ed 11 cap.— 18 luglio 1814. 

(53) Legge 20 novembre 1838. 

(54) Id. 11 dicembre 1835. 

(55) Id. 2 maggio 1836. 



STUDn STOBId B AMMINKIWATITI 73 

cita nelle esecuzioni fulminate oltre c^erti temini, di soverehio bre^i : 
i INX^tti di graduatoria, alle mani dei procuratori legali, non dei 
giudici; difetti questi che triplicando il dispendio, scemavano il 
pregio de'beni. Gli atti dello stato civile dal diciasette (56) in poi, 
erano fid^i ai parroci, e alla fin d'aano, accolti in ufficio a parte: 
onde ai chierici pareva aver rimesso deirautorità antica, e ai laici 
della indipendenza dello Stato dalla Chiesa. Contro i fidecommissi 
stavano leggi del secol scorso, dalle quali prima furon limitati (57), 
poi disciolti (58): ingiuria a quelle la facoltà di incommendaxe i beni 
nell'ordine e nome di santo Stefano. Il contratto enfiteutico, favo- 
rito da più leggi di incontestabile utilità e pregio (59): alla capacità 
civile de' luoghi pii, vegliavano attente quelle del 1751 e 1769 (60), 
freno all'ingordigia de'cbierici, gloria toscana, esempio e scuola agli 
altri Stati. Le cause di pertinenza delle curie, il matrimonio, la ma- 
teria de'beneficii ecclesiastici , regolate dal gius canonico: il resto, 
dal dritto comune, o da leggi die insieme a quelle sui luoghi pii, 
accennerò discorrendo della Chiesa. Qui raccoglievasi tutta quanta 
la legislazione civile di Toscana. L'altre materie erano alla mercè 
del dritto antico, modificato dal canonico, e dalla universa consue- 
tudine. Alla espropriazione per cause di pubblica utUità, e simili 
gravi materie, nissuna legge vegliava: il dritto anticq era muto: né 
la consuetudine potea supplifvi: sola scorta del giudice, il lume 
proprio : legge a privati , l'arbitrio : ornai legislatore e giudice a 
un tempo. 

XII. — Non meglio ordinate le pene: non aveano, come non ebber 
mai, codice: poche leggi, opera de'principi lorenesi, scadute con essi, 
riapparse nel quattordici, alterate da altre,, cosi lacere e malconcio 
ne faceano le veci : era proprio miracolo si reggessero in pie. Né era 
dato ricorrere a quelle degli antichi, senza dar di cozzo nel cristia- 
nesimo: non alle medicee (61), senza che la tortura, il taglio della 
mano, la morte ad ogni piò sospinto, e lo sfrenato arbitrio del giu- 



(56) Legge 18 giugno , 28 novembre 1817. 

(57) Id. 22 giugno 1747. 

(58) Id. 23 febbraio 1789. 

(59) V. Saggio di un trattalo teorico-pratico sul sistema livellare se- 
condo la legislazione e giurisprudenza toscana delTavv. Gir. Poggi, in 
cui sono descritte le vicende e le leggi bh* livelli. 

(60) Leggi 11 marzo 1751 e 2 marzo 1769. 

(61) Le principali leggi medicee che ressero fino al 1786 erano: lo sta- 
tuto fiorentino del 1415 che da Cosimo venne esteso a tutta Toscana, 
meno Siena; appendice sua, 29 leggi contro i ribelli, 43 sui reati politici, 
46 per le uccisioni e il mal costume. Notevole è come Cosimo, fondator 
dello Stato, non s'impicciò di leggi civili ; badò solo a quelle cbe spic- 
ciayan sangue. 7. Cantini, Raccolta delle Leggi Toscane. 



74 BtVlSTÀ OONTEMPqBÀNRA. 

dice, gelassero il sangue. Doveano perciò bastar quelle poche, reg- 
gersi in onta agli strappi e agli urti, nel resto accordarsi, supplirvi 
poi la consuetudine, pianta indigena, ornai autorevole come legge. 
Lo si era dichiarato per pubblici bandi (62). Nelle scuole poi, lad- 
dove le leggi eran mute, insegnavasi ed illustravasi la consue- 
tudine: materia invero di risa, se non ne andasse della vita e della 
libertà degli uomini. 

Fra quelle leggi, di cui dirò solo le parti che rimaneano nel 
quarantanove, la maggiore per mole, prima per ordine di tempo 
era quella deir86 (63), opera del Tosi, gloria di chi la promulgò, 
meraviglia per que'tempi: in questi, venne poi qui bruttata e al- 
trove superata. Pregi suoi, l'antica crudeltà volta in mitezza: non 
tortura, non taglio della mano, nop vendette di sangue, non confisca 
ch'è pena ad innocenti nascituri : del crimenlese neppur vi ha titolo: 
fitcea giustizia delle colpe, non vendetta; l'arbitrio del giudice an- 
nientava: gli uomini valutava tutti eguali; sola distinzione fra essi, 
i rei dai non rei. Questi pregi, che nel secol scorso, fra leggi atroci, 
resti di barbarie, le valsero così grande celebrità, oscurava cosi: 
dizione arruffata : le pene frastagliate da regole di processo : dell'an- 
tica legislazione serbava parte: fra le pene la fustigazione, la gogna, 
il confino, abolite poi (64): mirava più ad atterrire che a correggere, 
a castigare che a prevenire; non definiva le colpe: intendendo frenar 
l'arbitrio de' giudici, ne vincolava fino il pensiero: pene, come di- 
consi, tassative, rendevano cieca ed arbitraria la legge: la colpa 
regolata sul danno materiale ; la dignità umana, la morale entità, 
come non fossero; spergiuro, calunnia, falsa testimonianza, pressoché 
perdonate: altre colpe scordate: il primo fallo non distinguea dal- 
l'abito di mal fare; sui correi e complici tacque; due colpe in un 
solo non previde; il conato di delinquere, i casi per cui scema o 
s'addoppia la colpa, noncurò; onde potea ben dirsi legge, ma non 
codice delle pene. I delitti di lesa maestà, le offese alla religione, 
gli omicidi premeditati, puniva, con pena uguale, una legge del 
95 (65); soverchia mitezza per le colpe della carne: troppa severità 
per altre; aggiungeva rigore a quella deir86; e meglio che rigore, 
qua e là gli aggiunse crudeltà; nondimeno variò l'indole d'entrambe 
variando nella scala delle pene, quella per le maggiori colpe. Nel 
quarantanove niuna sarebbe incorsa nella pena del capo ; cancellata 
essa neir86, ristabilita nel 90 pei novatori, nel 95 estesa ai rei di 

(62) Nella riforma giudiciaria del 3 agosto 1838. 

(63) Legge 30 novembre 1786. Fu detto la consigliassero il Beccaria^ il 
Filangieri, e il Condorcet; ma non è certo. 

(64) Quella del confino abolita con decreto 31 dicembre 1836. 

(65) 30 agosto 1795. 



snriffi sfouox b AinainsTBATnri 75 

Stato, di offesa coscienza e d'omicidio, poi circoscritta ai casi in cui 
unanimi fossero i giudici, stette fino al 47 a minaccia della società 
contro un solo, offesa alla legge che dal Sinai bandiva a principi 
e sudditi il rispetto della vita; nel sopradetto anno disparve (66). 
Taluni editti sui furti violenti (67), sulle bancherotte (68), falsità 
di cambiali (69), di cedole e di moneta (70), compievano la serie 
delle leggi penidi dello Stato. Erano altrettante mende e aggiunte 
a quelle del secol scorso; ciascuna nascendo aveva urtato le ante- 
riori. Ai giudici stava il decidere i punti di discordia, interpretare 
grincerti, supplire al silenzio della legge. Bene spesso taluna colpa 
non avea pena; varii gradi di colpe o colpe varie, punite da una 
pena sola; tormento questo alla coscienza del giudice, che bilica 
incerto fra le sue dita, come una penna, la libertà, se non la vita 
del reo. Allora l'arbitrio onestato dalla consuetudine era la più si- 
cura guida dei magistrati, solo lume a distinguere gli estremi dei 
delitti, i gradi delle pene, e proporzionar questi a quelli: lavorio 
invero mirabile d'intelletto, pel quale alla scienza fu sostituita la 
prudenza de' giudici ; e fecer le veci del codice, i cento volumi in cui 
raccoglievansi le loro sentenze. Dubiteranno i posteri che i legislatori 
del mondo, i discendenti de' Paoli e degli Scevola, fossero giunti a 
tale nel quarantanove da non aver leggi che bastassero a guarentir 
la giustizia ! Fortuna volea che specchiata fosse la più parte dei giu- 
dici, miti i loro animi, quanto Findole di quelle popolazioni, e quanto 
le informi e lacere leggi che governavano lo Stato. Delle quali in-^ 
vero la più parte, anco pei delitti comuni, splendeano di mitezza 
forse soverchia: severa solo quella pei furti violenti, sanguinaria 
njssuna: più della legge, mite poi la pratica : dolcezza che popolava 
di ladroncoli e di minori rei, lo Stato. 

XIII. — La sola legge che avesse ampiezza di codice, era quella 
del commercio, venuta di Francia e scampata nel quattordici, qui 
come nella restante Italia , all'ira de'retrivi. Nata oltralpe di geni- 
tori italiani , gli statuti delle repubbliche e il consolato di mare, 
ragion volea rimanesse fra noi. Era il solo codice del granducato : 
avea meno aggiunte e mende che ogni altra legge : ma illesa non 
n'era: variava qua e là la procedura, dacché furon tolti i tribunali 
di commercio: in loro vece gli ordinarli: i )ion commercianti potevano 
firmar cambiali e scampare al carcere: qua e là altre mutazioni di 
minor conto (71). 

(66) Decrelo li ottobre 1847. 

(67) Legge 22 giugno 1816. 

(68) Id. 6 agosto 1827. 

(69) Id. 2 febbraio 1823. 

(70) Id. 9 febbraio 1847. 

(71) Id. 15 novembre 1814. 



W BITI6TA 0CKTB1IP0BA.KBÀ 

Non T'era codiee pei militari: in tempo di pace, le leggìi de*oi- 
vili pnniTano le loro colpe: pei. casi di guerra, una legge del quin- 
dici in pochi articoli, modellati su quei dell* Austria: da quelli ritrae- 
vano è vero la crudeltà, la pena del bastone, ed altre a martoriar 
le carni, ed a sfregio della creatura fatta ad immagine di Dio: ma 
ineseguita, perchè giammai, tranne i mesi del quarantotto Ai caso 
di guerra, e anche in quelli, Tenne scordata, secondo Tolea lo stil 
toeeano, di mollare in tutto che era milizia. 

XIV. — Non migliore delle leggi, la procedura che per taluno 
è sciensa , per tal altro è ruota su cui ha da scorrer veloce la 
giustizia. Non accolta in un codice, ma sparsa anch'essa in più 
leggi; runa del quattordici (72) pei giudizii civili, in cinque parti, 
mille centoérentaquattro articoli, imitazione qua e là del codice firan- 
cose, alla prova lenta e dispendiosa, da moltiplicare quistioni non 
risolverle, confondere i giudici non guidarli. A quei che diconsi 
giudisii esecutivi provvedea una legge del trentotto (73): entrambe, 
quasi a rimorchio traevano a sé un'altra di duecento ottantotto ar- 
ticoli, e poi un'altra di seicento quaranta di ugual anno (74): ave- 
vano, fira le altre pecessità — che a tutto doveano provvedere — da 
completare la prima *di quelle leggi e dar le norme per la giustizia 
pesale, alle cui forme, prima vegliava il caso, se non l'arbitrio. Pregi 
loro, la publicità ne'giudizii; pluralità de'giudici ; uguaglianza per 
tutti; libera difesa; individuale libertà; molte guarentigie all'impu- 
tato innanzi l'arresto; altrettante prima che condannato; la diacus- 
sioiie pubblica a processo compiuto; un difensore al reo; un custode 
alla legge; il pubblico ministero; ed altre cautele e guarentigie della 
reitta giustizia. Loro difetti, i giudizii eternati dalle forme del pro- 
cesso scritto; la confusione di questo con quello orale; la mancanza 
di giudici istruttori; la mano poliziesca a raccogliere le prime prove 
a formulare le accuse innanzi i minori giudici. Nelle cause civili 
poi erano principali difetti i seguenti : moltiplicità degli atti; grave 
il dispendio ; eternità di litigii ; quistioni innumerevoli di processo; 
soluzioni a capriccio, contraddette da altre. Avea la riforma del tren- 
totto tentato diminuire i giudizii incidentali, accorciare i termini 
probatorii e decisivi, scemare il costo della giustizia, sbrigar gli 
affari. Nondimeno bruttissima parte delle leggi toscane si mantenne 
k procedura, abbor^aoeiata in duemila e più articoli, non disposti a 
codice, e di sovente fra loro alle prese. 

XV. — Siffatta legislazione era ruina de'litiganti, salute de'col- 
pevoli, mercato de' curiali, tormento de'giudici: dubbio se quistio- 

(72) Legge 15 novembre 1814. 

(73) Id. 7 gennaio 1838. 

(74) Id. 2 agosto, 9 novembre 1838. 



8TUDU «TOBIGI S ÀMMtKISimATIVI 97 

Dando si riarette il. suo: caso rincorrer pena pari a colpa. Fra la- 
menti infiniti mettevanst in conto de'raagistrati i vizii delle legf*i, 
e non sol da priyati , ma dal governo che muoveva loro addebito 
di eternare i giudiaài , e in pubbliche circolari ne li riprendeva. 
Quattro erano i gradi di giurisdizione (75) : le pretare , la prima 
istanza ne'circondarii, le corti. regìe a Firenze e Lucca, urna corte 
di cassazione a Firenze, indipendenti dal poter civile, meno le pre- 
ture, che eran centro a potestà giudiziarie, poliziesche ed ammini- 
strative in un tempo. Il pubblico ministero ovunque era collegio di 
giudici; non avea potestà esecutiva; iniziava i giudizii dì interdizione; 
vegliava airosservanza delle leggi; le rivendicava innanzi al tribunal 
sapremo: accusato il reo, ne chiedeva a' giudici la condanna. I 
pretori giudicavano da soli in materia civile e di trafici fino a hre 
quattrocento, inappellabilmente fino a settanta: istruivano l processi 
criminali, sentenziavano de'lievi farti e deQe offese: dannavano fino 
ad otto giorni di carcere: innanzi ad essi fungevano da pubblico 
ministero i Delegati, ufSziali di polizia. I tribunali di prisna istuiza 
composti di uno o più turni collegiali, giudicavano le cause sdipe* 
riori alle facoltà de'pretori, e inappellabilmente fino a lire ottocento; 
e più, dei delitti che si punivano con T esigilo dal compartimento. 
Le corti regie divideansì in due e più camere, ciascuna di cinque 
conti^ieri, pei litigi e pei reati: rivedeano le sentenze della prima 
isrèsttsa in materia civile, e sentenziavano le colpe meritevoli di pena 
superiore aU^esiglio. La cassazione accoglieva i ricorsi contro ]« 
sentente d'ogni gtad^ di giurisdizioBe: non ne sospendea Tesecu- 
zione: entr» quattro mesi, termioe violato q«asi sempre, avea debito 
pronunciare sulla violata legg^ o violata fórma delie sentense, non 
sulla sostanza: sovra i processi primitivi, non su nuovi: respingere 
i richiami, o annulkndo le sentenze, rinviar le partì a chi let avea 
profferite: rigìudicasse Tisteseo tribunale, non l'ugual turno. Cosi 
cancellava i giudizii della priina e seconda istanza, i voti di otto 
giudici, di tre pubblici Ministeri , e non era terza istanza. Le era 
neg&lto annullare una sentenza ingiusta, o confermarne una giusta, 
se imperfetta era nella forma. La forma, al di sopra del diritto, 
rompoa l'ordine logico de'giuditzii, rinnegava la scuola itaUc». Brà 
questo congegno giudiziario un portato ddlla Francia, meno, al so- 
lito, i ritocchi: e meno il corpo delle leggi insieme a cui nacque, 
e che oltralpe grimprimeano il moto. E perciò rivolgendosi quel 
meccanesimo fra leggi di cui nissuna età ritagliata al suo dosse, 
le squassava e lie frangea: e sebbene di fina opera egli fesse, si 
sgangherava ogni giorno più. Doveano i tribunali adunque giudi- 

(75) Legge 2 agosto 1838—9 marzo 18«, 



78 RIVISTA OONTBHPOBANBA 

care con procedure ora nuove, ora vecchie, e più antiche di essi, 
ninna nata con essi: sopra leggi sbocconcellate da posteriori, ninna 
intera: la giustizia dovea reggersi sulle stampelle: e la cassazione 
averla in tutela, vegliate all'osservanza di leggi non iscritte, torre 
a codice i cento volumi in cui si compendiava la giurisprudenza, 
custodire la uniformità del disordine. 

XVI. — Quest' erano le leggi e gli ordini della giustizia nel gran- 
ducato, airinfuori di Lucca. Nella quale essendo di fresco aggiunta, 
né eransi conservati né mutati tutti gli antichi ordini suoi. Opera 
a mezzo, a spizzico, come ogni cosa di quel governo e di quello 
Stato. Solo i tribunali uniformi. Erano poi leggi toscane da poco 
promulgate, quelle sulla giurisdizione ecclesiastica, procedura, pa- 
terna potestà, tutela, curatela, interdizione, emancipazione sullo stato 
civile, sull'ipoteche, sugli acquisti de'stranieri, de'luoghi pii, sui 
testamenti e fidecommissi (76). E in pari tempo mantenevansi il co- 
dice civile, quel di commercio, e tutte le altre leggi lucchesi dal 
quattordici in poi, per ciò che non contraddicessero a quelle di sopra 
enunciate. Ora non è a dire se in siffatto campo pascolassero i 
torcileggi, e si accapigliassero i giudici: bene oravi di che nutrire 
le incertezze, gli arbitrii degli uni, i cavilli degli altri. In materia 
criminale poi, abolito il codice e ogni altra legge del piccol ducato, 
imperavano le toscane dell'SG, del 95 e il codazzo delle mende e 
delle aggiunte. Tantoché nel granducato, correndo l'anno quaranta- 
nove, in materia civile e commerciale erano due legislazioni. 

XYII. — Dirò qui della giustizia amministrativa. Fra gli ordini 
imperfetti dello Stato, era un conforto, che tutti fossero uguali in- 
nanzi ai giudici: ninno avesse privilegio di foro, meno i militari, le 
cui colpe giudicavano i superiori; solo le cause spirituali fossero ri- 
serbate ai vescovi: nemmeno i commercianti convenissero in un foro 
proprio: e l'amministrazione dello Stato fosse tratta innanzi ai tribu- 
nali ordinarli, a guisa di privato. Epperciò oravi la regia Avvoca- 
tura (77), la quale innanzi ad essi, difendea le ragioni del fisco, 
delle regalie, e il patrimonio del principe. La legge raccomandava 
ai giudici di sentenziare, non in guisa che i diritti del fisco preva- 
lessero a que'dei privati, ma secondo la buona ragione. Avea poi 
l'avvocato regio quest'altri uflicii : dirigere i negozii de'trattati e 
quelli delle reali possessioni, presiedere agli archivi , custodir l'ar- 
madio di ferro, il libro d'oro, vegliare ai titoli di nobiltà, ai dritti 
di cittadinanza, alle naturalità, adozioni, legittimazioni. Ora per le 
ragioni onde l'amministrazione non avea privilegio alcuno di foro, 

(76) Leggi 12 dicembre 1847 — 26 febbraio 1848. 

(77) Istituita eoa Decreto 27 maggio 1777. 



STUDU 6T0BICI B AMMIMiaTftATtyi 79 

cosi nemmeno esercitaya giurisdizione contenziosa, all'infuori di po- 
che e rade eccezioni. Le quali erano queste. In Grosseto una Com- 
missione giudicava le cause di affrancazione e ogni altra a cui desse 
luogo il sistema economico, col quale da molti anni tentavasi resti* 
tuire a cultura la maremma. Le controversie sugli appalti erano 
conosciute dal consiglio degllngegneri a ciò costituito in tribunale 
amministrativo , in numero di tre , più il presidente e un assessore 
legale. Ogni altra controversia, in cui entrassero le ragioni dei terzi, 
conoscevasi dai giudici .ordìnarii. Quelle poi fra le amministraeioni, 
venivano risolute dall'arbitrio dei capi-aziende, regola il caso, uni- 
formità di decisioni nissuna. E poiché innumerabili erano le leggi, 
e le istruzioni e le mende e le aggiunte di ciascuna di esse , e fre- 
quenti le incertezze, i dubbii, i conflitti fra uno ed altro ufficio : e 
niun istituto eravi con potestà di risolverli, vegliare all'osservanza 
delle regole, alla perpetuità delle massime, custodire la giurispru- 
denza amministrativa; cosi le decisioni variavano di giorno in giorno, 
e l'amministrazione errava nel caos. Il che riusciva tanto più dan- 
nevole in fatto di contabilità: nella quale fra montagne di leggi, 
istruzioni e regole, le dubbiezze sorgono a ogni passo, e l'ordine è 
l'unico lume a leggere nella selva de'numeri, bilanciare le ragioni, 
armonizzare le aziende. Ad una camera de' conti, la quale non manca 
mai in ogni bene ordinata amministrazione, tentava supplire un uf- 
ficio detto delle Revisioni, antiquato, arruffacifre, impotente ad ogni 
cosa utile e composta. E dove ancor quello non giungea, valea tant'oro 
di zecca, l'arbitrio o il capriccio dei capi-ufficio. 

XYIII. — Ma se nella giustizia amministrativa era difetto la 
mancanza di giudici, nella economica lo era lo averne troppi. Primo 
anello fra il poter civile e la giustizia erano i pretori, i quali per 
runa conoscevano delle lievi cause e ofifese, e per l'altro mestavan 
dentro alla polizia, neluoghi ove non fossero i suoi delegati (78). 
Ed ancor questi dipendeano dai due ministeri dell'interno e della 
giustizia, avendo uffici dall'uno e dall'altro e molti in comune fra 
loro. Di questa guisa si dicevano funzionarii di polizia quei della 
giustizia, e della giustizia quei di polizia. Ma se i primi si impa- 
niavano negli uffici dei secondi, rimettendo cosi della indipendenza 
e nobiltà loro, i secondi rivaleggiavano coi primi, ed alcuna volta 
gli andavano innanzi. Lungi dunque dal patir confronto co'pretori 
erano rivali del pubblico ministero di cui facevano gli uffizii innanzi 
ai pretori, e riteneano le più importanti attribuzioni nello scuoprire 
i delitti e raccogliere le prime prove. Poi anch'essi eran giudici, 
manipolando una giustizia tutta loro e invereconda. 

(78) Legge 9 marzo 1848. 



80 mtlBf A CONTBHPO^tAKBA 

Quattro delegati ettno in Fitenze, tre in Liromo, quindici iu 
tutta Toscana, distinti in tré classi. Avevano sotto di essi carabi- 
nieri, « bargelli, e birri sopravvivuti alla legge che li rimandò, i 
quali e per conto loro, tanto li spingeva il costume, e per conto 
dei delegati spiavano pensieri, parole, gesti ed ommissioni. Questi 
erano i principali istrumenti di quella giustizia che dicevasi econo- 
mica, e noi diremo più sotto il perchè. Quale fosse , quale origine 
si avesse, ninno potea saperlo di preciso (79) : erasi rannicchiata 
nei due anni delle riforme, ora affaccendavasi all'ombra degli Àu* 
striad : allora strinse , adesso allargava gli artigli ed il cuore. 
Era sopravvissuta alle leggi che l'avevano bandita ; non aveva 
perciò avuto d'uopo rmascere. Non avea codice, né legge o ragion 
di vivere, ma vivea. Vivea ex lege, per il mal abito de'poliziotti, 
le tradizioni del luogo, le rovine degli ordini liberi, le paure dei 
retrivi, la impunità guarentitale dalla presenza degli Austriaci: vivea 
pei suoi ministri, ribattezzati è vero nel 48, ma lasciati ai loro 
posti, con facoltà non circoscritte nemmen dalla legge che gli mutò 
nome (80): poteano dunque allargarsi fin dove era suolo toscano e 
darvi dentro per ogni via e verso, fin nel santuario delle coscienze. 
Dalla giustizia ordinaria differita la economica nell'oggetto, nella 
fon&a dei giudizii, nelle pene, n-elta indole de'suoi ministri (81). Ed 
invero, conoscevano di flatti, non definiti per legg«, ma vaghi, di 
mero sospetta o voglia: procedura ignota, guarentigia all'accusato 
noesuaa: pene a capriccio: giudici che erano agenti prezzolati dal 
poter civile, dal quale nemmeno aveano l'autorità di cui usavano: 
prendevansela. Ciò che a giudici ordinarii era negato, arresttere senza 
prove di reità, dannare in segreto a pene non iscritte, offendere 
gl'imputati, erano i minori degli arbitrii per cui andava odiafta la 
giustizia economica. 

(79) Neri Corsini, fin dal 9 maggio 1831, in un Rapporto al Grantluca 
(V. Zobi Docum, ufficiali ^ t. I, p. 187), aveva scritto queste notevoli pa- 
role: « Dovendo qui parlare delle facoltà e poteri del Buongoverno (Po- 
lizia) occorre di rimarcare, che queste facoltà sarebbero limitatissime 
secondo Tart. 56 della legge 30 novembre 1786 le cangiate cir- 
costanze de' tempi, hanno poi costretto ad ampliare in fatto quelle attri- 
buzioni e senza che siano emanate nuove leggi o istruzioni, il Governo ha 
annuito, ecc., ecc. » 

Il ministro Cempini scriveva a di 20 agosto 1832 al collega Corsini: 
« non si conosce la legge che riveste il Buongoverno di facoltà tanto 
estese i* ; e più sotto lamentava « l'inconveniente di non esserci, almeno in 
atto pratico un mezzo efficace di reclamo contro le risoluzioni economi- 
che ». Venne allora pubblicata la legge 13 settembre 1832, che poco o nulla 
definiva; all'arbitrio restò la forza di prima. 

(80) Legge 9 marzo 1848. 

(81) Galeotti, Delle Leggi e dell' Amministrazionr della Toscana, 1847. 



STUDI! 8T0BICI E AMMINISTRATIVI 81 

fiiassumerò le potestà della polizia, recando la definizione che 
di essa davasi nelle scuole, e che ù scritta nel repertorio del dritto 
patrio, al titolo Polizia vigilante. La quale suonava così: è scienza: 
è parte del dritto criminale: ha per iscopo tener lungi dalla società 
le offese, dagli animi lo stimolo: è economica quaudo previene le 
male tentazioni, aiutando la diffusione de'mezzi di vivere: è didat- 
tica vegliando alla istruzione della mente e del cuore: è vigilante 
lorchò allontana le cagioni delle offese, e del disordine, anche prima 
che scoppiano: perciò ha d'occhio gli oziosi: la vigilante dicesi poi 
antigiudiziaria se limitasi a rimuovere quelle cagioni, giudiziaria 
se castiga paternamente i traviati: la giudiciaria è correzionale se 
si dispiega sopra immoralità, è semplice se sopra azioni oneste ma 
pericolose, come il porto d'armi. 

Così sollevata al fastigio di scienza, destro era chi riuscisse sca- 
polar da tante reti ch'ella distendea in virtù di quelle tante potestà 
e appellazioni di didattica economica, vigilante, antigiudiciaria, pu- 
nitrice, correzionale, semplice, censoria, edilizia, sanitaria, munici- 
pale. E perciò gli agenti suoi erano arghi a cent'occhi, centimani 
a frugar ne'luoghi più riposti. Dal cane vagolante al cittadino che 
paga l'èstimo, non v'era termine all'imperio loro. Vero è che la 
civiltà del sito li aveva sdentati e disartigliati, prima che in età 
fossero di straziare e mordere. Nondimeno ora per la memoria dei 
giorni a loro nefasti, alla libertà benigni, ed ora per la voglia di 
aggraduirsi gli Austriaci, vendicarsi delle facoltà perdute col meri- 
tarne delle maggiori, taluna volta si provavano ad apparire feroci: 
ma quelli non eran visi da tigre; onde non riuscivano altro che più 
del solito vili e molesti. Sapeano di poter correre a parole, ad ar- 
bitrii, assicurandoli il mite animo dei molestati: nò invero fu mai 
esempio di testa di delegato mozza da un Ghino di Tacco. E perciò 
punivano fino un mal sguardo, un gesto, un sospetto, a questa 
maniera : strappavano taluno ai cari proprii : lo traevano al carcere : là 
stava rinchiuso un pezzetto: poi lo si rimandava: il giudizio era 
compiuto : la pena scontata. Ma il più di sovente la procedura era 
anche più economica: chiamavasi il reo: ben bene lo si ammoniva; 
con gli ammonimenti, buona copia d'ingiurie: poi lo si licenziava. 
Lo scilinguagnolo de'Toscani in bocca al delegato, vero rigagnolo 
di contumelie e di immondizie. Guai a chi ardisse tener testa alle 
parole: poteansi mutare in funi e attortigliarsi ai polsi dell'incauto. 
Fin qui tormentavano a capriccio : verrebbe il giorno in cui la potestà 
di tormentare avrebbono i delegati da una legge. 

XIX. — Vengo omai all'amministrazione civile, incominciando 
da quella che dal ministero dell'interno suole dipendere. Era lo 
Rivista C — 6 



82 RIVISTA CONTBMPORANBA 

stato divìso in compartimenti, circondarii, distretti e comunità (82): 
le prime due partizioni, governative: le seconde amministrative. A 
capo del compartimento stava un prefetto, del circondario un sotto- 
prefetto, del distretto un ministro del censo: dei comuni un gonfa- 
loniere. 

B poiché il comune è tanta parte, anzi il sostegno deiredificio, 
varrà che io ne discorra un po' da alto, e a lungo, gli ordini suoi. 
Reggevansi le comunità senza codice, con leggi antiche, varie da 
città a campagna, via via lungo gli anni offese da posteriori ; con 
lacune mai colmate, altre apertesi nelle mutazioni del governo, 
screpolature per ogni dove: mostre di largo vivere, e sommissione 
a quanti erano gli stipendiati dello Stato: lo Stato non tutore ma 
arbitro dei comuni: gravi i carichi, mal ripartiti, peggio ammini- 
strati, testimonio il deficit: non votati da chi vi contribuiva: dalle 
magistrature banditi gl'ingegni che non avessero censo: magistrati 
senz'uffici: gli uffici alle mani di intrusi: gli ordini del comune, 
conquassati: qua e là le ruote sue infrante: fermo il moto: il comune 
alla mercè del governo. 

Guai erano questi di antica origine: ne'secoli andati, quanti erano 
comunelli, altrettanti gli Stati liberi, retti da statuti, di età antichis- 
sima, Tuno a rovescio dell'altro, secondochè erano di comuni rurali 
o urbani, prossimi o lontani a feudi: la feudalità li oppresse: le 
repubbliche ne disfecero una parte: i Medici il resto; Leopoldo I li 
ravvivò sulle ruìne de'feudi: diede loro balìa di se stessi; poi in 
parte la ritolse: Ferdinando III serbò le apparenze di libertà, tolse 
tutta la sostanza (83). Nel quarantanove, nonostante le seguite vi- 
cende, eran sempre i comuni tal quale furono dal 1816. 

Coglierò da leggi e regole infinite (84), monche, contraddittorie, 
le potestà e gli ordini loro. I quali erano questi: il magistrato dei 
priori e il consiglio dei deputati del popolo: così li chiama la legge 

(82) Decreto 9 marzo 1848. 

(83) Legge 16 settembre 1816. 

(84) 27 dicembre 1769 -- 12 maggio, 27 settembre, 7 dicembre 1772 — 
13 febbraio , 22 dicembre 1773 — 23 maggio, 23 settembre, 29 settembre, 
2 ottobre 1774 — 10 aprile, 17 luglio, 25 febbraio 1775 — 25 gennaio, 13 
febbraio, 3, 17, 23 giugno, 17 luglio 1776 - 2 giugno, 24 novembre 1777 — 

11 aprile, 30 giugno, 7 luglio, 7 dicembre 1778 — 20, 24 aprile, 16 novem- 
bre 1779 — 20 novembre 1781 — 26 novembre 1783 — 26 giugno, 17 set- 
tembre 1784— 22 maggio 1785 — 23 gennaio, 22 maggio 1786 — 28 luglio 
1787 — 29 aprile. 3 luglio 1788 ~« 20 aprile, 28 ottobre 1789 — 25 giugno, 
6 luglio 1791 —15 giugno, 18 novembre 1798 — 2 maggio 1805—27 giugno, 

12 settembre 1814 — 4 febbraio 1815 — 16 settembre 1816—20 gennaio 
1817 — 6 aprile 1818 — 7 gennaio, 13 settembre 1819 — 27 gennaio 1820 — 
15, 30 aprile , 18 ottobre 1822 — 22 marzo , 11 settembre 1827. — E circo- 
lari, biglietti, istruzioni senza numero. 



STUDII STORICI B AMMINISTRATIYI 83 

del secol scorso. Il numero degli uni e degli altri vario secondo il 
luogo. A capo de'priori il gonfaloniere: lo eleggeva il principe: 
stava in carica tre anni (85): i priori due: anch'essi eletti dal prin- 
cipe, sopra un numero doppio del bisognevole, estratto a sorte fra 
i contribuenti del comune (86) : il giudizio del principe, qui come 
pel gonfaloniere, rischiarato dalle informazioni della polizia. I de- 
putati del popolo, come i priori, estratti a sorte, ma vari i requi- 
siti che agli uni e agli altri si domandavano : le regole della im- 
Mrsazione , il censo e la condizione degl'imborsati , variavano da 
comune urbano a rurale : negli urbani (in numero di quattordici) i 
possidenti erano distinti in tre borse, de'patrizi, de' cittadini, e dei 
campagnuoli che pagassero almeno due fiorini di imposta : nei 
rurali, non guardavasi al censo, ma alla condizione di padre fami- 
glia. Una borsa conteneva i nomi di tutti quelli ch'erano possidenti ; 
un'altra, dei coloni ed artigiani (87). In ogni comune, esclusi i 
commercianti e gli scienziati: ne' Comuni urbani anche gli artigiani 
e i coloni : ma in nessun luogo quelli che operano con l'ingegno 
erano preferiti ai braccianti. Fra tante difformità questo pregio, che 
gli ebrei ed i scismatici fossero a pari de'cattolici. Ma maggiore di 
quel pregio era questo vizio, che i possidenti campagnuoli, sover- 
chiando quei di città, causa la pochezza del censo, ogni ufficio era 
loro, e gli ordini del comune, alle mani di quei che meno inten- 
dono: né la sorte potea essere piO illuminata dalla legge. 

Ora delle potestà: mal definite ab antico: peggio quando altre 
leggi vi recarono mutamenti ; incertissime poi lorchè molte attri- 
buzioni dal consiglio scesero al magistrato , e da questo al gon- 
faloniere. Rarissime volte rìunivansi i consigli; e quelle poche 
erano le facoltà loro ridotte a confermare o eleggere i medici, gli 
impiegati del comime, stabilirne le provvisioni , aprire o chiudere 
strade, scegliere chi ripartisse la tassa di famiglia, e quella degli 
artieri, ne'luoghi ov'era, votar le spese pel mantenimento de'ponti, 
degli alvei, delle strade, ed altre minori facoltà. Le entrate e spese 
che dicevansi ordinarie (88), in piena balìa del consiglio, esecutorie 
appena votate, senza uopo di altra* approvazione. Ogni spesa però 
straordinaria, rigorosamente vietata: doveasi richiederne l'assenso 
incominciando dall'autorità più vicina, fino al culmine della ge- 
rarchia, il ministro. Ma poiché indefiniti erano i rapporti delle rap- 
presentanze comunali cogli ufficiali del governo, e la ingerenza loro 
nei negozii del comune, non era limitata da alcuna legge, cosi av- 

(83) Decreto 4 febbraio 1815. 

(86) Id. 16 settembre 1816. 

(87) Id. 23 marzo 1774. 

(88) Id. 30 novembre 1781. 



84 RIVISTA CONTEMPORANEA 

veniva che essi , dal primo rilP ultimo erano altrettanti tutori del 
municipio, per fin l'ingegnere dell'acque e strade. 

Come poi il consiglio avea nome, non balia di legislatore, cosi 
il magistrato potea dirsi ombra senza corpo: o corpo senz ufficio : 
perchè ogni potestà era in man dei gonfalonieri , i quali meglio 
che rappresentanti del comune , erano agenti del governo e degli 
infimi della gerarchia: come tali, a quando a quando rimbrottati, 
intimiditi (89). Aveano talune facoltà di buon governo, tale altra 
di governo civile, obbligo di ragguagliare l'autorità ogni sei mesi, 
non sui voti ma sui portamenti del comune: esercitava la polizia 
municipale, ed altri uffizii, tanto da confonderlo fra gl'impiegati, e 
averlo sottoposto ad ogni ordine di funzionarii, fino a quello dei de- 
legati di polizia. 

Le quali potestà e attribuzioni dei gonfalonieri erano accre- 
sciute , accorciate , contraddette da circolari , editti senza numero. 
Della docilità loro ai funzionarii del governo , ricattavansi impe- 
rando sul magistrato e sul consiglio, od usurpandone le atttribu- 
zioni : avvegnaché quanta autorità era lasciata al comune , altret- 
tanta avessero eglino chiusa nel loro pugno. E così poteano dirsi 
arbitri dell'entrate e de' beni comunali , regolatori supremi delle 
spese : i conti davano tardi o mai: onde l' amministrazione ora 
alla peggio : la piccolezza di taluna comunità , causa prima delle 
sue tribolazioni : altre erano popolose ma fallite : di ricche, nessuna : 
le spese d'amministrazione qui toglieano un quarto, là metà delle 
entrate. Queste superavano per tutti i comuni della Toscana i tre- 
dici milioni: nascevano dalla prediale per sei, e da altre gravezze 
né generali, né uniformi, come quelle pel mantenimento de' corsi 
d'acqua, e le decime: un decimo e più nasceva da beni, proprietà 
antiche, di cui i comuni non serbavano omai che il dominio diretto : 
la proprietà era nei privati. I debiti. de' comuni superavano i trenta 
milioni; e s'accrescevano ogni anno. Compilavano i comuni il loro 
bilancio sulle cifre date dal gonfaloniere, lo rivedea lentamente l'uf- 
ficio de'sindacati; l'indugio togliea ogni virtù alla revisione: ripar- 
tivano da sé le imposte: le riscuotevano i ^ camarlinghi, specie di 
servi a due padroni, il comune e Io Stato. 

Ninna indipendenza era dunque negli ordini municipali: dignità 
nessuna in chi vi avea parte, colpa la sorte, che scegliendo fra i 

(89) Circolare del presidente del Buon Governo, 18 seti. 1815. — » A 
questo essenziale dovere (dei rapporti semestrali) non venendo corrisposto 
dalla maggior parte dei Gonfalonieri destinati dalla legge ad essere miei 
efficaci cooperatori nella più delicata ed interessante parte di pubblico 
servizio, mi trovo nella necessità di richiamare alla memoria dei Gonfa- 
lonieri le disposizioni delTart. 11 delle Istruzioni 20 gennaio 1817, onde 
vogliano farsi carico di xiniformarsi esattamente ai sovrani comandi. 



STUDii Storici e amministrativi 85 

più coglieva gV inetti, spesso illetterati, alla mercè poi di un furbo 
che la sorte avesse pescato nel fondo delle borse e lanciato a pe- 
scare nel consiglio o nel magistrato. Severi ordini, non leggi, vie- 
tavano ai comuni il metter voce, in quel che strettamente non si 
riferisse alla economia loro (90): le deliberazioni cassate, mutilate 
ad ogni pie* sospinto, alle magistrature tolta ogni forza, fino nell'am- 
bito in cui più ne aveano di mestieri: e perciò le cariche erano 
tenute in nessun conto e i migliori cittadini schifavano onestarle 
del loro nome, averne i titoli, non le potestà. La indifferenza ad aiu- 
tare la vita del municipio era tanta, che ben di# sovente or questo 
or quello ritrovavasi senz'amministratori: tali divenivano allora gli 
agenti del governo. Ed a siffatta conseguenza li traeva egli, non giu- 
dicando i municipii base e sostegno della piramide sociale, e perciò 
disfacendone la vita. Le forze loro assorbiva e struggeva nello Stato; 
lo Stato, centro d'ogni ordine, senza pregio nemmeno di unità, cosi 
era tutto, il comune nulla: o tutt'al più macchina buona a spremer 
sangue, cioè denaro, per sé e per lo Stato: cosi né le proprie entrate 
né gl'impiegati suoi gli apparteneano: il governo, estorceva o to- 
glieva a prestito. le prime, sfruttava l'opera de' secondi, testimoni i 
camerlinghi. Fino al quarantotto i comuni vissero di vita ignorata 
fin dai contribuenti, e dipesero dal ministero della finanza: da un 
annoerai in tutela di quel dell'interno (91). Veniva promessa poi una 
legge, la quale dovea definire i limiti della tutela, i dritti di quei 
singolari pupilli, i comuni, un di repubbliche libere: indicare le 
autorità tutorie: sostituire alla sorte il voto degl'illuminati: disfare 
la scarmigliata orditura degli ordini comunali. A suo luogo misu- 
reremo le promesse ai fatti. 

XX. — Il distretto era un aggregato di più comuni : talvolta com- 
poneasi di un solo : avea a capo un ministro del censo : lo nominava 
il principe : questi i suoi uffici : custodire i libri e documenti cen- 
suarii, eseguire le operazioni risguardanti i passaggi delle proprietà, 
compilar le liste dei contribuenti alla prediale, degli elettori e degli 
eligibili ài Parlamento. Avea seco un Aiuto con cui dividea il la- 
voro. Né altra importanza amministrativa ebbe mai il distretto: nes- 
suna poi politica. 

XXI. — Dal distretto allo Stato non eranvi che divisioni gover- 
native, nissuna amministrativa. Le quali eran le seguenti: undici 
circondarii, otto compartimenti : ciò che il prefetto era agli uni, il 

(90) Circolare 14 agosto 1815 incaricava i Cancellieri di — Annunziare 
alle magistrature , che il Governo vuole che si astengano dal deliberare 
sopra oggetti non re feribili strettamente alla loro economica amministrazione. 
— Cosi il Comune, come ente morale, era spento. 

(91) Decreto 9 marzo 1848. 



86 RIVISTA CONTBHPOBANBA 

vice prefetto era agli altri : quello dipendea dal ministro deirinterno, 
questo dal ministro e dal prefetto. Ninna legge diceva i termini della 
dipendenza loro, ninna definiva quelli della vigilanza sulle autorità 
subalterne, le relazioni dei capi politici coi polizieschi, coi giudiziari], 
con le rappresentanze dei comuni : la legge che istituiva gli uffici, 
dette loro nomi nuovi, tacque delle potestà, meno di quella de' pre- 
fetti sopra i pretori e delegati, in quanto esercitassero attribuzioni 
di polizia amministrativa: l'uso faceva che, funzionarti di ordine e 
grado diverso esercitassero uffici uguali : dei conflitti che ne nasce- 
vano, giudicava il tempo : chi più tirava, quei la vinceva. Non molti 
gli impiegati di segreteria in ciascun circondario e compartimento : 
due consiglieri allato dei prefetti : le attribuzioni loro le avrebbe 
meglio definite una nuova legge : cosi diceva quella che istituiva 
que' posti (92). 

Se il comune avea vita di tisico, una rappresentanza serva, il 
circondario non ne avea alcuna, il compartimento nemmeno, all' in- 
fuori di un Consiglio per quanto concerneva strade, acque, benefi- 
cenza e sanità (93); e nulla più. Nel concetto de' governanti toscani, 
altre necessità provinciali non aveano da esistere,. o ninno rappre- 
sentarle, esserne l'interprete : attendessero che il governo se ne ac- 
corgesse da sé. Cosi mancava, ciò che da lunghi anni aveano altri 
Stati d'Italia, le rappresentanze provinciali; onde gli interessi del 
circondario o della provincia erano alla discrezione del governo, non 
degli interessati. Queste cose erano lafnentate da tutti; e ninno vi 
avea provveduto quando n'era il tempo, prima che seguissero i disastri 
e la invasione degli Austriaci. Che anzi nacque questo caso, il quale 
io reco perchè la tristezza di queste pagine si rompa in un riso: 
cosi fosse dato ridere sempre della povertà nostra, ogni volta che 
gli antichi guai della patria turbano l'anima. Composta nel quaran- 
tasette una Commissione di venti, a gettare le basi di nuovi ordini 
municipali e provinciali, si disciolse appena udì concesso lo Statuto : 
quasi che con lo Statuto sparissero le necessità dei municipi! e delle 
Provincie, o le rappresentanze loro avessero a fondersi in quella dello 
Stato : sicché dopo che ebbero, lungo due mesi, assordato senza frutto 
la sala di Luca Giordano ove si riunivano, udironsi per bocca del loro 
presidente, queste parole : gli studii e la missione loro, e le speranze in 
loro riposte, ornai prive di scopo : le conferenze tenute, averli dimo- 
strati atti a discutere ben altri interessi che non i municipali o com- 
partimentali : la sala dei Cinquecento li attendeva: vi corressero. 
Questi legislatori ebbe in quei tempi la Toscana. 



(92) Decreto 9 marzo 1848. 

(93) Idem. 



I 
STUDII STORICI E AMMINISTEATIVI 87 

XXII. — Ebbe cosi lo Stato un Parlamento, prima che il comune 
e la provincia ottenessero una libera rappresentanza, onde la pira- 
mide iircominciata dal culmine, non avea altri ordini che la reg- 
gessero, non la naturai sua base, il municipio: stava da sola, fra 
ordini d'ogni tempo, indole e colore, principio di un ordine nuovo 
non addentellato al vecchio; e le masse che vivono ad intervalli 
della vita politica ed ogni giorno della vita municipale, doveano 
rinunciare a questa per quella, finché poi rimanessero prive d'en- 
trambe. Lo Statuto quasi conscio di non poter vivere da solo fra ordini 
cosi diversi, promettea esser seguito da queste leggi, invano attese 
poi, che tutte assieme doveano compier Topera e rifare a nuovo lo 
Stato: quelle sulle attribuzioni de' funzionarii civili; sugli ordini dei 
municipii e dei compartimenti, a squittinio, non a sorte; sulla istru- 
zione pubblica; sulla uniformità delle leggi in ogni punto dello 
Stato; sulla responsabilità dei ministri e dei loro dipendenti; sulle 
espropriazioni per causa di pubblica utilità : per tacer di altre leggi 
sulla stampa, sul dritto elettorale, ecc., ecc., venute in luce poco dopo. 

Ora quest'era la sostanza dello Statuto (92) 



Notevole in quello Statuto la facoltà che aveva il principe di 
stringere trattati e leghe senza udire il Parlamento: il divieto di 
accogliere nello Stato presidii stranieri: l'obbligo di riunir le Ca- 
mere ogni anno, riconvocare il Consiglio tre mesi dopo averlo di- 
sciolto: ora come fossero rispettati questi obblighi del principe, 
come egli usasse di quella facoltà, quanto vivesse lo Statuto, lo ve- 
dremo a suo tempo. 

XXIII. — Fin qui delle rappresentanze de' comuni, dei compar- 
timenti e dello Stato. Ora del governo che nel silenzio del Parla- 
mento, nell'assenza del principe accoglieva in sua mano quanta po- 
testà sfuggiva agli invasori austriaci. Quel che i vice-prefetti erano 
al circondario e i prefetti al compartimento, i ministri erano allo 
Stato. Tutta Tamministrazione spartivasi, prima fra cinque (95) poi 
fra sette mmisteri (96), estero, intemo, giustizia e grazia, affari ec- 
clesiastici, guerra, finanza, istruzione, da cui dipendeaBO le arti e 
la beneficenza; il commercio e i lavori pubblici erano parte della 
finanza: la polizia parte dell'interno. 

Servo il comune , nullo il compartimento, invaso lo Stato , la 

(94) Lo compilarono Nicolò Lami, Gino Capponi, Pietro Capei, Leonida 
Landucci, Leopoldo Galeotti. Lo promulgarono, il 15 febbraio 1848, i mi- 
nistri F. Cempini, C. Ridolfi. B. Bartalini, C. Serristori e G. Baldasseroni. 

(95) Decreto 16 marzo 1848. 

(96) Decreto 4 giugno 1848. 



88 BIVTSTA CONTEMPORANEA 

rappresentanza di ogni ordine e dello Stato era perciò nei ministri. 
Dalla circonferenza dovea la vita rifluire al centro: al centro volgersi 
ogni rivo deiramministrazione, gli ordini del principe lontano e 
degli Austriaci : i vizii della centralità tutti quanti, senza il pregio 
dell'unità: la forma costituzionale col principe in esilio e i nemici 
in casa. Il governo perciò avuta l'imbeccata del granduca e tastato 
il generale degli Austriaci, raggiava i suoi voleri al compartimento, 
al circondario, al distretto, al comune. Raccoglievasi adunque nei 
ministri ogni balìa, quella di ordinare e quella di eseguire, potestà 
esecutive e legislative a un tempo : ninna rèmora tranne la paura di 
dispiacere agli Austriaci vicini, al principe lontano: complice de' mi- 
nistri il consiglio di Stato. Era composto cosi (97): un presidente, che 
era il primo ministro, un vicepresidente, i ministri di Stato, nove con- 
siglieri ordinarii, altri straordinarii, varii relatori ch'erano i segretarii 
dei ministri, sei uditori, un segretario: i consiglieri ordinarii retri- 
buiti, li straordinarii no: solo i ministri e i consiglieri aveano voto 
deliberativo. Divideansi per sezioni ; erano tre, pegli affari ammini- 
strativi, pei giudiziari! e di culto, e per quelli della finanza: in 
ciascuna preparavansi i lavori : discutevansi poi fra tutte, meno per 
le cose di minor conto : le deliberazioni erano valide se prese a mag- 
giorità di voti, presenti due terzi dei membri, non compresi ì mi- 
nistri; Dava parere il Consiglio sui progetti di legge, e di sovranjB 
disposizioni; altri compilava quando n'era richiesto: necessario sol- 
tanto il suo voto sopra regolamenti per le pubbliche aziende: nel 
resto rispondeva, se dai ministri era interrogato. Cosi quel che al- 
trove alleggerisce la soma dei ministri, qui era un corpo senz'anima: 
le facoltà sue pressoché nulle : quelle poche mal definite dalla legge : 
ancor più vago il modo con cui avea da esercitarle : servo dei mi- 
nistri che nel Consiglio sedevano, vi avevano voto, e nelle sezioni i 
loro segretarii. A questo modo la parte come il tutto, era invasa e 
diretta dai ministri. I quali potea pur dirsi vincessero di numero i 
consiglieri ordinarii, non essendo questi più di nove, mentre quelli 
erano sette e compatti. I segretarii loro riferivano in Consiglio sul- 
l'opera propria, i ministri giudicavano quelli e se stessi. Le sezioni 
del Consiglio, quasi fossero sezioni del ministero, rette da funzionarli 
che qui erano segretarii, là relatori: devoti in ogni cosa ai ministri, 
pei quali il Consiglio di Stato era ciò che il Consiglio di Prefet- 
tura ai prefetti; non il fonte delle leggi, non tribunal supremo 
di amministrazione, non moderatore de' ministri, ma ora docile loro 
strumento, ora sollevato da essi a grado di Consulta, pur di riversare 
sopra altrui la responsabilità dei proprii atti. A questo modo nel 

(97) Decreto 15 marzo 1848. 



STUDI! STOBICI B AMMINISTRATIVI 89 

pugno di quelli accen1a*aya8i ramministrazione che si partiva dal 
comune, ingrossava nel circondario, s^allargava nel compartimento: 
al disopra dello Stato, quasi loro piedestallo, i ministri ; ed il Con- 
siglio, non loro giudice, ma servo o complice. Lo vedremo alle prove. 
XXIV. — Non confortevoli le condizioni della finanza. Non oravi 
ciò che dicesi gran libro o monte comune, in cui si registrano e gua- 
rentiscono i crediti sullo Stato : ma se non la formalità della iscri- 
zione, oravi la sostanza, cioè il debito. Grave alla fortuna pubblica 
ed al credito dello Stato: incerto poi se più la importanza dei de- 
biti, il non essere raccolti in un libro a quiete dei creditori, nuo- 
cesse a quella riputazione di prosperità che si ebbe lo Stato, dacché 
Napoleone, rovQ^ciando i beni del clero nella voragine del monte 
comune, Tebbe colmata. Avea di due maniere debiti (98) : fruttiferi 
dal due al cinque per cento, ed infruttiferi. Fra i primi quello a favore 
ieirimperator d'Austria, resto di vecchio credito, dubbio neir origine, 
avvalorato dalla prepotenza imperiale (99), consentito dalla viltà gran- 
ducale: sommava ^ sei milioni e trecentomila; e più altri quattro milioni 
iifuttiferi, saldo di frutti su quel capitale : la causa pia e gli spedali, 
per beni venduti nel quindici, erano creditori di quasi tre milioni e 
metzo: Tappaltatore dei taWchi lo era per mezzo milione; la Banca 
di Éconto per quasi uno intero ; la Cassa di risparmio per tre, le co- 
muiità e luoghi pii, a titolo di prestanza, per oltre sette; eranvi 
credti privati per undici ; debiti deirex-ducato di Lucca per tre e 
mezz* : quasi due milioni avuti a prestito nel quarantotto ; uno nel- 
Tapria del quarantanove : sei di buoni del tesoro emessi nel breve 
goverio dei triumviri ; oltre due milioni con de' fornitori ; tre e mezzo 
in cam)iali a carico del tesoro ; quattro a credito delle amministra- 
zioni di vari i dipartimenti. Sommavano così i debiti fruttiferi a cin- 
quantaqattro milioni e mezzodì lire: gli infruttiferi, compreso quello 
di quatti» a favore delFimperatore austriaco, ed altri varii e sparsi 
qua e làyg-iungevano a più di diciotto milioni. A riscontro di questi 
debiti, pale repetibili e parte no, figuravano nei bilanci dello Staio 
centosedicimilioni, fra palagi, ville, edifizii varii, terreni, miniere di 
ferro, saline zolfiere, artiglieria, munizioni, azioni sopra ferrovie e 
banche, maha e suoi attrezzi, crediti, compresi quelli di incerta 
esigenza. Di^uesti beni e capitali, solo quarantatre milioni erano 
fruttiferi, il reto no : degl'immobili valutati sessantaquattro milioni, 
solo trentasett fruttavano alla finanza: il rimanente erano di uso. 
Né qui è tutto la cifra de' debiti sebben minore di quella de' beni 
e capitali, era Cavissima alla fortuna publica, si perchè quelli co- 

(98) Rendimela di conti della Finanza toscana pel 1847. — Idem per 
gli anni 1848, 184. 1850, del ministro delle Finanze. 

(99) V. Zobi Do^m. uff. t. 2, e. XXII. • . - 



90 RIVISTA OONTBMPOBANBA 

stavano di annuo frutto, più che non rendessero i centosedici milioni 
attivi, sì perchè questa era cifra scritta è vero ne' bilanci, ma illu- 
soria : stava non ad inganno dei creditori dello Stato, ma a giustifi- 
care innanzi ai sudditi lo sperpero del pubblico denaro, dacché era 
salito al trono il granduca regnante. Perchè in quella cifra di beni 
e capitali erano scritte le somme spese a miglioria di terreni, ri- 
stauro d'edifizii, colmature di paludi, e quelle altre per cui si parve 
al Giusti che il principe asciugasse tasche e maremme: al che Leopoldo 
incontrato il poeta per via, rispose arguto: erraste, asciugai le tasche 
e non le maremme : ed era pura verità. Ora questa singoiar specie 
di capitali attivi, erano una bazzecola di ventun milione e più: per 
non dire de' crediti fluttuanti, dubbii nell'origine o di incerta riscos- 
sione. Ogni anno perciò aggiuntavasi qualche somma al frutto dei 
beni perchè pareggiasse l'interesse dei debiti : e questi s'accrescevano 
di alcuni milioni a cuoprire tutte le spese annue. Perchè se da al- 
cuni anni erano andate crescendo le entrate, assai più aumentarono 
i dispendii e coi dìspendii i debiti; circolo vizioso in cui n'andata 
di sotto la pubblica fortuna e il credito dello Stato. 

XXV. — Già ai tempi del primo Leopoldo erano le entrate n«ve 
milioni; altrettante le spese (100). Le vicende innanzi il quinlici 
aveano creato nuove spese e nuove risorse, le antiche raddóppiite : 
nel ventiquattro, salito al trono Leopoldo II, pochi erano i deoiti : 
alcuni milioni di contante nel tesoro, alcuni altri di annuo civinzo: 
ma le spese superavano già i sedici milioni all'anno: le entiate, i 
diciannove (101). Nel quarantasette queste erano giunte a vei^isette 
milioni e quelle a ventinove; annuo disavanzo di due milioii, per 
cui, già da tempo, eransi raddoppiati i debiti. L'annessione d Lucca, 
la perdita della Lunigiana, la guerra e i disastri del quaantotto, 
le baldorie della plebe nel quarantanove, cause di calami tàpubliche 
e sconcerti finanziarii, fecero il resto. Crebbero alcune tase: altre, 
nuove di pianta, poi cancellate col ristauro del principat' e supplito 
ai bisogni con prestanze e nuove imposte. 

Quattro categorie d'entrate provvedeano allora allf spese dello 
Stato. Le dirette, cioè la prediale, innanzi il quaranset^ di tre, poi 
di quattro e mezzo, solo nel quarantanove oltre setteniilioni ; e la 
tassa di famiglia quasi per due. Le indirette, regalie /varie imposte 
fra cui i dazii doganali, e quei di consumo in talu> città, non in 
tutte, per nove milioni e mezzo ; la tassa de' commer anti a Livorno 
per oltre trecentomila ; le sanitarie quasi altrettant; il canone del- 
l'appalto del tabacco per due milioni e trecentom&; l'azienda del 

(100) F. Governo della Toscana — Rendiconto di Leroldo I. 

(101) r. Bilancio consuntivo originale 1824 esisten» manoscritto nella 
Regia Depositerìa. 



STUDU STORICI B UOnNISTBATIVI 91 

sale per quasi tre ; quella dei lotti per due ; le Poste per mezzo ; 
il bollo e registro per un milione e mezzo; gli emolumenti giudi- 
ziarii ed altro per settecentomila; i fiscali per trecentomila; gli uni- 
versitarii quasi per centomila : le indirette superavano perciò dician- 
nove milioni. Le patrimoniali, cioè le rendite de' beni, delle miniere, 
de' censi, canoni dello Stato, sebbene figurassero per un valore di 
cento sedici milioni, non giungevano a un milione ed ottocentomila 
lire annue. Per ultimo i rimborsi cioè le somme con cui le comu- 
nità concorrevano a stipendiare gli ingegneri delle acque e strade, la 
tassa di revisione con la quale i Luoghi pii compensavano la tutela 
che lo Stato avea su di essi, ed altre di cui taluna eventuale, in 
tutto quasi mezzo milione. Così nel quarantanove le rendite dello 
Stato sommarono a trentun milione di lire (102). 

Maggiori delle entrate, le spese: erano queste: raiq[)anaggio del 
principe per due milioni settecento sessantaquattro mila lire; l'ammi- 
nistrazione civile per quasi due milioni; le relazioni estere oltre 
quattrocento mila lire ; la guerra oltre dieci milioni ; la giustizia per 
tre; le carceri per ottocento mila; i frutti dei debiti circa tre milioni; 
la sanità pubblica per oltre settecento mila; il culto per trecento 
mila; l'istruzione per un milione; lavori d'acque, strade, edifici pub^ 
blici tre e mezzo ; censimento mezzo* milione ; beneficenza pubblica 
uno e ducentomila ; pensioni quasi cinque milioni ; spese di perce- 
zione delle rendite quattro milioni e mezzo ; buonificio delle maremme 
quasi trecento mila : nel quarantanove, colpa le vicende politiche, 
sommarono le spese a quasi quaranta milioni : cosi superando di nove 
milioni le entrate (103). 

XXVI. — Delle quali discorrendo in succinto dirò primieramente 
che non grave, sebbene cresciuta di un terzo (104) da quel che era 
nel quaransette, la fondiaria che andava a profitto dell'erario ; mag- 
giore di essa quella a profitto dei Comuni : ripartite entrambe a do- 
vere: il catasto, incominciato l'otto, sospeso il quattordici, prose- 
guito il diciannove, compiuto il trentuno, attivato il trentaquattro, 
dirigeva la finanza perchè colpisse a segno : i beni fondi stimati sulla 
rendita capitalizzata al cinque per cento, detratte le spese annue: 
la rendita, presunta minor del vero, onde le stime de' beni riusci- 
rono tali che pochi fecero lamenti : le case stimate in ragion degli 
aflStti, norma varia e fallace. Niun immobile, da Leopoldo I in poi, 
immune dai tributi: tutti, chiesastici o laici, privati o regii, n'erano 
colpiti. Si v'erano eccezioni e alleviamenti pei luoghi ove i miasmi 

(102) V, Rendimento di conti della Finanza toscana per gli anni 1848, 
1849, 1850, pubblicato dal ministro Baldasseroni. Firenze 1852, tip. Grand. 

(103) lìndem, 

104) Decreto 28 marzo 1848. 



92 RIVISTA CONTEMPORANBA. 

costringevano a gettar l'aratro, le malattie fugavano i y illiei, e 1 
privilegi e le immunità tentavano richiamarli. Le paludi, un sesto 
del territorio, invano migliorate da tagli, colmate, argini, canali, 
gettando cosi molti milioni per nobilissima ma sfortunata ragione. 
Dirò più innanzi, come nel quarantanove fosse giunta la spesa a 
venti milioni, senza che a quelle maremme si restituissero gli abi- 
tanti, esse air aratro, né fossero pervenute ad alleviare la finanza coi 
tributi come ogni altro suolo. All'isola del Giglio era fatta grazia 
d'ogni imposta terriera : alla Pianosa ed all'Elba solo di quella parte 
che va in beneficio dello Stato. Fra gli altri redditi, odioso il testa- 
tico, grave dacché venne doppiato: colpiva per stirpi non per capi. 
La tariffa doganale risaliva al secolo scorso, meno le mende e le 
aggiunte che ne doppiavano e contraddicevano il testo. Il tabacco (105) 
e la pesca del tonno monopolio di appaltatori, il sale regalia del 
governo. Dogane ai confini, a riscontro di altri Stati, miti: alle 
porte delle città, gravissime e fastidiosissime : né sempre uguale, né 
dappertutto, il dazio consumo. Considerevole il reddito del Lotto (106) 
con cui il Governo alle volte ruba, sempre vince il denaro del po- 
vero (107). Gravi il registro, le tasse giudiziarie, le fiscali, regolate da 
leggi antiche : quella del registro, risaliva al quattordici (108) ed era, 
così la chiamò una legge posteriore (109), oscura e scompleta ; vi sup- 
plivano interpretazioni, circolari, aggiunte, che in Toscana non man- 
cano mai, nemmeno ai monumenti puTDblici. I beni del demanio, 
centosedici milioni, sparsi sopra sessantotto mila* ettari, non rende- 
vano da pagare i frutti dei debiti fruttiferi, cinquantacinque milioni: 
colpa la mala amministrazione, le beate illusioni sul valor de' beni, 
la certezza dei debiti : la rendita netta non ascendeva a lire venti 
per ettare. E perciò le annue spese superavano le entrate, prima di 
due, poi di sette, poi di nove milioni: arduo il sopperirvi, sia ricor- 

(105) Notevoli in Toscana le vicende della piantagione del tabacco. Leo- 
poldo I la concedè (18 giugno 1789); Ferdinando III la vietò (18 ottobre 
1791); tornò libera a tempi dell'Elisa. Nei ristauro del 15, limitata solo 
ad alcune località: il 15 maggio 1830 per ultimo proibita dappertutto. 

(106) V. nota 11, pag. 64 il detto di Giangastone. 

(107) Per un caso ben raro, scherzo della fortuna, furono tante le vincite 
del 1849, che la finanza non introitò che mezzo milione, di due che ogni 
altro anno era e fu usa a vincere sui privati. Nel rendiconto del ministro 
delle Finanze pel 1848-1850, leggesi, pag. 7, questo lamento, contro la 
fortuna che si era permesso quello scherzo « n^m lascierò inavvertita la 
tf circostanza straordinaria che nell'anno 1849 fu perduta quasi affatto la 
« rendita della Regalia del Lotto, essendosi di tanto elevate le vincite a 
ff confronto delle giuocate da non lasciar margine alle spese di ammini- 
« strazione ». 

(108) Legge 30 dicembre 1814. 

(109) V. Legge 25 gennaio 1851. 



STUDII STOBICI B AMMIKISTBATIVI 93 

rendo ai privati, sia all'estero, sia ai beni del demanio. Fra le spese, 
la lista civile gravissima, un dodicesimo di tutte le rendite; quasi 
il doppio di quel che era regnante Leopoldo I (110) : la guerra, prima 
un settimo, poi un quarto, poi un terzo delle pubbliche risorse, se- 
condochè ai valorosi di Curtatone era succeduta gente fuggiasca nei 
perigli, vile ai confini, licenziosa e turbulenta per le vie, brutta 
gente da posporre, per sicurtà pubblica e privata, a soldati merce- 
narii (111). Gravissimo il carico delle pensioni e dei sussidii agli impie- 
gati, or premio di onorati servigi, ora alla ignoranza, altre volte a 
servigi colposi : sempre poi numerosa la turba de' pensionati, de'po- 
stulanti sussidio, di tutto un po', insaziabili ancor dopo che allo Stato 
mungevano un ottavo delle entrate. L'istruzione invece figurava 
umile e modesta nel bilancio per solo un milione, appena un qua- 
rantesimo delle altre spese. Molto spendevasi ne' pubblici lavori, 
quantunque le sole strade postali e fabbriche regie fosserq a carico 
dello Stato : alle vie provinciali attendessero i Comuni : ai fiumi e 
canali navigabili, i possessori frontisti. Perultimo, enormi le spese di 
percezione dei redditi : quelle del patrimonio dello Stato salivano al 
trenta per cento de' profitti : per le indirette variavano dal venti al 
settanta, meno pel tabacco dato in appalto: la prediale e personale 
nette di ogni spesa, riscuotendole le comunità per conto dello Stato: 
le spese di percezione superavano quindi il venti per cento di tutte 
le entrate. 

XXVIL — Ora degli ordini che amministravano la finanza. Un 
uflScio generale di revisione (112) sindacava le aziende dello Stato, 
fino le comunali e quelle dei luoghi pii. Il denaro pubblico era rac- 
colto in un sol tesoro, quel della Depositeria ; di là versavasi al di 
fuori per le spese. Le regie possessioni amministrate da un soprin- 
tendente per conto dello Stato : dal tesoro pubblico toglievasi la prov- 
visione lista del principe: delle imposte dirette, lo Stato ricono- 
sceva debitori i Comupì e non i censiti : riscuotevansi dai camar- 
linghi, a rate bimestrali insieme alla quota di spettanza de' Comuni: 
versa vansi nel tesoro ogni due mesi. Tre uffici di contribuzioni in- 
dirette: quel delle dogane, dazi i consumi, pedaggi, marchio e bollo, 
in Firenze, dal quale dipendevano sei direzioni, una per città: quel 
del registro e aziende riunite, la cui amministrazione divideasi fra 
tre compartimenti, di Firenze, Siena e Pisa; nei circondarii un ufficio 
di esazione: per ultimo quel della lotteria. — Le condanne pecunia- 

(110) Con Francesco TI ammontò a 1,260,000 lire; con Leopoldo I a 
1,575,000; con Ferdinando HI a 2,604,000 ; con Leopoldo If a 2,764,000. 

(Ili) V. Ricordi sulla Commissione governativa del 1849 di G, Cambray 
Digny, cap. IX. 

(112) Risaliva al 20 marzo 1795. 



94 BIVISTA CONTBMPOBANBA 

rie, le spese processuali esigevansi dairufficio del Regio Fisco (113), 
il quale attendeva alla economia delle carceri, alle spese pel servigio 
deUa giustizia criminale, e ad altro. Cosi raccoglievansi da ogni 
angolo dello Stato le entrate pubbliche e facevansi le spese : sem- 
plicità lodevole, ma costosa: la contabilità poi deirex-ducato di 
Lucca, varia da quella di Toscana: varie le scritture e i modi di 
percezione fra provincia e provincia: e molti gli abusi, inveterati, 
inanimiti dalle lentezze con cui procedea T ufficio delle revisioni. 

XXVIII — Queste erano dunque le condizioni della finanza toscana 
quando nel cominciare del quarantanove tornò ad essere governata 
nel nome di Leopoldo II: i beni dei comuni, dammeno dei debiti: 
le loro entrate dammeno delle spese: le spese dello Stato dappiù 
delle entrate : fra queste la diretta, minore della quota a beneficio 
dei comuni : le contribuzioni regie e comunali, ripartite pel numero 
degli abitanti, quasi trenta lire a testa: i beni demaniali, per molta 
parte infruttiferi : il valor nominale maggiore assai del reale : il reale 
maggiore dei debiti: i frutti dei debiti, il doppio del reddito del pa- 
trimonio dello Stato : il debito di questo, aggiunto a quello dei co- 
muni, al di sopra di sessanta lire per capo. Delle imposte, taluna 
mite, altra grave : ripartite a segno le dirette : fra le indirette, ta- 
luna off^a ai sani principi della economia : le spese mal distribuite 
non gettavano i semi della futura ricchezza, non doppiavano i ri- 
colti : seminagione sterile e improvvida, sopra terreno feracissimo. 
Il disavanzo d'anno in anno maggiore: i creditori dello Stato, non 
iscritti, non guarentiti : onde il credito era nullo, i capitali sordi 
alle dìiamate, nascosti o in fuga fuor del confine: confusa, grave, 
dispendiosa, varia l'amministrazione delle spese, la percezione delle 
entrate. Onde la fortuna de' comuni e quella dello Stato stavano 
ugualmente sul pendio della voragine. Dio salvi i reggitori dalla 
vertigine. 

Enbico Pani Rossi. 
(eaniinua) 

(113) Decreio 7 marzo 1778. 



95 



LO SCARICATOIO DI CLAUDIO 



INTERRAMENTO DEL LAGO DI FUCINO 



Uno fra i lavori più giganteschi ch'abbiano tentato gli antichi, 
che i presenti ripigliano, e che possiamo ornai esser certi di veder 
condotto a termine, è senza dubbio l'interramento del Lago di 
Fucino. 

Noi non sapevamo estimare al giusto l'importanza di questa im- 
presa colossale prima d'averla veduta coi nostri proprii occhi. 

Difatti noi stimavamo, come il Comune dei Martiri, che si trat- 
tasse dell'asciugamento di qualche palude, d'una specie d'incanala- 
mento in mezzo a grandi stagni, simili alle paludi pontine o alle ma- 
remme toscane, romane e napoletane. Ma quando condottici all'Incile, 
sede principale dei lavori, ci siam vista dinanzi una massa d'acqua, 
la quale non misura meno di 60 chilometri di circonferenza, confes* 
siamo di esserne stati compresi di altissima meraviglia. 

E per vero, conoscevamo tutti i laghi svizzeri e italiana: il lago 
Maggiore, il lago di Como, di Garda, d'Iseo, quelli d'Àgnano, 
d' Avemo, di Fusaro , eppure non provammo mai tanto diletto dalla 
loro vista, quanto da quella del Lago di Fucino. 

Codesto dipese anche in parte daU'averlo visitato in due epoche 
differenti e molto diverse fra loro. La prima volta ci fu veduto in 
tutta l'aspra beltà dell'inverno: il ghiaccio ne copriva le rive, e una 
tempesta, proprio una tempesta infernale, faceva echeggiare le cir- 
costanti montagne dei più sonori e spaventosi muggiti. 

Ieri scorgemmo il lago ornato di tutte grazie giovenili, fresco, ri- 
dente, un vero sorriso di primavera fiorita. 

E se si pensi che fra poco, codesta ampiezza di acque non sarà 
meglio che una memoria nella mente di coloro che ne furono spet- 
tatori ; quando riflettasi che si tratta di disseccare il bacino d'un 



96 RIVISTA OONTBMPOBANEA 

lago che contiene oltre a due miliardi e cinquecento milioni di metri 
cubi, di acqua, in guisa da non lasciarci che una specie di corrente, 
una specie di riviera in mezzo del bacino, versandone altresì, perchè 
la non debba mai straripare, la piena soverchia nello scaricatoio che 
la condurrà nel Liri ; quando tutto ciò si consideri, non si può a meno 
di ammirare altamente la potenza, l'audacia e la volontà umana. 

Il secolo XIX si fecondo in progetti, in lavori d'ogni maniera, 
incredibili, titanici ; questo secolo cui nulla è impossibile, né alcuna 
difficoltà occorre che ei non valga a superare ; che ci dette il vapore 
e l'elettricità, ottemperando con docile intelligenza al comando del- 
l'uomo; che trafora da parte a parte il Monte Cenisio; questo secolo 
solo, ripetiamo, poteva effettuare il pensiero, il desiderio, il disegno 
di Cesare e degli imperatori romani. 

Quanto gli antichi, pur così forti, e risoluti, e miracolosi non 
seppero compiere con tutti i mezzi di un floridissimo imperio, colle 
braccia e col sacrifizio di 30,000 operai, il secolo xix eseguì in otto 
anni, senza .pubblicità, senza romore, coli' aiuto della sola industria 
privata, sotto l'abile e saggia direzione d'un solo ingegnere. 

Nessuno invero credeva all'esito di un'opera ch'era fallita ai Ro- 
mani, cioè ai primi lavoratori del mondo, e perfino colui che primo 
ebbe Tidea di riprendere il lavoro abbandonato, dubitava anch'esso 
sulla riuscita del negozio al quale -si avventurava. 

Nei più tristi giorni della reazione succeduta alla rivoluzione del 
1848 nel reame delle Due Sicilie, re Ferdinando II per rimeritare 
alcuni stranieri di segreti e sinistri servigii resi alla propria causa, 
accordò loro la chiesta concessione 

Se non che prima d'entrare in un racconto che concerne la 
vita contemporanea, reputiamo opportuno di significare particolar- 
mente le immense difficoltà che si dovevano vincere e sormontare: 
al quale scopo conviene riferirsi all'origine dei primi lavori e far 
conoscere il disegno primitivo ideato da Cesare, messo in esecuzione 
e continuato da. Claudio, e finalmente lasciato a mezzo sotto Nerone 
dopo incertissimi esperimenti: sicché, senza altri proemii, tocche- 
remo addiritura la parte storica e tecnica di quest'arduo lavoro sul 
lago di Fucino. 

Il bacino di cui quel lago occupa il fondo, è formato nel ramo 
più importante ed eccelso degli Apennini, presso a poco a ugual 
distanza dai mari Adriatico e Mediterraneo. Il suo territorio appar- 
teneva altra volta al paese dei Marsi^ uno tra i molti piccoli popoli 
che resistettero per tanto tempo e con tanta energia all'invasione 
romana. Pare che quel bacino sia proprio disposto ad arte per restare 
totalmente isolato dai paesi circostanti, dai quali è diviso per una 
cinta di alte montagne che formano, appiedi del loro versante in- 



INTEBBAMENTO DBL LAGO DI FUCINO 97 

terno, un vasto piano coverto nella parte più bassa e considerevole 
dalle acque del lago. Siffatta configurazione del paese dichiara le 
cause per cui esiste e tanto distendesi il Iago : imperocché è desso 
il serbatoio naturale di tutte le acque che caggiono neir intemo 
delle montagne, o sgorgano dai loro fianchi e siccome non hanno 
sfogo nò comunicazione colle riviere delle valli situate dall'altro lato, 
hannovì periodi di piena e di decrescenza, secondo lo stato più o 
meno piovoso delle stagioni. 

Codesta regione andò in ogni tempo famosa per la sua pingue 
feracità; né altrimenti può essere, dacché i suoi strati superiori vi 
sono costantemente addotti dalPacque pluviali, che dalle eminenze 
circonvicine, affatto disboscate, traggono seco le parti più molli, e 
le depongono nelle terre sottostanti. Ma a questa lusinghiera ric- 
chezza fan coqjkrapposto le frequenti inondazioni, le quali tanto più 
son terribili in quanto lentamente avvengono, e spesso per molti anni 
consecutivi, mentre il ritrarsi dell'acque, seguendo la stessa norma, 
non avviene che per via progressiva, e in seguito a parecchi anni 
di siccità per lo meno scarsamente piovosi. Siffatta incertezza 
continua sulle sorti della proprietà, non consente agli abitanti di re- 
care l'agricoltura a quegli incrementi dì cui la sarebbe capace, ed 
infirma i vantaggi che e* potrebbono trarre da un terreno favorito 
dalla natura. 

SI gravi ostacoli alla coltivazione agricola del paese avevano de- 
terminati i suoi antichi abitatori a invocare la potenza degli impe- 
ratori romani, affinché riparasse ai mali che senza posa li minaccia- 
vano, e li salvasse dalla rovina cui erano costantemente esposti. 
S'indirizzarono adunque a Cesare, che concepì il progetto di gettar 
l'acque del lago nel fiume Liri, ma la morte del dittatore troncò il 
divisamento, e le suppliche restarono inesaudite fino al tempo di Clau- 
dio imperatore. 

Cesare avea però, molto innanzi che gli abitanti ricorressero a lui, 
ideato un disegno molto più gigantesco. Per ovviare alle carestie 
periodiche che affliggevano Roma, ed erano cagione ai moti popolari, 
egli aveva deliberato di far scavare il gorto d'Ostia, acciò potesse 
accogliere le navi tutte che venivano dall'Oriente e avrebbero per 
tal modo recato fin nel cuor di Roma, distante poche miglia soltanto 
da Ostia, tutte le ricchezze, tutte le mercanzie e tutti i grani del Le- 
vante. E per assicurare in caso di guerra l'approvigionamento in- 
temo di Roma, avea risoluto di interrare il lago di Fucino, che sarebbe 
così divenuto il granaio, il deposito di riserva per Roma. Se non 
che, come dissimo sopra, la morte lo impedì dal mettere in atto il 
progetto, la cui effettuazione sarebbe stata un vero e sommo beneficio 
alla città eterna. 

HivMa (7.-7 



98 RIVISTA COMTBMPORANBA 

Favorito di Claudio, come si sa per tutti, era il liberto Narciso, 
il quale non si può ben conoscere, se non riandando la maestrevole 
pittura cbe ne fa Tacito nel v libro degli Annali. Bisogna leggere 
quant'egli scrive intorno al matrimonio che, morta Messalina, Claudio 
s'indusse a contrarre con Agrippina madre di Nerone. Quel passo è 
magnifico e mirabilmente toccato. Claudio adunque per le urgenti 
istanze della popolazione, risolse di far eseguire Tinterramento del 
lago di Fucino. 

Parecchi progetti vennero assoggettati all'imperatore, e non pochi 
speculatori romani sollecitavano la concessione dei lavori: ma Nar- 
ciso che avea fiutato il negozio, e vedeva in tale intrapresa un si- 
curo mezzo di arricchirsi, non durò gran fatica a tor di mezzo ogni 
concorrenza, e abusando del potere che esercitava sull'animo fiacco 
e inetto di Claudio, gli fé' decretare che l'apertura dello scaricatoio 
per lo scolo delle acque del lago starebbe a spese dello Stato, sic- 
come opera di utilità pubblica e nazionale, e che lui, Narciso, avrebbe 
la direzione dei lavori. Una clausola del decreto che nominava Nar- 
ciso a siffatto ufficio, portava che se i lavori venissero compiti nel 
termine di undici anni, a datare dal giorno della concessione. Nar- 
ciso s'avrebbe un premio di 5 milioni di sesterzii. Come si vede, 
cosi in fatto di speculazione, come in ogni altra cosa, noi non siam 
meglio che i plagiarii degli antichi. Infatti, al tempo di Claudio 
era già conosciuto il sistema dei premii, e iBomani, che nulla igno- 
ravano, si intendevano anche nei guazzabugli dell'agiotaggio. 

£ fama che due progetti fossero in sulle prime presentati; uno 
dei quali avrebbe condotte le acque del lago nel Salto, l'altro le 
avrebbe fette scorrere nel Liri. Il primo progetto appariva più fa- 
cile all'esecuzione, ma il Salto confluendo con la Nera che va anche 
essa a metter foce nel Tevere sopra Roma, temevasi che le nuove 
acque del Fucino non dovessero per avventura accrescere le inonda- 
zioni alle quali la città era naturalmente soggetta. Epperò fu prefe- 
rito il secondo progetto. 

Allora Narciso fece incominciare il traforamento della montagna 
di Salviano, mentre più che 30,000 operai venivano impiegati allo 
scavo del gran canale sotterraneo, che dovea correre fino al lago 
di Liri, e che da quel punto prese nome di Scaricatoio di Clau- 
dio. EU'era un'impresa gigantesca, e senza Jdubbio una tra le più 
meravigliose opere dell'antichità, imperocché si dovesse attuare la 
congiunzione per una lunghezza di oltre 21,000 palmi (5,600 metri) 
attraverso una montagna altissima, tutta di roccia calcare compatta, 
e ad un livello di 300 palmi circa (80 metri) al di sopra della su- 
perficie delle campagne. 

È agevole farsi ragione degli ostacoli che i Romani dovettero 



INTBRBÀMENTO DBL LAGO DI FUCINO 99 

superare; privi com'erano di istrumenti, ignari di nozioni geodeti- 
che, e dei processi e agenti meccanici, che oggidì han reso fami- 
gliari a noi consimili lavori, furono costretti di ricorrere a mezzi 
empirici, lunghi e dispendiosi, di andar tastoni, spesso ingannandosi, 
emendando o bene o male i proprii errori, lottando insomma con ener- 
gia e sagacia contro difficoltà d'ogni fatta. 

Narciso però non mirava se non al guadagno in quest'opera gi- 
gantesca, alla quale un uomo d'ingegno avrebbe consacrato tutta 
la vita per condurla felicemente a fine, e così illustrare il proprio 
nome: esso esclusivamente curandosi di arrivare all'inaugurazione nel 
termine assegnato, non temette di sacrificare la vita di più che 50,000 
operai che perirono nel lasso di undici anni. Ma non basta, che sti- 
mando non si dover trascurare in un negozio anche i minimi profitti, 
egli specula su tutto. Si fa fabbricatore dì mattoni; ma invece di fabbri- 
carli con coscienza e fornire una manifattura buona e durevole, som- 
ministrò mattoni di pessima qualità; e così fu di tutti gli altri materiali 
impiegati nella costruzione dello scaricatoio. Non è pertanto a mera- 
vigliarsi se, al momento della inaugurazione dei lavori, presenti 
Claudio ed Agrippina, Narciso vedesse fallire i suoi computi e le 
sue speranze. 

Ecco come Tacito descrive questa soleiinità. 

e In questo tempo fu tagliato il monte tra il lago Rossigliano 
f (Fucino) e '1 Garigliano (Liri), perchè più gente vedesse la magni- 
« fica battaglia navale ordinata in esso lago, a concorrenza di quella 
f che fece Augusto nel pelago da lui cavato di qua dal Tevere, ma 
« con meno legni e minori 

« Fatta la festa, fu dato l'andare all'acqua, e scoperto l'errore 
f dello spiano, non livellato al fondo né a mezz'acqua del lago. Onde 
f poi lo raffondò, e per ragunar di nuovo il popolo, gittativi sopra 
€ i ponti, vi fece una festa d'accoltellanti a piede. Ove apparec- 
€ chid un convito allo sbocco dell' acqua , che sgorgò con tal 
e furia che si trasse dietro le cose vicine e smosse le lontane. 
< E ogn'uno stordì per lo remore; e Agrippina servendosi dello spa- 
f vento del principe, voltasi a Narciso, soprantendente dell'opere, 
€ disse averla lui fatta male in prova, per farne bottega e ru- 
cbare (1) » 

Agrippina, madre di Nerone, che odiava il favorito di Claudio e 
n'avea ben d'onde, essend'egli oppostosi forte a che l'imperatore la 
disposasse, colse di buon grado il pretesto del mancato scorrere del- 
Vacque nello scaricatoio per poter nuocere a Narciso, e nulla sparmiò 

(I) Tacilo, Annali, Lib. XII, cap. LVI e LVII. Trad. Dayanzati. Firenze, 
Lemonnier 1852. 



100 BIVISTA OONTBMPOBANBA 

per perderlo nell'animo imperiale. Ma Narciso che conoeceva meglio 
d'ogni altro Claudio, non durò fatica a giu8tifical:^i, e incolpando di 
tutto gli operai, comandò se ne giustiziassero alcuni per placar Tira 
degli Dei e di Cesare, e fé' ripigliare alla meglio i lavori. Poco omai 
gli importava dell'esito. La clausola del decreto di nomina diceva, 
che se in undici anni l'opera era condotta a tale da dare corso alle 
acque, cinque milioni di sesterzii gli sarebbero toccati in sorte. U 
suo scopo era ottenuto, poiché l'acqua era corsa. Le sue azioni ave- 
vano raggiunto il premio, anzi avevano guadagnato in valore, ed eì 
ne fruiva la differenza. Che potea dunque desiderare di più? 

Or non c'è forse moltissima analogia fra codesto Narciso e i nostri 
speculatori moderni? Come oggi, al tempo dei Romani, era costume 
prevalersi dello stato proprio per farsi aggiudicare un'impresa, alla 
quale il concessionario , per la natura del pròprio ufficio , dovea 
nondimeno parere estraneo, e per conseguenza incapace. Ma non è a 
fame le meraviglie. Co^ì fu in ogni tempo, e il secolo xix s'assembra 
in molta parte alla più gloriosa età romana, e in uno all'èra più vergo- 
gnosa e immorale. Narciso s'ebbe e s'avrà sempre non pochi imitatori. 
Per loro, ingannare, rubare, spogliare lo Stato, lungi dall'essere una 
colpa, un delitto, è una pro^a di bravura, di intelligenza dei tempi, 
di animo forte e spregiudicato, la quale dovrebb'anzi rimeritarsi 
d'una corona civica. 

Lo scaricatoio incominciato da Claudio non fu punto compiuto in 
ogni sua parte, e Nerone, secondo narra Plinio, mosso da una bassa 
invidia contro la memoria di colui, cui doveva l'impero, abbandonò 
quell'opera che poco dopo cadde in rovina. Le storie non ne parlano 
più fino ad Adriano, che, riparatolo, lo tornò all'uso suo primo. Di- 
verse iscrizioni rinvenute sul territorio d'Avezzano attestano sifEatto 
ristauro, e contraddicono a coloro che asserirono lo scaricatoio non 
essere mai stato idoneo allo sgorgo del lago di Fucino. Simile opi- 
nione, nata dalFinterpretazione di certi passi piuttosto oscuri in qual- 
che storico, d'altronde smentita da altri, è tanto più fallace che negli 
ultimi tempi si è potuto accuratamente ispezionare l'opera in ogni 
sua parte, e constatare la buona esecuzione e l'esattezza dei lavori. 

Caduto l'impero romano, l'Italia non fu più che un ammasso di 
rovine, sotto le quali si sepellirono colla civiltà le scienze , ]e arti e 
que' magnifici monumenti che l'aveano fatta la regina e la mera- 
viglia del mondo. Lo scaricatoio corse la sorte dei palazzi e dei 
templi di Roma ; venne ben presto ricolmato ; e fu colpa del tempo e 
degli uomini spesso più distruttori di lui. Nullameno nel secolo XIII, 
l'anno 1240, Federico li ne ordinò lo scavamento e il ristauro. Ma 
i lavori di riparazione ripeterono tutti i vizii e i difetti dell'igno- 
ranza d'allora, sebbene per verità con quel lavoro non s'intendesse 



INTBBRAMBNTO DEL LAGO DI FUCINO 101 

che di ricuperare i terreni sommersi, e contenere costantemente il 
Iago nelle sue sponde, affine di proteggere dalle inondazioni i teni- 
menti vicini. 

Alfonso I d'Aragona vi fé' altresì alcuni lavori, ma l'opera mal 
curata , relitta per negligenza ed imperizia degli uomini , ogni di 
più deperiva. Da Alfonso fino al principio del secolo XVII progredì 
la rovina. 

A quel tempo un principe della Casa Colonna, signore del paese, 
volle tentare l'impresa : i comuni limitrofi gli si unirono ; ma i la- 
vori poco durarono per difetto di denaro. 

Passò lungo lasso di anni , durante i quali il livello del lago 
restò pressoché uguale, e i proprietarii lungo le rive si credettero in 
salvo da nuove inondazioni. Finalmente le acque tanto scemarono, 
sotto il regno di Carlo III, da scoprire le rovine dell'antica Valeria 
Marruvio, inghiottite da secoli (1), tra le quali rovine si trovarono 
le statue di Claudio, di Agrippina e di Nerone, che vennero tras- 
portata al palazzo di Caserta. Le inondazioni ricorsero più tremende 
dal 1783 al 1787 , e invasero le terre migliori , cioè le più pros- 
sime al lago. Il re Ferdinando I, tocco da tale disastro e dalla 
squallida miseria che incumbeva sugli abitanti del paese, condonò 
loro le imposte, e giusta il progetto di un prete per nome LoUi, 
volle riaprire lo scaricatoio sepolto sotto gli scoscendimenti di terra. 
Fu poscia preferito il progetto dell'architetto Ignazio Stile, e nel 
1790 incominciarono i lavori, che furono continuati per due anni 
finché i cattivi metodi usati dagli ingegneri, e soprattutto il loro 
disaccordo, ne causarono la sospensione. Gli avvenimenti politici che 
si succedettero in Europa nel corso di 20 anni, e forse meglio ancora 
le collisioni dei diritti privati, malgrado reiterati tentativi, impedirono 
che l'opera fosse ripresa prima del 1825. 

Finalmente gl'ingegneri incaricati a quel tempo dell'impresa, la 
proseguirono con solerzia somma, e dopo parecchi anni, lavorando 
indefessamente e con rara abilità, giunsero a scavare lo scaricatoio da 
un capo all'altro. Allora soltanto fu dato di formarsi un'idea esatta 
dello stato dei lavori da eseguirsi, dei vantaggi e delle spese che 
ne dovevano derivare, e si tracciò con precisione un rilievo topogra- 
fico complessivo e parziale. 

n govèrno bramoso di incrementare la fortuna pubblica, resti- 
tuendo all'agricoltura tanti terreni perduti, nonché di farla finita 

(1) Il lago di Fucino, per esser cessato lo sgorgo deiracque, sommerse 
tre città e un gran numero di ville che sorgevano sulle sue sponde. La 
storia ci ha conservato il nome delle città, e sono Valeria o Marruvio, 
Penna e Archippe, che devono contenere un tesoro di antichità non meno 
preziose che quelle di Pompei. 



102 ' RIVISTA CONTBMPORAMBA 

una volta coi mali che desolavano quelle contrade, pensò che in una 
impresa di quella fatta, raggi ungerebbesi più prontamente il fine 
coi capitali e coli 'industria privata che con altro mezzo qualsia. 
Epperò sancì la costituzione di una società anonima, intesa a ristau- 
rare lo scaricatoio di Claudio in tutta la sua estensione, nonché a 
dar sfogo all'acque del Fucino. A questa società dovevasi concedere 
in proprietà assoluta i terreni prosciugati, in compensamento e 
come indennità dei grandi lavori da eseguire. 

Lo scaricatoio di Claudio che mette in comunicazione il Liri e 
il lago di Fucino, ha la sua imboccatura sulla sponda manca di 
quel fiume, un po' al di là di Capistrello: stendesì sopra un piano 
abbastanza vasto, chiamato i Campi Palentini, attraversa il monte 
Sulviano, e sbocca appiedi del suo versante intemo, poggiando la 
testa alla riva occidentale del lago, due miglia e mezzo circa a 
oriente d'Avezzano. Misura il canale la lunghezza di 21,995 palmi 
(5,660 metri) e la larghezza minima di 8 palmi: la sua profondità 
varia dai 10 ai 37 palmi, e il declivio dalla testa alla imboccatura 
è di palmi 27,5 (metri 7,27 cent.). Questa imboccatura stessa so- 
vrasta di palmi ^,5 (metri 11, 11 cent.) al fiume Liri: finalmente 
il corso è sempre al di sotto della superficie delle campagne a una 
profondità mai minore di 300 palmi (metri 80) (1). 

In mancanza dei mezzi impiegati oggigiorno nei lavori di simil 
natura, i Romani, per effettuare il piano del canale, dovettero, a 
partir dalla superfìcie, perforare ad ugual distanza dei pozzi verti- 
dali, dal cui fondo, seguitando la direzione esteriore andavano ad 
incontrare ciascuna uscita intermediaria. Né bastava che codesto 
procedimento fosse lungo e difficile per se stesso, che e' dovevano 
per soprassello vincere gli ostacoli risultanti dalle qualità diverse 
dei terreni, i quali differenziano tra loro dalla pietra calcare com- 
patta all'argilla pura. Ignari della polvere da cannone, a forza di 
scalpello si facevano strada nella roccia, e in difetto di bussola che 
li guidasse nell'oscurità sotterranea, soventi errarono la direzione, e 
furono costretti a rimediarvi poscia. 

Oltre ai pozzi verticali, che sono 32 dall'imboccatura alla testa 
del canale, oggi quasi tutti ostrutti, si aprirono dei corridoi obliqui, 
addomandati Cunicoli ^ che servivano a comodo dei numerosissimi 
operai impiegati nel lavoro, e in pari tempo giovavano all'introdu- 
zione e circolazione dell'aria, la quale troppo presto e facilmente si 
rendeva mefitica, in que'luoghi profondi, in quelle latebre della 
terra, per la presenza di tanti e tanti uomini, e per la combustione 
delle faci destinate a rischiararli. 

(1) Queste misure furono da noi prese e copiate sul piano tracciato nel 
1825 dall'ingegnere del goTerno Afais de Rivera. 



iktbbbàhbnto dbl lago di fucino 103 
Da Capistrello alla riya del lago, il canale attraversa diverse specie 
di terreni misti, nell'ordine e proporzioni seguenti : 

A Roccia calcare compatta . . . Palmi 2411 Metri 637,83 

E Masse splide di grandi pezzi di roccia > 1021 » 270,10 
C Strato spesso di terra argillosa, di cui 

286 p. 7 m. 65 cent, rivestiti di 

mattoni » 3276 » 866,66 

E Masse solide di grandi pezzi di roccia > 172 » 45,50 

A Roccia calcare compatta .... » 2847 » 753,17 

E Massi solidi di grandi pezzi di roccia » 320 » 84,65 

D Argilla franata, rivestita di mattoni > 3008 » 795,77 

A Roccia calcare compatta .... » 3259 » 862,16 
B Rottami misti d'argilla di consistenza 

solida > 1484 » 392,59 

B Id. meno consistente .... » 1514 > 400,52 

B Id. Id. in parte franati » 910 » 240,74 
D ed E Terre miste di roccia, franate, nella 

proporzione di: 
D Terre 460 p. — 119 m. 04 cent. 

E Rotocie 342 p. — 90 m. 74 cent. » 793 » 209,78 



Totale P. 21,395 » 5,660 — 



Ne risulta che sommando i terreni per qualità essi sono distri- 
buiti alla maniera seguente nello intiero scaricatoio * 

A Roccia calcare compatta . . . Palmi 8517 Metri 2253 — 

B Rottami e terreni di consistenza diversa» 4288 > 1134,20 

C Strati spessi di terra argillosa . . » 3276 > 886,70 

D Terre e argille > 8458 » 915 — 

E Masse solide di roccia » 1856 > 491 — 



Totale Palmi 21,395 Metri 5,660 — 

A tutte queste diverse parti dello scaricatoio necessitano lavori 
di ristaurò e di ampliamento. Gli anditi che percorrono la roccia 
calcare (A) , i massi solidi di gran pezzi di roccia (E), gli spessi 
strati di terra (C) e i rottami (B) hanno bisogno di essere ingran- 
diti, regolati e per qualche parte sostenuti con murature. In quella 
parte che attraversa l'argilla pura (D), e che oggidì è quasi total- 
mente interrata da'scoscendimenti consecutivi, si aprirà un nuovo 
corridoio. Questo ultimo andito è quello appunto che fin dal prin- 



104 RiyrSTA contbmpobanba. 

cipio pìik si scostò dalla lìnea retta, secoDdata con sufficiente regola- 
rità nel rimanente della galleria, ed è altresì solcato da numwosi 
bulicami d'acque, dimodoché queste non trovando che un difficile 
afogo, hanno mollificato il terreno, rendendo più arduo il lavoro che 
altrove. Sarà pertanto più utile e men dispendioso aprire in questo 
sito un nuovo corridoio, più diritto e corto deirantico, e nel quale 
sarà fatto di rinvenire dei terreni più compatti. Finalmente l'ultima 
parte (D ed E) che comprende delle terre miste a massi di roccia, 
è totalmente colmata, e quindi a riforsi di pianta. Lo scaricatoio 
per tutta la sua lunghezza avrà un declivio regolare e un'apertura 
costante; lo sfogo dell'acque sarà regolato e contenuto dalle cate- 
ratte airingresso dello scaricatoio, affinchè nelle stagioni piovose 
non possa alzarsi che fino a un certo livello. A questo modo la 
pressione dell'acque correnti uon potrà difficoltare i lavori, e Tacqua 
verrà condotta alle cateratte, mediante un canale cavato nel letto 
del lago, dalla testa dello scaricatoio fino alla parte più bassa del lago 
medesimo. 

Il bacino del lago di Fucino è poco profondo, se si riguardi alla 
sua estensione. Le terre che cominciano appiedi delle montagne, se- 
guono un piano dolcemente inclinato fino al punto più basso del 
lago, situato, come fu detto, a 44,000 palmi o 11,640 metri dalla testa, 
dello scaricatoio. Ne conseguita che un qualunque accrescimento 
nel volume dell'acque, basta a farle dilagare sopra un vasto territorio. 
Nel 1835, nel qual anno fu compilata la carta che ci serve di guida, 
le acque toccarono il minimo livello di cui s'avesse fin là conoscenza, 
e gli scandagli non diedero che una profondità mf^ima di 39 palmi 
(m. 10, 30 cent.). Il governo profittò di questa circostanza per fis- 
sare i limiti del lago e delle sue dipendenze, e descrivere i confini 
delle proprietà circonvicine. A base di tale definizione servirono quelle 
portate dai rilievi catastali del 167& e del 1740. Consta da siffatto 
lavoro che la superficie del lago, qual è presentemente, equivale a 
miglia quadrate 42,36 o a 2,883 moggia napoletane, corrispondenti a 
2,207,554 moggia legali (14,556 ettari, 81 are). Mentre esegui vasi 
quel lavoro, il lago non misurava che una superficie di 38 miglia 
quadrati 9,248 o 39,405 moggia napoletane, e lasciava scoperte circa 
8,478 moggia napoletane di terra. 

Poscia s'alzò progressivamente e non solo ricoverse quei terreni, 
ma invase le possessioni particolari limitrofe, di cui una porzione ò 
tuttavia sommersa per la stesa di circa 2900 moggia napoletane, che 
appartengono anch'esse alla concessione, sendo però fatto obbligo o 
al concessionario di reintegrare i proprietarii , o a quest' ultimi di 
pagare la bonificazione dei proprii terreni alla Compagnia. 

Quanto finora abbiam detto , è sufficiente a fornire un concetto 



INTSBRAKBNTO DBL LACK) DI FUCINO 106 

sommario dei principali lavori eseguiti per T interramento del lago di 
Fucino. Ma innanzi di procedere nella descrizione tecnica e alquanto 
arida dei lavori, stimiamo utile di dare una rapida occhiata al paese, 
ai suoi mezzina! suoi abitanti, afiine di far comprendere appieno l'im- 
portanza di quest'opera capitale. 

Abbondano in quella contrada tutti i materiali necessarii; la terra 
da mattoni, la pietra da calce d'ogni maniera, la pozzolana, il legname 
da costruzione e da bruciare, colà o a poca distanza si trovano, ed è 
agevole procurarsi abili operai d'ogni mestiere dal muratore al fale- 
gname e al legnaiuob. Malgrado il flagello che di continuo minaccia 
il paese, la sua fertilità vi fé' sempre concorrere numerosi abitanti, e 
le sponde del lago sono molto più popolate che per avventura non si 
creda. Avezzano, capo luogo del distretto , Pescina e Celano sono 
centri di qualche momento, ed otto o dieci altri luoghi, comechè meno 
importanti ; contano tuttavia una popolazione che può essere vantag^ 
giosamente adoperata, e dalla quale l'impresa può traire un prezioso 
partito (1). Il popolo è generalmente laborioso, e gli uomini in difetto 
di lavori che li tengano a casa, vanno a cercarsi ogni anno a Roma o 
a Napoli un'occupazione, che presceglierebbero senza dubbio di tro- 
varsi in patria. 

Ecco il magnifico e splendido quadro che fa di questo paese uno fra 
i più egregii scrittori francesi, Giorgio Sand ; e noi stimiamo cosa 
ottima riferire quelle due pagine stupende : 

e Paese aspro in uno e ridente; ma l'asprezza vi predomina, e 
il sorriso vi è un tantino forzato. Il clima estremo ; freddissimo Tin- 
vemo, la state caldissima. L'uva vi matura a stento, e dà un vino 
molto acre, di cui gli abitanti abusano non poco , come in tutti i 
luoghi ove nasce cattivo vino. I culmini delle montagne sono spesso 
avvolti di gelidi vapori, e quando, il vento ne li spazza via, la pioggia 
va a fermarsi nei bacini. Alla stagione in cui siamo, la è una con* 
tinoa stranezza di combinazioni, un accavallarsi di nubi fantastiche, 
e subite eclissi di sole , e quindi splendori cosi freddamente sereni 
che ti trasportano a sognare quell'alba prima del mondo, quando la 
Imce fu ftitta, vale a dire, quando l'atmosfera terrestre sbarazzata 
dalle tempeste, lasciò penetrare i raggi del sole sul giovine pianeta 
abbagliato. Esisteva allora l'uomo ? È un'ipotesi. 

e Bensì esisteva all'epoca in cui queste terribili lave che mi 
attorniano, hanno invaso e sconvolto il terreno. Ossa umane allo 

(I) Ecco i nomi dei paesi colla cifra della relativa popolazione : Avez- 
zano 4718— Trosano 1351 — Luco 2655 — Collelongo 2026 — Viilavalle- 
loDga 1808 — Celano 6525 — Azelli 1483 — Ovindoii 1865 — Pescina 4359 
— Cerchio 1499 — Collemerle 1453 — OrCona o Marsi 2658 — Yisegna 
1263 — Oriuochio 1225. 



106 BIVISTA CONTBMPOBANBA. 

stato fossile furono rinvenute alle falde di una montag^na vicina, 
sotto i basalti e le scorie in un ammasso di breccia compatta; erano 
le reliquie di un vecchio e d'un fanciullo. Dunque Tnomo fu spet- 
tatore dei grandi drammi della natura, la cui tradizione era stata 
di tal modo obliata , che non ci volle meno a ripristinarla che tin 
decreto della scienza moderna. 

t Ma quello che più mi monta, è di cercare negli esseri presenti 
la traccia delle vicende sociali. Io trovo qui una razza caratteristica, 
che armonizza fisicamente col stiolo che la sopporta: scarna, triste, 
rude e quasi angolosa nei suoi modi ed istinti ; ma sopratutto vi 
scorgo la viva impronta del regime feudale : un cieco spirito di 
sommessione, che reagisce costantemente contro un feroce spirito di 
rivolta; una lotta fra la superstizione che accetta tutti gli errori, e 
le passioni violente cui la superstizione dà ansa. In nessun luogo 
il potere del prete è più assoluto, e in nessun luogo la rea- 
zione rivoluzionaria contro il prete fu e sarà forse più brutale un 
giorno. 

tSe io riandai col pensiero la campagna di Roma descrivendo il 
bacino d'Avezzano, che pur ne differisce essenzialmente, fu perchè 
vi ho notato una certa analogia: non già l'analogia fisica di quel 
tempio che primeggia nel quadro per lo stile severo e l'audace 
giacitura, non men che quello di Roma spicchi nel circostante de- 
serto per la gigantesca sua mole ; bensì un'analogia intellettuale e 
morale nell'indole delle due popolazioni. 

t Se ne eccettui la importante differenza, che sorge dalla bramosia 
del guadagno e dall'amore al lavoro proprii dei montagnari, troverai 
qui una grande somiglianza con moltissime popolazioni degli Stati 
romani. Il culto appassionato delle imagini, residuo dell'idolatria 
pagana, la stupida fede nei piccoli miracoli paesani, i vizii monacali, 
l'odio e la vendetta primissimi affetti, ecco non i caratteri dell'a- 
bruzzese odierno (che da quarant'anni in poi s'è già dirozzato di 
molto) ma le memorie che la sua storia e i suoi monumenti rive- 
lano ad og^i linea e ad ogni passo. 

e La breve cerchia delle sue montagne protesse i più insolenti 
ladronecci del feudalismo e le più rapaci dominazioni del clero. 
L'Abruzzese ne sofferse fuordubbio, ma vi contribuì nondimeno, e 
la sua devozione e i suoi costumi portano tuttavia il marchio delle 
lotte violente e delle barbare credenze del medio evo 

e Una divinità dell'antico Egitto, trasportata, secondo dicono, 
di Palestina dal Buca di Sora, è l'idolo che la rivoluzione ha osato 
di infrangere dopo una venerazione secolare. Fu inaugurata una 
nuova Vergine Nera^ ma si constatò che essa è apocrifa, ed opera 
meno miracoli dell'antica. Fu gran ventura che nel tesoro del 



INTBBBAHHNTO DSL LAOO DI FUCINO 107 

Duomo 8i conservassero i cerei recatisi in mano dagli angioli, quando 
scesero dal cielo per collocarvi da loro stessi la statua d'Iside sul- 
l'altare. Godesti cerei si espongono alla venerazione dei fedeli. E 
quanto alla religione, basterà. 

e ÀUa taverna la è un'altra cosa. Ognuno si porta il proprio col- 
tello a guaina, e lo conficca per la punta sotto la tavola fra le 
proprie gambe, dopo di che si discorre : e cioncano, garriscono , si 

riscaldano e si scannano Tanto sia detto per gli istinti. 

I quali, la Dio mercè, ogni dì più si ammansano ; ma nell'anno di 
grazia 1862 non sonosi ancora inciviliti, talché i piaceri tengono 
pur sempre alcun che di feroce. Le donne ne sono però eseluse, che 
i preti vietano ad esse la danza e fino il passeggio in compagnia 
del sesso virile. Gli uomini adunque ni un freno hanno, niun rispetto, 
ni una delicatezza nelle loro relazioni: generalmente reluttano all'au- 
torità diretta del prete, e gli abbandonano in balìa le proprie donne: 
ma vive pur sempre in essi la passione deUe guerre religiose, onde 
si bisticciano sul dogma col bicchiere alla mano, e non di rado si 
uccidono. Codesto può servire alla storia. 

t Quanto alle abitudini, esse sono la manifestazione di questa vita 
passionata e violenta. La rozzezza delle idee produce quella dei co- 
stumi: e l'uomo che male interpreta lo spirito di religione, inter- 
preta male anche la vita pratica, e se medesimo snatura. 

« Hannovi nel paese, malgrado l'aridità di molta parte della sua 
superficie, dei mezzi immensi : vene di terreno d'una fertilità prodi- 
giosa, pingui pasture e molto buon volere nei lavoratori della terra ; 
ma i paesani (parlo di quelli che possedono quanto coltivano, pe- 
rocché la miseria mette gli altri all' infuori del desiderio) nulla frui- 
scono, e di nulla par che bisognino. Le loro case sono incredibilmente 
indecenti : le soffitte in graticolati di panconcelli servono di ricet- 
tacolo a vettovaglie di ogni maniera, miste a tutti i cenci di casa. 
Entrandovi ti senti affogare dal tanfo di lardo rancido, unito a 
quello di tutte immondezze, penzolanti di là a. foggia di lampade ; 
e vedi in un fascio le candele colle salciccie, la biancheria sporca e 
le scarpe vecchie col pane e la carne. La costruzione di molte case 
arieggia più la fortezza e l'accampamento che l'abitazione ordinaria : 
la parte superiore elevasi sopra un'alta base, e raccogliesi sotto un 
tetto schiacciato, sul quale ascendesi con delle scale. In una di queste 
abitazioni entrai per caso, e vidi devote immagini dappresso a lubrici 
quadri, abbenchè per vero fosse una specie di locanda, un luogo 
di riunione, ove le donne non ponevano mai piede. Stetti ascoltando 
dei paesani che bevevano. I loro parlari s'assembravano alle imma- 
gini pendenti dai muri: erano un assieme di giuramenti sulle cose 
sacre e di oscenità grossolane : nuova analogia col lingoaggio pae« 



108 BinSTA OONTBMPOBÀNBA 

sano dei dintorni di Roma. In verità pare che allo zelo soverchio per 
le forme esteriori del colto, s'accompagni sempre un gran bisogno 
di bestemmie. 

e Io accenno sempre ai paesani della montagna, poiché quelli che 
più s'appressano al centro del bacino e delle sue città sono meglio 
inciviliti. Del resto si negli uni che negli altri, siccome nei Romani, 
io traveggo e discemo delle pregevoli qualità. E' sono probi ed alteri: 
nessuna servilità nelle loro accoglienze, e nell'ospitalità loro un fare 
grandemente sincero. Per certo nell'anima loro riflettonsi la beltà 
e l'asprezza di quel cielo e di quella terra. Quelli Ara dessi che sono 
credenti senza ipocrisia, non devono esser pii e religiosi a metà, e 
quelli che hanno un po' viaggiato o ricevuto una qualche istru- 
zione pratica, favellano con certa franchezza un po' boriosa, che non 
ispiace a chi sia alieno da pregi udizii di razza 

e Le donne hanno tutte un'aria arditella e cordiale : io le stimo 
buone e impetuose, ned è tanto la bellezza quanto la grazia che fàccia 
loro difetto. Il cappellino di feltro nerb, che portano in testa ornato di 
conterie o di piume, conferisce ai loro volti certa vivacità, se son gio- 
vani, certa autorità, se son vecchie ; ma troppo tien del maschile. 

e Le spalle larghe e quadrate, mal rispondono al gracile corpo, e 
la nessuna pulitezza rende disgustoso agli occhi il loro abbigliamento. 
Nella montagna Canno gran mostra di stracci in colori, sopra lunghe 
gambe nude e infangate; ciocchò non toglie che al collo e agli orecchi 
vadano adorne di smanigli d'oro e fin di diamanti : contrasto di lusso 
e di miseria che mi ricordò i mendicanti di Tivoli... » 

Nessuno potrebbe dare una descrizione più esatta e viva con mag- 
gior splendore di stile, e noi siamo lietissimi di aver riportato questa 
pagina del grande scrittore. 

Feraci oltremodo, siccome sopra abbiamo detto, devono essere 
le terre che formano il fondo del lago di Fucino, ed il terreno che 
lo circonda, lo prova abbastanza. D'altronde deposte, come furono, 
per lasso di secoli, dall'acque che ve l'hanno condotte d'ogni 
punto del territorio, sonosi commiste con le sostanze animali e ve- 
getali che il lago ha ricevuto nel suo seno , antecipandone altresì 
la decomposizione. NuUameno qualunque possa essere la loro eccel- 
lenza, si penserebbe a torto che le potessero immediatamente venir 
comparate alle altre, e trovassero per or acquirenti. La loro lunga 
immersione necessiterà dei lavori di acconciamento, che attribui- 
ranno tanto più di valore ad esse, con quanto più di abilità sa- 
ranno condotti gli antedetti lavori; e questo secondo compito della 
Compagnia non è già meno importante del primo, imperocché da 
esso dipende una i»ù pronta ed utile attuazione dei beneflcii sociali. 

Da troppo tempo il lago nuoce ai tenìmenti che lo attorniano ; 



INTBRBÀMraiTO DEL LA0O DI BUCINO 109 

troppo spoBSO distrasse la fortuna degli abitatori delle sue rive, an- 
che quando si stimavano più sicuri che mai, perchè i giusti timori 
da lui incussi possano svanire nei primi tempi della sua decrescenza, 
e perchè i capitali possano concorrere su quelle terre, che tanti ne 
hanno sprecati altre volte. Non prima adunque che sia trascorso qual- 
che tempo, e quando la popol^ione del paese sarà ben convinta che 
lo scaricatoio offra uno sbocco sufficiente a tutte l'acque che potes- 
sero affluire, nascerà la fiducia, e le terre troveranno acquirenti* 
Questo tempo indispensabile dovrà essere usufruttato ad ammogliare 
le condizioni delle terre: le sorgenti che esistono nel lago, le cor- 
renti d'acqua che oggi vi si gittano entro, se governate con intel- 
ligOQza, saranno potenti ausiliarii alla prodazione. Una coltivazione 
appropriata a tutti i varii terreni, e che seguisse gradatamente il 
loro ammegliamento rispettivo e proporzionale ; delle piantagioni di 
alberi razionalmente scelte alla consolidazione e salubrità delle terre ; 
una sufficiente quantità di animali, il cui letame riscalderebbe quelle 
partì di terreno che la sommersione raffreddò di soverchio, e rende- 
rebbe fruttifere in carne e lana le erbe delle praterie, prodotto primo 
della terra; tutto ciò diciamo non tarderebbe a risarcire la Società 
dei sacrificii patiti, in attesa dei beneficii effettivi che a buon diritto 
le spettano. 

Codesti mezzi non sono i soli d'altronde, sui quali la Società deva 
fare assegnamento ; imperocché se è d'uopo di certo tempo perchè i 
terrieri possano credere all'efficacia dello scaricamento del lago, e' son 
per contro tutti disposti a prendere in appalto le terre liberate dal- 
Tacqua , da molto tempo ne conoscono la grande fertilità , anzi le 
'affittano dapertutto facilmente, e in certi siti a carissimo prezzo (1). 

Del resto la direzione dei lavori di riduzione che abbiamo segna- 
lato, è per avventura men dispendiosa che la non potrebbe parere 
sulle prime : soventi volte in Inghilterra è assai più facile ed econo- 
mico il fare a nuovo che il ristaurare: tutto dipende dal punto di 
partenza, e se il progetto è ben ideato e chiaramente formulato, non 
si richiedono ad attuarlo che dei lavori molto semplici sotto una 
sorveglianza savia e solerte. In un paese dove gli uomini sono in- 
tellig^ti e laboriosi, è agevole di dar loro un buon impulso, se il 
loro interesse medesimo ve li determini naturalmente. Il territorio 
d'Àvezzano è ben lontano dal rendere prodotti adeguati alla sua 
potenza : la coltivazione vi è mal diretta, le terre mal preparate, scarso 
il bestiame, le piantagioni poco idonee e mal ripartite. Senza dubbio 
ne son molte le cause, le quali cominciano già per la maggior parte 

(1) Nel territorio di Ortucchio furono affittate» il prim'anno, delle terre 
lasciate asciutte dal lago, fino a 14 ducati 1(2 per coppa. La coppa di 
Avezzano equivale a 0,7225 di moggio legale. 



110 RIVISTA OONTBHPORANBA 

a cessare, ed anzi alcune più non esistono, abbenchè gli effetti con- 
tinuino ancora. Fra quest'ultime possiamo accennare il difetto di co- 
municazioni, dacché 11 paese non ebbe fino al dì d'oggi nessuna 
strada carrozzabile. Perduto in mezzo delle montagne, unico veicolo 
v'erano gli animali da soma, e per soprassello i sentieri che dove- 
vano battere erano impraticabili quasi tutto l'inverno. Presente- 
mente la strada da Sora ad Avezzano, offre comode vie per girare 
il paese; ohe non tarderà a sentirne i beneficii. 

Le terre comprese nei limiti della concessione fatta alla Compagnia, 
si estendono, come abbiamo indicato, a 2,207,554 moggia leggali 
(42,883 mogg^ia napoletani o 14,566 ettari), eccettuate le terre poste- 
riormente invase dall'acque, e sulle quali la Compagnia ha dei diritti 
da far valere. Il valore d'un moggio napoletano varia in questa re- 
gione da 80 a 100 ducati : prendendo a base il valore minimo, i terreni 
costituenti la proprietà della Compagnia, dopo il prosciugamento, 
costeranno 3,430,640 ducati, o 15,000,000 di franchi circa. 

Bisogna por mente che la configurazione del letto del lago è atta 
a facilitare un sistema d'irrigazióne, mediante il quale il valore delle 
t^rre aumenterà non poco, e che tutte quelle terre formando il fondo 
di una valle, hanno di per se stesse un prezzo maggiore dell'altre 
che stanno intomo, mentre è altresì mestieri computare le spese di 
riduzione, nonché, trattandosi di terre vergini, i prodotti dei ricolti 
pei primi anni. Riassumendo adunque tutto [quanto abbiam detto, 
ne risulta che la Società restando proprietà dei terreni ricuperati 
dalle acque, deve disporre in due parti distinte l'impiego del pro- 
prio capitale e la direzione dei lavori. La prima consiste nel ristauro 
e nell'allargamento dello scaricatoio Claudiano , nella costruzione ' 
delle cateratte e del canale mediano, e finalmente nella totale emis- 
sione delle acque del lago. La seconda riflette lo acconciamento, l'ap- 
palto, l'abile distribuzione degli utili ricavabili dal suolo e dalla na- 
tura del paese sull'intero territorio. 

Per tal modo il prosciugamento del lago di Fucino ha precipuo 
scopo di restituire airagricoltura da 16,000 a 17,000 ettari di terre 
feracissime, quasi di continuo tolte all'industria e coverte dalle acque 
che vi occupano un bacino di circa. 65,000 ettari, lasciato dalla natura 
senza uscite né comunicazioni visibili colle correnti d'acqua delle 
valli limitrofe. La qual mancanza di sfogo assoggetta il lago a tutta 
l'intensità dei fenomeni metereologici : la sola evaporazione è norma * 
costante dei suoi mutamenti ; il suo volume e la sua altezza variano 
secondo le volubili condizioni igrometriche dell'atmosfera, ingros- 
sandosi ogni qual volta, a colpa di quest'ultime, non possa svaporare 
una quantità maggiore dell'acqua che il lago riceve, e decrescendo . 
nel caso contrario. La tavola seguente dimostra le altezze del lago 



INTBR&àMBNTO DEL LAGO DI FUCINO 111 

riconosciute colla maggior esattezza dopo il 1783 , e indica quanto 
incostanti ne sieno le variazioni. 

Anni Profondità del lago 

1783 M. 13,49 



1787 




> 


17,36 


1816 




» 


23,01 massimo che si conosca 


1836 




» 


10,23 minimo che si conosca 


1852 




» 


14,06 


1853 




> 


16,18 questo accrescimento av- 
venne in 40 giorni. 


1869 




> 


17,78 


1861 1« 


maggio 


ji 


19,44 



L'accrescimento continua, e a non pochi villaggi popolosi è mi- 
nacciata la 8(Nrte delle vetuste città di Àrchippo, di Peuno e Ma- 
ruvio , che , come dissimo , sparvero inghiottite dalle acque del 
lago. 

I volumi aumentano in proporzioni assai maggiori. Galcolavasi 
che il bacino contenesse: 



Nel 1835 


716,757,300 M. cubi 


1852 


1,123,234,800 > 


1853 


1,430,928,500 > 


1859 


1,818,113,500 f 


1861 in quel tomo 


2,500,000,000 f 



I due livelli del 1816 e del 1835 che hanno fra loro una diflforenza 
di 12 m. 69 cm., segnano il massimo ed il minimo delle mutazioni 
che si conoscano; ma questi limiti non rimasero pùnto insuperati. 
L'autorità degli scrittori antichi, e sopratutto le numerose traccio 
della presenza del lago nel piano d'Avezzano, provano che a più ri- 
prese deve aver tocco lidi più elevati di quelli che occupava ne! 
1816. 

La differenza dei due livelli 'forma intorno al lago una zona di 
3,139 ettari di terra i più fertili di tutto il paese, e suddivisi in 
meglio di 3,600 fondi di proprietà privata; ma que'possessì sono 
pressoché illusorii e di un godimento assai dubbio, perocché dal 
1780 al 1861, vale a dire nello spazio di 81 anni, furono invasi o 
minacciati per 62 anni senza intervallo, mentre per soli anni 19 il 
lago seguì una progressione di decrescenza. 

I tenimenti contermini del Fucino, che gli abitatori credono in 
sicuro dalle sue inondazioni , danno in condizioni prospere , un 



112 BIYISTA CONTEHPOBANBÀ 

reddito corrispondente a un capitale da 2,700 a 3,400 franchi per 
ettaro, e non attribuendo a quelle che giacciono nella zona soggetta 
alle allagazioni, che un valore al di sotto della media di 2000 franchi, 
ne risulta che l'instabilità del lago toglie all'agricoltura un capitale 
di 6,278,000 franchi, jattura che la Marsica sente in maggior grado, 
sendochè la classe indigente vi è in molto numero. 

È dunque chiaro che Tinterramento del Fucino è , sotto ogni 
aspetto, importantissimo. 

Suo scopo infatti è di restituire nel pristino ben essere parecchie 
&miglie spodestate del proprio ; d'assicurare la esistenza a più di 
30,000 braccia, in un paese ove per difetto di lavoro un numero 
quasi uguale ne espatria a una certa stagione dell'anno ; di render 
salubre una vasta contrada, e finalmente di dotare la fortuna pub* 
blica di una rilevante ricchezza. 

I Romani tentando cotesto interramento, ne avevano compresa 
tutta la gravità economica e politica. Fu atto di somma sapienza 
ministrativa quello compito da Claudio imperatore, edificando il fa- 
moso scaricatoio che da lui si addomanda, e che dovea riversare nel 
Liri le acque del lago ; dacché nell'eseguire quel lavoro, il più no- 
tevole nel suo genere fra quanti ci furono tramandati dall'antichità, 
ei non cercò soltanto di schiudere una nuova fonte d^approvigio- 
namento per Roma, ma altresì volle diffondere il ben essere in mezzo 
a una popolazione di spiriti guerrieri, che la miseria incitava alle 
rivolture; ingentilirne i costumi, moderarne gl'istinti, sviluppando 
gl'interessi di cui è fattrice l'industria agricola. 

Dopo 19 secoli, il bene dello Stato e delle popolazioni reclamano 
tuttavolta il medesimo provvedimento. Le infruttuose prove esperite 
da Claudio e ai nostri giorni, in ogni tempo e sotto tutti i governi, 
ne attestano Futilità e la necessità suprema. 

La somma dei lavori eseguiti dalla Compagnia che si tolse co- 
desta impresa gigantesca, il confronto tra le proporzioni e la potenza 
dell'antico scaricatoio col moderno, convinceranno ognuno come 
quest'opera, già celebre a buon dritto presso i Romani, sia pur oggi 
la più grandiosa nella sua specie. E per vero, il lago di Fucino, al 
quale vuoisi dar sfogo, è il massima volume di acqua mediterranea 
e l'emissario odierno il più lungo e largo canale sotterraneo che si 
sia scavato fin qua. 

Cofifronto tra le dmensUmi dei due scaricatoi^ antico e moderno. 
Lavori eseguiti dopo iZ 1853. 

Lo scaricatoio Claudiano che bisognava ricostruire, era stato 
scavato per la prima volta nel 1835 in tutta la sua lunghezza, a cura 



INTEBRAHBNTO DEX LAGO DI FUCINO 113 

dell'ingegnere Afan de Bivera, direttoce generale dei ponti e delle 
strade napoletane: ma i lavori provvisorii di puntellatura che egli 
avea fatti, rovinarono durante i 20 anni scorsi dalla esecuzione loro 
al cominciamento della ricostruzione nel 1853: accaddero scoscendi- 
menti molti e voluminosi; le acque, del lago invasero la parte su- 
periore del canale, e lo scaricatoio ne veniva di bel nuovo quasi 
interamente distrutto e reso inaccessibile quasi per tutta la sua 
lunghezza, la quale dal fiume Liri alla testa del canale sulle rive del 
Iago misura m. 5,679 e 56 cm. 

Il canale attraversa il piano dei Campi Palentini a una profondità 
sotto il suolo che valria dagli 85 ai 120 m. , e il monte Salviano a 
400 m. circa sotto la vetta. I Romani gli aveano data un'apertura 
la cui superficie variava da mi' 14,80 a mi' 4,11. La china comune 
del solaio deUa cateratta era di m. 7, 14 e, ma ripartita irregolar- 
mente presentava in certi siti delle controchine, le cui sommità erano 
più alte che l'entrata del canale, e in diversi punti notavansi delle 
deviazioni non piccole dalla direzione generale. L'uscita dell'acqua 
dallo scaricatoio, supponendo la pressione corrispondente all'altezza 
del lago nel 1835, vale a dire mi* 10,32, doveva essere al massimo 
di mi' 12,384 per secondo. Servendo come canale, in tempi nor- 
mali, con un'altezza di 3 m. d'acqua, poteva dare ogni secondo 
mf 9,120. 

Nel costruire il nuovo scaricatoio fu seguita la direzione dell'an- 
tico, tranne in qualche parte, ove fu forza aprire dei nuovi corridoi 
per riaccostarsi alla linea retta. L'apertura presenta una superficie 
costante di mi* 19,989: il suo declivio è regolarmente di m. 001 e. 
Il solaio della cateratta fu abbassato alla testa del canale di mi* 2,39; 
all'uscita di mi* 0,792, ciocché necessitò in alcuni luoghi una in- 
cavazione di 4 m. 50 e. a causa delle -controchine. Sotto la pressione 
corrispondente all'altezza attuale di 22 m. 86 e, lo sfogo dell'acque 
può salire a mi' 67,506 per ogni secondo : sotto quella del 1835, 
ossia di 10 m. 32 e, salirebbe a mi' 46,616. Finalmente, in tempi 
normali, servendo come canale, con un'altezza d'acqua di mi* 3,80, 
emetterà mi' 28,078. 

Da cotesto cifre numeriche emerge l'enorme differenza che inter- 
cede fra l'opera moderna e l'antica; ma entrando nei particolari, la 
si può valutare ancora più al giusto. 

Lo scaricatoio di Claudio mostrava dei saggi in ogni maniera di 
muratura; ma però, se ne togli quella a rottami di pietra scalpel- 
lati, l'opera reticolare non vi si vedeva per nulla. I pilastri erano 
talvolta in mattoni ; ma più spesso in muratura comune con o senza 
rivestimento di mattoni, le volte e i pavimenti erano per lo più fab- 
bricati con una specie di smalto, in mezzo al quale si veggono tut- 

Mivista (7.-8 



114 RIVISTA CONTEMPOEANBA 

tavia le estremità degl'intavolati. Queste diverse guise di muratura, 
commiste assieme quasi a casaccio, e senza alcun ordine o ragione 
di essere, hanno non poco contribuito ad accelerare la rovina dello 
scaricatoio. 

L'opera moderna è in ogni sua parte fabbricata con pietra calcarea 
scalpellata, di qualità perfettissima. 

I Romani che pur conoscevano perbene le proprietà e l'uso della 
pozzolana, non se- ne sono mai serviti, comechè i loro pozzi ne attra- 
versassero spessissimi banchi. Essa non fu adoperata che nei nuovi 
lavori, nei quali si scrupoleggiò a tal segno da rivestire in mattoni 
un andito della galleria che passava per uno spesso strato di terra, 
abbastanza compatta perchè dopo 1900 anni quel passaggio si rin- 
venisse nel miglior stato di conservazione. I nuovi lavori resero at- 
tivi 18 pozzi, dei quali 12 profondi da 85 a 96 m., e due corridoi 
obliqui [eunicuU)^ di cui uno lungo 180 e l'altro 260 m. 

Ai lavori del Tunnel- non si pose mano che nell'anno 1856: al 
mese di aprile 1860 erasi terminata la galleria per una lunghezza 
di 3,747 m. ed eseguito lo scavo di mi' 84,060,90 in terreni diver- 
sificanti dalla più dura calcare compatta fino all'argilla e alla sabbia 
finissima. 

Per quest'opera venivano impiegati : 

In muratura di rottami scalpellati mi' 14,321,80 

Id. ordinaria. 3,172,82 

Id. in mattoni 1,133,77 

Id. in pietre crude . . . 4,509,58 



Totale mi' 23,137,97 

L'inaccessibilità dello scaricatoio, all'epoca che ne prese possesso 
la Compagnia, aveva reso necessario di istituire i progetti sui piani 
di Afan de Rivera ; e dietro a que'dati calcolavasi uno scavo di mf 
60,955 per l'intera lunghezza dello scariòatoio. Siffatti computi con- 
cernevano soltanto un'apertura di m^* 12 di superficie, ma il rapido 
ingrossare del lago dal 1852 al 1853 persuase tornare insufficiente 
questa apertura: la si è dovuta portare a m[^ 20, e ne risulta che 
appena a due terzi del lavoro, gli scavi eseguiti oltrepassano già di 
mi' 23,105,90 la quantità totale anteriormente computata. 

Secondo questi stessi dati le murature calcolate per l'intera edi- 
ficazione dello scaricatoio ascendevano a m\^ 11,928: a [due terzi 
dell'impresa • codesta somma aumentava di m^* 11,709,97, vale a 
dire del doppio e nondimeno restavano tuttavia a praticare m^* 
1,494,90 di galleria per giungere al punto in cui l'acque avrebbero 
dovuto entrare nel canale. 



INTBBRAMBNTO DBL LACK) DI FUCINO 115 

Da un fli rilevante aumento dei lavori ne conseguitò la necessità 
di accrescere il capitale sociale in considerevoli proporzioni, d'impie- 
gare un tempo molto più lungo, e di assoggettare per ogni rispetto 
la Compagnia a più gravi carichi che la non si fosse aspettati 
dapprima. 

Malgrado le violenti commozioni in cui trovasi la Marsica dopo il 
1860 e il forzato allentare dei lavori durante Tultimo trimestre del 1860, 
il 30 di aprile 1861 la gallerìa era aperta in tutta la sua lunghezza 
e interamente compita sopra m[' 4,284, di cui m}^ 2,184,14 sono in 
muratura di rottami scalpellati, m^* 310 ricoperti di mattoni) e il ri- 
manente ii^ roccia compatta. A quel tempo restavano ancora m[' 842 
di galleria da allargare e cavar nella roccia, e diversi anditi in mu- 
ratura da fabbricare dì pianta. Oltre a questi lavori sotterranei bi- 
sog^nava eseguire alla testa del canale, nel lago, dei lavori di pre- 
sidio e di isolamento, e costruire una diga, per la quale non ci volle 
meno che un assodamento di cento e più mille metri cubi di terra 
e di roccia. 

Queste cifre testificano solennemente la grandiosità del lavoro^ 
che fu Qompiuto senza interruzione e nel più profondo silenzio, in 
mezzo ad ostacoli di ogni maniera, e d'avvenimenti atti a causare 
in via ordinaria un'assoluta sospensione. 

Ci pare di'aver significato a sufficienza il genere e la natura dei 
lavori, e le difficoltà che sì dovevano superare per condurli a ter- 
mine. Il lettore avrà compresa l'importanza dell'interramento, e figu- 
ratasi quella vasta circonferenza di 60 chilometri ieri coperti dal- 
l'acque, ed oggi convertiti in praterie ed in campi, ove le ricche 
messi fruttificheranno Tabbondanza di tutto, mentre prima vi regna- 
vano la sterilità, la carestia e la fame. Allorché quei 65,000 ettari 
ben coltivati daranno dei ricolti che era follia di sperar per lo in- 
nanzi, ed un paese intero destituito d'industria e dì commercio, sarà 
per ciò messo in grado di prosperare mediante lo scambio dei suoi 
novelli prodotti, non si dovrà forse confessare la utilità di questa 
colossale intrapresa? Non è. forse un miracolo che abbiasi potuto 
inaugurare a questi giorni il primo sgorgo dell'acque nello scarica- 
toio? Senza dubbio l'opera non è finita, anzi ne siamo ancora al 
cominciamento, ma non è men debito di ammirare gli sforzi incre- 
dibili che ci vollero per giungere a tanto. 

Per far ben capire al lettore l'indole dei varii ostacoli ed impe- 
dimenti che si frapposero airesecuzione dei lavori^ ci è mestieri 
toccare di alcune particolarità intorno alla costituzione della Com- 
pagnia. Sarà un breve cpnno ed utile ad un tempo, imperocché sia 
codesta una pagina inedita degli intrighi, di cui fu teatro per lo passato 
il Bearne di Napoli. Abbiamo già detto fin dal principio che l'impresa 



116 KIVISTA CONTEMPORANEA 

era stata concessa ad alcuni stranieri in premio di certi secreti ser- 
vigii resi a re Ferdinando II negli anni 1848 e 1849. Costoro non 
avevano alcun credito né politico né finanziario; e nondimeno deli- 
berarono di fondare una Compagnia onde mettere in atto la xsonces- 
sione. Per gran ventura i Napoletani nati fatti per diffidare di qua- 
lunque Compagnia industtiaie, costituentesi con un pretesto più o 
meno industriale e lodevole, e capeggiata da personaggi più o men 
titolati, principi, duchi, baroni, cavalieri ; per gran ventura, diciamo, 
i Napoletani non risposero con molta premura all'appello dei suc- 
cessori e continuatori dell'opera romana. Quelli che avevano arri- 
schiato il negozio, non lo riguardavano che come un affare di Borsa, e 
speravano che un forte premio avrebbe salutato la risurrezione del- 
l'impresa incominciata da Claudio. Ma s'ingannarono. La nuova 
Società venne accolta con indififerenza dal pubblico, e le azioni lungi 
dal guadagnare non trovarono nemmanco acquirenti a una cifra assai 
minore del pari. A dir corto, i consigli di amministrazione e di sor- 
veglianza, i direttori e gli impiegati seppero soli di che colore fos" 
sero le azioni, e di qual forma. Il negozio folli addirittura. In onta a 
ciò, eransi potuti incominciare gli studii dei lavovi, eransi tracciati 
alcuni piani, i conti preventivi erano stati fatti : ma tutto questo va- 
leva a nulla, che il nerbo della guerra, e d'ogni altra cosa, vo' dire 
il denaro mancava. Allora uno dei concessionarii ebbe un'inspirazione 
bellireima, la quale rivelò in lui il vero genio dell^ speculazione. 
Un bel giorno partì da Napoli e si recò a Roma. 

Il principe Alessandro Torlonia è conosciuto per tutta Europa, e si 
sa per tutti- che le sue ricchezze sono ingenti: esse aumentano ogni 
giorno, ma*come ha ragione il proverbio che fortuna non fa felicità, 
il principe Torlonia è una prova vivente di questo vero. Proprietario 
di milioni, potendo soddisfare ogni suo desiderio, e' darebbe, ne 
Siam certi, tutte le sue dovizie per la felicità domestica. Infatti il 
principe ha da lunghi anni la* moglie inferma e priva delle facoltà 
mentali: la sua unica figlia é cieca, sorda e muta; e l'erede d'un 
patrimonio^ la cui ricchezza contasi per decine di milioni, non può 
fruire né colla vista, né con alcun altro umano senso, delle beati- 
tudini di tanta fortuna. Non avevamo dunque ragione di dire che 
la sorte del principe Torlonia non è punto invidiabile? 

Il Direttore dell'interramento del Fucino sapendo tutto questo, pre- 
sentatosi al principe, gli espose la cosa con tutti i suoi particolari e 
le sue conseguenze : esser codesto un mezzo per rendersi immortali : 
tutti quelli che si adoprarono per quel lavoro, esser passati alla po- 
sterità: Narciso, Agrippina, Claudio, Nerone, Adriano aversi un posto 
a parte nelle narrazioni degli storici : Tinterramento del Fucino essere 
impresa dogana del principe, e nel tempo stesso un buon negozio sotto 



INTEBBAMBNTO DEL LAGO DI FUCINO 117 

lo aspetto finanziario: niun altro poter effettuare un'opera cotanto 
grandiosa. Insomma qualche di dopo il principe Torlonia partiva per 
Avezzano, facendovisi accompagnare dal celebre ingegnere francese 
signor di Montricher, a cui Marsiglia deve il magnifico canale della 
Duranza. Il signor di Montricher esaminò tutto, segnò un piano, 
guarenti al principe la buona riuscita dei lavori e la possibilità reale 
di venirne a capo, e finalmente ne assunse la direzione. Il principe 
rassicurato, poiché aveva ogni fiducia nel celebre ingegnere ; lusin. 
gato dal pensiero di illustrare il proprio nome con quell'opera gigante, 
di compiere un lavoro, del quale i Romani non avevano potuto veder 
l'esito, e innanzi al quale 19 secoli si avevano arretrato; il principe, ri- 
petiamo, volendo che la sua fama suonasse alta fra i posteri, deliberò 
di accollarsi il negozio. 

Ma di questo strano affare non fu certo men strano il modo dovuto 
usare dal principe. Narriamo un episodio dei più singolari fra quanti 
possono pingere pib al vivo lo stato di terrore e di suggestione in 
cui giacevano le provincie napoletane. 

La Compagnia formatasi in seguito alla concessione accordata da 
Ferdinando II s'intitolava: Compagnia Napoletana di prosciugamento 
del Lago Fucino e di restaurazione delV emissario di Claudio. L'ammi- 
nistrazione generale erasi allogata in strada Medina n'' 61, ed una 
succursale era stata stabilita in Avezzano. Furono istituiti condigli di 
amministrazione e di direzione, nominati i direttori dei lavori e degli 
affari contenziosi, tutti insomma i moltissimi impiegati ordinari!. Cia- 
scuno si appostò del suo meglio, e fecesi il nido fra tanta moltitu- 
dine di sinecure soavissime. Fra stipendii, indennità e assegni di pre- 
senza, ciascun amministratore s'era fatto un grasso appanaggio, e se 
ne stava in panciolle. Tutti credevano che non la durerebbe molto 
a quel modo, perchè non si aveva alcuna fede nella riuscita dell'im- 
presa, e si opinava che fin dal principio sarebbe stata abbandonata e 
lasciata sospesa. Immagina dunque, o lettore, la dolce e grata mera- 
viglia di quella gente, quando, arrivato a Napoli il principe Torlonia 
col signor di Montricher e col direttore che era andato a cercarlo in 
Roma, nulla fu cangiato, e ciascuno rimase al suo posto. Ed ora senti 
perchè il principe Torlonia lasciasse tutto nello statu quo. 

Ferdinando II era un sovrano assoluto, e come tale un po'capric- 
cioso. Poteva darsi benissimo che un giorno o l'altro si risapesse 
dal re come i lavori progredissero davvero, e la concessione da lui 
accordata, lungi dal restare allo stato di lettera morta, si rendesse 
proficua a coloro ai quali egli avea creduto di gittare un osso nudo 
da rodere, e nulla più : sicché (se ne avevano tanti esempii) Ferdi- 
nando II poteva in quel giorno muover liti e cavilli al principe Tor- 
lonia, cui sarebbe stato forza tacersi, non potendo, povero principe ro- 



118 BIVISTA CONTBMPOBANEA 

mano, lottare con una maestà come quella di Ferdinando II. Laonde, 
per ovviare al caso, il principe Torlonia comprò da solo tutte le azioni 
restate invendute, vale a dire tutte, se ne togli le azioni libere ri- 
serbatesi dai fondatori dell'impresa, i quali però non tardarono a 
cedere anche quelle al Torlonia. Questi sborsò la somma di 5,000,000 
di franchi. 

Più tardi la Compagnia abbisognando di nuovi fondi, si tenne 
una seduta d'azionisti, e il prìncipe attribuì a se stesso, unanima- 
mente, con un sol voto, i 7,000,000 addizionali di cui non si poteva 
W^ senza. E avvedutamente adoprava: conciossiachè se saltava il 
ticchio al re di Napoli di dargli molestia, egli cedeva una parte 
delle sue azioni al portatore a' suoi corrispondenti francesi, inglesi, 
russi, tedeschi, e allora sorgevano contro Ferdinando II gli amba- 
sciatori di tutte le potenze a chiedergli conto delle vessazioni da lui 
t&tter ai loro connazionali. Per tal modo può dirsi che, tranne qualche 
mena sordina, qualche secreta opposizione, la Compagnia non ebbe 
nulla a patire dalla malivoglienza -e gelosia reale. 

La Compagnia adunque restò nominalmente a Napoli: ognuno 
riscosse puntualmente (e questo giovò moltissimo) le proprie prò- 
vigioni; le sedute furono tenute regolarmeilte ; insomma tutto andò 
per lo meglio. Ma la vera residenza delia impresa e la direzione dei 
lavori erano in Avezzano. L'agente del principe era un francese, emi- 
grato dopo il colpo di stato del 2 dicembre 1851, il signor Leone de 
Rotrou. Per dargli maggiore autorità in paese fu fatto eleggere 
agente consolare di Francia. É uomo di non comune intelligenza, 
che l'anno scorso fu creato cavaliere dei Ss. Maurizio e Lazzaro, ed 
era proprio adatto all'ui^po, perchè vivace, solerte, intraprendente, in 
un paese usato di andare a rilento e a camminare a ritroso. Il si- 
gnor di Montricher prese stanza in Avezzano onde dirigere in per- 
sona quell'opera cui si era grandemente affezionato. Sventuratamente 
nel 1858 mori di febbre, lasciando il lavoro incompiuto, ma in corso 
regolare d'esecuzione. 

Oli succedette nella direzione dei lavori un ingegnere di gran 
valore, il signor di Bermoi^, che del resto avea aiutato il signor di 
Montricher fin dal principio dell'impresa; per cui non era già un 
uomo nuovo, ma un continuatore dell'illustre ingegnere, morto a 40 
anni appena, all'apogeo della sua fama, e in tutta la forza del suo 
raro ingegno. 

I signori Brisse, Lavancher, Amedeo Bafa, Edoardo Scheffer ed 
altri furono i collaboratori del signor di Montricher e poscia del si- 
gnor di Bermont; e devesi riferire a loro merito se i lavori prose- 
guirono regolarmente. Eglino se ne divisero il compito. Uno andò 
a Capistrello, e diresse i lavori da quella parte, e curò l'erezione 



INTBBBAMBNTO DEL LAGO DI FUCINO 119 

delle case che per otto anni ricoverarono 2,000 lavoratori: un nuovo 
paese era nato quasi per incantesimo ; chiesa, scuola, case, tutto sor- 
geva in pochi giorni. Un altro fece lo stesso all'Incile, situato sulla 
sponda del lago vicino air imboccatura della scaricatoio, mentre Ca- 
pistrello era posto dall'altro lato di Salviano, all'estremità dello sca- 
ricatoio anzidetto. Altri dirigevano il taglio dei legnami, le fabbriche 
dei mattoni, i cantieri ove si costruivano i carri di trasporto, i va- 
goniy tutte insomma le opere da falegname. Altri infine stabilirono 
e condussero le ferriere , le fonderie ove si colavano le rotaie , ove 
si fabbricavano ì chiodi , gli arnesi , gli stromenti d'ogni fatta. 
Fabbriche di corde, di stoppa, magazsrini, baracche di varie guise 
furono ordinate, erette e costrutte. Finalmente bisognava ingegnarsi 
alla meglio : non ci era modo di procacciarsi dall'interno o dall'esterno 
del reame nulla di quanto fosse necessario. E così sia detto degli 
operai; che convenne chiamar dal di fuori i falegnami, i fabbri ferrai, 
i fonditori, i muratori ecc. onde far apprendere agli incoli jl mestiere 
che s'erano scelto. Per dieci anni non ci fu più emigrazione : tutti i 
montanari e gli uomini e le donne della pianura ebbero lavoro, -e 
4,000 persone vissero di quell'impresa toccando un onesto guadagno. 

Ecco il lavoro gigantesco che fu inaugiltato a questi giorni, o piut- 
tosto il cominciamento di quel lavoro che fu benedetto non ha guari. 
Infatti il bacino che dà l'andare all'acqua, non serve a scaricarla che 
fino a una certa altezza, affinchè una parte della galleria (lunga 410 m. 
tuttavia piena d'acqua, e ostruita dai scoscendimenti) possa per tal 
modo venir essiccata e reintegrata, come il restante dello scaricatoio. 
Oli è da \ma galleria provvisoria cavata nella roccia, a mancina, e 
che fa quindi un angolo esteriore colla galleria più lunga, in ragione 
della sua sinuità di 480 m., che l'acqua si versa per giungere al- 
Tultimo scaricatoio. Fu calcolato che non ci vorranno men di due 
anni per conseguire la desiderata decrescenza. 

n lavoro costò finora 14,000,000 di franchi, ma noi possiamo 
esser sicuri che ai andrà più oltre. Del resto ciò poco monta al 
principe Torlonia. Allorché il signor Peruzzi, allora ministro dei la- 
vori pubblici, visitò un anno fa lo scaricatoio in compagnia del 
principe, questi alle giuste lodi tributategli dal ministro, rispose: 
e Ho speso finora 14 milioni, ma non già sulle mie rendite ordi- 
narie, né sui miei capitali; sono profitti d'alcuni miei negozii, indi- 
pendenti dal mio patrimonio. Avrei potuto dispome a beneficio di 
qualche favorita. D'altronde se io mi muoio, ho almeno provveduto 
al pieno compimento di questa impresa, ed ho regolato in • conse- 
guenza la bisogna, senza pregiudizio alcuno dei miei eredi». 

Non possiamo meglio conchiudere che con due parole sulla so- 
lenne inaugurazione del bacino che dà sfogo alle acque, le quali 



120 RITISTA OONTTOfPOBAKBA 

dallo scaricatoio si riversano nel Liri. È a notarsi per incidema oke 
tutti i paesi che giacciono dopo Capistrello, sulla spondtt del Liri, 
hanno intentato una lite alla Compagnia, ed invero inondati come 
sono r inverno, essi chieggono se saran dannati a perire anche la 
state nell'acque. L'avvenire deciderà sulla giustezza delle loro ragioni. 
Frattanto ecco come uno dei nostri amici ci racconta T inaia gura^ 
zione: 

« Ieri mattina adunque a 7 ore suonate, il prefetto d'Aquila col 
suo seguito, il generale Chiabrera, il sotto-prefetto d'Avezzano, 
l'ingegnere ispettore del genio civile della provincia, signor Mas- 
sari, il presidente del consiglio d'amministrazione ed il direttore 
della Compagnia, scortati dagringegneri Bermont, Brisse e Lavanchy 
anche della Compagnia, si recarono a visitar l'emissario. Gran sod- 
disfazione provarono tutti ad esaminare l'opera grandiosa, e benché 
non potessero farsi una giusta idea dei pericoli corsi e delle diffi- 
coltà superate, pure non si rimanevano dall'ammirarla, massime il 
prefetto. 

« Il giorno dopo, alle 6 1[2, fu la solenne inaugurazione. Spettacolo 
davvero grande ed imponente. Le rive del canale erano adorne di 
oriflamme e di bandiere tilcolori. Sopra la galleria di comunicazione 
fra il canale scoverto e l'emissario, era apparecchiato un elegante 
altare adorno di lumi, intomo al quale avevano preso posto le au- 
torità civili, militari ed ecclesiastiche della provincia, e meglio che 
cento persone invitate. 

Molta popolazione era accorsa da Avezzano e paesi vicini. Come 
l'abate latosti ebbe recitate le preghiere appiè dall'altare, e si fu 
recato sulla testa del canale a benedir le acque ^d i lavori, cominciò 
tosto ad agire il congegno che sollevava ad uno ad uno i tavoloni, 
i quali arginavano la caduta delle aeque. Esprimere l'ansia e la 
perplessità degli astanti non è guari possibile con parole. Tolti i 
tavoloni, continuava l'ansietà del pubblico, perchè l'argilla flrapposta 
tra quelli, benché non sorretta da nessun lato, opponeva tuttora 
ostacolo alla caduta delle acque. Le filtrazioni si facevano ad ogni 
istante più copiose, ma la massa reggeva; cominciò poi a barcollare, 
finalmente crollò. Allo irrompere delle acque nel sottoposto bacino 
levossi un grido unanime di gioia e di applauso. Fu un momento 
solenne, indescrivibile. ... Le acque fluiscono ora regolarmente, ed 
il successo, comechè non dubbio, è oggidì assicurato. Il coraggio 
e la perseveranza del signor principe Torlonia sono stati benedetti 
da Dio e premiati dall'esito felice. 

Compiuta la solenne inaugurazione, e rimasti tutti un pezzetto a 
guardar la caduta delle acque e il loro frangersi rigogliose e spruz- 
zanti fino al palco d'onde era stata impartita la benedizione, ed il 



INTBBRAUBNTO DBL LA^O DI FUCINO 121 

loro immettersi precipitose nel piccolo traforo di comunicazione, fu- 
rono serviti dei rinfreschi a tutti gli invitati, signori e signore, ai 
quali era stato riservato un posto distinto. La popolazione intanto si 
ritirava, ed era belio vedere molte barche solcare il lago in diverse 
direzioni, e molti veicoli con innumeri pedoni disperdersi in tutti i 
sensi per le campagne, gridando evviva al re Vittorio Emanuele ed al 
principe Alessandro Torlonia, autore dell* intrapresa. Curiose erano le 
oeservazioni di quei contadini, presso i quali esistendo le tradizioni 
dei tanti falliti tentativi di prosciugamenti, non credevano alla testi- 
monianza de'proprii occhi vedendo riuscito quest'ultimo, e dicevano: 
« Fucino se ne va clawero ora ». 

La sera i convitati convennero ad un gran banchetto di 30 coperti, 
che riusci allegrissimo ed ottimamente servito. Il prefetto bevve alla 
salute deiringegnere signor Bermont che aveva diretto i lavori, e 
prendendo occasione dalla sua qualità di francese, bevve alla durevole 
alleanza di Francia ed Italia. Rispose il Bermont bevendo alla salute 
del principe Alessandro Torlonia cui era principalmente dovuto l'otte- 
nuto successo, ed a quella deiringegnere Brisse sotto-direttore de'la- 
vori che aveva cooperato con lui ad ottenerlo. Il vice-presidente del 
Consiglio di amministrazione della Compagnia avvocato Cacace, bevve 
alla salute del Re. 

Seguirono molti altri brindisi ed i nomi del Re e del principe Tor- 
lonia furono soventi. festeggiati. 

Ho omesso -di dirle che sul luogo istesso dell'Incile, dalle autorità 
intervenute e dal direttore della Compagnia, fu sottoscritto un verbale 
constatante il seguito cominciamento della immissione delle acque 
del lago nel fiume Liri. 

Luigi db l^ Varennb. 



122 



DELLA EPIGRAFIA 



n 



PENSIERI 



Gli uomini in effetto non son fra loro sconnessi, né le genera- 
zioni e le epoche son di guisa indipendenti, che la successione loro 
non sia ordinata in virtù di correlazioni causali, e di vincoli inte- 
stini, che runa all'altra congiungono. Tutto quello è compreso nel 
creato, è reciprocamente connesso nella vita e nella operazione, di 
quella maniera medesima, che da un'idea sola è supernamente rap- 
presentato, l'idea cioè d'universo o del cosmo; e ciò che ai volgari 
e superficiali pensatori si par segregato ed autonomo, non è che dis- 
forme e distinto, vale a dire non è che apparentemente tale, con- 
ciossiachè, quanto è sottoposto a limiti di spazio e di tempo, è 
volubile e vario, e nella sua movenza e nel suo dispaiarsi e molti- 
plicarsi /ermo e sostantivamente uno. La società è l'accolta, o la 
somma completa degli uomini che furono sono e saranno^ insomma 
è l'umanità. È errore massiccio limitarla ad un'epoca, quasiché gli 
uomini tutti da Adamo a noi, o i nascituri sino alla pienezza dei 
secoli nonsieno stati e sieno insieme parti e membra d'una ed identica 
comunità, quasiché l'umanità non fosse un gran tutto, che si di- 
svolge, e disvolgendosi, ad un tempo su se stessa ritorna, per arri- 
vare al suo fine e alla plenaria e perenne sua vita nel principio 
stesso onde l'attinse. L'idea di società é yna come qualsivoglia 
altra, ma ordinata ad incarnarsi nel tempo e nello spazio in indi- 
vidui innumerevoli, come appunto il cosmo é ordinato ad enuclearsi 
in obietti moltiformi, che ne compongono lo sviluppo. Adamo e 

(*) Vedi il Fascicolo di Settembre. 



DBLLA BPmEAFIA 123 

il Caos a ma) agguagliare espressero siffatta unità e l'ordinazione di 
essa a moltiplicarsi. Ogni moltitudine peraltro, se è segno di perfet- 
tibilità, non lo è mai di perfezione. Questa sta nell'unità, nell'aboli- 
zione dei punti del tempo e dello spazio, onde fu simboleggiata in 
antico nel cerchio o nel rotondo, e colla parola orbis significata 
dalla sapienza latina, e dalla cattolica teologia nella circuminsessione 
divina,' e nella immanenza degli spiriti in seno a Dio. La perfetti- 
bilità al contrario esige e tempo e spazio, e distesamente profitta 
d'ambedue. Non essendo possibile di pensare che perfezione finale 
si dia senza perfettibilità precedente, neppure si può pensare a fi- 
nale unità senza antecedente moltiplicità. La quale alla sua volta 
non può essere diretta o inclinata all'unità, se quest'essa non le 
serva come di spirito e di fondo, che a quel termine nascosamente 
la guidi. L'idea che Dio ha del mondo e dell'umanità, e l'umanità 
e il mondo nella primigenia unità loro, ossia prima e dopo la crea- 
zione, non sono perfette in quanto elleno rappresentano un com- 
plesso di oggetti certi e distinti, comunque conchiusi in germe in 
una unità che li contiene, ed a cui sono naturalmente aggregati: in 
quanto ai fatti, sono effettive unità corrispondenti alle idee, son cioè 
fatti complessi e unità risultanti e ordinale a svilupparsi. Perlochè 
l'umanità e il mondo, che si dispiegano obbedendo alle leggi della 
perfettibilità e del tempo, e al proprio ordinamento, tendono per 
virtù anche infusa e connaturale a riunfrsi e a rientrare in se slessi, 
inquantochè ogni dispiegamento non è dispersfone, ma semplice 
estensione e diramazione, che non perde mai l'unità del principio, 
né può star senza quella di fine, avendo il tempo e I^ spazio, con- 
dizione di essa diramazione, Irmiti certi. Cotal ritorno delle varietà 
nell'unità fondamentale, deve essere omogenea all'egresso, ossia di 
quella forma che l'idea umana una e latente svariatamente si appa-' 
lesa in individui, debbono questi analogamente, cioè per gradi e 
svariandosi, nascondersi rientrando in lei come a loro principio e a 
loro ultima meta. 

La società ha dunque due modi di esistere, uno cioè invisibile, 
l'altro visibile, l'uno temporaneo, l'altro estemporaneo, riposto il 
primo nell'unità sempiterna residente in Dio innanzi e dopo il 
tempo, l'altro nella moltiformità transitoria dominata dal' tempo, 
corrispondente quella al principio ed al fine, e questa al mezzo. Il 
modo d'essere-visibile è quello del tempo; quando essa è concreta 
in individui, consta di forme e di momenti, è tramezzata, ricinta e 
compresa dal tempo e dallo spazio, brevemente quando è fenome- 
nale. Stato cosiffatto, comecbè precario e mobile, è effettivo quanto 
agl'individui: quanto alla società però è ideale. Lo stato vero e pro- 
prio di lei è lo invisibile quale fu al cominciamento, quale ritornerà 



124 RIVISTA CONTBMPORANEA. 

al compir della sua carriera, allorché rinverlita su se medesima si 
vedrà piena ed intiera in quell'essa perfezione a cui tende, e inverso 
cui con ogni suo disvariarsi s'avvia. Il discorso passaggio dallo 
stato precario al permanente, ovvero il ritorno degli individui nel 
genere o nel loro principio effetlivo, si cognomina morte e scomparsa. 
Ma è opinione solamente del volgo ch'ella stia nella scissura dei 
vincoli sociali, nello annichilamento della vita, in una condizione 
d'essere degli uomini nuova del tutto e segregala dall'attuale, nel 
rompimento assoluto dei due tempi presente e futuro. 

Pei pensatori non è così, né cosi sembrò alla universale coscienza 
dei popoli, i quali ancorché non se ne addassero, ancorché giu- 
dicassero il contrario andando presi alle apparenze, si diporta- 
rono come persuasi dell'opposto, soverchiando cosi il sentimento 
gli errori e gl'inganni d'un mal avviato o mal nutricato intel- 
letto Per morte invero l'individuo sfugge alla visibilità cangiando 
sue forme, e se vuoi, qual individuo cessa d'esistere in mo' deter- 
minato e singolare/ trapassa dal tempo che é una foggia, una 
condizione fenomenale di sua esistenza, alla permanente e inva- 
riabile dell'eternità, immergendosi nella umanità e confondendo in 
essa la sua vita propria e individua. Imperciocché doppia vita ha 
l'uomo, una individuale che quaggiù si completa, perché allegata al 
tempo e allo spazio, e distinta dall'unità sostanziale della umanità^ 
ed una come sociale. La qdale si termina insieme colla società o 
coll'umanità nel sud totale, allorquando questa ultima ha finite le 
sue evoluzioni, e simultaneamente al tempo cessa il terreno viaggio, 
ed ha esaurita la sua perfettibilità. Né per lo dinanzi la vita degli 
individui sotto questo aspetto si completa, inquantoché la società é 
indivisibile, e sebbene per individui si manifesti, per essi e con essi 
non si fraziona. Conseguentemente la morte nulla ha che fare colla 
società, sia perché ella e invisibile nella sua pienezza, sia perché 
non va soggetta in se medesima a cangiamenti di stato. È un ac- 
cidente che interessa meramente i singoli, e avvegnaché tutti quanti, 
pur tutti quanti nella singolarità loro, nella individualità della loro 
esistenza mondana. Eglino di vero rientrano nel centro, onde quasi 
sortiti si slontanarono per travalicare il tempo e aprirsi la strada 
con esso alla teleologica eternità, e man mano comporre laverà 
società da cui individuandosi, come dire, si dispiccarono per un mo- 
mento. Laonde dappoi alla morte, poiché vanno a costituire quella 
società concreta, che é la condizione loro natia e finale, depongono 
nel tempo le forme transitorie già assunte alla loro venuta, acconci 
argomenti al proprio sviluppo. Tali sono il corpo, la fissa dimora, 
gliospizii, le insegne, la famiglia e le ricchezze, appanaggio derivato 
dalla creazione, nell'opera della creazione, diponibile allorché l'uomo 



j>BLLA BPieBAPLA. 125 

morendo oltrepassa i limiti della creazione. Quindi accade die 
l'uomo cedendo alla nuovissima necessità, non dismette affatto dal 
comunicare colla superstite società, né affatto rimane in mezzo a 
lei, ma per un lato solamente, cioè per quello sociale, mentre 
come individuo perdendo questo secondo lato^ o questa forma, se 
ne dilunga. 

VI. 

Le idee sopraccennate tralucono dalla stessa filologia latina, infi- 
nibile miniera di civile sapienza antica e universale; miniera entro 
cui scavando si guadagna maggior filosofia che non in mille vo- 
lumi. Diffatti le parole da quella impiegate ad esprimere la morte, 
non suonan mai distruzione. o fine assoluto. Elleno sono: Obitus^ 
Funtis, DecessuSj Interiius, Transitus, Immigralio: vocaboli dal co- 
mune significato di partenza d'uno in altro luogo o compimento di 
lavori, trasferiti ad annunciare l'avvenimento della morte. Tale è la 
voce parehtaliaj destinata a significare le onoranze rese ai defunti 
e ad esprimere insieme non pure la continuazione dei vincoli di 
parentela, ma l'estensione di essi a tutti quanti, appunto perché 
abolite le discrepanze delle famiglie e dei luoghi per cagion della 
morte, gli uomini ritornano senza eccezione cognati. 

Unica la parola mori ha valore assoluto, e non traslato, e sta a 
rappresentare l'idea di distruzione. Ma perocché ella é voce di si- 
gnificato deciso, e per ciò stesso della lingua antica, esprime l'idea 
volgare, la usuale e rozza credenza. Perocché il tropo, quando si 
riferisce a idee morali é opera dell'arte^ o meglio della scienza pro- 
gredita,- e non é prodotto da povertà di lingua ma da dovizia di sa- 
pere. I traslati indoUi per difetto di vocaboli son figli della fantasia, 
perchè il popolo cheli crea, più da questa che non dall'intelligenza 
dalla riflessione riceve fecondamente e virtù generativa. Quelli 
che partoriscono eleganza, e che riverberano idee speculative e 
d'un ordine più elevato, non son lavoro del popolo né dell'imma- 
ginativa, ma di maturi artifizii e di studiati confronti. I quali in 
tanto fruttano eleganza inquanto si raflrontano bellamente coi tipi 
eterni del bello che non ha di fantastico né gli elementi e nemmeno 
la forma. Mentre poi i traslati popolari e immaginosi scendono al 
sublime, quali spessissimo rinvieni nelle lingue d'oriente, quali in 
Dante a rimpelto di se medesimo e di Petrarca, per aver quegli ta- 
lora profittato dei traslati popolari, talora a guisa del secondo aver 
usati quelli che il proprio intelletto graziosissimamente suggerivongli. 

Le parole mors e mori erano in bocca degli ignari, lo nolammo, 
e quasi patrimonio dozzinale della plebe: in quella dei dotti furonvi 



126 BIYISTA OONTBÌCPORÀMBA 

per lo più le altre, appena che col crescere della civiltà la lingua 
eziandio si crebbe, e di greggia e durissima si rese gentile e rotonda. 
Lo che insegnò anche per la voce mori un temperamento che la 
converte in emori^ levigandone per siffatta maniera il conio e sce- 
mandone quel valore reciso e assoluto che aveva di prima. Quest'esse 
considerazioni potrei rafforzare coirispezione di altre filologie, se 
non fosse sufficiente la latina in cui tutto lo anteriore e il Sincrono 
sapere si travasò. Dirò peraltro che non poteva avvenire disforme* 
mente, quando i nostri proavi in mezzo a fole ed errori di più 
ragioni professarono dottrine religiose e filosofali chela distruzione 
apertamente diniegavano. La metempsicosi e la palingenesi son di 
tdli sistemi nei quali la morte non può essere appresa che come un 
cangiamento di forme, una cessazione d'una condizione a cui un' 
altra subentra. Poco rileva se questa condizione seconda è oltra* 
mondana o non. Ciò che costituisce l'essenza della dottrina è la 
trasformazione. La quale in nissun sistema è eterna, o senza limiti, 
quando lo fosse ha sempre un aumento che via via distacca chi 
vi è soggetto dall'indole comune degli uomini, e lo innalza a più 
perfetta a più nobile natura* Gli accessorii, oltre a riuscir di leggero 
momento, sono anco pel differir dei popoli fra loro, e pell'igdo- 
ranza o per la confusione di loro dottrine assai spesso indecisi e 
scambiati; né chi pretendesse posarvisi sopra e contrastarci quanto 
asseveriamo, si sentirebbe nell'obiezione sua rinfrancato o inespu- 
gnabile. La religione di Godama, per esempio, distesa in gran parte 
di Cina, Cocincina, Giappone, Tonchino e Ceylan, che nulla è più 
in ultima analisi della religione di Brama^ una delle più vecchie e 
più professate forme di metempsicosi, ammette una trasformazione 
ripetuta sino al punto in cui le anime trasformantisi non abbiano 
attinto' quel grado di perfezione che essi designano col nome di 
NiebaUf grado che attinge qualunque uomo, per dirla colle parole 
di dotti etnografi^ when is no longer subject io any ofthe following 
miserìes, namely lo weight old age^ disease, and death (1). Della 
dottrina trasformativa di quei popoli che il camismo snaturò, io 
non parlo, perchè dopo all'essere la più arruffata ed incerta è insiem 
così bassa da non meritarne nemmeno il nome. Ciò nuH'ostante 
avendo vaghezza d'addentrarsi in quegli oscuri laberinti sepolti 
sotto densissima lava di molta barbarie, non ne torneremmo a mani 
vuote, che più qua e più* là è dato di raggranellare qualche seme, 
che al proposito nostro mirabilmente soccorre. 

(1) Asiatik researches; voi. 6 , art. 8. 



DBLLA BPI0BAFU 127 

VII. 

Concludendo adunque» è da ritenere che il defunto eziandio non 
meno dei vìventi deve esser considerato sótto doppio aspetto. Pel 
primo come pertinente al tempo mercé l'unità della società e il 
costei infìnibile sviluppo, coerentemente al quale non è strappato 
diviso da coloro che sopravvivono o vivranno, anzi è loro colle- 
gato e con esso loro si muove seguendo sua stella : dall'altro come 
in effetti pertinente aireternità^ ed irretrattabilmeute occupato da 
lei, perfezionata già la sua vita singolare e individua. Una formola 
sotto cui si enuncerebbe cotale stato umano e i duplicati nessi col 
tempo e lo eterno, col continuo e il discreto, parrebbe questa : la 
perfezione raggiunta d'uno dei lati della vita bilaterale umana, e 
l'aspettazione effettivamente ferma e idealmente mobile della perfe- 
zione deiraltro lato o del totale; 11 lato di cui ha guadagnato la perfe- 
zione è lo individuale. L'espettazione della perfezione dell'altro ò 
l'aspettazione del ritorno della società all'unità primigenia, è il costei 
pleroma o perfezione universa, e per ciò stesso la perfezione dei sin- 
goli elementi e membri che la compongono e la incarnano. E tale as- 
pettativa è ferma di fatto, conciossiachè il defunto varcati i cancelli 
del finito non è capace più d'acquisto o movimento di sorta, ma sta 
immoto né può attendere ad incremento qualsiasi se non gli venga 
porto da altrui. Quindi è che aspettando sta fermo, né si argomenta 
a procacciarlosi né a dar mano a persona che glielo procacci. Ideal- 
mente e converso partecipa al commovimento sociale^ che la società 
idealmente una e indivisibile, nel suo perfezionarsi ed incamminarsi 
alla meta, si risgaarda sempre tale dall'un confine all'altro del 
tempo, di maniera che il defunto parimente é porzione integrale di 
lei, e con lei si muove e si ravvicina alla perfezione, comunque ide- 
almente soltanto. Questo lato umano, poiché sia adempito, apporta 
la perfezione totale^ conciossiachè l'elemento o lato sociale dell'uomo 
essendo positivo ed eterno, supera ed- assorbe l'individuale e il 
singolare, e ne investe per intiero la natura. Dal canto proprio la 
società a cui le intime sue leggi e l'ingegno suo intestino non 
possono essere celate, e se^la mente e la scienza non lo dettano, il 
sentimento e la voce di natura lo persuadono, non potè né può mai 
contare i defunti quali assenti, e molto meno a sé impertinenti ed 
alieni, se le preme di non disfare e perdere se stessa. E ciò é tanto 
vero ed incontrastabile che il fatto costante lo rafferma. Il vivo ed 
inestinguibile sentimento della continuità sociale non affievolisce per 
evento qualunque la potenza e vivacità propria, e ad ogni occasione 
fa capo. Mai fu spento o indebolito tal sentimento, perchè quello 



128 BIVISTÀ OONTBAiPOBANBA 

Stato in cui gli uomini di già infuturati si posano^ è la mira sicura 
a cui è rivolto indefettibilmente l'occhio della società viatrice. La 
quale di quella guisa che non può smenlicare che esso è il termine 
della sua infuturazione, cosi non può nemmeno avvisarsi d'essere 
sciolta con chi vi è di già arrivato, se non foss'altro, in grazia della 
similitudine o dell'identità del fine. 



Vili. 



L'intima e naturai convinzione, comunque non sempre avver- 
tila, che i decessi sotto specie difl'erenli restin congiunti a noi, è 
la suprema cagione in cui virtù dai monumenti e dalle iscrizioni 
sorge una voce ed una forza che di tanto signoreggiano il cuore 
umano. E gli affetti e la gratitudine perdurano per loro siccome 
fossero vivi, e le tombe che li racchiudono ci obbligano con per* 
petua e salda riconoscenza. Anzi con maggiore, conciossiachè essi 
sentimenti divengono più augusti dalla religione e da quella ma- 
gniiicata e soprannaturale idea che fa maggioreggiare l'uomo ap- 
pena morto, irradiandolo di lume eternale e quasi divino. E poiché 
all'umano spirito quaggiù fan di mestieri sensibili oggetti per ec- 
citare e sostenere pensieri e sentimenti, ed ama di esternarli oca 
mezzi sensibili del paro, quasi giudice e riparatore insieme della 
propria fiacchezza, cosi l'uso di segni che rammemorassero i morti 
parve ovunque necessario. Il desiderio, proprio a tutti, di raccostarsi 
ai suoi diletti, ed aver come una copia o un ritratto di loro, rese 
più frequente e più esteso quest'uso; tanto gli uomini di qualsivoglia 
grado vanno convinti, che la morte non li disgrega, o tanto son 
tratti da intestina legge ad impedire che ciò paia avvenuto. 

Ecco precisamente onde scaturisce la cagione dell'uso epigrafico, 
e dell' influsso esercitato , e della venerazione in cui l' ebbero, 
tanto maggiore quanto maggiori e più purgate furono le religioni 
dei sepolcri, le civili aspirazioni, o le ambizioni e le glorie nazio- 
nali, i sentimenti dell'umana e social dignità; e cosi resulta quanto 
quest'uso sia copulato alle leggi rettrici la società, è da esse tragga 
sua vita e sua radice. 

Ma conciossiachè l'Epigrafia è il ségno sensibile dell'uomo invi- 
sibile^ affine di simboleggiarlo giustamente, due cose deve adunare 
ed esprimere: vale a dire la condizione bilaterale del decesso, da 
un canto unito a società, dall'altro in possessione dell'eterno, ^el 
che appunto è riposta la dimostrazione dell'anello che i tempi 
e gli uomini avvince, in ordine alla vita interminabile d'oltre 
mondo, 



DBLLA BPI0RAFIA 129 

Per soddisfare alla prima, deve porgere in rilievo Tindole, le 
azióni, le doti speciali del rappresentalo, tutte le costui proprietà 
individue, talché ei si paia vìvo ed in faccia a noi. Per conseguenza 
l'epigrafe deve sentire a meraviglia del tempo e del luogo in cui 
Tepigrafato dimorò, § rivestirlo e scolpirlo, vuoi moralmente, vuoi 
civilmente, al naturale. Insomma deve enunciare ciò per cui quel 
dato uomo appartenne al mondo nostro, e quasi in pittura o meglio 
in iscoltura eseguirne il ritratto, di sorte che ei sopravviva nel bel 
mezzo di noi, qual non ne fosse partito. Dal che si raccoglie facile, 
qualunque uomo meritare l'epigrafe come merita il sepolcro; non 
tanto perchè persona non vive senza parenti o senza amici, e perciò 
non muor senza lacrime, o senza superstiti affetti ; ma anche per- 
dbè, pur quantunque inetto o nullo, alcun officio accompli in so- 
cietà^ quello almeno di perfezionare se medesimo, e di essere 
nieml)ro sociale; della qual prerogativa niuno può stimarsi immune 
spoglio giammai. 

In virtù di tal riflessione, lo dicemmo, la lingua del Lazio chiamò 
parmtalia i funebri onori ai trsipassati, qualunque fossero, e sor- 
sero spontanei il cimitero comune, e i convogli funebri stipati di 
moltitudine dì popolo: usi vigenti tuttora ed a meraviglia compen- 
diati nelle onoranze a illustri defunti, della cui iattura la società 
intera si sente commossa. 

Mal si appose il eh. Contrucci scrivendo esser buono lo annotare 
sui marmi sepolcrali in un colle virtù i difetti dell'epigrafato, per 
frodar nulla alla scrupolosa sincerità del racconto. L'avv. Pellegrini 
con quell'acume e fiore di senno che ciascuno conosce, impugnò 
bravamente siffatta sentenza, ma tacque alcune ragioni che a noi 
piace di aggiungere. I difetti invero sono appresi dall'idea umana 
e sociale, e sono esclusiva appartenenza degl'individui, non già della 
specie 5anzi per essi Tindividuo è, come a dire, impertinente alla 
società, non mica soltanto allorché è morto, ma da vivo eziandio. 
Causa per cui, nel concetto degli uomini, niuna società e ninna fa- 
mìglia son mai solidali delle iniquità d'un costoro membro o in- 
dividuo, mentre all'incontro delle lodevoli ed oneste azioni la luce, 
comechè s'allumi in un solo, tutti irraggia e colora. Adoperando 
a norma del sig. Contrucci, si negherebbe onninamente l'idea fon- 
damentale e genitrice della epigrafia, idea paragogica e affermativa 
dì fronte ai difetti che fan restrizioni, e mero nulla. 

Per servire al secondo requisito, l'epigrafia ha da mettere in ri- 
salto e con amminicoli adatti effigiare la perpetua immanenza del 
defunto, l'alienazione di luì dal tempo e dal discreto, svegliare 
idee religiose colle quali l'eternità si identifica, e curare che esse 
idee, disvariate o cozzanti, simultaneamente e da un solo contesto 

JUvUta C. — 9 



130 RIVISTA CONTBMPORANBA 

si deducano, perchè espressioni d'uno e simultaneo stato del de- 
funto. A queste due necessità convenientemente rispondendo TEle- 
giaca^ in verun altro componimento od occasione della vita umana 
si scorgeranno meglio sporgenti nelle loro vere armonie il cielo e 
la terra, natura e soprannatura, società e individuo, tempo ed 
eterno, fine ed esordio, perfettibilità e perfezione, insomma i vitali 
e ingeniti nodi che questo universo all'altro disposano. 

IX. 

L'Epigrafia che nominammo epica, serv^e, lo ripetiamo^ a de- 
scrivere e raccomandare gli avvenimenti del tempo e la eccellenza 
degli uomini in questa vita. Molto cura degli intervalli che il tempo 
e lo spazio frappongono, e nulla delle relazioni che Tun mondo 
connettono all'altro. Partorisce il sublime, anzi di esso solo va in 
cerca o si ciba, il bello capricciosa riveste, o più spesso trascura. 
L'area per cui s'aggira è la perfettibilità del cosmo^ ragguardatolo 
in sé e negli elementi di cui consta, nella loro distinzione e singo- 
lare esistenza : genera insieme e provvede a quei bisogni che si 
provano quaggiù, di eccitamenti e stimoli d'esempii, premii e privi- 
legi. Accanto al sentimento dell'unità della razza umana e della 
convivenza sociale, rampolla invero non manco robusto in ciascuno, 
quello di non isperdere se stessi e la propria singolarità personale. 
Lo che mentre produce l'eroismo o certo le virtù dei singoli, che 
tanto poi giovano alla società universa, vivifica ad un tempo quella 
reazione indispensabile che gli individui e la società tenendo in 
salubre conflitto, risparmia il sopravvento di quelli su questa, e 
viceversa, e conserva quella equazione che allo spiegamento e allo 
scopo del cosmo son condizioni necessarissime. Su di che si piantano 
l'emulazione e la boria dei popoli e dei singoli uomini, il desiflerio di 
spingersi a galla, di sorvolare agli altri, di uscire dalla volgare 
schiera, il timore di confondersi nel vasto ed oscurissimo tutto ; 
inoltre gli studii dell'umana mente d'assicurare la soddisfazione di 
siffatte necessità, di appagare un desiderio ardentissimo, e le rive- 
lazioni spontanee di quei primi cultori di lettere 6 di arti, che tal 
sentimento incarnarono, e come dire corroborarono con questi 
esteriori rinforzi. Perlocchè se l'uomo per via d'amminicoli e di 
segni convenuti, si capacita che i tempi e gli uomini universi non 
sono se non se una sola cosa; perchè e segni e amminicoli riscontra 
analoghi alle sue connaturali convinzioni ; vuol anco che paia al- 
l'opportunità che tutti i tempi e gli uomini tutti nella precaria esi- 
stenza loro son riconosciuti distinti, né vuol che lo individuo, seb- 
bene ordinato a società ed a lei confluente, si sommerga come tale 



OBLLA EPI0BAFIA 131 

e s'affoghi. E ciò perchè sente nel cuor suo esso bisogno e questa, 
nitida verità. Cotale essendo la genesi e Tingegno deirepigrafia e- 
pica, è manifesto che dee restringersi al cerchio sol del creato, e 
questo fingere, qual egli è, senza occuparsi di relazioni, che il 
creato trascendono. Quindi gli uomini, attingendo le idee che rego- 
lano la vita terrena e la condizione perfettibile in cui essa versa, 
non tanto prendono animo e forze^ ma per sensibili esemplari 
anche ai tipi supremi e ideali si erigono. 

Lungo per avventura e non dicevole al tema riuscirebbe ragio- 
nare dell'epica e della sua essenza vera, quando amassimo di dame 
pieno conoscimento, e sviscerarne il riposto e forse poco noto ca- 
rattere. Ma perchè al concetto che noi accenniamo averne, sta 
contro una quantità di contraddittori, conviene avvertirne qualche- 
cosa. Non è buona ragione, dico dunque, disaminare una epopea 
dal canto della forma o degli accidenti, qual è costume, sendochè 
l'essenza di essa ha più estensione della attribuitale d'ordinario, 
e la forma ha poco o niente bisogno di modellarsi su proposto e 
stabilito disegno. laverò concedo epici i poemi d'Omero e quello 
di Virgilio per noverarne alcuno, ma non darei per epici la Messiade ' 
di Klopstok né l'Orlando Innamorato o il Morgante, contuttoché la 
forma non disti dall'omerica, e su quel tipo o sul virgiliano sieno 
fabbricati. Anzi son tanto fisso in siffatto pensare, che non credo 
possibili, senza stranarli, poemi epici oggidì, quando per tali si ap- 
prendon quelli che guardan le regole rettoriche o le pastoie del 
classicismo vetusto. Se l'Enriade di Lombardi, e più altri avessero in 
fondo dell'epico, io son d'avviso lo perderebbero stemperato nelle 
angustie d'una grammatica da pedanti, e nella copiatura di esem- 
plari che son fuor di stagione. La sostanza dell'epopea non è smar- 
rita, né può essere; ma non è agevole a scorgere ove ella risieda, 
e molto meno lo estrarla e lo ammantarla di suoi proprii vestimenti. 
L'epopea antica non è buona pei giorni nostri, e ciò che forse al- 
lora si prestava all'epico, oggi prepotentemente ripugnerebbevi. La 
natura umana non è cangiata, e se ispirò a Omero le pagine ini- 
mitabili, e nei Greci destò tanto amore ed ossequio a quei versi, 
può suscitare ora degli epici novelli e dei novelli ammiratori. Ma 
chi leggerebbe Omero fingendoselo vissuto at giorni nostri? In lui 
si ammirano la grandezza del genio, il fulgore dei colori, la pere- 
grinità delle immagini e delle narrazioni, il magnanimo ed anco 
il turpe nobilissimamente descritti e tratteggiati, ma la mente del 
leggitore si riporta a quella età da cui come diverte ogni formosità^ 
ogni meraviglia sparisce. A che dunque accattare oggigiorno le idee 
da epoche tanto opposite alla presènte^ e accomodar fole e macchine 
che nella mente umana non trovano accesso, perchè inverisimili 



132 RIVISTA CONTEMPORANEA 

e relullanli? Il Romanzo storico, se ben discerno, è soUenlrato mas- 
sime all'Epopea, e ben accorti furon coloro che prima di mischiare 
le demonia e le fate, gli angeli ed i genii, le visioni celesti e i 
sogni, hanno ombreggiato di verisimili e probabili accidenti un fatto, 
lasciando ciascuna cosa al suo posto, e nel preciso ordine a cui 
appartiene. Il vizio di studiare e coltivare le lettere senza imparare 
lo perchè o la ragione interiore, ha caricato i dotti dell'immane 
soma dei canoni e delle leggi rettoriche, e isterilite le lettere, resi- 
duatele ad un formalismo e ad una semplice meccanica. Per con- 
seguenza non rade volte la lirica si addobbò delle pompe dell'epo- 
pea^ contuttoché reluttantissime e opposte ad essa, e l'epica si ma- 
scherò e si sfigurò sotto le delicate sembianze della lirica. Perchè 
ciò che lirica ed epica appellano, non istà a senso dei retori nella 
sostanza, ma sibbene nella forma e spezialmente nella qualità e 
quantità dei versi, senza addarsi che se Omero epico usò l'eroico, 
e Anacreonle il lirico, lo impiegarono a servigio delle materie che 
avean pronte, e non viceversa, scegliendo una veste alle idee, non 
idee a vesti già preparate. Ma non riflettendo, si asserisce che le 
odi pindariche, spezialmente le olimpiche, son lirica, e cosi le ora- 
ziane, senza farne cerna : e non ti ricuserebbono di qualificare per 
epico il Giovane Àroldo e fantasie cosiffatte, come ti assicurano es- 
serlo il S. Benedetto, la Messiade e il Paradiso Perduto. I quali ultimi 
due ricchissimi di lirica e stupendi, son poveri d'epica di guisa che 
quella che contengono è tutta accattata e al soggetto loro imperti- 
nente. Lo che ha recato nel bel mezzo della Religione e nel sacra- 
rio della Teologia la caligine dei fantasmi e le stranezze del sen- 
sismo pagano. Vizio e bruttura che renderà incomportabile e 
stucchevole a chi si pasce del vero e si diletta del verisimile, il pro- 
seggiare poetico dello Chateaubriand, o i meditati omei del Lamar- 
tine e consorti piagnucolosi d'Italia. Uomini certo di non ordinaria 
levatura^ ma guastatori del poetare, e confonditori degli elementi 
onde ogni poetare consta, o delle specie nelle quali non a capriccio 
ma con profonda ragione si distingue. Formandosi adeguato con- 
cetto della varia poesia è spediente il persuadersi nulla esser più 
micidiale delle regole e dei canoni a cui sono stati costretti i com- 
ponimenti dai retori. Canoni cui non obbedì Manzoni e fu sommo 
in drammatica; né Giusti o Rossetti nella lirica e nell'epica sovrani; 
e cui non obbediranno mai gl'ingegni poderosi, conoscitori delle 
lettere ; canoni che spregia chi scrive sentendo,- o chi legge e si 
commuove. Le lettere diramandosi in più generi corrispondono ai 
diversi tipi di cui l'anima umana colle sue passioni e suoi bisogni 
è sede e principio. Il verso è una forma, e contribuisce in verità 
all'espressione degl'inlemi movimenti dell'anima, anzi dalla natura 



DELLA EPIGRAFIA 133 

di essi moti è prescelto, e quasi improvviso e non pensalo fluisce; 
ma non è la sostanza, e se una lirica in verso eroico riuscirebbe 
mal panneggiata, non per questo smetterebbe d'essere tale, come non 
un'epopea sebbène sconcia o mal tagliata in brevi versi e scorrevoli. 
La sostanza della lirica è il bello e l'ideale, dell'epica l'immaginoso 
e il sublime; in questa il senso, in quella predomina l'idea. Con 
questo canone parecchie quislioni relative a poemi battezzati per 
epici si risolvono. I quali ricalcitrano ai ricettarii della rettorica, ma 
nonpertanto non sono meno epici, conciossiachè l'elemento sensi- 
bile vi signoreggia, e in tutta la sua frascosa appariscenza vi sfjarza. 
Con questo si scevra l'elemento lirico, il quale contuttoché orlato 
dalla bizzarra fantasia dei poeti difierisce dall'epica che dalla fan- 
tasia è generato, e da quella e per quella ha crescimento. Ciò che 
si riferisce a religione, sien pure le gesla di Benedetto, o la prodi- 
giosa caduta della umanità o la riparazione cristiana, ripugnano 
all'epica^ eminentemente ideale, e se puoi tribuire corpo visibile 
agli angeli e immaginarti un Eden a piacere (comunque sempre tu 
vada contro al vero e quasi rasente all'inverisimile) non puoi però, 
senza aflbmicare di paganismo la lucidézza della Teologia cristiana, 
torre a prestito lo macchine da Omero, o le strampellerie da Tur- 
pino. Chi lo tentò non riusci più là d'Esiodo, che fu epico perchè il 
paganesimo è gran cava, dirò forse l'unica, dell'epopea; e se Tasso 
s'inchinò ai tempi suoi, o ricantò le fiabe dei tempi grossi che il 
precedettero, paganeggiò non diverso dall'Autore dei Lombardi, 
comecché questi si forbisse a cagione dell'età da quelle insanie 
ond'é inzeppato il meraviglioso libro d'Ariosto e intessuto il gran- 
dioso ordito cristiano di Torquato. 

All'epica epigrafia si riconducono, che che ne sembri in contra- 
rio. Me epigrafi imprecative, le abominative, del pari dirette ad in- 
dividui e non trascendenti il finito, e quelle che appellano a stu- 
pendi catastrofi da cui per avventura furono oppressati e umiliati 
popoli interi o nazioni. Son dessi invero documenti positivi, sebbene 
negativi a prima vista, o alla mostra, efficaci e fecondi nel resto, né 
contrastanti alla natura dell'Epica. La quale non istudia d'abolire 
l'intercalare del tempo, né di rannodarlo all'eterno, essendo nel 
tempo ciò di che testimonia, e scomparendo col tempo. È volta ai 
singoli uomini, e guarda scrupolosa il giro delle private o nazio- 
nali idee, non le generiche o le ecumeniche, quantunque quelle con 
queste si raffrontino. Anco allora che ostenta di rivolgersi al mondo 
intero, non è che una iperbole, non una posizione ordinaria di pa- 
role e dì idee; s'approfitta del fantastico e del poetico, sia quanto 
alle frasi sia quanto al concetto, in che propriamente l'iperbole è 
situata 9 che non raro é piedestallo al sublime. 



134 RIVISTA CONTEMPORANEA 

In tal classe d'epigrafia, ammesso che la partizione nostra non 
si addicesse a lutti, comprendonsi esattamente le possibili spezie 
che dagli autori si enumerano. Essa in effetto ha per iscopo la vita 
terrena e singolare, alla quale tutte le sorta d'epigrafare intendono, 
qual più qual meno, a seconda delle relazioni che in molte guise 
regolano la individuai sussistenza. 



Tanta sapienza civile è raccolta nell'uso e nell'indole dell'Epi- 
grafia, e negli effetti che dimanano da lei. Nulla di quanto discor- 
remmo si ricusa di parer vero all'occhio scrutatore che ne imprende 
accurato e dicevole esame. È sopra ogni prova manifesto diffatti che 
gli antichi nostri fecero dell'Epigrafìa un pubblico tiegozio, e quasi 
una porzione della loro civiltà e religione, e votarono a questo ge- 
nere di comporre la teologica sapienza contemporanea, quasiché 
in essa tutta si abbreviasse la vita sociale e la scienza universa, o 
almeno vi si riflettessero di preferenza. Certo nulla è più accostante 
alla teologia di quello sieno le tombe o la morte, eziandio pei pa- 
gani, i quali comeché credessero i loro Dei continuamente vagolare 
per il mondo, pur nondimanco estimavano la loro fìssa dimora 
al di là della terra in luoghi pei quali il sepolcro era adito e guida. 
Per noi la vita più prossima a Dio incomincia oltre la tomba, allo 
sprigionarsi dell'anima dal carcere del corpo. Anzi sopra gli avelli 
la religione si dispiegò e si mantenne, purgandosi superlativamente 
di quel materialismo che teoricamente l'abbrutlava, o di quelle in- 
sanie e di queirindiflerenza che speculativamente la travagliavano. 
Mai tomba o munumenti civili dalle orgogliose piramidi agli umili 
cippi s'ersero insignificanti, senza vita o senza comparir circondati 
di relazione colle rimanenti idee formanti il patrimonio scientifico 
morale di que' popoli. 11 qual patrimonio invero non che fosse 
costituito, era certo coperto o avviluppato dalla teologia loro, causa 
per cui la teologia più che non altro spicca e risalta. 

Ad esprimere l'idea di tempo e di sopravvivenza, nulla cosa era 
meglio adatta della consuetudine dei sepolcri gentilizii o quasi do- 
mestici, come solevano anticamente fin dall'evo patriarcale. Allora 
componevano volontieri i cadaveri dei parenti nei campi medesimi 
pei quali aveano pascolato, vivendo, gli armenti, o presso le abita- 
zioni e le capanne che ne alloggiavano la discendenza , e persino 
nelle case stesse, onde mirabilmente dicevan componere i Latini il 
seppellire. Costumanze vigenti allorché le rade famiglie del globo 
tenean luogo di società, e non rigettate anche posteriormente dai po- 
poli men colti e incivili. 



DBLLÀ BPIORÀFIA 135 

Dilatatasi la civiltà coll'assetto definitivo delForganismo della 
società, il cimitero con epigrafe comune fu uno e sociale, prossimo 
alle città, non raro loro proseguimento, di quella guisa che per lo 
addietro era stato famigliare e pressoché giunto alle case. E cotanto 
avea barbificato nell'anima ai popoli civili d'allora la convinzione, 
che morte non disgrega il consorzio sociale, ma ne è parziale tras- 
formazione che appellavano i sepolcreti necropoli e a foggia di città 
li costruivano, imbalsamando i cadaveri per preservarli da disfaci- 
mento, e imbandivano sulle urne vini e focacce, o apprestavano 
lume e preziosi oggetti i più cari, i più consueti al tumulato. Inoltre 
opinavano che poi alla morte i dismessi ofiìzii riassumessero nelle 
sedi beate ove dimoravano, o le anime loro trasmigrando in nuovi 
corpi ai parenti si avvicinassero ed agli amici, o circolassero tute- 
latori attorno a loro, o si facesser parventi nel sogno mattutino o 
nelle notturne vigilie. Le quali strane persuasioni e più strane ma- 
niere, di descrivere lo stato postumo degli uomini riflettono nondi- 
meno a sufficienza la sostanza e le apparenze riunite. Tessere pos- 
sente e il non essere , la sussistenza eflettiva fenomenalmente 
manifeslantesi. Arrogo l'uso dei sogni e di amminicoli e di forme 
tuttora verdi, che mentre pertenessero all'indole e al carattere del 
defunto non fossero forastiere e intempestive all'epoca in cui la so- 
cietà dedica.vale. Perocché siccome da questo lato l'individuo era 
alla società congiunto, cosi dovea essere ritrattato con segni volubili 
e transeunti. Quindi si abbellivano le urne di emblemi e di simboli 
relativi agli o£Bzii civili, agli incarichi che avea portati il defunto, o 
caratteristici della nazione : scolpivasi il nome, la famiglia, la tribù, 
la stirpe; si notava la qualità dei sostenuti impieghi, servigi resi, 
in particolar modo se militari ; e per indizii simboleggiavansi la 
professione di vita e le virtù onde avevanla decorata , l'anno di 
morte e il vale supremo dei parenti. Argomenti atti ad effigiarlo 
come vivo e prossimano, ammantato al naturale delle prerogative 
possedute e del carattere proprio, al popolo a cui apparteneva, e 
a cui ritenevasi, comechè nascosamente, partecipare. Ciò non mancò 
mai, ed é appunto quello che costituisce le differenze epigrafiche 
dei differenti paesi. «Talvolta, scrisse Gantù (1), i voti che si fanno 
pei morti sarebbero più convenienti ai vivi»; verità slorica che ap- 
poggia assaissimo la nostra dottrina, e che si raffronta con quel- 
l'altro fatto non meno storico, e di tanto peso per noi, narrato dagli 
archeologi, del convertire che facevano talvolta una epigrafe dettata 
per uom vivo, dappoi alla costui morte, colla giunta di un verso, 
in epitafio. Sopratutto contribuiva a questo l'arte , la quale o scoi- 

(1) Docum,per la Storia wnit?., — Archeologia, voi. I, pag. 457. 



136 RIVISTA CX)NTEMPORANEA 

pisse piDgesse gli avelli, e di suoi fregi e abbellimenti li accon- 
ciasse, conservò sempre il tenore e lo stile addicentesi ai tempi. Lo 
che quando da alcuno onche oggidì vien trascurato non so quanto 
meriti di non essere deriso. Imperciocché coloro che per eccentri- 
cità (afBnchè mi valga d'un vocabolo che la moderna polizia ha 
surrogato al più trito d'insipienza e capriccio) scelgono di insudiciare 
le tombe con rabeschi vecchi e con anticate milografie, non sanno 
che somiglianti anacronismi ridondano meglio che a lode a carico 
sicuro dell'encomiato, il quale sol quando avesse contraddetta la 
propria età, o le fosse rimasto indietro potrebbe meritare ornali dì 
tal fatta, industriosamente e per ispregio adoperati ad indicare, che 
sebbene vissuto ad una certa stagione^ ei si diportò di guisa da sem- 
brare nato dieci o venti secoli innanzi. Anche qaeslo è un difetto 
che in Italia sparirà, e che è assai scemato, perchè molti hanno 
conosciuto quanto sia falso ricorrere all'antico, e quello superstizio- 
samente venerare sia nell'arte, sia nelle scienze politiche e civili. 
Non è da negare, che nell'antichità si incontrino parecchie cose 
degne dei tempi nostrali, né disdicevoli ad imitare e ringiovanire, 
e che non si abbiano a prezzare ed anco copiare le bellezze che vi 
sono, ma l'arte nell'antico non rinviene se non se le sue regole morte 
ed immobili, non lo spirito; del pari che la politica e la civiltà vi 
trovano assai poco di buono, tranne il patriotismo, benché cieco e 
mal applicato, non mica quella libertà sobria e quella onesta costi- 
tuzione, che l'eroismo barbarico e la feodalità anco più barbara 
disconobbero. Come poco avventurati sarebbero coloro, che esibis- 
sero per modello delle arti gli etruschi maestri , cosi non lo son 
meglio quelli che da Plutarco e Cornelio attingono esemplari di 
virtù cittadina, e idoleggiano la classica Roma, e ne propongono a 
continuo meditare e ad empire l'animo nostro le istorie insieme- 
mente alle greche. 

Altro é invero libarne il buono e il bello, di che non hanno pe« 
nuria, e invece^ spesso abbondanza; altro é rinsanguinarsene, secon- 
dochè taluni pretenderebbono. Le quali, o perchè amano lo stare 
il dare indietro, e s'avvisano che progresso non sia, o se sìa, con- 
sista nel tornare all'antico indietreggiando, o perchè hanno scorto 
che la civiltà vetusta è stata levata in alto in secoli poco lontani e 
che cognominano aurei o argentei ; non rifìnano di punzecchiarci, 
e son convinti del dover noi riporre in cima delle nostre aspirazioni 
e dei nostri sludii la classica antichità. Non si addanno però costoro 
che il progresso, se è un ritorno all'antico, anzi airantichissimo, non è 
un indietreggiare, ma un avanzare segnando una curva che è incli- 
nata verso l'estremo che le servi di principio, e che se secoli indietro 
andavan presi dalie grandezze e apparenze dell'evo eroico, ciò fu 



DELLA BPIdBAPIA 137 

perchè quei secoli ammiratori erano minori degli ammirati, mentre 
il nostro supera di gran lunga qualunque degli antecedenti. L'arte 
è premuta in Italia dal latinismo predominante per colpa della 
Curia e del Clero, sotto la cui balia , qual ogni altra disciplina, 
scadde e poi risorse. Canova exempligrazia coirinalzare un monu- 
mento a Vittorio Alfieri, e ricingerlo di tanta sapienza nazionale e 
di tanto liberi pensamenti, ci arricchì non solo d'un capolavoro di 
scoltura, ma anche più d*un modello divino dell'arte rinnuovata e 
redinlegrata, d'un parlante insegnamento del vero genio delle arti. 
Al che non si inalzò l'autore del monumento Giusliano, il quale e 
per l'anno in che fu fabbricato, e per le ossa che ebbe a custodire, 
meritava altro ingegno se non più nobile scalpello. L'arte è un 
geroglifico, ed è il linguaggio con cui si fa parlare la natura e quasi 
a noi si pareggia. Né un quadro né un rilievo valgono alcun 
pregio senza che rappresentino li pensieri del tempo che vuoisi 
descrivere o della persona effigiata. Di quel modo appunto che non 
istà, né nella delicatezza e vivezza dei colori la pittura, o nella fi- 
nezza dei tratti la scoltura, ma nell'invenzione e nell'idea ; cosi 
conviene andar persuasi, che gli ordini greci disformi non sono 
destiluiti di ragione nelle loro differenze, come non lo sono i di- 
versi stili architettonici, né che possano rinverdirsi con lode, o ado- 
perare a capriccio. Le disformità, le varietà artistiche son conteste 
mirabilmente ai pensieri, ai costumi, al senno delle epoche varie o 
dei popoli, mentre le figure medesime o gli elementi onde constano, 
quaU la linea, gli angoli,' i cerchi, i capitelli, le cornici, i fogliami 
adornatori, hanno loro cjigione inserita nel tesoro comune della 
scienza suprema. 

L'idea d'immanenza e la forma novella assunta dal morto, op* 
posta a quella visibile e fugace, si enunciava per segni o mezzi che 
l'eterno e l'immutabile o il continovo testificassero. Fornivano buona 
dovizia a tal uopo le religioni e le simbolichedei Gerofanti. Le quali 
perchè a quell'età costituivano o la somma del sapere, o certo la 
corteccia e la coperta, tanto seguirono o si mescolarono alla. signi- 
ficazione delle cose fuggevoli e passeggere, quanto a quelle perma- 
nenti e immutabili. Ciò nondimeno, a questo secondo effetto cor- 
rispondevano più direttamente, che a prima vista sembra o sembrar 
può che dell'altro non si curassero. 

Le aspirazioni, gli antefissi^ le invocazioni, comunque spiranti 
affetto e desiderio, erano internamente collegati per virtù della li- 
turgia alla essenza delle religioni. I promontorii fra i popoli marini, 
e i monti fra i mediterranei eran divoti ai sepolcri, per lo più in 
faccia all'oriente. Epa comune sentenza che qualsiasi altura rav- 
vicinasse al cielo e guidasse a partecipare del consorzio dei numi 



188 BIVISTA GONTBMPORANBÀ 

i quali dilettavansi dei monti sopra cui collocavano all'altezza delle 
nubi il cielo uranico o sidereo e Tolimpo, abitazione {tempio) dei 
numi. L'oriente era il sito ove allogavano il cielo empireo o l'igneo 
più addentro dei rimanenti cieli, cielo vivificatore, o diremmo cau- 
sale, e d'onde ogni bene, ogni vita dimanasse reputavano; cielo 
misterioso, che i Latini contraddistinsero con propria nomenclatura: 
limes coeliy quaedam coeli regio , o plaga. E l'arte stessa, che è bi- 
laterale piegavasi al medesimo ofBzio, pingendo o rivelando ogget- 
tivate le credenze della gente con simboli a decoro delle urne. 
E il passaggio dei laghi inferni eie atre porte di Dite, e le apoteosi, 
e gli augelli, e gli animali quadrupedi, e i mostri, o altri emblemi 
quali si veggono nei cippi, quali sappiamo dalle istorie contenere 
la fede, o piuttosto le superstizioni dei diversi paesi. Le piramidi 
tetragone valevano l'eternità distesa ed occupante i sepolti; la cor- 
nice elittica contenente inscritti i nomi dei regi indicava la sovra- 
nità in sé perfetta star separata, e soprastare al rimanente; le ca- 
riatidi sorreggenti un coperchio a triangolo isoscele figuravano il 
tempo sorreggente l'eterno, la terra che ha il ciel per coperchio o 
per complemento. Da tutto sapean trarre lor prò, e tutto che era 
in loro potere amavano concorresse ad attestare il grand'avveni- 
mento e insieme la più feconda delle umane convinzioni. La lingua 
parlata che è l'ammanto visibile, ma l'ottimo delle idee, fu d'uso 
assai posteriore a qualunque altra qualità di segni. La prima scrit- 
tura fu la geroglifica volgare e grossolana, in appresso la jeratica. 
Ambedue furono un graduino più in su della pittura e scoltura, 
come si par chiaro da più alfabeti fonetici, che ritengono dell'ideo- 
grafico, e che impiegavansi in luogo di cifre numeriche, o river- 
beravano la natura delle arti. L'ideografia, sistema complesso, è (se 
non cel concedono storicamente, cel consentiranno in grazia della 
logica) anteriore alla geroglifica e alla scrittura fonetica. L'idea 
previene il suono, e l'immagine con cui quella si afiaccia allo inten- 
dimento umano trattandosi d'idee di cose sensibili, che sono il senso 
dei popoli rudi come de' fanciulli, è certo anteriore al suono, che 
par quasi un'imitazione del pensiero, o fuor di dubbio la più omo- 
genea e spiritual manifestazione. La scrittura figurativa o simbolica 
è complessa e più materiale della fonetica, la quale emana, o come 
dire sboccia da quella. 

Francesco Dini. 
{contintca) 



189 



PORTI E VIE 8TRATE DELL'ANTICA LlfilIRIA 



saHHABia 



I. — Difetto di fonti Moriebe — la Tavola PtuUngeriana e VlUntrario à^JntonÌiì0 — 
3. Le spiaggie ligustiche. — 5. Porti etruschi di Ludì e di Geoova. — 4. Savo e I f^ada 
Sabatia, — 5. .11 porto di Monaco. — 6. Come scomparvero le stazioni navali di Ven- 
timlglia e d^Àlbenga. — 7. Porti Interruti. — 8. Collegi ed offici marittimi. » 9. Tie 
liguji anteriori al Romani. — 10. VÀwreiUa e VEniUa di Seauro — s^adotla II nome 
d^^uTilia. — 4 1. Suo corso da Luni a Tortona.— 12. V Emilia: da Tortona ai $ab«iii. 
— 15. VEmilia: dai SabaziI al Varo. — i4. Ponti romani in Liguria. — ^5. La PO' 
stumh, — 16. Mansioni e Mutazioni. — 17. Vie municipali o minori.— 48. Struttura 
ed altre particolarità delle vie militari. — i9. Cagioni della loro rovina. 



1. — Tema combattuto e difficile per difetto d'antiche memorie 
e yarietà d'opposte sentenze. Pur noi non verrem manco a quella 
pertinacia d'indagini che si ricerca in simili trattazioni. 

I primi albóri geografici risalgono appena a' tempi d' Augusto , 
e sono inoltre si scarsi, che gli scrittori latini i quali poco o nulla 
conobbero i baluardi delle Alpi meridionali o marittime, lungamente 
piatirono se fosse l'Italia foggiata a mo'di triangolo o d'un quadrato. 
Anzi questa regione, a dir vero, non ebbe per secoli molti appella- 
zione sua propria. Il sacro nome d'Italia, ristretto dapprima al breve 
rispiano che dal golfo Lametico corre a quel di Scillace, venne mano 
a mano allargajidosi, massimamente nella guerra Sociale in cui otto 
popoli si coUegarono a danno di Roma; appresso Polibio vi com- 
prendea la Venezia e la Oallia Cisalpina, di cui fiEusea parte eziandio 
la Liguria. 

Se fossero fino a noi pervenute le opere di M. T. Varrone — De 
Ora Maritima — e — LUoralia — il tema che abbiamo alle mani 
sarebbe assai men ponderoso. Nella prima d'esse , il più dotto dei 
Romani descrive non solo le nostre prode, i ridotti navali e quanto 
in essi v'avea di più rilevante ; ma divise altresì i piani renaj e le 
scogliere a fior d'acqua, che diceansi are nel linguaggio paesano, ove 



140 BIVISTA OONTHMPOBÀNBA 

rompeano i legni veleggianti da Sardegna in Sicilia (1). Nella se- 
conda sua opera traccia le distanze delle baje , de' seni e de' porti 
del Mediterraneo, computando perfin quanti passi divideano l'Italia 
dall'Istria, dalla Liburnia, dall'Epiro, dall'Africa, dalla Sardegna e 
dalla Corsica (2). Questi volumi avrebbero invero sparso di gran luce 
intomo le nostre costiere. Delle quali non ci restano che povere e 
infedeli nozioni ; avvegnaché i soli due documenti che giunsero in- 
fino a noi, sieno guasti da sconci di nomi e d'errori : e le discordi 
sentenze di dotti disputatori non abbiano avuto altro costrutto che 
d'abbuiar di vantaggio le profondità del passato. 

Correndo il secolo xv, Corrado Celie cavava da una badìa di 
Germania una carta delle vie romane su dodici fogli di pergamena, 
che appresso venuta a mani del Peutinger di Augusta, s'ebbe il nome 
di Tavola Peutmgeriana. Non pochi ingegni la fecero in breve sog- 
getto di lor profonde speculazioni , e massimamente il Meerman , ìì 
quale dai caratteri e dagli ornati avvisava non eccedesse il secolo 
di Carlo Magno ; altri per l'opposto la fanno una copia (per quan- 
tunque guasta dai scorsi de' trascrittori) del lavoro geografico com- 
pilato per ordine e mandamento di Teodosio il giovane. Qualunque 
possa essere il concetto de' leggitori, cert'è che tanti sono gli storpi 
onde va deturpata, da non potervi accomodar fede veruna. 

Il secondo documento è V Itinerario che va sotto il nome deU 
Vìmi^T2itore Antonino y sebbene alcun l'afiermi redatto fin dai tempi di 
Giulio Cesare con successive addizioni. La sua nuovissima compila- 
zione s'ascrive ad Stieo Ister nel secolo iv. Anche questo itinerario 
segna i nomi de' luoghi percorsi dalle vie militari ; ma la computa- 
zione delle miglia è si stranamente confusa e i paesi sì sconciamente 
trasposti, che il critico non può fiaivi sopra assegnamento di sorta. 
Dal che manifesto consegue che sommi eruditi , come il Cluverio , 
il Cellario, il Targiani^ il Troia e altri non pochi impugnano l'auto-* 
rità di questi due documenti, (Siccome tali da non potervisi attendere. 

Non parlo del Rwoennate che ani^aspò la sua Tavola intomo il 
secolo IX, e che conia a sua posta nomi di città, di pagi e d'autori 
non mai conosciuti nò uditi. In questa scarsità d'istorici e tradi* 
zionali presidii, vantaggiandomi del poco che sparsamente n'accen- 
narono gli antichi , per quanto alterati dalle violenti storsioni dei 
chiosatori, a giovamento degli studiosi delle prische memorie pongo 
mano ad un lavoro, che l'esatto conoscimento de* luoghi potrà ren- 
dere men difettivo. 

(1) Serv. in ^neid., I, 108. — e Virgilio cantava: 

Saxa Yocant Itali, mediis quae in fluctibus aras, 
Dorsum immane mari summo. 

(2) Plin., EitU Nat., Ili, 5. 



PORTI B YIB 8T&A.TB DBLL'ANTIOA LU^UBIA 141 

2. — Egli è noto essere la Liguria divisa da quella grande alzata 
di monti che dalle scaturigini del Varo insino a Vado formano le 
Alpi marittime, e da Vado in giù gli Àpenninì, che i geologi so- 
gliono considerare come diramazione dell'Alpi e d*una sola forma- 
zione, dai monti Apuani infuori , i quali costituiscono un calcareo 
saccaroide o primitivo, e perciò non hanno appicco di sorta col si* 
stema apenninico. È pur noto chiamarsi Liguria marittima o trans- 
apennim queir orlo di terra ch'ò ristretto fra i monti ed il mare dal 
Varo alla Magra; mediterranea o cisapennina quella ch'è vòlta a set- 
tentrione de' Giovi fino al risvolto del Po tra le Alpi e la Trebbia. 
Chi percorre , movendo da Nizza , la nostra costiera , s'avviene dal 
promontorio di Monaco al capo delle Mele (1) in ire grandi conche 
vallate chiuse intorno intorno da un increspamento di monti, che 
snodatisi dalla resta dell'Alpi, protendono le loro braccia sul mare. 
La prima d'esse cammina da Monaco al promontorio di San Remo ; 
la seconda da San Remo a Costa Bainera, e da questa al capo delle 
Mele la terza. Ivi s'apre in tutta la sua maestosa bellezza il ridente 
anfiteatro della Liguria che declina alla punta del Corvo, e abbraccia 
sei golfi. II primo de' quali si stende dal capo delle Mele a quello 
di Noli ; il secondo da Noli a Portofino ; il terzo da Portofino alla 
punta di Manara; il quarto da questo a Monte Mesco; il quinto è 
contravallato dal Mesco e dall'isoletta del Tino già commessa con 
la Palmaria alla terra ; il tratto che da quest'isola corre al promon- 
torio del Corvo chiude l'ultimo golfo. Tutti questi seni son conter- 
minati da gruppi e catene di balze spiccantisi dall'Apenninó e sca- 
vati da insolcature profonde, a infinite vallecole, da un laberinto di 
gole, di curve e burroni, per lo cui mezzo s'adimano rivi e torrenti 
che dalle soprastanti pendici ricevono il tributo delle acque; però 
ne' tempi antichissimi queste valli non erano, o, a dir giusto, il mare 
in esse^ ingolfandosi , lor dava aspetto d'altrettante baie e stazioni. 
Imperocché essendo allor le montagne popolate da fitte selve, che, 
come sacre, rado o mai s'abbattevano, non poteano le acque travol- 
gere al basso i terreni che doveano tanti secoli appresso alzare le 
piaggio marittime. E infatti alle piaggie non si raccoglievano i Li- 
guri, poiché piaggie e greti non eranvi ancora ; le castella ed i pagi 
sedeano sulle alture, e quelli che veggiam sorgere sul basso de' lidi, 
non hanno origine antica. I letti delle fiumane e le valli erano adun- 
que i porti naturali de' Liguri. Ciò chiarisce il gran numero delle 
vetuste stazioni in così importuosa regione, tra i cui monti il mare 
addentrandosi, moltiplicava le rade e le cale. 

(1) Promontorium Merulae. Leandro Alberti lo dice Cavo delle Meire^ 
nome che tuttavia serba fra i terrazzani. 



142 RIVISTA OOMTBMPORANBA 

Però le pioggie, le frane e le nevi rammollite via via spolpando 
le vette, ne avvallarono le spoglie terrose, onde le fondure colma- 
ronsi, e i torrenti agglomerandone ì frantumi alle foci, alzarono le 
ripe che il mare crebbe a sua volta con la posatura de' fiumi e con 
dune di ghiaie ammassate. In questa guisa il limo delle montagne 
formando le prode, riempio i tanti seni e le baie che col nome di 
porti erano un tempo in Liguria, e che per la più parte or troviamo 
interrate. Nò ciò avvenne soltanto sulle nostre costiere, ma ben an- 
che in quelle d'Orbetello , d'Ostia , di Taranto , Frejus , Narbona , 
Nauplia, Candìa, Mileto e fin sui lidi fenicii, i cui porti egual- 
mente scomparvero. I fiumi minando da* monti alzarono ovunque, 
e più che altrove fra noi , le soggette vallate , e distesero quella 
gran zona alluvionale che abbraccia tanta parte d'Italia. Tali in- 
terramenti si scorgono in singoiar modo presso la foce padana, I 
sedimenti del fiume fecero scomparir le lagune che ai tempi di Stra- 
bene attorniavano Ravenna, e quelle, ch'or ha venti secoli, faceano 
d'Adria un gran porto, Adria ch'or dista venticinque mila metri 
dal mare cui legava il suo nome. Forse anch'essi i colli Euganei 
non erano un tempo che un gruppo d'isole. Fuor di dubbio è per- 
altro che i torrenti i quali avvallansi dal lato destro del. Po, cioè 
l'Arda, il Taro, la Braganza, l'Enza, la Parma, la Secchia ed il 
Grostolo spinsero coir assidue lor piene dalle falde degli Apennini 
l'Eridano fin dove di presente egli scorre. Parma e Modena erano 
un giorno paludi (1) : l'agro loro assodavasi di limaccio e di materie 
deposte dalle acque. Mantova, Como e Seggio furono pur esse gore 
e marosi ; e l'Arno formò l'agro pisano, come il Nilo il delta d'Egitto. 
Questi fatti che la scienza suggella di sua autorevole testimonianza 
ci raffermano nell'avvertita sentenza, e varranno ad allucidare alcune 
questioni finora rimaste insolute. 

3. — Egli è facile arguire che i Liguri, i quali per- la sterilezza 
ed asperità delle loro giogaie erano costretti ad arrangolar sulle glebe 
per {strappare un povero alimento alle pietre, dovessero fin dai loro 
incunaboli volgere gli occhi alle sottostanti marine, farsi pescatore 
dapprima, e poi corseggiatorì , e perciò calar sulle coste e cercar 
rade e stazioni. Il magnifico golfo di Luni, di cui il Mediterraneo 
non ha l'uguale, tirò i Liguri assai per tempo a fame comoda stanza 
al loro naviglio : e a tal induzione è rincalzo una tradizione anti- 
chissima che vuol Luni fondata in origine dai liguri Apuani piut- 
tosto sui colli che inghirlandano il golfo, che non verso le foci del 
Magra. 

(I) Cicer. Epist, Fam. X. — Modena in lingua etrusca diceyasi Mutiti o 
Muini che Yale aquitrinosa. Dall'etrusco Mut o Muta deriva il moderno 
mota. 



POBTI B YIB STBATB DELL' ANTICA UQUBU 143 

, Questo vasto lembo di mare, chiuso a levante dal monte Caprione^ 
e a ponente da grandi spicchi di rupi, ha distese, quasi argini, tre 
isolette innanzi alla bocca; Pahnariay che ricorda com'ivi provassero 
un giorno le palme , Tino e TinoUo , che restringendone il troppo 
spazioso accesso, lo fanno sicuro da ogni nodo di venti. Lasciando 
da parte i paraggi del lato orientale del golfo, come Lerici e Pertusola, 
e soffermandoci invece al suo lato occidentale in quella amenità di 
prospetti tra San Vito e Portovenere, si riscontra una serie di seni 
capaci e profondi quanto il più dir sì possa; tali son quelli di Pa- 
nigaba, deÙe Orazio, del Varignano, del Castegno, dell'Ulivo, di 
Fezzano, di Cadimare e Marcia. La mitezza del clima, il sorriso de' 
poggi, quali vestiti d'aranci , d'ulivi e vitigni , quali bruni di ci- 
pressi e di pini : il biancheggiar delle ^ille e delle borgate, quali 
stese sulle poppe de' colli, quali specchiantisi nell'azzurro dell'onda 
che bava d'aria mai non increspa: e in lontenanza il contrasto di 
fondi valloncelli boscati di castagni e d'abeti , e sovr'essi irte ed 
aride rocoie su cui domina la Castellana^ quasi regina del golfo, 
fanno di questi ridotti un incanto che mal può ritrarsi a parole. A 
buon dritto natura destinò questi ameni rivaggi ad essere la vera 
staziqne delle armate italiane. 

E tele fu un giorno, quando la potenza toscanica padroneggiò i 
mari e fino all'Alpi (1) allargandosi dominò la penisola (2). Ivi era 
il principale ricetto delle sue forze navali, dacché lo tolse ai Liguri. 
I Romani, poco dediti al mare, punto nulla il curarono; Efmo che 
lo visiteva quando andò centurione in Sardegna, fu il primo per 
avventura a volgere la loro intesa a quella meraviglia del golfo : 

Sst operae pretium^ cives^ cognoscere partum 
Limai. 

Slrabone lo dicea maximus non solo, ma anche pulcherrimuSy magnae 
profunditatiSy mvltos intra se portus complectens (3) ; ed Aulo Persio 
che fra quelle vaghezze di cielo e di mare sortiva' la culla, canteva: 

mihi mmc ligus ora 

Intepety Aibernatqtie meum mare^ qiw latus ingens 
Dant scopuli; et multa litus se valle receptat. 
Limai portum est operae cognoscere ^ cives: 
Cor jnbet hoc Enni (4). 

(1) NeirAIpi marittime, presso Drap, il villaggio di Auma accenna forse 
il limite estremo dell'impero tuscanico. Ruma infatti suona in etrusco 
borgata di confine. Anche il primitivo nome dell'Albula o Tevere, che 
segnava ad oriente i termini della Tuscia media, era Rumon\ onde il 
laziare Roma. V'ha un Rumo in Brianza ed un altro in quel di Trento, 

(2) Tit. Liv. Decad. I, lib. V. — Serv. ad Uh. JI Georg, v. 534. 

(3) Strab. Lib. V. 

(4) Satyr. VI. 



144 BIVISTA OONTBHPOBÀNBA 

Anche SUio Italico e Plinio l'esaltano a gara, e vuoisi che VirgUiq 
descrivendo un porto di Libia, ritraesse quello di Luni (1). 

Però i Romani non seppero emulare, come sopra si disse, gli 
Etruschi, e lo neglessero affatto. Al risorgere de' Comuni italici, 
Pisa, quasi erede dell'etrusca potenza, mandando in Lerici una co- 
lonia, intese a farne sua scala di traffico : ma questa volta il valor 
ligure cancellò le antiche disfatte, e Meloria segnò la caduta dì Pisa. 
Senonchè i Genovesi al par de' Romani poco o nulla pregiarono 
queste felici posture; anzi è fama che non potendo difenderle da 
nemiche ambizioni, perchè al lembo estremo del loro paese, stolta- 
mente avvisassero deviare la Magra e costringerla a metter foce nel 
golfo, acciò i sedimenti del fiume via via lo colmassero. Con miglior 
senno i Visconti, sotto il cui imperio giacque brevi anni la signoria 
genovese nel secolo xv, intesero a fame il naturai porto delle Pro- 
vincie lombarde ; ma rivendicata a libertà la repubblica; le opere già 
intraprese a quest'uopo presso il Torrette si lasciarono in abbandono, 
talché in oggi a gran pena se ne scorgono le sole rovine. -Più tardi 
la Signoria murò nel seno del Yarignano (1720) un lazzaretto, ove 
le navi sospette di contagione potessero far quarantena. Napoleone I 
riprese il grande disegno de' Visconti, ed anzi divisava fondare sul 
rivaggio di Panigalia una vast^ città cui avrebbe legato il suo nome. 
Tutto fu invano; solo all'Italia fìa dato tornare al prisco onore il 
più antico e degno porto d'Italia. 

La signoria degli Etruschi estendevasi anche sul porto di Genova: 
poiché fortissimi sull'armi navali (nella guerra contro i Focesi, la 
sola città di Argilla armò sessanta galee), mal poteano comportare 
che Genova in tanta vicinità di confini cogli emporii di Luni, Pisa, 
Cere, Tarquinia e Populonia sfuggisse alla lor soggezione ; onde le 
guerre diuturne che si chiusero con la prevalenza del popolo etrusco 
e con la federazione di Genova al Nome toscanico, simboleggiata 
dal Giano bifronte. E se questo è, come ragionevolmente si tiene, 
ben può affermarsi aver Genova fin da que' tempi smessa la sua pri- 
mitiva selvatichezza, e fatta emporio de' popoli italici , dovesse non 
men di Marsiglia, ch'allora cominciava a fiorire, avversare le guerre 
ed i perpetui rivolgimenti ond'erano involte le tribù liguri. Le quali 
soprammodo gelose della libertà loro, e viventi di ratto e di guerra, 
armata mano opponevansi a qualsivoglia straniero visitasse a cagion 
di traffico le loro marine : laddove per l'opposto doveva stare a cuor 
de'Genuati, per l'esca del guadagno, porgersi amici e manierosi 

(1) Tum quos a ni^reis exegit Luna metallis 

iDsigDis porta, quo non spatìosior alter 
Innumeras capisse rates et claudere pontum. 

S. Ital. De Bello Punte, Lib. Vili, 

Vedi Plin., Lib. Ili, 8 — Virgil. Enetd., Lib. ì. 



POBTI B TIB STRATB DBLL' ANTICA LIGUBU 14& 

colle foirestiere nazioni , acciò continuassero ad usare ai loro porti. 
Questo assiduo contatto con altri popoli addolci non poco la nativa 
lor indole. Avvi nelle città marittime, al dire di Cicerone, certa cor- 
ruttela e mutamenti di costumi ; imperocché vi sMnnestino di nuovi 
parlari e nuove discipline, e vi s'apportino non solo mercatanzie 
straniere, ma sì nuove usanze, cosicché ninna parte rimansi intera 
delle patrie instituzioni. Quinci non lievi arguizioni discorrono a 
sgroppare un difficile nodo ; quello cioè di chiarir le ragioni per cui 
abbiano i Grenuati nelle lunghe guerre esercitate dai popoli della 
ligure federazione contro i Bomani, costantemente tenuto le parti ne- 
miche, dal solo caso in fuori, in cui Magone forzatamente tiravali a 
romper fede ai Latini. Queste peraltro verranno agevoli e piane, se si 
considera che Tinfluenza toscanica ammorbidì la loro innata fierezza, 
e gli fé' propensi alla pace non men degli Etruschi medesimi, i quali, 
anziché collegar Tarmi loro a danno dì Boma, non le seppero opporre 
che sforzi parziali. Una tal confettura acqueta ogni dubbio, e assume 
aspetto di verità irrepugnabile, avvegnaché in altra guisa non possa 
comprendersi , come abbia Genova immutabilmente parteggiato per 
una politica che la sceverava dai popoli della ligure federazione. 

Del resto, il porto di Genova, da cui non ha molto cavavasi un 
superbo rostro di trireme appartenente ai secoli della romana domi- 
nazione, era fin da que' tempi di tale ampiezza da ricettare le sessanta 
navi da guerra con cui vi si poneva Publio Scipione. Esso occupava 
assai tratto dell* odierna città ; i nomi di PTé$ (prati), Campo^ Vigne^ 
Canneto^ Fossatello e Fossato accennano a luoghi in prima coperti dal 
pelago, e appresso vólti a coltura, e in oggi mirabili per superbi edi- 
ficii ; i nomi della Marina^ delle Fosse del Colle, di Rivolta {JRipa alta), 
di Matta mora (1) a' pie di Carignano, e non pochi altri indizii n'ac- 
certano che anche fra questo poggio e quel di Sarzano ingolfavasi il 
mare. Perch'io son d'avviso che Genova, oltre l'attuale suo porto reso 
in oggi sì angusto, avesse, al paro di quasi tutte le antiche città , un 
altro men ampio, ma più sicuro ridotto nel luogo detto tuttavia la 
Marina, che appimto sottostava a quel colle su cui primamente la 
città edificavasi. Un tal colle, detto da un'arce sacra a Giano Sarzam 
(Arx Jani) abbracciato ai due lati dal mare su cui sporgeva a foggia 
di lingua, fé' attribuire a questa città la denominazione di Genova, 
che negli antichissimi idiomi «Monh punta sull'acque (2). 

(1) Con questa voce desunta dagli Arabi, presso 1 auali suona ancor 
oggi fosse ai grano, i Genovesi designavano il luogo dei loro granai, come 
con voce egualmente moresca dicevansi Reha i depositi delle mercatanzie. 

(2) Difettando gli antichi popoli italici, non che i Romani, della lettera 
G, presso i quali è noto averla introdotta primamente Garvilio, usavasi 
invece la lettera C; onde si sarà scritto Cenua anziché Genua, Quindi da 
cen, punta, e da at? , aqua, formavasi il nome di Genova. Egual radice 
riscontrasi nei nomi di Gen-^ava, Ginevra: e di Gen-abumt Orléans, poste 

Sivista (?. — 10 



146 BIVI8TA OONTBHPOBÀNBA 

4. — Anche il suo porto avea Savon o Savona, non potendo noi 
consentire con chi volle locar Savo in Saorgio nel contado di Nissza. Né 
giova che Savo da Tito Livio sia detto oppido alpino^ avvegnaché, se- 
condo lo storico padovano, i Liguri occidentali fino ai Sabazii apparte- 
nessero all'alpi marittime; al che pur s'accosta Strabene dicendo, nei 
Sabazii aver termine il claustro alpino, e da Genova incominciar gli 
Àpennini. Inoltre, se si pon mente che Magone fé' stanziare in Savo 
dieci navi onuste delle spoglie di Genova per esso lui smantellata, e 
che a tal uopo doveva scegliere un luogo di presso e sul mare, ogni 
dubitazione verrà dileguata. Questo porto già in parte insabbiato dalla 
vicina JSansobbia venne, com'è noto , distrutto dai Genovesi nel 1525, 
i quali per punire la contumacia de' Savonesi v'affondarono due vec- 
chie navi colme di pietre. 

I Vada Sdbatiay che ^estendevansi fino al monte alle Mete, non 
erano anch'essi che un ampio sfondo, una rada, ove come avvien 
di presente, ben riparati soeteneansi i navigli ; non essendovi di veri 
porti artefatti traccia alcuna in Liguria, come mostra aperto Stra- 
bene. Né su ciò può cader dubbio, sebben Plinio chiami porUu i Vaia 
Sabatia^ avvegnaché sogliano i cosmografi antichi adoperare nel 
senso istesso le voci portus e statio, testimone il Mazzocdii. 

5. -^ U porticello di Monaco, cosi detto, secondo Strabene, per 
indicare l'angolo estreme ove i Massalioti poneaoo a svernare le ar- 
mate loro, non era capace di molti né di grossi navili. Quando il 
console G. Ostilio Mancino ebbe il carico della guerra contro Nu- 
maozia, per via di terra recavasi a Monaco, ove già /essendo le navi 
in assetto di vela, udì voce che dall'alto tuonavagli — t'arresta, e 
Mancino 1 — Il console esterrefatto die volta e trasse al porto di Ge- 
nova, ove stando surto co' legni, favoleggiasi che un immane ser- 
pente, quasi a sviarlo dalla ingiusta sua impresa, mentre e' sferrava, 
gli sibilasse incontro e s'immergesse in profondo. Questo sinistro 
prenuncio fu di corto seguito da una orrenda disfatta toccata dalle 
armi romane. Niun altro ricorde ci resta intorno a questo ridotto 
che apparteneva alla tribù dei Vedianzi. Sappiamo soltasite che le 
sue prode venivano talor flagellate da un furioso rovaio che addi- 
mandavasi Cercio^ e che spesso impediva l'appulso alle navi (1). 

entrambe in identica giacitura a quella di Genova: Ginevra suirangolo 
formato dal Lemano ed Orleans su quello formato dal Loira. 
(1) Quaque sub Herculeo sacratus nomine portus 

Urget rupe cava pelagu^; non Corus in illum 
Jus habet, aut Zephyrus : solus sua litora turbat 
Circius et luta prohibet statione Monoeci. 

LucAN. Phars. Lib. I, v. 405. 
V. anche Viro. Eneid., Lib. VI, v. 850. 
Ventus Circius armatum hominem... plaustrum oneratum percellit. Cat., 
Origin. L. IH, ap. Aul Geli. L. Il, e. 22. — Pila. L. Il, e. 47. — Senec. 
Quaest. naiur. Lib. V, e. 17. — Strab. Lib. IV. — Diod. Sic, Lib. V, 26. 



PORTI B VIE STBATB DJBLL' ANTICA LIGURIA . l^ 

6. — Fin qui abbiamo di volo rinfreflcato la memoria di quelle 
stazioni che tuttora eussistooo; dobbiamo ora tornare in veduta le 
molte che sparvero, ma di cui ci restano non dubbie testimonianze 
nell'aspetto de* luoghi, o aperti riscontri negli istorici antichi. 

Yentimiglia ch*era stanza di un numeroso presidio e d*un fla- 
mine (1), il che non consentivasi che a grandi e illustri città, van- 
tava il suo porto; e presso la fontana del Borgo dove appunto anco- 
ravano i legni, leggevasi, or fanno più secoli, una inscrizione che 
accennava ad un faro ivi eretto a comodo de' naviganti. Questo porto 
restò affatto deserto quando gli Arabi annidarono in Frassineto, e 
Botari devastò la Liguria^, nel qual tempo ^i abitatori delle spiaggie 
marittime fuggendo i luoghi aperti, ripararono in grembo alle so- 
prastanti montagne. 

Tanto jmr intervenne del porto d'Albenga, potentissima un giorno 
sul mare. La sua stazione posta allo schermo del Capo Vadino che 
davale il nome e dell'isola Gallmara da cui distava non più d'un trar 
di balestra, fu ingoiata dal fiume e sepolta dall'arene risospinte dai 
flutti. Il Centa che porta al m^e 11 tributo di ventisette milioni e 
trecenquaranta due mila metri cubi d'acqua ogni giorno, menò un 
di le vorticose sue piene a levante della città ; ma appresso abban- 
donato alle proprie licenze si sviò dal suo letto, scaricandosi sopra 
il porto Vadino. I marosi, gli estuari e gli sfondi che in più luoghi 
ti si parano innanzi in vicinanza del mare, chiariscono gli spaglia- 
menti del fiume, che con acervi di ghiare e limaccio n'interrava il 
cratere, senza pur intieramente colmarlo. U lago del Serpente e quel 
di Varenna, subbìetti di favole e di pietose leggende, son baratri 
che la posatura dell'acquie non ha potuto riempire. 

7"" D'altri navali ricetti ci resta tuttavia qualche traccia, tra cui 
gioverà ricordare quello di San Salvatore presso la foce dell'Entella, 
la iella Jlumana dell'Alighieri (2). A due miglia dal mare so ne 
scorge l'ampio ricinto, in cui sterrando trovi l'arena sottoposta agli 
strati argillosi, e cavansi ancore, rostri ed altri nautici arnesi. Il 
nome stesso di Pónte di Mare dato al ponte di S. Maddalena, benché 
discosto oltre un miglio dal lido, è nuovo rincalzo alla nostra sen- 
tenza. Nel suo bel mezzo or vi torreggia la superba basilica d'In- 
nocenzo IV de' Fieschi (anno 1244), dominatori di queste contrade. 

Il ridentissimo golfo Tiffulio, detto or di Rapallo, fioriva anch'esso 
per molte stazioni : sussistono tuttavia quelle di Portofino (Delphint 



(1) Cicer. Episi. L. Vili , EpisL XV. 

ri e Ghia 
Da bella. 

Dantb, Purg. Canto XIX. 



(3) Intra Siestri e Chiavari s*adima 

Una fiumana bella.... 



148 RIVISTA CONTBMPORANBA 

portus), sebben ristretto in angustissima cerchia, e di Paragi che 
con ligure appellazione un dì nomavasi Mosca. I vaghi e sicuri 
bacini di PrellOy Trivello, Poma e Langano son oggi quasi inter- 
rati. Del tutto scomparso è il vasto ridotto che dalle foci del Boga 
Boato girava e sfondavasi fino in Val di Cristo^ stanza di un ve- 
tusto cenobio, nelle cui vecchie mura scorgonsi' pendere a ganci 
grosse annoila di ferro, atte già a securare i navili dalla furia delle 
onde. La faccia del luogo e il covar che vi fanno l'acque paludose 
e morte, le quali forse diedero il nome a Rapallo {rea pàlus) con- 
fermano il nostro assunto. Non parlo dell'antica Tigulia che, a nostro 
avviso, è d'uopo ricercare in Trig^so, come la Segesta Tiguliorum 
neir attuai villa di Sesta sul Vara. 

Non miglior ventura sortirono le rade d'Albissola {Alba Dodlia)^ 
dì Noli {ad Navalia) e di Varigotti, di cui peraltro si scorge la 
cerchia e la torre che la sormontava, forse ad uso di faro o di pro- 
pugnacolo. Il Fridegario la fa distrutta da Rotari nel 641. La sta- 
zione d'Alassio posta nel luogo che serba ancora l'appellazione di 
Porto Selvo e ne' portolani di Fos$fiy soggiacque pur essa alle in- 
giurie del tempo. Taluni la dicono rada della Zaigueglia. 

L'autore dell'itinerario marittimo segna tra Monaco e Nizza tre 
navali stazioni : Avisio, Anao ed Olivula. Neppur dr queste abbiam 
traccia, dalla terza infuori ch'è l'Olivella. L'OlfvtUa detta ne' tempi 
di mezzo Castrum de monte Olivo lasciò di sé mesto ricordo in alcuni 
ruderi, che scorgonsi biancheggiar di lontano sulla pendice dèi 
monte Olivo. Il suo porto trovavasi alle falde del colle, al lato orien" 
tale del seno di Villafranca. Il Petrarca e con esso il Cluverio e il 
Beretta, confuse il porto di Villafranca con quello d' Olivula, di cui 
nel 1375, epoca del viaggio di Gregorio XI da Avignone a Roma, 
più non eravi traccia alcuna. 

Chi volesse annaspar conjetture intorno ad Anaonem^ potrebbe ac- 
cennare che questo porto fosse non già la rada che al dir del Giof- 
fredi, chiamavasi Malo^ sì un'altra stazione nella penisola di S. Ospi- 
zio detta di Sospiers^ in quella parte che riguarda a settentrione la 
spiaggia tra Villafranca ed Eza. Così del pari YAvisio portuSy nome 
travisato in quello d'Eza tra Villafranca e Monaco, dovrèbbe porsi 
là dove la piaggia d'Eza ai due lati incurvandosi, lasciava un capace 
ricetto alle navi. Senonchè il difetto assoluto d'ogni memoria non ci 
consente a sgroppare tai nodi. 

Non farem cenno di Porto Maurizio, di cui cercheresti indarno 
vestigio che accusi l'esistenza d'una stazione navale: e non di Nizza 
che del pari ne difettava. Bensì un porto d'un'entrata maggiore di 
quattrocento tese esisteva tra Frejus (Forum Julii) ed Antibo, detto 
il porto Oa^ybio dell'antica Egitna^ il moderno porto d'Agay, che 



POETI B VIB STBATB DBLL' ANTICA LIGURIA 149 

gualche autore confuse con quel d' Olivula. Ma qui facciam sosta, 
non essendo del nostro argomento allargarci oltre i confini ligustici. 

8. — Abbiamo qua e là tocche di volo le diverse cagioni che con- 
corsero a distruggere i porti delle nostre costiere. A queste s'ag- 
giunga Pavere i Romani senza intermissione avversata la potenza 
marittima de' popoli italici, per cui sempre intesero ad assottigliare 
le loro forze navali e sdegnarono ristorarne i porti e le rade. Roma 
pose ogni studio a cancellare i caratteri dei popoli che conquistava : 
la sua spada abbatte ogni grandezza, og^i memoria de' vinti ; strozza 
ne' suoi terribili amplessi i nostri commerci e nelle sue leggi dichiara 
infami il lavoro ed il trafSco. Ogni nostra gloria marittima doveva 
quindi perire. Ond'è che a' tempi di Strabene il quale visse intorno il 
principio dell'era volgare, la Liguria non aveva più porti, e soltanto 
in pochi luoghi poteano approdare le navi e gittar l'ancore (1). 
Augusto infine ne affrettò la rovina, quando aperse un ampio arsenale 
a Frejus, e pose una fiotta in Aquileja e in Ravenna e un'armatetta 
sul lago di Como e sul Rodano, senza pur darsi un pensiero delle an- 
tiche e grandi stazioni della Tuscia e della Liguria che già volgeano 
al loro declino. Questo superbo dispetto delle nostre cose navali rese 
per avventura mal conte le seAolae o collegi d'arti marinaresche che 
pur erano in gran fiore tra noi, primo germe di quelle confraternite 
o associazioni, onde uscirono ne' bassi tempi quelle generazioni ga- 
gliarde d'artefici e combattenti, che ogni cosa improntavano di loro 
audace natura e che volsero perfin le Crociate in una immensa specu- 
lazione di traffico. 

Fra queste corporazioni giovi toccar quelle dei VessiUarii Scalarii, 
Navicidarii e Centrones^ cioè fabbricatori di centores o schiavine, e i 
Dendrqforij cioè i somministratori del legname atto alla costruzione 
de'navili. Questo collegio d'artieri doveva sopramodo prosperare fra 
noi, dove le montagne arborate d'abeti e di larici, piante noderose e 
ferrile che vigoreggiano tra i nudi scogli e il battagliar de' tifoni, 
offrivano largo campo al valor degli artefici. Industria antichissima 
e tutta nostra era questa: di che fa fede Virgilio, solerte raccoglitore 
delle italiche tradizioni, il quale cantando della ligure armata e dei 
suoi condottieri che trassero in soccorso d'Enea, descrive la nave 
superba su cui veleggiava CupavOj rampollo del re ligure Ciffnc^ 
sulla cui poppa sorgeva sculto un ingente Centauro, che levando in 
alto un macigno, sembrava scaraventarlo ne' flutti. 

E qui forse converrebbe indagare per che modo i Liguri, che da 
prima usavano certe lor fuste manesche e sottili, le convertis- 

(1) Omnino autem universum litus a Monoeco portu ad Ètruriam usque 
coDtiuuum est, et portubus caret, nisi quatenus paucis locis appelli ntives 
sinit, et defigi ancoras. 3tiub. L. IV. 



150 UnnfiTA OOKTBBfPO&ANBA 

sete, suirese^ipio de* Fenieii, in navi di grsm oorpi e tondegpgumiti 
e come appresso salUosera a quella bdkzsa di fimne d'i accenna Vir- 
gilio. Seooncbè queste e domiglianti rìcerefae ci tparrebbero per av- 
Tentura fuori del eercbio ehe ci siam divisato. Soltaoto, continuaodo 
il primo nostro assunto, diremo, che il non esservi stato in Liguria 
alcun prefetto navale, come a Como, ad Aquileja e al promontorio 
Miseno, ove Plinio esercitò tal ofileio, mostra il niun eonto in cui ci 
aveano i Romani. Eppur grassi guadagni tirava Roma dai nostri 
porti, ove le mercatanzie per opera d'ingordi dazieri pagavano sfol- 
gorati balzelli : da un ottavo fino al quarantesimo del loro valore. 
Arrogi ebe il fisco attribuivasl Tun per cento sopra ogni vendita, 
e il venti per cento sopra ogni schiavo'. Peraltro il preaa» di questi 
cbe a' tempi di Catone era di millecinquento dramme (denarios), 
cioè di milleduecnto lire ciascuno, fu appresso si teikue tìbe nelle 
Oallie s'aveva a miglior derrata uno sebiavo ebe un an&^ra di vino. 

Soltanto nel V secolo siede in Liguria un Cornei ripamm e ui^ 
Comes porìuSy il cui carico era più ch'altro un nome vano. 

9. — Facendoci ora a trattare delle vie strato in Liguria, forz'ò 
rammentare essere appunto le vie quasi lo specchio delle condizioni 
civili d'un popolo, avvegnaché agevolando l'esercizio de' traffici e lo 
spaccio delle derrate, come le vene del corpo umano, difEondono in 
ogni dove il battito, il calore e la vita. La storia della lor floridezza e 
del loro decadiaiento in Italia è quella del popolo italico. . Salde e 
maestose segano l'intera penisola a' tempi della romana grandezza; 
manomesse come og^i altra cosa gentile nei secoli della barbarie e 
delle civili conflagrazioni, ancor esse risorgono' al rifiorire de' tempi 
nuovi. 

Se il testimonio di Livio , di Strabene , di Posidonio e di Floro 
intorno l'efferata selvatidbezza de' Liguri rispondesse al vero, assai 
di leggieri c'indurremmo ad opinare che la Ligurria difettasse di facili 
vie, e che ogni agevolezza di transito dovesse riferirsi ai Romani. Ma 
interviene ire assai circospetti noli' aggiustare piena credenza a quegli 
scrittori che, avversi al ligure nome, ne distrussero le prische memo- 
rie, e ciò maggiormente quando il discorso della ragione e le stesse 
istorie nemiche dell'opposto fan fede. Se i Liguri aveaa porti, armate 
ed eserciti, doveva di necessità il loro paese essere solcato da comode 
vie. E per vero, come loro potea venir fatto senza facili accessi di met- 
tere in punto gli eserciti, e traghettare dalle interne foreste i legnami 
agli arsenali di Luni, di Genova, d'Albenga, di Yentimiglia e di Mo- 
naco? È fuor di contrasto che un'ampia via pel eolle di Tenda, detta 
poi la Domina^ v'aprirono gli antichi Tesmofori o i coloni fenicii ; è 
pure fuor d'ogni dubbio che Magone circa un secolo innanzi a Emilio 
Scauro condusse per le nostre montagne i suoi elefanti, e al disopra 



PORTI E VIE STRATB DKLL'ANTIOA LKJUBIJL 151 

d'AIbenga per il passa di Nava scese in riva del Tanaro. Arroge che 
Polibio, il quale sessanta anni appresso il passaggio d'Annibale, va- 
lioò l'Alpi, ci narra che ben quattro strade a lui note tracciavanle : 
l'uoa per la regione dei limrim ove il Cartaginese era disceso: due 
su quel ie' Salirsi e de' EieU^ e infino la quarta per gli altipiani della 
Liguria marittima (I). Alcuni anni appresso i Romani conobbero anche 
i passaggi dell'alpi Gamiche per le valli del Tagliamento e del- 
l'Isonzo, e quelle pel litorale dell'Adriatico, ove i monti spianano in 
verso il mare. Le cose anzidette chiariscono non potersi esclusiva- 
mente gloriare i Romani d'aver apertole prime strade nel nostro paese. 
Bensì loro assentiremo il vanto superbo d'averle munite e rese agevoli 
a trarre in Soma^ con più prestezza e sicurtà i tributi e le spoglie dei 
vinti (2) e a condurre da un \\xogo all'altro gli eserciti ohe aveano a 
disegno lo sterminio dei popoli, i quali vegliavano a custodirle e a 
loro contenderne il varco. Tale l'eroica tribù degli Steni; Il Senato 
benché già dominasse gran parte dell'Alpi, divisava tagliarvi una 
gran via per più facilmente domarne la contumacia ; perchè impose a 
Q. Marcio Re d'assalire quel popolo, che più gelosamente d'ogni altro 
guardava il valico alpino. Dopo lunghi e disperati conflitti veggendosi 
i liguri Steni d'ogni banda attorniati, arsero pagi e castella, donne 
ed infanti sgozzarono e precipitaronsi dentro gì' incendii suscitati 
dalle loro mani. Perfin coloro che gemeano in cattività de'uemici 
s'uccisero di laccio o di &me, mostrando di che tempra cuori aves- 
sero in petto. Un solo, mirabile a dirsi, non v'ebbe neppur fra i 
più giovani in cui l'amor della vita potesse tanto, da fiar loro so- 
stenere il servaggio (3). CoA il passo dell'alpi Graje (il piccolo S. Ber- 
nardo) s'aperse ai Romani coll'eccidio d'un popolo intero. Ma il tristo 
guadagnar che ne fecero ! poiché continuo i montanari loro ne dispu* 
tarono il varco. È noto che Valerio Messala inviato a debellar l'Aqui- 
tania fu costretto a comperarne il passaggio: e tanto pur avvenne a 
Sartorio, il quale a chi di ciò l'appuntava, rispose : non si paga mai 
troppo il tempo da chi medita eccelsi disegni. 

Per l'opposto, Cozio figliuolo di re Donno che signoreggiava 
l'aspre regioni poste fra il Roccamelone e il Monviso, che appresso 
dal suo nome si dissero Alpi Com , amicatosi Augusto , agevolò 
il passo a' Romani con nuove tagliate fra i suoi dirupi; (4) onde il 

(1) Strab. IV. 

(2) Ut omnia tributa velocitar et tato transmitterentur. Vroco^p. 

(3) Paul. Oros. L. V, e. 14. — Fast. Capit. Fragm. Pigh. Tom. \\\, 
pag. 83. — Epit. Tit. Liv. LXII. 

(4) Hujus sepulcrum reguli (Cotii) , quem itinera struxisse retulimus, 
Segusioneest moenibus proximum; manesque ejus ratione gemina reli- 
giose coluntur. Amm, Marceli , Lib. V. 



162 BtinSTA CONTBMPOBÀNBA 

titolo di prefetto ch'ebbe a'tempi di Cesare, gli venne dall'imperator 
Claudio commutato in quello di re. 

Tornando ora al nostro compito, s'egli è certo che i Liguri pos- 
sedeano già una via che solcava gran parte della loro costiera, non 
che altre parecchie che dal mare metteano alle regioni apenninicole 
e alpine, non può a'Romani contendersi d'averle rassettate, spianate 
e aperte alcun' altre. Noi c'ingegneremo a divisarle ed a seguirne, 
per quanto è possibile, il corso, additandone le mansioni e le traccie, 
e toccando tutte quelle particolarità che hanno appicco al nostro 
argomento. • 

Eh. CBLB8IA. 

{emtinua) 



153 



RASSEGNA POLITICA 



Allorché gli animi si aUietavano pella speranza che si sarebbe 
alla perfine ottenuto dair Imperatore de'Francesi il suo uUinuUum 
sulla questione romana in senso favorevole all'unanime desiderio 
degl'Italiani, l'insospettata nomina del sig. Drouyn de Lbuys a Mi- 
nistro degli affari esteri in surrogazione del sig. Thouvenel amico 
dell'Italia venne a soffocare ogni speranza, anzi originò gravi timori 
considerando quale fu la politica del sig. de Lhuys quando fu altra 
volta al potere. La nomina del sig. La Tour d'Àuvergne, molto 
devoto al Papa, all'ambascieria francese in Roma, e la traslocazione 
altrove dell'ambasciatore francese presso la corte italiana, il sig. 
Benedetti, provatissimo amico della causa nostra, confermano le in- 
duzioni che realmente l'indirizzo politico sulla questione di Roma 
mutò; gli osanna poi che canta in tutti i metri il sig. La-Guerroniòre 
nel suo foglio Za Franee rimuove le dubbiezze che alcuni potevano 
ancora conservare. La circolare del nuovo Ministro, in date del 18 
andante assevera che non sarà cangiata la politica imperiale, ma non 
dichiarando esplicitamente quale dessa sia, lascia campo ad ogni ma- 
niera di interpretazioni, secondo il proprio sentire; sgraziatamente, 
raccogliendo ogni piccolo sintomo, si viene nella convinzione avere 
l'Imperatore deliberato di continuare a sostenere colle armi francesi 
lo scettro temporale del Papa , come l'articolo della Franee del 23 
andante dà per positivo. 

Ewi chi attribuisce questo cangiamento all'influenza dell'Impe- 
ratrice in voce di molto devota al Pontefice ed a concordi rappre- 
sentanze dell'episcopato francese, nessun membro del quale non è 
più oggidì gallicano; altri lo attribuiscono a. dispetto cagionato 
all'Imperatore dalla nota del ministro Durando che vuoisi sia stata 
interpretata come comminatoria di una risoluzione ; altri perfine a se- 
greti negoziati col gabinetto britannico, per far cessare i gran VMetmgs 
garibaldisti , in cui si protestava contro l'occupazione di Roma per 
parte de' francesi, i quali eccitavano negli operai francesi un'agitazione. 



154 RIVISTA OONTBMPORANKA 

À detta di costoro si sarebbe pattuito il mantenimento dell'integrità 
deirimpero Turco, ciò che implicherebbe freddezze nelle relazioni 
colla Russia, a patto però che non fosse più avversata la indefinita 
occupazione di Roma da truppe francesi, e si lasciasse l'Imperatore 
arbitro delle sorti del papato. Ora il sig. di Tbouvenel essendo av- 
versario della politica britanna rispetto alla Turchia, e parteggiando 
pello Czar, l'Imperatore lo avrebbe esonerato dal Ministero degli af- 
fiiri stranieri per ottenere impedite le proteste in Inghilterra contro 
il potere temporale del Papa e la presenza di soldati francesi in Roma, 
senza cui quel potere svanirebbe in poco d'ora. 

Profani ne'segreti dei gabinetti abbiamo voluto riferire le varie 
voci corse per ispiegare la venuta al potere di chi avversò a Parigi 
l'unità italiana: bene osserveremo che la notizia della nomiTMt del 
sig. Drouyn de Lhuys fu accolta con plauso dalla stampa giorna- 
liera britanna e che i meetings cessarono , perchè mancato loro 
l'appoggio de' membri del Parlamento ed il permesso della polizia; 
soggiungeremo quindi che non andavano errati coloro i quali an- 
nunciarono che il giornale La Prance^ prossimo a venire in luce, 
diretto dal sig. di La-Guerronière, sarebbe stato il portavoce delle 
idee imperiali. - I primi numeri sollevarono lo sdegno universale, 
ed il giornale fu sollecito a dichiarare non essere foglio né officiale 
né officioso, ma i fatti sono venuti a provare come le antiche relazioni 
tra il redattore proprietario di quel periodico e l'augusto capo del- 
l'Impero non erano state interrotte, e conoscerne egli le intenzioni, 
esseme egli, come opportunamente lo chiamò il deputato De Cesare, 
il rifelatore (1). 

Pare dunque si voglia ripigliare il programma di Villafranca in 
quanto può ancora eseguirsi; cioè a dire, non si vuole un'Italia, 
ma tre, ma quattro, e se più meglio ancora. Quantunque il federa- 
lismo insanguini oggidì l'America settentrionale in modo da spaven- 
tare gli amici dell'umanità, il sig. di La Guerronière, che trovò 
(incredibile a dirsi!) un alleato nel sig. Proudhon, si è posto a strom- 
bazzarne le beatitudini , attalchè non si sa come non abbia proposto 
di scindere almeno in due la Francia, facendo un impero al di qua 
della Loira con Marsiglia per capitale, un altro al di là con Parigi, 
e restituendo per debito di coscienza Avignone al Papa, stato ven- 
duto a denari contanti dalla regina Giovanna con rogito di cui si 
hanno gli atti autentici, mentre la donazione fatta da Pipino di Roma 
e contomi è tuttora controversa. Questi tre Stati dovrebbero essere 
confederati acciò la Francia potesse provare le delizie attuali della 
Confederazione degli Stati-Uniti. 

(1) L'Alleanza franco-italiana. 



BASdB<}NA POLITICA 1S6 

Come ai dovrà condurre l'Italia in queste gravi contingenze? A 
nostro povero avviso ne pare essere miglior consìglio quello dato 
dal foglio inglese Th$ TimeSy cioè di temporeggiare. L'attuale enUnie 
eariiale coir Inghilterra sarà, come le precedenti, passeggiera, anche 
essendo al Ministero il sig. Drouyn de Lhuys^ perchò l'animosità 
tra le due nazioni è troppo radicata. Il Pontefice dal suo canto non 
vorrà continuare a vivere pel beneplacito di Napoleone ed essere in 
balìa del presidio mandato per sostenerlo in trono. La situazione 
politica delle cose in Prussia, massime dopo i recenti discorsi di 
quel Sovrano alle Deputazioni municipali con cui lascia intravedere 
che governerà a modo suo e non a quello della Camera elettiva, è 
tesa talmente che deve rompersi , dal che ne nascerà un subuglio 
nell'Alemagna da chiedere necessariamente l'attenzione di Napo- 
leone III alle agognate rive del Beno. In quanto alla Turchia, seb- 
bene soggiogati i Montenegrini e costretti i Serbi a contentarsi di 
fatili soddisfazioni, la pace non sarà durevole. Tra gl'Islamiti de- 
spoti ed i Cristiani oppressi non vi può essere pace. Tutti gli 
sforzi dell'Inghilterra cristiana per sostenere la Turchia maomet- 
tana, non produrranno fuorché la prolungazione dell'agonia, ma non 
mai la sua salvezza; e se l'Inghilterra potè lusingarsene per la 
vittoria riportata dopo un anno di parziali sconfitte dal Sultano che 
comanda a 36 milioni contro i Czernogori che non sommano se non 
a cento trenta mila, — la recente nuova insurrezione greca che 
costringerà il re Ottone satellite dell'Austria ad abbandonare il 
regno (anzi già se n'era annunziata la partenza) tornerà a met- 
tere in dubbio se possa l'impero Turco in Europa continuare a sus- 
sistere. I Sovrani ed i Ministri credono di vivere ancora ne' se- 
coli ove potevano a loro capriccio fare e disfare gli Stati. Gli avve- 
nimenti hanno un bel provar loro che nei dì che corrono le volontà 
nazionali vogliono essere prese in considerazione, essi stanno per- 
tinaci in queste loro pretese, ed a vece di progressive e pacifiche 
ricomposizioni di assetti politici, seminano rivoluzioni. Quella della 
Grecia si estenderà nelle isole dell'Arcipelago, nella Tessalia e nella 
Macedonia. L'Inghilterra sarà larga d'armi e di soccorsi alla Turchia, 
ma ciò nullameno non potrà salvarla. 

Né credasi nemmanco che il nuovo Ministro di Francia valga a 
ridar forza all'Austria malgrado le rosee profezie dell' OstdeiUschepost, 
Ad onta di tutte le moine fatte, l'Ungheria non si lascia adescare 
dalle promesse del giovine imperatore, il quale ha già dato saggio 
del come intenda a mantenere lo statuto costituzionale che h^a lar- 
gito. Il gabinetto viennese è astuto, ma il patriotismo magiaro ha 
occhi di lince, e scorge il tranello che gli si prepara. D'altra parte 
l'elemento slavo , cosi preponderante per numero nell'Impero Au- 



156 BIYISTA OOKTBKPOBANBA 

striaco , se non ne rovescia il governo , vi crea piccoli ostacoli sì, 
ma continui, da incepparne razione. L'antagonismo tra le varie 
nazionalità si propaga neiresercito che fu la tavola di scampo del- 
TAustria negli anni 1848, 49 e 59, così a lei fatali. Insomma l'Im- 
pero è cancrenato, e per salvarlo è necessaria l'amputazione. 

E quand'anche tardassero a scoppiare insurrezioni nella Germania, 
tutto lascia presumere che nel corso dell'anno prossimo la Russia 
sarà teatro di sconvolgimenti. I poveri polacchi danno agl'Italiani 
un bell'esempio da imitare. La loro indipendenza politica è assai 
più problematica della nostra. A noi mancano solo Roma e Venezia, 
ai polacchi tutta quanta la patria; eppure non disperano; e con 
una meravigliosa pertinacia rifiutano le libertà che lo Czar pare di- 
sposto a largir loro se a prezzo dell'indipendenza e dell'integrità 
territoriale. Nella Russia poi i mali umori vanno crescendo ne'boiari, 
nell'esercito e ne'contadini, e le innumere sette religiose spingono 
in tutte le classi a chiedere un sistema rappresentativo che, com'è 
composto quell'Impero , ne cagionerebbe lo sfascio. Nel Caucaso , 
quegl' indomiti montanari hanno ricominciato a far scorrerie colla 
peggio dei Russi. Nella Finlandia poi evvi tal spaventosa carestia, 
che su due milioni d'abitanti, 200 mila non hanno più modo di vi- 
vere assolutamente, e 300 mila devono nutrirsi d*erbe selvatiche. 

Profittando della crisi politica che minaccia di sconvolgere la Prus- 
sia, la Danimarca , traendo ardimento dal parentado ch'è per strin- 
tra la dinastia che la regge con quella dell'Inghilterra, provvede in 
modo da incorporarsf amministrativamente lo Slesvig, questo cavallo 
di battaglia delle pretese tedesche su cui giurisconsulti , storici e 
pubblicisti di tutta l'Allemagna scrissero tanti libri da comporne una 
biblioteca. Siffatte provvidenze hanno maggiormente inaspriti gli 
unitarii tedeschi che rimproverano al gabinetto di Berlino una ingiu- 
stificabile pazienza. Ecco un altro focolare d'incendio che aspetta gli 
si appicchi la miccia. 

Inoltre i piccoli principi tedeschi, scorgendosi minacciati di essere 
ridotti alla condizione di vassalli del potere unitario che si vagheggia 
istituire in Francoforte, vanno parecchi di loro a gara in dare prove 
di liberalismo onde ascriversi nella lista dei candidati alla corona uni- 
taria. È saputo quanto abbia già operato in questo senso il Duca 
di Sassonia Gotha, il cui ritratto è divenuto d'obbligo in tutte le 
povere stanze degli operai. Ora entra nell'agone il Granduca di 
Baden. Egli ha testé concesso parità di diritti civili agli Israeliti, e 
dichiarò di lasciar libero a' suoi sudditi di recarsi al Von-Parlement 
in Francoforte il dì di domani, stabilito per discutere fra le altre la 
proposta di non potersi costituire una Germania con esclusione del- 
l'Austria, che anche i Tedeschi vogliono tutta la Germania e non 



BA8SB0NA POLITICA 157 

lasciarne staccata veruna parte : prese inoltre sotto la sua protezione 
le società ginnastiche che sono associazioni politiche. Mentre altri 
sovrani tedeschi, nemici non pure dell'unità germanica ma di tutto 
quanto pute di liberale, agiscono in senso opposto e paiono vogliano 
proprio, coi loro provvedimenti dispotici, accelerare lo scoppio della 
rivoluzione. Essi sono il vecchio Re di Wurtemberg il più innanzi 
in età dei sovrani deirEuropa, il Re di Anovria e l'elettore di Assia- 
Cassel. Loro segreto alleato è il Re di Baviera che, se pur osasse, 
ne farebbe altrettanto ; non avendone il coraggio sì restringe a farla 
da campione del papismo e dell'Austria, ciò che fu l'una delle cause 
dell'attuale rivoluzione della Grecia e della cacciata del suo fratello 
Ottone , ma con ciò sollevandosi contro la Germania protestante 
accumula fasci pel futuro incendio. 

Cagione eziandio di disordini in qualche Stato europeo esser può 
la guerra civile che dilania la Confederazione Americana. Ove si 
protragga epperciò accresca la miseria degli operai nei filati in co- 
tone, questi possono lasciarsi trascinare ad atti colpevoli per costrin- 
gere i loro governi o ad intervenire o a riconoscere l'indipendenza 
degli Stati del Sud. Nell'un caso si avrà una guerra lontana costo- 
sissima e schiererà la Francia dall' un lato e l'Inghilterra dall'altro. 
Rotto l'accordo fra quelle due potenze dominatrici, la conseguenza 
ne sarà di doversi la Francia occupare di tutt'altro che di conser- 
vare il potere temporale del Papa. 

Noi quindi non sapremmo bastantemente raccomandare calma di 
spirito e costanza di propositi ai nostri concittadini onde poterne subito 
cogliere il destro per riunire le membra ancor sparse della nostra pa- 
tria. La costituzione delle nazionalità politiche vollero altrove molti anni 
di lotte e di sagrifizii. Solo i popoli che perdurarono nel loro intendi- 
mento la conseguirono. Noi dobbiamo né violentare lo sviluppo della 
crisi, né smarrirci se nuovi incagli sorgono ad inceppare la realizza- 
zione dei nostri desideri! e la ricognizione dei nostri santi diritti. 
Dovremmo intanto trar partito del tempo sia per ordinare le cose in- 
terne, assestare la mala condizione delle nostre finanze, promuovere 
i mezzi industriali della nazione e preparare armi ed armati pei di 
delle battaglie. Dovremmo adoprarci a tutt'uomo a smettere gli odii 
provinciali, municipali e personali che ci frazionano in tante piccole 
sette e ci tolgono quella forza ch'é la risultante dell'unione. Questi 
odii sono quelli che cagionarono al nostro corpo politico gravi ferite, 
le quali, se non vi poniamo eflìcace rimedio, non si potranno sanare. 

I nemici della nostra unità, che conoscono perbene la magagna 
secolare della nazione, sanno soffiar dentro a queste ire provinciali ed a 
queste personali avversioni, e duole il dirlo, ma ottengono il loro in- 
tento. Si ha un bel dimostrare che oggidì l'esercito è italiano non 



158 BIYISTA GONTBMPOBÀNBA 

piemontese, i seminatori di zizzanie gli danno sempre questo seéondo 
nome. Quando vi era il ministero Ricasoli gridavasi volesse fare 
Italia mancipia della Toscana. Bravi Minghetti al potere? Gli si 
bandiva la croce addosso buccinandolo deliberato a porre da banda 
tutti gl'impiegati piemontesi. Altri subillano che le provincie Napo- 
letane e le Siculo sono ingovernabili ; che bisognerebbe lasciarle di 
per loro a districare la matassa, negandosi così a quel reciprocò 
concorso di aiuti che solo può congiungere e dar saldézza alle varie 
parti dello Stato. 

La*Camera poi è scissa in tante, diremmo, chiesuole da non avere 
più veruna maggioranza. Il Ministero è monco : sarebbe indispen- 
sabile che fosse compiuto. Ma chi eleggere? Se si pone innanzi il 
Deputato Tizio, le chiesuole A. B. C. lo respingono ; se Cajo non è 
voluto da altre, se Sempronio è alla sua volta inviso ad altre fra- 
zioni politiche. Si grida da taluni : Fate che regni la pubblica si- 
curezza, senza del che il popolo sarà costretto a desiderare la re- 
staurazione degii antichi ordini ; altri alla lor volta cantano : doveirsi 
torre lo stato d'assedio nelle provincie australi , smettere per ogni 
dove i rigori polizieschi , non far staggire i giornali che imprope- 
rano contro il Gk)verno, perchè ciò lede la libertà, mentre il desiderio 
di libertà fu quello che solo costituì il nuovo regno d'Italia. Ora in 
questa dissonanza di cervelli, dirò col Guicciardini, dove sono varii 
pensieri, varii fini, non può esser né resoluzione fondata, nò azione 
ferma (1) ; e come potrà il Ministero riordinarsi per ottenere la coe- 
sione e l'influenza di cui in realtà difetta ? Ognuno gli grida raca, 
e nessuno gli stende la mano tanto da porlo in istato di trarre per 
ora la nave a riva, riserbandosi a riprendere il largo con altri pi- 
loti al timone tornata la bonaccia. 

Gli è per un mare così tempestoso che la nave italiana solcò 
rOceano politico nel volgente mese. Se le burrasche non la fecero 
affondare devesi non al pilota, che in mezzo alla bufera, o più non 
guardava la bussola, o forse lo stesso ago magnetico, per l'attra- 
zione esercitata da nembi elettrici, dava false indicazioni, bene si 
deve al contegno calmo della ciurma, e dello aver tutti dato mano 
ai remi per fuggire dal terribile tifone. 

Ora mi verrebbe opportuno quell'antico adagio % se Sparta piange, 
Messenia non ride; ed invero, se l'Italia è sbattuta dai marosi, i 
fiotti hanno bersagliato ben anche Inolte altre navi. Vi sono taluni 
che, scorgendo essersi Napoleone III reso arbitro dell'Europa , cre- 
dono nulla possa giungere a turbare l'ordine generale s'egli noi 
vuole. È noto quel detto di un pubblicista di grido : Si la Prance 
est satUfcMe^ V Europe est tranquille. 

(1) Considerazioui sui discorsi di Machiavelli, N. 58. 



RASSEGNA POLITICA 159 

Se lo sii non indagheremo ; riconosciamo soltanto che è, almeno 
apparentemente, tranquilla; ma la qontinuazione di questo stato -di 
calma dipende dalla continuazione in prospera salute dell'imperatore. 
Guai se si ammalasse e durasse a lungo infermo ! 

É la forza del suo volere, l'assoluta sua autorità, malgrado il 
Sciato ed il Corpo legislativo, che paiono essere stati creati per limi- 
tarla, che la mantengono tale : del rimanente è agevole di conoscere 
come dall'un lato il partito clericale appoggiato dalle popolazioni 
rurali, dall'altro i liberali avendo per sé le classi operose urbane, si 
guatino in cagnesco. Fra i due ondeggia il. partito dell'antica di- 
nastia degli Orléans, il quale non osa pronunziarsi, vuoi per Tuno, 
vuoi per l'altro, Aonde poterne ugualmente usufruttuare. l«a mano 
di Napoleone, forte per la devozione dell'esercito , bavaglia questi 
partiti ; ma se per caso la lasciasse cadere solo per qualche tempo 
o per troppa stanchezza o per mala salute, in un subito tutta la 
Francia sarebbe in iscompiglio. I repubblicani furono sconfitti, aut 
non disparvero. Si sa che la polizia vigila per impedirne i conati, 
e di quando a quando pubblici provedimenti vengono a far fede 
delle non interrotte associazioni di congiurati. Ora, ove mai lo stato 
di salute impedisse per alcun tempo Napoleone di dirigere esso stesso 
il Governo, si potrà credere che all'imperatrice Eugenia sarebbe dato 
di frenare le opposte mene dei partiti politici della Francia? Mai no. 
Ma si dirà: questa vostra supposizione è affatto gratuita, e nulla 
ne fa presagire la possibilità. Rispondo: I fogli francesi hanno, 
non è ancor molto, riferito avere l'imperatore d'uopo di riposo, e 
questa essere stata la causa di aver protratto più a lungo la sua 
assenza da Parigi. Ora l'intricata condizione in cui versa l'Europa, 
la guerra civile nell'America, l'impresa contro il Messico, la conti- 
nuata occupazione di posti militari nella Cina e nell' Indo-Cina non 
sono certamente per concedergli ozio e calma onde rifrancarsi di 
forze e riacquistare piena salute, epperò quest'una delle contingenze 
ohe possono lasciar modo al disbrigo della questione romana potrebbe 
eziandio fra non molto spazio di tempo verificarsi. Ma quale sarà per 
essere il partito che abbraccierà la nazione e per conseguenza il Go- 
verno, verrà conosciuto soltanto dopo che il Parlamento nazionale 
convocato pel 18 del prossimo venturo novembre si sarà pronunziato. 
Allora soltanto sapremo se l'attuai Ministero starà ancora al potere 
se lascierà luogo ad un altro, il quale (nella presente disparità 
di pareri e di passioni politiche) durerà eziandio fatica a conseguire 
una ragguardevole maggioranza, senza la quale nessun Ministero 
può ben dirigere la cosa pubblica. Vi ha chi vaticina tempestosi di- 
battimenti, interpellanze insidiose e proposte irritanti che potranno 
costringere il Ministero alla grave e pericolosa misura di sciogliere la 



160 RIVISTA CONTBMPOEANBA 

Camera. — Non siamo così pessimisti, e vogliamo credere che i rap- 
presentanti della nazione, inspirandosi alla vista dei gravi pericoli che 
ne circondano, tempereranno i loro desiderii, e per volere tutto oggi, 
non si porranno a rischio di tutto perdere domani , e si persuaderanno 
hene che, come disse nel 1854 il sig. De Feuillide nella Presse ^ 
ragionando di uno scritto del sig. Emilio de Grirardin sulla questione 
d'Oriente, che « les. nationalités sont l'oeuvre du temps, non d'un 
protectorat, d'un décret, d'une guerre». Saremo lietissimi se il 
tempo venisse a mostrare che non c'ingannammo nelle nostre pa* 
triotiche previsioni. 

Di ciò peraltro che siamo convinti che il tempo non sarà per 
smentirci, si è che se il Ministro facesse comunicazione alla Camera 
della supposta proposizione francese di lasciare al Papa Roma e la 
sua Comarca, tutti i deputati, non uno eccettuato, risponderehbero 
unanimi : Non possumus. Che se il Papa non crede poter cedere i 
beni che Pipino gli regalò sebbene non fossero suoi, la Camera non 
ha veruna facoltà, come non ha il potere di smembrare la nazione. 
Può bensì rivendicare le parti che le mancano, ma disitdlianizzare 
gl'Italiani non mai. 

Torino, 26 ottobre 1862. 

G. Vbgbzzi-Ruscalla. 



Luigi Pomba Gerente. 



161 



COLONIA PIEMONTESE IN CALABRIA 



STUI>IO ETNOGRAFICO 



A S. A. I. il Prioeipe LUIGI LUCIANO BONAPARTB. 

Intento a compilare una carta etnografica deiritalia, ogni qual- 
volta nelle mie dubbiezze ho ricorso alla molta vostra dottrina in 
fatto di dialetti, voi cortesemente le sciogliete, attalchè, se mi verrà 
fatto condurre a buon fine questa mia lunga ed ostinata impresa, 
dovrò saperne grado specialmente all'Altezza Vostra. 

Desideroso di teslimoniarvene le più sentile grazie, né sapendo 
come, pensai dedicarvi un breve Saggio di queste mie ricerche 
etnologiche, lietissimo se incontrerà il vostro ambito suffragio. 

Laffezionato 
Vegezzi-Rusgalla 
Torino, 20 novembre 1862. 



Nella estrema parte d'Italia, dove la gran catena degli Appen- 
nini rasenta le tepide onde del Tirreno, ai piedi dell'alpe che ha 
nome la Cresta del Bitonto^ fra il rivo de' Vani a borea ed il rivo 
della Scala ad austro, nel territorio già, negli antichissimi tempi, 
della repubblica Turina ed ora della provincia della Calabria cite- 
riore, circondario di Paola, mandamento di Cetraro, sorge sur una 
montagnuola un paesuccio^ che, giusta l'anagrafe data dalla stati- 
stica amministrativa del 1861, contava 1517 abitanti dediti alle pa- 
cifiche cure dei campi ed in ispecìal modo alla cultura dei bachi 

Jtkriita C. — li 



162 RIVISTA CONTEMPORANEA 

da seta. Alpestre n'è il territorio, però bene vi allignano la vite^ il 
fico, l'olivo, il gelso ed i cereali, ma ciò che fa meglio conosciuto 
questo paese si è una sorgente termale di antica celebrità, le cui 
acque sono un potente rimedio contro le affezioni nervose da cui 
trasse il nome il vicino paese di Fuscaldo (Fmts calidus). 

Esso Comune ha nome Guardia, e la favella de* suoi abitanti è 
diversa da quella dei Comuni circonvicini, come è diversa la foggia 
di vestire delle donne, non che alcune costumanze rurali. 

Oggidì che avventurali avvenimenti fecero una sola famiglia 
degl'Italiani di tutte le provincie, oggidì che sono congiunte sotto 
lo slesso scettro l'alta e la bassa Italia, mi è paruto che alcuni rag- 
guagli sur un Comune nelle Calabrie popolato da una colonia pie- 
montese potessero avere, se non altro, il merito dell'opportunità o 
per dirla con un francesismo che s'introdusse nella lingua italiana, 
di opportunità. 

Guardia di Calabria ebbe da taluni impropriamente il nome di 
lombarda; questo predicato spetta all'altro Comune omofono ch'è nel 
Principato ulteriore, circondario e mandamento di S. Angelo di Lom- 
bardi, come risulta da atti autentici e da lungo a stampa (1); quindi 
reputiamo abbiano erralo così chiamandola lo storico Giannone, e 
dopo lui il Bolla. La confusione che ne derivò fece incappare in un 
grave sbaglio i signori cav. Ferdinando De Luca e D. Raffaele Ma- 
striani, i quali, nel loro Dizionario corografico del Reame di Napoli 
(Milano 1852), dicono successa in Guardia del Principato ulteriore 
la strage degli eretici, di cui sarà discorso qui dopo. L'appellativo 
che conviene a questa Guardia di Calabria è quello di piemontese, 
che originarii del Piemonte ne sono gli abitanti. E se veramente 
anche Guardia di Calabria è stata della lombarda, si è perchè nel- 
l'età di mezzo davasi il nome di Lombardia a tutte le terre italiane 
dal Mincio alle Alpi Cozie e marittime. Lombardi furono detti in 
Francia, Svizzera ed Alemagna i mercatanti Chieresi, Astigiani e 
di Cavori'e che primi istituirono in que' paesi Monti di pietà o pre- 
stiti contro pegno, da cui ne venne a tali banche in Francia il nome 
di Lombards (2). Di più, ancora nel secolo xvn il Leger^ nativo 
delle Valli presso Pinerolo, cosi si esprime: la Lombardie où soni 
les vallées du Piémont (3). 

(1) Natale, Prospettiva ed effetti del sistema feudale per la causa della po- 
polazione di Guardia Lombarda. Napoli, 10 gennaio 1798. 

(2) Cibrario, Scorte di Chieri, § xviii, p. 246 della 3a ediz. Torino 1855, 
e Blaire, Des monts de piété. Parigi, 1856, T. i, p. 9. Ducange, Glossar, med, 
et inf. Latin, ad me. Longobardi, edit. 1845. 

(3) Histoire generale des églises évangéliques des Vallées du Piémont. Leyde 
"9, Parte i, p. 155, 



COLONIA PIEMONTESE IN CALABRIA 163 

1 varii sierici napoletani che mi fu dato di qui consultare non 
danno notizie né del come né del quando si stabili quella colonia 
di Piemontesi^nella Calabria ; supplirò al loro silenzio traendole da 
storici piemontesi, o dirò meglio dagli storici delle valli di questa 
parte dell'Alpi cozie che sono ascritte al circondario di Pinerolo, 
provincia di Torino, dove da tempo antico, e certamente innanzi 
all'eresiarca lionese Pietro Valdo^ stanzia una popolazione cristiana 
bensì, ma non romana. 

Ecco come il Gilio (in francese Giles), nativo di Perosa e pastore 
evangelico alla Torre, paesi entrambi di quelle valli, ch'ebbe non 
pure facoltà ma mandato di compulsarne gli archivi! comunali e dei 
sinodi, e potè inoltre valersi delle tradizioni, narra quest'emigrazione 
de' suoi concittadini (4). A vece del testo francese, ci è paruto meglio 
riprodurre la versione italiana data dal Priore Rorengo consignore di 
Lusema (grosso borgo valdese) : sia perchè cattolico, sia perchè ag- 
giunse al testo qualche particolare, che gli fu comunicato verbai* 
mente dallo stesso Gilio, per esempio, laddove asserisce a cosi mi 
ha detto a voce l'autore », non senza soggiungere che dalle poche 
date che riferisce si desume accennare circa l'anno 4345 (2). 

€ Essendosi ritrovati alcuni Valdesi con un gentiluomo calabrese 
in Torino, alloggiati insieme in un'osteria (cosi mi ha detto a voce 
l'autore) in familiar discorso si fosse rappresentato che le valli 
erano tanto popolate che non vi si poteva più cavare il vitto, onde 
esso gli offri terre vacanti nella Calabria^ mediante condizioni ra- 
gionevoli, sopra di che i popoli delle Valli mandarono uomini ca- 
paci per riconoscere il sito di quei terreni, quali ritrovarono molto 
fertili, essendovi colline e pianure ornate di ogni sorta di alberi frut- 
tiferi, come di noci, castagne, ulivi, melangolo, ecc., e di terreni 
atti a ricevere ogni sorta di sementi, fecero colà convenzioni che 
pagando un tributo dei terreni che possederebbero, potessero abi- 
tare a parte e fra loro costituire una comunità o più, e stabilire re- 
golatori, con facoltà d'impor ìa^We e di esigerle senza essere obbli- 
gati di prenderne altra permissione né renderne conto alcuno, 
eccetto fra di loro. Accordarono ancora coi signori e magistrati 
di tutti i diritti ordinarti e casuali che gli potrebbero pervenire e 
del tutto ne ottennero istromenlo autentico, il quale fu dopo con- 
fermato dal re di Napoli Ferdinando di Aragona (3) e che stabilito 

(1) Histoire des églises réformées autresfois appelées vaudoises, Ginevra, 
1644. p. 18. 

(2) Memorie hislorichc deltintroduitione delVheresie nelle Valli di Lucerna, 
marchesato di Saluzzo et altre di Piemonte, Torino, 1649, p. 77. 

(3) Ferdinando I, figlio naturale di Alfonso I, tenne la corona dal 1458 
al 1494. Ferdinando II, figlio di Alfonso 11, regnò nel 1495 e 1496. Gilio non 
indica la data. 



164 BIVISTÀ CONTEMPORANEA 

il contratto ritornarono nelle Valli e disposero buon numero di 
gente a vendere le loro ragioni per andare nella nuova colonia ed 
abitazione come fecero parecchi con moglie e figliuoji i quali, ar- 
rivati nella città di Mottalto ivi vicino cominciarono a fabbricare il 
borgo che si chiama il borgo degli oltramontani (1). 

e Dopo cinquant'anni^ essendosi moltiplicato e cresciuto il nu^ 
mero con altri venuti dalle Valli, edificarono un altro borgo un 
miglio lontano, chiamato San Sisto, ove vi fu dopo una delle più 
celebri chiese riformate. Indi, secondochè andavano crescendo e 
moltiplicando, edificarono Vaccarizzo, Argentina (2) e S. Vincenzo. 
Poscia il marchese Spinelli gli concesse di edificare ne' suoi luoghi 
la Guardia^ terra chiusa e muragliata in luogo elevato, presso il Me- 
diterraneo con notevoli privilegii ed in tutti questi luoghi moltipli- 
carono i Valdesi... grandemente e circa il 4400, essendo i Valdesi 
in Provenza inquisiti ad istanza del pontefice che sedeva in Avi- 
gnone, molti ritornarono nelle valli d'onde erano discesi i loro 
padri, e di là, accompagnati da molti delle Valli, andarono nelle 
frontiere delle Puglie... e col tempo edificarono villaggi ossia terre 
chiuse^ cioè Montelione, Montauto (3), Faito, la Cella e La Motta. 
Finalmente circa il 4500 alcuni delle Valli andarono ad abitare 
nella città di Volturara vicino ai detti villaggi » . 

Con altre parole e qualche disparità nelle date narrò prima del 
Gilio queste emigrazioni di Valdesi nella Calabria e nel Principato 
il loro più antico storico, cioè il Perrin da Lione (4), al quale con- 
sta che dai barbi, cioè dai pastori delle chiese valdesi, era stato 
dato l'incarico di scrivere la storia dei loro religionarii. Gioverà 
riferirne il passo levato ugualmente dalla traduzione data dal 
Priore Rorengo perchè la doppia relazione cresce fede al racconto. 

(1) Forse è il borgo che oggi dicesi degli escisi. Vedi: Giustiniani, Di- 
zionario geografico ragionato del regno di Napoli. Ivi, 1802, T. v, p. 130. 

(2) Non trovai registrato questo nome neppure nel Grand* Atlante geO' 
grafico del regno di Napoli, di Gio. Ant. Rizzi-Zannoni, inciso nel 1808 in 
ben 34 fogli. In esso, in questo spazio di territorio evvi, sovra Fuscaldo, 
un colle segnato Argentino ; vicino a Vaccarizzo scorre un torrente che 
dicesi Argentina. Vedi Rodotà, DelVorigine e stato presente del rito greco in 
Italia, Roma, 1763, T. 4ii , p. 69. È certo che il paesuccio San Marco 
un di chiamavasi Argentana. Vedi il Giustiniani (op. cit.). Nella Breve 
descrizione del Regno di Napoli in Xll provincie, di 0. Beltramo. Napoli 
1686, a p. 418 è segnato: Argentino con 18 fuochi. 

(3) Altro modo di scrivere Montalto. In piemontese direbbesi Montaut, 
Alto in provenzale antico si disse aut ; nel dialetto napoletano, giusta il 
Galiani, dicesi auto. Casentino, Tasso in calabrese, Cant. xi, strofa 37, usa 
pur esso autu, ma nella traduz. del Vangelo di s. Mattia, del sig. Lucente 
(Londra 1862) è scritto avutu. 

(4) Histoire des Vaudois. Ginevra, 1618, p. 169, 



COLONIA PIEHONTRSE IN GAL ABBI A 165 

« Circa l'anno 1400, ritrovandosi nella valle di Pragelato (1) 
cresciuto e moltiplicato il numero del popolo, fu necessario licen- 
ziare molta gioventù e cercare altra abitazione; giunta in quelle 
parti (Principato e Calabria) , ritrovandosi il paese inculto, però di 
natura fertile ed opportuno alla produzione di grani, vini, olio e 
castagne, s'indirizzarono ai signori diretti e con essi accordarono 
contratti d'enfiteusi sotto varie condizioni. Indi ritornata la detta 
gioventb a dame ragguaglio ai parenti e ingrossato il numero, 
molti di essi presero moglie e ciascuno condusse la propria in Ca- 
labria ove fabbricarono alcune terre, cioè S. Sisto, la Guardia, Vac- 
carizzo, Rosa (2), Argentina, S. Vincenzo e Monteleu (3) onde i 
signori di detti luoghi si stimavano avventurati d'aver ritrovato si 
buona gente a coltivare i terreni ». 

Il Rorengo, tradotti questi passi, s'industria a mostrarli in con- 
traddizione onde negare una emigrazione .di Valdesi in quelle 
parti numerosa abbastanza da formare colonie, il perchè muove a 
sorpresa come il Muston (4) la cui storia dei Valdesi è la migliore 
di quante se n'abbiano (e non sono poche) abbia citato il Rorengo 
come narratore di queste emigrazioni ; però tutti i sofismi del priore 
Rorengo sono distrutti dal fatto, come verremo in seguito spo- 
nendo, che prova essere gli attuali abitatori della Guardia real- 
mente di schiatta valdese e per tali stati riconosciuti quando furono 
spente le colonie di Montalto, San Sisto ed altri luoghi testé men- 
zionati. 

Il pastor Gillo ben meglio del Rorengo poteva conoscere le 
cose, giacché il suo avo paterno era appunto stato nelle Calabrie a 
visitare que'suoi compatrioti; e come mai egli ed il Perrin ne' suoi 
tempi, in cui non vi erano guari relazioni tra queste due estreme 
parti d'Italia avrebbero potuto conoscere resistenza di piccole ed 
umili borgate come quelle di S. Sisto e Vaccarizzo, come sapere 
che gli Spinelli di Fuscaldo erano feudatarii di Guardia? 



(1) La valle di Pragelato è a dritta del Chiusone mentre quella di Pe- 
rosa è a sinistra. Gli abitanti professavano il culto valdese, maTeditto del 
re di Francia, del 7 maggio 4685, ordinò la distruzione dei tempii pro- 
testanti e ne vietò il culto sotto gravi pene. Da quella data a giungere al 
1750, quella valle divenne mano a mano esclusivamente cattolica. 

(2) Credo abbia voluto dire Rose, paese oltre il fiume Crati, circon- 
dario di Cosenza. 

(3) Certo vuol dire Montelione. Leu per leone è in più idiomi romanzi. 
Il catalano ha lièo, il portoghese léo, il provenzale ha pure, secondo THon- 
norat, leou ; il dialetto bresciano liti, ma il daco-rumano ed il macedo- 
rumano hanno precisamente leu. £ questo un esempio di derivazione dal 
caso retto a vece del sesto caso obliquo latino. 

(4) Histoire complète des Vaudois du Piémont, Parigi, 1857, T. i, pag. 127. 



166 BIVISTA CONTEMPORANBA 

Tal è Torigine di questa emigrazione di eresiarchi dall'alta Italia 
nella bassa : peraltro quasi un mezzo secolo prima già altri s'erano 
di Lombardia recati nel Reame di Napoli, e forse parecchi^ se non 
tutti, erano Valdesi, giacché vi andarono nel 4268, cioè dopo la di- 
struzione degli Albigesi. Ciò risulta da due documenti inediti che 
io debbo alla cortesia ed amicizia dell'esimio signor Lattari, Diret- 
tore del grand'archivio di Napoli^ e che per la loro importanza fo 
pubblici in calce a questa monografia. Essi gioveranno a chi vorrà 
scrivere la storia delle persecuzioni religiose in Italia nel secolo XIII 
stata trasandata dal Mac-Crie, sebbene siano state più crudeli che 
quelle del secolo XVI e XVII. 

Quanto alla data della emigrazione di cui riferii i particolari, 
i due citati autori discordano. Secondo il Gilio avrebbe avuto prin- 
cipio poco dopo il 1315, giusta il Perrin all'anno 1370. Il già citato 
Muston, senza dirne il perchè, inchina a stabilirla al 1350 (1). 
Nessun storico napoletano ne fa parola, fuorché il Morelli in un 
suo recente opuscolo (2) nel quale dice che questi Valdesi ven- 
nero a stabilirsi colà « l'anno 1497 sotto il governo di Federigo II 
di Arragona figlio di Ferdinando I , epoca in cui si sparsero in 
molte parti». Senza precisare l'anno, prima di lui accennò aver 
avuto luogo quella immigrazione durante il regno di Federico II, 
l'egregio bibliotecario il cav. Palermo (3). 

In questi dispareri più induzioni fanno reputare doversi stare, 
se non al 1268, alla data del 1316 indicata dal Gilio, giacché quella 
del Morelli pare si riferisca ad una posteriore emigrazione accen- 
nata dal Leger (i), altro storico valdese, ch'ebbe luogo circa il 1475. 
Il mio avviso si fonda sulle seguenti considerazioni. Nel 1316, 
eletto papa Giovanni XXIJ, erasi recato ad abitare in Avignone. Ora 
tornando ad aver vicino alle Valli il Pontefice, i Valdesi dovevano 
naturalmente bramare di allontanarsene per isfuggire alle perse- 
cuzioni, che su di loro i suoi antecessori avevano sempre attirate, 
seguendo il precetto evangelico : Citm autem persequeniiir vos in 
civitaie ista, fugiie in aliam (s. Matteo x, 23). Perchè nel 1316 il 
reame di Napoli si ricomponeva sotto lo scettro di re Roberto (5), 



(1) Op. cit. T. I. 127. 

(2) OptucoU starici e biografici. Napoli, 1859. Sulla venuta dei Valdesi 
nella Calabria ci tra, pag. 35. Basterebbe a provare l'anteriorità deiremi- 
grazione dei Piemontesi valdesi nel regno di Napoli, il fatto della morte 
colà avvenuta del barba Tommaso Bastia d'Àngrogna nell'anno 1409. 
Gilio, op. cit., p. 203. 

(3) Archivio storico italiano, Firenze, 1847, Tom. XI, p. XXI. 

(4) Op. cit., P. 11, p. 7. 

(5) Annali d'Italia, Ad ann. 1316. 



COLONIA PIEMONTESE IN CALABRIA 16*? 

epperò griminigranti potevano sperare di essere lasciati tranquilli 
nella loro óuova sede; e perchè pare possa esser probabile che il 
gentiluomo calabrese venuto in Torino ad ingaggiare valdesi fosse 
uno del seguito di Ugone del Balzo, siniscalco in Piemonte di re 
Roberto, che guerreggiava onde ricondurre all'obbedienza parec- 
chi Comuni ribellatisi (i). 

Arrogi che e sotto il governo delle due Giovanne i baroni occu- 
parono molte regalie onde vieppiù si eslesero i disordini del 

sistema feudale... i baroni... usurparono i titoli a lor modo » (2). 
Queste parole tratte dagli Atti del Comune cui spetta veramente il 
nome di Guardia lombarda nel Principato, nella causa contro il 
principe di Scilla, chiariscono il perchè i Piemontesi immigrati colà 
lasciarono trascorrere oltre ad un secolo e mezzo senza far confer- 
mare dal potere regio le convenzioni baronali. Solo Ferdinando li 
d'Aragona, che regnò dal 1495 e 4496 rivendicò con due prammati- 
che (I, De Salar, e De Baron.) i diritti sovrani, misconosciuti dai 
suoi vassalli feudatarii, come rilevasi dalla celebrata Storia della 
congiura dei baroni di Porzio. Ciò spiega perchè solo nel 1497 i 
Valdesi chiesero la regia sanzione ai patti che aveano stretto coi 
feudatarii di Montalto, Volturara, Fuscaldo, ecc. 

Perchè in quell'epoca (1316) Cuneo, Possano e Cherasco erano 
tornati nella sudditanza dell'Angioino di Napoli per cui le relazioni 
tra i due paesi erano tornati a rivivere (3); perché in quei giorni 
il Piemonte, il marchesato di Saluzzo e quello di Monferrato erano, 
carne ben osservarono il Muletti (4) ed il Grassi (5), corsi dalla 
sfrenata soldatesca delle Compagnie di ventura agli ordini del testé 
nominato Ugone del Balzo e di Riccardo Gambatesa, altro siniscalco 
del Re Angioino. Quindi per desiderio di vita tranquilla, quei val- 
leggiani furono volonterosi di emigrare in luoghi che reputavano 
essere allora calmi e felici sotto un Re a quei di cosi stimalo 
da indurre Firenze a sottomettersi alla sua signoria, e che aveva 
riconquistate appunto le terre calabresi che Federigo di Sicilia 
aveva occupate (6). ^ 

Tutte queste circostanze inducono a preferire la data che assegna 

(1) Goflfredo. Storia delle Alpi marittime ab an. ne' Monumenta hist,patr. 
Torino 1839, p. 708. 

(2) Natale, Prospettiva ed effetti del sistema feudale per la causa della po- 
polazione di Guardia Lombarda. Napoli, 10 gennaio 1798, p. 78. 

(3) Storia dei Principi di Savoia del ramo dAcaja, Torino, 1832, T. i, 
pag. 80. 

(4) Storia di Saluzzo. Saluzzo, 1830, T. iv, p. 47. 

(5) Storia della città d'Asti. Asti 1817, t, 2, p. 8. 

(6) Villani. Storia fiorentina (odiz. Classici). Milano 1802, t. V, p. 77. 



168 BinSTA CONTBMPOBANBA 

il Perrin, e ciò almeno infintanlochè la pubblicazione di docamenti 
che si possono trovare negli archivii di Cosenza, Lucerà o Napoli 
non ci diano altre meno incerte indicazioni. 

Ritornando alla emigrazione, il Gilio narra che la prima volta 
impiegarono venticinque giorni a recarsi dalle Valli a Montalto 
nella Calabria citra (i). Noteremo di passo che i paesi colà edifi- 
cati ricevettero nomi omofoni a quelli delle loro valli native, cioè 
Celle (Selle), che è nella valle di Germagnano; Castelluccio se- 
gnato nella carta annessa all'opera di Morland, in vai d'Angrogna ; 
Paltò, per il jetacismo proprio del vernacolo calabrese, da Faetto 
nella Valle di S. Martino, e La Motta da La Motte ai piedi del 
Leberon vicino ad Aigues in Provenza ove si erano recali dal Pie- 
monte ; sistema che, seguirono, altrove più tardi, dopo la cacciata 
dalle valli pinerolesi, avvenuta nel 4686, di quei poveri religionarii 
eseguita dalle truppe del Duca di Savoia, ma a ciò costretto dalla 
prepotenza di Luigi XIV ; che la Francia è da secoli avvezza ad 
imporre i suoi voleri all'Italia ed allora i principi di Piemonte erano 
troppo piccoli per potervi negare obbedienza. Molti di quei ban- 
diti essendosi rivolti al duca Eberardo Ludovico di Wurtemberg, 
n'ebbero da lui, con diploma del 4699 (2), assegnamento di terre 
tra Maulbronn e Knittlingen, ed ivi edificarono casali, cui posero 
nome di Villar, Pinasca, Lusema e Mantoulles (3), per ricordarsi 
cosi meglio i paesi ch'erano stati costretti di abbandonare perchè 
dissidenti in fatto di religione, cioè perchè protestanti. 

Le storie nulla ci dicono di quei coloni a giungere fino all'anno 
4560, cioè all'epoca in cui se ne fece strage perchè scoperti pro- 
fessanti la religione riformata. 

A prima giunta parrà impossibile ch'abbiano potuto per oltre 
a due secoli lasciar ignorare aver dessi un culto distinto da quello 
della Chiesa romana. Le seguenti considerazioni peraltro ne mo- 
streranno la possibilità. 

io I Valdesi, cosi leggesi nel Bert (i), ne' primi tempi della 
loro separata esistenza erano bensì distinti dalla cattolica Chiesa, 
ma non veramente separati da essa in guisa da costituire un vero 
scisma. 

2o Benché seguissero le pratiche del loro culto speciale, essi 

{{) Gilio, op, cit., p. 19. 

(2) Trorasi stampato in Von Moser, Actenmdssige Geschichte der Vat- 
denser im Wurtemberg, Zurigo, 1791, p. 476. 

(3) Hahn. Geschichte der Ifaldenser und verwandter Sekten, Stuttgard, 
1847, p. 229. 

(4) I Valdeii. Torino, 1849, p. 36. 



COLONIA PIBlfOMTBSB IN OALABSIA 189 

si erano adattati di recarsi ad udire la messa (1) e facevano battez- 
zare i loro figliuoli dai preti cattolici (2). 

3« Non si raccoglievano per pregare in verun luogo partico- 
lare, seguendo quel precetto del Vangelo (Matteo v, 6.) Tu autem 
eum araveris intra in eubiculum tuum et, clauso ostia j ora Patrem 
tuum in abscandito. 

4o Essendo iconoclastici, ciò che indusse taluni a crederli 
seguaci di Claudio vescovo di Torino (825-839) eresiarca, non ba- 
dando che il culto delle immagini già era stato rigettato dal Con- 
cilio di Francoforte del 794 (3), mal si poteva conoscerne il culto. 
S'arroge inoltre ch'essi là non cantavano, se insieme raccolti, delle 
preci (4); quindi riusciva impossibile di conoscerne la religione. 

5o Perchè le visite che ricevevano dei loro barbi o pastori 
delle Valli pinerolesi non avevano luogo fuorché ogni due anni. 
Questi giungevano due insieme, Tuno vecchio detto il reggitore^ 
l'altro giovane chiamato il coadiutore. Ma dessi non solo non ve- 
stivano come non vestono nemmeno oggidì un abito particolare, 
ma esercivano un mestiere, per esempio di flebotomo, fabbro, pa- 
nieraio ecc., di mereiai ambulanti, e ciò pour leur servir de 
couverlure è^ les voyayes loinlains (5). 

G^ Perchè il loro soggiorno nelle colonie non durava se non 
alquanti giorni, e tant'era la loro cura nel celarsi che, per farsi 
conoscere dai loro correligionarii, avevano un parlicolar modo di 
bussare alla porta. 

Arrivati gli emigranti nel 4316 in quelle lontane regioni avranno 
indubitatamente saputo come già 45 anni prima fossero stati i dis- 
senzienti della Chiesa di Roma perseguili e martoriati dal governo. 
Ciò gl'indusse necessariamente a porre ogni studio nel tener celato 
il culto che professavano per non correre gravi pericoli di strazii e 
di morte. 

(1) Mac-Crie, Histoire des progrès et de Vextinction de la riforme en Italie 
au XVI siede, traduìt de Tanglais. Parigi, 1831, p. 280. 

(2) Perrin, op. cit., p. 19. 

(3) Klee Mantbel de rhìstoire des dogmes chrétiens, traduz. dal tedesco di 
Mabire. Parigi, 1848, p, 467, L'anteriorità deTaldesi a Valdo, fu dimostrata 
ad evidenza da Allix : Some remarks upon the ecclesiastical history of the 
ancient Churches of Piemont. Oxford , 1821 , Gap. xiz, e da Monastier, 
Histoire de VÉglise vaudoise depuis son origine et des Vaudois du Piémont, 
Tolosa, 1847, Gap. x. Monsignor Charvaz, già vescoTO di Pinerolo, tentò 
provare l'opposto, ma non vi riusci. Peraltro questo libro di polemica cat- 
tolica è un modello di temperata disamina e di spirito cristiano. Recherà 
ches historiques sur Vorigine des Vaudois, Parigi 1836. 

(4) Gilio, op. cit., p. 16. Muston, op. cit., p. 6 e 7. 

(5) Gilio, op. cit., p. 16. Hurter, Histoire dn Pape Innocent III, trad. de 
Tallemand. Parigi 1855. T. Ili, p. 32. 



170 BIYISTA CONTBMPOBANBA 

Se avessero perduralo a condursi con siffatta segretezza avreb- 
bero scampato dalle ire del clero cattolico. 

Venne la riforma di Lutero. Pubblicamente abbracciato nella 
Germania, il protestantismo si diffuse in altre parti d'Europa^ anzi 
penetrò nello stesso regno di Napoli , massimamenle pei soldati 
tedeschi del re cattolico di Spagna, dopo il sacco dato a Roma nel 
4527 (1). Ivi il Valdesio, Flaminio, Martire, Ochino, Curione, nel 
1530-50, osavano professare le loro dottrine antiromane. I Valdesi 
delle Calabrie credettero esser giunto il momento di non più celare 
il culto per essi professato. 11 barba Egidio Gillio che poco dopò 
tal tempo era stato a visitarli, li consigliò di continuare a praticare 
il loro culto con circospezione; ma quando egli fu partito, 
gl'impazienti fecero rigettare questo suo prudente avviso, ed i 
religionarii , ma specialmente quelli di Guardia (2), mandarono 
tosto certo Marco Usegli , calabro-valdese , a Ginevra (giacché i 
Valdesi avevano abbracciate le dottrine di Calvino) per avere pa- 
stori; ed in questa Roma del calvinismo si diressero nel 1630 gli 
stessi Valdesi del Piemonte per ottenere pastori onde surrogare i 
quattordici spenti dalla terribil peste che in quell'anno desolò queste 
contrade. Di là non si mandarono miga ai Calvinisti nel reame di 
Napoli pastori ginevrini, sibbene, perchè li sapevano piemontesi, 
vi mandarono due pastori piemontesi , cioè certo Luigi Pasquale 
di Cuneo, già soldato nelle truppe ducali di Savoia e che aveva ab- 
bracciato la riforma di Calvino, e Giacomo Bovetto (3). 

Intanto i Valdesi del Principato e della Calabria, vieppiù animati 
dai progressi che udivano farsi dal protestantismo nel reame e fuori, 
osarono aprir tempii pel loro culto, e giunto Paquale a San Sisto 
non il Bovetto (che, s'ignora il motivo, si recò a vece a Messina, ove 

(1) Boehmer nelle Note a, Le centodieci divine considerazioni di Giovanni 
Valdesso. Halle, 1862, p. 538. 

(2) Compendio dell'istoria del regno di Napoli, per Collenuccio, Roseo e 
Costo. Napoli, 1771, T. Ili, p. 209. Costo Ivi dice che si mandarono 
quattro dei capi calabro-valdesi a Ginevra, Gilio a vece nomina solo 
rUsegli. 

(3) Mori and {History of the evangelical Churches of the Volley s ofPied' 
moni, Londra 1658), seguito in ciò da Leger (op. cit., p. 204), dice che si 
mandò col Pascal Stefano Negrino a Montalto e S. Sisto, ma Gilio dice 
<5he il Negrino di Bobi era stato mandato prima a surrogare il suo avolo 
Egidio, e nomina a vece il Bovetto. Meille in un suo articolo inserito nella 
Revue Suisse, T. ii, p. 691, Losanna 1839, sull'autorità di uno scrittore del 
Cantone de'Grigioni, dice che Pasquale parti con un altro pastore e quattro 
maestri di scuola. Però Summonte, Dell'istoria della città e regno di Napoli, 
ivi, 1675, p, 339; Porrino, Teatro eroico-politico de'Goì^eimi de' Vice-Re del 
Regno di Napoli, ivi, 1770, T. i, p. 169; e Pacca nel Compendio delVistoria 
del Regno di Napoli, ivi, 1771, a p. 209, dicono soltanto due pastori. 



COLONIA PIEMONTBSB IN CALABRIA 171 

fa posto a morte come eretico), si diede a predicare le dottrine di 
Calvino, non con la pacatezza di prudente pastore, ma colla foga 
di un missionario neoflto (1). Da San Sisto andò a Guardia ed ivi 
del pari si pose a fare pubblica propaganda di calvinismo. 

Giunti a quest'epoca non fanno più difetto gli storici napoletani 
e da essi come del luogo, e perchè cattolici, trarremo il racconto, 
e non da quelli delle Valli piemontesi, che per essere protestanti a 
molti sarebbero sospetti, sebbene ingiustamente. 

Inteso delle predicazioni di Pasquale in Guardia certo Gian An- 
tonio Anania Cappellano, confessore e maestro delle dame, in casa 
del feudatario cav. Salvadore Spinelli, march. Fuscaldo, egli si fece 
sollecito (come riferisce il padre Fiore calabrese (2) ed è quasi co- 
piato alla lettera da Giannone) (3) a scriverne al cardinale Ghislieri, 
. detto l'Alessandrino, perchè di Bosco presso ad Alessandria in Pie- 
monte, che fu poscia Papa col nome di Pio V., ed era in allora 
niente meno che inquisitore generale. Egli n'ebbe per risposta Tin- 
carico di lasciare ogni altro impiego, per tutto dedicarsi ad estirpare 
l'eresie, unendosi per ciò con gesuiti. Lieto della missione, D. A- 
nania ed i gesuiti si diedero a predicare con tutto lo zelo, ma nulla 
conseguendo colle polemiche dommatiche, minacciarono dal pul- 
pito l'intervento repressivo del braccio secolare, il perchè que'Val- 
desi cominciarono a levarsi a tumulto ; citati nauti i giudici laicali 
ed ecclesiastici, non comparvero, e per sottrarsi alle pene incorse 
dalla contumacia, alcuni gittaronsi alla campagna (4). 

il marchese Spinelli allora ricorse al Vice-re Duca di Alcalà 
spagnuolo, il quale non volendo, nel fervore di distruggere l'eresia 
e gli eresiarchi, lasciarsi superare dal suo concittadino il Duca 
d'Alba, che governava le Fiandre in nome dello stesso re Filippo II 
di Spagna, ch'aveva nel 1558 ordinato fosse dannato a morte 
chiunque vendesse o comprasse libri proibiti (5), spedi immanti- 
nenti sul luogo Annibale Moles, giudice di Vicaria per costringerli 
a rinnegare l'eresia. I Valdesi, sapendosi innocenti di ogni colpa 
contro la fede dovuta al sovrano, e contro le leggi civili, opposero, 
nella coscienza del loro diritto, resistenza alla pubblica forza. Da 
questa soprafatti quelli del Principato, ripararono per le dense selve 
dell'Apennino, ed alcuni si gittarono in Guardia che, per essere 
cinta di mura, posta sur un'altezza e circondata da due corsi d'acqua 

(1) Porrino, op. cit., p. 169. 

(2) Calabria illuslrata. Napoli, 1691, p. 83. ' 

(3) Storia civile del Regno di Napoli, Lib. xxxii, Gap. v, § 11. 

(4) Pacca, note al Compend. delVist. di Napoli già citata, T. in, p. 208. 

(5) Prescolt, Histoire du Hègne de Philippe II, Iraduit de l'auglais par 
Renson et Ithier. Bruxelles. T. ii, p. 54. 



172 BIYISTA CONTEMPOBÀNRÀ 

pareva potesse offrir loro agevolmente modo dì difesa, e porli cosi 
in tempo di ricorrere al trono regale, onde ottenere facoltà di poter 
seguire il proprio culto, che non era già la nuova eresia di Lutero, 
ma la fede evangelica a quella di più secoli anteriore. 

Il marchese Spinelli, scorgendo raccogliersi in un comune dei 
suoi feudi i religionarii discacciati d'altrove dalle truppe regie, non 
volle aspettar queste per isnidarli, onde cosi farsi un titolo di be- 
nemerenza presso il fanatico e sanguinario Vice-re, ma prevedendo 
che 4^>i pochi uomini d'arme di cui poteva disporre, non avrebbe 
potuto impadronirsi di Guardia, s'appigliò ad un cosi detto strata- 
gemma, ma meglio direbbesi gesuitico ed infame tranello. Eccone 
il racconto quale dato da Tommaso Costo, autore che non può es- 
sere sospetto ai lettori cattolici i più intolleranti. 

e Lo tinelli considerando quella terra (Guardia) essere in < 

luogo alto e fortissimo, onde avrebbe avuto troppo che fare a vin- 
cerla colla forza, pensò di usare in vece di essa un inganno^ e fece 
in cotal modo. Prese cinquanta uomini di Fiscaldo, suoi vassalli, 
dei quali si fidava assai, e sotto nome di delinquenti, li mandò alla 
Guardia, come in prigionia sicura^ e mandò con essi quasi guardiani 
cinquanta altri giovani tutti armati segretamente di archibugietti a 
ruota. Costoro entrati nella Guardia senza verun contrasto^ se ne 
impadronirono, e delle catene de' lor compagni incatenarono i 
principali della terra ; il che fatto, con un tiro d'archibugione av- 
visarono Io Spinello, che ciò attendeva in luogo vicino con trecento 
altri armati. Andatovi adunque con essi, prese prigioni tutti i ri- 
manenti terrazzani, che dati in balia della corte, furono tutti chi 
scannati, qual segato per mezzo e qual'altro buttato giù da un al- 
tissimo balzo fatti crudelmente, ma meritevolmente morire. Stra- 
nissima cosa a udire, fu l'ostinazione di coloro che mentre il padre 
vedeva dar morte al figliuolo^ ed il figliuolo al padre, non pure non 
mostravano dolore, ma lietamente dicevano che sarebbero angeK 
di Dio, tanto il diavolo a cui si erano dati in preda gli aveva 
acceccati» (1). 

Questa narrazione che termina con vilmente improperare ai 
martiri di una religione che quei Valdesi avevano per vera, ci di- 
pinge tali crudeltà da far inorridire, eppure vi hanno di molti fa- 
resti cattotiei, eome^ a mo' d'esempio, gli scrittori della Civiltà 
Cattolica^ dell' Armonia^ dello Stendardo in Italiay e del Monde in 
Francia, che rimpiangono quei tempi, e non solo fanno voti, ma 
cospirano onde ricopiarne le sevizie per ricondurre il cattolicismo 
all'aurea purezza di cui godeva quando si svenavano gli Albigesi a 

(1) Compendio citato^ nella nota (41), p. 210. 



COLONU PIBtfONTBSB IN GALABBU 173 

Beziers, si rivocava Tedilto di Nantes e 8i accendevano i roghi in 
lepagna per ispegnere nelle fiamme maomettani ed ebrei. 

A maggior edificazione di questa mala genia di fanatici della 
intolleranza cattolica, vogliamo ancora riprodurre tre documenti 
sincroni della strage di que' Valdesi. Essi furono in parte già pub- 
blicati dal Pianta, da cui li copiarono Mac-Crie (1) e Monastier (2). 
Essendo tutti e tre scrittori protestanti, si poterono asserire apocrifi. 
L'egregio bibliotecario cav. Palermo li diede nuovamente in luce 
copiati fedelmente dagli originali, esistenti nell'Archivio mediceo 
carteggio di Napoli (3), epperò non è più dubbia l'autenticità. Eccoli 
per intiero, stante la somma importanza di queste tre lettere, ad og- 
getto di mostrare l'origine e lo sterminio delle colonie piemontesi in 
Calabria, una eccettuata. -^ Questi documenti datici da un biblio- 
tecario egregio, cattolico, e stati editi in Toscana anteriormente al 
i848, ci disposano dal riprodurre la lettera in data del 37 giugno 
1561, del padre inquisitore Luigi Dappiano al cardinale Ghislieri 
che dà pure parecchi particolari; ma edita dal Gillo (4), scrittore 
protestante, dai gesuitanti non vi si presterebbe fede. 

Lettera i. 

S'intende come il signor Ascanio per ordine del signor Viceré 
era sforzato a partire in poste alli 29 del passato per Calabria, per 
conto di quelle due terre de' Luterani, che si erano date fuori alla 
campagna ; cioè San Sisto e Guardia. Sua Signoria a Cosenza al 
primo del presente ritrovò il Signor Marchese di Buccianico suo 
cognato, che era all'ordine con più 600 fanti e cento cavalli, per 
ritornare a uscir di nuovo in campagna, e quella fare scorrere, e 
pigliare queste maledette genti: e cosi parti alli 5 alla volta ddla 
Guardia, e giunto quivi, fecero commissarii et inviò auditori con 
gente per le terre circonvicine a prender questi Luterani. Dalli quali 
è stata usata tal diligenzia, che una parte presero alla campagna; 
e molti altri, tra uomini e donne, che si sono venuti a presentare, 
passano il numero di 1400; et oggi, che è il di del Corpo di Cristo, 
ha fatte quelle giuntar tutte insieme, e le ha fatte coadur prigioni 
qui in Mont Alto, dove al presente si ritrovano: e dimandar mise- 
ricordia, dicendo che sono stati ingannati dal diavolo ; e dicono 

(1) Op. cit. a noia (3). 

(2) Hisioire de TEglise vatidoise, deputs son origine^ et dei Vaudois duPié' 
mont. Tolosa, 1847, T. 

(3) Archivio storico italiano (del Vie usseux), Firenze , 1849, T. ix, p. 193, 

(4) Op. cit., p. 182. 



174 RIVISTA CONTBMPOKÀNEA 

molte allre parole degne di compassione* Con tutto ciò il signor 
Marchese e il signor Ascanio hanno questa mattina, avanti che par- 
tissero dalla Guardia, fatto dar fuoco a tutte le case; e avanti ave- 
vano fatto smantellare quella, e tagliare le vigne: ora resta a far 
giustizia, la quale, per quanto hanno appuntato questi signori con 
gli auditori, e fra Valerio qua inquisitore, sarà tremenda; atteso 
vogliono far condur di questi uomini, et anco delle donne, fino al 
principio di Calabria, e fino alli confini, e di passo in passo farli 
impiccare. 

Certo, che se Dio per sua misericordia non muove Sua Santità 
a compassione, il signor Marchese et il signor Ascanio ne faranno 
di loro gran giustìzia, se non verrà ad ambi due comandato altro 
da chi può lur comandare. 

La prima volta che usci il signor Marchese, fece abbruciar San 
Sisto, e prese certi nomini della Guardia del suddetto luogo, che 
si ritrovarono alla morte di Castagneta^ e quelli fece impiccar, e 
buttar per le torri al numero di 60: sicché ho speranza che avanti 
che passino otto giorni^ si sarà dato ordine e fine a questo negozio, 
e se ne verranno a Napoli. 

Di Monf Alto alli 5 di giugno 4561. 

Lettera 2. 

Fino a quest'ora s'è scritto quanto giornalmente di qua è pas- 
sato circa a questi eretici. Ora occorre dir come oggi a buon' ora 
si è ricominciato a far l'orrenda iustizia di questi Luterani, che solo 
in pensarvi è spaventevole : e cosi sono questi tali come una morte 
di castrati; li quali erano tutti serrati in una casa, e veniva il boia 
e lì pigliava a uno a uno, e gli legava una benda avanti agli occhi, 
e poi lo menava in un laogo spazioso poco distante da quella casa, 
e Io faceva inginocchiare, è con un coltello gli tagliava la gola^ e 
Io lasciava cosi: dipoi pigliava quella benda cosi insanguinata, e col 
coltello sanguinato ritornava pigliar l'altro, e faceva il simile. Ha 
seguito quest'ordine fino al numero di 88; il quale spettacolo quanto 
sia stato compassionevole lo lascio pensare e considerare a voi. I 
vecchi vanno a morire allegri, e gli giovani vanno più impauriti. 
Si è dato l'ordine, e già sono qua le carra, e tutti si squarteranno, 
e si metteranno di mano in mano per tutta la strada che fa il pro- 
caccio fino ai confini della Calabria ; se il Papa ed il signor Viceré 
non comanderà al signor Marchese che levi mano. Tuttavia fa dar 
della corda agli altri, e fa un numero per poter poi far del resto. 
Si è dato ordine far venir oggi cento donne delle più vecchie, e 



COLONIA PIEMONTESE IN CALABRIA 175 

quelle far tormentare, e poi farle giustiziar ancor loro, per poter 
far la mistura perfetta. Ve ne sono sette che non vogliono vedere 
il Crocifisso, né si vogliono confessare, i quali si abbrucieranno vivi. 
Di Moni' Allo, alli 41 di giugno 1564. 

Lettera 3. 

Ora essendo qui in Mont' Alto alla persecuzione di questi eretici 
della Guardia Fiscalda, e Casal di San Sisto, contro gli quali in un- 
dici giorni si è fatta esecuzione di 2000 anime; e ne sono prigioni 
1600 condennatì ; et è seguita la giustizia di cento e più ammazzati 
in campagna, trovali con Tarme circa quaranta, e raltri tutti in 
disperazione a quattro e a cinque: brugiate Tuna e l'altra terra, e 
fatte tagliar molte possessioni. 

Questi eretici portano origine dalle montagne d'Agrogna nel 
principato di Savoia, e qui si chiamano gli Oltramontani : e'regnava 
fra questi il crescitey come hanno confessato molli. Et in questo 
Regno ve ne restano quattro altri luoghi in diverse provincie: però 
non si sa che vivin male. Sono genti semplici et ignoranti et uomini 
di fuori, boari e zappatori ; et al morir si sono ridotti assai bene 
alla religione, et alla obbedienza della Chiesa Romana. 
Di Mont' Alto, alli 12 di giugno 1562. 

Alcuni storici Valdesi e Napoletani come Collenuccio, Summonte, 
Perrin, lones, ecc., hanno asserito che tutti quei coloni piemontesi 
furono allora esterminati dalla soldatesca del Viceré e dei Vassalli 
di Calabria e Principato. Dessi s'ingannarono. Le colonie olirà l'Ap- 
pennino di Monlalto (1), Vollurara e S. Sisto, cioè quelle nel Prin- 
cipato furono spente di fatto (sebbene dagli storici si taccia se 
siano no stati dai feudatarii signori dei luoghi sagrificati e 
martoriati come dal Marchese Spinelli), ma quello di Guardia sop- 
pravisse. Didatti si fece grazia della vita, al dire di Costo (2), a 
quelli di Castelluccio, Faito, Celle e di Monteleene, grazie al pie- 



(1) Egli è certamente a quest*eccidio che Montalto come Rose dovet- 
tero la soverchia diminuzione dei loro abitanti, attribuita al feudalismo 
da Zuccagni Orlandini. Corografia fisica-storica-slatistica delVIialia, Fi- 
renze, 1845, T. XI, Supplemento^ p. 290 e 293. — Notisi che, a ripopolare 
i borghi di Montalto, Vaccarizzo e Volturara, si condussero coloni Alba- 
nesi nella prima città siao dal 1580, degli altri non trovo la data: nel 1709 
furono sollecitati a passare dal rito greco al latino. Rodotà, op. cit., T. 3, 
pag. 72, 101, 102. . 

(2) Compendio citato, p. 210, 



176 BIVI8TÀ OONTBHPOBANRA 

toso intervento del Vescovo di Bovino, perchè — non vi è dubbio — 
abbracciarono la fede Cattolica-romana loro insegnata col capestro 
e la mannaia, modo di propagandismo che non fu certamente quello 
degli Apostoli, sibbene quello dei Papi diventati Principi temporali. 
Nel 1560 secondo il citato Mac-Crie (1), quei coloni piemontesi a- 
scendevano a quattro mila, da quanto si può dedurre dalle narra* 
zioni della persecuzione da loro sofferta, una metà di essi furono 
posti a morte ; non è detto quanti giunsero a tornare nelle Valli 
Pinerolesi^ ma considerando l'operosità con cui i protestanti di 
tutti i paesi mutuamente si soccorrevano e si aiutavano nelle 
loro sventure, sono proclive a credere che alcuni abbiano potuto 
pervenire a mettersi in salvo nelle Valli (2) ed eziandio nella 
Svizzera , altri saranno miseramente periti errando pei boschi 
delle inospiti balze degli Appennini, ove erano nascosti per scam- 
pare dal ferro della soldatesca. I superstiti, perchè non ebbero il 
coraggio di preferire il Cielo alla vita, come consiglia il Vangelo 
(S. Matteo cap. X. v. 39), ottennero il perdono, abiurando la fede 
avita, a condizione però di non più ammogliarsi fra loro (3). Seb-r 
bene k) tacciano gli storici è certo che furono tutti, od almeno nella 
loro grande maggioranza confinati in Guardia, giacché leggesi nel 
Gilio (4) die duecento liberati a Montalto, nel Principato, feudo di 
un altro Barone, furono mandati in luoghi vicini a Guardia, come a 
Getraro e Fuscaldo. E veramente Guardia era rimasta affatto disa- 
bitata, e in una località si può dire segregata, alle spalle ha monti 
scoscesi, ove non vi sono paesi, il comune era murato cosi da po- 
tersene chiudere le porte, e da Fuscaldo, come da Intronata è facile 
respingere chi si attentasse uscirne. Di più il Viceré, non che Tin- 
quisizione avevano acquistato prova come il marchese Spinelli 
non si lasciasse muovere da sentimenti di misericordia vèrso 
gli eretici, anzi provasse una voluttà nel farli scannare, forse egli 
era ad un tempo terziario domenicano ed afiQgliato ai gesuiti. Dal- 
l'altro lato ci pare che questi neofiti per violenza dovessero bramare 
di trovarsi tutti raccolti insieme, e per sfuggire agli schemi dei 
cattolici, per esonerarsi dallo spionaggio del clero , e sia infine 
perchè essendo Guardia poco discosto dal mare, mentre Montalto 
e le altre terre sovranominate ne sono assai discoste, ove mai si 
fosse ripigliato a perseguitarli avevano una via di scampo pel mare 

(1) Hiftoire du progrès , etc., p. 281. 

(3) Toutesfois Dieu fit la grice à plusieur^ hommes et femmes, habillès 
la plus part en hommes, d'arrÌTer à sauveté en la vallèe de Luserne , par- 
tie au temps mdme de la persécution. Leger, op. cit., Parte ii, p. 19. 

(3) Fiore, op. cit. 83 e Giannone, op. cit. e cap. cit. 

(4) Op. cit., p. 182, 



COLONIA PIBMONTSSB IN CALABRIA 177 

onde torsi immedialamenle dalla soggezione del re di Spagna. Co- 
munque poi la cosa sii avvenuta sta in fatto che di tutti i menzionati 
paesi, solo le donne di Guardia hanno conservato fino ad oggi una 
foggia particolare di vestire, hanno una breve sottana di panno rosso 
colla vita dello stesso colore, ornato di gala parimenti rossa , con 
maniche di velluto o di panno nero. In capo hanno cappelli intrec- 
ciati con nastro rosso o nero, ed in questo caso come segno di lutto: 
costumanze tutte che le vecchie persone di Val d'Angrogna ricor- 
dano erano seguite nella loro fanciullezza, ma ora ite in disuso (i). 
Sta in fatti che solo quei di Guardia nel circondario di Paola bauio 
una favella dissomigliante dai vernacoli calabresi. 

Questa circostanza diede luogo a varie opinioni sulla loro ori- 
gine ne' secoli scorsi. Il Barrio li dice Oltramontani, e soggiunge 
tu bilingues sunt ; nam suam et latina lingua uluntur (2). Giustiniani 
il geografo li vuole Albanesi ! (S) Costo assevera che traggono orì- 
gine dai Ginevrini (4). Summonte dice che alcuni derìvarono da 
Ginevra e tace degli altri (5). Marafìotti sta contento allo scrivere: 
€ Guardia abitata da gente oltramontana, stata ingannata da alcuni 
Lombardi venuti d'oltre Po ; ragionano tra di loro nella propria 
lingua, ma con noi altri ragionano in italiano (6). Giannone poi 
dice che Guardia e vennero ad abitarla da oltre i monti, e parte di 
Lombardia Valdesi ed Albigesi (7), per quantunque nulla induca a 
credere che fra quegli emigranti si noverassero Albigesi, ch'erano 
già stati pressoché tutti esterminati dopo la distruzione di Beziers 
nel 1218, cioè 18 anni dopo la bolla pontificia che promosse la 
Crociata contro questi eretici (8). 

Da quanto abbiamo narrato, è facile di scorgere come inesatte 
siano queste derivazioni; sqIo potrebbe sotto un aspetto giustificarsi 
l'appellativo di Oltramontani, perchè non significò solo l'abitazione 
oltre monti, ma eziandio eresiarca, e qui potrebbe esser presa in 
questo senso, giacché lo storico d'Aubigny dice che gli eretici rice- 
vevano i varii nomi di Valdesi, Albigesi, Ultramontani, Gioseffini, 
Lollardi, Fraticelli, Piccardi, Lionesi^ Gazari, Patareni ed Aposto- 

(1) Morelli, op. cit., p. 34, nota i. 

(2) De antiquitaU et situ Calahrtce, ... cum notis Th, Aceti. Rem*, 1737, 
pag. 80. 

(3) Op. cit., ad voc. 

(4) Op. cit., 339. 

(5) Op. cit., 209. 

(6) Croniche et antichità di Calabria, Padova, 1601, p. 273. 

(7) Op. cit. Lib. xxxni, Cap. v, § ii. 

(8) Morone. Dizionario di emdizione storico ecclesiasHca. Yenesia, 1850, 
T. i. pag. 203. 

JHvista C. — 12 



178 RIVISTA CONTBMPORANBA 

liei (1). Solo il Carnovale, storico sincrono a quell'eccidio, ne dà 
Tesalla provenienza^ dicendoli Piemontesi (2). Peraltro^ che si sa- 
pessero essere tali, è fatto evidente dal documento contemporaneo 
pubblicato da Pianta^ non integralmente, Mac-Crie, Monastier, ed 
integralmente dal cav. Palermo, e qui poco dianzi riferito, giacché 
vi si legge : e questi Eretici portano origine dalle montagne di An- 
grogna nel principato di Savoia, e qui si chiamano oltramontani». 
Che se non è Angrogna in Savoia, si nel Principato di Piemonte, 
vuoisi notare che nel secolo XVI quel Principato faceva parte della 
Monarchia di Savoia^ il cui capo intitolavasi Duca, essendo noto che 
solo alla pace di Utrecht assunse il titolo di Re di Sicilia (1713), 
pel trattato di Londra, scambiato poscia in quello di Sarde- 
gna (1718). 

Che siano originarii dalle Alpi del Piemonte, si deduce oltre 
alla accennata singoiar foggia di vestire delle donne, dallo avere 
ogni casa un picciol orto chiuso tutt'intomo da siepe, coll'ingresso 
munito di un rozzo cancello fatto di rami infitti orizzontalmente 
nelle due aste verticali non alte un metro, come nelle montagne 
piemontesi ; — dall'essere quegli abitanti nella gran maggioranza 
di capelli e d'iride color castagno; dallo avere una carnagione più 
colorita che quella dei Calabresi proprii, e di essere di questi più 
attivi ed operosi, dimostrando cosi derivare da paesi di clima vigo- 
roso, il quale sviluppa maggiormente il sistema nervoso. Colà le 
donne^ come quelle delle Alpi piemontesi, vanno a spacciare la tela 
e le trine che tessero durante la stagione invernale. Costumanza 
non seguita dalle Calabresi. — La persistenza delle costumanze, 
come nota il De Goubineau (3), è un essenziale carattere etnologico. 
Cosi l'uso ch'è in Normandia e non nelle altre provincie francesi 
di circondare di faggi e d'olmi le case rurali, attesta l'origine scan- 
dinava di quella popolazione (4). ^ 

Ma se queste rassomiglianze di costumi e dì sembianze potevan 
constatarsi soltanto dai pochissimi che visitarono per caso quelle 
due cosi distanti regioni, ben si poteva, togliendo ad esame il ver- 
nacolo di Guardia, scovrire Torigine di quegli abitanti. A ciò non 
posero mente i numerosi filologi della Calabria, ed è l'assunto prin- 
cipale che mi proposi nel dettare questo studio etnologico. Bene il 
Morelli nel suo opuscolo già citato (5), asserì che malgrado un tal 
tassodi tempo « pure continuano a conservare il loro dialetto patrio, 

(1) Citato da Léger a p. 19, Parte i. 

(2) Bistorta et descrittione del Regno di Sicilia, Napoli, 1591 in 4«. 

(3) Essai sur l'inégalité dei races humaines, Parigi 1855,, t. Ili, p. 1851. 

(4) Qavel. Les races humaines, Parigi 1860, p. 309. 

(5) Prefaz., p. 31. 



COLONIA PISMONTBSB IN CALABBIA 179 

pronunziando moUissime parole francesi frammiste alle italiane » 
e su 34 che riporta, sole tre sono francesi, e di queste tre ne ha sba- 
gliate due. Le altre SI sono omofone ai dialetti valdesi i quali non 
sono dialetti francesi, discostandosi assai da essi , sibbene parlari 
quasi identici all'antica lingua de'trovatori (1). Ma non è nei voca- 
boli che consiste il carattere di una favella , si nell'organismo, 
cioè nella grammatica. Il russo aperse l'adito a tutte le voci di lin- 
gue straniere, ma però è rimasto russo. Il turco fu compenetrato di 
voci arabe adiismisura, ma per aver conservato il suo edificio gram- 
maticale è sempre una lingua tatara. Che più? nell'inglese i voca- 
boli normanni superano in numero gli Anglo-Sassoni; per siffatta 
intrusione di un elemento straniero, pati di molto nella gramma- 
tica, avendo perduto le desinenze nella declinazione de' nomi e 
nella coniugazione dei verbi, ma non diventò una lingua neo-latina. 

Sebbene tra l'italiano e l'antico provenzale^ lingua spenta, molta 
fosse la somiglianza, attalchè Raynouard (2) e dopo lui Perticari (3) 
pretesero quella, figlia di questa, il che fu provato insussistente 
da Lewis, Diez, Fauriel^ Galvani^ Bruce-White, Schlegel, e per ul- 
timo Max Muller (4), però le differenze, per quantunque siano 
piccole, le costituiscono lingue separate. A quel modo che le lingue 
eulte determinano le nazioni, i dialetti indicano le tribù, clans 
eco, cioè le frazioni, o, direm meglio, suddivisioni delle nazionalità. 

Se ramtico provenzale, lingua letteraria, opperò convenzio- 
nale (5)^ avesse potuto sopravivere allo stato di lingua eulta, i [io- 
poli di Catalogna, Valenza,. Murcia ed Isole baleari, della Francia 
olire la Loira, e dell'ItaUa già Gallia cisalpina, sarebbero di nazio- 
nalità provenzale, e per tali li considerò ancora il Fuchs (6). Spenta 
quella lingua per la perduta indipendenza politica, i popoli suddetti, 
in vista della molla relazione tra l'antico provenzale ad occidente 
collo spagnuolo^ nel centro col francese, e ad oriente coU'italiano, 
divennero frazioni delle nazioni spagnuola, francese ed italiana, ed 

(1) Diez, La poesie des troubadours, traduzione da] tedesco di De Roisin. 
Parigi, 1845, p. 232. Muston, op. cit., T. iv, p. 92. Perticari esaminando 
il noto poema la Nobla Leyczon, trattato religioso dei Valdesi, scritto nel 
secolo XII, dice: « Questa è lingua italica del duecento, tutta simile alla 
romana del cento t. DelV amor patrio di Dante e del suo libro intomo al voi-- 
gare eloquio , Parte n, Cap. xvj. 

(2) Choix des poisies originales des troubadours, T. vi. Grammaire com. 
parie, Parigi, 1821. 

(3) Op. cit.. Parte ii. 

(4) The science of language, Londra, 1861, p. 163. 

(5) Milà-y-Fontasals, De los trovadores en Esparia, Barcellona, 1861, p. 15. 
De Laveleye, Histoire de la langue et de la littérature proveti^ale, Bruxelles, 
1845, pag. 57. 

(€^ Die romanischen sprachen. Halle 1849. F. Karte von Fischer. 



180 RIVISTA CONTBMPOBANBA 

Ugual sorle si ebbero i loro vernacoli. Diventarono dialetti di quelle 
lingue (1). 

Dal sovra esposto, rimane evidente che non si può dire francese 
il dialetto di Guardia; che gli esempi riferiti dal Morelli per ciò 
dimosti^re, non calzano, massimamente perchè non dal confronto 
meramente glottico si desume la figliazione e fratellanza delle 
lingue, si specialmente da quello grammaticale. 

Allorquando una colonia parla un idioma di carattere affatto 
diverso da quello usato dalla nazione fra cui vive, questo meno si 
guasta dal continuato secolare contatto, perdio gli organismi delie 
rispettive lingue sì contrastano ed impediscono l'amalgama di forme 
diverse. Cosi p. e. i Baschi nella Spagna e nella Francia, gli Albanesi 
nell'Italia australe, i Tedeschi dei VII e XllI comuni nel Veronese 
e nel Vicentino, i Normanni nell'Yersey hanno potuto conservare 
meno corrotta la propria favella; ma quando una colonia parla un 
dialetto di lingua alfine a quella della nazione fra coi si recò a 
vivere, per la somiglianza organica delle loro favelle, il vernacolo 
dei coloni è più agevolmente trasformato. Da ciò lo avere nella 
Danimarca il frisone assunto caratteri Danesi e nella Gronfinga ca- 
ratteri olandesi ; per ciò il ruteno o malopusso a Leopoli si è polo- 
nizzato mentre si è russificato a Kiow e Zy tornir; e per prendere 
esempi nelle favelle neo-latine, il genovese parlato da una colonia 
a Mons, dipartimento del Varo , ed un dialetto occitanici) parlato 
nelle montagne del Morvand, regione della lingua d'OiI (2), sljn- 
bastardirono al contatto di parlari della stessa famiglia. 

Ciò volemmo premettere acciò non si facciano le meravigliente 
quei di Guardia hanùo, mi si conceda l'espressione, calabrizzalo il 
loro vernacolo; e come potevano conservarlo intatto essendo co- 
stretti a parlare calabrese cogli abitanti di tutti i paesi vicini? Come, 
se era vietato di accasarsi tra loro, ma dovevano unirsi con cala- 
brese come narrammo qui sopra? eppure ad onta di tutto ciò soffri 
solo alcune intrusioni di vocaboli, tenne la re desinenziale degl'in- 
finiti deiverbi, la mutazione in e dolce della bilettera pi latina come 
nel genovese, nel napoletano e ne) portoghese, e la pluralizzazione 
assunse talvolta la vocale eufonica; ma i verbi come nei dialetti 
chiamati dall'egregio mio amico il cav. Biondelli gallo-italici (3), 
non hanno preterito definito imperfetto; peraltro a vece di com- 
porlo come il perfetto indefinito usa il presente d'andare coU'infi- 

(1) Vegezzi-Ruscalla, Della nazionalità di Nizza. Torino, 1860, p. 19, e 
Diritto e necessità di abrogare il francese come lingua ufficiale in alcune t>alli 
della provincia di Torino. Ivi, 1861, p. 22. 

(2) De Gembloux Histoire littéraire,,. des Palois. Parigi, 1841, p. 19, 

(3) Saggio sui dialetti gallo^italici, Milano, 1853, 



COLONIA PIBMONTBSE IN CALABRIA l8l 

Dito del verbo sostantivo. Il v^nacolo di Guardia rigetta parimenti 
la desinenza lo Dei partìcipii , come i dialetti dell'alta Italia. La 
negazione come nelle lingue germaniche viene dopo il verbo , 
quindi non dice: io non voglio^ ma mi vegi pa: Ich will nicht. Il 
francese avece pone il verbo in mezzo a due negative : Je ne 
veux pas. 

Un'osservazione fonetica qui occorre, la quale afforza la teoria 
dell'egregio Sckleicher e di S. A. I. il principe Luigi Luciano 
Bonaparte (i). Si è l'azione del ietacismo che a quel modo ch'agi 
nel calabrese operò nel vernacolo di Guardia. El provenzale antico, 
diventò je^f, essejesserSy ìuru liuru, entre jentrCy jeure da eure 
(ora) ecc. (2). 

Cosi vediamo che il presente del verbo bUi (essere) russo, esmi, 
esiy este diventò in illirico j'e^om, je$i,jest ecc., e in polacco jsem, 
j$i, jest; zemUaTQSso fatto in polacco ziemlia ecc., ed in Bucuresci 
alla pronunzia lo stesso verbo sostantivo offre uguale jelacisroo, per 
cui il YaiHant (3) scrisse, non secondo la lingua eulta , ma della 
plebe, iestijjeste per sei ed è, e jeram, jerai, jera, jeram, jeraizi, 
jera, era, eri ecc., a vece di e$ti, este ; eramu, crai, era, eramu, ecc. 

Un'altra osservazione si è di trasformare, come nei dialetti ca- 
labrese, di Sicilia, NapoU e Genova e come nella lingua portoghese, 
la pi latina innanzi, in e dolce, dicendosi cchiù per più. 

Premesse queste poche osservazioni. sulle alterazioni patite dal 
vernacolo d'Angrogna, passando alla Guardia, porgeremo ora un 
elenco di alquanti sostantivi accompagnati da pronomi o da tempi 
di verbi col confronto del dialetto delle Valli o d'Angrogna, o di 
S. Martino Porosa, per mostrare come abbia conservato il dialetto 
di Guardia l'impronta della sua derivazione dal provenzale antico, 
cui sono ancora somigliantissimi i dialetti delle regioni elevate 
delle terre valdesi. Essi basterebbero a provare l'essere quei di 
. Guardia origiaarii dalle valli di Pinerolo. 

Italiano Dialetto di Guardia d'Angrogna di Cosenza 

Mio padre Mon paìre Mon paire Patrima 

Mia madre Ma maire Ma maire Mammama 

Mio avo Mon Donn Mon Donn Nannuma 

(1) Zur vergleichende sprachengeschichte. Bonn, 1848. Il Vangelo di 
s. Matteo volgarizzato in dialetto... cosentino... con alcune osservazioni 
Sul permiUamento delle vocali, del principe L. L. Bonaparte. Londra 1862. 

(2) Il dialetto friulano offre uguali esempi di jetacismo: essere, era, di- 
ventano yem.ycre; difetto, erba, mezzo, vedendo, sono modificati in dtfieto, 
jerbui miexXf viodind, ecc. 

(3) Orammaire roumane, Bukarest, 1840, p. 50 e 53. 



182 

Mia ava 
Tuo zio 
Tua zia 
Suo fratello 
Sua sorella 
Tuo nipote 
Tua nipote 
Mio suocero 
Mia suocera 
n cappello 
n berrettino 
La camicioletta 
La scarpa 
Le calzette 
n treppiede 
La caldaia 
La padella 
Il cucchiaio 
La forbice 
L'ago 
Il ditale 
L'acqua 
La pera 
Il sole 
Le orecchie 
Il naso 
La ginocchia 
Il piede 
La chioccia 
n porco 
Il bove 
L'asina 
Il cane 
La cagna 
La gatta 
n corvo 
La capra 
Avete pranzato? 
Avete cenato? 
Vieni qua 
Venite^qiaa 
Io non ho 
Tu non hai 



BIVISTA CONTEMPOBANBA 



Ma gnogna 
Ton barba 
Tadant 
Son fraire 
Sa sorr 
Ton nibù 
Ta nessa 
Mon siòre 
Ma madona 
Lù ciappel 
La cùpalingh 
La gipptingh 
Lù cioussère 
LO cotlssiet 
Lù triesp 
La peiloro 
La pella 
La chigliere 
La tesuira 
La ghiuglia 
La diale 
L'aiga 
La prùss 
La soleglie 
Le oreglie 
La na 

Le ginuglie 
Lapo 
La chias 
La pierch 
La biuv 
La ross 
La vess 
La vessa 
La ciatta 
La cuvrass 
La ciabra 
Vi se'disnà? 
Vi se'sinà? 
Vengh eissl 
Vene eissl 
Mi n'aju pa 
Ta n'a pa 



Ma nonna 
Ton barba 
Ta dant 
Son fraire 
Sa sorr 
Ton nebu 
Ta nessa 
Mon messer 
Ma madona 
Lu ciappel 
Lu ciapelin 
Lu gippun 
Lu ciausser 
La ciaussa 
Lu treipé 
Lu peirOl 
La peila 
Lu cuglier 
La tesoira 
La ghiuglia 
Lu diale 
L'aiga 
Lu prass 
Lu soleglie 
Le oreglie 
Lu na 
Le ginuglie 
Lu pè 
La ciuss 
Lu pierch 
Lu biuv 
La rossa 
Lu vess 
La vessa 
La ciatta 
Lu curbass 
La ciabra 
Ve seu disnà? 
Ve seu sinà? 
Ven aissì 
Vene aissl 
Mi n'ai pa 
Tln'as a 



Nannama 
Ziuma 
Ziama 
Frate sue 
Suoru sua 
Neputìta 

Id. 
Suocruma 
Socrama 
Lu capiellu 
Lu cuoppulino 
La camisola 
La scarpa 
Lecazette 
Lu tripìdo 
La cuadara 
La fresstira 
Lu cucciaru 
La fuorfice 
L'agucchia (l'acu) 
Lu jiritale 
L'acqua 
Lu piru 
Lu sule 
Le ricchie 
Lu nasu 
Le jinocchia 
Lu pede 
La hhjuocca 
Lu puorcu 
Lu vue 
La ciuccia 
Lu cane 
La cane 
La gatta 
Lu cuorvu 
La crapa 
Aviti manciatu? 
Aviti cenatu? 
Vieni ccà 
Veniti ccà 
Io non tiegnu 
Tu non hai 



COLONIA PIBMONTBSR !N CALABRIA 



183 



Quello non ha 
Volete questo? 
Io ebbi 
Io ho avuto 
Io fui 

Sono stato ricco 
Io non voglio 
Io non ne voglio 



Jell gn'a pa 
Vole' Isongh? 
Hi vau avere 
Mij'ai ajù 
Mi vo jessere 
Mi ssù sta ricch 
Mi vegl pa 
Mi ne v5gl pa 



Chel a n'a pa 
Vole' ison? 
Mi vau aver 
Mi ai agù 
Siù ita 
Siù ita ricch 
Mi vOj pa 
Mi na vdj pa 



Ghillu non ha 
Vuliti chistu? 
Io ebbi 

Io haju avutu 
Io fuessi 

Signu statu riccu 
Io nun vuogliu 
Io non ni vuoglio 



Ma una pruova ancora più conchiudente e più evidente si avrà 
nella versione che offriamo ai nostri lettori della ben nota parabola 
del Figliuol Prodigo. Le ragioni che mi Tecero prescegliere questo 
testo» malgrado le ripetizioni di vocaboli che presenta, già le ho 
fatte conoscere nel già citato mio opuscolo : StUla nazionalità di 
Nizza (1), la cili prima pubblicazione fu appunto in questa Rivista 
Contemporanea (ottobre 1859), è quindi superfluo. ridirle; ram- 
menterò soltanto che avendosi questa parabola voltata in 85 dialetti 
francesi, 91 dell'alta Italia ed in 71 svizzeri ; cioè tedeschi, romandi, 
italici e romanci, sarà a tutti agevole l'istituire paragoni con quelli. 
Di presente ne basta che si noti come l'amalgama di voci, verbi e 
desinenze Calabre, abbia imbastardito non scancellato il carat- 
tere originale del vernacolo di Guardia. La traduzione a fronte nel 
vernacolo d'Angrogna fu condotta neirintendimento di mostrare la 
rassomiglianza con quello di Guardia, il perchè si è adoperato nella 
versione delle Valli Angrogna e S. Martino di esprimere il preterito 
perfetto col verbo vaiy come è indole del vernacolo di Guardia, 
mentre in quelli si usa di rado. 

Non è mio assunto lo scendere a confronti gioitici e gram- 
maticali tra il dialetto delle valli Pinerolesi, e l'antica lingua dei 
trovatori, né ragionare delle alterazioni patite dal dialetto di quelle 
Valli del secolo XIV in cui sono scrìtti i loro trattati dogmatici e 
disciplinari pubblicati da Perrin, Leger, Monastier; Hahn ecc. Tra- 
lascierò dal far osservare che spartirey spendù, mondiglia e più 
altre voci non sono di quella, si analogie italiane. Succede lo stesso 
in altri dialetti occitanici. Il Raynouard (2) facendo una rivista di 
un Dizionario del dialetto Lemosino, cita più voci che sono in quello 
e non nella lingua provenzale. Come la lingua de'trovatori non 
dittongizza l'ó breve latino di porais; nello spagnuolo si muta in 
uè; ma in questi due vernacoli del pari che in quelli di Valdieri, 
Castelmagno, Elva ed Acceglio, nelle Alpi piemontesi, si dittongizza 
in te. 

(1) Torino 1860. 

(2) Journal des Savants. Paris 1824; p. 174 80-96. 



184 BIVISTA CONTBMPOKANKA 

Scrivendosi a tanta distanza di paesi queste due versioni da per- 
sone, ignorando rispettivamente Taltro vernacolo e coH'orecchio 
assuefo a pronunzie diverse, non si è certamente potuto riprodurre 
l'esatta fonologia, né seguire un uniforme sistema grafico. Vo- 
lendo, per quanto era in noi, rimediare a quest'inevitabile diver- 
genza, ci attenemmo al metodo seguito dall'egregio nostro amico 
Biondelli (1), cioè dando alla u sempre il suono italiano , e se- 
gnando Vu lombardo o francese con due punti , cosi ù come nel 
tedesco. Anche il suono rappresentato dall'rà francese, segnammo 
coll'd punteggiato tedesco ; cioè col raddolcimento della vocale pri- 
mitiva, detto in tedesco umlaut^ e dal Benlòw deflessione (2). 

Uno studio etnografico non è uno studio linguistico: oltrecchè 
io non avrei la dottrina richiesta a scriverlo, le poche osservazioni 
che ho qui esposte, credo siano sufficienti a dimostrar la speciale 
natura del volgare di Guardia, per quali cagioiTi e come abbia 
diversificato da quello della madre patria. 



PAIABOIA DEL mimi PBODIGO 

Vanoblo di 8. Luca, Cap. xv, vbbs. 11-32. 



Tradotta dal testo italiano di Giovanni Diodati (A) — nel dialetto di Guardia dal Rev. 
Cav. D. Luigi Vairo, parroco di Guardia (B) — in quello d'Angrogna e S. Mar- 
tino, dal Rev. Jalla, pastore della Chiesa evangelica-valdese di Torino (C) — 
in quello di Cosenza, dal sìg. N. N. (D). 



V. 11. 

A. Un'uomo avea due figliuoli. 

B. In om a l'avia dù figli. 

C. Un om s'avia dui filh. 

D. *N omu avia dui figli. 

V. 12. 

A. E '1 più giovane di loro disse al padre, Padre, dammi la parte 

de' beni che mi tocca. E '1 padre sparti loro i beni. 

B. Lu msgù piocitt di liùra a vai dire a lù pa'ire. Palre dùnnemm 

la ptlrsitin di li bengh chi m'attocc. E ÌH paire a gli vai spari 
li bengh. 

(1) Saggio sui Dialetti gallo-italici, cit. p. XXIX a XXXII. 

(2) Aperta general de la science comparative des langues. Parigi 
1858 p. 27. 



COLONU PIBM0NTB8B IN CALABBIA 185 

C. Lo maj picit de lur vai dire a lu pajre : Pajre dunname la pur- 

Sion de li bengh che m'attoccia. E lu pajre lur vaj spartire 
li bengh. 

D. Lu cchiù giuvane d'iddi disse a lu patre.— Patre, dammi la parte 

de li bieni chi me tocca. E lu patre li spartiu le rrope. 

V. 13. 

A. E pochi giorni appresso, il figliuol più giovane, raccolto ogni 

cosa, se n'andò in viaggio in paese lontano : e quivi dissipò 
le sue facoltà, vivendo dissolQtamente. 

B. E pecchi giùrni apprè, lù figliù majù giùvin, riùnitogni cosa, si 

ni vai annare in viegg in pajl lontanù, e eillaj a vai dissipa 
le sue robbe, bi vivire dissQlùtament. 

C. E poch gium appré, lu fili maj giuve, riunì tut, se ne vaj au- 

nar en viagge en paj luntan ; e ejlaj vai dissipa sa robba, b6 
viure dissuhitament. 

D. B puecu juemi appriessu lu figliciellu, cchiù giuvane, ricota ogni 

cosa, si nne jiu *mmiaggiu a nu paise luntanu. — E là dis- 
sipau la rropa sua viviennu dissolutamente. 

V. 14. 

A. E, dopo ch'egli ebbe speso ogni cosa, una grave carestia venne 

in quel paese ; tal ch'egli cominciò ad aver bisogno. 

B. E cure jella s'avia spendù ogni cosa addùnch na grande care- 

stia a vai venire en cheli pajl e jell a vai cominsà ad aver 
bissognh. 

C. E curo el ha agii spendù tuta cosa, una gran carestia s'en vai 

venir en chel paj, e el vaj cumensà a aver besugn. 

D. B dopu ch'iddu spised ogne ccosa 'na gran caristia vinned' a chillu 

paise, de manera ch'illu cuminciau ad avire bisuognu. 

V. 15. 

A. Ed andò, e si mise con uno degli abitatori di quella contrada, 

il qual lo mandò a' suoi campi, a pasturare ì porci. 

B. E a vai partiri, e si vai chiava avùnd ignungh de chelli ch'abbi- 

tavan en chella centra, lù quale a lù vai mand' a li campi seu 

a paisser li pierchi. 
C E vaj partir, e se vaj bùtar sub un de chelli ch'abifavan en 

chella centra, lu qual lu vaj manda a li camp, a guvemar 

li pierch. 
D. E jiu, e li mise ccud'unu de l'abitanti de chilla cuntrada, chi lu 

mannaud' alle campagne sue a pascere li puorci. 



186 RIVISTA. OONTBMPOEANRA 

V. 16. 

A. Ed egli desiderava d'empiersi '1 corpo delle silique, che i porci 

mangiavano: ma nimmo gliene dava. 

B. E jell a dissidderava di s^accevattare lù corp de chelle mondiglie 

di ligùmmi chi mingiavano li pierchi, ma gnungh i gnene 
dava. 

C. E el desiderava d*umplirse lu corp de chella mondiglia di legume 

che mingiavan li pierch, e pa nùn gnene donava. 

D. Ed illu desiderava de s'inchiere lu cuorpu de le cuorchiale chi 

li puorci manciavanu ; ma nuUu li nne dava. 

V. 17. 

A. Or, ritornato a se medesimo, disse: Quanti mercenari! di mio 

padre hanno del pane largamente, ed io mi muoio di fame! 

B. Ma vignù jentra di sé a vai dire. Canti travagliatùri di mon paire 

i gli anghj pangh abundansiiù, e mi, mi mierù di famm 1 

C. Ma vignù ant sé, a vaj dire : Canti travagliur de mon paire j' ann 

de pan fin ch*j volen, e mi, mi mdiru de &ml 

D. Ora, faciennu judiziu disse : Quanti travagliatùri de patrimma 

hannu pane in ahhunnanza, ed io mi muoru de fame ! 

V. 18. 

A. Io mi leverò, e me n'andrò a mio padre, e gli dirò: Padre, io 

ho peccato contr' al cielo, e davanti a te ; 

B. Mi mi cacciti, e mi ni vaù avùnd mon paire , e gli vaù dire : 

Paire, mi j ai picca cùntra a lù celù e d'annangh di tu ; 

C. Mi vói leva, e me ne vau annar ub mon paire, e gli vau dire : 

Paire, mi ai pecà centra al cel, e d'innant a tu ; 

D. Mi vuogliu abbiare, e mmi nne vuogliu jire da patrimma , e li 

vuogliu dire : Tata aju peccatu cuntra lu cielu e cuntra de tle. 

V. 19. 

A. E non son più degno d'esser chiamato tuo figliuolo : fammi come 

uno de' tuoi mercenarii. 

B. E mi su pa ciù dignù di jessere chiama ton figliù, famm jessere 

com ignùngh de li travagliatùri teu. 

C. E mi siu pa pi degne d'esser demanda ton filh ; fai me cum a un 

de li teù travagliur. 

D. Nun signu cchiù dignu d'essere chiamatu figliu tuo : tienimi 

cum'unu de li travagliatùri tuì. 



COLONIA PIBM0NTR8B IN CALABRIA 187 

V. 20. 

A. Egli adunque si levò, e venne a suo padre : ed essendo egli an- 

cora lontano, suo padre lo vide, e n'ebbe pietà: e corse, e 
. gli si gittò al collo, e lo baciò. 

B. Ielle dùngh a si vai caccia e vai vinire avùnd son paire, e com 

jera ancora Itlntanù, son paire lù vai veire, e ne vai avere 
compassiùngh, e a vai cùrr e li si vai tapp* a la cpU, e lù 
vai baiss. 

C. El adunco se levò, e san vai venir ub son paire, e cum a Tero 

tutio lontan, son paire lu ve, e n*en vai aver compassiung ; 
e vai curre, e li se vai tappar al col, e lu vai balsar. 

D. Illu addunca s'azau e bbinne duve lu patre ed essennu illu an- 

cora luntanu, lu patre lu vitte, e nn' ebbe pietate, cursedi e 
li si jettand' allu cuollu, lu vasau. 

V. 21. 

A. E '1 figliuolo gli disse : Padre, io ho peccato contr' al cielo e 

davanti a te: e non son più degno d'esser chiamato tuo 
figliuolo. 

B. E Iti figlia a gli vai dire : Paire mi j ai picca cùntra la cela 

e d'annangh a tu, e mi siju pa ciù degn di jesser chiama 
ton figlia. 

C. E lu filh gli vai dire : Paire, mi ai pecà centra al cel, e d'innant 

a tu; e sin pa pi degne d'esser demanda ton filh. 

D. E ru figliu li disse : Patre aju peccatu cuntra lu cielu ed avanti 

de tie, e nun signu cchiù dignu d'jessere chiamatu figliu tuo. 

V. 22. 

A. Ma '1 padre disse a' suoi servitori: portate qua la più bella ve- 

sta, e vestitelo, e mettetegli un anello in dito, e delle scarpe 
ne' piedi ; 

B. Ma la paire a vai dire a li servitari seu : Portensi eissi la vest 

maj bella e vestensi-lu e chiavensi-lu 'n aneli a la di, e li 
ciousseri a i pò. 

C. Ma lu paire vai dire a li seu servitur : Portense ejsl la vesta mai 

bella, e vesti-lu e butà-li un anel al dò, e li ciussier a li pè. 

D. Ma lu patre dissed' alli servituri sui : Purtati ccà la cchiù bella 

vesta e vestitilu e mintitili n'aniellu allu jiritu e le scarpe 
alli piedi. 

V. 23. 

A. E menate fuori '1 vitello ingrassato, ed ammazzatelo : e mangiamo, 
e rallegriamci : 



188 BIVI8TA OONTBMPOBANBA 

B. E portensi lù veli 'ngrassà e ammazzensì-lù, miDgengh e fà^engh 

festa. 

C. E porta ejsel lu veli 'ngrassà, e ammazzalu, e mìDgengh, e fa- 

sengh lasta. 

D. E purteti fora lu vitiellu 'ngrassatu ed ammazzatila : manciamu 

ed allegramuasi. 

V. 34. 

A. Perciocché questo mio figliuolo era morto, ed ò tornato a vita: 

era perduto, ed è stato ritrovato. E si misero a far gran festa. 

B. Pirchì chistù mon figliù a Fera mort e vai torna a vitt, a l'era 

pirdù e Tè sta ritrova. E si vangh chiava a fàire na gran 
festa. 

C. Perchè (^est mon filh era mort, e a l' ò toma a vita, era perdù, 

e ò istà retrovà. E i se van bùtar a far dna gran festa. 

D. Ppecchi stu figliu mio era muortu ed è tumatu mmita, era per- 

dutu ed è statu truvatu. E si misun a fare gran festa. 
V. 25. 

A. Or il figliuol maggiore di esso era a' campi : e come egli se ne 

veniva, essendo presso della casa, udì '1 concento e le danze. 

B. Ma lù figliù maiù, grand di jell a l'era a li campi ; e comm'jell 

e si ni vinia, e cure a l'era daprò la ca a vai judire lu cant 
eli balli. 

C. Ma lu filh mai grand d'el era a li camp, e cum a se n'en venia, 

e cum a l'era dappè la ca, a vai uvi li cant e li bai. 

D. Ora lu figliu cchiù granne erad' alli campi e cumu illu sinne 

venia, stannu vicinu alla casa, sentiù li suoni e l'abballi. 

V. 26. 

A. E chiamato uno de' servitori , domandò che si volesser dire 

quelle cose. 

B. E vai chiamm' ignungh de li servitùri, e a vai dommand chi si 

vùlesser dire chelle cose. 

C. E a vai demanda un de li servitur, e li demanda che se volessen 

dire chelle cose. 

D. E chiamatu unu de li servitùri dimannau chi vulisseru dire 

chille cose. 

V. 27. 

A. Ed egli gli disse: Il tuo fratello è venuto, e tuo padre ha am- 

mazzato il vitello ingrassato : perciocché l'ha ricoverato sano 
e salvo. 

B. E cheli a gli vai dire: Ton fraire a l'è vignù, e ton paire gli 

vai ammazza lu veli mai 'ngrassà pirchì l'a riciviù sand e 
salvd. 



COLONIA PIBMONTBSB IN GALABBIA 169 

C. E «el gii di : Ton fraire è vegnti, e ton paire li vai ammazzar 

lu veli mai 'ngrassà, perchè a l'ha recebii san e salv. 

D. Ed illu li disse: Fratitta è vinutu e patritta had ammazzata In 

vitiellu 'ngrassatu, ppecchi Tha ricuperata eanu e sarvu. 

V. 28. 

A. Ma egli s'adirò, e non volle entrare: laonde suo padre uscì, e 

lo pregava d'entrare. 

B. Ma jell a si vai addirari , e velia pa jentrà , ma lù paire a vai 

sagli di fora, e lù vai prega di jentrari. 

C. Ma el se bùtà en colera, e velia pa entrar; ma lu paire vai sagU 

de fSra, e lu vai prejà d'intrar. 

D. Ma illu si sdignau, e nu voze trasire perciò lu patre esciu e lu 

pregava di trasire. 



A. Ma egli, rispondendo, disse al padre : ficco, gik tanti sani io ti 

servo, e non ho giammai trapassato alcun tuo comiuidafnento: 
e pur giammai tu non m'hai dato un capretto, per ralle- 
grarmi co' miei amici : 

B. Ma jell a vai rispùnd a VX paire: Mi ti serv' da tant jaimi e mi 

j'aiu &ttù seflipre so che mi j ai ditt, e pa mai m' avez dùnnà 
un ciabrett pi mi rallegrari cu li meu eompagnungh. 

C. l[a el reipund al paire: Mi te servo da tanti ann, e ai sempre 

fait so che tu m'a dit, e vu m'avè pa mai donna Un eiabrett 
per raUegrame ub mi compagnon. 

D. Ma illu rispunniennu dissed' allu patre : Eccu, giÀ tant'anni io 

ti siervu, e mai nud eju mancatu a nullu tuo cummannu, 
e puru tu mai m* hai datu nu crapiettu pe' scialare ocu l'a- 
mici mie. 

V. 30. 

A. Ma quando questo tuo figliuol , e' ha mangiati i tuoi beni con 

le meretrici, è venuto, tu gli hai ammazzato il vitello ingrassato. 

B. Ma eCire ehest ton figliù ca s'è mingià li bengh teu a bi li 

mali fìmmini a Tè vignù, ta gli vai ammazza lù veli maitk 
'ngrassà. 

C. Ma cure chest ton filh, che s'è mingià li teu bengh ub la 

maria fenna, e vegnù, tu li vai Itmmazzar lu veli mai 'ngrassà. 

D. Ma quannu chistu figliu tuo, chi hamanciatu lerropetue culle 

male fimmine , è venutu , tu 1* hai ammazzatu lu vitiellu 
'ngrassatu, 



190 B1VI8TA OONTBHPOEANBA 

V. 31. 

A. Ed egli gli disse: Figliuol, tu sei sempre meco, ed ogni cosa 

mia è tua. 

B. E jcU a vai dire: Figlio ti ti sii tuttavia avùnd mi, e ogni cosa 

mia Tè la tua. 

C. E el vai dire : Filh tu tu se tutia ub mi, e tuta cosa mia è tua. 

D. Ed illu li disse : Figliu, tu si sempre ccu mie, ed ogni cosa mia 

è la tua. 

V. 32. 

A. Or conveniva far festa, e rallegrarsi : perciocché questo tuo fra- 

tello era morto, ed è tornato a vita : era perduto, ed è stato 
ritrovato. 

B. leùre convinia chesta danza e chesta festa , pirchl chest ton 

fraire a Tera mort e Tè toma a vitt ; a l'era perdù, e s*è sta 
ritrova. 

C. Eùira convenia chesta danza e chesta festa, perchè chest ton 

fraire era mort, e a Ve torna a vita ; a l'era perdù, e a le istà 
retro va. 

D. Ora s'avia de fare festa ed allegrarse , ppecchl chistu fratitta 

era muertu ed è turnatu 'mmita, era perdutu ed è statu truvatu. 

Chiuderemo quest'articolo facendo osservare una curiosa coin- 
cidenza di nomi. Discendenti dai prischi Taurini, stanziati ai pie 
delle Alpi Gozie, abitano oggidì sur un lembo marittimo del terri- 
torio, che nell'età remote formava parte della repubblica Taurina. 

Le persecuzioni religiose che insanguinarono gli ultimi secoli 
dell'età di mezzo, furono causa di questa emigrazione, come furono 
causa dello sterminio di parecchie di quelle colonie nei primi secoli 
dell'evo moderno. Oggi in grazia del progresso dell'incivilimento, 
eh 'è assai più umano di ciò che fosse il sentimento cattolico all'e- 
poca della maggior potenza dei Papi, non si fa più strazio di coloro 
che professano opposte credenze religiose (fatta astrazione del go- 
verno pontifìcio, il quale è necessariamente intollerante). Soltanto 
dal fanatico governo della Spagna, che rimane quasi stazionario 
nell'universale incedere, si condannano alla galera coloro che leg- 
gono la bibbia in volgare (1). Quindi quelli di Guardia nulla oggidì 

(1) Nella Correspondencia de Madrid del 6 ottobre ultimo, è riferito che 
il tribunale di Granata condannò losè Alhama Teva a 9 anni di carcere e 
Manuel Matamoros ad 8 anni, entrambi alPinterdizione perpetua dei di- 
ritti civili, per aver fatto pubblica professione di fede evangelica. Il fìsco 
si appellò da questa sentenza come troppo mite ! ! 



COLONIA PIBMONTBSB IN CALABRIA 191 

hanno a temere, tornando a stringere amichevoli relazioni coi pie - 
raontesi abitanti nella madre patria, sebbene quelli siano ferventi 
cattolici, e questi zelanti evangelici. Le differenze di culto non de- 
vono dividerci. Tutta Italia in oggi aspira, all'unita, e dal Monte- 
bianco al Capo Passaro, dal Brennero al Capo Teulada, qualsiasi 
culto professino, qualsiasi lingua parlino, qualsiasi la plaga che 
abitano, e quale il governo che li regge, tutti sono fratelli, tutti 
italiani.- 

G. Vbgezzi-Ruscalla. 



APPENDICE 



DIPLOMI (ÌDediti) Di RR CARLO DANGIO' 

cavati dai registri angioini che si conservano nel grand' archivio di Napoli. 



I. 

Scriptum est comitibus, marchionibus, baronibus, potestatibus, 
consulibus civitatum et villarum, comitatibus ac omnibus alila po- 
testatem et jurisdictionem habentibus et aliis amicis et fidis suis, ad 
quos presentes (sic) lictere (sic) pervenerint. Sa^utem et omne bo> 
num. Cum dilecti nobis in Chrìsto firatres predicatores (sic) in terris 
carissimi domini et nepotis nostri illustris Regis Francie {sic) inqui- 
sitores heretice {sic) pravitatis auctoritate apostolica deputati in Lom- 
bardia et ad alias partes Ytalie (sic) sicut intelleximus, proficìsci 
intendant seu mittere nuncios speciales ad explorandum ibi hereticos 
et alios prò baresi (sic) fugitivos qui de terris predictis (sic) aufu- 
gerunt et se ad partes Ttalie {sic) transtulerunt et prò ipsis bere- 
ticis et fugitivis ad loca unde aufugenint per se vel per eosdem 
nuncios reducendis rogamus vos et requirimus quatenus eisdem fra- 
tribus vel praedictìs eorum nunciis presentium portitoribus in ex- 
quirendis predictis {sic) vestrum impendatis consilium, auxilium et 



192 BIVISTA CONTBMPORANBA 

favorem ac per terras et potestates Testras et amicorum Testrorum 
ìpsos salvo et secure et cum rebus societate et familia suis condu- 
catis et conduci faciatis eundo redeundo et morando ad salvamentum 
et liberationem eoruin efficacia iutendentes quotius sibi necesse fuerit 
et vos inde duxerint requirendos — datum apud urbem veterem pe- 
nultima madii prime (sic) indictionis. 

(Ex Regesto Andegavcnse, A. 1269 fol. 64 é ter^.) 



II. 

Karolus etc. universìs justitiariis secretis baiulis iudicibus ma- 
gistrìs iuratis ceterisque (sic) uficialibus atque fidelibus suisr per 
regnum Sicilie (sic) constitutis etc. Cum religiosus vir frater Ben- 
venutus ordinis minorum inquisitor heretice (sic) pìravitatis Bege- 
batum et lacobucium familiares suos latores presentium {sic) prò 
capiendis quibusdam hereticis per diversas partes reg^i nostri mo- 
rantibus quorum nomina inferius continentur mictat ad presens (sic) 
et petiverit nostrum sibi ad hoc favorem et auxilium exhiberi fide- 
litati tue (sic) etc. quatenus ad requisitionem dictorum nunciorum 
vel alterius eorumdem omnes huiusmodi hereticos cum bonis eorum 
omnibus tam stabilibus quam mobilibus se seque moventibus ca- 
pientes faciatis personas illorum in locis tutis cum summa diligentia 
custodire - bona vero ipsorum ad opus nostre curie (sic) fideliter et 
sollicite conservari attentius provisuri ne in hoc aliquem adbibeatis 
negligentiam vel defectum sicut divinam et nostram indignationem 
cupitis evitare et nihilominus de iis quae ceperitis faciatis fieri qua- 
tuor publica consimilia instrumenta quorum uno penes vos rétento, 
alio penes cum qui bona ipsa custodierit dimisso tertium ad cameram 
nostram et quartum ad magistros rationales magne nostre curie (sic) 
destinetis — nomina vero hereticorum (sic) ipsorum sunt haec: 

Marcus Petrus Neri — Rigalis de Monte — Gilia de Montisano — 
Ioannes Bictari — Bigorosus — Bonadius de Regno — Boncivonga de 
Veterelana —Verde filia Guidcmis Versati — Flore de colle Casali — 
Benerenutus Malyen de Àqua pendenti — Meliorata uxor eiusque {sic) 
olim dicebatur Altruda — Sabbatina que vocatur bona — Magister 
Matteus textor — Alda uxor eìus — Joannes^Ursi — Angelus Ursi 
de Guardia Lombardorum — Vitalis Maria uxor eius — Bemarda 
et Bemardus vir eius — Gualterius provincialis — Bernardus sutor. 
— Bemarda uxor eius -> Raymundus de Neapoli — Petrus de Majo 
da^ancto Germano — Benedictus Calderarius -^ Petrus Malanocta 
^ Maria uoior eius ^ Maria filia ipsorum -^ Salvia et Nicolaus filius 



COLONIA PIBÌIONTBSB IN CALABRIA 193 

eius. Andreas gener eius — Benedictus frater diete Salvie (Ho) — 
Bona filia eiusdem — Salvia de Rocca magnifico — ludex Bainaldus 

— ludex Guarinus Boianus Capocia — Petrus lannini — Guillelmus 
frater eius — Garaldus, bonus homo Odorisi — lacobus Verardonus 
Ioannes mundi — Thomasius Ioannis Guarnaldi de Ferraria — Pe- 
trus bictari nepos Ioannis bictari — Margarita uxor quondam Zoclofi 
domini Ferrane (sic) — Sibilla cog^nata eius de Melphi — Magister 
Matteus textor — Alda uxor eius. Magister Maurus mercator de ca- 
salverò — Matteus Ioannis Golia — Ioannes et Gemma filli eius - 
Suriana. Matteus Marratonus — Gemma femina eius — Binago de 
Aliphia. Magister Mannetus de Bonafro — Nicolaus frater lacobi 
Maria mater eius de Boiano ^ Guillelmus de Isernia — Sergius 
Margarita uxor eius de Sancto Maximo — Yiatrix filia eius — Ro- 
bertus filius dicti Ugonis. — laconus riccus ^ Magister Bainaldus 
Scriba. — Canapadula de Beate filius — Sconuele de Sancto Sibato 

— Conradus tethinicus qui dicitur morari in Fogia — Benevenutus 
lazeus et eius uxor , qui moratur prope Sanctum Matinum et ste- 
terunt in Aliphia — datum in obsidione Luceriae decimosecundi Au- 
gusti decime (tic) secunde (sic) indictionis. 

(Ex Regesto Aadegavense, A. 1269 B. f« 47.) 



MMita C. — 13 



194 



PORTI E VIE STRtTE KELl'iUim LIGURU 



n 



SOHIVARie 



I.—, Difetto di foutl istoriehe — la Tavola PeuUngeriana e Vllùierario é^JnUmino — 
3. T> Bpiftggie ligustiche. — 5. Porti etruschi di Luni e di Oenova. —4. Savo e 1 f^ada 
Sabatia, ^ 5. Il porto di Monaco. — 6. Come scomparvero le stazioni navali di Yen- 
limiglia e d'AIbenga. — > 7. Porti interrati. — 8. Collegi ed offici marittimi. — 9. Vie 
liguri anteriori ai Romani. ^10. VAurelià e V Emilia di Scauro — s^adotta il dome 
à^^urelia. ^41. Suo corso da Luni a Tortona.— 12. VEmUia: da Tortona àk Sabadl. 
— 43. VRmilia: dai Sabazii al Varo. — 44. Ponti romani in Liguria. — 45. La Po- 
slumia, — 16. Mansioni e Mutazioni. — 17. Vie municipali o minori.— 48. Strutturi 
ed altre particolarità delle vie militarL — 19. Cagioni della loro rovina. 



10. — Egli è noto che dalle trentasette porte di Roma partivano 
trentuna vie militari e strategiche, e ducento quindici strade mag- 
giori. Centro di tutte il miliario aureo ' del Foro. Tre peraltro ne 
erano le principali. VAppia, il cui facìmento risale all'anno 442 di 
Roma, fu aperta da Appio Cieco censore, e attraverso le paludi 
Pontine per una tratta di cenquarantadue miglia metteva a Capua. 
La Flaminia^ tirata dal console di questo nome, correva ben tre- 
cento miglia per la Sabina, l'Umbria e il paese de'Senoni infino a 
Rimini; qtiindi col nome d'SmUia proseguiva per la Gatlia Cisalpina 
fino ad AquHeja al dir di Strabene (1). Questo secondo braccio di 
via fii costrutto dal console M. Emilio Lepido l'anno 567 di Roma. 
Un'altra umilia pur v'ebbe, spesso confusa col nome d'Aurelia^ e 
di questa giova occuparci. 

Valorose e potenti oltre ogni dire furono quelle tribù che in età 
remotissime tennero que' dossi montani che si dissero già Pietra 
Apuana^ oggi le Panie. Ivi vuoisi sorgesse la dubitata città d'Apua^ 
i cui abitatori gittarono le fondamenta di Lim e d' Arringa che ap- 

(*) Vedi il Fascicolo precedente. 
(1) Strab. Lib. V. 



POETI B yiB STBATB DBLL' ANTICA LIGUBIA 195 

presso fu Lucca. Fra queste due terre discorrea la Versilia che ha 
le sue fonti nel Montaltissimo a borea e sulla Pania della Croce a 
levante, e porta i npmi di Cardoso^ di Fornacchia^ di T^rrinca e di 
Serra^^ secondo 1 varii torrenti che vi fan capo. Questo fiume tenne 
già un corso diverso, come quello che, piegando a mezzogiorno, 
mettea foce nel mare presso a Montroni; Cosimo I de*Medici lo volse 
a pigiente a beneficio di quelle aduste pianure. 11 contado che dalla 
Versiglia ebbe nome, comprendeva le antiche città di Biracelo^ Bon- 
delidj Tursenay e il Imcus Feroniae, che appresso si disse il Foro di 
Clodia in vicinanza alla foce del Serchio, o, come per altri si tiene, 
nella valle di Montignoso, cui successero Capezzano, indi Barga e 
Pietrasanta. Ivi, oltre VAurelia, mettea la vìa CasHa^ ch'era un 
ramo della Flaminia. UAureliay volgarmente nomata la. via del 
Diavolo per la meraviglia che ingenera la sua salda struttura, si 
sprofonda nelle morte acque del Giarde ed il lago di Porta. Ne fu 
autore Caio Aurelio Cotta che tenne la podestà censoria due anni 
appresso la .prima, guerra punica. 

. Senonchò le continue rivolture degrindomiti Apuani chiarivano 
i Romani della necessità d'una via che agevolasse il passaggio delle 
legioni in Liguria. Più .fiate si cimentò tal partito in Senato, e 
massimamente quando i consoli Cajo Flaminio Nepote e Marco E- 
milio Lepido ottennero rilevate vittorie sopra gli apuani ; ma la dif- 
ficoltà dell'impresa mandò a vuoto il disegno, appagandosi invece 
d'aprir nuove vie nella Grallia Cisalpina ed in Etruria, onde poter 
da due lati tenere in rispetto le tribù montanare. Infatti dopo ben 
ottant'anni d'inutili armeggiamenti non altro poterono . profittare i 
Latini che un decorso di dodici stadii (un miglio e mezzo romano) 
per servire ad una via lungo il mare (1). Soltanto nell'anno 645 di 
Rjoma.M. Emilio $cauro, già illustre per la eostruzione del ponte 
Milvio e l'asciugamento delle paludi tra Parma e Piacenza, dopo 
aver prodigato i liguri transalpini, credendo aver buon pq^alle 
mani, aprì come censore la via militare da Luni ai Sabasj che dal 
suo nome si disse Emilia^ (2) diversa dall'altra Emilia di Lepido 
che da Bimini metteva a Piacenza. L'Emilia di Scatiro ebbe da al- 
cuni pur il nome di Cassia^ come cqntinuazione di quel ramo della 
Castia che per Viterbo calava in Toscana. Altri pur le assegna altri 
nomi: ma la frequenza con cui s'usava VAurelia venendo da Boma 
in Toscana, fé' considerare VSmUia di Scauro come un proseguimento 

(1) Strab., L. IV. Questo passo, a mio avviso, fa alteralo dai trascrittori. 

(2) Consu), Ligures et Gt^ntiscos domuit atque de his triumphavit. Cen- 
sor, viam Emiliam stravit, pontem Milvium fecit, ab ipso post dictum 
Emilium. Aur. Victor. De Virit ili. e. LXXII. 



196 KIVISTA CONTBMPOBANBA 

di .quella, e rigettare le altre appellazioni. Ond'è che noi pure per 
ragion di chiarezza riserbando il nome d'Jìmilia a quel tratto che 
vedrem giungere da Tortona ai Sabazj e oltre il Varo, e di cui diremo 
in appresso, designeremo con Tappellazione d'Aurelia la via che, dopo 
avere attraversato pel corso d' ottantacinque miglia le città litoranò 
d'Etruria, cioè Centumcellae^ Pyrgos, Alsium e QravUcay metteva a 
Pisa e a Luni e da questa a Tortona, in ciò spalleggiati dagli antichi 
itinerarii, non che da Cicerone, Vopisco e Rutili© Numaziano (1). 
Gli autori moderni confondono indistintamente i nomi à^Aurelia e 
à: Emilia {2), 

11. — Senonchè occorre anzitutto mostrare la fallacia d*una opi- 
nione assai radicata nel volgo non solo, si bene ne^più saputi scrittori, 
secondo la quale la via di Scauro traversando la Liguria marittima 
correa lungo le prode da Luni ai Vadi Sabazj, da dove superando il 
dorso degli Àpennini calava a Tortona. Questo errore che deriva da 
un passo di Strabene cui mal si seppe chiarire e dalFavere insieme 
stranamente accozzato la Peutingeriana e Yltifierario d'Antonine, deve 
ornai rilegarsi fra i sogni. Se TEmilia di Strabene (Àurelia) avesse 
solcato il litorale fino ai Sabazj (da non confondersi come altri fece 
con una tribù d'egual nome che stanziava presso Ceperano) il greco 
scrittore non avrebbe ommesso d'accennare oltre Pisa e Luni a 
qualche altra stazione intermedia, siccome Genova allor emporio prin- 
cipale de* Liguri. Un tal silenzio ci rafferma nella sentenza che l' Àu- 
relia tenesse un diverso andare da quello che le vollero attribuir 1*0- 
derico, il Berger, e dietro le lor poste tutti coloro che, svariando dal 
vero, ne fecero subbietto delle loro speculazioni. 

Il solo Spotorno ed assai prima il Repetti, parmi sien quelli che 
neir interpretazione del testo di Strabene (3) abbiano colto i^el segno. 

Desideroso di mettere un po'di luce nella tenebrosa questione^ ri- 

(1) Cicer. Philipp. XII. — Vopisc. Vit, Aurelian. — Rulil. Numatian. 
I/tner. 

(2) Sed ili ad ani imad versione digaum est, non modo tantum totum tra- 
ctum a Roma ad Vada Sabatia modo viam Aureliam , modo Emiliam tum 
inliistoriis, tum in vetustis inscriptionibus esseappellatum, sed viam etiam 
quae postmodum a Vadis Sabatiis trans Alpes Arelatem est dieta, in qua 
munienda neque Cottae, neque Scauri partes ullae esse potuerunt, atrau* 
qae tamen sibi nomen Aureliae et Emiliae vindicasse, quod ejus canti'* 

nuatio haberetur, quae in Alpes iisdem erat vocabulis nuncupata Hinc 

ex crebris commeantium ac remeantium erroribus confusio ac perturbatio 
priscorum nominum est orta, tum maxime , cum vetustate obtritis co- 
ìumnis milliariis initio positis, aliae inferiori aevo in earum ]ocum sunt 
substitutae Monti, De viis Romanis. 

(3) OìJtoc ^è ò 2xa3p^; wtIv 6; xaì rnv A^puXtav é^òv orp&oac ^ ^i« t»v niia«M itati 
Aouvuv (axpi Sft^Tcdv, xarrtdOev ^là AipOovou;. Strab. Lìb. V. 



POSTI B YIB STRATB DBLL' ANTICA LIGURIA 197 

cercai con ogni possa l'aiuto di valorosi ellenisti, e son lieto, per tacer 
d'altri, che il dottissimo Mons. Cavedoni abbia voluto sugg^ellare con 
l'autorità del suo nome l'opinione di cui siamo mantenitori. Senza 
punto entrar nell'analisi del testo greco, il che ci trarrebbe a disquisi- 
zioni troppo discordi dall'indole del nostro lavoro, eccone il letterale 
volgarizzamento, quale l'illustre Modenese inviava all'amico mio G. B. 
Passano, che mi confortò de'suoi lumi in queste lentissime e sazievoli 
trattazioni — IRc autem Scaurus iìle est, qui jSmiliam viam con- 
siravUy quae per Pieas et Lunam, Sàbatos usque^ per Derthonam 
(transit). — La greca particella Bik non può aver altro valore che 
jw, sottintesovi il verbo passare. Dal che si trae che l'Emilia (Au- 
relia) anche secondo Strabene, passando per Tortona, progrediva fino 
ai Sabazj. 

E che tale ne fosse il vero andamento n'è riprova il difetto d'un 
vestigio qualsiasi in tutto il lungo decorso da Luni a Savona pel 
litorale, sia di costruzioni o di pietre miliari o di monumenti epi- 
grafici, di che pur abbondano le altre vie consolari. Arroge che 
niun antico scrittore lasciò ricordo che accenni a passaggio di le- 
gioni lungo la costiera marittima fino ai Sabazj; laddove per con- 
verso sappiamo che dai porti di Pisa e di Luni sferravano le armate 
romane a perlustrare il litorale, e dalle foci del Lavagna e dal golfo 
Tigulio (e non già dallo Sturla come tiene il Durandi, avveg^nachè 
lo Sturla metta in Lavagna nel territorio di Carasco al di là del 
Oiovo) salpò il console Postumio, quando profiigati i Garuli, i Zo- 
picini e gli Sreati si fé' a visitare marina marina le prode degli In- 
ganni e degli Intemeliiy prima d'assaggiarli con l'armi. 

Ne va in conseguente, che l'argomento tirato dal veder segnate 
nella tavola Pentingeriana e n^W Itinerario le mansioni d'una via da 
Luni a Savona di per so cade, si scarsa è la fede dovuta a docu- 
menti incerti d'autore e di tempo, inesatti per error di distanze e 
storpiamento ne'nomi. Con più aspetto di vero bassi a ritenere che 
una tal via non appartenesse all'Emilia di Scauro, ma fosse piut- 
tosto una via municipale o traversa che serviva di comunicazione 
fra i finitimi pagi, essendo noto che i Romani lasciavano alla balia 
de' soggetti aprir que'tragitti che più tornavano lor profittevoli, co- 
me era appunto questo del litorale, angusto e disagevole al dir di 
Strabene (1). 

Dicemmo per il litorale : niun peraltro s' avvisi cercarne le 
traocie in vicinanza del mare. Le mansioni di Boron (la Vara) e 
iAVAlpe Penamo (il Bracco) ne sono ancor di presente discoste. I 

(l) Imminent grandes ac praerupiae montium rupes, angustum relin- 
quentes juxta mare transitum. Strab. Lib. IV. 



198 KI VISTA CDNTEBfPOKANBÀ 

luoghi ad MonUia^ ad Salaria (Moneglia e Solaro) ed altri siffiitti 
che veggiam specchiarsi ne'flutti, sedeano allor sull'alture ; e noi 
tuttavia non senza meraviglia contempliamo negli alpestri villag^, 
tra le finestre d'antichi abituri, infitti alcuni ferri ed ingegni, i 
quali,' come la tradizione c'insegna, usavansi a sospendervi i remi, 
le reti ed altri nautici arnesi, segno non dubbio che il pelago di gran 
tratto arretra vasi dai luoghi in prima occupati. Infatti le pianure di 
Chiavari, quelle d'Albenga, le valli d! Diano e d'Andora: quelle fra 
la Bòrdighiera e la Nervia ed altre assai, furono un di sepolte ne*flutti. 
Sarebbe quindi follia l'argomentarsi che questa via litorana corresse 
lungo le attuali ripe marittime ; egli è mestieri internarsi, dove più 
dove manco, fra i monti, antica stanza de' Liguri, per indagarne gli 
aggiramenti e le curve. 

- Ripigliando ora, dòpo queste necessarie intrammesse, il nostro ra- 
gionaménto, e' fa d'uopo porre sott'occhio al lettore il vero andamento 
della via militare di Scauro, né questo, a mio avviso, può parer dub- 
bio, se si ritiene che le foci ed i seni delle valli fra la Magra, Pontre- 
moli, la Cisa, monte di Bardone,Fornuòvo, Val dì Taro, Borgo san Don- 
nino (Julia Fidentia), Firenzuola (Florentia), Tortona, e presso Acqui 
fino ai Sabazj, presentano il cammino più agevole, più diretto e più 
breve. Vero é che anche dell'andare di questa via ci mancano monu- 
menti visibili, e he diviseremo con più acconcio le cagioni a suo luogo; 
qui sol rileva osservare, che, perduti ne' bassi tempi i nomi d'Aurelia 
e d'Emilia, si conobbe con l'appellazione di ClaudiayChe noi col Be- 
retta teniamo le venisse assegnata in onore di Flavio Claudio 
Giuliano , come appresso le vennero del pari assegnati altri nomi. 

12. — Questa via strategica non si rimaneva, come dicemiho, a 
Tortona, ma calava ai Sabazj, e a questo ramo, di cui restano grandi 
e maestose reliquie, diamo il nome d'Emilia, avvegnaché con questo 
più specialmente Tindiziino i monumenti in essa sterrati. Essendo 
disegno di Roma penetrare nel cuore della Liguria per infrenarne le 
rivolture e tragittare gli eserciti nella Grallia Cisalpina e da questa 
nel paese de' Liguri, doveano le legioni appianarsi un passo nelle in- 
terne Provincie e munirlo in modo saldo e durevole. Quind'é che la 
via si fé' correre in parte sulle bricche de'coUi per reggere ad ogni 
tormento d'acque e di frane. A porne in disegno tutto l'andar ch'ella 
fa da un termine all'altro, diremo che movendo dalla region de'Sabazj 
in luogo mal noto, ma forse dai Vadi, stendevasi sulle poppe de' gioghi 
fino ad ffasta, picciol luogo sugli Apennini che nel X secolo apparte- 
neva alla dizione de'vescovi Savonesi ; ivi un ramo minore scendeva 
ad Alba DocUia (Albissola), e a Ficus Virginis (Varazze); il principale 
traversava, scemando l'erte, Cono/ico presso il Cairo: quinci a non 
molto spazio toccava Crixio che noi poniam presso Spigno all'abazia 



POBTI B VIB STBATB DELL* ANTICA LIGURIA 199 

di 8. Quintino, e volteggiando presso Acqai (1) dava a Tortona. Consi- 
derevoli avanzi se ne scorgono presso Melazzo, Monteehiaro, Strevi e 
Cassine. Pressochò intatta conservasi da Castelnovo Bormida fino a 
Tortona: in alcuni luoghi è sepolta da franamenti e dirupi. Cajo Va- 
lerio fu quegli che in più tratti la ristorava in un colle terme d'Acqui. 
Appresso continuata oltre Po , rannodò Ivrea ad Aquileja , cor- 
rendo per Vercelli, Novara, Milano, Bergamo, Brescia, Veroua e 
Vicenza. ' 

13. ^ I Sabazj non erano peraltro il limite estremo della via mili- 
tare di Scauro : essa pi^osèguìa fino ad Arles. Augusto che ne fu il 
continuatore e la fregiò di colonne miliari, cominciavala al punto in 
cui quella di Scauro avea fine, cioè a Vado, otto anni innanzi Tera 
volgare. Il nome di Omlia Augusta secondo alcimi assegnato a- tal 
via, è assai controverso ; onde per noi si respinge, dovendosi piut- 
tosto riferire a quel tratto che dalla Trebbia per attravetao il Pie- 
mcmte correva nei dintorni di Nizza. 

Anche il ramo di via proseguito, da Augusto non potea correre 
di presso al mare. Se fino ai dì nostri la strada litorana era chiusa, 
dovrem noi credere fosse aperta e spianata or fan venti secoli? Chi 
non ricorda, imprecando, i trarupi di Noli resi infami da Dante (2) 
e le paurose ritorte di Vose e di Caprazoppa? Se tanta fortezza di 
borri e di balze ci mostra che l'antica via consolare era affatto per- 
duta, pone anche in sodo che la stessa non poteva condursi in vi- 
cinanza del mare. Il paese irto di stagliate roccie e di stagni, onde 
il nome di Vada che s'avviene in più luoghi, facea si che la strada 
dovesse imboscarsi e secondare gli svolti de' gioghi men repenti e 
difficili. 

Infatti da Vado (3) ove per colli disagiosi Ventidio portò dalla 
Oallia tre legioni ad Antonio disfatto nella giornata di Modena (4), 

* 
(1] Tum Clastìdium, Derthona et Aquae Statiellorum pauiisper praeter 
yiam. Strab., Lib. V. 

(2) Vassi in Sanleo e discendesi in N^li. Dante. 
All'asprezza di questa via accenna un altro poeta del secolo xiv : 

da Porto ad Andona (Andora) 

La strada so : ma convien ch'uom si spoltri 
Siccome va da Finale a Savona, 

Da Albenga, da Noli anco e da Veltri 
Fino a Genova. E Solino allor rise , 
Poi disse: va, che del cammin qui m*oltri. 

Per quei vallóni e per quelle ricise 
Andammo. 

Fazio degli Vherti, Bit. lib. HI, e. 6. 

(3) Jacet inter Apenninum et Alpeis, impeditissimus ad iter faciendum. 

Brut, ad Cicer., Epist, XIII. 

(4) Cicer. Fami/. XI, 10. 



200 BIVISTA CJONTEMPOBANKJl 

saliva l'erta di Noli, sboccava a Verzi sul Pinalese e per Peglino 
ch'era una delle tante figuline ligustiche, Carbuta presso Rialto e 
Madonna della Neve riusciva sopra Magliolo. Una mansione n'era 
il PùUupicey forse oggi Giustenice. Due altre mansioni sorgeano fra 
Albenga e Yentimiglia: il l%eus Bormani e Costa Balenae. Ivi pure ci 
verrà fatto tracciarne le ripiegature e gli andari. E per vero da 
Albenga che allor sedeva alle falde del monte che la prospetta a 
ponente, saliva sul luogo nomato la Rama, dove torcendo a sinistra 
conduceva al Tirazzo o Signora della Guardia a cavaliere d'Alassio: 
scendea sulla Morula non lungo d*Andora e per il promontorio di 
Rollo e Villa Faraldi traeva in Val di Diano, ove, oltre i ponti che 
n'accusano il corso e di cui diremo a suo luogo, se ne scorgono 
presso S. Siro non poche reliquie. In questi contorni, fatto stima 
del divario che corre fra il miglio romano ed il. nostro che d'un 
quinto è maggiore, dee porsi il Incus Barmanij ohe l'itinerario d'An- 
tonino segna a quindici miglia d' Albenga. La via tirava oltre a 
Costa Balsnae^ oggi Costa Rainera: da quell'antica mansione ebbe 
origine Taggia, la quale evidentemente trasse il nome dal Tacua 
che le scorre vicino: ivi non pochi avanzi che tuttodì vengono in 
luce ce n'indiziano il vero decorso. Quindi fiancheggiando il Monte- 
negro conduceva a Ventimiglia, da cui per il colle di Castel d'Appio 
sfogava verso Lumone, oggi Mentono. Ivi un braccio secondario 
correva a Sospello, alla Briga e per Tenda calava alla valle di Pesio, 
alla Chiusa e imboccava la grande via di Tortona. La via litorana 
saliva al Trofeo d'Augusto in Alpe summa nel luogo detto oggi 
Tu/rlìa da turris in via, testimonio infallibile del di lei corso : calava 
quindi nella vallata del Sembola : varcato il Paglione e seguendo le 
regioni dell'Ariana e le falde di Merindola, attraversato il rivo di 
S, Andrea saliva alla capitale dell'Alpi marittime Cemenelon, oggi 
Cimella, costeggiando la valle della Balma alcun poco, e quindi il 
deflesso del colle fino al luogo detto i Quattro Cammini. Il Varo var- 
cavasi presso alla foce in quel punto in cui secondo Strabene questo 
fiume, traripando nel* verno, allargavasi fino a ben sette stadii (1). 
Augusto volendo sicurare il passaggio dell'Alpi dalla infestazion 
de'ladroni (cosi nomavansi i popoli alpini che grossi in arme ne 
contendeano il varco ai Romani) indisse loro, quattordici anni in- 
nanzi l'avvenimento di Cristo, una guerra sterminatrice, e allor 
maggiormente munì del proprio tal via per quanto gli venne assen- 
tito dall'asprezza de'luoghi ; avvegnaché correndo essa tra ricise e 
scheggioni di rupi che sportano su precipizii ed abissi, onde il nome 
che appresso le si attribuì di Cornice, non era possibile per quanto 

(1) Stadium 125 nostros efficit passus ; hoc est pedes625. PHn. L. H, e. 23. 



POKTI B VIB STBATB DKLL'àNTIOA UOURIA 201 

scarpellasse a punta le roccie, Tincere in tutto una cosi sdegnosa 
natura (1). Due monumenti attestano la piena disfatta de*popoli 
alpini ; cioè la mole di Turbia pressoché rovinata e l'arco di Susa. 
In quel tempo fondavasi altresì Augusta Praetoria (Aosta) neirintesa 
di dominar ()a quel yarco le gole dell'Alpi per gli appostamenti e 
guati de* montanari tuttavia mal sicure. Altri ristauri vi fecero 
apinresBO i successori d'Augusto murando in acconcie posture rocche 
e Ibrtilizii detti ClausuraSy onde il nome di Chiuse. 

Nel villaggio di Garquier presso alla Turbia sterraronsi, or fan 
pochi anni, due colonne miliari di cui Tuna diceva come l'Emilia, 
per gli uscimentì del Retubia e per vetustà resa inservibile, venisse 
rì&tta da Adriano del proprio. Il Retubia è fuor di dubbio il Rotuba 
che ancora a nostra memoria diceasi la Rotta. La seconda colonna 
vennevi apposta dall'Imperatore Antonino che forse anch'esso del 
suo la racconciava. Albenga mostra pur essa un monumento che 
accenna ad un Metilio sopraintendente dell' Aurelia (Emilia) e pa- 
trono della plebe urbana. Ciò fa manifesto come solesse usarsi in- 
distintamente il nome d' Aurelia e quello d'Emilia. 

14. — Che una tal via s'aggirasse per attraversa gli svolti delle 
montagne, ne son certa riprova gli stessi ponti antichissimi che in 
più luoghi sfidano ancora l'urto de'secoli : e là dove i torrenti più 
prossimi al lido ne van tuttora sguarniti, le fiumane di Diano, Vlm- 
peroy V Argentina, e la Nervia ne son cavalcate a quattro e più miglia 
all'interno. L'eccellenza a cui giunsero i Latini in quest'arte, vuoi 
per saldezza di massi, vuoi per la riquadratura e il commesso dei 
marmi, è a tutti assai nota; il ponte di Traiano sopra il Danubio 
è insuperabile per audacia di concetto e maestà d'esecuzione. Opera 
non manco grandiosa era fra noi l'acquedotto che movendo da Pietra 
Bissara toccando Arquata e Libama correva a Tortona, irrigandone 
l'agro e alimentandone le terme capaci di ben settecento individui. 
S'ignora in qual punto valicasse la Scrivia : alcuni ne designano il 
luogo presso il ponte di S. Bartolomeo: altri nelle colossali arcate 
di cui già vedeansi i vestigi nei contorni di Precipiano. Asti di due 
pmti abbelliasi : l'un sul Borbore presso cui s'eresse un arco a Oneo 
Pompeo Strabene, padre del Grande ; l'altro marmoreo sul Tanaro 
gittatovi da Giulio Cesare quando, .dome le Gallio, ebbe stanza in 
quella città. Publio Urvino edile ne fu creato prefetto. Avanzi d'un 
ponte antico scorgonsi anch'oggi sul Taro. Di romana struttura è 

(1) Aagustus Caesar lairoaum eccidio viarum structuram adjecit, quan« 
tum omnino licuit perfici; neque potuit ubique perrumpere naturam sa- 
xorum iDgentium, praeruptarum rupium alias vìae impendentium, alias 
subjacenlium, ita ut \el ìeviter e via egressi in periculum venirentine' 
yitabile, cum in fuudo carentes valles esset decidendum. Sirab, L. IV. 



BIYI8TA GONTBHPOBAMBA 

un ponte saldissimo detto il Pùnte dette FaU ed anche d'Orlando nel 
Finalese sul ritano di Pond presso la borgata di Verzi : e tale opino 
sia pure il Pùnte del Corvo che inarcasi anch'esso nella vallata supe- 
riore di Final-Pia, nomata ne'tempi di mezzo Campania viUae maris^ 
segno non dubbio che il mare un di s'ingolfava in que'luoghi. Ben 
più meraviglioso si è il Ponie^lv/ngo a levante d' Albenga, opera del iv" 
secolo e forse di Costanzo imperatore, sotto le cui solide arcate in 
parte sepolte, un di il Conta menò le sue piene. Corre oinqueceatot- 
tantotto palmi in lunghezza, e in larghezza quattordici. I pilastri del 
ponte àeWSveno^ per cui la via militare veniva a Diano Castello, atte- 
stano anch'essi la romanità di quell'opera. Del resto, nulla di co- 
spicuo, tranne la leggerezza e solidità loro, come murati a pietre vive 
e di vena fortissima, offrono questi ponti fra noi. Eglino sona in 
ispecie assai stretti ; il che non toglie che in alcun d'essi appaiano 
tuttavia le traccie iiòWactus^ posto nel bel mezzo per il transito dei 
cavalli e dei carri, non che sui lati il rialto de'marciapiedi (decursoria) 
spalleggiati di parapetti e murelli per sicurare i pedoni. 

15. — Le vie strato di cui finor ci occupammo non sono le più an- 
tiche in Liguria. E per vero, se tornava arduo ai Bomani tagliare le 
loro strade fra popoli riottosi e contumaci, questa difficoltà venia 
manco rimpetto a Genova amica, da cui, come da centro, poteauo le 
legioni addentrarsi in tutta la regione de'liguri. Fino dall'anno 606 
di Roma il console Spurio Postumio Albino Magno ponea mano ad una 
via che collegasse Genova alla region cispadana e le assegnava il suo 
nome. Forse e' non fé' munirla e renderla atta al passaggio de' grossi 
eserciti, non potendo noi consentire che Genova, già .gagliarda di 
traffici, difettasse di facili comunicazioni. Comunque sia, la PùiUtmia 
corrottamente Costumay. saliva per la valle di Polcevera a Ponte 
Decimo, il cui nome ricorda l'uso i^Qtichissimo di segnare le strade 
con pietre miliari: i luoghi di CeptUma ed il rio Vinelasea che costeg- 
giava (1), sono ancora mal noti ; forse pel giogo di N. S. della Vit- 
toria, meno erto e repente, calava in vai di Scrivia, lambendo le terre 
ed i pagi che appresso addomandaronsi Borgo de'Fornari, Pieve, 
Isola buona. Ronco, ViUavecchia, Isola e Pietra Bissara. Ivi la mala- 
gevolezza de'passi costrinse i romani a far enormi tagliate di massi 
calcarei, mwcè le quali, secondando gli aggiramenti delle montagne, 
metteva a Rigoroso sott'esso il colle Aventino, oggi Ventino, fin ad 
Arquata, entrava Libama e n'uscia rimpetto ai monti della Crena a 
libeccio. Ove partiasi in due rami: l'uno correva a Gavi: l'altro, ra- 
dendo il colledi Brionte, varcata la Scrivia presso Cassano, per Yilla- 
verDia tirava a Tortona. 

(l) Vedi la Tavola di bronzo scoperta in Polcevera nel 1506. 



POan B VTB STBATB DBLL' ANTICA uaUBXA. 803 

16. — Ebbi più sopra a ragionar di stazioni che seguentemente 
incontravansi ad ogni tanto dì via. Nomavansi mansioni e muiaHani. 
Le mansioni serviano di solito a stanza delle legioni al fin d'ogni 
marùia ohe per Io più computavasi di ventimila passi : in casi urgenti 
di yetktisei mila ; poiché il soldato romano, sebbene onusto di far- 
daggio e di pali di circa sessanta libbre di peso, facea non manco di 
venti miglia in cinque ore. Erano le mansioni un gruppo di case e 
dificii con ampio palagio fornito di suppellettili e arredi deg^ni della 
maestà deg^i Augusti, i quali vi sostenevano (1) a rifarsi de'disagi di 
lunghi viaggi e di militari fatiche. Ivi raccoglieansi i tributi delle 
terre circostanti e serbavansi le salmerìe per le legioni, i foraggi per 
i cavaAi. Erano amministrate da gran personaggi che chiamavansi 
manc^: e Valentiniano commise a'consoli che tuttavolta passassero 
in vicinità d*alcuna mansione, ne inspezionassero gelosamente i 
granai, importando anzi tutto che le milizie avessero cilbi sani ed 
incorrotti. 

Soggette alle cure de'man^pi erano pur le mutazioni. Questi 
luoghi, come il nome l'indizia, serviano allo scambio de'cavalli e dei 
carri ad uso pubblico, avvegnaché i^privati ad usarne doveano otte- 
nerne uha special permissione. Al tempo de' Cesari insti tuironsi pub- 
bliche corse (cursus publici) e poste regolari {vehiculaiiones) ogni 
cinque sei miglia: ciascuna d'esse andava fornita di quaranta ca- 
valli : Teodosio ne accrebbe le mute fino a sessantaquattro. Mera- 
viglia il leggere quanto gl'imperatori curassero, sotto severissime 
pene, che i viaggiatori e gli stradieri non avessero a patir danno e 
molestie. E dirò cosa strana, ma vera, e tale da tome il vanto ai mo- 
derni : che cioè la vigilanza de' Cesari sulle pubbliche corse fu spinta 
a tal segno, da vietar che i cavalli fossero aspramente battuti, non 
altro essendo lecito che colla voce , o tutt'al più con legger sferza in- 
citarli, se pigri , (innocuo titillo) pena il bando, ove alcun trasmo- 
dasse. Tali cure partorivano mirabili effetti, quello in singoiar modo 
della rapidità dei messaggi, a tal pervenuta da poter corrersi cento 
miglia in un dì. È fama che Tiberio alla nuova del sinistro di Druse, 
facesse in ventiquattr'ore ducente miglia, da Lione in Germania. Con 
tal rattezza propagavansi in ogni angolo dall'impero le nuove per 
opera de' diarii o giornali, de' quali, al dir di Svetonio, fu primo in* 
ventore Giulio Cesare. Nomavansi acta o diurna e ve n'aveano nelle 
Provincie e perfinneir esercito. Con non minore velocità, le vie schiu- 
deano l'entrata ad ogni forastiero prodotto : ai lavorj della Grecia 
come alle fiere dell'Africa, ai frutti di Spagna come alle mercatanzie 
della Fenicia e della Siria. 

(1) Ecce literae de instruendis mansionibus, iuvectio ornameutorum re- 
gaìium quae ingressurum impératorem significarent. Svet. in Tib, e. X« 



S04 RIVISTA OONTEMPORANBA 

La gigantesca costruzione di queste vie avute ne' bassi tempi 
come opere d^incantamenti e di genii, doveva richiedere un numero 
stragrande d'artefici e d'operai. Divideansi in quattro specie: pri- 
meggiavano gV ingegneri che aveano il carico dei lavori: seguiano 
i legionarii che vi davano opera soltanto nei silenzii dell'armi : i pro^ 
vineiali^ con che si sopperiva ai bisogni de'più disagiati terrazzani: 
venian da sezzo i condannati che purgavano ivi la pena dei lor ma- 
leficii. L'erario* della repubblica sostenea questi enormi dispendii, tut- 
tavolta che le vie percorressero Provincie soggette aUa senatoria 
giurisdizione: se provincie di Cesare, il Fisco; se vie comunali, 
provvedeano i Municipii. 

17. — Imperciocché, oltre le principali, è fuor di dubbio che 
parecchie vie comunali o traverse legavano i pagi delle cognate 
tribù, e dalle terre più litorane facean capo alle con valli dell'Àpen- 
nino e della Liguria montana. Una d'esse correva da Oenova per 
la valle della Trebbia a Piacenza, e forse a questa devonsi riferire 
le traccio che in più luoghi t'occorrono sul monte Penna. Verosi- 
milmente le tribù degli Ercaii^ dei Garruli e dei Lapidiciniy abita- 
tori della Fontanabuona, avean /oleato il loro agro d'una via che 
metteva alle foci del Lavagna o porto di S. Salvatore. La tradizione 
di questa via che ne'bassi tempi si nomò Panatiera sussiste viva 
tuttora: i conti di Lavagna per privilegio degl'imperatori tedeschi 
ne riscossero lungamente le gabelle ed il pedaggio. Incisa, villaggio 
d'Orerò, nomavasi un giorno Intercisa^ e accenna a qualche ramifi- 
cazione di questa via, ovvero a qualche tagliata di rupe per avere 
un facile accesso in vai d' Avete. 

Genova inoltre dovea senza fallo dar mano ai Sabazj. Diffatti un* 
sentiero tagliando la Ih)etuma in luogo mal noto, tirava a Sestri 
di ponente, ove sorgeva il sextum lapidem. Tra Voltri ed Arenzuio, 
ascendendo dall'aprica villa di Vesima né appariscono tuttavia le 
vestigia. Forse anch'esso il nome di Vesima rammenta la vigesima 
colonna miliare, sebbene torni oggi assai malagevole misurar cosif- 
fatte distanze, ignorandosi il punto da cui si dipartivano le vie co- 
munali. Un'altra strada movendo da Genova solcava la riviera 
orientale: i nomi di Quarto e di Quinto ne fanno aperta testi- 
monianza. 

Intorno a questi sentieri nessun monumento scritto ci resta : ina 
la terra è gelosa custoditrice. de'proprii fasti. Le spesse reliquie di 
massicci petroni che ti si parano innanzi in più tratti del monte 
Armetta^ che a mezzodì guarda Varazze e a settentrione il Sassello, 
c'inclinano ad opinare qhe su que'bricchi serpeggiasse una via che 
facea capo iXM Emilia^ vincolo di comunicazione colle tribù monti- 
giane e i Stazielli, di cui fecero i Romani strazio cosi disonesto. 



POBTI E VIB 8TRATB BBLL' ANTICA LIGURIA 266 

Infatti Armeiia non è che corruzione A' Ermete^ poiché soleanei a 
Mercurio dedicare i luoghi elevati e le pubbliche vie, sulle quali 
sorgeano erme in suo onore, e a* pie' d'esse i viandanti accatastavano 
ciottoli e sassi. 

Di vie n^iinori o traverse è altresì testimonio un vetustissimo 
ponte romano nel territorio di Quiliano, che mena alle foreste della 
Consevola e delle Tagliate: non che gli avanzi d'un tramite fra 
Garessio ed Àlbenga dalla banda d'Erli e di Zuccarello, Tantica 
regione degli EpaiUeri. Rado in oggi pie' mortale s'inerpica a se- 
guirne le scabre vestigia: ma in que'ciottoloni si rigorosamente 
l'un l'altro addentati, lo storico ravvisa ancor l'orme che v'impres- 
sero un giorno gli elefanti di Magone. Non andrebbe lontano dal 
vero chi avvisasse esser questo un torcimento di quella via che 
correndo le falde occidentali dell'Alpi marittime toccava la Chiusa, 
Boves e Boccavione, e traversando vai di Stura fra questo fiume e 
TAlpi, camminava al colle dell'Argentiera. Era questa ab-antico la 
via che attribuivasi ad Ibreole (1) simbolo d'industre colonia: via 
cui tanti seeoli appresso (centovent'anni innanzi Tera volgare) D<f 
mìrìo Enobarbo trionfator degli Arverni faceva rassettare, e vi le-* 
gava, come già dicemmo, il suo nome. 

Posciacbè accennammo a Magone, non sarà fuor di luogo il ri- 
cordare come non poche terre in Liguria si gloriino d'aver dato il 
passo anche ad Annibale e ne conservino il nome. Lasciando da banda 
quanto in ciò v'ha di favoloso o d'incerto, dirò che nel comune di 
Pregala fra i monti Penice, Lesima ed Ebro, corre presso il Barostro 
una lunga tratta di via che s'addimanda strada d'Aimiòaìe, Non 
può invero cader punto di dubbio sulla di lui presenza in que'luoghi. 
È noto com' e' dopo avere svernato in riva alla Trebbia, tentasse il 
valico degli Apennini, ove si sformata tempesta si ruppe addosso 
all'esercito, che fu costretto a dar volta e accamparsi a dieci miglia 
dalla città di Piacenza. Alcuni di appresso, prodigato Sempronio, 
questi calò sul Lucchese, molestato nel suo sbarraglio dai Liguri, 
per le cui forre passava, lasciando nelle lor mani cattivi due tribuni, 
due questori e cinque cavalieri. 

La via tenuta dall'oste Cartaginese fu senza fistilo fira 1» Trebbia 
e la Nura, via che fu appresso condotta, attraverso questo fiume, a 
Velleja. Esistono ancora i nomi di Quarto, di Settimo e di Colonne 
a mezzodì di Piacenza. Da Velleja la vja varcando la foce degli A« 

(1) Accenna a questa via Siiio Italico là dovè parlando d*£rcole canta : 

Scindentem nubes, frangentemque ardua mentis 
Spectarunt superi. SU, Ital, L. III. 

Virg. Eneid. L. VI — Diod. Sùml. L. IV. 19. 



20$* BIVISTA CONTBMPOIUNBA 

I 

p^inkii a Taverna metteva nella vallata del Leno e quin<^i in quella 
del Taro e della Magra da cui volgeva in Toscana. 

Per l'opposto la via che fé' Sempronio nella sua fuga, fu TAu- 
relia che si <}isse poi Claudia. Un braccio minore della quale tirava 
a Velleja e passando per Settime a sinistra della Nura riuscia sovra 
Travi, già TrivimMy poiché ivi metteano tre strade. L'una d'esse 
traeva a Roccazese, come rilevasi dagli atti delle ss. Liberata e Ifau- 
stina riferiti dal Giovio ; l'altra costeggiando la Trebbia solcava 
l'agro libamese fino a Bobbio, e continuando a sinistra del fiume dava 
a Vesmo, cioè ad i>igesimuin lapidem e calava dalla parte del Bi» 
sagno (1) su Genova. Della terza strada non trovo riscontro alcuno. 

Questi ed altri sentieri serpeggianti pei dossi del nostro Apennino 
e della più parte de'quali per non far qui troppo lunghe intramesse io 
mi passo, erano appunto que'tramiti vicinali o traverse che necessa- 
riamente dovean collegare i finitimi popoH. Vi presie^eano i maestri 
de'poffiy cui era demandato l'officio di tenerli rassettati e vigilare acciò 
i soldati, che in essi s'avventuravano, non patissero disagio di leg^a, 
di sale e di strame. Vuoisi che Tinstituzione de' maeitri de' f agi 
ascenda a Numa Pompilio (2). 

18. -* Poste le cose anzidette, non dispiaccia al lettore, poiché ci 
Siam messi su queste ricerche, oh^o tocchi alcun poco di altra par- 
ticolarità chiamate dall'argomento, e che invano si cercherebbero nei 
patrii scrittori. Per quantunque 1 Latini studiassero tirare aiilo i lor 
viottoloni in sulla piana, come usavano i Cartaginesi, ciò non potea 
venir fatto fra le gibbosità di alpèstri regioni, in cui carpando a 
stento, era d'uopo guadagnare l'ertezza de' gioghi, far gomiti e fac- 
cio, ore i torcimenti del terreno il portavano, e m que' filari di. mon* 
tagne serrate, giù per le chine men trarupate* e dirotte, calar nelle 
valU e binroni, per superar di nuovo altre vette. Perciò assai varia 
è la larghezza delle vie consdari : non mai d'otto o di sedici piedi (3) , 
ma. sempre di gran lunga maggiori. I lati erano muniti di margini 
che levavansrin altezza a due cubiti. 

Isidoro 'riferisce ai Cartaginesi il costume di: selciare, a lastroni le 
vie (4) : in Italia, a quel che ne^ trovo, quattro strati per lo più vi 

(1) Bii-amnis^ e più anticamente Feritor o Feritori, Il Fabretti uel suo 
lodato Glossario scrive sul testimonio di Plinio che questo fiume è in 
o^i Lavagna!! ìf OH è-nuaya l'arte di compor ].ibi:i da libri,; seoz^ darsi 
punto la briga di per sé chiarire le cose. 

(2) Dionig. Halicarn, L. II et IV. 

(3) Viae latitudo, ex lege XII Tabularam, in porrectum octo pedes 
habet; in anfraotum, idest ubi flexumestf sexdecim. 

Ga^'us in L. 8, ff, de Servii, praed. rust, 

(4) Primum Poeni dicuntur lapidibus stravisse. Isid. De Orig. 



PORTI B VIB 8TRATB MLL'aNTICà LIGURIA 207 

si scorgono.' L^inferiore, che i Latini diceano si0iuinen,è un ammasso di 
sabbione e di pietre accomodato a snoli sopra un solido fondo che appel- 
layasi gremum; se il fondo era acquitrinoso o non fermo abbastanza, 
lo si rassodava con subliche e palafitte su cui basatasi il massicciato. 
Ciò impedia che il terreno per intenerirsi che faccia, non ammollasse, 
n secondo strato (rudus) è un misto di scaglie e lapillo legati con calce: 
il terzo (nudeus) è un formato di cemento, di creta e di stabbio insiem 
pesto e battuto con pesanti arnesi di ferro; il suolo superiore che 
addomandavasi summa emsta o patimentwm componevasi d'enormi 
lastre di pietre ad angoli e spicchi, legato con calcistruzzo, e Tune 
commesse ed immorsato nelle altre con mirabile dicfeiplìna e saldezza. 
V'avea nen)el mezzo un rialto (affffer) a scolo delVacque piòvane. 
Tale ci si mostra TEmilia da Tortona ai Sabazj che tanto ancor oggi 
s'eleva sulla faccia de' luoghi per essa percorsi. Ciò chiarisce il nome 
che il volgo le dà di Leeaia o elevata dal suolo : avvegnaché i Ro- 
mani usassero innalzare le lor vie sui circostanti torreni, conficcane 
dovi tigni, agocchie e fittoni, e afforzandone i lembi, per r^ìderle 
men soggetto alla violenza delle acque. V'hanno in Francia strade 
romane che s'alzano fino un venti piedi dal pianò; non minóre eleva- 
zione s'ebbe al certo l'Emilia, se si tien conto di quanto s'aderse il 
terreno pel disboscamento delle montagne e l'avvallar delle frane. 

l 'Quattro strati òhe divisavano questo vie consolari, non si ti0con^ 
trano nelle minori, atto ai carri (actt^) e a soli pedoni (iter), neppur 
si riscontrano in quella tratta della Aurelia che da Lutti mettova a 
Tortona. Questa inftttti noù resse al par dell'Emilia all'urto del tempo. 

Forse un tal braccio apparteneva a quel genere di vie che si di'^ 
ceano terrena j perchè non selciato: otveno gla/reaim^ perchè appena 
rispintiato da ghiaia o da torren sabbionoso, anziché di que' larghi 
cubi di selce, che davano alle lor vie 'militari un'impronta aflMto 
pelasgica. In tal credenza mi salda il vedere che di questo decórso 
di via, come più indietro si disse, non ci restano che scarsi vestìgi, 
locchfè ìion incontra delle altre. Né questo sarebbe il solo caso di tale 
struttura. Anche la via Appia nelle paludi pontine, che pur fu detta 
regina viarum, si vide, nelle scavazioni ivi fatto, difettare in più 
luoghi dei quattro strati anzidetti, ed essere stata soltanto coperta 
di ghiaia, sebben Cesare, quando era edile, l'abbia rifatta à'sue sjiese 
e appresso Nerva e Trajano. 

Le distanze segnavansi da colonne miliari di forma tonda o qua- 
drata, alto da otto piedi, e sopra ciascuna d'esse, oltre il numero, 
delle miglia, leggevasi un M. P. significanti millia passuum. Sene 
fa autor Cajo Gracco, il quale inoltre sulle vie fece ^>porre di dieci 
in dieci passi acconci petroni, onde tornasse agevole al viaggiatore 
il salire a cavallo, essendo allora ignoto l'uso delle staffe che rodammo 



208 BIVISTA GONTBIfPORANBA 

dai Longobardi. La legge delle XII Tavole proibiva interrare i ca- 
daveri entro il pomerio e nella cerchia delle città ; perchè lungo le 
vie principali, oltre le case, gli archi, Tedicole e i tempii, allistavansi 
con più frequenza ermi, cippi acherontici, urne (1) cinerarie, onde 
Tepigrafe si spesso ripetuta del — sisie, viator, — Vedeansi lungo 
la Poetumia e l'Emilia i sepolcreti e gli apogei delle fan^iglie Elia^ 
Mettia, RwtUiay Augurina, VUnUana, Poplicola, Cicurina, JPetroniay 
Menrda^ Plotia ed altre, dai quali s'estrasse quantità egregia di la- 
pidi, monete, medagJi.e e lumi di cotto. Arrogi i molti vasi che un 
error radicato fa credere vari lacrimtUorii^ cioè serbati a ricever le 
lagrime degli afflitti parénti ed amici : laddove per Topposto non sono 
che anfore d*olio e di profumi con cui s'ungevano i trapassati. D{ 
vasi lacrimatorii non una pai'ola abbiam dagli antichi. Presso Tor- 
tona si rinvenne il sontuoso sarcofago di Publio Elio Sabino innal- 
zatogli dalla di lui madre Antonia Tmffo con la scritta — i(mo WMmo 
este : nemo immortaiis — non che le tombe di Cofo Mario, e Tito Fla- 
minio morto virtuosamente pugnando sul Reno nelle legioni di Druso 
e d'altri non pochi. E steli sepolcral*, e cippi, ed altre anticaglie sif- 
fatte sterraronsi pure in qiiel tratto dell'Emilia che traversa la Li- 
guria marittima, massimamente in Àlbenga, Taggia, Ventimiglìa e 
presso Drapp in prossimità del casale che dicesi Ruma. Questo ramo 
dell'Emilia che da prima arrestavasi ad Àrles, fu appresso continuato 
per Narbona, Tarragona e Cartagena infino a Grade. 

Ad ogni sbocco o crocicchio di via sorgeva un tempietto od edi- 
cula dioata ai Lari Compitali, ed ivi se ne celebravano i ludi (2). 
Era questo un rito antichissimo italico, ripristinato, al dir di Ma- 
crobio, da Tarquinio Superbo, il quale a Mania o Zara o Larunda^ 
madre de' Lari, custodi e proteggitori de' campi (3j, scannò parecchi 
fanciulli, il che mostra come i sacrifizii cruent: non fossero ignoti in 
Italia. Appresso alle vittime umane sostituironsi bulbi d'aglio e papa- 
veri. Augusto d'una annoval festa con che si propiziavano i Lari, 
due ne prescrisse, l'una alle calende di maggio e Taltra a quelle di 
giugno, ordinando che le loro immagini fossero sempre ornate di 
fiori (4). 

(1) In agris sepulcra fuisse juxta militares et publicas vias in quibus 
cadavera, ac si cremata essent, cineres ponebant. Pìnt, Aer. Roman, 

(2) Compitalia (ubi viae competuni). 

(3) Vos quoque felicis quondam, nunc pauperis agri 

Custodes, fertis munera vestra, Lares. 

Tihul lib. I. 

(4) Lares ornare bis in anno instituit vernis 
Floribus et aestivis. 

Svet. Vii. Aug. cap. 31. 



POBTI R TIR 8TRÀTB DILL^ANTIGA UetTRU 209 

CSentro di tutte le grandi vie eh'ò &ina corresaero oltre a cento- 
mila miglia, nella baiBea Italia fu Roma, nella settentrionale, Milano 
ed in parte anche Modena, ove facean capo la Flaminia, TAurelia e 
la Cassia (1). Boma che Ateneo nomò eompiudio ieWwimerso^ per 
maglio imperiare sopra le genti, volle a aò avvicinarle con fwcjM co- 
municasioni, improntandole sul primo della gagliarda sua vita e 
appresso infiacchendole co* suoi rotti costumi. Non v'ebbe città d^ 
qualche momento che non ne sentisse le potenti influenze, dalla Bri. 
tannia all'Euftttte, dall'Atlante alla Scizia ; avvegnaché non manco 
di quarantotto ampie vie nella sola Italia per la tratta di tremila 
leghe corressero da Boma a Brindisi, Beggio, Aquileja, Verona, 
Como, Aosta, Nizza e le Alpi. Nove n'ebbe pur la Sicilia, che in 
0^ n'è priva : sei la Sardegna, una la Corsica. Sul primo queste 
vie, del pari che i boschi comunali, davansi in cura a' censori e a' tri- 
buni ; da seaqaK) si delegò tal officio ad uno speciale maestrato che 
addomandavasi mur$i9r reipMice ed anche ìegiiHy assistito da una 
dieta di savii. 

19. — L'epoca deUit l<Hro rovina c'è affatto ignota. Volendo awen- 
ti^rare qualche probabile oonjettura, non possiamo obbliare che 
l'Emilia^ la quale più d'ogni altra serba i caratteri che i Bomani im- 
prontavano ne'lor monumenti, sussisteva ancora pressoché intatta 
da Tortona ai Sabazii nel secolo XIII; e per vero sappiamo che 
intomo il 1282, dovendo la signoria genovese costrurre cinquanta 
galere, ne toglieva il legname sul monte Ursale nella terra di Pa- 
reto, facendolo traghettare in Savona. Niun sentiero o ricisa, dal- 
l'Emilia in fuori, costeggia tal selva: ond'é che il legname non po- 
teva carreggiarsi in verun altro modo. 

Quanto alla Postumia, detta nei tempi di mezzo Sirata vMi^ 
Scrifim, perché dall' Apennino a Serravalle lambiva la Scrivia, ninno 
può al certo ignorare come allora fosse in gran fiore, dovendo neces- 
sariamente accalcarvisi quanto ben forestiero andava da Genova ai 
transalpini. Essa toccava Asti, che fra tutte le città del Piemonte 
aveva il primato per copia di ricchezze e vivezza di traffici, a tale, che 
al tempo della cattività di Tomaso di Savoia, la Francia per rappre- 
saglia sequestrava nelle sue banche otto centinaia di lire astesi, che 
rispondono a meglio di otto milioni di franchi. Da questa città le 
mercatanzie genovesi tragittavansi al Moncenisìo per tre punti diversi. 
Il primo d'essi uscendo dalla attuai porta di S. Antonio piegava a 
mancina verso la chiesa degli Apostoli ; a Bavigpiano, fatto un angolo 
retto, tirava a destra per la cresta d'un monticulo detto il Cappèllo e 

(1) Tres vite sunt ad Mutinam .... a supero mari . 

Flaminia: ab infero, Aurelia: medio, Cassia. 

Cicer. Thilipp. Xll, ». 

SJMita C. - 14 



210 RIVISTA CONTBMPORÀNBA 

trascorrea fra Baldicbierì, Grambetta e Bellotto a sinistra di Villa- 
franca: quindi volgendo a settentrione fra Sobrito e S. Paolo, ve- 
niva a Dusino (a duodecimo lapide) e solcando il piano di Buttigliera 
e Riva metteva a Chieri, Torino e Rivoli. 

La seconda via, lasciata Àsti alle spalle, penetrava in vai di Ri- 
late, nomata già di Giovenale, e per la regione di Terzo {tertius lapis) 
correva a Settime {septimum lapidem) e per Montecliiaro, Cocconato, 
Castagneto, San Raffaele e Castiglione riuscia parimente a Torino ed 
a Rivoli. Più usata peraltro era la via che pervenuta a Tortona 
varcava il ponte de' cavalieri del Tempio e a circa due miglia al me- 
riggio di Torino piegava a Rivoli e Val di Susa. Di che dolca forte 
ai Torinesi, nel cui territorio fin da tempi antichissimi era il sdltus 
Taurinontmj cioè il passaggio oltremonti. Fin dal 1111 privilegia- 
vali Arrigo V con la concessione della via romana (1), che dalla 
loro città mettea nella Gallia, in un colla balla sui mercatanti e via- 
tori che la pervagavano, e vedeansi perciò vedovati dei grassi proventi 
del pedaggio e dei balzelli che le mercatanzie liguri dovean pagare 
alle porte della loro città. Ond'è ch'entrarono in lega con Andrea 
Delfino viennese, il quale signoreggiava le valli di Oubc e della Pe- 
rosa (13 luglio 1226) statuendo dovesse egli contendere il passo ai 
Genovesi ed Astigiani, che non facessero la via per Tortona, Torino 
e Pinerolo. 

Se la Postumia serbavasi pressoché intera, l'Aurelia da Luni a 
Tortona è affatto perduta. I guasti in essa avvenuti per la sua men 
salda struttura, come già avvisammo, fur tali, che fin dal v secolo 
persuasero Rutilio Numaziano reduce in Francia da Roma a non 
avventurarsi a quel difficil tragitto. Il poeta giunto a Pisa in com- 
pagnia di Palladio (anno di Cristo 421), visitò il simulacro ivi eretto 
a suo padre Lacanio già rettore della Toscana e ne udi popolarmente 
le lodi ; ma funestato all'aspetto dei visigotici disertamenti e impos- 
sibilitato a tener la via Aurelia già intransitabile, s'affidò al mare (2). 
Allora al nome d' Aurelia sostituivasi quello di Claudia e appresso 
s'ebbe altri nomi; come di MofUe Bardone, Frandgena, Francesca^ 
Romeay lombarda e Pontremolese. Per l'alpe di Bardone guidò re Gri- 
moaldo nel 669 i Longobardi in Toscana: la percorse nell'895 Arnolfo 
re d'Alemagna, chiamato all'impero da papa Formoso, e un anno 
appresso il Marchese di Toscana, che il re Lamberto sconfisse; nel 

(1) Monum. Hist. patr. Chartar, 1 , 737. 

(3) Electum pelagus, quoniam terrena viarum 

Piena madent fluviis, cautibus alta rig^nt. 
Postquam Tuscus ager, postquam Aurelius agger 
Perpessus Geticas anse vel igne manus. 

Rut. Num. Itiner, L. I. 



POBTI B VIB STBàTB DELL* ANTICA LIOUBIA 211 

1100 tenne la via di Pontremoli Timperatore Arrigo IV, e ventanni 
dopo papa Calisto: nel 1133 Lotario re d'Italia e Innocenzo II tras- 
sero dopo la dieta di Roncaglia per queste balze alla volta di Roma. 
Non dirò degli altri illustri personaggi che vi transitarono, come Fe- 
derigo I che nel 1167 trovando assiepato ogni passo (1) potè a fatica 
cogli aiuti d'Obizzo Malaspina, fra incomodi e disagi d'ogni ra- 
gione, calare a Tortona : e Federigo II, Corradino di Svevia, Lodo- 
vico il Bavaro, Luchino Visconti, Carlo Vili e tanti altri (2). Il nome 
di Xomea le venne dair essere questa la sola via che dopo il x secolo 
tenevano i pellegrini, i quali dal settentrione conducevansi a Roma 
ed in Palestina. 

Quando al primo albeggiare delle libertà municipali, i nostri Co- 
muni gelosi delle proprie franchigie, più non videro nei loro vicini 
che altrettanti nemici <^ sterminarsi, ognun d'essi intese ad isolarsi 
non solo, ma a porsi anche allo schermo dalF aggressione dei loro 
contermini. Gran parte della difesa stava appunto nelFabbarrare i 
passi e rendere impervie al nemico le proprie terre : quindi le strade 
si manomisero, onde difficoltare ogni facile accesso o sorpresa. Arrogi 
la micidial guerra che per ben dieci anni esercitarono Federigo II e 
i Pisani (1241) contro il Comune di Genova, seme d'un odio che non 
perdonava neppur coli' intera disfatta de' vinti, e che maturava larga 
messe di sventure all'Italia. Ben due fiate i nemici col nerbo di grosse 
ed ordinate milizie penetrarono col ferro e col fuoco nel cuore della 
Liguria per istringersi addosso alla città , la quale deserta dai popoli 
a lei soggetti, altro scampo no)i vide che scassinar le vie che a lei 
davano, asserragliare i contorni e francheggiarsi di quell'usbergo di 
monti, onde l'attorniava natura. Questo disperato consiglio sorti a 
prospero rìuscimento di cose : i nemici ritentarono gli aditi antichi, 
ma i passi resi difficili e scabri più non consentivano il varco agli 

(1) Apud Pontremolum divertit a publica strata. 

Cardio . Aragon. In vit. Alexand. III. 

(2) Un itinerario del 1154, opera di Nicolò abate Tragotense, indica il 
nome d'alcune borgate fra il tratto di Piacenza e Luni. « A Placentia, 
egli scrive, versus austrum diei itinere attingitur Burgus S. Donnini. 
Has inter hospitium extat Erici. Attingitnr tura flumen Tarus ingens et 
parum, quod numquam contaminatur aut miscetur, omnis enim sordes 
ipsi immissa fundum illieo petit. Uuic ab austro est vicus Tari. Trans- 
eundus tum mons Bardonis. Longobardìa dicitur regio a monte Bardonis 

versus austrum, ad alpes versus septentrionem se porri gens Est in 

monte Bardonis Crucis emporium (le Cento Croci), et villa Francorum, 
tum Pontremulus, inde iter diei ad convivium Mariae. Inde urbs Luna , 
apud quam arenae lunenses. Decem milliarum itinere transeundae sunt 
hae arenae amoenae , burgis undique circumdatae : illic latus patet pro- 
spectus. Inter Mariae convivium Lunamque.jacent burgus Stephani (borgo 
S. Stefano) et burgus Mariae (Sarzana) ». 



212 RIVISTA CX)NTBlfPORANBA 

eserciti. Così vennero manco le grandi vie militari , e a breve andare 
se. ne cancellavano appieno le traccio. E per vero da quel secolo in 
poi, più non t'occorre ne* lig^uri annali alcun cenno di cavalleria geno- 
vese, che pur ne' primordii della repubblica, seguendo i fulgóri su- 
perstiti della tradizione latina, s' insti tui va sulla foggio dett'<^iaA 
equestre di Roma. Nel secolo dell'Alighieri, la Liguria non aerbava 
che scarse vestigia dell'antiche sue vie, e i sentieri che usavansi 
erano di tal fortezza ed asperità , che il poeta fraffrontandoli alla 
roccia die dovea salir con Virgilio, cantava : 

Tra Lerici e TurUa la pii diserta 
La pii^ romita via è una scala 
Verso di quella agevole e aperta (1). 

Il Petrarca rammentava a sua volta — isrrestrem duritiemù$tér 
tìfusticos seopulos (2). La Liguria tuffata nei negozii marittimi 
dispettò le cose terrestri , ma le nuove e vergini vie che s'^iorae 
sui flutti, le diedero il dominio de* mari, e aggiunsero all'antico un 
nuovo emisfero. 

Eiff. Gbimu. 



(1) Dani. Pwrgra^, Canto 111. 

(2) Petrarca. Epitt. famil, L. V, 3. 



213 



ST^ll STORICI E AWIINISTRiTIVI 

I. 

DELLO STATO, DBfiLI ORDINI K DBLLB LEGGI DI TOSCANA 

NEL 4849 



I. ivferteofi. — II. Vife Totcana fri i rotUmi di tutu i tempi, di tulU i regni — IH. Dal 
Medici. — Vf. Di Francesco di Lorena. — V. Di Leopoldo I. — VI. Di Ferdinando III. 
^TfiL DeiBoi^nidi. — THI. Dell'Elisa. — IX. Ristauro del quattordici. — X. Di Leo- 
poldo II, uUimo dei GranducbI. — XI. Leggi civili. — XII. Leggi criminali. — XIII. 
Leggi commerciali e militari. — XIV. Leggi di procedura. — XV. De' tribunali. — 
IVI. Leggi di Lucca. — XVII. Della giustizia amministrativa. — XVIU. DelU giustizia 
eeoBODiea. ,— XIX. Dell' Ammialstrazione — Comuni. — XX. Distretti. — XXI. Circon- 
darli — Cempartimenti. — XXn. Stato. — XXUI. De' Mlnlstrt e del Consiglio di SUto- 
— XXIV. Condizioni della Finanza. — XXV. Rendite e dispendll. — XXVI. Riflessi 
ioUe rendite e sui dUpendiU — XXVU. Degli ordini della Finanza. - XXVIII. Epilogo. 
—XXIX. Leggi sugli acquUU deUa Chiesa. — XXI. Loro vicende. — XXXI. Beni della 
Chiesa nel quarantanove. ~- XXXII. Istruzione dei chierici. — XXXIII. Giurisdizione 
e leggi ecclesiastiche. ~ XXXIV. Dei concordati con Roma. ~ XXXV. Della istruzione 
pabbUca.— XXXVI. DeUa stampa. —XX XVII. Dell'esercito. — XXXVUL DeHa marina. 
XXXIX. De' tratUU. — XL. Commercio e Industria. XLI. Livorno. ^ XLIL Contra- 
rietà dell'industria e commercio toscano. — XLIII. Dell'agricoltura. — XLIV. Della 



( continmziùne ejlne * ) 

XXIX. ^« Alla povertà dei Comuni e dello Stato, fitcea contrasto 
Topulenza della Chiesa, smisurata, contennenda, sebbene antiche 
leggi avessero vfetato che nelle larghe bisaccie del clero andasse poco 
pet volta a caseare tutto il bene degli altri uomini. Già Io statuto 
fiorentino del 1415 avea limitato la facoltà di nuovi acquisti : ma poi 
il volere di Martino V, l'arrendevolezza de'capi della repubblica, vi 

(*) Vedi nel Fascicolo precedente, la lettera a G. Finali e la prima parte 
di questo scritto. 



214 EIVISTA CONTEMPOBANBA 

tolsero ogni riparo (114). Ugual divieto era in quel di Siena (115) 
a Montemerano fino dal 1489: Cosimo I lo mantenne : Ferdinando I 
lo confermò per publico bando (116) : anche Pistoia nel 1593 se ne 
fece forte a vincere Tingordigia de'frati e preti, che ove non erano 
impedimenti, invadeano ogni terreno. Più della repubblica i Medici, 
più de'Medici i Lorenesi, furono vogliosi, siccome il lume della ci- 
viltà portava, di por riparo a quella sete insaziabile de'beni altrui 
onde veniva ingiuria alla religione ed allo Stato, da quelli che di 
sudditi e membri, voleano divenirne compratori e signori. E fino al 
quarantanove eransi mantenute le leggi che da Leopoldo ebbero il 
nome, e ne lo ricambiarono di gloria, le quali limitavano gli acquisti 
della Chiesa, governavano i beni e le persone dei chierici : parte 
migliore della legislazione toscana, e la migliore che in tali materie 
vigesse in Italia. Ma poiché, la Chiesa è tanta parte della fortuna 
pubblica, de'mali, dei beni degli Stati, e causa prima della povertà 
e servitù della penisola, stimo ritrarne le condizioni e i rapporti 
suoi con lo Stato, discorrendo le leggi che le tolsero i privilegi, 
parte dei beni, e se non disfecero le usurpazioni del passato, limi- 
tavano quelle a venire. 

Agli acquisti della Chiesa provvedevano due leggi del secolo 
scorso (117): la prima in quindici articoli: questo ne è il succo: la 
conservazione della ricchezza pubblica persuadere di porre limiti al 
passaggio de'beni nelle manimorte : quindi ogni atto che in esse 
trasferisse dominio o possesso di beni di qualsivoglia indole e specie, 
per di più di cento zecchini, fosse nullo, se non avvalorato dall'as- 
senso del principe. Nelle manimorte , così dette perchè prendono e 
non rendono e ritengono con tenacità meravigliosa, erano compresi 
i corpi morali, le università ecclesiastiche , laicali e miste: ninna 
legge fu mai cosi ampia : parve soverchia, ed era scarsa : soverchia, 
perchè faceva un fascio delle comunità, de'luoghi pii laici od ec- 
clesiastici , e toglieva agli abitatori de*conventi ogni diritto a rice- 
vere cosa alcuna dalle loro famiglie ; scarsa poi , perchè non pre- 
vedea né riparava le astuzie e frodi , di cui furono in og^ni età 
maestri i chierici , a eludere le leggi, torre a'principi la potenza, 
agli Stati il sangue , cioè la fortuna. La seconda di quelle leggi, 
valeva alla prima di interpretazione e aggiunta : distingueva im- 
plicitamente le corporazioni laiche dalle ecclesiastiche, favoriva le 
prime, inseveriva contro le seconde che eludessero la legge: di- 

(114) Decr. 19 maggio 1427 nella Raccolta di leggi e statuti relativi alle 
manimorte, di A. F. Adami. Venezia 1767. 

(115) F. Raccolta suddetta. 

(116) 31 maggio 1592. Vedi Raccolta suddetta. 

(117) Leggi li marzo 1751 —2 marzo 1769. 



STUOn STOBICX fi AilMlNISTRATIVI 2l6 

ceva civilmente morti i regolari professi : gli concedeva solo rice- 
vere legati, fino a cinquanta zecchini di contante, dai parenti pros- 
simi , e serbare , nell'atto che professano voti , una rendita di ugual 
somma: vietato ai secolari Tufficio dì eredi fìduciarii, esecutori delle 
volontà altrui, amministratori di chicchessia: — un'altra legge (118) 
gli permise poi la tutela dei pupilli , ed eseguire le \iltime volontà 
dei congiunti : — la facoltà di testare in prò d'istituti laici cosi cor- 
retta : a chi avesse agnati o cognati fino al terzo grado di paren- 
tela, conceduto il lasciare a luoghi pii un ventesimo de'proprii beni : 
tutti s'ei non avesse parenti: purché in ambo i casi il dono non 
superasse i cinquecento scudi. A ridurre il numero dei beneficii, era 
disposto che per dei nuovi dovesse richiedersi la grazia del prin- 
cipe, ed ei l'avrebbe concessa sol quando lo reputasse convenevole. 
— Queste leggi ricordano i nomi del Rucellai e dell'Alberti che le 
distesero, le scomimiche da Roma minacciate al principe che le fece 
sue, i piagnistei e le maledizioni del clero, l'ire invelenite de'retrivi. 
XXX. — Ma se la ragione dello Stato, il lustro della religione, 
i vincoli del sangue, la fortuna dei più, aveano conforto da quelle 
leggi, intese a porre argine alla piena che minacciava travolgere 
e inghiottire la ricchezza pubblica, nondimeno più avea potuto la 
tenacità dei chierici a serbare gli acquisti che non il poter civile 
a strapparli ; più l'astuzie de'chierici ad accrescerli, che non il vigor 
della legge a limitarli. E neppure venne mai dato conoscere a 
quanto ammontassero, meno in questi ultimi anni in cui furono 
accatastati gli immobili: della ricchezza mobile, niun computo. Nel 
secol scorso erano in Toscana venti diocesi, ventisette mila eccle- 
siastici, trenta per mille abitanti (119): povero e questuante il clero 
secolare, pingue a dismisura il regolare, insulto alla miseria pub- 
blica. Immuni da tributi, le proprietà del clero sfuggivano ai cal- 
coli: le querele dei laici, le contrizioni e le menzogne dei chierici, 
norme ugualmente fallaci per cogliere il vero. Nel 1737 (120), im- 
posto loro un primo tributo — trentadue mila scudi — aveano 
gridato allo scandalo, al sacrilegio: ma le confessioni loro sebben 
menzognere , rivelarono una rendita di oltre un milione e cento 
mila scudi, da beni rustici e urbani, esclusi quei de'cardinali , del 
sant'Ufficio, dell'ordine di Malta, e i beneficii con cure d'anime, e 
i beneficii vacanti: cifra quasi uguale a quella che tutto lo Stato 



(H8) Legge 9 ottobre 1788. 

(119) Notizie censuarie del 1765 astratte dagli stati dell'anime, esistenti 
nella filza 236 deirarchivio della Reggenza. Le riporta lo Zobi, Storia 
Civile j fra Documenti. 

(120) Bando 5 agosto 1737. 



216 BIYISTA CONTEMPORANIU 

prodttceva alla finanza (121) : ed ancora assai lùitgi dal vero. Tredici 
anni dopo, accurate indagini scoprirono una massa di beni immo- 
bili e fruttiferi per oltre venticinque milioni di scudi. E neppur 
questa cifra colse il segno. 

Varie le vicende di que'beni. La soppressione dei gesuiti (122) 
fece sparire di Toscana dieci collegi, centreirtasei individui, due 
milioni e più di valori : restituì alla fortuna pubblica tanti beni, 
per ventimila scudi annui (128) : picciol vena per tante aeque che 
stagnavano. La mira di tarpare una potenaa che s'ascoiidea e mol- 
tiplicava nell'ombra , suggerì il sottoporla a pubblici pesi (124) ; 
favorire il passaggio dei beni dalle mani morte alle vive, mercè 
l'enfiteusi (125) costringere taluna corporazione ad alienare in quella 
guisa i suoi beni; abolir le decime; vietar le questue; sopjHrimare 
qua e là confraternite, abazie, conventi, fino a centocinquanta ; i 
loro beni alienare per oltre tre milioni di scudi ; soccorrere con emì 
11 clero secolare. — Così provvedendo còl soverchio degli uni al 
necessario degli altri, tornarono al secolo beni stagnanti da secoli. 
Opera questa incompiuta, poi martellata dalle mani stesse che 
aveanla cominciata ; perchè dei conventi disciolti o dissanguati, al- 
cuni vennero poco dopo restituiti , altri straricchiti. 3olo il tur- 
bine che nel cominciare del secolo infuriò dalla Francia (126), fece 
uguale giustizia di tutti, gettando a terra conventi d'ogni ordine, 
sesso e colore : i beni, niuno escluso, riunì a quelli dello Stato: onde 
colmarono il debito pubblico, confortarono il credito e la pubblica 
fortuna. Nemmeno allora si conobbe a quanto ascendessero quei 
beni : certo è aolo che oltre a tredici milioni di franchi, pr(q;>rietà 
della Chiesa, isoritti nel gran libro, vennero cancellati (127) ; degli 
immobili nessuna stima o calcolo. 

XXXI. -*- Naufragata nell'otto la fortuna della Chiesa, era tor- 
nata a galla nel quattordici. Ristabiliti gli ordini religiosi, grandis- 
sima parte degli antichi beni venne loro resa, per quasi quarantadue 
milioni di lire: altri s'obbligò rendere lo Stato, e pagarne intanto 

(121) Alla morte di Gisngastone, la rendita della finanza ascendeva a 
1,314,000 scudi. 

(122) Leopoldo I, il 28 agosto 1773 diede Vexequatur alla Bolla di Cle- 
mente XIV, 21 luglio 1773 : fu il più sollecito de' regnanti. 

(123) Queste notizie sono date dallo Zobi, Mannaie, p. 174; e secondo 
egli narra, estratte da una cronacbetta ed altre carte che si conservano 
neirarchivio dell'arcispedale di S. Maria Nuova di Firenze. 

(124) Legge 28 marzo 1770. 

(125) » 20 dicembre 1769. 

(126) i 24 marzo 1808. 

(127) » 9 aprile 1809. 



STUDn 8T0BI0I B àJocnotìnLLTin 217 

i fhrtti. Coel la Chiesa possedè intorno a duecento milioni (1S8)^ 
sensa tener calcolo degli edificii destinati al culto o ad abitaaeni 
dei preti. Ha d'allora in fino al quarantanove, le migUc^e dei bèni, 
li nuoyi acquisti permessi dal GoTemo, le elemosine dei derotiy i iOc« 
corsi della stessa finanza, a parroci , a mense , a monasteri, areano 
anco aecresciuto la fortuna della Chiesa: alla ingordigia dé'èbiefici, 
alla cdposa eonniyenza del Governo, debol riparo le leggi del secolo 
scorso. 

B perciò correndo Tanno quarantanove, questi erano i beni delle 
manimorte ; la superficie loro oltre cinquecento mila quadrati,, cioè 
un dodicesimo di tutto Io Stato (129): la rendita imponibile oltre tre mi" 
lioni di lire, cioè un quattordicesimo della ricchezza territoriale: venti 
diocesi, duemila seicento diciotto parrocchie, trecento dodici oonrenli, 
diciassettemila ecclesiaiici, sopra un milione ed ottocentomila abitanti, 
dieci per mille (130) ; la rendita imponibile dei laici ventisette lirv m 
capo; quella degli ecclesiastici centoseesantasei. I valori moUH, i 
canoBù liveliarii, .i frutti de' censi, le sovvenzioni dei devoti ^ t soo-* 
cotsi delle Stato y ornai tributario della Chiesa per quasi quattro^ 
centomila lire annue (131), sommavano ad altrettante (132). 

Altre laanimorte erano i beni dell'ordine di Santo Stefimo; Io 
istituì Cosimo I a celebrare le dis&tte d^li insorti (133) : sparve in- 
sieme ai beni, nel cominciar del secolo : rivisse nel quattordici : fu 
dotato di cinquantamila scudi di rendita: da allora al quarantanove^ 



(128) Notevole fu questa risposta di Ferdinando III ai gemiti che il Pon- 
tefice traeva dalla povertà della Chiesa : f Mi feci render conto dei pàtri- 
ff monio che rimane tuttora ad essa nel mio granducato, e seppi ehe mai- 
« grado ìawertUà dei postati tempii ascende all'incirca a una rendila di 
fl quattro milioni e mezzo di lire, non valutati i seminarii, le congregs- 
f zioni, le opere ed altre cause pie, né l'aumento che avverrà in quel 
« patrimonio per la restituzione dei beni al clero regolare... Onde la Santità 
ff vostra vede chiaro quanto viene ad accrescersi il fondo capitale tpet- 
e tante alla Chiesa, il quale oggi ammonta presso a poco a duecento mi- 
• lioni di lire ». Lettera di Ferdinando IH a Pio VII in data 30 agosto 1815. 

(129) Risultanze catastali: Sopra 6,253,120 di quadrati imponibili, ap- 
partengono alla Causa Pia ben 519,561. Vedi Rapporto stUr operazione ca- 
tastale dei 90 novembre 1834 di Inghirami, Paoli e Lapo de' Ricci. Zobi 
ìicBhuale p. 974. 

(190) V. Zaccagni Orlandini BÀcerche statistiche sulla Toscana, t. 1, 
Firease, 1851. 

(131) V. Rendiconto della Finanza Toscana per gli anni 184S49-50 Cai. 
Spese t tit. 9, Prospetto viu. 

(192) Aggiungasi che ndll'ex-ducato di Lucca, ov'era tm catasto divétta 
da quello di Toscana, i beni ecclesìAstici eraao esenti dai trìtmti. 

(193) Qu^le di Montemurlo 1537 e di Scannagallol554, ambe oombai* 
tute il 2 agosto, giorno di santo Stefano. 



218 BIVISTA CONTEMPOBANEA 

ne avea acquistato oltre un milione e mezzo, per commende istituite 
da privati, in prò delle loro discendenze, poi dell' ordine. Resto di feu- 
dalità In pieno secolo decimonono, nella sostanza veri fìdecommissi, 
nella forma un'ingiuria alla legge che li proibì, e a quelle che limi- 
tavano gli acquisti delle manimorte. 

XXXII. — E nemmeno potea perdonarsi alla Chiesa quel gran 
cumulo di beni, avuto riguardo al loro uso, o alla istruzione che 
dai conventi si diffondesse nelF intorno. Erano ben lungi le tenebre 
di quei tempi, in cui la Chiesa parve l'arca santa intesa a serbare 
documento della sapienza antica , ed alla ragione de'muscoli op* 
poneva il lume della civiltà , riparata in quegli asili di quiete 
dalle ingiurie de' tempi. Ambo i cleri ora erano piuttosto di malo 
esempio ai laici, che di aiuto negli studii. Gli studii dei chierici ne- 
gletti, dammeno di quanto la civiltà del secolo e l'ufficio loro con- 
sente. Il loro numero soverchio^ Ma pochi ottenevano istruzione 
ne' seminari!, e quei pochi scarsa e ripiena di pregiudizi! : i più , 
qua e là coglievano un po' di latino , qualche dogma , qualche 
sentenza de' santi padri, tanto da sciorre i quesiti, pei quali vestir 
l'ordine sacro, buscare un ufficio, scalare una cura. Allora agli studii 
addio per sempre : .pochissimi i loro libri e quei pochi, tutto Tanno 
polverosi o preda de' topi, incuria degna di altri ministeri, penuria 
tbllerabil solo ne' tempi in cui .il prezzo di cento volumi superava il 
benefizio. Nulla di meglio ne' conventi, meno quei degli Scolopii e 
Barnabiti, dediti, e con gran frutto, alla istruzione: gli altri ricetta- 
coli di rozzi e pigri fuggi-fatica : né miglioravano là dentro se stessi 
né altri. Sopra trecentododici chiostri, ben pochi quelli rallegrati da 
sorriso di patria, o di carità e riconoscenza pubblica: della biblioteca 
e della cucina loro, questa sola in riputazione e dentro e fuori del 
chiostro : né di là potea venir mai dottrina che mettesse radice fra gli 
uomini. Frati e preti, di sovente per mondani trascorsi, segno alle risa 
ed agli schemi dei cittadini, cagion di scandalo nelle campagne; che la 
religione la quale non alberga in petto de' leviti, mal si fa ricovero 
e schermo del cappuccio : i voti a frenar le ree passioni non tengono. 
Stella polare ai chierici era Roma guida della vita loro , cosi nelle 
buone come nelle ree opere; le bolle, i decreti delle congregaizioni, fin 
quelli dell'Indice, erano il lume de' loro occhi : le pretensioni aposto- 
liche, articoli di fede : e dopo la fuga del pontefice, il suo esilio a 
Gaeta, e i trascorsi di Roma, progresso, civiltà , riforme , parevano 
ai chierici toscani, lacciuoli per sovvertire la fede, gergo di atei e 
ipiiscredenti : non più adunque progresso , non più scoperte : giri il 
sole, la terra stia : il pontefice imperi sull'orbe; poggi in cielo poi 
capo , in terra con le sacre piante ; tributari! ! re , servi gli uo- 



STUDH STOBICI B AMMINISTKATIVI 219 

mini: tal Chiesa, tal fede, tal scienza, sola àncora di salute nell'uni- 
verso ! (134) 

XXXIII. — A siffatti animi riuscivano insopportabili i freni di 
og^i maniera, che ritrovavansi nelle leggi dello Stato. Di ben dieci- 
mila individui era l'esercito dei chierici secolari : il loro numero 
maggior di quello dei beneficii, sebbene molti fossero i semplici, quasi 
sinecure a stipendio, e quelli di regio e pubblico patronato : i primi e i 
secondi davansi per concorso (135) : gli ultimi ad arbitrio : in fticoltà 
de' vescovi rifiutare gli eletti, se tristi o inabili (136). Le congrue 
misere : molte però le elemosine per messe, mortorii, suffragii : scarsi 
in campagna i sacerdoti e le parrocchie; in città strabocchevoli: 
vario il numero delle loro anime, varie le entrate, qui troppe, là 
scarse o nulle: ai parroci privi di congrua concedute le decime: 
vietata ogni pensione sui beneficii curati (137), e lo andare a busca di 
miglior parrocchia : inamovibili quelli che da comunità o luoghi pii 
dipendevano (138): obbligati alla residenza, vietato correre a feste e 
uffici, e lucri, altrove (139). Molti poi gli ecclesiastici a stipendio 
delle collegiate, cui prestavano la voce in coro e nulla più : chi ser- 
"viva dieci anni in una chiesa, acquistava senz'altro, diritto agli or- 
dini sacri. Numerosi gli oratorii privati : si accrescevano ogni anno 
dei nuovi, che Roma concedeva a chi nobile e ricco poteva pagarle 
la grazia. Vietato poi ai vescovi lo ordinare , come suolsi dire a 
patrimonio, dove l'utile e le necessità del culto non lo r chiedano: né 
per ciò diminuiva il numero dei secolari (140). 

Dei regolari, tre mila frati, quattromila monache. Fra i primi, 
meno i monaci che i mendicanti : quelli, di civile origine, vestendo 
l'abito crescevano il loro stato: questi, di oscura, si toglievano a una 
povertà reale, per una povertà sol di nome: allato de' mendicanti 
molti laici, tutto il dì a busca nelle campagne per conto del con- 
vento. De' conventi di monache, taluno vòlto alla istruzione : i più 
alla contemplazione solitaria, più o meno evangelica: ricche entrate, 
pompe frequenti rallegravano quelle monachelle : il parroco del sito 
né vi aveva voce, nò confessione : confessori bene spesso i regolari 
del medesimo ordine: cosi lo spiritual coniugio era perfetto: ma 

(134) Il Baldasseroni scrivendo al maresciallo Radetzki Del luglio del 
49, cosi parlò del clero toscano: Il clero secolare e regolare è stato fin qui 
amico dell'ordine e del governo e benissimo disposto verso la Casa Austriaca. 
V. Doc. Zob. t. 2, n» cxxxii. 

(135) Circolare 7 gennaio 1780. 



(136) 




13 luglio 1782. 


(137J 




16 novembre 1776. 


(138) 




1 gennaio 1784. 


(139) 




7 gennaio 1780. 


(140) 




21 aprile 1773 , li gennaio 1778, 



2M BIYIflTA OONTBMPOSAKBA 

vtetato era a qve' coniugii lo accomilEiàr l# dMtaDaé, sounbiÉrsi 
doni, ricordi, immagini sante. Pei frati la vestizione ayve&ita a di' 
ciotto annif la professione a ventiquattro; per le monache, quella a 
venti^ questa a ^nt'aoiii (141) : nò doti nò doni potevano recare al 
convento (142). Nello spirituale dipendevano dal vescovo, nel reità 
dal poter civile.— Questi nominava gli operai de' convénti di monaohe, 
confermava i cancellieri, ministri attuarli, vicarii generali e benéfi- 
ciarii di già. eletti dai vescovi : in focoltà de' quali era lo ammonire e 
punire gli ecclesiastici di ogni ordine; tronca ogni dipendenaa dei 
regolari dai generali residenti fuor deUo Stato : pena ai trasgressori 
il rigor della legge: i provinciali si rivolgessero ai vescovi pei 
n^gozii ecclesiastici, al governo pei civili; nullo ogni privilegio, 
grado e onore conceduto dai generali ai regolari senza VexepuUur 
del Governo (143): niun straniero poteva aver grado nei c<m- 
ventì (144) : ninno avervi stanza all'infùori dd mendicanti (145) : 
chi vestisse l'abito fuor dello Stato, diveniva straniero : a niun pro- 
vinciale estero, a niun sindaco apostolico (146) conceduto il vie- 
tare e il sindacare i conventi senza l'assenso del governo e degli 
ordinarli : e nissun straniero, senza di quello, il predicare in To- 
scana (147). 

I sacerdoti con beneficio residenziale incardinati alla chiesa ove 
esso era fondato : i sacerdoti semplici alla chiesa parrocchiale : tutti 
insieme e canonici e regolari dipendenti dal parroco : dovevano aiu- 
tarlo ne'divini uffloii, nel custodir gl'infermi, amministrare i Sacra- 
menti^ ammannire la istruzione al popolo. Ai parroci vietato ogni 
tributo a vescovi forestieri : a qualsiasi ecclesiastico ogni tributo, o 
tassa in prò* di Roma (148): occorrervi il ben^lacito regio (149): 
senza di quello proibito il chiedere dispense a Roma per canonici 
impedimenti, all'ammissione nel clero, a conseguir benefizii, ordini 
sacri, chiese curate (150). I benefizii concessi ai soli sudditi, e fra 
questi a quelli che di già servivano la chiesa (151): ninno poteva 
fruir di più di un bwieflzio. In potestà poi de' vescovi distribuire le 
rendite ecclesiastiche senz^ obbligo aleuno verso Berna, in qualsivoglia 
modo, e in qualunque tempo awwMsse la vacanza de'baiéficti di 
libera collazione, o di patronato ecclesiastico (152). Le censure di 
Soma, i monitorii di scomunica, senza il regio assenso né potevansi 
pubblicare, né affiggere, né eseguire. 

(141) Circolare 28 marzo 1785. (147) Circolare 27 anrile 1786. 

(142) » 30 luglio 1783. " 
* (143) » 26 ottobre 1784. 

(144) » 31 giugno 1781. 

(145) » 17 gennaio 1781. 
(i46) » 22 marzo 1783. 



(148) 




15 giugno 17te. 


(149) 




31 giugno 1779. 


(150) 




IO ottobre 1777. 


(151) 




5 agosto 1785. 


(152) 




12 agosto 1783. 



STU0U 6T0BI0I B AMMim6T&ATIVI CBl 

Niaiuiì privilegio ii foro : alla Chiesa di Roma negata ogni po- 
testà di giudicale sudditi toscani : alle curie coneeduto solo il eoBo- 
score delle eause puramente spirituali : potevuio iniiggere pene di 
ugual calibro ddle colpe, cioè spirituali : ai tribunali ordinarti ri- 
serbate le cause di sponsali agli effetti civili, le benràciarie cori 
nel possessorio come nel petitorio, i Jitigii dei chierici, i loro delitti; 
niua appello a Boma dalle sentenze de'tribunali ordinaria : unieo 
privilegio dei chierici le pene irrogate secondo il gius canenieo. 
Cosi le cause spirituali, di pertinenza delle curie vescovili, il ma- 
trimonio pel quale non vi era altea legge, e la materia dei benefldi 
eedesiastict, regolate dal diritto canonico. Nel resto, la l^islaaene 
civile: la legge uguale per tutti: nei diritti e nei doveri, nelle 
colpe e nelle pene, ne'privilegii della difesa, nel danno dell'aceuea, 
nella pluralità dei giudici, nella parità di foro, nella tutela che le 
Ic^fgi luseordanrano ai beni ed fiUe peroene, gli ecdesiastioi dai kftei 
ncw si distinguevano. 

P«ir questo modo gli ^ni aveaao dritti e doveri pari a guelfi 
itìgU altri : aacerdeid della chiesa, sudditi del poter civile : f q^isee- 
patO 6 i parroci, r^tuiti in dignità, non pia servi di Bomac tm 
Tioseraito de'regolari e i loro generali all'estero, interposti i vescovi : 
fra i mescevi e la Curia Romana , interposto il potere civile : pi& 
che altrove grande l'autorìilà de' vescovi, ma pur sempre #udditì del 
pt ÌACif e : vietato ad essi il pubblicar pastorali od omelie sensa Tassenso 
dri governo: le bolle di Boma, di nessuna efEU^cia se non vestite 
deU'exequatur lìegio : i poteri della chiesa insomma xlistinti da ^«ett 
dello 8t$tD : quiella in tutela di questo : questo non signore out pro- 
tettore : e nel principe raccdta la potestà di vegliare a che epl prCf 
testo della religione non si turbi la economia pubblica, l'ordine ci- 
vile e morale dello Stato, la coscienza d^le famiglie. 

XXXIV. -T- Ma ^e di questi ordini andavano altieri i laici, ne 
veilgogiaiavano i duerici, frementi qui non meno che altrove di ee^ 
sene trattati a p^i di quelli : la Curia romaica poi, da più di sftfESO 
sicei^ , 1^ mostrava orrore , ne 0K)veva doglianze. Nondimeno il 
tksUo edificio , compiuto neJ secolo aoerae , resistito aUe mutarioni 
petitiidiie , all'iva de'retrivi , ai ocmati de'chierici onde smuoverio , 
avea vigili custodi e strenui difensori. Poche leggi erano nmpvfsse 
cosà fortemente nella coscienza di un popolo, come le leopddine 
in Toscana : onde il governo avea dovuto rispettarle più che ogni 
altro, e fino al quarantanove fare il viso acerbo a chi gli suggm:>iva 
modificarle: di tutto pauroso, avea anche avuto paura a offendere 
il sentimento popolare, e quella gloria che sentivano i toscftni di 
aver libero qu^i compiutamente lo Stato dalla Chiesa, ridotta 
la Chiesa in Chiesa, i beni de* chierici come beni mondani^ tribù- 



222 KIVISTA GONTBMPORANBÀ 

tarli; le persone come mortali punibili. Chi più avea da lamentare 
i soprusi de'chièrici era ragione che ponesse amore a quelle leggi 
che ne lo aveano liberato . Altri tempi invero aveano scavezzato in 
Toscana la Chiesa a ridosso dello Stato : donde lotte antichissime 
dell* uno con l'altra: perdente la Chiesa al tempo della repubblica, 
vincitrice co'Medici, disfatta co'Lorenesi. Vero è che anche Cosimo 
vegliò a tutelare lo Stato dalle usurpazioni de'chièrici, mettendovi 
a guardia il dipartimento della giurisdizione (153). Paolo III n'era 
ito sulle furie: Cosimo fermo. Ma poi tirandolo la voglia di titol 
regio, permise che alla giurisdizione , Roma opponesse la nunzia- 
tura , e n'ebbe in grazia il titol di granduca, nemmen quello di re ; 
donde lotte eterne, lunghi conflitti, querele acerbe di Roma, ingiurie 
al principe ed allo Stato : finché la nunziatura ebbe rovesciato la giu- 
risdizione, e lo Stato fu allagato e invaso da chierici. Sgomenti i Me- 
dici, ridanno vita alla giurisdizione perchè contrasti le usurpazioni 
dei chierici, dia braccio alle ragioni de'laici : era tardi, perchè quelli 
aveano ornai privilegio di foro, leggi proprie, birri, carceri, solda- 
tesca, ricchezze smisurate, Sant'Ufficio, immunità reali, personali, 
locali, tribimali e giurisdizione dappertutto. Leopoldo I fece argine 
a tanta piena, distruggendo la nunziatura e il Sant'Ufficio : le Curie 
esautorò, i chierici fece pari ai laici, e da quel giorno la domina- 
zione ecclesiastica in Toscana non fu più che una memoria. 

Il lungo imperio, la precipitosa disfatta, lungi dal mettere in pace 
l'animo de'chièrici, aveano essi mirato ognora alla riscossa, morso 
sdegnosi il freno delle leggi nuove ; ora nel quarantanove vivevano 
nutrendosi di una speranza , gravissimo pensiero dei laici , che il 
principe vivendo in Gaeta frammezzo alla Curia apostolica, piegasse 
alle moine del Pontefice, incappolasse nelle reti che là gli tendeano 
i chierici, perchè falcidiasse le leopoldine. La speranza degli uni, il 
timore degli altri, divenivano invero escusabili riflettendo che Roma 
non era mai venuta meno di lamenti e rimostranze, dal quindici fino 
al quarantanove contro quelle sapienti leggi, ed erasi accerrita vie più 
dalle ripulse che infino allora avea avuto da chi si mostrava geloso 
dei diritti dello Stato. Quante volte avea tentato di stringere con- 
cordati, altrettante eranvisi opposti i ministri toscani. [Il Rucellai , 
al principe che lo richiedea di consiglio avea dato questo sanissimo: 
non conviene di entrar mai in trattati con la Corte di Roma (154); 

(1^) Decreto del 1545, elaborato da Lelio Torello da Fano. 

(154) Ecco le parole del ministro Rucellai in un voto disteso il 14 luglio 
1769, sopra domanda del principe: «Non conviene entrar mai in trattato 
« con la corte di Roma, e non prestar mai rorecchio a farlo per via di 
m concordati, perchè, come saviamente si rileva dal Giannone» è stato sem- 
«pre questo il solito colpo di riserva, che quella scaltrissima corte ha 



STUDII STORICI B AMMINISTRATIVI 223 

notevole poi la risposta del Bertolini — che avendo egli (Leo- ' 
« poldo I) rivendicata la maggior parte de'suoi diritti sovrani per 
« la via di fatto, era indispensabile seguir lo stesso metodo nel ricu- 
c perare il poco che rimaneva: altrimenti si correva pericolo, me- 
e diante un concordato, non solo di non ottenere l'intento rispetto 
e al poco che restava a rivendicare, ma di rimettere del molto che 
€ si era riacquistato — (155). 

Queste e le seguenti parole dettate da Leopoldo I nel partir di 
Toscana, ritraevano in certa guisa i pensieri impressi nelle menti 
de*laici correudo Tanno quarantanove : né avrebbono saputo dare al 
principe in Gaeta altri consigli che questi del suo avo : e Non sia 
€ mai usata condiscendenza veruna verso la corte di Roma, quando 
te si tratta di giurisdizione o di autorità in specie nelle materie ec- 
€ desiastiche.... Non si faccia innovazione nel sistema ed ordini 
e veglianti in materia di chiesa e si tengano fermi tutti gli ordini 
e stabiliti in quanto alla giurisdizione con avere in vista di non 
e ceder mai e di resister sempre a tutte le pretensioni della Corte 
€ Romana, senz'accordare dispensa o facilitazione veruna in questa 
« materia. Si tenga forte nel non accettare foglio, dispensa nò breve 
e alcuno proveniente da Roma senza Texequatur regio. Si tenga 
€ forte l'ordine dell'abolizione della nunziatura e suo tribunale e 
e delle curie dei vescovi tanto per le cause civili che criminali. 
€ Non sì accordi mai dispensa dalle prescrizioni contenute nelle 
< leggi delle manimorte : e per alienazione dei beni ecclesiastici non 
« si abbia mai ricorsoci beneplacito di Roma i. (156) I quali con- 
sigli, già ripetuti dal Fossombroni, dal Frullani, dal Corsini al prin- 
cipe, ogni volta che affacciavansi pretese della Chiesa, correvano poi 
nel quarantanove alla mente de'sudditi, perchè da poco erano le 
leggi Leopoldine scampate da grave periglio. Innanzi la morte di 
Gregorio XVI avea la Curia romana dato un nuovo assalto alla To- 
scana: e chiesto: libera comunicazione de' vescovi con la Santa Sede; 
facoltà in essi di delegare a chi loro aggrada la predicazione apo- 

• messo in uso, e ohe mai non le ha fallito, quando si è yeduta in circo<- 
« stanze di dover piegare, usando ciò per stratagemma onde acquistar 
« tempo, senza frattanto nulla recedere dalle sue pretese, poiché in nes- 
« sun concordato havvi dichiarazione che implichi di recedere alcuna 

• cosa o preteso diritto e privilegio di fronte alla potestà laica » . V, Zobi, 
Si, civ. della Toscana dal 1737 al 1848. 

(155) Queste parole trovansi nella' memoria 14 febbraio 1779, del mini- 
stro Stefano Bartolini, esistente nel protocollo n^ 12, Segreteria di Stato, 
anno 1779. 

(156) Leggonsi queste parole nelle Istruzioni lasciate alla Reggenza il 
17 febbraio 1790. Contengono esse 127 articoli, si conservano nel proto- 
collo 2, Segreteria di Stato, anno 1790. 



23M BinSTA CONTBMPO&ANBÀ 

stolica : di pubUìcare pastorali ed altri atti, senza sottoporli all*ap- 
pfovasioiie del poter civile: che le materie dei veri e proprii spon- 
sali fosseco eegolate dalle leggi canonidbie: che il dritto di punire 
le defeaioni e trasgressioni deg^ ecclesiastici tornasse alle cvurie, e 
il loro giudizio non patisse appello innanzi alla potestà laica {157). 
Al nuUviso Gregorio , i ministri toscani aveano risolutamente risposto 
di no : ma al pontefice Pio (158), che si annunciava tutta quanta dol- 
eezia e carità di patria, non lo seppero : nel nome suo il nunóo chiese 
gli m consentissero i cinque punti Gregoriani : si cominciò (grande 
errore) a discuterli: da un mal passo ad un altro, il Buoninsegni venne 
Riandato a Boma, onde concertarvi una lega italica, e il concordato, 
tantoshè lo Stato scampando dall'Austria, incappasse nella peggiore 
ddle signorie, quella dei preti. Mal scelto il messo, perdiè prete che 
da Boma potea attendere un cappello di vescovo. Questo ne fu il frutto : 
cIm i cinque punti, scorrendo da una all'altra delle pie mani del 
Pontefice, divennero quindici (159): di furbesca dizione, sostanza 
volfina» veri lacciuoli per gli incauti, tiri mascagni, perchè il gran- 
diioa, come disse taluno, spezzasse lo scettro e ne gettasse la metà 
nel Tevere. Conosciuti a Firenze, venneno disconfessati ; il Buonin- 
segni fu in voce di matto : ebbe ordine tornarsene a casa. La corte 
di Aowa, vòlta allora a ben altre cure, tacque : ma quella era tregua 
e nou pace d^iurabile : intanto i oasi d'Italia fugarono il Pontefice e 
il QrandMea > il quale gimgendo a Gaeta si trovò petto a petto 
col Poatofi09. "- Di qui le paure de'laici, le speranze de' duerici 
toscani, Nel corso di quest'istoria vedremo, anche in materie giù- 
rifidinonali^ il firutto de'eonciliaboli di Gaeta. 

SXSlV. "^ Lo Stato non pcovvedea meglio all'istruzione dei 
laici di quel che la Chiesa provvedesse a quella de'chierici : gli 
uni non aveano di che proprio invidiare agli, altri. Ora non essendo 
buona le leggi che punivano i delitti, era ragione che nemmeno 
tali fossero quelle che, diffondendo la istruzione, pane dell'intelletto, 
mirano a prevenirli : non raccolte in forma di codice, quasi legge 
unica, ma sparse disposizioni, viete consuetudini faceano l'ufficio 
di legge. Bra cosi sentita la necessità di un nuovo ordinamento, 
che nel quarantasette venne eletta ima commissione a comporlo. Lo 

(157) V. Zobi, St. civile della Toscana, dal 1737 al 1848, t. 5. p. 391. 

(i68) Nel 47 a chi parlava al Pontefice di estendere le leggi giurisdi- 
zionali del i^anducato anche a Lucca, che da poco era annessa, rispon- 
deva concitato — incontrerebbe fnille volte la morte prima che annuire a 
tollerare un tale avvenimento, V. Nota Bargagli incaricato di Toscana a 
Roma, 11 novembre 1847. Doc. Zobi, t. 2, n» cxxtii. 

(159) F. Progetto di Concordato disteso dal cardinal Vizzardelii e mon- 
signor Boosinsegni poi firmato da entrambi il 30 marzo 1848. Lo riporta 
)o Zobi St. Civ., t. 5, Doc. 61. 



STUDn STOWCI B AMMINISTRATIVI 225 

stosso statuto, non ardi venir fuori, senz'annunciare che di poco 
avrebbe esso tardato. L'antica sapienza, non so se deggia dire ìtaliea 
o toscana, scrìtta ne' monumenti, monumento anch'essi di quanto fra 
noi sappia l'ingegno, stava ad imperituro rimprovero alla incuria 
de' viventi. La libertà di insegnamento antica in Toscana quanto 
quella del commercio, sconfortata, minacciava fuggire una terra in 
cui non valeva al governo che di pretesto a trascurare l'insegna- 
mento. Solerte quello ad arricchir gallerie di belle arti, ordinare gli 
archivi, le pergamene degli avi, i musei di fisica, di storia naturale, 
le accad^Qtue ed altri istituti, a decoro dello Stato, a richiamo dei 
stranieri, avea da tempo remoto considerato la istruzione come un 
debito tutto domestico, in cui lo Stato non avea da metter voce. 
Così il popolo in balìa di sé, godea non la libertà dell' insegna- 
mento, ma quella dell'ignoranza, complice il governo. Nel bilancio 
dello Stato, la istruzione, umile e modesta, appariva per un solo 
milione, del quale la più parte era volta alle arti belle, a dotare 
l'accademia della Crusca, librerie, conservatorii, ed istituti di edu- 
cazione non istruzione (160) : poco più di quattrocento mila lire an- 
davano all'università di Pisa, e alla clinica nell'ospedale di Santa 
Maria Nuova (161). E qui limitavasi la mano del governo : ogni 
altro istituto d'istruzione o era a carico de'Comuni, o della Chiesa, 
vivea di dotazioni proprie, o della carità privata. 

Due imiversità, qualche liceo, rade scuole, erano i templi consa- 
crati agli studii : il numero dei templi, in ragione di quella dei de- 
voti, volea dire degli studiosi. Delle università, quella di Pisa, man- 
tenuta da redditi proprii e da soccorsi del governo, avea sei facoltà, 
filosofia, matematica, scienze naturali, teologia, giurisprudenza e 
medicina. Quella di Siena, università libera, avea solo le tre ultimcc 
Nella prima erano quarantasei cattedre: nella seconda ventisette. 
Delle quali alcune troppo umili meglio avrebbero convenuto a un 
liceo, altre troppo sublimi a scude di perfezionamento:' dispregiando 
le prime, sgomenti delle seconde, i giovani finivano per disfiorare gli 
studii, ftur come l'ape, cogliere un po' di tutto, e nulla di nulla. 
Poi il soverchio numero delle cattedre, frastagliando la scienza, che 
è una, in infiniti minuzzoli, li abituava all'analisi, non li sollevava 
aBa sintesi. Nissuna cattedra di diritto amministrativo; nondimeno 
ve n'era una di economia, sola in Italia, eccezione a quel vero, che 
i principi più temono Teconomista che non il demagago. A quelle 
due università e all'Arcispedale di S. M. Nuova riducevasi tutta 
quanta la superiore istruzione. In peggior stato la secondaria e l'ele- 



V. Rendiconlo della Finanza per gli anni 48, 49, 50, Cat. Spese, 
tit. 10, prosp. IX. 
(161) Ibidem, 

BivUta C. - 16 



226 RIVISTA CONTEMPORANEA 

mentare, per le quali niunà provvisione facea il Governo , abbando- 
nandole a ridosso de' Comuni ode' privati. La secondaria riducevasi 
a pochi licei, uno a Lucca, uno a Firenze, uno a Pistoia fondato 
dalla virtù del cardinal Forteguerri : qua e là qualche ginnasio, li 
seminarli dipendenti dai vescovi, e le scuole degli Scolopii e dei Bar- 
nabiti, i quali volgevano alla istruzione pubblica i proprii redditi. E 
nuir altro. L'istruzione elementare era tutta a carico dei Comuni : qua e 
là qualche scuola or con due or con un solo maestro, mal retribuito e 
perciò mal scelto. Taluna scuola normale, eretta da Leopoldo I, era 
scomparsa per l'avversione di quelli che stimavano la ignoranza del 
popolo guarentigia della obbedienza sua. Un privato, Cosimo Ridolfi, 
Hvea aperto trent'anni addietro, scuole di reciproco insegnamento 
ed avuto il conforto di diffonderle per molte città del granducato: 
ma poi più poterono le guerricciuole de' retrivi, l'abbandono in cui 
le tenne il Governo, che non il buon volere del Ridolfi: in specie 
dopò la istituzione degli asili infantili, prima avversati dai chierici, 
poi favoriti quando ne ottennero la direzione. Per ultimo eranvi 
collegii e convitti, diretti con varia ragione, il più gran numero in 
man de' chierici, non sorvegliati dal poter civile. In taluno serba- 
vansi forme proprie de' tempi andati, reminiscenze di feudalità; i 
fanciuUetti doveano chiamarsi l'un l'altro pel titolo non pel nome: 
e perchè non straziasse, come un corno, un oboe fuori di chiave, fra 
quella nobilea un nome senza titolo, non vi si ammettevano che quelli 
i quali documentassero una nobiltà almen di quattro generazioni. 
Tale il collegio di Siena. 

Da queste scuole doveasi diffondere l'irruzione, il pan dell'a- 
nima, per tutti i gradi sociali. Il frutto era proporzionato alla se- 
menta. Fatta una somma , la Toscana , terra classica delle arti e 
delle scienze, era da meno degli altri Stati d'Italia, e per numero 
di scuole e di studiosi: molti i Comuni di quattro, sei, otto mila 
abitanti, nei quali non si contavano scuole né per femmine né per 
maschi, né per la istruzione del leggere e dello scrivere, né per la 
religiosa: così condannavasi il popolo a durare nell'ignoranza, fra i 
guai, le colpe, forse i delitti, che nella prima educazione e nel co- 
stume pubblico hanno la ragione e accusano la impreveggenza del 
governo. Sopra duecento ottantamila adolescenti, otteneano una qual- 
siasi istruzione, poco più di un decimo, trentamila, per tre quinti 
dai Comuni, due quinti da privati (162) : il restante morivano senza 
avere appreso a scrivere la lingua che sorbivano col latte, a leggere 
quel che dicevano. Con una rendita fondiaria di oltre quarantacinque 
milioni di lire, lo sforzo de' Comuni e dei privati a prò dell'istru- 

(162) Ricerche statistiche sulla Toscana di Zuccagni Orlandini, t. 1. 



STUDII STORICI B AMMINISTRATIVI 227 

zione secondaria ed elementare, non superava le trecento settanta- 
quattromila lire airanno; e sopra un'entrata di quasi quaranta milioni ^ 
il Governo volgeva all'istruzione superiore poco più di trecentomila 
lire (163) : alla inferiore, nulla. 

XXXVI (164). 

XXXYII. — Quel che risparmiavasi nelF istruzione andava speso 
per l'esercito : né per questo avea egli vigor di corpo, ardore d'animo: 
ma rotta la disciplina, disonesto il costume, virtù nessuna. Il che era 
mestieri ascrivere a cause antiche e recenti. Nel passato, poca propen- 
sione aveano i Toscani mostrata ai ludi di guerra : sotto la repub- 
blica, soldavano mercenari! ; la milizia disdegnavano : nobiltà stava nei 
trafSci , da cui non si toglieano che per difenderli se minacciati. 
E perciò non pensando mai a offendere , non furono valenti che nella 
difesa. Cosimo I avea fidato solo nelle milizie mercenarie, né am- 
messovi i Toscani, se non quando, commesso alcun fallo, meritavano 
una pena; perciò divisa di condannato avea da essere quella del 
soldato, luogo di pena l'esercito, unico scampo alla galera. Svigoriti 
poi gli animi in secoli di pace, posposti lungo tempo a presidi stra- 
nieri (165), l'èra napoleonica non avea trovato nerbo d'uomini; solo 
virtù solitari in animosi, il cui nome andò confuso nelle migliaia 
dell'Impero, e la cui vita si spense in estranee contrade, per causa 
non loro, mercenarii alla lor volta anch'essi. Il ristauro del quindici 
richiamò gli antichi ordini della milizia, tali. quali erano due secoli 
innanzi; niun profitto dalla scienza napoleonica, insegnata in un 
corso di venti anni, sopra cento campi di battaglia. Scusavasene il 
(ìovemo col dire che non potendo volger l'animo a difendersi da stra- 
nieri assalti, pei suoi sudditi non avea d'uopo di agguerrita milizia. 

(163) Ibidem, V, Bilancio della Finanza Toscana, Cat, Spese ^ tit. 10, 
Prospetto IX, per gli anni 47, 48, 49, 50. 

(164) Leggi sulla stampa, !<> maggio 1847 e 17 maggio 1848. 

(165) Da ciò Tavversione dei Toscani, nel secolo scorso, al servigio 
militare. Reco quel che la Reggenza scrìveva al granduca Francesco li 
(V. Nota 17 novembre 1759, Archiv. centr. di Slato,'filza 83, n*> 1.) « Sussi- 
fl stendo, dopo tanti anni di felice tranquillità, un'avversione naturale al 

« servizio di guerra, non esservi stato altro compenso che di obbligare 

f le comunità a descrivere li più capaci e mandarli per forza, 'accompa- 
f gnati dagli esecutori (birri), senza di che poche teste si sarebbero armo- 
« late ». V, Doc. Uff. pubblicati nel 1860, t. 2, Doc. lviii. — Leopoldo I ebbe 
poi in fastidio la milizia: per lungo tempo non mantenne più di quattro 
compagnie. Poi, con Decr. 22 febbraio 1790, disciolse anche quelle: pre- 
sidiò la capitale con birri e facchini. La sbirraglia fu sempre per lui la 
prediletta delle milizie. Nel 1797 il Fossombroni, in uno scritto ^nviato al 
generale Bonaparte, diceva del popolo toscano: « essere cosi dissuefatto 
fl dalle idee di guerra, che il solo passaggio di poca truppa, lo mette in 
« pensiero •. V, Gualt. Mem. Stor. t. 2, Doc. cxxxvii. 



228 RIVISTA dONTEMPORANEA 

Cause più recenti, del poco conto in che erano tenuti da' sudditi 
e dal Governo, le milizie dello Stato si erano queste. Ribattezzata 
da un lavacro di fuoco, da un nuvolo di palle a Curtatone e Mon- 
tanara, aveanò, ritornando in patria, trucidato il loro duce • né eransi 
scoperti i rei, o se scoperti, non eransi puniti. Poi le innovazioni a 
cui si volle dai Triumviri sottoporre quel rimasuglio d'uomini, e le 
ultime vicende , aveano dato il colpo di grazia alla disciplina. Prima 
di quelle novità, erano così distribuiti : un reggimento di veliti, due 
di linea, dieci compagnie di artiglieri, due squadroni di cavalli, sei- 
mila uomini al più: coi presidii e cogli invalidi settemila (166): coi 
volootarii rimasti alle bandiere, ottomila : Indisciplinata gente, male 
armata, peggio vestita; le artiglierie scarse, le munizioni disformi 
dalle bocche (167) ; pochi cavalli ai pezzi, meno ai traini : da reputarsi 
un miracolo lo averli trascinati oltre il confine, il tener con essi la cam- 
pagna, il ricondurli a casa. Prima e dopo la fuga del principe dallo 
Stato, i governanti toscani aveano mirato ad accrescerli fino a quattor- 
dicimila : meglio a guardia loro che della patria. Venne creata un'Ispe- 
zione generale delle armi speciali (168) : mutaronsi gli archibugi, si 
crebbero fino a quattro i reggimenti di fanti, più quello de' veliti : le 
batterie pure fino a quattro, di otto pezzi ciascuna, un qrfarto da asse- 
dio (169): un reggimento di artiglieri diviso in due battaglioni e 
sedici compagnie: una compagnia di zappatori, tre di artefici: tre 
battaglioni di bersaglieri : due di guardia municipale : poi altri corpi 
sotto il nome di Battaglione Italiano, Battaglione Pieri (170), Legione 
Zanardi, Legione Estera, Legione Livornese. Moltiplicati i quadri, 
mancavano gli uomini : il numero stragrande de' reggimenti, de' bat- 
taglioni, delle legioni, non era che una jattanza, una ostentazione 
di operosità, con cui si avvisarono conquider gli animi, respingere 
gli impeti, difendere i confini. Notevole è che negli ufficii della 
guerra non trovasi documento del numero dei militi, che allora 
fossero sotto le bandiere (171) : non può arguirsi che dalle paghe. 
I. pochi valorosi, che in Lombardia aveano combattuto nel nome 
d'Italia, ed eran puri del sangue del loro duce, confusi ad accoz- 
cagha d'ogni nazione, fuggiasca nei perigli, usa al viver licenzioso, 

(166) V. Note al Rendiconto della Finanza Toscana pel 1847, ov'è indi- 
cata la cifra di 7068 come numero medio de' militi toscani. 

(167) Il gen, de Laugier nel Rapporto 29 maggio 1848 al ministro della 
guerra, dice : gli obizzi per difetto di non analoghe cariche erano inservibili, 

(168) Lettera 28 dicembre 1848 del Ministro della Guerra e quello delle 
Finanze, in cui sono esposti i pensieri sull'esercito. 

(169) Decreto 7 dicembre 1848. 

(170) Cosi chiamato dal nome del maggiore, quello stesso che insieme 
all'Orsini attentò ai giorni di Napoleone III. 

(171) 7. Note al Rendiconto della Finanza Toscana per gli anni 48-50. 



STUDII STORICI E AMMINISTRATIVI 229 

procacciante grosse paghe (172), o pascolo a spirito torbido : gente che 
nò ispirava fede a governanti (173), amore al loro duce (174), sicurezza 
alle proprietà, timore ai nemici. Nondimeno la prova superò Taspet- 
tazione: all'entrare de' Tedeschi, in un baleno abbandonati i confini, 
gettate le armi, gli impedimenti precipitati ne' burroni o distrutti, 
le inonorate divise sparse pei campi, peste per le vie, i vili a dirotta 
giù pei clivi delle Alpi, libero il passo a nemici attoniti di tanta 
viltà. Fuggendo apprèsero mutato in Firenze il Governo, caduti i 
triumviri, ristaurato il principe, sospese le paghe: e allora divennero 
infesti nell'interno (175) , più che non lo erano stati ai nemici nel 
confine. 
* Per queste vicende, la spesa dell'esercito che alla metà (176) e 



(172) Odasi ciò che della Guardia Municipale, la meglio pagata, scri- 
veva il Marmocchi, ministro dell'interno, al Guerrazzi, da Livorno, disp. 

I marzo 1849 • sono due grandissime piaghe, la e la Municipale 

a indisciplinata e ladra, spavento dei galantuomini e del commercio , do- 
A lore grandissimo dei buoni patrioti ». |Reco questo ed i seguenti giudizii, 
perchè meglio si scorgano i frutti della dominazione Lorenese, e delle 
improntitudini popolari. 

(173) Assai più notevoli e severi sono i giudizii che di quell'accozzaglia 
fece il Guerrazzi. App, air Apologia, p. 72. 'k Di due maniere ebbi a espe- 
fl rimentare volontarii, foranei e nostrali: pellegrini i primi della libertà 
« non mica, bensì di quante osterie e postriboli occorrono da un estremo 
« all'altro della penisola: e se non tutti, almeno in parte, e spesso fedi- 

c fraghi e ladri e quando non riescano nei mal sortiti disegni, si sban- 

• dano con vergogna. Dei nostrali poi, alcuni erano mossi da amore san- 
« tissimo di patria, altri da ingegno torbido, da speranza di scioperato 
a vivere e da presagio di facile vittoria ». V. Gazz. di Torino, 1861, n« 169. 

(174) Il generale D'Apice scriveva il 27 febbraio 1849 al Guerrazzi : 
« Che faranno le truppe nel momento dell'attacco? io l'ignoro». E addì 
8 marzo al ministro della guerra: « Qui viviìamo ad imprestiti. La prima 
t volta che un capitano si presenterà alla compagnia dicendo non vi è 
t denaro, io resterò senza truppa ». E addi 6 aprile di nuovo al Guerrazzi: 

II Sempre più mi confermo della falsa posizione in cui mi trovo. Se il ne- 
« mico penetra per l'Abetone marcia su Firenze. Se per Garfagnana scende 

a diritto a Lucca Nell'uno e nell'altro caso io sono tagliato fuori con 

I le poche truppe che ho, e sulla fedeltà delle quali uon posso contare e 
ff perdo l'onore ». A questi rapporti, piacevolmente rispose il ministro 
della guerra: « Eimanendo senza soldati è inutile chiedere istruzioni, 
« mentre se avviene la temuta diserzione, io non saprò come rimediarvi ». 

(175) V, Ricordi sulla Commissione Governativa Toscana del 1849 di L. 
G, Cambray-Digny, Gap. ix. La indisciplina poi era tale che da soldati 
venne minacciata la vita del generale Mei ani : anche il maggior Pieri, che 
fu poi complice dell'Orsini ^ corse pericoli. 

(176) F. Bilancio di previsione pel 1757, in cui l'amministrazione della 
guerra figura per lire 2,244,466. Trovasi fra i documenti originali passati 
dairarchivio mediceo a quello delle riformagioni. F. Zobi, Stor, civ, della 
Toscana, t. I , Doc. XXVII. 



230 EIVISTA CONTBMPORANKA 

alla fine (177) del secolo scorso superava di poco i due milioni, e 
nel quarantasette (178) non giungeva ai cinque, ascese nel qua- 
rantotto (179) a dieci milioni. Nel quarantanove la si previde di 
undici. Il piccolo esercito, alla meglio riordinato, col disperdere i 
riottosi, sciogliere i quadri che non aveano militi, cancellare i reg- 
gimenti fantastici , tornare agli antichi (130) , constava allora , di 
due di fanti , uno di veliti , qualche compagnia di artiglieri, altre 
di cacciatori, uno squadrone di cavalli, le compagnie de' veterani, 
dei cannonieri di costa, de'presidii, e nulla più: in tutto settemila 
uomini. Erano cosi raccolti : la coscrizione dava i militi (181): l'an- 
zianità e il favore gli ufficiali : niun collegio o scuola militare, nem- 
meno per le armi dotte (182) : mancanza solo giustificata dal niiln 
conto in cui esse erano tenute. Tutto il materiale dell'artiglieria e 
le munizioni erano stimate nel bilancio del quarantasette (183) per 
poco più di due milioni : in quello del quarantanove, dopo i seguiti 
aumenti, per tre milioni e novecento mila (184): accrescevasi poi 
ogni anno per poco più di quarantamila lire (185) : pegli artiglieri 
spendevasi quasi un milione : il costo medio di un ufficiale dell'eser- 
cito non giungeva a lire duemila per anno : quel de' militi a seicento 
lire. Così il mantenimento de' corpi militari assorbiva circa sette 
milioni : altri tre andavano in quelle spese che diconsi non eflfettive. 
La disciplina, assai migliore da quel ch'era sotto i triumviri, quando 
la turba predicando ai soldati essere cittadmi anch'essi, li trascinava 
fuor delle fila, ad accender baldorie su per le piazze, ed aiutare 
schiamazzi ne' circoli. Ma non era più severa di quella che negli 

(177) Governo della Toscana sotto il regno di S. M. Leopoldo I. Stamperia 
Cambiagi, 1790. La spesa della guerra pel 1765 ammontò a L. 1,918,294. 
13. 3, compreso la marina, e nel 1789 a L. 2,272,951. 6. 4. 

(178) F. Rendiconto della Finanza Toscana pel 1847. 

(179) V, Rendiconto della Finanza Toscana per gli anni 1848-50. 

(180) Co' decreti 13, 17, 19, 27 aprile 1849 vennero disciolti i corpi della 
Guardia Municipale: de'volontarii Guarducci, Petracchi e Peva: il Batta- 
glione Italiano; il Battaglione Bersaglieri: il 22 aprile aperti nuovi ruoli 
pe' Yolontarii che intendessero servire 3 anni: il 27 richiamati i disertori, 
e bandita una nuova leva. 

(181) Leggi 8 maggio 1828 e 8 agosto 1826. 

(182) Il primo pensiero d'istituire un collegio militare in Toscana, uopo 
è dirlo a lode del vero, nacque nel ministro della Guerra d'Ayala; il quale 
ne rendeva conto al ministro delle Finanze, in data 28 dicembre 1848 con 
queste parole : avere vagheggiato assai sottilmente il pallido pensiero di un 
militare liceo, 

(183) L. 2,013,771. V, Rendiconto della Finanza Toscana nel 1847. 

(184) L. 3,935,190. F. . » » 1848-50. 

(185) Nel 1847 si spesero presso a poco, secondo il solito, 31,418 lire: 
nel 1848 L. 131,851: nel 1849 L. 108,052: nel 1850 L. 57,024, e cosi via 
via si diminuì : onde il materiale era pochissimo. 



STUDII STORICI E AMMINISTRATIVI 231 

anni innanzi il quarantotto veniva lamentata ogni volta occorresse 
discorrere del soldato toscano. Ed a ragione, perchè non erano mu- 
tate le leggi, per le quali in tempo di pace, i delitti dei militari 
non punivansi dappiù di quelli dei civili ; e la impunità ottenuta dai 
rei, anche in tempo di guerra, fino da quelli che aveano assassinato 
il loro duce, avea tolto agli occhi de' militi ogni prestigio alla 
legge. Tale era lo stato dell'esercito toscano tenuto in poco conto 
da'cittadini, in nessuno dal principe e dalle milizie austriache. Qual 
fosse poi il suo ufficio arduo era il conoscerlo, una volta che il prin- 
cipe non mostrava fede che negli austriaci : ai confini omai invasi 
non occorreva difesa : la indipendenza dello Stato era una vana pa- 
rola co' nemici dentro casa ; ed alla interna sicurezza vegliavano 
meglio assai de' militi toscani le turbe de' poliziotti e de'birri. 

XXXVIII. — Ninna forza marittima, dacché Leopoldo I vendendo 
le migliori navi , disfacendo le malconcie , vi avea dato il colpo di 
grazia. Nissuno avea più pensato a ristaurarla. L'annua spesa della 
marina che nei bilanci del secol scorso appariva (186) per più di 
quattro cento mila lire, nel quarantanove era appena di centocin- 
quanta mila (187) : così distribuite : centoquaranta mila al corpo, il 
quale componeasi di tredici ufficiali e centotredici marinai : dieci- 
mila appena a mantenere il materiale, composto di un solo e pic- 
colo vapore, due o tre bastimenti, qualche barca da approdo e nul- 
l'altro. Basti che ne'bilanci della finanza era valutato tutto il 
materiale marittimo, lire duecento novantatre mila (188). A queste 
proporzioni era ridotta la marina che in altri tempi avea corso i 
più lontani mari, resistito alle tempeste, cercato tesori e lidi scono- 
sciuti, vinte battaglie, superate le flotte de' maggiori Stati dell'Eu- 
ropa. Non scuole navali ; non premii a naviganti ; non cantieri. Elba 
e Livorno, e la spiaggia che dai confini della provincia di Pisa si 
distende fino a quelli dello Stato Ecclesiastico, inutil beneficio della 
fortuna. Così venendo meno la marina guerresca, mentre gli altri 
Stati centuplicavano la propria, perde pure ogni riputazione la com- 
merciale : che i noleggiatori preferivano munirsi di patenti di quegli 
Stati che aveano forza a proteggerli. 

XXXIX. — Mancando omai una marina che tutelasse le ragioni 
de' sudditi e del governo, affidaronsi a trattati, i quali aveano da pro- 
teggere la bandiera, i traffici, le vite dai barbareschi, il commercio da 
ingiuste restrizioni, 
dei defunti, 



restrizioni, i patti di reciprocanza marittima, le proprietà 
ti, i parti dell'ingegno , le ragioni dei privati, l'esecuzione 



(186) F. Bilancio di previsione pel 1757. Archiv. delle Riformagioni : 
Gov. della Toscana sotto il regno di S. M. Leop. I. Zobi, Si, civ.^ 1. 1 e 2. 

(187) V. Rendiconto della Finanza Toscana nel 1848-50. 

(188) F. Rendiconti del 1847-48-49-50. 



232 RIVISTA CONTEMPORANEA 

delle criminali sentenze. Di questi trattati, alcuni erano di antica 
età, via via corretti da altri, o rinnovati, così per rinfrescare gli 
obblighi o aggiungere forza ove mancava fede di contraente. E tutti 
insieme, i vecchi e i nuovi componevano il dritto intemazionale del 
Granducato. 

Cinque trattati con Turchia: il primo (189) e il secondo (190) 
antichissimi, davano ai Toscani abilità di commerciare coll'impero, 
ma con bandiera e patente dell' imperatore de' Romani : un terzo del 
secol scorso (191), concedeva lo stabilir consolati negli scali di Tur- 
chia, le merci pagassero il tre per cento del loro valore e senz' altri 
aggravii, potessero spandersi per ogni dove: altri due trattati del 
trentatre (192) e del quarantuno (193) confermavano quegli accordi, 
altri patti aggiungevano, base le reciprocità, fine avvantaggiare i 
traffici de' Toscani in Levante. Due trattati con Tripoli (194) e Tu- 
nisi (195) avvisavano di por termine nel secolo sc<^so a piraterie, 
sicurare il commercio, i navigli de' Toscani, dai ladronecci dei cor- 
sari, che fin nel porto di Livorno, un tempo, ardivano inseguirli. 
Patti che non giiarentiti da una propria fiotta, racoomandavansi alla 
buona fede tripolina e tunisina, fede corsara, peggio che punica. Con 
Tunisi altri trattati confermarono questi accordi (196) , abolirono la 
schiavitù (197), restituendo i catturati: per ultimo, imo del venti- 
due (198) fermava amistà, libero il commercio, navigazione tran- 
quilla ; le merci toscane pagassero, come in Turchia, il tre per cento 
del loro valore; i consoli giudici dei litigiiira toscani ; le proprietà 
dei defunti si serbassero agli eredi ovunque fossero. Uguali accordi 
con Tripoli nei trattati del diciotto (199), del ventuno (200) e del 
ventinove (201). E fin qui reggevano. Con Austria resse a lungo 

(189) 1561. É inedito. Lo accenna lo Zobi, Storia civile della 

Toscana^ t. 5. 

(190) Diploma di Maometto IV, 12 febb. 1667. É inedito. V, Zobi, t. 5. 

(191) Trattato di pace e di commercio dei 25 maggio 1747. V. Raccolta 
delle Leggi toscane. 

(192) Trattato di pace, amicizia e commercio 12 febb. 1833. Ibid. 

(193) Trattato di commercio 7 giugno 1841. Ibid. 

(194) Trattato di pace, di commercio ecc. 27 gennaio 1749. Ibid. 

(195) » » » 23 dicembre 1748. Ibid. 

(196) Trattato supplementare 13 gennaio 1758. Ibid. 

(197) Preliminari di pace 26 aprile 1816. Ibid. 

(198) Trattato di pace 11 ottobre 1822. Ibid. 

(199) Articoli preliminari di pace 24 dicembre 1818. Ibid. 

(200) Trattato di pace ecc. 21 aprile 1821. Ibid. 

(201) Trattato supplementare 5 marzo 1829^. Inedito. Lo accenna lo 
Zobi, St. dv., tom. 5. 



STUDn 8T0BICI ^ AMMIKISTRATIVI 2S3 

una convenzione del secol scorso (202), poi confermata da altra (203) 
che da ambedue le parti riduceva i dazii su grasce e tessuti alla 
metà dell* usato: nutrimento questo agli scambii fra i due Stati. 
Altri trattati di commercio e navigazione con Inghilterra (204) , di 
navigazione con Svezia (205), di reciprocità di trattamento deUe ri- 
spettive bandiere con gli Stati Uniti (206), col Belgio (207), con 
Prussia (208), con Austria (209), con Svezia e Norvegia (210). Acce- 
duto agli accordi di Francia e Inghilterra sull'abolizione della tratta 
de* Negri (211): con Svezia (212), con Austria (213), con Prussia (214), 
col Belgio (215), con la Svizzera (216; cancellato il barbaro diritto 
detto di albinato, per cui erano del principe i beni dello straniero, 
che senza lettere di naturalità morisse fuor di patria : e per ultimo 
stipulato con Austria (217) e con Francia (218) Testradizione dei rei. 
Questi i trattati con Testerò. In Italia poi era Toscana vincolata 
air estradizione dei rei d*ogni specie e dei disertori con Parma (219), 
Modena (220), Sardegna (221), Roma (222): alFabolizione delFalbi- 



(202) J:diUo di Francesco II granduca di Toscana, 23 febbraio 1748. 
F. Raccolta delle Leggi. 

(203) Trattato di commercio 16-27 ottobre 1769. Inedito. Le sue disposi- 
zioni sono inserite nel motuproprio 18 die. 1775. Raccolta delle Leggi. 

(204) Trattato di commercio e navigazione 5 aprile 1847. Ib. 

(205) Trattato di navigazione 15 ottobre 1847. Ib. 

(206) Dichiarazione 1 settembre 1836 del presidente degli Stati-Uniti. 
7. Zobi. S^ civ., t. 4. 

(207) Dichiarazione 20 dicembre 1839 del ministro degli affari esteri del 
Belgio. V. Raccolta delle Leggi. 

(Ì08) Dichiaraz. scambiata dal governo toscano col governo di Prussia, 
9 aprile 1847. F. Raccolta delle Leggi. 

(209) Dichiaraz. scambiata dal governo toscano ool governo d'Austria, 
24 aprile 1847. F. Raccolta delle Leggi. 

(210) Dichiaraz. scambiata dal governo toscano col governo di Svezia 
e Norvegia— 26 gennaio, 25 giugno 1841. F. Raccolta delle Leggi. 

(211) Atto di accessione 24 novembre 1837 ai trattati 30 novembre 1831 
e 22 marzo 1833 fra Francia e Inghilterra. 

(212) Dichiarazione 5-6 maggio 1819 del governo toscano e del ministro 
svedese in Firenze. F. Raccolta delle Leggi. 

(213) Convenzione 31 agosto 1821. F. Raccolta delle Leggi. 

(214) Dichiarazione 25 apr. 1826 fra i due Stati. Ibid. 

(215) » 7 aprile 1848. Ibid. 

(216) » 28 agosto 1839. Ibid. 

(217) Due convenzioni 12 ottobre 1829. Ibid. 

(218) Convenzione 11 settembre 1844. Ibid. 

(219) Due convenzioni 2 agosto 1817. Ibid. 

(220) Convenzione 20 giugno 1818. Ibid. 

(221) » 7 die. 1825 e 12 genn. 1836. Ibid. 

(222) • 15 febbraio 1827. Ibid. 



234 RIVISTA CX)NTBMPOBANBA 

naggio con Parma (223), Sardegna (224), Napoli (225): alla tutela delle 
produzioni dell'ingegno dalla pirateria libraria, con Austria e Sarde- 
gna (226), Modena (227) e Parma (228) : alla reciprocità di tratta- 
mento delle navi, nei porti dello Stato, con Roma (229): un trattato 
di commercio e navigazione avea solo con Sardegna (230). Questi 
i legami del Granducato cogli Stati italiani. 

Fra tante convenzioni , è notevole che poche fossero di com- 
mercio, e quelle poche antichissime : in Italia una sola : più che a 
prosperità dei traffici, moltiplicità di trattati a riavere i delinquenti: 
confusi i rei di Stato con quelli di dehtti comuni. 

Poche le legazioni e i consolati a rappresentare all'estero le ra- 
gioni dello Stato, amicargli le Corti, doppiarne i rapporti, tutelarne 
i traffici e i sudditi. Fino al quarantasei non avea la Toscana che 
tre legazioni, a Vienna, a Parigi, a Costantinopoli. Nel quaransette 
vi aggiunse quella di Roma. Nel quarantotto quelle di Napoli e To- 
rino. A Londra, a Pietroburgo, a Madrid, a Lisbona, all'Aja, a Ber- 
lino, non avea alcun ministro. La spesa delle legazioni giungeva 
appena a trecentomila lire per anno (231). Ma anche più imperdo- 
nabile era la scarsità dei consolati: nulla costavano allo Stato: in 
alcuni luoghi le ragioni dei Toscani erano affidate ai consoli del- 
TAustria: là dove poi lo Stato avea consoli proprii, o erano stranieri 
a Toscana o mercanti che, soddisfatta la boria, si industriavano a 
rimuoverne i pesi : e vi riuscivano a meraviglia : sicché né le ra- 
gioni dei privati aveano mai efficace protezione, nò lo Stato ricevea 
lustro da quei consoli. E il Governo, il quale dava fondo ogni anno 
a quasi una entrata di quaranta milioni, qui usando una malconsi- 
gliata economia, coglieva questo frutto, di isolare Toscana nel bel 
mezzo d'Europa, mantenerla all'infuori de' grandi commerci, lontana 
da grossi centri, impoverire i sudditi, ed assottigliare ogni anno le 
risorse dello Stato; necessità allora di prestiti o nuove imposte. 

XL. — Nondimeno la ricchezza nazionale mantenevasi pei buoni 
ordini economici , ch'erano la miglior parte dell'armatura dello 



(223) Trattato 2 agosto 1817. V, Raccolta delle Leggi. 

(224) • 5 gennaio 1818. Ibid. 

(225) Decreto del Re di Napoli 3 maggio 1819. Inedito in Toscana. 

V. Raccolta delle Leggi delle Due Sicilie. 

(226) Accessione 7 dicembre 1840 al trattato.... fra Austria e Sardegna. 

(227) » 7-10 febbraio 1843 al trattato suddetto. 

(228) » 14 febbraio 1843. 

(229) Notificazione del governo di Livorno, 23 febbraio 1847, con cui al- 
l'art. 3 si stabilisce il trattamento della bandiera pontificia. V. Gazzetta 
di Firenze , n. 24 del 1847. 

(230) Trattato 5 giugno 1847. 

(231) V. Rendiconto della finanza 1848-49-50, cat. Spese, tit. 3, prosp. II. 



STODII STOEICI B AMMINISTRATIVI 235 

Stato , meraviglia e scuola agli estranei (232), vergogna agli altri 
Stati d'Italia pei quali pareva invero non valesse esempio o scuola. 
Ora risalendo alla origine di quegli ordinamenti, verrà in chiaro 
come i Toscani fino al quarantanove ne menassero un giusto vanto, 
e il Governo, il quale potè aprire il confine ai nemici de' suoi sud- 
diti, non ardisse mai vulnerare quegli ordini. Notevolissimo indizio 
della civiltà toscana, le buone leggi dello Stato essere cosi impresse 
nella coscienza de' cittadini, che il Governo non potesse falcidiarle, 
senza offenderli, e quanti erano i cittadini, altrettanti fossero i vi- 
gili custodi di quelle leggi. Perchè da quelle riconosceano la ric- 
chezza di cui godevano. Avea essa patito varie vicende: prospera 
quando ne' secoli andati era quasi privilegio delle repubbliche ita- 
liane, scadde poi con la loro fortuna. Prima cagione di prosperità 
le crociate, per cui i mercatanti toscani si spinsero in Levante, reca- 
ronvi merci , trassero tesori : sì un tesoro anch'essi vi portarono, 
quel della civiltà, che disdegna i confini, vince le distanze, ha a 
patria il mondo. Firenze e le altre città italiane erano allora i ban- 
chi degli Stati europei : la libertà moltiplicò quelle ricchezze : poi il 
principato le assottigliò: i mali ordini le distrussero: traffici e so- 
stanze s'apersero altre vie, approdarono ad altri lidi. Si aggiunsero 
le scoperte dell'America, e del Capo, sconsigliate guerre in Levante 
a mutare i centri della mercatura , torla a noi , recarla in paesi 
da poco sbarbariti. La concorrenza fece il resto. Grandezza di Stati, 
grossi eserciti , gloriosa marina , avea dato i mari e i traffici in 
mano a Inglesi, a Fiamminghi, a Spagnuoli, poi a Francesi: per 
opposte cagioni li aveano perduti le città italiane: e dove più era 
bisogno di scienza a vincere la potenza degli stranieri, eran nate 
leggi disparatissime, irrazionali, aiuto alla concorrenza degli altri 
popoli. Anche in Toscana la si aiutò per mille guise , con leggi 
restrittive , proibitive , che volendo fare dei traffici un privilegio, 
e proteggerli di troppo, tolsero loro il sole, che sol li vivifica e 
scalda , quel della libertà. Di qui erano nati , per manco di sa- 
pienza, dazii enormi sulle materie di cui avea più d'uopo l'in- 
dustria, divieti per quelle ch'erano del suolo, dogane da città a 
città, molteplici sistemi di esazione, varietà di imposte : quant'erano 
i Comuni altrettanti gli Stati dannati al cerchio di poveri interessi, 
a versarsi in ogni ramo di traffici, quant'erano le necessità del Co- 

(232) Riccardo Cobden, venuto in Italia nel 47, parlò cosi innanzi ai- 
rAccademia de' Georgofili : «Lasciatemi aggiungere che noi avemmo il 
fl vostro buon esempio; noi non isdegnammo, ve l'assicuro, di citare l'e- 
« sempio della Toscana, perchè stampammo un rapporto sul sistema del 
u libero commercio di questo paese, rapporto ehe fu consegnato a ciascuno 
r dei membri della nostra Camera dei Comuni ». F. poi la nota 241. 



236 RIVISTA CONTEMPORÀNBA 

mune: veri piccoli mondi, che aveano a bastare a sé e provvedere 
solo per sé. Notò uno scrittore, che una merce la quale fosse da Li- 
vorno inviata a Cortona, toccava dieci dogane, quarantaquattro im- 
poste, perdendo un sesto del suo valore (233). Non migliori le in- 
dustrie : statuti senza numero, privilegii d'ogni ragione, fuor di una 
àola: fin allo spirare del secol scorso, erano vissute le corporazioni 
dell'arti : lo esercizio era un privilegio : il privilegio sottraeva i pri- 
vilegiati al gius e al foro comune: i figli seguivano la sorte del 
padre: obbligo in essi di appararne il mestiere: vietato il torsi da 
una per altra ofScina senza il consenso dei padroni e de' consoli 
dell'arte : mercedi scarse ; insufiScienti al cibo quotidiano : gli operai 
in peggio stato de' coloni: sicché l'industria difettava di braccia : 
soverchia protezione la soffocava, essa che per vivere ha duopo di 
aria libera : e soventi, capitali, ingegno e forze produttive si fran- 
geano in vani sforzi. Onde, fra queste pastoie e mali ordini, nel 
secolo scorso la industria era nulla; languido il commercio: né 
bastava a inanimirlo che Livorno fin dai tempi di Cosimo I fosse 
porto-franco : le importazioni valutavansi otto volte più delle espor- 
tazioni : queste al più otto milioni : due terzi erano manifatture (234): 
la popolazione, stazionaria, indizio infallibile di miseria. 

Tali erano (235) le condizioni dei traflSci e dell'industrie quando 
nel secolo scorso spuntò l'aura della loro libertà: guai, di cui anche 
nel quarantanove talun vecchio poteva serbare ricordo. Pochi poi 
ignoravano, e qui consisteva il vanto di Toscana, che sedici anni 
prima del Quesnay (236), trentuno del Galiani (237), trentasei di 
Adamo Smith (238), Sallustio Bandini (239), umile prete, avea a 
principe qui granduca , in Vienna imperatore , favellato di libertà 
commerciale : e quando il Colbertismo imperava in Europa, e prima 
che Turgot lo combattesse, e Roberto Peel molti lustri dipoi lo 
distruggesse in Inghilterra, il Neri (240) toglieva in Toscana i vin- 

(233) Carli. Saggio politiro ed economico della Toscana, Milano 1787. Lo 
scrisse nel 1757 ; ebbe gli appunti dalla Dogana di Pisa, ov'era direttore 
F. M. Gianni, che poi fu senatore e ministro. 

(234) Carli. Ibidem. 

(235) Sul commercio e sull'industria toscana , V. Pignotti, Saggio sul 
commercio dei Toscani; Zobi, Manuale economico. 

(236) Quesnay. TraUalo sulla libertà dei grani, inserto neirEnciclope- 
dia. Parigi 1755. 

(237) Galiani. Dialoghi sul commercio dei grani. Parigi 1770. 

(238) Smith. Sulla ricchezza delle nazioni , 1775. 

(239) Bandini. Discorso economico sulle maremme senesi, scritto nel 1736, 

f presentato a Francesco II nel 1739, quando il Galiani avea undici anni, e 
Smith ne avea nove. Quel discorso venne stampato solo nel 1775, 
morto l'autore. 

(240) V, Memoria del Neri a difesa della legge sul libero commercio 
dei grani, inserta nelTappendice ai Provvedimenti annonarii , del cav. Fab- 
broni. 



STUDII STOfilCI B AMMINISTRATIVI 237 

coli del commeFcio, sbrigliava i traffici e le industrie, nel nome 
de' principi! che alBandini valsero in vita fama di pazzo, e dopo morte 
gloria imperitura : la quale principi e scrittori fecero poi loro (241), 
frodandola al Bandini, quando egli non parve più tocco da pazzia o 
fu gloria apparire prima di lui pazzi. Così il commercio, nato libero, 
avvincolato poi, tornò libero in Toscana prima che altrove. Ora 
poiché le leggi nuove non vennero distrutte mai più, discorren- 
dole brevemente , avrò raccolto in questo fuggevole quadro, quelle 
che erano in vita nel quarantanove, a gloria e prosperità dello Stato. 
Vincoli distrutti, libertà diffusa negli ordinamenti economici, ma a 
gradi, a spizzico, tanto che il passaggio dalle restrizioni ai benefici! 
del libero scambio avvenisse senza gravi perturbazioni. Erasi inco- 
minciato dal commercio dei grani, un tempo costretti a restar dove 
erano, marcir sul sudo, se abbondavano : prima conceduto il trarli 
dmlla sola maremma per dodici anni (242), poi lo introdurli nello 
Stato per quattro mesi (243), indi per sedici (244), e per ultimo, 
meno lievi limitazioni, a tempo indefinito (245) : sparvero ancor 
quelle (246): la congregazione dell'annona e le magistrature che 
aveano a scopo satollare e invece affamavano, caddero per non ri- 
sorgere : la vigilanza del Governo nei prezzi de' prodotti del suolo, 
nelle sussistenze, si parve, quale è, nefiasta (247): e il commercio 
dei grani divenne libero. Tolti i gravosi dazi! sui frumenti esteri, 
eran pure scomparsi quelli che fra città e città ne contrariavano la 
circolazione (248), il divieto di fabbricare o vendere pane, le tasse e 
privative sul vital nutrimento. 

Sancito il principio del libero scambio, che prima o poi afliratel- 
lerà tutti ! popoli per via di scambievoli profitti, mancava il trame 
il maggior partito, onde i germi che Toscana racchiudeva in seno 
e fino allora imbozzacchiti per manco di spazio e di libertà, frutti- 
ficassero. Quel che più ripugnava ai principii della sana economia, 
le gabelle sulle prime necessità erano state moderate : scosso l'antico 

(341) 11 governo inglese nel 1827 richiese alla Toscana comunicazione 
delle leggi sulla libertà del commercio dei grani e delle modificazioni 
che aveano subito negli ultimi trent*anni. 

(343) Nel 1739 , ma solo per due terzi d^lle granaglie raccolte nelle 
maremme. 

(343) 2 aprile 1764. 

(244) 7 aprile 1766. 

(245) 18 settembre 1767. 
(346) 24 agosto 1775. 

(247) Diceva il Fossombroni : « Un governo fa troppo poco quando non 
fa nulla per regolare i prezzi delle cose ; per fare abbastanza, dee assicu- 
rare il pubblico che non farà mai nulla in quel senso, e 'specialmente noi 
commercio delle sussistenze ». 

(248) Decreto 15 settembre 1766, 



238 RIVISTA CONTBMPORÀNBA 

sistema daziario (249) : le dogane distrettuali così regie che dei 
Comuni, le tariffe estratti parziali erano scomparse: serbatasi una 
sol linea doganale, quella della frontiera: una sol tariffa per Tin- 
troduzione, estrazione e transito delle merci: alle porte delle città, 
il dazio consumo, vario dall'una all'altra: tolti i balzelli sui pesi e 
misure che tormentano il piccolo commercio e di poco aiutano l'era- 
rio. Compiuta poi, nel secol scorso, una nuova tariffa daziaria, via 
via corretta e ampliata, vivea ancora nel quarantanove : buona dap- 
prima, non lo era più quando lo svolgersi dei traflSci e di una più 
di altra industria, ne chiesero una migliore e consona alle mutate 
condizioni. 

Anche l'industria crasi emancipata dalle antiche pastoie (250): 
i vincoli alle arti ed ai mestieri, gli obblighi degli operai, le patenti 
di esercizio, i monopolii opificiarii, le privative, i privilegii d'ogni 
maniera, il magistrato supremo e le corporazioni delle arti, i tribu- 
nali e gli statuti che vi presiedevano, le leggi che offendevano la 
libertà dell'uomo, e isterilivano l'industria, omai non erano più che 
nella memoria de' nostri vecchi : distrutti i limiti alle mercedi eransi 
resi agli operai i diritti, i doveri, la dignità di liberi uomini. Queste 
innovazioni, per le quali il commercio e la industria riebbero lena 
e sangue, compiute mentre in Europa signoreggiava il protezionismo, 
aveano sollevato a molta altezza il piccolo granducato, da meritare 
le acerbe critiche degli uomini che sogliono a priori condannare 
ogni novità. 

Quelli invece che lo staiu quo giudicano, negli ordini civili, segno 
di regresso, e negli economici padre di povertà, faceano lamento 
che questi fossero nel quarantanove tal quale erano sessant'anni in- 
nanzi: onde Toscana già fosse addietro a quegli Stati che da lei 
ebbero il primo esempio. E che le industrie fossero abbandonate di 
soverchio a se stesse: la iniziativa privata dovesse supplire all'in- 
curia del Governo : nissuna scuola di arti e mestieri : al naturai genio 
degli abitanti lasciata la cura di migliorarli , alle forze ed alla ope- 
rosità loro quella di regolare i traffici, accrescerli, aprirgli nuove 
vie. Le Camere di commercio da anni molti aveano cessata ogni vi- 
gilanza : sicché non illuminavano il Governo sulle necessità dei ne- 
gozii, né i cittadini : Governo e governati, fiduciosi omai nella bontà 
degli ordini leopoldini, si tenevano a quelli, e pareva loro non occor- 
resse di più alla felicità dello Stato. Vero é che da qualche anno (261) 

(249) Decreto 31 agosto 1781. 

(250) Decr. 1 febb. 1770, 2 giugno 1767, 9 dicem. 1768, 4 aprile, 10 set- 
tembre, 25 ottobre, 5 e 9 dicembre 1771, 21 gennaio, 9 maggio 1772 , 18 
gennaio, 20 febbraio, 17 marzo, 26 aprile, 14 giugno 1773 ecc. 

(251) Decreto 12 luglio 1839. 



STTJDIl STORICI B AMMINISTRATIVI 239 

Ogni triennio avveniva in Firenze una mostra delle arti e manifatture : 
la emulazione era eccitata per via di premii : i perfezionamenti per via 
di confronti : aperti alcuni tronchi di ferrovia, quel da Livorno a Fi- 
renze, da Siena ad Empoli, da Firenze a Pistoia, da Lucca a Pisa ; in 
tutto un duecento chilometri : in progetto altre linee : ma poco assai 
poteano influire sulla industria parziali mostre di quella toscana, e 
sul commercio, tronchi di ferrovie, racchiuse dentro i confini dello 
Stato. Più linee telegrafiche, ma a sola disposizione del governo, 
non del pubblico. Poi nessun stabilimento di credito, fuori delle ban- 
che e le casse di risparmio : le une e le altre di fondazione privata : 
queste erano più di venti, di cui la centrale in Firenze (252): di 
quelle una a Livorno, una a Firenze (253) e nelle principali città : 
aveano statuti varii, e liberi un dall'altro. 

Ma quantunque gli ordini economici poco avessero progredito 
in dodici lustri, la industria e il commercio eransi andati svolgendo^ 
singoiar virtù di quegli ordini. Fra le industrie prosperavano nel 
quarantanove le minerali quantunque nate da poco : quella del ferro 
dell'Elba, ì forni fusori di Follonica, il rame di Montecatini, di Mon- 
tevaso, di Rocca Federighi, il borace di Montecerboli, il piombo e il 
mercurio di Pietra Santa, il fossile di Montebamboli ; principali ric- 
chezze, che la industria privata trae dalle viscere della terra e reca 
all'estero, ove le scambia con cereali, cotoni e bestiami. Altre indu- 
strie, i cappelli e le treccie di paglia, i panni di Prato, gli alabastri 
di Volterra, i coralli di Livorno, i mosaici di Firenze, i tessuti di 
Pisa, le paste di Pontedera, e le sete, gli olii, il vino, i legnami. Colle 
industrie prosperavano i commercii (205). 

L'importazione che nel secolo scorso era otto volte più della espor- 
tazione, nel quarantanove stimavasi a fatica \in terzo di più : taluno 
credeva invece fosse assai di meno (255) : la esportazione che dodici 
lustri innanzi limitavasi ad otto milioni di lire, nel quarantanove su- 
perava di certo i cinquanta milioni. Fra le merci esportate notevole 
l'aumento seguito nelle treccie e cappelli di paglia, che nel secolo 
scorso giungevano appena a un mezzo milione di lire (256) e nel 
quarantanove superavano i dodici milioni: all'incontro la esportazione 
delle sete e dei drappi serici era discesa da quattro a due soli milioni 
di lire. La proporzione fra l'entrata e l'uscita dei prodotti e delle 

(252) Furono inlrodotle in Toscana nel 1829» e approvate dal governo 
il 30 marzo 1830. 

(253) Gli statuti approvati con le notificazioni 8 agosto e 4 ottobre 1826. 

(254) V. Zobi, Manuale, p. 423-5. Prospetto comunicatogli dal governo 
pel 1841. 

(255) Ibidem, p. 426. 

(256) r. Carli. Saggio politico ed economico mila Toscana, 



240 BIVISTA CONTBMPOKANBA 

merci, non meno che l'indole delle tariffe doganali, si rivela dai risul- 
tati della finanza (257) : le gabelle di introduzione ai confini frutta- 
vano nel quarantanove circa tre milioni e seicentomila lire. Quelle 
di estrazione, poco più di duecentocinquantamila: il transito un 
centomila lire: il resto dei proventi doganali, quasi cinque milioni, 
nasceva dal dazio di consumo. Di grande utilità sarebbe lo accertare 
il prodotto delle industrie e l'ammontare dei traflSci, prima o dopo 
i nuovi ordini, onde così metterne a prova la bontà. Ma fin qui 
niuno potè compiere un simil studio (258) : fino al quarantanove e 
più innanzi, non oravi alcun ufficio che ne raccogliesse gli elementi. 
Anzi composta da privati negli anni avanti una società di statistica, 
il Governo l'approvò (259), il buongoverno, allora onnipotente, no: 
quello ammise lo statuto della Società (260), questo proibì ai Comuni 
di somministrarle notizia alcuna. Cose che ad estranei appariran 
false, eppur son vere. 

XLI. — Ma sebbene privi di notizie statistiche, là dove anche ai 
ciechi ed ai più avversi si pare il frutto del libero scambio, ò Livorno. 
La popolazione che nel secol scorso non giungeva a quarantamila (261), 
superava nel quarantanove, gli ottanta (262) : tutti vòlti ai traffici, 
airindustrie o al mare. La cinta della città che allora era meno 
di tre miglia, ora giungeva a cinque. Solo da due secoli avea grado 
di città : da tre, il porto-franco, il quale avea più giovato a stranieri 
che ai Toscani : stranieri i capitali, i mercatanti e le merci : minima 
parte quelle dello Stato : ora la libertà de* grani, Tabolizione dei 
ceiq>i al commercio interno, avvivando quello, avea trasformato Li- 
vorno : di scalo a prodotti stranieri , era divenuto sfogo ai proprii 
ed alimento ai traffici dell'Italia centrale. Congiunta a Firenze da 
una ferrovia , attendeva e attende si compia la rete delle italiche, 
per versarsi potente in ogni veicolo del commercio: quella intanto 
di Firenze vi recava le derrate dello Stato, e univa Livorno alle più 

(257) Rendiconto della finanza toscana nel 1848-50, cat. Entrate, tit. II, 
art. I, prosp. I. 

(258) Tuttavia, molte utili indicazioni trovansi nelle opere statistiche 
del Serristori e del dott. John Bowring. 

(259) Rescritto li settembre 1824. 

(260) Rescritto 16 maggio 1825. Vedi Antologia, voi. XXIX a XXVII. 

(261) Il Fossombroni , ministro di Ferdinando III, in uno scritto in- 
viato nel 1797 al generale Bonaparte (F. Gualtexio Mem, Stor,, t. 2, Do- 
cum. cxxxvii), riporta queste parole dell'Arnould, dalle quali apparisce il 
progressivo sviluppo di Livorno, e la popolazione sua nella fine del secolo. 
« La popolazione, che nel 1767 non giungeva che a 30 mila abitanti, supe- 

« rava i 58 mila nel 1781 Gli Israeliti nel 1784 erano 7 mila, e nel 1790 

e più di 18 mila t. Notevole è lo sciamare degli Israeliti dalla Toscana da 
allora ad oggi. Nel 1849 Livorno ne conteneva poco più di 4 mila. 

(262) F. Zuccagni Orlandini, Ricerche statistiche sulla Toscana, t. i. 



STuDii Storici b amministrativi 241 

prospere città della Toscana. L'olio, giunto ch'era dall'interno e dal- 
l'estero, si riponea in certi bottini, cosi chiamavansi, specie di docchi, 
ove capono ben venticinquemila barili: sono trecento ventiquattro 
recipienti, murati, vestiti di lavagna, capaci di sessanta a ottanta 
barili per ciascuno. Li grani serbavansi in grandi fossi o pozzi mu- 
rati e asciutti. La media quantità che colà ritrovavasi era più di 
quattrocentomila sacca. Livorno, un tempo città sol di commercio, 
lo era divenuta, dacché cessò il sistema regolamentario, anche delle 
industrie: nel quarantanove prosperavano quelle del corallo, la ma- 
nipolazione dei cenci, fabbriche di sapone, di cf|pelli di paglia, di 
vele, cordami, di tartaro, di biacca, di salnitro, raflSnerie di borace, 
conce di pelli, mulini a vapore, fra le principali industrie : dei loro 
prodotti, picciol parte andava in Toscana: il più, si spandeva in 
Levante e nelle Americhe. Ma sovra ogni altra industria, rigogliosa 
quella della costruzione delle navi : si aiutava de' legnami indigeni : 
nata fin dai tempi dei Medici, poco o nulla aveva progredito: il suo 
grande sviluppo data da questo secolo: quasi la industria privata 
vergognasse dell'avvilimento in cui il Governo avea gettato la ma- 
rina dello Stato, e si studiasse costruirne una nuova. Il numero dei 
bastimenti mercantili che nel secolo scorso appena giungeva a cento, 
nel quarantanove superava ]i trecentocinquanta, della capacità di 
ventimila tonnellate (263): salivano in quelli, duemila e cinque- 
cento marinai. Il movimento marittimo nel porto di Livorno era di 
ottomila legni per anno, capaci di ottocentomila tonnellate. Le imbar- 

cagioni potevansi valutare tonnellate : gli arrivi per la somma 

dei suoi traffici superava li milioni. Sopra novantamila abi- 
tanti, ventiquattro case di commercio possedevano più di un mi- 
lione: taluna anche otto o dieci: un quarto di esse erano toscane : le 
altre oriunde straniere : il maggior numero greche e ricchissime. 
Nondimeno, nullo era lo spirito di associazione ;x tutto compievasi per 
isforzi individuali : anco i legni, di qualunque portata fossero, appar- 
tenevano a un solo: basti che non un sol vapore mercantile avea 
bandiera toscana. 

XLII. — Tali erano le condizioni commerciali dello Stato. Diffi- 
cile il dire se omai fosse giunto a un punto , oltre il quale non 
gli fosse conceduto il far cammino , finché o il Governo, o le associa- 
zioni private non aiutassero i traffici, con una considerevole marina 
od altri modi ; e la Toscana rimanesse in mezzo a Stati con cui non 
potea moltiplicare gli scambii. Perchè un sol trattato di commercio 
avea in Italia, col Piemonte, un semplice accordo con Roma pegli 

(263) V. Suir avvenire di Livorno , discorso del prof. Bonaini, Ietto al- 
rAccademia dei Georgofili il 1« giugno 1856. V, Torelli , Avvenire del s 
commercio europeo, t. IH. 

Rivista C. - 16 



242 RIVISTA CONTEMPORANEA 

approdi: nissuno di ferrovie, di telegrafi: le proprie linee ammezzate, 
tronche ai confini, colpa i diversi umori e sistemi che oltre quelli 
prevalevano. Piemonte oppresso dal protezionismo, Roma da ordini 
empirici, convenevoli tutto al più a terre allor allora scoperte dal- 
l'acque dalla civiltà. Non sarebbe facile il dire che cosa avesse 
potuto la Toscana accomunare con que' Stati, se prima essi non si 
fossero sollevati fino a lei, od ella non avesse rimesso parte della sua 
libertà commerciale. Finché adunque le relazioni fra Toscana ed i 
vicini erano difficili come quelle con la Cina o l'India ; ed i prodotti 
suoi, perseguitati A^onfini da dazii enormi, come le merci russe o 
inglesi, le industrie e le arti non potevano sperare un gran sviluppo. 
Il contrabbando, è vero, si intromettea fra le produzioni toscana e le 
dogane nemiche, in specie dal lato di Romagna ; ma i fabbricanti non 
poteano doppiare i loro prodotti sperando salute dal contrabbando : 
sfuggivano quindi le migliorie, perchè il frutto non dava compenso 
ai sacrificii : produceano non secondo le materie prime dello Stato o 
il genio inventivo degli abitanti, ma in ragione dei bisogni locali 
e delle probabilità dello smercio. Così avveravasi per Toscana quel 
che potea dirsi di tutta Italia, che il lavoro era mal distribuito, le 
industrie spostate dai loro naturali luoghi, e i prodotti contro genio: 
dal che la mediocrità loro. Il vapore avea rese libere le navi dai 
venti, le ferrovie eransi sostituite alle rotabili, il telegrafo avea sop- 
presso le distanze, spostati i grandi centri della mercatura, molti- 
plicati i rapporti, fusi gli interessi degli Stati in Europa, in tutto fi 
móndo, meno che in Italia: ove perfin la Toscana, vessillifera al 
mondo di libertà commerciale, non avea potuto fare un passo dal di 
in cui raggiunse il massimo di quella prosperità che da leggi 
ottime, picciolezza di Stato, e guerricciuole di dogane nemiche, le 
era consentita. 

XLIII. — Nondimeno la popolazione che alla metà del secolo 
scorso era di ottocentomila, e nel cominciar di questo un milione 
e cento, era giunta nel quarantanove a oltre un milione e sette- 
centomila (264): né parca dovesse arrestarsi qui. Cagion dell'aumento, 
legge davvero universale , la prosperità dello Stato : e di questa , 
il libero scambio ch'erasi sostituito ai vincoli ed alla protezione, 
e la libertà agricola, la quale avea spezzate le servitù rurali. Il 
che mi invita a conchiudere questo quadro, discorrendo le leggi 
che vegliavano all'agricoltura, e le condizioni della piU laboriosa 
parte della popolazione. 

Non è dato bene intendere il moto ascendente della ricchezza 



(264) V. Zuccagni Orlandini, Ricerche statistiche sul granducato di To- 
scana, tom. I. Rendiconto della finanza toscana 1847-48-49-50, 



Studii Storici b amministrativi 243 

territoriale toscana, senza volgere per un istante le spalle al presente, 
e riguardare un secolo addietro. Allora lo Stato potea dirsi unità 
immaginaria, e il diritto di proprietà il più dubbio di tutti i diritti: 
cinquanta feudi sbocconcellavano lo Stato : vincoli d'ogni maniera 
isterilivano il suolo. Principe e villici alle prese, quello co'feudatarii, 
questi co' padroni. Un terzo del suolo era campi e pascoli: il resto 
boscaglie, roccie e paludi : i miasmi , nell'estate vi fugavano i vil- 
lici : privilegi ed esenzioni richiamandoli, sospingevanli a morte: tagli, 
colmate, e argini, impotenti a ridar salubrità a tanta parte di suolo: 
onde sopra ottanta miglia quadre, solo ottocentomila abitanti, cento 
per miglio. La proprietà era indivisa, ristagnante da secoli, privilegio 
del clero, de' feudatari i, de' nobili d'ogni grado e ragione: scarsa 
parte aveano cittadmi e villici : proprietà sol di nome ; conferiva 
obblighi; nulla più (265). Era privilegio de' ricchi sopra le terre dei 
poveri, la caccia, la pesca : privilegio di quelle terre, le servitù di 
pascolo, macchiatico, legnatico: de' villici le servitù personali, l'obligo 
di abbandonare il ricolto, frutto dì tanti sudori, per lavorare a strade 
ed opere pubbliche, quando da feudatarii o da Comuni n'erano ri- 
chiesti. Vietato lo sboscare senza licenza, l'escavar miniere, ricercar 
tesori, monumenti, piantar tabacco, coglier sale ; le imposte a ca- 
priccio; fallaci le stime de' beni; immuni quelli de' feudatarii, del 
principe, del clero: fra i privilegii, quello per cui lo spendivendolo 
de' conventi avea diritto scegliere su mercati il meglio, prima che 
altri: gravi multe ai contravventori. Ricordo altri vincoli perchè diano 
ragione del come la condizione dei villici fosse abbietta, le leggi fi- 
scali, il suolo incolto. Era vietato il vendemmiare senza licenza del 
giudice: obbligo denunciare il ricolto, il nascimento del bestiame, 
le vendite : gabelle per ogni dove, il divieto di circolar frumenti, il 
prezzo legale dei ricolti, le decime, le privative, fin per la vendita 
del pane, le tasse fin sui macinati, il sigillo delle carni, cause di 
frequenti carestie, assottigliavano il rozzo e scarso nutrimento che 
i villici aveano a dimezzare ai loro figliuoli. I ricoveri loro, tugurii 
da metter pietà: rovinavano per la incuria de' ricchi, i quali faceano 
parsimonia di puntelli a salvar la vita di chi si frangea tutto il di 
l'omere per essi : ninna legge proteggea il patto colonico : in potestà 
de* possedenti rimandare i villici, anche prima che la terra loro avesse 
resa centuplicata la semente: due pesi, due misure pei dritti e do- 
veri de' padroni e de' servi : quelli liberi di scacciarli ; questi non li- 
beri di irsene: l'aratro, gli arnesi rurali, unica ricchezza del povero 
colono, strappati da padroni inumani a que' miseri quando più aves- 

(265) La collezione delle Leggi Medicee è piena zeppa di vincoli alla 
proprietà terriera. V, Cantini, Collezione delle Leggi Medicee. Sono volumi 
XXIII. 



244 RIVISTA CONTEMPOBANBA 

sero mangiato di quel che la terra, tormentata da essi, avesse loro 
prodotto; e bene spesso non valeva cader sfiniti sul solco per me- 
ritar un salario che saziasse la fame. Vita sordida, miseranda, finché 
gli stenti, carestia, o alluvioni li toglieano a' patimenti. Cosi la 
cultura del suolo circoscritta da secoli, non ardiva spandersi, e né 
i ricolti, nò la prima e più ricca derrata, che è Tuomo, moltiplica- 
vansi, secondo che i terreni bisognosi di abitatori richiedevano. 

Ora dal secol scorso al quarantanove, tutto era mutato. Chi conti 
la popolazione d'allora e d'oggi, indaghi quanto fruttasse il suolo, 
e quanto ora frutti, confronti la mutata ubertà de' terreni, il numero 
de' proprietarii, i vincoli d'allora con le nuove leggi, la Toscana di 
un secolo fa, con la Toscana del quarantanove, quei rimarrà oltre- 
modo colpito dalla trasformazione, in specie agricola, e benedirà al 
principio che operava il miracolo. I feudi non erano più (266) : i fi- 
decommessi disciolti (267): parte delle manimorte riscattate mercé 
l'enfiteusi : leggi provvide limitavano i nuovi acquisti del clero, 
disfacevano le immunità d'ogni specie, sottoponeano agli oneri dello 
Stato i beni, siano chiesaici o laici, privati o regii, ninno escluso: 
non v'erano più servitù di pascolo, di legnatico, di macchiatico (268), 
nò ogni altra limitazione al diritto di proprietà : liberi omai gli sbo- 
scamenti (269), la escavazione di miniere (270), la ricerca di tesori. 
Nissuna privativa di caccia, così odiosa a poveri coloni (271), libera 
la pesca, la circolazione dei prodotti, la vendemmia senza licenza 
del giudice (272). L'obbligo di denunciare i ricolti, le contrattazioni, 
la nascita del bestiame, le gabelle senza numero, quelle sui ma- 
celli (273), sul macinato, omai eran ricordo di un tempo fortunata- 
mente trascorso. Le servitù personali, le comandate, abolite dal prin- 
cipio che vuole liberi gli uomini, e non meno i villici che i proprie- 
tarii. Innanzi alla legge erano uguali e gli uni e gli altri : anzi, 
quasi a premio di loro fatiche , in special modo proteggevansi i 
coloni : durante la seminagione o il ricolto , non potevano essere 
molestati per debiti, e neppur dai tribunali , meno che per delitti 
comuni. I bestiami aratorii , e gli arnesi rurali , unica ricchezza 
di quei miseri, erano per legge dichiarati proprietà intangibili: in 
facoltà di quelli come dei padroni il disciogliersi dal patto colo- 



(266) Legge 29 aprile 1749. 

(267) » Giugno 1747, 23 febbraio 1789. 

(268) « Abolite nel 1766. 

(269) » 20 gennaio 1776, 24 ottobre 1780. 

(270) » 5 agosto 1780, 13 maggio 1788. 

(271) » 13 giugno 1772, 26 ottobre 1773, 24 febbraio 1781. 

(272) » 18 marzo 1786. 

(273) » Abolita il 16 novembre 1824. 



s 

ti 



STUDn STORICI E AMMINISTRATIVI 245 

nico (274), date certe condizioni di modo e di tempo. Cosi ragricol- 
tore in nessuna parte d'Italia era protetto, e pari al padrone, come 
in Toscana. 

Non è meraviglia se emancipata la proprietà e la industria, venne 
colà in grand'onore l'agricoltura, ed i proprietarii, non più oppressori 
de' coloni, si diedero a migliorarne Je condizioni. Che anzi si vide 
cosa, a cui in Italia già da tempo erasi disusati : i ricchi e quelli 
che a ricchezza aggiungevano nobiltà, volgersi all'agricoltura, ed 
onorarsene, a mo' degli antichi. Cessato il pregiudizio che l'arte 
agraria fosse solo arte pratica, vi erano giornali e scuole di coltiva- 
zione, patrono ora il Governo, ora privati : un'accademia detta dei 
Georgofili (275), già da un secolo vegliava attenta alle migliorie del 
suolo (276), omai prediletta occupazione degli ottimati. I Ridolfi, i 
Capponi, i Ricasoli, dopo le sventure del quarantanove, erano a quella 
ritornati, pronti a lasciare i campì, ove un'altra volta la patria avesse 
duopo de' suoi cittadini. 

Per queste leggi e provvisioni, la ricchezza del suolo, la cultura, 
il numero degli abitanti andavano crescendo ogni anno : la proprietà 
che nel secolo scorso potea dirsi privilegio di pochi, erasi ridotta in 
frammenti. Il catasto (277) avea quattordici anni innanzi numerato 
centoquarantaseimila proprietarii, dodici ogni cesto abitanti, sopra 
una superficie di sei milioni e cinquecentomila quadrati (278), im- 
ponibili di una rendita al di sopra di quarantotto milioni di lire: 
il medio possesso era perciò di quarantatre quadrati, la media rendita 
di trecento lire. Fuor della causa pia ecclesiastica e laica, la quale avea 
un dodicesimo del suolo, con una rendita di oltre tre milioni di lire, 

(274) Legge 2 agósto 1785. 

(275) La fondò il Montelatici nel 1753 : auspice il governo. V. Som- 
mario storico degli studii e vicende deirAccademia de' Georgofìli nel 
primo secolo di sua esistenza per M° Tabarrini. Firenze 1853. 

(276) Può ben dirsi che quell'accademia stette ognora a guardia dei 
principii economici del Bandini, del Neri, del Fabbroni : pronta a stridere, 
tanto che la udisse tutta Toscana, se il Governo s'attentasse manometterli. 
Gli accademici discutendo di economia, di pastorizia, di prosciugamenti, 
s'addestravano per ben altre discussioni. Uno scrittore vivace notò già che 
da essa uscirono i Mirabeau i Barnave in sessantaquattresimo del 1848. 
Con più ragione può dirsi che di là uscirono quelli che condannarono al- 
Tostracismo la dinastia di Lorena nel 59. Certo è che l'Accademia de' Geor- 
gofili iniziò i Congressi scientifici, le Casse di risparmio, gli Asili d'in- 
fanzia, le Scuole di mutuo insegnamento: per le sue cure venne aperto il 
Liceo di storia naturale in Firenze; fu a capo d'ogni utile impresa; acqui- 
stò e mantenne grandissima autorità, tantoché il Governo ne insospettì. 

(277) Rapporto sull'operazione catastale del 30 novembre 1834 dell' In- 
ghirami Paoli e Lapo de' Ricci. 

(278) Il quadrato agrario toscano è di 10 mila B quadre : un miglio è 
di B 2833 1(3: il B sta al metro come 583,626 sta a 1,000,000. 



246 BIVISTA CONTBMPORANBA 

il maggior de' proprietarii era il Granduca per quasi ottantamila qua- 
drati, ed una rendita imponibile di quasi mezzo milione: non più di 
dieci aveano una rendita maggior di centomila : sol ventuno più di 
cinquantamila : le proprietà al di sopra di diecimila lire annue, eran 
quattrocentocinquanta: da cinquemila a diecimila eran settecento- 
cinquanta : da mille a cinquemila eran seimila : da cinquecento a 
mille più di settemila : da cento a cinquecento più di iirentunmila : 
per ultimo possedeano da una lira a cento di rendita imponibile ben 
ottantottomila (279). Cosi spartita la proprietà, ragion volea si dif- 
fondesse la cultura. Mentre nel secolo scorso a stento un terzo del 
suolo era a campi e pascoli, nel quarantanove, sopra sei milioni e 
mezzo di quadrati, settecentomila erano a viti, cinquecentomila a 
ulivi, un milione a frumenti, quattrocentomìla a castagni, un mi- 
lione ed ottocentomila a pasture, meno di altrettanti eran boscaglie, 
roccie, strade, acqua, paludi (280). La esportazione dei prodotti, che 
nel secolo scorso appena giungeva a quattro milioni di lire (281), 
potea dirsi nel quarantanove quasi otto volte più. Fra quelle v'erano 
tre milioni di sete : undici di cappelli e treccie di paglia : sette di 
olio (282) : due milioni e mezzo di sai borace : quattro di legname 
da costruzione: sette di grano gentile. La libertà economica, mol- 
tiplicando i prodotti e le proprietà, faceva del toscano forse il più 
agiato popolo d'Italia, sebbene il terreno da cui traeva l'alimento, 
non ne fosse il più ferace : in ragion della prosperità , crescevano 
ogni anno , di ben quindicimila gli abitanti : cento che erano per 
miglio quadro eran divenuti duecento: i coloni nella proporzione di 
quarantaquattro a cento (283): i proprietarii di dodici a cento: ai 
bisogni della popolazione bastava la ricchezza del suolo: la emigra- 
zione era scarsa : a ninno mancava né il pane né il tetto, né i soc- 
corsi nella vecchiaia : agiatezza quasi in ogni dove, povertà in pochi 
luoghi , miseria in nessuno. 

XLIV. — Nondimeno, accosto a vigneti e campi fertilissimi dis- 
sodati dalla man dell'uomo, erano luoghi paludosi ove i miasmi, 
le febbri^ lo squallore della natura, resistevano a fatiche, a tesori, 
a scienza con cui volevansi mutare in lieti ed ubertosi campi. Di- 
scorrendo quanto vi fu compiuto, e quanto recalcitrò a' costringimenti 
dell'idraulica e dell'uomo, avrò detto qual fosse lo stato di quella 

(279) Statistica ufficiale. V. Gazz. di Firenze, gennaio 1848. Zobi, Ma^ 
nuale degli ordini economici. 

(280) Risultanze catas/ali. 

(281) r. Carli, op, cit, 

(i>82) r. Zobi, Mannaie, p. 423, prospetto comunicatogli nel 1841 dal 
Governo. 
(t>83) V. Zobi, Stor, di', t. 5, p. 823, 



STUDII STORICI E AMMINISTBATIVI 247 

tanta parte di suolo, correndo Tanno quarantanove. Da lunga età, 
in Toscana, narrasi di luoghi ove i miasmi e le malattie fugavano i 
villici, lieti serbar la vita rinunciando ai ricolti: privilegii e doni 
invano tentavano richiamarli a cogliere una ricchezza che uccidea. 
Opere di varia ragione, fatte qua e là da privati e principi, a mi- 
gliorare quelle paludi, s'ebbero alcune buon risultato, altre no. Co- 
simo I avea incominciato, Ferdinando I e Leopoldo I proseguirono 
a sciugare il pian di Pisa dalle acque putride. La vai di Nievole, 
oggi amenissimo giardino, cent'anni fa palude, crudele alle vite, 
ingrata alle fatiche degli uomini : le acque che da poggi scendevan 
pure e schiette, giunte al piano si spandevano e si corrompevano : 
miasmi perigliosi : la estate mortale. Sovra ottomila abitanti nel 1756 
perirono seicento. Oggi è lieta di verdure, di vigne, di casolari, di 
villici, d'acque pure, di ricolti : gli studii del Fossombroni, la virtù 
dell'idraulica, il danaro dello Stato, fecero il miracolo. Val di Chiana, 
lunga sessanta miglia, sparsa di paludi, vedova di case e di coloni, 
era sepoltura pegli arditi, luogo di pena ai condannati, sgomento a 
ogni uomo. In men di ottantanni sparirono gli stagni, li bassi piani 
colmati col limo de' colli che fiancheggiano la valle : l'acque allac- 
ciate/ costrette in canali e bacini : l'aria divenne pura; lieto il sog- 
giorno : fecondi i campi ; giardino e granaio di Toscana. 

Restava la Maremma (284) : dai confini del pian di Pisa, agli 
Stati della Chiesa scorre lungo il mare sessanta miglia, s'addentra 
a terra diciotto. Rinomanza infausta vi ha il pian di Grosseto, aria 
letale, acque putride, febbri e sepoltura ai viventi. Da quanti secoli 
l'aria e l'acque vi siano corrotte, il suolo contristato da ogni ma- 
niera di guai, e luogo di pena a rei o a vittime dei rei, non v'ha 
istoria che lo dica. La tradizione s'abbuia nella più remota antichità, 
da apparir caso recente quel della misera inanellata a chi la trasse 
viva in maremma, ove si disfece (285). Poeti e prosatori, lungo i 
secoli, fecero piangere le nostre fanciulle con pietose leggende (286) 

(284) Infiniti gli autori che ne discorrono : nominerò 1 principali : Sal- 
lustio Bandini. Discorso economico. — Governo della Toscana sotto Leo- 
poldo I. — Memorie del Bonificamento delle maremme, del cav. Tartini, 
1838. — Zobi, Manuale. — Storia civile. — Memorie economiche e stati- 
stiche sulle maremme toscane, del D^ Salvagnoli , 1846. — Rapporto sul 
Bonificamento delle maremme dal 1828 al 1859, di Ant. Salvagnoli , fatto 
per ordine del Governo della Toscana. 

(285) Dante, Purg., Canto V, 135. 

(286) Il Sestini, nella leggenda della Pia, cosi descrive la Maremma: 

Acque stagnanti in paludosi fossi , 
Erba nocente che secura cresce 
Compressa fan la pigra aria di grossi 
Vapor d'onde virtù venefica esce: 



248 BIVISTA CONTEMPOSAMSA 

di chi vivo era colà costretto a sorbir miasmi, e sepolto. La pietà 
de' viventi, la carità del natio luogo, la vanità di compiere opera 
soventi tentata , voluta sempre , compiuta mai , aveano già indotto 
i principi a seppellirvi qualche milione in lavori e fatiche sterili. 
Francesco II vi chiamò una colonia dei Lorenesi : die a ogni fa- 
miglia un moggio di terra a grano, un altro a vigne, ulivi e orto : 
due buoi, una vacca, due pecore, gli arnesi rurali, le sementi. Di 
mille ch'erano, pochi scampando alla malsania rividero la dolce 
patria : gli altri perirono. La maremma restò quale era. Leopoldo I 
offerse (287) la libera proprietà dei beni a chi li asciugasse, privi- 
legii d'ogni maniera: s'accinse a lavori idraulici: costaron due mi- 
lioni: non n'ebbe frutto: né di lui riman colà vestigio. Intanto si 
disputò sui rimedìi, e chi disse bastar l'idraulica, chi sane leggi 
economiche, chi privilegii, chi libertà illimitata, a ridurre feconda 
e sana la maremma ; chi disse una, chi altra sentenza. Le dispute, 
le male prove, poi i rivolgimenti napoleonici sospesero i lavori: li 
riprese Leopoldo II nel ventinove. Dall'avo e da alcune esperienze 
di privati (288), ebbe egli l'esempio, gli eccitamenti dal Fossom- 
broni, e più che dai guai del suolo, la spinta a tentar l'impresa 
dalla vanità e speranza di compierla. Boria e nullaggine fin nel par- 
larne a sudditi (289) : aver raccolti quanti lumi dava l'istoria, la 
scienza e la pratica: voler compier l'opera, senz'aggravio alcuno ai sud- 
diti, e da solo e presto e bene: chiudesser la bocca e gli occhi e non gli 
riaprissero che a lavoro compiuto : non avrebbero atteso un pezzo (290). 
Il disegno era questo : come già fecesi per Valdichiana, colmar le 
bassure, prosciugarle allacciando l'acque, ridurle a campi : ma innanzi 
tutto, vincer la malsania, sperdendone la causa, il palude di Casti- 
glione, da ridursi, come fu un tempo, a lago, versandovi l'acque 

E qualor più dal sol vengon percossi 
Tra gli animanti rio morbo si mesce , 
Il cacciator fuggendo da lontano 
Monte, contempla il periglioso piano. 

(287) Decreto 9 febbraio 1769. 

(288) I Gherardesca dal 1780 al 1840 bonificarono la vasta tenuta di 
Bolgheri fino alle terre di Bibbiena e Castagneto nelle maremme: Tacque 
allacciarono: oggi aria sana, ubertà, sestuplicato il ricolto e la popola- 
zione. In Val di Nievole i Peroni colmarono la tenuta di Bellavista. 

(289) Decr 27 novembre 1828. 

, (290) Il Vieusseui scrisse il 1® marzo 1829 ai ministri Corsini e Fossom- 
broni, chiedendo poter discorrere neW Antologia della Maremma, tesserne 
la storia, scriverne i mali, i rimedii. Gli fu negato. Un primo articolo in 
cui levava a cielo il concetto di Leopoldo 11, ed attestava la riconoscenza 
de* Toscani per quella impresa, venne dalla censura barbaramente muti- 
lato. Diffidavano fin delle lodi. Il Vieusseux dovè abbandonare il campo : 
cose incredibili, e pur vere. 



STUDII STOBICI B ÀMMINISTBATIVI 249 

deirOmbrone, deviato dal suo naturai letto. L'ardito concetto del 
Fossombrone ebbe mende frivoli, esperienze fallaci, contraddittorie, 
colpa chi dovea eseguirlo, e del principe, che ad averne proprio 
tutto il merito vi mettea voce e lìngua a sproposito. Nondimeno un 
canale costrutto in sedici mesi, da cinquemila operai, mille per 
miglio, scaricò Tacque dell*Ombrone nella palude: poi dovè allar- 
garsi perchè angusto: lenta seguiva la colmatura: il limo recato 
dairacque ingombrando lo sbocco nella palude, venne aperto altro 
sfogo, braccio al canale. Né bastò : fu tentato colmar la superior 
parte del lago, scaricandovi la Bruna, la Sovata, influenti impetuosi, 
che più volte rupper gli argini e si squagliarono nell'abitato. E con- 
venne attenersi alle sole acque dell'Ombrone e da quelle attendere 
la lenta colmatura del lago. Altrove altre opere : la colmatura dello 
stagno di Scarlino : Orbetello a traverso lo stagno di questo nome, 
congiunta per una diga al promontorio Argentaro : nel pian di Pisa, 
prosciugati gli stagnuoli di Vada, il lago di Rimigliano : i latifondi 
Vada e Cecina, paludoso il primo, selvoso il secondo, ambo proprietà 
del demanio, vennero dissodati, ceduti a privati, ricoperti di caso- 
lari e di abitanti. L*opera de' privati, aiutando quella del Governo, 
colà il successo fu splendido. 

Ma quel che altrove era farmaco, per maremma, appariva inutil 
sperpero di scienza, arte, forze e tesori. Venti anni di lavori indefessi 
aveano inghiottito venti milioni (291), distrutte le illusioni de' cor- 
tigiani, moderate le borie del principe, e la speranza nutrita da 
questa generazione di vedere l'opera & fine. Vero è che la misera 
provincia erasi in venti anni vestita qua e là di.oliveti, di vigne 
e campi, di casolari, di armenti, aperto il petto a nuove vie, a ci- 
sterne, difesa da torrenti : avea allacciate l'acque disperse, arginati 
i fiumi, sorretti i ponti, mutati più lagaccioli in campi fertilissimi, 
aggiunto nel padule di Castiglione acqua ad acqua. Né le morti, 
le febbri, i miasmi, eran scomparsi, gli abitanti moltiplicati, la sa- 
nità protetta dalla malaria. Le vicende del quarantotto, la fuga del 
principe, la sfiducia dei più aveano distolto l'animo da quelle cure, 
rallentati i lavori: onde i guai si rigeneravano, e non incontrando 
impedimenti s'accrescevano. Il clima mite in inverno, soffocante in 

(291) Nel Rendiconlo della finanza a tutto il 1847 figurano spesi 
15,540,567 15 per la maremma 

337,000 -— pei piani di Vada e Ceima, oltre a 
2,570,000 — spesi da privati. 
Nel rendiconto del 48-49-50 
apparisce : 402,410 — pel 1848 

251,734 — pel 1849 

L. 19,101,411 15 



250 RIVISTA CONTBMPOBANBA 

estate: in quella, sciami di villici (292), cittadini, fin le autorità 
del luogo, fuggivano ogni anno le esalazioni letali : i lavori dell'in- 
verno devastati dagli armenti: i ricolti perigliavano la vita di chi 
attendeva a mieterli : povertà per chi fuggiva : morte a chi restava : 
e sovente pena meritata a chi, restando, faceva suo l'altrui. Tale 
era la condizione della maremma : rigogliose le piante palustri, tanto 
più copiose e letali le esalazioni: i monti a ridosso le paravano i 
venti, le serbavano accumulati i miasmi della terra. Alle acque che 
discendono da colli, e nel basso si ammelmano, andavan miste acque 
minerali, pregne di gas o di pestilenza. Quelle che le avrebbono 
recato sanità, si precipitavano ne' fiumi, e si versavano al mare: 
quelle putride ristagnavano. Onde la malsania con varia ragione era 
infesta nel piano, a pie' de' colli che accerchiano la maremma, su 
per le pendici, in cima a monti, e giù nelle convalli. Per tanti guai, 
nissun farmaco. 

Dal golfo della Spezia fino a Gaeta (293), regna malaria : di in- 
certa intensità: ove sono maggiori paludi, più mite : ove minori, più 
perversa : là infesta, ma sol ne* dintorni de' luoghi umidi : qui, a 
molte miglia, negli asciutti campi, sin pei colli, a ridosso de' tugurii. 
11 cielo questo privilegio diede a Toscana. 
Novara li 10 settembre 1862. 

Enricx) Pani Rossi. 



(292) V. Notizie e considerazioni intorno l*agro Grossetano del barone 
Bettino Ricasoli. 

(293) V. Memorie su la condizione idrografica della maremma Veneta, 
e le bonificazioni cui è suscettibile, del cav. Paleocapa. Venezia 1848. 



251 



BABA-DOKIA 



A S. A. S. LA PRINCIPESSA ELENA 

PRINCIPESSA REGNANTE DEI PRINCIPATI RUMANI 



Ti risovvenga del materno affetto, 
Nessun mai ti amerà dell'amor mio. 
Giusti. 



Alta era la notte, le stelle brillavano nel firmamento, spandendo 
una luce soave e melanconica sulla terra ; l'aura accarezzava molle- 
mente i fiori e muoveva a dolce susurro le fronde e la luna inargen- 
tava i fiotti del mare cosi da parere tante lame d'argento guizzanti 
sulle onde. 

Bella nott&, tutta profumata. 

Fra le piante di aranci ed i cupi leandri avanzavasi mestamente, 
a passo tremante ed incerto, una donna, sfinita in volto, ma nulla- 
meno ancora bella, di una bellezza foriera di vicino tramonto ; mezza 
velata pareva un'ombra vagando in cerca della sua amica; di fre- 
quente passava la mano nella sciarpa che cingeva i suoi fianchi, e 
sembrava volesse con quel moto frenare i battiti ineguali e rapidi 
del suo cuore; si fermava, guardava di quando a quando il cielo 
con occhi languenti, quasi chiedendo aita, e poscia tremolanti e 
lagrimosi gli abbassava al suolo. 

Dopo lunga e penosa via, fatta lentamente fra piante ove nessun 
sentiero indicava esservì una meta, soSermossi un istante; pareva 
che non potesse ire più oltre, tanto erano folte le macchie di spini e di 
virgulti ; non però si aperse colle mani un varco, e dopo breve tratto 
di cammino entrò in una misteriosa grotta. Era quel luogo certa- 
mente conosciuto da ben poche persone, giacché le piante e Tederà 
rampicante ne celavano l'ingresso. 



252 RIVISTA CONTEMPORANEA 

In quella grotta la bella ma languente donna si buttò in ginocchio; 
le mani alzate supplichevoli verso il cielo , orava invocando la pietà 
divina ; sebbene a stento potesse proflFerire le parole, pure un nome 
distinto esci va dalle pallide sue labbra. — Fatima! — Ah il cuor 
di una madre trova sempre vigore quando si tratta dei figli ! quella 
donna cosi soffrente, chiedeva al cielo di lasciarla vivere una vita 
peggior della morte , onde potere allevare la sua figlia ; la sua 
cara Fatima. Quel sentimento faceva sì che raccogliesse l'estreme 
forze che le rimanevano per continuare una vita che, se non fosse 
stata madre, ne avrebbe aflFrettata la fine; anzi, allorché aveva la 
figlia a sé dappresso, vi sarebbe detto ritornata in salute e ringiova- 
nita per folleggiare con lei, e nasconderle ch'era per lasciarla orfitna 
e deserta in terra. Quali contrasti! Una donna disavventurata e 
morente vestita a festa, presso ad un palagio, nascosta, a ginocchio in 
una grotta ; una sultana pregando di soppiatto il Dio dei cristiani I 

Essa non era di sangue musulmano : essa aveva nell'harem per- 
durato nella religione di Cristo ; ed in quella con tutta cura ed in- 
finito zelo aveva allevato la sua creatura, ma per ciò nascondere 
alle schiave dell'harem, aveva dovuto insegnarle la sua lingua ma- 
tema, ch'era affatto diversa dalla tatara favella. 

Da piccina Fatima fu quindi educata alla virtù ed all'amore della 
patria di sua madre. La sultana le dipingeva coi colori più avve- 
nenti il bel paese che l'aveva vista nascere, e provava ineffabile 
consolazione nello scorgere i rapidi progressi che faceva quella sua 
creatura, la quale, già dimostrava sarebbe stata di carattere perse- 
verante più di lei stessa, e maggiormente bella. Però questa singo- 
lare avvenenza le dava martello, perchè a lei era stata causa d'in- 
felicità; oh quanto aveva maledetto di essere la più bella dell'harem, 
e quindi assunta al grado di favorita. Triste onore che , essendo 
cristiana, abborriva. 

La sultana, sempre inginocchiata ed immobile in quello speco, 
come se rapita in estasi, rivede tutto il suo passato trascorrerle len- 
tamente dinanzi gli occhi ; vede sua patria, la sua famiglia, le tra- 
versie patite, gli accidenti singolari di cui fu vittima, e tenebroso 
le si presenta l'avvenire! 

Balza in piedi esce dalla grotta, guarda le stelle, e vede essere 

l'ora già avanzata. L'alba era per sorgere, e lunga via deve anco A 
fare per giungere all'harem senza lasciar conoscere che n'era stata 
alcune ore assente; non ha tempo da perdere, e s'avvia quanto più 
sollecitamente le poche forze le consentono; di quando in quando 
si sofferma, perchè ogni rumore del vento che scherza fra le fronde, 
le fa credere di essere ricercata e punita, ed allora paventa di essere 
divisa dalla sua cara figlia, dal solo bene ch'abbia sulla terra, e con 



BABA-DOKIA 253 

novello ardore ripirende la via; fra rincertezza ed il timore giunge 
nelle sue stanze; tutto è silenzio, nessuno saprà quella sua gita 
notturna, potrà ancora recarsi altre volte ad orare nella grotta dive- 
nuta il suo segreto santuario. 

n mattino la sultana era assai male perchè la veglia erasi troppo 
stancata ! Poche speranze rimanevano di salvarla, sentiva che la sua 
ora estrema stava per giungere a passi veloci, non cercava ad illu- 
dersi ! Le sue schiave piangevano, pensando al rischio di perdere la 
loro buona signora. 

Contro l'uso consueto dei Musulmani, un certo Radamante e la 
sua famiglia avevano libero accesso nell'harem. La sultana lo fece 
chiamare a sé, e cosa gli disse ? nessuno lo seppe, solo dopo quella 
conversazione la povera derelitta aveva aspetto più calmo, anzi sor- 
ridente. 

Rimasta sola, chiamò a sé dappresso Fatima ; le baciava la fronte 
e chiudendole gli occhi colle scarne dita, le palpava le ciglia fine e 
spesse; povera madre! erano le ultime carezze che le prodigava, e 
voleva largamente profittarne ! la fanciulla con tutto cuore eonrìspon- 
deva e si smarriva nello scorgere la sua diletta madre cotanto in- 
ferma. Bene quella tentava di farle credere non sentirsi tanto male, 
ma non poteva riuscire ad ingannarla; povera Fatima! che non 
avrebbe dato per riavere la madre sua in salute ! 

La sultana considerando che ogni istante che perdeva incaresze 
sarebbe stato tolto al poco che rimanevale su questa terra, fece se- 
dere la ,sua figlia accanto al suo funebre letto, e prese a dirgli: 

— Fatima, poche ore mi rimangono a vivere ; giurami di serbar 
segreto ciò che sto per narrarti. 

— Madre mia! dolce madre, lo giuro; ma tu non morrai, tu non 
lascierai la tua diletta sola su questa terra, oh no: io ti voglio 
seguire. 

— Cessa, mia cara; Dio cosi vuole, e noi dobbiamo adorare i 
suoi decreti; ho assai vissuto; ho lottato contro tutte le avversità 
che mi si pararono innanzi, per renderti felice. Dio infrange i miei 
sforzi a mezza via ; sia fatta la sua volontà ; ora ascoltami : se avessi 
vissuto infinoacchè tu fossi stata grandicella, non ti avrei svelato questo 
segreto, ma spero che tu essendo ragionevole e pia, benché acerba 
d'anni, saprai seguire i ricordi ed i consigli di chi tanto ti ama, e 
tanto ha porte sofferto. 

Ti ho educata nella fede cristiana ch'è la mia religione e quella 
de' miei maggiori, e che seppi conservare in questo harem, ove fui 
forzatamente rinchiusa : oh mia dolce Fatima ! Iddio ti preservi dal- 
l'iliade di mali ch'io sofferei 

Fatima udendo che la voce di sua madrosi affievoliva, le porse 



264 RIVISTA CONTBMPORANBA 

una coppa di un'acqua aromatica ; dessa, dopo averne bevuto alcuni 
sorsi, potè riprendere lena e proseguire. 

— Sui quindici anni io era bella ed i miei genitori erano fieri 
della mia bellezza 1 Incauti ! che triste dono fu per me ! Io era adoc- 
chiata da tutti ; e la rinomanza della mia leggiadria sì era divul- 
gata in lontani paesi. 

La mia patria, cara figlia, ben lo sai, non è la Turchia, né l'isla- 
mismo la mia religione ; lo sai perchè ti ho insegnato la vera fede, 
quella di Cristo, il Salvatore. Permani in essa, e ti sii guida il Van- 
gelo in ogni tua azione. 

Se mai ti è dato. un di essere libera, ritorna nel mio paese ch'è 
tra il Dniester, i Carpazii ed il Danubio, cioè nella Rumania, qui 
detta Bogdania. Là è la mia dolce patria ; là ove sono sepolti i miei 
genitori, sotto zolle che non mi fu dato d'irrorare colle mie lacrime; 
oh mia Fatima, ama quel paese ; che quello è la tua vera patria ; 
io ricordo le dolci acque della Dumbowitza, il maledetto Pruth (1) e 
le nevose cime dei monti Butcegi ; ricordati che il tuo cuore deve 
battere sempre costante a due amori ; a quello di patria e quello 
della religione ; sciagurata se vi manchi. 

Io, continuò, aveva diletto di passeggiare poco lungi della mo- 
desta nostra abitazione ; non aveva le pompe orientali di queste sale, 
però era ben più felice. A me piaceva dilungarmi alquanto da casa, 
massime verso sera per potere contemplare la luna e le stelle del fir- 
mamento, e godere la brezza della marina. 

Una sera alcuni Tatari che passavano colà , furono colpiti dal 
mio sembiante, risolsero di subito rapirmi ; circondarmi, turarmi la 
bocca colle loro ruvide mani, fu Taffare d'un istante. 

Venni rapita all'improvviso ; le mie lagrime, le mie grida sofib- 
cate non valsero ad intenerire quei barbari, uno di essi mi prese fra 
le sue nerbute braccia, e salito sur un cavallo morello mi pose in 
groppa, gli altri cavalcavano a lui accanto disposti, all'uopo, di re- 
spingere chi si fosse posto sulle loro traccio per liberarmi. 

Non seppi mai se la mia famiglia abbia avuto contezza del mio 
ratto, sebbene qualche pastore potrà forse averle detto di avermi visto 
trasportata da una masnada di Tatari. Poveri i miei genitori ! Chi 
sa se avranno sopravissuto a questa loro e mia disgrazia? 

Tradotta dopo più giorni di viaggio per lande deserte nell'arida 
Crimea, qui fui venduta a MengeliGherai , Chan dell'orde No- 
gaiche che vi erano attendate 



(1) Evvi una ballata popolare contro il Pruth, di cui l'egregio B. Ales- 
sandri pubblicò il testo e la versione francese. V. Ballades et chants popu^ 
laires de la Roumanie, Parigi 1855, pag. XIV. 



bàba-dokia 255 

Non potè proseguire nel lungo racconto delle sue triste vicende 
perchè il favellare l'aveva maggiormente indebolita ; tratto a tratto 
ripigliava facoltà di parola, ma non poteva sviluppare un*idea, e se 
ne valeva per esortare la sua figlia ad osservare fedelmente la fattale 
promessa dì seguire i suoi avvertimenti. 

Alcune ore dopo la sultana spirava fra le braccia della sconsolata 
Fatima I la povera fanciulla erasi gettata sovra il corpo esanime della 
sua madre, la baciava chiamandola ad alte grida ; invano le schiave 
vollero strapparla fuori di quella stanza, non fu possibile: allora chie- 
sero di Radamante, il quale, avendo un'influenza sullo spirito dell'or- 
fana^ la costrinse con dolce violenza a lasciare quel luogo. 

Come tutto divenne tristo per l'infelice! Le splendide sale del- 
l'harem si mutarono per lei in nera carcere ; increscioso le divenne 
persino il ridente, olezzante e' sontuoso giardino , che accerchiava 
la reggia del Chan. Il cielo sfolgorante di Crimea nella tetra 
solitudine del suo cuore , gli sembrava d'ogni luce privo. Ahi 
l'infelice ! 



Chiedea Tusale immagini 
La slanca fantasia, 
E la tristezza mia 
Era dolore ancor. 

Leopardi. 

Radamante era padre di quattro fanciulli, cioè di un maschio e 
tre femmine, la maggiore delle quali era coetanea di Fatima, ed il 
figlio n'era maggiore di cinque anni. 

Egli era un rumano della Moldavia, stabilito in Crimea pel suo 
commercio. Aveva grand'intelligenza ed era patriota a tutta prova. 
Da ben vent'anni commerciava ne* porti del mar Nero, e colla sua 
probità nei traffici, erasi cattivata la confidenza e la stima dei so- 
vrani e dei negozianti di tutti quei paesi. Stefano il grande , vai- 
voda di Moldavia, lo sceglieva per inviar lettere e regali al Chan 
Mengeli-Gherai, e perciò era di firequente in viaggio dall'un paese 
all'altro. 

Il sultano trovandosi debitore di somme ragguardevoli a Rada- 
mante, gli aveva concesso libera entrata nell'harem a lui ed alla 
sua famiglia, ove andava a smerciare stoffe, gioielli e orificerie ; non 
è mestieri il dire quanto questa famiglia fosse cara alla infelice sul- 
tana; con essa ella poteva ragionare della sua terra natale, e par- 
lare la comune lingua, poiché la patria consiste in essa. La nazione 



256 RIVISTA CONTEMPORANBA 

sta oeiridioma che da bambino sMmpara e che perdura sulle labbra 
e nel core, ricordando così le dolci prime fasi della vita. 

Fatima non aveva altra consolazione, fuorché il poter vedere i 
Radamanti ; con essi soli erale concesso favellare della sua genitrice, 
poiché la povera orfana ogni dì sentiva maggiormente il peso della 
perdita fatta; in ogni condizione la morte della madre è per una 
figlia grande disgrazia, ma per lei era più grande ancora : non aveva 
perduto soltanto la madre, ma la maestra, Tamica, la correligionaria 
e quella con cui poteva parlare il rumano. Chiusa fra le mura del 
harem, non poteva nemmanco avere il conforto di svagarsi dalle tristi 
imagini colla vista di nuovi oggetti e di altre persone. A lei, della 
città che abitava era, si può dire, noto soltanto il nome. E questa 
città chiamavasi CaflFa, eretta sulle rovine dell'antica Teodosia dagli 
attivissimi nostri Genovesi , che vi avevano stabilito fondachi ed 
uno scalo, come dicevasi nel medio evo, ed in oggi diciamo Colonie. 
Ivi coll'attività e l'industria di cui erano e sono ancora dotati, fe- 
cero lapide fortune, ed erano diventati i padroni di Caffa, l'avevano 
munita di fortificazioni per riparare 1 loro tesori dalle invasioni dei 
Tatari attendati in Crimea , ed avevano , si può dire, il monopolio 
della navigazione del mar Nero ; im console eletto annualmente da 
Genova, era ivi spedito a governatore. I loro statuti, fondati sulla 
più retta giustizia, erano cosi apprezzati che i Tatari chiedevano di 
esserne retti. 

Venezia, per disavventura d'Italia, sempre rivale a Genova, ve- 
deva con invidia la crescente prosperità dei Genovesi in quel litorale, 
ove anch'essa possedeva alcuni piccoli fondi ; volendone scemare il 
potere, spedì nell'anno 1296 una flotta per abbattere le colonie ge- 
novesi e distruggere da capo a fondo questo grand'eraporio dei li-, 
guri commercianti. La colonia genovese stata sarebbe irrevocabilmente 
perduta , se non fosse stato dell'inverno freddissimo sopragiunto , 
il quale fece perire il terzo dell'armata veneta che si era ancorata 
sotto il comando di Giovanni Soranzo nel mare di Azof (1) per cui 
più non trovandosi in grado di continuare a guerreggiare contro i 
Genovesi, abbandonò la Tauride, ch'era stata creduta un paradiso 
terrestre, e la provarono inferno. La vittoria di Curzola nel mare 
Adriatico riportata dai Genovesi sui Veneziani, condusse le due re- 
pubbliche a stringere un trattato di pace, per cui quelli rimasero 
tranquilli signori del litorale della Crimea, mentre deirintemo con- 
tinuarono ad essere padroni i Tatari. 

Maometto II che voleva vendicarsi di una sconfitta a Berat avuta 
dai Moldo-Valacchi, spedi un'armata di quarantamila uomini con 

(1) Canale. Bella Crimea, Commentarti storici, T. I, p. 202. Genova 1855. 



L 



BABA-DOKIA ' 257 

482 vele, sotto il comando di Ahmed Pascià, ad attaccar nella Tau- 
ride (1) i Genovesi, che sospettava li proteggessero; con tutta la 
ferocia di un barbaro guerriero li vinse, perchè colti alla sprovve- 
duta. Ohiesta ed ottenuta una tregua, il di dopo gli Ottomani, entrati 
in Gaffa e negli altri luoghi dei Genovesi, passarono a fil di spada 
tutti i commercianti Moldavi che si trovavano, ed il cui numero 
ascendeva a 160. Di più scannarono il nunzio di Stefano il grande. 
Fu vendetta atroce, iniqua, ma Maometto voleva lavare l'onta 
sofferta. 

Onde umiliare i Genovesi e ridurli all'impotenza, Maometto se* 
questrò tutti i loro beni e rapì le loro più belle figlie per condurle 
nell'harem di Costantinopoli; centocinquanta adolescenti dell'età dai 
undici ai quindici anni furono destinati al servizio della corte im- 
periale, ad essere di forza arruolati nel corpo dei Gianizzeri, dopo 
peraltro di averli costretti ad abbracciare l'islamismo. 

Miserando spettacolo I lo scorgere tanti giovinetti rapiti ai geni- 
tori, e più di uno di essi imitò Virginio il romano, trafiggendo la 
propria figlia anziché vederla disonorata ; ed i figliuoli invocare la 
morte onde salvarsi dalla schiavitù e dall'apostasia. 

Badamante in questi frangenti aveva perduto la sua fortuna pel 
naufiragio di un bastimento che veleggiava alla volta di Gaffa ; at- 
talchè fu compiutamente rovinato. Per campare si pose a fare il 
dragomanno, come quello a cui erano famigliari più lingue; ma 
per non insospettire i Turchi, diedesi per greco di nazione, onde così 
essere prescelto a condurre a Costantinopoli i cencinquanta giovani 
schiavi, eletti ad essere del servigio del Serraglio sui mille e cin- 
quecento di cui si erano impadroniti. 

Badamantino era in cerca ddla sua sorella che credeva si fosse 
nascosta in qualche luogo remoto, per fuggire alle persecuzioni di 
qualche musulmano. Vagando per ogni dove, ed essendo già notte, 
penetrò nei giardini dell'harem, e mentre stava guardando se dietro 
qualche pianta si fosse riparata la sorella, tutto ad un tratto udì un 
grido acuto: 

— Badamantino, per pietà, salvami ! 

— Fatima? che fai qui mia buona amica? Tu forse ignori che 
in questi giorni Gaffa è posta a sangue e a ruba? 

— Senza saperne i particolari bene, le tremende scene mi sono 
note, e la voce di esser Gaffa caduta in mano dei Turchi fino a noi 
pervenne. Gli è appunto nel trambusto destato da questa notizia che 
io potei evadermi dalle custodite sale dell'harem. Iddio pietoso si è 

(1) Hammer. Histoirede VEmpire oUoman. T. 3, p. 197. Parigi 1836, e 
Canale, Op. cit., T* 2, p. 143. 

XivUta C. — 17 



258 RIVISTA OONTBMPORANBA 

mosso a pietà di me facendomiti incontrare, perchò tu potrai sa^Tarmi, 
Ma di'? come sei qui penetrato in queste ore vespertine? 

— - Cerco la sorella mìa da più ore ; ma zitto I vi sono dei Gianiz- 
zeri ; ritieni il fiato Fatima, affinchè non ci sentano, altrimenti siamo 
perduti entrambi, e per sempre. 

In quello i giovanetti si gettarono in terra, rannioehiandoei come 
più potevano fra mezzo ad odorosi mirteti che li nascondevano agli 
sguardi investigiatori dei Turchi; come i loro cuori balzavano dalia 
spavento! — Baba-Dokia! mormoravano sommessi ad ogni istante; 
potessimo essere presso a te: saremmo sicuri; qui tutto ò contro 
di noi, Baba-Dokia! se tu potessi vederci ed udirci, ci concederesti 
aiuto. 

E colle orecchie tes« giudicavano al rumore dei passi se venivano 
alla loro volta, ed allora tremavano; se se ne dilungavano, riapri- 
vano il cuore alle speranze. Alla perfine, fattosi animo, uscirono dal 
nascondiglio per allontanarsi, ma ad ogni istante scorgevano altri 
Gianizzeri a poca distanza, ed allora o dieteo piante od in messo a 
cespugli cercavano uno scampo; cocd mano a mano si trovarono 
presso la misteriosa grotta in cui soleva inginocchiarsi la sultane. 
Fatima, nel ricalcare le traccio della sua genitrice, si lasciò cadere 
in ginocchio, ed alzò la mente a Dio ; Radamantino cercava al fioco 
chiarore degli ultimi barlumi del crepuscolo, di conoscere s'erano in 
luogo sicuro, e parendogli che al, reputò meglio il soffermarsi tutta 
la notte, che arrischiare di smarrirsi volendo uscire, ovvero di ca- 
dere nelle mani della soldatesca sbandata. 

— Radamantino, odo voci, ascolta vengono qua sono 

i Turchi 

— Zitto paurosa, confida nelFEssere Supremo, e non temere ; ma 
dando questi consigli, egli tremava come una foglia al vento ; voleva 
infondere valore e coraggio nella sua compagna, mentre egli stosso 
era sbigottito. 

Tutta la notte fu un lungo martirio: Radamantino pensava al 
padre ; quanto doveva essere afflitto nel non averlo più visto, e come 
avrebbe creduto che fosse stato o ucciso da Tatari o rapito dai Turdii. 
À vece Fatima, scossa la mente dai ricordi del luogo, parevale ria- 
vere la madre ai lati, e udirne le sante parole. Ma alla perfine, stenca 
dalla troppo lunga commozione, cadde assopite sopra il muschio che 
stondevasi quasi teppeto sul suolo e sulle mura di quella grotte. 

Radamantino l'udì addormenterai e si pose a far da scolte alla 
sua giovine amica, con quell'acute vigilanza con cui il cane sta a 
guardia del suo padrone. 

Cosi trascorse la notte; svegliatasi ai primi albori mattutini, i 
due giovanetti si fecero a studiare come dovevano fare per uscire 



BABA-DOKTA 259 

inoflfidrvati, quando ad un tratto udirono un calpestìo vicino, e poco 
dopo una voce 

— Mio padre, esclamò Radamantìno^ e un raggio di gioia gF ir- 
radiò il volto« 

U povero Badamante era stato tutta la notte in cerca di quel 
suo benedetto ragazzo. Fini col sospettare si fosse nascosto nella grotta 
per isfnggire a qualche insidia, e bene si era apposto ; egli poi co- 
nosceva tutti gli andirivieni di quello speoo, il quale aveva un'uscita 
fuori dei giardini, mettendo in una deserta via dì Gaffa. 

Useiti, non senza che la pia Fatima tralasciasse di ringraziare 
Iddio dell'averla salva , RadamMite condusse i giovanetti a casa, e 
non trovando altro mezzo di scampo per Fatima , le fece indossare 
abiti maschili, e coA l'imbarcò sulla galea che dovea trasportarli a 
GostefitinopoU ; nessun ostacolo, grazie alla sagacità di Badamante, 
s'oppose a questo imbarco. 

Ànehe Mengrii^Ghlierai Chan, ch'era stato fatto prigione, fu indi- 
rizzato in essa città; però vi giunse prima dei giovanetti eletti pel 
serrag^o, i quali saliti sulla nave, diedero un ultimo addio a CafiSa ; 
lamentandone la rovina. 

Fatima poi era doppiamente triste, perchè abbandonava per sempre 
la terra, ove grtacevano le spoglie della sua genitrice, per la quale nu- 
triva così sacro ricordo, da essere divenuto un culto. 



III. 



Tempeste il mar minaccia, 
L'aria di nembi è piena, 
Ma Valma è pur serena, 
Ma disperar non sa. 

Metast., Trionfo di Clelia, 



n naviglio ottomano, forte di più galee, salpò dalla sponda fio- 
rita della Crimea lasciando dietro di sé i profumi balsamici delle 
odorose piante che stanno in riva al mare; procedeva velocemente 
spinto dal ritmico movimento di cento remi. Quando ebbe percorso 
parecchie miglia, i fanciulli rimasero costernati per non vedere più 
se non cielo ed acqua, e tristamente fissavano i loro sguardi nell'in- 
finito con indescrivibile dolore ; sembrava che volessero coi fitti 
sguardi al cielo sollevare un lembo dei misteri della vita e vedere 
ciò che il destino loro preparava; la notte già stendeva il suo manto 
tutto smaltato di brillanti stelle, e quel tenebrore infondeva negli 
animi un non so che di religioso al dolore, per cui quasi unanimi 



260 KIVISTA OONTBMPOBANEA 

8i fecero a pregare per se stessi e pei loro genitori orbati dalla fe- 
rocia musulmana. 

Solo un uomo passeggiava con passo calmo sul ponte della galea; 
la sua alta statura pareva maggiore fra le ombre della notte, e 
quando i raggi di Diana gli battevano in volto, scorgevasi esaere in 
sulla quarantina ; i suoi lineamenti non erano belli, ma esprimevano 
im carattere franco ed ardimentoso, che ingenerava di subito sim^ 
patia; però certi moti impazienti di quando a quando lasciavano tras- 
parire che non trovavasi nel suo stato abituale. 

Quest'uomo era Radamante ; egli pensava alla sorte di coloro che 
lo circondavano ; pensava a suo figlio ed a Fatima appena trilustre ; 
età in cui le illusioni si belle, fresche, poetiche e buone, fanno cre- 
dere universale la virtù; quei due giovanetti così schietti, lindi ed 
impressionevoli all'udire narrare una generosa azione, loro s'inumi- 
diva il ciglio di gioia e di pietà. Ahimè I quante volte in un istante si 
distruggono quelle candide nature e quella confidenza nell'avvenire ! 

Le cure affettuose che Badamante aveva per i giovani genovesi 
lion valevano a consolarli della loro disgrazia ; ricordavano di aver 
lasciato in Gaffa dei genitori, che mai più non avrebbero potuto riab- 
bracciare ; imbarcati sopra diverse galee non potevano neppure divi- 
dere assieme le loro pene, gridavano forte: pietà i come se fossa 
apparso qualche buon genio nel firmamento atto a salvarli, ed i 
barbari turchi se ne beffavano chiamandoli giaurri; quanti diversi 
sentimenti I ' chi crederebbe al vedere , scorrere si tranquillamente 
quelle galee, che in esse si racchiudevano rapitori e rapiti, lagrime 
e dileggi, fiducia di vendetta e certezza di possedimento, libertà 
e schiavitù. 

Vogavano le navi, quando una di quelle tempestose bufere che 
regnano nell'Eusino, sorse ad agitare le onde con furore; trovayansi 
al largo; non eravi tempo di giungere ad un porto per ripararsi; 
quella dolce luce della luna, che bagnavasi brillante e pura nelle 
acque tratiquille, si nascose dietro a nubi spesse e rossigne, nunzie 

di un orribile uragano! Le onde soUevavansi impetuose e nere, 

formando una spuma bianca che flagellava le galee, lo spavento 
invase non solo i trasportati, ma i remigatori, i piloti ed i capitani 
del naviglio; era un silenzio profondo, lugubre silenzio di morte; 
dopo alcune pause la bufera ricominciava a muggire con maggior 
furore ; il vento fischiava fra l'alberatura delle navi e ne rompeva 
i cordami. 

Quei giovani che pochi istanti prima erano addolorati si, ma in sa- 
lute, divennero dallo spavento come agonizzanti ; e mandavano chi 
gemiti, chi urli, chi strida. Solo Radamante fra il furore ed il mug- 
gire della tempesta rimane calmo coU'occhio fisso nel cielo tempo- 



BABA-DOKIA 261 

stivo, e di tpatto in tratto mormorava con voce mipplichevole : Baba- 
Dokia! poi ritornava impavido a contemplare quel tremendo spet- 
tacolo, scorgevasi avere presentimento che dal male dovesse scatu- 
rirne un bene, cioè un mezzo di salvamento; a ciò pensava 

Tutto ad un tratto il vento diede una tale spinta alla galea su 
cui egli trovavasi, che fu separata dalle 69 altre che componevano 
con quella la flotta turca, e buttò in mare il pilota. Radamante, senza 
metter tempo in mezzo, espertissimo com'era delle acque del mar 
Nero, si pose al timone e diresse il bastimento in altra direzione, 
invocando TEnte Supremo per toccare la meta agognata. , 

Dissipatasi la bufera, il mare poco a poco tornò nuovamente tran- 
quillo e placido. Radamante aveva diretta la prua verso le sponde 
della Moldavia. I marinari turchi accortisine si spaventarono gran- 
dem^te della direzione presa, ed il trovarsi alla mercè di esso lui 
non li assicurava nullamente; ma egli, buon parlatore, seppe dar 
loro ad intendere che non avrebbe preso terra su quelle sponde, ma 
costeggiato per sicurtà di navigazione, intendendo approdare a 
Sinope. 

I giovanetti tornarono pur essi a racquetarsi , quantunque si 
trovassero sfiniti da un così lungo e fortunoso viaggio. Da cinque 
giorni e cinque notti stavano neirEusino senza poter toccare le sponde. 
Badamantino e Fatima ch'erano sempre rimasti l'uno a lato dell'altro, 
parevano un'anima sola, un solo cuore in due corpi. Quei giovanetti 
provavano reciprocamente una immensa simpatia, che vieppiù s'ac- 
cresceva per la comunanza dei dolori e delle speranze. Fatima era tutta 
impaurita e nondimeno si sforzava di non piangere e si tratteneva 
fin anco dal sospirare ; solo rimaneva chetamente appoggiata a Ba- 
damantino come s'egli fosse stato la sua àncora di salvezza. 

L'alba del quinto giorno sorgeva ed al chiarore incerto dell'au- 
rora videro un punto nero. 

— Terra 1 terra I fu un grido generale ; in quelle parole tutto si 
racchiudeva, la gioia era generale, i Turchi poi pienamente convinti 
delle parole di Radamante, presero pur essi parte alla comune gioia, 
credendo di essere in faccia all'Anatolia e non solo d'essersi salvati, 
ma di aver soverchiato nella navigazione le altre navi da cui il vento 
li aveva separati, e si lusingavano d'essere i primi ad avere parte del 
bottino^ allorquando avrebbero deposto ai piedi del sultano i tesori 
raccolti ed i giovani genovesi rapiti. 

Radamante quando fu presso terra s'accorse ch'era all'isola dei 
Serpenti, che forma un triangolo colle bocche di Kilia e di Sulivan del 
Danubio, che dai Greci è detto Fidonisi e dai Turchi Ilane-Adassi (1): 

(1) Corréard. Guide marxlime et stratégique dan$ la Mer Noire, Parigi 
1854, pag. 65. 



262 RIVISTA CONTEMPORANEA 

nulla disse, anzi fece saputo trovarsi poco distante di Burga e mu- 
linava in so come sbarazzarsi dai Turchi ; questi ch'erano tutti dei 
pascialati interni dell'Asia minore, epperò non conoscevano quel mare, 
credettero alle parole di Eadamante. 

Il quale gittò Tàncora per potere rinnovare le provigioni d'acqua 
potabile, di cui da alcuni giorni erano quasi privi, ciò che aveva 
fatto soffrire doppiamente, perchè è duro trovarsi in metóo all'acque 
e quasi morire di sete. 

I Turchi si slanciarono nei palischermi impetuosamente, portando 
seco loro gli otri per riempirli d'acqua fresca, stanchi a dar dei reir ' 
nei fiotti tempestosi. I tamarindi, i mirti e le mortelle erano folle 
su quella spiaggia e spandevano un'ombra soave, cosicché i Turchi 
furono tratti ad assidervi presso ed ivi consumare la frugale refezione 
dei marinari, epperò si sdraiarono placidamente sulla morbid'erba, 
e stanchi com'erano, finirono coU'addormentarsi. Lungo fu il sonno, 
ma appena desti si fecero solleciti a riempire gli otri nella più lim- 
pida fontana che zampillava ai pie di quegli odorosi arbusti. 

Ciò fatto s'avviarono carichi delle otri alle sponde del mare per 
tornare a bordo. Allah! Allah I sclamarono esterrefatti. La galea aveva 
levate le àncore ed era già in alto mare salpando a piene vele 
verso settentrione ; i Turchi si posero ad urlare nel vedersi così in- 
degnamente traditi ; nulla potrebbe ridire le loro smanie ; essi invo- 
cavano da Maometto la punizione di coloro che gli avevano abban- 
donati. Ma vedendo che cotesto loro smanie non mutavano la loro 
situazione, con quell'apatia propria degl'Islamiti, si racquetarono 
dicendo : Non vi è Dio che Dio, e Maometto è il suo profeta. 

Radamante, lietissimo della riuscita del suo stratagemma, quando 
fu ad alcune miglia dall'isola, dirizzò la prua a libeccio per andare 
alle bocche del Danubio e precisamente al lido di Bulina, però avendo 
ancora remiganti ch'erano tutti Musulmani, loro disse che avendo 
felicemente toccato terra dopo tanti marosi, voleva regalarli con be- 
vanda gradevole ; in questa gittò una polvere narcotica. Bevutone i 
marinari , in breve caddero in profondo sonno , allora Radamante 
aiutato dai giovanetti più robusti li prese e li gittò uno ad uno 
nel mare. 

Sbarazzato da quelli, collocò i giovanetti ai giglioni dei remi. For- 
tunatamente il vento spirava propizio alla meta, per cui quasi senza 
quelli adoperare venne a poca distanza dell'isola di Mohan ; vi erano 
sulla spiaggia dei pastori. Fatima, che sempre era accanto a Rada- 
mantino, diede un grido di gioia. 

— Senti, oh senti quel canto! È quello che la madre m'insegnava! 

— Una do'ina ! dissero ad una Radamante ed il suo figlio. 

— Siamo dunque nella Rumania? Oh me benedetta! potrò porre 



BABA-DOKIA 263 

i piedi su quel suolo che vide nascere la mìa genitrice, che m'in- 
segnò ad amare sovra ogni altra cosa dopo Domenedio ! 

E la giovinetta piangeva di consolazione , e nella brezza marina 
le pareva udire la soave voce della sua madre a parlarle della sua 
patria; la gioia di toccare quella terra promessa, le fece dimenticare 
il ribrezzo che le aveva cagionato il vedere a buttare nell'onda i 
Turchi ebri e addormentati. Sebbene in quella età le ire di popolo a 
popolo fossero cruenti e feroci, attalchè si considerava opera laudevole 
il far soffrire tormenti ai nemici, Fatima, oltreché aveva indole buona 
e pietosa, era stata dalla sua madre educata nello spirito vero cri- 
stiano, quello che consiste nel versetto del Vangelo: f Nauti a Dio 
non vi sono pagani e credenti, ma tutti figli». 

Badamante non stette inoperoso contemplando la gioia de* suoi 
figli ; ma tosto innalzò all'albero di trinchetto la bandiera Moldava 
fra le grida della giovine ciurma, che chiamava i pastori a darle 
aita; ciò che meglio valse allo scopo si fu il suono della zampogna, 
che Badamante aveva Imboccata e con cui ripeteva melanconicamente 
la melodia delle dolne rumane, il che attrasse l'attenzione dei pastori 
meravigliati. 

Allora due robusti Mohani si gettarono nel mare portando in 
ispalla grosse gomene, di cui slanciarono l'un capo sulla galea ; altri 
pastori che erano sulle sponde si posero a tirare a tutta forza la nave 
e cosi prese terra malgrado la respingente onda del fiume. 

Radamante prima di scendere dalla galea volse lo sguardo alle 
montagne moldave, fra le quali signoreggiava altero il Pione — 
Baba-Dokia, sclamò, ti ringrazio ! — Fatti scendere i giovanetti in 
mezzo ai buoni pastori che accorrevano, gareggiando far festa ai 
sopravenuti , che scendendo presti dalla galea, non appena posto il 
piede in terra s'inginocchiavano, e perchè Genovesi , gridavano — 
Ave S. Giorgio ! — il gran santo protettore della marina e delle co- 
lonie liguri. 

I capi dei lìohani mandarono alcuni pastori sul bastimento onde 
vi stessero a guardia, e con essi rimasero alcuni Genovesi, gli altri 
ch'erano già sceei a terra furono collocati chi nelle celibe, cioè ca- 
panne dei contadini, altri in tane sotto terra; e nell'une e nelle altre 
si accese un vivace fuoco , e dato tutto ciò che possedevano , cioè 
latte, cacio, e pesce, li rifocillarono ; ciò che più li fece contenti si 
fu la mamaliga, cioè la polenta : mangiandone Radamante si sen- 
tiva ritornare giovanetto. 



264 RIVISTA CONTEMPORANEA 

IV. 

La feccia sua era faccia d'uom giusto. 
Inferno, e. XVII. 

Che bel spettacolo eia il vedere sdraiati su foglie di sorgo quei 
giovanetti addormentati ed abbracciati stretti uno all'altro ; i loro 
sogni dovevano essere dorati, poiché il sorriso errava sulle loro labbra; 
Fatima, sempre vestita da giovanetto, teneva stretta la mano di Rada- 
mantino nella sua, ed aveva il capo mollemente appoggiato sulla 
sua spalla. 

Il mattino i Grenovesi, nello svegliarsi, rimasero tutti stupefatti ; 
avevano sognato di trovarsi nuovamente in grembo alle loro famiglie. 
Con quanto dolore la loro illusione scomparve ! Con qual invidia non 
guardavano la mandra di agnello che pascevano su quell'erbosa 
spiaggia. Sono liberi ; sono con ohi loro die vita. 

— Perchè non siamo com'essi? 

— Dio aiuta chi pone fiducia in lui , disse Radamante ; censi* 
derate per quale strana vicenda di avvenimenti scampammo dalle 
unghie di que' barbari infedeli? Ciò vi dovrebbe persuadere che la 
mano di Dio vigilava sopra di noi; abbiate fede e lo scoraggia- 
mento non entrerà ne' vostri cuori. Chi sa che fra non molto ritor- 
nerete in grembo delle vostre famiglie ; dopo una serie di sciagure, 
sentirete viepiù la dolcezza dell'amore dei vostri genitori ; ma se a 
vece di secondarmi fate i piagnoloni, io non potrò proseguire nella 
difficile intrapresa di restituirvi alla vostra patria. 

— Troppo lungi siamo da essa ; l'orizzonte è tutto fosco non vi è 

il menomo barlume di speme rispose un' giovane più degli altfi 

attempatene : non rivedremo mai più i nostri cari. 

Poco ottenne Radamante colle parole sue. Venuta l'ora di levar 
l'ancora li fece imbarcare, ed aiutati dagli ospitali Mohani, salpò 
alla volta di Ealia e dopo otto ore di navigazione vi giunse. 

Sbarcati entrarono in Kilia, anticamente Achillea o distoma- 
thum; era allora una fortezaa ohe difendeva l'entrata nelle bocche 
del Danubio e cosi proteggeva la navigazione dei Moldavi su quel 
gran fiume e sul mar Nero. Vi era un forte presidio capitanato dal 
governatore Pascalab Isaia. 

Radamante si recò tosto da lui, gli narr^ la catastrofe di Caffa, i 
patimenti sofferti nella navigazione e come eransi liberati per un 
miracoloso fatto. Il capitano l'udì compassionando ed ammirando la 
di lui sagacità, e gli promise agevolargli il modo di recarsi da Ste- 
fano Domnu o Vaivoda di Moldavia, a cui la posterità diede l'ap- 



BABA-DOKIÀ 266 

pellativo di Grande, onde chiedere protezione. Non solo Isaia fu 
mosso a pietà dei Genovesi, ma tutt'i Kiliesi ch'erano accorsi, udendo 
la notizia di quel meraviglioso sbarco, accolsero amorevolmente i 
poveri giovanetti, i quali si credettero tornati nelle loro famiglie e 
perciò s'abbandonarono a novella speranza. 

Dopo ciò Radamante condusse la sua giovane ciurma in chiesa, 
acciò ringraziassero il Signore dello averli salvi. Fatima nel porre 
i piedi in quella sacra soglia, si senti talmente compresa da senti- 
mento religioso che senza l'aita di Badamantino sarebbe caduta a 
terra; gl'insegnamenti della religione cristiana, l'imponenza del 
culto greco, la maestà delle basiliche di cui le aveva tante volte 
parlato la sua madre le tornavano a mento ; vedeva cogli occhi ciò 
che le avevano dipinto le parole; l'altare, le sante immagini, i can- 
delabri, i turiboli, l'augusto rito. Oh con quanta commossione si 
prostrò sino a terra! né potè sciogliere un accento, tanto era sorpresa. 
Il pallore del suo volto era fatto più evidente da due cerchia nere 
sotto gli occhi, che palesavano la sua stanchezza e rendevano mag- 
giormente strano che quella persona fosse vestita d'abito maschile. 
Badamantino, finito ch'ebbe di recitare la sua prece di ringrazia- 
mento, stette tutt'occhi a guardare la giovinetta; la trovava più 
bella del consueto e le pareva illuminata da luce celeste ; quando si 
fece cenno di uscire dalla basilica. Fatima non aveva più forza da 
reggere in piedi e a mala pena potè strascinarsi sorretta dal suo fido 
compagno. 

Tutto la sorprendeva, il vedere quelle donne libere andare e ve- 
nire senza essere bavagliate; quale differenza con i costumi tatari, 
allora soltanto capi quante pene la ^ua povera genitrice aveva do- 
vuto sopportare. 

Intanto Isaia spedi un n^esso onde recasse la novella dell'arrivo 
di Radamante a Stefano il Grande, che trovavasi allora a Citate- 
Alba, cioè la Città bianca, poco distante da Xilia; indi fece subito 
disporre un camerone onde alloggiare i Genovesi, ai quali i merca- 
tanti Genovesi e Veneti stabiliti in quella città furono larghi di ogni 
maniera di conforti. 

Stefano il Grande, sagace politico come era, da anni teneva 
d'occhio alle mene dei Turchi per ampliare il proprio dominio nel- 
l'Europa. Egli aveva preveduto che Maometto II avrebbe invaso la 
lontana Crimea e che la colonia di Caffa era troppo debole per 
resistere; previdp che dopo il conquisto della Crimea si voleva 
volgere le armi contro la Moldavia, aggredendola ad austro sul Da- 
nubio, a borea sul Dniester, cioè l'antico Tyras Danastrum ; il per- 
chè aveva fatto costrurre alcuni forti lungo la spiaggia Moldava 
dell'Eusino. Egli si era data l'alta missione di salvare la eulta Europa 



366 EIVISTA CONTEMPOBANEA 

dalle invasioni del Turco, che cercava trarre dalla sua la mal accorta 
Polonia. I potentati dell'Europa non secondarono quel gran principe, 
e le conseguenze ne furono immense : Venezia, Austria e la Polonia 
ebbero a patirne irrimediabil danno. L'invidia cosi negli Stati come 
negli individui produce sempre rovina. 

Oiunto il messo, Stefano lo rimandò tosto al capitano in Kilia 
annunciando il suo prossimo arrivo. 

Il governatore Isaia e Radamante s'intesero onde preparare un 
degno ricevimento al Vaivoda. . Sapendolo schiettamente religioso 
indovinarono che il suo primo passo stato sarebbe lo andare subito 
nella basilica, opperò Radamante ivi fece schierare i Genovesi nauti 
al peristilio, ed egli là sotto espose, per offerire in regalo, tappet 
di Persia e d'India, e gemme di Golconda montate in collane 
braccialetti ed orecchini ; anfore antiche, medaglie ed armi tempo 
state di gioie. Fece, diremmo, un bazar delle mercatanzie che aveva 
con sé trasportate. La vista di queste splendide cose valse a temperare 
l'inquietezza in cui erano i giovani, giacché paventavano di trovarsi 
al cospetto del Vaivoda , il cui nome avevano inteso a pronunziare 
con ispavento dai Turchi. ♦ 

Un forte grido s'udì dalle torri : Erano le sentinelle che annun- 
ciavano Tarrivo del Vaivoda, i bronzi squillavano a festa e si con- 
fondevano colle musiche militari ; il popolo prorompeva in applausi. 

Fatima era tutt'occbi a guardare le truppe che sfilavano nella 
via con bandiere spiegate, i capitani le fecero schierare sulla piazza. 
Il clero sul peristilio della chiesa ed il venerando metropolita coi 
santi evangelii in mano, attendevano che ponesse piede su quelle 
sacre soglie. Radamante si era nicchiato col figlio e Fatima nell'in- 
tercolonio del peristilio. 

— Fratello? Vedi come brillano le armi? Guarda come i cavalli 
ftinno scoppiare scintille dalle dure selci battendovi sopra l'ugne 
ferrate? Di' un pò? Siragunano fórse tanti armati per essere vicini 
i Turchi ed i Tatari? Dio miot tion stiamo qui ad aspettare che 
si combatta. Fuggiamo. 

— Fatima, tu cosi coraggiosa fra le tempeste, hai paura di cosa 
che non sai se sia vera? ora che slamo al cospetto dell'immor- 
tale vincitore dei barbari, ora fatti animo. 

Stefano entrò nella città; cavalcava un destriero arabo di man- 
tello bianco dall'occhio ardente e vivace , era tutto coperto dalla 
schiuma e dalla polvere della strada. Il Vaivoda scese lentamente ; 
s'incaminò verso la chiesa. I giovani genovesi, caduti in ginocchio, 
stavano nell'atto di chi chiede protezione : Stefano era piccolo, brutto 
di aspetto severo, ma 

e La faccia sua era faccia d'uom giusto » 



BABA-DOKIA 267 

il SUO «guardo aveva il riflesso delle lame d'acciaio; se fissava una 
persona in volto pareva volesse scrutarne i più minuti pensieri r egli 
così severo e duro, fu non pertanto commosso scorgendo a sé pro- 
strati que' poveri ragazzi, 

Radamante si accostò reverentemente al principe, e lo informò 
di tutti i particolari dell'avvenuto : Stefano volle poscia interrogare 
tutti i giovanetti, e quando stava per ritirarsi, la bellezza di Fatima 
lo fece sofiTermare, e quantunque abitualmente pallido lo divenne 
ancor di più. 

Ritiratosi nel palazzo, riunì il suo consiglio onde deliberare sulla 
sorte dei Genovesi. La politica e l'umanità li poneva sotto la sua 
protezione; fu deciso che i Boiardi più ricchi adotterebbero alcuni di 
quei giovanetti, altri sarebbero istruiti a spese del Governo. I più 
svelti li destinò ad essere suoi paggi. Con ciò Stefano voleva fersi 
via a stringere un'alleanza politica colla repubblica di Genova in 
que' giorni ancora molto potente in mare. Quanto a Fatima, la cui 
bellezza cattivava tutti gli animi, Stefano decise di mandarla presso 
alla sua madre, la principessa Elena, e sua moglie, la principessa 
Voquitza, figlia di Vlad signore della vicina Valachia. Radamante 
poi, che aveva salvo tanti cristiani, si ebbe in dono una terra; e 
fu dato un impiego in Corte al suo figliuolo. 

Così quell'immortale Vaivoda non dimenticò nessuno. Conosciu- 
tesi queste sovrane determinazioni, il pot)olo applaudì alla nobile 
decisione verso quei giovanetti, perchè sapeva che Italiani e Moldavi 
discendono del pari dalla gran gente latina, epperò sono fratelli. 



Deh ! eiò non dir : non hai tu madre m queela 
Reggia? 

Alfieri, Polmk$ a. Il, s. Ili. 

Fatima, felicissima dell'esser fuggita dall'harem di Caffa, nuUa- 
meno provò dolore quasi pari a quello provato il dì che fu orbata 
della madre, nel separarsi da Radamantino. Stefano che la vide pian- 
gere, per consolarla, le promise che in ogni anno li avrebbe uniti 
per qualche giorno. 

— Che farò senza di te? diceva Fatima a Radamantino , a cui 
questi rispose : 

— Ed io, quando non udrò più quelle labbra di corallo, da cui 
pare sgorghino rose e viole, chiamarmi dricemente, oome vivrò? 



268 BIYISTA CONTBMPOBÀNBA 

Fatima, ora io sento che Tesserti presso è bisogno, è necessità 
per me. 

— Badamantino fa core, che se ti vedo cosi sfiduciato non reggo 
ad abbandonarti. Io chiederò al grande Stefano, cosi buono, di la- 
sciarmi sempre indossare questi abiti maschili onde stare teco. 

— No, Fatima, tu non devi continuare a vivere sotto mentite 
vesti ed a nasoondere quella squisita bellezza di cui ti fu largo 
Iddio. Tu devi essere ornamento nella Corte della madre e della 
sposa dell'ottimo principe che regge questa avventurata Moldavia. 
Io saprò rassegnarmi al mio fato. 

Radamante, vedendo le lagrime dei due giovanetti, pensò esser 
meglio abbreviare quegli istanti, e pregò Isaia, stato incaricato di con- 
durla alla principessa, di disporre alla più presto per la sua partenza; il 
Pescalab vi aderì; poche ore dopo entrava nel palazzo. Non ridiremo i 
pianti della giovane nel separarsi dal padre e dal figlio, che facilmente 
i lettori li supporranno, ma solo che, salita in vettura, si allontanò 
rapidamente da Kilia. La residenza delle principesse era a' piedi dei 
monti Carpazii a Neamtzo (1), ovvero Piatra; nel cui castello passa- 
vano rinvemo. Alla bella stagione andavano in campagna in una villa 
ad un quarto di lega da Domnesti. Fatima arrivò quando appunto 
stavano villeggiando. 

Da Eilia a Neamtzo vi è lungo tratto, giacché quella sta alle 
bocche del Danubio e Tattro alle sorgenti del fiume Bistritza neirin- 
temo della Moldavia ; dopo un viaggio, che a Fatima parve etemo, 
benché fosse tutto attraverso a ridenti prati e costeggiando il fiume, 
giunse finalmente a Neamtzo; dopo essersi puliti gli abiti sciupati 
dal lungo viaggio, Isata la condusse alla villa ove trovavasi la prin- 
cipessa Elena. Questa raccolse con tanta bontà che la giovine si 
senti allargare il cuore. Isaia, dopo d'aver preso gli ordini delle no- 
bili donne, riprese la via di Kilia ove affari del Governo lo richia- 
mavano. 

Fatima non aveva mai visto delle signore d'illustri natali e guar- 
dava con femminile curiosità quell'abbigliamento, composto da una 
veste listata di seta bianca e azzurra, su cui la sopraveste di stoffa 
e colore uguale scendeva sino alla coscia; lunga sciarpa che faceva 
più giri, rannodava al petto una guemizione colla forma d'un arco, 
toccando al basso fino all'osso iliaco; e la sommità dell'arco princi- 
piava al cavo del petto; superiormente all'arco girava* una gorgiera 
tutta ricamata in oro, indi un colletto di tela bianca attaccato da 

(1) Questo castello dicesi dagli Slavi sii stato edificato dai Cavalieri di 
Malta di lingua tedesca. Ora come i Tedeschi son detti in russo Niameise^ 
da ciò il nome suo. Vedi The frontiers landi of the Chriéttan and theTurk. 
Londra 1853, T. 2, p. 31. 



BABÀ-DOKTA. 269 

un piccolo spillo. Lungo manto di porpora trapunto da fino lavoro e 
scendente fino a terra aveva per guarnizione grosse treccie d'oro che 
giravano tutto attorno; il davanti poi, fino allametà, ornato di gal- 
loni lunghi una spanna e fatti delle stesse treccie d'ora, disposte alla 
ussara, e cosi pure sulle spalle, tre per tre, ^soa un grosso bottone 
su? ogni cordone, questo di pietre preziose ; il colletto del manto era 
composto d'una spallina di pelliccia poco presso pari jalle cosi dette 
palatine d'oggidì : il manto era foderato della stessa pelliccia; ma ciò 
che maggiormente attrasse gli occhi di Fatima, si fa l'acconciatura 
del capo; i capelli trecciati battevano sulle tempia compressi da 
una corona ducale, come raffigurata nei blasoni, tutta oro e gioie; 
cioè quattro punte fioriformi più elevate e quattro minori ; la fascia 
dall'altezza di quattro dita tutta lavorata a cassetti in rilievo, con 
gemme di ogni colore. Dal punto delle tempia scendevano fino agli 
omeri due enormi fiocchi, composti da sei catenelle d'orp, pendenti 
da un fermaglio ed aventi dal capo mferiòre un bottoncino. Vesti-* 
menta ricchfssima nel suo complesso, di cui può aversi miglior con- 
cetto nel ritratto della Principessa cb'è a Corte di Arges, e ohe venne 
riprodotto nella magnifica Rivista Romana di luglio del corrente 1862. 
. Più semplicemente, ma a quella foggia, avevano pure vestita Fa- 
tima, che non trovava pel momento cosa di buon gusto> avvezza come 
era allo sciolto e comodo vestire delle tatare di Crimea. 

La dolcezza ed il carattere della giovane, la sua fede cristiana le 
valsero tutta la benevolenza della principessa Klena, \% quale non 
sapeva più staccarsi un istante dalla sua protetta; ogni giorno veniva 
un popa ad insegnarle i dogmi della religipne oitodossa, tutte 
queste cure e cortesie fecero sì che la giovane si trovava felice, e 
l'essere lontana da Radamantino non era giù disperato dolore, ma 
soltanto tranquilla mestizia. 

Quanto le piaceva ire a passeggiare pel giardino, oppure andare 
con mistero a visitare Baba-Dokia, in cui tanto fidava. Radamantino 
le aveva raccomandato di trattenersi sovente con essa, ed ella, osser- 
vatrice del consiglio, ogniqualvolta poteva escire dal palazzo, colà si 
recava ; d'altronde quei siti erano cosi pittoreschi e ridenti da non 
saziarsi mai di rivederli. 

— Mio Dio, su questa terra non ho più nulla a desiderare fuorché 
la mia madre; oh se me l'avessi a lato, sarei la più felice delle 
donne. Queste parole le sfuggirono un dì ch'era per i viali del giar- 
dino. La Principessa l'intese e le disse : 

— Ingrata, non sono per te ima madre affettuosa? Fatima, co- 
teste tue parole mi fanno male ; io t'amo quanto amo il mio figlio, 
e ti do prova del mio affetto ogni volta che mi è dato di farlo ! Io 
assunsi di essere tua madre, e sono gelosa che tu possa amare di 
più quella che perdesti in Caffa. 



270 RIVISTA CONTEMPORANEA 

— Perdonami I o Frìnoipessa, io non intesi offenderti con queste 
parole che dissi a me stessa. Sento che qui sono felice, conosco ed 
apprezzo tutte le gentilezze^ la bontà, l'affetto che immeritevolmente 
tu accordi a me povera infelice. Procurerò di testimoniare il meglio 
che io sappia la mia riconoscenza, e mattino e sera, nella basilica 
come nella mia camera, prego Cristo Salvatore e la Vergine Panagia 
di rimunerarti con ogni maniera di felicità. Ma non ti offendere se 
fira le delicatezze della mia vita attuale io ricordo lagrimandp l'in- 
felice che mi dio vita e ch'oggi dorme l'eterno sonno in una terra 
ch'è in man degrinfedeli. 

Fatima in poco fu convenevolmente istrutta nella religione cristiana 
ed il vescovo disse ch'era tempo di amministrarle il battesimo. L'au- 
gusta cerimonia fu stabilita e si compì a Piatra con grande apparato^ 
Essendo imposto dal rito greco che il battesimo abbia luogo coU'im- 
mersione in un fiume« come praticava s. Giovanni nel deserto, Fatima 
fu battezzata nella Bistritza e la principessa Elena fu la santola ; il 
venerando metropolitano Teoktite le diede l'acqua egli stesso e le 
pose nome Dominica, come aveva desiderato la sultana sua madre 
prima di morire. Non ò duopo dire quale numerosa folla intervenne 
a quella cerimonia, le sventure della giovine erano diventate popo- 
lari, al che si aggiungeva ohe la Principessa, onde rendere cara Fa- 
tima ai suoi vassalli, l'aveva elotta a sua elemosiniera ; ogni largi- 
zione della Principessa passava per le mani di Fatima, dal che ne 
venne che nella città di Piatra e su tutto il monte Pione era dessa 
chiamata la Ninfo generosa e soccorritrice. À.Fatima piaceva salire 
su per gli scabri massi di quel monte, ne' quali distratto in tratto 
erano intagliati grossolani altari; più in alto saliva la giovine e più 
le pareva avvicinarsi al cpeatore, tant'era la pienezza e la purità della 
sua religione. I monaci dei conventi della Moldavia predicavano 
modello delle giovanetto questa neofita. In ima parola : quando no- 
minavano Dominica sedevano aggiungervi il predicato : la santa ! 



VI. 

Gloria il precede, e de' marziali il coro 
Genj l'accerchia , e dietro a lai si stanno 
In aer librate con perpetuo corso 
Sorte, Vittoria e Fama. 

Ugo Foscolo, Ode a Bonaparte, 

Corsero alcuni anni ; in ognuno di essi, quando capitavano i 
giorni in cui a Fatima ed a Radamantino era dato di trovarsi sotto 
lo stesso tetto, quelli erano i giorni d'immensurabile felicità. Stefano 
amava Radamantino, sia per l'intelligenza che dimostrava, come pel 



BABA-DOKU 271 

coraggio di cm dava prova, e prevedeva che sarebbe stato utile un 
di la 0ua mente ed il suo braccio alla terra rumana. 

Ma se il tempo fuggiva veloce per que' giovanetti, lentamente si 
addensavano le nubi in politica. Stefano che sempre era in lotta ora 
coi Turchi, ora cogli Ungheresi, ed ora coi Polacchi, guardava im- 
pavido l'avvenire perchè aveva fidanza nella propria strila. 

Chiari non andò che si verificarono le sue previsioni. 

I Turchi capitanati da Maometto II si ragunarono oltre il Da* 
nubio, per aggredire la Moldavia subitamente senza lasciare tempo 
al Vaivoda di stringere alleanze. Inteso di ciò Casimiro lY, re di 
Polonia, e conoscendo che questo progetto sarebbe riuscito fatale 
alla cristianità, spediva ambasciatori al sultano, pregandolo di so- 
spendere la sua marcia ; questi rispose che la sua armata era desi- 
derosa di vendicare il suo onore militare; ciò non pertanto l'avrebbe 
ritirata di Bulgaria e ricondotta nell'Anatolia, se Ste&no si sotto- 
mettevp a pagare un tributo, a rendere i prigionieri Turchi fotti nella 
guerra precedente, ed a sgombrare i forti di Kilia e d'Akerman (il 
forte bifmco). 

Stefono conscio di tutto ciò e sdegnato delle pretese del gran 
Signore, umilianti per lui e pel suo popolo , convocò l'Assemblea dei 
beiari e loro espose le cose: tutti respinsero unanimi quelle domande 
insultanti, e giurarono di morire sul campo di batta^ia anziché fore 
olocausto a Maometto della libertà d'una nazione che erasi difésa 
sempre con tanto onore. 

L'esercito Moldavo mosse quindi verso il Danubio, su cui i Tur- 
chi avevano di già gittate cinque ponti di barche per tragittarlo. 

Fatima colla principessa Blena si recarono a visitare il principe 
innanzi che partisse co' suoi soldati: tristo fu l'addio. Badamante 
era dei primi del corteggio militare di Stefiino, e suo figlio gli era 
scudiere 

Quando furono per salire in arcioni onde porsi a capo d^'armata, 
Fatima prese per le mani Badamantino e gli disse: 

— Giurami di non mai abbandonare ciò che sto per rimetterti. 
Tu lo porterai ognora su di te; gli ò un talismano che ti salverà 
da ogni pericolo: ciò dicendo trasse di tasca una borsa di perga- 
mena bianca ; egli la guardò e giurò. -^ Allora essa lo fece ingi- 
nocchiare dinanzi a sé, e passatogli al collo il cordone serico che 
riteneva la borsa, gli disse: — ^ in questa semplice borsa bianca 
vi sono tre cose, le più sante che io possegga; tu le porterai 
sempre appese al collo come ora io te le ho messe: la bianca 
borsa ti ricordi il candore della nostra dolce amistà; ciò che vi 
sta dentro, ti risowenga il nostro passato, quando tornerai me ne 
farai restituzione; l'uno é un lembo della veste che lamia madre, 



272 RIVISTA OONTBMPOEANEA 

di benedetta memoria, portava il di che morì ; l'altro è una pianti- 
cella di muschio che staccai nella misteriosa grotta ove quella ìg^nota 
martire della fede cristiana orava il nostro Dio Salvatore : ciò ti sia 
di spinta a pugnare contro il miscredente mussulmano ; l'ultimo è 
un pezzo di roccia che mi diede Baba-Dokia, e non occorre che io 
te ne dica di più. Iddio ti protegga come già ne protesse in quella 
memoranda notte ove ci trovammo riuniti. 

Radamantino le strinse la mano e con venerazione la portò alle 
sue labbra; non osava alzare gli occhi sino a lei, si sentiva contur- 
bato ed aveva tema di lasciare scorgere che le lagrime gli inumi- 
divano le ciglia : la giovinetta se n'accorse e trovò bene dì allonta- 
narsi d'alcuni passi onde parlare al principe ed a Radamante; ma 
la tromba diede il segnale della partenza; i cavalieri balzarono in 
sella , diedero degli speroni e partirono. Già erano discosti , e le 
donne rimaste sul luogo agitavano ancora 1 fazzoletti bianchi spe- 
rando fossero visti, ma la polvere sollevata dai cavalli e dai fanti 
s'interponeva agli sguardi. 

Fatima, rientrata nel palazzo, si lasciò cadere sui tappeti sin- 
ghiozzante e quasi convulsa. Lo sforzo violento che aveva fatto per 
essere in apparenza calma l'aveva affranta ; le sue donne fecero ogni 
possibile per confortarla ; ma esse pure avevano chi il padre, chi 11 
figlio, chi il flratello o l'amante all'armata. Trascorsero alcune ore ; 
Fatima rinvenne, e chiesta la protezione di Dio, si sentì bastevol- 
mente forte per rassegnarsi a quella crudele separazione. 

L'indomani la principessa Elena colle sue donne si ritiravano nel 
castello di Niamtzo ch'era una formidabile fortezza, come abbiam 
detto ; colà non temevano di essere assalite. Il forte era grande così 
da poter contenere numerosa schiera di armati ; i>erò in quei dì non 
eranvi che donne e vecchi, giacché tutti gli atti a portare le armi 
erano partiti col loro sovrano. 

Stefano giunse sulle sponde del Danubio quando l'esercito turco 
stava per tentarne il passaggio. Ogni orda che giungeva a porre 
piede sulla terra moldava, era a prezzo di numerosi morti e feriti ; 
che i Moldavi loro contrastavano arditamente il passo. Avrebbe in 
poco fugati i Mussulmani ove non fosse stato il tradimento di Ylad 
principe di Yalachia e suocero di Stefano, anzi venuto al trono 
merco sua, il quale, per ambizione di estendere i suoi dominii, si 
era alleato col gran sultano. Stefano si trovò importante avere a 
combattere due forti armate, tra entrambe di 300,000 uomini, ed egli 
non noverava fuorché 47,000 combattenti. Questa immensa disparità 
di forze che avrebbe fatto fuggire senza trar colpo ogni altro capi- 
tano, non solo non intimori Stefano, anzi gì' ingenerò nel petto mag- 
giore audacia e temerità. 



BÀBÀ-DOKIA 273 

I corpi dell'esercito moldavo, ch'erano etati collooati a difesa dei 
passi dei monti Carpazii si videro perduti per avere il traditore 
Ylad di Yalachia guadato il Danubio sur un altro punto e tagliate 
le comunicazioni tra essi ed il corpo principale eomandato dal vai- 
voda. Questi, visto non esservi altro scampo, si ritrasse verso la 
sponda destra della Moldava, incendiando tutti i paesi ch'era costretto 
di abbandonare per togliere cosi ai nemici vettovaglie e riparo. 

Maometto erasi già avanzato sino a fiomanu e lungava il Se- 
reth^ opperò le truppe nemiche fiancheggiavano quelle di Stefano; 
bisognava o fuggire alla dirotta o pugnare disperatamente. Il paese 
è ivi tutto piano, ed è la parte più fertile della Moldavia. Ne' tempi 
di cui discorro erano i campi e le rive smaltati di fiori silvestri che 
ti rapivano. In mezzo a quella pianura ove Stefano elesse combattere 
una lotta esiziale, fece erigere una gran cr<Mie in legno, acciò fosse 
simbob della causa per cui si combatteva ; quella croce era gigan- 
tesca cosi da dominare tutta l'estesa pianura. 

I spahi ed i seckli, cioè la cavalleria scelta e quella dei presidi!, 
cominciarono a correre in ordinati squadroni, calpestando quelle pra- 
terie e spaventando i buffali ed i buoi che fuggivano verso la mon- 
tagna sorpresi da quell'improvviso correre, dalle grida e dal suono 
delle trombe. I cavalieri Moldavi ch'erano a guardia. dei valichi, 
vistisi soverchiati dal numero degU aggressori, si posero in salvo con 
precipitosa fuga. I miseri abitanti delle celibe o capanne rurali, ve- 
dendo sorgiungere i Turchi, abbandonarono le loro povere dimore 
per rifuggirsi in Niamtao. 

n mattino della domenica il grosso dell'armata mussulmana irò* 
vavasi schierato contro il piccolo esercito moldavo. Ahi giorno ne- 
fasto ! Stefano capitanava i suoi bravi aiducdbi , che come leoni si 
cacciarono nelle fila ottomane, facendo ampie stragi. Ma Timmensa 
soldatesca turca, posta in seconda fila, concedeva di riparare tosta- 
mente alle perdite, anzi le fece prendere l'offensiva. Costretti dal- 
l'onda crescente dei Musulmani, gli aiducchi indietreggiano e si 
accalcano attorno alla croce, continuando a combattere eroicamente e 
morendo con coraggio a prò della patria. 

Stefano, visti cadere i suoi fidi , non pone tempo in mezzo , si 
slancia neUe schiere ottomane, ed animando i suoi colla voce e col- 
l'esempio, pervenne a trattenere il nemico dall'innoltrarsi maggior- 
mente nel paese. 

Nel secolo xv gli eserciti moldavi non avevano l'ordinamento at- 
tuale: erano composti di compagnie di cavalli e di fanti, armati 
come Livio, il gran storico di Roma, ci dipinge i Numidi, o come 
narra Cesare lo fossero i soldati di Ambiorige. I boiari, vassalli al 
vaivoda, scendevano in campo ognuno di essi traendo seco buon 

Rivista C. — 18 



274 niVlSTA CONTBMPOBANEA 

numero di combattenti armati di lande, picche, massze, ascio, gia- 
velline o freccie; I boiari avevano chi tre chi quattro cavalli ca- 
duno , acciocché stanco l'uno , potessero salire sur un altro per 
continuare a combattere; i semplici combattenti a cavallo avevano 
selle ma senza arcioni, la sciabola e l'arco ovvero la lancia come i 
Polacchi. I Moldavi non avevano la disciplina militare odierna, non 
l'avevano nemmeno i Turchi ; ma compensava questo difetto il fa- 
natismo religioso d'ambe le parti. 

Badamante ed il suo figlio non s'erano mai scostati dai fianchi 
del principe, ed avevano come lui pugnato da eroi; essi avevano 
giurato di fare sacrifizio della loro vita a prò di lui che gli aveva 
accolti, amati e favoriti. 

Il sopragiungere di una notte tenebrosissima sospese necessa- 
riamente la pugna ; ma essa durante, Stefano e suo figlio Alessandro 
accompagnati dai due Badamante, travestiti da semplici arcieri, vi- 
sitarono il campo, sia per raccogliere i Moldavi feriti, sia per ispiare 
le posizioni ; ciò conseguito, si ritirarono nelle tende. 

In questo mentre nel castello di Niamtzo le donne attendevano 
con febbrile impazienza di conoscere l'esito di quella tremenda gior- 
nata, e salivano suile torri per {scorgere più lungi l'atteso arrivo di 
qualche messo; la sera si ritiravano ed inginocchiate davanti ad 
\m crocefisso , salmodiavano unite dame e serve ; era edificante il 
vedere prostrata tutta una popolazione chiedente al Dio degli eserciti 
cristiani la salvezza del paese e dei loro parenti. 

Era il lunedì 26 luglio 1476 ; un triste presentimento pesava sul 
cuore della madre del vaivoda e della sua nuora, la principessa Yo- 
quitza, figlia di Ylad il traditore; tutto il di stettero ora pregando, 
ora salendo sugli spaldi delle fortificazioni, spinte colà per ispiare 
come piegassero gli eventi. 

Nulla fu loro dato scorgere ; il perchè passarono una notte nel- 
l'ansia la più crudele ; l'alba si alzò tingendo di liste sanguigne le 
nubi all'oriente, pronube di grandi sventure. La coraggiosa princi- 
pessa Elena era sempre in vedetta sulle torri ; verso sera vede giun- 
gere migliaia cavalieri al galoppo seguiti da fanti ; ma la polvere 
della strada che sollevavano, non lasciava conoscere chi fossero dessi. 
Ahimè I erano i Moldavi, che respinti e fuggenti venivano a ripararsi 
dietro le forti mura di Niamtzo. 

Elena si affacciò alle feritoie sovrastanti alla porta della fortezza 

e (1) — Non aprite, gridò, che non è mio figlio Essa però aveva 

riconosciuto Stefano che giungeva, per la prima volta in vita sua, 

(1) Ubicini. UUnivert ou HUtoire et description de tout ìetpeuplet» Paris, 
T. 2, pag, 43. 



BABA-DOKTA 275 

sconfitto ed umiliato. Udendo la voce di sua madre rispose: Madre! 
non riconosci il tuo figlio? Al che la forte donna replicò (1): Ah tu 
ti sei scordato ch'io sono la tua madre! Ricalca le tue orme; fa che 
ti rivegga vittorioso o mai più. Meglio morire che dovere la sua 
salvezza ad una donna! Queste magnanime parole che non hanno 
altro riscontro che in quelle di Vetturia a Coriolano, furono udite 
daihoiari e dai soldati ch'erano giunti *con Stefano.» Furono scintilla 
che rianimò il loro coraggio. Stefano giurò df ritornare alla pugna 
e di morirvi anziché indietreggiare di un passo, ed i suoi hrandendo 
in alto le armi replicarono : Lo giuriamo con te ! 

La principessa Voquitza, questa avvenentissima donna, ch'era 
pur essa salita sul terrazzo che copriva la porta del forte, animata 
da fuoco patriotico, incuorava i soldati a ricominciare la battaglia. 
Pareva su quegli spaldi una dea ; i lunghi, fini e biondi capelli gli 
cadevano mollemente abbandonati sugli omeri bianchissimi e mezzo 
scoperti, facevano mille aggraziate anella attorno all'eburneo collo. 
Fatima alla sua volta rimproverò acerbamente Radamante dello aver 
seguito il vaivoda anziché perire da forte sul campo della gloria. 

I fuggitivi Moldavi tornarono incontro il nemico per vie traverse. 
Sorpresero di fianco Taccampamento ottomano. I Turchi sdraiati 
stavano festeggiando la riportata vittoria nel di precedente. Stefano 
irruppe fra le tende come un fulmine di guerra , coi dodicimila 
uomini, che solo gli restavano. — Il grido era: Viva Traiano! in 
ricordo del fondatore delle colonie romane in Dacia. I Musulmani 
suonarono ben tosto a raccolta. Una pugna acerrima ne segui. 
Trentaniila rumani di Moldavia furono morti, ma la vittoria rimase 
a loro, perchè gli Ottomani vi lasciarono centomila uomini, e furono 
vergognosamente costretti a fuggire. 

Quella giornata, cosi splendida per la Moldavia, era costata cara 
assai. Radamante capitanava 1 giovani Genovesi, ed erano rimasti 
sempre a lato di Stefano facendo predigli di valore, ma nella lotta il 
vaivoda fu dal suo destriero, ribelle al freno, trascinato in mezzo ai 
Turchi, che subito lanciarono freccie, e ferirono mortalmente il ca- 
vallo. Radamante vistolo cadere, scende dagli arcioni e dà al principe 
il suo buon destriero, ma in quello una freccia evidentemente desti- 
nata a Stefano, lo colpisce in un occhio e penetra nel cervello. Ra- 
damente spira dicendo : — Baba-Dokia ! confido a te i miei figli. — 
6aba-Do e non potè proseguirei 

Inutile il ridire come la perdita di cosi provato amico e di cosi 

(1) J. A. Vaillant. La Rumarne. Paris 1844, T. 1 , p. 256. —Vi è nel 
libro intitolato : Canti e lagrime di D, Bolintineanu (in rumano). lassi 1852, 
una bellissima ballata su questo episodio, intitolata: Stefano il grande e 
sua madre. 



276 RIVISTA CONTEMPORÀNEA 

strenuo scudiero fosse riuscita acerba al vaivoda. Non però ristette; 
che la salute della patria era il suo supremo amore. Badamantino 
fu da quella irreparanda sventura cangiato in tigre. Roteando Tazza 
si cacciò tra una falange turca ed immolò un ecatombe di spahì per 
vendicare il suo padre. I Genovesi non furono a lui secondi e tanto 
fecero, che poco mancò non s'impadronissero dello stesso visir co- 
mandante dell'esercito ottomano. 

La valle ove successe questa memorabile battaglia si chiama 
tutt'ora la Valle Alba, cioè bianca, per la infinità di cadaveri, che 
rimasti spolpati, ricopersero colle loro ossa biancheggianti quel piano. 
Durarono più anni insepolti ; la putrefazione de' cadaveri ammorbò 
l'aria, e la Valle Alba divenne, da saluberrima ch'era, pestifera, per 
cui rimase deserta. Oggidì ancora, che tornò ad essere sana, spin- 
gendo l'aratro a rompere le zolle , si riconducono alla luce molte 
ossa dei caduti in quel memorando giorno. 



VII. 



Chiusa fiamma è più ardente ; e se pur cresce, 
In alcun modo più non può celarsi. 

Petrarca, Canzone XVI. 

Lasciamo che Stefano il Grande attenda nella pace a rimarginare 
le molte piaghe cagionate dalla guerra ai suoi Moldavi e ricondu- 
ciamoci in Crimea. 

Il Chan Mengelì-Gherai era uomo di sentimenti superiori ; ben- 
chò tataro non era come i Tatari barbaro e rozzo. Ristabilito sul trono 
da Maometto II, in condizione di vassallo del gran sultano, non 
erasi mai dimenticato la sua sultana favorita, di cui conservava la 
più soave rimembranza, per modochè ricordava ad ogni istante la di 
lei fanciulla , Fatima , il sospiro del suo cuore , ed avrebbe dato il 
trono per ritrovarla. Essendo certo che crescendo in età sarebbe 
cresciuta in bellezza, iva fantasticando in quale mano sarebbe ca- 
duta ; povero padre I era pure da compiangere ! 

Egli si era promesso di serbar sempre presso a so Fatima, di 
rivivere nei nipoti che dessa gli avrebbe dati. Aveva potuto cono- 
scere, quando l'aveva bambina nell'harem , il carattere amoroso ed 
arrendevole di lei. Oh quante volte la chiamava sospirando pei viali 
del giardino o per le sale del suo palagio, ma non riceveva risposta. 
Invano le sue molte donne cercavano svagarlo, Mengeli-Gherai era 
sempre nella più profonda malinconia. 



BABA-DOKIA 277 

Fatima vedeva ogni giorno Eadamantino, poiché era scudiere di 
Ste&no; da alcun tempo la Moldavia godeva pace, opperò dessi, tro- 
vandosi abitare lo stesso palagio, potevano vedersi di spesso. Questa 
loro vicinanza accese in essi un vivissimo amore, che iva ingigan- 
tendo ogni giorno ; però sì tacquero a vicenda questo loro affetto. 

Un mattino in cui Fatima erasi, secondo il suo costume, recata a 
pregare^'in un tempietto che sorgeva in fondo del giardino, tratta 
dal tepore che regnava, dal profluvio di odori ch'emanavano da mille 
varii fiori, e dal canto degli augelli ch'ivano saltellando di fronda 
in fronda, si pose a sedere a mezza via, e quasi assorta dall'incante- 
simo di quel sito, se ne stava cogli occhi fissi nel zBif&ro del cielo. 

Badamantino, che era pur esso nel giardino a godere l'aria tepida 
di un cosi bel giorno, continuando il suo passeggio, vide di lontano 
Fatima, immobile e pensierosa. Piano piano le si accosta, e quando 
ne fu distante solo tre passi, si fermò, non diremo a contemplarla, 
ma a venerarla. In quello una nidiata di uccelletti ch'era fra i rami 
di un cespo di mirteti presso cui stava Fatima, sciolse improvviso 
il volo. A quel rumore dessa fu scossa, china gli occhi, e vede a 
poca distanza di sé Radamantino con un ginocchio a terra, i gomiti 
poggiati sull'altro, e tenendosi coUe palme il volto. A quella vista 
le sue guancie divennero come bragia rosse, volle profferir parola, 
ma non seppe. Radamantino meno timido, si alzò, e postosi a sederle 
a fianco, prese le sue mani fra le sue, cosi disse : 

— Fatima, io benedico di essere sceso a respirar quest'aria 
così serena e balsamica, ed in mezzo a questi fiori, perchè mi par 
luogo eletto onde svelarti l'animo mio. Sappi che io t'amo d'im- 
menso amore. Lo tacqui sin ora, ma non posso più frenare il mio 
labbro. Non ti ricorderò come fummo uniti da fanciulli , le nostre 
comuni vicende vuoi tristi vuoi felici, e l'amicizia che legò tua madre 
al mio padre. — No. Io ti chiedo di dirmi soltanto se m'ami, o s'io 
devo morire. 

— Eadamantino quale discorso tu lo sai, ogni volta che 

ci troviamo soli assieme, provo un inesprimibile imbarazzo ; sii cor- 
tese di lasciarmi, giacché il tempo fugge, ed io devo recarmi a fare 
l'ordinaria preghiera del mattino. 

— Cosi mi parli? crudele! Il tuo labbro mentisce, perché nelle 
occhiate che ci siamo avvezzi a ricambiarci, io lessi parole d'amore, 
promessa e giuramento di amarmi. 

— Ebbene ti risponderò che le hai interpretate quali erano. Ar- 
rossisco al confessarlo, perché io credeva che il mio segreto non si 
fosse a te palesato. Ma ora che l'hai scoverto,, ora che senti dal 
mio labbro a dirti: io t'amo, devo farti riflettere che la reciproca 
nostra condizione non é assicurata. Noi qui siamo accolti e trat« 



278 RIVISTA C0NTBMP01.ANEA 

tati con ogni maniera di riguardi. Il tuo padre facendo olocausto 
della sua vita al grande Stefano, ti ha dato certamente diritti alla 
sua gratitudine. Ma in uno Stato ch'è, può dirsi, in continua guerra, 
possiamo noi calcolare che la nostra attuale posizione sii per essere 
durevole? Se un altro rovescio come quello di Valle Alba incogliesse 
il Vaivoda, e che più non potesse avere la rivincita, di' un po', che 
sarebbe di noi? 

— Oh Fatima, se nelle risoluzioni si avesse sempre a pensare 
alla dimane, non mai si prenderebbero. È un sotterfugio per dilazio- 
nare la nostra unione. Consenti che io domandi la tua mano al Vai- 
voda, giacché l'amor mio è cosi intenso, che mi bisogna o coronarlo 
o morire. 

— Sempre fai di queste brutte minaccio. No, Badamantino, non 
è ancora tempo a ciò. L'ottima principessa Elena non vorrebbe sepa- 
rarsi da me in questi tempi di pace incerta e sospetta, ed io sarei ingra- 
tissima se la lasciassi. Aspetta che la Moldavia tomi tranquilla, ed 
allora ti darò mano di sposa, per non mai più dividermi da te ; ti 
seguirò nelle battaglie come nelle peregrinazioni, sarò con te nella 
città, come bisognando nelle capanne; ma ora abbandonare la Prin- 
cipessa, che tanto fece per me, mi sarebbe impossibile cosa. 

La giovine donna mandò fuori queste parole a stento, che senti- 
vasi fascinata dallo sguardo di Radamantino, il quale strettele le 
mani nelle sue e guardandola con occhi di fuoco, pareva volesse 
costringerla a dirle di subito quel si che implorava. 

— Badamantino, abbassa gli occhi, che que' tuoi sguardi m'in- 
cendiano lasciami, per quell'amore che ti ho palesato, Badaman- ' 

tino lasciami. 

— No ; non partirai prima di aver deciso della mia vita ! 

— Ascolta : risolutamente ti dico che adesso non ti do risposta ; 
domani toma in questo giardino ; là alle soglie del tempio ti dirò 
ciò che ho deciso. 

— Bipetimi che m'ami ; quelle parole mi daranno forza ad 
aspettare. 

Ed allacciando la giovine per la vita, se la strinse al petto, le 
impresse un vivo ma puro bacio sulla candida fronte, e parti. 

Dessa tornò a sedere agitatissima , poi , rimessa dall'orgasmo 
. provato, si recò nel tempio, ma in tutte le immagini che pendevano 
dalle pareti raffigurava Badamantino. Chiese quindi supplice ft Dio 
ed alla sua Madre d'inspirarle la risposta che dare gli doveva. 

Il mattino susseguente era bello e sereno. Fatima s'avviò pian 
pianino per que' viali : bramando quasi di tardare ad essere al co- 
spetto del suo amante; temente e pensierosa, proseguiva il pas- 
seggio, allorché trovossi ad un tratto faccia a faccia di un uomo 



BABA-DOKU 279 

che all'aspotto dimesso reputò un mendicante ; la giovine gli porse 
alcune monete, ma questi prendendola dolcemente per mano, si pose 
a dirle in lingua tatara, e con accento flebile ed affettuoso. 

€ Figlia d'Oriente ! (1) tu nata là dove sorge la luce e la vera 
« fède ; tu nata nel paradiso terrestre, nelle sale principesche della 
€ corte di Bakchi-Serai ! La tempesta del mar Nero ti trasse a 
« queste sponde tutte zeppe del sangue musulmano I Vedi le tue 
€ sorelle di Crimea fra le perle ed i profumi voluttuosF deir Arabia, 
e sono alTapice della felicità, non provano altro dolore se non quello 
e di saper la loro cara Fatima schiava di giaurri in terra straniera! 
e Obbedienti al Profeta , molti di noi ci diemmo a percorrere le 
€ terre dall'Oriente all'Occidente, non curando alcun pericolo per ri- 
€ trovare le tortorelle smarrite. Dopo tante indagini, ti ho trovato. 
€ Allah è grande ! Allah vuole il tuo ritomo 1 Fatima, io sono il più 
€ felice di tutti i mortali ! ti ricondurrò nella tua patria ! vieni, se- 
€ guimi. Maometto fuggi pur esso dalla Mecca, ma la sua fuga 
€ assicurò il trionfo dell'Islamismo. Un santo ardore ti dia le ali ai 
« piedi! Vieni! 

Fatima credette costui fosse un mentecatto, ma quello continuava 
pur sempre a dire : il Profeta me lo impose; e traeva la giovine con 
tutta foraa verso di lui ; allora sbigottita Fatima, prese a fare conti- 
nuamente segni della croce, credendo fosse un demonio venuto a ten- 
tarla, ma, nò i segni di croce, né le preghiere valsero a respingere 
quell'uomo. 

n Tataro^, scorgendo non essere facil cosa indurre colle parole 
quella creatura a seguirlo, pensò adoperare la violenza. Fatima fatta 
ardimentosa dal pericolo , e sebbene si trovasse là sola , e dove le 
grida non giungevano ad essere intese nel palagio, ributtò con forte 
colpo nel petto il Tartaro dalla pelle giallognola e dagli occhi obliqui, 
e gli disse: 

— Scellerato Nogaio! mi accorgo che tu sei un Nalba escito 
ddl' inferno per tentare la mia fede. Io sono figlia d'una martire 
cristiana che mi educò nella fede di Cristo, del vero Dio. Egli è mio 
scudo, mia salute, e nel suo santo ed adorato nome t'impongo d'al- 
lontanarti ! Toma ai tuoi idoli bugiardi ed alle steppe del Volga, in- 
nanzi che taluno qui venga a farti prigione. 

n Tataro a queste parole sali in sulle furie barbariche. Era un 
iman, ed è noto quanto questi religiosi musulmani siano fanatici 
di ricuperare i giovani islamiti, caduti m potere dei cristiani. Era 
giunto a scoprire ove eransi rifugiati i giovani Genovesi, per via 
di alcuni Turchi, ch'erano stati con quelli condotti in làoldavia, o 

(1) G. Asaky. Nouf)eUe$ historiques de la Uoldo-Roumanie. Jassy 1859* 



280 RIVISTA CX)NTBMPORANEA 

commessi la chiamano, Bogdaula, ed aveya pare saputo ivi trovarsi 
Fatima; si diede quindi a trovar modo di parlarle ' da sola, e di ra- 
pirla, sperando di riceverne gran ricompensa da Mengeli-Gherai. 
L' iman aveva combattute le ultime battaglie , e quella stessa di 
Vair Alba ; conosceva palmo a palmo le città, rumane, ed erasi intro- 
dotto nel giardino aspettando il destro per sorprendere Fatima, in- 
durla colle impromesse di felicità e di onori a seguirlo , e non ade- 
rendo, involarla. 

Appunto avendo visto tornar vane le parole, T afferrò per un 
braccio, e coU'altro trasse un yatagan di sotto le vesti, e glielo 
infisse nel seno. 

Ahi!..... mi muoio! 

Badamantino che era stanco del lungo aspettare alla sogHa del 
tempio, cominciava impazientarsi ed a dubitare fosset preso a dileggio 
il suo amore : s^avviò importante verso il palazzo, quando gli parve 
udire la voce di Fatima; si slancia, divora lo spazio che ne lo sepa- 
rava, e giunse in tempo per vedere l'Iman pugnalare La giovinetta 

e cadere 

come corpo morto cade. 

Slanciarsi sul Tataro , trapassarlo colla spada fu istantaneo ; poi 
si pose non a gridare, si ad urlare, attalchè mosse a scompiglio le 
guardie della corte del Vaivoda. 

Intanto egli sollevò Fatima ch'era caduta in terra, immersa nel 
proprio sangue ed in quello del Tataro da lui svenato. Fattosi col- 
Taiuto di servi a trasportarla negli appartamenti della principessa, 
là venne spogliata perchè respirava ancora : figuratevi il dolore del 
giovine, nel vederle fitto nelle carni il pugnale; ma oh prodigio I 
la lama aveva scivolato tra le vesti ed un reliquiario od amuleto 
che aveva appeso al collo, e cosi non era entrato che di sghembo 
nelle carni. Quando messa a letto, Badamantino entrò in camera, ed 
avendo udito come la ferita era leggiera, perchè il pugnale aveva 
urtato contro un corpo duro che la giovine aveva dentro un sac- 
chettìno, e nascosto sotto le vesti , cadde in ginocchio, e Baba-Do- 
kia, sclamò , quanto ti devo I — Voltosi poscia alla principessa che 
era accorsa presso alla sua amica, le disse : — Ti ricordi quando noi 
due, prima di partire per la battaglia in cui peri il mio povero padre, 
fummo a visitare Baba-Dokia, e stettimo tanto tempo colà, e come 
ella ci diede un pezzetto del macigno 1 noi lo conservammo gelosa- 
mente, lo spezzammo in tre parti, uno l'ebbe mio padre, poveretto I 
al quale non giovò, l'altro Fatima, io il terzo. Ebbene ora fu salva 
da Baba-Dokia. Oh appena Fatima sarà guarita, io ascenderò la 
vetta del monte, e là a ginocchio ti renderò grazie di avermi salvato 
colei che amo immensamente. . 



BA6A-D0KIA 281 

Dopo alcun tempo Fatima rinvenne ; la ferita era medicata, né 
lasciava timore che s'inasprisse ; il dolore era leggiero. Quando seppe 
com'era stata miracolosamente salva, essa pure ricordò Baba-Dokia 
e rese grazie a Dio. Radamantino lasciò la sua amante colla prin- 
cipessa, e fu a ricercare se negli abiti dell'iman, per esso ucciso, 
trovava qualche traccia di chi era ; e rinvenne un berat con cui era 
raccomandato a tutti i credenti in Maometto, onde potesse far preda 
di Giaurri. Inoltre quello scellerato aveva legato sul petto un Bacchet- 
tino, Io svolse, e trovò che era quello stesso perduto dal suo padre 
alla battaglia di Vali' Alba, e che l'iman aveva reputato dover essere 
un talismano. 

— Baba-Dokia, disse Radamantino, tu mi salvasti l'amante e 
drizzasti il mio ferro a vendicare la morte di mio padre. 

Tornato presso a Fatima le narrò l'esito delle sue ricerche, e dessa 
alla sua volta raccontò alla Principessa minutamente l'accaduto, e 
d'animo schietto com'era, non le tacque che si era recata nel giardino 
per dar risposta a Radamantino che gli aveva fatto preghiera di 
sposarlo, e soggiunse ch'era risoluta di dire ch& pazientasse, non 
volendo separarsi da lei in giorni ove la guerra rumoreggiava an- 
cora d'intorno, e quando sapevasi che Maometto II anelava a trar 
vendetta della sconfitta di Valle Alba. 

La buona Elena la rampognò d'averle nascosto questa sua in- 
clinazione, e, lungi dallo sconsigliamela, diede il suo assenso alla 
loro unione. 

Avuto questo insperato assenso , Fatima creda essere giunto 
il tempo di palesare il vero essere suo, e raccontò al Vaivoda, alla 
principessa Elena, ed a Maria, seconda moglie di Stefano, essere 
dessa figlia del Chan di Crimea Mengeli-Gherai, come la sua madre 
fosse stata la sultana favorita, e come da lei educata nrila fede di 
Cristo, non che i particolari della sua fuga. Il principe spedi allora 
un messo a Mengeli, che trovavasi a Bakchi-Serai, onde informarlo 
che la sua figlia viveva, ch'era stata battezzata, ed ora andava sposa 
al prode Radamantino, e ch'egli, Stefano, ravvisava in quest'unione 
un avviamento ad una stretta alleanza fht i due Stati. Mengeli-Gherai 
il quale non era, benché Tataro, nemico del nome cristiano, e tro- 
vando opportuna un'alleanza col Vaivoda, accolse bene il messo, e lo 
rinviò con sontuosi regali per la sposa, a cui mandò dire reputar 
buone tutte le religioni che riconoscono un Dio solo e onnipotente : 
ch'egli era felice di sapere la sua diletta figlia prospera e avventu- 
rata, e conchiudeva mandandole la sua patema benedizione. 

Quella benedizione allietò oltremodo Fatima, perché l'ebbe come 
vaticinio di felice avvenire. Stabilito il dì delle nozze, in quelle si 
fecero di grandi feste, a cui presero parte tutti della città. Il 



282 BIVISTA OOMTBHPOHANBA 

venerando archimandrita della Moldavia Teoktiste li sposò nell*an- 
tica. basilica dedicata a S. Dimitri, e pronunciò un eloquente ser- 
mone, inteso a dimostrare come la fede e la virtù ottengano meritato 
premio. 

Pochi giorni dopo Radamantino colla sua sposa si recavano in 
pellegrinaggio al monte Pione, onde andare compiere il voto &tto 
a Baba-Dokia; non è d'uopo il dire quanto quella gita fosse fatta 
con animo lieto ; essi si amavano tanto, avevano posto il loro amore 
alla prova d'infinite sventure e di aspri dolori e confidavano pertanto 
che avrebbero, uniti, godute felicità future. 



Vili. 

Antica storia narra cosi. 
Carrer. 

Coloro che avranno avuto la gentilezza di leggere questo mio 
povero e disadorno racconto, vorranno certo sapere chi sia Baba-Do- 
kia. Cotesto giusto desiderio io intendo soddisfare, ma qui non posso 
più appoggiarmi alla storia, giacché Baba-Dokia non vive che nelle 
leggende e nella tradizione orale dei Rumani, ed in canzoni popolari. 

Nell'anno 100 d. C. TAiano mosse contro Decebalo re dei Daci, 
il quale, non pago di esser giunto ad imporre a Roma un annuo 
tributo, iva raccogliendo sotto le armi i vicini Sarmati, accresceva 
gli apparati bellici e intendeva di ritornare ad aggredire i Ro- 
mani. Vinto , chiese ed ottenne la pace , ma poco dipoi tornando 
a porsi in armi, Traiano tornò nel 103 a combatterlo. Oli apparecchi 
della guesra ed il ponte sul Danubio richiesero tre anni di tempo. 
Nel 107 Sarmiz-getusa, la metropoli dello Stato, venne in potere 
di Traiano, e Decebalo, dopo aver imprecato l'esterminio de' Romani, 
8i cacciò il ferro nella gola, e morì per non cader prigione. Traiano 
fece ampia strage dei Daci, e per ripopolare quelle terre, vi mandò 
numerose colonie, da cui discendono gli attuali Moldo-Valachi, ed 
a cui devono la loro lingua semi-latina. Ciò è storia: ora diremo la 
leggenda. 

Decebalo, secondo questa, aveva una figlia di straordinaria bel- 
lezza che chiamavasi Dokia. Traiano la vide, e se ne innamorò per- 
dutamente; però essa non volle mai saperne di lui, poiché era presa 
d'amore per Zamolxi, ora avuto per Dio della guerra, della divina- 
zione, della medicina, della poesia e dei defunti (1), ma che fu le- 

(1) Bergmann. Lei Gètes. Strasbourg 1859, p. 191 e seg. 



BÀBA-DOKIA 283 

gl'alatore, pontefice e re dei Ceti, grand'uomo che insegnò le dot- 
trine di Numa, Gothama, Mokavira e Pitagora a' suoi vassalli. 

Decebalo essendosi ucciso anziché arrendersi a Traiano, Dokia 
per non cadere cattiva di questi, fuggi sul monte Pione che, come 
abbiamo di già detto, è nella giogaia dei Carpazii ; ma Traiano che 
voleva possederla ad ogni costo, l'inseguì per tutte quelle rapide 
balze, e quanto maggiori erano gli ostacoli, tanto più grande era in 
lui il desiderio di raggiungerla. 

Nascosta , come usava 2«amolxi , in misteriosa grotta , viveva 
nelle tenebre, e nutrivasi di erbe crude, ma Traiano scopri il luogo 
dov'erasi rifugiata, e penetrò nello speco. Allora la misera Princi- 
pessa uscitane fuori da un pertugio, incontrata una mandriana, 
scambiò le sue ricche vesti di seta, il manto di porpora e la gem- 
mata corona, contro gli umili abiti ed un velo bianco di quella, 
ed ivi rimase a custodire il gregge. 

Mezza velata e coi capelli sciolti stavasene sulla cresta del monte 
che chiamasi Ciahlòu, vigilando l'armento, quando Traiano, ch'aveva 
riconosciuto l'inganno delle mutate vesti, le corse incontro ; dove 
fuggire? non vi ò mezzo. L'imperadore di Soma le parla del suo* 
amore ; n'ò respinta con fierezza, ma quelle ripulse accrescono la 
fiamma nel cuore del vincitore dei Daci, stende la mano ed afferra 
l'infelice Dokia con tutta forza. È nel procinto di cader preda della 
passione di chi aveva sterminato 1 Daci, non ha più mezzo di 
■campo; ma le sorge pensiero d'invocare Zamolxi onde la salvi dal 
disonore. 

Traiano l'abbraccia, se la stringe amorosamente al petto; ma 
«ente un freddo scorrergli per le mani, ma trova un corpo resistente 
alla pressione; ch'era avvenuto? Dokia era stata mutata in sasso, 
che iva giganteggiando, mentre Traiano esterrefatta la contemplava. 
Zamolxi, dicono le leggende, era stato il primo ed unico amore di 
Dokia, e col suo potere l'aveva cosi tolta dalle ugne dell'imperiale 
suo tentatore. Ma Traiano, prosegue la leggenda, continuò ad amarla 
benché metamorfosata in macigno; anzi, toltasi di capo la corona 
dei Cesari, la pose su quello della statua, e perdurò finché egli visse 
ad amarla* 

Una di queste canzoni popolari riferita dall'egregio Asaki cosi 
appunto Gonchjude: 

Trajan vede acesta «ina 
Desi està vincitor 
Fromusetii ei s'inchina 
Se subgioga de amor 
Il Pione è visitato oggidì da quanti vanno pei Carpazii, indottivi 
dai popolani i quali credono ancora al magico potere della cima più 



284 BIVISTA CONTEMPORANEA 

alta del Ciahldu, che parte dalla natura, parte dall'arte fu cosi ri- 
dotta da raasomigliare di lungi ad una statua circondata da venti 
pecore (1) che sono altre cime di monti minori circostanti. Un'altra 
cima maggiore s'innalza fra quelle gregge, quella, dicesi, è l'aquila 
che Traiano pose a guardia nel partire, onde vigilasse su Dokia. A 
queste elevate cime fanno corona rupi scoscese, che addossate a quelli 
paiono antri , e la leggenda dice , essere U ove Dokia si riparò, 
quando fuggi alle ricerche di Traiano. 

Divinizzati dalla popolare superstizione, essa divenne il genio 
protettore del paese, ed in oggi se in Moldavia trovi un all)ero di 
grossezza straordinaria, il contadino ti dirà che Baha-Dokia vi ballò 
attorno. 

Ad essa, come a genio o ninfa buona, si attribuiscono i tempo- 
rali ; se tuona, si crede siano i suoi sospiri che si spandono per le 
regioni del cielo. Dessa volge a suo talento i primi giorni di pri- 
mavera, opperò sono designati ditele DoUeij cioè giorni di Dolda; 
forse ciò deriva dacché nel rito greco non unito, santa Doquie si 
celebra al cominciamento di marzo : la quasi omofonia dei nomi con- 
fuse la Ninfa e la Santa. Però mi fu detto da chi sa di lingue 
slave, che il nome di Baba-iDokia deriva da quelle nelle quali Babà 
o Babcia significa vecchia donna, e Doi^ spirito, genio e simili, il 
che equivarrebbe a dire: spirito antico o vecchia fata. 

Il Pione diventò quindi il soggiorno degli oracoli ; vi si trovano 
statue rozzamente intagliate nel granito. I Rumani che sono ancora 
cosi entusiasti di Traiano da (dare alla via lattea il nome di via di 
Traiano, che gli attribuiscono fatti portentosi, hanno ad un tempo 
in venerazione Baba-Dokia, e se oggidì le classi eulte si ridono di 
siflEatte volgarissime credenze, i contadini le hanno per verità incon- 
trastata. À confermarli in ciò s'aggiunge il fatto che nelle spelonche 
di que' monti si ripararono i cristiani per iscampare dalle persecu- 
zioni dei barbari, e vi costruirono segreti altari , come nelle cata- 
combe di Roma. Ivi si condusse la celebre principessa Elena, moglie 
del Domno Pietro Mejear detto Rareche, ed ivi pure nel 1821 venne 
a spirare la misteriosa Serafina; Chi era quella bella giovine accorsa 
presso il creduto simulacro di Baba-Dokia? Nessuno fin ora lo seppe. 
Chi sa quanti ancora della Rumania continueranno ad ire al monte 
Pione in pellegrinaggio ! Durevolissime sono nel popolo le supersti- 
ziose credenze, e l'Europa australe ed occidentale che pure mena 
vanto di gran coltura, ribocca ancora di credenti nelle meraviglie 
novelle dei medium che fan parlare i morti. 

(1) De Kogalnichan. Hisioire de la Valachie et de la Moldavie. Berlin 
1837. T. 1, p. 9. 



BABA-DOKIÀ 285 

Tal ò in quante minori parole mi fu possibile la leggenda di 
Baba-Dokia : ora darò fine al racconto. 

Fatima e Radamantino mentre stavano contemplando l'informe 
statua del genio benefico della Moldavia, un pezzo del sasso di cui 
è composto, loro cadde ai piedi ; essi l'ebbero come un segnale che 
la loro unione era gradita , ne trassero lieti auguri! , e lo conser- 
varono quale miracoloso talismano. 

Stefano IV il grande ebbe per uso di far costrurre un monumento 
religioso per ogni battaglia ch'aveva vinto. Avendo in quarant'anni 
di regno vinto quaranta volte, altrettanti monumenti eresse. Per- 
altro quello rammemorante la gran battaglia di Val Alba lo eresse 
venti anni dopo con istraordinaria pompa in mezzo a quelle pianure. 
Consiste in ima chiesa dedicata all'Arcangelo Michele , la quale 
attesta oggidì una delle più grandi epoche della storia Moldava, e 
sotto l'altare maggiore fece collocare le ossa di Radamante che 
erano state raccolte e deposte in luogo privato. Nell'orbita dell'oc- 
chio stava ancora infitta la freccia che lo aveva ucciso. Nella piazza, 
nauti la chiesa, ^i fece scavare una grandissima fòssa per deporvi 
le spoglie dei caduti in quel giorno per la fede di Cristo e per 
la patria. 

Radamantino e Fatima vissero prosperi a lungo; ogni anno, il 
di anniversario di quella battaglia, deposero una corona di sempre- 
vivo sulla tomba dell'uomo a cui l'uno doveva la vita, l'altra di 
averla salva, entrambi la loro vera e durevole felicità. 

Ida Vegbzzi-Ruscalla. 



286 



FRANCESCO BURLAMACCHI 



(•) 



PREFAZIONE 



Fu saggio pensiero del Governo, presieduto dall'illustre e bene- 
merito Ricasoli, quello d'innalzare una statua a Francesco Burla- 
macchi, martire dell'Italia in que' tempi che l'unità e indipendenza 
di essa era desiderata da pochi alti intelletti, è quasi tutti gl'Italiani 
si curvavano ai regoli che malmenavano questa patria divisa e do- 
minata dalla tirannide di Carlo quinto. Gli Strozzi e gli altri esuli 
fiorentini vanamente tentarono di contrastare al colosso che oppri- 
meva la penisola. Burlamacchr tentò di liberar la Toscana dalla 
signoria di Cosimo, ed è certo che nel magnanimo disegno egli 
comprendeva tutta Italia, — La vita e la morte di questo generoso 
mi parvero argomento nobilissimo per la letteratura civile, alla 
quale i tempi sono per buona ventura singolarmente propizii. Ne 
la storia tacque il suo nome né le sue gesta. Il Benerini, negli 
Annali Lucchesi, dettati con tanta eleganza di latinità, con quella 
schiettezza che gli è propria ne favellò, e le sue pagine si legge- 
ranno recate in italiano nelle note a questo componimento. Lo 
Zeller, quai^tunque francese , nella sua bella storia d'Italia ram- 
mentò il Burlaraacchi. Carlo Minutoli di Lucca ne diede fuori un'ac- 
concia biografia ove non manca bontà di lingua e di concetto, e 
abbondanza di notizie. Trista cosa è che comici ciurmadori abbiano 

(*) Vedi la Nota in calce al presente. 



FBANOESCO BURLAMACOHI 287 

contaminata la veneranda sembianza del martire con alcuno di quei 
drammi che sono il disonore del teatro italiano, il quale con tali 
produzioni insensate, invece di risorgere, va ognor più declinando. 
Io feci argomento di una novella storica i casi dell'infelice Bur- 
lamacchi. Nulla alterai di quanto costituisce il fatto, che ciò mi 
sarebhe sembrato profanazione, ma aggiunsi Telemenlo fantastico. 
Coloro che volessero vituperarmi per aver posto nel mio lavoro un 
personaggio allegorico, rimando all'Ariosto, die diede aspetto 
umano alla Frode, alla Discordia, allo Sdegno. Il metro variai con- 
forme parevami necessario , mentre lo sciolto è più adattato alla 
descrizione e alla storia, e l'ottava più alla Leggenda. Quanto allo 
stile cercai di tenermi in un termine tale che le diverse opinioni 
letterarie se non venivano appagate , almeno non fossero urtate. 
Come considerai debito d'onesto cittadino il propugnare que' santi 
principii che sono indispensabili al bene dell'Italia , cosi reputai 
obbligo d'italiano scrittore il curare più ch'io potessi la bellissima 
nostra lingua. Dalle esagerazioni fui sempre lontano, credendole 
di sommo pregiudizio cosi nelle lettere come in politica. Una libertà 
temperata fu e sarà sempre lo scopo de' miei pensieri. So che non 
vi verrà fatto carico per avere staccata una pagina dalla lugubre 
storia delle cospirazioni. L'indipendenza si ottiene con grandissimi 
sagrifizii. Nei tempi del servaggio, una lotta perpetua si ordisce 
contro la tirannide. Quando l'indipendenza è quasi compiuta^ 
quando la guerra suprema della nazionalità si combatte aperta- 
mente ne' campi, quando la tirannide più non esiste, allora i gene- 
rosi si mostrano a fronte scoperta^ e la cospirazione è un delitto. 
Credo di far cosa grata alla gioventù, narrandole la vita del Burla- 
macchi , credo di non dispiacere agli uomini di lettere con argo- 
mento di storia civile. Se la congrega di coloro che preferiscono le 
ciance arcadiche mi sdegna, io ne godrò. Essi sono nemici d'ogni 
progresso, e odiano la letteratura che sta per sorgere sotto gli au- 
spizii della nazione e del Re. 



288 BinSTA CONTEHPOBANEA 



Ridea la primavera, e i campì e Tonde 
Una feconda voluUade empia. 
Esultavan d*amor grilali colli, 
E dalle violate alpi e dai gioghi 
Degli Apennini armonioso spirto 
Si diffondea di vita e il fiammeggiante 
Dell'eterea beltà sole immortale I ^ 

Delle vergini selve il verde opaco 
Contrasta con la porpora e col puro 
Candor de' fiori, una serena calma 
Dolce conforta l'inesausto grembo 
Della natura, e degli umani in core 
Scorre un'aura d'amor, aura di festa 
E l'inno cui risponde ogni remota 
Plaga de' firmamenti e in Dio si posa. 

In un bosco di grandi arbori denso, 
Che stendono le fresche ombre perenni 
Alle falde di eccelso agevol monte 
Vagheggiato dai rai primi dell'alba 
Stassi un italo saggio^ a cui le mura 
Della libera Lucca e i suoi palagi 
É spesso dolce di cambiar col vivo 
Aere delle montagne. Una tranquilla. 
Angusta casa fra le piante in riva 
D'un torrente bianchieggia. È quella il sacro 
Asilo di Francesco. Ivi solingo 
Con se medesmo si raffronta, e chiuso 
In quei recessi, con devoto amore 
Pensa all'Italia. D'una bruna veste 
Cinte ha le membra» la sua man sostiene 
Il volume di Dante^ in cui s'affisa 
L'infiammato pensiero. Il mite sguardo 
Del sol di maggio ne rischiara il viso, 
E di gioia serena e fuggitiva 
La pace melanconica ne tempra. 



PBANCESCO BUBLAMACCHI 289 

Ratte nel meditar Tore trapassa. 
Ma in mezzo alla quiete impertarbata 
Della foresta e fra i profondi studi 
Gli ribolle nel cor as$idua cura 
Che toglie ogni dolcezza; è della patria 
La forte carità che lo consola 
E lo af&igge ad un tempo; è il ver che sempre 
Gli compare dinanzi e lo persegue, 
E la natura gli riveste a lutto ; 
È il santo ver che a lui rivela Iddio, 
E i disastri d'Italia Ei scorge, e grida : 
€ I concetti di Dante e Machiavello 
Speme non danno, ma dolore all'alma. 
Oh potessi obliar, potessi il nome 
Di libertade non udir più mai! 
Ma fora invan che in ogni libro è scritto 
Ove si renda a sapienza un culto, 
E se noi fosse, lo imprimeva eterno 
La potenza di Dio ne' cuori umani. 
Né impero di tiranni, o l'ignoranza 
Delle barbare genti, o la feroce 
Ira sacerdotal può cancellarìo. 
Italia è serva, a sue divine membra 
Si raddoppian catene, il giogo ispano 
Sovr'essa incombe, e il giogo empio di Roma. 
Cosmo è sgherro di Spagna : oh come è fatta 
La bella Flora che cotanto amai 
Miserabile in volto e taciturna ! 
Nelle case superbe e per le strade 
Regna il vigil sospetto e la paura. 
Al calar della notte è trasportato 
Chiunque alletti generosi sensi 
Nelle carceri tetre. Etruria intera 
É fatta schiava di genia codarda. 
Ciò non puote durar: come un sol uomo 
I popoli percossi insorgeranno : 
Pugneranno guerrieri a mille a mille 
Folti come le piante onde s'imbruna 
Questa annosa foresta!... Eppur s'illude 
Forse il mio spirto, e a più remote etadi 
Forse è serbato il ridestar dall'urne 
I sepolti, ed in man della gran donna 
Ripor lo scettro— Ebben se all'opra solo 

JHvista C. — 19 



290 BIVI8TA OONTBMPORJLNBA. 

Esser deggio il sarò... morir mi giova 

Vittima di uno splendido pensiero. 

Mi muove invidia il glorioso fato 

Di Ferruccio trafitto in Gavinana : 

Anch'io morrò di gloriosa morte. 

E quando Italia le catene infranga 

Fia la memoria riverita e sacra 

Del mio martirio... Ah da me lungi oscuri 

Presagi, e fere vision funeste... 

L'incominciata tela omai si compia... 

Con mente immacolata e cor securo, 

Affrettiamoci all'opra... E concitato 

Muove i passi veloci in riva all'acque 

Dai balzi d'inaccessa erta irrompenti. 

E con cupo fragor levando intomo 

1 larghi sprazzi di canuta spuma, 

Ei rimira nell'acque il vario scherzo 

Dei colori dell'In e il tempestoso 

Impeto orrendo che le spinge in ginso 

Finché tacciono accolte in verde piano. 

Quel fremito incessante e quel riposo 

Ei rassomiglia al traboccar dell'alma 

Quando la invade irrequieta forza 

Di passion tremenda, e alfin prostrata 

tocca da un gentil riso di fede 

Ritoma in calma. E mentre ei va pensoso. 

L'acume dello sguardo innanzi appunta 

Nell'atto di chi attende una persona 

La cui sembianza è il ciel per gli occhi suoi. 

Per poco dileguar da quella fronte 

Le nubi, e in foco si colora il viso 

Mansueto del giovane. E* repente 

Ode un scalpito^ e mira in bianco velo 

Agitato dall'aure, e fra la densa 

Ombra de' rami su destriero ardente 

Bellissima una donna avvicinarsi... 

S'innoltra, giunge, è dell'amato in seno. 

Taccion le labbra, ma un sublime affetto 

Favellano gli amplessi ed i sospiri. 

Esultano gli amanti entro il sereno 

Gaudio degl'immortali. — Alfin giungesti 

mia desiderata Elena, o bella 

Viatrice de' monti, o rilucente 



FRANCESCO BURLAM.VCOHI 291 

Deir italico suol inclita rosa ! 
Ogni di t'attendea, morta sembrava 
A me natura senza il tuo sorrìso. 
Mi fuggia la speranza : oh alfin tu giungi 
Cara speme ed amor del mio pensiero ! 
Oh come sei leggiadra! oh come è puro 
Il seren del tuo volto, oh come è fresca 
L'aura del tuo respiro ! ah ch'io di nuovo 
Baci le anella della bionda chioma 
E de' labbri la porpora ! Tal era 
L'estasi di Francesco : in lei rimira 
Il suo mondo, il suo ciel, mira il presente 
E il futuro ; è per esso Elena il dolce 
Inno che canta con assidua voce 
L'angelo della vita appresso a Dio. — 
Da che te non vedea, tristezza cupa 
M'ingombrava la mente... errava sola 
Di loco in loco, e più non m'era grato 
L'aspetto della mia città natale. 
Ben io giva a pregar nella sublime 
Maestosa dimora al Dio vivente 
Edificata allor che il longobardo 
Dente mordea l'Italia... ah la preghiera 
Dai dubbi, dall'angoscia era interrotta 
Perchè in te solo io vivo, e te lontano, 
Sento ogni gioia dileguar com'ombra. 
Posan gli amanti nel quieto asilo 
In Qdati colloqui. A tarda notte 
Producono le gioie, i rapimenti 
D'una verace voluttà celeste. 
Pura siccome la beltà sovrana 
Che serena si spande in sul creato. 
Tranquillo è il loro amor come la Luna 
Da cui piove si doke estasi all'alma. 
Non li turba giammai l'inverecondo 
Piacer che è meta a se medesmo, e i sensi 
Stanca ed il ben dell'intelletto offusca, 
Il volgare piacer che da virtude 
E da verace amor si discompagna. 
E quando la virginea alba ogni plaga 
Dell'orizzonte fra brillar, alacri 
Pigliano la foresta e procedendo 
Pel frondoso sentier, miran gli augelli 



292 BIYISTA CONTBHPORANBA 

Che stormendo si destano, le lepri 
Che dileguano rapide dinante 
Alla pesta improvvisa, e i paurosi 
Conigli, e le coperte in bruno vello, 
Lucidissime martore striscianti 
Lungo le fratte. Oh come quel concorde 
Di mille e mille creature liete 
Risvegliarsi alla vita, onde s'informa 
L'universo, riempie all'uom lo spirto 
Di soave conforto ! Egli in cotanta 
Varietà d'innumeri viventi 
Vagheggia Tamistade e l'armonia 
Che dal superno fonie immortalmente 
Alla terra deriva ! A poco a poco 
Dileguano le piante e il monte appare. 
I fidi amanti sull'eccelsa cima 
Giunsero. L'acre è più vivace e sgombro. 
Par che l'azzurro cielo in suo splendore 
S'approssimi alla terra e si congiunga 
In un amplesso la natura a Dio. 
In prato di minuta erba coverto, 
StillaDCe ancor di mattutine gemme 
^ Giunser gli amanti, e la mirabil scena 

Vagheggian lungamente onde s'adorna 
Quell'ampia solitudine. Del monte 
Si digradano i gioghi e una distesa 
Incomincia di colli e di convalK , 
E si miran paesi e casolari, 
E fiumi serpeggianti in mezzo ai campi. 
E più lungo le mute acque di un lago 
Azzurreggiano in grembo alla pianura. 
Ivi è fama sorgesse una cittade, 
E che la sotterranea onda improvvisa 
Palagi, templi sommergesse e torri 
E le misere genti : or vincitrice 
Regna, e il cupo silenzio e l'aura morta 
Che intorno spira infondono ribrezzo 
Nella squallida notte al passeggiero. 
Scorre la vista desiosa intomo, 
E del Tirreno mar nella profonda 
Immensità si perde. dell'Eterno 
Opre divine ! ahi che da questa eccelsa 
Meraviglia di luce e di grandezza 



FRANCESCO BUBLàHàCCHI 293 

Miseramente si disgiunge Tuonio 

Delle tenebre amico e della colpa! 

Ove son le virtudi^ ove il coraggio. 

Ove la patria? — A questo Elena trasse 

Un profondo sospiro: il bel colore 

Delle guance leggiadre impallidìa 

Alle parole di Francesco, e il raggio 

Della felicità rapidamente 

Dalla fronte pudica dileguava. 

Francesco al sen la strinse : o mia diletta 

Non accorarti. Ed ella: ahi troppo miro 

D'un tremendo proposto e disperato 

La fiera impronta nelle tue parole 1 

E dunque^ egli risponde, esser la sposa 

D'un codardo vorresti ? Il del ti diede 

Con superna bellezza anima grande, 

Plaudir tu devi ai generosi afletti 

Di me che t'amo : ah si : l'Italia io posi 

In cima a tutti i miei pensieri, ad essa 

Sacro è il mio braccio e l'intelletto. Oh come 

A questi accenti, la beltà rifalse 

Dell'angelica donna : un bacio impresse 

Delì'amator sul volto, e lungamente 

Lo tenne stretto all'amoroso seno. 

— Oh almen ch'io corra la tua sorte, e sia 
Compagna ne' perigli I E quando il fido 
Stuol degli amici donerai? ~ Fra l'ombre 
Del solingo Castel che là rimiri. 

Questa Qotte ti^arranno. A che reclini 
Gli occhi e li copri eoo le J>iandìe mani? 
E infrenate» le Idgrime rimiro 
Fra le dita stillar? — Al reo pensiero 
Di cotanti perigli e guerre e morti 
Regger non. po6Sp! Tu valente e giusto. 
Di giusti e di valenti avrai corona. 
Ma i mille e mille a tirannia venduti 
Come vincer potrete? Il ferreo scettro 
Di Carlo Quinto sull'Italia incombe... 

— In difficili imprese, in grandi esempli 
L'alto cor si .dimostra, e della patria 

Il santissimo amore* Or via : si taccia 
D'ogni infausto presàgio e non ti attristi 
Di prossimi perigli il fero aspetto. 



294 RIVISTA CONTBMPOEANBA 

Scorriamo in questo solitario monte 
Un di sacro airamore. Amore è il solo 
Sorriso dell'Eterno airuom che soffre. 
Amore è il sacro anelilo che muove 
Dal sen della natura e mai non cessa. — 
E lentamente per Verboso piano 
Che dal monte s'avvalla essi tacendo 
"Volgono il piede. Elena intomo guarda, 
E de' leggiadri augelli il vario stuolo 
Che sgombri di timor cantano arcane 
E divine armonie, li fior alpestri 
Che olezzano sui pruni e sovra i rovi, 
E il monte aprico, tutto ivi conforta 
Alla semplice vita, ai puri gaudi 
Dei felici mortali. Elena esclama: 
Questo asilo mi sembra una ridente 
Tranquilla oasi fra le angosce orrende 
Di che son piene le città. Natura 
Qui i suoi figli carezza e li conforta 
E li prepara all'immortal letizia. 
Spazia la fantasia nelle serene 
Gioie degl'innocenti anni primieri. 
Una fola il delitto e vani sogni 
Qui rassembran la morte e la sventura. *— 
Il culmine vedean d'una capanna 
Fumar, quasi invitando a queto albergo 
E a grata mensa. Ivi adagiarsi. Cara 
Come una mammoletta verginella 
Una fanciulla umil con dolce riso 
Li accoglie. Appresso è il genitor canuto 
Che volge i consolati occhi alla vaga 
Signora al cui sì grazioso aspetto 
Sembra il tugurio illuminarsi. amici, 
Con accento cortese ella comincia, 
Vostro tetto ospitai a voi ne trasse. 
buon vegliardo, al tuo desco ne avrai 
Oggi siccome figli. — Era Francesco 
Dall'ombre sorto dell'assidua cura 
Pari a spirto che avvolto in fosca nube 
Alfine nell'aperto aere si slanci- 
Col remeggio dell'ali. — E invero il loco 
Una piaggia pareva ignota al mondo, 
Ignota al duolo che persegue in terra 



FBANCBSOO BURLAMACX3HI 296 

Ogni mortale. La donzella e il vecchio 
Onorarono gli ospiti, e gnstose 
Villerecce vivande apparecchiàro 
E soave lièo. Dopo gli amanti 
Ritornerò a goder Tauretta e il sole, 
E il verde opaco delle piante, e i fiori 
Che l'odorosa valle in sé racchiude. 

Ma già del sol la fiammeggiante lampa 
Tingeva il mar di un roseo sanguigno 
Tal che la donna abbrividi, rivolse 
I bei lumi languenti al suo diletto 
Che s'orridea d'un mesto riso. Oh mira, 
Elena disse, come cupo è il sole ! 
Par che voglia del mar sull'azzurrino 
Specchio lasciar di sangue orrida impronta ! 
— In tanto strazio dell'Italia e duolo 
Come non gemerà tutta la sacra 
Genitrice natura? Ah qui non giunge 
L'esecrato flagel di tirannia. 
Ma sento il rombo, e l'onde e i, campi e il cielo 
Piangon l'iniqua servitù ferale. — 
Già s'annottava e la gentil fanciulla 
Poggiata al braccio di colui che adora 
Sen giva oltre la valle ed oltre il colle. 
E scendeano a un castel che di mine 
Cinto la negra fronte ergea superbo 
Fra i burroni e le selve. Il ponte alzossi. 
Ei del castello superar le scale 
Irradiate da pallide tede. 
Parca che fosse quel palagio il cupo 
Albergo del silenzio e del mistero. 
Penetrarono in vasta aula, ove accolto 
Stava nobil consesso. Erano gravi 
I volti, né parola ancor s'udia. 
Come Francesco con la donna entrava 
Si levaron guastanti: eran guerrieri • 
Chiusi le membra nella ferrea magh'a, 
E sofi in nera vesta : a tutti al fianco 
Balenavano Tarme. — I Fiorentini 
Esuli si vedean torbido il ciglio 
Ploranti invan la libertà perduta, 
E i proscritti di Siena, ove il feroce 
Spirto di Carlo con orrende fraudi 



296 KIVISTA CONTEMPORÀNEA 

Preparava la strada all'abborrita 
Medicea signoria. — V'eran romani 
Fervidi petti che riporre il seggio 
Anelavan d'Italia in Campidoglio, 
Spezzando alla tirannide papale 
Gli atroci artigli. Ai duci loro intomo 
Faceano riverenti ala i soldati 
In due schiere partiti. A tutti in mezzo 
Cosi Francesco a favellare imprese : 
AI germanico impero è omai soggetta 
L'Italia. Vive la Venezia, vive 
Genova ancora, ma Fiorenza é morta. ' 
Roma e l'altre città son monumenti, 
Splendide tombe agl'itali infelici. 
Pier Strozzi veglia a meditar vendette, 
E in esso e in suo fratel e in tanti e tanti 
Egregi spirti cui Tesiglio accora, 
E in noi vive l'Italia. Ad opra grande 
Noi c'apprestiamo a liberarla. A un grido 
Pisa si leverà, fia nostro il grido : 
Dal suo letargo sorgerà Fiorenza. 
L'intera Etruria accoglierà bramosa 
Di libertà il vessillo. In forte armata 
L'Emilia scorreremo e le Romagne 
Che farem sgombre dai tiranni. Il crudo 
Paolo Farnese fia tolto dal soglio 
Vacante agli occhi del figliuol di Dio. 
Libera Italia comporrassi in bella 
Stabile monarchia. — Questi pensieri 
Son pure i vostri — a noi valor non manca. 
Né invan le gesto di cotanti eroi 
Ci occuparon le notti. — È gran virtude 
Il sagrificio pei fratelli schiavi. 
Cristo l'oppressa umanità redense 
Col purissimo sangue. A noi serena 
Sarà la vita, che si presto ha fine, 
Adornata del lauro degli eroi. 
E bellissima pur sarà la morte, 
Che arrideranno a noi nell'ora estrema 
Gli Angeli della patria e della fama.— 
Alle parole di Francesco un plauso 
Eccelso risuonò : brillar gli acciari, 
E ripetean quelle vetuste mura 



FRA.NCBSCO BUBLAMÀCCHI 297 

D'Italia il nome. Si scoteano a tanto 
Fragor i palchi oscuri e le colonne 
Marmoree^ e sulle basi i simulacri 
Tremar pareano de' baroni estinti. 
Fu proferito dai guerrieri il giuro 
Di liberar l'Italia. Indi si sciolse 
Li congrega : echeggiò per la convalle 
Dei destrieri Io si^alpito e il nitrito. 
E al corruscar di cento faci intomo 
Fiammeggiava Torror della foresta, 
E i villan che scorgean dalle capanne 
L'insolito splendore, immaginerò 
Del castello gli antichi abitatori 
Usciti dall'averno^ e de' demòni 
La tregenda agitar l'aere notturno, 
Come fama correa fra quelle genti 
Cui Terrore offuscava e l'ignoranza. — 
Sul palafreno Elena ascese unita 
Al suo diletto, e fra le care braccia 
Obliava le angosce e le sventure 
Di che foriero l'avvem'r sentìa. 



II. 



Alfin ti veggio, o Piero! Io sospirai 
Per lungo tempo dì mirarti » e il senno 
Accór di tue parole. Infìn dai primi 
Anni mi piacque più di gemme e d'oro 
La dolce liberti del mio paese, 
E tè sempre pensai valido capo 
All'alta impresa di cacciar tiranni. 

Me la morte del padre e di Fiorenza 
Il tristo fato clic la gcHa appiedi 
Della medicea stirpe abbominata 
Rendon viepiù devoto a questa santa 
Causa d'Italia. — Oh un sol desio scaldasse 
Quanti son cittadini ! ed una tuba 
Dall'Alpi a Scilla diffondesse il suono ! 
Ma quei tempi sparirò in che la voce 
Magnanima di Roma e mille e mille 
Guerrier chiamava sotto il suo stendardo. 
Noi non abbiam che per svenarci il ferro. 



998 BIVISTA CONTEMPORANBA 

E grida sol per maledirne t orgoglio 
Cieco e d'infame servitù le frodi 
Ne fér nemici l'un deiraltro, il sangue 
Degritali è venduto allo straniero. 
L'ultimo asilo delle nostre sorti 
È la misera Siena ! ivi tremenda 
Sarà la pugna^ vincitrice altera 
Bisorgerà la patria o fia sepolta I 
Ne protegge la Francia, ahi ma soverchia 
L'ispana possa I — E che? dunque il pensiero 
Che mi ràione dentro il cor fia vano ? 
Negatali non speri? e Pier s'oblia 
Dell'ardimento delle sue parole? 
Lo Strozzi allor prendea la mano al prode 
Ingenuo Burlamacchi. Era una bella 
Estiva sera, e di Venezia intenti 
Guardavano i palagi e le lagune 
Ove una brezza discorrea soave 
Nunziando la pace e la speranza ! 
Oh, lo Strozzi esclamò, come lucente 
E maestosa sulle sue riviere 
Siede dell'Adria la signora ! io miro 
Qui più sereno il c\e\, più puri gli astri. 
Il feroce velen di tirannia 
Non contrista quest'aure ! ancor tremendo 
Rugge il leone t l'aquila gdfagua 
Sbigottita si fugge ad esso innante... 
Né gli amplessi dei re contaminàro 
Di questa donna le virginee membra 
Che trono ha in seno ai tempestosi flutti! 
Oh salve, salve ancor per lunghe etadi 
Bella sposa del mar ! 1 ira di Roma 
Qui non insegue il peregrin che pensa! 
Dormono il ferreo sonno i tuoi nemici 
Entro de' paurosi antri battuti 
Dal flagel delle tue libere spume!! 
Perchè non corron tue gagliarde navi 
ÀU'Etruria infelice, alla prostrata 
Napoli, a Roma? oh se non puoi torrenti 
D'armati riversar sui nostri liti, 
E trarre a vita^ a liberta gli schiavi, 
Sorgan le tue frementi onde, congiunte 
Alle tirrene le città sommergi 



mKSCBSOO BtJRLAMACCHI 299 

E i popoli, e tu sola a noi rimani! 
Cosi Piero favella, e generoso 
Alle idee di Francesco egli consente^ 
Ma U loco e il tempo statuir non puote 
Che cominci Fimpresa : è ancor difetto 
Di pecunia e di gente, è duopo ai capi 
Del veneto senato aprire il tutto ; 
Fallir non può che da Venezia giunga 
Qualche soccorso a Libertà. Francesco 
Melanconicamente i detti accoglie 
Del fiorentino eroe cui più matura 
Esperienza fa veder la grande 
Difficoltà dell'opra. Afirena il santo 
Impeto ardente, esso gli dice : un moto 
Inopportun può perderti, e saria 
Il sagrificio vano. Il gran momento 
Lunge non è... t'aifida, e me vedrai 
Por per la dolce libertà la vita. 

Era conforto ad essi il sacro aspetto 
Deiraltera cittade e del senato. 

E sovente scorgevano la bruna 

Misteriosa gondola notturna 

Che alla pena adduceva i prigionieri. 

Tetro siccome TErebo, de* Dieci 

Era il solenne tribunal, per tutto 

Vigile come il tempo esso spiava, 

E improvviso colpia come la morte. 

Era della Repnbblicd la torre 

Ferrea, l'invitto scudo, era la nube 

Che Venezia toglieva alla sventura, 

Ma che recava in sen lutto e ruina. 

Stipate in porto stavailo le salde 

Armate navi memori d'antichi 

E novelli trionfi in sul feroce 

Arabo predator che il cinquecento 

Settanta ed un dalla possente Lega 

Benedetta da Pio fora conquiso. 

E maestoso galleggiar sull'acque 

Vedeano regalmente il Bucintoro 

Aspettando la bella alba foriera 

Delle nozze annuali. gloriosa 

Venezia ! oh come ti cangiasti ! è muta 

Di Libertà la squilla in sul tuo lido. 



300 RIVISTA OONTEHFOEANBA 

Ove pasciuto del tao sangue stassi 
Meriggiando il Croato, il tuo Leone 
Sparso di limo ti contempla e piange^ 
E seco piange il mar, la terra, e il cielo! 
E tu 1^ dinta di gramaglie, immersa 
In tristisfimia notte e Tallègria 
Delle piazze ft^equenti e de' teatri 
In gemiti è conversa. Ahi quella grande 
Di magnanime geste e di possanza 
Repubblica per tanti anni vissuta, 
Fra le braccia spirò dì quel monarca 
Che rardimento delle forti imprese 
Contaminava col tuo reo mercato! 
E te costrinse a servitù... abborrito 
Da coloro che oppresse in su remoto 
Scoglio periva! Distruggete, o genti, 
^ Cui l'almo sol di civiltà risplende 
Cotanto avanzo di barbarie, il crudo 
Austriaco dispotismo! Alfm ti sveglia 
Da' tuoi sonni, o Germania, i tuoi diritti 
Riprendi, e spezza a chi t'opprime il trono! 
Popol che danna a fieri oltraggi, a morte 
Una misera terra e generosa. 
Degno è che Dio lo asconda nell'etema 
Notte d'abisso. E tu nepote al grande 
Napoleon, la sua colpa cancella. 
Compi la eccelsa impresa; Emanuele 
All'esercito franco i suol congiunga, 
E sia disgombra dall'adriache rive 
La teutonica rabbia, e varcai l'Alpe ! 



m. 



Entro la queta sua romita stanza. 
In balia del dolore. Elena posa. 
È smorta quell'angelica sembianza. 
La voce è mesta, l'anima affannosa. 
Come riso d'amore e di speranza 
Il sol penetra ov'ella sta nascosa : 
E a lei di luce variopinta lista 
Fere gli occhi turbati e la contrista. 



FBANCBSCO BUBLAHACCHI 301 

Dal roseo vespro alla gioconda aurora 

Sempre ella pensa all'amor suo lontano. 

Or s'abbandona disperata, ed ora 

Va carezzando una lusinga invano* 

Spesso all'Eterno si rivolge e plora, 

E par che abborra ogni consorzio umano* • 

Né di Francesco altrui richiede mai, , * 

Trepida sempre di perigli e guaì. 
Dubita che il vivissimo desio , 

Ch'egli ha di liberar la patria terra 

Sia noto a' tristi che nel petto rio 

Giurerò a' generosi eterna guerra. 

Gli esplorator cu; maledice Iddio, 

Peste che dall'averno si disserra, 

E cui propaga la medicea corte 

Teme, e la presa di Francesco, e morte. 
Sta raccolta in suoi funebri pensieri, 

E racchiuso il dolor si fa più atroce. 

Il bianco petto a' zefiri leggeri 

Espone, e canta con pietosa voce 

Venture di donzelle e cavalieri 

Che in Terra Santa seguitar la croce. 

E le religiose fantasie 

La beano di dolcissime armonie. 
È poggiata al verone, e della bruna 

Aria il mistico velo la circonda. 

E dall'azzurro ciel Tumida Lui^ 

Limpida bacia quella chioma bionda. 

Non vede umana creatura alcuna : 

Non ascolta che il suon cupo dell'onda 

Che il Serchio vqlee con assiduo corso, 

Sceso de' monti dal selvoso dorso : 
Quando repente in grembo del giardino 

Che bello si spandeva ed odoroso 

Vide un guerrier che il capo lento e chino 

Tenea nel cavo della palma ascoso. 

Dalle pene parca d'aspro cammino 

Infra l'erbe ed i fior prender riposo, 

Ma non mirava il ciel né la verdura 

Come spenta per lui fosse natura. 
Stette alcun tempo a riguardar la bella 

L'ignoto cavalier, che alGn la muta 

Faccia chiusa nell'elmo alza e l'appella 



302 SIYISTA CX)NTBHIK)BANBA 

Col cenno della mano, e la salata. 
E sospirando s'avvicina, ed ella 
Un ignoto terror nella abbattuta 
Anima sente, un fascino la invade, 
E l'estrano a seguir si persuade. 

Pensa del suo fedel sia messaggero 
Che giunto nella notte, e della vita 
Con gran periglio le dirà sincero 
I casi di colui che Tha ferita. 
Pur quell'aspetto immobile e severo 
Ella riguarda pallida e smarrita. 
E indugiarsi vorria, ma un senso arcano 
Via la rapisce ed il contrasto è vano. 

Segue la forza violenta ignota 
Che la trascina, e avvolta in bianca veste 
Già del giardino è nella piaggia nota, 
E la volta contempla ampia celeste. 
La rugiada le stilla in sulla gota, 
Le luci affisa desiose e meste 
Ove la cupa manda ombra il guerriero 
Che ha bruna l'armatura ed il cimiero. 

Raccapriccio sentiva a lui dappresso 
La giovinetta ed egli in gentil modo 
E con parlare placido e sommesso 
L'assecurava, e le dioea : quel nodo 
Che te congiuoge con eterno amplesso 
A Francesco conobbi, e il cor mi rodo 
Ch'e' ne voglia gettar l'anima forte 
In un'impresa la cui fine è morte. 

Elena trema a tai tristi parole : 
E come? gli risponde, e non t'affida 
Negl'Italiani la virtù che vuole? 
Mente il popol non ha né cbi lo guida? 
Ma dimmi ov'e il mio amore e se del sole 
La desiata luce a lui sorrida. 
Vive, e' risponde, e tornerà fra poco : 
Ma gli sarà fatale il natio loco. 

In ogni accento del guerriero è pena 
Che contrista la donna innamorata. 
Ahimè, ella dice : la crudel catena 
Che grava Italia ognor iia raddoppiata. 
Vieni» e' soggiunge : di funerea scena 
Spettatrice sarai : di un'esecrata 



FBANCBSCO BUBLAHACORn 203 

Turba che immerge Italia in aspri gtiai 

Le parole terribili udirai. 
Sale aiutata dairestranea mano 

Lievemente la donna in sul desUìero. 

Hanno dintorno un vasto aperto piano 

La bellissima donna e il cavaliero. 

L'ardente corridor giunge lontano 

E divora con gran foga il sentiero. 

Ad essi si dileguano davante 

E fiumi e campi e casolari e piante. 
Ove si ratto il tuo destrier ne adduce? 

Ella tremando al cavalier dicea : 

Fra poco ginngerem pria che la luce 

Le montagne rischiari e la vallea. 

E pervennei^o alfin ove di truce 

Solenne aspetto una torre sorgea 

Appresso a un monaster che sovra balza 

Orrida gli archi acuti al cielo innalza. 
Odono per l'aperto aere il funebre 

Prolungato suonar d'una campana 

Che rompe mestamente le tenèbre 

E l'ardua ne rintrona erta montana. 

Scosso il caltor dischiude le palpebre : 

Quel suon gli desta una paura arcana. 

Involontario sente Elena in core 

Un moto di sgomento e di terrore. 
Parca che il bronzo col suo tristo accenlo 

Nunzìasse a' mortali una sventura. 

E piangesse d'un ultimo lamento 

La ferale agonia della natura. 

Era in quel suono un torbido concento 

Di duolo e d'ira, e le severe mura 

E la torre dell'aUo monastero 

Spiravano squallor di cimitero. 
Entran del tempio augusto i penetrali 

Da lampade e da faci illuminati. 

Dalle pareti pendon sepolcrali 

Drappi, gli altari in nero son velati. 

Nel coro con aperti brevìali 

Sta vociando un lungo ordin di frati. 

Di Domenico sono i crudi atleti 

Che Intolleranza han scritto in lor decreti. 



304 RIVISTA OONTEMPORANBÀ 

Finir le preci, e un monaco salia 
Sul pergamo, e con voce alla e sonora 

I fulmini scagliava all'eresia 

E a chi la patria e libertade adora. 
E laudava la perfida genia 
Della Spagna che i liberi martora, 
E deirinfame inquisizion le dure 
Carceri, i palchi^ i roghi, e le torture. 

e Sia benedetto in ogni tempo il vero 
Che noi vogliamo e che sostiene i troni ; 
Del ciel le chiavi abbiaro noi soli e Piero : 
Chi dissente da noi non si perdoni. 
Dei popoli si esplori opra e pensiero: 
Riconoscan da noi del cielo i doni. 
Per le vie, nelle case, e dentro i tempi 
Siano i nemici perseguiti e gli empi. 

Scorra nella famiglia e nella scuola 
Come favilla che propaga incendi, 
La novella dottrina di Loiola, 
E taccian le bestemmie e i libri orrendi. 
Quella scienza si diffonda sola 
Che fa principi e papi reverendi, 
E la ragion sommette e la sbugiarda, 
E delle cose il primo aspetto guarda. 

Beati gl'ignoranti, ed anatèma 
Agli spiriti arditi e senza freno 
Che di Roma sconoscon la suprema 
Àutoritade e il dominar terreno, 
E morte e dannazion sovr*essi prema. 
Non godano del cielo il bel sereno. 

II mondo è nostro, e chi la vita ha grata 
A noi curvi la fronte umiliata. 

n traditor che contro i re cospira. 
Benché tiranni sian, pur con accenti, 
Deirinquisizione incontri l'ira. 
Dal novero sia tolto de' viventi. 
Chi pensa antica libertà, delira. 
Delira chi vuol tor l'itale genti 
Dal giogo estranio, e chi l'alma ha rubella 
Al prence, al papa, e d'unità favella. 

All'uom che contro noi sorge e fatica 
A far quaggiù della sua patria acquisto. 
Dio dalle sfere eccelse maledica. 



FBÀNCB800 BXTBLAUAGCHI 305 

Maledicano ì santi e Gesù Cristo ». 

A tai bestemmie nella chiesa antica 

Si spensero le faci, e corse un tristo 

Rumore, e i frati con le voci austere 

Cantaro lentamente nUserere. 
La fanciulla credè come obi teme 

Sempre disastri, ed altro mai non pensa 

Che fosser yolte le parole estreme 

Al suo diletto, e senti ambascia immensa. 

Ma non muove parola, ma non geme, 

E sol ricerca fra quell'ombra densa 

L'uscita, allor che in mezzo all'aer vano 

Sente afferrarsi da gelata mano. 
Era il guerrier che la traea pe' campi 

Fuor deirinfauste profanate mura. 

La Luna chiusi avea gli argentei lampi, 

E più la notte s'era fatta oscura. 

Misero l'uomo nel cui seno avvampi 

Di patria e libertà la fiamma pura ! 

Il guerriero sclamava : e sospiroso 

Poi ripeteva : ah non avrai più sposo. 
Ah tu adopra i consigli, e la preghiera 

Perchè si arresti nell'impresa via ! 

Quell'italo valor quella sua fera * 

Costanza ah tronca in sul fiorir non sìa I 

Cosi dicea lo sconosciuto, ed era 

La sua favella addolorata e pia. 

La fanciulla che tutta st commosse 

Più e più volte domandò chi fosse. 
Mai di risposta e' non le fece dono 

Finché son giunti del giardino appresso. 

Allor si volse mansueto e prono 

Alla fanciulla con soave amplesso. 

Poscia le disse: il Disinganno io sono. 

Disgiungerti da me non fé concesso. 

Ove il pie volgerai languido e stanco, 

Io ti sarò perpetuamente al fianco. 
La tua A bella giovinezza lieta 

Delle prime sue stelle è fatta priva. 

È infelice l'amor, è senza meta 

Omai la tna giornata fuggitiva. 

Ma ti resta nell'alma mansueta 

Quella dolcezza die dal cor deriva. 

Sivista C. — 20 



306 BinSTA OONTBMPOBANSA 

La coscienza tua serena e para 
La punta del dolor farà men dura. 

Poi d'improvviso dileguò com'ombra 
pari a tenue nebbia : ella rimase 
Tutta di duolo e di spavento ingombra, 
E più non lascia le paterne case : 
se pur esce, un fitto vel ne adombra 
Le belle forme che il pallore invase: 
Quando ascolta che alfine il desiato 
Oggetto del suo amor è a lei tornato. 

Brillò di gioia, se lo strinse al seno, 
E lungamente stettero abbracciati. 
Francesco s'attristò perchè il baleno 
Vide languir de* begli occhi turbati. 
T'allegra, e' dice, or che al natio terreno 
Propiz! arrideran prossimi fati. 
Ella piena di fé, d'amor, di zelo, 
Lo sguardo volge lagrimoso al cielo. 

Ma sempre nel pensiero la funesta 
Dell'ignoto l'aspetto e la parola : 
Né a Francesco giammai fa manifesta 
La cura che l'affligge, e a sé la invola. 
E sorride, e la gioia in lui ridesta, 
Che nulla quaggiù tanto ne consola 
Come il sorriso della donna amata, 
Unico fiore in terra sventurata. 

Perchè ascondi le crude ansie del core ? 
Egli le dice: oh ti conforta omai. 
Credi alla patria, alla virtù, all'amore : 
In gravi pene dolorasti assai. 
Pensa all'istoria dell'antico onore 
Di questa Italia, e rasserena i rai. 
Mira di Liberta Tetereo fonte 
Dischiuder l'onde sue per l'orizzonte. 

Che parli? rispondea la giovinetta: 
Il tuo coraggio, il patrio amor t'illude. 
Vittime siamo di un'iniqua setta, 
È fatale la nostra servitude. 
Vano è fidarsi di una gente abietta 
Che non prezza l'amor né la virtude. 
Gli stessi amici ancor t'inganneranno: 
Ti graverà sull'alma il disinganno. 



FBANC5BSC0 BURLAMAOOHI 907 

Come Testremo accento proferìa 
Si fece smorta : ma a Francesco ignota 
Era viltà, né mai lasciato avria 

L'opra, in cui l'alma si flssava immota. 

Ogni difficoltà lieve apparla 

Al suo pensiero, e l'ora non remota 

Che soccorrer dovea la patria schiava > 

Con grandissimo amore ei vagheggiava. 
Festeggiato venia nella natale 

Cittade industre, e per l'eccelsa mente 

E pel fervido cor prodigo sempre 

Ài miseri d'aita e di pietade. 

I generosi suoi gagliardi sensi 

Commoveano le turbe onde fu eletto 

A capo del Comune : allor fea cerna 

Della milizia, e richiamava i duci 

Dei montanari validi di membra 

E tenaci di cor : nella memoria 

A tutti ei toma la promessa i giuri 

E dell'opra il solenne approssimarsi. 

I suoi più cari egli trattiene a mensa 

E in lunghe veglie, e della patria il genio 

Con intrepida fronte e mesto sguardo 

In mezzo a lor s'aggira. — I più valenti 

Di Pistoia e di Siena, i Fiorentini 

Esuli arditi anelavano il giorno 

Della riscossa al Medici imprecando. 

E per TEtruria intera a poco a poco 

Si propagava la compressa fiamma, 

E giungea nell'Emilia, e rinverdia 

In Roma gli assopiti odii e la speme. 
Contendenti a recarsi entro le avare 

Mani, di una fanciulla orfana il censo 

Perchò a loro di sangue era congiunta, 

Duo presentarsi : di Francesco il voto 

Dovea la lite giudicar: Pissini 

Che il segreto sapea della congiura 

Era Tun d'essi : ei con ardor fea ressa 

Che data la fanciulla in sua balla, 

Ministro ei fosse de' suoi pingui averi. 

— L'orme sante giammai della giustizia 

Non lascerò : sovra gli affetti regna^ 

E poggia a meta generosa ed alta 



308 BinSTA CONTBMPOBANEA 

Che ogni gioia mortai vince d'assai. — 
Cosi dicera Burlamacchi, ed ebbe 
Pissini il niego. Violento l'arse 
Della vendetta l'inquieto spirto, 
E a Fiorenza il condusse. — Era di sgherri 
Cinto Cosmo e di colpe e di paura. 
E notturne le orribili sembianze 
Delle vittime sue volgeangli in tosco 
Tutto il dolce che vien dalla possanza, 
Pur assassinii e stragi ei replicava 
Con assidua vicenda. In cor sentla 
E tristezza ed orror; e sulla fronte 
Livida e nel rotar del bieco sguardo 
Del tiranno apparia l'anima atroce. 
Dio non concesse all'uom die per delitti 
Fosse felice : ei dalla mente invano 
Del passato cacciar l'impronta pnèla. 
Ne' banchetti, alla danza, e nelle tresche 
Esso come funerea ombra lo insegue. 
Gli avvelena le tazze, e il fa nei sonni 
Vacillando balzar, che nelle fibre 
Scorre e nel sangue immedicabil lue 
L'implacato rimorso. Il traditore 
Pissini accolto dell'iniquo duca 
Nei recessi svelò l'ardita trama 
Del magnanimo eroe. Cosmo a gran pena 
Respirando, fremeva e impallidia. 
Poi dopo lungo e torbido silenzio : 
Forsennato, sciamò^ colui che tenta 
Romane imprese. Italia omai non brama 
La libertà, ma i ceppi. Esperimento 
A lungo fé' che sia l'empia tregenda 
Di popolar governo, ove ogni Ciompo 
Sorge ed impera, ove alle Leggi è franto 
L'augusto scettro, e ambizione abietta 
Il seggio pone sull'altrui mine. 
Corrotti a dominar popoli imbelli, 
Necessaria è la forza... oh questi pochi 
Che di vieti pensier nutron la mente, 
Torli tosto convien come dal campo 
Venenosa zizzania: è ver che inorme 
D'ogni alleanza a me terror non reca 
Francesco Burlamacchi : io non l'avea 



FBANCESCO BURLAMACCHI 309 

Nomare inteso. Sconsigliato amico 
Di Piero Strozzi che giurommi morte, 
Avrai la pena della tua stoltezza ! 
A te mio difensor e dello Stato 
Degno premio darò. — Cosi dicea 
Colui che strinse nelle mani il freno 
Dell'intera Toscana, e di bugiardo 
Splendor vesti la tirannia. — Giungea 
Di Lucca ai magistrati un fero scritto 
Del signor di Fiorenza. Egli svelava 
Di Francesco la trama rampognando 
Lor trascuranza, e la codarda e cieca 
Fiducia, e la nativa inerzia, e il crasso 
Delle cose di Stato animo ignaro. — 
Del reo chiedeva la persona : è un empio, 
Dei principi nemico e della Chiesa. 
A me fia consegnato, e innanzi alFalto 
Di Cesare cospetto io d'ogni colpa 
Purgherò la repubblica. — Tremàro 

I magistrati al favellar del duca. 

Porre in ceppi Francesco, e non di Cosmo 
Ma di Cesare darlo in signoria 
Fu statuito. In guisa tal gli abietti 
Di libertà macchiavano il vessillo, 
Ipocriti gelosi a cui la patria 
Era un palmo di terra, e s'avean fatto 
Dio dell'argento, paurosi schiavi 
D'ogni tiranno, non ardian d'Italia 

II santo Home pronunciar giammai. 
Non anco certo del fatai momento 
Che cominciata si sarìa l'impresa. 
Mentre indugiavan degli Strozzi assenti 
Le risposte, i sussidi, in dolorosa 
Ansia Francesco trapassava i giorni^ 
Trapassava le notti. A lui repente 
Venne un amico : sei tradito, fuggi. 
Gli disse : tutto rivelò Pissini 

Di Fiorenza al tiranno : i magistrati 
Arrestarti imponean per suo comando. 
Può sol la fuga a te salvar la vita. — 
Cor devoto all'Italia, a Libertade, 
Non paventa di morte. A compier l'opra 
Duopo è ch'io viva, e di fuggir m'è forzai 



310 BIVISTA CONTBMPORANBA 

Una città di traditori preda 
E di vili e d'inrami. — Alla diletta 
Fanciulla del suo cor volse il pensiero, 
E in ogni fibra si senti commosso ' 
Dall'amor^ dall'angoscia . Elena stava 
Inginocchiata a' suoi materni altari, 
E quando lui mirò pallido, ansante, 
Sorse trepida, e fu per venir meno, 
E tutto il sangue rifiuille al core. 
£ qual trista vicenda or qui ti reca? 
Gli disse : io veggo nella tua sembianza 
Una cruda sventura. — Esci, con tronchi 
Sommessi accenti, rispondea Francesco : 
Tutto è scoperto, ch*io mi tolga è forza 
Di una vile repubblica agli sgherri. 
La giovinetta lo guardò ; represse 
La tema naturai che le agitava 
Con gran tumulto la virginea mente, 
Abbandonerò il tempio, e con serena 
Calma la man gli strinse, e sparsa il volto 
Di bellezza celeste, e i lumi ardenti 
Di sovrumano intemerato amore. 
Parca la Fede che con dolce riso 
n martire sostenga al passo estremo. 
Cosi ella parla : della tua diletta 
Non dubitar : non io la tua costanza 
Ammollirò: noi fuggiremo insieme. 
Me nella vita avrai, me nella morte 
Indivisa compagda. — Angelo mio ! 
Ei le risponde : ah non sia mai ch'io tragga 
Nel fiero abisso della mia sventura. 
Di tua soave giovinezza il raggio ! 
Lascia che solo io parta, e soffra io solo 
Del fato ì colpi. -^ La gentil fanciulla 
Gli cingea con le braccia il capo stanco, 
E un bacio sulle sue labhra imprimendo, 
Oh come in te, sclamava, o mio Francesco, 
Trasformata mi sento! in te respiro. 
In te penso ! in te vivo ! A che impedirmi 
Di seguirti dovunque? Io ne morrei 
Da te lontana ! Fuggirem f la notte 
Noi non dovrà trovar fra queste mura : 
Ella vestissi di virili panni 



FEANCB8G0 BUBLAMACCHI 311 

Le belle membra, e in sulla sera entrambi 

A una porta giungean — passò la donna — - 

Ma dal custode traditor fu chiusa 

A Francesco l'uscita. — Elena vide 

11 negro cavalier, che d'improvviso 

Con violenta man la trasse in sella 

Del suo corsier che via ratto qual lampo 

Galoppa, e agli occhi vigili dispare 

Delle attonite guardie. In cotal guisa 

La Provvidenza l'angelo terreno 

Dai crudi artigli delle umane belve 

Con sollecita e pia cura involava. 

Ella gridar volea, chiamar il dolce 

Diletto amico, ma gemiti e grida 

Un affannoso spasimar precluse, 

E Francesco restò come un mortale 

Dalla estrema speranza abbandonato. 

Pur la forza dell'alma in lui crescea, 

E intrepido sali rapidamente 

Le scale del Palagio, ove a consulta 

Dei Rettori del loco il gregge stava. — 
Voi mi cercate per donarmi a Cosmo 

al tiranno d'Italia. Ecco me stesso 

A voi consegno. La prigion, gli strazi 

Non prostreranno della mia virtude 

La fortissima tempra. A me fia caro 

Per la patria morir. Dal sangue mio 

A mille a mille sorgeran gagliardi 

Vendicatori in più felice etade 

Quando diffuso fia siccome fiamma 

L'odio pel vile usurpator straniero, 

E della patria il generoso amore. 

Il mio capo cadrà, sorrideranno 

Di Cesare gli sdiiavi, e in prima voi 

Autori del mio fato ; e lungamente 

A lauta mensa vi godrete il tristo 

Servaggio della patria e il disonore. 

Da fallaci promesse io fui deluso : 

Solo mi trovo nella morte. È questa 

Per me una gioia che sul capo mio 

Si verai l'omicida ira degli empi. 
Or ben pochi ardiran pure una stilla 

Darmi di pianto, e l'ossa mie macchiate 



312 RIVISTA CONTBMPOBANBA 

Dalla salma saran dell'assassino. 

Ma la incorrotta storia ai venti, all'acque 

Ripeterà il mio nome, è le commosse 

Genti in udirlo brandiranno il ferro 

A voi maledicendo, alla congrega 

Ipocrita che regna in Vaticano, 

E dell'Italia a tutti i rei tiranni. — 

Fu in carcere racchiuso, e mai da quelle 
Labbra né il nome degli amici suoi 
Fu pronunciato e non fu detto mai 
Il modo dell'impresa. Ahi lo perdea 
La sua cieca fiducia in alme vili 
Che lui gravàro per salvarsi. Il vulgo 
Che un giorno lo plaudia converse l'inno 
In vitupero. Entro le volte oscure 
Di una prigione il martire sereno 
Sue virtudi espiava. I Reggitori 
Del Lucchese governo il consegnerò 
Di Cesare al Vicario, e trasportato 
Venne a Milano. Dell'Italia ognora 
A vicenda peggior volgean le sorti. 
Trionfavan le ree turbe di Spagna 
E le alemanne, e ribadian sul collo 
Delle italiche genti il duro giogo. 
Chiuso al pensiero della sua grandezza 
In orgiC; in feste rumorose il vulgo 
Gavazzava ridendo, e s'assopìa , 
curvo stava nell'abietto fango 
Della miseria a servitù codarda. 
Ingloriosa e squallida compagna. 
Ed i pochi pensanti oltre i materni 
Monti per lidi inospiti e lontani 
Balestrava l'esiglio, o delle cupe 
Carceri racchiudean l'orride gole. 
E Tirannia della Licenza a fianco 
Con ferro e fuoco disertava i campi 
E le case^ e versava onde di sangue. 

Col zel fervente che avvalora il giusto 
Nei giorni estremi della prova, il forte 
Martire dell'amore e della fede 
Aspettava il suo fato. A lui né il ringhio 
Delle scolte selvagge e non l'insulto 
De* togati carnefici, né il fiero 



FBANCESCO BURLAMACCHI 313 

Mentito aspetto e lo esplorar maligno 
Di venduto a' tiranni empio levita 
Abbattevan lo spirto. Egli godea 
Nel santo orgoglio del divin pensiero 
Che Io trasse in balia de sanguinosi 
Ministri rei della giustizia umana. 
Si succedono lenti e tristi i giorni 
Sempre uniformi. Il prigionier rassembra 
Navigante gettato in alto mare 
Ove sol regni incresciosa calma. 
Né un zefiro le cupe onde commuova. 
Né l'orrida quiete del naviglio 
Di procella s'allegri alla speranza. 
Guarda dalle vetuste oscure sbarre 

I campi, i clivi del lombardo piano, 
E il bellissimo ciel che si profonda 
Incoronato di ridenti stelle, 

E contempla le torri ed i palagi 
Onde lieta é Milan. e E tu congiunta 
Con le amiche cittadi all'alemanno 
Spezzasti la lorica. A mille a mille 
Morser la polve gli oppressori tuoi. 
E Federigo con ardente rabbia 
Disperato pugnò : la lena affranta 
Sparso di sangue fu gettato a terra. 
Morto il disse la fama, onde gemendo 
Al falso annunzio la regal consorte 
Le gramaglie vesti. Tu, gran cittade. 
Vendicasti le stragi e lo sterminio 
Che ti disperde, e l'Attila novello 
Tremò d'Italia al nome. Or giaci preda 
De' successori suoi, ninno ti scuote 
Dal tuo letargo, né il soffrir t'incita 
A rinnovare il memorando esempio. 
Tu giaci e giacerai per lunghe etadi 
Irrisa allo straniero. — In questi accenti 

II martire proruppe e si sottrasse 
Alla vista del suol contaminato, 

E si rivolse meditando a Dio. 
Le lunghe veglie, ed i digiuni e il vario 
De' pensieri perpetuo avvicendarsi 
Assopirgli lo spirto, e un breve oblio 
Di refrigerio a lui spargea le membra. 



314 RIVISTA CONTBMPORÀNBA 

Rapito esser gli parve entro remota 
Melanconica landa ove fremea 
L'ira del vento, e spaventose nubi 
Ingombravano il cielo. Ivi non piante^ 
Non fior coprian Tinaridito suolo 
Vedovo d'erbe. Gli parea con moto 
Assiduo viaggiar, sicché il respiro 
Dai raddoppiati aneliti era tronco. 
Eppur correa correa finché ad un bivio 
Giunse ove stavan di diverso aspetto 
Due giganti custodi in sul sentiero. 
L'un d'essi rivesUa di Cherubino 
L'eteree forroei e risuonava il bianco 
Velo dell'ale ai fremiti del vento. 
Ma nel suo volto mansueto e caro 
Era misto al gioire acerbo duolo 
Che gli rigava d'affannoso pianto 
Le bellissime luci. Egli recava 
Palma vivente nella destra, e un divo 
Raggio d'amor gli coloria la fronte. 
L'altro ha voho infuocato, ampie son l'ale 
Di vipistrello, e dalla bocca immonda 
11 blasfema prorompe. Ei posto a guardia 
È d'un giardino ove recenti rose 
E gigli e gélsomin smaltano il suolo, 
E d'amorose ninfe un lieto coro 
A voluttade il passeggero invita. 
Questo che Dio cacciò genio tremendo 
Entro la lava de' profondi abissi 
E de' mortali a pervertir la mente 
Ognor corre la terra, al peregrino 
Che incerto mira i duo sentier, s'avventa, 
Per man lo piglia, e lo conduce in loco 
Ove di mille fortunate gioie 
S'offre la vista. Il più beato, esclama. 
De' mortali sarai : Toro, le gemme, 
La bellezza, l'amor, fian tuoi: soggette 
Avrai le umane belve, e tremeranno 
A te dinante, e ti farà corona 
La pompa del poter. Lascia i pensieri 
Delia patria infelice: é una chimèra 
Che ti stringe in catene. Omai confessa 
A chi ti opprime, die follie sognasti. 



PBAN0H800 BURLAMACCHI 315 

I complici rivela, e accanto ai troni 
Starai seduto, e fra i più cari amici 

Di Cesare e di Cosmo... Indietro, o vile 
Perfido genio, rispondea France9Co: 
Torna all'avemo ove piombar ti fea 

II fulmine divino. Io non pavento 

La scure, ma la colpa. — Allor s'appressa 
L'Angelo del martirio, e dolcemente 
S*accompagna a Francesco : il ciel s'oscura, 
La folgor piomba, e dalle fiamme avvolto. 
Ululando il demon vinto si fugge. — 
Trista foriera del supremo giorno 
Che al giusto splenderà, bella di tutti 

I suoi fulgóri comparìa Taurora. 

E come s'introdusse il primo raggio 
Entro l'orride volte, all'improvviso 
Quella ferale oscurità disparve. 
Ed ecco, dolce desiata vista ! 
Stargli dinante la sembianza il guardo 
Della sua donna più serena e lieta 
Di pria. L'alloro le cingea la bionda 
Chioma scorrente in fin sul niveo collo, 
E sovra il petto die fervea d'^^more. 
Era rosea la guancia e dealbata 
Della dolcezza di un celeste lume 
Che dal volto di Dio si dipartiva. 
Oltre ogni umana qualitàjeggiadro 
Era il suo corpo, e procedean suoi passi 
Lievi com'aura che lambisce i fiori. 
Alla divina creatura innante 
Egli si prostra e grida : ah sei pur dessa ! 
É quella, è quella la soave forma 
Che pria mi fece delirar d'amore! 
Oh... ma più bella sei, più sovrumana. 
Dimmi... è giunto per me di libertade 

II giorno, il giorno che saremo uniti 
Perpetuamente? Oh parla I Ed ella : oh alfine 
Ti riconforta, disse; è pien di colpe 

n mondo che abbandoni, in breve assunto 
Sarai nel gaudio etemo... Io ti precessi... 
E Dio mi concedeva i tuoi supremi 
Istanti consolar. Oh (orse in cielo, 
Dicea l'amante, trasportata fosti 



316 BIVISTA CX)NTEMPORANBA 

Vivente ancora, o pur di te non vedo 
Che l'ombra? or dimmi, e gli scendea dagli occhi 
Diffuso il pianto, ove restò la vaga 
Tua spoglia^ e qual sventura ahimè t'uccise? 
Ella inchinava mestamente il volto 
Roseo al pallido volto del suo fido : 
Di un bacio etereo ne sfiorò le labbra, 
Ed ei senti la tenera carezza | 
E in quell'ambrosia dolce in quel profumo 
Pregustò il gaudio dell'eterna vita. 
Poi : SI morii, rispose quella Eletta, 
Nella terra morii, ma vivo in cielo. 
E mi fu dato rivestir col volto 
Che tanto un di ti piacque i sacri segni 
Che fan tremar la tirannia. Rimira I 
Io son la Libertà : questa è la spada 
Da cui salvate sorgeran le genti, 
E l'empio abbatterà giogo straniero 
Che opprime Italia. Il tuo sangue innocente 
Raccolto in questo calice, alle sfere 
Votivo salirà. — Cosi dicendo 
Pose un'aureola luminosa in capo 
Del suo fedele, e fiammeggiando sparve. 
Venner gli sgherri : si scagliar sul giusto 
Con sacrileghe mani, il truciderò. 
Esultando parti l'anima grande. 
Ed a quella di Lei che lo aspettava. 
Con anelo desio si ricongiunse. 

Pietro Raffaelli. 



NOTA 



Il 1546, se la fortuna non avesse fallito, sarebbe stato memorabile alla 
posterità. Fedelmente narrerò la cosa come la raccolsi dai processi ; la 
quale fu da Tarii variamente narrata. Francesco Burlamaccbi , d*antica 
nobiltà, di alto ingegno, cupido di gloria, nel 1544 avea formato il disegno 
di liberar la Toscana. Questi leggendo le storie di Plutarco, e meditando 
come insigni personaggi , Timoleone , Arato , Pelopida , Filopemene ed 
altri, con poche schiere, molte e grandi cose avessero effettuato , ebbe 



FEANCE8C0 BURLAMACCHI 317 

ambizione di tentare eguali ardimenti, parendogli egregio se liberata la 
Toscana, una sola Repubblica ne avesse costituita , talché i Toscani fos- 
sero sgombri di ogni guerra civile , e invitti contro gli esterni ; una tal 
forma di repubblica gli antichi Etruschi aver seguitato, ed esser pervenuti 
a gran gloria. Meditando come ciò potesse farsi, il seguente modo gli oc- 
corse alla mente : — la cosa avrebbe avviamento scegli fosse creato pre- 
fetto della milizia montanara, che non si avrebbe dato sospetto se avesse 
chiamato i soldati in città sotto pretesto di riconoscerli e farne rivista. 
A Mozano si sarebbero trovati 1400, egli avendo loro spediti sulla sera, 
li seguirebbe. £ venuta la notte^ dopo che si fossero ristorati, li condur- 
rebbe al monte S. Giuliano, comandando al capitano di Camaiore, che in 
un'ora determinata venisse con sue schiere per le gole di Chiesa per con- 
giungersi seco, ed ivi a* duci da lui corrotti aprirebbe l'arcano. E men- 
tendo il nome del Senato, per la cui autorità e' fingerebbe di operare, sul 
far della notte troverebbesi a Pisa , e la leverebbe a libertà. E non dubi- 
tava che i cittadini, per odio alla servitù eccitati da quella voce, lo aiute- 
rebbero. £ sperava ancora che Vincenzo Poggi, capitano della cittadella , 
si sarebbe a lui associato. Liberata Pisa, meditava di volare a Firenze per 
opprimere alla sprovvista il duca: e mandate altre milizie a Pescia e a 
Pistoia eccitare in diversi luoghi tumulto e crescer terrore. Era certo che 
le altre città avrebbero seguito il moto, e i parenti degli esuli avrebbero 
preso le armi , e i Senesi avrebbero recato soccorsi. Gli stessi Lucchesi 
sarebbero stati aiutatori per non sembrare di stare oziosi in tanto incen- 
dio. — Tali disegni in cui v'era molto coraggio e temerità, il Burlamacchi 
aperse ad un uomo della plebe, a lui famigliare, a Cesare Benedini, pratico 
nell'arte della guerra. E questi li disse ad Andrea Pissini, da lui speri- 
mentato fedele. Ma il denaro , strumento d'ogni impresa , mancava. A 
somministrarlo stimava opportuni gli esuli fiorentini, i quali per amor di 
patria e di libertà tutto opererebbero. Stabilì d'abboccarsi con Piero e 
Leone Strozzi, figli di Filippo, per l'odio che aveano contro gli oppressori 
per vendicarsi della patria e del padre. Né Toccasione mancò. A Lucca 
era tornato in que' di da Marsiglia Sebastiano Carletti, compagno che era 
stato di Leone, cavaliere dell'ordine di Rodi, e chiamato Priore di Capua 
nei condurre l'armata de' Turchi. A costui, avendolo chiamato a sé, quasi 
per conoscere i paesi e le guerre ove s'era trovato , 6nalmente comunicò 
il disegno, e sei procurò aiutatore presso lo Strozzi, il quale se avesse 
supplito venticinque o trentamila fiorini d'oro , la cosa sarebbe fatta. Il 
Carletti in breve andò a Marsiglia, e allo Strozzi espose la cosa. Il quale, 
sebbene temesse dell'esito , pure per sete di vendetta e per ira contro i 
Medici, lodato il disegno di Burlamacchi, impose al Carletti di rispondere, 
' e confermarlo nel suo proposto, ma pria di muoversi esser d'uopo un col- 
loquio. Ma lo Strozzi poco dipoi partito per l'Inghilterra, fu posta dila- 
zione alla cosa. Il Burlamacchi intanto conciliavasi molti Pistoiesi, Fio- 
rentini e altri. Aperse pure l'arcano ad alcuni Senesi che per le civili 
discordie cacciati, stavano a Lucca esuli. Erano essi Marcello Linducci, 
Gio. Battista Umidi, Lodovico Sergardi , e M. Antonio* Vecchi, i quali 
erano stati principali autori del tumulto di Siena, e per comando di Ce- 
sare proscritti. Burlamacchi insinuatosi nell'animo loro • dopo vari! di- 
scorsi , gli aperse il proprio disegno. L'Umidi sprezzava la cosa come 
piena di pericolo. Burlamacchi diceva che il solo ostacolo era Cosimo. 
Il quale, poiché Firenze fosse liberata, potea compensarsi con l'alluo- 
gargli ventimila scudi d'oro nel regno di Napoli. Queste cose erano ac- 



818 vBIYlSTA CONTBMPOItANBA 

colte come ciance, che mai oltre la lingua non ayrebbero trapassato. Il 
Carletti dall'Inghilterra tornato in Lucca, il Burlamacchi sapendo che lo 
Strozzi sarebbe Tenuto in Venezia , certo che il tempo era opportuno, 
finse un viaggio per altro luogo, e parti per Venezia. Ivi col Priore par- 
lando, esposto il suo disegno, ne riportò parole e speranze , chò ordina» 
togli di perseverare neirimpresa, gli disse che venendogli il destro, non 
sarebbe scarso di denaro e d'aiuti. Tornato il Burlamacchi a jLucca, poco 
dipoi spedi a Venezia Cesare Benedini che annunciasse esser giunto il 
tempo, e ove indugiassero, più non sarebbe opportuno, che egli alle pros- 
sime calende di luglio sarebbe entrato facilmente Anziano. Frattanto due 
mesi utili si perdevano, né fidava che un tanto secreto sarebbesi tenuto 
a lungo nascosto. Lo Strozzi disse a&oo imaatttra la eota e per FasteaML 
di Piero e per difetto di pecunia, e con tale risposta accomiatò il Bene* 
èktd. Frattanto vennero le calende di luglio. £ il Burlamacchi andò a 
palagio, e fu eletto Anziano e in luogo del morto Baldassarre Monteca- 
tini, fu per la seconda volta creato gonfaloniere. In tal magistrato, 
morti i genitori di una fanciulla ricchissima, che due fra i più prossimi 
volevano alimentare in propria casa, il Burlamacchi ignaro della sventura 
che di ciò gli dovea derivare, diede la sentenza contro Andrea Pissini, uno 
de' competitori. Questi sdegnato per l'ingiuria, determinò di vendicarsi 
col tradimento, onde andato a Fiorenza, il tutto aperse a Cosimo, da coi 
liberalmente fu accolto e premiato , e ritenuto perchò non corresse peri* 
colo. Il Benedini, inteso che Andrea non v'era più, e che a Firenze era 
andato, ammonito dalla coscienza dell'accaduto, andò dal Burlamacchi, e 
molto accusandosi per aver fidato in nn traditore, affermò che erano sco* 
perti e traditi. Il Burlamacchi , attonito , stabili di fuggire ; ma il suo 
grado gli ostava, tanti essendo gli osservatori. Preso dal timore impose 
al Benedini di uscire sul tramonto dalla porta di s. Pietro , e aspettarlo. 
S chiamato a sé un donzello, gli comandò significasse al capo che pre* 
siedeva alla porta, non fosse chiusa se non fatta' la notte, e se sul far 
della notte avesse visto alcuno uscire col capo coperto, non gl'impedisse 
il passaggio: tal essere il comando del Principe e de' Censori, ed esser 
cosa di Stato. L'Umidi fu quindi da lui avvisato a che ne fossero, e gli 
mostrò una lettera in cui si attestava l'innocenza degli esuli senesi, e che 
avrebbe lasciato nella sua stanza. L'Umidi temendo per sé e pei compagni, 
tutto riferi al segretario Bonaventura Barili. E con esso tornato in pa- 
lazzo donde Burlamacchi era partito per coprire la fuga, narrò il tutto 
agli Anziani. Intanto Burlamacchi era giunto alla porta , ma come Dio 
volle , poiché se fosse evaso, la città avrebbe corso grandi pericoli, Baccio, 
franteso l'ordine del principe, lo riferi al prefetto in senso contrario, onde 
venuto alla porta col capo coperto, fu respinto. Toltagli tale speranza, 
il misero tornò a casa. £ a Pietro e Nicolò Burlamacchi, e a Lodovico che 
per via se gli era accompagnato, aperse la propria calamità, fissi lo rim- 
proverarono di stoltezza, perché con tal fatto la famiglia e la repubblica 
avesse minato. £ poco dopo vennero messi degli Anziani ohe lo citavano 
a palazzo. £gli,' domandato se fossero vere le cose che venivano raccon- 
tate, tutto per ordine confessò, e in quella notte fu custodito in palagio 
finché il Senato avesse provvisto. Nell'altro giorno radunatosi nella curia, 
decretò fosse chiuso in una torre , e levatogli il ferro perché contro 
se stesso non potesse infierire. E fu imposto al birre posto alla sua cu- 
stodia, di respingere ogni cibo dai congiunti spedito, come sospetto di 
veleno, ed eletti sei giudici che col pretore e con gli altri giudici faces. 



FBANCBSCO BU^LAMACCHI 319 

sarò il processo. Spediti ambasciatori a Cesare in Spagna, e in Milano a 
Ferrante Gonzaga perchè riferissero il fatto ; destinato Gerardo Macca- 
rini ad andare in Firenze per attestare al duca il lutto della città e della 
famigliatane quali nulla apparteneva la colpa dell'uom temerario. Ma 
Cosimo temendo che tali disposizioni dal capo della repubblica e dal pre- 
fetto militare non senza grave causa fossero prese, e che tal cosa larga- 
mente propagata, molto riguardasse, col mezzo di Angelo Nicolini suo 
ambasciatore richiese il Burlamacchi al Senato sotto fedo che lo avrebbe 
restituito sano e salvo : poiché insignito di quella dignità, e presso i suoi 
difficilmente avrebbe confessato il vero. Fu risposto al Legato che Bur- 
lamacchi era tenuto in catene in nome di Cesare, e senza il suo comando 
a ninno potersi consegnare, ma che, onde non ci fosse sospetto di frode, 
avrebbero sofferto che venisse interrogato dai suoi giudici, presso il Que- 
store che avrebbe mandato, senza che alcun cittadino fosse presente. Ma 
Cosimo ostinatamente il chiedeva, e i Padri intendendo che si trattava 
d*indurlo, o per tormenti o con la speranza dell'impunità, ad incolpare 
l'innocente repubblica, spedirono uno sopra un altro ambasciatore a Ce- 
sare e suoi procuratori in Italia per allontanare la temuta infamia e pe- 
ricolo. E alnne, favoriti da Granuela, ottennero che Nicolò Belloni fosse 
mandato ad interrogarlo. Il quale interrogato, e acerbamente toHimito 
perchò i complici pubblicasse, mai niuno nominò oltre coloro de' quali si 
ò detto. £ richiesto della causa che lo aveva spinto a tale pazzia, niun'al- 
tra ne arrecò tranne questa, che tolte le discordie, santamente dai popoli 
si vivrebbe. Il Questore tornato a Milano, lo dimostrò reo di morte. Ma 
arendo i Burlamacchi, con permesso del Senato, spedito prima a Firenze, 
quindi in Milano Girolamo Luochesìni , loro parente , a pregar Cesare 
perchò la morte fosse rimessa, attribuendo li fallo anzi a vanità e pazzia 
che a malignità, Cesare consenti se Cosimo ratificasse : il quale con tal 
condizione gli concesse la vita, cioè che fosse in suo potere guardato. 
n quale beneficio, come insidioso, essendo disprezzato dal Senato e dai 
gentiluomini, Francesco, per comando di Cesare, fu condotto nella rocca 
di Milano, e dopo un biennio decapitato. Cosi espiò il grande ma infe- 
lice tentativo , e con la sua morte la repubblica fu assoluta. Bmiuxi , 
An, Lucchesi, Lib. 15, pag. 354 fino a 364. 

Per mostrare come gli Annali del Benerini siano avuti in grande stima 
da letterati celebri, basti il dire che Pietro Giordani tradusse il presente 
brano, e la sollevazione degli Straccioni. Nelle note al mio racconto in- 
titolato Lodovico Ariosto in Garfagnana , ho tradotto dal Benerini alcune 
cose importanti alla storia, ed ho tenuto lo stesso modo che tenni nel 
tradurre il tratto sul Burlamacchi. 



320 



RASSEGNA POLITia 



La Società editrice che s'impose per norma di osservare le più 
delicate convenienze, vuole che nei due ultimi fascicoli deUa Uhisté 
Contemporanea di quest'anno sia compiuta la stampa di quegli ar- 
ticoli, di cui nei numeri precedenti già si è cominciata la pubbli- 
cazione. Questa lodevole determinazione ha tolto le pagipe destinate 
per la Rassegna Politica ; peraltro questa mancanza sarà meno sen- 
tita ove si rifletta che nel corso di questo mese né la quistione ita- 
liana, nò quella greca, o Vungarica, o la tedesca, o la polacca, o 
l'americana, hanno progredito ; per lo contrario si è per ogni dove 
più ingarbugliata, mentre è neccessario che facciano o l'una o l'altre 
un passo per poterne prevedere lo scioglimento. 

Probabilmente, almeno per alcuna di esse, nella Bassegna del 
mese venturo si potrà vaticinare il modo con cui potrà distrigarsi 
questa cosi intricata matassa ; in quella prenderemo le mosse dal 25 
ottobre per cosi rimediare alla mancanza di essa nel numero presente. 



G. Vbgbzzi-Ruscalla. 



APPENDICE AL FASCICOLO DI NOVEMBRE 



OSSERVAZIONI 

all'articolo 

LO SCARICATOIO DI CLAUDIO 

del Big. L. DE LA VARENNE 

inserito nel fascicolo di Ottobre della Rivista Contemporanea 

AL DIRETTORE DELLA RIVISTA 

La geatilezza colla quale accoglieste le reclamazioni verbali fattevi intorno all'articolo sullo Scaricatoio di Clau- 
dio, Interramento del lago Fucino, pubblicato neirultìmo numero della pregievolissima Rivista, m'inanimisce a pre- 
garvi d'inserire le seguenti rettificazioni necessarie a dissipare i molti errori che sono in esso e che potrebbero fuorviare 
su questo proposito la pubblica opinione. 

Osserverò innanzi tutto che quell'articolo non è uno studio di chi lo sottoscrisse, ma semplicemente una compila- 
zione iatia senza cura, intomo alla quale nulla ridirei (abbenchè ne avrei tutti i diritti), se non avesse avuto l'autore 
l'infelice idea di aggiungervi supposti particolari d'istoria contemporanea sui primordii della società di prosciugamento, 
che sono immaginarii nella forma e nel fondo. 

Il compilatore mi tribuisce elogi che vorrei meritarmi e mi riconosce meriti ch'io bramerei avere, e quantunque io 
lo ringrazii dell'opinione troppo favorevole che mostra aver di me, non posso far a meno di far notare che attribuen- 
domi ciò che non m'appartiene, non mi dà quello che mi spetta di diritto, ciò che costituisce, e che egli chiama con 
cert'enfasi la parte tecnica e/i un po' arida dei lavori di cui pretende fare la descrizione. 

Quella parte tecnica è copia e riproduzione letterale di due note pubblicate da lui, una nel 1853 l'altra nei 
1861, e fatte con due fini affatto diversi. In quella del 1858 da lui riprodotta, non ebbe cura di sopprimere cose che 
non hanno più sorta di senso in codesta riproduzione, né di correggere frasi al futuro perchè relative ad opere ancora 
da farsi quando scrìssi la suddetta nota, ma interamente terminati ora ch'egli la ristampò. La giustizia e le conve- 
nienze imponevano perciò al compilatore il dovere dì imitare l'esempio ch'io gli dava e ch'egli ha fedehnente copiato 
come tutto il rìmanente ; Queste misure furono da noi prese e copiate sul piano tracciato nel 1835 dall'ingegnere 
del Governo A fan de Rivera, o ch'avesse dichiarato spettarmi tutto il rìmanente. 

Siffatto uso senza discernimento di documenti pnbbhcati gli uni nel 1853 gli altri nel 1861, condusse a ripetere 
cose con che si reputavano esatte nel 1853, ma non riconosciute per tali nel 1862. 

Diffatti nel 1853 io non conosceva il lago Fucino e l'emissario di Claudio, se non che dai lavori del commendatore 
Alan di Rivera e dal piano su piccola scala che li accompagnava. Io aveva appena passato qualche giorno sulla faccia 
del luogo, l'emissario era inaccessibile in quasi tutta la sua lunghezza. Di più io non mi ero proposto di fere un lavoro 
né storico né tecnico, ma soltanto di riunire tutti i dati per far conoscere il più esattamente possibile la natura dei la- 
vori da Carsi per procurare offerte d'intraprendere una si grand'opera. ' 

La Compagnia non aveva ancora intrapreso verun studio, opperò io avevo molta cura di dire da quali persone io 
aveva avuto le informazioni. In allora prima di hr gli studii dissi che l'emissario aveva 5,660 metri di lunghezza ; 
nel 1861 ne riconobbi 5,679 m., 56. 

Se il compilatore fosse stato più chiaroveggente, non avrebbe data, come fece nel 1862, le due lunghezze nello 



stesso articolo od almeno avrebbe spiegato il perchè delle discordanze. Ma ciò era cosa impossibile a lui, non sapendo 
di ciò, né il perchè, né la causa. Ebbe inoltre torto marcio di ripetere che il principio dell'emissario è a oriente d*A- 
vezzano, mentre è ad austro^ e l'emissario ò tutto diretto ad occidente. 

Non avrebbe del pari dovuto ripetere ciò ch'io dissi allora stando ad Afan de Rivera, che i pozzi Romani erano in 
numero di 32, giacché quanti seguirono queMavtri, da lungo tempo sanno ch'erano 34 per lo meno, forse 35 
e anche maggiori. Nel 1853 io diceva con poca precisione che la superficie del lago era al presente di ettari 
1 4, 550. Non avrei dovuto dire la superficie del lago, bensì Testensione della concessione ; cosa affatto diversa, perchè 
già in quell'epoca la superficie del lago era più grande. Se non avesse testualmente copiato, scrivendo nel 1862 uà 
articolo scritto assai anteriormente . dandogli un'apparenza di attualità, avrebbe dovuto sapere che la triangolazione 
del lago ed il piano furono fatti colla più scrupolosa esattezza nel 1860, da cui risultò essere allora la superficie 
delia conca lacustre di 15,792 e. 91 o. Questo particolare non è di poco rilievo, perché il piano e questa misura 
furono i primi ad essere stabiliti in modo preciso dopo il 1835, e il lago, come sanno tutti, si ampliò durante questo 
periodo di 9 m. 12. 

Insomma, senza falsificare la verità, quando si conoscono seriamente i lavori del prosciugamento del Fucino, non 
si può ridire nel 1862 ciò ch'io dissi nel 1853 dietro Afan de Rivera, cioè che la contrada 8d)bondava in materiali di 
ogni sorta ed in operai abili in ogni maniera di lavori. Una triste esperienza dimostrò l'errore di siffatte informazioni. 
La mancanza di una grande quantità di materiali utili e di esperti operai in questo genere di lavori, la gran difficoltà 
di procurarsi gli uni e il difetto degli altri in quel paese quasi privo di mezzi di comunicazione, hanno singolarmente 
aggravato la spesa di questa colossale intrapresa , e furono causa di molti e gravi incagli , vinti soltanto a prezzo di 
penosissimi sforzi e di gravi sagrifizi pecuniarii per trarre dall'estero il personale dirigente, gli operai, gli stru- 
menti, le macchine, i carri e persino le bardature dei cavalli e gli uomini per condurli e fare i trasporti. 

Dopo aver copiato senza cambiar sillaba tutta la mia nota dei 1853, senza correggere uuo degli errori in cui caddi 
sui lavori presenti, sulle misure e sulla valutazione delle terre, l'autore della compilazione mi abbandona per poco 
onde copiare da Giorgio Sand la descrizione degli Abbruzzi, poi ritorna subito a me e termina di copiare la mìa 
nota del 1853, e senz'altro, colle seguenti tre parole Per tal modo, rappicca questa nota alla mia Memoria del 
186i , che ripete con altrettanta esattezza e fedeltà. In questa parte almeno le misure ed i dati sono esatti, perchè 
furono i risultati dei nostri lavori. Se facciamo il riassunto dell'articolo summentovato, lo vedremo composto di 26 
pagine e mezza, di cui 3 tolte a Giorgio Sand, 14 spettano a me, e- due o tre a tutti razzolate in dizionarii storici e 
geografici, una pagina e mezza poi di racconti dell'inaugurazione dell'emissario sono cavate dai giornali di Napoli ; una 
mezza pagina è presa dalla traduzione di Tacito fatta dal Davanzati, totale 22 pagine su 26 e li2. Restano 4 pagine e 
mezza che sono di tutta. proprietà del compilatore, e queste nessuno certamente vorrà contestargliele , ma contro 
queste io debbo altamente protestare perchè calunniano, però senza nominarli, uomini onorevoli, e diffamano una 
Compagnia degna di tutto rispetto e beffeggiano cose rispettabili: tutto ciò sotto pretesto di dare un breve cenno ed 
una pagina inedita degP intrighi delVex reame di Napoli. 

Ristarò dal far osservare la sconvenienza colla quale pretende dare ra^uagli intimi sul principe di Torlonia, che i 
lettori della Rivista ne avranno di subito fatta severa giustizia. Il discorso triviale ch'egli fa tenere col ministro Pe- 
ruzzi non può idearsi se non da chi per educazione non può stare coi due onorevoli interlocutori. Ciò malgrado io nego 
ricisamente quanto è detto in queste poche pagine intomo alla vergognosa origine che si dà alla concessione, aUa ridi- 
dicola e criminosa condotta che si attribuisce ai primi amministratori della Società, e dico altamente che quanto vi 
si dice del principe, del sig. di Montricher e del direttore della Compagnia le sono villane invenzioni del compilatore. 

La concessione pel prosciugamento del lago Fucino fu fatta dal re Ferdinando \l. non ad alcuni stranieri per 
rimeritare segreti e sinistri servigi, ma bensì ad una Società anonima napoletana rappresentata dal principe di Cam- 
poreale, dal marchese Gcerale, amministratori delegati della Compagnia della quale era presidente il principe A. Tor- 
lonia come principale fondatore, congiuntamente ai signori Degas padre e figlio banchieri a Napoli Pubblici atti fanno 
di ciò fede. Il principe essendo uno dei fondatori della Società, è assurdo il dire che il direttore solleticò la sua 
ambizione di associarsi ad opera degna dell'antica Roma, per farlo entrare in tale Società ch'egli concorse potente- 
mente a formare. Prima bassi a fondare poi a dirigere ciò che si è fondato, quindi il fondatore precede il direttore, 
ciò è chiaro anche ai fanciulli. 

Falsissima del pari è l'asserzione della istituzione di consiglio qualunque, oltre quello di amministrazione ordinata 
dalla legge per tutte le Società anonime. I consigli di direzione, i direttori del contenrioso e tutta la sequela d'impie- 
gati di cui egli parla non hanno mai esistito se non nel cervello del compilatore dell'articolo. Giammai la Compa- 



gnia ebbe altri impiegati salariati dalla sua amministrazione a Napoli olire ad un direttore, un contabile, un commesso, 
e ad Avezzano un agente, in tutto soli quattro. Mai nessun membro del Consiglio di amministrazione ebbe stipendio 
né indenoità pei giorni di presenza, malgrado l'assiduità con cui ognuno adempì agli assunti oneri. Ha quindi bassa- 
mente calunniato dicendo: e Fra stipetidii, indennilà ed assegni di presenta ciascun amministratore s'era fatto un 
grasso appanaggio e se ne stava in panciolle », 

In ognuno dei più minuti particolari in cui entra Tautore per far credere alla sua intiera conoscenza del lavoro, 
tutto è inesatto. Cosi egli pone il seggio della Società alla sua orìgine in piazza Medina, N<» 61, mentre era al banco 
dei signori Degas padre e figlio di dove fu poi trasportato dall'incaricato per procura del principe nella casa e vicino 
aU'ufficio del suo corrispondente in Napoli. 

Lascio al buon senso dell'universale a giudicare il valore delle ragioni date per ispiegare l'acquisto di tutte le azioni 
della Compagnia dal Prìncipe, egli dice ciò essere successo perchè Ferdinando II poteva a suo capriccio togliere l<* 
concessione alla Compagnia. Ove ciò fosse stato vero , lungi dal consigliare l'acquisto , avrebbe indotto a vendere 
tutte le azioni per non esporre i proprìi capitali ai capricci di un sovrano. 

Per ultimo, non so dove l'autore abbia pescate le cifre ch'egli assegna alle spese dell'intrapresa, alle emissioni di 
azioni, alle transazioni del principe, ma dichiaro che sono tutte erronee e che questi pretesi dati storìci non hanno 
ombra di venta, come non hanno quasi mai senso comune. Ora quando si scrìve per un pubblico rispettabile bisogna 
saper rispettare. Debito dello scrìttore conscienzioso è di rendere ad ognuno ciò che di giustizia gli si deve. Questo 
principio fu trascurato dal compilatore dell'artictlo intitolato Dello scaricatoio di Claudio. 

Temendo di essere di troppo prolisso , intralascio dil raddrizzare gli errori di minor importanza ; e se ciò non 
ostante queste mie rettificazioni vi parranno soverchiamente lunghe , non dovete dame carìco a me , sì all'autore 
della compilazione. 

Checché ne sia, signor Direttore, vi prego di aggradire i miei rìngraziamenti anticipati e i sensi della mia distin- 
tissima considerazione. 

Torino, 15 novembre 1862. 

Vostro devotissimo Leon de Rotrou. 



321 



LA PENimA SLAVO-ELLENICA 



STUI>II STAXISTIOI 



11 principio cristiano che ormai ha trionfato nelle istituzioni 
civili dell'Europa occidentale^ e che sta per attuarsi^ attraverso gli 
sforzi di un dolorosissimo parto ^ nel diritto pubblico interno non 
meno che nelle relazioni internazionali degli Stati che la compon- 
gono, è tuttora una lettera morta per una gran parte dell'Oriente, 
dove pure riportò le sue prime vittorie, e donde, circondato dal- 
l'aureola della scienza e dell'arte, ha spiccato il volo per estendere 
il suo dominio sull'Occidente. Ognuno intende che noi vogliamo 
discorrere di quel lembo dell'Oriente che spazia da ambi i versanti 
dell'Emo, ed è bagnato dal mar Nero, dal mar di Marmara, dal- 
l'Egeo e dall'Adriatico. Certo l'emancipatrice forza del cristiane- 
simo alleato alla civiltà ha operato anche colà meraviglie in questo 
mezzo secolo, e Grecia, Serbia e Rumania risorte, e il Montenegro 
indomato e indomabile ne fanno fede. Ma non è men vero che il 
compito è appena a mezz'opra, e che dal petto di ben sette milioni 
di Slavi e di un milione di Greci, a tacere delle minori stirpi, 
scoppia ad ogni tratto un grido di dolore, che la diplomazia eu- 
ropea non potrà a lungo soflbcare , e che spremuto da secolari 
martiri!, anela alla riscossa deirasialica barbarie e al trionfo della 
Croce e della civiltà che n'è inseparabile. Noi crediamo che l'Occi- 
dente, il quale sta raddrizzando vecchie ingiustizie in casa propria, 
non vi resterà a lungo sordo, e che non lascierà compiere il secolo 
che ha varcato mezzo il suo corso, e lo fa ad ogni momento va- 
cillare sui cardini, esponendolo ad una conflagrazione generale. 

Lasciando all'avvenire la cura di sciogliere pacificamente o vio- 
lentemente questo nodo gordiano della politica europea, è certo 
che fra' mezzi più legittimi, tranquilli ed efficaci di affrettarne la 
soluzione è quello di richiamare l'attenzione degli uomini di vaglia 
degli Stati più civili, i quali professano sincero culto alla libertà, 
SipUta C. - 31 



322 RIVISTA CONTBMPORÀNBA 

ed hanno ferma fede nella fraterna solidarietà che lega le sortì 
civili ed economiche di tutti i popoli su quelle regioni infelicissime 
dell'Oriente a noi contermine, nelle quali non si sa se più la na- 
tura abbia largheggiato de' suoi doni , o se la gente che tuttora 
sovr'esse esercita il dominio del ferro e del fuoco, abbia più fatto 
per renderli inani. 

Fare quanto sta nelle minime forze nostre per attrarre Tinte- 
resse e la commiserazione dell'Europa civile su quella porzione 
de' nostri fratelli slavi che gemono nell'oppressione al di là della 
Dinara, e su quella nobilissima schiatta greca che ha con essi co- 
munanza di sventure, affinità di costumi e di fisionomia morale, 
procurar a tal fine di conoscere e far conoscere le condizioni eco- 
nomiche e civili di queste due razze^ le quali attingono alle me- 
morie delle lotte per la fede e per la nazione da oltre a quattro 
secoli sostenute , la fede incrollabile in un avvenire che la loro 
concordia potrà sola affrettare, crediamo debito , non sappiamo se 
pili cristiano o patriotico , della nuova generazione degli Slavi di 
Dalmazia, i quali non abbiano concentrato i loro affetti, e collo- 
cato il loro ideale entro le muraglie cinesi della dalmata autonomia. 

A sdebitarci possibilmente da quest'obbligo, ci siamo posti a 
delineare questi cenni statistici sulla penisola slavo-ellenica, se- 
guendo le traccie dTuh coscienzioso, paziente e completo lavoro 
del barone di Reden sulla Turchia e sulla Grecia (i), il quale fu 



mi 

del ba 



Turchia e Grecia nel loro potenziale sviluppo^ schizzo storico-statistico 
barone Federico di Reden. Francoforte sul Meno, presso Carlo Teo- 
doro Yòlker , 2 voi. stampati negli anni 1854 e 1856. Il barone Reden 
nacque nel 1804 a Wendling-hausen, nel principato di Lippa Desmold, e 
fermò la sua dimora nel regno di Annover. Elettovi deputato per la Cad- 
merà de' Deputati, contribuì alla redazione della liberale costituzione del 
1833 , ed entrò nel 1834 come sef^retario generale del ministero delle 
finanze. Nel 1839, quando il nuovo re Ernesto Augusto rovesciò lo Sta- 
tuto, egli diede la sua dimissione. Nel 1843 il ministero degli affari esteri 
del re di Prussia lo chiamò a far parte della sua amministrazione. Nel 
1848 fu mandato a Francoforte dalla Camera di Annover quale deputato 
per rAssemblea Nazionale. Sciolta questa , egli continuò ad abitare a 
Francoforte, tutto intento agli studii di statistica, ne* quali s'era acquistato 
una riputazione europea. Si annoverano fra le sue opere più celebrate : 
Geografia aenerale comparata del commercio e deìV industria — §tati8tica com* 
parata delle grandi potenze delVEuropa — Statistica finanziaria generale e 
comparata. Egli ebbe a fare diversi viaggi scientifici che ^li procurarono 
il mezzo di raccogliere una scelta di documenti statistici senza para^- 
gone. Queste notizie valgano ad accrescere autorità ai dati che saremo 
per esporre sulTOriente. L'illustre statista mori nel 1860, se ben mi 
ricordo (*). 

{*) Avremmo voluto che l'autore di questarticolo avesse consaltato 
l'Etno^afia della Turchia europea di Lelejan inserita nelle Geograph, 
Mitthetlungen di Petermann (Gotha 1863) per essere le anagrafi raccolte da 
Lelejan negli anni 1856 e 57, epperò posteriori a quelle di Reden (V-R.). 



LA PBNISOLl SLAYO-BLLXNICA 233 

de' più delti e diligenti cultori di statistica della Germania; ed ebbe 
a sua disposizione, nel comporre Topera da noi citala, gli scritti 
più accreditati e più recenti che siansi pubblicati da un secolo in 
Europa suirOrìente. Ci gode poi l'animo di poterlo studiare colla 
guida di uà dotto, onesto e spassionalo tedesco, poiché i dati che 
ne offre, e i giadìsii che esprime sulla penisola de' Balcani, e sulle 
ODBdizioiii economiche e civili delle razze che l'abitano, portano 
rimproiUt di una sincerità e imparzialità rara^ ed hanno un par- 
ticolare valore che le più appassionate elucubrazioni francesi e in- 
glesi BOB potrebbero avere. 

E ci siamo iBdotti a fare questo lavoro di carità e pazienza 
(ch'altro merito noi bob vogliamo rivendicare) perchè crediamo 
che, anziché mostrarci grati all'Italia per la coltara che in gran 
parte le dobbiamo, col servircene per ribadire il servaggio morale 
del nostro popolo^ e precludergli la via a più degno e libero avve- 
nire, noi adempiremo assai meglio l'obbligo della riconoscenza 
verso dì lei , adoperandoci a farle conoscere questo lembo del- 
rOrieBte su cui essa ha mietuto pel passato tante glorie, ed ai cui 
destini economici e civili essa non rimarrà estranea per lungo 
tempo. E un altro motivo a ciò ne mosse, che con quel dolore non 
scevro di compiacenza che é proprio di un necessario sacrifizio, 
qui dobbiamo accennare. L'Oriente é pure la terra promessa ai 
padri nostri; noi, giunti al mezzo del cammino di nostra vita^ non 
possiamo che mirarla da lungi , avendo fatto troppo poco per la 
nasioBè, onde meritare di arrivarvi. Ma il tempo perduto per colpa 
Bostra ed altrui possiamo in parte riacquistare, additandola alla 
nuova gtBerazioBe, nel cui cuore non peranco avvizzito dalle abi- 
todini del servaggio , si deve fondare l'edifizio della patria rina- 
sceBle> e iBsqpiaBdole che la fede> la scienza e l'amore le condur- 
raBBO colà dove a aoi non fu dato che gittare alla sfuggita uno 
sguardo. 

Postura geografica 

Lia pettisola slavo-èlle&ica abbraccia politicamente la Turchia 
europea cogli Slati a lei vassalli di nome della Serbia e Rumania, 
e il regno di Grecia, ed é una delle tre grandi penisole lanciate 
sul MedtterruBeo, che per meravigliosa postura, fecondità di suolo, 
genio e vigor naturale delle razze die l'abitano può misurarsi 
colla peni^ iberica e cOH'ilalica. 

Prendendo particolarmente a considerare le due grandi sezioni 
politicfae in cui si divide, diremo che la Turchia europea é collo- 



324 RIVISTA CONTBMPOBANBA 

cala fra il 38o y^ e il 48° di latiludine, il 33o */, e 4> V2 di lon- 
gitudine, e confina verso il nord e il nord-ovest da Czernowicz fino 
a Cattare per una lunghezza di 315 m. g. q. coll'impero d'Austria, 
verso l'ovest da Cattare fino a Prevesa per 72 miglia di costa col 
mare Adriatico e Jonio, verso il sud fra i golfi d'Arta e di Volo per 
23 miglia colla Grecia, e nuovamente per 145 miglia di costa col 
mare Egeo, e per 43 col mar di Marmara, e finalmente verso l'est 
col mar Nero per 102 miglia, e colla Russia dalle foci del Danubio 
a Czernowicz per 92 miglia. Da qui si scorge che la Turchia eu- 
ropea ha 362 miglia di confine marittimo e 430 di confine terrestre, 
delle quali 180 di fiumi navigabili, come il Danubio, la Sa va e il 
Pruth, circostanza rimarchevolissima che rende il paese accessibile 
ai commerci ed alla civiltà. 

La Grecia indipendente cosi come venne coartata e immiserita 
dalla diplomazia europea del 1830, che volle farne unente politico 
non vitale, è posta fra il 36o e il 39*» di latitudine, il 38o e il 44* di 
longitudine, e confina da tre parti per una costa lunga 205 miglia 
col mare Jonio , col Mediterraneo e colF Arcipelago , mentre dal 
nord per 23 miglia confina colla Turchia. 

« Agli occhi del geologo, osserva Cyprien Robert descrivendo 
la penisola che formò soggetto de' suoi studii (1), questa regione 
non presenta che un caos di montagne, le quali s'incrociano senza 
direzione, senza una ordinata catena, e che per una singolare ec- 
cezione invece di sollevare le loro vette nel centro del paese, 
l'ergono alla frontiera presso l'Adriatico e il Danubio, sull'Arcipe- 
lago. Le valli di questi monti che sboccano tutte nell'interno della 
penisola , possono in questi punti diversi essere ermeticamente 
chiuse all'artiglieria e alle armate straniere. I meandri agghiac- 
ciati della catena albanese chiamati dagli antichi Albii Albani, 
donde forse le Alpi presero il loro nome, si avvallano verso il 
nord-est, è seguono la Sava sino al Danubio, dove si frastagliano 
in diramazioni innumerevoli che formano la Serbia e la Bulgaria 
occidentale. Una di queste catene sembra che abbia raggiunto i 
Carpazii al di làdell'Istro, e sbarrato un tempo presso Orsova il 
Danubio, il quale spezzando queste roccie , ha formato le famose 
cateratte della Porta di ferro. Queste montagne, tutte dirupate e 
coronate di alte foreste, sono i Balcani, l'antico Emo. Esse deli- 
neano la valle danubiana, costeggiano il mar Nero coi loro bastioni 
a picco, separano la Bulgaria dalla Tracia, e attraverso questa pro- 
vincia projettano fino al Bosforo e ai Dardanelli diramazioni di col- 
line chiamate altra volta Dardaniche. Tutti i monti collocati al nord 

(1) Les Slaves en Turquie, voi. I, p. 10-15, passim (Paris, Passard 1852). 



LA PENISOLA SLAVO- ELLENICA 325 

della classica penisola sono oggidì slavi , e formano la difesa più 
formidabile de' popoli di questa razza ; quelli del sud rimasero 
per la maggior parte greci. 

La catena abbastanza regolare del Rodope^ dalle cime coperte 
di nevi eterne, separa la parte greca dalla parte slava dell'impero 
d'Oriente; numerose e larghe gole fendono questa catena per 
modo, che straripando attraverso queste aperture , le due razze 
non possono non incontrarsi. Un altopiano elevato, lungo il quale 
scorre la Mariza, fiume de' Bulgari, congiunge le falde del Rodope 
greco a quelle de' Balcani slavi. Le due grandi schiatte sono dun- 
que senza frontiere naturali , e s'incontrano, per cosi dire, ad 
ogni passo che fanno. • Ond'è che si trovano disseminati per tutta 
la Grecia Slavi in qualità di agricoltori e pastori, e Greci alla lor 
volta dirigono l'industria e il commercio in quasi tutte le Pro- 
vincie slave >. 

É osservabile che ciascuno dei principali gruppi di montagne 
greco-slave ha in ogni tempo servito di propugnacolo ad una na- 
zionalità, e di asilo ai vinti. Tal' è pei Greci l'Olimpo, il quale alto 
6000 piedi, non è accessibile che attraverso sentieri sospesi sopra 
abissi, nel fondo de' quali spumeggiano i torrenti^ ovvero stagnano 
i laghi formati da' mari. In grazia ai precipizi! che lo circondano, 
questo baluardo della nazionalità greca sarebbe inespugnabile ove 
fosse difeso da alcune centinaia di palicari. L'Olimpo fmisce dal 
lato di Macedonia con un muro a picco alto 3000 piedi che sovrasta 
all'orribile gola di Platamona; dal lato opposto esso copre la valle 
incantevole di Tempe, e difende la Tessaglia. Questa provincia che 
si estende assai in lunghezza, ed è fecondata dal Penco, forma una 
specie di circo ; sui gradi interni di questa vasta arena s'asside- 
vano una volta settantacinque fiorenti città. 

L'Olimpo tessalìco comunica coll'Athos attraverso il mare e le 
catene dell'alta Macedonia; là è il centro militare della penisola 
che domina Greci e Slavi. Chi possederà le sue vette vi troverà 
sempre l'indipendenza, e potrà spesso minacciare quella degli altri. 
Da questo punto sovrano, culla di Filippo e di Alessandro, si stacca 
isolato il monte sacro del popolo, il Monte SanlOy l'Athos, massa 
calcare di 6300 piedi, confine della Macedonia dalla parte di mare, 
come n'è l'Olimpo sul continente. 

L'Albania, tumultuoso caos di roccie sovraposte le une alle altre, 
oppone ad ogni conquista i suoi formidabili monti Acrocerauni. 

I Greco-Slavi dell'Epiro hanno per asilo l'Agrafa o il Rudo, il 
quale quantunque si elevi per 8400 piedi, è pur ricoperto di ver- 
gini foreste... Le catene disordinate che attraversano l'Epiro si 
appoggiano in gran parte alle falde del Rudo. Una parte della 



326 RIVISTA CONTBIIMRAlfSA 

Livadia col suo Parnasso dalle aride ed atte citte di 22M metri 
colle gole dell'Età e colle sue gloriose terroopili dipende pure 
dairAgrafa. 

Le tribii slave hanna andi'esse i loro campi d'asilo e le loro 
montagne sacre. Per la Bulgaria è il monte Rik> e il Tisoka» Tan- 
tico Scardo, che si crede alto 9600 piedi ; per la Serbia é il Riid- 
nìk ; per i cristiani della Bosnia e dell'CrzegovÌBa , il terribile 
Monte Negro, 

La Bosnia è anch'essa una cittadella fortificata dalla natura. 
L'estremità nord-ovest della penisola , l'alta Valacchtfiy come la 
Transilvania, offre pure un inestricabile labirinto di gole* di cui 
chi sarà padrone, purché appartei^a al paese, potrà senza peM 
arrestare le più forti armate d'invasione. 



Superficie e Popolasione 



A. Turchia 

Dobbiamo qui cominciare col chiedere scusa ai nostri lettori 
se sotto il nome generico di Turchia abbracciamo non solo le Pro- 
vincie immediatamente soggette alla Porta Ottomana , ma ancbe 
gli Stati quasi vassalli della Serbia e della Rumania. Reden scrisse 
rOpera di cui diamo un'analisi alla vigilia di quella guerra d'Orieote 
della quale ci sovviene che l'illustre Vuk Stefanovic soleva dird 
quando essa ferveva : € non so se gli alleati o i Russi riusciranno 
vincitori nella lotta, so questo solo che i Torchi ci perderanno». 
La pace di Parigi infatti che non fece, ci si permetta l'espressione, 
che tagliare le unghie agli artigli dell'aquila russa (e Voltaire ebbe 
a dire che non si può impedire alle unghie di crescere), col devol- 
vere alle grandi potenze la tutela dei cristiani di Turchia, saMioaò 
l'abdicazione morale e politica dell'impero Ottomano , mentre lo 
faceva ironicamente entrare nel concerto europeo. Non tardarono 
infatti d'allora i Principati Danubiani a riunirsi in uno Stato solo, 
che si chiamò Rumania, e la Serbia a compiere quella rivoluiione 
che coU'espulsione della dinastia dei Karagiorgevic tolse di mezzo^ 
le influenze straniere che ne paralizzavano il movimento nazionale 
e civile. Presentemente Serbia e Rumania, poco men della Grecia, 
trattano da potenza a potenza colla Sublime Porta, e le sono vas- 
salli come lo era, fate conto, l'ex-reame di Napoli alla Sesta Sede 
quando le presentava annualmente il di di s. Pietro la mula bianca. 



LA PENISOLA SLATO- ELLENICA 327 

Vedremo a suo tempo come l'adeguata conoscenza de' fatti econo- 
mici e civili della Turchia, aveva fatto presagire alFillustre Reden 
la crisi che a gran passi si avvicinava in Oriente, e gli aveva sugge- 
rita una soluzione che non è la radicale, ma che vi si avvicina, che 
in parte è compiuta, e in parte sta compiendosi giorno per giorno. 
Tanto è vero che Teconomia e la statistica danno molte fiate ]a 
chiave de' più astrusi problemi politici. Noi intanto, per non alte- 
rare l'ordine osservato dall'autore, ci atterremo alla divisione del 
lavoro da lui dataci, e alla generale denominazione di cui egli si 
è servito. Queste parole gioveranno per metterci in regola coi no- 
stri lettori e eolla nostra coscienza, la quale si solleva al solo pro- 
nunciare un nome che richiama alla memoria il servaggio di sette 
milioni de' nostri fratelli, e non ci avrebbe dato pace ove l'aves- 
simo senza protesta applicata anche a quelli che fortunatamente se 
ne riscossero. 

Le Provincie immediatamente soggette alla Porta si compartono 
in i3 luogotenenze, di cui qui presentiamo un quadro, cl^e ne in- 
dica la superficie e la popolazione giusta i rilievi del 1844. 

Superficie 
Provincie in miglia g. q. Popolazione 

I. Romelia od antica Tracia col distretto 

di Costantinopoli 450 1,800,000 

Il-V. Bulgaria , divisa nelle provincia di 

Silistria, Widdino, Nissa e Sofia . 1839 3,000,000 
VI. Salonichio, che abbraccia una parte 

della Macedonia e della Tessaglia . 575 \ 
VII. Jannina, che abbraccia l'antico Epiro ( ^ -^ ^^ 

con altra parte della Tessaglia e ( ^,/uu,uuu 

Macedonia 770 ; 

VIII-X. Scutari , Perserius e Monastir con 

altra parte della Macedonia . . . 891 1,200,000 
XI. Bosnia, che comprende la Bosnia, la 

Croazia turca e l'Erzegovina . . 1268 1,100,000 

XII. L'Arcipelago da Saipotraki a Rodi . 561 j «^ ^^ 

XIII. Creta colle isole vicine .... 153 { '^'"^ 



Totale delle provincie immediate . 6507 10,500,000 

Provincie quasi vassalle 

Moldavia 736 1,400,000 

Valachia 1330 2,600,000 

Serbia : , . . 998 1,000,000 



Totale della Turchia europea . 9571 15,500,000 



328 BinSTA CONTHMPOBANBA 

La Turchia europea comprende 5, 20 Vo ^^^^^ supjBrficie, e 
5, 82 o/o della popolazione di tutta l'Europa. Sotto il primo rap- 
porto le stanno innanzi solamente la Russia, la Svezia e Norvegia, 
l'Austria, la Confederazione Germanica, la Francia e il nuovo regno 
d'Italia : sotto quello della popolazione la precedono, oltre a questi 
Stati, ringhilterra, la Russia e la Spagna. La proporzione fra la 
popolazione e la superficie dà però alla Turchia appena il cinquan- 
tesimo posto fra gli Slati d'Europa, non contandosi per media più 
di 1624 abitanti sopra un miglio g. quadr. Questi rapporti non si 
conservano uguali dapertutto , e per esempio nella Romelia si 
numerano 4000 abit. sopra 1 Q , nella Macedonia, nella Tessaglia 
e nell'Epiro 2007, nella Serbia 1002, nella Bosnia solamente 876! 
É osservabile però che persino là dove la popolazione è più divisa, 
essa si trova in una grande sproporzione coi mezzi di sussistenza 
onde la natura ha fatto ricco questo paese. 

La postura geografica , l'estensione del territorio e il numero 
degli abitanti farebbero della Turchia una potenza di prim'ordine, 
se non le mancassero tutte le altre naturali e morali condizioni per 
divenirla, se anzi quegli elementi che sono fattori di civiltà e di 
forza negli altri Stati, non rendessero impotente l'impero Ottomano 
a qualunque sviluppo civile e politico. Due sono le grandi cause 
della sua necessaria e sempre crescente decadenza , le condizioni 
etnografiche e religiose de* popoli che lo abitano. È importante 
quindi, per apprezzarle a dovere, che colla scorta dell'Ubicini, non 
imparziale turcofìlo, ma intelligente cultore di questi studii, indi- 
chiamo come si scomparta la popolazione della Turchia per nazio- 
nalità e per religione. 



I. Per naziofialilà 

1. Osmani 1,100,000 

2. Slavi 7,200,000 

3. Rumani 4,000,000 

4. Albanesi 1,500,000 

5. Greci 1,000,000 (?) 

6. Armeni 400,000 

7. Ebrei 70,000 

8. Tartari 230,000 



15,500,000 



LA PBMI80LA SLATO-BLLIMIOA 9t» 

II. Per religione 

i. Musulmani 3,800,000 

2. Greci non uniti . . . 11,870,000 

8. Cattolici ; 260,000 

4. Ebrei 70,000 



15,500,000 



Queste cifre di Ubicini vogliono essere rettificate e illustrate, 
perocché formano, si può dire, i termini di quel problema politico 
e sociale, che si appella la questione d'Oriente. 

I. Le nazionalità 

La più numerosa schiatta della Turchia europea , chiamata 
presto tardi a dominare la penisola dalla Sava al Rodope , è 
quella degli Siavi meridionali. Due rami di quest'albero giovane e 
vigoroso vi si trovano i^adicati: i Bulgari e i Serbi. 

I Bulgari, quantunque Ugri di origine, vennero assimilati dagli 
indigeni slavi numerosissimi che soggiogarono, mercè sovratutto 
rinfluenza del cristianesimo e del rito greco orientale che abbrac- 
ciarono. Essi spaziano in numero di ben 4 milioni e mezzo d'ambi 
i versanti dei Balcani, dalle foci del Danubio ai confìni della Grecia. 
DiiTerenze di carattere e di costume distinguono il Serbo dal Bul- 
garo. Il Serbo è bellicoso, previdente, risoluto, memore e tenace 
delie avite tradizioni, anelante alla riscossa : il Bulgaro è pacifico, 
laborioso, diligente, morìgeratissimo, appassionato cultore de'campi 
e della pastorizia , e però fra tutte le razze che coabitano nella 
Turchia, il più agiato ed alieno da' rivolgimenti politici. Recentis- 
sime indagini che non potevano essere note a Reden, fanno cono- 
scere che i Bulgari coU'aumento della pubblica ricchezza, e colla 
dilTusione dell'istruzione che acquistò in questi ultimi anni vaste 
proporzioni, preparano pacificamente , lentamente , ma infallibil- 
mente la loro emancipazione politica. Sarebbe quindi adesso a du- 
bitare quanto allora osservava il Reden, che, cioè, stanziati parte 
al di qua, parte al di là dell'Emo, essi non abbiano coscienza della 
loro unità nazionale, e restino indifferenti alla ricordanza di quelle 
gesta del loro glorioso passato che accendono d'entusiasmo i Serbi 
e i Montenegrini. É certo però che i Bulgari del nord differiscono 
alquanto per costume e per dialetto da quelli del sud, i quali non 
poterono restar estranei all'influenza de' Greci contermini. 



9tè VrWUnx CONtBlCMBAIflA 

Altro ramo degli Slavi sono i Serbi che distinguonsi in Serbi 
propriamente detti, e Bosneri. Abbiamo accennato alFìndote guer- 
riera de' primi, ne' quali il sentimento dell'indipendenza è predo- 
minante, ed ha potuto già rivendicare in libertà sino dal 1829 
quella porzione di territorio che costitnisoe il principato di Serbia, 
ed occupa una vantaggiosissima posizione politica e commerciale, 
e però, come o^erva Reden , forma il ponte pel quale la civiltà 
penetrerà nella penisola orientale. 1 Serbi del principato son un 
milione incirca; ve ne sono 500,000 dispersi per la Bosnia, Albania 
e Bulgaria. A quésto ramo appartengono specialmente i Serbi che 
trovanti in Austria , ed abitano col nome di Slavoni (238,000) la 
Slavona, con qnello di Skekaci e Bunjevad (405,000) gran parte 
della Yoivodia e del Sanato ; di Morìacchi (1), Dalmati, Ragusei e 
Bocchesi (298,000), la Dalmazia. In numero di 342,000 stanziano 
ne'ConCni militari, di 437,000 occupano la maggior parte del- 
ristria sino all'Arsa colle isole del Quamero; 70,000 trovansi dis- 
pera lungo i confini meridioBaK dallUngherìa. In Russia non ve 
ne ha più di i500. Il numero totale de' Serbi ammonterete dun- 
que a circa 3,101,500. I BosneH co' Croati della Graina (Groaria 

(1) Il poTero Reden non ebbe la sorte di sopravivere alla grande scoperta 
che Hi Morlaoohi discendenti dal Lazio !(^) Se Tigooranza delle cose 
patrie nella quale siamo creBciuti non ci seryisse di scnsa, certi spropo- 
siti storici ed etnografici che uscirono alla luce fra noi da quando sorse 
la questione àeWannessìonc, sarebbero imperdonabili. Uno de' grandi ar- 
gomenti portati in campo per avversarla fu una certa differenza di lin- 
guaggio cke si Tolle trovare fra la popolazione della Dalmazia e quella 
di emazia e Slavonia. Ora^ il dialetto, i costumi, la storia e le eìucuVra- 
zioni de* pia dotti slavisti provano che più della metà degli abitanti di 
questi ultimi due regni (in cui son compresi i Confini militari) sono Serbi 
né più né meno de* Morìacchi, de' Ragusei e de* Bocchesi ; mentre i Croati 
trovansi in parte della Croazia civile non solo» ma sono disseminati lungo 
i! litorale dalmate sino al Primorige di Macarsca, ed occupano quasi tutte 
le nostre isole. C così che si vide il curioso spettacolo che gli autonomi 
della Dalmazia al di qua della Karenta, non volevano unirsi a' Croati, 
mentre questa parte della provincia pur ne aveva, e ne ha; e invece tutti 
i Bocchesi e i Ragusei che sono puro sangue serbo , e che soli potevano 
essere tentati farlo valere, e andare superbi, sovratutto i secondi, di ben 
altra autonomia della nostra , si sono dichiarati unanimi (se tolgasi la 
hoirghesia di Ragusa) per l'annessione alla Croazia. Quanto poi ai Latino- 
Morlacchi (scusate per carità, lettori, questa cacofonia) non ci resta altro 
& dire se non che pur troppo un oceano di erudizione non vale una goc- 
ciolina di buon senso. 

(*) Questa voluta discendenza derivò dall'essersi in antichi documenti 
dato ai Zinzari o Macedo-rumani l'appellati vo di Mauro-vlaki, cioè Va- 
tacchi neri. Vedasi Lelejan. Ethnoqr. der Europ, Turkei. Gotha 1869 , 
p. ». (V-R) 



LA. fmiioij^ njLTo^nuiaoA sn 

turca) e cegli abitanti deU'En^oviM (Dalmazia torca) in avmero 
di 360,000, aacendoM ad 1,450,000. La diCGeraua dì r^Opasm a 
di diritti fra i domnatorì e i vinti di queata regione ha fatto dèfla 
Bosnia una delle più turbolenti provincie della Tardiia ewopea. 
Al momento ebe acriviamo , TEnegovina ccì suo Vukalofic é in 
armi, ed unita al Montenegro combatte e vince gli Ottomani , e 
tiene in scacco qoeirOmer-Paacià die dopo aver rinnegato la ftde 
e la patria , doveva trovare in Dalmazia chi gli (aceaae il panagi* 
rico 1 Nella Bosnia stessa, gli Slavi, che abjorata la fède jdifisero 
col nemico le spoglie della nazione, si avvicinano ai poveri nya, 
incominciano a deporre gli odii religiosi e civili die lì tenevano 
divisi, e si apparecchiano alla lotta contro Toppressore comune. 

Se si aggiungaiM) i 490,000 Montenegrini che da quattro secoli 
combattono contro i Turchi, e che furono gli antichi e fedeli aUeati 
di Venezia, comunque da questa tahrolta abbandonati, nelle guene 
sostenute contro il nemico della cristianità, e i 430,000 Zagorj, si 
può calcolare che gli Siavi abitanti nella Turchia europea ascen- 
dono a 7,700,000, e però superano di mezzo milione il numero 
indicato da l^Hani. 

I Rumeni sono in numero di 4,300,000 nella Turchia, ove ai 
calcolino anche i Ihcedo-Rumani che sono in numero di 350,000, 
e che akri annovera fra i Slavi. Oltreché in Middavia (1,350,000) 
e Valacchia (3,480,000) , si trovano sparsi nella Bulgaria, nella 
Tessaglia, nell'Albania^ nelFEpiro e in altre parti della Turdiìa in 
numero di 120,000. Se si tiene calcolo dei Ruroani dell'Austria 
che in nomerò di 2,650^000 sono disseminati nella Transilvania, 
Ungheria, Voivodia, Banato, Bocovina e Confini militari, e di quelli 
delfai Russia che in numero di 408,000 stanziano nella B^ssa- 
rabia (1), latta questa schiatta si può dire che ascenda a 7,460,000 

(1) Dopo la pace di Parijndel 1856, parte della Bessarabia ooa uaa 
popolazione di presso a 190,OD0 abitanti fu separata daHa Russia, ed unita 
alla Romania (*j. 

(*) Ecco come si può calcolare la Nazione Rumana : 

Principati uniti 4,010,000 

la Russia —aecondo VEtn^grafia di D. Brckert 

(Pietrob. 1861) 770,000 

In Turchia, Daco e Macedo-rumani .... 350,000 
Kell'Àustria, giusta la statistica ufficiale del B. 

C»6rnig , . 2,4aè/m 

Nella Serbia, secondo Lelejan ...... 401,000 

In Grecia, giusta TAyer 40,000 



7,71^,00» (▼•«* 



332 BIVISTA OONTBMPOBANBA 

anime. Reden opina che per le condizioni naturali favorevolissime 
del suolo che occupa^ e per l'indole vivacissima e geniale de' suoi 
abitanti, questa razza sarebbe destinata ad esercitare una grande 
influenza sull'Oriente se fosse attiva/ vigorosa e morigerata. Ma 
queste qualità, a parere dell'autore, mancano ai Rumani. Gli av- 
venimenti succeduti nella Rumania dopo la pace di Parigi infirme- 
rebbero però quest'opinione , avendo essi provato che i Rumani 
non ismentiscono il sangue latino che loro corre per le vene , e 
che mostrano, se anche a un grado minore, la maturità politica e 
il senno civile della schiatta consorella. 

. Gli Albanesi si divìdono in due rami principali, i Toski dell'Al- 
bania meridionale e i Gheghi della centrale e nordica, che si dif- 
ferenziano pel dialetto che parlano^ e si detestano talmente, che la 
Porta Ottomana sa adoperare gli uni contro gli altri. Questo popolo 
da una parte non occupa che il territorio che prende il suo nome, 
dall'altra stanzia in mezzo a popoli a lei estranei. Gli Albanesi si 
trovano in tutta la regione posta fra la Morata e la Toblica, for- 
mante la Serbia turca , e più che altrove hanno stanza nel regno 
di Grecia. Formano in numero di 200,000, la quinta parte della 
sua popolazione, e la maggioranza di questa nella Beozia, nell'At- 
tica, nella Megaride, nell'Argolìde, e in molte delle sue isole. Nella 
Turchia europea sono in numero di 1,600,000. Non si può sor- 
passare che in Austria se ne trovano 2500 presso Zara e ne' Confini 
militari , e ben 86,000 nel Napoletano dove emigrano sino dal 
1460 (1). 

Gli Armeni, in numero di 150,000, sono dediti per Io più al 
commercio, ed occupano le città. 

Dei 125,000 Israeliti , 37,000 abitano Costantinopoli, 6000 la 
Tessaglia, 62,000 la Moldavia, ecc. 

Lo spirito di partito ha esagerato il numero dei Greci della 
Turchia europea, confondendoli con tutti quelli che professano la 
religione greco-orientale. Reden non vuole seguire alla cieca Tubi- 
cini, ma dall'analisi della popolazione delle singole provincie della 
Turchia quale fu rilevata in scritti speciali, deduce e ritiene che il 
loro numero si possa stabilire a 1,050,000, di cui 285,000 nelle 
isole, 265,000 nella Tessaglia, 320,000 nella Romelia e a Costan- 
tinopoli, 180,000 nelle rimanenti provincie. 

Le notizie ufficiali fanno ascendere il numero degli Osmani a 
1,100,000. E tuttavia Reden ritiene ch'esso sia esagerato, e non 
superi 1,055,000, di cui 270,000 nella capitale, 210,000 nella Ro- 

(1) Non a 86,000, sibbeae asceadono neiritalia meridionale a 122,000, 
secondo la statistica data dal Morelli (Napoli 1859) ; nell'Austria 2000, 
secondo Czòrnig; in Russia, giusta il Latham, 1,300. (V-R) 



LA PENISOLA 3LAT0-BLLBNI0A 333 

raelia, 375,000 nella Bulgaria, fra' quali molti Bulgari rinnegati, 
150,000 nelle provincie di Salonicchio e Jannina, e 50,000 altrove. 
Ed ecco lo specchio che Reden presenta della popolazione della 
Turchia, divisa per schiatte, rettificando quello di Ubicini. 



i. Slavi-. 




Per cento 


a) Bulgai 


i . . 4,500,000 


27,97 


b) Serbi . 


. . 1,500,000 


9,32 


e) Bosnesi . . 1,450,000 


9,02 


<Ó Altri rami . 250,000 


1,58 




7,700,000 


47,89 


3. Rumani 


. . 4,300,000 


26,74 


3. Albanesi 


. . 1,600,000 


9,94 


4. Osmani . , 


. . 1,055,000 


6,55 


5. Greci , . 


. . . 1,050,000 


6,53 


6. Armeni . 


. . . 150,000 


0,9S 


7. Ebrei 


. . . 125,000 


0,78 


8. Zingani . . 


. . 80,000 


0,49 


9. Tatari . 


. . 25,000 


0,15 


To 


tale . 16,085,000 (1) 


100,00 



Se anche i singoli dati di questo prospetto possono essere ine- 
satti, le proporzioni che vi si osservano sono certe, e suggeriscono 
alcune importanti conseguenze. 

Fra i popoli che abitano la Turchia europea, i Bulgari e i Ru- 
mani sono ì più numerosi^ formando gli uni e gli altri un quarto 
della popolazione totale. Che se si abbracciano tutti gli Slavi, questi 

(1) Secondo Kolb, Handbuch der Vergleichenden StatisUk. Lipsia 1B69. 
p. 382, queste cifre dovrebbero essere : 



Slavi 


6,200.000 


Rumani 


4.000,000 


Albanesi . 


1.500,000 


Osmani 


2.100,000 


Greci 


1,000,000 


Armeni 


400.000 


Ebrei 


70.000 


Zingani 


240,000 


Tauri 


. , 44,000 



È però evidente che si attribuì un numero eccessivo agli Osmani. Ve- 
dasi Lelejan (op. cit.). (Y^B.) 



SM vmnA ommcPOftJLiaiA 

soli le oofititaìscMo U metà, e coi Ruintm tre quarti , mentre gii 
A)bAfi6SÌ rìwtrano col 10 V« , gli Osmaiii e i Greci sepànatamefite 
con 6 1/2 V<»- E tuttavia, osserva raotore, questi ultimi, quali ante- 
sigaani della Chiesa Onenlale esercitano una preponderante in- 
fluenza sui destini della penisola, e sono alla testa dei movimenti 
politici che la sconvolgono. 

II. Beligiatie 

L'Ubicini / che nella seconda edizione della sua opera sulla 
Turchia accrebbe di un miUone la popolazione di razza turca, per 
esser fedele al preconcetto diviaamento di giustificare in qualche 
modo la signoria degli Osmani, riduce gli 11,370,000 professanti 
la religione greco-orìenlile della prima edizione a sdii 10,000,000 
nella secoiJa> e fa salire i Kaomettani da 3,800,000 a 4,550,000. 
Beden dopo accurati studti giunge a diversi risultati, e dà il vero 
suo posto a ciascuna deHe cmifessioni religiose detta penisola. 

I dati piò precisi e sicori risguardano i Cattolici. Di 915,000 
che si trovano in tutto l^impero Ottomano fra Latini (650,000), 
Greci uniti (35,000), Armeni uniti (75,000) , Sirj e Caldei uniti 
(35,000) e Maroniti (140,000), 650,000 vivono nella Turchia eu- 
ropea cosi divisi ; 

Costantinopoli 60,000 

Albania del aord con 7 vescovati 

e 103 parrocchie .... 96,000 

Ersegovina 43,000 

Arcipelago , . 110,000 

Altre Provincie 843^000 



Intuito . . 650,000 

I fedeli delia Chiesa Oriaitale ammontano a ben 11,080,000. 
Alla religione Maomettana appartengono: i Turchi, quelli fra gli 
indigeni che subito dopo la conquista degli Osmanidi per sottrarsi 
al servaggio e alla spogliazione abjurarono la fede de' padri , e 
finalmente i piccoli recenti gruppi di rinnegati. Essi ammontano in 
tutto a 3,970,000, de'quali, 1,055,000 Osmani, 3,915,000 di altre 
razze. È interessante in proposito il seguente quadro che ne offre 
Reden , adesso sovratulto che i Maomettani i qual non apparten- 
gono alla razza dominante cominciano ad avvicinarsi ai Crìsiiani* 



hx ftaiìBOLA. auvo-BLunucA 



aa» 



Prorinoie 

1. Costantinopoli . . 

2. La restante Romelia 

3. Bulgaria 
4* Albania 

5. Salonicchio e 

6. Bosnia 

7. Isole . 



Jannina 





Maomettani 




Osmani 


Di a)tr« razze 


Totali 


270,000 


205,000 


475,000 


210,000 


260»000 


470,000 


375,000 


920,000 


1,295,000 


— 


850,000 


850,000 


150,000 


390,000 


640,000 


50,000 


( 170,000 
120,000 


220»000 


120»000 



Totale . . 1,055,060 2,915,000 8,970,000 
ovvero 26,24 7^ ow, 73,76 •/, 

Questi dati potrebbero avere un capitale valore ove tn giorno 
avvenisse cbe i Maomettani indigeni facessero causa comune coi 
cristiani* La questione d'Oriente forse allora scioglierebbesi senza 
grandi scosse inteme e senza immani catastrofi. 

I Maomettani sono i padroni assoluti del paese , signori della 
vita e delle sostanze de'raja. Ad essi i pubblici incarichi senza i 
pubblici pesi, ad essi privilegii e lavori neiresercizio del traffico e 
dell'industria. La pacificazione civile de' vincitori e dei vinti» de' 
seguaci di Maometto e di Cristo che si voleva garantire col trattato 
di Parigi, è rimasta una lettera morta, la quale, ove si volesse se* 
riamente attuare, porterebbe l'immediato scioglimento dell'impero 
Ottomano , provocando da prima l'opposizione armata (come se 
n'ebbero prove recenti) dei Musulmani, poscia una generale solle- 
vazione de' Cristiani. L'impero Ottomano ò, per la base stessa su 
cui posa, condannato ad essere tale qual'è^ ovvero (se tenta rifor- 
marsi radicalmente) a non essere. D Corano infatti arma il discen- 
dente de' CaliflB del potere religioso e civile per la soggezione as- 
soluta di tutti coloro che non lo abbracciano. La teocrazia trova 
colà la sua più alta personificazione, e non può, pel fondamento 
religioso cbe le serve di base, chiamare alla partecipazione de' di- 
ritti civili chi non è musulmano. Vi si tollerano le altre religioni, 
ma la suprema podestà sulle persone e sulle cose non può appar- 
tenere che ai soli veri credenti, ai seguaci di Maometto. 

Come signore del paese, il Maomettano abita perle più la città. 
Esso è incapace di una continuata e forte ginnastica dello spirito, 
e insuscettibile delle bellezze e de' vantaggi deirintellettuale col- 
tura. E d'altra parte vive ancora delle memorie dd9e famose gesta 



BinSTA OONTBMPOHANBA 

de' padri, e ritiene, illuso com'è dalla supremazia ch'esercita^ che 
il passato sia presente , per cui ha un esagerato sentimento di 
se medesimo che cade nel ridicolo. Esso associa all'orgoglio una 
gran dose di simulazione sviluppata per forza del despotisme. 
Gl'istinti e i costumi orientali e la licenza santificata dal Corano lo 
hanno dem<^ralizzato, ed hanno scavato un abisso fra esso e i Cri- 
stiani, e reso impossibile qualunque avvicinamento, qualunque 
parallelo sviluppo di essi. Questi contraposti non possono essere 
tolti dalle buone qualità del Maomettano, quali sono l'ospitalità, 
lo spirito d'equità, il rispetto delle virtù sociali, la gratitudine e 
la compassione, e quella pronta rassegnazione alla volontà divina 
che lo rende capace di qualsivoglia sacrifizio. Egli è per questo che, 
sebbene egli abborra qualunque mortificazione del corpo, tuttavia 
sostiene con pertinacia gli stenti più difficili tostochè i precetti 
della sua fede e la cupidigia di lucro ve lo animano. 

Le confessioni religiose della Turchia Europea si scompartono, 
dietro le diligenti ricerche di Reden, come segue : 



1. Chiesa orientale . 

2. Maomettani . . 

3. Chiesa cattolica . 

4. Israeliti .... 

5. Zingani .... 

6. Altre conressioni . 


11,080,000 

3,970,000 

650,000 

125,000 

80,000 

180,000 


(1) 


Per cento 

> 

» 
> 


68,86 
24,69 
4,05 
0,79 
0,49 
1,12 


Totale . . 


16,085,000 


100,00 



Due terzi dunque di tutti gli abitanti della Turchia europea 
appartengono alla Chiesa orientale, e un quarto solo alla religione 
di Maometto. 

Non vi sono dati precisi per conoscere il movimento della po- 
polazione nella Turchia. Un fatto solo è eerto, che i Cristiani sono 
in aumento, comunque questo non possa essere rilevante pel triste 
slato intellettuale, economico e politico in cui la razza dominante 
li tiene. Ma questa alla sua volta è in continuo decrescimento. 
Mentre sino alla fine del secolo xvii essa lanciava eserciti di Otto- 

(l) Secondo Kolb (op. cit.) le cifre sarebbero : 



(V-R) 



Greci-Orientali 


10.000.000 


Maomettani 


4,550,000 


Cattolici . 


640,000 


Israeliti . 


70,000 



LA nNlSOLA 8Li.yO-BLLRNICA 337 

mani sulle conlrade civili dell'Europa , e ne riempiva , dopo le 
colossali battaglie sostenute colla Cristianità , i vuoti con mirabile 
rapidità, Tesercito attuale di Abdul-Aziz non giunge a quei 200,000 
uomini che il granvisir Kara-Mustafà condusse nel 168S sotto. le 
mura di Vienna. Che scegli anche riuscisse con improbi sforzi a 
formarne uno cosi numeroso, potrebbe rifarlo dopo una sconfitta? 
Nessuno tampoco lo sogna. 

Prova indubbia della decrescenza degli Ottomani è la diminu- 
zione della popolazione turca nelle città in cui sogliono abitare, 
p. e., Brussa, che aveva 100,000 abitanti, non ne ha adesso che 
50,000 ; Erzerum vide i suoi 100,000 abitanti ridotti a 45,000 ; 
Cesarea, che al tempo dell'impero d'Oriente ne avea 400,000, ora 
ne conta 25,000 ; Antiochia che ne aveva 600,000^ ora ne numera 
6,000; Jannina vide ridotti i suoi 40,000 che aveva sotto Ali Pascià 
a 5,000; Prevesa che nel 1820 aveva 8,000 abitanti, ora ne ha 
3,000; Arta che nel 1814 aveva 15,000, ora ne ha 5,000; Scutari 
che nel 1831 ne contava 40,000, adesso non ne ha più di 18,000. 

Cosi le leggi della natura si fanno ministre della Provvidenza, 
e minano resistenza stessa di coloro che sull'opposizione altrui 
fondano il loro impero. 

Due fonti principali dell'aumento di popolazione dei Maomet- 
tani si sono esaurite, l'acquisto di schiavi stranieri (specialmente 
di prigionieri di guerra e di Circassi), e la conversione all'isla- 
mismo diminuita d'assai e pressoché cessata. Cause gravissime del 
decrescimento de' Turchi sono la demoralizzazione^ la poligamia, 
quantunque minore di ciò che si crede, l'abuso di bagni a vapore, 
il d^eneramento fisico della razza e la conseguente accresciuta 
mortalità sovratutto ne' bambini, la barbarie del regime e l'abban- 
dono del pubblico benessere, per cui Tagricoltura , il commercio, 
l'industria e i mezzi di comunicazione si trovano in pessima con- 
dizione, l'infelice stato sanitario e igienico del paese, e finalmente, 
almeno per lo passato, la peste, la quale comunque sparita da al- 
cuni anni, a parere di Reden, non è ancora spenta. 

A 'completare questo quadro cosi poco attraente, é interessante 
quanto non ha guari il professore dell'Università di Oxford, Goldwin 
Smith, scriveva nel Daily News sull'insanabile decadimento della 
razza turca a conferma dell'opinione di Reden ed a confutazione 
di quella di lord Palmerston , che per iscusare in qualche modo 
l'appoggio dato al recente prestito del governo ottomano in Inghil- 
terra, esprimeva la ferma speranza nella rigenerazione della Tur- 
chia. ( Se noi avessimo veduto un solo cadavere di questa natura, 
scriveva il prof. Smith, forse potremmo scambiare la contrazione 
postuma de' muscoli col ritomo della vita. La malattia delle finanze 



338 RIVISTA CONTEMPORANEA 

non è la radice del male. La radice del male è riposta in un'ab- 
biella immoralità ch'esclude qualunque spirito di mortificazione e 
di sacrifizio, qualunque sforzo necessario pel rinascimento di una 
nazione. I Turchi non sono una nazione, ma un'orda degenerata, 
guasta fino alle midolla, e moribonda. Le orde de' Franchi e de' 
Goti sarebbero forse nello stesso modo deperite, se una migliore 
religione non avesse combattuto la loro libidine^ e piantato in essi 
il germe della vita nazionale p . Lord Palmerston dice che « la ri- 
forma delle finanze è la base della forza di una nazione». Io mi 
permetterò di osservare che la riforma della giustizia di cui vi ha 
necessità in Turchia, non lo sia meno. Senonchè condizione del- 
l'una e dell'altra è la nazionale moralità, e questa manca affatto, 
né vi è pur speranza che alligni. Un turco farà discreti sforzi, anzi 
commetterà i più gravi delitti onde procurarsi danaro pe' suoi pia- 
ceri, ma non muoverà un dito per pagare i suoi debiti, e mollo 
meno quelli dello Stato. Un turco povero ha bensì le negative virtù 
dell'indigenza, ma ove lo s'innalzi al potere, diventa vittima della 
più grossolana voluttà, e per conseguenza della corruzione, né altro 
miglior fine si propone nella sua vita politica. 

Lord Palmerston ha senza dubbio uno scopo diplomatico 
« l'equilibrio europeo » davanti agli occhi. Io dal mio canto con- 
fesso che né coH'aiuto della storia né con quello della geografia 
arrivo a indovinare come l'esistenza di una mera impotenza possa 
giovare alla conservazione dell'equilibrio europeo. La popolazione 
della Turchia non è, come dice lord Palmerston, una • razza misla • . 
Essa consta di due distinti e nemici elementi, i conquistatori che 
sono per sparire e le schiatte vinte, la cui nazionalità fu salvata 
da rovina mercè la religione. Né ho il più lontano motivo da rite- 
nere, che per l'ingerenza da noi presa nelle condizioni finanziarie 
della Turchia, l'odio religioso, come dice Palmerston, si ammansi, 
e finisca col cessare affatto. Santa Sofia era una volta chiesa cri- 
stiana, ed ora è moschea turca. Essa è destinata di nuòvo e presto 
a ridivenire tempio cristiano. Per molti motivi io devo combattere 
una politica che sarebbe cagione onde uno Stato cristiano come 
l'Inghilterra provi dolore anziché gioia per un simile mutamento». 

B. Grecia indipendente 

Questo Slato componesi di una parlo continentale che si estende 
al disotto di una linea tracciata fra i golfi di Volo ed Aria (Attica, 
Megaride, Etoha, Acarnania, Beozia) sino allo stretto di Corinto; 
della penisola di Morea (Laconia, Messenia, Acaja, Elide, Argolide, 



LA VENISOLA SLAVO-ELLBNICA 339 

Arcadia); deirisola di Eubea, delle Sporadi, delle Cicladi e d*Idra. 
La sua superficie abbraccia solamente 895,88 ra. g. q. , e forma 
appena il 4/2 per O/O di quella dell'Europa, e 2/3 della grandezza 
della Baviera. Essa si divide, dal 1845, in 10 nomarchie (circoli) 
e 49 eparchie (distretti). 

La popolazione della Grecia, all'epoca della fondazione del reame 
(7 marzo 1832) conslava, secondo Thiersch, 829,985 abitanti, se- 
condo Urquharth 867,000. Questa cifra sembra tropp'alta, perchè 
l'anagrafe del 1835 la portava a 674,185 abitanti, quella del 1840 
ancor più esatta, a 856,470. La popolazione degli anni 1844, 1850, 
1852 appare la seguente : 

1844 1850 1852 i}) 

930,300 995,866 1,002,112 

L'emigrazione cagionata dalla poca fecondità del suolo di alcune 
Provincie, e l'assenza all'estero di molti Greci ritardano l'aumento 
della popolazione, la quale nell'anno 1852 non contava per media 
pili di 1119 abitanti sopra un miglio g. q., ed occupa sotto questo 
aspetto appena il 53^ posto in Europa. Ove lat5recia avesse la den- 
sità della popolazione della Prussia, essa dovrebbe avere 2,970,000 
abitanti. —Solamente quattro città hanno più di 10,000 abitanti. 
Atene con circa 32,000, Idra, Ermopoli e Patrasso nell'Acaja; 85 
contano da 2000 a 10,000. 

La quasi totalità della popolazione professa la religione greca 
orientale. Vi sono 24,000 cattolici nelle isole e piazze di commer- 
cio eon un arcivescovo e tre vescovi, 1000 Maomettani, dì cui la 
maggior parte nell'Eubea (Negroponte), e qualche centinaio di pro- 
testanti ed ebrei nelle piazze commerciali. 

Due razze del tutto distinte abitano la Grecia. La diversità della 
statura, dell'aria del viso, de' costumi e della lingua che non ha 
niente di comune col greco antico e moderno, fanno conoscere a 
colpo d'occhio gli Albanesi come stranieri. Emigrati nel xrv e xv 
secolo dall'Illirio e dall'Epiro, essi occuparono la più gran parte 
dell'Attica^ della Beozia, di Corinto^ le coste vicine del Peloponneso 
e qualche parte dell'interno della penisola , e più tardi le isole 
dldra, Spezia e parte di quelle di Andros e Negroponte. Comun- 
que avessero i caratteri di una razza del tutto distinta , e formas- 

(1) La statistica del 1856 dà 1,067,216 anime. — I cattolici, giusta il 
Kolb (3ediz.), sono 30,000. — Per nazionalità novera 700,000 greci pro- 
prii, 280,000 Albanesi, 20 a 30,000 Armeni (credo abbia voluto dire Ru- 
mani), e 500 Israeliti. (V-R) 



340 RIVISTA. CONTBMPORANBA 

sero la quinta parte della popolazione , e potessero quindi pesare 
sui destini della Grecia, essi non pensarono mai alzare altare con- 
tro altare, né congiurare coi nemici del paese pel servaggio morale 
e civile di una patria , della quale divennero cittadini dopo avere 
commisto il proprio sangue col sangue greco nella guerra decen- 
nale dell'indipendenza. Per quanto questo giovine Stato sia laceralo 
da partili, è certo ormai che questi due popoli si guardano come 
fratelli e figli di una medesima patria, e che tulli gli Albanesi par- 
lano, oltre alla propria, la lingua greca, e che ormai anche le lor 
donne, quasi tutte, conoscono ambo gl'idiomi. Reden sostiene in 
opposizione alla credenza di molti, che gli Albanesi sono indefessi 
agricoltori e lavoratori, e che piuttosto peccano, a suo parere, 
d'indiflerentismo ed ostinazione, e sono superati da' Greci in ope- 
rosità ed abilità. 

n nostro autore non vuole agitare la questione se i Greci mo- 
derni sieno i discendenti di Milziade e di Temistocle , e di coloro 
che fondarono l'impero d'Oriente, ovvero se, come altri vuole, de- 
rivino dai coloni dell'Anatolia e parlino una lingua che è una bar- 
bara trasformazione del greco antico. Non si può però negare, 
lasciando intatta la questione, una perfetta corrispondenza di doni 
naturali fra' Greci antichi e moderni, sia ch'essa derivi dall'identità 
del suolo, del clima o del linguaggio, questo puntello , come dice 
Reden , d'ogni intellettuale e morale sviluppo, o da quelle poche 
goccie di sangue greco antico che si trovano ancora nella presente 
generazione, e che con magica forza penetrano la massa del san- 
gue straniero. Questa corrispondenza si trova senza fallo in quella 
mirabile facoltà di discorrere propria della patria di Demostene e 
di Eschine, e posseduta spesso anche dai Greci più incolti e mollo 
più dagli istrutti. Questo dono che i Greci chiamano dono della 
lingua consiste nel trovar sempre la parola acconcia e nello spar- 
gere sul discorso, mediante un' aggradevole intonazione, luce ed 
ombre. Non vi ha dubbio che tutti i meridionali dal più al meno 
la posseggono, ma nessuno in modo cosi perfetto e mirabile come 
i. Greci. 

Da un'oppressione senza esempio nelle storie, e che presente- 
mente pesa sugli Slavi e sui Greci della Turchia europea, i popoli 
ohe abitano la Grecia indipendente si sono sollevali a Stalo libero. 
Non è quindi da meravigliarsi se si veggano tuttora le traccio di 
quella demoralizzazione, che è una necessaria conseguenza del 
despotismo e della tirannide. Se la rapina, la frode e il mendacio, 
queste infauste armi di cui i Greci si servirono altre volte per 
combattere chi li opprimeva, non sono ancora spariti dopo conse- 
guita l'indipendenza, si può egli dire per ciò che abbiano guastato 



LA PENISOLA SLAVO-BLLBNICA 341 

nelle radici il carattere nazionale greco, come alcuni sostengono? 
Reden risponde risolutamente che iiOy e dice che se l'istruzione 
nulla può sopra una natura pervertila, e se invece è dimostrato 
che dall'epoca del risorgimento della Grecia, la moralità, il rispetto 
alla legge , l'onestà hanno progredito, si deve conchiudere che 
quelle reliquie di un triste passato non sono passate in natura. 
Quest'opinione si fonda sulla certezza che nella Grecia sono diffuse 
virtù civili e private che non potrebbero coesistere con una demo- 
ralizzazione radicata o generale, e che anzi sono capaci ad estir- 
pare poco a poco i tristi effetti di spaventevoli calamità. Se un 
egoismo senza cuore sì fosse insignorito degli animi, quei vizii dai 
quali singoli soltanto, come in ogni paese sono attaccati, sarebbero 
insanabili. Ma quando vediamo da' Greci praticate le più belle virtù 
familiari, e il candore del costume, la fedeltà coniugale, l'ospitalità 
tenuti in onore^ quando ricordiamo quei prodigii di eroismo pale» 
sali nella guerra dell'indipendenza che hanno rinnovato le gloriose 
lotte di Maratona, di Salamina e delle Termopile, dobbiamo dire 
che un popolo, il quale conserva cosi profondo il cullo della fami- 
glia e della patria, non solo non è guasto, ma è capace di qualun- 
que grandezza morale e civile. Purtroppo avviene che quando il 
despotismo col suo braccio di ferro e colle arti più abbiette del mal 
governo ha cercato di uccidere fisicamente e moralmente un popolo, 
per ultimo oltraggio cerca di diffamarlo, onde non possa più ri- 
sollevarsi nella coscienza di se medesimo e nell'estimazione delle 
genti civili. Ma anche questo attentato alla vita morale delle na- 
zioni fallisce, e viene il tempo in cui esse subitamente e mera- 
vigliosamente affermano la propria esistenza, e rivendicano la 
propria fama. 

Questo quadro che abbiamo delineato de'Greci moderni, mentre 
pone in rilievo le virtù e i difetti della loro indole, contraddice da 
una parte alle accuse lanciate ad essi da certi dotti che a volo d'uc- 
cello hanno visitato la Grecia, e si son querelati di non aver po- 
tuto ritrovare la loro antica Eliade, e smentisce le calunnie che 
lo spirito di partito spargeva a loro carico, e che trovavano ali- 
mento sino dalla fondazione del regno nei palazzi degli amba- 
sciatori delle potenze protettrici. Non è lontano il tempo in cui 
si dipingeva a tetri colori l'amministrazione interna della Grecia, 
perchè un principe russo potesse salirne il trono , mentre l' In- 
ghilterra ad impedire che ciò avvenisse, maltrattava il piccolo 
reame più duramente delle isole Jonie da lei protette (1). Se le 

(I) Lo avere i Greci prescelto per suffragio universale a loro Re il prin- 
cipe Alfredo d'Inghilterra in luogo del detronizzato Ottone il Bavaro, 
prova che l'Inghilterra non bistrattò quel reame. (V-R) 



342 BIVISTA CONTEMFOBANBA 

polenze protellrici, conchiude quest'oneslo e illustre (edesco, aves- 
sero fatto la Grecia tanto grande da essere Capace di un regolare 
sviluppo^ e da non avere bisogno della loro struggilrice tutela , 
allora i trentanni che scorsero dalla fondazione del reame avreb- 
bero potuto servire di giusta base a un sicuro giudizio sull'avve- 
nire del popolo greco. 

Se ci fosse dato di passare in rassegna le condizioni economiche 
della Grecia, mostreremmo ch'essa, ad onta degli angusti confini 
del suo territorio, della scarsezza della popolazione e degli intrighi 
della diplomazia ha fatto relativamente maggiori progressi del 
Belgio, e ci persuaderemmo che la Grecia e la Serbia, posta al- 
l'altro estremo della penisola, sono le due leve del risorgimento 
deirOriente europeo. 



Aw. Costantino Vojnovic. 



343 



PENSIERI 

SUL ROMANZO INTIMO ITALIANO 

DOPO MANZONI ^> 



Fede e Bellezza^ racconto di Niccolò Tommaseo. Egli è uno 
studio psicologico , il quale appartiene al genere del Werther e dello 
Jacopo OrtiSy avvegnaché, come l'autore medesimo dichiara, sotto 
nomi supposti vi si descrivono le vicende di due amanti misteriosi. 
Il Tommaseo nell' ordire il suo racconto non si lasciò guidare a rigor 
di logica, ma procedette innanzi a sbalzi, con volo direi quasi ca- 
priccioso e lirico. Lungi dal seguire le ordinate e progressive fasi 
di un racconto, egli pasta indifferentemente da un oggetto all'altro; 
ora narra, ora disserta, ora descrive; non usa verun artificio per 
nascondere il fine a cui mira ; ha spirito, eleganza, sentimento, ma 
non la volontà necessaria per isfuggire gli accidenti del cammino 
che lo distornano dalla meta; in sostanza il Tommaseo in codesto 
suo pregievolissimo scritto arieggia piuttosto il moralista od il 
poeta, che il romanziere. Ma sotto il suo punto di vista, quanta sa- 
pienza, quanta bellezza ha egli saputo includere in sì picciol volume! 
Da ogni pagina, da ogni linea, per così dire, trapela Tindole ardita 
e delicata del pensatore, del patriota, dell'esule ispiratosi a reli- 
gione pura, a filosofia vera e profonda, a4 immaginazione vivissima, 
ad affetti alti ed intensi, e perchè si tratta di uno tra' più eleganti 
scrittori del nostro tempo, e di tal componimento, m cui, più che il 
soggetto della narrazione, deve ammirarsi lo stile e la lingua, credo 
sia pregio dell'opera citarne all'opportunità qualche brano, nel men- 
tre che ne andrò facendo l'analisi. 

Il libro si divide in quattro parti. Nella prima l'italiana Maria 
imbattutasi in Bretagna con Giovanni, pur esso italiano, gli racconta 

(*) Vedi il fascicolo di Aprile. 



344 BIVISTA CONTBMPOBANEA 

la propria vita per simpatia nata in fra loro. Ciò avviene lung^ le rive 
deirOdet, mentre l'uno e l'altra discendono insieme quel fiume. Il 
modo di descrivere è succoso, a brevi tratti, incisivi, parlanti ; il 
metodo è raro, le idee poetiche e vive, lo stile e la lingua eletti. 
Ecco in qual modo egli comincia la sua narrazione. 

e Scendevamo il fiume. Le rive ora accostate, ora ritraendosi in 
« seni ameni, ora lasciando all'acque quiete ampio letto, mostravano 

< qui l'ombre rade e là più fitte, qui l'erboso declivio, là il poggio 
«sassoso, segnato di sentieretti che s'inerpicano lenti per l'erta. 
« L'erbette, che facevano sdrucciolevoli gli scogli dappiede, col verde 
« vivo avvivavano il luccicare dei fiori sopra tremolanti ; sotto il 
« cielo placido e fosco gli alberi parevano spandere più rigogliosa 
« la vita. Montava il flusso marino ; e scossa ad ora ad ora da un 
« buffo di vento gocciolava la pioggia : sotto la pioggia vogavano 
« in silenzio pescatori, uomini e donne, a cercare nell'alto il vitto 

< alla povera famiglinola. Era di giugno, ma rigido il tempo : se 

< non che una modesta pace, una delizia raccolta spirava nell'aria, 
«simile alla malinconia di timida giovinezza. Il canto lontano del 
« gallo chiamava a destarsi la campagna dormente : e molti uccelli 
« con le vispe voci facevano alla primavera restia dolce invito. Maria 
«guardava alle nubi, alle acque dell' Odet, a Giovanni; egli sotto 
«le nebbie della Bretagna pensava all'Italia. Sbarcarono a dritta ; e 
«lasciato ire il barchetto a Benodet, si raccolsero in una casuccia 
«abbandonata, e misero fuori un desinarin(^di verdura, ova, frutte; 

< e il sedile ch'era lor mensa e la terra sparsero di fiori bianchi, gialli, 
« celesti, colti sui massi sporgenti. Finito, sedettero sull'orlo dell'ac- 
«qua, che il cielo era un po' serenato >. Maria è la vittima di un 
fallo, è la donna errante, e la sua vita che comprende una serie di 
strani casi, di speranze e delusioni, di amori, di tradimenti, di sven- 
ture, la si legge con piacere, curiosità e compassione ad un tempo. 
Orfana a sedici anni, per la morte del padre veterano delle guerra 
napoleoniche, fu costretta partire di Pisa, onde ricoverarsi presso 
una zia in Corsica. Passando di Bastia ella usci sola per vedere dal 
poggio alla Croce il cimitero, ove sepolti suo padre e sua madre. 
Tenere immagini ! « Salii l'erta ansando. La luna dava sul colle de- 
« solato, sulle tombe rade, sulle umili croci. Cercai col pensiero sot- 
« terra, tra' cadaveri ignoti, le due spoglie care ; mi parve di ritro- 
«varie; e inginocchiata pregai. Bitta in piedi, guardai la marina 
« spumante, la città queta, il cielo sereno ; diedi un ultimo sguardo 
«al poggio della morte; e scesi, ora incespicando ne' cardi, ora 
q: sdrucciolando a passi spessi pèrla rapida china». 

Poco dopo capitata in Ajaccio certa Blandin, vedova di un cugino 
del padre di Maria, coLpretesto di rafSnarne l'educazione conduce 



PBN8IBBI SUL ROMANZO INTIMO trALIAKO 945 

•eco la gioTinetta a Parigi, ma, perdutissima donna ch'ella era, 
per gittarla inTece nel &ngo della corruzione parigina. 

B qui, dopo il bel quadretto casalingo, in cui si descrivono alla 
partenza di Maria le amorose cure della buona zia di Aiaccio, ti 
YÌen sott'occbìo l'orrìbile dipintura della donna traviata. Com'ella 
deplora la sua triste situazione! eli disonore!.... Questo mi dice- 
€ vano gli sguardi, il silenzio della gente. L'anima nessuno la vede; 
< e con che sentimenti nobilitassi il mio stato, con che dolori lo 
e espiassi, nessuno sapeva: ma ch'era mantenuta, lo vedevano tutti. 
« n mondo è cosi ; i più corrotti scusano certe cose in generale e 
e per sé ; nel fatto, e in altri, le dannano con freddezza spietata. Egli 
e verso di me di giorno in giorno men tenero ; qualche lite per baz- 
f zecole stiracchiata fino a stuccare ; qualche bottata di nobile, tnddà 
€ e acuta. Io lo lasciavo fare chiusa in silenzio tra rassegnato, su- 
€ perbo, tìmido, e disperato. Mi struggeva sola in pensieri senza la- 
€ grimo ». La Maria era stata venduta dalla Blandin ad un principe 
russo, il quale ben presto l'abbandonò. La disperazione di una donna 
deserta ed oppressa non potrebbe essere meglio descritta. 

e Àf^na ebbe chiusa la porta, caddi sopra una peggìolà come 
e tramortita. Quanto cosi rimanessi, non so. Scossa a un tratto, presi 
« una ooroncina, memoria di mia madre : i cento franchi che la mia 
€ povera zia d'Àiaccio mi aveva messi insieme al partire ; e cosi in 
« capelli, uscii lungo Senna. Uscii senza pensiero di morte. Chi ha 
e forza d'uccidersi, è segno che soffre meno, perchò il gran dolore 
€ tronca la volontà. Non conoscevo nessuno a chi confidarmi. Fosse 
« stata aperta una chiesa, o il giardino! Il primo pensiero fu prò- 
€ strarmi a pregare ; poi gettarmi sotto un albero delle Tuillerie, ed 
« abbracciare la terra, e gridare il pianto senza parola. Giunsi al 
« Ponte reale, e mi posi sugli scalini, la fronte sulle ginocchia, i 
e capelli sugli occhi ; sopra&tta, più che disperata, non poteva fis- 
€ sare il pensiero nello stato mio ; quel che io sentissi, non rammento : 
e ma veggo ancora la notte tranquilla e cupa, la luna simile a nu- 
€ vola pallida , le stelle dubbie , ritirate nel fondo. Stavo come in 
f letargo». 

Muore frattanto la Blandin nel carcere dei debitori a Clicby, e 
Maria si rifugia per lavorare presso Rosa, giovine operaia lucchese. 
Se non che vedendo come questa ingelosisce del suo damo, ella per 
prudenza è costretta allontanarsi. Sono scene piene di verità e di 
cuore. La morte dell'iniqua Blandin è dipinta al vivo con pochi 
tocchi. 

e Di via di Sèvre in via Clicby camminammo noi due poverette, mal 
e coperte ; e l'acqua diaccia spruzzata dal vento c'inzuppava di sopra, 
e la mota da' piedi. Arrivammo intiriszitei tossicando, al letto di lei 



34ft BIVISTA CONTBMPOBANBA 

ceche moriva. Quanto mutata dairaucor vispa donna d*un mese fa! 
« L'alito sibilante, rotta la voce e dura, le occhiaie azzurre sul giallo, 
« le grinze intorno fitte e schifose più che di vecchia ; gli occhi er- 
«ranti. Sole le braccia, belle tuttavia, facevano più spaventosa la 
e morte. Sprofondata in sé quell'anima pareva non sentire le cose 
« di fuori, e pur si protendeva a quelle, e cercava brancolando la 
«vita. Mi disse: addio per sempre. Maria. Vi ringrazio; domando 
« perdono. Pigliate esempio. Pregate per me che non lascio nessuno 
i( al mondo.;... Dio mio! — Si contorse, si distese, e spirò n. — Quindi 
Maria trovandosi affatto sola, dopo molto girovagare, dopo molte 
lusinghe di amori e di amicizie, disillusa, schifita, col mezzo dì un 
buon prete vien posta fra le suore di carità di Lione. — Più tardi 
inviata da queir ecclesiastico presso la famiglia di lui a Quimper in 
Bretagna, quivi ella trovò accoglienza di cuore, e lavoro. 

~7 La seconda parte del racconto del Tommaseo contiene la vita 
di Giovanni, la quale è descritta in un giornale, dove questi aveva 
segnato, come asserisce egli stesso, a sbalzi dal 28'' al 35^ anno del- 
Tetà sua, molti proprii casi, impressioni e pensieri in tempi e luoghi 
diversi, e sopra diversi oggetti. Vi è in quel quaderno gran copia 
di alti concetti filosofici e religiosi, vi è largamente impresso T amore 
della patria, lo studio del cuore umano, e delle razze europee ; vi è 
infine una poesia elevata e vergine, che si rivela ad ogni pagina 
con- immagini vive, nuove, e con frasi concettose, rapide, profonda- 
mente espressive. I^ vita di Giovanni consiste in viaggi da lui fatti 
in Italia e in Francia, in fine dei quali conobbe Maria, a cui diede 
il suo giornale perchè lo leggesse. 

Cosi l'autore, a luogo di fare una nuova minuziosa narrazione, 
adopera questo ingegnoso, quantunque non peregrino mezzo, per dare, 
con qualche varietà, contezza delle avventure del nuovo amante di 
Maria. Come sono belle le meditazioni poetiche, e le descrizioni ! 

, « Le bellezze sono nell'anima del riguardante, messevi e commos- 
«sevi da Dio; le cose di fuori non fanno che destare l'armonia del- 
« l'interno strumento. La natura men bella ti rimanda, ti riconduce 
« alla bellissima che già contemplasti, o nella quale, non sentita, pò- 
« sasti come fanciullo dormente tra' fiori. E allora un'acqua torba 
« che sotto cielo nebbioso non renda il verde fitto della sponda, una 
«riviera acclive ed ignuda, un' isoletta alberata tutta, una proda 
« qua e là ingiardinata, dove nella Loira si guardi la rosa del Gange; 
«allora lo scorrere tacito de'battelli sulle meste acque, e gli alberi 
« delle barche che alla vista si confondono con que' della riva, o pa- 
« jono crescere sul medesimo suolo, e le case sparse che dalla spiaggia 
«vanno salendo il dolce pendio; allora un uomo che seduto su un 
«ponte legga o guati quasi stupido l'acqua che infaticabile va; al- 



PENSIERI STL BOMÀNZO INTIMO ITALIANO 347 

« lora un lume che nejla notte trapeli dalle finestre mal commesse 
«di lontana casupola e poi dispaia; un raggio di sole che vincaia 
« nube, e distingua d'ombre vive e di luce la terra, e saluti la cara- 
«pagna assorgente a quel cenno, com'esule fuggitivo saluta la 
«donna amata e amorosa; allora una scossa di pioggia, e il rusi- 
«gnolo.che suJl'umide foglie canta un poco e poi tace; ogni atto, 
«ogni ammiccare a te della santa natura, ti riferiscono di vitali 
«saette d'amore l'anima consenziente ]>. — 

E quanto nuove ed intime le riflessioni sulla donna 1 «Rao- 
« colgo nella memoria le donne che pensai con affetto. Sotto a quei 
« visi arridenti, come sotto maschera fine ma opaca, altri vi si na- 
« scondono (gli aspetti deir anime) assecchiti, contratti, grondanti di 
«pianto. Oh! chi potesse in un punto vedere quant*arie, e quante 
«cere, e quante fisionomie fece aspetto di donna dalla pubertà al- 
«Fagonia! Varietà tremenda, tremenda unità. Lieta schiera a ve- 
« derla ! Candide nel pallore, candide nel rossore, pallide nel bruno 
« bramoso; ardite fattezze o tenere; gracili o forti, alte o poche della 
«persona; di città, di campagna; sull'erta, sul pendio della vita; 
«da' suoi spregiate o dilette; beate di povertà monda o afflitte di 
«gn^ve ricchezza; in Dio raccolte, di lui non curanti; significanti 
« l'amore con lode lontana , con lunghi sguardi , con brevi parole, 
« con dimestichezza procace. Non lunga schiera, e pur troppa ! E già 
« 1 nomi delle più mi fuggirono: e i visi riflessi, quasi in acqua com- 
« mossa, tremolano nel pensiero, e l'un nell'altro si confondono: e 
« da quell'ondeggiare contraffittti per poco si ricompongono più gen- 
«tili che main. 

Da codesto scambio di confidenza nacque un mutuo affetto tra 
Giovanni e Maria che li condusse al matrimonio, ed è in eiò la ma- 
teria della terza parte del libro, nella quale è 'da osservare una pro- 
fonda analisi del cuore umano. Cosi la quarta parte abbraccia la vita 
coniugale dei due amanti, fino alla morte di Maria, che mancò per 
tisi. Dopo la magnìfica descrizione del duello tra Giovanni ed un 
francese, che aveva in sua presenza insultato l'Italia, bisogna ammi- 
rare in quest'ultima parte dell'opera il quadro della malattia e della 
morte di Maria, che è quanto di più toccante e vero possa immagi- 
narsi, e sforza il lettore al pianto. Basterebbe questa sola descrizione 
per assicurare al Tommaseo la fama di valentissimo scrittore e filo- 
sofo. — In conclusione il racconto Fede e Bellezza, sebbene succinto 
e povero di grandi e svariati intrecci, non può non essere caro ài 
lettori, specialmente istruiti, i quali dovranno mai sempre accordargli 
il pregio inestimabile di uno stile puro ed elevato, il naturale e ragio- 
nato svolgimento delle passioni, una certa novità di forma, ed un sor- 
prendente artificio nell' esporre le soavi e sublimi idee, di cui è pieno. 



348 BITISTA 00NTBMP0BAN1EA 

Non avevo appena gettate sulla carta queste mie osservarioni 
sull'opera del Tommaseo, quando mi pervennero i racconti del gio- 
vine veneto Ippolito Nievo, svegliatissìmo ingegno ahi groppo imma- 
turamente e crudelmente rapito airitalia nel più bel verde degli anni 
suoi, dappoiché dopo avere strenuamente combattuto nelle file di 
Garibaldi, spari nel 1861 fra le deplorate vittime del piroscafo VEr* 
cole ingoiato dal mare mentre salpava dalle coste di Sicilia. Bgli ci 
ha lasciato II Conte Pecoraio, Angelo di bontà, e Le Avventure del 
barone di Nicaetro, oltre alcune novellette. 

Nel Conte Pecoraio il Nievo descrive le vicende di una giovinetta 
contadina del Friuli Maria di Torlano, figlia del così detto Conte 
Pecoraio, perchè povero pastore di pecore, sebbene legato in paren- 
tela col conte feudatario di quel castello. La storia di Maria di 
Torlano ha molta analogia con quella dell'Angiola Maria di Garcano; 
però vi è questa diversità, che nella Maria friulana abbiam lo 
sconcio di una seduzione con tutte le sue conseguenze non troppo 
indicate pe' libri che debbono porsi anche in mani di costumate fan* 
ciuUe. — Codesta giovine friulana era amata schiettamente dal buon 
contadino Natale Romano, ma partito questi per l'esercito, ella restò 
vittima del conte Tulio di Torlano, sfrenato e malvagio figlio della 
feudataria. Convinta che il suo seduttore l'abbandonava a fine di 
sposarsi con una ricca damina, ella s'involò dalla casa patema per 
nascondere gli effetti del suo disonore, e andò ramingando qua e là, 
finché divenuta madre ebbe modo di allogarsi col suo bambino in 
qualità di serva presso la doviziosa famiglia Del Campo a Bereguardo. 
Dopo alquanti giorni giunse all'improvviso il fidanzato della giovine 
padrona Emilia Del Campo, e qual non fu Tangoeciosa sorpresa della 
infelice Maria scorgendo in lui non altri che il conte Tulio di Tor- 
lano ! Quadro importante, uno dei migliori e dei meglio toccati del 
romanzo. L'iniquo conte Tulio, intimorito che la presenza di Maria 
in casa Del Campo possa guastare il suo matrimonio con Emilia, si 
appigb'a ad orribil mezzo per allontanare la infelice giovinetta. Egli 
è forse per riescire nell'in&me progetto, quando arriva colà Santo» 
il padre di Maria, il cosi detto Conte Pecoraio, che è sulle traccio del 
seduttore di sua figlia per vendicarsi alfine di lui. Il vilissimo Tulio 
sen fugge. Santo inseguendolo il trova nel di appresso moribondo 
per febbre acuta di cervello, che nello spavento gli è sopragiunta » 
ed in poche ore lo trae a morte. La Maria, fuggita anch'essa col 
bambino all'arrivo del padre irritato, vien sorpresa per via dalla neve 
e dal freddo, e si rifugia in una cappella sulla via, dove le muore 
il figliuolbio fra le braccia. La è una rara pagina di dolore, di pietà, 
di tenerezza , e merita bene, che io qui la citi come saggio di eie* 
vate scrivere. 



PBMSIBIII SUL BOMANZO INTIMO ITALIANO 349 

t Si partì dunque il mattino dopo, lesta lesta/ parendole quasi 
d'essere a casa, non badando al cielo gelido e bianchiccio, donde 
si staccavano a quando a quando granelli di pioggia ghiacciata. 
Avera fotto cinque miglia dal casolare, oye aveva passato la notte, 
quando saltò addosso al Luigino un febbrone così improvviso e 
ga^iardo, che quel suo corpicciuolo sobbalzava fira le braccia della 
madre; e costei si guardò intomo, a vedere d*onde potesse sperare 
soccorso, ma pertutto era uno spazio interminabile di pascoli lu- 
centi di brina; e solo lontano lontano, e sulle prime colline sor- 
gevano alcuni caseggiati. Sedette allora smarrita affatto sopra un 
mucchio di ghiaia con quel bambino in grembo ad aspettare la 
morte, e la sembrava dire con quello stanco atteggiamento : — Io 
ho fiitto quanto ho potuto, o buon Dio! provveder oltre tocca a 
voi. — Le nubi intanto si sdoglievano in larghe falde di neve, che 
vivano giù lente lente senza sibilo di vento o mugghio di bu- 
fera; e la Maria infetti non se ne accorse, finché qualdie fiocco 
essendone volato sul viso al bambino, levati essa gli sguardi vi- 
trei nel cielo, li smarrì per quell'infinito turbinio di candidi wfàc- 
chi. La neve fioccava da un quarto d'ora; ond'ella levandosi, tutta 
bianca le vestimenta, con quel bimbo sfrato paurosamente con- 
tro il seno, in atto di stupore ed afihnno, presso quel monticello di 
ghiaia simile al tumulo di un giustiziato, off!riva la vera immagine 
della disperazione. Tutto ad un tratto parve scendere il soffio di 
Dio in quella statua; le rigide membra si sciolsero, e si mise ad 
una corsa sfrenata; finché adocchiata sul ciglio della strada una 
cappella, quali ve n'hanno per qué' stradali deserti, a ricovero dei 
passeggieri, scese ad accovacciarsi in un angolo, proteggendo della 
persona il bambino contro il freddo e il nevischio. Ma quella 
creaturina traeva a stento il respiro; invano sua madre le porse 
il petto già quasi inaridito ! Indarno la scaldò del suo fiato, la co- 
pri de'suoi baci, la inondò delle sue lagrime I Indarno pregò Iddio 
e la Madonna che si togliessero lei, di tanto peccatrice, e salvas- 
sero il figliuol suo! Oià le membra tenerelle parevano sciogliersi 
come la cera, e le Iabl»ra appassivano come foglie di rosa colte 
dalla brina, e gli Dcchì sì socchiudevano, quasi beati di aprirsi di 
dentro a una luce più bella ; e la Maria , sperando che cosi lene- 
mente si addormentasse, lo cullava sulle ginocchia; mentre l'anima 
di lui tornava al grembo di Dio così pura come quando n'era uscita. 
Bestando dal ninnare al vederlo cosi quieto, voleva essa stringergli 
meglio una pezzuola intomo al collo; e nel por mano a ciò sfio- 
ratagli la bocca la sentì fredda come la neve. Quel freddo le corse 
al cuore, alla povera madre!.... e già prima che la sua mano fosse 
giunta a interrogare il petto del bimbo, stramazzò sul pavimento, 
stringendo quel corpo inanimato fra le braccia», 



368 BIV18TA CONTEMPOBANBA 

AUa. perfine, cessati i guai, rappattumata col genitore, ella torna 
alla casa paterna, ed isposandosi al Natale giunge a gustare la fe- 
lioità domestica. Nel capitolo 28**, in cui Natale Romano, reduce 
dall'esercito, incontra Maria nella cappella quasi esanime nell'atto 
che il di lei bambino è morto, e la conforta, e non solo non le rim- 
provera il fallo, ma ne attribuisce a se stesso la colpa per essersi 
da lei allontanato, si racchiude tanta potenza d'affetti, da poter de- 
stare la più profonda commozione. 

Non manca in questo lavoro del Nievo qualche stramberia nel- 
l'intreccio, qualche capitolo nojoso, molta ricercatezza nello stile tal- 
volta soverchiamente leccato, ma in genere vi è un fine morale e 
retto, molta verità, e soprattutto molto cuore, perlocchè, tutto ben 
considerata, merita di essere definito un bel racconto. 

— LAngth di bontà è un quadro di costumi veneziani del secolo 
passato. Il vecchio inquisitore Permiani vuol provvedere alla sua 
successione, e si sposa alla leggiadra giovine Morosina figlia del 
podestà Alvise Yaliner. Mirando il vegliardo freddamente al suo fine, 
permette, anzi favorisce apertamente e segretamente i convegni fra 
la sua sposa e il primitivo di lei amante, il giovine cavalier Celio 
Temi. È un esempio assai sfacciato della corruzione di quei tempi, 
ma la curiosità vi è in sommo grado, sono piacevoli i dialoghi, belle 
le descrizioni, ed elevati i concetti. La virtù di Morosina impedisce 
che quella immoral tresca si compia. Frattanto Celio si reca presso 
Asolo, e prende parte ad una ribellione contro la Repubblica ; i ri- 
belli sono arrestati, d'ordine degl'inquisitori, a meno del cavalier 
Temi (le parzialità, il protezionismo fu il vizio di tutti i luoghi e 
di tutti i tempi), lasciato andar via libero per segreta istruzione del 
Formiani, il quale tenta ancora una volta di farlo unire con Moro- 
sina. I due giovani, benché innamorati, virtuosamente si dividono, 
donde la mente del vecchio si eleva a più degno progetto, e venuto 
a morte, lascia a Morosina la sua eredità, ch'ella poi, dopo sei mesi 
di lutto, divide con Celio sposandolo, e vivendo "con lui felicemente. 
Il finale è preveduto, molto comune e freddo, e si rassomiglia a 
quello di molte vecchie fovole* Il Nievo ha voluto darci nel Forrnhini 
il carattere rifonttante del più spudorato dei mariti, e per evitare un 
intreccio troppo indecente ha dovuto ideare in Morosina un angelo 
di bontà inverosimile, e quasi impossibile. Nullameno la figura po- 
litica e sociale ddr inquisitore è ben disegnata, e quella di Morosina 
spicca mirabilmente lucida fra tante fosche o ridicole ombre che 
l'attorniano. Nell'insieme questo romanzo mi sembra inferiore al- 
l'altro del Conte Pecoraio. — 

Le Avventure del barone di Mcastro costituiscono una novella, 
racconto fontastìco, che ha qualche rapporto coi viaggi di Ro- 



PBKSIBRI SUL BOMANZO INTIMO ITALIANO 38(1 

binson Crosuè , ma con questa differenza , che liobinson viaggiò 
per pura curiosità, ed il barone di Nicastro per un fine altamente 
filosofico, quale era quello di cercare la virtù, ovvero la concordia 
della virtù colla felicità, la trina armonia diaiettica di Pitagora. Fatto 
il giro dei due mondi , dopo infinite e strane sventure in tutti i 
punti conosciuti e presso tutti i popoli del globo, il barone di Nicastro 
toma al suo castello in Sardegna, e stabilisce il principio, frutto delle 
sue lunghe esperienze - Pesar poco, pensar nulla. — Questo racconto 
è più nuovo e più originale di tanti altri. Prescindendo dalle esa- 
gerate finzioni di alcuni fatti che hanno dell'ariostesco, vi è grande 
abbondanza di giuste riflessioni filosofiche, di osservazioni analitiche, 
e di spiritosi frizzi rapporto alla società ; vi è un attento studio dei 
costumi di tutti i popoli, ed in pochi e rapidi cenni l'immagine della 
multiforme e disseminata razza umana. La curiosità poi vi è grande, 
e si legge con piacere dal princìpio alla fine. Il dialogo del barone 
col dotto francese è vivissimo, e porge un'idea piuttosto esatta della 
moderna società di Francia. Non vi mancano, secondo il solito me- 
todo del Nievo, buoni principii fondamentali, e lungi dal seminarvi 
i principii sovversivi, di cui sono soventi infarciti alcuni moderni 
componimenti, l'autore vi ha intromesso le basi del vero e della mo- 
ralità, e quando il barone prima di morire si convince, che la sor- 
gente delle infinite contraddizioni, delle infinite miserie nostre non 
è altro che il dualismo fra l'anima e il corpo, egli non trova un 
termine conciliatore, una quiete finale, che nel pensiero dL Dio ! — 
Le belle doti di mente e di cuore, ed il retto giudizio del Nievo 
brillano similmente nelle sue tre novellette. 

La corsa di prova. Comincia con una pittoresca descrizione del 
lago di Grarda; narra poi la semplicissima istoria di due giovani 
sposi bresciani, che per aver lasciato la loro tranquilla dimora di 
Gargt»no sul detto lago, per fare il giro dell'Europa, corsero rischio 
di perdere labro folieìtà, di odiarsi, e dividersi. Tornati a- Gtirgntno, 
furono di nuovo tranquilli e beati, dietro il principio propugnato 
dall'autore, che Vuomo fa il luogo ^ e U luogo fa Vuomo, - Siegue La 
pazza del Sagrino. La descrizione del lago Segrino, con cui si apre 
la noT^a, è tanto più notevole per la sua originalità, perchò a di^ 
fetenza di quelle, che in più scritti si leggono, del lago di Garda, 
del lago Maggiore o di Oomò, tutti luoghi. di delizia, ci fa conoscere 
un lago solitario, mesto, silenzioso, non favorito dalia natura, il 
raoooiito poi è pienissimo d'interesse. La povera Celeste, giovino- 
contadina pazsa, eommove sino alle lagrime. La scena in cui si di- 
vide volonterosa dal cadavere di sua madre, è ideata con grande 
ingegno, e maestrevolmente sviluppata ; quelle, alle quali dà luogo 
la di lei ingeouità, fra Camilia, GKuliana, e Leonardo, sono mirabili-* 



3S2 RIVISTA CONTBMPOEANBA 

Iti coDclusione questo raccontino è un vero modello d'ifpirazio&e, di 
poesia, di novità, di affetti. ~ In ultimo, La viola di San Boitimìo è 
moralissima, si legge col più vivo interesse e non la cede in pregio 
alle altre. Se la morte, ed ahi quanto deplorabile ed inattesa I non 
rapiva si presto il Nievo, l'Italia dopo oodesti saggi poteva e doveva 
molto aspettarsi da lui. 

eletto Arrighi pubblicò nel 1857 — Qli ultimi cariandoli, e più 
recentemente — la seapiglialura e il 6 fetbraio. — I detti due ro- 
manzi contemporanei racchiudono in alto grado il segreto di farsi 
leggere avidamente. Se negli scritti del Nievo prevale forse Tarte 
di descrivere e la forza di muovere gli aflfetti, in questi dell' Arrighi 
è maggiore rartificio d'intrecciare con sorpresa e diletto, vi è più 
sviluppata la parte comica ed il frizzo, più profonda ed accurata la 
fettura delle scene intime della società moderna. Il titolo W ultimi 
eorianioU non va inteso materialmente , ma simbolicamente, perchè 
l'Arrighi ha voluto alludere in quel racconto ai primi tentativi ddk 
grande rivoluzione italiana del 1847 , la quale innalzando le menti 
a pih alte cose, doveva per omseguenza produrre, secondo lui, l'abo- 
lizione di certi futili passatempi, dei quali si erano beati per tanti 
areftdici anm i tranquilli e buont^nponi nostri antenati. Difitti qual'è 
il nodo del romanzo? Ismene ama gelosamente Paolo suo marito; 
una lettera anonima indirizzatale dalla Barbattola (che ha qpedali 
motivi di astio verso Paolo) viene a spargere nel suo cuore il ve- 
leno del sospetto, die il suo sposo ami un'altra donna. Per fktalità 
Costanzo di Gastebanto di lei cugino la conferma nella crudele idea 
partecipandole un supposto intrigo di Paoto con donna amata da lui. 
Ne deriva, die Ismene cade inferma, e spinta dalla gdosia weone 
sola di notte alla casa della pretesa rivale; ma affranta dal dolore 
e raccolta sul suolo semiviva, non appena tra^>ortata nel suo appar* 
tamento, abortisce e muore. Ora la creduta rivaie di Ismmie era Ida 
Piertini, bella e giovine vedova, ma seria ed onesta, e Pado freqoMi- 
tava soltanto la casa Piertini perchè vi era il convegno di una se- 
greta società politica, di cui egli faceva parte. La morte d'Ismene 
non è che il preludio di altrettante sventure, mentre Paolo, Castel- 
santo, ed altri molti debbono fuggire da Milano per la discoperta 
congiura; da ultimo l'autore ci annunzia freddamente, che dopo 
qualche tempo Costanzo sposò Ida, e che Paolo si ritirò in campagna. 
È una chiusa che lasda l'animo rattristato, e per giustificarla con- 
viene app\into supporre, che l'Arrighi abbia vduto dare al finale 
del suo racconto una tinta cupa, che meglio potesse imprimere nd- 
l'animo del lettore non tanto i gravi effetti della vendetta e ddla 
calunnia, quanto le dolorose conseguenze ddla persecuzione politica 
e della oppressione straniera* — Non taceremo che leggendo codesto 



PBNSIBBX BVL BOMANZO INTIMO ITALIANO » 353 

TomBxao focemmo ii^lcbe pota. -^ La descrisiond della società ari- 
stocratica in caaa Cellarovìgo (€ap. 7) ci sembrò troppo sminuzzata 
e lansfuida, come il pottegolezs&o di dònne popolane (Cap. 10) presso 
la Sarbattola alquanto noioso, forse perchè troppo protratto. I^a to- 
letta di GaateUanto, cbe deve recarsi al veglione (Cap. 14) *è descritta 
con tali dettigli che vanno sino alla leggièrezza, e nel veglione 
stesso (Cap. 15) vi è tj^oppa profusione di spirito, che non sempre 
è spirito-, ma talvolta diventa saccenteria. Infine ci parve poco ve- 
rosioaile, pho Castelsaoto, non appena spirata la misera Ismene, la 
caca c^gina, ai recasse al caffè, là dove precisamente se ne stavano 
radunati alcuni suoi scapati amici a smaltire la c$na del saòtato 
grasso a /uria di sif ari e di ptmck. L'uomo il più leggero della terra 
potrebbe «ppena giunger» a tanto, e Gastelsainto non apparisce di 
tal imip«;a in tutto il jra^oonto. È d*uopo concludere, che l'autore lo 
figùnge jcolà soltanto perchè aveva bisogno di lui appunto in quel 
ln^o, onda oompire Tideato gruppo, il quale, ommesso l'incidente 
inverosimile, desta interesse. B per verità se il romorìo festose di 
quei giovinastri ixritit sulle prime le menti dei lettori commosse dalla 
tn^ica ùtua»one d'Ismene, lo ai giudica dapoi un bel chiaro scuro 
per l'efietto. Similmente Caatelsanto, se giungendo al Ietto d'Ismene 
moribonda ^ lascia in penosa perplessità, allorché aj^are fra gli 
ebri amici colla fintale novella della di lei morte, ci colpisce profon- 
damente. <^ Ma queste lievi mende sono ben piccola cosa a riscontro 
delle molte bellezze, per cui il libro dell'Arrighi andò meritamente 
lodiKto. Noi ci limiteremo a indicare le più appariscenti. Gli amori 
di Caatelswto, e la gelosa passione d'Ismene per suo marito sono 
desodtti mi inrimi sei capitoli con spirito ed urte non comune; la 
nameione dell'antico amorazzo di Paolo con la Cocchina (Cap. 17) 
è intereeaante, briosa, e spirante verità ; la visita di Castelsanto alla 
Tarai (Cap* 18), in cui resta deluso ne' suoi progetti gjSlanti, è de- 
soritts con vivacità, oon •cognizione perfetta di costumi intimi ed 
anche con novità; altrettanto dicasi della graziosissima scenetta fra 
Castelsanto, e la vispa Oiulia (Cap. 19) ; infine non potrebbe essere 
meglio dipiata, né più riboccante di afietto la scena tra Ismene e 
suo marito (Cap. 3G), in cui questi si sforza a persuaderla doUa saa 
innocenza, »à più rtraziante k successiva (C^. 24), nella quale 
Ismene è stUl'usoire di vita. Codesti due ultimi brani sono i mi- 
gliori e qnasi gli unici per attestare che all'Ànrighi non manca , 
quando voglia usaarpe, anche la facoltà di eccitare le più delicate 
fibre del cuore. • 

Il suo «leeoado romanzo, ovvero Za seapiffliatura e U6 féblnUoy 
è anch'esso importante e non la eede punto al primo. Potrebbe 
notarsi a prisM aspetto, che l'autore nel tessere l'orditura di 

RiiH9ta a - Ì23 



354 ' RIVISTA GOMTBMPORÀiaSA 

questo secondo romanzo ha in certo modo copiato se stesso, imi- 
tando quella del primo, ovvero degli Ultim Cariandoli. Anche qui 
vi è la setta, é i conciliaboli, e le orgie dei giovani congiurati; an- 
che qui vi sono due sposi infelici, colla differenza che, se nel primo 
romanzo è vittima la moglie, che si crede tradita dal marito, nel 
secondo lo è il marino, perchè si convince di essere tradito dalla 
moglie ; anche qui con leggiere varianti vi è un elegante amasio in 
Emilio, una giovinetta perduta nella Gigia, un uomo onesto nel 
Bartelloni, come là vi era un Castelsanto, una Giulia, un Piertini; 
se là, morta la giovine sposa, il galante Castelsanto si sposa alla 
Tarni, cagione innocente del disastro, qui, spento lo scapigliato, la 
giovine ne adotta il figlio, innocente effetto delle di lui sfrenatezze; 
in quello tutti i mali derivano dalla calunnia della Barbattola, in 
questo dalla calunnia della contessa Cristina; una mal riuscita 
congiura politica conchiude il primo, un'altra simile conchiude 
il secondo. Tutto ciò potrebbe insinuare qualche dubbio sul grado 
di potenza immaginativa dell'autore. Non di meno TÀrrighi ha 
saputo imitarsi cosi liberamente e adoprare di nuovo così bene il 
suo brio, sensibilità ed arte descrittiva, che colla copia^seppe forse 
superare Toriginale. E qui cade in acconcio accennare con poche 
parole la favola del secondo romanzo. — Noemi, donna ardente 
e bellissima, disposata ad Emanuele Dal Poggio, uomo grave e 
freddo, parlatore di politica, cedette alle istigazioni di un amante, 
Emilio Dignani, giovine di generosa indole, non addetto alla Sea- 
pigliatwra^ ossia a quella casta o classe, che Fautore definisce: 
vero pandemonio del secolo, personificazione della folUa che stajkuni 
dei manicomiiy serbatoio del disordine ^ délVimpretidenza^ delio spirilo 
di rivolta e di opposizione a tutti gli ordini staMliti. U Dal Poggio 
per lungo tempo corre la sorte comune a molti mariti, ossia non si 
accorge di nulla ; è indamo che il vecchio Firmiani, nonno di Noemi, 
avvedutosi dell'intrigo, tenta d'illuminarlo; infine entrato in sospetto, 
si rivolge alla contessa Cristina Firmiani, cognata di Noemi, per 
averne notizie, e colei, cattiva di cuore, avida di perdere Noemi per 
la segreta mira di conseguire la eredità del Firmiani, gli palesa mi- 
steriosamente la sua opinione, che Noemi lo tradisca amando un 
altro. Avvampa allora nel cuore del marito la più violenta gelosia. 
Noemi irritata dalle ingiurie, atterrita dalle di lui minaccio, fugge 
di casa Dal Poggio, e si ricovera presso Emilio Dignani. E già i due 
amanti si decidono a fuggire insieme di Milano, e il dottore Bar- 
telloni, benevolo tutore di E&ilio, tenta invano di dar loro i neces- 
sarii consigli, perchè rinunzino al riprovevole progetto, quando giunge 
sul luogo il furente Dal Poggio, e provoca, e sfida il seduttore di 
sua moglie. Una tragica scena è inevitabile, imminente. Il Bartel- 



PRNSIBBI SUL ROMANZO INTIMO ITALIANO 355 

Ioni, vedendo perduta ogni speranza, e spezzato ogni freno, svela 
allora ad entrambi un gravissimo segreto. Emanuele Dal Poggio è 
padre di Emilio. Questi è il frutto di un fallo di gioventù, che Dal 
Poggio aveva abbandonato, e di cui il dottore Bartelloni aveva preso 
cura. Stupore, angoscia, disperazione in tutti. Mentre Dal Poggio 
dispare dolentissimo da quella casa, Emilio, inorridito di vedersi a 
un tratto divenuto amante della moglie di suo padre, nell'udire un 
romore d^armi ed un rintocco di campane, che indica lo scoppio 
della rivoluzione dei suoi amici scapigliati contro i tedeschi (era il 
6 febbraio 1863) quasi forsennato dà di piglio allearmi, accorre sulla 
piazza, e muore combattendo. Due anni dopo Noemi sempre mesta, 
ma rassegnata, è riunita col marito, e si apprende che hanno d'ac- 
cordo adottato un bambino, figlio naturale, che Emilio Dignani aveva 
avuto da una sua amante scapiffliatay la Gigia. 

Sotto Faspetto della convenienza morale questo romanzo non si 
raccomanda di molto ai lettori, poiché, come vedremo, non vi manca 
una moglie sfrontatamente adultera, nò una fanciulla disonorata, nò 
an giovinastro rotto a tutti gli eccessi, abbenchè elegante, e come 
suol dirsi, t» guanti gialii. Quello che è peggio, non vi ha fra tanti 
viziosi caràtteri un tipo migliore che indichi ai lettori Tuomo, o la 
donna onesta ed imitabile, se vogliasi escludere il dottore Bartelloni, 
che apparisce solo in principio ed in fine, o il vecchio Firmiani, che 
privando afiatto della sua eredità la misera Noemi, appare in ultimo 
o cattivo od imbecille. Àggiung^i, che il mezzo termine adottato 
dall'autore per concludere il romanzo, il perno principale dell' in- 
treccio finale, ovvero il segreto che l'adultero è figlio del marito 
ofiéso, nulla ha di nuovo, e molto si assomiglia allo sviluppo del 
dramma -* La sutmaMee d'arpa — del Chiossone, che si rappresenta 
in Italia sin da molti anni prima che fosse pubblicata la ScapigHa- 
tura. Per vuotare poi fino all'ultima gocciola il vaso della nostra 
critica, non taceremo, che la lingua adoperata dall'Arrighi è buona 
in genere, ma non è sempre la migliore, notandosi qua e là dei 
gaUicismi, e qualche modo improprio, e non ammesso dai migliori 
filologi, cominciando dalla parola Scapigliatura^ la quale non crediamo 
prettamente italiana, com'egli giudica, ma solo inventata dall'autore 
per arbitrio e comodo suo. — Non è per ciò men vero, che la lettura 
di questo romanzo, come già accennammo, non ispiri il massimo in- 
teresse risvegliando la curiosità, esilarando, commovendo. È molto 
comico e drammatico il dialogo (Gap. 6), nel quale il vecchio Fir- 
miani palesa i suoi timori a Dal Poggio sulla temuta segreta passione 
di Noemi ; bello e nuovo il quadro dell'orgia dei Scapigliati (Gap. 7) ; 
benissimo trattata la scena (Gap. 9), in cui la contessa Cristina 
con suprema malizia insinua nell'animo di Dal Poggio il sospetto 



356 RIVISTA CONTBMPOBANBA 

contro la moglie di lui ; e con arte somma è lumeggiato l'altro im* 
portantissimo colloquio tra Noemi e suo marito (Gap. 10), nel quale 
costui già pieno di gelosia, di sospetti, e d'ira srela il suo convìBci- 
mento, ch'ella sia amante d*altr'uomo. Da quel punto «ino al fine il 
libro non si legge, ma si divora, tanto ti tocca, ti esalta, -t ti agita 
la conclusione del romanzo già sopra indicata. È quindi giusto con- 
cludere, che l'Arrighi pe' buoni elementi, di cui s'informano i suoi 
scritti, dev'esser posto nel novero dei più stimabili autori viventi del 
romanzo intimo. 

Eccoci ora al Novelliere oontefnporamo del signor Vittorio Bersezio. 
Fra i precetti a noi lasciati da Orazio, il gran poeta filosofo di Ve- 
nosa, ognun sa esservi quello, che nella poesia (quindi anche neUe 
opere di amena letteratura) colui possa dirai eccellente, il quale 
sappia mescolare l'utile al piacevole. Ed Orazio in questo, come in 
tutti i suoi dettati, coglieva perfettamente nel segno. Un libro di 
amena lettura, che alle materie dilettevoli non oongiunga quidohe 
cosa di serio e d^istruttivo, fiicilmente riesce futile; cosi quello in 
cui sia scarso il soUetioo della curiosità e del diletto, ed invece so* 
vrabbondante il corredo delle riflessioni e degli insegnamenti, finiacs 
col non farsi leggere, o coU'annoiare. Si dirà, che è difficile atte* 
nersi al precetto oraziano, e saper collegare insieme qftéH'uiUey e 
quel piaoevohy senza oltrepassare i confini, quos uUvé cUraqw nefuU 
consistere netum! 

Cotesto ognun lo sa, e lo affermiamo anche noi« quindi ninna 
meraviglia, che la più parte degli scrittori trasmodino dall'una, o 
dall'altra banda. Il signor Bersezio in dò a parer nostro è da lodarsi, 
che mentre non pochi romanzieri deviano dal precetto di Orazio per 
prendere a preferenza il sentiero dei diletto, egli dandoci una ooUe- 
zione di Novelle, ne ha deviato per gittarsi piuttosto in quelk) dell' k- 
tUe. — Le sue NoteUe sono in tre volumi. Nel primo tratta d!fXlLamof$^ 
nel secondo della fanngHay nel terzo della patria. Ci manca il tempo 
e lo spazio per seguire l'autcnre nelle singt>le parti di cotesto Novel- 
liere, che comprende tanti soggetti, e tipi, e vicende svariatissiiBe. 
Diremo solo, ohe nel primo volume, trattando dfSVamon, egli lo 
presenta sotto diversi aspetti, e nelle diverse fasi, chs suole peroor- 
rere a beneficio o a danno deUa mìsera unmmjtà; quindi offre ^ 
esempii dell'amor verOy dell'astore di tanttà^ dell'amore tf ojpessto, del- 
l'amore materiale, dell'amore dtMWtteressate ed onestò. Nat secoado 
volume narrando in genere i casi della famiglia, vi descrive l'iafimzia 
dell'uomo, la mcMrte del padre, la sventura di un ^io menteoa^, 
le prime passioni delle fanciulle, le amicizie di University, durevoli 
se cogli eguali, caduche se cogli uomini di più alta nfi8(»ta; ladowHt 
bigotta per lo più trista moglie ; il giuoeo, lo sflirzo, lo scialacquo 



pbnSibbi sul bomanzo intimo italiano 357 

tmke a lagrime infinite nelle famiglie ; gli effetti dei precipitati giu- 
diaii sulle persone; infine il vantaggio e la deliaia del beneficare, 
ed il perioolo di voler discostarsi, ed elevarsi di troppo sulla propria 
condinone. Gol terzo vcdume egli delinea la vita politica italiana dei 
nostri tempi dal 1821 al 1849, e quindi ti pone sottocchi dapprima 
i giani politici, oziosi ed inutili se ricchi , demagoghi e sovversivi 
se poveri, governativi, conservatori, apostati, se ammessi agl'im- 
pieghi, ai &vori, alle onorifioenj^; poscia i veri patriotti e le con- 
giure, e sotto la maschera di patriotti i traditori e le spie; la no- 
bHtà piemontese co' suoi principii favorevoli all'Italia, purché seguendo 
il re loro; i preti gesui tanti grettamente clericali, donde immensi 
mali alla società; il giovine liberale avvinto d'amore, che si disgiunge 
dall'amata donna per servire alla patria ; la vendetta da lungo de- 
siderata, che nel nome d'Italia non si compie : e da ultimo gli eroismi 
in difésa dell'Italia medesima nel 1849, e le sventure della battaglia 
di Novara, che la8CÌar<mo profondamente impressa negl'Italiani l'ansia 
della riscossa. — Chi potrebbe negare che codesti temi non siano 
magnifici? ohe non siano utilissimi? Noi non viviamo più negli ozii 
tranquilli dei tempi di Messer Boccaccio, ma sibbene in un'epoca di 
rivolgimento, in cui si vuole rigenerare .e ricostituire col senno e 
coUa spada la gran patria italiana. Noi abbiamo duopo di libri, che 
tendano a migliorare gli uomini, piuttosto che a sollazzarli. Sotto 
questo rapporto il Novelliere del signor Bersezio dev'essere ovunque 
il bene accolto. Vi hanno in esso giudiziosamente, ed in copia svi- 
luppati tutti i buoni principii, e gli esempii, che possono formare 
l'uomo dabbene, il buon cittadino, il patriota, il prode soldato, del 
pari che la donzella gentile, la moglie onesta, la donna benefica e 
magnanima. Ma se la parte utUe non vi manca di certo, può dirsi 
altrettanto della parte dUettevolel Non niegheremo che nei tre grossi 
volumi siavi alcuna pagina piacevole, alcuni episodii piccanti, alcune 
scene affettuose. Basti citare le novelle 3« e 5a del volume primo, in 
cui si espone la tresca di Romualdo con donna maritata, e le sue 
penose conseguenze, ed in cui si novera come egli avendo seguito 
Marcella a Parigi, verificata la di lei perfidia, si batte in duello con 
un lord inglese, quindi toma in Italia, dove trova il padre moribondo; 
così la novella 3» del 3*» volume, nella quale si descrivono le virtù 
cittadine, e le sciagure private della famiglia romana Tiburzio, vit- 
tima di eflbrate persecuzioni pel suo patriotismo; e similmente la 
novella 8» del medesimo 3** volume sulle dolorose vicende della bat- 
taglia di Novara. — Cotesti, e varii altri brani sono scritti con ve- 
rità e con bell'artificio, dimodoché si leggono attentamente. Convien 
dire l'opposto del Novelliere nel suo complesso. Il diletto non vi sta 
in proporzione colla utilità. — Quali le cause? Per essere veritieri. 



358 BIYISTÀ 00MTB1CP(HUNBA 

e senza pretendere di fiirla da giudici, o di volere imporre in modo 
alcnno il nostro spassionato parere, diremo, che ci pare di raTrisarle 
nella poca importanza di alcune materie, fra le tante che vi sono 
insieme ammassate; nello stile prolisso, e talvolta manierato sino a 
rendere pesante la lettura ; nella lingua ineguale, e spesso ricercata, 
è fuori d*u8o; nello sfoggio di brio, e di frizzi, che non sono sempre 
di buona lega; nelFabuso del sentenziare in più luo^i pedantesco 
così, da trasmutare le novelle in sefmoni ; e sopratutto nel metodo 
(falso pe' romanzi) di esporre pochi fatti con troj^ parole, poco in- 
treccio con troppe digressioni. ~ Tuttavia, riassumendo la nostra 
prima idea, ripetiamo, che per la parte più seria e più paziente dei 
lettori, la quale sia specialmente intenta alla utilità del libro che 
ha fra le mani, il Novelliere del Bersezio sarà da preferirsi a molte 
altre opere. -^ Devesi poi notare, che il medesimo autore, oltre il 
Novelliere^ ha pubblicato altresì un romanzo intitolato GitUi e CecUia 
molto pregievole per Tunità di concetto, intreccio, chiarezza di espo- 
sizione , affetti e caratteri , colle quali doti si procaccia un'atten- 
zione crescente sino all'ultima pagina. Il conte Cioni, l'uomo onesto, 
è ben disegnato; Alfredo, giovine poetico e sventurato, innamimt; 
Cecilia e Gina, vittime, sono soavi e pietose ; Vanardi, il buon amico, 
è un bel modello ; né si potrebbe meglio descrivere il genio del male, 
di quello che il Bersezio ha fatto dipingendo l'uomo egoista, il ma- 
rito tiranno, Orsacchio. Persino l'episodio del fedel cane Coaau ispira 
un certo interesse. Chi ha scritto 6fina e CeeiUa ci ha provato, che 
conosce anche l'arte di piacere, e muovere gli affetti, quando voglia 
rinunziare alla rigorosa e difficile imitazione del Boccaccio, e di altri 
più antichi scrittori, i quali hanno una stoffa bellissima, ma non 
pe' vestiti del nostro tempo. — 

L'orribile sacrifizio del celibato, e le sofferenze del chiostro, a 
cui un barbaro costume e la crudeltà di genitori superstiziosi o 
egoisti, specialmente fra' nobili, condannava anche nel decorso se- 
colo tante infelici donzelle e miserandi giovani, onde colla sventura, 
di questi si assicurasse la fortuna dei primogeniti nella ereditaria 
opulenza delle aristocratiche femiglie, porsero al signor Giuseppe 
Boterò il subbietto di un racconto, non importante per mole, ma si 
certo per vaghezza d'intreccio, quadri affettuosi, ed insegnamenti 
filosofici di somma utilità. Cotesto racconto s'intitola Diifmm. Yi 
troviamo pennelleggiati al vivo due frati domenicani IHdpmui 
JuliuSy e due monache Orsoline Suor Crocifissa e suor Ddoretta. 

L'autore dopo aver narrato i primi amori di quei giovani, e le 
atroci sevizie, per le quali furono separati, e costretti a vestire di- 
speratamente ed in freschissima età gli abiti claustrali, svela la in- 
felicità loro nella penosa vita, a cui contro i dettami di natura, e 



PBNSIBBI SUL BOUANZO INTIMO ITALIANO 359 

cootro le tendenze del cuore erano stati condannati, e da ultimo ri- 
ferisce come Julius dopo avere assistito, nella sua qualità di sacer- 
dote, alla morte della propria amante suor Doloretta, penetrato da 
tanto infortunio acconsentisse a fovorire la fuga di Didymus insieme 
con Suor Crocifissa, giovine ed eletta coppia di alti sensi e di non 
comuni virtù, che dopo molti anni di forzata separazione e di pro- 
fonda solitudine, non aveva potuto cessare di amarsi. La fuga loro 
dai chiostri fu altresì protetta dagli avvenimenti, poiché a quei giorni 
reoercito della repubblica francese aveva già invaso una parte del- 
l'alta Italia, dove i due fuggitivi trovarono scampo. Tornati in 
meizo alla società furono felici. — Il Boterò nel suo 2*" capitolo de- 
scrive molto bene lo stato nostro sociale nella fine del passato secolo; 
i nobili per lo più prepotenti e viziosi; la classe media costumata 
ed cerosa tenuta in non cale e schiava ; è uno schizzo pieno di ve- 
rità. — - La cerimonia della professione di Maria nel giorno in cui 
veste l'abito di S. Orsola, sebbene non si tratti di cose nuove, è ri- 
ferita in modo da ispirare una mesta tenerezza. — Il gruppetto di 
fandglia, ossia la felicità coniugale in casa del povero sarto, è un 
bel contrapposto coU'angosciosa condizione dei giovani claustrali, e 
l'autore introducendolo opportunamente nel capitolo l"" ottiene un 
bett'efTetto. — La morte di Suor Doloretta è compassionevole. Il 
veemente risvegliarsi della passione di Didymus, allorché ascolta 
dalla chiesa la voce di Maria, ossia di Suor Crocifissa, che canta 
nelle esequie deiramica defunta, stringe il cuore di pietà. Nel con- 
ciliri>olo dei frati domenicani, in cui si decide la morte di Didymus, 
perchè filosofo liberale, e creduto nemico dell'Ordine, vi è l'arte di 
un'abile narratore. 

Ci si dirà : fra i pregi che andate indicando nel Didymus, non 
avete notato difetti ? — Si, qualche osservazione in contrario ci oc- 
corse di fSftrìa, e non la passeremo sotto silenzio. — Se Didymus e 
Maria sin dalla fanciullezza erano' trattati nelle case loro quasi col 
Tig(ae del convento (Cap. 3), perchè si conduceva poi Didymus al 
teatro f perchè lo si menava al contatto coU'avvenente Maria? perchè 
madri cosi severe ed accorte, anzi pronte a far di quei miseri due 
vittime, li lasciavan soli a colloquio senza badare a quel che facessero ? 
Vi ha in tutto ciò della contradizione. Ma l'autore aveva bisogno che 
s'innamorassero, per poter dettare la loro istoria, e pare che non sapesse 
trovare altro mezzo ! — Didymus e Julius trovansi insieme nell'istesso 
convento» Maria ed Imilda nel monistero medesimo ! Tutto ciò è comodo 
per agevolare Tautore nello sviluppo dell'intreccio, ma è a discapito 
della verisimiglianza. — Mentre Suor Crocifissa fugge dal convento 
con Didymus, è egli probabile che Suor Virginia scelga proprio quel 
punto per presentarsele, peggio poi che si abbandoni a tutta quella 



360 RIVISTA coirraMPOBAimA 

patetica apostrofe, in tm mometito codi critico? PtlggM i ^6 aMAli 
dal conrento, è egli possibile cbe non appeM Nberì e sievri iM^hi 
città di Stradella, acconsentano di ballare in pubblico T o non è co- 
desta una leggerezza imperdonabile, ebe li diigrada, e ehe discorda 
dì troppo dai loro scrii e gravissimi antecedenti? — B rignardo allo 
stile, vi è talvolta del romantico, che non intuona eolla naturaheza 
deirinsieme, ed uscendo dal vero, dà nel HHoo, massime alla pag. 
137 del Gap. 8*. Suor Doloi^tta moribonda, dopo avefe inconffnefato 
un dialogo col sacerdote in queste semplici parole — Padre, io fcrò 
la mia confessione a voi — passa poco dopo ad un volo pindarico 
— € Accanto a me (in Cielo) vi sarà colui che solo amai, ed egli 
«ed io loderemo TEterno, e colla mia mano nella sua, menando 
«danza celeste, osanneremo l'amorosa canzone». -*• Behedunqu«f? 
La monaca morendo diviene poetessii ? — Esfla delira — - ci dice 
l'autore. — Sta bene. Ma nel modo i^sso che i éo^ni ékUa nette 
furono definiti immagini del di gnaffe e corrótte il delirio no* è 
che la confusa ripetizione dei nostri atti e parole, o la espresirtone 
delle nostre idee del tempo precedente al delirio medesimo. D6v«va 
dunque Suor Crocifissa tenere morendo il semplice linguaggio della 
monaca che muore disperata per amore, benché rassegnata in Dio, 
ma non /iveva d'uopo, anzi non doveva esprimersi, e non poteva, 
collo stile di Saffo, o con quello della Sposa dei Sacri Cantici.— Ooel 
perchè adoperare quei nomi Didymns e JtUins? Non potendo supporre 
che in un romanzo italiano il signor Boterò abbia voluto strana- 
mente introdurre due nomi latini, nomi di lingua morta, dobWaimo 
ritenere ch'esso li abbia posti a quel modo per veezo fhmeeee. Ha 
non abbiamo i nostri nomi italiani? E fino a quando vorremo per- 
durare nella strana mania di gallicizzare in tutto e per tutto? — 

Che il Romanticismo di alcuni moderni scrittori mirasse diret- 
tamente ad esagerare le passioni, ed a Ailsarne i caratteri, i colori, 
e gli affetti, cel sapevamo. Ma ove ne fosse in noi rimasto alcun 
dubbio, il signor Carlo Oioda si è dato cura di dissiparlo, ponendoci 
sott'occhio il suo romanzo Z^ dne tite. Allorché un romanziere varca 
i confini del vero, ed anche quelli del verosimile e del possibile, 
non può a meno di scendere nel fantastico, nel bernesco, i nel Mso. 
Egli distrugge colle sue mani stesse la parte pregievole che può 
essere nella sua tela. Ci seguano, di grazia, i lettori nella disamina 
di questo racconto. — Tittorio di Borgo, ufliziale reduce daH^armata 
di Napoleone I, tornato in Piemonte capita in una ^sta di balte nel 
1817 a Nizza. Vi s'innamora egli forse? Si, signori, è ben intesio. 
E come? e di chi? Udite. Una signora inglese, Riccarda Bracino, 
aveva perduto nel ballo una preziosa collana. Di Borgo avendola ito- 
vata sul pavimento, andò a restituirla a Mad. Erskine, presente il 



PENSIERI 9CL nOWkVtO INTIUO ITALIANO 3S1 

g»t«niiitbfd ^Iki oMày ed ra quell'incontfo, perohò m«lto beUa^mi 
la daitìa^ eg^lì se m turàghì* — Nulla di pid probabili. Ma per cid 
solo, ebe ttad. Enkiiie lo guardò, e gli disse - Oh gratie 1 gnwief 

— il Di Borgo fìi preso da tal péSibm$ Mmtm^m, ei$ il #ii»i^ 0U 
béMité a n^f^rfU U peéio^ t nen péiè e<mpf9ni9rt àUnma eom déUa 
eomermtioM ehi #ra <a«of?i<MiMi tra hi ^U get9maii^e! 

Tanto e si rapido incendio d'amore in un baleno, e nel petto di 
un veterano dell'eseretto mq^leonico, non sembra possibile ; ma^ lo 
aflferma il signor Oioda, e bisogna chinare il capo. — Parlando in 
merito di quel suo primo incontro colla Erskine , il Di Bor^o dice 
più tardi : -^ Fin da ginUa volta rmrvi ne^Hsay u ella a»$$H e$^tdo 
iMiVQ JH ìm altra ^nor^/-^ Uccidere per gelosia una donna con^ 
scinta poche ore innan^Bì, senza avere su di lei alcun diritto t 

^ VhA. Br^hie, a cui Di Borgo reoossi a £sr visita Tindimaai 
della dtonsa , la si trova e&% gU océhi belati da fma tofrtma. Che 
pfiriosB lagrima in donna uscita allora da una festa di ballo ! -^ ft 
curìoeo, ohe volendo Tautore lasciar soli a colloqui<x il Di Borgo e 
la Srskine, fk partire di colà la zia Mad. Stanley col semptiee pre- 
testo, che qaella tifoora nonp&Uta mai $tar fermi i« waa itamu pik^ 
di&i mimti. ^ Che sia comoda ! — B che dire del signore Di Borgo, 
il quato tffoiratoa) appena solo per la prima volta con Riccarda , le 
dice senM complimenti : — Se»lo unajhra neeessUà di sapere di tàeUa 
(oRanaydi^ri, idla vita vostraf ^ La necessitala di sapere i iMti 
degli altri, è una bella originalità. — Siecarda s'inquieta sulle 
prime di qoeirarditezza (ed era naturale, massime nel carattere 
serio ingleee) ma poi, per essere conseguente a se stessa» dice a Vittorio 
ogni eesei. — Al secondo colloquio Riccarda Brskine riceve il Di 
Borgo in una camera appartata, da solo a s^, per narrargli la 
propria vita, ma questi non ha la paztenza di attendere il racconto, 
e senza complimenti, al solito, figUa tra le mafd il oofi» ddla bdh 
doma^ eie htéia i eafeUi, che prima di e&ntire ma eteria di dciori 
ìojfM di piantai — Quel soldato è assai tenero, e flurile idle lagrime ! 

— Si crederà che madama se ne adonti. Nossignori, essa non se ne 
accorge, ed un pochino distratta, chiede solo a Vittorio la spiega- 
zione ài una vera freddura: -^ t Credete Vittorio, che oHro larpre- 
€ sevte vita, un*idtra ve n'abbia, dove rivivono' gli spiriti? IHHmà : 
« due anime, che si sono amate quaggiù, poesono incontmrsii rico- 
( noseersi in quell'altro mondo? rivivere insieme? Non ¥ ho cvedato 
e io; se mi avessi potuto fermare in mente, che tutto non ha. ter«- 
€ mine netta tomba, mi sarei uccisa per correre dietro a uno spirito 
e ademto, che qui non trovo più I » — * Interpellanze abbastanaa ina- 
spettate, che dovettero certamente istupidire rinnamorato guerriero. 
L'autore non ci dice che cosa Vittorio rispondesse, e diffittti dovete 



3ttl BIVI8TA OONTBMMftAHBA 

tiOTarti alquanto imlNrogliato. — Non deve qui passarsi sotto sileuio, 
che i personaggi del signor Oioda con molta &eilità parlano di 
MoeUwi o di M€€Ìd$rH. Riccarda racconta da prima di avere perdu- 
tamente amato Alfredo Lumsden, morto già da qualche tempov B 
come anche quell'amante inglese fosse ultra-sentimentale, ce lo prora 
una sua frase a Riccarda : Taorei otpetMo uh secolo in gmocekh per 
veierHm mhuto. - Bagatelle! — Dipoi nei Gap. 13 e 14 è un con- 
tmuo farla/re H morte. Riccarda vuole assolutamente tornare in In* 
ghilterraji^ wiorire iuUa tomba HAlfiredo^ e Vittorio protesta che la 
seguirà fin là, perchè non vmol sopraffvwerù di un giorno y di wCora.... 
V'è sempre da tremare per quelle care esistense, fintantoché Ric- 
carda non ci tranquillizsa dando deHe spiegazioni, e fiu^ndo le sue 
proteste. Ella vuole, ohe le riprovi, che le ri ekiarisea, che morendo 
rivivrà con Alfredo, ed allora soltanto ingoierà una tuona dou t oppio 
che Urne a heUa poeta nel àuo astueeioì Non potendo mai darsi che 
alcuno ckimieca la signora Erskfne di quello che avviene nell'altro 
mondo, ne segue che dopo tante parole essa non si ucciderà mai. 
— Ahi che baiel — Ma ciò non è tutto. Vittorio coglie un mo- 
mento opportuno, e parla alfine a Riccarda dell'amore che sente per 
lei. Dopo gli antecedenti ò da supporre ch'egli sarà corrisposto. No; 
Riccarda invece s'irrita por la eempUce e naturaUeeima ragione^ che 
essa ha il progetto di far ritomo in Inghilterra^ e stare tante ore sul 
sepolcro di ÀUfredo, eh* egli per pietà la richiami a sèi Ma in forza 
del principio, che nil violontum durabile, alla perfine la dama va 
calmandosi, rinuncia ai suoi progetti di morte, e per premiare la 
costanza di Vittorio, gli dice, che vivrà, e non lo abbandonerà mai. In- 
dovini il lettore per qual ragione ! I^srehè Udilri defunto amante Al- 
fredo Immsdon, che amava singolarmente i giovani, nàl vorrebbe! -^ Oh 
l'ingegnoso meaoo termine per dare alla sentimentale eroina la hk- 
colta di abbandonarsi ad un nuovo amante, dopo la morte del primol 
Ed ecco la lotta d'amore (Gap. 15) divenire da quel momento più 
violenta. Ora è Riccarda che sembra vacillare, e ci minaccia una ca- 
duta ; il sentimentalismo ò per^cedere alla creta. Che farà l'inna- 
morato Vittorio in quella tentazione ? Egli che fin dalla prima vi- 
sita afferrava, e baciava con tanto impeto la bella testa della signora 
ErsUne, non dovrà, logicamente parlando, fiume qualcheduna delle 
grosse, ora che la vaga donna si abbandona a lui, e dopoché (sia 
detto qui per incidente) gli ha di già regalato un bacio nello scen- 
dere una scaletta a chiocciola, nel casino del Piano di Latte? V'in- 
gannate, n Di Borgo per un incomprensibile slancio di virtù giunge 
a frenarsi colla severità di un'anacoreta ; egli cessa di vedere in Ric- 
carda la sua amante, ed invece incomincia in quel punto a chia- 
marla col titolo dijlglia! Volete sapere il perché egli operi eoirt? 



PBNSmi 80t tOlCAHVO INTIMO ITÀLIAKO S6» 

Yel dice Tautore. P«r rispetto di Alfredo Lumaden!... del soo rivato 
già mortol... Ah ! queata la è un tantino più madornale delle altM. 
— Ma non seguiremo l'autore in tutto il eorso di questa romaatioa 
iliade di amori esagerati, di virtù incredibili, di affanni, di malattie, 
di srenture di ogni specie. Noi ammettiamo nel signor Oioda ìm 
certo studio del cuore, una intuizione delle passioni, e troviamo nel 
suo libro qualche interessante scena drammatica, una certa abilità 
nell'intreeciare, e nel descrivere, specialmente nel Gap. 4^, aUoichè 
Di Borgo narra la nuMrte dei proprii genitori, la sua vita militare, il 
suo ritorno in Piemonte dopo la caduta di Napoleone L La lotta della 
virtù coil'amore in Riccarda , è dipoi esposta in più capitai con 
vivi tocchi da produrre non infrequenti commozioni. Peccato die 
cotesti pregi siano adombrati daireccessivo romanticismo delle idee 
e delle frasi, dalle inverisimiglianie dei fatti, dalle contraddisieni 
nei caratteri, e dalla lingua trasparente di stento, e non seetra di 
asprezze e di improprietà ! Come è mestieri aggiungere, fct essere 
al tutto veritieri, che uno scopo morale nel libro del signor Gioda 
non ci sembra né ben definito, né raggiunto. — 

La diss(4utezsa (tema d'altronde assai arduo) doveva aneh'essa 
ispirare la fantasia di im altro romanziere. H primo §mmt$ diB$rta è 
il titolo prqiosto dal signor Torquato Giordana ad un suo racconto di 
scene contemporanee, colle quali pretende esporre ed attaccare questo 
vizio. Dirò innanzi tutto, che se vi è romanzo che si l^ga con pre- 
mura crescente, continua, egli è questo del signor Giordana. Per 
tacere della buona lingua, dello stile piano, dell'arte non comune di 
narrare con naturalezza, vivacità di parole e vigoria d'immagini, mi 
piaoe notare a preferenza la fecondità dell'invenzione, che permette 
all'autore di trascurare le minuzie del racconto, alle quali sarebbe 
già preparato il lettore, per condurlo con incantevole rapidità in si- 
tuazioni inattese, sorprendenti, e quasi sempre di ottimo eflbtto, a 
tale che un intreccio assai ricco di avvenimenti vi è sviluppato in 
soli dieci capitoli. — Bello è lo scopo che l'autore dice di essersi pre- 
fisso ; svelare la corruzione dei costumi, imprecare alle infiunie so- 
ciali ; ma prima di venire ad alcuna discussione, diamo un breve 
cenno del soggetto, per vedere sino a qual punto Fautore lo abbia 
raggiunto. — Giuliano, povero studente, ama perdutamente Berta, 
la figlia di Bibiana, portinaia di un casamento in Torino. Bd anche 
Berta è presa del giovine. Berta giovinetta di sedici anni, di rara 
bellezza, ancc^ra onesta ed inclinata al bene. Ma la perversa Bibiana 
d'accordo con Giacomo suo marito, venduto segretamente Tenore 
della figliuola al dissoluto e ricchissimo conte Palli, mena la ragatfa 
nel di lui palazzo, ed ivi l'abbandona ! Già il conte gongola per la 
certezza di facile vittoria, e già si appresta a porre Berta nel novero 



364 inn«f A coirmcPomÀKiiA 

àMe tatté0 sue viiiime, quando la fcnciulta, avrisando in qnri mo- 
laeflto il perielio in coi fu tratta, spinta da natnnUe ribrezso, da 
un^ftiiaiKò di orgoglio, da un avanzo di virtù, gli resiste col pugnale 
atta^ mano. Palli sopraffatto dalla fierezza di lei, la rimanda libera e 
p«va, dicendole : Andate, se vi troverete in bisogno di aiuto, prefe- 
rileaii ad altri, ritornate qua; alle nove di sera vi sarà aperto. - Sono 
in buoni capitoli , massime il terzo, nel quale vi ò un intaresse 
sHaordinario e superbi tocchi, che deetano l'attenzione, e la curio- 
sità fai su|nremo grado. Assai migliore, perchè altamente morale, 
si è^il capitolo seguente, ovvero il quarto. Berta, sottrattasi al Pàlli, 
non tortta presso i suoi genitori, perchè conscia di esseme stata 
viloienlé ceduta per denaro, gli abborrisce ; abbandonata a se sola, 
* sen va a zonso tutta notte ed il giorno segpuente per Torino, onde 
procacciarsi un ricovero, un pane onorato ; non trova che la derisione, 
l*indMterensa, il vizio e la prostituzione. Disperata, senza asilo, in 
prèda atta fame, si ricorda fatalmente delle ultime parole del eonte 
PalU, ed esclama :•— La strada dell'onore mi è chiusa?.... Ebbene, 
percorrerò quella del vizio. -- B eo^ dicendo batte alta segreta porta 
•d«l palazM) di quel corrotto Epulone, e diventa la sua druda. 

^ Nella nuova condizione, in mezzo al profumo della licenziosa 
sua vita. Berta cangia istinti e natura. Gli uomini la oppressero ed 
essa ruol vendicarsi degli uomini. Abbastanza cel provano i suoi 
fMti* Quando il misero Giuliano, sempre spinto da una deplorabile 
passione, gitmge ad introdursi nella società del conte Palli, ella lo 
SM^coglie freddamente, e più tardi, per liberarsi della sua presenza, 
e quasi per deriderlo, gli chiede come straordinaria prova d'amore, 
che vada in Asia, nell'Indie, a cercare per lei una pianta mera- 
vigliosa, quasi irreperìbile, la Stimkopea tigriM! E Giuliano parte. 
II conte Palli pose a' di lei piedi la sua ricchezza, ed essa ne fa 
sperpero, costringendolo a pr(rfbndere in breve tempo tre milioni 
di lire. Berta giunge segretamente a scoprire, che i suoi genitori, 
iniqua gente, hanno ucciso e derubato il procuratore Morano, ed 
essa per isfogare l'odio che nutre contro di loro, li denunzia al 
fisco con lettera ch'eUa medesima gitta in posta di nottetempo. ~ 
Toma Giuliano dalle Indie recando la Stanhopea iigrina^ ed essa in- 
vasata da un momentaneo capriccio nel rivederio, si divide brusca- 
mente dal conte Palli, e si dà in braccio a Giuliano. — Era appena 
trascorsa quella notte, che Giuliano destatosi non trova più Berta 
presso di sé. La volubile femmina era partita, lasciando i suoi saluti 
all'amante. II cieco giovine se ne dispera, ed è per uccidersi, quando 
]^r eSbtto di un aneurisma, che da lungo tempo il minacciava, 
muore. Un mese dopo Berta in degante legno da posta partiva per 
Parigi al fianco di un nuovo amasio, un nobile giovinetto, ma ricco 



PBN8IEBI SUL ROIIiJ«ZO II4TUI0 ITALIANO MS 

ed imbeeille. Per compreudere .fino a qual punto era giunta la oor^ 
ruuooe di B^rta, e si era indurito il suo cuore, basta gettare io 
sguardo sulle ultime linee del romanzo, che qui trascriviamo. 

— f Che cosa legge quella gente ? — domandò la lionessa (Berta) 
e ohe partiva per Parigi , additando un crocchio rivolto ad una 
€ caatonata. 

«Ghel Non sapete? — rispose Tavvocato «^ É la sentensa che 
e condanua ai lavori forcati a vita gli assassini del procuratore 
t Morano. 

-^ e Afa ! — fece la lionessa — La giustizia è stata troppo ind^* 
e gente. Davvero essi meritavano il patibolo ! » -- 

Noi non conveniamo col signor Qiordima in pareoohie cose. Nella 
prefazione egli si vanta che narrando i iatti sooisli ha isi^herata la 
bandiera del realUmo, Ma codesto pretto rsaUsmo fu adottate fin qui 
dai più e dai migliori t Se gli amori dì Giulietta t Bomeo, di l4iura 
e Petrarca, o di Jacopo Ortis, sembrano fitutastichorìe al «v^M>r 
Giordana, forse che le tresche della sua Berta e dd suo PalU, lU 
Gap. 3^ non parranno aUa massima parte dei lettori una acopcenst 
La passione e i sacrifizii di Giuliano una caricatura? La e&enatft h- 
scivia di Berta nel darsi a Giuliano, cosi minutamente e ^pudomt^- 
m^te descritta al Cap. 9, un bozzetto disegnato per passatempo 
delie prostitute di un lupanare? L'odio di Berta pe*suei geiMtQri« 
spirito a quell'estremità, una orribile inverosimigUan^? No, il fit^ 
^tto redisMo non lo si può ammettere nei b'uimi roman»^ wm^ «i 
esclude 4aironesto conversare, perchè vi baimo eccessi aociali, dei 
quali non solo è conveniente, ma è necessario tacere, per mdte n^ 
gi<mi, fra le quali non' è ultima la piviUà. N(m si P0f0a mai JM^ 
nàPatto il uccidere iproprii jtgli^ lo ha scritto Orazio parlando 4ella 
tragedia, ed a certi precetti dei grandi maestri» con buona ptiee dc^ 
sig. Giordana, bisogna £ar di beiretta ; chi gli tiene in non cele, ^t» 
ne diàcosta 4k \xoppo,oàio irremissibilmeiite i^eli'esagtrato, nel feaw>^ 
Descriv^e i viaii troppo al vivo, e massime questo della seostumataiMt 
che ai ammanta di cosi procaci fcnrme e di così seducenti colori, non k 
coTMggerli, ma insinuarli in eerto modo, e diffonderli. Lft tuipe vìt^ di 
Berta ci par troppo lusingbev^, almeno materialmente^ e pi^ ài una 
donna fimMt col desiderare d'imitarla. ^€osl vtm posaiame lodfw» ai 
tveviamo credibile quell'inaudito eccesso d'odio attribuito a Berta vterso 
i pcoprii genitori, sino ad inyiare ella stessa senza necessità l'aopuaa 
dei loro gravissimi delitti, che doveva condurli a morte, e si»o a fre- 
mere di dispetto perchè non furono giuatiziati. I <3ipeci antifchi UM 
punivano il parricidio, perchè lo credevano imposeibiU, Qual^i^ermia 
di concetto fra gli antichi Giteci e il nostro autore ! Berta anela 4i 
uoeideM il i)adre e la m^d^e, peichè la spinsero in una vm in<MM, 



36C BIYI8TA CX}KTBMPORANBÀ 

nella quale ella tripudia e gavazza ad oltranza ! Berta poteva nutrire 
avversione ed anche odio verso i ribaldi genitori, ma almeno dentro 
certi lìmiti, e senza abbandonarsi ad eccessi contro natura, non po- 
tendo afflitto obbliare, che una parte della colpa era pur sua, quando 
deliberatamente ella stessa tornò a battere alla porta del ricco sedut- 
tore! -* Infine l'aneurisma per far morire Giuliano a tempo e luogo 
qpportimo, è un mezzo tròppo comune, trito e ritrito, che ha pure 
il donerito di far prevedere il finale del racconto. — Ma checché si 
voglia dire in contrario, questo romanzo è assai pregievole per tutto 
oi4 che sopra dicemmo, ed anche non convenendo con Fautore in 
certi dettagli e chiaro-scuri troppo forti, ammettiamo che dall'insieme 
n'emerge il gran fine di segnalare la corruzione del costume, e ad- 
ditarne in qualche modo i rimedii. Il Gap. 4* è prezioso per chi ben 
comprenda, e vi mediti sopra ; in esso sta tutta la moralità del libro.-- 
FrMcOla la Fioraiay nuovo racconto del signor Enrico Montazio 
uscito testò alla luce, si aggira intomo ad un episodio della vita di 
Gioacchino Bossini. Al dire di qualche biografo, una giovine x>opo- 
lana di Napoli s'innamorò del celebre maestro siffiittamente, che 
ossia disperasse di esseme corrisposta, ossia fosse da lui abbandonata, 
m<Nrì, anzi» come altri pretendono, si uccise. Vero, o falso, o esage- 
rato il caso, esso porse un bel soggetto al signor Montazio per darci 
un quadretto di Rossini ancor giovine, nel 1815, nell'atto che fra i 
suoi trionfi e i suoi traviamenti, e nella foga delle passioni prende più 
ardimentoso le mosse della sua splendida carriera musicale. Vi si 
vede il figlio del popolo, che ama il popolo, donde emana; vi si 
vede il giovine galante fregiato di tutti i doni della natura, quindi 
proclive ai capricci, alle intemperanze, ed irresistibile conquistatore 
di femminei cuori ; similmente vi si vede il genio creatore d^immortali 
melodie, per le quali tutto il mondo civilizzato ò costretto a pagargli 
largo tributo dj stima e di ammirazione ; infine vi sono comicamente 
esposte le grettezze tiranniche esercitate su Rossini, e sugli altri ar- 
tisti dallo straricco, ed allora onnipotente impresario Barbaja, non 
che gli amori di entrambi colla Colbrand, avvenente e pregiata can- 
tatrice, che volte in ultimo le spalle all'esoso impresario, divenne poi 
consorte del grande maestro. Mala figura più spiccata e più originale 
del racconto , si é quella della popolana di Napoli , Francilla ! Oh 
come vi attrae, vi seduce, vi commuove quel tipo di natura vergine, 
quel cuore schietto, ardente, quell'anima tutta assorta in un'estasi 
d'amore, che deve condurre la giovinetta al sepolcro ! In un racconto 
assai breve l'autore trovò modo d'introdurre molte situazioni impor- 
tanti, onde porre in luce un carattere che ha del nuovo, e renderlo 
appariscente e simpatico. -- À dir vero, le qualità e le abitudini di 
Bossini sono descritte con tanta sincerità, che è quasi soverchia, 



PBNSIBBI SUL BOIUNZO INTIHO ITALIANO 367 

poiché, non trattandosi di Bcrìverne l'esatta biografia, o la vita, il 
rispetto per questo grand'uomo poteva forse consigliare rommissione 
di alcune circostanze, che pongono troppo in vista la sua parte di 
creta, e ciò per quella grande ragione già sopra accennata, che ncMi 
tutto quello che può esser vero deve anche intromettersi nei romanzi, 
nei drammi. Né tacerò, che alcuni dettagli sul Loizzarone Torquato 
sul cane di Francilla mi parvero alquanto prolisssi e leggieri, ed 
alcuiH motti sui rapporti intimi di Rossini colla Golbrand forse im 
pò* triviali ed arditi. Tuttavia la ProMeiUa è tal lavoro letterario, 
che per la sua impronta di novità , e pe' varii pregii rimarchevoli, 
fra i quali primeggia la lingua pura e fluida sino quasi all'antitesi 
della ricercatezza» non può non riescire bene accetto, e induce a presa- 
gire, sempre meglio di godeste distinto autore. — 

Leggemmo altresì varie novelle di autori diversi, delle quali, 
quantunque piccole di volume, ò ben giusto che si fìuxia particolare 
menzione. — Tre di esse sono di Felice Bomani, ed hanno titolo: 
Il ponte dei JldanzaUj frammento di uà viaggio sentimentale ndla 
Liguria; Vk miUro^ episodio di un'istoria fiorentina ; Vmmk^tOr- 
ìumo. L'autore dei celebri melodrammi ci appalesa anche nelle no* 
velie la sua viva immaginazione, la sua potenza nel muovere gli 
affetti, e sopra tutto la sua lingua pura, e quello stile semplice, 
chiaro, colorante, che richiama alla buona scuda, ed invita molti 
guastamestieri ed imbarbariti prosatori odierni ad attingervi il bello, 
come si attinge l'argentea linfa alla limpida sorgete della moii- 
tagna. *- Un'altra venne pubblicata dal milanese Luigi Dossena, ^ 
titolo — H preffiuiim del duello — nella quale l'autore ha voluto ad* 
dimostrare l'immoralità, l'inconcludenza, ed i gravi danni di co- 
desto abuso sociale, facendo seguire al racconto àlcu$ii ri/lessi morali 
di notisie storiche sìd duello , che racchiudono una erudiziene ed 
un'importanza assai notabile. Anzi convien dire, che i riflesssi mo- 
rali nel libriccino del Dossena hanno la parte e il merito principale, e 
volentieri ne faremmo un'analisi, che sarebbe filosoficamente utilis- 
sima, se non si trattasse di materia estranea all'argomento, di cui 
dobbiamo occuparci. Ci limiteremo quindi a lodare nella novella del 
Dossena l'ordine e la vivacità della tessitura, le pagine commoventi, 
non che la grande opportunità del tema. ~ In fine la novella Dio 
ti ffuardiy della signora Rosina Muzio-Salvo da Palermo, ci parve 
degna di considerazione. Sono scene siciliane precedenti l'ultima ri- 
voluzione colà compiutasi contro il governo borbonico. Ma il tema 
politico vi è frapposto per incidente. Il vero tema della novella è 
prettamente sociale; vi hanno casi e frizzi comici, del pari che pas- 
sioni vive, e molto cuore; i principii morali e filosofici sono eccel- 
lenti; insomma è uno di quei libercoli dettati per correggere, non 



BITI0TA OONTEIITOEÀMBA 

per corjTMDpere, tendenti m formara al bene, a soUazBtre con ^msk, 
«d m eommovere soavemente. Sarebbe un lavoro sulla via àdVo^imOj 
se la diBtinta autrice ttciliana ei fosse gxiardata un po' meg^lio daOa 
lingoa e stile loeale , ossia dal fraseggiare piuttosto proprio degli 
abitatori dd mezBOgiorno d*Italia. Tacendo di alcune locuziom «n?o^ 
noe, e di alcuni modi e parole viete o non accettabili j noterò sol- 
tanto <per dovere di critioo imparziale, che tanto più riaaoe grava 
rispetto al gentil sesso) il metodo dall'autrice adottato di prepone 
troppo sovenée, ed in modo tutto poetico, l'aggettivo al sostantivo^ 
Za lietm MUzza, 2a fiìUeggianie fameMltL, U tomiUie kigmrie^ Vom- 
ffdiea eoMtesiéf e cento altri gruppetti lirici di codesto genere sono 
qua e li a piene mani cosparsi ; al Gap. 6"* trovanai aeoomati in pocàe 
linee gli t^umfcati casolariy il grmUe HiaòUtdo ca00mm(ó, U {m^ 
ammUmum eaw^^ la eaiemU fcMmay VùUefra éàlaJ Ma questi nei 
rimpeito ai pregii stanno nello aoritèo dalla signora Muaio-fialf\ro carne 
usa a ariMtfi Ia sua novella eocita (Mstan temente la curiosità, ac- 
lista fima ptogredendo e oommovo ia ultimo. 

Ghiiidei6mo la jivùrta aoalìtiea colgeseme del JìhiO0 nel mmto^ 
ttttov# a drasenta lavare del noatro a buon drièto oelebraio romanaàare, 
signor fMsacoaoe Domemco Guerrasai. Sarà come dare ai convitati 
ìADa rana ctìaietÉuna o un bicchiere di prelibato liquore in fiae ée) 
desJuajra. Noia già lebe ùi altri roiaanzi o racconti non restasse a 
partere, dan^ichè vi saMbbero quelli della signora Pereoto (dei q^iali 
nuaiì otiima fiama), qndU della sigaora Oodogno-Gerstrembraadt, 
dei aigttaci Baaaisa, Smiliani-Giadici, Tarese, Uda, llastriani, Do- 
natOf Ohisknaeiti, Ranieri, Paysio ed altri. Ma i limiti impostici per 
qoesto arÉioolo Piritico non ci danno lo spazio necessario, né le opere 
daiiaeMBODati aerittori ci sono aoacor giunte, sebbene le afebiamo in 
più Inoghi ricercate e commesse, di modo die ponendo ìfine per ora 
al noaim ragicmamento, ci riserbiamo di trattare di eaae in altro 
artìoalo addisionide, se potrà av«r luogo. 

U Buco nel nmroy secondo che ci dice il signor Ouerraai, è una 
atoria. Bifiitti si pretende, ohe nel vecdiio OraiPta egli abUa deli- 
neato se stesso, nel Marcello un suo nipote, e nella BHta una vec- 
chia e biaeoa fimtesca dalla medesima sua casa. Oheochè ne sia, 
storia o remanao, gli è un libro di moUo merito, e quanto a lingua 
e etile, è vm vero gioiello italiano. Ne diremo tuttavia liberamente 
tutto ciò ohe il debole nostro intendimento ci detta. ~ Avvi innanai 
tutto 'un yroìofo^ nel quale raut(Hre finge un dialogo tra Ff$fàH960 e 
Dpmmm, Il primo chiede all'altro il manoscritto di questa storia 
per pubblicarlo a benefìzio dei poveri, al che Domenico acconsente, 
e con ciò si oflPre il destro di da^crivere il banco deUo studio di Do- 
mapioo colle sue oaotere e soaffaletti, e con tutte le carte cheow- 



PENSlBRI SUL ROMANZO INTIMO ITALIANO S69 

tenevano divise per materie. Dalla quale descrizione si pongono in 
luce con beirartificio i pensieri dell'autore, e gli studii e tendenze 
sue sulle scienze e le lettere. Dico delVautorey avvegnaché è ben fa- 
cile comprendere, che il Guerrazzi anche in questo caso ha fatto 
quello che gli avviene di far sovente, ovvero ha parlato di sé, 
facendo trasparir^ la sua vita letteraria» scientifica, politica. Suc- 
cede al prologo il racconto, che brevemente sporremo. — Il vecchio 
Orazio, uomo agiato e dedito agli studii, di umore e di abitu- 
dini alquanto strambe, una specie di burbero benefico, venutagli 
in uggia la condotta di un suo scapato nipote, Marcello, che 
aveva raccolto bimbo in casa sua dopo la morte del padre, lo co- 
stringe a separarsi da lui, dopo avergli dato del denaro, perché 
sen vada con Dio in cerca di fortuna in Australia. Marcello (ab- 
bastanza matto, ma non cattivo) si reca a Milano, ed ivi sciupato 
il denaro dello zio, quando s'avvede non essergli rimaste che poche 
nionete d'oro, comincia a far giudizio, e si rinchiude in una piccola 
cameruccia o soffitta. Avvenne che allogatosi nel suo bugigattolo, il 
giovine nell'atto di estrarre ud chiodo dal fondo di un armadio ri- 
cavato nello spessore del muro, fece per caso un buco tra le commes- 
sure dei mattoni, ampio così da poter distinguere gli oggetti nella 
camera attigua, e udire i coUoquii delle persone che vi abitavano. 
Tre individui più notabili frequentavano in quella camera. Roberto 
pittore giai^nte in letto per etisia , Isabella sua moglie, e Felice 
amico loro. Senza andare per le lunghe, ed a parte i dettagli, Ro- 
berto morì , Felice fu congedato da Isabella, perchè se lo stimava, 
npn lo amava, ed Isabella divenuta vedova promise l'amor suo a Mar- 
cello, purché si facesser le nozze loro col consenso dello zio Orazio. — 
Dopo ciò Marcello, divenuto tutt'altr'uomo, corre allo zio per averne 
il perdono ed il favore. Lo zio, che all'udire il racconto dì quella 
strana avventura, teme sempre di qualche nuova sventatezza del 
nipote, rinchiude Marcello nel suo appartamento, e sen va a dirit- 
tura a Milano per conoscere Isabella. Colà il vegliardo si convince 
delle buone qualità della giovine vedova, ed approva il matrimonio 
dì lei con suo nipote, ma perchè Isabella non accetterebbe, se non a 
condizione che Omobono suo padre dia il proprio consenso, l'ottimo 
zio Orazio si abbocca pure coU'Omobono per codesto effetto. L'Omo- 
bono é un riccone, ma gretto, ed irritatissimo cóntro la figliuola pel 
suo precedente matrimonio col pittore Roberto, da lei fatto contro il 
paterno volere. Egli cinicamente accoglie le proposte di Orazio, e 
solo acconsente alle nozze a condizioni degne di un uomo snaturato 
espilc^cio.Ma due anni dopo, avendo Isabella dato alla luce un figlio, 
e volendo che se ne dia parte a suo padre, questi commosso e con- 
tento, accorre nel dì del battesimo, e si fa tutta una famiglia oltre- 

UMita (7.-24 



370 RIVISTA CONTBMPORANBA 

modo felice. — Prima di concludere sul merito di questo racconto, 
noi non possiamo a meno, ancorché ammiratori, di farvi sopra qual- 
che osservazione, per adempiere all'obbligo assunto, obbligo, o peso, 
che tanto più ameremmo toglierci dalle spalle ogni qual volta si 
tratti di parlare dei più distinti autori, e specialmente del signor 
Guerrazzi, il quale ci dice apertamente, a pag. 61, per bocca del 
signor Orazio, cìu mai soffre i critici cattiti o buoni, benetoli o ma* 
ligni che sieno! Noi farem qui notò all'illustre autore, che siam ben 
lun^i dalla saccenteria per mestiere o dalla presunzione d'insegnare 
altrui^ ma che abbiamo nel tempo stesso il convincimento, che spetti 
a ciascuno il diritto di far uso del suo senso comune, e de' suoi 
studii per esaminare le opere altrui ; che si possa dar giudizio di 
un'opera qualunque, senza l'obbligo di fame una simile, o migliore ; 
che infine il disprezzo illimitato per qualsiasi critica, ci sembra esso 
medesimo una eccessiva presunzione, la quale può solo essere scu- 
sabile nei cervelli alqxianto bizzarri e strani, come quello che Fau- 
tore attribuisce al signor Orazio. — Entriamo dunque nell' arringo, 
e diamo dapprima uno sguardo al complesso dell'opera. — Vi è im- 
portanza ed utilità nel soggetto? L'importanza è mediocre, poiché 
comprende soltanto i brevi casi famigliari di pochi individui. L'uti- 
lità non vi manca, mentre in mezzo a certe opinioni per lo meno 
esagerate, e tra alcune massime pericolose, se pure ammissibili, vi 
sono in genere insinuate e commendate eziandio talune virtù dome- 
stiche e cittadine, taluni buoni principii sociali, e specialmente gli 
affetti e i legami della famiglia. — Avvi intreccio? Sì, ma sottile, 
semplicissimo ; gli scarsi fatti sono avvolti da lunghe digressioni, e 
molte parole. —Ma quali parole! —sento dirmi. —Convenuto. Lin- 
gua purissima, stile incantevole, frizzi profusi ed elevati. Però noi 
siamo qui ora per discutere del soggetto e del suo svolgimento. In- 
tendendovi bene addentro gli occhi della mente, ci appare bensì 
molta luce dorata; ma è poi tutt'oro quello che luce? — Taceremo 
delle personali allusioni, o piuttosto del panegirico non molto ve- 
lato, che l'autore fa di se stesso nel prologpo e nei capitoli successivi. 
Tocchiamo piuttosto dei principii fllosofico-politico-sociali ch'egli ci 
espone. 

Si è già detto, ed è noto, che il Guerrazzi suole attribuire ai 
suoi personaggi le proprie idee politiche, e quelle da' suoi libri, 
quasi dalla bigoncia, ostinatamente e ricisamente inculcare per av- 
ventate che siano. Non v'ha per esso tolleranza di sorta, e ce ne 
offre in questo romanzo più di un esempio. Comincio dal notare, che 
i moderati in politica sono l'oggetto dei suoi mordaci e continui 
sarcasmi. Se i principii moderati sono un delitto appo luì, intende 
forse predicarci la dottrina degli estremi? Non basta. Egli mette in 



PBNSnmi SUL ROMANZO INTIMO ITALIANO 371 

bocca del suo Orazio una strana scoperta, che i poli della civiltà , 
almeno per ora^ sono il gesuUa ed U gendarme^ quegli figurato nel 
gatto, questi nel cane. Rapporto al gesuita v'è da fare una riserva dal 
lato della scienza, che forma pure tanta parte della civiltà ; ma pel 
gendarme, che rappresenta la legge e l'ordine, e che sotto questo 
qualsiasi altro nome dovrà pure esservi sempre presso qualunque 
governo, the non sia anarchico, noi non troviamo il bandolo di un 
. bel motto in questa sentenza sua. Il signor Orazio non vede al so- 
lito le cose che da un lato ; il gendarme non è per lui che lo sgherro 
del dispotismo. Ma non rammenta egli che anche per ora vi sono 
grandi Stati, nei quali il potere sacerdotale è infrenato, e la onesta 
libertà predominante ? vorrebbe egli forse farci credere che sarà per 
essere più fiorente ed estesa la civiltà in quel giorno, in cui i poli della 
medesima si cambiassero a senso di certe aspirazioni estreme, ed al 
gesuita gatto succedesse Vateo simboleggiato in talpa, ed al gen- 
darme cane il demagogoy sinonimo di lupo o iena? — Andiamo in- 
nanzi — Che cosa intende, di grazia, quel benedetto signor Orazio 
a pagine 57 e seguenti co' suoi prolungati e sarcastici sproloquii 
contro il iistetna deUe prigioni f Ammette egli le prigioni o no? Se 
si, perchè ne avversa le istituzioni, e sembra deriderne i regolamenti 
vìgenti pel vestiario e vitto dei 46tenuti ; o le discipline per miglio- 
rarli moralmente? Le opinioni umanitarie e filantropiche del sig. Orazio 
sono abbastanza singolari !— E non si direbbe che arda in lui un odio 
di partito, e che una specie di parossismo politico lo trasporti, a con- 
siderare quell'altra sua fTBBe;che cerio non era stato per lui, se ali* ora 
che faceva^ Vienna e Roma non si trovavano ridotte in cenere ? — I 
Viennesi ed i Romani non saranno, v'è da credere, molto grati al 
sig. Guerrazzi di questa furibonda aspirazione posta in bocca al suo 
Orazio, la quale tanto meno doveva attendersi da un autore eminente, 
che non ha certamente mestieri, come Erostrato, di farsi campione 
e propugnatore di cotanta distruzione, per tramandare il suo nome 
ai posteri. 

— Che diremo delle sue opinioni sui giornali?... Convien credere 
che ne abbia avuto de' fastidii ben scrii ; altrimenti si sarebbe forse 
astenuto dal darne la seguente definizione, che quantunque orato- 
riamente bella ed eloquente, ci sembra eccentrica anzi che no. 
« Dio volendo punire la razzaccia umana, rovesciò sulla terra i gior- 
« nalì ; se n'eccettui taluno, ma raro, tutti gli altri detta l'ignoranza, 
«la presunzione scrive, la fame compone, la calimnia ne rivede le 
« bozze, l'ambizione stende l'inchiostro su le pagine, la cupidità 
€ stringe il torchio, la infamia vende». Il giornalista, secondo lui, 
i il sicario dei tempi civili! Sarebbe mai anche codesto un terzo ;>o^, 
dopo il gesnitay ed il gendarme f 



372 BIVISTA CONTEMPORANEA 

— Sie8:ue un opinamento politico, ed è il giudizio dell'autore 
sulla parte presa dagritaliani nella guerra di Crimea, lo che prova 
quanto già dicemmo, che le divagazioni, gli extra formam del Buco 
nel muro sono assai frequenti ed illimitati. Egli disapprova altamente 
quella nostra partecipazione alla guerra d'Oriente, e si pone a dirit- 
tura in contraddizione a quanto ne hanno detto tutti gli uomini po- 
sitivi d'Europa, i quali in quella lega del Piemonte colle potenze 
occidentali ravvisarono una bellissima evoluzione politica per pro- 
cacciare all'Italia il seggio che ora tiene nel consiglio delle grandi 
nazioni. — Se i giornalisti sono bistrattati, ne andranno almeno il- 
lesi gli stampatori ! Oh no, che ce n'ò anche per essi, e d'avanzo ! — 
Niente meno che lo stampatore, a giudizio di Marcello, (Gap. é"") 
« merita guaterò volte o seiy aibhorrimenti piò, del tira/nnol impeicioeehè 

< mentre questi è padrone del corpo soltanto, quegli, vilissimo schiavo, 

< si affatica a imbestialire le anime ». E come? e Col pubblicare opere 
« di tutti i generi, per V avidità d'intascare moneta. Con la medesima 
« coscienza, o piuttosto con la stessa sfrontatezza, l'editore ti stam- 
« perà l'Aretino e S. Tommaso, la Imitazione di Cristo e le Novelle 
« dell'abate Casti, l'Avviso dello Stato d'Assedio, bandito dai Te- 
«deschi sulla Lombardia, una Sentenza del Consiglio di guerra, 
« un'Invito Sacro, un Sonetto per ballerina ; in una parola, prima 
« ti stampano le opere che servono come d'introduzione al delitto, e 
«poi per riscontro, ti stampano il Codice Penale, che lo punisce». 
Gli stampatori adunque non dovrebbero pubblicare che alcune specie 
di opere (forse quelle che sono in grazia di Marcello) ed allora 
soltanto diverrebbero fiori di galantuomini ! Resterebbe a sapersi se 
furono lodevoli, o rei, quando stamparono certe pagine del signor 
Guerrazzi ! -^ Ma non merita la pena d'insistere su ciò, perchè l'au- 
tore ci potrebbe dire, che Marcello è uno scapataccio, il quale quando 
parla dà sovente in bazzecole. 

Proseguiamo pertanto. — Eccoti un'ultima e più fiwa filippica 
contro i preti, e questa era d'aspettarsela. — Chi non può esser tac- 
ciato di soverchia tenerezza pel clericume , a cui deve una lunga 
persecuzione, la perdita delle sostanze, e l'esilio dalla patria, gode 
almeno il diritto di essere creduto imparziale, se apertamente parla 
in siffatto argomento. Diciamo adunque, che il dialogo tra Marcello e 
il parroco, il quale mercanteggia vilmente su tutte le operazioni del 
suo ministero, in occasione del trasporto del cadavere di Alberto, è di 
calzante effetto e contiene certamente circostanze in più incontri ver- 
gognosamente avveratesi, ma sosteniamo pure, che quello slancio anti- 
clericale, introdotto a quel modo nel racconto, ci sembra eccessivo ed 
ingiusto. Tutti i parrochi sono forse altrettali di quello, in cui s'imbattè 
Marcello? E se no, perchè ideare, e porre innanzi un cosi brutto 



PBNSIBKI SUL ROMANZO INTIMO ITALIANO 373 

tipo, non come eccezione, ma come esempio, infamando in tal guisa 
tutta la classe? Egli è un'eccesso, da cui nulla può guadagnare il 
morale dei più, ed una vera ingiustizia, come se di qualche soldato 
briaco, insubordinato, e vile, si volesse farne un modello per deni- 
grare tutto un esercito. Manzoni nel parroco Don Abbondio ha de- 
scritto un buon prete, e Vittor Hugo nel vescovo Myriel ci ha dato un 
eroe. Dal rapido esame generale del Buco nel muroj passando alle sin- 
gole parti di esso racconto resta ad ammirare il molto bello che vi è 
diffuso. Caratteri singolari, e maestrevolmente descritti vi campeg- 
giano, principalmente quello del filosofo stravagante, ma pur benefico 
ed amoroso, Orazio, indi l'altro del vivace e sensibile Marcello, e quelli 
della buona e casalinga Betta , dell'aspro ed avido Omobono, della 
dolce e virtuosa Isabella. — Non potrebbero essere disegnati con più 
verità i quadri domestici, né con più bei colori dipinti i riscontri co- 
mici, piccanti, affettuosi tra lo zio Orazio, ed il nipote Marcello, tra 
Orazio e la vecchia fantesca. Dicasi altrettanto delle scene sociali. 
Felice, rivale di Marcello nell'amore d'Isabella (Cap. 6^), che cono- 
scendo di non essere amato , cede il campo e si ritira , mediante 
una spiritosa e comica lettera; Isabella e Marcello che ingenuamente 
amoreggiano di qua e di là dal buco nel muro; Omobono che ri- 
fiuta duramente ad Orazio la mano di sua figlia, e poi l'accorda, 
purché senza dote, non sono gruppi e dialoghi ricchi di originalità, 
di brio, di grazia e di effetto? — Fra i brani filosofico-politico -morali 
ve n'ha due splendidissimi di acume e novità. Il primo al Cap. 4*, 
in cui l'autore immagina e descrive con peregrini pensieri la vita 
e miracoli del romanzo. Il secondo al Cap. 5**, nel quale con idea 
originalissima finge che Marcello, non avendo più in tasca che otto 
marenghi, ciascuno di epoca diversa, cioè un Napoleone I, un 
Luigi XVIII, un Carlo X, un Luigi Filippo, una Repubblica, un 
Carlo Alberto, un Vittorio Emanuele, un Napoleone III, si dà a con- 
templarli, e nella sua meditazione cava da quelle monete quasi dei 
responsi; con siffatto spiritoso mezzo l'autore giunge a definire in 
brevi parole, e con storica verità, e sagace accorgimento le vicende 
di quei regnanti e di quell'epoche. — Quanto alla commozione degli 
affetti, ci pareva poco adoperata dall'autore mentre leggevamo il 
suo racconto, ma egli gradevolmente ci sorprese all'S" Capitolo, 
ch'é l'ultimo. Cogliendo il destro del felice mutamento di Omobono, 
il quale perdona, ed accorre presso la figliuola Isabella, nell'ora 
del battesimo del neonato nipote, cui vuole imposto il proprio nome, 
l'egregio scrittore porge una conclusione scritta con tanto magistero 
d'arte e riboccante d'incidenti ed affetti cosi dolci, che non si può 
leggerla senza palpito. 

— Quale il riassunto di tutto ciò? Se il racconto del sig. Guer 



374 BinSTA OONTBICPOBANBA 

razzi può andar soggetto a qualche censura, (ove in ciò non per 
mala volontà, ma per solo errore di buon giudicio non ci fossimo 
male apposti,) egli è ricco di pregi non comuni, e sopratutto, amiamo 
ripeterlo, di quella lingua eletta, e di quel forbito stile, che nella 
loro magia, (come avviene di osservare anche in molti scrittori del 
miglior secolo) giungono in certo qual modo a rendere non solo 
piacevoli le idee comuni e le frivole narrazioni, ma anche tollera- 
bili gli strani concetti, e perfino i sofismi e gli assurdi, nel modo 
istesso'che una veste elegante ed un velo con vago artificio disposto, 
ci fanno spesso parere aggraziata la persona e leggiadro il volto 
di donna, che non sia né bella, nò fiorente. — 

Cosi compiuto il ragionamento, ovvero esame critico, che ci era- 
vamo proposto sui varii scrittori nostrali di romanzi contemporanei, 
ed in cui ponemmo quella maggiore indipendenza e schiettezza, che 
per noi si poteva, senza scompagnarla dalla più rigorosa imparzia- 
lità e debita moderazione, ne sorge la confortante certezza che l'I- 
talia, sempre feconda di eletti cultori in tutti i rami dello scibile, 
può anche annoverare varii ingegnai, i quali dedicatisi al romanzo 
intimo, fecero g^ià bella prova di sé. Nullameno è pur duopo con- 
venire, non volendo illuderci, che se varii han tentato lodevolmente 
il difficile arringo, ninno per anco seppe creare in codesto genere 
un romanzo, che racchiuda tutte le grandi qualità volute^ non dirò 
per superare, ma per emulare quanto Alessandro Manzoni seppe fare 
nel genere isterico. Il signor Giulio Carcano, e qualchedun altro di 
quelli che citammo, sono giunti, a dir vero, fin presso alla meta, 
e negli scritti loro v'è moltissimo da ammirare, ben poco a ridire. 
Ma considerando in genere, troviamo in alcuno lusso di erudizione 
e di filosofia, e persino di politica, ma povertà di favola e d'intreccio; 
in altro vedi brillare il genere descrittivo, e l'arte d* intrecciare, ma 
ti par futile e sconveniente il soggetto : qui un'eccesso di romanti- 
cismo nelle passioni, là una sterilità di affetti; quando una somma 
tendenza alla satira, senza troppa cura della morale e dell' utile, quando 
il paradosso di farsi immorali per giovare alla moralità ; dove la 
lingua è pura, ed egregio lo stile, discopri talvolta idee eccentriche 
o casi inverosimili e strani, o misero intreccio, o fredde passioni ; 
dove poi la invenzione sarebbe fervida, gli affetti bene sviluppati, 
le avventure importanti, ti offenderà forse la lingua non eletta, e 
talvolta disadorna, per non dire di peggio, oppure lo stile improprio, 
* perchè nel bel mezzo delle locuzioni e dialoghi famigliari, udrai le 
frasi di un perfetto lirismo. — Che dovremo concludere? Che il già 
fatto ci è arra dell'avvenire. Al compiersi della nostra unità nazio- 
nale, nella quale abbiamo pienissima fede, dovrà succedere tal calma 
negli spiriti, che permetta agli scrittori italiani di darsi tranquilla- 



PBNSIBBI SUL ROMANZO INTIMO ITALIANO 375 

mente agli studii letterari!, e noi speriamo che da questa terra di 
vivi sorgerà una mente eletta per descrivere senza idee preconcette, 
senza odii, senza secondi fini, la nostra società vivente qual ella è 
ili oggi, come Manzoni seppe mostrarla nel suo più splendido e più 
vero passato. Infrattanto né lo spettacolo del movimento nazionale, 
né la tempesta delle passioni politiche, né il rumore delle armi che 
dalle Alpi ai due mari si apprestano, debbono trattenere le penne 
di coloro, che sono posti in condizione di dedicarsi alla letteratura. 
Pensino gli scrittori, che anche da questo lato si può far onore al- 
l'arte, ed arrecare insieme immenso giovamento alla causa pubblica. 
— Le opere letterarie esercitano una potente influenza sulla società 
civile, e se é bello allietare, commovere, ammonire gli uomini cogli 
esempii dei gentili costumi, dei generosi propositi, e delle prave a- 
zioni , santa impresa é pur quella di risuscitare le virtù, se spente 
fossero, o di avvalorarle, se languenti. A ciò contribuisce in modo 
ineffabile il buon romanzo intimo, perocché esso scorre nelle mani 
dei più, ed in tutte le classi. 

Luiai Dasti. 



376 



DEGLI ISTITUTI TECNICI 

E PARTICOLARMENTR 

DELLA SEZIONE AGRICOLA NEI MEDESIMI 



LETTERA AL COMMENDATORE KOTTA 

Prefello della città e provincia di Reggio nell' Emilia, e Senatore del Regno 



Onorevole Signore 



Tn cerlain enseoible de notions théorìques 
et praliques dolvent faire la base de Tensei- 
gnemeol agricole. 

La base de TenseigDement est la pralique 
mais la pralique intelligente, éclairée par des 
notions d'une théorie sinopie et positive. 

Lffotir, 

Reggio 3 novembre 1862 



È un bisogno nato col mio cuore quello di mostrarmi grato rive- 
rentemente a coloro che mi furono cortesi e benigni, e mi trovo con- 
tento di me medesimo allorquando mi si permette attestare pubbli- 
camente tali sentimenti. Ogniqualvolta ebbi l'onore d'incontrarmi 
colla S. V. ebbi la. compiacenza di sentire dalle di lei parole appro- 
vate le mie povere fatiche rapporto ai desideri! che ho manifestato 
per il miglioramento della Pubblica Istruzione ; e quantunque sia 
certo, che gli incoraggiamenti de' quali mi fu benevola la S. V. par- 
tano più dalla bontà del di lei cuore, che dal merito che possono 
avere per sé quelle cosucce, non ho sentito meno la gratitudine per 
ciò; e a farle conoscere quanto mi fossero grati i di lei sentimenti, 
mi prendo la libertà di offerirle questo nuovo lavoro. Ed il faccio 
con tanto più di coraggio, in quanto che vo pensando che la S. V. 
chiamata dalla fiducia del Re a reggere questa eletta parte della 
nazione, e destinata eziandio a presiedere alle cose della Istruzione 
pubblica della Provincia, coll'autorità di cui meritamente gode, 



DBCJLI ISTITUTI TBONICI 377 

potrà, giudicando sane le mie idèe, farle prevalere presso chi può, 
che sostenute dalla di lei efficace ed autorevole parola prenderanno 
certamente un peso che non hanno espresse da me. 

Il Governo Provvisorio del Dittatore Farini, quasi a compenso 
delle scuole Universitarie che abolivansi in questa città, decretava 
un Istituto Agrario. Accaduta l'annessione felicemente; le cose an- 
daron per le lunghe, ed oggi soltanto è data la ferma speranza di 
veder attuato quanto fu in altri tempi stabilito. Senonchè uniformando 
ristituto a quelli che erano già comandati dalla Legge Casati, sembra 
vogliasi trascurare la parte Agronomica. A me pare questa risolu- 
zione non molto giusta, e non ho difficoltà a farne pubbliche le ra- 
gioni che in tal parere mi conducono. Voglia la S. V. Ili» aver la 
bontà di ponderarle, e vegga se io m'inganno, o sono nel vero. 

Il Decreto Regio che trasferiva dalla dipendenza del Ministero 
del Pubblico Insegnamento a quello di Agricoltura gl'Istituti Tec- 
nici, trovò, eziandio nel Parlamento, molti che lo criticarono acer- 
bamente. Per me, uso a giudicar delle cose le quali non siano intrin- 
secamente cattive, dai loro buoni o tristi effetti, non mi allarmai, 
anzi vi feci plauso, quando in ispecie vidi alla Direzione ammini- 
strativa degli stessi, uomini, quaU il cav. Serra ed il prof. Paniz- 
zardi, che dall'attività loro mi riprometteva un gran bene. Né le 
previsioni liete furono deluse : alcuni Istituti Tecnici da lungo tempo 
decretati, e che non ebbero la forza di sbucciare fino a tanto che 
rimasero fra le mani di queglino che presiedeano al pubblico inse- 
gnamento, ebbero vita e favore immediatamente, e maggiori inco- 
raggiamenti va ad assumere l'Istruzione Tecnica superiore, adesso 
che altri diciotto stabilimenti congeneri stanno per attuarsi. 

Lascio perciò il carico di criticare* il Decreto, e di esaminare se 
stia uelle rigorose deduzioni logiche che trar si possono dalla Legge, 
a coloro che vorriano cangiare le conseguenze delle leggi stesse in 
una passiva obbedienza eguale al moto che una ruota dentata può 
imprimere ad una leva, e porgo i miei rallegramenti a tutti coloro 
che coadiuvano in tale bisogna il Ministro di Agricoltura e Com- 
mercio, per le cure prodigate ultimamente a svegliare l'attività di 
questi studii. Ogni uomo onesto farà plauso, son certo, con me 
alle cure che per la tecnica istruzione prodiga il Pepoli, e la di 
lui memoria passerà per questo cara e venerata alle generazioni 
future. 

Soltanto pare a me che fino ad ora, e il dissi dapprima, la parte 
dell'Istruzione Tecnica che si riferisce all'Arte Agricola, sia curata 
ben poco. Se debbo credere a qualche giornale, mentre si curano le 
sezioni fisico-matematica o commerciale, si è nel pensiero di soppri- 
mere le altre due. Quanto alla sezione Chimica convengo che forse 



378 BIVISTA. OONTBMPOBANBA 

Oggi è prematura, e con qualche modificazione potrebbesi fondere 
colla commerciale, ma non trovo giusto il concetto della soppressione 
della sezione agronomica. La ragione più forte che se ne adduce sa- 
rebbe la totale mancanza di concorrenti a questa sezione negl'Isti- 
tuti collocati in città secondarie. 

È vizio della nostra età che il numero, la statistica malintesa 
tenti sempre di uccidere ogni idea generosa, né posso persuadermi 
che gli Italiani, i quali di fiorente non hanno che l'industria agri- 
cola, poco si curino d'addottrinarsi nelle scienze che conducono ad 
una pratica razionale della medesima. La mancanza totale di alunni 
io l'attribuisco piuttosto ad altra cagione, che deduco dalle condi- 
zioni peculiari delle nostre Provincie, ed al mal ordinamento della 
sezione Agronomica negl'Istituti. Che io sia nella ragione, cercherò 
di provarlo. 

In ogni ordinamento di un ramo d'istruzione bisogna conside- 
rare se i mezzi indicati siano valevoU logicamente a conseguire un 
fine determinato. Se questi non vi corrispondono, necessariamente 
ben pochi vorranno ricorrere ai medesimi. E che io sia nel vero me 
ne persuado se considero la costituzione della società qual è nelle 
nostre Provincie. 

I capi di famiglia i quali si propongano l'istruzione de' loro di* 
pendenti pel solo ed unico scopo che li vogliono istruiti, si possono 
contar sulle dita. E questo non nasce già dalla corta loro veduta, 
ma dalla condizione sociale in cui versano, che le famiglie le quali 
non sentano il bisogno di aggiungere alle private loro risorse quelle 
che vi aggiunge l'Istruzione non sono numerose. Da ciò la neces- 
sità che gli alunni uscenti da un qualunque Istituto scientifico siano 
in posizione di esercitare un'arte liberale, vadano muniti d'un di- 
ploma, che valga a collocarli in condizione di poter aspirare quando 
che sia ad un impiego pubblico o privato, od a prestare l'opera loro 
nelle molteplici necessità, create dall'esercizio delle arti industriali 
od agricole, e posseggano un grado accademico nella società. 

La sezione Agronomica qual è costituita attualmente, non rag- 
giunge questo scopo. Tutto al più può darci dei fattori od agenti 
di campagna. Ebbene di questi, per la molta divisione cui è ridotta 
la proprietà, non se ne abbisog^^a che di piccolo numero, e la mag- 
gior parte dei grossi possidenti, classe poco numerosa, se è costretta 
dalla necessità ad invocare aiuto, si contentt che la persona di con- 
fidenza eletta sappia i primi elementi del conteggio, e segnare a pie 
di una scritta, in modo abbastanza informe, il proprio nome, l^li 
sono ingenuamente le condizioni presenti della società nostra, e sarà 
ben difficile il cambiarle all'attuale generazione. Io vidi a capo di 
una delle aziende d'uno stabilimento de' più ricchi e meglio condotti 



DJMHJ ISTITUTI TECNICI 879 

nella Penisola (il Collegio Alberoni) tre o quattro agenti secondarii, 
che sotto la direzione di un frate lazzarista onestissimo ed avveduto, 
regolavano la loro amministrazione coll'aiuto della memoria, e di 
alcuni pezzetti di legno, da essi chiamati tessere^ sui quali notavano, 
facendo un segno convenzionale, il dare e Tavere d'ogni lavoratore 
di terra, il latte della fabbrica de* formaggi, ed altre cose, e a dir 
vero senza gravissimi inconvenienti. Almeno e principali e dipen- 
denti se ne chiamavano contenti. La spesa del mantenimento di tali 
agenti era minima, e pagata quasi totalmente con oggetti in natura. 
Ora si provi taluno a persuadere costoro di eleggere un fattore che 
siasi fatto miope per la troppa lettura di libri, che abbia consunti 
i più bei giorni della propria vita sui panchi delle scuole, e diman- 
disi per questo un compenso equo, rapporto alle fatiche incontrate 
pel fine di giungere al posto che vorrebbe occupare. Senza tante 
cerimonie si sentirà rispondere che la cosa cammina bene come va, 
che non si amano innovazioni pericolose, e che fra queste la meno 
attingibile sarebbe di aumentare la spesa per stipendiare un agente 
che al termine poi sarebbe meno d'ogni altro adatto a compiere il 
proprio mandato. Questi son fatti, onorevole sig. Prefetto ; son fatti, 
contro cui si vorrebbe inutilmente lottare. La ragione rimarrebbe 
sempre dal lato del più forte, e l'inerzia che opporrebbe a tutte le 
premure sarebbe un'insormontabile ostacolo ad ogni desiderio di 
riforma. Arrogisi che i giovani educati nelle città, difficilmente si 
inducono ad abbandonarle, se non è la tnde ntadafameSj per girsene 
ad abitar le campagne, tanto più se colà non eserciteranno che la 
umile professione di sorvegliante ai lavori campestri, cosa che loro 
non può produrre almeno dapprincipio, che disgusti e disinganni, 
per trovarsi esposti ad una lotta continua con i contadini, rifiutantisi 
mai sempre a gagliardemente cooperare chiunque voglia introdurre 
la minima miglioria, e ripaganti cogli scherni, se un tentativo o 
per intemperie od altro motivo indipendente dalla volontà umana va 
a male, nò risparmianti nemmeno le insolenze, se diasi il caso che 
nella rendita abbiano qualche interesse. 

Descrivendo con tutta la possibile ingenuità le condizioni sociali 
delle nostre Provincie, almeno osservate dal punto di vista che mi 
permette Tesperienza oramai di quasi due lustri, intendo di far ca- 
pace la S. V. e chi mi leggerà, del perchè non si trovino concor- 
renti alla sezione Agronomica di un Istituto. La gioventù non vi 
si applica, perchè non vede in essa un'avvenire, per quanto umile 
Io desideri ; ecco quanto, e questo perchè le scienze alle quali debbe 
applicarsi in tal corso scolastico, non sono abbastanza esplicate, da 
valere a formare degli uomini, che possano rivolgersi ad altro par- 
tito, qualora manchi un modo di occuparsi in rurali aziende. 



380 RIVISTA OONTBMPOBANBA 

E la V. S. converrà con me quando prenda in esame i ministe- 
riali programmi, e vegga di quali cognizioni incomplete sia fatto 
adomo colui che segua il corso determinato nella sezione Agricola 
dai Regolamenti. 

Un po' di letteratura mista alla geografia e storia, con un pro- 
gramma cotanto mal definito, che delle seconde dovendosi occupare 
rinsegnante unitamente alla prima, e soltanto un'ora per giorno, 
dovrà dare nozioni affatto incomplete ; tanto più , che. la parte sto- 
rica prende tale estensione d% lasciare assoluto il dubbio che nes- 
suno possa esaurirla con qualche profitto. I programmi poi della 
fisica e delle altre scienze naturali sono essi pure assai difettosi, 
giacché per la fisica generale non si ha che appena un cenno di 
tutto quello che si riferisce alla teorica delle macchine, od ai dettami 
della Idraulica ; per la Chimica si è troppo esteso, che difficilmente 
le teoriche recenti sulla costituzione molecolare degli alcooli mono- 
atomici e poliatomici, importeranno gran fatto all'agronomo, il quale 
preferirà son certo più che la conoscenza degli omologhi del Gerar- 
dih, de' radicali del Liebig, quella delle proposizioni fondamentali 
della parte geologica, botanica e zoologica, che meglio si attagliano 
a condurlo nel ponderare i rapporti che queste ultime scienze hanno 
colla costituzione dei terreni , le piante che crescono in essi, e gli 
animali, che sono la base fondamentale d'ogni sistema di Agricoltura 
razionale. 

E mentre lo scolare è costretto a tramandare alla memoria una 
lunga serie di nomi chimici, non si mette poi in istato di conoscere 
adequatamente gli elementi dell'Agrimensura; giacché è vero bensì 
che ad essa si serbò un cantuccio nell'ultimo semestre del corso, ma 
non so in qual maniera potrà essere insegnata a lui che non possiede 
gli elementi della geometria solida, e della trigonometria, i quali non 
trovo nei programmi per le scuole tecniche, eppur mi sembrano fuor 
di dubbio indispensabili. 

Ammesso adunque che i programmi dell'insegnamento, e la di- 
stribuzione delle materie siano fatti con poco di ragionevolezza, nasce 
il desiderio di far ricerca del modo con cui si possono introdurre le 
riforme giudicate indispensabili. È quello che ora mi accingo di fare 
sottomettendo all'illuminata di lei mente le idee mìe, e questo con 
quella libertà di pensiero che la S. V. sa essere abituale in me, e 
che le riesce tanto gradita. 

E prima di tutto a che servir debbono gl'Istituti tecnici? È la 
domanda che viene naturalmente innanzi ad ogni altra. A questo 
mi pare si possa rispondere colla legge alla mano: — Sono stabi- 
limenti che si destinano a coadiuvare l'Agricoltura e l'Industria. — 
Tali sono le parole della legge, che mi sembrano a dir vero suffl- 



DEGLI ISTITUTI TECNICI 381 

cìentemente elastiche, ma dalle quali tuttavia credo non andar lungi 
dal vero se li definisco — Stabilimenti nei quali si addottrinano i 
giovani, dimostrando quanto Io sviluppo delle scienze applicate pos- 
sano coadiuvarci per far progredire l'Agricoltura e l'Industria, e 
mettano la presente generazione nella condizione di esercitarle con- 
venientemente. 

Partendo da tale premessa io verrò succintamente esaminando : 
P Quali siano le scuole da istituirsi, e se bastano quelle che 
vengono indicate dal Regt)lamento. 

2"" Di quali materiali debbono essere ricche le scuole suddette. 
3"" Quali miglioramenti potranno introdursi con tale istituzione 
nell'arte agricola, e se basterà essa a farvelo penetrare, ed a m^m- 
tenervele. 

Se si volesse ottenere della gioventù che poi si dedicasse unica- 
mente all'esercizio dell'arte di coltivare i campi, dal più al meno le 
cattedre volute dal Regolamento basterebbero fino ad un eerto punto: 
forse vi s'insegna troppo, e poco, ma come dissi, il creare la razza 
di puri agricoltori è difficile fra noi. In tal caso poi assai meglio 
ragionato troverei il piano degli studii seguito nelle scuole cultu- 
rali fhmcesi di Grand- Juan, della Sulsaje e di Orignon, ed in quella 
che su tal modello comandavasi dal Toscano Governo Provvisorio 
nei contomi di Firenze da quell'ottimo e valente Agronomo, di lei 
collega nel Senato, marchese Cosimo Ridolfi. Ma le prime scuole 
ci creano de' capi operai, de' fattori ecc., e per questo oltre al lavoro 
mentale, aggiungono eziandio il manuale; la scuola toscana è orga- 
nizzata al solo fine di prestare ai molti, che in quella civilissima 
città convengono , le cognizioni fondamentali dell'agricoltura , ed 
amano di seguire dei corsi liberi, e di perfezionare le cognizioni da 
essi acquisite nelle scuole secondarie, senza verun bisogno di pren- 
dere gradi accademici. 

Esse adunque si allontanano dallo scopo che dovrebbe avere un 
Istituto Tecnico per corrispondere ai Ueogni locali delle Provincie. (Re- 
golamento 19 settembre 1860, art. 15). Tuttavia non sarà fuor di 
luogo il notare come le scuole culturali francesi siano organizzate 
per formarcene un'idea abbastanza adequata. Prendo quale esempio 
quella di Grignon, come la più lodata. Noi vi troviamo dapprima 
una scuola di agricoltura generale, in cui dopo aver trattato della 
maniera di ridurre il terreno da incolto a coltivabile, aiutandosi del!e 
concimazioni e dei lavori, si passa a descrivere la coltura delle piante 
speciali. Questa Cattedra è la base dell'Istituto. Col nome di scuola 
del Genio Agricola viene una seconda, nella quale l'Insegnante dà 
i precetti della meccanica e della costruzione delle macchine, poi 
della geometria descrittiva e della geodesia. Quindi gli alunni sotto 



382 RITI8TA CONTBlfPOBANBA 

la direzione di un nuovo professore apprendono la Chimica Agraria 
unita alla Generale, alla Fisica meteorologica, ed a quella parte 
della Geologia che si connette strettamente alVIndustria dei campi. 
V ha eziandio un'insegnamento di zootecnia, ed uno di botanica 
generale, col primo de' quali si danno anche le norme mediche ed 
igieniche per la cura del bestiame, e nella seconda si insegnano i 
precetti per la coltivazione delle piante di alto fusto, da boschi e da 
pometo. Finalmente un'ultimo insegnante dà ivi lezione di Economia 
pubblica e di legislazione, nei suoi rapporti coli' Agronomia. Tale è 
in compendio il corso che i giovani addetti alla scuola di Orignon 
seguono per tre anni, e de' cui fhitti ignoro se la Francia abbia 
grandemente da lodarsene. 

Quello che fa per noi si è che la logica facilmente ci dimostra 
essere assai meglio intesa la distribuzione e la qualità delle materie 
scientifiche, nelle quali in Francia si vogliono istruiti coloro che 
amano dedicarsi all'esercizio dell'Agronomia, giacché uscendo da tali 
scuole, sapranno almeno ad un bisogno applicare la scienza appresa 
nella scuola, o alla livellazione di un terreno, od a prestare oppor- 
tunamente un rimedio, se qualche disgraziato accidente fosse occorso 
al bestiame in un podere. E questo mio pensiero viene poi piena- 
mente confermato dalla circostanza, nella mia opinione di grandis- 
simo peso, che unita alla teoria va ognora in quelle scuole congiunta 
la pratica, e gli alunni congregati in convitto, lungi dal rumore 
delle popolose città, e nella quiete de' campi, si esercitano, occor- 
rendo, anche manualmente sui poderi uniti alla scuola, in quelle 
pratiche, il conoscer le quali è più essenziale. 

Gli alunni dell'Istituto Tecnico, voluto come la legge Casati co- 
manda, usciranno inverniciati, ed eziandio se vuoisi profondi abba- 
stanza nelle cog^^izioni de' fenomeni fisici dell'elettricità e del ma- 
gnetismo, potranno schiarirvi la teorica delle ammoniache copulate 
dell'Hoffmann e del Wurtz, ma Dio ne guardi dal chieder loro l'a- 
nalisi di un terreno, dal cercare un consiglio in caso di timpanitide, 
dal dimandare la loro direzione per livellare un terreno. non lo 
sapranno o sapendolo teoricamente, saranno altrettanti pulcini nella 
stoppa quando si tratterà di mettere in pratica gl'insegnamenti im- 
parati nelle scuole. 

Aggiunga un altro inconveniente. La debolezza umana che farà 
credere all'alunno uscito dall'Istituto, e novizzo nell'arte agricola, 
di saperne e£Eettivamente più d'oggi vecchio pratico, lo indurrà a 
trattar i contadini d'alto in basso, o con quel tuono mezzo compas- 
sionevole e mezzo sprezzante, che eccita sempre in cattivo senso 
l'amor proprio d'ogni benché rozzo individuo, che se ne vendicherà, 
ripagandolo a misura di carbone, colla disobbedienza, col rifiutarsi 



DBéLI ISTITUTI TBCNICI 383 

a mettere in pratica ogni di lui suggrerimento, e gittandogli dietro 
le spalle lo spregio ed il ridicolo. Guai poi se Talunno uscisse dal 
ceto campagnuolo ; sarebbe una calamità ; perchè uno de' casi che 
io cito, basterebbe a togliere la volontà d*istruire i proprii figli ad 
ogni flttabile e ad ogni fattore che bramasse i suoi discendenti 
istruiti, affinchè pell*avvenire seguitassero nell'esercizio dell'arte 
paterna. 

Per tutte queste ragioni a me pare doversi in altra maniera re- 
golare il compito degli alunni. E primieramente veggo la necessità 
di prolungare gli anni di corso, e da due ridurlo a tre. Cosi opera- 
rono i Milanesi, e molto lodevolmente. In secondo luogo è necessario 
farli accudire a studii sommamente applicativi. Per questo devonsi 
evitare tutte le verità astratte la cui enunciazione non si riconosca 
assolutamente indispensabile, e concretare con esempii ogni dettame 
di scienza. 

Qiundi il professore di meccanica, ad esempio, nelle dimostrazioni 
vorrei che si valesse, per quanto è permesso, dei numeri a prefe- 
renza delle cifre algebriche, e quelli di fisica e chimica non si in- 
golfìassero nelle teoriche, ma limitassero i loro sforzi a dimostrare 
con chiarezza e precisione quanto la teorica e la pratica vadano con- 
giunte, e come la spieg^ione de* fenomeni e la loro riduzione a 
leggìi generali, non appaghi soltanto una lodevole curiosità, ma 
sia strada a migliorare le pratiche antiche, e ad introdurne delle 
nuove che aumentino la produzione, diminuendo in egual proporzione 
le spese. 

Certo sarà questa una grave difficoltà per gli insegnanti, i quali 
molte volte saranno perciò costretti ad allungarsi in operazioni arit- 
metiche complicatissime, mentre pochi segni algebrici sarebbero ba- 
stanti, e dovran ricorrere a circonlocuzioni lunghissime, che non 
presentando nitida Tidea principale, può distrarne gli uditori, e ren- 
dere alquanto oscura e slegata la pertrattazìone ; ma se negli 
apprendisti vi sarà amore e sete della scienza , essi che pur ne 
avranno sentito il bisogno, accompagneranno colla loro assiduità e 
diligenza gli incessanti sforzi del loro maestro, e termineranno col 
rendersi fiunigliari le verità scientifiche, le quali dapprima riuscivano 
maggiormente astruse. 

Opporranno alcuni alla massima che qui professo, la necessità 
di troppo allungarsi in dettagli, cosicché non rimarrà tempo suffi- 
ciente per esaurire i ministeriali programmi. Ebbene sia. Per me 
che sono dell'assoluto parere esser il meglio sapere poco, ma bene, 
che divido col conte di Cavour Tedio per la mezza scienza, preferirò 
sempre i giovani ammaestrati ne' principii generali della scienza, e 
nelle più prossimo applicazioni di questa , a coloro i quali come 



384 RIVISTA CONTEMPORANEA 

farfalle delibarono una moltitudine di fiori senza saperne trarre un 
succo nutritivo. Dai primi usciranno gli scienziati, che faranno poca 
pompa del loro sapere, ma chiamati ad insegnare, o ad esercitare 
una scienza risponderanno equamente alla confidenza che pone in 
loro la nazione; dai secondi avremo de' buoni a tener lieta una bri- 
gata, ad abbagliare gì* ignoranti, ma dai quali né la patria, nò la 
famiglia trarre saprà utile alcuno. 

E questo metodo, che a me apparisce il solo conveniente neirin- 
segnamento delle scienze tecnologiche, molte volte giunge ad inna- 
morare la gioventù di una scienza, quand'anche nel cominciare ne 
frequentino la scuola con svogliatezza, persuasi che alla fin fine non 
riesca loro di giovamento. Il mio pensiero fu confermato non ha 
guari dall'esperienza in un'occasione che capitò a me medesimo. Mi 
permetta la S. V. Ili» che io lo esponga, a conferma della sentenza 
poc'anzi accennata. 

Il Municipio di Forlì presentendo nel 1861 che per quell'anno 
scolastico non si sarebbe aperto l'Istituto tecnico, né volendo che la 
gioventù studiosa la quale avea cominciato il corso filosofico nella 
città si assentasse, per obbedire ai reclami dei genitori desiderosi di 
non allontanare i proprii figli in età troppo tenera, determinò di 
conservare per quell'annata scolastica il corso filosofico, e mi officiò 
affinchè dessi colà alcune lezioni di fisica. Accettai l'incombenza, ma 
sui primi momenti mi trovai ben imbarazzato, che degli alunni ben 
pochi aveano studiate le matematiche elementari, e se taluno ne 
avea frequentata la scuola, non era da sperare ne avesse approfittato, 
per la ragione che in quell'anno di trambusti era quasi impossibile 
lo esigere dagli studenti un po' di attenzione. Erano dunque quasi 
affatto digiuni delle cognizioni scientifiche, che pure aiutano Fin- 
segnante a compendiare in poche parole le proprie lezioni. Trovatomi 
in questa condizione, mi rimanevano da eleggere due strade: 
spiegare le cose alla meglio, e seguitar dritto il mio cammino, di- 
cendo in cuor mio l'adagio qui potest capere capiate o prendere la 
via assai più lunga ma sicura di arrivare al risultato, che avrebbero 
capito qualche cosa, colla scorta del metodo indicato più sopra. Fui 
veramente fortunato nell'avere giovani studiosissimi e di grande ca- 
pacità, fra i quali ne ricorderò sempre con amore due, Antonio 
Fratti ed Olindo Umiltà, che ora nell'Università Bolognese fan 
mostra di diligenza e d'ingegno non comune: ma per ognuno il 
linguaggio algebrico era quasi scrittura araba. Mi risolsi perciò 
di seguitare il metodo così concretato. Esposta la legge generale, 
discendeva a mo' di esempio ad un caso speciale, e lo traduceva in 
numeri aritmetici, ed allorquando il calcolo era steso sulla tavola, 
mostrava come sostituendo ai segni numerici il significato genera- 



DBOLI ISTITUTI TECNICI 385 

lissimo degli algebrici, si riuscisse alle forinole che vcDivano sugge- 
rite dagli autori. 

Ricordo che il primo giorno in cui presi ad insegnare in tale 
maniera, yidi sul volto de' miei uditori dispiegarsi dapprima un senso 
di sorpresa, e dirò anche di gratitudine per me, che si tradusse poi 
in ringraziamenti al termine della lezione. Fra gli altri uno che non 
avea voluto mai persuadersi del perchè, a lui, che intendea percor- 
rere la carriera giurìdica, si insegnassero le matematiche, venne a 
dirmi che in quell'ora sola era giunto a comprenderne l'utilità. 

Detto del metodo, veggiamo qual debba essere il fine dì tali studii. 

Credo fermamente che sia bene creare della Sezione agronomica 
una scuola per i periti geometri, che sappiano all'occorrenza rilevare 
un piano, delineare una mappa, e supplire in molti casi alla mancanza 
di ingegneri laureati/nelle transazioni fra i privati, nelle stime dei 
fondi rurali, ed anche nelle operazioni catastali di second'ordine, 
allorquando il Governo porrà mano alla creazione grandiosa e pur 
necessaria del gran libro fondiario. Cosi molte e molte famiglie di 
fortune ristrette potranno educare i loro figli tenendoseli presso, né 
dovranno incontrare sacrifizii, che talvolta le dissestano per sempre, 
ed oltre a ciò molti e molti si daranno all'esercizio dell'arte agricola, 
curando i proprii poderi, o gli altrui in qualità di fittabili o di 
agenti per grandi tenute, od anche potranno aspirare agli impieghi 
di verificatori dei pesi e misure, o ad altri secondarii del Governo, 
delle società private nelle cure delle ferrovie. 

Accennato al metodo da seguirsi nell'insegnamento, e che a me 
pare il migliore, ed al fine che si deve proporre, ne consegue natu- 
ralmente che debbansi necessariamente cangiare d'assai i programmi, 
ed in parte anche l'insegnamento cui vuoisi applicata la gioventù. 

Trovo giustissima l'idea di volere che l'alunno di qualsiasi isti- 
tuto applichi qualche ora allo studio della letteratura, che il saper 
bene la propria lingua e lo esprimersi con chiarezza, precisione e di- 
sinvoltura, debbe esigersi da chiunque non restringe le proprie co- 
gnizioni al non essere inalfabeta; e mi sembra ottimo lo studio della 
fisica e della chimica, come pure della storia naturale, ma non lodo 
affatto la distribuzione delle materie, e non mi piace che l'alunno 
uscente dalle scuole tecniche e preparantesi allo studio della geodesia 
trovisi digiuno affatto degli elementi di geometria solida, e di trigo-^ 
nometria, e della architettura pratica. Pare anzi a me necessario an-- 
cora lo studio degli elementi di pubblica economia, e della contabilità, 
nò sarei malcontento che di tanto in tanto il professore esercitasse 
i giovani in qualche studio etnografico sui dialetti italiani, la loro ori- 
gine, ed i loro ra{qporti più o meno vicini colla lingua madre. Eccole 
pertanto, Illustre Signore, in compendio quali sarebbero le scienze 
jmna e. -25 



386 RIVISTA CONTBMPOBANBA 

che proporrei di studiare ai Giovani che si dedicassero alla sezione 
agronomica negli Istituti. 

Classe dbllb Scibnzb positive. 

V Matematica elementare della Geometria solida e della Trigono- 
metria e loro applicazioni più speciali alla misura dei volumi e 
delle distanze. 

2*» Geodesia, Perizia ed Architettura rurale, preceduti dagli Elementi 
della Geometria descrittiva — Meccanica ed Idraulica agricole. 

3*» Fisica speciale destinata a dar un'idea dei fenomeni de' corpi im- 
ponderabili, e loro applicazioni alle arti industriali ed agricole, 
non che dei loro effetti meteorici e quindi delle indagini di cli- 
matologia per norma da istituire osservazioni meteorologiche. 

4** Botanica generale e speciale, che &ccia conoscere l'organismo 
fondamentale delle piante utili o nocive in agricoltura, e le va- 
rietà introdottevi nella coltivazione. Norme per la coltivazione 
delle piante arboree da frutto, e da innesto. Selvicoltura. 

5** Zootecnia generale, che dia una cognizione dell'organismo interno 
ed esterno dell'animale, e dell'anatomia e fisiologia degli ani- 
mali domestici. Studii comparativi che mettano sott'occhio allo 
studente le diverse razze degli animali domestici, o dei quali si 
desidera l'acclimazione, e dei metodi che condussero i più ce- 
lebri zootecnisti a creare le razze. 

6"* Chimica generale inorganica ed organica, alla quale si premet- 
teranno alcuni cenni di Geologia pratica, pei quali si possa dalla 
giacitura dei terreni dedurne, senza andar lungi dal vero, gli 
elementi ed i materiali che compongono le terre aratorie. 

Classb delle Scienze razionali. 

7*» Principii di letteratura italiana e regole dell'arte del comporre; 
Studii comparativi sui dialetti dei popoli italiani, loro origine 
ed avvicinamento maggiore o minore alla lingua madre. 

8" Storia comparata dei popoli, del loro sviluppo morale ed intel- 
lettuale, della loro preponderanza nella civiltà a norma del pro- 
gresso delle arti agrarie, e della loro decadenza al decadere di 
queste. 

9*» Contabilità ed Economia delle coltivazioni, e studii comparativi 
per raccogliere gli elementi onde istituire i calcoli necessarii a 
dimostrare nella rendita T utilità delle varie coltivazioni. 

10° Economia pubblica ne' suoi rapporti coli' Agricoltura e Legisla- 
zione rurale: Studii sulle leggi dei popoli antichi e moderni in 



DEGLI ISTITUTI TECNICI 387 

quel che riguardano l'arte di coltivare i campi, non che dei rap- 
porti che corrono fra il proprietario ed il colono, i contratti in 
uso nel paese, e loro razionalità. 

Faranno le meraviglie taluni che nel novero delle cattedre da 
istituirsi non siasi compresa quella dell'agricoltura generale o di 
Agronomia. Se però ci faremo a riflettere che in generale i corsi di 
agricoltura che si hanno alla stampa, cominciano con un trattatello 
di chimica agraria unito ad alcune nozioni di geologia e di mecca- 
nica, per venir poi a parlare della coltivazione delle piante speciali 
e terminare con alcuni cenni di zootecnia, e di albericoltura, dovremo 
convenire che tale scuola più che utile riuscirebbe di danno. Nel. 
fatto il corso di agricoltura generale fatto da un professore in vasto 
programma finirebbe col mettere assai facilmente, almeno per alcune 
vedute, ammettiamole pur secondarie fin che vogliasi, in contraddi- 
zione rinsegnante coi proprii colleghi, ed allora confusione nella 
mente degli allievi ed utilità nessuna nella scuola. D'altra parte il 
progredire del complesso delle scienze sono tali eziandio per tutto 
ciò che avvi di applicazione all'arte agronomica, che per aver chia- 
rezza e precisione nell'insegnamento sta bene le materie poc'anzi 
citate siano il più delle volte sviluppate nella loro interezza. Arrogi 
che lo stesso programma steso dal Ministero per questa parte di in- 
segnamento viene a darmi perfettamente ragione. Basta recarselo 
fra le mani per convincersene. Il primo capitolo è tutto quanto ri- 
ducibile a chimica agraria, né trovasi trattatello di questa che non 
accenni necessariamente alle proprietà generali fisico-chimiche dei 
terreni, alla loro formazione, ecc. e ciò si vede dal classico Ubro del 
Boussingault a tutti i di lui compendiatori. Dicasi così in gran parte 
per le materie del secondo capitolo fino al paragrafo 22. Da questo 
punto vi entra la meccanica e l'idraulica, e se tolgasi il primo ca- 
pitolo della seconda sezione che è tutto appartenente alla botanica, 
la parte meteorologica e climatologica toccherebbe alla fisica ed alla 
geografia. 

Il botanico potrebbe trattare tutte le materie indicate dai capi- 
toli 2 e 3 della seconda sezione, ed il zootecnista la rimanente unita- 
mente al chimico ed alFiusegnante la contabilità. 

Questo insegnamento medesimo non è d'altronde stimato gran 
cosa da chi stendeva il regolamento, che obbliga gli alunni i quali 
frequentano la sezione agronomica ad un solo anno di corso ; mentre 
chi stendeva i programmi divise le materie in due. Qui dunque o 
avvi contraddizione, o non si è stimato gran fatto utile la cosa. La 
prima ipotesi non è supponibile in chi dirigeva allora l'istruzione, è 
da ritenersi vera la seconda. 

Rapporto al materiale scientifico di cui dovrebbero andar ricche 



388 RIVISTA CONTBMPORANBA 

le scuole suaccennate, sarebbe necessariamente molteplicce, e per 
questo importerebbe non piccola spesa : se non che incontrandola a 
gradi si eviterebbe ogni aggravio alla provincia. Di più si danno 
certe categorie di dispendii, che fatte potrebbero riuscire di profitto 
alla scuola medesima. Pongasi il caso che la scuola di meccanica 
acquisti una trebbiatrice mossa da animali. Si sa che la spesa ascende 
presso a poco a 2500 franchi. Ma se questa macchina nella stagione 
opportuna si mettesse a disposizione degli agricoltori, che in quei 
momenti vengono pressati dai lavori, e ciò a fronte di un equo in- 
dennizzo , ben presto si vedrebbe rientrare il capitale , e potrebbe 
rendersi anche di profitto alla scuola in maniera da prestarsi coi 
proventi a far incetta di altre macchine meno dispendiose. Dite cosi 
de' spandifieno, de' rastrelli Howard, delle mietitrici, falciatrici e di 
altre macchine consimili, finora poco o nulla conoBciute nelle Pro- 
vincie dell'Emilia, ma che dovranno introdursi ad economia di tempo 
e di braccia, e se vuoisi che TÀgricoltura nostrale vada a collocarsi 
al pari di quella delle altre nazioni, che pur non furono favorite da 
cotanta dolcezza di clima e fecondità di terreno. Ma come dissi, la 
provincia non dovrebbe far acquisto di tali macchine altro che gra* 
datamente, sempre conservandone la proprietà. Quello che pel mo- 
mento interessa si è che il Grabinetto di meccanica vada provvisto dei 
modelli meglio adattati a dimostrare praticamente quanto siano ve- 
ridici i principii fondamentali della scienza in ordine alla costru- 
zione delle macchine inservienti all'agricoltura, e dei motori che vi 
si applicano. Per quanto possa il caso essere una buona guida in al* 
cune circostanze, e nelle mani di un osservatore oculato nelle scoperte, 
giammai nessun perfezionamento razionale sarà introdotto nelle mac- 
chine, se il perfezionatore non sìa condotto dalla assoluta cognizione 
de' principii scientifici ; ed è per questa ragione che come insisto 
nel chiedere che il cattedratico elimini tutto quello che avvi di tra- 
scendentale e di astruso nelle lezioni, altrettanto desidero che sì 
sforzi di dimostrare come la teoria consuoni colla pratica, ed istilli 
nella gioventù quello spirito osservatore, e quel principio di analisi 
per cui ogni perfezionamento non è che la deduzione strettamente 
logica ed essenziale dei dati generali sui quali stanno le fondamenta 
della scienza. Io vo altresì persuaso che possano riuscire di qualche 
utilità i modelli in piccola scala delle macchine semplici, sulle quali 
basano le cognizioni della meccanica, ma altrettanto giudico inutili 
anzi dannosi que' giocattoli da ragazzi che chiamansi modellini, se 
trattasi di utensili agricoli che vogliono essere giudicati praticamente 
utili, e de' quali vorrebbesi tentare l'applicazione nella provincia; e 
ciò per la ragione che non avvi terreno che non ricerchi negli uten- 
sili suddetti qualche modificazione più o meno importante a renderli 



DMLI ISTITUTI TECNICI 389 

gioTevoli non solo ma servibili. Così io vidi talvolta lodatissimo nei 
giornali qualche aratro od erpice che poi applicato nel terreno non 
corrispose né alle lodi, né all'aspettativa, e a confermare quanto si 
disse, citerò un fatto avvenuto sotto i miei occhi. 

Fu da un abilissimo meccanico introdotto pochi anni sono nel- 
l'Agro Piacentino l'aratro belgico. Benché per tutte le ragioni pre- 
feribile all'aratro che usasi colà comunemente, ed anche alle piede 
reggiane che cominciano a penetrarvi (intendiamo bene, per l'Agro 
di Piacenza) dopo alcuni tentativi fu abbandonato, che gli agronomi 
l'accusavano di avere troppo corto il versante. Bastò tuttavia una 
piccola appendice allo stesso versante per renderlo superiore non 
solo come dissi all'aratro comune di quel paese, ma per l'economia 
di tempo e forza di trazione alle piode istesse. 

Il Gabinetto di fisica andrebbe fornito di modelli adatti a dimo- 
strare quanto le arti progredissero coll'applicare le modificazioni su- 
bite dai corpi mediante gli imponderabili, e di strumenti meteoro- 
logici ad istituire osservazioni precise, affinché nascesse negli alunni 
la volontà di applicarsi alle osservazioni di questa pairte cotanto in- 
teressante per Tagricoltura. 

Se i Gabinetti di fisica e di meccanica sono da desiderarsi ricchi 
di apparati, non meno lo dovrà essere il Laboratorio chimico. La 
scienza chimica applicata all'agricoltura é sempre quasi nello stato 
d'infanzia, perchè l'applicazione della medesima presenta astrusissimi 
ed ardui problemi, e le teoriche le più stiipatee seducenti, meglio che 
sui fotti ben definiti, basano sopra ipotesi immaginose sostenute da 
esperimenti intrapresi fra le pareti di un laboratorio, e quindi non 
proporzionate all'uopo. Ne viene la necessità da questo di prestare al 
cattedratico tutti i mezzi che si stimano opportuni, non solo ad istruire 
i discenti, ina ancora per ricercarne, nei momenti non occupati dal- 
l'insegnamento, la soluzione de' problemi accennati. 

Così sarebbe desiderabile di veder copioso il Gabinetto di zootec- 
nia, specialmente perchè potesse mettere sott'occhio all'apprendista 
i tipi delle diverse razze, che vennero create dai più celebrati cul- 
tori degli animali utili all'agricoltura, cosicché alla voce dell'inse- 
gnante che chiarisca gli sforzi fatti dal Bakewel e dagli altri zootec- 
nisti possa aggiungersi la dimostrazione sensibile degli ottenuti 
effètti. Il raccogliere per conseguenza i tipi diversi delle razze, e 
produrli in iscale adattate a pienamente far conoscere come l'arte 
possa supplire e correggere la natura, è assolutamente indispensa- 
bile, cosicché si vegga ad esempio per la razza suina, come dal ci- 
gnale inquieto e pericoloso delle foreste, uno studiò attento abbia 
condotto fino alla produzione del quietissimo maiale anglo-cinese 
tanto dissimile dal suo tipo primitivo per carattere e per lo sviluppo 
nei sistemi osseo, adiposo e muscolare. 



390 RIVISTA* C0NTBM1K)RANKA 

Alla scuola di botanica dovrebbe essere addetto, oltre ad un er- 
bario che dimostrasse, coi caratteri i più pronunziati, le differenze 
che passano fra le diverse piante coltivate e quelle degli stessi ge- 
neri che sono cresciute in istato selvagg^io, anche un orto sul fare 
di quelli di Bologna e di Pavia, nel quale in tante aiuole separate si 
coltivassero annualmente le varietà delle piante da semi e da forag- 
gio più utili all'Agricoltura, per esercitare Focchio del giovane nella 
distinzione dei caratteri specifici ; e per la economia delle coltivazioni 
un podere, la sorveglianza del quale si affidasse air insegnante la con- 
tabilità, ma in cui dovrebbesi dietro preventivi concerti presi con 
qualunque altro professore, attuarsi ed istituirsi esperimenti sia che 
questi venissero fatti d'accordo fra due o più insegnanti della sezione, 
sia operati individualmente. 

Sono ben lungi dal supporre che nascano giammai contestazioni 
ed antipatie fra gli insegnanti , ma se accadrà, il più delle volte 
se ne dovrà la cagione principale alla speciale circostanza che l'uno 
senza accorgersene invade il campo scientifico dell'altro, tanto in 
alcuni punti le scienze si combaciano Tuna coll'altra. Tuttavia ad 
evitare tale inconveniente credo buona cosa che trattandosi dell'am- 
ministrazione del podere destinato a servire di norma per istruire la 
generalità degli studenti , debba rimanere fra le mani , e sotto la 
responsabilità di un solo , e che il più adattato sarebbe sempre 
quello che detta la scienza della contabilità. 

Che se altro professore intenda d'intraprendere esperimenti a scio- 
gliere qualche problema di chimica o di zootecnia o delle altre materie 
che esigono un vasto campo, potrà designare all'uopo un appezza- 
mento di terra , od un animale su cui intendesse esperimentare , e 
su di esso chiamarsi assoluto padrone. Il direttore del podere in 
questo caso dovrebbe prestare l'opera propria colla assidua sorve- 
glianza onde impedire che la incuria, o la malizia, od altro sgraziato 
incidente mandi a male il tentativo, come pure sarebbe obbligato 
a concedere tutti que' mezzi che il podere può pre3entare al fine di 
arrivare allo scopo che lo sperimentatore si prefigge ; e siccome ogni 
esperimento viene giudicato di utile riuscita se colui che lo imma- 
gina e lo intraprende vi trova il tornaconto , così dovrebbe il pro- 
fessore di contabilità coi dati prestati da chi esperimenta, tenere una 
esatta e severa nota della spesa e del guadagno. 

Quali siano i pochi materiali che occorrono per Tinsegnamento 
delle scienze razionali non è difficile il definirlo. Ma tale stabilimento 
- sarà poi felicissimo nell'esito come si vorrebbe da chi si sobbarca a 
tale spesa? Potrà elevare in pochi anni l'industria agricola nos|;rana 
al livello che toccarono le altre nazioni, e la Inglese in particolare, 
che sebbene sotto un cielo nebbioso continuamente, ed un clima tri- 



DMLI ISTITUTI TECNICI 391 

stissimo ci supera non di meno nella produzione di due degli ele- 
menti della più alta importanza per la nutrizione delVuomo, vale a 
dire la carne ed il latte, ed oggidì non ci è molto lontana nella pro- 
duzione del frumento? 

Debbo candidamente confessarlo; le condizioni nelle quali son 
posti gli abitatori delle campagne, pei governi dispotici che fino ad 
ora ci hanno oppresso, per la grande influenza che su di èssi ebbero 
finora i parrochi, i quali per la massima parte dimentichi del loro 
sublime ministero, esercitavano talvolta anche pulitamente il mestiere 
di comissarii politici, fecero nascere nel cuor de* contadini la massima 
che il proprietario od il fittaiolo a vece di essere per loro un confi- 
dente ed un amico, ed un uomo che cercasse di raggiungere con 
loro utile ancora, lo scopo a cui aspiravano di migliorare la propria 
condizione, fosse al contrario un dichiarato nemico. Di qui la con- 
tinua e manifesta diffidenza in ogni cosa, in tutti i miglioramenti che 
si bramasse di introdurre, e que*non lievi indizii di mal umore, non 
abbastanza celati nel fatto dei politici cangiamenti ; il che nasce non 
già dalFamore di questo più che di quel Governo, o di questa più 
che di quella dinastia, ma bensì dal timore che la loro condizione 
peggiori, e finalmente quella resistenza di inerzia nel mettere in 
opera tutto ciò che li allontana dalle consuetudini antiche. 

À me sembra che la necessità più urgente in cui si trovano le 
Provincie per migliorare l'agricoltura, sia di educare convenevol- 
mente il contadino ; questa razza forte e vergine ancora, che ci dà 
il sudore della fronte a mantenerci gli ozii della città, e sacrifica la 
maggior parte del sangue a preservarci da straniere prepotenze. Fino 
ad oggi fu questa una classe ben poco dai legislatori considerata, 
eziandio da coloro che di istituzioni caritatevoli e filantropiche esclu- 
.sivamente si occuparono, benché ne abbia più d'ogni altra il diritto. 
Noi veggiamo pel popolo delle città e delle grosse borgate, Governi 
e Società spendere pensieri ed oro in opere benefiche; pel figlio 
dell'operaio urbano asili d'infanzia, ricovero se orfano, ed altre cento 
svariate istituzioni. Nulla di tutto ciò pel popolo della campagna. 
Non opere benefiche, pochissime scuole ; ma ad esso un Governo pre - 
vidente e provvidente un giorno o l'altro dovrà pensare, nella cer- 
tezza che troverà in lui quel sentimento di gratitudine, che è il più 
nobile istinto di un cuor vergine. Scuole ed asili anche nelle par- 
rocchie rurali saranno certamente un gran bene, e se il maestro 
avrà qualche cognizione d'agricoltura appresa nelle scuole normali, 
e potrà tradurre nella pratica sotto gli occhi degli allievi in piccolo 
fondo a lui destinato dal municipio, o ragionandone qualora si in- 
contri in poderi ben tenuti, nelle passeggiate campestri fatte di con- 
serva ai proprii allievi, riuscirà certamente di utilità incontestabile. 



392 BinSTA CONTBMPORÀNBA 

Ma tali rimedii a fronte di quanto venga suggerito nelle famiglie 
da pregiudizii inveterati avranno sempre il valore che hanno in me- 
dicina i medicamenti amministrati a dosi omeopatiche. Il (Governo e 
le Amministrazioni provinciali e municipali dovrebbero pensare ad 
educare una generazione di contadini forti e muniti della pratica 
contro i pregiudizii e le poco valevoli norme. Ma sì chiederà dove 
trovarli, e trovati aggraveremo provincie e municipi! di ingentissime 
spese? Questo io noi chieggo. Ma domando bensì che le Ammini- 
strazioni rivolgano le cure e le attenzioni ad una frazione della popo- 
lazione, che fino ad ora per essere abbandonata crudelmente dal suo 
primo nascere in balia della sorte, è necessariamente adottata dal 
pubblico, che la tutela nei primi anni dell'età sua e dalla quale 
pur troppo finora non trasse che risultati il più delle volte tristissimi. 
Intendo i trovatelli. Io non ho mai potuto pensare a questa spregiata 
parte della popolazione, che porta sopra se stessa il tremendo ca- 
stigo di un delitto che non ha commesso, senza sentirmi profonda- 
mente commovere. Ora se questi esseri infelici, invece dì essere la- 
sciati in abbandono alla loro sorte, commettendone Teducazione della 
prima età a qualche famiglia colonica, che il fa allettata dal solo fine 
di un principio di lucro, per ripararli poi nell'avvenire in luoghi 
chiusi, malsani o poco aerati della città, e farli'apprendere un qual- 
che mestiere in opificii pubblici, dove talora più che l'arte appren- 
dono rimmoralità, fossero raccolti in uno stabilimento apposito, in 
prossimità al podere diretto dal professore di contabilità, e su di esso 
si assuefacessero sotto l'oculata e caritatevole cura di un probo di- 
rettore ai lavori campestri, coadiuvando ed assistendo i professori 
negli esperimenti che credessero opportuno di tentare, dopo tre lustri 
o poco più, la provincia comincierebbe a numerare non pochi con- 
tadini probi, illuminati e capaci per Tistrxizione ricevuta di reggere 
l'azienda, e ben condurre un podere. Che se fra essi taluno si mo- 
strasse a preferenza degli altri svegUato di ingegno, il coltivarlo 
più assiduamente non sarebbe difficile, come sarebbe facile prestar 
lavoro ad alcuni di tali infelici non favoriti dalla natura della 
robustezza necessaria ai lavori campestri, fondando un opificio da 
fabbricarvi macchine ed utensili agricoli sotto la direzione del pro- 
fessore di meccanica. 

Nò tali stabilimenti sarebbero di spesa ingente e le provincie 
potrebbero sobbarcarvisi, se si rifletterà che in Italia non si conta 
città grossa borgata dove un'anima sensibile non abbia lasciato 
qualche ricordo di sé compartendo alcuna porzione della propria so- 
stanza a profitto degli infelici de' quali discorriamo, se penseremo 
che non annoverasi opera pia o congregazione di carità che nel pro- 
prio preventivo annuale non stabilisca qualche somma pel manteni- 



DMLI iSTlTtJTI TBCNIOI 993 

mento degli orbati de' genitori, o non sostenga la spesa di uno sta- 
bilimento apposito col nome di Casa della Provvidenza od Orfano- 
trofio: e non credo che sarebbe tradire le pie- intenzioni dei testatori, 
se un podere dei molti usufruttati dai nostri ospizii si destinasse ad 
accogliere questi infelici, per educarli alle operazioni campestri, e 
renderli uomini laboriosi, saggi lavoratori, tenendoli piuttosto iso- 
lati dalla società corrotta e corruttrice, per distruggere in loro quel 
mal germe che il più delle volte è impresso nella loro stessa orga- 
nizzazione in causa della loro propria origine? E quand'anche le 
Amministrazioni dovessero subire qualche sacrificio nel primo im- 
pianto degli stabilimenti che propongo, non si darebbero denari 
meglio spesi e più fruttiferi, e contro questa imposta speciale non 
avrebbe cuore chi reclamasse. Se sotto i governi dispotici i muni- 
cipii ingolfaronsi nei debiti per erigere teatri e festeggiare sovrani, 
che erano in uggia alla popolazione, non potranno d'ora innanzi 
municipii e provincie sacrificare qualche cosa per migliorare la con- 
dizione di esseri che fino ad ora furono considerati quale un rifiuto 
della società, e non meritano che compassione. U Governo e le am- 
ministrazioni b^ vi pensino, e si persuadano che non avrassi miglio- 
ria radicate in Agricoltura, se Tedocazione concessa al proprietario 
non scenderà fonte benefica eziandio sul contadino. 

B la S. y. che il Governo elesse a rinverdire nella nostra Pro- 
vincia le memorie tanto care del sempre compianto Pietro di Santa 
Rosa, e che recò fra noi nuovamente quell'alito di gentilezza e di 
virtù, nella cui atmosfera si ritemprarono sempre i cuori ben fotti, 
ben sa quanto possa trarsi di utile da una buona vobntà. E la se- 
vera Torino, di lei patria, ci fu in questo esempio solenne, che la 
piccola Colonia Agricola, fondata dallo zelante D. Cocchi a Moncucco, 
potrebbe per noi essere veramente un tipo. Ed Ella potrebbe colla 
autorità del grado e colla fermezza de' propositi insistere presso le 
pubbliche amministrazioni che ne dipendono, per iniziare un'opera i 
cui efietti muìderebbero benedetto alla posterità la di lei memoria. 

M'abbia frattanto la S. V. fra coloro che più altamente le pro- 
fessano i sentimenti di ossequio, co' quali ho il piacere di firmarmi 

Della S. V. m.«« 

D&ootisHmo servo 
Pbof. Antonio Sblmi. 



394 



DELLA EPIGRAFIA 



(*) 



PENSIERI 



XI. 

Un principio di questa sorle dovrebbe prestar la misura e l'ap- 
poggio ai fabbricatori di vocabolarii e all'autorità delle lingue. 
Ciascuna lingua è un sistema meccanico d'incarnare un sistema 
d'idee, e come elleno s'ingenerano per virtù d'analisi e per via 
d'emanazione, cosi dovrebbe succedere delle lingue, le quali se 
nascono dal fecondante usarle che fa il popolo, son dai dotti e dai 
filologi allevate e compiute. Luigi Muzzi si avvisò di tali verità il 
primo, il primo almeno le bandi a documento degli implacabili 
Achilli della Grammatica, e dopo lui col fatto e col precetto le ribadì 
Vincenzo Gioberti, maestro solennissimo del bel parlare. Giuseppe 
Giusti che dell'italiano idioma fu il più abile maneggiatore, rideva 
dei cruscanti e d'ogni generazione di puristi, che fanno comanda- 
mento al retto scrivere l'idolatria della Crusca e il trecento. È una 
fissazione quella che induce ad impedire l'accrescimento delle 
lingue, e obbliga a sobbarcarsi allo sragionevole magistero dei di- 
zionarii e degli scrittori che sono canonizzati per classici. I padri 
della lingua avendola conceputa e partorita, meritano ossequio e 
deferenza. Ma le lingue, come gli uomini, nascono fanciulle, e in- 
grandiscono dipoi per intrinseco augumento e per l'alleva tura della 
nutrice e dei parenti. Chi educa un fanciullo, purché non ispenga 
in esso lui i sentimenti d'uomo, ossia non ne deformi la natura, 
colui è padre non diversamente di chi lo generò dapprincipio. La 
fissazione scempia, che notammo, collima colle idee scientifiche e 

(*) Vedi i Fascicoli di Settembre ed Ottobre. 



DBLLA BPiaBAFIA 395 

scolastiche delle infelici età discorse; idee che produssero lo scadi- 
mento delle lettere e d'ogni civiltà. I lavori filologici elucubrali fin 
pressoché a noi, se ne eccettui Vico, son su per giù trastulli da 
bimbi, e certiGcati d'una tortura da cui uomini eziandio ingegnosi 
eran premuti ed avviliti. La radice della parola è la vera sostanza 
delle lingue, e l'espressione dell'idea complessa. Ma le idee perchè 
raramente son semplici, e qifasi mai determinate o assolute per loro 
natura, cosi quasi tutte le radici sono acconce a sviluppi e a mo- 
dificazioni relative. Una radice è capace di spighire e menar mille 
vocàboli, serbando l'unità del gambale e l'indole propria, e sva- 
riandosi nelle rama, cioè a dire pigliando parole che sienle uguali 
nel fondo loro, ma di0erenti pelle terminazioni o pegli accidenti, 
che corrispondono affatto a quelle modificazioni ond'è suscettibile 
una idea, che per modificarsi non cangia peraltro cera e sostanza. 
Quando le inflessioni d'una parola hanno il carattere della lingua che 
si parla, non son mai troppe né temerariamente introdotte. Se è il 
contrario, se cioè non è vero questo, come salvano Petrarca e Boc- 
caccio che per cosiffatto artifizio non per altro ampliarono a dismi- 
sura la lingua di Matteo Spinello e di Giulio? Non è più consentaneo 
a ragione questo metodo che lo accattare da altre lingue sien pure 
affini cognate, sia pure la greca? Dalla quale si fanno piuttosto 
lalrocinii e rapine che non furti, spezialmente per le sintesi filolo- 
giche, quasiché l'italiana vi si niegasse. Sembra dimenticato che la 
lingua italica è un ritorno del latino al greco doriese, e che la stessa 
virtù sintetica che giganteggia nel greco, e sopratutto nella purità 
dorica, informa il genio del linguaggio italiano. La lingua italica 
latineggia di parole, ma l'indole è puramente greca, o indubbia- 
mente più greca che romana. Roma s'impinguò dell'atticismo, e 
dello spirito progressivo ionico, e si allontanò da se medesima o 
dal proprio carattere. Lo quale mantenne il dorico dialetto che in- 
fluì tanto sull'italiano non pure perchè sorse in luoghi dove esso pri- 
meggiava, ma perchè germinò dal popolo che parlando non seguita 
il progresso dei scrittori, ma sta fermo e serba alle lingue l'abito 
natio. 11 trecento infatti, sebbene ricco di latinismi e di parole pres- 
soché latine, è quanto a sintassi o testura greco, e la semplicità, 
ond'è mirabile, è greca semplicità, cosi discosta cosi impropria al- 
l'idioma del Lazio. Il 500 abbandonato il grecizzare, latineggiò; onde 
tanto è intollerabile lo scritto di quell'epoca, quanto è piacevole e 
incantevole quel del trecento. Regola per coniar voci, è la conserva- 
zione della radice e la inflessione paesana. La prima tien fi^sa l'unità 
purezza filologica e iosieme rappresenta l'unità dell'idea che in- 
carna, la seconda le successive modificazioni di questa e le varietà 
derivative dei linguaggi viventi. Sostengono taluni che sinonimi 



396 BinSTA GONTBICPOEANBÀ 

non si danno, e ben si appongono» ragionando di veii>i, di aggettivi 
e di sostantivi dipendenti da diverse radicali ancorché di senso con- 
generi. Ma non quadra asserir Taltrettanlo dei vocaboli estratti da 
una radice istessa e disuguali solamente nella cadenza^ siccome se 
ne incontrano parecchi che son veri e proprii sinonimi. Anzi tanto é 
vero che si danno, che in ciò sta appunto la copia e la dovizia d'una 
lingua e il lusso di lei. La ricchezza ^delle lingue in questo è ri- 
posta, nello abbondar cioè di voci oltra il bisognevole ad enunciare 
le idee, perocché dato che una lingua abbia parole corrispondenti 
alle idee, e vuoi anco alle modificazioni, sìen pur lievi, di esse ; 
quella potrà esimersi dalla taccia di povera, ma non guadagnarsi 
il cognome di ricca. Non pertanto non sarebbe da menar buona 
Tof^nione contraria, che in fatto di lingua siavi licenza o potestà 
sciolta, e chei vocabolarii e l'usanza non contino autorità. Conviene 
lasciar intatta questa autorità, ma darne loro la giusta porzione. L'ab- 
biano nel nettare la lingua dalle voci impure o dalle terminanti stra- 
namente, a guisa di forasliere, ma non se Tarroghino (ino al punto 
di vietare, a cagion d'esempio, che usando stabilezza per istabilità 
non possa usarsi amabilezza per amabilità^ solo perché il vocabo- 
lario non la registra, e cosi vai discorrendo. Le frasi non le parole 
richieggono il suggello dell'uso. La frase è un ingrediente del- 
l'organismo della lingua, e la tessitura d'una lingua essendo il por- 
tato di molti secoli e di molti adiutori, non può commettersi all'ar- 
bitrio d'un solo di pochi, né accettarsi per cittadina senza la 
sanzione del lungo domicilio e della universale approvazione. 



xn. 



Quando fu impiegata la lingua fonetica sulle tombe non isfuggì 
a coloro che se ne avvalevano d'adoperarla tale quale senza dismet- 
tere d'esser nazionale, fosse disforme della consueta nei parlari dei 
vivi, che l'arte o l'attrito sempre raffina e polisce ; e fosse cioè 
semplice e nuda, non recando seco né colorato acquisito né tornitura 
del tempo, né dolcezza di leggiadria ; brevemente fosse una veste 
augusta e antica di idee, comecché moderne e contempornee. 
Laonde tutti gli epigrafisti scrissero secondo il poter loro in lingua 
concisa, nuda ed arcaica (e l'arcaismo é forma semplice e piana), 
benché gli arcaismi e la prisca aridità fossero stati supplantati da 
freschi modi racconciati con più armoniche inflessioni o men duri 
periodi, mano a mano che avevano colla civiltà progredito le let- 
tere e le scienze. La lingua anticata era destinata ad esprimere 
l'immobilità o il lato fermo della nazione, la natura e l'indole della 



DELLA BPIOSAFIA 397 

società che non cangia tempre, per assaissimo che le modifichi ; 
e veniva cosi a significare quell'idea che solevasi leggere insieme 
alle altre sulle urne degli elogiati, cioè l'idea incommutabile eterna 
che spira dalle sepolture, rasente a quella di tempo e di permuta- 
mento. E ciò cosi si predilesse^ che Roma quando si fece greca e 
tutto modellò a seconda dei greci disegni, comunque si permettesse 
di augumentare la propria lingua con ospitare gran parte delle 
greche voci, non pertanto nell'epigrafia amò piuttosto di scarseg- 
giare col povero idioma di Varrone, d'Accio e d'Ennio, che non lus- 
sureggiare con Cicerone. Il lusso filologico dei tempi cesarei era 
il culmine del progresso almeno apparente del linguaggio latino, e 
l'ultimo indizio dell'avanzarsi e del dilungarsi da se medesimo e 
dal genio primitivo. Non sarebbe stato dunque conveniente adope- 
rare quei modi, che non avrebbero davvero riflettuto l'idea di fer- 
mezza, che studiavansi d'imprimere coU'amminicolo della lingua 
sopra i sepolcri. Ben è vero peraltro che questo canone Ai talora 
offeso, almanco non scrupolosamente guardato, sia perchè non 
tutti seppero accarnare la vera natura dell'epigrafia, sia perchè la 
lingua arrotondi ta dalla greca levigatura, aveva ormai sbanditi quei 
vecchi parlari dei popoli pastori, sia anco perchè tra la lingua plau- 
tina e terenziana e quella di Cicerone non era divergenza sostan- 
ziale cosi ben designata, da poter con giusto mezzo l'una scegliere, 
recisamente o l'altra risparmiare. Ma all'offesa di tali canoni, quando 
avveniva, era supplemento quella spezie di ortografia che era stata 
tolta a contraddistinguere le epigrafiche scritture, e della quale il 
Rambelli ci offerse interpretazioni curiosissime. La punteggiatura 
di ciascuna parola, fin anco dì ciascuna sillaba, non fu casualmente 
introdotta, come non a caso fu ogni punteggiamento talvolta abo- 
lito. La prima specie esibendo le parole quasi l'una dall'altra disgre- 
gate, rifletteva l'idea d'oltretempo, che di per sé sussiste e quasi in 
se medesimo perfetto riposa. La seconda col dar le parole cosi 
congegnate quasi fossero una sola, ostentava quel continuo, quel- 
l'interminato che è immagine adeguata dell'eterno. Parimente le 
lettere maiuscole prestavano alle minuscole e corsive, sendochè 
queste dovettero essere posteriormente inventate, o direm meglio 
ridotte per affinamenti e politure dalle prime. 

XIII. 

Cosi l'antichità maneggiò l'Epigrafia. Cosi fin quasi a noi, certo 
fino a Morcelli e ad Amati, fu copiata l'antichità scimiottandola anzi- 
ché imitarla, conciossiachè pochissimi si addessero delle ragioni che 
ispiravano il fatto loro. Prova massima di ciò è l'uso stempiato o 



308 RIVISTA CONTEMPOBANBA 

Tabuso della lingua latina, e la persuasione che essa sola fosse ac- 
concia sia allo stile epigrafico, sia alla rappresentazione adeguata 
delle idee che nell'epigrafìa si contengono. Uso od abuso che de- 
formò la natura epigrafica, e privò ad un tempo lo lettere italiche 
d'una delle sue possibili composizioni, e che fu un portato di quel 
predominio ecclesiastico o curialesco, che tutta invase e tutta con- 
taminò cosi la vita del pensiero come quella delle azioni, cosi le 
lettere come le scienze; che insieme alla lingua dilatava Tinfluenza, 
e colla lingua le idee che alla lingua erano allegate. Per lo che 
ridotto il cattolicismo pressoché un monopolio pitagorico o iranico 
castale, a costui nome tutto si assoggettava e tutto usucapivasi. 
Quando però si fece luce fu riconosciuto il debito di corredare l'ita- 
liana letteratura dell'Epigrafia, come oggi lo ha conosciuto la 
Francia, perchè i popoli e le nazioni non hanno, per essere civili e 
compiute, da accettar mai nulla dagli altri, o vivere in qualsiasi cosa 
sotto l'altrui balia. 

Perticari, Giordani, Niccolini, Mamiani e pochi più studiarono 
in questo nobilissimo intento, ma nissuno riuscr più felice e più 
grande di Luigi Muzzi, padre e facilmente principe di quest'italica 
bellezza. Ei fu sopra qualunque, anzi l'unico, perchè il primo che 
provò non soltanto potere l'itala favella tener vece della latina e 
greca, ma per ogni rispetto soverchiarla, che che ne abbia detto 
in contrario qualche francese, disgraziato giudice di cose italiane, 
qualche disperato latinista che pensando colle idee di Romolo e 
di Numa ed anco con quelle più fresche di Commodo e di Valente, 
vorrebbe che ragionassimo con quo' loro slessi idiomi. Mostrò il 
chiariss. prof. Muzzi, che in volgare potevano, non che esprimersi, 
scolpirsi i sensi religiosi, gli afletti, le severe e sempiterne idee al 
pari che colla latina, col guadagno della espress