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Full text of "Storia della Toscana sino al principato; con diversi saggi sulle scienze, lettere e arti"

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A^ 



STORIA 

DELLA TOSCANA 



SINO AL PRINCIPATO 



CON DIVERSI SAGGI 



tCLLB 



SaENZE, LETTERE E ARTI 



DI 



LORENZO PIGNOTTI 



ISTORIOGEAFO RBGIO 



z 






TOMO PBJMO 




FIRENZE 

PRBS60 LEONAHOO CIAROETTt 



PREFAZIONE 



PBBMBSSA 



ALLA PRIMA EDIZIONE 01 PISA 



A 



colotd^ i ijuali per altro titolo non conoscevano il 
celebre Dottc^ Lorenzo Pìgnotti, che per quello di primo 
Scrittore di Favole e di Novelle nella nostra lingua, ma- 
raviglia non piccola avrà dovuto firarse recare l'annunzio. 
d'una Storia importantissima uscita dalla sua penna. E in 
fatdy se le qualità» che si ricercano per uno storico» sem- 
brano in generale le più opposte a quelle che costitui* 
•cono un poeta^ la difficoltà cresce a dismisura quando si 
consideri il genere adottato dal Pignottii a cui apparten- 
gono la gentilezzai la grazia» ed il brio. Si può immagi- 
nare^ per esempio che grandi storici sarebbero forse riu- 
aciti Dante^ e Torquato j ma difficilmente si potrebbe cre- 
der lo stesso deU'Àriosto e del Forteguerri. Ck>me mai» si 
dirà» quella pèùna» che scrisse V Anatomia del cuore di 
unét donna galante , ci potrà condurre pe' ravvolgimenti 
pdUtici» che aprirono le porte d'Italia a Ourlo YIII^ e 
quindi ne lo costrìnsero con si rapida fuga a partirsene? 
e come l'amabile scrittore del Cardellino e della Pado" 
vanellaf ardirà di lottare nella narrazione degli avveni- 
menti che precederono quella troppo celebre discesa de* 



/ 



4 PREFAZIONE 

gli Stranieri in Italia, con Io Storico famoso, cke al dir di 
un sommo uomo, già nostro contemporaneo (i), dovreb- 
be riguardarsi come un Tacito? 

Quantunque la risposta migliore a tali considerazioni 
sia la Storia medesima ^ che al pubblico finalmente si of- 
fre^ quantunque il quadro preso a disegnare dal Machia- 
velli sia ristretto in assai più brevi confini, e cessi quindi 
ogni confronto j nuli' ostante non crediamo inutile di fare 
osservare, che quello spirito di ordine, di chiarezza, e di 
naturalezza in ispecie, che diresse il Pignotti in tutti i suoi 
componimenti poetici, gli ha giovato mirabilmente quan- 
do si è dato a scriver quest'Opera. È stato osservato, che 
manca per lo più la naturalezza ai poeti quando dettano 
la prosa. L'abitudine di cercare sempre i concetti pelle* 
grini , o pellegrina almeno l' espressione , allorché non 
possono esser tali i concetti, li abitua a rigettare l'espres- 
sione più naturale, perchè troppo comune; e il minor di- 
fetto che avere essi possano^ è quello di pendere nel lec- 
cato. Questo difetto medesimo fu rimproverato all' Alga- 
rotti, il quale benché nelle sue opere apparisca più scrit- 
tore di prosa che di versi, nuli' ostante aveva passata la 
sua gioventù nel conversar colle Muse. E se in ogni scritto 
debbesi sfuggire un vizio, the più d'ogn' altro avverte il 
lettore del troppo studio e della troppa meditazione del- 
l'Autore, debbe soprattutto esser bandito dalla Storia, il 
cui principale oggetto é il racconto del vero, che mal si 
accoppia nell'animo di chi legge con la ricercatezza e 
l'affettazione. E chi ardirebbe dubitarne^ dopo che fu 
detto esser l' espressioni e le frasi , in qualche modo , la 
fìsonomia de' concetti? 

(i) Alfieri. 



PREFAZIONE 5 

E in vero, quando ti prenderà in m«no (juest' opera, 
agevolmente si riconoscerà che la candidezza dell'animo < 
di chi icrisse mirabilmente rifulge a traverso dell* espres- 
sioni sanpre chiare» sempre naturali, non mai ricercate, 
e condotte soprattutto con quell'ordine e quella giustezza 
di disposizione, che deriva dalP ordine e dalla disposizione 
delle idee. A questi pregi due altri più importanti se ne 
aggiungono, e sono l'^imparzialità e la gravità colla quale 
editata, pregi non troppo comuni^ e particolarmente 
questo secondo, in uno scrittore di Novelle. Ma sanno 
tutti coloro, che hanno conosciuto ' il Pignotti da presso, 
che negli ultimi venti anni della sua vita, più agevolmente 
si trovava in lui il filosofo che il poeta: e quando dopo il 
chiqnantesimo anno ha preso in mano la lira ( per quel- 
la affetto che sempre ci riconduce alle Muse , anche allor 
quando si sono abbandonate ) gli argomenti dei suoi canti 
chiaramente mostrarono , che aveva da gran tempo lasciati 
gli scherzi e le follie, che accompagnato l'avevano nella 
sua gioventù. 

Considerando egli adunque che mancava alla Toscana 
uÉi corpo di Storia, che cominciando dagli Etruschi^ of- 
frisse in un quadro quanto avvenne di memorabile iu 
questa provincia, sino all'epoca in cui cadde sotto la do- 
minazione di quella celebre Famiglia, che sotto il libero 
governo n'era stata il più beli' ornamento, cominciò sino 
dal 1793 a disegnarne le prime linee. 

Gli oscuri barlumi^ dietro a' quali gli antiquarj e i 
fabbricatori d'ingegnose ipotesi conducono i lettori^ quan- 
do parlano degli Etruschi , gli parvero per altro bastanti , 
se non a far grossi volumi, a comporre una breve narra- 
zione, che servisse in qualche maniera d'introduzione alla 
sua Istoria . In quella si propose di mostrare quanto gli 



6 PREFAZIONE 

Etnuchi valessero nell'armi, nella politica, nelle arti 
nelle lettere, nelle scienze: e ricordandosi di quello cVei 
doveva alla- convenienza» e lasciando alle indagini degli 
eruditi quanto è incerto ed oscuro^ brevemente si, ma 
con giustezza e precisione» sperò da buon cittadino di ri* 
vendicare a favore deU'Etruria quello che n9n sembra 
abbastanza provato in favore dei Greci • 

Gli Etruschi perderono il loro nome , quando cadde* 
ro sotto la dominazione de'Romanii e un altro ne acqui- 
starono^ e con esso gran fama e splendore, quando dopo 
molte vicissitudini si poterono costituire in liberi go* 
verni. L'immenao e ignobil periodo , che dagli anni 47^ 
di Boma giunge sino agli anni iiiS della nostra Era, è 
quello che più suole imbarazzare gli scrittori delle storie 
moderne. E^li dimque immaginò di rinchiuderlo in un 
solo Libro, nel quale cominciando dall' oflSrire agli occhi 
dei leggitori la principal causa della decadenza del roma* 
no Impero, e in conseguenza del servaggio degl'Italiani, 
lidia decadenza della miliziai e proseguendo a narrare 
tutte le rivoluzioni e le sventure che ne arvennero, sia 
per le replicate invasioni de'barbarì, sia pel dispotismo 
de'feudatar] , aia per la tirannide de' più polenti, giunge 
alla istituzione della Cavalleria destinata a reprimere qu^ 
gli eccessi, che nessuna forza aveva potuto sino all<nra 
impedire. E perchè dalle narrazioni dello storico non vai» 
dano disgiunte le riflessioni del filosofo, non .si ac(»da di 
far considerare a qual punto di cieca ignoranza pervenuti» 
allor £[>sse l'ingegno umano, in specie nti famosi Giudizf 
di DÌO9 degni di brillare in un'epoca, in cui alT esercizio 
delle lettere era annessa la vergogna e il disprezzo. Pure 
un qualche barlume di splendore rifulge anche in que'bar- 
i tempi, in mezzo all'universale abbrutimento; e il 



PREFAZIONE 7 

lettore Sìxmoto, nfletttmdo a qcuiiito arrenne in appresso, 
è costretto a riguardar con rammarico la niina del regno 
de'God. 

Ha aicoome^ in ^piesto immenso perìodo, sie n'eccet* 
tiuamo la dominazione della Contessa Matilde, poco si 
mostra la Toscana | terminando TAntore il II Libro della 
soa St<ma dopo la morte di quella Donna, che fece tre* 
mare gFImporatorii ed i Re d^ Italia, cambiare doveva il 
sistema della sua narrazione^ e adottarne uno più ampio # 
meno rapido per i quattro secoli che gli rìmanevano a 
descrivere. Q>nsiderando poi che il modo di guerreggiare 
in quell'epoca, sconosciuto e disusato ai nostri giorni^ 
rende talvolta poco intelligibile la ]^ressochè continua 
narraxioae de' fatti d^arme negli antichi storici, pensò di 
far precedere una breve A^>endice dell'Aàiv DILLA GiJsaRA 
ma BASSI «EMPI, per indi passare a descrivere gli avreni'» 
menti dei i^nattro secoli sopramentovati* 

La divisione di e^si in tre grandi periodi venka luf 
minosamente offerta alla mente di chi prendeva ad esa-» 
minare profondamente le cause dei progressi e dell' in* 
gnndimento della Repubblica Fiorentina, principale ogf 
ffMo di chiunque diasi a scrivere la storia di Toscana. 

Costituita Firenze liberamente, per quella tendenza, 
che ha sempre il governo di molti a cader nel dispotismo 
d'un solo, a poco a poco in mezzo alle fazioni si vede 
precipitare in balia d'uno di quei Yicarj Imperiali, che 
fiirono per varj anni il flagello degl'Italiani. Accprlamente 
egli s*impadronisoe ddla forza | e giovandosi delle divir 
sioni ed intestine discordie dei cittadini, ne diviene per 
breve tempo il tiranno» Il pericolo comune fjs per un mor 
mento tacere i privati interessi; il Duca d'Atene è cacciar 
lo; son trucidati barbaramente i moi ministri, e ristabilHo 



8 PREFAZIONE 

è il libero governo. Questo perìodo, ehe ha un principio » 
un mezzo t ed un fine» doveva naturalmente offinm allo 
storico una parte compiuta, e chiudersi nel suo EI I^ro* 

Riacquistata dai Fiorentini la libertà, dopo la cac* 
ciata del Duca, quella stessa forza morale, ch'era servita 
per abbatterlo, doveva giovare infinitamente ai capi di 
quella fazione, che seppe impadronirsi del governo dopo 
la sua caduta: e quanto era essa stata più grande per su- 
perar gli ostacoli opposti dal tiranno e da' suoi satelliti, 
tanto piii forte doveva essere la consistenza presa da quel 
Magistrato, che sotto il nome di Capitani di Parte Guelfa 
estese la sua autorità su tutte le parti che costituivano il 
governo della Fiorentina Repubblica. 

Le istorie moderne, sino alla fine dello scorso secolo, 
non offrono esempj d'una tirannide esercitata in libera 
citta, ed in nome delle leggi, simile a quella di im Magi* 
strato, che fu per un tempo padrone della libertà degli 
averi e perfino della vita stessa d'ogni classe di cittadini» 
Nei var j tentativi da essi fatti per rovesciarlo» una famiglia 
si distingue fra le altre per la sua affezione verso il basso 
popolo; ne fomenta le sollevazioni contro i Capitani: si 
oppóne ai mezzi posti in opera da quelli per mantenersi 
nella loro mostruosa autorità; ed il di lei capo, eletto Gon» 
faloniere in quei tempi tanto favorevoli a chi aspirava al 
supremo potere, stabilisce la prima pietra del fondamento 
di una nuova e straordinaria dominazione, che dopo aver 
fatto i suoi discendenti arbitri per più d'un secolo della 
Fiorentina Repubblica, li condurrà dopo varie vicissitu- 
dini, a dichiararsene assoluti Signori, Senza titolo alcuno, 
che la distinguesse fra le altre famigUe, la Casa Medici 
non solo erane la principale, ma per mezzo de' suoi ade* 
renti, la dominatrice in tutti i consigli del governo. Sic- 



PREFAZIONE 9 

eome gìttstameate fu dccto^ che in nna Repubblica mili- 
tare presto» o tardi ne diventa Re il più valoroso ; in una 
Repubblica di mercanti dovea divenirlo il più ricco ^ I 
tesori accumulati dalla Famiglia BSedicea sembrerebbero 
favolosi^ in quei tempi specialmente ove le materie d'oro 
e d'argento erano sì scarse^ se non si conoscessero i mezzi 
onde acqnistoHi, e se noti non fossero i talenti di Cosimo 
nell'industria e nel traffico. L'autorità di quella Casa, 
cominciata col favore del popolo , dopo la rovina dei 
Capitani di Parte Guelfa in Silvestro, ed aumentata ne'suoi 
6g]i e nipoti, divien ferma e eostante sino dai primi anni 
della vita di Cosimo. Colle sue immense ricchezze aveva 
egli comprato gli animi di quanti erano a vendersi nella Re* 
pubblica; e colle forze e i voti riuniti di questi, si prepa* 
rava a intimorire, o ad opprimere coloro, ohe non avevano 
Tanimo avvilito abbastanza per lasciarsi comprare. Invano 
i di lui emuli, e i più potenti ed arditi cittadini tentarono 
sin da principio di opporsegli : invano lo chiusero in car- 
cere, e l'inviarono in esilio. Essi troppo vilmente opera» 
rono, perchè potesse riuscir loro d' opprimerlo ; e troppo 
apertamente l'ofiesero, perch'ei potesse loro mai perdo- 
narne il tentativo. Cosimo dei Medici, dopo un brevissimo 
ed onoratissimo esilio, fu richiamato alla patì'ia; vi giunse 
da trionfatore! proscrisse anche troppo crudelmente (a) 
tutti i suoi nemici j crebbe in estimazione ed in autorità ; 
e ne lasciò morendo l'onore ed il peso ad un figlio, che 
non lo somigliava. 

Ma tanta era la forza impressa a quella straordinaria 
dominazione, che Piero, quantunque pressoché sempre 
infermo, quantunque di gran lunga inferiore al padre ne( 

(a) Teggasi l'Autore, Lib. IV, Gtp. IX, uno. 1434. 



10 PREFAZIONE 

talenti , quantunque tradito da un amico fallace (3), che 
spezzar gli fece» senza ch'ei se n'accorgesset il giógo sotto 
cui teneva oppressi i fedeli suoi numerosi aderenti| dopo 
qualche pericolo trionfò delle insidie dei suoi coperti ne-» 
mici) con^rvò Fautorità lasciatagli dal padre, e la legò tutta 
intera a* suoi figli. Inutilmente ima orribile congiura, che 
diramaTa le sua fila per molte parti d'Italia» alimentata 
dall'odio d'ima potentissima famiglia » minacciò di minare 
i due giovani fratelli» e ne spense il minore, Lorenzo dei 
Medici» scampato a tanto perìcolo» C0U4 prudenza» co} 
senno » colla magnanimità » e con una generosità senza 
esempio» in mezzo a mille perìcoli sempre rìnascenti» non 
solo accrebbe il potere e lo splendore della sua Casa » ma 
divenne l'uomo più grande e più considerato d'Italia. Vi 
fu un tempo» in cui le principali Potenze di essa» armata 
contro di lui» apertamente facevano intendere ai Fiorentini 
ch'egli solo era la cagion della guerra 1 ed egli solo» colla 
saviezza» colla moderazione» e col valore divise i nemid 
estemi» contenne i domestici » prese parte in tutti i politici 
negozj degl'italiani Governi» ruppe i disegui de' Veneziani 
alla Dieta di Cremona | e lasciò morendo tutta in pace 
composta questa bella Italia » che si è risentita sino ai no-> 
stri giorni degli effetti della inunatura sua morte (4)» 

(3) Diotisalvi Neroni , che lo indusse a richìedsre a moltissi- 
me famiglie i danari prestati loro da Cosimo ( per cui vari falli- 
menti ne seguirono)» che di aderenti alla Gasa Bfedici ne divenne- 
ro le piii implacabili nemiche. 

(4) L'Autore tratta magistralmente l'ipotesi » qui accennata 
di volo; e crede che se Lorenzo fosse giunto all'età dell'avo» non 
avrebbe avuto luogo l'invasione di Carlo Vili; e in conseguenza 
il principio di quella lotta ^ che non è terminata mai pib. Vedi 
Lib. lY» Gap. XY» ann. i49a. 



PREFAZIONE ii 

Questo gna tratto di storia » che cominciando dalla 

13»ertà riacquistata dai Fiorentiiu» dopo la cacciata del 

Duca d'AtenCt termina alla morte di LcHreipso il Magnifi« 

co, difficilmente si potrebbe dividerei e ijuindi fa dal* 

TAntore rinchioso nel disegno del suo quarto libro. 

Colla morte di Lorenzo si ecdissò per un momento 
la stella della Medicea Famigliai e l'Italia videi di lui 
tre figli (5) erranti, proscrìtti e fuggitivi» implorare dai 
Principi confinanti (6) una piccola parte di quella proto* 
zione, di' essi erano stati fortunati altre volte di poter me* 
ritare dal loro padre. Ma se mancatit col mancare di Lo» 
renzo» n'erano i talenti e il senno, rimanevano per altro 
negli stranieri paesi gli avanzi delle avite ricishesze (7), eoi 
quali» dopo una lunga peregrinazione, e dopo la morte del 
maggior firatello, poterono i due-giovani Mediai oomprare 
ìe armi del Viceré (8) scampate alla rotta di Ravenna, 
ritornar con quelle a forza nella patriat e farsi strada a 
maggiori grandezze. Tutta intera l'Italia si onorerà di 
dare al secolo cbe incomincia il nome di quel proscritto, 
die sotto l'umile sacco d'un Religioso mendicante, scampò 
alla rabbia de' suoi ^e9^|Bi (9^, e toìXà )' europa Cristiana 



(5) Piero , A» mori passando il Gi^rìglisno nel 1 So^ i il Car* 
dioal Giovanili, chs fu poi Papa Leoas Xj • GiuliaiiQ^ die fa 
Dnca di HeoMuis. 

(5) A Bologna^ wrs il Bentivoglìo aecoise fireddamente Piare | 
• ^ Urbino, ovs Giuliano fit magnificamepte e soa rara ainipizU 
ricevala. 

(7) In BMno degli agenti dei loro traffico ; quantunque Loren- 
10 avciSM convertiti molti capitali nella compra di i^dte • vasta 
tsttote in Toscana, 

(8) Raimondo dì Cardona viceii di Napoli^ 

(9) n Giovio a il Hardi dicono cha fuggì traveatito da frate* 



la PREFAZIONE 

l'adorerà prostesa ai piedi del trono pontificale . Quel 
compagno del suo esilio^ quel privato Cayaliere di Ro- 
di (io), che riguardato poi venne come T anima de' suoi 
consigli (dopo un breve pontificato (ii)^ che farà desi- 
derare con rammarico quello di Leone ) è destinato a 
succedergli j ed a mostrare, in mezzo alle* spaventose ed 
orribili calamità da cui sarà percosso, come la Fortuna si 
prende gioco talvolta, dopo aver balzato dall'alto al basso 
della ruota i suoi favoriti, di rìcondurli con rapidità mag- 
giore della caduta fino al sommo di essa . Clemente VII. , 
salvato appena dall' orribile sacco dato a Roma dagli 
scellerati soldati di Carlo V. , riconquistò colle loro armi e 
col loro sangue l'autorità , che in quel tempo la sua Fami- 
glia perduto aveva in Firenze, giunse ad imparentarsi còlla 
Gasa reale di Francia 5 e mori lasciando l'ultimo rampollo 
del ramo di Cosimo Padre della Patria , sotto un titolo 
più modesto, Signore assoluto di tutti gli Stati che forma- 
vano già il dominio della Repubblica Fiorentina. La sola 
città di Siena ^ che si era potuta mantener libera, dovè 
presto cedere alla potenza, all'artifizio^ e alla fortuna di 
Cosimo L 

Elcco adunque in cinque Libri, ben distinti fra loro 
per un particolare carattere, divisala Stobu dblIà Tosca- 
na SINO AL Principato. Nel primo si va errando fra le con- 
getture e le oscurità. Nella maggior parte del secondo una 
barbarle universale cuopre la superficie del globoi il dritto 
della forza e delle armi è il solo che possa invocarsi. Il 
terzo è la narrazione continua di dissenzioni , di turbolen- 

(10) Giulio de' Medici, figlio di Giuliano ucciso nella Congiu- 
ra de'Pazzi ,e che fu poi Clemente VII. 

(1 1) Quello di Adriano YL Vedi Lib. V, Gap. VI > ann. 1 SsS. 



PREFAZIONE i3 

ze, e dì guerre. Nel quarto si vede lina privata famiglia 
divenire a poco a poco l'arbitra d'una potente Repubblica, 
e ìndi ognor preponderante negli ondeggiamenti della po- 
litica d'Italia. Nel quinto finalmente si comincia coli' inva- 
sione di Carlo YIIL una lotta, che non avrà mai più fine. 

Nella maggior parte delle storie degli altri popoli, 
dopo la narrazione degli avvenimenti politici > poco più 
vi è da aggiungere : nella Storia di Toscana sono essi forse 
la parte meno importante. 

Dopo l'invasiòne de' barbari, si cominciaron a intro» 
durre nelle varie provincie d'Italia diversi dialetti, deri- 
vati dall'antica lor lingua innestata in quella de' Vincitori. 
La Toscana vide sorgere nel suo seno i primi scrittori, 
che formarono, polirono e ingentilirono quel dialetto, che 
divenne quindi la lingua nobile d'Italia. Un si bel vanto 
non potea toccarsi leggermente 5 onde l'Autore disegnò un 
Saggio suix'Origike della LufouA Itauaha. 

Alla voce del più grande Scrittore (la), che vantino 
le moderne nazioni, da ogni parte della Toscana si eleva- 
rono Letterati ed Artefici, che insegnarono a cantar dol- 
cernente in versi, a scrivere elegantemente in prosa, a 
trattare il pennello, ad animare il marmo, a fondere il 
bronzo: e quindi un nuovo Saggio fu preparato sul Ri- 
soiGÙiEiYTO DELLE Lettere, SoEinEE ED Arti per Opera di 
Dante, del Petrarca, del Boccaccio, di Donatello, e di 
Bmnellesco. 

Nel risorgimento intanto dell'Architettura, immensi 
tesori si profondevano dai Sanesi per fabbricare la loro 

(la) Si faccia sempre una. differenza tra lo scrittore, e, gli 
acritti. La divina Commedia non è la pia grande opera dell' inge- 
gno de' moderni ; ma chi scrisse quell'opera iu quei tempi è il pih 
grande di quanti ne son venuti in appresso. 



/ 



t4 PREFAZIONE 

maestosa Cattedrale» dai Pisani per quel magnìfico Gùnpo 
Santo I uno de' più bei monumenti del secolo, dai Fioren- 
tini peir emulare nelle loro Chiese^ nei loro Palagi » e nelle 
pubbliche l4;igge (i3)^<{uanto di grande rimanera dell'an* 
tichità* Come mai ciascuno va dimandando , un popolo 
rincbiuso tra i confini di una poco fertil provincia, può 
esser giunto a si gran ricchezza , onde inalzare delle moli 
degne dei Romani medesimi? Ecco adunque la pecessitk 
di dare succintamente almeno un'idea dell'orìgine di si 
stl*aordinftrìa prosperità j in un Sàggio soj» OnoiEaao dei 
'TdscAìrt) che accompagnerà il qtiarto Libro» ove si narrano 
contemporaneamente le tante imprese di guerre esterne , 
che si alimentatano da quelle immense ricchezze. 

D secolo di Lorenzo de^ Medici in fine e il principio 
dell'altro di Leone» ricordando quello di Pericle» inyitaya 
giustamente lo Storico a consacrare i suoi talenti alla me- 
mòria di quei grandi , che chiara eternamente faranno 
sopra ogni altra questa nostra patria, che a dispetto del- 
l'invidia e della gelosia chiara sempre si mantiene al pari 
d'ogni altra provincia d'Italia (i4)« Q Leoniceno neUa 
Medicina» il Soccini nel Dritto, il Toscanelli nella Mate- 
matica» il Guicciardini nella Storia » il Machiavelli nella 
Storia e nella Politica, il Poliziano nella Poesia, il Casa 
nell'Eloquenza» il Ghiberti» Leonardo» il Frate» Andrea 

(i S). Quella dell'Orgagna soprattatto^ che dall'egregio Sig4 Ci- 
cognara lieUa sua 8torìa della Scultura» vien chiamata a ragiojM il 
ptb M Portico del mondo* T. L 

(i4) La Toscana» nella poesia ( per non parlar d'altro ) ha 
tentato ai nostri tempi il Pignotti» il Fiorentino» e il Fantonì. Non 
sappiamo fra i contemporanei^ se sopra una popolazione eguale» 
verun' altra provincia potesse contrapporle un maggior numero di 
poeti di ugual valore . 



PREFAZIONE i5 

del Sano, Rafl^Uo» il CeUìiu, U Baoiurroti nelle Belle 
Artide runico Leon Battista Alberti in tatto, (poiché fu ad 
un tempo matematico, fisico, poeta, critico, moridista, ar> 
frihitetto» acnltoret e pittore ) formano una corona d'Inge- 
gni, senza parlare de'minfxri , di cui non sappiamo se la 
Grecia stessa vantar ne possa una qpale. Se dessa era fatta 
per inalzar Fanimo di qualunque Scrittore, molto più rì- 
cUaniar doveva particolarmente gli sguardi , ed infiam- 
mare il cuore di quegli, che passato aveva i suoi anni nella 
ctthnra e nell' esame di tutte le opere derivate daUe arti 
del Bello. Un ultimo Saocuo adunque fu ordinato e dispo- 
sto soujO stato dbllb Scddooi , Lettbbb ed Aiti àiIa fihb 
no. aoosjo xv. e al pruìcipio del xvi.| che forma esso solo 
quasr un volume dell' int^a opera , e n' è , senza contra- 
sto, il juù bell'ornamento. 

Insegnate in tal maniera, e ripiene alcune parti del 
suo lavoro (i 5), si diede a ricercare minutamente ogni 
angolo de'Fi<nrentini Archiv), i quali, benché diligente- 
mente esaminati e da MonsigncNr Fabbrpni e dai dotti 
amia del celebre Roscoe (16), pur non ostante gli ofin- 
rooo qualche inedito Documento. Tutte lesse le Storie 
manoacritte » e le Gronache più importanti » non che il 
voluminosissimo Diario del Burcardo, che conservasi nella 
Linrenziana , unitamente all' altro di Paride Grassi : e 
dopo aver fatto ampia messe di notizie si diede a scrìvere 
da capo a fondo la sua opera . Si avvedranno i meno ac- 
corti che in essa la narrazione acquista forza e vigore di 

Ci 5) Qaelle in specie che appartengono esclusivamente alla 
leticraliini, e quells dis son troppo note per aver bisogno di soc- 
istorio e di monnmenti • 
(16) n CauftBW Baodini , e il Residente Dritannioo Sig. Pca- 



i6 PREFAZIONE 

tuAtio in mano che creace V interéffle f e progreditcoao gli 
ftlrreniinenti I nell'atto stesso che i diyersi Saggi» compo* 
sti in yar) tempi , e frutto in gran parte delle mcJte e 
giudiziose riflessioni ^ nate dalla lettura degli Scrittori di 
Cui parla , sembrano lumeggiati con più brillanti colori • 
lift sola ultima parte , eh' é il periodo di storia divenuto 
famoso e per i grandi cangiamenti accaduti in Italia» e 
per la penna del Guicciardini , sembra da lui dettata con 
maggior vigore delle altre « Con un emulo a fronte di 
quella forza e di quella profondita par qhe prenda animo 
dal contrasto difficile nel quale si trova . Il carattere fer* 
mo ed ardito del Gipponi » V audace eloquenza del Savo- 
narola ) i profondi ragionamenti del Fiorentino SegretariOi 
la bontii di carattere di Giuliano de' Medici» l'inconsi- 
deratezza di Piero, la magnificenza e soverchia prodigalità 
di Leone ^ l'arroganza di Lorenzo (17)» T accorta placi- 
dezza di Giulio ( finché fu al governo di Firenze ) e la sua 
doppiezza e pusillaninutà dopoché fa assunto alla Tiara » 
tutto è luminosamente trattato in un quadro più ristretto, 
più animato e più vario di quello che abbiano fatto la più 
parte degli Scrittori dell' istoria Fiorentina^ ai quali » in 
mezzo ai loro pregi » manca pressoché sempre la conve- 
nienza della misura (18) • 

Terminata in tal maniera di scrivere un* opera » che 
meriterebbe le fatiche di un mezzo secolo , e dopo averla 
in grandissima parte di sua mano copiata (19)., o cmtn- 

(17) Piglio dì Piero » che ta poi Duca d'Urbino» al qnala il 
Machiavelli dedicò il suo Libro del Prmcf/i«. 
V (18) Intendesì già degli scrittori della storia di questi tempi . 

(19) Sono d'altra mano, ma da lui emendati, il Libro IL» il 
tIL» e porzione del lY.» cioè sino al i434-;l'<^PP*adice sidl'Arte 



PBEPAZIONB il 

daU^ uancaTale sempre quel puUmento , che gii iciìttoii 
•oglion dare alle loro opere quando correggono le prove 
della stampa • Persuaso di questa verità il Conte Alfieri 
eUbe a dire , clie un* opera MS. era un Ubro mezzo fatto 
il quale non può ricevere il suo intiero compimento , che 
dalla mano sollecita e infatigabile dell'Autore i che pre- 
sieda alla edizione » e n' emendi ogni fallo • 

Disponevasi intanto il Pignotti a darle in tal maniera 
le ultime cure » quando il Governo Francese fece pubbli- 
care la celebre Legge sulla stampa i colla quale ( senza 
parlare del resto) si costringevano gli Autori a inviare 
tlk censura i loro Manoscritti trecento leghe lontano dal 
lor domicilio • Depose egli allora ogni pensiero di dare 
alla luce la sua Storia, attendendo tempi migliori. Percosso 
di li a poco dalla lunga e crudel malattia , che lo ha con** 
dotto al sepolcro , la dovè lasciare imperfetta 4 

Ma peraltro generale » dopo la sua morte , manifesta- 
vasi il desiderio di veder pubblicata una Storia , che non 
solo era nota favorevolmente a quei pochi , a cui l'Autore 
avevala confidata 5 ma che attendevasi da molti, che 
conoscevano l'Autore^ come atta a riempiere un vuoto 
nella nostra letteratura . Cedendo i di lui eredi alle uni*- 
versali richieste > e non perdonando a spesa per ^ darne 
un'Edizione nitida, elegante, degna dell'Autor suo (*), 
furono però incerti del modo da tenersi nel pubblicarla • 
Sapevano essi che non aveva potuto ricevere l'ultima mano 
dall' illustre Autore e dovevano dunque lasciare intatti an* 
che quei luoghi visibilmente difettosi, che l'incuria la 

ciefla guerra , il Saggio I. > la maggior parte del II., e tutto il III* Si 
tiotaciò minutamente per le ragioni addotte alla nota 17 del Lib. 
IV> Cap. XIV. 

(0 Parlasi della prima citata ediz. di Pisa in 8.^ del i8i3- 14 
Tomo 1, a 




i8 PREFAZIONE 

fretta , o il pensiero di correggerli , ayeano lasciato scor- 
rere dalla di lui penna ? o pure » facendosi interpreti del 
suo desiderio » arditamente emendarli ? Nel primo caso » 
che cosa mai direbbero della di lui negligenza quei tanti » 
cbe a guisa dello scarafaggio , non cercano che le immon- 
dezze nelle opere dei più riputati Scrittori ? e che cosa 
direbbe il pubblico della loro temerità, nel secondo? 
Stanano essi perplessi in tale incertezza, quando leggendo 
quel luogo del Saggio IV, ove l'Autore parla del Segreta- 
rio Fiorentino , in quello trovarono la sua più bella dife- 
sa (20) . Gessò quindi ogni dubbiezza , e fu risoluto di 
pubblicare la Storia scrupolosamente quale si ritrovava 
nel MS. — Se i critici, in tal modo, additeranno qualche 
neo sparso sopra un bel volto , gli Elditori non avranno 
almeno il rammarico di poterne aver alterata la fisonomia* 

(30) ce... E' accusato d'aver talora negletta nello scrivere la 
ce correzione grammaticaleS Si può dire in sua difesa che i falli sono 
ce così lievi, che appena alcuno se n'accorge . Egli è il primo a mo- 
te strare che si può scrivere con forza e con chiarezza, trascurando 
-ce le minuzie grammaticali '. Occupato dei grandi oggetti , ha posta 
ce tutta l'energìa nell'esprìmerìì, prendendo poca cura delle regole , 
ce tra le quali spesso gli scrittori implicati , perdendo tempo a ven- 
cc tilar le parole e la loro posizione, arrestano la rapida marcia dal 
•e genio, e snervano lo stile ec. » Saggio lY. 



•9 

AVVERTIMENTO 



A 



quanto si è detto nella Prefazione crediamo do" 
vere aggiungere alcune avvertenze particolari^ che ri" 
guardiamo come importantissime* 

Se somma è la difficoltà per ogni storico di per* 
correre rapidamente de* grandi periodi, ove gli av- 
venimenti senza interruzione si succedono gli uni agli 
altri t e per cosi dire fra loro si oscurano , cresce a 
dismisura la difficoltà quando il di lui cammino ifenga 
ad ogni passo intersecato dagli avvenimenti della 
Storia Ecclesiastica , nella quale non può supporsi che 
lo storico, che per incidenza ne parla ^ trattar possa 
molti soggetti spinosi con quella profondità e quella 
scrupolosa esattezza di espressioni , che si richiedereb- 
bero da un controversista . Depositari noi quindi dei 
sentimenti delV Autore, crediamo dover prevenire ogni 
sinistra interpetrazione di espressioni ambigue , d* as* 
serzioni poco esatte (i), di epiteti dubbf , e in specie 
di generali sentenze , delle quali, altre non esatte per 
se stesse lo divengono però quando vogliano intendersi 
a seconda dello spirito dei fatti già esposti , altre al 

(i) Quella, per esempio » che si riproduce più d'una volta , 
che i Pontefici credano d'avere il diritto sui Regni della Terra » e 
che ad essi appartenga la facoltk di creare i Sovrani » che non h 
forse verificata che in qualche rara circostanza , ma che genei*al- 
mente è falsa , 



I 



20 

contrario per se stesse giustissime, potrebbero essere 
/fisamente interpetrate , se si volessero riferire soU 
tanto a un tale , o tale altro particolare avvenimento , 
a cui talvolta van dietro • U Autore , come si è detto , 
non ebbe tempo di dar V ultima mano al suo lavoro , e 
conseguentemente non può negarglisi qualche indul* 
genza , molto più in cose difficili a trattarsi anche per 
chi le professa . 




LAN^RKXTIO • PIGXOTTO 

PHIIjOSOPHO-JHISTOUIC • TPOKTAF4 
IX FABVLilS -ITALiICO • CAU^flXK • SC1UBKXD3^ 

FACII^K -PRIMO 
9\'l • VIX • AX • I^XXII • M • XI • D • XXVI 

I>KrKSS • XOX • AVG • AX«M* nccc-xii 

BOX CU • FRATRKS «HKliKOKS 

AVX'^cviiO • n • ^i-vv • 



Éb. 



/ rr/rr ///r- 



1 

1 

I 

; 
I 



NOTIZIE 

STORICHE 



SULLA VITA E SULLE OPERE 



DI 



I^ORENZO PIGNOTTI 



/ 



a3 



iJorenzo Pignotti nacque in Figline^ ricca, eulta, 
e popola tissima terra del Valdarno di sopra , nel 9 
agosto 1739. Ebbe per padre un agiato negoziante 
di quella terra: ma al nascere di Lorenzo parve 
che la fortuna, distruggendo gli averi del padre, 
volesse opporsi alla futura celebrità del figlio, di- 
modocbà si può dire con qualche ragione di lui 
come di quell'illustre Romano che nulla doveva 
agli avoli suoi: videtur ex se natus: fu quasi figlio 
di se medesimo. 

Uà zio paterno, che con miglior sorte del fra-* 
tello avea intrapreso commercio in Arezzo, chiamò 
colà Lorenzo allora in tenera età ed orfano per la 
morte del padre e della madre , insieme colle due 
sorelle Maria, ed Anna, e col fratello Odoardo. 
i L'esito mostrò, che questo zio paterno non si vol- 

' geva a soccorso del nepote per un sentimento di 

umanità^ di parentela, o di commiserazione, ma 
cedendo, quasi suo malgrado, al dovere che la legge 
imponeagli di alimentarlo.' Non fu altronde tra* 
scurata da lui la educazione del nepote t 11 Semi- 
nario d'Arezzo, che si distinse in ogni tempo per . 
ia ottima disciplina, per il metodo de' buoni studj , 
e per la capacità degl'istitutori, ebbe Lorenzo nel 
numero de' suoi alunni. 



a4 NOTIZIE 

Jl giovane discepolo mostrò di buon'ora che i 
tfuoi talenti lo destinavano ad occupare uno de' pri- 
mi posti fra i poeti e i letterati d'Italia. Percorse 
con una rapidità che eccitò la sorpresa de' suoi 
maestri le prime classi delle lettere umane . Spinto 
da una curiosità che tutto abbracciava , e dotato di 
una memoria che tutto riteneva^ egli arricchì la 
sua giovine mente delie più squisite bellezze dei 
classici italiani e latini , e il gusto della sua scelta 
mostrò ch'egli avrebbe un giorno o eguagliati^ o 
superati i modelli che prendeva per guida . La emur 
Iasione suole essere T incentivo^ di cui le istituzioni 
destinate alla scientifica e letteraria educazione 
rlella gioventù si valgoiio per impegnarla allo stu^ 
dio. Il giovine Lorenzo non ebbe bisogno di x]uesto 
stimolo ordinario 9 e che sta tanto d'appresso all'in* 
ìfìdiaL f per lanciarsi con ardore nella carriera dello 
lettere. Egli vi era chiamato da un istinto che lo 
dominava; e la distanza ch'ei lasciò tra se e i suoi 
condiscepoli^ ravvicinandolo a'suoi maestri^ lo rese 
l'oggetto dell'ammirazione degli uni e degli altri* 

Coloro, che nell'esame delle q-ualità morali^ e 
delle disposizioni delio spirito di un uomo, tutto 
attribuir vogliono alla educazione, avranno sempre 
una forte obiezione al loro sistema nel prematuro 
e sollecito annunzio che in alcuni giovani individui 
fa la natura delle grandi qualità che poi sviluppano 
adulti. Pignotti, involto nelle miserie del padre, 
allorché questi co^ deboli avanzi del suo infelice 
commercio erasi ritirato in Città di Castello!, donde 
fu poi chiamato dai doveri di parentela dello zio , 
non avendo ancor compiti nove anni, poetava, ed i 
suoi versi mostravano un genio ben superiore alla 



STORICHE a5 

età . Nel Seminario di Arezzo non era egli ancora 
escito dalla classe degli studenti che fu reputato 
degno di esser maestro. 

Dirigeva in quel tempo gli studj rettorici in quel 
Seminario un' Ecclesiastico alla di cui poetica ce» 
lebrità nulla sarebbe mancato^ se nato fosse in un 
paese men ricco di poeti, della Toscana» Il Pievano 
Laudi ( poiché sotto questo nome fu sempre di poi 
conosciuto ) letterato amenissimo, e di una leggia* 
dria classica nelle poesie bernesche, apprezzò i 
talenti letterarj del giovine Pignotti e coltivò in 
lui la innata disposizione ch'egli mostrava pel poe* 
tare(i). Non era egli ancor escito dalla classe della 
Bettorica, che le sue poesie formavano lo stupore, 
eia delizia delle più culle persone della città, cosic* 
che gli ocelli di tutti erano rivolti sul seipioarista 
poeta* 

La celebrità che distingueva il Pignotti ancor 
giovine impegnò Monsignor Filippo Incontri, che 
allora copriva la Sede Vescovile di Arezzo, Prelato 
estimatore de' talenti, e fornito di discernimento 
per distinguerli, a proporgli di occupare il posto 
del Landi allorché questi fu chiamato dalla catte- 
dra alla cura delle anime. Ma né le inclinazioni 
del Pignotti lo determinarono ad abbracciare lo 
Stato -Ecclesiastico, come avrebbe dovuto fare se 
accettava l'invito; né la elevatezza del suo ingegno 

(i) Pignotti ha fatu onorevol menzione del suo Maestro 
in nna sna novella tuttora inedita intit<^ata lb bukli dbl dutoi.0, 
„ Trovossi a caso un giorno non lontano 
^ Da questo pazzo un prete a Febo caro» 
^ Che già cantò la vita d' un piovano 
„ Con tosco stile il ^vk purgato e raro» 
„ Uno de'piii bei spiriti» e plb dotti 
M Che il fertil Casentino abbia prodotti, 



atì NOTIZIE 

avrebbe saputo abbassarsi ai dettagli del magistero^ 
che gli veniva proposto (2). 

Fu allora che egli dovè manifestare allo zio la 
sua decisa risoluzione di darsi interamente a colti- 
vare le scienze e le lettere^ e la impossibilità di 
legarlo allo StaJto Ecclesiastico. Questa franchezza 
del giovane Pignotti, autorizzata altronde dalla 
libertà che ognuno dee avjere di scegliersi uno sta- 
to^ dispiacque allo zio, il quale bruscamente negolli 
ogni ulteriore soccorsole limitò ogni sua generosità 
a un appuntamento sì meschino e sì debole^ che 
appena potea bastargli a soddisfare i primi e più 
urgenti bisogni della vita « 

Le più grandi reputazioni hanno spesse volte 
dipeso da circostanze, che se mancate fossero, uo« 
mini che hanno fissata V attenzione de' loro con- 
temporanei e de' posteri, sarebbero rimasti confusi 
nella folla , e coperti di oscurità . La maggior sorella 
di Lorenzo , Maria , erasi unita in matrimonio in 
Arezzo con Antonio Filippo Bonci , uomo che nella 
sua professione di agrimensore, e calcolatore non 
avea certo ampj mezzi per dar soccorso al cognato, 
ma avea sortito dalla natura un animo generoso, 
un cuore compassionevole , e ciò che più importa 
bastante discernimento per distinguere che i talenti 
del suo a (line erano pregevoli cose, e meritavano 
perciò d'essere coltivati, e protetti. Il cognato cor- 

(3) Ecco come egli stesso descriTe questa epoca della sua 
vita nella bella Epistola al Gav. Vittorio t'ossombroni : 
„ Tra i preti, senza voglia d'esser prete» 
9, In Seminario i primi anni passai; 
„ E d'Enea le vicende or triste, or liete 
„ Lessi, e del Yemisin gli scherzi gai: 
„ A.ir ingegno abbozzato in questa guisa 
„ Novelle cognizioni aggiunsi a Pisa. 



STORICHE 27 

resse io (accia a Pignotti le ingiustizie, e la durezza 
del zio : lo accolse presso di se ; lo sottrasse allo 
scoraggi mento, e gli somministrò i mezzi per con- 
tÌQuare la sua educazione letteraria , e scientifica 
alla Università di Pisa • 

Il Pignotti mostrò in tutto il corso della sua vita 
quanto viva fosse la gratitudine sua per questa gene* 
rosila del cognato. Egli dichiarò sua Patria quella 
del marito della sua sorella, e suo benefattore; la 
storia letteraria può anche a ragione riguardarlo 
come Aretino, se disprezzando il luogo della nasci- 
ta deir individuo si dee piuttosto valutar quello 
della nascita della sua celebrità; e questa osserva- 
zione, qualora un giorno il luogo della nascita di 
Pignotti fosse per divenire oggetto di controversia 
erudita, potrà forse 

jàux Saumaises futures epargner des tortures» 

Le forze deir ingegno del giovine Lorenzo sem* 
bravano proporzionarsi alle diverse situazioni nelle 
quali trovavasi , e come seminarista avea saputo 
conciliarsi Tammirazione , ^ la stima de' suoi Pre* 
cettori umanisti, cosi discepolo alla Università sep- 
pe conciliarsi quella de' suoi Precettori filosofi. Il 
celebre Professore Soria noto per la vastità delle sue 
cognizioni e per la sua eloquenza , fece del Pignotti 
anziché un suo discepolo un suo amico del cuore. 
Aveva questi , suir esempio del celebre Francesco 
Redi suo compatriotto , prescelto lo studio della 
medicina e della filosofia , come quello che più 
forse era da lui reputato compatibile coi prediletti 
suoi lavori poetici • In queste due facoltà egli fu 
laureato in Pisa nel primo maggio 1763, e riportata 



38 NOTIZIE 

la laurea si trasferi a Firenze a farvi le sue pratiche 
tpediche in quel Regio Arcispedale . . 

Ebbe a quell'epoca TijQgegno del Pigiiotti uo più 
Tasto teatro ove farne conoscere la tempra. CorabÌ7 
nando, con una saviezza non tanto frequente nei 
giovani coltivatori delle Muse^ ciò che egli dovea 
al pensiero di un suo utile, e decoroso stabilimento 
onde sgravare il cognato del peso di mantenerlo, e 
ciò che sentiva dovere al naturale impulso che lo 
portava esclusivamente alle lettere ed alla poesia, 
procurò di acquistare un nome in medicina colla 
sua assiduità al pratico studio di quest'arte^ come 
lo avea acquietato e andava ogni giorno più esten- 
dendolo colle sue poetiche produzioni , che recitate 
da lui nelle più colte, e più distinte società della 
capitale lo aveano reso V oggetto della meraviglia , 
e deMesiderj di tutti. 

In tempo de' suoi studj pratici di medicina fu 
ascrìtto il Pignotti nel annoerò degli Accademici 
Apatisti; e ciò che prova ch'egli fin da quel tempo 
seppe unire a una immaginazione piena di vivacità^ 
e di grazia quanto la memoria può possedere di 
vaste ed utili cognizioni^ fu l'accoglienza ch'ei me« 
rito sebbene in giovine età , dai dotti componenti 
la cosi detta Accademia del Sibillone(3). Quest'Ac- 
cademia, sebbene apparir potesse frivola pel suo 
oggetto, era in Firenze un residuo di quelle amene 
società letterarie, che nate nella ricchezza di ogni 

(S) Il Goldoni nelle Memorie della sua Vita parla a lungo 
di auest' Accademia. Siccome detto libro , uno de' più sentili ^n 
quel genere » va per le mani di tutti , crediamo inutile di ri- 
poiiare quanto ne dice , bastandoci di rimandare a quello i no- 
stri lettori. 



STORICHE 29 

geoere di lavori di fantasia y e non sembrando di* 
rette ad alcuno scopo di vera utilità^ servivano per 
così dire di alimento ai begV ingegni che le frequen- 
tavano , e come le cose di mero lusso mostravano 
lo sfoggio che si potea fare tra noi dello spirito e 
della erudizione anche dopo avere esauriti soggetti 
di maggior conto. Una circostanza mostrò quanto 
il giovine Pigootti si mettesse ben presto in quella 
società a livello de' pili accreditati^ e de' più vecchi 
campioni suoi . Propose egli un quesito relativo ad 
un oggetto di scienza: dovea far quadrare la risposta 
della Sibilla alla soluzione del quesìto^il Nestore di 
quell'Accademia^ e la Sibilla avea risposto Scuffia. 
che il Nestore non sapesse nel momento immagi* 
Dare i rapporti tra la risposta e il quesito, come era 
suo impegno di fare, o mortificar volesse la cele* 
brità di cui godeva il giovine poeta , si fece lecito 
di osservare che savissima ed opportuna era stata 
la risposta della Sibilla al quesito in quanto che 
trattavasi di un tema più degno di occupare la toe- 
letta di una donna , che la erudizione di un lette- 
rato. I poeti non si offendono impunemente, e il 
giovine Pignotti mostrò in quell'incontro la verità 
del detto d'Orazio/hcf^ indignatio versum. Con una 
dissertazione, in cui brillavano i tocchi di una ori- 
ginai fantasia, e in cui si ammiravano profusi i fiori 
di una classica e squisita erudizione misti alle gra- 
zie di ano stile lepido e piccantissimo, mostrò la 
congruenza della risposta Sibillina al quesito, e fu 
coperto di applausi . 

^Queste brighe letterarie e questi lavori di mero 
accademico lusso non distolsero il giovine Pignotti 
dagli stud j più serj e più utili della medicina pra- 



3o NOTIZIE 

tica a cui cbiainavalo la riconosceoza e il dovere. 
Ottenne egli ben presto con plauso de' suoi istitutori 
la matricola in medicina^ e col sollecito esercizio 
di questa professione lucrosa fu quasi subito in grado 
di esimere il cognato dal pensiero della comoda 
sua sussistenza. Nato con un senso rettissimo sebben 
dotato di una fantasia fervidissima ^ egli seppe fino 
dagli anni suoi giovani subordinare le sue più ca- 
re inclinazioni al pensiero delle sue convenienze 
sociali f e ciò che recherà ancor più meraviglia , e 
servirà di esempio a coloro che giovani prendono 
per bisogno di indipendenza poetica la inclinazione 
sì naturale alla vita sfaccendata , e affettano la im-* 
pazienza di Ovidio senza possederne il genio^ egli 
si dette, per avere uno stabile e decoroso posto 
nella società, all'esercizio di una professione , alla 
di cui efficacia , come qualche altro illustre scettico^ 
non era molto propenso a credere (4). 

Un medico letterato e poeta riunisce tutti i mez- 
zi, e tutti i vantaggi per fare una figura brillante 
nelle società di una eulta e popolata capitale. Pi- 
gnotti risenti ben presto gli ottimi effetti del savio 
impiego de' suoi talenti. Se allorché si mostrò nelle 
società come mero poeta potè dilettar tutti, e fissare 
la curiosità di tutti, allorché vi comparve come 
medico accreditato dalla stima delle sue guide^ e 

(4) 99 Ebbi desio di rintracciar l'arcano 

„ Principio delle cose, e il cupo seno 
„ Della Natura, ed un capriccio strano 
,, L'arte a studiar mi spinse di Galeno; 
f9 £ aUor credeva in buona coscienza 
„ Che ci fosse nel mondo questa scienza. 
,» Mi la fallacia vistane, e visto anco 

„ Ir l'astrologo e il medico del paro ec 

Pignoni, ih. 



STORICHE 3f 

da' suoi successi , il diletto si convertì in bisogno , e 
la curiosità in brama di possederlo. Nemico di ogni 
specie di queir affettata gravità , con cui qualche 
seguace di Galeno o cuopre la sua insufficienza , o 
tenta di aggiungere un merito di opinione al reale 
suo merito, egli professò come medico e nel conte- 
gno, e nel metodo tutta la semplicità e tutta la 
franchezza della buona Scuola Toscana, e non man- 
cò forse a lui per porsi al lato del Redi fra i maestri 
nell'arte salutare j che il volerlo . Se le medicine 
che si apprestano all'animo sono ben spesso più, o 
al pari proficue di quelle che si apprestano al cor. 
pò, non mancarono al buon senso, al gusto, alla 
erudizione, ed all'amenità del Pignotti i mezzi 
onde essere utile a' suoi illustri malati, e illustri fu- 
rono quelli che fin dal primo esercizio della sua 
professione alla cura sua si commessero . Fra questi 
illustri malati merita di essere annoverato il Signor 
Marchese Viale di Genova, il quale assistito e curato 
da lui in una penosa e ostinata oftalmia, tale attac- 
camento a lui prese, che restituitosi in patria seco 
Io volle, e non risparmiò né preghiere né promesse 
per trattenervelo, esibendogli un decoroso ed utile 
stabilimento . 

Ha Pignotti, che avea contratta in Toscana inti- 
ma ùmiliarità , e dimestichezza co' più ragguarde* 
voli personaggi , e che godendo della special prote* 
zione dell'illustre Presidente Pompeo Neri voleva 
onninamente da lui dipendere, come egli si esprime 
in una sua lettera del di 1 1. Gennajo 1767. diretta 
alia sorella io Arezzo, propose all'impiego chea 
loi era offerto in Genova l'amico .suo Abate Cesti 
aretino, e ricusando fino una più lumiapsa colloca^ 



3a NOTIZIE 

Kione^clie i beneyoli suoi protettori di quella città 
gli progettarono in Parigi, ritornò sollecitamente in 
braccio de' suoi protettori Toscani • 

Sembra che Pignotti, o calcolando che la pro- 
fessione di medico continuata a esercitare da lui 
dopo il suo ritorno in Firenze non gli dava la indi- 
pendenza e Tozio necessario a un col ti vator delle 
Muse ) o impaziente di avere un più vasto campo 
in cui far brillare la sua eloquenza e la sua erudi- 
zione facesse conoscere questo suo desiderio air il- 
lustre suo protettore Pompeo Neri, il quale pensò 
di fare un dono al Sovrano e alla patria proponen- 
dolo per la cattedra di Fisica nella nuova Accademia 
che rimmortale Pietro Leopoldo stabili nel 1769 in 
Firenze per la istruzione della nobiltà» 

Questo impiego sebbene non molto lucroso dette 
a Pignotti il mezzo di aumentare la sua celebrità y 
e di acquistare nuove e più strette relazioni col- 
rOrdine il più illustre della città, in mezzo al quale 
aebben non di elevata nascita^ e dato interamente 
alle lettere, seppe dipoi vivere sempre ed ammirato 
ed amato* A questa circostanza si dee forse attri- 
buire queir urbano e costante riguardo, che egli 
sempre professò alle persone per nascita distinte,- 
e quella inclinazione , che sembrò portarlo sempre 
a cercare la lor compagnia, inclinazione di cui alcu- 
ni spiriti cupi e difficili hanno preteso di fargli un 
torto, calunniandolo col nome di adulazione, e che 
altronde mostra quanto V animo suo fosse sensibile 
a tutte le convenienze sociali, e quanta importanza 
mettesse in stabilire col suo esempio quella comu-» 
nìcazione che sempre esister dovrebbe tra gli uo^ 
mini di lettere, e le persone che hanno i mezzi di 



STORICHE 33 

proteggerle. Se Pigootti fosse vissuto al tempo di 
Lorenzo il MagniGco egli avrebbe avuto un posto 
Dei suo cuore insieme con Poliziano^ e Landino. 

Nel 1774 fu il Pìgnotti dalia cattedra di Csica 
in Firenze elevato a quella parimente di fisica nel- 
l'Università di Pisa. Le sue lezioni in una materia 
di cui si può dire a ragione ornari res ipsa negai , 
contenta doceri , furono modelli di eloquenza e di 
gusto. In un tempo in cui quella città era divenuta 
specialmente in inverno il soggìoroo di delizie d'il- 
lustri e reali Personaggi allettati a godervi la dol- 
cezza del clima y e una situazione che Tarte ha per 
cosi dire strappata dalle mani della natura per ren- 
derla più deliziosa e più bella, le lezioni del Pignotti 
erano frequentate da questi Personaggi illustri, che 
il desiderio di udirle confondeva fra i suoi scolari . 
Analizzando la natura de' corpi, e investigando le 
lor proprietà, egli dava a tutto un atteggiamento in- 
teressante ; la immaginazione allettata sembrava 
dover servire d'incitamento alla ragione per istruir*- 
si, ma era però sempre la immaginazione della ra*- 
giooe compagna , accoppiamento che il solo gusto 
del Pignotti potè rendere un ùtile mezzo d'istru^ 
zione • Egli possedeva la eloquenza delle idee, e 
quella delle parole, e V una e T altra comparivano 
sulle sue labbra abbellite da ciò che di più interes- 
sante ha la magia dello stile improvvisato, e la pu- 
rità e la correttezza della dizione. Egli non ebbe 
volubilità di eloquio, cosa che il volgo de' parlatori 
e degli uditori confonde colla eloquenza, e che altro 
Don è che verbosità e pronunzia : fu al contrario 
pronunziatore tardo anzichennò, e se la causa deU 
i'iotrinseco merito delle sue lezioni avessse potuto 

Tomo /. 3 



\ 



34 NOTIZIE 

confondersi con quella del suo modo di declamare^ 
o avesse potuto per questo perdere del pregio suo ^ 
gli si dovrebbe far rimprovero di una certa rao* 
notonia . 

Pare che si possa riferire a questa epoca il prò* 
getto che il Pignotti concepì di dare alla poesia 
italiana un genere di componimento^ di cui in mez- 
±0 allabbondanza di ogni altro mancava > e al quale 
dovè egli il sommo grado di fama a cui tanto fra 
noi quanto presso le straniere nazioni giunse il suo 
nome. Noi parliamo delle sue favole^ le quali videro 
per la prima volta la luce in Pisa nel 1782 per i 
torchi del Pieraccini. Poche opere ebbero il successo 
di questa > mentre si calcola che in breve tempo se 
ne facessero fino a quindici edizioni in Italia ed al- 
trove, pervenute poi più che a trenta. 

La favola del Pignotti non è del genere di quella 
di Esopo ^ o di Fedro^ né di quella di La Fontaine 
o di Gay sebbene a quest' ultima più che a ogni 
altra si appressi. La favola ornata è un componi* 
mento che la poesia italiana dee a Pignotti^ e al 
fino discernimento che egli portava anche nelle 
cose di fantasia. Alcune favole del Crudeli non pre- 
sentano né il progetto né il tentativo di questo ge- 
nere. La Fontaine potè in una lingua che tanto si 
presta alla concisione, e alla precisione, e tanto ser- 
ve allo spirilo, mentre tanto poco si adatta alla ima- 
ginazione, darsi a una favola^ il cui maggior pregio 
è la rapidità del racconto , e quella bella semplicità 
che il nostro idioma tanto poco conosce da non 
aver termine da esprimerla come il francese. Una 
lingua poetica come la nostra dovea dare alla favola 
un ornamento che la facesse comparire con altri 



STORICHE $5 

prtfi che quelli della favola d'ultramonte e d oltre* 
mare a istruire e dilettare in tutte le classi della so- 
cietà, cosicché non rimanesse più confinata negli 
augusti limiti di una istruzione puramente morale, 
e circoscritta nelle biblioteche della gioventù. 

Per disarmare la malignità che forse affettava di 
ravvisare in lui nulla più che un poeta , Pignotti 
volle mostrare che se la sua mano sapeva con tanta 
grazia maneggiare il pennello della poesia, potea 
con eguale successo maneggiare Io stile delle scien<» 
te, e pubblicò le sue Congetture meteorologiche 
sopra le variazioni del barometro secondo la teoria 
del Signor le Roy . In un soggetto congetturale te 
ipotesi le più brillanti e le più ingegnose sono quelle 
cbe più appagano, e quanto più il libro è ben scrit^ 
to, tanto meno il lettore misura i gradi di verisimi* 
glianza o dì probabilità della ipotesi. Le congetture 
di Pignotti sono piene d' ingegno e coerenti in ogni 
lor parte al sistema , co' principj del quale egli prò- 
cedeva a sciogliere le difficoltà del soggetto. 11 suo 
stile è chiaro e dotato di scientifica precisione: le 
grazie che di tanto in tanto lo adornano gli datino 
un' ark di originalità che non va mai disgiunta 
dalle produzioni degli scrittori di genio. La rivolu* 
zione che in questi ultimi tempi subì la fisica chi' 
mica e pneumatica ha renduti necessar) alcuni 
cambiamenti in quell'opera, e Pignotti, seguace 
iempre de' progressi del suo secolo, gli avea già 
preparati, ma per incuria o per ignoranza del li« 
braio, a cui furono consegnati per istamparsi, sono 
rimasti tuttora inediti . 

L'Elogio di Pignotti , scritto da dotta e celebre 
penna , percorre minutamente le opere tutte si io 



36 NOTIZIE 

prosa che in verso onde egli arricchì la italiana 
letteratura. Ma noi non possiamo esimerci dall' in- 
dicare quell'opere sue di maggior grido, che avendo 
formata un'epoca nella storia della poesia, e della 
letteratura patria , ne hanno pur formata una in 
quella della sua vita • 

Una delle originali e preziose caratteristiche delle 
poesie di Pignotti è quella di unire a quanto ha di 
più vago e di più variato la fantasia inventiva quan- 
to di più istruttivo e filosofico ha la ragione. Egli 
non ha scritto, tranne alcune poche imitazioni , né 
Epistole, né Satire, né un'Arte Poetica come Ora* 
zio e Boileau, ma ha dato all'Italia un modo di 
poetale che lo rende 1' Orazio, e il Boileau dell'ita- 
liana letteratura. Sembra che sotto la sua penna le 
Grazie si spoglino de' loro attributi per rivestirne 
la ragione e la filosofia • Se egli si rivolge nelle sue 
poesie ai Grandi, sa come Boileau mescolare a Iodi 
giudiziosamente espresse , precetti di letteratura e 
di morale resi con verità e precisione , e il precetto 
sembra perderne l'aria, tale è per cosi dire la di«> 
aiuvoltura e la grazia con cui si annunzia. Nella 
pittura del vizio e del ridicolo egli nasconde la sferza 
in mezzo alle rose, e si fa leggere con interesse da 
quegl'istessi ohe forse ha presi di mira scrivendo. 
, , Questi pregi , che abbelliscono tutte le poesie di 
Pignotti^ o si tratti delle sue favole, o si tratti delle 
sue liriche poesie , presagivano un genere di compo-* 
nimento di cui doveano formare la primaria bellez- 
za , e che perciò esser dovea un genere originale • i 
Ne' lavori di fantasia, e nelle opere di gusto é dif- * 
ficile classare i generi come. si classano le pietre e 
gl'insetti nel gabinetto di un naturalista , e il genio 



STORICHE 37 

che crea si rìde dello spirito di clsssaBione . L'Ita- 
lia possedeva un genere di poema ^ che raggirandosi 
sulla narrazione di un avvenimento celebre^ ma ri- 
dicoloy non meritava il nome di poema epico y a cui 
perciò i classato rì dettero il nome di poema eroico- 
mico • Ma questo genere anche sotto la penna del 
facile ed ameno Tassoni fu condannato sempre ad 
una poco decente scurrilità ; e le Muse non si ver- 
gognarono talvolta di parlar le frasi della piazza ^e 
del trivio • Despreaux aveva mostrato nel suo Leggio 
come con poca materia si può spargere in un sog- 
getto molta varietà , del movimento e delle grazie^ 
e in Despreaux la varietà non affoga la unità del 
sc^getto in una farragine di episodj posticci che la 
distruggono : il movimento non consiste nel con- 
giungere il mitologico collo storico, V allegorìcocol 
reale ^ e nel condurre gli Dei dell'Olimpo a un'oste- 
ria : né le Grazie invece di sorridere decentemente 
si smascellano come le donne del volgo • Ma per 
tenere in giusti confini il ridicolo in un tal genere 
di componimento e renderlo quanto più è possibile^ 
sia permesso il dirlo , spirituale , è necessario uh 
senso squisito delle convenienze , uùa cognizione 
perfetta di tutte le gradazioni delle umane follie, e 
di tutti i capricci delle ingentilite passioni, onde il 
poeta possa scegliere i suoi modelli nelle conver- 
sazioni, e non nelle piazze. La unione della poesia 
allo spirito sarà notata dagli annali della nostra lette- 
ratura nel Poemetto del Pignotti la treccia donata. 
Noi non pensiamo che la traduzione sia la pietra del 
paragone della bontà di un componimento poetico 
comaDque esser lo possa della precisione dello stile. 
Ma le traduzioni francesi che di questo poemettp 



38 NOTIZIE 

«ODO State fatte mostrano che, anche spogUato della 
magia dello stile, in cui il maggior pregio della 
poesia consiste, le spiritose allusioni, la. leggiadra e 
rapida narrativa, la pittura piccante de' caratteri , 
e la ricchezza della invenzione hanno potuto con* 
servarsi con interesse anche a traverso il mezzo 
trasparente sì ma sempre imperfetto ed oscuro dalla 
traduzione in una non poetica lingua • 

Negli Elogi del Consigliere Tavanti, del Mattema. 
tico Perelli, e del Cavaliere Ranuzzi, Professore di 
diritto pubblico nell'Università di Pisa , pagò il Pi* 
gnotti un debito all'amore di patria, poiché o Are- 
tini , o quasi Aretini erano quei distinti soggetti • 
Nelle Lettere su i Classici latini al suo amico Se* 
nator Giulio Mozzi, egli altro non facendo che te- 
ner conto de' colloqui che seco lui su molte materie 
di gusto avea avanti in occasione delle RR. villeggia* 
ture al Poggio a Cajano, di cui saremo a parlara 
più diffusamente in appresso, cosicché dir potea 



vestigia retro 

Observata seguorf 

mostra qual fosse il fino suo discernimento, e il 
tatto suo squisitissimo uell' apprezzare le bellezze 
de' capi d'opera del genio nelle due arti, si spesso 
a torto chiamate sorelle, la poesia e la pittura: egli 
ammiratori del Tasso debbono perdonargli il posto 
subalterno in cui pur sembra che abbia voluto col* 
locarlo a confronto dell'Ariosto, te non altro in 
grazia dell' ingegnose riflessioni eh' egli fa suir uno 
e suir altro poeta . 

Era da credere che dopo tante originali e si bel* 
le produzioni nulla ormai più mancasse alla gloria 



STORICHE 39 

ktteraiia di Pi^otti. Ma egli avea concepito il 
progetto di an" opera tanto vasta per la moltiplicità 
degli oggetti che dovea abbracciare^ quanto impor- 
tante per la indole degli avvenimenti che dovea 
descrivere. Noi non potremmo determinare quali 
furono i motivi che impegnarono Piguotti , che aspi- 
rava ad assidersi al Ganco della Musa della Storia 
come erasi assiso a quello della Poesia , a scegliere 
la Storia della Toscana da' più remoti ed oscuri 
tempi dell'Etrusche antichità fino allo stabilimento 
del Granducato. Ma noi dobbiamo congratularci 
con noi medesimi , e con tutti i Toscani^ che questo 
soggetto non sìa stato tolto alla patria nostra lette-- 
ratnra, e divenuto come qualche altro toscano sog- 
gettO) il dominio della letteratura straniera. 11 celebre 
Gibbon , chiamato dalla forza del suo genio a ma* 
neggiare il pennello della storia > stette lungamente 
perplesso nella scelta dei soggetto che dovea occu- 
pare Tardità sua critica^ lo sfarzoso lusso dello sti- 
le suo, e la immensa sua erudizione. Nelle memorie 
per servir di storia della sua vita e delle sue opere 
scritte da lui medesimo racconta che due soggetti 
in prefei*enza di ogni altro lo allettavano: la storia 
della libertà svizzera^ e quella della repubblica di 
Firenze sotto la casa de' Medici ; e racconta inoltre 
che data la preferenza a quest'ultimo soggetto, co- 
me reputato da lui il più interessante, avea già pre- 
V parati molti e ricchi materiali per affrontarlo . Se 
Gibbon avesse posto mano a questo lavoro istorico, 
e Io avesse compito, niuu altro avrebbe ardito forse 
di scrivere la Storia delle Toscane Repubbliche do- 
poché la più bella parte di questa storia fosse stala 
trattata da si valorosa e celebre penna • Per buona 



/ 



4o NOTIZIE 

▼entara della nostra letteratura patria^ Gìbbon me-» 
ditando sulle rovine del Campidoglio in occasione 
del suo viaggio a Roma^ si rivolse alla decadenza, 
e alla caduta dell'Impero romano; e la Storia della 
Toscana nella più luminosa sua parte ^ e ne 'periodi 
i più interessanti delle sue vicende morali e politi- 
che, rimase intatta , onde esercitare la erudizione 
del nostro Pignolti • 

Quest' opera, di cui sebben postuma noi parliamo 
adesso per non interrompere la narrazione delle 
opere sue letterarie, poiché la vera vita di un let<» 
terato tutta nelle sue produzioni consiste, dovè co* 
stare a Pignotti lunghi e penosi studj e una fatica 
sempre mal compatibile con un'età già come la 
sua avanzata. Poeta da giovine riserbò gli ultimi 
anni della sua vita alla gravità dello storico. Pec- 
cheremmo di arroganza se volessimo anticipare un 
giudizio su questa opera, che mentre noi scriviamo 
non è ancor divenuta di pubblico dritto. Ma sarà 
lecito allo scrittore delle notizie della vita e delle 
oper.e di Pignotti di notar tutto ciò che in queU 
r opera è degli attributi dell'uomo e del cittadino 
anziché dell'Autore. La moderazione e la saviezza 
con cui Pignotti giudica degli avvenimenti operati 
dalle passioni le più intrattabili dell'uomo, e la 
decisa sua avversione per tutti quei movimenti po- 
polareschi , che taluno sarebbe tentato di chiamare 
democratica indipendenza, e che chiama sempre 
movimenti della canaglia: la venerazione e Tinte* 
resse con cui segue la origine, e i successivi ingran* 
dimenti della Casa Medicea, in tomo alia quale co- 
me centro di sicurezza e di pace le lunghe inquie- 
tudini, che agitarono la Toscana, rimasero acquie- 



STORICHE 4i 

tate ed estinte, mostrano il retto suo senso nelle 
cose politiche^ e la profonda sua cognizione della 
umana natura» Quest'opera più importante assai 
che le metamorfosi del Sulmonese, poteva avere 
come quelle 9 sotto la penna dell'autore un maggior 
grado di perfezione se egli fosse stato in tempo a 
correggerla ; e noi in questo riguardo non possiamo 
frenarci da spargere su quel!' opera una lacrima di 
dolore come molte ci apprestiamo a spargerne sulla 
sua tomba . 

La Storia della Toscana , al di cui compimento 
con tutto impegno il Pignotti si accinse, produsse 
due effetti neirulterior corso della sua vita • Da un 
lato impegnò la giustizia del Governo a compartir- 
gli ozio con dignità, dall'altro contribuì a logorare 
ogni di più la sua vacillante salute^ 

Dispensato nel 1801 dalle lezioni pubbliche, fu 
poi nel successivo. anno esonerato affatto dalle cure 
della sua cattedra , ond' egli potesse a migliore suo 
agio occuparsi della continuazione, e del perfezio-' 
namento del suo storico lavoi^o • Promosso al grado 
di Regio Istoriografo, fu dichiarato Consultore del 
Sovrano in tutte le materie di pubblica istruzione; 
e finalmente nel 1807 giunse al sommo grado delle 
dignità letterarie in Toscana , essendo stato nomi* 
nato Auditore della R. Università di Pisa. 

Ma 3e la Toscana è per possedere in Pignotti uno 
storico , ^he non ci faccia invidiare alla Inghilterra 
nn Hnme ed un Robertson, ella ne è debitrice alla 
bontà, e alla munificenza con cui S. A. I. e R. il 
Granduca Ferdinando HI. lo trattò sempre. Que* 
st'ottimo Principe, amico fino da 'suoi giovani anni 
delle lettere e decloro coltivatori, onorò i talenti del 



4a NOTIZIE 

Pigaotti ammettendolo nello Scelto cerchio di scien- 
ziati coi quali amava talvolta di conversare familiar* 
mente ^ e Io credè degno di contribuire ad aumen- 
tare colla sua presenza le delizie delle sue RR. vil- 
leggiature al Poggio a Gajano^ alle quali era egli dalla 
sovrana bontà spesse volte invitato. Il progetto di 
una Storia Toscana concepito dal Pignotti in quel- 
l'epoca appunto, e allorché egli perciò godeva di una 
illimitata celebrità, mostra ch'ei non credeva dì 
avere ancor ben pagato il suo debito di attaccamene 
to alla patria^ e di riconoscenza al Sovrano, se non 
dava alla Toscana una storia di cui mancava. 

L'onorevole incarico della direzione degli stud| 
toscani, che Pignotti avea esercitato con tanta utilità 
della istruzione pubblica dal 1801 in poi, incominciò 
a divenire dopo il 1808 un peso incomodo sulle su« 
braccia. Nel 1809 era stato assalito il Pignotti da 
un colpo di apoplessia che ebbe tutte le apparenze 
di nervosa, nel palazzo degl'illustri suoi protettori 
ed ospiti i Signori Principi Corsini in Firenze, ove 
il Pignotti ammessovi dalla liberalità e dall'amicizia 
del Gran Priore Lorenzo di questa casata , era vi pur 
trattenuto da un egual tratto di amicizia e di libe- 
ralità degli ottimi Principi nepoti suoi, ai quali fa 
sempre la compagnia di Pignotti carissima^ come 
cara ne conservano la memoria. Da quell'epoca ia 
poi i suoi amici, e quelli che più frequentemente a 
lui si avvicinavano incominciarono a notare in' esso 
un' indebolimento di memoria , che andò gradata- 
mente aumentandosi , in special modo per le cose 
recenti, sebbene vivissima e pronta la conservasse 
()er le antiche. Le sue facoltà intellettuali furono ia 
progresso indebolite di più^ da altri e nuovi attacchi 



STORICHE 45 

ipopletici acquali andò soggetto. La sua proclività 
ai pianto mostrò che la robustezza del suo spirito 
non era altrimenti la stessa • Le sue gite da Pisana 
Firenze nella calda stagione , delie quali egli tanto 
ti dilettava , furono affatto intermesse , e rimase 
stabilmente a Pisa, soggiorno reputato da' medici 
più allo stato di sua salute opportuno. 

Pignottì fino da giovine non avea trascurato alcun 
mezzo per corroborare la sua fisica costituzione. Il 
gioco del pallone, la equitazione, la caccia , nella 
quale però non dette mai segni di gran destrezza, 
e soprattutto la scUerma , furono i ginnastici esercizj 
con cui procurava di rinvigorire il corpo, mentre 
arricchiva collo studio lo spirito. In quest'ultimo 
esercizio ebbe a competitore l'amico suo Conte Fe- 
derigo Barbolani da Montauto. Procurò anche di 
sollevare la mente con distrazioni piacevoli, e amò 
la musica specialmente la strumentale, essendosi 
sufficientemente addestrato al suono del flauto e 
del mandolino . Non gli si può rimproverare di es* 
Bersi abbandonato ad alcuna sorte di eccesso ; e la 
sobrietà fu una delle sue virtù favorite. Adottato il 
metodo di un'unica commestione nell'intero giorno, 
vi rimase fedele fino agli ultimi periodi della sua 
vita, e solo si abbandonò forse soverchiamente al- 
l'uso del caffè, che amava con trasporto, e che nel 
suo sistema dovea tenergli luogo del vino , da cui 
sempre e costantemente si astenne. 

Con questo austero e metodico regolamento di 

vita, sembrava che Pignotti dovesse goderne di un 

corso più lungo. Ma le forze della natura indebolite 

già ia lui dal lungo studio , che talvolta protraeva 

alle più tanle ore della notte, sembrarono intera- 



44 NOTIZIE 

mente abbandonare il suo spirito, se non abbando- 
narono con eguale prestezza il suo corpo. Gli ultimi 
periodi della vita di questo letterato presentarono 
un fenomeno opportunissimo ad umiliare rumano 
orgoglio. Pope citò la debolezza del carattere di Ba- 
cone per avvertire che niuno dee insuperbirsi della 
superiorità delle sue cognizioni. Noi possiamo citare 
non la debolezza , ma l'assoluta morte dello spirito 
di Pignotti^ tuttora animato e vivente, per avvalora- 
re lo stesso morale precetto . Quest' uomo sommo, di 
cui ognuno potea contemplare nel suo volto non al- 
terati i delineamenti del letterato, cbe avea si spesso 
istruite e ravvivate le società che aveano il bene di 
possederlo, fu negli ultimi suoi giorni condannato 
ad una vjta pressoché automatica . La incomprensi- 
bile nullità del suo spirito annunziava un intero e 
segreto principio di universàl debolezza, e reso li- 
bero degl'insulti apopletici fu assalito da repentino 
furiosissimo attacco infiammatorio alla vessica che 
lo tolse da' vivi nel 5 Agosto 1 8 1 a , dopo che la. re- 
ligione ebbe a lui somministrati i soccorsi che il de- 
plorabile suo stato di mente potè ammettere. 

Il morale carattere di Lorenzo Pignotti merite- 
rebbe per se solo un elogio. Quantunque Noi ne 
abbiamo dato qualche cenno nel corso di queste 
notizie della sua vita e delle sue opere , crederem- 
mo di non aver reso abbastanza giustizia alla sua 
memoria se nulla più ne dicessimo. Allorché leg* 
gendo la storia letteraria degli uomini che illustra- 
rono il decimosesto secolo colle loro opere e co' loro 
scritti scorgiamo con qual rabbia indecente Tun 
l'altro si lacerarono, siam tenuti a credere a quel 
filosofico paradosso, che ci dipinge le scienze e le leU 



STORICHE 45 

lere come unicamente capaci di corrompere e de- 
gradare la umana natura^ e questa tentazione non 
ci vien talvolta da tempi tanto remoti. In Pignotti 
la cultura delle lettere parve perfezionare in lui un 
certo senso di moral rettitudine che forse egli avea 
in parte sortito dalla natura^ e che non si smentì 
giammai in tutte le azioni della sua vita . Natural- 
mente o almeno in apparenza flemmatico , la paca* 
lezza delle sue maniere imprimeva un nuovo carat- 
tere di bontà nel suo contegno e ne' suoi discorsi. 
Reso superiore alla invidia da' suoi successi letterarj 
fino da'primi suoi anni o non la conobbe per un sen- 
so di superiorità 9 non la potè conoscere per una 
bootà che gli era innata. Inesauribile ne'suoi parti 
poetici, egli non conobbe nemmeno quella gelosia 
di mestiere, che mescola talvolta fiele ed assenzio 
nell'ambrosia di cui , secondo il detto di un celebre 
letterato, dovrebbero sempre viver le Muse^ e vide 
con indifierenza, e talvolta con riso che altri in 
lontani paesi si appropriassero poetici componimen-' 
ti latti da lui y sebbene dir non potessero come il 
PaoJo di Blarziale, che i componimenti eran loro 
per diritto di compra. 

Come uomo pubblico, e familiare co' grandi, 
Pignotti ne meritò la fiducia, perchè non ne abusò 
mai; e divenuto capo del pubblico insegnamento 
ai chiamò fortunato per questo solo perchè potè 
essere utile alle persone che egli apprezzava. 

La gioventù ^ la quale annuaziava ingegno e di- 
sposizione allo studio, ebbe in lui un protettore ed un 
padre. Ammesso pf^r le eccellenti sue qualità morali 
e, pel letterario suo merito nella società de' potenti 
e dei grandi^ potendo giungere talvolta alla sorgente 



46 NOTIZIE 

delie grazie^ egli apprezzò questo favore^ prima come 
omaggio reso alle lettere^ ed in secondo luogo come 
mezzo onde far conoscere i talenti che meritavano 
di essere o protetti o distinti. E quanti di questi 
talenti in Toscana sarebbero rimasti senza Pignotti^ 
o non conosciuti o negletti 1 

Come privato, Pignotti si abbandonò all'impulso 
d^ un cuore bene6co senza limiti , ed era una mus^ 
sima da lui spessissimo ripetuta che non può im* 
maginarsi piacer più vivo e più puro di quello che 
si prova nel soccorrere un infelice. Una donna di 
qualità 9 che avea fatta nel mondo una decorosa 
figura, caduta per vicende politiche in miseria nella 
sua vecchiezza, ricorre al Pignotti, il quale la sov-* 
viene con una forte somma di danaro, rendendole 
grazie di aver avuto fiducia in lui, e di avergli data 
occasione di esercitare un ufficio di umanità. Lei 
defonta , gli eredi conosciuta questa sovvenzione 
vogliono restituir la somma a Pignotti, il quale la 
ricusa, dicendo ch'egli n'era stato abbastanza ri- 
compensato dal piacere di soccorrere un'infelice. 

La tranquillità della sua letteraria carriera come 
quella della sua domestica vita non fu avvelenata 
da alcuno di quei dispiaceri che non di rado accocn* 
pagnano le grandi celebrità. Se seppe di avere degli 
invidi o de'nemici (e chi è òhe non ne abbia vivendo 
tra gli uomini?) non curò la invidia, e dissimulò 
l'altrui inimicizia . Egli non si permise mai alcun 
tratto né in privato né in pubblico che annunziasse 
un animo esacerbato dall'altrui livore : o tacque 
dei suoi nemici, o si sforzò di scusarli. Come lette* 
rato egli era persuaso di una verità che ripeteva 
spesso a' suoi amici*, vale a dire , che se un'opera ò 



STORICHE 47 

cattiva è giostameote depressa , e se è buona è per 
ae sola sufficiente a difendersi senza bisogno di en- 
trare in intrighi y ed in dispute. Egli riguardò le 
censure che si faceano anche ingiustamente a una 
prodosìone letteraria come il miglior servizio che 
esser potesse reso all'opera inquantochè invoglia* 
▼ano Taltrui curiosità a leggerla^ e citava a tal pro- 
posito r esempio di Hume, il quale diceva che un 
suo scritto attaccato da Warburton avea avute per 
questo solo molte edizioni, mentre un altro che non 
avea goduto di quest'onore giaceva dimenticato nel 
magazzino dello stampatore • 

Anche nelle cose nelle quali era più in grado ed 
avea più diritto di decidere e di far valere l'autorità 
della propria opinione non si arrogò mai quel tuono 
decisivo e impaziente di replica y che tanto spiace 
anche sulla bocca di chi ha ragione • Pignotti non 
approvava né lo stile, né la economia del dramma 
di Alfieri. Allorché quest' uomo grande e straordi- 
nario era in Pisa occupato del progetto di dare alla 
Italia una vera e perfetta tragedia, non mancò di 
consultare tra gli altri il Pignotti , il quale con 
esempi tratti specialmente da Metastasio tentò per- 
suaderlo che si pud avere uno stile drammatico 
sublime senza durezza. Alfieri corresse alquanto il 
mo stile ; e Pignotti non ebbe la minor parte in 
qoesto cambiamento, il quale si dovè più al modo 
con cui era stato dato il consiglio , che al consiglio 
medesiDio, poiché un altro Professore che avea pre- 
teso d' imporne all'alto ingegno del Tragico col 
tuono dell' autorità cattedratica fu Y oggetto di uu 
paogen te epigramma. 

La conversazione di Pignotti allorché egli si ab« 



48 NOTIZIE 

baadonava liberamente alla effusione del suo cuort, 
e del suo spirito era interessante e istruttiva • Golia 
memoria ricca delle più squisite bellezie dei clas- 
aici latini^ italiani y francesi y e inglesi^ e degli 
aneddoti i più scelti della storia letteraria e civile 
d'ogni tempo e di ogni paese^ egli avea di che abbel- 
lire ogni soggetto su cui si aggirasse il discorso, e 
d'istruire senza affettazione in ogni materia. Chi 
poco sa ^ ed. è obbligato per far pompa d' ingegno 
a dir quel che sa quando la opportunità si presenta^ 
ba potuto inventare quel proverbio^ che pute la 
immoralità di chi lo pronunziò il primo ^ che un 
tratto di spirito vale la perdita di un amico. La 
ricchezza di cognizioni che Pignotti possedeva gli 
dava il mezzo di spenderle senza ledere l'amor pro- 
prio di alcuno 4 Fu concepito una volta il precetto 
di tener conto di tutto ciò che di filosofico^ di eru- 
dito , di critico, e di originalmente pensato diceva 
nella sua conversazione. Questo progetto non fu 
eseguito, e se lo era, la raccolta che si sarebbe data 
alla luce avrebbe potuto ottenere un posto distinto 
e forse il primo in quelle Raccolte di detti e pea« 
sieri nelle quali è ancora incerto se tutto appartenga 
ai sommi uomini del di cui nome sono state intu 
tolate. 

11 Testamento di Pignotti fu la espressione dei 
sentimenti di gratitudine de'quali tanto si compia* 
ceva il suo cuore • Con un legato , tenue è vero pel 
rao soggetto, ma prezioso pel modo con cui era 
concepito , lasdiò ai Signori Principi Corsini un pe- 
gno della memoria^ che egli portava al sepolcro 
dell'amorevolezza con cui vivendo era stato trattato 
sempre dagl' individui di quella illustre famiglia. 



STORICHE 49 

Memore iempre di quaoto doyea al cognato Bonci, 
riguardò i figli della sorella a lai maritata come 
figli auoi propr j , e gli onorò della ani versale inati^ 
iasione in eredi. 

Le Opere di Pignotti faranno passare alla più 
remota posterità la viva imagine del genio suo : e 
dae grandi Artisti contemporanei con mezzi meno 
indipendenti è vero dalle ingiurie del tempo e dalle 
timane vicissitndini vi faranno passare la viva ima- 
gine de' suoi delineamenti^ il Signor Pietro Benve- 
nuti in un quadro che si conserva nella galleria 
de'Signori Principi Corsini in Firenze, ed il Signor 
Antonio Santarelli in un modello di rilievo in cera 
a lui commesso dal Signor Professor Rosini , e che 
jHreaso di lui si conserva. 

La sp<^lia mortale del Pignotti, se creder dob*» 
biamo hoc manes curare sepultos meritava un 
poeto in mezzo alle tombe, che nel Camposanto 
Pisano risvegliano la memoria di tanti illustri tra^ 
passati: e noi dobbiamo alla pietà dei Signori fra^ 
telli Bonci suoi eredi il mausoleo, che in quell'am* 
pio e venerabil recinto additerà ai contemporanei 
come ai posteri il luogo ove il Padre della Favola 
italiana terminò la sua luminosa carriera . 

G.C. 



Tornò I. 



/ 



STORIA 

DELLA TOSCANA 



SINO AL PRINCIPATO 



/ 



53 

DELL'ISTORIA 

PELLA TOSCANA 



LIBRO PRIMO 



COMPENDIO D'ISTORIi 

^B«LI ABTICai POPOLt DI ET«OllI| 

CJP ITOLO /. 
SOMMARIO 

Be^U Etruschi. Loro splendore. Divisione deWEtnaia. Cift^ 
f/rincipali. Governo • Guerre con Roma. Gli Etruschi si am- 
molliscono. Sono Jinalmente soggiogati dai Romani. 

JLl ambizione di vajitare un'aDticfaissinia orìgine 
ila sempre dominato non solo le particolari famiglie 
ma ancora le intere nazioni. Le une e le altre ^ 
rimontando troppo in alto , vanno a perdersi fra la 
.caligine dell'antichità^ e qualche volta un'oscurità 
opportuna ne copre le non chiare sorgenti. Molto 
spesso però la favol^ ha supplito alla mancanza 
de' fatti j e sopra piccolissima base ba innalzato un 
magnifico edifizio. Non v'ha forse nazione che vanti 
una splendida antichità al paro degli Etruschi o 
Toscani; né ve n'ha forse altra la di cui orìgine 
M più incerta o più inviluppata tra le favole, 
I Pelasgi , che tanto spesso a loro comodo si con- 
ducono in scena dajjli antiquari ^ erano unia ,del^ 



54 LIBRO PRIMO 

due vaganti greche popolazioDi Pelala ed Elle- 
nica, che aopra tutte le altre ai nominano nei più 
antichi tempi. La prima specialmente comprendeva 
gli uomini i più rozzi e feroci : e se qualche loro 
truppa emigrata approdò e ai stabili in Italia y non 
venne sicuramente a ingentilirla e istruirla . Ma 
ostinandoci a cereare una derivazione di questo 
celebre popolo da forestiere emigrazioni , niente è 
più capace di gettare il lettore in un vero pirroni- 
smo quanto le varie opinioni degli antiquari sul- 
r origine degli Etruschi. Da pochi passi di antichi 
scrittori, che probabilmente seguivano ancor essi 
delle incerte tradizioni , da qualche somiglianza di 
costumi, di riti, di lingua, ne hanno derivata Tori- 
gine da quasi tutti gli angoli della terra • I più dotti 
come Buonarroti, Maffei, Freretec. vanno eri*ando 
in quest'oscuro pelago "idi congetture con eguale in- 
certezza , persuasi che debbano avere origine da 
antiche emigrazioni. Chi la ripete dall'Egitto (i), 
chi dai Cananei (a) , chi da questi e da'Fenicj (3), 
chi dai Lidj e Pelasgi (4), chi da altre parti del- 
l'Asia, e fino dal territorio che sta fra il mar Ca- 
spio e r Eusino, celebre per l'emigrazioni tanto 
posteriori di quei barbari che ruinarono V Impero 
Romano (5). Da questi varj punti orientali altri 
conduce quelle popolazioni all'E^roria per raare^ 
altri per terra, rimontando a un'antichità anteriore 
alla navigazione, e con lungo strano giro per venire 
in Italia gli fa prima penetrare in Germania . I 
francesi antiquari poi, e fra questi Freret, burlan- 

(i) BaonarrotiJ (4) SerT«.iii Yir^. 

(s) Maffei. (5) Duraódi. 

(3) Mazzocchi . 



CAPITOLO PRIMO s 55 

dosi dì SI tàiie opinioni , quasi sia per addurne 
delle più fondate (6), per popolar l'Etruria invece 
dell'Oriente si volge all' Occidente ^ e dai popoli 
del Trentino dedace l'origine degli Etruschi : altri 
dopo il diluvio universale segna subito una strada 
per coi un'asiatica colonia è venuta in Ctruria (7): 
altri finalmente senza rimontar si in alto^ invece di 
dedurre in questa provincia una greca coloniai so- 
stiene che dall' Etruria piuttosto le popolazioni , e 
le arti sien derivate in Grecia ed altrove: nò man- 
cherebbero prove del genere delle congetturali a 
sostener siffiitta opinione. Dardano fondator di Troia 
si dice più volte da Virgilio e da Servio oriundo 
d' Etruria partito da Gerito, o figlio di Gerito, o di 
Giove: passato dall' Italia in Frigia si fa autore della 
troiana stirpe e fondatore di quella celebre città; (8) 
onde invece che noi fossimo figli de' Frigi o dei 
Greci ne saremmo i padri . Forse non abbiamo 
da Platone che i riti religiosi dell' Etruria erano 
penetrati in Grecia 7 (9) Lasceremo finalmente alla 
scrupolosa credulità di coloro, che amano conciliar 
tutte le contradizioni, il sostenere che prima l'emi- 
grazione si sia fatta dall' Etruria in Grecia, e che 
di qua sia ritornata in Etruria. Non c'inoltriamo 
più fra queste tenebre di cui sono impastati ' innu- 
merabili e grossi volumi : la sola esposirìone di tante 
opinioni contradittorie basta per confutarle, e per 
lasciarci in quella savia dubbiezza in cui resterà 
chi ha fior di senno. Ma è egli necessario che la 

(6) Histoir. de l'Academ. Tom. 18. 

(7) Guamacci . 

(8) . . . Corjrti tfrrhena a sede profectum, Virg. L 7. 

• • • hinc Dardanus artus. Yirg* L 3. Y. Senr» ib. 

(9) De legibus. 



56 LIBRO PRIMO 

vanità vada a cercar l'origine in ona forestiera ce- 
lebre nazione 7 Anzi non ìasingherebbe più Tamor 
proprio nazionale il credersi da tempo immemo- 
rabile cittadini di un paese distinto per arti , e per 
lettere fino dalla più remota antichità ? Nella gene- 
rale incertezza può qualunque Toscano prender 
jiffatto partito: non si iruol però negare che sia ap- 
prodata qnalche colonia greca o d'altra nazione ia 
Italia e probabilmente a Pisa; ma anche ciò con* 
cesso, pondererà Fnomo di senno ee sia possibile 
<che una miserabile emigrazione per lo più di pirati 
o gente barbara che abbandona il suo paese, possa 
^ver portato le cognizioni e le arti eleganti che fio?» 
rirono in Etruria* L'epoca dello splendore degli 
antichi Toscani precede i tempi iatorìci e cade in 
.quelli ne'quali le nazioni meno rozze , credendo la 
•semplice verità troppo triviale, vollero renderla 
più maravìgliosa mischiandovi la £ivola , o più au- 
|[usta coprendola col velo religioso. Il marchese 
filaffei, uno di quei che si sono più distinti in queste 
ricerche, e moki altri, credono tutto incerto ciò 
che appartiene all'Italia prima della nascita di 
Roma • Allora comincia ad albeggiare un po' di lu- 
ce ; ma fino ai tempi più bassi non si può in que- 
st' oscuro sentiero fermare il pie con sicurezza • Solo 
può credersi che il «egno degli Etruschi e il loro 
splendore risale alla più remota antichità , precede 
tutte le nazioni di Europa , ed emula ^gli Egiziani 
stessi • Ciò si deduce <e dall' incertezza stessa del- 
l' origine, dalla perdita de' loro libri, de'loro isto- 
rici, della lor lingua (avvenimenti che non possono 
aver luogo che in lunghissimo tratto di tempo); da 
moltissimi passi dei più vecchi scrittori , ai quali 



CAPITOLO PRIMO 57 

può aggiongerai V aiitoreviole sentimento d' illiiitri 
moderni (io). Vi n pnò miire anche on'osservasione ^ 
naturale: è fuor di dubbio che q^ialcbe specie d'a- 
nimali si è affatto perduta ^ e appunto oe' libri dei- 
Vetrnsca disciplina si vedeano dipinte alcune specie 
di uccelli che ai tempi di Plinio erano mancate (1 1). 
Bla lasciando V oscurità e tenendo dietro a quelli sto- 
rici nei quali si vede un po' più giorno ^ pare più 
d'ogni altro da ascoltarsi Tito Livio , il quale asse- 
risce che per terra e per mare V Etrurìa fu celebre 
e potmite assai prima di Roma, che n'è indisio il 
nome di mare Tosco dato all'infisriore, e ai supe- 
riore di jidiriatico da Adria colonia degli Etruschi 
ifihe dominò di qua e di là dall'Appennino , e fino 
uell'Alpi (is); che ì Rezi ossia i Grigioni sono di 
losca orìgine, e che quantunque corrotto ne ritene- 
vano il suono della lingua • Da molti altri scrittori 
s'impara che il dominio de' Toscani si stese su quai|i 
ttttta r Italia • Era allora TEtruria divisa in tre parti > 
cioè-Gircumpadanaj Campana, e Media (i3). U sup 

(io) Stam opìversde di .Q|ia Società di Lett lo^. 

(1 1) Diod.4ib. 5. Plinio lib. !•• cap, i5« Depicia in etnisca 
fiscipHM. 

(la) Merita dì ess^ rìferìto.t|itto il paiio: Tuscorum qmteJRo' 

Manumlmperiumlate terra marique Àlpes patuere: mari supero 

mferoipie » qìdhus Italia insulae modo dngitur quantum potue- 

rint nomina sunt argumento quod alterum Tuscum communi 

ffocabulo gentium, alterum Adriacum ah Adria 9 Tuscorum co' 

.ionia j vocavere Italicae gentes: hi in utrumque mare vergentes 

sn^fioluere urhibus duodenis ierras prius eis Apenninum ad.infe" 

rum mare, post trans Apenninum .totidem, quot eapita joriginis 

erantcoloniis missis, quae trans Padum omnia loca,excepto Ve- 

netorum angulo qui sinum circumcolunt maris usque ad Alpes 

tenuere» Mpinis quoque gentihus ea haud dubio origo est maxi" 

me. Bhetis quos Ipca ipsa efferarunt ne quid ex antiquo praeter 

samum limguae nec eum incorruptum tenuere. Tit* «L^t. dee. 1. 

Kb. 5. 

(i3)01l4r. GeQg?aph..lom« a. 



58 LIBRO PRIMO 

confine 81 rUtrinfie poi, e generalmente parlando, 
còl nome d'Etroria 8^ intende la Media ^ che dalla 
foce della Magra giunge a quella del Tevere • Questa 
linea fu la più eateaa, accorciandosi TEtruria nel- 
r opposto limite formato dalia catena d^li Appen* 
nim^ che accostandosi al mare dalla parte d'occi- 
dente , sempre più la ristringono, mentre il Tevere 
escito dagli stessi monti correndo lungamente verso 
Oriente, finché poi costretto dal pendio è obbligato 
a volgersi a mezzogiorno per scaricarsi nel mare^ 
dilata il marittimo lato di questo trapezio. La lunga 
spiaggia ebbe varie città e porti che hanno subito 
nel corso de' secoli assai vicende. L' antica Luni 
copriva r ultimo punto occidentale delFEtrurìa nel- 
la sinistra sponda della Magra (i4)« U suo grande 
e comodo porto, il presente golfo della Spezia, ne 
faceva florido il commercio, e rispettabile la po- 
tenza : cadde e risorse più volte : era deserta e mi- 
nata ai tempi di Lucano (i5), si trova poi nuova- 
mente popolata nei bassi tempi: adesso disputano 
gli antiquari sulla precisa sua situazione (i6): resta 
il suo nome air adiacente paese su cui probabilmen- 



(i4) Noi seguitiamo l'opinioDe dell' Holstenio e del Celiano 
pi attcsto che del Glayerio che la pone nella sponda destra « 
(i5} « . • • • desertae moenia Lunae, Lac 
(i6) Poteva Lani esser illustrata da un poema del dottissimo 
mio amico Raimondo Cocchi, intitolalo La ruma di LtaU^ se la 
morte non lo avesse immaturamente rapito. Era già tatto disteso 
in prosa ; io me ho ascoltati due canti pieni d'immaginazione^ e di 
sentimento ; e se ne vide pubblicato aallautore in versi di vario 
metro il primo canto di cui tale era il principio . 
Senti che batte ancor V onda marina 
Sulle rive di Luni e freme il vento , 
Ma la città de* popoli reina 
E* fatta campo , e vi muggì V armento . 
Era (ìesiderabile che fosse dato alla luce il manoscritto in prosa. 



CAPITOLO PRIMO 5^ 

te dominava , detto Lunìgìaua • CaraminaDdo ver- 
so Oriente aalla marina costa , e trascurando nomi 
poco certi , come il bosco di Ferania, ed altri poco 
noti paesi, trovasi Pisa , il di cui lido e porto hanno 
tanto variato: situata sul triangolo formato allora 
dalla riunione deirArno e del Sarchio (17) era assai 
atta al commercio, giacché quei due fiumi riuniti 
portavano mi corpo di acque sufficienti a sostener ba- 
stimenti grossi di quei tempi. Il celebre interrimento 
della spiaggia toscana ne ha sempre più slontanato 
il mare e cangiato il porto* Dopo Ercole Labrone 
(oggi il commerciante e popolato Livorno) s'in- 
contrano i i^adi ifoUerrani . La non lontana Volter- 
ra, che colle sue fonti salate lavora il sale per la To- 
scana, lo lavorava ai tempi di Rutilio Nomaziano in 
questa parte asciugando al Sole la stagnante acqua 
marina (i3) . Sopra queste saline Rutilio contemplò 
la villa del suo collega Albino. Vetulonia per Tana- 
li^ia del nome colla selva Tetulia o Vetletta pare 
doversi fissare vicino al piccolo fiume Gomia , che 
cade nelle acque calde dette le Caldane. Si veggono 
ancora tra la torre di San Vincenzio e le ruine di 
Populonia le reliquie di una città che non possono 
appartenere che all'antica Vetulonia ; fu una delle 
più rispettabiK città etrasche, e da essa i Romani 
imitanmo la pompa dei fasci consolari ed altre 



(17) Stnib. Geogragfa. 
(1^) RatilNom. itiner. 

Sibiectas vUlae vacai aspectare salinas . • . 
Qua mare terrenis declive canalihus intrat . , 
Ast ubi flagrantes advomit Syrius ignes . . . 
Tarn cataractarum claustris excluditur aequor 

Ut Jixos latices horrida duvet humus, 
Concipiunt acrem nativa coagula Phaebum , 
Et gravis aestivo crusta calore coit . 



6o LIBRO PRIMO 

decorazioiii lie' Magìatrajti (19). Ne seguiva Populo- 
nia situata in anl^lioie pronciontorio che si distende 
in mare e ai ^av vicina all'Elba^ onde vedeva sotto 
di se il canale di Piombino ; la qual città forse mt^ 
dalle ruine di quella n'è distante tre miglia: il beUp 
e comodo porto di Populonia è descritto .da Strabene^ 
ed ha adesso il nome di PortChbaraUo (ao). E)bb^ 
questa città una sorte molto varia: è credtita una 
delle dodici città etrusche^ fu rovinatia.ai tempi di 
Siila ^ e nei ^assi tempi più volte rifabbricata, e 
distrutta- Non lungi da Populonia T antica Massa 
yeternense, patria di Gallo Cesare^ si riconosce 
nella moderna Massa (21). Dall'altra parte del pro- 
montorio ove il mare s'insinua tra le terre, era 
r antico porto di Falesia : il lago Prile si ritrova nel 
Iago di Castiglione (22). Tra questo e l'Ombrone 
poco distante dal mare era Roselle, nominata co- 
me una delle dodici città etrusche (a3). La favo- 
losa origine del prossimo porto di Talamone, risale 
fino ai tempi degli Argonauti: obliato poi, fu risarr 
cito dai Sanesi ne' bassi tempi per comodo dei Fio- 
rentini, quando le nimistà coi Pisani jchiuse^ lorp 
il porto di Pisa • Indi s'incontra l'altro promontorio^ 
o monte Argentare, che 5Ì allunga in mare verso 
la piccola isola del Giglio; è attaccato al continente 
cpn sottile lingua di terra, forma una penisola^ ed 

(19) Silìiu. ItdL lib. 8. 

Àfaeoniaeque decus dim yetuloni^ gentis, 
Bissenos haea prima dedit praecedere fasees , 
Et junxit totid^m tacito terrore secures: 
Haec alias ebqris di^coraAt honore curuUs , 
Et prineeps Tyrio vestem praetexuit ostro, 

(ao) Cli^ver. ItaL anttq.'lib. 3* 

(ai) Ammiaii' Marcel, lib. 14» e 4o* 

(a 3) Cic. prò Mil. OH. Ceogr. antiq. tojii« %. 

(3 9) Dion. d' Allear, lib. 3. 



CAPITOLO PRIMO 6r 

ha nel fieno o lato orientale Porto- Ercole, nell'oc- 
ódetitale lo «stagno del moderno Orbetello. Nei prìn- 
djdò del piccolo istmo fu Cosa , deserta fino ai tem- 
pi di Rotilio (24)> eh' è probabilmente la moderna 
Anddooia . Graviaca y cui forse diede nome il grave 
e fistido odore delle paludi (sS), era situata presso 
il Some Marta, che scarica in mare le superflue 
acque del lago di Bolsena . Centumcellae o porto 
di Traiano 9 fabbricato da lui e con grandiose opere 
monito, avea prossima la delixiosa villa di quel** 
f Imperatore tanto ammirata da Plinio (a6). Fi-^ 
nalmente il Tevere con due rami scaricandosi in 
mare, e formando Y isola sacra (37)> terminava la 
toscana spiaggia: il porto di Augusto sul ramo destro 
conserva il nome di porto come sul sinistro Ostia ; 
presso la quale le saline stabilite dal Re Anco Mar- 
xio con qualche Variazione di posto per l'avanza- 
mento della spiaggia si continuano anche ai nostri 
tempi. Dopo avere scorsa la spiaggia marittima, 
parrebbe che si dovessero nominare le dodici città 
popolazioni nelle quali era divisa TEtrurìa, ma 
quali fossero non può con sicurezza asserirsi ; onde 
d contenteremo di nominarne alcune riguardate 
come tali , o che meritano per la loro celebrità 
d'esser distinte dall'altre. Pisa e Volterra da molti 

(34) Ia tavola de' topi, la di cai invasione cacciò di Cosa gli 
abilatorì , h aolo una prova deUa desolasione della città. Rutil, 

(iS) Inde Grawscaruni fastìgia rara videmus 
Quas premit aestivae saepe paludi s odor. Ratil. 

(a6) Plin. lib. 6. Epist. 3i* 

(37) qua fronte bicornis 

Dividuus Tioeris dexteriora secat. Rutil. 
E stnso come ano dei più accurati scrittori della Geografia ad* 
tica,0 Cellario, abbia coaf osa l'isola sacra alla foce del Tevere 
CM faefli posta dentro Ronu • Celi, geogr. ant. lib. 34 cap. 9. 



6j libro primo 

antiquari (38) non ik)oo registrate traile città che 
formavano il regno dell'Etruria, non già perchè 
la loro antichità e splendore non ^[uagli quella 
delle altre; ma forse un governo diverso le fi^ce 
riguardar come estranee all'etrusca costituzione. 
Altri scrittori poi ve le annoverano ""anzi fralle pri- 
me (39); e siccome ciascuno ai appoggia su testimo- 
nianze di scrittori egualmente autorevoli, noi cre- 
diamo conciliarli agevolmente imaginando che qual- 
che volta sieno state unite al regno d'EItruria e talora 
se ne siano separate, ciocché la male architettata 
costituzione etrusca (come mostreremo fra poco) 
£icilmente persuade. Arezzo poi , CSortona , Perugia 
se negli antichi tempi del governo etrusco non ai 
veggono annoverate fra le principali y lo furono 
ben presto y trovandosi nominate dagl'isterici fralle 
prime popolazioni dell' Etruria (3o). Arezzo fu ce- 
lebre pel suo muro paragonato 'da Vitro vio a quell o 
d'Atene che riguardava il monte Imetto ; nacquero 
forse Arezzo , e Cortona dalle ruine di CSorito : fa 
questa per un tempo la più grande, la più potente 
e la più celebre delle città etrusche ; ma siccome 
non si sente nominare nelle guerre che i Romani 
ebbero cogli Etruschi^ si può congetturare che re- 
stasse distrutta nei civili contrasti degli Etruschi 

(•j8) Demster. Elruria regalis. 

(39) Hos parere jubeni Mphae ab origine Pisae . 
Urb8 ETRUscà SOLO . • • . Yùrg. AEii. L 7. 
Il preciso ed esatto Virgilio con aaelle parole , ìurbs etrusen 
solo, non avrebbe forse yoluto denotare una città posta in 
suolo etrusco , ma non unita alla lega etnisca ? 

(3o) Tit. Liv. lib. I. e. 9. Itatfue e Cortona, Perusia, Ar- 

retio , qokE fbbmc càPiTà populorum Etruriae ea tempesttUe 

fuerunl legati etc. Il medesimo autore lib. 1 o. Tres validlssi- 

mae urhes BTRuaiàa càPirà ^FuUinii , Perusia , Jrretimm pa- 

cent petiere , 



CAPITOLO PRIMO «5 

stessi . La maggior parte deir altre città nel lungo 
tratto de' secoli è caduta in oblio; d'alcune non si 
può che con dubbiosa congettura assegnar il vecchio 
nto; ad' altre ncm resta che lo scheletro dell'antica 
grandezza e la celebrità del loro nome . Veìo era 
situato dodici miglia distante da Roma (3i) > se ne 
accenna il sito dai dubbiosi antiquari ^ o nel mo- 
derno Scrofano, o piuttosto sopra una scoscesa rupe 
opposta all'isola Famesia (3s). Per quanto dal i^a- 
lore con cui resistette ai Romani si possa formar 
grand' idea di questa città ^ appena vi sarà alcuno 
che s'induca a credere ciocché asserisce un antico 
scrittore , che uguagliasse la grandezza d'Atene (33). 
Questa popolazione fu una delle più potenti rivali 
di Roma ancor nascente: l'ostinata guerra che si 
fecero le due città non cessò che colla totale distru- 
uooe di Velo. Di Falena è incerto il sito; il Clu- 
verio la pone ov'è Civita Gistellana^ altri ov'è 
Gallese^ il Cellario la crede la popolazione dei Fa* 
lisci. Tarquene era una città vicino al mare^ non 
lungi da Corneto^ un miglio distante dal quale 
trovansi le mine d*nna città^ anche adesso chiama- 
ta dagli abitatori Tarquene (34)» Non lungi 4.a Tar- 
quene era Argilla ^ poi Cere ora Cervetere in un 
sassoso monticello quattro miglia distante dal mare, 
com'è descritta da Virgilio (35). Vulsini, adesso 



f 



(3i) Ciuvci-. ( //a/, ^/i/i^. ) crede corrotto il testo di Livio 
che vigesimum lapidem debba correggersi in duodecimum : 
«ICO il Cellario induce a dodici le miglia . 
\ (32) Cluver. Holste. ft Celi. 

I (33; Dionis. d'Àlicarn. 

/ (34) Cluver. Ital. aiitiq. 

' (35) Haud procul hinc sarò colUur fundata vetusto 

Urbis j4giUinae sedes* Virg. AEn. lib. 8. 



64 LIBRO PRIMO 

Bol«na y illustrata o piuttosto oscurata dal natale 
di Seianoy si conserva ancora come Clusium, ossia 
Chiusi, detto dagli antichi Etruschi CamarSé Fieso- 
le , città nominata sempre dagli scrittori come popo- 
lata e potente, andò illanguidendosi per Taccresci- 
mento della sua figlia Firenze, la quale con debolis- 
sime prore , smentite dal continuato silenzio degli 
scrittori, e dagli argomenti più certi della sua na- 
scita, un illustre antiquario ha preteso annoverare 
fralle antiche città etrusche (36). Delle città maritti- 
me abbiamo abbastanza parlato • Molte si distinsero 
particolarmente in qualcuna delle arti che fioriva- 
no in ÈttUria: Arezzo nella figulina^ onde tanto ce- 
lebri furon i vasi aretini, Tarquene nella plastica 
o modellatrice, Vubinii, che forse vale città dèi 
fahri , nella scultura , Perugia e Cortona nei bronzi ^ 
Chiusi neir intaglio di pietre dure, Volterra nella 
scultura degli alabastri: e trovandosi il materiale 
nei suoi contorni si è tiuovamedte eccitato Tingegno 
dei moderni a resuscitar quell'arte • 

Il governo dell'antica Etruria è assai incerto: si 
conoscerebbe meglio se si fosse conservato il libro 
di Aristotele, in cui per testimonianza di Ateneo 
trattava degli antichi governi dltalia, e fra questi 
deir etrusco. In mezzo air incertezza però si può 
stabilire che le dodici popolazioni formavano uni 
governo federativo; ne abbiamo varie prove* I loro 
deputati si univano nelle importanti occasioni pres- 
so Viterbo ad f unum f^ultumnaé per trattare dei 
pubblici affari (37) : questa riunione rassomiglia al 

(36) Lami » lèi. d^ anticiu toicanè • 

(37) Vanum Vultumnae, forM fu lo fteifo "Viterbo. iTtdi 
Ciater* • €elL 



CAPITOLO PRIMO 6S 

CoDcilio Anifitionico delle greche città, cbe si ra- 
dunava ogni anno, ma pare che il Concilio etrusco 
non 8Ì riunisse annualmente, ma solo in casi straor^ 
dinar] ed urgenti. Ciascuna popolazione avea il 
dritto da per se di far la guer#a e la pace, di vivere 
in repubblica o di crearsi un capo o Re o Lucumo* 
ne, di unirsi con qualche altra città e far congiunta* 
mente con essa la guerra : onde i vincoli che lega- 
vano insieme questa federazione erano debolissimi : 
tutto ciò si deduce da varj racconti degli antichi 
scrittori e specialmente da Livio. Vejo fece la guer- 
ra ai Romani quasi sempre da se sola, né vi si 
mescolarono le altre città se non quando comin^* 
ciarono ad accorgersi che, oppresso Vejo, l'impeto 
dei Romani si sarebbe scaricato contro di loro« 
Neir ultima guerra si eleggono un Re: questa ele- 
sione dispiace air altre popolazioni più per Todio 
personale delF eletto che per l'azione stessa, ma 
non son riguardati come ribelli ; credono di aver 
esercitato un loro diritto, giacché domandano aju- 
io al resto dell' Etruria (38) . Si noti come si vie-> 
ne alla creazione di un Re per evitare le tumul- 
tuose elezioni degK annui magistrati civili e mili- 
tari, ciocché denota una città quasi libera che si 
crea annualmente i governanti, e che per evitare 
i tumulti ch'eccitavano quelle elezioni ricorre in 
quell'anno alla scelta di un Re • Da tutto ciò sì scor- 

(SS) yejenieSi tedio annuae amhitioms quae inierdum caus* 
ta discordiarum erat , regem creavere : offendit ea res populo* 
rum Etruriae animos, non majore odio regni, quam ipsi$ 
regis «... Gens itaque auxilium Vejentihus negandum do* 
tiec sub rese essent decrevit, Tit. Liv. dee. i. lib. 5. Questa 
passo pHi di ogn' altro sviluppa il mal ordiuato sistema del go« 
fcmo etrusco • 

Tomo /* ^ 



66 LIBRO PRIMO 

gè che vi era qualche vincolo Traile dodici popola- 
zioni^ raa piccolissimo. Se poi esistesse un generale 
Sovrano 9 che avesse qualche leggiera autorità sopra 
tulte^ è astiai disputalo; Servio lo asserisce; il nome 
di Lucumone è inteso dai più per capoo Re di una 
particolar città, Larte per Sovrano di tutta TEtru- 
ria (39), se pur non è nome proprio. Per quella 
medesima istabilità di governo per cui le particola- 
ri città ora si sceglievano un Re, ora volevan vive- 
re in libertà, posson esser talora venute alTelczione 
d' un Sovrano universale , un capitano generale 
che, come lo Statholder in Olanda governasse que- 
sta repubblica federativa, ma con assai minore au- 
torità . È molto naturale che negli urgenti ca^si 
di guerra o di discordie intestine si eleggesse un 
capo che regolasse la prima , e comprimesse le al- 
tre, com'è stato il costume di tutt'i popoli «La 
confusione fatta da qualche autore di questi gene* 
rali coi particolari sovrani delle dodici città, che 
in vai*] tempi le han governate, ha forse fatta na- 
scere quella lunghissima lista di re etruschi che 
numera il Derastero, e che rimonta ridicolosamente 
fino avanti il diluvio (4o). Ci sia permesso di fare 
un paragone. Il governo dell' antica Elruria rasso- 
miglia in qualche parte a quello della Toscana 
dopo la ruina del sistema feudale: trovasi essa al- 
lora sciolta e divisa in tanti piccoli governi, quan- 
te erano le città , alcune delle quali unite in piccole 
turbolente repubbliche, altre oppresse da tirannet- 



(39) Maflei , osserv. IcUer. 

(40) Il Lampredi nella dissertazione del governo civile degli 
antichi Toi>CHui non pare che ammetta mai un generale sa- 
crano deir Etruiia j ma il più probabil ktfetemu seml>ra Tesposto . 



CAPITOLO PRIMO Cy^ 

ti 9 che rapidamente ai succedevano^ innalzati ed 
abbattuti colla stessa prestezza e mala fede^ on- 
deggianti fra il dispotismo e la licenza non sapeva- 
DO né servire ne esser libere. Questo fu anche pres*» 
so a poco Io stato degli antichi Etruschi per quanto 
apparisce dai barlumi della loro istoria: lauto è 
vero che il genio delle nazioni^ stabilito una volta 
con una tacita azione non ben conosciuta ad onta 
delle rivoluzioni che soflfre tratto tratto^ ,dura ad 
influire ne'successivi secoli i più remoti. QuelT in- 
quieto spirito d'indipendenza che agitò gli antichi 
Toscani^ e gli altri popoli d Italia^ dopo esser de- 
generato sovente più che in libertà^ in licenza^ 6- 
naimente nel grande e generoso animo dei Romani 
sciolse il diflicil problemay trovando l'arte di con- 
ciliare i differenti interessi ^facendoli tutti cospirare 
alla gloria e all'utile nazionale; fissò i limiti della 
potestà esecutrice senza indebolirne r azione; per« 
soase la ragionevole obbedienza senza la schiavitù, 
e formò cosi una delle più belle costituzioni che 
abbiano conosciuto gli uomini colla quale si fece 
padrona del mondo. Rotta poi la base di quella co- 
stituzione^ indebolita dal lusso, lacerata dalle guerre 
civili, avvilita dal dispotismo divenne schiava dei 
barbari, i quali poi o scacciati, o domiciliati in 
essa, non fu affatto estinto quell'irrequieto spirito 
d'indipendenza che aveva agitato l'Italia, restando 
ad essa l'inquietudine pe' piccoli oggetti, senza il 
potere© l'energia pe'grandi. Ma ritornando ai re 
etruschi trovasi in questo catalogo il nome d'Eolo 
che forse per la sua destrezza nelle spedizioni , nellu 
navigazione, e per aver conquistate e dominate 
de/r isole dette luogo alla favola di chiamarlo il 



63 LIBtiò PtìlMd 

rettore de' venti. E veramente la potenzia ùavate 
degli Etruschi fu grande , ma appena si conosce- 
rebbe senza due passi d' Erodoto , e di Tucidide. Si 
vede dà essi che una delle più antiche battaglie 
navali fu tra i Focei da una parte^ egli Etruschi^ e 
i Cartaginesi dall'altra presso la Sardegna. La vit- 
toria restò ai Focei afendo distrutte quaranta navi 
nemiche e costretto il resto alla fuga (4i)-' quest(y 
avvenimento dimostra non solo che l'Etruria era 
una rispeltabil potenza di mare^ ma T alleanza cai 
Cartaginesi popolo tanto celebre pel commercio fa 
congetturare il traffico degli Etruschi . Si può pari- 
mente distinguere in questa serie di Sovrani il nome 
di Mezenzio^ a cui ha data un'infame celebrità forse 
non affatto meritata 1' Epico romano; almeno ne 
ha alterata stranamente l'istoria, e falsificati gli 
eventi; giacché Enea invece di poter appendere in 
trofeo le armi di Mezenzio^ come per onorare il 
suo Eroe descrive il poco yeridico poeta , fu ucciso 
in battaglia contro di esso> restando anche il suo 
cadavere insepolto: disgrazia tanto temuta dai su- 
perstiziosi antichi e dallo stesso Enea, nà proba** 
bilmente ignota a Virgilio , giacché si tVova traile 
altre profetiche imprecazioni della moribonda Bi- 
done (43)* Certamente tutti gli anticlii storici, 
Trogo Pompeo, Festo, e Servio medesimo che cita 
Yarronie si accordano sulla vittoria di Mezenzio ; e 

* ■ 

(40 Herod. llb. 6. Tucid. lib. a. 

(4 a) Siccome r estreihe Voci della moribonda Didòhe sono 
una profezia di tatto ciò cbe dovea avvenire ad Enea entrato in 
Italia y e a' successori di lui » devono pìrendersi per parte di 4[|uella 
j)rofezia i versi 

Sed cadat ante diem, mediaque inhurnatus arena 

Haec preror, haric prece/n extremam cum sanguine t'undo . 

^oeio. lib. 4- 



J 



CAPITOLO PRIMO ^y 

Lino celebratore dei Ronfani , c|ig p^ssa sopra a 
^qesto avveqioiento cou un'affettata ambiguftà, ci 
conrerma nella stessa opinione. $e fosse poi vero 
che Mezenzio si movesse in favor dei Rutili contro 
i Latini colla condizione di aver in premio i vini 
cbe attualmente si trovavano nelle campagne lati- 
ne, come ci attestano e Varrone, Plinio, e Ovi- 
dio (43) che vuole le romane ff^ste dette f^inalia 
originate da quella condizione, ci si mostrerebbe 
a un tempo e la piccolezza degli oggetti di siffatti 
eroi, e T intemperanza di Mezenzio. Il di lui ca- 
rattere ci comparirà anche meno atroce se si ponga 
mente cbe Torribil martirio di attaccare i corpi 
morti ai vivi non fu sua invenzione ma pena usata 
fra i Toscani (44)» Nondimeno il carattere di Me*» 
senzio sarà sempre atroce alla memoria degli uo^ 
ijfiini , giacché i bei versi di Virgilio lo imprimono 
come tale nelle menti giovinette; come quello del- 
Tinnocente Didone e di molti altri prodi perso- 
naggi, vittime delle poetiche immaginazioni: tanto 
è il potere che hanno \ genj grapdi sulla pubblica 
opinione (45) ! 

(43) Yarr. cit. da PIìd. 1. i4* e. i a. Ovid. fast. 1. 4* 

(44) Cic. in Horten. Servius. 

(45) Niuno degli aDlìcbi istorici ha parlato del viaggio di 
4^ea in Affrica , anzi nella maggior parte delle cronologie Didone 
h tre secoli anteriore ad £Àea : la sola cronologia di Newton fa 
contemporanei quei due illustri personaggi. Il Sig. Ab. Andres 
ha consacrato a questo tema un'intiera dissertazione, ma tutto iì 
lasso erudito che ha spiegato in essa per giustificar VirgUio da uq 
anacronismo è afiatto inutile. L'argomento di cui fa continuamen- 
te oso il S'\^* Andres è la scrupolosa delicatezza e i) giudizio di 
Virgilio, che non gli avrebbero permesso si gran licenza, ciocché 
iTTcbbe qualche forza se questo fosse il solo anacronismo di Virgi- 
lio; ma sene trovano altri, fra i quali quello ove Palinuro nel 6. 
ift. delì'Eaeiàc nomina il porto Velino, che non esisteva ai tcqipi 

^'Eoea, come ha notato (iellio {Notti attiche). Tutte le^rove si 



70 LIBRO PRIMO 

Nasceva intanto e prendeva vigore accanto al- 
l' Etruria quella formidabil popolazione , la quale 
doveva in seguilo non solo dominar sull'Etruria» 
ma sulle più belle proviucie del Globo. L'origine 
dei Romani è come di tutti gli altri popoli invitùpT 
pata nelle favole: ma mentre i principj o veri^ o 
favolosi della maggior parie dei popoli non son no- 
ti che alla laboriosa diligenza di pochi antiquarj , 
i bei versi dell'Eneide hanno resi comuni a tutte 
le eulte nazioni y e fatti immortali quelli di Roma. 
Fa d'uopo confessare che non v'è stata nazione 
che Io abbia tanto meritato (46). Anche però in 
mezzo a' favolosi racconti che alterano e abbelli- 
scono la verità , vi sono alcuni fatti sui quali si 
conviene dai piiì ac<:reditati istorici ; cioè che i 
Troiani y figli forse una volta degli Etruschi^ sieuo 
stati gli autori di questo celebre popolo. Presa Troia 
D colla forza aperta , o per tradimento d'Antenore , 
£nea si ritirò con numeroso seguito in Pergamo 
fortezza di Troia ov* erano custodite le cpse preziose ^ 
e gli Dei tutelari: ivi però non potendosi a lungo 
sostenere si riparò nella parte più inaccessa del 
monte Ida^ ove accorse gran turba dall' espugnate 
ciltii, e dai circonvicini castelli. I Greci sì prepara^- 
vauo ad attaccare quest'ultimo refugio dei Troiani: 

4 

ridarrebbcro dunque alla cronologia Newtoniana la quale disgra- 
KÌatamente è falsa restando confutala dalle astronomiche osserva- 
zioni del Whislon e dai ragionamenti di Freret e d'altri. Vedi 
Bailtjr histoire de VAstron, Chi volesse incolpar Virgilio dell'ina 
cronismo consideri quanto è felice quella colpa che ha prodott 
versi si patetici ed eleganti. Eia colpa (se ve n*ha alcuna)^ è tan 
f o più scusabile quanto piii sono oscuri e favolosi i tempi dei qua!) 
5Ì tratta , e la cronologia anche ai nostn. tempi incerta. 

(4^) Livio ha detto con molto senno - Datur haec venia an- 
tÀquitiifi ni mi scendo umana diAnis primordia uibiuni augusiio' 



CAPITOLO PRIMO 7, 

aop vedendo così fàcile T impresa, e già stanchi da 
una lunga guerra^ acconsentirono a lasciargli libe- 
ramente partire co' loro beni (47). S'imbarcarono 
i Troiani^ e traversando V Ellesponto giunsero iu 
Tracia alla penisola Pallene abitata dai Crusei loro 
confederati. Dionigi d'Alicaruasso , ottimo giudice 
degl' istorici de' troiani avvenimenti che potevano 
esistere a' suoi tempi, assicura che tra i racconti 
delle vicende d'Enea questo era il più verisimile. 
Da Pallene, dbpo aver toccato varie isole dell'Arci- 
P^'3§^> giunse a Butroto porto d'Epiro, ove con 
alcuni scelti compagni andò a visitare l'oracolo di 
Dodona, della verità del qual viaggio cita Dionigi 
alcuni antichissimi vasi di bronzo ch*esistevano an- 
che all'età sua in quel tempio, nei quali era incisa 
una vecchia iscrizione che^attestava il fatto. Virgi- 
lio nel viaggio d'Enea ha molto seguitato l'isto- 
ria che dovea essere assai nota a'suoi tempi; perciò 
l'arrivo in Sicilia, gli amici ivi trovati, l'incendio 
delle navi eccitato dalle donne troiane, non sono 
affatto abbellimenti poetici ma si leggono nelle an- 
tiche istorie. La predizione delle arpie che minac- 
ciava ai Troiani una fame tale da esser costretti a 
divorar le proprie mense, l'osservazione di Ascanio 
nel primo giunger in Italia d'aver divorate le men- 
se formale di strali di pane sull'erba (48); queliti 
fatti se possono al severo critica comparir puerili e 
non degni della maestà dell' epica tromba , merita 
qualche indulgenza il poeta se ha voluto secondare 
il genio de' suoi concittadini, presso, i quali siffatti 
racconti dovevano esser- celebri , trovandosi regir 

(47) Dionig* d'Alicarn. lib. a. 

(48) VirgìI- Acne. lib. 3. e 7. 



73 LIBRO PRIMO 

étrati negr istorici pi(i gravi (49)» Tutte le altre yU 
cende d'Enea, de' suoi discendenti » e della nascita 
di Roma son troppo note e troppo miste alle favole 
perchè un saggio scrittore possa trattenervisi e spe- 

jrar di trarne qualche importante notizia. 

iivKi Appena nata Roma, la troviamo presto in guerra 
BoÌa cogli Etrusclii, giacché Romolo volse^ le armi con^ 
^9 tro i Veienti : vi furono più volte de' sanguinosi 
contrasti, e questi^ popolazione come la più prossi- 
ma dell'etrusche a Roma fu frequentemente alle 
prese coi Romani e gli tenne in continuo esercizio 
della terribile scuola delle armi. La città di Fideno 
cinque miglia distante da Roma (5o), fu più volte 
il pomo di discordia di quelle due popolazioni ; 
^conquistata da Romolo, ribellatasi sotto Tulio Osti** 
lio, seguitò la parte de' Veienti: ad onta del tradi-^ 
mento di Mezio Suffezio Re d'Alba che unito coi 
flomani gli abbandonò nel più forte della battaglia, 
furono i Veienti disfatti, ripresa Fidene; e l'adirato ' 
vincitore fece attaccare il traditore Re d'Alba alle 
cime di due aU>eri ripiegati , che poi me36Ì in li- 
l>ertà, tornando iurìosamente in aHo ne squarcia^ 
rono il corpo: così erano trattati i Re da qpei feroci 
popoli (5i). Anco Marzio combattè più volte anche 
^sso jcpi Veienti , e pe /u yiw:itore , Ma più 4' ogoi 

(49) Dion. d'Alicar. lii>. 1- , • j 1 

(50) Fidene era situala presso il confluente dell'Amene e del 
Tevere come si deduce da Liv. llb. 4. QuesU città esisteva ed era 
popola tissima sotto Tiberio, nel duodecimo anno del di cui regno 
Tacconu Tacito che minò in Fidene un teatro ove davasi lo spet- 
tacolo d'una pugna di gladiatori , nella qual i-uìna cinquantamila 
persone restarono o morte o ferite . -Si può imaginare che non tut^a 
>qQesu popolazione appartèìieise a Fi«£eAC, ma vi fosse ^oucorsa.a 
vda Roma e dai circonvicini castelli . 

<5 1^ Tit. I4ÌV. lib. i . Dion. d'Allear, lib. 3, 



CAPITOLO PEIMD 73 

tkro Re di Roma contrastò coi Toscani Tarquinio 
Prisco. Cinque città etnische Chiusi ^ Boselle^ Voi- di R. 
terra , Arezzo , Vetulonia si unirono coi Latini con- 
tro i Romani : furono pia volte rotti i confederati 
pia dal valore di Tarquinio che dalla forza nemi- 
ca (Ò2) . Una fatale rivalità era ormai dichiarata 
ira Romia e TEtruria: la crescente Roma già spa- 
ventava i popoli confinanti: contro si pericoloso ne- 
mico si unirono tutte le popolazioni etrusche e dopo 
varie deliberazioni mossero improvvisamente un po- 
tente esercito^ passarono il Tevere, e sorpresero, e 
entrarono con artifizio in Fidene spargendo pel ter- 
ritorio romauo il terrore e la desolazione • Non osò i5a 
Tarquinio, colio alla sprovvista, escire per tutto Tan^ 
no in campagna^ In questo tempo prepararono i Ro- 
mani due eserciti: col primo si mosse Tarquinio 
contro di Veio, vi ruppe i nemici e ne dc^lò le 
terre ; ma Collatino che guidava V altro esercito 
tentando di ricuperar Fidene, piazza di tanta im- 
portanza, fu dal presidio, ch'era stato rinforzato, 
completamente battuto : ne segui per 1* altra parta 
J'attacco de' Romani contro Cere ove trionfò Tar- 
i]uioio : gli affetti pc^ò della sua vittoria ai ridussero 
^lo alla devastazione della campagna , e a un grossp 
bottino eh' era per lo più T esito di quelle gueri'e. Fu 
più fortunato pe'Rooiani il seguente anno, fidene, ,5- 
posto sì importante 19 pericoloso ai Qomaui richia- 
mava la loro attenzione per ricuperarlo, e quella 
degli Etruschi per sostenerlo: v'erano, forze potenti 
di questi e dentro e fuori : vinti in campo aperto gli 
JEtniscbi ai fece l'assedio di Fidene colla più grande 

(53) Dionigi d'Allear, lib. 5, 



^ 



74 LIBRO PRIMO 

'ostinazione: alla fine espugnata^ furono gastigali 

<j,E. colle verghe e la morte i ribelli^ l'etrusca guarni- 

''^^ gione venduta schiava , le campagne fidenati divise 
tra i soldati che restaron padroni della città, espulsi 
ì cittadini. Si radunava intanto un altro formidabile 
esercito di Etruschi in Sabina per vendicar lafiron- 

i5s to ricevuto: l'attivo Tarquinio, e prima che tutte 
le popolazioni etrusche vi avessero mandato il loro 
contingente, Passali presso Eteto (53), e ne riportò 

1^9 la più completa vittoria , la quale tanto sbigotti 
TEtrAria da costringerla a chieder supplice la pace 
al vincitore. I deputati per placare e persuader 
Tarquinio,gli rammentarono ch'ei traeva lorigine 
da una etrusca città (54) : e quantunque esso par- 
lasse loro col linguaggio imperioso che detta la vit- 
tòria, fu stipulata la pace dopo nove anni di guer- 
ra (55) , con una dependenza degli Etruschi dai 
Romani più di nome che di fatti. Forse non si ri- 
dusse che alTomaggio prestato al Re di Roma delle 
divise di Sovrano che gì' inviarono , cioè la corona 
d'oro , il trono d'avorio, lo scettro ec. ; divise che 
adornarono il magnifico trionfo di Tarquinio . Per 
pochi anni durò la pace : ai Sabini egualmente che 
agli Etruschi importava il ricuperar Fidene : venne 
perciò loro fatto d'indurre qualche popolazione 
etrusca a prender Tarmi, e unirsi seco loro. Presso 
a Fidene sotto il confluente dell'Aniene col Tevere 
due eserciti di Sabini e di Etruschi si erano accam- 
pati sulle due sponde di questo fiume, comunicando 
fra loro per un ponte di barche. Tarquinio usò 

(f>3) Monte rotondo. 

(f»4) Tarquene. 

(.^j) Dionig. d*Alicar. lib. 3. 



CAPITOLO PRIMO 75 

r arie per separarli : mandò nella nolle dei battelli 
carichi dì combustibili accesi a seconda delTacqua, ,ì,r. 
altri De fece condur contr' acqua, che ajutaLi da '^ 
un vento impetuoso^ giunsero al ponte e l'arsero: 
culti iu questa confusione dai Romani i due se- 
parati eserciti furono interamente sconfìtti (^6). 
Qualche altro tentativo contro i Romani fecero 
nei seguenti tempi gli £truscbi specialmente sot- «<)7 
to Servio Tulio ; ma sempre avutane la peggio, ujB 
ni composero con lui come aveano fatto con Tar- nj^j 
quinioy riconoscendo una supremazia che poi non 
aveva realmente luogo. Dagli esposti racconti si 
vede, che si combatteva in questi temp^con rozza 
tattica, che Ja guerra si riduceva a depredazioni di 
campagne, che Tarte di prender le piazze era sco< 
nosciuta, e che una gran battaglia guadagnata non 
produceva acquisto di città, di castella, e di rado 
lo produceva di territorio: restavano i vinti solo 
umiliati per qualche tempo, e tornavano poi alle 
ostilità con nuovo vigore. Dopo tante vittorie in 
tanti anni suH'Etruria, restavano i Romani nei 
loro antichi confini ristretti sempre dal Tevere; e 
i Veienti tante volte vinti, non distanti piìi di do- 
dici miglia da Roma, restavano sempre gli stessi 
poteati e formidabili nemici . 

Intanto si fece in Roma la celebre rivoluzione ^44 
per cui si abolì la monarchia. Le insofiribili tiran- 
nie di Tarquinio superbo, gl'insulti commessi dalla 
sua famìglia contro il popolo, e finalmente il diso- 
norevole attentato di Sesto contro Lucrezia, e la 
magnanima azione di questa illustre donna , che 

(56) Dionig. «FAlicar. lib. 3. Tit. Liv. lib. 1. 



76 LIBRO PRIMO 

-dopo avere svelata l'infame violenza al marito ^ e 
di R. ai parenti ebbe il coraggio d' immergerai un ferro 
^^^ nel seno^ eccitarono la giusta indignazione dei Ro- 
mani a sollevarsi ed a cacciare il tiranno. Lucio 
Giunio , a cui V affettata stolidezza sotto il regna 
di Tarquinio^ quando ^accortezza e il talento era- 
no delitti y gvea fatto dare il dispregevole nome di 
Bruto f nome che divenne poi si celebre, fu pri- 
ina rio attore di questa tragedia, {espulsa la domi-* 
nante famiglia, Romia si costituì in repubblica: 
l'esule Tarquinio, vagabondoe supplice per le città 
d'Etruria mostrando il tristo spettacolo della sua 
perduta gjraudezza, eccitò facilmente la pietà di 
quei popoli; la simpatia e l'onta della regia mae- 
stà a^vviiita mosse in favore di Tarquinio l'animo 
e le forze di Porsena, uno dei più celebri Re degli 
Etruschi che regnava in Chiusi e forse dominava il 
resto della Toscana, Anche le considerazioni politi- 
che oltre la pietà animarono Porsena ^ soccorrer 
Tarquinio; giacché l'esenUpio poteva divenir con- 
tagioso e formidabile al regio potere: si diede per- 
ciò a fare i preparativi per la guerra, che non era- 
no stati mai si grandi ^è si bea .concertati. Int^nio 
i Tarquini impazienti di dilazioc^e avendo già per- 
suase à prender l'armi due popolazioni etrusche, i 
rò y.eienti antichi nemici di Roma e i Tarquinesi , ai 
quali pareva di aver ricevuto un particolare affronto 
|)er respulsix)ne di un Be loro concittadino, senza 
aspettar le congiunte armi d*£truria, (adunato un 
sufficiente e^rcito si mossero contro Roma. Usci- 
rono ad essi incontro i Romani, ed ebbe luogo una 
sanguinosa ed indecisa battaglia, memorabile solo 
per la morte del console Bruto e di Aronte figlio di 



GAPILOLO PRIMO 77 

TarquìniOi Bruto eoo una parte dello cavalleria pre-' 
cedeva l'esercito; Aronte 6glio di Tarquinio (iondii- dìR? 
ceva ancor esso una vanguardia di cavalleria. Ricono- ^ 
<ciotisi^ e animati da scambievole odio^ intenti più 
a ferirsi che a difendersi ^ si trafissero al primo col- 
po: si azzuffarono poi i due eserciti; l'ala sinistra 
ov' erano i Veienti soliti a cedere ai Romani fu vin- 
ta , ma la destra composta di Tarquinesi fu vinci- 
trice {5y). Intanto Porsena^ radunate le forze del- 
l' intiera Etruria^ venne contro Roma /Si è notato 
cbe pia volte i Romani aveano vinti gli Etruschi^ ^145 
ma in quest* occasione furono più volte soccombenti 
indeboliti dalla partenza dei realisti^ o dallo scon«« 
certo che produce la novità del governo, o che 
FEtruria meglio regolata che avanti, riunitrin un 
volere e in uno sforzo unanime , guidata da un va* 
loroso e saggio Re come Porsena combattesse con 
insolito valore. E veramente due volte furono vinti 
i Romani: l'unico antemurale di Roma era il monte 
Granicolo da essa separato dal Tevere e difeso da 
molta truppa ; Porsena l'investi con tal arte e vigore 
cbe se ne rese padrone: i Romani abbandonatolo si 
rib'rarono verso il ponte Sublicio: i Consoli rinco* 
rando i fuggitivi condussero l'esercito al di là del 
ponte contro Porsena . Mamilio con una schiera di 
Latini si era unito ai Toscani ed ebbe il comando 
deir ala destra : i Tarquini con tutti i forusciti Ro- 
mani e loro aderenti ebbero quello delb sinistra , 
il centro era comandato da Porsena col fiore dei 
Toscani . Per la parte dei Romani Spurio Larzio e 
Tito Erminio erano incontro ai Tarquinj; nell'ai- 

(57) tiìv. Itb. 3. Dionigi d'Aiìcwrn. 1. 5. 



s. 



78 LIBRO PRIMO 

'Ira ula Marco Valerio e Tito Lucrezio si trotavatio 
diK* a fronte di Mamilio: i consoli Poplicola e il suo col- 
***^ lega nel centro. Dopo i più ostinati sforzi di valore 
da ambe le partì, furono quasi a un tempo feriti 
Valerio e Lucrezio y e costretti ad abbandonare il 
campo. Sbigottita Tala sinistra dei domani comin- 
ciò a piegare y indi a ritirarsi precipitosamente verso 
il ponte; il resto dell'esercito segui presto il suo 
esempio ) e una fuga universale strascinò confusa- 
mente i Romani sul {x>Dte e verso Roma . In tanto 
pericolo Orazio Coclite, Spurio Liirzio^ed Erminio 
con qualche avanzo de'piìì intrepidi coprirono i fug- 
gitivi, percliè più sicuramente potessero far la riti* 
rata: ma finalmente soverchiaodo i nemici qua! tor- 
rente, si ritirarono i tre guerrieri sul ponte atfron- 
tando r impeto di tutto l' esercito, Orazio comanda 
che si tagli alle sue spalle il ponte, e quando è 
mezzo rutto e ostringe i due suoi compagni a porsi 
in salvo, restando solo a fronte delle nemiche schie- 
re, e girando intorno torvi gli sguardi con delti acer- 
bi rampo^Mia la viilà degli Etruschi che scordati 
della propria libertà vengano a combatter Taltrui. 
La vergoi;na .'ini ma i nemici che gli corrono tutti 
addosso; ma stette sempre saldo l'intrepido guer- 
ricru benché malamente ferito in una coscia • diroc- 
cato finalmente aitutto il ponte saltò nel Tevere, e 
quantunque sfinito dalla fatica e combattuto dalla 
vorticosa condente del fiume pwù rapido verso gli ar- 
chi elei ponte, giunse a' suoi a salvamento, che ac- 
cogliendolo con trionfali grida, e portandolo sulle 
braccia gli cinsero il capo di una «corona, e gli eres- 
sero in appresso nel Foro una statua di bronzo* Cosi 
Orazio salvò Roma eudlo sIcmmk» tenapo destando 



CAPITOLO PRIMO 79 

ori'eraula virtù nei Romani insegnò loro di quali' 
azioni Tuom forte è capace (58). Porseoa intanto diH? 
iàtto passare il Tevere a una parte deir esercito^ e ^^^ 
stretta Roma da ogni parte, impediva V ingresso 
de' viveri ; tuttavia ne giungevano pel Tevere • II 
Console romano fece sparger voce che un grosso nu- 
icero dì bestiame introdotto in Roma in fretta^ cui 
mancava in quella città la pastura, si sarebbe gui- 
dato sotto buona scorta a pascer nei prati fuori della 
porta Esquilina, luogo il più remoto da'nemici. 
Avendo questi creduto alla falsa nuova mandarono 
spgreta mente un forte distaccamento per dissipar 
la scorta e impadronirsi del bestiame: ma da varie 
parti sboccando iraprovisameojte i Romani , cbe 
avevano atteso gli Etruschi a questo agnato^ ne ta- 
gliarono a pezzi circa a cinque mila. 

La fame però avrebbe ottenuto finalmente quel 
cbe non poteva la forza , quando Muzio si deter- 
minò a sacrificarsi per la patria, uccidendo il Re 
degli Etruschi. La risoluta ferocia con cui venne 
dd eseguire il colpo > il suo sbaglio, la fermezza 
con cui tenne la mano sulle fiamme finché fosse 
consunta, son note abbastanza negF istorici e nei 
poeti (59). Ma non dee passare senza la debita lode 
il geoeroso animo del Re Etrusco, il quale invece 
d'irritarsi contro a chi avea attentato alla sua vita, 
ammirò il coraggio di Muzio, T amore verso la 
patria , e fu capace di perdonargli (60). A tante 

(58) Dion. d'Alicar. lib. 5. Tit. Liv. lib. a. 

(Sq) y ha chi ha trattato dì favola qaesto avvenimento : 
ma se non si ha fede a Tito Livio , e a Dionigi d'Alicamas- 
so. Don importerà più scrìver 1* istoria Romana de primi tempi ; 
Ycdi Dissert. sur V incertitude des premiere siede s de Rome, 
chap. 3. 

(5o) Tit. Liv. lib. a. HHon. d'Alic lib. 5. 



8o LIBRO PRIMO 

prove del romano eroismo si scosse Porseoa a tegnay 
di R. che r odio verso i Romani si converti in ammira- 
^^ zione e in terrore^ avendogli Muzio asserito che se 
la sua mano avea errato^ v'erano 3oo giovani Ro- 
mani al par di lui risoluti , che avean giurato ten- 
tare lo stesso colpo; per lo che considerando quan* 
io pericoloso fosse Taver briga con siffatti nemici, 
determinò di accomodarsi e far seco loro la pace* 
Avendo perciò tentato invano più volte di riconci-' 
liarli con Tarquiuio, abbandonò alla sua sorte il 
disgraziato amico e si compose coi Romani . Vera- 
mente egli dettò le condizioni di pace da vincitore, 
tuttavia mostrò T animo generoso: giacche, dopo 
aver voluto per ostaggi i figli delle persone più ri- 
spettabili di Roma, nell'atto di partire restituì loro 
la libertà, dicendo che si fidava all'onoratezza dei 
Romani più che a^ qualunque altro pegno: con regia 
munificenza lasciò ai nemici afflitti dalla fame^ i 
copiosi magazzini di viveri del suo campo che ayea 
sul Gianicolo. Ritornato Porsena alla sua reggia in 
Chiusi, i Romani gli mandarono con solenne am- 
basciata una sedia d' avorio con scettro e corona 
d'oro e veste trionfale (6i). Si è veduto che quando 
i vinti Toscani mandavano quelle insegne trionfali 
ai Re di Roma prestavano loro un omaggio di di- 
pendenza; può dedursi perciò che in questa guerra, 
se si eccettui il punto principale dell'esilio de'Tar-* 
quini, ch'era ciò che importava ai Romani, nel 
resto questi rappresentarono la parte de vinti e 
Porsena di vincitore: lo che si confermerebbe dav*' 
vantaggio quando fosse stata vera l'onerosa coadi'» 

(6i)Dion.d'Alic.lil>. S. 



CAPITOLO PRIMO Si 

«ione rammentata da Plinio che i Romani non po- 
tessero far uso di ferro che nell'agricoltura (6a). drii! 
Intanto una parte deir esercito di Porsena sotto la ^^^ 
condotta del di lui figlio Aronte si avanzò contro 
gli Aricini e i Gumani comandati da Aristodemo: 
essendo ucciso Aron te , gli Etruschi si diedero alla 
foga e giunsero stanchi e feriti nelle campagne di 
Roma ; ivi caritatevolmente accolti , trasportati in 
città su de' carri ^ ebbero tuttavia necessaria assi- 
stenza a segno ^ che una gran parte di loro pensò 
cambiar patria e stabilirsi in Roma (63)^ ove diede 
il nome ad una strada . 

Pare che il sistema di un re saggio come Porse- 
na fosse di restare in pace co' Romani^ e che alme- 
no continuasse per tutta la sua vita^ giacché non 
troviamo per molto tempo che la nazione etnisca 
abbia preso parte contro Roma . Non la lasciavano 
però iu pace le altre popolazioni confinanti , ì Sabi- 
ni, gli Equi ed i Yolsci tenendola in una continua 
scola di quell'arte che dovea diventare a tutti fa- 
tale . Più volte quei popoli furono vinti , e s' insan- 
guinarono le latine campagne con funeste stragi • 
Ma più che le armi combatteva per loro in Roma 
la discordia fra il Senato ed il popolo: più volte in- 
terruppe i romani trionfi , e diede agio ai loro emuli 
di ricomporsi e di tornare ad attaccargli con fresco 
vigore. É vero che le turbolente agitazioni di Roma 
furono assai differenti da quelle dell' altre repub- 
bliche, le quali sono state macchiate tante volte 
dal sangue dei più zelanti cittadini. Per molti an- 
ni, e finché l'amor della patria gli tenne abbastan- 

(63) Plin. lib. 34. cap. 1 4* 
(63) Dion. d'Alic Ub. S. 



8a LIBRO PRIMO 

za uniti, fioche tutti teoderono allo stesso fine^ per 
òiH. quanto la discordia imperversasse in Roma^ il Se- 
'^^ nato f e il popolo si rispettarono a segno che fralle 
grida tumultuose non le spade e Taste, ma le ra- 
gioni e le leggi erano Tarmi con cui si combatteva^ 
ed ogni rissa di un popolo si sanguinario e feroce 
nel campo si terminava al più con qualche colpo 
di bastone o di pugna • Il popolo nelF ebrietà del 
suo furore y piuttosto che por le mani addosso al Se- 
nato, giunse a separarsi da lui ritirandosi da Roma 
nel Monte Sacro, rispettando sempre queir adunan- 
za come i suoi genitori benché troppo severi; ed è 
nota la saviezza di Menenio che colla favoletta del 
-ventre e delle membra potè placare e ricondurre in 
Roma la plebe. Finalmente le dispute civili erano 
per lo più terminate con una legge, mentre altrove 
si finivano col sangue. Una virtuosa emulazione si 
eccitava tra i due ordini per cui Correvano per lo 
più a combattere con maggiore ardore i comuni 
nemici. Di rado, pure qualche volta, avvenne che 
le dissenzioni passarono dal Foro al campo milita- 
re. Vedendo la plebe che T espediente più comune 
del Senato per sedare i tumulti ed eludere le di- 
mando del popolo, era di condurlo alla guerra, 
talora ricusò di marciare, talora nel campo si lasciò 
vincere o almeno non volle vincere per non dare 
- 3^0 al Console che lo comandava Tenore del trionfo: 
ciò era specialmente avvenuto combattendo contro 
i Volsci ^ e i Vejenti sotto i consoli Quinto Fabio e 
Lucio Valerio (64). Allora fu che gli Etruschi do- 
po molti anni di pace pensarono a cambiar sistema 

(64) Dion. d'Alicar. lib. 6. Tit. Liv. lib. %. 



CAPITOLO PRIMO 83 

credendo il tempo più opportano d' oppri roer Roma • 
Si tenne una grand' assemblea deiriutiera nazione^ .iìr. 
in cui fa deciso di sostenere col massimo vigore i ^^^ 
Vejenti^ che come la più vicina e potente popola- 
zione avea ricominciato ad inquietare i Romani: 
erano sicuri che gli Cqui^ i Sabini ed i Vobci^ ne- 
mici perpetui di Roma, si sarebbero uniti seco loro. 
S'incominciò la guerra nelle campagne di Vejo, 
ove andavano lentamente adunandosi le truppe to- 
scane : contro di queste si mosse il console Fabio ^ 
odioso al popolo, mentre l'altro di fazione popolare 
si era portato contro gli Equi^ i quali non si mos- 
sero , onde qua non vi fu da combattere • Non cosi 
avvenne all'altro Console: s'incominciò la pugna: 
erano i Romani vittoriosi e i nemici in scompiglio: 
marciò la cavalleria per compir la vittoria : si ri- 
guardavano i cavalieri come partitanti della nobil- 
tày onde l'infanteria gli lasciò inviluppare dai ne- 
mici , né valsero i comandi , né le più umili pre- 
ghiere del console Fabio a farla accorrere in soc- 
corso: restò pertanto assai maltrattata, e la vittoria 
imperfetta. I sediziosi soldati, non contenti di aver 
mancato al loro dovere, rovesciarono la colpa della 
disgrazia sulla cavalleria e sul Comandante; anzi 
nella notte abbandonarono il campo^ e come fug- 
gitivi si ritirarono a Roma, spargendovi la desola- 
zione, e lo spavento. Convenne a Fabio ritirarsi 
precipitosamente, fortunato abbastanza che i Vejeo- 
ti non ai accorgessero della partenza di si grossa 
schiera, onde si contentarono di saccheggiare gli «73 
aUxindonati accampamenti. Questo evento reso no- 
\ to accrebbe sempre più negli Etruschi la speranza 
; ài opprimer Roma. Da tutta l'Etruria numerosi 



84 LIBRO PRIMO 

corpi dì brave troppe corsero ad unirsi aotto Vejó, 
diK. uè mancarono gli ausiliarj dell'altra parte del Te- 
^7^ vere • Il vicino pericolo scosse finalmente i Ronàani; 
e benché il tribuno Pontifizio rinnuovando le pre- 
tensioni del popolo tentasse disturbare V arruola- 
mento^ la prudenza del Senato, e il timore dei 
vicini nemici resero numerosa la romana armata , 
inferiore però airetrusca. Era stato nominato con- 
sole Marco Fabio , fratello del console poco accetto 
dello scorso anno; ma la sua prudenza e valore 
fecero risolvere il Senato a crearlo y a cui il popolo 
diede per collega Gn. Manlio, detto per soprannome 
Cincinnato • Di rado si son trovati generali in più 
pericolose circostanze: dovean combattere contro ne- 
mici tanto superiori di numero; né erano certi della 
buona voglia de' suoi. Il fatale esempio dello scorso 
anno obbligò i consoli a straordinaria cautela : coa- 
dotti fuori i due eserciti, e accostatisi a Vejo, ac- 
camparono in posti assai vantaggiosi, trincerandosi 
con ogni diligenza, e risoluti di star sulle difese , 
cosa insolita ai Romani. Ne trionfavano gli Etru- 
schi , e aggirandosi intorno colla cavalleria gli in- 
sultavano colle parole, non accorgendosi che secon- 
davano il disegno de^ consoli di destare il sopito 
valore dei Romani ; gl'insulti furono moltiplicati a 
segno che i soldati corsero al Pretorio domandando 
battaglia : i consoli fingevano repugnarvi per ac- 
crescerne Tardore: infatti le domande si converti- 
vano in grida sediziose. Fabio che volea farne buon 
uso intimò silenzio, fece ai soldati un eloquente e 
artifizioso discorso , in cui rammentando di passag- 
gio i disgraziati avvenimenti dell'anno scoéso, e 
dicendo che i Romani quando volevano eraiio in- 



CAPITOLO PRIMO 8?> 

vincibili 9 finse di arrendersi ai loro desiderj terini-^ 
nando con quelle memorabili parole (65) che la diR. 
morte fugge dai bravi, e perseguita i fuggitivi e i ^^^ 
codardi. Furono ricevute coi maggiori applausi le 
parole di Fabio : allora Flaveolo, che pel suo valore 
dal più basso rango s' era sollevato a quello d' uno 
dei priroarj ufiziali, salito sopra un'eminenz^gn'dò 
ai soldati che giurassero di non tornare a Roma se 
non vincitori: fu £atto con liete grida il giuramento, 
e marciarono pieni di ardire alla pugna. I diligen- 
ti romani storici ci hanno dati tutti gF indicati det- 
tagli 9 mentre del valore degli Etruschi siamo ob- 
bligati a cercar le prove nelle memorie dei loro ne* 
mici, disgrazia delle nazioni che non hanno storici; 
ma egli è certo, che quantunque sorpresi dalla mu- 
tazione di scena, e dal novello arder dei Romani, 
andaron loro incontro con non minor coraggio e 
valore. 11 console Manlio comandava Tala destra, 
Qainto Fabio fratello del console la sinistra , jl 
conaole Fabio il centro . Se si ha da credere agli 
storici romani , gli Etruschi fecero Terrore di or- 
dinarsi in terreno troppo angusto, in cui le file non 
avevano bastante spazio da distendersi : la loro or- 
dinanza era si stretta che appena aveva luogo da 
agitar le braccia per lanciare i dardi, onde quei dei 
Romani non cadevano mai a vuoto: Tala etrusca 
opposta a Quinto distendendosi piiì in lungo stava 
per inviluppare i Romani» Trasportato il Coman- 
dante con alcuni de' più valorosi in mezzo ai nemici 
è colpito nel petto da una lancia; se la trae, ma 
cade da cavallo, e la sua ala resta inviluppata: in- 

(65) Vedi Won* <i' Alic ant. rom 1.9. 



86 LIBRO PRIMO 

'tesolo il cònsole corre in soccorso accompagnato 
dih. dall'altro fratello Gesone, eda unatmppa di arditi 
*'^ soldati^ e rammenta ai fuggitivi il giuramento: si 
rianimano alla sua voce^ riguadagnano il terreno 
perduto: corrono a ricercar di Quinto, lo trovano 
ancor vivo sotto un ammasso di cadaveri ; ma han- 
no il dispiacere di vederlo spirare sui loro occhi • 
Respinti da questa parte gli Etruschi, lo furono an* 
cor nel centro; Tala destra dei Romani però era in 
rotta : una ferita del console Manlio in un ginocchio 
r obbligò a uscir dalla battaglia, e la nuova della 
sua morte fece prender la fuga ai soldati : accorrono 
ancor qua i Fabi, e respingono i nemici. Un corpo 
di Vejenti era corso intanto ad espugnare gli allog- 
giamenti romani : v'era appunto trasportato il fe- 
rito Manlio, che scordato il dolore, ebbe cuore di 
rimontare a cavallo e incoraggire i difensori. Oltre 
i vivandieri e i servi si trovava a custodia una pic- 
cola ma scelta banda di veterani: l'assalto diventa 
furioso , il console cade coperto di nuove ferite , e 
gli alloggiamenti son presi: l'avidità della preda 
scomponendo gli ordini degli Etruschi che corsero 
a rubare , salvò l'avanzo de'Romani che v'erano in 
guardia • Il console Fabio è avvertito di questa nuova 
disgrazia ; lascia d^ incalzare i nemici ; accorre qua 
e trova gli alloggiamenti presi ; gli attacca ; e gli 
Etruschi si difendono col vantaggio del sito* Siccio, 
uno degli ufiziali romani, che ne conosceva il lato 
più debole, dirige qua l'assalto, e nello stesso tem- 
po per non animar colla disperazione il valor degli 
Etruschi lascia libere le uscite: sopraffatti i Toscani 
si ritirarono finalmente: Fabio avea lasciata la bat- 
taglia indecisa, ritoma all'esercito, e compisce la 



CAPITOLO PRIMO S; 

TÌttoria . Gli Etruschi si ritirarono agli alloggiamenti' 
ove non furono molestati : era incominciato Tattacco dìlft! 
a mezzo giorno, la notte pose fine a un combattimen- ^^^ 
to dei più micidiali^ in cui ambe le partì furono più 
volte e vinte e vincitrici: la ritirata che il giorno ap- 
presso fecero gli Etruschi non lasciò in dubbio una 
vittoria , il principale autore della quale fu univer- 
salmente riconosciuto Fabio. Gli scrittori della roma- 
na istoria, come si è veduto, non hanno lasciato di 
rammentare i tratti di valore di quei repubblicani, 
e passano sotto silenzio quei degli Etruschi , dei 
quali non possiamo nominare nò i comandanti , né 
gli ofiziali. Si preparava in Roma a Fabio un so- 
lenne trionfo, che avea cosi ben meritato: ma ei 
non credette dover mostrarsi in quella pompa per 
una vittoria si sanguinosa, e il popolo lo vide en- 
trare in Roma vestito a lutto col cadavere del fra- 
tello Quinto, e del collega Manlio; e il rifiuto del 
trionfo ( aggiunge lo storico ) fii più illustre d' ogni 
trionfo (66). Che la vittoria dei Romani fosse più 
di nome che di fatti può dedursi dal vedere le osti- 
lità ricominciate quasi subito dai Vejenti; gli Equi 
altresì insultavano i Romani. Innovi consoli Fabio 
Cesone, e Virginio escirono in campagna, questo 
contro i Vcjenti, quello contro gli Equi. Virginio si a;i 
lasciò inviluppare, e ritirossi sopra un colle: ve lo 
assediarono gli Etruschi; e se sollecitamente Taltro 
console Fabio non fosse marciato in di lui soccorso, 



(56) Omni actó triumpho, depositus triumpkus clariorfuit, 
Uv. lib. 3.' Vedi per tutti questi avveuimeati il citato storico , e 
DioiLd'AJicam. lib. 9. 



88 LIBRO PRIMO 

^'^^mancando di vettovaglie, avrebbe dovuto abbassar 

dìR. le armi, e rendersi prigioniero (07). 

^74 Gli Etruschi sostenendo la popolazione dei Ve- 
jenti insultavano continuamente le campagne di 
Roma: si pensava per frenare le loro scorrerie a 
stabilir de' forti nella campagna di Roma, e munirli 

3.5 di truppa.. Allora la famiglia de'Fabj numerosa di 
3oo individui chiese al Senato di confidar loro la 
difesa del paese: fu accettata la generosa offerta ^ e 
gli accompagnarono circa a quattro mila fra amici 
e clienti della famiglia. V'era alla testa quel Marco 
Fabio che avea con tanta gloria combattuto contro 
gli Etruschi: da lui guidata esci di Roma questa 
piccola e valorosa schiera fra l'ammirazione e gli 
applausi dei suoi concittadini: fissò la sua stazione 
in un castello presso il fiume Cremerà (68) , e fab- 
bricali varj forti e torri ad atte distanze, fu stabilita 
una giudiziosa linea di difesa dalla quale ì Fabj 
uscirono più volte contro i Vejenti che osavan de- 
predar le campagne , e ritornarono sempre vittoriosi. 
Intanto da tre parti gli Equi , i Volsci , i Vejenti 
attaccarono i Romani : furono i Vejenti presto rotti 
dal console Emilio e costretti ad implorar soUeci- 
iamente la pace. Ottenuta che l'ebbero, tutto il 
resto d'Etruria s'irritò contro Vejo, e obbligò questa 
popolazione a romperla . Fecero servir di pretesto le 
scorrerie de' Fabj, e pretesero che fossero obbligati 
ad abbandonare la pericolosa stazione. Fu ricusato 



(67) Liv. lib. 9. Dion. d'Alic. lìb. 9. 

(63) Il fiume Gremeni chiamasi adetso la Yalca, o Varca; 
rsce dal lago di Baccano e si getta nel Tevere 5 miglia lontano da 
Roma. Mur. Ital. Ant. 



CAPITOLO PRIMO 89 

questo articolo y ed i Fabj proseguirono a tormen*' 
tare i Vejenti con ostilità continue. Elsasperati co- uiH. 
storo e vergognosi di trovarsi frenati da un pugno ^^ 
di gente , e^seguirono coU' insidie ciocché non ave- 
vano potuto a forza aperta • I Fabj dalle reiterate 276 
vittorie resi meno circospetti uscirono un giorno 
disordinatamente a predar de' bestiami^ che lungo 
il fiume a bello studio erano mandati dai Vejenti, 
i quali in grandissimo numero stavano in aguato , 
donde uscirono improvvisamente contro i Fabj. 11 
valore con cui resistettero eguaglia se non supera 
la celebre resistenza dei Spartani alle Termopile y 
o qualunque altra simile impresa. Dionigi d'AIicar* 
nassoy che varia alquanto nella narrazione da Livio, 
racconta che una parte sola de' Fabj ( come par 
verisimile ) era escita dal castello a predare, che 
colta in mezzo dagli Etruschi resistè bravamente; 
che rotto il cerchio d' armati si ritirò combattendo 
in un colle, onde col vantaggio rispinse piiì volte 
i nemici che da ogni parte la cingevano : questi pe^ 
rò formarono alla piccola schiera una specie d'asse- 
dio; in cui senza cibo si trattennero i Fabj per tutta 
la seguente notte. I loro compagni all'apparii* del 
giorno intesa la disgrazia, conoscendo che per la 
lame sarebbero costretti ad arrendersi, lasciati pò-* 
ehi in guardia del castello, si mossero per porger 
loro soccorso o morire: fu questa piccolissima trup- 
pa subito circondata da'nemici, e dopo lungo con- 
trasto tagliata a pezzi. I loro compagni intanto chiu- 
si per ogni parte sulla collina, estenuati dalla stan* 
chezza e dalla fame, pure durarono a combattere 
fino alla sera , inalzando cumuli di cadaveri con si 
ostinato valore, che i nemici non osavano piij d'ac- 



90 LIBRO PRIMO 

^costarai 9 e perduta la terza parte dell'eaercito, stet- 

cIi'k' tero sospesi alquanto, iodi mandati gli araldi , offri. 

^7^' rono loro una sicura ritirata purché deponessero 
Tarmi , e abbandonassero la fortezza , condizioni 
rigettate subito da quelli animi generosi. Non osa- 
ron per altro gli Etruschi di accostarsi , ma tenen- 
doli sempre assediati lanciavano sopra di loro da 
lungi pietre^ dardi ed altre armi missili. I Fabj^ 
benché quasi tutti feriti e pressoché disarmati, es* 
sendo Tarmi loro rotte e spuntate^ scesi disperata- 
mente dal colle , si avventarono a guisa di fiere 
contro i nemici^ e strappando loro di mano le ar- 
mi^ mantennero per qualche tempo una si dise* 
guale contesa 9 finché tutti restaron morti sul cam« 
pò: la rimanente piccola truppa restata in guardia 
della fortezza si difese collo stesso valore, e stretta 
dalla fame esci fuori col medesimo coraggio, e cad- 
de colla stessa disperata bravura (69). Gli storici e 
i poeti romani hanno celebrata a gara una si me- 
morabile impresa, e se ne fece in Roma ogni anno 
con festa lugubre una gloriosa commemorazione (7 o). 
Il nuovo console Menenio affrettando la marcia sa- 
rebbe probabilmente giunto in tempo per liberare 
i Fab) : fu però creduto che non volesse per invidia 
a quella famiglia. Gonfi della vittoria gli Etruschi 
si mossero contro il Console. Se dee credersi ai ro- 
mani storici, costui scelse una svantaggiosa posizio- 
ne, ove fu rovesciato e costretto a ricovrarsi negli 
alloggia menti , che attaccati dai vincitori dopo poco 
contrasto furono espugnati . Ebbero i Romani ima 
vergognosa rotta , i fuggitivi dovettero la vita alla 

(69) Tìt. Liv. Lib. a. Dion. d*Alic. lib. 7. 

(70) Ovid. fast. lib. 11. 



CAPITOLO PRIMO gì 

avidità dei vincitori che ai ferroarooo a depredar- 
gli alloggiamenti: proieguirono però la yittoria ^ di R. 
avanzandosi verso Ronia^ e trovando poca resistenza '7^ 
occuparono il Gianicolo (71)* £ra Roma nel più 
grande sbigottimento e bloccata dal nemico: richia* 
mò sollecitamente F altro coosole che combatteva 
contro i Volsci ; venne , ed ebbero luogo due batta- 
glie: la prima indecisa, la seconda presso la por* 
ta Collina, dopo la quale gli Etruschi furono co- 377 
stretti a rìtirarsi . Non pare però che la vittoria 
dei Romani fosse di gran momento, giacché il cam- 
pò degli Etruschi era sempre sul Gianicolo e for- 
mava un blocco alla città per cui vi si penuria va 
di viveri . Oltre la numerosa popolazione solita , 
cooveniva nutrire una gran turba di persone di 
campagna accorsevi: crescendo questo disastro, i 
consoli non videro altro espediente che di condurre 
gli afiàmati soldati contro il nemico. La battaglia 
fu ostinata e lunga , essendo or questi or quelli più 
volte e vinti e vincitori :' finalmente la vittoria si 
dichiarò pei Romani , ritirandosi ndla notte gli 
Etruschi tacitamente verso Ve)o. Il numero dei 
oQorti e feriti fti si grande anche dalla parte dei 
Romani, che i Consoli Virginio e Servi Ho ricusarono 
il trionfo (73). 

Le reciproche perdite tennero i due popoli al- 378 
qoanto quieti. Gli Etruschi però legati coi Sabini 
ai preparavano ad assediar di nuovo Roma : i loro 
eserciti erano separati e non anche bene adunati 
aul territorio di Vejo. 11 console Valerio con straor- 
dinaria celerità sorprese i Sabini e gli i>uppe, e 

(71) Tic liv. Ub. 9. I>loii.<d*A.licam. lib. 9. 
(73) Lìv* e Dion. loc cit. 



y 93 LIBRO PRIMO 

'spintosi senza tardare contro gli Etroschi ^ sconfisse 
di A. ancor questi per modo che dispersi si refugiarooo 

^^^ parte a Vejo , parte nei vicini colli. Tante reiterate 
perdite costrinsero i Vejenti a domandar la pace^ e 
collo sborso delle spese della guerra ottennero una 
tregua di 40 anni . Per quasi tutto questo tempo non 
presero parte le popolazioni etnische nelle conti- 
nuate guerre che si fiscero daiSabini , dagli Equi > 
dai Volsci ai Romani • Si esercitavano questi in una 
formidabile scuola ^ mentre Tozio^ ed il lusso am- 
mollivano i Toscani • Dopo sì lunga pace 1^ ribel- 
lione di Fidene, colonia dei Romani, pose di nuovo 

3i^ le armi in mano agli Etruschi. Erano stati man- 
dati quattro ambasciatori a Fidene per richiamarla 
al suo dovere : vi si trovava Tolunnio Re , o Larte 
dei Toscani , per di cui ordine o vero, o equivoco 
furono trucidati gli ambasciatori (73). È facile il 
comprendere di quanto sdegno si accendessero i 
Romani a questo affronto, e quanto sollecitamente 
corressero a vendicarlo. 'Ai Fidenati si erano uniti 
i Falisci e i Vejenti comandati da Tolunnio. I Ro- 
mani, dopo un piccolo vantaggio riportato non sen- 
za sangue, crearono Dittatore (come solea farsi 
ne' casi pericolosi) Ma merco Emilio, che uscì contro 
i nemici situati presso le mura di Fidene ; si at- 
taccò in una furiosa battaglia in mezzo alla quale 
Cornelio Cosso tribuno dei soldati, giovine am- 
mirabile non meno per belleRza di corpo che per 
fortezza di animo, vedendo Tolunnio che abbigliato 

(73} Si racconta che i Fidenati Io consultarono nel tempo 
ch'ei giocava ai dadi, e ch'egli intento al gioco disse uccide^ 
eh' era una parola tennica ed allusiva al gioco, e che fu interpe- 
trata per un ordine di uccidere gU»iimbasciatorì • Tit. Liv. Ub. 4* 
Valer. Mass. lib. 9. e 9. 



/" 



CAPITOLO PRIMO 93 

de' reali ornamenti combatteva vigorosamente con-" 
tro i Romani, se gli scagliò addosso, chiamandolo di a! 
violatore dei sacri patti e diritti delle genti, e gri» *'^ 
dando altamente che offriva questa vittima all'om- 
bre dei traditi Legati • Al primo colpo di lancia gettò 
Tolunnio da cavallo; e mentre rialzato tentava rin- 
noovare la pugna, l'uccise. Becisagli la testa. Cos- 
so la fisse in un' asta , e questo spettacolo coster- 
Baado gli Etruschi compi la rotta (74) • Tornato 
r esercito vincitore a Roma , Cosso consacrò nel 
tempio di Giove Feretrio le spoglie di Tolunnio 
dette opime y che furono le seconde dopo quelle 
consacrate da Romolo (^5) • Dopo qualche altra 
azione, cinta Fideue d'assedio, i Romani se ne ini- 319 
padronirono con uno stratagemma che comune in 
quei tempi non lascia d' eccitar la meraviglia per 
la difficoltà dell'esecuzione. Una mina sotterranea 
fi] condotta fino sotto la città nella parte ove meno 
potevano temere i cittadini: dato l'assalto dalla 
parte opposta ove tutti accorsero i difensori, impro- 
visamente esciti per la mina i nemici , la città ne 
fu piena, ed ebbe Fidene il meritato gastigo. Sif- 
fatti avvenimenti sbigottirono a segno i Vejenti e i 
Falisci, che tentarono eccitare tutte le altre popo- 
lazioni etrusche ad unirsi contro i Romani, ma non 
venne loro fatto d'indurcele. Assai di mal animo i 
Fidenati obbedivano ai Romani: non osando essi soli 
scuotere il giogo, persuasero i Yejenti a muoversi , 

(74) Tit. Liy. lib. 4- ^^1* Mtts^ lib. 3. cap. a. 

(75) Romolo avendo di sua mano ucciso ^ e spogliato il duce 
dei GÓiinesi istituì quest'uso per dare maggior lustro all' azione , 
come nota Tito Idv. lib. i. „ Ipse cwnfactis vir magnificus, tum 
fadorum ostentator haud minor spolia ducis hostium caesi sus- 
pensa gerens in CapitoUum ascemdit ». 



94 LIBRO. PRIMO 

-raiBpeodo una tregua di amii otto che dai Romani 

di^R. avevano ottenuta : onde quelli , prima dello spirar 

^'^ della tregua 9 depredarono il territorio romano. 

3i6 Quantunque la Dieta etrusca non avesse acconsen- 
tito a muover Farmi unitamente contro Roma , avea 
incoraggìto i particolari ad aiutare i Vejenti; e la 
speranza della preda avea fatto ingrossarne Teserei- 
to: i Romani, per civili puntigli fra il popolo e il 

317 Senato, invece dei due consoli elessero quattro tri- 
buni militari : erano veramente dei più celebri guer- 
rieri, ma il comando militare vuol esser di un solo: 
la moltiplicità dei capi produsse la contradizione 
degli ordini, e la confusione; e i Romani furono 
sconfitti (76). I Fidenati preso animo da questa 
vittoria si sollevarono ^ e trucidati barbaramente 
tutti i Romani che si trovavano in Fidene, si uni- 
rono ai nemici di Roma; i Vejenti passato il Tevere 
si accamparono non lungi da Fidene, Si trovava 
Roma in gran sconcerto e spavento, e come usa vasi 
nei tempi pericolosi era stato creato dittatore Ma- 
merco Emilio. Esso attaccò con successo i Vejenti^ 
né valse il puerile stratagemma dei Fidenati , che 
nel tempo della zuffa escìrono dalla città abbigliati 
da Furie agitando delle faci accese : furono i Vejenti 
presi in mezzo dai Romani^ pochi scamparono la 
morte o la servitù; i Fidenati fuggendo nella città 
vi furono perseguitati dai Romani che vi entrarono 
misti ai fuggitivi , e fu ripresa e saccheggiata Fide- 
ne (77) . I Vejenti umiliati domandarono la pace, e 
fu loro accordata tregua per\ao anni. Duravano ad 
osservar queste tregue i vinti nemici dei Romani , 

(96) Tit Liv. lib. 4. 

(^7) Tit. Liv. lib. 4* Fior. cap. la. e i3. 



CAPITOLO PRIMO gS 

finché durava fresca la memoria delle percosse ri-' 
cevute, pcà svaniva insensibilmente il timore ^ ^di°R^ 
ritornava T audacia. Non era ancor terminata la 346 
tr^ua^ che i Vejenti tornarono a molestar le cam- 
pagne romane^e a darvi il guasto: ne chiese Roma 
soddisfazione : sul principio si scusarono modesta- 
mente i Yejenti^ afflitti da dissenzioni domestiche, 
ma rinnovate l'anno appresso le istanze, presero il 
tuono insolente minacciando ai romani ambascia- 
tori la sorte di quelli di Fidene. Più non vi volle 3^^ 
perchè i feroci animi de' Romani non solo dichia- 
rassero a quelli la guerra y ma si determinassero a 
dbtruggere la città (78). Era essa, come s'è notato 
altrove, posta sopra una rupe forte pel sito , e pel 
valore de' such abitanti non inferiori in numero ai 
Romani , e Dionigi d'Àlicamasso , come abbiamo già 
notato , la paragona nella grandezza ad Atenei Sic- 
come le guerre fatte finora a quel popolo rassem- 
bravano più a scorrerie che a operazioni regolari, 
stabilirono d'assediar Vejo nelle forme, stringerla 
da ogni parte ^ e piantarvi i quartieri da inverno , 
cosa insolita fin allora alla romana milizia. Questa 
novità incontrò delle contradizioni e delle querele, 
ma vinse finalmente Tedio contro i Vejenti (79). Si 35o 
prepararono questi con tutto l'impegno alla difesa, 
e perchè gli animi fossero più uniti in occasione in 
cui appunto si ricerca una cieca obbedienza^ eles- 
sero un Re di cui è ignoto il nome : ciò dispiacque 
air altre popolazioni d'£truria per V odio contro la 
persona eletta, e fu perciò risoluto di non dar loro 
soccorso (86). 

(7S) TiU LiT. lib. 4. (80) Tit. Liv. lib. 4. 

(79} Piotar. vtU di Caium. 

/ 



96 LIBRO PRIMO 

. L' assedio cominciato sotto il comando dei mili- 
di R. tari tribuni armati di potestà consolare soffri pre- 
^ sto una disgrazia. I Vejenti, esciti ìraprovisamente 
di notte, incendiarono le macchine^ e ruinarono i 
lavori fatti. Questo scorno ricevuto dalFarmi ro- 
mane invece di diminuire infiammò il coraggio 
della gioventù, che corse in folla a vendicarlo: si 
ristabilirono i lavori, e con più vigore si spinse avanti 
l'assedio. Quantunque nel general Concilio degli 
Etruschi fosse convenuto di non dare soccorso ai 
Vejenti j pure i Falisci e i Gapenati (8 1 ), preveden- 
do che alla ruina de' Vejenti sarebbe succeduta la 
loro, come più prossimi , radunate numerose truppe 
attaccarono improvisamente una parte delF eser- 
cito romano, quella cioè comandata dal tribuno 
3^1 Sergio: fatta i Vejenti nello stesso tempo una sor* 
tita , questa parte del romano esercito fu rotta e 
posta in fuga, e si ricoverò nel campo dell'altro 
tribuno Virginio, che per un mal inteso puntiglio 
non lo avea soccorso. Furono i due Tribuni con- 
dannati ad una pena pecuniaria (82). Riparato pre- 
sto il danno seguitavano i Romani a stringer Vejo. 
Non si può abbastanza ammirare la supina indolen- 
za di tutte le popolazioni etrusche , le quali eccetto 
35:2 i Falisci e i Gapenati, abbandonavano al suo fato 
il più forte baluardo d'Etruria , espugnato il quale 
era agevol cosa il prevedere che i Romani sareb- 
bero penetrati nel cuore di quella provincia. Forse 
furono distratti da qualche altra «guerra non ben 
nota, o ne furono impediti dalla tiainaccia di un'in* 
3S3 vasione di Galli, che da gran tempo passate le alpi 

(81) Popoli abitatori del paese tra Fiano e Ciyìtella • 
(Sa) Tit. LÌY. lib. 5. 



K 



CAPITOLO PRIMO 97 

Occupavano le piaoure di Lombardia . Altri com- 
battimenti frattanto ebbero luogo presso l'assediata aìR. 
città. Tentarono nuovamente iCapenati e i Falisci ^^^ 
di minare i lavori , ma furono con gran strage 354 
respinti • 

Intanto troviamo un fenomeno che può esercii 3S5 
tare le congetture de' fisici niodemi y e che occupò 
seriamente i guerrieri ^ e i legislatori di Roma e di 
Vejo, come se da esso dipendesse T esito della guer- 
ra • 11 Iago Albano , senza pioggia o causa alcuna 
apparente^ anzi in stagione aridissima^ crebbe ad 
una straordinaria altezza , e poi versò le acque fuori 
del bacino , le quali si fecero strada al mare. Un 
vecchio etrusco profetizzò che i Romani non espu- 
gnerebbero Vejo, se non avessero derivate quel- 
l'acque non in mare^ ma diffuse nell'adiacenti 
campagne. Il Senato di Roma per confermare o scre- 
ditare siffatta profezia spedi a consultare l'Oracolo 
di Delfo: i sacerdoti fecero confermare ad Apollo 
il presagio del vecchio etrusco : il Dio aggiunse 
( ciocché di rado ometteva ) che espugnata Yejo , i 
Romani mandassero un ricco dono al suo tempio, ^^o 
Questo avvenimento interessa il naturalista e il po- 
litico: per comprendere l' enorme quantità di acqua 
ch'era necessaria a produr quell'effetto, fa d'uopo 
conoscerne l'estensione. Il lago Albano , detto oggi 
di Castello (SS), è situato presso il celebre monte 
Albano; ha la forma quasi ovale che comprende 
circa otto miglia di circuito ; l' ineguale margine 
del cratère è formato da rupi e colli di varia altez- 
za; la maggiore giunge a piedi 4^0 dalla superficie 

(83) Ha questo nome da Castel Gandolfo già fabbricato da 
Gaodolib Sacelli, ora Villa Papale. 

TottM L 7 



^ 



98 LIBRO PRIMO 

'-dei Jago, la minore a ^g2 (84) : questo ^ come del 
diR. vicino di Nemi e di tanti altri laghi, è stato era* 
'^ tère di un vulcano, e vi se ne riconoscono ancora 
chiaramente i segni (85) . Pare che nasca da censi* 
derabili sorgenti sotterranee , come congetturò il 
Kirker, vedendo sempre trasportato lateralmente 
il piombo con cui volle scandagliarne il fondo , e 
forse v^ è ancora una comunicazione occulta col 
prossimo lago di Nemi . Convien credere che le sot- 
terranee vie, che scaricavano altrove le acque del 
lago in quel tempo, si fossero ostrutte, e perciò un 
corpo cosi grande di acque vi s' accumulasse da 
superare la descritta altezza (86). I devoti Romani 
obbedirono air Oracolo, fabbricarono un grande 
emissario ancor visibile , e che non par nato nei tem- 
pi di Roma povera , e il di cui dominio si estendeva 
a poche miglia di territorio, ma in quelli in cui 
dava leggi al mondo (87). L'emissario va adesso 
all'acque silvie, e di là verso il Tevere (88): altri 
naturali emissarj , più antichi probabilmente deirar- 
tifiziale, formano le acque crabre e ferentine. Il 
bizzarro comando del toscano Aruspice e dell'Ora- 
colo fu probabilmente dettato dai legislatori di Ro- 
ma , i quali occupati o nella guerra o nel!' agricoi- 

(84) Kirker presso il Volpi, Latium'Vetus . 

(85) Lapi, lez. accad. solrorigine de* due laghi. 

(86) Non mancano esempj di siffatti fenomeni. Nell'isola di 
Cberso ed Asero situato fra l'Istria e la Dalmazia, celebre per 
le frequentissime ossa umane imjiKetrite che vi si trovano > è un 
Iago che senza manifesta causa spesso gonfia , esce dal suo letto, e 
poi vi ritorna • 

(87) Se ne può veder la descrizione nell* opera Vulpìi^ Latium. 
petus: questo stupendo canale 5cavato nelle viscere del monte 

Sercorre sotterra circa a i5oo piedi, e in qualche parte è formato 
i grosse pietre quadrato . 
(d8)Vulp. Lat. vet. 



CAPITOLO PRIMO 99 

tara ^ conobbero di quant' utilità sarebbe stato V ir-^ 
rigare a piacimento le campagne poste fra il lago e dìR. 
il Tevere piuttostochè le marittime^ e per esser più '^ 
focalmente obbediti fecero comandarlo dair Ora- 
colo (89). Obbedirono i Romani, ma non lasciarono 
di rinforzar validamente le truppe. Nelle contese 
civili erano invece de'Consoli stati scelti i Tribuni 
militari, e questi talvolta tratti dair ordine plebeo. 
La Dieta degli Etruschi nuovamente adunata, ben- 
ché ricusasse di dichiarar la guerra a Roma solen- 
nemente, incoraggi varie popolazioni a soccorrer 
Vejo. S'avanzò pertanto un corpo volontario di ^7 
Etnischi. La temerità di due Tribuni militari li 
portò incautamente in un'imboscata ove furono mal- 
conce le loro truppe . Genuzio uno dei tribuni restò 
morto, Atiniosi salvò sopra un'eminenza colPavan- 
Eo dei suoi. A queste nuove lo spavento fu grande 
in Roma : si ricorse a un Dittatore, e fu scelto 
Gammillo il quale creò suo luogotenente Cornelio 
Scipione . Il nome del Dittatore sparse nuovo corag* 
gio nelle truppe. Dopo aver disfatti intieramente i 
Falisci e i Gapenati ausiliari de' Vejenti, si pose a 
stringer la città col piiì gran vigore; ma convien 
dire che disperasse di prenderla colla forza aperta, 
giacché ricorse ad una sotterranea mina : questa 
occulta strada dovea condurre dentro la rocca di 
Yejo. L'opera era grande, lunga, e d'ardua esecu- 
zione, se si consideri la difficoltà di condurre la sot- 
terranea via occultamente appunto sotto alla roc- 

(89) Cicerone parlando di qaesl' avvenimento conferma la 
./Jftra congettura : Ita aqua albana deducta €ul sttilitatem 
<un suburSàni non ad acrem urbemque retincndam • Gic d« 
Difinat 



loo LIBRO PRIMO 

.^ca (90); ma noi abbiamo negli avanzi dell'antiche 
di R. fabbriche esemp) luminosi di quanto potesse senza 
^ la finezza moderna > la rozza arte diretta dal bvon 
senso naturale 9 e la perseveranza animata dall'en- 
tusiasmo ; e un fresco esempio si è mostrato nello 
stupendo emissario del lago Albano. Si spinse in- 
nanzi con celerità la mina^ non fu interrotto il la* 
verone notte né giorno, cambiandosi ogni sei ore i 
minatori: quando fu compita, Gammillo era tanto 
sicuro della vittoria , che dimandò le istruzioni a 
Roma sulla preda che si farebbe • Realmente ad un 
segno dato , i soldati Romani eh' erano stati per 
molti giorni tranquilli, corsero improvvisamente da 
ogni lato ad assalir la città • Mentre i Ve)enti, per 
resistere a si furioso assalto, s'erano radunati tutti 
sulle mura alla difesa , quella banda di scelti e riso- 
luti soldati , che per la sotterranea strada era pene- 
trata sotto la città, esci improvvisamente nella for- 
tezza , donde correndo sugli attoniti Vejenti, prima 
che avesser tempo di ricomporsi dallo sbigottimento, 
apersero le porte, e introdotti i compagni, si compi 
dopo dieci anni di continuata guerra la conquista 
d' una città, che avea tanto resistito a Roma, e ne 
aveva emulata la potenza . Cessò la strage col primo 
impeto: i cittadini liberi furono condotti a Roma e 
venduti schiavi, restando solitaria la città colla mag- 
gior parte delle fabbriche in piedi . I superstiziosi 
soldati, dopo essersi caricati di preda profana, pen- 
sarono ancora ad arricchir la patria di preda sacra ^ 
delle Imagini miracolose di Vejo, e in specie del 
(ì 

(90) Cosi la cbiama Tìu Liv. lib. 5. Operum fuit omnium 
longe maximum ac lahoriosistimum , cuniculus in arcem hostium 
agi caeptus. 



CAPITOLO PRIMO loi 

àmolacro di Giunone; ma siccome pareva loro una 
specie di sacrilega inciviltà il far cangiar paese ad (H a. 
una Dea senza il suo consenso^ fu da una sacra ^^' 
deputazione interrogato il Simulacro s'era contento 
di andare a Roma ; e la pia credulità , o la super- 
stiziosa immaginazione dei circostanti vidde la Dea 
col cenno della testa, e udì colla voce acconsentire 
alla domanda (91). 

Successe a quella di Veio la guerra coi Falisci , 359 
che si prevedeva come T altra lunga ed ostinata. 
Cammillo, allora tribuno militare^ comandava i 
Romani , avea più volte rotti i nemici , e bloccava 
la città alla lontana. Uà maestro di scuola , che con- 
duceva al passeggio i fanciulli delle primarie fami- 
glie de' Falisci ^ pensò di far fortuna con un tradi- 
mento: condotti gl'innocenti fanciulli fra i nemici , 
gli presentò come prigionieri a Gammillo, dicendo 
che gli consegnava Faleria y giacché gli dava in 
mano i figli de'primarj cittadini. La virtù di Cam- 
mìllo abborrendo un tal misfatto , rispose che i Ro- 
mani non combattevano coi tradimenti e coli' età 
imbelle y ma coli' armi contro i nemici armati; e 
ondate le spalle al precettore y colle braccia legate 
al tergo lo consegnò ai fanciulli, perchè percoten- 
dolo colle verghe lo riconducessero a Faleria • Lo 
^rano spettacolo scosse i Falisci: e la generosità 
romana li vinse più che l'armi, onde mandarono 
a Roma una deputazione sottomettendosi di buona 36c 
Toglia a si virtuosi nemici (92). Le scorrerie dei 
Yulsinj sul territorio romano produssero un' altra 
piccola guerra, nella quale sentì quella popolazione 

(gì) Tit. Lìt. lib. 5. j^luUr. vìt. di Gammtl. 
C93) Tii. Liv. h 5. 



ioa LIBRO PRIMO 

. 'la vendetta de' Romani : forse si preparava loro mag- 
ai R. gior ruina se non era il contrasto interrotto da av- 
venimenti più grandi . 

Un nemico più pericoloso minacciava TEtruria 
e Roma. I Galli già da gran tempo abbandonato il 
loro paese^ aveano occupate le pianure di Lombar- 
dia^ e formata la Gallia Cisalpina. Si dice che quei 
barbari fossero allettati dalla dolcezza e fertilità del 
clima italiano , e specialmente dal vino, straniero 
allora alle Gallie (93). L'impazienza della quiete 
e l'avidità di predare tirò questi popoli in Etruria • 
Chiusi^ principale città , si vide intorno un nume- 
roso esercito di quei barbari: ricorse per ajuto ai 
Romani, i quali divisi in questo tempo dalle civili 
discordie, aveano esiliato l'unico uomo capace di 
salvar Roma, Fulvio Cammillo vincitor dei Ve- 
jenti : in sì pericolosa circostanza si mostrarono 
egualmente deboli nel consiglio che nell'armi. lo- 
sca vece di soccorrer vigorosamente i Toscani , man* 
daron un'inutile ambasceria per disputare coi Galli 
di dritto pubblico, e domandar loro le ragioni per 
cui invadevano le terre altrui. È memorabile la loro 
risposta: Brenno ridendo alla domanda, disse che 
le occupavano con quel medesimo dritto con cui i 
Romani aveano invase le terre de' loro confinanti , 
cioè col dritto dell'armi, e che tutto apparteneva 
al più forte . La risposta sarà creduta degna di un 
barbaro, ma eli' è schietta e sincera , ed à fondata 

(93) TìU LÌY. 1. S. PlÌD. L 43. e. I. — La Oallia coperta da 
boschi avea un clima assai più rigido del presente, onde non ri 
poteva nascere e naturare l' uva . Anche ai tempi di Cesare il cli- 
ma era sì freddo che vi si trovava il Rendeer animale che non può 
vivere che tra i freddi e le nevi della Lapponia. Y. Buffon all'isto- 
ria di quest' animale • 



CAPITOLO PRIMO io3 
sul principio che ha regolato sempre le azioui dei* 
popoli y ad onta di tutti quei metafisici romanzi di^.^ 
chiamati trattati di dritto pubblico, che non son ^^ 
mai serviti né ad impedire una guerra, né a fare 
una pace, e che solo ne' nostri politi tempi servono 
a mentire con più decenza , ossia , dare una rispo- ^ 
sta meno schietta di quella di Brenno, velando con 
ÌQg^^^^^ sofismi il vero, studiando a dare una ver» . 
nice di giustizia alle più evidenti violenze con inge- 
gnosi manifesti, accolti, o rigettati secondo il partito 
di chi li legge (94) • Botta la conferenza , Fabio 
d'ambasciatore fatto nemico, si mescolò in una sca- 
ramuccia fra gli Etruschi e i Galli , ove di sua ma- 
no uccise uno de' principali loro condottieri. Esaspe- 
rati i Galli da sì manifesta violazione di fede, ab- 
bandonarono Chiusi I e corsero a Roma, Son note 
abbastanza nella romana istoria le vicende di tal 
guerra, in cui parve che la Fortuna, volendo ven- 
dicare l'ingratitudine dei fiomani contro Gammil* 
lo , togliesse loro il senno e il valore. La confusione 
con cai andarono a combattere i Galli, il disordi- 
ne in cui erano le schiere quando gì' incontrarono 
al fiume Allia (qS) , cagionarono una delle rotte 
più luttuose e memorabili della romana storia • 
Un terrore panico sorprese le reliquie dell'eser- 
cito, che invece di ritirarsi a Roma, e difendendola 
seppellirsi sotto le ruine della patria, si sbandarono 
per la campagna 1 e gran parte si ritirò nell'abban- 



(94) Tit. Liy. 1. 5. Fiat vita di Gamm. 

(95) Allia f seeondo il Cluverìo , è un piccol fiume in Sabina 
detto ora rio del 3fbsso distante un mifflio da Monterotoudo e 1 3 
da Roma: Livio però lo pone a 1 1 miglia: l'Oistenio mette AUia 
in S. Colomba e S. Giovanni di là da Marcigliano » e di qui conta 
fino a Roma 1 1 miglia , 



io4 LIBRO PRIMO 

. donata città di Vejo , laaciando Roma io balia dei 

dìR. Demici. Si maravigliarono i barbari stessi della fa- 
^ cilità della loro vittoria . e di trovar la città vuota 
di abitatori > essendosi il resto fortificato nel Campi* 
doglio. Finalmente fu serbata a Gammillo la gloria 
di liberar la patria ingrata , e di salvarla dal diso- 
nore di ricomprarsi a prezzo d'oro. Giungendo nel 
momento in cui si pesava sulle bilance il prezzo di 
Roma 9 ruppe il vergognoso contratto, sfidò i Galli 
a nuova pugna entro di Roma » ove furono vinti e 
posti in fuga colla stessa fiicilità cbe lo erano stati 
i Romani al fiume Allia. Riunitisi in seguito alla 
distanza d'otto miglia da Roma sulla via Gabinia , 
fecero una valorosa resistenza, ma furono tagliati a 
pezzi intieramente, non vi restando chi riportasse 
in Lombardia le nuove della disotta • In questa 
guerra, come in molte occasioni, si scorge che la 
salute di un pubblico e di un regno dipende spesso 
da un sol uomo (96). La vittoria dei Romani liberò 
altresì TEtruria da ogni pericola. L'abbandonata 
città di Vejo fu sul punto di risorgere immortale , 
e le glorie del Lazio di esser trasfuse in Etruria . 
Roma non esisteva più, il ferro e il fuoco de' Galli 
avea tutto ruinato fuori che il Campidoglio: fu lun- 
gamente dibattuto se si dovea' cangiare il sito della 
città, e trasportare a Vejo la romana popolazione. 
Gammillo vi si oppose, e salvò al Lazio l'onore dei 
futuri trionfi. 

d6'i Pare che questa vittoria empisse di nuovo vigore 
i Romani, e di gelosia e terrore i Toscani, giacché 
poco dopo troviamo quasi tutta l'Eltruria in armi 

<9S) Tit. LtT. L 5. Pkt tìU dì GanuiL 



CAPITOLO PRIMO io5 

contro Roma . Fu dai Toscani attaccato Sutri , città ^^ 
alleata de'Romani; né potendo questi esser solleciti aia. 
al soccorso (|uanto facea di mestiero, presa la città 
a patti, tutti gli abitatori furono lasciati escire col 
fido vestita indosso. Questa esule miserabil plebe 
fi'iocoDtrò nell'esercito romano comandato da Cam^ 
millo^ che veniva in soccorso. Confortatala a star 
di booQ animo y si avanzò tacitamente a Sutri , ove 
i vincitori insolenti non si aspettavano siffatto as- 
laho, essendo le porte aperte senza guardia. Sor- 
presi dall'improvviso assalto, furono agevolmente 
viati: si perdonò a chi depose le armi y e si restituì 
la città ai suoi abitatori, perduta e riacquistata lo 
stesso giorno. 

Noi ci accorgiamo quanto poco dilettevole debba 395 
«saere ai lettori un continuo racconto di fatti mici^ 
4Ìialiy che si rassomigliano tanto, non diversificanti 
da alcuno di quelli avvenimenti civili e istruttivi 
che poogono sotto degli occhi il genio, i costumi 
d'una nazione e le rivoluzioni del suo interiore go* 
Terno; onde lasciando da parte molte altre di qué* 
ste guerriere imprese dettagliatamente riferite nei 
foniani annali, ci affretteremo a quelle più decisive 
cberuiuarono finalmente, e posero l'Etruria sotto 
il giflga di Roma . In mezzo a siffatti racconti ci si 
presenta una riflessione che mostra se non 1' uma* 
&ità almeno la buona fede di questi guerrieri. Di 
rado si faceva tra gli Etruschi e ì Romani una sta- 
bile jpace, ma lunghe tregue di 20 di 3o e 40 anni, 
^pevano bene che l'asserìre^ e il giurarsi una sta- 
llile pace era una politica menzogna che fu lasciata 
Ai più politi nostri secoU. Dopo un'alterna serie di 
fregne, di violazioni, e di molti piccoli fatti, rico- 



/ 



I 



T06 LIBRO PRIMO 

itninciate le ostilità y \ Tarquinesi guadagnarono qual- 
din! che vantaggio aopra i Romani^ ma disonorarono la 
^^ vittoria colla crudeltà avendo trucidati più di 3cx> 
prigionieri . I Romani non poterono subito vendi- 
39; carsene distratti da altre guerre • Qualche tempo 
dopo Fabio Ambusto marciò contro di loro che ai 
erano uniti coi Falisci • Queste popolazioni usarono 
un vano stratagemma 1 o un rito superstizioso, già 
praticato anche dai Fidenati: si pose alla testa del- 
r esercito un corpo decloro sacerdoti vestiti da Fu- 
rie , tenendo degli artefatti serpenti in una mano^ 
neiraltra delle fiaccole accese; Timproviso e strano 
spettacolo colpì d'un momentaneo terrore i Roma- 
ni, e stavano per ritirarsi; ma incoraggiti dal Con- 
sole Fabio, dissiparono gli spettri e ruppero i ne- 
mici (97). Questo non fu che il preludio di una più 
sanguinosa azione che^ ebbe luogo lungo il Tevere 
con un'oste assai numerosa di Etruschi, i quali fu- 
rono disfatti colla perdita di sette mila uomini (98). 
399 Due anni appresso, un corpo di Romani guidati da 
Quinzio Penna ne attaccò un altro di Tarquinesi : 
la battaglia fu sanguinosa e indecisa, ma gli adirati 
Romani vendicarono crudeltà con crudeltà; avendo 
fatto passare sotto le verghe e scurì de' littori molti 
prigionieri: esempj abominevoli, e che possono istrui- 
re quanto sieuo necessarj nella guerra gli scambie- 
voli riguardi, e quelle leggi le quali vogliono che 
debba finire la strage colla battaglia (99) . Avven- 
nero nuove e nuove incursioni de' Tarquinesi , dei 
Falisci ec. : ma sempre vinti , furono obbligati a do- 

(97) Tit Lìv. L 7. Fior. L s. cap. 8. 

(98) Liv. L 7. 

(99) Liv. loc. cU. 



CAPITOLO PRIMO 107 

mandar la pace^ e ottennero una tregua dì anni 4o< 
Anche il resto delFEtrurìa, probabilmente abbate hìR. 
tata da tante percosse^ restò in una tranquillità che ^^* 
altri forse chiamerà supina indolenza, mentre quella 
feroce nazione che minacciava loro i ferri , diveniva 
aempre più formidabile col continuo esercizio del- 
farmi contro popolazioni potenti: onde nelle varie 
guerre colle quali i Galli si avanzarono fino presso 
Roma , non vi presero parte gli Etruschi. I Volsci, 
i Sanniti , ed altre genti del paese detto Magna Gre* 
eia 9 furono quasi continuamente alle mani con 
Roma y la quale trionfò di tutte. E se più giudizio- 
fiameiite avessero combinate le loro operazioni tutti 
i di lei nemici, si può predire che sarebbe stato aU 
la fine atterrato questo nascente colosso ; ma le ge- 
losie ^ o i particolari interessi dividevano quei pò* 
poh che caddero uno dopo Taltro sotto il giogo ro- 
mano. L'Etruria, dopo essere stata quasi /^o anni 
senza molestare i Romani, lasciando loro soggiogare 
le popolazioni poste di là dal Tevere, cominciò ad 
armarsi, e a minacciar quei conquistatori senza che 
si sappia la causa di questa mutazione di sistema: 441 
i preparativi erano formidabili ; onde questi pieni 
di apprensione di una pericolosa guerra , nominaro* 
00 dittatore Servi lio Longo; la tempesta si dissipò 
di se stessa, e gli Etruschi non si mossero (1). Ma 
neiranno appresso tutte le popolazioni d'Etrui-ia, 
eccetto gli Aretini , si rivolsero nuovamente contro 
Roma: cominciarono dair attacco di Sutri , colonia 443 
de' Romani, e che era considerata come la porta 
d'Etruria: vi corsero in ajutoi Romani comandati 

(1) Tit Liv* L. 9. Fas. capii. 



io8 LIBRO PRIMO 

djil console Emilio. Gli Etruschi lungamente deli- 
di r. berarono se convenisse tenersi sulla difesa, e andar 
^^^ temporeggiando, o azzardare una decisiva battaglia: 
vinse quest'ultimo partito: di rado si è combattuto 
con tanta ostinazione (a) . Pare che la battaglia re- 
stasse indecisa, e fosse sospesa dalla notte. Erano 
dall'una e dair altra parte caduti i più valorosi: le 
reliquie di ambedue gli eserciti ritiratesi agli allog- 
giamenti si trovarono tanto indebolite da non poter 
rinnovare le ostilità , onde ne segui una tacita tre- 
gua. Il valore degli Etruschi in questa battaglia 
mostrerebbe che il lungo riposo non avea indebolito 
il loro militare coraggio , se non vi fosse qualche 
relazione dalla quale rilevandosi che il Console eb- 
be l'onore del trionfo, ne segue ch'egli fu decisiva- 
mente vincitore. Nell'anno appresso tornarono gli 
Etruschi all'attacco di Sntri con nuovo esercito. I 
Romani guidati dal console Fabio andarono loro 
incontro: si combattè con grandissima animosità: 
gli Etruschi ebbero la peggio; grande fu la strage 
colla perdita degli alloggiamenti; e gli avanzi si ri. 
coverarono nel bosco e monte Cimino (3t) • Il sacro 
orrore di questo bosco spaventava i Romani a segno 
che crederono una profanazione l'entrarvi: i meno 
superstiziosi temerono tuttavia d'arrischiarsi in un 
paese incognito , ed era sempre presente alla loro 
memoria la fatale avventura delle Forche Caudine 
ove l'esercito romano fu dai Sanniti rinchiuso, e 
445 fatto passare vergognosamente sotto il giogo. Quan- 



(9)Liv. 1. 9. Nidlo unquam pmelio fugae mihus, aut plus 
caedis. 

3) Liv. L 9. U monte Cimino ora chiamasi la montagna di 
Viterbo . 



CAPITOLO PRIMO 109 

do consideriamo che il bosco Cimino^ ossia di Vi-i 
terbo, incuteva tanto timore a un popolo si valoro- ^^ 
aoyci si parano avanti varie riflessioni. Si perdona 44^ 
alla superstiziosa imaginazione il timore delle pò* 
tenze invisibili, contro le quali non basta il co- 
raggio dei più valorosi guerrieri^ se non è armato 
dalla filosofia (4). Ma non possiamo fare a meno di 
Dotare la maniera di far la guerra in quei tempi. 
Pare che il coraggio e il valore della mano ne fa- 
cessero il fondamento più che Tarte di campeggia- 
re, le regole della tattica . Un popolo guerriero 
condotto da sperimentati capitani ignorava la situa* 
xione della montagna di Viterbo a segno di non as- 

(4) Tit. Lìv* L 9. così descrìve il bosco Gimiiio . Sjrlva erat 
Cimina tunc irtvia atque horrenda, quam nuperfuere Germanici 
*akiu, nulli ad eam diem ne mercatorum quidem adita ec. In 
ogni temiM) ì boschi grandi e folti sono stati creduti soggiorno di 
<palcbe Nome , e quanto l'oscurìt^ era maggiore tanto più grande 
» referenza e il timore . La filosofia di Seneca non Io guardò da 
questo pregiudizio, seppure non volle adornarlo coli' eloquenza e 
quasi colla poetica imaginazione. Si libi occurrit vetustis arbori" 
his et soUtam altitudinem egressisfrequens lucus, et cospectum 
coeli densitaie ramorum submovens, iUa proceritas sjrlvae et se' 
cretum loci, et admiratio umbrae in aperto tam densae atque 
cantinuae,Jidem tibi numinis facit . Senec. ad Lue. epis. 4i • La 
religione e il buon senso hanno disti'ulte tutte le Deità dei boschi . 
n bosco del Tasso è un'imitazione del bosco di Lucano presso 
Marnila, ma Cesare comparisce più grande di Gofiredo. Vedi 
Phars. 1. 3. V. 399. 

Lucus erat longo numquam violatus ab aevo , 

Obscurum cingens connexis aera ramis 

Sedfortes tremuere manus , motique verenda 

Majestate loci, si robora sacra ferirent 9 

In sua credebant redituras membra secures . 

Implicitas magno Caesar terrore cohortes 

Ut vidit, primus raptam librare bipennem 

Jusus , et aeriam ferro proscindere quercum , 

Effatur, merso violata in robora ferro : 

lam ne quis vestrum dubitet prescindere sjlvam , 

Credile mefecisse nefas. Tunc paruit omnis 

Imperiis, non sublato seciwa pavore 

Turba , sed expensa Superorum, et Caesaris ira , 



Ito LIBRO PRIMO 

-zardarsi ad entrarvi : e di Etruschi credevano di 
di^. B^ere ìii questo bosco un baluardo insormontabile 
443 contro i Romani. Stando così dubbioso il romano 
esercito, Fabio fratello del console , perito nella 
lingua etrusca, si o£frì di andare ad .esplorare il 
terribil bosco: vi penetrò accompagnato da un ser- 
vo, ambedue in abito di pastori: passato il bosco e 
il monte, osservata la situazione del paese e la po- 
polazione, arrivarono fino neir Umbria sempre sco- 
nosciuti agli Etruschi per la facilità con cui parla- 
vano Tetrusca lingua, ma (soggiunge Tito Livio) 
specialmente per non sembrar possibile che alcuno 
straniero avesse avuto il coraggio di entrare iu quel 
formidabil busco (5). Giunse Fabio a Camerino, e 
trovando quel popolo inclinato a favorire i Romani ^ 
si diede a conoscere: ritornato indi al campo sti- 
molò il console a salire il monte e penetrar nel 
cuor dell' Etruria . Fu eseguita l'impresa; ebbero il 
guasto le campagne etrusche situate oltre il monte 
Cimino; e carichi di preda i soldati aveano appena 
di nuovo varcato il monte quando incontrarono i 
romani Legati con due Tribuni che comandavano a 
Fabio di non entrar nel bosco Cimino: tanto era 
nei Romani il timor panico di questo bosco. L'im- 
presa omai eseguita ebbe tanto maggior gloria, e la 
spedizione del fratello del console si riguardò con 
quella meraviglia con cui ora si leggono i viaggi di 
qualche avventuriere che sia penetrato in incogniti 
americani deserti. Questo avvenimento o esasperò , 
o intimori maggiormente gli Etruschi , che per evi- 
tare il giogo minacciato dai Romani adunato l'eser- 

(5) Liv* 1* 9* 



CAPITOLO PRIMO ni 

cito il più nuniaroso che avessero mai condotto con»' 
tro i nemici a cai si erano uniti ancora gli Umbri ^ di it 
d aTanzarono secondo il solito a Sutri , e incontra- ^^^ 
tili presentarono loro la battaglia • Attoniti i Roma- 
ni e spaventati dal numero straordinario de' nemici ^ 
festaron chiusi nel campo fortificato • È molto veri- 
simile che se i comandanti etruschi avessero pro- 
fittato del momento y attaccando i Romani negli al- 
loggiamenti , senza dar loro tempo di riaversi dal 
repentino sbigottimento ^ gli avrebbero vinti ; ma 
trascurando V opportuna occasione y contenti del 
lerfore incusso ai nemici^ lasciarono sopravvenir la 
Dotte minacciando di attaccargli il giorno appresso • 
G)n queste Tane minacce si addormentarono , e con 
supina negligenza furono trascurati gli opportuni 
provvedimenti contro ogni sorpresa • 11 Console ro- 
mano , veduti a poco a poco rinfrancati i suoi ^ fatto 
loro prendere il cibo , sullo spuntar del giorno , 
quando il campo toscano giaceva confusamente im- 
merso nel sonno^ fé' dar Tassalto. La sorpresa ca- 
gionò tanto spavento^ che si gran moltitudine d'ar- 
mati prese la fuga senza resistenza • Fu questa pili 
strage che pugna , e la strania esagerazione di Livio 
serve almeno a mostrare il gran numero dei mor- 444 
ti (6). 11 terrore di questa rotta indusse Arezzo^ 
Cortona, Perugia , che in questo tempo erano le 
principali popolazioni di Etruria, a domandar la 
pace, e impetraron tregua per 3o anni, ma le altre 
popolazioni persistevano peiufnacemente nella guer- 
ni: la fomentavano i popoli dell'Umbria, ed as&i- 

(6)IiiY. L 9. asserisce che il numero degli Umbri e deeli 
Etnischi tra morti e feriti giunse a 60 mila> numero improbabile» 
onde v'è grand' esagerazione » o errore nei manoscritti. 



ìt2 LIBRO PRIMO 

atevaoo gli Etruschi^ i quali intesi a vendicare i 
d /a! passati affronti, prepararono uno dei più fioriti e 
'Ì44 nunaerosi eserciti che avessero mai adunato col quale 
s^avanzarono verso i Romani, mentre un altro eser- 
cito d' Umbri lo precedeva e secondava • Gli Umbria 
nuovji nemici che non conoscevano bene la forza e 
il valore romano, furono presto sconfitti presso il 
bosco cimino. Non fu così facile la vittoria contro 
gli Etruschi: s'incontrarono i due eserciti presso il 
lago da Vadimone (7): erano gli Etruschi coman-* 
dati dal loro Re Elio Yoltemo o Volterrano . Non 
parve ai Romani che conibattessero i soliti guer-- 
rieri tante volte vinti, ma che avessero acquistato 
un nuovo valore. Lasciata la pugna vagante e lon- 
tana dei dardi, non cominciarono a combattere che 
quando furono a colpo di spada, scegliendo ciascu- 
no il suo avversario. Il furore e T ostinazione è 
uguale da ogni parte, cadono tutte le prime file, e 
vi succedono col medesimo ardore le seguenti : am- 
be le parti più volte si trovarono nell'estremo pe« 

(7)11 lago Vadimone è celebre per varie battaglie. Olite la 
presente^ 27 anni dopo i Galli Senoni vi furono rotti da Dolabel« 
la . Chiamasi adesso lago di Bassano . Plinio descrive come una 
maraviglia le isolette natanti che vi si trovavano» e soUe cranU ta- 
lora le pecore o le capre salite erano trasportate in mezzo del lago. 
In Oggi si scorge lo stesso fenomeno nelle sulfuree acque Albunee 
fra Roma e Tivoli, rammentate da Virg. Aen. 1. 7. Il fenomeno è 
assai facile a spiegarsi: in queste torbide e stagnanti acque si tro- 
vano sparse sostanze di ogni genere e di varia specifica gravità : le 




lago Vadimone e il Tevere si trova una pianura assai ampi 
ove seguirono le indicate battaglie. Quello da noi esposto è il ge« 
nerale princìpio della formazione di quelle isolette. Ve ne possono 
essere dei particolari ; le radiche delle piante palustri» specialmen- 
te delle canne e degli ontani, s'intralciano tra di loro, e ricoperte 
di fanghiglie e foglie putrefatte formano delle piote, le quali nnen* 
'dosi, nasce l'isoletta. Targioni, Viaggi tom. a. Padule di Bicntiua. 



CAPITOLO PRIMO ii3 

ricolo: le fanterie erano o morte o ferite: la caval- 
leria avea perduto la maggior parte dei cavalli e aiK. 
restata perciò inutile : allora i cavalieri romani non ^^^ 
sdegnarono di supplire alla fanteria: raccolti in una 
schiera^ passando a piedi a traverso i morti e i fe- 
riti^ giunsero alla ruinata infanteria degli Etruschi. 
L' inaspettato rinforzo decise della giornata . Ebbe- 
ro gli Etruschi la rotta la più fatale; questo era sta- 
to r ultimo sforzo della nazione : la gioventù più 
guerriera fu perduta col coraggio nazionale^ e gli 
spiriti avviliti; e si può fissare dalla perdita di que- 
sta battaglia la mina della potenza etrusca (8). I 
successivi sforzi furon sempre deboli^ e si comin- 
cia a trovare fino da questo tempo che le città etni- 
sche si comprano dai Romani la pace o la tregua 
pagando un tributo: si scorge una certa autorità 
dei Romani su di loro ( un Dittatore per esempio 
compone le sedizioni degli Aretini: ) ogni altro 44^ 
tentativo fini sempre colla disgrazia dell' Etruria, 
ed una battaglia da essi perduta presso Volterra 
mostra che i Romani erano agevolmente penetrati 
nel cuore del loro paese (9). Non erano più in ista- 
to di misurarsi coi Romani ; avevan bisogno di po- 
tenti alleati y e gli trovarono facilmente^ giacché la 
romana potenza ognor crescente avea risvegliato il 
terrore di tutte le popolazioni d'Italia. Gli Umbri , 
gli Etruschi , i Sanniti , i Galli adunarono uno dei 
pù formidabili eserciti • Il numero de', combattenti 
è certamente esagerato; giacché si fa ascendere 
quello de' Sanniti e de' Galli riuniti insieme a 140 
mila uomini d'infanteria^ e 40 mila cavalli: gli 

(8) Tit Liv. 1. 9, 

(si) Til. Liv. Lio. 
7&A.0 i. S 



ii4 LIBRO PRI MO 

-Etruschi e gli Umbri formavano un altro esercito * 
di h II loro disegno era che il primo esercito cominciasse 
^^^ solo Tattacco, e nel bollore della mischia l'altro 
piombasse sui Romani già stanchi. I consoli Fabio 
Massimo e Decio Mure, penetrata Tìntenzione dei 
nemici^ chiamarono un altro corpo da Roma, e Io 
mandarono a devastare le campagne di Etruria fa- 
cendo una diversione. Invece di restare fermi al 
loro posto, ove si dovea decidere la gran lite, la 
difesa delle campagne trasse T esercito degli Etru- 
schi e degli Umbri altrove: intanto i Sanniti ed i 
Galli allaccarono i Romani, e quantunque alla fine 
prevalesse la forza di questi, si trovarono però in 
gran pericolo. L'ala, che combatteva sotto il con- 
sole Decio, era stata rotta e posta in fuga: quest'uo- 
mo prese uno di quelli espedienti che di rado man- 
cano di produrre un felice evento sui popoli super- 
stiziosi . Dopo aver tentato invano di trattenere i 
fuggitivi, chiamato il pontefice Livio, gridò ad alta 
voce ch'egli si offriva in sacrifizio al cielo per la 
salvezza del suo esercito, e comandò al Pontefice 
di pronunziare le mistiche parole di questo atto, e 
le imprecazioni contro i nemici. Dopo averle esso 
ripetute, spinge il cavallo nel più forte della mi- 
schia ove disperatamente combattendo muore. Que- 
sto superstizioso rito , questo spettacolo trattenne i 
fuggitivi e i vincitori . 11 Pontefice cominciò ad 
esclamare altamente che i Romani non potevano es- 
ser più vinti: si animano questi, si spaventavano i 
Galli, e in breve restano rotti e dispersi : tanto be- 
ne e tanto male può produrre la superstizione! 
L'azione di Decio è grande e magnanima qualun- 
que fosse la sua maniera di pensare: il suo corpo si 



CAPITOLO PRIMO ii5 
trovò eoo pena , per esser sepolto sotto an cumulo' 
di nemici (io). La moderna opinione, che ha finora jila. 
caratterizsato le armate francesi come dotate di una ^^^ 
impetuosa furia nel primo incontro, ma incapaci di 
sostenerlo lungo tempo, può trovare una conferma 
nell'osservazione fatta da Livio in questa battaglia 
sui Galli Senoni (i i), se pure la variazione di tempi 
e di climi (post'anche la verità deirosservazione) non 
fossero capaci di cangiare i temperamenti e perciò 
la regola. La battaglia fu assai sanguinosa d'ambe 
le parti, contandosi a5 mila alleati e 7. mila Romani 
morti sul campo. Si trova in seguito qualche altro 
movimento degli Etruschi paragonabile agli ultimi 
tratti di un animale che muore; e probabilmente 
r ultimo è quello in cui si mossero, allorché Pirro 
fìiceva una furiosa guerra ai Romani; ma furono fa- 4^3 
cilmente vinti, e TEtruria fu intieramente soggio- 
gata da Tiberio Goruncanio. Dopo questo tempo non 
si sente parlar più di'guerre etnische. 

Cosi fini un contrasto che avea durato più di 4 
secoli. La mancanza di scrittori etruschi e la neces- 
sità di leggerne gli avvenimenti in istorici loro ne- 
mici o veneratori di Roma , non ci lascia mai ve- 
dere gli Etruschi in un bel prospetto. L'ignoranza 
di notizie decloro interni avvenimenti politici, ci 
toglie il mezzo di conoscere quanto questi abbiano 
influito sulla loro caduta. Poche riflessioni però ba- 
stano a indovinarne le cause: queste si trovano nel 

(10) Tìt. Liy. 1. 10. Egli non fece cbe imitare sno padre De* 
do, che avea faUo lo stesso sacrifizio nella guerra latina nella bat- 
taglia alle falde del Yesavio presso la città di Tesevi che ivi esi* 
sten. Il celebre Codro fece lo stesso. 

(11) Gallorum ^uidem corpora intollerantissima laboris ai* 
tpte aestus fluere , primaque eorum praelia plus quam virorum , 
postrema minus quamfoeminarum esse, Litf» L io» 



ii6 LIBRO PRIMO 

"lusso di quel popolo, e nella cibile costituzione . È 



diR celebre V Etruria in tutti gli antichi scrittori per 
^^^ le sue ricchezze e pel lusso che ostentavano negli 
spettacoli, nei vestiti, nelle abitazioni, nelle men- 
se imbandite fino tre volte al giorno (la). Nel se- 
guente capitolo sì osserverà che le belle arti vi fio- 
rirono prima che presso qualunque nazione d'Eu- 
ropa: tutto ciò, benché faccia lo splendore di un 
popolo, è atto ad ammollire gli animi e i corpi . 
Dall'altra parte i Romani , educati duramente non 
conoscevano altre arti che T agricoltura e la guer* 
ra; e quelle mani stesse che alla testa degli eserci- 
ti avean trattate le armi coir^utorità consolare , non 
sdegnavano in pace di maneggiare T aratro. Mentre 
i Toscani in lunghe tregue, godendo i piaceri che 
per ogni parte offrivano le arti di lusso, si andava- 
no snervando in grembo alla mollezza , i Romani 
sempre più s indurivano nella scuola della guerra 
coi Volsci, i Sabini ec. La dostituzione degli Etru- 
schi era altresì la meno atta alla guerra; lo abbia- 
mo notato fin da principio: unite in debolissimo 
vincolo di federazione le varie popolazioni non ave- 
vano neppure regolate adunanze come gli Àmfizio- 
ni in Grecia: non si univano che nei casi straordi- 
narj al tempio di Voltumna i loro deputati, e la 
libertà in cui era ciascuna popolazione di seguire o 
no la risoluzione comune , rendeva queste membra 
divise , e non capaci di agire se non raramente con 
uno sforzo unanime e ben concertato t In oltre nien- 
te è più facile che por la divisione in siffatto go- 
verno, e allora le più piccole forze possono distrug- 
gerlo. Ne abbiamo non pochi esempi : si è veduta 

(la) Demst. Etmr. regal. 



Al» «il 



CAPITOLO PRIMO 117 
ai nostri tempi TOlanda, che unita avea resi.stito 
air errai vittoriose di Luigi XIV congiunte a quelle a, a 
deir Inghilterra, soggiogata poi, perchè divisa in *^^ 
due partiti, da aS mila Prussiani: si è veduta la 
Svizzera per la stessa ragione vinta in un momen- 
to, ricever legge dai Francesi, Questa è la sorte 
delle repubbliche federative, e questa fu delTEtru- 
ria, benché soccorsa, ma forse troppo tardi, da al- 
tre popolazioni ch'ebbero finalmente la stessa sorte 
d'essere ingojate dai Romani sempre vincitori . Que- 
sto torrente, frenato dentro le sponde per alcuni 
secoli dall'altre città, non fece che acquistar forza 
e profondità ; e avendo finalmente vsuperate le spon- 
de, non solo copri della sua piena l'intiera Italia , 
ma si distese per quasi tutta l'Europa, per l'Asia, 
per l'Àfifrica , e per le piiì fertili e ricche provincie 
del mondo allor conosciuto: non è perciò maravi- 
glia se soccombesse TEtruria. Quel popolo però, il 
più grande che abbia avuto la terra, in seguito non 
trattò come schiavi gli Etruschi , ma piuttosto co* 
aie fratelli. Varie città di questa provincia otten- / 
nero l'onore della romana cittadinanza: appoco 
appoco r E truria restò associata alla romana poten- 
za, ne prese l'indole, i costumi, ne adottò i gene- 
rosi sentimenti , e f u a Roma di non piccolo ajuto 
nelle guerre straniere • Da questo tempo pertanto 
gli avvenimenti d'Etruria si confondono con quelli 
di Roma , e l'istoria etrusca è fusa per dir cosi nella 
romana; né l'Etruria è più oggetto di particolare 
istoria finché, dopo ruinato e sciolto il romano Im- 
paro, non torna a formare sotto il nome di Toscana 
QQa provincia separata che si governa colle sue 
kggi. 



ii8 LIBRO PRIMO 



CAP ITOLO IL 



SOMMARIO 

Mfàbeto etrusco . Studj del Demstéro. Accademia etnisca di 
Cortona. Dispute tra il Cori e ilMaffei. Opinione del Lanzi. 
Filosojia degli Etruschi. Loro idee dell* Essere Supremo. 
Opposizione del Lampredi. Se Pittagora nascesse nelVEtru^ 
ria . Rispetto ilei Romani per la scienza degli Etruschi. No^ 
moni di essi nell'Astronomia . Intenzioni utili. Rappresentanza 
teatrali. Monumenti pubblicati da Curzio Inghirami. Lavori 
in bromo degli Etruschi. Rovine di Pesto. Opinioni dei 
ffinckelmann . 



s 



ul tema che andiamo a trattare fa d'uopo esaer 
brevi ^ per noa stancare il lettore con ragionamenti 
appoggiati alle più lievi congetture, e per timore 
di non prendere ad ogni passo 1* ombre per corpi . 
L'arte del critico antiquario si ammira quando^ 
avendo sotto degli occbi pochi e sicuri materiali , 
forma di questi un ingegnoso sistema . Ma qui tutto 
è incertezza: lingua , letteratura, scienze, invenzioni 
si appoggiano più all'immaginazione che al giudi- 
zio • La lingua specialmente è sempre una specie di 
enimma, e fu forse meno inestricabile l'etrusco 
laberìnto di Porsena, o l'altro di Greta , di quello 
sia la lingua etrusca. Pure una folla d'illustri let- 
terati hanno creduto possedere il filo di Arianna ; 
ina per comprenderne la difficoltà si osservi , che 
appena son giunti ad accordarsi fra loro suU' alfa- 
beto; e son degni di scusa per gli scarsi materiali 
con cui hanno dovuto fabbricare. Se da un antico 
suolo ove l'istoria e la tradizione ci dicesse ch'esi- 



X 



CAPITOLO SECONDO n/) 

fteTa un aagusto tempio^ o un magnifico palazzo , 
si scavassero pochi rottami di colonne^ e qualche 
sasso mal figurato^ potremmo noi fidarci agli archi* 
tetti che ci presentassero un disegno di quelli edifizj 
dedotto da si scarsi monumenti? Eppure gli archi- 
tetti son molti nel nostro caso, e i loro disegni per 
conseguenza diversi, presentandoci chi un edifizio 
egiziano, chi un greco, chi un asiatico. 

È naturale l'immaginare che gl'ingegnosi Tosca- 
ni abbiano preso cura d' illustrare il loro antico 
suolo, ma un forestiero vi ha fatto le più grandi 
fatiche, cioè ring lese Tommaso De mstero . Prima 
di lui però Taretino Attilio Alessi aveva posto la 
roano a questa messe, formato un alfabeto etrusco, 
e riportate delle iscrizioni fino dal secolo XVL Ma 
la sua istoria ov'è tutto ciò riferito, restando come 
lo è ancora manoscritta (i), furono le sue osserva- 
zioni ignote al Derastero. Questo scrittore nei tre 
anni in cui fu Professore di Pandette nello Studio 
pisano, raccolse moltissimi documenti relativi al- 
l'antica £truria; e benché spesso tratto da lievi 
congetture, e trasportato dall' immaginazione verso 
l'oggetto che ha preso ad abbellire, troppe iuven* 
zioni e troppa scienza attribuisca all' Etruria , è 
quello però che ha più sudato in quest' arringo. La 
sua Etruria regale restò inedita^ per quasi un se- 
colo; e allorquando si pensò a stamparla in Firenze, 
furono da essa eccitati i fiorentini antiquarj a farvi 
de' schiarimenti ed aggiunte . In questa epoca si ri- 
svegliò coi più gran fervore lo studio dell'antiquaria, 
che divenne di moda; e i Buonarroti,! Cori, i Sal- 

(i) Trovasi il BIS. nella Bibl. Riccardiana . 



120 LIBRO PRIMO 

villi ^ i Lami ec», assai vi si distinsero. Una rispet- 
tabìl città deirEtruria, per illustrare l'antica ma* 
dre vi consacrò a bella posta una Accademia che di 
antichità etrusche specialmente si occupasse, e ì 
Mafiei, Passeri, Mazzocchi, Olivieri, Bourguet ec.^ 
con moltissimi altri forestieri letterati fecero a gara 
a distinguersi in questo studio. Tutti costoro quan- 
do si occuparono nella lingua sparsero molto sudore 
in un arenoso campo, e n'ebbero pochi frutti; e 
siccome non può mai tanto vagar la fantasia, quanto 
allorché , appoggiata su pochi dati, è in sua balia 
prender quelle strade che più le aggradano , que- 
st' illustri uomini spesso con faticosi viaggi giunsero 
a diversissimi resultati, scusabili se hanno talora 
errato, giacché il loro cammino era 

Quale per incertam lunam sub luce maligna 
Est iter in sjrhis (a). 

La diversità dell'opinioni fece anche talora riscal^- 
dar soverchiamente gli animi, e il Maffei e il Gori 
specialmente, quasi due gladiatori discendendo nel- 
l'arena, e scagliandosi dell'erudite insolenze, otten- 
nero pur troppo quello che avea presagito il Mafie! ^ 
di trastulbre il pubblico a loro spese (3). 

La lingua etrusca 

È la selva selvaggia ed aspra e forte , (4) 
ove pare che quei letterati 

. la diritta via abbia n smarrita. 



• • 



(a) Virg. Aen. Ub. 6. 

(3) Fabbr. Fila Maffei, Maffei^ ossenrazioni letterarie» ove 
parodiando due versi delTasso dice del sao avversario : 

Lieta commedia vuol che si appresenti 
Per lor diporto alle straniere genti! 

(4) Dant. Inf. caut i. 



CAPITOLO SECONDO lai 

Niente meglio lo dimostra che la varietà deir opi- 
nioni^ e l'impotenza di dare una ragionevole tradu- 
zione de' pochi resti di etrusche scritture. Dispu- 
tarono acremente il Maffei e. il Gori suW etrusco 
alfiibeto. 11 primo che credette gli Etruschi origi- 
nar] dai Cananei vuole la lingua loro nata dalla 
samaritana. 11 Gori trova molta somiglianza delle 
lettere e dei vocabili etruschi coi greci antichi, opi<** 
oioDe che ebbe più seguaci di quella del Ma£fei : dopa 
molte fatiche si formarono degli alfabeti, quasi però 
senza norma. 11 francese Bourguet in tanta instabi- 
lità di fondamenti trovò qualche punto di appoggio. 
Confrontando le Tavole Eugubine, due delie quali 
sono scritte in caratteri latini, ma in lingua etrusca, 
credette vedere che la 4* in lettere etrusche conte- 
nesse un compendio delle due latine, parendogli che 
si ripetessero qui con poca variazione molte voci 
delle latine. Su questa base fabbricò un alfabeto, 
in seguito gli altri monumenti su' quali si è accre- 
scialo e migliorato l'alfabeto, e interpelrata la lin- 
gua, SODO le varie iscrizioni : si trovano le più corte 
in gemme, in medaglie, in patere, e non consistono 
per Io più che in nomi solitarj accompagnati da 
<]nalche £gura , da cui si è creduto dedurne la spie- 
gazione. I funebri monumenti ne contengono delle 
più lunghe; sono questi urne, tegoli, olle: quello 
che hanno di più importante è la frequente tradu- 
cono latina, onde i nomi proprj somministrano la 
chiave deir alfabeto, e le traduzioni fanno strada 
^irioterpelrazione della lingua: ma incontrano gli 
antiquari tante difficoltà per far corrispondere la 
traduzione airoriginaIe,che sou costretti ad asserire 
essersi spesso cangiati dei sentimenti nella tradu- 



122 LIBRO PRIMO 

zione latina (5) , cosa possibile ma non probabile, e 
che il lettore interpetrerà a suo senno o come una 
strana bizzarria degli Etruschi, o come una difficoltà 
degl'interpetri . Più lunghe sono le iscrizioni in are, 
in candelabri , in statue. Questi monumenti forma- 
no il fondamento deir iuterpetrazione della lingua 
etrusca. Oltre di questa si assicura essere state in 
Italia le lingue euganea , volsca , umbra ^ samnitica ^ 
ed osca . Se tanta somiglianza trovasi tra di esse e 
l'etrusca, se TEtruria dominò una volta su tutta 
l'Italia, Topinione più verisimile ci porta a crederle 
dialetti di questa. La scrittura degli Etruschi , come 
dei più antichi popoli orientali, corre da destra a 
sinistra, e talora il secondo verso da sinistra a de* 
stra alternandosi le direzioni, metodo che ebbe il 
nome di Bustrofedoy dai buoi aratori, de' quali 
imita il lavoro. Dopo le fatiche di tanti T alfabeto 
del Gori è il più ricevuto : nondimeno il Sig. Ab. 
Lanzi, che con tanta copia di erudizione ha trattato 
il soggetto , vi ha trovato da fare qualche cambia- 
mento . Questo dotto uomo è d' accordo col Gori 
sulla somiglianza della lingua etrusca colla greca e 
la latina ; e si possono distesamente vedere nella 
sua opera le ingegnose congetture con cui ne mostra 
l'analogia (6). Or si supponga vero ciocché da altri 
è contrastrato, qual ne sarà la conseguenza? la so- 
miglianza di alcune parole prova ella che Tetrusca 
sia derivata dalla greca? Parlando di una nazione i 
di cui storici , e ogni sorta di libri si sono perduti, 
e sulla quale da storici tanto posteriori si traggono 
scarse notizie, potrà egli dedursi che la lingua, le 

(5) Lanzi» Saggio di lìngua etros. Tom. s. 

(6) Lanci» loc. cit 



CAPITOLO SECONDO laS 
scienze, le arti sian derivate dalla Grecia ? leggiera e 
precipiUta conseguenza • A un Gc*eco , che cosi ragio- 
nasse ad uu Toscano , potrebbe questi , preudendo 
quaesitiun meritis supeiòiam , rispondere : e perchè 
non dedurre piuttosto che dall' Etruria sieuo le co- 
gnizioni , la liugua^ le arti derivate ne' Greci 7 I 
nostri antichi Etruschi, anche per confessione de- 
gr idolatri de' Greci (7) y coltivarono le belle arti 
quando la Grecia era barbara, e Tarti sono state 
sempre compagne delle lettere^ anzi precedute da 
loro . Risponde il Sig. Lanzi che se ciò fosse avvenu- 
to, gli scrittori latini non avrebbero mancato di 
propalare questa gloria dell' Italia. Non è però 
dilHcile il fargli osservare che per propalarla facea 
di mestiero averne degli storici monumenti, e di- 
sgraziatamente quando cominciano i romani scrit- 
tori erano perdute quasi tutte Tetrusclie memorie. 
È inoltre da notare che i Romani furono ambiziosi 
sostenitori della propria gloria e grandezza, che 
ornarono anche colle favole; ma trascurarono, e 
talora depressero quelle delle loro confinanti popo- 
lazioni. Inoltre la negligenza e gli errori degli an- 
tichi storici su questo articolo sono credibili ap- 
pena: ne sia un esempio Erodoto, il più antico 
istorico e il più vicino ai tempi eroici : benché sia 
dimostrato colle prove le più chiare che i poeti , 
Lino , Orfeo e Melampo abbiano preceduto Omero, 
quello che chiamasi il padre dell'istoria non ha 
dubitato di asserire che sono vissuti dopo (8) . A 



(7) WinkelmanD, Stor. dell'art, del dis. 1. 3. e. 1. 

(8) Gillieshistory of ancient Grece chap, 6. La Degligenza 
di Erodoto è somma , siacchè olU« le altre prove. Lino e nomi- 
nato da Omero , nell'fiiad. L 18 » Melampo nell'Odiss. L 1 1. 



124 LIBRO PRIMO 

tali prove si potrebbero aggiungere a sostener la 
nostra opinione quelle congetture da noi addotte 
suir origine degli Etruschi ^ e T autorità di Virgilio 
che dair Italia deduce V origine di Troja • Queste 
riflessioni non si fanno che per moderare la sicura 
franchezza , con cui da molti scrittori si giudicano 
le cose etrusche. £ in verità, che cosa può dedursi 
dalla somiglianza di alcune parole di due lingue ? 
Fingiamo che uno di quei grandi avvenimenti o 
fisici politici , che hanno cangiata la faccia della 
terra , distruggesse i monumenti letterar) d' Euro- 
pa f e non restasse memoria che le lingue italiana ^ 
spagnuola , francese , sono in gran parte figlie della 
latina , che una di quelle fosse affatto perduta e 
poche iscrizioni ne restassero; in esse^ vedendo gli 
antiquari la somiglianza delle parole, potrebbero 
coi medesimi argomenti che adoprano sull'etrusca, 
chiamare una figlia dell' altra , e secondo i fram- 
menti di quelli storici sopravvissuti al comune nau- 
fragio , secondo il loro capriccio, dare a questa^ o 
a quella il nome di madre, o di figlia: neppure ' 
uopo sarebbe di tanta somiglianza. Due popoli che 
o per commercio, o fama di letteratura si comuni- 
cano le idee, si comunicano anche i vocabili, e quan- 
tunque originariamente non avessero connessione, 
potrebbero ai più tardi nipoti , ignari degli avveni- 
menti, fare un inganno. Le riflessioni seguenti ba- 
steranno a mostrare quanto sia ancora poco nota 
Tetrusca lingua dopo tante faticose ricerche. Il 
monumento più insigne di questa lingua sono le 
Tavole Eugubine, perchè più estese di qualunque 
altro; furono disotterrate nei contorni di Gubbio 
nell'anno i444 ><^ numero di 7. Se la lingua etnisca 



CAPITOLO SECONDO laS 
fo85e iotelligibile , dopo le lunghe pene e i lavori di 
liuti eruditi le Tavole Eugubine sarebbero chiara- 
meote interpetrabe: ma sono sempre un arcano. 
L'imparzial lettore potrà dedurlo dalla varietà si 
grande di opinioni degl'interpetri. 11 Buonarroti le 
credette convenzioni di popoli: il Cori, il Bourgeut 
ima poesia osca, o lamenti di Pelasgi afflitti: TOli- 
vieri, il Maffei , il Passeri^ parte descrizioni di riti, 
parte atti legali relativi a private liti, finalmente 
ilSig. Lanzi ^ che dopo tutti con tanta diligenza ne 
ba investigati i sentimenti, crede riguardino la re- 
ligione e i sacrifizj; nondimeno con quella ingenui- 
tà, eh' è propria de^ gran letterati, confessa averne 
ioterpetrata una piccola parte, e che la maggiore 
resta ignota (9), Per sempre più conoscere T oscuri- 
tà della materia non deve lasciarsi indietro e l'in- 
terpetrazione di una di queste Tavole del celebre 
Dottor Lami , e la sua opinione sulla lingua etru- 
Bca, che in tanta incertezza sembra forse la più 
probabile. Mentre tanti letterati per interpetrarla 
vanno a cercar la somiglianza delle parole etruscbe 
colle samaritane o le greche ec, egh si è intiera- 
mente rivolto alle latine^ e in un minuto e lungo 
esame esposto nelle lettere Gualfondiane, parago- 
D^do insieme le parole latine esprimenti sostanze 
le meno soggette a variazione di .nomi e le più an- 
tiche, come monti, fiumi, città^ indi i nomi prò- 

(9)Lanu, loc. cit La sola parola che era scolpita sulla Chimera 
<fi bronzo della real ffallerìa di Firenze è un nodo per gì' interpetri; 
^ leggono Tìnmcuifo Tinmicuil . Il Buonarroti la crede un nome 
odcflartiste o dell' animale: il Gori crede che significhi una qua- 
lità della bestia 9 cioè pianto alla vendetta: il Passeri un nome di 
i^oa Deità vendicatrice : un Inglese , Giovanni Swinton , la fa si- 
giilficarc dragone , capra, leone ; e questi sono i più dotti interpe- 
tri dell' etnisca lingua . 



126 LIBRO PRIMO 

prj e di mìir altri oggetti, coli' etrudche , vi trora 
una somiglianza assai superiore a quella che i piò 
dotti antiquari hanno creduto trovare coir altre fo- 
restiere lingue; onde crede che questi due siano dia- 
letti collaterali» Si potrebbe anzi dire^ come ab- 
biamo già notato, che avendo, una volta TEtruria 
dominato su tutta l'Italia e coltrarmi e coir arti e 
colle lettere , è assai naturale che avesse comunicato 
la favella ai soggetti popoli , onde non fossero le 
lingue di essi che varj dialetti dell' etrusca, e uno 
di quei la latina : e in verità gli antichi frammenti 
di questa sono quasi inintelligibili al paro dell'etru- 
sca. Finalmente, avendo sempre davanti agli occhi 
la lingua latina per iscorta, dà il Lami una tradu- 
zione della stessa Tavola Eugubina (r e) , cbe il Gori 
ha interpetrata , e da lui chiamata Carmen Orthium 
lamentabile. Chi ama vedere in quanto diverse e 
lontane strade sieno talora deviati daMoro ìmaginarj 
sistemi gli antiquari , legga le due traduzioni: è certo 
che, quantunque confuse entrambe, si cava senso 
più netto da quella del Lami, benché quest'illustre 
letterato forse accorgendosi del comune errore, e di 
essersi anch' egli smarrito in questo laberinto^ e 
forse deridendo le inutili fatiche degli antiquari , 
scherza con quei versi dell'Ariosto: 

Varj gli effetti son , ma la pazzia 
È tutt* ima però che gli fa uscire. 
Gli è come una gran seli^a, oue la via 
Conviene a forza a chi vi va, fallire : 
Chi su, chi giù, chi qua, chi là travia ec. 

Non si può adoprare un'imagine più atta a rappre- 

(io) Lettere Gaalfondìane , lett. ao. 



^ 



CAPITOLO SECONDO 137 
sentare i viaggi ipotetici degli antiquar} per gli oscuri 
leotieri delle congetture • 

Dopo siffatti esperimenti , dopo tante con tradizio- 
ni non si dovrà egli confessare che la lingua etrusca 
è inintelligibile? Tuttavia, se tal conclusione è un 
po' umiliante per la letteraria vanità, abbiamo onde 
consolarci; sono si scarsi i monumenti in quella che, 
datane anche la perfetta intelligenza, non si sapreb- 
be sopra che esercitarla* Finiremo le riflessioni sulla 
lingua riportando il sentimento di una società di 
dottissimi uomini j gl'inglesi scrittori dell'istoria 
universale. Secondo la loro opinione, i caratteri 
al&betici degli Etruschi, sono i più antichi che al 
presente si trovino; e diversi monumenti di quel 
popolo gareggiano in antichità con tutti quelli eh' esi- 
•tono, non eccettuati gli egiziani . 

Pochi ma meno incerti oggetti ci presenta l'etru* 
9ca Scienza , e Letteratura . Gli Etruschi precedet- 
tero tutti i popoli europei nella cultura delle lettere, 
arti e scienze, non solo per testimonianza dei nostri, 
ma dei forestieri (it). Un dotto uomo più volte 
nominato non tien gran conto della filosofia e delle 
lettere etnische ( 1 2) , appoggiato sull'osservazione 
che i Romani, volendo per la riforma delle loro leggi 
consultare un saggio popolo , non all' Etruria si ri- 
solsero, ma alla Grecia, come si narra da Tito Li- 
vio (1 3) .Si potrebbe replicare , essersi colà indiriz- 
zati perchè maggiore è da lungi la reverenza ; ma 



(li) Winclelmann, Ist« dell' art. tom. 1. 1. 3, cap. i. Cajrlus 
Beeueil d* antiq' 

(19) Lanzi, Saggio di ling. etrus. 
(i3)Tit. LiT.L 3. 



128 LIBRO PRIMO 

y' è gran dubbio che il racconto di Livio sia una 
favola^ comeba colla sua solita sagacità sospettato il 
chiarissimo Gibbon (i4)* Abbiamo già osservato che 
dove fiorirono le belle arti , hanno anche brillato 
le lettere: gli avanzi dell'arti etrusche, resistendo 
agliannii si ammirano sotto i nostri occbj^ mentre 
i più fragili monumenti destinati a conservare i 
parti delle lettere sono distrutti: perirono tatti i 
loro storici y e n'esistevano per testimonianza di 
Yarrone^ citato da Censorino^ fino dal loro otta- 
vo secolo (i5): quel poco che sappiamo si deduce 
da alcuni passi di greci o latini scrittori^ che a caso 
ne parlarono. Seneca ci ha molto ragguagliati sulla 
loro teologia naturale e sulla fisica. Or cominciando 
da una delle parti più importanti dell'umana dot- 
trina, cioè dall' idea d'Iddio, non pare se ne possa 
formare più grande e più giusta di quella degli 
Etruschi riferita dal citato scrittore, ove si chia- 
ma Iddio custode, monarca ^ spirito animatore del- 
l'universo e della mondana macchina signore ed 
artefice ec« y ma ciascuno amerà meglio il passo 
originale: Eumdem quem nos Jovem intelligunty 
* custodem j rectoremque universi , animum oc spi-- 
ritum , mundani hujus operis dominion et aniji- 
cent , cui nomen omne convenit : vis illum Falwn 
vacare? non errabis. Hic esty ex quo suspensa 
sunt omnia , ex quo sunt omnes caussae auisor 
rum- f^is illum Providentiam dicere ? recte dices: 



(i 4) History of decline and fall etc. ckap, ^. 

(i 5) Censor. De die natali cap. 5. E' difficile in sì oscura 
antichità indovinare qual fosse quest* ottavo secolo , e donde 
minciasse V era loro . 



CAPITOLO SECONDO 129 

esi enim cujus Consilio huic mundo proi^idetury ut 
inconcussus eat et abtus suos explicet . f^is illum 
Naturam vocare? non peccabis: est enim ex quo 
nata sUnt omnia y cujus spiritu vivimus . ì^is illum 
vocare Mundum ? nonfaUeris : ipse enim est totum 
quod vides , totus suis partibus inditus ^ et se su- 
stinens vi sua . Idem et Etruscis quoque visum 
estete. (i6)* L'idea è espressa con sublimità. Pure 
è piaciuto ad uà illustre letterato (17) di chiamar 
questa dottrina erronea y né dissomigliante da quella 
di Pìttagora , di Zenone , e del moderno Spinosa • 
Non ci porremo a investigare le poco intese dottri- 
ne di Pittagora, né le meno intelligibili di Spinosa , 
né ad intrigarci negli oscuri laberinti dell'antica e 
moderna metafisica: ma ci sembra una sofistica se* 
verità il passar quella sentenza sopra un' opinione 
che parla cosi chiaramente di Creatore delle cose , 
col di cui consiglio si provede a questo mondo ec. 
mentre nel sistema di Spinosa la materia é increata ^ 
e non vi si ammette consiglio o providenza. L'uni- 
ca espressione equivoca che parrebbe avvicinarla a 
Spinosa saria 9 che tutto ciò che si vede è Dio; ma 
non é stata una simile frase adoprata dai più orto- 
dossi scrittori, la quale sciolta poi , e quasi tradotta 
in comune linguaggio, altro non significa se non 
che neir opere meravigliose della Creazione si sco* 
preil Creatore, come dall'industre lavoro l' ingegno 
dell'artefice: cento scrittori di versi e di prosa han- 
no ripetuto lo stesso; anzi un ingegnoso poeta mo* 

(16) Senec. Quaest, nat, L 3. cap, 4^* 

(17) Lampredì^ Sag. sulla filos. degli Ant« filnisc. 

7 o/no f. Q 



i3o LIBRO PRIMO 

derno (i8), rispondendo appunto a un ateista dica 
eh' egli s' inganna perchè 

. • • quodcumque vides, quodcumque movetur 
Est Deus , et grandi ^estitur imagine munduài 

Pope si esprime nella stessa forma in uno dei suoi 
saggi morali; e fino il piissimo Metastasi o per con- 
vincere anch' egli un incredulo scrive 

Osnmque il guardo giro , 
O sommo Dio, ti s^do ec 

£ in verità, qual migliore argomento si può usare, 
per convincere le grossolane menti dell'esistenza 
del Creatore^ che presentar loro davanti la scena 
maravigliosa dell'universo , l'intelligente meccani- 
smo con cui si fanno i /elesti e i terrestri movi- 
menti; e dalle create' cose dedurre la sapienza del 
Creatore? Ma sempre più si rileverà l'ingiustizia 
deirinterpetrazioneda un passo diSuida (19)9 che 
riferisce un frammento di antico etrusco scrittore 
sulla creazione del mondo^ degno d'esser letto an- 
cora per certa somiglianza che ha colla Genesi , 
benché i giorni sieno protratti a migliaja di anni . 
Conviene leggere il passo originale perchè meglio 
apparisca l'analogia: « Opificem rerum omnium 
Deum duodecim annorum millia Unix^ersi huius 
creationi impendisse , ac primo millenario fecisse 
coetum et terram, altero/ecisse firmamentum illud 
ijfuod apparet , idque coelum sfocasse , tertio mare 
et aifuas omnes quae sunt in terra y quarto lumi^ 

(18) Sectan, SaL t. 

(19) Suidasy in voce Th^neni. 



CAPITOLO SECONDO i3i 

naHa magna solem et Itmam > ttemque siellas , 
quinto omnem animam polucrum , reptilium et 
quadrupedum : videri itaque potest sex milliarios 
ante /omiationem homi ni s praeteriisse, et reliquos 
sex milliarios duraturum esse genus hominumj ut 
sii unis^ersum consumationis tempus duodecim miU 
lium annorum p. • lu questo passo il Creatore è di* 
stìnto dalle cose create^ lo che non è nel sistema 
di Spinosa 9 e si parla si distintamente di atto di 
creazione, che se restasse alcun dubbio sarebbe di- 
sciolto. La parola ipo\ fato ammette tante spiega ** 
zioni nei sistemi degli antichi naturali teologi, che 
dopo aver chiaramente parlato Seneca di providen- 
sa e consiglio, sarebbe una cavillosa malignità il 
torcerla in mala parte : almeno leggendo gli anti* 
chi filosofi si trova tanta oscurità di sentimenti, 
che non è giusto attaccarsi al peggio: anzi siccome 
i medesimi errori metafisici sono spesso repetuti 
con cambiamento di nomi , si troveranno in Seneca 
Bolla spiegazione del fato molte delle stesse sotti* 
gliezze inintelligibili, che sulla dottrina della gra- 
zia , e della predestinazione inventarono i Gianse* 
nisti(ao). E veramente anche i celebri inglesi scfit* 
tori deir istoria universale , e l'acutissimo Cudworth 
hanno nel miglior senso interpetrato il passo di Se- 
neca da cui ci siamo dipartiti. 

Di tutto il resto dell'etnisca filosofia > non abbia« 
mo che scarsi frammenti ; filosofia, che come tutta 
l'antica, è per lo più ipotetica e tenebrosa: ma se 
si potesse provare come molti eruditi hanno soste- 
nuto, che Pittagora fu nativo di Etruria, questa 

(ao) Tedi Senec. quauL naiur» lib. a. $• 36. S;. 5t.. 



i3a LIBRO PRIMO 

filosofia acquisterebbe un grau lustro* La lite pende 
tra Saino e TEtruria^ e sì può citare un numero 
eguale di scrittori per una parte e per T altra. Se 
cade il dubbio sull'origine^ è poi certissimo che que- 
sto padre della filosofia è state lungamente in Italia 
nella Magna^Grecia , ove fondò una celebre scuola , 
di cui per ben conoscere la dottrina, Platone ven- 
ne a bella posta in Italia (ai). Dopo i suoi viaggi 
Pittagora cercando un pacifico terreno ove vivere 
fuggendo Samo, oppressa dal tiranno Policrate, e 
visitata Olimpia y Elide e Sparta, non vi trovando 
agio a filosofare, venne in Italia , e nella pacifica e. 
sontuosa Magna -Grecia risvegliò la più grand'am- 
mirazione del suo sapere (sa) • Crotone vide più di 
due mila discepoli afifollarglisi intorno: la pace cbe 
godeva allora questo paese, la sua saggia costituzio- 
ne, vi avevano generato un lusso straordinario, e 
Sibari ha perpetuato col suo nome fino ai nostri 
tempi la mollezza per cui aveva acquistato una 
poco onorevole celebrità • Pittagora ne riformò colle 
sue lezioni il lusso e T effeminatezza, e davanti a 
questo filosofico e politico missionario, le donne 
stesse deposero i ricercati abbigliamenti , e ne pre- 
sero dei più modesti • I principi della morale e della 
politica , cbe tendono a. migliorare la società, e 
render gli uomini felici, erano il principale oggetto 
delle sue lezioni; né furono da lui negletti gli ar- 
cani della natura • Benché molta parte della sua 
dottrina restasse avvolta in tenebrosi misteri , è 
certo però che Pittagora ha insegnato molte delle 
più belle verità, che appresso sepolte nell'oblio, 

(ai) Cic. Tusctil. lib. i. 

(a 3) Porph, JamhL Giustino. 



CAPITOLO SECONDO i33 
iodi risorte^ hanno fatto onore come nuore scoperte 
ai moderni. Alni appartiene b dimostrazione della 
celebre proposizione fyj di Euclide nel lib. i.^ la di- 
stribuzione della sfera celeste^ e perciò il Copernica- 
no sistema, l'obliquità dell'eclittica^ la causa del- 
l'eclissi solare e lunare^ la legge di gravitazione 
verso il Sole dei pianeti in ragione reciproca dei 
quadrati delle distanze^ la natura delle comete 
ec. (sS) • Anche 

R signor dell* altissimo canto. 

Omero viaggiò per V Italia, e si trattenne in Etru- 
ria ove forse apprese le favole di A verno, di Ache- 
ronte, di Circe, delle Sirene ec. ^ e sarebbe sola- 
mente tristo il rammentare che in questo paese 
avesse perduta la vista (24)* Tagete fu probabil- 
mente un saggio filosofo etrusco, giacché è parago- 
nato a lui Platone , e solo il merito suo reale è gua- 
sto dalle favole . Il sapere degli Etruschi pare fosse 
avuto assai in pregio dai Romani, giacché per testi, 
monianza dì T. Livio facevano istruire i loro figli 
nelle toscane , come appresso nelle greche lette- 
re (t5). Coltivarono gli Etruschi la medicina, e pas- 
sò TEtrurìa per inventrìce di medici rimedj (26); 
noi non la chiameremo inventrìce di quella scienza, 

(a 3) Gregory» Mac-LHuriiìy Montucla, Dateas» Mainers ee. 

(«4) HeracL Ponticfragmen, de PoUtiis, Gori» Mas. Etrusc. 
Tom. a. 

(a5) Ecco il passo di Liv. lib. 9* Auctores habeo romanos 
pueros siculi nunc graecis, ita lune etruscis Uteris erudiri solitos. 
Si notino le parole etruscis Uteris, onde si toglie ogni dubbio 
mosso da alcuni scrittori che s'intenda di cerimonie religiose: 
n' erano mandati anche per questo fine , ma il passo di Livio parla 
d'istruzione letteraria . 

(a6) Martian, Capeìl, de nupt. Philosoph, et Mere. lib. 6. 



i34 LIBRO PRIMO 

gìaechò non sarebbero forse contenti ì medici della 
maniera di provarlo del Demstero^ il quale da una 
lettera probabilmente apocrifa di Ippocrate a File* 
pomene^ in cui dicesi cbe la medicina ba stretta 
parentela con V arte divinatoria , deduce che gli 
Etruschi inventori di questa debbono esserlo stati 
anche della medicina • Un' opinione dei Toscani rin- 
nuovata ai dì nostri (27) fu che i fulmini escìssero 
anche dal seno 4ella terra , oltre quei che scendono 
dalle nubi (28); opinione che si può sostenere al* 
meno in parte, anche dopo le grandi scoperte di 
Franklin, giacché nel ristabilirsi TequiUbrio elet- 
trico tra le nubi e la ferra, può qualche volta farsi 
su questa l'esplosione^ e la corrente dell'elettrico 
fuoco andar dal basso all'alto : l'opinione mostra 
negli Etruschi ingegno, osservazione, « raflinatezza 
di ragionare , giacché non poca n' abbisogna per 
contradire alla comune credenza ed ai sensi. Ma 
chi crederebbe cbe un moderno scrittore abbia ono- 
rato gli antichi aruspici etruschi e latini, con una 
delle più grandi moderne scoperte, colla celebre 
invenzione del suddetto Franklin^ l'arte di farsi 
obbedire dai fulmini? Il sig. Dutens nelle sue osser- 
vazioni più ingegnose cl^e vere sull'origine delle 
scoperte attribuite ai moderni, dopo aver sostenuto 
che gli antichi hanno conosciuto ed adoprato il te« 
lescopio (29), ha il coraggio di avanzare si strana 

(27) Maflfei. 

(38) Plin. Hist. Dai. lib. ». cap. 53. Seneca Quaest. nattir. 

(39) h' esperienza aveva insegnato aeli antichi cbe scendendo 
in fondo di an pozzo, si vedevano le stelTe'anche di giorno : sì fa* 
ceva uso di alcuni tubi luoghi ed aperti da ambe le parti per guar- 
di^re i lontani oggetti» giacché non ricevendo nelioccbio cbe i 
raggi emananti da quel solo oggetto che si guarda , la sensazione sì 
fa pia viva : questi sono i tefescopj degli antichi: il Sig. Datens 



CAPITOLO SECONDO i35 
ats^rzione^ né ailra ra^giooe adduce per aosteuerla, 
se non che sappiamo che vi erano alcune cerimonie 
religiose contro i fulmini a Gioire Elido y che egli 
traduce Giosuè Elettìfico. Questo Giove, dice egli, 
personificato nel fulmine era costretto a venire in 
terra ^ fondandosi specialmente sui vetsi di Ovidio: 

Elieiunt coelo te Jupiter^ unde niinores 

JPfunc quoque te celebrante pliciumque sfocanti 

Soggiunge che Tulio Ostilio, nel praticar malamen^ 
te la cerimonia di evocare il fulmine restò ucciso, 
come il disgraziato Bicheman ai nostri tempi : que- 
st'aerea congeltura prenderebbe corpo e valore, se 
si verificasse l'esistenza di un'antica medaglia rap- 
presentante Giove in alto col fulmine alla mano, e 
al disotto un uomo che regola col filo un aquilone, 
eh' è il metodo con cui Franklin portò all'ultima 
evidenza il suo sistema . Ma una medaglia così sin- 
golare ch'ecciterebbe tanto l'attenzione degli anti- 
quari e dei filosofi, non si sa ove sia , e l' importanza 
del fatto meritava che Y autore si procacciasse i 
mezzi di vederla, o almeno nominasse l'amico che 
asseriva averla vista; giacché il pubblico non si può 
contentare di sì vaga e incerta asserzione (3o) . Ma 

^ *gg^°°g6 gratuitamente le lenti > interpetrandt» stranamente dei 
passi di antichi scrittori. E* facile a chi ha fior di senno il vedere» 
che ana scoperta si stupenda non sarebbe stata accennata dubbia- 
mente » ma che in cento luoghi se ne avrebbe \a descrizione: la 
saa utìl ila nella navigazione, nelle armate, l'avrebbe fatta ram* 
mentar mille volte . Lo stesso si dica della scoperta Frankliniiana. 
Chi crederebbe che siffatto scrittore , che ha attribuito agli antichi 
quasi tutte le più grandi scoperte moderne, si rida del Demstero 
perchè attribuisce troppe invenzioni agli Etruschi • Tanta verità è 
nascosta nella favola aelie due bisacce di Esopo ! 

(3o) Ecco le parole dell'autore ce nn personaggio degno di fé- 
« de mi ha asserito che ultimamente si è trovata una medaglia col- 



i36 LIBRO PRIMO 

proseguendo le invenzioni etrusche^ gì' indovini^ che 
certamente osservavano i celesti fenomeni (giacché 
in essi gl'indovini di ogni paese hanno sperato leg- 
gere il futuro) fecero menzione dell'anno grande, 
ciocché mostra perizia non ordinaria di astronomia. 
Plinio asserisce che i molini a mano furono inven- 
tati dalla città di Bolsena ; e se Piseo Tirreno ag- 
giunse alla nautica l'ancora, e il rostro navale (Si), 
é un nuovo monumento della periztk^jdella naviga- 
zione degli Etruschi. L'invenzione degli strumenti 
da fiato, o piuttosto la cultura grande della musi- 
ca , é congetturata dall'osservazione che n^i hassi 
rilievi etruschi , e non d* altra nazione , esprimenti 
feste e sacrifizj, si veggono gli strumenti da fia- 
to (3^), e la tirrena tuba, per uni versai consenso 
degli scrittori , fu toscana invenzione (33). I Romani 
ebbero le prime teatrali rappresentanze dall' Etru- 
ria; e dalla sua lingua gli attori chiamansi ancora 
istrioni (34): Le favole Atellane, rozzi componi- 
menti drammatici, furono dagli Osci, popolazione 
etrusca , portate a Roma (35) . Volunnio scrìsse del- 
l'etrusche tragedie (36), probabilmente avanti che 
i Romani avessero i primi rudimenti delle lettere; 
e i giojali e licenziosi Fescennini passarono ai Ro- 
mani dall' etrusca popolazione Fescennia. Furono 
quelli dirozzati in quasi tutte le arti dai Toscani, 

(c r iscrizione Juppiter Elicius rappresentante Giove col fulmine 
ce in alto , e sotto un uomo che regola un cervo volante » . Dutens 
orig. ec. traduz. di Venez. 

(3i) Plin. lib* 7. cap. S6. 

(33) Bnonarr. Supple. ad Demst 

(33) Athen. Deips. lib. 4* PoUu. Onomas. cap. 1 1. 

(34) Tac. ann. lio. i4* 

(35) Tit. Liv. dee i . lib. 7 . 

(36) Verr. presso Demst. 



CAPITOLO SECONDO iZy 

e da questi presero e virtù e viz)^ e pregj e difetti. 
Le maschere sceniche dei Romani sono pure inven- 
zione dei Toscani (37) i e se impararono da questi 
la formidabile disciplina di combattere a pie fermo 
in battaglione serrato (38)^ adottarono ancora le 
barbare pugne de' gladiatori. La maggior parte dei 
giuochi^ delle processioni^ e religiose costumanze 
entrarono in Roma dall' Etruria • Ecco indizj di 
scienze e lettere ^ cultura di ogni sorte, poche linee 
e brevi tocchi , ma che indicano avere appartenuto 
a un gran quadro distrutto quasi affatto dal tempo . 

Insigni memorie si avrebbero di quel popolo , se 
i misteriosi monumenti pubblicati da Curzio Inghi- 
rami non fossero stati dimostrati apocrifi. La sin- 
golarità del fatto vuole che se ne faccia parola. Cur« 
zio Inghirami^ giovine volterrano, neiranno i634) 
trovandosi alla sua villa di Scornello tre miglia 
distante da Volterra , scagliando per sollazzo de' sas- 
si, avendone smosso alcuno grande, ne vide sotto 
di esso uno nero di figura globulare; ed avendolo 
rotto, lo trovò formato di varj strati e cortecce di 
bitume, cera, incenso, storace, mastice, peli, e nel 
centro una carta nella quale erano notate delle pro« 
fiszie. Proseguendo a scavare, molti simili inviluppi 
si trovarono, ne' quali e profezie e pezzi d'istoria 
etmsca e riti religiosi erano notati ; il numero di 
questi monumenti è grandissimo, e sono stampati 
in un grosso volume (39) . Fra quelli avvi una let- 
tera di un Prospero fiesolano, a cui pare apparten- 



C37) DemsL Tom. 2. tav. 90. 
OS) Athen. lib. 6. 

C39} Etruscarum antiq. fragmenta a Curtio Inghirami prope 
Scoruelium reperta. 



i38 tlBRO PRIMO 

ga la maggior parte di queste memorie e profezie • 
Racconta che viveva nei tempi di Siila , e nascoso 
avea le memorie negV indicati involucri, eh* ei chia- 
ma Schariih (4^)* Essendo caduto subito il dubbio 
suir autenticità di siffatte memorie, il Granduca 
Ferdinando IL volle farne processo, ed elesse ana 
deputazione di due nobili fiorentini che con degl'in* 
gegneri assistessero all' escavazioni, nelle quali nuo- 
vi scritti si scopersero , e i deputati e i periti asse- 
rirono che il terreno non era stato tocco da più se- 
coli ; e tutto ciò fu da una formale sentenza dicbia* 
rato (40 • Ma il tribunale competente di questa lite 
era quello degli antiquarj non dei legisti. Infatti 
quelli presto giudicarono supposte le profezie di 
Prospero 9 e fra gli altri si distinsero Enrico Erne* 
atio , e Leone Allacci mostrandone mille incon- 
gruenze . Realmente la frode era stata un po' gros- 
solana . Non solo Fautore si era servito di carta for- 
mata di stracci , ma avea fatto delle profezie trop- 
po evidenti , per non sospettare che fossero nate 
dopo r avvenimento. Tale è quella ove si profetiz- 
za che la Casa Farnese sarebbe signora di Parma • 
Per quanto si voglia credere il diavola profeta (J\^)^ 

(4 o) Questa parola non ba alcun senso se non ai volesse dar- 
gli quello dedotto satiricamenle dall' Allacci dall'Ebraico che sjgni- 
ucsi frode, inganno. 

(4 ■) Documenti raccolti dal sig. Gtnonico Lisci . Si può nota- 
re quanto sia difScile questo giudizio^ giacché un terreno smosso 
dopo un anno o due» per la pioggia e a^vpallamento, non può age- 
▼ofmeute distinguersi dal terreno non sniosso. 

(4 a) Il celebre Fontenelle, dopo ayere scritto l'estratto del- 
l'opera di Yandale sugli Oracoli , in cui si sosteneva ch'erano in- 
Sanni dei preti pagani , fu il suo sentimento attaccato dal gesuita 
»altOj il quale sostenne ch'era il diavolo che rendeva gli oracoli e 
che l'opinione di Vandale e di Fontenelle non era ortodossa* Fon- 
tenelle stimolato da un giornalista a rispondere ^ ma che voleva de- 
dioal-e una tal questione , fece al giornalista quella celebre rìapo- 



CAPITOLO SECONDO iSq 

^pena si troverà nei nostri tempi alcuno imbecille 
che creda il fiesolano aruspice capace di tanto . Re* 
filerebbe a dir qualche cosa sull'autor della frode : 
non è facile a determinarlo. Il primo sospetto cade 
in Curzio Ingbirami ; ma non può verisimilmente 
immaginarsi che un giovinetto di pochi anni V ab- 
bia eseguita ; quando fu esaminato ne avea venti 
finiti : dando un tempo necessario a scriver così gran 
numero di carte , in cui si dovevano variare tante 
mani di scritto , e poi quello che doveva scorrere, 
perchè il terreno si consolidasse , e non apparisse 
smosso, si arriverà a un'età si tenera di questo gio- 
vinetto da non crederlo atto ad immaginare, ed 
eseguir T inganno. Chiunque sia stato però il falsa- 
rio, deve porsi per la mentovata profezia fra lo sta* 
bilimento della Casa Farnese in Parma , cioè fra 
l'anno i544 ^ almeno i55o e il 1634. Forse dopo 
aver nascoso gli scritti, la morte lo prevenne dal 
ridersi della semplicità di coloro che vi prestassero 
fede (43); e il disputare a chi ne appartenga l'in- 
venzione, ha detto saviamente un moderno istori* 
co, è io stesso che questionare^ qual nazione sia la 
più antica. 

Le belle arti sono abitatrici di tutti i climi, ma 
simili alle piante non trovano ogni suolo egualmen- 
te fecondo. Figlie dell' immaginazione, son nate 
ogni volta che il pubblico applauso o il regio favore 
ne ha sviluppati quei germi, che la natura ha in- 
siti nell'anima tanto degli eleganti greci artisti , che 

Iti : « /e consens que le diahle aie èie prophete puisque le Jesui» 
te le veux, et quii crcit cela plus ortodoxe » . 

(43) SI consolli la dottÌMima opera di Leone Aliaceli in cui 
con tanto criterio ed erudizione esamina la cartai l'ortogr^^fìa e 
llnchiostro stesso delle scritture nominate» e le dimostra moderne. 



i4o LIBRO PRIMO 

dei selvaggi americani. Perduta opera sarebbe per- 
tanto r indagare nelFoscuro barlume dei vetusti se- 
coli^ Torigine della pittura e delle arti sorelle: e se 
l'invenzione della pittura è stata attribuita ad Amo- 
re^ che dettò alla donzella di Sicione V ingegnoso 
artifizio di segnar nel muro i contorni dell'ombra 
del volto del suo amante che stava per partire^ con* 
viene confessare che siffatta asserzione è più poeti- 
ca che istorica , essendo troppo facile il pensiero per 
non esser prima di quel tempo caduto in mente ai 
più antichi abitatori della terra (44)* ^ inutile per- 
tanto il perder tempo a investigare da qual altro 
popolo gli Etruschi abbiano appreso le belle arti. 
Nulla vi è di sicuro traile tenebre dell' antichità , 
onde abbiamo tutto il dritto di supporre che siano 
nate^ e cresciute in Etruria, come lo furono in 
India, in Egitto. Che i Greci neir antiche emigra- 
zioni in Etruria vi abbiano portate le belle arti , co- 
me ha creduto Winckelmann, è non solo incerto^ 
ma probabilmente falso , giacché T epoca della gloria 
dell'arti greche essendo posteriore a quella del- 
l' etruscbe, sarà difficile il dimostrare che i greci 
coloni di quei tempi fossero più culti dei loro con- 
temporanei etruschi. Ma scorriamo varie epoche 
dell'antica Grecia, dalle quali si possa dedurre, se 
in questo paese si coltivassero le arti nei tempi, 

(44) Verameote Plinio parla dell' orìgine dell' arte plastica o 
modellatrice quando racconta questo faUo (lib. 35. e. la.) che da 
molti è stato applicato all' origine della pittura: è vero che ancor 
qnaesta la vuole inventata Collo stesso artifizio in Sicione o in Co- 
rmto » e deride gli Egiziani perchè vantavano che quell* arte era 
nata presso di loro 6ooo anni prima che in Grecia ( lib. 3. e. 3.) : 
ma 'senza eccettuare la cronologia egiziana, dovette l'arte esser 
nata in Asia o in Egitto assai prima che in Grecia , perchè quei 
paesi furono culti prima della Grecia. 



CAPITOLO SECONDO ,41 

ne' quali fiorivano in Etruria. Nella prima sua epo- 
ca, di CUI esiste memoria, dominata dai feroci Pe- 
lasgi, e dai rozzi Elleni, niuna idea ebbe d'arti 
imitative , Successero i tempi eroici ; e la nave Ar- 
go tanto celebrata non condusse probabilmente che 
dei corsari , che andavano in Coleo a rapire V oro 
che si estraeva dall'arene del fiume Fasi . Successe 
la guerra de' sette Eroi contro Tebe, e finalmente 
la celebre guerra trojana. Per tutti questi tempi, 
non si ha il più piccolo indizio che fossero coltivate 
le belle arti in Grecia, ma solo la poesia, che fra 
le nazioni anche le più rozze è stata compagna de- 
gli eroi e dei guerrieri. Dopo la mina di Troja^ i 
Principi ch'erano stati tant'anni assenti dai loro 
dominj, li ritrovarono tutti sconvolti, pronti a sol- 
levarsi ; onde turbata la pace domestica , ne segui- 
rono Serissime guerre civili , che desolarono quel 
paese per circa quattro secoli, eloquentemente de- 
«critte da Tucidide. Il IV. secolo dopo la i:uina di 
Troja coincide coli' origine di Roma, tempo in cui 
gr industri Toscani, le di cui città erano floridissi- 
me e godevano una tranquilla pace, dipingevano, 
e gettavano maravigliosamente il bronzo; giacché 
d attesta Plinio, che le pitture di Ardea e di La- 
Duvio erano anteriori a Roma, e che il carro trion- 
&le di Romolo fu gettato in bronzo dagli etruschi 
artefici • 

Questa breve istoria, e in specie la testimonianza 
diPUnio, che le arti fiorissero in Etruria prima 
della nascita di Roina , distrugge ogni difficoltà con- 
tro la nostra asserzione, e specialmente quella de- 
dotta dall'emigrazione da Corinto di Deniaratu, ri- 
ferita da Straboue, su cui si è fatto tanto fonda- 



t^t LIBRO PRIMO 

mento dai fautori de' Grecia e che convien esporre 
per esser da tanti riferita, come prora che moltid- 
Simo debbano nelle arti imitative ai Grejci i Tosca- 
ni • Eccola • 

Dopo la fabbricazione di Róma venne Deraarato 
da Corinto, conducendo delia gente, ed avendolo 
accolto gl'istessi Tarqoinesi , genera Lucumone da 
una donna di quel paese sua moglie. Divenuto poi 
amico di Anco-Mar2Ìo Re dei Romani , esso Lucu- 
mone ebbe il regrlo, e fu chiamato Lucio Tarquinio 
Prisco. Tanto questo che suo padre adornò r£tru- 
ria , questi coi manifattori che dalla patria lo ave- 
vano seguitato, quegli colle ricchezze che si trae- 
vano da Roma. Qbesto è il celebre passo, su cui si 
appoggiano molti antiquarj per fare i Greci maestri 
deirCtruria. Ma per tagliar subito il nodo, convien 
rammentarsi aver noi mostrato che fiorivano le arti 
in Etruria pria della nascita di Roma, onde in que- 
sta spedizione di Demarato, se potè trovarsi qual- 
che artista , poco da esso poteva accrescersi alle arti 
toscane che allora fiorivano più delle greche . Ghia- 
mansi da Strabone questi artisti demiurgi j parola 
che genericamente abbraccia ogni genere di arti, e 
grammaticalmente poi coloro, i lavori dei quali so- 
no pubblicamente esposti a vendersi. Ma ascoltia- 
mo un altro greco istorico, quasi Contemporaneo, 
e forse alquanto anteriore a Strabone, cioè Dionisio 
d'Àlicarnasso, che narra la venuta di Demarato. 
Così egli parla (45); « Demarato facendo il mer- 
caote navigò in Italia, avendo a sue spese caricata 
una nave di merci : vendutele per le città etnische, 

(45) Lib. 3. !• 46. antiab. rom. 



CAPITOLO SECONDO 143 
che allora erano le più Jloride dell' Italia, e fatto 
graa guadagno, non volle toccare altri porti , ma 
per lo stesso mare sempre andando e venendo, 
portava le greche merci agli Etruschi, e Tetrusche 
ai Greci ; ma nata una sedizione in Corinto disegnò 
partirne e si stabili in Tarquene ec. n Non v^ è in 
quest'autore una parola di artefici del genere che 
li Terrebbe intendere « ma di mercanti che vendo* 
DO barattano, colle greche^ etruscbe merci, e che 
corrisponde esattamente alla parola demiurgi. Se , 
come asserisce Dionisio , le città di Etruria erano le 
pia fortunate d' Italia cioè nel massimo loro splen- 
dore, non si ha egli da immaginare che appunto vi 
fiorissero le belle arti? si, paragonino i due passi, e 
poi ciascuno col suo intimo senso decida. Innume*- 
rabili asserzioni di autorevoli scrittori attestano, che 
ionauzi alla venuta di Demarato erano le belle ar* 
ti Del loro fiore in Etruria : le bellissime pitture 
che si trovavano, per testimonianza di Plinio, in 
Ardea^io Cere, furono lavorate avanti la nascita 
di Roma. La quadriga, la statua di Romolo coro- 
nata ààlla Vittoria, lavoro di bronzo (46)» fu opera 
d^li Etruschi , che così maravigliosamente getta- 
vano quel metallo. Lo stesso Tarquinio Prisco, vo« 
fendo fabbricare l'insigne statua di Giove Capitoli- 
no, non ai Corinti ricorse, ma a Turriano di Fle- 
geile, ov'erauo arti etruscbe. Che cosa si può repli- 
care a questi fatti ? si è già veduto , che a motivo 
delle circostanze politiche e delle guerre dei Greci , 
OOQ potè la Grecia, prima della nascita di Roma, 
Coltivar le belle arti, per le quali, ozio e tranquil- 

(46) Dion. d'Aliearn. Ànticb. rom. lib. 5. 



i44 LIBRO PRIMO 

lità è necessaria. Resta dunque dimostrato^ per quan- 
to una siffatta dottrina n'è capace^ Tanteriorità del- 
Tarti delFEtruria. Mon faremo alcuna critica os- 
servazione ( che molte far se ne potrebbero ) sul 
passo di Strabene y non essendo necessario. Non di- 
remo che ì Greci, avidi di dedurre tutte le belle 
cose dalla lor patria, hanno spesso sfacciatamente 
mentito, come Dione Cassio su Cicerone da lui ca- 
lunniato, per deprimerlo in faccia ai suoi filosofi. 
I Romani pur troppo li conoscevano , e Giovenale 
esclamò 

. ... Et quidquid Graecia mendax 
Audet in historia. 

Perciò tutte le favolose istorie da Pausania e da al- 
tri asserite sopra Dedalo, tanto celebrato per arti* 
sta, vanno poste nella stessa lista, seppure nella 
favola di Dedalo adottata da Virgilio, non si fosse 
voluto simboleggiare il cammino delle belle arti 
passate dall'Oriente all'Occidente. 

Dedcdus , ut fama est,fugiens Minoia regna 
Praepetibus pefmis ausus se credere coelo 
Jnsuetum per iter gelidos enavit ad Arctos , 
Chalcidicague le%fis tandem superadstitit arce . 
Redditus Jùs primum terris tibi , Phaebe , sacnwit 
Remigium alarum, posuitque immania tempia . 

Rammenteremo di passaggio ciò, su cui da molti 
si fa grandissimo fondamento, come lavori del- 
l'antica Etruria, cioè le mine di Pesto. Possidonia 
o Pesto, due miglia iùcirca distante dal fiumicello 
Silaro fra la Campania, e la Lucania fu un'anti- 
chissima città della Magna-Grecia. Adesso ruìaata, 



CAPITOLO^SECONDO i45 
ci mostra dei maestosi ruderi che fanno fede avere 
appartenuto a fabbriche immense ed eleganti • Il 
Padre Paoli le riguarda tutte come etrusche^ altri 
come greche 9 giacché in questa parte d^ Italia detta 
Magna Grecia, fiorivano le belle arti, e certo alcune 
di esse hanno la greca impronta : nondimeno non 
coDvien credere tutto greco, e qualche cosa convien 
riguardare come etrusco, quando TEtruria domi- 
Dava su tutta l'Italia • Realmente iscrizioni elru- 
8che,ed alcune d'insigne grandezza, si sono tro- 
vate tra quelle mine che fanno fede delle fabbriche 
toscane, che vi esistevano ne' primi tempi. Alcune 
di queste iscrizioni furono trovate dal Cav. Hamil- 
ton, e dal Sig. d' Uancarville incastrate nelle mu- 
raglie stesse della città , onde può dedursi che la 
città prima etrusca fu ornata dai Toscani, e che 
questi ornamenti cederono ai più recenti greci, ora 
ruinati dal tempo ancor essi (47)* Ma tratteniamoci 
DD momento sull'asserzioni del sig. Winckelmanu 
che per esser uno dei più celebri antiquarj della 
nostra età , merita se ne faccia maggior conto . Si 
trova una certa contradizione nei suoi sentimenti , 
almeno una confusione per la sola voglia di attri- 
buir tutto ai Greci, e non creder la nazione etrusca 
capace da se sola di muover un passo. Non può egli 
negare che l' Etruria coltivasse le belle arti prima 
della Grecia (43); nello stesso tempo però asse- 
risce, che dalla venuta dei Pelasgi in Italia si può 
cominciar V istoria dell'arti etrusche , le quali sep- 
pur non deggiono ai Greci intieramente Y origine , 
almeno lor deggiono il maggiore avanzamento ; ma 

(47) Antiqultés etrusques par M. d' Hancarvìlle • 

(48) Lib. 3. cap. i. Istor. delle arti ec. 

Tvtno i. I o 



j46 libro primo 

che cosa iiaouo portalo questi Peiasgi in Italia 7 non 
le arti del disegno , che per confessione deirautore 
furono anteriori in Toscana • Forse una cultura mag* 
giore ? ma in tempo di questa supposta emigrazione , 
la Grecia era mepo eulta dell' Etruria ; e se mai 
alcuno volesse senza documenti credere il contrario, 
come mai un'emigrazione di pirati (conferme si è 
notato di sopra ) o di miserabile volgo , costretto ad 
abbandonare il proprio paese ^ si può presumere che 
apportasse de' lumi di scienze e di arti 7 Si può egli 
credere, come vuole insinuare l'autore, che innanzi 
alla venuta di questi pirati hise l' Etruria in una 
profonda ignoranza , e all' apparir loro y che veni^ 
vano da paese piiì barbaro, cominciasse la cultura 7 
Sono queste asserzioni senza prova, anzi contradit- 
torie; né altro si potrà concedere che, o per questa 
venuta , o col commercio di altri popoli , abbiano 
gli Etruschi appresi ijoro avvenimenti^ o piuttosto 
le favole , e introdotte nuove parole nella lingua • 
L'argomento di quest' illustre scrittore per sostener 
l'opinione, che gli Etruschi furono scolari dei 
Greci, dedotto dall'osservazione che talora impres* 
sero nei loro lavori le greche istorie piuttosto che 
le proprie, è assai leggiero, giacche l'esperienza ci 
mostra quanto spesso anche i moderni amino dipin- 
gere scolpire piuttosto, che i proprj , gli esterni 
fatti , o personaggi che per la lontananza si conci- 
liano maggior reverenza; ed Ercole, e Alessan- 
dro, e Giro , e Socrate , sono sovente i temi delle 
moderne arti • Che per vocale tradizione , piuttosto- 
chè da' scritti monumenti , conoscessero gli Etru- 
schi quei fatti, si deduce dalla confusione, o im- 
perfezione delle notizie. Nell'etrusca corniola del 



CAPITOLO SECONDO i/\j 
Bvfseo Stosciano, esprimente gli Eroi che coaibat* 
Urano Tebe, non sette^come narra la greca storia, 
ma sol/cìnque ne sono rappresentati: altri sbagli o 
variazioni si trovano su i greci fatti. Ma non si può 
assicurare che non abbiano frequentemente espressi 
anche i loro. Dentanti bronzi, o marmi, o terre 
storiate, che ci restano, alcuni monumenti non sono 
intelligibili, perchè alludono a storie sconosciute, 
ed è probabile, che in molti di questi si esprimano 
avvenimenti etruschi a noi ignoti; e veramente la 
statuetta di metallo, con iscrizione sulla coscia, e suU 
la gamba, che rappresenta un fanciullo con collana, e 
bolla pendente, un globo nella sinistra, e un au« 
gello nella destra, crede il Buonarroti (49)9 essere 
il celebre Tagete, inventore deiraruspicina. Si può 
vedere, presso lo stesso quanti altri bronzi o di mi- 
tologia etrusca^ o di storia, sieno rappresentati. 
Per ciò che riguarda la mitologia, è assai dubbioso^ 
secondo il parere del chiarissimo Maffei, se la pren- 
dessero dai Greci, o non piuttosto questi dagli Etru- 
schi (5o)* Egli è molto naturale Timmaginare, che 
i lavori più antichi di questi popoli partecipino della 
rozzezza che hanno tutte le arti nella loro infanzia: 
Fosservazione e l'istoria però c'insegna che veloce- 
mente progrediscono, e nel corso ordinario degli 
umani eventi, non si ricercano molti anni per con- 
durle ad una certa perfezione. Cimabue, Giotto, 
Masaccio, non sono molto distanti di età. È assai 
difficile in tanta lontananza di tempi , e incertezza 
di memorie , 1"* assegnare 1' epoche dei progressi 
della scuola etrusca; le tre fissate dagli autiquarj , 

(49) Appendix ad Demst 

(50) Maffei , Osservar. leUer. Tom. 3. estr. del Demst. 



i48 LIBRO PRIMO 

e la franchezza decloro giudizj nelF attribuire a 
ciascuna i lavori etruschi che si paran loro davanti^ 
possono ragionevolmente recarsi in dubbio da aom 
di senno , che contempli gli enormi sbagli in cui 
son talora caduti i giudici delle antiche opere • 
L'asserire quando si trovano dei lavori ^ che riva- 
leggiano i Greci , che i Toscani hanno imitato que- 
sti , inerendo alle tre imaginate epoche , è un si- 
stema (5i); e lo spirito di sistema conduce spesso 
all'errore. Possono i moderni Toscani, per sover- 
chio affetto al loro paese , stimar troppo , e troppo at- 
tribuire ai loro antenati, e perciò ingannarsi; ma il 
soverchio entusiasmo verso i greci artisti non può 
deludere gli entusiasti 7 Siamo giusti: non si ponga 
a confronto T antica Etruria colla Grecia de' tempi 



(5i) WìiickelmanD> storia deU'arti. Lanzi « deUa scaltura degU 
antichi . 

Un esempio degli errori in cui conduce lo spìrito di sistcnia 
è un passo di Orazio citato dal secondo . Le statuette toscane son 
poste da quel poeta tra i piii preziosi monumenti signa , marmar, 
ebur, Th^rrena sigilla etc. L'antiquario asserisce che il poeta 
intende di quelle lavorate nella terza epoca , altrimenti invece 
di Th^rrena avrebbe usata la parola Tuscanica : come se i poeti 
adoprassero nelle loro espressioni la precisione matematica o isto- 
ricade come se la parola Thyrrena non ci risvegliasse l'idea d'an- 
tichità al par della Tuscanica , la quale inoltre non è né elegante » 
né poetica. Parimente non vedo come questo dotto autore abbia 
prodotto r autorità di Orazio » come se questo poeta abbia voluto 
seriamente asserire che i Romani de' suoi tempi avevano pittori ^i 
lottatori y e musici più valenti dei Greci : 

pinttimus atque 

PsallimuSf et luctamur Achivis doctius unctis . 
Orazio avanza questa proposizione come un' assurdità , facendo 
precedere il verso 

Nihil intra est alea, nihil extra in nuee duri. 
Non cadde mai in pensiero ai Romani di gareggiare in quel- 
l'arti coi Greci, come Virgilio > che scriveva nello stesso tempo , 
asserisce 

Excudent alii spirantia mollius aera 

Credo equid^m , vivoi ducent de marmare vultus ee. 



CAPITOLO SECONDO 149 
dì Pericle e di Alessandro ; ma si cooTenga , che 
la Etruria è stata maestra di se stessa ^ e che fra i 
pochi suoi resti ve n'ha alcuno che s'avvicina al- 
l'arte somma dei Greci • Noi non siam gran fetto 
in istato di giudicare con precisione fioo a qual punto 
fossero portate le arti^ presso gli Etruschi^ giacche 
fralle ruine deirantichità assai scarsi monumenti 
ci restano y né forse i migliori. Veggiamo però che 
dalla semplice argilla (5 a) giunsero a gettare grandi 
statue di bellissimo bronzo , come ne fanno fede la 
Chimera della Real Galleria di Firenze (53) , la sta- 
^ tua vestita alla romana , che nell'orlo del panneg- 
giamento ha incisi caratteri etruschi, la statuetta 
di Ercole alta un palmo, che ha la pelle di leone 
avviticchiata al braccio sinistro (54) » la Pallade di 
grandezza naturale , e specialmente la statua ritro- 
vata a Pesaro, sulla spiaggia deirAdriatico, che rap« 
presenta un giovine dì naturale grandezza , e che 
Winckelmann afferma esser una delle più belle 
statue di bronzo che abbia a noi tramandata l'anti- 
chità (55); benché getti qualche dubbio sull'origi- 
ne etrusca . È da notare che le iscrizioni non son 
mai sulla base , né sul piedistallo , ma sulla statua 
stessa, ch'é una prova della più alta antichità. Non 
ebbero tal uso ^ né i Greci, né i Romani, ma popoli 
anteriori; e veramente racconta Erodoto, che l'an- 
tichissimo simulacro di Sesostri da lui veduto , avea 

(5i) Tutte le nazioni hanno incominciato dal dar forma al- 
l' argilla , e in qnasi tutte le antiche lingue scultore , e vasajo 
sono sinonimi. 

Inque Jotfis dextra fidile fulmen erat, Ovid. 

(53) Fu trovata in Arezzo nello scavare i fondamenti della 
lertezuu 

(54) Winckel. Tom. a. lib. 7. e. a. 

(55) Lo stesso , Tom. 1 . lib. 3. e. a. 



M 



i5o LIBRO PRIMO 

«opra di se T iscrizione: lo scritto corre da destra a 
sinistra , altro segno di antichità remota. Gettarono 
con maestria il rame: le loro monete son fuse, e 
non coniate: se ne trovano molte: hanno per lo pia 
da una parte Giano bifronte, dall'altra spesso un 
delfino e la clava, talora la ranocchia e l'ancora; 
vi si scorgono dei punti o globetti che ne indicano . 
probabilmente il valore (56). Incisero ancora indo?- 
strìosa mente , come alcune etrusche patere vaga- 
mente lavorate fanno fede; e da varj cammei e prò* 
fonde incisioni in pietre dure, veggiamo quanta 
fosse fra loro perfezionata quest'arte . Se non abbia- 
mo lavori etruschi da porre in confronto colle più 
stupende opere di Fidia e di Prassitele, ne restano* 
alcuni che vi si appressano; la Diana del museo di 
Ercolano è fra questi: Winckelraann , poco amica 
deirantica e della moderna Etruria , tuttavia con- 
féssa che questa statua in alcune parti è lavorata 
con siffatta maestria , che i più bei piedi non si 
scorgono nelle migliori greche figure (Sy). La gem- 
ma che rappresenta Tideo, del museo Stosciano, 
mostra la forza di espressione che ponevano ne'l^ 
ro lavori gli Etruschi. È scolpito quest'Eroe nuda 
in atto di cavarsi una freccia dalla gamba: la dili* 
genza con cui è espressa la musculatura, indica a 
qual perfezione fosse giunta l'arte, e quanto si col- 
tivasse la Qotomia sua indispensabil compagna» Non 
vuol dissimularsi clie talora non si scorgano degli 
atteggiamenti forzati e ricercati, difetti ne' quali 
cadono anche nella letteratura (giacché tutte le 
produzioni di gusto si somigliano ) coloro che han- 

(56) Baonarroti, Appen. adDemst. $, 3S. 

(57) Lib. 3. e. a. 



CAPITOLO SECONDO i5i 
no la voglia e non il potere dello stile forte ed 
espressivo: il basso-rilievo Capitolino (58), che rap- 
presenta Mercurio in compagnia di Apollo e di Dia- 
na, è di siffiitto stile, ed assai mediocre; gli atteg- 
giamenti forzati, in specie delle dita di Mercurio, 
mostrano quel difetto: ma il giudizio, che questo 
stile difettoso sia generalmente lo stile degli antichi 
e moderni Toscani, è falso ed ingiusto. Egli è certo 
che le arti che imitano la natura si perfezionano 
col lungo esercizio. È noto quanto si esercitassero 
in esse gli Etruschi, giacché dalla sola città di Bol- 
leoa, quando fu soggiogata da Marco Flavio Fiacco, 
non meno di due mila statue furono trasportate a 
Roma (59). Da questa istoria si deduce l'esercizio 
grande de' Toscani nella scultura; e il grand^ eser- 
cizio in un popolo ingegnoso conduce presto alla 
perfezione • Dalle statue che di loro ci restano nella 
fiorentina Galleria, si ricava l'arte maravigliosa di 
fondere dei Toscani , essendo d' ottimo metallo, tut- 
te di un pezzo, vuote al di dentro, mentre gli an- 
tichi Grecia secondo Pausania, le fabbricavano di 
lamine rozzamente lavorate (60) • Essendo proba- 
bilmente periti i capi d'opera degli Etruschi, mal 
si può giudicare del merito loro nelle belle arti dai 
pochi monumenti che ci restano guasti ancora e rui- 
nati dall'età: sappiamo però ch'esistevano etrusche 
opere in Roma ch'eccitavano lo stupore: tal era 
TApoUo colossale di bronzo alto cinquanta piedi, 
eh' essendo stato collocato da Augusto nella biblio- 



(58) Se ne vede la stampala fronte dell* opera di Wincket 
aiann , Storia ec. 

(Sq) Plin. lib. 34. 

(So) Mafiei, ossert* letter* T. 3. estrat. del Demst. 



i5t LIBRO PRIMO 

teca del Tempio in un'età in cui lo studio delle 
belle arti era tanto in pregio ^ convien credere che 
le sue forme fossero assai eleganti: è veramente 
celebrata da Plinio per una bellissima statua , e il 
suo giudizio è assai da valutarsi (61): egli era forse 
quello che avesse maggiori cognizioni e buon gusto 
nell'età sua^ la più celebre dell'antichità per le 
belle arti in Italia • Una statua di bronzo di sì smi- 
surata grandezza y da attirar per le sue belle forme 
r ammirazione di Plinio mostra certamente la per- 
fezione dell'arte presso la nazione fra cui fu getta- 
ta. Winckelmann, che ha preteso che gli Etruschi 
nelle belle arti nonsieno mai esciti dalla mediocri- 
tà , si è anche azzardato ad indicarne le cause. « Pare 
(die' egli) che fossero più de' Greci inclinati alla 
malinconia, e alla tristezza, come inferir possianao 
dal culto religioso, e costumanze loro: e si osserva 
altronde che all' uomo dotato di siffatto tempera- 
mento, atto certamente ai più profondi studj , troppo 
vive e profonde riescono le sensazioni : per la qual 
cosa non si produce ne' di lui sensi quella dolce 
emozione che rende lo spirito perfettamente sensi- 
bile al bello n . Chi ha fior di senno vede agevol- 
mente la falsità di siffatto ragionamento • Le vive e 
profonde sensazioni sono indivisibili compagne di 
una viva imaginazione , prima sorgente delle belle 
arti, quanto più vivamente e profondamente sono 
scolpite in essa le imagini degli esterni oggetti > tanto 
è più atta a ritrarli coll'arti imitatrici ; né la ma- 

(6i) Lib. 24. e. 7. Videmus certe ApolUnem in hihUotheca 
templi Augusti tascanicam L pedum a pollice; dubium aere mi- 
rahiliorem art pxdcritudxne * 

Adoprandosi la (parola tuscanicum , al sìg. Lanzi non cadrà 
dubbio che non intenda di Toscani antichi . Y. nota 5i . 



CAPITOLO SECONDO i53 
Bnconia e la soperstizione vi sono contrarie, ma ne 
possono soltanto variare T oggetto* La malinconica 
pietà religiosa non ha impedito la nascita e lo svi- 
luppo delle belle arti, e i capi d^ opera che adorna* 
DO il Vaticano, e invece della Venere di Coo, del- 
l'Elena, d'Ercole, di Giove, ha prodotto la Trasfi- 
gurazione, la Madonna della Seggiola, il s. Michele 
Arcangiolo , il Mosè di s. Pietro in Vinculis ec. Al 
contrario qualche nazione di Europa, più gaja, piii 
spiritosa, dedita al piacere al par della greca, col- 
tivatrice delle belle arti, come sarebbe la francese, 
benché nelle lettere abbia prodotti tanti capi d^ ope- 
ra, è assai lungi da esser giunta neUe belle arti al 
ponto ove Roma si sollevò sotto Leone. Queir anti- 
quario, dalla giusta venerazione pe'Greci, passò a un 
eotusiasmo troppo ardente: l'entusiasmo è ottimo 
per spingere nella carriera gli artisti e gli scrittori, 
ma pericoloso al sommo per giudicare: e infatti Tin- 
flaenza di questo entusiasmo, che vela la ragione, si 
trova assai frequentemente nei giudizj di quello 
scrittore e appunto sugli artisti toscani : giacche dopo 
avere cosi severamente censurato gli antichi , ha avu- 
to il coraggio di portare lo stesso giudizio sui mo- 
derni toscani . Aveva egli prima asserito , che degli 
etruschi artisti poteva dirsi quello che Pindaro dis- 
se di Vulcano, ch'era nato senza le Grazie (62); indi 
s(^ginnge: « questi caratteri dell'arte presso gli 
antichi popoli in Etruria ravvisansi anche oggidì 
nell'opere dei loro successori, e un occhio impar- 
ziale ben gli scorgerà nei disegni di Michelangelo , 
il pili grand' artista che abbiano avuto i Toscani: uè 

(Sa) Storia dell'arti del disegno 1. 3. cap. 3. 



1^ LIBRO PRIMO 

può negarsi che questo carattere non sia uno de* di- 
fetti di Daniello da Volterra y di Pietro da G>rtona 
e di altri ec. n. L'autorità e fama di questo scritto- 
re non ci permette di tacere. Dopo il risorgimento 
delle Arti^ la Toscana^ cui si dee il risorgimento 
stesso^ ha prodotto innumerabili artisti^ che si sono 
altamente distinti in tutte le varie maniere y ed 
hanno maneggiato tutti gli stili; e se Michelangelo 
e Leonardo da Vinci hanno superato tutti nella su- 
blimità della imaginazione e nella vivezza del- 
l'espressione^ non è mancato un Andrea del Sarto , 
un Jacopo da Pontormo ed altri ^ che abbiano mo- 
strato cbe la gentile e delicata maniera non è estra- 
nea alla Toscana . Che poi fra i varj stili il subli- 
me, il forte, l'espressivo sia stato lo stile e la ma- 
niera dominante de' Toscani moderni, ne converre- 
mo ben volentieri ; giacché questo invece di un 
rimprovero è l'elogio più grande che far si possa ai 
nostri artisti • E per verità qual sarebbe mai il poe- 
ta , che non aspirasse piuttosto alla sublimità di 
Omero che alle tenere dolcezze di Auacreonte? Ne- 
gli altri stili vi può esser competenza fra gli arti- 
sti y ma il grande, il sublime, che Michelangelo ha 
espresso nella cappella Sistina non trova cosa che 
possa stargli a fronte : la colossale statua di Mosè^ 
da chi non è fanatico dell'antichità, si riguarda 
colla stessa ammirazione , che i più pregevoli anti- 
chi lavori: veggiamo in essa la sublimità e gran- 
dezza d'espressione unite alla compostezza e^riposo 
naturale delle membra, ciocché forma il sommo 
della perfezione. Ma>come mai si può fare il torto 
agli artisti toscani di paragonarli al rozzo e zotico 
Vulcano nato senza le Grazie? Chi è stato dopo il 



CAPITOLO SECONDO i55 

risorgimento deirarti il maestro della grazia? noa 
si riconosce da tutti ih Leonardo da Vinci? non ba 
prevenuto in questo pregio lo stesso Raffaello ^ che 
ha da lui tanto appreso? Noi ci rimettiamo al giu^ 
dizio dell'imparziale lettore^ e di quelli assennati 
intendenti , che secondo il loro squisito senso giù- 
dicano, non coirautorità dei nomi celebri. Ma da 
questa breve digressione tornando agli antichi £tru- 
ficbi y la sodezza dello stile, fu il carattere dell' archi* 
lettura toscana: esso è noto abbastanza . Inferiore 
agli altri ordini nella leggiadria e nella delicatezza, 
nelle colonne più grosse, nei cornicioni senza fregj 
mostra ana nobile semplicità congiunta alla stabi- 
lità dell'edifizio, pregio, se non l'unico, almeno il 
primo dell' architettura « Pare che allorquando i 
primi uomini, lasciati i rozzi tetti di paglia, pa^ 
sarono ai solidi materiali, incominciassero ad usare 
l'ordine toscano, come asserì uno dei padri del- 
l'architettura (63) • Erano naturalmente le antiche 
capanne un poco più eleganti de' mal proprj abitu- 
ri, fabbricate con dei tronchi d'albero nell'estre- 
mità della facciata , congiunti poi superiormente 
con un tronco trasversale, che sosteneva.il tetto di 
strame , o di tavole • Estendendosi poi la fabbrica , 
in vece di due furono di mestieri quattro o più al- 
beri , e quando passarono ai materiali di pietra , è 
naturale che sostituissero colonne ad alberi , ed ec- 
co delineata la nascita dell'ordine Toscano. Bella 
magnificenza e grandezza delle fabbriche etrusche 
nulla ci resta se non che qualche memoria di anti* 
co scrittore : solo il sepolcro di Porsena a Chiusi ^ 

(63) Palladio architett. cap. 1 4* 



/ 



tS6 LIBRO PRIMO 

che leggiamo descritto da Plinio^ ci potrebbe dar 
qualche idea della grandiosità delle loro fabbriche. 
Si suppone situato presso quella città , formato di 
larghe pietre quadrate , e compreso da quattro lati 
o muri^ ciascuno de' quali si estendeva 3oa piedi 
in lunghesza^ 5o in altezza: neirarea intema di 
piedi novemila si raggirava un inestricabile labe- 
rinto, i di cui avanzi erroneamente si pretende di 
mostrare in alcune tortuose caverne della città di 
Chiusi, sapendo noi da Plinio e Varrone eh' era al 
di fuori, e che non esisteva più ai tempi di Plinio. 
Sopra il vasto quadrato si ergevano cinque pirami- 
di, quattro negli angoli ed una in mezzo, larghe 
alla base 76 piedi, aite i5o. Stava in cima di esse 
un grosso globo di bronzo; pendevano dal globo 
varie catene , cui eran attaccati campanelli mobili , 
e sonanti quand'erano agitati dal vento. Sulla cima 
delle gran piramidi se ne sollevavano delfe minori^ 
e su queste, altre; ma Varrone, mosso dalla poca 
probabilità dell'altezza di queste piramidi, e della 
loro disposizione, si vergognò, al dir di Plinio ^ di 
riferirla intieramente , ciocché può mettere ogni 
uomo ragionevole in diffidenza, essendo più agevo* 
le il disegnarle sulla carta , che il farle stare in piedi. 
Si aggiunge che di si sterminata fabbrica non esi- 
steva vestigio ai tempi di Plinio , cioè circa 600 anni 
dopo Porsena; eppure Roma ci mostra avanzi di 
antiche fabbriche in moltissimi luoghi che contano 
più di i6oo anni. La figura piramidale è atta a 
conservare un edifizio davvantaggio. Non esisteva 
seguo di queste famose ruine in Chiusi ai tempi dì 
Plinio; eppure dopo tanti secoli esiste quasi intiera 
in Roma la piramide di Cajo Gestio. Tutto ciòcci 



CAPITOLO SECONDO 167 

mostra la piccola probabilità di questo gran monu- 
mento. 

Che nella pittura TEtruria sia stata anteriore al- 
la Grecia può dedursi da molti fatti , che ha- inge- 
gnosamente raccolti il chiarissimo Tiraboschi (64). 
Plinio assicura che ai tempi trojani non era ancora 
inventata quest'arte (65). Nei due grandi poemi di 
Ornerò^ ne'quali si descrivono e sculture^ e intagli 
assai spesso^ non ai fa mai menzione di pitture, e 
la prima pittura nominata come greca è al tempo 
di Tarquinio Prisco^ tanto dopo alle antiche pittu* 
re etrusche . Non sosterremo che gli Etruschi fosse^ 
ro i primi d'ogni nazione a dipingere, ma i primi 
probabilmente in Europa . Quantunque sì fragil, 
cosa sieno le pitture , che sotto i nostri occhi veg* 
giauK) disfarsene molte che non contano lunga e(à ^ 
tuttavia ai tempi di Plinio esistevano in Ardea piu^ 
tare etruséhe più antiche di Roma , assai da lui 
commendate; e quantunque i tempietti ove si tro- 
vavano fossero scoperti, ai mantenevano assai bene. 
Eguale antichità contavano le pitture. di Cere (li6): 
similmente in Lanuvio n'erano delle bellissime per 
testimonianza deiristesso, ove le nude pitture di 
£lena e di Atalanta apparivano sì vaghe , che Pon- 
zio, Legato dell'Imperatore Caligola , ebbe mente, 
di toglierle', se la natura dell'edificio l'avesse per- 
messo : la stabilità del loro «colorito ne ha fatte 
pervenire alcune sino ai nastri tempi, benché sot- 
terrate ed esposte all' umido : furono queste trovate 

(64) Stor. della letter. Ital. tom. i. 
(65}Lib. 35. cap. 4* 
(66) Plin. 1. 35. 



\ 



\ 
/ 

i58 LIBRO PRIMO 

nei sepolcri scavati presso Y antica Tarquinia ^ici- 
no a Corneto. Sono i sepolcri tagliati nel tufo: vi 
si scende per una cavità di figura conica, che va 
dilatandosi dall'apertura in basso: sono siffatte sUa- 
ze funerarie curvate in volta : ma ciocché sembra 
più singolare è il trovar dipinte le volte e le pareti 
di tai sepolcri, benché destinati a star sempre chiu- 
si (67)- È noto come le più antiche pitture non fu- 
rono formate che di un sol colore dette perciò mo- 
nocrom^tfcfte, tratteggiate con semplici linee. Di 
tal sorte sono appunto le pitture degli Etruschi 
formate coi contorni biancastri sopra un' intonaca- 
tura o smalto di fondo scuro: la maggior parte di 
queste pitture rappresenta dei combattimenti: in 
una crede Winckelmaon, che sia simboleggiata hi 
dottrina degli Etruschi sullo slato deiranime dopo 
hi morte: » a questa, dice egli , si riferiscono due 
Genj neri alati con mazza in una mano /e un serpe 
neiraltra, che tirano pel timone un* cocchio in cui 
siede V imagine forse dell' anima del defunto , e 
due altri Genj, che battono con lunghi martelli 
aopvù, una figura virile nuda caduta a terra . Non so 
se possiamo assicurarci dell' in terpetrazione; so che 
anche nella sua ipotesi si apre un vasto ed oscuro 
campo ai metafisici per esporne il significato. Se 
gli Etruschi usassero la maniera di dipingere a più 
colori non ci è noto ; sappiamo però che solevaoo 
talora dipingere le statue, e di tal sorta ci resta an- 
cora la bella Diana del museo di Ercolano di cui 
abbiam fatto parola . £ facile V imaginare che a 

(67) WinckeU Stor. delle art. 1. 3. cap. a. 



\ 
1 

\ 



CAPITOLO SECONDO iSq 

figure tratteggiate con un solo colore^ non si poteva 
dar molta espressione; tuttavia si può in esse talo- 
ra conoscere la franchezza della naano^ e la corret- 
tezza del disegno. 

Una deUe più eleganti manifatture dell' Etruria 
furono certamente i celebri vasi di terra <:otta , detti 
etruschi . La lontananza dei tempi y la scarsezza dei 
monumenti) ha dato luogo a molte dispute. Il dot^ 
tissimo antiquario Senator Buonarroti^ il Gori^ il 
Guamacciy li hanno creduti lavoro antico etrusco. 
Il Maffei ^ Winckelmann ^ altri gli hanno giudi* 
cati vaai campani, siculi, e di varie città della Ma- 
gaa-Grecia. JNoi esamineremo brevemente la que- 
stione con tutta la imparzialità, e ne trarremo quelle 
conseguenze che i fatti ci presentano • Gli argo- 
menti del Buonarroti per crederli etruschi sono 
questi. L'autorità degli antichi scrittori che nomi- 
Dauo tante volte i vasi etruschi , la somiglianza tra 
parecchie figure espresse in quei vasi e quelle inci- 
se su tazze etrusche di bronzo, usate nei sacrifizj, 
le figure de'Fauni a coda di cavallo, mentre presso 
i Greci erano pinte corte, e simili a quelle delle 
capre; la figura di un certo uccello di specie ignota 
a Plinio gran naturalista, e che afFerma essersi tro- 
vato dipinto nei libri etruschi dìvinatorj, le corone, 
i vasi in mano di Bacco, gVistrumenti musicali ec. 
glieli mostrano etruschi , giacché non si trovano 
nei greci lavori. Winckelmann trova di qualche 
peso tali argomenti , poi replica , colla sua solita 
maniera di ragionare: primo che l'eleganza di que- 
sti vasi e la correttezza del disegno sono tali da non 
potere appartenere agli Etruschi; secondo che la 
gran quantità che se ne trova in Sicilia, in Campa- 



i6o LIBRO PRIMO 

DÌa ec. e la gran acarsezza in Toscana (66) , mostra 
che là piuttosto che qua si fabbricassero. Veggiamo 
che cosa e' insegni V istoria • La creta fu lavorata 
dagli Etruschi in ogni tempo ^ dacché abbiamo me- 
morie storiche . Tarquinio Prisco per fabbricar la 
statua di Giove capitolino chiamò l'artista Tur- 
riano non di Grecia^ ma di Flegelle^ città che non 
solo nei più antichi tempi era sotto gli Etruschi y 
ma dove in questo tempo non erano che arti etru- 
sche (69) . Durò V arte di fabbricare le statue di 
creta in ogni tempo , ma specialmente le statuette 
toscane ossia thjrrrena sibilla erano assai in pregio 
ai tempi di Orazio (70) • A questa sorta di aigitli 
doveva appartenere la statuetta di creta che pos- 
sedeva Tiberio 9 la quale era tanto espressiva da 
far dire al poeta che Prometeo scherzando T aveva 
formata : 

Ebrius haecfecit tetris puto monstra Prometheus 
Satunialitio lusit et ipse luto. 

Né di minore artifizio é Taltra^ di cui dice Mar- 
ziale : 

SumfragiliSy sed tu, monco, ne speme sigiUwn^ 
Non pudet Alcidem nomen habere meum. 

Essendo tanto celebri i sigilli^ o statuette toscane , 

(68) Vi è una specie di contradixione ; ecco le sue parole : ^ Uà 
miglior fondamento per sostener la comune opinione sarebbe sUto 
l'indicarne alcuni (yasi) che effettivamente in Toscana fossero 
sUti scavati, ma nessuno ha saputo produr finora tali monumenti. 
„ Indi più sotto „ voglio pur anche accordare che alcuni rottami 
di vasi di tciTa cotta furono scavati nei contorni di Comete ec 

(69) Plinio 1. 35. cap. 1 a, 

(70) Cpis. a. lib. a. 



CAPITOLO SECONDO i6i 
deve dirsi che i vasi di creta , che appunto si chia- 
mavaao sigillati o storiati, fossero di mano toscana . 
E in verità, che gli Etruschi, e specialmente gli 
Aretini fino dalla maggiore antichità lavorassero 
vasi di terra eleganti e degni delle mense dei Re, 
si deduce da var j passi di classici , e in specie da 
Marziale. 

Arretina nimis ne spemas vasa monemus^ 
Lautus erat tuscis Porsenafictilibus. 

Dalla più remota antichità ai tempi di Plinio si 
mantenne Farte in Toscana, e quello scrittore asse* 
risce che ipiù nobili ed eleganti vasi di creta erano 
ai suoi tempi quei di Samo, di Sagunto, di Perga- 
mo, e di Arezzo (71). In molli altri luoghi e nel 
distico attribuito a Virgilio (7^), e nei versi di Per- 
610(73), si parla di vasi etruschi, e in specie di 
aretini. Per molti secoli si hanno sicure testimo- 
nianze di quest^arte conservata in Toscana; vi fio- 
riva prima che in Grecia avessero cominciato a 
mostrarsi le belle arti, e vi durava elegantissima 
anche dopo la declinazione di quelle, come appren- 
diamo da Plinio. I tanti vasi poi scavati nei con* 
torni di Volterra, di Cortona , di Arezzo , di Popu- 
looia , di Corneto, e che si conservano in varj mu- 
sei , e ciò ch'esporremo sopra l'escavazioni fatte in 
Arezzo, distrugge abbastanza la seconda obiezione 
diWinckelmann.È veroche la manifattura dialcuni 
di questi è grossolana , ma se ne trovano degli assai 



(71) PHn. 1. 35, cap. la. 

(72) Arretine calix mensis decorate paternis 

Ante manus medici quam bene sanus eros 

(73) Sat. 1, e a. 

/'omo /. •■ 



i62 LIBRO PRIMO 

eleganti y ed è facile immaginare che in un paese ^ 
sede dell'arte originaria^ dee incontrarsi il buono, 
il cattivo, e i lavori dell'arte bambina^ e adulta e 
perfetta. Ma per ben comprendere la quantità di 
bei vasi ritrovati in Arezzo, principal officina del- 
l' Etruria , conviene innanzi riferire il racconto di 
alcuni vecchi scrittori poco noti ed anche inediti. 
Il primo sarà Ser Ristoro d'Arezzo vissuto circa la 
metà del secolo XIII. (74)- ^ì ^i^ permesso riferire 
uno squarcio di questo scrittore, affinchè meglio si 
scorga Belle sue rozze native espressioni il senso 
che faceva sopra di lui e sugli psservatori suoi coe- 
tanei la vista dei vasi che allora si scavavano . „ I 
vasi, die' egli, erano formati de terra collata subli- 
lissima come cera e de forma perfetta .... nelli quali 
vasi furono disegnate e scolpite tutte le generazioni 
delle piante e de le folie, e de li fiori, e tutte le 

generazioni delli animali, chese ponno pensare 

e fecionli de due colori , come azurro e rossi , ma 
più rossi , li quali colori erano lucenti e suttilissi- 
mi, non avendo corpo, e questi colori erano per- 
fetti che stando sotto terra parca che la terra non 

li potesse corrompere quando se cavava al 

nostro tempo per alcuna casione dentro della cit- 
tà, e de fori d'attorno, presso quasi due milia, tro- 
vavansi grande quantità di questi pezzi de vasa cosi 
freschi e coloriti che parean fatti via via . • • • en 



(74) L'opera intiera è ioedita, il manoscritto si trova nella 
biblioteca del fu suddecauo Riccardi: è intitolato „ Incominciasi 
il libro della composizione del raondo composta da Ri- 
storo d'Arezzo ec. ^ L'autore pone in fine la data cioè V an- 
no 1 aSa , onde può dirsi che sia vissuto circa la metà del 1 31^ 
secolo. U Gori ne pubblicò uno squarcio, che riguarda appunto 
i vasi aretini . 



CAPITOLO SECONDO i63 
tak ae trovava acolpita imagine magra ^ en tale 
grotta , e tale rìdea e tale piangea , e tale morto e 
tale vivo ^ e tale vecchio e tale citolo^ e tale 
iimudo e tale vestito» e tale armato e tale sciarma- 
tO|e tale appè e tale a cavallo, e trovavanlìse stor* 
mi e battaglie mirabilmente in ogni diverso atto • • • • 
trovavaalise scolpito e disegnato sì mirabilmente 
che in la scoltura se conosciano gli anni el tempo 
chiaro e Toscaro, e se la figura parca de longe o 
d'appresso, e ogni variazione de monti, de valli , 
de fiumi, de sei vi <?c. trova vanlise spiriti volare per 
aere en modo de garzoni innudi , portando pendoli 
ogni diversità de poema ec. „ Poi si diffonde questo 
scrittore sulla maraviglia ch'eccitavano negli os- 
Bervatori, i quali dice appena lo credevano lavoro 
amano. Per quanto costui vivesse in età rozza , lo 
stupore. Testasi il trasecolamento che mostra, e 
che ci narra esser nato negli altri alla contempla- 
tione de' vasi, son tali da far credere che il lavoro 
ne fosse assai elegante, e dalle battaglie ed altre 
pillare si deduce facilmente esser lavoro etrusco. 
U secondo scrittore è celebre e notissimo cioè Gio« 
vanni Villani , e parla sullo stesso tuono di Ristoro 
dicendo: che in Arezzo anticamente furon fatti 
per sottilissimi maestri vasi rossi con diversi in* 
tagli y e di sì sottile intaglio y che reggendoli pa- 
Teano impossibili essere opera umana , e ancora 
se ne trovano ; e de cierto ancora se' dice che el 
sito e Varia d'Arezzo genera sottilissimi uomini. 
Il terzo viveva nel tempo dello splendore delle belle 
arti sotto Leone X. Egli è Attilio Àlessi aretino , 
nella di cui storia parimente manoscritta si legge il 
«eguente passo: Mostrano y oltre alle predette cose, 






164 LIBRO PRIMO 

maravigliosa antichità i V€Lsi aretini y tanto sottili 
e di sì mirabil lustro , che stavano a paretene dei 
vasi di cristallo y e di questo ne fo testimonianza 
io> che ne trovai uno appresso alia riva del fiume 
Castro y lontano dalla città 1000 passi , a foggia 
di bicchiere , (U modo sottile e risplendente , che 
superava qualsisia sorte cU vetro .... vi furono 
trovati gran quantità e numero (U frammenti con 
lettere ne fondi di ciascun vaso y ed alle volte vi 
fu presente, quando si cavavan le grotte , Hf esser . 
Giovanni de' Medici y che fu poi Papa Lione X. y 
e in alcuno si vedea un combattimento di augelli ^ 
una caccia con leoni y cani , cavalli y carrette , e 
ancora Dei y Bacco , Giove Ammone y figurati con 
maravigliosa industria ed arte • • • • trovati alla 
riva di detto fiume presso il ponte delle Carcia- 
relle (^5) V anno i49^f presente il predetto Gio- 
vanni allora Cardinale y e se ne trovano spesso 
nei fondamenti quando si edificano le case, f^oa 
potrà porsi in dubbio V elegansa dei vasi qui ram- 
mentati^ facendone fede un dotto e culto uomo^ 
che vivea nel tempo del maggior gusto dell' arti . 
Ecco pertanto una grandissima quantità di vasi an- 
tichi ritrovati in Arezzo: ma per compir T istoria 
della figulipa di quella città > riporteremo un estrat- 
to d' ingegnosi frammenti inediti scritti sulla figu- 
lina aretina da un dotto uomo di Arez2o, poco tempo 
fa mancato di vita ^ il Sig. Auditore Francesco Rosai 
eruditissimo y che (la fatto onore alle lettere y al suo 
paese , e alla giuri5pr^denza y che ha esercitato im- 
portanti cariche , e che colla modestia ha nascosto 

(75) Era qui ana delle fabbriche di questi vasi come ha mo- 
strato il Sig. Auditor Rossi , di cui parleremo quanto prima . 



CAPITOLO SECONDO i65 
molti de' pregj ond'era ornato (76) . Essendo stato 
il territorio aretino per tanti secoli si celebre pei 
8Q(n vasi y ha esso ricercati i luoghi ov' erano situate 
le fabbriche . Tre ne ha scoperte dentro alla città , 
ed otto almeno nel contado : ei si è arrestato all'esa- 
me di due di <]iieste , situate T una presso delF altra 
io un posto detto anticamente CentumH:ellaé cor- 
rotto adesso in Cincelli (77) , situato al ponente di 
Arezzo, da esso distante circa a sei miglia y non 
lungi dal castello di Rondine , ove una villa del- 
l' autore gli dava agio di occupare si dottamente 
l'ozio delle ferie autunnali • Non solo vi ha ritro- 
vati infiniti rottami di vasi finissimi j ma fino gli 
avanzi delle fornaci , i trogoli , e gli utensili per 
fabbricarli . Dai residui della fabbrica e dalla posi- 
zione delle vasche ancora superstiti y ha potuto de* 
darre la maniera di fabbricare i vasi aretini • Se- 
condo le sue osservazioni, da un terreno situato 
sotto la fabbrica si estraeva la creta, ch'era finissima 
€ leggiera^ e conserva ancora siflfatte qualità. Mani- 
polata avanti si gettava in vasche piene di acqua , 
ove scioglievasi la parte più sottile: quest'acqua 
torbida impregnata della creta più fina passava in 
altra vasca ove ( per usare i termini chimici ) si 
decantava, riducendosi in sostanza impalpabile, e 
con essa si lavoravano i finissimfi vasi aretini • Tal 
creta è ancora quasi del colore di terra d'ombra, e 
quando è cotta prende un vivo rosso. Si vedono 

(76) La cortesia degli eredi , e in specie del Sig. Fulvio Rossi» 
degnissimo fratello delVaatore j mi ha permesso trar le notizie qui 
inserite e di pubblicarle . 

(72) Che Cincelli si chiamasse CentumceUae deducesi da una 
Carta del monastero di S. Flora , e Lucilla de' Gassinesi notai» 
daU'Aleotti e pubblicata dal Sig. Gamici . 



ì66 LIBRO PRIMO 

aDcora le fornaci di figura quadrata^ formate di 
mattoni piccolissimi , la lunghezza dei quali e di | 
di braccio sopra i di larghezza. I vasi sono storiati 
di animali , cacce ec. abbelliti con vaghissimi or- 
nati (78). Si facevano colle forme^ e due para di 
queste furano trovate di sostanza cretacea pur esse^ 
e che si conservano ancora . Dagli avanzi di queste 
forme ^ anche dopo tanti secoli^ si riconosce che 
neir adoperarle si faceva uso dell'olio^ acciò la creta 
più facilmente si staccasse. Posta la raffinata creta 
nelle forme ^ si abbozzava il vaso^ che poi si perfe« 
zionava sulla ruota . Avendo intorno alle fornaci 
trovati varj rottami di vasi cotti senza vernice^ ha 
creduto che fosse loro data dopo almeno la prima 
leggiera cottura^ come è anche il sentimento del 
Winckeimann e del Fea (79). Il colore de' vasi di 
Gincelli è per lo più rosso corallino; ve n'ha però 
di colore di fior di pesco ^ altri neri, altri di co- 
lor d' accia jo : ei non ha mai trovato V azzurro 
veduto dal citato Ristoro. Benché il diligente in- 
vestigatore non abbia avuta la sorte di trovar mai 
dei vasi intieri, nondimeno ne ha rinvenuti fram- 
menti cosi grandi , da poter giudicarne come fossero 
intieri : sono leggerissimi e finissimi a paro di qua- 
lunque siculo o campano, o almeno creduto tale. 
La somma perizia del dotto ed intelligente antiqua^ 
rio non ne lascia dubitare; ed esistono ancora molti 
di quei grossi frammenti per testificarlo a chi dub- 
bioso amasse farne il paragone. Dopo questa breve 
storia dei vasi etruschi , tireremo alcune conseguen- 
ze che ci sembrano inevitabili . Da monumenti ia- 

(78) Ei ne ha fatti fare i disegni . 

(79) Vedi le note all'opera di Yincielmtnn lom. 1. cap. 4. 



CAPITOLO SECONDO 167 
dubitati e testimoniaoze dei più autorevoli antichi 
scrittori si deduce che io Etruria^ e specialmeote in 
Arezzo si fiibbricavano i vasi di creta fino dai tempi 
più antichi y ed avanti che le arti cominciassero a 
coltivarsi in Grecia; che quest'arte vi fu continuata 
ed era io gran pregio ai tempi di Plinio ; che i vasi 
aretini erano finissimi ed al sommo eleganti: resta 
pertanto assicurata all'Etruria la gloria di questuar- 
te, e solo può dubitarsi se si fabbricassero ancora 
nella Magna Grecia; e quando ciò si accordi con- 
verrà dire con molta probabilità^ che quel paese 
dagli Etruschi abbia appreso V arte, giacché questi 
la coltivarono prima che neiruna e nell'altra Grecia 
Dascessero le belle arti. Ma le prove dell' esistenza 
delle figuline nella Magna-Grecia, sono elleno senza 
eccezione 7 Non ne abbiamo altro fondamento che 
la copia grande di quei vasi là trovati, e le iscrizioni 
greche talora in esse impresse, ma le porcellane 
della China , ond'è piena l'Olanda , i vasi di terra 
delfa inglesi, sparsi per tutta l'Europa, sarebbero 
ai posteri ignari una sufficiente prova , che quei vasi 
furono fabbricati nel posto ove si trovassero? Non 
potevano nella stessa forma gli antichi vasi esser 
trasportati dalie principali officine di Etruria alla 
Campania, alla Sicilia? E gli opulenti Campani, o 
SìcqU non potevano ordinare ai fabbricatori di ap- 
porvi le iscrizioni che loro piacevano, come ai di 
nostri anche le armi delle famiglie si fanno impri- 
mere e su porcellane e sopra utensili d' altra sorte 
commessi in lontani paesi? E appunto forse si son 
mantenuti ivi più saldi per esservi più pregiati , 
mentre alla sorgente si avevano in minor pregio e 
cura. Queste non sono che congetture contro le 



i68 LIBRO PRIMO 

fabbriche della Magna-Grecia: ma non è qualcosa 
più di congettura il silenzio universale degli anti- 
chi classici scrittori? Questi non parlano per T Ita- 
lia che di vasi etruschi è aretini. Plinio fra gli 
altri y che non ha lasciato innominato alcun paese 
celebre per arti e manifatture , che ci ha rammen* 
tato le figuline di Arezzo ^ di Sagunto^ di Samo, di 
Pergamo; non paria che di calici fabbricati in Sor- 
riento (80): qua! più acconcia occasione vi era di 
rammentare le figuline e i vasi campani e siculi? per* 
che non lo ha fatto? Questo silenzio di lui e di tutti 
gli altri antichi scrittori si spiegherà difficilmente: 
anzi si ha da qualche classico, e in specie da Ora- 
zio , che i lavori di creta della Campania erano assai 
grossolani (8i). L'ultimo refugìo del Sig. Winckel- 
mann e dei suoi seguaci, per diminuir la gloria 
dell'arte etrusca^sarà il solitO| cioè che ( conceden- 
do , quello non può negarsi, la somma finezza dei 
vasi aretini) rai:te etnisca si è perfezionata nella 
terza epoca, quando ebbe appreso dai Greci. Si 
sono fatte di sopra , a queste arbitrarie epoche le no- 
stre osservazioni : ma non disputiamo d' ay vantag- 
gio. Sarà però sempre vero, che l'arte primaria è 
etrusca , e continuata dai più remoti tempi fino al- 
l'età di Plinio. Che gli Etruschi dei tempi più 

(80) Heiìnet hanc nohilitatem et Arrttium in Italia , et cali* 
cum tantum Surrentum, Lib. SSr, cap. la. 

(81) Horat. 1. 1. sat. 6. 

Pocula cum cyatho duo sustinet , astat eckùius 
Vilis cum patera euttus campana supellex. 
Per provare che ìa Sicilia si layorasse la creta il Sig. WiDckelmaira 
non ha trovato che un passo di Diodoro Siculo « in cui dicesi che 
il padre di Agatocle fu vasajo , e un altro di Ateneo , in cui si 
nominano patellae siculae, come se dove si fabbricano i pentoli e 
tegami, ne seguisse e fosse una prova che vi si dovesse lavorare le 
porcellane • 



CAPITOLO SECONDO 169 

bassi ^ e come gli chiama Winckelmaon della terza 
epoca y abbiano appreso dai Greci , può essere ; 
ma le prove certe sempre mancano^ giacché T as- 
serire che in quest'epoca si riconosce nei lavori 
etruschi lo stile greco, è forse un dire molto e una 
gran prova presso alcuni antiquar) e un gregge di 
dilettanti che va loro dietro ciecamente; è un dir 
nulla a chi esamina senza prevenzione, e giudica 
secondo i dettami della ragione, e non dell'autorità 
dei nomi illustri (82). Realmente è egli un ragiona- 
mento , a cui uom non prevenuto possa acquetarsi , 
il seguente? Vi sono delle monete antiche, che han- 
no Tiscrizìone etrusca: Tidea più semplice, che si 
presenta a uno spìrito non prevenuto, è che questo 
sia lavoro etrusco: ecco come ragiona il Sig, Win- 
ckeltnann . << Mentre la scrittura dimostra che i Cam- 
pani abbianla avuta dagli Etruschi, dall'impronta 
che non è punto seconda lo stile dell'arte etrusca, 
s'inferisce che il disegno abbianlo essi imitato dai 
Greci » • Si potrebbe avere maggior fiducia in que- 
sta maniera di ragionare, se non ci fossero noti gli 
enormi abbagli presi nel giudicare e della maniera 
greca e degli stili var) dai più celebri uomini non 
dilettanti, ma artisti; errori dai quali non è stato 
esente Ra&el d'Urbino, Giulio Romano ec. (63) * 

(8a) SoDa deferenza cieca e servile che si da specialmente 
a^e belle arti agl'intendenti, d'Alembert cit^ il seguente aned- 
<roto : ragionando alcuno assai giustamente sulle bellezze e sui di- 
letti di un quadro di Raffaello, un pittore che lo ascoltava disse : 
Toìd ce que M. dit est vrai, mais test qu*on n*a pas eoutume de 
rftre cela . Aggiunge che gli errori o i pregiudìzj erano paragonati 
<uirAl>b. di S. Piero alle pillole cke s' ingojano senza masticare » 
•Urimenti non s* in goj crebbero mai. D^jfiemhert elog, de VAb, de 
S, Pierre, 

(83) Vasari, vila di Buonarroti r 



/ 



170 LIBRO PRIMO 

E in verìtà| cos'è la maniera che chiamano greca? 
è quella che più si accosta alla perfezicme e a ciò 
che dicesi bello ideale. Una nazione che fervorosa- 
mente coltiva le belle arti , non vi può finalmente 
giungere senza Tajuto di precetti stranieri? Lo po- 
terono gl'Italiani in quel paese detto Magna-Gre- 
cia; e poco distante da esso non l'avrà potuto TEtru^ 
ria 9 che tanto tempo e con tanto ardore coltivò le 
belle arti? lasciamo le prevenzioni, e giudichiamo 
col nostro dritto senso. Nel contrasto sui vasi etru- 
schi, i forestieri ci rendono giustizia. Gl'Inglesi 
hanno imitato i vasi etruschi, e Wedgegood ha da-» 
to il nome di Etruria al paese, ove la sua celebre 
fabbrica è stabilita • Termineremo con un breve 
paragone fra il lusso degli antichi e dei moderni # 
Noi usiamo le finissime porcellane: il fondo candi- 
do dà un gran rilievo alla bellez2^ e agli ornati : 
ma essi son goffi, le figure mal disegnate, o stor- 
piate dalla cottura , né mai paragonabili a quelle 
dei vasi etruschi , il disegno delle quali Winckel- 
mann paragona a quelli di Raffaello. Il lusso degli 
Etruschi è assai celebrato: si conosce però poco più 
che per questa fama generale: ma i loro imitatori, 
i Romani; dopo ch'ebbero abbandonata la sempli- 
cità e la povertà repubblicana, e spogliate le Pro- 
vincie d'Oriente, si abbandonarono a un lusso a 
cui non son giunti mai i moderni • I palazzi erano 
di una grandezza superiore a ciocchà si è mai fatto 
dopo, anche senza citare la casa aurea di Nerone; 
le porte sovente di marmo numidico, gli usci in- 
tarsiati di tartaruga (84) > le pareti delle stanze in- 

(84) . . . inhiant testudine poste9* Virg. Georg. L a. 



CAPITOLO SECONDO 171 
croshite dei marmi i più rari^ coperte di ricchissimi 
paramenti e tappeti^ travi dorate^ e gemme inca- 
strate in esse (85), e fontane nelle camere , pavi- 
menti di eccellente mosaico spesso rappresentanti 
interessanti storie, e i vasi etruschi per finimento 
d'ornato. I palazzi erano altissimi, e sulla cima 
stava un giardino pensile di piante rare e costose: 
Tingresso talora era fiancheggiato da una selva di 
colonne; e il peristilio della villa de' Gordiani ne 
aveva aoo del più bel marmo numidico (86). Il 
lusso delle gemme, in specie delle perle, nelle don- 
ne, appena può esprimersi: dopo essersene coperte 
il capo, le trecce, il collo, le orecchie, le dita, le 
braccia,* ne attaccavano gran quantità alle scar- 
pe (87): e la celebre Lollia Paolina, in qualunque 
occasione un po' solenne, non portava meno in dosso 
del valore di quattro milioni di lire francesi (88) • 
Il costo delle loro cene supera Timmaginazione: le 
mense, benché si facessero d'argento e d'avorio, le 
più apprezzate erano di cedro nodoso , perchè ma- 
culate come il pardo, coi piedi d'argento o d'oni- 
ce (89): i vasi per lo più d'argento ( essendo stato 
ordinato da Tiberio che gli aurei servissero solo ai 
sacrifizi ) coperti però di gemme (90); si nominano 

(85) F'idi artes ^terumque manus verisque metaìla 
Viva modis, Idbor est auri numerare Jigurtis , 
Jtut ehur, aut dignas digitis contingere gemmas. 

Stat. 

(86) Capital, in Crord. 

(87) Ncque aiim gestare margaritas nisi calcent et per unio' 
n^ambulent satis est, Plin. 1. 9. cap. 56. 

(88) Vedi PlÌD. loc cìtat., e le note dell'Arduino . 

(89) Il Meorsio ne descrìve qualcuna che costava 5o mila 
iioniu. 

(90) Turba gemmarum potamus et smaragdis teximus cali- 
ce' Plin. in prae. 1. 33. 



172 LIBRO PRIMO 

anche vasi d'intiere gemme (91). Il lusso nei mi- 
nistri delle cene era tale, da volerli tutti dell' istea- 
s' età air incirca, e dello stesso pelame e color di 
capelli (92). Il costo delle cene di LticuUo, d'Api- 
ciò, di Vitellio appena troverà fede. I pesci, di cui 
eran si avidi, dovevano vedersi vivi alla mensa pri- 
ma di cuocersi, e v'erano perciò sotto la mensa 
delle conserve (qS). L^ acipensere , che si aveva 
tanto in pregio , era portato in tavola con pompa da 
ministri coronati a suon di tibia. Questo non è che 
un piccolissimo saggio del lusso de' Romani; era in 
vero stravagante , ma conveniva spendere in qualche 
maniera quelle immense somme , che dal vinto 
mondo colavano a Roma . I suoi cittadini non con- 
tenti dello spoglio d'Oriente, e degl'immensi tributi 
che traevano dalle provincie, vi avevano acquistate 
vastissime possessioni, per cui basterà un solo esem- 
pio: sotto Nerone, per testimonianza dì Plinio, sei 
cittadini Romani possedevano l'intiero territorio* 
dell'Affrica soggetta ai Romani (94)* 

Gli Etruschi dopo gli Egiziani sono stati i più 
superstiziosi popoli della terra. Prima però di con- 
dannargli converrebbe meglio conoscerli per deci- 
dere se le loro superstizioni non erano forse utili 
leggi politiche . Fra i popoli ignoranti della vera re- 



(91} Pacai, in paneg^ Parum se lautos putabant nisi aestivam 
in gemmis capacihus glaciem Jalema Jregissent , E più posila- 
mente Cicer. Yen*. 6. Erat itli vas vinariupi ex una gemma per- 
grandi trulla excavata cum manubrio ajureo . Probabilmente ti 
parla di pietre dure delle piii belle e rare . 

(93) Senec Epis. 9S. 

(93) Dicevano cbe il pesce doveva esser sì fresco da avere il 
gusto del mare» e i più golosi lo sentivano. 

(94) Vedi per molti articoli senza citazione Meurs. de luxu 
Bom, 



CAPITOLO SECONDO 175 
ligioDe^ è degna di lode la saviezza de' legislatori 
che rhaano fatta servire al buon ordine ed alla 
pubblica felicità. In tutti i governi vi è stato sem- 
pre una classe di persone , per cui la verità nuda è 
pericolosa^ e alcuni pregiudizj utili. Roma discepo* 
la deirStruria ce ne mostra gli esempj • Se qualche 
volta il romano Senato fu pieno di persone che^ di- 
sprezzando la pagana teologia j riser delle pene di 
Tantalo e di Sisifo (95), era molto lungi da togliere 
À salutevole benda dagli occhi del popolo , il quale, 
incapace di ragionare troppo sottilmente , avea bi- 
sogno di qualche cosa di sensibile per fissare la sua 
adorazione ^ e a cui indirizzare i voti ; e che minac- 
ciando una inevitabile pena ai delitti nascosti, con- 
solasse r afflitta virtù nei casi i più disperati^ ver- 
sando su di lei^ quasi balsamo soave, la speranza 
di ana futura ricompensa • % vero ancora che gli 
errori religiosi del paganesimo, almeno per un tem^ 
pò, non fecero nascere divisioni e guerre sacre in 
Italia ; Roma era pronta a dar la cittadinanza a tutte 
le Deità straniere, e l'Egiziano poteva adorar paci- 
ficamente in Roma il cocodrillo senza essere scher^ 
aito perseguitato dal Romano che accanto ad esso 
bruciava incensi a Giove: e siccome il governo aveva 
in mano e dirigeva questo pericoloso strumento, la 
aoperstizione ^ sapea moderare avvivarne Fazione, 
e lo chiamava in soccorso ne' pubblici bisogni • I 
Romani , avendo imparato dagli Etruschi i riti re* 
ligiosi , ne impararono probabilmente ancora gli 
utili effetti. Il sacerdozio presso gli Etruschi, come 
spesso fra i Greci, fu congiunto colla primaria au- 

(9^) Sallus. Conjura. Gat. allocuzione di Cesare. 



174 LIBRO PRIMO 

torità; la carica di Augure non conferi vasi chea 
personaggi sena ter j e consolari : qualora perciò nella 
religione degli Etruschi incontriamo cerimonie che 
ci sembrano ridicole e inette^ non fa di mestiere 
subito condannarle^ giacché ignoriamo il fine della 
loro istituzione • Una delle arti superstiziose fu la 
divinazione, la di cui origine ha la base sopra nn 
assai rozza favola . L'etrusco Tage o Tagete figlio 
della terra, scappato fuori dal solco profondo di un 
aratore di Tarquene, insegnò agli Etruschi Tarte 
divinatoria (96). Ride facilmente il lettore saperfi* 
ciale, nel mirare de' gravi magistrati leggere il fu- 
turo nelle viscere degli animali^ nel volo d^li uc» 
celli, nella fame o inappetenza de' polli, né intra- 
prendere una spedizione^ o dare una battaglia sen- 
za il consenso degli animali: ma il filosofo ammira 
la saviezza dei magistrati , che con tali mezzi in- 
terpetrati a l(»x> senno, potevano o raffrenare T in- 
tempestiva arditezza^ o ravvivare il coraggio dei 
soldati. Dopo Tagete, che non lasciò alcuno scritto, 
Bacchi o Bacchide fu il primo a scriverne in rego- 
la ; Labeone in 1 5 libri con tutta la gravità espose 
questa scienza. I libri degli Etruschi in questo ge- 
nere reputati classici, e guardati con sacro terrore, 
erano appellati Àcherontici ; né i Romani, per quan- 
to perfezionassero le altre arti , si crederono giunti 
mai nell'arte divinatoria al sapere dei loro maestri ; 
onde fino nei bassi tempi li troviamo consultare nei 
casi urgenti i classici etruschi (97) . Convien con- 



9. 



(96) Fatalem glebam motis aspexit in arvis, Ovid. Cicer. 1. 
de divinai. Abbiamo veduto di sopra che Tage fu un saggio filo- 
sofo. 

(97) Tunc quis nunc artis scripta et monumenta volutans 
Voces terrijicas chartis promebat €truscis. Glaud* 



CAPITOLO SECONDO ,75 
fe»are che il caso ha talora coufermato queste stra- 
vag^nze: aon noti gli augurj della nascita di Boma 
presi dair apparizione dei dodici avvoltoj: gli an- 
tichi aruspici presagirono che la romana potenza 
durerebbe per dodici secoli; il capriccio della For- 
tuna fece verificare la bizzarra predizione, e il po- 
tere di Roma si estinse appunto coir Impero d'Oc- 
cidente nel XII secolo (98). I Romani, che come 
abbiamo notato si crederono sempre inferiori ai lo- 
ro maestri (99), mandavano ogni anno dieci figli di 
Senatori in Etruria a imparar Taruspicina; sul prin- 
dpio niuno,se non di nobile e senatoria stirpe, po- 
teva esercitare quell'arte; fu poi avviliU, e in tut^ 
ti i castelli si trovavano degli astrologi che prezzo- 
lati davano la buona ventura (1). 

Una delle parti più importanti di questa scienza 
era Tosservazione dei lampi, dei tuoni, della cadu- 
U dei fulmini; e il nome della ninfa Bigoa, mae- 
stra di questa parte di divinazione, fu tanto celebre 

L' imperator Giuliano condaceya sempre seco i toscani aruspici. 
kmm. Mercell. J. 23. cap. 5. 

(gS) Questa non è una di quelle profezie frequentemente in- 
renUte dopo il successo j ne parlano più secoli avanti alla sua ve- 
rificazione Varrone, Gensorino, Cicerone» ed altri. Sì vede in 
CUodiano che l'Italia spavenUta dall' invasione de* Goti rammen- 
tava con terrore il presagio ; 

Tum reputant annos , interceptoque volala 
FuUuris incidunt properatis saecula metis. 
Qaud. De bcU. getico. E mentre si appressava U sua verificazione, 
Saudiano schernendola aggiunge 

Surge precor^ veneranda parens, et certa secundis 
Fide Deis, humilemque metum depone senectaet 
Urbs aequaeva polo , tunc demwn ferrea sumet 
Jura in te Lachesis , cum sic mutauerit axem, 
Foederibus natura novis , tUflumine verso 
Irriget Aegyptum Tanais Meotida Nilus ec. 
(99) yos Tusci ac barbari auspiciorum populi romani jus 
tnetis ? Cic De nat Deor. Aul. GclL Noe. Att. t. e. 5. 
(1 ) Quin. Enn, adjinem L i. De div. 



176 LIBRO PRIMO 

fra gli Etruschi , quanto il nome di Franklin tra i 
moderni fisici. Può certamente parerci ridicola tutta 
la scienza fulgurale degli Etruschi^ ma Seneca che 
ne ammira la sapienza , ci svela i misteri che sotto 
di essa erano ascosi , misteri che insegnavano agli 
uomini la più utile morale • Ponendo nella destra 
al sommo Nume un arme pronta a cadere sul capo 
degli scellerati^ cercavano di frenar coloro che non 
seguono la virtù ^ che per timor della pena (a). I 
morali precetti della fulgurale scienza sempre più 
si nobilitano, sviluppando le altre circostanze. I 
fulmini^ che scaglia Giove di sua propria volontà , 
sono innocenti ed atti solo a spaventare i rei : non 
scaglia 1 dannosi e micidiali , se non col consiglio 
degli altri Numi . £ che 7 quelli uomini sapientis- 
simi credevano forse ^ che il Supremo Rettor delle 
cose avesse bisogno deir altrui consiglio ? no certa- 
mente: ma sotto questo velo esposero un'eccellente 
dottrina , che insegna ai grandi e ai dominatori 
della terra, a non punire senza avere ascoltato il 
parere de'savj uomini (3). L'addotto passo di Se- 
neca ci mostra una piccola parte della morale poli- 
tica degli Etruschi, nascosa sotto un velo, che ta- 
lora ce li fa comparire ridicoli; onde conviene am- 

(a) Senec Qoaest. oatar. lib. 3. e 4i- ^d coercendos animos 
imperitorum , sapientissimi viri (Etrusci) indicaverwU inevita- 
hilem metum, ut supra nos aliquid timeremus. Utile erat in ton- 
fa audacia scelerum aliquid osse, adversus quod nemo satispo* 
tens esse videretur . Ad coercendos itaque eos, quibus innocentia 
nisi metu non placet, posuere supra caput judicem et quidem or- 

matum. 

(3) Discant hoc ii,qui magnam potentiam inter honunes 
adepti sunt, sine Consilio necfuhnen quidem mittii advocent, 
considerent muUorum sententiam , placita temperent, et hoc sibi 
proponant uhi aliquid percuti debet , nec Jovi qUidem satis suum 
esse consilium * Senec. Qoaest natur. lib. a. e. 43« 



CAPITOLO SECONDO 177 

mirare o almeno rispettare in silenzio anche quella 
parte che non s'intende. Oltre Li scienza misterio- 
sa dei fulmini^ ì toscani aruspici interpetravano gli 
altri prodigj : questi credevansi presagire delle di- 
sgrazie : gli etruschi auguri insegnavano la medici* 
na a questi mali (4)> e se altro di buono non aves- 
sero òitto y richiamavano Y attenzione del volgo 
verso un Essere j sotto il di cui occhio vigilante 
erano le sue operazioni, e pronto a punirlo, o a pre- 
miarlo. Nei nostri tempi poi l'orgoglio e Tigno- * 
raoza ha inventato ^ che gli straordinarj fenomeni 
annunziano delle sventure: l'immaginarsi che il 
sole si oscuri y che appariscano delle comete , che 
la Natura si metta in iscompiglio per annunziare 
la morte di un Cesare o di un Carlo V, diviene as- 
sai ridicolo in faccia al filosofo^ che contemplando 
la immensità della natura ^ vede V universo prodi- 
giosamente popolato di Soli, fra i quali la nostra 
terra diviene si piccola cosa, che se per un atto 
dell'onnipotenza restasse annichilata, non farebbe 
maggior vuoto nella natura , che un granello di 
arena tolto dal lido del mare . E se sì piccola cosa è 
la terra, che cosa diventeranno i suoi abitanti? re- 
sta umiliato a siffatta considerazione il nostro orgo- 
glio, e svanisce ogni terrore degl'immaginati porten- . 
ti. Ma tornando alla religione degli Etruschi , oltre 
Giove, riconoscevano dodici Dei che. Consenti o 
Complici y erano chiamati consiglieri di Giove, Dei 
che non era lecito il nominare, benché fossero stati 



(4) Vedasi Iiucano» lib. i. ove il Tosco Aronts 
Monstra jubet primum ec. 

Tomo L <« 



178 ^ LIBRO PRIMO 

loro dati i nomi che £nDÌo ha racchiusi in dae non 
molto poetici vera , 

Juno, presta, Minerva, Ceres, Diana, Venus, MarSf 
Mercurius, Jovis^ Neptunus, Vulcanus, Apollo. 

Se non fosse probabilmente stata una calunnia di 
Antonio la cena d'Augusto, parrebbe che avesse 
derisa o profanata la maestà di questi numi ^ giac- 
ché vestito esso colle divise d'Apollo fu detto che 
gli altri cinque commensali rappresentavano gli aU 
tri Dei (5) e sei donne le Dee. Questa cena o vera, 
o calunniosa, fu creduta dal pubblico, il quale nei 
giorni seguenti ( essendo stata gran carestia ) disse 
scherzando che gli Dei avevano divorato tutto il 
frumento. Varie Deità, oltre le nominate, si ado- 
ravano dagli Etruschi, e fra queste la Dea Nurzia 
in Bolsena , nel cui tempio usavansi numerar gli 
anni coi chiodi. 

È stato da alcuni creduto, che gli Etruschi aves- 
sero i barbari sacrifizj di vittime umane : niuno 
scrittore però lo asserisce, e solo è stato dedotto 
dair osservare nei resti delle loro antichità figure 
umane in atto di esser sacrificate. Tale è il gruppo 
della tavola 8i del Demstero^ ove si scorge un 
vecchio con un ginocchio sopra un piedistallo, e 
due persone in atto di ferirlo, ma probabilmente è 



(5) Sevet. in Octav. cap. 70. 
Cum primum istorum conduxit mensa ehoragum, 

Sexque Deos vidit Manila sexque Deas, 
Impia dum Phaehi Caesar mendacia ludit, 

Dum nova Divorum coenat adulteria. 
Omnia se a tetris tane Numina declinaruni, 

Fugit et auratos Jupiter ipse thronos. 



CAPITOLO SECONDO 179 

questa, come Yarie altri simili rappresentanze^ una 
cerimonia dei misteri mitriaci; in questi, passati 
poi anche ai Romani, quelli che vi s' inalza vano^ 
erano esposti a varie prove^ che incutessero loro 
terrore , e alla minaccia di morte per provarne il 
coraggio • Tertulliano li chiama mimi del marti- 
rio (6) ; e il crudele e stravagante Comodo con un 
Tero omicidio profanò i misteri mitriaci (7). Qual- 
che cosa di simile ( giacché spesso le follìe si rasso* 
migliano ) è stato usato nella società de' liberi mu- 
ratori : quei che vi s' iniziavano erano esposti a 
simili minacce , ai nudi ferri , al fuoco ec. (8) • La 
mancanza di scrittori greci o latini, che non avreb* 
bero lasciato di far menzione di si crudele uso, e la 
facile spiegazione che può darsi alPetrusche figure, 
d da il dritto di assolver Tetrusca nazione da un 
costume , che ha disonorato non pochi popoli . 

(6) TertuIL cap. 1 5. De corona : 

(7) Sacra mitriaca vero omicidio poUuiL Lamprid. de Ccm* 
nodo. 

(S) Le fecret dee Francma^oni trahì et revéié. ^ 



DELL'ISTORIA 



DELLA TOSCANA 



LIBRO SECONDO 



CAPITOLO /. 



SOMMARIO 

romana concessa agli stranieri. Mecenate . f^icen- 
de della Toscana nelTinvasione de* Barbari. Assedio di Fi- 
raucm F'alore di Stilictme^ e morte di Radagasio . Alarico a 
Boma . Riscatto , e sacco di quella dttà . Regnò di Valentiniom 
no. Imprese, e marte di Eùot Fine iM' Impero d Occidente. 
Odoaere Red Italia. 

J^OQ fa per la Toscana una diagrasia Veaset con- 
quistata dai Bomani. Questa nazione veramente 
grande e nelle armi , e nel consiglio , uni e imme- 
desimò con se stessa non solo la Toscana , ma passo 
passo r Italia intiera^ e in seguito molti de' vinti 
popoli. Acquistarono le città italiane le prime ^ i 
diritti della romana cittadinanza; e i vinti parteci- 
parono dello splendore e della gloria dei vincitori • 
Questa era la più saggia maniera di tenere fedeli 
ed obbedienti le vinjte nazioni • Divenivano esse 
gloriose del nome di cittadino romano, potevano 
sperare di eguagliare i più raggiiardevoli abitanti 
di Roma^ ed erano perciò interessate ai vantaggi^ 
e alle grandezze di quel governo. Fu questa una 



i8a LIBRO SECONDO 

delle più poteati cause dei rapidi progressi » e del 
solido stabilimento del romano Impero. La piccola 
e meschina politica delle greche repubbliche » con- 
servando con gelosa vanità il genuino sangue del- 
Tantiche famiglie^ e sdegnando di associarvi le 
estranee /impedì loro di prendere quel vigore, a 
xui crebbe la romana. Sparta, ed Atene restarono 
sempre nella loro piccolezza, e dopo una breve 
epoca luminosa, andarono languidamente decli- 
nando. Roma associò a' suoi interessi gli uomini più 
grandi, nàti anche fuori del suo seno: arrivando 
essi senza ostacolo fii primi gradi nella Repubblica, 
e nel principato, o le prestarono interes«inti ser- 
vigj,o la illustrarono colla celebrità del loro nome. 
Tra quelli che Roma ha tratto dalla Toscana, ve 
ne ha uno troppo illustre , per essere lasciato in 
oblio dà un Toscano • È questi Cilnio Mecenate , la 
di cui famiglia onorò la città di Arezzo (t). Discen- 
dente dal regio sangue, ma privato personaggio, 
superò la celebrità dei Re suoi antenati: il di lui 
nome è congiunto coi più illustri nomi della nazione 



(i) Tutti gli scnttori in versi, e in pron Io fanno 
dalla stirpe reale degli antichi Re di Toscana , e nominatamente 
da Cilnio Mecenate Re dej^li Etruschi, ed Aretino, che regnò in 
Arezzo 400 anni avanti a qaesto suo celebre discendente. (Dem* 
ster* Hetruria regal.) La casa Cilnia è nominata da var) scrittori 
come ragguardevole in Arezzo ne' tempi dell' antica Etruria, come 
in quelli in cui fa sotto il governo di Roma; Livio, lib. 10. A- 
truriam rehellare ah Arretinorum moiu orto nunciabatur «6t 
Cilnium genus praepotens etc, n indi » Seditionihus ArretinO' 
rum compositis, et Cilnio genere cum plebe in gratiam reducio • 

Silio Italico 9 Pun. L 7. 

Ocius accitum captivo ex agmine poscit 

Progeniem j rituique ducis, dextraeque labores 

Cilnius Arreti tjrrrhaenis ortus in oris 

Clarum nomen erat, sed laeva addiixerat hora 

Ticini fuvenem ripis etc. 



CAPITOLO PRIMO i83 
pia grande. Aagasto, Mecenate , Virgilio, ed Orasio 
si nominano quasi sempre insieme y e si danno, e 
ricevono scambievolmente maggior luce dalla loro 
aoione (s) • Il nome di Mecenate è divenuto comune 
ai protettori delle lettere e delie scienze, ma assai 
volte è male applicato. Mecenate poteva proteggere, 
perchè sapeva apprezzare le lettere; egli era dotato 
di quel gusto, e di quel delicato tatto che ne sente 
le vere bellezze: senza si fatte qualità non si pos« 
sono proteggere utilmente le lettere, giacché le 
mediocri, o cattive produzioni premiate, mentre il 
vero merito ò trascurato, scoraggiscono più della 
totale e fredda indifferenza , onde questo nome è 
spesso profanato, e pochi somigliano a Mecenate. I 
più grandi Sovrani non hanno mai ricompensato 
con tanta generosità i letterati, né li hanno mai 
tanto onorati quanto esso • L' amico d'Augusto non 
•degnò sedere sovente con pochi dotti amici alla 
sobria mensa di Orazio. Senza Mecenate forse il 

(a)V piii grande Imperatore» il pih potente de'snoi conG^enti 
non sdegoarono di trattare con familiarità il figlio d' un libertino, 
ed an nativo delle campagne di Mantova , Orazio , e Virgilio . Au* 
gusto sederà spesso tra loro : Orazio era Hppo> Virgilio asmatico, 
onde Augusto scherzando con essi dicea talora : Io mi trovo tra le 
Ugrìme, e i sospiri • Non si può negare che 1* amicizia di questi 
nomini grandi , e i di loro versi non abbiano gettato sul di lui ca- 
rattere un lustro che, abbagliando, non lascia ben vedere le sue 
cniddtà, e la sua tortuosa politica ; giaechè pochi sono quei, che 
Conoscono i saoi difetti, e quasi tutti conoscono i versi di quei 
gran poeti , sì che con ragione ha scritto l'Ariosto : 
Tfonfu sì giusto, e sì benigno Augusto 

Come la tuba di Virgilio suona ; 

V avere avuto in poesia buon gusto 

La proscrizione iniqua gli perdona . 
Angusto era , come Mecenate, scrittore anch'esso, dotato d'ottimo 
criterio , e capace di conoscere i difetti delle sue stesse opere : 
aveva scritto una Traeedb l* Aiace ^ di cui non era contento, e 
1>Qrciò la condannò ali oblio. Interrogato dagli amici So di esitar, 
nspoie, H0 ingojato la spugna • 



i84 LIBRO SECONDO 
Cantore d'Enea sarebbe restato ndl'oscurità, e nel- 
la miseria (3). Augusto fece sempre sommo con- 
to di lui^ cke insieme con altri rispettabili per- 
sonaggi, più volte s'interpose tra esso, ed Antonio, 
e sedò le nascenti gelosie dei due ambiziosi riva- 
li (4)* Nel tempo difficile delle guerre civili , Au- 
gusto diede a Mecenate il governo di Roma e del- 
l' Italia, ed ei gli fu sempre fedele, ed utilissimo 
servitore in pace, ed in guerra (5) • Fra tutti i swÀ 
cortigiani pare^che osasse più degli altri dirgli con 
francbezza la verità; ed è degno di somma lode ao< 
che Augusto per aver sofferto con paziensa le se- 
vere, e talora anche dure riprensioni dell' amico (G). 

(3) Paneg. in Pìsonem. 

Ipse per Ausonias Aeneja carmina gentes 
Qui coniti ingenti qui nomine pulsai Ofympum, 
Meoniumque senem romano provocai ore, 
Forsitan illius nemoris laiuissei in umbra 
Quod canit, ei sterili tantum cantasset avena 
Ignotus populis , si Mecenate carereU 
Martial. Epigr. lib. 8, Ep. 56. 
Jugera perdiderat etc. 
Vedi Probo grammatico , in vita Virgilii etd. 
I ^ KeltempodbeAagustoper ristabilire la salateiiodeboliu dalle 
I fatiche dì corpo > e di spirito neU*iiltima guerra eon Antonio respt- 
' rava l*aria salubre di Atella nella Campania, Virgilio, condottovi da 
Mecenate « gli lesse in quattro giorni le sue Georgiche; e quando 
la debolezza del petto cu Vitello non gli permetteva di seguitare» 
ne proseguiva la lettura Mecenate stesso . V. Vita Virgil. d' inceilo 
• Autore attribuita a Donato : 

(4) Appianusr Hor, Sat. 5. Kb. I. 

» Huc venturus erat Maecenas aptimus > atque 
^ Cocce] US missi magnis de rebus, uterque 
» Legati, aversos soliti componere amicos, 

(5) Tacito lib. 6. Anna!. 

(6) Sedendo un giorno Augusto in Tribimale , presente Mece- 
nate, et accorgendosi questo, che irritato Augusto stava per con- 
dannare molti alla morte, non potendo penetrare la foUa, che lo 
circondava, scrisse queste parole 5{crge pero tandem Carni/ex^ e 
gettò lo sceitto in seno di Augusto, che avendolo letto, s'alato senza 
pondaanare alcuno »Dion» lib. So. Zonnaras. Ann. fom. 3. Cedre- 
nus in histor. 



CAPITOLO PRIMO i85 

Si accorae con dolore dopo la di lai morte quanto 
avesse perduto^ quando pentitosi di avere nel bol- 
lore della collera, coi castigo troppo solenne di Giù- 
lia, propalate le vergogne della casa, asserì, che se 
fosse Yissato Mecenate, quest'uomo probo gli avreb- 
be francamente detto quella verità, che niuno ave- 
fa osato (7). Se è vero che, contro al sentimento 
di Agrippa, egli consigliasse Augusto a non lasciare 
V impero vedeva da gran politico l'impossibilità che 
Roma tornasse Repubblica; onde rabdicazìone d'Au- 
gusto poteva prima risvegliare delle guerre civili in* 
di dar luogo a un pessimo successore (8). Non solo 
amò di proteggere le lettere, ma entrò anche nel 
rango delli scrittori in versi, e in prosa: i suoi Dialo» 
gbi rammentati da un antico grammatico (9), il suo 
Prometeo lodato da Seneca (io), lo fanno conoscere 
per elegante e giudizioso scrittore • Seneca ha con^ 
servato un verso, che ci mostra quanto il di lui fi- 
losofico spirito fosse libero da quei pregiudizj, per 
cm la superstizione, o l'orgoglio attaccano tanta 
importanza alla tomba (ii)« Queste grandi qualità 
possono fargli perdonare alcune piccole macchie. 
Si accusa di essere stato assai molle e ricercato nella 
persona , a segno di passare per effeminato, e di aver 
dato un nonie poco onorevole ai soverchiamente de* 



(7) Senec lib. 6. De heneAc 

(S) Bion.Xiphìliii. ec. Nella tragedia U Cinna & P.'Gomeille^ 
Cùma 9 e fiiaaeimo , che sì lanno dal poeU rappresentare le parti 
di Mecenate e di Acrìppai trattano d*aTanti aa Augusto la questio- 
ae di abdicare^ o ritenere T impero con profonditi t ed iu^pgao 
d^i del più gran publicista « 

(^) Sosipater Cbarisiof < 

(10) Seoecepisb 19. 

(1 1 )2Vec tumulum curo, MCpelii natura relictos. Senec^epist.gS. 



i86 LIBRO SECONDO 
licati^ che Mecenati in seguito si appellaroDO (is). 
Ma questo è svanito; e il nome di Meoenale è restato 
|)er disegnar solo i protettori delle lettere. Della 
stessa moliesza^e ricercatezsca ^ che aveva nella per- 
sona fu accusato il suo stile; ma non essendo a noi 
giunte le sue opere, non possiamo giudicarne* Non 
furono Orazio y e Virgilio i soli dotti amici di Me- 
cenate: Properzio (iS), Lucio Varo (14) scrittore 
di tragedie^ lodato da Quintiliano (i&)> Domizio 
Marso scrittoi'e di epigrammi (16)^ ne accrebbero il 
numero; né fu in Roma alcuno eminente letterato, 
di cui Mecenate non si facesse gloria di ricercare 
l'amicizia (17). Come nelle altre cose, era delicato 
nella mensa , e la ricercatezza delle vivande vi fece 
ammettere de' cibi assai singolari (18). Fu molto 
infelice negli ultimi tre anni della sua vita : una 
febbre lenta lo andò consumando; era accompa* 

(la) Juven. Sat la. 

Praecipitare volens, etiam pulcherrima, vestem 

Purpuream teneris quoque Maecenatibus aptam, 
(i3) Lib. a Eleg. 6. et alibi. 
(1 4) Paneg. in Pisonem. ^ 

(i5) Lib. 10, Gap. i. 

(16) Martial. lib. 7, Ep. 4* 

(1 7) Manca solo a quesU lista il nome di Tibullo^ il quale pro- 
babilmente volle vivere , lontano dal tumultuoso vortice delle cor- 
ti, in una tranquilla povertl^ come si deduce dai suoi versi ( Eleg. 1. 
Lib. I.) 

Divitias alius etc. 

Me mea paupertas vita traducat inerti 
Dum meus exiguo luceat ime focus . 

(iS) Fra le vivande singolari può contarsi la carne di asino 
gmvane . Plin. lib. 8, cap. 43. PuUos asinorum epulari Maecenas 
instituit multum eo tempore praelatos onagris. Gli asini selvatici 
furono in uso» come cibo delicatissimo, alle mense dei Re Persia- 
ni . Teophilac. Simocata lib. 4- cap. a. Anche in oggi si nutriscono 
a bella posU gli onagri per la mensa dei re di Persia • Adam. Olea- 
i-ius, Itmer. Pers. p. a. Antonio Pratense, Cancelliere di Francia, 
usò r iftesso cibo. Joan. Brojerìn de re cibaria. 



CAPITOLO PRIMO 187 

gnata da un terribile sintonia, cioè dalla mancauza 
totale dì sonno 9 unico sollieTO nelle malattie del 
corpose della mente: né 1* artificiale mormorio deU 
r acqne , né la musica furono capaci di conciliar- 
glielo (19); e se non è eaagernto il racconto, ^isse 
tre anni in questo stalo (oo) . Si ' dice eh' egli era 
però tanto attaccato al)a vita /che andie «i misera- 
bile, non avrebbe amato perderla , benché cosumato 
dai pia atroci tormenti (ai) .' Morì finalmente dopo 
tre anni di languore, e con le ultime parole racco* 
mandò ad Augusto il suo amico Orazio (sa). L*ami- 
co Orazio aveva bramato di non sopravvivere a Me- 
cenate; il cielo esaudì in gran parte i suoi voti/non 
essendo sopravvissuta:più di tre mesi (a3), le sue 
ceneri furono portate, eulicolle Esquilino a riposare 
accanto a quelle dell'amico (24)* I difetti di Mece* 
nate sono piccoli nei; e simili alle macchie leggiere 
d'un bel quadro, che facilmente si tolgono, e vi re- 
sta il bel colorito; così il tempo gli ha cancellati, e 
resta il di lui nome immortale (36) • 

La Toscana , divenuta parte dell' Impero roma- 
no, fu soggetta alle vicende di questo gran corpo. 
Parte poco considerabile di un gran tutto , per moU 
te tempo appena è nominata neir istoria : comincia 
ad uscire dall'oscurità quando la più gran parte 
delle città italiane divennero repubbliche , cioè do- 
do la metà del dodicesimo secolo . Per questo tratto 

(19) Sencc, lib. de provid. cap. 3« 

(10) PlÌD. lib. 7» cap. 5i. 

(ai) Senec. Epist. loi. 

(aa) Svet. in yita 13.orain,Horatii Flacci, ut mei, memor esto, 

(33) Dion* Uh. So. 

(34) Svet. in Horat. vita . 

(35) Si perdonerà facilmente ad un toscano questa digres- 
sione. 



i88 LIBRO SECONDO 

di tempo ebbero luogo delle graodi rivolàtioni 4 
Dalla ruma dell'Impero romano comincia per Tlla- 
lia una serie delle più grandi srentnre aotto il go^ 
yemo dei Barbari , dalle quali non respirò fino al- 
l' estinadone del loro regno. Quantunque T istoria di 
cui ci occupiamo I no^ riguardi quel tempO| in cui 
la Toscana miserabile e oppressa 1 come tntte le 
altre provincie d'Italia , non è che di' rado nomina-' 
la y e solo per lo più per qualche sventura^ tì sono 
però in questi undici secoli alcuni avvenimenti^ 
che precedettero il suo più regolare governo , troppo 
grandi per esser trascurati « Di questi perciò &rc«io 
un breve quadro prima di venire alla sua partico- 
lare istoria. Tali sono la ruina dell'impero d' Occi- 
dente , il regno dei Goti^ la distruzione di esso^ lo 
stabilimento dei Iioogobardi^ k ruina ancor di que- 
sti ^ e la nascita del nuovo impero d'Occidente sotto 
Carlo Magno y che- nen portò tuttavia maggior tran- 
quillità a questo desolato paese. 

Terminate le civili convulsioni^ con cui sogliono 
estinguersi le repubbliche^ e stabilito il principato^ 
vi fu un tempo considerabile in cui la numerosa 
popolazione di quel vasto dominio visse pacifica e 
tranquilla. Un illustre moderno scrittore (26) ha eoa 
molta probabilità asserito che se si dovesse cercare 
negli annali del genere umano l'epoca , in cui una 
parte più numerosa di uomini (37) è vissuta più 
felice^ converrebbe ricorrere ai primi tempi dell'Im- 
pero romano , poco dopo il suo stabilimento . I con- 
fini n' erano difesi dalle legioni ^ e dal terrore del- 



(a6) Gibbon's ofthe historjr of decline andJalL ee. 
(37) L'Impero romano non comprendeva meno di 1 ao milio- 
ni dì abitatori . 



CAPITOLO PRIMO 189 
l!apmi romane, e perciò rispettati dai Barbari; le le- 
gioni tenute in freno dalla saviezza del Governo non 
avcano acoperto affatto il segreto d'essere T arbitro 
deirimpero; la cultura dello spirito, e le arti so- 
dali erano state dai vincitori comunicate ai vinti ; 
1^ leggi erano savie : e quantunque il prepotente 
arbitrio dei governatori potesse violarle, non dovea 
dò aver luogo troppo spesso, e con troppo mani- 
festa ingiustizia , come avverrebbe in Oriente ; giac- 
ché una nazione istruita sente più vivamente, e 
trova i mezzi di far giungere al trono più agevol- 
mente i suoi gravami . Quasi per un secolo fu go- 
vernato r Impero da una successione di saggi e 
virtuosi Imperatori; e Nerva, Trajano, Adriano; 
e i due Antonini, sono ancora nominati tra i più 
grandi benefattori del genere umano. Anche nel 
tempo, in cui il governo iu in mano di un Tibe- 
rio, di nn Caligola, di un Nerone, la massa dei 
sudditi romani godeva i vantaggi delle savie leggi ; 
e la crudeltà, la foIHa di questi mostri si stendeva 
solo ad alcuni individui, che per la loro nascita, 
ed impieghi godevano il pericoloso onore di avvici- 
narsi troppo al padrone. Ma questi tempi di calma , 
e di felicità introducevano insensibilmente nell'Im- 
pero i semi della sua ruina , che inosservati anda- 
vano lentamente maturandosi. Le barbare nazioni, 
superiori ai Romani nella forza fisica, eguali nel 
coraggio, erano state soggiogate dalla superiorità 
dell'arte militare: questa si rilassava tra i Romani 
nel tempo, che si perfezionava dai Barbari; la 
mollezza dei primi , fece riguardare il mestiero del- 
l' armi come faticoso, e fu ceduto di buona voglia 
ai stranieri , che gl'Imperatori arruolavano volen- 



ìgo LIBRO SECONDO 

lierì nelle legioni , giacché da essi più che dai na- 
zionali potevano sperare un sostegno. Questi peri- 
colosi ausiliarj s'istruirono di tutte le finezze della 
tattica romana ^ e le comunicarono ai loro paesani : 
mentre questi si agguerrivano^quelli più si sneryaYa* 
no, a segno che nei tempi dell' Imperatore Graziano 
giunsero a deporre, come peso soverchio, la ferrea 
armatura (a8). Scoperto il pericoloso segreto della 
debolezza romana, non fu difficile a quelle nazioni, 
invitate dalla dolcezza del clima, dalle ricchezze, 
e dai loro compagni, di attaccarla con successo: 
tuttavia un Impero cosi potente, e che avea gettate 
radici si profonde resistè, per dir cosi, colla sua 
forza d'inerzia per molto tempo. L'antico valore 
latino, eccitato dalle disgrazie, si risvegliava talora 
in petto d'Imperatori, e di abili condottieri ; e nelle 
campagne d'Italia, di Francia, di Grecia, più volte 
restarono vittime della loro stolida ferocia innuoie- 
rabili osti di Barbari, L'Impero romano non cadde 
che dopo molte replicate scosse, e lottò più secoli 
anche nella sua debolezza contro moltiplicati ne- 
mici. Uno di questi avvenimenti è degno di es- 
sere rammentato nell'istoria di Toscana , come assai 
glorioso alla città di Firenze . I figli di Teodosio si 
erano divisi l'Impero . Onorio governava quello 
d'Occidente, principe debole di carattere come di 
temperamento, privo di passioni, e per ciò di ta- 
lento, senza vizj, e senza virtù. Era perciò rOcci* 
dente in suo nome governato da Stilicene, che può 
contarsi come uno degli ultimi Generali romani: 
pieno d'ambizione, e di valore, e forse il solo ao- 

(aS) f^egetius, de re milit 



CAPITOLO PRIMO 191 
stegno del cadente Impero , giustificò colle sue im- 
prese la scelta di Teodosio^ che con dargli in sposa 
la sua figlia addottiva Serena ^ avvicinandolo al tro- 
no^ lo avea interessato alla difesa di quello^ e i 
viacolr si erano accresciuti pel matrimonio della 
figlia di Stilicene con V Imperatore stesso. Si era 
già abbastanza segnalato questo Eroe contro i Goti 
condotti da Alarico^ che prima nella Grecia^ e nei 
boschi d'Arcadia (29)^ aveva ridotti a mal partito^ 
e poscia in ItaUa replìcatamente disfatti nelle san- 
guinose battaglie di Polenzia, e di Verona (3o).t 
Dopo breve respiro fu T Italia inondata da una ^■^*^'? 
mensa turba di Barbari^ mossi dalle settentrionali 406 
parti della Germania in cerca di stabilimento, o 
rapina. Tale avvenimento^ che interessa special- 
mente Firenze, è quasi una scintilla luminosa, che 
getta tra tante tenebre questa nobile città, ed un 
preludio delle sue glorie future • Componevano quel- 
l'esercito, volontario di varie nazioni. Vandali, 
Svevi) Alani ec. riuniti sotto la condotta di Rada- 
gasio. Tble era lo sconcerto deirimperio, si mal 
guardate le frontiere, che questa poderosa oste pe- 
netrò senza ostacolo nel cuore dell'Italia. Molte 
città furono saccheggiate , e distrutte ; e men- 
tre Roma, e il Senato tremavano j ed Onorio si 
chiudeva in Ravenna, che le paludi, onde era al- 
lora cinta, rendevano inespugnabile; la sola città 
di Firenze resistè con eroica costanza all' impeto 
ostile, e ne consumò con lento assedio la forza. Ri- 

(39) Zommus » lib* 5. GlancL de bello Ostico. 

(3o) Sigon. deRe^no Italiae Mutai. Ann. d'ItaL, Claud, de 
MoGetìco: i Testìgj di Polenzìasi Teggooo aS miglia al sud-est 
di Torino: Cluven Ital, antiq. 



193 LIBRO SECOKDO 

Anni dotta air ultime estremità^ fu soccorsa da Stilicone 
di R. alla testa dell' armata imperiale. Gli avvenimenti 
non aono distintamente narrati (3i). L'esercito dei 
Barbari 9 comandati non dal solo Radagasio, ma da 
due altri Gapi^ non formava un corpo animato da 
una sola volontà^ ed era più forte pel numero^ che 
pel valore dei combattenti : una parte solo di essi 
formò l'assedio di Firenze. Stilicone ^ che era pa- 
drone del paese^ e ne conosceva {Perfettamente il 
locale^ pare che chiudesse tutti i [lassi ^ onde pote- 
vano portarsi i viveri al campo di Radagasio , ed in 
tal guisa convertisse gli assediatori in assediati (S^). 
Gli affiamati Barbari dettero i più furiosi assalti 
all'assediata città: resistè essa intrepidamente; on- 
de furono quelli costretti alla fine dalla £ime a ren- 
dersi a discrezione. Radagasio fu trucidato; la mag- 
gior parte de' vinti ^ scampati dalla fame e dal ferro^ 
furono venduti schiavi « e l'eroica difesa dei Fioren- 
tini salvò Roma, e l'Italia. Vi restava però ancora 
una gran parte di questo esercito sparso per l' Ita- 
lia, e bastante a ruinarla : atterriti costoro dal &to 
dei loro compagni pensarono più alla ritirata, che 



(3 1) Oros, et Jugust. 

(Sa) Si vede che questa era ta sna maniera di guerre ggiar e : 
così avea chiosi i Goti in Grecia sul Monte Pholo presso al fiume 
Peneo ; che per neglìgenta » gli scapparono di mano : cosi di nuo- 
vo avea stretto Alarico su i monti ai Verona, miando temendone 
forse il valore, animato dalla disperazione» concludendo un accora 
do, lo lasciò partir libero. Dalle parole di Orosio si può congettu- 
rare che il corpo principale dell' armata nemica fosse sul monte di 
Fiesole « In arido et aspero montis jugo » In ìtnum oc panmm 
verticem » La situazione di questo monte, circondato da momti pia 
alti , e di Firenze cinta da una serie di colline , gì' intervalli delle 
quali» e le gole de'pib alti monti potevano essere agevolmente 
serrate» rendevano pid facile siffatta operasione • Zosinu iik* 5. 
MfarceUin.et Prosper. Chron. 



Dm 



G4P1T0L0 PRIMO ìq3 

alla vendetta^ e la prudenza di Stil icone non cre-^ 
dette opportuno impedirla . ^"q] 

Ma ormai il fatai segreto della debolezza roma- 4o6 
na^ era troppo conosciuj;o, debolezza ^ che andava 
crescendo^ perchè ristesse cause operando senza iu^ 
terruzione^ gli effetti divenivano sempre più gran- 
di, e più sensibili: i Barbari^ che avean gustato una 
volta le delizie^ e i tesori d* Italia^ benché talora 
respinti, vi tornavano con maggiore alacrità , spe- 
cialmente quando mancavano alle armate imperiali 
Condottieri, che eredi del valore latino, supplisse- 
ro colla capacità alla debolezza delle truppe. Cosi 
appunto ruinato dalle cabale della corte di Onorio^ 
e poi ucciso Stilicone, l'Italia, e Roma non ebbero 
più difesa: ritornò il feroce Alarico (33), e non più 
trattenuto da quell'Eroe, giunse alle mura di Ro- 
ma , popolatissima , ma troppo ricca , e perciò am* 408 
mellita dal Jusso . Nei tempi della sua povertà, e 
virtù, con assai meno popolazione avea mirato in- 
trepidamente le sue mura cinte dai Galli, e dai 
Cartaginesi , ed avea saputo con eroica costanza 
trionfare: ma i tempi erano tanto cangiati, che una 
città ^ che comprendeva almeno un milione di ahi- 409 
tatori^ si riscattò dalle armi de' Goti con tutto Toro 
ed argento, e preziose spoglie, che piacque ai Bar- 
bari di domandare (34)* Fu piuttosto accesa, che 
saziata l'avidità de' Goti da queste concessioni: ri- 
tornarono poco dopo con mendicati pretesti a Ror 
ma, a cui fu dato il sacco (35), ed esposta a tutti 
gli orrori che la militar licenza si crede permessi: 

(33) Zosim. lib. f). 

(34) E' singoiare che tra V altre domande dei Goti , ?i fa quel 
b di tremila libbre di pepe . 

(35) Procop. 1. I . 

yw/iu i. i3 



\ 

,▼ 



194 LIBRO SECONDO 

"co6Ì undici secoli dopo la sua fondazione, questa 
jiCL superba citte ^ che avea dominato sulla più bella 
4^0 parte del globo, rimase preda de' Goti, e furono 
smentiti tanti pomposi vaticiuj e dei pagani pro- 
feti, e dei poeti, che le promettevano un'immorta'* 
le possanza. Intanto Onorio, che gì' intrighi di cor. 
te avevano privato del solo uomo atto ad arrestare 
la comune mina, incapace di riconoscerei torti dei 
di lui nemici, insensibile ai pubblici mali, privo 
quasi c^ regno, se ne stava chiuso tra le mura di 
Ravenna, meno infelice, perchè dovea alla sua stu- 
pida imbecillità, più che alla fermezza d'animo, 
l'indifferenza a tante sventure. Finalmente, morto 
Alarico, il torrente ostile abbandonò l'Italia, e tor- 
nò per mancanza di contrasto, in mano al debole 
Imperatore il suo regno. 

L'Impero d'Occidente durò a sostenersi ancora 
pel valore di qualche illustre condottiero, che tratto 
tratto pareva sorgere quasi dalle ceneri dell'italia- 
no valore; ma è un doloroso, e a un tempo istrut- 
tivo spettacolo, il mirare quanto spesso i princìpi 
sacrifichino alla gelosia o propria o de' loro adula- 
45a tori, la salvezza del regno. Stilicone, che aveva 
salvato l'Impero, e poteva salvarlo ancora, fu vit- 
tima della cabala di corte. Un altro illustre guer- 
riero, il celebre Ezio, difese anch'esso l'Impero di 
Occidente col suo ingegno, e coraggio sotto un Im* 
peratore imbecille al par d'Onorio, e n'ebbe la 
stessa ricompensa. Son note l'imprese d'Attila, il 
di cui nome suona ancor con orrore alle cristiane 
orecchie (36) • Air invasione degli Unni da esso 

(36) Questo feroce barbaro amava la lode» ma disprenava 
r esagerazione . Il poeta liarullo gli presentò in Padova uo poema , 



CAPITOLO PRIMO ijjS 
guidati y iV tìmido Valentioiano si apparecchiava a "^ 
fuggir d* Italia: era l'Impero sfornito di difensori, aic! 
Esio con una rara attività potè riunire iusieme^ as- 4^^ 
sociando agi' interessi dell'Impero anche quei dei 
Goti^ che si erano stabiliti in Linguadoca^ una trup. 
pa capace di £ir fronte agli Unni. Forse un esercito 
sì numeroso non ayea mai invaso le romane pro- 
vÌDcie, forse non fu data mai più gran battaglia di 
quella y che in Gharapagna nei campi Catalauni (37)^ 
avvenne tra i due eserciti, che durò circa a due 
giorni (38) . Gli Unni ebbero la peggio ; e furono 
obbUgati a ritirarsi; e Tesagerazioni che si leggono 
di 3oo mila uccisi, se non possono ammettersi dal 
saggio critico, servono però a mostrare un'orribile 
strage. Pure il liberatore dell' impero^ Ezio, ebbe 
la sorte di Stilicone; e siccome essendo Tidolo delle 
truppe era pericoloso il farlo arrestare^ l'ingrato^ e 
imprudente Valentìniano fece egli stesso da carne- 
fice; nel tempo, che Ezio stava seco parlando, tratta 
improvvisamente la spada ^ gliela cacciò nel seno. 
Vi fu pure nel treno dei cortigiani qualche anima 
assai libera da dirgli che in questa azione colla ma* 
DO sinistra si era tagliato la destra . Le truppe, che 4^6 
adoravano Ezio, non tardarono ad ammutinarsi, e 
trucidar l'Imperatore. 
Ma la finale ruina dell'Impero d'Occidente era 

eh* d non uitendeTa. Quando seppe dagrinterpetri che lo fiiceva 
iiioendere dagli Dei, e chiamava lui stesso un Dio» t'adirò a segno 
da ordinare , che il poema e l'Autore fossero gettati oel fuoco : gli 
perdonò poi pensando , che questa severità avrebbe alluotanato gli 
ahrì scrittori da tesser le sue lodi : Callimacus Exper, in Vita dt» 
tiUe^ Si paragoni il bium senso del Re degli Unni, colla vanità di 
Alessandro Magno » che voleva esser creduto figlio di Giove » e con- 
aderata on Dio • 

(37) Presso Glialons. 

(38) Jornandes, de rebus Geiicis, cap. 36. 4i* 



196 LIBRO SECONDO 

"7 riserbata ad Odoacre (39). Nato nel Norico^ edu* 
dìc. <^to però in Italia , teneva uno dei primi posti fra 
4?^ quei stranieri mercenarj^ che T Impero pagava per 
la sua mina. Alla testa di questi soldati, che di 
difensori divennero presto nemici, distrusse gli avan* 
zi dell'impero d'Occidente, e prese il nome di Re 
d'Italia. L'ultimo dei degenerati Imperatori fu Ro« 
molo Augusto, che per un bizzarro accidente riunì 
due nomi illustri, cioè del fondatore. di Roma^ e 
del fondatore dell'Impero; e che per scherno fu 
appellato Momillo Augustolo. Era cosi disprezzato, 
che Odoacre non credè pericoloso il lasciarlo in vi- 
ta • Il deposto Imperatore fu relegato sulla deliziosa 
collina di Miseno, villa prima modesta di Mario, 
poi sontuosa di LucuUo, indi degl'Imperatori, che 
vide morire Tiberio, e che, passando per varie vi- 
cende, dopo essere stata abitazione di questo de- 
gradato Imperatore, divenne in seguito un santua- 
rio ed una fortezza , ed è ora un nudo colle, che 
coir amenità del sito fa fede dell'eleganza e del 
gusto degli antichi Romani. 

È invalsa una moda, in specie fra gli scrittori 
francesi , di considerare il governo romano come ti- 
rannico, ed oppressore delle altre nazioni, perchè 
fece suo unico oggetto l'arte della guerra, e domi-^ 
nò su tanta parte del mondo colla forza delle armi ; 
ma un saggio osservatore, che abbracci colla men- 
te le rivoluzioni di molti secoli , assolverà facilmente 
dall'accusa quel popolo generoso. I Romani non solo 
conquistarono, civilizzarono ancora i vinti popoli: 
inoltre lo stato di guerra, in cui l'istoria dei passa- 
ti eventi ci mostra che sono state sempre e saranno 

(39) Theoph. Gassid. in Chrouic. 



CAPITOLO PRIMO 197 
le oasioni^ ci pone avanti agli ocelli quanta ragione 
areasero i Romani di porsi in istato di conquistare ai e. 
per non esser conquistati. Veramente^ appena per* 4?^ 
duta la superiorità delle armi^ ecco Roma^ e rita« 
lia preda de' primi feroci occupanti > ed esposta a 
quelle calamità^ che il valore dei suoi figli avea per 
tanti secoli tenute lontane. Quantunque gravi fos- 
sero quelle finora sofferte^ da questo momento co- 
mincia una serie dei più tristi avvenimenti per gli 
infelici Italiani. Odoacre^ primo R<e d'Italia^ ci si 
dipinge come savio ^ moderato^ clemente^ e rispet- 
toso pei riti religiosi degli abitanti^ ne' quali non 
fece alcuna innovazione • Ad onta però di questo 
carattere» è sempre trista la sorte de* vinti: un ter- 
so delle fertili campagne d'Italia dovette cedersi ai 
vincitori (40)9 dei quali neppur esso poteva talora 
frenare T insolenza^ e che credevano donar quello, 
che non toglievano . Estinte le scienze , e le lettere 
(eccettuate l'arti le più grossolane indispensabili 
anche ai barbari ) tutto ciò che è figlio dell'elegan- 
za ^ e del gusto , e che teneva occupate, e nutriva 
tante mani, era aflfatto perduto; le campagne dere- 
litte, e perciò sterilii L^ opulenza dei nobili roma- 
ni, che per fino al sacco di Roma aveano possedute 
immense tenute in Aflfrica, e in Asia, e che alimen- 
tavano l'ozioso popolo di Roma, «era svanita. L'Af- 
frica, nutrice già dell'Italia^ era separata dall'Ira* 
pero di Occidente: qu^l poco, che produceva il mal 
colt-ivato suolo, era caduto per la maggior parte ai 
vinscitori; onde ta fame, e la desolazione spopolava* 
ho iquesto paese una volta sì felice « 

(4o} Proeop^ Kb. i* 



200 LIBRO SECONDO 

. di avere intorno chi le possedeva : la stima che egli 
di e f^^^ ^^ Gassiodoro , il piò dotto uomo dei suoi tempi 
4^8 (]a lui eletto segretario^ il piacere, che prendeva 
nella sua compagnia>y usando di farlo parlare di 
quelle notizie scientifiche che si aveano in quel 
tempo 9 l'averlo inalzato alle cariche piò distinte, 
lo provano abbastanza « Anche il disgraziato Seve- 
rino Boezio insigne filosofo, ed elegante scrittore 
godè per molto tempo il favore di Teodorico , e fu 
inalzato ai primi onori: se ne incorse poi la disgra- 
zia /diede forse motivo all'altrui calunnie co' suoi 
arditi, ed imprudenti discorsi (6), Fu racchiuso 
per molto tempo nello squallore d' una prigione in 
Pavia, e poi crudelmente fatto morire^ Il suo 
lib. (7) scritto tra le tribolazioni , e V orrore della 
carcere per cercare appunto il balsamo alle sue pia- 
ghe da quella filosofia che promette più di quel che 
mantiene , desia V ammirazione di chi considera i 
tempi ne' quali fu scritto • Una viva , ed elegante 
immaginazione , ha vestito di colori poetici le mas- 
sime Stoiche: non perde questa opera a confirouto 
d^i più lavorati scritti di Seneca; e, se si prescinde 
dalla ^magia dello stik del Padre della romana elo* 
quenza , può stare accanto ai di lui filosofici scritti» 
Nà è maraviglia ; poiché era stato educato Boezio 
nelle scuole d'Atene, ove s'insegnavano ancora 
quasi per Uradizione. i sentimenti de' filosofi d^li 
aurei tempi di Grecia * 



ove er« intagliato, come snol direi , a giorno il ano nome: scor- 
rcndo colla penna negli spàzi ^rooti della lamina scmieTa il auo 
nomel. > 

(6) Vales. Fj*ag. il. 

. >• ('7)Decon»ilat.Philo8efliiae. ^ • ^' 



CAPITOLO SECONDO soi 
Regnò Teodorìco in Italia trentatrè anni : mori . 
lasciando una sola figlia ^ la celebre y e disgraziata ^i e. 
Amala^unta . Quantunque in questo breve prospetto ^^^ 
non aia nostro disegno di occuparci dei particolari 
avvenimenti^ tuttavia le avventure della bella figlia 
di si gran Sovrano meritano commemorazione. Era 
essa dotata delle grazie del corpo, e dello spirito : il 
padre y che stimava le lettere , la fece istruire in 
esse, e lo scenziato Gassiodoro si dette ogni cura 
per adornarle la niente : fu per tempo maritata con 
Eatarìco destinato al regno: morto però prima di ^ 

Teodorico , fu dichiarato suo successore il figlio di 
Amalasuitta Àtalarico, che non avea più di otto, 
ovvero dieci anni alla morte di Teodorico • La ma- 
dre, di luì tutrice prese ogni cura per dare al figlio 
queir educazione che avea ricevuta ella stessa • I 
Goti però disprezzando le scienze, e le lettere, e 
credendole indegne di un animo generoso , costrin- 
sero la madre a cacciare i maestri , e a dare per 
compagni al Re dei giovani Goti suoi coetanei* 
Sciolto ogni freno, diedesi in preda con questi al 
vino, e ad altre sregolatezze, delle quali mori vit« 
tinoa nella fresca età di anni sedici. Àmaiasunta 
per l^gi longobardiche era esclusa dal regno : il 
suo. partito però fece eleggere Re Teodato scelto da 
lei per isposo , che ignaro affatto delle arti del go- 
verno, e della guerra, si occupava solo delia rozza 
letteratura di quei tempi , qualità atta a risvegliare 
il dispregio de' suoi sudditi • Forse questo pregio 
determinò la vanità , e il capriccio di Àmaiasunta; 
forse anche un più profondo disegno, la speranza 
di governare in nome, di un t;iomo incapace. Co- 
monque sia , non poteva Àmaiasunta far jpeggiore 



2o% LIBRO SECONDO 

^scelta . LMograto Teodato y presto tediato degli au- 

di G.^^^^^^^ì consigli della sua benefattrice ^ o forse sii- 

^^^ molato da qualche confidente ambizioso , la confinò 

in un^ isoletta del lago di Bolsena , ove in seguito 

fu strangolata sul fiore della bellezza , e della gio« 

ventù (8) . 

La gloria del regno de' Goti si estinse col loro 
gran Re Teodorico: il debole Teodato , impaurito 
dalle minaccie dell'imperatore Giustiniano^ che 
pretendeva come parte dell'impero, le lontane pos- 
\ sessioni d'Italia^ promise dì abdicare il regno: ma 

non avendo fatto, né osando di porsi alla testa 
delle truppe che doveano marciare per f^r fronte a 
quelle guidate da Belisario, ne commesse il coman- 
do a Vitige , il quale , dai Goti che sdegnavano on 
Re imbecille , fu acclamato loro Sovrano^ ed ucciso 
il vile Teodato (9) . 

Gl'imperatori d'Oriente si riguardavano come 
gli eredi naturali dell' Impero d'Occidente, e per- 
ciò il regno de' Goti in Italia era a' loro ocelli 
tm' usQrpaziooe .Quelli che precederono Giustiniano 
non ebbero ne talenti, né forza per tentarne la con- 
quista . Egli ne concepì il progetto, e ne confidò 
r esecuzione all' uontio più capace, al gran Belisa- 
rio. Era questi uno di quegli uomini, che la natura 
fi^rraa di. rado, non inferiore nei militari talenti ai 
più grandi Generali dell' antica Roma , piò stima- 
bile perchè mancando di truppe valorose, e dei 
mezzi per far sussistere le sue , dovette lottare con 

mille difficoltà ignote agli antichi Generali; abile 

I » 

.• [ t (^) Jomac^d. De rebus Geticis[CBjf, 5y., 

(9) Procop. De beUo Getic Iìd/ 1. Cassiodor. Epìs. Sa, 
Kb. 10. €c. ' • i ' 



CAPITOLO SECONDO ao3 
nelle arti di guerra, come in quelle di pace, freddo 
Del consiglio, fervido e intrepido neir azione, attori (^ 
a debellar colle armi , e a conciliarsi Tanimo dei ^^5 
Tinti, era il più acconcio a compire i progetti di 
Giustiniano. Procopio, segretario di queir Eroe, e 
testimone oculare, ne ha descritte T imprese ; e se 
si Teglia anche creder qualche volta parziale, non 
può al più, che aver adoperato un colorito più 
\ago nel dipingere i grandi avvenimenti , il fondo 
de' quali troppo noto, è attestato da altri scritto- 
ri. Belisario si era già segnalato contro i Persia* 
ni, e avea terminata una difBcile guerra contro i 
Vandali: TAffrica recuperata, e il loroBeGelimero 
condotto in Costantinopoli prigione, aveano deco- 
rato il suo trionfo. Giustiniano lo inviò in Italia 538 
con un' armata , che può parere disuguale a tanta 
impresa, giacché non oltrepassava ottomila uomini 
tra fanti e cavalli; ma il valore, e la sagacia del 
Capitano supplivano alla piccolezza dell' esercito : 
parte colla forza , e parte colla dolcezza conquistata 
la Sicilia^ indi il regno di Napoli, s'incamminò a 
Roma, che gli apri senza contrasto le porte, ri- 
guardando i Greci come i liberatori d' Italia • 1 
Goti, per arrestare quest' incendio, che minacciava 
di distruggere il loro regno ^ adunarono un'armata 
di centocinquanta mila combattenti, e si avanzare* 
no verso Roma (io)« Belisario, non avendo fbrze da 
tener la campagna, si chiuse in Roma, che fu tosto 
aai^ediata • Durò .circa ou anno l'assedio; in cui 
l'ostinato ftirore* de'Goti da uha parte, e la fermez- 

Ba e il valore di Belisario dall'altra, dettero origine 

.'ti'' • ' . ' 

(!•} Per gli «Tvenimenti diqiiesta guerra . V. Prdcop. lib. i. 
tCnJomandes De rebus Geticis. Marat. Annah d' It ce. 



3o4 LIBRO SECONDO 

= ai fatti più illustri . Non la £uDe^ non le iBakttfe 
di G. contagiose, non lo scoraggi menta dei Romani, non 
^^^ i tradimenti^ poterono Ttncere quest^firoe. Sulle 
mura di Roma furono sostenuti da una piccola 
truppa attacchi tali, cbe^ e pel furore, e per la 
durata^ e pel numero dei morti, e per le conse- 
guenze, possono paragonarsi a grandi battaglie (i i ). 
L'esercito de' Goti sempre rispinto^ diminuito di 
quasi la metà, e dalle armi degli assediati, e dalle 
malattie, dovè finalmente abbandonar T impresa « 
Questa difesa conciliò una decisa superiorità alle 
armi imperiali. &:oraggiti i Goti, in parte si sban- 
darono, e r avanzo non fu più capace di resistere 
alla vittoriosa armata greca , che accresciuta , at-^ 
tacco varie città d'altana. Poche ebbero il coraggio 
di resistere^ e tra queste Fiesole, naa fu presta 
espugnata: passò quindi Belisario a Ravenna, ove 
si era chiuso il Re de' Goti. Era Vitige uno dei più 
valorosi di sua nazione, g;iacchè eletto da libero 
consenso di un popolo, che non pregiava che il va- 
lore militare, ed eletto nel tempo del perìcolo, p»- 
re nel confrónto si vede quanto era inferiore a Be- 
lisario. Vitige si trovava assediato in Ravenna, co- 
me Belisario in Roma, Ravenna si stimava assai 
più forte di Roma* Gli assediati eguagliavano al- 
men<> in numero gli assedi;inti, eppure non si scor- 
ge alcuno di quei tratti che distinsero tanto in quel- 



(il) In tiD assecHo dato alla mote Adrimay efce consefvata an- 
cora i suoi ornati, furono gettate su i Barbari le statue^ le colonne r 
e tutto ciò clic si presentara ai combattenti ^ U Fauno , cbe dor- 
me» nel palano Barberini fu ritrovafa nello scaro de' Unni di onel 
Castello gettatovi probabilmente in quell' occasione • Jngmiut 
Bargaeus De aedific. Urbis Romae wersoribus . Thesétu, apud 



Anni 



SECONDO ao5 
lo di Roma il greco valore* Ravenna finalmente fu 
obbligata a capitolare, e il Re de' Goti restò prigio- ^"q| 
siero di Belisario . Poco mancava alla total con- 539 
qaista d' Italia ^ quando il sospettoso Giustiniano 
richiamò Belisario col pretesto della guerra per- 
siana. È vero, che egli lo avea disobbedito, ricu- 
sando di accettare un ignominioso trattato da lui 
concluso coi Goti; è vero, che era stato tentato da 
essi con T offerta della corona d'Italia; ma la sua 
pronta obbedienza, le gotiche spoglie, e il Re stes- 
so Yitige, ch'egli condusse ai piedi dell'Imperatore, 
furono la sua più bella difesa • Alla partenza di 
Belisario si rianimarono i deboli avanzi del gotico 
regno: sì elesse nuovo Re Ildibaldo, che fu presto 
ucciso (ad); indi Erarico poco degno di esser no- 
minato, e finalmente Totila, che colle armi, e col 
consiglio ricuperò la maggior parte d'Italia. Invano 546 
fu rimandato Belisario senza truppa, senza denari^ 
senza viveri: il suo solo nome, se non potè liberar 
Roma dall'assedio di Totila, fu quello almeno che 
sostenne gli avanzi miserabili delle greche forze; 
e se si consideriuo le difficoltà dalle quali si trovò 
circondato, e gli sforzi d'ingegno, e di valore coi 
quali seppe superarle, non apparirà meno grande 
in questa poco felice campagna d'Italia, che nelle 
sue più splendide vittorie (i3)* Richiamato a Co- 
stantinopoli, servì per tutta la sua vita fedelmente 
una corte ^ ove tutto il merito si eclissava a fronte^ 
del favore. Soltanto si ricorreva a lui negli estremi 

(la) Io mezzo di nu gran banchetto» una delle sue guardie 
die ^ stava dietro 9 irritata per essere stata dal Re maritata ad un 
altro una fanciulla da esso amata , gli tirò improvvisamente uu 
colpo tale , che gli fece balzar la testa sulla tavola . 

(i3) Procop. lib. 3, 



io6 LIBRO SECONDO 



Spericoli, e passati questi era negletto: fino nella 
diC. sua ultima decrepitezza , mentre una scorreria di 
^4^ Bulgari e Schiavoni minacciava la città stessa di 
Costantinopoli sprovvista di truppa, il tremante Im- 
peratore , i deboli cortigiani 9 il popolo tutto rivol- 
sero gli occhi all'obliato veterano , che scordatosi 
degli affronti) salvò con la sua intrepidezza una 
corte ingrata (i4)« Chi crederebbe che dopo que- 
st'ultimo y e sì segnalato servigio, si fosse avuto T in- 
solenza di mescolare il suo nome ad una cospirazio- 
ne o vera, o supposta contro V imperatore? Belisa- 
rio fu custodito come prigioniero nel proprio pa- 
lazzo, fu costretto a discendere fino all' umiliazione 
di giustificarsi* Fu finalmente assoluto, ma dopo 
otto mesi terminò una vita piena di gloria, e di 
persecuzione. Per la ritirata di Belisario era rimasa 
l'Italia in mano ai Goti; e Giustiniano, che appena 
avea i mezzi di difendere l'Impero d'Oriente, ane- 
lava sempre a quello d' Occidente , e sopra tutto 
all'Italia, È cosa comune l'osservare quanto i Prin- 
cipi amino conquistare nuovi dominj, piuttosto che 
accrescere la forza e lo splendore di quelli , che pos- 
siedono. Il vacillante Impero greco erd sempre mi- 
nacciato dai Barbari, le scorrerie de'quali insulta- 
vano la maestà di Costantinopoir, e ardivano di 
avvicinarsele: egli invece di pensare seriamente ad 
assicurare il centro de' suoi regni, impiegava i te- 
sori , e le armi per recuperare l'Italia. Dopo molti 
vani tentativi, affidò l'impresa a Narsete. L'istoria, 
che è la maestra della vita, lo specchio dei Sovrani, 
e dei ministri, giacché nel passato il più delle volte 
da una mente perspicace si legge il futuro, ci mo- 

(14) Jgatius Uh. 5. Thophan. Chron. 



CAPITOLO SECONDO 307 
«tra quanto spesso la sorte de' regni dependa dalla 
sceka d'un uomo. Belisario , e Narsete recuperarono ^i e. 
successivamente V Italia . Tutto fu inutile senza di ^ 4^ 
essi: tutti gli ostacoli cederono al loro valore; né la 
mancanza di virilità, né T educazione molle e fé* 
minile y tolsero a Narsete i pregi di un Eroe. Aveva 
già militato sotto Belisario nella stessa guerra; egli 
condusse in Italia il suo esercito non grande , ma 
valoroso^ e composto di guerrieri di differenti na* 
zioni j con marcie maestre costeggiando l'Adriati- 
co. Probabilmente tra Matelica, e Gobbio s'azzuf* 
fàrono le armate di Totila^ e di Narsete; e dopo 
un'ostinata battaglia i Goti furono completamente 
battuti 9 e Totila ferito nella fuga, o per mano dei 
nemici, o de' suoi, mori, essendogli apprestati in* 
Tano tutti i soccorsi. Questa battaglia decise della 
sorte d'Italia, poiché, quantunque fosse eletto nuo- 
vo Re dei Goti di Teja, uomo valoroso, tuttavia 
s'impadronì passo passo Narsete di quasi tutto il 
paese , e di Roma stessa , ed in un altro fatto d' ar- 
me, che durò due giorni alle falde del Vesuvio, 
Teja rimase morto dopo infinite prove di valo- 
re (i5): il resto de' Goti stipulò con Narsete un 
onorevole ritirata fuori d'Italia. Pare per altro the 
non mantenessero i patti , o che altri Groti , che 
presidiavano alcune piazze , in specie in Toscana, 
non ratificassero il trattato, onde non finì la guerra. 
Intanto un poderoso esercito di Franchi o eccitati 
già da Teja ^ o avidi naturalmente di preda, era ca- 
lato in Lombardia • Narsete spedì loro incontro parte 
dell'esercito, e intanto si mosse a recuperare la 
Toscana . Firenze , Volterra , Pisa gli apersero le 554 

(i5) Procop. Uh. 4* Marat* Ann. d'ItaL 



9o8 LIBRO SECONDO 

: porte; la sola Lucca gli fece aa' oitinata resistenxai 
ai e. ^^ cedette alfine ancor essa . Intanto Y esercito dei 
^^4 Franchi scorse l'Italia fino in Calabria, ma al fiume 
Volturno fa rotto , e disperso da Narsete. Può ri- 
guardarsi questa guerra come un' appendice della 
gotica , che in quest' anno restò terminata dopo 
anni venti , ed estinto il gotico governo , dopo anni 
sessantaquattro. L'odio al nome de' Goti fa ralle- 
grare il lettore superficiale, quando incontra la mi- 
na del loro regno ; ma agli occhi del profondo os- 
servatore , questo avvenimento comparisce una ca- 
lamità per l'Italia, giacché cominciando ad esse- 
re , per cosi dire , amalgamati insieme i vincitori , 
e i vinti, la durezza de' primi conquistatori era 
ammansita ; e se allora si fosse consolidata l' Italia 
in un governo stabile, e indipendente sarebbe for- 
se rimasta tale anche in futuro ; mentre divenuta 
suddita di Costantinopoli , oltre la dependenza e i 
tributi, essendo sempre debolmente difesa in tanta 
lontananza, era facilmente la preda del primo po- 
polo intraprendente. Durò Narsete a governare l'Ita- 
lia per molto tempo, e non fu occupato che in pic- 
cole guerre , che o i Goti restati ancora in qualche 
città , o lo spirito d' indipendenza , o i forestieri gli 
fecero; e in tutte fu vincitore. Dopo sedici anni , il 
suo governo cominciò a parer duro, o che l'avidità 
dell'oro lo tradisse, o*che il genio naturale di novità 
facesse ai Romani bramare un cambiamento, il Se- 
nato di Roma chiese all' Imperator Giustiniano il 
di lui richiamo • Se fosse poi vera la disonorevole 
ambasciata 'a lui fatta a nome dell' Imperatrice So- 
fia (16), o almeno le parole oltraggiose da lei dette 

(i5) Raccontano alcuni storici che l'Imperatrice Sofia gli fa- 



CAPITOLO SECONDO 20^ 

pabblicamente^ e che in yeadetta Narsete chiamasse 
i Longobardi in Italia , mostrando loro la facilità ^^[ 
ddla conquista , sarebbe questa una nuova prova ^^4 
dei grandi effetti prodotti da piccole cause ^ ed un 
avvertimento ai Sovrani di rispettar gli uomini che 
hanno reso loro importanti servigj . Comunque ciò 
sia fu^richiamato Narsete: temendo egli gl'intrighi 
della corte ^ non uscì d' Italia y e morì vecchissimo 
in Roma • Egli], e Belisario possono riguardarsi come 
gli ultimi Generali del greco impero. An:ibedue 
riconquistarono V Italia più col proprio , che col va- 
lore delle truppe : ambedue disgraziati alla corte , 
ove le grandi imprese di un Eroe lontano toccano 
meno T animo dei deboli principi, che le voci in- 
Àdiose di calunniatori presenti . Belisario tuttavia 
(Scomparisce più grande di Narsete , che, reso ce- 
lebre dalla sola guerra d' Italia , sacrificò alla ven- 
detta del primo torto ricevuto gì' interessi del So- 
vrano. Una lunga serie di guerriere imprese in Af* 
frica y in Persia , in Grecia , in Italia distinsero Be- 
lisario. Più virtuoso, e più paziente di Narsete, 
non oppose ai suoi occulti nemici, che la franchez- 
za, e r innocenza ; né si vendicò de' ripetuti oltrag- 
gi della corte imperiale, che con più fedeli servig) : 
disgraziato nei domestici vincoli , V infamia , e la 
dissolutezza della sua moglie Antonina, degna ami- 
ca e confidente dell'Imperatrice Teodora, T invi- 
luppò in tanti pericoli , e disgusti, che forse quella 



cesse dire , o almeno pubblicamente dicesse , esser tempo che un 
eonoco sao pari tornasse a filare al serraglio j e cbe egli rispon- 
àesse: che avrebbe filato un filo tale, che da esso non sì sarebbe 
1* Imperatrice saputa sviluppare, « Murat. Anu. d*Ital. Sigouio 
Horat. Mane. Rerum ital. script« tom. 2. pag. 4^7 '^8. 

i'itlìM i. i4 



«IO LIBRCy SECONDO 

^stessa disgrazia, che avea posto Narsete al coperto 

j^ Q d' incorrerli , parrà a qualcuno meno grave (17). 

568 Priva l'Italia d' uomini cosi grandi, passò presto 
dal giogo de' Goti a quello de' Longobardi • Questi 
popoli nominati già da Tacito, Strabone, Vellejo 
Patercolo, abitavano tra l'Elba e TOder. Alboino 
loro Re ferocissimo guerriero, faceva si poco con tu 
dei paesi che possedeva in confronto dell'Italia, 
da lui creduta sicura conquista', che muovendosi 
con un' immensa oste, la quale conduceva seco in- 
tiere famiglie con tutti i beni mobili, concesse agli 
Unni e ad altri popoli conGnanti il paese che ab- 
bandonava . Ai confini d' Italia , sali il feroce Re 
sopra un alto monte per contemplarne la bellezza , 
ed anticiparsi il piacere del possesso (18). Vi entrò 
senza contrasto dalla parte del Friuli: Verona , Vi- 
cenza, ed altre città si arresero senza resistenza. 

$69 Le poche milizie imperiali incapaci di tener la 
campagna si chiusero, e si difesero in alcune città ; 
ma a poco a poco tutto il fertile paese detto in 
appresso Lombardia, cedendo, prese dai conqui- 
statori il nome; indi la Toscana, l'Umbria la Mar- 
ca ebbero la stessa sorte, difendendo l'Esarca Lon- 
gino poco più di Ravenna, e di Roma. Ecco una^ 
nuova barbara dinastìa a dominare l'Italia* Il va- 
lore d'Alboino n'eguagliava la crudele ferocia, che 



(17) L'Istoria della memlicit^, e cecità di Belisario è una fa- 
vola abbracciata avidamente , e senza esame dai poeti » dai retori • 
e dai filosofi come un esempio illustre delle vicende della sorte. 
Questa favola non sì trova che ne* versi di ano screditato acrittort 
(Zetzes chit.) molti secoli posteriore a Belisario. Obi ha fior di 
senno agevolmente comprende che un sifi'atto uomo non poteva 
domandar l' elemosina • 
(1 S) Paal^. a. ec. Sigon.de Regno Ital. lib. 1 .Marat. Ann. d^tal. 



CAPITOLO SECONDO aii 
apparentemente fu la cauda della tua morte . Prima . 
d'invader T Italia , a?ea quasi intieramente distrutta di e. 
in una gran battaglia la nazione dei Gepidi, ed uc- ^^ 
ciao il loro Re Cunemondo^ la di cui figlia^ la vaga 
Rosmunda^ fu costretta a sposare il vincitore. So^ 
coodo i costumi barbari di quei tempi , in un gran 
coQvito di Longobardi , beveva Alboino nel cranio 
di Gunemondo, legato in oro (19). In Verona, 
quando forse reso era più feroce dal vino, costrinse - 
l'iofelice Rosmunda a bere nell'orribile tazza; que« 
sto fu il principio d'una serie di tragici eventi. Ir* 
ritata la moglie, sedusse coi vezzi e le arti del sesso 
dae signori Longobardi, uno dei quali trucidò Al- 
boino mentre dormiva. Siccome era questo fie ido^ 
latrato dai Longobardi, Rosmunda coi suoi amanti, 
Elroegisto e Peredeo, fu costretta a fuggire; si rico- 
verò in Ravenna cercando la protezione dell' Esarca 
Longino, che con avid' occhio contemplò le bellez- 
ze di Rosmunda, e il ricco tesoro del Re de* Lon- 
gobardi da lei recato. Persuase egli &cil mente al 
di lei incostante e crudele carattere, a disfarsi d'CI- 
megisto, cui ella porse una tazza di veleno come 
un ristorativo, mentre usciva dal bagno ; il sapore 
della bevanda avendone fatto ad esso indovinare la 
Datura, puntò la spada al di lei petto, e la costrinse 
a bere il resto, e cosi pagarono ambedue la pena 
del loro misfatto. 

Il regno dei Longobardi in Italia durò circa due 
secoli. Ebbero la sorte di tutti i conquistatori d'Ita- 
lia. Il robusto valore dei guerrieri del Nord fu pas- 
so passo ammollito, e snervato dalla dolcezza del 

(19) Questo era il costume di niolte naxiooi barbare, • lo è 
^cora dei selvaggi americani. 



2ia LIBRO SECONDO 



? clima 9 e «lalle delizie d' Italia , Tunammità dei Ca- 
dì C.pì 9 che gli rendeva vittoriosi^ durava nel tempo 
^^9 del pericolo 9 e della invasione, la quale compita, 
naturale era il desiderio di godere i frutti della 
conquista , e l'abbandono alla mollezza , ed al riposo. 
La natura della loro politica costituzione non era 
atta a conservare il vigore del governo. Re con picco- 
lissima autorità, vassalli maggiori, quasi indipenden- 
ti, e che comandavano ad altri minori vassalli^ che 
cercavano la stessa indipendenza , e che non obbedii 
van mai alla legge, ma alla forza: tutto il rimanente 
del popolo conquistato, considerato come schiavo, 
e trattato anche peggio degli utili animali domesti- 
ci : era questo il complesso che formava il governo 
feudale sì dei Longobardi, che dell' altre nazióni , 
che avéauo conquistate altre infelici provincie (ao) • 
Nello spazio di due secoli, da Alboino a Deside- 
rio, sì contano venticinque re di quella nazione; 
il termine medio sono otto anni di dominio per 
ciascuno (21). Tra la folla di questi re, deve di- 
stinguersi Rotari, che col senno, e coir armi illu- 
strò il regno longobardico . Non era egli nato al re- 
gno d'Italia: la scelta di lui onora la saviezza di 
una donna, cioè della regina Gundeberga sorella 
del re Adaloaldo. Mancato esso di vita senza prole, 
trasferi i suoi diritti al di lei marito Àrioaldo, che 

(ao) Si vegga la saggia fii vola d'Esopo del serpente a cento 
teste , e quello a una testa sola , che è V immagine del sistema 
feudale, e della monarchia . 

(ai) Alcimi privi d'ogni scienza col solo naturai senno si di- 
stinsero; fra questi si nomina Agiluf marito della bella e savia Teo- 
dolinda, al di cui palafreniere ha il nostro Boccaccio applicato un 
ingegnoso tratto di spirito in una scherzevole Novella Dee .* gior- 
nata 3^ Novell, a. 



CAPITOLO SECONDO ai3 

creato dai longobardi per Sovrano pagò d' ingrati- 
ladine colei che gli avea dato quasi in dote il re- ^^^ 
gno. Le di lei attrattive aveano (atta tale ìmpres- 569 
sione in uno dei principali signori longobardi , 
detto Adalolfo^ ch'ebbe il coraggio di tentarne la 
fede conjugale avendogli la casta Principessa spu- 
tato sul viso in risposta; il perfido amante in ven* 
detta r accusò di tramar la morte del marito insie- 
me con Tato Duca di Toscana per farlo dichiarar 
Re, e sposarlo. Sulla sola fede di costui , il credulo, 53, 
ed imbecille marito fece racchiudere T innocente 
regina nella fortezza di Lomello^ ove stette pri- 
gione circa tre anni , dopo i quali Clotario re 
de'Franchi, intimò al marito, che una regina di- 
scesa dal sangue de' Franchi , non dovea sopportar 
la pena, e l'infamia di un si nero delitto senza 
prova: si ricorse pertanto a ciò, che era chiamato 
giudizio di Dio : comparve un certo Pitto, o Carello 
a pugnare in favore di Gundeberga (22); il tradi- 
tore restò vinto , e la Regina ristabilita nel primiero 
onorevole grado* Dopo la morte del marito i Lon- 535 
gobardi ebbero tal fiducia nel senno e virtù di lei , 
che le lasciarono l'elezione dello sposo, e Sovrano; 
ella giustificò la loro stima colla scelta di Rotarì , 
uno de' re più saggi (a3) . Per lo spazio di anni set- 
tantasette, dacché il loro regno era stabilito in Ita- 
lia, i disgraziati popoli erano stati governati senza 
leggi scritte. Esistevano solo alcune leggi tradizio- 
nali, o consuetudini, secondo le quali erano giudi- 
cate le civili controversie : è facile il vedere che o 
mancando iq infiniti casi queste leggi, o essendo 

(aa) Sigon. 1. a. de Reg. Ital. 
(a3) Paul. Diac lib. 4. 



si4 LIBRO SECONDO 

^ anche più numerose , la varietà delle circostanze, 
d"c. ® l'arbitrio de' giudici doveva produrre le più capric- 
^4^ ciose ingiustizie. Rotari fu il primo a formare un 
Codice di leggi longobardiche (24): riunì quelle^ 
che erano soltanto tradizionali: ne aggiunse altre 
che credè opportune, e Gssò almeno una base, ed 
un testo che restringesse alquanto il licenzioso ar- 
' bitrio de' giudici , e gli avvicinasse più alla giusti- 
zia. Fu fatto sì utile lavoro in Pavia, sede ordina- 
ria de' Re (:i5): questo fu il principio del Codice 
scritto longobardico, da varj successori poi accre- 
sciuto (à6) . Si distinse Rotari anche tra le anni ; 
aggiunse alle sue provincie una parte del Genovesa* 
to, che obbediva all'Esarca, e respinse eoo una san- 
guinosa rotta presso il Panaro V esercito riunito dei 
Greci, e Romani: lasciò il regno al suo figlio Ro- 
doaldo, indegno di un tanto padre . Quasi niun' al- 
tra notizia abbiamo di lui, se non che dopo un hre- 
vty e glorioso regno senza aver prole, fu trucidato 

(aOPaalDiac. 1. 4. 

(aS) Noi impariamo dal principio dell'Editto di Rotari, 1 .* db 
dièci Re contavano i Longobardi prima delT invasione d' Itaiia, 
giacché egli si chiamava il Re diciassettesimo , ed era il settimo 
a Italia , a.^ che il codice fu approvato dai principali LongohmT' 
di, e doli esercito i oode si scorge, che il potere legislativo era 
diviso tra i Re e i suoi guerrieri ec. 

(96) In mezzo alle strane e barbare leggi longobardiche tra- 
sparisce il retto senso di questo Legislatore, come di altri. Mentre 
per tanto tempo, e fino quasi alla nostra etk una ignorante super* 
stizione adottata anche dai legisti, ha fatto considerar le streghe 
come dotate della potenza di nuocere agli uomini , e ne sono state 
regolate le ridicole formalità de*giudiz} , esli apertamente condan- 
na questo pericoloso pregiudizio. Godic. Longobainl. Rotharìs na* 
mero 379. NuUuS presumaLaldiam alienam aut Ancillam , quasi 
stri^am quae dicitur Masca occidere quia Cristianis mentibms 
nullatenus est caBDzif dvm ifsc fossibils bst ut noMimsM utrtiem ^mm 

' INTaiNSECUS POSSIT COMEDEEE CC. C ncllo StCSSO CodicC QO SUO sttccas- 

sore , Luitprando, disapprova» benché non osi proibire i duelli. 
Luilprandus num. 65. 



CAPITOLCr SECONDO niS 
da UD longobardo, a cui avea disonorato la moglie. 
Il di lui saccessore fu Ariberto, di nazione bavaro, ^j^^ 
scelto dai lìbero Toto dei longobardi al trono; fu il 664 
suo regno breve, e senza fama; Io terminò coirim- 
politico atto di dividere il regno fra i due suoi figli , 
JBertarido, e Gondebérto. Il regio potere è inlolle- 
raote di compagnia (27)^ e il fatale tentativo è sia • 
to quasi sempre accompagnato tra i fratelli dalle 
tebane vicende. Benché i due Re si fossero scelta 
diversa sede del loro governo, uno Pavia, l'altro 
Milano , si attaccarono presto a forza aperta . Fu 
chiamato in soccorso da Gondeberto il Duca di Be- 
nevento Grimoaldo , che terminò con ispoglìarli 
amendue, ed occupare il trono contrastato. Era 
Grimoaldo un uomo straordinario , e le sue vicende 
singolari. Ultimo de' figli di Gisolfo, Duca del Friu- 
li, allorquando fu invaso dagli Avari, si era singo- 
larmente distinto: l'imprudente suo padre, avendo 
osato con piccole forze di affrontare l'intiero eser- 
cito degli Avari era stato tagliato a pezzi: la ma- 
dre, e i figli si erano dopo la battaglia rinserrati 
nel Foro Giulio, o sia Cividad del Friuli: quella 
scellerata donna, invaghita del Re degli Avari, gli 
apri le porte; ma con una morte infame, e prece- 
duta dalle più disonorevoli circostanze, pagò il fio 
del tradimento. Avean presa intanto la fuga i figli, 
tra ì quali Grimoaldo, il più tenero di tutti, fug- 
giva in groppa del cavallo d'un fratello (a8). Rag- 
giunto da uno dei persecutori , fu violentemente 
tratto di sella, e gli fu per la sua bellezza rispar- 

(07) . • • • Omnisque potestas 

Impatitns consortis erat, Lwcr. 
(aS) PauL Diac. 1. 4* 



atfy LIBRO SECONDO 
\ miata la vita. Era condotto prigione in groppa pu- 
dic. re del cavallo del suo nemico: pienb di ardire, e 
^4 coir animo fatto pei più grandi attentati , questo 
fanciullo, avendo yeduto pendere al fianco del suo 
rapitore il pugnale, ebbe coraggio di prenderlo, di 
trafiggerlo ; ed entrato in sella , volgendo precipito- 
samente indietro il cavallo , potè salvarsi . Dopo 
varie vicende divenne Duca di Benevento, e la fil- 
ma della sua potenza^ e valore indussero Tincauto 
Gondeberto nella contesa col fratello a ricercarne 
r a juto. Vide costui la fiicilità d'impossessarsi del 
regno d' Italia , onde , raunato un potente esercito , 
e creato il suo figlio Duca di Benevento, si mosse 
dichiaratamente contro i due fratelli, che vinse in 
battaglia, uccidendo di sua mano Grondeberto , e 
s'impadronì dello scettro d'Italia, sposando la loro 
sorella. Ha detto uno de'pii!k illustri romani, che 
se mai è lecito il violar la giustizia, lo può esser 
quando conduce al regno (29). Questa è l'ingiusta , 
e pericolosa divisa di tutti gli usurpatori; e disgra* 
ziatamente gli uomini giudicano dagli eventi, la 
grandezza e felicità dei quali cuopre i gran delitti • 
Se si dovesse giudicar Grimoaldo con quella regola 
non apparirà che la di. lui grandezza. Nel suo fero- 
ce carattere traspariscono dei lampi di generosità , 
adombrati però dal sospetto. Si era l'altro fratello 
Bertarìdo refugiato presso gli Avari : fece loro inti- 
mare Grimoaldo che lo dessero nelle sue mani, 
gli avrebbe riguardati come nemici. Non volendo 
questi guerra, né tradir Bertarido, gli consigliatono 
la fuga : ma quel disgraziato, non sapendo ove re- 

(39) Massima di Giulio Cesare . Quod si violandam est jus, 
regnandi causa violandum est; caeteris rebus pMatem eolas. 



CAPITOLO SECONDO ai7 

fugiarsi^ prese la resoluzione di Temistocte; andò 
a gettarsi tra le braccia del suo nemico^ non cbie- ^\c, 
deodogli che di viver privatamente tranquillo nei ^<5a 
suoi stati (3o). Fu accolto da Grimoaldo lietamen- 
te, e trattato per qualche tempo con generosità ; ma 
il concorso^ e l'affluenza degli antichi sudditi al lo- 
ro detronizzato re^ ingelosirono Grimoaldo^ che dai 
suoi amici fu consigliato a disfarsene. Si diedero 
segretamente gli ordini: furono questi da Onulfo 
rivelati a Bertarido , che quasi miracolosamente 
giunse a salvarsi in Francia; e s'è vero che Gri- 
moaldo non solo perdonasse, ma premiasse la fe- 
deltà dell'amico di Bertarido^ è questo un tratto 
tanto più degno d'ammirazione quanto più atroci, 
e privi d'ogni virtù erano i costumi di quei tempi. 
Fu anche Grimoaldo saggio legislatore , aggiungen- 
do al codice di Rotari , ciò che l' esperienza avea 
mostrato mancarvi (3i). 

Una disputa teologica produsse in seguito singo- 
W cambiamento negli affari d'Italia. L'obbedien- 
za^ e la consuetudine più che la forza conservavano 
ancora gli avanzi dell'antico dominio in Italia agli 
Imperatori d'Oriente. Questi erano la Sicilia , una 
parte del regno di Napoli, Ravenna colla Pentapo- 
li. Roma istessa riceveva e gli ordini, e i governa- 
tori da Costantinopoli ; e quantunque non di rado 
disobbedisse, non avea finora ardito di dichiararsi 
bdipendente. La dìsputa sul culto delle sacre im- 
magini , risvegliata in Oriente, divise tutto il mondo 
cristiano. Il greco imperatore Leone Isaurìco , oltre 
all'imprudenza di mescolarsi in dispute teologiche, 



(3o) Paul. dìac. 1. 5. 

(3i) Paiil.'Diae. Marat. Ann. 



ai8 LIBRO SECONDO 

'^ebbe l'altra di attaccare un rito già dal tempo ata- 
^'^Q bilito, e caro alla maggior parte dei popoli (3a). La 
669 lusinga del suo favore, la forza del suo potere fece- 
ro piegare i reluttanti greci Prelati ; e il popolo di 
Oriente, non senza tumulto e sedizione, vide rapirsi 
le Immagini adorate. Ma l'Occideute più remoto 
dalla potenza imperiale, e più libero perciò ne'suoi 
sentimenti y resistè coraggiosamente ai Mandati im- 
periali: gli esecutori armati furono o scacciati, 
uccisi; e il Pontefice Gregorio , dopo avere insultato 
anche grossolanamente nelle sue lettere il greco 
Imperatore, dette- l'impulso agl'Italiani di scuote- 
re il giogo d'un eretico Imperatore. La maggior 
parte dell'Italia soggetta a' Greci esci dal dominio 
imperiale. Cosi una disputa teologica, se non giun- 
se a privare totalmente de'suoi stabilimenti in Ita- 
lia l'imprudente Leone, quasi annichilò il suo po- 
tere su di essi ; ed ecco Roma , che dopo tante vi- 
cende, si trovò per questo singolare avvenimento 
liberata dai giogo straniero^ e in facoltà di elegger- 
si qualunque politica co^ituzione le fosse a grado. 
799 Una languida memoria de' lóro antichi titoli, senza 
però conoscerne il potere , ed i limiti , fece risorger 
l'autorità del Popolo, e dei Senato, che non pote- 
vano adunarsi, e deliberare senza sconcerto e tu- 
multo. In mezzo a questa inevitabile confusione 
egli era naturale che la religiosa riverenza versoli 
romano Pontefice lo facesse riguardare come il pri- 
mo Magistrato: verso di lui pertanto si rivolsero a 
poco a poco gli sguardi della moltitudine: le sue 
ricchezze, le sue relazioni co' forestieri Prìncipi, la 

{3a) Theophares Gregor.II. cpwt. 1. «d Imperai. Leon. ce. 



CAMPITOLO SECONDO S19 
tua religiosa influenza lo costituirono insenaibi Inden- 
te il Sovrano 4i Roma ^sovranità legittimata dal li- ^^c] 
bere condenso del popolo , e confermata dal posses 7^9 
«odi dieci secoli. Questo à un titolo più nobile , e 
più legale delle controverse donazioni di Costanti- 
no^ di Carlo Magno, e d'Ottone. I prudenti Fon- 
tefici, nel momento in cui lo zelo di religione degli 
Italiani aveva scosso il giogo dei Greci , si accorse- 
ro, cbe queste città lasciate senza sostegno sarebbe- 
ro S^ùlmeote cadute in mano de' Longobardi , a 
loro iorse più formidabili ancora dei Greci. Quan- 
tunque perciò minacciassero di fare eleggere un 
Doovo Imperatore, ebbero la prudenza di arrestarsi 
alla minaccia, e di rispettare i deboli avanzi del- 
l' liopero greco ^ sicuri di avere su questi popoli 
iufluenza superiore a quella degl'Imperatori^ e im- 
porne ai Longobardi collo specioso titolo di provin- 
cia soggtlte al greco Impero. Liutprando però, che 
governava allora quei popoli, parea disposto a pro- 
fittare della confusione in cui si trovava l'Italia 
p^ impadronirsi delle città non più difese dalle 
forze de' Greci* Si avauzò verso Ravenna di cui gii 
(urooo aperte le porte: lo stesso fece in qualche al- 
tra città, ma Liutprando, che avrebbe dovuto trat- 
tare con somma dolcezza i popoli, che volontaria- 
mente gli si davano, o mancava di questa pruden- 
za, di forza per tenere in freno gì' indisciplinati 
Longobardi, Quei popoli spogliati, e atrocemente 
vessati si pentirono di averli accolti : non tennero 
perciò lungamente i Longobardi la loro conquista . 
I Veneziani stimolati dal Pontefice si mossero in 
aita dei Greci: fin da quésto tempo aveano in piedi 
rispettabili forze di mare; furono improvvisamente 



220 LIBRO SECONDO 

^^ colla flotta sopra Ravenna, ove, dicesi, fu fiitto pri- 
di e. gione un nipote di Liutprando (33) , fu ucciso Pe- 
739 redeo Daca di Vicenza; e Ravenna colle altre città 
tornò in potere dei Greci. La stupida avidità dei 
Longobardi era tentata continuamente dalle ricches- 
ze di Roma, e trattenuta da un religioso timore. 
Liutprando si mosse contro di essa : il Pontefice 
Gregorio, che ne conosceva bene il carattere, gli 
fu incontro , e gli parlò in guisa , che in vece di 
attaccar Roma andò a prostrarsi nella Basilica Va- 
ticana, ove spogliatosi non solo delle armi, ma del 
manto, e della corona reale, lasciò tutto alla tom- 
ba di S. Pietro. Morì questo Re dopo un lungo, e 
felice regno. Paolo Diacono ne fa un lungo elogio. 
Noi troviamo in esso alcune rare qualità: ce lo de- 
scrive, cioè, valoroso nella guerra^ eppure amante 
della pace; ignorante delle lettere, ma per la sua 
saviezza degno di esser paragonato ai filosofi • Fu 
certamente assai devoto, e obbediente agli Eccle- 
siastici ; riscattò con gran tesoro da' Saraceni Tossa 
di S. Agostino (34) 9 ^ àsi Pavia andò incontro a 
questa reliquia fino a Genova . Era nel suo pakszo 
in Pavia una chiesa, in cui come in una cattedrale, 
dai preti, e dai cherici quotidianamente si celebra- 
vano i divini uffizj ; Tra le altre prove del suo co- 
raggio, e della sua personal bravura , si racconta (35), 
che essendogli stato riferito come due suoi scudieri 
si erano vantati» di volerlo uccidere , gli fece venir 
seco nel più folto di un bosco, ove essendo egli so- 



(33) Marat. Ann. d'Ital. 

(34) Sigon. de regno ital. 1. 3. 

(35) Lo stesso aneddoto si narra di Enrico IV Re di Francia « 
ma gli aneddoti son quasi sempre incerti > e spesso falsi . 



CAPITOLO SECONDO aai 
l0| arrestatosi a un tratto^ disse loro risolutamente y 
che era adesso il tempo di eseguire il loro disegno: ^j o. 
attoniti quelli, ed atterriti, gli domandarono per- 7^9 
dono (36). Il suo nipote Ildebrando, incapace di 
regnare, fu dopo pochi mesi deposto, ed eletto Ba- 
chÌ5 Duca del Friuli. Una delle sne prime imprese 
fu l'assedio di Perugia . Papa Zaccaria si portò a 744 
trovarlo, e potè tanto sul di lui spirito, che non solo 
lo persuase a scioglier l'assedio, ma ad abbandonare 
ancora il mondo . Passò dunque Rachis dal soglio 
al chiostro nel Monte Cassino (37); e sua moglie 75 j 
Tasia , e sua figlia Rotrude fabbricarono un mona* 
stero ove si chiusero • Successe a Rachis il fratello , 
quell'Astolfo, su cui è fondato il comico raccopto 
deirAriosto (38). Questo Re era di un carattere 
^ diverso dal fratello: occupò Ravenna, e mi- 
nacciava Roma. Si accorse il Papa Stefano II, che 
troppo precaria difesa era alla Santa Sede il rispetto 
religioso contro costui , e che uopo era procacciarsi 
altronde qualche appoggio più sicuro (89); implorò 
dnnqne l'ajuto de'Frandii. Il valore guerriero di 

(36) PaoL diac Anast. in Lac. 

(37) AnasUs. in Zachar. 

(38) Astolfo, Re de' Longobardi, quello 
Cui lasciò il f ratei Monaco il Regno ec. 

Arìost. canto a8. 
La Yoglìa di farsi monaco pareva epidemica ne' Principi in que- 
it' anni . Carlo Manno fratello di Pipine , e figlio del famoso Carlo 
Martello veone in Italia, edi6cò un monastero nel Monte Soratte, 
OTC 8Ì consacrò facendosi tonsurare da Papa Zaccharia : ivi però 
tfOTandosi disturbato dalle frequenti visite de' forestieri , in spe- 
cie fìraocesi » si ritirò al Monte Cassino • Anselmo Duca del Friuli » 
copato di Astolfo , sì ritirò anch'esso in un monastero da luì fab- 
oncato a Panano. Anastasio Imperatore, vinto in battaglia da 
Teodosio, si fa chierico. Teodosio cacciato dal Regno da Leone 
Isa urico insieme col figlio prende 1* abito ecclesiastico. L'islesso 
jwrtilo prese Faroaldo Duca di Spoleti . 

(39) Anast. in Steph. Auuales. Frane, ec. 



saa LIBRO SECONDO 



". questo popolo 81 era attrattogli sguardi del mondo ^ 
^i Q^ specialmente per le vittorie sugli Arabi. Questa ua- 
75tà zìone animata dal fanatismo religioso^ in brevissi- 
mo tempo avea fatto immense conquiste; dopo sog- 
giogata la Persia^ TEgitto^ e la fertile spiaggia del- 
r Affrica f che dall'Egitto si stende fino ad Abila o 
Ceuta, passato lo stretto ^ e dato un nuovo nome a 
Calpe (40)9 aveva come un torrente inondata^ e 
soggiogata la Spagna piò rapidamente che un viag- 
giatore non l'avrebbe percorsa: indi invasa la Fran* 
eia, minacciava tutta l'Europa , quando questo tur- 
bine di guerra fu arrestato dai Franchi, e dal valore 
di Carlo Martello. Nella incapacità dei re franchi, 
Carlo Martello governava la Francia sotto il titolo 
di Maggiordomo: il suo figlio Pipino ne avea eredi- 
tato la carica, la potenza, e il valore: stanco però 
di sostenere tutto il peso della monarchia , senza 
il diadema, ambi quest'onore che tutti i guerrieri, 
ed il popolo erano volonterosi di conferirgli: uno 
scrupolo però degno per la sua rarità d'esser ram- 
mentato dall'istoria, gli tratteneva; ed era il giu- 
ramento di fedeltà prestato all'imbecille Chilpe- 
rico (40* I^i<^orse Pipino a Papa Zaccaria: ooo 
mancavano mai distinzioni, e sottigliezze metafisi- 
5^ che a' teologi per giustificare i potenti: Zaccaria 
sciolse Pipino, e i Franchi dal giuramento, lo di- 
chiarò Re di Francia; fu consacrato, ed unto da S. 
Bonifazio Arcivescovo di Magonza; eChilperico ra- 
sato, e vestito da monaco, fu racchiuso in uu con- 
vento. Dopo un sì segnalato servizio non poteva un 

(4o) Gebel al Tarik, o sia il Monte ili Tarik nome d*ano dà 
Condottieri Arabi in Spagna onde poi GibelaHar , o Gibilterra. 
(4 1 ) Tbeopharet iu Chronogr. Ctdre&of in Hif L 



CAPITOLO SECONDO aaS 
sQCcessore di Zaccaria ricorrere invano al Re dei 
Fnnchi:8Ì mosse in fatti Pipino colle sue truppe a; e. 
ver30 ritalia, e non trovando contrasto giunse a 7^4 
Pavia^ ove assediò il Re Astolfo, che, vedendosi a 
mal partito, mosse parole di pace, e fu fatto un 
accordo, in cui si obbligò di cedere alla Santa Sede 
Ravehiia coir Esarcato. Ma partite le forze dei Fran- 
chi , oon osservò il trattato, e forse credendo che 
il Re de' Franchi non vorrebbe di nuovo con grave 
spesa ricondurre un esercito in Italia, per donarne 
Qoa parte al Papa , non solo non adempì le pro- 
messe, ma corse imprudentemente a far l'assedio 
di Roma. Il Papa in tanto pericolo scrisse una lette- 
ra in nome di S. Pietro , indirizzata non solo al suo 
protettore Pipino , ma ai di lui tìgli, ed al popolo 
tutto francese , promettendo loro per tale azione 
la vita eterna del Paradiso (4^)9 ^ minacciando lo- 
ro, se non si movevano, le pene eterne. Non fu il 
Re de' Franchi disobbediente agli ordini di S. Pie- 
tro; assediò di nuovo Astolfo in PaTÌa,e lo costrinse 7^5 
a cedere a Roma una delle più importanti parti del 
dominio greco, e longobardico (43)* Questa cessione 
di Astolfo, o donazione di Pipino formava a S. Pie- 
tro, sia ai suoi successori, un considerabile stato. 
1 critici però, neir analizzare la lettera stessa del 
Papa Stefano a Pipino , hanno mosso delle sottili 
questioni sul donatario (41) • 

(40 (^' Caroli DO . 

(43) Cioè Ravenna 9 Rìmini, Pesaro, Fano, Cesena, Sinlga- 
^)m, Jesi, Porli muopoK (Forlì), Montefeltfo, Cìceraggìo, Monte 
^ littcaro, Castello di s. Mariano, o Marino, Bobbio, Urbino, 
^li,Laccolo» Gubbio, Comaccbio , e Narni. Marat. Ann. 
<li!uL 

(44) Fcco le parole della Lettera : Donatio facta B. p€tr9 



Mi LIBRO SECONDO 

Poco sopravvisse Astolfo al suo umiliaute tratta- 
dì G. ^o* fu eletto Re Desiderio Duca di Toscana ^ in cui 

755 dovea terminare il languente Regno de' Longobar- 
di • 11 monaco Racbis^ fratello di Astolfo , annojato 
dalla monastica vita^ era uscito da ritiro^ e favorito 
da un grosso partito, aspirava al regno. Desiderio 
ricorse al Papa^ che intimò al monaco di tornare 

756 al convento; ed era tanta l'autorità del capo della 
Chiesa , che a quelT intimazione si trovò Racbis 
abbandonato da tutti i seguaci. Desiderio a vea pro- 
messo al Papa di dargli alcune città ; non mante- 
nendo le promesse , ricorse il Pontefice al solito suo 
protettore Pipino, che mandò in Italia dei mini- 
stri ; e le questioni furono accomodate in vantag- 
gio della S. Sede. Fu questo V ultimo servigio re- 
sogli dal Re de' Franchi, il quale morendo, lasciò 
il regno ai suoi due figli , Carlo che si acquistò me- 
ritamente il nome di grande, e Carlo Manno. 

Egli era della politica di Roma V impedire qua- 
Ituique amicizia . o alleanza tra i Longobardi , e 
i Franchi: fu moli ^ ^«*ave perciò al Pontefice l'udi- 
re, che si trattavano i matrìmonj tra le due fa- 
miglie reali d'Italia, < 'li Francia. La madre dei 
nuovi principi Berta (45) era venuta a bella posta 
a Pavia: strepitò il Pontefice contro questo trat- 
tato: le sue ammonizioni avrebbero avuto T ap- 
provazione de' posteri, se i principi fossero stati 
uniti ad altre mogli, come ei supponeva, ciò che 

sanctaeque Dei ecclesiae, et Reip, I due primi nominati non si 
suppongono possessori di beni materiali $ cosa significa la parola 
Reip, P Molti dicono V Impero Romano . Le chiavi però della 
citta furono depositate suir altare di s. Pietro , ene prese il Papa 
)] governa. / 

(f*») AunaL Francorum. 



nni 



CAPITOLO SECONDO «5 
era hXso: gli altri motivi^ che egli adduce per di-^ 
stoglier sifl&tti matrimoo]^ anitì a delle minaccie, <^>^< 
soo degni della frivolezza igooraDte di quei tem- ^ 
pi {4^. Carlo, che era uno di quei caratteri grandi, 770 
che rìspetCaya la religione finché non abusava del 
800 potere, non fece alcun cónto né delle esortazio« 
ni, nèdelle minaccie,e sposò la figlia di Deside- 
rio; ma questo vincolo, che faceva ombra al Papa, 
presto si sciolse col repudio che fece Carlo, senza 
alcun giusto motivo , della moglie , sposandone 
un' altra (47) • Nuovi e più furti dissapori nacquero 
tra i due Re. Morto Carlo Magno, fratello di Carlo, 
i due figli erano stati dallo zio spogliati del regno, 
senza che se ne sappia alcun motivo, e senza die gli 
storici di quei tempi osino neppur condannare que- 
st'atto di crudeltà e d^ ingiustizia: tanto è vero che 
la luce delle grandi azioni fa dimenticare i delitti!- 
Si erano i nipoti rifugiati alla corte di Desiderio : 
non solo questi diede loro tutta la protezione ; ma 
istigò il Papa suo nemico, ed a cui avea tolto po- 
c'anzi alcnne città, a riconoscerli per Sovrani • Carlo 
invitato, dal Papa a vendicare le comuni ingiurie 
non si fece molto pregare ; venne in Italia ; strinse 

(46) Eccone un saggio : Gbe pazzìa è questa , eccellentìs- 
•ùni figliuoli^ Re grandi , appena oso dirlo» che la vostra nobil 
gente dei Franchi eminente sopra le altre genti ^ e la splendi* 
da, e Dobilissima prole della resa vostra possanza» si voglia mac- 
ellare colla perfida , e puzzolentissima gente de' Longobardi , la 
qoilc neppure è compatata tra le genti» e dalla di cui nazione 
^■ppiamo di certo che son venati i lebbrosi? Niuno vi è che non 
su pazzo» al quale possa neppure nascere sospetto che re si 
nnomati si vogliano impacciare in un contagio sì abominevole ec. 
Aggiuoge aver posto questa esortazione sul sepolcro di s. Pie- 
^» e d'inviarla da quel samto luogo, con minftccìar loro anche 
u teomonica se non ne faceano conto . Cod. Carol. Epìst. 4^* 

(4/) Egiaardus vita Caroli Magni. 



226 LIBRO SECONDO 

"Desiderio in Pavia^ che, dopo un lungo asaedio, fu 



d/c! obbligato ad arrenderai . Mandato in Francia ^ cbiuao 
790 in un Monastero, divenne» religioso, e mori in odore 
di santità (48)* H figlio iVdelgiaio, dopo aver brava- 
mente difesa Verona, sin che fu possibile, fuggissi 
alla fine; ed imbarcato a Porto pisano, si riparò 
alla corte di Costantinopoli. Cosi terminò in Italia 
il regno de' Longobardi, la di cui caduta fu accele* 
rata dalla politica di Roma . Carlo , dopo la presa , 
ed espulsione di Desiderio, a' intitolò Re de* Fran- 
chi , e de' Longobardi : fiirono questi trattati amo- 
revolmente. Nel tempo dell'assedio di Pavia era 
Carlo andato a visitare a Roma il Pontefice Adria- 
no, e gli aveva, dicono, non 9olo confermate le 
donazioni di Pipino, ma aggiunte delle nuove. Che 
queste fossero state fatte forse verbalmente dall'uno, 
774 e dall'altro re si deduce dalle lettere del Papa, ma 
non bene quali fossero : non certan^ente quelle ri- 
ferite dal Sigonio (49) > giacché in ea^ da vasi quello, 
che Carlo non possedeva , come la Sicilia • Dopo la 
conquista d'Italia, parve però che si raffreddasse la 
generosità di Carlo, che divenuto possessore d'un 
sì bel paese, non amava probabilmente di perderlo. 
Vi sono non pochi moniimenti dai quali si com- 
prende che egli esercitò degli atti di sovranità non 
solo sulle città d' Italia donate alla Santa Sede, ma 
su Roma stessa (56) . Intanto questo gran Sovrano 
stabilì il suo figlio il giovine Pipino re d'Italia (5i), 

(48) Murat. Aonal. d'Ital. 

(49) De i-egQO Ital. 

(&o) V. Murat. Anu. d'ItaL ove à ripoi'tano due passi molto 
interessanti di Paolo Diac e di Eginardo. 
(5i) Anual. Fraucorum. 



r 



CAPITOLO SECONDO a»; 

ed ecco il principio di un'altra dinastia , che la 
Francia diede a questa prorìncia . Poteva dispiacere ^^q] 
a Roma lo stabilimento di un nuoTo dominatore in 774 
Italia; il naturai desiderio d'ingrandirsi in ogni So- 
vrano , poteva far nascere delle dispute fra i due 
Itati confinanti, nelle quali la possanza^ che aveva 
aJQtato il Papa contro i Longobardi , gli sarebbe 
stata nemica : ma la pietà , la religione , il rispetto 
della Garlovingia famiglia verso la sacerdotale au- 
torità j i consiglieri , e ministri di questi principi 
per la maggior parte ecclesiastici la rassicuravano ; 
fra questi in seguito il principal ministro fu il savio 800 
eoclesiascicu) S. Adalardo abate di Carbeja (5:i). 
Intanto si appressava un' epoca interersante per 
f Italiane per l'Europa tutta. Regnava il Pontefice 
Leone III che era stato acculato di varj delit- 
ti y e aveva conth> di se un forte partito • Tornato 
Carlo in Italia , e venuto a Roma, forte il Papa 
del di lui appoggio^ intimò a tutto il regolare e 
secolare Clero di adunarsi nella chiesa di S. Pie- 
tro, e di esporre, se alcuno ne avea , le accuse* 
Niuoooso parlare. Nel giorno poi di Natale, cele- 
brando il Papa la messa solenne nella Basilica Va- 
ticana, si mosse ad un tratto, e venne a posare 
sulla testa di Carlo una corona ; ed il Clero, e il 
popolo ad alta voce gridavano : a Carlo piissimo 
augusto coronato da Dio grande , e pacifico Im- 
peratore y vita, e vittoria (53). Tre volte fu ripe- 
tuta r acclamazione , e il Papa imitando i sacerdoti 

(5i) Asnal. d' ItiL Mar. 

(53) Bginar. Fita Cìiroli M. Joannes Piaconus eie. Il primo 
Kiìtlore cortigiano, segretario di Carlo ALt dice che fu quésta una 
sorpresa Citta a€arlo,raltro che fu an affare concertato. 



saS LIBRO SECONDO 



f d'Isdraello , uose con V olio santo Carlo Imperatore 
di^c!^ Pipino re d' Italia. Cosi V Impero di Occidente 
800 spento da quattro secoli risorse per un ardito passo, 
con cui il Papa credè possedere ^ o si usurpò la fa* 
colta di creare i Sovrani . Forse il Papa nel donar 
questo titolo non credette ccmferir d'avvantaggio 
che i titoli de' Vescovati ^ e Patriarcati della Gre- 
cia y o dell'Asia ; e certamente quello solo sprov*- 
vitto di forze non sarebbe niente di più: ma con- 
ferito a un si potente Sovrano come Carlo , e di 
altri suoi intraprendenti successori in tempii nei 
quali la venerazione a' decreti pontificj era tan- 
ta , diveniva un istrumento validissimo da palliare 
con una vernice d' equità le più ardite pretensioni 
L'Impero romano si era esteso sulle più fertili e più 
colte Provincie allora note del globo : queste erano 
state strappate colla forza dal quel gran corpo • Un 
Imperatore romano poteva rivendicare colla forza 
o r intero , o parte , o almeno i diritti di vassal- 
laggio dai Sovrani di quelle provincie . L'acclama- 
zione di Carlo 9 naturalmenie concertata fira lui ed 
il Papa , era un atto utile ad entrambi , giacché 
questo y senza nulla perdere , donava ampiamente 
di ciò che non possedeva : il dono immaginario 
poteva esser ridotto a qualche cosa : intanto il 
Papa esercitava un atto dei più grandi^ ed au- 
torevoli , come quello di conferire la corona im- 
periale . Non furono comprese in quel momento 
le conseguenze ({ip^ndenti da queir avvenimen- 
to, ed esempio. Varie furono le visite che que- 
sto Sovrano infatigabile fece all'Italia, ma nia- 
nn ebbe ronseguenza di tanta importanza . La vita 
di queslu iVlouan a , degno al par di qualunque al- 



CAPITOLO SECONDO aag 

tro del nome di grande , fa una continua serie di 
viaggi, e battagKe: il suo dominio abbracciò due ^4 (>^ 
terzi deir antico Itepero romano: si estei^deva an- ^o<> 
che di pia dalla parie del Nord , oTe fe^e trentatrè 
campagne ora per domare, oi^a per rimettere in 
dovere quei feroci popoli impazienti di freno . Fu 
sempre vittorioso in Spagna controi Sanicein , d'oi¥< 
de ritirandosi per accorrere a sedare la 'ribellione 
de^ Sassoni, fu nella ritirala atlacfcaitèin uno stmt* 
to e svantaggioso passo fra i Pilone! , in cm sì efa4iey 
occaltamente postati i suoi nemici, 'éd'orve^in èpe-'' 
eie la sua retrognairdia, fu tagliatala j^esti. Que^aè 
la celebre rotta di Boncisvatle, in cui tra gli altri' 
guerrieri restò ucciso il famoso Radiando, ò Orlan- 
do, sa di cui hanno scritto i romansrteH , e- in epe-* 
deiliàvcrfoso Tilpi«o, o Tnrpìiio Àrciveì8f]o>i^o di 
Reims(54), fipesiso comicamente citato dà* uno'dei- 
pià grandi italiani poeti. Toltìa» <}ueeta sventura, il 
suo regno fu felice. Il Codice longobardico fu'da 
lui emendato, e accresciuto 'con varie importanti 
^gif le quali sì possono vedere nei Capitolari; 
prese le più efficaci misure compatibili con quella 
barbara legislaaiope per rimediare^lle ingiustizie . 
E &cile il vedere quanto oppressi esser doveano i 
mifierabili popoli sotto il feudale governo; quanto 
difficile cbe i lamenti di questi pervenissero alle 
orecchie di un sovrano , che colb voglia avesse an* 
che il potere di far rendei gitisEtizia; Carlo perciò 
costituì dei giudici itineranti. Alzavano essi tribù- 



< •• 



(54) In un G)Dcilio celebrato in Roma nel 768 tra i dodici 
vcscoYi, si trova questo Turpino arcivescovo di Reims: ma il Ro« 
n^ioo a lui attribuito fu scritto piitdi éae secoli dopo, da un fra- 
te de* oofnfini di Frància, e 'di Spagna. Fabricio BibKoth. Latin* 

■^e'diiacri. *> *» ' * 



s3o LIBRO SECONDO 
. naU nelle piazze delle città^ invitavano chi area da 
di G. dolersi dei governatori ad esporre i loro gravami ; yì 
^^^ chiamavano i migliori legisti dei paeaej il Conte, 
il Vescovo ec. , e questo giudizio facevasi in pub- 
blico. Un si fatto tribunale esercitò i suoi diritti 
anche nelle città pontificie , onde chiaramente si 
scorge che Carlo se n'era riserbato Talto domi- 
nio (55). Benché devoto alla S. Sede, ebbe sempre 
assai di vigore per non ceder debolmente alle pre- 
tensioni indiscrete , e per tenerla entro i suoi limi- 
ti. La grandezza delle sue imprese ne copri i difet- 
ti • Pisa si vanta di aver dato in Pietro Diacixio un 
maestro a si gran Monarca , che però si dubita se 
sapesse leggere. Quantunque ignorante delle lette- 
re, onorò e ricercò i dotti per una specie d'istinto, 
di cui pec tutte le pregevoli cose la natura ha dota- 
to gli uomini grandi : fece ogni sforzo per risvegliarle 
in Francia^ e io Italia . La maraviglia che le sue 
grandi imprese eccitarono nei contemporanei, lasciò 
una profonda traccia nei posteri anche barbari , a 
segno che i suoi avvenimenti fnrono mescolati colle 
fjiVole, le quali, per rendersi credibili, si attaccano 
sempre ad uomini straordinar). I poeti, e i roman- 
zieri si occuparono di Carlo , e le pubbliche piazze 
d'Europa furono piene di curioso popolo che pende- 
va dalla bocca d'alcuno, che raccontava- gli avveni- 
menti di Carlo Magno (56). Carlo, prima di mori* 
re, in una Dieta di rispettabili princìpi in Aquis- 
grana avea fatto dichiarare Imperatore il suo figlio 
maggiore Lodovico (57) . Merita riflessione quc- 

(55) Anaal. FranconMD Eginar. 

(56) U nome di Giftrlfttani^ origiiutU) diMì fatte persona. 

(57) Annal* Franoor. Thegan. De gestis Ludovici Pii cap^ <^ 



/ 



CAPITOLO SECONDO sSi 
st'aiione di Carlo. Il rutabilimento della dignità ==^ 
imperiale in Occidente era stato un atto, che avea ^rc! 
ncevBtor origine, e il primo impulso dal P«|>a; fi>4 
onde parea che al medesimo fonte dov^aae ricorrer 
Cado per istallare nella stessa dignità il suo figlio: 
e^ pertanto o credè stabilita su più salda iMise una 
desume, in cui convenissero i più potenti principi 
^lla Germania^ o volle far comprendere, che l'in- 
tervento del somoK) Sacerdòte era necessario soU 
Unto nello stabilimento , e nella creazione d' un 
Impero, né Tatto solennfe dovea ripetersi ad ogni 
individuo, o volle togliere la pericolosa influenza , 
6 quasi supremazia, che un atto tale pareva attri« 
l^re al sacerdozio sopra T Impero. La Carlovingia 
Simiglia stabilita da tre eroi , Carlo Martello , Pi« 
pino, e Carlo Magno, giunta al più alto splendore 
Mto il terzo, cominciò dopo la sua morte a decli* 
Bare; i degenerati suoi discendenti non possedevano 
«Icuns virtù dei loro antenati . Lodovico , erede 
della più gran parte dei suoi regni , schiavo della 
móglie y deposto per cabala degT intriganti suoi figli , 
per commiserazione, che desta ne' popoli il degra-* 
dato figlio di nn eroe, richiamato al trono, debole 
ugualmente di corpo , che di spirito , dopo un regno 
Mnia gloria , sentendosi illanguidir la sua macchi- 
na, li fece trasportar in un' isola del Reno pr^so a 
Magonza. Avendo perduto T appetito, credè che il 
Cielo lo punisse per non aver osservata in queir an- 
no la quaresima, e vi morì di langoore (58). 

I auot figli si contrastarono il piugiie retaggio del 
toro grandmavo coir armi . La Germania, e l'Italia \ 

(SS) Aiiii«Francor. 



93a LIBRO SECONDO 

^,~,\- furono iosaaguinate dalle loro dìacordie : caddero 
<^i C' poi i degeneri dissceodenti neir avvilinMnto ; ed i 
^ ' ^ cogaomi steasi di Carlo il balbo y Carlo il grasso ec», 
mostrano la loro degenerastoae di colepo, come di 
spirito. L'Italia^ in cui si fiuccedevauo rapidamente 
i conquistatori , era trattata da tutti come passe di 
conquista, e perciò ciascuno di quelli abusaTa del 
dritto d'opprimerla* la mez2o a queste miserie «ra 
minacciata da un'altra, disgrada. Gli Arabi da 
quaklielempo padroni . della Sicilia passati in Ca« 
labfia, si. erano fortificati «sul delisuoso Miseno^ coo- 
verteado la tomba di S. Severino in un asilo degli 
adoratori di Maometto. Di qui minacciavano tutta 
IMtalia, e scorrendone con le loro flottiglie le co- 
ste^, dìstru^isero la città di Luni^ rimoatarono il 
Tevere, giunsero presso a Boma^ e. spogliarono la 
Basilica di S. Pietro. Per difendere appunto questa 
ricco, e rispetta)»ile luogo da nuove scorrerie^ Leo- 
ne IV lo cinse di mura (5$); vi fabbricò delle ca* 
se, perchè gli abitatori di esse servissero almeno di 
qualche temporana difesa, e ae concesse Tabita- 
zione a una moltitudine' di Corsi fuggiti dalla loro 
patria. Ebbe il luogo dal suo fondatore il nome di 
città Leonina, che trovasi ora racchiusa entro il 
circondario di Boma moderna « L' insolensa de^Sa- 
vaceni era taiita , che giunsero fino a sorprendere in 
un 'isoletta alla foce del Bodano BoUndo arcivescor 
vo d'Arles ; e burlandosi dei semplici Sfàoi sudditi 
e popolani, fecero pagare uno straordinario riscatto 
4I suo cadavere (6c)< Tanto inetti alla difesa eran 



I * ' 



(59) Anastas. bibliotli. Vita Leon. IV 

(60) £ra andato T Arci vescovo all'Isola di Gamereue, ov« 
r abbazia di s. Cesarlo da lui posseduta avea dt'graii borni. Sorpre* 



CAPITOLO SECONDO a35 
divenuti gF Italiani^ che non più di 20 Saraceni ^^ 
sbalzati dalla tempesta alla spiaggia tra Nizza e Mo- ^[q. 
naco^ entrati di notte in un castello, probabilmen- ^U 
te Frassineto, vi scannarono tutti quelli che cadder 
loro tra mano; indi fortificatisi, chiamati altri com- 
pagni, fecero delle scorrerie in Francia, in Italia, 
peoetrareno nel Monferrato , saccheggiarono presso 
a Turino il monastero della Novalesa, e si manten- 
nero per molto tempo in quel posto con vergogna 
di tutti i Principi italiani* . 

so ivi dai Saraceni y fu stipulato un costosi^mo riscatto. Intanto 
l'accuoraniento, e forse gli strapazzi condussero a morte l'Atei ve- 
scovo nel tempo della sua liberazione. Gli scaltri Saraceni tennero 
occolla la morte , e nel tempo, che vem^* a riceverlo la tua geate» 
portarono il cadavere a terra accomodato in una sedia, e vestito 
degli abiti pontificali , e presero rapidamente il denaro . Si accosta- 
rono alla sedia i suoi , e volendo parlargli > trovarono un cadavere. 



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a34 LIBBO SECONDO 

CAPITOLO Ili. 

SOMMARIO 

Duchi, Conti, e Marchesi di Toscana, Origine delle Case d^Este» 
e di Brunswich» Imprtse di Bomfarió • Influenti de* Marchesi 
di Toscana sugli affari d* Italia . Ugone n' è eleUo Me • Sue di* 
scordie col Marchese Lamberto . Esclusione della linea Bavara 
dal dominio della Toscana, Linea di Provenza • Tigone, detto 
il grande, governa giustamente. Sua morte. Vicende di Ugo- 
ne, e di altri re d' Italia. Avventure di Adelaide Ji^ia del Re 
di Borgogna . Bon\fa*io Marchese di Toscana.. Sua magniji- 
cenzd , sua ricchezza , e sua morte. Metilde Contessa di To- 
scana. Gregorio VII Arrigo IV Sacca dato a Boma dai Nor- 
manni, e morte del Pontefice. Morte di Arrigo, e di Corrado 
mÈoJif^ia* Arrigo V Imperalcfre. Potemtadi Meiilde, e sua 
morie . 

l^a Toscana^ esposta a tutte le rivoluzioni d'Ita- 
Atmi Ha , passò dal giogo dei Goti a quello de' Longo- 
3 .'bardi y indi dei Franchi. In questi governi però 
quasi uniformi ^ era stata governata , ed oppressa 
da un Duca, o Conte , o Marchese che dipendeva 
dal Re d'Italia, (iìon questo nome erano distinti i 
principali ministri del regno d' Italia . Giudici sul 
principio^ e condottieri de' Barbari^ divennero do- 
po il nono secolo principi distinti di un solo gra« 
dino dal trono • Era dritto di questi , anzi officio , 
d' intervenire al concilio nazionale , e le leggi 
non avean validità senza la sanzione loro. Nei 
paesi che governava , il Duca , o Conte era supre- 
mo comandante civile e militare con potere as- 
soluto; ne' giudizj o civili o criminali erano assi- 
stiti da' loro Assessori o Scabini che si suppone- 
vano più istruiti del Signore . La loro condotta pò- 



CAPITOLO TERZO 935 

tef A esier ioggetta all' esame de' Giudici itineranti 
fltabiliti da Carlo Magno , quando la debolezza ,o àìC 
timore gli consigliava a soggettar visi. Si possono con* ^*4 
sìdenire perciò nel potere, nell'abuso di esso, e 
probabilmente nella forma dei giudizj, molto si- 
mili ai Bassa , o Governatori della porta Ottoma* 
na . Dovevano ad un cenno del sovrano marciare 
co' sudditi in armi; con lui erano divise per metà 
le tasse levate sul popolo. Avea il Sovrano il dritto 
di richiamargli a piacimento , nò i figli legalmente 
ereditavano la carica: ma presto invalse Tuso, che 
DOQ potessero esser privati del loro uiBzio senza un 
processo , a cui un Duca , o Conte assai potente 
sdegnava spesso di comparire; e l'uso pericoloso 
di confermare i figli nella carica del padre ^ unito 
alla potenza del figlio , la rese psso passo eredita* 
ria. In una lunga serie di questi padroni della To- 
scana appena trovasi alcun avvenimento degno di 
meoioria (i)« Lasciando nell'oblb quei, dei quali 
si omosce poco pia cka il nome , la di cui serie , 
sempre incerta, esercita le inutili ricerche de'&ti^ 
cosi eraditi , daremo noi uno splendido principio 
a ({Qesta specie di governo coi nomi di fioni&cio , 
ed Adalberto, che \lbr mano lo stipite, onde deru 
vano due delle più illustri famiglie d' Europa , la 
casa d* Este , e quella di Brunswich « li favore ac^ 
cttdato dalla prima agli uomini di lettere ha rice* 
votola più fi^rtunata ricompensa nell'immortalità, 
che le hanno data due dei cinque, o sei capi d' o- 
pera che l'ingegno umano abbia in Europa saputo 
finora produrre , l' Orlando Furioso , e la Gerusa- 
lemme Liberata . La seconda famiglia , dopo va- 
ti) T. Cosimo della Rena dei Duchi, e Marchesi di Toàcaa». 



I 



33& LIBRO SECONDO ' 
-.rie splendide vicende è stabilìt» sul trono d'una 



dì G. ^^^'^ nazioni più potenti (a). Sogbono per lo più i 
d>4 genealogici alberi, che la vanità ostenta agli occhi 
del pubblico, cominciare da un uomor rllusire , al 
disopra del quale manca la chiarezza della sorgen- 
te : ciò non è vero di Bonifazio : diacendeva esso 
da una famiglia padrona degli ampj dominj della 
Baviera e della Sassonia ^ i di cui limiti neir antica 
Geografia si estendevano assai più de' moderni (3)* 
Bonifazio detto il Bavaro fu Conte di Lucca , che 
in quei tempi era riguardata come la principal Cit- 
tà della Toscana. Il di lui figlio Bonifazio secondo, 
uni molto verisimilmente a questo titolo anche quel- 
lo di Duca^ e Marchese di Toscana, e ai segnalò per 
la difesa dei Paesi a lui commessi, e per la fedeltà 
al debole figlio di Carlo Magno da cui probabil- 
mente la sua famiglia riconosceva lo stabilimento 
in Italia* Oltre la Toscana, era «tota commessa alia 
sua cura la difesa della Corsica (4), e della Sarde- 
gna . lusultovano i Saraceni Affricaui non solo que- 
st'isole, ma le coste della stessa Toscana. Adunata 
una piccola flotta esci dal Porto di Pisa: si dilegua- 
rono in faccia ad essa i pirati. Egli dopo aver visi- 
tate le coste di Corsica ^ fece uno sbarco in Affrica 
tra Utica , e Cartagine . Non usati i Saraceni ad es- 
sere insultati dai Cristiani in quelle spiagge , adu- 
nato un gran numero di combattenti attaccarono il 
campo di Boni&zio per cinque volte, ed altrettante 
ne furono respinti con grande strage: i vincitori 
carichi di gloria ^ e di bottino se ne tornarono alla 

(9) Marat. Antich. Eftténs. lieìbuiz. origtnes Guelpbièae. 

(3) Gibbon *s AntiquUies ofthe House of Brunswick^ 

(4) Da lui probabilmente ebbe il nome il forte di Bonifazio 
in queir Isola . Co^m. della Reaa . 



CAPITOLO SECONDO 337 
bocca deirAroo. Al merito di difenaore della To- 
scana contro i nemici della' sua Religione^ ^SS^^'^^dì^c! 
Bonifiizio quello di difensore del bel sesso. È nota ^^4 
abbastanssa la debolezza del carattere delF erede di 
Carlo Magno , Lodovico Pio , e le vicende della sua 
moglie Giuditta . Discendeva essa come Boui£sizio 
dalla famiglia Guelfa di Baviera ^ che iouestata poi 
ia Italia nella Casa d'Este per via di femmine, die- 
de probabilmente origine alla famosa fazione Guel- 
fa. I figli dì Lodovico Pio, e specialmente il turbo- 
lento Lotario Re d'Italia , o abusando della debo- 
lezza del padre , o intolleranti dell'ascendente, che 
avea sopra di lui la matrigna Giuditta, aveano co- 
stretto quel debole Sovrano ad abdicare il regno, e 
racchiusa questa in un monastero di Tortona , men- 
tre la compassione verso il degradato figlio di Carlo 
Magno, e la venerata memoria del padre ricondu- 
cevano il cuore de' sudditi a riporlo sul Trono, Bo- 
nifazio impugnando la spada, cinta secondo le leggi 
di Cavallerìa in difesa del bel sesso, corse con alcu- 
ni fedeli seguaci a liberar Giuditta dalla sacra prì- 
gione, e la ricondusse salva alle braccia del treman- 
te marito . Questa galante e valorosa impresa gli 
trasse però addosso V odio del re d' Italia , e fu co- 
stretto a ricovrarsi in Francia , ma probabilmente 
ritorno al suo governo, e morì in Toscana. Il di lui 
figlio Adalberto I ora insultato come un pubblico 
Assassino, ora esaltato come un'Eroe da Papa Gio- 
vanni yill> secondo che gli fu amico, o nemico, è 
distinto dalla sola cronologia da Adalberto II suo 
figlio, trovandosi in molti scrittori confusi insieme, 
ed ignorandosi affatto le azioni del prìmo. Adal- 
berto II fu uno de' più celebri Duchi, e Marchesi 



a38 LIBRO SECONDO 

di Toscana . Le aue rìcchesoe lo reaero il più potente 



Ann' 

dì G. ^^' Principi italiaoi | e la ToscaDa cominciò sotto di 
Bi4 lui ad avere uu' inflaeosa deciaiva nelle riyoliizioai 
d^ Italia • Si trovaTa essa contraatata da due Re Be- 
rengario^ e Lamberto. Era il Duca di Toscana ne* 
mìco del secondo^ o voglioso d' ingrandirsi sulle di 
lui mine, sollecitato ancor più dairambizione della 
moglie Berta , che figlia del Re Lotario di Lorena^ 
aspirava forse ancor essa al titolo di Regina. Scosso 
il giogo imperia le 9 e unitosi col Conte Àdebrando, 
adunato un potente esercito^ marciò contro Lam- 
berto verso Pavia. Questa indisciplinata truppa con- 
dotta da inesperti generali , avanzatasi fino a S. Don- 
nino, Parma, e Piacensa, e ivi &tto alto, era ne- 
gligentemente addormentata • La sorprese nella not- 
te fattivo Lamberto con poca e scelta cavalleria; 
Tattaccarla e il porla in foga fu un punto solo: aal- 
89S vossi Adebrando : Adalberto fu fatto prigione tro- 
vato nascosto in una stalla • Lamberto quando gli 
fu condotto piacevolmente gli disse, che il luogo 
ove la sua viltà lo avea fiitto nascondere avea veri- 
ficato la profezia di sua moglie (5) • Restò per poco 
tempo prigioniero Adalberto. Correndo alla caccia 
precipitosamente Lamberto cadde , e mori della 
percossa non senza sospetto però di essere stato uc- 
ciso dal suo compagno di caccia Tigone • Perde l'Ita- 
lia un ottimo Re , giovine di anni, ma non dì sen- 
no, come un isterico di quei barbari tempi con e- 
spressioni men barbare della sua età ha scritto (6). 

(5) Si era vantata di voler fare del suo marito» o un Re , o un 
Asino . Liutpn apud Sigonium lib, 6. de Regno Italiae . 

(6) Inerat illi honesta morum probitas, sonda et formiìdo- 
Iosa severitas,et quem Juventus omaverat in corpore, splendida 
mentis canicies aecorabat sancta ec. Liutpraadas . 



CAPITOLO TERZO aSg 

Sbrigato da ai potente nemico, corae Berengario 
a Pavia , ore liberò il prigioniero Adalberto , lo di e!* 
ripose nel suo slato di Toscana , e divenne il solo ^9^ 
Re d'Italia: ma il potente partito dell'estinto La m- 
berta non poteva essere tranquillo; sapendo quanto 
Berengario avea ragione di odiarlo, gli eccitò un 
rirale, invitando Lodovico re di Provenza al Re- 
gno d'Italia, come Principe del sangue di Ciarlo 
Hagoo. Berengario vedendosi venire addosso questo 
nuovo turbine di guerra , sprovvisto di forze e di 
denari ricorse al suo amico Adalberto , da cui po- 
tentemente assistito potè porre in piedi un esercito 
di tal forza che venuto in Italia Lodovico, fu stret- 
to a segno che vistosi perduto, gli convenne capi- 
tolare, e promettendo con giuramento di non ten- 
tar più una simile impresa, fu da Berengario lasciato 
partire (7). I nemici però del re d'Italia e sopra 
tatti il Papa, non restarono tranquilli: richiama- 
vano Lodovico, e il Papa gli prometteva ancora le 
inaegne imperiali: vedendo però che senza il con- 
senso del potente Marchese di Toscana sarebbe sta-^ 
to vano ogni tentativo, si rivolsero alla di lui mo'* 
glie Berta, che avea grandMnfluenza suirsinimo del 
marito • Vinto Adalberto dagli stimoli di tanti prin- 
cipi italiani , e dalle persuasioni della moglie man- 
dò ad invitare Lodovico. Non fu egli restio (8). Be- 
rengario privo di un tanto appoggio non ardì oppor- 
segli, ma cedendo al tempo riparossi , e sì fortificò 
in Verona • Lodovico occupata senza contrasto Tlta* 
lia, ne fu coronato Re in Pavia: proseguendo il suo _, 
viaggio in Roma ricevè da Papa Benedetto le inse- 

(7) LiatpraniL lib. a: 

(8) Liutpr* Hist. lib. a. Anoiì« in paneg. Berenga. Ilb. 4- 



a4o. LIBRO SECONDO 
^gne imperiali; rivolto iodi a coaipir la vittoria si 
di e. preparava a stringere in Verona Bejpengario che 
900 non lo aspettò^ e refugioasi in Baviera ; la fortooa 
però pareva che scherzasse colla corona d' Italia , e 
Berengario; il marchese di Toscana in questo tempo 
dava e toglieva a hio senno quella corona • A vea egli 
ricevuto nella sua Corte l'Imperatore^ lo a vea traU 
tato con tale splendidezza, che quello non usato a 
tal lusso, e a siffatta magnificenza^ e forse piccato 
di esser sopraffatto da un suo vassallo , susurrònel- 
r orecchie a un confidente, che costui la faceva più 
da re che da marchese ^ e che non gli mancava che 
il regio titolo. Queste parole riportate ad Adalber- 
tOy interpetrate malignamente dalla moglie, istilla- 
rono un veleno nel cuore del marito^ per cui so- 
spettando che le sue ricchezze tentassero Pavidità 
deir Imperatore, alienò da lui a poco a poco colla 
sua influenza l'animo dei principi italiani. A vea 
Lodovico, credendosi sicuro da ogni pericolo, per 
altrui consiglio sbandato Tesercito, e stavasi tran- 
quillo in Verona (9). Informato di ciò Berengario, 
si mosse tacitamente con una truppa scelta e riso- 
902 luta : sorpresa Verona, fece prigioniero Lodovico, a 
cui rimproverando la rotta fede, fece cavare gli oc- 
chi, ed abdicare il regno, e cosi tornossi il cieco 
Imperatore in Provenza . Restò per alcuni anni sen- 
za competitore Berengario, ma non tranquillo : fa 
privato anch' esso del R^gno da Ridolfo re di Bor- 
gogna chiamatovi dagl' incostanti Baroni, il favor 
dei quali non godette molto neppur egli. La pos- 
sanza de' re d' Italia, come in ogni sistema feudale^ 

(9) Liutp. Hist. lib. 3. 



CAPITOLO TERZO 2^1 

dipendeTa dairticcordo eoo lui de' Baroni suoi vas- 
salii: questi per la naturale instabilità di tutti i pò- ^[ e. 
poli di odiare il presente^ e di amare il futuro^ ap- 9^^ 
pena messo in trono un re erano scoutenti delFope- 
ra loro, cercavano di deporlo e crearne un nuovo, 
che deponeraùo colla stessa volubilità: pocbi favori- 
ti eccitavano innumerabili nemici, i quali erano 
sempre in quel sistema abbastanza forti per mutare 
il governo. Tale fu per moltissimo tempo la situa- 
none d'Italia, simile ad un malato che non trovan- 
do riposo va cangiando loco e medico inutilmente • 
Morto già da qualche tempo il potente marchese di 
Toscana Adalberto II, il suo figlio Guido caduto ' in 
sospetto di Berengario , forse per gì' intrighi del- 
l' ambiziosa Berta sua madre, era stalo imprìgio* 
nato. La Toscana però gli era restata fedele , onde 
avea potuto dopo la caduta di quello agevolmente 
ristabilirsi • Egli, e Lamberto erano fratelli uterini 
di Ugo Duca di Provenza , nato dalle prime nozze 
della loro madre Berta con Lotario Conte di Arles . 
Era parimente loro sorella Ermenegarda, maritata 
ad Alberto Conte di Ivrea, donna non inferiore alla 
madre Berta negrintrighi politici ( 1 o). Questa pro- 
babilmente secondata dalla sua famiglia di Toscana 
invitò il fratello Ugone al regno d' Italia. Con tai 
potenti appoggi non potea mancare il progetto . 
Venne Ugone per mare sbarcando a Pisa, ove con- 
corsero tutù i principi d'Italia, e gli ambasciatori 
di Papa Giovanni; di là portossi a Pavia, ove fu 

(io) Ermenegarda cum mariti dictionem vidua administra^ 
^t sfavore Principum italicorum muliebribus iUeeebris sibi con- , 
oliato, tantas opes quaesiverat ut etiam Rodulpho regnum cri- 
pte cogitaifit, Sigoo. De regno ital. lib. 6. 



34a LIBRO SECONDO 

~ ektto , e colla solita faazione c<at>nato in Milano 



jì°^ dall^Àrci vescovo Lapiberto. Invano dopo poco lem- 
9oa pò la solita istabjUtà degV Italiani tentò di minare 
Ugone. Più scaltro^ e più fortunato degli altri ^ di- 
scoprì una pericolosa congiara; e Geto^e Valporto, 
capi di essa , furono puniti il primo colla perdita 
degli occhi e della lingua^ l'altro delia vita (i i) • 
Una congiura spenta rinforza sempre il governo: 
quello di Ugone prese perciò maggior vigore ; ma 
la sua avidità^ e ingiustizia^ T ingratitudine a' suoi 
bene&ttori ne oscurarono il carattere^ e furono forse 
in seguito la causa delle sue disgrazie. Ei dovea il 
regno d'Italia alla famiglia dei marchesi di Tosca- 
na ^ di cui tentò con la fixxle , ed esegui la mina. 
Guido successore di Adalberto era cresciuto ancóra 
di potenza per il matrimonio con Bla ria ^ o Marozia 
degna figlia di Teodora , e vedova del Conte Albe- 
rigo • Questa donna nelle sue dissolutezze non po- 
neva neppure la femminile decenza • Ella fece di 
Roma , e del Vaticano una scena di prostituzione . 
Armata delle arti femminili, e di non femminile co- 
raggio, abile a regolare i tumulti sediziosi di Roma, 
si era impadronita della mole Adriana , e dettava 
leggi al Papa, e al popolo romano* Guido, Duca di 
Toscana , non ebbe repuguanza di sposare una si 
fatta donna, tutto cedendo in lui all'avidità del 
potere . Non ne ritrasse però altro flutto che di as- 
sociare il suo nome ad alcune sceleratezze della 
moglie, e ben presto se ne mori. Il suo fratello 
Lamberto , divenuto per la morte di Guido , mar- 
chese di Toscana , ambiva lo stesso titolo , o diso- 

(il) Liatpr. Hist. lib. 3. 



"^ 



CAPITOLO TERZO 343 

nore^ di marito di Marozia. Il Re d'Italia geloso 
della potenza toscana , la quale vedeva accrescersi ^^ ^^ 
con questo matrimonio di Lamberto^ immaginò per 9^^ 
ispogliarlo dello Stato una strana favola adattata 
aUMgnoranza dei tempi (i^)* Fece spargere che né 
Lamberto^ né il morto Guido, né la sorella Ernie- 
negarda erano figli di Adalberto , ma stati supposti 
da Berta • In un caso in cui si ricercavano le prove 
le più delicate , Lamberto non ebbe difficoltà di ap- 
pellarsi al cosi detto giudizio di Dio, e di provare 
r autenticità della sua nascita colla forza delle ar- 
mi : accettò volentieri Ugone la disfida , e gli pose 
a fronte uno dei suoi più forti combattenti detto 
Teutino, il quale però fu soccombente : tuttavia lo 
adegnato , e ingiusto Ugone sostituendo la prepo- 
tenza al valore ch'era mancato al suo campione, 
investi del Ducato di Toscana il proprio fratello Bo- 
sone spogliandone Lamberto a. cui fece cavar gli 
occhi (i3) . La Bavara linea di Bonifazio restò cosi 
esclusa dal dominio della Toscana • Sopravvisse però 
a questa catastrofe Lamberto (i4)> da cui fu pro- 
pagata la linea in Oberto , ed indi nelle due fami* 
glicd'Este, e di Brunswich, Spento il rivale, non 93 ^ 
sdegnò il re d' Italia , di ambir le nosze della prò* 
stituta , e già attempata Marozia , o piuttosto il do- 
minio di Roma; si portò in quella città ed è comu- 

(la)Liutpr.Hist. lib. 3. , ..« ji 

(i3) Qo«sto avvenimento ci fa ricordare la Cavola d Esopo del 
Lapo» e dell'Agnello . 

(i4) Adalberto III da Leibniz, e da Muratori credesi figlio di 
Guidone di Marozia: ma raccuratissimo Gibbon , portando in que- 
ste ricerche il più ingegnoso criterio, mostra cbe tal discendenza è 
iaconcàiabile coUa cronologìa , onde lo crede figlio dì Bonifazio , 
fratello minore di Adalberto II. V. Gibbons Antiquities of the 
Bouse of Brunswick • 



a44 LIBRO SECONDO 

^ ne fama ^ che la sposasse . Non si comprende però 
jiG, come non fusse dichiarato Imperatore, giacché era 
9^^ figlio di Marozia il Papa regnante Giovanni XI nato 
com'era fama da Papa Sergio; forse credeudosdo 
sicuro^ indugiò troppo a ricercar quest' onore . In- 
tanto il SQO orgoglio rivoltò la nobiltà romana , e i 
posterióri avvenimenti glielo impedirono . Un tri- 
viale accidente di famiglia y uno schiaffa dato da 
Ugone al suo figliastro Alberigo^ fece sollevare i 
Romani y che alla testa di questo corsero per espu- 
gnar la mole Adriana , ove stavano Marozia e il 
re 4' Italia, mentre* te sue milizie erano fuori di 
Roma (i5). Si fece egli calare dalle mura del Ca- 
stello, e andò a trovar le sue truppe; ma tentò*ÌD- 
vano di rientrare in Roma : fu imprigionata Muro- 
zia , fu disprezzato il Papa, tutta V autorità fu con- 
ferita ad Alb^rigt), dichiarato signore di Roma, 
che seppe resistere allegarmi, ed alle arti di Ugo- 
ne. Cacciato da Roma^ odioso agV Italiani, pure 
ebbe forza di respingere il Duca di Baviera , che in- 
vitato dai Principi secolari ed ecclesiastici d' Italia 
avanzossi fino nella valle di Trento y ove battuta la 
sua vanguardia credè opportuno il retrocedere • Ma 
r inquieto Ugone , avido sempre d' ingrandirsi , 
tolse il Ducato di Toscana al fratello Bosone pet* 
dàtlo al suo figlio Lotario, che già a vea fatto dichia- 
rare re d' Italia. Trovò T animo del popolo assai 
disposto a questa mutazione : la moglie di Bosooe 
Willa, era cosi avida delle altrui ricchezze, chele 
donne di Toscana aveaao abbandonati tutti i loru 
preziosi ornamenti per non tentare la di lei crudele 

i' 

(i*») Frodcard in C/tron, apud Duchesne, 



r 



CAPITOLO TERZO »45 
avarizia. Usando Ugoqé delle sue solite arti, fece" 
credere di puhhlic;o> cbe gli toserò dal f<*^tello '^l^l 
tramate delle insidie ; né cii^ è ìoiprobabile , es^ 9S3 
sendo i fratelli, dello stésso carattere . Imprigiona il 
maritOy e spqgliflndo la. moglie (f6) di tutto Torp, 
e di tutte le> gemme colla/più indecente, yiolctn- 
za (17), la rimandò in Bprgogpa.. Investi deLgo- 
veraodi Tosc^mi il su^ figlio naturale Oherto.idi 
cnj poco parla l!;istoria. A lui auwre^^ IJgone,!chiàt 
maio senza ragióne il graud^., i?pn>e dall'istoria ri* 
serbalo a persone clxe si sono inalzata aprala sfera 
di questo sovrano ^di Toscftn» ; Poteva .c^n maggior 
precisione esser chiamato gitt$to,,:e pio, giaiqidbè 
UMva talora nel tempp della icacfia, Q:di ui^a.inahrr 
eia, sloDtaparsi à;A suo Seguito, e visitare iscono^- 
sciuto le capanpe dei' suoiii-c^istici: sudditij, interro^ 
gargli sol goveitui;), e sul jcaratt^re del loro Sovrana, 
ed ascollar l^ rispojst^ jpion maaqUm'Ate dal timore, 
dairadulazione; % jvenerata la sua memori^ dagli 
ecclesiastici,, ai qn^JifecjBtdei ricpbi doni* La Sadia 
di Firenxe è uno 4ei settej.inQnafiJtei^i da lui (ba- 
dati, e riccamente dota ti,, oy^ scorgasi la sua touv 
ba, la sua fita|tu$, od.pve aont^o^e^ite Qon\>om 
fredda rettofi(;;^,d9cla(C|^zio^)e si c^e}>rano le siile 
lodi. MaJicp .^llfl:^a miortjei.|pJjqea mascolina(di 
Provenza, e, gli sqtìc^se.ufì ^f s^raneo , : cioè Tedal- 
do, avo d^lja ^elebr^ Contessali. Matilde com^ vedre- 
010 in appresa, Infpl^to ^Irc; d'Italiia Ugune^ con- 
servando il sanguii)arìo nfitoral^, fece uccidere :il 



I ' 1 ' ' Iti 



(i*j) Jnulier jussa est vefstibus exui: quo jacto , apparutt 
eam cupiditate gemmae in occultissimis corporié partihus ahdi^ 
disse , Siff. De regno ital. -, . , 



-46 LIBRO SECONDO 

Duca di Spoleti Anscario sul sospetto^ p pretesto che 
di"G!gli fossero da quello tramate delle insidie: volle 
^^3 ùlv lo stesso al di lui fratello Marchese d'Ivrea, ma 
questi scampò per la pietà di Lotario figlio di Tigo- 
ne , che feee segretamente avvertirlo^ onde si salvò 
colla fuga in Germania * La frode^ e la crudeltà 
formavane il carattere di Ugone^ e vi si univa la 
più sfrenata dissolutesza : un serraglio di concubine 
più di lusso, che d'uso alla sua età servivano piut- 
tosto ad irritare, che a spegnere gl'impotenti desi- 
derj. La fama, o la maldicenza sparse che non ri- 
spettasse nelle dissolutezze neppure i vincoli pia 
sacri di parentela : ma le sue iniquità erano giunte 
al colmo: cercavano gì' Italiani alcuno che gli libe- 
rasse da un tiranno : il timore però faceva che lo 
cercavano in silenzio • Tutti i cuori erano rivolti 
verso l'esule Marchese d' Ivrea salvato dal figlio. 
11 suo amico Amedeo venne sconosciuto in Italia, 
ed esponendosi ai più grandi pericoli, gli portò gli 
«inanimi voti degli Italiani. Si accostò pertanto al* 
l'Italia: si sollevò questa in favore; ed essendo 
giunto a Milano, rifinitisi i principi ecclesiastici e 
aeoolarì, erano ral punto di dichiararlo re d'Ita- 
lia. Ugone, vistosi perduto, tentò T ultimo col- 
po (id). Il figlio Lotario, suo compagno nel regno, 
^m un aiùabile glovihe : 'ne abbiam notata T uma- 
nità nel salvare ad onta dèi padre K> stesso Beren- 
gario. Vedendo Ugone che it figlio avea l'afifezione 
^di una gran parte d' Italia , 1q fé' presentarsi al- 
l' assemblea di Milano , supplicando che se il pa- 
dre avea demeritato il regno^ non facessero a lui 

(i 8) Lmtprand. Hist lib. 5. 



CAPITOLO T;ERZ0 a47 
inoocente il torto di escluderlo^ che era Re per' 

I <■ • Abbi 

loro eledone • ^ q^ 

Fq commossa da questi' atto la Dieta , e Lotario 9^^ 
confermato Be piò però dì tìtolo, che di potenza , 
la quale restò tutta a Berengario. Sì ritirò Ugone 
ÌQ Provenza ove mori in breve . Lotario dopo aver 
regnato qualche anno senza biasimo, e senza lode, 
morì naturalmente, o di veleno, lo che se fosse 
vero, avrebbe Berengario mal pagato colui che gli 
avea salvata la vita. Questo delitto è incerto, ma 949 
la persecuzione contro Adelaide yedova di Lotario 
è aoa macchia indelebile ai nuovi re d' Italia , 
Berengario, ed Adelberto suo figlio. In mezzo ad 
un tedioso ed uniforme racconto di tradimenti, 
di stragi , di rivoluzioni ^ meritano una partico- 
lare attenzione le avventure della bella , e sag- 
gia Adelaide • Era essa figlia di Ridolfo II re di 9^» 
Borgogna; la sua figura, e le sue avvenenti manie- 
re avevano cattivato il cuore del figlio di Berenga- 
rio che gli offerse la mano; ricusò ella dMmparen- 
tarsi con quelli che avean minato e forse fatto mo- 
rire suo marito, irritati dal rifiuto il padre, e il 
figlio, la spogliarono di tutte le ricchezze, e la rac- 
chÌQsero in una rocca sul lago di Garda, ove la 
moglie di Berengario Willa giunse a maltrattarla 
fioo eolie percosse (19). Restò colà racchiusa con 
una serva per molto tempo^ quando un prete detto 
Martino, fatta un'apertura nel muro , o una mina 
^terranea ^ di là la trasse, e si nascosero tutti tre 
i& un bosco sul lago di Garda > ove sarebbero morti 

.('9) Quast'avTeatuni è coqUU dalla monapa Rofvida poetes* 
o di cpiel secolo , dà Odilone Ab. dì Glagnl , Donizone ec r. Aftf- 
f^* Rerum. HaL Script. 



346 LIAEQ SECONDO 

' di fame senza il soccorso di uu pescatore, andò in- 



^.(^ tanto il prete a svelare il segreto al Vescovo di 
9^1 Reggia, non ardi egli di darle ricovero: lo ebbe però 
da Atto 9 o kzzo, ohe la raccolse nella fortissima 
rocca di Canossa.. La reclamò invano Berengario* 
invano formò il più stretto as^edip della fortezza , 
c\%e per essere secondo la poca esperiea^ea di quei 
tempi 9 inespugnabile, fu Tassodio convertito in 
blocco. Tutto però fu inutile: venne Ottone pri- 
mo dalla Germania, e liberatala, arnmirandone la 
viriù^e la bellezza , b credè degna d'esser sua spo- 
sa . Dopo Carlo Magno y non era comparso sulla 
sjcena d'Europa im Covrano del nierito di Ottone, 
e clie unisse a pardi lui la saviezza, e il valore ; 
sedò i sediziosi tumuli^ di GerQpania> ruppe in una 
gran battaglia pressa A^ngust^ gli ITngberi, chesoor- 
* .. revano sedta: ostacoUi là Francia, Tltidia, e la 
Qevmdnìa , commettendo i più grandi eccessi , e 
distrusse intieràm^te la loroarmMa;. mise ordine 
alle cose d'Italia/ ne fu coronato, re e imperatore; 
visitò Bdpaa piìiì valte.,ie tentò, di iristabiitirvi quel- 
lordine , e qtjella quiete che lio Clevòiisenza disci- 
plinale un pojWlo non osato ad obbedire ne ave- 
vamo sbandita. Vi trovò però i prù^grandi ostacoli; 
fo,^<>spirato contro di lui: si salvò correndo alle 
ape. truppe. alloggiate' fuok* di(R9nui , e nie rattennè 
il; furore, quando respinti i fioibaoi correvano a 
£airne strage* Padrone di se stesso, e dèlia am tcol- 
lero y ne impose ai turbolenti Roibahi j-e fece rJspet^ 
lare.il sacerdozio, /e T impero. Si leggono varj éà* 
pienti di donazioni fatte da lui alla Chiesa romana: 
bantto questi ristesse ecceiioni d^gli'aiW. Si no- 
minano in sì fatte donazioni città, clie >nofi appar- 



CAPITOLO TERZO :i49 

ieoevano all'Iaij^ratore (20) . Dopo uà Regno glo- , 
riosp in guerra.) em pace, mori Ottooe ia^ìando il ai e, 
suo figlio il gH)VÌfi0 Otlone 11 Imperatore ^ re d' Ita- 91^ 
Uà, e di una gira n parta deila Germania. Egli non 
ayevja ei^itato ne la aaviezsu/i^è il. valore^ né la, 
cleixtenpui dei padce* V/fqi^to m JtatijEi^ v^go di se* 
goalarsi ne^le laivvpii, e di togliere ilre^lo d'Italia;ai 
Saraceni ;i ^ fi^r^e ai Greci, mos^e le sue trappe: 
segui uua aangutDp;Sa battaglia ifk Calabria colla peg« 
gio d'Ottonye (ai)) e gr^^ndissima strage de'jsuoi, 
fra i quali ijDSolti. dei principali signori, ed Eccle- 
siastici tedescli^ , come il.Yescovod'Augusta^ l'Abate 
di Fulda ^ che .maneggiavano la apada,e il piastora- 
le. Era Ottone ii\ rischio di e^^r pre/»o dai Sarace* 
ni: fuggiva vicifio, al Udo del maae:. scampò for^ 
tanataroente. .'^ccpltp da una nave gretcfi, chf fa- 
ceva vela noiji Iji^qgidaUf^ api^ggia^ a cui fe'centio^' 
ed accostossi spronando il cavallo in mare. Egli 
p€;rò s^ irj9ydiVJà.ìn jpano^.di t^n pirato, o di «m) Hc^ 
niico, da. cui j d^pdeudoh) cpUa speranza di un 
ricino riscatta j g|i i;eune &tto digitarsi (a^)* Ptie* 

r f • • -, 

.• . ■• l.l * . '■ ' ' • '' ' 

J ' 

(20} In quettp i;ipp;tato dal Cardiaal JSaropio vi è DOOiikKala 
fino Venezia, Vedi Murai. Aniu d'UaL 

(Qi)Mtirtit. AnVi.<lMtat 

(2? ) Un soJdgkt Schi^yone, della greca na^i^e il ri^ockobbe ; Ot- 
tone promise un ri^chissjn^o riscaito al Capitano cniedendosU la 
t»4rniissioti« di ^feÀ)té u A méèse eìV ImpevatHte Teofanisf , ime gl( 
maudei-ebbc de) ^a<:;chi d! ora. per dscatlarlo» Ena essa nella ^i^tii 
di Rossano^ fu sepó scaltramente concitato il piano della comme- 
dia. ^Ucrrcb^'-iom^arva la nate , usci ^i Ro^satio una quantità é^ 
bestie da soma^rtcfite di saccbi^ c^ pare«aAo pieni di moaela^ 
Stavano in alcune barcnette.de' bravi soldati vestiti da marinari» 
Si i^eostò alia na^ife; pfééa ^eWoro ; 'Véscovo di TWet* , pìer coni 
chiudere il contratto • Condotto alla proda Ottone, alla vista dei 
noi) .fidandcfìi^kt 9«a abilità «al n«bDl#» sjpiccò Vin mIio ^ taellt ao» 
qua , e un Greco che i|Ì frolle -ritenere per I» veste ùx malaiaèlilé 



dSo LIBRO SECONDO 

^ parava nuove forze per vendicar rinsalto , che avean 
diG.^ff<^rlo le sue armi^ qoando morì in Roma. U 
97^ terzo Ottone , che successe al padre neili Meati do- 
min), fu ancor esso assai inferiore all'avo^ e poco 
migliore di suo padre: coronato Imperatore visitò 
più volte r Italia, e Roma che era sempre imaiersa 
nelle stesse turbolenze • La memoria dell' antiche 
imprese, e del perduto splendore romano senza il 
valore , tenendo inquieti i degeneri descendentì, gli 
spingeva non a lodevoli imprese ^ ma a sedizioni. 
Crescenzio dotato di uno spirito torbido^ e di teme- 
rità più che di coraggio, eccitò Roma^ e l'Italia a 
disfarsi del governo d'estero principe. Queste voci, 
che non fecero impressione alcuna sugi' Italiani , 
produssero il loro effetto in Roma , che si sollevò 
contro r Imperatore. Corse Ottone a domare i ri- 
belli: si fortificarono le mura di Roma , ma, vacil- 
lando i Romani, si chiuse Crescenzio nella mole 
Adriana. Capitolò finalmente: Ottone, che Tavea 
assicurato della vita, il fece decapitare; sentì poi 
rimorso di quella mala azione, o gli fu fatto senti- 
re da S. Romualdo, e per espiare la colpa andò in 
pellegrinaggio a piedi nudi al Monte Gargano^ cele- 
bre pel santuario di S. Michele. Passò anche da 
penitente una quaresima nel monastero di Classe: 
mori o di morte naturale, o di veleno datogli in 
vendetta dalla moglie di Crescenzio, che (si dice) 
avea avuto l'imprudenza di scegliersi per aaiante: 
né santo, né eroe mori in tanto odio degl' Italiani, 
che il cadavere stesso cha si trasportava in Aqui- 

ferìto. GivBfe saKo ai lido lasciando un raro esempio di an Greeo 
burlato da un Tedesco . Marat Aon. d'Ilal^ 



; 



CAPITOLO TEBZO a5i 

^rana era insultato dal popolo ovunque passata^ e""™, 
la truppa armata che gli serviva di scorta fu più ^iq^ 
d'una volta assalita (a3)« Era intanto succeduto !97^ 
Tedaldo nel governo di Toscana ad Ugone detto 
il grande 9 e a lui Bonifazio padre della Contessa 
Matilde. A questa celebre donna come Signora di 
Toscana , e come una delle pia potenti attrici del 
sanguinoso contrasto tra il sacerdozio • T impero, 
si deve dallo storico toscano una speciale attenzio- 
ue. Si riguardava Bonifazio in questi tempi il più 
rispettabile principe d^ltalia: signoreggiava Manto- 
va, e Ferrara (a4); divenne indi Marchese di To- 
scana: aveva egli due fratelli Tedaldo, e Corrado, 
il primo di esemplar castità (26) Vescovo d'Arezzo, 
Taltro valoroso guerriero. La bravura di Corrado 
salvò Bonifazio in un fatto di arme in Lombardia ; 
assalito da quei popoli combattendo valorosamente, 
ed avendo colle sue mani troncato il capo ad un 
MilJato che Tavea ferocemente appellato a batta- 
glia, era tuttavia vicino a soccombere. Fu soccorso 
«lai suo fratello Corrado, che uscendo dal bosco 
itnprovisamente co'suui, attaccò i nemici, ristabili 
la pugna, e finalmente gli disfece: fu però questa 

(a3) Dìtmaro , lib. 4* AnnalìsU Sassone ec 
(a4> Mui-at Antiquit. Ital. diss. 6. 
(aS) Donìz. cap. 5. 

Extat cactus ita quod quodam tempore quidam 
Perversi vane prò quaaam debilitate 
Hortabaniur ewn stttprum committere secum, 
Quod praesul tractans jussit deducere partam 
Quippe lupam quandam , prius ignem ponere mandans 
Ante saum stratum : videi ignem fhtmmij^^um 
Approprians juxta dumjlammas sensit abundans 
^ In lacryjnis clamat ; vae, vae mihi si modo raram 
Flammiculam vilemnequeo sufferre , perire 
Si me contin^at Barathrijìammam, miser: illam 
Quomodo sufferre poterò? 



252 LIBRO SECONDO 



'vittoria a lui fatale aveodone riportata una ferita/ 
di c« cb^ trascurata dopo molto tempo , lo coudoase l<en- 
>o<^ tamente alla tomba. Le ricchezze di Bonifazio, la 
aura pompa più che regia^ e.anluasodi osteuta2ione 
furono spiegati nelle sue seconde nózze con Beatri- 
ce figlia di Federigo Doca di Lorena dopo la morte 
I037 della prima: moglie Riofailda (96) . Andò egli a 
prender Beatrice'col tretio il più sontnosa* I cavaN 
li se crediamo a Donizone (27) erano ferrati di ar- 
gento^ i chiedi non ribattuti. Condusse la sposa in 
Lombardia: secondo Taso di quei tempi tenne in 
Marego per tre mesi corte bandita , ove non solo i 
nobili forestieri) ma ogni sorte di popolo solevano 
concorrere , e tutti erano trattati lautamente : i buf- 
foni , i mimi , i giocolatori con volgari e grossolani 
spettacoli y con plateali buffonerie adattate alla roz* 
zezaea dei tempi erano T anima di questi diverti- 
menti; r oro, e r argenta adornavano* le tavole, ove 
si portavano le yiyànde colle bestie da soma: si tri- 
turavano, gli aromi qolle macine da mulino, e vi 
erano dei pozzi di vino, ove con secchi di argento 
ciascuno poteva dissetarsi. Benché sì fatte descri- 
zioni passano credersi esagerate, convien però de- 
durne, che la magnificenza di quelle nozze avea 
sorpreso T Italia: più terre, e castella, forse in Lo- 
rena, forse nel Bresciano furono .portate in dote al 
Marchese di Toscana da Beatrice'. 11 dono ancora 
di 3oo cavalli, ed altrettanti astori fatto dal suo 
Visconte, Vicario di Mantova Alberto air [mpe- 

ratore Arrigo quando venne in Italia, eccitarono 

» . , ■ ' , 

(a6) Era questa figlia dlGiselberto Gontip ^^^ Sacro Palazzo in 
Italia. 

(a^) Cap. 9. Vita Matbil. Doniz. 



\ 



CAPITOLO TERZO ^53 
r ammirazione di questo Principe, argomentando 
la ricchezza del principale da quella del suo Vica- ^iq. 
rio (28). Può far meraviglia la ricchezza straordi- i^»? 
Daria di Bonifazio: ma olire le città , e castella, 
ch'egli possedeva fuori dì questa provincia, si era 
impossessato di moltissimi beni ecclesiastici (39), e 
di altri faceva un vile mercimonio conferendoli per 
denari. È vero che ogn'anno soleva andare al cele- 
bre monastero della Pomposa , e far ivi solenne 
confessione, e penitenza de' suoi peccati non senza 
offrire ricchi donativi a quella Chiesa (3o), sofiren- 
do talora pubblicaniente la disciplina, con cui il san- 
to Abate Guido lo flagellava davanti all'altare (3 r). 
Morì di morie violenta in età assai avanzata . Pas- 
sando per un bosco fra Mantova e Cremona fu, da 
un traditore nascoso, ferito con un dardo avvelena- 
to: il di lui corpo è sepolto in Mantova. Restò la 
vedova Duchessa Beatrice con tre figli cioè Federi* 

(38) Narra Donizomc che T Imperatore Arrigo ^ ayeiido inyì? 
tato a pranzo Alberto , questi ricuso per rispetto , dicendo di qon 
aver osato giammai sedere alla tavola di Bonifazio: che ottenutane 
poi da questo la permissione , e ricevuto in dono dall' Imperatore 
molte pelliccie, tutti questi doni presentò al suo principale^ ed 
una di cervo piena di denaro per farsi perdonare 1 ardire , e pla- 
carlo. Questi latti o veri, o &lsi son atti a mostrare i costumi» e la 
maniera di pensare di quei tempi. Certamente la potenza di Boni- 
&ZÌO aveva dato sempre ombra all' Imperatore Arrigo m ; e nei 
tempi addietro essendo andato alk sua udienza a Mantova ne avea 
ordinato l'arresto. Bonifazio però, sospettando della fede delllm- 
peratore , vi andò con una forte scorta di armati , i quali nell' atto 
che entrò all' udienza , vedendo serrare la porta la forzarono , ed 
entrarono dentro; Bonifazio fece le scuse di questo fatto all'Impe- 
ratore, osservando^ che erano sempre soliti di accompagnarlo. 

(99) Marat. Antiq. ItaL diss. 36. 

(3o) Doniz. 

Fratres ac Ahhas ejus delieta lavahant 
Ecclesme quorum solilo dabat optima dona 
Rex el^nim nuUus dedit ibi meliora, 

(3i) Doniz. 



t54 LIBRO SECONDO 

^^gO) Beatrice^ e Matilde, ne' quali coosolidaiidosi il 
^*^' possesso de' vasti domin] paterni , ed essendo i tigli 
1027 in sua custodia, diveniva una persona assai impor« 
tante. Il matrimonio di questa vedova era ambito 
dai più potenti Signori . Egli è perciò che occulta- 
mente ne bramò il trattato Goffredo Duca di Lore- 
na; e venuto in Italia sposò Beatrice, e stabili (co- 
me fu creduto) nello stesso tempo il matrimonio 
di suo Aglio Goffredo il gobbo cotta figliastra Matil- 
de, allora in età molto tenera* La potenza de' du- 
chi e marchesi di Toscana facea da qualche tempo 
ombra agl'Imperatori avendo quelli più volte dato, 
io55 e tolto il regno d' Italia : non è da maravigliarsi se 
questo matrimonio trattato con mistero, e coocbiu- 
so senza sua saputa, dispiacesse all'Imperatore Ar- 
rigo che vedeva un uomo scaltro , ed ardito come 
Goffredo, più volte suo ribelle, impossessarsi di 
fatto dei dominj del morto Bonifazio, senza la sua 
approvazione . 

Essendo pertanto venuto in Italia, trovandosi in 
Mantova , non ardì Goffredo di presentarsi a lui ; 
mandò però la sua moglie Beatrice a Gir le scuse, e 
prometter fedeltà. Ad onta del salvacondotto, fu 
essa ritenuta dall'Imperatore, il quale, per assicu- 
rarsi sempre più di Goffredo, tentò con tutte le arti 
di avere in mano il piccolo figlio di Beatrice ; che 
però in questo tempo essendo morto, e poco aranti 
la sorella Beatrice , tutta la speranza di questa casa 
insieme col ricco dominio si riunì in Matilde. Passò 
l'Imperatore in Toscana, e si abboccò col Pontefice 
Vittorio, il quale celebrò un Concilio in Firenze. 
Si era intanto Goffredo ritirato in Lorena, sdegnato 
coli' Imperatore, il quale temendone te macchina- 



CAPITOLO TERZO a55 
zioni e rattiTità, noD tardò a tornare in Germania. 
Restò Beatrice in arresto fino alla di lui morte, cheaTc 
avvenne Tanno seguente; ed essendo per opera del «o^s 
Papa proclamato re di Germania^ il di lui figlio 
Arrigo IV ancor fanciullo, per intercessione del-iose 
ristesso Pontefice perdonò ai nemici del padre, e 
fra questi a Goflbedo, e messe in libertà la di lui 
mogUe Beatrice. Strinse Goffredo amicizia col Pa- 
pa» e lo invitò a Firenze^ ove venuto creò Cardinale 
il di lui fratello Federigo, monaco cassinese, col 
titolo di S. Giovan Crisostomo. Mori il Pontefice 
Del tempo in cui si era portato il nuovo Cardinale 
a Roma a prender possesso della sua chiesa . Fu esso 
creato Papa col nome di Stefano IX con universale 
applauso, ed ecco un novello accrescimento di po- 
tenza in Italia all'ambizioso fratello Goffredo. Si 1057 
preparava probabilmente a profittarne, specialmente 
nella minorità del nuovo re di Germania Arrigo IV. 
Già i tesori del Santuario del Monte Gassino per 
ordine del Papa erano stati portati segretamente a 
Roma con gran reluttanza de^ monaci; ma una vi- 
sione narrata alla sua credulità, e gli scrupoli nitti 
indi nella sua coscienza, gli fecero rimandare in- 
dietro il tesoro, e la sua morte in breve avvenuta 
ruppe i, vasti disegni del fratello, che ambiva al re- 
gno d'Italia, e alb corona imperiale. Dopo varie 
vicende essendo ritornato in Lorena, mori lascian- 
do un figlio del primo matrimonio chiamato Gof- 
fredo, o Gozzelone il gobbo, che o innanzi, o in 
questo tempo sposò V unica figlia di Bonifazio e 
Beatrice , la celebra Contessa Matilde • Pare però 1 069 
che il di lei marito avesse poca influenza nel go- 
y&ùo degli stati della moglie, giacché in varie oc* 



tt56 LIBRO «ECONDO 

'^ca^Honi troviamo negli atti di sovranità esercitati in 
jiC. questo tempo in Toscana, ed altrove i nomi con- 
*«^ giunti di Beatrice, é Matilde, piuttostochè di Gof- 
fredo . Il partito ciie questi avea preso' ia favore 
dell'Imperatóre nelle già insorte controversie tra il 
Papa, e l'Imperatore, non lo dovea render molto 
accetto alla moglie uè alla suocera drclriarate parti- 
tanti del PonteBce . £ dubbio se mai fosse consa- 
mato il matrimonio tra quei due con)ugi: egli è 
certo che dopo non molto tempo perde Matilde il 
marito, e la madre. Fu quello Ucciso in un assai 
stravagante maniera (3:i). Quest'avvedimento ebbe 
luogo nel febbrajo, o nell'aprile. Gessò di vivere 
nella città di Pisa la contessa Beatrice, donna or- 
nata di molte virtù morali, religiosa, e prudente, 
di cui vedesi ancora Tuma sepolcrale nel Campo 
3anto, ove erano già i barbari versi 

Quamvispeccatrìx, sum Domna uocata Beatrix 
In tumulo missajac^o quae conUtissa (33): 

Resa padrona di se stessa Matilde, signora di ric- 
chi, e possenti dominj in Toscana ed altrove, si 
rese sommamente celebre per Tattaccamento alla 
S. Sede, e in specie a Gregorio VII nelle tumultuo- 
se, e sanguinose questioni, che in questi tempi agi- 
tavano la Chiesa e l'Impero. La sua religiosa pietà 
dovea certamente inclinarla al partito della Chiesa: 
è da notarsi però che vi era unito anche il suo in- 
teresse . Secondo le leggi dì quei tempi, gli stati di 

(3 a) Nel tempo che si trovava al li^ogo comune , che dovea 
aver comuDÌcazione colla pubblica strada , ud traditore gli scagliò 
un dardo di basso in alto» da coi trafitto in breve se ne mori. Mur. 
Ann. d* Ital. 

(33) y, Morrona, Pisa illustrata ec« 



OAPITOLO TERZO aS? 

Bonifazio suo padre non passavano alle femmine/ 
e per esser posseduti anche dai maschi era Decessa- ^q 
rio un atto dell'Imperatore ^ o del re d'Italia . Ma- 1069 
tilde^ priva di questi diritti^ avea tutto da temere 
dalla parte dell'Imperatore; ella fu pertanto uno 
dei più fermi appoggi di Gregorio VII. che arrogan- 
dosi la facoltà di dare^ e di togliere i regni ^ risve- 
gliò una disputa che divise per luogo tempo scan. 
dalosameute il mondo cristiano, e che sovente pro- 
dusse le scene le più sanguinose. Se quella preten- 
sione in qualche tempo ha soverchiamente accre- 
sciuta l'autorità dei Pontefici, ha poi sommamente 
contribuito a diminuirla, mettendo in guardia i So- 
vrani contro Roma. Può dirsi che il contrasto co- ,q 3 
minciasse coU'elezione di Gregorio VII. al pontifi- 
cato . Si era già segnalato da gran tempo nel soste- 
nere le pretensioni di Roma: promosse colla sua 
autorità, ed eloquenza la bolla di Stefano IX. in cui 
si pretende di esentare gli ecclesiastici dal Foro 
secolare, e si vieta che s'impongano su di loro gra- 
vezze di alcuna sorte dai laici. Era ^tato il più va- 
lido sostenitore dell' asserzione , che uè l'Impera- 
tore^ né altri sovrani hanno dritto di approvare 
l'elezione dei Papié Si scorge anche nel suo carat- 
tere una certa imperiosa durezza nell' opporsi alle 
determinazioni del santo Abate Desiderio del Monte 
Gasino, perchè avea messo in penitenza il giovine 
Abate deirisola di Tremiti, che avea fatto cavar gli 
occhj a quattro religiosi sul solo sospetto di ribel- 
lione. Questo dotto, pio, ma feroce Cardinale, es- 
sendo eletto Papa con nome di Gregorio VII. contro 
ciò che avea sostenuto, richiese l'approvazione di 
Arrigo ; e se fosse vero ciò che racconta il cardinale 



26o LIBRO SECONDO 



^Germania, credè opportuno il Pontefice di porsi in 
dì G. sicuro (36)^ e si chiuse con Matilde nella fortissima 
> 07^ rocca di Canossa. Vi comparve in atto di suppli- 
chevole Arrigo. Non coudescese a vederlo T altiero 
pontefice; che alli? replicate premure di Matilde, 
alle umili preghiere della Marchesa di Susa Adelai- 
de suocera di Arrigo, del di lei figlio, e di molti 
altri principi e prelati che gP intercessero perdono; 
ma avanti di riceverlo esigè da lui la più abietta 
umiliazione. Era Canossa circondata da un triplice 
recinto di mura: fu nel mese di gennajo per tre 
giorni tenuto Arrigo nel secondo recinto dalla mat- 
tala fino alla sera, spogliato delle insegne reali in 
abielte vesti , e a piedi nudi in tempo di un atro- 
cissimo inverno, e costretto a digiunare per Tistes- 
so tempo: fu indi ricevuto dal Papa^ a cui promise 
tutto ciò che volle. Lo assolvè quegli dalla scomu- 
nica, ma non lo ristabili nel regno coll'autorità, 
che si era arrogato per deporlo, lasciando ora alla 
Dieta quella decisione , che non aveva aspettato 
avanti . Questo straordinario avvenimento eccitò 
r indignazione di quasi tutti i principi italiani con^ 
tro Gregorio, e contro Arrigo; accusandosi il primo 
di crudeltà, ed orgoglio, il secondo di viltà, e bas- 
sezza , a segno di chiudersi a questo disgraziato So- 
vraqo le porte delle città in faccia • Alfine potè più 
l'universale compassione che il disprezzo. Animato 
dai numerosi partitanti, Arrigo riprese le insegne 
reali, negò di presentarsi alia Dieta dì Germania: 
nella quale considerandosi Arrigo come deposto, fu 

(36) Vedi per tutti questi atti umilianCt di Arrigo Lamber. 
Scarafurgien. Chron. Card, de Arag. Vita Gregor. Doniz. Vita 
Mnthild. ce. 



CAPITOLO TERZO 261 
creato nuovo re Ridolfo Duca di Svevia . Dispiacque 
a Gregorio ^ che avea con tanta facilità deposto Ar- di e. 
rigo, questa elezione senza il di lui consiglio; e si >97^ 
espresse y che (37) a luì era riserbato il decidere/m 
chi, se a Ridolfo, o ad Arrigo spettasse la corona 
di Germania* Dalle terre della Contessa Matilde in 1079 
Lombardia , ove avea dimorato finora, tornò a Ro« 
ma, e tenne un concilio, in cui fu determinato di 
spedir delegati in Germania a prender cognizione 
di questi affari . Intanto essendo Arrigo tornato in 
Germania, adunato un piccolo esercito, incominciò 
le ostilità contro il suo rivale: si combattè per lo 
spazio di circa due anni e colle armi, e colle caba- 
le, e furono più volte i due Re e vinti, e vincitori. 
Essendo però rimaso superiore Ridolfo, in un san- 
gtdnoso fatto di arme avvenuto di gennajo, ne spe* 
di le nuove al Pontefice insieme con nuovi lamenti 
contro Arrigo. Determinato dalla vittoria, il Papa 
dichiarò Ridolfo re di Germania mandandogli la 
corona di oro, o v'era scritto quel celebre verso 

Petra dedit Petro, Petrus Diadema Hodulpho* 

Rinnovò le scomuniche contro Arrigo, condannane 
dolo in virtù di esse ad esser sempre perdente nel- 
le battaglie (38). Secondo 1^ asserzione di Sigiberto 
predisse il Pontefice anche la morte di Arrigo. Certo 
è che egli ne profetizzò la ruina (Sq): ma la sorte 

(37)Lib. 4*£p* a3, a4> aS. 

(38) Cosi si esprime » Ipse autem Uenricus cum suisfautch 
ribus in ornai congressione belli nullas vires, nullamgue in vita 
fua victorìam ohtineat ec. 

(39) Gregofé yn. Epist. detta lìb. 8. » Nefandorum perturba • 
tionem r^erita ruina cito sedandam, et Sanctae Ecclesiae pacem, 
ef securitatem (sicut, et de divina Clementia conjidentes promit- 
timus) proxime stabiliendam. V. Barooìo, e Fleurj. 



a6a LIBRO SECONDO 

" smentì tutti i presagi . Arrigo fu vincitore , e il suo 



drcl^'ivale ucciso in una gran battaglia in Germania. 

>o:9 Sconcertò questo caso gli affari del Pontefice, il 
quale ( giacché gli uomini giudicano sempre dagli 
eveiki) fu altamente condannato. Non andavaoo 
meglio le cose in Italia, ove si accrebbe il partito 
di Arrigo . Avea la Contessa Matilde adunate delle 
poderose forze per opporsi ai di lui fautori, ma ve- 
nuti alle mani i due eserciti nel Mantovano, quello 
di Matilde restò interamente sconfitto (4ò)- 

In grande imbarazzo posero queste vittorie il 
Pontefice, e Matilde; e già il vincitore Arrigo avi- 
do di vendetta era penetrato in Italia ; gli stati di 
Matilde doveano soffrire i primi questa burrasca: 
abbiamo appunto dai fiorentini storici, cbe Firenze 

loSi fu strettamente assediata (40 da Arrigo, ma valo- 
rosamente resistendo da aprile fino al ai di luglio, 
fu finalmente costretto quel Re a ritirarsi : sì avviò 
verso Roma, cui parimente strìnse di assedio. Ma- 
tilde si trovò addosso tutto il partito che avea Arri- 
go in Lombardia, e a lei si ribellò Lucca, che forse 
era allora la principal città di Toscana. Finì Tas- 
sodio di Roma, come quello di Firenze: Taria io- 
salubre della campagna romana combattè contro di 
Arrigo più che Tarmi de' Romani (42): risvegliata- 
si una funesta epidemia nel suo esercito fu costret- 

iodato a partirne. Era naturale, che ritornato in To- 
scana e in Lombardia , occupasse le terre della prin- 
cipale alleata, e fautrice del Papa: ella però, la- 



(4o) Card, de Arag. Yit. Gregor. Bertold. Costa ntìen. in 
Chi*oi]. 

(4i) Gio. Villa, lib. 4« cap. a3. Aram. lib. 1. 
(43) Card, de Aragon. Vita Gregor. VII. 



CAPITOLO TERZO a63 
aeiandolo padrone dei luoghi aperti^ si ritirò alle "= 
sue fortezze, delle quali molte erano insuperabili ^iq] 
dalla rozza arte della guerra di quei tempi; mante* ^^^^ 
Dendo8Ì amica del Papa y lo soccorse anche più voi* 
te in denari. Arrigo, dopo varj tentativi inutili, 
entrò alla fine pacificamente in Roma due anni 1084 
dopo questa spedizione, essendogli dal popolo aperte 
le porte, refugiato Gregorio nella Mole Adriana (43). 
Fece consacrare un altro Papa , che si chiamò Cle* 
mente III , il quale gli diede solennemente la co- 
rona imperiale : ma alla nuava, che il celebre Duca 
Roberto Guiscardo con poderoso esercito veniva a 
liberar il Papa^ si ritirò Arrigo, e venne a Siena* 
Intanto , Roberto o per forza, o per tradimento en- 
trò in Roma, ed il suo indisciplinato esercito com* 
posto di Normanni , e Saraceni messe il fuoco in 
varie parti della città, le dette il sacco (44) > diso-* 
Dorò le donne, fece schiavi molti Romani, e liberò 
il Papa^ il quale dopo sì orribile avvenimento, non 
si credendo sicuro in Roma , si ritirò sotto gli au^ 
spicj di Roberto a Salerno, ove presto fini di vive- 
re. Illibato nei costumi, rigido nella disciplina, e 
dotato di molte virtù ecclesiastiche, si conta con 
ragione tra i più distinti soggetti, che abbiano oc- 
cupato il soglio pontificio: ma essendo stato il pri- 
mo ad arrogarsi dei diritti, che la ragione fredda 
conosce per abusivi, e che tutta T illuminata po- 
sterità ha condannati, avendo egli risvegliata una 
guerra fra il sacerdozio, e Timpero, che ha durato 



(43) jànnaleSf Saxon. apud Echard. Cardin, de Arag, Vita 
Grcg. VII. 

(44) Bertold. Costantiensis in Chron. Landul. Senior. Hist. 
mediol. lib. 4* 



d64 LIBRO SECONDO 

. tanto tempo, ed è stata tanto spesso fetale ai due 
di e. partiti y non ba ricevuto dalla saggia posterità un'in. 
*^^^ liera approvazione. Egli agi sempre però di bnona 
fede: il suo zelo fu indiscreto, ma dettato dalla per- 
suasione de' suoi diritti; e fu nell'errore, piuttosto 
che nella colpa. Dovea intanto Matilde resistere al- 
le armi di Arrigo. Devastava il suo esercito le terre 
di quella Signora, che non avea forze bastanti da 
fargli fronte. Era assediato Castel di Sorbara. Es- 
sendo avvisata la Contessa, che quelle genti stava- 
no alTessedio colla maggior negligenza, vi spedi 
chetamente la sua piccola armata , che sorprenden- 
do nella notte gli assediami, gli ruppe, e disperse 
facendone molti prigioni . Seguitò sempre questa 
Principessa l'amicizia dei romani pontefici, ed alla 
partenza di Arrigo d'Italia questo partito ebbe un 
po' di respiro. Una donna si celebre, e padrona 
lossdi tanti stati, come Matilde, era ambita in ma- 
trimonio da moltissimi principi di Europa. Fra gli 
altri ne avea richiesto le nozze Roberto figlio del 
celebre Guglielmo Duca di Normandia, detto il Con- 
quistatore dalla conquista fatta in seguito del regno 
d'Inghilterra: ma colla mediazione di Papa Urba- 
no II. passò Matilde ad un nuovo matrimonio con 
Guelfo V. Principe valoroso, figlio di Guelfo IV. duca 
di Baviera. Non erano essi del partito di Arrigo, 
onde con questo matrimonio si fortificava quello 
def Papa. Irritato da tal matrimonio Arrigo, dopo 
aver devastate le terre (4^)9 ^^b^ P^i* eredità della 
madre Matilde possedeva in Lorena , tornò in Ita- 
lia . Si ritirarono i due conjugi ai loro luoghi forti. 

(45)Doniz.yaaMathìI. 



CAPITOLO TERZO a65 

Arrigo intanto espugnò Mantova; ma ae egli era il 
piò delle volte superiore ai suoi nemici nelle armi^^^ q] 
\o vìncevano essi neir artifizio. Venne fatto a Ma- »o8S 
Ulde^ ed a Guelfo di eccitare discordia tra Arrigo, 
e il suo figlio Corrado, e colla speranza della corona 
d'Italia indurlo a ribellarsi dal padre (46). N'ebbe 109) 
questi alcun sentore, e lo fece arrestare, ma fuggito 
di prigione , e ricoverato nella corte della Contessa, 
fu da lei inviato al Pontefice, cbe lo assolvè dalla 
scomunica ; e riuniti in suo favore moltissimi prin- 
cipi italiani, fu creato re d'Italia, e n'ebbe dal- 
l'Arcivescovo di Milano la corona (47) • Feri questo 
colpo Arrigo nel più vivo del cuore • Si dice cbe se 
non fosse stato trattenuto da' suoi , si sarebbe dato 
la morte. Né qui si arrestò l'artificiosa Matilde: per 
fargli gustare nuove amarezze maneggiò segreta- 
mente la fuga de^la di lui moglie Adelaide, h qua- 
le scappata col di lei mezzo dalla prigione ov'era 
racchiusa in Verona, andò a trovar la Contessa (48); 
che l'accolse, e trattò splendidamente^ e l'istigò a 
presentarsi al Concilio di Piacenza , ove interven- 
nero ooo Vescovi , e più di 3o mila laici . In si 
numerosa udienza espose Adelaide i torti sofferti; 
che non mancarono in un luogo si solenne, davanti 
al Pontefice di esser pienamente creduti, quand'an- 
che fossero stati esagerati. Venne incontro al Pon- 1095 



(46) Le dicerìe inventate per denigrare Arrigo furono le piii 
strane. Si disse tra l'altre calunnie , che Arrigo, avendo omessa 
prigione la moglie Adelaide, permise a molti di usarle violenza : 
fra questi volle costringere il nglio a far lo stesso , il quale recusan- 
do fa preso in odio dal padre ec. L'invenzione, e la credulità son 
degne di quei tempi. 

(47) Landulph. Sen. Hist. medio!. 
(4S) Doniz. Vita Mathìld. Ann. Saxon. 



:i66 LIBRO SECONDO 

7 tefice il nuovo re d^ Italia Corrado , che gli teQoe 



j^^^ la staffa : gli promise quello anche la corona impe* 

^ogS rìale^ esigendo però che renunsiasse al dritto delle 

investiture ecclesiastiche , che era stato il prindpal 

punto di discordia tra il Pontefice e il di lui padre 

Arrigo . 

La scaltra Matilde^ o per freddezza di tempera- 
mento , o per ambizione non portata alle dolcezze 
conjugali, avea contratto con Guelfo un matrimonio 
soltanto di apparenza • Si è già veduto , che anche 
il primo marito probabilmente non lo era stato 
che di nome y forse non fu difficile a Guelfo il sog- 
gettarsi a questa legge , non essendo né le bellezze ^ 
né Tetà (49) di Matilde tali da irgliela parer gra- 
vosa. Era stato questo un matrimonio politico, ove 
ambedue i conjugi credettero trovare il loro conto. 
Colla parentela , e cogli ajuti del Duca di Baviera 
si era Matilde munita contro di Arrigo di un valido 
appoggio : Guelfo dall' altra parte, oltre le vedute 
di dominare sullo spirito- e perciò sugli stati della 
consorte, avea la speranza di ereditarli, giacché 
pare, che tra le condizioni matrimoniali vi fosse 
la reversione di essi al marito (5o) alla morte di 
Matilde. Ma egli restò altamente deluso: avea Ma- 
tilde fino dall'anno 1077 fatta un.a segreta dona- 
zione di tutti i suoi stati alla sede pontificia; né 
per altra parte una donna contraria alle dolcezze 
conjugali^ è atta a ricever la legge dal marito . Forse 
ebbe per lui qualche riguardo finché il timore di 

(49) Quando si maritò a Guelfo era nel suo anno 44 • P^^" ^ 
bellezza nìooo dentanti saoi panegiristi ne fa menzione • Qu^^ 
silenzio sopra una donna è decisivo . 

(50) U Muratori sostiene con molto criterio questa condizio- 
ne, V. Annal. d'Iul. Ann. 1089» e 9S. 



CAPITOLO TERZO aC; 
Arrigo la obbligò a star seco unita; ma cessato il 
pericolo per la perdita del potere di Arrigo^ diven- ^"^| 
oe a Matilde gravoso un inutile sposo: ed egli^ sco- >o9^ 
perla la donazione ^ si accorse di essere stato burlato. 
Dae siffatte persone non potevano più vivere insie- 
me con un decente risjpetto; si fece pertanto il divor- 
zio^ asserendosi dal marito che il matrimonio non 
era stato mai consumato , e non coutradicendolo 
Matilde (5i). Il padre di Guelfo^ uditane la nuova 
corse per impedirlo; ma il trovarsi subito d'accordo 
col figlio^ lo sdegno concorde di ambedue, che gli 
fece passare al languente partito di Arrigo , chiara- 
mente mostrano come si erano trovati delusi . In- 
tanto il disgraziato Arrigo ritiratosi in Germania , 
per vendicarsi del Gglio ribelle , ne fece eleggere 
re il secondogenito Arrigo, ed ebbe il dispiacere di »>o4 
veder ancor questo sedotto da' suoi nemici , che 
facendo giuocare Tarme potente della religione, e 
consigliandolo a staccarsi da un padre scomunica- 
to, lo indussero a ribellarsi. Una Dieta germanica 
gli die quella corona : il disgraziato padre non 
sopravvisse a questo colpo: morì in Liegi dopo 1106 
cinquantasei anni di età, passati fino dalla sua 
infanzia tra le tempeste civili, e i tumulti di guer- 
ra ; Principe a cui non si può negare il guerriero 
valore, ma questo pregio servì ad accrescerne l'in- 
dole dispotica; né i costumi de' suoi tempi erano 
atti a sminuirla. Ebbe la disgrazia di avere un 
terribil rivale nel Poutefice Gregorio VIJ. Si fecero 

(5i) JVelpho a conjugio D. Mathildis se penitus sequestra' 
vii, asserens illam a se omnino immunem permancisse : quod ipsa 
in perpetuum reticuisset si non ipse prior inconsiderate puhli' 
casseU Bertold. in Chron. 



a68 LIBRO SECONDO 

.una guerra mortale^ quello coir armi temporali^ 
ai Q, questo colle spirituali^ in cui Arrigo fu spesso soc- 
7106 combente. Ambedue però furono le vittime della 
loro animosità. Morì Gregorio quasi esule da Roma 
che si era veduta saccheggiar sotto gli occhj • L'odio, 
ed il partito però eccitato da lui contro di Arrigo lo 
perseguitò fino alla tomba, ove cadde dopo aver 
sorbito il calice il più amaro . Fra i contrasti di 
questi due rivali , Matilde più destra, più fortu- 
nata , conservò i suoi stati, e la sua potenza : soprav- 
visse loro lungamente, ed ebbe la maggior parte 
della gloria di aver minata almeno in Italia la 
fazione di Arrigo. Questo disgraziato padre era da 
qualche tempo stato già vendicato dalla stessa Ma- 
tilde della ribellione di Corrado, il quale non avea 
goduto molto tempo il frutto de' suoi delitti. Quan* 
tunque egli venga celebrato dagli storici di quel 
tempo , e dagli ecclesiastici stessi per giovane il più 
virtuoso paragonato ad un angelo (5 a), non conser- 
vò la grazia di Matilde, la quale volendo dominare 
come Regina non poteva amare un re d'Italia; lo 
rispettò finché servi ai suoi disegni : cessato il timore 
del padre di lui,' scemò anche il rispetto. Egli si 
vide rapire da questa donna ambiziosa anche le più 
leggiere prerogative della corona italiana: si ritirò 
pieno di disgusti in Firenze, ove in breve finì i suoi 
giorni. Che egli morisse di veleno che gli fosse fatto 
dare da Matilde son cose, che la malvagità di quei 
tempi potè far sospettare, ma non dimostrare (53). 



(5a)Uspergìen. 

(53) Cum pert^nisset Florentiam rex ipse prudens , et 
piens, et decorusfacie (prah dolor ! } adoUscenSp accepta poi 



CAPITOLO TERZO 269 

li suo fratello iotanto alla corona di Germania bra- 
maya unir quella d' Italia insieme coli' imperiale ;di°c! 
venne come gli altri re di Germania con un potente ^^^ 
esercito in quest^infelice paese, che per la sua ferti* 
litày e ricchezza ha attratto sempre l'avidità degli 
stranieri^ e per la sua divisione in tante piccole po- 
tenze d'interesse diverso, e perciò mal concordi, ' 
non ha formato mai una forza uniforme, e compat- 
ta da poter resistere alle invasioni. Il viaggio di Ar- 
rigo in Italia segnò una traccia di desolazione (54) ; 
passò per la Toscana , e giunse in Arezzo, « trovando 
questa città divisa in dcTe partiti pel ridicolo moti- 
vo, qual luogo duvea esser la aede della cattedrale, 
non acquietandosi immediatamente alla sua decisio- 
ne, ruinò una gran parte della città (55). Matilde 
che dava ombra a tutti i re d' Italia , e a cui tutti 
i re d'Italia davano del sospetto, si ritirò al di lui 
passaggio nella fortezza di Canossa, mandando a 
complimentarlo: ma il tumulto più fiero avvenne 
in Roma, ove dopo essere stato Arrigo amorevol- 
mente accolto dal Pontefice, dopo essersi scambie- 
volmente abbracciati e baciati , un momento do- 
po, quando si volle farlo renunziare alla collazione 
dei benefizj ecclesiastici , pria di dargli la corona 
imperiale, rifiutando esso di farlo , nacque tumul- 
to; fu arrestato il Pontefice dai Tedeschi, indi si 
venne alle mani tra gì' Imperiali e i Romani, e do- 
po varie zaffe si partì da Roma Arrigo conducendo 



ne ab Jyiano Medico M^thi(dis Comitissae, vitamjinwit, Lan- 
dollos bis. M ediolan. 

(54) Pandulphus Pise^us in vita Pasch, passò l' Italia fpre- 
mendo sangue , ed oro. 

(55) Otto Frisingeosii Gfaron. lib. 7. 



ft70 LIBRO SECONDO 
'seco il prigioniero pontefice (56), il quale final 



di €. lu^i^^^ cedendo le sue pretensioni , fu riposto in 
»m libertà^ e coronò Imperatore Arrigo V^ benché 
dopo protestasse 9 che questo era un atto, a cui 
Favea condotto la violenza . La fama della Contessa 
Matilde avea eccitato un' altra curiosità neir Impe- 
ratore : non volendo ella nel tempo in cui V Italia 
era a discrezione dell'esercito imperiale muoversi 
dai suoi luoghi forti di Lombardia, volle Arrigo 
&rle l'onore di andarla a visitare nella fortezza di 
Bibbianello sul Reggiano, ove accolto da Matilde 
con regia splendidezza si trattenne tre giorni; e sic- 
come ella tra le altre lingue parlava la tedesca, coq- 
versò seco senza interpetre, ed altamente sorpre- 
so della di lei saviezza , non solo la confermò iu 
tutti quelli stati, de' quali si poteva supporre, che 
il legittimo possesso avesse bisogno di un'imperiale 
approvazione; ma avendola riguardata con filiale 
rispetto, chiamata col nome di madre, la dichiarò 
ancora Vice-Grerente , o Vice.Regina di Lombar- 
dia (57). Mantenne essa, tra tutte le tempeste che 
agitarono l'Italia, un'influenza preponderante iu 
essa fino alla morte, un anno avanti la quale ebbe 
ancora il contento di recuperare la città di Mao* 
iii5 tova a lei ribellata fino dall'anno 1090. Finalmente 
terminò una vita piena di agitazione, e di Igloria. 
Principessa pia, saggia, ed accorta, le si perdonano 
facilmente la simulazione, e l'artifizio, che, vizj 
ne' privali, si eclissano davanti allo splendore del- 

(56) Usperge. in Chron. OUo Frisingen. Pandolph. Pisao. in 
Vita Pasch. 

(57) Cui Liguri regni regimert dedii in viceregis, nomìM 
quam matris verbis claris vooitavit ec. Doniz. Vita MalhiL 



CAPITOLO TERZO. aji 

la gloria , che acquistano i saccessi pubblici , ed 
importanti I in qualunque maniera ottenuti. Se ba-^i^^ 
stasse l'asserzione di uno scrittore assai lontano da i>iS 
quest'età^ si potrebbe anche lodare come fautrice 
delle lettere (58). La sua memoria è stata onorata 
dai posteri, specialmente da quelli, ai quali ella 
fece sì larghi doni . Roma erede de' di lei stati, ne 
ba celebrato sempre la virtù, ne ha voluto posse- 
dere gli onorati resti, ai quali è stato nel XVII 
secolo (59) eretto un magnifico Mausoleo nel più 
maestoso dei tempj. 

(SS) Benven. da Imola Comm. di Dante • 
(!h) Urbano Vili, le fece erigere un Maoiolco nuettOBO in 
S. Pietro. 



271 LIBRO SECONDO 
CAPITOLO IV. 

SOMMARIO 

Riflessioni sulle vicende , gli usi e i costumi dei secoli ^scorsi. 
Giudi*] di Dio. Duelli. Tregua di Dio.SUUo dM Ualim nel 
Mille . Cavalieri'erranH • Fine del Governo feudale • 

JLIalla ruina dell' Impero di Occidente fino alla 
Anni fine del regno della Gintessa Matilde abbiamo 8Co^ 
^ì ^' 80 circa a sei secoli di disgrazie per X Italia: i Goti, 
i Longobardi, i Franchi erano poco dissimili nei- 
r ignoranza, e nella barbarie, e trattavano i vinti 
popoli come gli armenti. La luttuosa storia di 
questi tempi non ci offre che una scena di desola- 
zione. E come sul principio di questo libro abbiamo 
notato, che per asserzione di un grand' ìstorico (i) 
non vi è stato tempo in cui una porzione più gran- 
de del genere umano sia vissuta più felice, quanto 
dopo lo stabilimento dell'Impero romano per circa 
un secolo i così un altro storico egualmente cele- 
bre (3) ha asserito j che se si cercasse il periodo^ io 
cui una gran parte degli uomini sia stata più op- 
pressa e più infelice, si troverebbe alla ruina del- 
r Impero romano d'Occidente, e dopo quell'epoca. 
Nei tempi di civilizzazione , per quanto crudele e 
atroce sia la guerra, vi son tuttavia certi limiti, io 
cui la ferocia delle nazioni ingentilite dalla cultura 
si arresta. Gli Unni, i Vandali, i Goti, i Longo- 
bardi non ebbero alcun freno : nelle loro invasiooi^ 
non risparmiavano né sesso^ né età, né rango; e 

(1) Gibbon . 

O) Robertfon. introd. alla YiU di Garb V. 



.CAPITOLO QUARTO t^S 
chi resisteva, e chi non resisteva era nella prima .^ 
furia dell' iacDrsioDe tagliato a pezzi; le città sac- diC. 
cheggiate, indi poste a fuoco, gli abitanti condotti '*'' 
schiari (3), le campagne distrutte, percliè i noiìse- 
rabili che si eran salvati nei luoghi alpestri peris- 
sero dalla fame: intiere provincie furono convertite 
in deserti, e nazioni esterminate. Molte provincie 
dell'Impero romano, qnali più, quali meno soflfer- ' 
aero qaesto flagello, che era seguitato dalla pesti-' 
lenza, e dalla fame (4): alcune se ne risentono 
ancora . La costa dell'Afirica sul Mediterraneo , ce- 
lebro per le 3oo popolate città al tempo dei Roma- 
ni, fu neir.iiiTasione dei Vandali ridotta un de- 
serto arenoso come lo è ancora: la Tracia, i 



(3) Rei sacco dalo ■ Roma d* Genierìco poco tnoatuii la ririoa 
deU'Impero, e 4S aoDi dopo quello di Alttrico, era sempre questa 
tJVk piena dei primi patrìzj , e pili opulenti : udb gran parte di e»- 
s)| priva di tiiUi i loro beni, fu condotta in &ch>avitii in AlTrica, 
coslretta a morire di stento su quelle rive . Hientc di ciò clieavea 
l'ipparenia, e il colore d'oro, e di argento Tu risparmiato dai 
Vandah : le staue di metallo furono fuse , e Gpo il celebre letto di i 
metallo doralo, die copriva il Campidoglio, la dnr»tura del quale, 
a ad tempio tntto , era costata 5 milioni di zecchini ec. Donati , ' 
Sonui anliijua . , • , 

(4) Si consulti Robertson (Hisl. di Car!o V. introd. nota S) 
ove si Tedranno le triste |a'o ve della nostra asserzione. Anche il 
Murai. Ant ital. difvert. 31 , ed ivi Paolo Diacono che nell'iova- 
sioue de' Longobardi dice; non erat tane virlui Homa/iis ut resi- 
tiat postettt , quia et peslilenlia plurimos in Li^iirin, ef Vene- 
Ha extìnXBral,et famei nimia ingruens universum Itiitiam deva- 
f'abaf. La peate più terribile, 1" 
■lei gei 

<t "gli u. 



esista mcmorin 


negli annali 


o'543, si spars 


per tutto il 


li.edi^tni^eci 


ca alla meli 


Sannidaunad.'ll^ più orri- 


do di Milano, eh 


ne fu sppt- 


mo i propri ligi 


. Procopio , 


sce , c/.e nel «,lo Piceno m>.. 


; nel len itorio d 


nimini due 


,rono V7 non.lni 


uccidendcli 


ev;.noaqL.e1lac 


sa. 



% 



d74 LIBRO SECONDO 

.delle più coUivate provincie romane, ebbe la stessa 
^[\>^ sorte. L'Italia abbiamo veduto quanto spesso soffri 
fti4 r incursioni di questi barbari. Dai suo florido sla- 
to, che al tempo della romana potenza Tavea resa 
il più cullo, e più popolato paese, era caduta nella 
più gran miseria , e presentava lo spettacolo di 
città ruiua te, o abbruciate ; il suolo era ricoperto 
da salvatiche piante: le ftere moltiplicate abita vauo 
^ pacificamente negli avanzi ruinosi : le acque dei 
fiumi non regolate inondavano^ stagnando^ vaste 
estensioni di terrìtorj (5), onde iufettavasi Taria; 
dal quale male continuato fino ai nostri tempi non 
SODO gmirile ancora alcune campagne, e in specie 
•/ le romane, che erano una volta si rìdenti^ e sì po- 

polate (6) . L' asserzione di Papa Gelasio, che in 
Italia, e in Toscana la specie umana era quasi an- 
nichilata, bencbè possa credersi esagerata, è espres- 
siva della desolazione di quei tempi ; né diverse 
dalle sue sono le parole di un illustre pontefice del 
secolo successivo (7). Le ripetute scorrerie di tante 
barbare genti, e che una succedeva alT altra, pri- 
ma che i disgraziati abitatori cominciassero a respi- 
rare, doveano realmente condur T Italia a questo 
slato. Cominciarl^no finalmnte questi Barbari a sta- 
bilirsi: prima i Coti, indi i Longobardi vennero con 
tutte le loro famiglie preudendo possesso del terri^ 

(5) Marat, antiq. Ital. diss: 3 1 . 

(6) Baron. Ann. i^g6, Gelas. epìst. ad Andronicum. 

(7) S. Greg. Mag. lib. 3 , cap. 38, dialog, cosi si esprìme: Mox 
effera Ijongobardorum gens in nostram cervicem grassaia est ..« 
depopulutae urbes , emersa castra, concrematae Ecclesiae, de- 
strada monasteria virorum , acfoeminarum , desolata praedia, 
atque ah omni cultura destituta in solitudine vacai terra, nullus 
kanc possessor habitat , occuparunt bestiae loca quae prius mul- 
titudo hominum tenebat . 



CAPITOLO QUARTO ajS 
torio, ed usandone come proprio (8), ponendo in 
•cbiavilò gli abitatori, Taceudogli lavorare come ser* diC. 
vi, ed appena dando loro il necessario alimento, >*^^ 
Abbiamo già veduto cos'era il governo feudale, e 
quanto grave ai popoli, che, oltre l'orribile oppres- 
sione, erano sonimamenle avviliti. Quando noi vo- 
gliamo (dice uno di questi Barbari) Jare il pia 
vergognoso nome ad un nemico lo chiamiamo ro- 
mano (9). Cosi la sorte per una strana vicenda ven- 
dicava questi popoli del disprezzo, in cui erano 
stali tenuti un giorno dai Romani. La vita di quel- 
rinfelici era valutata meno delie bestie da soma, e 
nel vergognoso codice penale di quei tempi trovasi 
la vita di uomo valutata meno di un falcone , o di 
un cavalla da battaglia: i costumi erano i più fero- 
ci: s'incontrano ad ogni passo neiristorìa Sovrani, 
Papi, Ecclesiastici regolari, e secolari, avvelenati, 
strozzati,. scannati; e quello che piò rivolta un ani- 
mo ingentilito dall'educazione^ si è l'osservare l'in- 
differenza, con cui siffatte azioni erano accolte, ed 
anche talora applaudite dalle piìj religiose persone . 
Si potrebbe fare una lunga iì^la di assassioj, vene- 
ficj ec; un solo fatto darà idea del resto. L'Impe- 

(8) Qaalclie volta ùoti tutto il terreno era occupato: sotto 
Odoacrelas<^ tena parte . ^ Parev.a strano e<l ingiusto al pastor 
di Mantova (e lo era certamente) cìie uifu piccolissima porzione di 
terreno italiano fosso conceduto ai veterani soldati di Roma 

(Virg.EcLL) 

» O lÀcida f vivi pervenimiis , aduena no tris 
» Quoà nunquantveriti sumus , ni possessor agelli 
» Diceret : haec mea sunt , veleres migrate eoloni • 
Eppure era quello un piccolissimo male in paragone di questi . 

(9) In hoc solo , Cdest Romani nomine « quidquid ignobiliia- 
tis, auidquid timiditatis, q^ddquid avaritiae, quidqaid iuxuriae , 
quiaquid mendacii % imo quiaquid vitiorwn est comprehenden- 
fe^ • Lintppndii legatio apud Murat. Script, rerum ital. voi. a« 
pan. a. ^ 



276 LIBRO SECONDO 



<v 



= ratore di oriente Maurizio è dasli scrittori cootem- 
di C. poranei descrìtto come savio ^ e buono; i' usurpator 
iii5 Poca gli fé' svenare ad uno ad uno sotto degli occhi 
i figli 9 il fratello: il disgraziato padre, nel tempo 
ili questa tragedia altro non fece che proferir parole 
di pazienza, e di rassegnazione ai voleri del Cie- 
lo (io). Eppure (chi lo crederebbe?) un rispetta- 
bilissimo Pontefice, Gregorio Papa, si rallegra della 
ruina di Maurizio (i i), e chiama felicissimi i tempi 
del regno di Foca . Né il carattere delle persone 
consecrate a Dio ne ammansiva la fierezza. I Ve- 
scovi, gli Abati esercitavano il niestiero delle armi, 
atto a nutrire quel sanguinario carattere , che avean 
portato dal secolo: si trovano più volte e i Patriar- 
chi d'Aquileia, e i Vèicovi di Colonia e di Augu- 
sta, egli Abati di Fulda, e cento altri alla lesta 
dell' esercito maneggiar meglio la spada , che il 
pastorale : onde non fanno meraviglia le atroci azio- 
ni dei medesimi anche in tempo di pace. I Ponte- 
fici stessi diedero talora l'esempio della profana 
zione dei mister) i piò augusti. Una questione poco 
intelligibile ad i non iniziati alla teologia suU' uni- 
ta, o duplice volontà in Gesù Cristo, avea formato 
una divisione y ed eccitato dei muovimenti nel po- 
polo, che si riscalda anche più forte per ciò ch'ei 
non intende: l'Imperatore Costante avea saggia- 
mente proibite le dispute sulla combattuta opiuio- 
ne. Non solo questo saggio decreto fu fulminato di 

( I o) Esclamò sempre : justus es Domine , et rectum judicium 
tuum. Murat. Antud'Ital. 

(1 1) Egli inalza le mani al Cielo parlando alla moglie di Foca: 
Quod tam dura longi temporis pondera cert^icibus nostris amata 
sunl. Ed a Foca stesso : Quiescàt Jeliclssimis temporibus vestris 
universa Rcspub. etc. 



CAPITOLO QUARTO 377 

amatemi da Martino I, ma il Pontefice Teodoro por- ^"^ 
tatosi al sepolcro di S. Pietro, versò alcune gocciole ^^^ 
dal calice consacrato nel calamajo, indi scrìsse con mS 
questo sacro inchiostro la condanna dei Monoteliti^ 
ossia degli assertori di una sola volontà (la). Una 
grande profanazione con maggior ferocia spiegò Ste- 
fano VI contro Formoso suo antecessore, pontefice 
assai riputato. Avea la disgrazia di essere stato in 
quei tempi di fazione della setta nemica di Stefano. 
Era egli morto, e riposavano in pace i suoi resti :. 
Ste&no volle sfogar la sua rabbia contro il cadavere^ 
Sotto il pretesto del troppo comune, e ormai tolle* 
rato abuso di esser passato da un vescovado all' al- 
tro, fece dissotterrare il cadavere; e con ridicola fun- 
zione pubblicamente degradatolo, il fé' gettare nel 
Tevere, dichiarando nulle tutte T ecclesiastiche or« 
dinazioni da esso fatte (i3). Indi a non molto que* 
sto stesso feroce Pontefice fu posto in prigione, ed 
ivi strangolato. Sarebbe troppo lungo il far qui la 
serie dei Papi degli Antipapi, che si son fatti la 
guerra, e scambievolmente trucidati («4)* ^^ ^^ 
decente istorico amerà di macchiar la sua penna 
colle sceleratezze di cui le prostitute Teodora, e 



(13} Murai. Ann. d'Ital. 

(i3) Non si può a meno di non esclamaref : 
.... Tantae ne animis caelestibus ime ? 

(i4}Francone^ Cardinal Diacono , fa strangolare Benedetto 
TI e si far elegger Papa: è cacciato, e fngge in Costantinopoli dopo 
spogliata la Basilica Vaticana; tornato a Roma, ove era stato elet- 
to GioTanni XIV, lo imprigionò, e il fe'morire di ferro , o velano . 
Benedetto IX venuto in odio dei Romani oer la disonestà , i la- 
dronecci , gli assassini, n' è cacciato, ed è éictto Silvestro IH; do- 
po tre mesi però ritorna Benedetto, cacciato Silvestro, e poi vende 
il Pontificalo a Gregorio VI. Gli scandali della Chiesa di questi 
tempi sono a lungo contati da Herman. Contra. Leone Ostiense 
Papa Vict. 3 , dialogo 3 , ee. 



«7» LIBRO SECONDO 

5 Marozia infamarono Roma, e il Vaticano , e crearono 



^"°* Papi, il merito principale de' quali era la bellez- 
iiiS fla (fS), ovvero trasmisero quasi per eredità ai loro 
dissoluti descendenti quell'augusta carica (t6). Ne 
la religiosa solitudine degli eremi era abitata dalla 
tranquillità^ e dalla virtù. Frequentemente vi si 
trovano non solo gli intrighi del secolo, ma vi suc- 
cedono le stesse sanguinose tragedie ; onde si scorge, 
che colle spoglie secolari non si abbandonavano dai 
regolari i feroci costumi del secolo (17), né convie- 
ne maravigliarsene, I Re vendevano i vescovadi, e 
Tabbazzie, o le davano in commenda a prii>cipi, e 
principesse: si vedevano j>ertanto adorni del pasto- 
rale. giovinetti di fresca età, che ignoravano anche 
i primi articoli della fede (18). La castità prescritta 
dai canoni era poco conciliabile con quell'età e con 
qtiei costumi. La scandalosa vita dei vescovi , e dei 

(i5) Lmtprantio racconta che Marozia, invaghita di Giovan- 
ni, il fece prima Vescovo di Bologna, poi di Ravenna, indi Papa 
«Gio vanni X che in seguito cacciato prigione dal partito opposto 
di strapazzi, e dolore se ne mori 

(16) Ottaviano fìglio di Alberigo, e nipote di Marozia si fece 
elegger Papa di anni 18 > e convertì in un postribolo il Vaticano. 

07) Diamone an saggio. Ralfredo Abate di Farfa è avvele- 
nato da due monaci Campone, e Ildebrando : si disputarono qne- 
sti due scellerati in seguito col denaro , e colla forza il dominio di 
quella Abbazia, e di altre da quella dependenti . Ildebrando , gua- 
dagnati col denaro i Marchesi, ne caccia Campone: questi offre pia 
danaro agli stessi, e ne caccia Ildebrando. Tampone restò padrone 
del campo di battaglia : ebbe varj figli , e figlie che dotò co' denari 
del Monastero. Alberigo Signor di Roma caccio colla forza Cam- 
pone, e vi mandò un esemplarisslmo Aliate, Dagoberto , ma i Mo- 
naci, che non volevano riforme !o av^'eleuarono. Dal figlio di Al- 
berigo fu mandato uncltro Abate, Adamo, che accusato di stupro 
comprò la salvezza a caro prezzo di oro, ritratto dai beni dclPAb- 
bazzìa venduti. Questo non h che un piccolo saggio dei fatti che si 
potrebbero addurre, tratti non da scrittori nemici di Roma, ma 
d;ii più santi, ed aftwcrati alla fede , come Muratori, ed altri . 

(i ^) \, Ottone Vescovo di Vercelli , de pressuris EccUsiae. 
• 



CAPITOLO QUARTO 279 



ODI 



parochi , che non arrossivano di mantenere pub- ^ 
blicamente delle donne prostituite ^ fu quasi neces- j"^' 
sariamente tollerata, giacché quando sì volle porvi >i>^ 
qualche freno si risvegliarono delle contese capaci 
di agitare tutto il corpo ecclesiastico (19). 

Le leggi con cui araniinistravasi la giustizia era- 
no conformi alla barbarie dei tempi ; prima del 
re Rotarì si è veduto che la consuetudine, o piut- 
tosto il capriccio dei giudici, senza leggi scritte, 
decideva della vita , e delle sostanze dei popoli : 
egli cominciò a stabilire questa incerta legislazio- 
ne, adunando in un Codice le vaghe leggi , e for- 
mando almeno una base stabile su cui si regolasse-» 
roi giudizj: queste leggi però septivano la barbara 
ignoranza dei secoli. Erano già in uso le decisioni^ 
tanto abusivamente chiamate Giudizj di Dioy per- 
chè la barbara presunzione faceva credere che Id- 
dio sospenderebbe T ordine della natura ad ogni lor 
cenno facendo un miracolo • Le prove si facevano 
in varie guise, neir acqua fredda, immergendovi 
l'accasato, e sperando che se era reo, galleggereb- 
be , ricusando l'acqua di riceverlo nel suo seno ; e 
ciascun vede^ che i maggiori scellerati erano sicuri 
di salvarsi (20). Più pericolose erano T immersione 
d'nua mano nell'acqua bollente, il passeggiare sa 
i vomeri infuocati, o il passare a traverso le Barn- 
ine: tuttavia si trovano eseguite pia volte queste 
pericolose prove con felicità in faccia del pubblico. 

{ì^) Landutfus senior , ArnolphiiS Rerum Itale. ^ii;.4* ^^ 
rat. Ann. d'Iul. loSg. 

(ao) La gravità specifica del corpo umano, è maggiore dì 
quella deU' acqua, la differenza però ò piccolissima, onde si son 
trorati degli uomini, che galleggiavano naturalmente su di t8$ti,i 
na si contano ftssai di rado , come il celebre prete napoletano . 



i8a LIBRO SECONDO 

^ Non è difficile che l' ingegno umano^ stimolato dalla 
dì G. <)^c^^si^^ ^ in SI importanti occasioni^ trovasse dà 
11 15 segreti per soffrire il fuoco: fu fama che i sacerdoti 
di Apollo^ e nel monte Soratte i popoli Hirpini, pas- 
seggiassero su i carboni ardenti impunemente (ai). 
Il saggio Varrone ci spiega il fenomeno (a^); e se 
ai dì nostri fosse di tanta importanza quanto negli 
antichi un siffatto esperimento^ son sicuro che gli 
ingegnosi fisici avrebbero fatta questa scoperta, co- 
me se n'è veduto dei saggi (33). A prove cosi strane 

(ai) PIÌQ.lib. 8. Super ambustam Ugni struem ambulantes 
non aduri dicebantur . Tedi anche Virg. Aeneid. 1 1. ver. ^85. la 
preghiera di Arunte . ^ 

» Summe Deum , et Sancii cusios Soractis Apollo, 
y> Quem primi colimus , cui pineus ardor acervo 
» Pasci tur , et medi}im tfreti pietate per ignem 
» Cultores multa premimus vestigia pruna ec. 
(aa) Vedi Varrone citato da Servio nel superiore passo di Vir- 
gilio. 

Quod medicamento plantas tingerant, 
Alber. Mag. nel lib. de mirabilibus , accenna anche la maniera di 
poter toccare il fuoco senza scottarsi. La callosità straordinam 
della pelle può far soffrire senza dolore il contatto del ferro arden- 
te. V. HaUer. lib. XII. $. io. Tactus^ ove egli dice aver veduto 
toccare impunemente il vetro fluido di nna fornace dei monti (fi 
Basilea, e vi si vedono citati molti autori, che asseriscono lo stcf* 
so, e in specie coloro che attestano che a Siam, e nel Malabar vi 
sono alcuni che passeggiano su i carboni accesi ; suHa fede del 
Costeo de ignis medie, praefa, asserisce : Hibisci radicis partula- 
cae, et mercurialis succo manus ad metal tu mferendum idoneas 
reddi . 

Ì23) Allorquando si trattava di trovare i mezzi da preservar 
^ ncend] le abitazioni di legno , Lord Mahon in Inghilterra 
fece vedere che un sacchetto di polvere da schioppo ricoperto d'ana 
vernice di sua iuveuzione gettato nel fuoco non arse (Rozier Jour- 
nal de Pk)rsi(jue). La più diCBcil prova pare, che fosse quella^ 
passar fra due cataste di legne ardenti; e perciò ne abbiamo pochi 
esempì , e la maggior parte infelici, come nell'anno itoa in Mi- 
lano, nel 1098 in Antiochia , per provare 1* autenticità della landa 
con cui fu ferito Gesù Cristo. Il più felice effetto avvenne in Fi- 
renze, dove Pietro dettò poi Igneo Vallombrosano passò atti*avcr- 
5o due cataste dì legno ardenti pei* provare , che il Vescovo 
Tentone era stat(1'eTeitó simouiacàmente . La prova fu fatta per 



CAPITOLO QUARTO a8i 

e fallaci era esposta la probità^ la fede^ le sostanze 
degli uomini più specchiati^ Tonore delle più rispet- ^q^ 
labili matrone y e delle stesse regine. Il duello era m^ 
un'altra di queste crudeli prove. La donna produ. 
ce?a un campione, che se era vinto, veniva senza 
pietà condannata. Né questi esperimenti erano ap* 
provati dal solo volgo, ma dagli ecclesiastici stes« 
5Ì, trovandosi nei messali, e ne rituali di quei tempi 
le formule, e i riti di questi giudizj (^4)* ^ debo- 
lezza del governo era costretta a tollerar le guerre 
private : in mezzo alle popolate città i feroci abita- 
tori, simili ai selvaggi nello stato di natura, assu- 
mevano il fritto di vendicar colla forza le recipro- 
che ingiurìe. In varie partite perciò armati passeg* 
giavano i cittadini, ed ogni momento erano insan* 
guinate le strade dalle loro risse. La consuetudine 
coir impotenza delle leggi avea autenticata una tal 
barbarie (a5); siccome però T esercizio degli affari 
e pubblici e privati veniva interrotto da questa con- 
tinua guerra, la pietà religiosa, e il comune inte- 
resse inventarono la celebre Tregua di Dioy quasi 
universalmente accettata , per cui era stabilito che 
dal giovedì al lunedì vi fosse una tregua, in cui 

ordine dì San Giovan Gualberto ; nondimeno se il tratto è breve p 
e la distanza da nna catasta all'altra non è troppo corta, il vènto 
che impetaosamente soffia in questo spazio può farla trapassar sen- 
ta danno da un giovine cbe rapidamente corra . Qui si avverta che 
non si negano i miracoli: anzi, siccome non vi è alcun Ecclesia, 
stico, che non condanni siffatte prove, non si fa altro che mostrare 
la maniera naturale come poteano avvenire i pretesi miracoli, 
senza che la potenza divina si prestasse ad autenticare questi te- 
merarj esperimenti. 

(34) Murat. Antiche Ital, diss. 38. In una Dieta tenuta in Ve- 
rona ann* 987 , fu deeiso, che qualora venisse dubbio sulla varità 
di un documento legale si ricorresse al Duello: in questa Dieta 
erano moltissimi ecclesiastici • ' 

(35) y. Pier Damiani lib. 4* Epist. 17 ed altrove. 



28« LIBRO SECONDO 

. uiuno ardisse assalire il suo nemico (26); onde ne- 
*^ di egli altri giorni era aperto il campo alle civili batta- 
\ ^^iSglte* Intanto l'interesse degli ecclesiastici faceva 
credere alla superstiziosa ignoranza , che V opera 
migliore con coi si potessero espiar le colpe, e gua- 
dagnare la vita eterna , era il donare i suoi beni ai 
monasteri; ed appunto in questi secoli , e con que- 
sta massima si arricchirono tanto. Con scandalosa 
gara talvolta si disputavano più monasteri la stessa 
preda (ay). Un'altra volta facevasì credere che il 
fine del mondo era vicino, specialmente allo spira- 
re del decimo secolo; onde per guadagnarsi il Cie- 
lo, molti ricchi ignoranti donavano il suo ai mona- 
steri (28). Siccome prepotenti, e crudeli erano i 
signori di quei tempi , è facile il vedere , che mol- 
ti ricchi scellerati vicini alla morte dovevano ri- 
correre al compenso, che credevano il più facile di 
espiare le atroci loro colpe , col donare alle chiese 
quei beni, che la natura gli sforzava a lasciare. 
Non convien dissimulare che qualche santo ec- 



(a6) Landulfus senior lib. a. cap. 3o. Quatenus omnes homi' 
nes ah hora i. Jovis adprimam horam dici lunae cujuscumque 
eulpaejorentf sua negotia agentes permanerent : et quicumque 
hanc legem offenderei videlicet trequa-m dei in exilio damnatut 
eie, at qui eamdem servaverìt ab omnium peccatorum 'vincuUs 
ahsolvetur eie. Merita riflessione questo passo ^ da cui si dedocono 
li strani costumi del tempo ^ e 1* universa! credenza, che chi si sog- 
gettava a questa sacra legge poteva senza scrupolo ne^lì altri gioroi 
uccidere il suo nemico, e tuttavia avendo osservata la Tregua ah 
omnium peccatorum vincidis ahsolvetur. Pid Concilj, e Papi, 
Urbano II y Pasquale II , Innoccnzio II confermarono la TreguA 
di Dio* 

(37) Vedasi la diss. 67. Antich. Ital. del Muratori in cui i5 
motivi si adducono dell'immensa quantità di ricchezze degli ec- 
clesiastici . 

(aS) Molte di queste donazioni. hanno òer causale. Pro re» 
medio animae suae , altre , adi^entànte multai termino . 



CAPITOLO QUARTO ^83 

clesiastico (39) > qualche saggio sovrano (So) non 
lasciavano d'inveire contro siffatto abuso^ senza pe- ^- ^ 
rò correggerlo . Ma ciò che dipinge co' più vivi co- ntS 
lori Tabbrutimento dei tempi è il vedere, che si 
commerciava degli uomini ^ come di armenti; i pri« 
gionieri di guerra^ quei che navigando aveano la 
disgrazia d'incontrare delle navi, i di cui padroni 
senza aver guei^ra dichiarata con alcuno l'avevano 
con tutti, ove 5Ì presentava l'occasione di rubare , 
erano presi, e venduti schiavi. I Veneziani stessi 
fecero quest'odioso commercio, non avendo ribrez- 
zo di vendere i disgraziati Cristiani agli Ebrei , e 
Saraceni (3 1 ) . Che più ? gì' istessi crudeli padri non 
dissimili dai negri affricani giunsero a vendere i 
loro proprj figli per redimersi dalle durezze dei tri- 
buti. Le campagne d'Italia erano si ripiene di mal- 
viventi, che i viaggiatori furono obbligati ad unirsi 
in caravane, come nei deserti di Arabia. Costumi 
sì feroci, dissoluti, e brutali in tutti gli ordini di 

(39) y. Epìst^ di S. Girolamo ad Èusticum eie» e nelV epi- 
taffio dì Nepoziano ahi nummum addunt nummo , et matronarum 
opes venantur ohsequiis: sunt ditiores monachi quam saeculares, 

(So) V. Capitolari di Carlo Magno ano. Sii. Inquirendum est 
si iUe saeculum dimissum haheaty qui quotidie pos sessi ones au- 
gere quoUbet modo , qualihet arte non cessat, suadendo de cae^ 
lestis regni beatitudine; comminando de supplicio inferni, et 
sub nomine Dei , aut cujuslibet sa;ncti , tam divites , quam pau» 
peres, qui simplicioris naturae sunt, se rebus suis expoliant, et 
legitimos eorum haeredes exhaereditant : ac per hoc plerosque 
adjìagitia , et scelera própter inopiam , ad quam per hosfue* 
Timi devoluti per etranaa compellunt , ut quasi necessario J urta, 
et latrocinia exerceant , cui paternarum rerum haereditas , ne 
ad eum perveniret ab alio praerepta est, E più sotto : Quid de 
his dicendum, qui quasi ad amorem Dei, et Sanctorum sive 
Martyrum , sive Confessorum ossa , et reliquias Sanctorum cor^ 
porum de loco ad locum transferunt ; ibique novas Basilicas coi' 
stntunt , et quoscumque potuerunt ut res ilUc tradant inslantissi' 
me adhortantur, 

<3i) Murat. Autiq. Ital. diss. 3o. 



a54 LIBRO SECONDO 

Anui Parsone erano accompagnati dalla più stupida igno- 
diG. |.3D2a« Tutte le nazioni probabilmente una volta 
furono selvaggie; ma dacché esistono storici monu- 
menti , non ci hanno conservato memoria di si 
profonda ignoranza nel paese d'Italia, quanta nei 
i secoli accennati • I barbari conquistatori attaccava- 
i no una specie di vergogna , e di avvilimento alla 
' cultura delle lettere, asserendo che le scienze ten- 
dono a corrompere y snervare^ e deprìmere la men« 
te; e che quei, eh' è usato a tremare sotto la sferza 
del pedagogo , non oserà di guardare con intre- 
pido occhio una spada, o una lancia (3^). Molti 
dei più grandi sovrani, dei principali ministri non 
sapevano né leggere , né scrivere (33) , e nei più 
importanti affiiri vi era Tuso di apporre il segno 
della croce in vece della sottoscrizione. Gli stes- 
si ecclesiastici, presso i quali si trovava quel po- 
co di sapere di questi buj secoli , per la più gran 
parte emulavauo l'ignoranza dei secolari; e spes- 
so non potevano soscrivere i Concilj dei quali 
eraiio membri (34), e d'uopo fu talora sospender- 

(3a} Procou. de bello Goth. lib. i . Voltaire ba fatto parlare 
il linguaggio del silo secolo a Lpredano ( Tancredi atto i. se. i. ) 
Couibien deìs citpyens aujourd*hui prévAius 
Pour ces arls seduisanls que V Arabe cultive , 
Arts trop pernicieux, doni V eclat les captive, 
A nos vrais chevaliers noblement inconnus . 

(33) ^el nono secolo Herband,co/ii«5pa/atii quantunque su- 
premo Giudice dcir Impero non sapea scrivere il suo nome ( Traile 
de diplomatie par deux Benedectius } . Teodorico uno dei re piii 
granai , benché amantissimo dei letterati , non sapea scrivere il suo 
nome. Si dubila lo stesso di Carlo Magno . Che si dovrà dire degli 
altri ? 

(34) Una delle dimande che si faceva a chi chiedeva gU or- 
dini ecclesiastici era se sapeva leggere il Vangelo . Un autore di 
quell'età con stile degno di esso così rimprovera gli ecclesiastici e 
potius dediti gulae, quam glossae , potius coUigunt libras, quam 
legunt tibros, libentius intuentur Martkam, quam Marcumi 



CAPITOLO QUARTO a85 

li dalle sacre funzioni per la loro ignoranza (35). 
Non si vuol dissimulare che alcuni dotti padri della ^i q^ 
(Chiesa non si trovino in questi tempi ^ ma benché ^«^^ 
assai superiori al loro secolo , mostrano^ una tinta 
di barbarie nello stile ^ e sono rare^ e deboli faci in 
UD deserto di tenebre . Pavia > che era la sede del 
regno longobardico , e dove perciò si portavano le 
persone dì maggior ingegnose cultura; Roma capi- 
tede del regno ecclesiastico , ed ove lo studio dei 
dojumi e della lingua latina^ consacrata omai alla 
religione, dovéa aver luogo^ erano le città più cul- 
le; ma qual cultura (36)! Gregorio II inviando i 
Moi legati al sesto Concilio Ecumenicp, che pur 
doveano essere scelti tra i più dotti, chiaramente 
parla della loro ignoranza, non solo delle buone 
lettere, ma della stessa sacra Scrittura (37). Tutta 
la scienza di Pavia si riduceva allo studio della 
grammatica, di cui come gran professore è da Paolo 
diacouo celebrato Flaviano, zio del suo maestro: 
ma qoesl^arte stessa era in tal decadenza , che gli 
dritti per le grammaticali scorrezioni si rendono 
^juasi ieiintelligibili (38): Se tanta ignoranza era in 



malunt legere in Salmone, quam in Salamoie» Alanus de ^tie 
praedicandì apuÀ Lebeat . 

(35) Concil.ftoni. aiiii*.8a^. " 

(36) Se taluDO del Clero predicava al popolo si serviva » $a- 
ptbdo egli leggete, delle predicne antiche cne esistevano nelle 

Chkse. Marat; dissi 4^* "^^^l- It*^- 

(37) Marat, diss. 4^. Antiq. ItaL 

(3S) Un frammentò di lettera del Papa yVdriano II riferito da 
MahiUon nctU' appci|«lice alla «oa dh>lòmasia è pieno di scorrezioni 
incredibili: vi si trovano le espressioni eori^tnque novilissimis su- 
xoles, « ut inter eos dissentiojiat, et di\^isis inveniantur, » Una 
<um Judiculuni » una cum omnei'hen^tentnni y^ aui tamde reoi- 



piendi eos qi^amque ie nostro misso ; unfi cum nostrum Ji^dicu- 
tum . Cofi si Scriveva^ in Roma dal Pana, o da' suoi 



'apa, o da suoi segreta r) 



t86 LIBRO SECONDO 
: Roma y e in Pavia , può ciascuno immaginarsi quali 
die. tenebre coprivano il resto d^ltalia. Arrestiamoci un 
" ^' momento per due importanti reflessioni ; la prima 
presentandoci una consolazione per essere stati ri- 
serbati a vivere in tempi meno infelici^ mostra il 
torto di coloro , che , vituperando la presente^ lo- 
dano V antica età quasi aurea , ignorandone gli er- 
rori: la seconda ci mostra T infelicità più grande 
dei popoli, le azioni le più scellerate^ i costumi i 
più feroci , e brutali uniti colla più profonda igno- 
ranza delle scienze , e delle lettere : questo (atto è 
la più eloquente risposta ai detrattori del sapere^ i 
quali debbono esser sempre molti, giacché V imma- 
ginare le scienze , e le lettere come noci ve alla mo- 
rale è la maggior consolazione degl' ignoranti . Il 
paradosso sostenuto con tanto ingegno dal ginevrino 
filosofo è smentito dall'osservazione, e con que* 
sta, non coi sottili ragionamenti, deve decidersi la 
questione . Ma proseguendo il nostro racconto , Tisto- 
ria delle umane vicende. ci mostra che vi è un ulti- 
mo limite nel bene, e nel male, al quale giunte le 
cose^ conviene che retrocedano. Già i ripetuti atti di 
oppressione che i forestieri, e i naturali principi 
esercitavano su i miserabili popoli d'Italia, comin- 
ciavano a eccitare dei sintomi nunzj di un movi- 
mento che finire dovea in una memorabile rivolu- 
zione • L^ oppressione produce Io scoraggimento nei 
popoli, ma quando cresce troppo gli conduce alla 
disperazione, la quale eccita finalmente un corag- 
gio capace di tutto • I passaggi degl' imperatori io 
Italia solevano segnare una traccia di desotazìooe: 
questa, si spesso ripetuta, risvegliò la sensibilità 
degr Italiani , e produsse Belle scene sanguinose- 



CAPITOLO QUARTO a87 

Già sotto Arrigo'per qoesto motivo » dopo una fu- 
riosa rissa fra i soldati imperiali , e ì ciltadini, Pa- ^^o. 
via era stata quasi intieramente distrutta; nel pas* >&»S 
giù per r Italia xlell' Impera tor Corrado i suoi 



soldati erano venuti alle mani coi cittadini di Ra- 
venoa, e alla di lui coronazione in Roma tra i Ro* 
mani, e i medesimi avvenne una ferociasìiua batta- 
glia. Parma , per l'istesso motivo, fu smantellata , 
e saccheggiata dai soldati di Corrado II; né mai vi 
era passaggio di truppe forestiera ( e questi erano 
fi^uentissimi.) senza che le città, e le campagne 
fossero desolate, disonorate le donne, e inondato di 
sangue il paese. Se le passeggiere vessazioni dei 
forestieri erano gravi, più intollerabili si rendevano 
le domesticbe, perchè continue. Era Tltalia, se* 
condo quel gotico sistema , governata da molti Du- 
chi, e Marchesi, i quali tutti doveano dipendere 
dal re d' Italia, e dall'imperatore ; ma in fatti non 
ne riconoscevano la supremazia che quando la forza 
li costringeva, e la facevano da indipendenti sovra* 
ni. Questi principati erano divisi anche in più pic- 
cole frazioni di sovranità , dominate da' più piccoli 
signori , obbligati a dipendere da quel Duca , o Mar- 
chese principale da cui aveano originalmente rice- 
vuto questo piccolo feudo; ancor essi imitando i 
loro principali, si erigevano, quando ne ayeano il 
potere, in indipendenti sovrani . Oltre sififatta ge- 
rarchia di principi , la di cui legale e naturale esi- 
stenza dovea aver luogo in q\i^l sistema , gli Impe- 
ratori tratti dall'avidità del denaro ne aveano creati 
inoltissirai altri di un nuovo ge^uere: con quel su- 
premo dritto che credevano avere , staccavano dal 
dominio, e dalla dependenza di qualche città una 



n 



a88 LIBRO SECONDO 

"porzione di terreno^ un monte, una. cocca ^ un di- 
di G. '*^po 9 e concedevano a chi gli pagava i dritti di 
Mi5 feudal 5Ìgnore (S^). (jostui vi si fortificava ^ credeva 
d'esser divenuto un Sovrano^ ed esercitava il dritto 
di sovranità su quei pochi miserabili , che aveaao 
la disgrazia di essere abitatori di quel tratto di pae- 
se : ma siccome V esercizio di questa autorità non 
avrebbe potuto soddisfargli, si ponevano alla testa 
di quei sgherri che aveano facoltà di. mantenere ^ 
e con essi scorrevano il paese nobilitando in questa 
forma il mestiero di assassino : i ricchi viandanti 
erano spogliati, e talora imprigionati , e costretti a 
pagare un grosso riscatto. La novella di Ghino di 
Tacco non è favola che forse per quello che riguar- 
da l'abate di Glughy (4o). Era pertanto coperta 
r Italia da una folla di signori , o tirannetti , che 
non conoscevano altro codice per governare i loro 
sudditi , che il capriccio , e la violenza . La vita 
solitaria che menavano nei loro castelli circondati 
da brutale canaglia, T ignoranza profonda dei tem- 
pi non gli rendeva sensibili alli stimoli di onore, 
e di compassione, e invano la religione o predica fa 

la mansuetudine,|o spaventava colle pene future(4i)* 

» 

(39) Sì chiamavano a distinzione degli altri Comites pagani; 
sì sono ancbe detti Castellani Mui*at. Antiq. [tal. 

(4o} Decam. ^iorn. 10. nov. »• Fra gli ahri Niccolò Marcbese 
d' Este in un suo viaggio fu preso dal Castellano di S. Michele. Atr 
zolino Vescovo di Siena tornando dalla corte del Papa da Avigno- 
ne fu fatto prigione a Mantova da Cario Grimaldi, e costretto t 
pagarre di riscatto 5oo fiorini. Jano degli Alberti, Conte di Monte 
Carelli , rubava con i suoi masnadieri! viandanti: presa con essi 
dai Fiorentini, gli fa mozza la testa, e impicca U i suoi sgherri . 
Cosi gli stessi Fiorentini disfecero il Castello di Montebom, per- 
chè i Signori che aveangli dato il nome, arrestavano, e facevano 
pagare gravosi dazj ai mercanti : misero altresì in dovere il Contt 
fjggieri; i Conti di Certaldo , di Figline, di Maugona ec. 

(4i) Neil' Arcliivio del Capitolo de* Canonici di Modena tre- 



CAPITOLO QUARTO 189 
I celebri Cavalieri erranti , tanto posti in ridicolo 
da chi non ne ba ben conosciuto V istituzione , e i ^^^q 
doveri , servirono talora di qualche freno alla fero* «i^S 
eia di questi illustri assassini e ne castigarono i de* 
litti. Avidi di gloriale di difficili imprese^ avendo 
giurato nel cinger la spada di proteggere Tìnnocensui 
oppressa , e vendicare i torti y bene spesso venne 
loro fatto di purgar la terra da varj di questi mo- 
stri • Sìffiatti tempi , per la crudeltà dei piccoli de- 
spoti , e per le illustri azioni dei Cavalieri erranti , 
rassomigb'ano molto all' eroica età della Grecia ; ed 
Ercole^ e Teseo » e tanti altri Eroi sono i Cavalieri 
erranti degli anticbi tempi • Ma non potea durare 
an governo si ingiusto e violento: la sofferenza po- 
polare ba i suoi confini ; né era difficile il minare 
un despotismo appoggiato su base si poco stabile . Il 
governo feudale era un'idra a mille teste ^ e a po- 
che braccia. Le gelosie, le rivalità , i diversi inte- 
ressi doveano naturalmente dividere questa folla di 
piccoli Sovrani in varj partiti , tenerli sempre in 
guerra, e mostrare ai popoli, anche abbrutiti, la 
debolezza de' loro dominatori, e la facilità di libe- 
rarsi da quel giogo. Le circostanze divennero sem- 
pre più propizie a questa rivoluzione. Vi furono de- 
gr intervalli, nei quali la forza superiore che dovea 
tenere unite tutte queste membra , era stata strana- 
mente indebolita : tale avvenimento ebbe luogo in 
specie alla morte di Ottone II. Nella cronichetta 
dei Re d'Italia (4^)> 'i descrive questo tempo, come 

vuian SsgramenUrìo di Gregorio il Grande» scritto nel nono» 
Ofvero nel decimo secolo ^ ove leggesi: Missa cantra Tjrrannos» \ 

Monitori Àntiq. Ital. disB. 46. / 

(4a) Tom. a. 

Tomi} /. ♦ o 



ago LIBRO SECONDO 



^ un interregno , in cui mancava alia forza superiore 
di (2. ogni attività; e durante l'infanzia di Ottone IIL 
M*^ ebbero le città italiche agio di scuotere il giogo de- 
gr Imperatori e debite. Giunto a matura età Otto- 
ne III. venne in Italia^ e cercò di ridurre all'obbe- 
dienza te ribellate città; morto però nell'anno looa, 
senza prole^ due Re d'Italia Arrigo ^ ed Arduino 
se ne contrastarono il possesso , contrasto assai fa- 
vorevole alla libertà nascente delle italiane città. 
A questi contrasti successe in seguito quello più 
lungo^ e più tempestoso tra il Sacerdozio , e l'Im- 
pero^ che rilassò sempre più i vincoli di dipenden- 
za , che legavano le italiane città ai loro domina- 
tori f e diedero agio a quelle di scuoterne affatto il 
giogo* Lentamente però, e variamente si è operata 
una siffatta rivoluzione. In alcuni regni il Sovrano 
principale ha posto in piedi una milizia stabile e 
regolare ; che non solo lo ha reso indipendente nelle 
urgenze dai potenti vassalli^ ma gli ha dato anche 
agio di tenerli in briglia , e finalmente di spogliarli 
delle loro abusive prerogative . In altri paesi ^ come 
in Italia^ le particolari città sì armarono, e cac- 
ciandolo non curando i loro despoti, vi stabilirono 
repubblicano governo: altre di queste più placida- 
mente ottennero dagl' Imperatori ò gratuitamente , 
o coir oro il privilegio di governarsi da loro stesse: 
alcuni finalmente de' feudali governi son restati in 
piede fino ai nostri tempi , com' era la PoUonia , e 
ve n'è un'imagine ancora in Alemagna. Riguardo 
agli altri più piccoli feudatarj che regnavano nei 
castelli I e nelle rocche alpestri in proporzione che 
i governi regolari presero piede , furono in gran 



CAPITOLO QUARTO S91 

pirte distrutti, e pochi ne restano ancora privi per 
lo più de' loro privilegi . ji^^ 

In questo generale movimento d'Italia per la >>«^ 
libertà y V entusiasmo fanatico , che quanto è atto a 
far degli sforzi di valore perchè è cieco al pericolo , 
altrettanto^ per la stessa causa , è incapace della 
fredda deliberazione y trasportò gV animi al di là 
dei giusti limiti ad una specie d' intemperanza di 
libertà. Credendosi più libere quanto erano più 
indipendenti V una dall'altra , le italiche città y non 
<olo si stabilirono ciascuna in sola e isolata repub- 
blica, ma tutte le terrei e fino i borghi più pic- 
coli si divisero spesso m tante frazioni repubblicane 
Don più grandi di S. Marino (43) • Questa opera* 
sione sarebbe stata la 3tessa , che se gli abitatori 
delle città che furono una volta selvaggi , e che ce« 
derono una parte della loro naturale libertà per go- 
dere i vantaggi della società civile , e divennero cit- 
tadini^ rìnunziassero ad un tratto a questi diritti per 
amore di libertà y e ritornassero alla foresta • I sel- 
vaggi si fanno una continua guerra : cosi dovean 
Corsela una folla di repubbliche, di cui era coperta 
r Italia: divise d^ interessi , dovean esser sempre 
colle armi alla mano • Queir istessa intemperanza 
di libertà agitando gli spiriti della stessa repub- 
blica^ doveva renderli disobbedienti alle mede- 
«me l^gi^ che si erano fatte, e dividerli in più 
partiti. Questo ragionamento è provato dai fatti. 
Firenze, Pisa, Lucca, Siena, Pistoia, Arezzo, Cor- 
tona^ non che più piccoli castelli^ furono spesso 
insanguinate dalle civili risse. In Lòmbai^dia eb- 

(4)) P«r otempto: Poggibonsi era una Repubblica . 



!i9a LI^RO SECONDO 

riebbero luogo, le istesse fatali vicende • I diagraikiti 
diC. popoli j dopo lunghe agitazioni y e sanguinosi con- 
111^ trasti, couosendo quanto erano infelici nella demo- 
cratica costituzione cercarono finalmente )a quiete 
sotto il governo d*un solo. Così Milano si riposò 
sotto Azzo Visconti (44) \ Modena , e Reggio sotto 
Obizo d'Este : i Padovani sotto Jacopo di Carrara ec. 
Le città della nostra Toscana furono più restie, 
però soggette a più lunghe convulsioni • È stato 
dimostrato dal più grande de' metafisici (45) qual 
possanza abbiano le mere parole sulle opinioni degli 
uomini , e quanto perciò ne sia pernicioso Y abuso . 
Niente v'à di più vago, e di più abusivo delle pa- 
role di libertà e di uguaglianza • La civile libertà 
non consiste in altro , che in obbedire a una savia 
legislazione vigorosamente eseguita, onde a ciascuno 
sia liberamente permesso ciò che le leggi non vie- 
tano . Siccome poi un' uguaglianza geometrica è 
sicuramente impossibile tra i cittadini , la vera 
uguaglianza consiste neir esser tutti ugualmente 
sottoposti alle leggi, dimodoché sul più ricco, e pia 
potente, come sul piò debole, e più meschino agi- 
scano colla medesima forza imparziale; questa è la 
vera uguaglianza, ogni altra è chimerica. Se il pro- 
blema si sciolga più facilmente in una repubblica , 
o in un principato, T istoria che scrìviamo Re sarà 
giudice : sarà essa una scuola ove il saggio lettore 
potrà giudicare dei beni, o dei mali della demo- 

(44) Gal vaneus Fiamma : Ptima Lexfmt,quod omnes Civi- 
tatés sibi tubjectae ab^l/ue omni personarum captione suis cm- 
bus esseni habUéUio tutissima , et istius Sanctissimae Legis tfi- 
caeptorfuit illustris miìes Aio F'ice-Comes , oh cujus merìlttm 
possidet Paradisum . 

(4^) Loke, liuman.uaderstending. 



CAPITOLO QUARTO 295 
crazia, e del governo monarchico. Tutte le più 
aottili j e più dotte ricerche sulla natura dei gover- ai e. 
ni sono inutili: in politica come in fisica conriene >>>^ 
finalmente ricorrere air esperienza • Se vedremo 
quelle repubbliche , turbolenti , agitate ; se le stra- 
gi, Tesilio dei cittadini saranno pressoché continui^ 
uè mai sicure le loro vite ; se al contrario troveremo 
una lunga calma nel principato^ la questione sarà 
decìsa dalla esperienza • Dovendo la storia esser la 
maestra della vita, & d'uopo contemplar gli avve« 
nimenti , che andiamo ad esporre , non come oziosi 
racconti , ma come lezioni istruttive , 



DELL'ARTE 

DELLA GUERRA 



NEI BASSI TEMPI 



APPENDICE 

J^lelle guerre presso che continue^ le quali » dopo 
lo stabilimento della costituzione repubblicana, eb- 
bero fra loro le italiche e le toscane città , si deaeri- 
Yono talora delle operazioni poco intese ^ perchè non 
si sono gli storici dati la pena di spiegarci Tarte 
della guerra di quel tempo , e le macchine belliche 
allora in uso. Per ischiarimento della futura storia 
ne daremo un breve ragguaglio. Nel tempo dell'op- 
pressione feudale tutti i sudditi erano obbligati di 
andare alla guerra ad un cenno del Signore : nep- 
pure si eccettuavano gli stessi ecclesiastici senaa qq 
particolare privilegio: e siccome il mestiero delle 
armi era il più onorevole , i Vescovi ^ e gli Abati di 
rado dimandavano di esserne dispensati, anzi ago- 
gnavano avidamente alla distinzione che procu- 
rava il valor guerriero, cercando di unire cosi le 
ricchezze ecclesiastiche con i trofei militari . Inva- 
no le canoniche leggi proibivano loro 1* esercizio 
delle armi: chi vi si sottometteva era deriso ap- 
punto come ai di nostri chi citasse le civili, e ca- 
noniche leggi, per evitare il duello (i) • Sotto il feu- 

(i) n Pio ab. Ermoldo Nigello» costretto a prender le anni, 



APPENDICE «95 

dale governo il nervo delle truppe era la caval- 
leria, composta di nobiltà che aveva interesse a 
vincere, e stimolo a distinguersi; mentre la fan- 
teria, composta per lo più di miserabile turba, 
che poca gloria, e niuno interesse vedeva nella 
vittoria dovea combattere con poca energia • E ve- 
ramente per molti secoli , anche dopo la ruina di 
quel governo, durò la cavalleria a formare la for- 
za principale dell'esercito. Erano i cavalieri otti** 
mamente armati: si conducevano appresso loro da- 
gli scudieri, e dai paggi più cavalli (a), e in varj 
tempi hanno ricevuto varj nomi e di lance , e 
d'uomini d'arine ec. L'istoria però delle nazioni 
più dotte in quest' arte ci mostra come la truppa 
migliore è stata sempre l'infanteria, e la falange 
macedone, e la legione roman^ poterono resiste- 
re , e rompere le numerose schiere della persiana 
e partica cavalleria • Durò la superiorità di questa 
truppa perfino al tempo del gran Consalvo di Cor- 
dova, che nelle guerre d'Italia, mutando tattica, 
formò quella celebre fanteria spagnuola e italiana, 
che divenne presto superiore alla cavalleria , che 
ha ùitto per tanto tempo la gloria della nazione 

ad onta del tao vestito , si vantava santamente di non aver ferito 
mai alcuno y e ne portava l'attestato sol suo scodo » per cai fu 
tanto deriso • 

Hoc egomei scutum humeris ensemque revinctum 

Gessi, sed nemo mejeriente dolet . 
Pippin haec aspiciens risii, miratur , et infit, 
Caede amds,frater, litera amato magis. 
De reb. gest Ludov. Pii p. a. t a. rer. itaL script. 
(3) Alla destra degli scndieri era condotto il nobile cavallo 
da battaglia 9 sensa perspna sopra , perchè fosse pia fresco al bi- 
sogno > onde il nome di dextrarii, indi destrieri: intanto il cava- 
liere cavalcava un cavallo meno pregevole, che palafreno # o ron- 
lino era detto. Mar. '' 



agg DELL'ARTE DELLA GUERRA 

spagnuola , e che per dae secoli fino alla battaglia di 
Rocroi (3) è atata invincibile • Le milizie delle città 
italiane divenute Repabbliche ebbero varia aorte. 
Finché i cittadini stessi sì armarono per sostener 
la loro libertà y o animati dalla frenesia de' partiti, 
formarono delle truppe assai valorose, e capaci di 
resistere alle migliori milizie imperiali, che sotto 
un valoroso Imperatore furono più volte sconfitte, 
e in specie riceverono la celebre rotta di Legnano 
( an. 1 176) in Lombardia, per cui fu tanto abbas- 
sata la potenTHi di Federigo JL in Italia , anche in 
Toscana le sanguinose battaglie di Monte-aperti , e 
di Qampaldino mostrarono il pertinace valore, con 
cui combattevano i cittadini; ma subito che essi 
trascurarono il mestiero delle armi (4), e stipen- 
diarono i mercenarj, le guerre divennero vergo- 
gnose e ridicole. I capitani dei mercenari o non 
volevan combattere per mantenere intatte le loro 
truppe , o erano facilmente corrotti dal nemico; 
Taltra truppa riunita con essi di plebaglia , o di 
villani non usi all' armi e ai perìcoli , prendeva 
vilmente la fuga al prìmo incontro; e il Machia- 
vello con ragione derìde questi fatti d'arme, i qua- 
li talora duravano parecchie ore, battendosi i sol- 
dati in distanza, senza la morte di una sola perso- 
na • Sdegnando i cittadini il mestiero delle anni, 
sì posero nella dipendenza di quei condottieri, che 
pei circa a due secoli furono in Italia celebri pe'lo- 

(3) Dopo molta decidenxa nella sua dUcipUoa , fu in qneilft 
bat*^gUa disfatta € nunaU dal gran Gondé • 

(4) Ammir. iti. fior. Per tutto il secolo XIH. e il principio 
del Xiy. |« milizie delle città italiane furono valorose» perchè com- 
poste di cittadini : dopo il principio del XTVt cominciarono a de- 
clinare . 



APPENDICE a97 

ro tradimenti , come pel loro valore. Essi poneva- 
DO i loro soldati air incanto^ vendendoli al maggio- 
re offerente; né di rado avveniva che una truppa , 
dopo essere stata nemica dei Fiorentini ^ o dei Mi- 
lanesi, guadagnata dai denari, passava a combatter 
per loro. Queste truppe avean bisogno della guerra 
per vivere } onde quando era pace si univano sotto 
UQ capo, e ponevano a sacco gl'innocenti paesi, o 
fonavano le più ricche città a pagar loro forti con- 
tribuzioni. Siffatte turme di masnadieri erano chia- 
mate G>mpagnie. Cosi Lodrisio Visconti, Malerba, 
e specialmente il Duca Guarnieri nel XIV secolo 
fecero tanto danno all'Italia ; e le più potenti città 
non sdegnarono di prender la legge, e pagar loro 
uo vergognoso tributo. La viltà degl' Italiani in tol- 
lerarli, è provata dalla facilità con cui poteano di- 
struggerli : giacché i soli villani del Mugello, come 
vedremo nel corso di questa storia, quasi intiera- 
mente distrussero una delle più grandi di queste 
Compagnie (5) • Dopo la declinazione della romana 
tattica, le armi del soldato da offesa, e da difesa 
furono spesso variate. Si é veduto come i Romani 
itessi ai tempi di Graziano deposero il vestimento 
ferreo ond'erano armati: fu qi^atp^, ripreso da ro- 
busti guerrieri del Nord ; poi seoondo la mollezza , 
robustezza degl'Italiani, vicen^volmcfite abban- 
donato, e ripreso. Talora il ferro si cangiò in cuojo, 
e la coriacea armatura ha dato probabilmente il 
nome alla corazza (6) • Il peso degli scudi di ferro 
è stato alleggerito, formandolo di legno, di cuojo, o 
di vimini ; e le diverse materie o figure hanno creato 

(5) BfaUeo Vili, cronic* 

(6) Murat. diss. a6. 



398 DELL'ARTE DELLA GUERRA 
i numi dì targa y scudo, rotella, brocchiere, paye- 
se (7): le spade talora accorciate hauDo preso i no- 
mi di stocchi (8). L'arco e la balestra davano il 
nome agli arcieri ^ e ai balestrieri . Scagliavano i 
primi dardi più piccoli assai dei quadrelli , mo- 
schetti (9) o verettoni gettati dalle balestre , ma 
supplivano colla velocità alla piccolezza dell'ar- 
me (io). Erano alcune balestre cosi grandi, che 
conveniva scaricarle col pirae , e perciò aveano al- 
la corda adattata la staffa . Ylna truppa disordinata 
e leggiera soleva precorrere l'esercito , scorrer quinci 
e quindi, e dare il guasto alle campagne, e queste 
eran chiamate gualdaue (1 1)« Feditori poi o ferito- 
ri erano quelli , che cominciavano la battaglia . So- 
levano esser delle migliori truppe, giacché sovente 
l'esito della pugna dipendefira da essi: poiché scom- 
pigliata la prima schiera, assai spesso tutto il resto 
dell'esercito di disordinava. Diamo ora un'occhiata 
alle macchine da attaccare, e da difender le ciUà. 



(7) Scudi di Pavia , quadri di figura : Aulici Ticinen. de UtuL 
Papiae, Aveànò nelle finte guerre 1 Pavesi dei scudi di vinchi. V. 
lo stesso aut. tijeU^ diss. suddetta , ove dottamente » nota che an- 
che gli antichi aveano Scudi di vinchi per testimonianxa di Yege* 
lio Seuta tUi vÌniòié''^imodtim cratium rotundata tenebant . Il 
brocchiere probathiln^^nte era uftt> ècndo» che avea in messo imo 
spuntone per offendef'e, o per deviare l'arme nemica* 

(8) Fugionibus itti coeperunt ensìbug obsoletis . Frater Pipi- 
nus in chron. rer; ital.serip* t. 9. 

(g) Moschetti» o mosche tte» erano specie di <iardi. Mar. 
diss. a6. 

(1 0} Tillani , lib. a » cap. 66* Quando i Genovesi balettram- 
no un quadrello di balestro , quelli saettavano tre saette co'laro 
archi. 

(il) Corridor vidi per la terra vostra 
O Aretini , e vidi gir gualdane ec. 
Dante , canto aa Inf. Probabilmente vide questo spettJicoki il poe- 
ta quando dopo la rotta di Campaldino, data agli Aretini » l'eser- 
cito fiorentino devastò il territotio di quella citta . 



« 
t 



APPENPICE 399 

Disgraziatamente per gli uomiui.il crudele mestìero 
della guerra non è stato che con piccoliasimi inter* 
valli interrotto, dacché abbiamo memorie iatoriche. 
È molto facile immaginare perciò che gli strumen- 
ti di distruzione usati dai Greci , e dai Romani non 
sieno stati mai perduti. Poteva alterarsi la discipli- 
na militare, perdersi il coraggio insieme coir indu- 
striosa tattica greca e romana, ma le varie macchi- 
ne per attaccare, e per difender le città doveano 
passare di generazione in generazione poco cangia- 
te, e mutato forse solo il nome . Cosi probabilmen- 
te l'ariete, T onagro, le catapulte , le baliste, le tor- 
ri messe in opra dagli Ebrei, dai Greci , dai Roma- 
ni, son passate ai bassi tempi coi nomi di mangani, 
manganelli, trabacchi ec. solo la terribile invenzio- 
ne (leir artiglieria , mutando tanto r arte della guer- 
ra, ha potuto farle obliare. Le fortificate città era- 
no circondate spesso da doppie mura; ossia, dopo 
le più alte interne , era un altro recinto piii basso , 
fatto probabilmente per impedir V azione dell'arìe- 
te contro le mura più alte (la)* Un fosso, quando 
si poteva, pieno di acqua, ed una palizzata si esten- 
devano avanti alla seconda muraglia : stavano mol- 
te torri sulle mura, il corpo delle quali stendevasi 
in fuori per aver agio di percuoter di fianco gli as- 
salitori. Le scorrerie de' Barbari si frequenti avean 
fatto scegliere la posizione delle città e de' castelli 
ne' luoghi i più alpestri per guisa, che l'Italia di. 
venne quasi una selva di torri, e di rocche munite 
in specie ne'monti, uve l'arte era aiutata dalla na- 
tura. Nelle città istessei continui sospetti originati 

(ta) ChiamaTasi barbacani , o antemurale . 



3oo DELL'ARTE DELLA GUEERÀ 

dalle &zioni| avean convertite le case in fortificati 
castelli: poche ve n'erano delle considerabili senta 
torri ^ nelle quali faceasi anche sfoggio d'architet- 
tura '(i3); onde non farebbero tanta meraviglia le io 
mila torri che Tesagerazione di Beniamino Navar* 
rese contò in Pisa . Si fabbricavano poi o di legno 
o di sasso castelli, o bastie (i4) ^^ offesa^ e da di- 
fesa intorno alle mura^ alle torri, sulle rive di im 
fiume, sopra una collina, o dove si stimasse il ter- 
reno più atto air offesa , o alla difesa . Erano presso 
a poco gli stessi i battifolli (i5), e cont^ievano 
stanze per alloggiarvi fiinti^ e cavalli. La terribile 
catapulta degli antichi Greci , e Romani , con coi 
si scagliavano pesi si enormi, non è chiaramente 
descritta dagli storici antichi • Il celebre Commen- 
tator di Polibio (i 6) ne ha indovinata la costruzio- 
ne^ seppure m molte |)arti la sua immaginazione 
non ha supplito ove ipaneava T istoria. Pare che 
per mezzo di funi elastiche in specie di minugia, e 
degli stessi crini e capelli intortigliate sa dei travi 
si tendesse fortemente un cilindro di legno, sulla 
cima del quale stava un gran cucchiajo in cui si 
ponevano i corpi da lanciarsi : liberato dalla tensio- 
ne il cilindro scoccava come un arco, gettando ad 
una gran distanza enormi masse (f7). La Balista, 
varia nella costruzione dalla Catapulta , prodoceva 
Jo stesso effetto: forse era una grandissima balestra, 



(tS) Ainmir. iti. fior. lib. d. 
(i4) Iodi il nome di bastioni . 

(i 5) n YilUni considera le bastie e i battifolli come U steMi 
cosa. 

(i6)nGaT.diFoUrd. 

(17) Se ne Teda k fianra ndle note a Polibio del Gat.di 
FoUrd. * 



APPENDICE 3oi 

come iodica il nome, formata di un grosso cilindro 
di elastica materia^ che tesa per mezzo di qualche 
macchina potea scagliare de'corpi pesantissimi. Da 
queste due macchine non dovean differir molto 
quelle che nerbassi tempi si chiamarono Mangano^ 
Trabocco^ Asino (i8)^ Troja, Volpe ec. Già si de- 
duce da qualche oscura descrizione , che nel Man- 
gano vi era una fionda ^ o balestra (19); doyea per* 
ciò questa macchina rassomigliare all'antica bali- 
sta: e yeramente masse pesantissime si scagliavano 
con questa (so). Sovente grossi animali, come ca- 
valli, ed asini erano per disprezzo gettati nelle as- 
sediate città (ai). Coi trabocchi , benché dì struttu- 
ra diversa dai mangtfni, si scagliavano pure im- 
mense pietre . Di questi fece uso Ezzelino neir as- 
sedio della rocca d' Eate (aa) , e negli Annali mo- 
danesi descrivesi una grandissima di queste mac- 
chine (a3) • Per romper l'impeto dei massi scagliati 
dai mangani si adopravano delle reti di grosse funi, 

(iS) Anche gli antichi ayeano Vonager* 

(19) Instrom.ds restgnat Castri FnmoniSt si iroitii/undat 
de Manganalo, Mar. antiq. ital. di». 96. 

(ao) Negli Annali genovesi dello Stella^ ann. 1379 ^ si nomi- 
na una troja che gettava massi del peso dai 1 a ai 18 canta ra vale 
adire di libbre a700.Il mangano vien chiamato in latino halearica 
machina , lo che mostra, che vi era una specie di fionda , per cui 
«raro celebri gli abitanti delle Baleari : 

Extrmtur mirae halearica machina motis , 
Quae valido iongum transverberat aera jactu. 

Grunt. Kb. S. 

(ai) Frequente è l'espressione degli storici: furono manga- 
nati asini* Dopo la rotta di Gampaldino i Fiorentini per ischerni- 
re il Vescovo di Arezso Gugliàmino» che era restato morto in 
quella battaglia , venuti ad assediar la città» vi gettarono col man- 
gano un asino colla mitra in testa , come riporterassi a suo luogo . 

(aa) Rolandinns. 

(2^) Trabuccum Murtinentium, qui Jactus fuerat in platea 
Communis Mutinae^ cujus pertica erat quantum sex paria boum 
ducere poterant . 



3oa DELL'ARTE DELLA GUERRA 

o panni , o una specie di graticci distesi davanti al-' 
le torri percosse : indi ebbero origine le vinee o cra^ 
ttSy graticci o gatti (^4): sotto queste stesse mac- 
chine i soldati s'avanzavano a batter la muraglia» 
11 formidabile ariete degli antichi non era escito 
mai di moda • O ra venia condotto sopra dei carri 
spinti contro di tB^\ più spesso questo lungo e 
grosso trave colla ferrata punta era sospeso, ed on- 
deggiante in aria , e facendosi oscillare, si mandava 
ad urtare contro le muraglie: gli scommossi sassi 
erano poi fatti cadere con delle pertiche uncinate, 
che emulavano una delle tante speciè^di carri degli 
antichi (a5). Si rammenta da Gotti fredoViterì>iense 
un altro ìstrumento non ben noto (a6) detto Talpa, 
atto a scavar sotterraneamente il terreno, per to' 
gliere alle muraglie il fondamento, e farle cadere: 
egli è certo che si usavano queste specie di mine: i 
minatori si avanzavano sotterra verso le mura: si 
praticavano le contrammine, cioè si procurava di 
ritrovar la sotterranea strada; e questo si faceva 
scavando obliquamente imo o più fossi scoperti che 



(a4) GiiUi per isbaglio furen pre9i dagli Accademiei ddb 
Crnica per ìstrumenti da battere i mari{ non erano che una co* 
perta , e difesa : Bemi Ori. innamor* 

GatU tessuti di. vinco e di legno m 
Huc/aciunt reptare catum, teetique sub Uh 
Suffodiunt mufQS% Ginlelm. Brito L 7. 
Siccome qualche volu sotto qbesta coperta ossk GmUo ai facea 
muover r ariete con cui li percuotetan le mara, pa^iadieiaer 
nata la confusione dell' uno coU' altro • Yeset* lib. k* <^P* > 5* ^ 
neas dixerunt, veteres quas nunc militari barbaroque usu cmttos 
vacata Alimoniui apnd Duchange : Erant carri vumneis eatibus 
tabulisque ligneis , in quibus latentes militesfundasnenia suffb' 
derent murorum • 

(a5} Folard in Polibio* 

(a6) E* chiamato Talp a cavans arces. . 



APPENDICE 3o5 

ndassero a ritrovarla (27). Erano in uso i graffi 
ler arroncigliare i combattenti , e tirarli giù dalle 
Quraglie^ e triboli ferrei, o apine da spargersi nei 
ampi per danneggiare e imbarazzar la cavalleria. 
*(oQ mancava neppure una specie di cavalli di Fri* 
ia: erano questi grossi legni di figura triangolare^ 
» prismatica, che Voltati su qualunque lato resta- 
vano dritti, che si riunivano insieme in un issante, 
i formavano un sufficiente riparo (d8). Fra le mac« 
^hine più pericolose per le assediate città si contac- 
io con ragione le, tprri di legno: erano altissime, e 
li proporzionata larghezza; s' inalzavano più delle 
nura istesse, e piene di. <;ombattenti travagliavano 
id ogni altezza i difensori, ora combattendo a li^;.> 
vello con quei che stavano sulle mura, ora fuluii*. : 
Dandoli colle pietre > e coi dardi dall'alto, ora dan*< 
do l'impulso air ondulante ariete: una parte del 
lato superiore della torre staccavasi improvvisamen- 
te dalla cima, e ruotandosi su i cardini ai quali era > 
appoggiata, si abbassava, ^i .di^tendeya sulla mura-* 
;lia, e diveniva un ponte per ^cui i più arditi ea- 

* 

(97) Si Uega un passo ^di Matteo Villani lib. 3. cap. no, I 
^adtorì dell' oste eoo ffma costo e con jnolto studio condoce- 
^0 una cava sotterranea per abbatter le mura della Scarperia—» 
FTOTÌdero qaeUi di dentro di cavar di fViorì dei fossi per ritrovar 
* can dei nemici ionanxi cbe ag^nngeMe alle mura , ma i loro 
Wersarj adopraron gran forse per ritraHi da questo lavorio. •«. e 
*P^ilire i loro cavatori ••.. i qoali lavoràndo con gran sollecitudi- 
t aOa cava dei nemic»' perveniiefo > la^cpiale era venuta innanzi 
*<> braccia 9 e presso. aL[e muta 90 oracela » la quale di presente . 
^ta F affocarono 9 e cacciarono i cavatori , e guastaron la lor 

(38} Nicolaus de Tamsilla rer. ital. script, t. 8| p. 565 » par- 
Mo di Manfredi Re di Sicilia : Jacfa<_suff4 d^fjngenio JUarchiomis 
Wtholii quaedam ligned instrumentum trianguUUa sic uttijiciase ' 
Wposita quod de'ìoco in locum léyitfnduofbanlur, et sen^per 
fwio capite erecta stab^nt: his i^s(r^Pientis excroitusse^eirr 
pcinzit , et vallàvit , utj^ónJficUfi p^sfit ^x Ula parte irwmmpi. - 



3o4 DELL'ARTE DELLA GUERRA 
travanro nella città • Gli antichi ne fecero usò: è ce- 
lebre quella torre di Demetrio detta Elepolo (39) ; 
ed all'assedio di Marsilia le torri usate da Cesare 
erano di si smisurata, grandezza^ che i Galli ignari 
dell'ajuto che porge T ingegnosa meccanica, stima- 
Tano i Romani più che uomini, perchè movevano 
con tanta celerità macchine si enormi (3o)« Fra le 
torri immense, che nei tempi dei quali parliamo 
ai videro, furono quelle accostate da Federigo L alle 
mura di Crema . La difficoltà di muoverle ha eser- 
citato l'ingegno dei meccanici del nostro tempore 
fra questi si è distinto il commentator di Polibio, 
il quale, perchè ecciti meno meraviglia questa ope- 
razione, ci rammenta quella sorprendente, con cui 
Farchitetto Aristotele nel secolo XV trasportò da 
un luogo in un altro una torre di pietra . I sacchi 
di lana , dì paglia , ed ogni materia cedente era po- 
sta in uso per deludere i colpi dell'ariete, e del- 
Faltre macchine : ma si poneva ogni cura , quando 
ai potea, per arderle, e perciò si erano inventate 
varie misture di solfo e bitumi, che apprendendosi 
al legno non era si agevole lo smorzarle (3f). Fu 
per molto tempo celebre il misterioso fuoco greco 
inestinguibile dall'acqua. Il pregevole segreto della 
sua composizione portato probabilmente a Costanti- 
nopoli da Gallinico d'Eliopoli di Siria nell'anno 718 
vi si mantenne nascoso per lungo tempo, come il 
Palladio dello Stato. A questo dovette la sua sai vesta 

(ag) FoUrd in Polib. 

(So) Non te cxtimare Bomanos sine ope Deprum betlum %t' 
rere^qui tantum €iUitudMs machinationes , tanta celeriiaU jpro- 
mév&re potseni. €•«• de beli. ^alL 

(3i) V. Viu di Col» di Riemo ove» htesticaro solfo, fece» 
èii0, t rtmm i ina, lana, e arsnìno Vasindia. 



APPENDICE 3o5 

r impero greco ^ quando gli Àrabi vincitori in ogni 
lato nel principio del secolo YIII condussero invano 
oomerose flotte nel porto di Costantinopoli: mille 
ottocento legni furono arsi con i loro condottieri e 
soldati: spaventati finalmente abbandonarono Tim- 
presa; e se il greco Impero si sostenne per 7 secoli 
tal vantaggio^ lo dovette a quel terribile segreto • Per 
quanto il mistero, che ponevasi con ragione in questo 
fuoco , abbia coperto di oscurità la sua composizio- 
ne (3a)^ pure si è in gran parte indovinata. Pare 
che il principale ingrediente fosse il nepta o petro* 
leoy il più leggiero di tutti gli oli, e che quando è 
poro, appena è in contatto coU'aria s'infiamma; Tac- 
qoa non era capace d'estinguerlo (33) • Neil' ardere 
produceva delle somme esplosioni: era scagliato da 
lungi attaccato ai dardi o a macchine , che imi- 
tando le figure di draghi, o altre bestie feroci, dal- 
la loro gola vomitavano questo fuoco infernale. 
Per 4 secoli fu fedelmente custodito l' importante 
aegreto. finalmente fu svelato ai Saraceni, che nel- 
la spedizione di S. Luigi in Egitto lo ritorsero con- 
tro i Cristiani (34)* L'uso del greco fuoco ha du- 

(3 a) V. il Ducbang* Anna Gomnena è quella che ne parla più 
chiarameDte» Alexiad.Lib.i 1 e 12. Leon. cap. i9.Tactica. Menrs. 
Tom. 6, 

(33) Secondo le notisie del chimico Marius citato da Somare 
Dision. art Nephta » ana candela fatta di nephta e di resina in 
parti egoaliy arde sotto dell'acqua. La sola arena ed orina erano 
capaci di spegnere il fuoco greco . Plinio crede che il fuoco di Me- 
dea (osse nsregliato col nepnla . Plin. hist. nat. a. 1 00. 

(34) Memoires du Ghevalier d e Joinville. Il Cav. de Joinvilte 
fa compagno di S. Luigi nella sua disgraziata spedizione contro 
rEgitiO}le memorie ne contengono l'istoria scritta nel XIII. se- 
CIÀO in cui yissero è uno de' libri piii interessanti . Invano il pir- 
ronico o piuttosto stravagante Arduino ha tentato impugnarne 
r autenticità dimostrata all' ultima evidenza dal Sig* de la Bastie , 
Mcmoir. de l' Acad. de belles lettres tom. 1 5. 

Tomo /. ai 



3o6 DELL' ARtE DELtA GUERRA 
rato fino alla mela del XIV, secolo; ha ceduto 
poi ^ ed è atato fatto obliare dalla più lerrìlrile in- 
venzione della polvere . Non è con precisione fissato 
il tempo di questa scoperta^ cbe ba prodotto uoa 
mutazione si grande nell' arte della guerra • Due 
epocbe devon distinguersi , cioè il tempo dell' io- 
venzione della polvere, e del T applicazione di casa 
alla guerra. Rogerio Baccone Monaco , morto in Ox- 
ford Taimo 1292, si riguarda con ragione perla- 
Tentore della polvere, giacché è il primo che parli 
della sua composizione (35): al principio del secolo 
XIV. ne fu fatta l'applicazione alla guerra. U Pe- 
trarca, scrivendo innanzi all'anno <3449 P^^^ 
delle armi da fuoco come già inventate da qualche 
anno, e cbe^ prima rare , erano divenute allora co. 
muni (36). La celebre battaglia di Greci avvenne 
nell'anno ìÒ^6, e la vittoria degli Inglesi fu dovuta 
in gran parte a quest'arme , come attesta uno scrit- 
tore contemporaneo ^87) . Se poi realmente esìste » 
come attesta lo Stetenio (38) in Amberg nel Pala- 
tinato di Baviera nell'armeria pubblica un pezzo 
d'artiglieria, in cui è T iscrizione dell'anno i3o3) 
se suir autenticità dell' iscrizione non può cader 
dubbio, questo è il più antico monumento dell'uso 

(35) De mtrab. pot. art. et nat. eb. m6. 

(36) Glandes aeneae quamfUininUs injcclis horrisono sonilu 
jacintus Erai haec peslis nuper rara,Fuutc comtHunis eU.Vt- 
trar. de remed. utrius. fort. dlal. 99. 

(37) Gio. Villani lib* 13. cap. 65., saettavamo pallotioU di 
ferro con fuoco,., e facevano sì gran tremuoto , e romore che 
parca ohe Dio tuonasse. Tre auai avanti a questa battaglia ne 
ayean fatto uso i Mori assediati dagli Spagnoli iu Algerias, (Marbo. 
ist. di Spagna) : in Danimarca se ne fece uso nello stesso tcmpo^ 
onde pare che dopo Tanno 1 33o fosse quest'arme micidiale comu- 
ne in Europa . 

(38) Ada erudii. 1769. p. ig. 



APPENDICE 307 

deìV armi da fuoco. Abbiamo riferito i più sicuri 
documenti «opra si celebre scoperta , lasciando na- 
vigare per r oscuro pelago delle congetture coloro , 
che sopra incertissimi indizj nella favola di Salmo- 
neoy e in altri equivoci racconti hanno preteso di 
trovar presso gli antichi Tuso della polvere (39). 
Durò qualche tempo anche dopo questa scoperta 
1* uso delle altre armi • In proporsione però che ann 
dò perfezionando Tartiglieria^ gli archi^ le balestre, 
e l'altre armi missili furono appoco appoco obliate. 
Si fece un'intiera rivoluzione nella guerra, ma la 
prìncipal mutazione è avvenuta negli assedj« Mol- 
tissime erano allora le piazze inespugnabili (40) : 



(39) Vedasi M. Dateiu nell'opera» ScofE^tm dbou antichi 
ATTUnciTs Al Mooma» che eostieiie questa opìnÌMie, quasi obe Sai- 
moneo» Caligola» ed altri da lui citati» noa ayessero petalo imi- 
tare il tuono» e il lampo, come gli strìoni in teatro» qua^ si po- 
tesse far fondamento sopra il MS. di un 3f arco greco, che non si 
sa ehi sia, né in che tempo vissuto « Sbatto sogno dell' ingegnoso 
autore potrà unirsi agli altri dell* uso tUW conduttore elettrico » 
del telescopio ec* eh' ei Uova tra gli antichi. L'asserzione di un uo- 
mo grande «come di Lord Bacone» che nell' Lidia ed alia China 
fossero conosciute le armi da fuoco circa a a mila anni fa » merita 
pth riguardo e migliore esame » ma non vuoisi ciecamente abbrac- 
ciare sulla sua parola • Baoon's Essaj the vicissitiule of tUings. 

(4oì Gli artiBzi e i modi co'quali si cercava di espugnare e 
di difenderle piazze, sono effre|^iaaAente descritti dal Taaio nel- 
l'assedio di Gerusalemme. L Ariete: 

Già r ariète alla muraglia appressa 

Macchine grandi» e smisurate travi. 

Che han testa di monton ferrata e dura: 

Temon le porte il cozzo, e l'alte mura. 
L* azione della Talpa per^iscavar le muraglie. 

Altri percuote i fondamenti a cara . 

Ne crolla il muro» e ruinoeo i nanchi 

Già fessi mostra all'impeto de' Franchi • 
Mezti impiegati per opporsi alT azione dell* Arie la . 

Che ovunque la gran trave iu lui f^ stendt; » 

Cala fasci ai lana , e li frappone . 

Prende in Se le percosse, e fa più lente 

La materia arrendevole e cedente . 



3oB DELL'ARTE DELLA GUERRA 

adesso non ve n'ha alcuna • Per quanto angolari 
scrittori troppo amanti dell' antichità celebrino la 
forza delle catapulte^ e delle baliste, ossia de' man- 
gani ec. come eguali nell'eflFetto dei colpi scagliati 
sulle muraglie dai cannoni , è facile il vedere qnao* 
to restavano indietro nella celerità dell' operasione. 

V attacco per meno delle Torri : 

Questa è torre di legno ; e s'erge tanto » 

Che pnò del moro pareggiar le cime , 

Torre» che grave d uomini ed armata» 

Mobile è sulle rote» e vien tirata • 
Viene avventando la volubil mole 

Lance e quadrella , e quanto può s'accosta : 

£ come nave in suerra a nave suole» 

Tenta d* unirsi alla muraglia opposta . 

Bla chi la guarda» ed impedir ciò vuole» 

L' urta la fronte e l' una e Taltra costa : 

La respìnge con l'aste » e le peroote 

Or con le pietre i merli» ed or le rote • 
Tanti di qna tanti di ìk far mossi 

£ sassi e dardi » eh' oscuronne il cielo • 

S'urtar duo nembi in aria» e là fermotsi 

Talor respinto onde j>artiva il telo. 

Come di fronde sono i rami scossi 

Dalla pioggia indurata in freddo gelo» 

£ ne caffgiono i pomi anco immaturi , 

Cosi cadeau i Saracin dai muri : 
Però ohe scende in lor pih grave il danno» 

Che di ferro assai meno eran goeraiti • 

Parte de' vivi ancora in fuga vanno 

I>ella gran mole al fulminar smarriti . 

Ma quel » che già fu di Nicea tiranno» 

Vi resta, e fa restarvi i pochi arditi. 

E *1 fero Argante a contrapporsi corre » 

Presa una trave alla nemica torre . 
E da se la respinge e tien lontana. 

Quanto T anete è lungo e '1 braccio Corte . . . 

I Franchi intanto alla pendente lana 

Le funi recideano e le ritorte 

Con lunghe falci; onde cadendo a terra 

Lasciava il muro disarmalo in guerra . 
Cosi la torre sovra , e più di sotto 

L' impetuoso il batte aspro ariete , 

Onde comincia omai forato e rotto 

A discoprir interne vie scerete ec. 



APPENDICE 3o9 

Pochi erano questi atramenti ad un aasedìo^ e Tia- 
ter?allo fra nn colpo ed ao altro non piccolo^ ri- 
cercandosi non poco tempo per adattarci pesanti 
corpi sulla macchina , e per caricarla ^ (4i) e i colpi 
della quale mal calcolati spesso mancavano di ferire 
il posto importante. Il piccolo danno fatto alle mura 
io una giornata d' assalto era agevolmente riparato 
Della notte; e in questa guisa se l'assediata città era 
abbastania fornita di difensori^ e di vettovaglie^ di 
rado era presa , avendo i difensori il vantaggio del 
luogo. U astone de' cannoni rapida^ e continuata di 
giorno 9 e di notte mina alla fine ogni più forte ri- 
paro^ ed è diretta con matematica sicurezza al punto 
che specialmente si prende di mira. L'arte degl' in- 
gegneri è giunta a segno di calcolare all' incirca il 
temp^ in cui la piazza sarà presa . Nelle battaglie 
campali l'effetto del cannone è stato minore. La 

E nel dmio XVIU. è mirabile la desefiùone di una torre eom* 
posta di varie macchine da offesa : 
Si scommette la mole, e ricompone 

Con sottili giontore in un congiunta : 

E la trave » che testa ha di montone , 

Dall'ime parti sue cozzando spunta . 

Lancia nel mezzo un ponte : e spesso il pone 

Sull'opposta muraglia a prima giunta } 

E fuor di lei su per le cime n' esce 

Torre minor, eh' in suso è spinta » e cresce . 
(4i)Il Sig. di Voltaire 9 avendo interrogato il Conte di Holn- 
itein di Baviera se esiste il pezzo d'artiglieria ( Remarque sur V es- 
sai desmoeurs etc.)> n'ebbe per risposta che dopo le piii esatte 
lieerche non fu trovato» onde conclude la falsità detrasserzione: ma 
poteva esistere una volta 9 ed essere per trascuratezza' distrutto. 
l<o stesso illustre scrittore, che ha spesso il difetto di passar troppo 
leggermente sulle questioni > non avrebbe asserito esser falso , che 
si sia fatto uso dell artiglieria alla battaglia di Greci, e in altre oc- 
casioni in quei tempi, se avesse avuto satt' occhio gli addotti passi 
del Villani e del Petrarca , che formano prove positive superiori 
alla negativa dedotta dal silenzio degli Atti della Torre di Londra : 
non avrebbe parimente negato a Rogerio Bacone l' invenzion della 
polvere, se avesse consultato originalmente l'opere dello stesso . 



3 IO DELL'ARTE DELLA GUERRA 
formidabile bajonetta è giunta a saperarlo. Subito 
che una truppa sia auioiala da un cieco Talore, ed 
abbia tanta riaoluzione da correre ed attaccare una 
batteria y marciando sui cadaveri de' suoi compagni 
l' esperienza ha mostrato che la batteria in pochi 
istanti è presa • Cosi delle armi bianche non è re* 
stato ai moderni guerrieri che questo terribile istro- 
mento ^ e la sciabola. Quasi ad ogni guerra si è ve- 
duta qualche riforma nella tattica : e il celebre au- 
tor di quest'arte, se vivesse avrebbe di che &re 
delle notabili mutazioni alla sua eccellente opera. 
Appena però si può perdonargli Tasseraione, che 
dopo la mina della tattica romana non vi fu piò tat- 
tica fino ai tempi di Nassau e di Gustavo. Lascian- 
do da parte Castruccio, e il Duca Francesco Sforsa^ 
abbiamo notato qual riforma fu fatta da Gonsalvo 
nella milizia^ riforma che rese la fanteria spagnuda 
la prima truppa d'Europa. Chi chiamerrebbe que- 
st'uomo grande privo di tattica? Chi il Pescara? 
Chi uno dei Generali paragonabile ai più grandi 
dell'antichità^ Alessandro Farnese? É celebre la 
sua marcia a Parigi . Era questa città stretta di as- 
sedio dalle truppe d'Enrico IV., Farnese, che tro- 
vavasi nelle Fiandre, ebbe ordine da Filippo IL di 
marciare a Parigi, liberarlo dall'assedio senza azzar- 
dar battaglia. Il problema era de' più difficili, do- 
Tendo inoltrarsi in paese nemico, e trovarsi conti* 
nuamente, ora a fronte, ora ai fianchi, ora alla coda 
uno de*pin risoluti guerrieri , qual era Enrico, alla 
testa delle sue valorose troppe. Pnre Farnese ginn- 
se a Parigi , fece levar 1* assedio colla più fina e 
maestra tattica, e ritornò nelle Fiandre sempre in- 
quietato da quell'attivo Sovrano, che non lo poten- 



APPENDICE Sii 

do mai tirare a battaglia giunse Qno a mandargli 
un ridicoio cartello di disfida (4^)* Questo Genera- 
le, queste truppe potranno chiamarsi ignare di tat« 
tica (4*})? Non vuol dissimularsi ancora per gloria 
deir Italia y che gì' ingegnosi ritrovati con cui Vati- 
ban ha restaurato Y arte di difender le piazze de- 
tonai agl'Italiani. I Francesi stessi non prevenuti 
hanno confessato che nell' opera del Capitano Mar- 
chi si trovano i principj sui quali Vauban ha rifor- 
mato Tarte delle fortificazioni . 



(4a) V< pe^ tutte quéste opeiMioni ^cìalitieiite Davìla , 
Nlébte prora meglio la maestria delle operazioni di Farnese » e la 
sapferìorìtà sol suo nemico^ quanto l'impetuosa rabbia di Enrico, 
che non potendo tirarlo a battaglia mandò a disfidarvelo. E' nota 
la saggia risposta di quello: cbe non era solito di battersi quando 
piaceva al nemico » e cb' ei ve lo costringesse, e avrebbe veduto 
che allora non ricusava la battaglia. 

(43) Se Gbibert intende per non aver tattica non aver quel- 
la di Nassau^ e di Gustavo, avra ragione : né Gonsalvo, né il Far- 
nese avean cmella: ma siccomie la tattica de* nostri tempi è forse 
pih diversa aa quella di Gustavo ec. cbe non era questa dalla tat- 
tica di Farnese ec. si potrebbe con lo stesso rondamento asserìi^tf 
che Nassau e Gustavo aon^enoibber la tattiea. 



DELL' ORIGINE E PROGRESSI 



DELLA. 



LINGUA ITALIANA 



SAGGIO PRIMO 



17 ra i graudi cambiamenti che la caduta dell' Im- 
pero Romano ha prodotto in Italia , uno è certa- 
mente la mutazione della lingua . Siccome la nasci* 
ta di questa nuova favella interessa la Toscana so- 
pra le altre provincie d'Italia, conviene nella sua 
storia seguitarne l'origine, e i progressi, che ap- 
partengono appunto ai secoli, che abbiamo finora 
percorso. Due delle più grandi invenzioni degli uo- 
mini sono la favella, e la scrittura: colla prima 
hanno espresso le loro idee per mezzo di una specie 
di musica y coli' altra per mezzo di una pittura. In 
qualunque adunanza di uomini i più selvaggi oca 
è mai mancata la prima , e di rado almeno un io- 
forme abbozzo della seconda. Ma la lingua de'seU 
vaggi uomini diflferisce da quella dei culti e dotti; 
quanto quelli uomini stessi: i pochi bisogni della 
gente rozza non hanno suggerito che i vocaboli a 
quelli corrispondenti , mentre i tanto moltiplicati 
bisogni di una società eulta , la itarietà tanto mag- 
giore degli oggetti fisici ,^ le passioni fattizie tanto 
più numerose, e la lunga gradazione dei sentimenti 
morali ignota ai selvaggi, fa nascere la necessità di 



SAGGIO PRIMO 3i3 

esprìmere tutte queste nuove idee, e perciò arrìc- 
chiflce la lingua • Posaedono anche i bruti una specie 
di loquela 9 con cui eaprimon chiaramente fra loro 
le passioni più forti ^ lo sdegno ^ T amore, la gelosia, 
i demderjy e la intendiamo ancor noi in quel bruto 
specialmente che abbiamo quasi associato alla civil 
società, e che è divenuto al pastore fido guardiana , 
ed il compagno e Tajutoal cacciatore. La formasio- 
ne delle lingue non è stata finora , e probabilmente , 
non sarà mai V opera dei filosofi ; onde non è da 
maravigliarsi di tutte le loro irregolarità , e capric* 
ci: son figlie meno, della ragione, che dell' imma* 
gÌDa£Ìone : e questa essendo vivissima tra i selvag- 
gi , anche in tale imperfetto stato , ha perciò delle 
parole sommamente pittoresche. Oltre la naturai for- 
mazione della lingua fra gli uomini di fresco riuniti 
insieme , vi è quella a cui debbono V origine molte 
delle lingue moderne, cioè il mescolamento grande, 
ed improviso di una lingua con un'altra, come av- 
viene ad un popolo che è conquistato* L'inglese, la 
francese, la spagnnola, e l'italiana riconoscono que- 
sta causa. La nostra ebbe per sua principal madre 
la latina, a cui tanto si rassomiglia • Fino dai tempi 
nei quali Roma era la signora del Mondo, concor- 
rendo a Roma tanti stranieri tratti dalla curiosità, 
in cerca di ricchezze, di onori, e di stabilimenti, 
si dovea insensibilmente alterare la Terenziana, e 
Tulliana purità, come chiaramente si lagna essere 
avvenuto già ai suoi tempi Tullio medesimo (i), e 

» (i) Aetatis iUius istafuit laus tanquam innocentiae sic la- 
» tìne loquendi, sed hanc rem deteriorem vetustas/ecit et Somme , 
»etin Graecia : confluxerimt enim , et Athenas : et in hanc ur- 
» bem multi inquinate loquentes ex diversis locis quo magis 
» expurgandus est sermo . ( Cic* de dar, orai,) 



3i4 DELL'ORIO. DELLA LINO. ITAL. 
in seguito il latino Satirico (2) . TiRUvia finché 
Roma fu la padrona^ e che i forestieri non vi veni- 
vano che come tributar^, erano obbhgaii ad appren- 
der la lingua dei vincitori , e l'alteraùone era len- 
tissima. Ma quando i Barbari ebbero soggiogaU 
F.Italia^e vi stabilirono il regno^ toccò allbrar ai 
tinti Italiani ad imparar la lingua dei Barbari. Sic- 
come però| per quanto numerosi fossero i vincitori^ 
erano di assai superati dai sudditi Katiani dovea il 
fondo della lingua latina conservarsi ,- ma prender 
nuove foggie, e piegarsi quasi alle leggi delle Ungve 
dei vincitori. 

Che la lingoa italiana con piccola differema da 
quella che dal volgo si parla adesso esistesse anche 
presso gli antichi Romani^ e fosse b lingoa del vol- 
go^ è un'opinione che appena posso farmi a credere 
essere stata seriamente sostenuta da uomini assai 
dotti. Tale fu il sentimento di Leonardo Brunii e 
difendendosi anche da Ercole Strozzi nei dialoghi 
del Bembo , ci si mostra che questa opini<me avea 
anche in quei tempi dei seguaci . Fino* nei tempi 
nostri un uomo di merito» il Quadrio, Tha soste- 
nuta. I loro argomenti son tanto frivoli da non me- 
ritar confutazione, giacché altro da essi non poà 
dedursi se non che la plebe romana parlava un la- 
tino corrotto, che differiva da quello degli elegaati 
scrittori, quanto la lingua italiana del popolaeciù 
differisce da quella dei Redi, e dei Cocchi . Né meno 
singolare é l'opinione del March. Maffei , che non 
crede che le lingue dei Barbari conquistatori ab* 
biano niente contribuito alla formazione della nuo- 

(a) Jampridem Sirus in Tiheriin defluxit Orontes 
Et linguam, et mores.,,, vexit. Ja?. sat. a. 



SAGGIO PRIMO 3i5 

va lingua^ e che solamente sia nata dalla continuata 
alterazione della latina • Non vi è che un ingegnoso 
argomento di questo scrittore , che non vale per ve- 
rità a stabilire il suo sentimento^ ma piuttosto a far 
nascere una difficoltà non focile a sciogliersi. Es- 
sendo le lingue boreali de' conquistatori sì dure, di- 
sarmoniche, e piene di consonanti , come mai da 
quelle unite alla latina ha potuto nascere una fa- 
vella così dolce , e così piena di vocali ? Non si pud 
risponder altro che questa è una di quelle biszarrie 
del caso, T irregolari, ed innumerabili direzioni 
del quale non può l'umano ingegno né prendere, 
né seguitare; e che è nata questa dolce lingua nello 
stesso modo che spesso da deformi genitori nascono 
bellissimi figli, o come si esprime l'Ariosto, 

Che dalle spine ancor nascon le rose^ 
E da una fetid* erba nasce il giglio* 

Ma egli é certamente impossìbile che, unite e con- 
fuse insieme due nazioni, le parole specialmente 
della dominante non entrino nell'altra favella , sa- 
pendo noi per una lunga esperienza, che nazioni 
estere , e non assolute padrone d' Italia , come la 
spagnuola , e la francese , in tempo in cui vi do- 
minarono colle mode, con T influenza, vi hanno 
insinuato moltissime parole. Molto più dovea ciò 
avvenire relativamente alla lingua di un popolo 
padrone, e stazionario in Italia, e che parlava con 
schiavi . Inoltre i faticosi etimologisti ci mostrano 
chiaramente moltissimi de' settentrionali vocaboli, 
che vi si sono introdotti (5); fa d' uopo però confes- 

(3) Tedi soprattatti 11 Muratori nelle antich. Ital. disser- 
tas. 3!i.33. 



3 1 6 DELL'QRIG. DELLA LING. IT AL. 
aare che questi hanno una piccolissima proporaone 
coi vocaboli di origine latìna^de'quiali per la maggior 
parte è composto il nostro linguaggio (4)* Nata cosi 
l'italiana favella ha perduta una delle più belle qua- 
lità della madre^ cioè le declinazioni , e perciò ha 
dovuto ricorrere agli articoli y di cui era priva la la- 
tina^ per indicar con essi il caso, che in quella era 
indicato dalla varia terminazione della parola: per 
questo cangiamento sì è resa per dir così più pesan- 
te, e certamente più monotona, giacché in vece 
dell'iperbato tanto gentilmente variato dai Latini, 
e che concilia tanta maestà alla dizione, è obbliga- 
ta per causa degli articoli a presentare in ordine 
poco variabile il nominativo, il verbo, e l'accusa- 
tivo. Invano il Boccaccio, e dietro a lui molti de- 
gli antichi scrittori hanno tentato di dare alla figlia 
questa bellezza della madre, colle trasposizioni. 
L'esperienza ha mostrato che ella non vi si presta. 
L'essenziali mutazioni cominciarono pertanto quan- 
do, ruinato l'Impero di Occidente, prima i Goti 
nel secolo VI in seguito i Longobardi si stabilirono 
in Italia. L'inondazione poi temporaria chetante 
volte ha sofferto dai Greci, che sotto la scorta di 
Belisario , e Narsete son venuti a riconquistare uà 
patrimonio reclamato dagl'Imperatori di Oriente e 
vi si SODO lungamente trattenuti, dai Franchi, da- 
gli Ungheria e da altre nazioni, dovette appunto 
come le inondazioni dei fiumi, e dei torrenti lasciar 
sul suolo d'Italia delle particelle eterogenee e stra- 
niere , che mescolate collo sfigurato latino, hanno 

(4) Si prendu un libro italiano, e si cominci a leggere » si 
scorrerli talora un* intera pagina in coi tutte le parole si Utnreraa- 
no di origine latina • 



SAGGIO PRIMO 3i7 

fioalmeote composto Tltaliana favella. Il periodo^ 
ÌQ cui è atidata forinandosi , à assai lungo, e com- 
ppeiidc più secoli ; ma siccome non abbiamo auto- 
revoli testimonianze che ella sia stata cominciata a 
scrivere avanti al fine dell' undecimo secolo, con- 
vien concedere circa a sei secoli alla sua Ibrmazio- 
ne. Questa languida e lunghissima infanzia si dee 
specialmente alla barbarie, ed alla profonda igno- 
ranza in cui restarono immersi gl'Italiani. Non 
possiamo con precisione fissare il tempo, in cui 
aveva acquisUto sufficiente forma da esaere scritta 
perchè tutto si scriveva in latino, ma nelle Carle 
di questo stesso latino le piò antiche si trovano 
delle parole della lingua volgare già nata, parole 
che l'ignoranza dell'equivalenti latine costringeva 
i barbari scrittori a latinizzare appunto come il 
volgo di Ungheria anche nei i;iostri tempi parla la- 
tino, o siooili a quelle che la bizzarria dell'imma- 
gioazione ha fatto burlescamente latinizzare nelle 
Hacheronee poesie di Merlino Coccai . Vi hanno di 
queste Carte che dai dotti autiqoarj si riferiscono 
all'ottavo, ed anche al settimo secolo (5), onde fa 

(5) Ve ne sono alcune importantissime per provare la nostri 
proposizione riporUte dal Murai. Antiqui, ital. diss. ^. In una 
Cèrta del Capitolo di Lucca dell'anno 777 si trovano T espressio- 
DI :» Ojgfero a Deo omnipoienti, et ad Ecclesia monasteri eie. Si 
▼eggono ^à nati gli articoli nel volgare, e traspoitali per ignoràn- 
la nel laUno : (Offro a Dio, e alla Chiesa ) In Legibus Alamannis 
Cap. Baliisii s'incontrar posaru arma Josum(^OMir già le ar- 
mi); la parola josum per giù trovasi anche nelle opere * S 
AgMUno. In una Carta del secolo Vin, in cui si distinguono i 
«onfim di possessioni scritta in latino si trovano le parole • 
da pars (da un lato) da uno capu corra via pubblica. AlirB 
Carta del nono secolo: jivent in longo periicas guatordice, 
ut traverso de uno capo pedes dece^ de alio nove in tra'- 
verso. Ma una delle Carte che meriu ossenraxione su tntte 
« tllre si trova nell'Archivio sopra mentovato dei Canonici di 



3i8 DELL'ORIO. DELLA LING. IT AL. 
d'uopo convenire^ che fioo da questi tempi la lin- 
gua volgare avesse comincialo a formarsi , e che vi 
fossero già due lingue , una latina per scrivere , 
r altra volgare^ di cui si faceva comunemente uso: 
né è verisimile come alcuni hanno creduto che fosse 
una sola, e questa latina, come la troviamo in quei 
tempi scritta. I documenti da noi riportati nelle 
note vi sì oppongono; ed essendosi cominciata a 
scrivere l'italiana favella sicuramente nei*duodeci- 
mo secolo, convien dare un conveniente tempo al- 
la sua formazione, prima che potesse scriversi ^ e 
quest'operazione non suol essere molto sollecita. 11 
più specioso argomento che si porti per provare che 
nei secoli XI e XII il volgo parlasse , ed intendesse 
il latino si è che' in latino si predicava al popolo: 
ma questa è una di quelle frequentissime contra- 
dizioni, e di quelle appena intelligibili stravaganze 
che si trovano nelle cose umane. Si usava la lingua 
latina per più maestà; era la lingua sacra, la lin- 
gua dei dotti ; e nella stessa forma che si predicava 
allora in lingua non intelligibile al volgo, adesso 
questo medesimo volgo nei riti i piii venerabili 

Lucca. Yed. Murai, disi. 24. In essa si dà la deicrizìotie di vt- 
rie ricetle per tingere i mofaici» e le pelli» e per scrivere colToro li- 
quido. Si crede questa Carta dal dotto MabElon appartenere ai 
tempi di Carlo Magno .* Vi si leggono le seguenti espressioni .- ejcis 
ut refridet — ^ secundo quod -— (secondo che ) cuse ipsas peiies, 
laxas desiccare (lascia seccare) batte lamina , et post iila baltm- 
ta -« per martellum adequetur tam de latum, qiuun de langum — 
scaldiuo ilio infoco batte et tene illum cum tenaiea ferrea — 
sed tornate de intro inforas -— destende atm ibi scalda *'-* pone 
ad battere et denante — setacciatur — * modicum laxa st4ìre — 
adplanare cum matiola lignea ^-^ ossa grand. Questa Carla 
scritta in latino : mostra già nate molte parole dell' italiana favel- 



Li • Varj dotti uomini Credono che appunto nd settimo secolo 
aJiSé^^ esser parlata comunemente la lingua latina » e cominciasae 
im imperfetto gergo della volgare. Blair, Cronologi 



SAGGIO PRIMO Sf9 

iiialsa le sue preghiere al Cielo nella alesaa lingua ^ 
che Qou intende. Che le latine prediche poi non 
fossero intese dal popolo che le ascoltava chiara- 
mente si deduce dalle ìnterpetnizioni che dopo la 
predica latina si fiicevaoodi essa al volgo (6). Dalla 
copia delle volgari parole che si ritrovano nelle la- 
tine carte deir ottavo secolo si può con molta ra- 
gione asserire che fino da quel tempo si parlava 
comunemente la volgare favella • Benché non si 
possa con precisione assegnare il tempo ^ in cui si è 
cominciato a scriverla^ è chiaro però esser ciò av- 
venuto prima della metà del duodecimo secolo. Se 
non si volessero ammettere come una prova sicura 
i versi italiani che stavano scritti in mosaico nella 
tribuna delFantica cattedrale di Ferrara (7), (giacer 
cbè può moversi il dubbio, che sieno stati scritti 
qualche tempo dopo per confermare una memoria 
venata per tradizione) toglie ogni dubbio una mem- 
brana riportata dall' Ughelli (B). Nel seguente se* 

(6) Tedi Antìcli* Estensi par. I. cap. 36. pag. 356. Parlandosi 
di on' omelia del Patriarca di Aquileja 31 dice : quam praedictus 
Pairiarcha liberaliter, sapienter praedicasset , et per eum (c'tok 
prò eo ) Gherardus Paduanus Episcopus m ateanaliter ejusprae- 
dicationem explanasset ec, Qaesta notizia toglie ogni diiBcoltli 
mostrando l'uso delle due lingue latine, e volgare. Anche nei 
tempi posteriori ; dopo formata, e cominciata a scriversi la lingua 
italiana, si è seguitato V uso negli atti pubblici, neUe pubbliche e 
solenni orasioni di parlar latino. Dante inviato ambasciatore al 
Senato Veneto avea cominciata la sua orazione in latino , ma il Se- 
nato lo fece tacere , o dimandò che conducesse seco un interpre- 
te, di che egli altamente si bgna . Yed. Lett. di Dante. 
(^} Baruff. Pref. ai Poeti Ferraresi : ecco i versi 

// mUle cento trempta cinque nato 

Fu questo tempio ^ e a Zorzi dedicato: 

Fu Niccolao scolptore, 

E CUelmofu fautore . 
Di essa si parlerà piii aJLutigo nel saggio secondo . 

(S) Ital. Sacr. La membrana è scritta in lingua volgare, e A 
appartiene ali* anno 1 1 a2 .- in essa si stabiliscono alcuni conOui . 



Ì2ù DELL'ORIG. DELLA LING. ITAL. 

cole poi fu comunemedte scritta ^ e la Toscana ne 
ha il più autentico documento neirìatoria di Ricor- 
dano Malaspina, la prima che in italiana fiiyella aia 
^ta scritta (9). Appena però gF italiani ingegni 
risvegliati dal lungo sonno d'ignoranza^ e special- 
mente/i toscani cominciarono a maneggiarla, ne 
ingentilirono la rozzezza^ l'arricchirono di nuoye 
spoglie f e a poco a poco, per dir così^ toltala dalla 
degradazione in cui giaceva nella bocca del volgo, 
la sollevarono a segno da potere assidersi con di- 
gnità accanto alla madre senza quasi perdere nel 
confronto. Ma come appunto nei giovani la prima 
facoltà che si mostra è T immaginazione avanti alla 
matura ragione, cosi nelle lingue nascenti la figlia 
deir immaginazione, cioè la poesia, suol precedere 
la filosofia. I poeti si distinsero i primi nel polire, 
ed arricchire la nostra lingua. Quando ci facciamo 
a considerare però i rozzi, duri^ ed insipidi yovi 
che si scrivevano in Italia anche dopo la metà del 
XIII secolo; e sulla fine poi di esso troviamo scrit^ 
to per una gran parte il maraviglioso poenu di 
Dante, non possiamo che guardar con somma am- 
mirazione i progressi della lingua, o piuttosto il 
divino ingegno di quel gran poeta. Non può for- 
uiarsi una giusta idea del merito di Dante chi non 
legge gli scritti dei suoi predecessori per conoscer 
la povertà della lingua. Egli ne è stato veramente 
il creatore, e in specie della lingua poetica. I gran- 



(9) Fa molla maraviglia che T eruditiatimo Tiraboschi yw- 
dare an saggio della-rossezxa deUa lingua italiana nel aeoolo TOSL 
riporti alenai versi molto rossi, scritti neU' anno 1 a64 da nn poeti 
milanese. Quando avrebbe potuto avere nn migliore^ e pia pv^ 
modello ndl'istoria del Malaspìna, scritta certamente avanti a qasl 
tempo. 



SAGGIO PRIMO 3ai 

dissimi poeti sono anche più rari dei grandi Glosofi, 
perchè il talento di quelli è formato da due ele- 
menti y che rarissimamente possono insieme tro- 
varsi uniti , e che sembrano anzi incompatibili , 
cioè di una vivacissima immaginazione , e di un 
freddo e pacato giudizio. Innumerabili sono le 
immagini che alla fantasia commossa si affacciano, 
e le volano intorno rapidamente: in quella folla fa 
d'uopo che la tranquilla ragione scelga le poche , 
capaci di formare il bel quadro. L'immaginazione 
è un ardente destriero ^ che lasciato a se stesso sal- 
terebbe irregolarmente fuori di strada per balze e 
dirupi^ a rischio^ sempre di fiaccarsi il collo: il giu<* 
dizio è il cavaliere y che lo regge non con ruvido 
cavezzone, ma con un filo di seta. Se la briglia sia 
troppo dura, se con indiscreti tratti ne faccia trop« 
pò uso il cavaliere^ perde il cavallo la sua sensibi- 
lità, né più si arrischia ai bei slanci. Di qui nasce 
che i poemi di grande immaginazione nascono nei 
tempi, nei quali ìion è ancora formata la severa 
critica j che colla sua fredda circospezione spegne 
sovente il bel fuoco poetico. Questo rarissimo ta- 
lento, composto di quei due ingredienti nella loro 
giusta dose, per dono singolare avea concesso la 
ffatura a Dante: potè perciò creare non solo la lin- 
gua poetica, ma molte parole e frasi, di cui si ar- 
ricchì ancor la prosa . Noi adesso non ci accorgiamo 
gran fatto di quanto siamo debitori a questo gran 
scrittore, perchè le ricchezze che ha recato nella 
nostra lingua son divenute comuni agli scrittori suc- 
cessivi, onde non si rimonta mai air origine; come 
un'opulenta famiglia godendo delle sue ricchezze!^ 
di rado rivolge grato il pensiero a colui , che sudi 

J'OMO I. 21 



^. 



3aa DELL'OaiG. DELLA LING. ITAL. 
tanto il priiuo per adunarle. Non è questo il luogo 
di mostrare le sue felici fatiche. Ciò richiederebbe 
un'analisi troppo minuta , e troppo tediosa. Può 
dirsi che egli facesse come Augusto che trovò Roma 
£sibbricata di mattoni^ e la lasciò di marmo (io). Nou 
sarebbe a proposito il r innuova re adesso un'odiosa, 
e disgustevoi questione, che nel secolo XVI eoo 
tanta animosità divise gl'italiani letterati , se que- 
sta lingua , toscana y o italiana debba appellarsi ; ma 
piuttosto è questo il luogo di giustificare i Toscaoi 
dall' imputazione di esercitare un dispotismo sUlla 
lingua, e di non ricevere che con difficoltà le pa- 
role dell'altre italiane provincie^ erigendo una spe* 
eie di tribunale, e facendosene giudici esclusivi. 
Esaminiamo imparzialmente se i Toscani abbiano 
qualche dritto di più degli altri Italiani in questo 
giudizio. Il caso ha fatto che i primi grandi scritto- 
ri sieno stati toscani. Dante, Petrarca, e Boccaccio 
scrissero la loro lingua. Ciò è tanto vero che il dia- 
letto toscano fu quello che a preferenza di qualun- 
que altro d'Italia (i i) essi scrissero, che con picco- 



(lo) SvetOD. Yit. August. 

(li) Contro qaesta asserzione si suol citare raatoritìi di Dan- 
te che nel libro de vuleari Eloquentia è stato di contrario senti- 
mento . Io non porrò in dubbio, come alcuni banno fatto, l'aii- 
tenticità di questo libro : noterò solo cbe non si può citar Dante su 
questo articolo . La lingua era allora incerta ed errante, non a?eTa 
preso indole e carattere prima che da luì fossero impressi ; non po- 
teva Romolo parlare della grandezza di Roma prima di arerb fab- 
bricata . Dante co' suoi due grandi successori Petrarca » e Boccac- 
cio fondarono la lingua , e la fondarono su base toscana . Se que- 
sti tre usarono pi*eferibilmen te la toscana , la quistione è decisa. 
Questo mi par aimostrato dall' osservare cbe di tutti i vocaboli e 
dialetti d'Italia, il dialetto e vocaboli toscani son quelli cbe vi si 
ritrovano per la maggior parte , e cbe questi son tuttora in bocca 
del comune dei Toscani. E perchè non vi si trovano i dialetti, e i 
vocaboli dell* altre provincie , se non assai di rado ? 



SAGGIO PRIMO 3a5 

lissiroa variazione, si parla ancora in Toscana. La 
para lingaa del Boccaccio, e degli altri antichi si 
couserva assai più nei volgari artigiani fiorentini, e 
nelle genti del contado, che nella più eulta, e no- 
bil parte di Toscana, nella quale il eomniercio C(^ 
forestieri ha non poco alterato l'antica &vella; e 
non di rado avviene che alcune parole di quei scrit- 
tori andate in disuso si ritrovino nelle campagne io 
bocca dei pastori come vi si ritrova l'antica sera* 
plicità dei costami. Avendo la toscana lingua pos- 
seduto fortunatamente i primi illustri scrittori, es- 
sa è divenuta la lingua dotta, la lingua da scriver* 
si; haono quelli sudato ad ornarla ogni giorno di 
nuovi e ricchi fregj: tutte le aggiunte furono mo^ 
(Iellate sul dialetto toscano: da essi soli ha acquir 
stato la purità, l'eleganza, che adesso non è più 
possibile il toglierle: e realmente che eos'è purità, 
ed eleganza di lingua? (12) Rimontando ai tempi 
rozzi quando una lingua è priva di scrittori non 
esiste allora uè purità, né eleganza: tutte le parole 

(la) Fa molto meravìglia come ano dei più ìIIimUì Italiani vi* 
fentioieghi l'esistenza di purità delle lingue, {Snegio sulla Un» 
gua Italiana delV Ab, Melchior Cesarotti) ecco le sue parole } 
» Ifiuna lingua ^ pura. Non solo non esiste attualmei|te ^ana di 
» tale, ma non ne fu mai , anzi non può esserlo : poiché una lin- 
» goa nella sua primitiva origine» si torma dall'accozzamento di 
^ varj idiomi—., quindi la supposta purità d^Ue lingue oltre che è 
» afiàtto falsa, è inoltre un pregio chimerico, poiché una lingua 
» del tutto pura sarebbe la più meschina , e barbara di quante 
» esìstono ee. » Lo stesso autore poi scordatosi di quello ehe ha as- 
» serito aggiunge più sotto : » Quindi è ridicolo il credere, come sì 
» crede e si afl'erma , che la lingua latina fosse men latina nel se- 
» colo detto di bronzo, che in quel dell' oro , benc/iè forse potesse 
» dirsinnea ^ìxrsL : >» Non, è questa un'evidente contradizione ad 
onta dèi forse? L' opera citata è piena di strane asserzioni di Xhk'd 
tenore che pajouo dirette in specie contro i Toscani : spero che chi 
le ha lette , le troverà pienamente confutate nel presente ragiona* 
mento senza che vi sia di me^iei^ di analizzarle ad naa p^ v«lta • 



3a4 DELL'Ol^IG. DELLA LINO. ITAL. 
sono eguali , come gli uomini nello stato di natura: 
solo si distinguono dalla moltitudine alcune poche, 
che esprimono col suono le idee rappresentate. Pri- 
ma dei grandi scrittori tutte le parole, o toscane, o 
lombarde, ó veneziane, o napoletane, tutti i loro 
dialetti avevano un merito eguale; ma dopo che on 
sommo ed imaginoso scrittore ha preso ad accop- 
piare le toscane parole colle belle imagini^ dopoché 
tante volte sono state il veicolo allo spirito- ed al 
cuore di grandi pensieri, di dolci, e delicati senti- 
menti, dopo aver noi fremuto per mezzo di esse 
all'atroce spettacolo di Ugolino, versato delle tene- 
re lacrime su i due sfortunati Cognati, Tanimo, e 
r orecchie associano a quelle parole quelle idee; e 
potendosi dir lo stesso in tutti gli altri casi, ecco 
come i grandi scrittori danno ad un dialetto na- 
scente , e perciò come hanno dato al nostro toscano 
la purità , la nobiltà e 1' eleganza • I susseguenti 
scrittori si son formati su i primi , e non hanno fatto 
che coltivar Io stésso terreno. Sono gli uomini ani- 
mali di abitudine, l'associazione delle idee è per 
loro una seconda natura (i3); da quella nascono 
innumerabilì piaceri , e dispiaceri : il trovarci nella 
italiana lingua presentati i più bei quadri di natura 
pel veicolo delle parole e dialetto toscano^ ^la unito 
sì strettamente insieme Tidea di purità, di elegan- 
za e di nobiltà colle toscane frasi, che senza accor- 
gersene , pronunziate ancora dai non Toscani si 
ascoltano con una specie di riverenza per le ima- 
gini con cui sono state accoppiate. Quando più scrit- 
tori celebri sorti i primi in una lingua, hanno mes- 

(tS> ][jok« htiBiaa UndersUodiiig. a. Bool. 



SAGGIO PRIMO 3^5 

se ÌD corso le parole di quella^ e le hanno elevate 
per dir così alla dignità di rappresentare delle idee 
nobili , dei pensieri grandi , diventano nobili an- 
ch'esse, molto più quando sono state mantenute 
in questo possesso dagli scrittori nella celebrità suc- 
cessori dei primi^ e quando i più illustri uomini 
estranei alla Toscana, come un Ariosto, un Tasso, 
8Ì son soggettati con poche eccezioni alla medesima 
legge. Giunge un punto, in cui la lingua , che po- 
vera al principio va sempre arricchendosi, ha acqui- 
stato tutti quei colori, ossia quelle parole, e quelle 
frasi con cui può vivamente dipingere e le vaghe 
scene della natura, e le passioni forti, e le modifi- 
cazioni di esse: queste parole, queste frasi. prima 
messe in corso dagli scrittori, che hanno formato 
la hngua, indi accettate , e confermate da quelli 
venuti dopo, son quelle che formano ciocché chia- 
masi purità di lingua . Dopoché il tempo ha per dir 
cosi messo il sigillo, e autenticate come pure quelle 
parole, e quelle frasi, sarebbe opera perduta il con- 
trastar loro questo rango colle metafisiche sottigliez- 
ze, sostenendo che non esiste purità, o impurità di ' 
lingua . È la lingua uq fiume che scarso da princi- 
pio va ingrossandosi di pure acque, e diviene a po- 
co a poco profondo, ma limpido, e trasparente (i 4); 
dopoché é giunto alla sua pienezza comincia a rice- 
ver dei rivi sempre più lutulenti; quanto più corre 

( 1 4) Lo stile di una lìngua glanU alU sua perfezione può 
esprimersi con due yersi scritti sm Tamigi da uno dei più celebri 
poeti inglesi Deuham, yersi tanto giustamente celebrali dai suoi 
concittadini . 

Thù* déepyet èUar^ tho* gentlejret noi duU* 
Strong vuitho* ut rage , witho' ut overflouring ^fuìV . 
» Quantunque profondo, chiaro; quantunque placido , non tor» 
» bido; forte jenxa furia , pieno senza traboccare « 



3a6 DELL'OBIG. DELLA LING. ITAL. 
si arricchisce, ma le troppe ricchezze^ come acca- 
de ^d una nazione, la corrompono. I fatti vaglion 
più dei ragionamenti: si paragonino Tullio con Se- 
neca 9 Virgilio con Lucano ec. Non vi è bisogno per 
le persone di gusto di ragionare, ma di sentire: si 
sentono le orecchie delicate, ed use a ciò che noi 
chiamiamo eleganza , ferire ingratamente da una 
parola o nuova, o straniera, e che non è in corso, 
come una società eulta e civile resta offesa da una 
persona zotica e villana che vi sia introdotta; ben- 
ché riguardate filosoficamente e senza le regole di 
convenzione, che Tabitudiue ha stabilite, né quel- 
le, né queste maniere posson chiamarsi rozze, o 
ineleganti. Mi pare di avere abbastanza mostrato 
come nasca , e come si conservi ciocché si chiama 
purità di lingua. Avendo la Toscana avuto la sorte 
che i primi grandi scrittori hanno messo appunto 
in corso, e di moda il toscano dialetto, e i suoi vo- 
caboli, ed essendovi in questa provincia sì piccola 
differenza tra la lingua parlata, e la scritta, e tanta 
essendovene tra questa, e il dialetto della maggior 
parte delle altre provincie d'Italia; ecco perchè la 
Toscana ha creduto di potere senza taccia dì arro- 
ganza, non già erìgere un tribunale, che si attribui- 
sca un dritto esclusivo di giudicare del merito de- 
gli scrittori delle altre provincie, e di pronunziar- 
ne un'irrévocabil sentenza , ma di raccogliere insie- 
me in più volumi le parole, le frasi già originaria- 
mente sue, perché messe in corso dai suoi primi 
scrittori, e in seguito le altre, che altri celebri au- 
tori anche stranieri hanno aggiunte per fissar cosi 
la lingua , e nello stesso tempo darne il vero signi* 
ficato ai forestieri . La celebre Accademia della Gru- 



SAGGIO PRIMO 3a7 

sca, e quella ; che Tè succeduta^ non hanno mai 
preteso di tirare una linea ^ o una barriera a qua- 
lunque nuova voce, o di ricevere, o rigettare a ca- 
prìccio, e senza giuste ragioni quelle che più le ag* 
grada, come sovente con amarezza è stata accusata 
da altre provincie d'Italia • La quantità degli scrit- 
tori non toscani, ammessi nel Vocabolario, come 
scrittori autorevoli , ed atti a dar la sanzione alle 
frasi da loro usate, dimostra la falsità della prima 
proposizione: per la seconda poi vuoisi pacatamen- 
te osservare con quanta cautela u#po sia di proce- 
dere ad ammettere nella lingua, e dar la sanzione 
a una nuova voce. Fu detto ad un Imperatore che 
egli poteva dar la cittadinanza romana ad un uomo, 
non già ad una parola: il pubblico colto ed elegan- 
te è quello che ha il dritto di ammetterla , o di ri* 
gettarla. Quando tutte le Accademie facessero dei 
solenni decreti , che una parola dev' essere ammes* 
sa, e riconosciuta per nobile, e pura, se quel giudi- 
ce si ostina a rigettarla sono inutili i decreti: né 
può chiamarsi giudice capriccioso, poiché se la ri- 
getta ha sempre una tacita ragione, che talora nep- 
pure ei ben conosce, ma che l'abitudine gli fa sen- 
tire; come senza conoscerne le fisiche ragioni, ri- 
getta il palato una vivanda nuova , che il cuoco ha 
creduto dover essere applaudita. E in verità, quali 
sono le condizioni per cui una parola straniera può 
esser ricevuta in una lingua? Con vien prima che in 
questa lingua non vi abbia l'equivalente; altrimenti 
sarebbe capricciosa ed ingiusta cosa il toglier senza 
ragione l'impiego a un cittadino per darlo a un fo- 
restiere : ma ciò non basta: fa d'uopo che questa 
parola sia universalmente intesa , sia entrata in 



3ft8 DELL'ORIO. DELLA. LINO. ITAL. 
corso, e vada vagando per le bocche delle cnlte per- 
sone; e se la Toscana pretende die questa seconda 
coudizione debba avverarsi sul suo suolo, non ha 
torto, giacché essendo questo il suolo ov'è nata la 
lingua che si scrive , conviene che sul suolo stesso 
si faccia la prova se felicemente vi geraiogli . Se 
questo dritto non fosse a lei a preferenza concesso, 
ogni provincia d'Italia potrebbe arrogarselo, i Pie- 
montesi mettere in corso delle parole che rigettas- 
sero i Veneziani, e ai Genovesi dispiacer quelle, 
che i Bolognesi avessero adottate . Senza questo ar- 
gine posto dai saggi Accademici all' intrusione dei 
forestieri vocaboli, a quest'ora una generale inoQ- 
dazione avrebbe tanto sfigurata 1* antica coltura di 
questo terreno, che appena sarebbe più riconoscibi- 
le da coloro che conversano coi dotti antichi. EgU 
è vero però che nel lungo tratto dei secoli il tempo 
che tutto cangia , altera ancora le lingue » e per 
quanto quei saggi Accademici abbiano cercato di 
fissarla, devono necessariamente avvenire in esse 
delle sensibile mutazioni , o per caso, o perchè tale 
è la loro natura. Invecchiano alcune parole, ed 
escon fuori di uso: forse alcune avean relazione! 
delle pratiche, le quali escile fuori di moda, sono 
appassite anche le parole che le rappresentavano: 
il giro delle frasi si è talora cambiato: le nuore 
scoperte nella fisica, l'analisi dei sentimenti morali 
han fatto nascere nuove maniere di esprimersi. Non 
conviene ostinarsi su tutte le antiche frasi, e paro- 
le. Chi pertinacemente vorrà scrivere la lingua di 
tre secoli indietro, senza piegarla alla maniera del- 
la lingua parlata ai suoi tempi , non incontrerà l'ap- 
provazione del pubblico, e comparirà ricercato, ed 



SAGGIO PRIMO 339 

affettato. Questo è uno scoglio in cui urtano legger- 
mente anche illustri scrittori moderni: conviene, 
per quanto si può, adoprar la pasta deir antica lin- 
gua purissima , ma coniarla sulle moderne forme; 
& d'uopo vestire dell'ottimo panno, e delle lucide 
sete dei nostri antichi, ma la forma del vestito es- 
ser deve alla moda. Tutto cede al tempo, tutto al- 
meno lentamente si cambia, e in specie le lingue; 
la nostra però ha resistito più delle altre; e in ve- 
rità, qual è tra le viventi quella che abbia tanto 
conservato la sua indole, il suo carattere dalla sua 
nascita ai nostri tempi al par dell'italiana? Quale 
può mostrare scrittori, che nati nello sviluppo pri- 
mo di essa, si sieno mantenuti freschi, per dir co- 
sì , e vegeti nella stessa lingua per cinque secoli , e 
si gustìuo ancora come Dante 7 Deve questo vantag- 
gio ai suoi grandi scrittori, che dopo una lunga in- 
fanzia, la condussero rapidamente alla virilità: Dan- 
te, Petrarca, Boccaccio essendo stati sempre tetti, 
l'hanno mantenuta fresca e vigorosa . Io non ardi- 
rò di decidere se questa virilità duri ancora, o se 
ella verga alla sua vecchiezza; spero soltanto che 
ninno disconverrà, che ormai nel tratto di tanto 
tempo, abbia ella formato il suo carattere, prese 
quelle maniere che più le convengono, e lungamen- 
te esercitate; e che per dir così, la sua educazione 
sia da gran tempo compita. Posto ciò, si scorgerà 
l'impossibilità di farla ora piegare a nuovi costumi, 
come da alcuni valenti scrittori si consiglia. Ella 
può acquistar nuove parole , giacché la Fisica , e la 
Morale avendo fatto tanti progressi , e introdotte 
tante nuove idee, fa d'uopo che accetts^ndo le idee, 
si accettino i segni per indicarle; ma sarà difficile 



5So DELL'ORIO. DELLA. LING, IT AL. 
farle prendere nuove maniere^ quanto sarebbe dif- 
ficile il farle prendere a una persona sul declinare 
dell'età. Per esempio manca alla lingua nostra un 
pregio, quello cioè delle parole composte, qualità 
che tanto abbellisce la greca, ed è adottata da al- 
cuna delle lingue viventi, e in specie dall'inglese; 
è dispiacevole il mancar di questa dote , ma non è 
ora più ten^po di acquistarla . Può dispiacere ad un 
quinquagenfario il non avere appresa la musica, ma 
non è più tempo allora d'impararla ..La nostra lin- 
gua figlia primogenita della latina, ne ha seguito in 
questa parte l'indole: neppur la latina possiede che 
scarsamente parole composte. Il dotto Quintiliano 
aveva il torto di eccitar gli scrittori a formarle: non 
era più tempo per la stessa ragione. Vani tentativi 
sono stati fatti nei nostri tempi o poco innanzi da- 
gl'Italiani per crear parole composte: l'esperienza 
ba mostrato che son frutti che non allignano nel 
nostro suolo , essendo in breve tempo appassiti : sol- 
tanto se n'è tollerato l'uso nei poeti ditiraoibict 
per un'indulgenza a un genere di poesia, che sup- 
pone la mente esaltata oltre l'uso, del qual genere 
non abbiamo che un bell'esemplare, e non è da 
bramarsi di averne da vantaggio . So che si contra- 
sterà da molti, che le lingue si formino un carat- 
tere, un'indole, per cui non possono poi adottar 
nuove maniere: potrei risponder coli' esperienza^ 
la quale decide in mio favore: ma tenterò di esa- 
minar questo tema più a fondo. Ogni lingua nella 
sua nascita è povera , non possedend/) che le parole 
atte ad esprimere i bisogni della vita, e le idee che 
quella società più o meno estesa, ha già formate: 
compariscono i grandi scrittori: questi^ dotati di 



SAGGIO PRIMO 33i 

quel tatto finissiioo 9 che a pochi ha compartito la 
natura , cominciano dà scegliere in mezzo al con- 
fuso ammasso le parole^ che T orecchio , il giudizio, 
r immaginazione fanno parer loro le più belle ; ne 
producono inoltre delle nuove prese dalle straniere 
lingue, che hanno maggiore affinità colla loro; crea- 
no nuove frasi, riunendo insieme più parole, ed 
accostumando la lingua a certi modi: essi sono le- 
gislatori non capricciosi, ma legislatori come Solo- 
ne, o Licurgo, essendo fatti tali dalla natura: si 
arrischiano a delle novità, che non son poi permes- 
se ai loro successori: molte volte felici, qualche 
volta sfortunati, il tempo ed il pubblico danno il 
sigillo^ e tolgono di uso ciò che hanno stabilito. La 
libertà che possiedono quei scrittori è assai grande, 
e moltissime espressioni, specialmente metaforiche 
da loro create, benché assai ardite^ son ricevute a 
poco a poco dai posteri, che in favore di tant'altre 
bellezze fanno grazia talora anche a frasi troppo 
ardite. Ma queste medesime^ che ninno adesso ose- 
rebbe di creare, diventano sovente frasi accettate: 
Torecchio, e la mente vi si affa a segno, che ninno 
vi trova più che dire. Chi mai adesso per la prima 
volta oserebbe dire -^ il Sole tace — il lume fio- 
co — il ifisibile parlare (i5), e tanti altri arditi 
tropi che ha usato Dante? Egli è perciò che ogni lin- 
gua possiede espressioni, che sembrerebbero ridico- 
le in un'altra, perchè il genio è diverso. Chi direb- 
be nella nostra per esprimere i suicidj, coloro che 

(i 5) Si osservi la somiglianza di alcune ardite frasi create da 
uomini sommi di diverse Dazioni : Dante ha detto il \>isibUe parla» 
re^ come Milton, oscurità t;<5i&iZe ; visibile darkn ess. Paradise 
Lost. 



333 DELL^ORIG. DELLA LING. IT AL. 

hanno partorita la morte a loro stessi y e odiando 
la luce hanno gettata pia V animai si rìderebbe 
di queste metafore : eppure tali sono V espressioni 
di Virgilio , fra i poeti latini il più casto y e il più 
temperato nei suoi colori : 

• • . qui sibi lethum 

Insontes peperere marni ^ lucemqae perosi 
Projecere animam. 

Ecco pertanto come si forma il genio , T indole, il 
carattere dì ogni lingua , dalle fatiche dei grandi 
scrittori . Dopoché hanno dato il tuono , e la legge 
a quella nazione , dopoché ella per più secoli ha 
lette y apprese a memoria , e ripetute con piacere 
quelle frasi ^ hanno esse ricevuta la sanzione ; e sic- 
come non ha quasi luogo il raziocinio in affiirì di 
sentimento y poco vagliono le disquisizioni metafi- 
siche sulle opere di gusto. Ciò é si vero, che quan- 
do nasce disputa sulla bontà di una frase, sulla sua 
giustezza 9 sulla sua arditezza , potendo ognuno col 
medesimo dritto approvarla , o disapprovarla , si 
suol ricorrere quando si può , agli esempj dei gran- 
di scrittori , come a giudici infallibili. Quando per- 
tanto costoro hanno formata la lingua ^ quando le 
hanno dato un'indole, un carattere particolare ^ in- 
vano dopo più secoli si tenterebbe di avvezzarla a 
nuove maniere. Esse possono fare moltissimo bene, 
e moltissimo male ad una lingua : e se un grande 
scrittore vi ha introdotto delle cattive maniere, è 
tanto difficile che non vi si mantengano quanto il 
togliere ad un vaso V odore di quel fluido che vi si 
è infuso quando era nuovo . Ne veggiamo qualche 
esempio nella lingua di una delle più dotte , e più 



SAGGIO PftlMO 333 

«olte Da«tODÌ^ deiringlese. Gran fondatore del loro 
stile poetico è stato certamente Shakespeare, ma 
non di rado fra le più sublimi espressioni si trovano 
dei troppo arditi tropi y emuli di quelli del nostro 
secolo XVII, e dei pensieri troppo ricercati. I di- 
fetti di questo grand' uomo, come le sue grandi bel* 
lezse hanno avuto somma influenza nello stile di 
quella gran nazione: e una tinta dei difetti di Sha- 
kespeare trasparisce pure negli scritti dei loro più 
gran poeti, se se n'eccettui Pope. Che i fondatori 
della lingua inglese non possedessero il più purgato 
gusto, non è mia sola opinione. Uno dei loro più 
autorevoli scrittori Hume, Puòy dic'egli, riguar- 
darsi come una disgrazia dell'inglese letteratura ^ 
che nella ristorazione delle lettere ^ gV inglesi 
scrittori fossero forniti di gran genio prima di 
possedere il gusto nel pia piccolo grado , e perciò 
dettero una specie di sanzione alle maniere ricer- 
cote, e a sentimenti forzati . Nondimeno tale è la 
segreta, e non avvertita influenza dei grandi scrit- 
tori^ tale è la forza dell'abitudine, che quantunque 
quella dotta nazione dotata di finissimo gusto co- 
nosca, e riprovi la maggior parte di quei difetti, 
alcuni tuttavia trapelano nei loro scritti. Le loro 
metafore ci appajono più ardite delle nostre: e 
chiamerebbero essi timidezza in noi quello che noi 
chiamiamo caricatura. Ossia che il ridicolo spetta* 
colo che nel secolo XVII abbiamo dato air£uropa 
del più stravagante metaforico stile , e dei falsi 
concetti ci abbia , dopoché sìam ritornati alla ra- 
gione, fatti vergognare dei nostri falli, e resi trop» 
pò timidi; sia che le nostre pupille troppo lacerate 
dallo slacciato colorito di quello stile, si sieno rese 



334 DELL'ORIO. DELLA LING. ITAL. 

di soverchio sensibili e delicate, moke di quelle 
che uno dei loro piò graudi scrittori e lùama y^arote 
che bruciano y e pensieri che respirano (i6) a mol- 
ti Italiaui e stranieri pajouo espressioiu ardite. Mi 
sìa lecito addurre uii esempio, e fare uà paragooe. 
(Jua delle poesie posta dagl'Inglesi fra le più pei^ 
fette è la celebre elegia di Gray sul cimitero di 
campagna • Egli 1' ha cominciata eoa un'idea trat^ 
ta da Dante^ cb'ei non dissimula , aosù di cui citai 
>ersi: 

se ode squilla di lontano 

Che paja il giorno pianger che si muore . 

L'idea è gentile: la campaaa che suona airioibrii- 
lìir del cielo è atta a risvegliare una maieatosa me- 
lanconia. L'ingle^così letteralmente ai e^iprime: 
la campana batte il funerale del giorno che muo- 
re (17): battere il funerale del giorno sembrerà a 
molti un' espressione un poco ardita^ e di un colo^ 
rito che a^^enti, per usar la frase dei pittori : si 
osservi quanto giudiziosamente Dante nei suoi ori- 
ginali versi vi ha posto il paja^ che addolcisce il 
colorito, e lo riduce al suo vero grado. Potrei no- 
tare ancora quanto più vera, e più toccante diventa 
r imagine di Dante con quei di lonùano , giaccliè 
non si può negare che VeSklio di deatare un me- 
lanconico sentimento non sia maggiore quando da 

(16) Thaughts that breathe and vvords tbat barn. Graj of 
the progress of poesy. 

(17) » The Curfe>t. toU the K.ne11 ofparting day. « 
Curfevv s'ìgtì i^C9l\\ cuoprifuoco.h'isiìiazionis dì questa eampanaè 
dei tempi di Guglielmo il conauiftalore» il quale temoadoie adu- 
nanze uotturne, ordinò che al tocco di questa campana ciascuno 
iosse ritirato in casa, spegnesse i lùmi^ e cuoprisse il fuoco. 



SAGGIO PRIMO 355 

longi alla campagna ascoltiamo sulla sera quel 
saoQo reso cupo, ed ottuso dalla lontananza stessa. 
Altri esempj si potrebbero addurre: ma forse alcuno 
mi accuserà di troppa arditezza perchè ho osato 
decidere delie frasi di una lingua straniera^ e non 
avrà torto • Forse è il mio giudizio prevenzione 
nazionale: i frutti di ogni clima hanno un sapore 
adattato al terreno da cui son nutriti, ed al palalo 
degli abitatori. 

Ritornando in strada da questa piccola deviazio- 
ne , mi pare di aver giustificata quella poca di au- 
torità, che il caso, e 1* ingegno dei suoi primi scrit- 
tori hanno data nella lingua ai Toscani; autorità 
contro di cui si è tanto declamato, come il più duro 
dispotismo. Esaminiamo ora imparzialmente quali 
vantaggi , e quali svantaggi ne abbia ritratto Fita» 
liana favella, dopo che il dialetto toscano è dive- 
nato il dominante. Essa ha acquistato certamente 
il pregio di una straordinaria dolcezza: questa na- 
sce dalle molte vocali, e dalle poche consonanti 
ed eccettuate le lingue orientali, è superiore in que- 
sta qualità a tutte le altre, in specie alle lingue 
settentrionali, nelle parole delle quali l'occhio vede 
con una specie di ribrezzo una selva di consonanti, 
ed appena intende come sia possibile il pronunziar- 
le. Delle Provincie italiane il dialetto toscano è il più 
dolce, specialmente il fiorentino, la di cui dolcezza 
nella pronunzia è anche soverchia, giacché elidendo 
troppo ed ingojando per dir cosi, le consonanti e 
talora le vocali stesse, si converte in difetto. Questa 
dolcezza tanto atta al canto, ed alle tenere poesie ha 
fatto forse nascere un si gran num(;rodi poeti (giac- 
che niun'altra nazione ne conta un terzo di quei 



336 EELUORIG DELL\ LING. IT AL. 
che possiede T Italia) una gran parte dei Tersi dei 
quali privi d'imagini^ e di leggiadri sentimenti, 
mero 5uono armonioso (t8), non fanno che colla 
dolcezza della lìngua e del ritmo lusingare soave- 
mente le orecchie. Se fra questa messe abbondan- 
tissima non si trovassero dei più grandi alunni deile 
Muse, ci avrebbe quella qualità recato più danno, 
che vantaggio; ma siccome uno dei poetici pregi è 
l'armonia^ quando questa è unita alla sodezza dei 
piensieri, e alla vivezza delle immagini, si ha una 
poetica perfezione superiore alle altre nazioni : qoc- 
st'armonica dolcezze) giunge a seguo che la plebe 
sovente canta versi che non intende, bastonandole 
quel solletico che dà la melodia della lingua al- 
l'orecchie. Siffatto pregio però è forse compensato 
da un difetto; nel toscano dialetto terminano tutte 
le parole colla vocale; né si elide quasi mai nella 
pronunzia, se non ne succede un'altra; di molte 
sillabe perciò son composte le parole più lunghe che 
in molte altre lingue. Se si paragonino le nostre pa- 
role colte inglesi, e le francesi e si attenda alla loro 
pronunzia, si vedrà quanta economia di sillabe sia 
nelle loro. Le sillabe son formate dalle vocali, e 
queste sono in gran quantità elise da loro; quasi 
tutte le ultime lo sono certamente, mentre le nostre 
devono battersi, e perciò formar sillaba. Né solo le 
finali ma molte delle intermedie svaniscono agli 
stranieri fra le labbra; onde talora una parola , che 
pronunziata air italiana formerebbe tre sillabe in 
francese, e più ancora ^nell'inglese si riduce ad una. 

(18) ... . Versus rerum ioopes 
Nugaeque canor.ne. 

Hor. Poet. 



SAGGIO PRIMO 337 

iHk questa qualità traggono specialmente vantaggio 
i loro poeti ^ che racchiudono piò immagini in più 
corto spazio^ e quanto più è breve' il quadro^ ove 
seosa però urtarsi ossia confondersi , son ristrette le 
imagini ^ tanto più ci colpisce. Vi sono dei dialetti 
italiani 9 e soprattutto il genovese, e il piemontese , 
che elidono moltissime vocali, e nei quali perciò le 
parole sono cortissime. Se in Genova, o in Piemonte 
l'ossero nati i primi grandi scrittori , che avessero 
sollevato il loro dialetto alla dignità della lingua 
dominante, com'è avvenuto alla Toscana, avrebbe 
la lingua acquistato il pregio della brevità delle 
parole, ma a gran scapito però di dolcezza : lascerò 
ai delicati critici a decidere se lo scapito sarebbe 
stato pari al guadagno. Oltre il superare in dolcezza 
quasi tutte le viventi lingue, l'italiana forse non 
cede ad alcuna in ricchezza di espressioni, e ne su- 
pera molte: questa ricchezza quanto favorisce la 
poesia e l'eloquenza, altrettanto è sfavorevole alla 
precisione filosofica . Non le manca al bisogno mai 
la parola, che l'esatta ragione richiede preferibil- 
mente ad ogn' altra, per dire ciocché vuol essere 
insegnato senza ornamento, e il Galileo, il Machia- 
vello, il Redi, il Cocchi, il Magalotti ce V hanno 
insana to; ma fra tanta copia di voci non si pre- 
senta sì presto allo scrittore quella che il preciso 
filosofico linguaggio richiede, sepolta tavolta, e im- 
pUcata nella ricca varietà dei fiori, ossia delle si- 
mili, ed analoghe, ma non precise parole. Si trova 
perciò lo scrittore spesso povero in mezzo alla copia. 
Un linguaggio meno ricco qual è il francese e che 
appena conosce ir colorito poetico , si presta subito 
alla filosofica precisione. Essa è simile ad una per- 

7'omo /. 11 



338 DELL'ORIG. DELLA L^ING. ITAL. 
sona non ricca , ma ecoDoma , che conosce perfetta- 
mente la moneta , e sa spenderla a tempo e con giu- 
dìzio: somiglia uno scrittore italiano non preciso ad 
un ricco prodigo , che getta le monete di oro talvol- 
ta male a proposito per togliersi la briga di sc^lier 
tra esse quelle di argento , o di rame , che conver- 
rebbero alla circostan'/a. Ci mancano gli eloquenti 
scrittori , perchè ci mancano le cause che produco- 
no la vera eloquenza , occasioni cioè da parlare di 
grandi interessi in pubblico , come una volta in 
Grecia , poi in Roma , indi in Inghilterra , ed in 
Francia^ ove perciò è giunta al più alto punto V e- 
loquenza. Sarebbe rimasto luogo di distinguersi ai 
sacri Oratori y ma con dolore dobbiam confessare 
che assai pochi ne contiamo più che mediocri^ né 
si saprebbe chi contrapporre a un Massillon ^ a an 
Bordalone , a un Flechier y a un Bossuet tra i Fran- 
cesi; a un Salisbury, a un Scherlok, ed a tanti 
altri tra gFInglesi. Non ne ricerheremo troppo mi- 
nutamente la ragione, che ci condurrebbe forse a 
disgustevoli, e odiose conseguenze : ma egli è certo 
che con temi così belli, quali presenta la Religio- 
ne, e la morale atti a sollevar lo spirito, ed infiam- 
mare il cuore, non possiamo da che la lingua è 
natit» mostrare un libro che si avvicini ai citati « Si 
vuole per lo più nelle prediche introdurre delle sot- 
tili dispute teologiche intelligibili certamente al 
volgo, che tuttavia loda, ed applaudisce quello che 
non intende. La regola sarebbe di parlare assai più 
al cuore, che allo spirito, giacché di rado sMgnora» 
no dagli uomini i proprj doveri, che a chiarissime 
note son stati* scoi piti in seno a ciascuno. Sono poi 
scritte le sacre orazioni per lo più in uno stile ri- 



SAGGIO PRIMO 339 

cercato^ ed enfatico: è una prosa poetica ove si scor* 
gono i salti di una bizzarra immaginazione piutto- 
stoche l'ispirazione di Apollo. Vuol' egli il predica- 
tore dirvi che si fa giorno? Vi conduce innanzi 
l'Aurora che colle dita di rose apre le finestre di 
Oriente. Vuol narrarvi l'avventura del profeta Gio- 
na ? vi descrive una tempesta col fischiar dei venti^ 
e col muggito dei flutti^ e trovate nella descrizione 
dei laceri brani di Virgilio o dell' imagini dell'A- 
riosto scontraffatte, e quasi bei visi in caricatura. 
Vuol fare una similitudine ? Vago di far pompa di 
ciò che crede di sapere^ ve lo trae da qualche feno- 
meno filosofico^ scordatosi che la similitudine deve 
illustrare^ e spiegar d'avvantaggio il pensiero , e 
perciò esser tratta dai comuni oggetti, e non dive- 
nire al pubblico più oscura di ciò che si vuol ri- 
schiarare. So che molti si appelleranno dal mio 
giudizio y che chiameranno falso, e indiscreto; ma 
io sempre domanderò loro che mi producano un ori- 
ginale capace di stare a fronte con i citati: non mi 
ai mostrerà che il Scgneri^o il Tornielli, che supe- 
riori a tutti gli altri Italiani sono però molto lonta- 
ni da quelli . Ma appunto questa mancanza deve 
eccitare sempre più gì' italiani ingegni a battere una 
nuova carriera, mostrando loro vuoto un posto glo- 
rioso, che possono occupare . 



Fine del Tomo Primo 



/ 



34i 
LIBRO PRIMO 



SOMMARIO 

QpiTOLo L Origine degli antichi Toscani. . . Pag. 53 

Varie opinioni degli Antiquari 54 

G>ngettare dell'Autore 56 

Antichissinio splendore dei Toscani .... ivi 

Asserzione di T. Livio Sj 

Divisione dell' Etrurìa ivi 

Vicende di Populonia 6o 

Porto di Talamone . ivi 

Città Etnische 6i 

Rovine di G>rito 6^ 

Potenza di Vejo 63 

Gttà che si distinsero in qualche arte • • • • 64 

Governo dell' Etrurìa' ivi 

Debolezza della Federazione Etnisca .... 65 

Lncnmoni , e Larti di Etruria ivi e 66 

Eolo Re d'Etrurìa. Potenza di essa .... 67 

Alleanza co' Girtaginesi 68 

Mezenzio ivi 

Orìgine delle feste dette Vinalia. 69 

Orìgine de' Romani 70 

Viaggio d'Enea accertato da Dionigi|d' A licamasso. 71 

Guerra di Romolo contro i Vejenti .... 721 

Supplizio di Suffezio Re d'Alba ivi 

Guerra di Tarquinio Prisco contro i Toscani . 73 

Assedio e presa di Fidene ivi 

Pace tra i Romani e gli Etruschi 74 

Nuove guerre .ivi 

Rozza tattica de' popoli guerreggianti . . • . 75 

Porsena marcia in favore di Tarquinio il Sup. . 76 

Morte dì Bruto^ e di Aronte. ivi 



< 



342 INDICE 

Vittorie di Porsena 77 

Atto magnanimo d'Orazio Coclite 78 

Agnato teso agli Etruschi 79 

Muzio Scevola '^ 

Pace co' Romani °^ 

Guerre co' Sabini , Equi , e Volsci 81 

Nuove guerre con Roma 83 

Sedizioni nel campo Rom. Fuga deD'infanteria. iti 

Elezione di Cincinnato 84 

Vittoria de'Romani dopo un'ostinaU battaglia . 87 

Manlio rifiuta il trionfo . j >^i 

Azione gloriosa della Famiglia de' Fabj ... 88 

Restano tutti morti sul campo 90 

Rotu de' Romani >▼* 

Gli Etruschi , dopo la perdiu d' una battaglia , 

si ritirano verso Vejà 9» 

Tregua di 4o anni co' Vejenti 9» 

Ribellione di Fidene contro Roma ivi 

Gli Ambasciatori Romani son trucidati ... tri 

Mamerco Emilio creato Dittatore ..... m 

Rotta degli Etruschi 9^ 

Strattagemma per impadronirsi di Fidene . . ivi 

I Romani eleggono 4« Tribuni militari ... 94 

Sono sconfitti i^ 

Vittorie de'Romani. Fidene è presa di nuovo 

e saccheggiata ìtì 

Assedio di Vejo gS 

I Falisci e i Capenati soccorrono i Vejenti . . 96 

Fenomeno del lago Albano • • 97 

Cammillo scelto Dittatore 99 

Conquista Vejo 100 

Guerra co' Falisci 101 

Tradimento del maestro di scuola dì Falerla . i?i 

Generosità di CammilTo ivi 

Faleria si sottopone ai Romani ivi 

Invasione de'GaUi io) 



n 



INDICE 343 

Ambascerìa de' Romani 1 02 

Celebre risposta di Brenno ivi 

Rotta de' Romani io3 

Roma salvata da Cammillo i o4 

Nuove guerre coi Toscani io5 

Riflessioni su di esse ivi 

Guerra de'Tarquinesi^ Falisci ec contro i Ro- 
mani 106 

Attacco di Sutri 107 

Riflessioni sul bosco Cimino 1 08 

Battaglia perduta dagli Etruschi 1 1 1 

Tregua di 3o anni fra i Romani ed alcune 

popolazioni etnische ivi 

Rotta degli Etruschi al Lago Yadimone . • . 1 1 3 
Nuove coalizioni degli Timbri^ Sanniti^ Galli 

ed Etruschi contro Roma ivi 

Decio si sacrifica per la salvezza dell' esercito . 1 14 
L'Etruria è soggiogata da Tiberio Coruncanio . 1 15 

Riflessioni ivi e 116 

CinroLO IL Alfabeto Etrusco 119 

Stndj del Demstero sull'Etruria . . . . . ivi 

Accademia Etnisca di Cortona i ao 

Diversità d'opinioni sulla lingua Etnisca. . . ivi 

Alfabeto Etrusco del Lanzi 122 

Se le scienze 9 lettere ed arti Etnische siano 

derivate dalla Grecia ivi e 1^3 

Opinione del Lanzi ivi 

Riflessioni dell'Autore iti4 

Tavole Eugubine ivieiaS 

Interpetrazioni del Lami , e del Gori .... ivi 

Conclusione 126 

Scienza degli Etruschi 128 

Idea che aveano dell' Essere Supremo ... ivi 

Opposizioni del Lampredi 1 29 

Scarsi frammenti dell'Etnisca Filosofia. Di Pi- 
tagora, e della sua dottrina i3i 



t. 



344 INDICE 

Pregio in cui era presso i Romani il sapere 

degli Etruschi .- i33 

Coltivarono l'astronomia^ e la medicina • . ivi 

Osservazione del Dutens i34 

Inveuzìoni degli Etrusclii i36 

Rappresentanze teatrali . . ; ivi 

Monumenti pubblicati da Curzio Inghìrami* . lij 

Belle Arti degli Etruschi i4o 

Se le apprendessero dai Greci . . . . : . i4i 
Prove che confutano le opinioni dei fautori dei 

Greci ivi e i4a 

Rovine di Pesto ... i :..:.. i44 
Iscri zioni etrusche di Hamilton e di d'Hancarville. 1 4$ 
Opinioni del Winkelman confutate • ... ivi 
Monumenti che rimangono delle arti Etnische. i49 

Monete fuse dagli Etruschi i5o 

Incisione in pietre dure ........ ivi 

Sculture in marmo i5i 

Ammirazione di Plinio per l'Apollo Etrusco . i5a 
Ragionamenti del Winkelman confutati . . • ìtì 

Architettura Toscana i55 

Sepolcro di Porsena a Chiusi . . . . ivi e 1 56 

Pitture degli Etruschi 167 

Vasi Etruschi. Questione su di essi . . . . 169 
Argomenti del Buonarroti in lor favore . . . ìyì 

Risposta di Winkelmann ìtì 

Prove in favore dell'Etruria 160 

Lusso degli Etnischi 170 

Paragone tra il lusso moderno e l' antico. . . ivi 

Superstizione degli Etruschi lya 

Tagete insegna agli Eltnischi l'arte divinatoria . 174 
I Romani inviano in Etruria i loro figli ad 

apprendere l'aruspicina 175 

Ammirazione di Seneca per la scienza fulgnrale. 1 76 
Se gli Etruschi sacrificassero vittime umane • 178 
Misteri Milriaci 179 



INDICE 345 

LIBRO SECONDO 

SOMMARIO 

Capitolo I. Le città Italiane acquistano il dritto della 

cittadinanza Romana 181 

Mecenate 182 

Suo favore per le lettere , e suo gusto . . . i83 

Servigi da lui prestati ad Augusto i84 

Sue opere i85 

Suoi difetti ivi 

Suoi dotti Amici 186 

Suo 6ne infelice 187 

Vicende della Toscana anteriori al di lei gover- 
no regolare ivi 

Decadenza dell' arte della guerra . . . . •189 

Invasione dei Barbari ivi 

Stilicone governa l' Impero in nome di Onorio . 190 

Assedio di Firenze 191 

Soccorso recato da Stilicone .ivi 

Morte di Radagasio 192 

Ritirata dei Barbari . . . , ivi 

Invasione di Alarico, dopo la morte di Stilicone. 198 

Giunge a Roma , che si riscatta ivi 

Presa , e sacco di Roma 194 

Imprese di Ezio ivi e 195 

Invasione degli Unni , condotti da Attila ... ivi 
Ruina delllmp. di Occid. per mano di Odoacre . 196 
Riflessioni sul governo dei Romani. . . ivi e 197 
Capitolo U. Invasione di Teodorico Re dei Goti . .198 
Odoacre refugiato in Ravenna , si arrende alle 

sue armi ivi 

Sua morte ivi 

Governo di Teodorico, sue leggi . . . ivi e 199 
Protegge le lettere ivi e aoo 



346 INDICE 

Casaiodoro « .... 1 99 e aoo 

Boezio. Suo fine infelice ìtì 

Morte di Teodorico ^01 

Amalasunta. Suoi pregi di corpo e di spirito. . ivi 

Atalarico suo figlio ivi 

Amalasunta è strangolata per ordine di Teo- 
dato suo secondo marito aoa 

Morte di Teodato ivi 

Giustiniano concepisce il progetto di riconqui- 
stare l'Italia, e ne affida l'esecuzione a Belisario, ivi 

Talenti di questo Generale ivi 

Picciol numero di truppe da lui condotte inltalia ao3 

Entra in Ronìa ' . . ivi 

Assediato dai Goti ^ vi si chiude ivi 

Bitiratii Goti da Roma, Bel isari o assedia Ravenna. ao4 
Ravenna è obbligata a capitolare ... ivi e ao5 

Richiamo di Belisario ivi 

Totila recupera la maggior parte d' Italia . . ivi 
Belisario ritorna in Italia •••••••• ivi 

Suoi sforzi di valore e d' ingegno . . • • • ivi 

Ritorna a Costantinopoli ivi 

Accusato di cospirazione , è assoluto , ma dopo 

otto mesi termina di vivere 206 

Giustiniano invia Narsete in Italia ivi 

Disfatta dell'armata di Totila, e sua morte . , 207 
Elezione di Teja , che sconfitto anch' esso da 

Narsete^ muore nell'azione ivi 

Discesa dei Franchi in Italia ivi e 208 

Son rotti e dispersi da Narsete ivi 

Riflessioni sulla fine del regno dei Goti ... ivi 

Governo di Narsete ivi 

Sua morte 209 

Riflessioni su Belisario e Narsete . . • . . ivi 

I Longobardi invadono l'Italia 210 

Loro conquiste. Valore e ferocia del loro Re 
Alboino . • • » . . ivi e 2 1 1 



INDICE 347 

È fatto trucidare da Rosmonda^ sua moglie aio e ai i 

Regno dei Longobardi iyi 

Governo di Rotari. ; aia 

Vicende di Gundeberga ivi e a 1 3 

Codice Longobardico ai4 

Altri Re Longobardi ai5 

Ardire e fermezza del fanciullo Grimoaldo . ivi 

Divien duca di Benevento a 16 

Uccide di sua mano Gondeberto, ne sposa la 

sorella^ e divien Re d'Italia ivi 

Suo governo ivieaiy 

Dispute sulle Immagine ivi e a 18 

Principio della potenza dei Pontefici ... ivi 

Nuove conquiste dei Longobardi 319 

Mossa dei Veneziani in ajuto dei Greci ... ivi 
Morte di Liutprando Re dei Longobardi . . aao 

Suo carattere ivi 

Vicende di Racbis aai 

Regno di Astolfo ivi 

Occupa Ravenna, e minaccia Roma .... ivi 
Il Papa implora V ajuto dei Franchi . ... ivi 

Mossa di Pipino verso l'Italia aa3 

Accordo con Astolfo in Pavia , e sua partenza . ivi 
Astolfo rompe il trattato, e fa l'assedio di Roma . ivi 
Pipino ritoma ih Italia. Trattato umiliante di 

Astolfo, e sua morte ...... ivi e aa4 

Desiderio, Duca di Tose, eletto Re dei Longobardi, ivi 

Carlo Magno Re dei Franchi ivi 

Sposa la figlia di Desiderio ...... aaS 

Fine del Regno dei Longobardi aa6 

Pipino Re d'Italia ivi 

Coronazione di Carlo Imperatore, e di Pipino 

Re d'Italia^ in Roma ..... aa^ e aa8 

Riflessioni su quest'avvenimento ivi 

Vittorie di Carlo aag 

Sua rotta in Roncisvalle ivi 



« 



548 INDICE 

Emenda il Codice Longcòardico 229 

Suoi Capitolari ....»....; iti 
Costituzione dei Giudici itineranti . . . . iri 

Protegge i letterati aSo 

Fa dichiarare Imperatore suo figlio Lodovico . Ì¥Ì 

Riflessioni su quest'atto ivi e 281 

Morte di Lodovico. •.:....«. ivi 
I suoi figli si contrastano V eredità di Carlo 

Magno iviea3a 

Scorreria dei Saraceni in Roma a3a 

Leone IV. la cinge di mura ivi 

I Saraceni infestano varie parti d'Italia . . . 233 
Capitolo m. Stato della Tose, nelle rivoluzioni dltalia. a34 
Diritti dei Conti o Marchesi nelle provincie che 

governavano ivi 

Queste cariche divengono ereditarie .... a35 
Origine delle Case di Elste, e di Brunswich . . ivi 

Bonifazio II. Duca di Toscana , 236 

Sue imprese in Affrica ivi 

Libera Giuditta moglie di Lodovico Pio . . .237 
Adalberto IL ricco e potente .... ivi e a38 
Vicende della Toscana e dell'Italia prima di 

Tigone ivi e seg. 

Venuta di Tigone in Italia 241 

Coronato Re d'Italia in Milano 242 

Marozia^ figlia di Teodora, sposa Guido Duca 

di Toscana ivi 

La linea Bavara è esclusa dal dominio della Tose. 243 

Tigone in Roma ivi 

Sollevazione de'Romani ivi 

Tigone respinge il Duca di Baviera ivi 

Investe del governo della Toscana Oberto suo 

figlio naturale ; 245 

Gli succede Tigone, chiamato il Grande. . . ivi 

Sue qualità, e suoi meriti ivi 

Fondazioni da lui fatte ivi 



INDICE 349 

Sua morte a4^ 

Tedaldo avo della Contessa Matilde gli succede . ivi 
Vicende di Ugone Re d'Italia .... ivi e ^4^ 

Sua morte 247 

Àyyentture della bella Adelaide ivi 

Discesa di Ottone L in Italia . . . . ^ . iì^S 

Suo valore e saviezza. . ivi 

Donazioni da lui fatte alla Chiesa ivi 

Suoi successori ^^g 

Bonifazio Marchese di Toscana aSi 

Sue ricchezze^ e sua pompa. . . . . ivi o 26 a 

Sue qualità « ^S'ò 

Sua debolezza ivi 

Sua morte ivi 

Concilio celebrato in Firenze 2 54 

Contessa Matilde^ erede degli stati paterni , spo- 
sa Goffredo ti55 

Morte di Beatrice madre di Matilde . . . . a56 

Carattere di Matilde ivi 

Sua lega con Gregorio VII. . . . . ivi e aSy 

Carattere di questo Pontefice .... ivi e a58 

Sua lettera a Filippo Re di Fraiicia 258 

Vertenze tra esso ed Arrigo IV. Imperatore . .ivi 
Concilio adunato in Wormazia, ove Gregorio è 

deposto ivi e 269 

Gregorio depone Arrigo, e assolve i di lui sud- 
diti dal giuramento 259 

Conseguenze che ne derivano ivi 

Arrigo a Canossa 260 

Umiliazioni da lui sofferte ivi 

Indignazionexlei Principi italiani ivi 

Vicende di Arrigo ivi 

Il Papa dichiara Ridolfo Re di Germania . . .261 
Ridolfo è ucciso in un fatto di arme contro Arrigo. 262 
Arrigo sconfigge le truppe della Contessa Matil- 
de, nel Mantovano ivi 



35o INDICE 

Pone l'assedio a Roma 261 

È costretto a toglierlo , e yì entra paiìificaiftenfe 

" in appresso • mea63 

Roberto Guiscardo viene a liberare il Papa 

chiuso in Gistel S. ^gelo iyi 

Sacco dato a Roma dai Normanni iti 

Morte del Papa in Salerno ....... 263 

Riflessioni sul suo Pontificato ìtì 

Nuovo matrimonio di Matilde con Guelfo V. . 26^ 

Arrigo ritorna in Italia ìtì 

Corrado suo figlio gli si ribella 265 

È creato Re d'Italia ^ 'm 

Artifizi di Matilde ivi e 266 

Celebre Donazione da essa fatta alla Sede Pon- 

tincia ITI 

Divorzio tra Matilde e Guelfo 267 

Morte di Arrigo m 

Suo carattere ivi e 268 

Morte di Corrado in Firenze ivi 

Arrigo V 26g 

Sue vicende , 2jo 

Morte di Matilde ìtì 

Capìtolo IV. Riflessioni sulla condotta dei Barbari 

nel far la guerra 373 e 3^3 

Stato dell' Italia 3^4 

Governo feudale 3^5 

Codice penale di quei tempi ivi 

Ferocia ne' costumi ìtì 

Vescovi ed Abati portatori di armi 376 

Condanna de' Monoteliti in 

Ferocia di Stefano VI. contro Formoso ... 377 
Intrighi del secolo nei monasteri e n^li ertud . 378 

Vescovadi ed Abbazzle vendute ìri 

Giudizj di Dio 379 

Varietà delle prove ivi 

Guerre private 381 



INDICE 55f 

Tregua di Dìo . . . . 281 

Abusi degli EÀ;cle$iastìci aSii 

Abbrutimento generale ^83 

Vergogna annessa alla coltura delle lettere . . ^84 

Ignoranza degli ecclesiastici stessi ivi 

Stato di Pavia e di Roma ^85 

Feudalità ^87 

Abusi di essa ^88 

Istituzione della Cavallerìa per reprìmerli • •289 
Malcontento de' popoli, e divisione tra i Feu- 
datari ivi 

Dispute fra il Sacerdozio e l'Impero .... 290 
Abolizione del sistema feudale: var) modi, coi 

quali si operò ivi 

Intemperanza di libertii 291 

Stabilimento di varj Principati ...... 'ig^t 

DELL'ARTE DELLA GUERRA 

N£I BASSI TEMPI 

SOMMARIO 

Obbligo dei sudditi di andare alla guerra nei 

tempi dell'oppressione feudale 294 

Importanza della cavallerìa ngS 

Armatura de'cavalierì . ivi 

Cambiamento di tattica nei tempi posteriori . ivi 

Battaglie fra i cittadini armati 296 

Introduzione delle soldatesche mercenarìe . , ivi 
Yarìetà delle armi da offesa e da difesa . « . 297 
Macchine da attaccare, e difendere le città. 298 e 299 

Bastie 3oo 

Baliste, Catapulte, Mangani, Trabocchi, ec. ivi e 3oi 

Arìeti, Talpe 3oa 

Mine, Contrammipe e Trìboli di ferro . ivi e 3o3 
Torri di varia forma e grandezza ivi 



353 INDICE 

Fuoco Greco ..•.•..••!. 3o4 
Sua composizione •••••••••. 3o5 

Invenzione della polvere 3o6 

Cambiamenti recati nell^Arte della guerra da 

questa scoperta • • • • • ioj 

Riflessioni sulla Tattica 3o& e seqq. 

DELL' ORIOmE £ PROGRESSI 

É 

DELLA LINGUA ITALIANA 

SOMMARIO 

Mutazione della lingua prodotta dalla caduta 

dell'Impero Romano 3i3 

Irregolarità delle lingue . , . . , . . . 3i4 
È falso che la lingua Italiana si parlasse dal vol- 
go in Roma 3i5 

Opinione del Marchese Maffei . , , . ivi e 3i6 
Mutazioni essenziali della lingua in Italia co- 
minciale nel secolo VI ìi'j 

Sei secoli sono impiegati nella sua formazione . 3i8 

Opposizioni ribattute SiQeseqq. 

Storia di Ricordano Mala spina 3ai 

I Poeti si distinsero i primi nel pulire la lingua . 'm 

Meriti di Dante ivi e 3aa 

Se la lingua debba chiamarsi Tose, o Italiana. 333 
Elsame di <{uesta <{uestione ....... i^ 

Gran libertà dei primi formatori delle lin- 
gue 3a4 e seqq. 

Opinione dell' Hume 334 

Esempio di Gray 335 

Vantaggi e svantaggi ritratti dalla lingua , dopo 

che il dialetto Tose, divenne ildominante. 336 e 33; 
Carattere di esso, e conclusione. . . , 338 e seqq. 



STORIA 

DELLA TOSCANA 

SINO AL PRINCIPATO 
CON DIVERSI SAGGI 

SVLLE 

SaENZE, LETTERE E ARTI 

DI 

LORENZO PIGNOTTI 

ISTOfilOGRÀFO REGIO 



r 



TOMO SECONDO l^ ] 







FIRENZE 

PRESSO LEONARDO CIARDETTI 

i8a4. 



DELL'ISTORIA 



DELLA TOSCANA 

LIBRO TERZO 



CAPITOLO L 



SOMMARIO 



Stato della Toscana dopo la morte deUa Contessa Matilde, 
Potenza e imprese dei Pisani. Crociate, 



9 

antica Toscana si estendeva dalla foce della Ma- 



L 

gra a quella del Tevere . Sotto i Duchi , e Marchesi 
fu distinta in tre parti coi nomi di Toscana Reale^ 
Ducale, e Romana (i)^ i confini delle quali anda- 
rono spesso variando • La Repubblica fiorentina ne 
conquistò una parte^ e finalmente passati ì'suoi do- 
minj sotto i Medicei sovrani, e i loro successori, è 
restato il nome di Toscana all'antico Stato fiorenti- 
DO aggiuntovi il sanese^ e il pisano. Questo è il 
paese, della di cui storia ci occuperemo adesso, per- 
correndo i tempi in cui sciolto il vincolo feudale, 
che lo teneva debolmente unito all'Impero, le sue 
città, come quelle del resto d'Italia, si costituirono 
in turbolenti repubbliche. Fra queste fisserà la no- 
stra attenzione specialmente Firenze, che mirando 
alla conquista della Toscana abbraccia nei suoi av- 

(i)Ghoro(;raph. medil aen* Mur. Scrip. iul. tom. la. 



4 LIBRO TERZO 

veniraenti le più ìmportaotì vicende delle altre 
città. 

Conservò la Toscana un'ombra di dependenza 
dalla Contessa Matilde fincli'ella visse^ più per dq 
tioìore reverenziale, che per la di lei reale possan- 
za. Già molte città si governavano come iadepen- 
denti, e più volte troviamo Pisa^ e Lucca , che si 
fanno la guerra, benché signoreggiate almeno in 
apparenza da Matilde. Si può assicurare , che se vi 
era dependenza fin ch'ella visse, restò affatto tolta 
alla di lei morte: molto più essendo la sua erediti 
contrastata da varj pretendenti. 1 di lei successori 
Corrado, Ulrico, e Guelfo, che ne riceverono l'in- 
vestitura, appena si trovano nominati. Il vincolo 
di dependenza delle varie città di Toscana andò 
rilassandosi, e finalmente si sciolse, ma in varj 
tempi. 

Una delle città di Toscana, forse la prima a sot- 
trarsi al feudale governo, fu Pisa. Strabone, ed al- 
tri autori hanno data ad essa una greca origine (3). 
Situata vicino al mare sul triangolo formato nelle 
passate età dalla confluenza di due fiumi l'Amo, 
ed il Serclìio (3), era attissima al commercio, ed 

(2) Strabooe ( Geograph. Itb. 5.) racconta, che fa labbrìcita 
dai Pise! del Pelopoaueso^ che andati con Nestore all' assedio <fi 
Troja , nel ritorno furono spinti altri sul lido toscano oy* è situata 
Pisa , altri a Metaponto sul confine d' Italia: secondo lo stesso an- 
tere era Pisa meno celebre ai suoi tempi di quello fosse stata aoa 
volta.* si distingueva pure per la fertilità del terreno, per legai da 
costruzione , e per la Lapidicina . 

(3) Tale ù fa posizione di Pisa notata da Strabonc Lib. 5. Cosi 
è descritta da Ru litio Nnmatiano, tanto tempo dopo, nei segaenti 
versi : 

j> Alpheae velevis contemplor originis urbem 

» Quam geminis cingunt Amus, et Auser aquis. 

n Conurn p ira midi s coeuntia f lumina ducunt^ 
» Intratur modico frons patefacta solo. 



CAPITOLO PRIMO 5 

alla navigazione in tempi in specie^ nei quali que- 
sta si faceva con legni sottili . La troviamo perciò 
assai per tempo ricca ^ e mercantile ^ e frequentata 
da tutte le barbare nazioni^ come appunto dalla 
ridicola querela che fa contro di essa il più ridico- 
lo poeta Donizone si deduce (4). I popoli navigato- 
ri sono stati sempre potenti, sì per le ricchezze, 
come per le cognizioni utili , che colla navigazione 
acquistano. Fino alla fine del secolo XV quasi tut- 
ta la navigazione dei popoli europei , e di quelli 
dell'Asia , e dell'Affrica che avevano comunica- 
zioue^ e commercio coi primi, si limitava al Medi- 
terraneo, Adriatico, Arcipelago, e Ponto Eusino, e 
le prime tre italiane Repubbliche Pisa , Genova , e 
Venezia ne furono per molto tempo le dominatrici. 
Pisa, fino dall'anno 926, era la principale ritta di 
Toscana per testimonianza di Liutprando (5). Nel 

n Sed proprium retinet communi in gurgite nomen , 
» Et pontum solus scilicet Amus adit. 
Non è ben noto in cbe tempo il Serchìo si sia diviso dall' Arno : 
ambedue {questi fiumi hanno le foci in mare distanti circa 6 mi- 
glia. E' strana cosa, come una siffatta notizia sia sfuggita alla dili- 
genza del Chiarissimo Gibhon ( Antiqui ties ofthe House ofBrun» 
swich)f che gli ha creduti sempre uniti . Che siano stati sempre 
disuniti, e che il piccoio Oseri sìa indicato neWAuser non si può 
sostenere, perchè le descrizioni di Strabone, e di Rutilio conside- 
rano YAuser come un fiume quasi eguale all'Arno, giacche se 
fosse stato un piccolo influente , non avrehhe questi detto dell' Ar- 
no, dopo la congiunzione. 

» Sed proprium retinet communi in gurgite nomen 
» Et pontum solus scilicet Amus adit, 

(4) Doniz. nella vita delia Contessa Matilde scritta in harbari 
versi latini si lamenta aspramente che la di lei madre Beatrice sia 
sepolta piuttosto in Pisa che in Canossa , e fa così parlar Canossa 

» Qui pergit Pisas vidit illic monstra marina . . . 

» Haec urbs Paganis, Turcis, Libie is , quoque Parthis 

n Sordida Chaldaeis sua lustrant litora tetri ec, 

(5) Questo Scrittore nel raccontarci che Ugon», invitato al 
regno d'Italia, sbarQÒ a Pisa aggiunge quae est Tusciae Provine 
ciae caput. 



6 LIBRO TERZO 

princìpio del secolo XI cioè neiranuo ioo4f tro- 
viamo negli Annali Pisani , che questi fecero guer- 
ra coi Lucchesi^ e gli vinsero (6); ed è la prima 
impresa di una città italiana contro di un'altra^ lo 
che mostra che già ella agiva da per se ^ e si era o 

di^! totalmente , o almeno in gran parte sottratta al 

4oo4 dominio del Duca di Toscana . Si legge negli an- 
nali pisani^ ed in altri scrittori una serie d'impre- 
se^ varie delle quali oscuramente narrate^ o forse 

ioo5 esagerate. Cosi nell'anno ioo5, troviamo , che per 
una spedizione dei Pisani contro delia città marit- 
tima di Reggio, essendo stata lasciata sprovvista di 
difensori Pisa, Musetto re, o capo dei Saraceni, 
che occupavano la Sardegna, colse questo tempo 
per farvi un'invasione, e dopo averle dato il sacco, 
si partì, o ne fu scacciato (j). Mentre intanto la 
flotta pisana gli sconfisse presso Reggio, e se cre- 
diamo alle stesse memorie se ne impossessò ancora 
( lo che però non è asserito da alcun contemporaneo 
scrittore ) questi Barbari stazionati in Sardegna do- 
ravano sotto la condotta di Musetto ad infestare il 
littorale d'Italia, ed occuparono improvvisamente 

1016 la città di Luni. Temendo il Pontefice Benedet- 

(6) yy' Fecerunt hellum Pisani cum Lucensibus, et vicenaU 
eos ad aquam bongam, Ann. Pis. ioo4« 

(7) Ann. Pis. Racconta il Tronci che una donna detta Kinseca 
Gismondì 9 nel momento dell* in vasione corse gridando al Palano 
dei Rettori, e fece suonar la campana a martello , per cui radaiia6 
i Pisani ne cacciarono i Saraceni; che una statua fu eretta né 
quartiere di quella donna attaccato dai Saraceni, e che ha dato il 
nome al quartiere suddetto? ma tutto il racconto è nnaiaTolt. 
Pia ^erisimilmente era questo il quartiere ahi tato dagli Arabile 
Gildei che trafficavano in Pisa. Nelle tre lingue araha , caldea, ad 
ebraica la parola Rinsa o Kinseia }( giacché variamente è prooaD» 
siala) sìgnilica riunione, sinagoga, e congregazione sacra , o prò 
fana . Era probabilmente que&to il quartiere ove abitavano quii 
forestieri, e vi poteva essere la Chiesa loro. 



CAPITOLO PRIMO 7 

to Vili che TÌ ai fermassero, si dice (8) che vi 
mandasse un'armata; ma non essendo allora ì Pon-^|°^^ 
tefici in stato di aver delFarmate^ è più probabile 1016 
che eccitasse i Genovesi, e i Pisani ad espellere un 
potente nemico da un posto ^ che per essere egual- 
mente vicino ad amendue i territorj , avevano que- 
ste due città lo stesso interesse di cacciarlo (9). Si 
racconta che Musetto appena potè salvarsi colla fu- 
ga^ che la maggior parte di quei barbari restò ta- 
gliata a pezzi ^ e la stessa Reina , i di cui ornamenti 
preziosi furono inviati dal Papa al Re Arrigo II. Era 1017 
molto naturale che i Pisani e i Genovesi, i quali 
doveano star sempre in timore delle piraterie, e 
invasioni di quei barbari, finché occupavano la Sar- 
degna , pensassero seriamente a snidarli da quel 
paese: il Papa stesso spedi a bella posta ai Pisani 
Legato il Vescovo d'Ostia per animarli a tale ira- 
presa : questi uniti ai Genovesi conquistarono la 
Sardegna (io), cacciandone i Saraceni; e il Papa 
per quel diritto, che credeva di avere su tutti i re- 
gni della terra, investi del dominio i Pisani, non 
senza gelosia dei Genovesi, i quali meno potenti in 
quel tenijK), dovettero cedere alla forza. 11 bisogno 
scambievole di difendersi dal comune nemico gli 
tenne uniti, ed essendo nell'anno ioao quei bar- 
bari sotto lo stesso condottiero sbarcati in Sarde- 
gna^ ne furon nuovamente cacciati: restò preda dei 



(8) Dìtmar. Chron. Lib. VII. 

(9} E* ooUto negli Annali pisani» anno xoi'j.n Pisani, et 
Januensesfecerunt beuum cum Mugeto , et vicerunt illum ....«• 
Ditniaro pone la spedizione citata nell'anno afanti, ma o qualche 
errore in quei tempi assai comune, o la varia maniera di compu- 
tar r anno > può accomodare la cronologia . 

Ciò) Ann* Pijan. Rerum ItaL Scrip. Tom. 6. 



8 LIBRO TERZO 



7VÌncitorì tutto il loro tesoro, che per una iodeonìs- 
^i (^ zazione delle spese fu concesso ai Genovesi. La po- 
B017 tenza navale di Pisa andava sempre crescendo: noi 
non ci arrestiamo sopra altri avvenimenti avvolti 
io63 nell'incertezza , e oscurità dei tempi (ii)* L' an- 
no io63 è assai glorioso per Pisa. Con una potente 
flotta andarono i Pisani ad attaccare la città di Pa- 
lermo : egli è difBcile il credere che la prendessero 
come asseriscono gli Annali pisani . Una città tan- 
to popolata di gente guerriera come i Saraceni, non 
si occupava facilmente da quella gente da sbarco, 
che poteva esser sulla flotta pisana; più verisimile 
è ciò che narra il Malaterra, che accorsa alla difesa 
dal vicino paese, al comparir della flotta, una io- 
numerabile quantità di Mussulmani uniti ai citta- 
dini, si contentassero i Pisani, rotta la catena che 
serrava il Porto, di bruciare quattro navi, e condor 
seco loro la più ricca, del bottino della quale assai 
grande^ fu fatto uso per cominciare la magnifica 
Cattedrale (12). 

Si accese intanto il fervore delle Crociate, im- 
presa tanto lodata negli antichi, biasimata nel se- 
colo presente. 11 religioso entusiasmo e l'ignoranza 
del tempo nascondevano ciocché la ragione, e la 
sana politica potevano chiaramente mostrare. Avreb- 
bero queste sconsigliata unMmpresa si lontana, la 

(1 1) Tali SODO la presa dì Cartagine, anno i o35. della città 
di Lipari col saccheggio di quell'Isola, e la conijuista di Roma 
(Sigon. de regao ital. Ann. Pis- Tronci), ed altre simili iuiurese 
che negli Annali pisani, Rerum Italie. Scrip., ed in quelli del 
Trouci si narrano. 

(iq) F/ Ciò narrato da una delle principali iscrizioni posta 
nella fiicciata del Duomo, ove p'^rò non si parla della presa dì P>- 
lernio , lo che , se foòse stato vero , non si sarebbe taciuto od- 
r iscrizione . 



CAPITOLO PRIMO 9 

quale m aveva felice esito^ era facile il prevedere' 
che non si poteva lungamente tenere daXristiani j^c. 
una si lontana conquista; la religione illuminata 106S 
non avrebbe permesso lo spargimento di tanto san- 
gue innocente. Era certamente onorevole pei Cri- 1099 
stiani il possedere il suolo ove TAutore della loro 
religione nacque, visse, e colla morte compì il mi» 
stero della redenzione: la vista di questo suolo po- 
teva ispirar penàeri santi, ed incitare ad atti vir- 
tuosi: questi però sono accetti al cielo in qualun- 
que paese: nondimeno T impresa sarà sempre ri- 
guardata con occhio rispettoso non tanto per la ve- 
nerazione religiosa che vi si attacca senza molto 
esaminarla, quanto per esser resa immortale, e po- 
sta per le bocche dei dotti, e degl'indotti da uno 
dei più sublimi, e più soavi pezzi di poesia, che 
abbia prodotto V ingegno umano , in cui tutto è 
eroismo, quasi tutto è religione. Il freddo isterico 
per altro, che riguarda con occhio imparziale quel- 
li avvenimenti, vede più millioni d'ingannata gen- 
te condotta al macello, costretta a depredar, per 
vivere, i paesi cristiani per cui passava, ispirando 
un egual orrore agli amici, e ai nemici, morendo 
la maggior parte di stento, o di ferro, perdersi per 
la strada , pochi giungere alla difficile conquista , e 
in mezzo al sacco, agli stupri, e al sangue di cui 
inondarono Gerusalemme (i3), andare a prostrarsi 



(i3)La strage orribile fatta dai pii guerrieri nel tempio di 
Salomone, descritta dal Tasso , Canto 19. è nn fatto istorico, col- 
la sola differenza che invece di Rinaldo» con cui il Tasso volle 
onorare la Casa di Este , vi si trovò Tancredi . .. i/i tempio se con- 
cluserunt , ergo Tancredus cum suis adveniens , expugnare eos 
coepit : nec morafores patefactae .... caedes immensa peracta 
est , adeo ut in cruore peremptorum, pedes nostrorum tenus su- 



IO LIBRO TERZO 

"al Santo Sepolcro. A questa impresa ^ allora tanto 



die. gloriosa^ si mossero le potenze marittime italiane, i 
1099 Veneziani 9 i Genovesi^ i Pisani spinti egaalmeDte 
dall'amor della religione, e del guadagno. Elssi fa- 
rono i provvisionieri di queste armate: portarono 
loro viveri 9 armi , munizioni, e si arricchirono delle 
spoglie deirAsia: il Tasso, che ha con molta esat- 
tezza seguitato i veri avvenimenti della sacra guer- 
ra , che più volte ha fatto onorevoi menzione dei 
Genovesi, e nei cui versi il ligure Guglielmo fab- 
bricatore della fatai Torre è tanto distinto, ha 
obliato i Pisani (i4)* ^^ ^g^^ ^on ebbe il torto, 
giacché giunsero tardi a quell'impresa, guidati dal 
loro Arcivescovo Daiberto ( 1 5) . Benché avessero si 
poco dritto alla conquista, ci si manifesta la poten- 
za dei Pisani , e del loro Arcivescovo, nelle indi- 
screte di lui pretensioni • 

Creato Patriarca di Gerusalemme per queirauto- 
rità , che si arrogavano i Papi di esser temporali 

ras pene tingerentur, negue/beminis, neque parvuUs peperee- 
runt — . Gesta Dei per Francos. 

(i4) Il Guarìni non amico del Tasso nota quest' omissioiie, 
come animosità y in quel sonetto sul Giuoco del Ponte • 
Quale or di guerra in simulacro armata 

Di valore mdivisa Amo divide, 

E qual fu sempre , ove più Blarte ancide, 

Pisa a pugnare invitta : a vin^ nata ; 
Tal da penna Jtimosa ini)idiata 

Pugnar Goffredo in sul Giordan la vide , 

E schiere dissipar Perse, e Numide 

Di sacre spoglie , e piii di gloria ornata . 
Se tal era d' Etriiria il vinto stuolo 

Al periglioso varco y allor che volse 

L' intrepido Romano a lei la fronte; 
Le fama , che cantò d' Orazio solo 

Contro Toscana, or narreria , che tobe 

Un sol Toscano a tutta Roma il Ponte • 



Un sol 1 escano a tutta Roma u 
(1 5} Vedi Gesù Dei per Francos. 



CAPITOLO PRIMO ir 

padroni del mondo, dei quali Daiberto era il Vica* 
rio, pretese questi esser T arbitro del nuovo regno, ai C 
Il pio Goffredo si piegò a prenderne da lui Tinve- ^099 
slitura: un quarto della città fu ceduto alla Chiesa, 
colla condizione che, alla morte di Goffredo senza 
successione, o quando nuovi acquisti ne avessero 
accresciuto il piccolo regno, la santa città assieme 
coD Giaffa ritornerebbero al sovrano Signore, cioè 
alla Chiesa. L'estensione della pisana possanza in 
quella città è confermata dal nome di Castello Pi* 
sano, che fu dato all'antica Torre Psephina detta 
anche la Torre di DaTid , ove il Tasso dopo la pre- 
sa della città fa ricoverare il Soldano con Aladino . 



13 LIBRO TERZO 

CAPITOLO II. 

SOMMARIO 

Origine di Firenze, Suo incremento. Situazione delle sue mura* 
Pandette trovate dai Pisani in Amalfi . Varie Repubbliche in 
Toscana . Governo di Siena . Impresa delle Baieari fatta dai 
Pisani, Altri acquisti e potenza dei medesimi. 

D. ,„eUe .«...„. c,„« eh. 1»U«.«.U op. 

rando avevano prima indebolito^ e poi distrutto il 
potere degl' Imperatori^ e dei Duchi sulle città di 
Toscana y Firenze si trovò libera ^ benché più tardi 
che Pisa: la potenza maggiore^ che le ricchezze 
acquistate dai commercio davano a quella città, 
furon probabilmente la causa, che si ponesse in li- 
bertà prima di Firenze: per molto tempo non fa 
che una piccola città, e di poco rilievo. Nata pro- 
babilmente dairindustria di coloro che dal mare, 
e dalla ricca e commerciante città di Pisa col co- 
modo dell'Arno, trasportavano le merci alla popo- 
lata città di Fiesole, dovevano i suoi abitatori sta- 
bilirsi sulla sponda delFArno specialmente dalla 
parte fiesolana, quando per Parte, o per lente ope- 
razioni della natura , rotto ed aperto il sassoso io- 
ciampo che alla Golfolina probabilmente impediva 
il libero corso delTArno, le acque lasciarono sco- 
perta la pianura fiorentina (i). L'industria, ed il 

(i) Vedi Introduz. Anche il Landino lo attesta. 
„ Sillanus primus/ugiens asperrima montis 

„ Purgavit nostros arte colonus agros , 
„ Atque Arnum recta contractum undique limphis 
„ Obice disrupto compulit ire via. 



CAPITOLO SECONDO i3 
commercio cbìamaodo le ricchezze^ e queste la po- 
polazione y dovette la città accrescersi , e la comoda 
situazione chiamarvi a poco a poco gli abitatori di 
Fiesole. Cosi Firenze figlia di Fiesole si aumentò 
spogliando dei suoi abitatori la madre (2)^ special* 
mente quando le incursioni dei Barbari del Setten- 
trione essendo cessate, meno necessaria si rendeva 
la sicura posizione di un monte, e quando la forza 
crescente della figlia era giunta a segno di poter re- 
sistere al par della madre alle accidentali violenze 
e dei Signori feudali , o di emule città. Che Firenze 
fosse una colonia romana dedotta da Siila, fu cre- 
denza comune degli storici di questa città, appog- 
giata piò, sulla incerta tradizione, che sopra auten- 
tici monumenti. Poliziano ha mostrato che la colo- 
nia fu dedotta dai Triumviri Augusto, M. Antonio^ 
e Lepido (5); e se quando ha parlato come poeta 
ha chiamato Firenze città Sillana (4)> scrivendo poi 
come critico ne ha mostrata la vera origine col- 
Tautorità di Frontino (5). Ai coloni soldati cesa- 
riani furono assegnati 300 jugeri di terreno, ed è 
molto probabile che da questi veterani guerrieri 
fosse eretta la statua di Marte, che si confinò fino 
ai bassi tempi, e fabbricato il Tempio a questo Dio, 
convertito poi in quello del Batista (6). Anche il 

(3) ,, £ il fiorentino popolo maligno, 
j. Che discese da Fiesole ab antiquo» 
9, E tiene ancor del sasso» e del macigno ec. Dan. 

(3) Epist. lib. 1. epist. a. ad Petmm Medie. 

(4) Elegia in obitu Albierae Albitiae* 

(5) Julii Front, de agrorom mensaris. Fedi Borghini dell'ori^ 
gine di Firenze. 

(6) Son diirisi gli antiqnarj su questo Tempio » credendo al- 
cuni» che sia stato sempre Battistero : anche la statua di Marte si 
crede dai più» che fosse la statua di qualche antico Romano» Pa- 



i4 LIBRÒ TERZO 

nome di Florentia è motivo di gran questione ; fn 
tante congetture quella sembra la più verisimile 
che dal nome dei fiorii ossia dei gigli fiorentini , dei 
quali erano tanto sparse le campagne» prendesse 
il nome (7). Comunque ciò sia, è per lo più delle 

trono della Colonia ^ e se veramente era a cavallo >!' opinione è 
giusta perchè il Dio Marte non si rappresentava a cavallo. Oltre 

Snesti monumenti» gli Antiqoarj hanno trovato nella città vestig 
el circo, delle terme, ed altri antichi edifizj. Chi si compiace ai 
siffatte notizie può consultare Borghini» Diss. sull'origine di Fi- 
renze, il Manni in molte diss. ec. Pel tempio di S. Giovanni ve* 
dasi il Mei , Lettera al Borghini, ma in specie Gio. Battista NeUi, 
che con assai solide ragioni lo crede eretto nei tempi longohardid. 
(7) Forse Arvajlorentia fu convertito in Fiorenza ciò che an- 
co dalla moneta fiorino , in cui è impresso lo stesso fiore , da Santa 
Maria del fiore, e da tant' altre testimonianze vien confermato , 
essendo facile poi il convertire un giglio in un'altro^ o mutarne il 
colore, come spesso avvenne nella tazioni. Campus erat ad Mu» 
nionis ripasflorum omni genere ^ sed praecipue^ liliorum JecuR- 
dissimus. Scala hist fior. Ed allora il Mncnone passava per b 
città . U Vettori ( Fior, illustr.) sostiene che la sola parola Floren- 
tia significa Gigli traendolo dal lih. a. dei Paralipomeni ec U Me- 
nochio spiega la parola Florentia ^rjlores liliorum.ìì DotL 
Lami nelle sue Lezioni di Antichità toscane Lez. i. 2. ec. ha pre- 
teso sostenere che Firenze fosse fabbricata dagli antichi Etni- 
schi : molte delle sue congettare sono debolissime , alcune in^ 
gnose, ma tutte insieme incapaci a provarlo. U crederla città 
etrusca^ perchè la sua edificazione non è nominata nell'istoria 
romana j è debolissimo argomentq. Poche città sono state solen- 
nemente fabbricate in guisa da esseme tenuto contro dagli storici: 
moltissime son nate da poche case riunite insieme, accresciute in- 
sensibilmente, e per circostanze favorevoli, di oscuri castelli dive- 
nute poi grosse città, come è accaduto a Firenze. L'essersi sca- 
vati in Firenze, o piuttosto nelle vicinanze, dei monumenti etru- 
schi, non prova se non che Firenze è stata fabbricata sopra suolo 
etrusco . Se sopra alcuni deserti terreni , sotto i quali sono stati 
trovati importanti monumenti etruschi , fossero innan^ state hìh 
bricate terre , o castelli, 1* invenzione di quei monumenti non ca- 
ratterizzerebbe quei castelli per Etruschi : per concludere , tutti i 
barlumi delle congetture di quel dotto uomo non vaglìono a con- 
trabilanciare il silenzio perpetuo degli Scrittori suU' esistenza di 
Firenze in tempi anteriori alla deduzione della Colonia, e se era 
una città considerabile etnisca ornata di teatri, anfiteatri , bagni, 
ippodromi ec di lavoro, e tempj etruschi come sostiene l'Autore, 
.sarebbe stata qualche volta nominata come Etnisca dagli antichi 
Storici , e Geografi . 



% 



CAPITOLO SECONDO i5 
città^ come degli uomini; la loro infanzia è sepolta 
neiroblìo . Questa fu assai lunga nella città di Fi- 
renze^ e se si eccettua il passeggiero lampo di valore 
dei Fiorentini nel sostener Tassodio di Radagasio^ 
non cominciò a brillare finché non fu costituita in 
repubblica . L'estensione delle sue mura era assai 
piccola y e si trovava tutta sulla riva destra delTAr- 
no: tale fu il suo primo cerchio^ cominciando da 
levante: al canto dei Pazzi era la porta detta di San 
Pietro y dalla chiesa di questo nome situata fuori di 
essa: di qui sì volgeano le mura verso tramontana a 
Santa Maria in Campo; e poi verso al Canto alla pa- 
glia y ma curvandosi ^ ove ora è il principio della via 
dei Servi ^ era una piccola porta o postierla^ come 
allora dicevasi^ ed un'altra simile ove oggi è il 
principio di Via dei Martelli: trovavasi poi la se- 
conda porta principale al Canto alla paglia ^ detta 
Porta del Duomo, o del Vescovo; quindi curvando- 
si le mura, si giungeva alla terza porla detta di San 
Pancrazio dalla chiesa di quel nome, situata fuori 
di essa : piegandosi verso mezzogiorno trovavasi una 
postierla detta Rossa press' a poco nel luogo che 
ne ritiene ancora il nome: di qua giungevasi all' ul- 
tima Porta detta di Santa Maria, da una chiesa di tal 
nome (8): da quel punto girando le mura al luogo 
ov'è situato il palazzo dei giudici di Rota, e allora 
probabilmente Castello, detto Altafronte, includen. 
do S. Piero Scheraggio, e la Badia, si ricongiunge* 
vano a Porta S, Pietro. Dentro si piccolo spazio era 

(S) Disfatta quella Chiesa t o cangiato il suo nome , e mutata 
la porta t ha durato il loco a diiamarsi Por Santa Biaria. L'Am- 
nurato dice » La chiesa da cui prende?a il nome ritirata più 
addentro , e chiamata S* Biagio indarno cercherebbe alcuno di 
niiTeiure w. 



i6 LIBRO TERZO 

racchiusa T antica Firenze^ ed un solo ponte allori 
fuori della Città ^ nel posto ove Amo è più ristret' 
to, serviva a questa piccola popolazione > che per es- 
sere il più antico di tutti conserva ancora il nome 
di Pontevecchio (9). Oiminciando la città a libe- 
rarsi da un oppressivo governo, e a prendere vigore 
se ne aumentò presto la popolazione^ e molti sob- 
borghi furono fabbricati fuori del primo recioto. 
Divenuti questi assai estesi fu d'uopo^ e per poi^ 
al coperto dei nemici assalti, e per crescere \ en- 
trate del Pubblico coi dritti delle porte ^ cingere 
di mura la novella parte della città. Chiusa da que- 
ste la Chiesa di S. Pietro^ presso di essa fu situata 
la Porta di questo nome, e volgendosi per quella 
strada che passa d'avanti a Santa Maria Nuova, 
giuugevasi a S. Lorenzo, che ne era compreso, e la 
Porla ne prendeva il nome • Di qui circolarmente 
si veniva ad Arno, nel quale spazio erano due porte 
cioè Porta a S. Paolo , e Porta Carraia sull'Amo , e 
fra queste, due postierle^ indi le mura secondavano 
il fiume fino al Castello di Altafronte^ o Palazzo dei 
Giudici^ d'onde slontaoandosi dal fiume andavano 
nuovamente a ricongiungersi con la Porta di S. Pie- 
tro. Fu cominciato questo lavoro nell'anno 1078,6 
continuato per più anni • Nello spazio dei due se- 
guenti secoli era tanto accresciuta in specie sulla 
sinistra riva dell'Arno, òhe fu d'uopo di nuove 
mura circondarla (anno i285 ), lo che fu ospito 
coir opera di un illustre architetto , Arnolfo di La* 
pò, il qual recinto con qualche variazione è giunto 
fino ai nostri tempi. L'epoca precisa^ in cui Fi- 

(9) Malasp.» Tillanì, Varchi^ Amm. 



CAPITOLO SECONDO 17 
reDze. onninamente sottratta al dominio dei Duchi 
di Toscana , si costituisse in repubblica , non è ben 
noia. Siccome pecò il freno con cui la reggevano^ 
andaya sempre, come abbiam visto , allentandosi , 
si scorgono talora esercitarsi da Firenze, e da altre 
città degli atti di città libera, forse in quegli inter- 
valli > nei quali la poteùKa dei Duchi era indebo- 
lita , o nella loro lontananza • Alcuni però di questi 
fatti narrati dagli antichi storici sono con molta 
ragione negati dai moderni (io). Così riguardasi 
adesso come una favola che i Fiorentini, ai quali 
Fiesole dava ombra, benché tanto diminuita, nella 
festa solenne di S. Romolo che in quella città ai 
solennizzava, andati colassù in numerosa Schiera, 
quando meno se l'aspettavano i Fiesolani, date le 
mani alle armi se ne impadronissero, e smantel- 
lando le case costringessero gli abitatori a scendere 
a Firenze (11). Scarse ed incerte notizie abbiamo 
degli avvenimenti di questa città fino alla fine del 
dodicesimo secolo^ in cui si scorge la repubblica 
stabilita, e se ne comincia a conoscer più chiara- 
mente l'indole del governo. In questo non piccola 
spazio di tempo, in cui Firenze non fu intiera- 
mente serva, né lìbera, si trovano negli antichi sto- 
rici avvenimenti, che partecipano molto del ro- 
manzo: noi perciò vi passeremo sopra rapidamente. 
La potenza marittima di queste repubbliche ne fa- 
ceva ricercar spesso Tajuto da varie potenze: Ro- 



(10) Marat. Ann. d'ItaU an. i oi o* 

(1 1) Le memorìe deiranno 1027 , ci mostrano nel Diploma di 
Corrado Primo , il contado desolano distinto dal fiorentino : esi- 
steva sempre il sno Vescovo, e le lettere di Jacopo vescovo di 
quella citta riportato dall' Ughelli fanno menzione Civitaiis Fé- 
sulanae : non era dunque quella citici distrutta . 



J orno II. 



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' y 






i8 LIBRO TERZO 

berlo II Principe di Capua a dispetto dell' investi- 
tura^ e dei soccorsi di Papa Onorio II era atalo cac- 
ciato dal suo domiuio dal celebre Ruggieri 11^ con- 
te, e poi re di Sicilia ; e ad onta della Crociata ban- 
dita in suo favore , Roberto si era trovato costretto 
col Papa is tesso a ricovrarsi in Pisa a sollecitar 
Tajuto della repubblica. Mossi da zelo di religione, 
e dall'oro i Pisani^ approntarono una fiotta, e alla 
fama che Ruggieri fosse morto, Con 20 grosse navi 
trasportarono Roberto a Napoli- , otè accolto con 
quell'applauso, che ristabilita del p<Npolo suol fare 
a ogni principe ultimo giunto , credette in un mo- 
mento di divenire il padrone del regno. La flotta 
pisana si accrebbe in seguito di altre 20 navi ^ colle 
quali fu dato il guasto alla costa, saccheggiate delle 
città, e fra queste Amalfi, decaduta dall'antica 
gloria, e potenza, ma sempre assai ricca (12). Fa 
grande il bottino dei Pisani; ma la parte più pre- 
ziosa si asserisce che fossero le Pandette, perdute, 
o quasi obliate in Italia. Si controverte però il fìt- 
to, e non è questo il loco di criticamente esaminar- 
lo (i3), ma supponendolo vero, è assai onorifico ai 
Pisani che in quella età di pochi lumi, in mezzo a 
feroci, ed avidi guerrieri , vi fosse chi pregiasse tanto 
quest'opera di riputarla degna di adornare la pa- 
tria. La repubblica fiorentina credette il prezioso 
manoscritto un trofeo degno delle sue vittorie; e 
^ dopo la conquista di Pisa lo trasportò in Firenze 
^.""* ove è guardato sempre dai forestieri con una vene- 
ii35 rubile curiosità. Il supposto acquisto delle Pandette 
ha resa celebre la pisana spedizione più della cou< 

(1 3) OroDÌca varia pisana. Marat Renun. itaL tom. 6. 
(i 3) Parleremo più a lungo di tal questione a suo luogo* 



CAPITOLO SECONDO 19 
quiiU delle Baleari ^ e le questioni insorte in seguito 
su quel Codice hanno contribuito ad illustrare Tisto- ^q 
ria di quella Repubblica; ma T impresa non fini fé- n^^ 
licemente pei Pisani. Ruggieri viveva sempre: la 
morte della sua diletta moglie lo avea gettato in 
cupa melanconia per cui invisibile a tutti stava 
rinchiuso in una camera , e il pubblico avido sem« 
pre di novità y e pronto a far congetture^ e a con- 
vertirle indi in certezza ^ ne avea immaginata la 
morte . Riscosso dalla melanconia Fattivo Ruggieri nSy 
alle nuove dell'invasione di Roberto^ e dei Pisani, 
volando rapidamente di Sicilia al continente, tra* 
vati i Pisani all'assedio della Fratta, li ruppe fa» 
cendo moltissimi prigioni (i4)> ^ li costrinse a riti* 
rarsi precipitosamente col Principe Roberto a Pisa. 
Nella venuta però in Italia di Lotario III Impera* 
tore, che sostenne il Papa, ed occupò la Calabria, 
e la Puglia , i Pisani con grande armata andarono 
a coadiuvar l'impresa, occupando, e saccheggiando 
molte città della costa , ed assediando Salerno, da 
cui indi o per dispetto concepito contro V Impera- 
tore , ed il Papa , o per altro motivo non ben noto, 
si ritirarono (i5). Per molto tempo si segnalarono 
i Pisani nelle marittime imprese quasi sempre ne- 
mici dei Genovesi, e talora dei Veneziani (f 6), es- 
sendo queste le potenze che si contrastavano V im- 
pero del mare. 

Le imprese di terra avvenute in Toscana in que- 
sti tempi fra le città recentemente libere non sono 
di gran conto. Oltre la fiorentina, e la pisana erano 

(1 4) Sreviar. Pisanae historiae. Mur. Rer, Ital, tom, 6. 
(i5}Roinual. Paler. Ghron. Rer. ital. tom. 7. 
(16) DandoL in Ghron. Rer. ital. tom. i3. 



so LIBRO TERZO 

. Date in Toscana molte altre repubbliche ^ aecondo 
^•£ la forma di quei tempi , come abbiamo a suo luogo 
>> 37 osservato. Lucca nominata più volte dai classici 
scrittori (17)^ fu antica Colonia dei Romani. Nei 
bassi tempi però la sua celebrità divenne maggiore 
per essere stata più frequentemente la capitale di 
Toscana, o sia la sede dei Duchi , e Marchesi (f8), 
e aver in appresso mutata forma di governo , per 
la potenza a cui fu sollevata dall' ingegno , e valore 
di un suo cittadino (19). L^ origine di Siena non è 
si recente come è stata l'opinione di molti scrit- 
tori (ao). Siena fu anch^essa Colonia dei Roma- 
ni (21) che per esser creata tale ai tempi del regno 



(1 7) Cicer. LW. Veli. Pater. Tolom. ec Fa stabllìu Colonìi 
Rom. laS. anni avanti Fera Crist. Veli. Pater: lib. 1: Liv. lib. 4i* 
Si rammentano delle dispule fra i Pisani , e i Lucchesi a motivo 
di territorio. Liv. lib. ^S, 

(iS) Fiorentini Memor. sulla Contessa Matilde. 

(19) Gastruccio Castracani Antelminelli. 

(30) L'Istor. di Giov. Vili. lib. 1 , e. 56 » è piena di anacroni- 
smi sull'origine di Siena. Biondo Flavio» e Leonardo Bruni ap- 
Eoggiano le loro asserzioni sopra instabilissimi fondamenti . Stn* 
one» Tolomeo» e Plinio la nominano tra le città di Toscana. La 
Sena Gallica, o Sinigaglia è di origine più antica detta dai Galli 
Senoni a et claris, et Rubicon ^ et Senonum de nomine Sena » Ai 
Senesi toscani deve applicarsi il racconto di Tacito » che da essi fa 
battuto probabilmente coi pugni, ( giacché non si parla di basto- 
ni ) il Senatore Manlio . Un congetturale antiquario potrebbe tro- 
vare in tal avvenimento la disposizione di quel popolo al giuoco 
dei pugni • Manlius patritius Senator pulsatum se in Colonia 
Senensi coetu multitudinis, et jussu magistratum quaerebatur, 
vocati qui arguebantur, et cognita caussa in convictos vindica- 
tum, additumque Senatus ConsuUum , quo Senenses modestiae 
admonentur. 

(ai) Negli antichi itinerarj si trova Sena Julia più volte per 
indicare la Siena toscana: Plinio racconta le colonie stabiLte 
ce Patisca Rusellana , Senensis ec, lib. 3. e. 5. l* ingegnoso Autore 
Chorographiae Italiae medii aevi corregge il Cluveriu , che asse- 
risce Siena non esser nominata prima dei tempi di Augusto» ri- 
portando un passo di Appiano Atessand. Guerr. civil. tom. i. ofe 
si lig^e che Pompeo nella guerra di Siila contro Mario» e Carbo- 



CAPITOLO SECONDO %t 

» 

della famiglia Giulia y e probabilmente di Augusto , 
fu chiamata Siena Giulia . La sua celebrità però Anni 

A' f^ 

comincia all'epoca dell'italiane repubbliche. Come ^|h' 
Firenze e Pisa, andò ella estendendo il suo territo- 
rio^ soggiogando i Signori feudali, e si estese fino 
al mare su i desolati paesi di Populouia , e di Ros- 
sella , si occupò nel commercio , a cui apriva un 
comodo passo il porto di Talamone utile in seguito 
anche alla fiorentina repubblica, quando le fu ser- 
rato il porto pisano . Il suo governo fu simile in 
gran parte a quello di Firenze misto di nobiltà, e 
popolo, e perciò turbolento, contrastandosi spesso 
quei due Ordini la suprema autorità, e togliendo- 
sela a vicenda • Siena rivaleggiò in potenza in qual- 
che tempo colla stessa Firenze. Pisa, e Firenze, 
che erano sempre alleate, furono in guerra contro 
Lucca e Siena parimele confederate, colle quali 
era unito il Conte Guido Guerra della celebre fa- 
miglia , che ebbe tanto dominio in Italia ; ma que- 
ste furono sconfitte, e devastate le castella del Conte 
Guido dai Fiorentini: i Sanesi colti a un' imboscata 
restarono quasi tutti prigioni, ed il territorio luc« 
chese fu dai Pisani miseramente saccheggiato (122). 
Il vigore, con cui combatterono fra loro le nominate 
repubbliche, o per impulso delle fazioni, o per am- 

ne Tinse Mario presso di Siena 9 ed espugnò la Città. Ma si dere 
egli intendere la Siena toscana o la Gallica^ cioè Sinigaglia? è al- 
meno incerto. Pure sapendo dall' anterior racconto, che Pompeo 
avea disfatto Carbone presso Rimini, che Siila, in di cui favore 
militava Pompeo, assediava Mario in Prencsto , è facile congettu- 
rare, che Pompeo dopo la prima vittoria si avanzasse verso Siila 
per porgergli ajuto, e che la Siena ove segui il fatto fosse la^iena 
Gallica . Anche il racconto di Plutarco può confermare la nostra 
congettura. Vita di Pomp. 

(33) AnnaL Pis. tom. Y. rer. ital. 



9« LIBRO TERZO 

' Lizione di soprastare alle altre, ci risveglia una tri- 



^Q^ sta riflessione, che unite avrebbero potuto arrestare, 
iiS; e respingere le forestiere invasioni^ che per tanti 
secoli hanno desolata T Italia • 

I Pisani, che divenivano una delle prime potenze 
marittime, avendo preparatala spedizione contro 
Majorca posseduta allora dai Saraceni, erano in- 
quietati dai Lucchesi loro confinanti e nemici • In 
queste spedizioni si poneva sulle navi la più gran 
parte della gente atta alle armi: restando solo a casa 
le donne , i fanciulli , ed i vecchi , turba mal atta 
alla difesa, poteva agevolmente la città esser sac- 
cheggiata , e molti degli abitatori fatti schiavi : ri- 
corsero perciò ai Fiorentini • Mandarono questi a 
Pisa gente che bastasse alla difesa • Il Capitano fio- 
rentino volendo evitare i disordini che una truppa 
anche amica suol portare iA una città ove è stazio- 
nata, accampossi due miglia fuori di Pisa, dando 
i più severi ordini che niuno dei suoi soldati ardisse 
11,4 di entrarvi • Uno solo disobbedi , fu preso , e con- 
dannato alla morte : intercessero in di lui favore 
colla più gran premura i Pisani^ ma inesorabile il 
Capitano lo fece appiccare. ' 

L^ impresa delle Baleari è una delle più gloriose 
ai Pisani, La religione, l'onore, T interesse gli 
stimolavano a distruggere un nido di corsari sara- 
ceni , che in mezzo al Mediterraneo insultavano le 
coste di Francia , e d' Italia : infestavano il mare 
ponendo in schiavitù i Cristiani, interrompendo, 
e minando il commercio • Il Pontefice Pasquale II 
gl'istigava a questa impresa utile, e gloriosa: dodici 
Ambasciadori furono a lui mandati per concertarla, 
alla testa dei quali era il loro Arcivescovo Pietro, 



CAPITOLO SECONDO a3 
che fu poi il coodottiero della spedizione. 11 Papa 
mandò Bosone Cardinale come suo Legato^ e diede ^°q| 
ai Pisani stendardi ed indulgenze. iii4 

Era difficile l'attaccare isole popolate di gente 
guerriera^ e che dalle vicine coste di Affrica^ e di 
Spagna^ dominata in gran parte anch'essa dai Sa- 
raceni^ potevano ricevere grandi ajuti: non bastava 
lo sbarcarvi felicemente: conveniva formar Tasse- 
dio di piazze assai forti, e che, secondo i metodi di 
quelle guerre, duravano lungamente: facea d'uopo 
portarvi di lontano le provvisioni , e le complicate 
macchine di assedio . Non atterriti da questi osta- 
coli, ne fecero i Pisani l'impresa. Oltre l'Arcive- 
scovo Pietro principal duce, si leggono i nomi dei 
Gherardeschi, Gualandi, Visconti, celebri sempre 
nella pisana storia . I feudali Signori che dominando 
sulle coste di Provenza, di Linguadoca^ di Catalo- 
gna, bramavano la distruzione di quei barbari, co- 
me Guglielmo Signore di Montpelieri, Almerico di 
Narbona, Raimondo Conte di Barcellona, vennero 
personalmente con dei gran rinforzi. 1 soli Geno- 
vesi, benché avessero lo stesso interesse, non dettero 
che delle vane promesse: forse videro il tentativo 
assai difficile; né dispiaceva loro, che la potenza 
pisana, che era forse la dominatrice del Mediter- 
raneo, fosse umiliata da qualche disgrazia. Se i 
racconti non sono esagerati, tra grandi e piccoli 
era la flotta pisana composta di 5oo legni (sS). Tre 
sono queste Isole, che si stendono dalla costa di 
Valenza verso il Sud, Ivica la più vicina alla co- 
sta, Minorca la più lontana, Majorca situata in 

(a 3} Tronci Ann. Pis. ann. 1 1 1 4* 



94 LIBRO TERZO 

^^ mezzo « Pare che V armata pisana cominciasse Tat- 
^"^\acco sulla prima (a4)> e che in dieci giorni in 
>>i4 circa s'impadronisse dopo molti assalti delle prin- 
cipali città ^ di cui ruinò intieramente le fortifi- 
cazioni j liberando gran quantità di schiavi cri- 
stiani; passata indi alla principale, cioè a Majorca 
o v'era la forza maggiore degU inimici, vi trovò 
la più gran resistenza . Prima che i Pisani si acco- 
stassero alla principale città ^ sostennero dei feroci 
attacchi dai Saraceni, che li assalirono a campo 
aperto, e in ordinata battaglia {^5). Sconfitti però 
più volte si ritirarono nella principale lor città, ove 
furono assediati ; e per molto tempo varia fu la for- 
111^ tuna della guerra. Nei molti assalti si distinsero 
con segnalati tratti di valore oltre varj Pisani, Gu- 
glielmo di Montpelieri, e Amerigo di Narbona, e 
il Conte di Barcellona , che vi restò malamente fe- 
rito: furono però i Pisani replicatamente respinti^ 
ed insultati dai Mori. La lunghezza dell' assedio, 
il cattivo nutrimento, l'aria poco sana risveglia- 
rono una epidemia pericolosa nell' esercito : i Signori 
ausiliari minacciavano di abbandonar l'impresa: 
mancavano le vettovaglie, e i denari; era nato Io 
scoraggimento, e il desiderio di ritirarsi .Giunte le 
nuove a Pisa, si fecero nuovi sforzi, e si animarono 
i difensori, i quali avendo in più volte superato il 
triplice recinto delle mura, finalmente presero la 
città per assalto, avendola i Mori contrastata palmo 

(94) li Tronci la confonde con Mlnorca che chiama Ebuso. 
K noto che Ebuso era Ivica. Clnver. IntrocL ad Geograph. 10). 
9. cap. 7. 

(a5) Non bisogna prestar fede all' esagerasioni de^li annali 
pisani 4 e del Tronci, che fa ascendere a 70 mila fanti» 3 vèìÌè 
cavalli > e 4 mila arcieri i Saraceni* 



CAPITOLO SECONDO a5 
a palmo • Minorca seguitò presto il fato della prin< 
cipale isola (26) . Il numero dei Mussulmani truci- di e. 
dati, dei Cristiani liberati dalle catene eccede la>^>7 
probabilità: il bottino fu immenso; Tóro^ le gem- 
me, le preziose spoglie, frutto delle rapine di tanti 
anni di quei corsari, cadde in preda dei vincitori, 
e fu tra loro diviso. La fama di questa vittoria 
riempiè di giubbilo il mondo cristiano. Ritornarono 
i Pisani in trionfo « Il suolo conquistato non parve 
sepolcro decente pei loro morti, onde s'imbarcaro- 
no quelli forse più distinti; e per non funestare la 
gioja del ritorno con questa vista lugubre, furono 
sepolti in Marsiglia nella Badia di S. Vittore, con 
una iscrizione clie esisteva ai tempi del Tronci. 
Fra i prigionieri che adornavano il trionfo si con- 
tava la moglie, ed il figlio del re di Maiorca Nuz- 
zaradeolo, morto nel tempo dell'assedio, e Burabè, 
che eragli succeduto. La Regina ed il fi^io diven- 
nero cristiani (2']). Questo giovine, che si dipinge 
come saggio, e modesto, ascritto fra i canonici 
della Cattedrale di Pisa, indi per testimonianza del 
Tronci , rimandato a governare il suo nativo paese 
di Majorca come re, o almeno governatore, è uno 
dei tanti esempi dei scherzi della sorte. 1 Pisani 

(a6) Tronci Ann. Pisan. an. 1116. Sreuiarium histor. Pisa- 
noe rerum Italie, Script. Tom. 6. Gesta Triumphal. Pisan. 

ihidiCTn • 

(37) Sono attestati questi fatti dalla seguente Iscrizione situaU 

nella facciau della Cattedrale . 

„ Regiae me...* genuit^ Pisae rapuere . . > . 

„ Hic ego cum nato bellica praedafui. 
„ Majoricae regnum tenui, nunc condita saxo 

„ Quod cernis jaceojine polita meo . 
„ Quisquis es ergo .... memor esto conditionis , 

„ Atque pia prò me mente precare Deum . 



aG LIBROTERZO 

clonarono della ricca preda riportata , còme nn mo- 
dfc. numento perenne di gratitudine, ai Fiorentini guar- 
i>i7 dianì della loro città le due colonne di porfido, che 
stanno ancora inoperose accanto alla porta di San 
Giovanni. Questa impresa fu compita nello spazio 
di due anni (a8) in circa : poteva essere tema de- 
gno di un epico poema , giacché la religione^ la glo- 
ria , il pubblico vantaggio delle nazioni , che navi- 
gavano nel Mediterraneo , erano atti a risvegliare 
Teroismo più dell'impresa degli Argonauti, o del- 
Tassedio di Troja; e se il Diacono Pietro Vernense, 
che con barbaro stile ha cantato in sette libri di versi 
latini quell'impresa , avesse avuto V immaginazio- 
ne , e la coltura di Omero, di Marone , e di Tor- 
quato, le gesta dei Gherardeschi, dei Gualandi, dei 
Visconti, che ora son coperte di oblio, suonerebbero 
per le bocche degV Italiani (29). 

Siffatta conquista accrebbe al sommo la forza 
della pisana repubblica . Aveva essa, sulle priaci- 

(a 8) Dice il Troncì che i Pisani partirono nell'anno 1 1 1 4 , 
6 Agosto 9 e che V impresa restò compita il di 3 di Aprile 1117. 
Ma egli s'inganna. Yi sono però molti imbarazzi nella Cronolo- 
gia : giacché nella Cronica intit. Gesta Triumpk, Pisan, si pone la 
presa di Majorca , e il ritorno dei pisani neuan. 1116. L'UgheUi 
nel Catalogo degli Arcivescovi Pisani deduce con pih certezza 
che r impresa fu compita negli anni iii4e i5,eil Poeta L. Ver* 
nense più autorevole di tutti perchè scrittore contemporaneo , ed 
autore di un poema latino ove descrive la spedizione , lo termina 
con questi versi : 

Tuncfuit a Christo tecto Qelamine camis 

Centenus quintus decimus miìlesimus annus • 
Era esso Diacono dell'Arcivescovo Pietro , non si sa la sua patria ; 
alcuno lo ha creduto Veronese tramutando Vemensis in Verona^ 
sis : non potrebbe esser egli di Vernio ? si trova il suo Poema nel 
Tom. 6. Murat. rer. ital. script. Per questa impresa vedi il citato 
poema; il Tronci; Gesta triwnphaUa per PisanoS: Breviarum, 
Pisanae historiae etc, frammenti riuniti nel Tom. 6. Rerum 
Italie, script. 

{jy) La potenza delle lettere; e in specie della Poesia ad onta 



CAPITOLO SECONDO a; 
pali coste dei mari allora navigabili y grandi stabi- 
limenti : col possesso della Corsica, della Sardegna, ^^ 
delle Baleari dominava una gran parte dell' occi- 1 1 1 7 
dentale Mediterraneo, con quelli della Siria Torien^ 
tale ; e presso Asof nel mar Nero un porto , a cui 
avea dato il nome di porto pisano, e lo conservava 
fino nel decimoquinto secolo. Questi stabilimenti 
rendevano il suo commercio il più florido : non è 
da maravigliarsi pertanto se Temula sua perpetua, 
Genova , che avea veduto terminar V impresa delle 
Baleari con successo tanto differente da quello avea 
sperato , ne prendesse maggior gelosia . Si ruppe la nao 
guerra fra di esse: combatterono con varia fortuna: 
i successi son variamente narrati dai genovesi, e 
pisani storici (3o). Alla gelosia di commercio si 
aggiungeva la vanità: mal soffrivano i Genovesi, 
che alla sede arcivescovile di Pisa fossero soggetti 
i vescovi di Corsica • Il Papa Callisto II che tolse 
air arcivescovado di Pisa quel lustro , invece di se- 
dare , accrebbe V incendio. Seguitò gran tempo que- 
sta piratica guerra, i successi della quale però pare 
fossero poco favorevoli ai Pisani (3j). 

dei saoi detrattori sark sempre grandissima per dare, o toglier Ut 
fama 9 e si avvera sempre l' aureo detto di Orazio . 

• . • . non semel Ilios vexata non pugnavit ingens 

Idomeneus , Stenelusve solus 

Vixerefories ante Agamennona 

Multi ^ sed omnes illacrimahUes 

Urgentur orco ignotiquelonga nocte^ careni quia vate sacro. 

Lib. 4* Ode 9. 

(3o} Vedi Caffar. Lib. &. Ann. Pis. Marat rerum Italie. 
lom. 6. 

(3 1) Gafiar. lib. 1. Ugbelli lul sacra . 



a8 LIBRO TERZO 



CAPITOLO III. 

SOMMARIO 

Discesa in Italia di Federigo L Dieta di Roncaglia, Diritto im- 
periale delle Regalie ammesso . Ribellione delle Città Italiane, 
e lega Lombarda • Pace di Costanza . Nuova lega delle dita 
di Toscana, Investitura della Sardegna data da Federigo ai 
Pisani • jiyvenimenti in Oriente* Odj tra i Pisani e i GenovetL 

xVndava sempre più consolidandosi il governo re- 
pubblicano delle ciltà italiche^ che in mezzo anche 
a qualche turbolenza , ond' erano agitate y il com- 
mercio rendeva ricche e potenti. Contro la nascente 
loro libertà e industria, sorse frattanto una tempe* 
sta pericolosa • La mancanza di forza, e di consiglio 
dei passati Imperatori avea rallentate tanto le redi- 
ni del regio potere su quelle, da dare loro agio final- 
mente di porsi in libertà. Era comparso sul trooo 
imperiale Federigo I della casa di S?evia, principe 
pieno di talento, di coraggio, e di orgoglio, avido 
di gloria, e di stati, che mal soffrendo la perdila 
dei dritti imperiali sulT Italia, venne con potente 
esercito per riconquistarli. La sua presenza sparse 
il terrore da per tutto. Le città lombarde, contro 
seni fu diretta specialmente la marcia, erano fra lo- 
j°^* ro discordi, onde non poterono validamente oppor- 
iiao segli. I Milanesi, già rei ai suoi occhi di avere spre- 
giati gli ordini imperiali, soffrirono specialmente la 
sua rabbia: stretta Milano di assedio, fu obbligata 
alla più umiliante capitolazione, preludio alla tota- 
le sua distruzione , che avvenne 4 anni dopo per le 
stesse armi. Intanto tutte le città di Lombardia at- 



CAPITOLO TERZO 29 

terrìte da questo attivo Imperatore^ intimate a man- 
dare ì loro deputati alla gran Dieta di Roncaglia ^f^ 
sul Piacentino^ ubbidirono prontamente. In quella >*ao 
Dieta espose diffusamente Federigo gì' imperiali 
dritti sull'Italia, ne mostrò la violazione; e perchè 
una vernice di equità meglio colorasse ciocché era 
abbastanza sostenuto dàlia forza dell' armi , fra i 
principi ecclesiastici, e secolari, fra i deputati del- 
le città (i) fece intervenire alla Dieta alcuni dei più 
celebri Professori legisti della Università di Bolo* 
gna, il Bulgaro, il Gosia, Jacopo, ed Ugone da 
Porta Ravegnana , che decidessero sul dritto delle 
regalie controverso tra le italiane città, e l'Impe- 
ro, ^iuna scienza è piò pieghevole della legge; e 
la sottigliezza delle interpetrazioni sa trovare delle 
ragioni invisibili all'occhio del senso volgare. Quei ii38 
Legisti altamente onorati , e premiati da Federigo, 
non mancarono di trovare le pretensioni imperiali 
le più giuste . I Deputati delle città non contradis- 
^ero, credendo che un possente sovrano alla testa 
di un numeroso esercito non potesse aver torto. Gli 
furono perciò unanimemente concesse le regalie (2). 
Gli Uifiziali però, e i Potestà mandati dall'Impe- 
ratore a governare le città sottomesse, esercitavano 
con durezza un impero, che anche dolce dovea mal 
soffrirsi da popoli usati al libero governo. Si ribel- 

(1) Pisa era del partito di Federigo , e come depalati» e legi- 
sti intervennero alla Dieta per quella città Tacito Duodi , Onorio 
Lanfrancbi^ e Rosso Botta cci» tutti tre dottori, onorevolmente ri- 
cevati daU' Imperatore. Tronci Ann. Pis. 

(a) Le Regalie sono spiegale da Radevico, lib. a. cap. 5. Tum 
episcopi quum prima tes et civitates uno assensu, uno ore in ma^ 
num principis regalia reddi olere .... DucatuSf marchius, comi* 
taius, consulatus, monetai, telonia-.fodrum, tfCttigalia, portus, 
pedatica , etc. 



3o LIBRO TERZO 

laroDO le oppresse ci Uà, e ammaedirate dagli ante- 
dÀc] ^^^^^ av veni menti si unirono insieme formando la 
li 38 celebre Lega Lombarda, fomentata dal Papa ^ dal 
re di Napoli, e fino dal greco Imperatore, nemici 
di Federigo. Potè questa Lega fer fronte alle di lai 
forze; consumato il suo esercito all'assedio di Roma 
1 183 per una epidemia assai comune in queiraria, Federi- 
go si trovò obbligato a ritirarsi col miserabile avanzo 
dei suoi guerrieri , e dopo piccole azioni , e inutili 
tentativi esci precipitosamente d'Italia , costretto per 
salvarsi fino a travestirsi. Ansioso però di recupera- 
re l'autorità sulle ribellate città, tornò con grosso 
esercito in Italia. Dopo varie infruttuose negozia- 
zioni , l'esercito imperiale venne alle mani eoo 
quello delle città collegate fra Legnano, e il Tici- 
no: fu sanguinosa ed ostinata la battaglia , ma 
l'esercito imperiale restò totalmente sconfitto ad 
onta delle maggiori prove di talento, e di personal 
valore date da Federigo . Questo colpo rovesciò la 
sua potenza in Italia • Cominciò ad ascoltar voci di 
accordo; e finalmente, dopo varj negoziati si fece la 
celebre Pace di Costanza, in cui si stabilirono i pri- 
vilegi, e la libertà delle città longobarde (3). Non si 
era mescolata in questi avvenimenti , né aveva ade- 
rito alla Lega alcuna città di Toscana , ma irritate 
ancor queste dall' intoUerabil governo tedesco , ne 
scossero il giogo, e le città principali di Toscana, 
Firenze, Lucca, Siena, Arezzo, Perugia (eccetto 
Pisa, sempre aderente all'Impero) formarono ira 
loro una nuova lega (4). Nel trattato di Pace di 

(3) Sìgon. de regno ital. lìb. 1 5. 

(4) Vita Innocen. 3. apud Murat diss. 48. CMtates Tusddu 
propter importahilem jélemannorum tirannidem , secieiatem im- 



capìtolo terzo 3i 

Costanza , olire il riconoscere la libertà delle città ^^^^ 
longobarde, Federigo si trovò obbligato a ceder le ^\(^ 
regalie. Restò solo Inailo dominio all'Imperatore. «^^^ 
Si eleggevano le città i loro Consoli , che doveano 
esser confermati dall'Imperatore, obbligo che andò 
presto in disuso: si riserbavano alla sua autorità 
gli appelli , e il dritto di decider le questioni tra le 
Comunità, e i Signori confinanti: fu costituito per- 
do in Italia un Vicario imperiale, e a questa carica 
fu scelto Obizo di Esle , e si stabili su questa base 
la libertà italiana . La lega Lombarda formava 
uua repubblica federativa ^ nella quale ogni città si ^ 
regolava independentemente dalle altre nei suoi 
affari interni: ma per gli esterni, che riguardavano 
la pace, la guerra, la comune sicurezza, esisteva un 
generale Consiglio formato dai Rettori , deputati 
delle varie comunità, che dirigeva i pubblici, e 
comuni negozi . Questo decideva le liti che nasce- 
vano fra le città collegate; e quella che avesse re- 
cusata la decisione era messa al bando dei Lombar- 
di. Si rinvigoriva questa Lega, di cui si era prova- 
to il benefizio, quando qualche estera potenza mi- 
nacciava ritalia, e se fosse durata l'avrebbe assicurata 
dall'estere invasioni si frequenti. Pare che disgrazia- 
mente per questo infelice paese non si sostenesse 
che poco più di un secolo ^ restando distrutta nelle 
fazioni dei Guelfi e dei Ghibellini, che nacquero 
in seguito, e che non solo città da città, ma divi- 
sero con le più sanguinose agitazioni cittadini da 
cittadini, e parenti da parenti. Pisa, come abbiamo 
notato, non ebbe parte ne alla lega Lombarda , ne 

vicem inierunt praeter Chitatem Pisanam, quae unquam potuU 
induci ad hanc societatem • 



3a LIBRO TERZO 

-.alla Toscana. Federigo con tutti gli artificj avea 
di G. cercato di guadagnarsi Tamicizia delle potenze ma- 
ii83 rittime (5), disegnando far uso delle forze loro con- 
tro Guglielmo Re di Sicilia. L'importanza, che 
questo guerriero Sovrano poneva neiramicizia dei 
Pisani, è dimostrata da molti fatti. Oltre i vari 
privilegj y che concesse a Pisa , soffrì talora anche il 
tuono orgoglioso, con cui osò di parlargli quando 
si credette offesa: Barisone, cittadino pisano, uno 
dei Giudici, Governatore della parte della Sarde- 
gna detta jirborea, ebbe la vanità di farsi dichia- 
rare Re di queir Isola , ed offerendo a Federigo 4000 
marche di oro colla mediazione dei Genovesi, ne 
ottenne il titolo. Non potendo sborsar però i dena- 
ri, era in procinto di andar cattivo in Germania; 
pagarono per lui i Genovesi , ma Barisone ebbe la 
sorte del Re Teodoro , restò prigioniero insolvente 
dei Genovesi. I Pisani spedirono a Federigo un 
Console, che gli rimproverò un'ingiusta concessio- 
ne in termini altieri (6) , e protestò che ì Pisani si 
sarebbero opposti con tutte le loro forze , come ve- 
ramente fecero occupando colle armi TArborea. 
L'anno appresso però Federigo per riconciliarsi con 



(5) Si veggano le ampie concessioni fatte da Federigo ai Pi- 
sani nel Diploma riportato dal Tronciy in cai specialmente si con- 
cedono loro città» e terre di Sicilia sotto la speranza di futura con- 
quista. Guntero Ligurino, lib. 3 descrivendo il passaggio di Fe- 
derigo aggiunge : 

Occurrere Duci proceres quos bellica Pisa 
Miserai aequoreis celeberrima Pisa triumphis, 
Pisa peregrinis stalio bene nota carinis, 
Hos jubet in Siculum condicio iempore regem 
Cogere belligeras atque emunire carinas , 
Vedi TroQci , Annali Pisani . 

(6)Gom^ mai, gli disse, per pochi denari potesti concedere 
ad altri quello che non è tuo? Eolici* hisi» genuen, lib, a. 



CAPITOLO TERZO 33 

essi 9 persuaso aocora dall' oro y rivocò il privilegio y 
concedendo la Sardegna ai Pisani, e dandone Tin- ^ic. 
vestitura al loro Console: e in fatti Pisa abbracciò ^^^^ 
sempre! suoi interessi. Fino dall'anno 1167 per 
istigazione di Federigo i Pisani mandarono dodici 
galere sulla spiaggia romana^ che rimontato il Te- 
vere, e giunte presso Roma, infestarono i contorni, 
impedirono il trasporto dei viveri , e costrinsero 
quel popolo a condescenderé alle richieste imperia- 
li (7). Desiderando Federigo gl'istessi servigi dai »>97 
Genovesi^ avea tentato di por d'accordo le due re- 
pubbliche, ma invano; quantunque il suo Arcican- 
celliere Cristiano^ Arcivescovo di Magonza , non 
aderendo i Pisani alle sue proposizioni conciliato- 
rie, gli avesse messi al bando dell'Impero: tuttavia 
lo stesso Federigo ristabili poi fra loro almeno una 
breve apparente riconciliazione (8). 

Non più di 188 anni conservarono i Cristiani 
Gerusalemme, frutto di tanto sangue, e tante fati- 
che . Saladino , Soldano di Babilonia e di Egitto, 
ne fece la conquista. Questo Principe è riguardato 
dai suoi amici , e dai suoi nemici come pieno di 
eroismo, di generosità, e di prudenza ; e i tanti rac<* 
conti, molti dei quali probabilmente favolosi, mo- 
strano almeno l'opinione delle sue grandi qualità, 
la quale quando è universale ha sempre una base 
vera. Questi è probabilmente quell'Eroe prognosti- 
cato da Ismeno nella Gerusalemme Liberata , al 
fuggitivo Soldano; per consolarlo in mezzo alle sven- 
ture, in leggiadri, e sublimi versi, pieni di gran- 



(7) Ann. Pis. Tom. 6. rer. Ital. 

(S) AnnaL Pitaa. Caffar. Ann. genuan. lìb. 3, 

TBmo //. 



34 LIBRO TERZO 

^dezza^ e di verità (9). Tentò il Soldano cacciare i 

die. Cristiani da tutto il resto del paese, che tenevano 

**^7in Scria: nella valorosa difesa che fece la città di 

Tiro dalle armi asiatiche, difesa che onorò tanto 

Corrado Gglio del Marchese di Piemonte , ebbero 

non poca parte i Pisani, coirajuto dei quali avea 

1188 già battute due volte le navi nemiche . La^ pisana 

flotta scorrendo il mare prese molti legni destinati 

(9) Interrogato Ismeno dal Soldano sul£ esito di quella guer- 
ra risponde : 

Ma eh' io scuopra il futuro , e ch'io dispieghi 
Dell'occulto destin gli etemi annali , 
Troppo è audace desio , tropp'alti preghi; 
^on è tanto concesso a noi mortali: 
Ciascun quaggid le forze » e il senno impieghi 
Per avanzar fra le sciagure^ e i mali» 
Che sovente addivien che il saggio » il forte 
Fabbro a se stesso è di beata sorte . 



Ma pur dirò> perchè piacer ti debbia. 

Ciò che oscuro vegg io quasi per nebbia : 
^^S^ìo 9 o parmi vedere , anzi che lustri 

Molti rivolga il gran pianeta etemo t 

Uom che l'Asia ornerà co* fatti illustri 

£ del fecondo Egitto avrà il governo : 

Taccio i pregi dell' ozio , e Farti industri. 

Mille virid cne non ben tutte io scerno: 

Basti sol questo a te » che da lui scossa 

Non pur saranno le cristiane posse, 
Ma infìn dal fondo suo l'impero ingiusto 

Svelto sarà nelle ultime contese ; 

E l'afflìtte reliquie entro un angusto 

Giro sospinte, e sol dal mar difese. 

Questi fia del tuo sangue ec. 
r^on è da omettere ciò che narra Bernardo Tesoriere (Cronic cap. 
i65. rer. Ital. script.) che una gran quantità di Cristiani cacciati 
di Gerusalemme si ricovrò ad Alessandria di Egitto, ove fonino 
beo trattati e nutriti dai Ministri di Saladino: che comparse ivi al 
marzo la flotta dei Veneziani» Genovesi, e Pisani « furono imbar- 
cati coloro che aveano da pagare il nolo, e rigettati gli altri. Ciò 
inteso il Governatore Saraceno, riprese aspramente i Comandanti 
sulla poca carità verso i loro fratelli, a cui la generosità di Saladino 
avea risparmiata la schiavitii: gli fece ricevere sulla flottategli 
a p provvisionò di biscotto a sue spese. 



CAPITOLO TERZO 35 

a portare i TÌT^ri alle armate di Saladino: indi, 
perseguiUfndo nove galee piene di n^unizioni, e di ^c. 
viveri^ costrinse i barbari a porvi il fuoco per set- *>^^ 
trarle al nemico (io). Queste ripetute perdile co* 
ftrìnsero il Saladino a levar l'assedio da Tiro, fa- 
cendo per isdegno e dolore tagliar la coda al proprio 
cavallo^ per spronare i suoi soldati alla vendet- 
ta (ii) . Fu però questo an piccol vantaggio dei 
Cristiani per tante perdite: non restarono ad essi 
di tutte le conquiste che le tre sole città di Tiro^ 
Àntiodiia, e Trìpoli. La nuova della perdita di Gè- 
rosalemme, spargendo per tutta l'Europa il dolo- 
re, e la vergogna, riaccese nuovamente gli spiriti 
raffreddati a quella impresa. Il principale attore in ns^ 
questa guerra fu il celebre Federigo Barbarossa 
Imperatore 9 che spinto o dalla gloria, o dalla reli- 
gione, o dai rimorsi di tanto sangue sparso^ e di 
tanti oltraggi fatti ai pontefici, credette soddisfare a 
tutto con questa impresa , conducendo seco anche 
ino figlio: molti Italiani vi accorsero: una grossa 
Dotta vi fu condotta dai Veneiiani, a cui unirono 
la propria i Pisani guidati dal loro Arcivescovo 
Ubaldo . Nel tempo che Tlmperator Federigo si era 
irrestato in Grecia trattenuto dalla mala fede, e 
dalle insidie dei Greci, Guido re di Gerusalemme, 
:he Saladino avea messo in libertà, postosi alla te- 
ita dei Crociati, che in grandissima quantità erano 
[ionti a Tiro da varie parti dell'Europa, e in spe- 
:ie d'Italia , mise l'assedio a Tolemaide, ossia Acri. 

(io) Reram ital. Scrlp. Bem. Tesor. 

(il) Licar. Epìs. Cronic. rer. Ital. Tom. 7. Sì congettura ch« 
■ questo atto di Saladino nascesse il costume dei Turchi di attae- 
irie code dei cavalli allo ftendardo per segnale guerriero. Mur. 
Jin. dlul. anno 1187. 



n 



36 LIBRO TERZO 

'^^Si trovò alla testa dei Pisani il loro Arcirescovo 
ai e. Ubaldo : mentre V assedio si continuava col pia 

1189 grand' ardpre^ il vigilante Saladino vi accorse con 
una potente armata^ e si postò in guisa ^ che gli a^ 
sediatori divennero quasi assediati: si diedero cU 
ambe le parti le maggiori prove di valore: atavaoo 
per restar soccombenti i Cristiani , mancanti di 
tutto y quando Tarrivo di una numerosa squadra di 
Frisia 9 e di i)animarca portò loro ajuto di armati, 
e dì vettovaglie. Intanto Federigo, passato in Asia, 
dopo molte valorose azioni, bagnandosi per evitare 

1190 il caldo nelle fredde acque del fiume Salef in Ar- 
menia, ebbe la disgrazia di esser come Alessandro 
Magno sorpreso da un insulto morboso, ma dissi- 
mile nell'esito, perchè in poche ore restò nlo^ 
to (12). Prese il comando dell'armata il suo figlio 
Federigo, e seguitando il viaggio verso Tolemaide, 
perdette la maggior parte delle sue genti; giunse 
con piccola scorta a quella città, ove dopo poco 
tempo finì di vivere. Seguitò ancora T assedio per 
due anni circa , ricevendo sempre i Cristiani nao¥Ì 
soccorsi, e giuntivi finalmenre i re di Francia, e 
d'Inghilterra, con grandissime forze fu presali 
città: e il feroce Riccardo re d'Inghilterra fece ta- 
gliare a pezzi cinque mila Saraceni. Questa barlian 
azione fu un vergognoso contrasto colla generosità 
di Saladino di sopra narrata. Era intanto succesR) 
neir Impero a Federigo il suo figlio Arrigo VI mAìo 
dissimile dal padre nella grandezza di animo, e 
nel valore. Avea egli sposata Costanza, che figlia 
del Re Guglielmo di Sicilia privo di altra prole, 

(1 a) Altri dicono che vi affogò . 



CAPITOLO TERiO 57 

portava seco i dritti di quel regno . Alla morte pe- 
rò di Guglielmo furono usurpati ì suoi stati da Tan- di G. 
credi Conte di Lecce. La sollecita morte di questo **9o 
usurpatore, e del suo primogenito Ruggieri, l'in- 
fanzia di un pupillo restato sotto la tutela della 
Regina Sibilla , invitarono Arrigo a riconquistare 
quelli stati: volendo invader Napoli, e la^ Sicilia 
avea bisogno di forze marittime: guadagnò pertan- 
to colle più larghe promesse i Genovesi, ei Pi- 1194 
sani (i3). Furono felici i progressi della sua arma- 
ta; ma Todio inveterato tra i Pisani, e i Genovesi 
die origine a molti sconcerti . Bramo stazionate a 
Messina le loro flotte: gli scambievoli insulti, che 
l'odio nazionale sempre genera, gli fece venire al- 
le mani in mare, e in terra • La strage , il saccheg- 
gio dei loro fondachi in Messina fu scambievole, e 
i mezzi usati per aggiustargli dall'imperial Siniscal- 
co non furono che palliativi. Arrigo impadronitosi 
di Sicilia esercitò il breve suo impero con uno scet- 
tro di ferro . Violando la fede data , impngionò la 
Regina col figlio, che avea promesso crear Duca di 
Lecce: fece morire, e acciecare molti dei principali 
baroni^ e per insultare fino 1« ceneri dei morti, 
schiuso il sepolcro di Tancredi , e del figlio Rug- 
gieri, fu per suo ordine strappata loro dal capo la 
corona: ninna mantenne delle magnifiche promesse 
ai Pisani , e ai Genovesi: privò i secondi fino del 
dritto di tenere il Console nei porti di Sicilia , e la- 
gnandosi essi di tanta ingiustizia, li minacciò di 

(i3) Ai primi oltre il prometter Siracnsa disse —-che dopo 
Ko riconoscerebbe da essi qael Regno — Eritque non meum sèd 
mstrum — Caffar. Ano. gen. Ai Pisani fin di allora concesse la metà 
K Palermo , di Messina , Salerno , e Napoli, tutu GaeU , Trapani • 
t llaxxara# quando fossero conquistate • ,^ 



38 LIBRO TERZO 

distrugger Genova. Tornò in Germania carico di 
oro^ e di esecrazioni delle spogliate provincie. Si 
mantenevano sempre gli od j ^ e le ostilità tra i Pi- 
sani^ ed i Genovesi. Aveano i primi occupata Sira- 
cusa. Udita si fatta nuova i Genovesi, mossi dal- 
l'isole del Levante, ove si trovavano con una sqoa* 
dra,non osando soli attaccarli, giunti a Malta tras- 
sero nel loro partito Arrigo Conte di queir Isola, 
celebre Ammiraglio, o Pirata di quei tempi, e qdì- 
te le due armate assalirono Siracusa, e dopo sette 
giorni di ostinato contrasto se ne impossessarooo, 
facendo gran strage dei Pisani (i4)* Invano nel se. 
guente anno tentarono i Pisani riguadagnarla ^ at- 
taccandola per mare, e per terra. 11 Conte di Mal- 
ta , restatovi alla custodia , valorosamente gli re- 
spinse. 

(14} Caffi Ah. Genae. lib. 4* 



3» 
CAPITOLO IV. 

SOMMARIO 

Oovemo Repubblicano in Firenze, Demolizione divarj Castelli 
feudali. Dissensioni inteme. Fazione dei Guelfi, e Ghibellini^ 
Guerre con Pisa » e con Siena . Guerra dei Pisani coi Genove- 
si, Federigo JI Imperatore, e Pier delle Vigne, Diverse fa- 
zioni in Toscana, Monete battute in Firenze, Imprese deiFiO" 
ventini, "Nuove guerre e imprese dei Pisani, Turbolenze in Fi' 
reme. Battaglia di Monteaperti tra i Guelfi e i Ghibellini, 

In questo tempo la città di Firenze era andata 
crescendo in popolazione^ e in ricchezze. I suoi 
cittadini simili alle api industriose lavoravano in 
silenzio; le manifatture di ogni genere, e in specie 
quella della lana, di utilità tanto universale, vi 
erano incoraggite, e premiate* Benché non sia ac« 
certato con sicurezza il tempo preciso, in cui Fi- 
renze si costituisse in vera, e stabile Repubblica, 
ciò dovea essere avvenuto assai prima della fine del 

XII secolo. L'autorità imperiale abbattuta dalla 
Lega Lombardica; T indipendenza di questa rico- 
nosciuta dall'Imperatore nel trattato xii Costanza , 
aprivano la strada alla libertà anche delle città to- 
scane; e quantunque più tardi queste formassero la 
toscana lega, e qualche avanzo di autorità restas- 
se agl'Imperatori, o piuttosto ai loro ministri, andò 
questa presto svanendo; e al principio del secolo 

XIII si trova il governo di Firenze stabilito in vera 
fornoia repubblicana . I primi magistrati delle città 
lìbere furono i Consoli, nome consacrato alla liber- 
tà della romana grandezza. Le città d'Italia appe- 
na postesi in libertà, presero questi rettori: in di- 



4o LIBRO TERZO 

versi tempi il numero fu vario: alcuni amministra- 
vano gli affari politici^ ed erano detti Consoli mag- 
giori (i), ad altri erano commessi i civili, e crimi- 
nali piati. Siffatte Magistrature si adottarono anche 
dalle terre, e castelli per voglia d'imitare le grandi 
repubbliche. Nei primi tempi talora anche il Ve- 
scovo entrò a parte del governo politico^ special- 
mente se qualche dritto ne avea ricevuto dall' Im- 
peratore, se era decorato del titolo di conte, e se 
la sua ricchezza, e dominio gli dava una potenza 
straordinaria , come al Vescovo di Arezzo . Dopo 
qualche tempo però» o la parzialità dei Consoli pei 
loro amici, o le dissensioni che nascevano nell'am- 
roinistrazione, o le discordie dei cittadini nell'ele- 
zioni, £ece prima diminuire l'autorità di questi 
Magistrati, indi a poco a poco abrogarla, e s'istitai 
la carica di Potestà. La legge stabili ch'esser do- 
vesse forestiero, perchè privo di relazioni, di ami- 
cizia, o di parentela potesse con maggiore integrità 
esercitar la giustizia, e terminato Tufizio partendo- 
si, non si trovasse esposto al risentimento, e alle 
vendette a cui la giustizia anche esattamente am- 
ministrata espone talora i più incorrotti giudici. 
Non sdegnavano quel posto i primarj Signori. Era 
perlopiù ornato il Potestà del cingolo militare, 
giacché nelle occasioni marciava alla testa delle 
truppe, conduceva seco una corte splendida, e per 
amministrar la giustizia, alcuni assessori, o giudici 
civili, e criminali. Il suo ufizio si ristringeva al 
termine di un anno, e di rado ottenea la confer- 
ma : niun suo parente lo poteva accompagnare , e 

(i) Sututi della GitUi di Pìstoja. 



CAPITOLO QUARTO 4j 

di rado 8Ì permetteva alla stessa moglie: era vieta • 
to al Potestà e ai suoi ministri il familiarizzarsi 
cogli abitanti, e dare, o ricevere da essi pranzi, e 
cene. Nella prima istituzione essendo tanta l'auto- 
rità di questa carica, o che ne abusassero i Potestà, 
che paresse al popolo che egli troppo favorisse la 
nobiltà , o la gelosia repubblicana non vedesse sen- 
za timore riuniti nella stessa persona il poter civi- 
le, criminale, e il comando delle truppe, fu l'au- 
torità divisa, e si creò il Capitano del popolo, che 
non solo lo conduceva alla guerra, ma nelle sedi- 
zioni e tumulti interponeva l'autorità, e la forza. 
L'ufizio del Potestà fu poi limitato quando in ap- 
presso si elessero i Priori, e poi il Gonfaloniere . 
Questi Magistrati furono per lo più comuni alle 
città libere d'Italia, e perciò di Toscana, non sen- 
za però molte variazioni, e modificazioni in varj 
tempi , che sarebbe troppo nojoso il minutamente 
dettagliare , e che solo accenneremo quando lo ri- 
chiederà l'importanza del soggetto (a). In questo 
tempo Firenze aveva i suoi Consoli: essi trovansi 
quivi, ed altrove anche innanzi, ma non è sicuro 
segno di totale libertà (S). Oltre i Consoli , il di cui 
numero è incerto (4), vi erano i Priori dell'arti, un 
Potestà, un Senatore, dieci Buonuomini, un Con- 
siglio generale, un altro particolare. In mano di 
questi era il governo; l'ufizio del Potestà, di cui si 



(a) Marat. Antìq. ItaL Diss. 

(3) Nel diploma della pace di Gostanza si dice che i Consoli 
doyeam esser confermati dall'Imperatore , onde si Tede che già 
esistevano tali Magistrati anche avanti l'intiera libertà delle città 
italiane • 

(4) Àmm. Ist. Fior. Lib. i. 



4a LIBRO TERZO 

ha menzione anche qualche tempo innanzi^ si tro- 
va in quest'anno saldamente stabilito. 

Per molto tempo i Fiorentini presero poca parte 
nelle guerre d'Italia, e furono piuttosto occupati 
ad assicurare il territorio dalle altrui violenze. Era 
stata la Toscana , come il resto d'Italia^ ripiena di 
feudali Signori , che situati in monti, in rocche, in 
castelli assai forti, infestavano le pubbliche strade, 
svaligiando , e prendendo prigionieri , e facendo 
pagare grossi: riscatti a quei viandanti, che abba- 
stanza ricchi aveano la disgrazia di passar per le 
strade ad 'essi vicine • Tale era la rocca di Monte- 
buoni , posseduta dai Signori Buondelmonti , tale 
Monte di Croce dai Conti Guidi , il castello di Fo- 
gna, Monte Orlandi, Monte CacioUi, ove prepo* 
tenti Signori erano annidati (5). I Fiorentini intol« 
leranti di tai disordini aveano già da molti anni in 
varj tempi castigato costoro, disfacendo la rocca 
di Monlebuoni, Monte di Croce, il fortissimo ca- 
\ stello di Fogna , e molti altri, o sottomettendoli alla 

loro obbedienza. La terra di Semi fonte era stata 
una di quelle che avea dato più impaccio ai Fioren- 
tini. Fosta nella Valdelsa tra Lucardo e Vico sopra 
di un poggio, la situazione, le mura, le rocche la 
rendevano assai forte. N'erano stati Signori i Conti 
Alberti, che battuti, e intimoriti dalla fiorentina 
potenza, mentre trattano di cederla a questa Re- 
pubblica, avutone sentore i Semifontesi, sollevati- 
si, e gittato dalle finestre del pubblico palazzo il 
Rettore degli Alberti, ordinarono upa repubblichetta 
di governo popolare, la quale animata dai Sanesi 

(5) Amm. Ittor. Fior. lib. i. 



Addì 



CAPITOLO QUARTO 43 
contro i Fiorentioi^ più volte fece scorrer le sue 
genti sul fiorentino territorio; e quantunque in se- 
guito le armi di questi gli costringessero a divenire 
loro sudditi, si erano poi ribellati ; onde nelTan- 
no i2oa. fu con tutto il vigore intrapresa dai Fio- 
rentini la guerra contro Semifonte^ ed uno dei Con- ^°^' 
soli vi andò ad oste. Si difesero i terrazzani con un laoa 
vigore inaspettato; ricusarono più volte aggiusta- 
mento con ottime condizioni, che il Console sco- 
raggilo dalla soverchia resistenza offerse loro: ma 
ad onta della più bella difesa, una terra di non più 
di 3oD fuochi non potea resistere alle forze sempre 
crescenti dei Fiorentini. Fu a forza espugnata, e 
benché si perdonasse la vita ai terrazzani , e si fa- 
cesse un aggiustamento per cui restarono sudditi 
dei Fiorentini; o che nuovamente si ribellassero, o 
per qualunque altra causa, fu finalmente diroccata 
affatto Semifonte, e in oggi si può additare sola- 
mente il poggio nudo, ove era situata (6). Si me* 
scolò Firenze in qualche altra guerra di poco conto 
o contro i Lucchesi, o i Sanesi per lo più unita in 
alleanza coi Pisani. La mal organizzata repubblica- 
na costituzione di Firenze avea cominciato presto 
però a produrre delle divisioni interne. La famiglia 
degli liberti era la più ricca, e potente. Mal sof* 



(6) Pace dì Gertaldo. Guerra di Semif. Giov. Vili. Ist. ìih. 5. 
cap. ag. Duro fatica a credere che la fiorentina repubblica disfa- 
cesse questo castello per gelosia , e che la sua crescente grandezza 
potesse farle ombra come hanno creduto il Manni , e il Borghini 
< Origine di Firenze) riportando quel dettato che correva comune- 
mente: /''/(>re/isa^^/<< in là, che Semifonte si fa città . Ss^rk 
qaesto ironicamente, e per derisione dell'orgoglio dei Semifontesi 
stato detto* non potendo mai un Castello di soli 3oo fuochi dar 
ombra ad una città come Firenze » ma fu disfatta per prevenire 
nuove ribellioni . 



44 LIBRO TER20 



* frendo costoro di essere come tutti gli altri cittadi- 
^Q^ ni soggetti alle comuni leggio fino dagli scorsi tempi 
laoaavean dato assai inquietudine a Firenze^ giacché 
nell'anno 1 1 Ss > formata una potente associazione 
con altre famiglie contro il Governo, si divise la 
città in due partiti, ed ebbe laogo una guerra civi- 
le, la quale cessando, e ricominciando secondo le 
circostanze, durò presso a cinque anni (7)>e fini 
per stanchezza delle parti • 
ia.i5 Era stato questo un preludio delle sanguinose 
turbolenze che doveauo agitar la fiorentina Repub- 
blica, e che presto si accesero. In quest'anno poi 
cominciò la più fatale discordia ; e la bellezza fem- 
minile ne fu la causa . Una delle prime, e più ric- 
che famiglie era quella dei Buondelmonti , che già 
prepotente in contado, messa in dovere dai Fioren- 
tini, si era stabilita in Firenze. Buondelmonte, ca- 
po della famiglia, leggiadro giovane, avea promesso 
di prendere per isposa una fanciulla degli Amidei, 
famiglia egualmente potente. La bellezza di un'al- 
tra della famiglia Donati, anch'essa delle prime, lo 
colpì tanto, e le insinuazioni della di lei madre 
tanto poterono, che mancando al primo impegno, 
sposò la Donati. Quest'offesa ai di nostri finirebbe 
Dell'attirare il disprezzo sopra un giovane leggiero, 
né altra pena incorrerebbe che l'universal condan- 
na di uomo senza carattere; ma non era cosi in quei 
tempi di costumi feroci e sanguinar). Gli Amidei 
con i loro parenti la credettero un'offesa da lavarsi 
col sangue; e il dì di Pasqua di Resurrezione, men« 
tre Buondelmonte vestito di bianco sopra un bian- 

(7) Rie. Malas. Ammir. ìsU fior* lib. i. 



CAPITOLO QUARTO 45 
co cavallo venia di oltre Arno verso le case degli 
Amidei presso a S. Stefano^ passato il Pontevecchio, dìG. 
questi lo assalirono accanto alla statua di Marte si- >^*^ 
taata a pie del ponte e lo uccisero (8). Questa mor- 
te pose in scompiglio la città , la quale si divise in 
due partiti. Prese le armi, sbarrate le strade, i cit- 
tadini combattevano nelle vie, nelle piazze, dalle 
case, dalle torri, e duraron degli anni a battersi 
nella più crudel maniera. In questa occasione en- 
trò nella città un'altra politica epidemia , che de- 
solava già ritalia, e di cui, quantunque abbia fatto 
^>arger tanto sangue, è stata assai controversa Tori- 
gine, cioè la fazione dei Guelfi, e dei Ghibellini (9)^ 
accostandosi i primi ai Buondelmonti , i secondi 
agli liberti , che era la più potente famiglia dell'al- 
tro partito; e perciò essa piuttosto che gli Amidei 
vi si pose alla testa • Infierì per molto tempo la ci- 
vile guerra fra i cittadini, rimanendo intanto sepolte 
in un^^opportuna oscurità le azioni di barbaro valo- 
re, che insanguinarono la comune patria • Una cit- 
tà, come Firenze, di cui la molla principale era il 
commercio, non potea restar lungamente in guer* 
ra, senza che quello minasse, perciò combattuti 



<8) Malasp. cap. 104. 

{9) La pia vensimile opinione è che questa fazione sìa nata 
in Germania : ecco il passo pia autorevole per istabilirla ; Factum 
est sub Conrado IL Svevo: qui circiter annum loaS, imperium 
iniit in pugna quam gessit cum Guelpho Bavariae Duci . . . cum 
in ea. pugna Guelphi Bavariae ducis auxiliares simbolum hoc 
hdberent — . Eie Guelphi — qui vero sub Conradi Caesaris — hic 
Guibeling ^-^ clamarent f quod Conradus in vetustae nobilitatis 
pago Waiblingen nutritus esset, inde primum Caesarianis Cui' 
bellini f Pontificiis Guelphi nomen haesit quod Guelphus Italica 
Pontijfcis auxilia contra Conradum Caesarem adduxit — Felìc. 
Osi. nota SS. robr. 6. Histor. Albertini Muss« Moratori Antic. 
EsteiL tom. 1. cap. 3i, Rer. ital. disser. 3. 



46 LIBRO TERZO 

^^ dall'animosità^ e dairinteresse facevano i cittadini 
^"^1 sovente delle temporarie tregue, indi si tornava aK 
iai7 le armi. Fu un palliativo a questo male Tardorp 
risvegliato di una nuova Crociata . Molti Fiorentini 
di animo feroce, e guerriero, lasciando le domesti- 
che brighe andarono a questa impresa (io): è cele- 
iai9bre fra di essi il nome di Buonaguisa dei Galigari, 
che nell'assalto di Daraiata fu il primo a salir sulle 
mura, ed a porvi lo stendardo, o gonfalone bianco 
e rosso, insegna della sua patria, che per memoria 
di azione si illustre fu appesa nel tempio di S. Gio- 
vanni (li)- I discendenti di quest'uomo per ono- 
rarsi del suo nome, lasciato il vecchio casato dei 
Caligari, presero quello dei Buonaguisi. 
laao Fra le repubbliche di Pisa, e di Firenze si ruppe 
in quest'anno la pace finora da tanto tempo conti- 
nuata • Gli Ambasciatori pisani vennero alle mani 
coi Fiorentini in Roma, ove si trovavano per assi- 
stere alla coronazione di Federigo II. Il motivo (se 
pure è vero) fu assai ridicolo, ed indegno degli 
effetti che produsse (12). Ma probabilmente vi' eb- 
be parte qualche altra causa, che dagli "Storici non 
si accenna. Era assai facile aggiustare ano sconcer- 
to nato da piccolissimo motivo, senza venire ad una 
pericolosa rottura. I Pisani probabilmente comin- 
ciavano a mirar con occhio di gelosia la' ci^escente 
potenza dei Fiorentini, il commercio dei quali an- 



(10) Rìcord. Malas. cap. 106. ^ 

(t 1) Il Malaspina racconta che alla sua etk si mostraya il di di 
S. Giovanni. Gio. Villani lo conferma > e aggiunga che vi era an- 
cora ai suoi tempi . * 

(la) Un cane promesso da uno smemorato Cardinale frìnn 
ad uno degli Ambasciatori pisani , indi ad uno dei ficn'entini gli 
fece venire alle mani . Malasp. cap . 1 1 3. 



9 ,• 



CAPITOLO QUARTO 47 

dava continuaitieote aumentandosi • Erano le loro 
merci obbligate a passar di Pisa^ e per mezzo del ^iq^ 
suo porto escir dal continente: non è fuor di prò- >^3i 
posilo cbe 'prendessero questa occasione per inter- 
romperne il corso; realmente confiscarono subito le^ 
merci dei Fiorentini cbe si trovavano in Pisa . L^osti- 
oazione dei Pisani non solo a ritenerle^ ma il negar 
fino di restituire in loro vece delle balle di stoppa 
come si contentavano i Fiorentini j purcbè con que- 
sta apparente restituzione fosse salvato il decoro (i 3), 
chiaramente mostra Talienazione dei Pisani da una 
riconciliazione, e conferma la nostra congettura . 
Si dovette pertanto venire alle armi. I Pisani mae- 
stri di guerra per mare non lo erano egualmente 
sulla terra ; venuti alle mani i due piccoli eserciti 
presso Castel del Bosco (14)7 furono sconfitti i Pì^ 
sani restandone, oltre i morti^ prigionieri i3oo. 
Non ci tratterremo sulla guerra dei Fiorentini coi 
Sanesi sostenuta in difesa di Montepulciano, che però 
fu preso, e mezzo rovinato dai Sanesi . Se ne ven* 
dicarono i Fiorentini con devastazioni alle sanesi 
campagne, coir inutile assedio di Siena e con villar 
ni insulti contro della città (i5). Durò questa pic- 
cola guerra di scorrerìe circa sei anni; ed al fine laSi 
col mezzo del Cardinale Prenestino, a ciò deputato laSa 
dal Papa, si fece la pace (16) • ia33 

Le civili discordie, cbe la guerra sacra avea al- 1^34 
quanto calmate, traendo fuori di Firenze Tumore ia35 



(1 3) Malasp. cap. 1 1 3. 
(i4) Malasp.'cap. 11.4* ii5« 

(i5) Vi era l'uso d' insulure una cillà collo scagliarvi dentrQ 
coi mangani asini, e bruUure . 

(16} Annal. Senen. Rer. Ital. Script, iota. 1 5. 



48 LIBRO TER20 

morboso che l'agitava^ si risvegliarono. Il contra- 
di^c! ^^^ ^^ ^^ Sacerdozio e V Impero non era stato mai 
ia35 estinto: l'interesse mondano , e non lo zelo di reli» 
gione lo avea sempre risvegliato; onde gl'Impera- 
tori^ e i Papi^ che si disputavano il temporale pos- 
sesso d' Italia , erano sostenuti dalle due potenti 
fazioni 9 seguitando i Guelfi il Papa, i Ghibellini 
rimperatore. L'una^ o l'altra fazione era domi- 
nante secondo il vigore^ ed il talento dei loro capi: 
si è veduta l'attività , e la forza dell'Imperatore 
Federigo I^ protettore della Ghibellina fazione, e 
nemico del Papa • Il suo figlio Arrigo YI^ con più 
vizi del padre y senza averne ereditata alcuna virtù, 
mori presto carico dell' odio pubblico y lasciando 
un figlio pargoletto^ che quantunque ereditasse i 
dritti al regno di Sicilia, di Germania, e le preten- 
sioni all'Impero, era di età troppo tenera per poter 
dar ombra alla Corte di Roma • Giunse intanto al- 
l' imperiai corona Ottone lY della famiglia Guelfa, 
e perciò del partito pontificio: ma venendo in Ita- 
lia per esercitarvi i suoi dritti , la Corte di Roma 
non lo riguardò più per suo amico. Papa Innocen- 
zio III giunse finalmente a scomunicarlo, e scor- 
dato dell'inimicizia con Roma della Casa di Svevia, 
tentò di opporgli il giovine Federigo , non potendo 
prevedere quanto più terribil nemico dovesse essere 
un Principe eguale, o superiore all'avo Barbarossa 
nel talento, e nel valore. Dopo la morte sollecita 
di Ottone die il Pontefice al giovine Federigo la 
corona imperiale, facendogli però prima promette- 
re di portar l' armi in Terra Santa . Otteneva eoa 
due fini: promuoveva un'impresa sempre cara alla 
Corte di Roma, ed allontanava dall'Italia un uomo 



CAPITOLO QUARTO 49 

che potea dar delle brighe alia sovraiutà pontificia. ^^ 
Non prese il nuovo Imperatore graii cura di eseguir ^^o. 
la promessa^ premendogli di aggiustare prima le '^^^ 
cose d'Italia: per questa mancauza, ed altri grava- 
mi , fu Federigo percosso dalla solita arme dei Pa- 
pi j dalla scomunica fulminata da Gregorio IX, non 
valendogli la scusa di essere infermo. Venuto il 
tempo opportuno^ fece vela da Otranto con parec- 
chie navi y e giunse ad Acri y non facendo conto 
delle censure, o credendo di riceverne una tacita 
assoluzione, coU'adempire alla promessa. Ma trovò 
tutto il Clero, e i di lui aderenti suoi dichiarati ne- 
mici, che in vece di promuovere unitamente l'im- 
presa di Terra Santa ^ pieni di fanatico zelo^ attra- 
versarono i suoi disegni, spargendo che non si do- 
vea aver comunicazione con un principe scomuni- 
rato; nello stesso tempo furono invasi i suoi domini 
di Puglia dall'esercito pontificio, che portando per 
divisa le chiavi di S. Pietro sul vestito era detto 
Chiavisi gnato. L'attivo Federigo trionfò di tutti 
gli ostacoli: costrinse il Soldauo ad una capitola- 
zione, per cui gli furono cedute le città di Gerusa- 
lemme, Betlemme, Nazzaret e Sidone. Ad onta di 
questi santi acquisti riguardato con orrore dagli ec- 
clesiastici, non si trovando chi lo coronasse Re di 
Gerusalemme , egli forse per burlarsi della cerimo- 
nia^ posta la corona sull'altare, se la mise in capo 
da per se stesso. Ritornato rapidamente in Puglia^ 
riconquistò ben presto i perduti dominj . Dopo tante 
reciproche ofiese è facile l'immaginare, che non vi 
era da sperar reconciliazione fra lui, e il Pon tefice ( 1 7). 

(1 7) Molti sono gli Scrittori di questi avvenimenti . Yedansi 
ìgtr latti gli Ann. del Afurat. ann. i aaS: 29. 

Tomo IL 4 



/ 



So LIBRO TERZO 

2^ Le città di Toscana erano divide, ma Pisa avea 
die. sempre seguito il partito imperiale. Agli antichi 
ia35 favori ricevuti dalla casa di Svevia si a<>?iun<^eva 
una misura della Corte di Roma atta ad irritare i 
Pisani. Sempre sollecita quella Corte dei suoi avan- 
zamenti» avea inviato in varie parti d'Italia dei re- 
ligiosi, in specie Minori , e Domenicani per l'otti- 
mo fine di predicar la pace, e la concordia, ma 
che neir^istesso tempo esigevano dai popoli il giu- 
ramento di fedeltà al Papa, e portavano lettere ai 
Vescovi, che comanda vau loro di esiger lo stesso. 
Furono quei religiosi sbanditi da Rinaldo Duca di 
Spoleti , e da Federigo proibite queste pericolose 
ia4o missioni (i8). Era la Sardegna dominata dai Pisa- 
ni: in essa si portò uno di questi sacri inviati cfait- 
mato Alessandro^ cappellano del Papa , colla quali- 
tà di Legato Apostolico, e gli venne fatto di sedur- 
re i pisani Feudatarj. Ubaldo Visconti teneva in 
feudo dalla Repubblica pisana il giudicato di Gal- 
lura, Adelasia quello di Torri, e Pietro di Capra ja 
quello di Arborea . Ottenne il Legato Apostolico 
che renunziassero in sua mano i respettivi giudica* 
ti (ig), contro il giuramento già prestato alla Re- 
pubblica , e gli ricevessero nuovamente in feudo 
dal Papa . Quest'atto esasperò il Governo di Pisa, ed 
essendo in essa dei cittadini soliti ad obbedire cie- 
camente a Roma, anche negli affari, ove la religio- 

(18) CroDic dì Rice, da S. Germano rer. ital. tom. 7. p€tr. 
de*Yin. epis. lib. 1. cap. 19. 

(19} I giudici erano chiamati anche regesa regendo^Emo 
figlio di Federigo II sposò la nominata Adelasia, restata vedora» 
e riunì varj giudicati o per V autorità imperiale del padre » o coUi 
concessione dei Pisani^ e fu perciò Re, o Governatore della Sar* 
degna . 



CAPITOLO QUARTO 5i 

ne Don ha Inogo^ vi furono dei scompigli , e delle 
divisioni, benché la parte che aveva nelle roani ildi°c* 
governo si mantenesse salda nell'antico partito im- i^4o 
periate (ao). Si portò Federigo in Toscana per ec- 
citare quelle città contro Roma^ e confermare i suoi 
partitanti • Si arrestò per qualche tempo in Pisa 
per concertare i mezzi di far più vigorosamente la 
guerra contro il Pontefice : questo intanto moltipli- 
cava contro lui le censure. Per dar loro maggior 
solennità intimò un Concilio *in Roma in S. Gio- 
vanni Lateranoy chiamando gli ecclesiastici da tut- 
te le cristiane provincie. Federigo, non spaventato . 
da questi fulmini, contro i quali era oramai ag. 
guerrìto, trovandosi all'assedio di Faenza, non solo 
arrestò tutti gli ecclesiastici, che si portavano a 
quel Concilio, ma sapendo che in Genova era adu- 
nata una gran schiera di Prelati francesi assieme 
coi Cardinali Jacopo Vescovo di Palestrina, ed 
Ottone di S. Niccolò in Carcere , per passare a Ro« 
ma per mare, persuase i Pisani a unir le forze loro 
a quelle condotte di Sicilia da Enzo suo figlio, e 
attaccar la flotta genovese nel passaggio . Benché 
tanto nemici dei Genovesi, per reverenza al Clero 
i Pisani avvertirono i Prelati , e i Genovesi a non 
arriscbiftrsi al passaggio . Sprezzata la minaccia gli 
imprudenti Genovesi benché inferiori di numero, 
e colle navi cariche di uno stuolo di gente imbelle, 
invece di allargarsi in mare, e sfuggir la batta<^'lia , 
andarono baldanzosamente ad incontrar la flotta 
nemica^ e tra l'isola del Giglio, e Monte Cristo 
non lungi dalla Meloria il di 3. di maggio ebbe 

(30) Cav. FUm. dal Borgo dell' Istor. Pis. dìsser. 4* 



52 LIBRO TERZO 

: luogo una sanguinosa battaglia colla peggio dei 

f]i (^, Genovesi : ventidue galee furon prese dai Pisani, 
ia47 tre colate a fondo: 4ooo prigionieri^ fra i quali 
due Cardinali, e Taltra turba di ecclesiastici, furo- 
no condotti a Pisa in trionfo; e Tunica distinziooe 
che riceverono questi fu di essere legati con catene 
di argento (si) • Non mancò Federigo di vantar 
questa vittoria come un giudizio di Dio, che favo- 
riva la sua causa ; e il suo segretario , ed amico 
Piero delle Vigne fece uso di tutta l'eloquenza per 
mostrare, che in tale avvenimento era manifesta la 
mano del Signore (a^)* Intanto animato dalhi vit- 
toria Federigo s'inoltrò colle armi per gli stati poa- 
tificj, ne occupò varie città, e si spinse fino sotto 
Roma. Papa Gregorio aggravato dall'età, e forse 
anche dai dispiaceri , cessò di vivere. 

Proseguirono i Pisani la guerra contro Genova 
col massimo vigore, liberarono Savona dall'assedio, 
e nel mese di settembre uscirono dal pisano porto 
con ro5 galee, e loo legni più piccoli (aS), por- 
tandosi contro di Genova : il qual magnifico arma- 
mento andò probabilmente a terminare nella bo- 
riosa , ed inutile soddisfazione di scagliar contro la 
città delle freccie guarnite di argento (a4). Pio volte 
le flotte imperiali 9 e pisana si accostarono alla ri- 
viera di Genova^ ma nulla vi fecero d'importante, 

(ai) BartoL Serio, rer. iuL tom. 6. e specialmente un'aotes- 
tlca caru citata dal Gay. Flam. Dal Borgo diss. 4. dell' istor. Pisi- 
na. Villani lib. 6. cap. ao. 

(a a) Petrus de Yine. epist. cap. 8. e 9. 

(a3) In questo grande armamento non vi è nulla di esageralo 
dagli storici » essendo attestato dalla pubblica iscrizione » che stata 
affissa lungh' Arno nel Palazzo detto delle Vele , e eh' è stata tra- 
•portata ultimamente nel Campo-Santo di Pisa . 

(34) Bartol. Sor. conyin. Gafiar. rer. iuL tom. 6. 



♦ 



CAPITOLO QUARTO 53 
anzi pare che sfuggissero rincontro dell' armata ge- 
novese (a5). A Gregorio IX era succeduto Celesti- ^[ q^ 
no IV che poco visse, e perciò ebbe poco da fare 1^47 
coir Imperatore: in suo luogo fu eletto Innocen- 
zo IV della famiglia dei Fieschi: la sua amicizia 
coirimperatore fece sperare facile un aggiustamen- 
to: aia gr interessi rendono nemici i più stretti 
amici. Dopo molti inutili negoziati Innocenzo, 
temendo le armi, e le insidie di Federigo, era fug- 
gito d' Italia , e portatosi in Francia , tenuto un Con- 
cìlio in Lione, avea scomunicato^ e deposto T Im- 
peratore « Esso intanto dominava Tltalia. Fra le 
città dì Toscana , benché Firenze fosse divisa nelle 
due fazioni, pure vi preponderava la Guelfa. L'Im- 1^4^ 
peratore, sotlìando sulle fiamme quasi spente, vi 
riaccese più forte il fuoco Ghibellino, eccitando 
specialmente gli liberti, e promettendo aita alla 
loro parte; si tornò nuovamente alle armi . In più 
luoghi della città si dettero sanguinosi combatti- 
menti (a6): giuntovi finalmente il figlio delTIm- 
peratore con 1600 cavalieri tedeschi, i Guelfi fu- 
rono obbligati a cedere; si ritirarono da Firenze, 
ma con aria feroce, e colle armi alla mano: anzi 
prima di partirsi venendo a morire dalle ferite ri- 
cevute nelle passate azioni Rustico Marignolli, ca- 
valiere dei primi tra i Guelfi nel giorno stesso della 
loro partenza lo condussero a seppellire in S. Lo- 
renzo in mezzo alle armi, come in aria di trionfo > 
giacché il solo segno funebre erano le bandiere ro- 
vesciate, e che si strascinavano sul suolo. Nella 
notte appresso, conoscendo inutile la resistenza, / 

(a 5) Bartol. Script, loc. e. Tronci Annali. 
(a6) Blalasp. cap. 137. Amm. lib. a. 



54 LIBRO TERZO 

* uscirono i Guelfi dalla città (27) • Il furore delle 



^"^' discordie civili non ha limiti: i Ghibellini restati 

1^48 padroni non potendosi più sfogare contro i Guelfi 
minarono le loro abitazioni^ e specialmente le tor- 
ri^ delle quali era adoma in quei tempi Fireuze, 
come le altre città d'Italia. Quella dei Tosinghi 
formata a colonnelli di marmo, che adornava mer- 
cato vecchio, s'inalzava novanta braccia da terra; 

ia49 un' altra giungeva a i3o: furono queste, insieme 
con molte altre, gettate al suolo. La brutale rabbia 
di costoro si scorge nel barbaro tentativo di ruioare 
il tempio di S. Giovanni, che non era^reo di altro 
delitto, che di essere il luogo ove i Guelfi usavano 
di tener le loro adunanze. Stava una bella, ed alta 
torre al principio di via degli Adimart: tentarono 
di farla cadere su quel tempio , e così minarlo. 
Avendola appuntellata con grossi travi dalla parte 
che guardava il tempio, e dallo stesso lato in gran 
parte tagliata, posero il fuoco ai puntelli: il caso 
salvò sì bell'edìGcio, essendo la torre caduta altro- 
ve (38). Si erano i Guelfi ritirati in gran copia a 
Capraja: vi furono strettamente assediati dai Ghi- 
bellini rinforzati dai Tedeschi, ed animati dall'Im- 
peratore Federigo stazionato a Fucecchio: man- 
cando ai Guelfi le vettovaglie dovettero rendersi a 
discrezione, e sofirire gli strazj dei barbari vincito- 
ri , essendo parte di essi acciecati , parte uccisi, 
parte condotti in schiavitù da Federigo nel R^no 
di Napoli (29). Queste disgrazie invece di abbat- 

laSotere, non fecero che irritare i Guelfi: essi io Val 

(37) Amm. lib. a. 
(aé) Malasp. cap. 1 3^^ 
(^9) Malasp. cap. 1 40. 



CAPITOLO QUARTO 55 

d'Arno di sopra difendeodosi vigorosamente ruppero ^^^^ 
i Ghibellini, che se ne tornarono vergognosamente 4.*^°* 
in Firenze. laSo 

Già il popolo cominciava ad avvedersi di esser 
sacrificato alle discordie dei Grandi , e di servire 
alle loro private vendette^ sotto il pretesto di pub- 
blico bene: preso coraggio da questa disfatta , tu- 
multuando specialmente contro gli liberti, capi 
della dominante fazione , chiese altamente nuova 
forma di governo • I nobili impotenti a resistere 
dovettero cedere, fu costituito il nuovo governo in 
modo, che il popolo^ che probabilmente o n'era 
escluso, o v'avea di rado, e piccola parte, vi fosse 
più liberamente ammesso. Tolta la Signoria al Po- 
testà, dodici Anziani detti del Popolo furono creati , 
ed essendo in sesti divisa la città, due per sesto 
ne furono eletti, ed un Capitano del Popolo invece 
del Potestà, la di cui carica abolita, fu però nel se- 
guente anno rimessa, ma con limitazione maggiore 
di autorità. Per assicurare questa nuova forma di 
governo contro le prepotenze, dei Signori , i quali 
sovente stimavano grandezza l'insultare alle leggi, 
stabilirono una forza pubblica: 20 bandiere, o gon- 
faloni furono dati a ao caporali in città, tre per 
sesto, e quattro al sesto d'Oltrarno (3o); e a quello 
di S. Piero Scberaggio, probabilmente più popolati. 
Al suono di una campana, ove il bisogno richiedes- 
se, doveano le persone atte alle armi radunarsi sotto 
la loro bandiera : lo stess' ordine fu preso in con- 

(3o) Siccome la parta piii estesa della ciuà è sUto sempre 
tulla sponda dritta deU'Arno» fu comime uso di chiamar Oltrarno 
quella situata sulla sinistra: chi brama sapere tutte le bizzarre ligu- 
re dipinte nelle bandiere, può consultare Malasp. cap. \i. • 



56 LIBRO TERZO 

-lado: furono date le baadiere a 96 pivieri, la gio» 



^.''^'ventù dei quali dovea esser pronta alle armi per 
i25o sostenere il Governo^e difenderlo dagl' interni, co- 
me dagli esterni nemici . 

La sentenza poutificia contro Federigo non man- 
cò di produrgli dei tristi effetti: in Germania, in 
Lombardia, in Puglia, ed altrove si eccitarono delle 
ribellioni contro di lui: fu abbandonato da molti 
dei suoi amici. Anche i Pisanit che si trovavano 
involti nella stessa scomunica, vollero riunirsi colla 
Santa Sede: il Papa gli riceveva a braccia aperte, 
ma esigeva che abbandonassero il partito di un Im- 
peratore separato dal grembo della Chiesa: esitaro- 
no essi un momento ; ma restarono fermi al par- 
tito imperiale (3i). Anche quell'uomo singolare, e 
per tanto tempo amico, favorito, e principal mini- 
stro dell' Imperatore, Piero delle Vigne, cadde final- 
mente nella sua indignazione: il delitto è incerto: 
ma un favorito che ha tanti nemici può assai age- 
volmente esser minato quando gli affari del soo 
padrone vanno male. Il pubblico, sempre malcon- 
tento di ogni governo, è pronto a condannare il 
ministro, ed assolvere il Principe. A questa causa 
si aggiunga quella addotta da Dante: l'invidia , e la 
persecuzione dei cortigiani (3a). Fu il disgraziato 
ministro, che avea per tanti anni fedelmente ser- 

. (3 1) Flam. d^l Borgo diss. 4* dell' Ist* Pìsan. 
(3 a) Dante Inferno C. 1 3. 
La meretrice, che mai dall* ospizio 
Di Cesare non torse gli occhi putti. 
Morte comune , e delle Corti vizio » 
Infiammò contro ine eli animi tulti; 
£ gFÌAfiainmati innanuRar.sì Angusto, 
Che i lieti onor tornaro in tristi lutti ec« 
Dante crede che Pietro si ucoidejse da se ateaso* 



CAPITOLO QUARTO 57 
vito^ £Eitto acciecar in S. Miniato^ indi mandato a 
Pisa per esporlo alla derisione del popolaccio. Ca-^jj^^c! 
duto da un mulo mori di una grave percossa neli^^o 
capo (33). Finalmente dopo una vita sempre agi- 
tata mancò di vita anche Federigo in Fiorenlino , 
castello di Puglia . Fu sepolto in Palermo^ e fra tutte 
le iscrizioni sepolcrali presentate al suo figlio Man- 
fredi , si dice che quella che più gli piacque fu la- 
voro di un cherico aretino (34) ; nia pare ve ne fosse 
apposta un'altra meno elegante. Niun sensato scrit- 
tore ha negato grandi talenti a questo Sovrano; il 
giudizio che se ne forma y sarebbe pia concorde se 
non avesse avuto la disgrazia d'incorrere nella sco- 
munica gli Ecclesiastici perciò lo hanno dipinto qual 
empio, e irreligioso^ riguardando come delitto contro 
la religione^ la resistenza alle pretensioni pontificie 
meramente secolari. Altri al contrario lo ha giudicato 
pieno di quel vigore di spirito- che sa distinguere la 
Tera religione dalle contrastate prerogative ecclesis^- 
stìche, onde ebbe il coraggio di resistere alle armi 
temporali di Roma^ come alle spirituali. Il lettore 
sayio per altro, secondo la propria maniera di pen- 
sare, se ne fermerà a suo senno il carattere. Segui- »^^» 
tando il sistema delTavo Federigo I. , fu nemico 
delle repubbliche italiane, considerandole ribelli 
air Impero. Come quello favori le scienze, ^e le 

(33) Il docomento pHi autentico della morte di Piero h quello 
dello spedale di S. Chiara di Pisa» riferito dal Cav- Flam. dal Borgo 
-diss. 4* déll*Ì8tor. Pisan. ove si dice che fa sepolto in S. Andrea . 

(34) Qnesta era V iscrizione : 

^1 prohitas , sensus, virtutum copia , census, 
Nohilitas ortif possent resìstere morti : 
Nonforet extinctus Fridericus qui jacet intus, 
JJ anonimo Scrittore della Cronic Sicil. ne riferisce un' aUra. Re- 
rum, ital. Tom. a 5. 



58 LIBRO TERZO 

lettere. Il primo però fu liberale di onori , e di 
ó^C. premj ai Profesaori di legge , specialmente ai Bolo- 
ia5i gnesi, interessandoli a prender la difesa dei dritti 
imperiali: il secondo amò i letterati per amore 
delle lettere 9 né sdegnò di entrare anch'esso nel 
rango di autore; toccò anch'esso la poetica lìra^ e 
si guardano con venerazione i frammenti poetici di 
un gran Sovrano, che si conta tra i fondatori del- 
l' Italiana poesia. Trasfuse l'amore del sapere nei 
suoi figli naturali: Enzo Re dei Sardi si distinse 
come poeta, e Manfredi fu gran protettore delle 
lettere. 

Animato il popolo fiorentino dalla morte del pro- 
tettore dei Ghibellini, dopo aver costituito il gover- 
no nella descritta forma per tenere in freno sempre 
più i Grandi che erano Ghibellini, intesa la morte 
deU'Imperator Federigo, richiamò i Guelfi, e furoo 
fatte pacificar le due sette. Era però difficile il te- 
nerle d'accordo. La parte Guelfa divenuta superiore 
pretese di far rimettere in Pistoja gli esuli Guelfi : 
la fiorentina repubblica era pronta a riguardare 
come pia, e giusta una misura che avea presa ella 
stessa; onde s'interessò a sostenerla.. Aesistendo i 
Pistojesi, vollero i Fiorentini costringerli coli' ar- 
mi: ricusarono i Ghibellini d'aver parte all'im- 
presa , e di marciare contro i loro amici : questa fa 
la causa che, tornati i Guelfi da quella spedizione, 
in cui, benché non venisse loro fatto di rimettere 
gli amici in Pistoja aveano però rotti i Pistojesi, 
cacciassero di Firenze i Ghibellini, e ciocché mo> 
stra l'animosità, e la voglia non di spegnere, ma 
di perpetuare il partito, cangiarono Tarme del Co- 
mune: il giglio bianco in campo rosso fu mutato ia 



CAPITOLO QUARTO 5g 

giglio rosso in campo bianco, ritenendo i Ghibellini ^^ 

l'antica insegna del Comune: cambiamenti, che die. 
quantunque possano apparir piccoli , contribuivano ^^^^ 
col distintivo deir insegna a mantenere, e ad ani** 
mare le divisioni (35) • Cosi le fazioni che si volea* 
no spegnere erano risorte, e il governo della Repub- 
blica andava ondeggiando fra Tuno, e T altro parti* 
lo. Se l'espulsione di una fazione partoriva la quie* 
te interna , produceva quasi sempre una guerra 
esteriore. Gli esuli Ghibellini si riuniscono a Mon- 
taja con alcuni Tedeschi già seguaci dell'Imperator 
Federigo: sono soccorsi dai Sanesi, e dai Pisani: i 
Fiorentini vanno loro incontro, e gli dissipano: 
questo non fu che il preludio di un più forte com« 
battimento. Si erano volti i Fiorentini contro i Pi* 
stoiesi , quando furono recate le nuove che i Pisani 
aveano rotto i Lucchesi loro alleati a Montopoli. 
Corsero perciò in loro soccorso: giuntili presso Pon« 
tederà, ed attaccatasi una feroce battaglia, furono 
i Pisani sconfitti con grandissima perdita, facendosi 
ascendere a 3 mila i prigionieri, fra i quali il Potè* 
sta medesimo di Pisa (36). In ogni altro luogo fu^ 
reno le armi dei Fiorentini superiori: Figline, ove 
eransi rifugiati molti Ghibellini, fu preso; MontaU 
cine, liberato dall'assedio dei Sanesi. 

La città andava rapidamente crescendo di popò- 
lazione, e di ricchezze, ed era ciò avvenuto special 
mente nello spazio di anni 34 > come lo mostrano 
varie osservazioni. Non esisteva che il solo Ponte 
vecchio nell'anno I3i8; fu in detto anno fabbrica- 



(35) Rie. Malas. cap. 45. 

(36) Malasp. cap. i5o. Amin. lib. a. 



6o LIBRO TERZO 

^ to quello della Carraia: i8 aoni dopo^ RubacoDte 
^"^|da Mandella Milanese Potestà di Firenze dette il 
luSanonieal Ponte, che ora dicesì delle Grazie; e nel 
presente anno si costruì quello di Santa Trinità. Si 
battè ancora in quest^ anno per la prima volta mo- 
neta di oro: il bel fiorino di Firenze, che acquistò 
celebrità in tutti i paesi commercianti, fu amnoiira- 
to fin d'allora sulle spiagge dell' Affrica dal Re di 
Tunisi forse con invidia dei Pisani; e le loro rispo- 
ste derogatorie alla fiorentina Repubblica, mostra- 
no la continuata animosità fra le due Repubbliche, 
seppure non è questo uno dei tanti menzogneri 
aneddoti, di cui son piene T istorie. 

Il fiorino di oro, i suoi componenti, e general- 
mente la moneta di una Repubblica di tanto com- 
mercio ^ meritano una più dettagliata illustrazione. 
Si era finora fatto uso di moneta di argento, e di 
rame, la quale probabilmente cominciò a battersi 
nel XI secolo. Non trovandosi alcuna moneta par- 
ticolare alla Toscana sotto i Ducbi, e Marchesi, uè 
memorie di esae^ si può con qualche verisimiglian- 
za concludere che non ne avesse una propria, e 
cominciasse ad averla quando si stabili la Repub- 
blica • Se può parere strano che una città di tanto 
commercio cosi tardi battesse moneta di oro , si 
rifletta al valore molto maggiore che avea allora 
l'argento, e si vedrà che con questo solo poteva 
supplire, aggiungendovi le monete d'oro estere, che 
correvano per l'Italia come gli Agostari ec« Vene- 
zia, che più di buon'ora di tutte le altre città d'Ita- 
lia coltivò un esteso commercio, battè moneta d'oro 
più tardi di Firenze, cioè l'anno 1 285. Che Pisa 
abbia battuto moneta d'oro innanzi a questo tem- 



CAPITOLO QUARTO 6i 
pò, potrebbe dedursi da tre monete d^oro col noaie 
deir Impera ter Federigo II, e il nome, e V insegne ^j q^ 
pisane^ che si trovano nella copiosa raccolta di Mon- >a^^ 
8Ìgoor Franceschi Arcivescovo di Pisa (*); se non 
potesse cadere il dubbio che fossero battute da Fe- 
derigo nell'ingresso in quella città per sempre più 
affezionarsela. Il dubbio può prender piede, quan* 
do si riflette che jiè Venezia , né Genova battevano 
moneta d'oro, e che Giovanni Villani^ che visse vi- 
cino a quei tempii asserisce francamente lo stesso 
di Pisa. Sarebbe strano che /juest' uomo, che fu uno 
dei Deputati alla Zecca di Firenze^ che si è presa 
cura di far registrar le antiche monete fiorentine 
coi nomi degli Zecchieri^ e versato tanto in siffatte 
materie, ignorasse questo fatto, e sapendolo, si 
esponesse al ridicolo, in cui cade un autore, che 
scrive cose notoriamente false. Ma lasciata siffatta 
questione, egli è certo, che Pisa, Genova, Lucca 
la batterono per autorità^ e permissione imperiale > 
come mostrano le armi degl'Imperatori impresse- 
vi; mentre Firenze la battè di propria autorità, né 
vi stampò che S. Gio. Batista , ed il giglio. È vero, 
che le città hanno nei nostri tempi preteso che ciò 
fosse piuttosto onore conceduto dagl'Imperatori di 
porvi le loro armi che permissione, a somiglianza 
di quelle famiglie che hanno avuto licenza d'in- 
qoartare o il giglio, o T aquila nelle armi loro da- 
gl'Imperatori, o dai Be di Francia; ma siccóme si 
è sempre preteso dagl'Imperatori, che spettasse ad 
essi il concederne il dritto, resta dubbioso il titolo 
di quelle città. Forse ancora chiesero quel privile- 

(*) Ora posseduto dai saoì eredi. 



62 LIBRO TERZO 

" gìo per autorizzare di più Hi loro moneta presso gli 
^|*C esteri, e facilitare il corso sótto Tombra dell'auto- 
isSa rità imperiale. In qualunque maniera si voglia ciò 
intendere, maggior vera potenza mostrava quella 
città, che da per se, senza bisogno di licenza, bat« 
teva moneta senz'altro privilegio, che la bontà della 
sua lega ( che tosto si fa nota all'accortezza dei mer- 
canti), e che presto rese sì accreditato negli esteri 
paesi il fiorino di oro di Firenze, e gli fece dar la 
preferenza sugli altri (Sj). Fu esso battuto di oro 
finissimo al peso di una dramma, ossia tre denari, 
ovvero settantadue grani; questo è il peso del nostro 
zecchino gigliato, il quale ne ritiene le impronte, 
e il valore. In quel tempo la proporzione dell'oro 
all'argento era di uno a io -f- f(^ (38), onde il fio- 
rino di oro fu diviso in 20 fiorini di argento delti 
anche popolini , soldi ec. la somma dei quali forma?a 
il peso di IO dramme, e ^^ ossia grani 770 in circa. 
L'impronta era la stessa, e la grandezza all'inar- 
ca , onde potè rendersi verisimile la burla dei po- 
polini dorati conlata dal lepido Boccaccio. QuesU 
vigesima parte del fiorino di oro fu suddivisa in is 
denari, ciascuno dei quali, se la proporzione deh 
Toro all'argento si fosse mantenuta la stessa^ cor- 
risponderebbe ad uno dei nostri comani soldi di 
lira; con più un terzo di un quattrino. Vari furono 
i nomi del fiorino di oro, due soli dei quali meri- 
tano spiegazione, cioè fiorino di galea, e fiorino di 
suggello. Il ptimo ebbe quel nome per essere stam- 

(37) Più volte foresUerì Signori > e Groverni dimindarono b 
permissione ai Fiorentini di battere il fiorino di oro per la soa ce- 
lebrità . Borghini loc. cit. 

(38) Si mantenne ule fino al secolo XTV 9 ossia alla ac^^erta 
di America. Carli sulle Zecehe* 



CAPITOLO QUARTO 63 
pato l'anno tà^a, in cui armaronsi dalla fiorentina , . 
Repubblica le galee ^ e s'intraprese il commercio di di e. 
Egitto: avendo ottenuto dal Soldano gli stessi pri- >^^^ 
vilegi che i Veneziani^ volle batter questo fiorino 
per porlo in confronto col veneto, che avea colà 
tanto credito. L'altro fu chiamato di suggello per- 
chè un dato numero di fiorini di oro pesati diligen- 
temente dal pubblico ufizio erano chiusi in un sac- 
chetto di pelle, e col pubblico sigillo marcati, si 
pagavano questi gruppetti senza riscontrarsi, e fa- 
cevano un comodo nei grossi contratti. Oltre sifiatta 
divisione materiale, e servibile, fu anche diviso il 
fiorino di oro in una moneta immaginaria inventa- 
ta per comodo della mercatura cioè la lira, anch'es- 
sa formata delle sue parti aliquote, soldi e denari , 
ciocché dovea frequentemente far nascere della con- 
fusione coi soldi, e denari del fiorino di oro. Anche 
avanti era esistita la lira immaginaria in Firenze, 
e nel secolo Xll equivaleva al valore, che poi ebbe 
il fiorino di oro (39), ma divenuta frazione di esso, 
fa soggetta a dei continui e forti cambiamenti, e 
per le varie operazioni del commercio, e in specie 
per il deterioramento della moneta di argento, in 
cui cambia vasi il fiorino di oro. £ in verità 1^ aggio 
di questo andò stranamente crescendo. Finche Tau- 
mento fu moderato, poteva immaginarsi che il co- 
modo e il pregio maggiore in cui tenevasi Toro, ne 
fossero la causa : ma essendo giunto sopra ai 3o per/ 
100, è facile il vedere che il motivo nasceva dal- 
Talterazipne del fino argento, con cui si battevano 
i fiorini, o popolini^ o guelfi, o soldi di argento, 

(3^) Rico. Itfalasp. Stor. fior. e. 98. 



64 LIBRO TERZO 

f giacché seta mistura onde componevansi aodi qoe* 
j°2^sti, invece di contenere 770 grani di argento, co- 
laSa me faceva di mestiero per equivalere a 73 grani di 
oro , ne conteneva soli 700, o anche meno, e il re* 
sto rame, o altro metallo, l'accortezza dei banchieri 
gli rìduceva al giusto valore, e nel cambio voleva 
tanta più moneta di argento quanta supplisse alla 
mancanza . Da questa causa nascono le strane mu- 
tazioni, e gli sbalzi, per dir così, sofferti dalla lira 
come frazione del fiorino di oro: qualche volta una 
lira e mezza equivaleva al fiorino, talora a, 3,6, 
7 , ec. Senza siffatte notizie , innumerabili abbagli 
si prendono dai lettori, e dagli scrittori stessi nel 
computar le lire del fiorino (40) , essendo special- 
mente delusi dal vocabolo lira, che da moneta im- 
maginaria passò finalmente a reale sotto Cosimo I, 
ed è divenuta una frazione costante del fiorino di 
oro, o zecchino, composto di i3 e 3 di esse. 

Fu questa un'epoca gloriosa pei Fiorentini: era- 
no resi potenti dal commercio accompagnato in 
questo tempo da quella frugalità che n^è la base, 
il di cui quadro è vivamente dipinto da Dante (4i) 

(4o} Ancbe il celebre inglese Scrittore della Vita dì Lorenzo 
il Magnifico , trovando nell' Ammirato , che il fiorino di oro era va* 
lutato lire tre, e soldi i o» ha creduto poter generalmente stabili- 
re, che questo fosse il valore del fiormo, quando non fu che di 
quell'anno. In una parola noi abbiamo un termine sempre fisso 
cioè il fiorino di oro^ o Zecchino, che dal ia5a in qua non hi sof- 
ferto al piii che V alterazione di 4 grani ; convien piuttosto dal fio- 
rino di oro dedurre il valore della lira , che da questa il fiorino , 
onde quanto pììi cresce il numero delle lire, tanto più scema il 
loro valore : per esempio quando era composta dì lire quattro, 
ciascuna di esse corrispondeva a 5 dei nostri paoli, posta l'istessa 
proporzione fra l'oro, e l'argento la quale però è variata. Per tut- 
te le variazioni di queste monete, e pel numero, e nomi loro si 
possono consultare il Conte Carli , e 1 autore della Decima • 

(40 Fiorenza dentro delie cerchia antiche , ec. 



CAPITOLO QUARTO 65 

per contrapporlo al lusso ^ ed alla profasione dei' 
suoi tempi . Seguitarono le loro imprese felicemen- ^i °(q) 
te, Pistoja più volte attaccata dovette 6nalroente ^^^^ 
prender la legge dai Fiorentini , e rimettere i Guelfi: 
assalirono indi Volterra^ ove regnava il partito Ghi- 
bellìnoy e che situata in luogo fortissimo^ non pa- 
reva possibile 9 secondo la maniera di combatter di 
quei tempii il vincerla. Non era probabilmente in* 
teozione dei Fiorentini che devastarne le campagne^ 
secondo la guerra di quei tempi . Mentre ciò avve- 
niva sotto gli occhi dei Volterrani^ non soffrendo 
questi che impunemente i nemici lo facessero^ aper- 
ta improvvisamente una porta ^ uscirono loro addos- 
so: ma rispintili furiosamente^ e dando ad essi la 
cacciasi, con insperata fortuna entrarono i Fiorenti- 
ni misti ai fuggitivi in Volterra , e guadagnarono la 
piazza più forte della Toscana • Può recarsi a gloria 
dei vincitori; che fu Volterra benché presa di as- 
saltOy salvata dal sacco. Tutte le imprese erano in 
quest'anno andate loro felicemente^ onde ebbero 
ragione di chiamarlo Tanno vittorioso (4^) . Aveano >954 
sconfitti i Sanesi; ed obbligati a ritirarsi dall'asse- 
dio di Montalcino, e a ricever legge da loro; messi 
in dovere ì Pisto'jesi; obbligatili a riporre i Guelfi 
in città y e fabbricato ivi un castello sulla Porta fio- 
rentina in modo da dominarla ^ occupato Poggibon- 
zi^e con la recente presa di Volterra ponendo il 
colmo alla loro prosperità, eccitarono la sorpresa , 
e il terrore delTaltre città di Toscana. Dopo l'im- 
presa di Volterra si portò l'esercito fiorentino sul 
contado pisano, e passata l'Era prese a devastar le 

(4d)R. Malasp.c.55. 
Temo 11. 6 



66 LIBRO TERZO 



T campagne. La fama delle fiorentine vittorie avea 
diC. scoraggiti i Pisani , e le interne divisioni indeboliti. 
i^H Si era ^ secondo l'uso di quei tempi y levato a rumore 
il popolo pisano contro la nobiltà , e avea formato 
un governo popolare^ di cui se vollero parteciparci 
nobili furono obbligati ad entrare tra popolaci, 
molti abbandonarono la città (4^)> 1^ quale trovan- 
dosi divisa non ebbe in questo tempo coraggio di 
contrastare al nemico; gli chiese pace rimetteado 
le condizioni al suo discreto arbitrio: accettarono i 
Fiorentini, e tornò l'esercito trionfante a Firenze 
per consultar su quelle; erano essi uniti contro i 
Pisani coi Lucchesi , e Genovesi^ si fece perciò un 
congresso in Firenze degli Ambasciatori di quelle 
due Repubbliche (44) > ^^^ fiorentino Governo, e 
furono dettate ai Pisani le condizioni : 4a principale 
e più utile pei Fiorentini fu V esenzione di tutti i 
dazi e gabelle alle loro merci, che erano obbligate 
a passar pel dominio pisano: che si restituissero ai 
Genovesi i castelli di Lerice^ e Trebbiano: ai Iiuc- 
chesi Motrone, al Vescovato di Lucca Montopoli: 
lasciassero liberi i castelli di Garvaja, e di Massa di 
loro ultimamente occupati, dassero in mano ai Fio- 
rentini o il Castello di Ripafratta, o Piombino^ con 
qualche altro provvedimento meno importante (45). 
Non si può dare ai vincitori molta lode di moden- 
zìone: temporeggiarono i Pisani neir adempimento 
alle condizioni, e se si videro obbligati 9 cedere alle 

(43}TronclAiin. Pisani an. ia54* 

(44) Ann. Genuen. lib. VI ver. ital. Tom. 6. 

(45) Queste condizioDÌ son riferite variamente piii o meso 
gravose dagli Storici Bartolom. Scriba Ann. Genuen. lib. 6., dal 
Tranci Ann. Pisani > dal Malasp. cap. i55.^ che ve ne a| 
qualcun' altra. 



CAPITOLO QUARTO 67 
cÌTODetanze, era facile il prevedere che alla prima 
opportunità avrebbero violato una pace vergognosa . 4p°^ 
Questo momento non era lontano: il partito Gbì- ia55 
bellino per la morte di Federigo, e per la poca at- 
tività di Corrado, restato inferiore in Italia, comin- 
ciò a rilevarsi per opera di Manfredi, figlio natura- 
le di Federigo. Questo Principe, a cui la natura fa 
cortese di molti doni, degno figlio di Federigo II, 
ne possedeva i talenti : leggiadro, amabile, pieno 
di attività , e d'ingegno era stato creato dal padre 
Principe di Taranto: egli però divenne presto la per- 
sona più importante dei regno delle due Sicilie, pri- 
ma come tutore del piccolo Gorradino, indi come 
Sovrano. A Vendo nemica la Corte di Roma^ che 
Yolea disporre a suo senno di quel regno, cercò di 
guadagnarsi il partito dei Ghibellini che a lui , co- 
me figlio del primo loro protettore, facilmente si 
volsero. Vedendo Firenze dominata dal contrario 
partito , eccitò la Repubblica Pisana a rompere 
quelle condizioni, colle quali poco innanzi era sta- 
ta costretta a comprarsi una pace vergognosa (46) . 
Non vi volle molto a far muovere i Pisani : tuttavia ia56 
non contro i Fiorentini portarono direttamente le 
ormi , ma contro i loro alleati , i Lucchesi . A que- 
sta infrazione dei patti non tardarono a porsi in 
moto i Fiorentini. Unite le loro genti alle lucchesi, 
attaccarono i Pisani presso a Ponte a Serchio, e le 
ruppero con grandissima perdita dei Pisani (47)* Si 
avanzarono i vittoriosi Fiorentini fino a S. Jacopo 

(46) Ammir. Istor. Fior. lìb. a. 

(47) L'Ammir. lib. a. copiando il Malas. racconta che oltre i 
■ftorli» e gli affogati nel Serchio » 3 mila furono i prigionieri: pro- 
queste perdite son quasi sempre esagerate. 



68 LIBRO TERZO 

gassai presso di Pisa; e ia segno di giarisdicLone, e 
di e ^pr^gio <l6Ì Pisani vi batterono moneta (48)* Gostret- 
ia56 ti i vinti a domandar frettolosamente la pace, l'ot- 
tennero , ma le condizioni furono gravose , poiché 
oltre i patti stipulati nel i254> ^^ aggiunse ia ces- 
sione dì varj castelli ai Lucchesi , e ai Fiorentini • 
Fra quelli che erano costretti a cedere a questi eni?i 
Mutrone, lo che assai doleva ai Pisani giacché es- 
sendo situato sul mare poteva divenire un comodo 
porto ad una nazione commerciante, e indnstrìon, 
che non solo non avrebbe avuto più bisogno di 
Porto Pisano, ma acquistava i mezzi di divenire 
una potenza marittima . Non potendo con la foni, 
tentarono coir oro dMndurre i Fiorentini a minir 
Motrone: non vuoisi lasciare in oblio un'azione lo- 
devole di Aldobrandino Ottobnoni. Nelle disciis* 
sioni sopra Mutrone questo virtuoso cittadino avea 
opinato, che si disfacesse come inutile alla fioren- 
tina Repubblica: erano quasi persuasi i suoi com- 
pagni, e il giorno appresso se ne dovea fare il par- 
tito: il Ministro pisano, che era in Firenze^ aven- 
done avuto sentore, fece segretamente offrir da un 
amico ad Aldobrandino 4 nula fiorini di oro, se gli 
riesci va di far prevalere la sua opinione. Si accorse 
Aldobrandino dall' offerta , che il suo sentimento 
era falso: dette buone parole al mezzano, giunto 
poi in Senato, chiesta scusa della mutazione di sen- 

(48) Avaano ivi fatto tagliare un altissimo pino» e per espri- 
merlo nella moneta si vedea un trifoglio ai piedi di S^n Giofanai. 
Attesta il Villani di aver veduto parecdù di questi fiorini, onde 
non pare possa cadervi il dubbio che vuol muovere il Gav* Flan. 
dal Borgo, molto piii che lo stesso Tronci pisano annalista m teia- 
pi tanto piii bassi afferma di avere avuto m mano pia di ubo A 
questi fiorini di oro. 



CAPITOLO QUARTO 69 
timento, con tanta eloquenza perorò per la con tra « 
ria opinione 9 che giunse (non però senza molta die 
difficoltà) a far cangiare la deliberazione che il Ma- «^^^ 
gistrato stava per prendere. Era Aldobrandino male 
agiato dei beui di fortuna , onde quando fu nota 
tanta illibatezza y che ad onta del suo silenzio tra- 
pelò air orecchie del pubblico^ ne riscosse sommo 
applauso (49)- ^gli i^on fece che il debito di un 
buon cittadino; e le lodi che si usano dare in sorai« 
glianti avvenimenti, sono piuttosto una indiretta 
satira al genere umano, la rarità di queste azioni 
rendendole piuttosto eccezioni, che regole comuni 
della vita. Essendo nell'anno appresso mancato di 1^57 
vita quest'onorato cittadino, la patria con magnifi- 
ca pompa ne fece in S.' Reparata 1* esequie, e gli 
eresse jper eternarne la memoria un mausoleo. 

L'abbattimento del partito Ghibellino in Tosca- 
na avea specialmente causate le perdite dei Pisani . 
Manfredi, sul cui ajuto aveano sperato, era lontano 
e involto nelle guerre eccitategli dal Papa, e dai 
snoi sudditi: il sostegno, che aveano sempre avuto 
dagl'Imperatori, mancava loro in questo tempo in 
cui l'Impero agitato da varie fazioni era vacante. 
Le città d'Italia avevano goduto il dritto di parte- 
cipare all'elezione (5o) del Re dei Romani , e d'Ita- 
lia: è vero che poco tempo innanzi nel Concilio di 
Lione Innocenzo IV dopo la deposizione di Federi- 
go II avea data la facoltà di eleggere a quel posto a 
sette Principi di Germania , ossia Elettori : ma non 
crederono probabilmente le italiche città di aver 
perduto quel dritto. Pisa fra queste, considerando 

(49) Gio. VUL Ili. lib. 6. e. 64. 

(50) Morator. dìss. 3. de imp. rom. et regum. ital. eie. 



70 LIBRO TERZO 

" le sue critiche circostanze, e quanto di forza le si 



aTc! accrescerebbe per reiezione di on Imperatore a 
ia57 lei amico, e quasi sua creatura, fece un atto che 
può sembrare orgoglioso ai nostri tempi , ma che 
fu allora dettato dalla politica , e dalla considera- 
zione che godeva questa Repubblica • Essa mandò a 
dar ia sua voce per l'elezione, ossia ad eleggere 
realmente Imperatore il Re Alfonso di Gastiglia, 
che graziosamente accolse l'onorevole ambasceria. 
Bandino di Guidone Lancia, della famiglia Gasalei 
di Pisa , fu r ambasciatore , e coi riti solenni lo 
elesse per la sua Repubblica Re dei Romani, ed 
Imperatore; il qual concesse i più ampj, ed estesi 
privilegi alla città di Pisa (5i). Quest'atto grande, 
e rispettabile mostra la considerazione di cui Pisa 
godeva , e se ( come (5a) pare ) nello scisma in cui 
erano gli Elettori, la nomina che fecero dello stes- 
so Alfonso l'Arcivescovo di Treveri , il Re di Boe- 
mia, il Duca di Sassonia, il Marchese di Brande- 
burgo fu posteriore alla pisana elezione, questa ne 
ricevè anche un lustro , ed una dignità maggiore 
per essere stata seguitata da sì potenti Principi. Gli 
altri Elettori , con molti Principi di Germania avet- 
no già eletto Re dei Romani Riccardo conte di Go^ 
novaglia, fratello del Re d'Inghilterra. Nel tempo 
della sospensione tra i due concorrenti, i Fiorentioi 

(5i) Esiste il diploma riferito dairUgbelIi» dal Tronci, dU 
Cav. Flam. dal Borgo, in cui vi sono le parole: E^o Bandinus 
Lancea etc. , . , in romanorum regem, et imperaCorem rom, im* 
perii nunc uacantis eligo, et assumo , promoveo atque voco etc^ 
ed esiste l'accettazione di Alfonso» e il diploma dei privilegi ai 
Pisani . 

(5a) I diplomi di elezione , e di concessione di privilegi soa 
segnati nell'anno ia56, e l'elezione fatta dai Principi nominati 
nel 1357., ovvero 58. 



CAPITOLO QUARTO 71 

crederono forse Alfonso più favorevole al loro par- . 
tito^ onde gli spedirono il loro illustre cittadino dìC. 
Brunetto Latini; ma le disgrazie che avvennero ai ^^^7 
Ghibellini fiorentini resero inutile l'ambasciata (53). 
Il Papa Alessandro IV restò per qualche tempo 
neutrale, poi cominciò ad appellare eletto Riccar* 
dO| e finalmente alla morte di questo negò di rico- 
noscere Alfonso. La premura dei Pisani in elegger- 
I09 e dei Ghibellini italiani per riconoscerlo^ lo re* 
sero sospetto alla Corte di Roma la quale dopo lun- 
ghe^ agitazioni lo escluse dall'Impero. 

L'inattività 9 in cui si trovava il potere imperiale ia58 
in Italia ; e l'impotenza dei Pisani a favorirlo , o 
ad esserne ajutati^ rese più facile la lóro riconcilia* 
zioue colla Chiesa, dal di cui grembo erano separati 
da sedici anni , dal tempo cioè in cui , vinti i Ge- 
novesi, condussero prigionieri in Pisa i Prelati, che 
andavano al Concilio Lateranense. Aveano essi ri* 
cosata la riconciliazione con Innocenzìo IV per es- 
servi la condizione creduta da loro poco generosa 
di abbandonare il loro alleato, ed amico Federigo 11. 
Mon esisteva più siffatto ostacolo , onde avendo 
chiesto ad Alessando IV l'assoluzione dalle censu- 
re, fu loro concessa, e imposto l'obbligo di seguire 
le parti dell'Imperatore, che sarebbe da lui rico- 
nosciuto, e l'utile e salutare penitenza di fabbrica- 
re uno spedale , che fu quello di S.^ Chiara . Si ese- 
gui la fondazione da Fra Mansueto TanganeUi di 
Castiglione aretino, penitenziere del Papa, ed alla 
pubblica funzione assisterono molti Prelati , e lo 
stesso S. Bonaventura (t>4)« Voleva il savio Ponteft» 

(^^J Rie. Blalasp. e. i6a. 

Cronic Pis. Flam. dal Borgo diss. 5. Tronci te. 



71 LIBRO TERZO 

yce pacificarli anco coi Genovesi ^ che contrastand<^ 



^°^Moro la Sardegna, e invaso il Principato di Gaglieriy 
r»58 tenevano assediata Santa Gilia • Ordinò il Papa a 
due cavalieri dimoranti in Sardegna , che colasi 
portassero come suoi Legati , intimassero loro so- 
spensione di ostilità^ che rimettessero la piazza 
contrastata nelle loro mani, e che egli avrebbe poi 
pronunziata la sentenza: ma prima che questi giun- 
gessero, i Pisani, espugnata la piazza, aveano rìca* 
perato il Principato di Caglieri , che diedero in 
feudo a tre famiglie pisane ai Visconti, ai figli del 
Conte di Capra ja, e ai Gherardeschi j Io che avven- 
ne nell'anno susseguente, nello stesso tempo in coi 
in Levante presso Acri uniti ai Veneziani dettero 
una micidiale sconfitta ai Genovesi con una immen- 
sa strage, la perdita di aS galere, e la loro espul- 
sione dal porto di Acri. I Pisani, ed il resto dei 
Ghibellini toscani non poterono valersi dell' ajuto 
imperiale; Tebbero finalmente da Manfredi, che 
sempre attivo proseguiva a fomentare il partito 
Ghibelliuo in Firenze. Era questo tiranneggiato 
dal Guelfo dominante, escluso dalle cariche pub- 
bliche, e guardato con vigilante gelosia, onde na- 
scondeva nel silenzio i proprj sentimenti: incorag- 
gito però da Manfredi, tramava occultamente del- 
le innovazioni . Guidavano la cospirazione quei de* 
gli liberti, che giudicati meno pericolosi, dopo 
l'espulsione dei Ghibellini, eran restati in Firenze. 
Fu la congiura scoperta. Chiamati in giudizio, ri- 
cusaron di comparire, e prese le armi, ardirono di 
ii59 violare i ministri della giustizia . Il popolo però 
voltossi tutto contro loro, e ne arrestò alcuni , che 
perderono la testa sotto la scure . Molte altre fami- 



CAPITOLO QUARTO ^^ 
glie complici della congiura fuggirono di Firenze:' . 
restò involto in questa disgrazia TAbate di Yallom- ^^ q^^ 
brosa, della famiglia Beccheria di Pavia, preso a 13^9 
sospetto dì essere complice: i tormenti gli fecero 
confessare ciocché forse non era vero, e gli fu mozza 
la testa (55). Si ritirarono gli esuli a Siena, che era 
allora divenuta ricovero di quel partito • Fra i fuo- 
rusciti fiorentini trova vasi Manente, ossia Farinata 
degli liberti, capo della famìglia, d'indole feroce, 
eloquente, qd ugualmente capace nelle armi e nel 
consiglio (56). Era egli l'anima della fazione Ghi- 
bellina: infiammò i Sanesi all'armi contro i Fio- 
rentini, irritò contro di essi con tutti gli artificj 
Tanimo del Re Manfredi (57), che mandò loro in 
soccorso una scelta truppa di 800 cavalieri tedeschi 
guidati dal Conte Giordano, sperimentato guerrie- 
ro: altri mille ne furono assoldati: vi concorsero 
tutti i Ghibellini di Toscana, e si fece a Siena una 
massa assai numerosa dei più feroci nemici del Go- 
verno fiorentino: di questa truppa però formavano 
il nerbo i cavalieri tedeschi: erano assoldati per tre 
mesi; onde vedendo Farinata che, se non si tirava 
da essi partito prima di questo termine , manche- 

(55) Malasp. cap. 1 59. 

(56) FUipp. Villani degli Uomini Illus. Fior. 

(57) Avea qael Re mandato non più di aoo cavalieri tedeschi: 
fl piccolo soccorso scoraggi i Ghibellini: Farinata però ne trasse 
il miglior partito.* avendoli ubriacati gli mandò insieme con altre 
troppe contro i Fiorentini y che si trovavano presso Siena . Vi si 
spinsero con tanto furore , che nel principio i Fiorentini presero 
la fnga : veggendo poi il piccol numero di combattenti tornarono 
vergognosi mdìetro, e messigli in mezzo tagliarono a pezzi tutti i 
Tediescbi, e poi strascinarono per disprezzo sul suolo l'insegne di 
Manfredi • Questo avvenimento fatto sapere da Farinata al Re, che 
gli esagerò il valore dei suoi, e il dispregio fatto alle sue insegne, 
impegnò il Re nell'impresa con mplto calore come Farinata avea 
previsto • Malasp. cap. 164* 



74 LIBRO TERZO 

. rebbe il denaro per confermarli , tentò di tirare i 
df^) Fiorentini ad nn' azione (58). Avendo per meno 
ia6odi fidati emissarj , che farono dne frati minori, 
fatto credere ai primi della fiorentina Repubblica 
che se si fosse mosso il loro esercito verso Siena , 
sotto colore di rinforzare Montalcino, sarebbe aperta 
loro una porta per liberar la città dalla tirannia di 
Provenzano Salvani, potente, ed altiero cittadino, 
fu dai Fiorentini creduto al fraudolento invito; e 
quantunque molti, e specialmente Tegghiajo Aldd- 
brandi degli Adimari, colla più forte ostinazio- 
ne (59) dissuadesse un'impresa inutile, giacche si 
sarebbe vinto colla pazienza , e il tempo avrebbe 
combattuto per loro, fu messo in campagna im 
esercito numerosissimo di genti , ma non di solda- 
ti. Si disse che non fossero meno di 3o mila, e da 
tutte le città alleate, o piuttosto soggette ai Fioren- 
tini, vennero truppe ausiliarie; ma siccome dalle 
medesime città erano stati cacciati i Ghibellini, 
questi si erano riuniti a Siena , e i Guelfi a Firen- 
ze, onde i due eserciti presentavano il tristo aspet- 



(58) Nel racconto del memorabil fatto dì orme di Monteapef^ 
Uy e negli avvenimenti che lo precedettero abbiamo seguitato Ri- 
cordano Malaspina scrittore contemporaneo , e la di cui autorità 
84;mbra perciò superiore ad ogni altro • Tnttayia lo Storico Sanese 
Malevolti nega molti di questi fatti; e asserisce che il Conte Giorda- 
no era venuto fino dal dicembre dell' anno scorso cogli 800 cavai* 
li, onde non pnò esser vero il racconto degl'insulti fatti all'inse- 
gne ec. Se veramente nei libri pubblici di Siena si trovano idoci- 
menti autentici della sua asserzione^ non vi è replica. Ma non sa- 
rebbe stato fuori di proposito » che egli avesse riportato le parole 
dei pubblici libri , come fa tante volte • 

(59) Sullo stesso tuono parlò il Gherardini: eli fu comandato 
dagli Anziani di tacere sotto pena di lire 100; volle pagar la pena, 
ma parlare ; gli fu raddoppiata » e pagò la multa di lire 3oo per 
dire delle inutili verità. Fu finalmente fatto tacere coUa miiyurf" 
della pena della testa. Malasp. e* 166. 



CAPITOLO QUARTO 76 
to della divisione^ e guerra civile deli' intiera To- 
scana • Dal solo Arezzo si asserisce^ che fino in 5 di e. 
mila venissero in soccorso dei Fiorentini sotto il >^^ 
comando di Donatello Tarlati ^ mentre un'altra 
schiera di fuorusciti , condotti dal loro Vescovo (60), 
si era riunita in Siena; e se dee credersi a Raffaello 
Roncioni^ una scelta truppa di 3 mila Pisani ven- 
nero a Siena. L'esercito Guelfo era superiore in nu- 
mero al Ghibellino, essendo quella fazione domi- 
nante in "Toscana y ma probabilmente non vi fu 
quella sproporzione che voglion far credere alcuni 
storici. Marciava l'esercito Guelfo come a sicura 
vittoria, sperando dover senza combattere entrare 
in Siena: giunto sui colli di Monteaperti si arrestò ' 
per aspettar l'avviso dai Sanesi di procedere più 
innanzi • Niente è più capace di sconcertare un 
Capitano, ed una truppa quanto il vedersi venire 
coraggiosamente incontro un nemico che si crede- 
va vinto o fuggitivo: cosi i fiorentini Condottieri, 
che andavano alla sicura conquista di Siena, quan- 
do scorsero avanzarsi risolutamente i nemici , alla 
testa dei quali era la truppa tedesca , tanto alla lo- 
ro formidabile, cominciarono a sbigottirsi • Si venne 
alle mani, e fu combattuto con molto valore; ma 
non reggendo all'impeto dei Tedeschi, piegarono i 
Fiorentini • Ad accrescer la costernazione si aggiun- 
se il tradimento. Molti Ghibellini nascosi, nel tempo 
della battaglia passarono ai nemici. Fra questi Boc- 
ca degli Abati prima di passare all'altra parte, ti- 
rò a tradimento un colpo a Jacopo del Vacca della 
famiglia dei Pazzi, che portava l'insegna dellsi Re- 

(60) Leonar. Bmii. his. lib. a. Glngurta Tornili. Ist. SancM 
par* L Ub* 5. Blalayolti lib. 1 . p. a. Ptoloemeiu Locena. Ann. 



76 LIBRO TERZO 

^= pubblica ^ e lo fé cadere col braccio mouo in ter- 
die. ^A (6i) • Sparse quest'atto il terrore tra i Fiorenti- 



ia6o ni^ non sapendo più distinguere gli amici dai ne- 
mici: il solo contrasto rimase intorno al Carroccio 
su cui stavano le bandiere, e dintorno la miglior 
parte dei difensori (63) volenterosi di comprarsi 
una morte illustre col valore, piuttosto che la sal- 
vezza colia fuga. Fu chiaro tra questi Giovanni 
Tornaquinci, che presso al settantesim' anno stava 
con suo figlio alla guardia di quel posto: vedendo 
tutto perduto, incoraggito il figlio, e gli altri a se- 
guitare il suo esempio, si scagliò trai nemici^ pror 
testandosi di non voler sopravvivere a tanta mina; 
e valorosamente combattendo fu ucciso. Una parte 
del rotto esercito si era refugiato nel castello di 
Monteaperti. Preso a forza il castello, furono i re- 
fugiati tagliati a pezzi (63). Non è facil sapere il 
numero dei morti in una battaglia, esagerandolo 
sempre i vincitori, e nascondendolo i vinti: questi, 
ossia gli scrittori fiorentini, non confessano che a5oo 
morti, e i5oo prigionieri; ma il numero dovete 
esser più grande, inferiore però air esagerazione de- 
gli istorici Ghibellini (64)* Si conta questa battaglia 
fra le più sanguinose di quei tempi: avvenne il dì 4 
Settembre . Festeggiarono la vittoria con solenne 
pompa i Sanesi , in cui vedeasi il Carroccio dei Fio- 

(61) Malasp. cap. 167. 

(6a) Leonar. Bruni Hist. Fior. lib. a. 

(63) Amm. Htst. Fior, lib* a. Dante : 

la strage , e il grande scempio 

Che fece l'Arbia colorata in rosso. 
(64) n più autentico monumento sarebbe la lettera dei Saaea 
scritta al Re Manfredi, oye i morti si fanno ascendere a soli 3 mi- 
la» ma probabilmente è apocrifa • Tedi Gronic» San» Rer« iiaL scr* 
lom. 1 5. 9 e nota del Benvoglienti • 



CAPITOLO QUARTO 77 
rentìni strascinato a ritroso^ e il nome di Città della 
Vergine fu preso da Siena in questa circostanzai di e! 
come un devoto attestato di riconoscer dal Cielo il *^^^ 
felice successo (65) • 

(65) Malayolti Ist dei fatti 9 e gaarr. dei San. Nelle monete al- 
le parole Sena itetus, fu aggiunto Civitas Virginis . Questo sto- 
rico per conceder tutta la gloria di questo giorno ai Sanesi , esclu- 
de il soccorso dei Pisani . Il Benvoglienti poi vuole escludere l' in- 
flaensa» e Tajuto del Re Manfredi. Si vegga la risposta vittoriosa 

del Cav. Flam. dal Borgo Diss. 6. d-"''-* --• -^ *• - - 

dne Scrittori senza lasciar loco a re 
specialmente il racconto di Malasp. e 
pili antico, e perciò più autorevole. 



78 LIBRO TERZO 



CAPITOLO r. 



SOMMARIO 

Decadenza della Parie ùuelfa. Concilio di Empoli* Magas' 
nimità di Farinata degli Uìferti. Guerra con iLucca e co- 
gli esuli Guelfi. Venuta di Carlo d'Angiò in Italia • Bai- 
taglia presso Benevento , e morte di Manfredi. Riforma id 
Governo di Firenze • Turbolenze cht succedono . Discesa di 
Corradino di Svevià in Italia . Imprese dei Pisani armati 
in suo favore . Battaglia di Tagliacozzo • Fuga di Com- 
dino. Arrestato, è dato in mano di Carlo, Morte di Cor- 
radino . Pace di Carlo coi Pisani , e con altre città di Tosca- 
na. Pace tra i Guelfi é i Ghibellini di niun effetto. Guem 
civile fra i Pisani , fomentata dal Re Carlo. Morte del Pupa 
Gregorio X. Nuova concordia fra i Guelfi e i GhibelUm w 
Firenze. Affari di Sicilia. Celebre Vespro Siciliamo. Nuovo 
cambiamento di Governo in Firenze. 

JLja rotta di Monteaperti fu uno dei colpi più fa- 
tali alla fazione Guelfa non solo in Toscana, ma 
per tutta Tltalia. La costernazione dei vinti fu ta- 
le^ che non ardirono trattenersi in Firenze, e di* 
fendersi : nove giorni dopo la rotta si partirono 
volontariamente tutte le famiglie Guelfe, la maggior 
parte delle quali ritirossi a Lucca, restata Guelfa 
sola in Toscana^ giacché Prato, Pistoia^ Volterra 
ec. seguitarono la sorte dei vincitori, e da quelle 
furono obbligate a ritirarsi i Guelfi (i). Non tarda- 
rono a giungere i vincitori a Firenze, e non poten- 
dosi sfogare contro i nemici, presero a minarne le 
case: ma ciò che mostra quanto sia cieca ^ furiosa, 

(i) Malasp. Gap. 1 70* 



CAPITOLO QUINTO 79 
ed ingiusta la rabbia dei partiti, non contenti di 
minare in S.^ Reparata il sepolcro dal pubblico voto ^^o! 
già poco innanzi eretto ad Aldobrandino Ottobuo- ^^^o 
ni, ne trassero il cadavere, e strascinato per la 
città, lo gettarono nei fossi (2). Furono confiscati i 
beni dei Guelfi , e la città cominciò a governarsi 
sotto rinfluenza, o dependenza del re Manfredi. 
Dovendo partirsi il Conte Giordano, si adunò in 
Empoli una grande assemblea dei Ghibellini per 
concertare il modo di assicurare la superiorità in 
Toscana al loro partito . La componevano persone , 
che quantunque varie d' interesse erano tutte ne* 
miche di Firenze. I Pisani, i Sanesi, gli Aretini, 
e gli altri Toscani temevano la crescente potenza 
dei Fiorentini, che minacciava, a loro servitù. I Si- 
gnori feudali, i Conti Guidi, Alberti, di S.» Fiora ^ 
e gli Ubaldini, dei quali i Fiorentini aveano fre- 
quentemente gastigato le insolenti soperchierie, ne 
bramavano la ruina: fu proposto perciò che nìuna 
cosa potea più consplidare la forza Ghibellina quan- 
to il disfare la città di Firenze, ove la fazione Guelfa 
avea sempre più dominato che la Ghibellina , ed 
ove le instabili vicende della sorte potevano pure 
ristabilirvela. Fu questa la proposizione dell'amba- 
sciatore di Siena, sostenuta da quello di Pisa, città 
capitali nemiche di Firenze (3). Quasi tutta Tas- 
se mblea aderiva alla stessa opinione, e sta vasi per 
condannare alla distruzione una città si rispettabile, 
quando Farinata con detti grossolani, ma pieni di 
forza protestò altamente che egli non s'era esposto 
a tanti pericoli per ruinar la sua patria, ma per 

(a) Giov. Yill. Is. lib. 6. cap. 64. . 

(3) Giogurta Tommasi UU dì Siena par. a » lib. 6. 



8o LIBRO TER20 

'potervi vìvere onoratameute: che egli finche avei 
dìG. sangue nelle vene non l'avrebbe permeaso (4). Non 
>a6oo53|.Q||Q 1 Ghibellini ostinarsi, temendo il valore, 
l'ingegno , e partito grande che si traeva seco que- 
st'uomo degno di eterna memoria, giaccl>è Firenze 
gli deve la sua esistenza (S). Si determinò il numero 
dei soccorsi che le città , i castelli , i Signori colle- 
gati dovessero al bisogno contribuire, e questo fa 
chiamato Taglia • Si elesse Potesti^ di Firense per 
due anni il Conte Guido Novello, il quale esigè che 
la città prestasse giuramento di obbedieo'ifta al Re 
ia6i Manfredi. Tenea egli ragione nel palazzo vecchio 
di S. Apollinare, onde per potere con più agio io- 
trodurre in città, e nel palagio le sue genti di Ca- 
sentino , aprì una nuova porta nelle mura più vi- 
cine, che Porta Ghibellina, e la corrispondente 
strada, via Ghibellina furono appellate. I Sanesi 
ottennero, che cinque castella situate ai confini tn 
loro e i Fiorentini, e che formavano a questi oo 
forte antemurale , fossero disfatte . 1 Pisani che fos- 
sero loro rese varie castella dai Lucchesi, usurpate 
nell'ultima guerra coi Fiorentini. Lucca, di fit- 
zioDC Guelfa avea dato ricetto ad una gran quantità 
dei Fiorentini esuli: si mosse contro di essa il Conte 
coU'armata della Taglia ; ne scorse, e travagliò 
assai il territorio: resisterono vigorosamente i Luc- 
chesi, giacché essendo seco loro riuniti i fuorusciti 
Guelfi di varie città di Toscana^ la disperasione 

(4) Vedi Dante, Infer. can. io, ove è descrìUo noUImeate 3 
caraUere di Farioata , che predice V esìlio al Poeta. 

» Ma fui io sol colà , dove sofferto 

» Fu per ciascun dì torre via Fiorenxa , 

» Colui che la difese a tìso aperto. 

(5) Malasp. Gap. 1 70. Amai. lib. a* 



CAPITOLO QUINTO 8i 

Ì5pirava valore, ed è per questo che sì difesero per ^^ 
circa due anni contro la forza della Ghibellina Lega ^^ 
tanto più potente di quella città. La guerra più ia6^ 
vigorora era loro fatta dai Pisani che roiravaQO alla 
distrussione di Lucca: erano essi i più attivi, e più 1263 
numerosi nell'esercito della Taglia, Benché partis* 
sero dall'esercito molte genti tuttavia i Pisani uniti 
ai Sanesi proseguirono a infestare il territorio dei 
Lucchesi, e dopo averli più volte sconfitti ^ s' inol- 
trarono fino alle mura di Lucca , vi batterono mo- 
neta, scagliarono delle freccie nella città, e vi rap- 
3resentarono la loro celebre giocosa pugna , chia- 
mata comunemente il Giuoco del Ponte (6). Final- 
ajente chiesero i Lucchesi la pace, e T ottennero 
lai Fiorentini colle condizioni di entrare ancor essi 
iella Taglia^ e di cacciar tutti i Fiorentini ed altri 
!juelfi fuorusciti. Andò errando questa infelice turba 
Il uomini, di femmine, di ragazzi, esponendola 
oro miseria agli occhi di tqtta T Italia • 

L' ìstabile fortuna però si preparava a vendicar- 1264 
i « I Papi col loro partito continuamente vessati 
la Manfredi, e dai Ghibellini, vedendo i fulmini 
!ella scomunica inutili contro quel Re, avean più 
olte chiamate le armi francesi ad invadere il regno. 

(6)Brcviar. histor. Plsanae. Ber. ital. tom. 6. Ivi è chiamata 
txesto giuoco Ludus ad Afassascutum , forse cU Massa ^ e scu- 
o: e questa è la pritna memoria di quel celebre spettacolo, e, 
3a dicendosi che fosse allora istituito ò da credere che molto 
manzi si praticasse. Anche in Pavia un simile giuoco descrivcsi 
lU'Anonimo Ticinensc^ Fer^e Icdue armi di scudo^ «'mazza 
irono in seguilo riunite in una, nel targonc, arme di olTcsa, e di 
fesa. Che Lorenzo dei Medici riformasse quest'arnie si aderisce 
pza. prove. La prima sua istituzione è ignota ma probabilmente 
di origine longobardica j è vero che nell'Ànon« Ticincnse non si 
rscrive che lo scudo , con cui correvano di lontauo ad urtarsi: 
a noQ è ivi chiamato Ludus ad Massascuiura , 

l'i.mn II. 6 



82 LIBRO TERZO 

^^ di Napoli • Carlo di Angiò fratello del santo Re Lin- 
di C. gì d^ Francia , quanto inferiore in santità ^ tanto 
ia64 superiore in talento al fratello^ lo avea accompa- 
gnato nella guerra sacra in Egitto^ ove le loro armi 
ebbero sì infelice successo (7). Tornato in Francia, 
animato sempre da quello spirito d'intrapresa, già 
eccitato in lui dalla Crociata, ascoltò facilmente le 
proposizioni dei Pontefici Urbano IV , e Clemente 
IV, che r invitavano alla conquista del regno di 
Puglia, e di Sicilia , creandolo Senatore di Roma. 
Ne fece egli i piiì vigorosi preparativi, e la sua mo- 
glie Beatrice ne prese le maggiori care, impegoao- 
do tutte le sue gioje. Ambiva ansiosamente al titolo 
di Regina , e la femminile vanità era stata troppo 
esulcerata , quando trovandosi colle sue tre sorelle 
Regine , fu obbligata a sedere un gradino più ab- 
ia65 basso , perchè priva di quel titolo (8). Carlo Signore 
della Provenza pose insieme un fiorito esercito di 
gente agguerrita, che inviò alla volta di Roma, 
mentre esso salito sopra una flotta di non più di 
venti galee con soli 1000 uomini d' arme, scelta 
truppa e valorosa , si mise in mare, e fu singolar- 
mente favorito dalla fortuna, essendosi esposto al 
rischio di esser preso ; giacché veleggiava la flotta 
di Manfredi, che composta di legni pisani, geno- 
vesi , e siculi giungeva ad 80 galere ; ma la tempe- 
sta l'avea dispersa, onde passò indisturbato avanti, 

(7) Vedi Mémoires da Ghevalier de Tonville , compagQo ndU 
spedizione di S. Luigi . 

(8) Ricor. Malasp. e. 75; e Gio. Villani lib. 6. e 93. La mag- 
giore era moglie del Re di Francia , la seconda del Re d*^ In- 
ghilterra , la terza del fratello eletto Re dei Romani; furono que- 
ste 4. Principesse figlie di Raimondo Conte di Provenza: la qui 
provincia, Tultima , cioè Beatrice» portò in dote a Carlo. 



CAPITOLO QUINTO 83 
entrò nella foce del Tevere , e sbarcò a Roma • Si 
avan2Ò anche il suo esercito felicemente in Italia , ^^^ 
condotto dal Conte Guido di Monforte ^ con cui si ^^65 
trovava la moglie di Carlo ^ Beatrice: risorsero le 
speranze dei GuelEi e 4^0 cavalieri fiorentini^ sotto 
la scorta del Conte Guido Guerra , andarono in 
contro ai Francesi in Lombardia , e furono la loro 
guida per la Romagna, e Marca infino a Roma. 
Coronato Carlo dal Pontefice insieme con sua mo- j^es 
glie re della Sicilia di qua , e di là dal Faro y non 
perde un momento a marciare^ benché nel cuor 
deir inverno 9 contro il nemico avendo necessità di 
afifrettarsi per mancanza dei mezzi di sussistere: 
Presso Benevento avvenne T ultimo di febbraio la ^ 
sanguinosa battaglia , che decise di quel bel regno: 
in es») i Fiorentini esuli , altamente si distinsero : 
il Re Manfredi^ dopo aver combattuto col più gran 
valore y vedendo il suo esercito sconfitto» non volle 
sopravvivere alla disfatta y si cacciò nel più forte 
della mischia, e restò ucciso. Fu dai vincitori uniti 
in Crociatale pieni di benedizioni^ e d'indulgenze 
dato un orribil sacco a Benevento^ citta papale ^ 
spogliate le chiese, disonorate le donne , e trucidati 
i vecchi, ei fanciulli (9). 11 cadavere di Manfredi, 
ritrovato dopo tre giorni , fu sepolto presso il Pon- 
te di Benevento vilmente in una fossa , ove Todìo^ 
la superstizione, e la poca generosità del suo rivale 
:oudannollo (io). Egli avea avuto la disgrazia di 

(9) Quest'orrida scena durò olto giorni, ed è descritta da 
ìaba Malaspina istorico Guelfo, e parziale perla fazione di Carlo. 

(io) Vedi Dante, Purgai, canto 3, cne ad onta della sco- 
nitnìca in cui mori Manfre«li lo ha posto in luogo di salvazione, 
inmollendo colla poetica immaginazione la durezza della teologi- 



84 LIBRO TERZO 

7 dispiacere ad un Corpo allora potentissimo che Io 
^^(), dipìnse coi più neri colori: i più atroci delitti gli 
ia66fujrouo apposti^ la morte del padre ^ e del fratello 
Corrado: non ve ne ha però prova alcuna di fon- 
damento. Imitatore di suo padre, fu gran protettore 
delle scienze, e delle lettere (i i) : rammentarono 
con desiderio il suo governo bea presto i Siciliani, 
e Napoletani: la posterità imparziale lo ha riguar- 
dato con molta stima, ed una gloriosa memoria 
resta sempre di questo Principe nel nome di Man- 
fredonia da lui edificata . La sua ruina fu anche 
quella dei Ghibellini in Toscana , e nel resto d'Ita- 
lia incoraggiti i Guelfi occuparono molti castelli; 
il popolo, a cui è sempre odioso il governo presen- 
te, e spera nel futuro^ mormorava delle gravezze 
irnposte dal Conte Novello per sostener la guerra. 
Mentre il segreto fremito dal malcontento annun- 
ziava la vicina tempesta, cercarono le più sagge, e 
devote persone di pacificare le due fazioni. Chia- 
mati da Bologna a Firenze due dei Cav. frati Gau* 
denti (12)^ che fra le virtù di cui facevan profes- 
sione vi era quella di pacificare le inimicizie, fa 

ca condanna y che vuole, che per ogni anno» in cai si è vissnti 
nelle censure ecclesiastiche , se ne passino 3o in Purgatorio: 

n Vero è che quale in contumacia muore 

^> Di santa Chiesa , ancor che alfin si penta, 

» Star gli convien da questa ripa fuore 

» Per ogni tempo , eh* egli è stato trenta. 
(11) Non solo Niccolò di Tamsilla suo panegirista, ma Saba 
Malaspina di partito a lui contrario, si accordano in questa parte. 
Murat. rer. ital. scrip. tom. 8. 

( 1 a) Erano chiamati Cavalieri di S. Maria : vestivano di bian- 
co col mantello bigio : nel vestirsi faceano promessa, comeglialtri 
Cavalieri, di difender le vedove, e i pupilli , e inframmettersi a 
far le paci. Loderingo di Don Liandolo ne fu 1* istitutore, uno 
dei due che vennero a Firenze, e l'altro Messer Catalano Bla- 
levolti. Malas. Cap. 83. 



CAPITOLO QUINTO 85 
data loro facoltà di riformar lo Stato. Questi eles- 
sero treotasei cittadini per lo più popolari^ e mer- ^iq^ 
canti indistintamente Guelfi, e Ghibellini per con- «^^^ 
sultare sugli affari pubblici: allora fu il popolo di- 
stinto in sette Arti, che si chiamarono in seguito 
maggiori, quando vi si aggiunsero le minori, dato 
a ciascheduna il Gonfalone, affinchè quando occor- 
resse fossero pronti i Capitani di esse col loro se- 
guito (i 3). Ninna distinzione conveniva meglio a 
una città commerciante. Intanto nel fiorentino po- 
polo, per la più parte sempre di cuore Guelfo, era 
risorta la speranza di ripigliar lo Stato, e manife- 
stare i suoi sentimenti per la vittoria di Carlo: i 
trentasei Riformatori insieme coi due Capi o Pote- 
stà Cav. Gaudenti , parea che favorissero quella 
setta • Il Conte Guido , che vedea crescere il mal- 
contento, chiamò a Firenze i soldati dalle città col- 
iegate per sostenersi : dovendosi però levare una 
grossa contribuzione per mantenerli , crebbe il mal 
umore nel popolo, il quale armato avendo alla testa 
Messer Gianni Soldanieri, si fortificò con serragli a 
pie della torre dei Girolami. Il Conte colla sua 
truppa, e coi Ghibellini fece testa alla piazza di San 
Giovanni; ma crescendo gli assalitori che colle ba- 
lestre, colle pietre dalle finestre, e dalle torri gli 
attaccavano, non si credette più sicuro, e si ritirò 
vilmente coi suoi da Firenze a Prato il di 1 1 no- 

(i3) Queste sette arti maggiori comprendevano; la prima 
i Giodici, e Notai, seconda i mercanti dì Galimala, e dipan- 
iti franceschiy 3. i Cambiatori, 4« quelli dell'arte della Lana, 
5. Medici, e Speziali, 6. Setaioli, e Merciai, 7. i Pellicciai. A 
qaeste ne furono in seguito aggiunte cinque minori , le quali 
poi in varie riforme accresciute , e diminuite si ridussero a i4> 
formando colle maggiori il Num. di ai. Mach. Islor. fior. Lib. 3. 



86 LIBRO TERZO 

-vembre. Essendosi però tosto accorti i Gbibellioi 



'^l^^ dell'errore, il giorno appresso tornarono a Firenxe 
ia66 con animo di rientrarvi: furono però ributtali dalli 
porta del Ponte alla Carraia (i4)* La Corte di Ro- 
ma , vedendo qual vantaggio ne ritrarrebbe da! 
cacciare affatto di Firenze i Ghibellini, non avea 
lasciato mezzo di stimolar quel popolo colla minac- 
cia anche degF interdetti a espeller dalla città i Te- 
deschi, che formavano al suo desiderio il maggiore 
ostacolo: lo che ottenuto, cercò tutte le vie di ri- 
volger la città alla sua de vozione ( 1 5) . 1 Pisani per 
la disobbedienza al Papa, e nella guerra contro la 
Sardegna, e contro ì Lucchesi , e per esser recidivi 
nel peccato contro la Corte di Roma della loro 
adesione al partito Ghibellino, erano ricaduti nel- 
r ecclesiastiche censure. Ruinata la potenza Ghi- 
bellina cercarono di riconciliarsi colla Sede Aposto- 
lica; il metodo più breve per troncare le difìicoUà, 
è stato sempre V oro: depositò la pisana Repub- 
blica 3o,ooo lire nelle mani dei Ministri PoutiOcj^ 
e fu assoluta (i6). 
ia57 ^i fu un momento in Toscana, in cui parve^ 
che gli uomini , deposta la frenesia delle fazioni, 
volessero riprendere il senno: dopo i pii offici dei 
Cav. Gaudenti si pensò a minare gli animi in altra 
maniera: furono richiamati molti dei Guel6,eTari 
matrimoni si fecero fra le famiglie nemiche: fra 
questi è da notarsi quello di Guido Cavalcanti, uno 
dei padri dell'italiana Poesia, colla figlia del cele- 

(i4) Rico. Malasp. e i85. 

(i5)Bla]lene Anecd. Thesaur. ove sono riferite ?irie letUie 
del Papa . 

(i6) Breviar. hist. Pis. Rer. iuL scr. tom. 5. 



CAPITOLO QUINTO 87 
bre Farinata degli liberti. Egli non vìvea più^ e ^^ 
fino dal Ta64 la morte Tavea opportunamente aot- di e. 
tratto alla vista della mina del suo partito ^ laacian- >^^7 
do vari figlia alcuni dei quali ebbero un trista 
fine. Questa pace però non era che apparente, e 
dettata più dàlia politica^ che dalla riconciliazio- 
ne: il cadente partito dei Ghibellini, che pure re- 
stava con qualche forza nelle città di Toscana, era 
stato obbligato a prendere il tuono di moderazióne , 
e i Guelfi non ancora abbastanza potenti per oppri- 
merlo , vi rispondevano cogli stessi sentimenti : 
erano entrambi in maschera , la quale però presto 
cadde: i Guelfi, che erano stati oppressi, volevano 
opprimere, o almeno prendere tutte le redini del 
governo: ne vedevano la fiicilità. Erano sicuri del 
favore delle due prime potenze d'Italia, del Papa, 
e del Re Carlo, che avevano interesse che una cit- 
tà si ricca fosse a loro devozione; vi si aggiungeva 
il favore del popolo, facile sempre a odiare i vecchi 
dominatori , e propenso ai nuovi • Chiesero però se- 
gretamente ì Fiorentini Guelfi aiuto al Re Carlo^ 
che vi mandò il conte Guido Mon forte con 800 
cavalli : non aspettarono i Ghibellini V arrivo di 
questi , ma prevedendo la loro sorte , per la mag- 
gior parte abbandonarono la patria. Grati i Guelfi 
al re Carlo gli offrirono il governo della città di Fi- 
renze per IO anni, come avean fatto f Ghibellini a 
Manfredi : ricusò sul principio il re, ringraziando 
gentilmente, ma sopra nuove istanze, vi mandò un 
suo Vicario, che annualmente dovea mutarsi, e che 
la reggeva col consiglio di dodici Buon- uomini (17). 

(17) Bftalasp«€ap. i85. 



88 LIBRO TERZO 

i beni dei violi farouo secondo 1' uso conGscati : 
^"^Siascendo però questione sul loro destino^ e inviati 
1267 ambasciatori per aver Topinione del Papa, e del 
re Carlo^ fu convenuto il seguente provvedimentOi 
cioè: che tre parti ne fossero fatte; una si dovea 
concedere al Comune; colla seconda indennizzare 
i Guelfi^ che aveau perduto le robe loro nella rivo- 
luzione; la terza si depositasse per i bisogni del loro 
partito, ed appartenesse a parte guelfa . Per conso- 
lidare però sempre più in mano di questa parte il 
governo^ tutta la somma di questi beni, senza divi- 
sione, fu infine deciso che appartenesse ai Guelfi, 

10 die dava ad essi una stabile preponderanza; fo^ 
mandosi così un deposito^ che si ebbe cura di ac- 
crescere in ogni occasione, e che serviva mirabil- 
mente e in pace, e in guerra, e a remunerare i 
loro fedeli, e ad allettare le speranze dei bisognosi. 
Gli amministratori di questi beni furono tre^ eletti 
da tre Sesti della città ^ il di cui offizio durava due 
mesi, e passava indi agli altri tre Sesti: ed ecco 
l'origine dei celebri Capitani di parte guelfa, la 
potenza dei quali tanto crebbe in appresso, che di- 
vennero come vedremo i tiranni della repubblica. 

11 Potestà, o Vicario del Re Carlo coi la Buonuo- 
mini, che corrispondevano ai dodici Anziani, non 
potevano che deliberare, e far le proposizioni : que- 
ste doveano essere il dì seguente approvate nel Con* 
siglio degli 80, formato parte di Grandi^ parte di 
popolo uuiti alle Capitudiui delle Arti, e final- 
metite la risoluzione passata nel Consiglio dei 3oo 
prendeva forza di legge (i8). Per le comuni rivo- 

(18) Rìcor. Mal. Gap, 186. 



CAPITOLO QUINTO 89 
luzionì^ in cui gli uomini seguono il partito cleì~^. 
vincitori^ tornarono le città di Toscana Guelfe, di C. 
trattane Pisa, e Siena: la parte dominante perse- ^^^7 
guitava ostilmente la vinta per la Toscana, e tutti 
gl'incontri erano distinti da tratti scambievoli di 
rabbia dei quali il seguente ne sìa un esempio. In 
S. Ellero, o Ilario si erano refugiati molti Ghibel- 
lini, onde facevano delle scorrerie sul contado fio- 
rentino; vi andò il Vicario di Carlo ^ e lo espugnò 
con gran strage dei nemici, fra i quali è memora- 
bile un giovane degli liberti, che piuttosto che ca- 
etere nelle mani dei suoi arrabbiati antagonisti , si 
gettò da un campanile (19). Ansiosi i Guelfi di 
vendicarsi della rotta di Monteaperti, volsero le 
loro forze contro i Sanesi: attaccarono Poggibonzi^ 
ove si erano radunati molti Ghibellini: si difesero 
questi con tanto valore^ che essendo venuto a Fi- 
renze lo stesso Re Carlo, consumò circa 4 niesi nel- 
Fespugnazione di quella terra, e finalmente man- 
cativi afi*atto i viveri^ T ottenne per capitolazione. 
Pisa^ e Siena in Toscana, come più potenti, si 
mantenevano unite per sostenere 1' avanzo della 
fazione Ghibellina. 

Gli stabilimenti dei Pisani in Sardegna erano 
stati presi di mira da diversi avventurieri, che cer- 
cando regni si volgevano al Papa, che gli dispen- 
sava. Don Arrigo 3 fratello di Alfonso re di Casti- 
glia^di spirito turbolento, ed inquieto, costretto 
f>erciò dal fratello a partire dalla sua corte, dopo 
un lungo soggiorno in Tunisi era venuto in Italia. 
Cugino del re Carlo^ che in mezzo alle ricchezze 

(19) Rie* Malasp. Gap. 187. 



90 LIBRO TERZO 

^^ di Sicilia ^ e dì Napoli era sempre poyero, gli avea 
j °^ sommÌDÌ8trato aomme rilevanti di denaro^ e ambi- 
ia67 va di esser dichiarato re di Sardegna: il ano cugino 
vi si opponeva pretendendo di essere investito di 
queir isola egli stesso, ciocché forni un'opportunità 
al Papa di non concederla ad alcuno , avendovi 
sopra delle mire. Era sempre viva la madre diEn« 
zo, e dal tempo in cui esso restò prigioniero dei 
Bolognesi avea governata malamente la provincia 
di Torri coirajuto di Michele Zanche, uno dei ce- 
lebri barattieri condannato da Dante air Inferno, 
ministro^ o marito di quella vecchia Signora (so). 
La Corte di Roma , che non perdeva occasione di 
accrescere il suo dominio, teneva presso di lei m 
Padre-maestro, come Vicario Papale, che vi aveva 
introdotto non poche roiliaue Guelfe: n'ebbero ge- 
losia ì Pisani, vi spedirono una poderosa armata 
comandata dal Conte Ugolino dei Gherardeschi , 
che cacciandone i Guelfi, vi ristabilì il dominio 
pisano. Si adirò il Pontefice, minacciò i Pisani dei 
soliti fulmini ecclesiastici , ma si astenne dal vib^a^ 
gli , forse perchè questa Repubblica , che gli avea 
più volte lungamente, e pazientemente sofferti , 
non vi si accostumasse, e finisse per non curarli (ii). 
Esclusi tutti i pretendenti al dominio di quest'iso- 
la, l'inquieto Don Arrigo di Castiglia ottenne di 
laSS esser creato Senatore di Roma, Frattanto il Be 
Carlo, che agiva col titolo di Vicario imperiale, ri- 
cevuto dal Papa dopo la presa di Poggibonsi, si 



(ao) Dante Infer. Can. aa. Tedi il Comento di BeiiTenotodi 
Imola. 

(ai) Vedi Bfartene Anecd. tom. a. e Gav. Flam. dal Borjp 
àìs». 7. sulla ator. Pia* 



CAPITOLO QUINTO 91 
portò aul pìflaiK) contado , occupando castelli , e ^=7 
ruinando le torri del Porlo pisano. Si dolsero i Pi- ^- q^ 
saoi col Papa, che questo Re, sua creatura, dopo i^cs 
averli perseguitati nei suoi stati , spogliati dei loro 
beni, e sbandili, venisse a turbar la Toscana: gli 
rispose esso una lettera assai singolare, in cui ap- 
prova interamente il Re Carlo, e minaccia ai Pisa- 
ni, se persisteranno nel loro partito mille sciagu- 
re (:i2)« Pisa però, e il partito Ghibellino aveano 
ripreso coraggio alle nuove dell'imminente venuta 
del giovane Corradino, che si preparava a ricon- 
quistare colle armi i suoi ereditar) regni delle Sici- 
lie. Questa mossa mise in movimento tutta l'Ita- 
lia; i popoli delle Sicilie sempre scontenti si solle- 
varono io molte parti, e Roma stessa agitata dal 
turbolento Senatore Don Arrigo, si dichiarò in fa- 
vore di Corredino, essendo perseguitati, e spogliati 
i Guelfi. Si ritirò sollecitamente Carlo di Toscana, 
correndo alla difesa dei suoi regni, avendo lasciata 
uua piccola truppa sotto il comando di Guglielmo 
Braisleve • 

Corredino era fra i i5 e 16 anni; e per la sua 
tenera età, la madre si opponeva all'impresa: ma 
Tardor guerriero che l'animava superò gli ostacoli 
del materno timore • Lo accompagnava un altro 
giovinetto, ed amico, della stessa età all'incirca, 
Federigo di Austria. Con buono esercito entrati in 
Italia, ai arrestarono in Verona , donde per man- 
canza di denaro molte delle lor truppe tornarono 

(sa) Questa singoiar lettera e riportata dal Marlene Thesaur. 
Anecd. Vedasi il Cay. Flam. dal Borgo diss. 7. sull'Ist. Pis., il 
quale piccato di vedere i suoi concittadini paragonati dal Papa ad 
Erode» rileva gli anacronismi del Papa* 



ga LIBRO TERZO 

. indietro . Intanto i fuorusciti Ghibellini si unirono 
jjiC^con essi in gran copiale le città di quel partilo 
ia68 fecero a gara a somministrare denaro. Pisa si di- 
stinse sulle altre ; spedì dieci galere ai porto di 
Vado, ove si imbarcò Corradiuo, giunse felice- 
mente al porto pisano, e fece il solenne ingresso 
in Pisa il sabato santo, 7 di aprile. Dopo breve 
tempo arrivò il suo esercito, che traversata la Lom- 
bardia era passato pel Pontremolese, e fu fornito 
dai Pisani di viveri. Nel tempo in cui si trattenne 
in Pisa fece dei movimenti contro i Lucchesi. Si 
erano con essi riuniti i Fiorentini , e il corpo fraa- 
cese lasciato da Carlo : queste truppe andarono os- 
servando i nemici, e schermendosi contro il no- 
merò superiore: stettero tuttavia a fronte qualche 
tempo i due eserciti divisi dalla Guscianella. Si 
contentò Gorradino di devastare le campagne luc- 
chesi, non volendo impegnarsi in un'azione, che 
potesse o diminuir le sue forze, o distrarlo dalla 
principale impresa. Trenta, ovvero /^o galere (aS) 
furono approntate dai Pisani in servigio di questo 
Principe, che doveano favorire le sue operazioni di 
terra, ove entrarono più di cinque mila Pisani: e 
veramente non solo dettero il guasto alla spiaggia 
napoletana , ma fecero dei tentativi i più arditi. 
Erano venute sa galere dalla Provenza a Messina, 
e unitesi con esse nove galere messinesi, si trovaron 
in faccia ai Pisani . Presero questi il largo forse per 
guadagnare il vento: le messinesi credendo che si 
ritirassero ne cominciarono la caccia, ma non furo- 
no seguite dalle provenzali ; onde trovatesi sole at- 

(a 3) Variano gli Scrittori. Saba Malasp. ne conta solo sS. 



CAPITOLO QUINTO gS 
taccate vivamente dai Pisani fuggirono alla spiag- ^^, 
già, 8ù cui si salvarono i Messinesi^ abbandonati i ^^q 
legni: non contenti i Pisani delle galere^ smontaro- ^^^^ 
no arditamente sul lido^ ed attaccarono i fuggitivi, 
che si refugiarono in Messina, e nel porto stesso 
furon dai Pisani bruciate le galere cattive (^4)* ^^ì^* 
dero indi il sacco a Milazzo , e più grandi successi 
avrebbero ottenuto, senza la discordia dei Coman- 
danti • Era partito da Pisa Corradino il di j5 giu- 
gno, essendogIÌ3Ì unito gran numero di Pisani, con- 
dotti da Gherardo dei Conti di Donoratico. Prese 
la strada di Siena, evitando Firenze, ove si stava 
in gran sospetto: fu ricevuto volentieri a Poggibon- 
zi, ed a Siena: allora il Braisleve, che vedeva la 
sua truppa inutile in Toscana, pensò di portarsi 
verso il R^no in ajuto del suo Uè Carlo, e prese la 
strada aretina coi soli Francesi: avvisatone Corra- 
dino, mandò segretamente una parte dei suoi verso 
Laterìne, che si posero in aguato a un passo stret- 
to, chiuso da una parte dai monti, dall'altra dal- 
TArno al Ponte a Valle, ove , colto improvvisamente 
questo corpo, restò intieramente o morto, o prigio- 
niero (a^). Proseguì la sua marcia Corradino verso 
Roma: il Papa si era chiuso, e fortificato in Viter- 
bo, ove avea cominciato la sua guerra contro ì ne- 
mici di Carlo , scomunicando Corradino , e i Pi- 
sani, e privando questi deirpnore della Sedia Ar- 
civescovile. Dopo gli applausi, e le feste (36) con cui 
fu ricevuto in Roma, si avanzò Corradino con gres- 

(a4) Saba Malasp. rer. ital. toro. 8. 
( a 5) Rico. Malasp. e. 1 9 1 . forse il Ponte a Romito . / 

(a6) Le feste singolari e la pompa, e ostentazione delle sup- 
pelleUili preziose che fecero in quest occasione i Rom^ini, possono 
vedersi nell'Istor. di Saba. Malasp. loco cit. e lib. 4* 9 6. 



94 LIBRO TERZO 

so esercito ad affrontare il nemico ^ ch'era venato 
^."J?* ad opporsegli verso Tagliacoszo: ivi »i venne alle 
ia6S mani il dì tiS agosto. É assai nota questa battaglia, 
e la vittoria che Carlo dovette ad A lardo di Valé- 
ry: sapeva egli Toso dei Tedeschi di disordinarsi 
al principiar della vittoria per avidità di rubare: 
fece nascondere dietro ad un colle la truppa mi- 
gliore insieme col Re Carlo. Cominciata raziooe^e 
rotti sul bel principio i Francesi^ si disordinarono 
i Tedeschi per correre al bottino, come avea previ- 
sto Alardo: esci fuori allora Carlo con quella scelta 
schierale pienamente gli sconfisse (27) . Disperso 
r esercito ; Corradi no con Federigo Duca di Austria, 
e Gherardo da Pisa, trovatisi soli, si travestirono 
per salvarsi, e noleggiato in Astura un piccolo le- 
gno , vi s^ imbarcarono. Venuto il sospetto che fos- 
sero persone d^mportauza da un anello prezioio, 
che Corradino per mancanza di denari offerse al 
padrone della barca, fu data loro la caccia del Fran- 
gipane j Signore del luogo, ed arrestati , vennero in 
mano di Carlo. È nota la barbara sentenza, con 
cui questo sanguinario Re condannò Corradino a 
perder la testa sul palco , senz' altro delitto che 
Taver tentato di ricuperare colle armi il regno pa- 
terno. Sofferse intrepidamente la morte il real gio« 

(27) Questa ò la relazione dì tutti gli storici del tempo : è Te- 
rOt che nella lettera del Re Carlo al Papa, scrìtta sul campo di 
battaglia , riferita dal Martcue (Tfaesaur. Anecd. epis. 690.) non si 
fa parola dello stratagemma di Alardo : ma potendosi snppom 
che il Re non volesse attribuire ad altri il mento di tanta vittoria, 
abbia taciuto quella circostanza, si è creduto doversi conformare 
air universale consenso degli storici di quei tempi. Vedasi Rie 
Malesp.c. 193. Gio. Vili. Nicobald. rer. ital. tom. 9, Saba Malas. 
rer. ital. tom. 8. Sozoro. Istor. Carlo in memoria ddla vittoria fece 
presso Tagliacozzo fabbricare una Badia col nome di Santa B|*rÀ 
della Vittoria • 



CAPITOLO QUINTO 96 
▼inetto, e soltanto si dolse dell' afflisiooe, che ana 

A * 

Ul nuova avrebbe recata alla sventurata sua ma* ^(^ 
dre^ e della aorte dei compagni^ che avea involti >a^ 
nella sua disgrazia ; e dopo averli abbracciati e ba- 
ciati, aoffri il colpo fatale. Fini in esso la Gisa di 
Svevia resa tanto illustre dai due Federighi , e da 
Manfredi. I Napoletani non senza lacrime mirarono 
la ferale esecuzione: Tetà tenera, la bellezza, l'in- 
nocenza, e il coraggio del giovinetto lo avean reso 
piò interessante: dopo di lui anche Federigo d'Au- 
stria f e il conte Gherardo da Donoratico perdcrono 
la testa. Galvano Lancia ; si vide prima morir sot- 
to gli occhi il suo figlio, indi subì la stessa sorte, 
come moltissimi altri Principi, e Baroni. Carlo si 
segnalò in crudeltà: le città saccheggiate, i popoli 
trucidati , i soldati, che avean fatto il loro dovere, 
impiccati, sigillarono la vittoria. Colla comica rap- 
presentanza delle formalità di un giudizio, invano 
volle Carlo dare una vernice di equità ad un atto 
barbaro: la morte di Corradino era necessaria alla 
sua sicurezza, e di rado gli ossequiosi giudici mani- 
festano un'opinione diversa da quella del Sovra- 
no (a8) . La flotta pisana, sentita la disgrazia, e la 
trista catastrofe del Principe Svevo, si ritirò al suo 
porto. 

La ruina di Corradino portò la costernazione ai 

(a8)Ricobaldo storico ferrarese narra di avere inteso da Gìo- 
vaccbino da Reggio, che si trovò presente al giudizio, che fra gli 
altri Guido da Sozzara « lettore di leggi in Modena , e in Reggio , 
che era allora in Napoli « sostenne pubblicamente che Corradino 
noo potea condannarsi* Mur. An. aitai. La stoccata da Roberto 
di Fiandra tirata nel petto al Giudico che avea letta la condanna 
( Rico Mabs. e gS. ), il guanto tirato da Corradino in segno d* in- 
'vestitora dei suoi dritti in D. Pietro di Aragona ( Aen. Siivius, 
hiftlor. Austr. ) sentono molto la favola» 



gC LIBRO TERZO 

"Ghibellini d' Italia , e in specie a quelli di Firense. 



^"^1 Molti di questi si trovavano in Siena, ove si era 
ia6& ridotto anche il Conte Novello dopo la sua vergo- 
,269 gnosa fuga. Si erano assoldate alcune squadre di 
Tedeschi^ e Spagnoli, avanzo dell'esercito di Cor- 
radi no da Provenzano Sai vani ^ ch'era quasi Signo- 
re di Siena (29)9 cogli ajuti dei Pisani e dei fuoru- 
sciti guidati dal Conte Guido Novello^ si era fatto 
un grosso esercito, il quale si mosse contro Colle. 
Non erano in Firenze che 4^0 cavalieri francesi: 
senza perdere un istante con questi il Vicario di 
Carlo, Gio. Bertaldo, e con quella fiorentina trup- 
pa che subito lo potè seguire, si avanzò contro i 
nemici assai più numerosi, e profittando del disor- 
dine in cui si pose il campo nel mutar la posizione, 
gli attaccò, e gli ruppe con gran strage dei Sanesi. 
La memoria di Monteaperti rese crudeli i j^iorenti- 
ni . Provenzano preso ebbe mozzo il capo come 
molti altri: ciò non accadde al Conte Guido, che 
con più cautela, o paura, si mise per tempo in sal- 
vo. Fu fatta la pace coi Sanesi con patto che fosse- 
ro di Siena cacciati i Ghibellini; e in tal guisa an- 
la^oche Siena divenne Guelfa. Fra i Ghibellini obbli- 
gati a fuggire vi furono tre ragguardevoli persone 
degli liberti, forse figli di Farinata, e un Grifoni 
di Figline. Arrestati nella fuga, e condotti a Firen- 
ze, interrogato sopra di loro il sanguinario Re Car- 
lo, gli condannò alla morte: non si perdonò che 
al più giovinetto degli liberti per la sua età^ ma 
con una sorte anche peggiore fu mandato prigione 
a Capua ove finì infelicemente i suoi giorni. DegU 

(39) Guido da Cor. His. Pis. fragni, rer. ilal. I. a4* 



CAPITOLO QUINTO 97 
altri due fratelli. Assolino neir andare a morire^ 
interrogato da Nericozxo ove fossero condotti , co- ^i q[ 
raggiosamente rispose, a pagaie un debito lascia- >^7o 
ioci dai nostri maggiori, mostrandosi degno figlio 
dì Farinata (3a) . Poggibonzi in ogni tempo centro 
di questa fazione, e ora ribelle ai Fiorentini, fu 
disfetto; era allora grande, e popolato, ed avea 
r apparenza più di una città, che di una terra. 
Ostina poco avanti avea avuto la stessa sorte. Il par- 
tito Guelfo dominava ora in Toscana; Pisa quasi 
sola conservava il suo attaccaniento al partito Ghi- 
bellino: era però incapace di resistere a tanti ne* 
mici sostenuti da un re vittorioso, e potente: eb- 
bero i pisani uua felice occasione di accomodarsi 
seco, e coi nemici guelfi. Il di lui fratello, il San* 
to Luigi re di Francia , animato sempre dallo zelo 
di combattere i Saraceni , e sempre infelice nelle 
sue imprese, condusse una potente armata contro 
Tunisi y e invitò anche il fratello Carlo: questo, 
che temeva le flotte dei pisani , e le conseguenze 
di una guerra che lasciava accesa in Toscana nella 
sua assenza, si accomodò facilmente con essi, non 
sdegnando di mandare quattro Ambasciatori alla 
repubblica , coi quali fu convenuto facilmente delle 
condizioni : per le altre città toscane si tenne un, 
congresso in Pistoja, ove si fece per la mediazione 
del regio Vicario, e degli altri Ambasciatori un ac« 
cordo. 

Composte le cose di Toscana, vi fu pace, e la 
fiorentina Repubblica passò qualche tempo tran- 
quilla sotto la protezione del Re Carlo. Restava pe* 

(3o)Guidus de Corvar«t Rerum italicarum scrìptores, tom. a4. 

TtUHO li, ' 7 



c)8 LIBRO TERZO 

■^ rò sempre vivo V odio tra i due partiti in Italia ; e 
di e! I>^"chè nella città di Firenze il fuoco foise coperto 
>»7o dalle ceneri, mancando le forse non il mal aniaio 
ai nascosi Ghibellini, era pronto a divampare al 
primo soffio. Cbi non v'era interessato vedeva la 
necessità di togliere tanto scandalo • Tale era il 
PonteGce Gregorio, che quantunque italiano, vis- 
suto molto tempo fuori d'Italia (Si)} non conosce- 
va i mondani interessi, né T importanza pel soo 
domiuio secolare di sostenere una fazione ai Papi 
aderente; facilmente perciò i Pisani si riconciliaro- 
no seco, colla condizione di ricevere guarnigione 
del Papa in alcuni castelli controversi. Furono as- 
soluti, e restituito a Pisa Tonore della Sedia Arci- 
vescovile (3a). intanto egli era venuto in Firenze 
per passare a Lione, ove avea ordinato un Concilio 
generale per eccitare nuovamente i fedeli all' im- 
presa di Terra Santa. Fu nello stesso tempo Firen- 
ze decorata dalla presenza di Carlo Re delle Sici- 
lie, e del greco Imperatore Baldovino II, che dopo 
aver passata la prima gioventù come un regio men- 
dicante alle Corti Europee, dopo aver seduto fra i 
bisogni, e lo stento per pochi anni sul trono di Co- 
stantinopoli , cacciato di Grecia, era tornato alla 
primiera vita miserabile, e vagabonda . Molti Car- 
dinali, e Baroni accompagnarono questi Sovrani. 
In faccia ad essi il virtuoso Pontefice, pieno di apo- 
stolico zelo, si accinse a pacificar gli animi,espeD- 
ger le discordie : non osarono i Guelfi resistere alla 
sua autorità, e con solenne funzione, resa più mae- 

(3i) Era stato Arcidiacono di Liegi, poi passato io Sorùi ave- 
va avuta la nuova della sua elezione in Acri. 
(3u) Guid. de Gorv. rer. ital. tom. a4. 



CAPITOLO QUINTO 99 
stosa dalla presenza di tanti augusti Personaggi ^ es- 
sendo stati richianaatì molti degli esuli Ghibellini , die. 
si fece pubblicantiente la pace tra i due partiti. Era- ^^7'> 
DO stati eretti dei palchi sul greto di Arno presso 
il Ponte Rubaconte. lyi si abbracciarono e baciaro- 
no i principali delle due fazioni. Il Papa fulminò 
le più forti censure contro i violatori: ma il Re 
Carlo piò politico che pio^ non amava la riconcilia* 
zione y contraria ai suoi interessi, e che gli avrebbe 
tolto l'influenza sopra questa potente Repubblica. 
Non erano passati 4 giorni, che dai ministri, del ^^i^ 
Re, e da altri del partito Guelfo insultati , e minac* 
ciati i Ghibellini stimaron meglio cercar la sicurez- 
za nella fuga, che nelle promesse, e censure ponti- 
ficie « Irritato il Papa se ne parti, lasciando la città 
interdetta (33). Giunto in Lione vi tenne un solen- 
ne Concilio, T oggetto principale fu il solito scopo 
di quel tempo, a cui si dirigeva il non anche estin- 
to entusiasitio di Europa, cioè la conquista di Ter- 
ra Santa: si presero delle misure, e per rimuovere 
ogni ostacolo al passaggio dall'Europa all'Asia, si 
fece tra i Greci e i Latini una delle tante ricouci* 
liazioni apparenti. , 

Nella pace &tta in Toscana tutte le città, o di 1274 
buon grado, o per forza erano divenute Guelfe, o 
almeno prendevano la legge da questa fazione, fuori 
che Pisa^ che con più dignità dell'altre nella pace 1275 
restò ghibellina; era tollerata dalla fazione guelfa 
toscana per non riaccendere una guerra pericolosa, 
giacché pareva che fossero i cittadini pisani uniti 
concordemente iu quel partito: ma presto nacquero 
ancor là dei tumulti. I Visconti, e Gherardeschi, 

(33) Malasp. Gap. 198. Amm. iib. a. 



loo LIBRO TERZO 

famiglie principali di Piaa^ erano Guelfe: la priin* 
di"c! po^^^d^vft il giudicato di Gallura in Sardegna , ed 
1275 affettando quella prepotenza di cui si facevan glo- 
ria i Signori in quei tempi , fin dagli anni scorsi 
avea eccitato dei pericolosi tumulti. Giovanni Vi« 
sconti y dopo aver fatto assassinare un Gualfredncci 
Ghibellino, e tolti colla violenza dalle mani dei 
pubblici esecutori i sicarj, citato davanti al trìba- 
nale, osò comparirvi, e confessare audacemente il 
delitto. Il debole Governo, benché pronunziasse 
contro di lui, e del Conte Ugolino Gherardeschi, 
da cui era stato il Visconti sostenuto nelle sue pre- 
potenze, la condanna di confine del primo a Rosi- 
gnauo e a Vada , del secondo a Montopoli y fa co- 
stretto dopo i5 giorni a richiamarli. Tornati a Pi- 
sa, fieri dell'impunità, Giovanni divenuto più in- 
solente fece assassinare due altri cittadini pisani y e 
vedendo che il popolo irritato stava per muover» 
contro di luì, se ne fuggi in Corsica nel suo giudi - 
cato di Gallura. Perseguitato però ivi colle arraì dai 
Pisani, vinto, e fuggitivo salito sulle galere del Re 
Carlo , sì riparò presso i Conti di S.* Fiora , ed ebbe 
• da Pisa T esilio. Il Conte Ugolino della Gherarde- 
sca, ricusando di pagare la tassa di una Signorìa 
posseduta in Corsica, n'era stato privato^ e po- 
sto in prigione. Altre famiglie potenti erano acoo- 
tente perchè costrette a obbedire alle leggi : il 
Conte Anselmo di Capraja , e gli Upeuinghì si 
partirono, ed andarono ad unirsi coll'esule Viscon- 
ti. Il malcontento di questi Pisani diede animo ai 
Guelfi di mutar lo stato di quella R^ubblica^ fe- 
cero lega la maggior parte delle città toscane coi 
ribelli, e dettero loro ajuto. Il feroce vecchio Gìo- 



CAPITOLO QUINTO loi 
TaDoi VucoDtì 8Ì 1110866 contfo la patria, pose Tas-^ 
aedio al castello di Montopoli, e se ne rese padrone . ^^q] 
Reclamarono invano i Pisani al Re Carlo, con cui la?^ 
avean conchiusa la pace: dette loro buone parole, 
e lettere pel suo Vicario in Toscana con ordine di 
desistere dalla guerra, ma probabilmente gli man* 
dò segretamente un contrordine: giacché seguitò il 
Vicario ad agir contro i Pisani, né fu la trasgres* 
fione punita col suo richiamo, e per altra parte im« 
portava molto al Re Carlo, che Pisa sola in Tosca- 
na Ghibellina, mutasse fazione. Morì frattanto in 
Montopoli Giovanni Visconti col suo figlio Lapo, 
ma non cessò la guerra (34) * ^'^" ^^^^ cittadini la 
fomentarono. Escito di prigione il Conte Ugolino, 
anelando alla vendetta, se ne partì coi suoi figli 
per Lucca, e animato dai Fiorentini proseguì la 
guerra contro Pisa, la quale era inabile a resistere 
a tutte le forze della Toscana riuuite ai soldati 
francesi condotti dal regio Vicario: furono perciò i 
successi poco felici pei Pisani. Inutile fu la barriera ^^"fi 
del fosso Rinonico (35), scavato fra Pisa e Ponte- 
der a. in distanza di circa otto miglia da Pisa, e 
lungo circa a io che comunicava coirArno: benché 
difeso dai militari ordigni, fu superato dai Fioren- 
tini (36). Si vide Pisa nella necessità di accomo- 

(34) SI veggano per questa serie <li avvenimenti Guido da 
CoTf ara , loco cit. V iftor. manos. del Can, Roncioni , Cav. Flam. 
dal Borgo diss. 8. 

(35) Cosi detto dal prossimo Villaggio Rinonichi, e per sba- 
glio detto dai Fiorentini istorici Arnonico, come ha dimostrato il 
Cav. Flam. dal Borgo diss. 8. dell' ist. Pis. Passava il fosso al luogo 
oggi detto le Fomacette t ove sboccava in Arno le acque che con- 
daceva dalle palndi » servendo cosi a due oggetti * che presto di- 
vennero inutili. La difesa era piccola , e piccolo il pendio, difetto 
che il rialzamento del letto di Arno rese sempre maggiore . 

(36}RicBlalas.cao3. 



f02 LIBRO TERZO 

* darsi; e ricever la legge dai vincitori: fu obbligata 



di"a ^ restituir la terra al Conte Ugolino^ altri castelli 



1276 ai collegati^ ed a rimettere in Pisa assoluti da ogni 
bando i Guelfi cac,ciati (37)* Ritornarono in Pisa 
come trionfanti il Conte Ugolino, i Visconti, il 
Conte Anselmo di Capra ja, gii Upezzinghi, ed aU 
tri Guelfi; e quantunque Pisa si mantenesse Ghi- 
bellina, ebbero costoro, ed in specie il Conte Ugo- 
lino grande influenza nel governo, giacché sostenuti 
dal partito dominante in Toscana , non potevano 
essere senza pericolo delia quiete pubblica colla 
forza aperta le loro operazioni combattute. U santo 
Papa Gregorio sempre dritto nei suoi fini scevri di 
ogni interesse mondano, indifferente al Guelfo, e 
al ghibellino partito, avea fino di Lione esclamato 
contro questa guerra, e fulminata ancor la scomu- 
nica per mezzo del suo Legato in Pisa contro gli 
ostinati guelfi, benché antichi favoriti della Santa 
Sede (38); onde ritornato in Toscana, era sempre 
più irritato coi Fiorentini già posti sotto Tinterdet- 
to. Nel suo viaggio volle fuggir Firenze, ma fa im* 
pedito dalla piena dal valicar TArno fuori di es* 
sa . Non essendo decente che un Papa passasse per 
una città maladetta, la ribenedi nel l'entrar vi, e 
tornò ad interdirla quando ne fu escito: seguitando 
il viaggio giunto in Arezzo mori, e vi si conserva 
beatificato il suo corpo» Avea questo Papa stabilito, 
che morendo il Pontefice fuori della Curia, nello 
stesso luogo, senza perder tempo si eleggesse il duo- 



(37) Rie. Malas. e. ao3. Tolte le altre condizìoui possono leg- 
gersi nella cliss. 8. sulP isl. PJs. del Cav. Flam. dal Borgo . 

(38) Guid. de Cor?, loco citai. 



CAPITOLO QUINTO io3 
vo (39). Il palazzo del Vescovo aretino ebbe perciò 
r onore di divenir Conclave, ove fu eletto il nuovo ^i e. 
Pontefice Innocenzo V» ^376 

Firenze era vissuta qualche anno assai tranquil- 1377 
la , mancandovi il fomite della ghibellina fazione ; 
ma il desio di soprastare agli altri è troppo ineren- 
le al cuore degli uomini , germe utile quando gli 1^78 
spinge a cercare una distinzione con azioni virtuo- 
se, dannoso quando si vuol ottener colla forza. Que- 
sto germe pericoloso si sviluppa più facilmente nelle 
Repubbliche, nutrici perciò di gran virtù, e di 
gran delitti, ma per lo più turbolente, e agitate. 
Per invidia di ricchezze , per emulazione di pote- 
re, nasceva già in Firenze un'altra fazione tra i 
Donati, e gli Adimari, che si traevano dietro altre 
famiglie potenti , ed in parte vi trapelavano insen- 
sibilmente le mascherate animosità guelfa , e ghi- 
bellina. Gli uomini di senno in quei lucidi inter- 1^79 
valli, nei quali la ragione dominava sulle passioni, 
vedendo l'importanza della quiete, accordatisi col- 
la Comunità, inviarono ambasciatori al Papa per 
pregarlo a riunire gli animi. Niente di più puerile 
sembrerà al sensato lettore che le si frequenti ricon- 
ciliazioni dei Fiorentini violate quasi subito ; ma 
sempre son fanciulli nel senno gli uomini acciecati 
dal partito. Niccola III accettò la difficile impresa, 
e ne incaricò il Cardinale Frangipane suo Legato 
in Romagna. Era egli stato religioso Domenicano, 
e celebre predicatore. Venne a Firenze con 3oo ca- 
valieri. I Ghibellini esuli cercarono di essere inclusi 
in questa riconciliazione : dopo molti maneggi si 

(39) Decretai. 6. Bonifacì 8. de elee, et elee. poss. 



to4 LIBRO TERZO 

- fece r accordo traile fesionì, isi richiamarooo i Ghi- 
^IQ bellini, e aopra molti palchi etetti sulla piazsa vec- 
laSochia di Santa Maria Novella il di i8 Gennajo, in 
faccia del popolo e di tutti i magistrati, e primarj 
di ogni fazione ai abbracciarono, esortandoli con un 
eloquente orazione il Cardinale alla concordia (4o)« 
Furouq. eletti i4Buonomini, 8 GuelG, e 6 ghibel- 
lini, e in mano loro posto il governo della città. 
Molti cittadini però dell'uno, e delKaltro partito, 
la presenza dei quali era pericolosa in Firenze, si 
confinarono nel patrimonio della Chiesa , altri ab- 
bandonarono la città,. ritirandosi alle loro ville. 
Restò confermata solennemente la pace generale da 
ambe le parti, dati mallevadori con pene pecunia*» 
laSi rie gravosissime a chi vi mancasse • Con sifl^tta 
operazione il Papa acquistò in Firenze un'influen- 
za anche più grande di Cario, la di cui potenza 
era dai Fiorentini temuta; giacché quantunque si 
riguardasse come amico e creatura della Chiesa, la 
soverchia potenza di un Re faceva sempre gelosia 
al dominio dei Papi, ed alla fiorentina Repubblica. 
Avea però egli intanto soflferto dei colpi assai dolo> 
rosi : la Sicilia , che gemeva sotto il suo scettro di 
ferro, scosse finalmente il giogo. Giovanni di Pro- 
ceda seguace della fazione Sveva , fu il principale 
autore del movimento. Carlo gli avea confiscati i 
suoi beni. Incitò a questa impresa Pietro di Arago- 
na, la di cui moglie Costanza, figlia di Manfredi, 
ne avea ereditato i diritti. Venne Giovanni stesso 
travestito in Sicilia ad infiammar gli animi alla 
ribellione, e ottenne dalTImperator greco sussidj 

(40) Malasp. Gap. 3o5. Amm. lìb. 3. 



CAPITOLO QUINTO io5 
in denaro^ pronietteùdogU una potente diversione 
all'impresa y che Carlo contro di lui apparecchiava. ^| q^ 
Già si era mosso Pietra con la sua flotta , quando i i^^i 
Palermitani non potendo più soffrire gK insulti, e 
k insolenze dei Francesi cantarono il celebre Ve- 
spro Siciliano, in cui trucidarono quanti Francesi 
si trovavano in quella città: tutta risola in breve 
fa perduta, e Pietro di Aragona vi fu ricevuto co- 
me un angelo liberatore. Queste disgrazie di Carlo 
Don dispiacevano molto ai Fiorentini, giacché la di 
Ini potenza avea cominciato a porgli in sospetto, che 
un Principe avido tanto di dominio non s'insigno- 
risse del loro. L'ultima riforma del governo, con 
cui si erano ammessi i Ghibellini fra i primi rego- 
latori della Repubblica , non poteva essere stabile 
dettata da una momentanea espansione di cuore, e 
dalla coscienza più che dalla politica , dovea com- 
parir pericolosa alla gelosia dei Guelfi, tanto supe- 
riori in numero; e per altra parte era difficile ad ia8a 
ogni mutazione di Rettori trovare sei Ghibellini di 
comune sodisfazione: i patti della pace stabilita fu- 
rono rotti: si esclusero dalle cariche i Ghibellini, ai 
confinati si trattennero le rendite , e infine furono 
dichiarati ribelli . Si riaccendeva il fuoco della di- 
scordia ; i più savj cercarono dei rimedj : si riuni- 
rono a proporli sei cittadini , fra i quali il Cronista 
Dino Compagni , benché assai giovine e perciò ine- 
sperto dei pericoli dei contrasti popolari ; fu ascol- 
tata la sua voce, e accettato il suo consiglio; si 
mutò perciò nuovamente il governo: si elessero tre 
persone chiamate Priori delle Arti, che dovessero 
cambiarsi ogni due mesi : era questo il supremo 
Magistrato, e col Capitano del popolo trattava i più 



io6 LIBRO TERZO 

"importanti aflari della Repubblica; fu il suo prÌDci- 
di G. P'^ di i5 giugno: dopo i due mesi ne fu accresciuto 
laSail numero fino a sei, eletti da ciascun Sesto della 
città: questo fu il principio della celebre Magistra- 
tura, che si mantenne per tanto tempo in Firenze. 
Pare che ayessero il potere esecutivo , e che adunas- 
sero quando ne iacea di mestiere i Consigli per d^ 
liberare. Attenti poi i Fiorentini a ciò che potesse 
assicurare di più la Repubblica, e memori, che gf in- 
citatori alle discordie erano sempre i nobili, studia- 
rono di tenerli in dovere: non stimando giusto 
escluderli dall'esercizio delle pubbliche cariche, 
vollero almeno che preso il nome di cittadino si a^ 
rolassero ad alcuna delle arti (4i)* 

(4i) Giac* Malasp. se^to dell' istor. Gap. a 14. Gìo. YiH 
lib. 7. e. Sa. Dino Compagni lib. i* 



IC7 

CAPITOLO FI. 

SOMMARIO 

Potenza e ricchezza di Pisa» Guerra coi Genovesi . Battaglia 
detta Meloria, e rotta dei Pisani, Lega delle città guelfe 
contro di loro • Trattato coi Fiorentini , e cessione delle loro 
castella . Fazione dei Visconti « e dei GherardescìU in Pisa . 
Orribile supplizio del Conte Ugolino eoijigli e nipoti, Rijles- 
sioni sui delitti attribuitigli, Vicende del Governo di Siena, 
Morte del Re Carlo di Napoli. 



JL isa Della passata guerra era stata umiliatale co 
stretta a ricever la legge dai vincitori: ma nelle ^^ni 
stesse perdite avea mostrata la sua potenza, giacché i^ga 
sola contro tutta la Lega Toscana y sostenuta anche 
dal suo re Carlo, si era per qualche tempo corag- 
giosamente difesa; e se avea terminato per cedere, 
conservava ancora un atteggiamento Aero ed impo- 
nente. Popolata , e ricca, V opulen2a dei suoi citta- 
dini la rendeva una delle più considerabili città 
d'Italia, giacché i Visconti, i Gherardeschi , e tan- 
t'altre famiglie, che possedevano Signorie, e terre- 
ni in Corsica , «e in Sardegna, benché colle prepo- 
tenze talora ne turbassero la tranquillità, vivevano 
con grandezza, e splendore. I dispendiosi, e ma* 
gnifici sacri edifizi del Duomo, di S« Giovanni, 
del campanile eretti nei due passati secoli, e del 
Campo-Santo , che in quest' epoca ebbe il compi- 
mento, 8on prove autentiche, e oculari delle loro 
ricchezze. 1 suoi domini erano specialmente sulla 
costa marittima, e si estendevano dal Corbe (i) fino 

(i) II Corbo o Coi'vOyè la punta orientale del golfo della 
Spezia pdco dbtante dalla foce della Magra . 



io8 LIBRO TERZO 

^a Civita Vecchia. Signoreggiava poi sulle isole di 



^"^ Sardegna I Corsica, Capraja, Elba, Pianora^Gor- 
ia3a gona, Giglio f Monte Cristo (a), onde si scorge cbe 
i suoi dominj erano pia estesi in mare che in terra- 
ferma, come conviene a una potenza marittima. E 
in verità la sua forza era specialmente sul mare, 
giacché nei mari , che per quel tempo si dice?aoo 
remoti, in Levante, sulle coste della Siria a?ei 
degli stabilimenti precarj in verità, ma sufficienti 
per commercio, e in fondo del mar Nero fino nel 
XV secolo, un porto conservava ancora il nome di 
Porto Pisano (3). Le flotte numerose di loo, e an- 
cora ooo legni , armate spesso da questa Repub- 
blica ci scoprono le sue ricchezze, originate dall'in- 
dustria , e dal commercio • La forza marittima for- 
mava la sua vera potenza, per cui era rispettatale 
temuta dagF Imperatori , dai Regi , e la sua amici- 
zia spesso sollecitata : ma ella si accostava alla soa 
decadenza • Erano stati finora i Pisani una delle 
tre principali potenze marittime , e coi Veneziani, 
e i Genovesi si erano divisi l'impero dei mari allora 
conosciuti. La gelosìa del commercio le avea spetso 
fatte venire alle mani , e ciascuna cercava il ano 
ingrandimento sulla mina dell' altra . Pisa si era 
veduta sorgere accanto un' altra industriosa repob- 
blica , la fiorentina , le di cui ricchezze^ e potenti 
andavano sempre crescendo • Non ne avrebbe do- 

(a) Questo dominio ai deduce da dae aolenni trattali &tti(lM 
Pisani, uno deU' anno i a65 » con Re di Tunisi Elmiro di Moniao, 
l'altro nel ii3o, con Mico uno dei Re affricani« endqoilì p(^ 
gì' interessi reciproci si nominano le terre dominate dai nsaai: li 
possono vedere Flam. dal Borgo deU' istor. Pis. diss. 4* . . . 

(3) Vedasi l' istor. dei Commer. dei Toscani da noi riferita m 
appresso. Saggio in. 



CAPITOLO SESTO^ log 
Tuto prendere gelosia , perchè inesperta qaella nei- 
Farti marittime^ che faceano la sua poteota , ed^io, 
avendo bisogno del mare, sarebbe stata sempre in ^^^^ 
Dna certa dependenza ^ quando non ne fosse tiran- 
neggiata. Era dunque l'interesse di Pisa lo starsi 
unita con Firenze, potendosi le due repubbliche 
spesso giovare con degli scambievoli soccorsi. Una 
£ilsa politica le rese rivali per la diversità delle fa- 
zioni guelfa e ghibellina , che furono il flagello 
deir Italia , e pel meschino interesse di miserabili 
castelli. La vanità di estendere uno sterile dominio 
stilla terra destò fra loro ostinate guerre > in cui il 
sangue, Tindustriai e Toro furon perduti, che im- 
piegati nell'oggetto grande, per cui furono grandi 
queste due repubbliche, la navigazione, e il com- 
mercio, le avrebbero probabilmente rese arbitre del- 
ritalìa. Pisa cadde dall'antica grandezza, prima 
perdendo la potenza marittima, indi la libertà, nel 
tempo che manteneva una rivalità pericolosa colla 
fiorentina repubblica. Era in guerra coi Genovesi : 
avea nei passati tempi combattuto contro di loro 
con varia fortuna , e i disgraziati eventi si erano bi- 
lanciati coi prosperi. Abbiamo veduto a suo luogo 
che dalla sua flotta unita a quella di Federigo II era 
stata disfatta la genovese presso la Meloria, scoglio 
glorioso allora alle armi pisane quanto dovea essere 
in appresso funesto. Nel i a58, i Pisani aveaii com- 
battuto nei mari di Levante uniti ai Veneziani contro 
i Genovesi riportandone una compiuta vittoria col- 
la presa di 24 galere: queste vittorie dei Pisani, e 
la loro alleanza coi Veneziani aveano abbattuto al- 
quanto i loro rivali, e fino all'anno laSft fu fra 
loro pace, o almeno quella quiete, che nasce dalla 



Ito LIBRO TERZO 

^stanchesza , o dal timore reciproco. Il genio torbi- 
di e ^^> ^ instabile di Siooncello , Giudice di Cinarca, 
ia82 dette il priocipal motivo alla nuova guerra. Costui, 
perdute nella tenera età colla morte del padre le 
aue terre neir isola di G>rsica) refugiato in Pisa, 
cresciuto , e fattosi prode nelle armi , col di lei 
ajutOy e sostegno fu mandato in Corsica come Go- 
vernatore, e Giudice. Era allora una parte di quel- 
l'isola posseduta dai Pisani, un'altra dai Genove- 
ai: l'attivo Sìnoncello col suo nome e valore, noo 
solo riguadagnò le sue terre^ ma si estese fino a 
Bonifazio. Temendo però le forze dei Genovesi, 
per conciliarseli, fino dall'anno 1349* ^<»*<l^^<> ^^ 
benefizj dei Pisani^ si accordò a riconoscere le sue 
terre come feudo di Genova: ma divenuto in ap- 
presso più sicuro, ed insolente, dopo aver oflfesi i 
Pisani , prese ad inquietar gli stessi Genovesi , e 
tutti gli altri mercanti cbe giungevano a quelTisu- 
la. Si vide Genova in necessità di tenerlo in freno; 
mandò delle truppe in Corsica ^ che in pochi giorni 
gli occuparono le sue terre ^ ed ei fu costretto a sal- 
varsi colla ftiga. Si ricovrò a Pisa, ove pentito del- 
la ribellione si pmtestò di riconoscere l'antica so- 
vranità dei Pisani. Questi vollero prenderne la pro- 
tezione. Un Ambasciatore genovese venne a per- 
suadergli, cbe non dovean prender la difesa di un 
ladrone ribelle: l'orgoglio dei Pisani accolse con 
(liìidegno questa ambasciata, si ostinò a proteggere 
Sinoncello, licenziò il ligure Ambasciatore, e man- 
dò.i suoi a Genova per dichiarar le intenzioni di di- 
fender col Tarmi il loro vassallo. Furono dai Genove- 
si coOk eguale orgoglio trattati i,Pisani, onde fu riso- 



CAPITOLO SESTO ni 
Iota la gwrra fatale (4) - Forse sperarono questi col 
valore, e influenza di queir uomo sostenuto dalle di e. 
loro armi , riprendere la parte di Cìorsica, che te« ^^^^ 
Devano i Genovesi : e veramente rimandato là col 
piccolo rinforzo di iso cavalli, e aoo pedoni, potò 
ricuperare le sue terre perdute. Var| combattimea-* 
ti per lo più svantaggiosi ai Pisani precedettero la 
decisiva giornata, alcuni dei quali rammenteremo 
brevemente. Insultarono i Pisani Porto-Venere sbar* 
candovi delle genti, e saccheggiandolo: ma furono 
i Genovesi vendicati dalla tempesta che portò 17 
galere a rompersi sulla spiaggia toscana con la morte 
della maggior parte dell'equipaggio (5). Si molti- lass 
plicarono le reciproche offese per tutto Tanno: mol- 
te navi mercantili dei Pisani furono prese; e intan^ 
to con straordinarj sforzi si facevano da ambe le 
parti i piò vigorosi armamenti. Una flotta pisana 
forte di 54 galere era stata condotta da Andreòtto 
Saracini verso la Sardegna in traccia dei nemici , e 
non gT incontrando , sbarcate a terra delle genti 
riconquistò varie città ribellate: dopo questa impre^ 
sa avea veleggiato verso Piombino, distaccando im-^ 
prudentemente i5 galere per corseggiare altrove, 
mentre si potea temere d'incontrare una flotta ne* 
mica eguale, o superiore; realmente venivano a 
cercar la flotta pisana 54 galere genovesi comanda, 
te da Uberto Doria, che non trovandola presso la 
Sardegna , sì erano rivolte verso Piombino. Non 
credette prudente cosa il Saracini, tanto inferiore 
di forze, di misurarsi col nemico, e sì tenne chiuso 

(4) Filippini istor. di Corsica lib. 3. 

(5) Folielt. bÌ5t. genueos. lib. 5. Aur. ann. geouen. rer. ital. 
tome. 



112 LIBRO TER20 

.nei porto di Falena, fortificandone l'iogresao: 3 
dì a Dorìa ne fiece il blocco. Intanto le i5 galere pisane 
>983 g^ aeparate tornavano a riunirsi . Scopertele il Da- 
ria , ne distaccò 3^ delle sue per attaccarle: tenta- 
rono le pisane la fuga, e volendo evitar di essere 
prese , spinte da un forte scirodco investirono 1» 
apiaggia I nna di esse andò a picco, tre fiurono preda 
dei Genovesi con 6oo prigionieri. Non essendo sta- 
to rAmmiraglio pisano accusato di codardia , eoo- 
vien dire che Tarmata cbinsa nel porto non finse 
in stato di uscire , impedita dal vento , gkicdìè 
avrebbe potuto allora attaccar con spperìoriti di 
numero k {lotta che la bloccava. Il vento burrascoso 
fece io seguito allontanar finalmente la genovese 
da Faleria, ed allora esci il Saracini, tornando a 
Pisa col rossore di essere stato bloccato, e spettato- 
re della ruina di una parte della sua flotta (6) . Ani- 
mate da tant'odio le due Repubbliche si prepara- 
rono cogli sfor^ i più grandi heiranno appresso ai 
più sanguinosi contrasti: %^ galere pisaoe scortava- 
no due grosse navi cariche di truppa per sedare 
delle ribellioni eccitale in Sardegna dai Genovesi . 
Una di queste, su cui era Bonifazio Gherardeschi, 
essendosi separata si trovò in messo della flotta 
genovese di 2ia galere , che b' incamminava allo 
stesso luogo : rimase prigioniera ; e siccome videro 
i Genovesi comparir la flotta nemica , tolto il me- 
glio dalla nave prigioniera vi posero il fuoco ^ e si 
accinsero coraggiosamente alla pugna. Fu questa 
feroce^ e ostinata, ma infine la vittoria si dichiarò 
pei Genovesi: perderono i Pisani i3 galere^ ed una 

(6) Foliett. his. gen. Jacob. Aoria ann. gen. Ice dt 



CAPITOLO SESTO ii3 
wmmn'Ba', circa a seimila fra morti, e prigionieri: =^ 
ciò avvenne verso la Bae di aprile (7). Queste re> f-"^" 
plicate perdite fecero rivolgere i Pisani a chieder ii83 
soccorso ai Veneziani, coi quali uniti io Levante 
avean rotti più volte i Genovesi. Albertino Moro- 
ùui veneziano Potestà di Pisa tentò questa lega, 
ma invano: vollero i Veneziani restar neutrali. La 
vera politica però dovea far loro sostenere una po- 
tensaj minata la quale, i Genovesi loi-o perpetui 
nemici crescevano tanto io potere: e bene ebbero 
inseguito motivo di accorgersi dell'errore. L'ulti- 
ma disgrazia invece di scoraggire i Pisani, gl'in- 
fiamoiò davvantaggio alla vendetta: fecero uno dei 
maggiori sforzi , armando 73 galere, delle qoali fu 
cuoiaodante il Conte Ugolino già tnolto potente in 
Pisa: vi sali il 6ore delld nobiltà, e cittadinanza 
pìsat)a,.vi si aggiunsero altri legni minori: ma in- 
vece di attaccare la flotta goiovese, forte di sole 3o 
galere, che sotto il comando del Giacaria si trova- 
la in Sardegna, e che facilmente avrebbero oppres- 
sa , perdettero un tempo prezioso andando ad insul- 
tare la città di Genova, presentandosi a quel porto, taS4 
tirandovi dei colpi di balestra, e sfidando ì Geno- 

(■}) Tedi Guido da Corvara (rer. 
battaglia nel primo di iiiaggio : i Stami 
(loc.cit.)e ^i «ng. genovesi, (rer. 
accordano «vii numero delle enUTt di 
DumcTili meno autorevoli. iTCav. da 

ni, benché in ogni altro luogo ne sia 

leredalla parte dei Pisani, e ^a dei G 

taUaglia fa veramenle sopraggiunge: 

gnidato da Arrigo del Mare, ma non 

cipio l' indicala sproponioDe si sarebbero cimentati i Genovesi, 

nt sarebbe gloriosoal Pisani con un terzo di galere di più,uouaver 

subilo guadagnato una decisa superiorilà. 



fi4 LIBRO TERZO 

^ vesi n battagliale dopo queste inutili bravate se ot 
^i Q^ tornaroDo a casa (8). Niente è più prezioso del tempo 
1384 e dell'occasioni nella guerra. Aveano i Genovesi ri« 
chiamato colla maggior premura Tarmata del Giaca- 
ria dalla Sardegna ^ e datisi ad armare colla maggior 
fretta , ebbero presto in ordine una flotta di 88 galere 
con molti altri legni minori , e ne fu dato il comto. 
do ad Oberto Doria. Postosi in mare, inteso esserla 
pisana armata verso la Meloria , si avansò a quella 
parte. Temendo il Doria che la superiorità del no- 
mero dei loro legni non facesse recusar la battaglia 
ai Pisani) e ritirarsi nel loro porto, non si avainò 
che eoo 58 galere, facendo restare indietro la divi* 
sione del Giacaria colle trenta (9). Accettarono la 
battaglia i Pisani, e fu combattuto il di 6. dì ago* 
sto con tutto il furore, e Tanimosità di due popoli, 
che vogliono scambievolmente distruggersi • L'aja* 
to, che sopraggiunse ai Genovesi del Giacaria ina* 
spettato ai Pisani, probabilmente decise la sorte di 
quella giornata. La galera, su coi era montato il 

(8) K strano die ninno scrittore genovese conti questa lira* 
▼ata , e si contentino di dire, che si vantarono di farla ^ ma niuBO 
parla che 1* eseguissero . V. Gio. Villani ti. 7. e. gì. 

(9) Variano molto gli storici sulle circostanze che sono di po- 
co momento, e sul numero dei legni da una parte, e clair altra, 
facendosi ascendere a piJi di 100 i ols^inl, e a 1 5o i genoyesi , ibi 
si conviene chela flotti genovese fosso assai superiore. Se poi al- 
l' avvicinarsi dei nem'ci si armassero nuovi legni in Pisa , se ne fa- 
cesse la henedizione 1* arcivescovo sairA.rno, henchè Io attestino 
<|uasi tutti gli slnrici pisani, ed il Villani tra i fiorentini , può da- 
hitarsffne , giacche pire manchi il tempo necessario , come ha ce^• 
rato di mostrare il Oav. dal Borgo ^loc. cit.), e perciò smentìsct 
ìiì calunnia di poca religione data dal Foglifflta ad alcuni Pisani . 1 
quali vedendo in quella funzione cadere per accidente il Cristo d»* 
stava in cima de! gran Stendardo , e che ciò era da alcuni prcja 
per sinistro augurio esclamarono: sia pur Cristo per i Genove^» 
#t pflr noi il vento. Vedansi Folletta lib. 5. Ciac. Malas. e. a*'' 
Vili. lib. 7. e. gì* Gontin. Caflf. Marangone, Giust* Bizari, 



CAPITOLO SESTO ii5 
Potestà dt Pisa Albertino Morosini^ si battè furiosa- ^^ 
mente colla Capitana guidata dall' Ammiraglio Do- ^iC. 
ria , con cui però si era unita altra delle principali >^4 
galere comandata dall'altro Ammiraglio Giacaria. 
Anche quella che portava il gran Stendardo pisano 
fu presa dalla galera detta ii 8. Matteo^ ove erano 
molti della famiglia Doria, e dalla galera di Finale, 
Fu lacerato 9 e abbattuto il gran Stendardo, e la 
rotta fu completa • Ventisette galere pisane furono 
prese, sette sommerse; e il resto fracassato, e mal- 
concio, col benefizio della notte si saVvò nel vicino 
Porto pisano, e con tre di queste scampò il C. Ugo* 
lino. Quattromila si dissero! morti , moltissimi pri* 
gionieri; fra i quali il figlio del G. Ugolino. Questi 
K>mmati cogli altri fatti nelle anteriori battaglie 
montavano a circa it mila, e tutti delle più im« 
portanti persone (ro). Tale avvenimento si portò 
•eco la ruina della potenza marittima di Pisa, che 
oon potè più sollevarsi al rango delle sue rivali. 
Molte illustri repubbliche, come ci mostra l'antica, 
e la moderna istoria , sono risorte dopo le più gravi 
perdite. Pisa non lo potè dopo questa, e varie cause 
si combinarono ad impedirlo, la prima, e principa* 
le fu la perdita dei più valorosi , ed assennati citta- 
dini restati prigionieri , e che i Genovesi con crude* 
le, ma utile politica si ostinarono a non riporre in 
libertà , per guisa che trattenuti in dura carcere per 
circa i5 anni, che tanto durò la guerra, la maggior 
parte vi fini miseramente la vita (i i). Priva di que- 



(io) AJcani fanno il numero anai maffgiore : la prova del nu 
grande è il detto di questo tempo » cne » chi Yolea veder Pi« 
m dorea andare a Genova. 

(1 i) Flaau dal fiordo dell'Ist Pis. àÌBS. II. 



iiG LIBRO TERZO 



75ti Pifla^ divenne una nave senza nocchìerO| e po(è 
^C, più agevolmente esser dominata da quei fiizio8Ì,che 
13^4 non miravano all'utile pubblico ma al privato loro 
interesse. La seconda causa si riconosce nella guerra 
formidabile che le dichiararono T emule Repubbli- 
che di Firenze^ e di Lucca con tutta la Lega Guel- 
fa toscana unite ai Genovesi. Venuti gli Ambascia- 
tori genovesi , e lucchesi , in . Firenze , si fece od 
trattato per T eccidio totale di Pisa. A questo iote^ 
yenne cogli altri Capi del Governo il celebre Bru- 
netto Latini^ forse come Segretario della Repubbii^ 
ca fiorentina (i a); né tardarono gli eflfetti: Teserd- 
to dei Fiorentini entrò in Val d'Era, quello dei 
Lucchesi occupò alcuni castelli , fra i quali Ponte a 
Serchio; e nello stesso tempo lo Spinola con posseste 
flotta attaccò il Porto pisano, e guadagnò la torre 
della Lanterna (i5). Veduto il tristo aspetto che 
prendevano le cose, si prese a consultare in Pisi 
sulla comune salvezza . In questo sconcerto una 
delle più autorevoli persone era il Conte Ugolioo, 
a cui si volgeva la città per consiglio, e per ajoto. 
ia85 È probabile che questo scaltro uomo pensasse fioo 
da quel tempo alla signoria di Pisa ; e forse perciò 
propose di accomodarsi coi Fiorentini, piuttosto cbe 
coi Genovesi, perchè non fossero liberati, e rimes- 
si in Pisa quei cittadini, che potevano contrastargli 
il Principato • Il discorso però che gli pone in boc- 
ca Leonardo Bruni è assai sensato, asserendo che 
Pisa, potenza marittima, dovea riguardar come oe^ 
mica Genova sua rivale in mare, piuttosto cbe Fi- 
renze, che dipendeva pel suo commercio da Fisi* 

(13) Aurìa rer. ital. loc. cit« 

(1 3} Goìd. da Gorv. Gron. Pis. rer. ital. tom. 24* 



CAPITOLO SESTO 117 
NoQ fu 6ul princìpio ascoltato il Con te ^ e si cercò' 



accomodamento piuttosto con Genova ; ma questa y ^q 
credendo venuto il punto della mina della sua ri- ^a^s 
yaìe, ricusò duramente (i4)* Convenne allora ab- 
bracciare il consiglio del Conte. Era esso stato sem- 
pre amico dei Fiorentini^ perchè seguaci di parte 
Guelfa ^ e la loro influenza lo avea rimesso in Pisa 
colla restituzione delle sue terre: si riguardava 
perciò come la persona più atta a trattare T acco- 
modamento, e lo aveano creato i Pisani Potestà , e 
Capitano del Popolo. Non gli fu perciò difficile il 
concluder l'accordo con delle condizioni assai gra- 
vose ai Pisani • Furono obbligati a cedere alla fio- 
rentina Repubblica varie terre importanti , Santa 
Blaria a Monte, Fucecchio, Santa Croce, Montecal- 
Toli, e di esiliare i più zelanti Ghibellini di Pisa, 
la quale si ridusse a parte Guelfa. La cessione di 
tante castella fu riguardata come un tradimento(i5). 
È assai verisimile che il Conte, mirando a divenir 
Signore di Pisa , col favore , e appoggio dei Fioren- 
tini, largheggiasse nelle concessioni; ma per altra 
parte non si poteva ottenere la pace senza grandi 
sacrifizj: e se la guerra continuava, piombando so- 
pra di Pisa tutta la Toscana per terra , e per mare 
i vittoriosi Genovesi , il suo esterminio totale era 
sicuro. Se poi è vero, come portò la Fama, che i 
fiaschi di verdea mandati a donare dal Conte ai 
Capi del Governo fiorentino fosser pieni di fiorini 

(1 4) Caff. Ann. gen. rer. ital. tom. 6. 

(1 5) Tale fu la fama sparsa dai nemici del Conte Ugolino, e . 
sa quella , dice Dante 

n Che se il Conte Ugolino aveva voce 

» Dì aver tradita te delle castella , 

n Kon dovei tu 1 figliuoi porre a tal croce . 



ii8 LIBRO TERZO 



"Jdi oro, ciò niente aggiunge ai supposti del Conte, i 
drc.^non è che una prova di più fralle infinite della fona 
* ^^5 imperiosa di quel metallo. Sono tanto incerti, e 
sovente ingiusti gli umani giudizj, che della stessa 
colpa data al Conte furono accusati i Capi del fio- 
rentino Governo, i quali avendo un'occasione rara, 
e propizia di occupare, e distrugger Pisa Tavesse- 
ro, forse sedotti dall'oro di Ugolino, negletta (i6). 
E veramente i loro alleati i Lucchesi, e i Genovesi 
ne fecero alti lamenti: convenne acquetare i primi 
con nuove concessioni; e Bientina, e Ripafratta,! 
Viareggio furono loro cedute. 

Divenne il Conte Ugolino colle cariche di Pote- 
stà, e Capitano del Popolo a lui conferite per dieci 
anni, e col sostegno dei Guelfi l'arbitro, e Signore 
di Pisa, ma il suo nipote Nino Visconti, Giudice di 
Gallura, benché dello stesso partito, gli divecoe 
rivale nel governo, e potè tanto da costringerlo a 
mettervelo a parte; ed ebbe Pisa allora due Rettori 
con eguale autorità. Ma la suprema potestà divisa, 
di rado ha tenuto un governo tranquillo: nacquero 
subito delle pericolose rivalità tra i due Rettori, fn 
taSS sì fatto contrasto , probabilmente accorgendosi il 
nipote di essere eclissato in Pisa dalla potenza del- 
l'altro, era col di lui consenso andato a governare, 
o signoreggiare la Sardegna (17). Ma temendone 
l'insubordinazione per vegliarne l'andamenti, e per 
tenerlo a freno ove facesse di mestiero, il Goote 

(i6)Giov. Villani llb. 7. Cap. 97. dice che alla prìmaTerai 
Fiorentini si preparavano a far l'assedio di Pisa, e che furono ai- 
tai biasimati di questo accordo; e aggiunge: e di certose i Fioren- 
tini avessero seguita la promessa, e giuramento, la cilt^diPisa 
farebbe stata presa , disfatta e recata a borgora come era ordinata» 

(17) Frag.bis. Pis. rer. ital. tom. a4. 



CAPITOtO SESTO» iig 
tJgolino mandò in Sardegna il suo figlio Guelfo^ ^=Y 
che non solo occupò il goireruo dei feudi della casa j- ^^^ 
propria 9 ma di iuUa la profincia Calleritana (i8). i^^^ 
Questo ai^venimeuto accese più vivo il fuoco della 
discordia tra i Visconti, e i Gberardeschi : le loro 
querele posero in furiose agitationi la cìltà, e il suo 
contado , e furono più volte insanguinate le strade 
di Pisa, e dei suoi castelli dalle rivali fazioni. Il 
Visconti col suo partito prese ad accusare tJgolino 
di resistere alla pace coi Genovesi, svelando un 
segreto pericoloso, scordandosi, acciecato dall' am* 
bisiosa rabbia, che quel messo avea giovato ad am« 
bedue. Mentre la fazione Guelfa di Pisa si era cosi 
divisa in due parti, esisteva in questa città Tantico 
partito Ghibellino, che avea dovuto cedere air im- 
periose circostanze, e nascondere nel silenzio i suoi 
sentimenti. Mirando lacerarsi divisi i suoi persecu- 
tori , prese coraggio • Era composto per la maggior 
parte di popolari, e di preti e frati, persone atte ad 
istillare negli animi della plebe i sentimenti , che 
credono i più opportuni. Si fece capo di questo par- 
tito TArcivescovo Ruggiero TJbaldini, il quale però 
per lungo tempo dissimulò i suoi sentimenti, mo- 
strandosi fautore ora dell^uno, ora delibai tro rivalcé 
Sarebbe troppo lungo, e nojoso lo scorrer minuta- 
mente la serie delle calamiti, in cui fu per circa 
a due anni avvolta la pisana Repubblica ; in queste 
guerre civili soffrirono i due rivali varie vicende: 
rinunziarono al governo per acquetare le discordiei 
ma gustata una volta la tazza del supremo potere, 
inebria a segno da non potersi cosi agevolmente 

( 1 8} Koloni. laeen. Ioc« eit« 



t^o LIBRO TERZO 

^abbandonare. L'avo , e il nipote, che avean tanto 



^•^^1 combattuto pel Principato, abbandonatolo, e aenli- 
ia86to il dolore della perdita, divennero nuova meute 
amici, e si unirono per riconquistarlo colla fona: 
1287 entrarono perciò coirarmi alla mano nel palazzo del 
Comune, e in quello del Popolo, cacciando il Vica- 
rio Messer Guidoccino, e la nobiltà tanto Guelfa, che 
Ghibellina gli accompagnò officiosamente, e accon- 
senti che riprendessero il supremo potere. Lo scaltro 
Arcivescovo Ruggiero, che non vedea ancor maturo 
il tempo della vendetta , non solo prestò il consenso 
alla mutazione, ma padrone della collera, potè dis- 
simulare fino la morte del suo nipote ucciso barba- 
bramente dalle mani dello stesso Conte Ugolino. Que- 
sto feroce vecchio però volea esser solo a dominare; 
e riprese le redini del governo coirajuto del suo 
nipote, pensava a disdirsene: l'Arcivescovo lo secon- 
dava colla mira di minare ancor lui. Si era Ugolino 
a bello studio ritirato alla sua villa di Settimo, per- 
chè intanto scoppiasse contro il nipote la sedizione, 
che l'Arcivescovo fomentava. Si accorse il Visconti 
della burrasca che gli si preparava contro, e quando 
vide che ai reiterati inviti di venire a sostener la 
causa comune, il Conte Ugolino era restio, preve- 
dendo ciocché gli si apparecchiava, esci frettolosa- 
mente di Pisa. Tornato allora il Conte, trovò che 
gli si voleva dar per compagno nel reggimento 
l'Arcivescovo Ruggiero. Ricusando egli sdegnosamen- 
te, i due partiti corsero alle armi, guidati dai loro 
respettivi Capi, il Conte, e l'Arcivescovo. Si sparse 
molto sangue: fu vincitore Ruggiero, e il Conte ce- 
dendo coi figli e nipoti, ed altri seguaci, si ritirò, e 
si fortificò nel Palazzo del Popolo: ma attac9ato an- 



CAPITOLO SESTO 121 
cor questo dai vincitori^ e posto il fuoco alla porta 
dovette reodersi a discrezione. Furono presi, e ca-aic.' 
ricfai di catene il G. Ugolino, i due suoi figli Uguc* '^^ 
cione, e il Conte Gaddo, insieme con due giovinetti 
nipoti Anselmuccio figlio del G. Lotto, e Brigata figlio 
del Conte Gaddo. Tutti furono in appresso racchiusi 
nella Torre detta poi della fame (19), dalla loro 
fatale catastrofe, dipinta dai sublimi , e negri colori 
di Dante. Il Conte era reo di molti delitti in faccia 
ai Pisani ; i suoi figli lo erano meno di lui , ed assai 
meno i giovinetti nipoti. Confusi insieme nella stes- 
sa pena atroce , risvegliarono la pietà di tutti gli 
scrittori; ed è disgrazia per Pisa, che uno dei più 
sublimi pezzi dell'italiana poesia, che niun colto 
Italiano ignora, e che moltissimi forestieri conosco- 
no, sia unito alla di lei satira. 

Un dotto Pisano ha impiegato molto ingegno, e 
dottrina per accrescere i delitti , e rendere odioso 
piò del dovere il disgraziato Ugolino, e per iscusare 
i suoi concittadini : siccome si tratta di un punto 
d' istoria toscana tanto celebre, non sarà fuor di luogo 
il farvi alcune brevi riflessioni , e dare imparziale 
niente il giusto valore alla colpa, ed alla pena • Il 
primo delitto di cui quel dotto scrittore fa reo il 
Conte, ha rapporto alla spedizione anteriore alla 
battaglia della Meloria comandata dallo stesso Ugo- 
lino. Avendo trovato il porto di Genova vuoto di 
legni armati, dovea, die' egli , sbarcar le truppe, 

(19) Questa Torre era situata sulla piazza detta ora dei Cava- 
lieri , i di cui avanzi formano un Pezzo del Palazzo ov'è T Oriolo: 
esso e composto di due antiche torri riunite poi con un arco: la 
parte vicina al Palazzo Conventuale fu la celebre torre della fame. 
Vedi Flam. dal Borgo sull'ist. Pis. diss. 1 1. 



122 LIBRO TER20 

f assaltare, e iropadroDirai di Genova. L'accusa e 



^l^^poco fondala^ giaccbè T impresa sarebbe stala assai 
laSS imprudente, né si poteva sperare con quella Irup- 
pa, cbe si trovava sulla flotta , di cooquistare una 
città popolata come Genova , piena di gente feroce, 
e animata dall'odio nazionale • Dopo la gran vitUh 
ria riportata dai Genovesi, questi non crederon mai 
opportuno di tentar la conquista di Pisa, benché 
disanimata tanto, e priva dei migliori suoi cittadi- 
ni. Né maggior fondamento ba la seconda accusa, 
attribuendosi ad esso la perdita della battaglia della 
Meloria, perchè consigliata da lui . Niuuo degli scrit- 
tori di qoalcbe conto gli dà questa colpa : i Pìsaaì 
quasi uniformemente cbiesero battaglia (ic)} e il 

(lo) Tutti «li aerittort i pluali t IbNitltr) lo attetupai k 
llgiio Flam* dal Borgo bonohk raoi^usi di quel delitto « «ggioiige i 
^ /;i eii0 ( falere ) come <• si andati^ ad uns ccrtm vittcrtM 
0fHin0 montati fastosi tutto U foro dMm Nobiltà $o gioveMiit 

Eisana* Ciò lodìoe oonaenao aenertle* Il Marangone d» lui citato 
I prora della tua opinione nulla dice del consiglio di combattere, 
che li luppone dato d>l Conte , ami «ncor esso esagera U TOgìist 
eheavefano i Pisani di combattere» eccole sue parole: Mescer 
Oborto Moresinù montò il primo sulle dette galee, e il simiU 
fecero tutti gli altri con tanta volontà di combattere che «' 
parei^ loro mill'anni di essere alle mani » stando con timort 
che ei non Se ne tornassero indietro ec. Conviene ossertar poi 
che questo scrittore non è di quell'autorevole antìcbiU rbe neriti 
tutta la fede. Egli scriveva al principio del secolo l(TT«edè 
pieno di errori: ne daremo un solo esempio. Tf arrendo la bat* 
taglia dei Pisani coi Genovesi , in cui fiiron presi i Predali, e i Car- 
dinali» avvenuta per testimonianza dei pisani, fiorentini , e geiie- 
▼esi scrittori l'anno 1937» ne fa Ammiraglio il Conte Ugolìoe 
Biiz£)tccherino : allorquando poi ba narralo la morte atroce od 
Conte Ugolino aggiunge : L* fusto judicio di Dio, che così roiem 
per aver lui fatto morire, ed annegare in mare tanti Prelati p » 
fatto contro a Cristo • Pare cbe abbia confuso nn Conte Dgolioe 
con nn altro: giaccbè il Conte Ugolino di Donoratico non ebbe 
parte nella battaglia prima della Meloria. Un tale scrittore non ba 
in*aode autorità. Il Marangone ba copiato l'errore di cronologia da 
Rie. Malespini > e il Tronci ba copiato da Marangone nel dare il 

titolo di Conte al Bozxaccberini^ cbe il Yillani cbiama ^ 

Ugolino • 



CAPITOLO SESTO laS 

Conte Ugolino non potea fra tanti guerrieri di ma* 
re, più assai di lui sperimentati^ avere unMnfluen* ^^q] 
ta da farli determinare contro un partito prepon- >^S9 
derante. Era Potestà di Pisa il Morosini, uomo di 
mare, e perciò di maggior autorità del Conte; e se 
questo sulla fine della battaglia si ritirò con tre 
galere nel porto^ una intempestiva, ed inutile resi* 
stenza avrebbe accresciuto il numero dei prigionieri 
pisani. Il terzo delitto, di cui si fece pia conto in 
qnel tempo, e di cui la maggior parte degli storici, 
ch'esprimono la pubblica opinione, lo accusano, e 
di avere tradito Pisa, consegnando molti dei ca* 
stelli della pisana Repubblica ai Fiorentini, ed ai 
Lucchesi per comprarsi la pace. Abbiamo di sopra 
veduto qual peso si debba dare a tale accusa; ag« 
giungeremo, che col consiglio degli stessi prigionieri 
di Genova fu data plenipotenza al Conte Ugolino 
di concluder la pace (31), e bisognata farla ad ogni 
costo. ILu£cliesi, i Fiorentini con tutta la Toscana 
riuniti per la parte di terra; ì Genovesi vincitori 
per la parte di mare, contro ì Pisani soli, e abbat- 
tuti, e Iruinati dall'ultima disgrazia^ rendevano 
l'ultimo eccidio di Pisa immancabile. Solo si può 
dubitare che il Conte, per esser favorito dai Fioren- 
tini nel dominar Pisa, fosse un po' generoso con 
essi, ma in fine conveniva ricever la leg^e dai vinci- 
tori. Un delitto assai più probabile è che il Conte 
impedisse, per quanto poteva, la pace di Pisa con 
Genova: vi era il suo interesse; la pace era unita 

(21) Ann. Gennen. C. CafT. Pisani cognoseentes se non posss 
resistere societati praedictaefifolentes suae civìtatis evadere rui" 
nam, de Consilio carceratorum , qui erant Januae, data est poÉ^ 
itas et plenum domimum Corniti Ugolino eie. 



134 LIBRO TERZO 



* col ritorno dei prigionieri ^ tra i quali si trovavano 
die. l^ persone di maggior conto, che avrebbero frenato 
ia88 ì di luì ambiziosi desiderj . Di fatti fu più volte ac- 
cusato di questo delitto; non ve ne sono però delle 
prove dirette : il partito contrario spesso andò gri- 
dando per Pisa mojano quelli che non vogUono 
pace con Genova. Non di meno aflferma uno scrit- 
tore pisano assai antico, ninno si mosse perchè ri 
vide che si alzava quel grido più per rainare il 
Conte che per altro motivo (aa). Vennero poi di 
Genova quattro dei prigionieri a portar le coodi- 
zioni di pace che si offrivano loro; queste non soo 
note y ma debbono esser state gravosissime : il Conte 
con molti dei primi cittadini l'avrebbe ricosata, 
ma sostenuta per fargli onta dal partito contrario^ 
cedette anch' egli, e fu conclusa (a3). È però accu- 
sato di averla segretamente impedita, facendo dopo 
l'accordo attaccare i legni mercantili genovesi da 
dei corsari pisani: l'accusa non è priva di fonda- 
menti: i corsari si armarono in Caglieri^ e in Qre- 
stano luoghi soggetti al Conte Gaddo figlio di Ugo- 
lino che si trovava in Sardegna ^ onde con la con- 
cia) Fnignu hisL Pis. rer. itaL script, t. a4 ; »» E conoscendo 
li Pisani che non lo facevano per pace volerei ma per confoDdcre 
lo Conte Ugolino» non si levonno a romore^^. 

(a3) Fragm. bis. pis. loc. cit. ,» Vennero a Pisa messer Gai- 
glielmo di Ricoveransa .... per far la pace tra '1 Commano ^ 
Pisa , e il Communo di Genova che aveano tratto li pregioni coi 
Commiino di Genova. E perchè la pacie fosse molto grave « e ia- 
possibile perchè judici ( cioè il Visconti ) era da lato dei pre- 
gioni, e voleala per confondere, e disfare lo Conte Ugolino cbe 
non la volea elli, ne anco tutti quelli che savi erano a Pi», 
lo Conte Ugolino per non volersi recare a romore, e grido di 
popolo addosso, né incontra consentire che si recasse a consiglio 
magfiriore in Duomo , quine si fermò^ e prese cbe si (àcesse per 
quello trattato eh' e' pregioni avean fatto coi Genovesi ec >» 



CAPITOLO SESTO laS 

nivenza del padre, e del figlio, e forse di ambedue 
si fece r armamento; e la fonia della congettura jio. 
cresce, giacché i Genovesi presi dai corsari, furono >^^^ 
condotti in Orestano , ed ivi posti in carcere (a4)> 
lo che non avrebbero fatto senza esser sicuri del- 
r approvazione del Governatore. Di questa colpa, 
che è molto probabile, il Conte Ugolino non po- 
trebbe scusarsi : benché la pace fosse gravosa ai 
Pisani conveniva farla , e per ristabilire nel seno 
della tranquillità la navigazione , e il commercio 
ruiuati, e per liberare da una dura prigione tanti 
infelici • Finalmente una sorte di tirannia, che eser- 
citò su 1 Pisani, le crudeltà contro di essi, le solle- 
vazioni, i tumulti sono per lui un delitto, il quale 
é dimostrato dalla serie degli avvenimenti narrati. 
È vero che il supremo potere da lui esercitato col 
titolo di Potestà , e Capitano del popolo non fu una 
totale violenta usurpazione, poiché la volontà d^i 
Pisani vi concorse: T influenza però delle sue ric- 
chezze, e delle sue aderenze ve lo fecero montare , 
ma ciò avveniva in ogni paese, ove i potenti citta- 
dini con tutti i mezzi o della forza, o del favore^ o 
delle speranze, o del timore determinavano l'in- 
stabile, e fazioso popolo. L'indole del Conte era 
veramente sanguinaria, e feroce, qualità comune ai 
feudali Signori di quel tempo: le risse, i tumulti, 
le battaglie cittadine erano frequentissime in tutte 
le turbolente Repubbliche d' Italia non nella sola 
Pisaj r ambizione di Ugolino , del Visconti, del- 
TArci vescovo Ruggiero pose loro le armi in mano; 

(a4) Ann. Genuens. CantÌD. Caffar. loc eli. Anche in questi 
Annali non sì assicara positivamente che i corsari fossero armali 
da chi non voleva la pace» ma si adoprano le parole: utfertur^ 



laG LIBRO TERZO 

!se se neir ultimo contrasto rArcìfescovo soccombe- 
^."^^ va • toccava a lui forse a morire nella Torre coi nomi 

Ol e ' 1 * . • • ì ¥ 

ia88 ili traditore: giacche i vinti hanno sempre torto* il 
lettore discreto, ed imparziale dalle esposte osser- 
vazioni ha la giusta misura della reità del Conte 
Ugolino y o può giudicare gela pena fu corrispon- 
dente. L'atrocia della pena non diminuirà punto, 
anche adottando il racconto di un incerto autore, il 
quale asserisce essere stata posta una multa di lire ao 
mila alla famiglia imprigionata^ togliendole il cibo 
finché non l'avesse pagata ; né vi sarà io credo pe^ 
tona sensata da credere che potendo pagarla volesse 
piuttosto morire di morte si dolorosa (^S). 1 più 
autorevoli scrittori, o pisani, o 6orentini raccontano 
uniformi il tristo caso, com'è comunemente noto. 
Più felicemente è venuto fatto al pisano scrittore 
di mostrar che i figli ^ ed anche i nipoti del 0)Dle 
Ugolino non erano fanciuUetti innocenti^ circostaih 



(a 5) Mnr. rer. ital. script, tom. 1 4* fragm, hi, PIs. H ncooolD 
della multa è di questo aatore, dì cai non è noto né il nome, d^ 
il tempo in coi scrìsse. Se però come pare tatto il codice rifent»^ 
dal Muratori con una interruzione fu scritto dall' istesso aatorc, 
esso viveva dopo il 1 33^ , fino al qu^l anno arriva , e perciò meoo 
•ntorevole di Gaido da Corvara scrittore contemporaneo al Conte 
Ugolino, e abitante in Pisa» cHe narrando come il Conte coi ^ 
fu posto in carcere, evi mori di fame, non parla della malta pe- 
cuniaria , Mur. loc. cit. Solo qualche cosa di analogo al raccooto 
dell'anonimo si dice da Bartolommeo da Lucca rer. ital. tom. ii« 
AmDom. laSS. Dominus Ugolinus capitar a Pisanis, /avente, 
et eoadjuoànte Archiepiseope emm muìtìs derids; cum dmoim 
JUiis Gadda t et Brigata, et uno nepute Henrico ponumturà^ 
carcere: ibique post longant estorsionem pecuniarum fame ibidem 
pereunt. Il negar poi fede a Gio, VlUani perchè Guelfo, e na- 
mico di Pisa> i un' ingiustizia : questo scrittore invece di dif^ 
dere il Conte Ugolino , lo riguarda come un traditore sulla vooe 
comune, la qnale abbiamo veduto quanto poco fosse fondatti 
onde merita fede qcundo parta della di lui pena. YilL lib. 7* 
eap. laot 127. 



CAPITOLO SESTO 117 

la forse supposta da Dante per accrescere il patetico 
della sua narrazione. Tutta la famiglia dei Conti di ^^^ 
Donoratico non peri in quella Torre : vi era il Conte laM 
Lotto sempre prigioniero in Genova, e il Conte Gad. 
do governatore di una provincia di Sardegna, oltre 
altri nipoti , le vicende dei quali sono diffusamente 
narrate dagl'istoriografi di Pisa, e di quelTillustre 
e sventurata famiglia; la ruina della quale invece 
di recare a Pisa lapace, risvegliò contro di essa più 
fiera la guerra , essendosi mossi i Fiorentini per una 
parte per vendicare il loro amico, ed alleato, per 
l'altra i Lucchesi coi quali si era unito Nino Viscon- 
ti Giudice dì Gallura, fuggito da Pisa. Questi occu- 
parono il castello di Asciano, e intanto gli altri fo- 
ruscili devastavano le campagne » i castelli, e spar- 
gevasi per ogni lato la desolazione, e il terrore. 

Delle tre principali repubbliche di Toscana, Fi- 
renze, Pisa, e Siena, si è già veduto assai spesso le 
due prime agitate per gelosia, e preminenza di go- 
verno: Siena non lo fu meno, né meno rapidamente 
alterossi la sua politica costituzione . Siccome in 
questi tempi avvennero degli essenziali cambiamen- 
ti, convien riunire in un breve quadro le principali 
sue mutazioni. Fu sul principio il governo della 
Sanese repubblica nelle roani di gentiluomini • 
Avrebbero potuto conservarselo stabilmente,' se le 
discordie per le fazioni Guelfa , e Ghibellina , per 
gelosia di dominio non gli avesse divisi- Ciascuna 
delle fazioni per rendersi più forte cercò di trarre 
al suo partito una porzione del popolo, e venute 
più volte alle mani , insegnarono alla plebe col- 
i'esperienza che essa aveva il potere, quando n'avesse 
avuta la volontà, d'impadronirsi del governo. Co- 



iai8 LIBRO TE^ZO 

^^^ minciò pacificamente a domandarlo: non osò né Tana 
^ Q, né l'altra parte di opporsi , e si accettò il popolo nel 
ia88 reggimento, che sulle prime ne partecipò della sola 
terza parte, creandosi invece di due, tre Consoli, 
uno dei quali fu tratto dal seno del popolo . Il Con- 
siglio generale dei nobili era formato di cento pe^ 
sone, né vi poteva entrare che un individuo per 
casa: solo a cinque famiglie come numerosissime) 
cioè Piccolomini^ Tolomei, Malevolti, Salimbeoi, 
« Saracini, fu concesso averne due. In quella rifo^ 
ma pertanto, volendosi conservare la stessa propor- 
zione, furono ai cento gentiluomini aggiunti 5o 
popolani (%6). Conosciuta il popolo la sua forza, e 
gustato il piacere di governare, dopo qualche tempo 
ne volle una parte maggiore , e pronto a pretenderla 
colla forza, l'ottenne p^ici fica mente. L'autorità dei 
Consoli per l'introduzione del Potestà ( come ab- 
itiamo visto a suo luogo ) era assai diminuita; si de- 
terminò che ^4 persone, fossero i Rettori, scelle 
indifierentemente dai nobili, o popolari, le quali 
ogni. anno ^i rinnovassero. Pare che ciò avvenisse 
circa l'anno ia3a: a queste ne furono aggiunte poi 
altre dodici. Soffrivano mal volentieri i gentiloo- 
mini questa diminuzione di autorità;e colle querele, 
e cogl' insulti irritavano di avvantaggio i popolari, 
che preso sempre più coraggio, cacciarono final- 
xnen^te affatto la nobiltà dal reggimento nell'an- 
no 1 280. Parve ai Riforno^atori troppo numeroso il 
Magistrato dei 36, si per la difficoltà di trovarsi 
d'accordo , come pella necessaria segretezza negli 
affiiri , e fu ridotto a i5, detti i Governatori, e 

(aO) Malav, i$tcn:. $aiie. pag. 1. lih. |, 



CAPITOLO SESTO 129 
Difensori del Comune, e Popolo di Siena. Ancor 
questo numero fu creduto poi troppo esteso, perciò ^"q* 
4 anni apprèsso fu ridotto a nove; e questa è l'origine i^ss 
del celebre Magistrato, o Monte di Nove. Fu stabi- 
lito che per la sollecita spedizione degli affari abi- 
tassero in uno stesso palazzo, e che il tempo dei 
loro reggimento non oltrepassasse due mesi . Dal 
Magistrato dei Nove, supremo Rettore della repub- 
blica, (tanto era il timore, e gelosìa dei potenti) 
non solo furono esclusi i nobili , ma i cittadini, e 
mercanti troppo ricchi, i Dottori, e i Notai .Nacque 
un siffatto governo appunto in questi tempi, cioè 
uelTanno 1284; sì mantenne lungamente fra con- 
tinue agitazioni, delle quali alcune delle principali 
saranno esposte a suo luogo. 

Morì il Re Carlo di Napoli, amico pericoloso dei 
Fiorentini. Avea provato la prospera , e Tavversa 
fortuna: favorito da lei nelle battaglie, vinse due 
re potenti Manfredi , e Corradino, e guadagnò i re- 
gni di Napoli , e di Sicilia , mentre era ancora Si- 
gnore della Provenza, ed ebbe gran potere sulla fio- 
rentina repubblica: la fortuna però cambiandosi 
sparse di amarezza gli ultimi suoi giorni. Si vide 
odiato atrocemente dai sudditi; perdette la Sicilia, 
ove tutti i suoi furono trucidati nella più orribil 
Tnaniera; si yide deluso da Pietro di Aragona, che 
dopo avergli occupata la Sicilia, lo schernì ancora, 
facendolo andare inutilmente a Bordeaux alla con- 
certata disfida, a cui quello avea finto di aderire 
per guadagnare un tempo importante; e a ciò si 
ag^giunse la prigionìa del suo figlio maggiore nella 
I>attaglia che quest'imprudente giovine accettò da 
Ruggieri Loria . Morì Carlo fralle agitazioni dei pre- 

'Joino 11. 9 



i3o LIBRO TERZO 

^^ parativi per la sua vendetta; grande esempio di 
di C. varietà di fortuna, utile lesione ai Regnanti, gìa^ 
^^^^ che gran parte delle disgrafie dovette alla sua ero- 
deità. Il figlio fu proclamato Re di Paglia: ma 
dopo avere a gran stento salvata la vita fra gF irri- 
tati Siciliani, era stato condotto prigione in Spagna: 
anche il rivale di Carlo, il re Pietro di Aragona fisi 
di vivere. Alfonso suo figlio maggiore gli successe 
nel regno di Aragona, Giacomo secondogenito in 
quello di Sicilia . 



i3i 



CAPITOLO VII. 



SOMMARIO 

• \ 
Repubblica di Areuo. Potenza dei suoi Vescovi, Cacciata dei 
Guelfi dalla città'. Guerra coi Fiorentini e Sanesi . Battaglia 
di Campaldino. Guerra dei Fiorentini contro i Pisani, Presa 
di Calcinaja, e di Porto Pisano. Mutazione di governo in 
Firenze. Pace coi Pisani • 



u 



n' altra repubblica in Toscana avea cominciato 



a segnalarsi, ed a spiegare la sua potenza contro i jj q] 
Fiorentini. Arezzo per quello che mostrano i dub- i^ss 
biosì barlumi dell'antica storia ^ rispettabile fralle 
etrusche città^ potente nel vigore della romana re- 
pubblica y e in specie nella seconda guerra puni- 
ca (i), in volta poi nella comune disgrazia quando 
la gotica, e longobardica invasione sparse sull'Italia 
la desolazione, e T ignoranza, cominciò a risorgere 
a nuova vita sotto il vincitore dei Longobardi Carlo 
Magno. Quel pio, e valente Sovrano, dominatore 
di tanta parte del mondo, e a cui perciò il dono di 
Provincie, non che di città, e di castella era incon- 
siderabile, sì generoso all'altare, distinse partico- 
larmente la Chiesa aretina quando onorò colla sua 
presenza la città di Arezzo. Pare che allora fa- 
cesse dei grandiosi doni a quel Vescovo, fra i quali 
probabilmente la città di Cortona, che restò sog- 
getta lungamente non solo nello spirituale^ ma nel 

(0 Tlt Liv. 



i32 LIBRO TERZO 

7temporale governo al medesimo (3). Divenne nei 
di o. seguenti secoli il Vescovo aretino uno dei più pò- 
1288 tenti Signori d'Italia, non che di Toscana, essendo 
vastissimi i suoi secolari dominj, i quali si estende- 
vano dal Tevere a Montalcino, dall'Alpi di Bagno 
al Trasimeno, per guisa che comprendevano la metà 
del Casentino, del Valdaruo di sopra, del Chianti, 
una buona parte del territorio della città di Siena 
sino a due miglia della città stessa, Pieuza, Mon- 
ialcinoy Cortona, Montepulciano con tutta la Val 
di Chiana, il capitanato di Arezzo, il vicariato 
di Anghiari, e parte della moderna diocesi di S. 
Sepolcro (3) • Non è già che il Vescovo avesse un 
assoluto impero sopra di Arezzo, che pretendeva 
di governarsi in repubblica, ed eleggeva i Potestà, 
e gli altri Rettori, ma la sua potenza, le sue rie* 
chezze davano al Vescovo un'influenza quasi so- 
vrana, quand'avea talenti politici abbastanza. Era 
inoltre il Vescovo Principe dell'Impero^ e unendosi 
lo spirituale al temporale potere, diveniva la per- 
sona più atta a governare quei popoli, e tenerli 
alla divozione imperiale. Cortona si ribellò dal suo 
Signore circa l'anno i23o, e per circa !à6 anni si 
mantenne independente : invano le ammonizioni, 
e i fulmini ecclesiastici vibrati da Roma sui Gorto- 
nesi tentarono di rimettergli sotto l'antico dominio 
finché non salì a quella sede un uomo che facesse 
succedere la forza alle imbelli armi ecclesiastiche. 
Venùe a quella Chiesa il feroce Guglielmino liber- 
tini, Prelato più atto, per testimonianza di uno 



(a) Guazzesì , dell'ant Doni, del Vescovo di Arezzo. 
(3) Guazz. loc. cit. 



CAPITOLO SETTIMO i33 
scrittore contemporàDeo (4)^3 maneggiare la spada, 
che il pastorale. Mal soffreodo perciò la ribellione ^P"^ 
di Cortona^ nel r!i58 messe insieme numerose trup- i^ss 
pe 9 ed ajutato dal Comune di Arezzo^ e da Astoldo 
dei Rossi suo Potestà ^ marciò sopra Cortona^ e o 
colla forza aperta y o per una notturna sorpresa pe- 
netratovijvi portò la desolazione disfacendo le mu- 
ra^ e le fortezze. Fuggirono i migliori cittadini a 
Castiglione del Lago; ma per timida politica non 
essendo da quella popolazione ricevuti, furono co- 
stretti a viver lungamente sotto le tende (5). Vi- 
dero di mal occhio i Fiorentini siffatta conquista , 
e forse avrebbero tentato qualche impresa contro 
il Vescovo di Arezzo, che vedevano partitante Ghi- 
bellino, ma il timore di questa fazione ognor cre- 
scente per r influenza del re Manfredi, il timore 
dei Sanesi, e poi la rotta di Monteaperti, gl'impe* 
dirono di soccorrere gli esuli, che finalmente nel- 
Tanoo ia6i ritornarono in Cortona, riconoscendo 
pacificamente il dominio del Vescovo di Arezzo (6). 
Nel lungo suo governo di quella Chiesa Gugliel- 
mino si mantenne del Ghibellino partito; e benché 
talora secondo le tortuose strade, che sono obbligati 
a prendere i Capi dei governi per interesse si mo- 
strasse Guelfo, quando potè obbedire al suo genio 
promosse gì' interessi dei Ghibellini. Cosi nel tempo 
in cui Firenze, Siena, e la più gran parte della 
Toscana seguivano la parte Guelfa, fece ribellare 
nel 1 a86 un forte castello ai Sanesi detto il Poggio 



(4) Dino CompaffDi: // V'escavo che sapea meglio gli uf» 
Bei della guerra che della Chiesa * ec, Cron. rer. ital. Scr. tom. 

(5) Giov. Vili. lib. 6. e 6. Guazz. loc. cit. 

(6) Goazx. bc ciu 



f34 LIBRO TERZO 

" di Santa Cecilia, e cercò di sostenerlo con tal vìge- 
dic/ ^^9 ^^^ 1^ '^'^^^ ^^^ Fiorentini , e Sanesì riunite per 
ia88 espugnarlo non vi consumarono meno di mesi cin- 
que, dopoi quali i ribelli, disperando del perdono, 
tentarono di notte la fuga , ma molti di essi presi 
ebbero la morte, ed il castello fu disfatto (7). Que- 
sto inutile tentativo eccitò gran rumore per la To- 
scana dominata da parte Guelfa, onde è da crede- 
re, che il Vescovo fosse biasimato anche dal Gover- 
no aretino, che seguendo la sorte delle altre città, 
si governava popolarmente dai GueIG , sotto un Ret- 
tore chianoato il Priore del Popolo , che teneva basa 
la potenza dei Grandi . Quindi dovette nascere la 
mutazione del Governo di Arezzo neir anno ap- 
pi*esso 1 287 , in cui il Vescovo preso il tempo della 
morte del Pontefice Onorio, e di quella del Re 
Carlo, unitosi coi Ghibellini di città, e coi potenti 
Signori di contado, cacciò di Arezzo i Guelfi, re- 
cando nelle sue mani il supremo potere di quella 
repubblica. Queste mutazioni non si facevano sena 
sangue, e al disgraziato Priore, forse in ricoropeosa 
della sua giustizia , e imparzialità, furono cavati gli 
occhi (8). Commossi i Fiorentini da questo colpo, 
che mostrava loro la fazione nemica crescente di 
forza ogni giorno, crederono non dover più dissi- 
mulare col Vescovo, e colla Comunità di Areiso,e 
si determinarono alla guerra. Vi si accinsero gK 
Aretini con un coraggio che si accostava all' im- 
prudenza (9); giacché non solo aveano a combattere 

(7) Gìo. Vili. Ilb. 7. e. 109. 
. (S) Gio. Vili. loc. ciL 
(o) E' per questo che Dante gli ha chiamati bAtloli dot 
cagnolini . 

Ringhiosi più che non chiede lor possa. 



CAPITOLO SETTIMO f35 

i Fiorentini, ma i Sanesi, e furono anche i primi a — ^; 
cominciare le ostilità : acorrendo au ì contorni di j"o| 
Montevarchi , e secondo il ruinoso modo di gaerreg- it^sa 
giare di questi tempi , ardendo , e desolando le 
campagne: passarono ìndi sul Sanese,e cacciarono 
i Guelfi di Chiusi riducendolo a fazione Ghibellina. 
Non potendo i Fiorentina più sopportare tanti in- 
suiti 9 si armarono chiamando da tutte le città della 
Confederazione guelfa le truppe che per convenzio- 
ne della Taglia erano in obbligo di armare. Cogli 
ajuti perciò di Siena ^ di Lucca, di Pistoja , di Pra- 
to, di Volterra , e dell' altre città , e Signori confe- 
derati posero insieme un esercito il maggiore dopo 
quello della disgraziata battaglia di Monteaperti, 
e si mossero verso Arezzo, posero il campo a La- 
terine, castello assai forte, e in otto di T ottennero 
per tradimento del Capitano Lupo. Non avendo gli 
Aretini forze per misurarsi, stettero chiusi nelle 
loro mura: vi giunsero le truppe collegate, e non 
trovando contrasto, devastarono le campagne, e per 
insulto la vigìlia di S. Gio. Battista fecero correre 
il loro palio innanzi ad una delle porte , come se 
fossero tranquillamente in Firenze. Non osarono 
peraltro attaccar la città, e dopo devastazioni, ed 
incendi si ritirarono verso Firenze. I Sanesi stac- 
catisi dai Fiorentini presero la strada di Val di 
Chiana* Intesa dagli Aretini la divisione dell' eser^ 
cito , furono sollecitamente dietro ai Sanesi con non 
più di Soa cavalieri e scx>o pedoni , e aspettatili al 
passo della Pieve al Toppo, li attaccarono^mprov- 
visamente, li ruppero, e fecero moltissimi prigio- 
nieri delle principali famiglie di Siena, restando 
morto anche, il loro Condottiero Rinuccio Farne- 






.J. 



i36 LIBRO TERZO 

"'^ se (io). Crebbe la potenza , e T animo agli Aretini 
dfo! Jop<> eh® ^^^^ 9 ^^^'^ morire Uj^olino , e lornata 
ia88 Ghibellina, si era collegata con essi» Si fecero va- 
rie scorrerìe dagli Aretini , e dai Fiorentini nelle 
rispettive terre con reciproci danni r stettero a fron- 
laSg te presso a Laterine i due eserciti inutilmente; es- 
sendovi Arno di mezzo « donde essendo sloggiati i 
primi, gli Aretini mandarono rapidamente una 
truppa spedita , che per la via di Bibbiena, e di 
Casentino corse in Val di Sìeve con siOatto terro- 
re dei Fiorentini, che richiamarono sollecitamente 
l'esercito (i i). Continuò questa guerra per qualche 
tempo, ruinandosi scambievolmente le campagne. 
Intanto passò di Firenze Carlo II Re di Napoli, 
uscito di prigione, che dopo essere stato molto 
onorato dai Fiorentini, come figlio del grande loro 
alleato, seguitò il suo viaggio verso Napoli. Venne 
in pensiero agli Aretini di tentare un colpo ardito, 
d'imprigionare il re Carlo considerato da essi come 
nemico^ e che viaggiava con piccola scorta ; onde si 
mossero chetamente con una truppa risoluta, e spe- 
dita. Avutone però sentore i Fiorentini, colla mag- 
gior fretta adunato un sufficiente corpo di truppa 
raggiunsero il Re Carlo, e lo scortarono salvo al di 
là dei confini sanesi. Gli odj eccitati da reciproche 
offese erano cresciuti a segno tra queste due città 
rivati da dover aver luogo qualche sanguinoso av* 
venimento. Adunarono i Fiorentini numerosissime 
truppe, giacché oltre gli ajuli delle confederale 
città, ebbero dei soccorsi di Bolo3[na,edi Roma- 

(io) GJo. Vili. Ilb. 7. cap. 119. Malav. 5st. dì Siena par. a. 
lib. 3, Cron. Saneus. rei*, ital. lom. 1 5. Dino Comp. lib. 1. 

(11) Gio. Vili, istor. lib. 7. e a 3. Leonar. bruni bist. fior 
lib. 3. 



CAPITOIO SETTIMO i37 
goa. Guidava l*eserciu Amerigo di Narbona, Ge- 
nerale dato loro dal Ri Carlo: Tesercito degli Are- ^j (^ 
tini minore almeno di un terzo aveva alla testa il ^^^9 
valoroso Vescovo Gujlielmìno , vi si erano riunite 
le genti dei loro amia Conte Guido Novello allora 
Potestà di Arezzo, Buon Conte di Moutefeltro, e 
Guglielmìno dei Pazeì. I Fiorentini fecero mostra 
di venir verso Arezzo per Val d'Arno, avendo pian- 
tate le loro insegne a Ripoli il dì i3 maggio: ma 
improvvisamente il di ft di giugni», essendo traspor- 
tate alla riva destra dell'Arno ^ si avviò l'esercito 
verso il Casentino per attaccare le castella del Con- 
te: il Vescovo Aretino perdifenlerc Bibbiena mosse 
le genti per la stessa parte: /incontrarono i due 
eserciti presso Poppi a Certonondo, e gli Aretini 
bencbè inferiori di numero idd recusarono la bat- 
taglia, la quale si appiccò ne^ piano detto Campai- 
dino agli 1 1 di -giugno. Furato nel principio rotti i 
Fiorentini, e quantunque ol numero supplissero 
alla straordinaria ferocia da combattenti nemici , 
vi si era sparso il terrore 6 la confusione in guisa 
che andavano piegando, e sarebbero stati intiera- 
mente vinti senza il cora^;io, e la risolutezza di 
Corso Donati. Eragli stata affidato un corpo di ri- 
serva di cavalieri, e pedon specialmente di Lucca, 
e di Pistoja ov'era Potest; ma conoscendosi il di 
lui naturale feroce, e inpaziente gli era stato dal 
Generale sotto pena della.esta vietato di entrare in 
battaglia senza un ordin espresso. Nell'ardore, e 
confusione della battagli;, pare che il Generale si 
fosse dimenticato di quei^o corpo (id). Stette saldo 

(13) Nella famosa Lattarla di Pavia il Yice*Re Lanoia si 



i38 LIBRO TERZO 

! per qaalche tempo il Donati, rafirenato dagli ordi- 
diC. dì rigorosi: ma vedendo chela rotta dei Fiorentini 
1^9 andava crescendo, e che non riceveva ordini , v<^e 
piuttosto correre il rischio della condanna , che 
mancare alla patria • Invitati dunque con ardile 
voci la sua schiera y piombò sii i nemici, che l'ar- 
dore, e la speranssa della proisima vittoria aveano 
fatti soverchiamente distendete fuori di ordine: 
questa truppa non solo ristabilì la pugna , ma di- 
sordinò gli Aretini. Aveano ancor essi un corpo di 
riserva guidato dal G>nte Guido Novello, a cui or- 
dinarono di entrare in battaglia ; ma quest' uomo, 
che nella battaglia presso Colle, ed altrove a vet 
dato segni di poco vJore , non ismenti neppur qui 
il suo carattere; oncb o che egli credesse le cose 
perdute, o volesse ri^armiar le sue genti, si stac- 
cò dagli Aretini ritiraidosi alle sue castella. Scon- 
certati da questa defeione, gli Aretini furono in- 
tieramente posti in rotta : il feroce Vescovo Gngliel- 
mino dopo aver &tto lufBcio di ottimo generale, e 
di soldato non volle sopravvivere alla sna disfatta , 
e mori valorosamente ombattendo (i3). L'oso, os- 
sia Tabuso di quel tempt, che tollerava negli eccle- 
siastici il maneggio delhrmi , può servire di qual- 
che scusa al Vescovo (i'^) . Non può negarsi ch'ei 

scordò dì fare entrare in battagli un considerabile corpo di trop- 
pe, y. Robertson Istor. di Carlo \ 

(iS) Benché valoroso, il V^covo avea un gran difetto per 
un Generale, cioè la vista cortatGli scudi dei feditori fiorente 
aveano il Campo bianco .* egli-dintndò: quelle che mura sonot fa- 
gli risposto I palvesi dei nemici . |ino Comp. Cron. 

(i4) L'abuso era tale che fafendosi dal Papa gueira control 
figli di Federigo li recusando di pendere le armi l'Arcivescovo dì 
Magonza, con la scusa che non lonveniva ad un Sacerdote* & 
privato della Chiesa dal Papa . Re Magun. lib. 5. 



_ r 



CAPITOLO SETTIMO iSg 
non possedease talenti politici^ e militari: Tetà non ^^^^ 
avea abbattuto né il vigore , ne il suo guerriero ^^^ 
coraggio (i5). Arezzo non fu mai più grande quau- 1289 
to sotto di luì; egli Tavea inalzato a un grado di 
potenza da metter terrore alle Repubbliche di Fi- 
renze, e di Siena. Ebbero la stessa sorte del Ve- 
scovo molti dei principali dello stesso esercito come 
Guglielmo dei Pazzi , eoo due suoi nipoti , Boncon- 
to di Montefeltro ec. (16) Furono uccisi varj altri 
uomini di conto, e circa a duemila soldati, oltre i 
prigionieri. Dalla parte dei 'Fiorentini non se ne 
accerta il nunoero. Si trovò in questa battaglia , la 
più sanguinosa in Toscana dopo quella di Monte- 
aperti, coi Fiorentini il Poeta Dante, che nei suoi 
▼ersi piò di una volta fa menzione delle persone 

(1 5) Governò la chiesa di Arezzo per 4o anni: deve supporst 
che fosse eletto Vescovo di etk poco mioore di 3o , onde quando 
combattè in Campaldino doveva essere ahneno circa il settantesi- 
mo anno. 

(16) U di cui corpo non si potè trovare. Dante che finge di 
trovar la sua Ombra nel Purgatorio (Canto 5) così gli parla 

qua! forza , o qual ventura 

Ti traviò si fuor di Campaldino » 

Che non si seppe mai tua sepoltura f 
Oh , rispos' egli , appiè del Casentino 

Traversa un' acqua , che ha nome l' Archiano 

Che sovra l'Ermo nasce in Appennino» 
L^, 've '1 vocabol suo diventa vano^ 

Arriva' io / forato nella gola , 

Fuggendo a piede » e sanguinando '1 piano. 
Quivi perdei la vista » e la parola . • • • 

Beo sai come nell' aer si raccoglie 

Quell'umido vapor, che in acqua riede, 

Tosto che giunge dove '1 freddo il coglie • • • . 
lio corpo mio gelato in su la foce 

Trovò l'Archi an ruhesto ; e quel schiuse 

Nell'Amo, e sciolse al mio petto fa croce » 
Cb* i' fé' di me, ouando '1 dolor mi vinse ; 

Yoltommi per le ripe, e per lo fondo. 

Poi di sua preda mi coperse e cinse • 



i4o LIBRO TERZO 

^che vi combatterono (17). L'esercito vincitore non 
di e. volendo lasciar dietro luoghi forti in mano dei ne» 
13^9 mici, indugiò otto giorni ad arrivare ad Arezzo, 
indugio che probabilmente gli privò del T acquisto 
di quella città. Ella era non solo scoraggila da si 
gran rotta , ma quasi aperta^ mancandovi un pezzo 
delle mura. Ritirativisi gli avanzi della battaglia, 
e conoscendo che l'universale salvezza dipendeva 
dal difender quel recinto, chiuso frettolosamente 
con sbarre, e travi il pezzo mancante delle mura, 
intrepidi alle ingiurie (18) come agli assalti , fecero 
la più ostinata difesa. In vano appiccando il fuoco 
i Fiorentini alla parte di legno delle mura, tenta- 
rono entrarvi: fu l'apertura difesa con straordina- 
rio valore: anzi fatta una sortita gli assediati arsero 
le principali macchine da guerra dei nemici, che 
furono costretti a ritirarsi (iq). La città di Firenze, 
che era stata in somma apprensione (20), non si 
rallegrò mai tanto di alcun'altra vittoria. Rientrò 
in Firenze l'esercito in trionfo: fra gli altri trofei 
si portarono pubblicamente lo scudo, e l'elmo di 
Gugtielmino, e furono sospesi al creduto tempio 
di Marte, ossia a San Giovanni (^i), ove restarono 
fino ai tempi del Granduca Cosimo III che fece 

(1 7) Vili. llb. 7. cap. 1 3o. Dino Corop. Cron. Leonardo Brani 
hìst. fìor. lib. 4* Cron. Sancs. rer. ital. tom. i5. 

(18) Volendo i Fiorentini insultare il morto Condottiero degli 
A retini y collo macchine use a quei tempi scagliarono dentro la 
città un asino con la mitra in testa • 

(19) VilL Leon. Bruni lib. 4* 

(20) La favola dei Priori che dormivano, risvegliati da ona 
voce incognita, che annunziava loro la vittoria assai prima che ne 
giungesse l'avviso, mosU*a abbastanza la sollecitudine in cui era 
la città. 

(ai) Bruni bis. lib. 3. Guazzesi dell'antico dominio del Vesco- 
vo di Arezzo ce. 



CAPITOLO SETTIMO i4i 
toglier dalla vista del pubblico un monumento pe- =^^ 
renne deir abuso fatto delibarmi dagli ecclesiastici, ^^q 
Gli andò incontro festeggiando la maggior parte 1289 
del popolo^ e in solenne processione gii ecclesiasti- 
ci. Benché si difendessero gli Aretini nel recinto 
delle lor mura^ questa perdita recò un gran colpo 
alla loro potenza^ e fu per essi ciocché ai Pisani la 
rotta della Meloria. Tentarono più volte i Fioren- 1^90 
tini, e col tradimento, e colla forza di occupare 
Arezzo, ma sempre invano. Aveano segrete intel- 
hgenze , per le quali doveano esser loro aperte le 
porte. Si mossero improvvisamente, ed erano giun- 
ti a Civìtella, quando uno dei congiurati essendo 
caduto da uno sporto moribondo palesò il trattato 
al confessore, che lo rivelò a messer Tarlato, e co- 
si andò a vuoto (22). Solo il Conte Guido Novello 
pagò la pena della sua defezione, giacché l'esercito 
fiorentino portatosi nelle sue terre. Poppi, Castel 
Sant'Angelo, Chiazzolo, Cietica, e Montauto di 
Valdarno, le occupò, e diede loro il sacco. Si pro- 
seguì la guerra con reciproci danni specialmente 
degli Aretini , restando miseramente desolate le lo- 
ro campagne. Abbattuta la potenza di Arezzo, si 
volsero i Fiorentini contro i Pisani, alleati di quel- 
la Repubblica* Erano i Fiorentini uniti coi Lucche- 
si , e Genovesi • Benché i Pisani non avessero forze 
da misurarsi con tanti nemici, andarono schermen- 
dosi con bastante successo pel senno del loro Con- 
dottiero il Conte Guido da Montefeltro. L'istoria ìagi 
non presenta che piccoli fatti di campagne minate, 
e castella prese, e perdute. Fra questi avvenimen- 

(aa) VilL lib. 7. e. 137. Bruni lib. 4- 



i4ii LIBRO TERZO 

. ti ^ per qualche singolar circostanza y si distingue la 
die. presa di Calcina ja . Era essa occupata dai fuorusciti 
>39i pisani, e specialmente dalla famiglia Upezzingbi. 
Il Conte Guido avea delie corrispondenze segrete 
con alcuni del castello. Accostatasi di notte una 
truppa y passato chetamente il fosso che lo circon- 
dava^ dette la scalata: i 8140Ì autori dentro del ca- 
stello, corsero a serrare di fuori la maggior parte 
degli usci delle case, perchè i terrazzani 000 potes- 
sero uscire. Gualtieri Upezzinghi correndo alla di* 
fesa, fu traBtto da una lancia^ il castello fu preso, 
e gli Upezzinghi condotti prigionieri in Pisa eoo 
molti altri Guelfi, parte dei quali chiusi nella Tor- 
re della fame. Una negligenza di Gualtieri cagionò 
questa perdita^ e la sua morte. Nella sera che la 
precedette gli fu recata una lettera, dove si avvi- 
sava della trama. Giocava egli a tavola reale, osi 
scacchi, se la pose in tasca senza aprirla^ e poi la 
dimenticò: fu trovata ancor sigillata nelle tasche 
del morto, e il carattere servì a scoprire il tradito- 
1392 re, che era uno degli Anziani di Pisa, che fu deca- 
pitato (^3). Mentre i Fiorentini per una parte^ i 
Lucchesi uniti ai Genovesi dall'altra attaccarono il 
territorio pisano, una squadra ligure^ condotta da 
Arrigo dei Mari, assali Porto pisano, ne ruinò le 
torri, e con barche piene di sassi tentò colmarne il 
porto. L'odio fra queste due nazioni rivali giunse a 
segno, che una delle torri essendo prossima a cade- 
re, perchè tagliata alla base^ e solo appuntellata. 



(a 3) La lettera era senza sottoscrizione 9 ma siccome a aucsti 
.soli era noto il trattato , il Conte Guido tenendo segreta la leUe- 
ra, trovò un pretesto per fare scrivere tatti gli Anziani, e cosi di- 
scoperse il reo . Marang. Cron. di Pisa . Tronci Ann. Pìs. 



CAPITOLO SETTIMO i43 
avvisati di ciò e intimati di arrendersi i difensori . 
che vi erano racchiusi , vollero piuttosto morire sotto di e 
le mine che venir vivi in mano dei nemici (a4)* '^^^ 
Vinti gli Aretini^ e i Pisani ^ rallentato perciò in 
Firenze il timor dei nemici esterni^ risorsero le in- 
terne turbolenze. Non erano stati bastanti i prov- 
vedimenti presi dal popolo nelle passate rivoluzioni ^^^^ 
a raffrenare le prepotenze dei Grandi: le guerre che 
si facevano specialmente col consiglio ^ e colla mano 
loro^ li rendevano arditi ^ e la vittoria orgogliosi, e 
superiori alle leggi • Cosi era avvenuto a quest' epo- 
ca. Insultavano con aperta insolenza ^ e soverchia- 
vano non solo la bassa plebe ^ ma anche gli onesti 
cittadini^ turbandoli nelle loro possessioni^ e usan- 
do Tarmi, e il bastone (aS). Tacevano in faccia 
loro le leggi: non si trovava giudice criminale, o 
civile che osasse chiamarli in giudizio, né chi fa- 
cesse testimonianza contro di essi. Giano della BeK 
la , di condizione popolare^ insultato villanamente 
da Berto Frescobaldi , uno dei Grandi, tenne pro- 
posito con molti dei primi cittadini popolari come 
ai potesse por loro qualche freno ; e convennero che 
il tempo più acconcio era il presente, in cui i Grandi 
per private inimicizie erano disuniti. Fu per questa 
causa eseguita molto fìicilmente la mutazione: la 
potenza del popolo era tale che non osarono i Gran- 
di di opporvisi • Si determinò che i Priori fossero 
eletti fra gli artefici, che realmente esercitassero 
un'arte, e non bastasse aver fatto descrivere il no- 
me alla matricola , onde così furono privati i Grandi 

(a4) Ann. genoenA, rer. iuL Ioni. 6. Marang. Cron. Pis. Tron- 
ci Add. Pis. 

(a5) Dino Gorap. Cren, lib. i. Gio. Vili, loc cit Amm. lìb. 



i44 LIBRO TERZO 

.'di questa carica; ma Tiinportanza della riforma h 
d; Q^ la creazione di un Gonfaloniere che da i^ cittadi- 
1393 ni^ due per Sesto , i Priori a pluralità di voti doYeano 
eleggere. Il tempo di questo Magistrato si stabili di 
due raesi^ in modo però che nell'anno andasse tal 
carica a cadere vicendevolmente in ogni Sesto , e di 
ninna famiglia potesse esservi alcuno dei Priori, e 
il Gonfaloniere ad un tempo istesso (36) : quaado 
il bisogno lo richiedesse fosse pronto il Gonfalo- 
niere facendo suonar la campana, e traendo fuori 
il vessillo, o gonfalone^ formato di bianco con gran 
croce rossa; e adunati mille uomini di fanteria , che 
furono poi cresciuti fino a 4 mila, facesse eseguirla 
giustizia. Ecco come appoco appoco, e quasi dian 
pezzo dopo r altro andò formandosi il fiorentino 
governo, secondo che era la Repubblica ammaestra- 
ta dairesperienza: ecco finalmente in piedi la cele- 
bre Magistratura dei Priori col Gonfaloniere alla te- 
sta. Se qui si fosse arrestata la riforma sarebbe sta- 
ta giusta; ma siccome difficilmente finora si pote- 
vano provare i delitti dei Grandi, fu perciò ordi- 
nato che la pubblica voce e fama attestata da due 
soli testimonj bastasse a provarlo, e che un consor- 
te fosse tenuto per V altro ; nello stesso tempo si 
stabilirono due tamburi uno al palazzo del Potesti, 
l'altro a quello del Capitano del Popolo, ove fosse 
a chicchessia lecito di attaccar delle ac cuse contro 
ì Grandi. L^ ingiustizia di questa legge si mostra 
da se stessa a chi ha fiordi senno. Il Codice crimi- 
nale è il termometro di una buona, o rea legisla- 
zione; esso, quando è bene ordinato, e imparziai- 

('j6) Gìo. Vili. Machiav. ist. fior. 1. 1. Bruni his. fior. L {. 



CAPITOLO SETTIMO i45 
mente eseguito^ è il Palladio della vera libertà reale, 
personale, e politica; e tal non era in Firenze, per-d^c! 
ciò avean luogo i faziosi tumulti cosi sovente per 1^9^ 
rinforzarsi sempre piiì contro i Grandi. Fu accele- 
rata dal nuovo Governo la pace coi Pisani. Poche 
furono le condizioni: restituzione scambievole dei 
prigionieri ; franchigia di gabelle in Pisa pei Fioren* 
tini, e loro collegati; disfatte le fortificazioni di 
Pontedera, ed il Conte Guido obbligato a partir di 
Pisa colla qual condizione ì Fiorentini rendevano 
un tacito omaggio al valore di queir uomo, che te- 
mevano: vi si aggiunse che per alcuni anni non 
potessero i Pisani elegger Potestà, o Rettore se non 
nelle terre dei Fiorentini o loro collegati; finalmen- 
te che si rendessero i beni al Giudice di Gallura, e 
agli altri Guelfi , ai quali fosse permesso il ritorno 
nella patria (27). CoU'ultima mutazione nel fioren- 
tino governo sì era esacerbato un corpo potente, 
qual era quello dei Grandi, e fatta ad esso una fe- 
rita nella parte più sensibile giacché non occupati, 
come il resto della città, nel commercio, la loro 
passione non poteva essere che la voglia di coman- 
dare, ed era slato ad essi tolto il mezzo di soddi- 
sfarla, specialmente per opra di Giano della Bella. 
Quest'uomo retto nelle sue intenzioni, franco, e 
leale, fu attaccato con sorde macchinazioni, e colle 
cabale le più vili, ì racconti delle quali fatti dal 
suo amico Compagni risvegliano lo sdegno «Oltre 
Todio dei Grandi avea incorsa anche la gelosia , e 
invidia del suo ordine, per Tautorità, e considera- 
zione acquistata nell'ultima riforma: la sola che 

(a7)Gio« Vili* lib. 8. cap. 3. Troocì» Manng* 
^vuto U, IO 



i46 LIBROTERZO 

^gli fosae attaccata era la bassa plebe, che avea pia 



^"^^ sentito il benefizio della protezione delle leggi; ma 
1^94 questa sorte di gente pe'suoi bisogni, e per man- 
canza di educazione è la più mutabile. Avvenne 
che in una rissa tra i seguaci di Corso Donati, e di 
Messer Simone da Galastrone fu commesso un omi- 
cidio, e furono molti feriti: si attribuì generalmeD- 
te l'uccisione a Corso, o ai suoi sgherri» Fattone il 
processo fu da uno dei Ministri falsificato Tattestato 
dei testimoni^ onde il Potestà ingannato assolvè 
Messer Corso • Non lo soffri il popolo , attruppossi 
perciò, e correndo alla casa di Giano della Bella 
autore della riforma ^ lo stimolava a farla eseguire. 
Giano lo rimandò al Gonfaloniere, che avea la for- 
xa esecutiva : il popolo nel suo furore irragionevole 
saccheggiò il palazzo del Potestà, e tra questi tu- 
multi Corso ebbe agio di salvarsi, ascondendosi. 
lagS Ma gl'inimici di Giano, che lo aspettavano ad ogni 
passo, presero questa occasione accusandolo del tu- 
multo, quasi che avesse animato il popolo alla se^ 
dizione in vece di consigliarlo a deporre Tarmi: gli 
fece una formale accusa: i due partiti dei Grandi, 
^ dei ricchi popolani, benché nemici, erano riuni- 
ti nell'odio contro di lui, e si preparavano a soste- 
ner l'accusa coH'armi. Benché colla protezione del 
minuto popolo potesse difendersi, non volle Giano 
ricorrere a questo pericoloso rimedio, amò meglio 
andare in volontario bando; e il popolo di coi en 
stato il difensore lo vide partire con dolore , ma non 
si mosse (28). La pena confermata, e aggravata dai 
suoi nemici, e fino dal Pontefice approvata, delle 

(a8) Diao Comp. Croiu lib. 1 . Gio. Vili* llb. S. cap. 8. 



CAPITOLO SETTIMO i4^ 
animo alla nobiltà di riprender Tantico stato. Gre- ^^ 
sce^a loro la speranza nel cedere una divisione fra ai e. 
i ricebi popolani, in mano dei quali era il governo, ^^9^ 
e che per la disgrazia di Giano aveano inimica an- 
che la minuta plebe. Mandarono pertanto una pa- 
cifica supplica ai Priori, che volessero annullare i 
provvedimenti fatti contro di loro; ma per darle 
maggior peso si erano uniti, ed aveano date le armi 
a molti dei loro aderenti cittadini , e masnadieri • 
Arroossi allora il popolo infuriato, e già si trovava- 
no a fronte i due partiti pronti ad appiccar la zuffa ; 
quando alcuni più saggi cittadini s'interposero per 
acquietargli, né i Grandi poterono ottenere, se non 
che invece di due , tre esser dovessero i testimoni 
nelle accuse contro di loro; lieve rimedio che fu poi 
anche annullato (^q). 

(a9)Gio Vili, llb.8. eia. Ammir. lìb. 4* Macbìav. ist. lìb. 3. 
Potrebbe porsi in dubbio questo tumulto per non parlarsene da 
Dino Compagni, cbe viveva , ed era fra gli attori : ma la sua Cro- 
nica» per quanto veridica, ed anche minuta « tralascia talora dei 
latti. 



i48 LIBRO TERZO 



CAPITOLO FUI. 



SOMMARIO 

Grandiose fabbriche inalzate in Firenze . Terzo giro delle su 
mura • Maggioranza dei Fiorentini sugli tUtri popoli étlU- 
Ha nel commercio e nelle lettere. Fazioni dei Bianchi e dei 
Neri in Pistoia • Crudeltà che ne seguono , Pistoia si dà in 
mano ai Fiorentini» Funeste conseguenze che ne derivano, 
I Ghibellini si uniscono ai Bianchi^ i Guelfi ai Neri. £s* 
irata di Carlo di F'alois in Firenze • Gli è data facoltà ài 
riformare il Governo . Esilio dei Bianchi . Nuove divisim, 
Roberto Duca di Calabria è chiamato dai Guelfi in Firm' 
%e. Morte di Corso Donali. Turbolenze in altre Repubbli- 
che della Toscana. Discesa delV Imperatore Arrigo FU in 
Italia. Giunge in Pisa . Si reca a Roma, indi si move c<0tn 
Firenze. Dopo due mesi è costretto a levarne il campò. 
Muore indi a Buonconvento . Origine di Uguccione ddU 
Faggiola. Suo valore. S* impadronisce di Lucca. Rompe le 
truppe fiorentine alla battaglia di Montecatini . Prinàpj H 
Castruccio, E" fatto arrestare dal figlio di Uguccione. Nen 
osando di ucciderlo » lo tien prigione . Liberato dal popolo t 
Castruccio è dichiarato Signore di Lucca . 



7 JLje sediziose agitazioni cosi frequenti della 6oren- 
diC. tina Repubblica erano effetto della soverchia prò* 
^^9^ sperila, e ricchezza , e somiglianti alle malattie di 
un corpo troppo vigoroso y e pletorico • Un popolo 
avvilito dalla miseria, o abbattuto sotto un goyeroo 
di ferro, benché possa per disperazione 8olle?arsi) 
ciò non avviene che raramente, e solo quando vi è 
spinto quasi a forza dall'esorbitanti gravezze, o in- 
giustizie; mentre la potenza , e la ricchezza cbe 
rendono l'orgoglio loro compagno più irritabile^ 
trovano nei motivi i più piccoli il malconteato^ e 



CAPITOLO OTTAVO 149 

perciò sono pronte ai sediziosi movimenti . Tali 
appunto sono le cause dei Borentini tumulti indi- ^-"^^ 
caie dagli storici contemporanei (e). E che vera- 129$ 
mente questa repubblica ad onta delle civili tem-> 
peste fosse in un florido stato di ricchezze, di 
potenza y e di prosperità crescente, oltre le prove 
che si mostreranno neir esporre l'istoria del loro 
commercio, potrà dedursidai pochi fatti che accen- 
neremo. Una repubblica mercantile ^ e però econo- 
ma , non si volge a spese grandi, e di ornamento , 
se non soprabbondino nel suo seno le ricchezze. 
Nel tratto di pochi anni molte fabbriche dispen* 
diose furono erette; e la generosità si unì colla pietà 
religiosa ad abbellire Firenze • Poco innanzi , nel- 
r anno ia88, un cittadino fiorentino più noto per 
la sua figlia Beatrice divinizzata da Dante, che per 
la pia, ed utile opera a cui die principio, Folco 
Portinari, avea fondato lo Spedale di S.^ Maria Nuo- 
va , uno dei piiì utili stabilimenti della Toscana, ed 
il primo di questo genere. Cinque anni dopo, l'arte 
di Galimala prese ad ornare il tempio di S. Gio- 
vanni di marmi bianchi , e neri ; nello scorso anno 
nel mese di maggio » il di di S.* Croce sMncominciò 
la Chiesa di questo nome, con la grandiosità con 
cui si ammira; e nel settembre nel luogo ovverà la 
Chiesa diS.* Reparata, si die principio con tutta la 
magnificenza alla maestosa Cattedrale di S.* Maria 
del Fiore, formandosi i fondi per proseguirne la 
fabbrica. Né i soli pii edificj, ai quali i mercanti 
di buona voglia consacravano una parte dei loro 
guadagni, furono T oggetto dei Fiorentini: per as- 

(i) Dino Cron. Gìo. YilL itt io più ioogbi. 



i5o LIBRO TERZO 

. sicurare sempre più la repubblica dagli alteotali 
di e. di alcuni Signori feudali, e specialmente i Pazzi, e 
^^9^ gli Ubaldini, che dominavano nel Valdaruo di ao- 
pra, fabbricarono due castelli, gli popolaroao, e 
diedero agli abitatori dei privilegi . Furono questi 
San Giovanni sulla riva sinistra deirArno, e Ca- 
stelfranco sulla destra. La Signoria cresciuta tanto 
in potenza, e in ricchezza credette meritare un più 
onorevole albergo che quello delle private case dei 
Cerchi ove sì adunava: si prese a fabbricare perciò 
il magnifico Palazzo dei Priori, che oggidì appellasi 
Palazzo Fecchio^ colla direzione di uno dei restau- 
ia98ratori delK architettura, Arnolfo di Lapo. L'odio 
pubblico si mescolò nel diseguo, e si amò meglio 
che questo fosse irregolare, né si ascoltarono le aag- 
gie dimostrauze dell'Architetto, perchè non veoisse 
a posare sopra terreno Ghibellino quasi infame, e 
maladetto: e le case degli liberti, e degli altri della 
stessa fazione già demolite, dettero adito alla spa- 
ziosa piazza. Finalmente con tutta la pompi eccle- 
siastica , e secolare si cominciò il terzo giro delle 
mura^ assistendo a benedir la prima pietra i tre 
Vescovi, di Firenze, di Fiesole, di Pistoia, con 
molti altri prelati, la Signoria, tutti gli altri ordini 
della città, ed innumerabile popolo. Le private 
persone ancor esse aveano cominciato a coronare le 
vicine colline di numerose, e dilettevoli ville (a). 

(a) Vedi Dante 

Non era vinto ancora Montemaìo 

Dal vostro Ucctllatoio ec. 
L'Uccellatoìo è un silo sull* antica strada bolognese , onde si iu 
un grazioso prospetto dei contorni di Firenze, come da Moo- 
ternario di quelli di Roma , prospetto , che ai tempi Hi Dinte 
era superato da quello di Firenze . Dante scriveva appunto ìi 



CAPITOLO OTTAVO iSi 
I Fioreatinì soprastavano agli altri popoli non' 
aolo nel commercio^ ma nelle lettere, e nei polìtici ^°^' 
affari. Basti per quelle nominar Brunetto Latini^ 1399 
Guido Cavalcanti , e soprattutti Dante non solo nella 
poesia, ma in tutte le scienze tanto superiore al suo 
secolo. I talenti politici dei Fiorentini sono provati 
da un singolare avvenimento, che ebbe luogo ap- 
punto in quest'anno, in cui si istituì da Bonifa- 
zio Vili il solenne Giùbbiieo. Egli apri i tesori 
spirituali non solo ai Romani, ma a tutti i fedeli, 
che andassero a visitare i sepolcri dei SS. Apostoli 
Pietro e Paolo. La novità della divozione trasse a 
Roma un'innumerabil quantità di pellegrini, ed un 
testimone oculare asserisce, che di soli forestieri 
erano in Roma ogni di noo mila persone (3) ; cioc- 
ché non lasciò di recare a Roma un sommo proGt- 
to. I Sovrani inviarono degli Ambasciatori a com. 
plimentare il Papa, e a partecipar per loro delle 
grazie spirituali; fra questi si trovarono insieme 
alla presenza del Papa dodici Fiorentini Ambascia- iSoo 
tori di dodici diversi Sovrani, ciocché fece dire al 
Pontefice maravigliato, essere i Fiorentini nelle uma- 
ne cose il quinto elemento: fatto veramente singo- 
lare, ed esposto in un gran quadro della Casa Slruz- 



questo tempo , o almeno in questo tempo contemplava sì bel 
prospetto , onde fu poi privo per tutto il resto di sua vita , es- 
sendone fra due anni partito esule. 

(3) Gio. Vili. lib. 8. e. 36. 1 000 libbre di argento il giorno 
erano offerte. Ptol. Lucensis. Rer. Ital. tom. 1. Si aggiunge la 
testimonianza di Guglielmo Ventura da Asti : de Roma in Vi- 
gilia Nalivitatis Christi , vidi turham magnani , quam nemo 

dinumerare poterai Papa innumerabilem pecuniam ah 

iisdem recepii , quia die ac nocie duo clerici stahant ad aliare 
S, Petri tenentes in eorum manibus rastellos rastellantes pe» 
cuniam injiniiam, Cbron. Rer. ItaL Script, tom. i. Mur. diss. 68. 



i5s LIBRO TERZO 

'zi, ove si rappresenta l'intera Ambasceria (4)* Si 
ai G. ^^^^^ mostra faceva in pochi anni di pace la Goreo- 
i3oo tina repubblica; ma appunto per soverchio vigore 
era prossima a nuove* malattie. La potenza delle 
varie famiglie, o grandi, o popolane, la voglia di 
soverchiarsi scambievolmente in ogni occasione si 
manifestava, mostrando che il vulcano non era 
lungi da fare un'eruzione, quando una nuova fatai 
divisione fu portata da una città vicina, cioè da Pi* 
stoja. Le micidiali fazioni onde è piena T istoria di 
questi tempi, fanno il disonore d'Italia, giacché in 
esse di rado si spiegava quella generosità, e quel 
valore per cui si stimano, e si ammirano fra loro i 
nemici stessi . Si combatteva di rado a forza aperta, 
ma per lo più coli' insidie, col tradimento; né cer* 
cava il nemico di vendicarsi contro il vero sno ne- 
mico; gli bastavano per sfogo della sanguinaria rab- 
bia il padre, i figli, i parenti dell' offensore ^ ed 
erano trucidati barbaramente senz' altro delitto, 
che la parentela . Una breve storia della micidiale 
divisione di Pistoja farà prendere idea del genio 
crudele delle fazioni* 

Era in questa città una ricca, e potentissima &- 
miglia, discesa da un Ser Cancelliere, da cui perciò 
avea preso il nome dei Cancellieri. Da due mogli 
avea egli avuta numerosissima figliolanza, che in 
due rami divisero la famiglia, la quale andò sem- 
pre accrescendosi; né avendo altre famiglie che po- 
tessero contrastar loro il primato, divennero i doe 

(4) V. Serie di ritratti di uomÌDÌ illustri Toscani, t. i.ove 
è nel priacipio riportatata la stampa del quadro. In odo dei 4 
gran quadri del salone di palazzo vecchio ?i è la stessa rappre- 
sentanza di pennello del Ligozzi. 



CAPITOLO OTTAVO i53 
rami per gelosia di potere rivali fra loro stessi ,' 
ed UDO fu appellato dei Cancellieri Bianchi ^ e l'al-jì q^ 
trodei Neri, Più di loo erano gl'individui di que- »3oo 
ste due famiglie, fra i quali si distinguevano diciotto 
Cavalieri a sprone di oro. Bolliva questa gara sen- 
za aperte ostilità; ma quando le materie combusti- 
bili sono preparate, ogni scintilla basta a levare un 
grande incendio. Alcuni giovani di parte Bianca, e 
Nera^ in una cella di vino avendo soverchiamente 
bevuto si querelarono^ ed uno dei piò ragguardevoli 
di parte Nera detto Dorè di Messer Guglielmo, fu 
battuto da un tal Carlino di Messer Gualfredi dei 
primi di parte Bianca . Non osò resistere Dorè veg- 
gendosi il meno forte, essendo Tallro accompagnato 
dai fratelli: ma nella sera appostatosi per vendi* 
carsi ^ vedendo passare Vanni fratello di Carlino, 
lo chiamò a se. Quello ignaro dell'accaduto senza 
alcun sospetto si accostò a Dorè, che gli menò 
improvvisamente un colpo di spada sulla testa: 
Vanni volendo per moto naturale pararlo, ebbe la 
mano recisa per modo che non gli restò appiccato 
che il dito grosso, e tagliata a un tempo la faccia. 
Quest'eccesso risvegliò il risentimento dei suoi, che^ 
si preparavano alla vendetta , quando il padre di 
Dorè, e i suoi fratelli, vedendo le fatali conseguenze 
della di lui azione^ crederono placare la parte offesa 
coir umiltà, ponendo l'offensore nelle loro mani; 
onde mandarono Dorè a casa di Gualfredi, sperando 
che le scuse che egli chiederebbe^ e questo atto di 
umiliazione risveglierebbe la generosità, e calme- 
rebbe la rabbia dell'offesa famiglia. Ma invece di 
placarsi misero essi le mani addosso al giovine , e 
condottolo in una stalla sopra una mangiatoja, gli 



i54 LIBRO TERZO 

Trecìsero quella mano con cui avea ferito Vanni ^ 
di egli tagliarono il viso, e cosi mal concio lo riman- 
^^^^darono a casa (5). Questi atroci misfatti risv^lia-^ 
rono allearmi ed al sangue ambedue le parti , fra 
le quali il resto della città, e del contado restò di- 
viso. Quasi ogni giorno si veniva alle mani dai cit- 
tadini, e molle crudeli uccisioni avvennero in quel- 
la infelice città, alcuna delle quali raccoateremo. 
Era in tempo di una di queste cittadine battaglie 
stata scagliata una pietra dalla casa dei Pecoroni 
sulla testa di un cavalier pistojese che combatteva, 
chiamato Messer Detto , che dal colpo restò alquan- 
to sbalordito: il suo nipote Messer Simone^ senza 
aver contezza della mano , che avesse scagliato il 
sasso, osservando una persona di quella casa chia- 
mata Pero, che andava al Palagio del Potestà, corse 
con molta brigata di sgherri al Palagio, e davanti 

(5) Essendo questo fatto contato con qualche diversità da 
varj storici » ho creduto dover seguire la Cronica intitolata: 
Istoria Pistoiese y giacché pare che Io storico vivesse , e si tro- 
vasse presente a molti degli avvenimenti che racconta con mi- 
nuto dettaglio , e con candore . Ferreto Vicentino ( Rer. IlaL 
tom. 9. }, che nel tempo dell'avvenimento dovea esser fanciullo, 
aggiunge che da due fratelli , uno di capello nero , e 1* altro 
biondo presero le famìglie i nomi di Neri , e Bianchi ; altri dice 
da due mogli di Scr Cancelliere che una chiamavasi Bianca, l'altra 
Nera . Tuttociò è di poco conto -y quello però che sembra certo 
contro l'asserzione del Villani, e di tutti gli Storici fioren- 
tini , è che non ebbero principio in quest* anno le fazioni dei 
Bianchi, e dei Neri; ma da qualche anno erano cominciate. 
Lo attestano le Istorie Pistoiesi , che nel principio del racconto 
le suppongono esistenti, e Tolomeo Lucchese, il quale ali* anno 
1 295 dice : item in getstis Lucent ium inveni kic incepisse fer- 
ventem discordiam CaÀceUariorum de P istorio , ut nominare^' 
tur Albi, et Nigri y quod nomen fermentavit Fiorentine , et 
Lucae , et ex quo nomine utrohique exorta sunt multa mxda, 
et adhuc perseverante Ptol. Lucen. Ann. Rer. Ital. t. 1. Pare 
però che il vulcano già acceso facesse in quest^anno una nuo- 
va terribile eruzione. Ciampi, Notìzie inedite della Sacrestia 
Pistojese dei belli arredi ec. pag. 56. 



CAPITOLO OTTATO i55 

at Potestà 9 ed alla di lui famiglia uccise il supposto 
reo, e se ne parti impune . Quest^ insulto all'Ammi- ^- q, 
nistratore della giustizia non fu solo: la sua fami- i3oo 
glia istessa un'altra volta per aver voluto difendere 
alcuno assalito nel Palazzo, fu insultata, ferita, e 
qualcuno ucciso; onde sembrandogli di esser troppo 
vituperato, gettò il bastone delia Signoria per ter- 
ra, e partissi. Inorridisce l'umano lettore a percor- 
rere anche di votogli enormi attentati riferiti dallo 
storico, eseguiti per lo più coir insidia, col tradi- 
mento . Si pone il colmo all' orrore pensando , che 
anco quando V insultata maestà delle leggi poteva 
esercitar la sua forza, i rei non erano condannati 
che in denari , o ad un confine , pena che di rado 
era osservata (6). Tra queste due furiose sette vi 
erano alcuni pochi moderatici quali perciò si chia- 
mavano i posati y che vedendo andare in mina la 
città, e il contado, in quei lucidi intervalli, nei 
quali un lampo di ragione si mostrava , persuasero 
alla maggior parte di dare il governo della città 
ai Fiorentini per ordinarlo. Erano questi bramosi 
di spegnere le nascenti discordie , onde presa col 
consenso dei Pistojesi la signorìa della città , ne 
avevano fatti escire varj dei più colpevoli, e conli- 
uatigli a Firenze. Ma essi vi portarono fatalmente 
il veleno della discordia, il quale trovando i corpi 
abbastanza disposti a riceverlo si sviluppò col mag- 
gior vigore. Siccome vi erano i semi delle dissen- 
sioni fra due potenti famiglie Cerchi, e Donati (j), 



(d) Istor. Pislol. Rer. Itnl. tom. ii. 

(7) Chi brama vedere dettaglia taniente i perniciosi effetti 
prodotti in Firenze da queste divisioni, lo sconvolgimento, la 
poca sicurezza dei cittadini , l* irregolarità dei giudizj ec. legga la 



i56 LIBRO TERZO 

^baslò che la parte Nera fosse sostenuta dai Donati, 
di e P^i'chè i Cerchi si unissero alla Bianca; e come 
'^^^ avviene nel corpo umano, che una malattia nuova 
esacerba ancora le vecchie mal guarite, si risveglia* 
rono le parti Guelfa, e Ghibellina, a questa unen- 
dosi la Bianca, alla Guelfa la Nera. Non tardarono 
quindi ad aver luogo varie sanguinose risse per la 
città. Invano tentò di acquietare le fazioni il Pon- 
teGce, prima col chiamare a Roma Vieri dei Cerchi 
possente cittadino, che con durezza inaspettata dal 
PonteGce niegò di pacificarsi con Corso, indi col 
mandar a Firenze Legato il Cardinal di Acqua -sparta 
che non trovò ostacoli a far le paci, che egli dise- 
gnava , ma credendo necessario che gli fosse rilasciato 
l'arbitrio di riformar la città, la fazione Bianca co- 
me Ghibellina , che aveva la principal parte nel 
i3oi governo, temendo perderla non volle acconsentire; 
anzi essendo trapelata la propensione del Cardinale 
contro i Cerchi, gli fu^ mentre stava a una finestra 
del Vescovado, tirato un quadrello che vi restò 
fisso (8). Si parti finalmente il Cardinale adirato, 
ponendo la città sotto l'interdetto. La parte Bianca 
per le ricchezze, e parentele della famiglia dei Cer* 
chi era divenuta la piò potente; e la sua influenza 
si estese anche sulla disgraziata Pistoja , ove i Ret- 

Cronica di Dino Compagni , che viveva in quel tempo , che ocoi* 
pò le prime cariche» e che avrebbe potuto dire 

• • . . quaeque ipse miserrima vidi. 

Et quorum pars magna Jui . 

(8) Essendosi assai sdegnato, i Fiorentini per placarlo gli pre* 

sentarono i3oo fiorini nuovi, ed io (dice il Compagni )^He]ì portai 

in una coppa di arienlo ; e dissi: a Monsignore non gli sdegnate» 

perchè siano pochi, perchè senza i consigli palesi non si paò dare 

Eiù moneta » Rispose gli avea cari» e molto li guardò, e non li v«l« 
{. Dino Comp. Gron. lib. i. 



/ 



CAPITOLO OTTAVO 1S7 
tori mandati, invece di riunire i cittadini , si posero 
a perseguitare colla forza aperta i Neri, ed attac- di C. 
candoli per le strade, per le case, nei loro fortilizj, >^oi 
e col ferro, e col fuoco, gli costrinsero alfine a fug- 
girsi, e cercar ricovero altrove. Anche in Firenze 
prevalsero ì Bianchi a segno, che molli dei primi 
cittadini dovettero partirsi, e fra questi Corso Do« 
nati. L'influenza delia più potente città di Toscana 
operava sul resto, e il partito Bianco amalgamato 
col Ghibellino andava a divenirvi dominante. Ma 
Corso Donati andato a trovare il Pontefice, ed il 
Cardinal di Acqua-sparta, mostrò loro il pericolo 
di lasciar tanto crescere per tutta la Toscana la fa* 
zione Bianca, o Ghibellina, nemica antica dei Pon- 
tefici. Sedeva nel soglio Pontificio Bonifazio VII! 
avido di soprastare ai Re, alle repubbliche, ai po- 
poli, e pronto ad abbracciare i partiti che potessero 
accrescere la sua secolare potenza (9) . Egli gustò 
le ragioni di Corso, ed avendo, per toglier la Sici- 
lia al Re Federigo, chiamato in Italia Carlo di Va- 
lois, concertò seco celatamente la ruina di parte 
Bianca. Andati a Roma gli Ambasciatori di questa , 
gli persuase a rimettere in lui le differenze; ed essi 
facilmente si affidarono al Padre dei fedeli. Fece 
egli da ambe le parti dichiarar Carlo pacificatore di 
Firenze, ma in sostanza egli ebbe commissione di 
render la parte Nera dominante. I principali di par- 
te Bianca erano dolati di molta buona fede, virtù 
pregevole fra i privati, ma non sempre lodata negli 
aflari politici, giacché sovente è sacrificata airarti- 
iiziu, il quale quando succede nei suoi fini è sempre 

(9} Vedi Dante inf. can. 19. e il carattere che ne fa più Yolte. 



i58 LIBRO TERZO 

" approvato^ e quella schernita (io). Si appressò Carlo 
dl^c!^ Firenze accompagnato da una scorta di Soo, o al 
i3oipiù 800 cavalieri, ai quali si aggiunse un gran Do- 
merò di fuoruscili, e amatori di novità. Si deliberò 
se si dovesse lasciare entrare: non era difficile ai 
Bianchi, e dai numerosi compagni che gli si erano 
uniti, tutti loro nemici, e dalla premura, che mo- 
strava della sua venuta la fazione contraria « il pre* 
vedere che Carlo venia per abbatterli : il Governo 
poteva con un atto vigoroso impedirlo, giacché se 
avesse negato riceverlo e si fosse armato fortificando 
Poggibonzi , quando Carlo era a Siena, non si sareb- 
be arrischiato a venire avanti, non avendo forze da 
contrastare ai Fiorentini. Niente è più pericoloso 
della debolezza nei tempi di fazione: non si ebbe 
il coraggio di resistergli, d'inimicarsi la Casa di 
Francia , ed inasprire d'avvantaggio il Pontefice. Fu 
dunque ricevuto, e gli fu data la- facoltà di rifor- 
mare il governo (ii)* Comparve nello stesso tem- 

(10) Lo stesso Dino Comp. attore in questa scena come nno 
dei Signori, sì scorge dalla sua Cronica, che era fatto più per es- 
ser Missionario che uomo di Stato : e veramente oltre le tante 
omelie fatte ai cittadini , il principio del secondo libro è un pezzo 
di sacra declamazione ce Levatein , o malvagi cittadini^ pieni di 
scnndalit e pigliate il ferro, e il fuoco nelle vostre mani, e disten' 
dete le vostre milizie ec, » 

(1 1) 11 Villani seguitato da tutti dice, che Carlo entrò in Fi- 
renze il di di Ognissanti; il Compagni anch'esso presente, il di 4« 
novembre: aggiunge una curiosa circostanza, e che fu solo prega- 
to ( essendo sulla fine di ottobre ) di non entrare in Firenze il di di 
Ognissanti « perchè il popolo minuto in tal dì fa festa coi vòU 
nuovi , e assai scandali sarebbero potuti incorrere » Dino Comp. 
Cron. lib. a. Un'altra circostanza è che interrogati non solo i Con- 
sigli ^ ma tutte le Arti se Carlo si dovesse ricevere, tatti furono, 
pel sì ic eccetto i fornai, che disseno che né ricevuto , né onorato 
fosse perchè venia per distruggere la città ». Vedi lo stes. loc cit 

Sulla data deirin^rpsso importa assai poco il giorno, ma solo il sa- 
vio lettore può dedurne quanto facile sia 1* alterarsi le drcostaue 



CAPITOLO OTTAVO iSg 
pò, ed entrò in città, sforzando le porte, Corso 
Donati con molti seguaci ed assai altri se ne accreb- ^"^^ 
bero del popolo incostante: fece violentemente aprir i3oi 
le porte di tutte le prigioni, andato al palagio licen- 
ziò il Gonfaloniere, e i Priori: assali coi suoi parti* 
giani i Bianchi, molti ne uccise, e saccheggiò le 
loro case, e botteghe; stando spettatori , anzi fauto- 
ri i Francesi di siffatte crudeltà che durarono sei 
giorni • Allora la parte Nera vittoriosa s'impadronì 
del governo, e mandò molti in esilio. Il PonteGce, 
che Yolea solo la mutazione del governo, ma non 
avea consigliato queste violenze, biasimando e Carlo 
di Valois, e Corso Donati, mandò di nuovo a Fi- 
renze il Cardinale di Acqua-sparta, che poco ascol- 
tato, prese la solita vendetta ecclesiastica di porre 
la città sotto rinterdetto. Si rispettavano cosi poco 
fra loro anche i parenti, che il figlio di Corso Do- 
nati stando a cavallo il di di Natale a udir la pre- 
dica nella piazza di Santa Croce, e vedendo passare 
Niccola dei Cerchi suo zio, gli corse dietro fuor di 
Firenze, lo raggiunse al Ponte di Africo, ove appic- 
catasi la zuffa fra di essi ed i loro partigiani , furono 
il zio, ed il nipote uccisi. Intanto tutto era disordi- 
ne, e scompiglio. Carlo, che favoriva, ed avea ri- 
messa in istato la parte Nera, volea apparentemente 
comparire neutrale, onde col pretesto di congiure, ^ 
e di delitti esso ed i suoi perseguitavano ì disgraziati 
Bianchi. Talora erano arrestati, e sequestrati nella 

dagli storici i più verìdici » come erano il Villani, e il Compagni 
ambedue presenti alla venuta di Carlo, e che non avevano nessun 
interesse di porla in un giorno piuttosto che in un altro : se impor- 
tasse lo stabilir quella data, potrebbe anteporsi l'autorità del Com- 
pagni , che era fra i Signori del Governo , si per la curiosa circo- 
stanza dei vini, si perchè pare <3he egli scrivesse giorno per giorno. 



i6o LIBRO TERZO 



"loro abitazione alcuni dei più ricchi cittadini, m 
^2(>'qualiy se volevano esser posti in libertà ^ si iacea 
»3oi pagare una grossa ammenda: si ardevano le case di 
altri che si erano salvati: si faceano nella notte eoa 
i3oa tutto il rigore visite domiciliari , traforandosi per 
ansietà di ricerca coi ferri fino i sacconi. Fiualmen* 
te nel di a aprile, quei che restavano ancora di parte 
Bianca furono esiliati^ e fra questi si trovano doe 
celebri nomi cioè quello di Dante allora Ambascia- 
tore al Papa, e T altro di Petracco di Parenzo, pa- 
dre del celebre Petrarca, che si ritirarono in Arez- 
zo, ove nacque da Petracco queir illustre poeta. 
Pare che T innocente mediocrità di talento del Com- 
pagni lo facesse obliare in questo naufragio della 
parte Bianca. Dopo cosi crudel medicina, si parti 
Carlo, credendo avere abbastanza ordinate le cose* 
Pareva che cacciata la maggior parte dei Bianchi , 
dovessero cessare le atroci esecuzioni , e le stragi , ma 
coi più vani pretesti si proseguivano; una lettera di 
Gherardino Diodati refugiato a Pisa ai suoi consor- 
ti, nella quale dava loro speranza del ritorno degli 
esuli, bastò per fare arrestare e decapitare due suoi 
nipoti insieme con altri; né la madre, che scapi- 
gliata si gettò per la pubblica strada ai piedi del 
Potestà, potè ottenere che ingannevoli parole (f a). 
Messer Donato Alberti preso coli' armi alla mano, 
condotto vilmente sopra un asino a Firenze, fu fatto 
porre alla corda, e trarre in alto, e lasciatolo ivi 
appeso, si aprirono tutte le finestre, e le porte del 
Palazzo perchè il popolo godesse del fiero spettaco* 
lo, e finalmente quasi per pietà ottenne il Potestà 

(is) Dino Coinp. Gron. lib. »• 



CAPITOLO OTTAVO 161 

di fargli tagliare la testa, e terminar colla morte lu^^^~~' 
strazio, e gf insulti (i3). Né qui si acceuaa che uua ^^q^ 
piccolissima parte di tanti eccessi. Questa fu la pa- >^^'^ 
ce messa io Firenze da Carlo di Vaiois, chiamatovi 
da Bonifazio Vili come paciere. Era quel Principe 
discendente del Santo Re Luigi, che appunto po- 
chi anni avanti lo stesso Papa avea canonizzato, e 
che il devoto storico deir atroce rivoluzione va pia- 
mente, e inutilmente invocando (i4)« ^li espulsi 
Bianchi o Ghihellini andarono refugiandosi per le 
città ^ ove più dominava il luro partito, e dove po- 
tevano almeno esser tollerati; e Pistoja, Arezzo, 
Bologna, Pisa^ e molle altre città, e castella furono 
il loro ricovero. La più parte dei Signori di conta- 
do erano Ghihellini, si unirono perciò facilmente, 
gli esuli con essi, e con gli ujuti delie città nomi- 
nate cominciò una disastrosa guerra di fatti picco- 
li, ma micidiali, di arsioni, devastazioni, e ruhe- 
rie. La sola Siena si teneva saviamente neutrale, 
ma in tempo di fazioni la saviezza diventa uua 
colpa ^ e gli arrahhiati faziosi dei due partiti chiama- 
vano meretrice la Lupa Ci5). Erano intanto pa- 
droni deJ governo di Firenze i Neri, ossia i Guelfi, 
e somma influenza aveano acquistata i Grandi ri- 
spettati, e temuti; henchè non avessero potuto rom- 
per la legge che gli escludeva dal governo. Fra i i3o3 
principali erano i Buoudelnionti, i Pazzi, gli Spi- 
ni^ ma specialmente Corso Donati, il quale avendo 
avuta la prima parte nella rivoluzione, avrebbe vo- 



(i3} Dino Comp. loc. cit. 

(i4) << O buono Re Luigi che tanto temeste Dio ! ov'è la fede 
della real Casa di Fiaocia? j> ec. Dino Goinp. loc* cit. 
(1 5) Dino Couip. loc cìt* 



i62 LIBRO TERZO 

. luto averla anche nel governo. Inquieto sempre^ e 
di G. app^ten^^ di cose nuove, circondato sempre da ao- 
i3o3|iiÌQÌ facinorosi nutriti alla sua tavola^ rassomiglia- 
va più a un Signore di castella , che a un cittadino 
repubblicano. Scontento dei Rettori, e del Gover- 
no, cercava ogni mezzo di eccitar dei tumulti, e 
i3o4 mirava forse a più alto segno. Affettando integrità, 
e desiderio che il pubblico non fosse frodato, pre- 
tese che si rendesse conto di una grossa somma di 
denaro impiegata nella compra di grani in tempo 
di una carestia, che avea afflitto Firenze. Resisteva 
il Gonfaloniere con molti grandi cittadini , o perchè 
vi fosse stata della frode, che sarebbe rilevata, o 
perchè paresse loro la dimanda un affronto, o pic- 
cati che quest'uomo torbido dovesse ogni momenta 
eccitare dei motivi da tenere inquieta la città . Eb- 
be Corso l'accortezza di tirare nel suo partito il 
Vescovo di Firenze Tosinghi, uomo eloquente, de- 
stro, e che conciliava a quella parte maggior rispet- 
to. Si divise nuovamente il paese in due partiti: si 
armarono, si fortificarono nelle case, nelle strade, 
e il pubblico Palazzo, e il Vescovado stesso presen- 
tavano r immagine di due fortezze. I nuovi Priori 
e Gonfaloniere inabili a richiamare la calma, invi- 
tarono i Lucchesi come loro amici ad esser pacifi- 
catori: accettarono Tinvito, e una Deputazione loro 
venne a Firenze con molti armati; ebbero il go?er- 
no nelle mani, e per alcuni giorni furono Sigoofi 
di Firenze. Fecero posar le armi, stabilirono im 
oblio generale delle ingiurie, e lasciarono la dtti 
in una momentanea calma. Per renderla più dure- 
vole il Pontefice Benedetto XI con migliori inten* 
zioni di Bonifazio , istigato segretamente dai Bian- 



CAPITOLO OTTAVO i63 

chi, che pure io ud piccolo numero mascherati esi- ^^= 
«levano ancora in Firenze, vi mandò il Cardinale ^."!^' 
da Prato. Egli era di famiglia Bianca-Ghibellina, i3o4 
onde o prese a favorirla per genio di partito, o ve- 
ramente vide che il vantaggio della città sarebbe 
stato il rimettere i fuorusciti, vide che una gran 
parte del popolo vi si sarebbe indotta, giacché la- 
sciando da parte i nomi di Bianchi, e Neri , o Ghi- 
bellini, o Guelfi si era accorta negli ultimi faziosi 
tentativi di Corso, che dal partito dei Neri si volea- 
no opprimere i popolani , e forse cacciargli dal go- 
verno. Vedendo il Cardinale favorito da non pochi 
il suo disegno, e colla sua unzione, e affettuosa elo- 
quenza avendolo a molti persuaso, ne cominciò il 
' trattato, e già alcuni sindaci dei Bianchi erano ve- 
nuti a parlar seco in Firenze* Avvisatosi il contra- 
rio partito deir imminente mina, pensò di rime- 
^ diarvi con un inganno. Contraffatti i sigilli del 
: Cardinale, furono a suo nome scritte delle lettere, 
' colle quali s'invitavano i Capi di fazione Bianca a 
venire sollecitamente con quanta gente armata pò- 
c' tessero a Firenze. Si finse che le lettere fossero in- 
tercettate; e lette nel pubblico, si eccitò rabbia, e 
;^ dispetto contro il Cardinale, che per evitare i pri-» 
^mi movimenti di un tumulto fu consigliato di an- 
>dare a Prato sua patria, ove non fu più felice nel 
rlar rientrare i Bianchi, onde pieno di sdegno con- 
ttro i Fiorentini alfine partissi (iC). Restò nella ci- 
^vile discordia la città, e si tornò alle armi, fra le 
^uali i capi della parte Nera volendo ruinare spe- 
\ 

l (16) L'istoria della falsiBcazìone dei sigilli è raccontata da 
^pio. Villani, benché il Compagni non lo accenni: ambedue quei>ti 
^istorici erano in Firenze • 



,64 LIBRO TERZO 

' cialmente i Cavalcanti , i più potenti della parte 
Ì."c"' Bianca che fossero in Firenze, lanciarono un fuoco 
.3o4*di artiCzio sulle case, e botteghe loro situate presso 
Mercato nuovo, le quali ardendo, comunicando U 
fuoco ai vicini, il danno fu immenso (17); giacché 
quella parte della città era la più ricca pei mercan- 
tili fondaci, l disgraziati padroni, e la fona pub- 
blica istessa furono impotenti ad estinguerlo, e 
spettatori del comune danno. Il tumulto della cit- 
tà gli urli degl'infelici, i ladri che si arrischiavano 
a rubare impunemente , facevano uno dei più tristi 
«petlacoli . Terminato Y incendio, molti ricchissimi 
cittadini si trovarono nella più gran nniseria. In- 
tanto il favor del Cardinal da Prato alla parte Bianca 
accresciuto dalla pertinace contrarietà dell' opposto 
partito, lo portò a tentare di rimettere coli' artifi- 
zio, o colla forza la parte Bianca in Firenze. Dopo 
aver col racconto esagerato degli avvenimenti esacer- 
bata la romana Corte contro i Neri , indusse il Pi- 
pa, che si trovava a Perugia, a chiamare a se i loro 
Capi i più vale.nti, ed accorti per trattar con essi 
della tranquillità di Firenze ( 1 8). Obbedirono essi , 

/in) Pare cbe si servissero di una sorte di fnoco greco Vef 
cao. I. del lib. 3. giacché era lanciato « Di mercato ^ea*io n 
SMttò fuoco in Calimala ce Dino Compagni Cron. lib. 3. Giow 
ni Vili. lib. 8. ec 71. asserisce che il fuoco si distese tanto,* 
fra Baiasi , e torri arse , furono piji di 1 7 00 , e che il midollo , » h 
mrtc pil importante della cìui restò distrutta. Che si «mosche- 
ro allora delle misture di simil fuoco h mostrato anche da wwKj^ 
velia di Francesco Sacchetti. Aggiunge il Compagni che il h»» 
fu lavorato in Ognissanti, che ser Neri AbaU Priore di Swi Pw. 
ScherajfBio, che fu uno dei primi attori in questa scelerat««a, I» 
portò in una pentola , e che era di tal sorte, che quando cadeva ■ 
terra Issciava un colore azzurro . _ 

08) Cosi il Villani : il Compagni dice che si mossero spcrt»- 
neamente per scusarsi presso il Papa dell* avvenuto incendio; ■• 
il primo pare sempre meglio informato delle molla occoKe «W 
Governo . 



CAPITOLO OTTAVO i65 
irai quali era Corso Donati; e il Cardinale fece sa- 
pere ai fuorusciti segretamente esser tempo di rien- ai°c! 
trare colla forza nella patria^ mentre la parte av- >3o4 
irersa era priva dei più valorosi difensori. Non tra- 
scurarono i fuorusciti l'opportuna occasione ; e se 
fossero stati guidati dal valore, e dal senno ^ il col- 
po era fatto. Riuniti da tutte le parti si avanzarono 
verso Firenze in numero di 1600 cavalli, e 9 mila 
pedoni, ed erano giunti alla Lastra sopra Montugbi, 
prima che in Firenze se ne avesse sentore : onde se 
profittando dello spavento, e confusione eccitati dal- 
la sorpresa , senza perder tempo avessero assalita la 
città, la vittoria era sicura • Ma mentre si tratten- 
gono una notte ad aspettare altri ajuti; mentre pe- 
netrati nella città che avea dato ordine alla difesa , 
si accampano in luogo ov'erano privi di acqua, in- 
vece di occupare una sponda deirArno ; mentre 
combattono con poca energia , e al primo incontro 
si ritirano; mentre i Bolognesi invece di avanzarsi 
in loro soccorso, si ritirano sbigottiti alla nuova dei 
primo svantaggio; il colpo andò a vuoto. A tutto 
ciò si unisca il poco concerto neir azione di tanti 
corpi che da tante parti doveauo venire, e che non 
attaccando Firenze nel giorno stabilito, i loro cor- 
rispondenti segreti nella città aon si mossero, gli 
assalitori furono respinti, e lasciarono alcune vitti- 
me infelici al furore della parte irritata , e vittorio- 
^ (>9)* Questa allora portò le armi contro alcune 
castella partitanti dei nemici, frai quali distingue- 
i^mo il castello di Stinche dei Cavalcanti posto in 
Val di Greve, perchè dopo breve difesa gli abitanti 

(tg) Gio. Yill. Hb. 8. e. 72* Dino Comp. Cron. lib. 3. Ambe- 
due questi scrittori eran preseuti al fatto • Àoimir. ìbU lib. 4. 



i66 LIBRO TERZO 

-arresi condotti a Firenze, e chiosi nelle naoTcar 



dfc! ^^^' fabbricate presso San Simone sul terreno degli 
1 3o5 Ubertì y diedero ad esse il nome di Stinche (30). La 
parte Nera, ad onta della vittoria, scorgeva eoa di- 
spiacere, che in Toscana era la Bianca assai poten- 
te^ giacché Pistoja, Pisa, Arezzo, e Bologna la &• 
vorivano: volendo muover loro guerra ceree un Ca- 
pitano di nome, e di autorità, ed invitò Roberto 
Duca di Calabria figlio del Re Carlo* Venne questo 
Principe, a cui fu dato il comando delle genti fio> 
rentine riunite alle luccliesi. Si fece con massioo 
vigore l'assedio di Pistoja: si difesero i cittadini eoo 
coraggio da sgomentare i nemici • Il Fontefice.Gle- 
mente V che come Padre di .pace ^ voleva spcngcre 
questa guerra nata dall'odio delle parti, mandò doe 
Cardinali, che prima colle preghiere^ e poi colle mi- 
naccie tentarono di riconciliare gli animi, ma iou- 
tilmente: si partirono scomunicando quei che non 
i3o6 obbedivano. Il solo Duca di Calabria, che aveva dei 
motivi di non disgustare il Papa, si parti lascian- 
. dovi però tutte le sue genti . Si difesero bravamente 
i Pistojesi dal mese di aprile fino a' dieci di geDuajo, 
e non si arresero che dopo aver soflGerto i disagi i 
più orribili della fame (^i); anche allora non capi- 
tolarono che ad ottimi patti: che la Terra restereb- 
be Hbera, e le fabbriche e le fortificazioni illese, 
patti che i Fiorentini offersero loro, sapendo che 
veniva Napoleone Orsini Cardinal Legato, chea- 
vrebbe dichiarato che la città era della Chiesa: i 

(ao)Gio. Vili. lib. 8. e. 7 5. 

(21) Dino Comp. Cron. lib. 3. Gio. Vili. lib. 8. e. 8a. Dice 3 
primo cbe quando si arresero non aveano Tettovagìia cbe perai 
giorno, e che aveano alcuni giorni innanzi mandate ^ao^iIebo^ 
che inutili, donne » Teccbi» e fanciulli. 



CAPITOLO OTTAVO 167 
patti però non furono osservati. Il Papa vedendo' 
inutili contro di Firenze Tarmi sue spirituali, voi- ^"^| 
le tentar Je temporali mandando a far loro la guerra i3o6 
il Legato, ma queste riesciroao egualmente vane: 
terminò il Legato con poco onore la sua guerra tem- 
porale, ricorrendo di nuovo alle armi spirituali , e 
scomunicando Firenze. Pareva che la città non po- 
tesse restar tranquilla, e pochi anni passarono sen- 
za civili discordie: bisogna concludere clie la costi- 14^7 
tuzione politica era difettosa ^ ed anco senza V uni- 
versale epidemia dei Guelfi, e Ghibellini, e dei 
Bianchi, e Neri sarebbe stata divisa, come prima 
di questi nomi lo era stata dagli Uberti. I potenti 
volevano il governo in mano ad esclusione del po- 
polo; e questo sarebbe loro venuto fatto agevolmen- 
te, giacché il popolo intento alle arti meccaniche, 
alla mercatura, ha poco ozio per applicarsi al- 
le arti del governo, e per lo più si lascia tranquil- 
lamente regolare quando non è oppresso. Ma Pa- 
vidità di occupare le cariche divideva gli animi 
dei primi cittadini, e cominciavano fra loro le fa- 
zioni, nelle quali si traevau dietro V innocente po- 
polo: inoltre credevano, o volevano che la libertà i3o8 
loro consistesse nel soprastare alle leggi, e uniti in 
fazione turbavano a segno T esecuzione delle leggi, 
che i Capitani , e i Potestà di Firenze non aveuno 
coraggio, o forza da tenerli in freno (^2). Niente 



(a a) Pochi aoiii avanti il Poteste avea faUo arrestare per ma- 
lefizìo Talano dei Gaviciulli. Tornaaclo il Potestà dalla Gasa dei 
Priori fu assalito dai parenti e consorti di Talano , ne fu inala- 
Dieote ferito, e restò liberato il reo; onde sdegnato il Potestà ab- 
bandonò la caricale tornò al suo paese. Gio. Vili. lib. 8. e. 78. 
Vedi Dino Gomp. che sulla fine della sua Gronica dice: In questa 
Città . • . • g/i uomini vi si uccidono , il male per legge non si 



ifi8 LIBRO TERZO 

^ più di tali violenze esacerba il popolo, ed è capace 
di C. ^'' •''allevarlo . Fra ì prepotenti cittadini si dìstin- 
i3o8gt]eva sempre Corso Donati^ né l'eguaglianza repub- 
blicana poteva sodisfare un cuore tanto ambizioso. 
Fu creduto che egli aspirasse alla tirannide: i nuo- 
vi vincoli di parentela con Uguccione della Faggiola, 
e la sogreta alleanza con esso lo facevano sospettare: 
si aggiungeva la sua maniera di vivere, colla quale 
tendeva a guadagnarsi l'animo dei più arditile fa- 
cinorosi , essendo la sua casa , e la sua tavola aperte 
a costoro, e uscendo sem()re fuori a cavallo circon- 
dato da una masnada di simil gente. Fu accasato; 
ma temendosi la sua arditezza, e le forze che avreb- 
be potuto radunare se gli si fosse dato il tempo de- 
bito e legale per rispondere all'accuse, il Governo a 
lui contrario, passando su tutte le fornìe,un'ora dopo 
non essendo comparso, lo condannò come ribelle: 
e senza perder tempo marciò contro di lui la fora 
pubblica. Si difese egli coi suoi per le strade, e per 
le case col più ostinato valore, ad onta della gotta di 
cui era malato, e pose in gran perìcolo la città- 
Ajutato però il Magistrato non solo dal popolo, ma 
dalle straniere truppe clie vi si trovavano, assalitolo 
da tutte le parti nelle strade delle sue case, final* 
mente lo ruppe. Si ritirò egli fuori di porta alla 
Croce cercando di salvarsi, ma giunto dai suoi ne- 
mici, fu ucciso verso S. Salvi, e in quella chiesa 
sepolto» Così morì un uomo che fu e il sostegno, e 
il terrore della sua patria ; pieno di valore, e di 
eloquenza non poteva meno rolla lingua che colla 
spada, e Taria nobile e maestosa ornava queste qua- 

punisce , ma come il malfattore ha degli amici , e può 
spendere, è liberato dal maleJiciQ . 



CAPITOLO OTTAVO 169 
lilà. Tutte le piccole repubbliche della Toscana 
erano agitate dagli stessi moti, e o Guelfi Ghibel- ^^q 
lini, o Bianchi o Neri, o Nobili o Popolani non pò- »3o8 
tevano viver tranquilli. In S. Miniato iMangiadori, 
e 1 Malpigli, chiamate le loro forze combatterono, 
e vinsero il popolo, e gli tolsero il governo. In Prato *^®9 
i Bianchi cacciarono i Neri, ma ne furono espulsi 
il giorno appresso: i Volterrani, ei S. Geminianesi 
si ruìnarono scambievolmente le campagne, e fu- 
rono poi acquetati dai Fiorentini. Arezzo era stato 
per qualche tempo governato dai Tarlati, che si- 
gnori feudali, e perciò Ghibellini o Bianchi, ne 
a veano cacciata la parte Guelfa o Nera, ed erano 
stati perciò nemici dei Fiorentini. Neil' anno scorso 
cacciati i Tarlati , si era pacificata coi Fiorentini ac- 
comunando le cariche con tutti i cittadini, senza 
privilegio di nome; e la parte dominante si fece ap- 
pellare parte Verde: ma poco durò quel raggio di 
senno ; nel presente anno vi rientrarono i Tarlati , 
ne cacciarano la parte Guelfa, e si ricominciò da essi 
la guerra coi Fiorentini, i quali devastarono le cam- 
pagne aretine. Nell'anno seguente ebbe luogo tra di i3io 
essi un afiare assai più vivo; a veano gli Aretini at- 
taccato Città di Castello, che chiese ajuto ai Fio- 
rentini; vi marciarono essi sollecitamente con un 
corpo di seimila uomini, ai quali erano unite le 
bande catalane condotte dal Maliscalco del Re Ru- 
berto di Napoli poco innanzi. Trapassando il terri- 
torio aretino, queste truppe si distesero impruden- 
temente sotto Cortona in un diflicile passo, ove era- 
no aspettate dagli Aretini guidati da Uguccione della 
Faggiola, Capitano, che doveva un dì essere si fa- 
tale alla fiorentina Repubblica: ma i suoi soldati, e 



170 LIBRO TERZO 

. gli Aretini stessi non mostrarono il solito valore. I 

dì G. Fiorentini^ che doveano esser per la maggior parte 

1 3 10 trucidati^ o presi , respinsero i nemici con molta 

strage^ e fra gli altri vi fu morto Vanni Tarlati ^ uno 

dei primi del Governo aretino» 

Intanto la fama portava che il nuovo Imperatore 
Arrigo VII si preparava a scendere in Italia . Era 
gran tempo da che un somigliante astro, apporta- 
tore sempre di novità^ e rivoluzioni, non era com- 
parso nel cielo d'Italia; e intanto la sua politica 
costituzione era assai alterata. Non esìsteva più 
quella Lega Lombarda, che aveva saputo abbattere 
la potenza di uno dei più formidabili Imperatori ^ 
e costringerlo a riconoscere la sua indipendenza. 
Questa Lega^ così vantaggiosa all'Italia^ ed atta a 
raflfrenare le forestiere invasioni, si era rotta in pezzi 
alle scosse delle azioni; e l'Italia, e specialmente 
la Lombardia in questo momento, invece di quelle 
vigorose, ed energiche Repubbliche che aveano re- 
sistito alla Casa di Svevia per la loro unione, non 
prestava che un sanguinoso teatro di guerra civile. 
Guido della Torre dominava duramente in Milano 
d'onde avea cacciato Maffeo Visconte, Simone dì 
Colubiano in Vercelli, e Novara , Alberto Scolto in 
Piacenza, il Conte Filippone in Pavia, i Passerini 
in Mantova , in Parma i Signori di Correggio , ia 
Como Martino Lavetario, Alboino della Scala in Ve- 
rona, in Rovigo Ricciardo di Camino, in Brescia 
Maffea dei Maggi. Cremona con turbolento alterna- 
tivo governo ora dai nobili era dominata, ora dalia 
plebe; Iipdi, e Crema da Antonio da Fixaratico; 
Modena^ « Reggio dai Ghiberti. Bologna era libera; 
Fi^rrara strappata dai Veneziani agli £stensi , recu- 



CAPITOLO OTTAVO 171 
perata dal Legato del Papa, tenevasi in Vicarialo "^ 
dal Re Roberto. Tutti questi Signori, che vacilla- j"c! 
vano nel loro piccolo Stato, dovean temere una tal >3io 
venuta, e sarebbe st^to comune interesse unirsi e 
impedire risdutamente il passaggio; ma si odiava- 
no anche più tra loro, di quello che temessero l'Im- 
peratore. In Toscana non vi era che Pisa, ed Àrezxo 
che ne bramassero la venuta. Pisa sempre addetta 
alla fazione imperiale, sperava ingrandirsi sulle rui- 
iie dei Fiorentini, che aveano superbamente trattati 
gli Ambasciatori di Cesare : perciò per agevolargli 
la strada gli fece pagare 4^ mila fiorini di oro, ed 
altri ne promesse al suo arrivo. Siena si tenne uni- 
ta con Firenze, che decise di non permetter l'in- 
gresso nella sua città all'Imperatore , né riconosce- 
re in lui alcuna superiorità, anzi non avean mancato 
di mandare Ambasciatori ai Sigg. di Lombardia con- 
sigliandogli ad opporsi al- suo passaggio, e specialmen- 
te a Giulio della Torre Signore di Milano, che ebbe 
tanto motivo poi di pentirsi di non aver seguitato il 
loro consiglio (aS). Aveq Firenze ricchezze, e corag- 
gio, e non le mancavano esempi di aver contrastato 
intrepidamente con altri Cesari. É vero che l'Impe- 
ratore non voleva ascoltare i nomi di Guelfi, o di 
Ohibellini , e dicea di venire per mettere concordia 
in Italia ; ma i prudenti Fiorentini aveano nix esem- 
pio fresco davanti agli occhi nella venuta di Carlo 
di Valois entrato in Firenze col bel titolo di pacie- 
re, e che vi avea recati tanti sconcerti. Un'altra i3ii 
revoluzione avea alterato il sistema d'Italia. Il Pa- 
pa era un polente rivale dell'Imperatore, ed atto 

(2 3} Istor. Pistoiesi • 



17» LIBRO TERZO 



78 frenare con la sua presenza, e prontezza le di lai 
di e. ^^^'^P^^^^'^^ • I^ Papato non esisteva più in Roma, 
>3ii ma in Avignone. Filippo il Bello, Re di Francia, 
che avea sentita la formidabil potenza di BonìGizio, 
alla morte del suo successore Benedetto tramò l'ele- 
zione di un suo suddito, il Vescovo di Bordeaux, e 
potè non solo farlo eleggere, ma trasportare la Sede 
pontificia vicino alla sua capitale, per aver su di 
esso la maggiore influenza (24)* Avrebbero perciò 
fatto gran senno gK Italiani a imitare i Fiorentini, 
e chiuder le porte d'Italia al nuovo Imperatore. Il 
saggio Re di Napoli Ruberto non solo si preparo a 
difendere il regno, ma inviò anche a Roma il suo 
fratello con della truppa per animare i Romani a 
contrastargli l'ingresso. Si era egli strettamente 
legato coi Fiorentini, e nel passar di Firenze indi 
per Siena, tornando da Avignone, avea esortati i 
cittadini alla concordia per esser più forti contro 
il forestiero nemico. E già quell'Imperatore comin- 
ciava a dar dei segni non equivoci dell'obbedienza 
che esigeva, e dell'impero che pretendeva esercitar 
sulla Toscana come sul resto dell'Italia . I suoi Am- 
basciatori venuti a Firenze intimarono, che l'eserci- 
to fiorentino si partisse dal contado di Arezzo y che 
era sotto la protezione dell'Impero, e che la repub- 
blica gli mandasse Ambasciatori a fargli omaggio. 
Alla domanda imperiosa Retto firunelleschi , uoido 
altiero e feroce, e insuperbito per la caduta di Corso 
Donati, di cui fu autore, essendogli stata commessa 
la risposta replicò con orgoglio, e indecente inso- 
lenza : onde i Signori disapprovatala pregarono gli 

(a4) Marat. Ann. d' Ital. 



CAPITOLO OTTAVO 173 

Ambasciatori di tornare per altra risposta^ la quale 
fu gentile^ ma ferma, e negativa: dopo la quale si ^^q 
diedero tutti i provvedimenti per la necessaria di- iSn 
fesa y essendo già Arrigo giunto a Turino. AgFin^ 
Titi che con tutto Tardore gli facevano i Ghibellini 
si aggiunse un'epistola di Dante. È scritta con una 
certa fierezza , che era il carattere di quell'uomo, 
la quale conservava anche parlando ad un Impera* 
tore ; vi sono dell' espressioni che sentono il rim- 
provero sulla sua lunga tardanza a Milano, lo in- 
cita contro Firenze, indicandogli che la vera testa 
dì queir idra di ribellioni , che pullulavano una 
dopo l'altra in Lombardia, era Firenze: né s'in- 
gannava . Se lo scritto sembrerà poco pio verso la 
patria, dee almeno saperglisi grado che la gene- 
rosità lo trattenesse dal portar le armi contro di 
essa quando l'imperatore ne faceva l'assedio. Que- 
sta lettera però resa nota fu a lui fatale: l'odio dei 
cittadini, che il tempo cominciava a calmare, si esa- 
sperò, e nel i3i5 fu di nuovo confermato il suo 
esilio; ed ei perdette ogni speranza di rientrare 
nella patria. Intanto, quasi che ancor dopo la morte 
Corso Donati dovesse agitare la città, quei del suo 
partito ne cercarono vendetta, ed uccisero Betto 
Brunelleschi che avea armato il popolo contro Corso; 
e trovandosi forti abbastanza andarono al monaste-* 
To dì S. Salvi, ove senza onore era stato sepolto il 
suo cadavere, lo dissotterrarono, e gli celebrarono 
magnifiche esequie, facendo armati la guardia per- 
chè il divin servizio non fosse turbato. Quell' omi- 
cidio, e r altro avvenuto in seguito di Pazzino dei 
Pazzi per opera dei Cavalcanti, avrebbero proba- 
bilmente ricacciata la città negli antichi civili di* 



174 LIBRO TERZO 



Tsordini^ senza il timore di Arrigo » che espugnata 
(li C. Brescia si preparava a venire in Toscana: ma forse 
>3>> non la credendo agevole impresale volendo tentare 
le vie piacevoli,^ mandò nuovi Ambasciatori ^ ai 
quali fu vietato Tingresso in città. Combattevano i 
Fiorentini colTarmi, in cui erano più potenti, 
coi denari: con questi aveano sostenuto Brescia , 
con questi, dopo che Arrigo ne fu partito, la fecero 
ribellare^ e collo stesso mezzo guadagnarono Messer 
iSiaGhiberto Signor di Parma, che alzò contro di lui 
lo stendardo di ribellione in Lombardia . Si cita- 
rono allora i Fiorentini a mandare a Genova dodici 
persone a scusarsi; e, ricusando essi, furono posti 
al bando dell'Impero. Dopo i tanti insulti alla regia 
Maestà, conveniva prepararsi alla più valorosa difesa. 
Era grande la fama di Arrigo .Tutta la Lombardia 
o vinta dal timore, o dalle armi gli avea ceduto. I 
Pisani erano impazienti di averlo fra le mura^ e i 
loro Ambasciatori ne sollecitavano in Genova la 
partenza. Benché Pisa, dopo la fatai rotta della Me- 
loria, non fosse più risalita all'antica potenza, era 
sempre commerciante, e ricca: quella guerra tan- 
to a lei funesta non era terminata che nel i3oo 
in cui avea stipulato coi Genovesi una pace as- 
sai gravosa , col riscatto dei prigionieri , i quali 
però in i5 anni di carcere erano per la maggior 
parte periti. Una mortale epidemia, in cui lasciò 
la vita l'imperatrice stessa, e il mal umore dei Ge- 
novesi , lo fecero finalmente imbarcarsi per Pisa: 
giunse a Porto-pisano nel di 6 marzo, e fu ricevuto 
nella città con allegrezza, e pompa straordinaria, 
ove si radunarono tutti i fuorusciti, e i malcontenti 
di Toscana, o stranieri, molti altri o tratti dalla 



CAPITOLO OTTAVO 175 

speranza , o dalla curiosità, o dal desiderio di fargli ^=^ 
la corte, come il Vescovo di Arezzo, Uguccione ,^j q 
della Faggiola, Federigo di Montefeltro. Gli offri- ^^i^ 
rono i Pisani colle chiavi la signoria della loro Re- 
pubblica. Questa era una formalità; ma tali non 
erano le somme anche esorbitanti ch'ei trasse dalla 
repubblica, somme, che se dee prestarsi fede ad 
un istorico contemporaneo (^5), fecero mormorare 
assai il popolo. Nei primi di aprile nell'orto dei 
Gambacorti, ii»ve solca spesso tener dei consigli coi 
suoi primi Signori , dichiarò solennemente nemici 
dell'Impero varj Principi lombardi che si erano 
ribellati, e i Fiorentini, e i Lucchesi. Le sue genti 
nel tempo di questo soggiorno fecero alcune piccole 
scorrerie sul contado fiorentino , e lucchese : non 
si fece però impresa di conto, perchè anelava Arri- 
go di esser coronato, in Roma , dove si portò sollecita^* 
mente per la via di Maremma; e ad onta del par- 
tito formato dalle genti mandatevi dai Fiorentini, 
unite a quelle del re Roberto ed agli Orsini , colle 
quali ogni dì si veniva alle mani, se gli fu impedita 
la via di San Pietro, prese la corona in S. Giovanni 
Laterano(26). Partito di Roma, si avviò verso To- 
scana per la parte di Perugia. Ricevuto allegra- 
mente in Cortona, e in Arezzo, qui si trattenne 
due giorni , e vi ricevette gli Ambasciatori di San 
Sepolcro venuti a implorar perdono. Si mosse verso 
Firenze. Montevarchi colle sue deboli fortificazioni 
lo arrestò solo tre giorni • San Giovanni si era cir« 

(9 5) Ferreto Yicent. hisU llb. 5. rer. itaL tom. 9. Ist Pist. 
Haraog. Cron. Pis. 

(a6) Albert. Muas. Gio. Vili. libr. 9. e. 1^2, Ferr. Yicent. 
loc ciU 



176 LIBRO TERZO 

T . conciato di una fossa piena di acqua ^ ma appena 
die. vide dar lo scolo alle acque, si arrese» Non trovò 
^^^^ r esercito imperiale resistenza di qualche conto fino 
air Incisa, ove un grosso corpo di Fiorentini si era 
accampato a guardare il passo in sito assai forte. 
Non credendo opportuno l'Imperatore il perder tem- 
po'ivi, e vedendo difficile di forzargli col vantaggio 
che aveano del luogo, fece salire le sue truppe per 
altra via montuosa mostratagli dai fuorusciti, e 
prendere Montelfi. Una schiera di Fiorentini ve- 
dendo avanzarsi i nemici per occupar quel passo, 
tentò velocemente di prevenirli; ma percossa da 
una banda di Tedeschi scesa dal monte, fu rotta 
e costretta a ritirarsi frettolosamente all' Incisa: i 
nemici pertanto occuparono Montelfi. G>n questa 
operazione, all'esercito fiorentino restava tagliata 
ogni comunicazione con Firenze, e privo di vetto- 
vaglie, si sarebbe trovato a mal partito, se V eser- 
cito imperiale conoscendo il vantaggio del posto vi 
si fosse mantenuto. Ma di là si mosse, e giungendo 
alle porte di Firenze prima dell'armata fiorentina, 
pose in gran sconcerto, e terrore la città, che fu 
meglio rassicurata quando per altra strada giunsero 
la notte le sue genti, e molto più quando arrivati 
gli ajuti di Lucca, di Siena, e di molte città di 
Toscana, e di Romagna, che il comune timore riu- 
nì va, si fece in Firenze una massa assai numerosa di 
truppe non minore di 4 ^^^ cavalli , e ^4 ™^'^ 
fanti. Questo esercito, in quei tempi grandissimo, 
tenne si poco conto degl' Imperiali, che le porte 
restarono sempre aperte, fuori di quella che corri- 
,3i3spondeva al campo nemico . È vero cheTesercito 
imperiale era assai minore del fiorentino; ma la 



CAPITOLO OTTAVO 177 
sua cavalleria agguerrita, e valorosa recava spavento 
agi' imbelli Italiani (^7), né si ardivano i Fioren* ^^q^ 
tini misurarsi a campo aperto. Sapevano bene però i^i^ 
cbe il tempo combatteva per loro, e che presto 
mancberebbero air Imperatore denari, e vettova- 
glia. Per la parte degrimperiali la guerra si ridus» 
se a devastare il paese, non avendo gente da far 
r assedio della città nelle forme; per la paKte dei 
Fiorentini non si fece che star sulle difese, e solo 
sotto le mura alcuni dei giovani più ardenti esci- 
rono talora a scaramucciare: piccole battagliole, 
che servivano di spettacolo ai cittadini ed alle donne 
istesse affacciate alle mura. Fecero i Fiorentini la 
guerra con molto senno dalla torre della chiesa di 
S. Miniato , dalla rocca di Fiesole, dalla villa dei 
Benincasa a Bipoli, luoghi da loro assai fortificati. 
Andavano speculando i movimenti dei Tedeschi, e 
quando ne vedevano qualche piccola partita allon- 
tanata dal campo, le correvano sopra con superiori 
forze ed erano per lo più vincitori. Parimente fu- 
rono intercettati più volte i viveri : 5o some di essi 
che venivano di Arezzo restarono prese, e dei 200 
soldati, che le scortavano, 70 uccisi, e 60 prigio- 
nieri. Bernardino da Polenta Capitano dei Fioren- 
tini occupò il castello di Leccio, indi la torre che 
stava sul ponte delF Incisa , e poi Ganghereto. A 
Castel fiorentino dai Sanesi uniti ai Fiorentini era 
stato intercettato un grosso convoglio di viveri: le 
foci, e i monti del Mugello erano presi, onde non 
restava al campo imperiale libera altra via, che 

(2n) Istor. Pìstol. »>Lo Imperatore avea daòm ila cavalieri, 
in fra i quali c'avea 800 > che avebbero combattuto eoo tuUi 
quelli di drento. „ 

Tonto 11, la 



178 LIBRO TERZO 

'.quella del Casentino (a8). Mancavano perciò le 
di^G. vettovaglie agl'Imperiali: Arrigo ai ammalò a San 
>^^^ Salvi ^ov' era attendato, di una terzana doppia ^ ori- 
ginata probabilmente dalF insalubre aria romana, 
in cui avea passata l'estate. Conosciuta la difficoltà 
dell'impresa 9 dopo due mesi, levò finalmente il 
campo la notte dell'ultimo di ottobre. Ebbe la 
gloria Firenze di aver cacciato un Imperatore eoo 
un valoroso esercito, di cui da tre anni ai parlava 
con terrore da tutta l'Italia . Si ritirò Arrigo a San 
Casciano, ove si trattenne circa due mesi, facendo 
dar l'assalto ai vicini castelli (29) • Alcuni di que- 
sti furono arsi, altri risparmiati . Giunto a Poggi- 
bonzi ordinò che il castello, già disfatto da Cario 
di Valois, fosse rifabbricato sul poggio, ciò che fo 
presto eseguito, e prese il nome di Castello, o Pog- 
gio Imperiale. Prosegì l'Imperatore il viaggio a 
, Pisa, ove dopo aver dimorato brevemente, prese 
la via di Roma, molestato sempre dai confederati 
dei Fiorentini: finalmente esacerbata la malattia 
cominciata a S. Salvi, si morì a Buoncon vento , ed 
il suo corpo portato a Pisa fii ivi sepolto (3o). 

(a8) Alber. Moss. hist Augn. Iib. 9. rer. il. tona. 1 o. 

(39) Fra i Castelli risparmiati vi fu Lacardo, forse pel 
suo buon cacio . Vedi . Iter» Hai, Henrici KIL Nicolai episcopi 
Botrontinensis» Lo scrittore era compagno di viaggio adTIia- 
peratore» e dice »> Miaua castra combussit, alia retinuit sicat 
Lucardum uhi Jiunt boni casei ,,^ 

(3o} Fa creduto che fosse fatto avvelenare dai Fiorentiai 
neir ostia con cui si comunicò per mezzo dei frati Domenicani . 
Questa voce crebbe in modo, cbe portato a Pisa il cadavere, al- 
cuni frati di quell'Ordine furono uccisi dal popolo: pia di traaila 
Pisani si vestirono a bruno» e andarono incontro al cadavere. 
( Cron. Bolognese Mura. rer. ital. scrip.) Per smentire siffatta ca- 
lunnia non si ha che da leggere l' istoria di Ferreto Tìcentioo 
che descrive a lungo la malattia dell'Imperatore con tutti 1 seoi 
progressi > e la poca cura eh' ei ne prendeva , e sì vedrà che questt 



CAPITOLO OTTAVO 179 
In tutto il tempo di questa guerra Siena si tenne 
ferma nella lega coi Fiorentini^ e allorquando si^^^! 
accostarono i nemici alle sue muralo passarono sul i^*^ 
suo territorio^ non solo si difese, ma gii attaccò 
felicemente più volte, e recò all' esercito imperiale 
non pochi danni, specialmente incettando le vetto- 
vaglie, che dai Pisani erangli inviate (3i). Anche 
il resto della Lega Toscana, fuori che Pisa , ed 
Arezzo, stette salda, e mostrò quel che possa Tuoio- 
ae,e la concordia contro i forestieri invasori. La 
letizia, il dolore, il giubilo, la costernazione, e varj 
movimenti eccitò la morte dell'Imperatore in Ita- 
lia, secondo i varj partiti^ ed interessi. Si rallegrò 
Firenze col resto della Lega Toscana , perchè quan- 
tunque lo avessero gloriosamente respinto, finché 
restava in Italia, era un centro di riunione a tutti i 
malcontenti fuorosciti, e a quelli che mascherati si 
celavano fra le loro mura . Una delle città più co- 
sternate da quella morte fu Pisa , che vedea la Lega 
Toscana probabilmente rivolgersi a suo danno. 11 
re di Sicilia Federigo, che si era con loro, coi Ge- 



^ cagionò la morte; noìidiineno basta che uoa caluonia sia 
pronanziata una Yolla» perchè sia ripetuta da cento penne. Per 
questa spedizione si vedano Gio. Vili. lib. 9. Istor. pistol. Ferr. 
Vicen. his. e r itinerario dell'Imperatore scritto dal Vescovo di 
Batrintò» tuUi scrittori contemporanei. Ohi avesse voglia in un 
evento tragico di mescolarvi del comico non ha che da confronta- 
re le lunghe > e stucchevoli riflessioni alla Cronica Sanese fatte dal 
Benvoslienti (rer. ital. t. i5. sulla morte dell' Vnperatore con un 
passo della Gron. Pis. del Marangone. Questo pretende che morisse 
per troppa castità, e continenza , il Benvoglienti di un male che 
suol per lo pih nascere da incontinènza , facendo una faba censura 
al Vocabolario della crusca : ma è egli d' uopo cercare o veleno^ o 
altre cause per ispiegare la morte dì un malato di febbre maligna, 
accompagnata da un carbonchio? Tedi» oltre i citati» Albertino 
Mass. rer. itaL tom. 1 o. 

(3i) Malevul. istor. di Siena par. 2. lib. 4* 



i8o LIBRO TERZO 

- novesi, e coli' Imperatore legato contro il re RoIkt- 



^°^*to, e che con potente flotta unita a quella dei Ge- 
1 3i 3 novesi y si trovava in mare pronto alKimpresa^a 
cui per terra s'incaminava il defunto Imperatore, 
fu dolorosamente sorpreso udendo in mare la trìsU 
nuova, e venne a Pisa ad accertarsene^ e a mesco- 
lare le sue querele con quelle dei Pisani. Gli otkr- 
sero essi la signoria della repubblica^ come i Fìoreo- 
tìni avean fatto al re Roberto; ma né Federigo, né 
Amedeo Conte di Savoja, né Amerigo di Fiandra 
vollero accettarla . Vedendo la tempesta cbe andari 
preparandosi, presero al loro soldo molta truppa 
dell'Imperatore^ e ne fecero Capitano il più valente 
di quel tempo, Uguccione della Faggiola. Di que- 
st'uomo, uno dei più illustri guerrieri del soo se* 
colo, che ha fatta vacillare la fiorentina potenza, 
e piangere i Reali di Napoli, non è chiaramente 
manifesta Torigine. La famiglia della Faggiola non 
era nota prima di Uguccione, e a lui deve tutto il soo 
splendore. Nel distretto di Arezzo, in quei tempi 
estesissimo nell'Appennino, che sovrasta a S. Se- 
polcro, esisteva in mezzo a scoscese rupi^ ed ai 
faggi, dai quali trasse probabilmente il nome, la 
Fajola ; e i ruderi ruinosi cbe vi si veggono anche 
al presente, possono esser resti delle case di Ugno- 
cione (3a)* Nato ivi di oscura origine, ma ricco 
benestante, e coli' anima guerriera fece il ano ti- 
rocinio militare insieme con Maglinardo da So* 
sinana, ed altri Ghibellini contro i Bolognesi, 
poi con Azzo Marchese di Este, indi cogli Areti- 
ni, dei quali fu Potestà, e Capitano: ed essendo 

(3 a) Guazzesl dell' antico domìnio del vescovo dì 
par. a. j. 6. Nota. 



CAPITOLO OTTAVO i8i 
assai accetto air Imperatore » fu maudato da lui ; 
vicario a Genova. Di là ritornato^ fu eletto dai ^- ^| 
Pisani loro condottiere, pericoloso però alla libertà i3i3 
pisana, come lo era stato ai sospettosi Aretini. Coa- 
£ermava la sua celebrità guerriera uo feroce aspet- 
to , che fa la più grande impressione sui sensi, e 
suir espettazione del volgo. Smisurato di statura, 
robustissimo di membra, faceva uso di armi più 
grandi, e più pesanti delle comuni, e si contavano 
di lui varie meravigliose prodezze, fra le quali che, 
abbandonato in una battaglia da tutti i suoi, in 
mezzo ai nemici ferito, e malamente pesto, si era 
pur ritirato in salvo, riportando fitte nell'ampio 
scudo 4 partigiane, e |3 verrettoni scagliatigli ad. 
dosso dai nemici. Non valeva meno nel consiglio , 
che nelle armi, né era scrupoloso sulla scelta dei 
mezzi che lo conducessero alla grandezza. La sua 
sola venuta rincuorò i Pisani. Parca che alla morte 
dell'Imperatore )a fazione Ghibellina in Italia, e 
apeoialmente in Toscana dovesse^ssere spenta, giacr 
cbè avea contro di se il re Roberto, il più potente 
Sovrano d'Italia, Signore, oltre il regno di Napo- 
li, di Provenza, di Roma, e che dominava per 
mezzo dei suoi Vicarj in Firenze, e in Lucca; le 
quali repubbliche tenevano unita nell'istesso par- 
tito la maggior parte della Toscana. Ma tanto può 
tin uomo solo talvolta, che Uguccione fece pender 
la bilancia contro questa Lega . Non perdette tem- 
po, e spinse le bande tedesche unite ai Pisani con- 
tro ì Lucchesi. Erano essi rinforzati dai Fiorentini, 
Sanesi , dalle genti dei Malcspini, e dei Fieschi: 
furono nondimeno rotti da Uguccione, che una 
volta perseguitatili fino nei borghi di Lucca, ove 



i8a LIBRO TERZO 

. fu posto il fuoco; portate via delle statue, ed alzati 
di (^ dei trofei schernevoli ai Lucchesi (33) » dopo averne 
>3i4ii] più luoghi devastate le campagne, gli costrinae 
a restituire a Pisa molte castella usurpatele fino dai 
tempi del Conte Ugolino. Ma, quello che fu di 
maggior momento, impose loro, se volean la pace, 
di rimettere nella città i Ghibellini, fra i quali 
avendo un gran partito, si apriva la strada a insi- 
gnorirsi di Lucca . Era divisa questa città tra i 
Bernarduccì, e gli Qbizi: dominavano però gli Obi- 
zi, e invano il Vicario del re Roberto, Gherardo da 
S. Lupidio, si afifaticava a tener fra loro 4a pace. 

Seppe profittarne lo scaltro Uguccione, il quale 
tenendo occulto trattato con i malcontenti rientra- 
ti, e fra questi con Gastruccio Àntelmitielli , che 
tanto poi si rese celebre , marciando a Lucca colla 
scelta dei suoi nel dì 14 giugno , ed essendogli 
aperta dai fautori una porta, vi entrò, ed ajntato 
da questi s'insignorì della città , onde fuggirono ^ 
principali della contraria fazione, e il regio Vica- 
rio. Fu Lucca messa a sacco, specialmente il pa- 
lazzo del Vicario, né si rispettò davvantaggio il te- 
soro pontificio tratto da Roma , e dai suoi contorni 
dal Cardinal di S.* Fiora per ordine pontificio, e de- 
positato in S. Frediano, che giungeva a un milione 
di fiorini dì oro. Fu preda ancor esso degli avidi 
soldati, che non risparmiarono neppure gT insulti 
alle vergini, e alle più nobili matrone (34)* I Ghi- 
bellini, o Bianchi, specialmente i Pistojesi si distin- 
sero per la rabbia persecutrice dei loro nemici, do- 

(33) Alber. Mass. lib. 3. rer. ital. tom. 10. Trooci Ann. Pis. 
(34)Gio. Vili. lib. 9. e. 59. Istor. pistoles. Alberti. Muss. Rer. 
Ital. toni* X. 



CAPITOLO OTTAVO i85 
pò i quali eccessi che durarono 8 di^ tornarouo i 
Piaanì in trionfo, avendo Uguccione lasciato suo die. 
figlio Francesco Signore della città con buona guar- i3i4 
dia. Restò costernata Firenze alle nuove di tanto 
disastro, e si prepararono con vigore ad una guerra 
pericolosa, che vedeano imminente. Già fino qual- 
che tempo innanzi la morte dell'Imperatore , quan- 
do fecero stretta lega col re Roberto» gli aveano 
per alcuni anni concesso il governo della città con 
patto che non ne fosse alterato il sistema, e vi avea 
esso inviato un Vicario con poca truppa. Ora che il 
pericolo si accresceva » vi mandò con 3oo scelti ca- 
valieri il sup fi'atello minore Pirro Conte di Gravi- 
na, giovine di grazioso aspetto, e di belle maniere» 
che si guadagnò T affetto dei Fiorentini ; e rimessa 
nel suo arbitrio la creazione dei Priori» e degli altri 
Magistrati, procurò in questa elezione di soddisfare 
ì voti del pubblico. Importava il diminuire più che 
si poteva il numero dei nemici, onde cercò di ac- 
comodarsi cogli Aretini , che uniti ad Uguccione 
sarebbero stati pericolosi : si fece con essi la pace , e 
a condizioni eguali (35). Non posava però Uguccio- 
ne; egli facea delle continue scorrerie ora sul Vol- 
terrano» ora sul Pistojese fino a Garmignano» spaven- 
tando i Fiorentini : prese Seravalle» e tentò Ja sorpresa 
di Pistoja : la trama era ben concertata : guadagnò al- 
cuni villani» che facean la guardia sulle mura» i quali 
secondo T ordine preso» in una oscura notte del di 1 1 
di dicembre lasciarono scalare le mura a 5o nemi- 
ci» che aperta» o rotta la porta» entrarono coi loro 
compagni circa 80 cavalieri» e 3oo fanti. Elssendo 

(35)yilL lib. 9. cap. 63. Amai, istor. fior. lib. 5. 



i84 LIBRO TERZO 

="^ riconosciuti però, tutta Pistoja fu in moto auonan- 
<HC. ^^ le campane a martello, e si cominciò a com- 
i3i4 battere. Se Uguccìone giungeva in questo tempo, 
il colpo era fatto: armato il popolo, conosciutone il 
piccolo numero, li assali coraggiosamente: dopo lun- 
go contrasto vedendo spuntare il giorno , e non com* 
parire gli ajuti, furono costretti a ritirarsi dalla cit- 
tà. N'erano appunto esciti, quando apparve troppo 
tardi Uguccione: ma gli convenne ritirarsi (36). I 
Fiorentini, che miravano farsi sempre più periodo- 
sa la guerra , mandarono a cercare nuovi soccorsi al 
Re Roberto. Chiese di andarvi l'altro suo fratello 
Filippo Principe di Taranto col figlio Carlo: il sag- 
gio Roberto che ne conosceva la leggerezza mal to. 
lentieri vi acconsenti : vennero con esso 5oo scelti 
cavalieri. Dopo la caduta di Lucca aveano i Fioren- 
tini assai ben fortificato Monte Catini come un'im- 
portante barriera • Uguccione volle attaccarlo , e 
prevedendo , che i Fiorentini gli sarebbero stati 
contro, col più grande sforzo raccolse quante genti 
^3, 5 potè di Pisani,' di Lucchesi, delle truppe del Ve- 
scovo di Arezzo, dei Conti di Santa Fiora, e dei 
molti Ghibellini, e fuorusciti. Subito si fece anche 
daiiF'iorentini un numeroso esercito coirajuto del- 
le città collegate, Bologna, Perugia, Gubbio, Sie- 
na, Pistoja, Prato, Volterra; e colle truppe napole- 
tane giungeva a tre mila cavalieri , e moltissinu 
fanteria, che si fa da alcuni ascendere a 3o mih 
uomini; ma la forza in quei tempi consisteva nella 
cavalleria. Il principe vi marciò alla testa per libe- 
rare Montecatini, cbe Uguccione assediava. Erano 

(36) Istor. Pistol. 



CAPITOLO OTTAVO i85 
assai minori le genti di Ugoccione^ raa superiori 
di valore, e di Capitano. Si trovarono a fronte i^-^^| 
due eserciti. Stettero qualche tempo fermi, divisi iSi5 
dalla Nievole, fiumicello che scorre per una valle, 
ia quale separa le alture di Montecatini , e MonsuU 
mano. Filippo, Comandante dei Fiorentini, era 
malato di febbre. Facevano essi delle scorrerie pres- 
so il campo pisano per incitare alla pugna, e ve- 
dendolo immobile , crésceva la loro audacia , cre- 
dendolo intimorito; e lo scaltro Uguccione appunto 
cercava di accrescere T inconsiderata confidenza del 
nemico. Finalmente, credendo gli fosse intercetta 
la via delle vettovaglie, prese il partito di ritirarsi, 
ovvero lo finse, ma in buon ordine, e pronto a 
battersi se Toccasione si ofifriva (S^). Lo seguitò co- 
me se già fosse rotto, allegro , e in poco buon ordi- 
ne r esercito fiorentino; quando ad un tratto, arre- 
statosi , Uguccione di assalito diventò assalitore, fe- 
ce attaccar h debole vanguardia, composta di Sa- 
nesi, e Colligiani da i5o dei migliori soldati gui- 
dati dal suo figliò, e da Giacotto Malespini fuoru- 
scito fiorentino. La ruppero presto, e corsero impru- 
dentemente sulla schiera di Pieno ov'era il nerbo 
dell'esercito: benché in tanto pericolo ninno voltò 
le spalle, e furono perciò quasi tutti tagliati a pezr- 
zi . Uguccione allora con 800 cavalieri tedeschi, che 
erano il fiore della sua truppa, assali con tal vigore 
i nemici poco ordinati, che agevolmente gli vinse. 
Il maggior contrasto si fece intorno al Conte di 
Gravina, ov' erano le truppe migliori, ma anch'es- 
se furono poste in fuga • La battaglia fu sanguino- 

(37) Istor. Pìstd. Rer. ItaL toni. 11. 



i86 LIBRO TERZO 



f 8Ì88tma, e i Fiorentini ebbero una delle rotte pia 
di G. memorabili • Vi restò morto un figlio di Ugoccìo- 
i3i5 ne^ alla qnal nnova Tintrepido guerriero non mu- 
tò aspetto: ma T ardore della vendetta, e l'odio 
contro i Fiorentini lo incitò a proclamare che noa 
si ^cessero prigioni , e non si risparmiasae la vita 
ad alcuno; onde fu grandissima la strage. Circa a 
due mila se ne contano morti dei vinti dal Villani, 
ma il numero dovette esser maggiore come si de- 
duce da altri scrittori, molti affogati nella Nievele, 
pochi i prigionieri • Una lugubre celebrità ebbe la 
sconfitta di Montecatini dalla morte di Piero fratello 
del Re sommerso probabilmente in un padale,il 
di cui cadavere non potè ritrovarsi, di Carlo figlio 
del Principe di Taranto suo nipote , e di molti dei 
principali Fiorentini, e delle città collegate (58). 
Siccome di queste si trovavano a combattere per- 
sone delle principali famiglie^ si videro per qualche 
tempo Napoli, Firenze, Bologna, Siena, Perugia 
quasi intieramente vestite a lutto. Fra i più distin* 
ti si contarono 1 14 delle prime famiglie di Firen^ 
se, Carlo Conte di Battifolle, Carroccio, e Brusco 
di Aragona guerrieri dei più apprezzati: dall' altra 
parte, oltre il figlio di Uguccione , vi restò il suo 
compagno Malespini, che portava V imperiale inse- 
gna, e che mai non lasciò uè pur ferito a morie. 
Vi rimase ferito Castruccio Antelminelli che mili- 
ta va sotto Uguccione • Gli avanzi della rotta armata 
si dispersero verso Pistoja, Fuceochio, Cerbaja, e 
molti restarono annegati nei pantani della Coscia- 
na • La preda dei vincitori fu immensa ; la moUec- 

(38) Gio. Vili. lib. 9. e 70. Istor. PistoL Albert. Mosb. UK d 
Tronci Ann. Pis. Gron. Saaese di andrea Dei • 



CAPITOLO OTTAVO 187 
sa, e il lasso fiorentino avea portato tra le armi i* 
tappeti^ i letti serici, e fregiati di oro con la più^"^^ 
nobile supellettile da rassomigliar piò ai Sibariti, i3i5 
che agli Spartani (Sg). Molte bandiere furono pre« 
se, fralle quali due stendardi regi. Avvenne questa 
battaglia il di 29 di agosto • 11 corpo del Principe 
Carlo fu di decente funerale onorato , e quello del 
tiglio di Uguccione sepolto in uno dei cassoni del 
Campo Santo di Pisa col suo nome notato. Si trovò 
in questa battaglia coi suoi Pisani il Conte Ranie- 
ri (40) da Donoratico: conservava sempre fresco 
Todio ereditario contro i Reali di Napoli, T autore 
dei quali Carlo I avea fatto decapitare insieme con 
Corradiuo il suo avo Gherardo ; onde , essendosi i3i6 
trovato fra i morti il cadavere del Principe Carlo , 
si narra che Ranieri calpestandolo con barbara com- 
piacenza, invocando T ombra del suo avo a gustare 
il feroce piacere della vendetta, ed esecrando quel- 
la di Carlo , si facesse crear cavaliere sul cadavere 
stesso (4i)* Montecatini, e Monsulmano si arresero 
subito al vincitore, e molte castella seguirono la 
stessa sorte • Abbattuto da queste perdite , se ne 
tornò a Napoli il Principe di Taranto, e il Re Ro- 
berto vi mandò nuovo Vicario il Conte di Monte- 
scaggioso e di Andria , detto ancora il Conte No- 
vello. Le pubbliche disgrazie però che sogliono o a 
dritto, o a torto produrre il malcontento contro i 

(39) Fcrr. Vicent. bist lib. 7. 

(40) Alber. Muss. Io cbiama Neri figlio di Fazio . 

(40 Molti Scrittori narrano il fatto fra quelli Alber. Mass. de 
gest. ital. lib. 4* Ber. Ital. tom. io. più precisamente riporta le pa- 
role di Ranieri: et tallite , inquit. Avi Gerardi manes : este hujus 
muneris mei largitionefelices: Tuque Canis Senex Carole» Cor* 
radini vere Romanorum regis, atque Avi meicarnifeXf accipito 
d ignam tua feritate propaginem . 



i88 LIBRO TERZO 

-. regolatori del governo, aveano eccitato un partito 
di 0. in Firenze contro i Reali di J^apoli , del quale era 
i3i6£apo Simone della Tosa, mentre Pino della stessa 
famiglia dirigeva il contrario , sostenendo cbe non 
si dovea rompere un' amicizia da tanti anni mante- 
nuta con quella casa reale. Il contrasto si terminò 
col limitare assai le facoltà del Vicario regio. Si 
sarebbero forse anche risvegliati dei pericolosi tu- 
multi y senza il timore di Uguccione. Ma la fortuna 
cominciava a stancarsi del suo favore verso di lui. 
Trova vasi in Lucca un uomo straordinario, supe- 
riore di talenti ad Uguccione, senza la sua crudeltà. 
Castruccio Anlelminelli Castracani , uomo dei più 
grandi cbe abbia prodotto l'Italia, prima di giun- 
gere all'altezza, e celebrità, a cui lo portarono i 
suoi talenti, passo per varie avventure. Esule di 
Lucca col padre per esser nemici della fazione do- 
Qiinante, perdette in Ancona i genitori: passò in 
Inghilterra sotto gli auspicj del suo parente Àlde- 
rigi, ricchissimo lucchese mercante, probabilmen* 
te iniziato anch'esso alla mercatura. Il suo spirito 
elevato però lo fece penetrare alla corte del Re 
Eduardo, a cui fu sommamente accetto. Giuocaa- 
do c(»l Re alla palla, e cogli altri cortigiani, uno 
di questi per disputa di giuoco gli tirò una guan- 
ciata in presenza dei Re (43)* Non soffri Taffronlp 

(4^) Tigrini » Vita Gas. Reram ItaL 5. tom. 1 1 . Aldo Maonx. 
Azioni di Gasiruccio. Quanto è impareggiabile il Machiavello nello 
stile istorico» e nelle profonde riflessioni onde T arricchisce, ahret» 
tanto è^negligente nei fatti : questa negligenza però giunge al ma^ 
gior grado nella vita di Castruccio di cui na piìi tessuto un romaa* 
zo che un'istoria: l'ordine dei fatti è confuso, le circostanze erra- 
te, la nascita, e incertezza della condizione di Castruccio non ap- 
poggiata ad alcuna testimonianza . Questa tela di falsiti è coronata 
coU' asserzione che non ebbe moglie, né figli, quando n'ebbe tao- 



CAPITOLO OTTATO 189 
il generoso Castruccio, e tratto fuori un pugnale ''^ 
r occise neir istante • Pel sollecito ajuto dei suoi ^\^c^ 
amici y e forse per connivenza del Re, fatto subito i3i6 
ìcnbarcare^ passò in Fiandra ove ardea la guerra 
tra gr Inglesi^ e i Francesi, prese il partito di que- 
sti sotto Musciatto Francesi Fiorentino, che vi mi- 
litava con 400 cavalli, e i5oa fanti italiani, e vi 
si distinse per molte prove di valore. Quando Uguc- 
Clone costrinse i Lucchesi a rimettere gli esuli, tor- 
nò Castruccio alla patria, e pel suo valore, e con- 
dotta ne furono cacciati gli Obizi, e fatto Signore 
Uguccione . Nella, battaglia di Montecatini si di- 
stinse altamente (43), e fu uno dei piò attivi, e va- 
Wosi seguaci di Uguccione. Ma benché questo tanto 
gli dovesse, il valore, e il talento di Castruccio, che 
si guadagnava T affetto universale, cominciò a dar 
si gran gelosia al sospettoso Uguccione, che delibe- 
rò disfarsene. Trova vasi a Pisa mentre il suo figlio 
governava Lucca : questi , ricevuti gli ordini dal 
padre, invitò a cena Castruccio , e lo fece arrestare. 
Ma come il favore dei Lucchesi a quest'uomo era 
grande, quanto Todio verso Uguccione, non osò il 
figlio di tentare un colpo si pericoloso senza la pre- 
senza del padre, che chiamò con la più gran pre- 
mura a Lucca per eseguirlo. Era Pisa egualmente 



ti ec. tatto ciò apparirà chiaramente a chi confronterà gli scrìtto- 
ri contemporanei, e in specie il Villani con Machiavello che scrì- 
veva un secolo e mezzo dopo. 

(43)11 Machiavello nella Vita di Castruccio attribuisce intie- 
ramente a lui la vittoria di Montecatini « asserendo che Uguccione 
non vi si trovò» impedito da una malattia. U Tigrìni nella vita 
di Castruccio dice lo stesso : ma contrasta con questa asserzione 
Tautorìtk di Giov. Yillani scrittore contemporaneo al fatto. Che 
Castruccio avesse gran parte nella vittorìa non può dubitarsene» 
essendovi restato ferito m una gamba» e non avendo voluto medi- 
carsi finché Fazione non fosse terminata. 



I90 LIBRO TERZO 



7che Lncca stanca della tirannia di Ugnccione ^ clie 
di G.^PP^'^^^ ^^^ ^^^^ decapitare Banduccio Buoncon- 
i3i6ti^ e il figlio, perchè gli davan ombra, sotto vanì 
pretesti di tradimento (44)* Irritali da questa fre- 
sca crudeltà i Pisani, appena partito Uguccione, 
levarono rumore, uccisero i suoi partitanti, e die- 
dero il governo al Conte Gaddo della Gherardesca. 
Questa nuova giunse a Lucca in tempo che i Luc- 
chesi tumultuavano chiedendo la libertà di Ca- 
struccio. Non osando resistere Ugnccione , fu tratto 
di prigione, e presentato al pubblico Castruccio, 
carico di catene. À tal vista infuriossi viepiù il po- 
polo: si vide costretto Ugnccione a fuggire, e tolte 
le catene a Castruccio, fu con rara felicità lo stesso 
giorno, destinato per la sua morte , dichiarato Si- 
gnore di Lucca (4&) • 

f44)^^* 1^1>- 9* e* 74* Tignili vita Gas. 
(45) Vedi Gìo.yiU. lib. 9. cap. 76. Tigr. viU Gas. Aldo Ma- 
Duzio. ìsL PbtoL 



«9« 
CAPITOLO IX. 

SOMMARIO 

jivventure di Uguccione della Faggiola . Dispute tra Siena e 
Massa . Imprese di Castruccio, S'impadronisce di Pistoia. 
Bompe i Fiorentini e si avtf teina Jino sotto le mura di Firenze. 
Pompa trionfale di Castruccio, Congiura contro di lui sco- 
perta . Sue nuove imprese contro i Fiorentini . Duca di Atene 
in Firenie . "Nuova congiura contro Castruccio ugualmente 
scoperta . Discesa in Italia di Lodovico il Bavaro. Castruccio 
è creato da lui Duca di Lucca, e 'fi altre città di Toscana. 
Lo accompagna a Roma , ove lo fa coronare Imperatore • È 
eletto da lui suo Vicario , e Senatore di Roma • // Bavaro de- 
pone il Papa Giovanni XXII, , e fa eleggere Niccolò K. Ca^ 
strucclo perde Pistoia. Ritoma da Roma; cinge di assedio 
Pistoia, e di nuovo se ne impadronisce. Muore alT età di 47 
anni. 

XJa disgrazia di UguccioDé rallegrò ì Fiorentini , 



Anni 



non prevedendo quanto più terribile nemico esser ^q^ 
doveva a loro Castruccio. Ad essi mandò il Re di i3i6 
Ifapoli nuovo Vicario il Conte Guido da Battifolle. 
Ija paura, che TAttivo Uguccione avesse dei fau- 
tori in città, determinò quei che governavano, for^ 
se per togliersi T odiosità delle crudeli esecuzioni , 
a far venire in Firenze Landò di Agubbio Bargel- 
lo , e di dargli un supremo potere sulle vite dei 
cittadini. Questo crudele inquisitore agiva per im- 
pulso di queij che governavano; ma siccome poteva 
anco farlo di propria volontà, avea sparso il terrore 
per Firenze • Sulla semplice delazione , e senza re- 
golar forma di processo, faceva uccidere i cittadini 
a suo talento ; né il Vicario del Re di Napoli osava 
colla forza di opporsegli avendo il Re giurato di 



191 LIBRO TERZO 

Tnon alterare il governo. Udo dei gran difetti dì 
diC. <]°^^^> e di molte Repubbliche di quei tempi, è 
i^> 7 il non avere stabilito un savio, e regolar metodo 
nei giudizi criminali che assicurasse la vita, e la 
libertà dei cittadini, e armato di sufficiente forsà per 
r esecuzione. Fu con fatica, e solo per interposizione 
del Re di Napoli deposto questo sicario, il cui go- 
verno avvili la maestà della fiorentina repubbUca, 
avendo però lasciata lunga memoria di se colla mo- 
neta falsa sparsa nella città, che avea avuto ardire 
di battere (i). Si fece pace dai Pisani, e Lucchesi 
colle città Guelfe toscane, mentre Uguccione che 
si era refugiato in Verona presso Cane della Scala , 
aiutato di genti da Cane, e da Spinetta Malaspinai 
tentò, ma invano di rientrare in Pisa. L'inutile 
tentativo costò la vita ad alcuni cittadini pisani dei 
Lanfranchi, che fu creduto aver con lui corrispon- 
denza, e a Spinetta la perdita delle sue terre, che 
furono occupate da Gastruccio. Anch' esso andò a 
ricovrarsi nello stesso asilo, generoso asilo del va- 
lore, e dei talenti sventurati. Allora probabilmente 
fece Uguccione amicizia con Dante. Gl'illustri guer- 
rieri hanno quasi sempre onorato le lettere : al ca- 
rattere fiero di Uguccione era £itto per piacere quel- 
lo dei fiorentino Poeta, e le sventure legano insieme 
i disgraziati. Militò Uguccione sotto gli stendardi 
del Signore della Scala, specialmente nella guem 
fatta ai Padovani, e assai avanzato in età mori po- 
chi mesi innanzi a Dante . Non è già che i Signori 
della Scala fossero nemici dei Pisani, solo gV indusse 
ad aiutare Uguccione la pietà ch'eccita un uomo 

(i) VilL lib. 9. cap. 74. 77. 



CAPITOLO NONO 193 

grande fralle sventure. Erano essi Ghibellini come 
gli altri Lombardi, nemici dei Guelfi, e perciò dei ^iq. 
Fiorentini . » 3 1 7 

Mentre regnaTa la pace in Toscana, un movi- 
mento passeggiero minacciò la tranquillità , e il 
governo della sanese Repubblica . Era nata una di- 
sputa tra di essa e la Repubblica di Massa sul pos- 
sesso del castello di Girfalco occupato dair ultima. 
Dopo inutili rimostranze vi mandarono i Sanesi 
molta gente armata, che cominciavano la devasta- 
zione delle campagne, quando ravveduti i Massesi 
oederoDo il castello disputato, e furono ricondotti 
a Siena gli armati: questi però, che aveano sperato 
di saccheggiar Massa , tornando scontenti , e tro«- 
vandosi coir armi in mano, mossero tumulto gri- 
dando, moia il Capitano. Venne fatto ai principali 
di sedare il tumulto; i malcontenti però del gover- 
no tentarono profittarne. Erano da quello, come si 
è notato a suo luc^o, esclusi i nobili, i dottori, i 
notari, e solo vi si ammettevano mercanti di me- 
diocre condizione, che si riducevano a pochi. I 
dottori , e i notari presero quest'occasione , in cui 
credevano i Nove dei Governo intimoriti, per fare 
istanza di esservi ammessi : ne furono sdegnosa- 
mente, e con minaccie rigettati: allora unitisi^cogli 
altri malcontenti stabiliron di uccidere i Nove e 
crear Capitano Messer Sozzo Tolomei , e Potestà 
Messer Antonio di Messer Ricovero, e così andava- 
no distribuendo le cariche; e già la sera del di a6 ot- 
tobre levatisi , corsero verso il Palazzo per uccidere 
il Magistrato, gridando di voler parte al governo. 
Fortunatamente erano stati assoldati 3oo fanti , e 
iuolti cavalli per mandarsi in soccorso del Re Ro- 

Tomo 11. i3 



194 LIBRO TERZO 

Uberto, e per lo stesso motivo vi si trovavano loo 

A QUI • 

di c.^ A vai ieri, e 800 pedoni dei Fiorentini guidati dai 
i3>7 Rucellai. Con questa truppa il Governo ai oppose 
ai sollevati^ i quali dopo due ore di contraato furo- 
no rotti y prestando la notte un'opportuna oscurità 
per fuggire , o per nascondersi (a) . Prendevano 
qualciie respiro intanto i Fiorentini confermati 
sempre più nella fazione Guelfa che dominava in 
Toscana . 

La Lombardia era per la maggior parte Ghibel- 
lina, ma divisa in piccoli Signori, e Repubhlichet^ 
te, male atte a stare unite in una Lega , onde noo 
potevano gran fatto resistere alla fiorentina^ poten" 
te di armi, e di ricchezze, sostenuta dal Papa^ e 
dal Re di Napoli • Ma vi era un uomo capace eoi 
suoi talenti guerrieri di bilanciare questi svantag- 
gi^ cioè Castruccio. I Fiorentini essendo tranquilli 
in Toscana , aveano con poca avvedutezza invialo 
un corpo di truppe della Taglia Toscana in Lom- 
bardia, istigati dal Papa^ e dal Re Roberto ad aiu- 
tar colà il {vacillante loro partito. Matteo Visconti 
capo dei Ghibellini di Lombardia con armi^ e da- 
nari eccitò Castruccio contro diloro.Pococi voleva 
i3i9a muover quest'uomo (3): vedendo da se stesso, 
che anche nella sua quiete i Fiorentini non tarde- 
rebbero molto ad attaccar Lucca , e Pisa di partito 
a loro nemiche; forse ancora credendo che Tinsta- 
bile volontà dei cittadini, che lo aveva inalzato al 
Principato di Lucca, non potevano confermarsi che 
con azioni grandi atte ad imprimere riverenza^ e 

(a) Cron. Sane. Eer, Ital. tom. 1 5. Mulev. istor. Sanes. p« 1. 
lib* 5. Aniinir.ist.lib. 5. 

(3) Gio. VilL lib. 9. e. io5. 



CAPITOLO NONO igS 

terrore; o finalmente sentendosi i militari talenti , 
fosse impaziente di mostrargli contro i nemici della dì e. 
sua patria, era assai disposto air ostilità. Aiutato '^*9 
perciò di armi, e di denari dai popoli di Lombar- 
dia, e in specie dai Visconti, messe insieme una 
truppa di agguerriti soldati più Formidabile pel va* 
lore, che pel numero, ed entrò nelle terre dei Fio- 
rentini ponendole a sacco: indi pose V assedio a 
Santa Maria a Monte, e presto se ne impadronì. A 
questo attacco inaspettato i Fiorentini sprovvisti , 
sulla fiducia della pace, non poterono opporsi. On. 
de se ne tornò Gastruccio carico di preda tranquil- 
lamente a Lucca. Questo principio di ostilità in 
Toscana fu una conseguenza della guerra di Lom- 
bardia: n'era il fomite maggiore la citlà di Geno- 
va, dopo che cacciati i Ghibellini avea data la si- 
gnoria al Re Roberto: contro di essa perciò era i33o 
diretto lo sforzo maggiore dei Ghibellini lombardi^ 
che la travagliavano per terra, mentre lo era per 
mare dalla flotta siciliana . Gastruccio vi marciò 
anch'esso con buona truppa di Lucchesi, e Pisani 
per aver parte alla gloria delia presa che si credeva 
sicura. Profittando della sua lontananza fecero i Fio- 
rentini una scorreria sul Lucchese: Gastruccio al- 
lora con la pili grande speditezza ricondusse indie- 
tro le sue truppe, e giunse ì ^nemici verso Fucecchio. 
Consumarono i due eserciti molto tempo inutil- 
mente divisi dalla Gusciana, e senza alcun fatto 
si ritirarono. Non fu gloriosa ai Fiorentini l'impre- 
sa ^ ma utile ai loro confederati Genovesi. Genova, 
che colla giunta di questo nemico sarebbe caduta, 
non solo si sostenne, ma gli costrinse a ritirarsi. 
Nel seguente anno, temendo sempre i Fiorentini 



tg6 LIBRO TERZO 



"l'attivo Gastruccio^ fecero lega col Marchese Spi- 
^(^. netta Malaspina ^ dandogli aiuti, perchè, inquie- 
>3a stando Gastruccio, non gli permettesse di ymiire 
sulle terre loro . Ma Gastrnccio radunate le sue 
genti, poco temendo le offese del Marchese, andò 
incontro ai Fiorentini , che si erano accampati sul 
Lucchese. O che il genio di Gastruccio imprimesse 
terrore in questi , o che non lo avessero creduto 
fornito di tante genti, entrò un timor panico fra 
loro a segno, che profittando della notte si ritira- 
rono precipitosamente, e lasciarono Gastruccio pa- 
drone della campagna, il quale diede il guasto o?e 
più gli piacque. 

Erano già parecchi anni dacché Firenze si tro- 
vava piuttosto sotto la protezione, che sotto il do- 
minio del Re di Napoli. Pare che ciò si facesse 
quando o i pericoli esterni, o le dissenzioni interne 
minacciavano la Repubblica, benché essa non fosse 
libera dagli esterni timori, essendo armato uno dei 
suoi più potenti nemici. Gastruccio tuttavia , e il par- 
tito che si era eccitato da Simone della Tosa negli an- 
ni scorsi, e il desiderio di novità, fece tornar i Fio- 
rentini nella solita forma dell' antico governo, ed 
essendo spirato il tempo della Signoria data al Re 
Roberto, non fu rinnovata (4)* Poco innanzi però 
non essendo il pubblico contento dei soliti gover- 
natori, come avviene quando non vanno prospere 
le cose, avea aggiunto airoflizio dei Priori, dodici 
Buonominij due per Sesto, da stare in officio sei 
mesi. Era la loro apparente incombenza di Goosi- 
glieri dei Priori; ma questi nulla potevano concla- 

(4) Giot Vili. lib. 9. cap. 1 86. 



CAPITOLO NONO 197 

dere senza la loro autorità (5). Intanto Castruccio 
padrone della campagna scorreva impunemente idi e. 
castelli e le città suddite , o alleate dei Fiorentini. ^^^* 
Pistoja posta quasi ad egual distanza da Firenze, e ^3^3 
Locca , e il di cui possesso era perciò utile tanto 
air una che all'altra, si reggeva coirinfluenza dei 
Fiorentini ; ma Castruccio tanto travagliò il conta- 
do colle armi, e la città cogF intrighi, che dovette 
per minor male divenir tributaria di lui, conten- 
tandosi egli per ora di siffatto titolo, e attendendo 
migliore occasione a farsene Signore . I Fiorentini 
mal concordi, in vece di por cura a resistere a 
quest'attivo nemico, animati sempre dalla fazio- 
ne , mandavano dei soccorsi contro i figli di Mat« 
teo Visconti, che con varia fortuna sostenevano 
il loro partito in Lombardia . Castruccio però faceva 
continui progressi, giacché non trattenuto né dai 
presidj, né dagli aiuti dei Fiorentini, né dai rigori 
deir inverno s' insignori di una gran parte della 
montagna di Pistoja: si volse indi sulle campagne 
di Fucecchio, S.& Croce, Castelfranco, e passato 
Arno sopra Montopoli, recò loro infiniti danni : ed 
una Repubblica si potente di oro, e di genti non 
osò mandargli incontro alcun esercito. Ciò diede 
tant' animo al loro nemico, che ardi avvicinarsi a 
Prato con non più di 600 cavalli, e 4^>oo fanti, 
minacciando di occuparlo . A quest' ultimo insulto 
risvegliati dalla vergogna i Fiorentini , fecero a 
gara ad armarsi : diedero il perdono ai banditi per 
fazioni , che si fossero condotti sotto le bandiere 
della Repubblica, dei quali in breve non meno 

(5) Gio. YUl. e. 137. 



98 LIBROTERZO 



7 di 4^>oo vi si riunirono. Mossero perciò verso Prato 
die. un esercito di i5oo cavalli, e ao mila fanti. Sa- 
i3a3|.ebbe stato il contrasto troppo disuguale: stette 
nondimeno Castruccio per qualche tempo intrepi- 
do a fronte di si grand' esercito: ma quando si ac* 
corse che si preparavano i Fiorentini ad attaccarlo, 
si ritirò cheta mente nella notte a Seravalle. Parea 
che una truppa tanto numerosa dovesse seguitarlo, 
e por Tassedio anche a Lucca; ma essendo discordi 
fra loro i nobili , e il popolo, restarono in questa in- 
certezza qualche giorno, e poi quasi disordinata- 
mente si ritirarono a Firenze. I fuorusciti, che 
secondo i patti dovevano esser rimessi , li aveano 
preceduti; ma venendo innanzi colle bandiere spie- 
gate , e in sì gran copia , il popolo cominciò a guar- 
darli come nemici, e non volle riceverli: foronco- 
stretti a ritirarsi, ma unita la nuova ingiuria alle 
vecchie, meditarono i mezzi di rientrarvi a forza. 
Sapendo il malcontento della nobiltà esclusa dal go- 
verno^ ebbero segreto trattato con essa. Amerigo Do- 
nati , non degenere dal padre Corso, guidava questa 
trama: nella notte di San Lorenzo doveano i fuoru- 
sciti accostarsi a Firenze, esservi introdotti^ correr 
la città armati coi loro amici, e mutare il governo. 
La trama fu scoperta nel giorno avanti all'esecu- 
zione: si armò il popolo, e corse su per le mura 
con moltissimi lumi, i quali veduti dai fuorusciti, 
si accorsero che il trattato era svelato, e si ritira- 
rono. Il Governo prudentemente abbracciò, nel 
perseguitare i complici , le vie della clemenza (ti). 
intanto Castruccio, che aspirava al dominio di tut- 

(6) Gio. Yill.llb. 9. cap. 31 4* e 319. 



CAPITOLO NONO J99 

ta la Toscana, volle insignorirsi di Pisa: tenne pra- =^ 
tica con un Lan franchi di uccidere Conte Mieri ^-^^^ 
della Gberardesca , che n'era Signore , ossia ne di* i^^iS 
rigeva il governo : scoperta però la trama, non eb- 
be altro effetto che la morte del Lanf ranchi, e il 
bando dato a Castruccio di nemico di Pisa , ponen- 
dosi la sua testa a prezzo (7), ciocché rallegrò molto 
Firenze , che vide staccarsi una città potente dal 
suo nemico più grande . Non sbigottito però Castruc- 
cio tentò un colpo, il quale, se gli fosse felicemen* 
te successo, avrebbe assai sconcertati i Fiorentini. 
Era Fucecchio terra di molta importanza, assai 
popolata , e difesa da buona guarnigione . Avuta 
speranza di esservi introdotto , vi si accostò di not- 
te con soli i5o cavalli, e 5oo fanti. Vi fu realmen- 
te ammesso; ma la guarnigione, e i terrazzani aven- 
do prese le armi , si cominciò a combattere : sareb- 
bero restati i terrazzani soccombenti , se spuntato 
il giorno non avessero dati dei segni chiedendo aiu- 
to alle guarnigioni dei vicini luoghi , S. Miniato , 
Castelfranco, e Santa Croce. Corsero queste trup- 
pe, e giunsero che ancor si combatteva; durò tut- 
tavia Castruccio lungamente a battersi con gran 
valore; ma vedendo impossibile il resistere al nu- 
meroso aiuto sopraggiunto, che lo assaliva alle spaU 
le, e ai terrazzani che dalle strade, e dalle finestre 
con ogni sorta di armi lo combattevano, dopo aver 
date tutte le prove del più saggio e coraggioso capi- 
tano, ferito nel viso, si ritirò facendosi strada a 
traverso i nemici . Si narra che essendo sempre de- 
gli ultimi a ritirarsi nelle battaglie, trovandosi pe- 

(7) Vii. lib. 9. c« a3o. 



aoo LIBRO TERZO 

"rò inviluppalo dai nemici che perseguitavano i stioì 



jf^' fuori del castello, accorgendosi di non esser cono- 

1^33 sciuto si 6nse uno dei persecutori , fra i quali essen- 
do giunto ai suoi che cercavano con dolore il loro 
Duce, riconosciutolo volsero faccia, e inseguirono 
i nemici Gno alle porte (8). Facea quest'uomo ai 
Fiorentini la guerra, colie armi e colle segrete pra- 
tiche, colle quali tentò d'insignorirsi di Prato, di 

^3a4Pisa, e fin della stessa Firenze. Furono scoperti 
però i suoi trattati che avea specialmente con Tom- 
maso Frescobaldi , il quale tentò di corrompere le 
milizie francesi per mezzo di un frate loro con- 

i3a5fessore (9). Fuggi il Frescobaldi, e fu dichiarato 
traditore della patria, e il frate condannato a per- 
petua prigione. Pistoja vagheggiata da Castruccio, 
e dai Fiorentini avea subito varie vicende. Un ec- 
clesiastico pistoiese, Orman no Tedici, Abate di Pac- 
ciana, dotato di quella ambizione sì mal conforme 
al suo stato, e di scarso talento, immaginò profittar 
delle circostanze per farsi Signore di Pistoja • Gua- 
dagnato con le sue ricchezze il minuto popolo, e i 
contadini', mostrandosi zelante per la pace, corsela 
città sostenuto dai suoi partitanti, prese il Palagio, 
i luoghi forti , e restò Signor di Pistoja , ne cacciò 
gli amici dei Fiorentini, e fece tregua con Castruc- 
cio . Non avea però TAbate i talenti per sostener quel 
posto, il quale era piuttosto esercitato dal suo nipote 
Filippo più attivo j e di più mente. Peraltro, o che 
questo si trovasse sovente inceppato dall' inezie , e 
dai capricci del zio neiramministrazione, o amasse 
esser libero Signore, cospirò contro di lui col coo- 

(8) Vili. lib. 9. Gap. a33. Tigrimì vita Caslr. 

(9) Vili. lib. 9. e. 293. 



CAPITOLO NONO 201 

861130, ed aiuto di Gastrnccio, e lo cacciò dallo Sta- ^^ 
to» Ne restò Signore per circa due anni, raa presto j "e. 
8Ì accorse che trovandosi in una città divisa dai par- i3ft5 
titi colla neniicizia del zio, tra i Fiorentini, e Ca- 
struccio che se ne contendevano il dominio, non 
l'avrebbe esso potuta conservare. Bramando di dar 
la città a Castruccio, convenia ingannare i Fioren* 
tini, che aveano in Pistoja dei cittadini attenti, dei 
partitanti , e delle soldatesche; per addormentarli 
il Tedici, mentre si maneggiava segretamente con 
( Castruccio, intavolò con quelli un trattato di dar 
r loro Pistoja: vi restarono colti, e quando imraagi^ 
• navano di occupar la terra, udirono inaspettatamen* 
; te esservi entrato, e averne preso il dominio Ca- 
i struccio. Erano i Capi del governo fiorentino insie- 
; me con Urlimbracca condottiere tedesco, ad un 
I Banchetto in San Piero Scheraggio, quando ricevet- 
,. tero le nuove del primo tumulto di Pistoja . Esciti 
^ frettolosamente da tavola, montati a cavallo corsero 
, ad un tardo soccorso, giacché trovarono per la stra** 
da parte delle loro milizie, e i cittadini, e partitan- 
ti , che si erano colla fuga salvati . Seimila fiorini 
: di oro, spesi da Castruccio a tempo, guadagnarono 
i mezzani: la più gran parte n'ebbe il Cremona, 
che ingannò i Fiorentini; e il Padre Gregorio, che 
menò segretamente la trama tra Filippo, e Castruc- 
cio, fu in ricompensa creato in Lucca Abate di San 
Frediano; Filippo Tedici divenne Capitano di Ca- 
struccio, ne sposò la figlia non senza sospetto di es- 
sersi disfatto dell'altra moglie col veleno (io). L'o- 
dio della città di Firenze contro Castruccio, e il ti- 

ilo) Istor. PìstoL 



M2 LIBRO TERZO 



Z more erano cresciuti a segno, che unanime deter- 
di C. minò guerra la più vigorosa ed alta a liberarsi affatto 
i3a5da si gran nemico: ed essendo giunto in Firenze 
Raimondo di Gardona , che avea fama di eccellen- 
te guerriero, fu creato dai Fiorentini Capitano gene- 
rale di questa guerra • Diede subito ottime spe- 
ranze di felice successo, giacché espugnò in brevis- 
simo tempo il castello di Àrtimino, che appartene- 
va ai Pistojesi. Fecero dunque i più gran preparati?i: 
comprendeva V esercito i5 mila pedoni di genie 
scelta nella città di Firenze, o nel contado, che 
l'odio contro Castr uccio, e T attaccamento alloro 
beni, e alle loro famiglie rendevano più animosi, e 
fedeli ; aSoo erano i cavalieri gran parte pren a 
soldo da diverse nazioni (i i). Accrebbero in seguito 
quest'esercite le città collegate. Il Papa unito con 
essi non mandò altro aiuto che quello delle censore 
fulminate contro Castruccio • Cominciò la guem 
felicemente pei Fiorentini • Incamminatosi l' eser- 
cito verso Pistoja, Castruccio che non avea forxe 
da tenersi a campo aperto, vi si chiuse difenden- 
dola • U Capitano dei Fiorentini depredando ilpae> 
se, e con molti insulti facendo correre fino il palio 
sotto le mura , tentò di tirarlo a battaglia : quando 
si accorse che tutto era vano , fece un ùAso attacco 
al castello di Tizzana , e improvvisamente si avao 
zò verso la Gusciana , ed occupò un importante pa- 
sto cioè Cappiano atto a danneggiare le campagne 
lucchesi, il pericolo di Lucca trasse di Pistoja Ga* 

(11) Dice il VilU L 9. cap. 3oi . L' oste mai per Io cornane à 
Firenze per se proprio non la fece maggiore senza aiato dì adu- 
sta ed ebbero i Fiorentini in loro oste bene 800 e più tra- 
bacche , e padiglioni , e tende di panno lino , e non era dì y d»? 
uon costasse r oste ai Fiorentini tremib,epib fiorini di oro. 



CAPITOLO NONO ao3 

straccio, che portatosi in Valdinievole, usando di 
tutta la maestria nell'arte della guerra, con un ^l(>^ 
fosso che fece prestamente fortificare , e difendere , >3a5 
cercò di assicurare alla meglio le campagne luc^ 
chesi. Era Altopascio nelle mani dei Lucchesi , ca- 
stello molto forte, ben guardato, e stimato assai 
importante per la distanza di sole otto miglia da 
Lucca: fu assediato con tutto il vigore dai Fioren- 
tini. Cercò invano Gastrnccio con varie diversioni 
fino sul territorio di Firenze di allontanar di là 
l'esercito: dovette finalmente il castello rendersi. 
Questo considerabil vantaggio gli animò a segno 
da creder di poter conquistar Lucca, e ruinare af- 
fatto Castruccio : mosso pertanto da Altopascio si 
inoltrò colle sue genti il Capitano dei Fiorentini in 
sul pantano di Sesto. Ma Castruccio, benché infe* 
riore di genti, più abile nel campeggiare, fece pren- 
dere i posti uecessarj che per negligenza, o igno- 
ranza avea lasciato di occupare Raimondo, e fortificò 
i poggi di Vivinaia , Montechiaro, Ceragli, e Por- 
cari, dimodoché era chiusa la strada air esercito 
fiorentino per andare a Lucca ; e finalmente lo co- 
strinse a levare di là il campo. Nel volersi ritirare 
in luogo più vantaggioso, si attaccò tra due partite 
di soldati una scaramuccia assai viva, che durò 
molte ore. Crebbero da una parte, e dall'altra i 
rinforzi, e più volte or questi, or quelli furono re- 
spinti, ma alla fine cessero il campo i Fiorentini , 
dei quali restarono prigionieri alcuni dei primi 
Condottieri, fra i quali il Tedesco Urlimbracca , 
Francesco Brunelleschi , e Giovanni della Tosa • 
V'intervenne col suo solito vigore, e intrepidez- 
za 'Castruccio , che vi resiò ferito , e alla sua 



io4 LIBRO TERZO 

7 presenza si dovè probabilmente la vitUnia. Qne- 
diC^^ fatto quanto animò i Lucchesi, tanto sco- 
i3a5 raggi i Fiorentini j che assai superiori di nome- 
rò, erano obbligati in ogn' incontro a ritirarsi. 
Ifon essendo però le genti di Gastruccio abbastana 
per misurarsi coir esercito nemico, avea egli spt- 
dito colla maggior fretta per aver degli aiuU dai 
Visconti ; ma mentre che questi tardavano a ve- 
nire, temea che i Fiorentini, sui quali si tenea co- 
me in pugno la vittoria, impauriti si ritirassero; 
onde fece trattener Raimondo, e pascer di speran- 
ze con finti trattati di dedizione di castella • Giunse 
finalmente a Lucca Azzo Visconti con non pio 
di 800 cavalieri tedeschi , uniti a aoo di Passerino 
Signore di Mantova, e Modena. I Fiorentini ai era- 
no ritirati ad Altopascio • Il Visconti più avido di 
oro, che di gloria, non pareva volersi avanzare, se 
non gli erano pagati i denari promessigli • Vi acoofie 
prontamente Gastruccio, e lo contentò di denari, e 
di promesse. Non trascurando alcun mezzo ^ e sa- 
pendo quanto un giovine è sensibile alle premure 
del bel sesso, lo fece circondare dalle preghiere ddle 
più belle donne di Lucca: infiammollo alla pogm 
col mostrargli, che si combattevano i comuni ne- 
mici, che quel Raimondo che comandava ai Fio- 
rentini era stato vinto più volte da suo padre^ esao 
zio(ia), e non ha molto fuggito dalla prigione, che 
il nome dei Visconti era ad esso fatale^ e che gli 
restava ad esser vinto da lui. Ritornò Gastruccio 



(1^) Nel 1 3 19 > era stato rotto da Galeazzo Visconte figlio di 
Maffeo; nel i3aa da Marco Visconti presso Basignara: neu asaa 
seguente fu fatto prigione in Modezia ossia Monza da Galeas» 
Visconte • Lstor. di Parma , Rer. itaL tom. la. 



CAPITOLO NONO aoS 

all'esercito; e nel tempo che si aspettava il rinforzo . 
di Azzo, cominciò un falso attacco per trattenere i di e. 
Fiorentini , fatto con tal arte cheparea volesse sebi- »325 
vare la battaglia. Erano sempre i Fiorentini assai 
superiori di numero ai Lucchesi^ ad onta dell'aiuto 
del Visconti ( 1 3) • Giunto finalmente Azzo si attaccò 
da ambi i lati con ardore la pugna • Avevano i Fio- 
rentini secondo il costume loro fatte tre schiere: la 
prima ^ composta de'feditori fiorentini^ e francesi^ 
che non comprendeva più di i&o a cavallo, non solo 
sostenne l'impeto della prima schiera nemica, ma 
trapassò per mezzo di essa: questa però non era 
che una lieve scorreria, il nerbo dei nemici trova- 
vasi dopo i feditori . Azzo coi suoi presto ruppe la. 
schiera seconda guidata da Bornio, Maliscalco di 
Raimondo , che dopo pochi colpi si mise vergogno- 
samente in fuga; cosi la cavalleria dell'esercito fio- 
rentino fu presto rotta. La fanteria si battè con 
maggior coraggio, ma ebbe la stessa sorte* Castr uc- 
cio, quando previde T esito della battaglia, fece da 
una truppa occupare il ponte a Cappiano per to- 
gliere la più tacile ritirata al nemico. Fu grande la 
strage, e la ruina, non si accerta il numero dei 
morti, ma di essi, e dei prigionieri fu grandis- 
simo. Fra questi si contò il Capitano Raimondo di 
Cardona con suo figlio, e molti altri illustri fore-, 
stieri, e cittadini di Firenze: fu preso il Carroccio, 
la campana, tutti i carriaggi, tende, e bandiere, e 
può questa rotta, che avvenne ai a3 di settembre, 
annoverarsi tra le memorabili sconfitte della fio- 

(i 3) l^ell'Ist. PIslol. si dice che Caslruccio fu gettato da ca- 
vallo da Urlimbracca condottiero tedesco, il quale poco appresso 
fu preso 5 ma pare ciò avvenisse nella scaramuccia descritta . 



2o6 LIBRO TERZO 

r reo lina Repubblica, come si scorge dalle cons^nen* 
die. ze che si trasse dietro (i4)« C^struccio seosa Iro- 
i3!i5 var più resistenza, lasciando assediato Altopascio^ 
marciò fino a Signa, castello molto forte, che oc- 
cupò senza resistenza ; si avanzò indi sul contado 
fiorentino ponendo a sacco la campagna, e depre- 
dando, e ardendo le ville, che sempre numerooe 
sono state intomo a Firenze, e minando le campa- 
gne (r5). Giunto a Peretola fece il di 4 ottobre per 
scherno deTiorentini correr verso Peretola de'palj 
dalle mosse medesime donde cominciavano i plj 
di Firenze ; e i Fioretitini impauriti si tenoero sem- 
pre serrati tra le mbra ad onta de' tanti armati 
che avevano in città ^ e furono in continuo travaglio 
noUe e giorno • Ne qui si arrestò il furore dei vin- 
citori, ma si stese per la maggior parte del contado 
fiorentino. Pochi giorni dopo si arrese Altopasdo 
con tutta la guarnigione prigioniera di guerra, 
cb^era di 5oo soldati, indi Carmignauo , il castello 
di Artimino, e in seguito la maggior parte delle terre 
dei Fiorentini gli aprirono le porte.Se in questo tem- 
po il Vescovo Guido di Arezzo alle^ di Castrai* 
ciò, e potente in armi, fosse venuto colle sue forze 

(i 4) Gio. Yill. Kb. 9. cap. 3o5. Istor. PìstoL Amm. Tegri. Tha 
diCastr. 

(iS) F'ill» Uh, 9; ca/i. 3 1 6. Castruccio pose il campo a S. Moro 
ardendo , e rubando campi , e borghi , e Quaraccbi , e tntte le ?ile 
d' intorno , e la sua gente scorrendo, fino alle ttara dì Fireme» ti 
dimorò per tre di, facendo guastare per fuoco e ruberia dal fiome 
Arno innno alle inoutagne , e iofìno a pie di Carreggi in sa Rime- 
di, ch'era il pih bel paese di Villate^ il meglio accasato, e «ggìar* 
dinato, e più nobilmente per diletto dei cittadini che altrettanta 
terra che fosse al mondo . A dì 4 di ottobre fece a dispetto dei 
Fiorentini correre tre pai) dalle nostre mosse intino a Peretola 
r uno a cavalli , V altro a fanti a piede, T altro a fé mine meretrìci; 
e non fu uomo ardito di uscire ai Firenze . 



CAPITOLO NONO 107 

sopra Firenze, come ne fu dallo stesso vivamente 
sollecitato, si trovavano i Fiorentini a mal partito; ^-"^^ 
ma il Vescovo o per non irritar davvantaggio il i3'j5 
Papa, che però lo avea già interdetto, o mosso dalie 
preghiere della madre eh' era fiorentina della casa 
Frescobaldi: o facendogli ombra la crescente gran- 
dezza di Castruccio, noir si mosse, e così salvosst 
Firenze, i di cui cittadini credendosi mal sicuri si 
posero con ogni diligenza a fortificar le mura . Per 
maggior insulto alla repubblica fiorentina fece Ga- 
struccio batter monete a Signa coir impronta del- 
l'Imperatore Ottoneicbe furono chiamate Castane- 
cini. Dopo tanti danni^ e tanti insulti fatti al ne- 
mico tornò Castruccio a Lucca, e vi entrò il 10 di 
novembre in pompa trionfale. Volle imitare ì riti 
degli antichi Romani; la mattina di S. Martino, 
giorno racro a' Lucchesi, si mosse la lunga proces- 
sione da Altopascio. Lo precedevano i prigionieri 
coi trofei presi al nemico, il Carroccio colle fioren- 
tine insegne, gli stendardi della repubblica, quelli 
del Re Roberto rovesciati, strascinati per terra, 
i Fiorentini cattivi passavano col capo, é piedi nu- 
di^ e legati , quei d'altre nazioni erano disarmati, 
e sciolti. Fra i prigionieri di conto, quei che più 
ferivano gli occhi erano Urlimbracca tedesco. Con- 
dottiero di molto nome , ragguardevole per la sua 
(a aia , alta statura , ed aria feroce . Pietro Narsi 
francese , e Raimondo di Cardona spagnuolo col 
figlio accompagnati da una squadra di Bavari, e 
cavalieri spagnuoli prigionieri . Il Generale fioren- 
tino marciava vestito di nero con faccia dimessa. 
LI suo figlio vestito di tela di argento sopra un pic- 
:olo cavallo. 1 soldati di Castruccio coronati duellerà, 



ao8 LIBRO TERZO 

^ : risplendenti di oro . e di argento. Era tratta mn- 

Anni "^ , . 11. 1 . 

die. n^^ la vana preda, e le spoglie prese al nemico. 

i325 Appariva finalmente Castruccio in un cocchio apo^ 
to air usanza romana ^ tirato da quattro cavalli 
bianchi, vestito di porpora di oro fregiata, e coro- 
nato di alloro. Stava fra due statue, la Giiistitia,e 
la Pace , e colla Copia sotto i piedi . La ciui en 
tutta ornata di tappeti , e le strade sparse di frondi. 
Gli archi trionfali erano frequenti , come altresì 
varj altri spettacoli per render la pompa più bella. 
Qua si vedeva un magnifico castello, che nel pas- 
sar del Trionfo era combattuto da giovinetti vestiti 
di bianco, e difeso da altri vestiti d'aazurro: lino 
torneamento, altrove una caccia, e si salutavano i 
vincitori in molti luoghi dalla musica. Il concorso 
dei spettatori delle vicine campagne fu immen- 
so, avendo Castruccio proclamato salvocondotto ia 
quei giorni anche ai nemici che volessero godere 
dello spettacolo. Fu incontrato alla porta dalCI^ 
ro, dalla Nobiltà, e dal resto del popolo, vestiti io 
gala, fra i continuati applausi. Firenze intanto, 

i3a5 com'era usata nei rovesci , diffidando quasi di se 
stessa, ricorse al Re di Napoli, diede la signoria 
al Duca di Calabria con alcune condizioni, la princi- 
pale delle quali èra di non alterare il governo (ifi) 
Corse in questo tempo Castruccio un grave peri- 
colo. Si trovavano fralle sue truppe alcune com- 
pagnie francesi: era nella battaglia d 'A Itopascio re- 
stato prigioniero Pietro Narsi cavaliere della Cootea 
di Bari in Lorena. Nel tempo della sua prìgiooia 
probabilmente cominciò un segreto trattato coi ca- 

(16) Istoria manoscritta lacchese , 



CAPITOLO NONO aog 

pi, o ufBzìali delle truppe francesi (al servizio di 
Castruccio; trattato, che quando fu poi riscattato, ed ^\q^ 
eletto Capitano dai Fiorentni, coi denari loro potè i^^^ 
più vigorosamente proseguire . 11 disegno mirava 
alla vita di Castruccio, a cui pareva attaccata la 
fortuna di Lucca. Ma era difBcile che un simil ma- 
neggio potesse fuggire alla vigilanza di queir uo- 
mo avveduto: lo scoperse, fece arrestare nove com- 
plici^ e quantunque in quei tempi di licenziosa di- 
sciplina militare non si ardisse por le mani nel 
sangue delle truppe forestiere , gli fece davanti a 
tutto r esercito coraggiosamente decapitare (17). 
Nel tempo che si aspettavano gli aiuti di Napoli 
seguitò Castruccio ad infestare le terre dei Fioren- 
tini, scorrendo nei paesi restati fin' allora intatti . 
Vedendo che all'arrivo del Duca di Calabria non 
avrebbe potuto mantenersi in Signa, ne disfece le 
fortificazioni, e ruinò il ponte. Indi cercando ogni 
mezzo di nuocere al nemico, aveva immaginato 
d'impedire il corso di Arno, alzando un muraglio- 
ne alla Gonfolina, e facendo una tura, onde regur- 
gitando Tacqua restasse allagata Firenze. Ma tanto 
poco si conosceva Tarte di livellare in quel tempo, 
che gli idraulici da lui consultati gli mostrarono 
r impossibilità dell'esecuzione (18), dicendogli che 
il pendio di Arno fino alla Gonfolina, che non è 
maggiore di braccia 3i , giungeva a i5o, onde evitò 
la città questo nuovo pericolo. Frattanto il Generale 
dei Fiorentini , non sbigottito che la trama ordita 
contro Castruccio fosse riuscita vana, tentò nuova- 
mente l'animo di alcuni capitani borgognoni per ot- 

(i7)Gio.Vlll.lib.9.c. 333. 
(i8)Gio. Vili, lib.9. e. 335. 

7 unto il. 14 



910 LIBRO TERZO 

= tenereCarmignano. Questi «paventati daireMCiitiooe 



^°^^ fatta da Castruccio gli scopersero segretamente il trat- 
i3a6 tato, e dato ordine a ciò che avesse a farsì^ venendo 
Piero con quella vana speranza con non più di aoo 
cavalli, e 5oo &nti, gente però tutta scelta^ si trovò 
inviluppato negli aguati tesigli da Castruccio; e do- 
po aver valorosamente combattuto, con molta del- 
la sua gente restò prigioniero. Castruccio fra le 
molte accuse disse^ che Piero avea mancato alla 
parola datagli quando fu liberato , di non militar 
contro dì lui, onde gli fece tagliar la testa snlla 
piazza di Pistoja (19). Giunse intanto in Firenze 
prima il Vicario del Duca di Calabria^ cioè Goal- 
tieri Duca di Atene , indi il Legato del Papa. O che 
Castruccio temesse le forze di questa Lega ^ o come 
è più verisimile, essendo egli malato^ né potendo 
porsi alla testa delle truppe, volesse acquistar tem- 
po, scrisse al Legato una lettera piena di modera- 
zione ^ in cui si mostrava pronto a far la pace coi 
Fiorentini • Questo leggiero principio di trattato 
svanì ben presto, o perchè Castruccio non fosse di 
buona fede, o perchè vi si opponessero i Fiorentini^ 
che aspettavano il Duca di Calabria, dalle di coi 
forze , e potere aveano soverchiamente gonfiatele 
speranze. Giunse finalmente il Duca con moltissi- 
mi dei principali Signori napoletani, ricevuti splen- 
didamente in Siena, ove trattennesi soverchiamen* 
te ^ e ne chiese la signoria, come di Firenze • I Sa- 
nesi gelosi della loro libertà tumultuarono^ furono 
asserragliate le strade, ed erano prossimi ad attac- 
car le truppe del Duca. Adunato però il Consiglio ^ 

(19) Vili. lib. 9. cap. 346. Istor. Pislol. 



CAPITOLO NONO aii 

fu per decenza , ed onore del Duca concluso che per' 
cinque anni gli fosse data la signoria, ma che il^^e! 
òuo potere si riducesse a eleggere Potestà di Siena 1 326 
uno dei tre che gli fossero proposti dal popolo, il 
quale non Potestà, ma Vicario del Duca si appel- 
lasse, giurando di osservar le leggi , e gli statuti di 
Siena (^o). Passò indi a Firenze: ma mentre egli 
perde un tempo prezioso in Siena , e in Firenze 
nelle vane cerimonie, e pompose accoglienze dei 
Fiorentini, mancò il momento favorevole (21) di 
opprimere Gastruccìo , il quale ristabilito in salute 
non ascoltò più parola di accordo. Si fecero grandi 
provvedimenti in armi, e in denari. Domandò il 
Duca accrescimento di autorità, e l'ottenne dentro 
però a certi limiti. I Grandi della città dolendosi 
sempre, che il governo fosse tra le mani del popo- 
lo^ si unirono insieme per dare al Duca l'assoluta 
signoria di Firenze, parendo loro di guadagnare in 
siffatta mutazione. Non osò il Duca però d'impe- 
gnarsi in si difficile passo , conoscendo troppo nel 
popolo l'amore della libertà: s'incominciò la guer- 
ra contro Gastruccio coU'armi ecclesiastiche: egli e 
il suo alleato Vescovo di Arezzo furono pubblica- 
mente scomunicati dal Legato sulla piazza di San- 
ta Croce, con tutte le solenni formalità (22); ma 
Gastruccio non temeva che le armi temporali. Ben- 
ché tanto inferiore di forze al Duca, e ai Fiorenti- 
ni , benché assalito da Malaspina , cogli ajuti del 
Legato, e del Signor della Scala da una parte, e 



(ao) Cronica Sanese . Rer. Ital. tom. 1 5. MalevoL 1 56. Sane, 
pag. a. lib. 5. 

(21) Vili. lib. 10. cap. i. 
(aa)yiil. lib. 10. cap. 3. 



aia LIBRO TERZO 



^. dei Napoletani sbarcati a Genova dall'altra^ e ben- 
di e. <^bè inoltre gli si fossero ribellati due castelli sulla 
i3a6 montagna di Pistoja, verso la qual città considera- 
bili forze dei Fiorentini si erano avanzate, riparò 
da ogni parte: impedi ai Napoletani T ingresso in 
Lunigiana, e al Malaspina, e ai Fiorentini di scor- 
rere i castelli ribellati, ai quali aveva posto as* 
sedio; anzi con marcie spedite, e maestre tagliò la 
ritirata ad un gran corpo di questi guidati dal Con- 
te di Squillace, da Amerigo Donati, e da Giannozao 
Cavalcanti in modo che , in pericolo di rimaner 
prigionieri, furono costretti a tornare a Firenze pel 
contado bolognese (a3). Tentarono il Duca , e i Fio- 
rentini di vincer coU'arte, e coi segreti maneggi 
quell'uomo, che non potevano coir armi. Era in 
Lucca la famiglia Quartigiani numerosissima: Guer- 
ruccio, uno dei principali, guadagnato dal Duca, e 
dall'oro dei Fiorentini, indusse tutta la famiglia 
potente di amici, e dependenti, a una congiura^ di 
cui questo era l'ordine. Dovea il Duca colle truppe 
portarsi verso Pistoja: questo movimento avrebbe 
tratto colà Castruccio. Allora ad un segno concer- 
tato le genti, che avevano i Fiorentini a Fucecchio, 
e in Val di Arno, avrebbero rapidamente cavalcato 
a Lucca, ove sarebbe stata aperta loro una porta 
dai Quartigiani, i quali nello stesso tempo correndo 
per la città , sollevandola contro Castruccio , a vria- 
no alzate le bandiere del Papa e del Duca. Ai Quar- 
tigiani era unita nella cospirazione la famiglia Avo- 
i327 gadri non meno numerosa. Niente è più nocivo al- 
le congiure della tardanza ; gli animi dei congiura- 

(23) VilL lib. IO. cap. 6. 



CAPITOLO NONO iiS 

ti 8on sempre in una pericolosa sospensione. Aven- 
do troppo tardato il Duca a muoversi^ uno della di e. 
famiglia impaurito rivelò a Gastruccio l'ordine della ^^^7 
cospirazione. Furono subito arrestati i Quartigiani, 
trovate le insegne nemiche preparate ^ e fatta una 
sanguinosa esecuzione dei principali complici della 
famiglia Quartigiani . Messer Guerruccio con tre 
8Q0Ì figli furono impiccati, agli altri con crudele 
operazione fu tolto il modo di propagar la famiglia. 
Degli Avogadri da prima condotti per Lucca sul- 
l'asino, cavalcando a ritroso, furono poi impiccati, 
e bandito il resto (24) dei complici. 

Durava V Italia ad esser divisa nelle due fazioni 
Guelfa, e Ghibellina. Si riguardava la prima come 
superiore, giacché seco si trovavano il Papa, che 
oltre la temporale era padrone dell'arme spiritua- 
le, in quei tempi potentissima; Roberto Re di Na- 
poli, Signore della Provenza, e dai di cui cenni 
dipendeva Genova; la Repubblica fiorentina ricchis- 
sima, e capace di sostenere il peso di lunghe guer- 
re, oltre molte altre più piccole città, e Signori alla 
medesima Lega aderenti. In Toscana il potere sa- 
rebbe stato assai preponderante dalla parte Guelfa 
se un uomo solo, cioè Gastruccio col valore, e col- 
ringegno non avesse non solo arrestato, ma fatto 
traboccare la bilancia dall' altro lato. In Lombar- 
dia preponderava il partito Ghibellino; ma i mem- 
bri di esso eran troppi per isperarne V unione. Ve- 
dendo essi crescere la potenza della fazione contra- 
ria per r influenza del Legato del Papa, Cardinale 
del Poggetto , che impadronitosi di Bologna , di 

(ti4) Gio. Vili. lib. 10. cap. 25. Tegr. Vita Gastruc. 



ai4 LIBRO TERZO 

Parma , del Modenese minacciava i Gbibellioi di 
^°U* Lombardia, pensarono di opporre la secolare po- 
,3a7 tenza all' ecclesiastica, ch^ erano state sempre riva* 
li . Vacava da gran tempo, cioè fin dalla morte di 
Arrigo Settimo, il trono imperiale. Ne offersero la 
Corona a Lodovico Duca di Baviera , invitandolo a 
riceverla in Italia , in Milano , e in Roma. Si mos- 
se il Duca , e in Trento fu incontrato dai principali 
Signori di I^ombardia come i Visconti di Milano, 
Cane della Scala Signore di Verona., Passerino Bo« 
nacossi di Mantova , uno dèi Marchesi di Este Si- 
gnori di Ferrara , Guido Tarlati Vescovo di Arezzo, 
deposto dal Papa. Castruccio, non credendo oppor- 
tuno il muoversi, vi mandò Ambasciatori come fe- 
cero i Pisani, i fuorusciti di Genova, e Federigo di 
Sicilia. Da Trento passò il Bavaro a Milano ove dal 
Vescovo di Arezzo, da quello di Brescia, e di 
Trento fu coronato colla solita corona di ferro (^S). 
Il governo di' Milano tolto ai Visconti, il loro arre- 
sto, r estorsioni enormi di danaro fatte ai Milanesi 
mostrano il di lui carattere avido, crudele, ed in- 
giusto, che confermò anche in altre parti d'Italia . 
Il Duca di Calabria intanto, riescitog li vano il col- 
po d'insignorirsi di Lucca, volle per non perdere 
affatto il credito, tentar qualche nuova impresa. 
Adunato perciò T esercito, ne diede il comando , e 
l'istruzioni al Conte Beltramo, il quale arrestatosi 
a Signa finse di minacciar Carmignano, ma si vol- 
se, quando men se l'aspettava Castruccio, sopra a 
Santa Maria a Monte. Non avea Castruccio assai 
genti da misurarsi in campagna con questo esarci- 

(a 5) Vili. lib. 10. cap. 17. 19. 



CAPITOLO NONO *i5 

to: quel piccolo luogo però, assai fortificato^ difeso ^^^^^; 
da scarsa guarnigione^ e da ir ostinazione dei ter- ^^q^ 
razzani fedelissimi a Castruccio , avendo ricusato ^^^7 
di rendersi , resistè con maraviglioso ardire per 
molto tempp a tante genti , sostenne varj replicati 
assalti y e finalmente non si rese che a buoni pat* 
ti (s6). Castruccio postato a Vivinaia, non volle , 
tanto inferiore di truppa, azzardare per un castello 
la somma delle cose, avendo la sicura speranza 
della superiorità colla prossima venuta del Bavaro. 
Era già questo arrivato a Pontremoli; andò ivi a 
trovarlo Castruccio, e onorandolo, e colmandolo di 
doni , lo dispose a secondare i suoi disegni . Giunto 
tra Lucca e Pisa, ricusarono i Pisani di riceverlo, 
benché promettessero pagargli 60 mila fiorini d'oro. 
£ssi amici sempre del partito imperiale, non gli 
niegavauo l'ingresso che per la compagnia di Ca- 
struccio, di cui temevano troppo i Regolatori del 
governo. Non acconsenti il Bavaro consigliato da 
Castruccio: gli Ambasciatori pisani nel loro ritorno 
furono arrestati, e prima che potessero i Pisani sa* 
per Tesito del trattato, si trovarono circondati dal- 
le truppe del Bavaro da una parte, e da quelle di 
Castruccio dall'altra. Quello si portò nel borgo di 
San Marco sulla strada di Firenze, questo sulla 
strada di Lucca ; e furono fatti due ponti sull'Arno 
uno sopra Taltro sotto la città, per £icile comuni* 
cazione dei due campi. Fu occupato nello stesso 
tempo Porto pisano, e la maggior parte dei castelli 
di questa Repubblica. Il Vescovo di Arezzo, ch'era 
stato il mediatore del trattato , che avea nutrite 

(36) Vili. lib. IO. cap. 19. 



2i6 LIBRO TERZO 

^^ speranze altra volta di farsi Signore di Pisa^ e che 
di e. vedeva con questa operazione cader quella città io 
>^^7 mano del Bavaro^ e probabilmente di Castracelo, 
di cui era segreto rivale, reclamò altamente la fede 
pubblica, il diritto delle genti violato negli Ambi- 
sciatori. Fra lui e Castruccio ebbe luogo un'iQd^ 
cento altercazione alla presenza del Bavaro (27), il 
quale parendo che favorisse più Castruccio, si parti 
il Vescovo assai sdegnato; e quando poi seppe che 
Pisa aveva aperto loro le porte, non sdegnando ri- 
cever dentro neppur Castruccio, accuorato sene 
mori. Prima però di riceverlo, sostennero i Pisani 
un assedio più di un mese, e furono di denari spe- 
cialmente ajutati dai Fiorentini. Avrebbero anche 
potuto mantenersi più lungamente, e forse tanto 
da stancare il Bavaro, che anelava di portarsi a Ro- 
ma , se quei che reggevano Pisa fossero stati di ac* 
cordo : ma lo scaltro Castruccio ebbe i mezzi di s^ 
minarvi la discordia . Le voci del giovine Conte 
Fazio, e di Band uccio Buonconti guadagnati da Ca- 
struccio che prometteva la pace, furono ascoltate 
dal popolo, che sempre soffre negli assedj. È vero 
che fu convenuto che Castruccio non entrerebbe io 
Pisa, ma era facile vedere, che quest' articolo non 
sarebbe, come non fu, osservato. Ebbero motivo di 
pentirsi del T accordo i Pisani, giacché oltre i ses- 
santa mila fiorini che di buon grado avean conv^ 
nuto di pagare, furono aggravati di un'altra pia 

(q^) Istor. PistoL Vili. llb. 10. cap. 34* 35. 36. Rlraprorertt* 
dolo il Vescovo d' iogratitndiue ìq faccia al Bavaro , rispose m te- 
desco , che le bestie operavano a forza di sproni, e di frusta; e 
soggiuogeodo il Vescovo che si spiegasse meglio , replicò Castnic- 
ciò , che non era il maestro dei ragazzi. Il Bavaro cominciò forte 
a ridere , e il Vescovo si parli adirato. Tegr, viL Cos. 



CAPITOLO NONO 217 

pesante contribuzione di 100 mila. Già fino da due 
aooi era stata Pisa (dopo una battaglia di mare dì e. 
perdata) obbligata a ceder la Sardegna al Re di ^^^7 
Aragona^ onde queste gravezze^ dopo tanta dimi- 
nuzione delle rendite^ e commercio^ dettero alla 
sua potenza un nuovo tracollo. L'occupazione di 
quella città sbigottì molto i Fiorentini ; i quali te- 
mevano che la tempesta andasse a scaricarsi sopra 
di loro . Per quanto però fosse istigato il Bavaro da 
Gastruccio^ per quanto grande fosse l'ascendente . 
che avea sul suo spirito , l'ambizione di esser coro- 
nato in Roma lo fece affreltarsi colà. Prima di par- 
tire^ andò a Lucca, onoralo con gran magnificenza 
da Gastruccio, che fu da lui creato Duca di Lucca ^ 
di Piste ja, di Volterra^ di Prato, di San Gemigna- 
no, di G^lle, e gli furono donate molte castella , che 
appartenevano alla pisana Repubblica (^28). Era il 
Bavaro incantato della prudenza, dell'accortezza , 
e del valore di quest'uomo, onde volle seco con- 
durlo a Roma, per valersi appunto dei suoi consi- 
gli: e benché non di buon grado si scostasse Ca- 
struccio dalle sue terre per timore di tradimenti, 
vi si lasciò tuttavia indurre. Si credeva che il Ba- 
varo dopo la coronazione sarebbe entrato ostilmen- 
te nel regno di Napoli ; vi si aggiungeva il timore 
di Federigo Re di Sicilia, con cui era collegato il 
Savaro, e lo epavento si aumentava dalla presenza 
di Gastruccio , onde il Duca di Calabria stimò op- 
portuno di ritornare a suo padre per vegliar seco 
alla difesa del regno , lasciando a Firenze suo Vica- i3a8 
rio Filippo da Sanguineto (39). Quasi nello stesso 

(a8) Tcgr. Vita Castruc. 
(<29)yii[. iib. iO. e. 5o. 



ai8 LIBRO TERZO 

'. tempo, ma per diverse strade si partirono il Duca 



d °o! ^i Calabria per Napoli ^ Gastruccio per Roma , OTe 
i3aS nella lontananza del Papa regnavano le stesse di- 
zioni che nel resto d'Italia. Si era arrestato a Vìle^ 
bo il Bavaro^ mentre si deliberava in Roma se si 
doveva ricevere. Non vi stette ozioso, perchè essen- 
dogli noto che il Signore di Viterbo , che lo avea 
graziosamente accolto^ possedeva gran riccbene,e 
che Tavea nascose, lo fece prendere, e coi tormeo* 
ti palesarle : e spogliato degli averi , e della signo- 
ria, fu condotto poi prigione a Roma sotto falsi pre- 
testi . Questi fatti possono servire a consolare i lei- 
tori delle ingiustizie dei loro tempi , osservando cbe 
nulla è nuovo. Giunse a Viterbo Gastruccio, e coi 
suoi maneggi , colla sua sagacità , ed eloquenza di- 
s])ose i Romani a ricevere il nuovo Imperatore (3o). 
Alla venuta del Duca di Baviera, la parte che &vo* 
riva il Re Roberto fu cacciata dai Golonnesi, e da- 
gli altri Ghibellini. Fu il Duca coronato Imperato- 
re anche in Roma, dovendo la buona aca^lienn; 
e il pacifico ingresso in gran parte all'Eroe lacch^ 
se, che fu da lui creato suo Vicario e Senatore di 
Roma. In faccia del popolo romano^ Gastruccio ec- 
clissava la grandezza imperiale : preceduto dalla El- 
ma delle sue gesta , lo splendore della soa corte 
eguagliava, e forse sorpassava il lusso di quella del- 
l'Imperatore j nelle vesti, e nelle divise, nei motti, 
sotto il velo della rassegnazione al cielo , si acor^ 
vano le sue ambiziose speranze (3i). Aveva il P'p 

(3o) Istor. PìstoL Se non fosse stato lo grande senno di C^ 
straccio » il Bavaro non vi sarebbe stato ricevuto» 

(3 1 ) Si fece vedere vestito di roba di scìamìto cremisi w» 
di coi parte anteriore erano queste parole: egli e quel che Dìo vt»" 



CAPITOLO NONO S19 

eliminate le censure contro il Bavaro^ e i suoi se-' . 
;uaci. Volle questi vendicarsi, e deporre il Papa • die 
iTarie circostanze fecero applaudir dai Romani que- *^^^ 
tratto. Essi, prima dell' ingresso in Italia del Ba- 
^aroy scontenti della lontananza del Papa, lo avea- 
ìo con solenne ambasciata invitato alla sua vera 
lede, ma inutilmente: allora fu che invitarono il 
Savaro. Si aggiunse una disputa teologica ad ec- 
:itare contro Giovanni XXII un potente partito. 
[ frati minori con più candore, che senno, avean 
>reso a predicare una dottrina assai pericolosa al- 
' interesse dei chierici, cioè la povertà Evangeli- 
;a ; sostenendo che Gesù Cristo , e gli Apostoli 
lon aveano posseduto cosa alcuna • Si opposero a 
[uesta dottrina col favore di tutta la Corte ponti- 
icia i Domenicani asserendo che Gesù Cristo, e i 
)iscepoli aveano il possesso, perchè avean Tuso dei 
»eni della terra. Aggiungevano che Giuda Scariot- 
e era il camarlingo , e dispensiere dei beni che 
K)S8edevano, e con sottigliezze scolastiche, e oscu- 
e distinzioni sull'uso, e possesso facevano una guer- 
a di parole. Il lusso, e la ricchezza della Corte di 
Lvignone, a cui questa dottrina era un alto rimpro- 
ero, l'anatematizzarono come una grande eresia; 
un Papa conosciuto per essere stato dei più avidi 
lei beni terreni prese bella vendetta di quei reli- 
;iosi , condannandoli al pratico esercizio della loro 
[ottrina cioè ad essere incapaci di possedere (Ss). 

^ : e nella posteriore : sarà quel che Dio vorrà : Gio. Vili. lib. io. 
ip. 60, Macb. Vita di Castr. Manuzio. 

(3 a) Si è seguito scrupolosamente in questo racconto Albert. 
088. Rer. Ital. tom. X. Ludov. Bav. Gìo. Vili. 1. 9. €• i56. Balajt. 
ita Pap, U Platina aggiunge cbe alcuni difensori di quella asser- 
one furon bruciati . Vita Joann. XXIL 



aao LIBRO TERZO 



-. Essi allora si dettero a screditare il Capo delli 
dì G. Chiesa y e prestarono la loro voce al Ba^aro, che 
i3a8 osò dichiararlo non legittimo Papa , e ne fece eleg- 
gere un altro cioè Pietro di Gorvara col nome di 
Niccolò y. deir Ordine dei Minori, che fin allora 
avea avuto fama di santità , ma tratto dall'ambizio- 
ne si lasciò indurre al pericoloso onore. Fra le al- 
tre leggi allora stabilite dell'Antipapa, e Antimpe* 
ratore vi fu quella ( per lusingare il popolo roma- 
no ) che il Papa non potesse star più di tre mesi 
lontano da Roma, altrimenti decadesse dal sublime 
posto. Il nuovo Papa colle solite pompose cerimo- 
nie dette la corona imperiale al Bavaro, e creò Car- 
dinali. 

Intanto una trama ordita in Firenze con dn 
fuorusciti pistojesi fece perdere a Gastr uccio Pistoja: 
questi concertarono il diseguo con Filippo da Sao- 
guineto, il quale fece segretamente in Prato prepa- 
rare gli attrezzi necessari per passare i fossi, e per 
scalare le mura. Partitosi di Firenze sul imbrunir 
della sera alla fine di gennajo eoo scelta troppaalta 
all'impresa giunsero di notte improvvisi a Pistoja, 
aiutati dai loro fautori; nella parte meno abitata 
scalarono le mura^ e in altre parti le ruppero. Bi- 
Avegliati i soldati di Castruccio attaccarono i ne- 
mici con tanto impeto, che giunsero a cacciarli 
fuori delle mura ; ma ricondotti all' assalto da Fi- 
lippo, doverono le truppe di Castruccio cedere final- 
mente al numero: molti restarono prigioni fra ' 
quali un nipote di Castruccio, figlio di Filippo Te- 
dici, e un nipote di questo, ambedue garzoncelli, 
che furono in trionfo condotti a Firenze: e Pistoji 



CAPITOLO NONO aai 
fu miseramente depredata (33) . Alla nuova di que*' 
sta disgrazia parti rapidamente da Roma Castruc- ^|"^^ 
ciò, e lasciando indietro 5oo cavalieri , e mille ba- i^^^ 
lestrieri, la marcia dei quali era lenta , con soli 
13 uomini a cavallo giunse presto nei suoi stati, e 
colla presenza atterri quei che macchinavano nuove 
cose, e confermò i vacillanti • La prima operazione 
fu di occupare stabilmente il governo dì Pisa pri- 
vando di ogni autorità i ministri imperiali. Colo- 
rava quest^atto una vernice di scusa: l'Imperatore 
conducendolo a Roma avea causato la perdita di Pi- 
8toja . L'acquisto di Pisa più che abbastanza V in- 
dennizzava della perdita di quella città (34)^ che 
gli stava però sempre a cuore .Messo però air ordi- 
ne uno scelto corpo di truppe marciò su di essa y e 
la cinse di assedio. Era assai ben fornita di guarni- 
gione, trovandosi in essa 3oo cavalieri fiorentini , e 
1000 pedoni, oltre i Pistojesi partitantì del fioren* 
tino governo, e pronti a difendersi ; male però prov- 
vista di vettovaglia per avarizia. Pretendevano i 
Fiorentini che V approvvisionarla toccasse al Duca 
di Calabria , ossia al suo Vicario Filippo, ed esso ai 
Fiorentini: in questo contrasto sì trovò assediata. 
Furono allora fatti i soliti provvedimenti , e colle 
truppe dei collegati mosse Filippo un esercito assai 
superiore a quello di Castruccio verso Pistoja , e 
mandò subito secondo V uso dei tempi a sfidarlo a 
battaglia • Questi inferiore di truppe finse accettar- 
la, temporeggiando per fortificare il suo campo, lo 
che eseguì con tal maestria, che in tutti i tentativi 
fu Filippo respinto con perdita. I Pistojesi si dife- 

(33) Istor. Pistol. Vili. lìb. io. e 19. 

(34) Vili. lib. 1 o. cap. 83. Istor. PbtoL 



%a% LIBRO TERZO 

sero bravamente (acendo spesso delle sortite , e po- 
4°^' nendo fuoco alle cnaccfaine di Castruccìo, ma egli 
i338 sapeva che la fame combatteva per lai. L'odio però 
contro i ribelli pistojesi lo trasportò a delle crudel- 
tà Era la Pieve a Montecuccoli guarnita di troppe 
pistojesi, situata due miglia presso al campo di Ci- 
strucclo, e da quella si faceano spesso delle sortile: 
stretta però dalla fame, fu obbligata a capitolare. 
Non volle Castruccio ricever gli assediati a patto 
alcuno convenevole: si arresero dunque a discrixio- 
ne. I Pistojesi furono appiccati alle mu^a,ì^or^ 
stieri malamente manomessi ; ciocché tirò aoa ven- 
detta crudele contro i prigioni, che erano io Pisto- 
ja^ che furono tagliati a pezzi, o appiccati (35): 
tanto è necessario osservare ciò che chiamaosi leg^ 
della guerra, cioè alcuni scambievoli riguardile 
quella generosità che conviene ai guerrieri , cioè che 
cessata l'azione debba ogni ostilità cessare, e i pri- 
gionieri riguardarsi come fratelli. Tentò Filippo 
colle diversioni sul Lucchese, e sul Pisano mooiere 
di là Castruccio. Tutto fu inutile. Pisloja final- 
mente dovè capitolare, benché a buoni patti, e aprir 
le porte a un piccolo esercito quasi in faccia ad al- 
tro tanto superiore, che non Tavea potuta aoccor- 
rere. Durò Tassedio quasi tre mesi dai i3 di ma^ 
gio ai 3 di agosto. Era Castruccio divenuto sempre 
più grande, e più potente; e quantunque l'occupi- 
zione di Pisa avesse un po' alienato TaniiDo del- 
l'Imperatore, si potè a prevedere , per TasceDdenle 
che aveva sopra di lui, che non gli sarebbe stato 
difficile riguadagnarlo . In qualunque evento p^ 

(35) Istor. PistoL 



CAPITOLO NONO «3 
esser pronto a salvarsi^e noo ricever la legge dal Ba- 
varoy avea Castruccio qualche segreto filo di acco- ^^q 
modamento coi Fiorentini (36), i quali erano assai i3aS 
scoraggiti. Si accostava Tlmperatore alla Toscana da 
una parte, dall'altra stava Castruccio ancor più 
formidabile. I Fiorentini sbigottiti non fidandosi 
ai trattati di Castruccio^ aveano preso a fortificar le 
mura prevedendo un assedio: né si può negare che 
grande non fosse il loro pericolo, quando la morte 
inaspettata di Castruccio gli liberò dal timore. 
U assedio di Pistoja fu probabilmente la causa della 
sua morte, e di quella di molti soldati, e ufSziali: 
sulla fine di luglio egli stava la maggior parte del 
giorno al Sole a incoraggire quei che lavoravano, o 
le difese del suo campo , o le offese al nemico; né 
sdegnava di por mano al lavoro come Y ultimo dei 
soldati. Si ammalò di una febbre, per cui in pochi 
giorni nel di 3. di settembre morì nell'età di an- 
ni 47* Prevedendo la morte, con la più gran pre- 
senza di spirito consigliò ai suoi figli di tenerla ce* 
lata più che potessero, e intanto prendere le dispo- 
sizioni che indicava loro (Sy). Fu grande, e ben 
Tatto nella persona, di bel viso, pallido, di biondi 
capelli ch^ portava irti, e ritti: ebbe tanto senno 
n quei tempi di credulità da disprezzare lastrolo- 
;ia; all'eloquenza naturale non mancava la grazia, 
;he la dignità del sembiante rendeva più maestosa : 
;ol solo nome di fratelli,e di figli spesso sedò i soldati 
umultuanti, e come si comanda meglio coll'esem* 
MO, era il primo a ferire nelle battaglie, e l'ultimo 
ritirarsi . A lui si deve in parte il ristabilimento 

(36) Gìov. Vili. lib. 10. cap. 87. 

(3^) Vili. 1. 10. cap. 87. Tegr. ViU CasU*. Islor. Pistol. 



324 LIBRO TERZO 

" della milizia italiana : le milizie disciplinate , e pia 
^i Q in credito erano le forestiere: le italiane andavano 
i^^S disordinatamente a combattere: Gastruccio le adde- 
strò, e le fece muovere all' assalto ordinatanaente. 
In tempo di pace fece esercitare la gioventù nei 
militari movimenti, dar dei finti assalti ai castelli, 
e tuttociò che sì pratica in vera guerra , distribuendo 
dei premj ai più destri. In battaglia poi si trovava 
presente nei luoghi più pericolosi , animando, lodan- 
do, e sgridando a tempo i soldati. Bencbè il primo 
guerriero del suo secolo, è dubbio se fosse maggiore 
nell'armi, o nel consiglio: bencbè nutrito^ e vis- 
suto in mezzo alle rivoluzioni, non sparse quasi 
mai il sangue^ se non quando la necessità ve lo co- 
strinse. Fu un di quegli uomini grandi, che quan- 
tunque ignaro delle lettere, ne conosceva il pregio, 
e faceva conto degli scenziati. Animatore dell'arti 
utili, e delle manifatture, premiava generosamente 
chi ne introduceva delle nuove : restano ancora i 
monumenti dei numerosi lavori di pubblica utilità, 
ponti , strade, fortezze, che a lui si debbono (38). 
Fu certamente un uomo straordinario, e se il teatro 
delle sue azioni fosse stato più vasto, e i mezzi più 
grandi^ si sarebbe distinto al paro dei più celebri 
uomini dell'antichità . Nella piccola sfera però in 



(38) Tesnr. Vita Castmc. Le fortezze di Sarzanello, la torre dì 
Pontremoli, la rocca di Nozzano,il castello di Ghivizzano in Gar^ 
fagnana con molti altri fortilìzj furono da lui eretti: rese Locca 
per quei tempi inespugnabile , e vi fabbricò il castello deQ*A^* 
sta : tre ponti fabbricò sulla Lima : quello sulla Pescia ha un* iscrt* 
zione cbe 1* attesta : per mezzo di un ponte uni Castel-Doorodelli 
Garfagnana colla villa di Castiglione: né vi fu quasi fiume» o rio 
su cui non fabbricasse dei ponti oltre le tante strade dispendkifis- 
sime» e per luoghi diflìcili> come dà Montramito a Viareggio a 
traverso le paludi . 



CAPITOLO NONO aaS 

cui fu obbligato ad agire di privata persona^ diven- . 
ne uno dei più potenti Principi d'Italia, giacché dì G. 
alla sua morte possedeva Lucca, Pisa, Pistoja, la ^^^^ 
Lunigiana, gran parte della riviera di levante di 
Genova, e innumera bili castelli: e se avesse vissuto 
di più in quei tempi di rivoluzione, e di divisione 
deir Italia in tante piccole Signorie, si pud conget* 
turare che qui non si sarebbe arrestata la sua gran- 
dezza: tenne la signoria di Lucca quindici anni . 
Rimase erede degli stati, ma non dei talenti pa- 
terni, Arrigo suo figlio maggiore: la potenza di 
Lucca terminò con Castruccio, giacché poco tempo 
appresso si vide questa città posta a prezzo, com- 
prata da un privato cittadino, e riprese dai Fioren- 
tini le città, e castella occupate già da Castruccio. 
Ai suoi figli, alla venuta dell'Imperatore, fu tolta 
la Signoria di Pisa, e poi quella di Lucca. 



Tomo IL i5 



3a6 ' 

CAPITOLO X 

SOMMjìRIO 

Nuovfi mutazione di governo in Firenze. Arrivo del Bavara e 
dell* jintipapa a Pisa , Estorce molte somme dai suoi amici. 
Ritoma in Germania» Discesa in Italia di Giovanni Redi BoC' 
mia . I FiorentirU ricusano di comprar Lucca. Si armano con- 
tro di essa . Ne prendono il dominio i Tedeschi . Piccole guer- 
re tra Pisa, Massa f e Siena . Inondarne in Firenze • yi- 
cende di Arezzo . Lucca sotto il dominio dei Signori dellu Sca- 
la . / Fiorentini ne tentano inutilmente la compra . Guerra 
dei Fiorentini contro Mastino della Scala, Dedizione di 
zo ai Fiorentini . Pace con Mastino * 




"T ridiente poteva accadere di più fortunato ai Fio- 
di a reatini quanto la morte di Castruccìo; e benché 
> ^^9 restassero in piedi le formidabili sue forze per una 
parte^e per Taltra l'imperatore si fosse già mosso 
contro la Toscana, non ne fecero alcun conto^ man- 
cando Tanima, che dava moto, ed energìa a laoli 
corpi divisi. Poco sollecita la Repubblica di questi 
movimenti, prese a riordinare lo Stato: dette mo- 
tivo a questa riforma la morte del Duca di Calabria 
già Signore dei Fiorentini, per cui ritornava in ma- 
no loro libero il governo . Restando il sistema lo 
stesso, il più difficile a farsi, senza animosità, e 
aenza favore era la così detta imborsazione , ossia 
la scelta delle persone atte alle cariche, ì nomi 
delle quali a suo tempo dovevano trarsi a sorte. Fa 
ciò fatto con molta prudenza , e saviezza : giacché 
ai Magistrati attuali, Priori, G)nsiglieri, Gonfalo- 
nieri di compagnie. Capitani di parte Guelfe, Cin- 
que della mercanzia, e Consoli delle Arti, fa ag- 



CAPITOLO DECIMO aaj 
giunto uu numero di popolani^ cioè due per Sesto 
per ogni Magistrato; e questi formavano il numero ^i q^ 
di novant'otto persone alle quali fu rimesso Tar- ^^^9 
bitrio di nominare i cittadini maggiori di 3o anni 
da imborsarsi • I nominati però dovevano subire Io 
squittìnio, ed erano ammessi ottenendo voti 649 
purcbè non si trovasse valevole obiezione contro di 
loro. Approvato quest' ordine in pieno parlamento 
nella Piazza dei Priori^ si annullarono gli anticbi 
Consigli^ e due soli ne furono stabiliti , uno di 3oo 
persone^ in cui non erano ammessi che popolani, 
del quale era capo il Capitano del popolo , T altro 
di aòo y a cui presiedeva il Potestà^ dove e Grandi 
e popolani potevano essere ammessi; le delibera- 
zioni prese dalla Signoria, per aver forza di legge, 
esser dovevano approvate dal primo ^ indi dal se^ 
condo Consiglio. 11 metodo era molto saggio, se lo 
spìrito dominante della fazione Guelfa, non l'avesse 
poi sconcertato (j). 

Giunse il Bavaro a Pisa, e poco appresso V An- 
tipapa, che vi entrò solennemente con maestosa 
cavalcata .■ Si rinnovò qui pubblicamente la comme^ 
dia rappresentata in Roma contro Pupa Giovanni: 
prima il fiavaro dopo un lungo sermone di Miche- 
Jiijo da Cesena frate minore, apponendo al Piipa 
iTiolti delitti, lo depose: indi l'Antipapa fatto so- 
lenne parlamento, confermò la sentenza del Bava- 
ro^ scomunicando il Papa, il Re Roberto, i Fio- 
rentini tutti nemici del Bavaro, e dei Pisani. Le 
persone pie però si scandalizzarono di quest'atto, e 
CI t^rpetrarono come segni della divina collera una 

(1) Gio. Vili. lib. IO» cap. 1 la. Aram. lib. 7. 



328 LIBRO TERZO 

=^ tempesta di acqua, e gragoaola in quel giorno, e 
^•"^Ipiù la morte del Maliscalco del Re. Girando esso 
i3a9 per Pisa, e chiamando il popolo .a quel parlamea- 
to, era fortemente infreddato: entrato la aera inno 
bagno di acque stillate avendo queste preso fuoco» 
vi mori miseramente (a). Lo sciocco volgo , che 
vuol sempre penetrare i segreti del Cielo , non pen- 
sava che l'Antipapa, il Bavaro, il Predicatore era- 
no più rei del Maliscalco, e che sopra quelli sareUe 
caduta la vendetta del Cielo, quando avesse volato 
mostrarla • Non fece T Imperatore in questo suo 
viaggio d'Italia alcuna cosa di conto. Fu la sua ve- 
nuta più nociva ai suoi amici ai quali estorse molto 
oro, che ai suoi nemici, coi quali non guerreggiò 
che coi tradimenti^ sempre più vergognosi quando 
riescono vani : così tentò di occupar per tradimento 
J^'irenze , e non fé' che procurar una atroce morte 
a quei cittadini che si erano impegnati nel tratta- 
to (3) . Mancava sempre di denaro, benché ponesse 
tutti a contribuzione. Oltre i denari pagati dai Pi- 
sani , Lucca fu tassata a a5o mila fiorini di oro : dieci 
mila ne pagò la vedova di Castruccio perchè man- 
tenesse i suoi figli nella signoria di Lucca ^ e restò 
delusa; 4 'uila Raimondo di Cardona per riscatto; 
23 mila Francesco Castracani Antelminelli per es- 
ser fatto Vicario di Lucca . Ad onta di tante estor- 
sioni, non potendo pagare i soldati^ lasciava com* 
mettere a questi tutti i disordini: in fatti 8oo ca* 
valieri tedeschi per mancanza di paghe gli si ribel- 
larono, e avendo tentato invano d'impadronirsi di 
Lucca, occuparono il Ceruglio, rocca resa assai fiuie 

(•a) Vili. lib. IO. e. 1 1 5. 1 16. 1 46. Tron. Ann. Pis. 
(3}yili.lib. 10. e. 11 8. 



CAPITOLO DECIMO 229 
da Ca&truccio , minacciando di darla ai Fiorentini. 
L' Imperatore mandò ad essi Marco Visconti ^il qua- dì e. 
le trattò accordo^ promettendo loro sessantamila >^^^ 
fiorini^ purché tornassero in Lombordia: ne con- 
vennero i soldati ritenendo tuttavia Marco per ostag- 
gio* Il di lui nipote Azzo che trovatasi presso Tlm- 
peratore, e che da lui era stato privato dello stato 
di Milano y promise sborsare 120 mila fiorini dì 
oro 9 per pagare i soldati 9 purché V Imperatore lo 
rimettesse nei suoi stati. Fu accettato il partito: 
Azzo parti col Porcaro (4)> già Vicario imperiale 
in Lucca , e indisposto contro di lui^ che condusse 
Azzo a Milano: gli fu rimesso nelle mani quello 
stato dal vicario, a cui Azzo pagò a5 mila fiorini . 
Iodi si fortificò in quella città non curando pagare 
il resto, stimando opportuno il vendicarsi dell'Im- 
peratore y che senza ragione lo aveva già privato 
dei suoi stati, e ritenuto prigione. Schernito l'Im- 
peratore, si parti di Pisa per la Lombardia, onde 
vendicarsi di Azzo; ma non era più tempo. I Signo- 
ri lombardi si erano quasi tutti ritirati dalla sua 
amicizia^ conoscendo che quest' uomo non avea 
fatto altroché rubare i suoi amici, senza far danno 
ai nemici. Azzo Visconti si difese colFarmi ecoUo- 
rOy e il Ba varo tornò presto in Germania • Perché 
non mancasse però mai alla misera Italia il flagel- 
lo degli avidi stranieri , vi comparve indi a non 
molto Giovanni Re di Boemia figlio dell'Impera- 
tore Arrigo VII che prese a imitare il Bavaro. 
I Tedeschi del Ceruglio delusi fecero prima prigio- 
niero Fautore del trattato Marco Visconti, e indi 

(4) Pare secondo la spiegazione del Villani cbe questa parola 
corrotta significhi Burgravio. 



fiSo LIBRO TERZO 

"Capitano, coDoscendone ì talenti. Parlilo T impera* 
diC. ^ore, Marco occupo Lucca, cacciando il nuovo Vi- 
>3a9 cario imperiale; e siccome la sua compagnia non 
cercava che denari, ne offerì la compra alla Re- 
pubblica Boreotina . Non poteva darsi occasione 
più vantaggiosa, cbe l'ottenere per pocbi denari una 
città, che era stata rivale di Firenze, che per la sua 
posizione teneva in soggezione Pisa , e Pistoja , olire 
molli altri vantaggi • Si dibattè lungamente in Con- 
siglio se si dovesse far questa compra, che sarebbe 
forse giunta a 80 mila fiorini ; e il solo spirto di 
partito la fece disapprovare. Pino della Tosa e il 
Vescovo di Firenze erano gli autori del trattato; 
Simone della Tosa loro contrario vi si oppose con 
ragioni assai frivole, ma che aiutate dalla parsimo- 
nia fiorentina , finalmente prevalsero . Rinnovato 
in seguito il trattato, vi furono dei ric